Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2021

 

IL GOVERNO

 

QUARTA PARTE

 

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

 

 

ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

     

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

GLI ANNIVERSARI DEL 2019.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

IL GOVERNO

INDICE PRIMA PARTE

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE. (Ho scritto un saggio dedicato)

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quella guerra civile italiana che fu chiamata brigantaggio.

Il tradimento della Patria.

Storia d’Italia.

Truffa o Scippo: La Spesa Storica.

Il Paese delle Sceneggiate.

LA SOLITA ITALIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Tutto va male? Diamo panem (reddito di cittadinanza) e circenses (calcio).

Liberazione dell'Italia. Ecco il "film" degli alleati.

Il Piano Marshall.

Il Tafazzismo Meridionale. Il Sud separato in casa.

Gli errori sull’Euro.

L’Italia continua a dare più fondi all’Europa di quanti ne riceve.

SOLITA LADRONIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Italia che siamo.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Libero Mercato.

I Liberali.

La Nuova Ideologia.

Vizio sinistro: criminalizzazione della Società.

Un popolo di Spie…

I Senatori a Vita.

La Terza Repubblica (o la Quarta?).

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

E la chiamano democrazia…

Parlamento: Figure e Figuranti.

L’ossessione del complotto.

L’Utopismo.

Il Populismo.

Riformismo e Riformisti.

Il Tecnopopulismo.

La Geopolitica.

La Coerenza.

Le Quote rosa.

L’uso politico della giustizia.

L’Astensionismo.

La vera questione morale? L’incompetenza.

Mai dire…Silenzio Elettorale.

Gli Impresentabili.

I Vitalizi.

Il Redditometro dei Parlamentari.

Il Redditometro dei Partiti.

Parlamento: un Covo di Avvocati.

Autenticazione delle firme per i procedimenti elettorali.

Il Conflitto di interessi.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA APPALTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Appalti truccati.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Concorso Truccato. Reato Impunito.

Concorsi truccati nella Magistratura.

Concorsi truccati nell’Università.

Concorsi truccati nella Sanità.

Il concorso all’Inps è truccato.

Il concorso per docenti scolastici era truccato.

Il concorso per presidi era truccato.

Esami universitari e tesi falsate.

L’insegnamento e la Chiamata Diretta.

Concorsi truccati nella Pubblica Amministrazione.

In Polizia: da raccomandato.

Precedenza ai militari.

Il Cartellino Rosso per gli Arbitri.

L’Amicocrazia.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Esame di Abilitazione Truccato.

La Casta precisa: riforme non per tutti...

SOLITO SPRECOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ei fu CNEL.

Lo Spreco dei Comuni.

Lo scandalo della Pedemontana Veneta.

Immobili regalati o abbandonati.

Storia di un maxi spreco. Il super jet di Renzi.

Alitalia: pozzo senza fondo.

Giù le mani dalle auto blu.

Le Missioni dei Politici.

Le Missioni dei Giornalisti Rai.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

Il “gold exchange standard”, il “Nixon shock” e le politiche monetarie.

I Bitcoin.

Tassopoli.

Le vincite.

Il Contrabbando.

I Bonus.

Il Superbonus.

Bancopoli.

Le Compagnie assicurative.

Le Compagnie elettriche.

Le Compagnie telefoniche.

Il Black Friday.

Il Pacco: Logistica e Distribuzione.

I Ricconi alle nostre spalle.

 

 

  

 

IL GOVERNO

QUARTA PARTE

 

SOLITA APPALTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Appalti truccati.

APPALTI TRUCCATI SULLE CARCERI. ARRESTATO UN FUNZIONARIO AGENTE DELLA POLIZIA PENITENZIARIA. Il Corriere del Giorno il 10 Novembre 2021. Le imprese affidatarie avrebbero pagato tangenti, ai fini dell’aggiudicazione della gara, per ottenere l’appoggio di un funzionario appartenente alla polizia penitenziaria in servizio al Dap. Gli inquirenti della procura di Roma hanno scoperto un giro di mazzette per “truccare” e pilotare degli appalti per un valore di 400mila euro. Secondo l’ipotesi di reato avanzata dagli investigatori del Nucleo Speciale Anticorruzione della Guardia di Finanza, due imprenditori avrebbero corrotto con 30mila euro, un funzionario, poliziotto della penitenziaria in servizio al Dap che gli ha aiutati a vincere le gare. E ieri mattina, tutti e tre sono finiti agli arresti domiciliari rispondendo dell’imputazione di corruzione. La vicenda trae origine da un unico grande bando che è stato spacchettato in tre piccole gare indette tra il 2018 e il 2019, per evitare una competizione tra aziende a livello europeo, aggiudicate sempre alle stesse società. Sarebbe questo il primo grande aiuto che l’agente avrebbe fornito agli imprenditori a lui vicini secondo gli investigatori delle Fiamme Gialle. Due imprenditori e un funzionario della polizia penitenziaria sono finiti agli arresti domiciliari con l’accusa di aver truccato gli appalti per l’acquisto di strumentazioni di controllo in dotazione agli agenti. L’ordinanza è stata eseguita dal Nucleo Speciale Anticorruzione della Guardia di Finanza su delega della Procura di Roma che dalle indagini ha scoperto un sistema collaudato di tangenti. Grazie alle intercettazioni telefoniche e alle acquisizioni documentali, gli inquirenti hanno ricostruito un grave quadro indiziario relativo ad accordi collusivi tramite i quali alcuni contratti pubblici sarebbero stati affidati a imprenditori compiacenti. Le indagini hanno accertato delle irregolarità nella gestione e aggiudicazione di alcune procedure di gara bandite dal DAP il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria per l’acquisto di apparecchiature per la rilevazione in carcere di telefoni cellulari da fornire in dotazione alla Polizia Penitenziaria.

“Tutto è corruzione”: il fantasma che può soffocare il Recovery. Basta un dirigente indagato per escludere un’azienda da una gara: è uno dei vizi di sistema indicati dal costituzionalista Caravita. Serve una svolta. Errico Novi su Il Dubbio il 29 ottobre 2021. Trent’anni da Mani pulite. Tanti. Ma sembra che ancora non bastino a consentire un cambio di scena. O meglio: solo da alcuni mesi, dall’insediamento di Mario Draghi e di una guardasigilli come Marta Cartabia, si percepiscono segnali di un nuovo corso sulla politica della giustizia. Ma l’incognita ancora da risolvere è legata al Recovery plan, ormai noto come Piano nazionale di ripresa e resilienza, cioè il target per il quale l’ex governatore della Bce è a Palazzo Chigi: la riscoperta delle garanzie intravista nel ddl penale, e in provvedimenti come il decreto sulla presunzione d’innocenza, è sufficiente ad accompagnare la nuova stagione di rilancio degli investimenti? Detta in altre parole: la svolta intravista sulla giustizia penale e la rottura con gli eccessi giustizialisti sono abbastanza profonde da consentire alcuni ulteriori aggiustamenti normativi necessari per agevolare il rilancio? È l’interrogativo posto da una delle analisi più interessanti comparse negli ultimi mesi sul pregiudizio che potrebbe arrecare, agli investimenti prossimi venturi, la cultura del sospetto radicata nel Paese: si tratta dell’articolo firmato due giorni fa sul Sole-24 Ore dal costituzionalista Beniamino Caravita di Toritto, e intitolato “Corruzione percepita e presunzione di colpevolezza”.

Il Recovery e il Codice degli appalti

Il professore parte da una norma simbolo: l’articolo 80 comma 5 lettera c) del Codice degli appalti. Stabilisce che un’amministrazione pubblica, quando apre un bando per affidare un’opera o una fornitura di servizi, può escludere un’impresa anche in virtù di «fatti nemmeno accertati con una sentenza di primo grado». Nella giurisprudenza, ricorda Caravita, la disposizione si è tradotta finora in un pregiudizio insuperabile per le aziende i cui vertici siano stati anche solo rinviati a giudizio o colpiti da misure cautelari. Non è necessaria una condanna, bastano «gravi indizi» anche non ancora sottoposti all’accertamento processuale. È un quadro allarmante, soprattutto per gli investimenti pubblici previsti dal Piano nazionale di ripresa. La distorsione degli imprenditori penalizzati per semplici sospetti mai provati in giudizio è analoga a quanto avviene con le misure di prevenzione antimafia. Sia riguardo ai sequestri dei beni e degli stessi asset produttivi, sia per le cosiddette white list, fuori dalle quali non si può partecipare alle gare. Se ne occupa, per ora con modesti passi avanti nell’iter una proposta di legge presentata da Forza Italia alla Camera.

Cosa può fare la maggioranza parlamentare

Non a caso proprio la «applicazione costante di una logica emergenziale», come la definisce Caravita, è il filo che unisce i parossismi dell’anticorruzione e quelli dell’antimafia: gli strappi ai princìpi del giusto processo e della presunzione d’innocenza, nel nostro Paese, hanno la loro origine nella lotta al terrorismo ma il loro culmine dopo la svolta stragista di Cosa nostra, e continuano a riverberarsi anche nelle leggi anticorruzione, a prescindere dal fatto che l’attacco della mafia alle istituzioni sia stato disinnescato da un quarto di secolo. Il punto è se l’attuale maggioranza è in grado di cambiare in tempi brevissimi prospettiva. Di affrancarsi dalla morsa emergenziale scattata con le stragi del ’92 e, soprattutto, dalla deriva che, con Mani pulite, ha visto la magistratura conquistare il primato nel gioco democratico. Si capirà nel giro di pochissimo tempo, settimane e non mesi, da alcuni segnali. Dalla capacità dei partiti di riportare, per esempio, le norme sulle misure di prevenzione antimafia nel perimetro costituzionale.

I segnali incoraggianti

Oggi un imprenditore assolto in via definitiva nel processo penale può restare assoggettato al sequestro dell’azienda in virtù di un “processo di prevenzione” basato sugli stessi indizi dichiarati inconsistenti nel giudizio principale. Si capirà se si vuole voltare pagina, rispetto al peso della giustizia nell’economia, anche dal destino di leggi come quelle che puntano a restringere ulteriormente l’abuso d’ufficio. Un segnale incoraggiante è che una delle tre proposte di riformare l’articolo 323 del codice penale provenga da un senatore del Movimento 5 Stelle, Vincenzo Santangelo. La forza politica più irriducibilmente adesiva alla logica dei sospetti, al paradosso della “corruzione percepita” che prevale sui fenomeni reali, ha compreso che così non si può andare avanti. Ma a trent’anni dal trauma di Mani pulite non basta. Serve ancora più coraggio e consapevolezza, nei partiti, per riconquistare il primato sottratto dalla magistratura. Il tempo stringe. Il Recovery va attuato ora. Basterà la fretta che ci impone Bruxelles? O continueremo a credere alla favola della “corruzione percepita”? Alla barzelletta dei dati sul malaffare che le organizzazioni internazionali costruiscono in base alle risposte date dai cittadini nei sondaggi, in una spirale che si autoalimenta da trent’anni? C’è pochissimo tempo per uscire dal loop. Ed evitare di perdere un treno che non ripasserà.

Parlano i numeri. Italia paese più corrotto del mondo: è solo una grande bufala. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 28 Ottobre 2021. Che cosa succede, se il legislatore affronta il problema della corruzione un po’ come si fa con le temperature estive? Inutilmente gli scienziati ti spiegano che non esiste il “calore percepito”, esiste una colonnina che ti dà i gradi giusti. Ma c’è sempre qualcuno che ti convince del contrario. E, poiché poi uno vale uno, la tua percezione finisce con il sembrarti più importante di quella del meteorologo. La storia della corruzione in Italia, non solo per l’opinione pubblica, ma addirittura per il legislatore, è un po’ così. C’è quella “percepita”, che spesso ispira chi governa e chi scrive le norme. E che è una bufala, così come la reputazione dell’Italia come uno dei Paesi più corrotti del mondo. Non è così, e ce lo spiega, anche con numeri e dati, uno “scienziato” del diritto, il professor Beniamino Caravita, nella sezione Norme e Tributi del Sole 24 ore di ieri. Ci sono norme scandalose e palesi, soprattutto perché sono state la bandiera di un partito e di un ministro, come la legge del 2019 che fu definita, perché insieme al colto fosse chiaro anche all’inclito, “spazzacorrotti”. Che subì poi a sua volta la ramazza, perché fu in gran parte spazzata via dalla Corte Costituzionale. Ma chissà in quanti se ne saranno accorti. Ma ci sono norme più subdole, e anche Istituti che già nella denominazione rivelano la distorsione culturale, come per esempio l’Anac, l’ente di controllo la cui sigla significa Autorità Nazionale Anti Corruzione. Una definizione voluta non da un ministro come Alfonso Bonafede, ma dal governo presieduto da Matteo Renzi, che volle personalmente al suo vertice un magistrato come Raffaele Cantone. Non più quindi una Commissione per la trasparenza della pubblica amministrazione o una semplice Autorità che vigilasse sui contratti pubblici, ma un organismo di contrasto alla commissione di specifici reati. Il sintomo di quell’ossessione di vedere ovunque l’illegalità che va sotto il nome di “panpenalismo”. Prendiamo per esempio il codice degli appalti. Il professor Caravita segnala la cultura di tipo emergenziale che ne ha ispirato in particolare l’articolo 80. La costante interpretazione della giurisprudenza è orientata a fare escludere da una gara pubblica operatori economici sulla base del solo sospetto della commissione di illeciti, senza che ci sia neppure una sentenza di condanna di primo grado. È pura presunzione di colpevolezza. Infatti in professor Caravita vi vede la violazione di almeno due articoli della Costituzione, il 27 sulla presunzione di innocenza e il 41 sulla libertà di iniziativa economica. Se Matteo Renzi, del cui neo-garantismo non abbiamo motivo di dubitare, ogni tanto volgesse lo sguardo all’indietro, o se semplicemente quando è stato premier avesse consultato qualche giurista fuori dall’ambiente dei cosiddetti magistrati “antimafia”, forse sarebbe approdato nella cultura liberale anche prima che venissero inquisiti i suoi genitori e lui stesso. E si sarebbe convinto della bestialità di arrivare a estromettere da una gara la società i cui vertici sono stati rinviati a giudizio. Ed è qui che aiutano i dati. Anche se non sono quasi mai numerosi, aggregati e completi. Perché gli organi competenti non li forniscono. Come ben sa, per esempio, il deputato di Azione, Enrico Costa, che non riesce mai a sapere con precisione per esempio quanti sono stati i risarcimenti per ingiusta detenzione o le motivazioni per cui in gran numero vengono rifiutati. Riportiamo, così come li elenca il professor Caravita, quel poco che si riesce a trovare. Nel 2020 le archiviazioni sono state 392.304 su 600.685 procedimenti penali, quindi oltre il 65%. Inoltre, dal Secondo Rapporto Eurispes “Indagine sul processo penale in Italia”, emerge che nel 2019 le condanne incidono per il 43,7% delle sentenze. Se poi passiamo a esaminare specificamente i processi per corruzione, quelli che dovrebbero sancire che l’Italia è uno dei paesi più marci del mondo, i dati statistici sono ancora più desolanti, se si pensa al denaro pubblico inutilmente sperperato. Nel 2016 (ultimo dato disponibile, e vorremmo sapere perché), su 480 procedimenti, solo un quarto è arrivato alla condanna degli imputati. Il che dimostra, non solo la scarsa professionalità dei pubblici ministeri e giudici che avevano istruito quei procedimenti, ma anche le gravi lacune del legislatore. Che evidentemente, proprio come succede d’estate quando ci lasciamo convincere di aver troppo caldo, magari solo per poterci lamentare di più, ha maggior fiducia nella percezione piuttosto che nella realtà dei fatti. Ma se nel caso dell’applicazione retroattiva della legge “Spazzacorrotti” l’intervento della Corte Costituzionale ha sanato un’ingiustizia che era intervenuta a colpire il bene supremo di tanti cittadini, cioè la loro libertà, nel caso della norma incostituzionale del Codice appalti, si aggiunge anche un effetto secondario ma comunque molto grave. Quello di intervenire anche a danno del sistema economico.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Fara: «Malaffare percepito: favola pagata dall’Italia a caro prezzo». Intervista al sociologo Gian Maria Fara, presidente e fondatore dell'Eurispes. "Gli indicatori sul malaffare basati su interviste e non su dati scientifici". Valentina Stella su Il Dubbio il 29 ottobre 2021. Secondo l’ultimo rapporto Corruption Perception Index di Transparency International il nostro Paese si classificherebbe al 52esimo posto su 180 per corruzione percepita. Ma per il sociologo Gian Maria Fara, fondatore e presidente dell’Eurispes, «le agenzie internazionali che elaborano le classifiche producono dei risultati privi di fondamento scientifico perché sono rilevazioni di carattere soggettivo e non oggettivo. Il risultato di una simile narrazione, scorretta quanto pericolosa, è stato il progressivo abbassamento dell’appeal del nostro Paese». Quello della corruzione percepita è un tema a cui il professor Fara tiene molto. Solo due anni fa l’istituto da lui presieduto presentò il volume “La corruzione tra realtà e rappresentazione. Ovvero: come si può alterare la reputazione di un Paese”, a cura del magistrato Giovanni Tartaglia Polcini. L’obiettivo era quello di verificare la fondatezza del giudizio espresso nei confronti dell’Italia dai più comuni indicatori di natura percettiva diffusi sul piano globale.

In questi giorni si è tornati a parlare della corruzione percepita. Report internazionali ci pongono in basso alle classifiche, tra i Paesi in cui l’indice di percezione della corruzione è altissimo.

Si tratta di un argomento che ci sta molto a cuore e che seguiamo con grande attenzione. Noi siamo da un paio di anni in polemica con le agenzie internazionali che descrivono l’Italia come una nazione ad altissimo tasso di corruzione. Addirittura ci piazzeremmo appena prima di Paesi africani, con tutto il rispetto per loro. Qualcuno definisce questo fenomeno “sindrome del Botswana”, inteso come tendenza ad accostare il nostro Paese a Stati difficilmente assimilabili all’Italia per livello di benessere e di ricchezza. È quindi un modo sbagliato di rappresentare il reale fenomeno della corruzione. Nelle nostre presentazioni e documenti abbiamo parlato del cosiddetto "paradosso di Trocadero" per cui più si combatte la corruzione, come accade in Italia, più la stessa si rende percepibile.

Ci spieghi meglio.

In Italia esiste una elevata attività d’indagine da parte della magistratura contro la corruzione. Anzi, aggiungerei che, vista la capillare presenza dei carabinieri, della polizia e della Guardia di finanza sul territorio, ci sono veramente pochi casi che possano sfuggire all’osservazione.

Il sistema giuridico italiano ha alcune peculiarità ordinamentali che lo caratterizzano: l’autonomia del pubblico ministero, l’indipendenza della magistratura in genere, l’obbligatorietà dell’azione penale, l’assoluta libertà di stampa in ordine alla pubblicazione anche delle notizie di reato fin dalle prime battute dell’indagine. Eppure più si perseguono i fenomeni corruttivi sul piano della prevenzione e le fattispecie di reato sul piano della repressione, maggiore è la percezione del fenomeno. L’effetto distorsivo collegato a questo ha concorso a penalizzare soprattutto gli ordinamenti più attivi dal punto di vista della reazione alla corruzione. Poi c’è un altro grande problema.

Prego.

Le agenzie internazionali che elaborano le classifiche producono dei risultati privi di fondamento scientifico perché sono rilevazioni di carattere soggettivo e non oggettivo. Chiedono a un campione di cittadini “credi che nel tuo Paese sia alto il livello di corruzione?”. Più dell’ 80% risponde “sì”. Ma alla domanda specifica se negli ultimi 12 mesi avessero vissuto, direttamente o tramite un membro della propria famiglia, un caso di corruzione, la risposta è negativa nella stragrande maggioranza dei casi, in linea con le altre nazioni sviluppate.

Dietro questa rappresentazione soggettiva è giusto dire che ci sia una marcata cultura del sospetto?

Certamente. Inoltre più si parla di corruzione e più si è portati a credere che il fenomeno sia in aumento. E poi c’è una tendenza aberrante a trovare subito un colpevole, a condannare prima di un processo. Se qualcuno è indagato per corruzione, si è subito portati a condannarlo. E questo aumenta la percezione del malaffare.

Non è nelle nostre corde seguire l’andamento dei processi, abbiamo l’urgenza di sparare titoloni sui giornali. Se poi l’imputato verrà assolto, nessuno forse lo saprà. Io sono un garantista e per me il rispetto del comma 2 dell’articolo 27 della Costituzione è sacrosanto. Di certo non vogliamo sottovalutare il fenomeno della corruzione, tuttavia il nostro lavoro è quello di studiarlo con indicatori oggettivi e valorizzare anche l’attività di contrasto alla corruzione che il nostro Paese mette in campo, tra le migliori al mondo.

Una cattiva rappresentazione del fenomeno corruttivo che conseguenze ha?

Il risultato di una simile narrazione, scorretta quanto pericolosa, è stato il progressivo abbassamento dell’appeal del nostro Paese e dei suoi principali attori economici sul piano imprenditoriale e finanziario, con gravi ricadute in termini di crescita e di sviluppo economico e occupazionale.

A proposito di indicatori oggettivi, voi citate le statistiche giudiziarie. Nel 2019 avete presentato l’Indagine sul processo penale in Italia’ in collaborazione con l’Ucpi: è emerso che le condanne incidono per il 43,7% delle sentenze. E secondo i dati Anci solo il 2% dei procedimenti per abuso d’ufficio termina con una condanna definitiva. Per interpretare bene il fenomeno non servirebbero dati centralizzati? Sapere da tutti gli uffici giudiziari quanti procedimenti vengono iscritti e come finiscono?

Certamente, ma sarebbe necessario anche capire quanto tempo impiegano a concludersi. Il fenomeno della corruzione è complesso: dare patenti di corrotto a un ente, a una istituzione, a uno Stato è facilissimo. Più complicato è stabilire le dimensioni reali del fenomeno. Noi per il nostro rapporto abbiamo seguito centinaia di processi, abbiamo consultato le sentenze, abbiamo seguito un metodo assolutamente scientifico, perché sappiamo quanto è delicata la materia.

Estratto dell'articolo di Giuseppe Pignatone per repubbblica.it il 27 ottobre 2021. L'Italia occupa tradizionalmente posizioni non lusinghiere nelle statistiche internazionali sulla presenza di fenomeni corruttivi. Non è facile però reperire dati puntuali su cui fondare confronti significativi per stabilire se davvero da noi la corruzione sia tanto maggiore che in altri Paesi europei e, addirittura, in alcuni africani e asiatici. Si tratta, infatti, di statistiche molto spesso basate sulla cosiddetta "corruzione percepita" e che quindi penalizzano, paradossalmente, proprio i Paesi che più si impegnano nel contrasto al fenomeno, non tentano di nasconderlo e anzi ne fanno oggetto di dibattito pubblico. Su questa percezione negativa incidono due caratteristiche proprie del nostro ordinamento costituzionale - l'indipendenza della magistratura, anche requirente, e l'obbligatorietà dell'azione penale - che producono una notevole quantità di indagini e processi. Non solo: pesa altrettanto il fatto che, per cause storiche che non è qui possibile illustrare, le indagini giudiziarie su corruzione e mafia (fenomeni spesso collegati), sono da decenni parte integrante della lotta politica e trovano sui mezzi di informazione un'ampiezza di trattazione sconosciuta agli altri Paesi occidentali. A conferma di ciò, mi paiono significative due notizie di pochi mesi fa. La prima: "Airbus, 3,6 miliardi di euro per chiudere la causa di corruzione. Il colosso europeo degli aerei pagherà la somma una volta chiuso l'accordo di patteggiamento relativo ai contenziosi in Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Lo fanno sapere le autorità francesi, spiegando che il maggior produttore mondiale di aerei ha già raggiunto un'intesa da 2,08 miliardi di euro con i procuratori francesi per archiviare le accuse". La seconda notizia riguarda il pagamento di miliardi di dollari da parte di alcune delle maggiori banche del mondo per definire accuse di riciclaggio, favoreggiamento del traffico d'armi e della tratta di esseri umani, oltre che per gravi violazioni della normativa sull'embargo adottato dalla comunità internazionale verso regimi dittatoriali colpevoli di crimini di guerra e contro l'umanità. Queste notizie confermano come e quanto i fattori prima indicati incidano profondamente sulla percezione del fenomeno corruttivo degli italiani. Vediamo perché.

Estratto dell'articolo di Andrea Ossino per repubblica.it il 15 dicembre 2021. Alcuni erano ancora impacchettati. Altri ben riposti negli armadi. Ma tutti i 59 abiti che hanno gettato sospetti sull’ex Capo di Stato Maggiore della Difesa sono stati acquisiti su richiesta della procura di Roma. Sono invece stati fotografati i doni che Enzo Vecciarelli ha elargito ad alcuni imprenditori di Biella. Il militare, in pensione dal mese scorso, è stato coinvolto in una vicenda di appalti e corruzione che è arrivata fino al cuore delle forze armate, dove generali, colonnelli, tenenti e brigadieri avrebbero fatto affari con imprenditori che a suon di favori, assunzioni e mazzette avrebbero cercato di aggiudicarsi gare d’appalto su forniture da oltre 18 milioni e mezzo di euro. Secondo l’impostazione iniziale della Procura di Roma, a Vecciarelli, come prezzo della corruzione, sarebbero stati regalati maglioni, abiti sartoriali e anche un cappotto di cachemire. A elargire doni sarebbero stati alcuni imprenditori impegnati nel settore tessile. Tuttavia la difesa del militare, rappresentata dagli avvocati Giuseppe Falvo e Federica Mondani, si era affrettata a spiegare che ai beni ricevuti corrispondono doni effettuati da Vecciarelli, in un contesto di reciprocità e di amicizia. Per questo motivo gli investigatori hanno bussato alla porta degli imprenditori indagati e hanno fotografato ogni regalo che nel corso del tempo hanno ricevuto da quello che fino a poco tempo fa era il numero due delle forze armate. (...) L’obiettivo degli inquirenti, proprio come richiesto dalla difesa del militare, è quello di valutare ciò che Vecciarelli ha ricevuto e ciò che ha regalato. Se ci dovesse essere una corrispondenza, anche sommaria, il caso sarebbe praticamente risolto. E la posizione di Vecciarelli verrebbe archiviata. (...) sono numerosi i militari sfiorati dalle indagini. Alcuni abiti donati al generale Francesco Paolo Figliuolo avrebbero infatti acceso i riflettori degli inquirenti anche sull’attuale commissario all’emergenza sanitaria. Tuttavia la posizione dell’uomo di punta della lotta italiana al Covid sarebbe già stata chiarita. Molto probabilmente i pm richiederanno a breve l’archiviazione

Giacomo Amadori e Alessandro Da Rold per "la Verità" il 25 ottobre 2021. L'inchiesta sul generale Enzo Vecciarelli, sessantaquattrenne originario di Colleferro (Roma), capo dello Stato maggiore della Difesa dal 6 novembre 2018 sino al prossimo 5 novembre, va avanti da diversi mesi. Come anticipato dalla Verità l'alto ufficiale è accusato di corruzione e precisamente per l'articolo 318 del codice penale: «Il pubblico ufficiale che, per l'esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri, indebitamente riceve, per sé o per un terzo, denaro o altra utilità o ne accetta la promessa è punito con la reclusione da uno a sei anni». È sospettato di aver ricevuto utilità da una coppia di imprenditori: Eugenio Guzzi, sessantasettenne bergamasco, e Rosa Lovero, sessantenne originaria di Gravina di Puglia, i quali dal 2019 sono soci in una azienda tessile di Biella, la Technical trade (Guzzi, l'amministratore unico, possiede il 93 per cento delle quote e la Lovero il 7), mentre prima lavoravano insieme nella Technical tex, anche questa biellese, in cui la moglie era amministratrice unica e titolare di tutte le quote, mentre il marito risultava tra i firmatari dei bilanci. I due imprenditori avrebbero donato a Vecciarelli, come si legge nel capo di imputazione, diversi abiti provenienti dalle loro aziende, ottenendo in cambio dal 2016 al 2021 alcuni appalti. Ricordiamo che dal 2016 al 2018 il generale di squadra aerea Vecciarelli è stato capo di Stato maggiore dell'Aeronautica, prima di salire l'ultimo gradino della carriera militare e diventare il capo di tutte le forze armate. Nel luglio del 2020 esplode l'operazione Minerva con 31 misure cautelari. Le indagini condotte dalla squadra mobile di Roma e coordinate dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e dal pm Antonio Clemente svelano un sistema di tangenti e corruzione negli appalti per le forniture a esercito, carabinieri, Aeronautica e Guardia di finanza per un valore complessivo di 18,5 milioni di euro. Nel registro degli indagati vengono iscritte 49 persone fisiche e 15 ditte, accusate a vario titolo di corruzione, frode nelle pubbliche forniture e turbativa d'asta. Finiscono ai domiciliari tre militari, compresi un ex generale e un colonnello dell'Aeronautica, lo stesso Corpo di provenienza di Vecciarelli. Quattro (tre dei quali dell'aviazione) vengono sospesi dal servizio. Vanno ai domiciliari anche quattro imprenditori impegnati nei settori dell'abbigliamento militare e della digitalizzazione dei dati e ad altri 19 viene applicato il divieto temporaneo di contrattare con la pubblica amministrazione. Una delle imprenditrici accusate di corruzione, E.B., inizia subito a collaborare con i pm e indica piste interessanti. Le indagini proseguono e giungono a una svolta. I magistrati aprono un nuovo fascicolo, il 40761/20, in cui indagano Guzzi e la Lovero per turbativa d'asta. A inizio 2021 perquisiscono sia la Technical tex che la Technical trade, entrambe con sede legale nella Capitale, ma con strutture operative nel Biellese.Durante le perquisizioni i magistrati sequestrano il cellulare degli imprenditori e in quello della signora trovano diversi messaggi Whatsapp con Vecciarelli, comunicazioni che a giudizio dell'accusa dimostrerebbero la corruzione. La Procura capisce bene la delicatezza dell'inchiesta e la blinda il più possibile. A metà giugno il pm Clemente convoca Vecciarelli per un lungo e teso interrogatorio. Nell'occasione al generale vengono contestate le chat con la Lovero.Tra fine giugno e inizio luglio, il generale chiede di essere risentito per dare ulteriori delucidazioni e spiegare meglio il suo rapporto con Guzzi e la Lovero. Avrebbe portato le prove di regali che avrebbe fatto a sua volta agli imprenditori, perché con gli stessi avrebbe instaurato «un rapporto esclusivamente di amicizia». Quantunque i due abbiano ottenuto commesse dalle strutture che Vecciarelli presiedeva. In estate Clemente si trasferisce alla Procura generale e il fascicolo viene preso in mano da Carlo Villani.I legali, anche dopo gli interrogatori, presentano varie memorie (quattro in tutto) mano a mano che trovavano documentazione utile a «ricostruire rapporti personali e famigliari di amicizia di lunga data». E quindi i vestiti in dono sarebbero conseguenza di questo legame. «Quando mai un corrotto contraccambia i beni che ha ricevuto» è la sintesi dei legali. Non sappiamo, però, quali regali il generale facesse a Lovero e Guzzi. Per la difesa, comunque, qualcosa di certamente più importante di una cravatta o di un profumo. Insomma doni equiparabili per valore a quelli ricevuti. Dai messaggi, però, probabilmente questo scambio paritario non risulta così evidente. Ed ecco il motivo di un'indagine che sembra tutt' altro che chiusa. Gli avvocati Federica Mondani e Giuseppe Falvo ieri hanno spiegato alle agenzie: «Nel corso degli incontri con i magistrati il generale Vecciarelli ha ampiamente risposto a tutte le domande dimostrando, con corredo di cospicua documentazione, la sua completa estraneità rispetto ai fatti contestati e come non abbia mai ricevuto alcun provento o utilità illecita nello svolgimento delle proprie funzioni». E hanno aggiunto: «È tranquillo, seppur rammaricato, e desideroso di chiarire definitivamente e al più presto la propria posizione personale oltreché di contribuire, qualora possibile, sulle base di elementi di cui è a conoscenza per l'esercizio della sua funzione, alla ricerca della verità». Adesso bisognerà capire se la Procura deciderà di chiedere l'archiviazione per il generale o invierà, come sembra più probabile, l'avviso di chiusura delle indagini a lui e a un'altra sessantina di coindagati, un atto propedeutico alla richiesta di rinvio a giudizio. La Technical tex è impegnata sin dalla sua nascita nel settore dell'abbigliamento militare, ma anche nell'aeronautica e nell'aerospazio. È specializzata nella progettazione e produzione di tessuti e non-tessuti sempre realizzati «con fibre high performance», come riporta il sito Internet ancora funzionante. Producono materiale di protezione per automobilisti, ma anche per i Vigili del fuoco. A una prima cernita su Internet risultano nel 2017 quattro affidamenti diretti per 13.300 euro da parte dell'Arma azzurra per uniformi e giubbotti e brevetti e due nel 2018 del valore di 3.000 euro per le uniformi maschili della banda musicale. I conti della Tex sono sempre stati abbastanza in difficoltà, nonostante i fatturati non trascurabili (dai 2,1 milioni del 2015 all'1,8 del 2019). Nel 2017 si calcolava un utile di esercizio pari a 33.510 euro, mentre nel 2019 si assottiglia fino ad arrivare a 2.052 euro. In quello di chiusura del 2020 si registra una perdita netta pari a 287.383 euro. Così il 5 novembre dello scorso anno, a causa dell'emergenza sanitaria, è stato deliberato lo scioglimento della società dal notaio Silvia Teodora Masucci. Meglio sta andando negli ultimi due anni con la Trade, nata nel 2019 sempre per la produzione e il commercio di filati. L'utile nel 2019 toccava quasi i 10.000 euro, nell'ultimo bilancio è arrivato a quasi a 60.000, a fronte di un fatturato di 4,2 milioni.Ieri mattina anche il generale Vecciarelli è intervenuto sulla vicenda che lo riguarda, con poche e asciutte parole: «Sono sereno perché ho sempre adempiuto al mio dovere, mettendomi a completa disposizione dell'Italia e degli italiani». 

Come funzionano i subappalti, previsti dal decreto semplificazioni di Draghi. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 29 Maggio 2021. Il Decreto Semplificazioni vede la luce e rimette pace, miracolosamente, alle polemiche tra i partiti. Dopo aver speso molte energie nel batti e ribatti che si è prefissato con Salvini, Enrico Letta inforca la via maestra e rimette i piedi nel piatto delle grandi riforme. Lo fa toccando quattro punti essenziali, con quattro proposte puntuali che il Pd fa proprie. Comincia con una battaglia contro il gruppo misto di Camera e Senato, che «dovrebbe essere un faticoso purgatorio, ma è un paradiso per parlamentari che fanno quello che vogliono e senza alcun controllo». Al suo posto, Letta vedrebbe bene il gruppo dei non iscritti, come nel Parlamento europeo. E poi lancia la suggestione della sfiducia costruttiva, «per sostituire un governo con un altro, come in Germania: non si può fare se non indichi già la nuova maggioranza». E punta poi ad un vulnus lacerante, chiedendo l’applicazione dell’articolo 49 della Costituzione per regolare la vita dei partiti. Un tema che riguarda quasi tutti, ma in maniera eclatante l’alleato a Cinque Stelle. Il Movimento oggi vive l’impasse più grave, non può eleggere il suo leader perché non conosce i suoi iscritti, e va verso un problema immediato non meno serio: chi detiene il simbolo M5S, legalmente, oggi? Perché a Roma, Napoli, Milano c’è da presentare le liste e a farlo potrebbero perfino essere gruppi diversi tra loro, in assenza di una gerarchia, di un regolamento, di una titolarità riconosciuta. C’è poi nei desiderata del leader Pd la necessità di rimettere mano alla legge elettorale. «La malattia democratica si è acuita con le liste bloccate e i criteri di cooptazione e fedeltà». L’acuirsi della malattia nell’ottica dem si riverbera su un consenso elettorale che finisce per premiare la destra. Lega e Fdi, sommati, sono stabilmente sopra il 40% e per provare a batterli serve un centrosinistra largo capace di «incontrarsi con i 5 stelle». Dopo aver incontrato il premier Draghi, Letta sposta dunque l’asse sul futuro («Serve un Pnrr delle riforme»), senza esacerbare le criticità sulla decretazione in corso. Vero, i sindacati sono tornati in piazza, ma più per ribadire l’importanza del ritorno alla concertazione che per alzare barricate. Il giorno dopo l’incontro con il premier, grazie al quale hanno incassato lo stralcio dal decreto semplificazioni del massimo ribasso per gli appalti, i leader sindacali si sono dati appuntamento a piazza Montecitorio – ricevuti poi a palazzo dal presidente della Camera Roberto Fico –per sollecitare il Parlamento a modificare la norma sui licenziamenti. Per il leader della Cgil Maurizio Landini la mobilitazione «continua, perchè la partita non è chiusa». Concluso il presidio dei sindacati, ha preso il via l’atteso Consiglio dei Ministri con il Dl Semplificazione finalmente al voto. Le novità sono importanti e recepiscono tanto la piazza sindacale quanto le trattative bilaterali: il nome del decreto è rispettato, al di là della retorica si vedono misure sulla semplificazione per appalti su opere pubbliche. Sale al 50% la soglia per i subappalti fino al 31 ottobre 2021, sia pure in una “fase transitoria”. Nei bandi di gara e nei contratti pubblici previsti dal Pnrr «è requisito necessario dell’offerta l’assunzione dell’obbligo ad assicurare una quota pari almeno al 30 per cento, delle assunzioni necessarie per l’esecuzione contratto o per la realizzazione di attività ad esso connesse o strumentali, all’occupazione giovanile e femminile». Il decreto prevede l’accesso semplificato per usufruire del beneficio fiscale del Superbonus 110%, attraverso la Comunicazione di inizio lavori asseverata (Cila). Ma c’è anche la garanzia richiesta dal Pd e in particolare da Franceschini: con l’istituzione di una Soprintendenza speciale per il Pnrr, ufficio di livello dirigenziale generale straordinario operativo fino al 31 dicembre 2026, per svolgere funzioni di tutela dei beni culturali e paesaggistici. Infine, luce verde per la «Piattaforma Dgc (Digital Green Certificate) per l’emissione, il rilascio e la verifica delle certificazioni Covid-19 interoperabili a livello nazionale ed europeo è realizzata, attraverso l’infrastruttura del Sistema Tessera Sanitaria e gestita dalla stessa per conto del Ministero della salute, titolare del trattamento dei dati generati dalla piattaforma medesima». Il pass vaccinale internazionale è realtà. Al termine della riunione soddisfazione generale: per Italia Viva «si è raggiunto un risultato insperabile fino a poche settimane fa». Boschi twitta: «Messo il turbo». Il Movimento Cinque Stelle vede riconosciute le sue istanze, Forza Italia gongola e tra i ministri scrive l’happy end Renato Brunetta: «La prima milestone del Piano nazionale di ripresa e resilienza è raggiunta. Nel pieno rispetto del cronoprogramma, il cdm ha approvato il decreto per far marciare veloci i progetti del Recovery Plan».

Aldo Torchiaro. Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.

«Più controlli sulla professionalità di Consip». Dagli studi legali la critica alla centrale che «rallenta gli appalti». Il Dubbio il 24 aprile 2021. In un lungo comunicato, l’ex sottosegretario alla presidenza Carlo Malinconico e il suo “socio” nell’attività professionale Domenico Gentile propongono una lettura diversa sulle cosiddette semplificazioni: prima che il codice, dicono, va modificata l’efficienza della centrale di acquisti. Finora le semplificazioni negli appalti si sono riverberate in un discutibile svuotamento della tutela giurisdizionale in ambito amministrativistico. Così è andata con il decreto che appunto alle “Semplificazioni” ha visto intestato anche il proprio nome. Ma la strada per una maggiore efficienza nell’affidamento di appalti e servizi può essere legata anche alle procedure pubbliche di acquisto, dunque alla Consip: è il punto di vista espresso dall’avvocato ed ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Carlo Malinconico e dal suo “socio” nell’attività professionale Domenico Gentile. Seppur dal punto di vista di chi, nelle controversie con Consip è stato “parte”, lo studio associato diffonde una lunga nota stampa per proporre appunto una lettura critica innanzitutto nei confronti della centrale acquisti. Si sostiene che  «per dar forza alla ripresa post-covid, Governo e Parlamento sembrano oramai orientati ad un’ulteriore semplificazione della normativa in materia di appalti e concessioni, volta per lo più a velocizzare la realizzazione delle opere pubbliche e infrastrutturali di cui ha tanto bisogno il Paese. Ed è un bene che si vada per questa strada» osservano appunto Malinconico e Gentile. «La strada alternativa proposta dall’Agcm, di una “sospensione” integrale del codice, è difficilmente percorribile», si legge ancora nel comunicato, «anche perché le direttive non sono self executing. Ma si deve ragionare anche sullo stato del processo di centralizzazione da anni in corso in Italia, poiché anche l’acquisto di beni e servizi, che da soli quotano circa l’11% del Pil nazionale, si sta dimostrando su più fronti inadeguato, come testimoniano i continui annullamenti giurisdizionali di gare centralizzate, che producono danni alle imprese». E qui appunto Malinconico e Gentile fanno riferimento ai contenziosi curati direttamente dal loro studio: «In particolare, con sentenza n. 2259 del 16.3.2021, il Consiglio di Stato ha annullato la gara Consip per l’affidamento dei servizi museali di accoglienza presso il Parco Archeologico del Colosseo. Con un valore di oltre 560 milioni di euro, si tratta della più importante gara del settore a livello europeo e probabilmente di una tra le più importanti a livello mondiale, vista anche la rilevanza storica e archeologica del monumento, che è il simbolo dell’Italia nel mondo. A breve distanza di tempo, con sentenza n. 2284 del 17.4.2021, il Consiglio di Stato ha poi definitivamente annullato un’altra importante gara Consip, questa volta per l’affidamento dei servizi di stenotipia, fonoregistrazione e trascrizione dei verbali delle udienze penali, indetta per il Ministero della Giustizia. Infine, con sentenza n. 3036 del 12.3.2021, il Tar del Lazio», ricordano ancora Malinconico e Gentile, «ha condannato Consip a corrispondere ad un operatore economico un importo pari alle spese sostenute per prender parte ad una gara indetta nel 2015 (“Servizi integrati di vigilanza presso i siti in uso, a qualsiasi titolo, alle Pubbliche Amministrazioni”), anch’essa annullata dal Tar Lazio (sentenza n. 9441/2016, confermata dal Consiglio di Stato con sentenza n. 1038/2017), per violazione dell’obbligo di suddivisione delle gare in lotti funzionali adeguati alle esigenze partecipative delle Pmi. «Non siamo contro la centralizzazione e non ci piace apparire come avversari, per pregiudizio, della Consip. Ma l’annullamento di due gare così importanti nell’arco di un solo mese – e questo è il dato che conosciamo, perché si tratta di giudizi ai quali abbiamo partecipato – ingenera un meccanismo perverso, che frena lo sviluppo dell’economia e la produzione di ricchezza e del Pil, non meno di quanto non avvenga con il blocco delle opere pubbliche. I servizi di accoglienza al Colosseo sono svolti dalla stessa società cooperativa da oltre vent’anni, e lo Stato ci perde decine di milioni ogni anno. La trascrizione dei verbali delle udienze penali è un’attività molto delicata ma è anche un business da milioni di euro, in un comparto nel quale operano pochissimi operatori ai quali il bando annullato avrebbe garantito ancora una volta il mantenimento dello status quo». Perciò, per Malinconico e Gentile, «la gara per la vigilanza non è più stata pubblicata dopo l’annullamento del 2017 e in sede locale si perpetuano meccanismi non trasparenti tra grandi imprese, spesso in danno della concorrenza, in un mercato che non ha ancora colmato il gap frutto delle tariffe di legalità e della licenza su base territoriale. Intanto il giudice amministrativo inizia a dire che qualcuno dovrà pagare, se una gara viene annullata per leggerezze dell’amministrazione. E non può che essere così, perché le parti del rapporto contrattuale vanno poste su un livello di parità: chi sbaglia paga. Sembrano, così, lontani i tempi del soccorso istruttorio “a pagamento”, in cui l’Amministrazione poteva applicare sanzioni sino a 50.000 euro per ogni tipo di errore commesso dall’impresa, all’atto della partecipazione, mentre la P.A. non rispondeva mai del proprio operato». «Si deve quindi andare avanti con la qualificazione delle stazioni appaltanti, e andrebbe rimeditata», è la chiave del discorso, «la regola secondo cui Consip e le centrali regionali d’acquisto sono qualificate ex lege. Sono i buyer più influenti, e vanno sottoposti ai controlli di adeguatezza quanto a formazione professionale e al numero di gare annullate al pari degli altri».

Alessandro Da Rold per "la Verità" il 22 aprile 2021. Nonostante le polemiche per le assoluzioni in primo grado nel processo sul giacimento nigeriano Opl 245, e le tensioni interne in vista della scadenza del procuratore capo Francesco Greco, la Procura di Milano rimane un punto di riferimento per la lotta contro la corruzione in Europa. Non si spiegano altrimenti le nomine di questi giorni di ben 6 magistrati, tra cui 3 del dipartimento affari internazionali - Reati economici transnazionali, diretto da Fabio De Pasquale, che è la pubblica accusa contro Eni e Shell insieme con Sergio Spadaro. Tra questi sono stati scelti Gaetano Ruta, lo stesso Spadaro e Donata Costa. Altri invece arrivano dal pool anticorruzione, come Giordano Baggio, dalla Dda (Direzione distrettuale antimafia) come Adriano Scudieri e infine da Bruxelles, come Elisa Moretti, consigliere giuridico a Bruxelles. Tutti faranno parte della Procura europea antifrodi comunitarie, che si concentrerà su tutti i tipi di reati che ledono gli interessi finanziari dell' Ue. Ruta, Baggio e Spadaro saranno distaccati a Milano, Costa a Venezia, Scudieri a Torino e Moretti a Bologna. Nei corridoi del palazzaccio le definiscono «nomine politiche» e (c' è anche chi fuori dai microfoni si rivela sollevato per l' esodo), ma si fa anche notare come manchi il nome di un' esperta in materia come Tiziana Siciliano, che nel 2008 era stata tra le prime a portare avanti un' indagine sulla distrazione dei fondi comunitari per oltre 50 milioni di euro. Il sospetto è che possa essere stata accantonata per le tensioni interne di questi mesi e soprattutto perché indipendente. Eppure, proprio su questo tipo di lavoro si svilupperanno le indagini della Procura. Saranno condotte sul territorio degli Stati membri e i casi saranno portati dinanzi ai Tribunali nazionali. Al momento le frodi a danno dell' Europa erano di competenze della sola magistratura nazionale, ora invece i pm incaricati avranno poteri transnazionali. Ci sarà un livello centrale in Lussemburgo che farà da supervisione poi al lavoro dei Procuratori delegati. Quest' anno lo stesso De Pasquale sarà il punto di riferimento dell' Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) che invierà in luglio i commissari in Italia per verificare la lotta alla corruzione nel nostro Paese. A scegliere il pm che da 30 anni si occupa di Eni, senza particolari successi, è stato l' ex ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che lo ha individuato come il magistrato simbolo contro la corruzione. Parte delle accuse nel processo della presunta tangente da 1 miliardo di dollari ruota intorno alla convenzione Ocse del dicembre 1997 che impone agli Stati aderenti di perseguire le tangenti a politici stranieri. Il punto è che le tangenti bisognerebbe trovarle. Nel 2021 l' obiettivo dell' Ocse è quello di intensificare il lavoro dei governi su un tema che penalizza l' economia e aumenta le diseguaglianze. Per di più questo è l' anno del G20 italiano, quindi il nostro Paese avrà un ruolo cruciale nel lancio della nuova Procura. È dal 2017 che i magistrati milanesi hanno iniziato un lavoro di avvicinamento alle richieste di Bruxelles. Il dipartimento diretto da De Pasquale nacque in occasione della riorganizzazione della Procura da parte di Francesco Greco. Lo scopo era quello di trattare in maniera specializzata le indagini riguardanti gli affari internazionali e i reati economici di natura transnazionale. La necessità di creare questo tipo di unità specializzate per combattere la corruzione internazionale era stata chiesta proprio dell' Ocse al nostro Paese. Tra i casi trattatati appunto quelli di corruzione e riciclaggio. Il problema è che su entrambi i fronti non sono stati anni di successo per la Procura milanese. Il processo contro Saipem in Algeria, finito con l' assoluzione di tutti gli imputati, fu criticato dai giudici della corte d' Appello nelle motivazioni, perché la pubblica accusa aveva mancato «approfondimenti» e si sarebbe limitata «a chiederne la condanna alle sanzioni amministrative pecuniarie ed interdittive». Per di più la seconda sezione penale presieduta da Giuseppe Ondei aveva criticato il lavoro del pool di De Pasquale, sottolineando l'«assoluta carenza di prova circa le asserite irregolarità procedurali» come documenti fondati «su note aperte non verificate». Ora si attendono le motivazioni dell' assoluzione in primo grado dell' amministratore delegato Claudio Descalzi e dell' ex numero uno Paolo Scaroni. Ma intanto un antipasto è arrivato dal Procuratore generale, Celestina Gravina, che nella requisitoria del processo di appello per i due presunti intermediari della tangente nigeriana, ha duramente attaccato le tesi dell' accusa, parlando «di fatti privi di prova fondati sul chiacchericcio, sulla maldicenza, su elementi che mai sono stati valorizzati in alcun processo penale».

In Campania è guerra a burocrazia e abuso d’ufficio. De Luca vuole nuove regole per gli appalti, ma non ha fatto i conti con i magistrati…Viviana Lanza su Il Riformista il 16 Aprile 2021. Il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, è tornato su uno dei suoi cavalli di battaglia e l’altra sera, in giunta, ha portato una proposta di legge da sottoporre al Parlamento nazionale per riformulare l’abuso di ufficio e rivedere il sistema dei ricorsi al Tar. L’occasione è la riflessione sul Recovery Fund. L’obiettivo dichiarato è, in estrema sintesi, sburocratizzare il Paese per dare nuovo impulso all’economia. Come? Secondo la proposta del governatore, andrebbe prevista l’istituzione del risarcimento economico per le imprese che presentano ricorso contro le aggiudicazioni dei lavori pubblici ritenendo che siano i ricorsi amministrativi a bloccare per mesi i cantieri. Per cui, spiegano dalla Regione, «si prevede che si vada avanti nelle opere oggetto di contenzioso con un risarcimento economico al ricorrente che dovesse vincere in sede di giustizia amministrativa». Di fronte a una simile proposta, pronta è arrivata la replica dell’Associazione nazionale magistrati amministrativi. «Una riforma del genere porterebbe a ridurre il controllo effettivo sulla scelta dell’appaltatore, anche a costo di pagare le opere due volte e danneggiare due volte i cittadini e le imprese», ha spiegato la presidente dell’Anma Gia Serlenga. «Della proposta fatta – afferma – è sbagliata già la premessa, ovvero che sarebbero i ricorsi amministrativi a bloccare per mesi i cantieri. Gli appalti non sono affatto bloccati dai ricorsi al Tar». «È singolare – aggiunge la rappresentante dei magistrati amministrativi – il fatto che, quando la politica decide di intervenire con urgenza sui blocchi degli appalti, lo faccia guardando sempre e solo alla fase dell’aggiudicazione e alla conseguente eventuale fase dei ricorsi al Tar contro l’aggiudicazione stessa, sebbene i dati dicano altro. Meno del 2% delle gare bandite è oggetto di impugnazione e il giudice amministrativo è veloce nelle decisioni, come dimostrano i risultati quotidiani, compreso il periodo dall’inizio della pandemia ad oggi, che ha bloccato l’intero Paese ma non ha rallentato le attività dei Tar». «Quello che semmai si registra – osserva Serlenga – è l’autosospensione da parte della stazione appaltante, ma questo è un altro tema. Inoltre nessuno dice che alle aggiudicazioni definitive non corrispondono altrettanti cantieri esecutivi, cioè che lo stallo avviene spesso nella fase dell’esecuzione». «Mi chiedo – conclude  Serlenga – quanto sia ragionevole proporre una riduzione di tutela per le imprese, con un aggravio notevole dei costi per le tasche dei cittadini, quando la soluzione dovrebbe andare in un’altra direzione: cambiare il controllo sulla fase esecutiva e individuare soluzioni per migliorare la Pubblica Amministrazione e la qualità delle norme».

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

Da liberoquotidiano.it il 19 aprile 2021. Nando Dalla Chiesa, fratello di Rita, conosce bene Giovanna Boda, la dirigente del Miur coinvolta in una inchiesta sul Miur per corruzione che ha tentato il suicidio. E ha un sospetto: che qualcuno abbia voluto appositamente colpirla. La Boda, scrive Dalla Chiesa sul Fatto quotidiano è "una donna a cui il mondo della scuola deve tantissimo e a cui deve tantissimo il movimento antimafia", "con un senso delle istituzioni da fare invidia a uno statista". Però è stata messa alla gogna dal quotidiano La Verità in un articolo nel quale, prosegue Dalla Chiesa "ho trovato una combinazione di particolari che mi hanno inquietato. A partire dalla fine, in cui la dirigente del ministero viene accostata a Luca Palamara, solo perché, per conto del suo ministro dell'epoca Elena Boschi, gli dà un appuntamento, in un quadro del tutto estraneo all'indagine per tempi e per materia. Insomma, accostamento gratuito e voluto". "Siamo la rete del bene", diceva sempre la Boda ma "non a Palamara, ma a chi si spendeva nell'antimafia". Insomma, attacca Dalla Chiesa: "Un articolo scoop senza notizia di reato. In cui si allude a una 'soffitta nelle disponibilità della donna' per dire del solaio di casa sua. Un riferimento insipido a Palamara".  Quindi il sospetto: "Giovanna era stata messa da poco, in qualità di commissaria, alla testa dell'ufficio scolastico della Calabria, la regione che non si può toccare, dove neanche le riprese televisive dei grandi processi si possono fare. E di colpo è diventata una corrotta". Altre due persone, che Dalla Chiesa conosce bene, oltre alla Boda, "ho visto descritti sui giornali (o dai magistrati) come criminali: Francesco Forgione, ex presidente dell'antimafia che ha messo il dito nelle parentele tra magistrati e milieu mafiosi in Calabria; Claudio La Camera, tra i fondatori del museo della 'ndrangheta a Reggio Calabria". Tutte e tre "persone per bene", conclude Dalla Chiesa, "tutte e tre sottoposte a indagini o processi per me incredibili. E mi viene un rovello". La domanda è: "Dove nasce l'input di quell'articolo", "chi ripesca in chilometriche intercettazioni del tutto estranee lo scampolo di una lontana conversazione con Palamara, chi ha bisogno di colpire l'immagine e la credibilità di Giovanna Boda?".

Maurizio Belpietro per "la Verità" il 20 aprile 2021. Ho letto con attenzione l'articolo scritto ieri da Nando Dalla Chiesa sul Fatto Quotidiano. Si tratta di un pezzo dedicato all'ormai nota vicenda di Giovanna Boda, la dirigente del ministero dell'Istruzione che, indagata dalla Procura di Roma per corruzione, si è buttata dalla finestra dello studio del suo avvocato. I lettori conoscono bene la storia, perché La Verità è stata la prima a raccontarla. Molto probabilmente invece, non conoscono il commento vergato da Dalla Chiesa, che dell'alta funzionaria ministeriale si dichiara amico. Si tratta di un articolo «da far studiare per anni nelle scuole di giornalismo», affinché i futuri cronisti imparino che cosa non si deve scrivere su un giornale. Sotto un titolo che dice tutto - «Vietato toccare la Calabria. Qualcuno voleva colpire Giovanna Boda?» - il sociologo un tempo campione della «società civile», fa quello che non si dovrebbe fare: allude. Scrive un articolo lamentando che il nome della Boda sia stato accostato a quello di Luca Palamara, un tempo deus ex machina delle Procure, comprese quelle antimafia, ma oggi caduto in disgrazia e dunque accuratamente rimosso dalla memoria collettiva dei puri e duri. La dirigente parlava con Palamara? Meglio non dirlo, perché non sta bene. Come nell'Unione sovietica dei bei tempi di Stalin che tanto piacevano a chi militava a sinistra, i personaggi scomodi vanno cancellati anche dai ricordi, oltre che dagli atti ufficiali. Ma il meglio, il compagno Nando lo dà quando parla delle accuse mosse a Giovanna Boda. Lui che per anni ha applaudito a ogni inchiesta della magistratura, anche a quelle politicizzate, di fronte alle indagini dei pm di Roma parla di strano caso. «La colpa: due affidamenti sotto i 40.000 euro, prassi seguita da ogni ente pubblico e ministero per i lavori minori, perché non è reato. Un articolo scoop (quello della Verità, ndr) senza notizia di reato». Il giudice Dalla Chiesa insomma, ha già emesso la sentenza. Che la magistratura abbia fatto perquisire gli uffici del ministero da un drappello di finanzieri, ipotizzando il reato di corruzione, al sociologo con la toga sfugge. Per lui è chiaro che il reato non esiste, anche se l'unica cosa chiara è che il commentatore non ha letto gli atti dell'inchiesta di cui scrive. Tuttavia Dalla Chiesa, oltre a sentenziare sicuro sull'inconsistenza dell'inchiesta con lo stesso piglio con cui trent' anni fa, durante Mani pulite, emetteva giudizi di colpevolezza, si stupisce perché nell'articolo si parla di una «soffitta nelle disponibilità della donna», quando in realtà si tratta di un solaio di casa sua. Che senso ha, si chiede? Ma non è un articolo a parlarne, bensì un'ordinanza che dispone la perquisizione. E forse, chi scrive di giustizia dovrebbe per lo meno cercare di comprenderne la differenza. Infine, siccome Giovanna Boda un mese fa era stata nominata commissaria dell'ufficio scolastico della Calabria, l'esperto di criminalità organizzata si chiede come all'improvviso l'amica sia «diventata una corrotta». Come e perché tre suoi amici - tutte persone per bene, assicura - siano stati sottoposti a indagini o processi per lui incredibili. «Mi viene un rovello, che gira sempre di più nella mente. Dove nasce l'input di quell'articolo (sulla Verità, ndr), chi e perché suggerisce quella storia a un giornalista?». Il metodo è quello dell'antimafia di professione, quella che ha costruito grandi processi e grandi carriere sul nulla. Se non sai spiegare una cosa semplice, ovvero un'indagine con un'accusa precisa, cerca di capire che cosa c'è dietro, lancia qualche sospetto, insinua il dubbio, alludi al fatto che una funzionaria arrivata in Calabria da un mese e pendolare avanti e indietro da Roma può aver pestato i piedi e un giornalista - su input di qualcuno - si è incaricato di sistemarla. Dalla Chiesa, che la mafia la conosce bene perché ne è stato duramente colpito, sa che cosa significa «mascariare». È un termine siciliano che indica un'arte subdola, che serve a schizzare fango e viene usata per confondere. Ora, se lui pensa che qualcuno abbia accusato ingiustamente Giovanna Boda pur di toglierla di mezzo, dovrebbe bussare alla porta della Procura di Roma, perché è lì che è nata l'inchiesta e sempre lì che è stata firmata un'ordinanza di perquisizione. I rovelli sono sospetti e gettarli a caso è un modo perfetto con cui gli amici degli amici si coprono fra loro. Insomma, caro Dalla Chiesa, se ha qualche cosa da dire si rivolga ai magistrati altrimenti, invece di scrivere articoli in cui nega che sia stato contestato un reato (una perquisizione non si fa se non si ipotizza un reato e questo lo sa anche uno studente al primo anno di giurisprudenza), legga le carte: imparerà qualche cosa. Anche a non scrivere stupidaggini.

Il giornalismo spietato contro Grillo e Boda. Il figlio del comico subisce un processo a mezzo stampa. Come lo ha subito la dirigente del ministero dell'istruzione indagata per corruzione. E' ora che procure e giornalismo separino le carriere. Davide Varì su Il Dubbio il 20 aprile 2021. Il messaggio è duro. Ed è rabbioso. A tratti appare come la rabbia dolente di un padre che da anni assiste al processo (per ora tutto mediatico) al proprio figlio accusato di stupro. Uno stillicidio quotidiano con titoli sparati e foto impietose. «Mio figlio è su tutti i giornali come stupratore seriale insieme ad altri tre ragazzi. Se fossero veri stupratori seriali li avrei portati io in galera a calci nel culo», ha infatti urlato nel suo breve video: un minuto, o poco più, di urla. Un flusso ininterrotto di accuse. È un dolore vero, quello del comico. Forse sguaiato e con tratti di insopportabile di misoginia. E’ un dolore che non ha tenuto conto di chi ha denunciato quella violenza. Ma tutto questo sarà esaminato in un’aula di tribunale, non siamo qui a emettere sentenze. Anzi, è esattamente quello da cui dobbiamo tenerci alla larga. Qualcuno in queste ore ricorda a Grillo che lui e suo figlio stanno subendo lo stesso trattamento che i suoi militanti hanno riservato a decine, centinaia di persone indagate e processate a mezzo stampa. Potremmo ricordarglielo anche noi del Dubbio, ma sbaglieremmo perché ora Grillo è dall’altra parte della sbarra, dalla parte dell’imputato. La vicenda del figlio di Grillo arriva pochi giorni dopo il tentato suicidio di Giovanna Boda, la dirigente del ministero dell’Istruzione indagata per corruzione che si è gettata dallo studio del suo avvocato dopo aver visto altri titoloni e altre foto impietose di un’indagine ancora in corso. Sono storie dolorosissime che ricordano a tutti noi quanto sia indispensabile e urgente che i giornalisti si tengano ben lontani dai magistrati. E viceversa. E forse, come qualcuno ha già detto, è questa la vera e più urgente separazione delle carriere che va realizzata.

Il caso della dirigente Miur. Ipotesi di reato di un Pm e gogna mediatica possono uccidere, il dramma di Giovanna Boda e l’ipocrisia della libertà di stampa. Gian Domenico Caiazza su Il Riformista il 17 Aprile 2021. Una stimata funzionaria del Miur apprende di essere indagata dalla Procura della Repubblica di Roma per una ipotesi di corruzione. Avrebbe intascato più di 600mila euro per una serie di appalti. Va ad incontrare l’avvocato ma, nell’attesa, cede alla disperazione e si lancia giù dalla finestra. Ora lotta tra la vita e la morte. Non so nulla, ovviamente, di questa signora e della sua vicenda. Conosco invece perfettamente, come ogni avvocato penalista, le dinamiche sempre drammatiche che si innestano nella mente di una persona che, d’improvviso, raggiunta da un grave sospetto, diventa preda del branco. Perché di questo si tratta. In nome di un malinteso, anzi di un pretesto: il diritto-dovere di informare i cittadini, dicono. Io invece dico che qui l’informazione non c’entra nulla. Come fai a dare informazione di qualcosa che non conosci? Come puoi rivendicare il diritto di diffondere una notizia geneticamente parziale e unilaterale, che non sei in grado di verificare nella sua fondatezza? Un avviso di garanzia non fornisce informazioni sufficienti nemmeno all’indagato, figuriamoci a chi non sa nulla della vicenda. Per non dire che, di per sé, quella notizia è (non a caso) coperta dal segreto investigativo. Non è divulgabile la notizia della pendenza di una indagine su qualcuno, non dovrebbe. Ma le sanzioni sono ridicole, anzi inesistenti. Ovviamente, se divulghi la notizia di una indagine in corso, non potrà che essere una notizia tutta modellata sulla ipotesi accusatoria. Una notizia parziale rispetto alla quale le persone coinvolte sono disarmate, prive di un qualsivoglia diritto di replica. Cosa dovrebbero dire? Sono innocente? Certo, come no, pensa che notiziona. L’ipocrisia e la viltà intellettuale che ruota intorno a questa malposta rivendicazione del diritto–dovere di informazione mi è davvero intollerabile. Cosa urge, intorno alla apertura di una indagine? Cosa sottrarremmo alla conoscenza pubblica, vietando la diffusione di quella che è in realtà una non-notizia? Un pm riceve notizia di un fatto che egli reputa potrebbe avere rilievo penale, iscrive l’indagato nell’apposito registro e inizia la sua attività di verifica e di approfondimento investigativo. In nome di quale diritto, e del diritto di chi soprattutto, deve essere lecito rendere pubblico questo fatto, che per sua natura è lontanissimo dall’aver raggiunto connotazioni non dico di certezza, ma nemmeno di ragionevole plausibilità? Si tratta di una ipotesi, ripeto, unilaterale, che ancora non si è nemmeno misurata con una seppur sommaria confutazione difensiva. L’ipocrisia e la viltà intellettuale di cui dicevo si inverano nella dolosa indifferenza ai costi enormi, ingiustificabili e del tutto sproporzionati, che la pubblicazione della non-notizia qualcuno pagherà inesorabilmente. Sappiamo tutti perfettamente come la notizia di una incriminazione, ma anche solo di una ipotesi investigativa, è dotata di una forza devastante e già invincibile. L’interesse della pubblica opinione è ovviamente attratto dal disvelamento di un reato, non certo dalla infondatezza della ipotizzata accusa. E l’ipotesi accusatoria, promanando da soggetti assistiti da una presunzione assoluta di affidabilità, attendibilità e imparzialità, si presuppone fondata. Vi è poi una fortissima prevalenza culturale, nella politica e nella informazione, del più becero populismo giustizialista, secondo cui se un personaggio pubblico -politico, pubblico amministratore- viene raggiunto dal sospetto, ciò merita perciò stesso la massima diffusione notiziale, ovviamente accompagnata dalla presunzione di fondatezza della ipotesi accusatoria. Il costo che la persona raggiunta da una ipotesi accusatoria -questo è l’indagato, null’altro- dovrà pagare è incongruamente sproporzionato rispetto al preteso diritto di informazione che vorrebbe giustificalo. Vita professionale, politica, familiare travolte spesso in modo irreparabile, reputazione personale inesorabilmente compromessa. Solo chi vive sulla propria pelle -insieme alle persone che gli sono vicine- i morsi feroci della pubblica gogna che inopinatamente irrompe nella sua vita, è in grado di comprendere la furia devastatrice e la brutale violenza di una simile esperienza. Anche perché le vicende penali – come ogni vicenda umana, d’altronde-non sono quasi mai segnate da una linea di demarcazione netta che separa il bianco dal nero, la colpevolezza dalla innocenza. Nessuna vicenda umana può affidarsi a simili semplificazioni. Tra l’innocenza e la colpevolezza si dipanano comportamenti del più vario segno (imprudenze, equivoci, coincidenze, gravi azzardi) che ciascuno di noi deve poter avere il diritto di chiarire e spiegare, a sé stesso ed agli altri, prima di essere trascinato nel fango, e nella disperazione; alla quale ha ceduto questa signora. Qualunque cosa possa aver fatto o non fatto, ha semplicemente capito di non avere già più il tempo per spiegare.

Gian Domenico Caiazza Presidente Unione CamerePenali Italiane

Il caso della dirigente Miur. Ombre e veleni dietro l’inchiesta su Giovanna Boda: invidie, ipotesi e sospetti. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 17 Aprile 2021. Quello che è accaduto a Giovanna Boda, la dirigente Miur indagata che dopo un volo dal secondo piano lotta tra la vita e la morte, «è molto più che un atto scellerato», ci mette in guardia dagli uffici del terzo piano del Ministero uno dei suoi più stretti collaboratori. È l’atto deliberato che mette inusitatamente in luce, per la gravità del gesto drammatico e inatteso con cui è culminato, un sistema. Un sottofondo che forse nessuno voleva smuovere. Ma che adesso si è smosso e rivela rapporti, relazioni e interessi contrastanti. Giovanna Boda «è sempre stata la persona più in vista di quel Ministero, con la maggiore proiezione esterna. Ma non è stato un attacco ad personam», ci dice Marco Campione, che era nella segreteria tecnica di Faraone al Miur e conosce i meandri delle segrete stanze. Una dirigente iperattiva, fortemente connessa con il mondo cattolico, impegnatissima sul fronte dell’antimafia (a sua particolare regia le “Navi della Legalità”, e tutte le iniziative dei giovani in memoria di Giovanni Falcone), particolarmente vicina a Maria Stella Gelmini e a Paola Severino ma ancora più in alto, saldamente legata al Quirinale. Prima con Napolitano e poi con Mattarella, ha stretto a doppio filo le agende dei due presidenti della Repubblica con quelle degli impegni Miur a sua firma: le inaugurazioni degli anni scolastici, le visite alle scuole, soprattutto in Sicilia, le manifestazioni antimafia, le scolaresche ricevute nei saloni del Quirinale e ancor più spesso, di recente, l’apertura dei giardini: Giovanna Boda era anche il saldo e costante trait-d’union tra Colle e giovani. Una dedizione appassionata ricambiata negli anni con le due onorificenze quirinalizie assegnatele: Ufficiale all’ordine del merito della Repubblica nel 2010, Commendatore dell’Ordine al merito «di iniziativa del Presidente della Repubblica» nel 2014. Sulle carte, si legge di una inchiesta asimmetrica dai numeri inverosimili, condita sui giornali dai brogliacci passati ad arte: intercettazioni che in verità parlano di innocenti incroci di date per le riunioni con Luca Palamara. Ma le si fanno uscire in un momento in cui il solo citare Palamara mette in difficoltà l’intercettato. Ed ecco che l’operazione-show, con le tre visite degli agenti in divisa che le sequestrano oggetti personali, entrandole in casa, le fanno evidentemente balenare l’idea che sia arrivato da chissà dove un certo input. «Nel palazzo c’era una ostilità forte da parte di alcuni, e una notevole invidia, perché da direttore ha sempre dovuto gestire budget importanti», ci dicono dal suo staff. Eppure le accuse di cui si è a conoscenza sono fumose, vanno a insistere su due affidamenti sotto soglia: spiccioli che sempre si ritrovano per mille voci di acquisto nella Pubblica amministrazione; quelle cose che se si vogliono far emergere, si possono trovare un po’ ovunque si cerchi. E che per quanto siano legittime, stendono il mattarello sul dubbio fino a farlo diventare sospetto. Dunque la domanda è oggi chi aveva interesse ad attaccare e far cadere un pilastro del Ministero così apprezzato. E c’è da guardare meglio alla rete delle relazioni che riguardano non solo Giovanna Boda ma quella di suo marito Francesco Testa, Procuratore capo a Chieti. Il suo secondo marito. Della cui nomina si era occupato il Csm nel 2016. Pare che della sua promozione si fosse interessato Legnini, pur dietro le quinte. L’ex vice presidente Csm, abruzzese, aveva detto: «Per quella Procura dovete scegliere il migliore, dev’essere una nomina inoppugnabile». Tant’è. Chi tifava per Testa ha citato i 12 anni che ha passato a Catania come pm tra inchieste di mafia ed esperienza sulla digitalizzazione. Poi la chiamata a Roma, al ministero della Giustizia, ai tempi del Guardasigilli Paola Severino dove tiene i rapporti con il Csm. Infine l’Onu a Vienna. E Testa è arrivato a Chieti, negli stessi anni in cui a Roma Giovanna Boda veniva prestata dal Miur alla Presidenza del Consiglio. Con Renzi, o meglio con Maria Elena Boschi. Tanto che qualcuno attribuisce a quel passaggio la fonte delle inimicizie cresciute negli ultimi tempi. «Al Miur era dirigente di prima fascia, è andata alle Pari Opportunità con Boschi, diventando Capo dipartimento», ci dettagliano dagli uffici di viale Trastevere. E ha iniziato a essere più che invidiata, invisa inconfessabilmente a molti. Ieri a lei ha dedicato un pensiero Matteo Renzi: «Un Paese civile oggi si farebbe delle domande: come si può permettere che la gogna mediatica stritoli la vita delle persone, indipendentemente dall’accertamento della verità che come sappiamo è sempre lungo e complicato? Non ho letto nessuna riflessione su questo tema, in questi giorni, e me ne dolgo». Anche Maria Elena Boschi ha reso noto su Facebook il suo dolore: «Quello che è successo è assurdo, violento, ingiusto. Il cuore e la mente sono a fianco di Giovanna». Che al momento di lanciarsi giù dalla finestra era nello studio legale di Paola Severino, cui era legata e che aveva collaborato a lungo con suo marito. Quali intrecci stavano cercando di ricostruire quando Giovanna Boda ha deciso all’improvviso di tentare di togliersi la vita? Forse è da lì che si può ripartire per capire meglio chi tira i fili.

Aldo Torchiaro. Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.

Giovanna Boda, ora si indaga per istigazione al suicidio. Dirigente Miur giù dal balcone, chi è la talpa. Libero Quotidiano il 17 aprile 2021. Istigazione al suicidio. Si è aperto un secondo fascicolo sulla vicenda di Giovanna Boda, dirigente del Miur che ha tentato di togliersi la vita - e che ora è in gravissime condizioni all'ospedale Gemelli - dopo aver scoperto di essere indagata dalla Procura di Roma per corruzione. Adesso, rivela Il Giornale, è caccia alla talpa, alla persona che o dalla stessa Procura o dalla Guardia di Finanza avrebbe "fatto uscire" il decreto di perquisizione firmato dal sostituto procuratore Carlo Villani nei confronti del funzionario ministeriale, della sua assistente Valentina Franco, 31 anni, e del presunto corruttore, lo psicoterapeuta Federico Bianchi di Castelbianco, 71 anni, editore dell'agenzia Dire e legale della società di comunicazione Com.e. E sarebbe proprio il responsabile della fuga di notizie diretta al quotidiano La Verità l'indiziato numero uno secondo il nuovo fascicolo aperto per "istigazione al suicidio" dal pm Alberto Galanti.  La Boda, infatti, sconvolta per le accuse è salita al secondo piano di un palazzetto a Prati, studio dell'ex ministro della Giustizia nel governo Monti, il suo avvocato di fiducia Paola Severino, e si è gettata dalla finestra.  Non è ancora chiaro che cosa sia accaduto in quei momenti di panico, anche perché, scrive il Giornale, da un lato la Procura è convinta di essere sulla pista giusta, quella della corruzione in cambio di appalti diretti a Bianchi, ma dall'altra i conti non tornano. A cominciare dalla somma intascata dalla Boda, 680mila euro circa, ben superiore alle due delibere dirette a Bianchi da 39.950 euro l'una. Insomma, perché Bianchi avrebbe dato alla Boda tutti quei soldi? Intanto le condizioni della donna, che è sposata con il procuratore capo di Chieti Francesco Testa, restano gravi. Maria Elena Boschi, che con la Boda aveva lavorato durante il governo Renzi, si sfoga sui social: "Quello che è successo è assurdo, violento, ingiusto. Il cuore e la mente sono a fianco di Giovanna e del suo dolore. Ci sarà tempo per capire, ora possiamo solo pregare e sperare".

Il caso della dirigente Miur. Indagata e messa alla gogna, Giovanna Boda in fin di vita: ma le accuse non tornano. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 16 Aprile 2021. Adesso a Roma sono tutti con lei. Giovanna Boda, la dirigente Miur che ha tentato di suicidarsi dopo essere finita in un improvviso shitstorming mediatico-giudiziario, lotta tra la vita e la morte. È in prognosi riservata dopo essersi lanciata nel vuoto, fuori dalla finestra del suo avvocato in Piazza della Libertà. È stata travolta dal combinato disposto tra le incursioni delle Fiamme Gialle e quelle dei cronisti intercettatori. Sconvolta, non ha retto all’impatto con lo shock. Il personaggio è notissimo, Boda è entrata al Miur per concorso nel 1999, con Giovanni Berlinguer, ed è stata promossa poi da Beppe Fioroni, Maria Letizia Moratti, Francesco Profumo, Lucia Azzolina. Anche il nuovo ministro Patrizio Bianchi si è detto sconvolto per la notizia, e si è stretto subito intorno alla famiglia. Le accuse a suo carico sono per corruzione: avrebbe fatto leva sul suo ruolo di Capo del dipartimento per la programmazione e la gestione delle risorse umane, finanziarie e strumentali, grazie all’ultima decisiva promozione disposta dal ministro Lorenzo Fioramonti, secondo governo Conte. Le accuse sono tutte da provare, e per il momento risultano, a dire di chi la conosceva bene, del tutto inammissibili. Nell’ordinanza che ha dato vita anche a tre perquisizioni (a casa, al Ministero e presso una soffitta di sua proprietà), si parla di una ipotesi corruttiva che vede coindagato Federico Bianchi di Castelbianco, editore dell’agenzia Dire. Bianchi si sarebbe aggiudicato due affidamenti da quasi 40.000 euro ciascuno, mentre la Boda avrebbe ottenuto una contropartita «con somme di denaro e utilità per sé e per terzi per complessivi 679.776,65 euro». I numeri non tornano, come è facile capire: a fronte di un vantaggio per ottantamila euro scarsi, l’imprenditore gliene avrebbe versati otto volte e mezzo tanti. Se per tutto c’è una prima volta, questa è dunque la prima volta che il concusso versa al concussore l’850% del suo ricavo. C’è però da tener conto dell’aggravante, sulla quale ci mette in guardia La Verità, che con un velenoso affondo l’altro ieri aveva rivelato i dettagli dell’indagine, mettendo a nudo le proprietà dell’indagata e pubblicando – anche se non rientravano nell’inchiesta – le sue intercettazioni per fissare un appuntamento di lavoro con Palamara, quando era al vertice Anm. L’aggravante con cui sottolineava le accuse La Verità era quella di essere “renziana”: e l’accusa veniva reiterata evidenziando le telefonate con Maria Elena Boschi. Un certo accanimento mediatico e forse non solo mediatico si adombra a carico di questa asserita prossimità. «La conosco molto bene, è davvero incredibile tutta la vicenda. Non so se sia possibile dare un’etichetta a una stimata dirigente che ha assunto responsabilità ventennali», ci dice la deputata di Italia Viva, Silvia Fregolent. «Ma a maggior ragione, se fosse renziana è ora di farla finita con questa caccia alle streghe che tende a colpire, quasi a perseguitare chi è a vario titolo vicino a Italia Viva». Al momento Giovanna Boda rimane in prognosi riservata, sotto sedazione. Operata due volte, i medici stanno facendo il possibile per salvarla. Si parla dello schiacciamento della colonna vertebrale e di un trauma cranico importante: la dirigente, mamma di una bambina di cinque anni, si è lanciata giù dal secondo piano. Si fa urgente una riflessione deontologica e normativa sulla diffusione delle intercettazioni e sulla diffusione dei nomi degli indagati. L’esposizione al pubblico ludibrio, condanna di lontana tradizione, è tornata oggi come inaccettabile pena accessoria.

Aldo Torchiaro. Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.

Giovanna Boda, il tentato suicidio della dirigente del Miur. Il retroscena: "Con chi aveva lavorato al Ministero". Libero Quotidiano il 15 aprile 2021. Giovanna Boda la definiscono tutti una donna determinata ma di una sensibilità rara. La dirigente del Miur che ha tentato il suicidio dopo una perquisizione nei suoi uffici della Guardia di Finanza era impegnata in prima persona anche nel pieno dell' emergenza da Covid per assicurare che gli studenti più svantaggiati ricevessero tutti pc e tablet per la didattica a distanza. Rivela il Messaggero, che nei suoi tanti incarichi, la Boda - che è indagata per corruzione dalla Procura di Roma - è stata nel 2017, per un anno circa, capo dipartimento per le Pari opportunità della presidenza del Consiglio dei ministri con l'allora sottosegretario Maria Elena Boschi. Fino al 2019 è stata direttore generale per lo Studente, l'Integrazione, e la Partecipazione al ministero dell'Istruzione. Ma la perquisizione di martedì scorso 13 aprile l'aveva completamente sconvolta. I militari della Guardia di Finanza si erano presentati nel suo appartamento e al Miur, esibendo il decreto. Avevano anche perquisito una piccola soffitta perché la Boda, 47 anni, capo del dipartimento per le Risorse umane, finanziarie e strumentali del ministero dell'Istruzione è indagata per corruzione nell'ambito di un'inchiesta che riguarda il suo ufficio. La donna, sconvolta e sotto choc per l'inchiesta che la vede coinvolta, ieri 14 aprile, poco prima delle cinque delle pomeriggio e prima dell'appuntamento con il suo avvocato ha cercato di farla finita. Ha aperto la finestra e si è gettata nel vuoto da un appartamento al secondo piano di piazza della Libertà. Adesso è ricoverata al Gemelli, dove ha subito un intervento, ed è in gravissime condizioni. Secondo l'ipotesi della procura di Roma, Federico Bianchi di Castelbianco, psicoterapeuta, rappresentante legale dell'istituto italiano di ortofonologia ed amministratore della Come - Comunicazione & editori, ossia l'agenzia Dire, avrebbe corrotto la Boda. Si parla di regali e benefit per 679mila euro. Alla Boda Bianchi, avrebbe anche dato una carta di credito per le spese. In cambio avrebbe ottenuto incarichi e affidamenti dal ministero.

Virginia Piccolillo per il “Corriere della Sera” il 16 aprile 2021. Ha già subito un lungo e complicato intervento e ne dovrà subire ancora. Resta in pericolo di vita in un reparto di terapia intensiva del Policlinico Gemelli di Roma Giovanna Boda, la dirigente del Miur nota per le sue iniziative di sensibilizzazione dei ragazzi sulla legalità, che mercoledì scorso ha tentato il suicidio dopo essere finita in un' inchiesta per tangenti al ministero dell' Istruzione. Mentre attendeva di parlare con il suo avvocato ha aperto la finestra e si è buttata dal secondo piano. «Questo è il momento del doveroso e rispettoso silenzio», dicono dalla Procura di Roma, dove restano convinti della solidità dell' impianto dell'indagine. La capo Dipartimento per le Risorse umane, finanziarie e strumentali del Miur, e dunque pubblico ufficiale, martedì scorso aveva subito una perquisizione nel corso della quale le era stato contestato il reato di concorso in corruzione nell'ipotesi di aver ricevuto «indebitamente e per l'esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri somme di denaro o utilità per sé o per terzi per 679.776,65 euro», da parte di Federico Bianchi di Castelbianco, quale legale rappresentante dell'Istituto di Ortofonologia e amministratore di fatto della Com.E, Comunicazione&Editoria, «società aggiudicatarie di vari affidamenti ciascuna per 39.950 euro da parte del Miur». Tra le accuse, anticipate da La Verità, la messa a disposizione da parte di Castelbianco di una carta di credito. L'editore respinge ogni accusa. Soprattutto quelle nei confronti della dirigente: «Quasi 700 mila euro. Se glieli avessi dati lo saprei. Invece non ne so niente. Mi sembra una grande cattiveria nei confronti di una persona che ha sempre voluto darsi da fare per gli altri. E mettersi a disposizione di chi ha bisogno». Bianchi, che loda la «gentilezza e la professionalità» dei finanzieri che lo hanno perquisito, dice di «non sapere nulla dell' esistenza di una carta di credito». E sulla contestazione di aver ricevuto appalti del Miur afferma: «Stiamo parlando di gare. Io lavoro da almeno vent' anni col Miur su bandi di gara. Ne avrò fatte almeno 600, da l' Aquila al Veneto, alla Sicilia. Non vedo come avrebbe potuto favorirmi». L' editore tiene a precisare che non teme l' inchiesta: «Aspetto le contestazioni. Non sono un delinquente. Mi difenderò. Ho massima fiducia della giustizia». Ma si accalora a sottolineare che le accuse alla dirigente «rese pubbliche e unite a una serie di dettagli che non c' entrano nulla e che devono averla sconvolta al punto di farla gettare nel vuoto» non gli tornano. «Ci conosciamo da vent'anni - continua Bianchi -. Io le voglio bene, come lei vuole bene a me, la stimo tantissimo, so come si prodiga per chi ha bisogno. E frasi del tipo: "Siamo la rete del bene", le dice sempre. E invece le ho viste riportate contro di lei, come se parlasse di chissà che lobby». E spiega: «È stato attaccato a questa inchiesta il fatto che suo marito è un magistrato, chi l' avrebbe o non l' avrebbe appoggiato per la nomina, che lei era nelle chat di Palamara, che conosce Maria Elena Boschi. Tutti pezzi da novanta, in confronto dei quali io non sono nessuno e mi sembra di essere stato solo un gancio per arrivare a questo. Ma Giovanna con Boschi, al Dipartimento delle Pari Opportunità ci lavorava. E con Palamara parlavano tutti. "Facciamo squadra", è la frase che ripeteva sempre. Per una persona delicata come lei il peso penso sia stato schiacciante».

