Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2021

 

L’AMBIENTE

 

SECONDA PARTE

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

     

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

L’AMBIENTE

INDICE PRIMA PARTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Lo Street Food.

Il Cibo cura e guarisce o fa male.

… senza glutine.

I Cibi Light.

La Semenza.

La filiera corta degli agricoltori contro la fame ed il sottosviluppo.

L’agricoltura biodinamica.

Le prese per il culo.

La Dieta del Sesso.

Il Cioccolato.

Il Cibo che ingrassa.

Il Cibo che inquina.

Il Panettone.

La Colomba Pasquale.

Ogm sì o no?

La battaglia alimentare.

L'Antispreco.

La Scadenza…

Il Microonde.

Come si mangia.

I Cachi.

La Mela.

La Ciliegia.

Il Pompelmo.

La Malva.

Le Patate.

Il Peperone.

I Fagiolini.

Il Riso.

La Pasta.

Il Tortellino.

Il Pane.

La Pizza.

Il Sale.

L’Olio.

Il Salame.

Il Lardo.

La Porchetta.

Il Formaggio.

L’Acqua.

Il Vino. 

L’Alcool.

Il Bitter.

Il Caffè.

La Coca Cola.

Le Uova.

La Carne.

Il Pesce.

Il frutto proibito: i Datteri di mare.

La Dieta Mediterranea.

Eataly.

Slow Food.

La dieta alternativa: Gli insetti commestibili.

Il Veganesimo.

SOLITO ANIMALOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Pastorizia.

L’Estinzione.

A tutela degli animali.

Capodanno letale per gli animali.

Comandano loro.

I Cloni.

Le Scimmie.

I Cani.

I Gatti.

Topi o Scoiattoli?

Le Api.

Gli Uccelli.

Le Zanzare.

I Cavalli.

Gli Elefanti.

Il Tonno.

Le Balene.

Cazzi animali.

Sesto senso e telepatia.

IL SOLITO TERREMOTO E…(Ho scritto un saggio dedicato)

Evento naturale…

A proposito di Rigopiano.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

IL SOLITO AMBIENTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Santo protettore.

Un Ministero per la Transizione ecologica.

La Mobilità Green.

Gretinismo ed inquinamento.

La Decrescita felice e l’ambientalismo catastrofico.

I Disinquinatori.

Gli Inquinatori.

La Finanza sostenibile. 

La Risorsa economica della Natura.

La Risorsa dell’acqua. Fogne e scarichi fuori controllo.

Gli Oceani.

Le Alluvioni razziste: in Germania è colpa del clima impazzito; in Italia è colpa del dissesto idrogeologico.

La Green Economy. La Risorsa dei Rifiuti.

La Dannosità dei rifiuti.

Il martirio territoriale.

La Xylella.

Il Risparmio energetico.

Le fonti rinnovabili.

Il Corpo elettrico.

Il costo della transizione ecologica.

Paura Atomica.

Quelli…anti…

 

 

 

 

L’AMBIENTE

SECONDA PARTE

 

IL SOLITO AMBIENTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Il Santo protettore.

San Patrizio, da dove viene la festa che fa il mondo verde? Chiara Pizzimenti su Vanityfair.it il 17/3/2021. 122 milioni di persone solo negli Usa festeggiano San Patrizio, il patrono d’Irlanda, con fiumi di birra e vestiti verdi, quest’anno con anche il fiume a Chicago che torna a colorarsi di verde dopo la pausa per pandemia del 2020. Lo stesso faranno milioni di persone nel resto del mondo, a partire dall’Irlanda e Italia compresa. Il 17 Marzo, St Patrick’s Day, ha superato i confini dell’isola. Di verde si vestono oggi il principe William e Kate negli impegni ufficiali e molti luoghi e monumenti al mondo con l’iniziativa #GlobalGreening si illuminano dello stesso colore.

SAN PATRIZIO. Maewyin Succat è il vero nome del santo missionario che prese poi quello di Patrizio. Aveva origini scozzesi il vescovo nato nel 385 che portò il cattolicesimo in Irlanda. Aveva 16 anni quando fu rapito dai pirati e venduto come schiavo al sovrano di quella che è ora l’Irlanda del Nord. Dopo 6 anni la fuga e il ritorno alla chiesa cristiana prima come diacono poi come vescovo. Morì nel 461, il 17 marzo in cui lo si festeggia.

IL NOME DELLA FESTA. In italiano è la Festa di San Patrizio, in inglese Saint Patrick’s Day, ma anche più semplicemente St. Paddy’s Day o solo Paddy’s Day, in gaelico Lá ’le Pádraig o Lá Fhéile Pádraig.

IL VERDE. È vero che la campagna irlandese è verde, ma in origine il colore associato al santo era il blu. Il verde è stato associato all’Irlanda dagli indipendentisti nell’Ottocento.

I LUOGHI DELLA FESTA. Nella Repubblica d’Irlanda è festa nazionale, ma ci sono festeggiamenti anche nell’Irlanda del Nord, in Canada, negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Australia e Nuova Zelanda. È patrono anche della Nigeria, dell’isola di Montserrat e degli ingegneri.

La parata per le strade della città è la tradizione di San Patrizio (ovviamente cancellate a causa della pandemia). La più importante al mondo è quella di Dublino, seguita da Montreal, che ha un trifoglio nella propria bandiera, e poi da quelle degli Stati Uniti a New York, Boston, già dal 1700, di entrambe le città è patrono, e Chicago dove ci sono le più grandi comunità di immigrati irlandesi. La festa di San Patrizio è nata prima dal lato americano dell’Atlantico che da quello europeo. Gli immigrati irlandesi (quasi 35 milioni di americani hanno origine irlandese) cominciarono a festeggiarlo già dal 1700 per mantenere vive le loro radici e mostrare il proprio orgoglio. La prima parata è datata 17 marzo 1762 quando i soldati inglesi che servivano per l’esercito britannico marciarono a New York.

IL RESTO DEL MONDO. Dove non c’è una parata, c’è comunque un riferimento all’Irlanda a partire dal colore verde nei vestiti come negli addobbi e dal trifoglio. Verdi sono diventati negli anni anche Montmartre a Parigi, la Sidney Opera House e le Cascate del Reno a Zurigo. E ancora le fontane di Washington, il Cristo Redentore a Rio de Janeiro. Sono oltre 440 i monumenti e i siti in tutto il mondo che quest’anno si illuminano di verde. Italia ci sono la Torre di Pisa, la Colonna Traiana e la Fontana dell’Acqua Paola di Roma, l’Unicredit Tower di Milano, Castel Thun in Val di Non e il Palazzo Merlato di Procida, capitale italiana della cultura 2022. Tra le novità internazionali a diventare verdi ci sono una cassetta delle lettere in cima alla Øretoppen Mountain in Norvegia, 350 km sopra il Circolo Polare Artico, la fontana più grande del mondo, The Palm Fountain a Dubai il Pacific Park sul molo di Santa Monica in California e il Sekenani Gate nella Riserva Nazionale di Maasai Mara in Kenya.

BIRRA. In suo onore si versano litri di birra, 6 milioni in una giornata gridando sláinte, salute, per festeggiare anche la deroga all’astensione quaresimale nel giorno del santo. Si usano anche metri di stoffa, verde ovviamente, in tutto il mondo.

·        Un Ministero per la Transizione ecologica.

Roberto Cingolani: «Possiamo diventare una potenza energetica, vento e sole sono il nostro petrolio». Stefano Liberti e Christian Raimo su L'Espresso il 17 settembre 2021. È il ministro più discusso del governo Draghi. Da lui passano i 68,6 miliardi di euro dei fondi europei. Ecco come intende spenderli. «Per l’italia non c’è l’opzione nucleare. Per noi l’eolico e il fotovoltaico servono a evitare bollette stratosferiche».

«Io la transizione ecologica la posso solo spiegare, poi deve essere chiaro che si tratta di un cambio di paradigma in cui ci dobbiamo impegnare tutti». Tecnico prestato alla politica, Roberto Cingolani è da mesi al centro della ribalta mediatica. Perché da lui dipende quella transizione ecologica che dà il nome al suo nuovo ministero e a cui il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) dedica la non indifferente somma di 68,6 miliardi di euro. 

Partiamo da una domanda che ci facciamo tutti. A che punto siamo con la transizione ecologica?

«La transizione ecologica è un processo globale in cui l’Europa può avere un ruolo di leadership. Siamo quelli più avanti di tutti; partiamo da un livello superiore a quello degli altri continenti, sia da un punto di vista della circolarità che da quello energetico. L’obiettivo indicato dalla Commissione europea, riduzione al 2030 delle emissioni del 55 per cento rispetto al 1990, testimonia la volontà europea di attivare un processo di de-carbonizzazione serio e rapido. Poi, certo, i modelli sono diversi da Paese a Paese: la Germania sta potenziando il gas perché ha un sistema manifatturiero che non può andare solo a rinnovabili, ma fa carbon capture per compensare. La Francia produce energia nucleare, con costi elevati dal punto di vista della manutenzione ma con vantaggi in termini di produzione. I Paesi dell’est sono molto legati al carbone e avranno maggiori difficoltà. Noi in Italia stiamo messi meglio: abbiamo una buona tradizione sulla circolarità. Dal punto di vista della produzione energetica, abbiamo fatto un piano che è sicuramente il più ambizioso di tutti: prevediamo di aumentare la capacità di rinnovabile di 70 gigawatt nei prossimi 9 anni». 

Un programma ambizioso che si scontra con una realtà poco incoraggiante. L’Italia è ferma allo 0,8 per cento di incremento annuale…

«Abbiamo una burocrazia pesantissima. Se per avere un permesso devi aspettare mille giorni, non investi. Perciò il governo ha lavorato sul decreto semplificazioni, per snellire l’iter autorizzativo e potenziare la commissione che fa la valutazione d’impatto ambientale. Vedremo se queste nuove regole più agili funzionano, ma l’obiettivo prioritario è aumentare la nostra capacità di costruire impianti». 

Al momento però non si sa bene dove mettere questi impianti. Non sarà il caso di fare una mappatura?

«Siamo qui da solo sette mesi. Come prima cosa, abbiamo dovuto aggiornare il nostro piano sulle rinnovabili; il precedente aveva dei target di de-carbonizzazione al 40 per cento. Ora le Regioni devono identificare gli spazi; la mappa esisterà. L’altra cosa che non c’è, ma a breve la renderemo pubblica, è una road map delle aste con tempi e obiettivi chiari. Occorre dire che le ultime aste sono andate deserte. Abbiamo aperto aste per 2 gigawatt e ottenuto proposte per 0,45, l’ultima addirittura 0,20. I player non mancano; manca la sicurezza temporale dell’investimento. Basta fare il confronto con quello che accade altrove: la Spagna apre per 3 gigawatt e ha nove volte l’offerta. Noi apriamo a 2 gigawatt e ci arriva un decimo. Questo aspetto contiamo di risolverlo con la semplificazione». 

Lei è finito su tutti i giornali recentemente per le sue affermazioni sul nucleare, che sembrano indicare una scarsa propensione allo sviluppo delle fonti di energia rinnovabile…

«Ho semplicemente detto che la Francia sta studiando la quarta generazione di reattori, quelli non radioattivi, e ha chiesto all’Europa di considerarli verdi. Ma voglio chiarire: il nucleare da noi al momento non è un’opzione. Noi puntiamo sulle rinnovabili, soprattutto fotovoltaico ed eolico. Anche perché da questo punto di vista in Italia abbiamo una fortuna: nel XXI secolo siamo come le nazioni ricche che prima avevano il petrolio. Con il più alto irraggiamento per metro quadro in zona ricca, siamo gli Emirati Arabi del futuro. L’attuale aumento del prezzo del gas ci sta indicando che questa è l’unica strada: se non vogliamo avere bollette energetiche stratosferiche, dobbiamo sfruttare questa potenzialità, superando le resistenze e anche con soluzioni innovative». 

A cosa si riferisce?

«Penso al fotovoltaico nelle dighe foranee, ai pannelli solari e alle pale eoliche in mare aperto. Se hai 400 km di mare piatto, metti un’isola di pannelli lunga 1 km e larga 100 metri, con un impatto che non è così rilevante. Certo, questi impianti costano di più, ma si deve trovare un equilibrio fra tutela del paesaggio ed efficienza energetica. Altro aspetto su cui puntiamo: il potenziamento delle comunità energetiche, soprattutto nei borghi e nei piccoli centri, dove le condizioni sono più favorevoli. Lo stesso discorso vale per l’agro-fotovoltaico». 

Su questo punto esiste un dibattito acceso. Se si mettono a terra pannelli solari, si riduce la superficie coltivabile…

«Il nostro modello di agro-voltaico, di cui ho già parlato con le principali organizzazioni di settore, è verticale e non prevede la messa a terra dei pannelli. I pannelli sono rialzati e permettono di coltivare al di sotto. Senza toccare un centimetro di terreno, il sistema rende l’azienda agricola autonoma dal punto di vista energetico: metti l’agro-voltaico verticale sui campi coltivati, copri con i pannelli i tetti dei capannoni degli allevamenti. Poi c’è in programma di riciclare le deiezioni animali e le biomasse leggere per fare il biogas in house. Su questo c’è un ingente investimento nel Pnrr». 

Il problema è che comunque il suolo agricolo risulta più redditizio producendo energia che coltivando. Come si fa a evitare le speculazioni?

«Questo è un patto sociale. Ci dobbiamo fidare l’uno dell’altro. Io credo che gli investitori facciano questi impianti perché anche loro hanno dei figli che oggi hanno dieci anni e nel 2050 ne avranno quaranta. Se comincio a dubitare di qualunque manovra, qui non si muoverà nulla. Rispetto ai terreni abbiamo aree da bonificare e utilizzare. Io ho fatto tutto quello che è in mio potere, stilando il più grosso piano di rinnovabili di tutto il continente. Ora vediamo chi ci crede sul serio. Se escono fuori tutti quelli che dicono: sì bellissimo, però facciamolo da un’altra parte, occorrerà una riflessione». 

Che tipo di riflessione?

«È opportuno che questa discussione non diventi ideologica: i 70 gigawatt non sono negoziabili. Ci servono per arrivare al 2030 con 70 per cento di energia elettrica da fonti rinnovabili. Se non lo facciamo, buchiamo gli obiettivi dell’accordo di Parigi: continueremo ad alimentare tutto quello che avremo elettrificato, dalle automobili alle fornaci, con energia prodotta da combustibili fossili. Quindi dobbiamo aumentare le rinnovabili e assicurarne la continuità. Per questo abbiamo previsto nel Pnrr un investimento di 4.5 miliardi di euro per la smart grid, una rete che permette di gestire un energy mix dove diventa preponderante il ruolo delle fonti di energia che non sono continue, come eolico e fotovoltaico. Se non lo avessimo fatto, l’incremento di rinnovabili sarebbe stato velleitario». 

Perché se è così urgente passare alle rinnovabili, le centrali a carbone che devono chiudere nel 2025 saranno convertite a gas, un altro combustibile fossile?

«È una questione di numeri e di tempistiche. Sul carbone siamo tutti d’accordo che vada chiuso. Ma in alcuni posti la transizione non può prescindere dal gas per una questione di potenza da garantire. Passando da carbone a gas noi tagliamo il 30 per cento di CO2; da gas a elettricità verde tagliamo il 100 per cento. È ovvio che l’ideale sarebbe fare il doppio salto e passare da carbone a elettricità verde. Siccome però dobbiamo installare 70 gigawatt in 9 anni queste considerazioni sono solo quantitative e cambiano da luogo a luogo. Il problema è globale ma la soluzione è locale. In ogni posto, devi vedere come fare la transizione». 

A proposito di contesti locali, c’è una forte resistenza in Sardegna al piano di metanizzazione. Il timore è che convertendo a gas le centrali a carbone si rallenterà un processo di rinnovabile vera. Perché non fare il doppio salto in Sardegna, dove le condizioni ambientali sono favorevoli?

«La proposta che è stata fatta dall’ad di Enel Francesco Starace è quella di fare una massiccia operazione con circa 2 gigawatt di rinnovabile in Sardegna e rendere la regione autonoma da quel punto di vista. Ne sto discutendo con tutte le parti: la Regione, i distretti industriali, Terna, Enel. Bisogna capire se, in base al consumo attuale, si riesce a fornire ai sardi sufficiente energia per mandare avanti le macchine, le città, le industrie e garantire la crescita prevista in tempo reale. Altrimenti bisognerà andare per gradi». 

I dati del 2021 parlano già di un aumento tendenziale di richiesta di energia e di emissioni post-Covid-19. Sembrano due processi contraddittori: da una parte si de-carbonizza, dall’altra il mondo diventa sempre più affamato di energia…

«L’Italia in questo momento ha consumi elettrici di 300 terawatt/ora all’anno. Durante il Covid siamo scesi a 290, prima eravamo a 320. Se noi pensiamo a un futuro radioso, con una crescita del 5 per cento, arriveremo a 360 terawatt/ora. Quando ho calcolato i 70 gigawatt di rinnovabili, l’ho fatto sull’ultimo anno di riferimento Covid-19 escluso. Se però cresciamo del 5 per cento all’anno, cosa che mi auguro, fra cinque anni i miei conti si saranno dimostrati insufficienti. Avremo settori industriali che pompano di più. La gente comprerà più automobili: se saranno tutte elettriche, le dovremo caricare e lo dovremo fare con energia rinnovabile. In fisica questo si chiama calcolo auto-consistente. Io faccio un calcolo, poi siccome mi variano le condizioni lo devo aggiornare. Nel momento in cui faccio questo conto, si deve capire che se sto crescendo occorre un’altra pala eolica. Oppure mi toccherà bruciare più gas, ma se brucio più gas esco dall’accordo di Parigi. Se a un certo punto mi dicono “No alle pale eoliche qui, no al fotovoltaico qui”, se si sviluppa la sindrome nimby (Not in my backyard, ndr), allora dobbiamo smettere di crescere. Oppure dobbiamo comprare energia al confine, magari prodotta da una centrale nucleare, pagandola di più». 

Non sarà il caso di ridurre il consumo di energia?

«Abbiamo un solo pianeta. Però abbiamo nel mondo un miliardo di persone che non ha elettricità e tre miliardi che non hanno accesso a combustibili puliti per cucinare. Io programmo tutta la mia transizione sui paesi del G20, faccio grandi proclami in cui dico che sto salvando il pianeta. Però di fatto sto condannando a morte quei 3 miliardi lì, a cui do due possibilità: rimanete nel Medioevo perché appena crescete emettete CO2 oppure emigrate e io vi metto i muri, vi faccio affondare nel Mediterraneo perché se venite da me producete CO2 e così non può andare». 

Qual è la soluzione?

«Occorre un cambio di modello sociale, che richiede tempi più lunghi. Abbiamo troppi telefonini, troppo streaming, solo questo fa il 4 per cento di emissioni di CO2. Siamo disposti a rinunciarci? Abbiamo tutti due automobili. Siamo pronti a rinunciare a una? Bisognerà impostare un dibattito che per la sua natura complessa non può avere risultati immediati. Per tornare al nostro contesto italiano, una cosa che abbiamo fatto subito è confermare il superbonus per l’efficientamento energetico. Solo le perdite energetiche degli edifici residenziali producono il 22 per cento della CO2 in Italia». 

Perché avete scelto di finanziare a pioggia il superbonus sugli edifici privati, quasi 14 miliardi, e destinare appena 1,21 miliardi per gli edifici pubblici, come scuole, tribunali, carceri? Non sarebbe stato più logico rinnovare tutti gli edifici pubblici e dare uno stimolo ai privati con un incentivo più basso?

«Si tratta di un provvedimento promosso dal precedente governo che abbiamo deciso di confermare. Io penso che il 110 per cento sia troppo. È l’unico caso in cui fai i lavori e quasi ci guadagni. Poi, sono d’accordo, va investito di più sugli edifici pubblici. Ma bisogna anche considerare che la termodinamica delle dispersioni è soprattutto serale, quando aumenta l’illuminazione e il riscaldamento». 

Finora abbiamo parlato di riduzione delle emissioni, cioè di mitigazione del cambiamento climatico. L’Italia ha un problema forse più urgente. I nostri territori sono sfiancati dagli effetti del riscaldamento globale: grandinate, tempeste, ondate di calore. Non bisogna anche mettere in campo un serio piano di adattamento?

«I dati delle Nazioni Unite mostrano che negli ultimi dieci anni gli eventi climatici estremi riconducibili all’incremento della temperatura sono costati 1.200 miliardi di dollari e hanno fatto 400mila morti. Contro questa catastrofe, gli strumenti convenzionali non sono più sufficienti. Bisognerà usare modelli matematici avanzati, sensoristica, intelligenza artificiale. La cosa che ho fortemente voluto è un piano di monitoraggio globale che utilizzi immagini infrarosse, multi-spettrali e al satellite, combinate alle immagini date da droni e da sensori a terra. La “sensory features” lega tutto insieme, lo mette in un cloud con macchine di ultima generazione e permette di fare previsione in tempo reale di quello che succede. A questo va sommato un investimento di 20 miliardi che noi facciamo nel Pnrr sul dissesto idrogeologico, le perdite di risorse idriche, la salvaguardia delle coste». 

Non pensa che nell’opinione pubblica il tema del cambiamento climatico sia straordinariamente sottovalutato rispetto alla gravità della situazione?

«Sicuramente. I bambini che oggi hanno 6 anni nel 2050 ne avranno 36 e non possiamo immaginare un futuro in cui l’agricoltura non produce più perché le terre sono disidratate e l’Italia è un deserto. O che le vacanze andranno fatte nel mar Baltico perché la temperatura media al Sud sarà 52 gradi. Guardate la stampa internazionale. Oggi la California brucia più carbone perché non riesce a tenere in piedi i condizionatori. La Germania ha ripreso a pompare gas per alimentare la propria manifattura. Gli Stati Uniti hanno aumentato la produzione di petrolio e compensano con la carbon capture. Noi in Italia faremo sforzi enormi per arrivare al 70 per cento di rinnovabili senza compromessi. Per una nazione come la nostra, che ha il 160 per cento di debito pubblico e l’11 per cento di deficit, questo rappresenta un impegno notevole». 

Un altro tema su cui sembriamo essere tutti d’accordo a parole, ma siamo molto indietro sono i rifiuti.

«Sui rifiuti l’Europa ha dato delle indicazioni molto chiare. Dobbiamo aumentare la differenziata e arrivare all’80 per cento di raccolta del rifiuto. L’obiettivo finale è riciclare il 65 per cento dei rifiuti e ridurre le discariche al 10 per cento. Abbiamo messo nel piano più di 2 miliardi per realizzare 50 nuovi impianti per l’economia circolare». 

La questione è dove fare gli impianti. Prendiamo Roma come esempio. Il Tmb Salario, l’impianto andato a fuoco nel 2018: mesi prima l’Arpa aveva certificato che da quell’impianto usciva un rifiuto più sporco di quello che entrava. Qual è la possibilità di far cambiare idea ai cittadini che non si fidano e di fare rigenerazione urbana?

«La sindrome nimby a mio parere ha una sola ragione di esistere: la ripetuta disonestà che i cittadini hanno visto negli ultimi decenni, tanto da sviluppare una sfiducia a priori nei confronti delle istituzioni. Bene la cittadella, ma bisogna creare una cultura della rigenerazione urbana spiegandone la portata e i vantaggi per i cittadini. E al contempo bisogna decidere con cura dove si possono fare gli impianti e farli bene».

Sandro Iacometti per "Libero quotidiano" il 2 agosto 2021. «La transizione ecologica non è un pranzo di gala», «se la facciamo solo noi sarà un bagno di sangue», «le bollette resteranno alte a lungo», «la Ferrari chiude». Sono solo alcune delle dichiarazioni shock con cui negli ultimi mesi il ministro Roberto Cingolani, fisico prestato alla politica, ex manager di Leonardo, senza troppi peli sulla lingua, ha lasciato di stucco gli ecologisti radical -chic che scambiano la rivoluzione verde per un pic-nic senza posate usa e getta. 

A febbraio era l'idolo degli ambientalisti ora è diventato il loro incubo.

«Non si tratta di essere né idoli né incubi per nessuno, ma di lavorare per affrontare, e possibilmente risolvere, problemi.  La verità è che abbiamo una sfida epocale di fronte a noi. Ciò significa che dobbiamo cambiare direzione, e una "transizione ecologica" implica che dobbiamo riconsiderare le nostre abitudini e il nostro rapporto con l'ambiente, la mobilità, la manifattura, l'utilizzo delle risorse naturali. Dobbiamo farlo in fretta - gli accordi di Parigi sottoscritti anche dall'Italia impongono risultati a 10 e 30 anni - e non dobbiamo né vogliamo lasciare indietro nessuno, altrimenti non andremo da nessuna parte. Come è possibile non rendersi conto che queste trasformazioni avranno dei costi da sopportare?» 

L'ambientalismo da salotto, tanti slogan e poco realismo, oltre che per le nostre tasche è dannoso anche per il clima?

«Ogni tipo di ideologismo è dannoso. Resto esterrefatto quando sento ancora negare il dramma del cambiamento climatico, oppure, all'opposto, quando si richiama la necessità delle energie rinnovabili e della decarbonizzazione, ma solo se gli impianti si installano da un'altra parte e se le bollette non salgono». 

L'Italia produce l'1% delle emissioni, perché fare tanti sacrifici?

«L'Italia produce l'1% dell'anidride carbonica totale, l'Europa circa il 9%. E' vero che è una parte marginale, ma al di là del fatto che abbiamo responsabilità storiche (l'Europa ha emesso il 22% della Co2 cumulata) le emissioni e i loro effetti non si fermano ai confini degli Stati, riguardano tutti. Noi siamo un continente di riferimento a livello mondiale e abbiamo un ruolo guida. Dobbiamo dare l'esempio e convincere gli altri paesi a condividere questa sfida, altrimenti i nostri sforzi risulteranno vani e non possiamo permettercerlo». 

E se non li convinciamo?

«Se tutti i paesi del mondo non contribuiranno convintamente agli obiettivi della decarbonizzazione nei tempi giusti, l'Italia e l'Europa potrebbero subire oltre al danno di un ambiente che continuerà a degradare anche la beffa di aver messo a dura prova il proprio sistema sociale e industriale nel tentativo di invertire la rotta del cambiamento climatico, imponendo costi importanti ai cittadini e alla forza lavoro del sistema economico. Non possiamo morire di inquinamento, ma neanche di disoccupazione». 

Tutti vogliono difendere l’ambiente, ma pochi sono disposti a pagarne il prezzo.

«Il mondo è squassato da diseguaglianze enormi. Ci sono paesi dove la gente ha ben meno di 1500 calorie pro-capite al giorno, dove si muore per l'inquinamento dentro casa perché manca l'accesso a fonti di energia pulita per cucinare. Questo fa capire come la difesa dell'ambiente sia percepita in modo diverso a seconda delle circostanze specifiche di ciascun paese». 

Come se ne esce?

«I paesi in via di sviluppo reclamano la loro opportunità di crescere come l'abbiamo avuta noi, inquinando per decenni, e soprattutto non dispongono delle stesse nostre risorse. Ci sono quindi divisioni di natura geopolitica a complicare il quadro, ed anche queste necessiteranno di sforzi economici da parte dei paesi più ricchi per ridurre le disuguaglianze planetarie. Anche questo è un costo da mettere in conto per la transizione ecologica». 

Al G20 grande risultato, ma piccolo passo verso la condivisione dei costi.

«Il G20 ha trovato accordi su tutti i punti dell'agenda, rimandando ai capi di Stato solo la decisione sulla data del "phase out" del carbone e sugli investimenti e incentivi alla produzione di energia da fonti fossili di alcuni grandi Paesi. In ogni caso tutti hanno confermato di aderire agli accordi di Parigi, un risultato impensabile solo poco tempo fa. Inoltre tutti hanno convenuto sulla necessità di aumentare il supporto finanziario ai paesi vulnerabili. Ne discuteremo ancora, ma si tratta di un ottimo passo in avanti. Adesso il banco di prova sarà passare dagli accordi internazionali di alto livello alla loro attuazione». 

Il "Fit for 55" europeo è un suicidio?

«No, è una proposta estremamente ambiziosa, che giustamente fissa l'asticella degli obiettivi molto in alto, sapendo che poi dovranno esserci passaggi parlamentari nazionali e una sintesi a livello europeo». 

Ripartono gli ecoincentivi, ma l'Ue vuole tassare i carburanti e mettere al bando dal 2035 i motori a combustione interna.

«Sulla necessità che i motori a combustione interna e i carburanti fossili vadano superati siamo tutti d'accordo. Il problema è farlo in un arco di tempo corretto, che consenta di rispettare gli accordi di Parigi senza lasciare tantissime famiglie senza lavoro e nello stesso tempo facendo crescere l'offerta e le infrastrutture necessarie ad una mobilità verde alternativa». 

Come salviamo la Ferrari?

«Non scherziamo, la Ferrari continuerà ad essere il top mondiale. La Motor Valley ha risorse tecniche, inventive, umane e infrastrutturali che le consenti ranno comunque di rimanere un riferimento a livello mondiale. Ma per una conversione di questa portata anche a loro servono regole accettabili e i giusti tempi». 

Come si esce dalla trappola dei permessi di Co2? L'ad dell'Eni Descalzi dice che gli energivori chiuderanno.

«La questione rientra nel confronto in corso a livello europeo, che occuperà i prossimi mesi. A costo di essere noioso, ripeto che il tempo non è una variabile indipendente. Però sappiamo anche che dobbiamo decarbonizzare e che dobbiamo studiare le strategie più sostenibili per arrivare al risultato, riducendo al massimo l'impatto sociale e lavorativo. Questo richiede ricerca, sviluppo, nuove idee e investimenti sulla formazione dei lavoratori. Se fosse facile l'avremmo già fatto, ma abbiamo tutto per farlo e farlo bene. Le grandi aziende si stanno muovendo in questa direzione». 

Chi comprerà l'acciaio verde dell'Ilva?

«Tutti dovranno comprarlo, perché la domanda di acciaio è in crescita, e in futuro l'acciaio e qualsiasi altro prodotto dovranno avere un impatto ambientale basso e certificato. Ovvio che la difficoltà sta nella concorrenza "ambientalmente sleale" e negli accordi internazionali che dovranno compensare il minor costo dei prodotti "ambientalmente" più dannosi. L'Ue al riguardo ha una sua proposta, quella della carbon border tax, e anche gli Usa ci stanno riflettendo. E' chiaro che se non si troverà un sistema di regolazione internazionale condiviso la competitività dei prodotti verdi verrà messa a dura prova e questo sarebbe un problema non solo per la transizione ecologica ma anche per il Paese». 

Città più inquinate d'Europa: tra le prime 10, 4 sono italiane. Ecco come inquinare meno. Le Iene News il 22 giugno 2021. Secondo la classifica pubblicata dall’Agenzia Europea dell’ambiente, tra le 10 città più inquinate d’Europa nel periodo 2019-2020 ben quattro sono italiane: Cremona, Pavia, Brescia e Vicenza. Con la nostra Nadia Toffa vi avevamo dato tanti piccoli consigli per inquinare meno: ognuno può fare la propria parte. Pagella davvero non lodevole per l’Italia quella che arriva dall’Agenzia Europea dell’ambiente. Nella graduatoria delle 10 città più inquinate d’Europa, ben quattro sono italiane: Cremona, Pavia, Brescia e Vicenza, tutte nella Pianura Padana. Il rapporto prende in considerazione la concentrazione di polveri sottili misurate tra il 2019 e il 2020 e classifica le città sulla base dei livelli medi di particolato fine (PM2,5). Dai dati, raccolti in 323 città, emerge che in 127 città i livelli di particolato fine nel periodo di riferimento erano inferiori ai limiti fissati dall’Oms, che ha indicato 10 microgrammi di PM2,5 ogni metro cubo d’aria come soglia consentita. La qualità dell’aria è considerata molto scarsa quando a lungo termine i livelli di PM2,5 sono pari o superiori a 25 microgrammi per metro cubo. Ma veniamo alla classifica. Cremona occupa il secondo posto, dietro solo alla città di Nowy Sacz, in Polonia. La seconda città italiana che compare nella classifica è Vicenza. Per quanto riguarda le città europee più pulite, le prime tre sono state Umeå (Svezia), Tampere (Finlandia) e Funchal (Portogallo). Del problema dell’inquinamento in Italia vi avevamo parlato già nel 2018 con la nostra Nadia. Abbiamo intervistato Simone Molteni, ingegnere che da anni si occupa di sostenibilità. “Noi abbiamo un impatto ambientale enorme senza accorgercene”, ci ha detto. Tanti piccoli gesti quotidiani, infatti, possono avere un impatto sull’ambiente di cui magari non siamo neppure consapevoli. Un esempio? Mangiando una ciliegia fuori stagione, si spiega nel servizio che potete vedere qui sopra, si inquina 100 volte di più che a mangiare una mela di stagione. Per fare un paragone, 1 Kg di ciliege che arriva dall’altra parte del mondo per soddisfare un nostro sfizio, inquina in termini di Co2 come prendere la propria auto e fare la tratta Milano-Bologna. Nadia Toffa, con l’aiuto di due ingegneri specializzati, ci ha raccontato tanti piccoli consigli per inquinare meno senza nessuno sforzo: dalla frutta che scegliamo durante l’anno al riscaldamento e raffreddamento eccessivo degli ambienti fino allo spreco alimentare e i trasporti. Ognuno può fare la propria parte.  

DA tgcom24.mediaset.it il 22 giugno 2021. Tra le dieci città più inquinate d'Europa, quattro sono nel Nord Italia. La qualità dell'aria a Cremona, Pavia, Brescia e Vicenza - tutte situate nella Pianura Padana - è classificata come "molto scarsa". Peggio solo altri quattro comuni della Polonia, penalizzati però dalla vicinanza a bacini minerari carboniferi. Lo dice la graduatoria dell’Agenzia Europea dell’ambiente (Aea). La mappa dell'inquinamento coinvolge 323 città europee, classificando la loro qualità dell'aria.  E prende in considerazione la concentrazione di polveri sottili misurate tra il 2019 e il 2020. La soglia limite consentita, prevista dall' Organizzazione mondiale della sanità (Oms), è di 10 microgrammi di pm 2,5 per ogni metro cubo d’aria. A superarla sarebbero cinque comuni, tra cui i quattro italiani. "Sebbene negli ultimi dieci anni si sia registrato un netto miglioramento della qualità dell’aria in Europa - si legge nel report dell'Agenzia dell'ambiente - dall’ultima valutazione annuale effettuata in tale ambito si evince che nel 2018 l’esposizione al particolato fine ha causato circa 417 000 morti premature in 41 paesi europei". I numeri sembrano quindi preoccupanti. Ma, secondo l'Unione Europea, per considerare la qualità dell’aria insalubre occorrono dati a lungo termine: la concentrazione di polveri sottili deve essere stabilmente superiore ai 25 microgrammi per metro cubo. Promosse invece alcune città scandinave, tra cui Uppsala e Stoccolma (in Svezia), Trondheim e Bergen (in Norvegia) e Tampere in Finlandia. Ma anche Tallin, Narva e Tatu (tutte in Estonia), la portoghese Funchal e inaspettatamente la spagnola Salamanca. La classifica indica però i siti da tenere d'occhio per il livello medio di particolato. Tra cui, le polacche Novy Sacsz  (27,31) e Zgierz (25,15), Cremona (25,86), Vicenza (25,58) e la croata Slavonski Brod (25,75). Compaiono però nell'elenco delle dieci peggiori anche Cracovia, Piotrkow e Zory (sempre in Polonia), Veliko (in Bulgaria) e infine Brescia e Pavia. Preoccupano anche Milano (20,13) e Roma (12,94). Pesa sulla pagella dell'Italia l'inquinamento nel Nord e la scarsità delle misure messe in campo per combatterlo. Solo il 10 novembre 2020, la Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha condannato il governo la violazione, tra il 2008 e il 2017 violato i limiti di qualità dell’aria "in maniera sistematica e continuata".

Ambiente, avviata la prima causa contro lo Stato Italiano: “Inerte sull’emergenza climatica”. Giampiero Casoni il 06/06/2021 su Notizie.it. Ambiente, avviata la prima causa contro lo Stato Italiano: “Inerte sull’emergenza climatica e fermo solo a sterili e ambiziose dichiarazioni”. Con essa ci sono più di 200 attori-ricorrenti, soggetti fisici e giuridici, associazioni, comitati e cittadini. Terreno di scontro è il Diritto Civile e convenuto è lo Stato Italiano, che non avrebbe messo in campo alcuna iniziativa concreta e fattuale per contrastare il cambiamento climatico. 

Ambiente, avviata la prima causa contro lo Stato: obiettivi e finalità. Marica Di Pierri ha spiegato finalità e polpa giudiziaria dell’azione, presentata ufficialmente nella Giornata mondiale dell’ambiente, a Fanpage.it: “La causa ha l’obiettivo di spingere lo Stato a fare di più per contrastare l’emergenza climatica, chiediamo al giudice civile di dichiarare che l’Italia è inadempiente dal punto di vista climatico, ha responsabilità per la sua inerzia nel raggiungere l’obiettivo sottoscritto a Parigi”. Ma quali sono le direttrici in punto di diritto, a tener conto che una rivendicazione etica (spingere lo Stato è concetto molto didascalico, la legge ingiunge) è una cosa ma una istanza giudiziaria è un’altra? Il ricorso chiede “di condannare l’Italia ad abbattere le emissioni di tre volte rispetto ai target attuale. L’obiettivo attuale, al 2030, è più o meno del 36%: la richiesta che noi facciamo è una riduzione del 92%”. 

Ambiente, avviata la prima causa contro lo Stato Italiano: il calcolo effettuato. Su quali basi sia stata definita quantitativamente la richiesta è sempre la Di Pierri a spiegarlo: “Questo obiettivo discende da un calcolo, basato sulle evidenze scientifiche e poi da un report commissionato a un centro di ricerca climatico, Climate Analytics, a cui abbiamo chiesto di verificare i trend emissivi e di fare dei calcoli basandosi sulle metodologie consolidate rispetto al criterio di equità, considerando sia le responsabilità storiche dell’Italia che le capacità tecnologiche e finanziarie attuali”. Portare a casa il risultato è difficile, ma i ricorrenti hanno voluto che a fare massa critica andassero “per tabulas” anche “le emissioni che l’Italia produce all’estero, pensiamo ai fronti estrattivi di Eni per esempio”. 

Ambiente, avviata la prima causa contro lo Stato: ragioni giuridiche e stimolo sociale. Un risultato complesso e a lungo termine dunque, ma anche un target più a breve tempo, quale? Quello pubblicistico che mentre un concetto si definisce in diritto, si afferma e radica nel tessuto e nelle condotte sociali. “Spesso un’azione giudiziaria ha anche un impatto extra-giudiziale, nelle more delle decisioni della giustizia si assiste a una maggior ambizione da parte degli Stati. Oltre alla risposta del giudice speriamo che lo Stato agisca spinto dalla pressione dell’azione legale, speriamo che lo Stato voglia decidere di agire prima, aumentando i suoi obiettivi”. 

Ambiente, prima causa contro lo Stato Italiano: i precedenti all’estero. E i precedenti non mancano: “Nel nostro continente ci sono stati diversi casi vittoriosi, come il caso Urgenda in Olanda: ha vinto tutti i gradi di giudizio con la condanna nel 2019 dello Stato olandese ad aumentare le ambizioni di riduzione, ha dovuto rivedere i suoi obiettivi”. E ancora: “Ad aprile la Corte costituzionale tedesca ha emesso una sentenza storica: le politiche del governo tedesco, molto più ambiziose di quelle italiane, sono state ritenute non sufficienti. Il governo dovrà in effetti aumentare gli obiettivi”.

Ambiente, prima causa contro lo Stato che “fa solo dichiarazioni ambiziose”. Il sunto della faccenda è che i ricorrenti vedono solo molto fumo negli occhi da parte dell’Italia, anche con l’esecutivo in carica, il governo Draghi: “Siamo fermi a dichiarazioni ambiziose, alle quali non conseguono azioni altrettanto ambiziose. C’è stato un gran parlare della centralità della transizione, ma al momento non si hanno notizie né dell’annunciato aumento delle ambizioni di emissioni né dell’eliminazione dei sussidi ambientalmente dannosi annunciata”.

«La rivoluzione ambientale? Tanti annunci e pochi fatti». Avanti adagio sulla decarbonizzazione, agricoltura e zootecnia trascurati. Per associazioni ed esperti gli obiettivi della transizione ecologica sono lontani. Stefano Liberti su L'Espresso il 25 maggio 2021. La premessa ha la solennità degli annunci storici. «Serve una radicale transizione ecologica verso la completa neutralità climatica e lo sviluppo ambientale sostenibile per mitigare le minacce a sistemi naturali e umani». Così si legge nelle prime righe della missione numero 2, dedicata alla cosiddetta rivoluzione verde, del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) che il governo italiano ha inviato alla Commissione Europea il 30 aprile scorso. Un impegno che fa seguito all’istituzione del ministero della Transizione ecologica guidato dallo scienziato Roberto Cingolani, con delega alle politiche ambientali ed energetiche. Tutti segnali che paiono indicare la volontà di un drastico cambio di rotta e di una revisione complessiva del modello di sviluppo. Ma la transizione ecologica prospettata dal piano è davvero così radicale come viene annunciata? La completa neutralità climatica e lo sviluppo sostenibile sono effettivamente gli architravi di quella strategia per l’ammodernamento del Paese descritta dal premier Mario Draghi nell’introduzione al Pnrr? «Si sta evocando una rivoluzione che nei fatti non avverrà», taglia corto Matteo Leonardi, co-fondatore di Ecco, think tank dedicato al cambiamento climatico e alla transizione energetica. L’analisi delle misure presenti nel piano sembra in effetti contraddire la direzione indicata nel preambolo. «I circa 78 miliardi contrassegnati come azioni per il clima non sono distribuiti in modo da innescare processi virtuosi di innovazione. Manca una visione forte per la de-carbonizzazione, sia sulle fonti di energia rinnovabile che sulla mobilità sostenibile. Senza parlare dell’efficienza energetica degli edifici, in cui si è deciso di confermare il super-bonus del 110 per cento per i privati ma si sono tagliati i fondi per l’efficientamento degli edifici pubblici». L’Unione Europea ha recentemente rivisto al rialzo i propri traguardi di de-carbonizzazione, stabilendo un decremento del 55 per cento delle emissioni clima-alteranti al 2030 rispetto ai livelli del 1990 e un azzeramento totale al 2050. L’Italia non ha una road map chiara per raggiungere questi obiettivi. Le azioni previste nel Piano di ripresa e resilienza indicano la mancanza di una prospettiva strategica, capace di puntare su quei settori che altrove sono considerati cruciali per guidare la transizione. Prendiamo le fonti di energia rinnovabile: «L’Italia dovrebbe incrementare di 6 Gigawatt all’anno la potenza rinnovabile, ma nel Pnrr si prevedono risorse per 4,2 Gigawatt complessivi per i cinque anni del piano. Con queste premesse difficilmente riusciremo a stare al passo con la strategia di lungo termine europea», dice ancora Leonardi. Mai come in questo caso vale il detto che l’erba del vicino è sempre più verde: in Germania, una recente sentenza della Corte costituzionale di Karlsruhe ha bocciato la legge sul clima definendola troppo vaga sugli impegni assunti per la de-carbonizzazione e ha spinto alla fine il governo a darsi obiettivi più ambiziosi di quelli europei, con un taglio delle emissioni del 65 per cento al 2030 e la neutralità climatica al 2045, cinque anni prima rispetto al resto del continente. La Spagna ha appena approvato una legge sul clima che blocca con effetto immediato nuovi permessi di esplorazione e produzione dei combustibili fossili e prevede di portare al 2030 le fonti rinnovabili al 74 per cento del fabbisogno elettrico nazionale. L’Italia invece punta a sostituire le centrali a carbone con impianti a gas, che è un altro combustibile fossile; non investe sul trasporto elettrico e non si interroga minimamente sull’impatto ambientale delle proprie produzioni industriali. «Nella missione 1 del Pnrr, quella dedicata all’industria, la parola clima non compare», fa notare ancora Leonardi. «Si parla di digitalizzazione, innovazione ed internazionalizzazione, senza porre l’efficienza energetica e le tecnologie per il clima come una variabile di questo processo». Altro elemento trascurato dal piano è il peso che un certo modello di produzione agro-alimentare può avere sull’ambiente. «Il comparto agricolo è il grande assente dalla transizione verde», sottolinea Federico Ferrario, responsabile della campagna agricoltura sostenibile di Greenpeace Italia. A fine aprile, l’associazione ambientalista ha affisso alcune targhe sostitutive per rinominare i ministeri più coinvolti nel Pnrr. Così il ministero della Transizione ecologica è stato ribattezzato «ministero della finzione ecologica», quello delle Infrastrutture e delle mobilità sostenibili, guidato da Enrico Giovannini il «ministero dei treni persi e dell’immobilità elettrica», il ministero dello Sviluppo economico è diventato il «ministero dello sviluppo che distrugge il pianeta». E quello dell’agricoltura il «ministero degli allevamenti intensivi e di altre attività inquinanti». Secondo Greenpeace, Il Pnrr contraddice completamente i dettami del green new deal e della strategia «farm to fork» dell’Unione europea. «È stupefacente», sottolinea ancora Ferrario, «che non vi sia nessun investimento per incrementare la superficie agricola dedicata all’agricoltura biologica, di cui noi siamo leader europei, o di investimenti in agro-ecologia per ridurre gli impatti del settore agricolo e creare valore aggiunto alle produzioni nazionali». Altro aspetto su cui Greenpeace punta il dito è quello relativo agli allevamenti intensivi. «Non c’è il minimo accenno alla revisione di un sistema che produce a livello globale il 14,5 per cento delle emissioni, contribuisce alla formazione di polveri sottili soprattutto in Pianura Padana e favorisce lo sviluppo dell’antibiotico-resistenza». Dal punto di vista dell’associazione ambientalista, le risorse del Pnrr potevano essere usate adeguatamente per accompagnare gli allevatori verso un modello che prevedesse una riduzione dei capi allevati e una diminuzione dell’impatto ambientale e climatico. «Invece si è scelto il business as usual, perpetuando un sistema che produce carne a basso costo e alimenta un futuro ad alto rischio». L’unica novità che viene avanzata dal piano quando si parla di zootecnica è un finanziamento importante (1,1 miliardi di euro) per costruire pannelli solari sui capannoni degli allevamenti. «Misura condivisibile che però da sola indica la non volontà di rivedere un modello di produzione che compromette pesantemente gli eco-sistemi», conclude Ferrario. In termini di adattamento, il Pnrr riconosce che «l’Italia è particolarmente vulnerabile ai cambiamenti climatici e, in particolare, all’aumento delle ondate di calore e delle siccità». Per fronteggiare la scarsità idrica è prevista la creazione di un sistema di invasi e bacini per la raccolta dell’acqua con uno stanziamento complessivo di 1,8 miliardi di euro. «Sicuramente è importante un ammodernamento delle infrastrutture idriche, che sono vetuste», sottolinea il climatologo Giulio Boccaletti, autore del libro “Water: a biography”, una storia mondiale dell’acqua che uscirà in inglese a settembre. «Ma bisogna rivedere anche i modi di produrre. L’Italia è molto più esposta di altri Paesi ai mutamenti climatici e deve affrettarsi perché è chiaro che alcune aree del Paese avranno un clima sempre più simile a quello nordafricano e alcune coltivazioni in prospettiva dovranno cambiare. Il problema è che l’Italia al momento non programma il futuro: non ha nemmeno un coordinamento nazionale climatologico che si preoccupi di dire come gestiremo i cambiamenti ambientali tra quindici anni». Una mancanza di visione che costituisce una pesante zavorra per il sistema Paese e che appare tanto più sorprendente nel momento in cui siamo presidenti di turno del G20 e co-organizzatori della Cop 26, la Conferenza delle Parti sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite che si terrà a Glasgow a novembre. Nella sua recente visita nel nostro Paese John Kerry, inviato speciale degli Stati Uniti per il clima, ha affermato: «L’Italia ha una grande opportunità di leadership nel lavorare sul tema dei cambiamenti climatici e gli Stati Uniti sono pronti ad aiutarla. Il vostro successo sarà il successo di tutti noi». Più che uno stimolo a un’azione condivisa è suonato a molti come un’esortazione a fare di più e più in fretta.

(ANSA il 21 aprile 2021) - "Il problema delle emissioni climalteranti è chiaro, ma non è chiaro il sacrificio che ognuno deve fare. Tutti vogliono essere verdi, ma poi non vogliono la pala eolica davanti a casa, o vogliono continuare a usare i social che producono tante emissioni. Tutti vogliono le rinnovabili, ma poi nessuno le vuole davvero. L'emergenza climatica richiede sacrificio, ci dobbiamo mettere tutti qualcosa". Lo ha detto il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, a un webinar dell'ANSA sull'idrogeno.

Recovery Plan, la grande bufala della "svolta green". Non solo riceveremo gran parte dei soldi del Recovery Plan dovendo seguire stringenti condizionalità, ma rischiamo anche di spendere soldi a debito avvantaggiando le economie di altri Paesi. Roberto Vivaldelli - Lun, 05/04/2021 - su Il Giornale. La commissione europea spiega che il Recovery Plan - NextGenerationEU vale 750 miliardi di euro, ed è necessario per riparare i danni economici e sociali immediati causati dalla pandemia di coronavirus per creare un'Europa post Covid-19 "più verde, digitale, resiliente e adeguata alle sfide presenti e future". La presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen ha annunciato che il 37% dei fondi sarà destinato alle politiche verdi e che il 30% del fondo sarà finanziato attraverso "green bonds", ossia obbligazioni sul mercato per progetti benefici per l’ambiente. Su un binario parallelo viaggia il Green deal europeo che porterà l'Europa, come ha sottolineato il presidente del Parlamento europeo David Sassoli, ad affrontare "l’emergenza climatica e la trasformazione verso un futuro più sostenibile" tenendo conto della "dimensione sociale e della lotta contro le disuguaglianze". Tanto rumore per nulla, o quasi. Siamo dinanzi a un classico esempio di Greenwashing, ossia quella strategia di comunicazione che spesso le aziende - in questo caso l'Unione europea - usano con estrema disinvoltura per farsi belli, con richiami ambientali e sostenibili, ma che poi non si traduce nella realtà con risultati reali e tangibili. Accusa peraltro non nuova e mossa già in passato, nei confronti dell'Unione europea e in particolare verso il Green Deal da parte di Yanis Varoufakis e David Adler sul Guardian. Senza contare che lo stesso Wolfgang Munchau, sul Financial Times, spiegava lo scorso settembre che l'obiettivo del 37% destinato alle politiche "green" annunciato da Von der Leyen non era assolutamente realistico: "Sarebbe meglio avere un obiettivo più basso ma più onesto per la spesa verde e consentire variazioni tra i Paesi. L'Italia, ad esempio, ha un fabbisogno molto maggiore di spesa per le infrastrutture di trasporto" osservava.

Ecco chi avvantaggia la presunta "svolta green" europea. Ma la cosa più grave, come nota Gianluigi Paragone su IlTempo, è che se parliamo di Recovery Plan e di NextGenerationU, ci riferiamo perlopiù a soldi che riceveremo in prestito e che non solo dovremo restituire per avvantaggiare poi le economie di altri Paesi, ma che saremo costretti a impiegare secondo i più stringenti diktat europei e seguendo dunque una road map precisa. "In nome di questa ecosostenibilità tesa a uno spostamento verso l'elettrico e verso l'idrogeno dicono: all'Italia arriveranno tanti soldi da spendere" osserva Paragone. "Certo, soldi da spendere a debito per favorire le economie degli altri. Tedeschi, cinesi in testa, perché saranno loro a venderci l'elettrico. A cominciare dall'automotive, che per la Germania è prima fonte del Pii. Riassunto: a noi i debiti dei prestiti, agli altri soprattutto gli asiatici - i profitti". Bell'affare, no? L'importante è riempirsi la bocca di ecologismo posticcio. Che la "svolta green" sia una colossale presa in giro, d'altronde, lo sostengono anche gli attivisti "gretini" di Fridays for Future, che sul loro sito web bocciano senza appello il Recovery Plan: "Inserire la parola green nel Recovery Plan non significa agire per il clima. Non ci importa quante volte la ripetete. Ciò che ci importa è vedere degli obiettivi chiari, e che vengano raggiunti. D’altronde, quando noi studenti facciamo un esame, non ci viene chiesto quante ore abbiamo passato sui libri, ma di dimostrare che abbiamo raggiunto dei risultati e appreso gli argomenti" affermano. Insomma, la tanto chiaccherata svolta green europea, oltre a essere di facciata, rischia innanzitutto di rivelarsi una colossale fregatura per l'Italia.

Transizione ecologica: chi la paga? Firstonline.info il 18/3/2021. Rendere la nostra economia più sostenibile e salvaguardare il pianeta dal riscaldamento globale sono due sfide collegate e irrinunciabili, soprattutto adesso che il Covid ha rallentato le catene di produzione, mettendo in crisi le imprese ma allo stesso tempo offrendo un’opportunità imperdibile di rinnovamento. La decarbonizzazione, quanto delle imprese quanto soprattutto della supply chain, cioè della filiera di fornitura, ha un costo: in parte questo viene assorbito dalle aziende stesse con gli investimenti, in parte viene coperto da finanziamenti pubblici (il Recovery Fund è lì anche per questo), ma in parte ricadrà sui consumatori, cioè su tutti noi. A quantificare questo aspetto molto spesso sottovalutato della transizione ecologica è il report “Net-Zero Challenge: The Supply Chain Opportunity” realizzato da Boston Consulting Group per il World Economic Forum: gli ambiziosi obiettivi di decarbonizzazione comportano un aumento dei prezzi sui consumatori che viene stimato fra l’1 e il 4%. Una sorta di inflazione aggiuntiva, che tuttavia il Boston Consulting Group ritiene dal suo punto di vista “relativamente contenuta, tale da non pregiudicare la competitività dell’impresa”. Anche perché, sostiene sempre il BCG, gli strumenti per azzerare le emissioni delle catene di produzione sono già in gran parte disponibili per le imprese “che, con un’adeguata strategia, possono superare gli ostacoli (aumento dei costi, inerzia dei governi, concorrenza sleale di rivali inquinanti, mancanza di dati affidabili) per trasformarli persino in vantaggio competitivo”. “L’opportunità che ci viene offerta di "ricreare" il mondo post pandemia è assolutamente da non perdere”, commenta Laura Alice Villani, Managing Director e Partner di BCG e responsabile per la practice Energy in Italia. “Le grandi aziende possono diventarne protagoniste, sostenendo i propri fornitori in questa fase”. E’ noto infatti gli impianti delle grandi aziende e l’energia per alimentarli hanno un peso significativo sulla quantità di CO2 immessa nell’ambiente, ma tutto il resto delle emissioni è frutto dell’attività del loro fornitori. Per il BCG insomma le soluzioni a favore dell’ambiente sono sostenibili anche economicamente, quanto meno in larga parte. La decarbonizzazione totale infatti potrebbe ricadere molto di più sui consumatori, ma lo studio spiega che “il 40% delle emissioni potrebbe essere abbattuto con misure che consentono addirittura risparmi o che comportano un dispendio inferiore ai 10 euro per tonnellata di Co2 eliminata. L’onere salirebbe invece fra i 10 e i 100 euro a tonnellata per un’ulteriore riduzione del 40%, a causa del costo delle tecnologie che però potrebbe rapidamente scendere in caso di adozione su ampia scala”. Secondo il lavoro del BCG, le materie prime e i componenti rappresentano in definitiva una quota modesta del prezzo finale di un bene: per fare un paio di esempi, circa il 10% di un’auto, fra il 10 e il 20% di un paio di scarpe da tennis. Ecco perché l’impatto finale sui prezzi al consumatore di una sufficiente decarbonizzazione sarebbe appunto tra l’1 e il 4%. Questo aumento è davvero così basso e digeribile dalla maggior parte dei consumatori globali? Il Boston Consulting Group su questo sembra ottimista e nel presentare il proprio lavoro sostiene che “anzi, sempre più consumatori sono disposti a pagare di più pur di avere un prodotto sostenibile, dalla culla alla tomba”. Quel prezzo da pagare in più è dunque attribuibile alla decarbonizzazione anche e soprattutto delle filiere di fornitura: lo studio individua quelle ad oggi meno sostenibili e sono le cosiddette big eights, cioè le 8 supply chain che da sole sono responsabili del 50% delle emissioni globali. Si tratta delle catene del Food, delle costruzioni, della moda, dei beni di largo consumo, dell’elettronica, dell’auto, degli uffici e del trasporto merci. “Le barriere alla decarbonizzazione delle catene produttive – spiega ancora Villani – non sono soltanto di natura economica, ma anche informativa. Considerato che, al momento, le multinazionali fanno fatica a conoscere l’identità di tutte le migliaia di fornitori e subfornitori sparsi per il globo, diventa ancora più difficile per queste avere piena contezza delle emissioni di ognuno”. Il Boston Consulting ha così pensato ad una lista di suggerimenti per una strategia vincente su questo preciso fronte:

1.     Stabilire una linea di contenimento delle emissioni e assicurare trasparenza sui dati condivisi con i fornitori;

2.     Disegnare obiettivi complessivi di riduzione;

3.     Rivisitare i prodotti secondo criteri di sostenibilità;

4.     Disegnare la catena di valore riconsiderando le fonti di approvvigionamento anche dal punto di vista geografico;

5.     Integrare le metriche delle emissioni negli standard di approvvigionamento e monitorare le prestazioni;

6.     Lavorare con i fornitori per lavorare alla diminuzione delle loro emissioni;

7.     Impegnarsi in iniziative di settore per essere aggiornati sulle best practice e le certificazioni;

8.     Aumentare i “gruppi di acquisto” per ampliare gli impegni dal lato della domanda;

9.     Inserire una governance a basse emissioni, coordinare gli incentivi interni e responsabilizzare l’organizzazione.

Cambiamento climatico, danni per 12 miliardi l'anno. Il nuovo piano Ue. Le Iene News il 25 febbraio 2021. I danni causati da fenomeni climatici estremi provocano perdite nei paesi dell’Unione europea pari a 12 miliardi di euro all’anno. La Commissione europea ha varato un nuovo piano strategico per aiutare i paesi membri ad adattarsi al cambiamento climatico. Di questa emergenza vi avevamo parlato già nel 2018 con la nostra Nadia Toffa. I danni causati da fenomeni climatici estremi provocano perdite nei paesi dell’Unione europea per 12 miliardi di euro all’anno. E il dato potrebbe peggiorare, arrivando fino a 170 miliardi di perdite, se la temperatura salisse di tre gradi rispetto ai livelli pre-industrali. E non ci sono solo le perdite economiche. I fenomeni estremi sono sempre più letali: come si legge sull’Ansa, un evento come l’ondata di caldo del 2019 ha causato 2.500 morti in Europa. La Commisione europea ha varato un nuovo piano strategico per aiutare i paesi membri ad adattarsi al cambiamento climatico. L’Unione promuoverà un osservatorio sul clima e la salute per valutare al meglio i rischi climatici e i pericoli sanitari. Lavorerà inoltre con i paesi attraverso incentivi per l’adattamento al rischio. "Non esiste alcun vaccino contro la crisi climatica, ma possiamo ancora combatterla e prepararci ai suoi effetti inevitabili, che si fanno già sentire sia all’interno che all’esterno dell’Unione europea”, ha detto a Bruxelles Frans Timmermans, vicepresidente esecutivo responsabile per il Green Deal europeo. “La nuova strategia di adattamento ai cambiamenti climatici ci consente di accelerare e approfondire i preparativi. Se ci prepariamo oggi, possiamo ancora costruire un domani resiliente ai cambiamenti climatici”. Proprio al tema del cambiamento climatico era dedicato il servizio del 2018 della nostra Nadia Toffa, che potete vedere qui sopra. “Da quando si studiano i cambiamenti climatici si è predetto che gli eventi estremi sarebbero stati ancora più estremi”, ha detto alla Iena Simone Molteni, direttore scientifico di LifeGate e ingegnere esperto in sostenibilità. “Quello che stiamo vedendo sono ad esempio uragani in cui in quattro ore viene rilasciata l’acqua che sarebbe dovuta cadere in quattro mesi. Ogni tifone, ogni tempesta che vediamo sta diventando più forte. Quanto più noi abbiamo una Terra calda quanta più energia questi eventi estremi avranno da rilasciare”. “Ogni volta che bruciamo dei combustibili fossili, e questo lo facciamo ad esempio quando usiamo la macchina o quando accendiamo la luce, genera emissioni di gas a effetto serra”, ha detto Molteni. “Rispetto a un’epoca preindustrale la terra in media si è riscaldata già di un grado. “L’importante è trovare un equilibro in cui ci sentiamo degni di rimanere come specie sulla terra”. Molteni ci aveva raccontato come ognuno di noi, nel suo piccolo, può fare qualcosa: “Usare i mezzi pubblici, non riscaldare la propria casa d’inverno a 25 gradi, scegliere di utilizzare energie rinnovabili. Tutti questi sono comportamenti che valgono almeno quanto i comportamenti dei governi”. 

Aria nuova. L’Italia non riesce a sfruttare l’energia eolica come potrebbe. Alessandro Cappelli su L'Inkiesta il 20 Novembre 2021. L’elettricità prodotta dal vento sarà un tassello fondamentale nel percorso verso la decarbonizzazione, ma c’è ancora un grosso potenziale non valorizzato: si potrebbe produrre più del doppio rispetto ad oggi, ma i problemi burocratici e la lentezza nella realizzazione dei parchi offshore frenano i nuovi progetti. Dieci turbine alte 100 metri piantate nella rada esterna del porto di Taranto, dieci rotori da 126 metri di diametro in grado di produrre 30 MW di energia verde, un risparmio di 730mila tonnellate di CO2 in 25 anni. Beleolico dovrebbe diventare operativo già nei primi mesi del 2022 e sarà il primo parco eolico offshore del Mediterraneo. L’energia prodotta la largo delle coste tarantine «rappresenta una pietra miliare nel mondo delle rinnovabili, un segnale fondamentale per la transizione energetica in Italia», dice Andrea Porchera, responsabile delle relazioni istituzionali di Renexia, l’azienda che sta curando il progetto. «La realizzazione di questo campo eolico è la dimostrazione che un nuovo approccio, sostenibile ed efficace, alla produzione di energia è possibile. Siamo i primi a realizzarlo nel Mar Mediterraneo e da questo punto di vista ci poniamo come first mover e confidiamo che il nostro esempio contribuisca a incentivare la produzione di energia pulita grazie alle nuove tecnologie offshore». L’eolico, come le altre rinnovabili, giocherà un ruolo fondamentale nel percorso verso la decarbonizzazione. Ma al momento pesa ancora troppo poco sulla produzione totale di elettricità. I dati Terna mostrano che la potenza eolica installata in Italia al 30 giugno 2021 è di quasi 11 GW, cioè poco più del 7,5% della produzione nazionale, con circa il 90% degli impianti eolici concentrato nel Sud e nelle isole (per motivi legati alla produttività dei siti, cioè al vento a disposizione). «Nei piani che l’Italia ha inviato a Bruxelles per indicare il suo percorso verso la decarbonizzazione, la produzione di energia dall’eolico dovrebbe raddoppiare da qui al 2030, fino ai 20 GW: si tratta di aggiungere 1GW ogni anno», dice a Linkiesta Simone Togni, presidente dell’Associazione nazionale energia del vento (Anev, riunisce oltre 2mila soggetti tra produttori e operatori dell’energia elettrica ricavata da fonti eoliche). In realtà i traguardi previsti dal Piano nazionale integrato per l’energia e il clima sono già stati ritoccati: la riduzione della metà delle emissioni al 2030 è stata aumentata al -55%, quindi l’aumento di produzione dovrebbe essere ancora più rapida. Ma l’attuale ritmo di crescita non permetterà di raggiungere gli obiettivi, dal momento che dal 2019 è stato installato appena 1 GW e oggi abbiamo appena 3 GW in più rispetto al 2012. «In termini di risorse, spazio e tecnologia, il potenziale per raggiungere gli obiettivi ci sarebbe», dice Togni. «I nostri studi – prosegue – dimostrano che l’Italia potrebbe arrivare a produrre fino a 26 GW dall’eolico a terra, a cui va aggiunto un potenziale tra i 5 e i 10 GW dall’eolico offshore che non è presente nelle analisi perché sta diventando una realtà solo adesso, almeno per noi». Ma non sempre chi vuole investire nelle rinnovabili ha un percorso facile davanti a sé. Da anni i panorami tagliati dalle pale eoliche agitano i comitati del no, che frenano la spinta ambientalista di chi vuole puntare sull’eolico, o il fotovoltaico – cioè in fonti di energia che hanno bisogno di molto spazio, e inevitabilmente modificano l’aspetto di un territorio. Le aziende dell’eolico, però, hanno un giudizio unanime su quale sia l’ostacolo numero uno ai loro progetti: il ministero della Cultura e le Soprintendenze. Nel 70% dei casi il rallentamento per l’installazione degli impianti fotovoltaici e di energia eolica è causato dalle Soprintendenze. E i vincoli paesaggistici, al momento, tengono in stallo 3 GW di impianti rinnovabili anche se hanno la Valutazione di impatto ambientale favorevole. «Normalmente ci vogliono quattro anni e nove mesi, di media, per l’approvazione dei progetti sull’eolico», dice il presidente dell’Anev Simone Togni. È la burocrazia italiana che funziona come un buco nero e fa sparire le cose che vi finiscono nei paraggi. «La stessa Soprintendenza spesso suggerisce di fare ricorso al Tar, perché poi tanto il ricorso si vince. Solo che il ricorso dura 4 anni, a cui vanno sommati i tempi necessari per ottenere l’autorizzazione: significa che al momento di costruire un parco eolico la tecnologia scelta è già vecchia», spiega Togni. Ecco dunque che l’offshore può diventare una soluzione in grado di cambiare la prospettiva della produzione di energia pulita: il primo vantaggio riguarda proprio l’occupazione del suolo. O meglio, il suolo che non viene occupato. Anche per questo motivo a giugno il ministero per la Transizione ecologica ha dato il via libera per la presentazione dei progetti offshore e in poco tempo ha ricevuto 39 manifestazioni di interesse. I progetti sono localizzati perlopiù al Sud, nel basso Adriatico dal lato della Puglia, nello Ionio, nel Canale di Sicilia e attorno alla punta meridionale della Sardegna; poi c’è un nucleo di sette proposte collocata tra Sardegna e Toscana; un altro al largo dell’Emilia-Romagna. «In mare aperto – dice Andrea Porchera di Renexia – ci sono venti più forti e costanti che consentono di utilizzare turbine più potenti e quindi generare energia in maniera più efficiente. L’impiego di tecnologie innovative, inoltre, consente la creazione di una filiera industriale nazionale, capace di porsi all’avanguardia anche a livello mondiale, con indubbi vantaggi per il nostro sistema imprenditoriale e per la creazione di manodopera altamente qualificata». A proposito di tecnologie innovative, in Italia dovrebbe nascere anche il primo parco eolico offshore galleggiante – in gergo si usa il termine floating – nel Canale di Sicilia. È un altro progetto guidato da Renexia, che sta usando questa tecnologia anche al largo delle coste americane. «Il progetto Med Wind rappresenta il primo parco offshore galleggiante di grandi dimensioni, avrà 190 turbine. La tecnologia floating viene riconosciuta da tutti gli esperti a livello mondiale come una tecnologia game changer, capace di rivoluzionare radicalmente il settore delle rinnovabili», dice Porchera. Una volta a regime, l’energia generata da Med Wind, per una potenza pari a circa 2,8 GW, contribuirà all’equivalente spegnimento di tre centrali clima alteranti e all’abbattimento del costo della bolletta per i siciliani di circa 100 milioni l’anno. La tecnologia offshore galleggiante incontra, inoltre, il favore delle principali associazioni ambientaliste perché rappresenta un’alternativa efficiente e sostenibile per la produzione di energia green. Le strutture fisse sono possibili fino a una certa profondità (30 metri circa), quindi devono stare vicino alla costa. E intralciano altre attività, come la pesca, il turismo, la navigazione da diporto. Le soluzioni galleggianti possono stare più lontane, così non solo possono sfruttare venti più forti, ma sono anche meno visibili da terra: questo limita le proteste dei detrattori delle pale eoliche installate a terra. Ovviamente anche i progetti offshore presentano delle criticità. Intanto richiedono tempi di progettazione particolarmente lunghi, con complesse fasi di rilevazioni e analisi marine per l’installazione di impianti che occupano aree grandi anche centinaia di chilometri quadrati. E la manutenzione richiede apparecchiature specifiche, materiali anticorrosione e altre attenzioni. Poi c’è la parte strettamente tecnologica, che riguarda soprattutto i progetti galleggianti più distanti dalla costa: maggiore è lo spazio da coprire con i cavi e maggiore sarà l’elettricità dispersa nel tragitto. «La criticità principale è quella relativa alla connessione alla rete», spiegano dall’Anev. «Impianti eolici offshore a distanze significative dalle coste – concludono – sono impianti di grandi dimensioni: se quelli onshore producono circa 30-40 MW ognuno, un parco offshore floating dovrebbe produrre quasi dieci volte tanto. In questo caso la qualità della connessione a terra fa la differenza nell’efficienza produttiva di un impianto: per questo è fondamentale anche che lo Stato investa per potenziare la rete elettrica nazionale». Non a caso, Il Piano nazionale di ripresa e resilienza prevede una spesa di 23,78 miliardi di euro per il settore delle rinnovabili, divisa in vari ambiti di intervento. Tra questi c’è anche il potenziamento e la digitalizzazione delle infrastrutture di rete: l’obiettivo è migliorare affidabilità, sicurezza e flessibilità del sistema energetico nazionale, aumentando la produzione di rinnovabili. Forse non sarà decisivo, ma è di sicuro un primo passo per favorire gli investimenti nel settore. 

L'idrogeno che viene dal mare, a che punto è la ricerca. Pietro Mecarozzi su La Repubblica il 18 ottobre 2021. Impianto per la produzione di idrogeno a Fort McMurray, Alberta, Canada. Getty. Le nuove tecnologie hanno aperto la strada a un'applicazione dalle potenzialità pressoché illimitate: l'uso dell'acqua salata per l'elettrolisi, fino a poco impossibile per problemi di corrosione degli impianti. La hydrogen economy ha una nuova arma a disposizione: la produzione di idrogeno dall'acqua marina e dal sole. Fino a qualche anno fa le tecnologie di elettrolisi venivano pensate solamente con l'acqua dolce, dal momento che il sale marino è in grado di danneggiare parti chiave dell'impianto. Adesso però le nuove tecnologie hanno aperto la strada a un'applicazione dalle potenzialità pressoché illimitate.

Gb, produrre idrogeno utilizzando l'energia eolica in eccesso. Enrico Franceschini su La Repubblica il 23 febbraio 2021. Il progetto Dolphyn mira a equipaggiare le turbine eoliche dislocate in mare con apparecchiature per desalinizzazare l'acqua marina ed elettrolizzatori per separare ossigeno e idrogeno dalla risultante acqua non salina. Come risolvere l'impegno globale a ridurre a zero le emissioni nocive entro il 2050, che verrà ribadito nel novembre prossimo da un summit dell'Onu a Glasgow sul cambiamento climatico? Parafrasando Bob Dylan, si dice nel Regno Unito e altrove, la risposta potrebbe essere nel vento. Il 2020 è stato un anno da record per l'industria dell'energia eolica britannica: in certi giorni, come il 26 agosto scorso, le pale ruotanti sospinte dalla brezza hanno prodotto il 60 per cento del fabbisogno energetico nazionale. Al punto che talvolta le cosiddette "fabbriche del vento" creano più elettricità di quanta ne serva al Paese, come è successo durante il primo lockdown provocato dalla pandemia, la primavera passata, quando la domanda di energia è calata insieme all'attività produttiva. Ma l'eccesso di energia, in questi casi, potrebbe essere usato per qualcos'altro: per la produzione di idrogeno. Un gas che ha zero emissioni nocive e secondo molti esperti rappresenta una delle migliori fonti di energia rinnovabile per il futuro del pianeta. "Quello che puntiamo a fare è generare idrogeno direttamente dalle fabbriche del vento offshore", ovvero al largo delle coste britanniche, dice alla Bbc Stephen Matthews, direttore di Erm, una società di consulenza per lo sviluppo di industrie sostenibili. Denominato Dolphyn, il progetto mira a equipaggiare le turbine eoliche dislocate in mare con apparecchiature per la desalinizzazione per rimuovere il sale dall'acqua marina ed elettrolizzatori per separare ossigeno e idrogeno dalla risultante acqua non salina. L'idea di utilizzare energia eolica in eccesso per produrre idrogeno ha suscitato grande interesse a Londra, perché il governo di Boris Johnson vuole essere uno dei leader mondiali nella transizione a un'economia in difesa dell'ambiente nei prossimi trent'anni e punta a conquistare una posizione di primo piano nel campo dell'idrogeno, non per nulla soprannominato l'oro verde per il potenziale che rappresenta. Con la possibilità di usarlo come carburante per trasporti, industria e riscaldamento, l'idrogeno alimenta grandi speranze in tutto il mondo. Ma affinché ciò avvenga occorre che la sua produzione aumenti considerevolmente nei prossimi decenni. L'iniziativa della Erm, riconosce il suo direttore, è solo ai primi passi, avendo sviluppato un prototipo da applicare alle turbine a vento con una capacità di circa 10 megawatt, ma non ancora costruito. L'ipotesi è sia basato in Scozia, lungo le cui coste sorgono enormi fabbriche del vento, con l'intenzione di iniziare la produzione di idrogeno nel 2024-2025. Il progetto Dolphyn non è l'unico in questa corsa verso il riutilizzo dell'energia eolica: Siemens Energy, Tractebel e Nephtune Energy sono altre aziende impegnate nella medesima direzione, in Germania, Olanda e Gran Bretagna, riporta la Bbc. Il dibattito è anche sul modo più efficiente per generare idrogeno, se direttamente in mare o riportando l'energia a terra con appositi cavi sottomarini. La spesa per installare turbine in mare è in costante declino e la tecnologia per elettrolizzatori su larga scala sta diventando sempre più disponibile: perciò vari esperti, come il professor James Carton dell'università di Dublino, ritengono che il momento sia propizio. Restano tuttavia ancora ostacoli da superare. Altri studiosi sottolineano che serve un decennio di sviluppo tecnologico prima che questo nuovo sistema possa avere un ampio impatto. La vera questione, commenta il professor John Gluyas della Durham University, è se sarà una tecnica vantaggiosa dal punto di vista dei costi: la sua previsione è che sarà probabilmente necessario un misto di diverse tecnologie per fare sì che un paese raggiunga il sospirato obiettivo di zero emissioni nocive e di un'energia completamente pulita. 

Così Francia e Spagna stanno affrontando la transizione ecologica. Federica Bianchi su L'Espresso il 23 febbraio 2021. Due ministre donna, in posizione di vertice nei governi di Macron e Sanchez: così i due paesi europei stanno gestendo la sfida del cambiamento climatico. Ecco punti in comune e differenze. Barbara Pompili e Teresa Ribera. Mentre in Italia la sinistra non riesce a mandare neppure una donna al governo loro sono ai vertici dei rispettivi Paesi. La francese Pompili, ex socialista, è una macroniana della prima ora. La spagnola Ribera, socialista, è vicepremier del governo di Pedro Sanchez. Entrambe guidano il ministero della Transizione ecologica, appena istituito in Italia dal governo Draghi e affidato al fisico Roberto Cingolani. In queste due interviste incrociate raccontano cosa le unisce e cosa le divide: le sfide, le opportunità, le difficoltà, le contraddizioni. Una lezione anche per l’Italia, con cui Pompili e Ribera si dicono pronte e felici di collaborare. Ecologista da sempre, poi responsabile per la biodiversità nel ministero dell’Ecologia del governo socialista di Francois Hollande, Barbara Pompili, 45 anni, è stata una delle sostenitrici della prima ora di Emmanuel Macron. Dallo scorso luglio è a capo del controverso super ministero della Transizione ecologica, la questione centrale del Piano di rilancio europeo. «Il presidente Macron ha posto il ministero della Transizione ecologica in alto nella gerarchia di governo perché ritiene che la transizione sia la porta d’entrata per rilanciare e trasformare l’economia, traghettandola nel nuovo Millennio. È un ministero cerniera tra più settori che vanno dall’energia alla gestione dei rifiuti, dai trasporti alle cura del territorio, e mira a dare nuovo impulso alle misure ecosostenibili. Il perimetro scelto è vasto perché l’ambiente non è solo protezione di spazi naturali ma riguarda tutti i settori della vita. È ora che i ministeri smettano di lavorare ciascuno per conto suo e sviluppino politiche complessive».

Il piano di rilancio francese vale 100 miliardi di cui 30 saranno dedicati alla transizione ecologica: come intendete utilizzarli?

«Li abbiamo ripartiti in diversi capitoli. I più importanti sono il rinnovamento degli edifici pubblici e privati, a cui toccano sette miliardi, perché rappresenta un quarto delle emissioni complessive, la ristrutturazione dei trasporti ferroviari, con 4,7 miliardi, la mobilità quotidiana con 1,7 miliardi, gli aiuti per aiutare a decarbonizzare le imprese con 2,5 miliardi puntati sui prodotti Clima di BpiFrance, la banca pubblica di investimento, e 2,7 miliardi di sostegno ai settori dell’areonautica e dell’automobile».

Nel perseguire la transizione ecologica, a differenza di altri Paesi europei, la Francia è vincolata dalla dipendenza dal nucleare?

«Sul nucleare investiremo 400 milioni di euro in formazione e sicurezza. Come Francia abbiamo una politica energetica pluriannuale che mira a riequilibrare il nostro mix energetico, aumentando l’apporto delle energie rinnovabili, che però sono escluse dal piano di rilancio perché erano già stati destinati al settore sei miliardi di euro solo per quest’anno, oltre a vari sgravi fiscali».

Come si coniuga la rivoluzione tecnologica con quella ecosostenibile?

«Non mi schiero né tra quelli che pensano che la tecnologia salverà il mondo né tra chi non crede che possa aiutare la transizione ecologica. Il digitale comporta meno spostamenti, processi industriali ottimizzati e una migliore gestione dell’acqua nell’agricoltura. Ma anche un impatto ambientale rilevante, concentrato al 75 per cento sulla fabbricazione degli oggetti. Ad esempio per costruire uno smartphone di 100 grammi servono 70 chili di materiale. Il governo ha preso misure per ridurre quest’impronta, obbligando le aziende a vendere i pezzi di ricambio di uno smartphone. Sono a favore di un uso sobrio del digitale».

Il governo ha appena presentato la “legge clima e resilienza”, elaborata a partire dalle richieste della Convenzione cittadina per il clima voluta da Macron l’anno scorso che prevede dodici misure chiave, tra cui il divieto della vendita di veicoli molto inquinanti, il divieto di voli quando esiste un’alternativa in treno su tragitti inferiore alle due ore e mezza e quello d’affitto degli edifici in classe F e G. Ma è già polemica: il governo è accusato di avere tenuto conto di una minima parte delle raccomandazioni. Le misure non porteranno alla riduzione del 55 per cento delle emissioni nel 2030, come stabilito dalla Commissione europea.

«Bisogna smetterla di scoraggiare le persone! Se si spendono 30 miliardi di euro nella transizione ecologica e si fanno anche delle leggi per ridurre l’impronta di Co2 poi non si può vanificare il lavoro fatto dicendo che non serve a nulla. Non si può far perdere le speranze a chi ha perso il lavoro nella centrale a carbone perché chiudere una centrale è come ritirare un milione di veicoli dalle strade. Bisogna convincere tutti che la transizione è importante, farla insieme, anche con gli industriali, e non mettere gli uni contro gli altri. Ho fiducia che con le misure prese in tutti e cinque gli anni di governo riusciremo a rispettare gli impegni».

Lei è sotto attacco in Francia sia nel governo dove è considerata troppo timida nel pubblicizzare le azioni intraprese sia da parte delle opposizioni che la considerano una “palla al piede della transizione ecologica”, per dirla con la definizione di Greenpeace Francia.

«In un momento di estremo cambiamento, verso un ministero che riguarda questioni importanti è normale che si abbiano reazioni molto dure sia da parte di chi non vuole cambiare nulla sia di chi vuole andare sempre più lontano. Ma io non sono al soldo dei gruppi di pressione, agisco per i francesi e devo individuare percorsi che permettano di coinvolgere tutti. La missione che ho in carico è colossale, e si può fare in mille modi. Esistono priorità. Le mie sono la decarbonizzazione dell’economia, che permette di produrre meno gas serra e che vuol dire anche misure pesanti come la chiusura delle centrali a carbone che hanno un impatto forte sui lavoratori, e il cambiamento delle modalità di trasporto, che è compreso nel piano di rilancio francese. Transizione è poi anche resilienza, che si traduce in azioni quali l’abbandono della cementificazione, l’adeguamento degli edifici esistenti e l’adozione di un’economia circolare».

Come concilia le esigenze di chi non vuole perdere le posizioni economiche di vantaggio o semplicemente il posto di lavoro e quelle di chi mira a cambiare tutto per preservare l’ambiente?

«È molto importante riuscire a cambiare la mentalità di tutti perché solo cambiando stile di vita riusciremo ad attuare la transizione. Dobbiamo fare in modo che questa sia vista come un’opportunità. E le cose si stanno muovendo: ci sono misure come quelle a sostegno della ristrutturazione degli edifici che hanno enorme successo: in un anno sono state approvate 200mila ristrutturazioni; le auto elettriche sono sempre più veloci e più diffuse; oltre un milione di persone hanno chiesto il finanziamento per riparare la bicicletta, e poi siamo sommersi dalle richieste di aiuto finanziario da parte di aziende che vogliono decarbonizzare. La mentalità cambia e la cultura si evolve, non bisogna sempre dare retta al brusio mediatico. Basta guardare al Green deal: oggi è così ambizioso ma qualche anno fa sarebbe stato impossibile».

Una politica dei piccoli passi in avanti?

«Il messaggio che voglio far passare è che l’ecologia è positiva per l’economia. Le aziende che non colgono il cambiamento spariranno. Ne usciranno vincitrici quelle che si immaginano attori della transizione e creano nuovo impiego, nuove filiere. Si tratta di una transizione da un vecchio a un nuovo sistema e deve essere anticipata per evitare che in troppi si trovino in difficoltà. Alla fine è questa la missione del ministero: formare e anticipare. L’ecologia è buon senso e prevenzione. Poi, certo, ci sono alcuni territori che dipendono molto dall’industria e che necessitano di attenzioni particolari, e lì occorre lavorare regioni e Stato mano nella mano per convertire i lavoratori e permettere loro di utilizzare le proprie capacità nell’industria dell’avvenire. I territori locali sono critici: è qui che la transizione provoca difficoltà congiunturali ed è dove noi come Stato dobbiamo intervenire».

Qual è il messaggio che lancia al nuovo ministro italiano della Transizione ecologica, Cingolani?

«Dobbiamo cogliere le opportunità esistenti. E sono molto contenta di potere lavorare con il mio omologo italiano: avremo molto in comune quando nei primi sei mesi dell’anno prossimo la Francia presiederà l’Unione europea. Condividiamo i progetti sull’idrogeno, che diventerà sempre più importante, e sulle batterie, che già fanno oggetto del partenariato di Stellantis. Dobbiamo fare un’alleanza per sviluppare la mobilità, ma anche fare fronte comune sulla scena internazionale. L’Italia è a capo del G20 e co-presiederà la futura Convenzione sul clima a Glasgow con il Regno Unito, che sarà un momento fondamentale di incontro, soprattutto ora che gli Usa sono rientrati negli accordi di Parigi. Su questi accordi bisogna trovare una quadra comune e lavorare insieme».

Con la nomina di Teresa Ribera, 51 anni, nota attivista contro i cambiamenti climatici, alla testa del ministero della Transizione ecologica nel 2018, il premier Pedro Sanchez ha posto la Spagna alla guida della transizione ecologica europea.

«Il ministero è il risultato di un accordo trasversale, che riguarda l’energia, l’acqua, l’ambiente e il territorio, che lo rende paragonabile a un ministero dell’Economia, capace di intervenire nella modernizzazione dell’economia e sull’inclusione sociale. La trasformazione del sistema energetico è la trasformazione di un elemento cruciale dell’economia. E poiché va attuata tenendo conto di aspetti ambientali e sociali, il ministero deve avere i mezzi per orientare tutte le altre politiche che riguardano il suolo, le acque, l’aria, l’uso dei prodotti chimici in agricoltura e anche le infrastrutture, nonostante siano competenza di altri ministeri. Da qui la nomina a vicepresidente, che mi pone in una posizione di forza, di primus inter pares, e mi permette di avere un’ampia capacità strategica».

Quali sono gli obiettivi?

«Innanzitutto decarbonizzare l’economia e adattarla agli effetti del cambiamento climatico tramite la costruzione di un’infrastruttura verde e la modernizzazione dell’industria. Il nostro intervento avviene in tre fasi. Si parte con una discussione strategica con cui si definiscono gli obiettivi. Poi si passa al momento della discussione economica, dell’incidenza sociale, delle politiche industriali e del territorio, della responsabilità dei singoli settori. Da questa discussione nascono gli interventi di politica economica settore per settore. Ovviamente il tutto presuppone un budget. Abbiamo stabilito delle risorse in favore del clima e della politica della transizione energetica e stabilito che qualsiasi altro investimento non debba recare danno ai nostro obiettivi. Decarbonizzaione e resilienza devono essere l’elemento irrinunciabile di qualsiasi decisione».

Come intendete utilizzare le risorse del piano di rilancio spagnolo?

«Dei 27 milioni di euro del piano di Rilancio per il 2021, il ministero ne gestirà sette e poi ce ne saranno altri 6-7 per la mobilità sostenibile. Tutto il resto deve essere compatibile con l’ambiente. Abbiamo unito la componente verde e quella digitale. Ad esempio, nell’ambito della “renovation wave” (ndr: l’iniziativa della Commissione europea per ammodernare gli edifici) abbiamo lanciato un programma non solo per rendere edifici pubblici e privati efficienti da un punto di vista energetico ma anche compatibili con il lavoro a distanza, grazie alla digitalizzazione. È un elemento fondamentale per la coesione territoriale: la Spagna rurale che perde abitanti da anni deve essere recuperata con abitazioni di qualità e con la connessione digitale. Poi abbiamo elaborato un grosso piano per ristrutturare l’ecosistema, l’efficienza delle acque, le zone umide, il suolo contaminato e le zone costiere, dove l’urbanizzazione è stata eccessiva, e ora è problematica, ma dove la discussione è complessa perché legata al settore del turismo».

Come coniugare queste esigenze diverse senza creare conflitto?

«Occorre dialogo, e noi mediterranei già dialoghiamo molto. Ma ora dobbiamo farlo più che mai. Per abbracciarla, i cittadini si devono sentire protagonisti della transizione e il governo deve scendere assolutamente al livello locale. Le faccio un esempio: attorno e sulle centrali termiche si è vissuto per generazioni. Se le chiudiamo dobbiamo offrire delle alternative di prossimità, e non possono essere Roma o Madrid a decidere. Devono offrire le risorse ma spetta ai cittadini e alle imprese trovare le alternative. Non è facile perché spesso i giovani non riescono a immaginarsi un futuro diverso, influenzati da genitori che non vogliono cambiare».

Quanto influisce la resistenza al cambiamento sulle azioni del Ministero?

«Chi si oppone alla transizione ecologica è chi non ritiene che esista un’alternativa migliore. Ma non esiste una vera opposizione frontale. Al contrario, grandi e piccole imprese stanno dimostrando un grande interesse, e stanno nascendo anche aziende nuove, ad esempio, intorno all’idrogeno verde. Per il momento i problemi sono posti soprattutto dall’industria petrolifera. Invece quella dell’automobile, che fino a tre anni fa era sul piede di guerra, ora ha compiuto un cambiamento straordinario. Stanno lavorando a nuovi progetti per produrre veicoli elettrici per la classe media e per il trasporto pubblico».

E i cittadini?

«Esiste una componente trasversale, una non astensione ideologica sui valori fondamentali che produce una forte domanda di cambiamento. Manca invece la comprensione reale della complessità del da farsi. Perché non basta porsi degli obiettivi, occorrono delle regole diverse, una fiscalità diversa, la limitazione dell’uso delle risorse, meno produzione e meno consumo. La richiesta di cambiamento sta crescendo velocemente: all’inizio di questi due anni e mezzo ci ritenevamo molto ambiziosi e ora siamo accusati di essere codardi. Al contempo, la domanda di cambiamento convive con conflitti regolari sulle questioni territoriali e sociali».

Cosa vuol dire transizione giusta?

«La chiusura di una centrale deve far scattare meccanismi finanziari specifici. Un esempio: la chiusura di una centrale termica libera grandi volumi d’acqua. Tramite nuove leggi quest’acqua deve rimanere su quel territorio e non essere utilizzata altrove. In tandem con l’elettricità, deve essere messa a disposizione delle aziende che vi si trasferiranno e così si conserveranno i posti di lavoro del luogo. Poi bisogna aiutare i cittadini, soprattutto giovani e donne, ad adattare le proprie competenze a nuove realtà, con un costo che deve ricadere sia sulle aziende, sia sullo Stato».

La crisi della pandemia ha accelerato il processo?

«Per alcuni versi sì, per altri no. Con la pandemia e il Recovery plan sono finalmente arrivati i soldi per la promozione digitale a lungo pianificata ma per cui mancavano le risorse. Invece la crisi ha sottratto soldi al settore dell’auto e ha reso il trasporto pubblico “pericoloso” agli occhi dei cittadini, rallentando la trasformazione della mobilità».

Quali sono le sfide comuni di Spagna e Italia?

«In Italia e in Spagna dobbiamo affrontare le sfide dell’acciaio verde, della mobilità sostenibile nelle città d’arte e della ristrutturazione di un patrimonio urbano antico. La transizione ci offre poi l’opportunità storica di portare insieme a Bruxelles una nuova visione del Sud d’Europa: un Sud che grazie all’abbondanza di acqua, vento, sole, idrogeno verde, offre fonti di energia diverse, grazie a cui fare a meno degli idrocarburi russi. Prima non contavamo molto in Europa sul piano energetico ma adesso potremo giocare un ruolo importante. Ancora un esempio: da un mese il prezzo dell’elettricità in Spagna e Portogallo è ben al di sotto della media europea. Grazie al sole e al vento, l’Europa del Sud sta diventando competitiva e lo saremo ancora di più se non perderemo il treno dell’idrogeno verde che ci permetterà di immagazzinare l’energia rinnovabile. Sta cambiando il paradigma energetico europeo».

Come vede il ministro Cingolani, che proviene dal settore delle tecnologie e dell’innovazione?

«Apprezzo moltissimo il profilo del nuovo ministro italiano, esperto di innovazione, perché faciliterà il consenso degli investitori. La mentalità tecnologica è importante per il business, per l’energia, per l’industria. Deve però tenere conto di due dimensioni chiave, quella sociale e quella territoriale. Se all’interno di un’agenda di cambiamento manca la solidarietà del capitale, la gente non l’appoggerà, penserà che è un cambiamento importante solo per le aziende. L’innovazione deve poi aiutare a recuperare nell’ecosistema l’equilibrio che stavamo perdendo con un eccesso di tecnologia. Il fotovoltaico è in conflitto con un utilizzo agricolo del suolo e l’eolico con la bellezza del paesaggio. Non si deve disprezzare il conflitto, che è reale. Bisogna invece integrare la componente tecnologica con quella sociale e territoriale e prevedere le modalità di sostegno ai cittadini perché la transizione può essere costosa».