Michela Allegri per “il Messaggero” il 10 settembre 2021. Auto di lusso, contanti, carte di credito prepagate, lezioni di violino, lo stipendio della colf, l'affitto dell'appartamento dove abitavano i suoi genitori. Ma anche soggiorni in albergo, trattamenti medici, abiti sartoriali. Sono solo alcuni dei regali non disinteressati che l'imprenditore Federico Bianchi di Castelbianco avrebbe fatto all'ex dirigente Miur, Giovanna Boda. Presunte tangenti per più di 500mila euro - tra somme promesse e consegnate - che gli avrebbero spianato la strada nell'aggiudicazione di appalti milionari banditi dal ministero, ma che, ieri, lo hanno fatto finire in carcere con l'accusa di corruzione. Ai domiciliari ci sono invece Valentina Franco e Fabio Condoleo, dipendenti di Bianchi, ma collaboratori della Boda: erano la segretaria e l'autista. Secondo gli inquirenti oltre a collaborare nella consegna di denaro e utilità, avrebbero aiutato Bianchi a mantenere contatti al Miur dopo l'uscita di scena della dirigente che, sopraffatta dalla notizia dell'indagine, 5 mesi fa ha tentato il suicidio. Dall'inchiesta del Nucleo valutario della Finanza, coordinato dall'aggiunto Paolo Ielo e dal pm Carlo Villani, emerge il sistema illegale che, dal 2018, avrebbe permesso all'editore dell'agenzia Dire - amministratore di tre società e di una fondazione nel settore della comunicazione e della formazione - di aggiudicarsi lavori per 23 milioni di euro. Agli atti ci sono fatture, bonifici e anche intercettazioni. Nei confronti della Boda, ex capo dipartimento per le risorse umane, finanziarie e strumentali del Ministero, è stato disposto il sequestro preventivo di circa 340mila euro. Agli indagati è contestato anche il reato di rivelazione e utilizzazione del segreto istruttorio: Bianchi aveva accesso a riunioni riservate. Secondo l'accusa, la scorsa primavera l'imprenditore temeva di essere indagato e si innervosiva se i collaboratori non erano cauti: «Avete i telefoni sotto controllo come c... ve lo devo dire, c'ho pure il mio, mo basta», diceva, intercettato. Con la dirigente, si incontrava di persona, ma i loro appuntamenti sono stati registrati da intercettazioni ambientali. Nel marzo del 2021, si legge nell'ordinanza del gip Annalisa Marzano, dopo la notizia dell'arresto in Calabria di alcuni dirigenti Miur, la Franco si sarebbe informata su come «pulire» il telefono della Boda. «Lei vorrebbe diciamo stare un po' tranquilla e attenta», dice all'interlocutore, chiedendo se comprando un nuovo dispositivo fosse possibile cancellare contatti e conversazioni precedenti. Il 26 aprile, Bianchi è in ufficio con la Franco: «Ciao a tutti, né a me né a Chiara mandate più telefonate e WhatsApp, una volta a settimana vieni te, raccogli tutto, ritorna se c'è urgenza». Poi fa un esempio di una conversazione da evitare: «L'altra volta Sara ha fatto una cortesia e ha dato questi soldi a quello». Una frase del genere, specifica l'imprenditore, «da adesso in poi non la può dire nessuno». La conversazione vira poi sul fatto che «ad alcune persone è stato detto di ringraziare Giovanna quando arriva il pagamento, ma questa cosa non può uscire». Più avanti dice: «Tutto deve stare calmo, liscio e tranquillo per un anno, due anni... fare tutto con un basso profilo». Il gip evidenzia il «tono perentorio» usato da Bianchi all'interno degli uffici ministeriali, circostanza che confermerebbe «il peso rivestito all'interno del Dipartimento». Per il giudice l'imprenditore «si muoveva e si muove ancora con disinvoltura, potendo contare su rapporti di collaborazione risalenti e consolidati». Il carcere viene giudicato una misura adeguata, perché l'indagato potrebbe «perseverare nell'illecito per accaparrarsi l'aggiudicazione di gare già bandite, ovvero predisporre i futuri bandi e o progetti». L'interrogatorio di garanzia è previsto il 13 settembre. Intanto i giornalisti dell'agenzia Dire, in una nota del comitato di redazione, «sottolineano che il loro lavoro va avanti garantendo continuità professionale e quell'impegno che da sempre li contraddistingue nel raccontare i territori e le istituzioni». La Boda, invece, ha dichiarato tramite il suo legale: «Le accuse a me rivolte mi hanno sconvolto. Non chiedo compassione, ma rispetto per l'umiliazione e il dolore che mi sono stati inflitti. Ho sempre servito lo Stato con rigore e onestà: ho chiesto di essere interrogata proprio per chiarire la mia posizione».

L'inchiesta sulla presunta corruzione al Ministero dell’Istruzione. Inchiesta Boda, tremano altri dirigenti del Miur. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 10 Settembre 2021. È particolarmente delicata l’inchiesta del procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ielo, istruita dal pm Carlo Villani, sulla presunta corruzione al Ministero dell’Istruzione. Per molteplici motivi che fanno dell’impianto accusatorio un intreccio fatto più di nodi che di linee dritte. La notizia: ieri mattina la Procura di Roma ha deciso di far scattare una misura cautelare nei confronti dell’imprenditore Federico Bianchi di Castelbianco, che è anche l’editore dell’agenzia di stampa Dire, nell’ambito di un’inchiesta per corruzione in merito a una serie di appalti scolastici. L’indagine, condotta dal nucleo di Polizia valutaria della Guardia di finanza, è scattata in seguito a una serie di segnalazioni sospette nei movimenti bancari dell’imprenditore. Gli inquirenti avrebbero così evidenziato un rapporto “privilegiato” tra Castelbianco e l’ex dirigente del ministero dell’Istruzione, Giovanna Boda (finita anch’essa nel registro degli indagati) che – stando all’impianto accusatorio – avrebbe permesso all’editore di aggiudicarsi appalti per circa 23 milioni in cambio di una serie di “utilità e mazzette” per oltre 500 mila euro. Siamo ancora nel campo delle ipotesi, ma di quelle che tirano in ballo – anzi: a fondo – l’editore di una delle principali agenzie di stampa. L’imprenditore viene ristretto nella casa circondariale di Regina Coeli e lunedì sarà sentito dal gip, Annalisa Marzano, per l’interrogatorio di garanzia. Agli arresti domiciliari (segnando così il tratto di un diverso trattamento) sono finite altre due persone intervenute – si legge nelle carte della Procura – “nella dazione delle utilità”. A tutti e tre gli inquirenti contestano reati che vanno dal concorso in corruzione alla rivelazione e utilizzazione del segreto d’ufficio. La Dire fa sentire la sua voce: «I giornalisti della Dire sottolineano che il loro lavoro va avanti garantendo continuità professionale e quell’impegno che da sempre li contraddistingue nel raccontare territori e istituzioni». E poi specificano: «I provvedimenti annunciati oggi dalle autorità competenti, pur nella loro rilevanza, non intaccano e non intaccheranno la dedizione e la qualità del lavoro». Lo “shock” che ha colpito l’agenzia di stampa si proietta sulle future commesse. Il timore del Cdr è che adesso i contratti vengano impugnati. «È difficile non pensare che ci possano essere effetti», ci confida il segretario di Stampa Romana, Lazzaro Pappagallo, «anche se faremo di tutto per tutelare il buon nome della Dire e dei suoi giornalisti». Ma parliamo di inchiesta delicatissima anche con riferimento alla recente storia dell’indagine stessa, che ha portato Giovanna Boda, rispettatissima dirigente del Miur, a tentare il suicidio lanciandosi dalla finestra della sua avvocata. Aveva subito una perquisizione in casa e al Ministero, e non aveva retto. Boda non era una dirigente come tanti altri: era lei a interloquire per il Miur con il Quirinale. A lei rivolse un particolare saluto il vice presidente del Csm, Giovanni Legnini, nel 2015, per la Giornata della legalità. Fu dunque un gesto che colpì al cuore le istituzioni quando, il 15 aprile scorso, si aprì quel varco, precipitando giù dalla finestra dello studio della sua avvocata, colta da un raptus di disperazione. Il suo legale per inciso è l’ex ministra della Giustizia, Paola Severino (governo Monti). Lo studio legale si trova per fortuna al primo piano di un palazzo in Prati, il volo non ha superato i quattro metri e l’atterraggio sulle gambe, pur impattando in maniera grave gli arti inferiori e la colonna vertebrale, ha scongiurato il peggio. Operata quattro volte, Giovanna Boda, allora a capo del Dipartimento Risorse umane del Ministero dell’Istruzione, ha riaperto gli occhi dopo la sedazione il 19 aprile, chiedendo subito ai sanitari presenti informazioni sulla figlia e sul marito. Nodo, quest’ultimo, che complica ancor più l’affaire. Il marito è Francesco Testa, magistrato di prim’ordine, attuale Procuratore capo a Chieti. Non può mai essere facile l’istruzione di un dossier che conduce, parlando sempre di ipotesi accusatorie, fin dentro casa della moglie di un Procuratore capo. Oltre ai movimenti bancari (e a presunte tangenti in contante) ci sarebbe stata, per esempio, la presa a carico della domestica in servizio presso l’abitazione romana di Giovanna Boda. Dunque l’inchiesta si fa seria, serissima. Perché inquadra un modus agendi che non riguarda la politica e dunque stronca la retorica populista; in questa inchiesta non rientra alcun politico. Riguarda invece rapporti di entropia tra poteri diversi e punta su quella palude che è sempre più la nomenclatura ministeriale, quell’alta burocrazia di Stato intoccabile e grigia che troppo spesso soggiace a logiche di contiguità. Cinque Procure indagano intanto sullo scandalo di concorsopoli, dopo che 2400 aspiranti presidi sono stati bocciati per fare largo ad alcuni vincitori che hanno consegnato gli elaborati con pochi scarabocchi. Il Tar intima al Miur di fornire ai ricorrenti i codici sorgente del concorso, il Miur fa orecchie da mercante, in barba alle sentenze. Tanto per voltare pagina, al Ministero hanno chiamato Jacopo Greco, primo marito di Giovanna Boda, a prenderne il posto. La nomina è del 18 giugno scorso, l’incarico è di Direttore generale per le risorse umane, gli acquisti e gli affari generali.

Aldo Torchiaro. Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.

Maurizio Belpietro per “La Verità” il 10 settembre 2021. Qualche mese fa, io e il vicedirettore Amadori siamo stati messi alla gogna per aver fatto il nostro mestiere. Giacomo, da cronista infallibile qual è, ad aprile mise le mani su una notizia esclusiva, ovvero su un'inchiesta che riguardava il ministero dell'Istruzione e che vedeva nel mirino una serie di funzionari, tra cui la direttrice generale, vale a dire la persona più alta in grado all'interno del dicastero. Le accuse formulate dalla Procura di Roma erano pesanti (si parlava di corruzione e di appalti assegnati fuori da ogni regola), al punto da indurre gli inquirenti a firmare un mandato di perquisizione non solo a casa dell'importante funzionaria, ma anche allo stesso ministero. Un drappello di finanzieri che salgono ai piani alti del Palazzo certo non si vede tutti i giorni e dunque, essendo una notizia, La Verità ne ha dato conto e, come spesso ci capita, in perfetta solitudine. Il giorno successivo, mentre era nello studio del suo avvocato difensore, Giovanna Boda, questo il nome della direttrice indagata, si è buttata dalla finestra, ferendosi gravemente. È bastato questo perché molti colleghi e imbratta carte si scagliassero contro di noi, cioè contro La Verità e contro il suo vicedirettore, accusandoci praticamente di aver spinto giù dal davanzale la signora. C'è chi, come Il Riformista, ha pubblicato la mia foto a tutta pagina, lasciando intendere che fossi una specie di assassino, precisando che contro Giovanna Boda non esisteva alcuna accusa, ma che la sola cosa certa era che la mamma di una bambina di tre anni si era gettata dalla finestra per l'umiliazione. Altri hanno preferito alimentare l'idea che dietro l'inchiesta ci fossero ombre e veleni, corroborati da invidie e sospetti nei confronti di una donna di successo. Qualcuno, come Repubblica, ha deciso di buttarla in politica, parlando di una «dirigente modello che era stata promotrice della nave per la legalità», con il sottinteso significato che forse proprio per questo era finita nel mirino. Nando Dalla Chiesa sul Fatto Quotidiano si è invece esibito in un intervento teso a smontare ogni possibile accusa, a riprova della nostra malafede. Sul sito online dei dirigenti della scuola sono andati ancora più piatti, parlando di induzione al suicidio o addirittura omicidio: «Allorquando un giornale crea e getta il mostro in prima pagina, incurante delle conseguenze, esercita il diritto di cronaca o induce al suicidio ovvero commette un omicidio volontario?». Manco a dirlo, la risposta era già contenuta nella domanda, perché per il sito in questione i mostri ovviamente eravamo noi, io e Amadori e ovviamente più in generale tutta la redazione della Verità. Secondo l'autore dell'articolo uscito sul sito dei dirigenti «in questo Paese basta un articolo di giornale, magari anche una lettera anonima, a volte con il consenso di persone dall'animo malvagio, per distruggere le persone». La difesa si concludeva dicendo che, «anche in presenza di una condanna e di prove che attesterebbero la sua corruzione (cioè di Giovanna Boda, ndr) non ci crederei». In compenso, assolta preventivamente la funzionaria, ci fu chi inventò l'apertura di un fascicolo a carico nostro, per la diffusione della notizia, costringendo i pm a diffondere una nota di smentita. Beh, la condanna non è arrivata. Tuttavia, ieri sono arrivate le ordinanze di custodia cautelare per il presunto corruttore e per alcuni collaboratori. Evidentemente l'inchiesta non si è fermata con il tentativo di suicidio (grazie al cielo la signora è sopravvissuta e si sta curando). Certo, un arresto non è una sentenza passata in giudicato e si vedrà che prove hanno raccolto gli inquirenti, ma mi preme svolgere un paio di considerazioni. Evidentemente, nonostante ciò che hanno scritto i giornali, l'inchiesta non era frutto di veleni e sospetti, ma di atti che sono passati al vaglio di un giudice delle indagini preliminari il quale, dopo gli accertamenti della Guardia di Finanza e della Procura, ha disposto le ordinanze di custodia cautelare. Ma ancor più di ciò, mi corre l'obbligo di far presente che agli atti si segnala una fuga di notizie che quel giorno indusse i magistrati a disporre una perquisizione in tutta fretta. Spiego per chi non vuole intendere. Giovanna Boda non apprese la notizia di essere indagata da un articolo di giornale, come la maggior parte della stampa ha scritto. L'informazione fu conseguente alla scoperta di una microtelecamera che la gettò nel panico e la spinse a contattare immediatamente il presunto corruttore. Non solo. Dopo la perquisizione, la signora non fece cenno neppure al marito, che di professione fa il magistrato, di ciò che era successo e cioè che degli agenti di polizia giudiziaria avevano perquisito casa e ufficio. Poi sì, il giorno dopo siamo arrivati anche noi, a dare notizia di un'inchiesta, ma di certo non siamo stati noi a spingere la signora giù dal davanzale. Per il resto, ossia per tutte le difese d'ufficio fatte dal Riformista, da Repubblica, dal Fatto e da Nando Dalla Chiesa, segnalo che nelle ordinanze di custodia cautelare si parla non di due spicci, come in molti avevano lasciato credere, ma di appalti per l'ammontare di 23 milioni. Giovanna Boda avrebbe avuto nella sua disponibilità la casa da 280 metri quadri in cui risiede, ma che è di proprietà del presunto corruttore, un autista tuttofare, una segretaria, oltre alla possibilità di fare acquisti pagabili con una carta di credito gentilmente offerta. Insomma, scarpe, vestiti, spese voluttuarie e quant' altro. A suo carico, la Procura ha anche disposto il sequestro di 340.000 euro. Chissà se il tizio che si interrogava se il nostro articolo fosse da considerarsi istigazione al suicidio o omicidio volontario si chiederà ora da dove arrivasse questo ben di Dio. Soprattutto, chissà se ancora non crederà a ciò che emerge dall'inchiesta. Una cosa comunque è certa, in redazione non c'è nessun mostro.

Sì, l’indagine su Boda va avanti: e la presunzione d’innocenza? In carcere l'editore accusato con la dirigente del Miur, Giovanna Boda, che tentò il suicidio. Belpietro: «Non ero io il mostro». Errico Novi su Il Dubbio l'11 settembre 2021. C’è una norma ridicola ma cruciale per l’informazione giudiziaria: articolo 684 del codice penale, “Pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento”. Stabilisce in pratica che se un giornalista riporta notizie su un’indagine nonostante non ne sia ancora autorizzata la diffusione, commette sì un reato, ma può oblarlo, cioè cancellarlo del tutto, con un versamento di 100 euro o poco più. Ecco, se qualcuno è colpevole del volo dal secondo piano con cui Giovanna Boda, ormai ex dirigente del Miur, lo scorso 15 aprile tentò il suicidio per i titoloni sulle accuse di corruzione rivoltele dai pm di Roma, se proprio c’è chi deve sentirsi responsabile per quella tragedia, è il legislatore. Tutti i legislatori – parlamentari, ministri della Giustizia – che hanno lasciato e ancora lasciano in giro norme del genere. E i “mostri”, ecco, non sono né Maurizio Belpietro, direttore della Verità, né Giacomo Amadori, suo vice. Ieri Belpietro in realtà ha pubblicato sul proprio giornale un editoriale dal titolo “Forse i mostri non eravamo noi – Alla gogna per una notizia (vera), nessuna manina dietro l’inchiesta”. Lo ha firmato a fianco all’articolo di cronaca con cui Amadori racconta gli ulteriori passi dell’indagine in cui Boda è accusata di corruzione. In particolare l’arresto, avvenuto giovedì, del suo principale presunto correo, l’editore, oltre che psicoterapeuta, Federico Bianchi di Castelbianco. A Boda sono stati sequestrati circa 340mila euro, ritenuti dagli inquirenti frutto delle utilità messe a disposizione da Bianchi. Belpietro, che con Amadori fu il primo a dare notizia dell’inchiesta nell’aprile scorso, ha pieno diritto di difendersi dall’accusa di aver indotto Boda al tentato suicidio. Ma il direttore della Verità sa bene che se ancora ieri, e non solo ad aprile, il suo giornale ha pubblicato infiniti dettagli sull’indagine capitolina, è perché c’è un vulnus nelle nostre leggi. Non esiste, almeno non ancora, una norma che attui il principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza. Il punto non è se i giornali danno una notizia, ma perché le indagini possano tracimare così facilmente all’esterno. Dei limiti che andrebbero imposti alla magistratura nel trasferire ai media le informazioni sulla loro attività si occupa un decreto ora all’esame della Camera. Il testo attua la direttiva Ue sulla presunzione d’innocenza. Stabilisce che il capo di una Procura, e solo lui, può decidere sì di dare ai cronisti notizie, ma che può farlo solo attraverso comunicati. In casi di straordinaria rilevanza può convocare conferenze stampa, ma non può descrivere le persone coinvolte come già colpevoli. Sempre in casi eccezionali, un pm può rendere pubblicabili atti d’indagine nelle fasi in cui altrimenti sarebbe vietato diffonderli. Sono misure di civiltà. Forse non ancora sufficienti. Le ulteriori norme che stabiliranno nuovi confini per la pubblicità delle indagini saranno tanto più incisive quanto più forte sarà radicata nel nostro Paese una nuova civiltà del processo. Non si può pretendere che i giornalisti si comportino da pedagoghi, che si infliggano autolimitazioni non giustificate dalle norme. E le norme cambiano se i cittadini ne comprendono la necessità. Ma i giornali possono contribuire a rendere l’opinione pubblica meno ipnotizzata dalle gogne mediatiche, questo sì possono farlo. Nessuno li obbliga: è una scelta culturale. Si tratta di decidersi su cosa vogliamo davvero. Se lasciare o no ai pm il potere di condizionare gli stessi giudici attraverso la ridondanza mediatica delle loro ipotesi. Sul debordare della magistratura, la Verità ha offerto contributi di rilevo. Forse anche Belpietro deve stabilire su cosa scommettere davvero: sulla sete di colpevoli che c’è in giro o su un Paese meno ostaggio dei pubblici ministeri.

Fabio Amendolara per la Verità l'11 settembre 2021. «Basta che schioccano le dita e arrivano tutti... Per due spicci? Per che cosa?». I due factotum della potente manager del Miur Giovanna Boda, Valentina Franco e Fabio Condoleo, pagati dall'editore dell'agenzia di stampa Dire Federico Bianchi di Castelbianco ma a disposizione per qualsiasi capriccio della dirigente pubblica, dal cibo ai profumi al parrucchiere di lusso, sembrano essere consapevoli di fare qualcosa di rischioso. Fabio, usato come chauffeur della Mercedes presa a noleggio per Boda e pronto a scarrozzare mamma e papà del manager, sembra non poterne più e in una delle tantissime telefonate intercettate si lascia scappare: «Bisogna darsi una calmata nelle cose comunque, non si può fare così». Valentina ripete: «Per cosa? Per due spicci». Ma i due durante lo sporco lavoraccio nei quali erano stati impegnati devono aver incontrato qualcuno che di spicci, invece, ne ha fatti parecchi. È ancora Valentina a commentare: «Perché chi fa il lavoro nostro guadagna... Cioè vive bene. Guarda Emiliano... guarda uno come Emiliano [...] che faceva Emiliano praticamente l'abbiamo fatto tutti quanti. Se n'è andato via con 400.000 euro, in due anni». Ma chi è Emiliano? Nell'ordinanza di custodia cautelare, dopo questo passaggio, non verrà più citato. Valentina, però, un'idea su come far fruttare le notizie di cui è a conoscenza sembra averla: «Allora, a questo punto, purtroppo forse... forse è meglio mettergli paura. Forse è meglio mettergli paura, Fabio [...] e noi siamo fessi, noi». Fabio ha afferrato al volo: «Perché hanno capito il personaggio e hanno fatto così». Ma se fino a questo punto sembravano baldanzosi e in cerca di riscatto, valutando se usare le notizie in loro possesso per un motivo rimasto oscuro, dal 14 aprile, giorno in cui Fabio trova una microtelecamera nella Mercedes, cominciano ad avere paura. «Cambiamoci i telefoni, tutti, non solo i numeri», propone Valentina. Per la verità già da qualche giorno, però, nel gruppo si respirava una brutta aria. Dopo la notizia dell'arresto in Calabria di alcuni funzionari del Miur, Valentina si informa con un tecnico informatico su come «pulire» il telefono della Boda: «Lei vorrebbe diciamo stare un po' tranquilla e attenta», dice all'informatico. In una delle poche conversazioni intercettate tra Boda e Bianchi di Castelbianco lei avanza l'ipotesi di voler staccare, per «un anno sabbatico». L'imprenditore è pronto a risolvere ogni sua richiesta: «Io quello che sto cercando di fare è proprio darti quella sicurezza non effimera...». Lei replica: «Mettiamo che io da domani mi metto a fare un anno, che è il mio sogno, non faccio niente per un anno ok? Con cosa vivo?». La risposta dell'imprenditore è netta: «Guardami, dimmi solo l'importo. Ti fai un anno sabbatico... però ti posso dire una cosa? Te ne devi anda'... io ti faccio arrivare i soldi all'estero». E in un'altra conversazione l'imprenditore le consiglia di farsi giugno e luglio di ferie: «Fai l'apertura del Quirinale, annusi l'aria un giorno di settembre e poi vai in aspettativa [...] Giovanna se tu ti facessi giugno e luglio, dopo l'aspettativa siccome conosco te, puoi prendere tre, quattro mesi e non di un anno che è sufficiente». Lei sembra voler mollare: «No, me ne devo andare Federico, me ne devo andare». E aggiunge: «Non voglio neanche chiederti niente Federico perché... perché (incomprensibile) dei soldi pazzeschi». Con la notizia ufficiale della scoperta della telecamera e dopo le perquisizioni scatta la corsa ai ripari. Il 26 aprile Bianchi è in ufficio con Valentina: «Ciao a tutti, né a me né a Chiara mandate più telefonate e Whatsapp, una volta a settimana vieni te, raccogli tutto, ritorna se c'è urgenza». E dà precise disposizioni: «L'altra volta Sara ha fatto una cortesia e ha dato questi soldi a quello». Una frase di questo tipo, sottolinea l'imprenditore, «da adesso in poi non la può dire nessuno». E detta la linea: «Tutto deve stare calmo, liscio e tranquillo...». Per Bianchi di Castelbianco bisogna «fare tutto con un basso profilo». Ma, come è svelato l'inchiesta, con alto profitto.

François de Tonquédec per la Verità l'11 settembre 2021. L'inchiesta della Procura di Roma che ruota intorno agli affidamenti del ministero dell'istruzione, università e ricerca (Miur) è pronta a un salto di qualità. Nel fascicolo non sono indagati solo l'imprenditore Federico Bianchi di Castelbianco, la segretaria Valentina Franco, l'autista Fabio Condoleo e l'ex capo dipartimento Giovanna Boda. Sul registro delle notizie di reato sono stati iscritti anche altri nomi. Che in alcuni casi sarebbero pesantemente coinvolti nel sistema descritto nell'ordinanza di arresto che ha colpito Bianchi di Castelbianco, Condoleo e la Franco. I quattro sono accusati di corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio con l'aggravante «di aver commesso il fatto per la stipulazione di contratti e affidamenti nei quali è interessato il Ministero dell'Istruzione». Alla Boda e a Bianchi viene contestata anche la rivelazione e l'utilizzo di notizie riservate. Ma, come detto, Bianchi è stato arrestato perché poteva contare su una rete di contatti all'interno del Miur che prescindeva persino dalla stessa Boda. Alcuni nomi emergono dalla stessa ordinanza di custodia cautelare, citati ma non in veste di indagati. La gestione del rapporto tra Bianchi e la Boda, secondo i magistrati, sarebbe passata anche attraverso una «task force», istituita nel 2018 dalla donna con un apposito decreto e «dedicata alle emergenze educative con il compito di realizzare gli scopi perseguiti dalle convenzioni e dal protocollo» sottoscritti rispettivamente nel 2018 e nel 2015 dal Miur con l'Istituto di ortofonologia (Ido). Del gruppo di lavoro facevano parte, come riportato nell'ordinanza, il funzionario del ministero Evelina Roselli e l'esperto esterno Vincenzo Persi, entrambi «soggetti con i quali l'imprenditore manteneva rapporti qualificati». Ma del team facevano parte anche persone di fiducia di Castelbianco, con Valentina Franco, che era stipendiata dall'imprenditore, ma di fatto alle dipendenze della Boda, a rappresentare il collegamento tra i due mondi. La lista di figure interne al ministero che compaiono nell'ordinanza di custodia cautelare è ampia. Oltre al nome della Roselli, citata frequentemente nell'atto (e che secondo i magistrati coltivava il rapporto con Bianchi sperando di trarne vantaggi per una promozione) ci sono infatti quelli di numerosi collaboratori della ex capo dipartimento di Miur. Nell'aprile scorso, per sei di loro (Giulia Bertolini, Emanuela Pisanu, Catia Brenda, Federico Scriva, Rosa Isabella Vocaturo e Anna Rosa Rotondi) i magistrati avevano disposto la perquisizione degli uffici, ma dagli atti non tutti sembrano avere lo stesso tipo di rapporto con la dirigente indagata. Se la Pisanu compare negli atti solo per due telefonate intercorse con Condoleo, che in una le chiede di «scendere a prendere le pizzette che ha preso per Boda» e nell'altra le parla di un paio di pantaloni da acquistare su richiesta della Boda, Vocaturo pare godere di una ben diversa considerazione. In una mail inviata il 2 marzo scorso da Chiara Calandriello, una collaboratrice di Bianchi, all'imprenditore ed avente come oggetto «appunto per ministero» tre i nomi di persone da contrattualizzare compare anche «figlia Vocaturo (contratto 1200 x 6 mesi)». Così come venivano contrattualizzati altri che gli inquirenti indicano come collaboratori della Boda: Sara Panatta, la Bertolini e la Rotondi. Per loro l'importo indicato nella mail è di 2.500, senza alcun riferimento alle mensilità. La Panatta per i magistrati lavora al ministero «alle dipendenze di Filippone Leonardo», un altro dirigente del dicastero, che partecipava alle riunioni della Boda con Bianchi, convocate anche attraverso email. In una, indirizzata a Bianchi, Filippone, Persi, Roselli e appunto Panatta si fa riferimento a un incontro relativo ai bandi che, secondo l'accusa, in alcuni casi erano cuciti su misura per le società di Bianchi. C'è poi anche il fronte dei dirigenti scolastici, con alcuni nomi citati nell'ordinanza: Rossella Sonnino, dell'Istituto Regina Elena di Roma, Alessandra Onofri del Costaggini di Rieti, Alberto Costantini dell'Istituto Comprensivo Paolo Baffi di Roma, Enrico Monaterto dell'Istituto comprensivo Savignano sul Panaro. Dagli atti dell'inchiesta emergono fatture emesse da Ido verso quest' ultimo istituto nel 2020 per 21.000 euro, nonché una telefonata del 14 gennaio scorso, durante la quale Bianchi anticipava a Monaterto informazioni sui bandi aggiudicati dal ministero. A giugno La Verità aveva ricostruito la girandola di pagamenti ricevuti dall'Ido (e citati nel bilancio 2019) da parte di numerosi istituti scolastici e il Baffi si trovava al secondo posto per le cifre erogate: 950.500 euro (gli inquirenti in quell'anno indicano fatture per 901.500 euro) attraverso 5 contratti con Ido, tutti indicati nel bilancio. Ai quali, si apprende adesso, vanno aggiunti 109.000 euro l'anno successivo, insieme a 293.203 euro nel 2019 e 187.180 fatturati dalla Com.E. Più bassi gli importi corrisposti alla Edizioni Scientifiche Magi: 41.000 euro nel 2019 e 5.500 nel 2020. Al telefono Costantini si lamenta con Bianchi dei contenuti di un decreto firmato da Boda e l'imprenditore gli risponde che ne avrebbe parlato con Evelina Roselli. Due i progetti affidati al Costaggini che avevamo ricostruito. Il primo è «Genova un ponte per il futuro» dal costo indicato di 190.000 euro. Il secondo è Terremoto Centro Italia e Ischia, costato, sempre secondo quanto indicato nel bilancio, 630.000 euro. Avevamo provato a chiedere lumi su quei progetti alla Onofri (già candidata alla Camera con la lista Monti), ma lei ci aveva fatto sapere di «non essere interessata a rispondere». Al momento non risultano contatti diretti tra la Onofri e Bianchi, ma nell'ordinanza il suo nome appare in una conversazione tra l'imprenditore e la Sonnino, la quale informa Castelbianco che la collega reatina e la sua tesoriera «non avevano gradito le modalità di trasferimento dei fondi all'istituto Regina Elena». Secondo il gip, l'imprenditore «liquidava» il problema «con il consiglio di rivolgersi a Roselli Evelina».

Giacomo Amadori per "la Verità" il 14 settembre 2021. Ha risposto per tre ore alle domande del Gip Annalisa Marzano e del pm Carlo Villani senza avvalersi della facoltà di tacere. Per questo, dopo quattro giorni nel carcere di Regina Coeli, il settantunenne psicoterapeuta Federico Bianchi di Castelbianco è stato trasferito ai domiciliari con il parere favorevole della Procura di Roma. Infatti l'imprenditore (controlla diverse società compresa l'agenzia di stampa Dire) ha ammesso di aver elargito decine di migliaia di euro di utilità a Giovanna Boda, coindagata ed ex capo dipartimento per le risorse umane, finanziarie e strumentali al Ministero dell'istruzione, università e ricerca (Miur), ovvero alla dirigente che gestiva i cordoni della borsa del dicastero. Le società da quel ministero e dagli istituti scolastici, hanno quantificato i pm, aveva ottenuto in quasi tre anni e mezzo 23,5 milioni di euro di affidamenti per progetti di supporto psicologico agli studenti. Dopo che Castelbianco ha confermato gran parte dei fatti contestati (anche perché le indagini dei finanzieri, particolarmente puntuali, lasciavano ben poco spazio alla fantasia o fraintendimenti) la disputa si sposterà sul piano giuridico per stabilire come configurare quelle utilità. Per la Procura si tratta di corruzione a prescindere dal quantum del vantaggio indebito che l'imprenditore avrebbe ricevuto. L'uomo, difeso dall'avvocato Gian Domenico Caiazza, ha giustificato quelle utilità con l'amicizia pluridecennale che lo lega alla Boda. I magistrati hanno quantificato questi regali in almeno 336.000 euro, tra doni, affitti e pagamento di stipendi. Quando le toghe hanno ricordato a Castelbianco che aveva ricaricato la carta di credito in uso alla donna con quasi 39.000 euro, ha giustificato quei bonifici con la sua generosità. Ha confermato che la segretaria Valentina Franco e l'autista Fabio Condoleo, a disposizione della Boda, erano a libro paga delle sue società e ha spiegato che gli altri soggetti destinatari di promesse di assunzione erano persone bisognose. Ma l'indagato ha negato la corruzione: infatti ha ribadito il lungo rapporto con il Miur, antecedente alla promozione nella stanza dei bottoni della Boda, e ha negato guadagni sontuosi. Anzi Castelbianco si sarebbe lamentato di aver lavorato per anni quasi gratis. Il ministero si sarebbe rivolto a lui e alle sue aziende solo per la straordinaria esperienza maturata dalla sua rete di esperti e la loro attività di consulenza sarebbe stata persino sottopagata. Sui presunti scarsi guadagni i magistrati non si sono soffermati con le domande poiché le indagini stanno proseguendo e i ricavi risulteranno documentalmente dalla lettura dei bilanci e dai bonifici. Al momento Bianchi di Castelbianco ha descritto se stesso quasi come un mecenate, sebbene anche «imprenditore», come ha precisato in un video di qualche mese fa. Quasi a dire che qualcosa deve pur guadagnare. A livello investigativo potrebbe essere risolutivo verificare quanto abbiano incassato le società riconducibili a Castelbianco con la Boda capo dipartimento delle risorse finanziarie e quanto negli anni precedenti. E le riunioni al Miur per discutere di bandi e stilare progetti scolastici «modellati sulle caratteristiche economiche e finanziarie delle società» di Castelbianco? Secondo l'indagato la sua partecipazione serviva per mettere a disposizione dei tecnici del ministero le sue competenze e non per interesse personale. Tutte dichiarazioni che la Procura ha accolto, nel complesso, come una sorta di confessione a conferma del proprio impianto accusatorio, dando per questo il via libera alla scarcerazione. Di tutt'altro avviso la difesa. L'avvocato Caiazza ieri ha diramato questo comunicato: «Il mio assistito ha oggi lungamente e dettagliatamente risposto all'interrogatorio di garanzia, non avendo nulla da nascondere. Non un solo bando di gara è stato vinto dall'istituto da lui fondato e presieduto se non per l'enorme prestigio e l'assoluta credibilità guadagnati nel mondo della scuola italiana in decenni di attività di assoluta qualità professionale e di riconosciuta eccellenza culturale». E sui rapporti con la Boda ha specificato che tra lei e il suo cliente «intercorre un rapporto di antica e solida amicizia personale, mai tradottosi in alcuna attività istituzionale men che lecita». Per il legale «il Gip ha dato atto della piena disponibilità» del suo assistito «a rispondere a tutte le domande a lui poste» e per questo «disposto la sostituzione del carcere con gli arresti domiciliari». Anche perché oltre i settant' anni si va in carcere in ragione di eccezionali esigenze cautelari che vengono meno di fronte all'ammissione degli addebiti. Caiazza è convinto che «il tempo saprà essere galantuomo». Domani saranno interrogati dal Gip anche gli altri due arrestati, Condoleo e Franco, assistiti rispettivamente dagli avvocati Michele Novella e Giuseppe Di Trocchio. Prossimamente (ma la data è da fissare) i pm dovranno, invece, verbalizzare la versione della Boda che ha chiesto, tramite il suo legale Giulia Bongiorno, di essere sentita. Castelbianco si era già ampiamente difeso in un lungo video pubblicato a giugno su Youtube, come risposta a un articolo della Verità. Nell'occasione aveva parlato di «massacro mediatico» e di «danno incommensurabile» per l'«enorme risalto», a suo dire, avuto dai nostri servizi. Quindi aveva ricordato i vent' anni di impegno delle sue società per dare sostegno psicologico ai ragazzi nelle scuole, introducendo nelle aule psicoterapeuti e centri di ascolto, soprattutto in situazioni di stress come i terremoti, il crollo del Ponte Morandi o l'attentato di Brindisi. Nel video ha confessato più volte di risultare «antipatico», lasciando intendere che le indagini potessero essere state innescate dalla denuncia di qualche nemico o concorrente. Tanto che ha citato le proteste che sarebbero arrivate al ministero per alcune sue iniziative, come il progetto per i bambini autistici detto Tartaruga per la sua durata quadriennale. Nel filmato ha citato i 380 professionisti che lavorano per lui e ha rimarcato di aver vinto i bandi ministeriali proprio in forza della sua poderosa struttura: «Io ho imparato, non tanto a mie spese, ma quanto come spettatore che quando c'era un bando per le agenzie il primo veniva vinto dall'Ansa. Ma non è che era una prepotenza: era la più grande che c'è, era la più forte. È l'Ansa, punto. Ho imparato». E sulla Boda? «Tra me e Giovanna non ci sono passaggi di denaro, non ci sono soldi, non c'è carta di credito» aveva assicurato a giugno. Ieri Castelbianco ha dato un'altra versione.

La dirigente del Miur indagata. Caso Boda, nelle intercettazioni spunta Lirio Abbate: un passaggio di denaro al cronista antimafia? Aldo Torchiaro su Il Riformista il 6 Ottobre 2021. Lirio Abbate, attualmente vice direttore de L’Espresso (sotto scorta da anni per minacce mafiose) entra nell’inchiesta Boda-Bianchi di Castelbianco. Una inchiesta che compie sei mesi. Mezzo anno è infatti trascorso da quando Giovanna Boda, dirigente e capo del dipartimento delle risorse umane del Miur è stata indagata per corruzione, insieme a due suoi collaboratori successivamente finiti ai domiciliari. Tre settimane fa Federico Bianchi di Castelbianco, editore della Dire, presidente della società italiana di ortofonologia, è finito in carcere. Custodia tramutata nei domiciliari dopo sei giorni, anche per un piccolo merito agli occhi del magistrato di sorveglianza: avrebbe iniziato a collaborare con gli inquirenti. La mole delle informazioni da confermare è notevole. Per i dati sin qui acquisiti, Boda avrebbe ricevuto promesse e utilità per un valore di oltre 500 mila euro in cambio di affidamenti pilotati per 23 milioni di euro. In mano a chi conduce le indagini al momento parziali ammissioni, riscontri probatori e una corposa messe di intercettazioni. Chi ha avuto accesso al materiale vi trova un elemento finora rimasto in ombra: i rapporti con i giornalisti, capitolo delicato e dolente. Giovanna Boda presta particolare attenzione alle campagne mediatiche. Agli articoli di stampa, alla televisione, alla percezione dell’opinione pubblica. Non per caso si muove sempre spalla a spalla con l’agenzia Dire. Ma non solo. Venendo in aiuto alla contestatissima immagine della ministra Azzolina, diventata bersaglio della satira e dell’opposizione, si fa alfiere delle sue relazioni con i media, in particolare stringendo accordi con le emittenti tv più attente al mondo della scuola e della politica. Sky Tg24 diventa oggetto di interesse di Giovanna Boda per la possibilità di offrire qualche tribuna televisiva più attenta a dar luce alla ministra. Ne aveva scritto senza sconti Carlo Tecce su L’Espresso del 11 settembre 2020: “La dirigente Giovanna Boda, capo dipartimento per le risorse umane, finanziarie e strumentali, ha intessuto la trattativa con Sky e poi ha elaborato la strategia sui media di più ampia diffusione. Come gli altri colleghi che si prendono cura dei ministri con spirito di nutrice, il capo dipartimento di Azzolina costudisce un vecchio segreto della politica: ciò che non esiste non si può realizzare, ma si può comunicare”. La comunicazione di Lucia Azzolina, in tempi di polemiche al calor bianco per la protratta chiusura della scuola e l’introduzione dei banchi a rotelle, divenne un ciclone: aveva superato Conte nell’elenco dei politici presenti a La7, è arrivata a una incollatura dalla presenza di Luigi Di Maio nei telegiornali Rai. Fino a quando quell’articolo de L’Espresso accese i fari, e insinuò anche qualche dubbio. Giovanna Boda non la prese bene. Oggi sappiamo come e quanto si diede da fare. Al punto da interessare una delle firme di punta del settimanale: Lirio Abbate. È Boda, in una conversazione intercettata con Bianchi di Castelbianco – parlandosi con la disinvoltura di sempre – che tira in ballo esplicitamente il nome del giornalista antimafia. Lo troviamo nero su bianco sui fogli della Procura. «Hai presente Lirio Abbate, il giornalista de L’Espresso?», dice lei all’amico. Bianchi le risponde senza enfasi: «Sì, più o meno». Boda precisa, in un crescendo di toni: «È il vice direttore de L’Espresso». Federico Bianchi di Castelbianco si fa assertivo. «Di quella storia dell’articolo che mi avevano fatto su di me, su Sky, te lo ricordi?», pungola lei. «Sì, come no», assicura lui. «Poi ho chiamato Lirio Abbate, lo abbiamo recuperato. Non ha più avuto niente…». E di nuovo Bianchi di Castelbianco: «Sì, come no?». Lei riassume la telefonata che dice di aver ricevuto, e la polizia giudiziaria trascrive: «Questo che cosa fa? In bel modo mi comunica che ha fatto un libro per le vendite a maggio sulle donne di mafia, (…) io in bel modo gli ho detto ‘sicuramente venderemo le copie ai ragazzi dell’aula bunker». Federico Bianchi di Castelbianco sbotta. «Oh, fermati! Adesso lui vuole i ventimila euro, te lo ricordi, no?». E l’altra: «Vuole…?». E lui: «Quindi c’è una …» a cui segue una parola che non viene captata. Riprende la Boda: «Però questi come dici tu sono utili». Lui conferma: «Certo». È lei a sottolineare il ruolo del giornalista antimafia: «Perché questo non è un deficiente, questo è il vice direttore. Direttore è Marco Damilano». Lui allora capisce che bisogna passare ai fatti, dare seguito a un’operazione bancaria. Si rivolge a lei per poter eseguire: «I dati come li prendo?», domanda. Lei fa il nome della persona che fa da tramite: «Sara». L’altro capisce e non replica altro se non: «Ok». Di questo dialogo, riportato nero su bianco sul brogliaccio della Procura, abbiamo chiesto conferma a Lirio Abbate, che non ha ritenuto di risponderci. A partire dalle cifre, dai bonifici, dagli accordi veri o presunti con il giornalista, sono ancora molte le ombre che i magistrati inquirenti dovranno portare alla luce. Da quanto emerge dalle carte c’è l’evidenza un rapporto diretto e quasi confidenziale tra Lirio Abbate e Giovanna Boda. Ed è naturale che vi fosse: è stata lei ad organizzare e gestire per dieci edizioni la Giornata della Legalità, quella kermesse per cui si affittava una nave da crociera a Civitavecchia, si imbarcavano studenti di Roma, poi si andava a Napoli, infine si attraccava a Palermo. Una iniziativa nella quale fu spesso coinvolto, con ruoli diversi, Lirio Abbate: una volta a Palermo, come relatore. Una volta a Roma, come il 23 maggio 2018 quando da UnoMattina, Rai Uno, commentava in diretta l’arrivo della nave da crociera in Sicilia. Peccato che adesso si stia indagando anche sugli esorbitanti costi di quelle giornate, che tra navi, feste e libri venduti, della legalità sembravano avere soprattutto l’insegna, come al negozio.

Aldo Torchiaro. Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.

Ricordate Cagliari, Moroni, Lombardini? I Pm in Italia sono come la polizia americana…Fabrizio Cicchitto su Il Riformista il 16 Aprile 2021. Il tentato suicidio della dottoressa Boda fa comunque venire i brividi nella schiena perché ai delinquenti incalliti un avviso di garanzia e una perquisizione fa il solletico ma ben diverso è il caso se una persona non ha mai avuto a che fare con la giustizia e addirittura reputa di essere innocente. D’altra parte non possiamo dimenticare, anche se è stato fatto di tutto per farli dimenticare, i suicidi di Moroni e di Cagliari e del giudice Lombardini. Come è noto negli Stati Uniti la polizia ha la pistola facile e ciò sta determinando addirittura rivolte nelle varie città. Fortunatamente in Italia polizia e carabinieri hanno un ben altro approccio e spesso sono essi vittima delle violenze dei delinquenti. Invece in Italia diversamente che negli Stati Uniti è la magistratura ad avere una mano molto pesante quanto ad arresti, a intercettazioni immediatamente comunicate ai giornali amici, con la conseguenza di realizzare in tempi rapidissimi quello che un personaggio che se ne intendeva – cioè Francesco Saverio Borrelli procuratore della Repubblica di Milano – chiamò la sentenza anticipata. Con la sentenza anticipata si liquida la reputazione di una persona nello spazio di tre giorni e poi magari a sette anni di distanza può anche intervenire l’assoluzione comunicata dai giornali in tre righe a pagina 15. Non vogliamo buttarla in politica ma di fronte a una miriade di episodi e di fatti assai discutibili, certamente una commissione d’inchiesta sulla magistratura si rende necessaria.

Fabrizio Cicchitto

La scheda. Mani pulite, la stagione dei suicidi. Roberta Caiano su Il Riformista il 19 Novembre 2019. Tangentopoli e tutto ciò che ne conseguì non solo cambiò il volto della politica italiana, che segnò la fine della cosiddetta Prima Repubblica, ma provocò 41 suicidi tra politici e imprenditori. Conosciuta anche come l’inchiesta di Mani Pulite, deve il suo nome al Pm Antonio Di Pietro il quale aprì un fascicolo alla Procura di Milano nel 1991 dando inizio alle indagini. Il vero inizio, però, si ha nel febbraio 1992 quando Di Pietro chiese e ottenne un ordine di cattura nei confronti dell’ingegnere Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio e membro del Psi di Milano. Dapprima Chiesa, incarcerato a San Vittore, si rifiutò di collaborare con il pubblico ministero, ma in seguito confessò che lo scandalo delle tangenti era in realtà molto più esteso di quello che si riteneva. Da quel momento lo scalpore si allargò a macchia d’olio attraverso una risonanza mediatica molto forte.

I PRIMI SUICIDI – Furono 41 le persone che si tolsero la vita a causa di queste indagini. La maggior parte lo fece al di fuori dal carcere o ancora prima di essere ufficialmente indagati. Questo accadde come conseguenza della pressione dell’opinione pubblica, per il timore che si venisse marchiati a vita, oltre che condannati. Il primo a suicidarsi fu Franco Franchi, coordinatore di una USL di Milano. Sebbene non fosse ancora entrato nelle indagini, sapeva che prima o poi sarebbe rientrato e così si uccise nella sua auto soffocato dal monossido di carbonio. A seguire ci furono quello del segretario del Partito Socialista di Lodi, Renato Morese, che si tolse la vita con un colpo di fucile alla testa, poi quelli di Giuseppe Rosato, della Provincia di Novara, Mario Luciano Vignola, della Provincia di Savona, e dell’imprenditore di Como Mario Comaschi.

I SUICIDI ECCELLENTI – Il 2 settembre del 1992 è la volta del deputato del Partito socialista Sergio Moroni. Tesoriere del partito in Lombardia, a Moroni vengono notificati ben tre avvisi di garanzia per una serie di presunte tangenti e il pool di Mani Pulite chiede alla Camera l’autorizzazione a procedere. Moroni scrive una lettera all’allora presidente della Camera Giorgio Napolitano nella quale parla di ipocrisia e sciacallaggio e di un processo sommario e violento. Rifiuta che venga definito come un ladro e contesta di non aver mai preso una lira concludendo con una frase inquietante: “ma quando la parola è flebile non resta che il gesto“. Il 2 settembre si spara un colpo di fucile alla testa nella cantina della sua casa di Brescia.

Uno dei nomi più famosi è quello Gabriele Cagliari. Presidente dell’ENI ed uno dei più importanti manager pubblici, dopo 4 mesi nel carcere di San Vittore si toglie la vita soffocandosi con un sacchetto di plastica. La sua vicenda è quella che ha destato più scalpore perché vengono trovate delle sue lettere in cui esprimeva il suo senso di impotenza nei confronti della gogna mediatica a cui era sottoposto. Cagliari più volte aveva dichiarato di essere all’oscuro delle tangenti ma la pressione proveniente dall’esterno della cella è stata più forte portandolo al suicidio. A soli tre giorni dalla morte di Cagliari, si uccide un altro indagato: Raul Gardini. Il manager, a capo dell’impero agro-alimentare della famiglia Ferruzzi di Ravenna, viene indagato per una maxi-tangente da 150 miliardi dell’affare Enimont. Quando uno dei suoi dirigenti viene arrestato in Svizzera, Gardini pensa che lui sia il prossimo ad essere arrestato così si toglie la vita nella sua casa di Milano. Infine il 25 febbraio del 1993 viene ritrovato il corpo senza vita di Sergio Castellari, ex direttore generale del Ministero delle Partecipazioni Statali, che muore con un colpo di revolver Calibro 38. Risultano brutali le parole di Piercamillo Davigo del pool di Mani Pulite “la morte di un uomo è sempre un avvenimento drammatico. Però credo che vada tenuto fermo il principio che le conseguenze dei delitti ricadono su coloro che li commettono non su coloro che li scoprono“. Roberta Caiano

Arrestato per accuse tutte da provare. Perché si è tolto la vita Sabatino Trotta, il primario che non doveva stare in cella. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 9 Aprile 2021. «Siamo passati dallo spazzacorrotti all’ammazzacorrotti»: la battuta di Rita Bernardini è amara ma rende bene l’idea. Nel carcere di Vasto, provincia di Chieti, si è tolto la vita ieri il professor Sabatino Trotta, psichiatra notissimo a Pescara e nella regione. 55 anni, non aveva mai avuto problemi con la giustizia. L’altro ieri deve essergli crollato il mondo addosso. È stato arrestato e portato in carcere nell’ambito di una indagine su presunta corruzione in un appalto sanitario. Accuse tutte da provare per cifre non proprio faraoniche. Malgrado i roboanti comunicati della Procura ne avessero amplificato la portata, parlando dell’appalto per un importo di 11 milioni e trecentomila euro, la contestazione era per 50.000 euro. E succede così l’irreparabile. Proprio mentre La7 mandava in onda un documentario sugli arresti di Mani Pulite, con gli eccessi che portarono tanti a togliersi la vita in carcere (viene letta la struggente ultima lettera di Sergio Moroni) a compiere l’estremo gesto era l’insospettabile psichiatra Sabatino Trotta. Legato da stretti rapporti di parentela con Monsignor Iannucci, per quarant’anni Vescovo di Pescara, attivo nel volontariato cattolico, presidente di una Onlus sulla salute mentale, Sabatino Trotta era forse la più inimmaginabile delle vittime della carcerazione preventiva. Appassionato del suo lavoro nell’ambito del recupero delle fragilità, di lui si ricordano i numerosi interventi per scongiurare suicidi. «Era il professionista che risolveva le situazioni quando un ragazzo voleva lanciarsi da un viadotto o quando qualcuno si barricava in casa minacciando di fare stragi», dice di lui Marco Marsilio, il presidente della Regione Abruzzo nelle cui fila, con Fratelli d’Italia, si è candidato alle ultime elezioni Trotta. «Sono scioccato, sconvolto. Un fatto che mi turba profondamente», commenta Marsilio dopo aver appreso la notizia. La Procura di Vasto ha aperto un fascicolo d’inchiesta. Nella stanza detentiva del carcere di Vasto, prima d’impiccarsi, l’uomo avrebbe lasciato un biglietto alla moglie e ai tre figli. L’avvocato difensore, Antonio Di Giandomenico, chiede rispetto per il dolore della famiglia del dirigente. Non si escludono azioni legali, dopo il fascicolo aperto dalla procura vastese, per fare chiarezza sui fatti: dal carcere, dice Di Giandomenico, non ci sarebbe stata alcuna comunicazione prima che la notizia della morte di Trotta uscisse sulla stampa. Chiede lumi anche Rita Bernardini: «Si sarebbe impiccato con la cintura dei pantaloni, a quanto si apprende. Chi gli ha lasciato portare la cintura in cella? E soprattutto, perché lo hanno messo in carcere?», si chiede. I reati contro il patrimonio prevedono la detenzione domiciliare ormai da tempo, come è noto. Ma qualche Procura non deve ancora aver ricevuto la disposizione di legge. Il sindacato della Polizia penitenziaria alza le mani. «Siamo attoniti e sgomenti per quanto accaduto», dice il Segretario Uil degli agenti carcerari, Renato Tramontano: «Da tempo denunciamo la grave situazione di organico che insiste presso la Casa Lavoro di Vasto, ma risultati in termini di adeguamento ai numeri previsti purtroppo tardano ad arrivare. Su 99 addetti previsti solo 70 risultano oggi in attività, dei quali solo 20 sono coloro deputati al controllo diretto. Diciannove sono in attesa di pensionamento e 4 in malattia a lungo termine. Troppo pochi per garantire ciò che l’articolo 27 della Costituzione ci invita a fare». E conclude: «Possiamo solo auspicare che non vengano immaginate responsabilità da parte degli insufficienti poliziotti in servizio». Dal primo gennaio a oggi sono 11 i suicidi in carcere, in tutta Italia. La carcerazione preventiva ferisce a fondo, talvolta a morte. Dagli eccessi di Mani Pulite ad oggi il tempo sembra essere passato invano.

Aldo Torchiaro. Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Concorso Truccato. Reato Impunito.

"La riforma dell'abuso d'ufficio pietra tombale per i concorsi falsi". Corrado Zunino su La Repubblica il 21 gennaio 2021. Tre sentenze nelle ultime settimane su bandi delle università di Pescara, Foggia e Macerata hanno archiviato denunce sulle selezioni su misura: "Con la depenalizzazione dell'articolo 323 non si può procedere", scrivono i giudici. I legali: "Create praterie di immunità". "Si è aperta una prateria di immunità". La riforma dell'abuso di ufficio ha chiuso ogni contestazione, tra le altre, sulla questione dei concorsi universitari, un elemento friabile del mondo accademico italiano e mai affrontato dalla nostra politica. Nelle ultime settimane tre ricorsi penali, a Pescara, a Foggia, a Macerata, sono stati archiviati da giudici o le stesse accuse hanno fatto richiesta di archiviazione. In tutti i casi, per "insussistenza del fatto". Le scelte dei tribunali non sono dipese dall'impossibilità di dimostrare un favoritismo nei confronti di un candidato prescelto o dalla difficoltà di portare prove di fronte a un bando costruito su una figura specifica. L'insussistenza era sempre collegata al dimagrimento dell'articolo 323 del codice penale, avvenuto con la cosiddetta "riforma" del 23 luglio, caricata dal governo all'interno del Decreto semplificazioni. Il ricasco di questa riforma sui processi collegati a concorsi d'ateneo lo si comprende bene, adesso, con le motivazioni emanate dal Gup di Pescara, depositate il 23 dicembre scorso e in queste ore nella disponibilità delle parti. La candidata Agnese Rapposelli aveva fatto ricorso contro tre componenti della commissione esaminatrice per un bando che avrebbe assegnato un posto da ricercatore di Statistica al Dipartimento di Economia aziendale all'Università di Pescara-Chieti. L'accusa rivolta ai tre esaminatori, e già riconosciuta come consistente da Tar e Consiglio di Stato, era quella di aver inserito diversi titoli di un candidato anche se non erano previsti dal bando di gara e di averli poi pesati per la valutazione finale in maniera arbitraria. Bene, il giudice non ha ritenuto che ciò non fosse avvenuto, ma che, a causa della riforma, di fatto il reato sia stato depenalizzato. Ha scritto il Gup Nicola Colantonio: "L'inosservanza delle regole contenute nel bando di concorso non può avere rilievo per la configurabilità del reato all'articolo 323 del codice penale atteso che trattasi di violazione di un mero atto amministrativo". Nel caso, un atto contro le indicazioni di un decreto del ministero dell'Università e della Ricerca. Il giudice si è preso la briga di scrivere nelle motivazioni della sentenza: "Non può tacersi che l'articolo 323 veniva novellato in forza delle disposizioni del decreto del luglio 2020 trasformato poi in legge". Il reato, prosegue il giudice, "si può configurare solo in violazione di regole di condotta aventi forza di legge, cioè da fonti primarie". Se si viola un bando di gara - che non è una legge, ma un atto amministrativo - non si commette più reato. E questo dallo scorso luglio. Simili conclusioni in tribunale ci si sono state per ricorsi nei confronti di bandi emessi dall'Università di Macerata (qui c'è stata una richiesta di archiviazione della procura) e dall'Università di Foggia (dove in gioco c'è un'ipotesi di violazione del regolamento di ateneo al Dipartimento di Agraria). "Ora si aprono praterie di immunità", scrivono i legali dei denuncianti. E il presidente dei penalisti di Foggia, avvocato Paolo D'Ambrosio, scrive: "Il governo guidato dai Cinque Stelle ha finito con lo spazzare via la norma del nostro codice penale che rappresentava un vero baluardo di tutela dei cittadini contro gli abusi e le ingiustizie commessi da chi amministra la cosa pubblica". Giambattista Scirè, animatore dell'Associazione Trasparenza e merito, dichiara: "Questo governo ha fatto un regalo alla lobby degli accademici e la Cassazione ha conferito alla pietra tombale del diritto un valore retroattivo, ci rivolgeremo alla Corte di giustizia europea".

·        Concorsi truccati nella Magistratura.

Giustizia, via al concorsone per 500 magistrati. Ma troppi candidati scrivono male. Liana Milella su La Repubblica il 6 dicembre 2021. Mercoledì il Csm chiederà alla ministra altri mille giudici, intanto la commissione d’esame fa “strage” delle prove scritte e finora promuove 88 concorrenti su 3mila. Il giurista Gatta: “Agli studenti di Giurisprudenza dobbiamo insegnare anche a scrivere”. Il ministero studia l'accesso diretto dalla laurea ai test. Andando a memoria, in via Arenula, non ricordano un altro concorso per 500 nuove toghe. Tant'è che hanno battezzato "il concorsone" quello che alla fine di questa settimana sarà pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. Al massimo finora si stava sui 300, al massimo 360 posti. Stavolta invece il fabbisogno di nuovi magistrati è talmente drammatico - come dice il Csm che mercoledì ne chiederà altri mille alla Guardasigilli Marta Cartabia - che ci si è spinti fino a quota 500. 

Cristiana Mangani per "Il Messaggero" il 7 dicembre 2021. Il Csm chiederà oggi, con una specifica risoluzione, alla ministra della Giustizia Marta Cartabia, di rivedere la normativa per i concorsi in magistratura. Dopo un anno di lockdown, di prove esclusivamente da remoto, i consiglieri spingono per un ritorno in via stabile al test scritto. Chiederanno anche un confronto con via Arenula affinché l'accesso alla professione torni a essere un concorso di primo grado e che ai 10 mila magistrati attuali ne vengano aggiunti altri mille. Una richiesta che apre una questione non da poco, quella della adeguata preparazione dei candidati nei concorsi. Succede, infatti, che dalla correzione dei compiti per il concorso da 310 posti, che si è svolto dal 12 al 16 luglio 2021, su 5.827 candidati hanno consegnato il test 3.797, ma la maggior parte è stata bocciata alla prova scritta. Le correzioni sono ancora in corso, i numeri, però, parlano chiaro: alla data del 2 dicembre la commissione ha esaminato 1.532 buste (ognuna contiene due elaborati) e sono stati definiti idonei solo 88 di questi. Un numero decisamente basso che mostra un trend già verificatosi in passato, ovvero che gli aspiranti magistrati non sanno scrivere. C'è chi ha lacune tecniche, ma anche chi non conosce bene la grammatica. E questo non fa che rallentare la selezione alla professione a causa dell'elevato numero di respinti.

I PRECEDENTI

Una situazione simile si è verificata anche nel 2008. «Troppi errori di grammatica», ha liquidato la vicenda la Commissione dell'epoca, mostrando un grosso disappunto. La storia si è ripetuta nel corso degli anni, ma il dato recente è un vero campanello di allarme. La ministra Cartabia ha più volte invitato a una riflessione gli organismi competenti: facoltà, Ministero dell'università. Serve una migliore formazione, ha sottolineato in diverse occasioni. L'ultima volta è successo il 24 novembre scorso, a Scandicci, all'apertura del nuovo anno della Scuola della magistratura davanti al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. «Affido alla vostra riflessione la formazione degli aspiranti magistrati - ha dichiarato la ministra -. È un aspetto che preoccupa, su più fronti, anche molti di voi, come più volte mi è stato confidato. Troppe volte i concorsi per l'accesso alla magistratura non riescono a selezionare neppure un numero di candidati sufficienti a ricoprire tutte le posizioni messe a bando. È questo un dato su cui riflettere, che segnala un problema che deve essere affrontato. A dieci anni dall'istituzione della Scuola superiore della magistratura - ha aggiunto -, in un tempo di bilanci, valutazioni e prospettive forse si può avviare una riflessione pure su quest' ulteriore capitolo, che riguarda direttamente il rapporto con le nuove generazioni, la trasmissione di un sapere, di una esperienza e di un'arte l'arte del giudicare - a chi verrà dopo di noi». L'intervento, dunque, è quantomai necessario. Anche perché, oggi ci sarà l'approvazione della risoluzione da parte del plenum del Csm con la richiesta di mille unità in più. Nel frattempo si sta concludendo la correzione delle prove scritte del concorso di luglio per 310 posti, ed è in arrivo il bando per il concorsone da 500 posti, una cifra mai registrata finora. Questo vuol dire che bisognerà trovare almeno 810 candidati che siano preparati a superare la prova. E visti i precedenti si rischia di non riuscire a raggiungere la copertura del numero di posti banditi. Inoltre, le giovani toghe dovranno anche fare 18 mesi di tirocinio.

NUOVO SISTEMA

La Guardasigilli sta lavorando a un sistema che consenta di presentarsi al concorso in magistratura subito dopo il corso di laurea, tornando al passato, e saltando quindi i due anni oggi obbligatori per il periodo di tirocinio di 18 mesi da effettuare in tribunale, oppure frequentando per due anni una scuola di specializzazione per le professioni legali, o ancora ottenendo un dottorato di ricerca. E infine, essendo già avvocato, che comporta comunque 18 mesi più quell'esame. Ma eliminare il biennio post laurea non è detto che sia sufficiente ad accelerare i tempi per l'accesso alla professione. E con le tante bocciature all'esame scritto, la questione diventa ancora più complessa. «Formazione per i magistrati - ripete Cartabia -, ma formazione, ovviamente, anche per i giovani giuristi, di cui il Ministero, con l'aiuto della stessa Scuola, si sta facendo carico, affinché questi rinforzi arrivino negli uffici con un adeguato livello di preparazione».

Magistratura, il nuovo concorso è un disastro: tutti bocciati (o quasi). Concorso in magistratura disastroso per le aspiranti toghe: la commissione ha esaminato 1532 buste e sono stati definiti idonei solo 88 di questi. Il Dubbio il 7 dicembre 2021. Il concorso per entrare in magistratura? Un disastro. Secondo quanto riportato dal Messaggero, la maggior parte dei candidati, che hanno partecipato alla sessione svoltasi nel luglio scorso, sono stati bocciati alla prova scritta. A disposizione ci sono 310 posti e si sono presentati 5.827 aspiranti magistrati. In 3.797 hanno consegnato il test: alla data del 2 dicembre la commissione ha esaminato 1532 buste (ognuna contiene due elaborati) e sono stati definiti idonei solo 88 di questi. Il giornale romano, però, ricorda che non è la prima volta che accade ciò. Già nel 2008 si erano verificate le stesse condizioni, quando la commissione dell’epoca mostrò un forte disappunto per gli esiti degli scritti. Nelle scorse settimane, la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, intervenendo a Scandicci all’apertura del nuovo anno della Scuola della magistratura, aveva chiesto una migliore formazione degli aspiranti candidati. «Affido alla vostra riflessione la formazione degli aspiranti magistrati – ha dichiarato la ministra -. È un aspetto che preoccupa, su più fronti, anche molti di voi, come più volte mi è stato confidato. Troppe volte i concorsi per l’accesso alla magistratura non riescono a selezionare neppure un numero di candidati sufficienti a ricoprire tutte le posizioni messe a bando. È questo un dato su cui riflettere, che segnala un problema che deve essere affrontato. A dieci anni dall’istituzione della Scuola superiore della magistratura – ha aggiunto -, in un tempo di bilanci, valutazioni e prospettive forse si può avviare una riflessione pure su quest’ulteriore capitolo, che riguarda direttamente il rapporto con le nuove generazioni, la trasmissione di un sapere, di una esperienza e di un’arte – l’arte del giudicare – a chi verrà dopo di noi». Il Csm preme per rivedere la normativa che regola i concorsi in magistratura e chiede un intervento urgente a Marta Cartabia, la quale sta lavorando in questa direzione, preparando un nuovo “modello” per consentire ai nuovi giuristi di avere un percorso formativo più idoneo.

"Troppi errori di grammatica". Concorso in magistratura, candidati bocciati per l’italiano: idonei solo 88 su 1.532. Fabio Calcagni su Il Riformista il 7 Dicembre 2021. L’allarme è tale da essere riconosciuto anche dal Guardasigilli Marta Cartabia, che parlando durante l’apertura del nuovo anno della Scuola della magistratura alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella aveva parlato di formazione dei magistrati come “un aspetto che preoccupa”. È a confermare la preoccupazione del ministro della Giustizia sono i primi dati che emergono dal maxi concorso per l’ingresso in magistratura, svolto dal 12 al 16 luglio scorso e che mette a disposizione ben 310 posti. A presentarsi sono stati ben 5.827 aspiranti magistrati, di cui 3.797 hanno consegnato il test. Al 2 dicembre, scrive Il Messaggero, la Commissione incaricata ha potuto esaminare 1.532 scritti e a essere definiti idonei sono solamente 88 di questi. Se questo trend dovesse essere confermato anche dalla seconda metà degli scritti da esaminare, verrebbero così coperti solo i due terzi dei 310 posti messi a disposizione. Il vero dramma è che un caso simile si era già verificato nel 2008, una storia che quindi si ripete. “Troppi errori di grammatica”, era stato il giudizio severo della Commissione dell’epoca, che evidente ha dovuto fare i conti con gli stessi deficit a distanza di 13 anni. Un problema, come detto, di cui aveva parlato apertamente il ministro Cartabia il 24 novembre a Scandicci, per l’apertura del nuovo anno della Scuola della magistratura: “Troppe volte i concorsi per l’accesso alla magistratura non riescono a selezionare neppure un numero di candidati sufficienti a ricoprire tutte le posizioni messe a bando. È questo un dato su cui riflettere, che segnala un problema che deve essere affrontato. A dieci anni dall’istituzione della Scuola superiore della magistratura – aveva sottolineato il Guardasigilli -, in un tempo di bilanci, valutazioni e prospettive forse si può avviare una riflessione pure su quest’ulteriore capitolo, che riguarda direttamente il rapporto con le nuove generazioni, la trasmissione di un sapere, di una esperienza e di un’arte l’arte del giudicare, a chi verrà dopo di noi”. Mentre è in arrivo un secondo ‘concorsone’ per l’ingresso in magistratura, addirittura con 500 posti a diposizione, numero mai visto prima, proprio il ministro Cartabia è al lavoro per cambiare il sistema di accesso alla magistratura. L’intenzione è quella di consentire ai nuovi giuristi di avere un percorso più idoneo: l’obiettivo è quello di consentire la presentazione al concorso subito dopo la laurea. Via dunque i 18 mesi di tirocinio che si facevano in tribunale per inserire due anni di scuola di specializzazione per le professioni legali oppure tramite dottorato di ricerca.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

Record di bocciati allo scritto del concorso di magistratura. Il flop dell’italiano a scuola ormai è un’emergenza democratica. Marco Ricucci, professore di Italiano e Latino presso il Liceo Scientifico Leonardo da Vinci di Milano e docente a contratto presso l’Università degli Studi di Milano, su Il Corriere della Sera il 13 dicembre 2021. Su 1.532 compiti consegnati, finora è passato soltanto il 6% dei candidati. La questione della lingua italiana e l’urgenza di cambiare il modo di fare didattica della lingua a scuola. Il Codice di Hammurabi, databile intorno al 1750 prima della nascita di Cristo, è una raccolta di leggi scritte per i sudditi dell’Impero babilonese, ma probabilmente agli aspiranti magistrati, che hanno svolto, nel 2021, l’ultimo concorsone per accedere ai tribunali della Repubblica italiana, sarà poco famigliare, a vantaggio del diritto romano. Passando dunque dai libri di storia antica – si tenga bene conto del motto historia magistra vitae!- alla cronaca nostrana, da più parti è stata ripresa la notizia che la maggioranza degli aspiranti giudici non è riuscita a superare la prova scritta per gli eccessivi errori di grammatica di lingua italiana. Nel dettaglio, in base all’ultimo aggiornamento sul concorso da 310 posti che si è tenuto dal 12 al 16 luglio, i candidati erano precisamente 5.827; e di loro soltanto in 3.797 hanno consegnato la busta con la prova. Ma, paradossalmente, il reale problema si presenta proprio con la correzione degli elaborati: sui 1.532 compiti esaminati finora dalla Commissione, è passato soltanto, a stento, il 6% dei candidati, ovvero 88 aspiranti. Incredibile ma vero: qual è la ragione? Gli aspiranti magistrati non sanno scrivere nella lingua italiana e, per riprendere le parole dolenti della Commissione in un analogo concorso del 2008 prima di questo, gli errori grammaticali sono troppi. Ecco che si ripropone, in tutta la sua concretezza, quella che da qualche tempo ho battezzato «la neo-questione della lingua italiana», che finora ha avuto solo una denuncia di stampo pedagogico-didattico, ma che in realtà consiste anche in una vera emergenza di tenuta democratica. Negli ultimi anni, i docenti di lettere hanno avvertito un decadimento di una delle quattro abilità ritenute fondamentali dalla civiltà occidentale fin dall’antichità classica, la scrittura, e su tutti i mass-media ebbe vasta eco, nel 2017, l’appello di 600 accademici italiani rivolto alla classe politica al fine di denunciare la scarsa conoscenza e competenza della lingua italiana da parte delle nuove generazioni. Questo complesso fenomeno, ancora da ben contestualizzare, andrebbe interpretato anche alla luce di concetti più generali ed epocali come quello di società liquida (Bauman), di villaggio globale (Ong), di oralità e scrittura (MacLuhan), di nativi digitali (Prensky). Nella scuola italiana, che spesso ha fatto della tradizione la giustificazione del proprio immobilismo pedagogico, la didattica della scrittura esplicita, permanente, graduata e inclusiva, scientificamente fondata, è purtroppo limitata: se al biennio si privilegia la lettura di brani antologizzati con un focus sulla lettura «decifrativa» del capolavoro manzoniano, al triennio, oltre alla storia della letteratura italiana basata su un impianto diacronico e spesso nozionistico, rimane – sulla carta- centrale la lettura esegetica delle cantiche dantesche. Allora, con un atto di onestà intellettuale, nell’attuale monte ore di lingua e letteratura italiana formato da appena 4 ore settimanali (prima della Riforma Gelmini ce ne erano cinque!), quanto spazio è realisticamente possibile dedicare alla didattica della scrittura?

Nel nostro Paese, che pare «una nave sanza nocchiere in gran tempesta», si deve arrivare al paradosso di «ammazzare» i Padri della lingua italiana, con la provocatoria proposta di abolire non solo Manzoni ma persino Dante, per poter concedere maggiore spazio e tempo all’educazione linguistica, che tuttavia è una priorità contingente e sostanziale? Secondo il Professor Serianni, noto linguista e sempre attento al mondo della scuola, «quel che pregiudica il successo scolastico nell’italiano scritto è un insieme più complesso e meno facilmente rimediabile: scarsa capacità di organizzazione e gerarchizzazione delle idee, tecniche di argomentazione di volta in volta elementari o fallaci, modesta padronanza del lessico astratto o comunque di quello che esula dal patrimonio abitualmente impiegato nell’oralità quotidiana».

Si delinea sempre più nitida la neo-questione della lingua italiana, anche a partire dalla constatazione dei risultati del concorso a magistrato: si deve, dunque, partire dalla scuola per migliorare le abilità e le competenze di alunne e alunni, che saranno cittadini di domani. Non tutti, ovviamente, fra loro diventeranno magistrati, ma chi lo diventa, previo superamento del concorso, è chiamato a svolgere un ruolo importante nella società democratica: davvero incarna uno dei tre poteri costituzionali, ovvero quello giudiziario, ma con la sua sentenza può disporre della vita dei cittadini, talora privandolo della sua libertà. Il poeta Esiodo, vissuto nel VII a.C., intentò un processo al fratello Perse che non voleva dargli la sua parte di eredità paterna, tuttavia lo esorta così: «ma via, dirimiamo ora la nostra contesa secondo retta giustizia che, provenendo da Zeus, è la migliore». Quando correggo un tema di un mio alunno, in un certo senso, ristabilisco la «giustizia» della lingua italiana con la penna rossa, trasmettendo il «valore» intrinseco della correttezza morfologica, sintattica, lessicale. Se mai l’alunno diventerà giudice, potrà meglio scrivere una sentenza e - lavorando anche sulla comprensione a scuola - capire le leggi. Alla luce di queste brevi considerazioni, è auspicabile che il Ministro Bianchi, pandemia permettendo, dia un chiaro segnale «politico» e scelga in modo chiaro di far svolgere la prima prova all’Esame di Stato nel 2022. Per il resto, continua la mia «battaglia» per la lingua italiana, come quella di tantissimi colleghi, nelle aule di scuola e università.

Marco Antonellis per tpi.it il 12 agosto 2021. Era il lontano 2008: Palamara era uno dei tanti magistrati, appena assurto agli onori della cronache per essere da poco arrivato ai vertici dell’Anm, l’Associazione Nazionale Magistrati. Cossiga, uno che in fatto di magistratura (e non solo) la sapeva più lunga di tutti non perse occasione di asfaltarlo. “Teatro” fu il canale all news di Sky, all’epoca diretto da Emilio Carelli, poi divenuto grillino e poi altro ancora. Alla domanda della conduttrice Maria Latella sulle dimissioni dell’allora Guardasigilli, Clemente Mastella, spinto a lasciare l’incarico per un’inchiesta a suo carico, aveva spiegato il ruolo della magistratura nella vicenda. A un certo punto la trasmissione viene interrotta dall’intervento dell’ex Capo dello Stato, Francesco Cossiga, che immediatamente attacca Palamara con un sequenza di insulti e commenti al vetriolo. “Ha la faccia da tonno. I nomi esprimono realtà. Lui si chiama Palamara come il tonno. La faccia intelligente non ce l’ha assolutamente. In questi anni ho visto tante facce e le so riconoscere…”, afferma Cossiga. Palamara resta in silenzio e Cossiga rincara la dose: “Mi quereli, mi diverte se mi querela…”. Cossiga sul finale si rivolge direttamente alla conduttrice: “Sei una bella donna e di gran gusto, non invitare i magistrati con quella faccia alle tue trasmissioni per carità. L’associazione nazionale magistrati è una associazione sovversiva e di stampo mafioso”. Questo l’antefatto, ormai passato alla “storia” del costume politico e giudiziario di questa nostra travagliata repubblica. A distanza di più di un decennio torniamo a chiedere conto dell’episodio a Luca Palamara, nel frattempo radiato dalla magistratura, candidato alle elezioni politiche suppletive nonché scrittore di best seller assieme al neo direttore di Libero Alessandro Sallusti.

…Non si parla mai dei concorsi per entrare in magistratura. È tutto così trasparente o, come spesso accade per la selezione di altri profili professionali, anche nei concorsi per magistrati c’è qualcosa che andrebbe rivisto?

Questo è uno dei grandi temi. Io posso dire che quando ci si laurea in Giurisprudenza il concorso in magistratura rimane uno dei concorsi più ambiti e difficili da superare. È ovvio che, soprattutto quando c’è un ampliamento forte degli ingressi, si rischia di abbassare il profilo quantitativo. Io mi auguro e spero che le nuove generazioni ancora di più riescano ad avviare il processo del cambiamento, però indubbiamente anche le modalità di svolgimento del concorso necessitano di trasparenza. Così come dovrà essere trasparente qualunque richiesta di incarico direttivo. Mi pare evidente che ormai non si può più auto raccomandarsi, una prassi che mi auguro sarà estesa a chiunque farà domande che implicheranno decisioni del Csm…

I nuovi criteri per la commissione concorsuale. Concorso in magistratura, le correnti non saranno fermate da un sorteggio. Armando Mannino su Il Riformista il 14 Aprile 2021. Il Consiglio superiore della magistratura (Csm) ha modificato su proposta della Terza Commissione i criteri per la designazione dei componenti la Commissione di concorso per l’assunzione dei magistrati. Quelli precedentemente in vigore avevano consentito una lottizzazione integrale delle correnti, ormai non più tollerabile. I posti disponibili erano infatti attribuiti a ciascuna corrente in base alla rispettiva consistenza rappresentativa. Secondo la nuova procedura la Commissione è ora costituita mediante sorteggio non fra i magistrati in possesso di determinati titoli, discrezionalmente determinati dalla stessa Terza Commissione, ma tra tutti i magistrati che abbiano interesse a farne parte. La questione, apparentemente tecnica e di scarso rilievo, è invece più importante di quanto possa sembrare. Palamara, infatti, nella intervista fattagli da Sallusti aveva dichiarato che da parte delle correnti vi era sempre stato un forte interesse a essere presenti nella Commissione di concorso, in quanto strumento di reclutamento correntizio delle nuove leve di magistrati, a sua volta funzionale anche alla “gestione” delle raccomandazioni. Aveva anche aggiunto che “con questo meccanismo” nella sua consiliatura “due figli di componenti del Csm sono diventati magistrati”. Il numero dei figli, parenti, affini o semplici amici di magistrati non componenti del Csm assunti nello stesso periodo di tempo non è noto. Non dovrebbe però essere marginale, altrimenti non sarebbe giustificato il forte interesse di tutte le correnti a essere pienamente rappresentate nelle relative procedure di selezione. All’esito positivo della “raccomandazione” dovrebbe poi corrispondere, almeno di solito, l’iscrizione del candidato assunto alla stessa corrente del magistrato che lo ha raccomandato. La delibera del Csm dovrebbe perseguire un duplice ordine di esigenze strettamente collegate: quella della correttezza sostanziale della procedura concorsuale al fine di selezionare i candidati più preparati, immeritatamente estranea al dibattito politico e giornalistico sulla crisi della magistratura, considerati i non episodici interventi critici sulla qualità delle sentenze; e quella della progressiva attenuazione e rimozione dei meccanismi sui quali si fonda il potere delle correnti, dato che queste, per opinione diffusa, presente in forma sia pure minoritaria anche all’interno della Magistratura, sono la causa principale della crisi in cui questa oggi si dibatte. La modifica normativa costituisce certamente un miglioramento, sia pure modesto, rispetto alla situazione precedente; è però improbabile che sia effettivamente idonea a perseguire gli scopi sopra indicati. È prevedibile infatti che le correnti continueranno a manifestare il loro concreto interesse a essere presenti nella Commissione di concorso facendo presentare la relativa domanda al maggior numero dei propri iscritti, allo scopo di aumentare le possibilità di essere favorite dal sorteggio. Questa Commissione sarà quindi di fatto ancora prevalentemente costituita da iscritti alle correnti, in quanto tali disponibili a recepire le rispettive indicazioni. Nulla probabilmente cambierà rispetto al passato, anche se in essa fossero presenti, come è possibile, alcuni magistrati estranei alle correnti. Questi saranno presumibilmente una minoranza che non riuscirà, anche se volesse, a garantire la regolarità sostanziale del concorso. Non è inoltre probabile, considerato il sistema in cui sono inseriti e i relativi condizionamenti, che saranno impermeabili alle sollecitazioni degli altri colleghi. Anche la seconda esigenza, ammesso e non concesso che il Csm avesse voluto effettivamente perseguirla, non appare soddisfatta, non solo per le osservazioni sopra prospettate, ma specialmente perché un altro e ben più efficace è il meccanismo di selezione dei nuovi adepti. Rileva Palamara che «quando entri in servizio vieni affiancato per un certo periodo a un magistrato anziano e “chi va con chi” lo decide una Commissione apposita in base ai rapporti di forza delle correnti. Se entrano in sessanta, trenta andranno a fare tirocinio da un anziano di Unicost, venti da uno di Magistratura democratica, dieci da uno di Magistratura indipendente. È ovvio che nel calcolo delle probabilità, questi ragazzi si iscriveranno alla corrente del loro tutor, soprattutto se questo spingerà in tal senso». Il magistrato, specialmente se appena assunto, troverà infatti nella sua corrente prima protezione e successivamente un presumibile sviluppo di carriera. La strada per contrastare il predominio delle correnti è quindi ancora lunga e dal Csm, e specialmente dalla componente togata, ci si attendono interventi ben più ampi ed efficaci per incidere sulle disfunzioni della Magistratura. Invece non si riesce a raggiungere l’unanimità nemmeno sulle questioni tutto sommato di modesta rilevanza, quale quella qui esaminata. La delibera del Csm è stata infatti approvata soltanto con i voti delle correnti Area (cartello di sinistra) e Autonomia e Indipendenza, mentre voto contrario hanno espresso i consiglieri di Unicost e di Magistratura indipendente: segno evidente delle resistenze che all’interno della Magistratura si manifestano nei confronti di un qualsiasi tentativo di modificare la situazione esistente.

Il concorso beffa. Concorso per magistrati, decidono le correnti chi entra e chi no. Paolo Comi su Il Riformista il 23 Ottobre 2020. Maria Rosaria Sodano, ex giudice della Corte d’Appello di Milano, è in pensione da un paio d’anni, e ha aperto unsito dove – gratuitamente – offre materiale di formazione e informazione per chi vuol fare il magistrato. Ci ha rilasciato un’intervista nella quale spiega come e perché i concorsi per entrare in magistratura danno poche garanzie, perché è molto decaduto il livello delle commissioni giudicanti, così come il livello della Scuola superiore della magistratura, e come si potrebbe fare per fermare lo scandalo dell’ultimo concorso, dopo i ricorsi di molti candidati esclusi che hanno portato alla luce un fatto inquietante: i compiti dei candidati promossi erano pieni di strafalcioni, errori, prove di non conoscenza. Voi capite bene che questa non è una bella cosa, perché se in un corpo come quello della magistratura – intoccabile da qualsiasi potere esterno – entrano esponenti inadeguati è un grosso problema. Questi elementi saranno chiamati a fare le inchieste, a giudicare i cittadini, eventualmente a rovinargli la vita. E nessuno mai, dal momento nel quale la Casta lo ha assunti in se stessa, potrà metterli in discussione se non la Casta stessa. In mano a chi è la selezione dei magistrati e la stessa Scuola Superiore? La dottoressa Sodano ci conferma quello che purtroppo sospettavamo: alle correnti. Già, al sistema Palamara. Sono le correnti a decidere, a dividersi, a lottizzare, a inviare a promuovere e a bocciare. Voi credevate alla favoletta dell’autonomia della magistratura? Che ingenui…

Anna Maria Greco per “il Giornale” il 9 aprile 2021. «Le correnti sono come una squadra di calcio: serve un buon vivaio», dice Luca Palamara ad Alessandro Sallusti, nel libro Il Sistema. Spiega che per lottizzare le nuove toghe è fondamentale controllare l' esame di ingresso in magistratura. Per le raccomandazioni, che fin dall' inizio instradano i giovani verso una o l' altra corrente. Ieri al Csm c' è stata la conferma di questa lettura e il tentativo di arginare quella discrezionalità nell' organo di autogoverno che lascia ampio spazio alle manovre correntizie. Il plenum ha approvato, a maggioranza, la delibera per la selezione dei componenti della commissione di esame, stabilendo che saranno scelti con un sorteggio tra tutti i magistrati che faranno domanda, esclusi solo quelli «macchiati» da vicende negative. In sostanza, si amplia il bacino rispetto al sistema precedente in cui il sorteggio c' era, ma solo su una base selezionata per generici titoli dalla Terza commissione del Csm. Era un sorteggio «pilotato» che permetteva alle correnti di sistemare uomini fidati nei posti chiave. E questo spiega perché era così importante anche chi si piazzava nella Terza commissione, «un organo lottizzato dalle correnti, che a sua volta lottizza i commissari», secondo Palamara. Ma quella che potrebbe essere una svolta epocale, non solo per l' esame ma anche per i riflessi sulla riforma stessa del Csm, arriva proprio da quella commissione. La proposta presentata al plenum dal relatore e presidente della Terza, Giovanni Zaccaro (Area) viene votata dal cartello di sinistra, da Autonomia e Indipendenza e dai laici di diverso colore, mentre si mettono di traverso Unità per la costituzione e Magistratura indipendente. Zaccaro però precisa che «la delibera - lungi dal legittimare il sorteggio come forma per selezionare candidati destinati a ruoli per i quali rilevano specifiche attitudini, come quelle direttive o semidirettive - è un gesto di fiducia verso tutti i magistrati». In definitiva, l' ammissione che prima erano giustificate le ombre sull' esame ed una «excusatio non petita» che conferma: il sorteggio, se serve a garantire trasparenza in questo caso, perché non dovrebbe valere in altri, come l' elezione dei membri del Csm? Quando alternative serie alla discrezionalità non ce ne sono, meglio la sorte.