Energia eolica, il riscatto dei paesi baltici: Estonia, avanti tutta. Andrea Tarquini su La Repubblica il 25 febbraio 2021. Estonia, Lettonia e Lituania si sono modernizzate in corsa, seguendo strade diverse. Ma tutte devono fare ancora i conti con l'inquinamento di aria, acqua e ambiente. Un'eredita del colonialismo sovietico. Estonia, Lettonia e Lituania sono l'altro volto del "Vento del Nord", anche per quanto riguarda la politica di difesa dell'ambiente e del clima, il passaggio alle rinnovabili, la riduzione delle emissioni. Hanno un grande problema in comune: il pesantissimo retaggio dei decenni di annessione e occupazione sovietica, dalla fine degli anni Trenta alla morte dell'Impero. Non hanno alle spalle un intero prospero e libero dopoguerra postbellico, bensí hanno dovuto costruire ex novo democrazia, società aperta ed economia di mercato. Ma soprattutto, continuano a combattere con i pesantissimi danni all'ecosistema causati sui loro tre territori dalla politica di priorità all'industria pesante sovietica, e dalla tradizione di Mosca di produrre energia sporca o pericolosa (combustibili fossili spesso dei piú inquinanti, nucleare senza sicurezza e controlli) ignorare o considerare secondari i temi ecologici, a cominciare dalla lotta all'inquinamento di ogni genere. Dall'inquinamento delle acque, alle emissioni, alla deforestazione. Estonia, Lettonia e Lituania si sono modernizzate in corsa, con modi diversi, ma la lotta all'intossicazione di aria acqua e ambiente portata dal colonialismo sovietico continua a incidere molto anche come fonte di spesa dei tre bilanci sovrani, riducendo inevitabilmente i fondi a disposizione per le politiche ambientali e climatiche positive, che pure non mancano. La fortuna dei tre paesi è stata l'ingresso in Unione europea e Nato, e nell'Eurozona. Senza la partecipazione alla moneta unica e senza i fondi Ue, l'impegno per l'ambiente sarebbe ben più costoso e disporrebbe di ben meno risorse.In poche parole: la situazione dei tre è caratterizzata da grandi successi, forte volontà di essere al meglio nel mondo libero anche sull'ambiente, forti e lunghi ritardi imposti dall'ex occupante da recuperare in corsa. I paesi baltici comunque partecipano al piano comune con gli altri Stati che si affacciano sul Baltico, - comprese potenze quali Germania e Svezia - per arrivare tutti insieme a installare la capacità produttiva di 93,5 Gigawatt di energia eolica con campi eolici offshore entro il 2025. L'Estonia appare dei tre il paese forse piú avanzato. Anche per il suo alto potenziale nell´economia internettiana e nell´intelligenza artificiale, un know how molto utilizzato dal governo anche nella politica per ambiente e clima. Gli obiettivi principali sono quello già conseguito di consumare energie rinnovabili per il 25 per cento del consumo totale entro il 2025 e di raddoppiare la percentuale, al 50%, entro il 2050. Insieme a una riduzione dell'80% delle emissioni. Anche grazie ai trasporti pubblici gratuiti che riducono l'uso di auto private. Secondo punto importante è stato ed è il risanamento di acqua e foreste. Le acque ora non sono piú avvelenate come sotto il dominio di Mosca, e le foreste naturali coprono il 50% del territorio. Teleskivi, il quartiere hipster della capitale Tallinn, è sede di molti think thanks per la difesa di ambiente e clima in contatto col governo. La vicinanza e gli stretti rapporti economici con Finlandia e Svezia, e la lingua molto affine al finlandese, aiutano a lavorare meglio per l'ecologia. In Lettonia il governo ha lanciato un piano energetico nazionale 2021-2030, ma molti lo giudicano non ambizioso a sufficienza. Prevede l'aumento dell'uso delle rinnovabili sul totale del consumo energetico a tappe al 40% e poi al 50% e a lungo termine al 67%. Bene, dunque, ma non come gli estoni. Discorso simile ma anche migliore rispetto alla Lettonia per la Lituania, nonostante impegno e buona volontà del governo. L'obiettivo di Vilnius è arrivare all'uso di energie rinnovabili come 100% del consumo totale di energia nel 2050. Puntando soprattutto sull'eolico. Mancano però programmi duri contro l'effetto serra. In Lituania si vuole arrivare al consumo di energie rinnovabili al 100% del totale entro il 2050. Ma resta il serio problema sul fronte delle emissioni, in aumento calcolato del 6% di qui al 2030. 

Vento del Nord. I magnifici cinque che guidano la transizione energetica. Andrea Tarquini su La Repubblica il 23/2/2021. Assieme ai Paesi baltici, sono in prima linea per la carbon neutrality puntando su rinnovabili come fonte primaria di energia, trasporto elettrico, limitazione della pesca e conservazione della natura. Ma restano i nodi da sciogliere: emissioni di CO2, nucleare, trivellazioni petrolifere. Auto elettriche favorite come in nessun altro luogo del mondo, primati mondiali per le paole eoliche e uso crescente di fiumi sotterranei o biomassa come fonte di produzione, high tech d'eccellenza votata al futuro green in scommesse come lo sviluppo di tecnologia per creare biocarburanti e idrogeno propulsivo dalle fonti piú diverse, piani di taglio delle emissioni e di neutralità CO2 ai vertici mondiali, costi quel che costi, trasporti pubblici già oggi in maggioranza mossi da energia pulita. E soprattutto soldi a palate per salvare clima e ambiente, in consenso bipartisan, chiunque governi. E per inciso, nella maggioranza dei paesi i premier sono donne e le ministre sono in maggioranza. Eccoci nel Grande Nord all'alba del terzo decennio del secolo. Il Vento del Nord non è solo l'effetto Greta. La giovane, coraggiosa Thunberg dà l'esempio al mondo, ma a casa, al fondo, è l'espressione politicamente creativa piú nota nel mondo del Vento del nord, ma insieme appena la punta dell'iceberg di una scelta radicata in quelle società e in Estonia, Lettonia e Lituania, i tre paesi baltici affrancatisi trentun anni fa dall'inquinatissima Russia che stava crollando, e oggi sempre piú vicini nell'animo a Islanda, Norvegia, Svezia, Danimarca, Finlandia, i magnifici cinque della Comunità nordica. E' questione di sentimenti collettivi e condivisi, come quei valori di solidarietà sociale e vita sana basati sulle idee di contentarsi di quanto si ha e vivere pensando agli altri. Valori chiamati Hygge in danese, Logom in svedese, con altre parole nelle altre belle lingue dei green countries del Nuovo Vento. O altre parole, come Friluftsliv, vita all´aria aperta e nella natura per piú ore possibile, e orari lavorativi corti ma di lavoro produttivo e intenso. Cosí come i nordici amano e ritengono giusto pagare le massime aliquote fiscali del mondo, danno nell'animo dei loro paesi reali - anche nell'emergenza pandemia - top priority all'impegno accelerato, a marce forzate, per la difesa di clima e ambiente. Come, nelle loro saghe, i contadini che piantano alberi destinati a crescere alti e forti solo quando saranno adulti i loro figli e nipoti, e loro non ci saranno piú. Vediamo, paese per paese, obiettivi prioritari, successi, problemi e temi del dibattito.

ISLANDA. La piccola, vitale isola-democrazia artica, indipendente solo dal 1945 (era prima colonia danese) ha cominciato tardi a sviluppare una sensibilità verso clima e ambiente. Anche perché con appena 365 mila abitanti i tradizionali comparti economici portanti della sua economia sono la pesca, in mano a spregiudicati e ricchi armatori, e il turismo che prima della pandemia ogni anno faceva atterrare all'aeroporto di Keflavík in media oltre due milioni di turisti. Con tutto ciò che ne consegue per uso di inquinanti Suv e pullman nelle gite, spreco di plastica e quant'altro. Inoltre l'Islanda è storicamente contraria a quote e limiti nella caccia alle balene e nella pesca agli sgombri e alle aringhe, costi quel che costi per l'equilibrio climatico e ambientale. Eppure grazie a Geyser e vulcani, l'energia che consuma è pulita al 98%. E soprattutto, è cambiato il vento da quando, nel 2017, la 45enne leader dei Verdi di sinistra Katrín Jakobsdóttir, molto sensibile a clima e ambiente (e ovviamente con in mano un dottorato di letteratura criminale, nel paese che conta più scrittori per abitante al mondo) è divenuta primo ministro. La premier islandese fa sul serio, parla chiaro anche quando deve spiegare pericoli e realtà spiacevoli, si fa capire da tutti, come narrano di lei le sue amiche scrittrici quali Yrsa Sigurdárdóttir e Gerdur Kristny, quasi consigliere nell'ombra. Non solo ha lottato con successo contro il coronavirus. Ha imposto obiettivi ambiziosi, verso i traguardi dell'accordo di Parigi e oltre. Carbon neutrality entro il 2040, abolizione totale dei combustibili fossili per i mezzi pubblici nonostante l'Islanda non disponga di ferrovie, riforestazione in corsa perché da secoli l'isola subisce le conseguenze della deforestazione attuata prima dai Vichinghi per costruire i loro Drakkar, le navi-pirata, poi dai danesi. Non a caso l'Istituto internazionale per la difesa dell'Artico è stato recentemente trasferito da Potsdam (la Versailles dei prussiani alle porte di Berlino) ad Akureyri, città sulla costa nord islandese. E il governo appoggia costosi progetti per catturare con enormi ventilatori il CO2 nell'aria e immagazzinarlo sottoterra.

NORVEGIA. Il prospero regno dell'amato re Harald, della regina Sonia e del principe ereditario Haakon sposo alla commoner dal duro passato Mette-Marit è un paradosso. E' il piú importante PetroStato d'Europa, eppure è impegnato a fondo nella corsa alla carbon neutrality, all'addio ai combustibili fossili, e alla riconversione della moderna economia industriale ed esportatrice a fonti sostenibili e rinnovabili. Le lobby petrolifere consevano la loro forza: alla fine dell'anno scorso la Corte costituzionale, offrendo una sgradita sorpresa, ha respinto la causa degli ambientalisti confermando la legalità delle perforazioni petrolifere nelle lontane isole artiche. Ma tutto quel petrolio va all'esportazione, il paese ne consuma sempre di meno, e pur consumando sempre piú energia ne deriva piú dalle rinnovabili che dal greggio: eolico, fotovoltaico, biomassa, e avveniristici sistemi di dighe e turbine che derivano l´energia dai molti fiumi sotterranei, esportando energia pulita persino in Germania. Prima governavano i laburisti di Jens Stoltenberg, adesso da anni è primo ministro la leader conservatrice Erna Solberg, all'inizio era in coalizione coi populisti ora guida un governo di minoranza. Perché su valori chiave, compresi clima e ambiente, Erna Solberg ha detto no alla destra radicale. La sua ministra dell'energia, la giovanissima Tina Bru, è considerata la sua delfina, e chiamata "la futura Angela Merkel del Nord". Tina Bru, come la premier, ha accelerato la riconversione energetica, i petrolieri si consolano con perforazioni lontane ed export. A casa, l'obiettivo del piano di addio al fossile governativo ha uno slogan, "greenhouse society from here to 2030", entro il 2030. Fino ad allora la carbon tax sarà quadruplicata, già oggi la Norvegia è nota per il suo record mondiale per numero di auto elettriche immatricolate per abitante, superiore al numero delle auto a combustione interna. Sono vetture elettriche, in maggioranza Tesla del modello grande, tutte le auto blu della classe politica. Come a Stoccolma, solo taxi elettrici o ibridi hanno il permesso di svolgere servizio da e per gli aeroporti, per chi non sceglie il Flytoget, il treno ad alta velocità mosso da corrente pulita in servizio con pochi minuti di viaggio tra Gardermoen, lo scalo principale, e il centro città con molte fermate. Ferrovie, la metro di Oslo, i grandi traghetti dei fiordi, viaggiano con elettricità pulita o con biofuel, per produrre il quale il governo non lesina fondi. Può anche permettersi il lusso, va detto: il Fondo sovrano pensioni e sanità norvegese è il piú ricco del mondo, è la cassa di guerra della svolta green del regno. E il fondo sovrano ha voluto anche dare l'esempio, disinvestendo in massa dalle società petrolifere e dai titoli di ogni azienda che abbia a che fare con combustibili fossili o produzione di materiali inquinanti, anche la plastica.

SVEZIA. La potenza-guida del Grande Nord non affronta le contraddizioni o difficoltà della pur lodevole Norvegia, ma mostra il coraggio di rispondere a sfide diverse eppure non minori. Settima economia mondiale calcolando il prodotto interno lordo per abitante, il regno delle tre corone è altamente industrializzato, ricava oltre metà del suo Pil dall'export manufatturiero di eccellenza (in percentuale piú della Germania), quindi ha un inevitabile alto consumo di energia. Secondo ma non ultimo, deve consumare energia e porre a rischio l'ambiente anche nell'estrazione delle materie prime di cui dispone in abbondanza, a cominciare dalla gigantesca miniera di minerali di ferro di Kiruna, la piú grande a cielo aperto in Europa se non nel mondo. Eppure da molti anni Stoccolma è ai vertici mondiali nella qualità e serietà della sua politica climatica e ambientale, come dice l'Environment performance index, una delle piú autorevoli fonti mondiali in materia. Da Volvo a Spotify. Serve molta energia per produrre ed esportare ovunque auto premium come le Volvo, autotreni e motori marini Volvo, aerei militari e civili dell'ultima generazione Saab. Serve molta energia anche per la produzione di carta e altri derivati del legno, per la distribuzione dei prodotti che troviamo ormai solo online sul catalogo Ikea o per garantire senza risparmi produttivi o energetici la lotta all'altra emergenza, il pericolo Russia per la sicurezza nazionale. In risposta alle quotidiane minacce, provocazioni militari e violazioni aeronavali delle armate di Putin, la Svezia ha aumentato le sue spese militari del 40%, con leva reintrodotta per donne e uomini. E soprattutto produce quasi tutte le armi a casa: dai supercaccia Saab JAS 39 Gripen in continua evoluzione, alla versione migliorata in loco del tank Leopard 2 tedesco, ritenuta il miglior prodotto del mondo nel campo dei corazzati, fino ai nuovi sottomarini invisibili, a radar e apparati per sorveglianza e cyberwar contro i troll dell'Impero. In minor misura, consumano energia anche colossi globali svedesi quali Skype e Spotify, o il noto marchio Hasselblad cui si devono da decenni le migliori fotocamere professionali del mondo. Rinnovabili al 100% entro il 2040. Non è facile, ma anche con governi deboli (l'incolore premier socialdemocratico Stefan Lofvén guida una coalizione di sinistra di minoranza) la scelta green è irreversibile anche a Stoccolma. Il paese vuole quadruplicare la produzione di energia eolica e aumentare del 100% quella di energia rinnovabile in generale entro il 2040. Già oggi le rinnovabili forniscono oltre il 50% del fabbisogno, il loro ruolo è destinato ad aumentare in corsa con l'addio dolce al nucleare, che con otto moderni e sicuri reattori aveva avuto la parte del leone dagli anni Sessanta all'epoca dello shock mondiale di Cernobyl. L'obiettivo della Svezia iperindustriale è la carbon neutrality entro il 2050. Investono nell'eolico e nel fotovoltaico non solo lo Stato col suo solido bilancio sovrano, bensí anche i giganti dell'economia, compreso Ikea. Un campo in cui il regno è molto avanti è lo sviluppo di carburanti puliti per ogni propulsore. Le future versioni dei Gripen che ogni giorno difendono i cieli dalle visite non richieste dei bombardieri atomici di Putin (i Gripen nelle cui squadriglie il 40% dei piloti sono donne) saranno capaci di sfrecciare a Mach 2 anche con carburanti vegetali. Ferrovie, l'alta velocità aeroporto-capitale e trasporti pubblici urbani, come la bellissima Tunnelbana (la metro di Stoccolma) marciano con energia pulita, la maggioranza degli autobus sono ibridi elettrici o a biofuel. Si lavora insieme ai norvegesi per aerei civili elettrici o a propulsione pulita. Infine ma non ultimo, in una democrazia dove la casa reale è non potere ma simbolo, la principessa ereditaria Victoria e il suo consorte borghese sono in prima linea per clima e ambiente.

DANIMARCA. Copenaghen è da molto tempo la capitale mondiale delle bici, ma l'obiettivo dell'attuale governo della giovane premier socialdemocratica Mette Frederiksen è puntare a convincere i cittadini e le famiglie a usare le bici piú delle automobili. Per produzione di pale eoliche e produzione e consumo di energia eolica la Danimarca è ai vertici mondiali, e costruisce enormi isole artificiali per coordinare la produzione di centinaia di campi eolici offshore. Estesissimi sono anche l'uso della biomassa (come dell'eolico) per produrre energia per l'industria ma anche per il riscaldamento. Un pacchetto di leggi che sembra una versione democratica e libera dei piani quinquennali del socialismo reale impegna le aziende - colossi global players come Lego o Maersk, eccellenze come Bang&Olufsen – a investire e programmare insieme al governo ogni passo possibile per raggiungere il grande obiettivo: l'addio completo a ogni carburante fossile entro il 2050. Il business verde va a vento. Il mondo economico sta al gioco e guadagna. Il numero uno mondiale della produzione di pale eoliche è danese: Vestas wind system, con impianti di produzione non solo nel piccolo regno bensí ovunque: Germania, Italia, UK, Spagna, Svezia, Norvegia, India, Cina, Stati Uniti. La svolta ecologica danese viene da lontano e punta lontano: dal 1980 a oggi il prodotto interno lordo danese è cresciuto del 70%, il consumo di energia è rimasto invariato. "Green business is the most profitable business", è lo slogan tradotto in pratica. E adesso il piano nazionale danese per il passaggio integrale alla produzione di energia green e la difesa dell'ambiente coinvolge anche il ministero della Difesa. Come se non bastassero i costi imposti al regno dalla necessità di non apparire impreparati alle continue minacce e provocazioni russe nella regione, la Difesa danese ha stanziato l'equivalente di centinaia di milioni di euro per dotarsi di una flotta di droni che dovrà sorvegliare in tempo reale la situazione nell'Artico che si scioglie, con focus sulla Groenlandia e sulle isole Faroer. I corpi speciali delle forze armate danesi inoltre pattuglieranno sistematicamente i territori artici con battaglioni dotati di motoslitte e slitte trainate da cani.

FINLANDIA. Con 5 milioni e mezzo di abitanti, una crescita economica (dati pre-pandemia) solida ma meno robusta di quelle di Svezia, Norvegia e Danimarca e maggiori problemi sociali rispetto agli altri paesi nordici, la Finlandia è pur tuttavia tra i paesi all'avanguardia nella svolta green. Cominciò a elaborare la sua strategia negli anni Settanta sull'onda lunga della prima crisi petrolifera. Ora tale strategia è tradotta e definita in un piano governativo a lungo termine, reso ancor piú severo dal nuovo governo a guida femminile della 34enne premier socialdemocratica Sanna Marin e con le cinque leader dei partiti della coalizione (socialdemocratici centristi verdi partito della minoranza svedese e sinistra eco-radicale) al comando negli altrettanti ministeri-chiave. Helsinki guarda al nucelare. La Finlandia punta alla carbon neutrality entro il 2035, e a ridurre le emissioni di almeno l'87,5% nel 2050 rispetto ai livelli del 1990. Attualmente il 40% del fabbisogno energetico è fornito dalle energie rinnovabili: eolico, biomassa, fotovoltaico. L´avanzato livello delle eccellenze high tech dell´economia finlandese (elettronica, internet, telecomunicazioni, intelligenza artificiale) aiuta l´applicazione del piano. Per tagliare ulteriormente l'uso di combustibili fossili e la dipendenza da gas e petrolio russo, Helsinki utilizza ancora il nucleare, pur non senza dubbi e riserve perché la pur modernissima centrale atomica di Olkiluoto (costruita con l'ultima tecnologia francese di atomo civile) ha lamentato alcuni problemi, sebbene mai pericolosi. Più biocarburanti ed elettrico, meno auto private. Il piano finlandese per la svolta green si basa anche su altri quattro pilastri. Il primo è la sempre piú diffusa utilizzazione di biocarburanti per i motori a combustione interna, sia per le auto private sia per i veicoli da trasporto e i mezzi pubblici. Il secondo è l'aumento dell'uso di energia pulita per tutti i trasporti pubblici. Il terzo è l'obiettivo dichiarato ma non ancora quantificato con cifre precise di ridurre al massimo possibile il numero di auto private circolanti, oltre a favorire quelle elettriche o ibride rispetto alle convenzionali. Il quarto è l'intenzione dichiarata di porre, se possibile dal 2030, un tetto al consumo nazionale totale di energia: non dovrà oltrepassare i 290 Terawatt orari. Infine ma non ultimo, Helsinki si impegna per la difesa del suo patrimonio naturale (foreste e laghi) e dell'habitat della ricca fauna finlandese, specie le renne minacciate come anche in Svezia e Norvegia dal riscaldamento del clima e dalla riduzione delle superfici a disposizione per pascolo e transumanza. Il consumo alimentare di carne di renna e di orso è tuttavia legale, poiché le due specie non sono ritenute a rischio di estinzione sul territorio finnico.

Finalmente la politica parla di transizione ecologica: perché l’Italia è già (troppo) in ritardo. Il passaggio a un’economia più sostenibile è il primo punto del nuovo governo, e il 37 per cento dei fondi del Recovery Plan servono a questo. Ma il nostro Paese al ritmo attuale mancherà gli obiettivi europei. Stefano Liberti su La Repubblica l'11 febbraio 2021. La strada l’ha indicata chiaramente il presidente degli Stati Uniti Joe Biden. Nominando un inviato speciale per il clima, nell’autorevolissima persona dell’ex segretario di stato John Kerry, ha fatto seguire alle parole della campagna elettorale i fatti. Nel “climate plan” da 1.700 miliardi di dollari che dovrà essere supervisionato proprio da Kerry, si prevede tra le altre cose il raggiungimento della totale neutralità climatica per il 2050 e il superamento dell’utilizzo di combustibili fossili nel settore elettrico già nel 2035. Che detto dagli Stati Uniti, primo produttore al mondo di petrolio, non è poco. Anche l’Unione europea nel suo Green New Deal ha indicato l’orizzonte del 2050 per raggiungere la neutralità climatica, prevedendo per il 2030 una riduzione delle emissioni di gas a effetto serra di almeno il 55 per cento rispetto ai livelli del 1990. La transizione ecologica e il contrasto alla crisi climatica sono tra le priorità dei governi in diversi paesi europei. In Germania, la cancelliera Angela Merkel - soprannominata “klimakanzlerin” per la sua attenzione al tema - ha lanciato un programma di de-carbonizzazione estremamente ambizioso. In Francia e in Spagna è stato istituito un ministero per la transizione ecologica. In Italia siamo ancora parecchio indietro: la questione ha difficoltà a trovare spazio nel dibattito pubblico. Compare nelle agende delle principali forze politiche in modo episodico, sempre in posizione ancillare rispetto a quelli che sono considerati temi più stringenti. Per questo la proposta del fondatore del Movimento Cinque Stelle Beppe Grillo di istituire anche da noi un super-ministero simile a quelli francese e spagnolo, che governi le politiche ambientali ed energetiche, ha avuto il merito di mettere la questione al centro delle discussioni alla vigilia della nascita del nuovo governo presieduto da Mario Draghi. Quanto il tema della transizione ecologica dominerà l’azione del prossimo esecutivo? Quanto si sceglierà di utilizzare i fondi del Next Generation-Eu per disegnare effettivamente un nuovo modello di sviluppo, basato su de-carbonizzazione, economia circolare, mobilità sostenibile e cura dell’ambiente? I fondi europei - 209 miliardi di euro, di cui il 37 per cento vincolati a “progetti green” - rappresentano da questo punto di vista un’opportunità unica per recuperare il terreno perduto. Se nell’ultima bozza del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) da presentare a Bruxelles una parte cospicua di risorse (67,5 miliardi di euro) è destinata alla transizione verde, come prevedono i vincoli europei, nel documento sembra mancare una visione sistemica, che dia un reale indirizzo alle politiche da realizzare. Manca, come fa notare il Forum disuguaglianze e diversità che fa a capo all’ex ministro Fabrizio Barca, un’indicazione di obiettivi da raggiungere e una misurazione degli impatti. «Nella sua bozza attuale, il Piano non usa il linguaggio dei risultati attesi, l’unico che interessa non solo l’Unione europea ma anche le persone comuni, impegnate a ricostruire le proprie vite nei tempi difficili che ci troviamo a vivere», sottolinea Barca. I tempi che viviamo - con la duplice crisi pandemica e climatica in pieno svolgimento, quella sociale ed economica alle porte - imporrebbero scelte radicali. La transizione ecologica dovrebbe tradursi in un ripensamento delle modalità di produzione dell’energia, della mobilità, del sistema agricolo e industriale, del modo in cui sono organizzate le nostre città. Richiederebbe un approccio olistico, visionario e ambizioso, che sappia guardare al mondo del futuro. «Purtroppo per ora la politica non ha colto la profondità della sfida che abbiamo di fronte. Il Next Generation-Eu è stato interpretato come una grande legge di bilancio pagata dall’Europa e non per quello che in realtà è: un piano volto a promuovere un cambiamento strutturale delle società secondo linee guida ben precise», rincara Edo Ronchi, ex ministro dell’ambiente e presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile. «Il pilastro principale di queste linee guida è proprio la transizione ecologica, a cui nella bozza del piano italiano sono destinate risorse tutto sommato limitate e in buona parte per progetti pre-esistenti», continua Ronchi. A ben guardare, esclusi i progetti già in essere, alla cosiddetta rivoluzione verde sono dedicati 6 miliardi l’anno. «Una cifra», sottolinea ancora l’ex ministro, «del tutto insufficiente per raggiungere l’ambizioso target di riduzione delle emissioni indicato dalla Commissione europea». Uno degli ambiti cruciali per la futura de-carbonizzazione è quello energetico, ancora fortemente dipendente dai combustibili fossili. All’attuale ritmo di crescita delle fonti rinnovabili difficilmente raggiungeremo i nuovi obiettivi fissati dall’Ue. «L’anno scorso i Paesi Bassi hanno installato impianti fotovoltaici per una potenza di 2.9 Gigawatt, circa quattro volte di più di quanto si è fatto in Italia. Il fatto che un paese infinitamente più piccolo e meno soleggiato del nostro ci sorpassi in modo così vistoso è un segno inequivocabile del nostro ritardo», analizza Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola. «C’è un problema di farraginosità nel sistema nei permessi. Se per avere l’autorizzazione per un piccolo parco eolico devi attendere cinque anni, hai già sforato gli orizzonti temporali fissati dal Next Generation-Eu». Oltretutto, la tanto decantata rivoluzione energetica viene sistematicamente contraddetta dal mantenimento di politiche anacronistiche, come i sussidi ai combustibili fossili - che, secondo quanto calcolato in un recente rapporto di Legambiente, ammontano complessivamente a 35,7 miliardi di euro tra sussidi diretti e indiretti. Una cifra astronomica, che pregiudica investimenti in altri settori e difende rendite di posizione di aziende inquinanti. Anche sulla mobilità sostenibile c’è molta strada da fare. Dopo il piccolo Lussemburgo, l’Italia è seconda in Europa per densità di auto private. Secondo uno studio Eurostat, nel nostro paese circolano quasi 40 milioni di autoveicoli, per la precisione 646 ogni 1000 abitanti (compresi i bambini). Per ridurre questo numero esorbitante, si dovrebbe puntare su mobilità dolce, sharing e trasporto pubblico. Invece, nell’ultima legge di bilancio si è scelto di sussidiare nuovamente con fondi statali (circa 700 milioni di euro per l’anno in corso) l’acquisto di nuove autovetture. Se da una parte favorisce lo svecchiamento del parco auto con veicoli meno inquinanti, la misura esacerba quello che rimane il principale problema della nostre città: la congestione. «Per la mobilità urbana sostenibile sono stati previsti 760 milioni di euro l’anno, che dovrebbero servire per un numero elevato di misure (le piste ciclabili, il rinnovo della flotta autobus, le tranvie, i treni e i trasporti navali regionali) con quasi nulla sul tema cruciale della sharing mobility», analizza ancora Ronchi. La scarsa sensibilità ecologica della classe politica si rispecchia insomma in una serie di misure contraddittorie e, per quanto riguarda il Pnrr, in un elenco di progetti poco articolati che in larga parte non sembrano frutto di una visione d’insieme ma quasi una forzatura imposta dall’Europa. «Per un vero cambiamento, bisognerebbe far passare il messaggio che l’ambiente non è una materia di nicchia, ma una questione strategica per la buona società e pure per l’economia», sostiene Paolo Pileri, professore di pianificazione e progettazione urbanistica al Politecnico di Milano. Una convinzione che in realtà innerva già da tempo una parte non marginale del mondo produttivo. Se la politica ci sente poco da questo orecchio, sono molte le imprese in sintonia con l’aria del tempo. Nel settore agricolo, l’Italia ha raggiunto ragguardevoli traguardi nella diminuzione nell’uso di pesticidi e nell’abbattimento delle emissioni. Nel settore industriale, tanti sono gli esempi di aziende grandi e piccole che hanno fatto della sostenibilità una bandiera. «Negli ultimi 5 anni, 432mila imprese hanno investito in prodotti e tecnologie green. L’Italia è una super-potenza dell’economia circolare: è il paese europeo con la più alta percentuale di riciclo di rifiuti. È una propensione che fa parte del nostro Dna di paese tradizionalmente manifatturiero ma privo di materie prime», sottolinea ancora Realacci. «Questi record andrebbero messi a sistema, valorizzati e incentivati». Saprà la politica cogliere l’occasione? Riuscirà il governo Draghi a guidare il paese attraverso l’attuale contesto di crisi e promuovere una transizione ecologica seria, in linea con gli obiettivi europei e con le tendenze globali? L’Italia ha fino al 30 aprile per presentare a Bruxelles il nuovo Pnrr. A novembre si terrà a Glasgow la Cop26, la conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, di cui il nostro paese è co-organizzatore. Il tempo stringe e il momento delle scelte radicali sembra non più rinviabile.

Paolo Baroni per “la Stampa” il 12 febbraio 2021. L' idea non è nuova: già nel 2018 il portavoce dell' Alleanza per lo sviluppo sostenibile, l' ex ministro del Lavoro Enrico Giovannini, in un saggio pubblicato da Laterza intitolato «L' Utopia Sostenibile», proponeva di creare un ministero per la Transizione ecologica. E non a caso oggi Giovannini è dato in pole position per guidare questo nuovo dicastero, il classico coniglio tirato fuori dal cilindro da Draghi giusto in tempo per tenere bene agganciati i 5 Stelle e che a tutti gli effetti rappresenta la vera novità del nuovo governo che si sta formando. Non solo questa operazione segna un netto salto di qualità delle politiche di governo ma metterà a disposizione del nuovo ministro una potenza di fuoco notevole, sia in termini di competenze che di risorse. Ai 68-70 miliardi stanziati col Recovery plan, posto che Bruxelles raccomanda di investire non meno del 37% delle risorse nelle politiche green, vanno infatti aggiunti altri 19 miliardi di sussidi «ambientalmente dannosi» che ora si conta di cancellare e reimpiegare meglio.

Il modello francese. Nel suo saggio, oggi quanto mai attuale, Giovannini proponeva di «ripensare la distribuzione delle competenze dei diversi ministeri alla luce del "modello" dello sviluppo sostenibile» richiamando esplicitamente la scelta fatta dalla Francia, dove «il ministero dell' Ambiente è stato trasformato in ministero della Transizione Ecologica e Inclusiva, con competenze anche nei campi dell' energia, della prevenzione dei rischi, della tecnologia e della sicurezza tecnologica, dei trasporti e della navigazione, della gestione delle risorse rare». Un altro modello a cui ispirarsi è quello spagnolo, dove il «vecchio» ministero dell' Ambiente è diventato ministero della Transizione ecologica e della Sfida demografica, con competenze che vanno dalla lotta al cambiamento climatico alla prevenzione delle contaminazioni, dalla protezione del patrimonio naturale allo spopolamento dei territori.

Gli accorpamenti. Nel nostro caso si tratterebbe di accorpare al ministero dell' Ambiente le competenze nel campo dell' energia che oggi fanno riferimento al ministero dello Sviluppo, e volendo aggiungervi le competenze sui trasporti in capo al Mit e le politiche forestali che oggi sono sotto il Mipaf. Ma non si esclude nemmeno la possibilità di fondere Ambiente e Sviluppo e creare per davvero un nuovo superministero. La formula finale, come tutte le altre alchimie di governo, ce l' ha in testa però solo Draghi e per ora se la tiene ben stretta. Di certo non si parte da zero perché già oggi all' Ambiente c' è un Dipartimento per la transizione ecologica, mentre da inizio anno il Comitato per la programmazione economica si è evoluto nel nuovo Comitato Interministeriale per lo Sviluppo Sostenibile, col preciso scopo di assicurare un migliore orientamento degli investimenti pubblici agli obiettivi dell' Agenda 2030. Il primo obiettivo del nuovo dicastero sarà allineare il nostro Recovery plan al Green new deal europeo che di qui al 2030 punta a ridurre del 55% le emissioni di gas serra con programmi che spazieranno dall' agricoltura sostenibile all' economia circolare, dalle energie rinnovabili a idrogeno e mobilità sostenibile, dall' efficienza energetica degli edifici alla tutela di territorio e risorse idriche. «Un ministero della transizione ecologica alla francese - ha spiegato la vicepresidente della Commissione Ambiente della Camera Rossella Muroni - aiuterà a coniugare il rispetto dell' ambiente con lo sviluppo sostenibile, a tenere insieme programmazione, investimenti pubblici, politiche di sviluppo, lavoro di qualità e tutela degli ecosistemi ed ad affrontare con una visione complessiva e competenze trasversali tutte le questioni ambientali aperte, a cominciare dalla crisi climatica». In pratica la «rivoluzione verde» interesserà tutti i settori produttivi, la manifattura, la meccanica e l' acciaio. «Per noi - sostiene la responsabile ambiente del Pd Chiara Braga - l' emblema è il rilancio dell' ex Ilva di Taranto dove accanto al rilancio della produzione e del lavoro è necessario gestire le ricadute ambientali e sulla salute dei cittadini».

Applausi e critiche. Dopo l' annuncio arrivato mercoledì al termine dell' incontro del premier incaricato con Wwf, Legambiente e Italia nostra, tutto il mondo ambientalista ha festeggiato. Qualcuno ha però avanzato anche dubbi sull' efficacia dell' operazione, come il presidente dei costruttori dell' Ance Gabriele Buia «molto preoccupato» per la creazione di un superministero. «È un sforzo titanico - ha spiegato - e conoscendo i tempi con cui si muovono i nostri ministeri avrei paura ad unificare così tante competenze. Immaginatevi la bolgia».

Diodato Pirone per "Il Messaggero" l'11 febbraio 2021. Un feticcio. O un drappo rosso. Supercazzola o cosa seria? Un'idea valida per alcuni, molto meno per altri, spuntata sul palcoscenico politico con l'obiettivo evidente di spingere una parte del popolo dei 5Stelle a inghiottire il rospo Draghi. Comunque sia, il progetto di istituire un ministero della Transizione Ecologica ieri è montato come la panna. Legittimato persino dal meno ecologico dei partiti, la Lega di Salvini («Potremmo essere d'accordo anche se non basta emulare la Spagna», ha dichiarato Paolo Arrigoni, responsabile Energia del Carroccio) nonostante al momento nessuno sia in grado di stabilire cosa sia e soprattutto cosa farà questo nuovo ministero. Nelle ultime 24 ore sono persino spuntati due possibili ministri per il nuovo dicastero. C'è chi ha fatto girare il nome di Walter Ganapini, fra i fondatori di Legambiente, con una enorme esperienza nella gestione delle aziende di raccolta rifiuti (è stato anche presidente dell'Ama nel 1997). A sera è spuntato anche il nome di Catia Bastioli, amministratrice delegata di Novamont, inventrice della cosiddetta chimica verde. La Bastioli è notissima per la fabbricazione dei sacchetti di plastica riciclabile (tecnicamente fatti con un materiale vegetale che si chiama Mater-Bi) che dal 2018 sono obbligatori per la frutta sfusa venduta nei supermercati. I sacchetti riciclabili Novamont, un vanto del made in Italy, sono esportati in tutto il mondo. La Bastioli finì nel tritacarne della polemica politica perché fu nominata da Matteo Renzi alla presidenza di Terna, la società che trasporta l'energia elettrica, ma alcuni mesi dopo fu molto elogiata da Beppe Grillo dopo una visita alla Novamont. Ma quale dovrebbe essere il profilo di questo ministero della Transizione Ecologica? Le scuole di pensiero sono due. I 5Stelle caldeggiano - sia pure a grandi linee - l'idea di accorpare ministero dello Sviluppo, ministero dell'Ambiente e quella parte del ministero delle Infrastrutture che si occupa di Trasporti. I detrattori di questa ipotesi sottolineano che si tratterebbe di far nascere un moloch della spesa pubblica che, oltre a concentrare una quantità di fondi pubblici perlomeno anomala, sommerebbe competenze che con l'ambiente ci azzeccano poco come ad esempio la gestione dei regolamenti del commercio o del profilo giuridico dei trasporti. Per i poco esperti di profili burocratici va detto che già oggi il ministero dello Sviluppo gestisce molti progetti ecologici come quegli degli incentivi per chi riduce i consumi energetici delle abitazioni oppure quello della produzione di idrogeno verde. La seconda ipotesi sulla quale il professor Draghi starebbe lavorando è invece un allargamento delle competenze del ministero dello Sviluppo che avrebbe una missione ecologica mentre il ministero dell'Ambiente manterrebbe l'attuale missione forse con un nuovo nome. A far pendere il bilancino delle probabilità verso questa soluzione c'è il fatto che già nel 2019 il governo Conte presentò un progetto in Parlamento, poi abbandonato per decisione della stessa maggioranza, per trasformare il ministero dell'Ambiente in ministero della Transizione ecologica. Del progetto resta traccia nella struttura del dicastero che prevede tre l'altro un Dipartimento per la transizione ecologica e gli investimenti verdi (DiTEI) articolato nei seguenti quattro uffici di livello dirigenziale: Direzione generale per l'economia circolare (ECi); Direzione generale per il clima, l'energia e l'aria (CLEA); Direzione generale per la crescita sostenibile e la qualità dello sviluppo (CreSS); Direzione generale per il risanamento ambientale (RiA). Sul sito del ministero la missione del Dipartimento è descritta così: «Il Dipartimento esercita le competenze in materia di: politiche per la transizione ecologica e l'economia circolare e la gestione integrata del ciclo dei rifiuti; strategie nazionali di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici; mobilità sostenibile; azioni internazionali per il contrasto dei cambiamenti climatici, efficienza energetica, energie rinnovabili, qualità dell'aria, politiche di sviluppo sostenibile a livello nazionale e internazionale, qualità ambientale». Decisamente un super-ministero. O no?

Il dipartimento fantasma (per i 5 Stelle). Ministero della Transizione ecologica, l’ultima trovata di Beppe Grillo che in realtà già c’era (guidata da un altro Grillo). Carmine Di Niro su Il Riformista l'11 Febbraio 2021. Era la richiesta principale del Movimento 5 Stelle, la creazione di un “superministero” della transizione ecologica “come lo hanno in Francia, Spagna, Svizzera, Costarica e altri paesi”, aveva strillato sul suo blog il fondatore e garante Beppe Grillo. E Mario Draghi, l’ex numero della Banca centrale europea incaricato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella di formare un governo di “alto profilo”, è intenzionato a seguire il “consiglio” grillino, come anticipato dalle associazioni ambientaliste ricevute ieri dal presidente incaricato per le consultazioni, con la presidente del WWF Donatella Bianchi che ha anticipato l’intenzione di Draghi di creare nel futuro esecutivo “il ministero della Transizione ecologica”. Una notizia che il Movimento 5 Stelle si è subito intestato come una vittoria e utilizzato in chiave strumentale per dare il via al voto sulla piattaforma Rousseau in merito alla fiducia all’esecutivo dell’ex numero uno dell’Eurotower di Francoforte. Peccato però che questo ministero della Transizione ecologica in Italia ci sia già. Esiste infatti in forma di dipartimento e fa parte del ministero per l’Ambiente guidato da Sergio Costa, ex Generale di brigata dei Carabinieri Forestali entrato in politica proprio con il Movimento 5 Stelle. Il colmo? A guidarlo come dipartimento è un altro Grillo, Mariano. Il dipartimento guidato dal quasi omonimo Grillo si occupa, come si legge dal sito del dipartimento, di “investimenti verdi” e “cura le competenze del Ministero in materia di economia circolare, contrasto ai cambiamenti climatici, efficientemente energetico, miglioramento della qualità dell’aria e sviluppo sostenibile, cooperazione internazionale ambientale, valutazione e autorizzazione ambientale e di risanamento ambientale”. Al di là delle facili ironie sui due Grillo, per ora l’unica certezza sul tema del futuro ministero della Transizione ecologica è l’incertezza: attualmente non solo Draghi non ha confermato la creazione del ministero, ma non è chiaro neanche come potrebbe essere strutturato. Le ipotesi vedono la possibilità di unire i ministeri di Ambiente e Sviluppo Economico, oppure potenziare radicalmente il ministero guidato attualmente da Sergio Costa per fare fronte ai tanti miliardi a disposizione col Next Generation EU. Proprio il piano sul Recovery presentato dal governo Conte prevede di stanziare 67,5 miliardi di euro per l’economia verde e la transizione ecologica, ma è stato pesantemente criticato in questa parte delle stesse associazioni ambientaliste.

Da video.corriere.it il 12 febbraio 2021.  “C’è per tutti quanti noi un elemento di grande consolazione. Abbiamo appreso da Beppe Grillo che si realizzerà il Ministero della transizione ecologica, nulla di meno. Ministero della transizione ecologica. Dunque dovremmo aspettarci questa grande novità in Italia avremo il Ministero alle Galassie che credo sarà affidato a una persona di alto profilo - Giordano Bruno, credo, che sta aspettando a Campo dei fiori da qualche tempo di essere convocato.” Così il Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca in un video in diretta su Facebook.

La Transizione ecologica esiste già. È al Ministero e la guida proprio un Grillo. Il Tempo il 10 febbraio 2021. Beppe Grillo vuole creare un Ministero nuovo di zecca da dedicare alla Transizione ecologica. Lo ha detto personalmente al premier incaricato Mario Draghi durante le consultazioni. Un ministero che dovrà essere al centro della svolta ambientalista del Movimento 5 Stelle, uno dei capisaldi su cui Grillo vorrebbe basare l'appoggio al nuovo esecutivo. Ciò che probabilmente Grillo non sa è che il suo nuovo cavallo di battaglia non è affatto una novità. La Transizione ecologica esiste già, ed è un dipartimento del Ministero dell'Ambiente. E chi guida questo dipartimento della Transizione ecologica? Il dirigente, guarda che coincidenza, si chiama proprio Grillo, nome di battesimo Mariano. Il dottore Mariano Grillo si occupa, come si legge dal sito del dipartimento, di "investimenti verdi" e "cura le competenze del Ministero in materia di economia circolare, contrasto ai cambiamenti climatici, efficientemente energetico, miglioramento della qualità dell’aria e sviluppo sostenibile, cooperazione internazionale ambientale, valutazione e autorizzazione ambientale e di risanamento ambientale". Inoltre,  " il Dipartimento esercita (...) le competenze in materia di: politiche per la transizione ecologica e l’economia circolare e la gestione integrata del ciclo dei rifiuti; strategie nazionali di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici; mobilità sostenibile; azioni internazionali per il contrasto dei cambiamenti climatici, efficienza energetica, energie rinnovabili, qualità dell’aria, politiche di sviluppo sostenibile a livello nazionale e internazionale, qualità ambientale, valutazione ambientale, rischio rilevante e autorizzazioni ambientali; individuazione e gestione dei siti inquinati; bonifica dei Siti di interesse nazionale e azioni relative alla bonifica dall’amianto, alle terre dei fuochi e ai siti orfani; prevenzione e contrasto del danno ambientale e relativo contenzioso; studi, ricerche, analisi comparate, dati statistici, fiscalità ambientale, proposte per la riduzione dei sussidi ambientalmente dannosi". Bastava che Grillo avesse alzato il telefono e avesse chiamato il ministro dell'Ambiente Sergio Costa, il quale tra l'altro è stato scelto proprio dal M5s.

Filippo Facci per “Libero quotidiano” il 12 febbraio 2021. Parlano come se il famigerato e inventato Ministero della «transizione ecologica» dovessero darlo a uno di loro, a un grillino, parlano come se questo ministero dovesse avere una rilevanza rispetto alla missione che Mario Draghi è chiamato a compiere, ma soprattutto parlano come se il ministero parente stretto, quello dell'ambiente, non l'avessero gestito loro sino a ieri: coi meravigliosi risultati a tutti noti. Certo che no, non possiamo ascrivere al macchiettistico ministro Sergio Costa tutti i macro-disastri nazionali che per il grillismo hanno rappresentato un fallimento perfetto rispetto alle velleità sbandierate in campagna elettorale: però - prima ancora di chiedersi verso che cosa si possa ecologicamente transigere, se dicono sempre di no a tutto - qualche catastrofe va menzionata, così, velocemente. I grillini dovevano bloccare ogni trivellazione petrolifera nell'Adriatico e nel 2016 avevano sostenuto il referendum sulle trivelle, costato 300 milioni: poi, dopo non averne bloccata nessuna, il governo ha autorizzato altre tre trivellazioni nel mar Ionio: che in effetti non è l'Adriatico. Tre decreti di fine dicembre 2018 hanno accordato a una compagnia americana trivellazioni per 2.200 km quadrati tra Puglia, Basilicata e Calabria: tutte zone dove i grillini avevano preso consensi facendo gli ecologisti integerrimi, tanto che in tutta la Puglia «No-Triv» presero quasi il 43 per cento. A proposito di Puglia: il famoso Tap, il Gasdotto Trans-Adriatico che attraverserà Grecia e Albania per approdare nella provincia di Lecce, «con il governo a 5 stelle, in due settimane non si farà più» dissero Di Maio e Di Battista. Beh, si farà. A Lecce i grillini avevano conquistato il 67 per cento, poi, dopo il via all'opera, nell'ottobre 2018, un gruppo di militanti bruciò le bandiere del Movimento. Del Tav, per pietà umana, non diremo nulla. Diciamo qualcosina del famoso «Terzo Valico» a cui, secondo i grillini, andava preferito «un potenziamento della linea ferroviaria esistente», disse Di Maio: si farà anche quello, perché «l'analisi costi-benefici ha previsto che il totale dei costi del recesso ammonterebbe a 1 miliardo e 200 milioni di euro, di conseguenza non può che andare avanti». Si farà. E «Taranto senza Ilva, pienamente bonificata»? Con relativa «chiusura delle fonti inquinanti, senza le quali le bonifiche sarebbero inutili»? l'Ilva c'è ancora ed è più forte di prima, mezza statalizzata e bonificata solo dalle inchieste giudiziarie. Ma queste sono sciocchezze da poche decine di miliardi di euro. Veniamo alla «transizione ecologica» in senso stretto (?) e alla famosa economia circolare, la raccolta differenziata, le energie alternative, la direzione verso cui dovremmo transigere (nota: nell'accezione usata, il sostantivo transizione in realtà non accetta coniugazioni) e insomma vediamo che cazzo hanno fatto, oltre al niente. Risposta a sorpresa: niente. Inceneritori, termoutilizzatori o termovalorizzatori, rigassificatori: niente, non li volevano e non li vogliono. L'entourage eco-giustizialista, capitanato da Sergio Costa, ha escluso ogni lontana ipotesi di termovalorizzatore anche quando c'è stato il dramma della monnezza a Roma (di Napoli non parliamo più) e sono rimasti fedeli al film del «rifiuto zero» che in concreto significa immobilismo; lo dimostrano anche i dati sulla raccolta differenziata per cui l'Europa seguita a sanzionarci. La media italiana è 58 per cento, con estremi in Veneto (74 per cento), Campania (52) e Sicilia (29). Forse si potrebbe aggiungere che poi, la sera, si corre a guardare qualche gomorresco serial tv in cui la malavita organizzata ingrassa proprio per la mancanza di impianti: dello stoccaggio abusivo si occupano loro. Ma dicevamo la transizione. Verso dove, verso che cosa? «No agli inceneritori, incentivi alle rinnovabili» è sempre rimasto il motto. Nell'attesa, il ministro Costa ha cercato di aumentare il costo dei prodotti petroliferi per rendere il gasolio più caro della benzina, ciò che avrebbe aumentato anche il costo del petrolio agricolo. Senza contare - notizia Ansa - che la produzione mondiale di litio, fondamentale per produrre le batterie per auto elettriche, rischia di far aumentare la produzione di anidride carbonica (CO2) di almeno 6 volte, tra estrazione, produzione, trasporto e fabbricazione: ciò che triplicherebbe entro il 2025 le emissioni di CO2. Quanto alle energie rinnovabili, che per ora sono poca cosa, si registra un prevedibile fenomeno: le centrali energetiche alternative sono tutte (tutte) contestate indipendentemente dal loro potenziale di inquinamento, anche le più pulite. Non importa se sono centrali a biomasse o impianti eolici o fotovoltaici: è la vicinanza fisica a far scattare la protesta. I comuni attigui a una centrale progettata - ha notato l'osservatorio Nimby - si oppongono il 50 per cento delle volte, mentre i comuni confinanti nel 90 per cento dei casi. Ma forse sono comuni di destra.

Il ministero buffo...Il ministero della transizione ecologica esiste già, l’ultimo sketch del comico Grillo. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 12 Febbraio 2021. Il più bel castello – marcondiro-ndirondella- è lo sfolgorante Nuovo Ministero Immaginario che ora tutti giurano di riuscire a vedere lassù, sulla collina. In realtà, la miracolosa visione consiste soltanto un’accorpata di vecchie baracche, legate dal miracoloso collante della “narrazione” che, come la vernice di Pier Lambicchi, lega e nasconde quel che si vuole: lavoro, energia, strade, treni, mulattiere, meccanica quantistica e politiche agricole inevitabilmente verdi come l’insalata, trasporti per trasbordi, visioni ambientali anche di ambienti malfamati ma ecosostenibili, cioè fuffa. La trattativa sull’oggetto misterioso funziona come il test delle macchie d’inchiostro di Rorschach le quali, in sé, non significano nulla, ma in cui ciascuno può – se crede – vedere quel che vuole e poi lo racconta allo psichiatra – o al drago – che ne prende diligente nota e riassume: «Lei desidererebbe dunque una transumanza ecologica con connotazione energetica verde ma sostenibile, così da promuovere sviluppo industriale e posti di lavoro nel più scrupoloso rispetto dell’ambiente?». «Sìì», risponde l’interlocutore dalla vasta capigliatura a macchia mediterranea: «Come ha fatto a saperlo?». «Psicologia, anzi sintonia. Vada pure e consideri la cosa fatta». La buona novella fiabesca viene subito diffusa: esisterà il Ministero di tutti i Ministeri ed esso stesso sarà sia mistero che ministero, laddove lo spazio-tempo di Einstein si incontrerà con i nativi Inps ed Empas dei sotterranei e sarà festa grande. È evidente che si tratta di uno sketch per vendere ciò che già esiste, comunque la si chiami, ma è utile per l’acchiappo di un’ottantina dei miliardi europei. Però, il maquillage teatrale permette di soddisfare le esigenze di scena di Beppe Grillo il quale sa anche di poter contare sulla comprensione dello stesso circo mediatico-televisivo che ha sempre tifato per il governo più bello del mondo, lo stesso che è stato appena fatto cadere con un calcio nel sedere ben concordato e teleguidato da Renzi; e solo a partire da quel momento dichiarato nefasto, da sostituire di corsa con l’arrivo di un demiurgo che è anche un chirurgo. E poiché tutti sanno che la narrazione del mistero dei ministeri accorpati in una trasudazione ecologica dei luoghi comuni è soltanto una chiacchiera con cui i grillini possono convocare quarantamila insetti sulla tastiera, ecco che il circolo mediatico-televisivo evolve in un movimento decorativo e dadaista che drappeggia questa scemenza teatrale con bofonchiamenti pensierosi ma positivi. Però, ancora non basta, perché occorre un altro elemento di supporto: il dirottamento su un obiettivo finto, ovvero l’astuta ma inattaccabile conversione a U di Matteo Salvini che ha aderito al governo senza se e senza ma, alla maniera dei gesuiti “perinde ac cadaver”: passivo come un cadavere, seguendo la prescrizione del Quirinale. Più che una mossa da cavallo, è stata quella dell’alfiere: dritto come una diagonale. A questo punto lo schieramento che aveva in precedenza steso tappeti rossi al governo Conte e poi si era istantaneamente dichiarato mario-draghista, ha avuto un cenno d’infarto: come sarebbe a dire che Salvini ci sta? Bisogna assolutamente opporsi a questo indegno stato delle cose perché, va bene il “bene del Paese”, ma qui si rischia di perdere la faccia davanti a un elettorato pronto a spacchettarsi. È stato così che alla questione irreale del ministero immaginario è stata garantita realtà, mentre la scelta di Salvini è stata declassificata al rango di realtà non accettabile, ovvero di provocazione. I lettori sanno quanto poco ci piaccia Salvini e la sua paccottiglia dei pieni poteri, madonne crocefissi e tequila, ma la doppia manipolazione cui abbiamo assistito ci fa trasalire perché ha finora castigato il principio di realtà e premiato il comedian, il cantastorie proprio quando ci avevano fatto sognare il ritorno alla competente concretezza, il che è più preoccupante che frustrante, ma abbiamo pazienza e aspettiamo, non perinde ac cadaver, ma a orecchie dritte e occhi spalancati.

Non sarà un inutile Ministero della Transizione ecologica a salvare l’ambiente. Carmine Gazzanni su Notizie.it l'11/02/2021. Il M5s vincola il sì a Draghi alla nascita del super-Ministero, ma un Dipartimento per la Transizione ecologica esiste già e in tre anni di governo il Movimento non ha saputo mantenere nessuna promessa in ambito ambientale. La domanda è d’obbligo: che cos’è e cosa sarà il ministero per la Transizione ecologica, così fortemente voluto da Beppe Grillo? E soprattutto: era così necessario? Il dubbio, infatti, è che il Movimento cinque stelle abbia posto una condizione tanto di facciata e poco impattante nel concreto soltanto per mettere sul governo di Mario Draghi la propria bandierina più in alto delle bandierine degli altri partiti. Il dubbio nasce per varie ragioni. Innanzitutto pare strano che la questione ambientale – di cui, seppure sia uno dei temi cardine dell’anima M5S, non si è mai parlato fino a due settimane fa – proprio ora diventi così esiziale, al punto da oscurare un tema centrale nell’agone politico come quello della giustizia. Detta in altri termini: un ministero per la Transizione ecologica val bene una prescrizione? Già, perché uno dei primi scogli della nuova maggioranza sarà in Parlamento con la conversione in legge del decreto Milleproroghe, provvedimento al cui interno c’è lo stop alla prescrizione voluto dal Guardasigilli uscente Alfonso Bonafede. Già sono stati presentati da varie forze politiche emendamenti per cancellare la norma vessillo del Movimento. Cosa succederà allora? Difficile pensare che Forza Italia e Italia Viva (e lo stesso Pd) possano confermare (e dunque prolungare) lo stop alla prescrizione. Molto più facile supporre che la norma salterà. E a quel punto cosa farà il Movimento? A sentire le voci che si rincorrono tra i pentastellati “critici”, più di qualcuno è convinto che si metterà una toppa. E questa toppa risponde per l’appunto al nome di “Transizione ecologica”. Ecco perché l’insistenza sull’ecologia in questo frangente sembra tanto una sorta di “velo di Maya” finalizzato a coprire i potenziali nervi scoperti dell’esecutivo del tutti dentro. E non possono sfuggire altri curiosi dettagli. Pochi sanno che all’interno del ministero dell’Ambiente già c’è un dipartimento specifico, il “Dipartimento per la Transizione ecologica e gli investimenti verdi”. Sarà forse che il capo dipartimento si chiama Grillo (ma Mariano, non Beppe), ma ciò non giustifica che un dipartimento interno a un Ministero ora assurga a ruolo di dicastero sintetizzando peraltro due Ministeri centrali come Ambiente e Sviluppo economico. Ultimo appunto, ma forse il più importante. Se proprio i pentastellati avessero voluto rendere l’ambiente centrale nell’azione di governo avrebbero potuto farlo già nei due e più anni in cui sono stati al governo. E invece abbiamo assistito nell’ordine: all’ok alla Tap in Puglia, alla mancata riconversione ambientale nell’area dell’Ilva a Taranto, all’ok definitivo alla Tav Torino-Lione. Tutte opere che, piaccia o non piaccia, sorridono semmai agli interessi economici, industriali e infrastrutturali ma che non tengono per nulla in conto (o poco) l’aspetto ambientale. Non è un caso che in campagna elettorale i candidati del Movimento – e in primis Luigi Di Maio – avevano chiaramente detto che non ci sarebbe stata alcuna Tap ma politiche di tutela degli uliveti pugliesi; che lo stabilimento siderurgico di Taranto sarebbe stato completamente riconvertito; e infine che l’alta velocità non avrebbe mai avuto il parere favorevole dei 5 Stelle. Alla fine, nonostante dettagliati report di analisi costi-benefici di cui tanto abbiamo sentito parlare, nessuna promessa è stata mantenuta. Ma c’è di più. A scorrere per bene i dati dell’Ufficio per il Programma di Governo (che fa capo direttamente a Palazzo Chigi), si scopre che tanti altri piccoli (ma importanti) provvedimenti “ambientali” sono stati annunciati, messi su carta, approvati e poi bloccati. Tutta colpa dei cosiddetti “decreti attuativi” che rappresentano una sorta di secondo tempo legislativo: molto spesso dopo che una norma viene approvata occorre che il ministero di riferimento (in questo caso quello dell’Ambiente) intervenga per rendere quel provvedimento operativo. E invece? Invece niente. Doveva a esempio nascere un Comitato per la finanza ecosostenibile e non è mai nato; dovevano essere predisposte nuove modalità per gli studi di impatto ambientale e non è mai avvenuto; mai partito il progetto delle autostrade ciclabili né quello per la rete urbana delle ciclabili, due idee lodevoli per cui peraltro erano stati stanziati decine di milioni di euro. Annunciato e mai partito anche il “Programma strategico nazionale per il contrasto ai cambiamenti climatici e il miglioramento della qualità dell’aria”. La “transizione ecologica”, insomma, poteva avvenire senza annunci eclatanti nel corso di questi due anni. E invece, ancora una volta, abbiamo l’annuncio eclatante col dubbio che poi i fatti restino a zero. Purtroppo, non basta un nome o un titolo per fare una politica.

Dagospia il 12 febbraio 2021. Ferdinando Cotugno: Piccoli smottamenti ideologici: qui Di Maio con i gilet gialli nel 2019, la cui protesta era nata avendo come bersaglio le nuove tasse sul carburante, proposte dal Ministero per la transizione ecologica, lo stesso che oggi è la bandiera politica del Movimento 5 Stelle.

Marco Antonellis per Dagospia il 10 dicembre 2018. Beppe Grillo pare proprio essersi innamorato dei gilet gialli: "Sono come noi" ha tuonato dalle pagine del Fatto Quotidiano. "I Gilet gialli hanno venti punti di programma, non parlano solo di tasse, vogliono il reddito di cittadinanza, pensioni più alte...tutti temi che abbiamo lanciato noi", dice il fondatore del Movimento 5 Stelle. Ma l'innamoramento non è destinato a fermarsi qui. Perché tra i pentastellati più vicini al leader c'è chi confida che "ci si possa alleare con i Gilet gialli a livello europeo dato che hanno espresso l'intenzione di trasformarsi in Movimento politico". Capito i 5Stelle dove vogliono andare a parare? Perché i sondaggisti d'oltralpe danno gli anti Macron addirittura in doppia cifra se si candidassero alle prossime elezioni europee. Insomma, ne verrebbe fuori un bottino notevole che messo assieme a quello dei pentastellati nostrani potrebbe diventare "ago della bilancia" nel prossimo europarlamento per decidere, di volta in volta, se stare con i sovranisti alla Salvini o con i partiti tradizionali. "Cambiare l'Europa, che è quello che ci proponiamo di fare, con i Gilet gialli sarebbe molto più facile" spiegano dal Movimento che nel frattempo ha già iniziato la stesura del programma elettorale in vista delle elezioni di fine Maggio: tra i punti qualificanti dovrebbe esserci l'abolizione del Fiscal Compact (bye bye Mario Monti), l'esclusione dal limite del 3% per gli investimenti in innovazione così come -si sta ragionando- la modifica dello Statuto della Bce con buona pace di Angela Merkel e per la gioia di Donald Trump: si vorrebbe una Bce sul modello dell'americana Fed, la banca centrale degli Stati Uniti d'America. Intanto, i 5Stelle si stanno già attrezzando anche sotto il profilo delle candidature in vista delle elezioni per il parlamento di Strasburgo: tra i probabili candidati, in molti danno per sicuro il sindaco di Livorno Nogarin che già ne avrebbe parlato con il numero uno del Movimento, Luigi Di Maio.

Alberto Clò per rivistaenergia.it, fondata con Romano Prodi, il 26 novembre 2018. Le violente proteste dei "gilet gialli" francesi contro l’aumento dei prezzi dei carburanti deciso dal governo di Edouard Philippe dicono molto sullo scarto nella popolazione francese (ma non solo) tra il dichiararsi contro i cambiamenti climatici ed accettarne le misure per combatterli. Le proteste sono scaturite nei territori agricoli ma a dire dei sondaggi godono del sostegno del 74% della popolazione. Eppure, il gasolio aumenterà di (appena) 6,5 cent €/lt e la benzina di 2,9 cent €/lt portando il prezzo medio a circa 1,53 €/lt. Prezzi comunque inferiori, e di non poco, a quelli medi italiani: 1,63 €/lt per la benzina e 1,55 €/lt per il gasolio (dati al 15 novembre, Staffetta Quotidiana). Dichiararsi contro i cambiamenti climatici è una cosa, accettarne le misure per combatterli un’altra. A fine agosto il Ministro francese per la "Transizione ecologica e solidale" si dimise perché non aveva più intenzione di ‘mentire a sé stesso’, non essendo riuscito ad adottare misure significative, a partire dal rinvio della riduzione del nucleare nella generazione elettrica. Fu sostituito da Francois de Rugy, Presidente del Parlamento francese e a lungo membro del partito "Europe ècologie – Les Verts", moderato ma comunque desideroso di agire. Da qui, la decisione del governo, col sostegno del Presidente Emmanuel Macron, di aumentare la carbon tax, denominata, "Contribution Climat Energie" (CCE), nella complessiva ‘Taxe interieure de consommation sur le produit energetique’ (TICPE). La tassa sul carbonio fu introdotta nel 2014 – Presidente Francois Hollande, Ministro dell’ambiente Segolene Royal – e da allora è aumentata di oltre 6 volte, da 7 a 44,6 €/tonn CO2, con la previsione di portarla a 55 € nel 2019 sino a 100 nel 2030. Attualmente la TICPE è pari a 0,94 euro/litro (di cui fa parte la CCE per il 63%) su un prezzo finale medio intorno a 1,50 €/lt Prezzo grosso modo simile tra benzina e gasolio, per la decisione del governo francese di ridurre gli sgravi fiscali a favore delle auto diesel, motivato dai loro presunti danni ambientali e dal prossimo avvento dell’auto elettrica. Motivazioni entrambe inconsistenti. Il gasolio in Francia aumenterà di (appena) 6,5 cent €/lt e la benzina di 2,9 cent €/lt, portando il prezzo medio a circa 1,53 €/lt: prezzi comunque di non poco inferiori a quelli medi italiani. Cosa insegna la protesta dei gilets jaunes? Più cose. 

Primo: “la transizione energetica come ogni altra rivoluzione, perché di questo si tratta – scrivevo oltre un anno fa nel mio ‘Energia e Clima’ (pag. 32) – attraverserà in modo diseguale le varie componenti economico-sociali interne ad ogni paese […]. Si avranno vincitori e vinti nella distribuzione dei costi e dei benefici – tra imprese, industrie, lavoratori, consumatori, contribuenti – con tensioni politiche e sociali”. Come va accadendo e sempre più accadrà.

Secondo: la benzina o il gasolio sono un bene essenziale per una larga parte della popolazione, specie quella pendolare che ogni giorni deve andare a lavorare o studiare. In Italia ammonta a 29 milioni di persone. La maggior parte usa l’automobile. Questo accade anche in Francia, nonostante la maggior efficienza del suo sistema ferroviario. Da qui la rabbia dei ‘rurali contro i parigini con il metrò sotto casa’. I cittadini/consumatori non fanno poi solo il pieno, ma usano l’elettricità o il metano, i cui prezzi in Italia stanno diventando sempre più insopportabili per milioni di famiglie. L’economia dei divieti e della burocrazia realizzata col pretesto dell’ecologia è un’economia percepita come punitiva e perciò stesso respinta.

Terzo: l’accettabilità sociale della transizione energetica diminuisce con l’intensificarsi delle misure per realizzarla. Non solo prezzi, ma anche restrizioni, proibizioni, sanzioni. Sarà allora interessante vedere, ad esempio, come reagiranno i 2,2 milioni di parigini al Piano ambientale approvato lo scorso anno dal loro sindaco Anne Hidalgo dal suggestivo nome ‘Paris change d’ère. Vers la neutralité carbone en 2050’ che mira a ridurre le emissioni clima-alteranti del 50% al 2030 e dell’80% al 2050 in larga parte con una miriade di misure coercitive.

Ne riportiamo le principali:

limitare l’aumento degli abitanti nel 2030 a non più di 160.000 (come?);

dimezzare le 600 mila vetture in circolazione (chi e come deciderà?), che dovranno avere dal 2030 almeno 1,8 (sic!) occupanti (idem);

aumentare in ogni modo i "costi di utilizzazione delle autovetture";

eliminare i parcheggi;

incoraggiare l’andare a piedi o in bici;

puntare a un’“alimentazione meno carnosa” col divieto di distribuire la carne due giorni la settimana;

“orientare più massicciamente le scelte dei parigini verso regimi alimentari plus durables” (?);

bloccare la circolazione nei week-end organizzando grandi feste popolari per le strade.

Il tutto, mirando a “conquistare i cuori e gli spiriti” dei parigini e a “nutrirne l’immaginario […] mutualizzando gli acquisti o sincronizzando le decisioni”. Non so quanti dei circa 34 milioni di turisti che visitano annualmente Parigi o gli stessi parigini gradiranno queste restrizioni dei gradi di libertà individuale. Rivoluzionare dall’alto economie e modi di vivere richiederebbe rigidi sistemi di pianificazione scarsamente accettabili dalle società moderne. L’economia dei divieti e della burocrazia realizzata col pretesto dell’ecologia è un’economia percepita come punitiva e perciò stesso respinta. I gilets jaunes anche questo insegnano.

·        La Mobilità Green.

L’Auto Elettrica.

Auto elettrica. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. L'auto elettrica è un'automobile con motore elettrico, che utilizza come fonte di energia primaria l'energia chimica immagazzinata in una o più batterie ricaricabili e resa disponibile da queste al motore sotto forma di energia elettrica. I veicoli elettrici hanno complessivamente una maggiore efficienza energetica rispetto ai motori a combustione interna; come peculiarità svantaggiosa si hanno una limitata autonomia fra le ricariche, un elevato tempo impiegato per la ricarica e la scarsa durata delle batterie, anche se con l'avanzare della ricerca su nuovi tipi di batterie ricaricabili e nuove tecnologie ne hanno incrementato l'autonomia e la vita utile, riducendone contemporaneamente il tempo di ricarica. Comparsi i primi prototipi dimostrativi nella prima metà dell'Ottocento, tra i quali si ricorda la carrozza elettrica realizzata da Robert Anderson tra il 1832 e il 1839, il primo prototipo evoluto di autovettura elettrica fu costruito dal britannico Thomas Parker nel 1884, utilizzando delle batterie speciali ad alta capacità da lui progettate, sebbene la Flocken Elektrowagen del 1888, del tedesco Andreas Flocken, sia comunemente indicata come la prima autovettura elettrica mai realizzata. La propulsione elettrica era tra i metodi preferiti di locomozione per gli autoveicoli tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX secolo, in quanto fornivano un livello di comfort e di affidabilità che non poteva essere raggiunto attraverso le macchine a combustione del tempo. I veicoli elettrici a batteria (BEV), prodotti dalle ditte Anthony Electric, Baker Electric, Detroit Electric e altre, nel corso dei primi anni del XX secolo e per un certo tempo, si vendettero di più rispetto ai veicoli a combustione. A causa però dei limiti tecnologici delle batterie, e della mancanza di una qualsiasi tecnologia di controllo della carica e della trazione (a transistor o a valvola termoionica), la velocità massima di questi primi veicoli elettrici era limitata a circa 32 km/h. Successivamente, i progressi tecnologici nel settore automobilistico portarono l'affidabilità, le prestazioni e il comfort dei veicoli a benzina a un livello tale per cui il conseguente successo commerciale relegò i veicoli elettrici in pochissimi settori di nicchia. Il parco di autoveicoli elettrici alla fine del XX secolo raggiunse il picco di 30 000 unità su scala mondiale. A partire dalla fine degli anni novanta del XX secolo, la ricerca e lo sviluppo di nuove tecnologie per le batterie fu pilotato dalla impetuosa crescita della domanda di computer portatili e di telefoni cellulari, con la richiesta da parte dei consumatori di schermi più larghi e più luminosi e di batterie di durata più lunga. Il mercato dei veicoli elettrici ha beneficiato grandemente dei progressi ottenuti, in particolare dalla ricerca sulle batterie basate sul litio.

Batterie. Raffronto delle autonomie (in miglia) dei principali modelli in commercio a luglio 2017.

Durata e autonomia. Le autovetture elettriche hanno un'autonomia che varia di molto. Le case costruttrici dichiarano, per i modelli equipaggiati con batterie al litio, delle autonomie tipicamente dell'ordine dai 200 ai 400 km, mentre per alcuni degli ultimi modelli in commercio, si dichiara fino a 600 km. L'autonomia di un'auto elettrica viene aumentata utilizzando un sistema di ricarica automatica nelle fasi di rallentamento, discesa e frenata, come il sistema KERS, che recupera all''incirca il 15% dell'energia impiegata in un medio percorso. Allo stesso modo, la durata o utilizzabilità di una batteria dipende anche dalle condizioni ambientali: a temperature molto alte o estremamente basse le batterie perdono autonomia, soprattutto in quest'ultimo caso:

Temperatura ambientale

Riscaldamento o climatizzatore

Autonomia rispetto alla guida a 24 °C (75 °F)

–6,6 °C (20 °F)

Nessuno –12%

Riscaldamento –40%

35 °C (95 °F)

Nessuno –4%

Climatizzazione –17%

Le singole batterie sono di solito raggruppate in grandi gruppi a varia tensione e capacità per ottenere l'energia richiesta. La durata delle batterie dovrebbe essere considerata quando si calcola il costo di investimento, dato che le batterie si consumano e devono essere sostituite. Il decadimento delle batterie dipende da numerosi fattori, anche se si stanno progettando batterie che durano di più dello stesso veicolo.

Tecnologie. Prototipo di accumulatore litio-polimero ideato nel 2005 dalla Lockheed-Martin per la NASA, con una capacità erogabile di 50 W·h/kg. I prototipi più avanzati (al 2017) forniscono 265 W·h/kg con la possibilità di migliaia di cicli di ricarica.

Le batterie ricaricabili utilizzate nei più diffusi veicoli elettrici si basano sul litio (le litio-ione, le Li-ion polimero, le litio-ferro-fosfato). In passato si utilizzavano l'accumulatore piombo-acido ("inondate" e VRLA), il NiCd e il tipo a NiMH.

Tra le batterie più promettenti in via di sviluppo vi sono le batterie al litio-titanio (titanato di litio e litio-diossido di titanio) ed eventualmente nuove varianti della pila zinco-aria (che però non possono essere ricaricate in situ).

Dal 2011, la Toyota è al lavoro per mettere a punto una nuova generazione di accumulatori agli ioni di litio ricaricabili in 7 minuti.

Ricercatori della Nanyang Technological University di Singapore stanno studiando una batteria gel di diossido di titanio; nel 2014 hanno presentato un prototipo che si carica fino al 70% in due minuti.

Nel 2017, la startup israeliana StoreDot ha presentato un prototipo funzionante di batteria che permette la ricarica completa in 5 minuti, per un'autonoma di circa 480 km, in una berlina elettrica di grandi dimensioni. L'unica criticità presentata dal prototipo è che per ottenere 100 km di autonomia necessita di una stazione di ricarica in grado di fornire una potenza di almeno 200 kW.

Le batterie sono tipicamente il componente più costoso dei BEV. Sebbene il costo di fabbricazione della batteria sia elevato, l'aumento della loro produzione porta a un sensibile abbassamento dei costi nel momento in cui la produzione dei BEV raggiungerà valori che si avvicinano al numero dei veicoli a combustione interna commercializzati al giorno d'oggi.

Ricarica.

Le batterie delle vetture elettriche devono essere ricaricate periodicamente (vedi anche Sostituzione delle batterie, più sotto). Le auto elettriche solitamente vengono caricate dalla rete elettrica. In questo caso l'energia è generata da una varietà di risorse come il carbone, l'energia idroelettrica, l'olio combustibile, il gas naturale, altre fonti rinnovabili o, infine, nei paesi in cui è previsto l'uso, l'energia nucleare. La maggior parte delle auto elettriche (es. Nissan Leaf, Tesla Model S, Renault Zoe, BMW i3) possono essere ricaricate all'80% della loro capacità in 30 minuti con ricarica in corrente continua. Le Tesla Model S e Tesla Model X possono essere caricate con l'ultima stazione DC a ricarica rapida da 135 kW commercializzata dalla Tesla, fornendo, in circa 30 minuti, fino a 67,5 kWh, sufficienti per percorrere mediamente 290 km. La velocità di ricarica domestica è vincolata dai contratti di fornitura di energia elettrica dell'impianto (tipicamente dai 3 ai 6 kW nei paesi con tensione a 240 volt, in Italia di 3 kW). Inoltre, anche disponendo di potenze elevate, alcuni sistemi di ricarica domestica sono progettati per operare a potenze limitate. Ad esempio, un sistema di ricarica Nissan Leaf, essendo autolimitato a una potenza di ingresso di 3,3 kW, impiegherà quasi 8 ore anziché 4, per caricare una batteria da 24 kWh, anche se collegato a un impianto di maggior potenza. Generalmente non è comunque indispensabile una ricarica veloce perché, durante la giornata, si dispone di sufficiente tempo per la ricarica durante l'orario di lavoro oppure nel parcheggio della propria abitazione. Oggi gli standard di ricarica in uso nel mondo delle auto elettriche sono tre. In corrente alternata si utilizza prevalentemente la presa di Tipo 2 mentre in corrente continua il mercato si divide tra CCS Combo 2 e CHAdeMO. Le principali stazioni di ricarica rapida (AC/DC) disponibili in Italia e in Europa supportano i tre principali standard mentre le colonnine di carica in corrente alternata supportano la ricarica con connettore Tipo 2.

Alimentazione da colonnine di ricarica.

L'alimentazione di corrente dalla "colonnina" all'auto può avvenire in due modi:

Per via "conduttiva": in pratica una presa di corrente più o meno normale che, attraverso un trasformatore e un raddrizzatore, fornisce alla batteria l'energia necessaria alla ricarica.

Per via "induttiva": l'avvolgimento primario (adeguatamente protetto) viene inserito in una fessura del veicolo, dove si accoppia con l'avvolgimento secondario. Con una connessione di questo tipo si elimina il rischio di folgorazione dal momento che non vi sono parti accessibili sotto tensione.

Se questo sistema funziona a impulsi ad alta frequenza può trasmettere enormi quantità di energia in pochi istanti (esistono sistemi simili in applicazioni di macchine industriali).

Un sistema che nasconda gli elettrodi può rendere il sistema conduttivo sicuro quasi come quello induttivo. Il sistema conduttivo tende a essere meno costoso e anche molto più efficiente per la presenza di una minore quantità di componenti.

Sostituzione delle batterie.

Un'alternativa alla ricarica e ai suoi lunghi tempi è quella di sostituire rapidamente le batterie di accumulatori scarichi con altre già cariche. Queste batterie modulari dalla dimensione standard, spesso con un peso tra i 20 e i 40 kg e alloggiate in un doppio fondo sotto l'abitacolo, tra le ruote, oppure sotto il bagagliaio, possono scorrere ed essere rapidamente sostituite dal personale della stazione di servizio oppure da sistemi robotizzati, impiegando poche decine di secondi. Tuttavia, il costo totale di tale operazione si rivela molto elevato rispetto alla più semplice ricarica. A seconda del tipo di batterie ricevute, si procederà a ricaricarle in modi diversi. La pila zinco-aria, che non può essere ricaricata in modo semplice, deve essere portata in un centro industriale e "rigenerata" con un procedimento elettro-chimico. Nel 2011, l'azienda Better Place lanciò sul mercato il primo sistema moderno di sostituzione delle batterie per i veicoli elettrici per privati, ma entrò in crisi finanziaria e fallì nel maggio 2013. La Tesla Model S è progettata per permettere lo scambio di batterie. Nel giugno 2013, la Tesla ha annunciato che sta sviluppando delle stazioni di "supercarica" per permettere la sostituzione delle batterie in 90 secondi, ovvero la metà del tempo comunemente impiegato per rifornire di benzina un'auto tradizionale.

Aspetti economici e ambientali.

Efficienza energetica.

Efficienza dei motori elettrici.

I motori elettrici hanno complessivamente una maggiore efficienza energetica rispetto a quasi tutti i motori a combustione interna. A causa soprattutto dei limiti imposti al rendimento dal teorema di Carnot, il motore a benzina (ciclo Otto) e il motore a gasolio (ciclo Diesel) hanno un'efficienza energetica variabile tra il 25% e 45% (diesel con maggiore rendimento e rendimento crescente al crescere del motore). Un motore elettrico a seconda della tipologia e della sua potenza ha un rendimento differente, sono in uso motori elettrici a induzione trifase in corrente alternata o motori in corrente continua del tipo brushless trifase (quest'ultimo ha sostituito i precedenti motori a spazzole), in base anche al tipo di applicazione, in quanto hanno caratteristiche meccaniche e ingombri differenti, il brushless ha un rendimento (motore e inverter) generalmente compreso tra 0,77 e 0,93 a seconda della situazione operativa, mentre l'induttivo ha un rendimento di picco tendenzialmente minore, ma più costante a tutte le condizioni operative.

Efficienza della propulsione elettrica. Per rendere equo e corretto il paragone tra i due tipi di propulsione energetica occorre però considerare l'intero ciclo di produzione e utilizzo dell'energia in gioco visto che l'energia elettrica è una fonte di energia secondaria ottenuta prevalentemente a partire da fonti fossili. Qualora l'unica fonte di produzione fosse quest'ultima, la media del rendimento di picco pari a 0,9 del motore elettrico andrebbe scalato di un fattore di circa 0,6 dovuto all'efficienza di conversione dall'energia contenuta nella fonte primaria (gli idrocarburi) in energia elettrica considerando le centrali elettriche più efficienti, ovvero quelle a ciclo combinato; si ottiene così un valore di efficienza totale nel ciclo di produzione/utilizzazione elettrico pari a circa 0,5, che va ulteriormente scalato di un fattore dovuto alle perdite di efficienza nel trasporto dell'elettricità lungo la rete elettrica di trasmissione e distribuzione e di un fattore di efficienza di accumulo dell'energia elettrica nelle batterie di ricarica. Le perdite per la trasmissione e la distribuzione negli Stati Uniti sono stimati del 6,6% nel 1997 e del 6,5% in 2007. Questi valori sono però da considerare anche per i veicoli a combustione interna, dato che la raffinazione e il trasporto su gomma dei carburanti o combustibili incide sia per la produzione di energia elettrica che per i veicoli con motori a combustione, andando ad incidere negativamente su entrambi i mezzi, anche se tendenzialmente di più per i mezzi a combustione interna. Per quanto riguarda la raffinazione dei carburanti quali benzina e gasolio andrebbe anche considerata l'energia spesa nella raffinazione e nel trasporto (che spesso avviene su gomma, comportando un ulteriore consumo di energia a bassa efficienza) del carburante utilizzato. Se si considerasse il sistema globale, includendo l'efficienza energetica del processo di produzione e della distribuzione al punto di rifornimento, il calcolo risulterebbe complesso a causa della grande diversità delle fonti prime, inoltre tale conteggio andrebbe non solo a ripercuotersi per i soli veicoli con motore termico, ma anche per i veicoli elettrici, in quanto parte della corrente viene generata tramite questi carburanti. Secondo l'Eurostat, in Italia nel 2015 il 33,46% della produzione dell'energia elettrica avveniva a partire da fonti rinnovabili. Qualora invece si considerassero gli idrocarburi come unica fonte primaria per la produzione di energia elettrica, l'efficienza complessiva della propulsione elettrica sarebbe, a seconda delle fonti, dal 15% (0,15) al 30% (0,3).

Altri fattori che influiscono sull'efficienza.

La resistenza aerodinamica (Cx) ha una grande importanza nel determinare l'efficienza energetica, particolarmente alle alte velocità già partendo dai 40 km/h e le vetture elettriche, necessitando di un minor raffreddamento, hanno pertanto feritoie sulla carrozzeria di minor o nullo impatto aerodinamico con l'aria.

Bisogna inoltre tenere conto del fatto che il motore elettrico è dotato di prestazioni superiori alle velocità variabili, condizione di utilizzo tipica di qualunque veicolo, e non consuma nei casi di fermo/stop; inoltre i sistemi di recupero dell'energia cinetica dissipata in frenata tipo KERS consentono di recuperare mediamente un quinto dell'energia altrimenti dissipata. Nelle stesse condizioni d'uso i veicoli a combustione perdono significativamente in efficienza nelle frequenti fasi di accelerazione e nelle soste a motore acceso. Le vetture elettriche consumano tipicamente da 0,15 a 0,25 kWh/km. Una vettura con motore a combustione interna consuma invece più di 0,5 kWh/km.

Costi.

Il costo principale del possesso dei veicoli elettrici dipende principalmente dal costo delle batterie, il tipo e la capacità sono fondamentali nel determinare molti fattori come l'autonomia di viaggio, la velocità massima, il tempo di vita utile della batteria e il tempo di ricarica; esistono alcuni svantaggi e vantaggi dei vari tipi, probabilmente non esiste un tipo ideale per chiunque, ma alcuni sono più adatti per alcuni utilizzi. Il costo delle batterie è molto variabile in base alla tecnologia usata e alle prestazioni offerte, da qualche migliaia di euro fino a superare il 50% del costo totale del veicolo, rendendo molto più oneroso l'acquisto di auto elettriche rispetto a veicoli alimentati a combustibili fossili. Il costo delle batterie è comunque destinato a scendere in modo significativo con lo sviluppo della ricerca e con la produzione in serie. D'altra parte sono minori i costi percentuali di riparazione post-collisione, dal momento che sono per buona parte riciclabili, e non essendo dotati di motore che brucia combustibile liquido e dei conseguenti apparati necessari al suo funzionamento, sono più affidabili e richiedono una manutenzione minima. Nell'uso reale, con percorrenze medie giornaliere ridotte, i veicoli elettrici possono percorrere circa 150 000 km con un singolo set di batterie, che durano in media circa 10 anni, quindi grosso modo con le tecnologie attuali la durata di vita della batteria e quella dell'auto coincidono. A causa dell'alto costo delle batterie, la durata di vita dell'auto elettrica è in genere limitata a quella delle batterie. Il prezzo delle auto elettriche in vendita è ancora decisamente alto, il che viene poi in parte compensato dai costi di alimentazione e manutenzione inferiori. In base a fonti statunitensi, i veicoli elettrici hanno dei costi operativi, considerando solo il costo dell'energia, di circa 2,5 centesimi di euro per chilometro, mentre (sempre negli Stati Uniti, dove l'imposizione fiscale sulla benzina è ridotta o nulla) i veicoli tradizionali a benzina hanno costi operativi maggiori di più del doppio. In paesi come l'Italia, dove la benzina è fortemente tassata, la forbice si allarga e il costo per km dell'auto a benzina è da 3 a 4 volte superiore. Il maggior costo alla vendita delle auto elettriche in confronto alle vetture a motore a combustione interna ha consentito un'ampia diffusione solo nei paesi, come la Norvegia, dove lo stato concede generose sovvenzioni all'acquisto. Tuttavia, secondo una ricerca effettuata da Bloomberg New Energy Finance a inizio 2017, si prevede una progressiva diminuzione dei costi delle auto elettriche fino a renderle più economiche di quelle a combustione interna entro il 2030. In diverse città le auto elettriche godono inoltre di vantaggi nella circolazione, come l'immunità da ogni blocco del traffico oppure parcheggi riservati (con colonnine di ricarica elettriche gratuite o a prezzi modici) oppure, in alcuni casi, diritto a circolare sulle corsie per bus e taxi, nonché libertà di accesso alle ZTL.

Impatto ambientale complessivo.

L'impatto totale sull'ambiente va valutato considerando molteplici fattori. Un corretto approccio usa metodi di analisi che riscuotono oggi ampio consenso, con tecniche di valutazione del ciclo di vita considerando tutti gli effetti ambientali nelle diverse fasi che caratterizzano un prodotto (in particolare i consumi energetici, le emissioni climalteranti, la generazione di sottoprodotti inquinanti): dalla sua costruzione (includendovi i contributi per l'estrazione e purificazione delle materie prime e per la produzione della componentistica impiegata), alla fase d'uso (consumo di energia elettrica la cui generazione rilascia nell'ambiente CO2 responsabile dell'effetto serra e del riscaldamento globale) sino al conferimento in discarica, riciclo e/o trattamento dei sub-componenti. Termini rilevanti riguardano l'inquinamento per la produzione delle batterie e per il loro ritrattamento quando esauste. La varietà di tipologie esistenti di batterie e il loro diverso impatto ambientale rendono tutt'oggi difficoltoso effettuare confronti e pervenire a valutazioni medie sul parco di veicoli in circolazione. Per le vetture elettriche è comunque assodato che le batterie, al pari di molti altri dispositivi elettrici ed elettronici odierni, sono responsabili del maggior termine di inquinamento, anche in ragione della loro criticità rispetto ad altri componenti del veicolo.

Le batterie risentono principalmente delle seguenti anomalie:

urti meccanici, quali incidenti stradali o urti con detriti;

problemi elettrici, come cortocircuiti, sovraccarichi elettrici, eccessiva scarica (abbandono o inutilizzo del mezzo per lunghi periodi) o avarie interne della batteria stessa;

problemi termici, causati da temperatura eccessiva, che può svilupparsi in fase di ricarica o con uso molto intensivo, così come causabili da temperature ambientali non favorevoli, ma anche da un possibile degrado del sistema di raffreddamento, ove presente.

I maggiori inconvenienti paiono imputabili a incidenti stradali, il che ha portato molti costruttori a proteggere maggiormente il pacco batteria. Il livello di sicurezza sembra essere allineato a quello dei veicoli tradizionali, benché dati più precisi e attendibili richiedano un ampliamento delle statistiche e quindi l'attesa di una maggior espansione del mercato.

Riguardo alle batterie, i primi modelli presentavano consistenti effetti d'inquinamento ambientale da nichel e da cadmio, dovuti all'estrazione mineraria, alla fabbricazione della batteria, alla discarica con possibile successiva ossidazione, rottura, infiltrazione e dilavamento nel caso di non conferimento di batterie NiCd presso centri che li instradano a unità specializzate. Il problema si è superato proibendo o limitando questi composti nelle batterie, inoltre viene sempre più agevolato il ripristino o il riuso delle batterie per autotrazione per altri fini o il riciclo e recupero dei materiali ivi presenti anche se il loro trattamento, oltre a essere costoso, non è esente da rischi e da produzione d'inquinanti. Per quanto concerne la loro durata o vita utile, in genere essa viene garantita per 8 anni con una percorrenza reale stimabile in 150 000 km su 10 anni effettivi di utilizzo.

Riguardo all'inquinamento dovuto alla produzione delle batterie, uno studio del 2017 ha appurato come la produzione di una batteria agli ioni di litio per autotrazione (nell'ipotesi di un 50-70% di quota fossile nel mix elettrico) rilasci in media 150-200 chilogrammi di CO2 equivalente per chilowattora di batteria prodotta: nel caso di un autoveicolo elettrico con batteria da 100 kWh verrebbero rilasciate 15-20 tonnellate di diossido di carbonio per la sola produzione della batteria. Effettuando un paragone con mezzi a benzina o Diesel, questi ultimi, prima di arrivare a rilasciare tanto diossido di carbonio quanto la produzione della batteria stessa da 100 kWh, impiegherebbero (con percorrenza stimata di 1 224 miglia annuali, ossi circa 2 000 km/anno ed emissione stimata di 130 grammi di diossido di carbonio per chilometro) circa 8,2 anni. Tale risultanza va peraltro presa con cautela in ragione della pretesa scarsa percorrenza chilometrica e delle basse emissioni prese a riferimento per gli autoveicoli tradizionali. In termini ambientali la produzione di energia elettrica, il suo trasporto, lo stoccaggio (ricarica e dispersioni dovute a auto-scarica) e il consumo finale per autotrazione risulta essere vantaggioso in termini di impatto ambientale rispetto all'uso di carburanti tradizionali (benzina e gasolio). Nell'ipotesi di elettricità prodotta prevalentemente da fonti rinnovabili vi è un evidente vantaggio in termini di inquinamento. Nel caso odierno di elettricità prodotta in Italia per il 65% da fonti non rinnovabili (combustibili fossili), tale vantaggio pur riducendosi resta valido sia in generale sia, più in dettaglio, per la maggior parte dei paesi europei compresa l'Italia. In sintesi, nell'uso quotidiano e per spostamenti locali il mezzo elettrico può permettere un abbattimento della produzione di inquinanti, i quali vengono in buona misura delocalizzati nelle centrali di produzione dell'energia elettrica. Al contrario una maggior quantità di risorse e di inquinanti rilasciati è associata alla fase di produzione e smaltimento del veicolo elettrico, così come evidenziato in studi sul ciclo di vita (escludendo lo smaltimento della batteria). Ipotizzando una vita utile di 270 000 km si ha un guadagno contenuto rispetto a mezzi equivalenti a benzina, mentre si arriva addirittura a inquinare di più in confronto con mezzi a benzina leggermente più compatti. Nel caso di confronto con mezzi convertiti a metano il verdetto resta però a favore di questi ultimi. Un vantaggio potenziale dei mezzi elettrici rispetto a quelli tradizionali è nella guida in situazioni congestionate con lunghe soste o ad andatura molto ridotta, tipici delle grandi città ad alta densità di traffico. In questo caso i mezzi elettrici permettono di abbattere l'energia utilizzata per il trasporto e non producono localmente inquinanti durante o per l'uso del mezzo. In queste situazioni un equivalente mezzo a motore termico ha rendimento molto basso e, benché possano ridursi gli sprechi con dispositivi start e stop di riaccensione del motore, si produce comunque forte inquinamento locale dell'aria, anche per la riduzione di efficacia dei dispositivi catalitici. Per la stessa ragione un mezzo elettrico è invece poco conveniente in situazioni di traffico scorrevole ad andatura costante o sostenuta, in quanto nel complesso il mezzo utilizzerà una maggiore quantità d'energia. In particolare il riscaldamento dell'abitacolo (che nei mezzi tradizionali avviene col calore già presente nel motore) risulta invece particolarmente energivoro nei veicoli elettrici. In considerazione dei vari vantaggi e limitazioni elencati, i veicoli ibridi misti possono porsi come alternativa sia a quelli tradizionali sia a quelli puramente elettrici, permettendo un uso a più ampio spettro e maggior versatilità e adattabilità alle varie situazioni.

Diffusione.

Vendite annuali di veicoli leggeri a ricarica elettrica nei principali mercati tra il 2011 e il 2020. A causa dei maggiori costi di acquisto delle auto elettriche, la loro diffusione è legata alle politiche di incentivi praticate dai singoli paesi. Secondo il Global EV Outlook per il 2016 dell’OSCE/Iea, i paesi nei quali sono più diffusi i veicoli elettrici sono la Norvegia (23%), Paesi Bassi (10%) seguiti da Svezia, Danimarca, Francia, Cina e Gran Bretagna. Il successo in Norvegia si deve a un'incentivazione economica statale all'acquisto dei veicoli elettrici in media pari a circa 20000 euro e alla pesante tassazione dei veicoli a benzina. Questo ha permesso di raggiungere quasi il 54.3% delle auto immatricolate nel 2020. In Italia la diffusione delle auto "plug-in" è aumentata del +251,5% rispetto al 2019 con quasi 60.000 auto immatricolate, di cui 32500 elettriche e 27.000 ibride plug-in. Un altro aspetto che impatta la diffusione di questi mezzi di trasporto è dato dalla disponibilità di punti pubblici di ricarica sulla rete stradale e autostradale; così, ad esempio, se a livello di Unione europea, nel 2018 l'indice dei punti di ricarica veloce per 100 km di autostrada è di 32, nello stesso anno in Italia è di circa 12 punti di ricarica ogni 100 km.

Storia dell'auto elettrica. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Introduzione.

L'auto elettrica a batteria (BEV, a inizio '900 chiamata anche "elettromobile"[1]) fu una tra i primi tipi di automobile ad essere inventata, sperimentata e commercializzata. Tra il 1832 ed il 1839 (l'anno esatto è poco certo), l'imprenditore scozzese Robert Anderson inventò la prima carrozza elettrica, nella sua forma più rozza. Il professore Sibrandus Stratingh di Groningen, nei Paesi Bassi, progettò una piccola auto elettrica, costruita dal suo assistente Christopher Becker nel 1835.

Il miglioramento delle batterie, dovuto ai francesi Gaston Planté nel 1865 e Camille Faure nel 1881, consentì il fiorire dei veicoli elettrici. Francia e Gran Bretagna furono le prime nazioni testimoni dello sviluppo del mercato delle auto elettriche.[2]: tra le aziende produttrici vi fu la francese Kriéger.

Pochi anni prima del 1900, prima della preponderanza del potente, ma inquinante, motore a combustione interna, le auto elettriche detenevano molti record di velocità e di distanze percorse con una carica. Tra i più notevoli di questi record è stato l'infrangere la barriera dei 100 km/h di velocità, raggiunta il 29 aprile del 1899 da Camille Jenatzy nel suo veicolo elettrico 'a forma di razzo', La Jamais Contente, che raggiunse la velocità massima di 105,88 km/h. Per i modelli stradali la velocità massima di questi primi veicoli elettrici era ben oltre 32 km/h, velocità eccezionale per il tempo.