Carlo Nordio a Quarta Repubblica: "Se un magistrato vuole fare carriera, deve iscriversi alle correnti". Libero Quotidiano il 02 marzo 2021. Si parla di magistratura a Quarta Repubblica. Ospite di Nicola Porro nella puntata del 2 marzo l'ex magistrato Carlo Nordio che su Rete Quattro vuole precisare: "La maggior parte dei magistrati è estremamente indipendente. Il potere delle correnti agisce quando il magistrato vuole fare carriera, perché è vero che non vai avanti se non sei iscritto alle correnti". Insomma, non tutti sono come quelli denunciati da Luca Palamara. Di più perché l'ex magistrato tiene anche a chiarire che le prove a cui sono sottoposti non possono essere in alcun modo manomesse. "Non vorrei che sembrasse che l'ingresso in magistratura è truccato, le prove scritte che sono 3, sono incompatibili con qualsiasi forma di trucco o raccomandazione perché sono anonime. Dopo si che c'è l'accaparrarsi e la spartizione tra le correnti". Poi, in un lungo colloquio con Libero, Nordio aveva anche tranquillizzato Mario Draghi dalla profezia di Paolo Mieli. Per l'ex toga, che di magistratura se ne intende, il nuovo premier "non corre alcun rischio, perché è così al di sopra di ogni sospetto che un'iniziativa giudiziaria contro di lui sarebbe un boomerang, ne aumenterebbe addirittura la popolarità e accentuerebbe il già notevole discredito della magistratura. Il pericolo c'è, ma è un altro". Il problema potrebbero essere alcune intercettazioni, magari fatte trapelare da qualche procura. In questo caso - spiegava - "se le intercettazioni venissero enfatizzate da qualche giornale compiacente, potrebbe iniziare un martellamento che infastidisca il primo ministro, non abituato a queste subdole aggressioni del circolo mediatico-giudiziario che hanno già fatto tante vittime". D'altronde per il presidente del Consiglio non si preannuncia una strada in discesa. "In tempi normali un governo con un capo così autorevole potrebbe anche farcela" a passare sopra alle resistenze corporative delle toghe, "ma occupato com'è per il Covid e l'economia, non so se se la senta di rischiare".

Il Sistema, le raccomandazioni secondo Palamara. Redazione de L'IndYgesto l'8 febbraio 2021. Pubblichiamo integralmente uno stralcio impressionante del libro in cui l’ex presidente dell’Anm racconta la “sua” verità sui retroscena dell’associazionismo dei magistrati. In questo caso, si parla del concorso in magistratura…Luca Palamara racconta ne Il Sistema (Rizzoli, Milano 2021) uno dei possibili meccanismi attraverso cui le correnti dell’Anm “piloterebbero” in parte il temutissimo concorso in magistratura. Queste dichiarazioni, rese al direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti gettano una luce ulteriore (e sinistra) sui sospetti coltivati da tanti ma esplicitati quasi da nessuno emersi in seguito ad alcuni scandali “recenti”, che riguardano proprio il concorso…

[Palamara] Per esempio, come il «Sistema occupa il potere. Non ci crederà, ma le correnti sono come una squadra di calcio: serve un buon vivaio, senza il quale non si va da nessuna parte. Non per nulla c’è la corsa, e non solo per il gettone economico, a fare il commissario nei concorsi per magistrati. A decidere è la terza commissione del Csm, cioè un organo lottizzato dalle correnti che a sua volta lottizza i commissari, e di questo sulla mia chat c’è ambia documentazione. Ciò serve, non solo ma anche, a garantire le raccomandazioni: basti pensare che con questo meccanismo nella mia consiliatura due figli di componenti del Csm sono diventati magistrati».

[Sallusti] Raccomandazioni?

[Palamara] Io ho soddisfatto tante richieste in tal senso e soprattutto sono stato contattato più volte da magistrati, anche autorevoli, che chiedevano raccomandazioni per gli esami orali dei figli.

[Sallusti] Bella partenza per un neomagistrato.

[Palamara]Appunto, tutto il mondo è paese e la magistratura non sfugge alla regola. Ma il bello viene dopo.

[Sallusti] Dopo quando?

[Palamara]L’obiettivo del «Sistema» è accaparrarsi il neomagistrato. Come? Facendolo iscrivere il prima possibile alla propria corrente. Funziona così: quando entri in servizio vieni affiancato per un certo periodo a un magistrato anziano e «chi va con chi» lo decide una commissione apposita in base ai rapporti di forza delle correnti. Se entrano in sessanta, trenta andranno a fare tirocinio da un anziano di Unicost, venti da uno di Magistratura democratica, dieci da uno di magistratura indipendente. È ovvio che, nel calcolo delle probabilità, questi ragazzi si iscriveranno alla corrente del loro tutor, soprattutto se questo spingerà in tal senso. È la linfa per alimentare il «Sistema» delle correnti, che anche per questo si battono per mettere uomini propri nelle procure più importanti e popolose, come Milano, Roma, Napoli, Palermo e Catania. E così sarà a ogni passaggio della vita professionale, sempre che tu voglia fare carriera.

[Sallusti] Mi faccia degli esempi.

[Palamara] Quanti ne vuole. Prendiamo i «magistrati segretari» del Csm, colleghi tra i cui compiti c’è anche quello di dover motivare le nomine, cioè scrivere perché Tizio è più bravo di Caio e quindi ha diritto a quel posto. Secondo lei chi li nomina?

Non lo so, me lo dica lei.

[Palamara] I capicorrente, ovviamente. Così avviene per i membri dell’Ufficio studi, dove vengono elaborati i pareri che danno la linea politica alle decisioni del Csm, ma soprattutto questo vale per gli «assistenti di studio» dei giudici della Corte Costituzionale.

[da Il Sistema, cap. Il vivaio, pp 59-61]

Anomalie nella prova per magistrati. Il concorso per diventare magistrato era truccato? Paolo Comi su Il Riformista il 25 settembre 2020. Dice: vabbè, tanto si sa che spesso i concorsi sono truccati. Già, ma stavolta non era un concorso qualsiasi, era il concorso per diventare magistrati. E cioè un concorso che getta alcune centinaia di giovani dentro la magistratura, e queste centinaia di giovani potrebbero, nei prossimi anni, trovarsi a chiedere o firmare un ordine di arresto contro qualcuno di noi, o a emettere una sentenza. Diciamo che sarebbe preferibile che la selezione fosse rigorosa. E invece abbiamo scoperto che il concorso per 330 posti di magistrato è stato un pasticcio senza fine. I compiti dei candidati che sono stati promossi erano pieni di sciocchezze (cioè saranno magistrati persone che sanno pochissimo di legge) e per di più moltissimi di questi compiti erano pieni di segni di riconoscimento evidentissimi. E questo legittima il sospetto che i candidati fossero d'accordo con qualche membro della commissione per farsi riconoscere e aiutare. Capisco l'obiezione: il tuo è solo un sospetto. Sì, un sospetto robusto, mi chiedo cosa sarebbe successo se fosse uscito fuori che i compiti di qualche altro concorso pubblico erano come quelli dei candidati magistrati. Avvisi di garanzia a tutti, inchiesta e super-inchiesta, intercettazioni, Trojan, arresti e retate. Siccome però la commissione del concorso era composta da ventotto membri dei quali venti sono magistrati, non è affatto detto che scatti una inchiesta. Comunque ancora non è scattata (per ora la magistratura è troppo assorbita dal caso Suarez). Poi, a margine, c'è una seconda questione. La commissione che sceglie i nuovi magistrati è una commissione di magistrati. Cioè sono gli stessi magistrati (probabilmente spartiti per correnti) che ammettono i nuovi adepti. Esattamente come in una casta. Anzi in una setta. E poi, chi entra in questa setta, non potrà essere mai giudicato da nessuno e la setta stessa, e il caposetta, gli assicura protezione e impunità. Lui invece - il nuovo adepto - potrà giudicare chi vuole, e se sbaglia non dovrà rispondere. Medioevo? Ma forse nel Medioevo c'era più equilibrio tra i poteri. Dopo l'accesso agli atti dei bocciati, si infittiscono le ombre sulle prove di giugno: tra i 330 prescelti c'è chi scrive castronerie, chi stila il tema in stampatello, chi disegna schemini invece di svolgerlo, chi lascia spazi vuoti, quadrati e altri segnali di riconoscimento. Tutto regolare? Avete mai visto un giudice che invece di scrivere una sentenza disegna uno "schemino" (candidato n. 2814)? O che invece di articolare il ragionamento che lo ha condotto alla decisione si limita ad elencare gli articoli di legge (candidato n. 1333)? O che, oltre al pegno e all'ipoteca, inserisce la "servitù prediale" fra i diritti reali di garanzia (candidato n. 95)? In caso la risposta fosse negativa, preparatevi: fra poco potrà capitarvi di leggere sentenze dove i paragrafi sono stati sostituti dalle freccette dei diagrammi di flusso o dove la motivazione è come il Codice enigma, va decifrata. La lettura degli elaborati delle prove scritte dell'ultimo concorso per trecentotrenta posti di magistrato ordinario sta evidenziando più di una sorpresa, creando fin da ora ansia nei cittadini che potranno incappare in queste nuove leve togate. Diversi candidati che sono stati bocciati agli scritti hanno fatto in queste settimane l'accesso agli atti, in vista di un ricorso al Tar, per capire che cosa avessero sbagliato e quale fosse il maggior livello qualitativo degli ammessi alle prove orali. Ad assisterli Maria Rosaria Sodano, fino allo scorso anno, prima di andare in pensione, giudice della Corte d'Appello di Milano, e ora tutor di alcuni ragazzi che provano il concorso in magistratura. I compiti analizzati (in questa pagina è possibile vederne qualche esempio), alcuni redatti in un italiano improbabile, presentano poi molte "anomalie". Ci sono elaborati scritti interamente in stampatello maiuscolo, altri con righe vuote tra una frase e l'altra, altri ancora con una infinità di correzioni e cancellature da essere illeggibili. Sul contenuto, infine, "orrori" giuridici a nastro. La genesi di questo concorso è alquanto complessa. Bandito nel 2017, la Commissione esaminatrice venne nominata ad ottobre dell'anno successivo. Le prove scritte, tre, si tennero a giugno dello scorso anno. La correzione è terminata qualche settimana fa. Come per tutto ciò che attiene il funzionamento del sistema giustizia, anche il concorso per indossare la toga non poteva essere immune dalle pressioni delle correnti della magistratura. La Commissione è composta da ventotto membri. Venti sono magistrati. Chi ha scelto queste venti toghe? Domanda retorica: Il Consiglio superiore della magistratura. Con quali criteri? Con il "sorteggio". I magistrati che volevano far parte della Commissione esaminatrice e quindi per un paio di anni stare lontani dai tribunali, avevano segnalato il proprio nome al Csm. Sulle modalità del sorteggio non è però dato sapere. Il Guardasigilli ha poi provveduto con proprio decreto alla nomina formale della Commissione. Il concorso in magistratura ha delle regole diverse da tutti gli altri concorsi pubblici. Sui segni di riconoscimento, ad esempio, le regole in vigore prevedono solo che il candidato "non debba farsi riconoscere", lasciando alla Commissione di turno il compito di fissare quali siano i relativi criteri. Quindi il candidato può disegnare un pallino all'inizio di ogni rigo o lasciare spazi bianchi nelle pagine ed è tutto regolare. Ed anche fare lo schemino con le freccette invece che articolare le frasi nel tema. La discrezionalità senza limiti della Commissione si spinge fino a vette inimmaginabili. Ogni esame, infatti, fa storia a se. Lo schemino, ad esempio, poteva essere fonte di sicura bocciatura in un concorso precedente. A queste prove i partecipanti erano circa tredicimila. Poco meno di quattromila quelli che poi hanno consegnato gli elaborati. Il concorso si può tentare al massimo tre volte. Il capogruppo in Commissione giustizia della Camera Pierantonio Zanettin (FI) ha chiesto ieri al ministro Bonafede, con una interrogazione urgente, se abbia intenzione di mettere in campo qualche attività ispettiva per capire che cosa sia successo nella correzione dei compiti. Siamo già certi che non succederà nulla. Dimenticavamo: fra le riforme epocali previste dal Guardasigilli grillino vi è anche quella del concorso in magistratura: sarebbe il caso di accelerare, mettendo così ordine nel far west delle scuole di formazione, dove insegnano i magistrati, e la cui frequenza pare essere un "indispensabile" biglietto da visita per azzeccare il titolo delle tracce.

Concorso magistratura taroccato, spuntano altre anomalie. Paolo Comi su Il Riformista il 30 Settembre 2020. Non solo strafalcioni giuridici e segni di riconoscimento a nastro: nell’esame per diventare magistrato spunta adesso anche la “turbo correzione”. Il concorso per magistrato ordinario non finisce mai di riservare sorprese. Anzi.  La scorsa settimana Il Riformista aveva raccontato le numerose “anomalie” contenute nei temi del concorso da 330 posti bandito nel 2018 e la cui correzione era terminata lo scorso giugno. Molti elaborati che erano stati giudicati idonei, acquisiti dai bocciati, presentavano errori macroscopici in punto di diritto e diverse indicazioni grafiche che potevano essere interpretate come simboli identificativi. I candidati bocciati avevano, poi, richiesto anche i vari verbali redatti dalla Commissione esaminatrice. La Commissione, presieduta dal consigliere di Cassazione Lorenzo Orilia, si era data delle “regole” a cui attenersi nella correzione degli scritti. La correzione sarebbe dovuta avvenire in “rigoroso ordine numerico delle buste in gruppi di dodici consecutivi”. Inoltre doveva essere predisposto un “calendario” delle attività a cui le sottocommissioni dovevano attenersi. L’accesso agli atti non sortiva però gli effetti desiderati. Non veniva, infatti, recuperato alcun calendario dei lavori. Ma non solo. Le correzioni che sarebbero dovute avvenute in rigoroso ordine cronologico erano state effettuate “random”. In particolare, alcuni compiti erano stati lasciati “indietro” e corretti solo successivamente. I verbali, poi, non indicavano le tempistiche delle correzioni. La Commissione, come è stato ricordato, ha grande “discrezionalità” sulla regole da applicare. La legge prevede solamente che “deve essere annullato l’esame dei concorrenti che comunque si siano fatti riconoscere”. In assenza di paletti da parte della Commissione, la giurisprudenza amministrativa nel tempo aveva sdoganato molte pratiche non proprio ortodosse come quella di scrivere il tema in stampatello o di lasciare spazi vuoti fra una riga e l’altra. Semaforo verde anche, con una sentenza del Tar Sicilia, per gli “schemini” in caso fossero serviti per meglio “descrivere” la prova assegnata. Le uniche regole chiare riguardavano la qualità complessiva dell’elaborato. Il tema doveva essere “corretto sotto il profilo sintattico e grammaticale” ed il candidato doveva dimostrare “adeguata padronanza della terminologia giuridica”. Entrambi i requisiti erano ritenuti “indispensabili” al fine del superamento della prova scritta. Il presidente della Commissione, infine, doveva anche prestare grande cura nella composizione delle varie sottocommissioni per garantire il “massimo grado di omogeneità” nella correzione. I componenti sono ventotto, di cui venti i magistrati. Sul concorso il ministro della Giustizia esercita “l’alta sorveglianza”. Il Csm, invece, provvede a indicare i nomi dei venti componenti togati della Commissione, composta di ventotto membri. I bocciati si stanno muovendo in ordine sparso. Alcuni hanno chiesto la ricorrezione degli elaborati, altri hanno presentato ricorso al Tar, altri ancora hanno depositato un esposto alla Procura di Roma per la verifica di eventuali illeciti penali. E non è da escludersi un ricorso collettivo al Capo dello Stato. Sul fronte del Csm il primo ad attivarsi era stato la scorsa settimana l’avvocato civilista Stefano Cavanna. Il laico in quota Lega a piazza Indipendenza aveva depositato una richiesta di “apertura pratica” al Comitato di presidenza del Csm. Fra le varie istanze, quella di svolgere “approfondimenti e verifiche nell’ambito delle competenze e dei poteri del Csm”. In particolare, mediante “la convocazione dei componenti della Commissione esaminatrice del concorso”, affinché riferiscano “sui fatti denunciati dai candidati”, senza escludere altre “iniziative meglio viste e/o ritenute”. Il capogruppo in Commissione giustizia alla Camera Pierantonio Zanettin aveva invece depositato una interrogazione al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Sul fronte dei numeri, gli idonei alle prove scritte sono stati 301. 13.000 gli iniziali concorrenti. Quelli che avevano consegnato gli scritti, 3091.In questa vicenda al momento c’è il silenzio da parte dell’Anm: nessun commento sui futuri colleghi.

Concorso in magistratura truccato? L’Anm infuriata contro chi cerca la verità…Paolo Comi su Il Riformista il 7 Ottobre 2020. “Rimbalzo mediatico spropositato” con conseguente “strumentalizzazione politica”. I vertici uscenti dell’Associazione nazionale magistrati hanno bollato così, sabato scorso, la pubblicazione da parte di alcuni giornali, ad iniziare dal Riformista, della notizia di numerose “anomalie” contenute nei temi del concorso per magistrato ordinario bandito nel 2018. Molti elaborati, la cui correzione era terminata lo scorso giugno e che erano stati giudicati idonei, presentavano errori macroscopici in punto di diritto e diverse indicazioni grafiche che potevano essere interpretate come simboli identificativi. Alcuni dei bocciati, dopo aver fatto accesso agli atti, avevano quindi chiesto di annullare il concorso. Al termine dell’ultima riunione del Comitato direttivo centrale dell’Anm, i cui componenti verranno rinnovati la prossima settimana, è stato diramato un comunicato decisamente sopra le righe. «I ricorsi recentemente proposti, avverso i risultati delle correzioni degli elaborati scritti dell’ultimo concorso, pur se legittimi, sono stati oggetto di rimbalzo mediatico spropositato nei modi e nei contenuti, con successiva strumentalizzazione politica», esordiscono i vertici del sindacato togato. «Inaccettabile – proseguono – è il tono ed il contenuto degli attacchi, che non si limitano a dare la notizia (il ricorso di alcuni candidati) ma presentano la vicenda come se il contenuto dei ricorsi fosse stato già accertato come rispondente al vero, accusando la commissione autorevolmente composta da magistrati, avvocati, professori universitari, di gravissime condotte». Dopo questa lezione di giornalismo, «il Cdc stigmatizza gli irricevibili attacchi all’onorabilità dei componenti della commissione, accusati in modo esplicito di fatti lontani dall’essere accertati». «Tali aggressioni, fondate esclusivamente sulla prospettazione di parte di tre concorrenti non ammessi alla prova orale, nel colpire la delicatissima fase iniziale di selezione, si sostanziano nel tentativo di delegittimare di tutto l’ordine giudiziario», conclude la nota. L’Anm, oltre a dare lezioni di giornalismo, dimentica nel comunicato di raccontare un “piccolo” particolare: su questo concorso è stata chiesta ed ottenuta una apertura pratica al Csm da parte del consigliere laico in quota Lega Stefano Cavanna, avvocato e già docente di diritto civile presso l’Università degli Studi di Genova. Cavanna, dopo aver letto diversi temi giudicati idonei, ha ritenuto che fosse necessario svolgere «approfondimenti e verifiche nell’ambito delle competenze e dei poteri del Csm». In particolare, mediante «la convocazione dei componenti della commissione esaminatrice del concorso», affinché riferiscano «sui fatti denunciati dai candidati», senza escludere altre «iniziative meglio viste e/o ritenute». La richiesta di Cavanna è stata ritenuta degna di nota dal Comitato di presidenza del Csm, composto dal vice presidente David Ermini e dai capi della Corte di Cassazione, il primo presidente Pietro Curzio e il procuratore generale Giovanni Salvi.  Oggi, comunque, è prevista alla Camera, durante il question time, la risposta del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede alle richieste di chiarimenti sul punto. E a quanto poi risulta al Riformista, è in procinto di partire una “class action” da parte dei candidati bocciati. Vale, dunque, la pena di riportare le dichiarazioni di Cavanna: «Mi auguro che ci sia da parte di tutti la volontà di voler approfondire l’argomento. Il tema è importante visto che si stanno reclutando dei magistrati e non degli uscieri, con tutto il rispetto per gli uscieri». Nessuna aggressione, ma solo desiderio, che dovrebbe essere apprezzato dall’Anm, di fare chiarezza.

Nuove ombre sui compiti.

Respinti i ricorsi. Concorso in magistratura truccato, il Tar chiude un occhio anzi due: “Tutto regolare”. Paolo Comi su Il Riformista il 22 Ottobre 2020. Anche il Fatto Quotidiano, tramite il giudice Antonio Esposito, ha scoperto che diversi temi, giudicati idonei, dell’ultimo concorso per magistrato ordinario sono infarciti di “strafalcioni giuridici” ed “errori di ortografia”. Esposito, noto alle cronache per essere stato il presidente del collegio della Cassazione che nel 2013 condannò in via definitiva per frode fiscale Silvio Berlusconi, è da tempo uno degli editorialisti di punta del quotidiano diretto da Marco Travaglio. Nel pezzo di questa settimana, l’ex magistrato ha ripercorso l’intera vicenda del concorso, raccontata dal Riformista già il mese passato con diversi articoli. Alcuni candidati bocciati alle prove scritte, come si ricorderà, avevano chiesto di visionare i temi che la Commissione esaminatrice aveva invece giudicato positivamente. Le sorprese non erano mancate in quanto questi elaborati presentavano errori di diritto e diverse indicazioni grafiche che potevano essere interpretate come simboli identificativi. Venivano acquisiti anche i verbali delle attività svolte dalla Commissione. Si appurava che le correzioni non erano state effettuate, come previsto, in stretto ordine cronologico. In particolare, alcuni compiti erano stati corretti solo successivamente e senza l’indicazione delle tempistiche. L’onorevole Pierantonio Zanettin (FI) aveva al riguardo chiesto chiarimenti al ministro della Giustizia, a cui la legge affida “l’alta vigilanza” sul concorso in magistratura. Con una risposta sorprendente, Bonafede la scorsa settimana aveva affermato di non potere entrare “nel merito delle decisioni” della Commissione, invitando i bocciati a presentare ricorso, come qualcuno aveva già fatto, al Tar. «Il ministro ha dimenticato che può intervenire ogni qualvolta lo ritenga opportuno e ha facoltà di annullare gli esami nei quali siano avvenute irregolarità: è sconfortante constatare che abbia abdicato alle sue prerogative, preferendo obbedire all’ukase dell’Anm che aveva bollato come “strumentalizzazione politica” la richiesta di chiarimenti, era stata la replica di Zanettin. I ricorsi, è notizia di ieri, sono stati respinti nella fase cautelare dal Tar del Lazio in quanto la discrezionalità tecnica, per quanto “opinabile”, non appare “palesemente irragionevole, immotivata o disarticolata dai criteri di valutazione predisposti dalla Commissione”. Tornando quindi ad Esposito, da ex magistrato esperto, ha fornito sul concorso un particolare importante, che era sfuggito a tutti, e che riguarda la modalità con cui viene composta la Commissione esaminatrice. «Vengono sistematicamente nominati quali componenti, per lo più, magistrati non molto conosciuti», ha affermato Esposito, sottolineando che sono «più conosciuti in ambito correntizio». «Tale operazione – ha poi aggiunto – è stata agevolata da una normativa, varata anni orsono con il placet dell’Anm, che ha drasticamente ridotto il numero dei più qualificati magistrati di Cassazione». Insomma, quando c’è un problema che tocca la magistratura è sicuro che le correnti hanno avuto un ruolo – in negativo – di primo piano.

Concorso magistratura truccato: lo scandalo dei raccomandati.  Redazione Controcampus  il 29 Novembre 2020. Secondo alcuni magistrati il concorso in magistratura è truccato, da rifare? Errori ed anomalie nelle prove scritte, scandalo raccomandati nei posti messi a bando 2018.

Concorso magistratura. Parliamo di uno concorso, tra i più discussi in Italia. Sia per la sua difficoltà e complessità. Sia perché da sempre si parla di candidati raccomandati.

Nel mese di giugno vennero corrette le prove del concorso bandito nel 2018.

Al termine della correzione, si è visto che c’erano dei grossi orrori giuridici e delle grosse anomalie. C’è stata, quindi, subito un’ inchiesta che ha coinvolto il CSM e alcuni vertici della politica.

Il concorso viene pubblicato in Gazzetta Ufficiale ogni anno. Per accedere è necessario avere determinati requisiti contenuti nel bando.

In particolare, l’esame è diviso in due parti. La prima parte consiste in tre prove scritte e la seconda in una prova orale. Nello specifico, le prove scritte consistono in un elaborato teorico (temi) su alcune materie.

Ma vediamo insieme cosa è successo durante la correzione delle prove del concorso magistratura: è da rifare? Le prove erano truccate?

Perchè il concorso in magistratura sarebbe truccato: cosa è successo, la denuncia dei magistrati

La commissione che corregge le prove del concorso in magistratura, è composta da magistrati avvocati e professori universitari. I nomi vengono suggeriti dal Consiglio Superiore della Magistratura, attraverso un sorteggio.

La correzione dei temi è terminata a giugno. Alcuni bocciati hanno fatto la richiesta di accesso agli atti. Cioè hanno richiesto di poter visionare i compiti svolti. Questo per verificare la correzione dei temi. Molti, infatti, erano stati giudicati idonei ma presentavano errori di diritto. Erano anche presenti diverse indicazioni grafiche che potevano essere viste come simboli identificativi. Quindi, i candidati bocciati, hanno chiesto di annullare il concorso.

Il Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, in merito a tela vicenda non si è esposto molto. Ha solo affermato che  Il Ministero, fornisce solo un supporto tecnico. Per quanto riguarda le decisioni della Commissione, trattandosi di provvedimenti amministrativi, sono sindacabili dal giudice amministrativo. La vigilanza affidata al ministro sul concorso consiste quindi nel verificare la regolarità del rispetto delle procedure. Ma non entra nel merito delle decisioni della Commissione. Quindi l’esame per il concorso magistratura è da ripetere? Il Tar cosa ha deciso? Dopo aver fatto la richiesta di accesso agli atti, molti hanno presentato ricorso al Tar Lazio. Ma il giudice respinge la richiesta. Perché: “la discrezionalità tecnica, per quanto opinabile, non appare palesemente irragionevole, immotivata o disarticolata dai criteri di valutazione predisposti dalla Commissione”. Queste sono le parole utilizzate dal Tribunale a fondamento della propria decisione. Dimenticando però, il particolare che la commissione viene nominata a sorteggio dal CSM. Questo fa ben pensare che le anomalie riscontrate da alcuni candidati sono fondate.

Ma, allo stato dei fatti, le prove non si ripeteranno. Bisognerà attendere il prossimo bando per partecipare al concorso per diventare magistrati, nonostante le anomalie e truffe nei concorsi per magistrati abbiano creato scandalo in diverse occasioni.

·        Concorsi truccati nell’Università.

Da milanotoday.it il 17 Dicembre 2021. Anche il rettore dell'Università Statale di Milano risulterebbe indagato per un'indagine sui bandi pilotati. Il nome di Elio Franzini, infatti, è comparso nell'inchiesta della procura di Firenze in relazione a due bandi di concorso per ordinari di Urologia: erano stati coinvolti 39 docenti universitari in tutta Italia. Secondo l'accusa, Franzini avrebbe perpetrato "condotte contro la pubblica amministrazione". I reati ipotizzati dai pm fiorentini sono, tra gli altri, associazione a delinquere, corruzione, concussione e abuso di ufficio. Tra gli indagati, insieme a diversi professori universitari e a dirigenti dell'Università di Firenze, anche l'allora rettore Luigi Dei, cui è contestata l’associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e all'abuso di ufficio. Nell'ambito di concorsopoli, perquisizioni della guardia di finanza sono state fatte anche negli uffici dell'Azienda ospedaliero universitaria di Careggi e in varie altre città: Milano, Roma e Ancona. Per competenza, alcuni capi d'imputazione sono stati trasmessi a Milano. Emergono accuse per 2 professori milanesi: Francesco Montorsi, urologo e professore ordinario dell'università San Raffaele, e Stefano Centanni, direttore del dipartimento di Scienze della Salute dell'università Statale. Per i pm fiorentini, sottolineano Repubblica e Il Fatto, avrebbero messo "a disposizione i loro poteri e le loro funzioni perché venissero bandite e pilotate, in un'ottica spartitoria, due posizioni di professore ordinario alla Statale per gli ospedali San Paolo e San Donato". L'accusa ipotizzava "uno scambio corruttivo", che avrebbe dovuto portare a due "santi" da premiare: il docente Bernardo Maria Cesare Rocco per Marco Carini, quest'ultimo urologo presso l'università di Firenze al centro dell'inchiesta fiorentina. E per l'altro bando, l'altro docente Luca Carmignani voluto da Montorsi. Nell'indagine del pm Carlo Scalas, coordinata dal procuratore aggiunto Maurizio Romanelli, i carabinieri del Nas stanno ora valutando la posizione del rettore Franzini, che nei giorni scorsi ha ricevuto una visita dai militari nei suoi uffici di via Festa del Perdono. Nella ricostruzione dell'accusa, a Franzini vengono contestate condotte contro la pubblica amministrazione, accuse più lievi quindi delle ipotesi formulate dalla procura fiorentina agli altri docenti, indagati per corruzione.

Concorsi universitari truccati, indagato il rettore della Statale Elio Franzini. Redazione Milano su Il Corriere della Sera il 17 dicembre 2021. Presunti appalti pilotati per riservare cattedre ai professori «amici». Sotto la lente due bandi di assegnazione per ordinari di Urologia. Il docente: «Fiducia nella magistratura, chiarirò la mia assoluta correttezza». Elio Franzini, rettore dell’Università degli Studi di Milano, è tra gli indagati di un’inchiesta che ha portato a scoprire presunti appalti pilotati per stabilire le cattedre e per riservarle ai professori «amici» in barba ai bandi pubblici. Secondo le accuse, a finire sotto la lente degli inquirenti sono stati due bandi di assegnazione per ordinari di Urologia negli ospedali San Paolo a Milano e San Donato a San Donato Milanese (Milano) nell’ambito di un’inchiesta nata a Firenze che ha già portato a denunciare 39 persone, professori universitari e il rettore dell’ateneo fiorentino, Luigi Dei. L’indagine, coordinata dal sostituto procuratore Mario Scalas ed eseguita dai Nas, contesta a Franzini «reati contro la pubblica amministrazione, più lievi quindi dei reati di corruzione evidenzianti nell’indagine» che ha dato origine allo stralcio. La procura milanese sarebbe anche vicina «alla chiusura delle indagini per l’altra inchiesta su concorsi universitari, quella che ha al centro l’ospedale Sacco e ha coinvolto anche Massimo Galli». «Si è diffusa in queste ore la notizia che mi è stato notificato dalla Procura di Milano un avviso di garanzia nell’ambito di un’indagine relativa a una procedura di valutazione comparativa di area medica - scrive in una nota il rettore Elio Franzini -. Nel totale rispetto del segreto istruttorio, anche in considerazione delle recentissime disposizioni del D. lgs 188 del 29 novembre 2021 a tutela dello stesso, posso soltanto dirvi, con molta serenità, che mi attendo di poter chiarire al più presto la mia assoluta correttezza nell’esercizio dei miei atti istituzionali, essendo assolutamente fiducioso nel lavoro della magistratura e assicurando a tutti voi la consueta e piena trasparenza delle mie azioni nel costante e non sempre facile impegno quotidiano a servizio della nostra comunità accademica».

Elio Franzini, rettore dell’università Statale di Milano indagato: il concorso falsato e il sequestro, tutte le accuse. Luigi Ferrarella su Il Corriere della Sera il 18 Dicembre 2021. Due indagini fra Milano e Firenze. Il concorso, le commissioni, il rifiuto dei «saggi», la battaglia amministrativa: così il rettore dell’Università degli Studi Elio Franzini ha bloccato il bando per una cattedra di Storia economica vinto da Luca Fantacci. Ipotesi di turbativa per l’affaire Galli, verso l’archiviazione. Il rettore: «fiducioso nel lavoro della magistratura». Quando in ottobre la Procura di Milano aveva indagato 32 docenti italiani per ipotesi di irregolarità nei concorsi universitari, il rettore dell’Università Statale, Elio Franzini, aveva espresso «sconcerto e sgomento» per fatti «di gravità inaudita». Ora è lui ad avere un problema analogo: ma non tanto sul piano penale di due distinti fascicoli che di rimbalzo fra Milano e Firenze sembrano già di labili prospettive, bensì nella giustizia amministrativa su un concorso non fatto vincere a qualcuno, ma fatto annullare apposta per impedire la vittoria di chi aveva battuto una concorrente.

La cattedra di Storia economica

Il bando è quello del 19 giugno 2018 per professore di seconda fascia di Storia economica nel Dipartimento di Studi storici. Per la Commissione valutatrice stravince il professore Luca Fantacci. Ma la quarta arrivata, largamente battuta, presenta un esposto al rettore Franzini. Il quale nomina un «collegio di verifica» (tre docenti in pensione, e non di quel settore scientifico) che propone alla Commissione una nuova graduatoria capeggiata stavolta dalla ricorrente. Ma la Commissione non ci sta e riconferma la vittoria di Fantacci. Fine? No, perché il rettore decide di rimettere la procedura ad una nuova Commissione. Solo che i nuovi membri nominati dal rettore il 31 luglio 2019 si rifiutano di farne parte, come pure quelli nominati il 7 agosto.

Il concorso cancellato

Fine della storia? Neanche qui. Perché allora il rettore sopprime il concorso il 23 agosto 2019. E quando il Tar Lombardia annulla la revoca del concorso, censurando che i «tre saggi» di Franzini avessero «disancorato la loro valutazione da qualsivoglia parametro preventivamente determinato, con conseguente impossibilità di rintracciare l’iter logico del giudizio», il rettore insiste e fa appello al Consiglio di Stato. Che di nuovo gli dà torto, condannando l’Università a rifondere 5.000 euro di spese legali al professor Fantacci: «L’Università ha revocato un atto senza dar conto delle ragioni», il che «appare sintomatico del riscontrato vizio di sviamento» (rispetto al fine perseguito dalle norme) della «procedura» e dei «connessi poteri attribuiti al rettore».

Le accuse penali

Più friabile il frastagliato piano penale. A Milano, nel fascicolo in cui per altre vicende anche l’immunologo Massimo Galli è indagato dal pool del procuratore aggiunto Maurizio Romanelli, lo è pure Franzini per una ipotesi di «turbativa d’asta» in relazione però a una vicenda già avviata alla prospettiva di una richiesta di archiviazione: lo scenario, per il quale alcune intercettazioni sembravano captare l’imminente anomalia di un iter destinato a sfociare nella presentazione di un solo candidato per un posto, poi non aveva infatti avuto seguito nel prosieguo di indagine .

L’indagine a Firenze

Capitolo ancora diverso è quello della Procura di Firenze, che notoriamente da un paio d’anni ha sviluppato una indagine su 39 professori in tutta Italia, compreso il rettore di Firenze, Luigi Dei. Qui il nome di Franzini (evocato da altri in una intercettazione) sin dall’inizio faceva parte (pur da non indagato) del capitolo nel quale era indagato Marco Carini (professore di Urologia a Firenze) per un concorso per ordinario di Urologia bandito dall’Università Statale presso l’ospedale milanese San Paolo. Poi, all’esito di una ingarbugliata questione procedurale davanti al Tribunale del Riesame di Firenze dove ancora ieri si è tenuta una udienza, i magistrati toscani — come segnalato ieri da Fatto Quotidiano e Repubblica — hanno inviato le carte per competenza territoriale ai pm di Milano, i quali hanno acquisito da Franzini i suoi telefoni e pc, ma optando per la veste di indagato, pure qui per l’ipotesi di «turbativa d’asta».

La replica del rettore

«Mi attendo di poter chiarire al più presto la mia assoluta correttezza nell’esercizio dei miei atti istituzionali», commenta Franzini, «fiducioso nel lavoro della magistratura e assicurando la consueta e piena trasparenza delle mie azioni nel costante e non sempre facile impegno quotidiano a servizio della comunità accademica».

DAGONEWS il 17 Dicembre 2021. Il rettore della Statale Franzini indagato nell’ambito di uno scandalo per concorsi a cattedra? Ancora, dopo quello che ha fatto e rifatto fare a Storia e dopo aver preso le distanze dalle accuse di concorso pilotato rivolte al virologo Galli? Franzini è uno che entrò nei gangli dell’università grazie all’ex rettore Decleva, la cui moglie, Caizzi, fu una dei pochi docenti italiani condannati per un concorso truccato. Franzini è stato vicepresidente e poi presidente di una società privata, la Sie (Società italiana di Estetica), i cui membri pagano una quota e che si riunisce una volta all’anno anche per parlare… dei concorsi a cattedra del raggruppamento disciplinare. Parlare vuol dire decidere chi mettere in cattedra in barba alla regolarità del concorso che poi si bandisce quando si è già identificato il candidato. Sentite dalla viva voce dell’ex presidente Sie, Luigi Russo (allora Franzini era il suo vice) in un video del convegno annuale del 2011 all’università di Torino. Questi sono quelli che, per decenni, hanno deciso chi doveva insegnare una materia a metà strada tra la Filosofia e la Storia dell’arte

Luca De Vito, Sandro De Riccardis per "la Repubblica" il 17 Dicembre 2021. Bandi pilotati per incarichi in università. Accordi per dividere i posti da professore ordinario tra i propri protetti. Per due concorsi per altrettanti incarichi agli ospedali San Paolo di Milano e San Donato Milanese risulta ora indagato anche il rettore della Statale Elio Franzini. L'accademico è stato iscritto in relazione a due bandi di concorso per ordinari di Urologia, emersi in un'inchiesta della procura di Firenze che aveva coinvolto 39 docenti universitari in tutta Italia, tra cui anche il rettore dell'università fiorentina Luigi Dei. Alcuni capi di imputazione sono stati poi stralciati e trasmessi per competenza alla procura di Milano, che ha deciso l'iscrizione di Franzini. Dall'inchiesta della procura di Firenze era infatti emersa l'accusa nei confronti di due medici e professori degli atenei milanesi: Francesco Montorsi, urologo e professore ordinario dell'università San Raffaele, e Stefano Centanni, direttore del dipartimento di Scienze della Salute dell'università Statale. Per i pm fiorentini avrebbero messo «a disposizione i loro poteri e le loro funzioni perché venissero bandite e pilotate, in un'ottica spartitoria, due posizioni di professore ordinario alla Statale per gli ospedali San Paolo e San Donato». L'accusa ipotizzava «uno scambio corruttivo», che avrebbe dovuto portare a due «santi» da premiare: il docente Bernardo Maria Cesare Rocco per Marco Carini, quest' ultimo urologo presso l'università di Firenze al centro dell'inchiesta fiorentina. E per l'altro bando, l'altro docente Luca Carmignani voluto da Montorsi. Nell'indagine del pm Carlo Scalas, coordinata dal procuratore aggiunto Maurizio Romanelli, i carabinieri del Nas stanno ora valutando la posizione del rettore Franzini, che nei giorni scorsi ha ricevuto una visita dai militari nei suoi uffici di via Festa del Perdono. Nella ricostruzione dell'accusa, a Franzini vengono contestate condotte contro la pubblica amministrazione, accuse più lievi quindi delle ipotesi formulate dalla procura fiorentina agli altri docenti, indagati per corruzione. Al telefono, intercettato con un collega di Bologna, Carini affermava di essere stato chiamato dal rettore della Statale di Milano per chiedergli se l'Accademia urologica sarebbe stata disponibile ad accettare la nomina di un professore ordinario al San Paolo. «Il rettore di Milano mi chiama - dice Carini intercettato - e mi chiede se c'è la volontà.. la disponibilità dell'accademia di urologia di un posto al San Paolo di un professore ordinario.. in quanto c'è un progetto regionale che prevede un centro europeo di chirurgia robotica.. per cui loro già hanno preso un associato di chirurgia, prenderanno un ginecologo e volevano anche un urologo». Bocche cucite in procura a Milano, dove lo stralcio delle indagini fiorentine era arrivato a luglio di quest' anno. La procura milanese è inoltre vicina alla chiusura indagini per l'altra inchiesta sui concorsi universitari, quella che aveva individuato concorsi truccati all'Ospedale Sacco, che vede indagato l'infettivologo Massimo Galli. 

Concorsi pilotati alla Statale, indagato anche il rettore Elio Franzini. Sandro De Riccardis, Luca De Vito su La Repubblica il 17 dicembre 2021. La procura di Milano ha ereditato uno stralcio dell'inchiesta di Firenze. Sotto indagine due bandi che riguardano posti da ordinario in Urologia per l'ospedale San Paolo e San Donato. Bandi pilotati per incarichi in università. Accordi per dividere i posti da professore ordinario tra i propri protetti. Per due concorsi per altrettanti incarichi agli ospedali San Paolo di Milano e San Donato Milanese risulta ora indagato anche il rettore della Statale Elio Franzini. L'accademico è stato iscritto in relazione a due bandi di concorso per ordinari di Urologia, emersi in un'inchiesta della procura di Firenze che aveva coinvolto 39 docenti universitari in tutta Italia, tra cui anche il rettore dell'università fiorentina Luigi Dei.

(ANSA il 16 novembre 2021) - Elementi che "consentono di ipotizzare" l'esistenza di irregolarità nello svolgimento di alcuni concorsi per l'assunzione di ricercatori e professori universitari all'Università per Stranieri di Perugia sono emersi da un'indagine del Nucleo di polizia economico-finanziaria della guardia di finanza di Perugia. Corruzione per atto contrario ai doveri d'ufficio, induzione indebita a dare o promettere utilità, abuso d'ufficio, rivelazione ed utilizzazione di segreti d'ufficio e turbata libertà degli incanti i reati ipotizzati. L'indagine - secondo quanto appreso dall'ANSA - non coinvolge l'attuale vertice della Stranieri.

(ANSA il 16 novembre 2021) - Sono scaturiti dall'indagine sul cosiddetto "esame farsa" per la conoscenza dell'italiano sostenuto da Luis Suarez gli accertamenti che hanno portato la guardia di finanza a ipotizzare irregolarità in alcuni concorsi all'Università per Stranieri di Perugia. Dall'analisi del materiale e dei documenti, anche informatici, acquisiti in quella occasione, in particolare dei telefoni cellulari, sono emersi elementi che hanno portato gli inquirenti a ipotizzare l'esistenza delle irregolarità. Nell'inchiesta figurano una ventina di indagati a vario titolo. Tre o quattro i concorsi sui quali si concentra l'attenzione degli investigatori.

(ANSA su il 17 novembre 2021.) Documenti informatici dei docenti indagati e documentazione relativa ai concorsi dell'Università per Stranieri di Perugia per i quali si sospettano irregolarità sono stati acquisti dal nucleo di polizia economico-finanziaria della guardia di finanza di Perugia impegnata nella nuova indagine che sta interessando l'Ateneo dopo il caso dell'esame Suarez. Materiale ora tutto al vaglio degli inquirenti. Gli accertamenti si concentrano sul contenuto dei file nelle mani delle fiamme gialle. L'ipotesi al centro dell'indagine è che ci possa essere stato un giro di scambio di favori tra i professori, alcuni dei quali di università diverse da quella per Stranieri di Perugia. Accordi - ritengono gli inquirenti - per favorire alcuni candidati nei concorsi (banditi negli anni scorsi e comunque riferiti alla passata gestione dell'Ateneo) per l'assunzione di ricercatori e professori universitari attraverso anche commissari "compiacenti" che a loro volta avrebbero ricevuto vantaggi legati all'inserimento nel mondo universitario di persone da loro indicate. Indagati - 23 tra docenti e vincitori della prove - che ora vengono sentiti dai magistrati della Procura guidata da Raffaele Cantone. Corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio, induzione indebita a dare o promettere utilità, abuso d'ufficio, rivelazione ed utilizzazione di segreti d'ufficio e turbata libertà degli incanti i reati ipotizzati a vario titolo. (ANSA).

Università per stranieri di Perugia, dopo Suarez 23 indagati per concorsi truccati. Ilaria Sacchettoni su Il Corriere della Sera il 16 novembre 2021. L’inchiesta sull’ esame farsa dell’attaccante Suarez, esplosa un anno fa a Perugia, porta ora a nuove iscrizioni sul registro degli indagati della Procura umbra. Si tratta di ventitré persone accusate di reati che vanno dalla corruzione all’abuso di ufficio e alla rivelazione del segreto d’ufficio. Secondo i magistrati diretti dal procuratore capo Raffaele Cantone si tratterebbe di una manipolazione che ha riguardato le prove d’esame per l’assunzione di assistenti e ricercatori durante alcuni concorsi universitari. Alcuni militari del nucleo di polizia economico finanziaria della Finanza stanno acquisendo documentazione su singoli concorsi presso l’Università per stranieri di Perugia e il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca per approfondire la questione. Le verifiche nascono appunto da perquisizioni e approfondimenti effettuati per il caso Suarez, quando si scoprì che la prova di italiano sostenuta dal calciatore era preconfezionata a tavolino da docenti e vertici dell’ateneo privato umbro. In seguito all’acquisizione di materiale informatico era emersa l’ipotesi di irregolarità nello svolgimento di alcuni concorsi. I cui esiti potrebbero essere stati interamente pilotati attraverso la scelta di commissari compiacenti e la predeterminazione dei bandi. Al momento si tratta solo di un’ipotesi investigativa sulla quale sono al lavoro gli esperti. Ma presto potrebbero esserci novità.

Concorso truccato all’università: alle riunioni c’era la vincitrice. La candidata partecipava con i commissari alla stesura del bando: «Ostinata e convinta che quel posto dovesse essere suo a ogni costo». Giuseppe Legato il 26 Ottobre 2021 su La Stampa. «In una riunione preparatoria tra i commissari volta alla discussione-definizione dei criteri per la scelta del candidato e in preparazione della riunione ufficiale della commissione concorsuale, a discutere, concordare i criteri vi era la candidata “che doveva vincere”. É lei che, in quella sede, precisava ai commissari quali fossero i suoi titoli e sulla base di questi, loro, decidevano evidentemente come operare».

Università, così il Parlamento ha azzoppato la riforma anti concorsi truccati. Stefano Semplici, docente di Etica sociale all’Università di Roma Tor Vergata, su Il Corriere della Sera il 16 Ottobre 2021. Il disegno di legge approvato dalla Camera e al vaglio del Senato reintroduce i candidati e i commissari interni che nella prima versione del testo erano stati esclusi per evitare conflitti di interesse. Un’altra occasione mancata di riformare davvero il sistema. Ogni volta che la magistratura punta i suoi potenti riflettori sui concorsi universitari gli effetti più immediati e dolorosi sono ovviamente quelli sulla vita e la reputazione delle persone coinvolte. Gli episodi, però, sono ormai troppo numerosi perché si possa continuare a rinviare una riflessione sulla necessità di cambiare radicalmente le regole. Perché sono le regole a orientare il comportamento degli esseri umani e regole sbagliate implicano il rischio che persone serie, responsabili e stimate – e ce ne sono tante anche fra i professori universitari – si trovino in situazioni che portano pericolosamente vicino al limite da non superare. Il disegno di legge sulle attività e il reclutamento dei ricercatori, approvato dalla Camera il 15 giugno e attualmente all’esame della Commissione Istruzione del Senato, si candida ad allungare l’elenco delle occasioni perdute. Ed è un esempio particolarmente interessante, perché il legislatore era partito concentrandosi sul punto più critico e intervenendo con grande decisione. Già alla Camera, però, era iniziata la «ritirata» rispetto al testo sul quale si era avviata la discussione. E sembra proprio che il Senato si appresti a completare l’opera. Tutti sanno che la «contiguità» accademica fra candidati e commissari, particolarmente forte quando si tratta del rapporto che si definisce «di scuola», magari consolidato in anni di collaborazione all’interno della stessa istituzione, è il generatore di un conflitto di interessi che, pur corrispondendo a una caratteristica naturale e per certi versi preziosa del lavoro universitario, può allungare un’ombra pesante sul presupposto di imparzialità dei commissari. Ed è davvero difficile sostenere che le misure finora introdotte siano state sufficienti a risolvere il problema. Il testo originario nel quale erano stati unificati numerosi disegni di legge, poi discusso e modificato dalla Camera, introduceva nel sistema attualmente vigente due novità che avrebbero svuotato in modo significativo il serbatoio dei sospetti e delle critiche più comuni: si rendeva impossibile la partecipazione ai concorsi dei candidati «interni» e si optava per il sorteggio integrale per la composizione delle commissioni, all’interno di una banca dati contenente i nominativi dei docenti in possesso di determinati requisiti e seguendo una raccomandazione che si trovava già nella sezione «Istituzioni universitarie» dell’aggiornamento 2017 al Piano Nazionale Anticorruzione . Il testo che è arrivato al Senato è già fortemente depotenziato per quanto riguarda il primo punto. Le università dovranno semplicemente destinare «almeno un terzo» delle risorse disponibili a posti riservati agli «esterni» (dunque senza alcun obbligo di superare questa percentuale). E c’è un emendamento che propone di scendere da «un terzo» a «un quinto». Gli emendamenti presentati da senatori dei più diversi partiti fanno immaginare un destino analogo anche per il sorteggio. Si va dalla possibilità, per l’università che bandisce il concorso, di nominare almeno uno dei tre (o due dei cinque) commissari a quella di effettuare il sorteggio su una rosa sempre indicata dall’ateneo interessato. Fermo restando che potrà essere «interno» il commissario, oltre al candidato (per i due terzi dei posti messi a concorso). E così tutto resterà più o meno come prima. I senatori, se dovessero approvare qualcuno di questi emendamenti, potrebbero motivare la loro decisione anche ricordando che questo era uno dei suggerimenti proposti dal Consiglio Universitario Nazionale nella sua adunanza del 28 luglio, a tutela «dell’autonomia che regola il sistema universitario» e per evitare «grandi discrepanze fra le commissioni, per la casuale presenza o assenza di docenti appartenenti alla sede che bandisce la posizione». Una domanda e un dubbio fastidioso sorgono in me spontanei: perché dalla presenza o dall’assenza di docenti «interni» dovrebbero risultare grandi discrepanze nel lavoro delle commissioni? E queste discrepanze potrebbero incidere sul principio di imparzialità? Sarebbe molto più semplice prevedere che non possano esserci commissari interni. In nessun concorso. Oppure riconoscere che il principio di autonomia implica probabilmente una logica e modalità specifiche anche per il reclutamento e aprire un confronto trasparente e onesto fra posizioni diverse ma tutte degne di rispetto. Questa, però, sarebbe un’altra storia.

Massimo Galli, l’accusa della Procura: «Stratagemma dei punteggi per far vincere i propri allievi». Pressioni sui concorrenti. I pm: emergerebbe un sistematico condizionamento.  Luigi Ferrarella su Il Corriere della Sera il 6 ottobre 2021. Come si fa a far vincere un concorso universitario al proprio beniamino se l’altro candidato ha il doppio dei suoi titoli scientifici come indice di impatto sulle più prestigiose riviste mediche internazionali? A questo problema il professore Massimo Galli, se si confermerà esatta la lettura che la Procura di Milano in base a intercettazioni fa degli atti del concorso vinto da Agostino Riva, nel febbraio 2020 avrebbe risposto con uno stratagemma, peraltro in parte condiviso proprio con il suo candidato: far sì che la commissione giudicatrice, fra i criteri per attribuire il punteggio, privilegiasse le pubblicazioni nelle quali, a prescindere dalla maggiore autorevolezza e prestigio delle riviste scientifiche internazionali, il candidato (Massimo Puoti, direttore di struttura complessa di malattie infettive dell’ospedale Niguarda di Milano) figurasse come primo o ultimo autore, e non nel mezzo del gruppo di autori. Criterio ritagliato su misura del candidato di Galli, perché Riva in molte pubblicazioni era autore come ultimo nome (benché su riviste normali e molto meno prestigiose scientificamente di quelle sulle quali il concorrente XX aveva pubblicato ricerche figurando però nel gruppo degli autori. Non per niente proprio il rivale del pupillo predestinato da Galli capisce subito, visti i criteri fissati per la valutazione, che sta per essere fatto fuori con quello stratagemma. E lo capisce talmente bene da precipitarsi a telefonare a Galli per ritirarsi dal concorso che sta così a cuore a Galli per il suo allievo, e nel contempo però riscuotere in cambio dal primario del Sacco una apertura di credito futura per un altro concorso a Napoli che a quel punto gli interessa di più e sul quale Galli gli assicura che si spenderà. Sempre le intercettazioni (disposte all’inizio per una ipotesi di associazione a delinquere che poi ha perso quota) persuadono gli inquirenti Galli non solo all’inizio non si sia astenuto dal conflitto di interessi di giudicare in un concorso un candidato con il quale aveva stretti rapporti professionali e fiduciari (essendo stato Galli coautore in oltre metà delle pubblicazioni di Riva), ma abbia di fatto trasformato il concorso in un giudizio monocratico, del tutto esautorando (ma con loro piena accettazione e mera ratifica dell’esito) gli altri due commissari provenienti dalle Università di Roma La Sapienza e di Palermo (Claudio Maria Mastroianni e Claudia Colomba). Uno spaccato per il quale la stessa segretaria di Galli si diceva sconcertata, insofferente nelle intercettazioni con amiche per il modo con il quale Galli le sembrava non badare a un minimo di forme: ad esempio comunicando agli altri due commissari, presente il proprio pupillo, la certezza di quale sarebbe stato l’altro candidato (notizia in teoria non notagli) e anche la probabilità che comunque infine si ritirasse, togliendo a tutti le castagne dal fuoco. Persino l’atto conclusivo della prova didattica di Riva, già rimasto unico candidato, sarebbe stata viziata dal fatto che Galli, in sintonia con il prescelto che poi in teoria avrebbe dovuto valutare, avrebbe deciso da solo (e poi comunicato agli altri due commissari raccomandando loro di dare in fretta il loro ok formale) i tre possibili argomenti appunto della prova. Nelle casistiche dell’inchiesta dei pm Luigi Furno e carlo Scalas, questa è una delle storie che agli inquirenti appare «un sistematico condizionamento dei concorsi per assegnare il titolo di professore nella Facoltà di Medicina dell’Università degli Studi di Milano», perseguito con manovre per nominare nella commissione esaminatrice docenti che fossero poi ligi o quantomeno non ostili agli accordi pregressi sul prescelto da far vincere; con criteri di valutazione ritagliati proprio sul ritratto del favorito e quindi calcoli di punteggi che penalizzassero i concorrenti più titolati e invece sovrastimassero i lavori presentati dal predestinato di turno (talvolta con la sua diretta condivisione); e infine con lo scoraggiamento dei candidati più pericolosi perché più meritevoli, o facendo velatamente capire che la loro presenza turbava il preventivato andamento della concorso, o lasciando vagheggiare implicite promesse di futuri aiuti su altri tavoli nel caso in cui gli altri contendenti capissero da soli l’antifona e revocassero la domanda.

Luigi Ferrarella per corriere.it il 5 ottobre 2021. Lo scienziato Massimo Galli, uno dei più ascoltati infettivologi e presenza ormai familiare a milioni di italiani per quanti giornali e tv lo consultano di frequente da quando è iniziata la pandemia Covid, è fra i numerosi professori che - da quanto si riesce a comprendere da una trentina di perquisizioni che martedì mattina hanno svolto i carabinieri del Nas - sono indagati per turbativa d’asta e falso ideologico dalla Procura di Milano in una inchiesta su concorsi universitari di Medicina ritenuti truccati all’Università degli Studi di Milano nel 2020, con coinvolgimento di alcuni docenti di altri atenei nelle commissioni giudicatrici.

Penalizzare il più titolato

L’ipotesi di reato mossa al primario dell’ospedale Sacco, chedal 1° novembre andrà in pensione come professore ordinario di malattie infettive all’Università degli Studi di Milano, è che, nella veste di presidente della commissione giudicatrice della selezione bandita nel giugno 2019 per un posto di professore di ruolo di seconda fascia all’Università Statale in malattie cutanee, infettive e dell’apparato digerente nel Dipartimento di scienze biomediche e cliniche dell’ospedale Sacco, avrebbe condizionato l’intera procedura allo scopo di penalizzare un candidato (Massimo Puoti, direttore di struttura complessa di malattie infettive dell’ospedale Niguarda di Milano) attraverso criteri di valutazione dei punteggi che nel febbraio 2020 favorissero invece il candidato poi risultato vincente, Agostino Riva, legato a Galli da stima professionale e fiducia personale. Per questa procedura insieme a Galli sono indagati anche lo stesso Riva, la segretaria di Galli (Bianca Maria Teresa Ghidini, in ipotesi per aver raccomandato a Riva di non farsi vedere in sede ma di discutere i nodi cruciali solo per telefono), e due componenti della commissione giudicatrice, il professore dell’Università La Sapienza di Roma, Claudio Maria Mastroianni, e la professoressa associata dell’Università di Palermo, Claudia Colomba: ad essi viene addebitato di aver consentito a Galli di operare senza mai coinvolgerli, e di essersi alla fine limitati soltanto a recepire in via supina le valutazioni che Galli e il suo candidato avevano in concreto predisposto. Conseguente, dunque, nell’ipotesi di accusa dei pm Luigi Furno e Carlo Scalas è l’annessa ipotesi di reato di falso ideologico, perché il prospetto con i punteggi attribuiti ai candidati sarebbe stato il risultato non del lavoro collegiale della commissione durante la riunione ufficiale svoltasi in modalità telematica il 14 febbraio 2020, ma di quanto concordato in precedenza, e il relativo documento sarebbe stato predisposto solo in un secondo momento da Galli e Riva. 

Gli attriti con la professoressa Gismondo

Allo scienziato viene contestato un secondo episodio, stavolta nel giugno 2020 nella procedura di selezione per assumere a tempo determinato per otto mesi quattro dirigenti biologi da assegnare all’Unità malattia infettive del Sacco: qui l’accusa è che il direttore generale dell’Azienda sociosanitaria territoriale Fatebenefratelli-Sacco, Alessandro Visconti, avrebbe concordato con Galli di far sì che il professore predisponesse un avviso pubblico ritagliato sulle caratteristiche di due candidate che intendeva a favorire (di cui una poi vincente); e che sempre Galli decidesse la composizione della commissione presieduta da una professoressa del Sacco, Manuela Nebuloni, in modo da poter contare su membri che sarebbero stati favorevoli alle proprie indicazioni. In questo caso, però, il risultato non si sarebbe perfezionato per l’opposizione di un’altra scienziata, Maria Rita Gismondo, che aveva minacciato di rivolgersi all’autorità giudiziaria. 

Il profilo ritagliato su misura

Da quanto sinora si riesce a comprendere, Galli è indagato anche per una terza ipotesi di reato sempre di turbativa d’asta, ma in relazione a un concorso per un posto di professore di ruolo di prima fascia sempre alla Statale di Milano) in Igiene generale e applicata, scienze infermieristiche e statistica) bandito nell’aprile 2020 e vinto da Gianguglielmo Zehender: qui ciò che viene addebitato in ipotesi d’accusa a Galli, a Zehender, e al professore ordinario della Statale, Francesco Auxilio, che era nella commissione giudicatrice, è di avere ritagliato il profilo del concorso sul ritratto di Zehender intorno al settembre 2020. 

La relazione riassuntiva di Torino

Altri professori, e cioè Giovanni Di Perri dell’Università di Torino, Claudio Maria Mastroianni della Sapienza di Roma, e Massimo Andreoni dell’Università Roma Tor Vergata, componente come Mastroianni della commissione giudicatrice di un concorso per professore di seconda fascia all’Università di Torino bandito nel luglio 2020, sono infine indagati insieme a Galli per l’ipotesi di falso nella relazione riassuntiva della riunione tenutasi in remoto il 21 settembre 2020: qui il punto è che la relazione attestava che durante la riunione i commissari avessero elaborato tutti insieme i criteri con cui valutare i candidati, mentre invece per il pool del procuratore aggiunto Maurizio Romanelli quella relazione sarebbe stata predisposta unicamente dal professor Di Perri, e Galli non avrebbe partecipato alla riunione.

L'infettivologo Massimo Galli, tra i professori più impegnati nella lotta contro il Covid, è indagato dalla procura di Milano. Andrea Crisanti lo difende. Il Dubbio il 6 ottobre 2021. C’è anche l’infettivologo dell’ospedale Sacco di Milano, Massimo Galli, tra i docenti indagati nell’inchiesta della procura di Milano su presunte iscrizioni e nomine irregolari per un episodio di turbativa e falso ideologico. Massimo Galli, in qualità di professore all’Università degli Studi di Milano, “dipartimento di scienze biomediche e cliniche” al Sacco, e di direttore del reparto di malattie infettive, avrebbe “turbato” con “promesse e collusioni”, in concorso col dg della Asst Fatebenefratelli-Sacco Alessandro Visconti e la collega Manuela Nebuloni, la procedura per assumere a tempo determinato “4 dirigenti biologi” per favorire in particolare “due candidate”. Assunzioni che sarebbero state, invece, “fortemente” osteggiate da Maria Rita Gismondo, anche lei nota virologa del Sacco. È uno degli episodi contestati, come si legge nel decreto dei pm.

Le altre accuse a Massimo Galli

Massimo Galli è indagato anche per un’altra ipotesi di turbativa, oltre a quella relativa alle assunzioni di 4 dirigenti biologi, e in particolare per quella riguardante un posto da professore di ruolo all’Università Statale. Avrebbe truccato il “concorso” per favorire un candidato risultato vincente e avrebbe commesso un falso come componente della “commissione giudicatrice” sul verbale di “valutazione dei candidati” il 14 febbraio 2020. Avrebbe attestato che il «prospetto contenente i punteggi attribuiti fosse il risultato del lavoro collegiale», mentre fu “concordato” solo dopo.

Chi sono gli altri indagati

Oltre a Massimo Galli, anche un noto virologo in prima linea durante l’emergenza Covid è indagato dalla Procura di Milano per la vicenda dei presunti concorsi pilotati di docenti e di personale sanitario e irregolarità nelle iscrizioni alle facoltà di medicina. E’ Massimo Andreoni, ordinario alla Sapienza di Roma, direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e primario al policlinico Tor Vergata. Andreoni, risponde di falso in concorso con Galli e altri colleghi, come componente della commissione giudicatrice del concorso bandito nel luglio 2020 per un professore di seconda fascia all’università di Torino. «Hanno inquinato sistematicamente la regolarità delle procedure di selezione» ai concorsi «sostituendo logiche clientelari al metodo meritocratico e al principio di imparzialità». E’ scritto nel provvedimento con cui la procura di Milano ha disposto perquisizioni e acquisizioni di documenti, anche informatici, nell’ambito dell’inchiesta su presunti concorsi universitari pilotati nella quale, tra i 24 docenti universitari di tutta Italia indagati, ci sono i nomi degli infettivologi in prima linea durante l’emergenza Covid Massimo Galli e Massimo Andreoni.

«Fiducia nei nostri ricercatori»

«Nel confermare la nostra piena collaborazione alle indagini in corso, esprimo piena fiducia nel lavoro di tutti i nostri ricercatori». Così il rettore dell’Università Statale di Milano, Elio Franzini, in merito all’inchiesta della procura di Milano su presunte iscrizioni e nomine irregolari per un episodio di turbativa e falso ideologico. «Posso dire a nome dell’intera comunità della Statale – continua – che stiamo seguendo con un senso di sconcerto e sgomento profondi quanto sta accadendo. Si tratta di ipotesi per ora, ma di una gravità senza precedenti per la Statale».

Crisanti difende Galli

«Non posso commentare le indagini e la vicenda, perché non conosco il concorso e le persone coinvolte, ma ho una grande stima professionale di Massimo Galli. E’ una persona di grande integrità, come ho potuto constatare di persona, e la mia opinione su di lui non cambia», ha detto Andrea Crisanti, direttore del Dipartimento di medicina molecolare dell’università di Padova. «Spesso gli elementi d’accusa emersi in fase di indagini preliminari – conclude Crisanti – vengono poi smentiti in fase dibattimentale. Posso solo dire che la mia stima per Galli rimane intatta».

Galli indagato per concorsi truccati va in tv: «Sono tranquillo, non ho fatto niente di particolare».  Corriere Tv su Il Corriere della Sera il 6 ottobre 2021. Galli indagato per concorsi truccati va in tv: «Sono tranquillo, non ho fatto niente di particolare» Il professore parla a Cartabianca dell’indagine che lo ha coinvolto. Traspare un po’ di amarezza – Ansa

Da video.corriere.it il 5 ottobre 2021. Massimo Galli è indagato dalla Procura di Milano per concorsi truccati. Insieme a 23 colleghi, avrebbe favorito alcuni candidati per l’assegnazione di posti di professore di ruolo all’Università degli Studi di Milano, penalizzandone altri. L’infettivologo replica a Cartabianca, su Rai3: «Sono tranquillo, da quel che leggo non ho niente di particolare di cui preoccuparmi. Sto comunque aspettando che definiscano meglio l’atto di accusa. Fatti gravissimi secondo il Rettore? Se conoscesse la sostanza dei problemi avrebbe una posizione più tranquilla», ha aggiunto.

Cartabianca, Massimo Galli: "Io indagato? Non credo di dover venire qua a discutere", imbarazzo in studio. Libero Quotidiano il 06 ottobre 2021. "Ne ho avuto notizia questa mattina con un avviso di garanzia quando sui giornali la notizia era già presente": Massimo Galli, infettivologo dell'ospedale Sacco e professore all'Università degli Studi di Milano, indagato per concorsi universitari truccati insieme ad altri docenti, ha commentato così l'inchiesta che lo vede coinvolto in collegamento con Bianca Berlinguer a Cartabianca su Rai 3.  "Pare che debba funzionare così", ha detto Galli in maniera stizzita, riferendosi alla notizia data prima sui giornali e solo in un secondo momento a lui. "Francamente sono tranquillo, da quello che leggo non ci vedo nulla di particolare. L'ho ricevuto questa mattina, ci ragionerò sopra. Questo è quello che posso dire ora", ha proseguito il professore. L'ipotesi dell'accusa è che il professore, con altri suoi colleghi, avrebbe favorito alcuni candidati per l’assegnazione di posti di professore di ruolo all’Università degli Studi di Milano, penalizzandone altri non graditi. "Quindi non ha compiuto quei reati che sono stati tirati in ballo?", ha chiesto la conduttrice. Ma Galli non si è sbilanciato più di tanto: "Non mi sembra ci sia nulla di consistente, però abbia pazienza. L'ho ricevuto stamattina, ho messo tutto in mano al mio avvocato. Faremo le nostre controdeduzioni quanto prima". Poi ha concluso: "Questo è quanto, non credo di dover venire qua a discutere, trattandosi anche di un argomento in mano alla magistratura in questo momento". Imbarazzo in studio.

Massimo Galli indagato, "minacciato da Maria Rita Gismondo": il clamoroso risvolto nell'inchiesta. Libero Quotidiano il 05 ottobre 2021. Massimo Galli si ritrova indagato insieme ad altre 32 persone per falso ideologico e turbativa d’asta: l’accusa è di aver pilotato alcuni bandi dell’università Statale di Milano per favorire alcuni ricercatori e docenti. Non solo, perché il Corriere della Sera parla di uno screzio pesante con la collega Maria Rita Gismondo, che si sarebbe opposta a una delle procedure portate avanti da Galli, minacciando anche di rivolgersi all’autorità giudiziaria. L’episodio risale al giugno del 2020, quando si doveva assumere a tempo determinato per otto mesi quattro dirigenti biologi da assegnare all’unità malattie infettive dell’ospedale Sacco. L’accusa riguarda un presunto accordo tra Galli e Alessandro Visconti (direttore generale dell’azienda sociosanitaria Fatebenefratelli-Sacco) per fare in modo che il professore disponesse un avviso pubblico su misura per le caratteristiche di due candidate che intendeva favorire (e una poi ha effettivamente vinto). Inoltre sempre Galli e Visconti avrebbero concordato la composizione della commissione presieduta da una professoressa del Sacco, Manuela Nebuloni, descritta come vicina al virologo e quindi più predisposta a seguirne le indicazioni: in questo caso però sarebbe stata Maria Rita Gismondo a mettersi di traverso. Ora toccherà alla Procura di Milano far luce sulla questione: nella mattinata di oggi, martedì 5 ottobre, sono avvenute una trentina di perquisizioni da parte dei carabinieri del Nas.

La “guerra” tra Galli e Gismondo per i bandi pilotati: “Minacciò di denunciarlo”. Giorgia Venturini su Fanpage.it il 5 ottobre 2021. C’è chi si è imposta e ha impedito un concorso pilotato nell’aprile del 2020. Secondo i carabinieri dei Nas, è stata la direttrice del Laboratorio di virologia dell’ospedale Sacco di Milano Maria Rita Gismondo a fermare il piano illecito del dottor Massimo Galli e del direttore generale dell’Asst Fatebenefratelli-Sacco Alessandro Visconti: questi, secondo l’accusa, si erano messi d’accordo per creare un bando pubblico sulle caratteristiche delle due candiate che intendevano favorire. C’è chi si è imposta e ha impedito un concorso pilotato nell’aprile del 2020. Secondo i carabinieri dei Nas, è stata la direttrice del Laboratorio di virologia dell’ospedale Sacco di Milano Maria Rita Gismondo a fermare il piano illecito del dottor Massimo Galli e del direttore generale dell’Asst Fatebenefratelli-Sacco Alessandro Visconti: questi, secondo l’accusa, si erano messi d’accordo per creare un bando pubblico sulle caratteristiche delle due candiate che intendevano favorire. C’è chi si è imposta e ha impedito un concorso pilotato nell’aprile del 2020. Secondo i carabinieri dei Nas, è stata la direttrice del Laboratorio di virologia dell’ospedale Sacco di Milano Maria Rita Gismondo a fermare il piano illecito del dottor Massimo Galli e del direttore generale dell’Asst Fatebenefratelli-Sacco Alessandro Visconti: questi, secondo l’accusa, si erano messi d’accordo per creare un bando pubblico sulle caratteristiche delle due candiate che intendevano favorire. Era tutto deciso e concordato. Le vincitrici del bando di assunzione a tempo indeterminato da assegnare al reparto di malattie infettive dell'area di medicina diagnostica e dei servizi dell'ospedale Fatebenefratelli doveva avere già un nome e cognome. A violare il principio di imparzialità secondo l'operazione "Laurus", condotta dai carabinieri del Nas di Milano, sono stati il direttore generale dell'Asst Fatebenefratelli-Sacco Alessandro Visconti e il direttore del reparto di malattie infettive Massimo Galli: stando a quanto si legge sulle carte dell'inchiesta i due si concordavano affinché il famoso medico predisponesse un avviso pubblico modellato sulle caratteristiche delle due candiate che intendevano favorire, nonché che lo stesso Galli decidesse anche la composizione della commissione giudicatrice in modo farvi entrare dei membri a lui favorevoli che avrebbero privilegiando le candidate a lui indicate. Un piano che secondo i carabinieri non è andato a buon fine perché fortemente osteggiato dalla dottoressa Maria Rita Gismondo (non è indagata) che aveva "minacciato" i due di rivolgersi all'autorità giudiziaria. A mettersi invece a disposizione di Gallie del suo "progetto illecito" – come lo definiscono gli inquirenti – c'era la presidente della commissione giudicante Manuela Nebuloni.

Il concorso pilotato nel pieno dell'emergenza Covid

Ed è tra i due medici diventati famosi per i loro commenti durante la pandemia che ci sarebbe stata una "guerra" sui concorsi pubblici truccati: nel dettaglio si tratterebbe di un concordo dell'aprile del 2020, nel pieno della pandemia Covid. Al centro del dibattito tra i due c'era l'assunzione di quattro dirigenti biologi da inserire per otto mesi nell'unità di malattie, ovvero una figura fondamentale nel pieno dell'emergenza Covid. Galli avrebbe voluto decidere – sempre quanto riportano le carte – sia i vincitori del concorso sia i membri della commissione. A fermare tutto sarebbe stata alla fine proprio Maria Rita Gismondo, che si dice estranea alla vicenda.

La replica di Massimo Galli

Interpellato sulla vicenda infettivologo Massimo Galli, primario del reparto di Malattie infettive all’Ospedale Sacco di Milano, si è dichiarato "tranquillo" durante un'intervista rilasciata a Cartabianca. E poi ha aggiunto: "Diventare un personaggio pubblico ha una serie di contro e pochi pro, per quanto mi riguarda. Ho avuto un avviso di garanzia che mi è stato consegnato quando la notizia era già su tutti i giornali. Sono tranquillo, da quello che leggo non vedo niente di particolare in ciò che mi viene contestato". Massimo Galli ha poi aggiunto di avere provveduto a tutelarsi mettendo tutto in mano al suo legale. "Faremo le nostre controdeduzioni, è un tema in mano alla magistratura".

Massimo Galli: che cosa si sa sui concorsi "truccati". Today.it il 6/10/2021 Fonte: La Repubblica. L'infettivologo è accusato di aver pilotato quattro bandi. Gli inquirenti: "Favorì l'assunzione di amici". Il terremoto della nuova Concorsopoli travolge la Statale di Milano e con lei docenti e ricercatori, presidenti e membri di commissioni d’esame. Tutti accusati a vario titolo di associazione a delinquere, turbativa, falso materiale e ideologico per aver pilotato almeno 13 bandi a favore di candidati loro protetti. Indagati 17 docenti della Statale e 7 di altre università: Bicocca (sempre a Milano), Pavia, Tor Vergata e Sapienza a Roma, Torino, Palermo. Con loro anche i ricercatori che sarebbero stati favoriti nei bandi. Tra i 33 indagati anche l’infettivologo del Sacco Massimo Galli, accusato di aver pilotato quattro bandi. L’indagine del procuratore aggiunto Maurizio Romanelli e dei pm Luigi Furno e Carlo Scalas avrebbe individuato un ''sistematico condizionamento delle procedure per l’assegnazione dei titoli di ricercatore e di professore ordinario e associato alla facoltà di Medicina e Chirurgia'' della Statale. Coinvolti nell’inchiesta, partita nel 2018 da un caso di corruzione di un dentista che chiede a un docente di favorire i figli nel corso di laurea di Igiene dentale, nomi di primo piano del mondo accademico. In Statale, Riccardo Ghidoni, Pierangela Ciuffreda, Gianguglielmo Zehender, Manuela Nebuloni, Paola Viani, Alessandro Ennio Giuseppe Prinetti, Sandro Sonnino, Agostino Riva, Antonio Schindler, Cristiano Rumio, Pietro Allevi, Antonella Delle Fave, Francesco Auxilia, Gagliano Nicoletta, Tiziana Borsello, Angela Maria Rizzo. E ancora: Claudia Colomba (università di Palermo), Giuseppe Riva (Cattolica di Roma), Guido Angelo Cavaletti (prorettore alla Ricerca alla Bicocca), Vittorio Luciano Bellotti (Pavia), Claudio Maria Mastroianni (Sapienza), Giovanni Di Perri (Torino), Massimo Andreoni (Tor Vergata).

I bandi per cui è indagato Galli

Quattro i bandi per i quali è indagato Galli. Uno riguarda il posto da associato a Malattie infettive al Sacco, vinto da uno dei ricercatori che lavorano con lui. In un secondo caso, ci sarebbe stato il tentativo di favorire due altre collaboratrici del professore (indagato anche il direttore della Asst Fatebenefratelli-Sacco, Alessandro Visconti). Galli, inoltre, avrebbe dovuto decidere anche la composizione della commissione, trovando l’opposizione di Maria Rita Gismondo, altra virologa del Sacco, che aveva minacciato denunce. In un terzo caso Galli avrebbe lavorato per allontanare altri potenziali candidati a favore di un suo prescelto. E infine il professore è indagato anche per la selezione da associato a Scienze mediche a Torino.

Se un candidato a un concorso ha il doppio di pubblicazioni scientifiche rispetto al proprio protetto, basta organizzare quello che la procura di Milano definisce ''un simulacro di competizione''. A leggere le carte dell’inchiesta sulla Concorsopoli alla Statale di Milano, il professor Galli lo avrebbe pianificato quattro volte. Quattro bandi, come quello in cui decide di eliminare la candidatura del primario del Niguarda Massimo Puoti, molto più titolato del suo fedele Agostino Riva, associato presso il dipartimento di Scienze biomediche e cliniche all’ospedale Sacco. Con Riva - hanno scoperto i pm Luigi Furno e Carlo Scalas - Galli aveva una ''lunga contiguità professionale''. Delle 121 pubblicazioni su riviste internazionali di Riva, ben 63 vedono come coautore Galli. E delle 16 allegate al verbale della commissione giudicatrice del concorso, di 9 risultava coautore anche lui. Un ''primo elemento di anomalia'', scrive la procura, ''e non un conflitto d’interessi che avrebbe dovuto imporre a Galli di astenersi dal ricoprire la qualifica di presidente della commissione valutatrice''.

La segretaria: ''Questo finisce in galera''

Come riporta Repubblica, Puoti ha un indice H-index (criterio per valutare quantità e impatto scientifico dei lavori di un candidato) doppio rispetto a Riva. Un problema che rischia di sbarrare la strada al protetto del professore infettivologo. Dalle indagini dei Nas emergono così numerosi incontri tra Galli (presidente di commissione giudicatrice) e Riva (candidato al concorso) in cui in due - insieme alla segretaria di Galli, anche lei indagata, Bianca Ghisi - cercano il modo per pompare il curriculum di Riva e ridurre quello di Puoti. Nasce così per i pm un «accordo preventivo» tra Galli e Riva. In cui si decide di accordare in anticipo un punteggio maggiore ai lavori nei quali i candidati figurano singolarmente, rispetto a quelli in cui compaiono in un gruppo di studiosi. Il 14 febbraio 2020 Galli convoca Riva, attraverso la segretaria, proprio per definire i punteggi. Uno stratagemma che, alla fine, funziona: Riva ottiene 69,01 punti, Puoti 66,04. Ma l’attivismo di Galli manda nel panico chi si occupa materialmente di preparare le pratiche. Come una segretaria amministrativa che esplicita il timore che il professore in questo modo rischia di finire nei guai. Di andare in galera.

Di fronte alla falsa valutazione del suo curriculum, Puoti recepisce il messaggio: quel concorso non è per lui. Secondo quanto ricostruito dalla procura, il docente non protesta, non fa ricorso - potendolo vincere facilmente - al Tar, ma decide di revocare la candidatura. E lo fa parlandone direttamente con Galli. In maniera cordiale, con la promessa da parte dell’infettivologo del Sacco che sarà appoggiato in una futura selezione. E ieri, dopo la notizia dell’indagine, Puoti ha rinnovato la propria solidarietà a Galli: ''Io non ho presentato denuncia e non so come sia partita la cosa - ha precisato - . Non voglio fare commenti sulle indagini in corso ma voglio esprimere la mia massima stima a Massimo Galli, come professionista, medico e docente''.

Concorsi truccati, il medico intercettato: "Io escluso dal bando, Galli mi ha fregato". Maria Rita Gismondo allarga le accuse verso il collega infettivologo. La Repubblica il 7 ottobre 2021. Prima Massimo Puoti, il direttore del reparto Malattie infettive del Niguarda, che sarebbe stato penalizzato in uno dei bandi al centro dell'inchiesta e che, dopo un tentativo di minimizzare i fatti, non ha potuto che confermare che il bando era preconfezionato a favore del suo concorrente. Dopo, la virologa Maria Rita Gismondo, direttrice di Microbiologia clinica al Sacco, che ha ribadito di essersi opposta alla composizione della commissione per un altro bando con persone fedeli a Galli, ma che ha anche allargato il recinto delle accuse.

Galli intercettato mentre parla dei punteggi. "Adesso mettiamo questo requisito nel bando". Cristina Bassi il 7 Ottobre 2021 su Il Giornale. Così l'infettivologo si accordava con il candidato. I pm sentono la Gismondo. Sarà ascoltato in Procura a Milano la prossima settimana il professor Massimo Galli, coinvolto nell'inchiesta su presunti concorsi pilotati per assunzioni nel mondo universitario tra il 2019 e il 2020 insieme ad altre 32 persone. I pm Luigi Furno e Carlo Scalas hanno sul tavolo tra l'altro le telefonate intercettate in cui il celebre virologo parla con altri indagati dei punteggi da attribuire ai candidati «predestinati» al successo e di come scrivere i bandi in modo da agevolarli. Galli è indagato per falso ideologico e turbativa d'asta. Nelle perquisizioni svolte martedì i carabinieri del Nas hanno sequestrato le mail di tutti gli indagati e la documentazione relativa ai 13 concorsi al centro dell'indagine. Sono state effettuate inoltre le copie forensi dei pc e dei telefoni cellulari degli indagati. Ieri è stato ascoltato intanto il professor Massimo Puoti, direttore di Malattie infettive all'ospedale Niguarda, che secondo gli inquirenti sarebbe stato danneggiato da Galli, presidente della commissione che doveva giudicarlo, allo scopo di favorire un altro candidato che poi in effetti ha vinto. «Ho risposto alle domande - ha detto alla fine Puoti -. Quello che posso dire è che rinnovo la mia stima a Galli e che non sono stato io a denunciare». Sempre ieri è arrivata in Procura, sentita come persona informata sui fatti, la direttrice di Microbiologia clinica, virologia e diagnostica bioemergenze del Sacco Maria Rita Gismondo. Secondo gli inquirenti, la procedura per truccare i concorsi e favorire determinati candidati, messa in atto da Galli in concorso con altri colleghi, sarebbe stata «fortemente osteggiata» proprio da Gismondo «che aveva prospettato di rivolgersi all'autorità giudiziaria». Nel febbraio del 2020 nelle telefonate tra Galli e Agostino Riva, candidato che ha vinto il concorso e anche lui indagato, si discute di un posto da professore di ruolo alla Statale. Dalle intercettazioni emergerebbe che lo stesso Riva avrebbe indicato al virologo del Sacco i «punteggi» che dovevano essergli attribuiti dalla commissione. Riva si sarebbe in pratica auto valutato. Inoltre avrebbe detto al professore, su indicazione di quest'ultimo, quali «sub criteri» dovevano entrare nel bando per il ruolo di docente di seconda fascia in Malattie cutanee, infettive e dell'apparato digerente. In questo modo si poteva superare l'ostacolo delle «mediane», cioè il numero di citazioni in articoli scientifici che erano più numerose per il concorrente, Puoti appunto. Galli martedì ha brevemente commentato la notizia dell'inchiesta alla trasmissione Cartabianca: «Ne ho avuto notizia questa mattina con un avviso di garanzia che mi è stato consegnato quando già su tutti i giornali la notizia era presente. Pare debba funzionare così Sono tranquillo, da quello che leggo non ci vedo nulla di particolare nelle contestazioni. Ci ragionerò sopra. Francamente non mi sembra che ci sia consistenza. Ho messo tutto in mano al mio avvocato, faremo le nostre controdeduzioni quanto prima». Ancora: «Diventare un personaggio pubblico ha un serie di contro e pochi pro, per quanto mi riguarda». Cristina Bassi

Stefano Zurlo per “il Giornale” il 6 ottobre 2021. Non hanno neppure aspettato che andasse in pensione. Fra una manciata di giorni. La faccia vagamente cimiteriale di Massimo Galli è diventata familiare agli italiani, naturale che ora, nel contrappasso tricolore, gli faccia compagnia un'inchiesta e un grappolo di accuse. In Italia è difficile sfuggire a questa regola: diventi un personaggio, oltretutto quando gli altri tirano i remi in barca sull'orizzonte corto dei settant' anni, e milioni di connazionali si identificano nei tuoi sospiri e nei tuoi tic. Fin troppo facile quindi che la stella precipiti o che qualcuno provi a oscurarla. È successo anche a questo austero professore, primario al Sacco di Milano, sbucato dalle retrovie di alambicchi e corsie di ospedale nel febbraio 2020, quando l'Italia ha resettato il suo modo di essere e ha scoperto, con la pandemia, quella specializzazione fino ad allora sconosciuta. I virologi, o meglio, gli esperti del Covid, i Bassetti, i Crisanti, appunto i Galli, e gli Zangrillo, che in realtà era l'unico ad essere già noto. Galli è entrato nel salotto delle nostre case e non ne è più uscito, a colpi di previsioni e profezie. Lui era ed è un chiusurista, uno allergico alle riaperture facili, con un background naturalmente di sinistra, anzi Sessantottino, comodo per le semplificazioni della nostra politica. Destra o sinistra: lui militava sul versante progressista di quel partito. La realtà, va da sé, è più complessa del fumetto cui sono stati ridotti gli scienziati che al camice bianco hanno affiancato lo schermo, ma non si può sfuggire al rito dell'etichettatura e lui l'ha fatto con una certa disinvoltura, sbandierando solo, come col Corriere, il curriculum: 60 pubblicazioni dal 2000. Un numero imponente, anche se inferiore a quello delle ore consumate in tv, saltando da un programma all'altro con l'abilità di un trapezista, qualche volta eliminandosi da solo, dopo aver schiacciato per sbaglio il tasto del collegamento Skype, offrendo agli spettatori oltre alle sue parole, impregnate di un sottile pessimismo ma mai apocalittiche, le sagome di allegri stegosauri allineati su una mensola dello studio. Ha ammesso di aver sbagliato all'inizio, quando era convinto che il cielo fosse meno scuro: «Ma avevo in mente i parametri della Sars». Poi, un anno fa o poco più, ha ingaggiato un robusto duello con Zangrillo che, abbagliato, aveva predicato la scomparsa del nefasto virus, sollevando nel Paese speranze poi naufragate. Facile identificarli come le figurine del calcio che collezionavamo da ragazzini: il buono, il cattivo, il berlusconiano, quello che portava l'eskimo. Una galleria delle maschere della commedia dell'arte, con ruoli che alla fine stanno stretti a tutti. Ma il piccolo mondo dei virologi, improvvisamente troppo grande, è esploso come il dentifricio davanti a noi con le sue vanità, pettegolezzi e storie di letto, come in ogni ambiente, passioni sportive, come quella per l'Inter di Galli. Aveva ragione lui nel temere la seconda ondata e si può dire che spesso l'ha azzeccata. Il 1° novembre dovrebbe entrare nel regno degli ex. Ma è difficile immaginarlo giù dal palco, anche se la situazione come speriamo dovesse normalizzarsi. Ora che è diventato anche lui una notizia di cronaca giudiziaria ha trovato qualcosa da fare, ma i suoi programmi sono ben più ambiziosi: vorrebbe scrivere un romanzo e soprattutto dedicarsi al grande libro dei morti che, come lui stesso spiega, a Milano sono censiti dal 1452. Cinquecento e passa anni, dai tempi di Leonardo e pure prima, di epidemie, sciagure, malattie e lacrime da compulsare e digitalizzare. Una specie di sterminata Spoon River di rito ambrosiano. Insomma. Andrà avanti come prima, fra ammonizioni, raccomandazioni e quei sorrisi che il telespettatore medio, anche quello Sì Vax, accoglie toccando quel che può.