I veicoli elettrici a batteria (BEV), prodotti dalle ditte Anthony Electric, Baker Electric, Detroit Electric ed altre, nel corso dei primi anni del XX secolo per un certo tempo vendettero di più rispetto ai veicoli a benzina. A causa dei limiti tecnologici e costi delle batterie, e della mancanza di una qualsiasi tecnologia di controllo della carica e della trazione (a transistor o a valvola termoionica) persero interesse. In seguito questi veicoli vennero venduti con successo come town car (veicoli di quartiere o di paese) a clienti delle classi agiate, e venivano spesso commercializzati come veicoli appropriati al sesso femminile, a causa della loro operatività semplice, pulita e poco rumorosa, che non necessitava di frequenti rabbocchi dell'acqua del radiatore, dell'olio o sostituzioni delle candele o fermi mensili o annuali in officine specializzate come per il grafitaggio e la pulizia motore e molto altro.

Alcuni modelli di veicoli elettrici prodotti.

Sono inclusi alcuni veicoli elettrici molto popolari presso il pubblico, che sono stati venduti, oppure dati in leasing, a flotte di vari comuni, oppure a trasporti interni di fabbriche, ospedali, università, ecc. (in ordine cronologico):

Anni di produzione -Quantitativo prodotto - Costo

Baker Electric. La prima auto elettrica, capace di velocità fino a 35 km/h, che veniva considerata facile da guidare e che - a piena carica delle batterie - poteva percorrere una distanza di 80 km. 1899-1915? US $2300

Camona tipo "Ausonia". Nel 1905 la ditta Camona di Sesto San Giovanni proponeva diversi modelli di veicoli elettrici con marchio Ausonia 1899-1906??

Detroit Electric. Venduta principalmente a donne e medici. Autonomia da 115 km (tipica) a 280 km (massimo) tra le varie ricariche della batteria. Velocità massima di circa 28 km/h, a quei tempi considerata adeguata per la guida in città. 1907-39 <5000>US $3000 dipendono dalle opzioni

STAE "Vettura elettrica". Vettura elettrica realizzata dall'azienda italiana STAE, era dotata di un motore elettrico, in posizione centrale, da 10cv; aveva un'autonomia di 80–90 km a una velocità di 30 km/h. (un esemplare fa parte della collezione permanente del Museo nazionale dell'automobile di Torino) 1909??

Henney Kilowatt. La prima auto elettrica moderna (controllata da transistor), capace di percorrere le autostrade a velocità di più di 95 km/h; dotata di freni idraulici moderni. 1958–60 <100 

Fiat City Car X1/23. Presentata dalla Fiat nel 1974 consisteva nella variante elettrica della Fiat City Car. Nell'estate del 1979, a cura del Centro Ricerche Fiat ne venne presentata una versione ancora migliorata, con batterie al nichel-zinco e motore a corrente continua ad eccitazione separata e controllo elettronico ad impulsi. 1974-1979? 

Pilcar. Quadriciclo progettato e costruito in Svizzera a quattro posti 1977-79 ~ 16.000 Franchi dell'epoca

Sinclair C5. Piccolo veicolo monoposto recumbent a tre ruote realizzato da Sir Clive Sinclair Gennaio 1985-Novembre 1985 > 12000 ~ 399 Sterline dell'epoca

Fiat Panda Elettra. "Conversione" elettrica basata sulla Panda 750 1990? 25.600.000 Lire

General Motors EV1. Fornita soltanto in leasing, tutti i modelli sono stati distrutti 1996-2003 >1000 ~ US $40.000 (senza i sussidi)

Twike. Veicolo elettrico a tre ruote, con la possibilità di pedalare. Prodotto in Germania. 1996+ >750 ~ US $16K

Chrysler EPIC minivan. Seconda generazione del Chrysler TEVan, utilizzava batterie piombo-acido da 324 Volt, nel '97 e batterie NiMH da 336 Volt NiMH dopo il 98; Velocità massima di 128 km/h, autonomia di 110-144 km 1997–2000 <351 dato in leasing al governo ed a "flotte" di servizi.

Honda EV Plus. Primo BEV costruito da una grande ditta, senza l'uso di batterie piombo-acido. Autonomia di (130–180 km); velocità max. superiore ai 130 km/h; 24 batterie a 12V accumulatore NiMH 1997–99 ~300 US $455/mese pe run leasing di 36 mesi, o $53.000 senza sussidi

Toyota RAV4 EV. Sono scarse, alcune date in leasing e vendute nella costa est ed ovest degli USA, attualmente ricevono assistenza tecnica e manutenzione. La Toyota ha accettato di non demolirle. 1997–2002 1249 US $40.000 senza sussidi

Fiat Seicento Elettra. Elettrificazione della Seicento, successivamente fu realizzato un anche un prototipo a fuel cell a idrogeno (Seicento Elettra H2) 1998 22.950 €

Chevrolet S10 EV. S–10 con motori, circuiti di controllo e batterie della EV1, 45 apparecchi venduti a privati cittadini, ancora in funzione; alcune sono state vendute a flotte aziendali, disponibili da rivenditori come veicoli aggiornati e dalle caratteristiche ampliate. 1998 100 

Citroën Saxo Electrique. 20 batterie da 6V 100Ah al NiCD alimentano un motore CC ad eccitazione separata, 11 kW di potenza nominale, oltre 20 kW la potenza di picco. Velocità massima limitata elettronicamente a circa 91 km/h 1998-2005 >5000

Citroën Berlingo Electrique. 65+ MPH top speed, 40-60 mile range; 27 batterie nichel-cadmio da 6 volt, 100 batterie ampere-ora in tre pacchetti. Molto simile alla Peugeot Partner che è stata offerta come VE. 1998-2005

Ford Ranger EV. Alcuni venduti, altri in leasing; quasi tutti distrutti. La Ford concedeva la trasformazione elettrica e la vendita di piccole quantità a dei "leasers" in base ad una lotteria. 1998-2002 1500, forse sopravvivono 200 ~ 50.000 US$, sussidiato a 20.000 $

Nissan Altra EV. Station wagon di medie dimensioni disegnata dall'inizio come il primo veicolo BEV ad usare gli accumulatori Li-ion; 75+ MPH v.max., autonomia di 192 km, durata della batteria > 160.000 km 1998–2000 ~133

Affitto mensile di US $470

Think Nordic TH!NK City. Bi-posto, automia di 85 km, vel. max. 90 km/h, batterie Ni-Cd 1999-2002 1005 

REVA. Auto cittadina costruita in India, vel.max.65 km/h, venduta anche in Italia come la "G-Wiz" 2001+>1600 ~ £8K 12000€

Fiat Phylla. Vettura lunga 3 metri e larga 1,6 pesante solo 750 kg con pannelli fotovoltaici inglobati nella carrozzeria. La vettura, dotata di batterie ricaricabili tramite una tradizionale presa domestica, permette di percorrere più di 18 km al giorno; velocità massima:130 km/h. Raggiunge i 50 km/h in 6 secondi. Presentata al motorshow di Bologna è stata concepita dalla Fiat insieme alla Regione Piemonte. Per la sua realizzazione hanno collaborato con il Centro Ricerche Fiat diversi studi di design e progettazione in seguito a un concorso di stile. Il progetto ha coinvolto il Politecnico di Torino, l'Istituto Europeo di Design (IED) e l'Istituto di Arte Applicata e Design (IAAD) e aziende come Novamont e il Consorzio Proplast, Sagat, ENECOM, Sydera e Bee Studio. 2008+ 

Tesla Roadster. Biposto, automia di 400 km, vel. max. 210 km/h, da 0-100 km/h in 4 sec, 251 cavalli, monomarcia (più la retro), coppia di 240 N·m a 0 giri che scende a 95 N·m a 13.500 giri/m, batterie al litio 2008+ da US $98000

Tazzari Zero. Vettura sportiva a due posti, realizzata dall'azienda italiana Tazzari, dal peso contenuto (542 kg) grazie al corpo interamente in alluminio. Ha una velocità massima di 100 km/h e un'autonomia di 140 km. Il motore (che sprigiona 150 Nm di coppia) è in posizione centrale, la trazione è posteriore. Ha la caratteristica di ricaricare le batterie all'80% in 50 minuti. Prodotta anche in versione spider. 2009+da 24.000 euro

Fiat 500 BEV. Versione interamente elettrica della Fiat 500 (2007), tale versione è stata realizzata dalla Fiat per il mercato nord-americano secondo accordi presi con il governo locale. Presentata come concept al Salone dell'automobile di Washington nel 2010 è commercializzata dal 2012. 2012+non ancora confermato

Veicoli elettrici a breve raggio ("Neiborghood Electric Vehicles" o NEV). (microcar equiparate ai ciclomotori, guidabili con la patente AM)

Global Electric Motorcars. Cinque modelli in produzione, includendo due piccoli camion "pickup"; la loro velocità viene limitata elettronicamente a 40 Kph per classificarsi come NEV, ed usano batterie piombo-acido. Acquistate dalla DaimlerChrysler nel 2000. 1998+ >30.000 prezzo varia per modello, da US $7.000 a $12.500

Zenn EV. Veicolo a due volumi, tre porte, biposto con varie opzioni di batterie, raggio di 35 miglia. 2006+ ignoto US $12.000 a 14.000

Dynasty EV. Cinque modelli in produzione, tutti molto simili al modello Sedan, usano batterie Pb-acido e vengono limitate a 40 Kph per qualificare come NEV. L'autonomia della sedan è di circa 48 km. 2001+ 

Estrima Birò. Veicolo elettrico minimale a 4 ruote, realizzato dalla italiana Estrima. Dotato di 2 motori Brushless da 48 V raggiunge una velocità massima di 45 km/h. Dotato di un sistema di recupero dell'energia in frenata ha un'autonomia di circa 40 o 70 km, in base alla tipologia di batterie installate; utilizza infatti sia la tecnologia al piombo che al litio. Nel 2010 e 2011 è stato il veicolo elettrico più immatricolato in Italia. 2010 EUR €6.990 + kit batterie

Effedi Maranello. Veicolo a due volumi, tre porte, biposto. 2010 ignoto EUR €12.500

Storia dell'automobile. STORIA DELLA MACCHINA ELETTRICA: DAL 1800 AD OGGI.  Da e-vai.com.

Macchina elettrica: dalla nascita ai giorni nostri

Negli ultimi anni la mobilità elettrica sta riscuotendo successi significativi: infatti, le auto elettriche consentono di spostarsi in modo sostenibile senza rinunciare al comfort dell’auto privata. Ma qual è la storia della macchina elettrica?

Generalmente si pensa che la macchina elettrica rientri nei “nuovi mezzi di trasporto”: in realtà, non tutti sanno che questo veicolo ha origini particolarmente antiche ed è caratterizzato da una storia di più di 150 anni ricca di sorprese.

Le prime auto elettriche: i progetti nell’Ottocento

Quando nasce la prima macchina elettrica? Per scoprirlo è necessario risalire agli anni ’30 dell’Ottocento, quando l’imprenditore scozzese Robert Anderson ideò la prima vera e propria carrozza senza cavalli: la prima carrozza elettrica (1832-1839). Negli stessi anni, più precisamente nel 1835, il Professore olandese Sibrandus Stratingh iniziò a progettare il primo modello di auto elettrica, di seguito realizzato dal suo collaboratore Cristopher Becker.

In seguito ai tentativi di Anderson e Becker, tra gli anni ’60 e ’70 del XIX secolo, fu portata avanti una sperimentazione costante sulle batterie dei veicoli elettrici dagli ingegneri francesi Gaston Planté e Camille Faure: grazie a queste innovazioni, le nuove vetture elettriche realizzate al termine dell’Ottocento risultarono particolarmente competitive se paragonate ai modelli tradizionali a benzina o a vapore.

Infatti, se le auto a vapore e a benzina mostravano diverse problematiche in merito all’avviamento del motore, al surriscaldamento e all’emissione eccessiva di fumi e rumori sgradevoli, le macchine elettriche risultavano molto più comode e pratiche grazie alla semplicità di guida e all’assenza di rumori. Basti pensare che il record di velocità che sfondò la barriera dei 100 km/h fu realizzato nel 1899 dal pilota belga Camille Jenatzy con il suo veicolo elettrico a forma di razzo, La Jamais Contente.

Le nazioni maggiormente attive nella produzione e commercializzazione delle prime auto elettriche furono Inghilterra e Francia, seguite dagli Stati Uniti che nel 1900 registravano circa 1/3 delle auto circolanti a New York e Chicago ad alimentazione elettrica. Infatti, fu proprio New York la città più attiva nella sperimentazione dei trasporti eco-friendly con l’avviamento di un servizio di taxi urbano esclusivamente elettrico nel 1897.

Automobili elettriche: il breve successo nel Novecento

Agli inizi del ‘900 la sfida tra veicoli a benzina e auto elettriche appariva ben bilanciata, soprattutto se paragonata ai giorni nostri: infatti, le maggiori case produttrici di veicoli elettrici, come Detroit Electric, Baker Electric e The Vehicle Electric Company, erano in grado di eguagliare o superare le concorrenti specializzate nella commercializzazione di veicoli a combustione interna.

I veicoli elettrici tradizionali, pur avendo un’autonomia di circa 50 km/h e toccando velocità non superiori ai 40 km/h, risultavano perfetti per la circolazione urbana ed erano la prima scelta di borghesi e ceti abbienti. Per quale motivo? Per la loro semplicità di guida, il bisogno scarso di manutenzione e la loro silenziosità. Inoltre, proprio grazie alla semplicità di guida senza paragoni, le auto elettriche furono etichettate come veicoli perfetti per il genere femminile.

È proprio all’inizio del Novecento che si sperimentò una prima forma di mobilità sostenibile a tutti gli effetti: si trattava di un car sharing di vetture elettriche nelle principali città europee che permetteva di noleggiare per un determinato periodo di tempo il veicolo per spostarsi in città.

Ma, con l’avvento della Seconda Rivoluzione Industriale, lo sviluppo delle auto elettriche fu destinato a subire un brusco rallentamento, in favore delle vetture a benzina con motore a combustione interna. Infatti, durante gli anni del grande boom industriale le prestazioni delle auto a benzina furono migliorate in modo significativo portando questi veicoli a diventare leader di mercato in pochi anni.

Seconda Rivoluzione Industriale e boom di veicoli a benzina

A partire dagli anni ’20 del Novecento la continua innovazione tecnologica e la scoperta di nuovi giacimenti petroliferi (con conseguente abbassamento del prezzo della benzina) portò alla ribalta i veicoli a benzina.

Inoltre, in questi anni una serie di fattori giocarono a favore dello sviluppo delle auto a combustione interna rispetto a quelle elettriche:

Le marmitte delle auto a benzina furono silenziate con silenziatori appositamente creati;

La diffusione del motorino di avviamento elettrico sostituì la scomoda accensione con manovella;

L’introduzione del radiatore risolse il problema del surriscaldamento.

In seguito, le auto a benzina registrarono un ulteriore sviluppo positivo grazie all’introduzione del motore a scoppio e alla produzione in serie. Dopo questi sviluppi, le auto elettriche non riuscirono più a competere con le prestazioni di quelle a benzina e divennero veicoli “di nicchia”: infatti, la macchina elettrica era utilizzata per lo più all’interno di settori particolari nei quali la velocità non risultava prioritaria (carrelli elevatori, movimento nelle stazioni ferroviarie e veicoli per servizi porta a porta).

Dalla seconda metà del ‘900 ai giorni nostri: un nuovo interesse per la macchina elettrica

Le auto elettriche tornano sulla scena internazionale negli anni ’60-’70 del Novecento grazie alle sempre più assidue battaglie dei movimenti ecologisti e grazie alla crisi petrolifera che portò all’aumento dei prezzi della benzina. Proprio per questo, le principali case automobilistiche internazionali iniziarono a lavorare al miglioramento delle vetture elettriche. Ma, il problema della scarsa autonomia delle batterie non permise alle macchine elettriche di mettere in discussione il primato di quelle a combustione interna.

Anche negli anni ’90 la mobilità elettrica risultò protagonista di molte iniziative in quanto la crisi petrolifera costante e il cambiamento climatico (causato anche dall’emissione eccessiva di CO2 dalle auto) furono temi particolarmente caldi.

L’interesse per la mobilità sostenibile ed elettrica fu rinnovato in modo importante all’inizio degli anni 2000: infatti, durante il nuovo millennio le tematiche climatiche hanno ricoperto un ruolo sempre più centrale a causa dei danni causati all’ambiente da combustibili fossili e gas serra.

Proprio per questo, la maggior parte delle case automobilistiche internazionali lavora costantemente allo sviluppo di nuove tecnologie in grado di ottimizzare i trasporti sostenibili. L’autonomia delle batterie delle auto elettriche viene quotidianamente testata e ottimizzata: infatti, negli ultimi anni, grazie alle batterie al litio, le auto elettriche risultano in grado di percorrere anche tragitti particolarmente ampi senza il bisogno di alcuna ricarica.

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I 150 anni di storia dell’auto elettrica. Testo di Emanuela Fagioli su cobat.it 1 giugno 2020. L’applicazione dell’elettrotecnica, nata nel 1800 con la pila di Volta, richiese ai ricercatori anni di esperimenti prima di riuscire a mettere a punto dei generatori utilizzabili al di fuori dei laboratori, nella vita quotidiana.

A Parigi, polo dello sviluppo scientifico nella metà dell’800, i ricercatori più attenti compresero le potenzialità insite nel fluido elettrico “continuo” delle pile: una corrente forte e stabile, ben più utile delle scintille dell’elettrostatica. Ne seguì una intensa sperimentazione e le 2 pile voltaiche vennero di volta in volta costruite con metalli ed elettrodi diversi. Malgrado gli sforzi ci vollero sessant’anni per mettere a punto due invenzioni che per le loro doti di energia e praticità sono tutt’ora prodotte in miliardi di pezzi: l’accumulatore elettrico di Planté e le pile di Leclanché. Gaston Planté, nato a Orthez nel 1834, era un fisico di formazione accademica. Fu prima assistente al Conservatoire des Arts et Metiers e poi professore di fisica all’Associazione Politecnica per l’Istruzione Popolare.

Nel 1840 il ventiseienne professore sperimentò nel suo laboratorio molti e diversi accoppiamenti di metalli ed elettrodi. Osservò che, fra tutti i metalli, il piombo era quello più idoneo per dare origine ad una pila con caratteristiche apprezzabili: innanzitutto gli elettrodi di piombo immersi in acido solforico si ossidavano al positivo costituendo una pila reversibile, che poteva cioè essere ricaricata, e poi la coppia piombo-acido solforico/biossido di piombo forniva una tensione di 2 volt stabile nel tempo. Nacque così un accumulatore elettrico efficace e poco costoso, lo stesso che ancor oggi avvia milioni di autoveicoli.

Nel 1867 il primo veicolo a trazione elettrica viene presentato all’Esposizione Universale di Parigi dall’inventore austriaco Franz Kavogl.

Nel 1881 Gustave Trouvé gira a Parigi con un triciclo elettrico, pochi mesi dopo è la volta di Berlino dove si sperimenta un autobus. Nel 1885 il francese Jeantaud produce e vende vetture elettriche con una autonomia di 30 Km e una velocità di 20 Km/h.  

In Italia è il conte Giuseppe Carli di Castelnuovo Garfagnana, insieme all’ingegner Francesco Boggio, a realizzare la prima auto elettrica tricolore, siamo nel 1801.

Negli ultimi decenni dell’800 le automobili alimentate con accumulatori al piombo acido iniziarono a percorrere le polverose vie dei parchi cittadini sotto gli occhi curiosi della gente e sotto quelli più allarmati delle forze dell’ordine. Le limitate prestazioni non rallentavano certo la crescita di un mercato che aveva fame di velocità.  

Londra e New York - siamo nel 1897 - vengono introdotti i taxi elettrici. In America le auto elettriche, facili da usare, silenziose e senza emissione di sgradevoli odori, sono usate in particolar modo dalla popolazione urbana per gli spostamenti di prossimità e sono “gettonatissime” tra le donne della buona borghesia.

Sono anni di grande fermento. Nascono le prime competizioni, talvolta non autorizzate, tra veicoli. In Francia, nei pressi di Versailles, il Parco di Achères è teatro di numerose sfide grazie a un rettifilo lungo oltre un chilometro, ideale per lanciare i “nuovi mostri”.

La sfida che passerà alla storia si svolse il 29 aprile del 1899. Dopo mesi difficili e senza risultati degni di nota, il belga Camille Jenatzy, detto Barone Rosso per via della sua barba fiammeggiante, riesce a risolvere i problemi della sua Jamais Contente, auto elettrica da lui stesso ideata e costruita. Più che un’auto un siluro su quattro ruote Michelin con due motori elettrici da 25 Kw alimentati da pesanti batterie di accumulatori al piombo. Peso complessivo 1.450 Kg e uno spazio esiguo per il guidatore costretto in una posizione certamente non favorevole e contraria a ogni legge di aerodinamicità.

Possiamo immaginare come in quella mattina di tiepido sole la vettura sfrecciò silenziosa tra due ali di muti spettatori, ancor più muto lo spericolato belga che lì si giocava la vita e l’onore. Forse c’era vento a favore che muoveva le foglie e accompagnava il siluro, ma questo la storia non ce lo dice. Ci consegna invece una Jamais Contente che percorre fra la polvere il lungo rettifilo del Parco di Achères ad una velocità folle. Il risultato strabilia: i cronometri indicano una media di 105,88 Km/h. È il trionfo di Janetzy, la capacità di muoversi in velocità da sogno si fa possibilità e spalanca le porte al futuro.

Molti inventori si dedicano allo sviluppo delle e-car. Anche Thomas Edison nel 1901 lavora a migliorare le batterie dei veicoli elettrici e nel primo decennio del ‘900 negli Stati Uniti un terzo dei veicoli circolanti è elettrico. 

È del 1901 anche la prima auto ibrida: la crea Ferdinand Porsche, fondatore dell’omonima casa automobilistica. Alla prima ibrida si dà il nome di Löhner-Porsche Mixte, il veicolo è alimentato dall’energia elettrica immagazzinata nelle batterie e da un motore a scoppio.

Negli anni Venti del ‘900 le reti stradali migliorano e la fame di spostamenti richiede autonomia maggiore alle auto. Negli stessi anni la scoperta di vasti giacimenti petroliferi rende più economica la benzina. Nel 1912, con l’arrivo dell’avviamento elettrico, l’automobile con motore a scoppio diventa anche più semplice da guidare. La concomitanza di questi fattori “raffredda” il mercato dell’elettrico; la diffusione dell’auto a benzina surclassa quella delle e-car, che restano limitate all’uso urbano per la bassa velocità e autonomia.

L’abbondanza di benzina a basso costo e le migliorie al motore a combustione interna rendono inutili i carburanti alternativi. A cavallo tra gli anni ’60 e ’70 i prezzi del carburante però aumentano e si ridesta l’interesse per i veicoli elettrici.  

Anche un evento scientifico-tecnologico di portata mondiale porta di nuovo alla ribalta i mezzi elettrici: siamo nel 1971, il primo veicolo con equipaggio è sulla Luna. Il rover della Nasa che si muove sul suolo lunare è alimentato da batterie. Nello stesso anno la General Motors sviluppa un prototipo di city car elettrica e la presenta al First Symposium on Low Pollution Power Systems Development del 1973. 

Nel 1973 e fino al 1977 la CitiCar di Sebring-Vanguard viene prodotta in 2000 esemplari. La sua popolarità rende Sebring-Vanguard il sesto produttore auto degli Stati Uniti nel 1975. Ma la rinascita dell’elettrico ha breve durata, le performance e l’autonomia rispetto al motore a scoppio sono ancora troppo basse, già nel 1979 spariscono dal mercato fino al 1990 quando le nuove leggi californiane per contrastare l’inquinamento dell’aria riaccendono le luci sulle e-car. Le case automobilistiche iniziano a elettrificare alcuni modelli popolari aumentandone al contempo velocità e performance per ridurre il gap con i veicoli tradizionali.

La Fiat già nel 1963 aveva realizzato una serie di prototipi di auto elettriche ma, si dovrà attendere gli Anni Novanta per l’uscita sul mercato della Panda Elettra, conversione con motore elettrico alimentato da batterie al piombo acido del modello base.

La Toyota, siamo nel 1997, presenta la Prius, prima auto ibrida di massa. Nel 2000 viene venduta in tutto il mondo ed ha un immediato successo. La batteria montata su questo modello è al nichel idruro di metallo.

General Motors richiama e distrugge le sue auto elettriche EV1: siamo nel 2003.  Nello stesso anno e proprio a seguito della decisione della General Motors, Martin Eberhard e Marc Tarpenning fondano una startup chiamata Tesla Motors.

Nel 2004 Elon Musk entra a far parte della società come investitore principale. 

La prima auto prodotta dall’azienda fu la Roadster, con una autonomia di 340 km. La Roadster è stata la prima automobile di produzione a utilizzare batterie con celle agli ioni di litio.

Nel 2010 GM lancia la Chevy Volt, primo ibrido plug-in. A dicembre dello stesso anno, Nissan mette in commercio la Leaf, totalmente elettrica.

Intanto la batteria, componente più costoso dell’auto elettrica, inizia a calare del 50% in quattro anni.

A tutt’oggi Il costo della batteria agli ioni di litio montata su un’e-car è pari al 30% del costo totale della vettura. Un costo che le aziende automobilistiche cercano di abbattere progettando riutilizzi smart delle batterie dismesse dalle auto ma ancora in grado di ricevere e restituire energia, come ad esempio il riutilizzo per lo storage, ovvero la conservazione dell’energia prodotta dalle fonti rinnovabili. 

Oggi l’offerta di auto elettriche riguarda praticamente tutte le case automobilistiche e gli indirizzi a tutela del clima e della salute pubblica che l’Europa e gli Stati membri hanno già adottato e adotteranno nell’imminente futuro non potranno che accelerare un processo troppe volte auspicato. 

LA PRIMA AUTO ELETTRICA ITALIANA  

A bordo potevano salire due persone. Era lunga 1,80 metri, larga 1 e alta 1,20. 

Pesava 140 chilogrammi batterie incluse. Le batterie erano formate da 10 accumulatori da 25 ampere-ore chiusi in cassette d’ebanite. Il potenziale accumulato era di circa 2.000 watt. 

CURIOSITÀ 

Il Rover statunitense non fu l’unico, né il primo ad essere impiegato sulla Luna. Anche i sovietici, infatti, portarono sulla superficie le loro auto elettriche che però non erano guidate fisicamente da astronauti.

Il Lunochod 1 si mosse sul suolo lunare dal 17 novembre 1970 e rimase attivo per 322 giorni, successivamente il Lunochod 2 arrivò sulla Luna nel 1973.

FIAT PANDA ELETTRA 

Velocità massima 70 km/h, 100 chilometri massimi percorribili fra due ricariche mantenendo velocità costante di 50 km/h. La seconda versione, disponibile dal 1992, presentava l’opzione delle batterie al nichel-cadmio

L’ARRIVO SUL MERCATO DELLE BATTERIE AL LITIO 

Gilbert Lewis fabbricò le prime batterie al litio nel 1912. Le prime pile non ricaricabili furono create nei primi anni ‘70. La batteria ricaricabile agli ioni di litio necessitò di altri venti anni di sviluppo prima che fosse sicura abbastanza per essere usata in massa sul mercato e la prima versione commerciale fu creata dalla Sony nel 1991, a seguito di una ricerca di un team diretto da John B. Goodenough. Per le auto si dovrà attendere ancora qualche anno...Il primo veicolo a trazione elettrica venne presentato a Parigi nel 1867, oggi tutte le case automobilistiche puntano su veicoli a emissioni zero. Nel 1971 la General Motors sviluppa un prototipo di city car elettrica. Nel 1997 la Toyota presenta la Prius, prima auto ibrida di massa. Nel 2010 Nissan mette in commercio la Leaf, 100% elettrica.

Auto elettriche vs combustibili fossili: un confronto (impari) tra le esigenze di materie prime.

Un nuovo studio pubblicato da T&E spiega che nel suo ciclo di vita un’automobile alimentata a combustibili fossili brucia in media l’equivalente di una catasta di barili di petrolio alta come un grattacielo di 25 piani, mentre la batteria di un veicolo elettrico (EV) consuma appena 30 kg di materie prime. Da  Bruno Casula da ecodallecitta.it il 3 Marzo 2021. Rispetto ai 17.000 litri di benzina bruciati in media da un’automobile nel suo ciclo vitale, la batteria di un veicolo elettrico (EV) consuma appena 30 chilogrammi di materie prime, tenendo conto del processo di riciclo. È quanto emerge da un nuovo studio pubblicato da Transport & Enviroment, che dimostra “come l’attuale dipendenza dell’Europa dal petrolio greggio superi di gran lunga il suo fabbisogno di materie prime necessarie per le batterie delle auto elettriche”. E questo divario è destinato ad aumentare ancora, visto che i progressi tecnologici previsti nei prossimi dieci anni ridurranno della metà la quantità di litio occorrente per fabbricare una batteria EV, mentre la quantità di cobalto necessaria diminuirà di oltre tre quarti e quella di nichel di circa un quinto. Carlo Tritto, Policy Officer di T&E, ha commentato: “Per quanto riguarda le materie prime non c’è assolutamente paragone. Nel suo ciclo di vita un’automobile alimentata a combustibili fossili brucia in media l’equivalente di una catasta di barili di petrolio alta come un grattacielo di 25 piani. Tenendo conto del riciclo dei materiali usati per le batterie andrebbero perduti soltanto 30 chili circa di metalli, più o meno le dimensioni di un pallone da calcio.” A differenza delle auto convenzionali, le batterie per auto elettriche fanno parte di un ciclo di economia circolare in cui i materiali che le compongono possono essere riutilizzati e recuperati per produrne di nuove. Secondo lo studio, nel 2035 più di un quinto del litio e il 65% del cobalto necessari per produrre una batteria nuova potrebbero provenire dal riciclo di batterie usate. T&E sostiene che i tassi di riciclo richiesti da un nuovo provvedimento legislativo della Commissione Europea ridurranno drasticamente la domanda di materiali vergini per i veicoli elettrici, cosa che non è verosimile per le automobili convenzionali a combustibili fossili. Da quanto emerge dallo studio, già nel 2021 l’Europa potrebbe produrre una quantità di batterie sufficiente per rifornire il proprio mercato di EV. Per il prossimo decennio sono già in progettazione 22 gigafactory di celle di batterie, la cui capacità di produzione toccherà i 460 GWh nel 2025, abbastanza per equipaggiare 8 milioni di automobili elettriche a batteria. Carlo Tritto aggiunge: “Si tratta di una situazione ben diversa da quella che vede attualmente il parco automobili europeo dipendere quasi totalmente dalle importazioni di petrolio greggio. La migliore efficienza delle batterie e l’incremento del processo di riciclo permetteranno all’UE di dipendere assai meno dalle importazioni di materie prime di quanto non avviene per il petrolio.” Dallo studio emerge che, nel complesso, i veicoli elettrici sono decisamente migliori anche dal punto di vista climatico, poiché nel loro ciclo di vita richiedono il 58% di energia in meno rispetto a un’automobile a benzina. Inoltre, come dimostra  lo strumento di analisi del ciclo di vita  elaborato da T&E, anche in Polonia, il paese in cui l’approvvigionamento di elettricità è più inquinante, gli EV emettono il 22% di CO2 in meno rispetto alle automobili a benzina. “Affinché l’Europa possa finalmente abbandonare le auto a combustibili fossili deve fissare una data per la loro graduale eliminazione entro il 2035“, si legge nelle raccomandazioni finali dello studio. Sono altresì fondamentali “politiche per utilizzare le auto in modo più efficiente”, puntando soprattutto sulla “mobilità condivisa e il minor uso di auto private nelle città”.

Aci, Angelo Sticchi Damiani: "L'auto verde inquina come le altre, l'Europa ci uccide per nulla". Pietro Senaldi Libero Quotidiano il 27 luglio 2021. «In Italia il comparto auto, tra produzione, componentistica, riparazioni, vendita e tutto quello che gira intorno alle quattro ruote impiega un milione e seicento mila persone e rappresenta il 20% del prodotto interno lordo. Solo nella fase della costruzione delle vetture, tanto per fare un esempio, sono impegnate oltre cinquemila e cinquecento imprese e quasi e circa 274mila lavoratori. Costituiscono l'11% della manifattura italiana. Per seguire le direttive dell'Unione Europea in materia di ambiente rischiamo di azzerare tutto questo, ma è evidente che, se si ammazza il settore, si uccide il Paese. C'è qualcuno, a Bruxelles, spinto da motivi ideologici. Ha perduto lungimiranza e senso pratico. Mi confortano le parole dei ministri Giorgetti e Cingolani, allo Sviluppo e alla Transizione Ecologica, i quali hanno avuto il coraggio di dire la verità: l'esagerata spinta ambientalista è un killer per l'economia e brucerà milioni di posti di lavoro, perché senza passaggi graduali e studiati ci sarà un bagno di sangue. Io lo dico da tre anni, non ascoltato, che essere realisti, che guardare ai numeri, non vuol dire essere un anti-ambientalista, un vecchio dinosauro che non vuole entrare nella modernità. Ora finalmente se ne è accorto anche qualcun altro». Angelo Sticchi Damiani non ama far politica né si atteggia a guru del pensiero economico. «Le speculazioni non fanno per me», premette. «Non so se ci sono interessi economici miliardari che spingono a distruggere i pilastri dell'economia europea a vantaggio di altre, né tanto meno ho idea di chi ci sia dietro questi interessi. Io faccio un discorso pratico: la lotta all'inquinamento è un dovere di tutti, ma va programmata nel tempo. Ci sono modi efficaci per ridurre le emissioni inquinanti delle auto senza provocare calamità sociali». Il discorso del presidente dell'Aci è semplice: una vettura euro 6 di seconda generazione, soprattutto se alimentata con carburanti ecologici, inquina poco più di un'auto elettrica, costa meno, al momento resta più funzionale e garantisce posti di lavoro. La crociata contro i motori a scoppio non porta significativi benefici all'ambiente, in cambio devasta economicamente la società. Inoltre, inferisce un colpo mortale al made in Italy, che deve molto ai marchi Ferrari, Lamborghini, Maserati. «Ma lei immagina qualcuno che compra una Ferrari totalmente elettrica? Purtroppo ha ragione Giorgetti: la rivoluzione verde rischia di far chiudere la Rossa».

Davvero queste case non possono riconvertirsi?

«Molto difficile, con un motore elettrico la Ferrari perderebbe quasi tutto il suo fascino. Vale come per gli orologi: quelli al quarzo segnano la stessa ora di quelli... a movimento meccanico, ma chi ama gli orologi li sceglie perché sono eterni, sono dei gioielli, il loro meccanismo è un'opera d'arte, proprio come i motori di Maranello».

Presidente, fin qui l'analisi. Lei che cosa suggerisce?

«Per gestire la transizione ecologica senza fare danni non basta intendersi di ambiente, bisogna conoscere il mercato e le reali condizioni d'uso. Nel mese di dicembre l'auto elettrica ha toccato il 6% del venduto; nel 2030 sarà il 20%».

Con i progressivi divieti alla circolazione delle auto a benzina, le elettriche aumenteranno...

«Lei la fa facile. Le auto elettriche sono poche perché costano molto e non sono pratiche. Imporle, mettendo fuori mercato le altre, impedisce la mobilità alla maggioranza degli italiani, che non hanno i soldi per comprare un'auto verde. E poi c'è il problema delle centraline di ricarica sul territorio: sono poche e le batterie non garantiscono un'autonomia concreta superiore ai 200/300 chilometri, sempre che uno non accenda il satellitare o l'aria condizionata».

Non si possono utilizzare i soldi del Recovery Plan per rafforzare la rete di centraline elettriche?

«Ma sarà anche fatto, tuttavia è un'operazione lunga e costosa. Ci vorranno alcuni anni per disseminare il Paese di stazioni di ricarica. E poi non si creda che l'energia elettrica sia gratis, disponibile in misura illimitata, e non inquini. Se a Milano, o a Roma, circolassero solo vetture verdi, non ci sarebbe abbastanza energia elettrica per illuminare le città. Fare il pieno di elettricità a una media vettura equivale al consumo di una famiglia di 4 persone per 6 giorni, ossia circa 50 kWh».

Lei detesta l'auto elettrica?

«Per niente, la amo. Ne possiedo una, è scattante e silenziosa. Però so che oggi l'auto elettrica non è per tutti; è un lusso, sia in termini economici che di utilizzo. È funzionale per le tratte brevi. Quindi è ancora soprattutto una city car».

Adesso non mi dirà che le auto non elettriche non inquinano?

«Non glielo dico, però occorre distinguere. In Italia circolano 35 milioni di automobili. Oltre un terzo di esse è altamente inquinante, non vale nulla sul mercato e ha più di dodici anni. Sono veicoli euro zero (3,6 milioni), euro 1 (un milione), euro 2(3 milioni) ed euro 3(4,5 milioni). La gente se le tiene perché non può permettersi di sostituirle. Le euro 0 inquinano 28 volte più di un euro 5 o un euro 6 e sono estremamente pericolose, perché, siccome sono vecchie e obsolete, chi li guida ha otto volte le probabilità di farsi male in un incidente rispetto a chi ha un'automobile recente».

Propone degli incentivi alla rottamazione?

«Vanno bene per smaltire vetture pericolose e che vengono usate di rado, ma che comunque inquinano, anche solo restando ferme. Lo Stato dia duemila euro a chi le rottama, denaro in contante non bonus per prendere il tram, anche perché nell'ottantadue per cento dei Comuni italiani non c'è trasporto pubblico efficiente, così ammoderna il parco auto. E poi, soprattutto, smetta di rendere vantaggioso il fatto di tenersele».

Se la chiave non sono gli incentivi alla rottamazione, cosa può invece esserlo?

«Siccome è impensabile appiedare di colpo l'Italia e togliere a milioni di cittadini il diritto alla mobilità, come Aci abbiamo presentato una proposta che è ora allo studio in commissione parlamentare per favorire incentivi usato su usato. Se un terzo dei veicoli inquina 28 volte più degli altri, il punto è spostare chi guida vetture vecchie verso le nuove. Se convinco un proprietario di euro 0 o 1 a far rottamare il suo veicolo e prendersi un euro 5 senza fargli spendere troppi soldi, abbatto l'inquinamento, non uccido un settore e metto una persona in condizioni di guidare un'automobile più sicura. Certo, non puoi vendergli un'auto già condannata a morte da norme che la mettono fuori legge».

E come fa a convincerlo?

«Lo Stato deve sostenere l'acquisto con consistenti incentivi ed abbattendo almeno del 50% l'imposta provinciale di trascrizione».

Ma l'auto verde inquina comunque dimeno...

«Per valutare il potenziale inquinante di un veicolo non bisogna limitarsi a calcolare le sue emissioni quando circola; va fatta una comparazione totale, dalla costruzione alla rottamazione. L'auto verde è più inquinante in fase di produzione e soprattutto di smaltimento, a causa delle batterie, le quali peraltro possono diventare mortali in caso di incidente. Se qualcuno ci mette le mani può restare fulminato per un cortocircuito. Seve molta accortezza».

Il vantaggio ambientale dell'auto elettrica è nella mancata combustione...

«Anche l'energia elettrica ha una produzione poco sostenibile, almeno fino a quando non riusciremo a ricavarla totalmente da fonti rinnovabili. La gente dimentica che oggi la otteniamo anche da carbone, gas e petrolio. E per produrre più energia elettrica, stressiamo le centrali. In sostanza questa rivoluzione verde delle quattro ruote per ora si traduce soprattutto in uno spostamento delle fonti di inquinamento».

Però quando viaggia l'auto elettrica inquina molto meno...

«Bisogna però vedere se l'obiettivo è realizzare lo slogan delle emissioni zero costi quel che costerebbe, anche al prezzo di distruggere l'economia occidentale, o se invece è ridurre l'inquinamento al massimo. In tal caso, lo sviluppo dei motori classici garantisce il raggiungimento dello scopo. In meno di dieci anni abbiamo fatto macchine tradizionali che hanno un impatto ambientale complessivo simile a quello delle auto elettriche. Se anziché 0, le emissioni sono 0,00..., è un risultato straordinario e si evita di fare danni incalcolabili. Però attenzione, sotto un certo aspetto la vettura verde è più inquinante anche quando viaggia».

In che circostanza?

«È più pesante, a causa delle batterie e quindi solleva più polveri sottili in particolare quando non piove da una decina di giorni».

Perché allora questa lotta al motore termico: questione di moda, o sindrome cinese?

«La risposta non mi compete. Posso solo affermare che quella che appare un'ossessione ambientalista - non l'attenzione all'ambiente, che condivido-, è un problema che riguarda tutta l'Europa e sono contento che l'Italia se ne sia accorta. Dovrebbe fare asse con Germania e Francia per ammorbidire certe leggi decisamente ideologiche. È inaccettabile essere in balia di integralisti che ti dicono dall'oggi al domani che una cosa non si fa più. L'ideologia è nemica del buonsenso, fa sempre e solo danni. Quando poi si sposa con la scarsa conoscenza, il disastro è totale». 

Carlo Cambi per "la Verità" il 22 luglio 2021. Con l'auto elettrica lo Stato rischia di restare al verde. Chi è in «emissione per conto del pianeta» e vuole mandarci a piedi non se ne cura, ma è uno degli interrogativi più pesanti e oscuri. Può lo Stato rinunciare agli incassi sui carburanti? E una volta che nessuno più comprasse benzina e gasolio dove va a prenderli i soldi? In Italia il fisco incassa circa un euro per ogni litro di carburante acquistato alla pompa. Il Green deal concepito a Bruxelles già stabilisce che il prelievo minimo fiscale passa per la benzina da 0,359 a 0,385 euro e da 0,35 a 0,419 euro per il gasolio. Sono altri 5 centesimi in più al litro. Ma tutto questo dura fino al 2030 quando poi le auto a motore endotermico saranno una specie in via di estinzione perché nel 2035 verranno messe fuori mercato. È inquietante pensare quanto costerà circolare dopo quelle date per chi non si sarà potuto comprare quattro ruote a batteria. È bastato un anno di pandemia per far perdere all'erario circa 8 miliardi tra Iva e accise. Se nessuno facesse più il pieno il buco sarebbe attorno ai 37 miliardi. Andando più nello specifico si scopre che dai prodotti petroliferi lo Stato incassa, oltre a quelle sui carburanti che sono il 75% della voce accise, un altro 10% delle accise sul gas naturale e un ulteriore 8% sull'energia elettrica prodotta con combustibili fossili. Il 99,3% degli incassi da accise dello Stato è assicurato dal petrolio: sono 33,7 miliardi a cui va aggiunta l'Iva. Giusto per saperlo in tempo di virus cinese: l'incasso delle accise sui carburanti finanzia l'intero sistema sanitario nazionale. Sempre dalla pompa lo Stato incassa le tasse su reddito dei gestori dei distributori e sui profitti delle imprese petrolifere e di distribuzione. Se facciamo 50 euro di gasolio si ripartiscono così: il 58% e cioè 29 euro vanno allo Stato che si prende 27 euro di accise e Iva e 2 euro di gettito fiscale sulle attività, 40 % cioè 20 euro lordi alla compagnia petrolifera, 2% cioè 1 euro lordo al gestore dell'impianto. Stando così le cose l'evasione sui carburanti in Italia si aggira attorno ai 3 miliardi all'anno attraverso soprattutto le cosiddette «pompe bianche», cioè gli impianti di rifornimento no logo. Ma il capitolo dello sconvolgimento fiscale non è finito. Dal prossimo anno tutti i carburanti saranno tassati: non ci saranno più esenzioni per il cherosene degli aerei, per il greggio delle navi, per il gasolio agricolo e dei motoscafi. Siccome delle loro emissioni nulla si sa è possibile che questi mezzi anche dopo il 2030 continueranno a viaggiare. A finanziare lo Stato ci penseranno probabilmente in parte loro anche se giganti come Lufthansa hanno già detto che non intendono pagare perché l'Ue consentirà a vettori di altri continenti di viaggiare generando di fatto un dumping contro le compagnie continentali. A Bruxelles hanno fatto sapere che per navi e aerei gli Ets (sono i certificati che consentono di inquinare pagando una tassa) saliranno a 50 euro a tonnellata di CO2 emessa. Un volo Roma-New York e ritorno emette una tonnellata di gas a passeggero. La transizione verde per lo Stato non è un pasto gratis, ma il conto lo pagherà sempre il cittadino. Tornando alle automobili c'è da considerare il capitolo Iva sull'acquisto delle auto. Nel 2020 solo per l'effetto pandemia il settore auto ha fatturato circa 10 miliardi in meno per minori vendite: lo Stato ci ha rimesso 2 miliardi di Iva e circa 300 milioni di tasse d'immatricolazione, senza contare il minor gettito sui redditi. C'è poi il capitolo tasse di circolazione. Come incentivo all'acquisto di auto elettriche (in Italia siamo fermi al 7,9% del mercato di cui solo il 36% è di elettriche pure) 18 Regioni su 20 non fanno pagare il bollo per cinque anni. E c'è anche da capire se possa resistere il bollo auto applicato alle quattro ruote a carburante fossile avendo decretato per legge che sono un bene non più commerciabile. E qui si apre un'altra falla. Sono 6,6 miliardi all'anno che mancheranno alle Regioni. L'incasso complessivo che lo Stato fa ogni anno dal settore auto e affini è di circa 73 miliardi all'anno. È probabile che dagli oli lubrificanti fino ai meccanici nell'era del tutto elettrico tre quarti di quel gettito sparirà: sono 55 miliardi di entrate. Dopo il lucro cessante c'è la spesa emergente. La Commissione europea impone che si istallino stazioni di ricarica ogni 60 chilometri. La Corte dei conti europea ha già detto che per cogliere gli obbiettivi posti da Ursula von der Leyen bisognerebbe installare 3.000 colonnine al giorno considerando (è uno studio dell'Acea) che a oggi il 70% degli impianti di ricarica è concentrato in soli tre Paesi. La spesa? Una colonnina domestica che ricarica l'auto in una giornata costa 9.000 euro più Iva, una pubblica non meno di 40.000. Chi paga? Ah saperlo!

Sergio Barlocchetti per “La Verità” il 21 luglio 2021. È battaglia tra istituzioni europee e automotive. La volontà di affrettare la conversione energetica si sta scontrando con chi lancia l'allarme sulle conseguenze di scelte insensate, come vietare la vendita di mezzi a combustione interna dal 2035. Qualche mese fa Carlos Tavares, ad di Stellantis, aveva dichiarato che i governi stanno spingendo le nuove tecnologie prima di aver compreso il loro impatto ambientale complessivo. Alla presentazione del piano Fit for 55 dell'Ue, l'associazione dei costruttori Acea ha preso una posizione netta: «Vietare una singola tecnologia non è una soluzione razionale». L'invito è non demonizzare i motori a benzina e diesel, poiché la fisica insegna che le combinazioni ibride possono contribuire a raggiungere gli obiettivi ecologici. Per questo sempre più voci chiedono che nella valutazione del reale impatto ambientale dei veicoli sia tenuto in considerazione tutto il ciclo vita dell'automezzo, compreso quanto necessario in termini d'inquinamento per il riciclo e lo smaltimento delle parti. Irrealistico è anche pensare di installare dei punti di ricarica elettrica ogni 60 chilometri (e di idrogeno ogni 150) su tutto il territorio dell'Unione, perché significa installare 5,8 milioni di colonnine entro nove anni. Perplime pure l'idea di estendere il mercato delle emissioni (il cosiddetto Ets) anche ai produttori di mezzi per il trasporto su strada. Funziona bene per i settori più energivori, mentre che possa abbassare le emissioni degli stabilimenti di auto è da dimostrare. Ci sono poi le emissioni derivanti dalla produzione di batterie, ovvero dall'estrazione dei minerali nobili. Queste svantaggiano l'ecologia della filiera delle elettriche, eppure se i produttori non vendono un certo numero di automobili elettriche incorrono nelle multe della Ue. Il tutto per combattere gli ormai minimi inquinanti che escono dai tubi di scappamento (Euro7 in arrivo), ma soprattutto le emissioni di anidride carbonica, per le quali tutto il trasporto su gomma totalizza il 28% di quanto emetta l'Europa, il 15% a livello mondiale. Con Cina e Asia che se ne guardano bene da applicare simili misure. Se prendiamo come riferimento un'automobile che trasporti cinque persone per almeno 500 chilometri (utilitarie), tra la versione elettrica e quella con motore endotermico diesel Euro6 la prima darà veri vantaggi ambientali soltanto dopo averne percorsi almeno 150.000, sempre che abbiamo sostituito le batterie quando prescritto, poiché dopo cinque anni d'uso l'efficienza degli accumulatori attuali si riduce del 30%, e con loro l'autonomia. Ma per percorrere quel chilometraggio un automobilista medio impiega almeno 15 anni, periodo che vede spesso la necessità di cambiare mezzo per altri motivi. Comunque un tempo nel quale avremo dovuto cambiare batteria almeno tre volte. Ma l'auto elettrica costa circa il 25% in più di quella con motore endotermico e una batteria di ricambio anche 10.000 euro. La fabbrica cinese Polestar del gruppo Geely-Volvo ha analizzato il ciclo vita di una delle sue Model 2 paragonandola a una Xc40 a benzina. Ebbene, l'elettrica era più sostenibile soltanto dopo 75.000 chilometri, percorrenza che può già rivelarsi tale da richiedere la sostituzione per altri motivi. In teoria un'auto elettrica avrebbe meno costi di manutenzione, ma il prezzo del tagliando di un veicolo elettrico dipende da molti fattori tra i quali lo stato del sistema di raffreddamento delle batterie. Ne consegue che ogni 15-20.000 chilometri circa anche l'auto elettrica finisce in officina. Prendendo ad esempio il controllo dei 50.000 chilometri per l'elettrica Nissan leaf questo costa circa 150 euro, mentre per una Tesla model s sale a 650. Prezzi non molto differenti dai tagliandi delle auto tradizionali. Non si pensa poi al fatto che una batteria carica o scarica abbia il medesimo peso, mentre un serbatoio di benzina o diesel progressivamente si svuota. Le batterie pesano molto e quindi la macchina elettrica paga di più in termini energetici il trasporto di sé stessa. Moltiplichiamo per migliaia di viaggi e avremo vanificato una parte della maggiore efficienza del motore elettrico. Quanto alla produzione di energia, se deriva dal nucleare la mobilità elettrica ha maggiori possibilità di sostenersi, ma se i kilowatt provengono da centrali a carbone oppure dal poco rinnovabile disponibile il gioco non vale la candela. Guardando all'Italia, se in Lombardia per produrre un kw/h di energia elettrica si emettono in atmosfera 180 grammi di anidride carbonica, in Sicilia ce ne vogliono 350. In teoria lo scorso anno le flotte delle case automobilistiche dovevano raggiungere una media di emissioni di CO2 delle auto vendute pari a 95 g/km ed entro il 2025 di circa 81 g/km. Valori severi e decisamente lontani da quelli delle centrali per la produzione di energia che non usano fonti rinnovabili. Se si moltiplica la quantità di anidride carbonica immessa in atmosfera per far arrivare nella batteria di un automezzo un kilowatt d'energia, e quanti chilometri si possono fare con questa quantità prima che la carica si esaurisca, con una media di 20 Kwh per 100 chilometri il rapporto diventa 5 chilometri con 1 Kwh, che se prodotto a 350 grammi di CO2 equivale a 70 grammi di CO2 per chilometro, quindi poco meno dei limiti imposti oggi alle endotermiche, mentre a 180 gr/kw/h fa 36 grammi, un buon valore. Ma se occorrerà molta più energia a tutti, difficilmente potremo produrla con l'idroelettrico, l'eolico o il solare. Senza considerare che il prezzo italiano del Kwh non è dei più economici e che ci saranno rincari.

Auto elettrica: quanto mi costa? Pubblicato il 28 Ottobre 2021 su automobile.it.

La mobilità elettrica è un’alternativa più ecologica all’auto a carburante, ma quanto costa mantenere un’auto elettrica? Se il mercato dell’auto fa i conti con un forte calo delle immatricolazioni, il comparto delle auto a batteria ha invece conosciuto una forte crescita. Secondo i dati più recenti forniti da Motus-E, associazione che riunisce i principali stakeholder della mobilità elettrica, il mese di agosto 2021 ha fatto registrare una crescita di oltre l’80% dei Plug-in Electric Vehicle (elettriche batteria e ibride plug-in).

Costi burocratici

Fino a non molto tempo fa eravamo abituati a pensare alle auto elettriche come costose alternative pulite alle auto a benzina o Diesel. Prezzo d’acquisto più elevato, poche colonnine per la ricarica, costi di manutenzione imprevedibili. Oggi la situazione non è più questa. Un recente studio svolto da Altroconsumo in collaborazione con altre organizzazioni di consumatori a livello europeo, dimostra che i costi da sostenere per possedere un veicolo elettrico sono in realtà inferiori alle alternative.

L’indagine ha tenuto conto di tutte le voci che vanno a comporre il costo finale: dal prezzo dell’auto alla manutenzione, il rifornimento, l’assicurazione e le tasse. È stato tenuto anche conto degli incentivi, rifinanziati tramite il collegato fiscale alla legge di bilancio e quindi ancora validi nel 2021, e dell’eventuale ricavo da una successiva vendita.

Incentivi allettanti

Confrontando le singole voci di spesa dei veicoli elettrici con quelle delle auto tradizionali, la convenienza finale delle prime è in parte influenzata dalla presenza dell’Ecobonus del Governo. Fino al 31 dicembre 2021 restano in vigore diversi incentivi per chi acquista un veicolo elettrico. Lo scopo è rendere più ecologico il parco veicoli circolanti, sostituendo quelli vecchi e inquinanti con altri a motore elettrico, più puliti. Vediamo quali sono gli incentivi e a che condizioni si ottengono. Contributo di 2.000 euro per l’acquisto di un’auto a basse emissioni (meno di 60 g/km di CO2), con un prezzo fino a 50.000 euro, Iva esclusa, solo però a due condizioni: che il venditore conceda a sua volta uno sconto di 2.000 euro e che, contestualmente all’acquisto, venga rottamato un veicolo immatricolato prima del 1° gennaio 2011, di classe inferiore all’Euro 6. Il contributo scende a 1.500 euro se il veicolo acquistato ha emissioni comprese tra 61 e 135 g/km di CO2 e se il suo prezzo di acquisto è inferiore ai 40.000 euro, Iva esclusa. Il venditore deve concedere uno sconto di pari importo. Il contributo scende ancora a 1.000 euro per auto che emettono meno di 60 g/km di CO2 se non si rottama contestualmente l’auto vecchia. Anche in questo caso il venditore deve a sua volta accordare uno sconto di 1.000 euro. Sconto del 40% sul prezzo di vendita di un veicolo elettrico, di potenza inferiore a 150 kW, per nuclei familiari con Isee inferiore a 30.000 euro. Il prezzo dell’auto che si compra o si prende in leasing deve a sua volta essere inferiore a 30.000 euro, Iva esclusa. Vi è poi un’agevolazione per l’acquisto (anche in leasing) di moto e quadricicli elettrici o ibridi che consiste in un contributo del 30% del prezzo, fino a un massimo di 3.000 euro. Il contributo sale al 40% se chi acquista rottama una moto di classe fino all’Euro 3: lo sconto arriva a un massimo di 4.000 euro.

Il bollo non si paga

Un’altra buona notizia per chi sta pensando di acquistare un veicolo elettrico è quella che riguarda le tasse.

Su autoveicoli, motocicli e ciclomotori a due, tre o quattro ruote, azionati con motore elettrico, non si pagano tasse automobilistiche per cinque anni dalla data di prima immatricolazione. Alla fine di questo periodo, per gli autoveicoli elettrici si deve versare una tassa pari a un quarto dell’importo previsto per i corrispondenti veicoli a benzina, mentre per motocicli e ciclomotori la tassa va corrisposta per intero. Queste è la regola generale, ma molte regioni e provincie autonome hanno introdotto ulteriori agevolazioni, per esempio i residenti in Lombardia o Piemonte proprietari di veicoli elettrici sono esentati dal pagamento della tassa automobilistica per sempre: l’auto elettrica non paga letteralmente mai il bollo auto. Altre regioni hanno esteso l’esenzione a un periodo limitato di anni dopo i primi cinque. Il consiglio è di verificare sul sito della propria regione se sono in vigore ulteriori agevolazioni.

Anche l’Rc auto conviene

Il risparmio della polizza Rcauto di un’auto elettrica rispetto a una a benzina può superare il 50%. Lo rivelano le inchieste che Altroconsumo svolge in continuo in molte città d’Italia. Eccone due esempi. A Verona, un 50 enne, cu1, guida libera, massimale 50 milioni di euro, auto tenuta in box privato e una percorrenza di 10.000/20.000 km all’anno quando spende per l’assicurazione? Se ha una Skoda Enyaq iV 60 executive (elettrica), il suo premio annuo è pari a 250 euro, se invece la sua auto è una Skoda Karoq 1.0TSI Executive KW 85 (benzina), il premio annuo è di 580 euro: la differenza corrisponde a circa il 57%. A Varese, un 40 enne, cu1, guida esperta, massimale 10 milioni di euro, auto in box privato e percorrenza sempre di 10.000/20.000 km/anno, con una Volkswagen ID3 58kWh (elettrica) paga un premio annuo di 151 euro, mentre con una Golf 2.0 benzina 8a serie spende 219 euro l’anno. La differenza è di circa il 31%.

Consigli prima di firmare (e di rinnovare)

Prima di stipulare la polizza Rc auto è bene prima di tutto aver chiare le proprie necessità (utilizzo della vettura, chilometri medi percorso durante l’anno, dove la tieni di notte, quali sono i guidatori che la potrebbero utilizzare). Confronta sempre più offerte, non solo il primo anno ma anche quelli successivi. La fedeltà molto spesso non paga. Lo dimostra anche in questo caso un’indagine condotta da Altroconsumo a marzo 2021, per verificare i comportamenti delle assicurazioni nel periodo post lockdown, quando la quasi totalità delle auto era ferma. È emerso che il 94% degli automobilisti interpellati tra i 25 e i 79 anni rimane fedele alla propria compagnia, ma di questi (in assenza di incidenti) solo il 35% ha pagato un premio inferiore rispetto all’anno precedente, e tra l’altro nella metà dei casi il risparmio ottenuto è stato inferiore ai 25 euro. Il 26% ha invece pagato di più, il 39% ha avuto un premio invariato, mentre al 6% è stato offerto uno sconto su una polizza diversa da quella Rc auto. Risultati abbastanza deludenti nonostante i mesi di fermo auto e conseguenti risparmi ottenuti dalle compagnie. Guardandosi intorno si può in molti casi trovare un’offerta più conveniente.

L’elettrico batte tutti

L’analisi di Altroconsumo è stata condotta su tre segmenti di auto: piccole, compatte e grandi. Ciò che sorprende dei risultati è che la convenienza dell’elettrico, e in parte delle vetture ibride plug-in, ma solo a condizione di ricaricarle frequentemente, è reale per tutte e tre le categorie.

I costi in 16 anni

Comprare e mantenere un’auto rappresenta un costo non indifferente: se ipotizziamo una durata di vita di 16 anni, anche con vari passaggi di mano, si arriva a parecchie decine di migliaia di euro. Si scopre però che, accorpando tutte le voci di spesa (svalutazione negli anni, rifornimenti/ricariche, tasse, Rcauto, manutenzione ordinaria), l’auto elettrica, con un costo totale di possesso di quasi 74mila euro, è più conveniente dell’auto diesel (oltre 78mila euro) e benzina (85mila). L’ibrido ricaricabile è la seconda scelta più economica (circa 77mila euro), ma solo se si usa l’energia elettrica molto più della benzina, a patto cioè di ricaricare l’auto con frequenza. Se questo è vero adesso con tutte le agevolazioni per l’acquisto ancora valide, cosa potrebbe succedere al decadere degli incentivi? In base alle stime sull’andamento del mercato e dei costi di produzione, anche senza Ecobonus, dopo una iniziale perdita di terreno le auto a motore elettrico dovrebbero tornare a essere le più convenienti già a partire dal 2024.

Gli scenari: nuova e usata

L’indagine svolta dalle organizzazioni di consumatori ha previsto diversi scenari. Il primo è quello dell’auto nuova, comprata nel 2021 e rivenduta dopo 4 anni con 48.000 km. In questo primo caso l’auto elettrica ha il costo più basso di tutti, pari a circa 32.000 euro, grazie agli incentivi. Chi la acquista di seconda mano nel 2025 e la rivende dopo altri 5 anni e altri 50.000 km, anche senza l’Ecobonus spende per l’elettrico appena più che per un Diesel (quasi 23.000 euro) e meno di tutte le alternative. Anche nel terzo scenario, quello di chi acquista l’auto di terza mano, dopo 9 anni di uso e 98mila km percorsi e la tiene 7 anni per poi rottamarla, l’auto elettrica, grazie a costi di ricarica e di manutenzione inferiori, è ancora una volta la più conveniente con un costo di 19.000 euro: il più basso in assoluto. Un’auto a benzina alle stesse condizioni gli costerebbe più di 25.000 euro. Quindi, immettere già oggi nel mercato un maggior numero di auto elettriche, può portare a benefici economici anche per i futuri acquirenti di quelle vetture quando saranno di seconda e terza mano. Oltre, ovviamente, al beneficio in termini di riduzione di emissioni di inquinanti e di CO2.

Ricarica sotto casa

In Italia a giugno 2021 si contavano quasi 12.000 colonnine su suolo pubblico o privato a uso pubblico per un totale di oltre 23.000 punti di ricarica. La Lombardia è di gran lunga la regione con più punti (18% del totale), mentre il Sud è assai meno servito. Il numero di postazioni pubbliche è in continuo aumento, ma se stai pensando di comprare o hai già acquistato un’auto elettrica, può essere conveniente far installare un punto di ricarica all’interno del tuo box o in prossimità dei posti auto condominiali oppure, se questi non ci sono, in uno spazio comune condominiale che potrebbe essere reso adatto a quest’uso. Per chi installa postazioni di ricarica per l’auto elettrica è prevista, fino al 2021, una detrazione fiscale per le spese sostenute. L’incentivo è previsto anche per le spese necessarie per aumentare la potenza del contatore (fino a 7 kW). Si recupera il 50% delle cifre pagate, fino a un massimo di 3.000 euro da ripartire in 10 anni. Conserva le fatture con codice fiscale del beneficiario della detrazione e natura dell’intervento e le ricevute dei pagamenti effettuati con mezzi tracciabili. Fino al 30 giugno 2022 per i privati e al 31 dicembre 2022 per i condomini, salvo proroghe attualmente in discussione, chi esegue una ristrutturazione con interventi che migliorano l’efficienza energetica, tramite il salto di due classi energetiche, o riducono il rischio sismico del condominio o dell’abitazione singola può contare su una detrazione del 110% delle spese sostenute, che gli verrà restituito in 5 anni. Se, insieme ai classici interventi come il cappotto termico e la sostituzione della caldaia, si installano anche colonnine o prese per la ricarica delle auto elettriche, anche queste beneficiano della detrazione del 110%. I limiti di spesa variano da un minimo di 1.200 euro a un massimo di 2.000 euro a seconda del numero di colonnine installate e alla tipologia di immobile. In ogni caso, al posto della detrazione puoi usufruire dello sconto in fattura o della cessione del credito. Pubblicato il 28 Ottobre 2021 

Le auto elettriche sono davvero ecologiche? Il tema dell'elettromobilità divide. Un esperto risponde alle domande chiave sulle auto elettriche. Da tcs.ch. Quanto è davvero ecologica l'elettromobilità se non si misura solo il consumo, ma si tiene conto anche della produzione dell'auto e della fornitura di energia elettrica? Per sfatare molte mezze verità, il TCS ha chiesto a Christian Bauer, collaboratore scientifico nel campo dell'energia e dell'ambiente all' Istituto Paul Scherrer, di rispondere ad alcune delle domande più importanti.

Quanto CO₂ emette un'auto elettrica dalla sua produzione al suo smaltimento?

Dipende principalmente dalla provenienza dell'elettricità utilizzata per caricare la batteria. Un'autovettura di media cilindrata in Svizzera emette in media poco meno di 30 tonnellate di gas serra, facciamo l'ipotesi con un chilometraggio pari a 200.000 chilometri. Un'auto a benzina comparabile produce più del doppio delle emissioni dalla produzione allo smaltimento. Il bilancio climatico decisamente favorevole dell'auto a batteria è dovuto alla disponibilità in Svizzera di energia elettrica povera di emissioni CO₂ - le centrali idroelettriche e nucleari sono molto rispettose del clima.

Le auto elettriche sono ecologiche se l'elettricità non è rinnovabile?

L'impronta di carbonio di un'auto elettrica è migliore tanto quanto in funzione della quantità di elettricità che è generata da fonti di energia rinnovabili. Proprio perché le energie rinnovabili stanno rimpiazzando sempre più i combustibili fossili nella produzione di energia elettrica, il passaggio alle auto elettriche sta dando un contributo sempre maggiore alla protezione del clima. Anche in Germania, dove circa la metà dell'elettricità è ancora prodotta da centrali elettriche a carbone e a gas, un'auto elettrica è più rispettosa del clima di un'auto a benzina. Il vantaggio è però minore rispetto alla Svizzera: invece di 30 tonnellate in Svizzera, la stessa auto elettrica in Germania produce oggi circa 50 tonnellate di emissioni di gas serra. In Europa, il passaggio alle auto elettriche per motivi climatici non è motivato solo in Estonia e in Polonia.

Quanta energia elettrica sarebbe necessaria per elettrificare completamente i trasporti?

La conversione dell'attuale flotta di autovetture in una flotta di auto con batterie elettriche richiederebbe un aumento del 20-25% del consumo di corrente elettrica in Svizzera.

Cosa succede alle batterie di un veicolo elettrico?

Già oggi esistono processi adeguati per il riciclaggio industriale delle batterie dei veicoli elettrici. Ciò significa che si possono recuperare materie prime come cobalto, litio, alluminio e rame. Un'altra possibilità potrebbe essere rappresentata dall'utilizzo "2nd life" delle batterie, ad esempio per batterie statiche per lo stoccaggio dell'elettricità a casa. Dopotutto, una batteria di solito non si rompe dopo 200.000 chilometri. Solo la sua capacità di stoccaggio diminuisce, ma questo è meno importante per lo stoccaggio di elettricità stazionaria che per l'auto.

Un'auto elettrica emette smog elettrico?

È impensabile che tra qualche anno le auto elettriche saranno vietate a causa delle emissioni di elettrosmog troppo elevate. Non si misura sui veicoli elettrici una radiazione elettromagnetica.

Il futuro non appartiene invece all'idrogeno e al gas?

Non credo, perché i motori elettrici a batteria sono molto più efficienti che tutti gli altri. Almeno per quanto riguarda le autovetture, le auto a batteria sono interessanti perché presto saranno in grado di soddisfare praticamente tutte le esigenze, sempre che l'infrastruttura di ricarica sia ampliata di conseguenza. Bisognerà trovare soluzioni per coloro che non vivono in case unifamiliari e che non hanno un proprio sistema di ricarica.

La situazione potrebbe essere diversa per i camion, in particolare per le lunghe distanze con carichi pesanti, in futuro potrebbero essere utilizzati veicoli a celle a combustibile che utilizzano l'idrogeno come carburante. Le batterie - almeno oggi - non offrono ancora una densità di immagazzinamento dell'energia sufficientemente elevata per tali applicazioni. 

Nella piccola distribuzione delle merci, tuttavia, vediamo sempre più spesso furgoni per le consegne e camioncini alimentati da batterie come un'alternativa senza emissioni ai veicoli diesel. I veicoli alimentati a gas sono particolarmente rispettosi dell'ambiente se il gas è prodotto da rifiuti organici biodegradabili o da simili materie prime rinnovabili. Tuttavia, questi non sono disponibili in quantità sufficiente per sostituire la benzina e il diesel su larga scala.

E che dire dell'energia solare nella circolazione?

L'energia solare può e deve svolgere un ruolo importante per i trasporti. Generare elettricità grazie all'energia solare ha un grosso potenziale, per questo dobbiamo trovare il modo di usare questa elettricità come carburante per le auto, grazie all'accumulo d'energia, poiché le auto alimentate a batteria non sono sempre collegate quando il sole splende. Le batterie possono essere collocate in cantina, queste immagazzinano l'elettricità generata a mezzogiorno e la rilasciano alle auto durante la notte. Per lunghi periodi, tuttavia, l'energia solare può essere immagazzinata anche sotto forma di idrogeno o di combustibili sintetici (ad es. gas naturale sintetico). L'energia solare viene convertita in idrogeno per mezzo dell'elettrolisi, che può essere ulteriormente elaborata con CO₂ per produrre, se necessario, combustibili sintetici.

Le auto ibride sono più ecologiche delle auto elettriche?

I motori elettrici sono migliori dei motori a combustione in termini di efficienza, e per quanto riguarda gli ibridi la maggior parte dell'energia motrice proviene dal motore a combustione. Per gli ibridi, i motori elettrici vengono utilizzati solo per supportare il motore a combustione - ma questo può comunque comportare un risparmio di carburante fino al 30%.

L'ESPERTO

Christian Bauer (43) è collaboratore scientifico nel laboratorio di analisi dei sistemi energetici dell'Istituto Paul Scherrer. Si occupa principalmente della valutazione del ciclo di vita dei mezzi di trasporto e delle tecnologie energetiche. Il suo obiettivo è quello di rispondere alla domanda quali tecnologie possono dare il loro contributo alla trasformazione verso un sistema energetico sostenibile.

L’Auto ad Idrogeno.

Il percorso a ostacoli dell'idrogeno verde. Daniele Di Stefano su La Repubblica il 23 agosto 2021. I colli di bottiglia nel cammino verso l’idrogeno sostenibile sono tecnologici, economici, normativi. Si fa presto a dire idrogeno sostenibile. Abbiamo letto lunghe pagine sul più leggero elemento della tavola periodica e sul ruolo che avrà nella decarbonizzazione dell’economia. Abbiamo letto che la strategia europea prevede almeno 40 gigawatt di elettrolizzatori per produrre idrogeno entro il 2030 e poi, al 2050, “applicazione su larga scala in tutti i settori difficili da decarbonizzare”.

Chi ha detto che l'idrogeno è 'green'? Potrebbe inquinare molto più di quello che crediamo. Eugenio Occorsio su La Repubblica il 23 agosto 2021. Un nuovo studio solleva molti dubbi: il suo utilizzo massiccio come fonte di energia scaricherebbe nell'atmosfera molti più gas serra di quanto si pensava e addirittura di più delle fonti fossili conosciute. "Definirlo una fonte a zero emissioni è totalmente sbagliato". Si fa presto a dire idrogeno. Visto in tutto il mondo come una delle più promettenti fonti di energia nell'era post-fossile, ora torna sul banco degli imputati. Un'analisi pubblicata sul New York Times, quindi tutt'altro che una fonte negazionista sull'emergenza climatica, lancia un'inquietante serie di dubbi sulla possibilità effettiva di poter usare questa fonte, teoricamente la più abbondante esistente in natura, su larghissima scala.

La via italiana all'idrogeno: ecco progetti e idee in azione. Claudio Gerino su La Repubblica il 23 agosto 2021. Per separare l’idrogeno dall’ossigeno serve molta energia, finora ricavata da combustibili fossili. Anche nel nostro paese si comincia a cercare come produrlo con metodi sostenibili. Una panoramica di quel che si sta facendo. Secondo i dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, un chilo di idrogeno prodotto da gas naturale costa in media due dollari, da fonti rinnovabili cinque. Il nodo principale per produrre idrogeno in grado di alimentare industrie, trasporti e abitazioni private è tutto qui. L’Italia, come altre nazioni europee, è impegnata a trovare il modo di rendere competitiva la produzione di idrogeno attraverso le energie rinnovabili.

Ubs ci crede: il sistema idrogeno varrà 140 mila miliardi di dollari entro il 2050. Eugenio Occorsio su La Repubblica il 23 agosto 2021. Un corposo report della banca analizza il mercato, le differenze tra i Paesi, il ruolo chiave della Cina, i campi di applicazione più promettenti. E prevede un drastico calo di prezzo nei prossimi 10 anni. Gli investimenti in tutta la catena del valore connessa all’idrogeno, dalla produzione alle infrastrutture per la distribuzione e lo stoccaggio, raggiungeranno da qui al 2050 la cifra quasi stellare di 140 trilioni, ovvero 140mila miliardi, di dollari. Però, dopo tanto impegno, il pianeta potrà disporre di una fonte energetica sostanzialmente pulita e soprattutto inesauribile a prezzi progressivamente e sensibilmente decrescenti: caleranno del 75% già alla fine di questo decennio e poi di un altro 50% entro la metà del secolo.

Tutte le tecnologie che portano alla decarbonizzazione. Inside Over il 28 luglio 2021. La partita della decarbonizzazione dei sistemi energetici è una delle più importanti e strategiche dell’era presente. Rappresenta, infatti, una sfida destinata a condizionare l’evoluzione delle economie e delle società più avanzate negli anni a venire, a creare nuovi mercati, a coniugare i temi dello sviluppo e della tutela ambientale. La decarbonizzazione non sarà però un pasto gratis. Né potrà avvenire dall’oggi al domani: richiederà un salto tecnologico capace di rendere disponibili nuove fonti di generazione energetica, nuove innovazioni abilitanti, nuovi paradigmi produttivi. Da portare a piena maturità prima del loro inserimento sul mercato. Ma quali sono le tecnologie più importanti per definire le vie della transizione energetica e del superamento del carbonio? Nonostante la pandemia di Covid-19, vengono sempre più sviluppate nuove tecnologie volte a aumentare l’impatto delle fonti pulite sul contesto energetico contemporaneo, descritte anche dall’Agenzia Internazionale dell’Energia in un report dell’ottobre 2020. Una prima innovazione arriva dalla disponibilità di reti di trasmissione e distribuzione dell’energia elettrica resistenti e resilienti. Capaci di assicurare, grazie alle tecnologie innovative a disposizione e ai sensori IoT, il matching ideale tra domanda e offerta, tra generazione e consumo. CESI, società milanese leader mondiale nel testing e nella consulenza energetica, con un’esperienza pluridecennale nel campo dell’innovazione tecnologica, è tra le società che maggiormente puntano sullo sviluppo delle smart grids nei decenni a venire, testandole nel proprio Flex Power Grid Laboratory di Arnhem, in Olanda. KEMA Labs (la Divisione di Testing, Ispezione e Certificazione del Gruppo CESI), entro cui questi laboratori sono incorporati, lavora anche a trovare tecnologie alternative al gas di esafluoruro di zolfo (SF6) per la gestione dei quadri delle reti ad alto voltaggio. Nelle apparecchiature di comando con isolamento in gas, CESI, coerentemente con la sua missione di aiutare le società clienti e partner a ottenere una completa decarbonizzazione, sta sviluppando tecnologie “verdi” per trovare alternative a un gas ritenuto importante per il settore energetico ma al tempo stesso dotato di un elevato impatto inquinante. La necessità di aziende, governi e utilities di passare, nei mix energetici, dalle fonti fossili alle rinnovabili, nel contesto di una ciclicità non prevedibile della disponibilità di fonti per la generazione, impone poi la necessità di sviluppare tecnologie di stoccaggio all’altezza delle necessità dei sistemi. Questo per evitare dispersioni eccessive o asimmetrie dannose tra i momenti di picco di domanda e quelli di offerta di energia. Oggigiorno le tecnologie più diffuse, nota Energy Journal, magazine pubblicato da CESI sono basate su batterie elettrochimiche, che negli ultimi anni sono state oggetto di numerose innovazioni in termini di miglioramento di performance, permettendo al contempo di realizzare impianti con capacità sempre maggiori: un esempio è sicuramente dato dall’australiana CEP Energy nel Nuovo Galles del Sud, che intende costruire il più grande impianto di accumulo al mondo, con una capacità totale di 1,2 GW.

L’innovazione è il driver che sta creando anche altre forme di sviluppo in materia. Un’altra compagnia australiana, la Lavo, sta sviluppando sistemi di stoccaggio basati sull’idrogeno verde, ovvero ottenuto da fonti di energia rinnovabile. Separato dall’acqua per elettrolisi, esso può essere utilizzato nei cosiddetti settori “hard-to-abate”, come l’industria siderurgica e chimica. L’idrogeno come fattore di decarbonizzazione è oggi fortemente valorizzato nelle strategie nazionali energetiche di diversi Paesi, e pure l’Unione Europea ha proposto una strategia per una catena del valore dell’idrogeno nel Vecchio Continente. Nuovi campi di applicazione per la decarbonizzazione riguardano infine il settore dei trasporti grazie alla mobilità sostenibile. Secondo un report Ispra, nel 2019 in Italia i trasporti sono stati responsabili del 23,4% delle emissioni totali di gas serra, con un aumento del 3,9% rispetto al 1990.  In particolare, i consumi di gasolio e benzina hanno rappresentato circa l’88% del consumo totale dei trasporti su strada. La decarbonizzazione dei sistemi di trasporto può giocare un ruolo fondamentale nell’alleviare il peso dell’inquinamento da mezzi di trasporto. L’Italia, in quest’ottica, è indietro nella corsa a una diffusione strutturata di veicoli elettrici e a basso tasso di inquinamento. “La vera sfida per facilitare la diffusione globale dei veicoli elettrici è, secondo l’Ad di CESI Matteo Codazzi, “lo sviluppo di una rete di infrastrutture di ricarica capillare e adatta tanto alle esigenze del cliente quanto della rete elettrica”. La tecnologia può contribuire ad aumentare l’interazione tra la rete in questione e i singoli veicoli attraverso lo sviluppo delle tecnologie per lo Smart Charging, “ovvero la possibilità di ottimizzare l’energia prelevata e immessa a seconda delle necessità del cliente e della rete elettrica”. Tecnologie, queste, che vengono testate e sviluppate nei laboratori KEMA Labs, al fine di contribuire a valutare la maturità e la sostenibilità dell’innovazione, vero volano per conseguire una strutturata decarbonizzazione. Obiettivo da coltivare pazientemente ma tutt’altro che utopico, grazie alle nuove frontiere aperte dall’innovazione continua e dalle sue applicazioni di mercato.

 L'autogol dell'ambientalismo. Pompeo Locatelli il 27 Luglio 2021 su Il Giornale. L'ambientalismo ha preso possesso delle agende politiche dei governi che contano su scala globale. L'ambientalismo ha preso possesso delle agende politiche dei governi che contano su scala globale. E questo è un problema. Isaac B. Singer, Nobel per la Letteratura nel 1978, avvertiva: «Nel momento in cui qualcosa diventa un ismo sa già di falso». Singer metteva in guardia dalle ideologie. E l'ambientalismo espressione di una mentalità totalizzante all'ennesima potenza è l'ideologia ora imperante. Molto dannosa perché sta determinando scelte irrealistiche contro l'economia reale. Che vi siano decisioni da assumere in chiave sovranazionale per contrastare il surriscaldamento climatico è nelle cose, anche se la letteratura scientifica non arriva a giudizi condivisi e ciò sta a significare quanto la materia sia complessa. E quindi sarebbe opportunità accostarla con cautela e non con atti unilaterali che esprimono visioni manichee. Oggi le imprese sono additate tra le responsabili maggiori di una catastrofe imminente. Dunque, esse vanno colpite, sanzionate e poco importa se ciò determinerà la chiusura di molte realtà con drammatiche ricadute sul fronte occupazionale. Questo interessa nulla ai sacerdoti del tutto e subito. Per loro il dato di realtà non esiste. Per loro il solo dito della mano che ha valore e dunque serve alla battaglia è l'indice, da puntare contro l'altro e così esporlo al pubblico ludibrio alla stregua di un nemico. La pandemia ha ringalluzzito l'esercito ambientalista. Un quadro preoccupante nel quale l'imprenditoria appare chiusa in un angolo. Così come quei pochi governi che tentano di indicare strade di sviluppo sostenibile davvero percorribili e in tempi realistici. Una volta si diceva che la fretta è cattiva consigliera. Adesso la fretta è il mantra dei cultori dell'ismo più pericoloso. 

Il conto da 15 miliardi di euro della transizione green per le imprese. Andrea Muratore su Inside Over il 26 luglio 2021. Recentemente, intervenendo a un festival a Bari intervistato da Nicola Porro il ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti si è interessato al tema dei costi industriali e occupazionali della transizione energetica sottolineando come il processo di riconversione, di ingresso di nuovi mercati a scapito di altri e di trasformazione del lavoro e delle competenze non sarà neutrale. Giorgetti ha posto sul terreno una serie di temi fondamentali, dalla necessità di investimenti per abilitare la transizione economica e industriale alla necessità di occuparsi del tema dei potenziali perdenti di questo processo, che le imprese hanno di fatto interiorizzato lanciando un allarme sui costi del processo.

15 miliardi di euro di fardello. Nelle ultime settimane l’Italia ha visto l’ufficializzazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza che dà oltre un terzo dei suoi fondi alla transizione ecologica; ha assistito all’avvio di massicci investimenti da parte dei campioni nazionali delle rinnovabili; ha partecipato attivamente alla definizione del piano europeo Fit for 55 dedicato all’impegno comune sulla lotta alle emissioni; ha ospitato, con il ministro Roberto Cingolani a fare gli onori di casa, l’appuntamento del G20 dedicato a clima e ambiente. In prospettiva, per il Paese, la prossima sfida sarà quella di definire politiche industriali tali da abilitare senza duri costi per le imprese e i lavoratori il passaggio a sistemi di alimentazione più efficienti per i nostri sistemi economici e a creare nuovi settori basati su una crescente sostenibilità. Le imprese italiane hanno presentato al governo Draghi quello che ritengono possa essere il conto delle scelte volte ad abilitare e promuovere la transizione nei settori oggi ritenuti a maggior impatto ambientale. Un rapporto compilato dagli americani di Boston Consulting, azienda di consulenza strategica tra le principali al mondo, commissionato dalle associazioni di categoria dei settori meno “green” di Confindustria (siderurgia, chimica, fonderie, carta, vetro, cemento, ceramica) ha stimato il costo in 15 miliardi di euro. Fondi ritenuti necessari a costruire nuovi impianti, a riqualificare quelli già esistenti, a sviluppare nuove fonti di alimentazione, a evitare la distruzione di posti di lavoro. Le aziende che, nota Repubblica, rappresentano un fatturato complessivo di 88 miliardi di euro e 700mila addetti con l’indotto hanno voluto portare in evidenza il fatto che questa via ha un costo sostanzialmente paragonabile a quello che comporterebbe la ben meno efficace procedura di investimento nel mercato delle emissioni e dei permessi di inquinamento: essa comporterebbe un “costo cumulato per le imprese energivore tra gli 8 e i 15 miliardi di euro dal 2022 al 2030, cioè un taglio dell’8-20% del margine operativo lordo nel 2030. Insomma, un forte rischio di perdita della competitività rispetto ai player internazionali”.

La ricerca di un accordo Stato-imprese. La questione della transizione è una partita a tutto campo che sarà decisiva anche per la capacità del nostro Paese di restare competitivo sui mercati internazionali. Quanto detto a Bari da Giorgetti e sottolineato nel documento si dovrà riflettere, in vista del Pnrr, in una serie di scelte pragmatiche volte a ridurre quello che potremmo definire il “cuneo ambientale”, ovvero la differenza tra i dividendi produttivi e occupazionali che la transizione ambientale può garantire e i costi necessari per abilitarli. Che richiamano necessariamente in campo disegni di politica industriale su cui lo Stato può dire la sua. Alessandro Banzato, presidente di Federacciai, in un’intervista al Foglio si è detto favorevole all’istituzione di un fondo nazionale per la trasformazione e la transizione industriale volto a coniugare decarbonizzazione e difesa della produzione. La siderurgia è un esempio di settore in cui, come dimostra l’attenzione sul recente caso Ilva, la politica industriale non può mancare di esercitare un ruolo strategico di coordinamento e supervisione e in cui possono essere applicati i nuovi paradigmi abilitanti. Essendo un’industria che, a livello globale, contribuisce con attività dirette e indotto a un giro d’affari da 2,5 trilioni di dollari l’anno e oggigiorno, riporta il Financial Times, genera un quarto delle emissioni di gas serra da comparto industriale del pianeta e tra il 7 e l’8% del totale in assoluto, quello dell’acciaio può essere un buon paradigma delle modalità con cui i costi prospettati da Boston Consulting possono essere spalmati o ammortizzati. Il primo volano è quello del sostegno pubblico all’investimento aziendale in tecnologie abilitanti e efficienza energetica nella scelta di fornitori, impianti, metodi di generazione. Una traccia che il Pnrr intende seguire e che si completa con misure di stampo keynesiano come il Superbonus. Secondo punto è quello degli investimenti in stabilizzazione dell’occupazione e in riqualificazione del lavoro. Come abbiamo avuto modo di sottolineare recentemente, un costo capace di generale esternalità negative nel quadro della transizione sarà quello legato alla distruzione di posti di lavoro e alla necessità di riqualificare competenze e produrre nuove posizioni e figure lavorative. Un serio programma di re-skilling nei settori potenzialmente soggetti alla massima quota di cambiamenti può avere risultati importanti nell’ammortizzare i costi. Infine, risulterà necessario aumentare l’integrazione tra il tessuto industriale e le reti di alimentazione a sempre minore impatto ambientale su cui si muovono i mercati energetici ed elettrici più strutturati. Gli interconnettori “verdi” alimentati a rinnovabili, le reti intelligenti capaci di programmare grazie all’Ia l’armonizzazione tra domanda e offerta di energia, reti più sicure di fronte a cali di tensione e sovraccarichi possono di per sé evitare sprechi e ridurre i costi per le imprese e i danni per l’ambiente del Paese. Aumentare la sinergia delle imprese con colossi come Enel e Terna appare, più che mai, fondamentale. La transizione non avrà costi duri, come prospettato da Giorgetti, e non sarà un “bagno di sangue”, come teme Cingolani, se politica, economia e industria sapranno tornare a dialogare virtuosamente.

Come evitare che la transizione green crei una massa di disoccupati? Andrea Muratore su Inside Over il 25 luglio 2021. Il mondo sta sperimentando negli ultimi anni una crescente pressione a favore della transizione ecologica ed energetica che non è solo dettata dalla crescita dei sentimenti ambientalisti in diverse nazioni avanzate ma anche e soprattutto legata all’attestazione del fatto che, in prospettiva, l’efficienza energetica e le nuove tecnologie applicate alla generazione possono essere driver di sviluppo economico. Tutela ambientale e progresso economico, lo ripetiamo da tempo, non sono questioni da ritenere separate, ma bensì complementari. Ogni grande processo e ogni cambio di paradigma economico nella storia ha prodotto vincitori e vinti, ha sostituito interi comparti economici con altri, ha portato al declino di aree geografiche, città, categorie sociali e all’ascesa di altre. L’ascesa della navigazione a vela favorì gli attraversamenti transatlantici e il declino delle potenze mediterranee come Venezia a favore di quelle atlantiche; tra metà e fine Ottocento il Cile visse un’epopea economica fugace per le esportazioni di due prodotti utilizzati rispettivamente come fertilizzante, il guano, e componente per gli esplosivi, il salnitro, prima di conoscere un altrettanto rapido declino; nel Novecento, Paesi come il Congo hanno visto le loro diverse aree condizionate dalla “maledizione delle risorse”. Ma la transizione energetica in via di dispiegamento guarda più in prospettiva. In primo luogo, unendo cambi di paradigma sul profilo industriale e delle fonti a un’innovazione tecnologica diffusa e pervasiva la transizione energetica si dispiega come processo graduale e in perenne divenire, che rende possibile identificare in corso d’opera quali saranno i settori destinati alla dismissione, quali quelli sottoposti a radicale trasformazione e quali quelli prossimi ad emergere. In secondo luogo, di conseguenza, ogni mossa volta a promuovere una crescita sostenibile dovrà andare di pari passo con l’identificazione delle reti di protezione volte a compensare le perdite di chi lavorerà nei settori in declino, a incentivare il re-skilling dei lavoratori e gli investimenti in transizione energetica diffusa e innovazione. Nella consapevolezza che sostenibilità non può essere solo la riduzione di emissioni e gas serra, ma un miglioramento complessivo delle prospettive di vita delle società umane. E degli uomini intesi sia nella loro accezione di lavoratori che in quella di primi utenti di un sistema economico di riferimento. In terzo luogo, proprio perché incentrata su una così profonda e radicale modifica dei rapporti tra l’uomo e l’economia, tra l’ambiente e le società avanzate, la transizione non può non porsi il problema della lotta alle disuguaglianze e, per dirla in parole semplici, della messa in evidenza dei vantaggi concreti che le persone, in primis i lavoratori delle fasce a più basso reddito, trarranno dai nuovi paradigmi. Foreign Affairs ha posto in evidenza una serie di esempi di politiche più o meno virtuose che hanno puntato a interiorizzare questi stimoli o, al contrario, li hanno negati mandando i piani di transizione verso un possibile fallimento. Sul primo fronte si cita l’esempio della Svizzera, Paese in cui le tasse sulle emissioni di anidride carbonica finanziano “uno schema di rimborsi per i cittadini a basso reddito diretto alle assicurazioni sanitarie” o dello Stato canadese della British Columbia che dal 2008 garantisce deduzioni e crediti d’imposta agli “investimenti per rafforzare gli edifici rurali vulnerabili agli eventi climatici” e ad aumentare la sostenibilità delle unità abitative. E in prospettiva andrà valutata la portata del piano del presidente statunitense Joe Biden per inserire la “giustizia ambientale” nel piano infrastrutturale da 2 trilioni di dollari che mira a garantire che i primi beneficiari di un’economia americana più sostenibile, della riduzione degli sprechi e dei costi dell’energia siano gli abitanti delle aree più povere del Paese. Meno efficaci sono state, in passato, scelte politiche stigmatizzate con la nomea di “ambientalismo per ricchi” come la tassa sul carburante introdotta in Francia nel 2018 che ha scatenato le proteste dei gilet gialli contro Emmanuel Macron. O l’approccio dell’Unione Europea che sino ad ora, nota la testata statunitense, “ha sostenuto programmi di re-training in settori ad alta intensità di emissioni” come quello carbonifero della Polonia ma non ha costruito una strategia olistica per governare in futuro la transizione. Un elemento di vulnerabilità non secondario che rischia di inficiare notevolmente il piano climatico Fit for 55. I ministri italiani Giancarlo Giorgetti e Roberto Cingolani, tra i più attenti fautori di un ambientalismo realista, da tempo del resto invitano a coniugare pragmatismo industriale e produttivo e strategie per la transizione. Una nazione come l’Italia, superpotenza in pectore delle tecnologie per le rinnovabili, sta superando solo in questi mesi il dominio culturale e politico dell’ambientalismo più radicale e scoprendo le potenzialità della scelta di mettere al servizio del progresso la transizione e la ricerca di nuove fonti energetiche meno impattanti. Perché alla prova dei fatti nulla si potrà dire di realizzato nella transizione se non si darà un futuro ai lavoratori del settore dell’automotive tradizionale, ai minatori, ai dipendenti di fonderie, acciaierie, centrali a carbone, ai trasportatori, ai dipendenti dell’indotto di questi settori e a tutti gli altri uomini e le altre donne potenzialmente destinati a perdere il loro posto di lavoro nei prossimi anni e decenni per l’avanzata della transizione. Cingolani invita, in particolare, da tempo la politica a non trasformare la transizione energetica in un bagno di sangue. Il lavoro e la lotta alle disuguaglianze, vecchie e nuove, che la transizione potrebbe creare devono essere la stella polare della politica in questa partita decisiva.

Estratto di un articolo di Paul Krugman per repubblica.it il 22 luglio 2021. Questa è davvero la settimana delle infrastrutture negli Stati Uniti: i democratici hanno approvato il progetto, per ora ancora sommario, di un grande programma di investimenti pubblici che sostituirà un programma “duro” molto più piccolo e bipartisan. Come ho già notato altrove, si ricomincia finalmente a investire su larga scala. Ma c’è stato un altro fondamentale sviluppo. A quanto pare questa è anche la settimana delle tasse sul carbonio: la proposta dei democratici, al momento generica e senza specifiche, è di tassare i prodotti d’importazione da quei paesi che non prendono provvedimenti sufficienti a limitare le emissioni di gas serra. Lo stesso giorno, l’Unione Europea ha esposto in maniera assai più dettagliata i suoi piani per imporre un meccanismo di “adeguamento del carbonio alle frontiere” – che temo tutti finiranno per chiamare tassa sul carbonio, anche se CBAM (carbon border adjustment mechanism) è un ottimo acronimo (in inglese suonerebbe: “visto? Bam!”). Che opinione dobbiamo farci di queste tasse? So per esperienza che qualche voce si leverà per denunciarle come una nuova forma di protezionismo e/o per definirle illegali secondo il diritto commerciale internazionale. Sono voci che bisognerebbe ignorare. Prima di tutto, stabiliamo le priorità. È vero, il protezionismo ha dei costi, ma spesso se ne esagera la portata, e in ogni caso sono insignificanti di fronte a un cambiamento climatico fuori controllo. Il Pacifico nordoccidentale cuoce ormai sopra i 38 gradi (!), e vogliamo preoccuparci dell’interpretazione dell’Articolo III dell’Accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio? Una qualche forma di sanzione internazionale contro le nazioni che non prendono provvedimenti per limitare le emissioni è indispensabile se vogliamo fermare davvero una minaccia ambientale che sta mettendo in pericolo la nostra stessa esistenza. I paesi in via di sviluppo, in particolare la Cina ma non solo, sono già responsabili della maggior parte delle emissioni di anidride carbonica; se queste nazioni non partecipano, il grande sforzo congiunto di Stati Uniti ed Europa non servirà a molto. “Le industrie si trasferiranno in Cina” è un altro argomento preferito di chi si oppone dall’interno alle azioni per il clima, e la risposta a questa obiezione determinerà le politiche normative sul tema. Alla luce di queste considerazioni, sembra quasi scontato specificare che le tasse sul carbonio non hanno nulla a che vedere con il protezionismo, e sono legali secondo il diritto commerciale internazionale. Tuttavia credo valga la pena sottolinearlo, se non altro perché è un argomento su cui ho riflettuto e lavorato per molti anni. Per comprendere gli aspetti legali ed economici delle tasse sul carbonio, può essere d’aiuto considerare l’economia e la legge delle imposte sul valore aggiunto (IVA), una delle principali fonti di introiti in molti paesi (ma non negli Stati Uniti). Il confronto è estremamente utile. Sulla carta, l’IVA è una tassa pagata dai produttori: se uno stato impone l’IVA al 15%, un'azienda che produce una certa merce deve pagare una tassa pari al 15% delle sue vendite – meno le tasse che può dimostrare già pagate dalle compagnie che vendono le materie prime all’azienda. Il vantaggio di questo sistema è che il settore privato fa gran parte del lavoro “applicativo”, nel senso che ciascuna azienda è incentivata ad assicurarsi che i propri fornitori paghino il dovuto. Ma alla fine chi paga l’imposta? Di norma tutte le tasse sui produttori finiscono per trasformarsi in prezzi più alti dei prodotti, quindi un’IVA del 15% è, a tutti gli effetti, una tassa nazionale del 15% sulle vendite. All’IVA si accompagna sempre un “adeguamento alle frontiere”: chi importa deve pagare una tassa sui beni importati, mentre chi esporta ottiene una riduzione pari alla tassa pagata su ciò che esporta. Tutto torna se si pensa all’IVA come a una tassa sulle vendite: nessuno vorrebbe una situazione in cui i clienti di un negozio pagano una tassa solo sui prodotti del proprio stato, mentre quelli cinesi restano esenti. Né avrebbe senso addebitare una tassa sulle vendite ai prodotti del proprio stato venduti in altri paesi. Questo è un punto ampiamente frainteso. Le imprese statunitensi in particolare credono che gli adeguamenti alle frontiere imposti dagli stati con IVA rappresentino tariffe e sussidi alle esportazioni che danno un vantaggio sleale ai loro concorrenti. Ma si sbagliano dal punto di vista economico. E per l’Organizzazione mondiale del commercio questi adeguamenti legati all’IVA sono legali, perché servono ad attuare una politica interna che, almeno in teoria, non distorce i commerci internazionali. In altre parole, gli adeguamenti alle frontiere non fanno pendere la bilancia da una parte, anzi la riportano in equilibrio. 

Musso per atlanticoquotidiano.it il 20 luglio 2021. Il 14 luglio 2021, la Commissione europea se ne è uscita con un pacchetto di proposte volte a “ridurre le emissioni nette di gas a effetto serra di almeno il 55 per cento entro il 2030, rispetto ai livelli del 1990… affinché l’Europa diventi il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050”. Variamente definita come Green Deal europeo ovvero Fit for 55, il pacchetto consiste in un groppo di proposte legislative e normative, giornalisticamente definito come il Mammut. Alla grande industria pesante (imprese produttrici di energia elettrica e industrie ad alta intensità energetica) già oggi è imposto di acquistare speciali diritti (detti quote di emissione) per emettere CO2. Tale imposizione viene resa oggi assai più pesante e, al contempo, essa viene estesa ai distributori di combustibile per gli edifici: i quali, naturalmente, ne gireranno il costo su quelle imprese e quelle famiglie che ancora, d’inverno, ardiscono a riscaldare i propri uffici e le proprie case. E pure alle famiglie che ancora osano avere la cucina a gas. Idem ai distributori di carburante per il trasporto stradale, con conseguente aumento del prezzo del pieno alla pompa. Ciò che vale per le famiglie, ma anche per camionisti, agricoltori e pescatori. Per questi ultimi, però, si aggiunge la revisione della direttiva sulla tassazione dell’energia, che intende procedere “eliminando le esenzioni obsolete e le aliquote ridotte, che attualmente incoraggiano l’uso di combustibili fossili”: in pratica, pagherebbero il diesel come lo pagano i privati, cioè oggi il doppio, ma domani anche il triplo, considerato l’effetto combinato dei due provvedimenti. Per soprannumero, gli agricoltori dovranno, entro il 2035, “raggiungere la neutralità climatica, comprese le emissioni agricole diverse dal CO2, come quelle derivanti dall’uso di fertilizzanti e dall’allevamento”. Con tanti saluti alla spesa a buon mercato: al pesce fresco ed alla bistecca, ad esempio, che diverranno un bene di lusso per raffinati residenti in ZTL… tutti elettori del Pd, naturalmente. Vero è che “tutte le autovetture nuove immatricolate a partire dal 2035 saranno a zero emissioni”. Sicché, forse è un bene che le famiglie cessino di scaldare le proprie abitazioni d’inverno… così risparmieranno abbastanza per comprarsi un’auto elettrica, a rate. Pure in settori nei quali è già presente, l’imposizione delle quote di emissione per emettere CO2 verrà reso più stringente: nel settore aereo, ad esempio. Insieme all’altra misura del pacchetto (ReFuelEU Aviation), che impone ai “fornitori di combustibili di aumentare la percentuale di carburanti sostenibili per l’aviazione nel carburante per gli aviogetti caricato a bordo negli aeroporti dell’Ue”, con tanti saluti ad uno degli ultimi miti europei: i voli low cost. Altrove, la misura assume toni sfacciatamente protezionistici: l’estensione al trasporto marittimo, ad esempio, non può che servire da volano alla de-globalizzazione. Tanto più in quanto unita all’altra misura del pacchetto (FuelEU Maritime), che impone “un limite massimo al tenore di gas a effetto serra dell’energia utilizzata dalle navi che fanno scalo nei porti europei”. Sempre ammesso che le si possa imporre pure alle flotte mercantili battenti bandiera di Stati abbastanza fortunati da non appartenere alla Unione europea, ad esempio: se una nave giunge a Napoli appena rifornita di gasolio nella libera Tunisi, la Ue le impone di vuotare i serbatoi?! Così pure i dazi verdi (CBAM – carbon border adjustment mechanism), imposti al fine di compensare le quote di emissione pagate dall’industria che produce nella Ue ma non da quella che produce fuori dalla Ue. Ancorché il sempre patetico Gentiloni si sgoli a sostenere di agire “nel pieno rispetto degli impegni assunti nell’ambito del WTO”, fuori dal mondo fatato di Bruxelles i suoi dazi verdi sono interpretati per quello che sono: dei dazi. E, come tali, chiameranno la reazione del resto del mondo, in forma di contro-dazi. In un divertentissimo sforzo di dirlo senza dirlo, The Economist fa mostra di non volerli considerare dazi, ma solo per affondarli con un diverso argomento, questo: “attuare la politica in modo equo significherebbe accertare quanto carbonio è stato emesso nella produzione di una data importazione e fino a che punto i governi stranieri avevano già tassato tali emissioni. Nel 2018, la Commissione europea ha affermato che sarebbe chiaramente ingestibile. Non è cambiato molto da allora”. È questo un problema ben noto a chi abbia gli occhi per guardare, sul quale regolarmente si infrangono le proposte di tassazione verde. A cominciare dalla italianissima plastic tax: siccome essa tasserebbe la plastica vergine ma non quella riciclata, teoricamente l’importatore alla frontiera dovrebbe dichiarare di quanta plastica vergine è fatto un determinato imballo (quello di un computer, ad esempio), ma senza che il doganiere abbia modo di effettuare alcuna verifica, sicché è scontato che tutti gli imballi importati verrebbero dichiarati in plastica riciclata e, per conseguenza, la produzione di plastica per imballo in Italia cesserebbe del tutto. Così è fatto il mondo dei gretini.

Questa marea di nuove tasse, andrà a finire: in parte nelle casse dell’Unione, la quale ci pagherebbe una quota del mitico Recovery Fund (a sua volta al 37 per cento destinato “all’azione per il clima”); in parte agli Stati membri (in particolare le quote di emissione). Ma, questi ultimi dovranno poi spendere la totalità delle tasse così raccolte “per progetti connessi al clima e all’energia”. Ad esempio, dovranno “installare punti di ricarica e di rifornimento a intervalli regolari sulle principali autostrade: ogni 60 km per la ricarica elettrica e ogni 150 km per il rifornimento di idrogeno”; “sarà tenuto a ristrutturare il 3 per cento dei suoi edifici ogni anno”; dovrà “produrre il 40 per cento della nostra energia da fonti rinnovabili entro il 2030”; si vedrà assegnato “obiettivi rafforzati di riduzione delle emissioni per quanto riguarda gli edifici, il trasporto stradale e il trasporto marittimo interno, l’agricoltura, i rifiuti e le piccole industrie”; tutti insieme, dovranno “piantare tre miliardi di alberi in tutta Europa entro il 2030” e assorbire “carbonio dai pozzi naturali, per 310 milioni di tonnellate di emissioni di CO2 entro il 2030”. Di particolare interesse, per l’Italia, la questione del patrimonio edilizio: la Commissione giudica “inefficiente dal punto di vista energetico” circa 3/4 del patrimonio edilizio dell’Unione. Laddove, per edificio efficiente da un punto di vista energetico, essa non può che intendere un edificio quanto di più lontano dalla tradizione edilizia latina (che è fatta di pietra) e vicina alla tradizione edilizia germanica (che è fatta di legno: come quelle migliaia di case in legno, anche a più piani, in questi giorni travolte dalle piene fra la Mosella ed il Reno). Immaginare come ciò sarà possibile in presenza delle nostre Soprintendenze, rende l’intera questione farsesca. Senza dimenticare che la gran parte di tali spese, andrebbe nell’acquisto di materiale (batterie, impianti di ricarica, pannelli solari…) di produzione non nazionale, ma estera: importati. In particolare dalla Cina e dalla Germania. Con conseguente sciupio del nostro avanzo commerciale: ingentissimo e che costituisce, oggi, la nostra vera forza. Ciliegina sulla torta, “la direttiva sull’efficienza energetica fisserà, a livello di Ue, un obiettivo annuale vincolante più ambizioso di riduzione del consumo di energia”, intesa come consumo globale di energia, cioè pure l’energia elettrica. Casomai a qualcuno fosse venuto in mente che l’obiettivo dell’Unione sia l’elettrificazione: no, l’obiettivo dell’Unione è il ritorno all’età della pietra.

Fondamentalmente, il mostruoso pacchetto sarebbe stato scritto sotto dettatura tedesca: “la Germania ha avuto ciò che voleva” – scrive Politico. In uno sforzo che si dice elettorale: nel senso di sostegno alla campagna elettorale della CDU in vista delle elezioni nazionali tedesche di settembre, nelle quali l’avversario principale della CDU sono i Verdi. Un altro indizio di germanicità del pacchetto è nell’enfasi, posta da Von der Leyen, nel dare per scontato che “l’economia basata sui combustibili fossili ha raggiunto i suoi limiti” (in ciò consiste la cosiddetta economia decarbonizzata). Ebbene, la Germania è, notoriamente, una potenza industriale priva di una propria grande industria petrolifera: Total è francese, Shell inglese, Eni italiana… ma una Eni tedesca non c’è. Dunque, per la Germania, cosa vi sarebbe di meglio che toglierla pure agli altri Paesi? Di tale sospetto troviamo una sfolgorante conferma nelle parole di Jeffrey Sachs (quello che consigliava Eltsin) su La Repubblica: “l’epoca dei combustibili fossili è finita” … e qui fa il pappagallo della Von der Leyen; “bisogna smantellare la rete di potere e interessi sostenuta dall’industria dei combustibili fossili”; chi la difende è affetto da “corruzione, ignoranza e avidità”. Epperò la Ue “soffre meno della potenza dell’industria del fossile” … espressione che non può che riferirsi alla sola Germania. Terzo indizio di germanicità troviamo nelle conclusioni logiche di Sachs: la Ue “potrebbe lavorare a un accordo con la Cina, visto che l’America si è incartata in una sorta di Guerra Fredda con Pechino, che distoglie attenzione ed energie dalla questione climatica”. Infatti, il maggiore produttore di CO2 al mondo è la Cina e di gran lunga. Sicché, ogniqualvolta Washington invita Berlino a riallinearsi contro Pechino, Berlino risponde che della Cina abbiamo bisogno “per affrontare la sfida del cambiamento climatico”. Che poi Berlino non abbia la benché minima intenzione di rompere con Pechino per motivi del tutto diversi, sarà certamente un caso.

La Commissione è la prima ad ammettere che il Mammut implica “trasformare radicalmente la nostra economia e la nostra società”. Anzi, se ne fa vanto. Timmermans, in particolare, vuole la “lotta contro la crisi climatica e la perdita di biodiversità” e, interrogato circa le conseguenze socio-economiche della propria follia, si dice “più preoccupato dalla crisi climatica, più preoccupato dall’ecocidio che ne può derivare”. In ogni caso: “We have no other option”… TINA, come un Mario Monti qualunque. Grazie al cielo, il Commissario Stranamore si è trovato di fronte una mezza rivoluzione di palazzo. La Francia, in particolare, memore dei gilet gialli. Ma pure tutto l’est Europa e (pare, ma non è confermato) persino il governo italiano. Sicché, il meraviglioso piano verde rischia seriamente di trovarsi subito impantanato: “l’approvazione potrebbe richiedere anni”, fanno sapere diplomatici degli Stati membri. Il che ci pare cosa buona e giusta. Perché non vogliamo tornare all’età della pietra e perché non vogliamo morire cinesi, anzitutto. Ma pure per amore di buon senso: la rivoluzione normativa non può precedere una rivoluzione tecnologica, ma solo seguirla. Non si può vietare per legge l’uso delle candele, se ancora non è stata inventata la lampadina. Non si può vietare per legge l’uso delle carrozze a cavallo, se ancora non è stato inventato il motore a scoppio. Il che è, però e precisamente, ciò che pretenderebbe di fare l’Ue. Così il commissario per l’energia: “Dobbiamo trasformare l’evoluzione delle energie rinnovabili in una rivoluzione” … come se Volta lo avesse creato per decreto Napoleone, come se Edison lo avesse creato per legge il presidente Rutherford B. Hayes. La Ue vuole aiutare una rivoluzione tecnologica? Allora, investa prima decine di miliardi nella ricerca sull’idrogeno, ne attenda i risultati e solo dopo modifichi le normative. Nel frattempo evitando di dissanguare i propri sudditi con tasse nuove e tiranniche. 

Sandro Iacometti per Libero Quotidiano il 18 luglio 2021. La buona notizia è che la Lamborghini nei primi sei mesi del 2021 ha consegnato 4.852 vetture. Si tratta, come ha spiegato ieri la società, del miglior semestre di sempre nella storia della casa del toro di Sant' Agata Bolognese, che in termini percentuali rappresenta un balzo del 37% rispetto allo scorso anno e del 6,6% rispetto al 2019. Che le auto di lusso vadano in controtendenza rispetto al resto del mercato, che ancora fatica a recuperare i livelli pre Covid, non è d'altra parte una novità. Qualche settimana fa anche la Ferrari ha chiuso i primi tre mesi con una crescita delle vendite dell'1,2% (rispetto al primo trimestre 2020 toccato solo parzialmente dalla pandemia), un aumento dei ricavi del 10,8% e un portafoglio record di ordini.

CATTIVA NOTIZIA - La cattiva notizia è che i due marchi storici delle quattroruote, conosciuti in tutto il mondo come il simbolo dell'eccellenza del made in Italy, potrebbero finire a gamba all'aria a causa dell'accelerazione impressa dalla Ue alla transizione ecologica. A dirlo non è un delegato delle case automobilistiche e neanche un irriducibile avversario delle politiche verdi, ma il capo del dicastero che proprio da quella transizione ha mutuato il nome, sostituendolo all'ormai vetusta denominazione di ministero dell'Ambiente. Eh sì, perché Roberto Cingolani, che è un tecnico esperto della materia, con anni di lavoro alle spalle in una delle aziende più innovative del Paese come Leonardo, non è uno che le manda a dire. E da quando ha accettato l'incarico sta cercando di spiegare che la lotta ai cambiamenti climatici non è «un pranzo di gala», né un giochino dove basta spingere un bottone e si diventa tutti verdi come d'incanto, ma un percorso lungo e costoso, che richiederà sacrifici. Tanto più dolorosi quanto più il processo sarà gestito senza tener conto di tutte le ripercussioni. Sembra questo il caso del nuovo piano Fit for 55 presentato un paio di giorni fa a Bruxelles, che prevede da qui al 2035 l'azzeramento del 100% delle emissioni di CO2 per tutte le auto in commercio. 

PRODUZIONI DI NICCHIA - «In questi giorni stiamo parlando con il settore automotive», ha spiegato Cingolani parlando ad un evento organizzato dalla Fondazione Symbola, «ed emerge chiaramente che c'è una grandissima opportunità nell'elettrificazione». Detto questo, ha aggiunto il ministro, «È stato comunicato dalla Commissione Ue che anche le produzioni di nicchia, come Ferrari, Lamborghini, Maserati, McLaren, dovranno adeguarsi al full electric. Questo vuol dire che, a tecnologia costante, con l'assetto costante, la Motor valley la chiudiamo». Intendiamoci, le case automobilistiche, anche quelle di nicchia, ce la stanno mettendo tutta per adeguarsi al nuovo corso e spingere sulla riduzione di emissioni. La Lamborghini, ad esempio, ha promesso di convertire tutta la gamma a listino all'alimentazione ibrida entro il 2024 e la tappa successiva sarà un modello interamente elettrico. Stesso discorso per la Ferrari. Anche il Cavallino rosso ha promesso per il 2025 la prima supercar a zero emissioni. Ma di qui a convertire tutta la linea di produzione nell'arco di un decennio ce ne passa. Come ha detto Cingolani, «se noi oggi pensassimo di avere una penetrazione del 50% di auto elettriche d'emblée non avremmo neanche le materie prime per farle, né la grid per gestirla. Su un ciclo produttivo di 14 anni, pensare che le nicchie automobilistiche e supersport si riadattino è impensabile». Insomma, non è una questione di volontà. E neanche, se vogliamo, di costi. È proprio che i tempi sono materialmente troppo stretti. Per avere un'idea di quello che succederà ai marchi più prestigiosi, ma anche a quelli più comuni, basti pensare che nel primo trimestre in Europa sono state consegnate circa 200mila auto elettriche, che rappresentano neanche il 6% delle immatricolazioni totali. Portare a forza quella percentuale al 100% nell'arco di 14 anni produrrà, per usare un'altra espressione utilizzata ultimamente da Cingolani per far capire il prezzo della transizione, «un bagno di sangue».

Pierluigi Bonora per "il Giornale" il 15 luglio 2021. L'Ue ha decretato la condanna a morte di benzina e Diesel. La proposta del nuovo green deal della Commissione prevede, infatti, che tutte le nuove auto registrate dal 2035 dovranno essere a zero emissioni, quindi elettriche. «Non stiamo proibendo le auto, stiamo fornendo un'alternativa», mettono le mani avanti a Bruxelles, con l'auspicio che il settore acceleri ancora di più sulle nuove tecnologie e si riducano i costi dell'elettrico. «Sappiamo dove vogliamo andare e cosa dobbiamo fare per arrivarci - la sintesi di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione - e sappiamo che la nostra attuale economia dei combustibili fossili ha raggiunto i suoi limiti. L'Europa è il primo continente che presenta un'architettura completa per soddisfare le ambizioni di questa Rivoluzione verde». Il giro di vite, inoltre, include l'aumento delle imposte minime dei principali carburanti fossili affinché si garantisca che «la tassazione dei carburanti, dei combustibili per riscaldamento e dell'elettricità rifletta il loro impatto sull'ambiente». Molteplici le misure proposte, tra cui, l'attribuzione di un prezzo al carbonio unitamente alla creazione di un fondo sociale (70 miliardi in 7 anni per cofinanziare al 50% regimi di incentivazione nazionale per l'acquisto di veicoli a zero emissioni). Per l'auto, in vista dell'azzeramento al 2050, si punta a una riduzione delle emissioni di CO2 del 55% (da qui la denominazione di «Fit for 55» data al «Pacchetto Clima») entro il 2030 rispetto al precedente target del 37,5%. Intanto, c'è chi plaude alle misure proposte, chi è contrario o si dice preoccupato per «un salto nel buio che rischia di impattare su economia e lavoro, fornendo anche un nuovo assist alla Cina», commenta un osservatore. Secondo Confindustria, «la Commissione prevede, a livello Ue, un fabbisogno di investimenti, al 2030, di oltre 3.500 miliardi, di cui più di 600 per l'Italia; è un piano senza precedenti che ci obbliga a cambiare marcia e a passare dalla discussione sugli obiettivi, decisi, a un dibattito pragmatico sulle soluzioni». Plaude Enel, con l'ad Francesco Starace: «Questa serie di proposte sta anche aprendo la strada a una necessaria accelerazione verso un'ulteriore elettrificazione degli usi finali dell'energia, come i trasporti su strada e il riscaldamento, che rappresenta già l'alternativa più competitiva e pulita ai combustibili fossili». Ma per Legambiente, l'Ue avrebbe dovuto osare di più: «L'Europa deve ridurre le emissioni di almeno il 65% entro il 2030 rispetto ai livelli del '90». E sull'Italia, un tweet invita ad anticipare al 2030 lo stop a Diesel a benzina. Dai costruttori europei di auto, attraverso il presidente di Acea, Oliver Zipse (Bmw), arriva l'esortazione all'Ue «a concentrarsi sull'innovazione piuttosto che imporre o vietare una tecnologia specifica. Obiettivi climatici ambiziosi richiedono un impegno vincolante da parte di tutte le parti coinvolte; inoltre, non sono i motori termici a essere dannosi per l'ambiente, ma i carburanti fossili». Aggiunge Zipse: «L'attuale proposta richiede un forte aumento della domanda di veicoli elettrici in un tempo ristretto. I target di un taglio del 50% delle emissioni al 2030 non si raggiungeranno senza una rete pubblica di ricarica di 6 milioni di punti, mentre si è fatto riferimento solo a 3,5 milioni». Anfia (filiera italiana automotive) mette in guardia i decisori sulle possibili ricadute negative per il sistema indotto e invita ad «adottare un percorso di accompagnamento dei componentisti alla riconversione produttiva».

Da motori.corriere.it il 28 maggio 2021. Installare le colonnine di ricarica non basta: bisogna attivarle e tenerle libere dagli «abusivi». È quanto emerge dall’indagine realizzata da Quattroruote a Milano e a Roma, raccontata nel nuovo numero in uscita sabato. A penalizzare la rete nella capitale, infatti, è il mancato allacciamento dei punti di ricarica alla rete di distribuzione dell’energia: alla fine di aprile, infatti, soltanto per gli impianti dell’operatore Enel X, 130 delle 300 infrastrutture installate risultavano scollegate dalla rete e, quindi, inutilizzabili a causa di iter burocratici interminabili. Possono, infatti, servire anni prima che le pratiche di autorizzazione ai lavori di scavo, complesse e per nulla digitalizzate, ricevano il via libera dai Municipi, le autorità amministrative territoriali competenti in materia. Ma la burocrazia non è l’unico ostacolo alla mobilità digitale: l’indagine di Quattroruote rivela, infatti, come in un giorno qualsiasi a Milano il 50% degli stalli presso le colonnine di ricarica (26 su un totale di 51 visitate, sia nel centro storico, sia in aree più periferiche) fossero occupati abusivamente da auto con motore a combustione o elettriche e ibride non connesse all’impianto. Colpa della maleducazione degli altri utenti della strada, nei confronti dei quali la polizia municipale non attua efficaci azioni di contrasto: soltanto su una delle vetture in sosta abusiva era, infatti, presente l’avviso d’infrazione. Tutto questo, sottolinea Quattroruote, rischia seriamente di vanificare fin dalle origini l’efficacia del piano di sostegno alla mobilità elettrica annunciato dal governo Draghi nel quadro del Pnrr, che prevede un parco di 6 milioni di auto elettriche e 21.250 nuovi punti pubblici di ricarica veloce e ultraveloce.

Domenico Affinito per il "Corriere della Sera" il 26 maggio 2021. Non siamo ancora partiti con la rivoluzione verde che l'Italia, di fatto, abbandona l'idea delle auto a idrogeno. Nel Piano del governo Draghi per la transizione ecologica, che contiene il capitolo della mobilità sostenibile, lo stanziamento per le «stazioni di ricarica» dell'idrogeno per il trasporto stradale vale appena 230 milioni di euro. Troppo poco per pensare a una rete di distribuzione capillare destinata alla mobilità privata; 300, invece, sono i milioni puntati sulla sperimentazione dell'idrogeno nel trasporto ferroviario. In Italia solo treni e bus Il piano, d' altronde, lo dice chiaramente: «L' Italia () intende (...) promuovere la produzione e l'utilizzo di idrogeno () nel trasporto pesante e in selezionate tratte ferroviarie non elettrificabili». Insomma, il Governo ci dice che avremo autobus, camion e treni all' idrogeno, ma non le auto. In tema di mobilità il piano prevede altri 8 miliardi e 580 milioni di euro per un trasporto locale più sostenibile di cui 3 miliardi e 640 milioni per l' acquisto di 5.540 bus ecologici e 53 treni verdi, 600 milioni per la mobilità ciclistica (570 km di nuovi percorsi ciclabili urbani e oltre 1.200 km di percorsi ciclabili turistici), 3 miliardi e 600 milioni per il trasporto rapido di massa (240 km di nuove infrastrutture) e 750 milioni per lo sviluppo di una rete di ricarica elettrica pubblica (con 7.500 punti di ricarica nelle superstrade e 13.750 nei centri urbani). L' elettrico, quindi, batte l'idrogeno 3 a 1. A questi 8,58 miliardi se ne aggiungono altri 2 per ricerca e sviluppo, di cui 1 miliardo su rinnovabili e batterie, 450 milioni sull' idrogeno, 300 milioni sui bus elettrici e 250 milioni per start-up attive nella transizione ecologica. Cosa si può fare con 230 milioni Se i 230 milioni per il trasporto stradale fossero tutti destinati alla costruzione di stazioni di ricarica di idrogeno, quante se ne potrebbero fare? Oggi una costa circa 2 milioni di dollari, contando i costi annessi si arriva più o meno a 100 stazioni in tutta Italia. Niente rispetto alle oltre 24mila distribuite tra strade e autostrade del nostro Paese (di cui oltre 3.000 tra gpl e gas). Naturalmente i costi sono in decrescita, quindi il numero può aumentare nel prossimo futuro, ma rimane troppo piccolo per pensare all' idrogeno come alternativa. I numeri nel mondo e in Europa Ci sono luoghi, invece, dove l'idrogeno è già una realtà. In California le stazioni sono 133 tra aperte, in costruzione e approvate. E, infatti, il numero delle auto a idrogeno sta crescendo velocemente (ci sono incentivi che arrivano a 7.000 dollari): si è passati dalle 4 vendute nel 2012 alle 10.361 circolanti a maggio 2021, con un aumento di 1.430 unità da inizio anno a oggi. Un altro Paese che ha deciso di puntare sull' idrogeno è il Giappone, che nel 2018 ha approvato la «Basic Hydrogen Strategy» che punta a mettere in strada, entro il 2025, 200 mila auto a idrogeno supportate da una rete di 900 stazioni di rifornimento: oggi sono 102. Nel mondo, nei primi mesi del 2021, si sono vendute 20.168 auto a idrogeno e diventeranno, secondo le proiezioni, 596.225 nel 2028. Ma l'Europa è indietro. Oggi risultano circolanti, o meglio registrate alle motorizzazioni nazionali, 586 vetture in Germania, 265 in Olanda, 220 in Francia, 195 in Norvegia, 188 in Gran Bretagna e 125 in Svizzera. L' Italia è fanalino di coda con 28. Sostituire il fossile, scelta obbligata Nessuno avrebbe mai preso in considerazione di sostituire i carburanti fossili, se non fosse necessario per la salvezza del pianeta: «È la forma di stoccaggio dell'energia migliore che abbiamo», dice Luca Mastropasqua, esperto di idrogeno e senior researcher dell'Advanced Power and Energy Program dell'Università della California a Irvine. Questo anche per i problemi tecnici che sono legati ai combustibili alternativi, come l'idrogeno, la cui produzione è energivora e inquinante (se non si usa il solare e l' eolico) e il cui stoccaggio e trasporto non sono semplici: va mantenuto a 700 bar di pressione o a -218 gradi centigradi. «Anche le batterie rappresentano un processo di "energia negativa" - prosegue Mastropasqua -, cioè: ridanno meno energia di quella che serve per ricaricarle. Ma sono più efficienti dell'idrogeno: la loro round trip efficiency è del 90 per cento, quella dell'idrogeno è più bassa. Ci sarà sempre più elettrico che idrogeno: le auto a idrogeno sono e saranno un ramo dell'economia dell' idrogeno, ma una piccola parte di questa economia, che andrà molto al di là del settore del trasporto. Il mercato dell' idrogeno sarà comunque molto ampio e riguarderà il trasporto merci e l' industria pesante: un esempio è il progetto finanziato dal U.S. Department of Energy per l' utilizzo di idrogeno verde nella produzione di acciaio». L' imperativo è uno solo: «Dovremo diversificare il più possibile per poter sostituire il fossile». Quindi avremo le auto elettriche, quelle a idrogeno e quelle a combustibili rinnovabili. Sempre in California sono in corso, infatti, sperimentazioni su carburanti che nascono da idrogeno, acqua e CO2 (catturata o derivante da processi biologici) attraverso processi chimici e elettrochimici. Sono finanziate con un' incentivo che sale in proporzione a quanto meno carbonio si emette. Le auto a idrogeno oggi pronte In Italia risultano distribuiti solo due modelli: la Toyota Mirai, da 66.ooo euro, e la Hyundai Nexo, da 69.000. Negli Stati Uniti viene venduta anche la Honda Clarity, solo a noleggio a partire da 379 dollari al mese, dopo un versamento iniziale di 2.878 dollari. Poi tanti annunci e prototipi per Audi, Bmw, Jaguar, Land Rover. E c' è anche chi (Mercedes, Ford, GM) ha per ora messo da parte i progetti avviati a causa dei costi eccessivi, preferendo l' elettrico. Su quattro ruote vince l' elettrico Alla fine, la decisione del Governo Draghi è sbagliata? L' obiettivo dell' Europa è «zero emissioni» nel 2050, quando si stima che il 15/18 per cento dell' energia consumata arriverà dall' idrogeno verde. Ma non varrà la pena usarlo dappertutto: per generare idrogeno serve più energia elettrica di quanta ne dia quello prodotto e in molti campi sarà meglio usare direttamente l' energia elettrica rinnovabile. È il caso delle auto: Bloomberg ha calcolato che un' elettrica di classe media ha bisogno, a ciclo finito, di 25 kWh di energia per percorrere 100 km, la stessa auto a idrogeno ha bisogno di 50 kWh. L' idrogeno, invece, diventa vincente nei trasporti pesanti, dove l' autonomia delle batterie arriva fino a un certo punto e costruirne di troppo grandi è sconveniente. Almeno alle conoscenze tecnologiche di oggi.

L’idrogeno è davvero green? Francesca Salvatore su Inside Over l'11 maggio 2021. Lo scoppio della pandemia – e le sue conseguenze geopolitiche – sembra aver impresso una spinta decisiva alla lotta ai combustibili fossili, almeno sulla carta. Nelle promesse multilaterali di emissioni zero, le tecnologie all’idrogeno si sono conquistate un posto d’onore nel futuro prossimo; tuttavia, la corsa spasmodica a giungere primi a questa conquista sta tralasciando un aspetto fondamentale: dell’idrogeno che produciamo oggi, infatti, meno dello 0,1% può considerarsi green, proveniente cioè da fonti rinnovabili, come l’idroelettrico, l’eolico e il solare. Si tratta di idrogeno sporco o, tecnicamente, grey, proveniente dalla combustione di idrocarburi come carbone e gas naturale, acerrimi nemici del Pianeta.

Le classificazioni dell’idrogeno. In natura, l’idrogeno è presente principalmente in forma gassosa: si tratta dell’”idrogeno bianco”, che potrebbe essere (raramente) trovato nei depositi sotterranei. Al momento non abbiamo alcuna strategia praticabile per utilizzare questi depositi, quindi lo si produce artificialmente. Una scala di colori aiuta a classificare la fonte di energia e il processo che è stato utilizzato per produrlo. Seguendo un gradiente che va dal più al meno inquinante, incontriamo per prima la variante brown/black: è il modo più antico per produrre idrogeno, e passa per la trasformazione del carbone in gas. Sono necessarie temperature molto elevate (oltre 700 ° C): questo idrogeno è noto come marrone o nero a seconda che venga utilizzata la lignite o il carbone nero. Si tratta di un processo altamente inquinante poiché rilascia nell’atmosfera sia ​​CO2 che il monossido di carbonio. Parliamo, invece, di idrogeno blu quando le emissioni vengono catturate e imprigionate sottoterra tramite stoccaggio. L’idrogeno blu viene spesso citato come idrogeno a emissioni zero: falso. Circa il 20% della CO2 generata non può comunque essere catturata. A metà strada tra verde e blu, la variante turquoise: utilizza il metano come materia prima, ma il processo è guidato dal calore prodotto con l’elettricità piuttosto che dalla combustione di combustibili fossili. Come l’idrogeno blu e grigio, la pirolisi del metano produce idrogeno e carbonio, tuttavia, il carbonio è in forma solida anziché CO2. Di conseguenza, il carbonio può essere utilizzato anche in altre applicazioni, come la produzione di pneumatici. Laddove l’elettricità che guida la pirolisi è rinnovabile, il processo è a zero emissioni di carbonio, o addirittura a emissioni di carbonio negative se la materia prima è biometano anziché metano fossile. Pink, invece, è la tipologia di idrogeno in cui l’elettrolisi è ottenuta attraverso l’energia nucleare: un processo tecnicamente quasi pulito se non fosse per tutte le implicazioni che il nucleare comporta nel post-produzione e da un punto di vista della sicurezza. Ultima, la varietà yellow: in questo caso l’elettrolisi si ottiene esclusivamente attraverso l’energia solare (a differenza del verde che potrebbe utilizzare una combinazione di fonti di energia rinnovabile).

Il rischio del paradosso. L’idrogeno è diventata una fonte energetica piglia-tutti: ovunque se ne parla, spesso impropriamente. La maggior parte degli operatori energetici si concentra solo su due, le varietà blu e verde. I piani per investire nell’idrogeno sono in corso in tutto il mondo, con l’Unione europea, il Giappone, la Corea del Sud e il Regno Unito che puntano tutti sul blu e sul verde. Qualche mese prima dell’inizio del green contest tra gli Stati Uniti e la Cina, era stato il Canada a promettere il traguardo delle emissioni zero, presentando una strategia per l’idrogeno da quasi 40 miliardi di dollari. Le principali major energetiche sembrano aver imboccato questa strada, ma non nell’immediato futuro. Le stime raccontano tecnologie, investimenti e quantità di energia rinnovabile disponibile ancora troppo indietro per le ambizioni internazionali. Si stima che gli investimenti nelle infrastrutture per l’idrogeno supereranno i 10 trilioni di dollari entro il 2025. Lo scorso anno Goldman Sachs ha stimato che i progetti globali sull’idrogeno verde erano sulla buona strada per diventare un mercato di oltre 13 trilioni di dollari entro il 2050 per il solo settore dei servizi di pubblica utilità ed entro il 2030 sono stati annunciati oltre 35 GW di progetti di generazione di energia con capacità di idrogeno. Le stime reali, tuttavia, presumono che l’attuale produzione di idrogeno verde rimarrà piuttosto statica: se dovesse toccare i 400 milioni di tonnellate all’anno per ripulire l’industria ad alta emissione, la capacità globale di energia rinnovabile dovrebbe aumentare di otto volte e richiedere una veloce proliferazione di pannelli solari, parchi eolici e dighe con grande stress per la natura e il clima, ingenerando un paradosso energetico.

Le stime per il futuro. L’idrogeno è un mercato già consolidato, ma attualmente continua a contare su fonti fossili: la sua catena di produzione va riprogettata affinché offra un vero potenziale di decarbonizzazione. L’idrogeno è già presente su scala industriale in tutto il mondo, ma la sua produzione è responsabile di emissioni annuali di CO2 equivalenti a quelle di Indonesia e Regno Unito messe insieme secondo le stime della International Energy Agency (IEA). Da poche applicazioni di nicchia, la sua versatilità e le sue caratteristiche lo stanno ora aiutando a guadagnare slancio dove la decarbonizzazione attraverso l’elettrificazione si rivela difficile, ad esempio nel trasporto pesante. La produzione di idrogeno da combustibili fossili è attualmente più competitiva in termini di costi rispetto alle energie rinnovabili, ma a lunghissimo termine l’idrogeno rinnovabile (verde) dovrebbe prevalere. Sempre secondo le stime della IEA, con il carbone a buon mercato e il gas naturale prontamente disponibili, il costo di produzione dell’idrogeno grigio potrà scendere fino a circa 1 USD / kg H2 per le regioni con prezzi bassi del gas / carbone come il Medio Oriente, la Russia e il Nord America, e rimanere comunque ben al di sotto di 2 USD / kg H2 per altre regioni, come l’Europa. Fino almeno al 2030 è probabile che il vantaggio in termini di costi dei combustibili fossili continui nella maggior parte delle aree geografiche, ergo, la regolamentazione sui prezzi della CO2 è necessaria per promuovere lo sviluppo dell’idrogeno verde. In una prospettiva a lungo termine (al 2050), le innovazioni potrebbero aiutare a garantire almeno la parità di costi con l’idrogeno prodotto da combustibili fossili e spingere la transizione energetica: quella vera.

Domenico Affinito e Milena Gabanelli per il "Corriere della Sera" il 4 maggio 2021. L’Ue ha messo la produzione di idrogeno fra le tappe necessarie per la decarbonizzazione con massicci investimenti, ed è partita la grande corsa ad accaparrarsi i fondi. Vediamo di capire bene come funziona. La rivoluzione verde e la transizione ecologica pensate dal governo Draghi valgono 59,33 miliardi di euro. Di questi 23,78 miliardi saranno destinati all’incremento della filiera delle energie rinnovabili in agricoltura, alla promozione di impianti innovativi (anche offshore), al trasporto locale sostenibile, alla dotazione di accumulatori per stoccare l’energia in eccesso, e alla rete intelligente per gestire i flussi energetici. Dentro c’è anche la partita «idrogeno» che assorbe 3,19 miliardi. Nello specifico: 2 miliardi per la riconversione delle imprese energivore (acciaierie, cementifici, etc), 160 milioni per la ricerca, 500 per la produzione di idrogeno in aree industriali, 530 per la sperimentazione nel trasporto stradale e o ferroviario. Poi ci sono altri 450 milioni a parte che andranno a finanziare lo sviluppo tecnologico nelle filiere di transizione verso l’idrogeno.

Quale idrogeno si produce oggi. Le cose però non sono così semplici perché l’idrogeno non è disponibile in natura: per ricavarlo va staccato dalle molecole cui è combinato, come nell’acqua e nel metano, e lo si fa con processi industriali che consumano tanta energia, quindi costano. Poi va trasportato: per renderlo liquido va raffreddato a -250°, a livello gassoso va sottoposto a pressioni che arrivano a 700 atmosfere e il suo confinamento in solidi porosi è ancora in via sperimentale. Oggi nel mondo si producono 73,9 milioni di tonnellate di idrogeno per un valore di mercato di 150 miliardi di dollari. Il 96% arriva da combustibili fossili, si chiama idrogeno «grigio» e per farlo si utilizza come materia principalmente il metano, ma anche il petrolio e il carbone. Un processo che libera 9 kg di CO2 ogni kg prodotto ed è quindi incompatibile con gli obiettivi di emissioni zero. L’industria petrolifera spinge per l’idrogeno «blu»: il processo è lo stesso di quello grigio, ma la CO2 prodotta verrebbe catturata e stoccata nei giacimenti esausti di petrolio e gas. Su questa tecnologia sono stati investiti nel mondo molti soldi, con risultati deludenti: vari progetti sono stati chiusi. C’è l’esperimento della Norvegia, che utilizza un giacimento esausto di gas per stoccare CO2. Si trova nel mezzo del mare del Nord, lontanissimo dalla terraferma. Ed è quello che vorrebbe fare l’Eni nel suo giacimento di metano esausto di fronte a Ravenna. Ma utilizzare combustibile fossile per trasformarlo in idrogeno, e sotterrare la CO2 prodotta, richiede una enorme quantità di energia. Il vantaggio per l’industria però è un altro. Per spremere dai giacimenti fino all’ultima goccia di petrolio, oggi si iniettano liquidi e vari gas (per aumentare la pressione); domani si potrebbe spingere dentro solo la CO2 prodotta facendo idrogeno. Problema: l’anidride carbonica una volta sotterrata diventa liquida, e poiché parliamo di volumi potenzialmente enormi, secondo il Cnr occorre valutare attentamente il rischio sismico, che in Italia è quello che è.

L’idrogeno buono è verde. L’unico idrogeno a zero emissioni è quello «verde», perché la materia prima utilizzata è l’acqua e l’energia per produrlo è elettrica e può provenire da fonti rinnovabili. Eppure oggi quello verde è solo il 4% della produzione dell’ idrogeno mondiale. Le ragioni sono almeno tre: 1) non abbiamo energia rinnovabile sufficiente per farlo, per avere un positivo impatto ambientale dobbiamo aumentare di 80 volte la produzione mondiale; 2) il processo di produzione è molto energivoro e con la tecnologia di oggi non siamo in grado di farlo su scala industriale; 3) il costo, dai 4 ai 6 euro per un kg di idrogeno verde, contro l’1,5 di quello grigio e per quello blu, che ancora non esiste in commercio, si stimano 2 euro. Il verde quindi ora è fuori mercato. La Commissione europea, però, prevede che con l’aumento della produzione il costo degli elettrolizzatori, i macchinari per produrre idrogeno dall’acqua, si dimezzerà entro il 2030 e nel 2040 l’idrogeno verde dovrebbe diventare competitivo (2 € al kg), consentendo nell’arco di 10 anni di sostituire con idrogeno il combustibile fossile nell’industria pesante, e nel traporto come camion, navi, treni, e forse aerei.

La grande scommessa. L’idrogeno verde dunque dovrebbe essere uno dei pilastri per un futuro decarbonizzato: può essere bruciato come il metano (producendo però ossidi di azoto) oppure convertito in energia elettrica con le celle a combustibile, ove si produce solo vapore acqueo. Per questo l’Unione Europea ha deciso di puntarci per arrivare a emissioni di carbonio zero nel 2050, e l’8 luglio 2020 ha definito una strategia operativa: la produzione di idrogeno verde dovrà passare in 30 anni dal 2% al 14%. Le tappe sono tre: 1) entro il 2024 l’installazione di 6 gigawatt di elettrolizzatori per produrre 1 milione di tonnellate di idrogeno verde; 2) entro il 2030 almeno 40 gigawatt di elettrolizzatori e 10 milioni di tonnellate; 3) entro il 2050 un quarto di energia rinnovabile generata servirà a produrre idrogeno verde da utilizzare su larga scala. Numeri poco credibili: secondo i calcoli del Cnr non andremo oltre le 700 mila tonnellate al 2024 e 4,5 milioni al 2030. Ma per arrivarci ci sono tante cose da fare prima: entro il 2030 aumentare al 32% la quota di energia da fonti rinnovabili negli usi finali, tagliare i consumi di energia primaria del 32,5% e aumentare l’interconnessione di almeno il 15% dei sistemi elettrici dell’Ue. Integrare il sistema energetico vuol dire gestirlo nell’insieme, ad esempio: l’energia elettrica che alimenta le auto può arrivare dai pannelli solari sul tetto, mentre le case possono essere riscaldate dal calore di scarto di una fabbrica nelle vicinanze che, a sua volta, si alimenta con l’idrogeno prodotto dall’energia eolica o solare in eccesso. L’insieme di questi processi trascina anche il rilancio dell’economia: 5 milioni di posti di lavoro secondo McKinsey (di cui 540 mila in Italia - Forum Abrosetti) per un volume d’affari nel mondo, secondo Bank of America e Goldman&Sachs, di 11/12 mila miliardi di dollari nel 2050.

Le potenzialità inespresse dell’Italia. In sostanza, per arrivare ad una produzione di elettricità in eccesso rispetto ai fabbisogni elettrici occorre costruire reti integrate e intelligenti e aumentare drammaticamente la produzione di rinnovabile. L’Italia era partita bene, ma poi abbiamo rallentato: produciamo ancora il 45% dell’elettricità con il gas. Nel resto del mondo nel 2020 è stato record di crescita per le rinnovabili, scrive la Iea nel suo rapporto, e boccia l’Italia che sta avanzando di un solo gigawatt in più all’anno: vuol dire che agli obiettivi da raggiungere nel 2030 ci arriveremo nel 2085. Di questo passo l’idrogeno verde lo vedremo con il binocolo. Intanto Snam, Saipem e Italigas sono tutti entusiasti ai blocchi di partenza. Hanno firmato accordi, protocolli, stilato progetti. Ma di concreto ancora nulla. In compenso in Sardegna, regione solare e ventosa adatta quindi ad un incremento di impianti per la produzione di rinnovabili, si stanno piazzando tubi del gas. Il progetto di metanizzazione dell’isola, che ha ancora due centrali a carbone attive, è vecchio di anni, ma lo stiamo realizzando adesso, sapendo che ci vogliono 50 anni per ammortizzarlo e che fra 30 anni potrebbe non servire più. Ma un giorno potrà passarci l’idrogeno, dicono Snam e Italgas. Chissà se andranno bene un giorno quei tubi e quelle valvole. Intanto l’Arera, l’Autorità di Regolazione per Energia Reti Ambiente, non solo ha detto che la migliore soluzione dal punto di vista costi-benefici è quella del trasportare sull’isola il metano liquefatto con navi spola dai terminali e poi distribuirlo via gomma, ma ha anche bocciato il piano di metanizzazione dell’isola presentato da Enura, la joint venture tra Snam e Società Gasdotti Italia. In Olanda dal 2018 per legge è vietato posare nuovi tubi. In Gran Bretagna dal 2025 nelle case non si dovranno più installare boiler a gas. In Germania da quest’anno chi utilizza il gas in casa deve pagare una tassa che servirà a finanziare la transizione verso l’elettrico, che è molto più efficiente grazie a pompe di calore e forni a induzione. In buona parte della California è vietato da quest’anno l’utilizzo del gas negli edifici nuovi. Sul punto l’Agenzia Internazionale per le Rinnovabili ha detto espressamente: il potenziale passaggio all’idrogeno non deve essere usato come giustificazione per costruire ora nuovi gasdotti, con la scusa che possano servire per il gas verde nel futuro.

Articolo di "Le Monde" dalla rassegna stampa di "Epr Comunicazione" il 14 febbraio 2021. Il 2020 è stato un anno nero per i giganti del petrolio. Le cinque maggiori compagnie internazionali hanno accumulato più di 77,1 miliardi di dollari di perdite, ossia 63,7 miliardi di euro. Un crollo senza precedenti nella storia recente del settore, dovuto a circostanze eccezionali in un periodo particolarmente tormentato. Il contrasto con il 2019 è impressionante. Questi cinque mastodonti - BP, Chevron, Exxon, Shell e Total - avevano fatto 48,8 miliardi di dollari di profitti all'epoca. Poi l'incredibile disfatta finanziaria, iniziata nel marzo 2020. Mentre i primi scossoni della pandemia di Covid-19 si facevano sentire sui mercati, l'alleanza tra il cartello dell'Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (OPEC) - guidato dall'Arabia Saudita - e la Russia è andata in frantumi. E i due giganti si sono lanciati in una violenta guerra dei prezzi. Questa battaglia ha dovuto fare i conti anche con la realtà della crisi sanitaria. Le misure di contenimento adottate in molti paesi hanno avuto un impatto drammatico sul consumo di petrolio: nell'aprile 2020, la domanda globale è scesa del 30%. Per l'intero anno, il calo è stato del 9%. Questo doppio shock ha fatto crollare i prezzi fino all'assurdo: alla fine di aprile, i valori americani sono addirittura diventati per un breve periodo negativi. Il prezzo di un barile di brent del Mare del Nord, che è il punto di riferimento mondiale, è sceso a un minimo storico di 16 dollari. Con il ritorno dell'attività in Cina e i severi tagli alla produzione da parte dell'OPEC e della Russia - da allora riconciliati - il prezzo al barile è tornato a circa 50 dollari alla fine dell'anno scorso, e ha addirittura superato la soglia dei 60 dollari all'inizio del 2021.

Mantenimento del pagamento dei dividendi. Per le major del petrolio questo anno di oscillazioni sarà difficile da superare. L'esempio più eclatante è certamente il gigante americano ExxonMobil, la cui stella si è notevolmente affievolita. Mentre il gruppo ha registrato profitti per 14,3 miliardi di dollari nel 2019, si ritrova con una perdita di 22,4 miliardi nel 2020. L'azienda ha dovuto accettare di svalutare pesantemente il suo portafoglio di attività, una pratica che ha sempre rifiutato di fare. Il suo concorrente Chevron sta facendo un po' meglio, con perdite pari a 5,5 miliardi di dollari - il gruppo ha approfittato del momento per acquisire un buon connazionale, Noble Energy. Anche i tre leader europei si sono inginocchiati. La BP britannica e la Shell olandese stanno registrando perdite per più di 20 miliardi di dollari. La francese Total fa un po' meglio, con una perdita di 7,2 miliardi. Tutti i gruppi hanno tagliato pesantemente i loro investimenti, venduto alcuni beni e annunciato massicci piani di risparmio. BP ha pianificato l'uscita di più di 10.000 dipendenti, Shell ha previsto di tagliare da 7.000 a 9.000 posti di lavoro entro il 2022. Ciononostante, hanno voluto mantenere il pagamento dei dividendi agli azionisti.

Passare al veicolo elettrico. L'aumento dei prezzi del barile dalla fine del 2020 ha dato un po' di respiro ai principali attori del settore, ma questo non basta. "Le incertezze macroeconomiche sono molto forti, il mondo non sarà vaccinato in pochi mesi", ha avvertito l'amministratore delegato di Total Patrick Pouyanné martedì 9 febbraio, sottolineando che "il mercato è fortemente sostenuto dalle decisioni dell'Arabia Saudita". Da dicembre 2020, per spingere la Russia e l'OPEC a mantenere forti restrizioni, Riyadh ha deciso di applicare tagli ancora più drastici per sostenere i prezzi. "La vera domanda è quando i prezzi al barile non avranno più bisogno [delle quote] dell'OPEC per raggiungere quel livello, e la risposta è legata alla traiettoria della ripresa della domanda. Ma non siamo tornati ai livelli pre-Covid, anche se i prezzi sono già a quel livello", dice Paola Rodriguez-Masiu di Rystad Energy. L'idea che la domanda non tornerà rapidamente al suo livello pre-crisi sta guadagnando terreno tra le compagnie petrolifere, soprattutto perché l'accelerazione del passaggio ai veicoli elettrici potrà anche cambiare il mercato a medio termine.

Sotto la pressione della transizione energetica. Questo mette le grandi imprese in una situazione insostenibile: da un lato, per sedurre i loro azionisti storici, devono continuare a ricavare entrate dal petrolio e dal gas. Ma sono anche sotto pressione per le dinamiche della transizione energetica. Due strategie si fronteggiano: i gruppi americani continuano a dipendere fortemente dagli idrocarburi e sperano che l'aumento dei prezzi renda nuovamente competitivi i giacimenti di petrolio del Texas e del Nuovo Messico. Per fare buon viso a cattivo gioco, ExxonMobil ha annunciato la creazione di una filiale che lavora sui processi di immagazzinamento del carbonio, ma il gigante americano non ha preso alcun impegno sul clima. D'altra parte, le multinazionali europee stanno cominciando ad ampliare i loro portafogli investendo sempre di più nell'elettricità. Total ha aumentato le sue acquisizioni nell'energia eolica e solare negli ultimi mesi e prevede di cambiare il suo nome a maggio in TotalEnergies. Un modo per il suo CEO di allontanare il gruppo da un'identità petrolifera che è diventata meno attraente per gli investitori. Entro il 2021, Total prevede di investire almeno 2 miliardi di dollari nelle energie rinnovabili - su un portafoglio previsto di 12 miliardi di dollari. Shell prevede di fare lo stesso, e BP punta sull'acquisizione di partecipazioni nell'energia eolica offshore negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Ma questi impegni rimangono timidi e sono molto al di sotto degli impegni di neutralità del carbonio presi dalle major europee. I loro risultati del 2020 illustrano ancora una volta la misura in cui la loro salute finanziaria dipende principalmente dal prezzo del barile di petrolio. E dai suoi imprevedibili alti e bassi.

Così le nuove tecnologie trasformeranno il settore energetico. Dalle batterie, ai veicoli elettrici, fino alle nuove strutture basate sulla digitalizzazione: sono alcune delle tecnologie che trasformeranno il settore energetico. E CESI si dimostra in prima linea nella ripartenza. Francesca Bernasconi, Mercoledì 03/02/2021 su Il Giornale. La pandemia da nuovo coronavirus ha avuto un impatto anche sul settore energetico. Ma l’altra faccia della medaglia mostra la possibilità di convertire la crisi in un’opportunità di trasformazione del settore dell’energia verso un sistema "resiliente", in grado di adattarsi e convivere con uno scenario in continuo mutamento. In questo panorama, giocano un ruolo fondamentale le nuove tecnologie, che contribuiscono alla transizione energetica.

La transizione del mercato energetico. Il lockdown ha permesso da un lato la riduzione delle emissioni di anidride carbonica, mentre dall’altro ha favorito le energie rinnovabili che, come spiega il Direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), Fatih Birol, "hanno retto". Non solo. Per la prima volta in assoluto, infatti, la produzione da fonti rinnovabili ha superato quella dei combustibili fossili: "Nonostante le difficoltà causate dalla crisi del Covid-19, diversi sviluppi recenti ci danno motivo di crescente ottimismo sulla capacità del mondo di accelerare la transizione verso un’energia pulita e raggiungere gli obiettivi energetici e climatici", ha dichiarato Birol nel report Prospettive di tecnologia energetica 2020. Anche l’analisi effettuata da CESI, azienda italiana leader mondiale nel campo dell'innovazione tecnologica, della consulenza e del testing per il settore elettrico, ha evidenziato come la crisi "rappresenti quello che potrebbe accadere fra cinque anni in termini di penetrazione delle Fonti energetiche rinnovabili (FER) rispetto al carico: 44% nel 2020, 30% nello stesso periodo del 2019". Ma le misure imposte durante la pandemia hanno evidenziato anche la necessità di creare reti intelligenti, in grado di far fronte agli improvvisi cambiamenti dello scenario esterno. Negli ultimi anni, questa eventualità è sempre stata accostata al cambiamento climatico e agli eventi atmosferici estremi, ma ora il concetto di “resilienza” sta cambiando: "A causa dei cambiamenti inediti nella domanda di energia elettrica e nel mix di generazione durante il lockdown, i sistemi elettrici di tutti i Paesi hanno dovuto far fronte repentinamente a condizioni di funzionamento estreme, dovendo comunque assicurare la stabilità delle reti e la continuità del servizio", ha spiegato il CEO di CESI, Matteo Codazzi. Nonostante la provata capacità nel garantire il soddisfacimento della domanda, gli ultimi mesi hanno messo in evidenza la necessità di intervenire per rendere il sistema più flessibile, mantenendo la sicurezza e la garanzia di fornitura. Non solo: è necessario evitare le peggiori conseguenze del cambiamento climatico, continuando sulla strada della riduzione delle emissioni di anidride carbonica. Per soddisfare queste esigenze, stanno emergendo innovazioni tecnologiche volte a favorire una transizione del mercato energetico, in cui le fonti rinnovabili diventino protagoniste.

Verso un mercato più flessibile. In un panorama energetico di questo tipo, che si apre sempre più alle fonti di energia rinnovabile variabili (VRE), è fondamentale creare un sistema flessibile, in grado di mantenere l’equilibrio tra domanda e offerta. La riduzione dei costi dell’energia solare ed eolica ha posto la necessità di adattare i sistemi a queste nuove fonti, la cui produttività dipende dall’ambiente esterno, che le rende profondamente variabili e non programmabili. Per creare un sistema flessibile sono necessarie la decentralizzazione delle risorse del sistema (che porta a una migliore gestione della domanda), la digitalizzazione (che permette una risposta più rapida alle esigenze) e l’elettrificazione anche dei settori che attualmente fanno uso diretto di risorse fossili (ad esempio il trasporto su strada). Utili a questi scopi sono le nuove tecnologie che si stanno sviluppando in diversi Paesi e che l’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (IRENA) ha diviso, nel Report Innovation landscape for a renewable-powered future: solutions to integrate variable renewables, in 30 categorie, raggruppate in 4 dimensioni: tecnologie abilitanti, business models, market design e system operation. Le tecnologie abilitanti sono fondamentali nel facilitare l’integrazione delle energie rinnovabili nel sistema. Alcune delle strategie che possono essere messe in atto comprendono l’uso di batterie in grado di immagazzinare l’elettricità nei periodi di surplus per utilizzarla al bisogno, compensando la variabilità delle energie rinnovabili, e l’uso di tecnologie digitali, che permettono la trasmissione in tempo reale di tutte le comunicazioni e informazioni della rete. Un esempio è il Blockchain, una tecnologia in grado di registrare in modo sicuro tutte le transizioni che avvengono in una determinata rete. Tra le tecnologie abilitanti prende posto anche l’elettrificazione spinta, che mira a eliminare l’uso dei combustibili fossili nei settori finali come trasporti, abitazioni e industrie. La seconda dimensione è composta da business models, cioè da modelli innovativi di business che possano dare maggiori responsabilità ai consumatori, trasformandoli in soggetti attivi. Questi modelli risultano essenziali per monetizzare il nuovo valore creato dalle tecnologie e consentirne la distribuzione, operando in due direzioni. Da un lato, infatti, l’obiettivo è quello di responsabilizzare il consumatore, data la disponibilità a tutti i livelli delle risorse energetiche per la produzione di elettricità, mentre dall’altro il sistema potrebbe puntare all’approvvigionamento di energia nelle aree densamente popolate, tramite la costituzione di cosiddette energy communities. In casi opposti, ossia in presenza di comunità in aree remote, può essere una soluzione efficiente la costituzione di centri locali di produzione da energie rinnovabili connesse ai carichi tramite reti locali (mini- o micro-grids). In entrambi in contesti assumono particolare rilievo gli aggregatori, che uniscono tanti piccoli sistemi di accumulo, creando una sorta di centrale virtuale. La velocità dell’innovazione tecnologica richiede un rapido affiancamento di nuovi business models, fondamentali per stare al passo con la transizione energetica in atto. Ma non basta. Fondamentale diventa anche adattare il design di mercato alle nuove sedi e ai nuovi sistemi, per consentire la creazione di flussi di reddito adeguati. Si tratta di una evoluzione che riguarda sia il mercato all’ingrosso che quello al dettaglio, per rendere il sistema elettrico ancora più flessibile. L’obiettivo è quello di stimolare nuove opportunità di business in un sistema basato sulle fonti rinnovabili. Ne è un esempio l’introduzione della tariffa time-of-use, che prevede una determinata tariffa a seconda del tempo di utilizzo: i consumatori vengono esposti a prezzi energetici variabili nel tempo, così da poter reagire spostando il proprio consumo. Infine, in un sistema basato su nuove tecnologie sostenute da un sicuro design di mercato, sono necessarie innovazioni nella gestione del sistema, per integrare nella rete quote sempre maggiori di fonti rinnovabili. Questo obiettivo può essere raggiunto adottando nuovi modi per la gestione della distribuzione e attraverso previsioni metereologiche avanzate, che permettano di pianificare una capacità alternativa durante il periodo in cui si verificano eventi estremi, riducendo le incertezze dovute alla variabilità delle fonti. La sinergia tra queste quattro categorie aumenta la flessibilità di produzione, trasmissione e utilizzo dell'energia, permettendo la transizione verso un sistema energetico sicuro e libero dai combustibili fossili. Nel Report, IRENA ha riassunto questo percorso che, come mostra la figura seguente, parte dalle innovazioni messe in campo per incrementare la flessibilità, per arrivare al sistema finale completamente decarbonizzato, ma nel rispetto dei criteri di sicurezza ed affidabilità.

CESI in prima linea nella ripartenza. La transizione energetica rappresenta una sfida significativa per il mercato, nonostante le numerose innovazioni che stanno emergendo e si stanno sviluppando in tutto il mondo, sull’onda dei cambiamenti causati dalla pandemia da nuovo coronavirus, che hanno dato una spinta in questo senso. E in prima linea nello sviluppo di un mercato energetico flessibile e resiliente emerge CESI, azienda italiana leader mondiale nel campo dell’innovazione e del testing, che propone una serie di soluzioni innovative. Durante il periodo di pandemia l’azienda, attraverso la sua Divisione KEMA Labs, è rimasta al fianco dei propri clienti, garantendo i propri servizi, nonostante l’impossibilità di essere fisicamente presenti nei laboratori, sfruttando la realtà aumentata per portare avanti l’attività di testing. Per questo, CESI ha avviato l’esperienza Remote Labs, che consente l’assemblaggio degli oggetti di prova e l’esecuzione di test con dati condivisi in tempo reale, permettendo al cliente di assistere da remoto a tutto il processo attraverso la realtà aumentata, la digitalizzazione e il video. In questo modo, i clienti diventano "parte attiva del processo di test direttamente da qualsiasi luogo si trovino". I test da remoto consentono di aumentare l’interattività, permettendo di controllare la qualità dei prodotti e consentendo la flessibilità del processo grazie alla possibilità di coinvolgere esperti da tutto il mondo. In questo modo, "la realtà aumentata, la digitalizzazione, l'assistenza remota e gli strumenti video online diventano parte di un nuovo modo di svolgere i test". Tra le soluzioni principali messe a punto per la creazione di un sistema sostenibile e flessibile, CESI ha sviluppato una serie di nuove strategie, dalle batterie, fino allo smart charging dei veicoli elettrici e all’energy storage. Quest’ultimo rappresenta uno strumento particolarmente efficace, perché permette di accumulare ampie quantità di energia proveniente da fonti rinnovabili variabili (e quindi non programmabili), rilasciando poi la quantità di energia necessaria in maniera programmata, garantendo la fornitura. In questo contesto, CESI ha sviluppato una serie di simulatori del mercato, in grado di accertare quali siano i servizi maggiormente redditizi e i rischi che si corrono. Fondamentale è anche lo sviluppo di infrastrutture di interconnessione e l’incentivazione degli usi finali basati su energia derivata da fonti rinnovabili, come i veicoli elettrici. Come spiega l’Energy Journal, il magazine del CESI, di dicembre 2020, "uno degli elementi che consente di migliorare la flessibilità del sistema è lo stoccaggio dell'energia", tramite batterie che, insieme alla gestione della domanda, sono fondamentali per lo sviluppo di un sistema flessibile. Si tratta, in generale, di interventi che non solo favorirebbero il sistema elettrico, ma aiuterebbero l’intero sistema economico italiano ed europeo attraverso la loro realizzazione. Per attuare la transizione del settore energetico verso un sistema sostenibile, resiliente e flessibile, le innovazioni non bastano. Fondamentale è anche il supporto delle politiche governative, che dovrebbero sostenere le iniziative del settore tramite finanziamenti per progetti utili a combattere il cambiamento climatico, nonché velocizzare le procedure autorizzative per l’effettiva realizzazione sia degli impianti di generazione da fonti rinnovabili che delle risorse di accumulo.

Il mago di Helbiz. Report Rai PUNTATA DEL 25/01/2021 di Daniele Autieri, collaborazione Federico Marconi e Silvia Scognamiglio. I monopattini stanno riscrivendo le regole della mobilità urbana anche in Italia. E la Helbiz è stata la prima azienda ad aver portato lo sharing nel nostro paese. La società ha ottenuto concessioni per la condivisione dei suoi mezzi in oltre venti città italiane, a partire da Roma e Milano. Ma chi c’è dietro la Helbiz? L’amministratore delegato si chiama Salvatore Palella, è nato ad Acireale 33 anni fa e oggi guida un gruppo mondiale dal suo ufficio al 32° piano di un grattacielo di Wall Street, a New York. La storia della Helbiz si intreccia con quella di tanti personaggi del jet set e dello sport italiano, da Alessandro Del Piero che offre il suo volto per uno spot, a Marco Borriello, tirato in ballo nella lista dei possibili investitori. Dal passato di Palella emergono però numerose ombre e relazioni con figure vicine alla criminalità organizzata e personaggi dal passato controverso. La società ha una holding di controllo nel Delaware, che scherma l’identità dei suoi azionisti, mentre sulla testa di Palella pende una richiesta di class action, presentata presso la District Court di New York City, per un’avventura imprenditoriale finita male nel mondo delle criptovalute. Alla luce di questo e molto altro, chi c’è realmente dietro la Helbiz? Con quali capitali viene finanziata l’azienda? E soprattutto, che responsabilità hanno le pubbliche amministrazioni e lo stato italiano nelle mancate verifiche sulle società incaricate di condurci nella mobilità del futuro?

IL MAGO DI HELBIZ di Daniele Autieri collaborazione Federico Marconi – Silvia Scognamiglio immagini Giovanni De Faveri, Andrea De Marco, Dario D’India, Alfredo Farina montaggio Andrea Masella grafica Michele Ventrone.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Per utilizzare i monopattini elettrici si deve scaricare un’app, ci si registra, si inseriscono i dati della carta di credito, si sblocca il mezzo e il viaggio ha inizio. Sembra un “giocattolo” utile per decongestionare il traffico e inquinare meno. Forse per questo le amministrazioni hanno avuto un approccio molle, e lo stato non ha ancora pienamente regolato il settore. Eppure dietro il monopattino crescono imprenditori che studiano per diventare gli Elon Musk del futuro. Uno di loro è sicuramente Salvatore Palella, fondatore della società Helbiz.

DANIELE AUTIERI Abbiamo fatto seimila chilometri, siamo arrivati qua a New York da lei perché in europa si dice che lei è il re dei monopattini. Quindi è vero?

SALVATORE PALELLA – AMMINISTRATORE DELEGATO HELBIZ Ovviamente devo ammettere che siamo stati tra i primi che hanno investito nella micromobilità elettrica. Essere il primo in Italia è importante in quanto ovviamente sono di origini italiane.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Salvatore Palella oggi vive stabilmente nella Grande Mela, ha sposato una modella di Sport Illustrated e insieme hanno festeggiato la nascita del figlio George W. con un selfie a Times Square che li immortala ai piedi della foto del pargolo impressa sui cartelloni pubblicitari della piazza. Ci riceve nel quartiere generale della Helbiz, al 32° piano di un grattacielo nel cuore di Wall Street, in presenza del suo avvocato americano e dei legali in collegamento da Roma. La loro presenza è un monito.

DANIELE AUTIERI Qui siamo un po’ in un bunker, ci sono telecamere che ci riprendono, persone collegate, avvocati… diciamo che non ci sentiamo proprio i benvenuti.

SALVATORE PALELLA – AMMINISTRATORE DELEGATO HELBIZ Che tu non sia il benvenuto questo te lo posso dire io sicuramente.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Ci fosse uno che ci accoglie a braccia aperte. La presenza degli avvocati e delle telecamere che registrano è un avvertimento: fate attenzione a raccontare le cose per bene. Noi comunque, Mr Palella lo ringraziamo perché consentendoci di raccogliere il suo punto di vista, ci dà l’opportunità di fornire al nostro pubblico un’informazione completa. Anche perché la sua, è una storia incredibile. È a capo della Helbiz, una società leader nel mondo dello sharing dei monopattini elettrici, un settore in via di sviluppo. Il mercato europeo e quello degli Stati Uniti da soli potrebbero valere 30 miliardi di dollari. Siamo pronti a vigilare su un settore che si sta espandendo in questa maniera? Quella di Palella è una storia che comincia ad Acireale, aveva i pantaloncini corti quando ha cominciato a giocare a fare l’imprenditore di successo. Si vanta di essere nato lo stesso giorno di Silvio Berlusconi e di ammirare Trump. È da picciriddu che ambisce alle copertine di Forbes, ai viaggi oltreoceano, NewYork, Los Angeles, Miami. E poi, vacanze da vip, belle donne, a Porto Cervo e nei luoghi più esotici. Si muove come imprenditore con disinvoltura tra aziende che vendono bevande, bitcoin, squadre di calcio e anche monopattini elettrici per finire. Con una costante: sceglie sempre le amicizie sbagliate. Quelle giuste le trova nei salotti e nelle palestre di Milano. Il nostro Daniele Autieri.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Salvatore Palella fonda la Helbiz Italia nell’ottobre del 2018 e in pochi mesi diventa uno dei leader in Europa dei monopattini. Ma chi c’è dietro questa impresa? Un broker della finanza, che ha fatto un pezzo di strada accanto a Palella, ci racconta la sua rete di relazioni.

BROKER FINANZIARIO Io incontro per la prima volta Salvatore Palella al Club 10 del Principe di Savoia…

DANIELE AUTIERI Cos’è il Club 10?

BROKER FINANZIARIO È la palestra più esclusiva di Milano. Ai tempi c’erano tutti i dirigenti del Milan, tuttto il top management delle grandi banche. Tutto il gotha della città.

DANIELE AUTIERI E Palella come fa ad entrare in un posto del genere?

BROKER FINANZIARIO Palella era molto legato a Ricucci che era un socio storico del Club 10. Ma era anche molto legato a suo figlio, Edoardo, che poi porta con sé a lavorare in Helbiz. Ma Palella fa parte di un giro molto più grande.

DANIELE AUTIERI Nell’ambito di queste relazioni che Palella aveva, chi erano quelli più vicini a lui, quelli più stretti?

BROKER FINANZIARIO Da Emilio Fede, a Ponzellini, l’ex-presidente della banca Popolare di Milano. Il suo socio nella Ico era Lorenzo Pellegrino, numero uno di Skrill.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Salvatore Palella si accredita così nella finanza milanese. Edoardo, il figlio di Stefano Ricucci, viene assunto nella società dei monopattini, l’ex-presidente della Banca popolare di Milano, Massimo Ponzellini, partecipa al primo compleanno di George W Palella; Emilio Fede diventa un suo assiduo frequentatore così come Lorenzo Pellegrino, già partner di Palella e amministratore delegato di Skrill, una delle società leader nei pagamenti digitali, sponsor del Milan.

DANIELE AUTIERI Che rapporto c’è con Stefano Ricucci?

SALVATORE PALELLA – AMMINISTRATORE DELEGATO HELBIZ È una persona che conoscevo durante la mia vita di Milano, è una delle persone più intelligenti che abbia conosciuto nella mia vita.

DANIELE AUTIERI Massimo Ponzellini, invece, l’ex-presidente della Bpm condannato per corruzione privata, poi è intervenuta la prescrizione dopo…

SALVATORE PALELLA – AMMINISTRATORE DELEGATO HELBIZ Non conosco le sue vicende giudiziarie, se non sbaglio è stato completamente prescritto.

 DANIELE AUTIERI È stata prescritta si.

SALVATORE PALELLA – AMMINISTRATORE DELEGATO HELBIZ È stata prescritta, è uno dei nostri consulenti in azienda, mi aiuta a gestire la quotazione, è una delle persone più rispettate che io abbia mai visto.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Tra i finanziatori della società di monopattini c’è anche Riccardo Silva per anni gestore dei diritti esteri delle partite di Serie A. In Italia Silva finisce in un’inchiesta sul giro d’affari legato ai diritti televisivi dello sport, ne esce pulito e sbarca negli Usa dove apre un fondo di investimento che spazia dal calcio alla moda, fino all’immobiliare.

DANIELE AUTIERI E oggi questo Silva che fa? BROKER FINANZIARIO Silva oggi vive a Miami dove ha fondato il Miami Football Club e gestisce la sua società che è global player della finanza che investe su tutto ciò che porta utili.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO A parte Riccardo Silva rimane il mistero su chi siano gli altri finanziatori di Helbiz. Di tanto in tanto in rete spuntano notizie su nuovi investitori e una di queste coinvolge anche Marco Borriello, l’ex-attaccante della Nazionale che oggi vive e lavora a Ibiza.

MARCO BORRIELLO – DIRIGENTE SPORTIVO – EX CALCIATORE Non ho niente a che fare io con Helbiz. Facevo solamente due giretti, così per… parcheggiare.

DANIELE AUTIERI Ah, perché c’è questa notizia in rete…

MARCO BORRIELLO No, assolutamente, falso, falso.

DANIELE AUTIERI Falso!

DANIELE AUTIERI Palella lo conosce però?

MARCO BORRIELLO – DIRIGENTE SPORTIVO – EX CALCIATORE Sì, sì, lo conosco. Non voglio che mi miei nomi siano legati a monopattini o Palella.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Borriello smentisce. Non è facile capire chi siano gli azionisti della compagnia dei monopattini. La Helbiz Italia discende dalla Helbiz Limited di Dublino, controllata a sua volta dalla Helbiz Inc, una holding con sede nel Delaware che fa capo proprio a Salvatore Palella.

GIAN GAETANO BELLAVIA – ESPERTO IN RICICLAGGIO È chiaro che è uno schema offshore. Nel Delaware ad esempio non c’è bisogno di avere una contabilità. Sembra assurdo, ma una società senza contabilità che cos’è? È uno schermo.

DANIELE AUTIERI Che cosa ci raccontano i bilanci delle Helbiz in Europa?

GIAN GAETANO BELLAVIA – ESPERTO IN RICICLAGGIO La italiana ha dei conti oggettivamente pessimi, nel senso che perde 950mila euro, consuntivando ricavi per 700mila euro, quindi perde più di quel che incassa. La società irlandese perde anch’essa. L’irlandese oltre a controllare l’Italia, controlla anche una società in Serbia che non ha capitale. Ha capitale zero. Poi controlla anche un’inglese che però è stata costituita a luglio del 2020, non ha bilancio evidentemente, ha un capitale di 100 sterline.

DANIELE AUTIERI Il giro d’affari europeo di Helbiz non giustifica nemmeno il tenore di vita di Palella negli Stati Uniti?

GIAN GAETANO BELLAVIA – ESPERTO IN RICICLAGGIO Il giro d’affari delle società Helbiz non giustifica nemmeno l’esistenza delle società Helbiz.

SALVATORE PALELLA Abbiamo un giro d’affari di circa 15 milioni lo scorso anno…

DANIELE AUTIERI In Italia un milione circa.

SALVATORE PALELLA – AMMINISTRATORE DELEGATO HELBIZ Non è un nostro mercato di riferimento… il nostro mercato di riferimento è gli Stati Uniti D’America.

DANIELE AUTIERI Negli Stati Uniti avete un giro d’affari considerevole?

SALVATORE PALELLA – AMMINISTRATORE DELEGATO HELBIZ Beh sì, basta contare che tutti gli scooter, i monopattini elettrici che abbiamo in Italia sono presenti in una licenza che è Washington DC, più abbiamo tante altre città.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO In Italia Milano è il primo comune che apre le porte ai monopattini di Helbiz, seguita a distanza di pochi mesi da Roma, Napoli, Parma, Torino, e da molte altre città italiane. Ma all’amministrazione comunale qualcuno ha delineato la figura e i trascorsi di Salvatore Palella.

DEPUTATO Guardi che al Comune di Milano sanno bene chi c’è dietro la Helbiz.

DANIELE AUTIERI Come lo fanno a sapere?

DEPUTATO Perché gliel’ho segnalato io. …

DANIELE AUTIERI In che modo?

DEPUTATO Gli ho mandato articoli di giornale. Conosco il personaggio da una vita. Gli ho semplicemente detto: guardate che qui c’è questo problema, valutate voi.

DANIELE AUTIERI Lei a chi l’ha mandata la segnalazione?

DEPUTATO A una persona dell’amministrazione… una persona importante.

DANIELE AUTIERI Questa persona ha fatto qualcosa, è intervenuta?

DEPUTATO Mi ha detto che loro i controlli li fanno, con gli strumenti che hanno, ovviamente in assenza di atti giudiziari sono limitati. Loro fanno bandi e partecipa chi vuole e chi ha i requisiti vince.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO A novembre il comune obbliga Helbiz, Bird e Circ a cessare l’attività e ritirare i loro veicoli. Il provvedimento viene preso per il mancato rispetto delle norme sulla sicurezza, in particolare per via di anomalie sul sistema di moderazione della velocità e della sosta. In un solo colpo 2.250 monopattini spariscono dalle strade di Milano.

DANIELE AUTIERI Mi chiedo se non sia curioso il fatto parlando della Helbiz che questa società abbia ottenuto autorizzazioni a mettere in servizio i propri monopattini praticamente in tutte le grandi città italiane e nessuna abbia fatto un controllo.

DOMENICO IELO - AVVOCATO ESPERTO PUBBLICA AMMINISTRAZIONE La legislazione nazionale non ha previsto in modo preciso dei requisiti particolarmente stringenti.

GIAN GAETANO BELLAVIA – ESPERTO IN RICICLAGGIO Purtroppo il nostro legislatore incredibilmente ha ritenuto di esentare la pubblica amministrzione dalle attività di verifica della clientela ai finiti di antiriciclaggio.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO All’inizio del 2020 viene approvato un emendamento alla manovra di bilancio presentato dal senatore Eugenio Comencini di Italia Viva che equipara i monopattini alle biciclette autorizzandone la circolazione sulle strade italiane. Il partito di Matteo Renzi è uno dei più convinti sostenitori della micromobilità. La Helbiz gli è riconoscente e il 16 novembre scorso versa a Italia Viva un chip da 1.000 euro. La circolazione dei monopattini adesso è libera e Palella è pronto a compiere il grande salto con la quotazione in Borsa al Nasdaq di Wall Street.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Palella ama talmente Wall Street da noleggiare i tabelloni a Time Square dove vengono proiettate le quote, questo per immortalare il momento più bello della sua vita: la nascita della sua creatura, George W. Palella. George W. in onore di Bush. Palella ha incassato le concessioni per far girare i suoi monopattini sulle strade, di Milano, Roma, Torino, Verona Bari, Pescara, Napoli Salerno. Nessuno tra gli amministratori gli ha chiesto “scusi, Mr Palella. Ma da dove prende i soldi? Chi sono i suoi soci?” Non glielo chiedono anche perché la legge non lo prevede. Lui ha delle società in Europa, abbiamo visto, in Italia, a Londra, in Serbia; fanno riferimento a Dublino e poi finiscono nel Delaware. Vedendo i bilanci di Helbiz il nostro consulente dice “guardate che però, vedendo le cifre, non è giustificata Helbiz proprio come impresa. Non ha motivo di esistere”. E Palella dice “guardate che i miei interessi sono soprattutto qui negli Stati Uniti”. Noi ovviamente gli crediamo. Chissà se qualcuno lì gli ha chiesto da dove vengono i suoi soldi, chi sono i suoi soci. Come è diventato imprenditore Palella? Noi ce lo siamo chiesti. E la risposta ha dell’incredibile: è storia di un picciriddru che cammina tra le strade di Acireale col naso all’insù guardando i faraglioni e sbarca poi tra i grattacieli degli Stati Uniti. Ma per fare così tanta strada hai bisogno di tante vitamine. E anche di saper cambiare la rotta al momento giusto.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Nei giorni in cui l’America saluta il suo nuovo Presidente, New York è l’ombra della città che non si ferma mai. In tanti hanno lasciato la metropoli. Chi è rimasto si è chiuso in casa e di sera le strade di Manhattan assomigliano a canyon senza vita.

 SARA TRAVERSO – DOMUS REALTY Abbiamo avuto un 40% di persone che dalla città si sono spostate nelle zone limitrofe. Più della metà addirittura erano residenti di Manhattan.

DANIELE AUTIERI Quante case sfitte ci sono a Manhattan?

SARA TRAVERSO – DOMUS REALTY Abbiamo avuto 16mila appartamenti sfitti.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il Covid ha piegato Manhattan: i grattacieli si sono svuotati, molti negozi hanno preferito chiudere, perfino il Memorial dell’11 settembre è stato transennato, mentre la città festeggia in silenzio l’arrivo di Biden. Tra gli sponsor della cerimonia di insediamento del nuovo presidente c’è anche la Helbiz Inc, la società leader nello sharing di monopattini guidata dall’italiano Salvatore Palella. È un fan di Trump, ma sale sul carro di Biden.

DANIELE AUTIERI Come le è venuta l’idea della Helbiz?

SALVATORE PALELLA – AMMINISTRATORE DELEGATO HELBIZ La prima prima idea fu Help Biz, quindi Help nel Business, e quindi la possibilità di trovare un plumber, un idraulico, un elettricistista intorno a te, poi ovviamente si è andata modificando ma come tante idee della Silicon Valley nascono con un’idea e poi muoiono con un’altra.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO L’ascesa di Salvatore Palella inizia da Acireale, in questa casa ormai abbandonata, recintata dal comune e sommersa dalla posta mai letta. Ma evidentemente la dimensione siciliana gli deve essere stata stretta se a 19 anni ha fatto la valigia.

MARIO BARRESI – GIORNALISTA “LA SICILIA” Lui comincia da cervello in fuga andando a Milano e da lì spunta quasi dal nulla questa startup Witamine.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Witamine è un’azienda che vende succhi di frutta principalmente attraverso rivenditori automatici, ma finisce presto coinvolta in un’indagine della direzione distrettuale antimafia di Milano

MARIO BARRESI Perché ritenuta società di un braccio destro di un boss siciliano trapiantato al Nord.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Oltre alla Witamine, la procura di Milano sequestra società e locali per un valore di 15 milioni di euro tutti riconducibili al boss Guglielmo Fidanzati, figlio di Tanino, capo mandamento di Arenella Acquasanta. Guglielmo viene arrestato nell’aprile del 2011 per traffico internazionale di droga e riciclaggio, nell’ambito di un’operazione che coinvolge la ‘ndrangheta e clan criminali della ex-Jugoslavia.

SALVATORE PALELLA – AMMINISTRATORE DELEGATO HELBIZ La witamine non fu sequestrata, si fu sequestrata all’interno di un… e fu ritornata dopo due, tre giorni dicendo che non era coinvolta in quei fatti.

DANIELE AUTIERI No, non dissero che non era coinvolta, la procura disse che lei era il prestanome di Michele Cilla, che era il braccio destro del boss Guglielmo Fidanzati… ricorda? Se lo ricorda questo Michele Cilla?

SALVATORE PALELLA – AMMINISTRATORE DELEGATO HELBIZ Mi ricordo Michele Cilla.

DANIELE AUTIERI Che rapporto avevate?

SALVATORE PALELLA – AMMINISTRATORE DELEGATO HELBIZ Nessun rapporto, se mi chiedi chi era so chi era, ma non avevamo nessun rapporto.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Cilla è un noto gestore di discoteche, una cerniera tra il mondo del crimine organizzato e quello del jet set, passepartout per accedere ai giri di Lele Mora e della Milano da bere, che popola i locali notturni. Sta scontando la sua pena ai domiciliari in un paesino nell’ hinterland milanese dove lo incontriamo per chiedergli di Salvatore Palella.

MICHELE CILLA Conosco tutto di lui, l’ho creato io, è un uomo venuto da me, è venuto qui a studiare a fare università e mi era stato consigliato da amici di amici di mettermelo diciamo sotto la mia ala…

DANIELE AUTIERI Amici di che tipo? MICHELE CILLA Sotto la mia ala per… e aveva 17 anni.

DANIELE AUTIERI Ma mi dice dalla Sicilia chi è che ha detto, sto ragazzo...andiamo forza…

MICHELE CILLA Non si può. Una persona… che mi ha detto di aiutare questo ragazzo e di instradarlo perché era una brava persona.

MICHELE CILLA Quando all’epoca Lele Mora era il faraone, stiamo parlando degli anni d’oro, che io, i tutti i giorni eravamo lì sempre a pranzo e cena e quindi…

DANIELE AUTIERI C’era pure Palella?

MICHELE CILLA Era sempre con me Palella, era il mio assistente personale…

DANIELE AUTIERI Ho letto nelle ordinanze che era la sua testa di legno…

MICHELE CILLA Non è vero. La Witamine era sua. Poi io l’ho aiutato perché lui era un tipo, era un ragazzo che faceva tutto facile, per lui era tutto facile all’epoca. Staccava assegni a destra e a manca.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO L’aiuto di Michele Cilla non basta. Pochi mesi dopo il sequestro, la Witamine viene messa in liquidazione e Palella decide di tornare nella sua terra e lì lanciarsi in una nuova avventura imprenditoriale: acquistare l’Acireale Calcio.

TG REGIONALE DEL 08/02/2013 “Habemus firma. La fumata bianca è arrivata ieri pomeriggio intorno alle 18 con Salvatore Palella che finalmente ha acquisito l’Acireale Calcio”.

ORAZIO SORBELLO – DIRETTORE TECNICO ACIREALE CALCIO 2013 Ha fatto venire dopo una partita che abbiamo giocato in notturna i Negramaro, le veline. Che hanno movimentato un po’ di entusiasmo nella città.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Ma l’incantesimo si rompe presto. E il risveglio è amaro. I giocatori non vengono pagati, i tifosi si rivoltano contro il loro presidente.

SALVATORE PALELLA - CONFERENZA STAMPA ACREALE CALCIO 19/02/2013 “La situazione quando sono arrivato qui diciamo era peggio di quella che c’è adesso. L’unica cosa è che allora non c’era la speranza, invece adesso c’è”.

DANIELE AUTIERI Mi raccontano di giocatori dell’Acireale che aspettavano fuori dalla banca l’arrivo del bonifico che non arrivava mai.

ORAZIO SORBELLO – DIRETTORE TECNICO ACIREALE CALCIO 2013 Sì, è una situazione un po’ particolare, lui asseriva che il bonifico l’aveva fatto mentre il bonifico non arrivava mai.

SALVATORE PALELLA - CONFERENZA STAMPA ACREALE CALCIO 10/08/2013 “Le trasferte l’anno scorso dalla prima all’ultima le ho pagate io, no tuo nonno, tuo zio…sta minchia”.

ORAZIO SORBELLO – DIRETTORE TECNICO ACIREALE CALCIO 2013 Gli stipendi ai ragazzi…

DANIELE AUTIERI Niente. E i giocatori erano avvelenati.

ORAZIO SORBELLO Per forza. Si. Lui si muoveva sempre con l’autista.

DANIELE AUTIERI Quindi dice: i soldi ce li ha?

ORAZIO SORBELLO – DIRETTORE TECNICO ACIREALE CALCIO 2013 Quindi dici come fai? Un mese, dice è venuto una volta, due volte, sai magari glieli può pagare…una vota due volte, ma tutto sempre.

SALVATORE PALELLA – AMMINISTRATORE DELEGATO HELBIZ Fallimento non vuol dire che hai dei rubato dei soldi… fallimento vuol dire che un’attività vada bene o vada male, nel caso mio sono andate male, non ho lasciato nessun buco, abbiamo sistemato tutto…

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Ad Acireale non la pensano come lui. Rocco Muscolino lo avevano chiamato, prima di incontrare Salvatore Palella. È un signore di mezza età che faticosamente ha messo in piedi un una piccola agenzia di noleggio con conducente. Ed ecco cosa racconta del suo vecchio cliente.

DANIELE AUTIERI A lei deve un sacco di soldi.

ROCCO MUSCOLINO - AUTONOLEGGIO Tanto… tanto.

DANIELE AUTIERI 80mila euro…

ROCCO MUSCOLINO - AUTONOLEGGIO 87!

DANIELE AUTIERI Come era arrivato a quella cifra?

ROCCO MUSCOLINO - AUTONOLEGGIO Quattro mesi e mezzo di lavoro, notte e giorno a disposizione, chilometri.

DANIELE AUTIERI Come giustificava il fatto che non pagasse?

ROCCO MUSCOLINO - AUTONOLEGGIO Mi ha fatto assegni di conto corrente già chiusi. C’ho una cambiale che gli ho fatto anche un quadretto… Acireale calcio da 20mila euro.

DANIELE AUTIERI Il punto è che visto che è un imprenditore di successo può saldare i suoi debiti in Italia…

SALVATORE PALELLA – AMMINISTRATORE DELEGATO HELBIZ Ci sono i miei avvocati collegati, non c’è nessun debito in Italia…

DANIELE AUTIERI Quindi sono millantatori

SALVATORE PALELLA – AMMINISTRATORE DELEGATO HELBIZ Guardi in Sicilia come regalo di natale ho donato 10mila dollari.

DANIELE AUTIERI All’abside, alla cattedrale, ho visto.

SALVATORE PALELLA – AMMINISTRATORE DELEGATO HELBIZ Alla chiesa… e non Ho pubblicizzato da nessuna parte è la prima volta in cui lo dico. Se avevo qualcosa da nascondere avrei preferito sistemare prima qualcos’altro.

DANIELE AUTIERI Poteva donare qualcosa all’autista Rocco Muscolino, che è rimasto, che c’ha un debito di non so quante decine di migliaia.

SALVATORE PALELLA – AMMINISTRATORE DELEGATO HELBIZ Si sbaglia, lo chiami in diretta…chiamalo, chiamalo.

DANIELE AUTIERI Lo chiamo?

SALVATORE PALELLA – AMMINISTRATORE DELEGATO HELBIZ Ti invito a chiamarlo così vediamo se anche le cambiali erano vere.

DANIELE AUTIERI Non risponde.

SALVATORE PALELLA – AMMINISTRATORE DELEGATO HELBIZ Penso che hai qualche giorno prima di montare il servizio io ti prego di chiamarlo più volte fino a quando non ti risponde.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Abbiamo seguito il consiglio di Palella. E richiamato L’autista Rocco Musolino, Ma segure Palella è come aprire il vaso di pandora.

ROCCO MUSCOLINO - AUTONOLEGGIO Sono sincero, qualcosa me l’ha data, ora ultimamente, qualcosa…

 DANIELE AUTIERI Le posso chiedere quanto le ha dato del totale?

ROCCO MUSCOLINO - AUTONOLEGGIO Venti.

DANIELE AUTIERI Quindi venti su Ottanta.

 ROCCO MUSCOLINO - AUTONOLEGGIO Si DANIELE AUTIERI E gliel’ha dati pochi giorni fa, poco tempo fa? Diciamo quando lui ha saputo che stavamo lavorando su Helbiz?

ROCCO MUSCOLINO - AUTONOLEGGIO Sì, da quando ha sentito questa situazione, si. Dice che se chiama Report lei deve dire che noi l’abbiamo pagata.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Palella ha saldato poco meno di un terzo dei debiti con l’autista e dopo che ha saputo che eravamo andati in Sicilia, e in cambio del silenzio. Ha promesso che gli darà il resto. Vedremo. Ma più di una persona, in Sicilia, ha fatto i conti con i suoi pagherò. A cominciare da un suo vecchio amico, un imprenditore che gestisce un’azienda alle porte di Catania.

DANIELE AUTIERI Quanto le aveva chiesto?

IMPRENDITORE 70, 80mila non mi ricordo. Poi mi misi a insistere, quindi qualcosa me la tornò indietro. Gli altri mi ha fatto le cambiali. Le cambiali poi non me le ha pagate ed è scomparso.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Queste sono le cambiali firmate da Salvatore Palella. Oltre 70mila euro di prestito mai onorato.

IMPRENDITORE Ci voglio andare io con i piedi di piombo perché non so cosa c’è sotto. È una cosa impossibile che tu un anno prima devi scappare da Acireale, che era presidente dell’Acireale Calcio e poi un anno dopo sei sulle riviste, aereo privato, barche.

DANIELE AUTIERI Qualche cambialetta in giro l’ha lasciata…

SALVATORE PALELLA – AMMINISTRATORE DELEGATO HELBIZ Ma non è vero, per favore, ti chiedo di dimostrarmelo…

DANIELE AUTIERI Ce l’ho qua! Almeno due cambiali firmate da lei, siciliane…

SALVATORE PALELLA – AMMINISTRATORE DELEGATO HELBIZ Non credo di aver mai fatto una cambiare in Sicilia. Asoolutamente. Dove si vede la firma? Questa non è la mia calligrafia, è troppo bella per essere la mia calligrafia.

DANIELE AUTIERI È finta?

SALVATORE PALELLA – AMMINISTRATORE DELEGATO HELBIZ Non lo so, sicuramente non è la mia calligrafia.

DANIELE AUTIERI È una cambiale finta?

SALVATORE PALELLA – AMMINISTRATORE DELEGATO HELBIZ Ascolta, se sei venuto qui per parlare di cambiali.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Più che le cambiale sono imbarazzanti alcune amicizie di Palella emergono quando cerca di acquistare il marchio della squadra da un imprenditore che ha avuto problemi con la giustizia perché considerato vicino alla mafia.