Massimo Galli indagato, la segretaria intercettata: "Se va avanti così, finisce in galera". Libero Quotidiano il 06 ottobre 2021. Massimo Galli indagato. Sono bastate alcune intercettazioni a portare la Procura di Milano ad accusare l'infettivologo dell'ospedale Sacco di associazione, turbativa e falso. Al centro i presunti concorsi truccati su cui il 29 gennaio 2020 i giudici si sono espressi rilevando "un condizionamento". "Quel giorno - riporta Il Fatto Quotidiano -  un dirigente dell'ospedale arriverà a dire: se va avanti così rischia di finire in galera". Sempre il 29 gennaio un'impiegata del nosocomio, in un'intercettazione agli atti, discute con la ricercatrice Claudia Moscheni di un bando per professore associato, dove Galli è presidente della commissione giudicatrice. Il candidato da favorire sarebbe Agostino Riva. Chiamati i commissari, Galli spiegherebbe come fosse probabile che il secondo pretendente, Massimo Puoti, primario al Niguarda, non si sarebbe presentato. Nell'ottobre 2019, Galli al telefono con Claudio Mastroianni, primario all'Umberto I di Roma, commissario indagato per la vicenda, spiegherebbe che delle due candidature una sparirà per evitare casini. Questo, secondo i pm, il passaggio decisivo. Il rischio - prosegue il quotidiano di Travaglio - sarebbe stato di dover sminuire forzatamente il curriculum di Puoti rispetto a quello di Riva. Altrettanto decisive le intercettazioni del 21 febbraio 2020, quando Galli viene avvertito della rinuncia di Puoti da un collega dell'Università di Brescia. A quel punto l'infettivologo avrebbe potuto tirare un sospiro di sollievo. E ancora, al telefono la segretaria di Galli Bianca Ghisi parla con Riva e gli passa il virologo, il quale in modo illecito secondo i pm, concorda con lui ciò che dovrà scrivere rispetto alle pubblicazioni. Dopo il confronto Galli leggerebbe al candidato cosa scriverà nel verbale sulle sue pubblicazioni. Il 14 febbraio è il giorno decisivo. Galli e la commissione devono fare i punteggi rispetto alle pubblicazioni. I punteggi non ci saranno nemmeno verso sera, quando alle 19 Galli al telefono con Mastroianni spiega che ancora li sta facendo, fino a che i due concordano di assegnare oltre tre punti in più a Riva rispetto a Puoti. Il primario del Niguarda dice che lo hanno fregato. Poi l'ultimo atto, quello del 18 marzo: Riva sostiene la prova orale con a fianco Galli e collegato coi commissari mentre in un'altra intercettazione l'infettivologo ammette di aver tirato fuori dal fondo della classifica Riva portandolo avanti. 

Concorsi truccati, Galli indagato. "Se Massimo continua finisce in galera". Affari Italiani Mercoledì, 6 ottobre 2021. Un dirigente del Sacco parla con un collega e lo mette in guardia. "Finirà indagato per associazione, turbativa e falso". Le intercettazioni telefoniche.  Il direttore malattie infettive dell'ospedale Sacco di Milano, il noto virologo Massimo Galli è indagato insieme ad altre 33 persone per concorsi truccati. I pm: "Verbali falsificati e accordo sui punteggi pattuiti". È il 29 gennaio 2020 - si legge sul Fatto Quotidiano - quando la Procura di Milano capisce “il livello di condizionamento dei concorsi pubblici”e il modo di agire del virologo Massimo Galli, tanto da far dire a un dirigente dell’ospedale Sacco: se va avanti così rischia di finire in galera. Nell’ottobre 2019, Galli al telefono con Claudio Mastroianni, primario all’Umberto I di Roma, commissario indagato per la vicenda, si augura di non avere rogne per l’assegnazione del posto. Dice che le domande sono due, ma che una salterà, perché sennò potrebbe venire fuori un casino. Aggiunge che il candidato Puoti sparirà per logica e non con delle pressioni. Secondo i pm il passaggio è decisivo, perché se il candidato non si fosse ritirato c’era il rischio di casini dati dal fatto di dover sminuire forzatamente il curriculum di Puoti rispetto a quello di Riva. Decisive le intercettazioni del 21 febbraio 2020 - prosegue il Fatto - tra Galli e un collega dell’Uni - versità di Brescia che lo avverte della rinuncia di Puoti. Galli, soddisfatto, spiega che così potrà risolvere il problema in amicizia senza doversi trovare a fare cose che non si addicono a nessuno di loro professori. Il dialogo, per i pm, chiarisce come fin da subito “vi era solo un simulacro di competizione”. Visto che Puoti ha un indice di valutazione (H-index) doppio rispetto a Riva. Il 3 febbraio 2020 il condizionamento si fa più forte. Puoti è ancora in corsa. Al telefono Bianca Ghisi, segretaria di Galli, parla con Riva e gli passa il virologo, il quale in modo illecito, secondo i pm, concorda con lui ciò che dovrà scrivere rispetto alle pubblicazioni. Galli è in riunione con i due commissari. Dopo il confronto in diretta con il candidato, il virologo rilegge a Riva persino la frase che scriverà nel verbale sulle sue pubblicazioni. “L’accordo preventivo” è, secondo i pm, dimostrato.

Sandro De Riccardis, Luca De Vito per repubblica.it il 7 ottobre 2021. Prima Massimo Puoti, il direttore del reparto Malattie infettive del Niguarda, che sarebbe stato penalizzato in uno dei bandi al centro dell'inchiesta e che, dopo un tentativo di minimizzare i fatti, non ha potuto che confermare che il bando era preconfezionato a favore del suo concorrente. Dopo, la virologa Maria Rita Gismondo, direttrice di Microbiologia clinica al Sacco, che ha ribadito di essersi opposta alla composizione della commissione per un altro bando con persone fedeli a Galli, ma che ha anche allargato il recinto delle accuse. Ieri in procura sono state così puntellate le ricostruzioni dei pm Luigi Furno e Carlo Scalas che, coordinati dall'aggiunto Maurizio Romanelli, indagano sulla "Concorsopoli" alla Statale di Milano, in cui sono indagati 24 professori, tra cui l'infettivologo Massimo Galli. Puoti ha di fatto confermato quanto emerso nell'indagine e dalle intercettazioni agli atti. Al telefono con la moglie il primario diceva: "Il concorso che avevo fatto a Milano, hanno valutato i titoli e m'hanno fregato". Estromesso dal bando per un posto da professore di seconda fascia presso il dipartimento di Scienze biomediche e cliniche al Sacco, escluso per far posto all'altro candidato, Agostino Riva, meno titolato di lui ma fedelissimo del professore Massimo Galli, il docente Massimo Puoti si sfogava con la moglie al telefono.

Concorsi truccati, il presidente dei rettori Morzenti Pellegrini: "Sbagliato parlare di un sistema ma serve la riforma del reclutamento"

"Sono riusciti a fregarmi sui titoli.. - le diceva - abbastanza penosi..". Nelle intercettazioni agli atti dell'inchiesta, Puoti parla della turbativa dei concorsi di medicina alla Statale. Quando si accorge di non poter vincere il concorso, si mostra comunque cordiale con Galli, gli comunica personalmente la decisione di lasciare campo libero a Riva. "Niente Massimo...un abbraccio, quella cosa lì l'ho sistemata, non so se hai visto". In cambio Puoti ottiene da Galli la promessa di essere appoggiato, nell'immediato futuro, nei prossimi bandi. Un accordo che appare esplicito. "Il mio appoggio ce l'avrai - assicura l'infettivologo - in tutte le sedi possibili eh". Con la moglie però Puoti manifesta tutta la sua amarezza. "Sono riusciti a fregarmi sui titoli nel senso che una pubblicazione sul Science è stata equiparata a una pubblicazione sulla rivista con uno di Impact Factor". Puoti ha un indice H-index (criterio per valutare quantità e impatto scientifico dei lavori di un autore) doppio rispetto a Riva, ma alla fine - secondo i nuovi parametri tarati da Galli sul suo protetto - Riva batte Puoti 69,01 a 66,04. Gismondo invece ha ribadito di essersi opposta - minacciando di fare denuncia in procura - alla nomina in commissione di fedelissimi di Galli che avrebbero poi privilegiato le candidate da lui indicate per l'assunzione a tempo determinato di quattro dirigenti biologi presso l'Asst Fatebenefratelli Sacco. Davanti ai magistrati Gismondo avrebbe però anche allargato le accuse, parlando dell'uso - a suo dire - non appropriato dei laboratori di infettivologia del Sacco che Galli avrebbe concesso in uso anche a privati. Accuse pesanti su cui ora la procura dovrà fare nuove indagini. 

Luigi Ferrarella per il "Corriere della Sera" il 7 ottobre 2021. «Dobbiamo ragionare, magari in due è meglio che one. Se no (i punteggi, ndr ) li metto io alla c..., sperando che non ci siano casini e menate». I punteggi del concorso universitario all'Università Statale di Milano? Il presidente della commissione giudicatrice, professor Massimo Galli, il 14 febbraio 2020 parrebbe averli fatti scegliere direttamente al candidato (Agostino Riva) che sponsorizzava nei confronti dell'unico altro concorrente (Massimo Puoti) titolare però di un indice di valutazione H-Index di 50 contro 25 di Riva. «Scendi dalla Bianca (la segretaria di Galli, ndr ) e cominciamo a lavorare sull'assegnazione...», diceva di pomeriggio Galli a Riva, quando in teoria, stando al verbale, la commissione aveva già terminato di mattina i propri lavori: «Adesso (i punteggi, ndr ) fatteli vedere dalla Bianca... che possono essere attribuiti a te e a lui per le varie questioni... Però non me lo far dire...», concludeva Galli, con inconsapevole profetico cenno alla rischiosità della cosa che i carabinieri dei Nas stanno intercettando. Simile alla rischiosità il 3 febbraio 2020 (mentre in teoria la commissione sta elaborando i criteri di valutazione) del fatto che il presidente di commissione (Galli, coautore di 63 delle 121 pubblicazioni internazionali nel curriculum di Riva, e di 9 sulle 16 allegate al concorso) chieda appunto a uno dei due candidati (Riva) come debba modellare la griglia di criteri. «Allora, senti, quanti lavori avevi presentato? Sedici? Ed erano tutti quanti a tuo primo e ultimo nome tranne uno, mi pare... E di argomento coprivano... Va beh, allora senti la frase che avevo scritto...», e gliela legge, di fatto ritagliando i criteri sui lavori del candidato, al quale chiede conferma: «C'è tutto, no? Va bene, questo potrebbe andare e risolvere la questione». La cui scivolosità Galli doveva aver presente già in partenza, quando, in risposta a uno degli altri due commissari che gli chiedeva quanti fossero gli aspiranti, si augurava che l'unico altro candidato revocasse (come in effetti poi accadrà) la propria domanda: «Spero non ci siano rogne, insomma... mi auguro che una delle due domande vada a spari'... se no viene fuori un bel casino, voglio dire... Ma sparire per logica eh, non dico per pressione». La «logica» è quella che Puoti, primario di malattie infettive all'ospedale Niguarda, capisce benissimo quando il 2 marzo si sfoga con la moglie: «Sono riusciti a fregarmi sui titoli... nel senso che una pubblicazione su Science è stata equiparata a una rivista comune... non conta l'indice di impatto della rivista, contava solo la posizione del nome nel lavoro... Lui (Riva, ndr ) mette tutti lavori del cavolo dove sei primo nome, però tutti lavori del cavolo... Così mi possono fregare anche a Napoli» in un altro concorso. Il candidato Puoti ritira allora la domanda e chiama il presidente di commissione Galli: «Niente, Massimo, quella cosa lì l'ho sistemata, non so se hai visto». E Galli: «Ti ringrazio e... ne parleremo... Il mio appoggio ce l'avrai... in tutte le sedi possibili, eh». Tema che un docente di Brescia già aveva anticipato a Galli («Puoti non si presenterà al tuo concorso... comunque lui ecco... piuttosto ci sarebbe una certa cosa... parliamone fra noi un attimo... si tratterebbe di cercare di dargli una mano lì a Napoli...»), incontrando il sollievo di Galli: «Io sono molto, molto lieto di avere la possibilità di risolvere un problema in una situazione di amicizia, senza dovermi trovare a fare cose... a dire cose che non... che non corrispondono... insomma, che non mi si addicono e non si addicono a nessuno di noi...». Anche su queste conversazioni ieri i pm Luigi Furno e Carlo Scalas, prima della teste professoressa Maria Rita Gismondo in serata, nel pomeriggio per 4 ore hanno ascoltato come teste Puoti, che all'uscita ha di nuovo voluto ribadire la propria stima per Galli.

Massimo Galli, le intercettazioni con il candidato che "spingeva": gli diceva che voto dargli. Massimo Sanvito su Libero Quotidiano il 7 ottobre 2021. I telefoni sono bollenti, prima del concorso per il ruolo di professore di seconda fascia in malattie cutanee, infettive e dell'apparato digerente all'Università Statale di Milano. Da un capo della cornetta c'è Massimo Galli, primario del reparto di malattie infettive all'ospedale Sacco e professore ordinario presso il dipartimento di Scienze biomediche dell'ateneo meneghino, nonché sessantottino fiero e idolo della sinistra che tanto aspirerebbe a mettere le mani sulla sanità lombarda; dall'altro c'è Agostino Riva, protetto dell'infettivologo col vizio delle ospitate televisive, aspirante candidato alla cattedra della Statale (che otterrà nel febbraio del 2020). Le telefonate tra i due sono finite all'interno dell'inchiesta della Procura di Milano, che li vede entrambi indagati insieme ad altre 31 persone in merito a presunti concorsi pilotati nel mondo accademico. Alcune intercettazioni darebbero la cifra del sistema messo in piedi per aggiustare le nomine. Sarebbe Riva a indicare a Galli il punteggio che deve dargli la commissione giudicatrice, di cui il professore faceva parte.

SU MISURA. Non solo. Sarebbe sempre lui a decidere i "sub criteri" che vanno inseriti nel bando, ritagliati su misura. Un modo, secondo i pm Luigi Furno e Carlo Scalas, con cui si poteva bypassare l'ostacolo delle "mediane", ovvero il numero delle citazioni in articoli scientifici che erano più alte per il candidato concorrente, Massimo Puoti, direttore del reparto Malattie infettive dell'ospedale Niguarda di Milano, sentito ieri per ore dai magistrati come testimone. Ovviamente gli eventuali reati sono tutti da dimostrare, ma l'ipotese dell'accusa è chiara: è facile far vincere chi vuoi, se le regole del gioco le stabilisci tu. Martedì, appena scoppia la notizia dei concorsi truccati, Puoti non esita a esprimere pubblicamente la sua stima nei confronti di Massimo Galli «come professionista, medico e docente». Mentre finiscono nel registro degli indagati, oltre al professore star televisiva e a Riva, anche la segretaria dello stesso prof e altri due componenti della commissione giudicatrice: il professore dell'Università La Sapienza di Roma, Claudio Maria Mastroianni, e la professoressa dell'Università di Palermo, Claudia Colomba. Avrebbero attestato che il «prospetto contenente i punteggi attribuiti fosse il risultato del lavoro collegiale della commissione e che fosse stato predisposto nel corso della riunione telematica» del 14 febbraio 2020, ma stando all'indagine «in realtà, tale documento veniva concordato solo successivamente da Riva e Galli». Era il giugno del 2019 quando fu bandita la procedura per il posto da docente incriminato. In quanto presidente della commissione, Galli avrebbe condizionato l'intera gara per penalizzare Puoti e favorire Riva, falsificando anche il verbale della riunione della commissione visto che i punteggi sarebbero il risultato di quanto pattuito in separata sede. Per questo l'infettivologo è accusato pure di falso ideologico, oltre che di associazione a delinquere. Ma questo non è l'unico episodio sotto la lente d'ingrandimento degli inquirenti. 

ALTRI EPISODI. Aprile 2020, sul piatto c'è un posto di professore di ruolo in Igiene generale e applicata, scienze infermieristiche e statistica: lo vince Gianguglielmo Zehender. Ma ci sono ombre, si parla della predisposizione di «un medaglione che potesse favorirlo» e «allontanasse» gli altri aspiranti. Due mesi dopo spunta una procedura di selezione per l'assunzione per otto mesi di quattro biologi da assegnare all'Unità malattia infettive del Sacco. Ma salta: Maria Rita Gismondo, titolare del laboratorio di microbiologia e pure lei sentita ieri dai pm, minaccia di denunciare tutto. Galli è accusato anche di falso ideologico in relazione a un altro concorso del luglio 2020, per professore di seconda fascia all'Università di Torino. Settimana prossima toccherà a lui chiarire la propria posizione con i magistrati.

Vittorio Sgarbi, bomba su Massimo Galli indagato: "Perché la Rai continua a invitarlo", ora si capisce tutto. Libero Quotidiano il 07 ottobre 2021. Tra i casi della settimana, una menzione d'onore, per certo, se la guadagna quello di Massimo Galli, l'infettivologo dell'Ospedale Sacco di Milano che risulta indagato per una vicenda di presunti concorsi pilotati all'Università statale di Milano. Il diretto interessato ha subito respinto le accuse, difendendosi la sera stessa in cui è uscita la notizia dell'indagine direttamente dagli studi di CartaBianca, la trasmissione di Bianca Berlinguer in onda su Rai 3, dove ha addirittura affermato di essere diventato "un personaggio scomodo". Sarà... Oggi, giovedì 7 ottobre, sono usciti ulteriori dettagli sull'inchiesta. Delle intercettazioni in cui è proprio lui a parlare. E sembra avere un poco la coscienza sporca: "Spero che poi non succeda nessun casino", afferma parlando con il candidato del concorso. Ma, soprattutto, allo stesso candidato propone: "Scriviamo insieme i punteggi. Dobbiamo ragionare, magari in due è meglio che one. Sennò (i punteggi, ndr) li metto io alla ca***, sperando che non ci siano casini e menate". I punteggi in questione sono quelli del concorso universitario. Insomma, intercettazioni abbastanza compromettenti. E contro Massimo Galli, tra gli altri - rilanciando su Twitter il pezzo del Corriere della Sera che dà conto delle intercettazioni - si scaglia anche Vittorio Sgarbi, il celebre critico d'arte, che insiste sul passato da "sessantottino" del virologo, un passato di "militanza rossa" di cui lui stesso ha parlato in diverse occasioni. E Sgarbi attacca: "Il sessantottino Massimo Galli (sono sempre stato di sinistra) intercettato con il candidato del concorso: Scriviamo insieme i punteggi - premette Sgarbi -. La Rai continua a invitarlo. Si sai, ai sessantottini si perdona tutto...", conclude sornione Sgarbi. Insomma, un colpo a Galli e uno alla Rai.

L'infettivologo contro il circuito mediatico-giudiziario. Galli non si fa processare da Bianca Berlinguer: “Non devo discuterlo in tv, è un argomento in mano alla magistratura”. Angela Azzaro su Il Riformista il 7 Ottobre 2021. Forse sia aspettava una lettera di ringraziamento da parte del presidente della Repubblica o una telefonata del presidente del Consiglio. Comunque forse sperava in un gesto che lo ripagasse dell’impegno di divulgazione in tv fatto in questi mesi difficili di pandemia, morti, lockdown. Invece, come accade anche a diversi amministratori, non ultimo Mimmo Lucano, l’infettivologo Massimo Galli ha ricevuto un altro tipo di letterina: un avviso di garanzia da parte della procura di Milano, non prima di aver letto il suo nome sui giornali. Perché prima si informa la stampa e poi i diretti interessati, non sia mai che la gogna pubblica non sia anche una bella sorpresa. Di tutti gli esperti che hanno invaso la tv Galli è quello che, anche a detta dei suoi colleghi, è il più serio, quello che davvero ci capisce e non uno dei tanti improvvisati per amore di gloria e di riflettori. Ora è accusato insieme ad altre 33 persone di avere truccato le nomine all’Università. Un’accusa tutta da dimostrare. Non c’è neanche il rinvio a giudizio. Ma in questo Paese un avviso di garanzia vale come una condanna definitiva. Galli però, in piena sintonia con la Costituzione, non si è fatto spaventare e – come è suo diritto – è andato in tv a Cartabianca, dove ha gelato la presentatrice che forse si sentiva un po’ pubblico ministero. E così, parlando dell’inchiesta prima ha tirato una frecciata al circo mediatico-giudiziario. «Ne ho avuto notizia questa mattina con un avviso di garanzia che mi è stato consegnato quando già su tutti i giornali la notizia era presente. Pare debba funzionare così…». Poi ha continuato: «Sono tranquillo, da quello che leggo non ci vedo nulla di particolare nelle contestazioni. Ci ragionerò sopra. Francamente non mi sembra che ci sia consistenza. Ho messo tutto in mano al mio avvocato, faremo le nostre controdeduzioni quanto prima». E a Berlinguer che voleva interromperlo, ha risposto: «Non devo discuterlo in tv, è un argomento in mano alla magistratura». Roba da matti: un indagato che non accetta di farsi processare in televisione ma pretende che siano i giudici a farlo!

Ps: Indovinate chi ha protestato per la sua presenza in tv perché indagato? Il solito Codacons che, tra le altre cose, evidentemente non ricorda bene la Carta, quando all’articolo 27 recita: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva…”.

Angela Azzaro. Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica

Da iltempo.it l'8 ottobre 2021. Massimo Galli si dice amareggiato per l’indagine che lo vede protagonista. L’infettivologo dell’università Statale di Milano è ospite nella puntata di giovedì 7 ottobre de “L’aria che tira”, per commentare gli sviluppi dell’andamento della pandemia. Ma visto le recenti notizie sul suo coinvolgimento nell'inchiesta su presunti concorsi pilotati per le assunzioni nel mondo universitario, la conduttrice, Myrta Merlino non può fare a meno di sincerarsi dello stato d’animo del suo ospite. Il professor Galli è indagato per falso ideologico e turbativa d'asta assieme ad altri eminenti professori dell’Università di Milano per aver, secondo l’indagine, riservato i posti disponibili a persone che godevano della loro fiducia.   “Le chiedo solo questo insomma è preoccupato cosa è successo?”, domanda la conduttrice. Galli sembrava attendere il quesito: “In questo momento non ho nessuna intenzione di sembrare neanche vagamente reticente ma non mi sembra né opportuno né corretto che io entri in merito”. Poi prosegue il suo discorso sottolineando l’amarezza provata nello scoprire della vicenda attraverso i media: “Posso soltanto dire che come sempre o come molto spesso accade in questo paese leggi gli eventuali capi d'accusa prima sui giornali e poi e ne hai finalmente contezza”. All’infettivologo sarebbe stato intercettato anche il telefono: “Scopro di essere intercettato da chissà quanto tempo. Va bene, si vede che è giusto così. Insomma, per quanto riguarda, per il merito delle accuse ci sarà tempo, modo e luogo per parlarne. Non voglio passare per vittima perché anche questo lo troverei come dire disdicevole. Preferisco cercare di tenere la schiena dritta per quanto uno possa essere amareggiato questa cosa credo che sia fondamentale”. La Merlino insiste: “Quindi apprende le cose dai giornali sono le stesse che leggo io”. “Ma sì poi con la questione dei trucchi veramente… Adesso verranno fuori le cose che dovranno venire fuori a tempo e modo”, ribadisce Galli. La conduttrice si arrende: “Va bene, la vedo amareggiato però andiamo avanti”. 

NON STUPITEVI: LE ACCUSE A GALLI SONO LA NORMALITÀ DEL MONDO ACCADEMICO. DAGONOTA il 6 ottobre 2021. Che l’infettivologo Galli, a “Cartabianca”, su Rai3 affermi di essere “tranquillo” per il concorso universitario definito “truccato” ha perfettamente ragione, perché così son fatti tutti i concorsi universitari. Che secondo il rettore della Statale, Elio Franzini, siano “fatti gravissimi”, invece, fa sorridere, visto che lui aveva dichiarato che “i baroni non esistono, sono una invenzione dei giornali” (il 6 aprile 2011 su: www.studentistatale.it, http://www.studentimilano.it/forum/viewtopic.php?f=83&t=119773 ).  Franzini, dopo l’esser stato braccio destro dell’ex rettore Decleva, la cui moglie fu condannata per un concorso, ha presieduto concorsi a cattedra alcuni finiti a carte bollate o stracci e altri sui giornali. Su “il Giornale”, ad esempio, che nel 2008 scrisse sui concorsi in Estetica di quell’anno, alcuni presieduti da Franzini in atenei citati nell’articolo e finiti al di sotto di ogni sospetto (“Ministro fermi i concorsi (di Estetica ndr) so già chi vince”). E anche dopo esser stato vicepresidente di una società filosofica che si ritrovava, come trapela da una dichiarazione dell’ex presidente Luigi Russo, per decidere i concorsi (affermazione disponibile in video sul sito della Università di Torino, anno 2011 (…): Ripetiamolo, ancora una volta per i genitori che iscrivono i figli nelle università italiane, specie quelle non scientifiche. I concorsi universitari si svolgono solo perché la Costituzione prevede che gli accessi alla Pubblica amministrazione avvengano tramite concorsi che, stabiliti i parametri premino i candidati in possesso di maggiori requisiti. Ma i concorsi universitari avvengono al contrario, sono un “raggiro”. Quando un barone ha deciso quale suo assistente tuttofare va “affrancato” dal servaggio con l’accesso al ruolo di ricercatore o associato – assistente scelto anni prima per familismo, amorevoli sentimenti, disponibilità, scambio di favori e al quale ha fatto fare il cursus dis-honorum con dottorati e pubblicazioni un po’ finte… – si bandisce un concorso. E, proprio come ha fatto Galli, si “ritaglia” nella declaratoria un bando su misura per il candidato che si vuole mettere (se questo ha studiato le zanzare il bando richiederà “studioso particolarmente attento agli insetti”, se questo, invece, ha studiato gli elefanti il bando richiederà “studioso particolarmente attento ai grandi mammiferi”). Taluni commissari come Galli, consigliano anche agli altri candidati di “non presentarsi” nemmeno per non disturbare, magari balenando loro la possibilità di un successivo bando ad hoc. Non stupisce l’operato di Galli; stupisce il finto sdegno del rettore, la noncuranza dei magistrati quando il concorso non coinvolge figure note e ancor più il menefreghismo dei Governi che, da trent’anni non scardinano questo sistema, bruciando generazioni di appassionati studiosi e lasciando che vadano in cattedra “galli d’allevamento” per cooptazione. Inutile, come richiama il neo-Nobel Parisi, stanziare più fondi per la ricerca finché non si cambiano completamente le modalità di accesso alla ricerca e alla docenza universitaria. I fondi andrebbero a finanziare gli interessi particolari di chi è già in cattedra (si chiama “autonomia della ricerca” o “autonomia universitaria” e anche i relativi sistemi di selezioni, le peer-review, index di citazioni sono tutti strumenti aggirati), la “sua” ricerca, il “suo” assistente, il “suo” circolo.

Alessandro Da Rold per "la Verità" il 12 ottobre 2021. Aveva ricevuto nei giorni scorsi un invito a comparire per questa mattina in tribunale. Ma il professore e virologo Massimo Galli, a quanto pare, a meno di sorprese dell'ultimo minuto, non si presenterà. «Dobbiamo ancora avere a disposizione tutti i documenti e una chiara documentazione sulle accuse» spiega il suo avvocato Ilaria Li Vigni. Del resto l'indagine dei pm Luigi Furno e Carlo Scalas - sulla presunta concorsopoli all'Università degli Studi di Milano dove il responsabile Malattie infettive del Sacco sarebbe stato uno dei protagonisti -, non è ancora stata chiusa. Mancano all'appello atti che potrebbero risultare decisivi a giudizio. Devono anche essere formulate le accuse che variano dall'associazione a delinquere al falso ideologico, fino alla turbativa d'asta. Tutto ruota intorno alla richiesta di interdittiva nei confronti di Galli spiccata da Furno e Scalas circa nove mesi fa, tra gennaio e febbraio 2021. Inviata al gip Stefania Pepe è decaduta e lì si è fermata. Eppure in quel documento di 500 pagine è contenuto il cuore dell'inchiesta, con le intercettazioni di tutti gli indagati, 33 tra dirigenti e professori, ma soprattutto quelle di Galli. Per questo il virologo vuole avere contezza delle accuse che gli sono mosse. «Ho scoperto di essere intercettato da chissà quanto tempo», aveva detto la scorsa settimana durante la trasmissione L'aria che tira. Secondo il decreto della scorsa settimana, Galli sarebbe coinvolto in almeno quattro casi di presunta manipolazione di concorsi pubblici. Il primo è quello relativo al bando per il concorso da professore di seconda fascia al dipartimento di Scienze biomediche e cliniche dell'ospedale Sacco di Milano. Qui a vincere è stato un assistente di Galli, l'infettologo Agostino Riva. A valutare i candidati per il posto fu appunto il celebre virologo insieme con il professor Claudio Mastroianni. Stando agli atti di indagine la riunione del 14 febbraio 2020 sarebbe servita a valutare i candidati. Mentre in realtà «il risultato del lavoro collegiale della commissione» era stato concordato da Galli e dallo stesso Riva. A essere danneggiato in quel caso fu Massimo Puoti, primario del reparto di Malattie Infettive dell'Ospedale Niguarda di Milano che, ascoltato la scorsa settimana dai magistrati, ha confermato il quadro delle accuse. Altro caso è quello per il posto da professore di prima fascia all'Università degli di Milano, un incarico che prenderà Gianguglielmo Zehender, storico collaboratore di Galli. Poi c'è il caso di Arianna Gabrieli, assunta con un contratto a tempo determinato al Sacco come biologa: vicenda su cui c'erano state le proteste dell'altra virologa dell'ospedale, Maria Rita Gismondo. L'ultimo caso sotto la lente dei pm è quello di un posto di professore di seconda fascia all'Università degli Studi di Torino. Anche qui Galli era nella commissione giudicatrice. Ma in questo caso avrebbe favorito Andrea Calcagno, il candidato del professore Giovanni Di Perri. Nel frattempo giovedì prossimo Furno, titolare dell'inchiesta, dovrebbe diventare giudice del Tar, dopo aver vinto un concorso lo scorso anno. Bisognerà trovare forse un altro titolare da affiancare a Scalas, con il rischio di perdere un po' di tempo.

Concorsopoli, Galli: "Ti mando i i temi Tu rispondi solo che vanno bene". Affari Italiani il 14/10/2021. Il caso dei concorsi truccati che vede coinvolto il professor Massimo Galli, indagato insieme ad altre 32 persone, si arricchisce di nuovi dettagli. Al cellulare e con il presidente della commissione accanto. Venti minuti, non di più. Così - si legge sul Fatto Quotidiano - si è svolta la prova orale che ha consegnato ad Agostino Riva la vittoria nel concorso pubblico per professore associato. A presiedere il tutto, l’infettivologo dell’ospedale Sacco, Galli. Riva vincerà a scapito del più quotato Massimo Puoti. Così, secondo la Procura di Milano, le manovre del prof. Galli, dopo il “falso verbale” sui punteggi scritti, proseguono anche durante lo svolgimento dell'orale. Riva - prosegue il Fatto - fa l’esame in metà del tempo via cellulare con i commissari collegati, mentre il presidente Galli è accanto lui. Di più: già prima dell’esame, la stesura dei quesiti è risultata sospetta agli inquirenti che hanno "riscontrato come la procedura di assegnazione degli argomenti (...) era stata gestita interamente da Galli, con la complicità di Maria Ghisi, sua segretaria”. Il 17 marzo 2020, Ghisi dice a Galli: “Mando ad Agostino (...) i tre temi, giusto?”.“No – risponde Galli – prima devi mandarli agli altri due”. Quindi chiama il docente della Sapienza di Roma, Claudio Mastroianni (indagato). Dice: “Ti sta arrivando la richies ta”. Il collega e commissario chiede: “Che devo fare?”. L’infettivologo: “Devi rispondere: vanno bene. Domani (...) a lezione però, ci siamo capiti”.

Concorsi truccati, massoni e molestie: "Questa è la Malauniversità che ho conosciuto". Corrado Zunino, Giambattista Scirè, ricercatore di Storia contemporanea, su La Repubblica il 16 settembre 2021. Esce il libro del ricercatore siciliano Giambattista Scirè, animatore di Trasparenza e merito. Lo pubblica Chiarelettere ed è una collezione di brutture di molti atenei italiani. La scioccante storia di Linda, assistente universitaria a Bologna. Adesso la racconto io la Malauniversità di questo Paese. Giambattista Scirè è un pioniere del concorso su misura servito - oggi come ieri e l'altroieri - dagli atenei italiani. Nel suo caso Scirè, ricercatore di Storia contemporanea con la produzione di saggi su Antonio Gramsci, l'aborto e il divorzio, nel dicembre 2011 ha visto assegnare il posto per cui concorreva - ricercatore per due anni, Storia la disciplina, Università di Catania l'organizzatrice del bando.

Risolve un problema matematico discusso da 20 anni e l'Università di Palermo gli toglie il corso. Corrado Zunino su La Repubblica il 16 settembre 2021. Francesco Tulone, ricercatore dell'Università di Palermo. La rivista Proceedings of the American Mathematical Society ha appena accettato il lavoro del ricercatore Francesco Tulone. Il suo dipartimento, dopo 16 anni, gli interrompe l'insegnamento. "Spesso ho messo in discussione la gestione dei concorsi". Alle fine, lo scorso 10 agosto, l'Università di Palermo gli ha concesso l'onore di un comunicato stampa. "Il lavoro scientifico accettato per la pubblicazione dal Proceedings of the American Mathematical Society, tra le riviste più prestigiose se non la più prestigiosa al mondo per i matematici", ha scritto l'ateneo a proposito della produzione di un ricercatore interno, "dà la soluzione a un problema aperto circa 20 anni fa, a seguito di una branca della teoria dell'Analisi matematica sviluppatasi a partire dagli Anni ‘60".

Da "tgcom24.mediaset.it" il 20 settembre 2021. "Un dispetto accademico". Così Francesco Tulone, 49 anni, matematico e ricercatore l'Università di Palermo, definisce il mancato incarico del modulo di Analisi matematica 2, assegnato a una collega. Tutto ciò dopo aver dato "la soluzione a un problema aperto circa 20 anni fa, a seguito di una branca della teoria dell'Analisi matematica sviluppatasi a partire dagli Anni ‘60". Un lavoro d'equipe riconosciuto anche dalla rivista Proceedings of the American Mathematical Society. Quel lavoro Tulone, riporta Repubblica, lo aveva realizzato, insieme a due colleghi delle Università di Mosca e Chicago. Con un curriculum tutto interno all'ateneo della sua città che è passato attraverso il consolidamento di tre anni di co-dottorato alla Lomonosov di Mosca, quindi raffinamenti del sapere ad Austin, Texas, dal futuro vincitore del cosiddetto Premio Nobel per la Matematica Alessio Figalli. Tulone, il 49ennesi è cimentato in un'attività di insegnamento dal 2005, quando vinse il concorso da ricercatore a tempo indeterminato (il secondo a cui partecipava). Ha tenuto lezioni di Matematica nel suo dipartimento, sostanzialmente, ma è stato chiamato per sostituzioni a Ingegneria, Fisica, Biologia. Lo scorso maggio la proposta del Consiglio d'ateneo di riaffidargli il modulo di Analisi matematica 2 del corso di laurea più generale è stata inizialmente accettata, ma rapidamente, con una seconda votazione segreta e senza motivazione scritta, l'insegnamento gli è stato tolto per essere assegnato - "caso più unico che raro", sostiene - a una professoressa ordinaria neoassunta, già incaricata di altri corsi. Tulone ha sempre definito quell'atto "un dispetto accademico" e colpisce che dal prossimo anno, con la prospettiva del riconoscimento internazionale, un ateneo si privi delle lezioni di uno studioso ospitato per la sua intuizione dalla rivista Proceedings of the American Mathematical Society. Dice il ricercatore: "Amo insegnare, la considero la mia seconda attitudine dopo la ricerca. L'unica spiegazione che ho ottenuto dal decano del dipartimento dell'Università di Palermo è quella che non si poteva non mettere ai voti un'altra disponibilità consigliandomi di ritirare la mia per Analisi matematica 2 per evitare imbarazzi. In verità, la professoressa prescelta mi ha confessato che è stato il dipartimento stesso a spingerla a una candidatura antagonista alla mia".

 

Pierluigi Panza per fattoadarte.corriere.it il 19 agosto 2021. Baroni universitari? Non certo una novità, piuttosto un male endemico che opera sempre allo stesso modo: cooptare i meno pericolosi e lasciare fuori dal recinto i migliori e più meritevoli. La biografia “La casa dalle finestre sempre accese” di Anna Folli (Neri Pozza) su Giacomo Debenedetti, presentata al Premio Comisso, introduce anche all’episodio della “cattedra mancata”, o meglio, “negata”, al più grande critico letterario del Novecento. Non facciamo i nomi di chi gliela negò, ma anche i cognomi: la prima volta presiedeva la commissione che non lo mise in cattedra Natalino Sapegno; un’altra volta Carlo Bo. Prosit. Eugenio Montale, che con quella sua inarrivabile sensibilità poetica e con quel suo curriculum così poco accademico non si pose mai l’idea di andare in cattedra (troppo bravo e, al contempo, troppo lontano dal cursus honorum) si inoltrò nel “mistero” del perché Debenedetti non fosse in cattedra, capendo perfettamente le ragioni psicologiche delle parti in causa. “C’è qui un mistero che non mi interessa chiarire”, scrive Montale con una sorta di litote. Debenedetti, chiedendo di andare in cattedra, ovvero “di salire un ulteriore gradino, commise forse una ingenuità” scrive con finta ironia Montale: era troppo importante per sperare che colleghi-competitor gli concedessero il dovuto riconoscimento. D’altra parte, aggiunge il Premio Nobel, “molto maggiore è il torto di chi respinse il suo desiderio”. Da una parte l’ingenuità; dall’altra la malafede. Siamo all’inizio degli anni Sessanta, ma a leggere i verbali della commissione (li ha approfonditi Paola Frandini) il tempo sembra essersi fermato. Quello che si legge allora sono parole che si leggono anche oggi paro paro, del tipo: il candidato dimostra grande padronanza ma…, il candidato è di grande livello ma non pertinente al raggruppamento disciplinare… ecc. ecc.Nella nota della Commissione del primo concorso al quale partecipa, Sapegno (e gli altri docenti, per altro “amici” di Giacomo) lodano la sua “inconfondibile personalità” e la sua “ricca cultura estesa ad ambiti diversi” (e già con questa affermazione si preparano a far cadere l’asino), ma la Commissione si duole che non si possa riconoscere un “progresso” nella produzione di Debenedetti (un po’ come oggi, che valgono solo le pubblicazioni degli ultimi cinque anni perché si utilizzano pseudo sistemi scientifici), al quale si rimprovera un “indubbio allontanamento, una certa involuzione dispersiva”. Come scrive la biografa Folli, “non contano le pubblicazioni dei Saggi critici, gli scritti su Saba, Proust, Svevo, Alfieri, l’ascendente sugli studenti. Conta invece che Giacomo non abbia seguito il classico curriculum di chi vuole diventare professore ordinario. E le sue esperienze nel cinema e al Cinegiornale Incom … sporcano l’illibatezza accademica”. Insomma, Debenedetti ha dovuto lavorare e questo non va bene, si è avvicinato pure al giornalismo (oggi diventata uan disciplina universitaria anch’essa) e ciò lo rende persino pericoloso: sarà in parte così anche per Umberto Eco, ma con risultato, fortunatamente, opposto. Nel ’64, Debenedetti sta per lasciare Alberto Mondadori, ci risiamo.  Va al concorso ma niente da fare. Tre anni dopo, quando Carlo Bo presiede la Commissione, Debenedetti crede di farcela: ma l’esito sarà lo stesso. Gli vengono riconosciuti “cospicui meriti acquisiti nella complessiva e varia attività svolta nell’ambito della cultura” (e, di nuovo, quel varia e il troppo ampio termine cultura lasciano intendere che lo vogliono segare), ma sembra che abbia scritto troppo poco. Incredibile! Debenedetti morirà pochi mesi dopo e, immediatamente, si aprirono le cateratte del coccodrillismo: “Possedere un tale esemplare nel nostro erbario – scrisse Gianfranco Contini – e non accorgersene e cosa di cui noi tutti letterati contemporanei dobbiamo rendere ammenda”. E giù una serie di rimpianti (Walter Pedullà, Natalia Ginzburg) e scaricabarile. Buonanotte. 

Irene Famà per “la Stampa” il 31 luglio 2021. «Anche un cavallo può diventare professore ordinario». Ecco come funziona in ospedale un concorso truccato. Per quanto bravo e promettente possa essere, se un candidato è un predestinato per cognome, rango familiare o affiliazione a una qualche cordata, avrà la strada spianata. E a Torino, gli atti dell'inchiesta su un concorso pubblico per un posto da professore associato nel dipartimento di Chirurgia raccontano, scrivono gli inquirenti, un «sistema consolidato e collaudato nel tempo». Il processo abbreviato si è concluso ieri con due condanne e un'assoluzione. E racconta di professori eminenti riuniti in un comitato di interessi di casta piuttosto che imparziali valutatori di meriti. Quel posto aveva già un nome, quello del dirigente medico Maria Alessandra Bocchiotti. Lo sapevano tutti e il dottor Marco Fraccalvieri, primo escluso, in una conversazione registrata nel giugno 2018 con il professor Stefano Bruschi, primario ora in pensione e all'epoca, direttore del dipartimento di Chirurgia plastica dell'Università, lo dice chiaro e tondo tirando in ballo la massima del cavallo: «Non veniamocela a raccontare». Fraccalvieri denuncia in procura: «Il professor Bruschi mi disse che quel posto era per Maria». I carabinieri avviano intercettazioni telefoniche e ambientali e la vicenda finisce in aula. Bocchiotti è stata condannata in rito abbreviato a sei mesi, il professor Bruschi a quattro. Un commissario di gara è stato assolto, altri due verranno giudicati con rito ordinario. I concorsi truccati non sono una novità ma sono difficili da provare. Lo dice l'avvocato di parte civile Michele Galasso: «In questo caso le intercettazioni audio-video della procura hanno consegnato al giudice il film di come si fa». È scritto negli atti: tutti i protagonisti della vicenda erano «perfettamente a conoscenza dei meccanismi, ne hanno alimentato l'esistenza e si sono mossi con estrema disinvoltura all'interno degli stessi». Questa è una storia di nepotismo e malcostume. Maria Bocchiotti è figlia del professor Giovanni Bocchiotti, ex direttore della Struttura complessa di Chirurgia plastica (escluso dal procedimento per le sue condizioni di salute). Bruschi a lui deve molto, dice di «dovergli fare un monumento perché a suo tempo era andato controcorrente scegliendolo per farlo sedere nel posto che ora ricopre». Così, davanti alla richiesta di dare una mano alla figlia, non si tira indietro. Il pm Giovanni Caspani, e prima il collega Roberto Sparagna, ricostruiscono i passaggi a cominciare dalla scelta della commissione esaminatrice. «La candidata si adopera per aiutare Bruschi a compilare la modulistica relativa alla nomina dei commissari». Tutte persone all'interno della sua cerchia professionale. «Si muove come se fosse lei stessa l'organizzatrice del concorso» al punto che, scrivono gli inquirenti, «in alcuni casi è parso addirittura che lei stimolasse e guidasse Bruschi». Chiedeva di inviare delle e-mail ai commissari, di capire se avevano i requisiti, assicurarsi che la pensione imminente di uno di loro non creasse problemi. «Sono agganciati per il collo», si dicevano. Poi vengono stabiliti i criteri di valutazione orientati a favorirla. E ancora: si modella il curriculum, si individuano i titoli da presentare e quelli che bisogna far risaltare. Entrambi hanno contatti con gli esaminatori prima e durante i lavori della commissione. Bocchiotti vince la selezione. «Leggeremo le motivazioni e faremo ricorso in appello» dice l'avvocato difensore Carlo Blengino. Ma le logiche di condizionamento dei concorsi universitari sono radicate come feudi cattedratici e lo spiega bene proprio Bruschi, assistito dall'avvocato Stefano Castrale, che, intercettato, racconta di quando Bocchiotti senior gli aveva detto: «A me del bisturi d'oro non me ne frega niente. Se c'è un posto da professore associato non sarà lei a prenderlo». Salvo poi cambiare idea e anni dopo chiedere il conto. «Ho guardato chi secondo me era più idoneo a prendere il mio posto - diceva Bruschi - Maria è brava e onesta». Ma hanno optato per la scorciatoia: che fosse vero o meno ora è più difficile stabilirlo.

Inchiesta sull’Università malata e sulla strage silenziosa del merito. Carlo Bonini, Antonio Fraschilla, Luca Serranò e Corrado Zunino su La Repubblica il 22 aprile 2021. “Vaffanculo barone”. Con questo titolo fulminante, il 4 marzo scorso, sulla prestigiosa “London Review of books”, John Foot, storico e saggista britannico specializzato in storia italiana, firma un amaro epitaffio della nostra università. Che ha il pregio di riassumere in una parola sola il senso e le ragioni con cui, da oltre mezzo secolo, decine di migliaia di giovani ricercatori prendono congedo dal nostro Paese. Siamo partiti dunque da quel “vaffancul...

I pm su Concorsopoli: “Un sistema mosso da logiche clientelari”. Luca Serranò su La Repubblica il 16 marzo 2021. In un’intercettazione il professor Carini cita Giani come amico di un medico di cui si interessa. Il governatore: “Non so di che cosa si parli”. “L’attività investigativa ha dimostrato come l’intero sistema dei concorsi sia mosso non dalla meritocrazia ma dalla logica del clientelismo, del favoritismo, dalla raccomandazione, e quando non sufficienti dall’induzione e dall‘imposizione”. Così, nelle richieste di interdizione a carico di 8 degli indagati (quelli accusati di corruzione) nell’inchiesta sui concorsi a Medicina, i pm fiorentini descrivono le trame che per anni avrebbe inquinato i bandi. A tirare le fila un gruppo di potere in cui un ruolo fondamentale, oltre al rettore Luigi Dei e dei Dg di Careggi Rocco Damone, lo avrebbe avuto tra gli altri il professor Marco Carini, primario di urologia a Careggi. Il primario viene indicato nelle carte come “persona di sistema”, in grado di mettere al servizio dell’associazione una importante rete di relazioni nel mondo accademico (l’inchiesta riguarda anche concorsi ad Ancona, Milano Verona). Non mancano anche contatti con la politica locale. Il 18 maggio 2020 fa Carini parla al telefono con Poggesi riguardo alcuni ritardi nel bando per il posto di professore associato di malattie odontostomatologiche: ed è proprio durante questa conversazione che spunta anche il nome di Eugenio Giani (estraneo all’inchiesta), all’epoca candidato governatore della Toscana. Carini, scrivono i finanzieri, “riferisce a Poggesi che Eugenio Giani gli avrebbe chiesto una soluzione a favore del dottor Luis José Sanchez, incardinato nel centro di senologia dell’azienda ospedaliera universitaria di Careggi- chirurgia della mammella”. La conversazione viene citata in una delle informative: “C’è Sanchez, sembra sia molto amico con Giani e che già m’ha chiesto ma che si può … cosa si può fare? E così via … quindi io vorrei chiuderla il prima possibile”. Per la verità, aldilà delle conclusioni a cui giungono i finanzieri, dalla trascrizione non è chiaro se la (presunta) richiesta a dire di Carini arrivi proprio da Giani o dal medico in questione. A questo proposito la replica del governatore, chiesta da Repubblica, è secca: «Non so di che cosa si parli». In altre occasioni Carini si rivolge all’allora assessora alla salute (ora vicepresidente della Regione) Stefania Saccardi, anche lei non coinvolta nelle indagini. Una intercettazione riguarda un “consiglio” chiesto “per il futuro professionale di una amica”, in servizio in un ospedale a Livorno. Dice l’ex assessora: “Ti chiamo per una cosa strana…. Nel senso che io c’ho una carissima amica da tanti anni …(…) è venuta a chiedermi un consiglio io non sono in grado …”. Il professore sembra disponibile, così lei prosegue spiegando le difficoltà dell’amica in particolare per il complicato rapporto con il primario: “Il tema è questo, che lei è tanti anni che lavora li (…) l’ha sempre tenuta un po’ così … insomma non che questi ragazzi li abbia fatti crescere tantissimo … e ora mi chiedeva un consiglio dice ma dove mi guardo intorno? Che cosa dovrei fare? Secondo te, dove potrei andare? L’unica persona che mi è venuta in mente, che conosce l’ambente,… solo un consiglio”. Carini ringrazia della fiducia e si informa sulle ambizioni della dottoressa, poi c’è un omissis e la conversazione prosegue con e parole di Saccardi: “No no ma lei non è che voleva … anche perché credo c’abbia nemmeno i titoli per ricoprire il ruolo di…”. Poi Saccardi precisa: “Solo per capire se magari tu sai che c’è uno spazio per fare un’esperienza e crescere da qualche altra parte (…) ti mando nome e numero di telefono”. Contattata da Repubblica, la vice presidente della regione dice di non aver chiesto nient’altro che un consiglio: «Un medico che conosco mi ha chiesto se c’era qualche opportunità per andare a lavorare in giro per la Toscana –dice - ma io notoriamente non mi occupo di concorsi e di posti e ho chiesto un consiglio a chi aveva un quadro delle necessità del sistema. Tra l’altro la dottoressa è rimasta al suo posto a Livorno».

Giuseppe Conte, terremoto all'università di Firenze: "Indagato per associazione a delinquere il rettore Dei", concorsi truccati? Libero Quotidiano il 04 marzo 2021. Luigi Dei, rettore dell’università di Firenze, è indagato per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e all’abuso d’ufficio. Accuse molto gravi, che terremotano l’ateneo fiorentino, che tra l’altro ha appena riaccolto Giuseppe Conte, tornato all’insegnamento dopo la conclusione (soltanto temporanea?) Della sua esperienza politica. Dopo quasi tre anni trascorsi a Palazzo Chigi, l’ormai ex premier si è ritrovato in un’università scossa dall’avviso di garanzia recapitato al rettore, che tanto si era speso per riaverlo subito con una lectio magistralis. La Procura di Firenze ha ipotizzato un sistema che gestiva cattedre e concorsi: oltre al rettore sarebbero una trentina gli indagati. I reati ipotizzati sono l’associazione a delinquere, corruzione, concussione e abuso d’ufficio. In particolare le accuse mosse a Luigi Dei sarebbero relative a due concorsi, avvenuti tra il 2019 e i primi mesi del 2021. In mattinata è avvenuta anche la perquisizione della Guardia di Finanza negli uffici dell’università e nelle case degli indagati, tra cui quelli del rettore e del dg di Careggi, Rocco Damone. L’ateneo fiorentino ha rilasciato un comunicato ufficiale sull’avviso di garanzia ricevuto dal rettore: “Ogni documentazione ritenuta utile è stata acquisita dall’autorità giudiziaria per ogni opportuna valutazione”. Luigi Dei, difeso dall’avvocato Sigfrido Fenyes, si è detto “sereno e fiducioso che ogni vicenda potrà essere chiarita”. 

Andrea Bulleri e Luca Serranò per repubblica.it il 5 marzo 2021. Altri sviluppi nell’inchiesta della procura di Firenze sui concorsi pilotati a medicina, per cui sono finite sul registro degli indagati 39 persone tra cui il rettore Luigi Dei, il direttore generale di Careggi Rocco Damone, quello del Meyer Alberto Zanobini e numerosi primari e professori universitari. Questa mattina i pm Luca Tescaroli e Antonino Nastasi hanno notificato richieste di interdizione dalle proprie funzioni a carico di 8 persone, tutte indagate per corruzione, tra cui proprio il rettore Luigi Dei. Significa la sospensione dell'attività. La richiesta riguarda anche il dg di Careggi Rocco Damone, il direttore del dipartimento oncologico e primario dell'urologia oncologica, Marco Carini, il direttore del dipartimento di medicina sperimentale e clinica dell'Università di Firenze Corrado Poggesi, il professor Niccolò Marchionni, direttore del dipartimento cardiovascolare e primario della cardiologia di Careggi, e l‘associato di chimica Sandra Furlanetto. Analogo provvedimento è stato chiesto per due  professori di Ancona e  Milano. La decisione sulle interdizioni spetta ora al gip Antonio Pezzuti: gli interrogatori sono fissati dal 17 al 30 marzo. L’inchiesta ipotizza storture nel sistema di co-finanziamento delle cattedre universitarie da parte dell’azienda ospedaliera, che avrebbe portato a un condizionamento degli esiti dei bandi.  Secondo la Procura guidata da Giuseppe Creazzo, diversi concorsi sarebbero stati pilotati secondo uno schema che prevedeva favori reciproci. Il ruolo principale, sempre secondo le prime ricostruzioni, lo aveva un presunto centro di potere  composto a sette persone, tutte accusate di aver preso parte a un’associazione a delinquere responsabile di “una serie indeterminata di reati di abuso di ufficio”, e “finalizzata alla preordinata individuazione dei vincitori di concorsi pubblici per professore ordinario, associato e ricercatori”.

Da corriere.it il 10 marzo 2021. Roberto Bernabei, professore di medicina interna e geriatria dell’Università Cattolica del Sacro Cuore a Roma, da fine febbraio medico personale del Papa, risulta tra i 39 indagati dell’inchiesta della procura di Firenze su presunte irregolarità nei concorsi alla facoltà di medicina del capoluogo toscano. La notizia è stata pubblicata da La Nazione e Il Fatto quotidiano. A Bernabei, che è stato anche perquisito, il procuratore aggiunto Luca Tescaroli e il pm Antonino Nastasi, titolari delle indagini condotte dalla guardia di finanza, contestano l’abuso d’ufficio: l’accusa si lega alla sua partecipazione alla commissione esaminatrice per un concorso per professore di medicina interna all’università fiorentina. La cattedra è stata poi assegnata ad Andrea Ungar: per la procura quel bando sarebbe tra quelli con «vincitore predeterminato». Ai due quotidiani Bernabei ha spiegato che gli atti del concorso sono «fatti bene». «Si è trattato di un concorso regolare», ha detto. L’inchiesta fiorentina ha portato una settimana fa a 43 perquisizioni. Tra i 39 indagati, insieme a dirigenti sanitari, universitari e docenti, anche il rettore dell’Ateneo di Firenze Luigi Dei a cui vengono contestate le accuse di associazione a delinquere, corruzione e abuso d’ufficio. Per Dei e per altri sette indagati la procura ha chiesto la misura dell’interdizione dagli incarichi.

Concorsopoli, il rettore ascoltato attraverso il trojan: “A Bechi davano il personale peggiore”. Luca Serranò su La Repubblica il 12 marzo 2021. La rilettura di Dei degli ultimi anni della medicina fiorentina: “Gli hanno fatto il peggio del peggio”. Il trojan nascosto dai finanzieri nel cellulare del rettore Luigi Dei non ha registrato “solo” le presunte trame per snaturare il percorso dei bandi. Ma anche riflessioni, parole in libertà con amici e colleghi. Parole che gli inquirenti hanno messo nero su bianco in una informativa perché considerate esemplari di uno schema consolidato, con radici “antiche”. È il 5 giugno del 2020 quando il software capta un colloquio con una ricercatrice, in cui il rettore traccia una personale “contro storia” della medicina fiorentina. Dei “spiega le dinamiche che hanno portato Paolo Bechi ad assurgere a ruolo di prorettore dell’area medico sanitaria dell’ateneo fiorentino, e la “vendetta” fatta nei confronti di quest’ultimo”. L’analisi del rettore parte da lontano: «Il maestro di Bechi era Luigi Tonelli, vecchio boss, dico io… e Bechi era uno degli allievi… cosa è successo, a un certo punto Tonelli comincia a scaricare Bechi perché intende fare andare avanti il suo figliolo che è Francesco che è fuori da Firenze (...) quando lo fa rientrare con una manfrina poi il preside di allora naturalmente Bechi viene messo in un angolo per lunghi anni perché chi doveva fare tutto era Francesco Tonelli che dirigeva la Sod». La storia prosegue con altri particolari, frutto dela personale rilettura del capo dell’Ateneo fiorentino: «Per lunghi anni a Bechi gli davano il personale peggiore (…) Certo è più giovane e quindi arriva a dirigere una Sod per diventare ordinario molto avanti, tanto è che Bechi non ha nemmeno gli anni per diventare medico perché non ce li ha venti anni di anzianità da ordinario, ce li ha mi pare a pelo pelo 15 per diventare onorario ... e in questo ostracismo cosa fanno, gli fanno il peggio del peggio, gli danno questi personaggi ...». Dei è un fiume in piena. Alla ricercatrice dice che l‘ex prorettore «aveva portato all’ateneo fiorentino molti soggetti provenienti da fuori e tali atteggiamenti – seppure condivisi con il rettore - avevano ingenerato disapprovazione tra alcuni membri dell’Università di Firenze, che avrebbero utilizzato il professor Oreste Gallo (uno degli accusatori della precedente inchiesta sui concorsi pilotati a medicina) per attaccare Bechi». Dice il rettore: «Qualche pezzettina l’abbia fatta e insomma… e anche qualche…. Ma devo dire molto spesso a fin di bene no! Perché nel senso che lui dice stava a portare a Firenze persone di valore però bisogna essere prudenti perché lui non è che in realtà … di valore anche perché poi, Gallo è un personaggio … perché poi Gallo oggi come oggi inviso a tutti perché ha scoperchiato il pentolone, era molto amico di Carini lo usavano come un maglio capito?». Il racconto entra nei dettagli, rivelando lo scompiglio creato dalla precedente inchiesta della procura fiorentina. “Ora lo hanno scaricato tutti perché è chiaro che quando te fai il maglio per rompere i coglioni a qualcuno, ma quando scoperchi la pentola e finisce indagato Poggesi, Marchionni, Carini, tutti adesso si incazzano». Concludono i finanzieri: «Nel momento in cui “ha esagerato”, Gallo è stato è stato lasciato solo».

I concorsi all'Università di Catania truccati dai baroni. I pm: "È associazione a delinquere". La procura contesta a dieci tra ex rettori e direttori di dipartimento il reato associativo. Chiesto il giudizio per 55, ma tutti gli indagati continuano a insegnare: nessuno è stato sospeso o si è autosospeso. E l’Ateneo non si costituisce ancora parte civile. Antonello Fraschilla su L'Espresso il 26 gennaio 2021. Nelle stanze del tribunale di Catania, senza molto clamore, a breve potrebbe iniziare un processo a suo modo storico. Un processo che vedrebbe imputato per associazione a delinquere un pezzo della più alta classe dirigente della città. I vertici recenti dell'ateneo, tra i più grandi d'Italia: tre ex rettori e sette direttori di dipartimento dell'Università che secondo il procuratore Carmelo Zuccaro, l'aggiunto Agata Santonocito e i sostituti Marco Bisogni, Agata Vinciguerra e Santo Distefano, si sarebbero «associati» per decidere i vincitori di una miriade di concorsi. Una sorta di grande "tavolino" per stabilire chi doveva sedersi sulle cattedre più importanti dell'ateneo. Ed è proprio questo patto, e la contestazione dell'associazione a delinquere, il salto di qualità nelle inchieste sui concorsi truccati negli atenei italiani. Nel mirino della procura gli ex rettori Francesco Basile a Giacomo Pignataro, l'ex prorettore Magnano San Lio, e i direttori di dipartimento Giuseppe Barone, Michela Cavallaro, Filippo Drago, Giovanni Gallo, Carmelo Monaco, Roberto Pennisi e Giuseppe Sessa. Questa «associazione» avrebbe fatto pressioni su concorrenti non graditi, modificato i criteri dei bandi a misura dei prescelti, promesso utilità a chi faceva un passo indietro per fare spazio al vincitore di turno. Insomma, comportamenti che vanno ben oltre quella che spesso è una cooptazione travestita da concorso. Almeno questo emerge leggendo le 43 pagine della richiesta di rinvio a giudizio. Alla prima udienza preliminare gli avvocati degli indagati hanno escluso qualsiasi reato associativo, il prossimo 17 marzo si terrà la seconda udienza preliminare e i legali hanno già annunciato che faranno dichiarazioni diversi ex rettori e docenti. Ma al di là dei reati contestati dalla procura, dalle carte, e soprattutto dalle intercettazioni dell'indagine, sembrano emergere comportamenti censurabili. Ad esempio basta vedere come sarebbe stato organizzato il concorso di professore di prima fascia di Patologia generale all'interno del dipartimento di Scienze biomediche. Per questa cattedra il favorito dall'allora rettore Basile e dal direttore di dipartimento Drago era Massimo Libra. Ma al concorso partecipa anche Lucia Malaguarnera. Un problema. Si convoca quindi una riunione alla quale partecipa, fatto davvero singolare, anche il segretario della commissione di concorso, il professore Nicoletti. Seduti attorno a un tavolo, e convocata anche la Malaguarnera, i vertici non usano giri di parole: «…scusami Lucia, insomma questo è il concorso di Massimo, non è che hai speranza», le dicono. Aggiungendo, in soldoni, che da lì a poco avrebbero chiamato un altro concorso per lei, ma che se non ritirava la domanda ecco, il "suo" concorso non sarebbe mai stato chiamato. Le indagini delle procure dentro i corridoi degli atenei sono rare, e molto delicate perché i due ambienti spesso sono frequentati dalle stesse "famiglie". Così la procura di Catania, indagando su un concorso per professore di prima fascia sempre nel dipartimento di Drago, incappa in una storia di raccomandazioni che coinvolge l'ex procuratore Vincenzo D'Agata, e la figlia Velia che ambiva a quel posto e chiedeva la chiamata con una procedura "riservata" come previsto dalla legge 240 del 2010, e non un bando aperto. Drago e Basile si spendono in questa direzione, non prima però di aver ricevuto «tale richiesta» anche dall'ex procuratore. Scrivono i magistrati nella richiesta di rinvio a giudizio: «Velia D'Agata richiedeva con insistenza (e in un'occasione alla presenza del padre che rafforzava tale richiesta interloquendo direttamente con il rettore) al direttore del dipartimento di Scienze biomediche e al rettore l'adozione del bando per Anatomia con la procedura riservata». In questo modo non avrebbe avuto concorrenti con i quali confrontarsi, visto che tra l'altro allo stesso posto era interessato un collega, Sergio Castorina. A quest'ultimo Drago dice chiaramente: «Quello che ti chiedo è che la cosa vada in questi termini…vorrei che tu facessi un passo indietro e non di presentassi a questo concorso…io nel giro di sei mesi sistemo tutto, ti bandisco un altro posto, sono io d'accodo con il rettore». In un altro caso l'ex rettore Basile avrebbe concordato di posticipare un bando per ricercatore del dipartimento di medicina e chirurgia «fino al conseguimento della specializzazione da parte di Gianluca Testa, presupposto necessario per la partecipazione alla procedura». In soldoni, il giovane specializzando aveva già pronto un posto da ricercatore, ancor prima di conseguire la specializzazione: un trattamento che molti specializzandi nemmeno si sognano. In alcuni casi il posto veniva assegnato al figlio del grande docente di turno. E per consentire l'assunzione interveniva anche il rettore di turno, invitando i colleghi a non disturbare il percorso per il figliol prodigo. Ad esempio come sarebbe accaduto al dipartimento di Economia. Il problema era far conseguire l'assunzione per un posto di docente di prima fascia ad Antonio Barone, figlio del più noto professore Giuseppe Barone, evitando però casi di incompatibilità. Scrivono i pm nella richiesta di rinvio a giudizio: «Pignataro nella qualità di rettore dopo aver deciso la chiamata di Antonio Barone e di altri due docenti ed individuato i dipartimento presso cui avrebbero dovuto prestare servizio, diramava a tutti i direttori di dipartimento un fittizio interpello ma contestualmente contattava i direttore di dipartimenti imponendo loro di non avanzare alcuna richiesta. Effettuava poi pressioni su uno dei componenti del dipartimento di Economia, Roberto Cellini, contrario alla chiamata del docente». Scorrendo le carte della richiesta di rinvio a giudizio si arriva a un caso davvero incredibile: la messa in scena di un finto convegno per pagare dei benefit a una commissaria di concorso che poi avrebbe dovuto agevolare la vittoria del predestinato di turno. La storia, secondo i pm, si svolge al dipartimento di Scienze politiche. Qui tre docenti «con artifici e raggiri, simulano anche attraverso la predisposizione di una locandina, lo svolgimento di un convegno sul tema "I volontari italiani in Russia durante la grande guerra", e inducevano così in errore gli uffici amministrativi che erogavano in favore di Giovanna Cigliano (commissaria di un concorso per contratto da ricercatore) le somme di 460 euro per il volo andata e ritorno da Napoli a Catania, 300 euro per il vitto e un'altra somma per l'alloggio». Per i magistrati il tutto sarebbe avvenuto senza comunicare nulla del raggiro alla stessa Cigliano: «Giuseppe Barone ricopriva la qualità di ideatore. Nello specifico al fine di agevolare la trasferta del commissario Cigliano (anche al fine di renderla ancor più disponibile nei confronti di uno dei candidati al concorso) incaricava una collega di ideare un convegno da lui stesso definito "fantasma" con lo specifico fine di consentire all'Ateneo di anticipare le spese di trasferta della Cigliano». In tutti sono 43 i concorsi che sarebbe stati pilotati, e in una seconda richiesta di rinvio a giudizio (nella quale però non si contesta l'associazione a delinquere) sono coinvolti altri 45 docenti. Tutti, tranne quelli andati in pensione, continuano a insegnare nell'Ateneo. Il nuovo rettore Francesco Priolo al momento non fa costituire l'Università tra le parti civili: attende il rinvio a giudizio. A colpire è comunque anche il silenzio assordante degli studenti, forse ormai assuefatti a certi meccanismi che considerano ormai normale prassi.

·        Concorsi truccati nella Sanità.

Test truccati a Odontoiatria, il professor Grassi torna in cattedra ma l'Università sceglie la linea dura: aperto un procedimento. Gabriella de Matteis su La Repubblica il 27 Novembre 2021. L'ex preside Roberto Grassi, arrestato nel 2012, è stato salvato dalla prescrizione e di recente nominato alla guida del corso di Igiene dentale. Ma l'Ateneo ha scelto di bloccare tutto aprendo un fascicolo disciplinare. L'apertura di un procedimento disciplinare è facoltativa, ma l'Università di Bari ha optato per la linea dura. E adesso Roberto Grassi, professore ordinario e coordinatore del corso di laurea in Igiene dentale, rischia di essere nuovamente sospeso. Il docente nel 2012 è stato coinvolto in una inchiesta della procura sui test truccati a Odontoiatria. Salvato in secondo grado dalla prescrizione, è tornato alla sua attività in corsia e nelle aule universitarie.

Eugenia Tognotti per “La Stampa” il 9 settembre 2021. Decine di migliaia di aspiranti camici bianchi in rivolta in corsa per 14.020 posti, il Codacons sul piede di guerra, un’interrogazione parlamentare, la promessa della ministra dell’Università di annullare le domande sotto verifica o sbagliate (almeno 3, a quanto pare). E un’affermazione inequivoca, che suona come un’onesta ammissione della necessità di fare un salto di qualità in modo da “riuscire a dare qualcosa di meno debole per il prossimo anno”. Ma, intanto, si può sommessamente osservare che le graduatorie, pur emendate, che ne scaturiranno, non saranno in grado di assicurare equità tra chi ha dispiegato tempo per dare una risposta e chi è passato oltre. Anno che vai, polemiche che trovi, per quanto riguarda il test di ingresso a Medicina, inevitabilmente accompagnato dall’eterna discussione sul numero chiuso. Quest’anno però è una vera e propria conflagrazione quella che sta mobilitando l’armata degli studenti che il 3 settembre scorso, indossando la scomoda mascherina Ffp2 e a debita distanza l’uno dall’altro, hanno cercato di rispondere in 100 minuti, non uno di più non uno di meno, a sessanta impegnative domande: 12 di cultura generale, 10 di ragionamento logico, 8 di fisica e matematica, 18 di biologia, 12 di chimica, particolarmente difficili, quest’anno, stando all’unanime valutazione di “addetti ai lavori”. Se negli anni scorsi erano state le domande di cultura generale - storia, letteratura, temi politico-istituzionali, cittadinanza e Costituzione - a suscitare qualche protesta, quest’anno non si sono visti quesiti del genere: quale Stato italiano - tra la Repubblica di Venezia, il Ducato di Parma, il Regno di Sardegna, lo Stato della Chiesa e il Granducato di Toscana – è stato cancellato dalla geografia della penisola italiana dopo il Congresso di Vienna (1814-15)? In realtà, non erano, tutto sommato, particolarmente ardue le domande, con cinque opzioni di risposta, sull’anno della promulgazione delle leggi razziali; sul giorno della celebrazione della Giornata della legalità; in quale Stato si trova oggi la città di Fiume dove nel 1919 ebbe luogo la spedizione di Gabriele D’Annunzio; e neppure, perfino, quella sulla casa automobilistica che introdusse per prima la catena di montaggio; sull’autore del libro “Il mistero buffo” - per richiamarne solo alcune. Si potrebbe però osservare che 12 domande di cultura generale sono davvero troppe. Le domande di logica - che all’estero hanno un peso crescente nei criteri e nelle tecniche di valutazione - sono passate, negli ultimi tre anni, da 20 a 10. Poche, se si pensa che questo test è la prima occasione per i futuri medici di allenarsi con la pratica del ragionamento logico. Tenendo conto che l’acquisizione e il perfezionamento delle capacità di ragionamento critico costituiscono una base essenziale per un medico che, nel suo percorso professionale, deve continuamente mettere alla prova le capacità di scelta e la rapidità dei processi decisionali. Visto che si annunciano cambi di passo occorrerebbe forse, anche, sviluppare una riflessione: così com’è, la prova d’ammissione risponde all’esigenza di selezionare candidati capaci di incarnare un profilo professionale come quello del medico che dovrà rapportarsi alla malattia e al dolore, e confrontarsi non solo con casi clinici, ma con persone?

Massimo Sanvito per “Libero Quotidiano” il 9 settembre 2021. Ci dev'essere qualcosa di maledetto che aleggia sui test per essere ammessi alle facoltà universitarie di Medicina. Difficilissimi, contestatissimi, odiatissimi. Ogni anno è sempre la stessa storia e all'ultimo giro ci sono pure scappate sei domande sbagliate. Ora che si fa? Lo sanno anche i sassi che passare l'esame è un'impresa, e pochi centesimi di voto di differenza tra un candidato e l'altro possono essere decisivi. E quindi? Quindi i quesiti errati verranno annullati: parola di Maria Cristina Messa, per l'appunto ministro dell'Università e della Ricerca. Ci sarà tempo fino a oggi per denunciare altre eventuali storture, dopodiché la graduatoria che verrà stilata il 28 di questo mese sarà quella definitiva. Ovviamente, salvo complicazioni ulteriori: ancora non è detta l'ultima parola. Ma cos'è successo nella prova dello scorso 3 settembre, a cui hanno partecipato 76mila aspiranti camici bianchi? L'Unione degli universitari, che ogni anno spacca il capello in quattro per permettere a più ragazzi e ragazze di accedere alle facoltà, ha scovato sei errori nei quiz a risposta multipla «che potrebbero compromettere il risultato finale e l'accesso di tanti studenti ai corsi di studi». Già alla seconda domanda del test, parliamo di logica, c'era qualcosa che non andava: non era congruente alle regole riportate nel testo. La numero 21, di chimica, era stata inserita nel comparto di logica. Mentre la 23, di biologia, secondo gli studenti aveva un riscontro ambiguo. Altre tre domande, invece, presentavano problemi più sfumati. E allora i social si sono scatenati, così come l'immancabile Codacons, denunciando le ingiustizie. Il dossier è finito sulla scrivania del ministro Messa, che ha subito tranquillizzato tutti: «Devo riuscire a fare le graduatorie tenendo conto degli errori, quindi verosimilmente annullando le domande sbagliate o comunque quelle che sono sotto verifica. E poi vorrei incontrarmi con le commissioni che preparano i test per riuscire a dare qualche cosa di un pochino meno debole per il prossimo anno», ha spiegato alla trasmissione "The breakfast club" su Radio Capital. Già, le commissioni. Chi diamine le scrive le domande dell'esame di ammissione più chiacchierato d'Italia? Esiste un consorzio interuniversitario che si chiama Cineca: ogni anno avvia una gara per la fornitura al ministero di quesiti per le prove d'esame. Alla gara del Cineca partecipano le aziende di selezione, aziende nelle quali il lavoro dei dipendenti consiste proprio nella stesura di quiz, i cosiddetti item writer. Per quest'anno, così come l'anno scorso, è toccato a un'azienda siciliana occuparsi di elaborare le domande dei test. Poi, tra gennaio e maggio, queste vengono inviate al ministero dell'Università e della Ricerca per una revisione scientifica da parte di un'apposita commissione. È qui che viene licenziato il quiz nella sua forma definitiva, tra quesiti più o meno bizzarri e capita - sbagliati e contestabili. E dire che sono tante le teste che si chinano su quei faldoni...Intanto, l'Unione degli universitari, per voce del suo coordinatore Giovanni Sotgiu, contesta le modalità: «Negli ultimi anni c'è stato un aumento dei posti messi a bando per i corsi a numero programmato e in particolare per Medicina e Chirurgia, arrivando a 14.020 in questo 2021, ma questi interventi sono palliativi, messi in atto per gestire un problema strutturale.  I test non funzionano, e a ciò si aggiungono le irregolarità che caratterizzano procedure e quesiti, sottolineando la loro inefficacia e inattendibilità. Il numero chiuso rappresenta la mancata volontà di investire in istruzione, università ericerca, anche alla luce di una crisi pandemica che ha messo in ginocchio il nostro sistema sanitario nazionale. È necessario abolire questo sistema, superare il numero programmato per Medicina, Veterinaria, Formazione primaria e Architettura e permettere a tutti l'accesso aun diritto fondamentale».

Da corriere.it l'8 settembre 2021. Non nasconde la sua irritazione per l’ennesimo incidente capitato nell’ultima tornata di test di Medicina, ma pragmaticamente lavora già a una soluzione: annullare le domande incriminate se risulteranno sbagliate e andare avanti con la graduatoria in modo da non ostacolare l’inizio dei corsi per le matricole di Medicina. «Devo riuscire a fare le graduatorie tenendo conto degli errori, annullando le domande sbagliate o comunque quelle che sono sotto verifica», ha detto questa mattina la ministra dell’università Maria Cristina Messa nel corso della trasmissione The Breakfast Club su Radio Capital, assicurando ai 70 mila candidati per gli oltre 14 mila posti di Medicina e più di mille per Odontoiatria che si occuperà personalmente di risolvere il problema delle domande sbagliate nei test di ingresso per il corso di laurea in medicina. Sì, perché per l’ennesima volta, anche quest’anno nella prova d’accesso a uno dei corsi di laurea più ambiti dai giovani italiani, sono state segnalate diverse domande (chi dice due, chi addirittura ne contesta quattro sulle 60 in totale di cui si compone la prova d’esame) imprecise se non sbagliate. I primi a lanciare l’allarme sono stati alcuni studenti siciliani; le loro segnalazioni sono state immediatamente recepite dagli studi legali fioriti in questi anni proprio grazie al lucroso mercato dei ricorsi contro il test, rilanciate da un’interrogazione parlamentare dall’onorevole Manuel Tuzi dei Cinquestelle e contemporaneamente sono state prese in carico anche dal ministero che evidentemente - vista la risposta della ministra Messa - ha accertato che i dubbi sollevati almeno per una parte delle domande erano fondati. Naturale che la ministra ne sia dispiaciuta, anche perché da anni il test d’accesso a Medicina è oggetto di contestazione e questo genere di errori sicuramente non aiuta la causa di chi sostiene la necessità di una selezione all’ingresso. Non per nulla la ministra ha promesso di far chiarezza per capire come sia potuto succedere che in un test così importante ci fossero svarioni di tal fatta. «E poi - ha detto Messa- vorrei incontrarmi con le commissioni che preparano i test per riuscire a dare qualche cosa di un pochino meno debole per il prossimo anno». Oltre agli errori, infatti, in questa edizione si segnalano anche alcune domande di cultura generale a dir poco bizzarre (voi per esempio sapete cos’è una zapoteca?). Per gli autori del test a questo punto si profila come minimo una bella lavata di capo!

Errori al test di medicina, la ministra Messa: “Annulleremo le domande sbagliate”. Le Iene News l'8 settembre 2021. Tre domande del test di Medicina ritenute per errate erano finite sotto alla lente di studenti, Codacons e Movimento 5 Stelle. Dopo l'interrogazione del deputato grillino Manuel Tuzi, la ministra dell’università Maria Cristina Messa anticipa l'esclusione dalla graduatoria finale di quelle sotto verifica. Con Fabio Agnello vi abbiamo parlato invece delle ricerche sospette su Google proprio durante il test del 2018. "Devo riuscire a fare le graduatorie tenendo conto degli errori, annullando le domande sbagliate o comunque quelle che sono sotto verifica". La ministra dell’università Maria Cristina Messa conferma così che alcuni quesiti del test di Medicina meritano un ulteriore approfondimento. Da qualche ora erano finiti sotto alla lente di studenti, Codacons e anche del Movimento 5 Stelle che ha presentato un'interrogazione parlamentare per chiedere approfondimenti. Questa volta non c’entrano trucchi e stratagemmi per copiare, ma le contestazioni che sollevano dubbi su alcune domande. Venerdì scorso oltre 76mila partecipanti si sono sottoposti al test per accedere ai 14mila posti della facoltà di Medicina e chirurgia e ai 1.200 di Odontoiatria e protesi dentaria. Quello che però non convince pienamente alcuni di loro sono alcune domande contenute nell’esame. In particolare la 2, un quesito di logica, la 21, un quesito di chimica la cui risposta è ritenuta non corretta, e la 23 che sarebbe stata formulata in maniera ambigua. Ma potrebbero essere anche di più. Al passaparola tra studenti hanno risposto anche il Codacons e il Movimento 5 stelle. Il primo ha annunciato un ricorso al Tar del Lazio per irregolarità e violazioni delle disposizioni mentre il secondo ha presentato un’interrogazione parlamentare. Manuel Tuzi, deputato M5S della commissione Cultura, ha chiesto alla ministra Cristina Messa di “far luce sulla presunta presenza di quesiti errati e di risposte non abbinate correttamente”. Secondo il deputato ci sarebbe il rischio che “gli studenti vedrebbero alterato il punteggio finale”. Dal ministero fanno sapere che sono in corso le verifiche ed eventuali segnalazioni si potranno presentare entro domani. Poi dal 17 settembre i candidati potranno conoscere riservatamente il punteggio ottenuto e una settimana più tardi potranno prendere visione del loro elaborato. Per la graduatoria pubblica invece si dovrà attendere fine mese. Nel frattempo i dubbi sollevati dovrebbero essere chiariti. Non è la prima volta che per errori nella formulazione delle domande o delle risposte si deve rivedere il punteggio complessivo dei test o addirittura rifarlo come nel 2014. Anche noi de Le Iene con Fabio Agnello ci siamo invece interessati di un caso alquanto singolare: nel 2018 durante le ore del test sono schizzate su Google le ricerche di alcune parole contenute nell’esame. Una coincidenza? Difficile crederlo anche perché abbiamo scoperto diversi trucchi e stratagemmi per copiare partendo dalla testimonianza di chi era in aula.

Medicina, un'altra farsa. Sbagliato un quiz su 10. Messa: "Non contano". Francesca Angeli il 9 Settembre 2021 su Il Giornale. Sono almeno sei i quesiti erronei segnalati dagli studenti. In arrivo migliaia di ricorsi. Era lecito sperare che il culmine del nonsense per i test di ingresso alla Facoltà di Medicina fosse stato raggiunto nel 2011 quando agli studenti della Sapienza fu posto il cruciale quesito: «Quali gusti serve il chiosco della grattachecca della Sora Maria a Roma»? Interrogativo collocato tra le domande di Logica. Ma invece no. Anno dopo anno l'aneddotica sui test si è arricchita di episodi surreali: la domanda sulla Chiesa dei Pastafariani, l'utilizzo indisturbato degli smartphone, orari e tempi di consegna flessibili, la violazione sistematica delle procedure. Irregolarità puntualmente segnalate dagli studenti che hanno poi seguito la strada del ricorso con il risultato che ogni anno centinaia di studenti vengono riammessi dopo essere stati esclusi con gran spreco di tempo e di energie. Anche quest'anno la tradizione viene rispettata: ieri i quesiti con errori grossolani segnalati dagli studenti nei test erano saliti a sei, ovvero il 10 per cento su 60 domande. E non è detto che non emergano altre criticità. Ora la ministra dell'Università Maria Cristina Messa, assicura che troverà una soluzione. «Devo riuscire a fare le graduatorie tenendo conto degli errori, quindi verosimilmente annullando le domande sbagliate o comunque quelle che sono sotto verifica», dice la Messa che poi si lancia nella solita promessa: «Vorrei incontrarmi con le commissioni che preparano i test per riuscire a dare qualche cosa di un pochino meno debole per il prossimo anno». Ma a questo punto l'unica domanda da fare è quando si metterà fine alla giostra dei test di Medicina, pregiudicati dalla loro stessa impostazione che punta ad una selezione non qualitativa ma soltanto grossolanamente quantitativa, perché gli Atenei non sarebbero in grado di sostenere l'impatto numerico di un accesso libero. Forse si dovrebbe avere il coraggio di aprire alle immatricolazioni con uno stop al primo anno: chi non è in regola con gli esami resta fuori. Ma quali sono le domande giudicate sbagliate e ora al vaglio del ministero? Tra le altre la numero due di Logica perché «in base alle regole fornite nel testo non è possibile collocare gli elementi negli insiemi». Insomma la domanda di Logica è assurda. Addirittura nella domanda 23 di Biologia sarebbe stato ripetuto lo stesso errore presente nei test di veterinaria che si sono svolti il primo settembre: errare è umano ma perseverare è diabolico. Anche la domanda 56 di Matematica è finita nel mirino degli studiosi perché «l'intervallo nel testo della disequazione non doveva includere gli estremi». E dunque anche in questo caso gli avvocati stanno già affilando le armi preparando una pioggia di ricorsi. Massimo Tortorella, presidente del network legale Consulcesi, attacca: « I fatti hanno dimostrato, per l'ennesima volta, che il numero chiuso, regolamentato così, continua ad essere una farsa». Come negli anni precedenti sono centinaia le segnalazioni raccolte dai legali di Consulcesi che hanno individuato almeno sei domande dubbie o presunte errate. E anche quest'anno il numero degli iscritti ai test supera di gran lunga quello dei posti disponibili. Gli aspiranti medici iscritti ai test sono oltre 77mila mentre i posti a disposizione sono poco più di 14mila. Pochi ma in aumento: erano 13mila nel 2020 e meno di 12mila nel 2019. Francesca Angeli

·        Il concorso all’Inps è truccato.