SANTO MASSIMINO - IMPRENDITORE Io ti vorrei comprare il marchio però siccome non ho la disponibilità immediata, ah guardi le faccio vedere, e mi tira fuori un assegno. Dice, io questo assegno lo devo incassare.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Palella chiede un nuovo incontro con Massimino ma questa volta si presenta con Enzo Ercolano, figlio del defunto boss Pippo Ercolano, considerato l’erede della famiglia Ercolano-Santapaola, e condannato nel novembre scorso a 12 anni di reclusione dalla corte d’appello di Catania.

MARIO BARRESI – GIORNALISTA “LA SICILIA” Lui cerca la raccomandazione, col figlio del boss per avere una sorta di sconticino rispetto alla somma dovuta.

SANTO MASSIMINO - IMPRENDITORE Si presenta con un giovane Enzo Ercolano… Signor massimino, le voglio chiedere la cortesia, io conosco questo giovane Palella lo conosco da sempre.

SALVATORE PALELLA – AMMINISTRATORE DELEGATO HELBIZ Io conoscevo Vincenzo da diversi anni in quanto si occupava di trasporti per l’azienda di mio padre, che era una semplicissima azienda di commercializzazione di arance e limoni, non l’ho mai conosciuto sotto l’aspetto dark…diciamo così.

DANIELE AUTIERI Beh insomma, gli Ercolano anche i sassi di Acireale sanno chi sono.

SALVATORE PALELLA E magari io ero un sasso sbagliato…

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Alla fine Massimino accetta, cede il marchio in cambio di un pagherò, ma Palella non rispetta i patti. E questo fa adirare il boss, che aveva garantito per lui. Ed ecco l’audio inedito captato dalle cimici del Ros della conversazione tra Ercolano e Palella.

INTERCETTAZIONE TELEFONICA ENZO ERCOLANO Ti sei mangiato il nome della tua famiglia e hai mischiato pure il mio, gran pezzo di merda.

SALVATORE PALELLA Va bene, poi i fatti prevarranno…

ENZO ERCOLANO La mia onorabilità. I fatti, quali? Che la verità è che fai le truffe… hai 23 anni ed è 5 anni che l’hai messo in culo a tutta Italia… quali fatti? …Che tu sei un disonore per te e per la tua famiglia! Ascoltami Palella… cu si cucca chi picciriddrhi, a matina agghiorna cacato… l’hai capito?

SALVATORE PALELLA Si non capisco.

ENZO ERCOLANO Ed io con i bambini non mi ci vado a cuccare.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO “Chi va a dormire con i picciriddrhi, con i bambini, è facile che si possa svegliare sporco di popò, di cacca”. È la metafora colorita che usa il figlio del boss, Enzo Ercolano che dice anche “io non voglio andare a dormire con i bambini”. È sempre prodigo a rilasciare perle di saggezza popolare che però ha un significato preciso. Vuol dire: Palella tu non dovevi azzardarti a spendere il mio nome se non sei in grado poi di rispettare un impegno. Ercolano dice anche una cosa più importante in quella telefonata, anche più grave, se vogliamo: “Palella, hai truffato da cinque anni tutta Italia”. A quali truffe si riferiva? Palella dice “io non conosco, non conoscevo la parte dark di Vincenzo Ercolano”; è un anglicismo che gli consente di non usare, nominare la parola mafia. Tuttavia non spiega perché si avvale della sua capacità di persuasione per cercare di ottenere uno sconto dall’altro imprenditore quando tenta di comprare il marchio dell’Acireale Calcio. Insomma, però archiviata la vicenda dell’Acireale, la seconda parte della vita imprenditoriale di Palella è tutt’altra storia. Però come concili la redenzione con i bitcoin?

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO La seconda vita dell’imprenditore è all’insegna della santità, benedetto da Papa Francesco e dal mondo della finanza. Nell’ottobre del 2019 La prestigiosa rivista Forbes gli dedica una copertina, consacrandolo come la stella nascente dell’imprenditoria italiana.

DANIELE AUTIERI Nel 2019 forbes le dedica una serie di articoli, più una copertina. Un bel colpo!

SALVATORE PALELLA – AMMINISTRATORE DELEGATO HELBIZ Beh, abbiamo portato la micromobilità in Italia, credo che quello sia un bel colpo.

DANIELE AUTIERI A noi risulta che tutti questi servizi di Forbes siano stati pagati.

SALVATORE PALELLA – AMMINISTRATORE DELEGATO HELBIZ Abbiamo degli ottimi rapporti con la Blue Communication, che è la società che gestisce Forbes in Italia e facciamo della pubblicità anche con loro.

DANIELE AUTIERI L’idea di parlare con voi di Forbes c’è venuta perché tempo fa avevamo visto una copertina dedicata ad un imprenditore, parlo di Salvatore Palella. In quel caso c’erano dei pregressi che voi avete trattato molto bene quindi era un discorso interessante per noi.

AGENTE BFC MEDIA – EDITORE FORBES ITALIA Tutti quanti nella vita qualche scheletro nell’armadio ce l’hanno, no? Soprattutto a un certo livello. Facendo riferimento a quello che è successo con Salvatore Palella, c’è la possibilità di fare un lavoro di posizionamento e di reputation se questa persona non è una persona che ha sterminato bambini o smercia in organi.

DANIELE AUTIERI Senta , ma un progetto che comprenderà anche il fatto di finire in copertina.

AGENTE BFC MEDIA – EDITORE FORBES ITALIA Perfetto…

DANIELE AUTIERI Di che valori stiamo parlando?

AGENTE BFC MEDIA – EDITORE FORBES ITALIA Tenga conto che i progetti di collaborazione su tre, sei mesi per questo tipo di iniziativa. E non sto parlando di copertia, la copertina diventa un di cui del progetto, di solito variano tra i 10 e i 12 mila euro mese.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO 60mila euro e diventi un imprenditore di successo. Nessuno si chiede però come sia arrivato quel successo, che ha origine non troppo lontano, nel febbraio del 2018, quando dagli uffici di Londra della multinazionale Skrill, Salvatore Palella lancia la sua ICO, una forma di raccolta fondi attraverso la vendita di criptovaluta.

VIDEO LANCIO HELBIZ COIN, LONDRA SALVATORE PALELLA “Grazie a tutti, grazie di essere qui. Voglio dire grazie a Skrill per ospitarci nei suoi uffici di Londra. Sono felice di annunciare la quotazione di Helbiz”.

FRANCESCO DAGNINO, - AVVOCATO ESPERTO IN CRIPTOVALUTE Palella prometteva di sviluppare una piattaforma di car sharing che avrebbe utilizzato come valuta per noleggiare l’automobile il token di nuova generazione.

SALVATORE PALELLA – AMMINISTRATORE DELEGATO HELBIZ Noi abbiamo pensato una vendita di servizi, la creazione di un utility token a Singapore in cui avevano prevenduto circa 800mila dollari di coin che erano utilizzabili nella nostra piattaforma.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Un’idea rivoluzionaria lanciata sui mercati di mezzo mondo anche con l’aiuto di un testimonial d’eccezione.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Oltre allo spot, Del Piero lancia l’iniziativa anche con un tweet. Stefano, il fratello e agente di Alex, ci spiega che si “è trattato di una collaborazione legata al prodotto, alla quale non sono seguite altre attività”. Tuttavia l’avventura della criptovaluta finisce non come dovrebbe e chi aveva investito sul suo progetto rimane con il cerino in mano.

FRANCESCO DAGNINO, - AVVOCATO ESPERTO IN CRIPTOVALUTE Poi il progetto non viene, secondo quella che era la contestazione che viene formulata dalla class action americana, il progetto non viene poi completato, i token che erano quotati su exchange vengono delistati…

DANIELE AUTIERI Quindi io investo dei soldi, mi dai in cambio helbiz coin e a un certo punto non valgono più niente. Questo è successo?

FRANCESCO DAGNINO, - AVVOCATO ESPERTO IN CRIPTOVALUTE Il valore degli helbiz coin si è sostanzialmente azzerato.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Negli Usa si apre una richiesta di class action contro Palella. Si parla di circa 20mila presunte vittime per un controvalore di raccolta di circa 40 milioni di dollari. E il 19 giugno scorso il caso viene assegnato alla Southern District Court di New York.

DANIELE AUTIERI I 20mila sono solo nel mercato statunitense, perché lui la Ico la inizia a Singapore.

FRANCESCO DAGNINO, - AVVOCATO ESPERTO IN CRIPTOVALUTE La Ico viene promossa attraverso una società offshore costituita a Singapore, viene poi viene promossa in tutto il mondo.

SALVATORE PALELLA – AMMINISTRATORE DELEGATO HELBIZ Coloro che hanno scritto la class action sono 11 persone, l’avvocato che ha scritto la class action è un avvocato che chiamerei in gergo ambulance chaser, inseguitore di ambulanze. Non sono sicuramente 20mila ma stiamo parlando di circa 500 persone.

DANIELE AUTIERI 500 persone… quanto avete raccolto?

 SALVATORE PALELLA – AMMINISTRATORE DELEGATO HELBIZ Si parla di circa 700mila dollari. Abbiamo fatto tutto alla luce del sole, abbiamo chiesto alla hbz mobility system a Singapore di occuparsi del ritorno dei denari a tutti coloro che avevano acquistato il token. Hanno ritornato quasi il 70%.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO NUOVO Palella non si preoccupa della Class Action, pensa di superarla senza danni. Ha in mento un solo obiettivo, sbarcare a Wall Street.

SALVATORE PALELLA – AMMINISTRATORE DELEGATO HELBIZ Uno dei nostri obiettivi è la quotazione nei prossimi sei mesi.

DANIELE AUTIERI Lei non crede che questa sorta di peccato originale di questa class action possa in qualche modo…

 SALVATORE PALELLA – AMMINISTRATORE DELEGATO HELBIZ Ti rispondo con dei fatti, Claudio pupi prendermi un box, che c’è qua? È una domanda permettimi di dire molto stupida per il mercato americano…

 DANIELE AUTIERI Sai come si dice non ci stanno domande stupide, solo risposte stupide…

SALVATORE PALELLA – AMMINISTRATORE DELEGATO HELBIZ Esatto qindi permettimi di dire la tua è una domanda stupida, è l’eccezione che non fa la regola, ho avuto il piacere di stamparti così nelle tue nove ore, tutte le class action che aveva facebook prima di andare quotata, prima di andare quotata ricordati queste parole… ho il piacere di darti questo box.

DANIELE AUTIERI Me lo porto, me lo metto come bagaglio a mano.

SALVATORE PALELLA – AMMINISTRATORE DELEGATO HELBIZ Esatto.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Visto l’ingombro, il nostro Daniele, ha pensato di farselo spedire il pacco con la class action contro Facebook che il simpaticissimo Palella gli aveva preparato. Ecco guarda Facebook, fa capire quanto ambisce in alto. Pensa di scampare dalle querelle legali in America, non sa forse che si aprirà una class action anche qua in Italia. Perché ci sono gli investitori arrabbiati. Quello che abbiamo capito è che Palella è l’uomo dalle mille relazioni. Partono dal mondo dark, come abbiamo visto di Enzo Ercolano a quello di Lele Mora, a quello anche della Finanza, un po’ dark anche quello con mille sfumature. Dei Ricucci, dei Ponzellini. Poi si muove a suo agio anche nei salotti milanesi, ha incontrato persino Letizia Moratti. Ora è riuscito a muoversi con disinvoltura con le concessioni qui in Italia, nessuno gli ha mai chiesto conto dei suoi soci e dei suoi investimenti. Helbiz lui dice è trasparente. Ma poi la società porta in Delaware, e parlare di trasparenza è veramente un ossimoro. Quello che non si è considerato è che Palella gestendo le concessioni per fare girare i suoi monopattini, però accumula anche dei dati: nomi e cognomi di chi li utilizza, i cellulari, le carte di credito, i conti correnti… insomma, che fine fanno questi dati? È bene che non si sappia che ci sia dietro una società che accumula questi dati. Forse bisognerà metterci mano. Come bisognerà anche regolamentare l’abbandono di questi monopattini. Perché appena hanno saputo che ci occupavamo di questo tema, ci hanno scritto gli ipovedenti. E hanno detto: per favore Report, denunciate il fatto che i monopattini abbandonati in maniera così scriteriata sui marciapiedi, rappresentano un ostacolo pericoloso per chi non vede. Ecco. Vi giriamo l’invito, lo giriamo alla politica.

Guida alla mobilità green: l'idrogeno. Sergio Barlocchetti e Guido Fontanelli su Panorama il 22/12/2020. Ci sono diversi aspetti delle auto a idrogeno che entusiasmano, fanno discutere ma anche spaventano. Questo gas, il più diffuso nell'universo e presente nell'11,2 per cento circa nell'acqua, al vertice della tabella degli elementi chimici (ha il numero 1) e dalla densità molto contenuta (meno di 90 grammi in un metro cubo, cioè 1.000 litri), ha la proprietà di essere facilmente infiammabile e per questo di poter sprigionare energia. Ma proprio questa caratteristica, se da un lato spinge a sfruttarne il potere energetico, dall'altra incute timore specialmente nelle vecchie generazioni, forse perché ricordano il disastro del dirigibile Hindenburg avvenuto nel maggio 1937. Ecco allora che pensando alle automobili si rimane perplessi, anche se in realtà è sufficiente sfatare qualche mito per rendersi conto di quanto l'idrogeno sia oggi sicuro e promettente. Ciò non significa facile, nel senso che le difficoltà per aumentare la diffusione delle auto a idrogeno sono in via di soluzione. Ma che questo gas sia destinato a occupare presto una fetta di mercato paragonabile a quanto avviene per le auto a metano oppure per le elettriche è certo. Intanto occorre ricordare che non tutte le auto a idrogeno sono uguali. Esistono veicoli dotati di motori a combustione interna che usano l'idrogeno come combustibile o Hicev, Hydrogen Internal Combustion Engine Vehicle, tecnologia sperimentata inizialmente da Bmw, che oltre dieci anni fa costruì in cento esemplari esemplari la Hydrogen 7. Si trattava di una Serie 7 equipaggiata con un motore V12 da sei litri che poteva viaggiare indifferentemente a benzina o a idrogeno. Ma quest'ultimo era mantenuto allo stato liquido, quindi a bassissima temperatura (-253 °C) in un apposito serbatoio, prima di essere iniettato e bruciato. L'esperienza Bmw si è rivelata modesta sia a causa del basso rendimento sia del costo elevato di questa soluzione tecnica, e la casa fermò il progetto. Successivamente, con il miglioramento della tecnologia delle celle a combustibile, la cui invenzione risale all'Ottocento e l'applicazione pratica avvenne sulle capsule Nasa nei primi anni Sessanta, si è riusciti a installare sui veicoli un serbatoio di idrogeno ad alta pressione (attorno 700 bar con all'interno 6 kg di idrogeno per circa 600 km di autonomia dell'auto, per un peso di circa 170 kg), dal quale alimentare la cella producendo energia elettrica e ottenendo come scarto soltanto vapore acqueo e calore. Questi serbatoi, a differenza di quelli per gas naturale o metano, proprio a causa della pressione elevata al loro interno, erano inizialmente realizzati in acciaio, quindi pesanti, mentre recentemente sono stati introdotti quelli in materiali compositi, più leggeri e funzionali. L'energia elettrica prodotta dalla cella a combustibile viene quindi utilizzata da uno o più motori elettrici presenti nel veicolo passando da una batteria di piccole dimensioni che ha la funzione di soddisfare eventuali picchi di richiesta dell'energia. E a mantenerla carica contribuisce la frenata rigenerativa del veicolo stesso. Da questa architettura, apparsa per la prima volta nel 1966 sul furgone Electrovan della General Motors, sono nati altri modelli come la Toyota Mirai, la Hyundai Nexo e la Honda Clarity, che si definiscono Fcev, Fuel Cell Electric Vehicle. Costruite in questo modo, le auto a idrogeno hanno potuto raggiungere autonomie utili, circa 600 km, potendosi anche rifornire in poco tempo (qualche minuto) grazie alle colonnine di rifornimento in pressione. Proprio questo è oggi uno dei freni alla diffusione di queste auto, e anche se entro il 2025 l'Italia dovrebbe vedere l'attivazione di un centinaio di stazioni, almeno la metà delle quali accessibili al pubblico (nel numero degli impianti sono considerati anche quelli delle società di trasporto pubblico come l'Atm di Milano). L'altro problema riguarda il fatto che l'idrogeno va prodotto poiché non è presente in natura e questo comporta giocoforza l'utilizzo di energia e, qualora ciò non avvenga da fonti rinnovabili, ecco che si torna comunque a produrre anidride carbonica. Ma rispetto alle auto elettriche a batteria, le celle a combustibile non richiedono l'impiego di materiali rari, se non per una limitatissima quantità platino che generalmente viene recuperato dai catalizzatori usati delle autovetture con motore tradizionale. Facendo un rapido calcolo energetico e valutando l'evoluzione di batterie, celle a combustibile e serbatoi per l'idrogeno comincia a delinearsi un futuro vantaggioso che dovrebbe vedere l'uso delle sole batterie per le utilitarie, mentre un aumento dell'utilizzo di celle a combustibile per gli automezzi più grandi. Per riuscirci, una buona idea è quella applicata in Germania presso talune stazioni di rifornimento, che producono l'idrogeno in piccole quantità ma sul posto usando un mix di energia prodotta da pale eoliche, rinnovabili e solare.

Sicurezza: non scoppia neppure a seguito di un incidente. L'idrogeno non è tossico, nocivo e neppure corrosivo. In un'automobile a idrogeno un'esplosione è un evento praticamente remoto anche in caso di incidente. L'omologazione dei serbatoi prevede che questi siano costruiti con coefficienti di robustezza molto elevati e posizionati laddove le dinamiche degli urti hanno una probabilità remota di verificarsi. In pratica sono molto più resistenti dei normali serbatoi per benzina o diesel. Inoltre, in quelli di progettazione più recente è possibile annegare nella struttura elementi inertizzanti in grado di fermare la fuoriuscita del gas. I raccordi e le valvole dalle quali fuoriesce l'idrogeno verso la cella a combustibile sono ridondanti e dotati di blocchi di sicurezza. Gli ultimi ritrovati in fatto di tecnologia dei materiali destinati alla costruzione dei serbatoi sono i cosiddetti «Mof ultrapuri» o Nu-1501 basati su strutture metallo-organiche estremamente porose e meno costose dell'acciaio che possono immagazzinare una maggiore quantità di idrogeno trasferendolo verso la cella a combustibile a pressione inferiore. Dall'idrogeno «grigio» a quello verde, come si fabbrica e quanto costa il gas pulito. Esistono diversi metodi per produrre idrogeno, alcuni più ecologici di altri. Ma anche in questo caso bisogna sfatare un mito: l'idrogeno non è una fonte rinnovabile. Il metodo più diffuso, detto «reforming con vapore», o «grigio» prevede che un gas composto sinteticamente con alto contenuto di idrogeno venga ottenuto bruciando metano o altri idrocarburi e vapore acqueo con temperature tra 720° C e 1.100° C. Da questo si ottiene una grande quantità di anidride carbonica e appunto l'idrogeno ma in rapporto di 15:1, quindi è il meno ecologico ma il più economico, meno di 2 dollari al chilo. Più pulito è il cosiddetto «idrogeno blu», sempre prodotto attraverso la generazione di anidride carbonica, ma che al posto di essere dispersa viene quasi totalmente conservata in serbatoi interrati. Il costo sfiora i 4,3 dollari al chilo. Per essere totalmente ecologico l'idrogeno deve essere prodotto per elettrolisi quindi definito «verde», ovvero dalla separazione dell'ossigeno presente insieme al gas nell'acqua. Ma la macchina che lo produce, l'elettrolizzatore, costa molto e funziona a energia elettrica e quindi anche questa deve essere generata da fonti rinnovabili. In questo caso il prezzo varia da 5 a 10 dollari al chilo secondo il luogo di produzione. Tenendo presente che per produrre un chilogrammo di idrogeno sono necessari da 18,5 a 25 Kwh di corrente. La buona notizia è che il costo degli elettrolizzatori sta scendendo e secondo le previsioni di Bruxelles entro un decennio il tipo «verde» costerà meno di 2 euro al chilo in tutto il mondo. Infine esiste il processo di pirolisi, ovvero eliminando l'ossigeno all'interno di processi di combustione, in modo da ricombinare i legami chimici in molecole più semplici. Ma anche in questo caso, per attivare il processo serve energia che deve essere pulita. Il costo dell'idrogeno in Italia oscilla attorno a 15 euro al chilo contro i 10 della Germania e con un chilogrammo di idrogeno, un'auto a celle a combustibile può percorrere circa 100 km. A onor del vero, il modo più economico per avere idrogeno pulito sarebbe quello di utilizzare l'energia residua e il calore prodotti delle centrali nucleari. Ma questa è tutta un'altra storia.

L'idrogeno è già su strada. Hyundai ha in commercio un modello: Nexo. Si ricarica in cinque minuti. Guido Fontanelli su Panorama il 23 dicembre 2020. Per Hyundai l'idrogeno non è un'opzione futuristica, è già realtà: il brand coreano ha infatti nel suo catalogo una vettura a idrogeno dal 2018, la Nexo, che si può acquistare normalmente e che già circola in Alto Adige, dove questo tipo di alimentazione è sostenuto da un progetto della Provincia ed è in funzione un distributore aperto al pubblico per rifornire sia autovetture sia autobus. «La nostra casa» sottolinea Andrea Crespi, direttore generale di Hyundai Italia, «è l'unica ad avere tutte le cinque tecnologie di elettrificazione, dal "mild hybrid" fino all'elettrico puro e all'idrogeno». Oggi la Nexo è ancora cara, costa 69 mila euro, ma il suo prezzo si è molto ridotto nell'ultimo anno. Secondo Crespi, l'alimentazione a idrogeno «risolve in un colpo solo tutte le necessità della mobilità: la Nexo offre quasi 700 km di autonomia, si rifornisce in cinque minuti e non inquina, emette solo vapore acqueo». Il prossimo passo è creare un'infrastruttura per questo tipo di vetture seguendo, dice il numero uno della casa coreana, «alcuni esempi molto positivi, come quello della provincia di Bolzano, dove ci sono già tanti automobilisti che noleggiano le vetture a idrogeno e percorrono tantissimi chilometri senza inquinare. Si potrebbe fare lo stesso in altri territori del Paese, imboccando la stessa strada per una mobilità sostenibile». Hyundai non si limita alle automobili a idrogeno: il gruppo ha annunciato una Fuel Cell Vision al 2030 che prevede 6,7 miliardi di dollari di investimento per arrivare a produrre 500 mila veicoli all'anno a celle combustibili, sia automobili sia mezzi commerciali, oltre a sviluppare altre applicazioni per treni e navi. «In Svizzera» aggiunge Crespi «sono già stati consegnati i primi camion a idrogeno prodotti in serie, gli Hyundai Xcient Fuel Cell, con l'obiettivo di arrivare a 2 mila unità all'anno. Insomma, la Hyundai si propone come protagonista della future smart mobility basata sull'idrogeno».Mica fantascienza.

La transizione energetica: l'idrogeno. Report Rai PUNTATA DEL 18/01/2021di Michele Buono, collaborazione di Edoardo Garibaldi e Filippo Proietti. L’età della pietra non è finita perché mancavano le pietre. La transizione energetica dal fossile alle rinnovabili, e la conseguente decarbonizzazione, è una necessità ambientale e al tempo stesso un’occasione di crescita economica; non è una storia di qualche pannello o impianto eolico in più ma è un’organizzazione complessa che coinvolge un intero sistema, dalla ricerca al trasferimento di tecnologie all’industria, alla società intera. Quali sono i nostri punti di forza? E quali i nostri vantaggi competitivi? Possiamo trasformarci da paese importatore a esportatore netto di energia sempre più pulita? Si sta aprendo una nuova partita globale. 

“LA TRANSIZIONE ENERGETICA: L’IDROGENO” di Michele Buono collaborazione Edoardo Garibaldi, Filippo Proietti immagini Tommaso Javidi, Alfredo Farina, Dario D’India animazione Gianfranco Bonadies montaggio Veronica Attanasio.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO Erano in cinque più un cane, avevano rubato un pallone aerostatico e navigato per settemila miglia prima di essere sbattuti su un’isola a loro sconosciuta nell’Oceano Pacifico.

VOCE NARRANTE Non erano aeronauti di professione e nemmeno dei dilettanti di spedizioni aeree. Erano dei prigionieri di guerra, che l'audacia aveva spinto alla fuga in circostanze straordinarie.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO Funzionava la comitiva: un ragazzo, un ex schiavo, un criminale pentito, un marinaio e un ingegnere dallo sguardo lungo nel tempo. Riuscirono pure a colonizzarla quell’isola deserta.

VOCE NARRANTE La sera mangiavano, bevevano e parlavano anche di futuro. Una volta si chiesero come avrebbe fatto l’umanità se il carbone si fosse esaurito: niente riscaldamento, industrie, treni, battelli. - Pencroff: “Cosa si brucerà al posto del carbone? - Cyrus Smith: “L’acqua! Sì l’acqua scomposta con l’elettricità” - Pencroff: “L’acqua?!” - Cyrus Smith “Sì amici, io credo che l’idrogeno e l’ossigeno di cui è costituita, offriranno una sorgente di calore e di luce inesauribile e un’intensità che il carbon fossile non può dare. Un giorno i piroscafi e le locomotive, non saranno caricati più di carbone ma di questi due gas compressi... è l’acqua il carbone dell’avvenire”. - Pencroff “Come mi piacerebbe vedere queste cose!”. - Nab “Sei nato troppo presto Pencroff!”.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO Era il 1874 e Giulio Verne non faceva profezie, vedeva e ha solo fatto in modo che quelle cose le vedessero in tanti.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO La visione è una questione di sensibilità, non certo di necessità. L’età della pietra è terminata non perché erano finite le pietre, così abbiamo inventato le automobili non perché fossero finiti, certamente non scomparsi, i cavalli. Ora questa sera vi parliamo di transizione energetica e ve ne parliamo non perché è finito o sta per finire il petrolio o il carbone, ma perché è una necessità sicuramente ambientale, con delle ricadute sulla salute, ma anche una necessità economica. Il governo italiano ha pensato di 2 attingere al Recovery Fund per 68,9 miliardi di euro, proprio per la transizione energetica, ma è una cosa seria non è che te la cavi mettendo su qualche pannello solare o una pala eolica che gira. Va pensata una intera organizzazione, insomma chi è che produce l’energia pulita? Come la conservi quando non hai la forza del vento o la luce del sole? Come poi la distribuisci attraverso le reti intelligenti, e soprattutto chi è che penserà a trasferire queste tecnologie alle industrie? Insomma, quello che vi proponiamo stasera con il nostro Michele Buono è un piano industriale in piena regola e l’ospite di onore è l’idrogeno, l’energia prodotta dall’acqua. Solo che però per produrla devi consumare energia che deve essere necessariamente pulita. Entreremo in quello che è il distributore del futuro, anche se poi, detto tra noi, risale a un quarto di secolo fa solo che nessuno ci ha investito soldi.

DIETER THEINER – PRESIDENTE H2 SUDTIROL Ora entriamo nel sito di produzione d’idrogeno, prego!

MICHELE BUONO FUORI CAMPO Bolzano, 2020. Questo è un elettrolizzatore, contiene acqua e l’elettricità scinde le sue molecole: da una parte l’ossigeno e dall’altra l’idrogeno.

DIETER THEINER – PRESIDENTE H2 SUDTIROL Ci permette di rifornire una quantità di circa 20 autobus o 700 macchine a idrogeno.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO A oggi è l’unico impianto in Italia che produce idrogeno con stazione di servizio annessa.

DIETER THEINER – PRESIDENTE H2 SUDTIROL Si trasforma in energia nella cosiddetta cella combustibile che vediamo qui dentro, dove praticamente l’idrogeno viene mescolato con l’ossigeno dell’aria circostante e in questo modo viene prodotto energia elettrica e acqua.

MICHELE BUONO E le emissioni alla fine? DIETER THAINER – PRESIDENTE H2 SUDTIROL Le emissioni sono acqua.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO Se qualcuno si è chiesto, se fosse possibile conservare sole e vento per quando ce n’è poco per fare elettricità pulita, la risposta è sì. L’idrogeno può farlo.

ENRICO DE TUGLIE - DIPARTIMENTO ENERGIA ELETTRICA POLITECNICO BARI Attraverso il processo elettrolitico, convertire l’energia elettrica prodotta in eccesso dalla microrete.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO Invece di staccare le rinnovabili per non mandare in tilt la rete, e con l’energia in eccesso produrre idrogeno che funzionerebbe da batteria.

ENRICO DE TUGLIE - DIPARTIMENTO ENERGIA ELETTRICA POLITECNICO BARI E successivamente attraverso una cella a combustibile quest’idrogeno viene riconvertito in energia elettrica nel momento del bisogno.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO Aumenterebbe così la quantità di energia verde nella rete mentre tutte le filiere degli impieghi verrebbero decarbonizzate. E più fonti rinnovabili ci sono più idrogeno verde si può produrre.

MICHELE BUONO E questo può contribuire a fare diminuire i costi della produzione dell’idrogeno?

MARCO ALVERÀ – AMMINISTRATORE DELEGATO SNAM L’energia del sole è già passata da 400 euro a Mwh 10 anni fa a circa 40/50 oggi e può scendere in alcuni casi, abbiamo già visto, anche a 15. Il combinato disposto della discesa del solare e della discesa dell’elettrolizzatore ci può dare un idrogeno che in molti ambiti può competere da solo in 5 anni con molti combustibili fossili.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO Tecnologie e conoscenze non ci mancano, perché non puntare in alto allora? John Fitzgerald Kennedy indicò come obiettivo la luna quando le tecnologie per andarci non erano nemmeno mature.

JOHN F. KENNEDY Qualcuno si chiede perché la luna? Abbiamo deciso di andare sulla luna in questo decennio e di impegnarci anche in altre imprese non perché sono semplici ma perché sono ardite!

MICHELE BUONO FUORI CAMPO Gli Stati Uniti marciarono tutti assieme verso quell’obiettivo, il resto è storia. E la nostra Luna? MICHELE BUONO L’Italia potrebbe diventare un paese esportatore di energia?

VALERIO DE MOLLI – AMMINISTRATORE DELEGATO THE EUROPEAN HOUSE - AMBROSETTI Sì. È alla nostra portata.

MICHELE BUONO E che cambierebbe, a questo punto?

VALERIO DE MOLLI - AMMINISTRATORE DELEGATO THE EUROPEAN HOUSE - AMBROSETTI Beh, darebbe un peso geopolitico importante e diverso al Paese. Acquisiremmo anche valore economico rispetto alla scacchiera europea dell’energia.

MICIHELE BUONO FUORI CAMPO Cominciamo dai nostri punti di forza. L’Italia ha un vantaggio nella competizione: la quantità di sole. Vuol dire più energia rinnovabile, più idrogeno, quindi minori costi di produzione. La rete Snam trasporta il metano nei tubi ed è in grado di trasportare anche idrogeno.

MARIA LUISA CASSANO – RESPONSABILE DISPACCIAMENTO E MISURA -SNAM È una rete molto articolata di una lunghezza di circa 33.000 km.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO 4 La Snam, prima al mondo, ha sperimentato per qualche giorno l’immissione nella rete di una miscela di gas naturale e idrogeno al 10 per cento. A regime, in un anno, vorrebbe dire un abbattimento di 5 milioni di metri cubi di anidride carbonica. E’ come se scomparissero tutte le automobili di un’intera regione, e solo con il 10 per cento d’idrogeno.

MICHELE BUONO A che percentuale d’idrogeno si può arrivare?

DINA LANZI – RESPONSABILE TECNICO PROGETTO IDROGENO - SNAM Addirittura fino al 100%. MICHELE BUONO Soddisfatti i bisogni nazionali potremmo esportare idrogeno nel resto d’Europa?

MARIA LUISA CASSANO – RESPONSABILE DISPACCIAMENTO E MISURA -SNAM Certo, è possibile perché i metanodotti sono completamente interconnessi.

MICHELE BUONO Che mercati potremmo avere?

MARCO ALVERÀ – AMMINISTRATORE DELEGATO SNAM Noi pensiamo che l’energia prodotta in Sud Italia, solare convertita in idrogeno, può essere portata in Germania a costi più bassi che l’idrogeno prodotto in Germania. La Germania avrà bisogno di importare enormi quantità d’idrogeno. Deve, al momento stesso, uscire dal nucleare e uscire dal carbone e fa molta più fatica di noi a costruire nuove rinnovabili e ha meno facilmente accesso all’energia solare.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO Hanno bisogno d’idrogeno a Duisburg e non solo qui. Questo è il polo siderurgico più importante della Germania. Qui stanno cominciando a iniettare idrogeno in un altoforno, al posto del carbone, per separare l’ossigeno dal ferro con cui è combinato in natura.

BERNHARD OSBURG – AMMINISTRATORE DELEGATO THYSSENKRUPP EUROPA In quest’altoforno produrremo acciaio 2.0, un acciaio a zero emissioni.

PETER ALTMAIER - MINISTRO FEDERALE ECONOMIA GERMANIA Se ci riuscirete a modificare il processo di produzione dell’acciaio, non vi lasceremo soli! Nel pacchetto di stimolo economico, abbiamo accantonato sette miliardi di euro per la strategia nazionale sull'idrogeno.

MICHELE BUONO Che cosa si andrebbe a tagliare come emissioni?

CARLO MAPELLI - DIPARTIMENTO DI MECCANICA POLITECNICO DI MILANO La preparazione del carbone, che deve diventare del coke, si liberano gli idrocarburi policiclici aromatici, il più famigerato dei quali è il cosiddetto benzoalfaapirene che è cancerogeno.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO Occorrerebbe fare la stessa cosa con le nostre acciaierie e industrie energivore, se vogliamo tagliare l’anidride carbonica e le emissioni nocive e non la produzione. 5 Dalmine. Stazione di combustione sperimentale del Rina: si prova ad alimentare un bruciatore industriale miscelando un 30% d’idrogeno con il metano.

MICHELE BUONO Quindi questo vuol dire che un’industria normale che ha questo tipo di attrezzature?

GUIDO CHIAPPA - VICEPRESIDENTE ESECUTIVO RINA Potrà beneficiare di un’alimentazione con una componente d’idrogeno importante per ridurre il proprio impatto ambientale.

MICHELE BUONO Senza cambiare niente.

GUIDO CHIAPPA - VICEPRESIDENTE ESECUTIVO RINA Senza cambiare l’asset.

MICEHELE BUONO FUORI CAMPO Si otterrebbe così una riduzione immediata dell’anidride carbonica nei processi di combustione; risparmio energetico e nuova domanda d’idrogeno, quindi abbassamento dei costi e vantaggio competitivo per le nostre manifatture.

VALERIO DE MOLLI – AMMINISTRATORE DELEGATO THE EUROPEAN HOUSE - AMBROSETTI Noi potremmo trovarci con una filiera industriale dell’idrogeno che possa valere circa 30 miliardi di valore aggiunto.

MICHELE BUONO Vediamo quello che occorre per andare a regime.

VALERIO DE MOLLI – AMMINISTRATORE DELEGATO THE EUROPEAN HOUSE - AMBROSETTI Lei mette il dito in una grave debolezza del sistema Paese. Serve una grande capacità di dare trazione, di scaricare a terra, di fare trasferimento tecnologico verso il mondo delle imprese.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO Berlino. Parco tecnologico Adlershof. Su questa area vivono insieme più di 1200 imprese, 11 centri di ricerca e 6 istituti universitari. Qui l’azienda Graforce ha creato un sistema per produrre idrogeno con un metodo unico al mondo: niente acqua pura ma di scarto.

SUSANNE SPUR – INGEGNERE DI PROGETTO - GRAFORCE Nell’acqua l’energia che lega le molecole di ossigeno e idrogeno è molto elevata e occorre molta energia per scinderle. Noi invece ci concentriamo sulle molecole di ammonio, contenute nell’acqua reflua: hanno un’energia di legame tre, quattro volte minore di quella dell’acqua. E quindi questo processo è molto meno energivoro e meno costoso dell’elettrolisi convenzionale. MICHELE BUONO Quanto costa?

SUSANNE SPUR – INGEGNERE DI PROGETTO - GRAFORCE 6 Con il metodo convenzionale costa dai 6 agli 8 euro per ogni chilo d’idrogeno, con la plasmolisi - il nostro - da 1,5 euro a 3.

ROLAND SILLMANN – AMMINISTRATORE DELEGATO WISTA Cerchiamo di sviluppare una collaborazione fitta: i centri di ricerca studiano e le aziende producono. Il cambiamento climatico è un tema centrale del nostro lavoro.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO La strategia tedesca punta all’efficienza energetica delle imprese per non sprecare le rinnovabili. Magdeburg, 150 km a sud ovest di Berlino. Il signor Esposito ha coperto la sua fabbrica di mobili con pannelli fotovoltaici.

ROCCO ESPOSITO – AMMINISTRATORE DELEGATO MOBILIFICIO ARTE MAGDEBURG L’idea è quella di metterci nelle condizioni di usare solamente energia prodotta da noi stessi col nostro sistema fotovoltaico.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO Però non ci riusciva il signor Esposito a essere autosufficiente: magari quando c’era il sole e gli impianti producevano in abbondanza, le lavorazioni erano scarse e viceversa. La strada è quella dell’efficienza, sì ma come si fa? Istituto Fraunhofer, ce ne sono 74 in tutta la Germania.

MICHELE BUONO Qual è la vostra missione qui a Magdeburg?

JULIA ARLIINGHAUS - DIRETTORE ISTITUTO FRAUNHOFER DI MAGDEBURG Lavoriamo principalmente con l’industria manifatturiera e aiutiamo le imprese a costruire le proprie fabbriche in modo più efficiente e sostenibile.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO È proprio quello che serve a una piccola impresa che non può permettersi il settore ricerca e sviluppo al proprio interno.

PIO LOMBARDI – ISTITUTO FRAUNHOFER DI MAGDEBURG In ogni macchinario ci sarà un contatore intelligente, uno smart meter, che colleziona dati.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO Che deciderà quando è il momento migliore per accendere i macchinari e programmare in automatico le lavorazioni nei momenti di massima disponibilità di energia rinnovabile.

PIO LOMBARDI – ISTITUTO FRAUNHOFER DI MAGDEBURG Se questo non è sufficiente abbiamo il compressore, che può caricare anche nei momenti in cui io non ho bisogno, e abbiamo delle batterie, che possono accumulare l’elettricità che noi non siamo in grado di consumare in questo momento qui.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO Risultato? Si taglia il consumo di energia fossile, si contribuisce alla decarbonizzazione del sistema energetico e l’azienda guadagna un vantaggio commerciale abbattendo il costo dell’energia.

MICHELE BUONO Con le gambe vostre l’avreste fatto?

ROCCO ESPOSITO – AMMINISTRATORE DELEGATO MOBILIFICIO ARTE MAGDEBURG Da soli non saremmo stati in grado dal punto di vista economico di poterlo fare.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO Nemmeno amministrazioni, cittadini e imprese, lasciati soli, ce la farebbero a prendere decisioni rapide sugli elettrodotti che passeranno vicino a molti centri abitati per trasportare l’energia del vento del nord. Fraunhofer, padiglione di realtà virtuale.

CHRISTIAN BLOBNER – ISTITUTO FRAUNHOFER DI MAGDEBURG Esiste veramente questo paese. Qui vediamo l’elettrodotto che dovrà essere costruito in questa regione. Siamo in grado così di mostrare ad ogni singolo abitante che cosa vedrà da casa sua.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO E se qualcosa non va, si fanno modifiche in tempo reale finché non sono tutti d’accordo; è possibile entrare in una casa per progettare una ristrutturazione energetica o cambiare paesaggio in un attimo.

CHRISTIAN BLOBNER - FRAUNHOFER INSTITUT DI MAGDEBURG Siamo nel porto di Magdeburg adesso. Costruiamo scenari virtuali per ottimizzare i processi di carico e scarico delle navi. Aumenta l’efficienza energetica e si tagliano costi e carburante grazie alle tecnologie digitali.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO Milano, Politecnico.

MICHELE BUONO Un sistema tipo Fraunhofer non ce l’abbiamo. Che cosa occorre quali sono gli anelli mancanti?

MARIO CALDERINI - SCHOOL OF MANEGEMENT POLITECNICO DI MILANO Abbiamo di fatto tre politecnici molto importanti che non sempre fanno sinergia tra loro sui grandi temi. Quello che è sempre mancato è un sistema di rete, di coordinamento nazionale.

MICHELE BUONO Chi è che deve fare la prima mossa per creare questa organizzazione?

MARIO CALDERINI - SCHOOL OF MANEGEMENT POLITECNICO DI MILANO La prima mossa io credo debba essere una visione politica.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO Per fare sistema e chiedersi, per esempio: all’Istituto Italiano di Tecnologia, nel laboratorio di Torino, si copia la natura per produrre energia pulita con foglie artificiali.

ADRIANO SACCO - ISTITUTO ITALIANO DI TECNOLOGIA Questo dispositivo utilizza la luce del sole, l’acqua e l’anidride carbonica per creare molecole di carburanti che vengono detti appunto carburanti solari.

MICHELE BUONO Quindi, man mano che si alza di scala questo sistema…?

FABRIZIO PIRRI - ISTITUTO ITALIANO DI TECNOLOGIA Diminuisce la necessità d’importare combustibile fossile dall’estero. Un paese come l’Italia potrebbe rendersi completamente autonomo per ciò che riguarda la combustione del metano.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO Banca Europea per gli Investimenti. Un progetto nazionale che leghi formazione, ricerca e politica industriale con un obiettivo chiaro: decarbonizzazione e diventare un paese che esporti tecnologie verdi e pure energie.

MICHELE BUONO Potrebbe essere uno stimolo economico?

DARIO SCANNAPIECO - VICEPRESIDENTE BANCA EUROPEA PER GLI INVESTIMENTI È assolutamente un’ottima occasione per ripensare l’economia, ma non solo quella italiana, anche quella europea.

MICHELE BUONO Quindi, tutti i progetti che mirano alla creazione di questo ecosistema sono finanziabili?

DARIO SCANNAPIECO - VICEPRESIDENTE BANCA EUROPEA PER GLI INVESTIMENTI Guardi, abbiamo molto spesso una normativa poco chiara che non permette a chi investe di capire qual è lo scenario che va ad affrontare. Regole certe generano progetti e generano finanziamenti.

MICHELE BUONO Qual è la dotazione che ha la Banca Europea per mirare questa strategia?

DARIO SCANNAPIECO - VICE PRESIDENTE BANCA EUROPEA PER GLI INVESTIMENTI Guardi, ad oggi la Banca Europea ha un volume di finanziamento intorno ai 65/70 mld di euro l’anno, quindi la dotazione finanziaria c’è, è disponibile.

MICEHELE BUONO Ci sono più soldi, più fondi o più progetti?

DARIO SCANNAPIECO - VICE PRESIDENTE BANCA EUROPEA PER GLI INVESTIMENTI Senza dubbio più fondi.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Litighiamo per i fondi, quando invece sono lì a portata di mano. Quello che manca invece è una regia. Ora il governo italiano investirà 2 miliardi di euro per la filiera di idrogeno. Costruire dei poli industriali, creare macchine che producano idrogeno, cioè gli elettrolizzatori. Poi useremo l’idrogeno per decarbonizzare l’Ilva, per costruire delle reti di distributori di idrogeno per camion a idrogeno che devono essere però ancora sviluppati, per fare ricerca. Ma il problema è, chi è che farà un modo che questa diventi una filiera virtuosa che si alimenti nel tempo, e chi è che farà ricerca in modo da portare l’Italia all’avanguardia della tecnologia nel mondo? In Germania che hanno meno sole 9 di noi hanno investito 7 miliardi di euro nella filiera dell’idrogeno, lo stanno tirando fuori attraverso un progetto che è unico, perché è a basso consumo, addirittura dalle acque sporche, dalle acque reflue. Poi siccome sono abituati a disegnarsi il futuro stanno anche aiutando le aziende ad essere più efficienti dal punto di vista energetico. Noi invece? Noi in Puglia stiamo studiando, c’è una azienda virtuosa che sta studiando il treno del futuro, viaggia a mille chilometri orari sul vuoto e produce anche energia gratis. Bellissimo! Peccato che ci viaggeranno i canadesi.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Bentornati, stiamo parlando di transizione energetica. Quella che ci consentirà il passaggio dal combustibile fossile all’energia pulita. Ma oltretutto ci consentirà anche di ottemperare alle richieste dell’Unione Europea che ci chiede di abbassare le emissioni nocive nell’ambiente. Ma è soprattutto, come ci sta raccontando Michele Buono, una opportunità economica. Tra Mola di Bari e Monopoli c’è una azienda che fabbrica piccoli satelliti, che ha studiato anche e fabbricato microprocessori per robot che sono addirittura sbarcati su Marte, in questo momento sta studiando il treno del futuro. Viaggia a mille chilometri orari sul vuoto, a costi anche più bassi dell’alta velocità, produce energia gratis, peccato che però ci viaggeranno i canadesi.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO Mola di Bari. Sitael, gruppo Angel. Qui si progettano e costruiscono satelliti di piccole dimensioni per l’osservazione della Terra e i loro microprocessori per la misurazione ambientale sono a bordo di questo rover su Marte. Nel gruppo si progettano e costruiscono anche aerei e treni e se metti insieme aerospazio e ferrovia, i treni diventano aeroplani. Capsule a levitazione magnetica che viaggiano, sottovuoto e senza attrito, in un tubo fino a mille chilometri orari. È il progetto Hyperloop della canadese Transpod insieme al gruppo italiano.

VITO PERTOSA – PRESIDENTE GRUPPO ANGEL La parte che noi svilupperemo proviene proprio dalla parte dello spazio.

MICHELE BUONO Che cosa, in particolare?

VITO PERTOSA – PRESIDENTE GRUPPO ANGEL La trasmissione di energia senza contatto ad alta velocità.

MICHELE BUONO Iniziamo a considerare delle tratte possibili: Bari-Napoli?

VITO PERTOSA – PRESIDENTE GRUPPO ANGEL Bari-Napoli teoricamente in un quarto d’ora si può fare, 20 minuti.

MICHELE BUONO Roma-Milano?

VITO PERTOSA – PRESIDENTE GRUPPO ANGEL Mezz’ora.

MICHELE BUONO Milano-Parigi? 

VITO PERTOSA – PRESIDENTE GRUPPO ANGEL Milano-Parigi potrà essere un’ora.

MICHELE BUONO Ci sarebbe un nuovo scenario? Perché tutte queste città si avvicinano e quindi si avvicinano le attività economiche…

VITO PERTOSA – PRESIDENTE GRUPPO ANGEL Si potrà avere un trasporto merci che invece di andare sull’aereo va su Hyperloop, con un costo più basso e un tempo più basso.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO Stesso vantaggio per i passeggeri. Transpod ha calcolato che il biglietto per la tratta Toronto-Montreal potrebbe costare non più di 80 dollari: 540 Km, in 45 minuti, da centro a centro delle due città. Il sistema ha la misura delle stazioni e dei tracciati ferroviari italiani ed europei, basta metterci questi tubi.

MICHELE BUONO Sarebbe economico farlo?

VITO PERTOSA – PRESIDENTE GRUPPO ANGEL Si è calcolato che costa sicuramente meno dell’alta velocità in Italia.

MICHELE BUONO Quanto consuma?

VITO PERTOSA – PRESIDENTE GRUPPO ANGEL Consuma meno del treno.

MICHELE BUONO E la produce anche, l’energia?

VITO PERTOSA – PRESIDENTE GRUPPO ANGEL La produce anche, l’energia, con dei recuperi. Assolutamente sì.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO Per tagliare le fonti fossili, farci bastare le rinnovabili e diventare pure esportatori di energia, bisogna pensare a un secchio bucato che vuoi riempire di acqua: non aumenti il getto dell’acqua, prima tappi i buchi, sennò hai voglia a pompare rinnovabili.

DAVIDE CHIARONI - DIPARTIMENTO DI INGEGNERIA GESTIONALE POLITECNICO DI MILANO Il trasporto privato complessivamente è responsabile di 31 milioni di Tep, tonnellata equivalente di petrolio. Quindi chiaramente è il primo responsabile del consumo energetico legato alla voce trasporti. Tutta questa componente di trasporto grava sui consumi fossili.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO L’attività industriale è un altro buco del secchio da tappare. Gruppo Loccioni. Angeli di Rosora, Ancona. Questa impresa produce più energia di quella che consuma. Qui si realizzano soluzioni di controllo ed efficienza per l’industria: dall’automobile, all’ambiente, all’industria biomedicale.

FRANCESCO GIORGINI - FACILITY MANAGER GRUPPO LOCCIONI Il fiume nasce come minaccia e noi l’abbiamo trasformato in opportunità. Abbiamo fatto un progetto per la messa in sicurezza del fiume Esino, abbiamo inserito in questo tratto 3 centrali mini idroelettriche che generano l’energia a favore dell’impresa.

 MICHELE BUONO FUORI CAMPO Il resto è prodotto da pannelli fotovoltaici e per non disperdere energia, cappotti termici per proteggere gli edifici, e sistemi automatici di chiusura e aperura sulle vetrate, per fare entrare più o meno sole a seconda se è inverno o estate.

FRANCESCO GIORGINI - FACILITY MANAGER GRUPPO LOCCIONI Quanto ci è costato realizzare tutto questo? Un 20% in più sull’investimento totale, ma guardando al futuro, alla gestione dell’edificio, stiamo registrando l’86% di consumi in meno per la gestione dell’intero edificio.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO Perché l’energia che si produce basti per tutte le attività, bisogna dirigere l’orchestra: una regia centralizzata distribuisce i flussi.

MARIA PAOLA PALERMI - RESPONSABILE COMUNICAZIONE GRUPPO LOCCIONI Ecco qua vediamo come si sta comportando la microgrid. I nuovi laboratori sono completamente in autonomia energetica e stanno cedendo l’energia ai laboratori che invece non riescono ad essere autosufficienti, questa è la grid, questa è la rete intelligente.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO Il fiume produce sempre anche quando gli impianti sono fermi ma l’energia non si disperde, carica le batterie che entreranno in funzione successivamente, nei momenti di picco dell’attività.

MICHELE BUONO Quindi il bilancio energetico di tutta l’attività dell’impresa qual è?

FRANCESCO GIORGINI - FACILITY MANAGER GRUPPO LOCCIONI Produciamo più di quanto consumiamo, stiamo parlando di circa 3mila Mwh all’anno.

ENRICO LOCCIONI - PRESIDENTE GRUPPO LOCCIONI È possibile farlo. Facendo un quadro, un conto economico, dei benefici che ti porti dietro anche nell’aspetto gestionale, sono investimenti da promuovere, ma senza finanziamenti, ci devi credere.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO Milano. L’obiettivo dell’Amministrazione è tagliare emissioni e consumi fossili degli edifici ma per fare massa critica non basta l’edilizia pubblica, è necessario coinvolgere quella privata e far salire a bordo del progetto i proprietari delle case.

PIETRO PELLIZZARO – RESPONSABILE DELLA RESILIENZA COMUNE DI MILANO Due cose sono importanti: uno, dare un quadro delle regole certe, e il secondo elemento è che l’amministrazione ha messo 22 milioni di euro a disposizione dei proprietari degli immobili.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO E siccome non basta dire se ristrutturi ti do un contributo, l’Amministrazione della città ha fatto sistema e ha tirato dentro tutti, da Legambiente ai costruttori, al Politecnico, per spiegare e dare garanzie agli inquilini.

FRANCESCO CAUSONE - DIPARTIMENTO DI ENERGIA POLITECNICO DI MILANO Il Politecnico di Milano, in particolar modo il Dipartimento di Energia ha supportato l’amministrazione pubblica nella progettazione tecnica degli interventi di riqualificazione.

EUGENIO MORELLO - DIPARTIMENTO STUDI URBANI POLITECNICO DI MILANO L’idea era quella di creare un senso di fiducia nei condòmini e avvicinarli alle decisioni rispetto alla riqualificazione energetica, fino alla partecipazione a un processo condiviso di co-design.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO Il progetto decolla.

CECILIA HUGONY – AMMINISTRATORE DELEGATO GRUPPO TEICOS Siamo intervenuti con isolamento del tetto, con le tecnologie appunto più adeguate, isolamento della cantina e dei portici e poi sulla facciata con un rivestimento a cappotto anch'esso rivestito con un rivestimento ceramico di alto pregio. Beh, questo è il vostro condominio adesso e questo prima. Se lo ricorda?

MICHELE BUONO Un primo bilancio alla fine di questo processo, vediamo i numeri.

CRISTINA TAJANI - ASSESSORA POLITICHE LAVORO ATTIVITÀ PRODUTTIVE COMUNE DI MILANO Abbiamo potuto raggiungere oltre 28mila metro quadri di edifici sia pubblici sia privati con un risparmio quantificabile in termini di minori emissioni del 65% ed un risparmio economico che pesa, incide sulle bollette diciamo condominiali, con un segno meno del 60%.

MICHELE BUONO Se tappiamo i buchi di questo secchio, che impatto ci sarebbe?

DAVIDE CHIARONI - DIPARTIMENTO DI INGEGNERIA GESTIONALE POLITECNICO DI MILANO Andare a tagliare il consumo e le importazioni di energia fossile, che oggi ci costano… gli ultimi dati del 2019 sono circa 40 miliardi di euro l'anno.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO È ovvio che non li tagli tutti immediatamente. Devi pur cominciare da qualche parte. Il comune di Milano ha investito per rendere più efficienti dal punto di vista energetico alcuni immobili pubblici e privati e ora si trova il 60% in meno di emissioni nocive nell’ambiente e i proprietari degli immobili il 60% in meno di costi sulle bollette elettriche. Pensate ad esportare ed effettuare questo tipo di modello su tutto il patrimonio immobiliare del nostro Paese, però per farlo devi rendere più moderna l’industria delle costruzioni, perché nello stato di arretratezza in cui versa in questo 13 momento potrebbe impiegare tra i 50 e i 100 anni per rendere più efficienti gli immobili del nostro Paese. L’altro esempio invece virtuoso viene dal gruppo Loccioni, hanno investito venti per poter risparmiare 86 sulla gestione dell’esercizio. Perché che cosa hanno fatto, hanno imbrigliato un fiume, che ogni tanto faceva le bizze, l’hanno trasformato in una fonte di energia pulita, hanno reso efficiente la propria azienda, hanno messo anche delle reti intelligenti per la distribuzione dell’energia e insomma, sono diventati un modello. Pensate anche qui a esportarlo in tutto il Paese. E badate bene che noi i mezzi ce li abbiamo, perché noi abbiamo il Know-how, sappiamo come produrla l’energia pulita, sappiamo come conservarla. Abbiamo anche i cervelli intelligenti, passateci il termine, che possano monitorare e distribuire lungo le reti in maniera intelligente. Ecco per una volta tanto un esempio virtuoso viene da una terra martoriata la Sicilia.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO Partanna tra Palermo e Trapani.

AURELIO VITO CAMPANELLA – AMMINISTRATORE C&C I miei nonni erano contadini e con il sole e con il vento producevano olio, uva, frutta. Noi abbiamo deciso di fare con il sole elettroni, ma elettroni di qualità.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO È un impianto di energia solare a concentrazione.

MANFREDI SEGRETO - RESPONSABILE MANUTENZIONE ECOPRIME Questi specchi raccolgono la radiazione solare, la trasformano in energia termica con la quale innalzano la temperatura dei sali fusi all’interno dei tubi assorbitori.

 MICHELE BUONO FUORI CAMPO Il calore produce vapore che attiva le turbine per generare energia elettrica. In pratica è come una centrale tradizionale, cambia solo il carburante: al posto del gasolio, del carbone o del gas, c’è il sole.

AURELIO VITO CAMPANELLA – AMMINISTRATORE C&C E questo è stato il sogno che ha animato questo lavoro.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO È una tecnologia sviluppata negli ultimi 20 anni dal centro di ricerca Enea, e un gruppo di imprenditori siciliani ha voluto realizzarla.

MICHELE BUONO Allora siete andati da ENEA e che gli avete detto?

AURELIO VITO CAMPANELLA – AMMINISTRATORE C&C Noi abbiamo il progetto, voi avete le competenze, mettiamoci insieme e cerchiamo di fare questa cosa.

VALERIA RUSSO - RICERCATORE ENEA Noi praticamente, abbiamo dato un supporto alla progettazione esecutiva dell’impianto per tutto ciò che riguarda ovviamente la parte del campo solare, tubi ricevitori e sistema di stoccaggio.

MICHELE BUONO L’Enea potrebbe insediarsi ancora di più in Sicilia per diventare un attrattore per esempio a livello mondiale, per lo studio di questa tecnologia?

GIORGIO GRADITI – DIRETTORE DIP, TECNOLOGIE ENERGETICHE E FONTI RINNOVABILI ENEA Assolutamente sì potrebbe essere certamente da sprone per incrementare ed accrescere la partecipazione degli enti di ricerca.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Siamo in Sicilia, terra meravigliosa, martoriata, ma potrebbe diventare un modello virtuoso, potrebbe diventare l’hub di energia pulita all’interno di una crescita di un ecosistema, questo mettendo insieme quelle competenze che ha già sul territorio. Questo creerebbe come effetto la creazione di un valore che potrebbe riversarsi su tutto il nostro Paese. L’Italia potrebbe diventare leader di produzione di energia pulita esportarla in tutta Europa e con essa anche le tecnologie verdi.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO Dirimpetto c’è l’Africa, a qualche centinaio di km, c’è ancora più sole che in Sicilia, quindi, si potrebbe costruire un nuovo rapporto energetico basato su fotovoltaico e idrogeno ancora più produttivi.

ETTORE BOMPARD - DIPARTIMENTO ENERGIA POLITECNICO DI TORINO Quindi avere degli elettrolizzatori, magari messi direttamente in Africa, nel Nord Africa, vicino quindi ai poli di produzione da fonti rinnovabili, dopodiché l’idrogeno può essere direttamente inviato in Europa attraverso il sistema di gasdotti che già esiste e sono sostanzialmente gasdotti attualmente sottoimpiegati.

MICHELE BUONO FDUORI CAMPO Risultato? Energia verde a un prezzo competitivo.

MARCO ALVERÀ – AMMINISTRATORE DELEGATO SNAM Noi la possiamo trasportare su lunghe distanze nei gasdotti, attraverso la nostra rete, attraverso la Sicilia che diventa un hub, un ponte per quest’evoluzione energetica.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO Catania. Il Gruppo Sapio produce idrogeno ma da fonti fossili. Se ci fosse maggiore disponibilità di energia rinnovabile in Sicilia che cambierebbe per voi?

ALBERTO DOSSI - PRESIDENTE GRUPPO SAPIO Produciamo finalmente un idrogeno da elettrolisi che è finalmente un idrogeno assolutamente clean and green.

MICHELE BUONO Ci sono vantaggi?

ALBERTO DOSSI - PRESIDENTE GRUPPO SAPIO La quantità d’idrogeno prodotto sarebbe esuberante e quindi servirebbe a calmierare il prezzo dell’idrogeno. Lo scenario sarebbe fantastico.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO 15 Catania, ST Microelectronics, produce componenti elettronici, e per la produzione dei semiconduttori utilizza tanto idrogeno.

MATTEO LO PRESTI - VICEPRESIDENTE CORPORATE ST MICROELECTRONICS Poter disporre di energia prodotta da fonti rinnovabili sicuramente permetterebbe di avere un vantaggio economico da un punto di vista, diciamo, dell’ottimizzazione dei costi.

MICHELE BUONO In un ecosistema che si potrebbe creare in Sicilia che cosa potreste fare voi?

MATTEO LO PRESTI – VICEPRESIDENTE CORPORATE ST MICROELECTRONICS ST potrebbe avere un ruolo di catalizzatore delle attività di ricerca.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO Innovation Hub & Lab, a Catania, offre a piccole medie imprese e a start-up assistenza per testare soluzioni innovative in ambito energetico.

DAVIDE MARANO – AMMINISTRATORE DELEGATO M2D TECHNOLOGIES Questi robot permetteranno di controllare e presidiare impianti che sono solitamente remoti perché spesso questo tipo d’impianto viene dislocato in località piuttosto difficili da raggiungere.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO L’ecosistema Sicilia crescendo potrebbe produrre tecnologia verde da esportare, arriverebbero nuove start-up. Sareste pronti a metterci soldi?

ANTONINO BIONDI – DIRETTORE INNOVATION HUB&LAB-ENEL Assolutamente. Siamo pronti qui sul nostro sito a sviluppare e a investire su nuovi appunto, quindi, progetti che possono aiutare tutto ciò che riguarda il tema della transizione energetica.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO 3Sun fabbrica pannelli fotovoltaici, produce in Sicilia e il grosso lo vende all’estero, per il momento. Sono pannelli con due facce, quindi producono energia da tutti e due i lati.

ANTONELLO IRACE – AMMINISTRATORE DELEGATO 3SUN-ENEL Questo permette di avere il costo dell’energia elettrica nel tempo, più basso rispetto ad altri pannelli tradizionali mono facciali.

MICHELE BUONO Voi che cosa potreste offrire, nel momento in cui un hub di questo tipo si concretizzi?

ANTONELLO IRACE - AMMINISTRATORE DELEGATO 3SUN-ENEL Noi potremmo offrire una tecnologia fotovoltaica a chilometro 0, perché produrremmo i pannelli qui nella fabbrica e li potremmo installare qui in Sicilia.

MICHELE BUIONO Che cosa si aggregherebbe attorno a voi nel momento in cui si costruisce questo scenario?

ANTONELLO IRACE - AMMINISTRATORE DELEGATO 3SUN-ENEL 16 Beh, innanzitutto anche la possibilità di quello che chiamiamo l’indotto. E cioè, sia fornire servizi di manutenzione specializzati, oppure magari anche la produzione di componentistica locale.

FRANCESCO STARACE – AMMINISTRATORE DELEGATO ENEL 3sun è una fabbrica nata per scommessa, abbiamo sviluppato una nuova tecnologia che non ha in questo momento nessuno. Adesso la dobbiamo far crescere di 15 volte.

MICHELE BUONO Volendo è possibile?

FRANCESCO STARACE - AMMINISTRATORE DELEGATO ENEL Noi crediamo di sì ed è uno dei progetti che portiamo all’interno di questo nuovo progetto di Next Generation EU, quindi la portiamo avanti per farla diventare la più grande fabbrica di pannelli solari in Europa di gran lunga.

MICHELE BUONO Restando in Sicilia. Questo volevo capire…

FRANCESCO STARACE - AMMINISTRATORE DELEGATO ENEL E certo restando in Sicilia, e che andiamo via dalla Sicilia .... il know-how sta lì.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO Acireale, questa è Baxenergy. Un campus di ricerca e sviluppo nel settore dell’energia e delle telecomunicazioni. Ingegneri e informatici producono tecnologie per l’intelligenza artificiale e l’analisi dei dati.

SIMONE MASSARO – AMMINISTRATORE DELEGATO BAXENERGY Abbiamo voluto dimostrare che era possibile realizzare, in un territorio come la Sicilia, una realtà che fosse allo stesso livello di quelle che si vedono a San Francisco negli Stati Uniti, piuttosto che a Dublino in Irlanda.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO Queste sale sono interconnesse con 18 paesi nel mondo per monitorare e telecontrollare il bilanciamento delle reti elettriche, garantendo l’efficienza.

MICHELE BUONO Che servizi potreste offrire?

SIMONE MASSARO - AMMINISTRATORE DELEGATO BAXENERGY Un cervello digitale che prenda delle decisioni su quando conviene utilizzare l’energia per produrre idrogeno liquido, su quando conviene sfruttare l’energia eolica e l’energia fotovoltaica oppure deviarla verso un’industria energivora.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO Un sistema che favorirebbe anche una grossa concentrazione d’idrogeno verde in Sicilia, e un altro ragionamento: quasi 600 Km di linea ferroviaria non sono elettrificati e i treni vanno a gasolio su un binario unico, potrebbero andare a idrogeno. In Germania lo stanno sperimentando. Strade ferrate della Bassa Sassonia.

ANDREAS FRIXEN – ALSTOM GERMANIA 17 Volevamo dimostrare che questa tecnologia funziona anche in ambito ferroviario e che i treni a idrogeno possono essere impiegati da una normalissima azienda di trasporti pubblici.

CARMEN SCHWABL - AMMINISTRATORE DELEGATO LNVG BASSA SASSONIA Fino a oggi questi treni hanno viaggiato per più di 150mila km, e nemmeno uno si è mai fermato a metà strada. I passeggeri hanno gradito e il bilancio di anidride carbonica è pari allo zero.

MICHELE BUONO FUORI CAMPO Alstom Italia. Treni di questo tipo potrebbero viaggiare a idrogeno in Sicilia? MICHELE VIALE – AMMINISTRATORE DELEGATO ALSTOM FERROVIARIA Sicuramente sì, la Sicilia ha un ecosistema assolutamente favorevole. Il vantaggio è quello di creare un sistema che potrebbe essere esportato nel resto del paese.

MICHELE BUONO Il fatto di avere un treno a idrogeno che comunque c’ha dei costi di gestione più bassi, sarebbe comunque un vantaggio per investire per raddoppiare la linea, cioè risparmi da una parte e investi dall’altra?

MICHELE VIALE – AMMINISTRATORE DELEGATO ALSTOM FERROVIARIA Assolutamente sì, si risparmierebbe sull’elettrificazione che è un costo decisamente importante che potrebbe essere utilizzato per avere la doppia linea e quindi dare un migliore servizio.

MICHELE BUONO Aggiungiamo un’altra tessera: una linea ferroviaria efficiente dove camminano treni a idrogeno.

ALBERTO DOSSI – PRESIDENTE GRUPPO SAPIO Beh, ormai vuol dire essere proiettati nel futuro, questo è il primo punto che mi viene da dire. Secondo punto è che noi faremo delle stazioni di rifornimento con dei volumi critici maggiori per rifornire i treni, ma nello stesso tempo per dare la possibilità anche di fornire alla mobilità le auto a idrogeno.

MICHELE BUONO Questo tipo d’investimenti sono dei buoni investimenti a cui voi guardereste?

DARIO SCANNAPIECO - VICEPRESIDENTE BANCA EUROPEA PER GLI INVESTIMENTI Sono ottimi investimenti. Il caso della Sicilia può essere un caso di scuola. Ci sono competenze di altissimo livello, competenze scientifiche, e quindi fare un progetto dimostrativo è sicuramente un qualche cosa a cui guarderemo con grande interesse.

AURELIO VITO CAMPANELLA – AMMINISTRATORE C&C La cosa più bella, la più grande soddisfazione di tutta questa storia qui, è avvenuta quando ho portato il mio papà e la mia mamma all’impianto, qualche settimana fa, quando ho visto nei loro volti, nei loro occhi, la gioia, il senso, il compiacimento che avevano un sapore antico perché venivano dalla parte più bella della tradizione contadina siciliana, fatta da gente seria per bene, che aveva fatto del  lavoro duro, il fondamento del senso della loro esistenza. Il senso di aver realizzato qui, in questa terra, in questi luoghi....

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO È la forza della tradizione, delle idee, ma anche quella del sole. Ora che cosa è successo? Le idee degli uomini hanno chiamato a raccolta il know-how dell’Enea che è andata lì e ha costruito insieme a loro una centrale solare termodinamica. Ce ne sono poche, peccato perché lì di sole ce n’è tantissimo, e a pochi passi hanno chi produce i pannelli fotovoltaici double face, una tecnologia unica al mondo. Ecco si potrebbe, se si sviluppasse questa tecnologia, e questo tipo di centrali, implementare l’energia per chi invece sempre lì produce idrogeno scindendolo grazie all’energia invece dal fossile. Se ci fosse più energia pulita si potrebbe produrre più idrogeno a basso costo. Ecco, si innescherebbe un circuito virtuoso, si potrebbe investire per esempio sui treni a idrogeno, abbiamo visto che in Bassa Sassonia funzionano, riconvertire quei 600 km di ferrovie dove oggi le macchine vanno invece a gasolio. E poi si potrebbe creare una rete di distributori di idrogeno per auto e camion. La Sicilia potrebbe diventare un hub di energia pulita raccogliendo anche quella prodotta dal Nord Africa. Abbiamo visto che le reti ci sono e c’è anche chi gestisce quelle reti in maniera intelligente rendendole efficienti. Sono i cervelli informatici che sono sempre lì, ad Acireale. Ecco gestiscono le reti di diciotto Paesi nel mondo, insomma, grazie che poi la Banca Europea per gli investimenti dice attenzione questo è un caso scuola da seguire siamo pronti a investire perché c’è una idea di insieme, ci sono le competenze, c’è la formazione e c’è soprattutto l’idea di futuro di un Paese. Ecco, sta a noi disegnarlo.

·        Gretinismo ed inquinamento.

La lobby e le piazze di Greta Thunberg. Mariella Palazzolo, Lobbista, su Il Riformista il 23 Novembre 2021. Ci sono categorie di persone trasparenti, perché contano poco nella società e nella politica. Tra queste figurano i giovani, il cui consenso viene “tirato per la giacchetta” ma, nei fatti, i loro interessi sono a dir poco trascurati. Solo per fare qualche esempio, fanno disperare le condizioni degli edifici scolastici, dove una palestra minimamente attrezzata è un lusso sfrenato, e il dato della disoccupazione degli under 25 che, a settembre 2021, è passato al vertiginoso 29,8%, registrando l’aumento mensile più alto della zona euro. La proposta di abbassare l’età del voto a 16 anni mi ha sempre lasciato perplessa. Tuttavia solo queste due emergenze fanno apparire meno incomprensibile un’eventuale revisione della Costituzione in questo senso. Se i giovani votassero a 16 anni, forse la politica si troverebbe nella condizione di prendere maggiormente in considerazione le loro necessità. Riccardo Capecchi, esperto del Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili, ha ricordato l’attivismo dei ragazzi nella sua intervista per la video rubrica di Telos A&S Lobby Non Olet. Capecchi ha sottolineato come i giovani abbiano fatto sentire la propria voce su un tema cruciale come i cambiamenti climatici. Con una similitudine, paragona il loro movimento a una sorta di “mega-operazione” di lobbying a livello globale: “Pensiamo al lavoro che ha fatto Greta Thunberg. Altro non è stata che un’azione di fortissima lobby nell’interesse dei giovani. Quindi non un interesse di gruppi economici, ma un interesse individuale che diventa interesse collettivo, per rappresentare un bisogno di futuro dei nostri giovani”. Nel lessico ancora poco codificato del nostro settore, alcuni chiamano questa tipologia di iniziativa con il termine advocacy. Una delle differenze con la lobby in senso stretto è la capacità di coinvolgere un movimento di opinione e di riempire le piazze reali e virtuali, risultato che l’attivista Greta Thunberg è riuscita ad ottenere con efficacia magistrale. In qualche incontro pubblico, è capitato che mi abbiano chiesto se noi lobbisti siamo soliti organizzare movimenti popolari per supportare la causa di un’azienda privata, magari macchinando la rivolta seduti comodamente in una romanzesca sala dei bottoni collegata con telecamere nascoste. La risposta ovviamente è no. Non è questo il nostro mestiere. Inoltre i temi che trattiamo sono talmente noiosi e pieni di sfaccettature che credo sarebbe più probabile aprire una clinica del sonno, piuttosto che fomentare una piazza. Quello che è certo però è che Greta e Fridays for future hanno dato una spinta alla politica. Hanno costretto i leader del mondo a pensare di più al dopo, ossia a quando noi non ci saremo più, ma ci saranno loro, i nostri figli e i nostri nipoti, che preferirebbero evitare di estinguersi come i dinosauri. Mi hanno colpito le manifestazioni organizzate dai ragazzi, perché era tempo che non vedevo adolescenti in piazza per combattere per un proprio diritto. Chissà se il voto ai sedicenni imporrebbe una nuova agenda alla politica e una nuova maturità ai ragazzi.

Da liberoquotidiano.it il 19 novembre 2021. Qui PiazzaPulita, dove prende la parola un sempre ammirabile Federico Rampini, ora firma del Corriere della Sera. La puntata del programma di Corrado Formigli in onda su La7 è quella di giovedì 18 novembre, dove si parla di ambiente, delle parole di Stefano Cingolani, ministro della Transizione economica più pragmatico che incline al "fondamentalismo" green. Puntata dove si parla anche di Greta Thunberg. E Rampini viene interpellato proprio sul punto..."Io, siccome non faccio il ministro posso essere ancora più esplicito: io mi dissocio dalla venerazione nei confronti di Greta Thunberg - premette partendo in quarta -. Mi preoccupa lo spettacolo degli adulti che si genuflettono davanti agli adolescenti. Gli adolescenti fanno il loro mestiere, fanno benissimo a cavalcare le utopie e a gridarci delle provocazioni. Ma gli adulti devono governare il mondo. E ci sono adulti che a quel vertice sono andati in rappresentanza di un miliardo e mezzo di cinesi e di indiani, che non possono rinunciare da un giorno all'altro al carbone. L'alternativa è chiudere le fabbriche, gettare centinaia, milioni di persone sul lastrico. Si muore di fame prima ancora di morire di inquinamento", sottolinea il giornalista.  "Ma è vero che Cina e India hanno fregato l'Occidente sull'inquinamento?", chiede Formigli. E Rampini: "No... non ci hanno fregato. Il caso che conosco meglio è la Cina, che ci crede alla transizione sostenibile e alla lotta al cambiamento climatico. È già numero uno mondiale nei pannelli solari, ha una posizione dominante nell'eolico e nell'auto elettrica. Ha un progetto molto chiaro. È un problema per noi, certo. Ma per l'ambiente...", conclude la firma del Corsera.

Greta Thunberg, una macchina da soldi: quanto ha guadagnato (sul clima) a soli 18 anni. Maurizio Stefanini su Libero Quotidiano il 07 novembre 2021. Una Greta da un milione di dollari: così, immaginando un titolo sulla falsariga di uno dei vecchi film della Walt Disney, potremmo definire Greta Thunberg, l'attivista più famosa al mondo, in relazione al patrimonio che avrebbe accumulato in margine alle sue campagne, e grazie ad esse. Il condizionale è d'obbligo, perché nessun giornalista, magistrato o commercialista ha finora avuto la possibilità di verificare i conti in modo da renderli pubblici. Ma varie stime sono state fatte, a partire da quella dello scorso aprile a cura di Wealth Magnet: è una società di media globali specializzata in affari, generazione di ricchezza, investimenti, tecnologia, imprenditorialità e stile di vita. Appunto Wealth Magnet ha stimato un milione di dollari di patrimonio personale, che però sarebbe solo una componente di un giro di affari più ampio. Classe 2003, figlia di un mezzosoprano che rappresentò la Svezia all'Eurovision Song Contest del 2009 a Mosca e di un attore a sua volta figlio di un altro attore e regista che aveva recitato anche con Ingmar Bergman, Greta Tintin Eleonora Ernman Thunberg divenne un fenomeno globale quando di anni ne aveva appena 15, e decise di fare uno sciopero della frequenza scolastica per chiedere a governo e parlamento di Stoccolma di rispettare l'Accordo di Parigi.

L'ESPERTO

Determinante per il suo successo è stato l'esperto in comunicazione Ingmar Rentzhog, la cui start-up è decollata dopo l'inserimento della ragazza all'interno del Consiglio di Amministrazione e dopo una raccolta fondi che portava il nome dell'attivista. Firmati da lei sono uscito poi tre libri, due scritti assieme ai genitori e uno che raccoglie i suoi discorsi. Ma il suo nome compare in varie altre pubblicazioni miscellanee, dove il suo nome è messo assieme di altri vip, da Naomi Klein al Dalai Lama. In particolare è diventato un best-seller quello tradotto in italiano col titolo La nostra casa è in fiamme, che è un misto tra manifesto ecologista e autobiografia. Oltre a ciò nel 2020 è uscito il film Io sono Greta, che malgrado fosse solo un documentario e malgrado il lockdown ha incassato al botteghino 360.000 dollari. Ma in contemporanea è uscito anche su diverse piattaforme di streaming, come Amazon Prime. In più, ci sono i premi che le sono stati dati. Non ancora il Nobel per la Pace, che equivale a 869.000 euro, e per il quale era stata giudicati tra i possibili vincitori sia quest'anno che l'anno scorso. Ma nel 2020 le è arrivato il Gulbenkian Prize for Humanity, che con il suo milione di dollari è più o meno equivalente. Ha ricevuto anche lo Human Act Award, che fa altri 100.000 dollari. E nel 2019 un altro milione le sarebbe stato girato da un ente benefico britannico, anche se la cosa non è stata confermata. Greta dice che la Fondazione a suo nome da lei fondata nel 2018 ha girato in beneficienza cifre anche doppie, il che però conferma che i soldi le arrivano in quantità.

DENARO PER LA CAUSA

Dopo aver vinto il Premio Gulbenkian un video di Greta pubblicato dal Guardian ha spiegato ad esempio: «il premio, che è di un milione, è più denaro di quello che posso anche solo immaginare, ma tutto sarà devoluto attraverso la mia fondazione a diverse organizzazioni e progetti che stanno lavorando per aiutare le persone in prima linea colpite dalla crisi climatica e dalla crisi ecologica soprattutto nel Sud del mondo». Nel 2020 100.000 dollari sono stati donati all'Unicef da lei ed altri 100.000 dalla Fondazione, per aiutare l'agenzia ad affrontare l'emergenza Covid. Altra possibile fonte di reddito, 13 milioni di followers su Instagram, 3 milioni su Facebook e 5 milioni su Twitter. Intendiamoci: Chiara Ferragni con 24,8 milioni di followers su Instagram è più forte ancora. Se teniamo però presente che appunto la moglie di Fedez è stimata sui 20 milioni di euro di ricavi all'anno a colpi di pubblicità collegata ai suoi post, anche riducendo a un po' più della metà potremmo oltrepassare i 10 milioni agevolmente. Ma il milione di dollari è stato stimato tenendo conto solo dei libri e del film. 

S.Gan per il "Corriere della Sera" il 2 Novembre 2021. Là dentro fingono. Si può condensare con questa frase la giornata di Greta Thunberg a Glasgow. Dal «blablabla» con cui ha bollato la pre-Cop di Milano, ripreso ieri anche dal premier britannico Boris Johnson, la diciottenne svedese, icona della rivolta climatica dei giovani, nella città scozzese è passata a parole ben più forti: «All'interno della Cop ci sono solo politici e persone al potere che fingono di prendere sul serio il nostro futuro, fingono di prendere sul serio la presenza delle persone colpite già dalla crisi climatica. Ma il cambiamento non arriverà da lì dentro. Quella non è leadership, questa è leadership». L'attivista con le treccine di Pippi Calzelunghe e la faccia che oscilla in un istante dal broncio al sorriso, ha arringato così ieri la «sua» folla, ovvero i tanti manifestanti di FridaysForFuture (FFF) riuniti al Festival Park di Glasgow, incuranti del vento gelido. E alla fine, tutti hanno intonato in coro «blablabla». Come ragazzi qualunque. Greta è rimasta fuori dalle stanze dei Grandi, allo Scottish Event Center dove si svolge la Cop26, e ancora non è dato sapere se i leader politici le lasceranno il microfono questa volta, come invece è avvenuto in passato e pure a Milano, alla pre-Cop. I suoi portavoce non si sbottonano: «Ha altri meeting con i leader mondiali e sarà alle manifestazioni di venerdì e sabato». Nulla più. Per ora. Lei si è fatta sentire lo stesso, fuori dal vertice, via casse stereo. Attorno alla massa di persone che si accalcava all'ingresso del centro conferenze, con mascherine e in attesa di far vedere il test anti-Covid, a un certo punto è risuonata la sua voce remixata con musica elettronica. Un'idea dei suoi giovani fan, che a centinaia hanno poi retwittato il suo appello a firmare una lettera aperta che accusa i politici di tradimento: «Questa non è un'esercitazione. È il codice rosso per la Terra. Milioni di persone soffriranno mentre il nostro pianeta viene devastato: un futuro terrificante verrà creato, o sarà evitato, dalle decisioni che prenderete. Avete il potere di decidere». Nel pomeriggio la «pasionaria» svedese, con Vanessa Nakate e altri attivisti, ha incontrato la premier scozzese Nicola Sturgeon che ha subito lanciato un tweet entusiasta: «Le voci dei giovani devono essere ascoltate in modo forte e chiaro alla Cop26». In realtà, anche la Scozia nelle scorse settimane era finita nel mirino di Greta per non aver mantenuto l'impegno di ridurre le emissioni di CO2. Dopo l'appello urgente inviato ai leader mondiali attraverso il sito dell'Ong Avaaz e diventato subito virale (le sottoscrizioni di «Tradimento», questo il titolo della lettera, in poche ore hanno raggiunto quasi il milione e mezzo), ora tutti guardano alla grande manifestazione di FridaysForFuture che si terrà per le strade di Glasgow venerdì, con palco finale per Greta & Co., e a quella successiva di sabato. Migliaia di attivisti stanno convergendo in questi giorni verso la più grande città della Scozia. Oltre ai giovani di FFF stanno già facendo sentire la propria voce i membri di Ocean Rebellion, che hanno guidato un corteo di «sirene morte» lungo il fiume Clyde, e quelli di Extinction Rebellion. Per molti di loro il viaggio a Glasgow è quasi un pellegrinaggio che toccherà il suo culmine sabato, per la «processione» che unirà tutti i gruppi sotto un unico slogan: salvare il pianeta. 

Mattia Feltri per "la Stampa" il 2 Novembre 2021. E di nuovo bla bla bla, rieccolo il movente eterno dell'insoddisfazione degli osservatori, e specialmente degli ambientalisti. Sono delusi dal G20, dai vaghi impegni presi dai grandi del mondo, dal bicchiere metà vuoto o forse per tre quarti, dall'assenza di una risoluzione all'altezza del guasto climatico, dall'ennesimo evaporare dei sogni di planetaria concordia. C'è chi ne scrive e chi manifesta, reclamando azioni concrete oltre le chiacchiere: fate qualcosa oppure è il solito bla bla. Fate qualcosa. Bella frase. Però, che cosa? Perché l'opposizione a intese più stringenti è stata avanzata da Xi Jinping, presidente della Cina che assomma quasi un miliardo e mezzo di abitanti, da Narendra Modi, primo ministro dell'India che assomma un miliardo e quattrocento milioni di abitanti, da Vladimir Putin, presidente della Federazione russa che assomma centoquarantacinque milioni di abitanti. Tre Paesi e più di tre miliardi di abitanti che, soprattutto in Cina e India, sono in vertiginosa rimonta sull'Occidente industrializzato e, proprio mentre ci stanno per raggiungere, li si invita a darci dentro un po' di meno per inquinare un po' di meno. Sarà una posizione miope, tutto quello che volete, ma hanno ripetuto no grazie. Anzi, da Cina e Russia non è nemmeno arrivato il grazie, soltanto il no. Dunque, come tradurre quel fate qualcosa? Insistere? Prendere a pugni il tavolo? Minacciare una guerra nucleare? Giocarsela a testa o croce? Mettersi in ginocchio? Inviare i manifestanti ambientalisti a Mosca e a Pechino? Perché l'impressione è che accusare i grandi di bla bla sia soltanto un altro e ancora più comodo bla bla.

"Insorgiamo!" la protesta di "gretini" e comunisti a Roma contro il G20. Il Tempo il 30 ottobre 2021. Scoppi di petardi a piazzale Ostiense dove sono rientrati i manifestanti che hanno protestato contro il G20, in corteo da Bocca della Verità, centro di Roma. Il gruppo è rientrato in corteo, giustificato - fa presente la Questura di Roma - dal fatto che "la fermata metro più vicina è quella di Roma Ostiense, considerata la chiusura di Circo Massimo". Durante il rientro i manifestanti hanno acceso torce e intonato cori. Esploso anche un petardo. “Voi G20 noi il futuro” e "Insorgiamo!" sono alcuni degli slogan che si leggono sugli striscioni  srotolati durante il corteo partito alle 15 da piazzale Ostiense. A manifestare circa 5mila persone tra cui i Cobas, un collettivo di fabbrica della GKN di Firenze, una delegazione dell’Ilva, rappresentanti della FLC Cgil,  lavoratori Alitalia e gli attivisti di Friday for the future. A piazza San Giovanni invece hanno manifestato circa duecento attivisti del Partito Comunista. "Il Presidente del Consiglio parla di un Pil che sale del 6%, ma il popolo italiano piange" ha detto il segretario generale del partito comunista, Marco Rizzo chiudendo la manifestazione contro Draghi. Nella mattinata una cinquantina di attivisti del Climate Camp Roma, intorno alle 8, hanno bloccato in via Cristoforo Colombo per contestato i governi del G20. 

Sara Gandolfi per il "Corriere della Sera" il 9 novembre 2021. C'era grande agitazione ieri nelle stanze chiuse dei negoziatori. E non solo per il ritorno tanto atteso di Barack Obama. Domenica notte è iniziata a circolare la prima bozza del documento politico finale di Cop26, diffusa dal presidente Alok Sharma. Il «Non paper: sommario sui possibili elementi identificati dalle Parti» elenca adattamento, finanza, migrazioni, partecipazione dei giovani e giusta transizione. Cita l'obiettivo del Net Zero (l'economia a emissioni zero) entro il 2050, il target inseguito da Usa ed Unione Europea, e l'«urgenza di un'azione per mantenere vivo l'obbiettivo di 1.5°C». Esprime pure «profonda preoccupazione» per l'obiettivo non ancora raggiunto del fondo per il clima da 100 miliardi di dollari. Ma in quella lista di due paginette non sono mai citati i combustibili fossili. E tanto basta per scatenare, dietro le quinte, la delusione dei Paesi più vulnerabili e anche di quelli più ambiziosi. Per ora i delegati non commentano pubblicamente e prosegue il lavorio diplomatico. Ma è sulla bocca di tutti che il grande nemico, oggi come due anni fa a Madrid, è l'Arabia Saudita che si sarebbe messa di mezzo per far togliere dalla dichiarazione finale ogni riferimento ai combustibili fossili. Per ora ci è riuscita, nonostante la «Dichiarazione globale di transizione dal carbone all'energia pulita» firmata da una quarantina di Paesi giovedì scorso (senza Usa, Russia, Cina, India, Australia). «È molto preoccupante che la prima bozza dell'accordo di Glasgow sia così debole», afferma Jennifer Morgan, direttrice di Greenpeace International. Ieri mattina un'altra bomba era esplosa sul vertice delle buone intenzioni», come è stata ribattezzata Cop26 tra gli addetti ai lavori. Il Washington Post ha pubblicato un'inchiesta in cui denuncia il forte divario fra le emissioni di CO2 dichiarate da diverse nazioni rispetto a quanto effettivamente immesso in atmosfera: un divario che varia tra 8,5 miliardi e 13,3 miliardi di tonnellate all'anno di emissioni sottostimate. Tutti i modelli di previsione rischiano di saltare. «Se non conosciamo lo stato delle emissioni oggi, non sappiamo se le stiamo riducendo in modo significativo e sostanziale», ha dichiarato al quotidiano Rob Jackson, presidente del Global Carbon Project. Secondo il Washington Post nella fascia bassa il divario è maggiore delle emissioni annuali di gas serra degli Usa, nella fascia alta si avvicina alle emissioni record della Cina e pari al 23% del contributo totale dell'umanità al riscaldamento del Pianeta. Si allarga il divario fra nazioni ricche e vulnerabili. «C'è uno scollamento tra le dichiarazioni pubbliche e ciò che sta accadendo nei negoziati», ha denunciato il presidente del gruppo dei Paesi meno sviluppati, Sonam Phuntsho Wangdi. Neppure le cifre annunciate oggi - 232 milioni di dollari per l'Adaptation Fund e altri 450 milioni mobilitati per progetti locali di resilienza - convincono. «Carità aleatoria», commenta Lia Nicholson, a nome dell'Alleanza dei piccoli Stati insulari.

Monica Perosino per "la Stampa" il 9 novembre 2021. Il tempo stringe. Il 12 novembre, data di chiusura della Conferenza sul Clima, si avvicina rapidamente e il febbrile lavoro dei negoziatori non si ferma neanche di notte. Ma lontano dalla frenesia tutta discorsi, star e applausi, nelle salette private e blindate dove si sta cercando di mettere in piedi il documento finale della «storica» Cop26, si respira tutto fuorché entusiasmo. Nella bozza preliminare diffusa dal presidente della conferenza di Glasgow, Alok Sharma, c'è tutto quello che dovrebbe esserci tranne il punto fondamentale: l'addio, seppure graduale, ai combustibili fossili. Che neppure vengono citati. Eppure, sarebbe una delle condizioni necessarie alla transizione verde. La «dimenticanza» secondo attivisti e osservatori ha una causa precisa: le lobby del petrolio. Mentre i leader del mondo si affannano a trovare accordi, intese e alleanze per ridurre l'inquinamento da CO2, i gruppi di pressione lavorano senza sosta per boicottarli e continuare a bruciare combustibili fossili. Il primo campanello d'allarme l'aveva suonato GreenPeace, che a fine ottobre aveva svelato, grazie a un'inchiesta realizzata da Unearthed, team di giornalisti investigativi, l'esistenza di una lobby che stava lavorando dietro le quinte per «annacquare» il rapporto sul clima dell'International Panel on Climate Change (Ipcc) delle Nazioni Unite, in modo da eliminare le conclusioni più scomode, quelle che potrebbero minacciare gli interessi di alcune grandi aziende e Paesi. In prima fila c'era l'Arabia Saudita. Ieri è arrivata anche l'inchiesta degli attivisti di Global Witness, che hanno analizzato l'elenco dei partecipanti alla Cop26 e hanno scoperto che 503 delegati con legami e interessi nei combustibili fossili erano state accreditate. Un numero enorme, se pensiamo che sulle circa 40.000 persone che partecipano alla Cop il Brasile ha la più grande squadra di negoziatori, con 479 delegati. «Se l'industria dei combustibili fossili fosse un Paese - dicono da Global Witness - avrebbe di gran lunga il maggior numero di delegati. Centinaia di lobbisti hanno invaso Glasgow, difendendo gli interessi dei grandi inquinatori. È come se i lobbisti di Big Tobacco intervenissero a una conferenza sul cancro ai polmoni». E il paragone non è casuale. Come l'industria del tabacco ha negato per anni gli effetti dannosi sulla salute, «l'industria dei combustibili fossili ha passato decenni a negare e ritardare un'azione reale sulla crisi climatica - spiega Murray Worthy di Global Witness. La loro influenza è uno dei motivi principali per cui 25 anni di colloqui sul clima non hanno portato a tagli reali delle emissioni globali». Ancora secondo Unearthed, l'Arabia Saudita, ma anche Australia e Giappone hanno spinto per rimuovere dai rapporti che il mondo ha bisogno di eliminare gradualmente i combustibili fossili e l'Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec), dal canto suo, ha voluto eliminare diversi passaggi, tra cui un riferimento a «potenti gruppi di pressione che hanno interesse a mantenere le attuali strutture economiche ad alto contenuto di carbonio». Non solo: il Regno Unito ha organizzato il vertice in collaborazione con aziende come Boston Consulting Group, che fornisce consulenza alle compagnie petrolifere e del gas, e l'unica differenza rispetto alle precedenti Cop è che sono state vietate le sponsorizzazioni dirette alla Conferenza. Ma non è un mistero che diversi eventi collaterali siano stati organizzati da grandi aziende o banche che investono nei combustibili fossili o organizzazioni come la Association of Oil and Gas Producers. Il tempo stringe, il documento è ancora una bozza, ma se non si inverte la rotta, i grandi inquinatori potrebbero averla vinta ancora una volta.

Manila Alfano per “il Giornale” l'11 novembre 2021. Rischiava di essere ben al di sotto delle aspettative, perché se il G20 di Roma della settimana scorsa era stato il preludio, Glasgow doveva essere il punto concreto da cui partire. Ieri i negoziati sarebbero dovuti entrare nel pieno, e si è temuto lo stallo fino all'ultimo. Sembrava un film già visto: grandi parole, pochi fatti e molti delusi. Un preoccupante pantano che ha spinto il padrone di casa, Boris Johnson a tornare a Glasgow in fretta e furia, anche se stavolta, per evitare le polemiche, è arrivato col treno invece che in aereo «lo faccio salendo su un mezzo rispettoso del clima». Arrivato per ridestare animi e coscienze green assopite si è sperticato in un discorso passionale e accorato «L'obiettivo di mantenere il tetto di 1,5 gradi in più rispetto all'era pre-industriale è in bilico». «Chi sarà dei nostri?». E ancora: «Sono stati fatti progressi la settimana scorsa, ma i negoziati ora si sono fatti difficili. Occorre coraggio». L'obiettivo di 1,5 gradi, «è ancora possibile ma è tutto tranne che un affare fatto». «Ora sappiamo cosa fare, dobbiamo solo trovare il coraggio». Facile a dirsi. È «cruciale che ora mostriamo ambizione, il rischio di mancare una ambiziosa Cop26 è colossale e i rischi di arretrare sarebbero un assoluto disastro per il pianeta». Parole che lasciavano già presagire il peggio: un ennesimo nulla di fatto. Poi la svolta. Una dichiarazione congiunta arrivata a sorpresa: Stati Uniti e Cina collaboreranno e lavoreranno insieme sul clima. Eccolo il progetto ambizioso, il punto vero da cui si può finalmente partire. È la vittoria di Glasgow: due potenze mondiali ai ferri corti che accettano di lavorare insieme per fronteggiare la crisi climatica. Il documento afferma che entrambe le parti «terranno a mente il loro fermo impegno a lavorare insieme» per raggiungere l'obiettivo di 1,5 gradi stabilito nell'accordo di Parigi e si impegnano a cooperare sugli standard normativi, la transizione verso l'energia pulita, la decarbonizzazione, la «progettazione verde e l'utilizzo delle risorse rinnovabili». Si impegnano inoltre a contrastare le emissioni di metano. Annunciato anche l'impegno a formare un gruppo di lavoro che si riunirà regolarmente per discutere le soluzioni climatiche. «Un passo importante», fanno subito sapere soddisfatti dall'Onu. Xie Zhenhua, l'inviato speciale per la Cina ha precisato che l'intesa prevede «piani concreti» per rafforzare l'azione contro i cambiamenti climatici in questo decennio e che sia gli Usa che la Cina sono pronti «a lavorare insieme per finalizzare» l'attuazione dell'Accordo di Parigi sul clima del 2015. «Essendo le due principali potenze mondiali, la Cina e gli Usa devono assumersi la responsabilità di lavorare insieme e con le altre parti per contrastare il cambiamento climatico». Soddisfazione anche da parte dell'inviato speciale americano John Kerry, secondo cui con la dichiarazione congiunta annunciata a sorpresa a Glasgow «siamo arrivati a un nuovo punto» e l'accordo rappresenta «una roadmap» per il futuro. Secondo Kerry, Stati Uniti e Cina hanno concordato di «lavorare insieme per limitare le emissioni di metano» e l'impegno di Pechino di mettere a punto «un piano d'azione nazionale complessivo e ambizioso sul metano avrà un effetto significativo» sulla crisi climatica. «Tra Stati Uniti e Cina non mancano le divergenze - ha sottolineato l'inviato dell'amministrazione Biden - ma sul clima la cooperazione è l'unico modo perché sia fatto il lavoro».

Un bilancio della conferenza sul clima. Cop26, lo scontro del futuro tra ecologisti integrali e di governo. Fausto Bertinotti su Il Riformista l'11 Novembre 2021. Il conflitto aperto dai movimenti di strada, ultime le manifestazioni contro i potenti del Cop26 e i governi, sulle grandi questioni che investono il futuro dell’umanità e del pianeta, consentono di guardare a una frattura che divide profondamente il campo dei sostenitori delle politiche ecologiste. Mi pare che si possa dire addirittura che si affacciano due concezioni tra loro irrimediabilmente in contrasto e in opposizione. È lo scontro che si profila tra quello che possiamo chiamare “l’ecologismo integrale”, secondo una definizione carica di autorevolezza, e l’ecologia dei governi e delle istituzioni. Bisogna tenersi lontano da una similitudine che può affacciarsi con la storica divisione del Novecento del Movimento operaio tra riformisti e rivoluzionari, ma la linea di frattura va acquisita perché destinata a segnare una delle tendenze del conflitto nel prossimo futuro. Neppure la dialettica sempre esistita in Germania nei Grünen tra i fondamentalisti e politici ci illumina su questa divisione profonda, complessa e articolata che, tuttavia le immagini dei governi chiusi nei palazzi e, all’opposto, quella delle moltitudini di giovani che invadono le strade, in qualche modo, simboleggiano. A dividerli, anche se ancora non è evidente, sono due macigni sulla via della conversione ideologica: l’uno si chiama addirittura capitalismo; l’altro ha la forma storica di non-governo del mondo da parte degli Stati nazionali e delle grandi aree economiche in cui oggi è suddiviso. Greta Thunberg ha denunciato il fallimento dei vertici mondiali ricorrendo a una formula irridente e spregiativa: il famoso bla bla bla. Leonardo Boff ne ha individuato la causa principale quando ha scritto: «I leader mondiali hanno accuratamente evitato di toccare quello che è il vero problema: il capitalismo. Se non cambia nel modello di produzione e di consumo, non fermeremo mai il riscaldamento globale». So che non è ancora la tesi del Movimento ma è ciò che impedisce ai potenti di accoglierne le richieste. Ricchezza e povertà segnano di sé anche l’ambiente. Uno studio recente lo rende manifesto in termine esplosivo. Oxfam, proprio in occasione di Cop26, ha presentato uno studio effettuato con L’Institute for European Environmental Policy e lo Stockholm Environment Institute. Si sa che i voli spaziali sono ormai la misura delle più grandi ricchezze, ebbene, secondo questo studio, un solo volo spaziale inquina quanto il miliardo di persone più povere del mondo. Misurate in tonnellate di Co2 emesse, in poco più di 10 minuti, il volo ne produce 75 tonnellate. Tutte le persone del miliardo più povero impiegherebbero più di 75 anni a produrle, giacché emettono meno di 1 tonnellata di co2 all’anno. I grandi della terra si affannano a discutere su come mantenere il riscaldamento globale sotto l’1,5% senza riuscirci, ma si calcola che l’1% più ricco del mondo è incamminato a essere per il 2030, data fissata per il raggiungimento dell’1.5%, trenta volte sopra a quel che sarebbe compatibile con l’obiettivo che, per essere realizzato, dovrebbe vedere questo 1% più ricco ridurre le proprie emissioni dell’oltre il 95%. Il commento di uno dei responsabili dello studio porta acqua al mulino della tesi di Boff. «Le emissioni del 10% più ricco da sole potrebbero spingerci a un punto di non ritorno e a pagarne il prezzo più alto, ancora una volta, saranno le persone più povere e vulnerabili del pianeta». Ricordiamo sempre l’implacabile formula secondo la quale senza giustizia sociale, l’ecologia è solo giardinaggio. Per i potenti, è il maquillage compatibile con questo tipo di accumulazione capitalistica e il suo cammino è quello del peccatore: buoni propositi, poi molti peccati, poi qualche pentimento e infine ripresa del cammino senza cambiamento. In questa prigione costruita con le proprie mani si sono trovati i vertici del G20 e del Cop26. Solo una acritica propensione apologetica e forzosamente ottimistica ne può negare l’esito deludente, per il destino dell’umanità, per il futuro del mondo e anche soltanto per le prossime politiche attese. A denunciarne l’esito deludente non è solo il movimento, non sono solo le manifestazioni di una nuova generazione di giovani. Ci sono le pesanti critiche di studiosi della forza del premio Nobel Giorgio Parisi e ci sono tante altre autorevoli testimonianze. A minare le già incerte previsioni dei grandi della terra e i loro impegni di buona condotta non ci sono solo le fondamentali questioni strutturali, cioè il completo funzionamento di questa economia, di questo capitalismo, ma vi concorrono, in termini assai rilevanti, gli squilibri attuali tra nord e sud del mondo, tra i diversi livelli di sviluppo delle sue più grandi aree; vi concorrono i precari, instabili assetti geopolitici di una fase di transizione nei rapporti tra le superpotenze, e con l’emergere di nuove potenze o candidate a volerle diventare. La proclamata volontà di raggiungere la neutralità nelle emissioni di carbone entro il 2030, considerata indispensabile per evitare il disastro climatico, ha riguardato, peraltro con non trascurabili oscillazioni anche in alcuni dei suoi protagonisti, solo i Paesi considerati avanzati nello sviluppo. L’uso della formula “entro il 2030 o quanto prima possibile” dice di una perdurante problematicità nel perseguimento dell’obiettivo. Ma la questione centrale a questo proposito, e non solo a questo, è il veto opposto da Cina, India e Russia. Il fatto che la diversità di posizioni dipenda dalle differenti collocazioni di queste aree economiche-politiche nelle diverse fasi dello sviluppo capitalistico, e quindi dal diverso peso e responsabilità di ognuna nell’attuale inquinamento del mondo, propone un’altra contraddizione insanata che concorre a bloccare una qualsiasi svolta ecologica. L’incapacità dei Paesi avanzati ad affrontarla anche attraverso un riequilibrio tra nord e sud del mondo, tra aree di sviluppo e sottosviluppo, è dimostrato anche al confronto di un episodio minore. Era stato previsto da parte dei Paesi avanzati un fondo per indennizzare i Paesi meno sviluppati, un fondo di 100 miliardi annui. Neanche questo impegno è stato rispettato, le diseguaglianze interne nei diversi Paesi minano nelle fondamenta la possibilità di dar vita a una politica ecologica, se non vengono, come non vengono, affrontate contemporaneamente. Le diseguaglianze esterne, quelle tra diverse economie, negate di fatto dalla politica dei Paesi che chiamiamo avanzati, impediscono la svolta nelle scelte politiche dell’insieme degli Stati. Il governo mondiale, qualche volta seppure isolatamente invocato, appare ancora un’utopia. Ma senza andare in questa direzione, con una politica di pace, tutto si costruisce. Il movimento, le moltitudini di giovani che reclamano il cambiamento vedono lucidamente il tradimento delle promesse e lo combattono insieme ai suoi responsabili politici. «È ovvio che il vertice è fallimentare. L’imperatore è nudo», così ha dichiarato Greta Thunberg. Così l’ecologismo integrale si fa, in qualche misura, strada nella critica pratica dell’enunciato ecologismo politico-istituzionale. Questo movimento di generazione non è certo figlio degli ambientalismi radicali degli anni ‘60, dei Commoner, degli André Gorz, e nemmeno del movimento mondialista del fine-inizio secolo e forse nemmeno dell’Enciclica di papa Francesco, ma va per la sua strada. La sua autonomia dal potere è una grande chance, quando i potenti del mondo si rivelano impotenti di fronte all’attualità del drammatico problema del mutamento climatico, questi movimenti acquistano una potenzialità grande. Il movimento va ora per la sua strada, il suo futuro dipenderà in larga misura da sé stesso, ma anche da cosa e da chi incontrerà nel suo cammino.

Fausto Bertinotti. Politico e sindacalista italiano è stato Presidente della Camera dei Deputati dal 2006 al 2008. Segretario del Partito della Rifondazione Comunista è stato deputato della Repubblica Italiana per quattro legislature ed eurodeputato per due.

Cop26, nuova bozza di accordo: la decarbonizzazione più lontana. Una corsa a ostacoli verso +1,5 °C. Luca Fraioli e Gaia Scorza Barcellona su La Repubblica il 12 novembre 2021. Oggi è l'ultima giornata della Conferenza sul clima di Glasgow. Atteso un finale che mantenga il mondo sotto 1,5 °C di riscaldamento. Ma sono tanti i nodi ancora da sciogliere.

"Cop26, promesse vaghe e phase-out dal carbone troppo lontano", perché la bozza di accordo non piace agli ambientalisti.

Ieri sono finiti i convegni e le giornate a tema, con le parate di vip, politici ed esperti. Oggi sarà soltanto una giornata di negoziati, lunga e difficile, con tecnici e ministri. Una corsa in salita e contro il tempo, per arrivare al traguardo ambizioso di +1,5 °C. Il mondo guarda a Glasgow, per vedere se i suoi leader avranno il coraggio di salvarlo dalla crisi climatica.

8:30 - La chiusura del summit: una corsa verso +1,5 °C

Tutti pensano che si continuerà a trattare nella notte. Nella migliore delle ipotesi, si chiuderà sabato mattina (e bisogna vedere con quale accordo). Nella peggiore, come è già successo in altre Cop del passato, si potrebbe finire anche a domenica. I nodi politici non sono ancora sciolti: revisione degli impegni di decarbonizzazione entro la fine del 2022, mercato globale del carbonio (l'articolo 6 dell'Accordo di Parigi), trasparenza (le regole per comunicare i risultati di decarbonizzazione degli stati), Paris Rulebook (le regole per applicare l'Accordo del 2015 sul clima).

9:00 -  Una nuova bozza di accordo

Arriva all'alba dell'ultimo giorno di Cop26 la nuova bozza di "cover decision", il riassunto di copertina di quello che dovrebbe essere l'accordo finale di questa tormentata Cop26. Che la sollecitazione a uscire dal carbone a chiudere i sussidi ai combustibili fossili, invito contenuto nella prima bozza di due giorni fa, fosse uno degli ostacoli principali lo si era capito subito. E il testo diffuso questa mattina lo conferma ampiamente.

Il nuovo testo recita: " (...) si invitano i Paesi ad accelerare l'eliminazione graduale delle centrali a carbone senza abbattimento di emissioni e dei sussidi inefficienti per i combustibili fossili". L'introduzione di due sole parole, "unabated" e "inefficienti", rispetto al testo proposto dalla presidenza britannica della Cop, ma che modificano radicalmente la portata dell'articolo. Con questa formulazione sarà possibile continuare a bruciare carbone, a patto però di ridurne in qualche modo il rilascio di gas serra nell'atmosfera. Così come sarà possibile continuare a dare sussidi ai combustibili fossili (solo in Italia molti miliardi di euro all'anno) eliminando solo quelli inefficienti (dal nostro inviato Luca Fraioli)

Da ansa.it il 14 novembre 2021. Alla fine alla Cop26 di Glasgow è stato raggiunto l'accordo. Un po' annacquato sul carbone e i sussidi alle fonti fossili, per venire incontro alle richieste di India e Cina. Ma alla fine, il documento finale è stato approvato. Con questo, i paesi firmatari dell'Accordo di Parigi (cioè tutti i quasi 200 paesi del mondo) si impegnano a tenere il riscaldamento globale sotto 1 grado e mezzo dai livelli pre-industriali. Un passo avanti rispetto al target principale dei 2 gradi dell'Accordo di Parigi. Il documento finale fissa l'obiettivo minimo di decarbonizzazione dei paesi al 2030: un taglio del 45% delle emissioni di CO2 rispetto al 2010. E prevede poi di arrivare a zero emissioni nette intorno alla metà del secolo. Il documento chiede agli stati di aggiornare i loro impegni di decarbonizzazione (Ndc) entro il 2022. Le tre bozze iniziali del documento prevedevano un invito ai paesi ad eliminare al più presto le centrali a carbone e i sussidi alle fonti fossili. Ma su questo punto, nella plenaria del pomeriggio si sono impuntate Cina e India. "Non è compito dell'Onu dare prescrizioni sulle fonti energetiche - ha detto il ministro dell'Ambiente indiano, Bhupender Yadav -. I paesi in via di sviluppo come l'India vogliono avere la loro equa quota di carbon budget e vogliono continuare il loro uso responsabile dei combustibili fossili". Anche la Cina ha sostenuto la posizione indiana, e alla fine il presidente britannico Alok Sharma ha dovuto cedere. "La storia è stata fatta qui a Glasgow", ha detto Sharma, con la voce rotta dal magone, alla plenaria a Glasgow. In precedenza, Sharma aveva trattenuto le lacrime quando aveva detto, accettando l'emendamento sul carbone di Cina e India, "capisco la delusione, ma è vitale proteggere questo pacchetto". "Glasgow è un programma che ci indica cosa dobbiamo fare. Credeteci o meno ma è la prima volta che si nomina il carbone. Siamo più vicini che mai a evitare il caos climatico": questo è "l'inizio di qualcosa. Abbiamo sempre saputo che Glasgow non non era il traguardo", ha detto l'inviato americano per il clima, John Kerry. Boris Johnson saluta l'accordo all'unanimità fra 197 Stati, strappato fra non pochi compromessi, che ha chiuso la conferenza sul clima CoP26 a presidenza britannica di Glasgow come "un grande passo in avanti" in grado di di tenere in vita l'obiettivo di limitare il surriscaldamento terrestre entro il tetto di 1,5 gradi in più dell'era pre industriale. Il premier britannico ammette che resta ancora "un enorme lavoro da fare nei prossimi anni", ma nota come si tratti del primo accordo a sancire un impegno verso "la riduzione" del carbone. E rende omaggio "all'incredibile" sforzo del suo ministro Alok Sharma, presidente della CoP26. La Cop26 è stato un "bla,bla,bla". Così Greta Thunberg, dopo la votazione finale alla conferenza di Glasgow. "Il vero lavoro continua fuori da queste stanze. E non ci arrenderemo mai, mai", ha scritto l'attivista su Twitter. "Manteniamo intatta la nostra ambizione nelle ultime ore della Cop26. È la nostra occasione di scrivere la storia. Ancora di più, è nostro dovere agire ora". E' il messaggio della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. "Abbiamo bisogno di impegni coraggiosi per importanti tagli alle emissioni in questo decennio e verso la neutralità climatica nel 2050", aggiunge. I testi approvati dalla Cop26 sono un "compromesso. Riflettono gli interessi, le condizioni, le contraddizioni e lo stato della volontà politica nel mondo oggi", ha detto il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, sottolineando che gli accordi sono un passo importante ma la "collettiva volontà politica non è stata abbastanza per superare le profonde contraddizioni".

Trovato accordo al Cop26, ma l’India rallenta sul carbone. Valentina Mericio il 13/11/2021 su Notizie.it.  Al Cop26 di Glasgow è stato raggiunto un accordo sul testo. L'India ha però frenato sull'uso del carbone. Al Cop26 di Glasgow è stata trovata l’intesa sul testo. L’accordo è stato tuttavia frenato dall’India che ha chiesto che venga diminuito l’uso del carbone. È stata cioè accettata la richiesta di sostituire il termine “phase out” (uscita) dal carbone per la produzione energetica con “phase down” (diminuzione). Confermato l’obiettivo degli 1,5 gradi. Nell’annunciare l’accordo raggiunto il presidente della Cop26, Alok Sharma si è visibilmente commosso e, con la voce rotta dal magone, ha dichiarato: “La storia è stata fatta qui, a Glasgow”.

Cop26 accordo, risolto all’ultimo il nodo India

Raggiungere l’intesa con l’India non sarebbe stato affatto facile, tanto che fino all’ultimo minuto, quest’ultima si sarebbe opposta, in una prima battuta, ad abbandonare il carbone.

Dopo un lavoro di mediazione si è arrivati infine all’elaborazione dell’emendamento, con l’India che ha accettato di ridurre l’uso di carbone nel fabbisogno produttivo. In definitiva, si tratta di un accordo che, sebbene sulla buona strada, non avrebbe soddisfatto completamente i leader.

Cop26 accordo, Kerry: “Accordo molto buono con qualche problema”

Se da un lato il Presidente della Cop26 Alok Sharma, ha affermato che si tratta di un accordo tutto sommato equilibrato, dall’altro lato, anche l’inviato statunitense per il clima John Kerry, sentito dall’Associated Press, ha affermato che, in linea di massima, è un accordo molto buono nonostante rilevi qualche criticità: “È un buon accordo per il mondo.

Ha qualche problema, ma tutto sommato è un accordo molto buono”.

Anche da parte del Premier britannico Boris Johnson c’è stata soddisfazione, pur ammettendo che la strada è ancora lunga: “C’è ancora molto da fare nei prossimi anni. Ma l’accordo di oggi è un grande passo avanti e, cosa fondamentale, abbiamo il primo accordo internazionale in assoluto per ridurre gradualmente il carbone e una tabella di marcia per limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi.

Spero che guarderemo indietro alla Cop26 di Glasgow come all’inizio della fine del cambiamento climatico, e continuerò a lavorare instancabilmente verso questo obiettivo”.

Attraverso un Tweet ha inoltre ringraziato quanti hanno preso parte al vertice di Glasgow: “Abbiamo chiesto alle nazioni di unirsi per il nostro pianeta a Cop26 e hanno risposto a quella chiamata. Voglio ringraziare i leader, i negoziatori e gli attivisti che hanno reso possibile questo patto e il popolo di Glasgow che li ha accolti a braccia aperte”.

Cop26 accordo, Cingolani: “Non sono soddisfatto, ma compromesso parte del mestiere”

Chi invece, almeno in parte, non sarebbe stato proprio convinto dal risultato, è il Ministro per la transizione ecologica Roberto Cingolani che, sentito da Rainews24, ha dichiarato di non essere stato propriamente soddisfatto per l’accordo raggiunto: “Non è un compromesso annacquato, dovevamo portare a bordo tutto il mondo, più di 195 Paesi, con un accordo che doveva tenere la barra a 1,5 gradi il riscaldamento globale e non a 2: India e Cina hanno posto sostanzialmente un veto, hanno chiesto un alleggerimento di una condizione che, posso garantire, è abbastanza marginale, però questo ci ha consentito di averli a bordo nella Cop che adesso ha sancito le regole di trasparenza e implementazione per quello che faremo nei prossimi anni. Io non sono soddisfattissimo, però mi rendo conto che con queste dimensioni a questi livelli, purtroppo il compromesso è parte del mestiere. Qui non si tratta di tecnica, ma di diplomazia”.

Cop26 accordo, Guterres: “Passo importante, ma non basta”

Anche il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha scritto, attraverso un Tweet che si tratta certamente di un passo importante, ma ancora non sufficiente: “Il risultato di Cop26 è un compromesso che riflette gli interessi, le contraddizioni e lo stato della volontà politica nel mondo di oggi. È un passo importante, ma non basta. È ora di entrare in modalità di emergenza. La battaglia per il clima è la battaglia delle nostre vite e quella battaglia deve essere vinta”.

Il bla, bla, bla e la secessione del futuro. Ezio Mauro su La Repubblica il 14 Novembre 2021. La denuncia fatta da Greta Thunberg è la rottura di un patto. Per la seconda volta in cinquant'anni, contando il '68, la leva dei figli acquista coscienza generazionale e separa la sua vicenda da quella delle madri e dei padri. Allora era una ribellione contro l'autoritarismo: dunque una questione di libertà. Oggi è una protesta contro l'incuria dell'ambiente: quindi un problema di responsabilità. Quando i figli rifiutano la lingua dei padri si rompe il processo naturale del passaggio tra le generazioni. È avvenuto a Glasgow, prima ancora che l'atto finale della Cop26 celebrasse la sua impotenza sotto gli occhi del mondo, spettatore distratto davanti al naufragio del Climate Pact sullo scoglio del carbone. La denuncia del "bla, bla bla" fatta

Cop26, l’ottimismo di Boris Johnson: accordo storico. Ma Sharma accusa Cina e India. Sara Gandolfi su Il Corriere della Sera il 14 Novembre 2021. Clima, le due potenze nel mirino per il no sul carbone. Kerry: mai così vicini a evitare il caos. «Una speranza» da un accordo «storico». Così il premier britannico Boris Johnson ieri ha commentato l’esito della Conferenza sul clima che si è chiusa sabato. Nella conferenza stampa congiunta tenuta assieme al presidente di Cop26 Alok Sharma a Downing Street, Johnson ha sottolineato che il Patto climatico di Glasgow, così è stato ribattezzata la Dichiarazione finale, ha fissato la «road map», la tabella di marcia, per ridurre le emissioni di CO2. «Ora abbiamo gli strumenti per il target di 1,5°» dice. «A Glasgow è suonata la campana a morto per il carbone», aggiunge, anche se «la mia soddisfazione per i progressi fatti è macchiata da una delusione». È la stessa delusione cui ha dato voce, stavolta con più livore, il presidente della Cop26 Sharma: «Cina e India dovranno spiegarsi». Spiegare il perché di quel piccolo cambio di verbo — «phasing down» invece di «phasing out», riduzione al posto di eliminazione del carbone — infilato in extremis dal ministro indiano in un emendamento al Patto climatico. Nel linguaggio dell’Onu ogni parola conta e quel «down» cade come un macigno sulla testa di Sharma (anche se Johnson dice che «per me che parlo inglese non mi pare una gran differenza»). Una caduta che si aggiunge ai deboli risultati raggiunti sul tema dell’adattamento, del cosiddetto Loss and damage (perdite e danni) e sulla finanza climatica (anche su questi punti la bozza del Climate Pact è stata molto annacquata, ma ad opera dei Paesi sviluppati). Il Patto è, in effetti, come un bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Invita esplicitamente i governi a tornare l’anno prossimo con piani nazionali più ambiziosi per ridurre le emissioni al 2030, afferma che tutti i Paesi parte dell’Accordo di Parigi dovranno ridurre le emissioni di CO2 del 45% in questo decennio per mantenere il riscaldamento globale al di sotto della soglia critica di 1,5°C. Ma resta irrisolta la questione cruciale di come dovrà essere diviso o condiviso l’onere di questi tagli. Esorta le nazioni ricche a raddoppiare entro il 2025 i finanziamenti per aiutare quelle più vulnerabili a proteggersi dagli effetti del cambiamento climatico e menziona esplicitamente, un fatto storico, la necessità di accelerare la riduzione dell’uso del carbone e la fine dei sussidi ai combustibili fossili. Lascia, però, la stragrande maggioranza di Paesi in via di sviluppo a corto dei fondi indispensabili per effettuare una «transizione giusta» verso fonti energetiche più pulite e per affrontare gli eventi estremi, già causa di perdite e danni. Ma si sa, questa è la diplomazia. «Noi possiamo fare pressione, possiamo blandire, possiamo incoraggiare, ma non possiamo forzare nazioni sovrane a fare ciò che non desiderano», dice Johnson. «Il peggior risultato sarebbe stato non avere alcun accordo», aveva già commentato la segretaria dell’Unfccc, l’ente Onu per il clima, Espinosa. Ovviamente, anche l’architetto dell’accordo finale, John Kerry, ha espresso ottimismo: «Non siamo mai stati così vicini ad evitare il caos climatico», ha assicurato. Ieri è tornato a parlare anche il Papa. «Il grido dei poveri, unito al grido della Terra, è risuonato nei giorni scorsi — ha detto Francesco all’Angelus —. Incoraggio quanti hanno responsabilità politiche ed economiche ad agire subito con coraggio e lungimiranza». Poco ottimista Greta Thunberg: «2,4°C se tutti i governi rispettassero gli obiettivi del 2030, 2,7°C con le politiche attuali. Questi Ndc (i piani nazionali di taglio alle emissioni, ndr) si basano su numeri errati e sottostimati. E questo è SE i leader manterranno le loro promesse, il che a giudicare dai loro trascorsi non è molto probabile», ha twittato.

Sara Gandolfi per il “Corriere della Sera” il 14 novembre 2021. 

1 Cosa significa il compromesso sul carbone? 

È stato un colpo di scena finale per alcuni inatteso, ma chi conosce bene i negoziati si aspettava qualcosa di simile. I cinesi fino all'ultimo sembravano quelli da convincere per far approvare il testo ma alla fine hanno lasciato uscire allo scoperto l'India che ha puntato i piedi. Anche se annacquato, però, nel Patto di Glasgow per la prima volta c'è un impegno globale ad «intensificare gli sforzi verso la riduzione (e non più eliminazione come nella bozza, ndr) del carbone senza sistemi di cattura (CO2) e la fine dei sussidi ai combustibili fossili inefficienti». 

2 Qual è il risultato migliore di questa COP? 

«È il segnale di accelerazione rispetto ai tagli alle emissioni nel breve periodo: nel 2022 i Paesi devono tornare al tavolo con piani per il 2030 più ambiziosi - spiega l'analista italiano Luca Bergamaschi, cofondatore della think tank ECCO -. Il Patto è un buon testo di compromesso, un consenso di questa portata non era scontato». Concorda anche la direttrice di Oxfam International, Gabriela Bucher: «Il lavoro inizia ora. I grandi emettitori, in particolare i Paesi ricchi, devono ascoltare la chiamata e allineare i loro obiettivi per darci le migliori possibilità di mantenere 1,5° a portata di mano. Nonostante anni di colloqui, le emissioni continuano ad aumentare». 

3 E il risultato peggiore? 

«La COP26 ha mostrato un nuovo livello di riconoscimento politico della necessità di un maggiore sostegno ai Paesi vulnerabili per affrontare gli impatti climatici devastanti. Ma ha lasciato il compito chiave di mettere i soldi sul tavolo alla prossima COP in Egitto - spiega Alex Scott, analista della think tank europea E3G -. Ci sono stati alcuni progressi con la decisione sul raddoppio dei finanziamenti per l'adattamento entro il 2025 e il finanziamento di una rete per aiutare i Paesi a elaborare piani per affrontare perdite e danni. Ma i Paesi sviluppati non hanno accettato di proporre uno strumento di finanziamento per affrontare adeguatamente perdite e danni devastanti». 

4 Qual è stato il ruolo dell'Italia, co-organizzatrice di COP26? 

«L'Italia ha giocato, forse per la prima volta, un vero ruolo di leadership internazionale - assicura Luca Bergamaschi -. Sia prima della COP26, preparando il terreno con il consenso del G20, che a Glasgow. La sfida dell'Italia è ora riuscire a tradurre questa leadership internazionale nell'attuazione domestica e in una posizione ambiziosa sul pacchetto europeo "Fit for 55" dei prossimi 10 anni e sulla tassonomia per definire gli investimenti verdi». 

5 Quanto inquina Cop26? 

Si stima che il vertice abbia generato emissioni equivalenti a circa 102.500 tonnellate di anidride carbonica, secondo una ricerca pubblicata da The Scotsman.

Andrea Marinelli per il “Corriere della Sera” il 14 novembre 2021. Alla fine, secondo Greta Thunberg, non è stato altro che un grande, deludente «bla bla bla». Poche ora prima che gli inviati di quasi 200 Paesi annunciassero il raggiungimento di un accordo, per quanto vago, sulla lotta al cambiamento climatico, la giovane attivista svedese aveva già messo in guardia i suoi 5 milioni di follower su Twitter, ma anche i 100 mila compagni che hanno manifestato insieme a lei a Glasgow e tutti gli altri - i giovani del Fridays for Future e gli adulti - che hanno sostenuto la battaglia a distanza. «Ora che la Cop26 sta volgendo al termine - ha scritto in serata su Twitter la leader delle proteste - fate attenzione allo tsunami di greenwashing e alle giravolte dei media per definire in qualche modo il risultato come "buono", "un progresso", "ottimista" o come "un passo nella giusta direzione"». Non vi fidate, insomma, delle dichiarazioni dei politici e di ciò che leggerete sui media, ha avvertito Greta, che già nei giorni scorsi aveva definito la conferenza sul clima «un fallimento», nient' altro che una campagna di pubbliche relazioni per imprese e politici. «Siamo così lontani da ciò di cui abbiamo bisogno», aveva spiegato a Glasgow, «che potremmo considerare la Cop un successo soltanto se la gente capisse che è stata un fallimento». Mercoledì, insieme ad altri giovani attivisti, la 18enne di Stoccolma ha anche promosso una petizione per chiedere al segretario generale dell'Onu Antonio Guterres di dichiarare formalmente il surriscaldamento globale una «emergenza di livello 3», la più alta delle Nazioni Unite, la stessa usata per la pandemia e che permetterebbe di inviare risorse ai Paesi più a rischio nell'emergenza climatica. «Anche se i leader manterranno le promesse che hanno fatto qua a Glasgow, non basterà a prevenire la distruzione di comunità come la mia», ha confermato l'attivista ugandese Vanessa Nakate, 24 anni. «Al momento, con il riscaldamento a 1,2°, la siccità e le alluvioni stanno uccidendo persone in Uganda. Solo un drastico e immediato taglio delle emissioni ci può dare speranza, ma i leader mondiali hanno fallito. Le persone si stanno però unendo al nostro movimento, e sta montando la pressione». Questa Cop, ha chiarito Luisa Neubauer, 25 anni, della sezione tedesca dei Fridays for Future, «ha fallito nell'introdurre i cambiamenti sistemici di cui avevamo un bisogno disperato. I capi di Stato non hanno raggiunto l'obiettivo, ma il nostro movimento per il clima sta crescendo».

La conferenza sul clima. Cop26 finisce senza grandi scossoni, lo stile di vita conta più dell’apocalisse.  Gioacchino Criaco su Il Riformista il 14 Novembre 2021. Non sono arrivate grandi novità dalla Cop26 di Glasgow sul clima, né molti avevano fatto affidamento su un happening che si ripete come rito, più scaramanzia che provvedimenti reali per far fronte ai cambiamenti climatici. Gli attivisti ambientali mostrano la loro delusione, i leader mondiali cadono uno dopo l’altro ingoiati dall’esercito del bla bla bla coniato da Greta Thunberg. Tra le righe emerge la sostanza sull’idea dei potenti del mondo per porre fine agli stravolgimenti ambientali: chi finora ha fatto man bassa delle risorse del pianeta, i Paesi ricchi, vorrebbero continuarne l’andazzo, e vorrebbero però impedire la partecipazione al banchetto dei Paesi che si affacciano alla ricchezza, più o meno di massa, Russia, Cina e India su tutti. E i nuovi giunti, per quanto non invitati, non hanno nessuna intenzione di sacrificarsi. Continuano a riportare la peggio, e le conseguenze, per l’uso smodato dell’ambiente, i Paesi poveri, i luoghi che proseguiranno ad esserlo. Intanto, in Occidente, volano nella notte sacchi e sacchi che intrecciano traiettorie negli angoli bui, negli spazi ancora liberi da telecamere. C’è una umanità che si destreggia nell’epica della monnezza, di più al Sud, dove è meno organizzata la raccolta dei rifiuti. Trovi buste sotto i cavalcavia, in file ordinate nei marciapiedi periferici: buste, pacchi, lavatrici, divani, televisori. Dentro fabbriche dismesse, case abbandonate. L’uomo moderno cerca luoghi per i suoi lasciti. Che se l’impegno a non produrre rifiuti fosse pari all’impresa di liberarsene, i cumuli sarebbero pochi. Piano piano il paesaggio immondezzato sarà familiare, l’aumento del calore farà parte del fuori. Cartolina senza sturbi. Quelli che la natura l’hanno vista, amata, se ne andranno con gli anni; resterà un’umanità cresciuta insieme all’immondizia, al clima nuovo, senza traumi. Un’umanità per cui i canoni di una bellezza naturale non avranno valore. È la comodità, bellezza, più la provi e più ti piace. Più ne godi e meno troverai ragioni per farne a meno. Farne a meno perché? Perché tutto è meno bello, meno salutare? Chi vive di comodità, d’interni, di uffici, fabbriche, le entrate monetarie le ha spartite in origine fra variegati finanziamenti, il bello non lo cercherà fuori. È la modernità, bellezza. E i discorsi: che il progresso si può coniugare al bello, all’ambiente, alla salute; varranno fin quando sopravvivranno quelli che nella natura ci sono nati, il bello naturale lo hanno visto. Dopo ci sarà l’uomo che è nato nella comodità. Quello sarà un metro unico di giudizio. E non è un futuro apocalittico. L’apocalisse è lo sconvolgimento di chi arrivi da altro. Chi nell’apocalisse trova il proprio conforto, sta in paradiso. Cambieranno scenari, paesaggi, gusti, temperature. E non morirà il mondo, cambierà l’uomo, come è già stato. Sarà un’umanità comoda, senza natura, e senza il rimpianto di una bellezza che non avrà mai visto. Non ci sarà una problematica ambientale, perciò cesseranno le epiche degli sporcaccioni: niente giri notturni e niente lanci strabilianti, che forse nemmeno i sacchi neri ci saranno più. Così, Greta e chi meritoriamente protesta rischiano di incarnare l’ultima ipocrisia dei Paesi ricchi, al pari di Barack Obama che si definisce figlio delle isole, per le sue ascendenze hawaiane; ma non ci sta sopra gli atolli che gli innalzamenti oceanici si stanno già mangiando. I Grandi non decideranno mai di contenersi, come una holding del tabacco che rinunciasse a produrre sigarette. E la rivoluzione vera può arrivare solo a valle, dal basso, fra chi consuma che controcorrente decida di cambiare stile di vita, rinunciare ai consumi, ridurre le comodità. Perché l’ipocrisia dei grandi fa il paio con quella dei loro cittadini, e il bla bla bla non guarda in faccia a nessuno, grandi e piccini.

Gioacchino Criaco. E' uno scrittore italiano, autore di Anime nere libro da cui è stato tratto l'omonimo film.

Monica Perosino per "La Stampa" il 15 novembre 2021. Il nuovo giorno del Patto sul clima di Glasgow inizia sotto un cielo grigio e un persistente senso di sconforto. Tocca al primo ministro britannico Boris Johnson e al presidente della Cop26, Alok Sharma, serrare le fila e tentare di convincere il mondo che sì, la Cop26 è stata una «successo», «un risultato storico, il momento in cui si sono «suonate le campane a morto per l'energia a carbone». Come un mantra Johnson ripete più e più volte che l'obiettivo di limitare a 1,5° l'innalzamento della temperatura «è stato mantenuto». La Cop26, dice, ha messo «il mondo nella giusta direzione» nella lotta ai cambiamenti climatici, a dispetto dei «compromessi necessari per ottenere l'approvazione di 197 Stati». È vero: la partita da oggi si gioca su campo aperto e gli Stati verranno chiamati a sottoporre i propri piani nazionali per ridurre le emissioni ogni anno, anche se sarà la Cop di Sharm-el-Sheik 2022 a raccoglierne i frutti, se mai ce ne saranno. Ma nella sala di Downing Street è l'India il convitato di pietra. Senza nominarla mai, parlando dell'annacquamento dell'ultimo minuto della risoluzione sul carbone («riduzione» e non più «eliminazione»), Johnson pare tentennare, ma poi rivendica: «Possiamo fare pressioni, possiamo blandire, possiamo incoraggiare ma non possiamo costringere le nazioni sovrane a fare ciò che non desiderano». Il riferimento è al clamoroso colpo di scena di sabato sera, quando l'assemblea plenaria era pronta a firmare il Patto di Glasgow e a «relegare il carbone nella Storia», ma ha dovuto cedere al «ricatto» dell'India e modificare, al ribasso, il testo sui combustibili fossili. Da quel momento in avanti il mondo ha avuto il cattivo contro cui puntare il dito. Sono le parole di Alok Sharma ad aprire una finestra su chi sono i cattivi e chi i buoni della storia, quando spiega il degli occhi vicini alle lacrime dopo l'exploit dell'India: «Ho sentito il peso del mondo sulle mie spalle», dice, e «il motivo per cui ho chiesto scusa non è stato perché pensavo che non avessimo avuto un risultato storico, è perché il mondo pensava che la procedura fosse stata opaca». Ecco, la procedura opaca a cui si riferiva Sharma sono stati i negoziati «laterali» portati avanti nell'ombra dalle grandi economie mondiali (i grandi inquinatori) a scapito dei Paesi poveri - e del clima -, che alla fine hanno spedito l'India a fare la parte del «poliziotto cattivo», mentre Cina e Stati Uniti facevano i poliziotti buoni, con Sudafrica e sauditi silenti nelle retrovie. Ben prima dello strappo di sabato sera il compromesso al ribasso era già stato avallato dagli altri due principali inquinatori mondiali, Cina e Stati Uniti, che nel loro accordo bilaterale, avevano sì promesso di potenziare l'azione sul clima, ma «gradualmente», motivo per cui l'India è poi finita sul banco degli imputati. L'ultimo intervento in plenaria della Cina, pochi secondi prima dell'annuncio di New Delhi, ora assume un significato più chiaro: «Urlare slogan potrebbe provocare impatti negativi». Slogan tipo «stop ai combustibili fossili». La nuova intesa con Pechino-Washington, inoltre, conteneva un messaggio chiave, dicono fonti Usa: «Devi ridurre il carbone prima di potere eliminare il carbone». Ma l'opposizione indiana ha avuto diversi altri sponsor, ciascuno con un proprio movente: dall'Iran, alla Russia e l’Australia. Con il passare delle ore, del resto, anche molti osservatori hanno puntato esplicitamente il dito contro i potenti che si sono fatti scudo dell'India. Come Brandon Wu, di Action Aid Usa: «Il problema non è l'India; il problema sono gli Stati Uniti e i Paesi ricchi che si rifiutano di fissare l'uscita dai combustibili fossili nel contesto di un'equità globale». E ce n'è per tutti: anche l'Europa ha qualche peccato, e non di poco conto. Alla Cop il G77+Cina (alcuni Paesi in via di sviluppo più la Cina) aveva proposto la creazione del «Loss and damage facility», un fondo attraverso cui finanziare gli interventi per contenere i danni causati dalla crisi climatica. Sono stati Ue e Usa a opporsi, dopo un accordo sancito a porte chiuse.

Danilo Taino per il "Corriere della Sera" il 15 novembre 2021. Mai sottovalutare l'India durante un negoziato, in una conferenza internazionale, nel pieno di una disputa tra Paesi. L'Italia lo sa per esperienza diretta nella vicenda dei due marò, che per lungo tempo la vide impegnata in un braccio di ferro politico, prima che Roma e Delhi decidessero di ricorrere ai tribunali internazionali. E, in effetti, la conclusione della Cop26 a Glasgow - con la sostituzione del termine «eliminazione» con «riduzione» riferiti all'uso del carbone nella produzione di elettricità - è un classico della diplomazia indiana. Negoziatori estremamente abili: determinati a difendere, senza la remora di perdere reputazione, quelli che ritengono i loro interessi nazionali. Anzi, spesso alla guida di altri Paesi in via di sviluppo che dietro di loro si accodano per bloccare o modificare qualcosa che altri, spesso l'Occidente ma comunque i Paesi più industrializzati, considerano scontato. Il colpo a sorpresa finale, utilizzato non per la prima volta a Glasgow, è questione di contenuti ma anche l'affermazione che l'India è una potenza che non si piega alle pressioni diplomatiche, che alla sua autonomia non intende mai rinunciare. Già una domenica mattina del novembre 2013, i negoziati in corso a Ginevra, nella sede della Wto, fallirono quando pareva che un accordo ci fosse. Si discuteva la prima liberalizzazione degli scambi da quasi un ventennio e all'ultimo minuto Delhi affermò che non si poteva fare. L'ostacolo erano le procedure doganali nel mondo. Altri Paesi - Venezuela, Bolivia, Cuba - si accodarono. A Glasgow si è mosso il governo guidato dal conservatore Narendra Modi ma a Ginevra, otto anni fa, il governo era quello del Congresso dei Gandhi. L'approccio alle questioni internazionali e allo status globale del Paese è bipartisan in India. Un caso spettacolare, anche se poco rilevato in Occidente, di drastica affermazione di autonomia gli indiani lo hanno mostrato nel 2019, sempre in novembre, quando hanno rinunciato, nelle fasi finali dei negoziati, a entrare in uno degli accordi commerciali potenzialmente più rilevanti, la Rcep, formata da 16 Paesi dell'Asia-Pacifico, a cui hanno ora chiesto di aderire il Regno Unito e la Cina. Il timore dei politici indiani era che avrebbe colpito negativamente i contadini, i piccoli commercianti e le imprese meno capaci di sostenere la concorrenza internazionale. Il governo Modi decise, dunque, che una posizione difensiva della propria economia era più importante dell'ingresso in un accordo commerciale che avrebbe aperto la competizione. La posizione indiana nelle relazioni internazionali è guidata da questa forte affermazione della propria autonomia al di là delle questioni commerciali e del clima. Tradizionalmente uno dei leader dei Paesi Non Allineati fin dagli Anni Cinquanta del secolo scorso, il Paese non ha mai voluto aderire a blocchi. In certi momenti più vicino all'Unione Sovietica che agli Stati Uniti non è però mai stato un «alleato» di Mosca. Anche oggi, quando i rapporti con Washington sono enormemente migliorati, Delhi tende a non entrare in alleanze troppo strette e vincolanti. La situazione nell'Indo-Pacifico è in grande cambiamento, l'India sente forte la pressione della Cina ai suoi confini e nei mari, ragione per la quale partecipa al cosiddetto Quad, una collaborazione con Usa, Australia e Giappone sui temi della sicurezza. Questa, però, non è, almeno per ora, un'alleanza strutturata. La gelosia per la propria posizione di grande potenza che non si accoda ad altre rimane uno dei punti cardine della diplomazia e dei governi di Delhi. Il finale della conferenza di Glasgow, nel quale le avversarie India e Cina si sono trovate accomunate, stupisce dunque fino a un certo punto. Due grandi potenze emergenti, tra loro in contrasto serio per ragioni di confine e per realtà geopolitiche, ma unite, di fronte alla questione climatica, dalla volontà di sostenere le ragioni dei Paesi a industrializzazione recente. E allo stesso tempo determinate ad affermare la loro forza politico-diplomatica. Accordi globali su temi come il riscaldamento del pianeta non si raggiungono senza la Cina. Oggi sappiamo che non si raggiungono nemmeno senza l'India.  

Fine dell'utopia, vince il realismo. Solo così si potrà salvare il clima. Pier Luigi del Viscovo il 15 Novembre 2021 su Il Giornale. Alla fine, pure le lacrime. Sicuramente una rottura emotiva per la tensione e la fatica delle ultime 48 ore, quando per ottenere le firme importanti la Cop26 è durata un giorno in più. Alla fine, pure le lacrime. Sicuramente una rottura emotiva per la tensione e la fatica delle ultime 48 ore, quando per ottenere le firme importanti la Cop26 è durata un giorno in più. Ma se l'interpretiamo come la frustrazione di uno show che doveva andare in un modo e invece si è schiantato sulla realtà, allora proprio quelle lacrime potrebbero essere il simbolo del principale risultato positivo, il discrimine tra ciò che è stata questa conferenza per 26 anni e ciò che sarà d'ora in avanti. Un quarto di secolo sprecato a litigare se fissare l'asticella a 1,5 o 2 gradi, mentre le emissioni quasi raddoppiavano. Nel 1995, prima edizione, 5,7 miliardi di esseri umani producevano 23 miliardi di tonnellate di CO2. Lo scorso anno 7,8 miliardi di abitanti ne hanno prodotto 38. L'umanità è aumentata di un terzo e le emissioni di due terzi. Vuol dire che la CO2 aggiuntiva è riconducibile solo in parte al maggior numero di persone, anche perché le popolazioni che allungano la vita e fanno più figli sono quelle che emettono meno CO2 pro-capite. Vuol dire che mentre i cittadini occidentali riducevano le emissioni, i poveri del mondo le aumentavano per avere una vita dignitosa. 25 anni di conferenze per dare sfogo ai sensi di colpa dei popoli ricchi, cullando l'illusione che potessimo tutti salire sull'arca di Noè e salvare il pianeta. Il risultato è stato Greta: in piazza, nella finanza e nel marketing delle imprese, leste a cavalcare l'onda. Poi a Glasgow i fatti hanno sfondato i cancelli e sono entrati nella conferenza, con Sharma in lacrime sul palco. All'inizio è stata l'assenza della Cina che ha attirato più riflettori che se fosse andata, dicendo anche ai più distratti che un quarto delle emissioni sono sue e che intende proseguire col carbone. Oggi giornalisti e commentatori ammettono, non senza infastidito disappunto, che il Dragone pesa molto più del Suv del vicino. Non è un grande risultato, questo? Alla fine l'India, che ha offerto la sua firma in cambio di una diminuzione (phase down) invece di uno stop (phase out) al carbone. Il cui vero significato è: dopo la Cina ci siamo noi e non siamo gli ultimi. Perfino in Europa, le associazioni industriali francese, italiana e tedesca hanno alzato la voce in difesa del settore automobilistico dagli attacchi della Commissione, dopo anni di colpevole silenzio: una coincidenza o hanno fiutato il vento di Glasgow? La realtà ha fatto irruzione alla Cop26 affermando che la lotta al clima è una cosa seria e richiede un approccio serio, altrimenti si peggiora la situazione. Esempio ne sia l'energia che costa molto di più di un anno fa in tutte le regioni del mondo. Bolletta più cara significa maggior ricorso al carbone e comunque meno crescita, ossia meno persone che escono dalla povertà. Sì, perché dietro i consumi, che noi ricchi satolli vorremmo bucolicamente abbandonare, ci sono lavoratori che sfamano la famiglia. Il maggior costo è riconducibile anche al calo decennale degli investimenti nelle fonti tradizionali da parte delle società energetiche. Succede quando l'industria è pilotata dalla finanza, che a sua volta risponde alle mode della piazza. La lezione di Glasgow è di avere maggior rispetto per gli altri, cominciando a capire cosa significherebbe per loro «decarbonizzazione». Allora forse capiremmo cosa significa pure per noi e soprattutto chi tra noi ne pagherebbe il conto. Onestamente, nessuno sa se riusciremo a frenare il riscaldamento, ma nel caso sarà malgrado non grazie a Greta. Pier Luigi del Viscovo

La "Battaglia" dell'emergenza climatica. Nicola Porro il 31 Ottobre 2021 su Il Giornale. Visto che oggi aprono i lavori della 26ma Conferenza delle Parti (Cop26), dove il mondo si riunisce col proposito di trovare un accordo per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica per governare quella che chiamano emergenza climatica, ci sembra appropriato segnalare la nuova fatica di Franco Battaglia, professore di Chimica fisica all'Università di Modena: Non esiste alcuna emergenza climatica (21mo Secolo Editore) è un agile libretto (con due petizioni introduttive) che smonta la narrazione che è raccontata all'universo mondo da oltre venti anni. Le petizioni sono sottoscritte da circa mille accademici del settore delle scienze geologiche, geofisiche e fisiche. Il primo firmatario è Ivar Giaver, premio Nobel per la fisica; tra i firmatari italiani ricordiamo solo il nome dei promotori: Uberto Crescenti (ex Rettore e fondatore della Società di Geologia applicata), Mario Giaccio (ex Preside della Facoltà di Economia all'università di Chieti-Pescara), Giuliano Panza (geofisico e accademico dei Lincei), Renato Ricci (già Presidente delle Società di fisica italiana ed europea), Franco Prodi, Antonino Zichichi, Nicola Scafetta. Questo per dire che il consenso scientifico sulla crisi climatica è solo una bufala come tante. Con disarmante semplicità, anche grazie all'aiuto di molti grafici, Battaglia spiega le molte ragioni scientifiche della insussistenza della congettura secondo cui staremmo vivendo una crisi climatica. E, numeri alla mano, chiarisce perché nessuna riduzione delle emissioni è possibile, come di fatto nessuna riduzione è occorsa e, nonostante i numerosi impegni, le emissioni sono aumentate senza alcuna sosta. E, infine, perché anche la Cop26 sarà destinata a fallire. Tra le altre cose, Battaglia osserva che i modelli climatici che quest'anno sono stati premiati col premio Nobel per la fisica sono errati. Nella edizione italiana del suo libro uscita poche settimane prima dell'assegnazione del Nobel egli avverte di un errore (non vi dico quale per non svelarvi l'assassino) che non si sarebbe dovuto commettere nell'interpretare i risultati di quei modelli climatici. Nella edizione inglese disponibile solo su Amazon e uscita pochi giorni dopo l'assegnazione del Nobel Battaglia ha avuto il tempo di aggiungere un post scriptum dove nota come il Comitato che ha assegnato il premio Nobel ha commesso esattamente l'errore che egli aveva avvertito non si sarebbe dovuto commettere. Ha ragione o ha torto, Battaglia? Posso solo dire che in questi venti anni che lo conosco, nessuna delle sue numerose affermazioni fuori dal coro è mai stata sconfessata. Se gli si chiede come fa, la sua risposta è disarmante: basta guardare i fatti senza badare né alle autorevolezze né, men che meno, alle autorità. E se il principe è nudo, lui, incurante di tutti, lo dice.

Nicola Porro. Nicola Porro è vicedirettore de il Giornale e si occupa in particolare di economia e finanza. In passato ha lavorato per Il Foglio e ha condotto il programma radiofonico "Prima Pagina" su Rai Radio Tre. Attualmente, oltre a scrivere per il Giornale, gestisce il blog "Zuppa di Porro" su ilGiornale.it e, su RaiDue, conduce il programma d'approfondimento "Virus, il contagio delle idee", il venerdì in prima se

Vera Martinella per "Motori - Corriere della Sera" il 28 ottobre 2021. Cosa contribuisce a rendere l'aria che respiriamo peggiore? Fra i tre colpevoli principali, due sono ben noti, ma uno lo conoscono in pochi. Nella poco ambita classifica degli imputati ci sono certamente gli impianti di riscaldamento, soprattutto quelli più vecchi, ad esempio quelle caldaie a gasolio che il comune di Milano ha proibito negli edifici privati da ottobre 2023. E poi, ovviamente, il traffico con le esalazioni che arrivano dai gas di scarico dei milioni di veicoli che si muovono nelle nostre città. Tanto che puntualmente, quando l'aria si fa irrespirabile e tutti i valori-soglia di sicurezza per la nostra salute vengono superati, si ricorre ai blocchi della circolazione per tamponare l'emergenza. C'è però qualcosa che inquina più di una moto Harley-Davidson, più di un'auto a motore Diesel e persino più di un Tir: una sigaretta. Lo hanno dimostrato diversi studi condotti negli ultimi dieci anni dai ricercatori dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano che hanno valutato, con specifiche strumentazioni e attraverso rilevazioni fatte in un box, le esalazioni emesse sia dai diversi mezzi e sia dalla combustione del tabacco. «La sigaretta emette polveri fini e ultrafini superiori ai più grossi motori contribuendo così direttamente all'inquinamento atmosferico delle nostre città - spiega Roberto Boffi, responsabile della Pneumologia e del Centro antifumo dell'Istituto Tumori milanese -. Per eseguire le misurazioni è stato utilizzato un apparecchio portatile la cui tecnologia si basa sul principio della diffrazione laser ed è in grado di esprimere la quantità degli inquinanti PM1, PM2,5 e PM10. Abbiamo condotto diverse sperimentazioni, i cui esiti sono stati tutti pubblicati su riviste scientifiche internazionali, e siamo giunti alla conclusione che tra i vari mezzi di trasporto, nulla emette tanto particolato quanto una sigaretta». Statistiche alla mano, un tabagista emette una quantità di micro-polveri tre volte più elevata di quella immessa nell'aria sia dallo scarico di un'Harley-Davidson. E lo scarto con un'autovettura o con un Tir è persino maggiore: un tabagista che fumi per otto minuti di fila inquina da quattro a sei volte più dell'autotreno e da dieci a quindici volte più di un'auto con motore Diesel Euro3. Se all'inquinamento atmosferico si aggiunge quello ambientale (ogni anno in Italia si stimano 14 miliardi di mozziconi disseminati in strade, prati, spiagge e boschi, con il relativo rischio di incendi) appare evidente che i danni generati dal fumo non sono soltanto a carico della nostra salute. «Sono una trentina le malattie, fra le più diffuse, che hanno come maggiore responsabile il fumo, attivo e passivo - ricorda Boffi -. Ci sono una dozzina di diversi tipi di cancro, malattie respiratorie e cardiovascolari, patologie dentali, delle ossa, della pelle e persino la disfunzione erettile. In tutto, sono oltre 93mila ogni anno in Italia le morti provocate dal tabacco, circa 43mila delle quali per tumore. Più di un quarto dei decessi riguarda persone ancora giovani, fra i 35 ed i 65 anni d'età. Sono tantissime le buone ragioni per smettere e i benefici, tangibili fin da subito, aumentano con il trascorrere dei giorni». 

Quel climate change di 92 milioni di anni fa: la Terra “bruciava”, ma l’uomo non c’era. Peppe Aquaro su Il Corriere della Sera il 25 ottobre 2021. Dalle navi, dai satelliti, o restando a terra. Ecco i maggiori punti d’osservazione dell’innalzamento della temperatura del nostro Pianeta. Raccolti dagli esperti, ci raccontano che dal 1850 (inizio della seconda Rivoluzione industriale) ad oggi, la temperatura è salita di 1,1 gradi centigradi. Inoltre, ciascuno degli ultimi quattro decenni è stato il più caldo dalla metà del Diciannovesimo secolo ai giorni nostri. Ma tutto questo già lo sapevamo. Però, senza passare per negazionisti del cambiamento climatico, sarebbe interessante provare a capire come e quanto è dovuto tutto questo all’uomo e all’aver creato un’epoca detta dell’Antropocene (la definizione di questa nuova era geologica è dell’inizio del Terzo millennio e la si deve al Nobel olandese, Paul Crutzen). Corsi e ricorsi del cambiamento climatico. La scienza non ha dubbi: la responsabilità è dell’uomo. Ma gli stessi scienziati ricordano uno sconvolgimento del clima avvenuto 92 milioni di anni fa: quando l’uomo non c’era e i coccodrilli vivevano nell’Artico canadese. Temperature massime in aumento anche 120 mila anni fa. In una recentissima inchiesta portata avanti dalla Bbc scopriamo che gli scienziati, muovendosi su prove certe (anelli concentrici degli alberi, i coralli o gli stessi sedimenti lacustri) per un confronto scientifico tra passato e presente, sono riusciti ad affermare che la Terra non sia mai stata così calda per almeno 125.000 anni. Sarà pure poca roba rispetto ai suoi quattro miliardi e mezzo di anni - ultimamente non proprio ben portati -, ma che l’uomo c’entri qualcosa con l’innalzamento delle temperature, è riscontrabile nella prova della Co2. Insomma, se fosse possibile fare un esperimento a ritroso, prenderemmo una superficie di terra dove prima non c’era neppure una fabbrica, e la confronteremmo dopo l’era industriale. Che cosa scopriremmo? Che la pistola fumante della responsabilità umana per il “Climate change” è la Co2, frutto della combustione dei combustibili fossili e dell’abbattimento delle foreste: due modus operandi decisamente umani e comparsi sulla Terra non prima della metà del 1800.

Una sfilata di modelli climatici

Per la serie, siamo scienziati e per questo ci serviamo di calcoli matematici e a volte predittivi. Ed allora, portando sul computer i cosiddetti modelli climatici, si potrebbe affermare che, senza il bombardamento di emissioni industriali di questi ultimi 150 anni, avremmo avuto un Novecento e anni a noi contemporanei decisamente più freschi: il clima della Terra si sarebbe addirittura raffreddato. Invece, sta accadendo che le calotte glaciali della Groenlandia, dell’Artico e dell’Antartico si stanno sciogliendo rapidamente; il numero di disastri legati al clima è aumentato di cinque volte in 50 anni; il livello del mare globale è aumentato di 20 centimetri nell'ultimo secolo e sta continuando ad aumentare; oltre al fatto che, dal 1800, gli oceani sono diventati il 40 per cento più acidi, influenzando la fauna marina.

Quando i dinosauri vivevano felici

E ora, due parole sulla storia, molto antica, antichissima. E che potrebbe diventare un assist perfetto per gli scettici del cambiamento climatico. Ebbene sì, è vero: 92 milioni di anni fa, quando ancora i dinosauri vivevano felici, sarebbe stato impossibile immaginare le due calotte popolari. Perché? Non c’erano. E la Terra era sotto scacco di una “perturbazione” altro che tropicale. A proposito, un Pianeta così caldo avrà sicuramente reso i Tropici “zone morte”, nei quali la vita sarà stata impossibile e molte specie saranno pure morte. Giusto per immaginare la scena: alcuni animali molto simili ai coccodrilli se ne stavano tranquillamente al calduccio nell’attuale Artico canadese. Il livello del mare era di 25 metri. Insomma, la terra e il suo clima hanno da sempre subìto diversi fasi climatiche. Nel caso di 92 milioni di anni fa, dovute ad una particolare oscillazione dell’orbita terrestre rispetto al sole, oppure a violente eruzioni vulcaniche. Ma con buona pace di coloro che considerano una bufala la notizia del cambiamento climatico, sarà meglio ricordare che ormai, la maggior parte degli scienziati concorda sulle cause attuali del cambiamento climatico, forti anche di un rapporto recente dell’Onu (il VI report dell’International Panel on Climate Change, Ipcc) nel quale è scritto molto chiaramente come sia stato l’uomo a fare in modo che gli oceani, la terra e l’atmosfera si surriscaldassero.

“Noi, i ragazzi della Generazione Greta”: chi sono i nuovi attivisti per il clima. Hanno le idee chiare, si impegnano in prima persona, spess sono giovanissimi. Sono di tutte le nazionalità perché la loro è una battaglia comune: «Se non agiamo subito pagheremo noi le decisioni degli adulti». Erika Antonelli su L'Espresso il 25 ottobre 2021. C’è una nuova generazione, cresciuta con il mito di Greta Thunberg e l’acqua nella borraccia. Attenta a non sprecare, impegnata sul fronte dei diritti sociali, intenzionata a proteggere quell’angolo di futuro che «i grandi», siano essi i leader mondiali o gli adulti, hanno bistrattato: l’ambiente. Chiedono ascolto, offrono proposte. Se fosse un’immagine, il conflitto generazionale avrebbe il volto di Greta Thunberg e del ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, ritratti insieme a Milano qualche settimana fa. Lei in silenzio. Lui intento a spiegarle qualcosa, con il naso fuori dalla mascherina. Alessandro Bausilio, tredici anni e il volto allegro incorniciato dagli occhiali neri, di stare in silenzio non ha più voglia. Racconta cosa lo ha spinto a impegnarsi in prima persona: «Ogni tanto penso al passato, all’incuria degli adulti. Ma io voglio rimediare. Alcuni temi mi stanno a cuore, ridurre l’inquinamento, favorire la raccolta differenziata». «Cosa fare, però, di pratico?» Incalzato, sciorina idee con lieve accento campano: «Riciclare gli oggetti e la plastica, ridurre l’uso dell’aria condizionata, abbassare le temperature di alcuni elettrodomestici. E poi incentivare l’uso di energie rinnovabili e limitare l’acquisto di cibi che durante la produzione generano grande quantità di gas serra». Anche se la sua regione, la Campania, secondo il report “Italy for climate” elaborato dalla Fondazione dello sviluppo sostenibile è quella con le emissioni di gas serra più basse per abitante. Alessandro, che ama le scienze e da grande vorrebbe fare il neurochirurgo, punzecchiato sui programmi futuri rivela la sua natura di bambino: «Da grande? Non so, mi vedo ancora così. Spero di rimanere invariato». Come gli altri, anche Aurora Ametrano, coetanea di Alessandro, è stata coinvolta nel progetto “Fuori classe”, promosso da Save the children. «Continuerò a interessarmi di ambiente, non smetterò di dar voce ai piccoli seguendo l’esempio di Greta Thunberg che è riuscita a farsi ascoltare dagli adulti», dice. Il fulcro del loro attivismo è qui, nella contrapposizione tra generazioni, che potrebbe diventare risorsa e non rimanere conflitto. «Credo che i grandi prendano decisioni comode per loro, senza pensare che le pagheremo noi», dice. Ha le idee chiare Aurora, che sogna di diventare scrittrice. «Vorrei fare qualcosa per migliorare l’aria che respiriamo. Chiederei ai politici di installare più colonnine per ricaricare le auto elettriche, così da favorirne l’uso e ridurre l’inquinamento». Nella sua città, Napoli, le piacerebbe organizzare delle uscite con le scuole per raccogliere i rifiuti e tenere le strade pulite. Alessandro e Aurora, entrambi in terza media all’Istituto Miraglia-Sogliano, hanno diverse ragioni per preoccuparsi del loro futuro. In base al rapporto pubblicato da Save the children, “Nati in crisi climatica”, il costo del cambiamento climatico grava principalmente sulle spalle delle giovani generazioni. I dati mostrano che i bambini nati oggi sono esposti sette volte in più dei loro nonni alle ondate di calore, mentre il rischio di siccità e inondazioni è quasi triplicato. Il team di ricercatori, coordinato dalla Vrije Universiteit Brussel, ha anche sottolineato la correlazione tra inquinamento e squilibri sociali: l’86 per cento delle emissioni globali di Co2 è responsabilità dei Paesi più ricchi, ma sono i piccoli abitanti di quelli a basso e medio reddito a farne le spese maggiori. Le conseguenze sono devastanti: fame, malnutrizione, morte. Eppure, scrivono gli esperti, una soluzione ci sarebbe, limitare l’aumento della temperatura a 1,5 gradi, come sancito dall’Accordo di Parigi. Ma bisogna agire ora, esorta Justina Kasongo, 15 anni, nata in Zambia. È ambasciatrice della lotta al cambiamento climatico, vissuto in prima persona nel suo Paese. «Le persone che abbattono gli alberi pensano sia normale e giustificano la scelta con motivazioni economiche. Invece è una pratica che andrebbe condannata, perché ha causato inondazioni nella mia comunità, colpendo soprattutto i bambini», denuncia. Sembra di sentire l’eco di Vanessa Nakate, la giovane attivista ugandese che ha conquistato il palco milanese della Youth4Climate, la conferenza dei giovani sul clima, settimane fa: «Molti africani hanno perso la vita, altri i loro beni. La siccità e le inondazioni hanno lasciato dolore, agonia, sofferenza, fame e morte». Come Nakate anche Justina è appassionata, stanca ma fiduciosa: «Fatico a trovare le parole, non riesco a piangere. Ma se gli artefici dei danni siamo noi, possiamo essere anche salvatori», scrive in una poesia dedicata al cambiamento climatico. «Le inondazioni allagano le strade, i bambini sono costretti a rimanere a casa e non possono andare a scuola. L’acqua sporca causa malattie, acuite dagli scarsi servizi sanitari», dice. Per questo, «il governo dovrebbe favorire il rimboschimento ed educare la popolazione all’importanza di piantare alberi». Quel verde tanto agognato che ha spinto anche Leo Bezhi, 18 anni, a diventare attivista a Durazzo, in Albania. «Nella mia città mancano parchi, luoghi dove i giovani possano giocare o incontrarsi. Mi impegno in prima linea perché voglio essere il vero cambiamento, altrimenti saremo noi a pagare le conseguenze più drammatiche». Leo dice che i giovani possono essere ambasciatori della consapevolezza, ma sarà poi compito degli adulti introdurre le misure per metterla in pratica. In Italia, intanto, a conclusione della Youth4Climate, il primo ministro Mario Draghi ha incontrato Nakate, Thunberg e Martina Comparelli, attivista e portavoce di Fridays for future Italia. Si è detto d’accordo sulla necessità di agire subito, ma Comparelli frena l’entusiasmo: «È utile aver parlato con lui, però sono le piazze a cambiare le cose». Eppure, anche la sinergia tra politica e giurisprudenza potrebbe farlo. Ne è prova il dibattito sull’articolo 9 della Costituzione: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Secondo il presidente emerito della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick la tutela costituzionale dell’ambiente è già contenuta nell’articolo 9, «che esprime il principio di salvaguardare il futuro guardando alle esperienze del passato, senza limitarsi a un presentismo in cui profitto, efficienza e velocità rischiano di diventare i valori dominanti dell’esperienza umana». Mentre per il senatore Gianluca Perilli del Movimento 5 Stelle, promotore della proposta di legge per modificare l’articolo nove, serve un passo in più: «La nozione di “paesaggio” non ricomprende del tutto quella di ambiente, è figlia di un altro periodo storico. Inserirlo invece nella Costituzione significherebbe annoverarlo tra i principi fondamentali, aggiungendo l’accenno alla protezione di ecosistemi e biodiversità per le generazioni future». A cui non bastano le promesse ma servono fatti. Perché il domani è nostro, dicono, e il cambiamento climatico corre veloce. Più dei «bla bla bla» e delle conferenze sull’ambiente, la prossima a Glasgow, in Scozia, organizzata dall’Onu. Più delle promesse di quei «grandi», ancora una volta termine ombrello per indicare i leader e gli adulti. E finché avranno la percezione di parlare senza essere ascoltati, si terranno stretto quell’unico momento in cui la voce diventa una, e sola, dunque fortissima: la piazza, dove possono urlare.

Domenico Affinito e Milena Gabanelli su Il Corriere della Sera il 2 novembre 2021. A volte basta sapere le cose per modificare i comportamenti. Prendiamo lo smartphone, guardiamo uno per uno i pezzi che lo compongono, e poi vediamo dove va a finire dopo soli due anni di vita. Un cellulare, oltre agli 11 g di ferro e 95 di plastica, contiene in media 250 mg di argento, 24 mg di oro, 9 mg di palladio, 9 g di rame e 3,5 g cobalto, 70/80 grammi di materiali più o meno preziosi, tra cui almeno 1 g di terre rare. Rare soprattutto per la loro scarsa concentrazione: in natura sono associate ad altri elementi da cui vanno separati con tecniche costose e invasive come l’uso di acidi, alte temperature o l’insufflazione di gas. Talvolta sono associate a minerali radioattivi, come torio o uranio, e il procedimento di separazione produce radiazioni non trascurabili. Poi vanno purificate, e per una tonnellata servono duecento metri cubi di acqua che, al passaggio, si carica di acidi e metalli pesanti. Per essere smaltiti dovrebbero subire lunghi e costosi trattamenti chimico-fisici che spesso non vengono fatti. Per un solo smartphone serve scavare almeno 30 kg di roccia. E siccome ogni anno vengono venduti circa un miliardo e mezzo di nuovi smartphone in tutto il mondo, stiamo parlando di 45 milioni di tonnellate per estrarre in media 36 tonnellate d’oro, 375 di argento, 13,5 di palladio, 13.500 di rame e 5.250 di cobalto. La cui quasi totalità viene estratta soprattutto in Africa e Cina, spesso senza alcuna regola e quindi con gravi danni per l’ecosistema naturale. A cosa servono questi materiali? Circa il 50% di uno smartphone è costituito da materiale plastico, soprattutto nella scocca dove ci sono anche magnesio e boro per resistere al calore. Il touchscreen deve la sua funzione alla presenza di stagno e indio. Il vetro contiene alluminio e silice. Le tonalità vivide dei colori sono garantite da piccole quantità di terre rare: ittrio, disprosio, europio, praseodimio, gadolinio, lantanio e terbio. Nella batteria ci sono litio, cobalto (o manganese), alluminio, ossigeno e carbonio. Nell’elettronica interna il rame serve per il cablaggio del telefono, insieme a oro e argento che formano i componenti microelettronici. Con il tantalio si realizzano i conduttori e i microcondensatori. Il neodimio e il gadolinio formano le parti magnetiche del microfono e dello speaker, il disprosio, il praseodimio e il terbio permettono la vibrazione dell’apparecchio. Nichel e silicio formano il microprocessore. E per far passare la tensione si usano arsenico, fosforo, antimonio e gallio, usato per altoparlante e microfono. Per effettuare le saldature si usa un miscuglio di argento, rame e stagno.

Quanti smartphone vengono riciclati

Oggi solo il 15% degli smartphone viene riciclato, nonostante sia recuperabile il 96% dei materiali. Il 36% trova un secondo utilizzo nei mercatini dell’usato e il 49% finisce nelle discariche, oppure dimentica to in un cassetto di casa. Il riciclo di un singolo apparecchio evita ogni anno l’emissione di 0,8 kg di CO2 e il risparmio di 1 Kwh di energia, ma si fa pochissimo perché più sono miniaturizzate le apparecchiature più sono complessi e costosi gli impianti in grado di smontare e recuperare. Eppure con le materie plastiche si possono realizzare tubi o guaine, con l’argento gioielli e pomate, il ferro può essere usato nell’industria siderurgica, le terre rare per realizzare altri smartphone, il cobalto per nuove batterie e il rame può finire in asciugacapelli, pezzi di automobili, cavi elettrici. Uno degli elementi più recuperati è l’oro, perché la sua estrazione dai dispositivi elettronici è più remunerativa di quella mineraria: un solo grammo puoi ottenerlo da 36 telefonini, contro la lavorazione di 100 kg di minerale grezzo. In questo caso il riciclo è più conveniente per le condizioni di lavoro in cui viene svolto: nelle zone più povere e degradate del pianeta, utilizzando acidi tossici senza alcuna protezione e smaltendo poi i residui nell’ambiente, alimentando economie senza regole e garantendo profitti a pochi. Se i materiali di tutti gli smartphone venduti nel mondo in un anno (1,5 miliardi) fossero recuperati, il loro valore economico sarebbe di circa 8,4 miliardi di euro. 

Quanto impatta un telefonino

Ogni smartphone ha un’impronta di carbonio è di 17,2 kg CO2 all’anno. Il grosso è dovuto all’estrazione e alla lavorazione dei materiali e alla successiva produzione delle parti, il montaggio pesa 2,7 kg CO2, la distribuzione +1,9, la ricarica del dispositivo +1,9 kg. Se poi ai 17,2 kg si aggiungono le emissioni legate ai servizi di comunicazione (26,4 kg l’anno) si arriva a 43,6 kg. Stiamo parlando di 25,8 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, che diventano 65,4 con i servizi di comunicazione: come 33,7 milioni di automobili. È evidente che le emissioni legate alla ricarica e al traffico generato sono più o meno costanti e legate all’uso che ne viene fatto. A fare la grossa differenza è la sostituzione dell’oggetto: se lo smartphone lo cambiamo ogni tre anni, l’impatto annuale scende a 12,1 kg, che diventano 9,5 kg se lo teniamo quattro anni. E si può fare benissimo visto che oggi una batteria, con una intensità media di utilizzo, sopporta più di 850 cicli completi di carica/scarica prima che scenda al di sotto dell’80%. Se poi acquistiamo un dispositivo rigenerato l’impatto ambientale scende a 8,2 kg. E allora perché lo sostituiamo ogni 21 mesi? La convinzione è che sia vecchio perché sul mercato è arrivato il nuovo modello, complici anche i pacchetti di offerta dei principali gestori di telefonia che, a pochi euro di più, forniscono l’ultimo modello rateizzabile in 24 mesi. Finito il contratto, il giro riprende. Così nel 2020 ne sono stati venduti quasi 1,4 miliardi e oltre 1,5 nel 2021. Fanno 2,9 miliardi che, nel giro di due anni, saranno completamente sostituiti da altri smartphone. Se continuiamo così, il futuro che ci attende è già segnato. E allora perché lo sostituiamo ogni 21 mesi? La convinzione è che sia vecchio perché sul mercato è arrivato il nuovo modello. A tutto questo si aggiunge il fatto che il dispositivo può rompersi, e non è riparabile. Sul mercato è rimasto un solo modello modulare, tutti gli altri sono integrati. Il motivo è che sono più resistenti, ma se devo spendere 200 euro per sostituire il touch rotto, è chiaro che me ne compro uno nuovo con pochi euro dilazionati al mese. Ma anche quelli integrati non sono tutti uguali: più utilizzano collanti, meno sono smontabili. IFixit ha creato nel 2019 una piattaforma online di supporto globale per la riparazione degli smartphone che fornisce istruzioni per la sostituzione di batterie, display e altre parti, nonché punteggi di riparabilità per un numero di modelli. Scegliere i modelli che hanno il punteggio massimo sarebbe già una buona pratica. Per poi sostituirli quando il loro dovere non sono più in grado di farlo.

Emissioni di CO2: l’impatto di internet, cloud e streaming sul riscaldamento globale e come ci ingannano i big del web. Domenico Affinito e Milena Gabanelli su Il Corriere della Sera il 25 ottobre 2021. L’impatto di internet sul riscaldamento globale non è in agenda. Eppure i cloud, ovvero i giganteschi data center dentro ai quali stanno migrando i dati di tutto il mondo, oggi assorbono l’1% della domanda globale di energia (qui la mappa dei data center mondiali). E i consumi si traducono in emissioni. Un solo server produce in un anno da 1 a 5 tonnellate di CO2 equivalente, e ogni gigabyte scambiato su internet emette da 28 a 63 g di CO2 equivalente. Quasi il 20% dell’energia utilizzata da un data center è impiegata nel suo raffreddamento. Da una parte ci aiuta la tecnologia perché l’efficienza energetica raddoppia ogni due anni, dall’altra si stanno sperimentando diverse allocazioni: nel 2015 Microsoft ha inserito 864 server in un cilindro di acciaio riempito di azoto secco e lo ha depositato nel Mare del Nord. Non a caso le società che gestiscono dati cercano luoghi con basse temperature e dove la produzione di elettricità da fonti rinnovabili è più sviluppata. In Islanda, per esempio, hanno trasferito i loro data center Advania, Exit Everywhere Borealis, Verne. Ma un utente, un’azienda o un ente pubblico per sapere quanto impatta il suo servizio deve conoscere due cose: quanto consuma, e da quale fonte si approvvigiona chi gestisce i suoi dati.

Le normative «volontarie»

Queste informazioni Google, Amazon, Apple, Ibm e Microsoft non le danno. Nei loro report di sostenibilità, infatti, non indicano mai l’impatto del singolo servizio. Le normative di riferimento ci sono: la ISO14064-1 e la ISO14067, che certificano in maniera obiettiva l’impronta di carbonio di un’azienda o di un prodotto, però non sono obbligatorie, e i giganti del cloud non le usano. Le emissioni preferiscono «autocertificarsele». Fa eccezione Microsoft per Azure, ma solo per i clienti commerciali; e la piccola italiana Aruba, che dal 2011 usa al 100% energia rinnovabile con certificazione di Garanzia di Origine (GO). Il suo approvvigionamento per il data center proviene dall’acquisto della società idroelettrica Veneta, dalla installazione di parchi fotovoltaici, e utilizzo di geotermico, ma poi non dichiara qual è la sua impronta totale di carbonio. Dunque, un grande ente pubblico, come il comune di Milano, per esempio, come fa a scegliere il fornitore più sostenibile per la gestione dei suoi dati, visto che nessuno produce la certificazione Iso? La strada alternativa è quella di farsi il proprio Data center, acquistando sul mercato energia rinnovabile. 

Quanto inquinano le big tech

Delle big tech la più inquinante è Amazon: nel 2020 ha emesso 54.659.000 di tonnellate di CO2 (però include anche il trasporto pacchi), seguono Samsung con 29 milioni, e Apple con 22 milioni. Tra le multinazionali 100% web la peggiore è Google con 12,5 milioni di tonnellate di CO2. Segue Microsoft con 11,5 milioni, in terza posizione Facebook con 4 milioni. Queste multinazionali hanno più volte promesso di tagliare le emissioni di gas serra per contribuire al contenimento del riscaldamento del pianeta. Cosa stanno facendo in concreto? Qualcosa si muove, ma la parte più corposa riguarda il meccanismo delle compensazioni di carbonio, ovvero l’acquisto sul mercato di certificati negoziabili equivalenti ad una tonnellata di CO2 non emessa, o assorbita grazie ad un progetto di tutela ambientale. Tradotto: investono in parchi fotovoltaici ed eolici, e piantano alberi. Lo ha fatto Microsoft in Madagascar, e Amazon in Brasile. Google dichiara 8 milioni di tonnellate di CO2 compensate negli ultimi cinque anni, Facebook ne ha dichiarate 145.000 nel 2020, Microsoft 1,3 milioni con 26 progetti green sparsi nel mondo. Un meccanismo legale, e ingannevole, perché sembri green, ma non lo sei. La stessa Microsoft dichiara che non sarà green nemmeno in futuro: nel suo ultimo rapporto di sostenibilità ha annunciato la neutralità nel 2030. Guardando i dati vuol dire che fra nove anni, sempre che le promesse siano rispettate, l’azienda di Redmond emetterà ancora 5 milioni di tonnellate di CO2, ma potrà definirsi «neutral» perché lo stesso numero è compensato dall’acquisto di certificati. Se queste multinazionali avessero un minimo senso di responsabilità, visto che fanno giganteschi profitti, dovrebbero destinare una parte degli utili alla realizzazione di fonti rinnovabili e alla riforestazione per restituire al pianeta un po’ di quello che hanno preso, non per poter continuare ad inquinare. 

La spinta della finanza

Una possibilità può arrivare dalla pressione degli investitori istituzionali, come i grandi fondi pensione del Nord Europa, che espellono dal proprio portafoglio i grandi inquinatori. L’associazione dei fondi pensione inglesi, la Pensions and Lifetime Savings Association (Plsa), già un anno fa ha chiesto alle aziende in cui investono il rispetto di alcuni parametri ambientali, una maggior trasparenza sulle emissioni di gas serra e remunerazioni dei manager agganciate al taglio delle emissioni. In caso contrario Plsa invita i fondi pensione a votare contro nelle assemblee delle aziende quotate. Una spinta non banale: la Plsa tutela gli interessi di 20 milioni di risparmiatori e ha investimenti per mille miliardi di sterline. A gennaio 2021 Laurence Fink, il numero uno di BlackRock, la più grande società di investimento nel mondo con 9.500 miliardi di dollari in gestione, ha inviato una lettera agli amministratori delegati delle aziende in cui investe: dovranno dare al mercato un cronoprogramma sulla riduzione di CO2, vistato dal consiglio d’amministrazione e che porti a emissioni zero (non «neutral») nel 2050. Il clima è il rischio di investimento più importante tanto da aver provocato una massiccia riallocazione di capitali: da gennaio a novembre 2020, gli investitori in fondi comuni ed Etf hanno messo 288 miliardi di dollari in asset sostenibili, con un incremento del 96% rispetto al 2019. Il problema è che la «sostenibilità» è spesso più una dichiarazione di intenti che sostanza. 

Come ridurre i consumi

La prima parola chiave è «non sperperare». Quante volte visitiamo un sito, e poi facciamo altro senza chiudere la finestra? Ebbene, quel sito continua a scambiare dati dal server al nostro computer. Non è oneroso progettare i siti in modo che vadano in modalità stamina dopo pochi minuti se non c’è navigazione. Lo fa per esempio il sito italiano di Suzuki, e ha stimato il risparmio: il 20% in meno di quanto consumerebbe il computer a pieno regime. Calcolando i tempi medi di sessione, in un anno il risparmio finale è di 476.000 Watt, pari a 206,2 Kg di CO2. Sembra poca roba, ma se soltanto lo facessero i primi 100 siti italiani per traffico, sarebbero 15.625 tonnellate di CO2 in meno, come far sparire circa 5.000 auto. 

Come calcolare le emissioni di Netflix

La seconda parola è «consapevolezza»: se non so quanto consumo, non so quanto inquino. Prendiamo quello generato dal traffico dati della visione di film o serie tv in streaming. Per la parte Netflix c’è modo di calcolarlo. Bisogna accedere al sito Just watch calcolatore streaming, scaricare la propria cronologia di Netflix e seguire le istruzioni. Risultato: Clotilde, 14 anni, in un anno e mezzo ha visto in streaming 952 episodi di serie tv o film, che hanno emesso 321 kg di CO2, equivalente a 299 cicli di lavatrice a 60° e 2145 km in automobile. Piermatteo, 30 anni, iscritto da 4 anni, 1840, pari a 621 kg di Co2. Per compensare queste emissioni bisogna piantare 13.534 alberi. I giovani, che sono molto sensibili ai temi ambientali, sono i maggiori navigatori e consumatori di streaming. Nello spot «Climate pledge» i giovani di tutto il mondo elencano le grandi emergenze, e supplicano di agire ora. Saranno presenti con una delegazione il 31 ottobre a Glasgow per portare il loro contributo di idee alla 26esima Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Sarebbe utile un appello alla responsabilità mettendo sul tavolo anche il consumo compulsivo che proprio loro fanno di internet.

Torniamo alla Natura (e non al naturalismo) con l'aiuto dei poeti. Francesco Giubilei il 5 Ottobre 2021 su Il Giornale. Davide Rondoni rilegge i classici per riflettere sul rapporto uomo-ambiente (senza ideologie). Sono le sfumature a fare la differenza tra parole e concetti che sembrano tra loro simili ma che in realtà nascondono profonde diversità; tanto sentiamo parlare di ambiente quanto poco di natura, spesso ci si riferisce all'ambientalismo quasi mai dell'ecologismo. Si perde così il senso del sacro e del mistero legato al mondo naturale e si dimentica il ruolo dell'uomo nel pianeta a partire dalle società tradizionali in cui il legame tra uomo e natura era inscindibile. Un rapporto non solo fisico ma anche spirituale, religioso e culturale come ci ricorda il poeta romagnolo Davide Rondoni nel suo nuovo libro Cos'è la natura? Chiedetelo ai poeti (Fazi): una lettura necessaria per rinsaldare il legame millenario tra poesia e natura che rischia di perdersi in una società come quella contemporanea caratterizzata da un ambientalismo ideologizzato che dimentica la nostra identità e le tradizioni nell'illusione che si possa immaginare una tutela del pianeta da una prospettiva solo globale e non locale, tralasciando le esigenze dell'uomo. Davide Rondoni compie un viaggio geografico e temporale alla scoperta della natura accompagnato dalle parole dei poeti, dall'alba dei tempi e dal mito del serpente di Gilgamesh, il re sumero eroe degli antichi poemi, fino ai nostri giorni. C'è uno speciale rapporto di simbiosi tra la natura e la letteratura, non a caso Lev Tolstoj ha l'ispirazione per scrivere Anna Karenina nell'inverno del 1870 osservando fuori dalla finestra il paesaggio innevato. I poeti sono consapevoli delle parole di Eraclito: «La natura ama nascondersi», «infatti, per così dire, la inseguono. Scrivendo poesie e romanzi, così come altri la inseguono con formule matematiche e microscopi elettronici, acceleratori di particelle e telescopi spaziali». Un inseguimento che testimonia il rapporto tra l'uomo e la Natura (con la maiuscola come scritto da Giacomo Leopardi) raccontato dal poeta di Recanati che, alzando gli occhi al cielo, vede «sciami di stelle» sentendosi «piccolissimo ma anche grandissimo». Rondoni ci invita a tornare ai versi di Leopardi «in un'epoca di programmi ambiziosi, di nuove ideologie naturaliste e tecnologiche, di nuove edizioni di presunte magnifiche sorti e progressive». Il rapporto uomo e natura è testimoniato anche da alcune figuri ricorrenti nella poesia del Novecento italiano, dal «senso dell'andare dei pastori» descritto da Gabriele d'Annunzio nell'Alcyone fino alla «saggezza atavica del contadino che riporta tutto a terra facendo di lui l'interprete di un sapere primario» di Giovanni Pascoli ne I canti di Castelvecchio, passando per i versi di John Keats. Ma è G.G. Simpson, non un poeta ma un paleontologo, a descrivere nel 1951 al meglio un certo ambientalismo ideologizzato oggi molto in voga: «Sembra quasi che l'uomo debba scusarsi di essere un uomo e di pensare, come se si trattasse di un peccato originale, o che un punto antropocentrico nella scienza o in altri campi del sapere sia automaticamente falso». L'opposto della visione cristiana di cui è intrisa il libro di Rondoni e che, riprendendo quanto scritto nella Bibbia, considera l'uomo parte di un più grande insieme con la natura che è il Creato. Non a caso il pensiero di Dante è permeato da questo approccio in cui «la natura non è mai divinizzata, le cause prime del vivente stanno in Dio non nella Natura che è essa stessa generata e che merita il rispetto e il timore da parte dell'uomo viandante. L'uomo religioso difficilmente idolatra la natura». Un'idolatria che dimentica l'aspetto misterioso e selvaggio della natura poiché essa «non è solo un bel paesaggio da conservare o energia pulita o tisane diuretiche. Accanto al proliferare di cuccioli di gatto tenerissimi che vediamo su Instagram, ci sono virus, cataclismi, flagelli che falciano miriadi di innocenti». Il libro di Rondoni testimonia che è possibile un altro approccio al tema ambientale alternativo all'ideologia «naturalista» dominante in questi anni e che «non fa rima con una visione più poetica della vita ma con l'economia» trovando nel business «il suo primo campo di applicazione». Una nuova ideologia che «vede il pianeta come una specie di dio che però dipende da noi. Il nuovo dio è una ideologia facile (chi vuole mai che il pianeta muoia?) così da marchiare subito gli avversari della narrazione dominante come personalità pericolose». Quali sono le sue caratteristiche? Chiedetelo ai poeti che parlano di natura, amore e bellezza.

FRANCESCO GIUBILEI, editore di Historica e Giubilei Regnani, professore all’Università Giustino Fortunato di Benevento e Presidente della Fondazione Tatarella. Collabora con “Il Giornale” e ha pubblicato otto libri (tradotti negli Stati Uniti, in Serbia e in Ungheria), l’ultimo Conservare la natura. Perché l’ambiente è un tema caro alla destra e ai conservatori. Nel 2017 ha fondato l’associazione Nazione Futura, membro del c

Immaginarsi domani. Perché la generazione di attivisti di Greta Thunberg è tutt’altro che sprovveduta. Enrico Pitzianti il 2 Ottobre 2021 su L'Inkiesta.it. Spesso oggi che protesta per il clima è tacciato di idealismo o di ingenua astrattezza. Ma le cose non stanno così, e per accorgersene basta partire da una banale constatazione: il cambiamento climatico è un’ingiustizia anzitutto per i più giovani. Il motivo per cui sono i giovani a essere più preoccupati per la crisi climatica è – se volessimo trovare una sintesi cruda ma efficace – che saranno loro in prima persona a subirne le conseguenze. È una questione di tempi e di aspettative di vita: visto che i cambiamenti climatici hanno conseguenze che si misurano in decenni, chi oggi ha settanta o ottant’anni ha poche possibilità di vivere abbastanza a lungo da vedere coi propri occhi i danni causati dal riscaldamento globale. Al contrario chi oggi ha quindici, venti o trent’anni, dovrà sicuramente averci a che fare. Le conseguenze del cambiamento climatico non sono soltanto ambientali. Un clima che cambia così rapidamente causa inondazioni, siccità ed eventi atmosferici estremi, ma di conseguenza anche migrazioni, carestie, instabilità politica e danni economici. Anche queste conseguenze non-ambientali ricadranno sui più giovani. Un esempio su tutti: la disoccupazione, come sappiamo, non è una piaga che affligge le persone in età pensionabile, ma chi un’occupazione la cerca e, soprattutto, chi entra per la prima volta nel mercato del lavoro: quindi proprio i più giovani. Insomma, quando parliamo di crisi climatica ci riferiamo anche a una questione di “giustizia intergenerazionale”. Chiedere che ci sia una “giustizia” tra le diverse generazioni non riguarda solo il chi subirà le conseguenze del cambiamento climatico, ma anche l’assunzione di responsabilità di chi ha contribuito a causarlo, questo cambiamento. Evidentemente parliamo di nuovo dei più anziani, visto che la responsabilità delle scelte industriali e politiche prese oggi e in passato non può essere di adolescenti e giovani, che non hanno mai ricoperto incarichi né votato o espresso preferenze. Quelle scelte, che hanno causato quel preciso inquinamento, sono state prese su mandato di un elettorato, soprattutto quello che oggi ha un”età più avanzata. Per questo la grande preoccupazione dei più giovani per il cambiamento climatico non è solo altruista, ma è anche egoista: è una preoccupazione per sé stessi, oltre che per gli altri. E di conseguenza non dimostra solo un generico senso civico dei giovani e giovanissimi, ma anche una serie di richieste molto concrete che riguardano la loro vita e il loro futuro. In questo senso chi oggi protesta per il clima tocca un tema concreto e pregno di conseguenze. Tanto quanto lo è, per esempio, quello del lavoro, cioè un tema su cui si protesta da secoli, e che nessuno si sogna di tacciare di idealismo o di ingenua astrattezza. La giustizia intergenerazionale, peraltro, non riguarda solamente il cambiamento climatico, ma tutte le decisioni politiche ed economiche con effetti a lungo termine. Che conseguenze hanno le attuali politiche demografiche? A cosa porteranno, tra qualche decennio, le decisioni prese oggi sul fare debito, sul rifinanziare Alitalia, sul decidere per quota 100, sulla viabilità o gli investimenti fatti sulla sanità? Sono domande che troppo spesso noi elettori non ci poniamo, e che di conseguenza non diventano i temi attorno a cui si fanno le campagne elettorali e, poi, i governi. Se, anche grazie alle proteste per la crisi climatica, riuscissimo finalmente a guardare al futuro e non solo al presente, e a usare una prospettiva di lungo corso nel prendere decisioni, il problema della giustizia intergenerazionale sarebbe risolto. E a ben vedere potremmo sperare di risolvere anche quello del populismo, visto che pretenderemmo da candidati e dirigenti progetti credibili e pianificazioni realistiche, rispedendo al mittente bufale, soluzioni semplicistiche e vane promesse da arringapopoli.