Concorsi Inps, "Striscia" svela il mercato dei certificati falsi: così si gonfiano i punteggi. Redazione Tgcom24 il 29 ottobre 2021. "Striscia la Notizia" ha portato alla luce il mercato di falsi certificati che permetterebbero di scalare la graduatoria per il concorso da1858 posti bandito dall'Inps. L'inviato del tg satirico Luca Abete ha trovato gli enti di formazione in grado di fornire, a pagamento, falsi attestati di inglese e informatica, conoscenze che andrebbero ad incrementare il punteggio in graduatoria. Chi vuole ottenere una certificazione particolare deve soltanto pagare: come infatti confermato da una delle dipendenti di uno di questi enti, non c'è bisogno neanche di sostenere un esame: i prezzi vanno dai 150 ai 400 euro. Intercettata da Abete la donna, che era stata filmata grazie a una telecamera nascosta, ha negato di vendere qualsiasi tipo di certificato spacciandosi come un'allieva iscritta a uno dei corsi offerti.

·        Il concorso per docenti scolastici era truccato.

Concorso straordinario scuola, l'odissea degli insegnanti di sostegno. Francesco Curridori l'11 Settembre 2021 su Il Giornale. I vincitori del concorso straordinario per gli insegnanti di sostegno non sono ancora diventati di ruolo perché l'Ufficio scolastico Regionale del Lazio non ha ancora pubblicato la graduatoria di merito. Tra pochi giorni comincerà l'anno scolastico 2021/2022, il primo che si spera non sia contrassegnato dalla Dad. Per risolvere l'annoso problema della mancanza di insegnanti di sostegno, lo scorso febbraio, in piena pandemia, si è tenuto un concorso straordinario, ma i partecipanti sono ancora in attesa di conoscere il loro destino da parte dell'Ufficio scolastico Regionale del Lazio. “Il 19 luglio, con ampio ritardo rispetto ad altre classi di concorso abbiamo avuto gli esiti di questa prova concorsuale, dopo che il 20 giugno era stata rettificata per l'ennesima volta la nostra commissione. Dal 19 luglio ad oggi l'Ufficio scolastico Regionale del Lazio non ha provveduto a pubblicare la graduatoria di merito che ci avrebbe consentito, a partire da quest'anno scolastico, l'immissione in ruolo”, spiega a ilGiornale.it uno dei docenti interessati che aggiunge: “a farne le spese sono anche Marche, Abruzzo, Umbria perché sono Regioni accorpate”. La rabbia tra i partecipanti del concorso è tanta: “C'erano persone che provenivano da alcune zone rosse col tampone. Insomma si è trattato di un concorso fatto in piena pandemia, in condizioni precarie, e ora noi dobbiamo aspettare l'anno prossimo per entrare in ruolo?”, ci dicono. Sono tutti docenti che hanno superato il concorso straordinario per il sostegno nella scuola secondaria di secondo grado e che, ora, si vedono 'scavalcati' dai supplenti di prima fascia. Il decreto Sostegni bis, infatti, ha previsto ha stabilito che, una volta immessi in ruolo tutti i docenti presenti nelle graduatorie di merito (2016-2018 -2020), si dovesse accedere anche alle graduatorie provinciali per le supplenze di prima fascia “alle quali però si poteva attingere solo una volta esaurite tutte le graduatorie di merito precedenti”, sottolineano gli aspiranti insegnanti di sostegno di ruolo. In pratica “chi non ha fatto il concorso o chi non lo ha superato si ritrova immesso in ruolo e noi, invece, no”, ci dicono. Ora i partecipanti al concorso chiedono di essere immessi in ruolo tardivamente: “Noi lasciamo la supplenza e ci prendiamo il ruolo, occupando questi posti che oggi sono occupati impropriamente dai docenti che sono nelle graduatorie per le supplenze e i cui contratti prevedono una clausola risolutiva per casi come questo", chiosano i partecipanti che invocano un intervento del ministro dell'Istruzione Patrizio Bianchi. “Solo lui può sanare la nostra situazione”, sentenziano amaramente.

Francesco Curridori. Sono originario di un paese della provincia di Cagliari, ho trascorso l’infanzia facendo la spola tra la Sardegna e Genova. Dal 2003 vivo a Roma ma tifo Milan dai gloriosi tempi di Arrigo Sacchi. In sintesi, come direbbe Cutugno, “sono un italiano vero”. Prima di entrare all’agenzia stampa Il Velino, mi sono laureato in Scienze della Comunicazione e in Editoria e Giornalismo alla Lumsa di Roma. Dal 2009 il mio nome circola sui più disparati giornali web e siti di approfondimento politico e nel 2011 è stata pubblicata da Aracne la mia tesi di laurea su Indro Montanelli dal titolo “Indro Montanelli, un giornalista libero e controcorrente”.  Dopo il Velino ho avuto una breve esperienza come redattore nel quotidiano ‘Pubblico’ diretto da Luca Telese. Dal 2014 collaboro con ilgiornale.it, testata per la quale ho prodotto numerosi reportage di cronaca dalla Capitale, articoli di politica interna e rumors provenienti direttamente dalle stanze del “Palazzo”.

Concorso straordinario scuola, la beffa dei vincitori scavalcati dai bocciati. Orsola Riva su Il Corriere della Sera il 26 agosto 2021. Un’interrogazione parlamentare presentata dal Pd denuncia: «Per colpa dei ritardi del ministero, molti professori di filosofia e sostegno - ma non solo - rischiano di non ottenere la cattedra che spetta loro di diritto». Niente da fare. In Italia i concorsi della scuola sono condannati a non funzionare o, comunque, a essere segnati da incidenti, falle burocratiche, ritardi e ricorsi. L’ultima beffa è quella di cui sono rimasti vittima principalmente - ma non solo - molti aspiranti prof di Filosofia e Scienze umane e di sostegno che a febbraio hanno svolto la prova del concorso straordinario da 32 mila posti voluto - contro tutto e tutti - dall’ex ministra Lucia Azzolina, l’hanno passata ma poi sono rimasti nel limbo a causa dei ritardi degli uffici regionali nella pubblicazione dei risultati. A denunciarlo sono due deputati Pd - Lucia Ciampi e Walter Verini - che hanno presentato un’interrogazione parlamentare chiedendo al ministero dell’Istruzione di «prendere provvedimenti urgenti per evitare che i vincitori del concorso straordinario perdano la cattedra che spetta loro di diritto». «I termini procedurali previsti per l’assegnazione delle cattedre stanno per scadere - è scritto nel documento - e le inadempienze del Ministero si ripercuoteranno non solo tra gli insegnanti vincitori di concorso ma anche sugli studenti che potrebbero non avere docenti stabili necessari per garantire una efficace continuità didattica già potenzialmente a rischio a causa della pandemia. È quindi necessario un intervento che proroghi, come già previsto per altre tipologie di concorsi, la data pubblicazione delle graduatorie».

I vincitori in stand-by e i promossi a tavolino. Quest’anno, proprio per cercare di garantire un avvio ordinato o almeno meno caotico dell’anno scorso, il ministro Patrizio Bianchi ha accelerato tutte le procedure tanto che l’11 agosto ha postato un messaggio su Facebook per annunciare con soddisfazione che - con grande anticipo sulla normale tabella di marcia - già oltre 42 mila nuovi docenti erano stati immessi in ruolo. Peccato che nel frattempo l’orologio di parecchi vincitori del concorso straordinario - fra quelli rimasti «appesi» ci sono anche docenti di inglese, francese e scienze motorie - si sia fermato. La maggior parte delle segnalazioni riguardano la Toscana e il Lazio, ma anche l’Umbria, le Marche, l’Abruzzo e la Sardegna. Il punto, lamentano i malcapitati, è che a causa del ritardo nella pubblicazione delle graduatorie, non solo pur avendone diritto non potranno entrare di ruolo a settembre e dovranno aspettare un altro anno, ma - per un incrocio sfortunato di eventi - rischiano di vedersi sfilare il loro posto da colleghi assai meno titolati di loro. Quest’anno infatti, dopo lunga trattativa con i sindacati e un braccio di ferro sfibrante all’interno della stessa maggioranza - il ministero ha autorizzato con il decreto Sostegni bis l'immissione in ruolo in via straordinaria (e in subordine ai vincitori del concorso) dei supplenti di prima fascia, cioè di quelli con l’abilitazione su posto comune o con la specializzazione su sostegno. E fra questi - fanno notare i vincitori rimasti in stand-by - potrebbero esserci anche dei docenti che hanno partecipato pure loro al concorso senza però passarlo e che, in questo modo, scavalcherebbero i colleghi che invece lo hanno superato. Dopo il danno, insomma, la beffa.

·        Il concorso per presidi era truccato.

Concorso presidi nella bufera, nel mirino le risposte dei candidati e i punteggi «anomali». Valentina Santarpia su Il Corriere della Sera 21 settembre 2021. Dopo il via libera del Consiglio di Stato, gli esclusi non si sono arresi: accumulate centinaia di segnalazioni e atti per contestare il concorso. Indaga la Procura di Roma. Compiti perfetti bocciati, compiti non eseguiti promossi, risposte appena accennate che hanno ricevuto il massimo del punteggio, quesiti completati in maniera esaustiva che hanno ricevuto il minimo. E poi: verbali di correzione poco chiari, commissari presenti contemporaneamente in sede di esame e altrove, circostanze delle prove sospette. Il concorso per presidi del 2017, quello che ha assegnato il ruolo fino ad oggi a 2920 dirigenti scolastici, rischia di essere travolto da una bufera, mediatica e giudiziaria, dopo essere stato «assolto» amministrativamente. La procedura era infatti già stata all’esame del Tar, che inizialmente aveva annullato le prove, e poi del Consiglio di Stato, per «irregolarità». Ma il ministero dell’Istruzione aveva fatto appello contro l’annullamento, anche in forza della necessità di portare quanto prima i presidi in cattedra, e l’aveva avuta vinta: la sentenza definitiva del Consiglio di Stato a gennaio scorso ha stabilito che non c’era alcuna anomalia tale da annullare il concorso. Lo stesso concorso era finito anche nel polverone politico, due anni fa, per la partecipazione della ex ministra Lucia Azzolina: il leader della Lega Matteo Salvini aveva accusato l’esponente 5 Stelle di stabilizzare se stessa, ma anche in quel caso la vicenda è stata superata dall’avvicendamento a viale Trastevere. Al concorso avevano partecipato 15 mila persone, 9600 hanno superato le prove preselettive, 3800 gli scritti, gli orali sono terminati nell’estate del 2019, il 1° agosto dello stesso anno è stata pubblicata la graduatoria, e i primi presidi hanno avuto l’assegnazione della scuola a settembre dello stesso anno, dopo il via libera del Consiglio di Stato. Negli anni gli esclusi non si sono arresi, e hanno continuato a raccogliere materiale e testimonianze: sono due i comitati che si battono per la trasparenza, uno per gli scritti e uno per gli orali.

Le indagini. E intanto sei Procure, in testa quella di Roma, hanno iniziato a raccogliere denunce e segnalazioni: un enorme fascicolo da 10 mila pagine si è accumulato dall’inizio delle indagini, ad aprile del 2019, contenente «plurime circostanze e violazioni regolamentari, che hanno concorso a connotare di permeante oscurità la procedura concorsuale» e che «pende attualmente innanzi all’autorità giudiziaria romana in fase di indagini preliminari», spiegano i legali Giuseppe Murone e Pierpaolo Dell’Anno, difensori di moltissimi partecipanti. Indagini che sarebbero sul punto di concludersi: «In ragione della molteplicità delle circostanze segnalate nel corso del tempo e della oggettiva complessità degli accertamenti, riteniamo che i tempi siano maturi per una prossima chiusura delle indagini», spiegano gli avvocati. In altre sedi giudiziarie (esemplificativamente Bologna) è già stata, d’altro canto, esercitata l’azione penale per specifiche ipotesi trasmesse dalla Procura della Repubblica di Roma per ragioni di competenza territoriale».

La correzione dei compiti. «Il concorso presidi 2017 è condito da ogni sorta di errore: la griglia di valutazione cambiata tre mesi dopo la prova scritta, quando a partita iniziata non si cambiano le regole del gioco, le misteriose modalità di assegnazione dei compiti dei candidati alle 38 sottocommissioni, le valutazioni che in moltissimi casi risultano illogiche e difformi», spiega Michele Zannini, del comitato trasparenza e partecipazione, che è riuscito ad avere l’accesso agli atti dopo vari richieste e che è pronto a depositare anche questi compiti alla procura di Roma e a notificare al responsabile del procedimento presso il ministero tutti gli errori di valutazione evidenziati. «Sono emerse innumerevoli anomalie di punteggio- spiega Zannini- Pretendiamo delle spiegazioni e dei chiarimenti da chi di dovere».

Alla prima domanda, sulle principali azioni del dirigente scolastico nel coordinamento degli organi collegiali e nell’attuazione del Piano triennale dell’offerta formativa, un candidato che risponde con un testo ragionato di 30 righe e tanti riferimenti normativi, prende 6,50 (il punteggio minimo era 4, il massimo 16) e viene bocciato, un altro candidato, che risponde con una decina di righe e un solo riferimento normativo, prende 12,25: promosso.

Seconda domanda, sulle azioni del dirigente nelle procedure di individuazione di personale esperto per l’attuazione dei progetti per l’ampliamento dell’offerta formativa: un candidato che si dilunga con una risposta ragionata ha un punteggio di 4, e viene bocciato, un altro che dà una breve risposta generica, merita un 16, e viene promosso.

Alla domanda numero tre c’è un confronto che fa quasi sorridere, se non fosse drammatico: ci sono due candidati a cui viene assegnato lo stesso punteggio, 4. Il primo, bocciato, ha dato una lunga risposta sensata sugli strumenti che il dirigente può mettere in atto per affrontare l’assenteismo; il secondo ha risposto: «Ai sensi del regolamento delle studentesse e de...», senza proseguire. Lui/lei è stato promosso.

Alla domanda 4 si chiede di descrivere le principali azioni del dirigente nel raccordo tra l’attuazione del Piano triennale dell’offerta formativa e la gestione amministrativo contabile dell’istituzione scolastica autonoma: un candidato inizia a rispondere «il dirigente scolastico, responsabile della gestione unitaria dell’istituzione scolastica», poi si blocca. Gli spetta comunque un 4. Una risposta simile data da un altro candidato alla domanda 3, quella sull’assenteismo («Il dirigente scolastico, in caso di significativo assenteismo o ritardo»), merita invece 0. Il punto è che quel 4 permetterà al primo di raggiungere il 70, il punteggio minimo per passare, mentre lo 0 escluderà l’altro candidato. 

Alla domanda 5 stessa «scena»: a un candidato, bocciato, viene assegnato un punteggio di 5,5 per una lunga risposta su come il dirigente può migliorare i livelli di apprendimento degli alunni del primo ciclo. Ad un altro candidato, promosso, viene assegnato un punteggio di 4 per questa risposta: «Didattica per competenze». Stop. Persino tra i vincitori ci sono difformità incredibili: ad un candidato che risponde alla prima domanda senza citare neanche una norma, viene assegnato 16; ad un altro che cita 7 norme, correttamente, un punteggio di 8.

Corrado Zunino per repubblica.it il 15 agosto 2021. Lucia Azzolina, già ministra dell'Istruzione, è preside di ruolo. In Sicilia. Gli uffici guidati dal successore, Patrizio Bianchi, in queste ore hanno reso pubbliche le prossime 386 immissioni in ruolo di dirigenti scolastici. E, come era preventivato, è stata immessa la numero 2.544 della classifica generale (la gran parte dei presidi vincitori del concorso 2018-2019 sono già entrati), ovvero Lucia Azzolina, autrice di una prova poco più che sufficiente: 80,50 su 100 con un'asticella posta a quota 70. Il punteggio è stato realizzato dalla candidata con uno "0" in Informatica e un "5" in Inglese (dieci punti su venti). Lucia Azzolina, nata a Siracusa e cresciuta nel Comune di Floridia, aveva indicato la Sicilia per il suo incarico nonostante abbia insegnato Lettere, prima da precaria e poi a tempo indeterminato, in un istituto di istruzione superiore di Biella. E' stata accontentata e il partito ha fatto sapere che accetterà l'incarico da dirigente scolastico, ma si metterà in aspettativa per proseguire l'attività politica. L'esame per diventare preside lo aveva affrontato nel suo ruolo di deputata dei Cinque Stelle, membro della commissione Istruzione e portavoce, via via sempre più ascoltata, sui temi scolastici. Per la preparazione della prova l'ex ministra si era avvalsa della controversa figura di Max Bruschi, già suggeritore di Mariastella Gelmini ai tempi delle riforme che tolsero alla scuola otto miliardi di euro: il "tutor" sarà promosso dalla stessa Azzolina a capo del Dipartimento dell'Istruzione nel momento in cui la deputata verrà chiamata a sostituire il ministro dimissionario Lorenzo Fioramonti. Lucia Azzolina, insediata nel ruolo di vertice, non ha offerto risposte ai candidati che ricorrevano nei confronti di una prova nazionale che presentava diverse anomalie e per questo è stata accusata di non aver voluto concedere gli atti per interessi personali. Sotto il ministero Bianchi, le carte sono state date ai richiedenti e ora si scoprono nuovi particolari su questo concorso su cui indagano sette procure e, in particolare, sullo scritto della candidata-deputata Lucia Azzolina, corretto il 15 marzo 2019 in una stanza del ministero dell’Istruzione in Via Carcani 61, edificio vicino alla struttura storica di Viale Trastevere. Ecco, la sottocommissione numero 19, quella che l'ha giudicata, tre membri più la segreteria, era così composta: presidente Maria Vittoria Lumetti, membro dell’Avvocatura dello Stato, l’organo che supporta, appunto, la pubblica amministrazione nei contenziosi. Nel caso della prova per diventare presidi, l'Avvocatura offrirà al ministero dell’Istruzione elementi decisivi per la difesa di fronte al Tar e al Consiglio di Stato. Lumetti, alla data dell'esame, non si stava occupando di questioni scolastiche, ma la materia era stata oggetto della sua azione, come descrive il curriculum, nella fase in cui aveva lavorato come avvocato per lo Stato nel distretto di Bologna. Membro della Commissione Azzolina era, ancora, Elisa Borelli, promossa otto mesi prima del concorso presidi a dirigere l'Ufficio bilancio e contabilità dello stesso ministero dell'Istruzione. Quindi, terzo membro della sottocommissione 19 era una dirigente scolastica romana: Angela Gallo. Segretaria, infine, la funzionaria Miur Paola Sorrentino, insediata nella Direzione generale degli ordinamenti scolastici. I legali dei ricorrenti sostengono che nessuna delle altre 37 commissioni d'esame sia stata composta da membri così vicini al ministero dell'Istruzione e attaccano: "Ogni giorno l'ultimo esame fin qui realizzato per offrire dirigenti scolastici al Paese mostra problemi di valutazione, di regolarità delle prove, di conflitti d'interessi. Di fronte a un'assegnazione dei novemila scritti casuale rispetto alle 38 commissioni sparse in Italia, colpisce che il testo della deputata Lucia Azzolina sia stato affidato a un gruppo così vicino al ministero. Ci chiediamo quando il ministro in carica interverrà". 

Maurizio Tortorella per “la Verità” il 17 agosto 2021. Tra tanti parlamentari grillini senz' arte né parte (al Movimento 5 stelle oggi restano 160 deputati e 74 deputati), Lucia Azzolina è tra i pochi ad aver risolto con sicurezza il problema di come sbarcare il lunario alla fine di questa legislatura. Dal 14 agosto, infatti, l'ex ministro grillino dell'Istruzione ha ricevuto la comunicazione ufficiale di aver vinto il famigerato concorso per oltre 3.000 presidi di scuola (lei andrà in Sicilia a fine del mandato parlamentare), svolto nel 2018-19 e per la sua opaca gestione letteralmente massacrato da una ridda di polemiche e di ricorsi legali. Docente precaria in Liguria, entrata in ruolo a Biella, l'Azzolina era passata per il rotto della cuffia alla prova scritta dell'ottobre 2018 (aveva preso 73, contro un punteggio minimo di 70), e aveva superato l'orale nel giugno 2019 con una prova poco più che sufficiente: aveva ottenuto un punteggio di 80,50 su 100, contro un minimo di 70, incassando un clamoroso zero in informatica e l'equivalente di un 5 (cioè 10 punti su 20) in inglese. Le polemiche erano nate per un evidente conflitto d'interessi: nel marzo 2018 l'Azzolina era stata eletta deputato del M5s e membro della commissione Cultura, un'istituzione che di concorsi scolastici si occupa per statuto. Sulla bontà della prova della parlamentare grillina, che nel settembre 2019 era stata poi promossa sottosegretario all'Istruzione, si erano accese dure polemiche già alla fine del dicembre 2019, quando il critico e linguista Massimo Arcangeli, che era stato tra i suoi esaminatori, aveva rivelato che la performance dell'Azzolina non era stata proprio esemplare: «Mi chiedo», aveva denunciato Arcangeli, «come si possa pensare di affidare la guida della Pubblica istruzione a chi non ha risposto a nessuna delle domande d'informatica, al punto da meritarsi uno zero». Lo scandalo, però, era stato presto silenziato. Di certo non aveva avuto alcun effetto sulla prepotente ascesa politica dell'Azzolina: il 10 gennaio 2020, come Arcangeli aveva previsto e temuto, era stata nominata ministro dell'Istruzione. E, sia pure ufficiosamente, era entrata anche tra i vincitori del concorso. A quel punto, però, molti aspiranti presidi «bocciati», riuniti in un comitato dal programmatico nome «Trasparenza è partecipazione», avevano dato battaglia legale. Attorno al Natale 2019, poco prima che l'Azzolina s' insediasse al ministero, il comitato era riuscito a ottenere dal suo predecessore, il grillino Lorenzo Fioramonti, 430 elaborati d'esame: tutti anonimi, ovviamente, ma con la valutazione delle sottocommissioni esaminatrici. Secondo il comitato, i rigidi criteri di valutazione delle prove sarebbero stati disattesi da alcune delle 38 sottocommissioni d'esame, che avrebbero attribuito punteggi irregolari a molti candidati. In certi casi venivano valutate positivamente risposte mai date, o incomplete. Una domanda del test scritto, per esempio, prevedeva 5 punti se il candidato avesse citato correttamente le norme di riferimento: in alcuni elaborati la risposta non c'era, ma i punti erano stati ugualmente assegnati. Gravi falle avrebbe mostrato anche il «codice sorgente» del sistema informatico, utilizzato per garantire l'anonimato della prova scritta. Contro queste e altre presunte irregolarità, due anni fa il comitato aveva presentato denunce penali e ricorsi in sede amministrativa. Le Procure di Roma, Bologna, Napoli, Ravenna, Catania e Santa Maria Capua Vetere avevano aperto inchieste, che però erano tutte velocemente scomparse dalle cronache. Più attivo era parso il Tribunale amministrativo del Lazio, che tra il luglio 2019 e il giugno 2020, con tre successive sentenze, aveva confermato alcune delle lamentele dei ricorrenti e aveva clamorosamente annullato il concorso, ordinando al ministero retto dall'Azzolina la piena pubblicità degli elaborati e dei risultati dello scrutinio, più il libero accesso al «codice sorgente». Da allora, però, tutto s' è arenato anche in sede amministrativa, perché nell'ottobre 2019 il Consiglio di Stato ha sospeso le decisioni del Tar. Con un doppio paradosso, perché a firmare il ricorso, affidato all'Avvocatura dello Stato, era stato proprio il ministro Azzolina: che in quel momento non soltanto era parte in causa, visto che aveva vinto il concorso, ma in quanto grillina avrebbe dovuto essere la prima garante della trasparenza degli atti. Perfino l'ex ministro Fioramonti si era dissociato: «Ho sempre creduto necessario rendere trasparenti al massimo i concorsi», aveva detto, «e trovo inaccettabile che la richiesta di accesso agli atti, che io avevo concesso, sia stata respinta dopo la mia uscita dal ministero». Alla fine, lo scorso 12 gennaio, il Consiglio di Stato ha dichiarato «non fondati» i ricorsi, e ha così convalidato il concorso. I giudici però hanno ordinato al ministero la «piena ostensione» degli atti e del «codice sorgente». Il ministero, che da febbraio è nelle mani di Patrizio Bianchi, non ha ancora dato seguito alla seconda parte della richiesta. L'ultima polemica riguarda tre dei quattro membri della sottocommissione numero 19, che a Roma ha esaminato proprio l'Azzolina: e cioè la presidente Maria Vittoria Lumetti, professionista presso l'Avvocatura dello Stato, cioè l'ufficio che ha assistito l'Azzolina contro i ricorsi dei suoi concorrenti; Elisa Borelli, promossa a dirigere l'Ufficio bilancio e contabilità del ministero dell'Istruzione otto mesi prima del concorso presidi; Paola Sorrentino, funzionaria del ministero presso la Direzione generale degli ordinamenti scolastici. I legali del comitato dei concorrenti presidi bocciati segnalano che nessun'altra sottocommissione dell'esame presidi fosse tanto vicina al ministero: «Colpisce», protestano, «che le sia stato affidato proprio l'esame della concorrente Lucia Azzolina. E ci chiediamo perché il suo successore Bianchi non sia ancora intervenuto».

I compiti non erano anonimi. Il concorso per presidi era truccato, tutti i documenti che dimostrano le anomalie. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 16 Luglio 2021. Gli aspiranti dirigenti scolastici che da due anni mettono al microscopio le tante, troppe stranezze del Concorso bandito dal Miur nel 2017 vedono un nuovo colpo di scena nella vicenda: il Tar del Lazio ha ordinato per la prima volta nella storia dei concorsi pubblici la consegna del codice sorgente integrale a tutti i ricorrenti. È la prima volta che avviene e il concorso Dirigenti Scolastici del 2017 è destinato a diventare un caso. Di quelli seri: perché i fatti sono gravi, i ricorrenti agguerriti e tra i tanti sospetti c’è qualche nome noto. Ma andiamo con ordine. Bandito il corso-concorso per 2425 presidi nel novembre 2017, il Miur riceve decine di migliaia di domande, alla preselettiva sono circa 34.000 candidati e di questi 9000 passeranno alla prova scritta. La gestione ricade sotto il Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca Marco Bussetti, “indipendente di area Lega” secondo le biografie autorizzate. Ministro tecnico o quasi, perché la sua scelta è caldeggiata da Matteo Salvini che ne fa uno dei tratti salienti dell’accordo di governo con il Movimento Cinque Stelle. È sotto il Conte I, l’avvocato del popolo, che questo paradossale sistema di valutazione concorsuale mostra i suoi limiti. Gli scritti si svolgono in più città, in tutte le regioni. Ad esaminarli vengono selezionate trentotto sottocommissioni d’esame. Diverse in particolare sono al Miur, primus inter pares. Le 38 sottocommissioni però danno valutazioni difformi e decisamente bislacche e nel marzo 2019 la pubblicazione di un elenco di idonei alla prova orale solleva un pandemonio. Tanto che 2400 tra i candidati esclusi si impuntano. Vogliono vederci chiaro, richiedono l’accesso agli atti ai sensi della legge 241/90. Le istituzioni non rispondono. Le Pec si moltiplicano, ma niente: da parte del Miur c’è la consegna del silenzio. Si attivano una decina di studi legali, ma ancora niente. L’accesso agli atti è negato e denegato fino a quando, cambiata gestione e arrivato il ministro Lorenzo Fioramonti, la pratica all’improvviso si sblocca. Si profila una Concorsopoli senza precedenti: sono già sei le Procure che hanno aperto procedimenti diversi, sollecitate da ricorrenti in ordine sparso. I docenti che hanno preso parte al concorso – in molti casi già vice Presidi – sono certi di aver risposto piuttosto bene alle domande proposte, di aver soddisfatto i quesiti posti. E vogliono vederci chiaro, loro che nella vita fanno i valutatori, sul perché di valutazioni tanto negative. È questa determinazione che li porta a fondare un comitato che si trasforma in associazione, “Trasparenza è Partecipazione”, e ad ingaggiare fior di avvocati. Attraverso primi confronti tra loro, si convincono di essere rimasti vittime di un concorso preimpostato, coltivano il sospetto di essere vittime di un meccanismo in cui i vincitori erano annunciati ancora prima di parteciparvi. Tra gli elementi che sollevano, la difformità di trattamento delle trentotto sottocommissioni che operarono nelle varie sedi dislocate in tutta Italia. Con la sentenza del Tar il presidente Sapone ha ordinato la consegna del codice sorgente, la “scatola nera” del concorso rappresentata dal software gestito dal consorzio Cineca che contiene gli identificativi alfanumerici per l’associazione dei compiti anonimi con i nomi e i cognomi dei candidati. Il sospetto, date le incongruenze sui nominativi dei compiti corretti, è che ci fosse una “predisposizione” o comunque, a voler essere generosi, la mancanza della garanzia dell’anonimato. Una condizione che, se provata, porterà non solo ad inficiare il concorso, ma anche ad aprire un nuovo fascicolo a carico. Il dubbio ponderato è sollevato dal perito di parte, un noto esperto della Procura di Roma, Marco Calonzi che ha trovato i metadati manomessi e ha certificato nella sua relazione di asseveramento di trovarsi davanti a una situazione imbarazzante, come se – al di là delle apparenze – l’anonimato non vi fosse mai stato. Non bisogna essere periti informatici, d’altronde, per vedere quello che da cronisti abbiamo potuto verificare con i nostri occhi: valutazioni più che positive attribuite a elaborati quasi lasciati in bianco. Ed è una constatazione che chiunque può fare, dopo il recente accesso agli atti con i quali si sono potute confrontare le tracce, le risposte e le valutazioni, perfino grottesche. Un accesso agli atti a cui il Ministero per due anni ha risposto picche, infrangendo la legge sulla trasparenza: è stato sotto i Cinque Stelle che l’obbligo della trasparenza è stato disatteso. Ha rimesso le carte a posto una sentenza del Tar e del Consiglio di Stato. Il Concorso Presidi 2017 è condito da ogni sorta di errore: la griglia di valutazione cambiata tre mesi dopo la prova scritta (a partita iniziata non si cambiano le regole del gioco), la misteriosa modalità di assegnazione dei compiti dei candidati alle citate trentotto sottocommissioni, le valutazioni di queste ultime che in moltissimi casi risultano essere illogiche e curiosamente difformi. I verbali di commissione mancanti, i files creati con il codice fiscale dei candidati prima delle operazioni di scioglimento dell’anonimato e privi di metadati, i punteggi inventati che nulla hanno a che vedere con quelli previsti dalla predetta griglia di valutazione, i giudizi positivi attribuiti a compiti che presentano non pochi elementi di riconoscimento, quali l’utilizzo di elenchi di parole, uno alternato di maiuscole e minuscole, e soprattutto voti decisamente positivi a fronte di compiti che umiliano il buon senso, consegnati con due frasi tronche. Tra questi errori per fortuna non è incorsa Lucia Azzolina. L’ex ministra della Pubblica istruzione, presidente della Commissione cultura alla Camera per M5s all’epoca dei fatti, Governo Conte I, ha avuto la fortuna di trovarsi a essere corretta – le estrazioni delle commissioni giudicanti erano casuali – da una delle commissioni interne al Miur, nella sede di viale Trastevere a Roma. Peraltro i commissari che hanno valutato il suo compito non hanno avuto un gran da fare, il testo della Azzolina – che pure abbiamo visionato – è davvero impeccabile, un brocardo: in pochi minuti elenca codici, leggi, circolari ben glossate da dotte citazioni, anche in latino. Un compito da manuale. I codici sorgenti consegnati pochi giorni fa ai ricorrenti, ai loro legali e ai periti di parte possono adesso rivelare un indicibile segreto: se le prove scritte, corrette telematicamente, hanno garantito o meno l’anonimato dei loro compilatori o se – come sospettano le prime perizie depositate – chi correggeva i compiti scritti aveva piena consapevolezza del nome e del cognome del candidato. La violazione dell’anonimato configurerebbe un reato penale molto grave. Certo è strano che molti commissari, durante le correzioni dei testi scritti, appena firmato il verbale, si siano dimessi in gran velocità. Sono settanta in tutta Italia i commissari che hanno provato a tagliare formalmente i cordoni che li ricollegavano alle commissioni di esame. L’area dei Cinque Stelle, e degli ex Cinque Stelle, fibrilla. L’ex Ministro Lorenzo Fioramonti si è più volte pronunciato in merito al concorso anche rilevando come «in questa situazione, che provoca caos e paradossi, si inserisce perfettamente quello che io chiamo il pasticciaccio del concorso scolastico per dirigenti scolastici del 2017. Una commissione nazionale che ha lasciato mano libera a trentotto sottocommissioni, dislocate anche in sedi quasi impossibili da raggiungere con i mezzi pubblici, che hanno agito come altrettante repubbliche indipendenti e sovrane con il risultato che alcune hanno promosso tutti gli ammessi agli orali, altre meno della metà. […] È un episodio davvero esecrabile, che mette in discussione la credibilità dello Stato nella sua interezza. Purtroppo i concorsi pubblici nel nostro Paese continuano a essere, mi si perdoni il termine poco tecnico, una grande buffonata, con la conseguenza che viene lesa completamente la fiducia che le persone hanno nelle istituzioni». Cosa chiedono i ricorrenti, che si sono visti negare il diritto di partecipare ad una prova selettiva imparziale? «Chiedono con forza al Governo Draghi, alle commissioni Cultura di Camera e Senato e al Parlamento l’attuazione di una soluzione extragiudiziale al fine di evitare di subire i tempi biblici della giustizia amministrativa, che si porrebbe come ulteriore beffa di una vicenda a dir poco paradossale. Tale soluzione potrebbe attuarsi mediante un concorso riservato, con esame finale», ci dice Michele Zannini, presidente del comitato Trasparenza È Partecipazione. C’è dalla loro una legge che glielo consente, secondo quanto previsto dall’art. 1, co. 87 della L. 107/15, che comporterebbe un risparmio per le casse dello Stato, visto che il costo per un concorso riservato ai ricorrenti non è paragonabile a quello di un concorso ordinario. Per non parlare della fine di un lungo contenzioso che si arricchirà presto – c’è da scommetterci – di altri elementi scaturenti dal recente accesso agli atti. Con la creazione di una graduatoria nazionale il cui scorrimento potrebbe avvenire nei prossimi anni scolastici puntano a risolvere l’annosa questione dei concorsi pubblici, materia su cui il ministro Renato Brunetta sta mettendo le mani. Chi, come noi, va a vedere le carte, scoperchia ogni volta un vaso di Pandora.

Aldo Torchiaro. Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.

·        Esami universitari e tesi falsate.

Massimiliano Cassano per ilriformista.it il 31 marzo 2021. Bastava un click per risultare iscritti alla facoltà di Medicina pur non avendo superato il concorso, oppure essere spostati in una fascia di reddito più bassa per avere uno sconto sulle tasse. Su questo si basano le accuse che hanno portato agli arresti domiciliari due dipendenti dell’Università di Salerno. Il provvedimento cautelare, disposto dal gip del Tribunale locale ed eseguito dalla Guardia di Finanza, arriva al termine di un’indagine avviata dalla procura che, oltre ai due arrestati, vede in tutto 42 indagati tra studenti e familiari coinvolti nel sistema di frode. “Accesso abusivo al sistema informatico”, “falsità materiale commessa in atti pubblici” e “induzione indebita”, riferisce una nota del procuratore di Salerno, Giuseppe Borrelli, sono i capi d’accusa. Le indagini sono partite in seguito alla denuncia presentata dallo stesso Ateneo che, grazie l’Audit interno, aveva rilevato alcune irregolarità nella procedura di immatricolazione di due studenti che risultavano iscritti alla Facoltà di Medicina senza essersi classificati in posizione utile nella graduatoria unica nazionale di merito. In totale ci sarebbero 34 carriere universitarie alterate, molte delle quali – riferiscono le Fiamme Gialle – terminate con il conseguimento del titolo. Dagli accertamenti investigativi è subito emerso che l’iscrizione era stata effettuata materialmente da un dipendente dell’Università attraverso l’accesso abusivo al Sistema Informatico di Segreteria. L’indagato utilizzava le proprie credenziali anche per attestare il superamento di esami universitari in realtà mai sostenuti dagli studenti. In cambio si faceva consegnare diverse diversi “regali”, tra i quali anche alcuni “fumetti da collezione”. Un secondo indagato era pronto a indirizzare al collega gli universitari che, venuti a conoscenza del meccanismo di frode, chiedevano di essere “aiutati” in qualche modo.

Esami universitari e tesi falsate, 22 indagati a Genova. Un professore di una scuola superiore "collaborava" in tempo reale con gli studenti o scriveva di suo pugno gli elaborati: 22 denunciati dalla Guardia di Finanza con la collaborazione dell'Ateneo. La Repubblica il 25 marzo 2021. Esami di Economia aziendale dell'Università di Genova superati grazie all'aiuto di un professore di una scuola superiore, esterno all'ateneo. Che secondo le indagini inviava le risposte su WhatsApp durante lo scritto. Ma anche tesi completamente scritte dal docente e discusse dagli universitari. Il tutto dietro pagamento. Lo hanno scoperto i finanzieri del comando provinciale di Genova, che hanno denunciato 22 persone nell'ambito dell'indagine "110 e frode". L’indagine ha ricevuto l’input dalla stessa Università, che ha segnalato una sospetta compravendita dei testi per la prova scritta dell’esame di Ragioneria Generale, previsto per il secondo anno del corso di laurea in Economia Aziendale. Dall’analisi svolta sui dati estrapolati dai devices (smartphone, notebook), nonché dall’analisi della documentazione cartacea sequestrata al professore (soprattutto agende), sono emersi numerosi casi, dove il professore ha aiutato alcuni studenti anche durante le prove di statistica, ragioneria generale, test di accesso, marketing. In più il confronto degli elaborati consegnati durante gli esami o per la discussione delle tesi, con quanto rinvenuto nei notebook e nelle applicazioni di messaggistica del professore, ha provato che, in tutto od in parte, quanto presentato dagli studenti era, nella realtà, operato del professore. I reati contestati sono repressione della falsa attribuzione di lavori altrui da parte di aspiranti al conferimento di lauree, diplomi, uffici, titoli e dignità pubbliche. Intanto, Il Rettore dell'Università di Genova Federico Delfino è in attesa della comunicazione ufficiale delle denunce a carico dei 22 studenti. Lo si apprende da fonti dell'Università. La Commissione, preso atto della denuncia ed effettuate le dovute verifiche, potrà assumere provvedimenti che possono arrivare fino alla sospensione per 18 mesi.

·        L’insegnamento e la Chiamata Diretta.

DAGONOTA il 15 marzo 2021. In numerosi articoli si parla del “professor Enrico Letta” che ha lasciato l’insegnamento universitario alla Scuola di affari internazionali dell’Istituto di studi politici di Parigi nel quale, dal settembre 2015, era direttore (rettore). Letta è diventato professore, e poi rettore, per chiamata, senza trafila concorsuale e cursus honorum come si fa oggi in Italia per accedere al ruolo di docente. A parte l’ex premier Giuseppe Conte - diventato da zero a docente in quattro anni e chissà perché -, in genere ne possono servire, se tutto va bene (se non si è figli di…), una quindicina-ventina passando da laureando a cultore della materia, dottorando, post-dottorando, docente a contratto, borsista, ricercatore di tipo B e/o A… infine superando il concorso per l’Abilitazione scientifica nazionale (secondo criteri assurdi stabiliti dall’Agenzia di valutazione italiana, che peggio di quella che sovrintende ai vaccini). A questo punto, se uno risulta abilitato, deve poi superare un concorso in sede locale (pilotato ad hoc dai baroni in stile esame Suarez, che scelgono prima il vincitore) diventando, finalmente, docente associato da confermare dopo un triennio. Quindi scelgono ancora i baroni. Ecco, se pensiamo che sia giusto che Enrico Letta, lasciato il Parlamento, abbia fatto il docente per meriti professionali e di studio, e noi lo crediamo, chiediamo a Letta che si mobiliti per fare in modo che anche in Italia si possa fare così. Visto che se lui cinque anni fa o ancora oggi partecipasse all’Abilitazione scientifica nazionale, poniamo in un raggruppamento disciplinare dell’area di Scienze Politiche, non avrebbe NESSUNA possibilità di superare il concorso in quanto non ha una monografia scientifica scritta negli ultimi cinque anni, non ha pubblicazioni su riviste di classe A italiane, non è stato direttore di un Prin ecc ecc ecc… e i soli titoli presentabili sono quelli che lui ha ottenuto dopo che è stato chiamato a insegnare e non prima! Quindi per lui, e per la moglie che di questi temi si occupa sul “Corriere della Sera”, un primo serio impegno ci sarebbe: farla finita in Italia con i cursus honorum costruiti fittiziamente dai baroni (finte pubblicazioni, finte peer-review, borse di studio farlocche e assegnate a chi si vuole, pseudo ricerche, pseudo parametri scientifici, nessuna importanza al lavoro, nessuna importanza allo studio individuale) per far superare ai protetti l’Abilitazione nazionale e poi costruire per loro un concorso ad hoc locale. Di contro, agevolare anche da noi la chiamata a insegnare per chi merita ed eccelle nello studio e nelle professioni. Non ci vogliono nuove leggi o nuovi soldi. Basta che per ogni nuovo docente che entra in una università attraverso l’Abilitazione scientifica e successivo concorso-farsa in sede locale quello stesso ateneo sia obbligato a inserire un altro docente per chiamata, sganciato dalle logiche dei concorsini, purché abbia qualità scientifiche e professionali dimostrabili, s’intende!

·        Concorsi truccati nella Pubblica Amministrazione.

Che disastro i concorsi pubblici: il lavoro c’è ma ottenerlo è troppo complicato. Gloria Riva su L'Espresso l'8 settembre 2021. Centinaia di migliaia di assunzioni ma il criterio di selezione va a rilento e usa metodi troppo vecchi. Il rischio? Perdere l’occasione per modernizzare la burocrazia. I posti di lavoro ci sarebbero, ma ottenerli è ancora troppo complicato. E comunque non ne vale la pena: si chiedono lauree, master ed esperienze lavorative in cambio di 1.600 euro al mese. Economicamente parlando, a un giovane in gamba conviene ancora l’espatrio. Sono tante le storture del sistema di assunzione della Pubblica Amministrazione, che avrebbe bisogno di un ricambio generazionale importante e di personale competente, ma al contrario non riesce ad arruolare il personale giusto, neppure in tempi biblici: al flop estivo del concorso pubblico per 2.800 tecnici per il Sud, con ogni probabilità in settembre se ne sommeranno altri tre. Se le regole di ingaggio non cambieranno c’è il rischio di far saltare - o rinviare a data da destinarsi - tre selezioni che potrebbero offrire un totale di cinquemila posti di lavoro. Più in generale, il sistema di selezione, senza un deciso cambio di passo, potrebbe frenare l’intero Piano di Ripresa e Resilienza - che per decollare ha bisogno di 24mila professionisti a tempo determinato -, e sempre la mala gestione delle assunzioni azzopperà il grande progetto di assunzioni (da 350 a 500mila) indispensabile per svecchiare la macchina burocratica dello Stato. Per capire cosa non funziona è sufficiente ricostruire la storia dei tre concorsi sbloccati in queste settimane e che, almeno in teoria, dovrebbero concludersi in autunno. Il primo bando è quello per la ricerca di 2.736 funzionari amministrativi della Pubblica Amministrazione centrale, annunciato il 30 giugno del 2020 dall’allora ministro Fabiana Dadone, ma le cui prove selettive non hanno mai visto la luce; il secondo concorso per 1.541 profili per l’Istituto Nazionale del Lavoro, l’Inail e il ministero del Lavoro, era stato autorizzato a dicembre del 2018, più volte stoppato e insabbiato; infine il bando per la selezione di 1.052 dipendenti del ministero della Cultura, che risale addirittura al 2017. Il bando per funzionari amministrativi è quello che sta creando maggiore sconcerto fra i migliaia di aspiranti candidati che quotidianamente comunicano sul gruppo Facebook creato appositamente per affrontare insieme il concorso. In tredici mesi di decantazione le regole di ingaggio sono cambiate così tante che alcuni candidati scrivono: «Ma si tratta dello stesso concorso o di uno nuovo?». L’estate scorsa l’ex ministra Dadone aveva assicurato principi e criteri innovativi per favorire un «ripensamento globale dell’organizzazione del lavoro pubblico». Al contrario, prima l’emergenza sanitaria, poi un periodo di fermo - nonostante le dichiarazioni del ministro Brunetta del 30 marzo di quest’anno, che annunciava lo sblocco dei concorsi - hanno fatto sì che il concorso slittasse di oltre un anno e tornasse ad avere le sembianze di un concorsone vecchio stile. Infatti alla riapertura del bando si è scoperto che la prova preselettiva verrà abolita e che l’unico test di verifica sarà un quiz da 40 domande in 60 minuti. Abolita anche la prova orale e i titoli verranno valutati solo per i candidati che raggiungeranno la sufficienza nella prova scritta. Secondo gli esperti si profila rischia un flop, perché l’iter è molto simile a quello avvenuto per la ricerca dei 2.800 tecnici per il Sud, dove un numero molto basso di candidati ha raggiunto la sufficienza nel test, al punto che solo poco più di 800 persone sono risultate idonee. Il risultato è che sarà necessario indire un nuovo bando e fare un altro concorso per assumere gli altri duemila tecnici, con un’enorme perdita di tempo e risorse. Del resto, se i concorsi puntano ad assumere i migliori talenti in circolazione e le prove scritte sono effettivamente complesse, non è detto che i più brillanti su piazza vogliano candidarsi per quei posti di lavoro, soprattutto perché gli stipendi si aggirano fra i 1.450 e i 1.700 euro al mese, non proprio un salario allettante per professionisti ad elevata specializzazione. Inoltre, nonostante un lungo periodo di gestazione, i concorsi sono stati fatti in fretta e furia, affidando alla roulette di un quiz l’assunzione di personale fondamentale per garantire il funzionamento del sistema pubblico. Biblici i tempi per l’assunzione dei 1.541 ispettori del Lavoro, attesi dal 2018 per arginare gli infortuni sul lavoro e il caporalato. Invece, anche in questo caso, si è perso tempo: l’autorizzazione risale alla legge finanziaria del 2019 e le domande sono state presentate a ottobre di quello stesso anno, ma poi tutto si è fermato fino a luglio di quest’anno. Due anni dopo la pubblicazione è riapparso il bando e, anche in questo caso, si è scelto di sopprimere la prova preselettiva e l’orale, affidando la selezione a un test scritto a risposta multipla: non si è mai vista un’azienda privata affidare l’assunzione del personale a un quiz scritto senza neppure scambiare quattro chiacchiere con il futuro dipendente. Invece nel pubblico questa è la norma, con il risultato di favorire chi ha buona memoria, scartando persone con buona capacità di problem solving e gestionale. Per la selezione dei dipendenti del Mibact dall’emergere del fabbisogno sono trascorsi cinque anni e quattro governi: ci sono 210mila persone che hanno presentato domanda, ma ancora siamo a metà delle prove e nessuno è stato assunto. E per far cosa? Come accade in quasi tutti i bandi, non c’è alcuna descrizione del lavoro da svolgere, se non una sintetica indicazione «unità di personale non dirigenziale a tempo indeterminato, profilo professionale di Assistente alla fruizione, accoglienza e vigilanza del ministero». Tutto questo sta avvenendo nel momento in cui la Pubblica Amministrazione ha toccato il minimo storico di dipendenti, che attualmente sono 3.212.450, vale a dire 31mila persone in meno rispetto al 2019, provocato dall’innestarsi dell’emergenza sanitaria sulle procedure selettive che le amministrazioni più impoverite e invecchiate fossero riuscite a compensare le fisiologiche uscite del personale. L’impatto del combinato disposto dell’invecchiamento della Pubblica Amministrazione, del blocco dei concorsi e della spinta di quota 100 al pensionamento anticipato ha fatto crollare del sei per cento il volume di dipendenti nelle Prefetture, nei Ministeri, all’Agenzia delle Entrate, negli enti pubblici e nelle Città metropolitane. Anche i Comuni, che nel 2019 avevano ripreso ad assumere riuscendo a invertire la persistente riduzione del personale, tornano oggi a perdere oltre il due per cento della forza lavoro. Questa «desertificazione della Pubblica Amministrazione», come l’ha definita il ministro Brunetta, si inserisce in un quadro già mortificante rispetto al resto d’Europa: allo stato attuale, in Italia, 13,5 lavoratori su 100 lavorano nel pubblico, sei persone in meno rispetto alla Francia dove gli impiegati pubblici sono poco meno di 20 su 100. Il valore più basso lo troviamo in Germania (10,8), non perché abbiano meno impiegati pubblici in termini assoluti (sono 4,8 milioni), ma perché hanno il tasso di disoccupazione più basso d’Europa. Infatti se in Italia ci sono 5,6 dipendenti pubblici ogni cento abitanti, in Germania sono 5,9, in Francia 8,7, in Inghilterra 7,8 e nella vicina Spagna 6,8. C’è poi da considerare l’aumento vertiginoso degli over 60, che nelle nostre pubbliche amministrazioni rappresentano il 16,3 per cento del personale, mentre gli under 30 sono appena il 4,2 per cento, dovuto per lo più alla presenza nei corpi di Polizia e nelle forze armate. Sono oltre 500mila i dipendenti pubblici over 62enni e superano i 183mila quelli che hanno oltre 38 anni di anzianità. Nelle pagine del Pnrr si legge che l’attesa di uscite dal pubblico impiego nel prossimo triennio si attesterà intorno alle 300mila unità, ma in base alle stime del Forum Pubblica Amministrazione con questa anagrafica del pubblico impiego si tratta di stime ottimistiche. Non va meglio se si esamina il pubblico impiego dal punto di vista della qualificazione. I laureati sono il 41,5 per cento e, di questi, la laurea più comune è in Giurisprudenza (30%), seguono Economia, Scienze Politiche, Sociologia. Dunque, il candidato ideale della Pubblica Amministrazione ha un profilo generalista, esperto di procedimenti amministrativi e in grado di lavorare in un contesto burocratico, con processi lavorativi rigidi e un’organizzazione gerarchica. Inoltre la foto scattata dall’ultimo rapporto Aran, Agenzia per la rappresentanza negoziale pubbliche amministrazioni, mostra un’immagine della Pa con molti lavori a bassa qualifica professionale, lontanissimi dall’urgenza di innovazione tecnologica di cui la macchina burocratica statale avrebbe bisogno. Ad esempio, i due terzi dei posti nei ministeri richiede un diploma e consiste in un lavoro impiegatizio, il sei per cento richiede solo la scuola dell’obbligo. I posti che prevedono una laurea sono poco sopra il 30 per cento: pochi se si considera che nei ministeri dovrebbero avvenire le attività a più alto contenuto professionale. Nelle Regioni i posti per i laureati sono il 25 per cento, per i diplomati il 46 per cento, mentre il 29 per cento dei posti è per lavoratori manuali o esecutivi, per cui è richiesta appena la scuola dell’obbligo. La Pubblica Amministrazione, dunque, non è solo impoverita numericamente, ma non possiede e non ha richiesto quelle professionalità che sarebbero necessarie per far fronte alle sfide della digitalizzazione e dell’innovazione tecnologica. È ancora il Forum Pubblica Amministrazione a stimare che almeno i due terzi degli oltre 300mila rimpiazzi dovrebbero avere in tasca una laurea in discipline Stem - Science, Technology, Engineering and Mathematics -, per riequilibrare una tenace maggioranza di profili giuridici. Al contrario i bandi continuano ad essere scritti su misura degli azzeccagarbugli, si punta quindi a stendere altro gesso su una burocrazia già parecchio ingessata.

Scegliere bene i lavoratori della Pubblica Amministrazione è indispensabile per il nostro futuro. Selezionare il personale in modo approssimativo e investire sulle persone sbagliate vuol dire compromettere i prossimi quarant’anni di attività. Fabrizio Barca su L'Espresso l'8 settembre 2021. Il Governo sta facendo ripartire la macchina dei concorsi che la pandemia e una storica lentezza burocratica avevano fermato. E si appresta a reclutare fra le 350 e le 500mila figure professionali da inserire nella Pubblica Amministrazione. È un numero gigantesco, che equivale a oltre il quindici per cento della forza lavoro nel settore pubblico. Selezionarle in modo approssimativo e investire sulle persone sbagliate vuol dire compromettere i prossimi quarant’anni di attività dell’amministrazione pubblica, mancando l’obiettivo di una macchina dello Stato capace di migliorare i servizi fondamentali per lo sviluppo equo e sostenibile del paese. Il Forum Disuguaglianze e Diversità, insieme a Forum Pubblica Amministrazione e a Movimenta, dopo il Vademecum di buone pratiche costruito in luglio sulla base delle migliori esperienze del paese, pubblicano ora un testo breve, “Oltre il Piano di Ripresa e Resilienza: rigenerare la PA intera”, con i requisiti essenziali per assumere presto e bene quella gigantesca quota di lavoratori pubblici che ci servirà nei prossimi anni. Se è vero che una parte significativa degli investimenti previsti sulla Pubblica Amministrazione guardano, necessariamente, alle misure fast track legate al Piano di Ripresa e Resilienza - cioè al personale a tempo determinato e alle semplificazioni in deroga -, tuttavia questa focalizzazione sull’emergenza e su una gestione a termine delle assunzioni contiene gravi rischi. Dobbiamo uscire dalla straordinarietà. Dobbiamo costruire una normalità virtuosa, fondata su contratti regolari e a tempo indeterminato, e per far questo, e farlo bene, bisogna partire dalla redazione dei piani di fabbisogno di personale, che vanno orientati in base alle missioni strategiche. E poi vanno rintracciati sì profili dotati di un adeguato bagaglio di conoscenze tecniche, ma soprattutto persone dotate di competenze, capacità di “risolvere problemi” e di lavorare in team, e attitudine al rischio. La Pubblica Amministrazione deve imparare a selezionare il personale come fanno le migliori aziende private, giocandosi in più l’attrattiva della “missione pubblica”. Già succede in molti luoghi. A Milano, per esempio, dove i dirigenti ricercati dal comune hanno sostenuto una prova per dimostrare le proprie capacità di governare decisioni di pubblico interesse e le competenze attitudinali con metodologie all’avanguardia: il candidato era chiamato a simulare il ruolo manageriale di Direttore di Funzione all’interno di una nuova organizzazione e doveva dimostrare di saper prendere decisioni, organizzare il lavoro, rispondere alla corrispondenza, stabilire piani d’azione, coinvolgere i collaboratori. Non bastano i manuali e le risposte a quiz, i nuovi lavoratori della Pubblica Amministrazione devono saper risolvere problemi concreti, interpretare situazioni e prendere decisioni. Il concorso di Milano e un’analoga selezione avvenuta a Ravenna hanno fatto da apripista per altre amministrazioni che ne hanno replicato il metodo, dimostrando che assumere presto e bene nella Pubblica Amministrazione non è impossibile ed è sbagliato rassegnarsi alla falsa alternativa tra velocità e completezza del processo di selezione. Queste e altre esperienze esaminate - come quella della Regione Lazio, che ha concluso in poco più di cento giorni l’iter di assunzione usando metodi innovativi - sono esempi da imitare per cambiare rotta, esempi che abbiamo dettagliatamente descritto nel Vademecum. È altresì indispensabile segnalare nei bandi la sfida che attende i nuovi assunti e le opportunità di lavoro e carriera che si aprono loro. Questo vale per tutte le funzioni, e in particolare per le alte professionalità. Bisogna coltivare ambienti di apprendimento, crescita, formazione e stimolo. Un esempio interessante è il progetto “Dote Comune” nato a Bergamo, che consente a 80 giovani di svolgere un periodo di apprendistato in municipio, permettendo alle nuove generazioni di entrare in contatto con il mondo della Pubblica Amministrazione, spesso considerato dagli under 30 vecchio e rigido. Progetti analoghi potrebbero essere utili a motivare e valorizzare il pubblico impiego: perché le politiche di incentivo non sono meno importanti di quelle di reclutamento ed è fondamentale riuscire ad avere una forza lavoro capace di focalizzarsi sulle missioni e lavorare per obiettivi, per recuperare il senso e il valore del lavoro nella Pubblica Amministrazione. A tal proposito, curare l’accoglienza dei neoassunti è fondamentale: infatti non è raro ascoltare esperienze di nuove leve accolte con sciatteria, controvoglia e quasi in modo respingente. È ancora il comune di Bergamo a offrire un esempio interessante, attraverso l’azione di un gruppo di affiancamento, per individuare la giusta collocazione dei neo assunti e verificarne l’effettiva adeguatezza al ruolo. Infatti, non prevedere con lungimiranza i meccanismi di integrazione e stabilizzazione della forza lavoro selezionata è un grave difetto della Pubblica Amministrazione che può azzerare l’investimento ingente nel reclutamento e nella formazione riducendo l’interesse dei neo assunti. E poi c’è il passaggio decisivo dei bandi e dei piani di fabbisogno. Bisogna sostituire l’inutile mole di dettagli burocratici con un’analisi accurata dei fabbisogni e con una scrittura scorrevole dei bandi di gara. Tra i casi più interessanti c’è quello della Città Metropolitana di Bologna che ha redatto un Piano di fabbisogno di personale lontano anni luce dall’aritmetica dei “tanti usciti - tanti entrati”, spesso usata per la selezione del personale, senza chiedersi quali siano le nuove esigenze dell’ente. Bologna ha messo in luce i nuovi compiti della città, ha esaminato con cura le risorse esistenti e i profili necessari che mancavano, e ha avviato concorsi di assunzione, che si sono conclusi in meno di tre mesi. Per quanto riguarda la stesura dei bandi, che sono il manifesto con cui attrarre le persone adatte, c’è poca chiarezza nella descrizione del lavoro che il candidato dovrà svolgere. È un grave errore che può pregiudicare l’attrazione dei migliori e più idonei, poiché non è chiaro quale mansione debbano essere preparati a svolgere. La selezione di 200 persone per il potenziamento dei centri per l’impiego della Regione Lazio è partita da un’istruttoria preliminare, coinvolgendo Università, Centri per l’Impiego, Agenzia Nazionale Politiche Attive Lavoro, Confindustria e imprese, per offrire una precisa descrizione del lavoro che i vincitori avrebbero dovuto svolgere. Si tratta di un’eccezione, perché in genere nei bandi appare del tutto sproporzionata la parte dedicata alla normativa - nel bando tipo della Funzione Pubblica contiamo 51 riferimenti legislativi, stipati in quattro pagine fitte ed incomprensibili ai più, con altrettanti riferimenti che cominciano con “visto” - rispetto a quella dedicata a spiegare per che tipo di lavoro il bando è pensato o che genere di persona si cerca. Infine c’è il rischio di far saltare l’efficacia del piano di assunzioni non accompagnando le realtà locali più piccole nel processo di reclutamento. Si tratta di una parte grande del paese e decisiva per il suo sviluppo. È necessario e possibile favorire l’associazione dei comuni e degli enti locali (senza però centralizzare il processo) nella realizzazione di bandi comuni e di liste da cui attingere per l’assunzione di nuovo personale. Il recente Decreto legislativo 80/21 raccoglie le sollecitazioni venute in questa direzione, anche le nostre, ma ora la norma deve essere supportata da una costante e pervasiva azione di accompagnamento, perché, come spesso è successo, non rimangano sulla carta. Questa è la funzione decisiva del centro.

Errori nei quiz e contratti a termine. Il flop dei concorsoni pubblici. Rosaria Amato su La Repubblica il 10 luglio 2021. Dalla selezione per il Mezzogiorno alle Dogane, è falsa partenza per le assunzioni nella Pubblica amministrazione. L’autocritica di Brunetta: “Con posti a tempo e salari bassi difficile attrarre competenze specialistiche”. Errori a valanga nei quiz, prove sospese, posti non assegnati per mancanza di vincitori: la grande stagione dei concorsi pubblici, dopo dieci anni di blocco per i vincoli di bilancio e un anno e mezzo di rinvii dovuti alla pandemia, si apre tra difficoltà, passi falsi e ricorsi al Tar. E adesso, per dirla con il ministro della Pa, Renato Brunetta, la Funzione Pubblica ha avviato «un’ampia riflessione sull’attrattività della Pubblica Amministrazione per figure di elevata specializzazione».

Andrea Bassi per "il Messaggero" il 31 dicembre 2020. Provate a immaginare questo. Un giovane laureato con il massimo dei voti, che dopo la laurea, non appagato, ha deciso di proseguire gli studi con una specializzazione. Immaginate che abbia vinto anche una borsa di ricerca e magari, nei ritagli di tempo, abbia partecipato anche a un master. Immaginate, insomma, che sia uno dei quei trentenni iper-formati che, a parole, ogni governo dice di voler trattenere in Italia evitando che vadano a cercar lavoro altrove perché nel loro Paese tutte le porte sono chiuse. Ora provate a immaginare che questo stesso ragazzo voglia entrare nella Pubblica amministrazione tentando un concorso. Del resto ogni volta che accende la Tv sente il ministro di turno che dice che i dipendenti pubblici sono troppo vecchi e bisogna fare spazio ai giovani nei ranghi dello Stato. Bene, ora prendete tutto ciò che avete immaginato e cancellatelo. Il duro risveglio alla realtà si intitola «Concorso pubblico, per titoli ed esame orale, su base distrettuale, per il reclutamento di complessive n. 400 unità di personale non dirigenziale a tempo indeterminato per il profilo di Direttore, da inquadrare nell' Area funzionale Terza, Fascia economica F3, nei ruoli del personale del Ministero della giustizia Amministrazione giudiziaria». Titolo lungo in perfetto burocratese. Ma la traduzione potrebbe essere: non è un concorso per giovani. Detto al contrario, il primo bando di concorso per anziani. Al distretto di Bologna, 37 posti in palio, 332 gli ammessi, il candidato più avanti con l' età ha addirittura 73 anni. Il più giovane, ma è l' unico sotto i 40, ha 37 anni. A Roma, 54 posti disponibili, 481 ammessi all' orale, ci sono solo due 35enni, poi svariati 60enni, il più anziano dei quali ha 67 anni, l' età che, secondo la legge Fornero, dà diritto alla pensione. A Potenza (9 posti disponibili) il più giovane candidato ammesso agli orali ha 46 anni, il più anziano 62 anni. A Reggio Calabria si oscilla tra i 45 e i 65 anni, a Brescia tra i 44 e i 65 anni; a Milano c' è un solo 37enne, molti cinquantenni, diversi 60enni. Il più anziano ha 65 anni. In tutta Italia è così. Su 3.900 candidati ammessi agli orali, nessuno ha meno di 30 anni, una dozzina hanno tra 30 e 40 anni, diverse decine superano i 60 anni, la maggior parte sono nella fascia di età a cavallo dei 50 anni. Non proprio uno svecchiamento in una Pubblica amministrazione in cui l' età media è di 50,7 anni e solo il 2,9% dei dipendenti pubblici ha meno di 30 anni. Alcuni dei candidati, se dovessero passare agli orali dopo la selezione fatta solo per titoli, si troverebbero ad essere assunti solo per pochi mesi prima di andare in pensione. L' avvocato 73enne che ha passato la prima selezione a Bologna, nemmeno potrebbe essere immesso in ruolo avendo superato i 67 anni. Ma come è stata possibile questa follia? Tutto dipende dai criteri di selezione decisi dal bando del ministero guidato da grillino Alfonso Bonafede. Vediamoli. Una laurea con 110 e lode vale 5 punti. Un master universitario vale 1 punto, un diploma di specializzazione 3 punti, un dottorato di ricerca vale 4 punti. Ma attenzione, la somma dei titoli post laurea non può superare i 7 punti. Come dire, il ragazzo laureato con 110 e lode e iper specializzato non potrà avere più di 12 punti. Cosa viene premiato allora? L' anzianità. Un dipendente del ministero della giustizia ha potuto contare su 4 punti per ogni anno di servizio tolti i primi cinque; un magistrato onorario su 3 punti per ogni anno di servizio sempre tolti i primi cinque; e così un avvocato iscritto all' ordine. Più sei avanti nell' età, più esperienza hai maturato, più punti ricevi. «È l' esatto contrario della meritocrazia», dice Massimo Battaglia, segretario generale di Unsa-Confsal, che ha battezzato la selezione dei 400 direttori del ministero della giustizia «il concorso della vergogna». Si tratta, dice Battaglia, «di un' assurdità giuridica. Uno schiaffo ai comuni cittadini, magari all' operaio che ha lavorato e sudato per far studiare il proprio figlio che oggi non può concorrere a un posto da funzionario nella Pubblica amministrazione». E non è l' unico concorso che ha questo meccanismo. «C' è anche la selezione per 150 funzionari del ministero della giustizia, le cui graduatorie stanno per essere pubblicate, che ha le stesse regole», dice Giuseppe Cotruvo, esperto di didattica concorsuale, autore di diversi manuali di preparazione ai concorsi. «Diversi avvocati so che stanno preparando ricorso perché il bando ha profili di incostituzionalità», aggiunge Cotruvo. La Carta in effetti, dice che ad essere selezionati dovrebbero essere i più meritevoli, non i più anziani.

·        In Polizia: da raccomandato.

Candidato idoneo nonostante il daltonismo. Posto di polizia penitenziaria in cambio di 8mila euro, il Gip: “Il mercato all’interno del Tribunale”. Viviana Lanza su Il Riformista il 23 Luglio 2021. Un posto di agente penitenziario costava 8mila euro. Se sarà confermato il quadro accusatorio delineato nell’inchiesta per corruzione che ha portato, a vario titolo, in carcere e ai domiciliari cinque indagati, significherebbe che c’era un sistema per far sì che anche senza tutti i necessari requisiti si potesse lavorare nel corpo della polizia penitenziaria, a contatto con i detenuti, in un contesto che, come quello carcerario, richiederebbe invece personale non solo dotato di tutti i requisiti ma anche di un’elevata formazione. Meno di un mese fa l’inchiesta dai 117 indagati per i pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, ieri i cinque provvedimenti cautelari nei confronti di due agenti della polizia penitenziaria, di un funzionario del Dap, di un altro agente presunto intermediario e di un candidato risultato idoneo al concorso nonostante fosse daltonico. È un momento storico particolare per la polizia penitenziaria che, al di là di valutazioni sul merito delle accuse che dovranno seguire l’iter naturale dell’inchiesta, impone riflessioni sulla necessità di rivedere il sistema per colmarne le falle. Cosa comporterebbe affidare un lavoro tanto delicato e impegnativo come quello di agente di polizia penitenziaria a personale non perfettamente idoneo? L’interrogativo si pone di fronte alle ultime vicende giudiziarie. L’inchiesta di ieri si concentra su un singolo episodio (l’idoneità di un candidato nonostante il daltonismo dietro pagamento di una tangente di 8mila euro) ma apre uno scenario che, se confermato, ha dell’inquietante. «L’attività illecita avviene all’interno del Tribunale di Napoli», scrive il gip ricostruendo gli incontri tra gli indagati. In casa di uno di loro sono state trovate decine di migliaia di euro, in casa di un altro tracce di assegni bancari e di decine di versamenti su conti correnti, movimenti e soldi su cui sono ora in corso accertamenti. Gli inquirenti sospettano che dietro l’episodio dell’aspirante agente daltonico, che supera le selezioni a discapito di altri candidati, vi sia un sistema collaudato, una sorta di mercato dei posti in seno alla polizia penitenziaria. «Un modus operandi consolidato e reiterato nel tempo», ipotizza il gip alla luce di alcuni sequestri avvenuti a maggio scorso e che hanno preceduto la svolta investigativa di ieri. Le accuse contestate ai cinque destinatari delle misure cautelari sono recentissime e si sviluppano nei primi mesi del 2021. Questo, unito al fatto che gli indagati sono in carica – chi anche all’interno dell’organizzazione sindacale, chi al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ufficio concorsi – e unito alla spregiudicatezza che gli inquirenti ritengono di aver notato indagando sulla vicenda, sono considerati elementi sufficienti per giustificare gli arresti. È severo il gip quando motiva i provvedimenti. Degli agenti che avrebbero chiesto soldi in cambio di favoritismi al concorso, scrive: «Il loro compito istituzionale è far rispettare la legge, non violarla». Dell’aspirante agente che accetta di pagare pur di avere l’ambito posto fisso, il gip scrive: «Aspira a un ruolo il cui compito è far rispettare la legge ma non esita a violarla a discapito di tanti altri giovani che per averla rispettata sono stato dichiarati non idonei». Al di là degli sviluppi giudiziari che avrà questa storia, dei riscontri che eventualmente ci saranno alle tesi di accusa e difesa, all’attendibilità di alcune ammissioni fatte da uno degli indagati, resta la riflessione sulla necessità di una riforma del sistema, di più trasparenza, di validi rimedi alle varie troppe falle.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews). 

Michele Placido: «Ho fatto il ’68 da celerino e mi presero all’Accademia perché ero raccomandato». Emilia Costantini il 20/6/2021 su Il Corriere della Sera. (…)

Papà Beniamino e mamma Maria come la presero?

«Non benissimo, ma ero felice di essere tornato a casa, nella mia numerosa famiglia, 8 figli: cinque maschi e tre femmine... E nel mio paese, però a scuola dovetti fare i conti con il mio disturbo dell’apprendimento».

Spieghi meglio.

«Alle elementari la mia attenzione svaniva quando c’erano materie come matematica, chimica, fisica... mi distraevo, ero un vero ciuccio. Però ero attento alle lezioni di italiano, lì il mio cervello si attivava con energia superiore a quella dei compagni. La poesia mi piaceva molto, sapevo talmente bene quelle di Pascoli che, quando arrivavano a scuola gli ispettori, la maestra me le faceva recitare».

Poi proseguì gli studi al liceo classico?

«Macché! Mio padre, geometra, mi fece iscrivere all’istituto tecnico industriale. Un disastro. Venivo sempre rimandato e poi bocciato. I miei genitori erano preoccupati e chiesero a mio zio maresciallo di farmi entrare in polizia. Vinsi il concorso con il solo diploma di terza media perché, in verità, ero stato raccomandato: una nostra parente era segretaria dell’allora ministro dell’Interno Taviani. Avevo 19 anni, venni a Roma e mi ritrovai a fare il celerino quando nel ‘68 ci furono le sommosse degli studenti a Valle Giulia».

I celerini difesi da Pier Paolo Pasolini nella celebre poesia «Il Pci ai giovani»?

«Esatto. Scrisse il poeta, rivolto agli studenti: voi avete facce di figli di papà, i poliziotti sono figli di poveri. Ricordo una ragazza scalmanata che, durante gli scontri davanti alla facoltà di Architettura, mi sputava addosso. Io ero armato di manganello e, dopo tutti quegli sputi e insulti, la prendo per i capelli. Sto per darle una mazzata ma lei, guardandomi fissa, mi dice: quanto sei bello! Tra noi nacque una storiella, che durò poco: lei apparteneva a una famiglia borghese e devono averle detto, ma che ti metti con un poliziotto?».

·        Precedenza ai militari.

Precedenza ai militari pure nel bando di via Arenula, è polemica. Il Dubbio il 10 gennaio 2021. Da anni l’accesso alle Forze armate è incoraggiato anche coi futuri vantaggi per le assunzioni in altri settori del pubblico impiego. Risultato: al concorso per cancellieri bandito a dicembre, un laureato in Legge è svantaggiato rispetto a un soldato diplomato. Parte fra le polemiche il concorso per 2.700 “cancellieri esperti”, a tempo indeterminato, bandito lo scorso dicembre dal ministero della Giustizia. Concorso atteso da molto tempo, vista la grave carenza di personale amministrativo negli uffici giudiziari. A causa della pandemia, l’esame per la prima volta sarà solo orale, senza alcuna prova scritta. Fra i compiti del cancelliere, la redazione e sottoscrizione dei verbali d’udienza, l’assistenza al magistrato nelle attività istruttorie o nel dibattimento, il rilascio di copie conformi e la ricezione di atti da parte degli avvocati. A far discutere è la riserva del 30 per cento dei posti “ai volontari in ferma breve e ferma prefissata delle FF. AA.” e, soprattutto, i requisiti previsti dal bando.

I requisiti controversi. Per poter partecipare bisogna essere in possesso di “diploma di istruzione secondaria di secondo grado quinquennale o altro diploma dichiarato equipollente o equivalente dalle competenti autorità”, oppure “titolo di studio superiore, riconosciuto ai sensi della normativa vigente”. Inoltre, è necessario il possesso di almeno uno dei seguenti titoli: avere prestato servizio nell’amministrazione giudiziaria per almeno tre anni, senza demerito; avere svolto le funzioni di magistrato onorario, essere stato iscritto all’albo professionale degli avvocati, per almeno due anni consecutivi, avere svolto, per almeno cinque anni scolastici interi, attività di insegnante (ivi compresi i periodi di supplenza annuale) presso scuole secondarie di secondo grado; aver prestato servizio nelle forze di polizia a ordinamento civile o militare, nel ruolo degli ispettori, o nei ruoli superiori, per almeno cinque anni. Di fatto, esplicitamente, viene riconosciuta una sorta di “equipollenza”, in termini di soddisfacimento dei requisiti, tra un candidato in possesso del solo diploma, ma che ha svolto per tre anni funzioni di agente di polizia, con un laureato magistrale in Giurisprudenza che ha superato l’esame d’avvocato ed è iscritto da due anni all’albo professionale. E che, soprattutto, conosce già quello che sarà, eventualmente, il futuro ambiente lavorativo.

La vecchia questione della “riserva” per il militari. La riserva dei posti per i militari non è, comunque, un tema di questi giorni. Eliminato il servizio militare obbligatorio, per “incentivare” gli arruolamenti, il ministero della Difesa da anni ha previsto un corsia preferenziale nei concorsi pubblici per chi, appesa la divisa al chiodo, torna alla vita civile. Diverso, invece, il discorso per chi è già in polizia. In quel caso l’Amministrazione “offre” la possibilità di cambiare lavoro senza gravare sul bilancio dello Stato, trattandosi di personale già assunto e a bilancio. Non si escludono, comunque, ricorsi al giudice amministrativo da parte, ad esempio, dei tanti laureati in Giurisprudenza che non potranno partecipare al concorso perché hanno ritardato l’iscrizione all’albo. Una petizione sul punto è stata inviata in questi giorni al ministro Alfonso Bonafede.

·        Il Cartellino Rosso per gli Arbitri.

Arbitri, le chat segrete “Truccano le carriere per arrivare in Serie A”. Marco Mensurati e Fabio Tonacci su La Repubblica l'1 maggio 2021. Due arbitri denunciano alla procura di Roma un meccanismo per manipolare la graduatoria che determina le carriere e stabilisce chi sale in Serie A e chi invece va a casa. Nelle chat tra i membri della commissione di valutazione il cambio dei voti. Un plico, da qualche giorno nelle mani della Procura di Roma, promette di sconvolgere il sistema arbitrale italiano. Per i documenti che contiene e per la storia che racconta. Una storia di arbitri che accusano altri arbitri. Di valutazioni post-partita ritoccate al rialzo per manipolare la graduatoria che determina le carriere e stabilisce chi sale in Serie A e chi invece va a casa. Del giudizio falsificato dell’arbitraggio di Spezia-Chievo dello scorso campionato di B. E di una chat....

"Voti truccati...". Le ombre sul mondo degli arbitri. Marco Gentile l'1 Maggio 2021 su Il Giornale. Minelli e Baroni hanno presentato una denuncia alla Procura di Roma per segnalare irregolarità nell'assegnazione dei voti ai fischietti di Serie B. Si preannunciano nubi scure all'orizzonte sul mondo degli arbitri dopo una pesantissima denuncia presentata da due tesserati Aia, il 39 enne varesino Daniele Minelli e il 38 enne fiorentino Niccolò Baroni, alla Procura di Roma. Secondo quanto riporta La Repubblica, infatti, i due hanno fatto venire a galla come al termine delle partite si ritoccassero i voti a rialzo di alcuni fischietti per favorirne la promozione in Serie A. Il match pesantemente incriminato è quello tra Spezia-Chievo Verona, playoff di Serie B, dello scorso campionato cadetto, con il voto finale risultato decisivo in positivo per un arbitro. Fino alla passata stagione Minelli e Baroni erano presenti nell'organico degli arbitri di Serie B ma a fine agosto del 2020 sono stati dismessi dal Comitato nazionale dell’Aia per adeguate motivazioni tecniche: in poche parole perché risultati in teoria i "peggiori" arbitri nella categoria cadetta. Con le valutazioni, inoltre, si tendeva anche a decretare la dismissione di alcuni fischietti ed è emerso come esistesse una chat segreta tra i componenti della Commissione arbitri del campionato di Serie B in cui si discuteva del cambio dei voti: "Devi togliere un 8.60 e mettere un 8.70...", uno dei messaggi incriminati.

La ricostruzione. Nello specifico, si fa riferimento a Ivan Robilotta, che aveva concluso all'ultimo posto della graduatoria di 25 arbitri dell'ultimo campionato di B e ad Eugenio Abbatista che giunto all'ottavo anno consecutivo di permanenza nella stessa categoria, avrebbe dovuto essere sottoposto alla dismissione. Il fischietto della sezione di Molfetta invece ha finito per ricevere un voto eccellente nella sfida playoff tra Spezia e Chievo garantendosi così la possibilità di continuare ad arbitrare senza dovere appendere il fischietto al chiodo. Il voto dato ad Abbattista in quella partita da Riccardo Di Fiore (facente parte dell’organo tecnico di valutazione e presente sugli spalti del Picco), infatti, era stato di 8.60 e non di 8.70 com'è poi risultato sul referto con quello 0,10 in più che ha fatto così scattare l'incriminata promozione. Minelli e Baroni, per bocca del loro legale Gianluca Ciotti, si chiedono proprio come sia stato possibile e di chi sia stata la mano che ha di fatto corretto il voto in eccesso. Con quel bel voto Abbattista è balzato in zona promozione, terzo miglior arbitro di quella stagione del campionato di Serie B e grazie a questo ha potuto continuare ad arbitrare per un altro anni con uno stipendio di circa 120.000 euro annui.

I voti incriminati. Alla denuncia presentata dai due ex arbitri sono stati anche allegati i messaggi della chat "Commissione Can B" risalenti al 21 agosto del 2020. In questo fitto scambio di messaggi ci sono anche quelli di Di Fiore e dell'ex arbitro e all'epoca responsabile dell'organico di valutazione Emidio Morganti. "Ci mancano ancora tutti i voti dei playoff, nomi e schede di promossi e dismessi", il messaggio di Davide Garbini, membro della Can B. Morganti prende parola: "8,60 a tutti...", per poi correggersi: "Prova Abbattista 8.70. Occorre mettere 8.70 a Sacchi, a Fourneau e Abbattista…". Garbini rimanda infine il file excel modificato dove tutti hanno il punteggio di 8.70. Di certo questa notizia non farà di certo piacere alla categoria arbitrale che rischia di essere travolta dalle polemiche per via di un presunto apparato di promozioni e dismissioni arbitrali fatte a tavolino. Ora toccherà alla Procura di Roma indagare ma all'orizzonte si preannuncia una bufera.

Marco Gentile. Sono nato l'8 maggio del 1985 a Saronno, ma sono di origine calabrese, di Corigliano Calabro, per la precisione. Nel 2011 mi sono laureato in comunicazione pubblica d'impresa presso la Statale di Milano. Ho redatto un elaborato finale sulla figura di José Mourinho, naturalmente in ambito della comunicazione. Sono appassionato di sport in generale ed in particolare di tennis e calcio. Amo la musica, leggere e viaggiare. Mi ritengo una persona genuina e non amo la falsità. Sono sposato con Graziana e ho una bambina favolosa di 2 anni e mezzo. Collaboro con ilgiornale.it dall'aprile del 2016.

Da ilnapolista.it l'1 maggio 2021. La Procura di Roma sta valutando un fascicolo contenente una denuncia di arbitri ad altri arbitri. Un plico che potrebbe sconvolgere il sistema arbitrale italiano. Lo racconta Repubblica. Il plico (7 pagine e 8 allegati) è stato consegnato ai pm romani da due tesserati dell’Aia: Daniele Minelli e Niccolò Baroni, fino all’anno scorso nell’organico della Serie B. Il 31 agosto 2020 sono stati “dismessi” “per adeguate motivazioni tecniche”, cioè perché avevano fatto peggio degli altri. Nella mail inviata dall’allora presidente dell’Aia, Marcello Nicchi, ai due arbitri, era indicato anche il punteggio in base al quale era stata presa la decisione di dismetterli. Repubblica scrive: “su una lista di 25 — Baroni si è piazzato 23°, Minelli 24°. Rimangono invece in B l’ultimo della graduatoria, Ivan Robilotta, e Eugenio Abbattista, un fischietto esperto ma arrivato al tetto massimo di 8 stagioni di appartenenza al ruolo”. I due esclusi iniziano a chiedersi come mai Abbattista e Robilotta restino dentro e, tramite il loro legale, chiedono l’accesso agli atti e raccolgono i referti. “Scoprono che Abbattista ha avuto un “rendimento eccellente”. È passato dalla dismissione, programmata per limiti di permanenza, alla conferma grazie a una super prestazione”. In particolare, nell’ultima partita diretta, Spezia-Chievo, dell’11 agosto 2020, Abbattista era stato valutato con il massimo dei voti: 8.70. Il referto è firmato da Riccardo Di Fiore, che fa parte dell’organico tecnico di valutazione. Con quel giudizio, Abbattista diventa il terzo miglior arbitro della Serie B. “E il regolamento federale prevede la possibilità di derogare al limite delle otto stagioni di fronte a un così fenomenale exploit tecnico”. Quanto a Robillotta, per non bocciarlo “l’Aia per la prima volta nella sua storia si appella a una norma che permette di salvare le matricole al primo anno anche quando arbitrano male”. A questo punto Minelli e Baroni fanno ricorso. Nel novembre 2020 il Tribunale federale nazionale rigetta le istanze. Li accusa di provare rancore verso i colleghi perché non vogliono accettare il verdetto del campo. Ma la storia non finisce qui, perché Minelli e Baroni vengono contattati da Riccardo Di Fiore, che dice loro che lui, quell’8.70 ad Abbattista non lo ha mai dato: si era fermato a 8.60. Quello 0.10 che gli ha fruttato la promozione glielo ha dato qualcun altro. E il referto, a cui i due arbitri riescono ad accedere, lo conferma. Da qui la denuncia alla Procura di Roma. Ad essa sono allegati anche gli screenshot di una chat WhatsApp tra i componenti della Commissione arbitri di Serie B, nella quale sono presenti, tra gli altri, anche Di Fiore ed Emidio Morganti, allora responsabile dell’organo tecnico di valutazione. I messaggi incriminati risalgono al 21 agosto 2020, quando, a campionato concluso, si stila la graduatoria finale degli arbitri. Repubblica ne riporta il contenuto. “«Ci mancano ancora tutti i voti dei playoff, nomi e schede di promossi e dismessi», esordisce Davide Garbini (membro della Can B, oggi unificata con la Can A) che ha il file Excel aperto. Morganti dà una prima indicazione: «8.60 a tutti». Poi suggerisce: «Prova Abbattista 8.70» e qualche messaggio dopo posta un’emoticon sorridente. C’è poi una terza persona, non identificata, che ha un’idea: «Occorre mettere 8.70 a Sacchi, a Fourneau e Abbattista…». Garbini rimanda l’elenco, modificato: «Viene così coi tre 8.70»”. Il quotidiano scrive di aver contattato Morganti per chiedergli se c’è una spiegazione all’accaduto. La sua risposta è stata: «Forse. Ma non la dico certo a voi». Secondo l’avvocato di Minelli e Baroni ci sono gli estremi della truffa e del falso a carico dei responsabili dell’Aia. Toccherà ai pm valutare.

·        L’Amicocrazia.

I miracoli del Pnrr: i ministri si fanno eserciti di esperti e consulenti da milioni di euro. Il governo accontenta tutti, da Colao a Gelmini. Arrivano i dirigenti dell’amministrazione del futuro con chiamate dirette e percorsi agevolati. Mentre si approvano norme in silenzio che, casualmente, aiutano gli amici. Carlo Tecce su La Repubblica il 19 novembre 2021. Troppo concentrati sui miracoli si perdono di vista i giochi di prestigio nel governo di Mario Draghi. I favori ai ministri, i soccorsi agli amici, i premi ai capricciosi disseminati nelle norme del piano nazionale di ripresa e resilienza, il già familiare “Pnrr” con i suoi 221 miliardi di euro di risorse e prestiti europei. I progetti sono in ritardo, ma i ministri e i partiti hanno già centrato gli obiettivi.