Vorrei essere un gretino. Davide Bartoccini il 2 Ottobre 2021 su Il Giornale. A volte mi addormento e vorrei essere un gretino. Poi mi sveglio e penso a George Carlin e al suo monologo intitolato Il Pianeta sta bene. A volte prima di assopirmi alla sera, penso che vorrei essere un gretino. Non tanto per avere una ventina di anni in meno, non avere una responsabilità che fosse una nella vita, e poter "bigiare" la scuola con una buona scusa al venerdì. Andarmene a spasso in centro ripetendo come una litania slogan pieni d'invettive al vento, e passare per profondo agli occhi del più carino o della più carina della classe come un tipo socialmente impegnato - ai tempi miei i politicizzati acerbi e supponenti facevano così, e ogni tanto rimorchiavano con questa scusa dell'impegno civile. Qualcuno è addirittura diventato rappresentante d'istituto il quinto anno. Qualcuna consigliera comunale in qualche lista civica vicina al Pd. Vorrei essere un gretino per avere la libertà, il tempo e il coraggio di dormire in mezzo a Piazza Affari sotto una tenda Quechua fatta di 100% in poliestere, derivato dal petrolio, di quelle che le lanci e si aprono in due secondi ma poi ci vogliono tre ore per richiuderle. Bighellonarci intorno alla sera con la mia bella tisana di erbe rare, impiantate contro natura chissà dove per coltivarne nella quantità necessaria al fabbisogno mondiale del trend. Vorrei essere un gretino per poter far colazione il giorno dopo con il mio toast all'avocado fresco. Comodamente importato dal Messico, su enormi navi cargo che tutto considerato vengono ancora propulse da vecchi motori diesel intasati di nafta. Vorrei essere un gretino per indossare il mio bel pile da radical-freak, altro derivato del petrolio, e smetterla di indossare quei vecchi abiti borghesi in lana e cotone che mi ricordano tanto mio padre. Il più delle volte, per assioma, uno che non capisce niente della mia rivoluzione. Anzi, mi ha già rubato il futuro comprando una Mercedes che non si sposta con la forza del pensiero, non ha la scocca in resina di pino, neanche vola. E mi ci ha sempre accompagnato a scuola la mattina inquinando il pianeta per farmi studiare quando i bambini in Africa camminano anche trenta chilometri nel fango per imparare un poco di inglese - lingua dei colonizzatori imperialisti. Oppure ormai un poco di cinese - lingua di.. vabe' sorvoliamo. Vorrei essere un gretino, per sorvolare temi di geopolitica e competizione globale a livello industriale e commerciale per ottenere la supremazia nel mondo sovrappopolato e in tensioni da guerra fredda nell'era post-nucleare. Ignorare che solo uno scontro tra India e Pakistan (entrambe potenze nucleri) potrebbe rispedirci all'età della pietra. Per andarmene tranquillo in giro per Milano, vestito con la tuta da imbianchino con un ritaglio di cartone in mano, dicendo che "Bisogna salvare il pianeta perché è l'unico con la fic*". Senza tenere conto, per un istante, del sessismo e del paradosso di Fermi che suppone la reale esistenza di vite aliene. Vorremo mica dire che esistono solo alieni e non aliene? Non scherziamo. Vorrei essere un gretino per prendere il primo volo low-cost, dato che se vengo dalla Svezia o anche solo da Patrasso, a Milano non posso arrivarci in tre mesi su una barca a vela eco-friendly insieme a quel bontempone fascinoso di Pierre Casiraghi - principe di uno Stato che tutela le finanze di migliaia di conglomerate con introiti provenienti da ogni genere di commercio, sia green fiendly o meno. Né con una barca fatta di bottiglie di plastica che se non c'è vento va a remi. Ci metterei troppo tempo, salterei un intero trimestre a scuola. E come ricorda il filosofo Cacciari, prima di fare la rivoluzione bisogna studiare, e conoscerle, le rivoluzioni. Le quattro rivoluzioni industriali, per esempio. Vorrei essere un gretino per indossare con orgoglio le mie scarpe made in Vietnam, cucite da bambini; per postare fotografie con il mio smartphone ultimo modello con batterie di litio, cavato fuori da bambini minorenni in qualche remota landa dell'Africa ricolonizzata dalla Cina. Ma senza saperlo. Perché essendo un giovane gretino, non sono tenuto a sapere tutto, a comprendere tutto: solo l'indispensabile, ossia che "blablabla ci stanno rubando il futuro" e il momento di agire è "adesso". Poi farmi apostrofare da uno come il ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani, o un adulto con i piedi per terra qualsiasi che senza malizia (non la barca di Casiraghi, ndr) mi spiega che "oltre a protestare" andrebbero proposte delle idee concrete che non siano spostarsi a dorso di mulo come facevano i pastori sardi due secoli fa. Avrebbero da ridirne gli animalisti. Vorrei essere un gretino insomma. Ma un gretino serio. Uno che al fantomatico j'accuse lanciato a noi giovani ambientalisti radical-chic da un non meglio identificato giornalista di SkyNews Australia, saprebbe rispondergli per le rime. “Voi siete la prima generazione che ha preteso l’aria condizionata in ogni sala d’aula; le vostre lezioni sono tutte fatte al computer; avete un televisore in ogni stanza; passate tutta la giornata a usare mezzi elettronici; invece di camminare a scuola prendete una flotta di mezzi privati che intasano le vie pubbliche; siete i maggiori consumatori di beni di consumo di tutta la storia, comperando in continuazione i più costosi capi di abbigliamento per essere ‘trendy’; la vostra protesta è pubblicizzata con mezzi digitali e elettronici..". Ecco vorrei rispondergli fiero, con i piedi ben piantati nelle mie Birkenstock: "Mio caro signore..". Poi mi fermerei. Anzi mi sveglierei da questo incubo. E mi ricorderei che c'è un vecchio monologo comico di un ahimè trapassato genio, George Carlin, intitolato "Il Pianeta sta bene". Un evergreen. Quando mi sveglio pensando che vorrei essere un gretino, lo riguardo e capisco tutto. Se al venerdì, quando vi svegliate, rischiate di correre il mio stesso rischio, ve lo consiglio. Perché è lì dentro la risposta. 

Davide Bartoccini. Romano, classe '87, sono appassionato di storia fin dalla tenera età. Ma sebbene io viva nel passato, scrivo tutti giorni per ilGiornale.it e InsideOver, dove mi occupo di analisi militari, notizie dall’estero e pensieri politicamente scorretti. Ho collaborato con il Foglio e sto lavorando a un romanzo che credo s

Quei gretini in piazza senza sapere perché. Samuele Finetti e Serena Pizzi l'1 Ottobre 2021 su Il Giornale. Slogan, frasi sconnesse e muri imbrattati. Gli ambientalisti del futuro scendono in piazza. "Perché abbiamo imbrattato la Borsa con impronte rosse delle nostre mani? Non lo so, abbiamo visto altri che lo facevano e li abbiamo imitati". Così risponde una giovane liceale, una delle migliaia scesi in piazza a Milano per l'ennesima edizione degli scioperi dei Fridays for Future. Questa volta, però, è diverso perché a guidare la fiumana che blocca le strade c'è Greta Thunberg, la madrina ambientalista per eccellenza. Ma l’impressione è che la lezioncina non sia stata imparata a dovere dai suoi “discepoli”. Viene dunque naturale domandarsi se sappiano qualcosa di più di ciò che hanno letto su internet o visto nella serie che Netflix ha dedicato all'attivista svedese. Quindi chiediamo. Ci basta infilarci tra i manifestanti per qualche minuto e fare un paio di domande per scoprire quanto poco informati siano questi giovani difensori del pianeta. Paiono più preoccupati di ballare sulle note di "Bella Ciao", come ha fatto la stessa Greta in testa al corteo, o di "50 special" nelle retrovie. Di agitare cartelli scritti con ironia, quando non sfociano direttamente nella volgarità, mentre dal megafono una voce si scaglia contro l'Eni. Altri definiscono Unicredit "una banca armata" che "si arricchisce con armi e petrolio". Cosa avranno voluto dire? Una confusa nebulosa di idee, in cui si infilano pure gli slogan No Tav. Compaiono anche dei volantini a favore del referendum sulla cannabis. Tutto fa brodo. Forse, al posto delle piazze, molti di questi piccoli ambientalisti avrebbero fatto meglio a occupare le aule di scuola. Aule che hanno invece disertato per accodarsi a Greta Thunberg e Vanessa Nakate. Nakate, 24enne ugandese, è una sorta di "nuova Greta". Il lettore che non l''ha mai sentita nominare non si preoccupi: è in buona compagnia. Neppure i ragazzi che le andavano dietro avevano idea di chi fosse. Dialogo testuale. Domanda: "Perché vi ispirano Greta e Vanessa?", risposta: "Chi è Vanessa?". E menomale che questi sono gli stessi ragazzi che dovrebbero cambiare il futuro e salvare il pianeta. Di molti di loro si potrebbe dire che hanno capacità (e volontà, quella non manca), ma non si applicano. Anche gli animatori di questi venerdì per l'ambiente, insomma, cadono qualche volta nel "bla bla bla" come quei governanti che accusano di accidia. Con la differenza che, come ha ricordato Mario Draghi, "il nostro bla bla bla serve a convincere le persone che l'azione è necessaria". E se tutto questo non fosse sufficiente, basta alzare lo sguardo. Sulla scalinata di piazza Affari, all'ombra dell'emblematico medio di Cattelan, due dozzine di manifestanti in tuta bianca hanno piazzato tende e sacchi a pelo per "sfidare" le multinazionali. Sopra le loro teste pende uno striscione: "O la Borsa o la vita". La protesta è, nei loro intenti, un modo per "bloccare con i propri corpi" gli scambi commerciali e fermare - dicono - il consumo di combustibili fossili. Agitano bandiere, urlano. Quando sloggiano, a dargli il cambio arriva un gruppo di liceali che alla retorica della parola sostituisce la forza simbolica del gesto. I palmi rossi di vernice, lasciano le impronte sul marmo della facciata di Palazzo Mezzanotte. Non si capisce di chi sia la “bella” idea, sta di fatto che gli imitatori non mancano. Anche se nel giro di pochi secondi ammettono: "Forse non lo rifarei". Puro spirito emulativo, ingrediente fondamentale di ogni ribellione. La giustificazione è semplice: "Si può essere maleducati quando si tratta di una buona causa". Del resto, amava dire uno che dell'argomento se ne intendeva, "la rivoluzione non è un pranzo di gala". Ieri era il libretto rosso, ora sono le mani rosse. Per fortuna la violenza oggi è fatta solo al senso estetico.

Samuele Finetti. Nato in Brianza nel 1995. Due grandi passioni: la Storia, specie quella dell’Italia contemporanea,che ho coltivato all’Università Statale di Milano, dove mi sono laureato con una tesi sulla strage dipiazza Fontana. E poi il giornalismo, con una frase sempre in mente: «Voglio poter fare, soltanto,una cronaca di fatti e di parole veri». Ostinatamente prezzoliniano 

Serena Pizzi. Sono nata e cresciuta a Stradella, un piccolo paese che mi ha insegnato a stare al mondo. Milano, invece, mi ha dato la possibilità di realizzare il mio sogno più grande: fare la giornalista. Amo conoscere, osservare e domandare. Mi perdo nei dettagli delle cose e delle persone. Del resto

Greta canta “Bella ciao” in piazza a Milano: pugni chiusi e vecchi slogan al corteo per l’ambiente. Bianca Conte venerdì 1 Ottobre 2021 su Il Secolo d'Italia. Greta Thunberg, la fondatrice svedese del movimento Friday for future, balla e batte le mani sulle note di “Bella ciao” in piazzale Cadorna a Milano. Un copione studiato ad arte. recitato a soggetto. E replicato all’ennesima occasione utile: l’attivista si trova alla testa del corteo per il clima, che è partito stamane da Largo Cairoli a Milano. Alla guida di manifestanti che, al loro interno, assemblano di tutto un po’: diverse appartenenze politiche. Sigle ecologiste. E i tanti qualunquisti della politica che hanno deciso di puntare tutto sull’ambientalismo. Un tema spesso cavalcato da diverse angolazioni, tra sviluppo sostenibile e sos contro il cambiamento climatico. Una variegata fattispecie sociologica che amalgama in una sorta di magma indistinto mondi geograficamente e politicamente diversi e lontani. Ma che, oltre al clima, ha un inno di riferimento a fare da denominatore comune da rilanciare come simbolo unitario: Bella ciao. E allora, proprio il celebre brano che ha fatto capolino persino su Netflix, grazie alla serie spagnola de La casa di carta che lo ha sdoganato anche in tv. E che la sinistra ideologica e militante, rilancia a ogni piè sospinto: dal 25 aprile in poi, passando per le iniziative per l’ambiente, ogni giorno è buono per solennizzare la liturgia della resistenza. Un brano che, oggi per l’ennesima volta, unisce in unico coro i manifestanti presenti a Milano per il corteo Fridays 4 Future, in marcia con direzione Piazzale Damiano Chiesa, dove era in scaletta che Greta prendesse la parola. Lei, l’ecologista nord-europea votata alla causa ambientalista. Portabandiera del modello green eco-sostenibile formato terzo millennio. E adesso pure aedo del canto di una sinistra di lotta e di governo, che ormai da tempo ha perso il proprio orizzonte di valori. Un mondo di riferimenti che adesso tenta disperatamente di recuperare inneggiando a stantii slogan vetero-comunisti. E, soprattutto, attraverso la strumentalizzazione delle note di Bella ciao. Che, non a caso, nostalgici e nuove leve progressiste hanno addirittura proposto di istituzionalizzare. Una politica figlia del disorientamento. Della disperazione e di quel pizzico di opportunismo mediatico che non può mancare. E così, quando proprio non si può o non si riesce a declinare altrimenti il proprio senso di appartenenza, cantare Bella ciao diventa un momento di unificazione contro il divisionismo partitico. Un tentativo di aggrapparsi a un gancio per fare presa su un elettorato spacchettato su più fronti. Tanto per dare una sorta di alchemica mistura valoriale nel blob indistinto e frazionato in mille rivoli della sinistra degli ultimi trent’anni. Perché oggi dire “Noi siamo quelli di Bella ciao”, azzera le linee di confine e rende lecita l’appropriazione indebita di simboli e valori sempreverdi, anche se finiti in soffitta. Se non addirittura spariti dalle agende parlamentari di sinistra, salvo rapsodiche riproposte nell’imminenza degli appuntamenti con le urne. E così, in un eterno ritorno, rieccoci a Greta: la 18enne svedese che, protetta da un cordone fi sicurezza, ha ballato sulle note di Bella ciao risuonate all’altezza di piazzale Cadorna. Insieme a lei, la gemella Vanessa Nakate: 24enne ugandese che nel gennaio 2019 ha debuttato con la “sua” protesta per sensibilizzare sul tema. «Non possiamo più aspettare discussioni vuote e inutili: è tempo di ascoltare realmente la nostra voce. Di chi lotta per il futuro contro chi cerca di togliercelo, per portare una conversione ecologica secondo giustizia climatica e sociale», rilanciano in piazza e dal palco i manifestanti. E ancora: «Bisogna investire per un radicale cambio di sistema, perché un altro mondo non è solo possibile. Ma è necessario e urgente», è il messaggio degli organizzatori. Eppure, guardando al domani, queste giovanissime attiviste anti-sistema per la salute del Pianeta, non riescono proprio a smarcarsi dal guardare indietro. Dallo strizzare l’occhio, in assenza di riferimenti forti nel presente, a un passato polveroso, reputato comunque “evergreen”. Mentre sul clima continua a levarsi altisonante solo un vuoto bla bla bla…

Greta Thunberg, insulti contro il ministro Cingolani e Palazzo Mezzanotte imbrattato. Scivolone al corteo. Libero Quotidiano l'1 ottobre 2021. Cori contro il ministro della Transizione ecologica - "Chi non salta Cingolani è" - e qualche brutta azione dimostrativa hanno macchiato un corteo colorato e ordinato di giovani che hanno invaso le strade del centro di Milano per Students' Strike For Future, la manifestazione indetta dal movimento Friday For Future a chiusura della kermesse Youth4climate nel capoluogo lombardo. Tra loro, anche Greta Thunberg e Vanessa Nakate, con l'attivista svedese che balla sulle note di Bella ciao, uno dei cori più sentiti tra le fila del corteo. Oltre 50mila secondo gli organizzatori, 9mila per la questura, le persone che da largo Cairoli hanno sfilato per le vie centrali, passando da piazza Affari e lambendo piazza Duomo, per fermarsi a piazzale Damiano Chiesa. Qui, dal palco, sono intervenuti alcuni ospiti internazionali che hanno preso la parola di fronte alla folla dei giovani. L'intervento più atteso è quello di Thunberg che è tornata ad accusare i politici di parlare troppo senza agire. "Proprio qui, a Milano, ministri da tutto il mondo discutono della crisi climatica e dicono di avere la soluzione per la crisi climatica, ma abbiamo visto le loro bugie e il loro bla bla bla e siamo stanchi", le sue parole dal palco dove è stata accolta dagli applausi dei giovani. "La crisi climatica peggiorerà sempre più, e più aspettiamo, più i danni saranno irreversibili", ricorda ancora l'attivista che torna ad attaccare l'immobilismo della politica di fronte all'emergenza climatica. "La speranza non arriva dai politici, dal bla bla bla, dall'inazione e dalle vuote promesse. Ci chiedono di credere in loro, ma la speranza siamo noi, le persone, che insieme possono fare il cambiamento". Nessun disordine dunque nel capoluogo lombardo, qualche coro contro i il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani e qualche azione dimostrativa. Alcuni attivisti hanno imbrattato la sede di Unicredit a piazza Edison, mostrando uno striscione con la scritta 'Unicredit si arricchisce con armi e petrolio'. Altri, hanno lasciato la loro impronta delle mani con vernice rossa sulla facciata di Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa.

Alberto Giannoni per "il Giornale" il 29 settembre 2021. «Bla bla bla» verde. Greta si è stancata. L'attivista svedese ormai è un marchio globale, dialoga a tu per tu con capi di Stato e leader religiosi, buca ancora lo schermo e i social con trovate comunicative di prim'ordine, eppure a 18 anni compiuti (il 3 gennaio saranno 19) la sua stella sembra sul punto di offuscarsi, per essere magari soppiantata da un nuovo astro nascente, una 24enne di nome Vanessa e di colore, tributaria di un'autentica standing ovation nel primo giorno «Youth4Climate». Le due giovani sono state le star indiscusse del prologo di questo grande evento milanese di tre giorni, in cui centinaia di giovani si sono dati appuntamento per discutere delle strategie per combattere il cosiddetto «riscaldamento globale». Il ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani, che ha aperto la kermesse, le ha definite «personaggi iconici» della lotta al cambiamento climatico. Ad ascoltarle in estasi, a meno di una settimana dal voto per le Comunali, il sindaco Giuseppe Sala, riscopertosi verde: «Si parte delle città» ha detto, facendosi forte delle misure adottate in un fazzoletto di Milano, cuore di una pianura padana che peraltro da oltre 20 anni vede migliorare la qualità dell'aria. «Basta con questo fashion green» lo ha liquidato il rivale, Luca Bernardo. Magliettina azzurra a maniche corte, giacchetta legata alla vita e scarpe da ginnastica intonate, Greta ha esordito con un colpo a effetto. «Non si può più andare avanti con il bla bla bla». Greta è stufa dei bla bla bla, cioè dei discorsi. É stato, insomma, il suo, il giorno dell'impazienza. «Le nostre speranze e sogni - ha avvertito - annegano in tutte queste vuote parole e promesse» (dei leader)». «Sono 30 anni che sentiamo bla bla bla e dove siamo?». Quindi, ha concluso arringando la platea con una raffica di interrogativi retorici e risposte assertive. «Cosa vogliamo? Giustizia climatica. Quando la vogliamo? Ora. Noi vogliamo un futuro sicuro e una giustizia climatica» ha detto, evocando inconsapevole il «tutto e subito» di altre stagioni. Ma poco prima di lei, aveva appena finito di parlare la nuova «amica», Vanessa, attivista ugandese. Un intervento - il suo - che ha insistito molto sulle disuguaglianze sociali, sugli effetti del «cambiamento climatico» e sui costi diversi, da Paese a Paese. «Vivo in Uganda - ha detto - un Paese che ho visto soffrire molto per l'impatto dei cambiamenti climatici. Per tradizione storica l'Africa è responsabile solo del 3% di emissioni Co2, ma gli africani subiscono impatti più negativi: uragani, inondazioni, siccità». E alla fine del suo discorso, tornando al suo posto, si è commossa per gli applausi ricevuti. Vanessa ha fatto capire qual è l'antifona in tema di «aiuti». Non saranno più tali, ma risarcimenti. «Servono finanziamenti - ha avvertito - ma non prestiti, ma sussidi a fondo perduto». «Non vogliamo conferenze vuote, dovete mostrarci il denaro». Il suo slogan è «we cannot eat coal, we cannot drink oil»: non possiamo mangiare carbone e bere petrolio. Vanessa non vuole solo meno emissioni, Vanessa batte cassa a nome dell'Africa, e ha appoggiato ovviamente i movimenti «antirazzisti», compresi quelli ambigui come il «Blm». «Sono un attivista per il clima - ha scritto lo scorso anno - Ma ho assaggiato il razzismo a modo mio. Sto ancora combattendo per l'azione per il clima. Ma non posso tacere in un momento in cui le vite dei neri sono in pericolo. Sono sempre stati in pericolo. Mi unisco a tutti gli altri per dirvi che BlackLivesMatter». Una Greta non europea, ugandese, e più «sociale», non può che avere un'autostrada mediatica davanti a sé. E ora i volti planetari della giustizia climatica (e sociale!) sono due. «Al di là dei modi di esprimersi diversi, legati anche a fattori generazionali, sono state dette le stesse cose» ha assicurato il ministro. «Vanessa Nakate e Greta Thunberg hanno detto due cose importanti».

Greta stai serena, l'Italia è più verde. Gaia Cesare il 30 Settembre 2021 su Il Giornale. Oltre mezzo milione di ettari di bosco: assorbite 290 milioni di tonnellate di CO2. Stavolta non c'è di mezzo il «bla bla bla» della politica sul clima, denunciato dall'attivista per l'ambiente Greta Thunberg durante la conferenza Youth4Climate in corso a Milano. Questa volta, sul tavolo, ci sono dati concreti, che si prestano a pochi giri di parole, e lanciano un segnale di ottimismo per il nostro Paese. La superficie boschiva nazionale è aumentata in 10 anni di circa 587 mila ettari e ha superato di poco la quota complessiva di 11 milioni di ettari. Buone notizie, dunque, per l'Italia, la cui biomassa forestale è aumentata del 18,4%, con buoni benefici per l'aria che respiriamo visto che è cresciuta di ben 290 milioni di tonnellate anche l'anidride carbonica assorbita dai nostri boschi e responsabile dell'innalzamento globale delle temperature. A restituirci la fotografia del progresso green del BelPaese è l'ultimo Inventario nazionale delle foreste e dei serbatoi forestali di carbonio presentato ieri fra le iniziative realizzate dall'Arma dei Carabinieri in occasione di All4Climate, l'appuntamento preparatorio della COP26 di Glasgow che si svolge nel capoluogo lombardo fino a sabato 2 ottobre. Il dato non è da sottovalutare, in questa fase storica in cui l'intero pianeta - il nostro Paese incluso - sono spesso investiti da ondate di calore estreme e temperature ben oltre la media. La sottrazione e l'immagazzinamento dei gas a effetto serra, in particolare della CO2, fanno delle foreste strumenti naturali ideali e indispensabili per la regolazione del clima e per mitigare i cambiamenti climatici. Nel caso italiano, l'anidride carbonica sottratta all'atmosfera è passata da 1798 milioni di tonnellate a 2088 milioni di tonnellate. Secondo l'Inventario, che svolge indagini campionarie periodiche sulla qualità e quantità delle risorse forestali del Paese, i boschi coprono il 36,7% del territorio nazionale e le regioni che contribuiscono di più al volume complessivo sono Toscana (10.4%), Piemonte (9.8%) e Lombardia (8.7%) del totale. Valori minimi in Puglia, Val d'Aosta e Molise, con contributi variabili tra l'1% e l'1.3%. Le regioni del Nord, escluse Piemonte e Liguria, superano il valore medio nazionale di volume per ettaro di bosco mentre tutte le altre sono al di sotto, unica eccezione la Calabria. Faggio, abete rosso, castagno e cerro rappresentano il 50% delle 180 specie rilevate.

Ma ecco che, insieme alle buone notizie, arriva un dato meno confortante, frutto di un'analisi della Coldiretti, sulla base dei report dell'European Forest Fire Information System (Effis) della Commissione europea in occasione della presentazione dei dati dell'Inventario. Sono quasi 159mila gli ettari di bosco andati in fiamme in Italia dall'inizio dell'anno per effetto dei cambiamenti climatici, con il caldo e la siccità che hanno favorito l'azione dei piromani bruciando oltre un quarto delle nuove foreste. «Un costo drammatico che l'Italia è costretta ad affrontare perché - spiega Coldiretti - è mancata l'opera di prevenzione nei boschi che, a causa dell'incuria e dell'abbandono, sono diventati vere giungle ingovernabili». Eppure dalla conferenza Youth4Climate è Daniele Guadagnolo, 28 anni, di Arona, delegato italiano con Federica Gasbarro, a sottolineare che non tutto è perduto. Sul clima «c'è la buona volontà di cambiare le cose» adesso anche da parte dei leader mondiali, accusati il giorno prima da Greta di essersi limitati in passato alle parole. «Forum come questi - spiega Guadagnolo - sono segnali che c'è una presa di coscienza comune anche a livello politico», tanto che l'evento di Milano è stato «fortemente voluto dal governo italiano». Non è un caso che alle 9.30 di questa mattina il presidente del Consiglio Mario Draghi incontrerà a Milano Greta Thunberg e le altre due attiviste Vanessa Nakate e Martina Comparelli. Gaia Cesare

"Non c'entrano un c...": il fuori onda di Cingolani su Greta. Luca Sablone il 29 Settembre 2021 su Il Giornale. Il dialogo tra il ministro della Transizione ecologica e un suo collaboratore: "Lei è stata addirittura meno concreta, neanche una proposta". Nelle ultime ore sta facendo il giro del web un fuori onda in cui si può ascoltare Roberto Cingolani che "autopromuove" la sua posizione in occasione della conferenza sul clima della Youth4Climate che si è aperta ieri a Milano. Il ministro della Transizione ecologica - si apprenda dal video dell'Ansa - cerca di capire come sia andato l'incontro con Greta Thunberg e dunque affida a un suo collaboratore le proprie convinzioni: "In fondo, al di là delle chiacchiere, abbiamo detto tutti la stessa cosa, no?". Una versione confermata dal suo collaboratore: "No no, ma infatti". Così il ministro prosegue e torna a puntare l'attenzione sul suo intervento: "Io alla fine ho cambiato completamente tutto quello che avevo scritto. I Carbon offset (sistema di compensazione delle emissioni C02, ndr) non c'entrano un ca***". A quel punto il collaboratore accusa Greta di essere stata "meno concreta" e dunque punta il dito contro la giovane attivista: "Neanche una risposta sul fatto di dire, facciamo proposte. Cioè una proposta?". Per Cingolani comunque va bene così: "Ognuno ha il suo linguaggio, no?". E alla fine, mentre se la ride, si lascia andare a una battuta: "Non c'è Greta che tenga".

Lo "scontro" Cingolani-Greta. Cingolani, nel suo discorso di apertura della conferenza sul clima, aveva sottolineato come il cambiamento climatico e le disuguaglianze sociali globali andrebbero trattati insieme in quanto non esiste un'unica soluzione. E poi aveva lanciato una sorta di stoccata: "Spero che oltre a protestare, cosa che è estremamente utile, ci aiuterete a identificare nuove soluzioni visionarie, è questo quello che ci aspettiamo da voi". Dure erano state le parole di Greta, che aveva accusato pesantemente i leader mondiali: "Sulla crisi climatica sentiamo solo parole, bla bla bla". Dichiarazioni che però non hanno infastidito Cingolani: "Greta non ha detto che noi siamo solo chiacchiere ma che c'è stato troppo bla bla bla. E probabilmente ha anche ragione, nessun fastidio. Le proteste servono a pensare".

I rapporti tra Cingolani e il M5S. Nel frattempo Cingolani non può vantare di certo ottimi rapporti con il Movimento 5 Stelle, con cui non sono mancati momenti di alta tensione politica. Eppure va ricordato che erano stati gli stessi grillini a esultare per l'istituzione di un ministero dedicato alla transizione ecologica, nei confronti del quale oggi però nutrono più di qualche malumore. Ad esempio il ministro ha aperto alle centrali nucleari sostenendo che "si stanno affacciando tecnologie di quarta generazione, senza uranio arricchito e acqua pesante". Un fronte caldissimo che ha fatto subito agitare la galassia pentastellata, andata su tutte le furie per la posizione di Cingolani. Che tra l'altro aveva attaccato gli ambientalisti radical chic definendoli "parte del problema". Tra i 5S il malcontento è evidente: in molti sono convinti che Cingolani non stia rispettando a pieno i principi del Movimento su tematiche cardine come rinnovabili, gas e auto elettriche.

Luca Sablone. Classe 2000, nato a Chieti. Fieramente abruzzese nel sangue e nei fatti. Estrema passione per il calcio, prima giocato e poi raccontato: sono passato dai guantoni da portiere alla tastiera del computer. Diplomato in informatica "per caso", aspirante giornalista per natura. Provo a raccontare tutto nei minimi dettagli, possibilmente prima degli altri. Cerco di essere un attento osservatore in diversi ambiti con quanta più obiettività possibile, dalla politica allo sport. Ma sempre con il Milan che scorre nelle vene. Incessante predilezione per la cronaca in tutte le sue sfaccettature: armato sempre di pazienza, fonti, cellulare, caricabatterie e… PC.

La risposta a Greta Thunberg. Nessun «bla bla bla» ma dobbiamo dare tempo alle imprese, dice Cingolani. Su L’Inkiesta l’1 ottobre 2021. Il ministro della Transizione ecologica spiega sulla Stampa: «È fuori di dubbio che se la svolta verde fosse stata semplice l’avremmo già fatta, e invece è una delle cose più complesse mai successe. Dobbiamo cambiare tutto molto in fretta, azzeccando i tempi e senza lasciare indietro nessuno». «Il lavoro che abbiamo fatto è tutto il contrario del “bla bla bla”. A Milano è successo qualcosa di importante, con quattrocento ragazzi che hanno preso l’aereo e, per due giorni, hanno lavorato per produrre un documento di proposte. Il nostro impegno è portare questo testo alla Cop 26. È giusto che loro provochino, ed è nostro compito dare risposte». Il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani parla alla Stampa dopo la Youth for Climate. Qui «è successo qualcosa di eccezionale. Avevo aspettative enormi, sono state superate», dice. La foto che lo raffigura a colloquio con Greta Thunberg ha fatto il giro del Web. Di cosa hanno parlato? «Di scienza», risponde il ministro. «È sotto attacco per i vaccini, ma per i movimenti ambientalisti è una priorità». Ma sempre da Thunberg è arrivata la critica al «bla bla bla» della politica sulle questioni ambientali. «I giovani fanno un discorso molto corretto: quando saranno adulti, pagheranno il prezzo dei nostri errori», spiega Cingolani. «E quindi chiedono di sedersi al tavolo adesso, di essere rappresentati. Certo, la situazione è complessa. Parliamo tutti di transizione energetica e abbiamo la certezza che non è procrastinabile. Ma sappiamo che si tratta della più grande opportunità del secolo. Va trattata in strettissima connessione con la lotta alle diseguaglianze. Il G20 rappresenta l’80% dei gas climalteranti e oltre 4 miliardi di persone. E gli altri 3 miliardi? A loro non si può parlare di transizione come si fa in Italia o negli Stati Uniti. In questi giorni i delegati ci hanno bastonato, e avevano ragione: loro pagano conseguenze molto più alte delle nostre. Per loro, già oggi, il problema è la sopravvivenza». Ecco perché «la Youth for Climate deve essere la prima di una lunga serie. Questo deve essere un percorso, non uno spot inutile», spiega. Ma non basta. «No, siamo in debito e in questi giorni è emersa la grande diseguaglianza globale. Prima del Covid avevamo promesso 100 miliardi all’anno, siamo arrivati a 60. Bisogna legare la transizione alla giustizia sociale, è ancora più difficile». L’Italia darà un contributo di 420 milioni, «più o meno tutti i Paesi importanti stanno facendo grandi sforzi per incrementarlo. Proporrò di fare uno sforzo per avvicinarsi al raddoppio». E poi ci sono le scelte audaci promesse dal premier Mario Draghi ai giovani. «Il Pnrr è assolutamente audace», risponde Cingolani. «Porteremo l’energia prodotta dalle rinnovabili oltre il 70%, stiamo spingendo per accelerare i permessi e abbiamo messo in cantiere grandissimi investimenti sull’economia circolare. Il punto è che l’ambizione non può fermarsi qui, bisogna riuscire a mettere a terra i risultati di queste azioni. Ma noi produciamo l’1% dei gas climalteranti, metterci a posto la coscienza non basta». Certo, la transizione non è immediata. Il presidente di Confindustria Carlo Bonomi ieri ha detto che la transizione rischia di spegnere intere filiere della nostra industria. E anche Cingolani ammette: «È fuori di dubbio che se la svolta verde fosse stata semplice l’avremmo già fatta, e invece è una delle cose più complesse mai successe. Dobbiamo cambiare tutto molto in fretta, azzeccando i tempi e senza lasciare indietro nessuno. Devono consentirci di lavorare, stiamo crescendo a un tasso alto che va mantenuto. Ho parlato con Confindustria e i sindacati, tutti capiscono quanto sia importante mettere sul tavolo una road map condivisa, non possiamo essere ideologici e serve molta onestà sui numeri. Ma siamo alla prova del nove». Ma nessun settore può essere escluso dalla stretta europea: «C’è un comparto automotive che è basato sulla combustione interna, e dovremo progressivamente abbandonarlo per passare all’elettrico e a combustioni alternative. Abbiamo 13 milioni di automobili euro zero e euro 1, la gente se le tiene perché non ha i soldi, se noi li portassimo sugli euro 6 l’impatto sarebbe enorme. Ci sono nove anni di tempo per fare il primo salto, poi altri venti. Cerchiamo di salvaguardare il lavoro e diamo modo alle filiere di riconvertirsi». Il caro bollette, però, ci ha suonato la sveglia. «In realtà l’aumento dipende dal prezzo del gas. Il costo della Co2 pesa solo il 20%, facciamo attenzione a non confondere il nervosismo del mercato globale con il costo della transizione», precisa il ministro. «Certamente il giorno in cui avremo virato davvero sulle rinnovabili e ci sganceremo dal gas saremo più indipendenti dalle fluttuazioni. Ma ragionevolmente questo non succederà in 24 mesi». Poi torna sul nucleare. A Torino Elon Musk ha rilanciato la necessità di tornare al nucleare. «In Italia c’è stato un referendum, non è possibile», dice Cingolani. «Invece la Francia, il Giappone, gli Stati Uniti e l’Inghilterra stanno studiando dei nuovi reattori. La tecnologia al momento non è matura ma tra 10 anni potremo guardare ai risultati di queste ricerche. Stanno investendo loro».

Mario, Greta e bla bla bla. Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera il 30 settembre 2021. L’incontro milanese tra Mario Draghi e Greta Thunberg è l’ultima puntata dell’eterno confronto adulti-adolescenti. La fretta è connaturata alla gioventù, che, proprio perché ha tutto il tempo che vuole, non intende trascorrerlo dentro lo schema costruito da chi l’ha preceduta. Pretende «tutto e subito» e crede nelle parole solo quando sono seguite dall’azione. Altrimenti, come Greta, le considera un «bla bla bla». L’adulto ha una visione inevitabilmente diversa. Immagina i cambiamenti, ma non pensa che toccherà a lui goderli né subirli: il suo destino è di lasciarli in eredità. Le smanie e le delusioni giovanili gli hanno insegnato che il «bla bla bla» talvolta è necessario per mediare tra interessi ed esigenze contrastanti. Il «tutto e subito» non è dato in natura, tantomeno in quella umana: ogni cambiamento (adesso si dice «transizione») si lascia indietro delle vittime e persino la giustizia climatica invocata da Greta con sacrosanta veemenza può rivelarsi un’ingiustizia per tanti individui impreparati, se non si afferma con gradualità. Da millenni l’adolescente replica all’adulto che non c’è più tempo per la gradualità, e da millenni l’adulto risponde che un po’ di tempo c’è sempre e che ancora una volta la notizia della fine del mondo potrebbe rivelarsi lievemente esagerata. Si tratta di un gioco delle parti utile a tutti: senza la moderazione dell’adulto, l’umanità sarebbe in mano ai fanatici, ma senza la frenesia dell’adolescente sarebbe ancora in cima agli alberi. Il Caffè di Gramellini ti aspetta qui, da martedì a sabato. Chi è abbonato al Corriere ha a disposizione anche «PrimaOra», la newsletter che permette di iniziare al meglio la giornata. Chi non è ancora abbonato, e avere accesso a tutti i contenuti del sito, tutte le newsletter e i podcast, e all’archivio storico del giornale.

Stefano Secondino per ANSA il 30 settembre 2021. Mario Draghi ha voluto guardarla in faccia, Greta Thunberg. L'ha invitata ieri mattina alla prefettura di Milano, prima di andare a parlare alla conferenza dei giovani sul clima, la Youth4Climate. E lì, solo di fronte a lei, le ha detto cosa vuole fare contro la crisi climatica. Al prossimo G20 di Roma, il 30 e 31 ottobre, che lui presiederà, farà in modo che i Grandi prendano un impegno per mantenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi dai livelli pre-industriali, l'obiettivo massimo dell'Accordo di Parigi. Draghi poi ha annunciato pubblicamente la cosa alla Youth4Climate, alla presentazione del documento finale della conferenza. Ma prima, ha voluto anticiparla a Greta, che negli ultimi tre anni è stata il simbolo della mobilitazione per il clima. Da leader consumato, ha voluto presentare la sua decisione ad un altro leader, che può orientare il consenso o il dissenso. Ma forse, voleva anche rispondere di persona all'accusa di fare solo "bla bla bla", lanciata ai politici dall'attivista svedese. Il premier ha incontrato a Milano Greta e altre due giovani attiviste, l'ugandese Vanessa Nakate e l'italiana Martina Comparelli. Le tre hanno chiesto all'Italia di essere più ambiziosa al G20, di rinunciare al gas e di spingere per gli aiuti ai paesi poveri. Draghi ha risposto col suo impegno in ottobre a Roma. Al momento, i target di decarbonizzazione degli stati, presi a Parigi nel 2015, non sono sufficienti neppure a raggiungere l'obiettivo minimo dell'Accordo, restare sotto i 2 gradi. L'aggiornamento di questi impegni sarà il tema della Cop26 di Glasgow a novembre, l'annuale conferenza sul clima dell'Onu. Ma una decisione del G20, che rappresenta l'80% delle emissioni e l'85% del Pil globale, sarebbe fondamentale. Greta ha ascoltato Draghi e dopo non ha fatto commenti. "Vedremo al G20 - ha dichiarato invece Martina Comparelli -. Il premier si è detto d'accordo con noi, e che le nostre manifestazioni sono servite. Ma non basta dire di esser d'accordo, anche se è positivo che ci abbia voluto incontrare". Draghi quindi ha raggiunto la Youth4Climate, al centro congressi Mico. In sala, per la presentazione del documento finale, c'era anche il presidente Sergio Mattarella. I quasi 400 giovani delegati da 186 paesi hanno chiesto partecipazione alle scelte sul clima e una transizione ecologica equa ed inclusiva, legata alla giustizia sociale. Le proposte sono state presentate ai 40 ministri dell'Ambiente riuniti a Milano per la Pre-Cop26, l'evento preparatorio della conferenza di Glasgow. "Siamo consapevoli che dobbiamo fare di più, molto di più - ha detto Draghi -. Questo sarà l'obiettivo del Vertice a Roma che si terrà alla fine di ottobre. A livello di G20, vogliamo prendere un impegno per quanto riguarda l'obiettivo di contenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5 gradi". Draghi ha lodato i ragazzi che si impegnano sul clima e ha concordato che la transizione debba essere equa e includere i paesi poveri. All'accusa di Greta di fare solo "bla bla bla", ha risposto che "a volte è solo un modo per nascondere la nostra incapacità di agire. Ma la mia sensazione è che i leader dei governi oggi siano tutti convinti che sia necessario agire, e sia necessario farlo presto". "Possiamo fare della Cop26 l'inizio della fine del cambiamento climatico", ha detto in videocollegamento il premier britannico Boris Johnson. Il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, anche lui da remoto, ha detto ai delegati che "grazie a voi i leader avranno un esempio da seguire". E il ministro italiano della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, si è impegnato coi giovani a portare le loro richieste a Glasgow.

Francesca Sforza per "La Stampa" il 30 settembre 2021. «Non è vero che è tutto un bla bla bla come dice Greta, i progressi ci sono, e la lista delle cose da fare è molto chiara». Non nasconde un certo ottimismo l'economista Jeffrey Sachs, direttore del Center for Sustainable Development alla Columbia University e consigliere del Segretario generale dell'Onu, che ieri era a Foligno per il convegno organizzato da Nemetria su economia circolare e PNRR. Sachs si occupa di ambiente e sostenibilità da oltre vent'anni: «Allora sì che le cose non si capivano, e che la confusione sugli obiettivi era davvero grande. Oggi non più».

Professor Sachs, chi è secondo lei ad avere le maggiori responsabilità per i ritardi sull'abbassamento delle emissioni di Co2?

«I Paesi più grandi e le grandi compagnie: ovunque ci sia produzione di carbone e di gas, lì ci sono ritardi. La ricetta è semplice: basta carbone, basta con i progetti espansivi per petrolio e gas, basta con le estrazioni. Tutti gli investimenti devono essere sulle rinnovabili, l'Europa lo sta facendo più di tutti. I problemi restano negli Stati Uniti, in Cina, India, Indonesia, ma anche in questi luoghi crescono i movimenti favorevoli a una totale decarbonizzazione. Non si possono negare i ritardi, ma non ci troviamo più dietro le quinte del problema, adesso siamo in scena». 

Proprio ai più poveri si chiede di più, dalle sofferenze legate ai disastri climatici fino al rincaro dei costi delle bollette. Come si corregge questa anomalia?

«E' vero, i poveri fanno il sacrificio maggiore, e sarà sempre peggio: dove è caldo sarà più caldo, dove piove pioverà di più, dove c'è marginalità si rischia di finire ancora più ai margini. Spesso i Paesi più ricchi non fanno abbastanza, resistono a dare contributi, non comprendono a sufficienza la gravità della situazione. Il problema è che anche i Paesi ricchi sono in crisi: prendiamo gli Stati Uniti durante la lotta alla pandemia, quanta irrazionalità, quanta confusione, quanta poca coerenza. E per il clima è lo stesso. Adesso questo conflitto ingaggiato dagli Usa con la Cina mi preoccupa, lo trovo inappropriato e pericoloso». 

Gli europei avevano riposto molte aspettative sulla presidenza Biden. Si sono sbagliati?

«Il problema non è Joe Biden, il problema è l'America divisa. Gli Stati Uniti non hanno un sistema parlamentare dove c'è un governo e si lavora con la maggioranza parlamentare. Ogni cosa è una guerra, e Biden non ha molti margini di manovra. Il congresso ha pochi voti fra i democratici, molti democratici sono conservatori o rappresentano gruppi di potere, la sua agenda non può che soffrirne. Adesso però è il momento della verità: sul clima i democratici devono sostenere un presidente democratico e le sue riforme. Capisco la delusione degli europei, ma non è Biden il problema. Donald Trump è stato un disastro, ma anche il sintomo del fatto che qualcosa nella cultura e nella società americana si è spezzato».

La pandemia ha insegnato qualcosa su come affrontare la crisi climatica?

«Il Covid ha mostrato le debolezze della nostra società, che sono state su tre livelli: cooperazione globale, coerenza delle politiche nazionali e comportamenti irrazionali dei singoli. Per il clima è lo stesso: bisogna ridurre l'uso di carburanti, elettrificare industrie e trasporti, adottare energie pulite. Questo deve accadere e questo accadrà: più tardi sarà, peggio sarà per tutti. Anche qui ci vuole cooperazione globale, coerenza nelle singole politiche e partecipazione dei singoli. Oggi la scienza è unanime, non si possono mettere in dubbio studi ventennali. Non ci sono misteri su quanto sta accadendo al pianeta. L'unico mistero è capire come organizzarci, quanto tempo metterci, quanto sarà dura».

Cosa pensa della nuova crisi energetica?

«Che sia una grande opportunità. Se fossi giovane e amassi il business costruirei soltanto pannelli solari, prevedo un boom assoluto del settore nei prossimi tre anni».

Si parla molto di leadership femminile per la sfida climatica. E' solo uno slogan?

«Le donne nel Covid hanno fatto meglio degli uomini, forse per un naturale istinto alla cooperazione. Non è uno slogan, è un fatto».

Oltre il «bla bla»Come l’idrogeno diventerà il motore della transizione ecologica. Alberto Cantoni su L’Inkiesta il 29 ottobre 2021. All’evento “The H2 Road to Net Zero”, organizzato a Milano da Bloomberg con Snam e Irena, si è parlato di futuro dell’ambiente. Ospiti nazionali e internazionali – tra cui il ministro Roberto Cingolani e l’ex candidato presidente americano John Kerry – hanno discusso la prossima rivoluzione sostenibile. L’idrogeno, il più leggero e piccolo tra tutti gli elementi della tavola periodica, è da tempo al centro di un progetto di transizione energetica volto alla progressiva decarbonizzazione dei sistemi economici dei paesi occidentali, Italia compresa. Abbiamo dedicato a questo tema l’ultimo paper di Greenkiesta, e se n’è parlato anche oggi, mercoledì 29 settembre, al forum milanese di “The H2 Road to Net Zero”, spazio di discussione nato dalla collaborazione tra l’agenzia stampa Bloomberg, Snam (Società nazionale metanodotti) e Irena (Agenzia internazionale per le energie rinnovabili). L’evento si è aperto con un ospite illustre, John Kerry, inviato speciale per il presidente degli Stati Uniti per la Gestione del clima. In un videomessaggio, l’ex segretario di stato americano ha consigliato a tutti di leggere gli scritti di Marco Alverà (amministratore delegato di Snam) sull’argomento, per una visione che punti alla riduzione delle emissioni, alla creazione di posti di lavoro e che aiuti a raggiungere un futuro a energia pulita e zero emissioni nette. «Credo che l’idrogeno ci offra davvero una delle migliori possibilità per risolvere questa grande sfida che abbiamo di fronte». Gli ha fatto eco Nigel Topping, Alto rappresentante del governo britannico per la Cop26, che ha esortato le aziende private a maggiori investimenti e i governi al supporto di un progetto di transizione concreto. «Dobbiamo prendere in considerazione tutte le opportunità per la diminuzione dei costi. Abbiamo poco tempo a disposizione ed è una sfida dal punto di vista ingegneristico. Ma sono ottimista, e credo che dobbiamo continuare su questa strada». Tra i partecipanti all’evento c’è stato anche il ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani, che in un lungo confronto condotto da Chiara Albanese (giornalista di Bloomberg), ha toccato diversi temi attualissimi. Fresco del confronto con l’attivista ambientale Greta Thunberg in occasione della manifestazione che ha anticipato la Cop26 di Milano, Cingolani ha raccontato di come il discorso sia andato oltre alle frecciatine del futile «bla bla bla» politico: «Il messaggio principale (rivolto alle istituzioni, ndr) è stato “non crediamo a quello che state dicendo”. Non dobbiamo scordarci della differenza di linguaggio tra i Gen-Z e le persone più adulte». E sulla transizione alle energie rinnovabili: «Dobbiamo prendere in considerazione tutti, siamo una democrazia: ma ciò è complicato. Stiamo investendo 3 miliardi e 200 milioni nella transizione ecologica, è un grande budget. Il programma è molto ambizioso, ed è in linea con l’iniziativa francese e quella tedesca». Dopo aver dribblato una domanda relativa a Ilva e al suo possibile futuro come stazione per la produzione di idrogeno («ora non voglio parlare di un luogo specifico»), il ministro del governo Draghi ha elencato i segnali incoraggianti su questo fronte: dalla Cina che finirà di costruire centrali all’estero, all’aumento della consapevolezza a livello mondiale, passando per il crescente peso mediatico dato a manifestazioni e conferenze internazionali volte alla sensibilizzazione ecologica. Tuttavia, ha spiegato Cingolani, «non possiamo aspettarci che la Cop26 risolva tutti i nostri problemi all’improvviso. Un paio d’anni fa la previsione dell’innalzamento delle temperature globali si assestava sui 2 gradi, ora sono 2,5. Quel mezzo grado fa molta differenza». Complicazioni che fanno parte di un percorso: del resto, la transizione «non sarà un pranzo di gala. Ma dobbiamo continuare a lanciare messaggi volti al cambiamento». Durante l’evento si è tenuta anche una cerimonia formale per la firma di un memorandum tra Irena e Snam, un documento che prevede progetti per lo sviluppo della transizione all’idrogeno pulito. Sono successivamente intervenuti i rispettivi numeri uno delle due società: Marco Alverà, amministratore delegato di Snam, e Francesco La Camera, direttore generale di Irena. Il mondo sta cambiando velocemente: «L’idea che avevamo era che il costo dell’idrogeno fosse molto elevato, invece ora siamo scesi a 100 dollari, un decimo rispetto ai 1000 di due anni fa», spiega Alverà. «Ora si punta ai 25 dollari; dobbiamo standardizzare questa cifra per poter offrire un’alternativa più verde». Il leitmotiv dell’incontro è stato anche il tema della sostenibilità economica. Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza delle regioni e delle province autonome ha definito una vera e propria «sfida» quella che, in prospettiva, garantirà «una sostenibilità che non sia solo ambientale, ma anche economica e sociale. Altrimenti si rischia che le buone intenzioni si trasformino in propaganda che non riuscirà a cambiare veramente il mondo per le prossime generazioni. In questo senso, penso che raggiungeremo gli obiettivi di una vera transizione ecologica solo se riusciremo a creare un’alleanza tra le istituzioni e il territorio». Tornando all’idrogeno, sappiamo quanto esso possa aiutarci a decarbonizzare i settori industriali più difficili da rendere green, quali l’acciaio, il cemento e il vetro. Come può essere applicato l’idrogeno dai treni e dai mezzi pesanti, e come identificare progetti e investimenti in cui l’idrogeno può prosperare? Di questo hanno parlato, nell’ultimo panel moderato da Tommaso Ebhardt, i rappresentanti di alcune realtà tra le più importanti in questi ambiti (Alstom, Iris Ceramica Group, gruppo Iveco e Trenitalia). «Il 30% delle nostre linee ferroviarie non è elettrico», ha spiegato Luigi Corradi, amministratore delegato di Trenitalia. «Il nostro obiettivo è la sostenibilità: dobbiamo raggiungere il 100% e per farlo dobbiamo investire in nuovi treni e utilizzare meno energia. Una soluzione sono le batterie elettriche, ma attualmente possiamo caricarle per un’autonomia massima di 60 chilometri. L’idrogeno è la cosa migliore: nel 2023 avremo il primo treno con questa tecnologia». In chiusura, il presidente di Arera (Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente), con una nota di ottimismo ha commentato: «Si è parlato del futuro con un approccio molto pragmatico».

L'India può fare a meno del carbone? Terzo emettitore mondiale di CO2; il 70% della produzione di elettricità dipende da combustibili fossili; la Coal India Limited, la più grande compagnia mineraria mondiale è per tre quarti statale. Eppure è una delle poche grandi economie ad aver adottato misure concrete per ottemperare agli accordi di Parigi. Alla Cop26, però, farà parte dei 'cattivi' insieme all'Australia. Mariella Bussolati su La Repubblica il 30 settembre 2021. L'India è un Paese enorme, dove abitano oltre 1,3 miliardi di persone, che hanno un imponente bisogno di energia. Già ora ne usano il 6% di quella globale e si prevede che la richiesta cresca più che in qualsiasi altra regione nel mondo: la domanda raddoppierà nei prossimi 20 anni a causa della crescita della classe media che ha bisogno di nuovi servizi, compresa l'aria condizionata.

"È solo un'immagine" e poi la cancella. L’agente no-vax Schilirò e la vignetta contro Greta Thunberg: “Bambina semianalfabeta”. Redazione su Il Riformista il 30 Settembre 2021. Continua a sorprendere Nunzia Alessandra Schilirò, vicequestore della Criminalpol e protagonista di un feroce intervento contro il green pass sul palco di piazza San Giovanni a Roma sabato scorso. Dal suo canale Telegram, che porta il nome di “Nandra”, la poliziotta si è scagliata contro l’attivista Greta Thunberg: in una vignetta, dove da una parte c’è l’ambientalista diciottenne e dall’altra la vicequestore di Roma. L’immagine, pubblicata sul canale Telegram da Schilirò, presenta due caricature accostate, ognuna col suo titolo. Per Greta c’è scritto: “Bambina semianalfabeta parla di scienza”. La diciottenne attivista pronuncia la frase: “Fa caldo”. E attorno tutti la acclamano. Nei balloon ci sono frasi come “Ingravidami Greta” e “Diamole il Premio Nobel”. Dall’altra parte la caricatura che ritrae la poliziotta, su cui campeggia il titolo: “Vicequestore laureato parla di legge”, con l’agente che dice “Il Green Pass è discriminazione”. Dalla folla arriva un Buuuu. E nei balloon frasi d’accusa, come “Licenziatela”, “Ignorantehh”, “Vergogna”. La vignetta poco dopo è stata rimossa dalla stessa Schilirò. Dopo che Repubblica ha chiesto alla vicequestore se non le sembrava inopportuno pubblicare quella vignetta offensiva nei confronti di Greta, la poliziotta ha rimosso il post scrivendo nella chat “un importante giornale sta montando un caso sulla vignetta creata su e me e Greta. Credo che la satira sia importante ma di più lo è l’obiettivo“. Il riferimento è quindi alle domande poste dai giornalisti di Repubblica. La pubblicazione della vignetta dove viene derisa la giovane attivista ambientale non è stata apprezzata dai numerosi fan che seguono il canale Telegram della dirigente della polizia. Mentre alcuni hanno espresso loro solidarietà alla giovanissima attivista. Altri invece avevano attaccato la ragazzina “utilizzata dal governo”. “Grande rispetto per Nandra e onore a lei per il suo coraggio e la sua coerenza, ma che caduta di stile con la pubblicazione di questa vignetta. E Onore anche a Greta che, volenti o nolenti, ci ha messi davanti alle nostre responsabilità nei confronti del Pianeta“. E la poliziotta, prima di cancellare l’immagine, si è difesa scrivendo su Telegram: “È una vignetta! Impariamo a dare il giusto peso alle cose!“.

Striscia la Notizia, il dramma di Greta Thunberg: "Prima o poi uno lo trovo". La frase "rubata", quanta amarezza. ". Libero Quotidiano l’01 ottobre 2021. Ieri, giovedì 30 settembre, era il grande giorno di Greta Thunberg a Milano. La baby-attivista "green" è stata ricevuta anche da Mario Draghi. Già passata agli annali la frase sul "bla bla bla" del premier rivolta alla svedese. E proprio ieri, in serata, sulla Thunberg ecco piovere la tagliente ironia di Striscia la Notizia, il tg satirico di Canale 5. Ecco infatti Valeria Graci vestire i panni di una grottesca Thunberg. E l'inviata di Striscia reinterpreta a modo suo il messaggio lanciato dall'attivista ai politici, ossia più fatti e meno parole. In premessa, la finta Greta spiega che "se inquinerete ma se inquinerete, un cu*** vi farò". E ancora, ricorda: "Oggi è iniziato il Pre-Cop 26, e per l'occasione sono arrivati ragazzi da 127 paesi: un fidanzato lo troverò prima o poi", sospira con ironia corrosiva. "E tra l'altro qui a Milano c'è anche il Regno Unito, il paese che inquina più di tutti: ci credo, con quella tinta tossica che usa per i capelli Boris Johnson". Poi, la battuta sul nuovo astro nascente dell'ecologismo globale: "Mi hanno presentato finalmente Vanessa Nakate... le ho detto che anche lei può rendersi utile. Per portarmi lo zaino... sciogli le trecce ai cavalli". Infine, ecco una sconsolata Graci-Thunberg al fianco di un idrante: "Per risparmiare l'acqua, è una settimana che non mi lavo. E si sente. Quante parole... bla, bla, bla. Più fatten e meno parole. Nel frattempo io mi faccio una limonata. Da sola. Freschen", conclude il servizio di Striscia la Notizia.

Greta Thunberg, una foto intima: clamoroso scoop, ecco chi è il suo fidanzatino. Libero Quotidiano il 02 ottobre 2021. Greta Thunberg si è fidanzata? Sui media di tutto il mondo cominciano a circolare delle foto della attivista, che ha 18 anni, con un misterioso ragazzo. Insomma, anche Greta ha una vita "normale" come tutte le ragazze della sua età, e probabilmente il suo cuore batte per questo giovane che dalle foto pubblicate sul quotidiano tedesco Bild appare con una maglietta bianca e un cappellino a quadretti bianchi e blu (lei invece ne indossa uno verde su t-shirt nera). I due sono stati immortalati durante la manifestazione per il clima “Fridays for Future” a Milano. L'attivista era proprio accanto a questo giovane con il quale si vede chiaramente che c'è molta intimità. Eccoli infatti nelle foto in cui si vedono abbracciati teneramente. E ancora la scena in cui lei dà da mangiare a lui delle chips di banana, sempre a margine della manifestazione per il clima ovviamente. Chi è il giovane con cui Greta Thunberg condivide momenti intimi? Difficile dirlo. Nessuno sa ancora nulla di lui, chi sia e come si chiami restano al momento un mistero. Quel che è certo ormai è che il cuore di Greta non batte solo per il pianeta Terra ma anche come è giusto che sia per un ragazzo come lei. 

Le sue parole hanno commosso alla Youth4Climate di Milano. Chi è Vanessa Nakate, l’attivista ugandese in lotta per l’ambiente con Greta Thunberg. Elena Del Mastro su Il Riformista il 28 Settembre 2021. Negli ultimi mesi è comparsa spesso accanto a Greta Thunberg per parlare di clima e ambiente davanti ai grandi della terra. Vanessa Nakate, 24 anni, ha commosso e si è commossa alla Youth4Climate di Milano dove ha parlato alla platea dando voce al Sud del Mondo che finora è sempre rimasto un po’ ai margini della discussione globale sulla transizione ecologica. Nata a Kampala, capitale dell’Uganda nel 1996, è stata la prima attivista del Fridays for Future in Uganda, avviando nel gennaio 2019 uno sciopero solitario di protesta contro gli effetti del cambiamento climatico nel suo paese. Ha fondato il Rise up Climate Movement e promosso la campagna per la salvaguardia della foresta pluviale della Repubblica Democratica del Congo. Si è laureata in economia aziendale presso la Makerere University Business School nel gennaio 2019. Vanessa, insieme a Greta, ha portato alla Youth4Climate di Milano le istanze della sua Africa nel dibattito sul cambiamento climatico. “L’Africa è il continente che emette meno gas serra al mondo, dopo l’Antartide – ha detto Vanessa – storicamente è responsabile appena del 3% delle emissioni globali, eppure è quella che sta subendo di più la crisi climatica”. Vanessa ha parlato di ondate di calore, i roghi che hanno devastato l’Africa, la carestia che sta distruggendo le vite di decine di migliaia di persone in Madagascar. Poi ha citato anche le isole dei Caraibi e del Pacifico diventate “inabitabili”, i 6 milioni di abitanti del Bangladesh costretti a lasciare le proprie case, le “migliaia di specie animali e vegetali che finiranno nell’oblio”. E infine: “Who is going to pay?”, chi pagherà per tutto questo? “Ovunque io vada i leader dicono che manterranno gli impegni ma sono poche le prove dei 100 miliardi di dollari che sono stati promessi per aiutare i paesi vulnerabili dal punto di vista climatico. Dovevano arrivare entro il 2020 ma siamo ancora in attesa”. Ha commosso la platea parlando di situazioni che esistono ancora nel suo paese: “Per quanto tempo le bambine saranno date in sposa perché le loro famiglie hanno perso tutto nella crisi climatica?”. O “non ci si può adattare alla perdita di una lingua, di una storia, alla fame, all’estinzione”. Nakate inizia il suo impegno per il clima nel gennaio 2019, preoccupata per le temperature insolitamente elevate registrate nel suo paese d’origine, attraversato nei mesi di ottobre e dicembre da un’intensa ondata di caldo. Da sola o affiancata dai fratelli, sciopera ogni venerdì in concomitanza con il movimento dei Fridays for future presidiando quattro punti nevralgici di Kampala, per spostarsi in seguito fuori dai cancelli del Parlamento ugandese, con un cartello che si apre con lo slogan “Amore verde, pace verde”. Da quel momento ha fatto breccia nel cuore dei suoi coetanei connazionale non senza qualche iniziale ritrosia. Fonda il “Youth for Future Africa”, che in seguito si trasforma nel “Rise up Movement”. Uno degli obbiettivi perseguiti è sensibilizzare le nuove generazioni sul cambiamento climatico, a partire dalla diffusione della conoscenza di questo problema – le sue cause e il suo impatto – nelle scuole primarie e secondarie.

L’8 gennaio 2020 Nakate invia un tweet a Greta Thunberg con una foto in cui è ritratta insieme ad altri due attivisti, per ricordarle la protesta in atto nel suo paese, chiedendole implicitamente un aiuto per diffondere l’informazione. Greta Thunberg ritwitta immediatamente, condividendo la sua storia, offrendole un consiglio e lanciando a tutti un appello, forte del suo seguito sui social media. Nel novembre 2020 Vanessa Nakate è stata inclusa nella lista stilata dalla BBC delle 100 donne più illuminate ed influenti del 2020.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

FdI, Carlo Fidanza svela lo scandalo-Milano: "Carola Rackete sponsor di Beppe Sala? Ecco chi la paga". Libero Quotidiano il 24 settembre 2021. Una tre giorni dei Verdi europei a Milano, guarda caso a poche ore dal voto per le amministrative, in modo da «tirare» la volata al sindaco, e candidato al secondo mandato, Beppe Sala. Ospiti d'onore la paladina ecologista Greta Thunberg e l'eroina filo-immigrazione Carola Rackete, quella della collisione con la Guardia di Finanza a Lampedusa, ora anche lei convertita alla causa della sostenibilità ambientale. La cosa, anzi l'insieme di cose a dire il vero, non è andata giù a Carlo Fidanza, capodelegazione di Fratelli d'Italia al Parlamento Europeo.

Onorevole, cos' è che la indigna così tanto?

«"Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei". Chi pensa che la "speronatrice involontaria", Carola Rackete, sia un modello da imitare voterà per Sala. Chi è ancora indeciso, magari si deciderà a votare Luca Bernardo, candidato a sindaco per Milano del centrodestra, piuttosto che sottoporre la città ad altri cinque anni così. Ma non è questo l'unico problema...»

Cosa c'è ancora? In fondo Sala ha aderito da mesi al partito dei Verdi europei e loro gli organizzano un convegno. Normale no?

«Tutt' altro. Sala si sta facendo la campagna elettorale con i soldi dei cittadini europei e questo è vietato dalle norme comunitarie. Le risorse messe a disposizione dei partiti continentali e dei gruppi politici al Parlamento Europeo provengono in gran parte dal bilancio del Parlamento stesso e ci sono precise regole sul loro utilizzo».

Quali?

«Tra queste c'è il divieto assoluto di utilizzarle per eventi che possano configurarsi come elettorali, diretti o indiretti che siano. Per capirci, Sala durante quel convegno potrebbe non pronunciare mai le parole "candidato", "elezioni" o "voto" e limitarsi a parlare di ambiente, ma il fatto stesso che sia candidato rende quell'evento un momento elettorale. Che non può essere finanziato con risorse pubbliche».

La sua è un'accusa pesante...

«Non è un'accusa, è una constatazione. È scritto nero su bianco sia sul regolamento Ue (1141/2014, ndr) che norma i partiti europei, sia sul regolamento interno del Parlamento che disciplina l'utilizzo dei fondi dei gruppi. D'altra parte se non fosse così tutti potremmo sponsorizzare candidati sindaco o consiglieri comunali in eventi pagati dai nostri partiti europei. Cosa che non ho visto fare da nessuno, se non dal partito dei Verdi europei che, guarda caso, è il partito del sindaco Sala».

Ma se è tutto così chiaro e lineare come lei dice, come si può incorrere in un errore così grossolano?

«Non so cosa pensare, le regole sono chiare. Forse a sinistra si sentono superiori a qualsiasi regola o pensano che le norme valgano solo per gli avversari. A pensar male si potrebbe ipotizzare senza nemmeno troppa fantasia che il sindaco uscente abbia chiesto al suo partito europeo di organizzare una tre giorni pre-elettorale in cui fare la sua passerella».

Oppure?

«Ad essere benevoli, che i Verdi europei abbiano deciso in autonomia di svolgere la loro tre giorni a Milano per regalare questa passerella al sindaco, ignaro del fatto che semplicemente non si può fare. Ciò che é certo è che la sua partecipazione a un evento finanziato dal Parlamento Europeo, e quindi dai cittadini europei, rappresenta un finanziamento indebito alla sua campagna elettorale».

A questo punto cosa succederà?

«La mia denuncia in fondo rappresenta un'opportunità per Sala e il suo partito di chiedere scusa, annullare la sua partecipazione ed evitare così di incorrere in questa grave violazione. Mi aspetto e mi auguro che avvenga oggi stesso. Si è ironizzato molto da sinistra sui soldi che i partiti di centrodestra avrebbero dovuto versare per la campagna di Bernardo, ma nessuno di noi ha mai pensato di accollare ai nostri gruppi e partiti europei il costo di una tre giorni di convegno per far fare la passerella al nostro candidato. Non perché ci manchi la fantasia ma perché, semplicemente, non si può».

Resta il dato politico, però...

«Nulla impedirà a Sala di farsi scattare una bella foto elettorale con le sue beniamine ospiti del convegno, Greta Thun berg e Carola Rackete. Noi di FdI rimaniamo convinti che l'ambientalismo ideologico di Sala e della sinistra abbiano causato solamente più ingorghi, più smog e più incidenti. E che regolamentare l'immigrazione proteggendo le frontiere sia meglio che prendere esempio dalle paladine dell'immigrazione incontrollata. Ai milanesi la possibilità storica di decidere». 

Ecco quanto costa il clima che cambia: danni record nel mondo per incendi e alluvioni. Roghi giganteschi negli Stati Uniti e nell'area del Mediterraneo, inondazioni nel centro Europa. I costi legati ai disastri naturali sono in aumento. E secondo gli scienziati per effetto del riscaldamento globale la situazione nei prossimi anni è destinata a peggiorare. Vittorio Malagutti su L'Espresso il 13 settembre 2021. Il clima che cambia è già diventato un business. Un mese fa, poche ore prima che il rapporto degli scienziati dell’Ipcc lanciasse un nuovo allarme sugli effetti devastanti del riscaldamento del pianeta, le cronache hanno dato conto di un’operazione finanziaria passata quasi inosservata dalle nostre parti. Moody’s, il colosso di Wall Street che assegna i voti (rating) ai titoli collocati da banche e aziende, ha siglato un contratto da 2 miliardi di dollari per comprare Rms, un’agenzia specializzata nella valutazione del rischio legato ai disastri naturali. L’entità della somma sborsata dal compratore, che si è da subito assicurato 300 milioni di ricavi supplementari, dà un’idea delle prospettive di sviluppo attribuite alla società appena passata di mano. Rms, una sigla che sta per Risk Management Solutions, vende i suoi servizi a grandi società immobiliari e compagnie di assicurazione, costrette a pianificare i propri investimenti tenendo conto delle incognite legate al cambiamento climatico, incognite che sembrano destinate a moltiplicarsi nell’immediato futuro. La quasi totalità degli scienziati concorda infatti su un punto: fino al 2100, la temperatura media del globo continuerà a crescere, nella migliore delle ipotesi, di almeno 1,5 gradi rispetto al periodo preindustriale (1850-1900), ma ci sono scenari alternativi, e per nulla improbabili, in cui l’incremento atteso supererà i 5 gradi entro la fine del secolo. In ogni caso, prevedono gli studiosi, nei prossimi decenni aumenteranno la frequenza e la gravità di alluvioni, inondazioni, frane, incendi, siccità e ondate di caldo. Tutti fenomeni innescati dal riscaldamento globale, a sua volta provocato dalle emissioni in atmosfera dell’anidride carbonica prodotta dall’attività umana (industrie, trasporti, produzione di energia). I disastri naturali causano in primo luogo la perdita di vite umane. A pagare il prezzo più elevato sono in genere i Paesi del Sud del mondo, che spesso non dispongono delle risorse necessarie a difendersi dalle catastrofi, nonostante i notevoli progressi raggiunti di recente grazie, per esempio, ai sistemi di allerta che segnalano i cicloni in arrivo. Poi ci sono i danni materiali, cioè quelli al sistema produttivo, alle infrastrutture, alle abitazioni. E qui le perdite economiche diventano molto più elevate negli Stati ad alto reddito pro capite. Secondo il rapporto sul clima dell’Ipcc, piogge torrenziali e inondazioni in Europa e nel Nord America saranno più frequenti nei prossimi anni anche nel caso in cui l’aumento della temperatura media del pianeta non superi i 2 gradi rispetto al periodo preindustriale. In particolare, si legge nel documento pubblicato in agosto, l’intensità delle precipitazioni aumenterebbe almeno del 14 per cento e gli eventi estremi sarebbero fino a due volte più frequenti. A ben guardare, però, questa previsione non fa che confermare una tendenza già evidente da tempo. Un ampio dossier diffuso il primo settembre dal Wmo, l’Organizzazione metereologica mondiale, spiega infatti che il numero dei morti causati da eventi climatici estremi tra il 2010 e il 2019 si è quasi dimezzato rispetto al decennio precedente, passando da 329 mila a 185 mila. Nello stesso periodo, però, il conto dei danni a livello globale è aumentato di quasi il 50 per cento: da 942 a 1.381 miliardi di dollari e l’incremento è quasi per intero da attribuire a catastrofi che si sono verificate nella parte più ricca del pianeta. Negli Stati Uniti i disastri che hanno provocato perdite superiori al miliardo di dollari sono stati 59 nel decennio 2000-2009 per poi raddoppiare a quota 119 nei dieci anni successivi. In Europa invece lo scenario è migliorato nell’arco del primo ventennio del secolo, con i costi dei disastri naturali che nel periodo 2010-2019 non hanno superato gli 86 miliardi di dollari contro i 151 miliardi di dollari registrati fino al 2009. I dati più recenti, però, non lasciano grande spazio all’ottimismo. In tutta Europa, infatti, gli eventi climatici estremi, in primo luogo incendi e alluvioni, sono tornati ad aumentare a partire dal 2020. L’estate di quest’anno è stata segnata dalle piogge torrenziali che in luglio hanno provocato frane e inondazioni dal Belgio alla Germania fino alla Svizzera e all’Italia settentrionale. Da Liegi fino alla Renania l’alluvione ha provocato 180 morti seminando crolli e distruzioni per decine e decine di chilometri. Il bilancio dei danni, ancora provvisorio, ammonta a oltre 20 miliardi di euro. Se questa cifra fosse confermata, la tempesta di luglio diventerebbe il più costoso disastro naturale, terremoti esclusi, mai registrato nell’Europa occidentale. Più a sud, invece, sono stati gli incendi a portare morte e distruzione. A partire dalla fine di luglio roghi eccezionali per forza e dimensioni hanno devastato ampie zone costiere del Mediterraneo: Sardegna, Calabria, Sicilia e poi Grecia e Turchia. In Italia sono andati in fumo oltre 150 mila ettari di territorio, cioè 1.500 chilometri quadrati, un’area pari, per fare un esempio, all’intera provincia di Milano. Il clima eccezionalmente caldo e secco ha creato le condizioni ideali per le incursioni criminali dei piromani, favoriti anche dalla scarsa prevenzione e dai controlli a maglie larghe nelle zone boschive. Questa stessa miscela esplosiva, incuria umana unita a condizioni climatiche senza precedenti, ha innescato anche i giganteschi incendi che nelle settimane scorse hanno colpito la costa occidentale degli Stati Uniti. Le statistiche più aggiornate rivelano che sei dei sette roghi più grandi mai registrati in California si sono verificati tra il 2020 e il 2021. Al conto delle perdite negli Stati Uniti vanno aggiunti anche i danni provocati dagli uragani. Il bilancio definitivo difficilmente raggiungerà quello dell’anno più nero, il 2017, quando ben tre cicloni di eccezionale potenza colpirono gli Usa causando danni per quasi 300 miliardi di dollari. Proprio nei giorni scorsi la costa orientale, compresa New York, è stata spazzata dal ciclone Ida, con danni che dalle prime stime sarebbero nell’ordine delle decine di miliardi di dollari e si vanno a sommare a quelli provocati da tempeste e uragani come Elsa, il più forte di tutti, che a luglio ha investito la Florida e poi, più a nord, l’area di Boston. Una simile sequenza di fenomeni estremi ha finito per mettere in allarme anche le grandi compagnie assicurative, che vedono aumentare i risarcimenti da pagare a privati e imprenditori. Secondo i calcoli del gruppo svizzero Swiss Re, nella prima metà dell’anno, a livello globale, le polizze da onorare hanno superato i 40 miliardi, la somma più alta dal 2011. Generali, tra i big europei del settore, nel primo semestre del 2021 ha pagato 218 milioni per “sinistri catastrofali”, quasi il doppio rispetto al 118 milioni del 2020. Il conto è però destinato a crescere da giugno in poi, per effetto di incendi e tempeste in Europa e Stati Uniti. Non c’è da stupirsi, allora, se nei prossimi anni, i prezzi delle polizze aumenteranno almeno quanto la temperatura media del pianeta.

Il Far West dell'edilizia: l'Italia soffocata da 51 chilometri quadrati di cemento all'anno. Riforme affossate, corruzione, Comuni e Regioni complici degli speculatori: il suolo naturale viene consumato al ritmo forsennato di due metri quadrati al secondo. Solo la Lombardia ha autorizzato altri 53mila ettari di nuovi fabbricati. E in Sardegna il centrodestra cancella la legge salva-coste. Paolo Biondani su L'Espresso il 31 agosto 2021. Antonio Cederna, uno dei padri nobili dell’ambientalismo in Italia, la chiamava «crosta». Una «crosta repellente di cemento e asfalto», uno strato artificiale e impermeabile che soffoca la terra, distrugge per sempre prati, boschi, campagne, spiagge e coste. Dopo tanti annunci e promesse di svolta verde, transizione ecologica e piani contro l’emergenza climatica, ci si poteva illudere che anche in Italia, sia pure con decenni di ritardo rispetto ai più civili Paesi europei (e agli storici articoli di Cederna su L’Espresso), si cominciasse finalmente a fermare la cementificazione del territorio. Invece la crosta continua a gonfiarsi. Solo nel 2020, con l’economia ferma e gli italiani chiusi in casa per la pandemia, l’Italia ha perso più di 51 chilometri quadrati di suolo naturale. È una cifra impressionante soprattutto perché non è un’eccezione: l’Italia verde continua da decenni a sparire al ritmo (minimo) di oltre 14 ettari al giorno, quasi due metri quadrati al secondo. Quest’anno, nonostante la crisi sanitaria e produttiva, la speculazione edilizia è ripartita ancora più forte: solo nei primi tre mesi del 2021 sono state autorizzate nuove costruzioni per altri quattro milioni di metri quadrati. Migliaia di nuove case e fabbricati residenziali, centri commerciali e capannoni logistici, a cui si aggiungono strade e parcheggi asfaltati, cantieri e cave. Approvati da Regioni e Comuni soprattutto nelle zone più urbanizzate. Come l’intera fascia pedemontana tra Piemonte, Lombardia e Veneto, ormai diventata un’unica caotica megalopoli padana. Le coste della Romagna, Marche e Abruzzo, nei tratti rimasti liberi dai palazzoni vista mare costruiti negli anni del boom economico. Le poche aree ancora agricole attorno alle grandi città, come Roma, Catania, Firenze, Torino, Milano. E chilometri di coste fino a ieri intatte, soprattutto in Sardegna, Sicilia e Salento. Cemento e asfalto continuano a consumare il fragile territorio italiano dal secondo dopoguerra, senza soste: più di mezzo secolo di sacco edilizio. L’Istat pubblica i dati ufficiali dei «permessi di costruire» rilasciati negli ultimi vent’anni. Dal 2000 al 2007 in Italia sono stati autorizzati, ogni anno, più di 40 milioni di metri quadrati di nuovi fabbricati (con punte di oltre 52). La velocità dell’assalto al territorio si è ridotta, di poco, con la recessione del 2008-2009, fino a scendere a 11 milioni nel 2014. Da allora è ripresa: solo nel 2019 i Comuni hanno concesso licenze per altri 17 milioni di metri quadrati e nel 2020, nonostante il Covid-19, per ulteriori 13 milioni. Nel primo trimestre del 2021 si è ripartiti alla grande, con tutti gli indici in aumento: più 16 per cento per gli edifici residenziali, più 26 per i capannoni. I dati dell’Istat sono allucinanti ma parziali: non conteggiano la massa degli abusi edilizi, che nel nostro Paese è incalcolabile. E tutte le superfici esterne ai fabbricati, anche se ricoperte da strade o parcheggi asfaltati. Quindi la crosta è molto più grande. A misurarne la costante espansione sono i ricercatori dell’Istituto superiore per la protezione dell’ambiente (Ispra), che mettono a confronto le fotografie aree della stessa zona, a distanza di dodici mesi. Risultato: solo nel 2020, mentre l’edilizia sembrava concentrata a ristrutturare l’esistente con i bonus fiscali, sono stati consumati oltre 56 chilometri quadrati di suolo italico. E ne sono tornati liberi solo 5, per lo più in cantieri abbandonati dopo la fine dei lavori. Quindi il rapporto tra verde e cemento è rovinoso: per ogni chilometro quadrato restituito alla natura, bene o male, la crosta se ne mangia altri dieci. Le direttive dell’Unione europea prevedono di consumare sempre meno suolo, con riduzioni graduali e continue, per scendere a zero entro il 2050. In Germania e nei Paesi scandinavi importanti amministrazioni pubbliche hanno invertito da tempo la rotta, realizzando piani per ri-naturalizzare, anziché cementificare. «In Italia è un disastro, c’è un consumo di suolo continuo e insensato, che distrugge le ricchezze naturali, il paesaggio, la nostra identità territoriale», commenta il professor Paolo Pileri, che insegna Pianificazione urbanistica al politecnico di Milano e fa parte del comitato scientifico che ha curato il rapporto dell’Ispra: «Purtroppo siamo un Paese fondato sulla speculazione edilizia, che è una rendita parassitaria, utile a pochissimi e dannosa per tutti gli altri cittadini». Il problema è politico. E legale. Un buon terreno agricolo può valere 20-30 euro al metro quadrato. Se diventa edificabile, con l’aiuto di politici e funzionari compiacenti, lo si vende ad almeno 200-300, senza fare niente. Spendi uno, incassi dieci: solo con la droga si guadagna di più. Quindi ogni Comune, Provincia e Regione è un gran bazar dei piani regolatori, prima, e poi delle deroghe, varianti e piani casa. Un mercato marcio, dominato dalla politica e manovrato da progettisti di regime e da una casta di speculatori sempre più ricchi. Mentre l’onesto cittadino, che vorrebbe solo aprire una finestra nella camera del figlio o rendere abitabile un sottotetto, non ha diritti: è un suddito, in balia del capo ufficio tecnico, sovrano custode del regolamento edilizio comunale, il libro delle regole di abitabilità, che in Italia cambiano in ogni municipio, ma per gli amici si interpretano. Cosa unisce l’ambiente, il paesaggio e la giustizia sociale lo spiega molto bene il professor Augusto Barbera, giudice della Corte costituzionale e massimo esperto di leggi urbanistiche. In un colloquio a distanza con l’architetto Stefano Boeri (pubblicato dalla Consulta con un podcast), il giurista chiarisce che la Costituzione «tutela il paesaggio come valore primario, sintesi di ambiente, cultura e storia, inserito tra i principi fondamentali». E aggiunge che la grande occasione perduta fu l’affossamento, negli anni Sessanta, di «una riforma avanzatissima», intitolata a un democristiano galantuomo, Fiorentino Sullo, che «assegnava alla collettività l’aumento di valore dei terreni edificabili, concedendo ai Comuni il potere di espropriare le aree fabbricabili a prezzi agricoli, come è sempre avvenuto nel Nord Europa». Attaccata dalla destra in polemica con il primo governo di centro-sinistra, la riforma fu accantonata dalla stessa Dc e infine sepolta da una schiera di giudici conservatori, che «imposero indennizzi a valori di mercato, per cui la rendita edilizia tornò in mano ai privati». Ma come si può salvare, oggi, ciò che resta del Belpaese? Barbera, nel suo intervento, fissa un principio che prefigura una soluzione: «L’ambiente è una materia di competenza esclusiva dello Stato». Dunque, sarebbe una perfetta attuazione della Costituzione varare una legge urbanistica nazionale, per imporre regole chiare in tutta Italia. Una legge-catenaccio, con limiti inderogabili, in nome dell’ambiente: nelle aree a rischio di frane o alluvioni, nelle oasi ecologiche o sulle coste dei mari, laghi e fiumi, i privati non possono costruire più niente. Si fanno solo opere di difesa idrogeologica, depuratori, acquedotti e lavori pubblici essenziali. Una riforma-modello di questo tipo esiste già, in Sardegna. Gian Valerio Sanna, come assessore regionale all’urbanistica nella giunta di Renato Soru, è stato l’artefice della «legge salva-coste», approvata nel 2004 con l’aiuto di un grande urbanista, Edoardo Salzano. «Per difendere le bellezze naturali, la nostra identità e il futuro del turismo, abbiamo fissato poche regole semplici», ricorda Sanna: «A meno di 300 dal mare, non si costruisce più niente. E in tutta la fascia fino a tre chilometri, si può solo demolire e ricostruire fabbricati già esistenti, con incentivi per rifarli più belli ed ecologici». L’attuale giunta regionale di centrodestra ha già varato l’ennesima contro-riforma, ora all’esame della Corte costituzionale. E l’ex assessore Sanna? Ha fatto come Soru: «Ho lasciato la politica». Una legge-catenaccio è invocata anche dagli urbanisti dell’Ispra, che definiscono il suolo (citando le risoluzioni del Parlamento europeo) «una risorsa limitata, non rinnovabile visti i tempi lunghi di formazione, che va preservata per le generazioni future». Perché assicura «molti servizi vitali per l’esistenza umana: fornitura di cibo, legno e materie prime, regolazione del clima, pulizia dell’aria e dell’acqua, controllo dell’erosione, mitigazione dei fenomeni idrogeologici estremi, riserva di biodiversità». Secondo i dati europei, il degrado dei suoli sta provocando «danni economici per oltre 50 miliardi di euro all’anno». In Italia però, con rare eccezioni, Comuni e Regioni continuano a cementificare «con false giustificazioni, come le previsioni smentite dai fatti di aumento dei residenti», denuncia il professor Pileri: «Il nostro Paese nel 2020 ha perso circa 175 mila abitanti, eppure il consumo netto di suolo è cresciuto di altri 5.174 ettari. Per ogni residente in meno abbiamo distrutto 292 metri quadrati di verde. E il peggio deve ancora venire: i piani urbanistici del passato, approvati ma non ancora attuati, non hanno una scadenza legale. Solo in Lombardia, la regione più cementificata d’Italia, risultano autorizzati 53 mila ettari di nuove costruzioni. Un’enormità: sono 530 chilometri quadrati. La prima cosa da fare è imporre limiti di tempo: dopo tre anni, il vecchio piano non vale più. Altrimenti qualsiasi norma contro il consumo di suolo sarà una presa in giro. Ma mi pare che la politica abbia altre priorità». Per avere un’Italia più verde, forse una soluzione c’è: basta colorare di verde il cemento.

I cento anni dalla nascita di Antonio Cederna, il giornalista che difendeva l’ambiente. Marta Bonafoni su L'Espresso il 26 ottobre 2021. Il 27 ottobre 1921 nasceva il cronista che, sul Mondo e sull’Espresso, ha fatto della difesa del territorio la sua battaglia. Una lezione che anche la politica ha imparato ad ascoltare. Era il 1953 quando Antonio Cederna salì su un autobus che dal centro di Roma lo avrebbe portato per la prima volta lungo l’Appia Antica. Nei palazzi della politica si era sparsa voce che sull’antica strada simbolo di Roma in tutto il mondo fosse cominciata una colossale lottizzazione, così Cederna - allora cronista del Mondo - volle andare a verificare in prima persona. Salì su un mezzo che dal centro storico lo portò fino al Mausoleo di Cecilia Metella e si trovò di fronte l’impensabile: ville con piscina, pergolati, case dalle strane forme, sorgevano a decine come un tutt’uno con i muri dell’Antica Roma; per accedervi disinvolte gettate di cemento erano state sparse sopra la pavimentazione di basalto con una leggerezza pari alla vita che dietro ai quei cancelli conducevano attori, produttori, diplomatici e anche parlamentari. “I gangster dell’Appia”, li ribattezzò Cederna in un articolo ancora oggi considerato un punto di riferimento indispensabile per chi ha a cuore la tutela del paesaggio e il rispetto dell’ambiente. Sono passati sessantotto anni da quel viaggio in bus, cento dalla nascita di uno degli intellettuali più tenaci e visionari che il nostro Paese abbia conosciuto, e sono moltissime le iniziative che – specialmente a Roma – stanno ricordandone la figura e rilanciandone le battaglie. A farsene carico in questo mese di ottobre sono stati soprattutto i figli Giulio, Giuseppe e Camilla, che con delicatezza, competenza e dolcezza - affiancati da Italia Nostra e da decine di amici e amiche di Antonio - hanno attualizzato la figura del loro papà sintonizzandola con le vertenze del presente e del futuro. C’è un prima e un dopo, anche per chi si batte nel nostro Paese contro la cementificazione e per la tutela della salute dei nostri territori: la pandemia fa ancora una volta da spartiacque tra ciò che è stato e ciò che auspicabilmente non dovrà mai più essere. Sono innumerevoli gli studi che certificano la connessione tra la diffusione del Covid e l’inquinamento delle città, così come l’impatto della densificazione sulla diffusione del contagio. Contemporaneamente il virus, con la riscoperta - specialmente fra il primo e il secondo lockdown - dell’importanza degli spazi verdi, dell’aria pulita, dei parchi come luoghi di incontro e di relazione salubri e “sicuri”, ha spalancato di fronte agli occhi dell’opinione pubblica la desiderabilità di città sempre più verdi, dove il rapporto tra campagna e cemento veda finalmente la prima prevalere sul secondo, per un diverso modello di sviluppo. Lo scriveva anche Cederna: “L’Appia è un indispensabile serbatoio di aria pura e spazio libero, baluardo per la salute pubblica”. Più di quarant’anni dopo, la cronaca è arrivata a dargli finalmente una inappellabile ragione. E insieme a lei l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ormai promuove il modello delle città “One Ealth” dove l’ecosistema tutto concorra alla salute pubblica, così come gli architetti di ultima generazione che individuano nei “corridoi verdi” non più soltanto dei fondamentali polmoni di biodiversità, ma anche i principali alleati delle città nella lotta ai cambiamenti climatici e al riscaldamento del Pianeta. “Il sogno di Cederna”, rimasto colpevolmente per troppi decenni uno slogan privo di conseguenze, oggi ha suonato una sveglia che non è più possibile ignorare. Alla Regione Lazio siamo impegnati a colmare questo ritardo ormai da tempo: nel 2018 abbiamo prima approvato il Piano di assetto del Parco dell’Appia Antica e poi ampliato il suo perimetro del 33 per cento, allargando il territorio tutelato dal centro di Roma fino al Divino Amore. Nel 2021 poi, lo scorso agosto, abbiamo fatto ciò che “il sogno” ci indicava, estendendo a nord il perimetro del Parco dei Castelli Romani e così permettendo la congiunzione col parco dell’Appia, dando vita a quel corridoio verde da Caracalla a Monte Cavo che tante volte Antonio Cederna aveva immaginato e descritto. Ventimila ettari di parco in tutto, che non vanno vissuti semplicemente come un museo a cielo aperto, ma come quell’incontro tra paesaggio, storia, natura, archeologia, agricoltura, ambiente, che un tempo durante il Grand Tour attraeva scrittori e artisti da tutto il mondo, e che oggi può e deve diventare il cuore di un nuovo modello di sviluppo per Roma: sostenibile, generativo, rispettoso dell’ambiente e delle persone, attivatore di nuovi lavori, di nuovo welfare e di rinnovate relazioni all’interno della comunità. Se Antonio Cederna salisse di nuovo oggi su quell’autobus, troverebbe innanzitutto un paesaggio culturale in trasformazione, come un viaggio al contrario: allora, la città di cemento che espandendosi si mangiava la campagna. Oggi, un’onda di tutela e valorizzazione che chiede a gran voce di poter godere dell’Appia Antica in tutta la sua potenza e la sua bellezza. Il sogno finalmente diventa realtà, senza però smettere di far sognare. Oggi, cento anni dopo la sua nascita, possiamo associare un odore alla penna implacabile e mai stanca di Antonio Cederna: i suoi scritti, le sue idee, profumavano e profumano di futuro.

Marta Bonafoni è consigliera della Regione Lazio, eletta nella Lista civica Zingaretti

Antonio Cederna e le denunce contro il mattone selvaggio: “Il nostro paesaggio sacrificato in nome del consenso”. Il 27 agosto del 1996 scompariva il giornalista impegnato sui temi ambientali. Riproponiamo una sua inchiesta scritta per l’Espresso sul consumo del territorio nel 1984. Terribilmente attuale. Antonio Cederna su L'Espresso il 27 agosto 2021. Secondo calcoli attendibili entro l'anno 2100 tutta l'Italia sarà consumata e finita, non ci sarà più un metro quadrato che non sia cementificato e asfaltato. È una proiezione basata su quel che è successo fin qui: nell'ultimo ventennio milioni di ettari di terreno agricolo (un decimo dell'Italia) sono stati sommersi da case, strade, industrie, discariche, cave, eccetera, pari a un consumo annuo di territorio dello 0,5-0, 7 per cento. Già il 50 per cento del suolo risulta impermeabilizzato, e non è più in grado di assorbire le piogge; frane e alluvioni si succedono ogni tre mesi e ci costano 3 mila miliardi l'anno: ma non abbiamo ancora la legge che prevenga il dissesto idrologico. Ogni anno da colline e alvei di fiumi vengono selvaggiamente asportati 300 milioni di tonnellate di materiali, ma non ab­biamo ancora una legge nazionale che regoli l'attività estrattiva. Siamo l 'ultimo paese del mondo quanto a estensione di aree protette (solo l'uno e mezzo per cento del bel paese), ma non abbiamo ancora la legge quadro per la tutela dell'ambiente naturale. In omaggio alla rendita fondiaria abbiamo le peggiori città d'Europa, prive degli spazi pubblici elementari e con la più bassa dotazione di verde, ma non abbiamo ancora una legge che disciplini il regime dei suoli.- E ogni anno vanno a fuoco in media 50mila ettari di bosco. Quello che ancora non si è riusciti a calcolare è quanto di questo irreversibile consumo di territorio è dovuto a quell'altra calamità che è il dilagare dell'abusivismo edilizio (sarebbero più di 3 milioni gli alloggi fuori legge), che divora terreni produttivi, archeologici, a difesa delle falde acquifere, foreste e litorali, inquinando acqua e suolo, aggravando il collasso generale. È ormai un fenomeno di massa al di sotto del quarantaduesimo parallelo (praticamente dalla provincia di Roma compresa in giù), che ha perso il carattere originario (abusivismo cosiddetto "di necessità") per diventare un'operazione affaristico-speculativa, che trasforma l'illegalità in norma, e scardina ogni possibilità di pianificazione urbanistica. La sua gravità fu messa bene in evidenza tre anni fa al convegno di Magistratura democratica a Paestum, templi circondati da oltre 2 mila manufatti abusivi: «Insieme alla delinquenza organizzata, al terrorismo e alla camorra, l'illegalità edilizia rischia di dissolvere lo Stato democratico». Il disprezzo per il territorio considerato come una res nullius, l'irridente insofferenza per ogni vincolo di interesse pubblico, la presunzione che il diritto di edificare sia compreso nel diritto di proprietà (come del resto ritengono i luminari della Corte costituzionale) sono le principali distorsioni mentali su cui sembra si sia finalmente raggiunta l'unità degli italiani. La dimensione del fenomeno è sconvolgente. Seimila case abusive intorno a Selinunte, 3 mila intorno ad Agrigento, altre migliaia (per 60 mila posti letto) sulle pendici del l'Etna (per difenderne qualcuna dalla lava si è organizzato l'insensato spettacolo pirotecnico delle mine): dei 500 mila allogi costruiti in Sicilia tra il '71 e l 81, la facoltà di ingegneria dell'università di Palermo ha calcolato che solo un quinto risultano regolari, del milione di stanze costruite in Calabria nello stesso decennio, il 70-80 per cento sono abusive, e a decine di migliaia si contano le costruzioni fuorilegge che hanno distrutto le coste calabre e pugliesi. Un nuovo Impulso all'abusivismo è venuto naturalmente dall'aspettativa del condono (il primo testo di legge venne approvato dal Senato nell'80), e l'esplosione si è avuta negli ultimi sei mesi, da quando fu presentato (e poi bocciato) il decreto del 5 ottobre scorso (la Camera ha appena approvato il disegno di legge governativo). Il caso che più ha fatto rumore sono i cento edifici dell'Argentario: ma a Roma in questi sei mesi l'abusivismo è aumentato del 20 per cento; a Napoli sono sorti edifici di dieci piani nella periferia occidentale, altre costruzioni a Posillipo, e sulle pendici del cratere-foresta degli Astroni, altre ai Camaldoli in aree sotto esproprio per verde pubblico: mentre vengono sommerse zone archeologiche insigni, dall'antica Stabia alla necropoli di Cuma nei Campi Flegrei, nonostante il rischio sismico e vulcanico. Scopo dichiarato del condono è quello di rastrel1are denaro per l'erario; una pia illusione, dal momento che somme ben maggiori dovranno essere spese per il "recupero" degli insediamenti abusivi, per dotarli dei servizi mancanti e restituire ad essi un minimo di dignità urbana (solo a Roma sono già stati spesi mille miliardi). Per questo, una drastica proposta è stata avanzata da Italia Nostra: rinunciare per il momento a ogni forma di sanatoria, e puntare invece tutto sulla repressione, emanando subito norme certe, tempestive, efficaci e imparziali perché il fenomeno venga stroncato sul nascere, modificando quanto previsto dalla legge Bucalossi del '77. Questa, nei casi di opere costruite senza concessione o in totale difformità da essa, prevede che il sindaco proceda all'acquisizione gratuita al patrimonio del Comune o alla demolizione: provvedimenti che raramente hanno potuto essere attuati per l'estenuante contenzioso e i pesanti condizionamenti cui i sindaci sono normalmente sottoposti, per ragioni elettoralistiche, clientelari, camorristiche, mafiose. Ad esempio, a Roma su 30 mila casi abusivi accertati nell'ultimo triennio, il Comune è riuscito ad acquisire appena 128 manufatti, pari allo 0,4 per cento; a Napoli, negli ultimi sei anni, nonostante le ordinanze, le acquisizioni sono rimaste sulla carta (e le demolizioni sono state 72 su migliaia di pratiche). Del resto, come potrà mai il Comune utilizzare e gestire edifici malfatti, mal ubicati eccetera? La demolizione appare invece come il deterrente decisivo, ma, perché si realizzi - sostiene Italia Nostra - non basta l'ordinanza del sindaco, deve essere il risultato di una sentenza penale di condanna che trasformi l'illecito in delitto, da punire con la reclusione fino a tre anni (invece dell'arresto), e con una multa fino a 50 milioni (invece della contravvenzione), con eliminazione della sospensione condizionata, come fa la legge sulle sofisticazioni alimentari; e si propone anche l'arresto immediato per la violazione dei sigilli ai cantieri sequestrati. Si spaventerebbero così i compiacenti prestanome, si eviterebbero le lungaggini e i ricorsi, alla fine dei quali il costruttore abusivo fa trovare furbescamente occupato l'edificio da demolire. La proposta non è stata accolta, e la discussione proseguirà ora al Senato: certo è che la legge (per quanto qua e là emendata soprattutto per merito dell'opposizione di sinistra) si risolverà in un premio per gli abusivi e un danno per la collettività. Finché la maggioranza di politici e amministratori cercherà il consenso al livello più basso e considererà il territorio una merce di scambio, ben pochi passi avanti si faranno: ambiente, paesaggio e territorio sono beni comuni, collettivi, diffusi, e ogni attentato va considerato un delitto. 

Antonio Cederna, un grido per la natura. Gian Antonio Stella su Il Corriere della Sera il 22 agosto 2021. L’Appia Antica, le coste sarde, il Parco d’Abruzzo... le infinite battaglie dell’ambientalista scomparso 25 anni fa. Dedicò la vita alla difesa del patrimonio paesaggistico e culturale. Antonio Cederna (Milano, 27 ottobre 1921-Sondrio, 27 agosto 1996) lavorò per «Il Mondo» di Pannunzio, «Corriere della Sera», «la Repubblica» e «L’Espresso». I suoi materiali sono conservati nell’Archivio Cederna a Roma. «La guerra alla natura, in Italia, continua. I disastri che affliggono periodicamente il nostro paese, ultimi quelli del novembre scorso, non ci hanno ancora aperto gli occhi sui pericoli che questa guerra comporta». Esordì così, sulla «mitica» spalla della Terza Pagina sul «Corriere della Sera», il grande Antonio Cederna, per il quale quest’anno ricorrono a fine ottobre il centenario della nascita e venerdì prossimo i venticinque anni della scomparsa. Era il 7 marzo 1967, Venezia e Firenze erano ancora ferite e infangate dalle acque del novembre ’66 e quell’articolo, a rileggerlo oggi, mette ancora i brividi come fosse stato scritto ieri mattina nella scia dei catastrofici incendi di quest’estate del 2021 che minacciano inverni di altre frane e altri allagamenti. «Due cose almeno avrebbero dovuto imparare», gli italiani, scriveva l’ambientalista fortemente voluto a via Solferino dalla Zarina Giulia Maria Crespi, nella prima delle sue quattro puntate sull’assalto ai parchi e ai boschi italiani: «La prima è che alluvioni e straripamenti hanno poco di fatale e che sono in gran parte il frutto della nostra imprevidenza, poiché abbiamo sempre, sistematicamente, ignorato quella disciplina di base che si chiama “conservazione della natura” e dei suoi delicati e molteplici equilibri; la seconda, corollario della prima, è che la distruzione di ingenti beni materiali e culturali è la conseguenza diretta della leggerezza con cui abbiamo sconvolto l’ambiente naturale che ci circonda, grazie a interventi di settore e non coordinati, che ci hanno portato a disboscare i monti provocando la furia delle acque selvagge...». Nato a Milano nel burrascoso 1921, erede di una famiglia valtellinese della borghesia lombarda illuminista (copyright Treccani) proprietaria dell’omonimo cotonificio, fratello minore della non meno famosa giornalista Camilla Cederna, riparato in Svizzera nel ’43 per evitare l’arruolamento nell’esercito di Salò, internato in un campo di lavoro vicino a Berna, rientrato a Milano nella primavera del ’45, laureato a Pavia in archeologia, trasferitosi a Roma per specializzarsi, finì per appassionarsi tanto al nostro patrimonio storico da dedicare alla sua difesa la vita intera. Prima collaborando con Elena Croce, poi cominciando a scrivere (l’avrebbe fatto fino alla chiusura della rivista) per «Il Mondo» di Mario Pannunzio. Dove scoprì il giornalismo d’inchiesta allargando via via i suoi interessi dall’archeologia all’ambiente, al paesaggio, alla difesa dei tesori artistici e monumentali, alla guerra contro il degrado morale, edilizio, urbanistico del Bel Paese a partire dall’assalto palazzinaro alla Regina Viarum, l’Appia Antica. Una guerra combattuta per quattro decenni a colpi di articoli, denunce, libri, convegni, proposte di legge (come quella di rimuovere i Fori Imperiali voluti dal Duce devastando il cuore di Roma) fino a contare almeno 140 interventi. Fino a guadagnarsi un nomignolo strepitoso: l’«Appiomane». «Chiediamo perdono alla memoria dei Vandali, per l’opinione comune che li calunnia: Roma e l’Italia sono state distrutte dai romani e dagli italiani». Così iniziava il memorabile I vandali in casa, il volume che raccoglieva per l’editore Laterza una serie di pezzi straordinari di quegli anni pannunziani, pubblicato nel 1956 e ripreso e rilanciato cinquant’anni dopo da Francesco Erbani, «I vandali che ci interessano sono quei nostri contemporanei, divenuti legione dopo l’ultima guerra, i quali, per turpe avidità di denaro, per ignoranza, volgarità d’animo o semplice bestialità, vanno riducendo in polvere le testimonianze del nostro passato: proprietari e mercanti di terreni, speculatori di aree fabbricabili, imprese edilizie, società immobiliari industriali commerciali, privati affaristi chierici e laici, architetti e ingegneri senza dignità professionale, urbanisti sventratori, autorità statali e comunali impotenti...». Col suo «profilo acuminato di un rapace buono», come lo fotografò il critico letterario Enzo Golino, Antonio Cederna ficcò per mezzo secolo il naso in una miriade di affari più o meno loschi, stupefacenti e scostumati di ogni genere. Rigoroso: «Lo spartitraffico delle autostrade italiane è il più stretto del mondo: appena tre metri, contro i 4,50 delle autostrade di Olanda e Francia (dove nuove norme prevedono 5 metri), il 5 metri di Danimarca e Svizzera, il 5,50 di Austria e Germania, il 5,60 della Gran Bretagna, il 6,50 della Finlandia...». Durissimo: «Ai nostri migliori tecnici fa difetto il senso morale della rivolta contro il brutto e l’indecente». Folgorante: «L’Italia è un Paese a termine, dalla topografia provvisoria, che si regge su un avverbio: questa foresta non è ancora lottizzata, quel centro storico è ancora ben conservato, questo tratto di costa non è ancora cementificato». Irremovibile sullo stravolgimento estroso dei centri storici: «La qualità dei progetti non entra qui in questione, e tanto meno la supposta difesa dei diritti dell’arte e dell’architettura moderna: poiché uno dei presupposti della modernità è appunto quella di sapersi adeguare alle scelte urbanistiche e quindi di rinunciare, ove occorra, a costruire». Non c’è tema che «Tonino» negli anni del «Corriere», prima di passare nel 1982 a «la Repubblica» (postumi, ahinoi, dello scandalo P2?), non abbia trattato azzannando quanti additava come i nemici del patrimonio paesaggistico e storico italiano. Come i costruttori dell’hotel Hilton a Monte Mario tirato su «in spregio al piano regolatore che al suo posto prevedeva un grande piazzale panoramico». O i ristoratori e bottegai romani in rivolta contro la cacciata delle auto da Piazza Navona come se «le prime avanguardie della cavalleria cosacca fossero comparse all’orizzonte della città leonina». O Italstrade e i progettisti scriteriati che volevano far passare l’autostrada Alemagna per Cortina d’Ampezzo portando «frastuono ed esalazioni e congestione di mezzi là dove tutto si dovrebbe fare per aumentare il carattere appartato della località». O gli affamati edificatori di palazzine in Gallura: «Anche lungo le splendide, favolose coste della Sardegna sale la sinistra marea del cemento e dell’asfalto…». Un allarme dopo l’altro, una denuncia dopo l’altra. Come quella (titolo: «Miniappartamenti di lusso al posto del museo Torlonia») sullo svuotamento del grande palazzo in via della Lungara che conteneva la più grande collezione (privata) di statue antiche romane per farne un alveare di novanta «mini» costruiti senza licenza. O sulle motoseghe nel Parco Nazionale dell’Abruzzo: «A chi passeggia oggi delle valli del Parco pare di trovarsi in una immensa segheria all’aperto...». E via così...Un impegno quotidiano. Coerente. Testardo. Perseguito anche come membro fondatore di Italia nostra (anche se preferì non comparire ufficialmente), consigliere comunale a Roma, deputato (indipendente di sinistra) alla Camera, anima di centinaia di dibattiti, convegni, proteste... Al punto che quando i figli Giuseppe e Giulio si ritrovarono con amici e collaboratori a riordinare tutto si resero conto di avere in mano una montagna di materiale prezioso. Con dentro tante pepite d’oro. Frutto del lavoro di un uomo colto e infaticabile cui volle rendere omaggio anche Indro Montanelli che un giorno, battendo e ribattendo su temi che lui pure aveva cari, scrisse: «Sono cose che Antonio Cederna, il più combattivo e meglio documentato difensore del nostro patrimonio artistico, ha denunziato da un pezzo».

Greta: "Adulti, sul clima ci avete tradito". Greta Thunberg,  Adriana Calderón,  Farzana Faruk Jhumu e Eric Njuguna su La Repubblica il 22 agosto 2021. La giovane attivista per il clima firma, insieme ai suoi coetanei, questo manifesto in vista di quello che rischia di essere l’ultimo appuntamento utile per fare qualcosa: la Conferenza di Glasgow. La settimana scorsa, alcuni dei più affermati studiosi al mondo di cambiamento del clima hanno confermato che gli esseri umani stanno arrecando cambiamenti irreversibili al nostro pianeta e che gli eventi atmosferici estremi non faranno che diventare sempre più violenti. Questa notizia è «un allarme rosso lanciato all’umanità», ha detto il segretario generale delle Nazioni Unite.

Irene Soave per il “Corriere della Sera” il 22 Agosto 2021. Passata la stagione in cui quasi ogni star di Hollywood rilevava una vigna in Chianti o in Napa Valley o in Rioja, è il momento della tequila delle star. Una moda redditizia, che ha però pesanti ricadute sull'ambiente: i cinque stati messicani dove da protocollo deve crescere l'agave per poter chiamare il liquore «tequila» lamentano che la coltivazione d'agave sempre più intensiva causi penurie d'acqua, deforestazione e impoverimento. Il primo a fondare il suo brand di liquore d'agave - «Casamigos» - era stato George Clooney nel 2013, con l'amico Rande Gerber, marito di Cindy Crawford; lo hanno imitato negli anni Rita Ora, che produce dal 2019 la tequila «Prospero»; Michael Jordan, che ha creato «Cincoro»; Kendall Jenner con «818» (prefisso californiano, ma l'agave è messicana); Arnold Schwarzenegger con la «Lobos 1707»; l'ex star del wrestling Dwayne Johnson cioè «The Rock» (Teremana). Tutte le etichette parlano di «produzione artigianale» o «distillazione sostenibile». Ma il volume d'affari sembra indicare il contrario. L'anno scorso il Messico ha prodotto 273 milioni di litri di tequila, otto volte la produzione di vent' anni fa, per un giro d'affari di 11 miliardi di dollari: tantissimo per un territorio, quello in cui da regolamento deve crescere l'agave per poter parlare di «tequila», di appena cinque Stati messicani. Solo in Guanajuato, Jalisco, Michoacan, Nayarit e Tamaulipas, e solo tra i mille e i duemila metri d'altitudine, cresce l'«agave blu» o «agave tequilana» necessaria per il liquore. Non solo, ma la polpa della pianta deve maturare almeno sette anni prima di essere utilizzabile. Una coltivazione tutt' altro che a basso impatto: per produrre un litro di tequila servono almeno dieci litri d'acqua, e le scorie acide contaminano i terreni. Soprattutto per coltivare l'agave blu è necessario distruggere migliaia di ettari di foresta: il solo stato del Jalisco, che è quello che più ne produce, lamenta una deforestazione di 16 mila ettari all'anno. E se prima la succulenta costava pochi centesimi ora le sue foglie arrivano a valere 22 dollari al chilo. Una bottiglia di «celebrity tequila», del resto, costa dai 50 dollari della 818 di Kendall Jenner ai 72 euro della Prospero, fino al centinaio di dollari per la Cincoro di Michael Jordan. Come le sorelle Kardashian insegnano non c'è modo più rapido di accumulare soldi, per una star, che lanciare la propria linea di prodotti; la stessa Rihanna, di fama pur planetaria, è entrata ora nella lista delle miliardarie di Forbes grazie ai rossetti della sua linea Fenty. «Ma non credo che per loro fare tequila sia un fatto di soldi», scrive ad esempio un'esperta, Caitlin Johnson, di Oaxaca, sulla bacheca (infiammata) del gruppo Mezcalistas. «Ne hanno già. È più un fatto di status, di fascino. Acquistato a spese di una cultura che non è la loro. Non conosco un solo mezcalero che si sia arricchito con questa improvvisa moda della tequila, molti produttori continuano a non guadagnare più di ottomila dollari l'anno». Lo spettro della «cultural appropriation», peccato capitale in quest' epoca, rischia così di ritorcersi contro i mezcaleros di Hollywood e i loro marchi. George Clooney lo ha capito prima di tutti, e dopo cinque anni dalla fondazione ha venduto il marchio Casamigos alla multinazionale Diageo per un miliardo di dollari.

Tutti i limiti dei catastrofisti green. Martina Piumatti su Inside Over il 23 agosto 2021. Incendi, siccità, temperature invivibili, uragani, inondazioni, terre sommerse, risorse naturali esaurite, specie animali estinte, colture arse, popolazioni al collasso. Uno scenario apocalittico “irreversibile” secondo l’ultimo rapporto dell’Ipcc sugli effetti del riscaldamento climatico. Con un solo responsabile: noi. Ma se le cose non stessero proprio così? E se i super esperti dell’Onu si sbagliassero?

La “truffa” dei catastrofisti sul riscaldamento climatico. Nicola Scafetta, docente di climatologia all’Università Federico II di Napoli e autore di Clima. Basta catastrofismi, non fa sconti al report dall’Intergovernamental panel on climate change delle Nazione Unite. “È un rapporto di parte ed esageratamente pessimista – spiega il climatologo a InsideOver – basato su una selezione degli studi più allarmistici, ignorando tutto il resto della letteratura scientifica che dà un’interpretazione meno allarmante dei cambiamenti climatici e che enfatizza gli effetti naturali rispetto a quelli antropici. Il punto è che i cambiamenti climatici ci sono sempre stati e sempre ci saranno. La terra si è riscaldata di un grado dal 1900 ad oggi. E le cause di questo riscaldamento sono due: la natura, che segue cambiamenti climatici ciclici, e l’uomo. Però, la letteratura scientifica è molto chiara nell’affermare l’incertezza nel quantificare i contributi antropici. E questa incertezza non è completamente messa in risalto nel rapporto, che è di parte”. Eppure non mancherebbero le prove del carattere naturale e non “irreversibile” del riscaldamento climatico, che la narrazione dominante vorrebbe imputare unicamente all’uomo. “Come ricostruito in tantissimi studi – continua Scafetta – ci sono stati periodi con temperature molto più alte di oggi. Dall’optimum dell’Olocene al periodo romano, a quello medievale. Sono stati studiati i livelli dei ghiacciai alpini durante gli ultimi 10 mila anni e si è scoperto che il livello dei ghiacci era molto più basso di oggi. Sulle Alpi si trovano dei tronchi di albero in luoghi dove ora non cresce nulla. E questo significa che in alcuni periodi i ghiacciai erano più ristretti, la vegetazione cresceva più in alto e quindi faceva più caldo di oggi”. Ma allora le temperature record raggiunte negli ultimi giorni e gli incendi che divampano ovunque? “Bisogna stare molto attenti – avverte lo scienziato napoletano – a non confondere il clima con i fenomeni meteorologici istantanei e locali. Il clima muta su lunghe scale temporali, mentre il meteo fluttua giornalmente. Questi giorni di caldo sono dovuti alla corrente d’aria calda proveniente dal Sahara, una situazione meteorologica molto particolare e contingente. Che poi, ovviamente, può favorire gli incendi. Ma le temperature record c’entrano poco con il riscaldamento climatico”.

La “demonizzazione” infondata della CO2. Prendendo per buono il modello descritto dall’Ipcc, nell’arco di due mila anni il caldo sarebbe esploso proprio negli ultimi vent’anni. “Se poi, però, andiamo a vedere la temperatura nel mondo nei primi mesi del 2021, – puntualizza il climatologo Scafetta – troviamo un calo rispetto all’anno scorso. Quindi, in realtà in un anno c’è stato un rinfrescamento delle temperature”. Sarà. Ma intanto il catastrofismo apocalittico impera ovunque. Dagli esperti ai media, alla politica, agli ambientalisti barricaderi in stile Greta Thumberg, tutti martellano in un’unica direzione: ricordarci ad ogni ora che la fine è vicina. E la colpa è nostra, che con l’emissione incontrollata di CO2 nell’atmosfera abbiamo avvelenato il pianeta. “Ma il fatto che ci sia una quantità di CO2 in più dovuta all’attività antropica – controbatte Alberto Prestininzi, professore ordinario presso il Dipartimento di Scienze della Terra a La Sapienza di Roma e tra i firmatari della Dichiarazione europea sul clima, in cui 500 scienziati di 13 Paesi affermano che “l’emergenza climatica non esiste” – non è dimostrato abbia un ruolo nel riscaldamento climatico, che è la più grande ‘truffa’ del secolo. La CO2 è il gas verde per eccellenza, alla base della fotosintesi e del ciclo degli zuccheri, senza cui non ci sarebbe la vita sulla terra. Tra l’altro negli ultimi cinquant’anni, – continua Prestininzi che è anche presidente onorario di uno spin off della Sapienza di Roma NHAZCA (Natural Hazard Control and Assessement) che si occupa di rilevamenti satellitari – come si può osservare dei satelliti, il pianeta terra è diventato più verde perché questa piccola quantità in più di CO2 ha favorito lo sviluppo della vegetazione. Nel Sahel dove prima il deserto stava avanzando ora sta retrocedendo”. La CO2, come sottolinea anche Ernesto Pedrocchi, professore emerito di Energetica al Politecnico di Milano, non sarebbe dunque un fattore nocivo e da “demonizzare” comparabile agli inquinanti primari (ossidi di zolfo e di azoto, incombusti e particolato). Ma addirittura contribuirebbe a un generale “rinverdimento del pianeta”. Non solo. Nel recente webinar Dialoghi sul clima organizzato dal Collegio degli Ingegneri di Padova, l’esperto del Politecnico di impatto antropico sul clima, contesta anche la responsabilità umana dell’aumento globale di CO2 nell’atmosfera. “L’emissione antropica di anidride carbonica – spiega Pedrocchi, che è tra i 145 firmatari di una petizione finalizzata proprio a ridimensionare il ruolo dell’uomo nell’aumento della CO2 e nel riscaldamento globale – è aumentata a partire dal 1900, nonostante la crescita della concentrazione di CO2 si registri già dal 1700. Dimostrazione dell’assenza di responsabilità da parte dell’uomo”. Un’altra prova a nostra discolpa deriverebbe dalla differenza di emissioni antropiche tra emisfero nord ed emisfero sud. “Malgrado la CO2 emessa da parte dell’uomo sia maggiore nell’emisfero nord – rileva il professore emerito del Politecnico -, si può vedere come l’aumento di concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera sia pressoché identica nei due emisferi, cosa che non avviene, per esempio, con il metano, per cui si registra una differenza netta. Questo fa pensare che l’emissione antropica di CO2 giochi un ruolo marginale nell’aumento di concentrazione totale nell’atmosfera”. Una ricostruzione che, ridimensionando sulla scorta di dati scientifici il ruolo dell’uomo nel cambiamento climatico, metterebbe in dubbio la verità colpevolizzante sposata dal report dei super esperti ingaggiati dall’Onu. 

Lo studio del foro scientifico dell'ONU. Tutti i numeri del rapporto IPCC: il più dettagliato di sempre sul cambiamento climatico. Antonio Lamorte su Il Riformista il 10 Agosto 2021. Non tutto è perduto, ma il tempo sta scadendo. Questi i termini in cui il rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) delle Nazioni Unite (ONU), il principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici, mette l’emergenza climatica. E lo fa nel sesto dossier del Panel, quello più dettagliato mai elaborato sul tema. Le conclusioni sono state presentate ieri in conferenza stampa. E hanno segnalato come i cambiamenti climatici sono “inequivocabilmente” causati dagli esseri umani e che peggioreranno sempre di più se non ci sarà un rapido taglio delle emissioni inquinanti. L’ICPP è stato creato dalle Agenzie delle Nazioni Unite UNEP (UN Environmental Program e WMO (World Meteorological Organisation) nel 1988 con il compito di redigere a scadenza regolare rapporti di valutazione sulle conoscenze scientifiche relative al cambiamento climatico, ai suoi impatti, ai rischi connessi e alle opzioni per la mitigazione e l’adattamento. I rapporti sono divisi in tre parti: una che valuta le nuove conoscenza scientifiche, un’altra che valuta gli impatti del cambiamento e le azioni da intraprendere, una terza che valuta azioni di mitigazione. I rapporti sono mediamente lunghi tra le duemila e le tremila pagine. Quello presentato il 9 agosto è il rapporto del Working Group I, tre gli scienziati appartenenti a un’istituzione italiana, tutti ricercatori dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Gli altri due sono in fase di elaborazione e saranno presentati nei primi mesi del 2022. Secondo lo stesso rapporto, quindi, non tutto è perduto ma molto dipende dalle scelte politiche che i governi prenderanno nell’immediato e nei prossimi anni sul clima. Gli interventi però dovranno essere piuttosto radicali.

1,5°C: la soglia di riferimento per evitare danni catastrofici. Il rapporto specifica che non è ancora troppo tardi per impedire che nei prossimi decenni le temperature aumentino oltre questo livello rispetto al periodo pre-industriale ma bisogna agire in fretta

1,09°C: la media globale della temperatura del pianeta nel decennio 2011-2020, superiore rispetto al periodo 1850-1900

1,1°C: l’aumento delle temperature globali causato dalle attività umane, rispetto al periodo precedente alla rivoluzione industriale, tra il 2011 e il 2020

90%: la percentuale delle Regioni del mondo dove, rispetto agli anni Cinquanta, si sono verificate ondate di caldo più intense e frequenti. La tendenza è strettamente correlata allo scoppio di incendi di enormi dimensioni

5: gli ultimi cinque anni, per il rapporto i più caldi mai registrati dal 1850

2°C: se le temperature dovessero continuare ad alzarsi incendi e periodi di siccità saranno sempre più frequenti così come aumenteranno la frequenza di piogge torrenziali e alluvioni, anche in Europa, come successo lo scorso luglio tra Germania e Belgio

410: parti per milione (ppm) per CO2 delle emissioni antropiche dei principali gas serra nel 2019

1866: parti per miliardo (ppb) di metano per Co2 nel 2019

50: gli ultimi anni, quelli durante i quali la temperatura della Terra è cresciuta a una velocità senza uguali rispetto agli ultimi 2000 anni e durante i quali l’Artico si è riscaldato al doppio della velocità rispetto alla media globale

1000: l’estensione dei ghiacci dell’Artico durante l’estate è stata la più bassa degli ultimi 1000 anni

20 centimetri: il livello medio dell’innalzamento dei mari tra il 1901 e il 2020, una velocità mai osservata negli ultimi tremila anni

3.7: la crescita per millimetri all’anno del livello del mare fra il 2006 e il 2018

2 metri: il livello fino al quale potrebbe spingersi entro la fine del secolo l’innalzamento dei mari

26.000: l’acidificazione delle acque dei mari sta procedendo a ritmi mai visti negli ultimi 26mila anni

800.000: la concentrazione dei principali gas serra è la più elevata degli ultimi 800mila anni

2050: se entro il 2050 saranno azzerate le emissioni nette il surriscaldamento potrebbe essere contenuto entro i 2°C

7%: la percentuale delle emissioni da ridurre drasticamente all’anno per contenere il surriscaldamento 

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Filippo Facci per “Libero quotidiano” il 31 luglio 2021. Siete in ferie. Siete in gruppo. Avete parlato di vaccini per ore, e comincia a piovere. Un cretino accenna al riscaldamento globale (immancabile) e rimprovera le nostre responsabilità verso il Pianeta. Allora voi chiedetegli: «Sai quando è finita l'ultima era glaciale?». Lui tentenna. Rispondete: «Ci siamo ancora dentro: per era glaciale si intende un periodo in cui esistono le calotte polari, e in genere dura dai 12mila ai 50mila anni. Tra le cause accertate c'è il cambiamento dell'orbita terrestre attorno al Sole». Ma lui replica che l'uomo, però, ha la capacità di accelerare il riscaldamento e la fine di questa era glaciale. Voi allora fategli un'altra domanda: «Se noi riducessimo la storia della Terra in 24 ore (4,5 miliardi di anni in un giorno) lo sai a che ora spunterebbe l'uomo?». Lui tentenna. Rispondete: «L'homo sapiens compare alle 23.59 e 12 secondi. I dinosauri erano comparsi alle 22.48 e si erano estinti alle 23.40, se vuoi saperlo. La rivoluzione industriale esplode a meno di 4 millesimi dalla mezzanotte». Nel gruppo, a quel punto, una donna pone la sua domanda preferita: «E quindi?». Voi rispondete: «E quindi, per la Terra, siamo niente, un accidente di pochi secondi, benché abitato da megalomani che saranno spazzati via in un altro niente. Siamo un episodio che non può causare né risolvere problemi seri». Esattamente come questa rubrica, che va in ferie per un po'.

Noemi Penna per "la Stampa" l'11 agosto 2021. Lucifero è solo uno dei tanti esempi che abbiamo sotto i nostri occhi. Il clima africano ha preso il posto di quello mediterraneo e «deve essere chiaro che i cambiamenti che stiamo vivendo sono irreversibili». Non usa mezzi termini il professor Sandro Fuzzi, climatologo del Cnr e uno degli autori del sesto rapporto Intergovernmental Panel on Climate Change nelle Nazioni Unite: «Anche se per magia oggi stesso riuscissimo a eliminare ogni emissione, per diversi decenni continuerebbe comunque il riscaldamento globale».

Professore, durante la pandemia si sono registrati miglioramenti in termini di qualità dell'aria e dell'acqua, da Venezia a Taranto. È una buona notizia?

«Un fenomeno del tutto imprevedibile e inaspettato come il Covid ci ha permesso di ridurre le emissioni di inquinanti atmosferici e dei gas serra del 7%, dato enorme, mai sperimentato, ma purtroppo non ha prodotto alcun effetto sul clima. Questo perché la riduzione è stata troppo breve: gli inquinanti permangono in atmosfera per giorni o, al massimo mesi, ma per contrastare il riscaldamento climatico sono necessarie riduzioni sostanziali della concentrazione di CO2 e degli altri gas serra. Il Covid non solo non è bastato, ma siamo tornati in poco tempo ai livelli d'inquinamento precedenti, se non maggiori». 

Dovremo abituarci al costante aumento delle ondate di calore e a fenomeni atmosferici sempre più violenti?

«L'aumento delle ondate di calore, sia come frequenza sia per intensità dei fenomeni, è stato costante negli ultimi 60 anni. Mentre nel Nord del bacino del Mediterraneo si verificano precipitazioni particolarmente violente, al Sud i fenomeni siccitosi creano enormi danni all'agricoltura e le condizioni perfette per i vasti incendi che stiamo sperimentando. Sicuramente dobbiamo distinguere tra fenomeni meteorologi come Lucifero e le tendenze climatiche, la cui scala temporale è pluridecennale. Ma tutto questo è destinato, purtroppo, a peggiorare e la colpa è di tutti noi. In base alle proiezioni climatiche disponibili, questi eventi continueranno, con intensità crescenti parallelamente all'aumento del valore di riscaldamento globale raggiunto. La temperatura media globale del pianeta dell'ultimo decennio è stata di 1.09 gradi centigradi superiore a quella del periodo 1850-1900. E tutti i più importanti indicatori delle componenti del sistema climatico, ovvero atmosfera, oceani e ghiacci, stanno cambiando ad una velocità mai osservata negli ultimi millenni».

L'innalzamento del livello del mare che effetti avrà sul Mediterraneo?

«L'aumento medio del livello del mare accade ad una velocità mai prima sperimentata negli ultimi 3000 anni, così come l'acidificazione delle acque sta procedendo a una velocità mai vista negli ultimi 26 mila anni. E il Mediterraneo non è esente: a causa del riscaldamento climatico, il livello medio dell'innalzamento fra il 1901 e il 2020 è stato di 20 centimetri, con una crescita media di 1.35 millimetri l'anno fino al 1990, accelerata fino ai 3.7 del 2018. Per una nazione come l'Italia che ha 8 mila chilometri di coste, saranno ben evidenti le conseguenze». 

Insieme ad Annalisa Cherchi e Susanna Corti, lei è autore del rapporto sul clima dell'Onu. Quale futuro avete ipotizzato?

«Non bello. La temperatura superficiale globale della Terra continuerà ad aumentare almeno fino alla metà del secolo corrente in tutti gli scenari di emissione considerati. I livelli di riscaldamento globale di 1,5 e 2 gradi al di sopra dei livelli pre-industriali saranno superati entro la fine del 21° secolo, a meno che nei prossimi decenni non si verifichino profonde riduzioni delle emissioni di gas serra. Nel caso dell'azzeramento della CO2 entro il 2050, il riscaldamento globale di questo secolo è estremamente probabile che possa rimanere sotto i 2 gradi ma si prevede un ulteriore scongelamento del permafrost. È probabile che l'Artico sarà praticamente privo di ghiaccio marino in settembre almeno una volta prima del 2050, e il livello dei mari continuerà inesorabilmente a salire nel corso del secolo». 

Esiste un modo per fermare tutto questo?

«L'unica strada che abbiamo per salvarci è arrivare alla completa decarbonizzazione. Abbiamo la certezza che gli effetti che vediamo sul clima sono direttamente influenzati dalle attività umane, anche dalle nostre azioni piccole e quotidiane. La riduzione delle emissioni di CO2 porterà a un miglioramento della qualità dell'aria, osservabile in alcuni anni. Ma gli effetti sulla temperatura del pianeta saranno visibili solo dopo molti decenni. Da qui l'estrema urgenza di interventi tempestivi e sostanziali per la riduzione delle emissioni». 

Il paradosso dell’energia rinnovabile che ha bisogno di metalli non rinnovabili. Anche se il sole e il vento sono infinitamente rinnovabili, i materiali necessari per ricavarne elettricità e minerali come cobalto, rame, litio, nichel e terre rare sono tutt’altro che eterni. Alberto Negri su Il Quotidiano del Sud il 30 luglio 2021. Il passaggio al motore elettrico e alle energie rinnovabili potrebbe essere un regalo alla Cina e il motivo di nuovi conflitti geopolitici come è accaduto per il petrolio. Lo dice un articolo ospitato su “Internazionale” di Michael Klare docente all’Hampshire College negli Usa. Anche se il sole e il vento sono infinitamente rinnovabili, i materiali necessari per ricavarne elettricità e minerali come cobalto, rame, litio, nichel e terre rare sono tutt’altro che eterni. Alcuni di questi materiali come le terre rare, già indispensabili per smartphone e computer, sono molto più scarsi del petrolio, quindi nell’era delle rinnovabili il conflitto globale per le risorse potrebbe continuare. Per comprendere questo paradosso dobbiamo tener presente in che modo l’energia eolica e quella solare sono convertite in forme utilizzabili di elettricità e propulsione. L’energia solare è in gran parte raccolta dalle celle fotovoltaiche, spesso in strutture che ne usano enormi quantità, mentre il vento è raccolto da turbine giganti, che in genere formano vasti parchi eolici. Per usare l’elettricità nei trasporti, le automobili e i camion devono avere una batteria in grado di mantenere la carica per lunghi periodi. Servono notevoli quantità di rame, oltre a una varietà di altri minerali non rinnovabili. Le turbine eoliche, per esempio, impiegano manganese, molibdeno, nichel, zinco e terre rare per i generatori, mentre i veicoli elettrici hanno bisogno di cobalto, grafite, litio, manganese e terre rare per i motori e le batterie. Oggi con l’energia eolica e quella solare che contribuiscono solo al 7 per cento circa della produzione globale e i veicoli elettrici che rappresentano meno dell’1 per cento dei mezzi in circolazione, la produzione di questi minerali è più o meno adeguata alla domanda. Ma se gli Stati Uniti e l’Europa si muoveranno davvero verso un futuro di energia verde, come previsto dalla Casa Bianca e dal Piano ambientale europeo del “green deal”, con zero emissioni nel 2050, la loro domanda salirà alle stelle e la produzione globale sarà molto al di sotto delle necessità. Secondo un recente studio dell’Agenzia internazionale per l’energia (Aie) intitolato “Il ruolo dei minerali critici nella transizione energetica”, se il mondo s’impegnerà a sostituire rapidamente i veicoli a petrolio con quelli elettrici, nel 2040 la domanda di litio potrebbe essere cinquanta volte maggiore rispetto a oggi e quella di cobalto e grafite trenta volte superiore. Quest’impennata della domanda, ovviamente, spingerà l’industria ad aumentare le forniture di quei minerali, ma le loro potenziali fonti sono limitate e il processo di estrazione è costoso e complicato. In altre parole, il mondo potrebbe trovarsi molto a corto di materiali indispensabili. “Con l’accelerazione del passaggio all’energia pulita in tutto il mondo”, osserva sinistramente il rapporto dell’Agenzia, “i pannelli solari, le turbine eoliche e le auto elettriche saranno sempre più usati, e i mercati in rapida ascesa dei minerali potrebbero essere soggetti a volatilità dei prezzi, influenze geopolitiche e interruzioni delle forniture”. Ma c’è un’ulteriore complicazione: per alcuni dei materiali essenziali, come il litio, il cobalto e le terre rare, la produzione è fortemente concentrata in pochi paesi, e questo potrebbe portare al tipo di conflitti geopolitici che hanno accompagnato la dipendenza del mondo da poche importanti fonti di petrolio. Secondo l’Aie, oggi un solo paese, il Congo produce più dell’80 per cento del cobalto mondiale e un altro, la Cina, il 70 per cento delle terre rare; la produzione di litio dipende in gran parte da due paesi, l’Argentina e il Cile, che insieme rappresentano quasi l’80 per cento dell’offerta mondiale; quattro paesi – Argentina, Cile, Congo e Perù – producono la maggior parte del rame. In altre parole, la concentrazione di queste risorse in pochi paesi è molto maggiore di quella del petrolio e del gas naturale, il che spinge gli analisti dell’Agenzia a prevedere nuove lotte globali. Tutti conosciamo l’influenza del petrolio sulla geopolitica. Da quando è diventato essenziale per il trasporto e l’industria è considerato per ovvie ragioni una risorsa “strategica”. Dal momento che le maggiori concentrazioni di petrolio si trovavano in Medio Oriente e Nordafrica, guerre e tensioni si sono concentrate in questa area. Emblematiche le “crisi petrolifere” del 1973 e del 1979: la prima era stata causata dall’embargo arabo deciso come rappresaglia per il sostegno di Washington a Israele nella guerra di ottobre di quell’anno, la seconda all’interruzione degli approvvigionamenti provocata dalla rivoluzione islamica in Iran. Gli Usa si impegnarono a garantire le importazioni di petrolio con “ogni mezzo necessario”, compreso l’uso delle armi. Questo spinse George Bush senior a dichiarare la prima guerra del Golfo contro l’Iraq di Saddam Hussein nel 1991, e portò suo figlio a invadere il paese nel 2003. Nel 2021 gli Stati Uniti non sono più così dipendenti dal petrolio mediorientale grazie all’uso intensivo del fracking (fratturazione idraulica) per sfruttare i giacimenti nazionali. Tuttavia, il collegamento tra uso del petrolio e conflitti geopolitici rimane. La maggior parte degli analisti ritiene che il petrolio continuerà a garantire una quota importante dell’energia globale per i prossimi decenni, provocando lotte politiche e scontri militari per assicurarsi le forniture restanti. La questione oggi è: cosa cambierebbe se ci fosse un boom del commercio di auto elettriche? La quota di mercato dei veicoli elettrici sta già crescendo rapidamente e si prevede che raggiungerà il 15 per cento delle vendite mondiali entro il 2030. È ragionevole presumere che questo cambiamento sia destinato ad accelerare, con profonde ripercussioni sul commercio globale delle risorse. Secondo l’Aie, un’auto elettrica richiede sei volte l’apporto di minerali di un veicolo convenzionale a benzina. Questi minerali includono il rame per il cablaggio elettrico più il cobalto, la grafite, il litio e il nichel necessari per garantire le prestazioni e la longevità della batteria, Inoltre, le terre rare saranno essenziali per i magneti permanenti installati nei motori elettrici. Il litio, componente principale delle batterie dei veicoli elettrici, è il metallo più leggero che esista. È presente nei depositi di argilla e nei noduli polimetallici, ma si trova raramente in concentrazioni facilmente estraibili. Attualmente circa il 58 per cento del litio mondiale proviene dall’Australia, un altro 20 per cento dal Cile, l’11 dalla Cina, il 6 dall’Argentina e percentuali minori da altri paesi. Il cobalto è un altro componente chiave delle batterie. Oggi è quasi interamente prodotto grazie all’estrazione del rame nel caotico e violento Congo. Le terre rare sono un gruppo di diciassette metalli sparsi sulla superficie terrestre. Molte sono essenziali per la futura energia verde, come il disprosio, il lantanio, il neodimio e il terbio. Attualmente circa il 70 per cento delle terre rare proviene dalla Cina, quasi il 12 per cento dall’Australia e l’8 per cento dagli Stati Uniti. Basta uno sguardo alla distribuzione di queste risorse per capire che la transizione verso l’energia verde immaginata da Biden e altri leader mondiali potrebbe provocare aspri conflitti geopolitici non diversi da quelli generati in passato dal petrolio. Per l’approvvigionamento delle terre rare, la Cina, già oggi considerata un’avversaria, è cruciale, mentre Il Congo, dove è stato ucciso l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, è il principale produttore di cobalto. Quindi è davvero difficile pensare che la transizione verso le energie rinnovabili sarà facile e indolore. Si può immaginare – sottolinea Michel Klare – che un giorno le potenze cominceranno a litigare per le forniture di questi minerali, proprio come una volta combattevano per il petrolio. Ma è anche plausibile uno scenario in cui gli Usa e l’Europa potrebbero archiviare o ridurre i loro progetti, per mancanza di materie prime necessarie e torneranno alle guerre per il petrolio. Ma su un pianeta già surriscaldato questo comporterebbe futuro devastante. Washington e Pechino, quindi, non hanno altra scelta se non collaborare, tra loro e con altri paesi, per accelerare la transizione energetica verde. Qualunque alternativa sarebbe una catastrofe.

Francesca Pierantozzi per "il Messaggero" il 28 luglio 2021. Il noce di Trowse-with-Newton, villaggio ottocentesco a due chilometri e mezzo da Norwich, è bellissimo. Le fronde si alzano a più di 17 metri, le noci sono enormi, gustose. Da quasi un secolo è l'orgoglio degli abitanti del posto, e da circa due anni è l'incubo di Chantal Beck. I rami del grande noce si allungano sul retro del suo giardino, dove giocano le sue due figlie, Bonnie, 5 anni e Beau, di 6. Nel 2018 Chantal riuscì ad ottenere dal Consiglio del South Norfolk il permesso di tagliare i rami più lunghi: tre metri era stato il massimo che le era stato concesso. Non abbastanza per mettere al sicuro Beau: le noci la piccola non deve nemmeno vederle, è nata con un'allergia molto grave, potrebbe addirittura morirne secondo i medici. In un pomeriggio dell'estate del 2019 Beau ha avuto uno shock anafilattico, mentre giocava con la sorellina vicino all'albero. «Le noci cadono in terra, formano una specie di tappeto, si aprono, marciscono, e questo è bastato per metterla in pericolo di vita, in un attimo la sua gola, la sua lingua, perfino le orecchie, erano gonfie, ha rischiato di morire», ha raccontato Beck davanti ai membri del Consiglio provinciale per convincerli che il grande noce di Trowse deve diventare meno grande per salvare sua figlia. Pazienza per il paesaggio e per la maestà delle fronde, pazienza per i pittori che amano dipingerlo, o per le cartoline, ma bisogna tagliare di almeno cinque metri. Il paese si è spaccato, e una settimana fa è arrivata la sentenza: il Council ha deciso che no, non si può tagliare l'albero, che «una potatura di cinque metri» ne metterebbe a rischio la sopravvivenza. Il noce si trova nel terreno adiacente alla casa di Chantal, in una zona con vincoli paesaggistici e naturali. I consiglieri hanno notificato a Chantal che se taglierà i rami, la cosa finirà davanti al giudice e che faranno applicare «l'ordinanza che ne decreta la preservazione».

GLI SCHIERAMENTI. Di tecnici decisamente «troppo zelanti» parlano in questi giorni i cronisti della stampa locale. La guerra del noce di Trowse è arrivata anche sulle pagine dei quotidiani nazionali, perché Chantal non intende cedere. Con lei si sono apertamente schierati almeno 17 residenti del quartiere, che hanno inviato lettere di sostegno o notificato il loro accordo alla potatura, come una sua vicina: «Forse non è facile capire per qualcuno che non abita qui, ma è molto doloroso per molti di noi immaginare di tagliare radicalmente il noce, ma se poi consideriamo le conseguenze pericolose che ci possono essere sulla salute di una bambina, mi dico che è semplicemente impossibile opporsi alla richiesta della madre». E invece si sono opposti. Più d'uno (ufficialmente undici con nome e cognome) hanno fatto sentire la loro protesta: c'è chi ha descritto il noce come «un punto di riferimento», chi si è esposto facendo notare che si tratta «dell'unico grande noce del nostro villaggio e che tutti noi amiamo la raccolta delle noci alla fine dell'estate», e perfino l'artista che lo dipinge e fotografa regolarmente e che ha parlato «della dignità della corona perfettamente formata». Davanti alla volontà di Chantal e all'eco che la vicenda ha cominciato ad avere, il Council del South Norfolk ha deciso di affidarsi a un mediatore nelle vesti della consigliera locale Lisa Neal: «Cercheremo in ogni modo di trovare un compromesso».

LA CRISI. «All'inizio pensavo che l'importante fosse che Beau non mangiasse le noci, passavo settimane a raccogliere quelle che cadevano, sapevo che lei non era nemmeno capace di aprirle, ma poi ha avuto quella grossa crisi e ho capito: ne cadono talmente tante da formare un specie di tappeto, e in un istante il suo sistema immunitario è andato in tilt». Ma la responsabile della conservazione del patrimonio naturale della regione, Imogen Mole, è stata inflessibile: «Se tagliassimo così tanto l'albero, andrebbe incontro a problemi permanenti, e probabilmente non sopravviverebbe».

DOPO 20 ANNI STESSA SOLFA.

I Black Bloc oggi diventano hacker. E il web dei Grandi “zona rossa” da violare. Paolo Berizzi su La Repubblica il 23 luglio 2021. Da Genova a Milano e Roma, gli ex violenti delle piazze si sono trasformati in guastatori, “Riciclati”, “Anonymous". Martine arrivò a Genova da Liegi: oggi ha 42 anni e fa parte di Anonymous. Johann, tecnico informatico di Amburgo, vive in una città dei Paesi Bassi, ha messo su famiglia e ha abbracciato la causa ambientalista. Dice che «la violenza non è più la via per cambiare le cose». Dice. Stefano e Tommaso, sulla cinquantina, sono ancora in contatto con Albéric che da Lione o forse da Nantes, a metà luglio 2001, scese con un Van e passò a prenderli in Piemonte per poi raggiungere la città della Lanterna.

Massimiliano Peggio per "La Stampa" il 2 agosto 2021. Tre fronti d'attacco. Una strategia organizzata a tavolino per colpire il presidio di forze dell'ordine ed Esercito che protegge l'area strategica nazionale in Val di Susa, dove sorge il cantiere dell'Alta Velocità. Il bilancio della guerriglia scatenata dall'ala violenta No Tav sabato scorso è di tre poliziotti feriti e un mezzo dell'8° Reggimento alpini danneggiato. Rubato anche uno zaino militare con attrezzatura tattica per un valore di oltre 10 mila euro: un visore notturno, un binocolo a telemetro, maschera antigas. I No Tav, attraverso i loro canali social, esultano all'impresa: «Non basteranno 10mila agenti per fermarci». Cifra che fa riferimento alle dichiarazioni fatte nei giorni scorsi dalla ministra dell'Interno Luciana Lamorgese, annunciando l'invio di nuovo personale in divisa in provincia di Torino. Poliziotti, carabinieri e soldati necessari a difendere l'allargamento del cantiere di Chiomonte, dove si realizzerà il tunnel di collegamento con la Francia, e un secondo cantiere avviato di recente a San Didero, a metà valle, per ospitare opere complementari. L'azione di sabato è una delle più violente messe in atto dal 2013, quando fu violato il cantiere con un lancio di bombe molotov e razzi che provocò l'incendio di un macchinario. In questi ultimi anni i No Tav hanno dato vita a numerose incursioni periodiche, costringendo prefettura, questura e Telt, la società italo francese incaricata di realizzare la linea ferroviaria, a incrementare i dispositivi di sicurezza e le protezioni passive. Nell'ultima incursione, però, i manifestanti sono riusciti insinuarsi nell'area strategica, a ridosso del cantiere. Hanno bersagliato i mezzi con una pioggia di pietre, bulloni, razzi e bombe carta. Sono riusciti a colpire l'edificio che ospita la control room gestita dall'esercito. L'attacco su tre fronti è stato organizzato da circa 150 attivisti, tutti vicini all'area antagonista, con solidi rapporti con il centro sociale Askatasuna di Torino, in prima fila da anni contro l'Alta Velocità. L'occasione, come già era avvenuto in passato, è stata offerta dal festival Alta Felicità, in corso a Venaus con il patrocinio del Comune, diventato spazio musicale di lotta. La manifestazione ha attirato molti antagonisti provenienti da vari centri sociali italiani. «Il patrocinio al Festival? È un contributo a un festival di spettacolo e musica con cui collaboriamo - afferma il sindaco di Venaus, Avernino Di Croce - Condivido che la Tav sia un'opera violenta per il territorio e inutile. Sono scientificamente No Tav, anche se la violenza non mi appartiene e non la condivido né da una parte né dall'altra». Dice invece il sindaco di Susa, Pier Giuseppe Genovese: «La violenza non ha nulla a che vedere con la protesta pacifica espressa negli anni dai cittadini e dalle amministrazioni della Valle. È espressione di una forma organizzata che arriva da fuori dal territorio. Una spaccatura nel movimento No Tav comincia ad esprimersi».

Tutti contro i No Tav violenti. Ma i grillini stanno in silenzio. Nadia Muratore il 2 Agosto 2021 su Il Giornale. Soltanto la Appendino condanna le violenze. L'ira del ministro Lamorgese: "Sono episodi inaccettabili". Per gli attivisti No Tav, Il festival dell'Alta Felicità fa rima con guerriglia urbana. E anche per questa edizione il copione è stato replicato nel piccolo comune di Venaus. Ma quest'anno il bilancio di un pomeriggio di violenza ha superato anche le peggiori aspettative: in due ore di attacchi, gli antagonisti hanno ferito tre poliziotti, distrutto un mezzo dell'Esercito, rubato zaino e danneggiato sei blindati. Una escalation di violenza che ha portato a poche ore di distanza ad una unanime condanna da parte di tutto il mondo politico. Tutto o quasi, visto che a tacere sono stati i rappresentanti del Movimento Cinque Stelle che da sempre strizza l'occhio ai No Tav e di fatto, senza condanne ufficiali, ne giustifica anche le mosse più azzardate, quelle che sfociano in tafferugli e violenze. Unica voce lontana dal coro è stata quella di Chiara Appendino che è il sindaco di Torino. La stessa questura di Torino ha dichiarato che «contro le forze dell'ordine e i militari schierati a protezione del cantiere della Torino-Lione in Val di Susa è stato un violento attacco senza precedenti». Immediata la condanna del ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese: «Sono assolutamente inaccettabili episodi di gravissima violenza - ha dichiarato - che mettono in pericolo l'incolumità degli operatori di polizia e che nulla hanno a che vedere con il diritto di manifestare liberamente». Il ministro, inoltre, ha espresso «vicinanza e solidarietà ai due agenti rimasti feriti negli scontri di ieri sera nei pressi del cantiere di Chiomonte», ringraziando «tutte le donne e gli uomini delle Forze dell'ordine e dell'Esercito impegnati quotidianamente per tutelare la sicurezza e l'ordine pubblico in Val di Susa». Lamberto Giannini, il Capo della Polizia, «ha costantemente seguito» le fasi della «violenta aggressione da parte di gruppi No Tav nei confronti delle forze dell'ordine impegnate a presidio del cantiere di Chiomonte». Giannini ha seguito la complessa gestione dell'ordine pubblico, tenendosi in contatto col questore di Torino, Giuseppe De Matteis. «Il popolo no Tav, come quello no vax, ha tutto il diritto di manifestare il proprio dissenso - ha detto la presidente dei senatori di Forza Italia Anna Maria Bernini - ma rispettando le leggi dello Stato. Invece sempre più spesso si assiste a episodi gravissimi di chi pretende di imporre il proprio concetto di libertà ricorrendo alla violenza. Gli ennesimi scontri in Val di Susa sono la riprova di quanto stia crescendo il livello di intolleranza, e di quanto sia necessaria una risposta forte per ripristinare la legalità e tutelare le forze dell'ordine che difendono un'infrastruttura strategica». Categorica la condanna del governatore piemontese Alberto Cirio: «Chi rispetta la propria terra non la mette a ferro e fuoco. Chi rispetta la democrazia non calpesta il diritto di esprimere le proprie idee, di manifestare, trasformandolo in guerriglia e non ne prende a sassate chi gli dedica la vita ogni giorno con indosso una divisa. Perché le scene che abbiamo visto in Val Susa si chiamano in un solo modo: delinquenza». Una proposta concreta è arrivata dalla Cisl, che ha chiesto di organizzare «una grande manifestazione in Val Susa per difendere la Tav e sostenere le forze dell'ordine e i lavoratori impegnati nella realizzazione dell'opera». Nadia Muratore

Proteste e traffico paralizzato in città. G20, gli attivisti bloccano lo svincolo dell’A3 Napoli est: fermata anche raffineria Q8. Elena Del Mastro su Il Riformista il 22 Luglio 2021. Nelle ore in cui è iniziato il G20 Ambiente, Clima ed Energia a Napoli, attiviste, attivisti, comitati territoriali hanno bloccato gli ingressi delle raffinerie di S. Giovanni a Teduccio, della zona est di Napoli e lo svincolo autostradale A3. “È esattamente questa la nostra idea di transizione ecologica: fuoriuscita dal fossile, senza compromessi, al di fuori di ogni operazione di greenwashing. Le multinazionali sono alleate dei governi, ma decisamente nemiche dell’ambiente e della nostra salute” tuonano i manifestanti, che danno appuntamento alle 16 per un grande corteo a piazza Dante. Gli attivisti di Beesagainstg20 hanno l’obiettivo di contestare la riunione del G20. Bloccata anche la raffineria Q8 di via Galileo Ferraris da un centinaio di attivisti ambientali per dire “no all’ipocrisia del G20 e delle politiche di greenwashing” e per dire “basta ai combustibili fossili”. “Il continuo rinvio nel tempo degli obiettivi minimi sulla riduzione di Co2 e dei combustibili fossili – spiegano alla Dire -, la costruzione ovunque di nuovi gasdotti, l’imperversare senza regole di attività e impianti inquinanti, il potere delle compagnie petrolifere e delle elite che grazie a esse costruiscono ricchezze senza fondo, il cinismo delle multinazionali e delle compagnie di trasporto che usano i paesi più poveri del mondo come discarica tossica ci racconta come quelle di cui ci parla in questo momento a palazzo reale siano semplicemente politiche di greenwashing, il tentativo di utilizzare l’allarme climatico e ambientale e strumentalizzare la domanda di cambiamento solo per specularci sopra”. “La biografia del ministro Cingolani, una carriera nell’industria degli armamenti, è – proseguono – una perfetta fotografia dell’ipocrisia di questo consesso. È urgente mettere in discussione questo modello di sviluppo per non lasciare alle nuove generazioni un mondo sempre più tossico e invivibile come ci dicono i disastri climatici che si riproducono in questi giorni e l’emergere di nuove pandemie legate proprio alla distruzione degli ecosistemi. Giustizia ambientale e giustizia sociale sono due lati della stessa medaglia”. Si aspettano due giorni davvero infernali per la mobilità e il traffico in città.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

G20 Ambiente: da antagonisti lancio oggetti contro Ps. (ANSA il 22 luglio 2021) Momenti di tensione si sono avuti poco fa all' arrivo del corteo degli antagonisti - in corso a Napoli contro il G20 - in piazza Bovio. La testa del corteo ha cercato di spostarsi verso via Depretis, con l'obiettivo di raggiungere piazza Municipio e di qui entrare facilmente nella zona rossa. La Polizia li ha fronteggiati con un doppio cordone di agenti del reparto mobile in assetto antisommossa, che avevano alle spalle furgoni cellulari messi di traverso sulla carreggiata. Dai manifestanti sono stati lanciate buste d'acqua, sacchetti dell'immondizia e altri oggetti contro i poliziotti, che si sono protetti con gli scudi. (ANSA).

AGI il 22 luglio 2021. Si apre in una Napoli blindata la prima giornata del G20 su Ambiente, Clima ed Energia sotto la presidenza italiana. Una due giorni in cui la sostenibilità del Pianeta e la transizione ecologica saranno centrali. E protagonista sarà anche l’economia circolare. La riunione ministeriale oggi si focalizzerà sul tema ambiente mentre domani il focus sarà su clima ed energia che per la prima volta marceranno insieme.

Napoli blindata per l'evento e le proteste. Ma non mancano le proteste. Un gruppo di attivisti dei movimenti ambientalisti e dei centri sociali, che partecipano al controforum in coincidenza con il summit che si svolge a Palazzo Reale, stamattina ha bloccato il traffico nella zona del porto. Tutto l'area che va da piazza Trieste e Trento a piazza del Plebiscito e dintorni è transennata ed è bloccato l’accesso al traffico e ai pedoni.

Cingolani incontra Kerry e il ministro francese. A fare gli onori di casa e ad accogliere i colleghi dell’Ambiente del G20 è stato il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani. Prima dell’avvio dei lavori Cingolani ha avuto due incontri bilaterali: un colloquio con l’inviato speciale Usa per il clima John Kerry e uno con il ministro della Transizione ecologica francese, Barbara Pompili.  "Italia e Usa insieme per un'alta ambizione e per azioni stringenti in questa decade per tenere la temperatura del pianeta a 1,5 gradi", ha scritto il ministro su Twitter al termine dell’incontro con Kerry. “Difendendo l'ambiente abbiamo la possibilità reale di migliorare la vita delle persone e siamo alla vigilia del maggior cambiamento dalla rivoluzione industriale", ha detto in un'intervista a Repubblica l'inviato speciale Usa sul clima la cui impressione è' che i singoli Paesi vogliono fare meglio nella protezione dell'ambiente e vogliono riuscirci adesso". Secondo Kerry, "siamo di fronte alla possibilità della più grande trasformazione dalla rivoluzione industriale”.

Cingolani, "Ruolo chiave dell'ambiente per il post-pandemia". Aprendo i lavori, dal canto suo, Cingolani ha sottolineato che "Il ruolo dell'ambiente non è mai stato così importante". "Siamo qui riuniti oggi in un contesto che sottolinea il ruolo chiave svolto dai ministeri dell'Ambiente di tutto il mondo nel garantire le basi della società post-pandemia", ha aggiunto il ministro. La ministeriale del G20 su Ambiente, Clima ed Energia, ha proseguito, si svolge "in circostanze senza precedenti che hanno richiesto e richiedono ancora un'azione globale coraggiosa, congiunta e immediata". "Impossibile ignorare le prove scientifiche delle relazioni Ipcc e Ipbes (i due organi intergovernativi che si occupano di biodiversità e di cambiamenti climatici ndr) sui cambiamenti climatici. I tragici eventi meteorologici cui abbiamo assistito in questi ultimi mesi e, persino giorni - ha evidenziato ancora Cingolani - dimostrano che il nostro sistema climatico sta subendo gravi perturbazioni. Lo stesso vale per gli ecosistemi naturali e la biodiversità, dove i nostri sforzi finora non sono stati in grado di rallentare lo scivolone verso l'estinzione di massa delle specie e la ripartizione dei principali servizi ecosistemici". Secondo il ministro, "è fondamentale resistere alla tentazione di ricostruire le nostre economie sul modello pre-pandemia. In effetti – ha osservato il ministro - come possibile unico aspetto positivo, la pandemia ci ha offerto l'opportunità di ripensare le nostre vite, immaginare nuovi, migliori, modi di organizzare le nostre società ed economie, costruirle meglio e su basi e valori diversi. Questo nuovo approccio richiede economie robuste che operino ancora entro i limiti imposti dai confini planetari e dal fondo sociale, e garantiscano la cura del nostro Pianeta sempre al centro dello sviluppo umano". Cingolani ha quindi ribadito che "soluzioni basate sulla natura e approcci ecosistemici per affrontare il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità e la povertà sono "uno strumento permanentemente cruciale, ma non dovrebbero sostituire l'urgente e prioritaria necessità di decarbonizzazione e riduzione di tutte le emissioni di gas serra".  "Attenzione prioritaria - ha osservato il ministro - dovrebbe anche essere prestata alla protezione, alla conservazione, alla gestione sostenibile e al ripristino delle terre degradate, alla gestione sostenibile delle risorse idriche, gli oceani e i mari. Inoltre, è fondamentale riconoscere il grave impatto dei rifiuti marini – e in particolare dei rifiuti di plastica marini – sugli ecosistemi marini, le zone costiere, la pesca e il turismo". “La sfida centrale – ha quindi ammonito - riguarda il funzionamento del sistema finanziario e la misura in cui si allinea alle esigenze di sviluppo sostenibile. In parole povere, se il sistema finanziario può essere allineato a queste esigenze, la transizione verso uno sviluppo sostenibile può essere raggiunta. Senza tale allineamento, lo sviluppo sostenibile rimarrà al di fuori della nostra portata, con conseguenze catastrofiche che lasceremo alle generazioni future”. 

Al centro del summit il cambiamento climatico e la transizione ecologica. Alla ministeriale spetterà il compito di esprimere la sintesi di questi lunghi mesi di incontri, confronti e discussioni tra le delegazioni e i tecnici internazionali impegnati nella ricerca di risposte coordinate, eque ed efficaci, capaci di porre le basi per un futuro migliore e sostenibile. La Presidenza italiana del G20 ha presentato proposte importanti sul piano globale per stimolare la comunità internazionale verso “obiettivi ambiziosi”. I temi centrali della discussione saranno il contrasto al cambiamento climatico, l’accelerazione della transizione ecologica, le azioni necessarie per rendere i flussi finanziari coerenti con gli obiettivi dell’accordo di Parigi, una ripresa economica sostenibile ed inclusiva grazie alle opportunità offerte in campo energetico da soluzioni tecnologiche innovative, l’implementazione delle città intelligenti, resilienti e sostenibili. Le delegazioni stanno lavorando per produrre, al termine di ogni giornata, un comunicato condiviso tra i venti Paesi che contenga la traccia di visioni e impegni comuni. Al termine dei lavori oggi è prevista una conferenza stampa di Cingolani.

Tutti contro i No Tav violenti. Ma i grillini stanno in silenzio. Nadia Muratore il 2 Agosto 2021 su Il Giornale. Soltanto la Appendino condanna le violenze. L'ira del ministro Lamorgese: "Sono episodi inaccettabili". Per gli attivisti No Tav, Il festival dell'Alta Felicità fa rima con guerriglia urbana. E anche per questa edizione il copione è stato replicato nel piccolo comune di Venaus. Ma quest'anno il bilancio di un pomeriggio di violenza ha superato anche le peggiori aspettative: in due ore di attacchi, gli antagonisti hanno ferito tre poliziotti, distrutto un mezzo dell'Esercito, rubato zaino e danneggiato sei blindati. Una escalation di violenza che ha portato a poche ore di distanza ad una unanime condanna da parte di tutto il mondo politico. Tutto o quasi, visto che a tacere sono stati i rappresentanti del Movimento Cinque Stelle che da sempre strizza l'occhio ai No Tav e di fatto, senza condanne ufficiali, ne giustifica anche le mosse più azzardate, quelle che sfociano in tafferugli e violenze. Unica voce lontana dal coro è stata quella di Chiara Appendino che è il sindaco di Torino. La stessa questura di Torino ha dichiarato che «contro le forze dell'ordine e i militari schierati a protezione del cantiere della Torino-Lione in Val di Susa è stato un violento attacco senza precedenti». Immediata la condanna del ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese: «Sono assolutamente inaccettabili episodi di gravissima violenza - ha dichiarato - che mettono in pericolo l'incolumità degli operatori di polizia e che nulla hanno a che vedere con il diritto di manifestare liberamente». Il ministro, inoltre, ha espresso «vicinanza e solidarietà ai due agenti rimasti feriti negli scontri di ieri sera nei pressi del cantiere di Chiomonte», ringraziando «tutte le donne e gli uomini delle Forze dell'ordine e dell'Esercito impegnati quotidianamente per tutelare la sicurezza e l'ordine pubblico in Val di Susa». Lamberto Giannini, il Capo della Polizia, «ha costantemente seguito» le fasi della «violenta aggressione da parte di gruppi No Tav nei confronti delle forze dell'ordine impegnate a presidio del cantiere di Chiomonte». Giannini ha seguito la complessa gestione dell'ordine pubblico, tenendosi in contatto col questore di Torino, Giuseppe De Matteis. «Il popolo no Tav, come quello no vax, ha tutto il diritto di manifestare il proprio dissenso - ha detto la presidente dei senatori di Forza Italia Anna Maria Bernini - ma rispettando le leggi dello Stato. Invece sempre più spesso si assiste a episodi gravissimi di chi pretende di imporre il proprio concetto di libertà ricorrendo alla violenza. Gli ennesimi scontri in Val di Susa sono la riprova di quanto stia crescendo il livello di intolleranza, e di quanto sia necessaria una risposta forte per ripristinare la legalità e tutelare le forze dell'ordine che difendono un'infrastruttura strategica». Categorica la condanna del governatore piemontese Alberto Cirio: «Chi rispetta la propria terra non la mette a ferro e fuoco. Chi rispetta la democrazia non calpesta il diritto di esprimere le proprie idee, di manifestare, trasformandolo in guerriglia e non ne prende a sassate chi gli dedica la vita ogni giorno con indosso una divisa. Perché le scene che abbiamo visto in Val Susa si chiamano in un solo modo: delinquenza». Una proposta concreta è arrivata dalla Cisl, che ha chiesto di organizzare «una grande manifestazione in Val Susa per difendere la Tav e sostenere le forze dell'ordine e i lavoratori impegnati nella realizzazione dell'opera». Nadia Muratore

Da ilfattoquotidiano.it il 18 luglio 2021. Momenti di tensione quando un camionista si è imbattuto in un blocco che i No Tav avevano allestito in Valle di Susa. Gli attivisti affermano che il mezzo “ha cercato di forzare lo sbarramento accelerando rischiando così di travolgere i ragazzi e le ragazze”. Nel video pubblicato dal movimento NoTav sulla propria pagina Facebook di riferimento si vede l’uomo, sceso dal camion, aggredire i dimostranti con urla e spintoni: “Siete voi il problema: vi mettete in mezzo alla strada mentre io devo entrare. So già chi siete voi: siete delle m … Sono in piedi dalle quattro e mezzo”. Poi lo si vede aprire il cancello. “Il camionista in questione – si legge nel testo condiviso dai No Tav – pare essere un affezionato del Tav, lavora per una ditta che oltre a lavorare a San Didero lavora anche al cantiere di Chiomonte dove sposta materiali”.

Giampiero Mughini per Dagospia il 18 luglio 2021. Caro Dago, Dio che bello lo spezzone che avete appena messo in pagina sul camionista in Val di Susa che viene intercettato e bloccato da ragazzi e ragazze no-Tav e scende giù dal camion e urla e minaccia e inveisce, lui che per guadagnarsi il pane stava penando dalle quattro e mezza del mattino. Ovvio che quei ragazzi e quelle ragazze fossero della brava gente che nient’altro vuole se non il Bene dell’Umanità, il che non toglie che siano dei minchioncelli senz’arte né parte e che io tifi spasmodicamente per il camionista che si stava sbattendo per le autostrade d’Italia a trasferire da una città all’altra non so quali beni di cui ognuno di noi ha bisogno dopo averli comprati e pagati. Lo dico con cognizione di causa, perché nei miei vent’anni anch’io sono stato un minchioncello calzato e vestito che voleva il Bene dell’Umanità e che si comportava di conseguenza. Mio padre mi pagava gli studi all’Università, a casa dei miei nonni materni (dove vivevo perché i miei genitori si erano separati) mia nonna mi faceva trovare il piatto di pasta bell’e pronto quando tornavo dall’Università dove avevo appena finito di pronunciare una tuonante filippica anticapitalistica che aveva suscitato l’apprezzamento di qualche bella studentessa. Tanto che me ne tornavo a casa tutto pimpante, orgogliosissimo della mia identità ideologica. E così per giorni e settimane e mesi dei miei vent’anni. Altro che se non ero un bravo ragazzo che spasimava di amore per l’Umanità. Poi è successo che ho cominciato ad affrontare la vita reale, e mio padre e mia nonna non c’erano più, e me lo guadagnavo da me il pane da mangiare due volte al giorno, seppure alzandomi alle sette del mattino e non alle quattro e mezza. Per anni anni e anni. Ciascun anno dei quali finivo per pagare dapprima qualcosa di vicino ai centomila euro di tasse l’anno e poi parecchio di più. Ho pagato negli anni traendoli dal mio lavoro - ciò che mi rende fratello il camionista della Val di Susa - alcuni milioni di euro al fisco. Questo sì che oggi mi rende orgoglioso, non quegli sproloqui che pronunziavo all’Università e che se li ascoltassi adesso mi farebbero accapponare la pelle. Ancor oggi sono uno dei primi centomila contribuenti italiani. Più comunista di me. Solo che un catanese di gran rilievo, quel professor Manlio Sgalambro che ha fatto una geniale combutta con Franco Battiato, andava ripetendo che a lui piaceva il Mughini degli anni catanesi, non quello successivo. Lui preferiva ahimé il minchioncello che ero stato a vent’anni, del tutto simile ai ragazzi che rompevano le scatole al camionista della Val di Susa. Succede. Ne porto pazienza, ma non punto da non chiamare le cose della vita con il loro nome e cognome.

Inquinamento, dalla Cina all'India: i cinque Paesi asiatici responsabili dell'80% dei nuovi impianti a carbone. Libero Quotidiano il 30 giugno 2021. Mentre l’Unione Europea vara misure sempre più stringenti contro le emissioni di gas serra per raggiungere gli obiettivi di produzione di energie verdi stabiliti dall’Onu e gli Stati Uniti tornano negli accordi ecologici globali dopo la parentesi trumpiana, si scopre che cinque potenze dell’oriente punteranno fortemente sugli impianti a carbone per sostenere le richieste energetiche della loro crescita economica. Che dopo la crisi del Covid tornerà a essere dirompente. Carbon Traker Initiative, think tank ecologista con sede a Londra, ha scoperto che la Cina ma anche l’India, il Giappone, l’Indonesia e il Vietnam stanno finanziando la costruzione di più di 600 nuove centrali a carbone. Le peggiori in termini di inquinamento ed emissioni di Co2. Pechino resta il principale investitore mondiale in questo settore. Al momento ha in uso centrali che danno 1.100 gigawatt ma ha intenzione di aumentare l’energia prodotta di altri 187 gigawatt. Insomma, noi puliamo l’ambiente proprio mentre l’Asia ci inquina.

Processo al metano. Per anni è stato considerato come la soluzione energetica del futuro. Adesso è nel mirino dei climatologi. Luca Fraioli su La Repubblica l'1 luglio 2021. C’è un nuovo accusato sul banco degli imputati per il riscaldamento globale: accanto al nemico pubblico numero uno, l’anidride carbonica, siede ora anche una molecola fatta da un atomo di carbonio e quattro di idrogeno, CH4: il metano. Sembra trascorsa un’era geologica da quegli spot televisivi degli anni Ottanta che presentavano il gas naturale come la soluzione energetica del futuro: “brucia bene, lascia l’aria pulita e i cieli azzurri.

Se l’ambientalismo diventa ideologia la citta va fuorispista. Antonio Ruzzo il 20 giugno 2021 su Il Giornale.  C’è un filo sottile che separa l’ambientalismo dall’ideologia, dalla convinzione che le sorti del Pianeta possano essere interamente nelle mani dell’uomo. Così non è, ovviamente, ed è un attimo che quel filo si spezzi. Sembra un po’ quello che sta accadendo in città, dove la «crociata» ambientalista del sindaco Sala e di alcuni suoi assessori rischia di portare Palazzo Marino su posizioni lontanissime dalla realtà milanese, in una città «parallela» che ignora proteste, disagi, difficoltà economiche esigenze che il post pandemia impone per una ripartenza economica che dire incerta è essere ottimisti. E quando l’ambientalismo diventa ideologia cancella soprattutto il buonsenso. Le piste ciclabili di per sè non sono un problema. É sacrosanto che una città organizzi la sua mobilità al meglio possibile e le bici sono un’ottima alternativa. Un’ottima alternativa, appunto. Non l’unica soluzione possibile. A parte che non tutti possono o sono in grado di pedalare, una città come Milano per muoversi, lavorare, trasportare ha bisogno di un piano di mobilità concreto e non ideologico che metta mano, ad esempio, all’organizzazione del trasporto pubblico che durante l’emergenza ha mostrato qualche limite e che riveda, altro esempio, gli orari di consegna delle merci, che ipotizzi un carico-scarico notturno magari utilizzando anche le metropolitane, che immagini la possibilità di creare hub di smistamento fuori dalle circonvallazioni per camion e furgoni con navette elettriche che poi entrano in città per consegnare porta a porta. Cose concrete, ma non se ne parla. La deriva ideologica di Palazzo Marino è di andare avanti sommando chilometri e chilometri di ciclabili senza dubbi e senza sentir ragioni investendo un sacco di danè che magari sarebbero più utili per rimodernare una rete elettrica «antica» che in questi giorni di caldo e di condizionatori accesi non tiene botta. Una deriva che ha portato a una politica fatta di annunci che sogna una città libera e felice dove l’urbanistica è solo «tattica», dove le periferie sono «green e friendly», dove non ci sono auto nè parcheggi (perchè se non ci sono le auto non servono) e dove in strada non si può più neppure fumare una sigaretta. Dalla viabilità all’ambiente alla sicurezza è un furbo «zigzagare» alla ricerca del consenso inseguito con la scorciatoia degli slogan che alla lunga però finisce per scavare un solco profondo con le esigenze di chi si ritrova a fine mese con un negozio che non incassa, con gli stipendi da pagare, con le bollette sulla scrivania. E in questi casi per far tornare i conti l’ideologia serve a poco. Sarebbe meglio, molto meglio, un buon amministratore di condominio…

Greta Thunberg, "cicciona vegana pupazzo dell'Occidente". Attacco brutale dalla Cina comunista. Libero Quotidiano il 23 maggio 2021. Greta Thunberg chiede alla Cina di inquinare meno e i giornali vicini al regime comunista di Pechino la massacrano. Il commento più gentile la definisce "pupazzo", quello più corrivo prende in giro l'eco-attivista svedese definendola "grassa" e suggerendo che non si accontenti della dieta vegana. Una irrisione pubblica a cui la 18enne, che fin da bambina ha conquistato le piazze e le copertine di mezzo mondo, a replicare con insospettabile garbo. Tutto nasce dalla replica dell'editorialista del quotidiano statale cinese China Daily a un tweet di inizio maggio con cui la Thunberg chiedeva a Pechino di "cambiare drasticamente rotta" riguardo l'emissione di gas serra di cui nel 2019 il Paese è risultato primo nelle emissioni tra i Paesi sviluppati. Il giornale la definisce sprezzantemente la "principessa ambientale" per poi calcare la mano riprendendo un tweet di Tang Ge: "Sebbene affermi di essere vegana, a giudicare dai risultati della sua crescita, le sue emissioni di carbonio in realtà non sono basse". Di fatto, un  modo mascherato per darle della cicciona. "Essere vittima di fat shaming dai media statali cinesi è un'esperienza piuttosto strana anche per i miei standard", ha commentato Greta su Twitter. In realtà, la critica cinese è anche sostanziale. Greta userebbe "due pesi e due misure", dimenticandosi di criticare allo stesso modo anche il gigante americano ("Lo stile di vita Usa ed europeo è quello che inquina di più la terra", sostiene l'editorialista del China Daily). "La principessa non ha mai piantato un albero nel deserto. Al contrario, è andata in giro, tenendo in mano diversi cartelli di protesta che hanno inquinato l'ambiente". Un "pupazzo in mano all'Occidente", è l'elegante chiosa cinese.

Mirko Molteni per “Libero quotidiano” il 23 maggio 2021. Da qualche giorno Greta Thunberg litiga col regime comunista cinese sull'ambientalismo. Tanto che da Pechino si rinfaccia all'attivista svedese dell'ecologismo catastrofista di essere ingrassata mangiando carne, mentendo sulla sua adesione a una dieta vegetariana, meno impattante sull'ambiente rispetto a un'alimentazione carnivora. Il giornale governativo China Daily, con un articolo di Tang Ge, ha attaccato Greta: «Anche se dice di essere vegetariana, giudicando dai risultati della sua crescita, le sue emissioni di carbonio devono essere in realtà non basse». Tang ha inoltre ironizzato definendola «principessa ambientalista». Greta ha ribattuto sui social: «Essere insultata sul grasso ("fat-shamed") da parte dei media di Stato cinesi è una strana esperienza perfino per i miei standard. Ma in fin dei conti è entrato a far parte del mio curriculum». Tutto era iniziato la settimana scorsa, quando la ragazza aveva criticato la Cina per i suoi effettivamente altissimi livelli d'inquinamento, scrivendo su Twitter: ««La Cina è ancora considerata in via di sviluppo, ma non è una scusa per rovinare il futuro. Non possiamo cambiare le cose se la Cina non cambia corso». Ai cinesi non è andato giù anche il fatto che la Thunberg sia stata invece morbida sulla decisione del Giappone di scaricare in mare l'acqua radioattiva della centrale atomica di Fukushima. Perciò, altri commentatori di Pechino, come Wuhe Qilin, del Sina Weibo, hanno definito la ragazza «pupazzo delle potenze occidentali». Che la Cina sia con gli Usa fra i massimi inquinatori, è vero. Ma Greta critica con toni apocalittici senza proporre soluzioni, tanto che lo psicologo norvegese Per Espen Stoknes l'ha criticata consigliandole di parlare «per il 75% di soluzioni al problema e solo per il 25% di evocare i rischi». In sostanza, il contrario di quanto fa la Thunberg.

Greta e le altre: ecco le ragazze che lottano per il Pianeta. Raffaella De Santis su La Repubblica il 21 aprile 2021. Dall'Africa alla Cina, dalla Russia al Brasile, un libro illustrato racconta le storie delle giovani attiviste che vogliono cambiare il mondo. Una lettura adatta a bambini e adolescenti sensibili ai temi ambientali. Tutti i giorni Lilly Platt torna da scuola guardandosi intorno. Vive a Amsterdam, se trova plastica in giro la fotografa e poi pulisce. Nel giro di poco tempo i suoi post e i suoi scatti ambientalisti, e soprattutto la sua passione, l'hanno trasformata in una giovane attivista seguita su Instagram da oltre 7 mila follower. In molte foto testimonia la tragedia degli animali che mangiano la plastica e si intossicano.

Per Greta Thunberg gli obiettivi definiti "ambiziosi" sono "insufficienti". Clima, gli impegni presi dai 40 leader mondiali. Biden: “È il decennio decisivo, dobbiamo agire”. Redazione su Il Riformista il 22 Aprile 2021. Quaranta leader mondiali si sono riuniti virtualmente per il summit sul clima promosso dal presidente degli Stati Uniti, Joe Biden. Un vertice virtuale, voluto per dare nuova spinta alla lotta al cambiamento climatico e in vista della Conferenza Onu di Glasgow Cop26 a novembre , pur tra le critiche di gran parte dell’ecoattivismo mondiale, tra cui Greta Thunberg per cui gli obiettivi definiti “ambiziosi” dai leader sono in realtà “insufficienti”. A guidare il summit, a un tavolo circolare con al centro una piattaforma ricoperta di prato, oltre a Biden sono stati l’inviato per il Clima John Kerry e il segretario di Stato, Antony Blinken. Presenti anche i presidenti di Cina e Russia, nonostante le tese relazioni con Washington, in quello che è stato un coro di impegni a proteggere l’ambiente e spingere sull’economia ‘verde’. Per l’Italia il premier Mario Draghi ha sottolineato: “Dobbiamo invertire la rotta e farlo subito. Vogliamo agire ora, non avere dei rimpianti dopo”, “l’Italia quest’anno detiene la Presidenza del G20 e la salvaguardia del nostro pianeta è uno degli obiettivi principali del nostro programma”. “Il costo dell’inazione continua a crescere”, “questo è il decennio decisivo” per “evitare disastrose conseguenze”, ha detto Biden aprendo il summit. “I segnali sono chiari e la scienza è innegabile”, “è un momento di pericolo, ma anche di opportunità”, ha aggiunto, facendo riferimento ai “milioni di posti di lavoro” da creare. L’impegno degli Usa è tagliare le emissioni fino al 52% entro il 2030, dopo il disimpegno dell’amministrazione Trump. Ciò richiederà il più grande sforzo mai fatto, quasi raddoppiando gli obiettivi presi da Obama a Parigi nel 2015. E proprio il ritorno degli Usa nell’accordo è stato elogiato da vari leader, tra cui la cancelliera Angela Merkel. Per l’Ue, che ha fissato la riduzione dei gas serra del 55% entro il 2030 rispetto ai ’90, sono intervenuti i presidenti di Commissione e Parlamento, Ursula von der Leyen e Charles Michel. Il ritiro dall’accordo era stato deciso da Trump, che aveva anche rafforzato la produzione di petrolio e gas, nonché deriso la scienza e i suoi avvertimenti sul clima. Cioè il fatto che il riscaldamento globale causato da centrali a carbone e uso di carburanti fossili stia aggravando allagamenti, uragani, incendi e altri disastri. Non hanno invece preso impegni precisi Cina e Russia. Il cinese Xi Jinping, il cui Paese è il maggior emettitore di gas serra, prima degli Usa, non ha accennato alle dispute che fino all’ultimo hanno messo in dubbio la sua presenza, dicendo che Pechino lavorerà con gli Usa nel taglio delle emissioni. “Proteggere l’ambiente è proteggere la produttività”, ha detto. Neanche il russo Vladimir Putin, di recente definito da Biden “assassino” per la repressione degli oppositori, ha accennato alle tensioni. “Siamo genuinamente interessanti a promuovere la collaborazione internazionale e cercare altre soluzioni efficaci al cambiamento climatico”, ha detto. La Russia è la quarta emettitrice di gas serra. I leader dei Paesi più piccoli e delle isole hanno sollevato l’allarme per l’innalzamento delle acque e gli uragani, chiedendo aiuto e tagli veloci alle emissioni. “Siamo quelli che meno contribuiscono ai gas serra, ma siamo i più colpiti dal cambiamento climatico”, ha riassunto Gaston Alfonso Browne, premier di Antigua and Barbuda, accennando ad aiuti di ripresa dai disastri e alleviamento del debito. I Paesi poveri guardano anche agli Usa perché li dicono in debito di 2 miliardi di dollari in aiuti risalenti all’era Obama, che Trump non ha versato. Biden ha promesso di raddoppiare i fondi per gli aiuti climatici ai Paesi poveri entro il 2024 e ha detto che la US International Development Finance Corporation entro due anni avrà un terzo dei nuovi investimenti sul clima. Qualche leader si è poi fatto notare per le sue posizioni contradditorie. Spicca il brasiliano Jair Bolsonaro, che ha promesso lo stop alla deforestazione illegale dell’Amazzonia e parlato dell’importanza della tutela dei popoli indigeni, quando è noto per politiche che vanno in tutt’altro senso.

Earth Day 2021, il mondo è nelle nostre mani. "Restore our Earth" è il tema di questa Giornata mondiale della Terra. La crisi climatica è al centro dell'agenda politica mondiale, ma bisognerà vedere se alle promesse dei politici seguiranno azioni concrete per limitare i danni. Luca Fraioli su La Repubblica il 21 aprile 2021. Ha appena compiuto cinquant’anni, ma proprio ora le viene chiesto l’impegno maggiore. Le foto in bianco e nero di quel 22 aprile 1970, prima Giornata mondiale della Terra, raccontano di una gioventù americana scesa in strada (furono decine di milioni in tutti gli States) per chiedere alla politica più attenzione verso il Pianeta. Erano gli anni del Vietnam e della contestazione, di ragazze e ragazzi che sognavano di cambiare il mondo marciando dietro slogan e striscioni. Molti la considerano la data di nascita dell’ambientalismo moderno, che ha certamente contribuito ad accrescere la consapevolezza dell’opinione pubblica, ma non si può dire che abbia cambiato radicalmente il nostro modo di vivere, di consumare, di produrre energia, di sfruttare la Natura. Tanto che 51 anni dopo ci ritroviamo a sperare che l'Earth Day segni un nuovo inizio, rappresenti una svolta soprattutto nell’affrontare la principale emergenza ambientale della nostra era: quella climatica. Stavolta, complice anche il Covid, non ci saranno folle di giovani in strada. Ma l’epicentro sarà ancora una volta l’America: il presidente Biden, ansioso di rimettere gli Usa alla guida della rivoluzione Green, dopo il negazionismo trumpiano, ha organizzato proprio in occasione della 51esima Giornata mondiale della Terra un vertice al quale ha invitato 40 capi di Stato e di governo. La solita passerella? Le solite promesse non mantenute, come accusano i giovanissimi attivisti di Fridays for Future? Vedremo. Certo, la Casa Bianca ha preparato l’evento mandando nelle principali capitali il suo zar per il clima John Kerry. E si spera che l’ex Segretario di Stato di Obama non sia tornato a Washington a mani vuote. Ma la vera scommessa riguarda proprio l’Amministrazione Biden: come scrive Bloomberg, piattaforma di informazione di proprietà dell’omonimo magante ambientalista ex sindaco di New York, “l’America vuole la leadership sul clima, ma prima dimostri al mondo di fare sul serio”. Come dire che la Casa Bianca, per essere credibile e trascinare con se le altre nazioni in una vera transizione ecologica, deve gettare il cuore oltre l’ostacolo e non limitarsi ad accettare i tagli alle emissioni ratificati ormai sei anni fa a Parigi e la cui efficacia è superata dal precipitare della situazione. Lo chiedono ormai non solo Greta Thunberg e i suoi epigoni, ma persino i 310 manager più influenti d’America che hanno appena scritto una lettera a Biden invocando misure drastiche per frenare il riscaldamento globale. "Business is business", ma in un mondo agonizzante quale business potrebbe mai sopravvivere? Purtroppo i dati raccolti da scienziati e istituzioni sovranazionali, e riassunti in questo speciale di Green and Blue, confermano ogni giorno di più che occorre agire in modo deciso e immediato. Nel 2021 le occasioni non mancano: il vertice voluto da Biden, il G20 a guida italiana, la Cop26 di Glasgow a inizio novembre. C’è poi quello che può fare ciascuno di noi nel suo piccolo, come individuo e come comunità. Non a caso il tema individuato per questa 51esima edizione della Giornata mondiale della Terra è "Restore your Earth", un invito rivolto a tutti noi, perché ognuno restauri il pezzetto di Pianeta di sua competenza. Vedremo se i Grandi manterranno le promesse fatte nei prossimi summit. E se le persone normali sapranno cambiare le loro abitudini per contribuire. Chissà che nel 2022, in occasione della 52esima Giornata della Terra, non si possa tornare in strada come in quel lontano 1970. Magari non per protestare, ma per festeggiare l’inizio di una vera rivoluzione verde.

Quando l'America di Nixon scoprì l'ambientalismo. Federico Rampini su La Repubblica il 22 aprile 2021. Le prime leggi contro l’inquinamento furono di Kennedy, ma la vera svolta si deve al presidente repubblicano durante la guerra del Vietnam. Il movimento ambientale americano ha dei pionieri illustri: nell’Ottocento, Henry David Thoreau e John Muir furono tra i teorici di quello che allora si chiamava “conservazionismo”. Influenzarono i due presidenti-cugini, Theodore e Franklin Roosevelt, ambedue attivi nella creazione di parchi nazionali e nella tutela delle terre sotto giurisdizione federale. Ma l’ambientalismo moderno è una creatura degli anni Sessanta. Convergono a farlo nascere negli Stati Uniti tre fattori. In primo luogo alcuni episodi d’inquinamento grave (anche in seguito ai test nucleari) vedono reagire una società civile più sensibile. In secondo luogo, la rivoluzione culturale giovanile – culminata nella Summer of Love di San Francisco nel 1967 – ha una forte componente naturalistica, riscopre i “nativi” (quelli che un tempo chiamavamo indiani d’America) come un modello di attenzione all’ecosistema. In terzo luogo c’è il contributo degli scienziati: è nella seconda metà degli anni Sessanta che cominciano a maturare al Massachusetts Institute of Technology e in altre università d’eccellenza le teorie sui “limiti dello sviluppo”. Coincidono con scenari apocalittici – ispirati al pensiero malthusiano – sulla “bomba demografica” e l’impossibilità di sfamare un pianeta sovrappopolato; l’esaurimento irreversibile di risorse naturali; i danni dell’inquinamento per la salute. L’ambientalismo americano degli anni Sessanta incrocia altre due rivoluzioni valoriali e di costume, il consumerismo (tutela dei diritti dei consumatori) e il salutismo ispirato anche ai nuovi stili di vita della New Age sulla West Coast. Il paradosso è che a raccogliere questi impulsi dal basso – e dal mondo scientifico – per trasformarli in riforme politiche, nuove regole e nuove istituzioni, è un presidente repubblicano: Richard Nixon. La sua fama è macchiata per sempre dallo scandalo del Watergate che ne segna la caduta; nonché da crimini come il bombardamento illegale della Cambogia in una guerra non dichiarata (effetto collaterale dell’escalation militare in Vietnam). Eppure lo stesso presidente che ordina l’uso massiccio dell’agente defoliante napalm nella penisola indocinese, a casa propria crea nel 1970 la Environmental Protection Agency (Epa), l’authority per la tutela dell’ambiente destinata a diventare un modello mondiale. Una premessa era stata l’approvazione al Congresso del Clean Air Act sotto il presidente democratico John Kennedy nel 1963: la prima legislazione veramente avanzata per combattere l’inquinamento atmosferico. Però è solo con la creazione dell’Epa da parte di Nixon che il Clean Air Act acquista “i denti”, l’autorità per mordere, vigilare sul rispetto delle norme, sanzionare le violazioni. La scelta di concentrare poteri di regolazione e controllo in capo a un’istituzione tecnocratica, con una forte cultura scientifica, e (relativamente) protetta dalle ingerenze politiche, si è rivelata lungimirante e nel lungo periodo ha consentito delle avanzate importanti. Per esempio, la riduzione dello smog da traffico automobilistico grazie alle marmitte catalitiche consentì di vedere cieli azzurri a Los Angeles, metropoli che era diventata un inferno irrespirabile negli anni Sessanta. La preveggenza di Nixon fu premiata dagli eventi successivi: i due shock petroliferi degli anni Settanta fecero entrare nella coscienza collettiva degli americani il dubbio sulla sostenibilità economica – oltre che ambientale – del capitalismo fossile. A quell’epoca l’ambientalismo era molto meno influenzato di oggi dalla contrapposizione fra democratici e repubblicani. È ancora a Nixon che bisogna far risalire però un’altra scelta gravida di conseguenze: l’apertura alla Cina, dettata da ragioni geostrategiche, pose le premesse per l’ascesa di quella che mezzo secolo dopo è diventata la “superpotenza carbonica” numero uno.

Conservatori e veri ambientalisti: nel libro della Meloni, Roger Scruton “batte” Greta Thunberg. Lando Chiarini lunedì 7 Giugno 2021 su Il Secolo d'Italia. La destra italiana e Roger Scruton, l’espressione più lirica e per molti versi persino dolente di quell’autentico scrigno di storia, valori, culture e prassi politiche che è il pensiero conservatore. «Neanche ricordo più quante volte l’ho citato», scrive Giorgia Meloni nella sua recente autobiografia a sottolineatura dell’interesse per l’illustre pensatore tory, scomparso nel gennaio dello scorso anno a 75 anni. Un faro spentosi proprio all’insorgere della pandemia privandoci così della giusta luce con cui illuminare l’assetto di un dopo destinato a demolire le granitiche certezze di progresso promesse dalla globalizzazione. Almeno così sembra. Persino ora che il peggio è alle spalle nostre.

Scruton faro del pensiero tory. Già, sarebbe quanto mai interessante conoscere il pensiero di Scruton sullo scontro che sembra riaccendersi nella Ue tra i guardiani dell’austerity e chi spinge per dotarla di una visione politica con al centro i popoli e non solo le politiche di bilancio. O, ancora, sull’esistenza di un nesso di causalità tra la Brexit e l’ottima performance del governo di Boris Johnson, primo in Europa a rivedere la luce dopo le tenebre imposte dal Covid. Certo, la dura scorza di realismo e scetticismo rende i conservatori naturalmente refrattari ai facili entusiasmi tipici degli spacciatori di utopie, per cui è altamente probabile che Scruton si sarebbe astenuto dal tranciare giudizi validi da qui all’eternità.

Il sostegno alla «Lady di ferro». È vero, invece, che anche l’Italia registra una rinnovata curiosità verso il pensiero conservatore. Si indaga, in particolare sul suo rapporto con il thatcherismo e la conclusione è tutt’altro che scontata. Sembra, infatti, che il secondo contraddica il primo più di quanto non lo integri. E questo perché l’esperienza di governo legata al nome della Iron Lady aveva dalla sua una mistica del mercato e dell’individuo, di cui furono illustri vittime i concetti di comunità e di coesione sociale. La necessità di arginare il declino seguito al pur vittorioso secondo conflitto mondiale, aveva spinto Margareth Thatcher a rompere l’equilibrio sociale costruito da laburisti e conservatori con l’obiettivo di traghettare l’ex-impero verso una maggiore integrazione con l’Europa.

La leader di FdI e l’Ecr. Ma proprio in questa travagliata transizione la Thatcher, di cui Scruton fu entusiasta sostenitore, individua la causa prima del declino della sua Isola. Da qui la decisione di ridurre drasticamente la presenza dello Stato nell’economia e di sfidare sul welfare la potente macchina sindacale. Una rivoluzione anche rispetto al partito tory, da sempre fautore di un’economia sociale di mercato basato su un individualismo temperato dal riconoscimento dell’importanza dei corpi intermedi. Così inteso, più che una variabile, il thatcherismo è addirittura un’eresia del conservatorismo. Conferma, in ogni caso, che nessuna cultura politica è etichettabile una volta per sempre.

La destra e il declino italiano. Lo sa bene Giorgia Meloni, da poco meno di un anno alla guida l’Ecr, la sigla che raccoglie i partiti conservatori europei. Una carica tutt’altro che onorifica alla luce della guerra di posizionamento in corso tra i gruppi alla destra del Ppe. Tanto più che i sondaggi segnalano come tutt’altro che remota la possibilità che la leader di FdI possa diventare la prima donna premier in Italia. Nessun confronto, ci mancherebbe. Ma è innegabile che nell’Italia di oggi, esattamente come nella Gran Bretagna di ieri, la scommessa consista nell’«aggredire il declino». Virgolette d’obbligo, visto che proprio così s’intitola l’ultimo paragrafo politico del libro della Meloni. Non ancora un obiettivo di governo. Ma di certo un impegno politico-culturale per restituire prospettiva al conservatorismo di fronte alle sfide della modernità.

Patriottismo ecologista. La prima – come lo dimostra la dolorosa vicenda dell’Ilva di Taranto – è legata alla necessità di superare la feroce opzione ancora oggi esistente tra lavoro, salute e ambiente. In Io sono Giorgia, ancora una volta citando Scruton, anche la leader di FdI sottolinea la necessità di «aggredire il declino» da una visuale certamente «produttivista». Ma in cui rifulge, altrettanto intensa, una forte vocazione ecologista. Cura dell’ambiente e visione di uno sviluppo sostenibile della produzione – è la tesi esposta nel libro – rappresentano sensibilità, prima ancora che tematiche, connatura