  Striscia la Notizia, grosso guaio per Dario Franceschini? "Chi spunta tra le nomine sospette". Libero Quotidiano il 03 dicembre 2021. "Sono 28 nomine quelle fatte dal ministero della Cultura per selezionare delle persone che diventassero sovrintendenti". A spiegarlo è Pinuccio, inviato di Striscia la Notizia, nella puntata di venerdì 3 dicembre. Qui il tg satirico di Canale 5 riporta alcuni articoli di Liberoquotidiano in cui viene scritto che Dario Franceschini ha sì fatto alcune nomine, ma senza bando. Tra queste - spiega Pinuccio - anche qualche amico di Franceschini. Una notizia a cui il ministro del Partito democratico ha replicato ribadendo che è tutto lecito. Finita qui? Neanche per sogno: "Eppure dopo il nostro format 'amici' di Franceschini, l'onorevole Corrado ha portato la questione in Parlamento", prosegue Pinuccio. Poi viene mandato in onda l'intervento in Senato di Margherita Corrado, che ricorda il servizio di Striscia: "Tra le nomine sarebbero presenti più di una pupilla del ministro e si sussurra anche che sia stato favorito il coniuge di un dirigente dell'istituto di credito vicino al Mic". Ma la battaglia per scoprire la verità - conclude l'inviato - non finisce. Insomma, su Franceschini qualche altra novità potrebbe esserci. 

Francesco Specchia per "Libero quotidiano" il 19 novembre 2021. C'è un articolo della nostra angelicata Costituzione -il 97, ultimo comma che sacralizza il principio secondo il quale per entrare in un ruolo pubblico occorre perlomeno uno straccio di concorso, «salvo i casi stabiliti dalla legge» cioè le emergenze. E c'è un Ministero, quello della Cultura, che dal 2019 trasforma l'emergenza in consuetudine e la consuetudine in prassi. Da qui, il caso del drappello dei senza nome, dell'infornata dei 28 dirigenti senza concorso entrati da qualche giorno in carica nelle sovrintendenze, nei presidi archeologici, negli archivi d'Italia. Lo denunciano sia la chat dei dipendenti del dicastero di Dario Franceschini, sia il sindacato dei Beni Culturali Confsal-Unsa, sia un'interrogazione parlamentare, la 3-02934, firmata dai parlamentari Corrado-Angrisani-Granato-Lannutti del Gruppo Misto. I quali fanno notare che nessuno dei suddetti 28 assegnati a 7 direzioni generali diverse (soltanto 20 per quella di Archeologia, Belle Arti e Paesaggio) ha superato concorsi di alcun genere; e che «grazie a una deroga concessa alle amministrazioni con il decreto legge 80 del 9 giugno 2021, per facilitare il reclutamento di dirigenti nell'ambito dell'attuazione del Pnrr», i suddetti 28 sono dunque entrati a semplice "chiamata" previo curriculum valutato dal ministero. Che non è il massimo dell'accuratezza, diciamo.

LIMITE DEL 30% C'è un passaggio del ddl che recita che il ministero si riserva di scegliere "i candidati più idonei a garantire il buon andamento degli uffici e dell'amministrazione": il che significa discrezione totale del ministro. Recita l'interrogazione: «Così facendo, non solo è stato innalzato al 30 per cento il limite massimo di dirigenti non abilitati, che era già stato aumentato dall'8 al 15 per cento con il decreto-legge n. 104 del 2020 sul presupposto che al Ministero mancassero 93 dirigenti, cioè pressappoco metà del totale, ma la selezione è avvenuta, per la prima volta, con il solo invio del curriculum vitae al direttore generale di settore». E continua: «La guida di alcune Soprintendenze archeologia belle arti e paesaggio affidata a funzionari architetti e storici dell'arte senza esperienza negli uffici di tutela territoriale dimostra quale peso abbia avutola discrezionalità concessa, nell'occasione, ai direttori generali, oltre a rimarcare l'assurdità dell'aumento delle Soprintendenze mediante improvvide divisioni di territori prima gestiti unitariamente». Ergo: lo stato d'eccezione per i cosiddetti «dirigenti non abilitati» continua ad essere vigente dal 2014; ergo, alla cultura -dove i dirigenti sono 193vanno di moda ormai solo nomine fiduciarie e concorsi manco a pagarli. «Non si capisce come, ma siamo in emergenza perpetua» ci racconta la senatrice Margherita Corrado, archeologa, estensore del testo dell'interrogazione «c'è evidentemente un ministro della Cultura che sta lavorando per il depotenziamento del suo ministero, che ritiene la tutela del patrimonio una sinecura, che è molto sensibile a gruppi di pressione economica e che delega la scelta dei dirigenti più al decisionismo politico che alle competenze». Dal ministero rispondono che si è seguita la legge, e non c'è dubbio. Ma qui si tratta di tirare l'interpretazione della norma, di estenderla, finché glielo si concede. Così la buona parassi costituzionale che fino a 15 anni fa vedeva gli incarichi assegnati attraverso concorsi annuali con prove scritte e orali e una commissione interna, cade nell'oblio.

TRAFILA Nella pratica si verifica quasi sempre la stessa trafila. Si aumentano e dividono gli uffici; si creano dal nulla nuovi posti da dirigente (che mancano); e si propone una nuova emergenza al giorno. «Spesso vengono scelti funzionari per i quali non si conoscono i criteri di selezione a scapito, magari, di dirigenti interni già formati per quel settore specifico» continua la Corrado «e spesso si sguarniscono uffici di funzionari ora necessari per analizzare i progetti del Pnrr». Dal ministero fanno sapere che tanto ci sarà una normalizzazione, ci sarà un corso/concorso (che doveva essere bandito da anni) e in 12 mesi la Scuola del patrimonio franceschiniana formerà altri nuovi dirigenti. Ma i senatori dissidenti non si fidano. "Facciamo notare al ministro: tutto ciò non le "appare estremamente vulnerabile ad infiltrazioni e influenze negative dello spoils system e della politica, tanto che i legami amicali e familiari di alcuni dei 28 prescelti sono già di dominio pubblico con sommo disdoro per l'amministrazione senza che basti invocare il corso concorso per giustificare o ridurre l'anomalia?», chiedono. Si attende cortese risposta...

Il Sigillo per tag43.it il 4 novembre 2021. Fischiato il divieto di sosta davanti al Demanio per Antonella Manzione, la vigilessa che Matteo Renzi volle a Palazzo Chigi e che poi impose, tra mille polemiche, al Consiglio di Stato. Ora il ‘caso Manzione’ è all’esame del presidente del Consiglio di Stato Filippo Patroni Griffi che dovrà accertare se vi siano aspetti di legittimità per i ruoli che Manzione svolge in due strutture chiave dell’Amministrazione centrale una volta distaccata dal Consiglio di Stato. Lei infatti risulta come responsabile dell’Ufficio legislativo del ministro delle Pari Opportunità Elena Bonetti, renziana doc, ma anche come super consigliera di Alessandra Dal Verme, da pochi mesi contestata direttore generale del Demanio per il conflitto di interessi con suo cognato il commissario europeo per gli Affari Economici Paolo Gentiloni, il quale deve istruire i fondi del Pnrr. Il Presidente del Consiglio Mario Draghi è imbarazzato nel dover rispondere sul punto a varie interrogazioni parlamentari anche perché, perpetuando questo conflitto, c’è il rischio reale che vengano bloccati i finanziamenti dalla Commissione. Un rischio che non vuole ovviamente correre. 

Al Demanio Manzione si occupa del rinnovo dei contratti d’affitto dell’amministrazione

Come se non bastasse, al Demanio Dal Verme sta occupandosi del dossier più delicato dell’Agenzia, quello del rinnovo delle centinaia contratti d’affitto dell’amministrazione con i più grandi fondi immobiliari internazionali. Questa circostanza pare non fosse nota neppur alla ministra Bonetti che ne ha chiesto conto anche perché la vigilessa aveva fatto fuoco e fiamme per poter partecipare allo strategico pre-consiglio dei ministri in rappresentanza del ministero dove le piace confrontarsi con Carlo Deodato, l’attuale competentissimo capo dipartimento degli affari giuridici (Dag) della Presidenza del Consiglio del quale incredibilmente, da vigilessa del Comune di Firenze, aveva preso il posto. 

Una nuova bega per Patroni Griffi e Dal Verme

Sono ancora molti quelli che si ricordano degli esordi di Manzione al Dag. Quando davanti al fior fiore di giuristi si trovava in difficoltà, interrompeva la riunione con una frase che rimane nella storia del Palazzo che pure ne ha viste tante: «Mi gioco il jolly». E chiamava Matteo Renzi che con un sì o un no decideva su norme che poi andavano regolarmente a cozzare con i successivi pronunciamenti del Tar e del Consiglio di Stato. E forse è proprio questo il motivo per cui il Consiglio di Stato ha fatto strenua resistenza per non averla nei ruoli. Non solo perché troppo giovane, ma anche perché non aveva tutti i requisiti formali. Ora per il presidente Patroni Griffi, al centro di un’indagine per ‘induzione indebita’ da parte della Procura di Roma, una nuova bega e per dal Verme un’altra grana oltre quella di presidente del collegio dei revisori delle Ferrovie dello Stato, per il quale sarebbe incompatibile come sta accertando la Corte dei Conti.

Paolo Gentiloni, l'affondo di Luigi Bisignani: "Dove ha piazzato la cognata". Fantasmi nella scalata al Colle. Libero Quotidiano il 31 ottobre 2021. Paolo Gentiloni è uno dei nomi validi per il Quirinale, ma secondo Luigi Bisignani ci sono alcuni fantasmi che potrebbero costringerlo a girare alla larga del Colle, dove a febbraio dovrà salire il successore di Sergio Mattarella. Da commissario europeo l’ex premier si è costruito un’ottima reputazione a livello internazionale, che passa da Washington, Parigi e Bruxelles. La corsa al Quirinale è però tutta un’altra storia: per farcela, Gentiloni dovrebbe dribblare un po’ di fantasmi del passato. In particolare quello legato alla “fedelissima” Alessandra Dal Verme, piazzata al Demanio - motore del Pnrr - nonostante sia sua cognata. “Una nomina denunciata in più interrogazioni parlamentari - scrive Bisignani sul Tempo - perché in pieno conflitto di interesse per il grado di parentela tra un commissario europeo e un dirigente che deve istruire i progetti per accedere ai fondi”. Ma non è finita qui, perché secondo l’ex faccendiere c’è di più in questa vicenda che riguarda Gentiloni e la cognata. “Tra le prime decisioni della Dal Verme - sottolinea Bisignani - quella di rimuovere due dirigenti chiave dell’Agenzia, quello della Regione Lazio Giuseppe Pisciotta e quello di Roma Capitale Antonio Fichy proprio coloro che avrebbero dovuto gestire i 20 milioni di euro e di beni confiscati a Luigi Lusi, tesoriere della Margherita di cui Gentiloni è stato non solo fondatore ma anche percettore, secondo Lusi, in piena legittimità, di circa 200 mila euro di spese per la campagna elettorale”.

Giacomo Amadori per "la Verità" il 15 ottobre 2021. C'è un'intercettazione tra la dirigente del Miur Giovanna Boda e l'imprenditore Federico Bianchi di Castelbianco, entrambi indagati per corruzione per le utilità che lui avrebbe concesso a lei in cambio di appalti, che potrebbe imbarazzare più di uno. In primis il ministro Patrizio Bianchi e la deputata Maria Elena Boschi che avrebbero segnalato alla Boda persone da assumere. È il 6 aprile 2021 e l'allora capo dipartimento per le risorse umane, finanziarie e strumentali, è agitata e intenzionata a prendersi un anno sabbatico.

E all'amico domanda: «Sì, ma mettiamo che io da domani mi metto a fare un anno che è il mio sogno, non faccio niente per un anno ok? Con cosa vivo?».

Castelbianco la tranquillizza: «Guardami, dimmi solo l'importo... Ti fai un anno sabbatico però ti posso dire una cosa? Te ne devi anda'! lo ti faccio arrivare i soldi all'estero, ti faccio arriva' tutto. Non ti preoccupare, però, te ne devi andare [] fai l'apertura del Quirinale (dell'anno scolastico, ndr), annusi l'aria un giorno di settembre e poi vai in aspettativa». Quello che preme in ogni caso all'imprenditore prima che la Boda vada via è che sia chiusa «la 440». Il riferimento e alla legge istitutiva del fondo per l'arricchimento e l'ampliamento dell'offerta formativa e per gli interventi perequativi, ai cui bandi Castelbianco, psicoterapeuta, editore dell'agenzia Dire e imprenditore, partecipa con le sue società. «Lasci, metti, scegliti una persona tua oltre Valentina (la segretaria, ndr) che si mette lì, si prende tutte le beghe, una persona tua [] mi spiego cioè facciamo una cosa breve, ma fatta la 440, pensi per 'sti mesi io abbia problemi a risolvere tutto anche per l'anno dopo?» ragiona il settantenne professionista. Parlano di un affidamento.

Castelbianco propone una soluzione: «Io posso mettermi d'accordo con loro e dire fatemi fare il bando». Boda sembra intimorita dal fatto che a differenza di quanto accaduto con una scuola di Taranto in questo caso non conosca bene il preside, ma Castelbianco dà l'impressione agli investigatori di voler «ostinatamente trovare una soluzione favorevole ai propri interessi»: «Ma tu il bando sei contraria?» chiede. A questo punto la Boda pare voler chiudere tutte le pratiche rimaste in sospeso in vista del suo provvisorio ritiro e riporta al fidato imprenditore le richieste di assunzione che gli sarebbero arrivate dal ministro, in quel momento Patrizio Bianchi, e dall'amica Maria Elena Boschi, con cui la stessa dirigente aveva lavorato al dipartimento della Pari opportunità e con cui non ha smesso di frequentarsi: «Ho tre persone di cui due dovresti già conoscerle. Allora queste due sono del ministro, te lo dovrebbe avere già detto Valentina (Franco, la segretaria indagata, ndr) da tempo: M., che è nel terzo settore per l'accordo di programma per questa serie, e B., che ha il figlio disabile e fa il maestro del coro. Vabbé comunque son persone utili a me eh! Questi son svegli forte, sanno scrivere e possono venire ad aiutare questo ti dico sono utili anche se vengono dal ministro. Di fargli un incarico di consulenza di sei mesi, tranquillo tranquillo niente di... io gli darei 1.500, netti, però, che tu mi dici lordi, no netti». Castelbianco propone 2.000 euro. La Boda è d'accordo: «E facciamo 2.000, son proprio del ministro questi, non li avevo mai visti, né conosciuti, però, son bravi,però, cercate di calm... di chiamarmi perché a me mi servono per riscrivere il progetto Estate». Boda cita la terza presunta «raccomandata»: «Poi questa qua». La donna richiama l'attenzione del suo interlocutore: «Guardami». Quindi prosegue: «è la cognata della Maria Elena». Non è chiaro a chi si riferisca. L'ex ministra ha due fratelli, Emanuele e Pier Francesco. Ma l'unico sposato è il primo. La moglie si chiama Eleonora Polsinelli, ha 35 anni ed è nativa di Sora (Frosinone). Ha sposato Emanuele nel 2015 e, per alcuni anni, è stata dipendente dell'ex Banca Etruria, passata prima sotto le insegne di Ubi e poi di Intesa. Ha fatto parte dell'ufficio stampa dell'istituto aretino, ma dopo l'addio di Pier Luigi Boschi alla carica di vicepresidente e tutte le polemiche legate all'inchiesta sul crac della Popolare aretina la giovane ha prima lasciato l'ufficio a diretto contatto con i giornalisti, quindi si è dedicata alla maternità e, infine, si è licenziata, come aveva già fatto il coniuge. Meno probabile che la cognata in questione sia la fidanzata di Pier Francesco, una ventinovenne originaria di Montevarchi, dottore di ricerca in genetica, oncologia e medicina clinica all'università di Siena. Sia chi sia, Castelbianco ha ben in mente la ragazza: «Ah, sì già ce l'ho». 

Boda è pensierosa: «Allora questa qui dobbiamo capire bene cosa fare, nel senso che lei sta aspettando da un anno il concorso al ministero che io non so neanche quanto sia opportuno, mi capisci? Però il problema è che questa sta a Firenze». Castelbianco: «Ma non ha importanza questo la domanda è: che gli fanno fa'? Lei cosa vuole fa'?». Boda: «Allora lei vuole fare comunicazioni istituzionali».

L'imprenditore sobbalza: «Eh ma comunicazioni istituzionali».

Boda: «E appunto ti sto dicendo non è una cosa semplice».

Castelbianco: «E no e comunica cosa? Il ministero?».

Boda: «No cioè o fa una cosa per l'agenzia Dire, non so che cosa».

Castelbianco: «No ma per la comunicazione sì».

Boda: «L'importante sia sganciata da me Federico, lo capisci?». Castelbianco: «Non c'è dubbio». 

I due provano a escogitare una soluzione. La dirigente ragiona: «Io ho pensato se le troviamo una cosa e magari si distrae anche da noi perché pure il concorso non è comunque una cosa facile eh! Proprio un secondo, hai capito cosa voglio dirti?».

Castelbianco sembra aver afferrato il senso: «Ma lei subito?». La donna risponde affermativamente e allora l'editore dice: «Sì, sei mesi». 

Boda continua: « e poi casomai si rinnova, cioè da un certo punto di vista è meglio se sta fuori [] quindi poi magari adesso vedi tu in prospettiva tra due anni diventa a tempo indeterminato [] non fa il concorso». Bando che rischia di mettere in imbarazzo la dirigente: «Perché finché io esisto se per favore non fa il concorso perciò sei mesi di prova e poi se va bene le diamo una prospettiva lì. Possiamo rischiare? No, dimmi, possiamo rischiare?».

Anche Castelbianco pensa che sia meglio evitare il concorso. L'amica prosegue: «Perché per me questo è proprio da deficienti? Lei però». Non si capisce a chi la Boda si riferisca, se alla cognata o alla Boschi stessa e Castelbianco commenta: «Lei di più». Boda: «Quindi io, cioè non vorrei adesso, su questo, veramente fare la buccia di banana, già ne abbiamo 10.000 che se non so come arriviamo ogni giorno dopo».

Castelbianco: «Sì, ci penso un attimo». Boda: «Sì questo ti volevo dire, pensaci tu lo potevo dire anche a Valentina, però, il discorso è questo che lei sta li ad aspettare il bando, io secondo me devo trovargli una cosa prima in modo che lei se ne». Castelbianco: «Oppure se lei aspetta il bando, ma il bando... vabbé Firenze». Per la Boda non è semplice: «Eh, ma il bando per Firenze non c'è perché è nazionale...». L'interlocutore ribatte: «Non ha importanza, l'importante è che vince il bando e ci va i primi sei mesi». 

Boda: «No, ma il problema è che comunque, su quattrocento posti, caso strano, capito?». Castelbianco: «Ma magari arriva pure quattrocentesima, cioè l'importante è che non arrivi prima perché...». Boda: «Ma e brava, io l'ho conosciuta non è stupida». Castelbianco: «Apposta dico: quindi se vince lei non è un problema, e importante che (incomprensibile) deve andare prima fuori e poi va a Firenze». Boda: «Non penso che lei vada fuori e poi a Firenze, vabbè comunque tanto adesso».

Bianchi pare allargare il discorso a tutta la famiglia Boschi: «Adesso tu, se tu riesci a far sistemare, a fargli vincere il bando, dopo falli arrivare da te, dici senti abbiamo un problema, dici guarda pazienta sei mesi e tu dicono ah va bene grazie». Dopo che i due presunti complici hanno trovato la quadra, la situazione, purtroppo per loro degenera: passano sette giorni e la Guardia di finanza irrompe negli uffici della Boda e di Castelbianco mandando in fumo il piano di assunzioni così puntigliosamente congegnato.

Giacomo Amadori per “la Verità” il 16 ottobre 2021. Un mese fa, davanti al giudice delle indagini preliminari Annalisa Marzano, l'imprenditore Federico Bianchi di Castelbianco ha svelato agli inquirenti un segreto di Pulcinella, dal momento che i magistrati lo avevano già scoperto grazie alle intercettazioni telefoniche. Quel segreto era che l'amica e coindagata Giovanna Boda, ex capo dipartimento del Miur in aspettativa (è ancora dipendente di Viale Trastevere in veste di dirigente), era (o si era?) candidata a diventare ministro dell'Istruzione con l'appoggio del Quirinale e di Maria Elena Boschi. Alla cui cognata, come abbiamo scritto ieri, il 6 aprile scorso stava cercando di trovare un posto di lavoro.Il 13 settembre Castelbianco ha dichiarato, riguardo al desiderio espresso la scorsa primavera dalla Boda di lasciare il posto di lavoro per prendersi un anno sabbatico: «Stava male, stava male perché tutti la pigiavano, era stata candidata a diventare ministro della Pubblica istruzione al posto dell'ultimo ministro, tutti pigiavano su di lei, questa è la realtà». A febbraio, il nome della Boda aveva iniziato a circolare nel toto-ministri, come tecnico. E per raggiungere l'obiettivo l'indagata poteva contare sull'immagine di icona della legalità e di paladina degli ultimi che si era costruita con le sue iniziative al Miur contro la mafia e a favore degli studenti in difficoltà. Un'attività grazie alla quale aveva costruito una rete di relazioni che andavano dal Vaticano alla comunità ebraica, dal mondo della magistratura a quello della scuola, a cui si aggiungeva la benedizione dei campioni della antimafia. Della trattativa per farla ministro è rimasta traccia in una delle intercettazioni depositate agli atti dalla Procura di Roma. È datata 11 febbraio 2021, due giorni prima che il governo Draghi giurasse davanti al presidente Sergio Mattarella. Insomma eravamo alle battute finali per la formazione del nuovo gabinetto. Quelle sono le ore del dentro o fuori. E uno degli sponsor più forti della Boda sarebbe stata Maria Elena Boschi, con cui la dirigente aveva lavorato gomito a gomito al dipartimento della Pari opportunità a Palazzo Chigi. L'11 febbraio alle 19,21 Anna Rosa Rotondi (stretta collaboratrice della Boda a libro paga delle società di Castelbianco, ndr) chiama Valentina Franco, la segretaria indagata nell'inchiesta insieme con la Boda e Castelbianco. La Rotondi «racconta alla Franco di essere stata appena contattata da Maria Elena ("verosimilmente la Boschi" scrivono gli investigatori, ndr), la quale le ha detto che quella proposta è un'idea fantastica e che avrebbe fatto una serie di telefonate». Non è chiaro da chi provenga la «proposta» e se, quindi, la sera dell'11 febbraio la nomina fosse a buon punto. Ma la Rotondi continua dicendo che, «in seguito a quanto detto da Maria Elena, ha chiamato Marco (un consigliere del gruppo, ndr) per chiedergli come si sarebbe dovuta comportare e gli ha detto che ritiene che adesso debba informare Giovanna ("verosimilmente la Boda", ndr)». La Rotondi spiega anche di «aver bluffato oggi dicendo che Giovanna fosse all'oscuro di tutto e che si trovava lì davanti quando Fioroni ha chiamato la Boda». Giuseppe Fioroni è stato ministro dell'Istruzione nel secondo governo Prodi ed è molto legato alla Boda. Ma anche a Mattarella. Nel gennaio 2015 ha lanciato la sua candidatura al Quirinale e ha tessuto la trattativa tra il presidente del Consiglio Matteo Renzi e le altre componenti del Partito democratico e della maggioranza di governo. La Rotondi riferisce che «Marco ha acconsentito aggiungendo che "se Maria Elena ha detto di sì, lei adesso gli preparerà il terreno politico... la cosa da fare è Mattarella"». In quel momento la Boda o i suoi sponsor cercavano una sponda al Quirinale. Con cui la donna aveva un rapporto diretto. Sia con il presidente che con alcuni suoi stretti consiglieri, in particolare con Simone Guerrini, direttore dell'ufficio di segreteria del capo dello Stato, con il quale organizzava eventi come l'inaugurazione dell'anno scolastico a cui partecipava Mattarella o i viaggi della memoria ad Auschwitz con i sopravvissuti della comunità ebraica. Con il Colle la Boda aveva preparato anche la mostra sulle leggi razziali. Ieri, però, dall'ufficio stampa del Quirinale ci hanno fatto sapere che «il nome della Boda come possibile ministro non è mai stato discusso nei colloqui con il presidente del Consiglio incaricato nella fase della formazione del governo, né nessuno ne ha mai fatto cenno al presidente Mattarella». Ma continuiamo a leggere l'intercettazione. La Rotondi dice che il giorno successivo, il 12 febbraio, avrebbe chiamato «la Prof per dirle che deve immediatamente contattare Mattarella». Nella telefonata gli interlocutori non indicano l'identità della «professoressa» in grado di interloquire con il Quirinale. Nella trascrizione la Franco invita la collega, prima di prendere iniziative, a sentire Giovanna, «la quale però, a dire della Rotondi, risulta irreperibile» e confida, inoltre, «di essere ansiosa rispetto a questa situazione e che Giovanna le sta facendo la lista della gente da contattare, tra cui anche persone legate al Papa». La Rotondi conclude la chiamata dicendo che aspetta la chiamata della Boda su Whatsapp. Forse si era mosso qualcosa già un mese prima, in piena crisi di governo. Allora i finanzieri intercettarono la Boda al telefono con la madre Concetta Palazzetti, ex sindaco Pd di Casale Monferrato (Alessandria), città d'origine della famiglia. Nell'occasione la Boda confida: «Ho visto Maria Elena poi quando ci vediamo ti racconto». In sostanza avrebbe discusso con l'ex ministra di un argomento da trattare a quattr' occhi. Alla fine, però, la nomina non è stata fatta. È vero quanto affermato da Castelbianco e cioè che la Boda era stata pressata per fare il ministro, oppure era stata lei a candidarsi inutilmente, muovendo tutte le pedine a sua disposizione, dalla politica al Vaticano? O ancora: qualcuno ai vertici della Procura o della Guardia di finanza ha avvertito chi di dovere che qualcuno stava candidando a ministro un'indagata per corruzione, intercettata e a rischio di arresto? Fonti vicini agli inquirenti oltre che al Colle smentiscono questa seconda ipotesi. La vicenda difficilmente sarà chiarita, anche perché su di essa è calato il silenzio, con l'ausilio del fatto che diverse intercettazioni sul caso non sono state ritenute rilevanti e per questo non sono state depositate.

Marito e moglie capitani dei carabinieri in Puglia. Norbaonline.it il 16 settembre 2021. Lei alla guida della compagnia di Martina Franca, lui a Fasano. Avvicendamenti in corso nei comandi territoriali dei Carabinieri. Fra questi, fa notizia la vicenda di due capitani, marito e moglie, di origini campane, inviati a guidare due compagnie in Puglia. La moglie, Silvana Fabbricatore, 31 anni, è alla guida della compagnia di Martina Franca mentre il marito, Massimo Cicala, 30 anni, è il nuovo comandante della compagnia di Fasano. Potranno non solo incontrarsi a cena, ma anche collaborare nel servizio visto che i due territori sono confinanti.

Comunali a Latina, la senatrice: "Ho fatto candidare le mie 3 gemelle, che male c'è?". Clemente Pistilli su La Repubblica il 12 settembre 2021. "Non sono una No Vax ma ho fatto dei post di colore che con la politica non c'entrano. Se queste sono le critiche allora sono perfetta" spiega Marinella Pacifico, ex Movimento 5 Stelle passata al partito di Giovanni Toti, di cui è la numero due nel Lazio e la responsabile nel territorio pontino. Candidare tutti i propri figli nel partito di cui si è al vertice si può. In vista delle elezioni amministrative di ottobre, a Latina, lo ha fatto la senatrice Marinella Pacifico, ex Movimento 5 Stelle passata al partito di Giovanni Toti, di cui è la numero due nel Lazio e la responsabile nel territorio pontino. Nella lista di Cambiamo!, parte della coalizione di centrodestra a sostegno del candidato sindaco Vincenzo Zaccheo, ci sono le tre gemelle della parlamentare, Maria Carla, Maria Pia e Maria Sole Faugno, che aspirano così a tre posti da consigliere comunale. 

Senatrice Pacifico, come mai ha fatto candidare tutte le sue figlie?

"Sono tre ragazze che svolgono una professione molto qualificata, che insieme ad altri ragazzi candidati si occupano di politiche giovanili e hanno l'obiettivo di dare un contributo per la crescita culturale e professionale della città. Invece di guardare al fatto che sono le mie figlie si guardi ai loro profili: una è un ingegnere edile, l'altra un medico specializzata in diagnostica e radiologia e la terza una biologa molecolare".

Hanno chiesto loro di candidarsi o le ha proposto lei la candidatura?

"Posso mai obbligarle? Hanno 27 anni ed è stata una loro scelta. Loro respirano i problemi sociali".

Avere tre figlie nella lista del partito che lei coordina non le crea alcun imbarazzo?

"Che problema c'è? Sono cittadine italiane. Hanno il desiderio di mettersi a disposizione della città e non capisco perché non dovrebbero avere tale opportunità. Ci sono tanti figli di politici che hanno fatto e fanno politica".

Con Cambiamo!, un partito giovane, quale risultato si aspetta?

"Lavoro per il sociale, in questo partito ho tale opportunità ed è quello che farò, incentivando

i servizi che mancano a Latina, dalla cittadella giudiziaria a un turismo adeguato alle aspettative dei cittadini, fino a un altro polo clinico".

Lei è entrata in politica con i 5S e poi ha aderito a Cambiamo!, sostenendo ora la coalizione di centrodestra. Sono realtà diverse.

"Il primo Governo Conte è stato formato da M5S e Lega. Si può lavorare insieme . Io ho voluto fortemente la candidatura dell'onorevole Zaccheo, perché lo ritengo il profilo migliore per far uscire la città dall'immobilismo".

Sì a vaccini e Green Pass?

"Tutto quello che viene fatto ai fini della sicurezza sanitaria per me va bene. Non sono una No Vax".

Ci sono polemiche su dei post No Vax in cui definisce Saviano un massone e la Boldrini sionista.

"Erano post di colore. La mia attività politica è trasparente. Se queste sono le uniche critiche nei miei confronti vuol dire che sono un politico perfetto".

Giampiero Mughini per Dagospia il 19 agosto 2021. Caro Dago, mi colpisce non poco la campagna che “Il Fatto” conduce da un paio di giorni (oggi addirittura con un richiamo in prima pagina) contro la nomina a direttore dell’Archivio Centrale di Stato del dottor Andrea De Pasquale (che non ho il piacere di conoscere). Tutto comincia dal fatto che contro questa nomina si sono pronunciate le associazioni delle vittime di alcune sanguinose stragi politiche, quelle di Bologna, di Piazza della Loggia e di Piazza Fontana. E che c’entra il dottor De Pasquale con quegli atti mostruosi? C’entra per il fatto che da direttore della Biblioteca Nazionale di Roma aveva manifestato gratitudine alla famiglia Rauti per il fatto di avere donato alla Biblioteca Nazionale il fondo documentario (“un ambiguo fondo” scrive “Il Fatto) relativo al lungo itinerario politico di Pino Rauti, l’intellettuale e dirigente politico che fa tutt’uno con la storia di Ordine nuovo, un gruppo dell’estrema destra italiana cui sono ascrivibili alcuni protagonisti del terrorismo stragista. Se è per questo, non sono mica pochi i terroristi assassini provenienti da formazioni dell’estrema sinistra quali Lotta continua o Potere operaio, solo che ove Toni Negri (e tanto per fare un nome) decidesse di donare alla Biblioteca Nazionale un suo eventuale fondo documentario (che in sé e per sé non avrebbe nulla di “ambiguo”), io da eventuale direttore della Biblioteca Nazionale lo ringrazierei eccome. Quanto alla persona specifica di Pino Rauti, è vero che lui venne arrestato con l’accusa di aver messo mano all’attentato di Piazza Fontana, solo che quelle accuse vennero completamente cancellate dalla sua assoluzione piena e indiscutibile. So che gli amici del “Fatto” si trovano più a loro agio con gli accusati e con gli accusandi che non con gli assolti, solo che l’assoluzione di Rauti non fa una piega in termini di civiltà giuridica. Ero un ragazzotto alle primissime armi quando Aniello Coppola, mio direttore al “Paese Sera”, mi invitò ad andare a casa di Rauti ad intervistarlo. Confesso che ero in un notevole imbarazzo perché avevo letto sul quotidiano paracomunista di cui ero un praticante un articolo in cui si diceva che la casa romana di Rauti era protetta da un cane lupo che se ne stava non ricordo più se in luogo del portiere o accanto a lui. Presi un taxi, arrivai all’indirizzo che mi avevano dato. Il cane lupo non c’era. Pigiai il tasto del citofono, mi rispose una voce femminile, era la signora Rauti. Dissi che ero “un giornalista del Paese Sera” aspettandomi una raffica di insulti. “Va bene, salga”. Entrai in una casa di media borghesia quanto più ovvia e normale, con una libreria dai montanti in ferro come erano in auge in quegli anni. Mi venne incontro Rauti, che non aveva nulla di nibelungico e bensì l’aria di un borghese medio e normale. Mi offrirono anche un caffè. Con i Rauti sono poi rimasto in rapporti amichevoli. Quando nel 1981 apprestai il documentario sulla “Nuova destra”, i cui elementi di maggiore spicco (Stenio Solinas, Marco Tarchi, Umberto Croppi. Giuseppe Del Ninno) erano stati tutti dei “rautiani” al tempo della loro militanza nel Msi, intervistai a lungo Rauti. Un paio di giorni prima della messa in onda del documentario, arrivò in Rai una lettera dell’avvocato di Rauti che ci diffidava di mettere in onda quell’intervista. Temevano che io l’avrei usata per poi scaraventare valanghe di fango sul fondatore di Ordine nuovo; non mi conoscevano a sufficienza. Dissi ai dirigenti Rai della Rete2 che della messa in onda di quella intervista me ne assumevo la piena responsabilità. Andò in onda. Dopo pochi giorni mi arrivò una lettera personale di Rauti che mi riconosceva quale “un avversario leale”. Eccome se non è prezioso il suo archivio. Più ne sapremo di quegli anni arroventati in cui sono stati in tanti a giocare con il fuoco, meglio è. Ho appena finito di leggere il libro (Sandro Forte, “Ordine Nuovo parla”, Mursia 2020) di un giornalista che negli anni Settanta e Ottanta era stato un militante del gruppo di estrema destra. Il suo ragionamento di fondo è che ci furono dei delinquenti (pochi a suo dire) in quella congrega, ma le stimmate di fondo ne furono tutt’altre: quelle di dare connotati moderni a una destra possibile nell’Europa di fine secolo. E giù un elenco affollatissimo di riviste, fogli militanti, convegni, nomi di intellettuali e giornalisti che poi presero le strade le più disparate. E’ un libro che ho letto con attenzione, prendendo appunti. Numericamente parlando, uno dei punti di forza dell’Ordine Nuovo rautiano era stata la città in cui sono nato e ho vissuto da giovane, Catania. Non erano tipi simpatici e non lo era il loro capo, uno che molti anni dopo sarebbe divenuto un consigliere politico di Arnaldo Forlani. Quando prese la parola in uno degli infuocati dibattiti che chiudevano le serate del Centro Universitario Cinematografico di cui ero presidente, alcuni dei miei compagni avrebbero voluto impedirgli di parlare. Dissi che aveva tutto il diritto di farlo. Disse la sua. Poco dopo mi riempì di insulti sul quotidiano catanese. Insulti ho detto, e furibondi. Lo querelai. Mi mandò una lettera di scuse e mi pagò le spese legali. Cose di quando eravamo giovani, cose dell’altro e lontanissimo secolo.  

Gianfranco Ferroni per “Il Tempo” il 17 agosto 2021. Ugo De Carolis, additato in maniera bipartisan di essere un “uomo di fiducia dei Benetton”, ha dovuto dire “no” alla poltrona di amministratore delegato di Anas. Ma non è stato l’unico manager che ha visto sfumare un incarico per il legame con il gruppo di Ponzano Veneto. In altri casi, viene spifferato da palazzo Chigi, “è stato svolto un lungo lavoro preventivo, passando al setaccio ogni curriculum”. Pare sia stata questa la causa della bocciatura, per esempio, di Laura Cioli alla Rai: su viale Mazzini gli occhi sono sempre puntati, e sul “paper Cioli” si leggeva “Autogrill, non-executive director”. Dove Autogrill vuol dire Benetton. E quindi, il cv è finito nel cestino, per evitare guai, nonostante un passato manageriale nel mondo dell’editoria. A proposito, lo stesso discorso a quanto si apprende vale per tutti gli amministratori indipendenti delle società care ai Benetton... 

Salvatore Merlo per “il Foglio” il 6 agosto 2021. Un grande manager di carriera americana, cresciuto alla Procter & Gamble, poi chiamato alla Fiat da Marchionne, il dirigente aziendale che fece la fortuna del Telepass e che poi trasformò l’aeroporto rudere di Fiumicino nel migliore aeroporto d’Europa, è stato linciato mercoledì da M5s, Lega, Pd, FI e  FdI. Scelto di fatto da Palazzo Chigi secondo principi di competenza e mercato per salvare il carrozzone sfasciato di Anas, l’altro giorno Ugo de Carolis è stato spinto dai partiti a rinunciare all’incarico di amministratore delegato di questa povera azienda colabrodo. Secondo il seguente pseudo ragionamento di Danilo Toninelli, che ha ricompattato il populismo gialloverde con il concorso gregario del Pd: “Parliamo di un uomo di fiducia dei Benetton e dell’ex ad di Autostrade Giovanni Castellucci”. Poiché nulla importa che De Carolis non abbia mai lavorato in Autostrade, né mai si sia occupato di ponti e viadotti Aspi, tanto meno del Morandi, e che insomma nulla ha avuto a che fare con la tragedia di Genova, il problema di De Carolis – a quanto pare –  è  quello di essere stato un  amministratore delegato all’interno della enorme galassia finanziaria e industriale che fa riferimento alla famiglia Benetton. Circa seicento manager, tredicimilacinquecentocinquanta dipendenti in Italia e trentunomila nel resto del mondo. Seguendo questo bislacco filo logico (logico si fa per dire), chiunque abbia lavorato con Benetton o Castellucci (pure i negozi di maglieria?), avrebbe sostanzialmente collaborato e cooperato a una specie di obiettivo societario globale che consisteva nel far crollare il ponte Morandi. Non responsabilità personale, ma responsabilità oggettiva. Tipo la Salem del 1642 (1692, ndD), ma con Toninelli giudice religioso: bruciamo sul rogo i Benetton e chiunque sia stato con loro. Pure il cane. Cucinavi a casa Benetton? Tizzone ardente. Hai guidato la macchina di Luciano? Ti impaliamo. Hai gestito l’Aeroporto di Roma? Ti tagliamo un dito. Verrebbe da ridere, se non ci fossero risvolti penosi. Si segnala infatti una prima vittoria del populismo senza cervello sul governo di Mario Draghi, che non ha saputo difendere una sua scelta. E si evidenzia la subalternità del Pd agli sciroccati del M5s. Tutti sanno che gli unici manager capaci, non solo in Italia ma nel mondo, sono quelli che vengono dal privato. Che seleziona secondo princìpi di risultato. Per questo era stato chiamato De Carolis. Perché la missione è complicata. Serviva uno che non sprecasse l’occasione offerta dai miliardi di euro del Pnrr che finiranno ad Anas, il decrepito falansterio che conta negli ultimi tre anni più crolli di ponti di quanti non ne siano avvenuti in 20 anni di Autostrade. Il semestre bianco comincia male. 

ROMA, LA STRAORDINARIA CARRIERA DI FABIO BARCHIESI, IL FISIOTERAPISTA DI MALAGÒ AL VERTICE DI CDP. Estratto dell'articolo di Giuliano Foschini e Marco Mensurati per repubblica.it il 10 agosto 2021. La storia è divertente e sta occupando l'agosto della Roma dei palazzi chiusi per ferie. Ed è raccontata, più o meno, così: dopo queste Olimpiadi, Giovanni Malagò può tutto. Persino far nominare il suo fisioterapista a capo dello staff dell'amministratore di Cassa depositi e prestiti. Il punto è che non si tratta di una battuta ma di una vicenda complessa che rischia di provocare, alla ripresa, anche qualche scossone politico. Perché la partita è delicata e interessa il cuore del potere del Paese. La storia è questa: tra i primi atti del nuovo amministratore delegato di Cdp, Dario Scannapieco, c'è stata la nomina nel suo staff di un professionista esterno, il dottor Fabio Barchiesi. Barchiesi è un nome molto conosciuto a Roma, pur essendo praticamente alla sua prima esperienza di manager, per lo meno fuori dal mondo dello sport. Barchiesi è infatti il fisioterapista del generone romano la cui storia, per come la raccontano oggi, sta a metà tra una favola di riscatto all'americana e il racconto di Georges Duroy, il protagonista del Bel Ami di Guy de Maupassant. Barchiesi è un ragazzo testardo e taciturno. Comincia la sua carriera a Villa Stuart, come giovane terapista laureato in Professioni sanitarie alla Sapienza. Qui ha la fortuna di avere come paziente il presidente del Coni, Giovanni Malagò, che doveva riprendersi da un infortunio. Malagò ne rimane affascinato: per le sue qualità professionali, certo. Ma evidentemente vede oltre. Capisce che il ragazzo può fare strada. Lo porta così all'Aniene prima, e lo presenta a molti suoi amici, poi. Fino a riuscire a farlo lavorare con sé: al Coni sport Lab, l'Istituto di Medicina dello sport del Coni. Proprio come la tribuna d'onore dell'Olimpico, l'Istituto è uno dei luoghi centrali della geografia del potere romano: dal calcetto ai piccoli incidenti, si fanno male in molti. Oltre a Malagò stesso, sotto le sue cure, nel tempo, passano Azzurra Caltagirone, Franco Frattini e l'ex ad di Cdp Fabio Gallia.

 Dagospia l'11 agosto 2021. LA PRECISAZIONE DELL'UFFICIO STAMPA DI CDP. L’articolo cui si fa riferimento contiene diverse imprecisioni che lo rendono fuorviante e lesivo, sia nel taglio che nei contenuti. Il dott. Barchiesi, infatti, può vantare un percorso professionale che gli ha consentito di maturare solide competenze dirigenziali: dal 2015 è stato direttore del CONI Sport Lab – dove ha conseguito negli anni risultati positivi e tangibili - e dal gennaio 2018 dirigente in una società controllata al 100% dal MEF, entrambe realtà per le quali si è occupato di aspetti gestionali e non della cura dei singoli clienti. Inoltre, è opportuno evidenziare che, contrariamente a quanto si legge all’interno dell’articolo, nessun soggetto esterno può influire su alcuna nomina nell’attuale CDP. Ufficio Stampa di CDP  

Dagospia il 12 agosto 2021. Dall'account twitter di Michele Arnese. Quindi per ogni pezzo su Cdp extra comunicati stampa, Scannapieco manderà lettere, note e spiegazioni ai giornali? Mah. 

Dall'account twitter di Paolo Madron

Ad agosto succede di tutto. Anche che la vicenda di un ex fisioterapista mandi in tilt #Cdp, ovvero il bancomat dello Stato italiano

SUCCESSI E FLOP DEL FISIOTERAPISTA CHE HA SCALATO I VERTICI DI CDP

Estratto dell'articolo di Giuliano Foschini e Marco Mensurati per "la Repubblica" il 12 agosto 2021. La straordinaria ascesa di Fabio Barchiesi - l'ex fisioterapista del generone romano, da qualche settimana stimato manager nello staff dell'amministratore delegato di Cassa Depositi e prestiti - è stata per l'intera giornata di ieri l'oggetto preferito delle discussioni della Roma dei palazzi. Perché, a seconda della prospettiva dalla quale la si guarda, la sua storia assume caratteristiche diverse, seppur compatibili: è il sogno americano, il ragazzo di talento che lavorando studia e riesce a scalare con merito fino ad arrivare nel cuore del potere del Paese. Ma può essere anche la fotografia di una certa Roma: Villa Stuart, i circoli sul Tevere, la laurea all'università telematica, le feste alla villa di Sabaudia di Giovanni Malagò, le relazioni con la politica e con i palazzi. Fino ad arrivare a Cassa depositi e prestiti. […] Barchiesi […] comincia la sua carriera a Villa Stuart dove incontra per la prima volta il presidente del Coni, Malagò. Un incontro che gli cambierà la vita. […] a presentarglielo fu, dopo un infortunio, il professor Mariani, il luminare del ginocchio. […] Malagò lo consigliò così a una serie di amici ma immediatamente riconobbe in Barchiesi un altro tipo di talento: guardava oltre, era un manager. […] nel 2015 quando si apre una posizione all'Istituto di medicina dello Sport (che dipendeva dal Coni servizi e dunque da Malagò che ne era presidente), lo porta come responsabile «Business e Development». La carriera è fulminea nel 2017 è direttore organizzazione. Il 14 dicembre di quell'anno la svolta: il cda, guidato da Malagò, nomina Barchiesi dirigente. I titoli erano quelli giusti: aveva conseguito la laurea in Economia all'università telematica Unicusano e preso una cattedra, a contratto, alla Link, l'università di Vincenzo Scotti. Importante, visto il curriculum, era anche lo stipendio: 182mila euro tra parte fissa (140) e variabile (42). Sin dal suo ingresso in Coni servizi Barchiesi […] ha guidato Coni Sport Lab, il vecchio istituto di Medicina dello Sport. […] In realtà la società ha un solo dipendente, lui. E molti professionisti esterni come collaboratori. Come hanno spiegato da Cdp, Barchiesi viene scelto proprio «per la sua esperienza di manager che gli ha consentito di maturare solide competenze[…] ». I bilanci degli ultimi anni non sono stati però eccellenti. A oggi la perdita annua di Coni Sport Lab è di un milione e mezzo di euro […] Si dirà, è il Covid. Ma anche l'anno precedente non era andata meglio con una riduzione dell'11 per cento rispetto al 2018. Dove sono, quindi, quei grandi risultati che lo hanno portato nello staff dell'amministratore di Cassa depositi e prestiti? […]

UN MANAGER DI PROVATO VALORE. Lettera di Dario Scannapieco, Amministratore Delegato di Cassa Depositi e Prestitia, a "la Repubblica" il 12 agosto 2021. Gentile Direttore, con riferimento all'articolo "Il salto di carriera del fisioterapista di Malagò sbarcato al vertice di Cdp", stupisce dovere leggere sul Suo autorevole quotidiano - anche alla luce della Sua formazione e visione internazionale - un articolo con tante imprecisioni e con un approccio così capzioso e fuorviante come quello sul dott. Barchiesi. L'articolo, oltre a contenere diversi errori (il dott. Barchiesi è stato dal 2015 direttore del Coni Sport Lab e dal gennaio 2018 dirigente in una società controllata al 100% dal Mef, entrambe realtà per le quali si è occupato di aspetti gestionali, non delle cure di specifici clienti), è lesivo della professionalità di un dirigente che ha sempre investito nella sua formazione con umiltà e dedizione al lavoro. Questo risulta evidente guardando al suo percorso professionale, alle capacità organizzative, di risanamento e rilancio che ha dimostrato di possedere e ai risultati positivi, concreti e tangibili che ha ottenuto sia nella sua esperienza passata che in quella attuale. Questi sono i fatti che contano. Non altri, citati nell'articolo, che appartengono più che altro alla categoria del pettegolezzo estivo. Da ultimo, desidero rassicurarla sul fatto che nessun soggetto esterno possa influire su alcuna nomina nell'attuale Cdp. Tale modo di fare, al quale i Suoi giornalisti fanno riferimento, mi auguro faccia definitivamente parte del passato del Paese. Cordialmente, Dario Scannapieco 

LA CDP DI SCANNAPIECO E IL FISIOTERAPISTA DI DRAGHI. Estratto dell'articolo di Marco Palombi per il "Fatto quotidiano" il 12 agosto 2021. […] La vita di Barchiesi cambiò quando - nella romana Villa Stuart - si trovo a mettere le mani sul presidente del Coni […] Malagò evidentemente vide qualcosa nel suo fisioterapista, tanto che lo portò con sé prima all'amato Circolo Aniene e poi al suddetto al Coni, dove regna dal 2013. Barchiesi, va detto, oltre a curare i dolori dei meglio nomi di Roma, si dà da fare: si laurea in economia all'università telematica Cusano, frequenta master alla Luiss e alla Bocconi, collabora con mezzo mondo, scrive articoli scientifici. E fa bene perché nel frattempo è assurto al ruolo di dirigente e persino alla direzione generale di Coni Sport Lab, guidato in un "processo di ristrutturazione, rilancio e riposizionamento strategico". È stato un tale successo che è proprio lì che, sotto l'occhio vigile di Barchiesi, va a fare fisioterapia lo stesso Draghi. Ora, come si passi dalla manipolazione di Malagò o del premier a un ruolo rilevante nella mega-holding pubblica non è chiarissimo […] A non dire che ha "decuplicato" i ricavi del Coni Lab, che è strategico nella politica industriale del Paese, che si fa - com' è noto - tra un convegno e un massaggio: è tanto vero che Malagò ha preteso, con un comma infilato alla chetichella in un decreto di fine gennaio, di far tornare al Coni la proprietà delle mura (non le funzioni) dell'Istituto, sottraendole all'odiata Sport e Salute, ex Coni Servizi. Purtroppo la rivoluzione fisioterapica di Scannapieco ha subito un piccolo stop: a fronte delle polemiche, Cdp ha annunciato che Barchiesi sarà affiancato da un "profilo tecnico", cioè Francesco Pettenati, economista e già capo di gabinetto di Scannapieco alla Bei, il quale però - a quanto risulta - non sa nulla di colpo della strega.

Cesare Galla per tag43.it - 18 giugno 2021. Alla fine dell’anno scorso, quando sono apparse nel decreto intitolato “Criteri e modalità per l’erogazione, l’anticipazione e la liquidazione dei contributi allo spettacolo dal vivo…”, quelle due righette sono passate inosservate. Non fosse stato così, magari un minimo di discussione ci sarebbe stato: in fondo si parla del delicato, assai complicato e spesso contestato meccanismo in base al quale vengono assegnate le sovvenzioni dello Stato allo spettacolo. E le righette in questione introducono una novità che almeno sul piano del metodo non è di poco conto. Dicono infatti (articolo 4, comma 8) che «Il ministro, su propria iniziativa, può in ogni caso sottoporre alle commissioni consultive competenti per materia il sostegno a progetti speciali che rappresentano eventi di eccezionale rilevanza». Si sancisce in questo modo – per quanto nell’ambito dei soli progetti speciali – una vera e propria discesa in campo sul piano artistico del ministro della Cultura, a questo punto titolato a indicare personalmente, e con tutto il peso del suo ruolo, che cosa gli sembra degno di sovvenzione. Un ruolo “tecnico” diverso da quello politico finora sempre ricoperto, dentro al quale naturalmente influenza, competenza (ove presente) e capacità di suasion avevano un loro peso, però mai così diretto e incisivo. Le due righette sono salite alla ribalta il 9 giugno, perché sono citate nel decreto di assegnazione dei fondi ai progetti speciali musica per il 2021.

Tra i 25 assegnatari dei fondi speciali la Fondazione Ravenna Manifestazioni. Fra i 25 assegnatari che si sono divisi una dotazione di due milioni di euro, infatti, ce n’è uno che non è passato attraverso la trafila ordinaria delle istanze alla Direzione generale dello spettacolo (che in questo caso sono state 189). Si tratta della Fondazione Ravenna Manifestazioni, il cui progetto – si legge nel decreto – «ai sensi di quanto previsto dall’art. 4 comma 8 del decreto ministeriale 31 dicembre 2020» è passato prima per l’ufficio del capo di gabinetto di Dario Franceschini, e da questi, “d’ordine del ministro” è stato trasmesso alla Direzione generale dello Spettacolo, corredato dalla comunicazione «dell’intendimento del ministro di sostenere finanziariamente il suddetto progetto speciale […] tenuto conto dell’eccezionale rilevanza dell’evento». Si parla del concerto che l’orchestra giovanile Cherubini diretta da Riccardo Muti terrà nel Cortile d’Onore del Quirinale il 29 luglio, in occasione dell’incontro dei ministri della Cultura del G20. 

Per il concerto della Cherubini al Quirinale stanziati 175 mila euro. L’episodio si inserisce nel quadro della ben nota sintonia esistente tra Franceschini e Muti, che assume sempre più spesso l’aspetto di una fervida collaborazione operativa. Le sovvenzioni destinate a quella che rimane pur sempre un’orchestra giovanile sono senza possibili confronti, mentre il ministro, di solito restio a queste uscite, non di rado offre testimonianza della sua attenzione presentandosi ai concerti della Cherubini. Ora, alla luce del comma 8 il suo sostegno trova modo di manifestarsi anche nei “progetti speciali”, esenti dai complessi passaggi legati alle ripartizioni del FUS, determinate dal complicato meccanismo degli algoritmi, delle valutazioni percentuali su quantità, qualità e sostenibilità economica. Considerare “progetto” un singolo concerto, sia pure inserito in un contesto di indubbio rilievo internazionale oltre che al massimo livello istituzionale italiano, denota un’idea di cultura in cui la visibilità dell’evento e il prestigio di chi assiste prevalgono sul contenuto e sul suo valore. Evidentemente non ha sollevato obiezioni la commissione consultiva Musica, che il 4 giugno ha esaminato la proposta fortemente sostenuta dal ministro. Alla fine dei dovuti passaggi, si è concretizzato un finanziamento speciale quanto il “progetto”: 175 mila euro. Non è dato sapere su quale base sia stata decisa questa cifra. In questa tornata di contribuzioni la superano solo i 250 mila euro assegnati alla European Union Youth Orchestra, che peraltro nello scorso autunno si era vista largamente sopravanzare proprio dalla Cherubini, destinataria in ambito extra Fus di quasi 700 mila euro.

Costa meno ingaggiare l’orchestra del Teatro Marinskij o dell’Accademia di Santa Cecilia. Oggi con molto meno di 175 mila euro si possono ingaggiare orchestre internazionali di prestigio e qualità indiscutibili. Ad esempio, il cachet dell’orchestra del Teatro Marinskij di San Pietroburgo diretta da Valery Gergiev, fondata in Russia nel 1783, non supera i 90 mila euro, se l’organico è sui 60 elementi. Se l’organico è più ampio, si sforano di poco i 100 mila euro. Per restare in Italia, un concerto dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, formazione di riconosciuta eccellenza, ha un prezzo che è meno della metà della sovvenzione ottenuta dalla Cherubini per suonare al Quirinale: 80 mila euro. Se poi si considera il mondo delle orchestre giovanili, le tariffe – è intuitivo – scendono decisamente e si arriva a costi per i musicisti che stanno fra i 20 e i 30 mila euro per concerto, calcolando anche un adeguato periodo di preparazione, fondamentale nella “mission” di una compagine di formazione. Le retribuzioni sono ridotte perché gli organici sono costituiti da giovani musicisti all’inizio della loro carriera, che stanno imparando a fare orchestra. In questo caso, il plusvalore non monetizzato (ma spesso notevole) è dato dalla possibilità di fare esperienze molto importanti, spesso insieme a direttori di grande valore. Fra questi, Muti non è un caso isolato: sono numerose le bacchette di alto prestigio meritoriamente impegnate con queste orchestre, in Italia e un po’ in tutto il mondo.

Per sostenere l’orchestra giovanile di Muti il ministero stanzia 1 milione di euro. In ogni caso, Dario Franceschini non ha dubbi e non sembra interessato a guardarsi attorno. La sua scelta è fatta: dopo l’extra Fus dello scorso autunno, e prima della sovvenzione senza possibili confronti sul normale mercato al progetto speciale Quirinale, a fine 2020 è apparsa sul sito del ministero una slide nella quale si annuncia «un milione di euro a partire dal 2021 per sostenere l’orchestra giovanile Cherubini fondata da Riccardo Muti».  Il ministro sta con la Cherubini. L’esistenza di altre orchestre giovanili non lo riguarda. Se vogliono, se hanno le carte in regola, possono provare a chiedere un contributo alla Direzione generale dello Spettacolo, non è detto che non ottengano qualcosa. Ne conosco una, assai valida, che fruisce di una sovvenzione statale di 80 mila euro. All’anno. Però è vero: ancora nessuno l’ha invitata, o mandata, a suonare al Quirinale.

(Adnkronos il 28 luglio 2021) - ''Nello svolgimento delle mie funzioni presso Leonardo naturalmente mi asterrò dal partecipare a qualsiasi attività connessa alle materie concernenti la delega di governo attribuita a mio padre relativa allo Spazio e al Dipe''. E' quanto dichiara Simone Tabacci, figlio del sottosegretario Bruno, a seguito degli articoli apparsi tra ieri sera e questa mattina su alcune testate giornalistiche.

Leonardo: "Simone Tabacci assunto come quadro dopo selezione". (ANSA il 28 luglio 2021) - ROMA, 28 LUG - "In merito alle indiscrezioni riportate oggi da alcuni media, relative all'assunzione del dott. Simone Tabacci con la qualifica di quadro nell'ambito delle attività di Merger & Acquisition" Leonardo precisa con una nota: "In data 4 novembre 2020 l'azienda ha affidato a una società di recruiting esterna la selezione di uno o più profili con esperienza internazionale nell'ambito dell'M&A. Il processo selettivo ha portato alla individuazione di sette candidature in possesso dei requisiti richiesti. I colloqui avviati il 17 novembre 2020 hanno portato, attraverso successivi passaggi di selezione, alla scelta di due risorse da inserire nella struttura di Chief Strategic Equity Officer: nello specifico un dirigente e un quadro. Il dirigente è stato inserito in organico in data 15 marzo 2021 e il quadro (nella fattispecie Simone Tabacci) in data 1 luglio 2021". (ANSA)

DAGONEWS il 28 luglio 2021. Ieri, verso ora di pranzo, Bruno Tabacci è stato portato via in ambulanza da palazzo Chigi. Forse un calo di pressione o forse l'eccessiva gioia per l'assunzione del figlio a Leonardo, fatto sta che è stato necessario l'intervento dei medici. Chi c'è dietro la decisione di portare il rampollo Simone Tabacci a lavorare nel colosso della Difesa con uno stipendio inferiore a 100 mila euro? Per il quotidiano "Domani", la decisione è figlia dell'Ad Alessandro Profumo e del suo entourage. Quel che è certo è che Mario Draghi, di cui Tabacci padre è collaboratore e sottosegretario, non era stato neanche informato. E infatti a palazzo Chigi a qualcuno sono girati - e molto - gli zebedei. L'eterno Tabacci era già balzato agli onori della cronaca anche per la consulenza milionaria a Invitalia del fantastico Domenico Arcuri, concessa appena 10 giorni dopo la sua nomina a sottosegretario (10 marzo), a totale insaputa di Draghi, e per la scelta di chiamare come consulente l'ex ministro Elsa Fornero...

Estratto dell'articolo di Emiliano Fittipaldi per editorialedomani.it il 28 luglio 2021. Leonardo, il nostro colosso degli armamenti, qualche giorno fa ha assunto Simone Tabacci. Domani ha scoperto che non si tratta di un manager qualsiasi, ma del figlio di Bruno, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e braccio destro del premier Mario Draghi, che ha deleghe fondamentali per la programmazione economica del governo e ha voce in capitolo, come vedremo, anche sulla strategica partecipata di Stato. La decisione, a quanto pare, è stata presa dall’amministratore delegato Alessandro Profumo e dai suoi uomini più fidati, che […] hanno piazzato il 49enne nella divisione chiamata Chief strategic equity officier, oggi guidata da Giovanni Saccodato. Un ufficio-chiave della multinazionale, dove si coordinano tutte le partecipazioni e delle joint venture strategiche della spa romana di Piazza Montegrappa. […] Il conflitto d’interesse è infatti triplice: non solo Tabacci padre è onorevole di Centro democratico e tra i principali consiglieri economici di Draghi di cui è amico personale «dai primi anni ‘80» come lui stesso ha raccontato, ma quattro mesi fa ha ottenuto dal premier anche le deleghe alle politiche aerospaziali italiane. Un comparto fondamentale per l’ex Finmeccanica, curato dalla divisione dove è stato assunto il figlio di Tabacci. Non a caso Saccodato, che la guida, è presidente del cda di Thales Alenia Space e vicepresidente di Mbda e Telespazio.

[…] voci aziendali segnalano che, anche se il figlio del sottosegretario è entrato in azienda pochi giorni fa, la selezione del posto si sarebbe conclusa prima della caduta del Conte I, quando Bruno era semplice deputato (assai attivo nella ricerca di “responsabili” per salvare la maggioranza M5S-Pd) ma senza le deleghe pesanti che ha oggi con Draghi. L’entourage dell’ad non sembra preoccupato nemmeno dal fatto che nei palazzi sia notorio il rapporto antico tra Profumo e Tabacci senior, che pochi giorni fa erano insieme al workshop dell’Agenzia spaziale italiana. La stima tra i due è cementata da lustri di amicizia e rispetto reciproco, tanto che nel settembre del 2011 l’ex democristiano, durante un confronto alla festa di Alleanza per l’Italia di cui era animatore politico insieme a Francesco Rutelli, rivolse al banchiere parole al miele: «[…] Uomini come Alessandro Profumo, persona libera e indipendente, devono cominciare a dare una mano alla politica. Devi sporcarti le mani, questa è la sfida per uomini come te!». […] […] La vicenda dell’assunzione del figlio, però, potrebbe mettere in dubbio la necessaria terzietà dell’azione di governo nei confronti di una multinazionale strategica, i cui vertici dipendono direttamente dall’esecutivo. Per la cronaca la carriera professionale di Simone, che prima di entrare in Leonardo lavorava in Wimmer Financial (una banca d'investimento londinese […]) si è già intrecciata in passato con faccende politiche che avevano al centro il celebre papà. Era il 2011 e Bruno, al tempo assessore del Bilancio a Milano della giunta Pisapia, fu tra i protagonisti del merge tra la Sea, l’azienda che controllava gli scali di Malpensa e Linate, e il fondo privato F2i che acquistò le quote del comune meneghino. Anche allora qualcuno alzò un sopracciglio quando si scoprì che Simone era dirigente di Alerion, una società partecipata dal fondo F2i. Le polemiche scemarono però subito, quando Alerion spiegò ai media che Tabacci junior collaborava con loro dal lontano 2001, mentre l’assessore precisò come «mio figlio ha una certa età e totale autonomia, io non mi sono mai occupato delle sue cose». Probabilmente è vero, così come è probabile che Simone sarà un bravissimo quadro a Leonardo. Ma per il governo tutto e sottosegretario di Draghi le questioni di opportunità, nell’assunzione del rampollo, restano inevase.

Emiliano Fittipaldi per “Domani” il 30 luglio 2021. Bruno Tabacci, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ha passato qualche ora complicata. L’inchiesta di Domani che ha rivelato come il figlio fosse stato assunto da Leonardo, non è piaciuta affatto al premier Mario Draghi e al ministro dell’Economia Daniele Franco, che hanno chiesto conto della vicenda sia al leader di Centro democratico sia ad Alessandro Profumo, ad del colosso degli armamenti. Draghi, infatti, non sapeva nulla di un’assunzione politicamente e mediaticamente sensibile, dal momento che Leonardo è realtà controllata dallo stato, e soprattutto perché lo stesso Tabacci ha ottenuto proprio dal premier le deleghe sullo spazio, uno dei core business dell’ex Finmeccanica e del dipartimento “Chief Strategic Equity Officer” dove è entrato il rampollo con uno stipendio da 80-90 mila euro l’anno. Domani ha però scoperto un’altra vicenda, che risulta quantomeno anomala: Tabacci si è infatti adoperato nelle scorse settimane affinché l’Agenzia spaziale italiana – ente che dipende anche anche dal dipartimento per la programmazione economica dopo la scelta di Draghi di spogliarsi delle deleghe spaziali – assegnasse un progetto di ricerca retribuito al capo della segreteria tecnica del sottosegretario, il giornalista-avvocato Carlo Romano. Dal 2004 portavoce di Tabacci e da tempo tesoriere del partito centrista Centro democratico, Romano è adesso a palazzo Chigi insieme con il suo mentore che l’ha voluto capo dello staff. All’Asi, secondo gli intendimenti, dovrà occuparsi di un compito assai delicato: il monitoraggio della spesa dei soldi che arriveranno, grazie al Recovery fund, all’agenzia spaziale. Si tratta di circa 2,3 miliardi di euro. Ma come mai il presidente dell’Asi Giorgio Saccoccia ha scelto proprio Romano e non un tecnico specializzato? Contattato, Saccoccia dice: «Chi le ha dato il mio numero? Non posso rispondere a cose di questo tipo al telefono. Lei sta dicendo che ho annunciato un progetto di ricerca di Carlo Romano durante il mio cda? Guardi che è molto grave, lei mi sta dicendo cose che sono accadute nel mio consiglio di amministrazione, è gravissimo! Devo fare interventi pesanti. Stia attento! Ma da chi ha ricevuto queste informazioni? Me lo deve dire!». A domanda specifica, ossia se esiste o meno un rapporto di lavoro tra l’Asi e l’uomo di Tabacci, Saccoccia aggiunge: «Io non capisco bene che mi sta chiedendo. Allora io le dico che non ho fra i miei dipendenti Carlo Romano, in questo momento. Informatevi meglio prima di scrivere qualcosa sui giornali, create solo disturbo. Prenda informazioni più chiare, prossima volta si prepari meglio, come si permette di chiamare il presidente dell’Asi, chiami l’ufficio stampa non me. Comunque di Romano ho grandissimo rispetto per lui, è una persona di altissimo livello». Per svelare l’arcano, ossia che tipo di collaborazione si sta studiando tra il tesoriere del partito di Tabacci e l’Asi, contattiamo dunque il sottosegretario. Che ci dice solo che il suo fedelissimo, «se e quando inizierà a collaborare con Asi, non farà purtroppo più il capo della mia segreteria tecnica. Ove questo accadesse, mi auguro almeno mi mantenga il saluto». Insomma, secondo Tabacci spostare all’agenzia spaziale Romano sarebbe, per il giornalista, un sacrificio. Il giallo viene svelato dallo stesso tesoriere del Centro democratico. Modenese doc, già capo ufficio stampa dell’ex presidente del Csm Michele Vietti e “ghostwriter” istituzionale di alto livello, Romano scrive nel curriculum di essere stato anche presidente dell’associazione “I Volenterosi”, animata un tempo dal solito Tabacci e da Daniele Capezzone. Lo stesso nome, per la cronaca, usato dall’allora premier Giuseppe Conte nel gennaio scorso, quando tentò di arruolare (anche con la sponda del deputato Tabacci) parlamentari “responsabili” che votassero la fiducia al suo governo avvitato verso la crisi. Nessuna esperienza nell’aerospazio né in campo di monitoraggio economico. «Le confermo che esiste la possibilità concreta che io vada all’Asi, con un contratto a progetto che non ho ancora firmato, ma che sarà nel caso della durata di tre anni con una retribuzione, credo, di 80mila euro l’anno. Non ho ancora letto il contratto» spiega Romano a Domani. «Mi occuperò di monitoraggio della spesa dei 2,3 miliardi che arriveranno per l’aerospazio dai fondi del Pnrr. Conflitti di interesse? Non ne vedo. Nell’ipotesi che io vada all’agenzia spaziale, un minuto prima infatti concluderei il mio attuale contratto alla presidenza del Consiglio. Lascerei naturalmente anche il ruolo di tesoriere in Centro democratico. Ho già identificato un sostituto. Segnalo poi che i soldi che arriveranno sono di competenza del Dipartimento per la programmazione economica, che fa capo proprio a Tabacci. È il sottosegretario, di sua sponte, che ha deciso di girarli all’Asi per una gestione più funzionale». Al Dipe, spiegano altre fonti dell’entourage di Tabacci, non ci sarebbero infatti competenza specifiche sul settore aerospaziale, e dunque bisognerebbe fare nuove assunzioni di personale per spendere bene quei denari. «Ecco perché il sottosegretario ha deciso di darli direttamente all’Asi». Insomma, il contratto triennale non ancora firmato non sarebbe stato pensato per mettere un suo uomo a guardia della cassa, come sospetta qualcuno, ma solo per risparmiare. «Non credo che molti altri politici rinuncerebbero a gestire somme così importanti» conclude Romano «io non dovrei per forza andare all’Asi per gestire questi soldi, avrei potuto occuparmi di coordinare le spese dell’aerospazio anche come capo della segreteria tecnica del capo del Dipe. A questo punto, visto l’attenzione mediatica che lei sta dando, non so nemmeno se mi interessa davvero più andarci. Posso anche restare al Dipe, dove possiamo alla fine mantenere i fondi». Dunque, lo spostamento all’Asi non sarebbe affatto cosa anomala. Molti, all’agenzia spaziale, non sono però entusiasti del possibile arrivo del segretario. Credono infatti che quattro mesi di esperienza contabile siano troppo pochi per un giornalista per aver imparato a monitorare a perfezione somme così rilevanti in un settore strategico per il paese. Alcuni, infine, non hanno apprezzato il metodo del presidente Saccoccia: la chiamata di Romano sarebbe infatti diretta, senza bando pubblico e senza selezione. Secondo fonti interne, un’imposizione politica de facto. Nemmeno a palazzo Chigi, dove Tabacci e Draghi non si parlano da quando l’ex democristiano ha nominato in un comitato di consulenti l’ex ministro del Lavoro Elsa Fornero senza avvertire il premier, sanno nulla della gestione dei 2,3 miliardi previsti per l’aerospazio, né del possibile contratto a progetto del portavoce del leader di Centro democratico. Negli uffici di Draghi cadono tutti dal pero. Esattamente come per la vicenda dell’assunzione del figlio a Leonardo. Tabacci ha però sempre avuto un profilo autonomo: adesso se ne stanno accorgendo tutti. Anche il presidente del Consiglio. 

Conte e i silenzi grillini sull'assunzione del figlio di Tabacci. Luca Sablone il 29 Luglio 2021 su Il Giornale. Come mai l'ex premier e il Movimento 5 Stelle non commentano la vicenda? "La selezione si è conclusa quando c'era la ricerca dei responsabili per salvare Conte". Se il Movimento 5 Stelle fosse ancora quello degli anni duri e puri contro la casta e le poltrone, per domani sarebbero state già programmate manifestazioni in tutte le piazze d'Italia. E invece, almeno per il momento, i grillini e il loro leader in pectore Giuseppe Conte hanno preferito tacere in merito al caos che si è creato sull'assunzione del figlio di Bruno Tabacci. Il 49enne Simone può vantare ora di essere stato inserito in organico come quadro, dal primo luglio 2021, nella divisione chiamata Chief strategic equity officier di Leonardo. Ma a cosa è da ricondurre il mutismo del M5S? Anche se il figlio di Tabacci è entrato in azienda pochi giorni fa, la selezione del posto si sarebbe conclusa prima della caduta del governo Conte. Il che è stato confermato proprio da Leonardo: in una nota viene spiegato che il 4 novembre 2020 l'azienda ha affidato a una società di recruiting esterna la selezione di uno o più profili con esperienza internazionale, per poi avviare i colloqui dal 17 novembre. Dal punto di vista temporale, Tabacci era semplicemente un deputato senza le deleghe "pesanti" che ha oggi con l'esecutivo Draghi. Il giornalista Emiliano Fittipaldi ha fatto tuttavia notare un dettaglio di non poco conto. "Bruno era assai attivo nella ricerca di 'responsabili' per salvare la maggioranza M5S-Pd", si legge nell'articolo che porta la sua firma. Va ricordato infatti che, prima dell'approdo di Mario Draghi a Palazzo Chigi, l'avvocato Conte ha provato a tenersi stretto la poltrona provando a puntare sui "pontieri europei". Un tentativo che dal punto di vista politico si è rivelato del tutto fallimentare. A denunciare l'immobilismo del Movimento 5 Stelle sul tema è stata la Lega. Massimo Candura, vicepresidente in commissione Difesa a Palazzo Madama, ha sottolineato come a oggi Enrico Letta e Giuseppe Conte - sempre pronti per prendere le distanze e commentare le mosse di Matteo Salvini - non hanno ancora proferito parola: "Nella grottesca vicenda dell'assunzione del figlio di Tabacci in Leonardo, ciò che colpisce è l'assoluto silenzio del Pd e dei 5 Stelle rispetto a quello che pare un conflitto d'interessi in piena regola. Un vuoto assordante e per certi versi imbarazzante". La questione relativa all'assunzione del figlio di Tabacci è stata toccata anche nel corso dell'incontro tra Salvini e Draghi: il leader del Carroccio ha fatto sapere che nel faccia a faccia ha detto al presidente del Consiglio che la vicenda Leonardo-Tabacci "non mi sembra di buon gusto". All'ex ministro dell'Interno non è andato giù neanche il ritorno di Elsa Fornero: "Non mi è piaciuto che sia stata presa come consulente dal sottosegretario Tabacci. Poi peraltro, io non commento vicende familiari, ma emerge che una grande azienda di Stato come Leonardo abbia appena assunto il figlio di questo sottosegretario che riprende la Fornero e anche Arcuri".

Luca Sablone. Classe 2000, nato a Chieti. Fieramente abruzzese nel sangue e nei fatti. Estrema passione per il calcio, prima giocato e poi raccontato: sono passato dai guantoni da portiere alla tastiera del computer. Diplomato in informatica "per caso", aspirante giornalista per natura. Provo a raccontare tutto nei minimi dettagli, possibilmente prima degli altri.

Cécile Kyenge, assunta come medico di base viene contestata dall'Ordine: "Procedure non rispettate". Claudia Osmetti su Libero Quotidiano il 04 luglio 2021. Lei si difende («Ho accettato per dare una risposta ai cittadini»), l'Ordine dei medici insorge («Non sono state rispettate le procedure»): è polemica, a Padova, perché l'ex ministro all'Integrazione del governo Letta, la dem Cécile Kyenge Kashetu, è stata assunta come medico di base nel quartiere Torre, che peraltro da circa sei mesi è alla ricerca di un camice bianco. Premessa: qui nessuno ce l'ha con Kyenge. Che i dottori di famiglia siano sempre di meno, a causa dei pensionamenti fisiologici e di un turn-over insufficiente a coprire le nuove carenze, è un problema che Libero solleva da tempo. «Non intendiamo farne un caso personale, tra l'altro la sua non è l'unica pratica sulla quale abbiamo avanzato dei dubbi», chiarisce Domenico Crisarà, il presidente dei medici padovani. Però le regole, in genere, servono a tutelare e a garantire la gente, così come i procedimenti istituzionalizzati: «Il punto è - continua, - che la dottoressa Kyenge non ha i titoli per fare il medico di famiglia».  Nello specifico: si diventa medico di base dopo un corso di formazione che dura tre anni o se si è conseguita un'apposita abilitazione prima del 31 dicembre del 1994: «Lei - dice Crisarà, non ha né l'uno né l'altra». Ma allora come è possibile che, in piena pandemia, l'ex eurodeputata del Pd abbia firmato un contratto in questo senso con l'azienda sanitaria padovana? «Alla procedura ordinaria sono previste alcune eccezioni», raccontano dall'ordine di categoria: «Se nel distretto di cui si parla si conta un numero di pazienti superiore a quello che può essere assorbito dai medici già impiegati sul territorio, si può procedere con un incarico provvisorio. Lo scopo è quello di salvaguardare il diritto alla salute delle persone». Tutto a posto, dunque? No, perché Crisarà continua: «In questo caso, però, la deroga deve passare al vaglio del comitato aziendale. E non è stato fatto, tant' è che il provvedimento che ha impiegato Kyenge nell'organico dei medici di base di Torre è arrivato con un giorno di anticipo sulla riunione fissata per questa stessa assise». Intendiamoci, di medici ce n'è sempre bisogno. In tempo di coronavirus, poi, non è neanche da ripeterselo: ce l'ha insegnato la pandemia quanto siano importanti tutti i dottori che si mettono in prima fila. «Tuttavia i sistemi di garanzia dovrebbero funzionare anche nelle emergenze. Ci stiamo semplicemente chiedendo se la sua assunzione, così come altre due che hanno seguito un iter molto simile, sia stata veramente necessaria». Cécile Kyenge svolge già, a ben vedere, un ruolo molto delicato nella sanità veneta: fa la guardia medica nella stessa provincia di Padova. «Ho accettato per assicurare continuità nel servizio e superare il disagio che s' era creato» aveva risposto lei dicendo sì, pochi giorni fa, a questa offerta di lavoro che, adesso, la porterà in ambulatorio due giorni a settimana per un anno intero. Kyenge subentra a un collega dopo che già un'altra sostituta aveva rinunciato al posto. «La sua specializzazione è in oculistica- prosegue Crisarà, - il che va benissimo, ma non è lo stesso che avere un professionista formato nello specifico sulle questioni di Medicina generale». Infine c'è un ulteriore aspetto che, a Padova e dintorni, proprio non va giù: l'ex ministro gira con una scorta di sette uomini che la seguono come un'ombra. «Non c'è niente di male ed è assolutamente legittimo, ma sono anni che noi lamentiamo aggressioni e insulti durante le ore lavorative. Qualche tempo fa avevamo chiesto alle autorità di essere dotati di un braccialetto gps collegato alle stazioni di polizia in modo che, qualora uno di noi venisse maltrattato, avrebbe potuto avvertire immediatamente le forze dell'ordine. Su quel fronte non è mai stato fatto nulla». Suona un po' come una frecciatina, ma il dottore specifica subito: «Ancora, non è un affondo alla dottoressa Kyenge. Non vogliamo fare strumentalizzazioni. Solo ribadire che anche le guardie mediche rischiano ogni giorno, sarebbe il caso di avere più attenzione per tutti».

Luigi Di Maio assume il suo amico Dario De Falco al ministero degli Esteri. Mauro Munafò su L'Espresso il 17 maggio 2021. Si tratta del compagno dei tempi del liceo a Pomigliano, in passato già suo capo segreteria a Palazzo Chigi ma rimasto senza lavoro con la fine del Conte 2. E ora lo staff del 5 Stelle costa oltre 640mila euro. Cambiano i governi, ma gli amici non si dimenticano. Dopo essere riuscito a tenersi la sua poltrona di ministro degli Esteri anche nel governo Draghi, Luigi Di Maio ha avuto successo anche nel garantire un posto nel Palazzo a chi ormai da anni lo affianca nelle avventure romane. Ad appena cinque giorni dall'insediamento di Mario Draghi come nuovo presidente del Consiglio, Luigi Di Maio il 18 febbraio scorso ha infatti emanato un decreto ministeriale con cui ha riportato alle sue dipendenze l'amico di gioventù Dario De Falco. Per lui alla Farnesina un posto da 80mila euro annui fino alla fine del mandato governativo con l'incarico di “Consigliere del Ministro per le relazioni esterne in ambito nazionale”. Si tratta del terzo incarico romano per De Falco, fedelissimo di Di Maio e suo compagno al liceo classico Imbriani di Pomigliano D'Arco. Il primo incarico risale al 2018, quando De Falco venne assunto come Capo della Segreteria particolare di Di Maio a Palazzo Chigi, nello staff del vicepresidente del Consiglio del primo governo Conte: per lui un emolumento di circa 100mila euro annui. Con la caduta dell'esecutivo gialloverde e la “perdita” dell'incarico di vicepremier per Di Maio, De Falco è rimasto a Palazzo Chigi, spostandosi nello staff del sottosegretario di Stato Riccardo Fraccaro (sempre 5 Stelle) come consigliere per le questioni istituzionali e mantenendo lo stesso stipendio di 100mila euro annui. Il passaggio al governo Draghi ha invece riportato De Falco dall'amico Di Maio, con una piccola riduzione di stipendio e un posto alla Farnesina. Dario De Falco questa estate sembrava invece sul punto di abbandonare i palazzi romani per tornare a fare politica a Pomigliano. In un primo momento era stato infatti indicato come candidato sindaco per il Movimento 5 Stelle ma, in seguito a un accordo tra pentastellati e Pd, ha fatto un passo indietro agevolando la vittoria del candidato di coalizione Gianluca Del Mastro, eletto appunto primo cittadino della città campana. L'assunzione di De Falco porta a nove i membri dello staff di diretta collaborazione di Di Maio alla Farnesina, per un totale di circa 640mila euro annui. Una cifra sensibilmente superiore rispetto a quella spesa dei suoi predecessori alla Farnesina, come già scritto in passato dall'Espresso.

DAGONEWS il 12 maggio 2021. "No friend must be left behind", gli amici non si lasciano indietro. Il motto sembra addirsi molto ai "trombati di lusso" del Movimento Cinque Stelle. Come avveniva in quei vecchi partiti di cui dicevano di combattere le malefatte, i grillini sistemano sistematicamente quanti dei loro, per una ragione o per un'altra, perdono la poltrona, offrendo alle loro terga delle adeguate sistemazioni. Lo sa bene Filippo Nogarin, ingegnere ed ex sindaco di Livorno pentastellato. Dopo essere arrivato primo dei non eletti alle ultime elezioni europee, il suo amico storico, il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D'Incà gli offrì una consulenza nel proprio ufficio. Poco dopo, anche Virginia Raggi si ricorda di lui: nel giugno 2020, nota Wikipedia, il sindaco di Roma lo nomina consulente al bilancio all'interno della sua giunta. Ma Nogarin deve essere davvero preziosissimo: sarà per questo che un altro suo compagno di partito, Nicola Morra, lo ha nominato nei giorni scorsi "collaboratore" della Commissione parlamentare Antimafia. Non c'è che dire! D'altra parte, Nogarin non è il primo fedelissimo che non viene lasciato "behind". Basta ricordare Giorgio Sorial, l'ex deputato M5S considerato fedelissimo di Luigi Di Maio e non rieletto in questa legislatura. Quando Stefano Patuanelli, di cui era vicecapo di gabinetto e strettissimo collaboratore al Mise, è traslocato al ministero dell'Agricoltura, Sorial non è rimasto a piedi: viene subito "collocato" da Giggino: un decreto del governo su proposta del ministro degli Esteri ha indicato stato indicato il 37enne Sorial per il CdA della Società del Traforo del Monte Bianco.  Al suo fianco in quel Consiglio siedono i manager di Autostrade per l’Italia, società controllata dalla famiglia Benetton che possiede il 51% delle quote della società pubblico-privata fondata nel lontano 1957 per gestire la parte italiana del tunnel che separa l’Italia dalla Francia. Quanto tempo è passato da quando, il 12 novembre 2013, Sorial espose assieme alla collega Laura Castelli, oggi viceministro dell’Economia, una bandiera No Tav a Montecitorio…

Da vigilanzatv.it il 26 aprile 2021. Coglierà molti di sorpresa la notizia che il Direttore di Rai1 Stefano Coletta, con la sua aria stazzonata e impegnata da frequentatore di cinema d’essai di estrema sinistra, sia in realtà nipote di Lina Coletta, potentissima segretaria nientemeno che del potentissimo Gianni Letta, zio dell’attuale Segretario del Pd Enrico e soprattutto storico collaboratore e consigliere privilegiato di Silvio Berlusconi. A Viale Mazzini, donde ci giunge l’indiscrezione, solo una manciata di persone è a conoscenza del legame tra il vertice dell’Ammiraglia Rai e la signora Lina più volte citata nei libri di Bruno Vespa quale nume tutelare di Gianni; nel 2010 “graziosamente elevata” (cit. Primo Di Nicola) al rango di superdirigente generale di Palazzo Chigi durante il Governo Berlusconi IV, quando Letta era Segretario del Consiglio dei Ministri con delega ai Servizi Segreti e alle Autorità amministrative indipendenti.  Quella Lina Coletta che Claudio Velardi, sempre parlando di Gianni Letta, definiva: “un suo clone […] una persona che con intelligenza ha appreso come si smista il traffico del potere. E non solo. Perché il vero uomo ombra sa trasferire potere e autorità, funzioni”. A sottolineare il ruolo determinante che, a fianco di uno degli uomini più influenti della Storia del nostro Paese, riveste la fidatissima collaboratrice. Originaria, così come la famiglia di Stefano Coletta, del paesino di Roio Del Sangro in provincia di Chieti, in Abruzzo, regione che ha dato i natali – precisamente in quel di Avezzano – allo stesso Gianni Letta. Su cotanta e blasonata parentela da parte del Direttore di Rai1, regna il riserbo più assoluto e in rete esiste solo un commento a conferma di tale agnizione: tre-quattro righe anonime a corredo di un articolo al vetriolo sul sito web di Guido Paglia, che ha ricoperto il ruolo di Direttore Comunicazione, Relazioni Esterne e Istituzionali in Rai dal 2002 al 2012 (da notare le date significative). Insomma, così come Gabriele D'Annunzio aggiunse "un'ala" al nome di Amalia Liana Cambiasi tramutandola nella celebratissima Liala, anche la nostra rivelazione raddoppia il suffisso "Letta" in quello di Stefano Coletta. Buttalo via!

L'ex sottosegretario M5S Michele Dell'Orco assunto al Ministero dell'Interno dall’amico Carlo Sibilia.  Deputato dal 2013 al 2018 e poi bocciato alle elezioni, era entrato nel governo Conte I nel dicastero di Danilo Toninelli. E ora dopo un anno ai box, un nuovo contratto per lui da un altro compagno di partito.  Mauro Munafò su L’Espresso il 27 aprile 2021.Nessuno resterà indietro, recitava uno degli slogan del primo Movimento 5 Stelle. E in effetti, almeno quando si parla di esponenti ed ex deputati pentastellati bocciati alle urne, molti hanno trovato una poltrona nei palazzi o nei loro dintorni. L'ultimo caso è quello di Michele Dell'Orco, appena assunto al Ministero dell'Interno come collaboratore del sottosegretario in quota Movimento 5 Stelle Carlo Sibilia. Con un decreto ministeriale del 3 marzo sono stati infatti nominati i nuovi membri degli uffici di diretta collaborazione del Viminale. Si tratta di personale di fiducia scelto con nomina diretta dai politici per lavorare al loro fianco e, come tali, il loro contratto dura solo fino alla permanenza di quel politico nel dicastero. Tra questi compare proprio anche Dell'Orco, con un contratto fino alla fine del mandato governativo, alla cifra di 32mila euro annui.

Grazie al nuovo incarico, Dell'Orco riprende il suo lavoro nei palazzi governativi. Eletto per la prima volta in Parlamento nel 2013, il pentastellato modenese era stato uno dei pochi a fallire la riconferma nel 2018 in quelle elezioni politiche che hanno visto un boom per i consensi del Movimento. Poco male: per lui era arrivata la chiamata di Danilo Toninelli che lo ha portato a lavorare come sottosegretario al ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture. Con la caduta del primo governo Conte e l'arrivo al Mit di Paola De Micheli al posto di Tonelli, si è conclusa anche l'esperienza di Dell'Orco, rimasto però molto attivo pubblicamente nel difendere le varie svolte governiste pentastellate. E ora premiato con un piccolo incarico.

Il caso di Dell'Orco si aggiunge alla sempre più lunga lista di figure del Movimento 5 Stelle rimpiazzate in altri incarichi di palazzo dopo la sconfitta alle urne. Una pratica che nel 2012 il blog di Beppe Grillo definiva con indignazione «sistemare i trombati con incarichi di sottogoverno». Prima di questo caso infatti, i 5 Stelle arrivati al governo avevano già scelto nelle loro fila di collaboratori, pagati dai ministeri, molti attivisti bocciati al votoRiccardo Fraccaro, da sottosegretario alla presidenza del Consiglio, aveva preso nella sua squadra (100mila euro annui) Antonio Trevisi, ex consigliere regionale in PugliaLuigi Di Maio, quando era ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, aveva assunto l'ex parlamentare 5 Stelle Giorgio Girgis Sorial come suo vicecapo di gabinetto (110mila euro annui), affiancandolo al già candidato alle regionali in Friuli-Venezia Giulia Francesco VaninVito Crimi, da sottosegretario con delega all'editoria, aveva invece preso come capo della segreteria l'ex parlamentare 5 Stelle non rieletto Bruno Marton. Più scalpore aveva invece fatto la carriera dell'ex Iena Dino Giarrusso, candidato e non eletto in Parlamento, assunto come consulente prima nello staff in regione Lazio di Roberta Lombardi e poi al Miur allora guidato da Lorenzo Fioramonti: incarichi poi lasciati con le elezioni nel Parlamento Europeo. Anche a livello locale la pratica un tempo tanto criticata dal Movimento 5 Stelle è stata applicata con una certa frequenza: nel comune di Roma, guidato dalla sindaca 5 Stelle Virginia Raggi, sono stati aggiunti a libro paga nei vari staff degli assessori l'ex sindaco di Livorno Filippo Nogarin (poi bocciato nella corsa al Parlamento europeo e da poco nominato amministratore delegato di una controllata di ferrovie dello Stato) e l'ex parlamentare Dario Tamburrano.

La storia dell'ex capo dei vigili di Milano Barbato. Le Iene News il 02 aprile 2021. Nel 2017 l’allora capo della polizia municipale di Milano, Antonio Barbato, si dimette dopo esser stato travolto mediatamente da uno scandalo. Al suo posto il Comune nomina Marco Ciacci, fino ad allora in servizio presso la Procura. Ce ne parla Fabio Agnello. “Ho vissuto una storia molto brutta, che nessuno dovrebbe vivere in un paese come l’Italia”. A parlare con il nostro Fabio Agnello è Antonio Barbato, che fino al 2017 era il comandante della polizia municipale di Milano. In quell’anno però si dimette, dopo esser stato travolto mediatamente da uno scandalo. Uno scandalo che ipotizzava un presunto coinvolgimento perfino delle cosche della criminalità organizzata: Barbato viene accusato di aver incontrato dei mafiosi al fine di far pedinare un vigile sotto il suo comando. Una notizia che ha fatto discutere molto in quei giorni e che è finita al centro della cronaca cittadina. “Io sono stato sentito in qualità di testimone”, ci racconta Barbato. In quell’inchiesta infatti l’ex comandante dei vigili non venne indagato, ma sentito come persona informata sui fatti. Ma sulla stampa le cose vengono presentate in modo molto diverso. “Questa è una cosa che mi fa impazzire e non mi fa dormire la notte, sapendo quello che c’è dietro a questa storia”, ci dice Barbato: “Cioè la sostituzione del comandante Barbato con l’attuale comandante Marco Ciacci”. Al posto di Antonio Barbato il Comune, guidato dal sindaco Beppe Sala, nomina Marco Ciacci, che fino a quel giorno era a capo della polizia giudiziaria della procura di Milano. Possibile che ci sia qualcosa che non torna in questo cambio alla guida della Polizia locale della città? La Iena ce ne parla nel servizio in testa a questo articolo.

Il patto tra Procura e sindaco. Scandalo Expo, così il sindaco Sala si è piegato alla Procura (e fu salvato…). Frank Cimini su Il Riformista il 7 Aprile 2021. Stop and go. Il bastone e la carota. La magistratura da tempo è consapevole di poter aumentare il potere della categoria e anche quello del singolo magistrato sia facendo le indagini che non facendole. A seconda delle convenienze e delle opportunità con tanti saluti al principio dell’obbligatorietà dell’azione penale tanto celebrato nei convegni e nei comunicati stampa. Bisogna raccontare di nuovo la storia di Expo, della moratoria sulle indagini per approdare a uno “strano” incidente stradale con un morto e senza alcol test e test antidroga, una storia da nomenklatura moscovita sulla quale i giornaloni oni-oni scelsero di autocensurarsi. Beppe Sala il sindaco di Milano, pronto a ricandidarsi e a essere confermato come primo cittadino per mancanza di avversari decenti al di là dell’alleanza con i Verdi europei che in Italia e in città non esistono, fu uno dei principali beneficiari della moratoria decisa dalla mitica procura che fu di Mani pulite per salvare l’evento. Senza fare gara pubblica, Sala deus ex machina di Expo affidò la ristorazione di due padiglioni a Eatitaly di Oscar Farinetti senza che in un primo momento nessuno dicesse niente. Poi l’anomalia chiamiamola così fu segnalata dall’Anac all’epoca diretta da Raffaele Cantone. Sala venne indagato per abuso d’ufficio e non fu mai interrogato fino alla richiesta di archiviazione. Così ebbe modo di candidarsi a sindaco e di essere eletto nonostante il gigantesco conflitto di interessi tra amministratore di Expo e Comune di Milano che qualcosa da spartire con l’evento l’aveva. La procura nella richiesta di archiviazione ammetteva che di fatto Sala aveva favorito Farinetti ma senza averne l’intenzione. Insomma una sorta di “a sua insaputa” di scajolana memoria. L’accusa di abuso d’ufficio venne archiviata dal gip. Il giudice che firmò il provvedimento era stato tra i vertici del Tribunale che sui fondi di Expo giustizia avevano deciso di non fare gare pubbliche per l’affidamento dei fondi, ricorrendo ad aziende «in rapporti di consuetudine con la pubblica amministrazione». Una di queste aziende aveva sede nel paradiso fiscale del Delaware e ancora oggi non sappiamo a chi appartenesse. Ma possiamo affermare tranquillamente che la società non era di Silvio Berlusconi. Insomma Sala fu salvato anche perché aveva assunto la stessa iniziativa dei giudici, oltre che per non far saltare del tutto l’evento. Sui fondi di Expo giustizia nacque un fascicolo di indagine che per il sospetto fossero coinvolti dei giudici in servizio a Milano fece il giro di diverse procure, Brescia, Venezia, Trento. E qui venne tutto archiviato senza neanche iscrizioni al registro degli indagati e interrogatori perché cane non mangia cane. Qui tornano in mente le parole dell’allora premier Matteo Renzi che per ben due volte ringraziò la procura che aveva dimostrato senso di responsabilità istituzionale. Per aver falsificato la data della sostituzione di due componenti di una commissione aggiudicatrice Sala venne indagato solo perché era intervenuta la procura generale della Repubblica avocando l’inchiesta. La procura aveva fatto finta di niente. Alla fine il sindaco è stato condannato sia in primo grado sia in appello a sei mesi mutuati in una sanzione pecuniaria. Nel frattempo scattava la prescrizione alla quale il primo cittadino non ha legittimamente rinunciato. A nessun imputato si può chiedere né tantomeno imporre di farlo. È un principio di civiltà. In tutta questa storia non possiamo non ricordare che la giunta Sala designò a capo dei vigili urbani Marco Ciacci fino ad allora capo della polizia giudiziaria. Ciacci una sera dell’ottobre di tre anni fa piomba letteralmente sul luogo di un incidente stradale dove era stato investito, morendo, un medico. Responsabile dell’investimento con il proprio ciclomotore era stata Alice Nobili figlia dei due procuratori aggiunti Ilda Boccassini e Alberto Nobili. Come detto all’inizio niente alcol test né test antidroga. Risarcendo il danno (la somma sicuramente congrua è coperta legittimamente da clausola di riservatezza) la ragazza è stata condannata tramite patteggiamento a nove mesi per omicidio colposo. I giornali e le agenzie di stampa non diedero neanche la notizia della condanna. Pensate a cosa avrebbero e non avrebbero scritto nel caso in cui Piersilvio Berlusconi avesse tirato sotto un pedone. Ci pensò un povero blog, poi qualche quotidiano minore tornò sulla vicenda. Adesso grazie alla trasmissione delle Iene si ritorna a parlare della nomina di Ciacci. Sarebbe cosa buona e giusta che si riparlasse pure di Expo, celebrato come una sorta di miracolo economico ma di cui non conosciamo ancora i conti. Nonostante ciò i giudici per la storia del falso hanno riconosciuto a Sala l’attenuante di aver agito per motivi di particolare valore morale e sociale. Quel falso materiale e ideologico nella vicenda intricata e coperta da moratoria di Expo sarà sicuramente una quisquilia ma siamo sicuri spetti ai giudici affermare che l’evento fu un fatto tutto sommato positivo? Forse sì forse no. Aspettiamo i conti, la pipì fuori dal vaso non va bene mai soprattutto se fatta dai giudici chiamati a condannare o assolvere. E basta.

Lo scoop delle Iene sul caso Barbato. La Procura di Milano ha commissariato Sala: capo dei vigili cacciato e sostituito dall’uomo di fiducia della Boccassini. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 6 Aprile 2021. È vero che nel 2017 nella città di Milano ci fu un accordo sotterraneo tra il sindaco, il procuratore della repubblica e un ex leader di Mani Pulite, per far fuori il comandante dei vigili urbani e sostituirlo con un agente di polizia giudiziaria, uomo di fiducia di Ilda Boccassini? E per quale motivo il Comune di Milano avrebbe dovuto essere tenuto a balia dalla polizia di Stato, o addirittura dall’antimafia? È la vittima in persona, quell’Antonio Barbato che fu braccato dai giornalisti e spintonato dal sindaco e dall’assessore finché stremato non accettò di lasciare il suo posto di capo della polizia urbana alla persona segnalata dalla procura, a raccontarlo. Alla fine, anche con un nodo in gola, al ricordo di quel che gli capitò. Una bomba di ventisette minuti, lanciata il venerdì di Pasqua dal programma delle Iene su una Milano già deserta alla vigilia dei tre giorni di zona rossa, destinata a un potente scoppio, anche se ritardato dai giorni di festa. Se scoppio ci sarà, visto il timore reverenziale (chiamiamolo così) che ormai pervade le redazioni al solo sentire i nomi di alcuni protagonisti. Di sicuro ci saranno le reazioni politiche da parte delle opposizioni a Palazzo Marino, già preannunciate da diversi consiglieri. Se fossimo in un’aula giudiziaria, e se ragionassimo con il metro di certi pubblici ministeri, alla sbarra ci sarebbero: Il sindaco di Milano Beppe Sala, il procuratore Francesco Greco, il presidente della “Commissione legalità” del Comune, Gherardo Colombo, ex divo di mani Pulite, l’ex assessore alla sicurezza Carmela Rozza. E se quanto raccontato nel super-documentato servizio delle Iene fosse anche solo rilanciato da una bella campagna stampa in stile Repubblica (le dieci domande) – Il Fatto (corsivo travagliesco) – Domani (imitazione degli altri due), un bel reato associativo agli imputati non lo leverebbe nessuno. Lasciamo parlare i fatti, un po’ come se nel processo italiano ci fosse davvero il rito accusatorio e la prova si formasse nel dibattimento. Il giornalista delle Iene Fabio Agnello ci ha lavorato per mesi, lo si capisce, e non ha tralasciato alcun indizio, né dimenticato di sentire alcun testimone. La parte lesa in primis, Antonio Barbato. Il quale racconta che, quando nel 2016 vinse il concorso e diventò comandante della polizia municipale milanese, l’assessore alla sicurezza Carmela Rozza (oggi consigliera regionale del pd) gli disse che era stato molto fortunato. Perché? Perché c’era stata una pressione da parte della Procura della repubblica perché a quel ruolo fosse nominato un altro, ma che il sindaco Sala non aveva potuto far niente perché ormai il posto era già stato assegnato a lui. L’ “altro”, quello segnalato dalla procura, si chiamava Marco Ciacci, era un agente di polizia giudiziaria assegnato al procuratore aggiunto Ilda Boccassini, allora capo del dipartimento antimafia (andrà in pensione nel 2019). A pensarci questo aspetto della vicenda è un po’ inquietante. All’interno del corpo dei vigili urbani milanesi esistevano all’epoca, a quanto documentato anche in una relazione dell’Anci, l’associazione dei Comuni Italiani, diverse posizioni adatte a quel ruolo, tredici per la precisione. E non va dimenticato che in passato Letizia Moratti e tutti gli assessori della sua giunta furono condannati dalla Corte dei Conti proprio per non aver eseguito una ricognizione interna al Comune prima di nominare dirigenti esterni. Può anche essere una regola sbagliata, ma esiste. In ogni caso, per poter collocare a quel posto dirigenziale l’appartenente a un’altra amministrazione (come la polizia di Stato), il sindaco Sala avrebbe dovuto procedere a indire un altro bando. E forse chi in procura gli aveva chiesto quel favore avrebbe dovuto saperlo. In ogni caso in quel 2016 non successe niente e Ciacci rimase al proprio posto. Comunque sarà il caso, un anno dopo, a far virare il vento. E il caso porterà il comandante Barbato proprio a testimoniare, come persona informata dei fatti, davanti alla pm Boccassini. Certo, lui avrebbe preferito essere convocato per altri motivi, per un suo esposto. Perché, da bravo capo, si era allarmato sui comportamenti di un suo sottoposto, un sindacalista della Cisl di nome Mauro Cobelli, che esagerava nella richiesta di permessi , che capitavano quasi sempre di sabato e domenica piuttosto che in feste come quella del 2 giugno o dell’8 dicembre. Cobelli finirà in seguito rinviato a giudizio in un’inchiesta giudiziaria di nome “multopoli”, perché sospettato di far annullare le contravvenzioni agli amici. E ora, intervistato dalle Iene, prende tempo nel dare le risposte, senza trovare il modo di spiegare il perché di tutti quei permessi. Comunque il comandante Barbato aveva presentato il suo bell’esposto alla procura della repubblica di Milano che, al contrario di quanto accaduto in altre città dove le inchieste sui “furbetti del cartellino” spopolavano (a volte a sproposito) con arresti e licenziamenti, non aveva preso alcuna iniziativa. Fu a quel punto che la buona sorte del comandante Barbato cominciò a girare storta. Pensò infatti il tapino di chiedere consiglio a un altro sindacalista, Domenico Palmieri, un leader della Cisl molto conosciuto che lavorava in Provincia. I due si videro e si telefonarono. Palmieri la buttò lì: perché non lo fai pedinare da un investigatore privato? E lo sventurato rispose: meriterebbe questo e altro! Fu la fine. Palmieri era intercettato in un’inchiesta milanese chiamata “mafia appalti” (come quella siciliana che potrebbe aver segnato la fine di Paolo Borsellino), condotta da Ilda Boccassini, la quale sentì subito Antonio Barbato come persona informata sui fatti (una mezzoretta in tutto, ricorda lui), e la cosa pareva finita lì. Invece no, perché aleggiava sempre qualcosa di strano nell’aria. E perché qualcuno soffiò ai giornali la storia del (mancato) pedinamento. Parte da subito Repubblica, “Intercettati dall’antimafia, Barbato nei guai”, e poi “Milano, vigile pedinato dagli uomini del clan”, eccetera. L’assessore Rozza comincia a fare pressioni perché il comandante si dimetta. Lui non capisce: ma che cosa ho fatto? Non ho neanche poi raccolto quel consiglio sul pedinamento. Ed ecco che la stessa assessore –è il racconto di Barbato già reso pubblico in altre occasioni e mai smentito- gli dice chiaramente che il sindaco Sala sta passando un brutto momento perché indagato per reati connessi all’Expo e quindi non ci si può permettere di fare uno sgarbo alla Procura della repubblica. In poche parole: devi lasciare il posto a Ciacci. Questo è quanto lui intuisce, e la storia gli darà ragione. La situazione è molto delicata e Sala è in una posizione quanto meno imbarazzante. Perché la Procura di Francesco Greco vuol lasciar cadere le accuse nei confronti del sindaco e questo determinerà un clima conflittuale con la procura generale (proprio come nei giorni scorsi per il processo Eni), che avocherà a sé l’inchiesta fino a che il sindaco di Milano sarà condannato per falso ideologico e materiale e infine godrà di una prescrizione cui non rinuncerà. Ma cui aveva diritto, anche se la cosa non era piaciuta a Marco Travaglio, che da allora lo dardeggia ogni volta in cui è possibile. Ma sulla vicenda Barbato non fa certo una bella figura. Anche perché le parti più brutte di tutta la storia sono quelle che arrivano dopo. Il sindaco è in difficoltà, perché Barbato ha vinto il concorso, e nello stesso tempo, come si fa a dire di no a una richiesta della procura? Così passa la patata bollente a qualcuno che il Palazzo di giustizia lo conosce bene, Gherardo Colombo. L’ex pm di Mani Pulite è infatti il presidente di una Commissione legalità del Comune, di cui, se mi si consente, non si capisce perché debba esistere, quasi ci fosse il bisogno di controllare, in aiuto alla magistratura, se Palazzo Marino commette reati. Così Gherardo Colombo e la sua commissione, in nome della legalità, mostrano il pollice verso che porterà infine il povero Barbato alle dimissioni. Ma non dimentichiamo che quello delle Iene è un programma satirico. E come tale non può non notare il linguaggio usato nella condanna a morte. Un linguaggio quanto meno ipocrita. Ecco il motivo della sentenza della Commissione legalità: “il solo ipotizzare di poter accettare l’ipotesi di farlo seguire… è il contrario della correttezza”. Cioè Barbato, nella telefonata con il sindacalista Barbieri, di cui ignorava (come tutti) la vicinanza a una cosca, avrebbe ipotizzato di poter accettare un’ipotesi. Naturalmente, inseguito dal giornalista delle Iene, Colombo non dà oggi nessuna spiegazione per quella decisione, così come Sala, nervosissimo. Viene anche rimandata l’immagine dei quei giorni, quando lui diceva che Barbato l’aveva fatta grossa, mentre alle sue spalle il vigile Cobelli rideva. Tutti oggi paiono voler dimenticare. Tranne la vittima. Che ricorda. Volete sapere come finisce la storia? Attenzione alle date. Barbato si dimette il 10 agosto. Il giorno dopo, 11 agosto, Franco Ciacci ha già ottenuto il nulla osta del questore ed è il nuovo comandante dei vigili di Milano. Senza ricognizione interna al Comune e senza bando di gara. Mai successo. Barbato aspetta giustizia. “Si erano messi tutti d’accordo”, dice con la voce rotta dal pianto. Aspetta giustizia. Non l’ha avuta dal sindaco Sala, non l’ha avuta dal procuratore Greco, non l’ha avuta dal presidente della legalità Colombo. Ha inviato tutta la sua documentazione all’Anac, che ha inviato una relazione alla procura di Brescia. Chissà. Non avendo molta fiducia in una nuova campagna di stampa che vada in direzione contraria alla gogna che aveva subito quattro anni fa, spera che tutti i consiglieri di opposizione di Palazzo Marino, che ci avevano già provato invano allora, si facciano sentire oggi. In una situazione particolare, con il procuratore Greco che sta per andare in pensione e il sindaco Sala ricandidato alle prossime elezioni. Ma, chiunque sarà il prossimo sindaco di Milano e chiunque sarà il prossimo procuratore capo, non sarebbe ora di separare le loro carriere?

Lo scandalo. Marco Ciacci, il fedelissimo della Boccassini: teste contro Berlusconi, promosso senza concorso. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 9 Aprile 2021. Lui c’era. Non appena è partita in quarta Ilda Boccassini, pubblico ministero antimafia distolta improvvisamente da indagini complesse sulla criminalità organizzata al nord per occuparsi dei peccati di Silvio Berlusconi, lui c’era. E fu un importante testimone dell’accusa al processo Ruby, il vicequestore Marco Ciacci, responsabile della polizia giudiziaria al Palazzo di giustizia di Milano, oggi comandante dei vigili urbani. Bisognerebbe chiedergli se quel salto di carriera, un distacco avvenuto senza bando dopo molte pressioni da parte di ambienti della procura sul sindaco Sala, sia stato per lui un premio. Certo non è routine, che un vicequestore di polizia diventi comandante dei vigili, improvvisamente uomo di potere in una città come Milano. Ma premio per che cosa? Per capacità, per lealtà? Nelle indagini sul presidente del Consiglio si era dato molto da fare, in quei mesi del 2010: intercettazioni, controlli e pedinamenti su chiunque entrasse nella villa di Silvio Berlusconi in occasione di una serie di cene, diciassette per la precisione. Marco Ciacci era stato l’uomo-macchina di Ilda Boccassini e responsabile della polizia giudiziaria. E forse sei anni dopo, quando per la prima volta si ipotizzò un suo passaggio dal palazzo del Piacentini di corso di Porta Vittoria alla piazzetta Beccaria (proprio quella dove tanto tempo fa Pietro Valpreda era stato sospettato di aver preso un taxi per percorrere venti metri fino a piazza Fontana per mettere la bomba) dove è la sede della vigilanza urbana, un premio lo meritava proprio. Certo, quando il vicequestore Marco Ciacci arriva davanti alle tre giudici della settima sezione del tribunale di Milano, quelle che Berlusconi definiva “comuniste e femministe”, e non era un complimento, parte nel racconto dal 3 settembre 2010, quando l’aggiustamento delle date è già stato fatto. Con tradizionale sistema ambrosiano, che poi è parte di quello nazionale così ben descritto da Sallusti e Palamara nel famoso libro. Se l’ex leader del sindacato delle toghe da Roma si è fatto cecchino, imbracciando il fucile nei confronti del presidente del Consiglio, a Milano ci fu un intero plotone di esecuzione in quei giorni del 2010. Lo stile ambrosiano aveva già regalato alla storia, dai tempi di Mani Pulite, ma ancor prima negli anni del terrorismo, una certa disinvoltura nell’applicazione delle regole. Competenza territoriale, diritti dell’indagato, obbligatorietà dell’azione penale, uso corretto della custodia cautelare: parole, parole, soltanto parole. Perché al sistema ambrosiano tutto era concesso. Lui era lì. Lo rivediamo impassibile nell’aula, bel ragazzo con il pizzetto alla moda, mentre snocciola l’elenco delle intercettazioni e parla di prostituzione, prostituzione, prostituzione. Silvio Berlusconi è rinviato a giudizio per concussione, prima di tutto, accusato di aver costretto un pubblico ufficiale che in realtà non si è mai sentito obbligato, a fare qualcosa contro i suoi compiti, cioè affidare la giovane Ruby a Nicole Minetti. Ma nel pentolone processuale pornografico dove si mescolano reati e peccati, parlare di sesso a pagamento è obbligatorio, se non si vuol far crollare l’interno impianto dell’accusa. Il vicequestore Marco Ciacci si presta. Viene trovata nella casa di una ragazza una lettera anonima scritta da un mascalzone che si riteneva in diritto di avvertire la madre sulla presunta professione della figlia? Ecco la prova che la ragazza sia una puttana. Certo, forse a quella ragazza sarebbe piaciuto ricevere dal vicequestore la stessa attenzione che lui dedicherà, qualche anno dopo, quando sarà già stato premiato con la nomina a comandante della polizia urbana di Milano, a un’incauta ragazza che di notte aveva investito e ucciso un pedone con il suo scooter. Era accorso subito sull’incidente, quella sera, il dottor Ciacci perché, aveva detto mentre un sindacato dei vigili protestava per quell’attenzione particolare, stava cenando in un ristorante vicino al luogo dell’incidente. Lodevole solerzia, la sua. Anche se poi nessuno aveva sottoposto la ragazza all’alcol-test, né l’aveva arrestata per omicidio stradale (reato che comunque noi consideriamo assurdo e sbagliato), come spesso succede se la persona investita decede. Lui c’era, al processo. E dichiarava di aver iniziato le investigazioni dal 3 settembre 2010, quando aveva ereditato generiche indagini su un giro di prostituzione di cui faceva parte anche Ruby. Resta il fatto che, nel frattempo, molti danni erano stati fatti. E neanche un bambino potrebbe credere a certe favolette. Perché da quella famosa sera di maggio in cui Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio in carica, aveva telefonato alla questura di Milano, ritenendo che fosse stata fermata la nipote del presidente Mubarak, era diventato lui il pesce grosso da prendere all’amo e poi giustiziare da parte dei famosi “cecchini” di cui parla Luca Palamara. Il plotone era pronto da tempo, si aspettava solo l’occasione. E quella fu ghiotta. Altro che generiche inchieste su giri di prostituzione! Non dimentichiamo che, per indagare su Berlusconi (e non su qualche Belle de jour), il procuratore capo Edmondo Bruti Liberati aveva anche sottratto le competenze al pm competente per materia, ingaggiando un robusto braccio di ferro con il suo aggiunto Alfredo Robledo, poi ghigliottinato dal Csm con l’aiuto addirittura del presidente della Repubblica. Fatto sta che le indagini, ci fosse o no il vicequestore Ciacci a condurle dall’inizio, presero origine fin da allora. E Ruby fu interrogata due volte nei primi giorni di luglio, e per mesi e mesi fu stesa la tela del ragno nei confronti di Silvio Berlusconi. Ma il leader di Forza Italia sarà iscritto nel registro degli indagati solo il 21 dicembre, e in seguito raggiunto da un invito a comparire il 14 gennaio 2011. Sistema ambrosiano, ovvio. Nel frattempo è già accaduto tutto, il controllo ogni sera, per diciassette volte, nella casa del peccato, neanche si stessero spiando boss mafiosi di Cosa Nostra, per «ricostruire lo svolgimento delle cene e chi fossero i partecipanti». Si spiava il presidente del Consiglio per frugare tra le sue pietanze e le sue lenzuola. Per mesi e mesi, senza mai informarlo, come sarebbe stato suo diritto e come prevede la legge. Anche se lui, e anche le ragazze che frequentavano le sue cene, non avevano mai ucciso nessuno. Sono state solo trattate come puttane, nel processo pornografico che non finisce mai. E nessuna di loro ha mai avuto la fortuna di trovare un buon samaritano in divisa che corresse a dar loro conforto qualora una sera si fossero trovate in difficoltà. Loro.

"Vi racconto il sistema che ha scoperchiato il concorso nel Lazio". Francesco Boezi il 19 Agosto 2021 su Il Giornale. Il "caso Allumiere", per il consigliere regionale Chiara Colosimo, non è un caso isolato. Anzi, quel concorso "scoperchia" l'esistenza di un "sistema". E il MoVimento 5 Stelle sta a guardare (e non solo). Del concorso di Allumiere e del possibile ruolo della Regione Lazio rispetto a quel caso si parla poco di questi tempi, ma qualche novità c'è. Anzitutto, la relazione di Chiara Colosimo, presidente della commissione Trasparenza, è pronta. Per quanto qualcuno abbia tergiversato nell'approvare quella relazione. I commissari, per via delle "resistenze", dovranno aggiornarsi dopo le ferie estive. Inoltre, il comune di Allumiere ha inviato una lettera ai candidati del concorso in cui si inizia a parlare di annullamento. Gli effetti delle graduatorie, nel frattempo, sono state sospesi. Insomma, nella stabilità estiva, qualcosa si muove. Parliamo della "stipendiopoli" balzata alle cronache nazionali che, come ha scritto su Il Giornale, Giuseppe Marino "moltiplicato i pregiati posti di lavoro pubblico a tempo indeterminato e ne ha distribuiti almeno 24, in gran parte tra chi ha la tessera del Pd". Il Consiglio regionale del Lazio, com'è peraltro previsto, ha attinto dalla graduatoria. E le polemiche si sono scatenate. Ma c'è anche una rete di comuni coinvolta nelle assunzioni di persone ascrivibili al Partito Democratico. Il caso del "concorso dei miracoli" potrebbe essere vicino a una qualche conclusione. Il consigliere regionale Chiara Colosimo, che è espressione di Fratelli d'Italia, si è fatta questo conto: 29 su 44 assunti sono i "candidati fuori dalle pre-selettive", perché non avrebbero i requisiti; di quei 44, 34 avrebbero legami con la politica o con la commissione. L'esito dell'inchiesta, almeno per quel che riguarda la parte politica, è in divenire. Ma il "caso Allumiere", per la Colosimo, fa parte di un "sistema". Non sarebbe solo un caso isolato, dunque. Qualcosa che sarebbe ormai consolidato. Qualche giorno fa, il consigliere regionale Francesca De Vito è uscita in polemica dalla formazione pentastellata, citando il tradimento degli elettori ed il caso Allumiere tra le motivazioni. Ma il resto del MoVimento 5 Stelle laziale non è dello stesso avviso. Attorno a questa storia, possono essere elencati più aspetti: le questioni di legittimità, su cui si pronunceranno gli inquirenti; l'opportunità politica, che è al centro del dibattito; la linea tenuta dal MoVimento 5 Stelle, che su "Allumiere" e dintorni non è troppo attivo sul piano dei giudizi senza sconti, com'è invece avvenuto in altre circostanze; il peso di questa vicenda per le imminenti elezioni amministrative e per i prossimi appuntamenti.

Senta, cerchiamo di partire con un atteggiamento garantista: voi contestate l'opportunità politica o il merito giuridico?

"Ho sempre tenuto i due piani separati: l'opportunità politica è una cosa, gli errori amministrativi un'altra. E questi ultimi non sono più contestabili, perché sono palesi. C'è un tema, però, considerando pure il comunicato dei carabinieri: credo che le due cose siano andate di pari passo".

Cioè?

"Cioè che alcuni errori, che potrebbero sembrare amministrativi, siano stati fatti, in realtà, per facilitare alcuni candidati amici dei politici".

Però la sua linea è garantista..

"Ho iniziato a fare le pulci alla Regione per dimostrare come ci fosse una falla che creava un danno a chi amministrava, così come con la storia delle mascherine. A me interessa difendere l'istituzione, non condannare Tizio o Caio. Per cui, se c'è qualcuno che ha sbagliato, quel qualcuno deve pagare. E non per via del giustizialismo, bensì perché deve emergere che non siamo uguali. Perché non siamo tutti uguali".

A che punto è l'iter della relazione?

"La relazione finale è stata stilata. Però ci sono molte resistenze. Dunque, con la riapertura dei lavori darò un termine per le osservazioni agli altri commissari".

Scusi, ma resistenze in che senso?

"Nel senso che molti hanno utilizzato questa motivazione: la relazione è lunga e dettagliata. Per cui, c'è chi ha detto di aver bisogno di tempo ulteriore. La relazione non è stata approvata, come speravo, prima della chiusura dei lavori".

Quali conclusioni ha tratto nella relazione?

"Le conclusioni derivano dalle audizioni e dagli atti in nostro possesso. Al netto dell'opportunità politica, è evidente come anche la procedura amministrativa e burocratica del concorso sia stata falsata. Dalla prova pre-selettiva alle strane coincidenze all'interno delle cosiddette battterie del concorso, passando dal non comunicare la graduatoria con il punteggio ai comuni. Gli stessi che poi hanno attinto".

Il Comune di Allumiere ha inviato una lettera ai candidati...

"Sì, è l'ultima follia targata Partito Democratico e sindaco Pasquini. Gli inquirenti stanno stringendo. Cercano di venirne fuori con una sorta di sondaggione. Una cosa tipo: "Caro candidato, tu hai partecipato, che ne pensi se annulliamo?" Vorrei che qualcuno mi dicesse se è normale che accada nella pubblica amministrazione".

Ma il suo intento qual è?

"Io non sono una giustizialista, però credo nei principi. Quello che emerge con Allumiere è una completa mancanza di valori. Gli stessi che dovrebbero essere propri prima di una democrazia e poi dei singoli. Ciò che ha scoperchiato il caso Allumiere non è un caso singolo, ma un modus operandi. Nella provincia di Roma, esiste un sistema. La stesso meccanismo ha avuto luogo in altri comuni".

Ossia?

"Il sindaco uscente di Subiaco è stato assunto insieme ad un assessore di Marino che ha vinto un concorso a Guidonia. Il sindaco di Rocca Santo Stefano ha assunto il sindaco di Zagarolo. Ciò che deriva dal caso Allumiere è che alcuni hanno usato le istituzioni per sistemarsi. Secondo il mio modo di vedere, non ha nulla a che vedere con il giustizialismo, però ha molto a che vedere con come si concepisce la politica. Per questo, non farò nessuno sconto. La verità è che c'è un sistema".

Sì, ma se lei mi parla di "sistema", io le devo chiedere da chi è composto..

"Non io ma i casi citati fin qui ci dicono che per ora i comuni coinvolti sono ascrivibili al Partito Democratico e, nello specifico, al Pd della provincia di Roma. Però, prendendo in considerazione la questione relativa alla Asl di Latina, si fuoriesce da Roma e provincia. Io credo si sia sviluppato un sistema che è a metà tra chi governa e chi dirige. Perché non dobbiamo dimenticare la parte recitata dai dirigenti o dai commissari in questi processi".

Passiamo alla politica. Il MoVimento 5 Stelle è il convitato di pietra di questa storia? Governano col Pd senza remore?

"Il sindaco di Guidonia è grillino. Sono il più grande bluff della storia. Non sono stati in grado di fare opposizione, dunque hanno pensato bene di entrare in maggioranza. L'unica che faceva opposizione (Roberta Lombardi, ndr) oggi fa l'Assessore. Non l'ho vista alzare un sopracciglio su Allumiere. I grillini non sono proprio convitati di pietra...".

Cioè?

"Cioè, almeno per le assunzioni in Consiglio regionale, sono parte in causa: i grillini esprimono un membro del Consiglio di presidenza. Per quello che ne sappiamo, poi, qualcuno legato al MoVimento 5 Stelle è stato assunto con l'infornata di Allumiere, ma come dimostra Guidonia, sono diventati il tonno delle scatolette in un batter d’occhio".

E la linea Zingaretti qual è?

"Zingaretti è immune. È inspiegabile come possa continuare a far finta di niente, le mascherine mai arrivate ma profumatamente pagate erano fake news (c’è ancora la grafica della regione sui social), le nomine politiche in piena pandemia polemiche sterili, i debiti fuori bilancio non erano un problema (fin quando non è arrivata la corte dei conti) e su “Concorsopoli” nemmeno una dichiarazione ufficiale, solo un tentativo di maquillage. La miglior foto ricordo di Zingaretti è la sua potente dirigente sui rifiuti, già vicesindaco del Pd, che dopo l’arresto si candida sindaco nel suo comune viterbese di Vetralla. Incredibile ma vero...".

Francesco Boezi. Sono nato a Roma il 30 ottobre del 1989, ma sono cresciuto ad Alatri, in Ciociaria. Oggi vivo in Lombardia. Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso la Sapienza di Roma. A ilGiornale.it dal gennaio del 2017, mi occupo e scrivo soprattutto di Vaticano, ma tento

"Nomi pesanti vicini al Pd". Bufera sul maxiconcorso che fa tremare i dem. Il "concorso dei miracoli" continua a far discutere: adesso spuntano i nomi. E l'ex sindaco Ignazio Marino tira fuori il racconto che imbarazza il Partito democratico. Luca Sablone - Lun, 12/04/2021 - su Il Giornale. "Di questo concorso sottovoce si diceva da parecchio. È stato superato il limite: gli assunti sono nomi pesanti, persone vicine al sindaco e a molti esponenti del Partito democratico". Continua a far discutere il maxiconcorso di Allumiere, finito al centro delle polemiche tanto da aver ritenuto necessario richiedere la creazione di una commissione d'indagine. Le domande su cui si vuole far chiarezza restano ancora diverse: come è possibile che ben 85 persone siano finite a pari merito nel punteggio finale? Per quale motivo gran parte degli idonei proviene dal mondo della politica? Intanto Mauro Buschini ha deciso di dimettersi da presidente del Consiglio regionale del Lazio. Delle assunzioni definitive avrebbero beneficiato alcuni collaboratori fiduciari dei consiglieri regionali del Partito democratico (ma anche di Movimento 5 Stelle e Lega), dei militanti e addirittura un consigliere capitolino.

Spuntano i nomi. Come riportato da Il Fatto Quotidiano, nell'elenco dei neo-assunti figurerebbero molteplici esponenti del settore della politica: due collaboratori di Buschini; Matteo Marconi, segretario del Pd di Trevignano Romano (Roma); Arianna Bellia, assessore Pd di San Cesareo (Roma); Augusta Morini, consigliere e assessore Pd di Labico (Roma); Paco Fracassa, segretario Pd di Allumiere (Roma); un componente del circolo Pd di Frosinone (città di Buschini); tre militanti dem (Allumiere, Civitavecchia e Roma). Su 16 posti disponibili, a dicembre la Regione avrebbe contattato in totale 24 persone ma in otto avrebbero rifiutato. Il 28 dicembre il Comune di Guidonia avrebbe stipulato un accordo con Allumiere e avrebbe deciso di assumere otto funzionari prendendoli dallo stesso elenco-idonei. Tra loro vi sarebbe stato anche Marco Palumbo, consigliere del Partito democratico in Campidoglio e presidente della commissione Trasparenza. I dem hanno preso subito preso posizione e non si sono nascosti, anche se si continua a ritenere che la procedura sia "regolare e limpida". Per Matteo Orfini si tratta "di una vicenda sulla quale è necessario fare chiarezza subito, senza timidezze". Il deputato del Pd si è detto sconcertato per quanto accaduto poiché così si rischia di minare "la credibilità delle istituzioni". Un eletto del Partito democratico, scrive La Repubblica, chiede di valutare l'annullamento di tutto il pacchetto di nomine: "Nicola (Zingaretti, ndr) è fuori di sé. Come dargli torto? Nel Consiglio di presidenza hanno combinato questo pasticcio e ora dovrebbero fare un passo indietro".

La testimonianza di Marino. Ad aumentare l'imbarazzo per il Pd è stato un racconto fornito da Ignazio Marino nel corso della trasmissione Non è l'arena su La7 condotta da Massimo Giletti. L'ex sindaco di Roma ha rivelato un retroscena risalente al periodo in cui stava cercando persone competenti per guidare le aziende del Comune: "Spesso il capogruppo del Pd mi proponeva alcuni curricula e in particolare me ne proponeva sempre uno che a me non impressionava". A quel punto il primo cittadino decide di incontrare il candidato, convocandolo per fare un colloquio in vista di un ruolo da amministratore delegato. Nel curriculum però non vi è alcun riferimento alla preparazione sul settore rifiuti. "Te la senti di affrontare questa sfida epocale? Rinunceresti a tutti i tuoi incarichi?", gli chiede Marino. E la risposta del candidato si commenta da sé: "Assolutamente no, non rinuncio alle altre mie posizioni". Però l'uomo si fa venire in mente un'idea: farsi nominare presidente, piuttosto che amministratore delegato, "così ho un impegno che mi prende massimo tre pomeriggi al mese". L'ex sindaco rimane spiazzato e chiama il capogruppo per denunciare la situazione, ma la replica è stata tutt'altro che di indignazione per quanto accaduto: "Ma che cosa ti costa? Sono solo 100mila euro di stipendio e ti metti un po' in pace con il Partito democratico con cui non vai d'accordo".

Giuseppe Marino per "il Giornale" il 6 aprile 2021. Il trucco è chiaro nella sua semplicità: un piccolo Comune bandisce un concorso. Partecipano in massa eletti, militanti e portaborse di un partito, ma non ci può essere posto per tutti in un Comune che non arriva a quattromila abitanti. Fa niente: in questo caso, davvero, l' importante è partecipare (e risultare idonei). Pochi giorni dopo la pubblicazione della graduatoria, altri enti, casualmente, decidono di assumere sfruttando la norma che consente di ricorrere alla graduatoria dell' ultimo bando di concorso dello stesso territorio. E il gioco è fatto. Alla Regione Lazio ormai lo chiamano tutti «concorso dei miracoli»: l' esame che ha moltiplicato i pregiati posti di lavoro pubblico a tempo indeterminato e ne ha distribuiti almeno 24, in gran parte tra chi ha la tessera del Pd. Fino a prova contraria, in modo del tutto legale. L' epicentro della vicenda è Allumiere. In 300 si presentano per un posto nel paesino dell' hinterland a nord di Roma e il 14 dicembre viene stilata la graduatoria che ha una particolarità: i vincitori sono cinque, tutti della zona, ma c' è un numero spropositato di idonei, quasi novanta, che arrivano da zone diverse del Lazio. Nei giorni successivi accade il vero miracolo: il Consiglio regionale del Lazio decide di assumere sedici funzionari e per farlo pesca, come prevede la legge, dagli ultimi concorsi. Il grosso delle chiamate arriva ai fortunati idonei del concorso dei miracoli. Tra i prescelti il segretario del Pd di Trevignano romano Matteo Marconi, l'assessore dem di San Cesareo Arianna Bellia, Augusta Morini assessora Pd di Labico, Paco Fracassa segretario piddino di Allumiere. Ma, soprattutto, c' è un lungo elenco di nomi di consulenti a tempo determinato della presidenza del Consiglio della Regione Lazio guidata dal Pd Mario Buschini, o provenienti dal suo collegio elettorale, la provincia di Frosinone. A chiudere il cerchio c' è un dettaglio inquietante: il sindaco di Allumiere, Antonio Pasquini, da tre anni lavora con Buschini. Ma quella che è stata battezzata «stipendiopoli Pd», pare più ancora più ampia. A sorpresa alcuni candidati rifiutano il posto. Come Marco Palumbo, consigliere comunale di Roma e presidente della Commissione trasparenza, uno dei «moralizzatori Pd» che con una firma dal notaio ha posto fine alla carriera da sindaco di Ignazio Marino, o l' altro dem Massimo D' Orazio, collaboratore di Buschini e assessore a Isola del Liri, paese del frusinate che dista 190 km da Allumiere o Matteo Manunta, ex consigliere comunale 5s di Civitavecchia e collaboratore di un altro pezzo grosso della Regione, il vicepresidente grillino David Porrello. Uomini fortunati perché, solo cinque giorni dopo il loro rifiuto, il Comune di Guidonia, assume altre otto persone dalla stessa graduatoria e li chiama. Lo scandalo emerge e il Consiglio regionale difende le assunzioni: tutto in regola. Ma ora si scopre che al meccanismo hanno partecipato altri Comuni del Lazio, per lo più a guida Pd o 5s e ci sarebbe almeno un' assunzione legata a un altro vicepresidente, il leghista Giuseppe Cangemi. A denunciare il caso però sono stati anche esponenti della Lega, come Fabrizio Santori e Arianna Cacioni, capogruppo a Guidonia. Nicola Zingaretti tace ma sarebbe in grave imbarazzo, vista la dinamica dello scandalo che punta dritto verso la presidenza del Consiglio regionale. Anche perché modi e tempi della vicenda farebbero presupporre una regia nelle assunzioni scaglionate tra più enti. «La mancanza di alcuni documenti concorsuali e le modalità di questa storia - attacca la consigliera regionale Chiara Colosimo di Fratelli d' Italia - sono tali da richiedere un chiarimento immediato. E credo che anche nel Pd ci sia chi in queste ore è in forte imbarazzo».

Concorsopoli in Regione, "Così hanno favorito i figli dei politici dem al concorso per l'Asl". Clemente Pistilli su La Repubblica il 21 maggio 2021. Arrestati Claudio Rainone, ex direttore amministrativo dell'Azienda sanitaria di Latina e Mario Graziano Esposito avevano passato i test ai candidati raccomandati. Sono passati quattro mesi dalle proteste degli esclusi e dagli esposti per il concorso dell'Asl di Latina in cui ai primi posti comparivano tanti "figli di". L'inchiesta aperta dal sostituto procuratore Valerio De Luca si è allargata anche a un'altra prova concorsuale e questa mattina, con l'accusa di falsità ideologica in atti pubblici e rivelazione di segreti di ufficio aggravati, un dirigente e un funzionario dell'Azienda sanitaria sono stati arrestati.

Estratto dell’articolo di Clemente Pistilli per roma.repubblica.it. l'1 luglio 2021. Corruzione e rivelazione di segreto d'ufficio. Con queste accuse la polizia e la Guardia di Finanza di Latina hanno arrestato il dirigente della Asl locale Claudio Rainone e il segretario provinciale del Pd, Claudio Moscardelli, coinvolti in un'inchiesta su presunti concorsi truccati. L'ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari è stata disposta dal gip del Tribunale. Rainone, tra l'altro, era stato raggiunto da analoga misura cautelare lo scorso 21 maggio.

(ANSA l'1 luglio 2021) Corruzione e rivelazione di segreto d'ufficio. Con queste accuse la polizia e la Guardia di Finanza di Latina hanno arrestato il dirigente della Asl locale Claudio Ramone e il segretario provinciale del Pd, Claudio Moscardelli, coinvolti in un'inchiesta su presunti concorsi truccati. L'ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari è stata disposta dal gip del Tribunale. Ramone, tra l'altro, era stato raggiunto da analoga misura cautelare lo scorso 21 maggio. Le indagini delegate dalla Procura di Latina alla Sezione anticorruzione della Squadra Mobile e al Nucleo di Polizia Economico finanziaria della Guardia di Finanza si riferiscono in particolare alle irregolarità riscontrate nel concorso per 23 posti di collaboratore amministrativo professionale indetto da Asl di Frosinone, Latina e Viterbo. Già il 21 maggio scorso, in seguito alle prime indagini, venivano posti ai domiciliari Claudio Rainone e Mario Graziano Esposito, rispettivamente presidente e segretario della commissione per il concorso, con l'accusa di falso e rivelazione di segreto d'ufficio. In particolare emergeva che Rainone, nei giorni precedenti alla prova orale, rivelava gli argomenti che sarebbero stati oggetto di esame. Le indagini, inoltre, hanno consentito di identificare 6 concorrenti che hanno beneficiato delle 'soffiate' e per questo indagati a vario titolo per abuso d'ufficio e rivelazione di segreti d'ufficio. I nuovi approfondimenti investigativi hanno permesso di riscontare come due di questi candidati venivano segnalati da un politico locale, il quale con lo stesso dirigente dell'Asl di Latina s'impegnava, in cambio, a promuovere la sua promozione a direttore amministrativo dell'azienda sanitaria, incarico che in effetti ha rivestito quale facente funzioni dal dicembre 2020 ad Aprile 2021. Rainone, in veste di presidente della commissione, rivelava ai candidati gli argomenti che avrebbe proposto alla prova orale, nonché ritardava l'approvazione della graduatoria dello stesso concorso al fine di posticiparla rispetto alla sua nomina di direttore amministrativo, in modo tale da potere individuare lui stesso i luoghi di destinazione lavorativa dei neo assunti.

Il vizietto del Pd sui concorsi truccati: arrestato Moscardelli, segretario provinciale di Latina. Paolo Lami giovedì 1 Luglio 2021 su Il Secolo d'Italia. Claudio Moscardelli, segretario provinciale del Pd a Latina, e Claudio Rainone classe 1962, dirigente Asl di Latina, sono finiti agli arresti domiciliari nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte irregolarità riscontrate nella procedura concorsuale riguardante il concorso pubblico per titoli ed esami per la copertura a tempo indeterminato di 23 posti di collaboratore amministrativo professionale cat. D, indetto in forma aggregata tra la Asl di Frosinone, Latina e Viterbo. A Moscardelli sono contestate le accuse di corruzione in concorso e istigazione alla rivelazione di segreti di ufficio. Ed è stato arrestato perché, per il giudice, esiste il pericolo di reiterazione reato e quello dell’inquinamento delle prove. Intercettati, Moscardelli e il presidente della Commissione parlavano, addirittura, di “nostro concorso”. Un atteggiamento spregiudicato che restituisce perfettamente qual’è il concetto di meritocrazia del Pd e il suo rispetto delle regole e delle istituzioni. Secondo i magistrati di Latina, le domande d’esame del concorso Asl venivano comunicate al telefono prima dell’orale. Secondo l’ordinanza, il giorno prima del concorso, Moscardelli inviò i numeri di 2 candidati al presidente. L’ordinanza del giudice di Latina che ha spedito agli arresti Moscardelli svela anche che l’episodio non è un fatto isolato ma fa parte di un metodo consolidato tant’è che il direttore del reclutamento della Asl, Rainone, ha gestito due concorsi in modo illecito. Ed anche per Rainone il giudice ipotizza il  pericolo di reiterazione del reato e il rischio di inquinamento delle prove. Il 21 maggio scorso Rainone e Mario Grazieno Espositi, rispettivamente presidente e segretario della commissione per il concorso, erano stati arrestati e indagati per falso e rivelazione di segreto d’ufficio poiché era emerso che il dirigente Asl, nei giorni precedenti alla prova orale, aveva rivelato gli argomenti che sarebbero stati oggetto di esame. Successivamente gli investigatori delle Fiamme Gialle avevano identificato con certezza 6 concorrenti, che hanno beneficiato di quelle rivelazioni e che erano stati indagati a vario titolo per abuso d’ufficio e rivelazione di segreti d’ufficio. I nuovi approfondimenti investigativi hanno ora permesso di riscontare come due di questi candidati venivano segnalati da Moscardelli, il quale con lo stesso dirigente dell’Asl di Latina s’impegnava, in cambio, a promuovere presso la Regione Lazio, la sua nomina a Direttore Amministrativo dell’Asl, incarico che in effetti Raimone ha rivestito quale facente funzioni dal mese di Dicembre 2020 al mese di Aprile 2021. In tale contesto, Rainone, in veste di presidente della commissione rivelava ai candidati gli argomenti che avrebbe proposto alla prova orale, nonché ritardava l’approvazione della graduatoria dello stesso concorso al fine di posticiparla rispetto alla sua nomina di Direttore Amministrativo, in modo tale da potere individuare lui stesso i luoghi di destinazione lavorativa dei neo assunti. Resta ora da capire il passaggio successivo: chi garantiva dentro alla Regione Lazio, guidata da Zingaretti, al segretario provinciale del Pd, la nomina di Rainone?

“Desidero ringraziare la Procura di Latina e le Forze dell’Ordine per la celerità delle indagini relative al concorso Asl – dice il consigliere regionale di Fratelli d’Italia e presidente della Commissione Trasparenza e Pubblicità della Regione Lazio, Chiara Colosimo. – Quanto emerso è senza dubbio sconcertante, soprattutto per l’uso spregiudicato delle Istituzioni. Insieme alle anomalie emerse sul concorso di Allumiere, sembra essere confermato non come un singolo caso, ma come una modalità ben strutturata e radicata sulla quale ci auguriamo sarà sempre la magistratura ad accertarne la reale consistenza. Da parte continueremo a vigilare e a denunciare le situazioni che ci appaiono poco chiare e trasparenti”. Preso in contropiede dalla imbarazzante faccenda, Letta ha cercato di metterci una pezza a colori nominando l’ex-viceministro degli Interni, ora deputato e responsabile Pd per l’Immigrazione, Matteo Mauri, commissario del Partito Democratico della provincia di Latina mentre la Commissione nazionale di garanzia del Pd sospendeva dal partito Claudio Moscardelli. Ma oramai la frittata è fatta.

Scandalo concorsopoli, nel mirino l'assunzione del presidente Pd del Lazio. Lorenzo D'Albergo su La Repubblica il 5 aprile 2021. Si allarga lo scandalo dello stipendificio dem alla Pisana. Sotto il fuoco dell'opposizione l'assunzione di 14 statistici tra i quali Andrea Alemanni. Durissima Giorgia Meloni: "Gli italiani in ginocchio e il Pd nel Lazio sistema gli amici". Non solo la graduatoria di Allumiere da cui il Consiglio di presidenza della Regione e il comune grillino di Guidonia hanno pescato 24 funzionari, tra cui una dozzina abbondante di politici, segretari dem e collaboratori di consiglieri regionali del Pd (ci sono anche casi in quota 5S e Lega) a cui garantire un'assunzione a tempo indeterminato. Le opposizioni, Fratelli d'Italia in testa, vogliono vederci chiaro sulla Concorsopoli della Pisana e hanno preso a scavare negli archivi regionali. A chiedere di concentrarsi sulla vicenda che imbarazza i dem è stata Giorgia Meloni in persona. La prova? Lo slogan pubblicato ieri su Facebook: "Gli italiani in ginocchio e il Pd nel Lazio sistema gli amici". Una dichiarazione di guerra che fa il paio con gli ultimi bandi finiti nel fascicolo di FdI: nel mirino ora è finita la procedura con cui il 25 febbraio la Regione ha assunto 14 esperti in statistica. Tra i vincitori c'è Andrea Alemanni, presidente del Pd del Lazio. Il suo nome non è sfuggito ai meloniani: dal 26 novembre 2020 nel cda dell'Istituto romano San Michele su nomina firmata dal governatore Nicola Zingaretti, Alemanni è già stato assessore al II municipio e per quattro anni, dal 2014 al 2018, ha lavorato a palazzo Chigi per il dipartimento Funzione pubblica. Nel 2005 si è laureato in statistica economica alla Sapienza e ora non ci sta a finire nel tritacarne: "Ho studiato a lungo - spiega il dirigente dem - e il mio caso non c'entra niente con Allumiere. È tutto in regola". Lo stesso concorso ha portato in Regione anche Andrea Giansanti, ex segretario del Pd di Latina e già collaboratore di eletti dem in consiglio regionale. Tornando nella Allumiere del sindaco Antonio Pasquini, da tre anni al lavoro proprio tra le fila del Consiglio di presidenza del Lazio, spunta il caso di Silvia Sestili. Tra le vincitrici del bando delle polemiche, è anche la presidente di Eureka, associazione attiva nel paesino sui monti della Tolfa e destinataria di finanziamenti trasferiti dalla Regione per allestire le luminarie dell'ultimo Natale. Un altro caso che FdI affronterà nella commissione d'inchiesta di cui ha già chiesto la presidenza. Intanto alla Pisana prova a fare la voce grossa anche la Lega: il Carroccio ha presentato un'interrogazione per chiedere conto della struttura Cinema. A guidarla per 115 mila euro annui è Giovanna Pugliese, assessora al Turismo e alle pari opportunità uscita dalla giunta per far spazio alla 5S Valentina Corrado e ora alla guida della nuova creatura che lavora in collaborazione con il Gabinetto del presidente Zingaretti.

La rete dei Comuni che assume i dem. Pd graziato dai media. La "stipendiopoli" della Regione Lazio coinvolge altri centri. Scandalo silenziato. Giuseppe Marino - Mer, 07/04/2021 - su Il Giornale. Non solo la Regione: c'è anche una rete di sindaci che ha contribuito a trasformare il bando per cinque assunzioni presso un piccolo Comune laziale nel «concorso dei miracoli». Il meccanismo è sempre lo stesso: un nugolo di amministratori locali, militanti e tesserati, in larghissima parte del Pd, ha partecipato al concorso per cinque impiegati generici (categoria C1). Molti di loro già collaborano con l'ufficio di presidenza del Consiglio della Regione Lazio, ma non vincono il posto nella minuta Allumiere, paesino dell'entroterra romano che per alcuni dei candidati sarebbe risultata una destinazione non così interessante, non fosse altro per la distanza da casa. In compenso, risultano idonei. E molti di loro, coincidenza, con lo stesso identico punteggio: 74. Un numero fortunato evidentemente. Perché a pochi giorni dalla chiusura del bando, molti di loro si vedranno piovere offerte di lavoro da altre amministrazioni che decidono di attingere alla graduatoria con un tempismo incredibile. Oltre ai 16 della Regione Lazio, nove vengono chiamati dal Comune di Guidonia (a guida 5s, come il vice presidente del Consiglio regionale Devid Porello che sarà uno dei firmatari dell'atto che decide le assunzioni in Regione), altri da Comuni più piccoli. C'è perfino un consigliere comunale di Roma, Marco Palumbo, che rifiuta il posto in Regione e lo accetta a Guidonia, più vicino a casa. A Guidonia si sistema pure Matteo Manunta, ex consigliere provinciale 5s, assunto come impiegato semplice, ma protagonista di una carriera rapidissima: è già responsabile dei social del Comune grillino. Anche il Comune di Monterotondo (a guida Pd) si butta nella mischia. L' assessore al personale Alessandro Di Nicola che propone le assunzioni, altra coincidenza, lavora come capo della segreteria di Gianluca Quadrana, consigliere regionale della Lista Zingaretti e anche lui firmatario della delibera delle assunzioni in Regione. Perfino il piccolo e incantevole Comune di Anguillara Sabazia non vuole farsi scappare una delle partecipanti al concorso: è la figlia del sindaco di un altro paesino Manziana. A Tivoli trovano posto le gemelle Carlini, sorelle di un ex consigliere comunale grillino di Civitavecchia. Tra la Regione e il Comune di Ladispoli trovano posto anche persone che lavorano con il leghista Giuseppe Cangemi, vice di quello stesso ufficio di presidenza della Regione Lazio guidato dal Pd Mario Buschini, il luogo a cui sembrano ricondurre tutti i fili di questa intricata vicenda. Compreso quello che porta al sindaco di Allumiere di Antonio Pasquini, il primo cittadino che ha bandito il «concorso dei miracoli». E che è anche vice capo segreteria di Buschini. Un mosaico di assunzioni incrociate in odore di conflitto di interesse in cui ci si perde. In Regione solo imbarazzo di fronte alle richieste di chiarimenti della consigliera regionale di Fratelli d'Italia Chiara Colosimo, che ha chiesto lo stop alle assunzioni. Tace il presidente della Regione Nicola Zingaretti, nonostante nel Pd qualcuno abbia sommessamente espresso disagio. Eppure la «stipendiopoli» che sotto Natale, con tanti italiani in lockdown a chiedersi come arrivare a fine mese, ha distribuito posti di lavoro pubblico a tempo indeterminato a persone legate alla politica, ha avuto una eco smorzata. Ne ha scritto il Fatto e Repubblica ha confinato la notizia nella cronaca di Roma. Altri grandi quotidiani non pervenuti. È il solito «sconto sulla fiducia» mediatico su cui la sinistra sa di poter contare.

Giuseppe Marino per "il Giornale" l'8 aprile 2021. Volare basso e fischiettare. La strategia dell' indifferenza non regge. E così ieri mattina Mauro Buschini ha scritto a tutti i consiglieri regionali del Lazio, annunciando la necessità che per fare luce sulla stipendiopoli della Regione «ci sia un altro presidente». Quarantadue anni, una carriera tutta all' ombra del Pd, grande elettore di Zingaretti a Frosinone, Buschini è finito al centro dello scandalo delle assunzioni di uomini del Pd tra la Regione e una serie di Comuni «amici», ma ha anche avuto la forza di un sussulto di dignità, il primo in una storia dai contorni incredibili: all' ombra di una legalità degli atti che al momento non è messa in discussione, si sono distribuiti decine di posti di lavoro pubblici a tempo indeterminato a personale politico prevalentemente del Pd, dai semplici tesserati ai consiglieri comunali. Dopo giorni in trincea, difesi dall' imbarazzato silenzio rotto solo da voci isolate dei dem, come quella di Matteo Orfini, è spuntata una exit strategy: Buschini rivendica la correttezza del suo operato e annuncia una «commissione trasparenza» presieduta da un consigliere d' opposizione per «affrontare tutti i temi rispetto ai quali ci sia necessità di approfondimento, a partire dalle assunzioni dei dipendenti». La commissione diventa così un palcoscenico su cui spostare la battaglia politica interna e anche l' occasione per farsi da parte con «un atto d' amore verso questa istituzione». Come da copione, Buschini raccoglie l' apprezzamento della maggioranza per il suo gesto e finalmente anche Nicola Zingaretti interrompe il mutismo sulla questione, anche se solo per «ringraziare Buschini per il gesto di responsabilità» e lodare la scelta di istituire una commissione. Resta da capire se le dimissioni del presidente siano frutto anche del disagio interno al Pd. Di sicuro la vicenda non è finita. Dopo il clamoroso passo indietro dell' esponente dem, il caso approda in Parlamento. Da Maurizio Gasparri a Fabio Rampelli, si annunciano esposti in Procura sulla stipendiopoli che, partendo dal «concorso dei miracoli» in un paesino di 4mila anime come Allumiere ha portato ad almeno 24 assunzioni tra la Regione e il Comune a guida grillina di Guidonia, più varie altre in una sfilza di Comuni più piccoli. Nell' elenco degli assunti molti uomini legati ai partiti che collaborano con il presidente dimissionario ma anche con i vice presidenti Devid Porrello (M5s) e Giuseppe Cangemi (Lega). A votare la delibera che ha dato il via alle assunzioni in Regione anche la moglie del ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, Michela Di Biase contro cui si è scagliato l' ex sindaco di Roma Ignazio Marino. La Di Biase fu tra i dem che lo silurarono e oggi Marino, tornato a fare il medico, rivendica la sua distanza da «Lady Franceschini»: «Va riconosciuta la orgogliosa coerenza di chi, come i membri del Pd, sceglie amici o compagni di partito quando ci sono assunzioni da fare». La consigliera regionale di Fdi Chiara Colosimo, che aveva denunciato il caso, rende l' onore delle armi a Buschini ma insiste: «Dovrebbero dimettersi tutti i componenti dell' ufficio di presidenza, il sospetto di assunzioni di amici degli amici non è accettabile a fronte di un Paese devastato dalla pandemia e dalle sue ripercussioni economiche». La vicenda potrebbe dunque avere altri risvolti, considerando anche che il metodo partitocratico che ha portato al «concorso dei miracoli» non pare isolato. La Regione Lazio è piena di eletti Pd in amministrazioni minori messi sotto contratto per lavorare negli staff dei consiglieri regionali di riferimento. Difficile capire che fine faranno le assunzioni già deliberate. «Vanno tutte annullate -dice il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli (Fdi)- altrimenti la commissione trasparenza dell' ultimo minuto è solo una furbata».

Lorenzo D’Albergo per "la Repubblica - Edizione Roma" l'8 aprile 2021. Sulla Parentopoli grillina adesso indaga la procura della Corte dei Conti del Lazio. I pm di viale Mazzini hanno ricevuto l' esposto messo nero su bianco da Davide Bordoni, consigliere della Lega, e hanno deciso di approfondire l' ultima infornata di nomine varata dalla giunta Raggi per verificare se le ultime 11 assunzioni capitoline possano aver causato eventuali danni alle casse del Comune. I casi sono noti. Il più imbarazzante resta quello della fidanzata di Gianni Lemmetti, assessore al Bilancio del Comune. Silvia Di Manno, 44enne libraia di Pietrasanta, era entrata nello staff del titolare dell' Urbanistica, Luca Montuori, grazie a una delibera votata durante la riunione di giunta del 17 marzo. La sua assunzione in veste di segretaria politica e il contratto che le avrebbe garantito 23 mila euro lordi fino alla fine della consiliatura pentastellata hanno fatto scatenare Raggi. Impossibile far finta di nulla davanti al video pubblicato da Di Manno su Facebook, un filmato (nel frattempo sparito dai social) in cui Lemmetti baciava proprio la neoassunta a palazzo Senatorio. Il contratto di Di Manno è durato appena 5 giorni, poi sono arrivate le dimissioni. L'altro stipendio su cui si concentreranno il pool coordinato dal procuratore regionale Pio Silvestri è quello di Cristiano Battaglini. Lemmetti lo ha conosciuto sui campi dell' Unione pallavolo camaiorese. Poi il titolare dei conti di palazzo Senatorio ha chiamato l' amico a Roma. Arrivato nel 2017 da diplomato, con un contratto da 41 mila euro annui, Battaglini nel frattempo si è laureato all' università telematica eCampus e ha ottenuto una doppio scatto di stipendio. Prima il suo salario è salito a 55 mila euro all' anno. Poi, promosso capostaff nel corso della riunione di giunta ora nel mirino della Corte dei Conti, ha portato a casa un accordo da 91 mila euro annui. Sulla sua delibera è scoppiato il caso scovato da Fratelli d' Italia. Nella delibera che assicura il nuovo aumento, il collaboratore di Lemmetti si presenta come ingegnere. Ma il Consiglio nazionale degli ingegneri sul punto è categorico: « Battaglini non risulta iscritto al nostro albo e solo chi ne fa parte può fregiarsi del titolo di ingegnere » . In Campidoglio, dove la sindaca sarebbe stata sul punto di chiedere anche la testa del nuovo capostaff all' assessore al Bilancio, il caso è rientrato. Adesso, però, la palla passa alla procura di viale Mazzini. I pm contabili si concentreranno di nuovo su Lemmetti ( nel frattempo è stata archiviata l' indagine sui rimborsi chilometrici per l' andirivieni in auto dell' assessore tra Roma e la sua Camaiore, in Toscana) ma anche sulle altre nomine formalizzate il 17 marzo. Nel pacchetto ci sono comunicatori, videomaker ed esperti in media e politica. Assunzioni last minute che sommate pesano per 300 mila euro sui conti del Campidoglio e che hanno immediatamente sollevato le polemiche delle opposizioni: « La sindaca Virginia Raggi sta pagando la sua campagna elettorale con i soldi dei romani». Posizioni su cui è subito schierata la Lega che ora chiede alla Corte dei Conti di fare chiarezza sull' ultima infornata grillina.

Estratto dell'articolo di Daniele Autieri per “la Repubblica - ed. Roma” il 23 marzo 2021. Anche Virginia Raggi è inciampata sui "famigli". I due recenti tentativi corsari di inserire tra i collaboratori degli uffici di giunta prima Massimiliano Capo, amico del cuore della neo-assessore alla Cultura Lorenza Fruci, quindi Silvia Di Manno, compagna dell' assessore al Bilancio Gianni Lemmetti, permettono di riaprire il libro della parentopoli […] Stando ai calcoli del dipartimento Risorse Umane del Campidoglio sono oggi 97 i "collaboratori politici", ovvero i dipendenti non a tempo indeterminato assegnati agli uffici di diretta collaborazione agli organi politici, assunti ai sensi dell'ormai famigerato articolo 90 del decreto legislativo del 2000. Un bel numero che mette Virginia Raggi, la paladina della battaglia giudiziaria contro la vecchia Parentopoli di Alemanno, davanti all' ex-sindaco e al suo successore Ignazio Marino, che tentò di ridurre al massimo il numero dei collaboratori. Nel solo 2020 il Comune di Roma ha speso 5,3 milioni di euro per gli stipendi al personale di supporto politico, un risultato che permette alla Raggi di battere i suoi predecessori. Nel 2013 la giunta Marino arrivò a spendere 3,8 milioni, mentre Gianni Alemanno - passato alla storia anche per le inchieste sulle Parentopoli delle società municipalizzate - si fermò a 2,8 milioni, una cifra comunque superiore a quella dei più grandi comuni italiani. A distanza di un decennio, il Comune a trazione Raggi spende più del doppio di quanto non faccia Milano, che nel 2020 ha stanziato per questo genere di contratti 2 milioni di euro. Oltre al dato complessivo, è interessante registrare come con il passare dei mesi e l' avvicinarsi dell' ormai prossima tornata elettorale, il costo del personale sia aumentato. […]

Francesco Pacifico per “il Messaggero” il 23 marzo 2021. Virginia Raggi ieri mattina ha piegato le ultime resistenze di Gianni Lemmetti e così Silvia Di Manno, compagna dell' assessore, ha rinunciato all' incarico ricevuto mercoledì scorso nello staff del responsabile dell' Urbanistica, Luca Montuori. Il caso ha creato non pochi imbarazzi in Campidoglio e alla sindaca, che soltanto 24 ore aveva posto Lemmetti davanti un aut aut: se la donna non si fosse dimessa velocemente, il Comune avrebbe revocato la delibera di nomina. Ma ci sarebbero state ripercussioni nei confronti dello stesso responsabile del Bilancio capitolino. Alle 13.31 di ieri la vicenda ha visto la sua conclusione. Un esito a detta di molti previsto, ma meno scontato rispetto alle polemiche degli ultimi giorni. A quell' ora - e diretta alle Pec delle Risorse umane, della segreteria della sindaca e degli assessori Antonio De Santis (Personale) e Montuori - è arrivata una mail della Di Manno: «La sottoscritta comunica di rassegnare le dimissioni dal rapporto di lavoro con Roma Capitale con effetto immediato». Firmato Silvia Di Manno. Ma difficilmente queste poche righe riusciranno a chiudere un caso, che tanto ha sconvolto Palazzo Senatorio e potrebbe avere ancora ulteriori strascichi. La Di Manno, libraia di Viareggio e soprattutto compagna dell' assessore al Bilancio, Gianni Lemmetti, è finita nel mirino dopo che le era stato affidato un incarico (stipendio 23mila euro all' anno) nello staff di Luca Montuori, titolare dell' Urbanistica. Una scelta in chiaro conflitto d' interessi, che ha fatto non poco imbufalire la sindaca Virginia Raggi. La quale si è detta all' oscuro della cosa e avrebbe anche minacciato di far saltare gli assessori coinvolti: cioè Lemmetti e Montuori. «Sulla trasparenza - avrebbe detto ai suoi nel pieno della crisi - qui non si scherza, non guardiamo in faccia a nessuno». Perché la crisi si è sfiorata. In mattinata era girata la voce che il potente assessore al Bilancio rischiasse di perdere il posto. Anche perché domenica, in una telefonata molto dura con la stessa sindaca, Lemmetti avrebbe provato a resistere all' aut aut e avrebbe difeso l' onorabilità sua e della fidanzata. Secondo alcuni, avrebbe anche tentato fino alla fine di non far dimettere la sua compagna. Ieri, a ora di pranzo, l' epilogo della vicenda. Come detto, potrebbe non bastare per chiudere il caso e non soltanto perché in maggioranza molti criticano lo strapotere dell' assessore e la sua gestione di partite importanti come il salvataggio di Ama, nel quale il Consiglio si sente tenuto all' oscuro. Le opposizioni - Pd, Fratelli d' Italia - chiedono di convocare la commissione Trasparenza, la Lega promette esposti alla Corte dei Conti. Dal Nazareno il capogruppo Giulio Pelonzi nota: «Resta da chiarire il fatto politico rilevante: cioè la sindaca ha il controllo di ciò che succede in Campidoglio rispetto alle decisioni della sua giunta e del cerchio dei fedelissimi che ha messo nei posti chiave dell' amministrazione? Ci domandiamo se la sindaca riesca a guidare l' amministrazione o subisca decisioni altrui». Da Fdi il consigliere Francesco Figliomeni fa sapere che è stato richiesto anche «un dettagliato accesso agli atti a varie strutture del Campidoglio, tra cui gabinetto del sindaco, segretario generale e capo dell' Avvocatura» per avere riscontri su altre nomine fatte da Lemmetti. Come quella a Cristiano Battaglini, nello staff dell' assessore con uno stipendio di circa 91.000 euro annui», il quale - «con esperienze nella pallavolo e nel settore turistico» - secondo il consigliere del partito della Meloni avrebbe registrato in pochi anni un fortissimo aumento del suo emolumento, passando da 40mila a 91mila euro. Duri anche i consiglieri ribelli M5S come Donatella Iorio, Angelo Sturni e Marco Terranova: «La sindaca e la giunta facciano immediata chiarezza venendo in Assemblea Capitolina. Ci aspettiamo qualcosa di più rispetto ad annunci di revoche e giustificazioni legate ad assenze».

Lettera pubblicata da “la Repubblica” il 27 marzo 2021. Caro Merlo, due erano le ipotesi Raggi: o una sindaca colpevole o una sindaca "ingenua". In tutti e due i casi non votabile. Norman Accardi

La risposta di Francesco Merlo. Né colpevole né ingenua. Ma onesta e inadeguata. Penso che Roma sia governata malissimo e infatti Repubblica ne racconta da più di dieci anni il degrado. Eviterei però la parola colpevole che rimanda sia alla liquidazione della politica per via giudiziaria sia al battersi tre volte il petto del catechismo: « mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa ». Né credo che Raggi sia ingenua. Ne è prova la sapiente tenacia con cui sfida i 5 stelle pur restandovi dentro. Rifiutò persino il posto consolatorio da sottosegretario che le offri il Conte2: «Come minimo me dovevano fa' vicepremier». Ora, con una nuova luce di libertà perdente, si oppone all' accordo tra Pd e grillini, che non può certo puntare sulla sua ricandidatura a Roma: «Non mi piacciono i giochi tra i partiti». Pessima sindaca ma ottima combattente.

Lorenzo d' Albergo per “la Repubblica – ed. Roma” il 27 marzo 2021. I dissidenti grillini, gli stessi che tengono in piedi la maggioranza 5S ormai appesa a un filo, attaccano sull' ultima infornata di nomine della giunta Raggi. E nel frattempo emergono nuovi dettagli sull' incarico affidato a Silvia Di Manno, libraia di Pietrasanta e fidanzata di Gianni Lemmetti, assessore al Bilancio, assunta nello staff di Luca Montuori, collega titolare dell' Urbanistica. Ieri mattina il caso è stato sviscerato in commissione Trasparenza, alla presenza dei dirigenti che hanno firmato le 11 delibere approvate il 17 marzo. Assente, invece, la controparte politica. Nel corso delle due ore di discussione non si è visto nemmeno un raggiano. Assente anche l' assessore al Personale, Antonio De Santis, convocato per commentare la vicenda Di Manno e dare un parere sul resto delle assunzioni. Parola, allora, alla fronda 5S. Per Marco Terranova, uno dei quattro che si è già schierato contro la ricandidatura di Virginia Raggi, «il fatto è ampiamente documentato. La mia opinione sull' accaduto è critica ed è la stessa che aveva un tempo anche il resto del Movimento». Chiuso l'amaro momento amarcord, il consigliere "ribelle" punta dritto sulla riunione di giunta in cui sono state votate 11 tra assunzioni e promozioni di collaboratori degli assessori: « Risulta che la sindaca fosse assente. La prima cittadina fa bene a essere irritata. Ma se dei miei collaboratori facessero alle mie spalle e in mia assenza cose a me non gradite, altro che arrabbiatura o irritazione. Sul resto degli incarichi, dico che vanno bene se devo sostituire chi è andato via. Ma mancando solo 4 o 5 mesi...mi chiedo quanto sia utile chi entra in uno staff già al lavoro da 5 anni». Un dubbio condiviso dalla compagna di fronda, Donatella Iorio. La consigliera 5S sembra faticare a credere alla versione di Raggi. Fa difficoltà a pensare che nessuno sapesse niente dell' assunzione che ha messo in imbarazzo il Campidoglio: « Credo che tutti gli assessori siano informati delle delibere in discussione in giunta. E che il sindaco sia sempre avvertito preventivamente». Ma la versione della sindaca non cambia: « Era assente e non sapeva nulla di quelle nomine», ripetono in Campidoglio. Non si può dire lo stesso, almeno a giudicare dagli atti recuperati dalle opposizioni, degli altri due assessori che hanno confezionato l' incarico di Silvia Di Manno. La richiesta di metterla sotto contratto, firmata dall' assessore Luca Montuori, è datata 11 febbraio. Il 4 marzo alla direzione Risorse umane dall' Urbanistica arriva anche il curriculum della compagna di Lemmetti. Il 15 marzo la delibera di nomina viene firmata dall' assessore al Personale, Antonio De Santis. Infine il voto del 17 marzo. Con giallo: l' assessore al Bilancio, coinvolto personalmente nell' operazione, a un certo punto della seduta lascia la sala delle Bandiere. Lo stesso, come raccontato da Repubblica, fa Montuori. Collegato in videoconferenza, dopo aver provato ad avvertire Raggi dell' assunzione sospetta, interrompe le comunicazioni. Entrambi sarebbero stati assenti al momento del voto della delibera. « Pretendere che al servizio di Roma vengano chiamate persone competenti e non solo amici o fidanzate riteniamo sia il minimo che debba fare un rappresentante eletto dai cittadini » , attacca Figliomeni. I meloniani, così come la Lega, a breve depositeranno un dettagliatissimo esposto alla procura della Corte dei Conti.

Lorenzo D’Albergo per “la Repubblica” il 27 marzo 2021. In Campidoglio hanno messo nel mirino Gianni Lemmetti, l' assessore al Bilancio che ha fatto assumere la sua fidanzata. Ma nella Regione di Nicola Zingaretti, presidente del Lazio ed ex segretario del Pd, i dem sono in difficoltà. In imbarazzo per il pacchetto di assunzioni che a cavallo delle ultime feste di Natale ha garantito un posto a tempo indeterminato a 24 tra politici, collaboratori e attivisti di fede piddina. Nessuna irregolarità amministrativa. Ma, considerati tempistica e nomi in ballo, non si fatica a comprendere i mal di pancia della maggioranza di centrosinistra e il silenzio dei 5S, appena entrati in giunta. Per ricostruire la vicenda bisogna partire da Allumiere, 3.800 anime in provincia di Roma, per poi spostarsi in Regione. È il 18 dicembre quando il Consiglio di presidenza della Pisana decide di assumere 18 funzionari. La normativa permette di selezionarli dall' ultimo bando chiuso nel proprio territorio. Il concorso più recente, concluso solo quattro giorni prima, è quello del comune di Allumiere. Il sindaco? È Antonio Pasquini, da tre anni in comando proprio negli uffici della Regione che hanno prosciugato le graduatorie del suo paese. Nell' elenco degli assunti (è il 28 dicembre) ci sono due collaboratori del presidente del Consiglio, Mauro Buschini. Con loro anche Matteo Marconi, segretario Pd di Trevignano e Arianna Bellia, assessora di San Cesareo. Ancora, Augusta Morini, assessora di Labico, Paco Fracassa, segretario dem di Allumiere, un componente del circolo di Frosinone e tre militanti di Allumiere, Civitavecchia e Roma. Spunta pure un collaboratore del vicepresidente del Consiglio in quota Lega, Giuseppe Cangemi. Restano da sistemare altre 8 assunzioni. Ci pensa Guidonia, comune alle porte della capitale guidato dal pentastellato Michel Barbet: è sempre il 28 dicembre quando il grillino assume Marco Palumbo, consigliere dem in Campidoglio, presidente della commissione Trasparenza - che giusto ieri ha vagliato le nomine della sindaca Raggi - e già in Regione con Buschini. Lo accompagna Matteo Manunta, collaboratore di Devid Porrello, vicepresidente 5S del Consiglio. Chiude la lista Massimo D' Orazio, assessore di Isola del Liri e altro collaboratore di Buschini. Contattato da Repubblica , il presidente del Consiglio si limita a ribadire la «regolarità» dell' intera procedura. Nulla da dire sull' opportunità di assumere in massa personale di area dem, con un paio di comparse 5S e leghiste. Nel Pd, però, non si discute d' altro. Il deputato Matteo Orfini, ex commissario dei dem romani nel post Mafia Capitale, è incredulo: «È sconcertante. È necessario fare chiarezza subito, senza timidezze ». Sono d' accordo i consiglieri di maggioranza che ora sperano nello sfogo consegnato ai suoi da Zingaretti: «Non posso caricarmi sulle spalle il mondo. Nessuno chiede a Draghi cosa fanno alla presidenza della Camera». Un' esplosione d' ira che, lo auspicano i piddini in Regione, potrebbe ancora far ballare le assunzioni politiche.

(ANSA il 21 giugno 2021) - Richiesta di rinvio a giudizio per l'ex rettrice dell'Università per Stranieri di Perugia Giuliana Grego Bolli e altri tre indagati per l'indagine legata all'esame per la conoscenza dell'italiano sostenuto da Luis Suarez nel settembre dell'anno scorso. Il provvedimento della procura perugina riguarda anche l'allora direttore generale Simone Olivieri, la professoressa Stefania Spina e l'avvocato Maria Cesarina Turco. Falsità ideologica e rivelazione e utilizzazione di segreti d'ufficio i reati ipotizzati a vario titolo. L'inizio dell'udienza preliminare è stato fissato per il 28 settembre prossimo.

(ANSA il 21 aprile 2021) - Chiusa l'inchiesta sull'esame "farsa" per la conoscenza della lingua italiana sostenuto da Luis Suarez all'Università per Stranieri di Perugia nel settembre 2020. La procura di Perugia ha infatti notificato l'avviso di conclusione indagini all'ex rettrice Giuliana Grego Bolli, all'allora direttore generale Simone Olivieri, alla professoressa Stefania Spina e all'avvocato Maria Cesarina Turco. Falsità ideologica e rivelazione e utilizzazione di segreti d'ufficio i reati ipotizzati a vario titolo.

Giovanni Bianconi per il "Corriere della Sera" il 22 aprile 2021. Otto mesi di indagini, interrogatori e accertamenti non hanno cambiato la sostanza dell' affaire Suarez, così come s' era svelato dai primi indizi: per il centravanti uruguayano all' epoca in forza al Barcellona fu organizzato, nel settembre scorso, un «esame farsa» utile a certificare la sua conoscenza della lingua italiana, in modo da ottenere un passaporto europeo ed essere acquistato dalla Juventus come cittadino comunitario. La prova fu effettivamente sostenuta dal calciatore, che conseguì il diploma, ma poi il trasferimento alla società bianconera saltò. Particolare che non è servito a evitare l' inchiesta e adesso il suo atto finale, che conferma l' ipotesi iniziale: a orchestrare l' esame truccato, secondo l' accusa, contribuì anche l' avvocata torinese Maria Cesarina Turco, «legale incaricato dalla società Juventus football club», in qualità di «concorrente morale e istigatrice». È scritto nell' avviso di conclusione indagini della Procura di Perugia, notificato ieri all' avvocata Turco e ad altri tre indagati dell' Università per stranieri del capoluogo umbro: l' ex rettrice Giuliana Grego Bolli, il direttore generale (sospeso dall' incarico) Simone Olivieri e la professoressa Stefania Spina, anche lei interdetta dalle funzioni. Un quinto indagato, Lorenzo Rocca, esaminatore di Suarez, è uscito dall' inchiesta patteggiando la pena (sospesa) di un anno. L' accusa che coinvolge la legale incaricata dalla Juventus di seguire la vicenda del centravanti straniero che doveva diventare prima italiano e poi bianconero, è falso in atto pubblico. Secondo i pubblici ministeri Paolo Abbritti e Gianpaolo Mocetti, coordinati dal procuratore Raffaele Cantone, il reato fu commesso quando, il 9 settembre, l' università perugina fissò una sessione straordinaria d' esame per il successivo giovedì 17, «attestando falsamente» che il motivo derivasse da «esigenze logistiche (connesse all' occupazione di aule) e di sicurezza (connesse alla necessità di evitare assembramenti in relazione all' emergenza legata alla diffusione del Covid-19)»; in realtà, sostiene la Procura, quella sessione venne «istituita ad personam , per consentire al calciatore Luis Alberto Suarez di ottenere, nei tempi richiesti dalla Juventus, e all' esito di una fittizia procedura di esame, la certificazione linguistica» necessaria al conseguimento della cittadinanza. Gli altri reati, la rivelazione di segreto e un ulteriore falso, vengono contestati ai soli dipendenti dell' ateneo per stranieri. Il primo è conseguenza del fatto che la professoressa Spina, responsabile del corso di preparazione seguito da Suarez prima dell' esame, gli trasmise in anticipo «il file pdf contenente l' intero svolgimento della prova poi tenuta il 17 settembre». In pratica il calciatore arrivò in Italia, a bordo di un aereo privato, sapendo già le domande a cui avrebbe dovuto rispondere. Con un «vantaggio patrimoniale» per lui, che a cittadinanza ottenuta sarebbe stato ingaggiato dalla Juve, ma anche per l' Università, che incassò i soldi dell' iscrizione all' esame e al corso preparatorio (1.748 euro) insieme alla «prospettata attivazione di un rapporto convenzionale con la richiamata società calcistica (sempre la Juventus, ndr) per future stabili collaborazioni nel settore della formazione linguistica di calciatori stranieri», oltre che dalla promozione d' immagine dell' ateneo «sui principali media nazionali ed esteri». Infine c' è l' ulteriore falso di un diploma che attesta la conoscenza della lingua italiana da parte del candidato a livello B1, richiesto per avere il passaporto. Fu il frutto di una «verifica fittizia», accusano i pm, forti anche delle intercettazioni in cui gli indagati, prima dell' esame, dicevano fra loro che Suarez «non spiccica 'na parola», e parla un «italiano para amigos ». La conclusione delle indagini prelude alla richiesta di rinvio a giudizio per gli indagati a cui è stata comunicata, ma si tratta di uno stralcio rispetto all' inchiesta principale che resta aperta. In quel fascicolo sono iscritti fra gli indagati anche il dirigente juventino Fabio Paratici e l' avvocato della società Luigi Chiappero, per «false informazioni al pm». Paratici in particolare aveva negato qualunque contatto con il ministero dell' Interno o altri ministeri sull' istanza di Suarez. In realtà aveva chiesto lumi all' allora ministra dei Trasporti Paola De Micheli, sua amica, che girò le domande al Viminale. Quanto basta per far dire ai pm che la Juventus «si è mossa ai massimi livelli istituzionali per velocizzare la pratica ministeriale».

Caso Suarez, chiuse le indagini di Perugia. L'avvocata della Juve "istigatrice morale". Fabio Tonacci su La Repubblica il 21 aprile 2021. Cinque gli indagati nell'inchiesta sull'esame farsa sostenuto il 17 settembre scorso dal calciatore uruguaiano presso l'Ateneo per stranieri. Le accuse: falso ideologico e materiale, rivelazione di segreto d'ufficio. Non c'è più l'ipotesi corruzione. Adesso i pm dovranno formulare la richiesta di rinvio a giudizio. Chiuse le indagini sul caso dell'esame farsa di Luis Alberto Suarez. Rimane l'accusa per l'avvocata della Juventus, Maria Turco, definita "concorrente morale e istigatrice” dell'intera vicenda. La procura di Perugia ha appena inviato ai cinque indagati l'avviso con cui si segnala la conclusione della fase istruttoria, prodromica alla richiesta di rinvio a giudizio. Sono 5 pagine. Vediamole nel dettaglio. Alla ex rettrice dell'Università per Stranieri Giuliana Grego Bolli, al direttore generale Simone Olivieri, ai due professori Stefania Spina e Lorenzo Rocca (che ha già patteggiato una pena) e a Maria Turco, avvocata della Juventus, i pm contestano il reato di falso ideologico in concorso. In particolare, scrivono i magistrati guidati da Raffaele Cantone, Maria Turco, “in qualità di legale incaricato dalla società Juventus, quale concorrente morale e istigatrice”, e gli altri quattro, “in veste di pubblici ufficiali”, attestavano falsamente nella delibera del Centro di Valutazione e Certificazioni linguistiche del 9 settembre” che la sessione straordinaria del 17 settembre fosse necessaria “per esigenze logistiche e di sicurezza”, quando invece “veniva istituita ad personam solo per consentire a Suarez di ottenere, nei tempi richiesti dalla Juventus e all'esito di una fittizia procedura di esame, la certificazione linguistica”. I pm ritengono i vertici dell'Ateneo responsabili anche del reato di rivelazione di segreto d'ufficio in concorso per il file pdf “contenente l'intero svolgimento della prova tenutasi poi il 17 settembre 2020” che venne inviato via mail al calciatore uruguaiano il 12 settembre dalla professoressa Spina. Il fine era, secondo gli inquirenti, era ottenere vantaggi patrimoniali “derivanti dalla prospettata attivazione di un rapporto convenzionale con la Juventus per future collaborazioni nel settore della formazione linguistica di calciatori stranieri, anche del settore giovanile, e dalla diffusione a alivello internazionale dell'immagine dell'Ateneo, sui principali media nazionale ed esteri”. Gli stessi Grego Bolli, Olivieri, Spina e Rocca sono di conseguenza accusati anche di falso ideologico e materiale, per il verbale d'esame redatto dalla commissione che ha promosso Suarez, attestando un livello di conoscenza dell'italiano di livello B, necessario per mandare avanti la procedura di ottenimento del passaporto comunitario. Sparita laccusa la corruzione, inizialmente ipotizzata in fase di indagine.

(ANSA il 30 aprile 2021) "Mi chiamo Luis... sono nato in Uruguay... sono sposato con mia moglie da dieci anni... ho tre figli... sono calciatore professionista": a parlare è Luis Suarez nel cosiddetto esame "farsa" per la conoscenza dell'italiano sostenuto all'Università per Stranieri di Perugia. Una prova intercettata con una microtelecamera nell'ambito dell'indagine condotta dalla procura del capoluogo umbro e ora tra gli atti depositati dopo l'avviso di conclusione indagini agli ex vertici dell'Ateneo. Magliettina bianca, calzoni corti jeans e scarpe da tennis, l'attaccante compare in una piccola aula davanti ai due esaminatori. "Ciao, tutto bene?" chiede loro Suarez. "Tutto bene la risposta". Seduto a una scrivania, si vede l'attaccante, ripreso di spalle, compilare un modulo con i dati anagrafici. In un clima apparentemente disteso. "Possiamo cominciare l'esame" gli dice uno degli esaminatori che gli chiedono poi di parlare di sé e di presentarsi. Suarez parla quindi della sua famiglia, delle sue squadre di club - "da quanto gioca con il Barcellona?" una delle domande, "sei anni" la risposta - e con la nazionale. "E nel tempo libero cosa le piace fare?" è un'altra delle domande. "Mi piace stare con la mia famiglia, gioco alla play station con i miei figli", la risposta.

(ANSA il 30 aprile 2021)  "Bambino porta cocomera... cocomero... perperoni... frutta e verdura con il carrello": Luis Suarez usò queste parole nell'esame per la conoscenza della lingua italiana all'Università per Stranieri di Perugia. Lo fece quando gli esaminatori gli chiesero di descrivere due immagini. Mentre una telecamera fatta installare dalla procura di Perugia riprendeva il tutto. "In questa immagine sono una mamma e un bambino che fa i compiti" si sente dire Suarez. "E nell'altra?" chiede l'esaminatore. "Ci sono quattro persone, papà, mamma, bambino e bambina... per fare spesa... bambino porta cocomera...", le parole del "pistolero".

Fiorenza Sarzanini per corriere.it il 30 aprile 2021. Spuntano le immagini dell’esame farsa di Luis Suarez, sostenuto il 17 settembre scorso presso l’Università per Stranieri di Perugia per ottenere la cittadinanza italiana ed essere tesserato dalla Juventus. Le immagini riprese con la telecamera nascosta. Sulla vicenda indaga la Procura di Perugia che, prima dell’esame del calciatore, avrebbe fatto installare una telecamera nascosta nella stanza. L’ateneo è nel mirino degli inquirenti da tempo: le intercettazioni non riguardano solo il caso del calciatore uruguaiano.

Le Iene News il 30 aprile 2021.Gli inquirenti avevano ripreso con una telecamera nascosta l’esame d’italiano di Luis z in settembre e il video e le sue parole circolano oggi. Quell’esame, per avere la cittadinanza italiana e passare alla Juventus (l’affare è poi sfumato), sarebbe stato concordato perché il calciatore uruguaiano non conosce la nostra lingua. “Hermano”, “cocomella” e altre perle sembrano confermarlo, com’era già successo con i nostri Corti e Onnis! “Mi chiamo Luis… sono calciatore professionista". Ora c’è anche un video che circola con tutto l’esame farsa di italiano sostenuto dal calciatore Luis Suarez all'Università per stranieri di Perugia. Con tutte le sue parole. È stato girato con una microcamera messa nella plafoniera dagli inquirenti e figura agli atti dopo l’avviso di chiusura delle indagini. L’attaccante uruguaiano, al tempo al Barcellona e oggi all’Atletico Madrid, aveva sostenuto il 17 settembre scorso quell’esame per poter passare alla Juventus senza entrare in “quota extracomunitari” (l’affare poi non andrà in porto). Doveva ottenere la certificazione linguistica B1 per ottenere la cittadinanza italiana. L’ipotesi delle indagini, che scatenarono subito immediate e fortissime polemiche, è che tutto fosse stato concordato facendogli avere le domande in anticipo perché non sa l’italiano. E in effetti, nonostante l’aiutino improprio, molte parole che usa sembrano confermarlo. Noi, con il servizio dell’8 ottobre scorso di Stefano Corti e Alessandro Onnis che vedete qui sopra, eravamo andati a interrogare in italiano prima tre campioni nostrani Antonio Cassano, Nicola Ventola e Christian Abbiati, poi eravamo andati a parlare direttamente con Luis Suarez che anche in quell’occasione non aveva in effetti brillato nella nostra lingua! “Ho cinque hermano” (cinque fratelli, evidentemente), dice per esempio durante l’esame Suarez, che usa spesso in realtà i verbi solo all’infinito, senza declinarli. Descrive così un'immagine: “Ci sono quattro persone, papà, mamà e bambino e bambine a fare cibo. Il supermercato, la spesa. A mangiare, il bambino porta cocomella”. Il “pistolero”, secondo il suo soprannome calcistico, voleva dire “cocomero”. E non sono le uniche “perle” di un esame che non sembrerebbe meritare il buon livello di certificazione B1 che pure in un primo tempo gli era stata concesso. 

Fiorenza Sarzanini per corriere.it il 28 aprile 2021. La vicenda del calciatore Luis Suarez «è stata gestita interamente dal direttore sportivo Fabio Paratici». Così il 26 gennaio scorso, davanti al procuratore di Perugia Raffaele Cantone e ai pubblici ministeri che indagano sull’esame che doveva consentire al giocatore uruguaiano di ottenere la cittadinanza italiana, il presidente della Juventus Andrea Agnelli nega di aver mai avuto un ruolo nella procedura. E aggiunge: «Paratici ha ampia delega nei limiti del budget assegnato. A lui compete la scelta in relazione all’ingaggio dei calciatori. Naturalmente mi informa in modo occasionale e casuale». Ma il manager Maurizio Lombardo rivela: «Il 30 agosto 2020 prima di mandare la mail all’avvocato Zaldua ho provato a chiedere il nulla osta paratici a Paratici. Lui nel messaggio di risposta mi ha scritto di mandarla prima al presidente Andrea Agnelli e poi all’avvocato del calciatore. Io risposi che avevo già mandato tale proposta al presidente un’ora prima perché Paratici mi aveva già detto di procedere in tal senso. Il presidente non mi ha mai risposto ma paratici mi ha riferito che aveva parlato lui e che potevo procedere con l’invio all’avvocato Zaldua».

I reati di falso. La procura, sulla base delle indagini svolte dalla Guardia di Finanza, ha chiuso le indagini nei confronti della professoressa Stefania Spina, della ex rettrice Giuliana Grego Bolli e del direttore dell’Università per gli stranieri di Perugia Simone Olivieri contestando il falso e la rivelazione di segreto. Il reato di falso è stato contestato all’avvocatessa della Juventus Maria Turco. Paratici e l’avvocato Luigi Chiappero sono invece indagati per fale informazioni al pubblico ministero. Agnelli, sentito come testimone, dichiara: «Per quanto attiene a Suarez ricordo che durante un pranzo svolto mi pare a fine agosto Nevdev, il vice presidente, mi disse che il calciatore del Barcellona si era proposto con un sms, per un ingaggio alla Juventus. In quel periodo erano in piedi trattative per Dzeko, Milik, Cavani e Morata che poi è stato acquistato, oltre all’ipotesi relativa a Suarez. All’inizio di settembre fu informato che l’ingaggio di Suarez era di difficile realizzazione perché era risultato che non aveva la cittadinanza comunitaria». I magistrati contestato al presidente della Juventus di aver ricevuto mail con la proposta contrattuale per Suarez, ma anche in questo caso Agnelli nega: «Non ricordo la mail tuttavia non mi occupo delle condizioni contrattuali». Subito dopo fa un controllo e deve ammettere di averla ricevuta. E poco dopo, sempre rispondendo alle domande dei pm è costretto ad ammettere: «Lombardo mi fece presente di aver formulato la richiesta di tesseramento per verificare se si potesse inserire un calciatore nelle liste Champions anche successivamente alla scadenza fissata per i primi di ottobre. Tale parere costituisce prova secondo me del fatto che il 14 settembre era già chiaro che Suarez non poteva essere tesserato in tempo». Agnelli aggiunge di essere stato informato della vicenda relativa all’esame di italiano «dai giornali e ricordo che chiamai il calciatore in un’unica occasione per ringraziarlo di essersi proposto nutrendo stima nelle capacità sportive del calciatore e ritenendo che la sua proposta fosse ragione di orgoglio per la nostra società». E sulle richieste di intervento dell’allora ministra Paola De Micheli sollecitate dallo staff della Juventus dice: «Non mi ha sorpreso perché sono a conoscenza dei rapporti personali tra De Micheli e Paratici e trattandosi di una richiesta di informazioni sull’ufficio da contattare non mi è parso ci fosse nulla di strano». Racconta Lombardo: «Il 3 settembre Fabio Paratici mi invia un Sms recante il numero di telefono di una sua conoscente amica di infanzia che è il ministro Paola De Micheli e mi invia altresì il documento del ministero dell’Interno che attestava in relazione alla pratica di cittadinanza di Suarez la mancanza della certificazione di lingua. A seguire mi chiama e mi spiega che il numero che mi ha mandato è quello di Paola. E mi invita a inviarle un WhatsApp con i documenti di Suarez che avevo ricevuto da Zualda. Sicuramente allega il deposito della domanda di Suarez del gennaio 2019 però dice non mi dice nulla sul motivo per il quale devo mandare i documenti alla De Micheli nei io chiesi nulla i messaggi con il ministro non li ho tenuti in memoria ma cancellati ricordo che il messo non mi risponde in alcun modo. Racconta Lombardo: «Il giorno in cui sono stato convocato dalla finanza ho avvisato Chiappero che mi ha dato appuntamento per le 17 a studio dove l’ho incontrato ed era presente anche l’avvocato Turco. Ho percorso con loro sommariamente i fatti e mi hanno consigliato di non fare riferimento ad Anna Maria Ciaravola della scuola di lingua e al ministro Paola De Micheli. In particolare la Turco mi disse che Annamaria aveva già fatto un gran casino in questa vicenda il corso di lingua mentre chi ha però mi dice che non era il caso di citare una persona molto esposta come il ministro.al termine avvisato che è vero della conclusione dell’atto che tutto era andato bene il giorno successivo erano d’accordo e vederci ma poi anche in considerazione notizie ho preso la stampa pronunciata incontrarlo. Da quel momento ho sentito l’esigenza di non avere più contatti con nessuno entourage della squadra e sono tornato a Brescia dalla mia famiglia».

Esame farsa: Suarez tira dentro la Juventus. "Contattato da Nedved e Paratici. Poi Agnelli..." Il calciatore uruguaiano svela di aver ricevuto un pdf con le risposte da dare ai test all'Università degli stranieri. "Il presidente mi telefonò per dirmi grazie". Luca Fazzo - Mar, 16/03/2021 - su Il Giornale. L'intero stato maggiore della Juventus: Pavel Nedved, Fabio Paratici e persino il presidente Andrea Agnelli. Interrogato dai pubblici ministeri di Perugia, Luis Suarez chiama in causa la dirigenza bianconera per il ruolo svolto nel tentativo di portarlo a giocare a Torino, culminato nel surreale esame di italiano davanti ai docenti dell'Università del capoluogo umbro. Un esame di cui, chiudendo di fatto uno dei pezzi cruciali dell'inchiesta, Suarez conferma di avere ricevuto in anticipo per posta elettronica le domande. Suarez risponde alle domande degli inquirenti protetto sia dalla distanza (è collegato in teleconferenza dalla Spagna) sia dallo status che la Procura di Perugia gli ha riservato: semplice testimone, non è finito nel registro degli indagati nonostante alcuni tentativi della Juventus, almeno agli esordi dell'indagine, di scaricare su di lui e sul suo staff la responsabilità degli accordi sottobanco con l'ateneo italiano. La linea della Procura è chiara: anche se era il principale beneficiario dell'esame farsa, non c'è traccia che Suarez abbia avuto alcun ruolo nei due reati su cui è incentrata l'accusa, ovvero la falsificazione dei verbali da parte dei docenti e la corruzione dei docenti da parte dei legali di fiducia del club bianconero. Di quello che ha visto accadere intorno a lui, Suarez può dunque parlare serenamente, senza paura di darsi la zappa sui piedi. Così l'attaccante uruguaiano racconta gli esordi della trattativa: «Verso fine agosto, inizio settembre, ho ricevuto prima una chiamata da Nedved, poi da Paratici. All'inizio era soltanto per sapere se ero interessato alla trattativa, dopo se n'è occupato il mio avvocato». Il giocatore racconta di avere spiegato quasi subito alla Juve di non poter ancora essere tesserato come comunitario: «Paratici mi disse che mi avevano contattato perché pensavano che avessi il passaporto italiano come mia moglie. Gli risposi che non lo avevo, avevo solo iniziato a fare la relativa pratica chiedendo tutti i certificati necessari nei paesi in cui ho vissuto». Come extracomunitario Suarez non può essere tesserato, così parte la gara contro il tempo per superare l'esame di italiano. «Avevo già contattato il consolato e sapevo che dovevo venire in Italia per sostenere l'esame. Mi è stata indicata solo Perugia come sede di esame». Chiedono i pm: con quali referenti della Juventus ha avuto contatti in questo periodo? «Con Nedved per l'aspetto sportivo, con Paratici e col presidente Agnelli, due o tre giorni dopo l'esame di lingua, che mi ha ringraziato per lo sforzo che avevo fatto per liberarmi dal Barcellona». Per la Procura di Perugia, il giorno in cui sostenne l'esame di italiano, il giocatore sapeva già per filo e per segno le domande che gli sarebbero state rivolte, come dimostra una mail con allegato un file pdf inviatogli per tempo. Interrogata dai pm, la docente che inviò la mail ha sostenuto che si trattava di una «simulazione», una prova come se ne fa per ogni esame. Ma nel suo interrogatorio (reso il 18 dicembre e divenuto pubblico solo ieri grazie a uno scoop del sito di Repubblica) il giocatore dell'Atletico Madrid la racconta un po' diversamente: «Ha detto che dovevo studiarlo bene perché quel testo poteva essere chiesto all'esame». L'andamento fu comunque fantozziano, «il bambino porta cucumella». Ma lo promossero.

Da calciomercato.com il 15 marzo 2021. "La professoressa Spina mi ha mandato la mail con l'allegato pdf e ha detto che dovevo studiarlo bene perché quel testo poteva essere chiesto all'esame". Questo - scrive Repubblica -  è il passaggio chiave dell'interrogatorio di Luis Alberto Suarez, sostenuto il 18 dicembre scorso in videoconferenza con i pm Paolo Abbritti e Giampaolo Mocetti, alla presenza di una interprete di lingua spagnola. Passaggio chiave perché, per la pubblica accusa, avvalora la tesi che il test di italiano superato all'Università per Stranieri di Perugia è stato una farsa, in quanto al giocatore uruguayano è stata data la possibilità di conoscere in anticipo le domande e imparare a memoria le risposte. Per l'avvocato David Brunelli, invece, la frase dimostra che non c'era la certezza matematica che il contenuto di quell'allegato (chiamato "esame") diventasse oggetto della prova. "Le parole del calciatore - sostiene il legale di Stefania Spina, che ha fatto ricorso contro la decisione del gip di sospendere la professoressa per otto mesi - non contraddicono la versione della mia assistita: stavano facendo una simulazione, nel corso delle lezioni lei gli ha inviato anche altro materiale didattico". Nell'inchiesta della procura perugina guidata da Raffaele Cantone sono indagati per falso ideologico e materiale gli ex vertici dell'Università per Stranieri, l'esaminatore Lorenzo Rocca (ha già patteggiato una condanna di un anno), Stefania Spina e l'avvocata della Juve Maria Turco. Il direttore sportivo Fabio Paratici e l'altro avvocato del club, Luigi Chiappero, sono accusati di false dichiarazioni ai pm. All'inizio di settembre la società bianconera era interessata a comprare Suarez ma serviva che lui ottenesse la cittadinanza italiana. Le domande degli inquirenti all'ex attaccante del Barcellona (che non è indagato) cominciano proprio da lì. Questo il materiale a disposizione di Repubblica:

Quando viene a conoscenza dell'interessamento della Juventus?

"Verso fine agosto, inizio settembre, ho ricevuto prima una chiamata da Nedved, poi da Paratici".

C'era un accordo sui termini del contratto?

"No, all'inizio era soltanto per sapere se ero interessato alla trattativa. Dopo se n'è occupato il mio avvocato".

Quando ha saputo che la Juventus intendeva tesserarla come comunitario?

"Non ricordo, ma Paratici mi disse che mi avevano contattato perché pensavano che avessi il passaporto italiano come mia moglie. Gli risposi che non lo avevo, avevo solo iniziato a fare la relativa pratica chiedendo tutti i certificati necessari nei Paesi in cui ho vissuto".

Quando le dicono che avrebbe dovuto sostenere l'esame di lingua italiana?

"Sarà stato tra l'8 e il 10 settembre, quando ho iniziato le lezioni".

Durante le lezioni online era presente solo la professoressa Spina?

"I primi due giorni c'era un'altra ragazza, una sorta di tutor che interveniva per alcune traduzioni in spagnolo. Un altro giorno c'era Lorenzo (Rocca, ndr)".

Cosa avete fatto con Lorenzo?

"Lo stesso che facevo con Stefania: mi faceva domande su ciò che avrebbero potuto chiedere in sede di esame".

Le ha fatto vedere delle immagini?

"Sì, 15-20 immagini tra le quali scegliere, io dovevo descriverle. Me le ha fatte vedere tutte dicendo che due o quattro, a scelta, avrebbero potuto essere oggetto dell'esame".

Spina le inviava materiali da studiare?

"Mi mandava il materiale di tutto quello che si faceva nella lezione online" (...)

Quante lezioni ha seguito?

"Nove o dieci".

Dalle indagini risulta che la professoressa Spina le ha mandato una mail con un allegato pdf, scrivendo che era il testo per l'esame: ricorda di avere ricevuto tale messaggio?

"Sì".

Le ha detto che doveva studiare specificatamente bene quel testo?

"Ha detto che dovevo studiarlo bene perché quel testo poteva essere chiesto all'esame".

Si ricorda chi gli disse, e quando, che l'accordo con la Juve stava venendo meno?

"Non ricordo. Il mio avvocato aveva parlato con Paratici e aveva saputo che era difficile ottenere la cittadinanza. Allora ho deciso di proseguire comunque la pratica per ottenere il passaporto. Non ricordo la data esatta ma era durante le lezioni".

Fino al 14 settembre lei si diceva contento di venire a Torino per vincere la Champions, ce lo conferma?

"Sì, però dopo ho detto a Spina che non sarei più venuto alla Juve".

Dopo l'esame ha parlato con la Juventus?

"Sì, il giorno stesso. Paratici mi chiamò quando ero in aeroporto per dirmi che avevo fatto la scelta migliore per la mia famiglia. Due giorni dopo mi chiamò il presidente Agnelli per dirmi che era dispiaciuto che la trattativa non era andata a buon fine e mi ringraziava per quanto avevo fatto per facilitare la trattativa, anche forzando i rapporti con il Barcellona".

Chi chiamò il taxi che l'ha portata dall'aeroporto all'Università?

"La società che si è occupata dell'organizzazione del volo".

Le è mai stata prospettata la possibilità di fare l'esame a Barcellona? E in altre città d'Italia?

"No, avevo già contattato il Consolato e sapevo che dovevo venire in Italia per sostenere l'esame. Mi è stata indicata solo Perugia come sede di esame".

Con quali referenti della Juventus ha avuto contatti in questo periodo?

"Con Nedved per l'aspetto sportivo, con Paratici e col presidente Agnelli, due o tre giorni dopo l'esame di lingua, che mi ha ringraziato per lo sforzo che avevo fatto per liberarmi dal Barcellona. Agnelli mi disse che con il calcio non si possono mai fare programmi certi. Con Agnelli non avevo parlato prima di allora".

Da fanpage.it il 25 febbraio 2021. Prima sentenza sul caso di Luis Suarez e dell'esame farsa sostenuto presso l'Università per Stranieri di Perugia per l'ottenimento della cittadinanza italiana. Il professor Lorenzo Rocca, membro della Commissione che ha ascoltato il calciatore nella mattinata di oggi, come riportato da Umbria24.it, ha patteggiato un anno con pena sospesa. Lorenzo Rocca era uno degli esaminatori dell'Università per Stranieri di Perugia che ha ascoltato Luis Suarez nel corso dell'esame per l'ottenimento della certificazione necessaria per la lingua italiana, lo scorso 17 settembre, finito poi al centro di un'inchiesta della Procura di Perugia. Il professore indagato in concorso con la rettrice Giuliana Grego Bolli, la professoressa Stefania Spina, il direttore generale Simone Olivieri  con l'accusa di aver rivelato i contenuti dell'esame orale al calciatore, ha deciso di patteggiare, un anno con pensa sospesa. Revocata dunque la misura cautelare interdittiva della sospensione per otto mesi, con la sua posizione che è stata dunque stralciata dal fascicolo principale. Nessuna revoca invece per la professoressa Stefania Spina, ovvero quella che avrebbe inviato al centravanti dell'Atletico Madrid l'intero testo dell'esame. Una situazione legata all'ammissione di Luis Suarez (è quanto sostenuto dal gip, in un provvedimento legato alle indagini) sulla ricezione in anticipo rispetto alla prova del testo dell'esame che avrebbe poi sostenuto. La docente dal canto suo si è difesa ribadendo di aver solo suggerito all'attuale centravanti dell'Atletico Madrid, di approfondire gli stessi argomenti trattati durante le lezioni. L'inchiesta è entrata nel vivo e nei prossimi giorni potrebbero arrivare ulteriori novità, con avvisi di conclusione delle indagini.

Da repubblica.it il 23 febbraio 2021. Parla di "ammissione del calciatore Suarez" di "avere ricevuto dalla prof. Spina" il file con il testo dell'esame per la conoscenza dell'italiano sostenuto all'Università per Stranieri di Perugia il gip in un provvedimento legato all'inchiesta che coinvolge anche gli ormai ex vertici dell'Ateneo. Lo fa motivando le decisione di respingere la richiesta di revoca della misura interdittiva applicata alla stessa professoressa Stefania Spina. Secondo il gip la docente - sospesa per otto mesi - aveva "sollecitato" lo studio del file inviato a Suarez che a sua volta "aveva assicurato di ripassare bene anche durante il volo verso Perugia". Interrogata dal pm, Spina ha però negato di avere fornito a Suarez il testo dell'esame. "Non si tratta di un copione - ha detto ai magistrati - ma di materiale che abbiamo usato a lezione. Ho detto a Suarez soltanto di prepararsi su tutto quello che avevamo fatto a lezione. Il testo del pdf contiene la presentazione con cui avrebbe cominciato l'esame e perciò avrebbe dovuto memorizzare quella parte di testo". Secondo il gip però Spina - docente della Stranieri ed ex direttrice del Centro di valutazione e certificazioni linguistiche - avrebbe contribuito "in maniera determinante" al quello che secondo gli inquirenti è stato "l'esame farsa" di Suarez all'Università per Stranieri di Perugia. L'inchiesta della procura perugina appare ormai alle ultime battute e non è escluso che a breve i pm possano inviare eventuali avvisi di conclusione delle indagini o formulare richieste di archiviazione.

Siamo tutti juventini. Per quale ragione l’Università di Perugia agevolò oltre le soglie della decenza l’esame di italiano del calciatore...Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera l'11/2/2021. Per quale ragione l’Università di Perugia agevolò oltre le soglie della decenza l’esame di italiano del calciatore uruguagio Suarez, uno che parla la nostra lingua come Renzi l’inglese? A cinque mesi dalla farsa, l’ex rettrice Giuliana Grego Bolli ha svelato il mistero. Gli esaminatori erano ultrà della Juventus, la squadra presso cui Suarez si sarebbe dovuto accasare. Quanto alla Grego Bolli, agnostica in fatto di tifo, la sua presenza accanto al calciatore facilitato era dovuta alla necessità di racimolare un autografo per il nipote, lui sì assai juventino. Dalle parole della cattedratica emerge una realtà ben nota a chiunque in cuor suo bazzichi quella brutta bestia che è il tifo: l’appartenenza calcistica è la lobby più diffusa d’Italia. Altro che Gruppo Bilderberg o logge segrete. Tra tifosi della stessa squadra esiste un filo invisibile di fratellanza che si trasforma in canale preferenziale. Un imprenditore con il poster di Totti dietro la scrivania assumerà più volentieri un romanista o un laziale? Esistono milanisti di sinistra che sono finiti in analisi perché non riuscivano a detestare Berlusconi. E, se ti chiami Diego, i tassisti napoletani ti fanno lo sconto. Lungi da me l’intenzione di giustificarla, ma, nella patria delle corporazioni, quella del tifo è una delle poche a essere mossa da qualcosa che assomiglia, per gli affiliati, a un ideale disinteressato.

Caso Suarez, interrogata la professoressa Spina: "Non ho mai dato al giocatore un copione da seguire". Fabio Tonacci su La Repubblica il 15 febbraio 2021. E' stata sentita per due ore dagli inquirenti di Perugia, a proposito dell'esame "farsa" sostenuto dal giocatore lo scorso 17 settembre. Nell'inchiesta sono indagati anche dirigenti della Juventus. "La prova era facilitata a causa del Covid". "Non ho mai dato a Suarez un copione da seguire". Così, davanti ai pm, si è difesa Stefania Spina, la professoressa che ha preparato l'attaccante uruguaiano Luis Alberto Suarez per l'esame di italiano sostenuto presso l'Università per stranieri di Perugia. Lei è accusata di aver inviato al calciatore il pdf col testo integrale della prova. Esame, tenutosi lo scorso 17 settembre, che i pubblici ministeri guidati da Raffaele Cantone non hanno esitato a definire "farsa", per le modalità in cui si è svolto e per la decisione dell'Ateneo di anticipare la sessione solo per Suarez. L'inchiesta, aperta cinque mesi fa, ipotizza i reati di falso ideologico, falso materiale e rivelazione di segreto d'ufficio. La professoressa Spina, che si è affidata allo studio legale Brunelli per tutelarsi, è stata interrogata per due ore e ha risposto a tutte le domande degli inquirenti. Ha rivendicato la piena correttezza del suo operato. Ha contestualizzato alcuni passaggi delle intercettazioni, diventati ormai celebri, come "Suarez non spiccica una parola di italiano", "parla all'infinito", "non coniuga i verbi", "è al massimo un A1 (livello di conoscenza base, inferiore al B1, necessario per prendere la cittadinanza italiana, ndr). La professoressa ha poi distinto il suo ruolo nella preparazione del candidato da quello delle persone che lo hanno esaminato il 17 settembre, ricostruendo le sue interlocuzioni con l'esaminatore Lorenzo Rocca e in particolare i contenuti del pdf che gli ha inviato "al solo fine di illustrargli come si era svolta la preparazione". Sostiene che il suo pronostico circa il buon esito della prova dipendeva dal fatto che si trattava di un test molto semplificato a causa del Covid e che la commissione non avrebbe potuto che scegliere come argomento da sottoporre al candidato il tema della famiglia, tra quelli che figuravano come possibili. "Suarez non era mai stato in Italia per un certo periodo di tempo e quindi non sarebbe stato possibile farlo parlare di altri argomenti che presupponevano una certa conoscenza della realtà italiana, quali la sicurezza sul lavoro, il sistema fiscale, la scuola", ha detto. I pm hanno ascoltato e preso nota. Stefania Spina è indagata per falso e per rivelazione di segreto d'ufficio. Sono iscritti nel registro degli indagati anche il dirigente della Juventus Fabio Paratici (l'accusa è false dichiarazioni al pm) e l'avvocata del club bianconero Maria Turco.

Fabio Tonacci per "la Repubblica" il 10 febbraio 2021. Tra la professoressa Giuliana Grego Bolli e il bomber dell' Atletico Madrid, Luis Alberto Suarez, non ci sono sei gradi di separazione. Ce ne sono almeno seimila. Vivono in universi paralleli che si sono toccati solo una volta, il 17 settembre scorso, giorno dell'esame "farsa" sostenuto dal calciatore obiettivo di mercato della Juventus. E a bruciarsi è stata la rettrice (ora dimissionaria) dell'Università per stranieri di Perugia. Grego Bolli (69 anni) è indagata per falso e rivelazione di segreto d'ufficio. È difesa dallo studio legale Brunelli. Da quando è scoppiato lo scandalo, non ha mai voluto parlare. Né con i giornalisti, né con i magistrati. Adesso consegna a Repubblica la sua versione dei fatti.

Sapeva chi era Suarez?

«No. Quando mi hanno chiamato per dirmi che la Juventus stava cercando di fargli fare l'esame di italiano, mi hanno dovuto spiegare chi fosse. Nella mia famiglia sono tutti juventini, io non guardo le partite».

La sua prima reazione?

«Ho pensato che fosse un buona opportunità per rilanciare la visibilità del mio Ateneo».

È stata mai contattata dai manager bianconeri?

«No, mai. Ci parlava il direttore generale Simone Olivieri, a cui ho affidato l'organizzazione».

È noto che la Juve avesse fretta di far ottenere la cittadinanza all' attaccante. Avete anticipato una sessione di esame di soli cinque giorni e su richiesta di un solo candidato. È normale?

«La nostra scelta è stata parte dell'operazione di promozione dell' Ateneo ed è legittimo istituire una sessione aggiuntiva».

L'avrebbe fatto anche se il candidato non si fosse chiamato Suarez?

«Sì. Inoltre mettere l'esame il 17 serviva a evitare i rischi di assembramento dovuti alla presenza di un calciatore così famoso».

Rischi che c'erano il 22 settembre così come il 17. La pandemia usata come scusa?

«Il 22 ci sarebbero stati altri 40 candidati a sostenere l'esame di lingua e, in concomitanza, i test di ingresso per i corsi di laurea. È stata una mossa giusta, la rivendico».

I finanzieri hanno scoperto che la professoressa Stefania Spina aveva consegnato a Suarez il pdf con l'intero testo dell' esame. È normale anche questo?

«Non ho avuto alcun ruolo nella preparazione né dell'esame, né del certificato di prova superata».

È davvero convinta che l'esame livello B1 sia stato regolare?

«Il B1 richiede una capacità di farsi capire a livello medio-basso. Essendo ispanofono, Suarez era facilitato. Durante la pandemia l'esame di B1 si tiene solo in forma orale e dura circa 12 minuti. A queste condizioni risulta più accessibile. Avendo studiato, Suarez poteva superare un B1. Però io non l'ho mai sentito parlare».

Lo ha sentito la professoressa Spina. In un messaggio le spiega che Suarez ha una preparazione di livello inferiore, l'A. E lei risponde: "No, è un B1".

«Era una battuta, scherzavamo».

Sempre Spina, al telefono: "Suarez parla all' infinito" e "non coniuga i verbi". Scherzi anche questi?

«Non potevo sentire cosa si dicevano al telefono i miei collaboratori. Di sicuro c'è stata una sovrabbondanza di chiacchiere, un'euforia dovuta in parte alla legittima voglia di promuovere l'Ateneo e in parte alla fede calcistica. Spina e Olivieri sono juventini. C' era un clima da stadio».

L'impressione è che l' intero Ateneo si sia messo a disposizione.

«Non ho mai avuto questa sensazione, né pressioni di alcun genere. A me di Suarez non importava niente».

Veramente si è fatta fotografare insieme a lui dopo il test.

«Ero lì perché mio nipote mi aveva chiesto di portagli l' autografo».

Alla vigilia l' esaminatore Lorenzo Rocca teme che Suarez possa incontrare i giornalisti. "Gli fanno due domande in italiano e va in crisi...". Lei risponde: "Va fatto uscire dalla porta secondaria".

«Suarez è uscito da dove è entrato. La mia premura era evitare che i giornalisti gli chiedessero del contratto con la Juve. Argomento riservato e che niente c' entra con l'ambito universitario».

Quella conversazione si chiude con Rocca che le dice: "In due mesi riuscirà a diventare B1". Aggiunge che Suarez "sta memorizzando parti dell'esame". Sinceramente, ha mai rischiato di essere bocciato?

«Dal mio punto di vista, sì».

La Juventus vi aveva promesso qualcosa?

«Olivieri mi parlò della possibilità di stipulare una convenzione per i giocatori della primavera. L'ho ritenuta una buona opportunità, ma non l'ho mai presa sul serio».

Suarez era il primo studente famoso che vi capitava?

«In passato abbiamo avuto padre Georg Gänswein, l'assistente di papa Ratzinger. Se me l'avesse chiesto, avrei anticipato la sessione d'esame anche per lui perché siamo un'istituzione pubblica. Mi ferisce la cattiveria di chi ha pensato che volessi favorire un ricco, cosa proprio contraria ai miei principi».

Lei ha denunciato l'ex dg Cristiano Nicoletti. Perché?

«Appena diventata rettrice ho scoperto un ammanco di 3,2 milioni di euro per mancati incassi relativi ai programmi Turandot e Marco Polo dedicati a studenti cinesi. Le anomalie amministrativo contabili arrivavano fino al 2014. Abbiamo depositato un esposto in procura e preso i provvedimenti conseguenti interni tra cui il licenziamento di Nicoletti. Il quale ha fatto ricorso contro il licenziamento e ha portato alla procura una contro-denuncia contro di me e Olivieri, con la conseguenza di mischiare le acque e deviare l'attenzione dagli ammanchi. Dei miei esposti non so più niente, tranne che Nicoletti è indagato. Io ho lasciato l'Ateneo in buono stato, con un consuntivo 2019 in positivo di 2,9 milioni di euro».

C'è qualcosa che non rifarebbe?

«Non mi riavvicinerei al mondo del calcio. Se ritornasse un Suarez a chiedere di fare l'esame, direi di no. Non per Suarez, ma per il clamore che si porta dietro il calcio. Adesso ho paura di tutto».

Giuseppe China per “la Verità” il 16 gennaio 2021. Emergono nuovi particolari sull' inchiesta della Procura di Perugia sul caso dell' esame fasullo del calciatore Luis Suarez. Nelle ultime ore - oltre al coinvolgimento attivo del ministro delle Infrastrutture in quota Pd, Paola De Micheli (non indagata) - si va delineando il ruolo avuto da un dirigente juventino: Maurizio Lombardo, segretario generale della società bianconera fino al 31 ottobre 2020. Come riportato da Repubblica, l' uomo è già stato ascoltato in due occasioni dai pm perugini, ma i verbali sono sono stati secretati. Inoltre risulta che Lombardo non sia stato inserito nel registro degli indagati. È il 3 settembre scorso quando la titolare del Mit, De Micheli viene contattata da un altro dirigente della Juventus, Fabio Paratici. Egli confida all' amica d' infanzia (entrambi sono originari di Piacenza) che il club di Torino sta per acquistare Suarez. «Mi spiegò (Paratici, ndr) che non aveva il passaporto italiano e che Suarez aveva già presentato domanda al Consolato italiano di Barcellona per l' ottenimento della cittadinanza, ma la domanda», ha dichiarato De Micheli ai magistrati lo scorso 13 novembre, «non si era completata ed era necessario verificare se potesse in qualche modo completare l' iter, chiedendomi a tal fine un supporto». Ed è qui che entra in gioco Lombardo che, dopo la conversazione tra De Micheli e Paratici (indagato per false dichiarazioni ai pm), invia alla dem tutta la documentazione per sbloccare e completare la pratica di Suarez. Sul cellulare della titolare del Mit arrivano la domanda di cittadinanza, il primo rigetto del ministero, il passaporto spagnolo dell' attaccante e alcuni certificati di buona condotta rilasciati da autorità straniere. Che De Micheli si sia appassionata alla vicenda del campione lo dimostrano due circostanze.

Primo: fino al 17 settembre, giorno dell' esame farsa di Suarez all' Università per stranieri di Perugia, i tabulati hanno evidenziato un giro di almeno nove telefonate e sette messaggi tra i manager e la politica del Pd.

Secondo: è stata De Micheli a contattare e a inoltrare al capo di gabinetto del ministero dell' Interno, Bruno Frattasi, parte delle carte ricevute da Lombardo. Quest' ultimo inoltre segnalerà a Federico Cherubini, braccio destro di Paratici, il nome di Maurizio Oliviero, rettore dell' Università di Perugia, che presenterà ai manager juventini Simone Olivieri, dg dell' ateneo per stranieri. Intanto, in seguito al forfait di un membro del cda, ieri si è dimessa la prorettrice Dianella Gambini, che era subentrata a Giuliana Grego Bolli, coinvolta nel caso Suarez.

Luis Suarez, la ministra Paola De Micheli e la pratica: «C’è un contatto per accelerare?» Giovanni Bianconi su Il Corriere della Sera il 14/1/2021. La chat di Paola De Micheli col capo di gabinetto del ministero dell’Interno. E Paratici rivela: l’affare era fatto per 10 milioni. «La Juventus mi chiede notizie di questa richiesta di cittadinanza. Mi aiuteresti?». Comincia da questo messaggio della ministra dei Trasporti Paola De Micheli al capo di gabinetto del ministero dell’Interno Bruno Frattasi, inviato alle 11,34 del 3 settembre 2020, la storia dell’«esame farsa» di Luis Suarez ricostruita dalla Procura di Perugia; in quel momento s’innesca il meccanismo che ha portato all’indagine su vertici e dipendenti dell’Università per stranieri (dimessisi o sospesi), sul dirigente bianconero Fabio Paratici e due avvocati della società.

«Indirizzali a me, poi ci penso io». La ministra allega gli estremi della pratica avviata in passato dal centravanti uruguayano ancora del Barcellona, e alle 17,14 Frattasi le trasmette la risposta ricevuta dal Dipartimento competente: istanza rigettata nel 2019 per mancanza di conoscenza della lingua italiana; «se, come credo, vogliono riproporre una nuova istanza di concessione possiamo supportarli», in modo da «produrre correttamente quanto richiesto». Quattro minuti dopo De Micheli spiega: «Trattasi di un giocatore che la Juve vuole comprare. Non ha fatto l’esame perché sta da 11 anni in Europa. Ma non lo ha scritto nella domanda. Quindi mi consigli di mettere in contatto la Juve con un tuo dirigente per accelerare????». Risposta di Frattasi: «Sì, indirizzali a me, poi ci penso io».

Le ammissioni del ministro. Il seguito l’ha raccontato lo stesso capo di gabinetto ai pm perugini. La stessa sera del 3 settembre lo chiamò l’avvocato della Juventus Luigi Chiappero, al quale trasmise il numero del telefono del prefetto Michele Di Bari, capo del Dipartimento per le libertà civili e Immigrazione. E la ministra dei Trasporti svela nel verbale del 13 novembre scorso che la richiesta di aiuto per «accelerare » la pratica Suarez derivava da una telefonata ricevuta dal suo concittadino e amico d’infanzia Paratici: «Mi disse che la Juve stava comprando Suarez e l’accordo era quasi fatto... Si erano accorti che non aveva passaporto comunitario, cosa emersa a trattativa quasi conclusa, e quindi il requisito della cittadinanza era indispensabile per il buon fine dell’operazione».

L’accordo sul calciatore. La conferma arriva proprio da Paratici, il quale nell’interrogatorio dell’11 novembre rivela che l’affare Suarez era fatto: «L’interlocuzione consentì di raggiungere un accordo del valore di circa 7,5 milioni di euro all’anno netti, comprensivi di circa 1,5 milioni di bonus facilmente raggiungibili. C’erano poi altri bonus più difficili da raggiungere, fino a un totale di 10 milioni. L’accordo era un anno più 1 o 2 con una clausola di recesso a favore della società, dopo il primo anno».

La mancanza del passaporto. L’accordo si chiude il 30 agosto, con i dirigenti bianconeri convinti che Suarez fosse già un cittadino comunitario, «perché questo dicevano tutti i siti specializzati». Ma nottetempo Paratici viene assalito da un dubbio e la mattina dopo scrive al procuratore di Suarez: «Una pregunta por hacer seguro: Luis tiene pasaporte comunitario tambien, verdad?». Risposta: «Buenos dias Fabio. No tiene pasaporte europeo». C’era solo la vecchia domanda respinta.

Il ruolo dell’avvocato. Paratici racconta che a quel punto la pratica fu affidata all’avvocato Chiappero per capire se e come fosse possibile superare il problema, e precisa che il legale fu contattato «sicuramente dopo il 5 settembre, mi pare il 6-7 settembre». Non è vero, visto che già la sera del 3 Chiappero chiamò al Viminale, e il dirigente juventino omette di nominare la ministra De Micheli. Anzi, a specifica domanda su «eventuali interlocuzioni con il ministero dell’Interno o altri ministeri, sia con referenti amministrativi che politici», nega: «Escludo di aver avuto contatti con il ministero dell’Interno o con altri ministeri. La mia partecipazione sulla vicenda si ferma ad aver dato mandato all’avvocato Chiappero, come già riferito». Per questa risposta Paratici è indagato per false dichiarazioni al pm, e l’inchiesta prosegue per individuare altri eventuali coinvolgimenti e scoprire il motivo per cui — ottenuto il certificato di conoscenza della lingua italiana grazie all’«esame farsa» organizzato dall’Università per stranieri di Perugia, contattata tramite il direttore sportivo Fabio Cherubini — la Juve mollò l’affare Suarez nonostante ci fossero ancora i tempi per ottenere la cittadinanza. Tanto più che, come ricordato dalla vice-prefetta Antonella Dinacci, «l’urgenza della pratica era stata evidenziata dai miei superiori».

Da "la Nazione" il 14 gennaio 2021. Il 17 settembre scorso l' attaccante del Barcellona (ora è all' Atletico Madrid), Luis Suarez (in foto con l' ex rettore Giuliana Grego Bolli), supera l' esame di italiano per la cittadinanza all' Università per stranieri di Perugia. I pm Raffaele Cantone apre un' inchiesta: Suarez conosceva le domande, l' esame era concordato. I vertici dell' università e i manager della Juventus, che voleva comprare il calciatore, vengono indagati. Il rettore Grego Bolli si dimette.

Erika Pontini per "la Nazione" il 14 gennaio 2021. Il ministro dei Trasporti, Paola De Micheli, chiese al capo di gabinetto del Viminale, Bruno Frattasi, un 'aiuto' per la cittadinanza di Luis Suarez, per conto del ds della Juventus, Fabio Paratici suo amico di infanzia. «La Juventus mi chiede notizie di questa richiesta di cittadinanza. Mi aiuteresti?», scrive la De Micheli in un messaggio WhatsApp il 3 settembre scorso. E quando Frattasi le comunica che «l' istanza è stata rifiutata per mancanza del requisito della conoscenza della lingua italiana dal consolato di Barcellona», la ministra aggiunge: «Trattasi di un giocatore che la Juve vuole comprare. Non ha fatto l' esame perché sta da 11 anni in Europa. Mi consigli di mettere in contatto la juve con un tuo dirigente x accelerare????». Alla risposta affermativa di Frattasi la De Micheli comunica il nominativo dell' avvocato del club, Luigi Chiappero, che si confronta con Frattasi per poi essere messo in contatto con il prefetto Michele Di Bari e, di lì con la dirigente Antonella Dinacci. I messaggi tra la De Micheli e Frattasi sono stati consegnati da quest' ultimo, in occasione dell' audizione del 4 novembre davanti ai pm di Perugia, Paolo Abbritti e Gianpaolo Mocetti nell' ambito dell' indagine sull' esame-farsa del campione uruguaiano che ha portato alla sospensione per 8 mesi della rettrice, Giuliana Grego Bolli (che si è poi dimessa), del dirigente generale, Simone Olivieri, della professoressa Stefania Spina e dell' esaminatore Lorenzo Rocca (che ha già chiesto il patteggiamento a un anno). La ministra, sentita il 13 novembre dai magistrati, ha ammesso l' interessamento: «Durante il calciomercato fui contattata da Fabio Paratici, mio amico di infanzia. Mi disse che la Juve stava comprando Suarez, che l'accordo era quasi fatto. Mi spiegò che non aveva il passaporto italiano, non si erano accorti e quindi il requisito della cittadinanza era indispensabile per il buon esito dell' operazione. Paratici mi disse che Suarez aveva già presentato domanda al consolato italiano di Barcellona ma che la domanda non si era completata e che era necessario verificare se si potesse in qualche modo completare l'iter, chiedendomi, a tal fine supporto. Io risposi che non avendo competenza avrei contattato il capo di gabinetto del ministero dell' Interno (Bruno Frattasi, ndr), cosa che feci subito». I magistrati chiedono se successivamente abbia avuto altre interlocuzioni circa la vicenda. «Non ho più avuto alcun riscontro, né dal ministero, né da Paratici. Con lui mi sono sentita diverse volte, ma non mi ha fatto più alcun cenno alla vicenda Suarez». Il verbale della ministra smentisce però Paratici, indagato dalla procura per false dichiarazioni, come pure l' avvocato Chiappero. Entrambi mentirono sui contatti avuti ai vertici, secondo gli inquirenti, ostacolando le indagini. «Escludo di aver avuto contatti con il ministero dell' Interno o con altri ministeri. La mia partecipazione alla vicenda si limita ad aver dato mandato all' avvocato Chiappero». L' ipotesi della procura, diretta da Raffaele Cantone, è che la trattativa con Suarez saltò non tanto per i tempi della cittadinanza, visto che la dirigente del ministero dell' Interno Antonella Dinacci ha sostenuto che avrebbe potuto 'sollecitare il consolato', quanto perché sapevano dell' indagine in corso. Sentito l' 11 novembre infatti Paratici racconta i retroscena della trattativa per l' acquisto del campione. «Di fatto l' accordo con Suarez era stato raggiunto: 7,5 milioni di euro netti, comprensivi di un bonus di 1,5 milioni», oltre a «bonus più difficili da raggiungere fino a un totale di 10 milioni di euro». «La trattativa la chiudiamo il 30 agosto. Noi eravamo convinti, perché questo dicevano i siti specializzati che il calciatore avesse cittadinanza comunitaria e in particolare italiana in quanto aveva moglie e figli italiani ed era in Europa da 11 anni». Ma il dubbio lo assilla: «Una notte chiesi a Ivan (il fiscalista di Suarez, ndr) conferma del fatto che fosse comunitario: «Una pregunta por hacer seguro: luis tiene pasaporte comunitario tambien verdad?». La speranza si infrange alle 8.45 del mattino: «Buenas dias Fabio. No tiene pasaporte europeo». A quel punto il ds contatta l' avvocato della squadra, Luigi Chiappero. «Il 10 settembre facemmo una riunione con lo staff di Chiappero nella quale fu chiarito - spiega sempre Paratici - che il calciatore avrebbe seguito un corso online e che Suarez avrebbe tenuto l'esame il 17 settembre a Perugia» ma «intorno al 12-13 settembre Chiappero mi contattò e mi disse che, nonostante l' eventuale raggiungimento della certificazione linguistica non avremmo fatto in tempo a conseguire la cittadinanza entro il 5 ottobre». I dubbi della procura restano.

Paolo De Micheli, l'intercettazione sul caso Suarez-Juve. "Mi aiuteresti?", roba da dimissioni immediate. Libero Quotidiano il 14 gennaio 2021. "La Juventus mi chiede notizie di questa richiesta di cittadinanza. Mi aiuteresti?". Questo il messaggio della ministra dei Trasporti, Paola De Micheli, al capo di gabinetto del ministero dell'Interno Bruno Frattasi, per l'"esame farsa" di Luis Suarez su cui sta indagando la Procura di Perugia. La ministra manda a Frattasi gli estremi di una vecchia pratica di Suarez, quando chiede la cittadinanza spagnola all'epoca del suo sodalizio con il Barcellona, e il capo di gabinetto le risponde con la risposta ricevuta dal Dipartimento competente: "istanza rigettata nel 2019 per mancanza di conoscenza della lingua italiana". Frattasi, però, aggiunge, "se, come credo, vogliono riproporre una nuova istanza di concessione possiamo supportarli in modo da produrre correttamente quanto richiesto". La controrisposta della De Micheli è immediata: "Trattasi di un giocatore che la Juve vuole comprare. Non ha fatto l'esame perché sta da 11 anni in Europa. Ma non lo ha scritto nella domanda. Quindi mi consigli di mettere in contatto la Juve con un tuo dirigente per accelerare????". Risposta di Frattasi: "Sì,indirizzali a me, poi ci penso io", scrive il Corriere della Sera riportando l'intercettazione che incastra la De Micheli e che mette la ministra di fronte alle sue responsabilità: c'è già chi invoca le dimissioni. La stessa ministra dei Trasporti, ha raccontato ai magistrati nell'incontro con i magistrati di Perugia il 13 novembre, di aver avuto una richiesta di aiuto per "accelerare" la pratica Suarez da una telefonata ricevuta dal suo concittadino e amico d'infanzia Paratici, l'ad della Juventus.  "Mi disse che la Juve stava comprando Suarez e l'accordo era quasi fatto... Si erano accorti che non aveva passaporto comunitario, cosa emersa a trattativa quasi conclusa, e quindi il requisito della cittadinanza era indispensabile per il buon fine dell'operazione". 

Caso Suarez, ecco le chat tra la Juve, De Micheli e il Viminale. Un terzo dirigente bianconero dai pm. Giuliano Foschini,  Fabio Tonacci su La Repubblica il 15 gennaio 2021. Quelle nove telefonate e quei sette messaggi per riuscire a garantire al calciatore il passaporto italiano. Il ruolo di Maurizio Lombardo. Non solo Paratici e Cherubini. Nell'inchiesta sull'esame farsa di Luis Suarez finisce anche un terzo dirigente juventino, ormai ex visto che ha lasciato Torino lo scorso 31 ottobre per risoluzione del contratto. Si tratta del triestino Maurizio Lombardo, per nove anni - dal 2011 al 2020 - segretario generale del club bianconero. L'uomo che si occupava dei contratti, dei documenti, dei regolamenti. Il suo nome è citato nei verbali dei testimoni e degli indagati ascoltati dalla procura di Perugia guidata da Raffaele Cantone. Lombardo è stato sentito già due volte dai pm. Il suo verbale è ancora secretato e lui non risulta indagato. Ma da quel che si può ricostruire dagli atti sin qui depositati, Lombardo ha avuto un ruolo, seppur in apparenza minore, nella genesi del pasticcio dell'esame sostenuto il 17 settembre presso l'Università per Stranieri. Che venne preceduto, documentano i tabulati, da un giro di almeno 9 telefonate e 7 messaggi tra manager juventini, la ministra delle Infrastrutture Paola De Micheli, il capo di gabinetto del Viminale. Conversazioni di cui vi è traccia nelle chat allegate agli atti.

"Lombardo mi ha dato i documenti di Suarez". Paola De Micheli viene chiamata il 3 settembre da Fabio Paratici, il responsabile dell'area tecnica della Juventus. I due, entrambi di Piacenza, sono amici da tempo. "Mi disse che la Juve stava comprando Suarez e che l'accordo era quasi fatto", dirà la ministra ai pm. "Mi spiegò che non aveva il passaporto italiano e che Suarez aveva già presentato domanda al Consolato italiano di Barcellona per l'ottenimento della cittadinanza, ma la domanda non si era completata ed era necessario verificare se potesse in qualche modo completare l'iter, chiedendomi a tal fine un supporto". Subito dopo la chiamata di Paratici, sul telefonino della ministra arriva via whatsapp tutta la documentazione necessaria per riavviare la pratica Suarez e portarla a completamento: la domanda di cittadinanza, il primo rigetto del ministero, il passaporto spagnolo del calciatore e alcuni certificati di buona condotta rilasciati da autorità straniere. A inviarglierli è Lombardo. Che sarà anche colui che qualche giorno dopo, precisamente il 7 settembre, durante una riunione per decidere dove far svolgere l'esame a Suarez, segnala a Federico Cherubini, braccio destro di Paratici, il nome di Maurizio Oliviero. E' il rettore dell'Università di Perugia che metterà la Juve in contatto con Simone Olivieri, direttore generale dell'Università per Stranieri (indagato per aver anticipato e organizzato una sessione ad hoc per il calciatore). Ma torniamo a quel 3 settembre.

La chat De Micheli-Frattasi per accelerare la pratica. La ministra si attiva subito con il capo di gabinetto del Viminale, il prefetto Bruno Frattasi, che contatta via Whatsapp alle 11.34 di mattina."So che oggi sei in giro (era con la ministra Lamorgese a Palermo per la commemorazione dell'uccisione del generale Dalla Chiesa, ndr). Ma la Juventus mi chiede notizie di questa richiesta di cittadinanza. Mi aiuteresti?". Gli invia alcuni dei documenti ricevuti da Lombardo. "Appena arrivo a Roma mi attivo", risponde il prefetto.

Alle 17.14 Frattasi le inoltra un messaggio di uno dei suoi collaboratori. E aggiunge: "Se, come credo, vogliono riproporre una nuova istanza di concessione, possiamo supportarli". La ministra: "Trattasi di un giocatore che la Juve vuole comprare. Non ha fatto l'esame perché sta da 11 anni in Europa. Ma non lo ha scritto nella domanda. Quindi mi consigli di mettere in contatto la Juve con un tuo dirigente x accelerare???". Frattasi è disponibile. "Sì, indirizzali anche a me, poi ci penso io". De Micheli indica l'avvocato Luigi Chiappero, storico legale della Juve. Sarà lui a occuparsi di tenere i contatti col Viminale per avere informazioni sullo stato di avanzamento della pratica. Nei tabulati della sua utenza, i finanzieri del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Perugia hanno trovato due chiamate a Frattasi tra il 3 e il 4 settembre, altre tre telefonate (due il 4 settembre, una l'8) a un numero fisso del Dipartimento di Pubblica sicurezza del ministero, tre contatti con un altra utenza intestata al ministero successivi all'esame (il 28 settembre, il primo e il 5 ottobre).

"Ottenere il differimento dei termini della Lega Calcio". Frattasi chiede al prefetto Michele Di Bari, capo del Dipartimento dell'Immigrazione, di tenerlo aggiornato. La catena di comando del Viminale deve essere tenuta al corrente della pratica Suarez-Juve. Un primo riscontro Di Bari glielo dà già il 4 settembre, inoltrandogli il messaggio di uno suo funzionario: "Riferito all'avvocato Chiappero della possibilità di ripresentare subito la domanda (...). Abbiamo dato disponibilità a aiutare sia per gli aggiornamenti penali sia per certificazione di italiano". La chat tra il capo di gabinetto del Viminale, Bruno Frattasi e il prefetto Michele Di Bari, capo del Dipartimento dell'Immigrazione L'11 settembre, a meno di una settimana dall'esame di Perugia, non sembrano esserci particolari problemi. "Per la cittadinanza italiana al calciatore Suarez - relaziona Di Bari a Frattasi - è stato indicato all'avv.Chiappero della Juve quali sono i passi da compiere per presentare la domanda al consolato di Barcellona. Il legale ha riferito di presentare rapidamente i documenti mancanti e di ottenere il differimento dei termini previsti dalla Lega Calcio per l'iscrizione al campionato di Suarez nelle fila della Juventus. Si attende riscontro". Eppure ventiquattrore dopo la Juve molla la presa sull'uruguaiano. "Intorno al 12-13 settembre - metterà a verbale Paratici, indagato per false dichiarazioni ai pm per aver negato di aver interessato la ministra - Chiappero mi contattò e mi disse che, nonostante l'eventuale raggiungimento della certificazione linguistica, non avremmo fatto in tempo a prendere la cittadinanza entro il 5 ottobre (termine per presentare la rosa alla Uefa, ndr)".

"No tiene pasaporte europeo". Era stato proprio Paratici, la notte del 31 agosto, poco dopo aver portato a casa un pre accordo per il il trasferimento di Luis Alberto Suarez alla Juve (7,5 milioni all'anno netti che con i bonus arrivavano a 10), a farsi venire il dubbio. E a inviare un sms all'avvocato del calciatore, Ivan Zaldua, per togliersi il pensiero. "Una pregunta por hacer seguro: luis tiene pasaporte comunitario tambien verdad?", chiede Paratici. "Buenos dìas Fabio. No tiene pasaporte europeo".

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Esame di Abilitazione Truccato.

E' risaputo che, dati alla mano, le Commissioni d'esame di avvocato nordiste sono più malevoli nei confronti dei candidati meridionali (30% di ammessi all'orale). Ma fa notizia il fatto che i candidati padani non siano tutti promossi.

Sesso o soldi per superare l’esame da avvocato, condannato ex funzionario. Il tribunale di Bari ha condannato a 2 anni di reclusione, con pena sospesa, un ex funzionario della Corte di Appello di Bari accusato di aver garantito a una aspirante avvocata il superamento delle prove orali dell'esame di abilitazione professionale in cambio di prestazioni sessuali o denaro. Il Dubbio il 6 ottobre 2021.  Il tribunale di Bari ha condannato a 2 anni di reclusione, con pena sospesa, l’ex funzionario della Corte di Appello di Bari Angelo Scivetti, oggi in pensione, accusato di aver garantito a una aspirante avvocata il superamento delle prove orali dell’esame di abilitazione professionale in cambio di prestazioni sessuali o, in alternativa, di denaro. I fatti contestati risalgono al 2014, quando – secondo l’ipotesi accusatoria condivisa dai giudici – Scivetti avrebbe tentato di indurre la donna a ripagare, con favori sessuali o con una cifra di 10mila euro, l’aiuto che il funzionario avrebbe potuto fornirle per superare il secondo step dell’esame da avvocato. Un aiuto rifiutato dalla candidata, che ha presentato la denuncia dalla quale è scaturita l’indagine. La prima sezione penale del Tribunale, presieduta da Rosa Calia Di Pinto con i giudici del collegio Giovanni Abbattista e Antonio Coscia, ha derubricato il reato contestato da tentata concussione in tentata induzione indebita a dare o promettere utilità, condannando l’ex funzionario. Il co-imputato, Alfredo Fazzini, difeso dall’avvocato Rosario Cristini, è stato assolto «perché il fatto non costituisce reato». Secondo l’accusa sarebbe stato il tramite tra Scivetti e la donna. Alla quale il Tribunale ha riconosciuto il risarcimento danni quantificato in 10mila euro.

L’ESAME IMPEDITO.

"Esame impossibile". È caos per gli aspiranti avvocati.  Alessandro Ferro l'1 Dicembre 2021 su Il Giornale. È bufera sull'esame da avvocato: ecco perché. Negli ultimi giorni è scoppiata la polemica relativa ai praticanti avvocati che non possono accedere all'esame se entro il 10 novembre non hanno concluso la pratica forense.

Cosa dice la legge

L'inghippo nasce dal fatto che poi, per iscriversi all'esame di avvocatura, la domanda si può presentare fino al 7 gennaio 2022, in pratica ci sarebbero altri due mesi di tempo considerando, tra l'altro, che le prove orali non avrebbero inizio prima del 21 febbraio. Perché, quindi, escludere centinaia (se non migliaia) di praticanti in tutta Italia facendogli, di fatto, saltare un anno, se le domande di ammissione possono essere presentate fino ai primi giorni del nuovo anno? Come spiega l'Upa (Unione Praticanti Avvocati) è stato mantenuto, anche per quest’anno, il requisito di cui all’art. 19, comma 4, del R.D. 1578/1933, il quale dispone che "agli esami possono partecipare i praticanti che abbiano compiuto la prescritta pratica entro il giorno 10 del mese di novembre". L'Unione ritiene che questa disposizione sia "irragionevole e foriera di discriminazioni" perché "non si comprende" come possano essere esclusi dalla sessione 2021 i praticanti avvocati che "abbiano completato la pratica forense prima della scadenza del termine di presentazione delle domande di partecipazione (ad oggi fissato al 7 gennaio 2022)".

Cosa chiede l'Upa

Claudia Majolo, presidente Upa, ha spiegato a ilGiornale.it come sia stata fatta "la richiesta di modifica" dell'attuale legge in vigore "con un decreto ministeriale di questo termine dopo aver ricevuto centinaia di segnalazioni da parte dei praticanti avvocati di poter partecipare al bando perché alcuni, anche solo per un giorno, si sono visti preclusi la possibilità di iscriversi e partecipare alle prove orali". Facendo un piccolo passo indietro, l'Unione Praticante Avvocati aveva ottenuto un incontro istituzionale presso il Ministero della Giustizia nella giornata di lunedì 29 novembre per sottoporre la delicata questione dei praticanti.

"Siamo stati ascoltati con particolare attenzione e interesse le nostre argomentazioni, impegnandosi a rivalutare la questione - ha affermato l'avvocato - stanno valutando la possibilità di fare un decreto per modificare l'attuale termine, siamo in attesa". Nella vicenda, un ruolo molto importante lo gioca anche il Cnf, ossia il Consigio Nazionale Forense, la cui domanda di riapertura dei termini è stata posta anche al vaglio e si attende una risposta sulla questione. "Sono ottimista, la Cartabia è un grande ministro che crede nei giovani così come il presidente del Cnf, Maria Masi, una donna che tiene molto ai praticanti", ha aggiunto il presidente Majolo.

Come è cambiato l'esame per diventare avvocato

Come detto all'inizio, la legge che regola la domanda di ammissione per i praticanti all'esame di avvocatura è in vigore dal 1933, quasi un secolo fa. La pandemia e i tempi che cambiano, probabilmente, spingono nella direzione di una riforma che potrebbe prendere vita in futuro anche a seguito di un'eventuale proroga dei termini di quest'anno (se verrà accolta). Così come, negli anni, è cambiato anche l'esame per diventare avvocati: non più scritto e orali ma doppio orale, dove nel primo c'è un quesito con tre buste e il candidato, nel bando, deve scegliere tra penale, civile o amministrativo. "C'è un quesito, un parere, che va risolto. È il vecchio scritto che è diventato orale", ci spiega la Majolo. La prima prova orale dura 30 minuti, si svolge da remoto e la commissione dopo essersi ritirata in camera di consiglio esprime un parere positivo o negativo in base al quale il candidato sa se poi dovrà affrontare il secondo e decisivo orale o ripetere la prova l'anno successivo. "Adesso è molto più veloce, dinamico, meritocratico, trasparente", aggiunge, manifestando tutto il proprio interesse a rappresentare i praticanti specialmente con il periodo precario che stiamo vivendo a causa della pandemia.

Alessandro Ferro. Catanese classe '82, vivo tra Catania e Roma dove esercito la mia professione di giornalista dal 2012. Tifoso del Milan dalla nascita, la mia più grande passione è la meteorologia. Rimarranno indimenticabili gli anni in cui fui autore televisivo dell’unico canale italiano mai dedicato, Skymeteo24. Scrivo per ilGiornale.it dal mese di novembre del 2019 occupandomi soprattutto di cronaca, economia e numerosi approfondimenti riguardanti il Covid (purtroppo). Amo fare sport, organizzare eventi e stare in compagnia delle persone più care. Avviso ai naviganti: l’arancino è sempre maschio, diffidate da chi sostiene il contrario.

Esame forense, sì di Cartabia alla soluzione di Sisto e Gatta: termine per il tirocinio prorogato al 6 gennaio. La guardasigilli firma il decreto ministeriale che sposta dal 10 novembre al giorno dell’Epifania la data utile per il completamento della pratica e il conseguente accesso alle prove di abilitazione. Determinante l’interpretazione normativa, proposta dal sottosegretario e dal consulente della ministra per le professioni, che ha rinnovato il “doppio orale”. Soddisfazione da Aiga e Unione praticanti. Valentina Stella su Il Dubbio il 3 dicembre 2021. Ottime notizie per i praticanti avvocati. La ministra della Giustizia Marta Cartabia ha firmato poco fa un decreto ministeriale che amplia la platea dei praticanti ammessi a partecipare alla prossima sessione dell’esame di Stato per l’abilitazione alla professione forense. Potranno presentare domanda di ammissione, entro il termine ultimo del 7 gennaio 2022, i praticanti avvocati che completeranno il tirocinio forense entro il 6 gennaio 2022. Il decreto ministeriale, venendo incontro alle richieste dei praticanti, proroga il termine per la compiuta pratica inizialmente previsto al 10 novembre 2021. Le prove inizieranno il prossimo 21 febbraio 2022. Come spiega un comunicato di via Arenula, la proroga del termine per la compiuta pratica – tradizionalmente fissato il 10 novembre di ogni anno – è motivata dal protrarsi dell’emergenza sanitaria in corso, per cui le prove d’esame inizieranno a febbraio e non a dicembre come di solito avviene. La pubblicazione del decreto ministeriale nella Gazzetta Ufficiale, quarta serie ‘Concorsi ed esami’, è programmata per martedì prossimo. La piattaforma online del ministero, per la presentazione delle domande, è stata aggiornata con previsione del nuovo termine per la compiuta pratica.

Esame da avvocato, decisiva una interpretazione della norma per la sessione 2021

Con questa decisione, si risolve per il meglio una situazione di disagio e preoccupazione per centinaia e centinaia di praticanti avvocati impossibilitati inizialmente ad accedere alla prossima sessione. Preso atto di questo malcontento e tenuto conto che la pandemia ha trasformato l’ultimo biennio in un vero e proprio percorso a ostacoli per lo svolgimento del tirocinio forense, il sottosegretario Francesco Paolo Sisto e il consigliere della ministra per le libere professioni Gian Luigi Gatta hanno studiato la norma vigente, e grazie ad una particolare interpretazione è stato possibile allargare la platea dei tirocinanti.

Sisto, che a propria volta ha la delega ai rapporti con le professioni, e Gatta hanno infatti rilevato come la norma di legge che ha rinnovato, per la prossima sessione, le modalità già adottate per l’esame 2020, vale a dire il “doppio orale”, si richiama si alla disciplina generale dell’abilitazione, ma con un inciso, “in quanto compatibili”, che alla fine si è rilevato decisivo perché ci si potesse discostare dalla tradizionale cadenza, e dalla data del 10 novembre, e prolungare il tempo utile per completare la pratica fino al 6 gennaio.

La ministra Cartabia, verificata la possibilità di agire senza dover ricorrere a una nuova norma primaria, ha immediatamente dato via libera al recepimento delle richieste dei praticanti.

Soddisfazione da Aiga e Unione praticanti

L’Aiga (Associazione italiana giovani avvocati) accoglie «con favore» la notizia: «Il ministero si è dimostrato attento alle vicende dei giovani praticanti – ha commentato il presidente Aiga Francesco Paolo Perchinunno – attuando, di fatto, quella espressa previsione contenuta nella proposta di riforma dell’esame di abilitazione, a firma dell’onorevole Miceli, sulla quale l’Aiga auspica l’immediata ripresa dei lavori».

L’avvocato Roberto Scotti, coordinatore del dipartimento Aiga sull’accesso alla professione, ha aggiunto: «La continua e proficua interlocuzione con il ministero della Giustizia è la conferma della necessità di agire con immediatezza sulla riforma».

Soddisfazione arriva anche dall’Upa (Unione praticanti avvocati): «Siamo davvero lieti di annunciare che ancora una volta, Upa, nella persona della presidente Claudia Majolo, è riuscita ad ottenere il risultato sperato»

Ufficio per il processo,quasi 10mila idonei

Un’altra importante novità che riguarda il ministero della Giustizia è che al termine delle prove del concorso per la selezione di 8.171 unità, a tempo determinato, da assumere per il ministero con la qualifica di addetto all’Ufficio per il processo, sono risultati idonei 9.915 candidati. Alle selezioni erano stati convocati in 65.510. I presenti alle prove sono risultati 33.399, con una percentuale del 50,98%, più alta del tasso medio di partecipazione agli ultimi concorsi, «a conferma che i laureati credono nelle occasioni offerte dalle assunzioni previste dal Pnrr», si legge in una nota del Formez Pa.

LE COMMISSIONI BENEVOLI.

LA DENUNCIA SUI SOCIAL DEI CANDIDATI BRESCIANI. «Non possiamo promuoverli tutti»: il microfono rimasto aperto all’esame da avvocato. L’episodio, durante l’esame per l’abilitazione da avvocato con i candidati di Brescia esaminati dai commissari di Lecce, documentato in un audio è finito sui social. Verifiche del Ministero. Wilma Petenzi il 4 giugno 2021 su Il Corriere della Sera. «Quanti ne avete promossi fino ad ora? Non possiamo promuoverli tutti stiamo bassi»: è accaduto stamattina durante l’esame per l’abilitazione da avvocato con i candidati di Brescia esaminati dai commissari di Lecce. L’audio della riunione della commissione pugliese, due erano in corte d’appello, mentre un terzo interveniva da remoto e proprio sua è la svista, è rimasto acceso mentre si discuteva il giudizio da dare a uno dei candidati e tutti gli aspiranti avvocati che erano in collegamento hanno ascoltato in diretta la discussione. Che poco dopo è finita sui social e in particolare su Instagram. Al commissario che invita i colleghi a non promuovere il candidato viene risposto: «Ho fatto apposta una domanda». E un altro commenta: «Io una domanda insidiosa posso farla». Alla fine il candidato ha ottenuto 18 «perché i due avvocati si sono impuntati» è la denuncia sui social. Ma nel corso della mattinata alcuni aspiranti avvocati bresciani non hanno superato la prova. E sì che fino all’latro giorno su trenta esaminati ne erano stati promossi 26. Sono 475 i candidati bresciani che stanno affrontando la prova per l’abilitazione alla professione, con questa nuova formula – solo un orale e niente scritto – a causa del Covid. Gli aspiranti bresciani sono esaminati dalla commissione di Lecce, mentre la commissione bresciana esamina le prove di Ancona. Finora era filato tutto liscio, ma quel microfono rimasto aperto ha creato un terremoto. E non solo sui social. Il ministero della Giustizia sta effettuando verifiche sulla regolarità della situazione.

La "svista" a Lecce per l’esame dei candidati di Brescia. Esame da avvocato, l’audio dei commissari resta aperto: “Non possiamo promuoverli tutti”. Fabio Calcagni su Il Riformista il 5 Giugno 2021. Una "svista" clamorosa che ha portato il Ministero della Giustizia guidato da Marta Cartabia ad effettuare verifiche. È quanto accaduto a Lecce nella mattinata di venerdì 4 giugno, durante l’esame per l’abilitazione da avvocato con i candidati di Brescia esaminati dai commissari locali. Durante la riunione della commissione, due membri in Corte d’Appello e un terzo collegato da remoto, l’audio interno è rimasto acceso mentre si discuteva il giudizio da dare a uno dei candidati, con gli altri aspiranti avvocati in collegamento che hanno potuto ascoltare tranquillamente la discussione. Un colloquio poi finito sui social, tramite il profilo Instagram di "Il praticante medioevale". Nell’audio, che gli aspiranti avvocati hanno potuto ascoltare perché il commissario collegato da remoto aveva lasciato il microfono acceso, si sente dire: “Quanti ne avete promossi fino ad ora? Non possiamo promuoverli tutti stiamo bassi”. I commissari leccesi quindi si confrontano tra di loro: “Ho fatto apposta una domanda”. E un altro commenta: “Io una domanda insidiosa posso farla”. Alla fine il candidato in questione, come segnalato sui social, è stato giudicato idoneo con 18 “solo perché i due avvocato si sono impuntati per la promozione mentre il magistrato voleva bocciarlo”. Una vicenda che avanza ulteriori dubbi sulla nuova formula dell’esame di Stato messa in piedi durante la pandemia, che prevede solo un orale e nessun scritto, come invece previsto dalla precedente formula pre-Covid.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

Rimane aperto l’audio dei commissari durante l’esame da avvocato: “Non possiamo promuoverli tutti”. Svista da parte dei commissari impegnati a valutare l’esame di stato degli aspiranti avvocati bresciani. Uno degli esaminatori ha lasciato l’audio acceso e si è sentito: “Quanti ne avete promossi fino ad ora? Non possiamo promuoverli tutti stiamo bassi”. Ad ascoltare tutto c’erano i candidati che in quel momento erano in diretta: l’audio così è finito sui social mentre il Ministero della Giustizia ha avviato degli accertamenti. Giorgia Venturini su Fanpage.it il 4 giugno 2021. "Non possiamo promuoverli tutti". Non lasciano dubbi le parole riportate dai commissari pugliese impegnati questa mattina nella correzione delle prove dei candidati di Brescia nell'esame per l'abilitazione da avvocato. Le stesse parole che dopo poco tempo sono finite in un audio pubblicato da alcuni candidati sulle pagine social. Già perché per sbaglio l'audio della riunione dei tre esaminatori di Lecce, due erano in corte d'appello, e un terzo da remoto, è rimasto acceso proprio quando, come cita Il Corriere di Brescia, si discuteva della prova di uno dei candidati. L'errore non è sfuggito agli aspiranti avvocati che in quel momento erano in diretta e hanno ascoltato la discussione. Qualcosa infatti deve essere andato storto in questa nuova formula di esame di stato messa in campo in questo momento di pandemia: ovvero solo un orale e niente scritto, cosa che invece prevedeva la formula precedente alla pandemia. Nell'audio si sente dire: "Quanti ne avete promossi fino ad ora? Non possiamo promuoverli tutti stiamo bassi". Poi si sente quasi un battibecco tra due commissari. "Ho fatto apposta una domanda insidiosa". E l'altro: "Io una domanda insidiosa posso farla". Dopo uno scambio di battute il candidato riesce a passare strappando un 18, ma solo perché due esaminatori hanno insistito. La stessa fortuna non l'hanno avuta tutti i 475 candidati bresciani impegnati con codici e sentenza per poter accedere all'albo per convincere la commissione pugliese, quella incaricata alla correzione. Sembrava tutto filare liscio, anche perché uno dei giorni precedenti dei 30 esaminati ne erano stati promossi 26. Poi però quel microfono che è rimasto aperto ha suscitato l'ira dei candidati e non solo. A denunciare quanto accaduto infatti non sono stati solo gli aspiranti avvocati sui social ma si è mosso anche il Ministero della Giustizia che ora chiede chiarimenti. Non resta nel frattempo attendere quanti verranno promossi e quanti no.

Lecce, «Non promuovete tutti»: bufera sull’esame da avvocato. La frase infelice di un commissario diventa un caso. La Gazzetta del Mezzogiorno il 06 Giugno 2021. «Quanti ne avete promossi fino ad ora? Non possiamo promuoverli tutti, stiamo bassi...». È questa la frase incriminata finita su Instagram che ha scatenato un vero e proprio putiferio fra i candidati all’esame di avvocato della Corte d’Appello di Brescia. A pronunciarla un membro della commissione di Lecce, competente a giudicare la prova degli aspiranti avvocati bresciani. Tutto sarebbe accaduto nel corso di una riunione tenutasi venerdì mattina: due commissari si trovavano in Corte d’Appello, mentre un terzo interveniva da remoto. Pare che sia stato proprio quest’ultimo a lasciarsi sfuggire la frase, commentando la prova di un candidato poi promosso con 18, senza rendersi conto che il microfono era ancora accesso. «Ho fatto apposta una domanda», si sente, e poi ancora: « Io qualche domanda insidiosa la posso fare». Questo è ciò che i candidati, anche loro collegati per assistere all’esame, avrebbero sentito». L’audio è stato diffuso sui social, ed in poche ore è diventato virale. «Non abbiamo elementi per giudicare cosa sia realmente accaduto, valuteremo se intervenire ma dubito che questa vicenda ricada nella competenza del consiglio dell’ordine - dichiara l’avvocato Sergio Limongelli, segretario dell’ordine forense di Lecce - ad ogni modo auspico che tutto si svolga nella maniera più corretta nell’interesse dei candidati più in generale posso dire che i commissari non devono avere pregiudizi nè darsi delle percentuali. È giusto che ogni commissione abbia dei criteri di valutazione, che però devono essere corretti. Il buonsenso in questi casi dovrebbe guidare l’agire di tutti». Intanto, in un comunicato ufficiale l'Upa, l'Unione Praticanti Avvocati, ha stigmatizzato l'accaduto specificando che «quanto asserito è totalmente infondato e basato sulla volontà di destabilizzare i candidati che si apprestano a sostenere l'esame». 

Scandalo abilitazione, commissari: «Non possiamo promuoverli tutti». Serena Reda il 5 Giugno 2021 su metropolitanmagazine.it. La situazione dell’esame di abilitazione forense sembra fuori controllo. Dopo la divulgazione di dati personali dal sito del Ministero della Giustizia e la segnalazione di assegnazione di tracce degli scorsi anni (da risolvere in sette ore mentre oggi vengono dati appena 30 minuti) arrivano quelle gravissime parole dei componenti di una sottocommissione esaminatrice. «Non possiamo promuoverli tutti, stiamo bassi». La vicenda riguarda circa 26.000 ragazzi italiani che ancora faticano, nonostante le battaglie dell’ultimo anno, a far emergere la propria condizione a livello mediatico. Ciò che per anni è rimasto un mero dubbio, ora emerge grazie ai social network. Internet inchioda infatti, in modo circostanziato, le decine di gravi violazioni alle linee guida ministeriali. Benché ciascuna di queste rappresenti un singolo episodio, nel complesso, la condotta delle commissioni ampiamente autonome rispetto al Ministero centrale, getta più di un’ombra sulla validità dello stesso esame di abilitazione.  Da Instagram, in cui anche l’Avvocato Francesco Leone denuncia la grave situazione, a Facebook migliaia di giovani stanno urlando una verità che merita di essere condivisa e di uscire allo scoperto. Ma andiamo per gradi. È passato meno di un mese da quando, nel silenzio generale, migliaia di aspiranti avvocati hanno visto i propri dati violati proprio lì dove doveva essere più al sicuro: nella piattaforma del Ministero della Giustizia. Ad inizio maggio il portale è infatti andato in tilt e ha subìto quello che viene definito un “data breach”, cioè la violazione e il rilascio di informazioni private. In quell’occasione, fatto l’accesso, i ragazzi sono entrati sì in una pagina personale, ma di altri candidati. Nome, cognome, data di nascita, residenza, numeri di telefono, f23, e i voti degli esami di abilitazione sostenuti in anni precedenti. Alcuni, credendo si trattasse di un errore hanno addirittura rinunciato, impedendo così, involontariamente ad altri di sostenere l’esame. Claudia Majolo dell’Unione Praticanti Avvocati aveva inoltre raccontato di colleghi “preoccupati per la vicenda che sta assumendo toni grotteschi”. Già in quell’occasione era emersa “Una circostanza di gravità assurda”. Ma veniamo al più grave degli episodi. Siamo alla Corte di Appello di Brescia, candidati esaminati da remoto da commissari di Lecce. Altri esaminandi in ascolto, con microfono e camera disattivati. Terminato l’esame di un candidato i Commissari, convinti di non essere ascoltati, commentano: «Quanti ne avete promossi fino ad ora? Non possiamo promuoverli tutti, stiamo bassi». Poi proseguono: «Ho fatto apposta una domanda insidiosa» e ancora: «Io una domanda insidiosa posso farla». Dopo uno scambio di battute il candidato riesce a passare strappando il voto minimo. Questo fatto ha creato un terremoto e oggi anche il Ministero della Giustizia chiede chiarimenti. Già, perché il dubbio su un trattamento ingiustificatamente anomalo, insidioso e pesante rispetto a tutte le altre professioni con abilitazione, circola in rete da almeno un anno. Imprevedibili ora gli sviluppi, che possono esserci con risonanza mediatica. Tutte le associazioni di rappresentanza, infatti, invitano alla massima condivisione. Nei giorni scorsi l’UPA aveva espresso «sconcerto» ed «indignazione» per la redazione dei quesiti. Ora fa eco anche l’Aiga (Associazione italiana giovani avvocati) per evidenziare il mancato rispetto delle Linee guida ministeriali. La Consulta dell’AIGA, infatti, afferma di aver appreso «con sommo dispiacere che molte Sottocommissioni esaminatrici, nel sottoporre le tracce ai candidati, non si stiano adeguando alle Linee guida emanate dal Ministero». L’Associazione afferma inoltre di aver ricevuto molteplici segnalazioni di quesiti “non inerenti le materie oggetto di esame in totale spregio delle linee guida ministeriali”. Oppure, in altri casi, le tracce proposte ai candidati sono quelle degli esami degli scorsi anni, quando i candidati avevano 7 ore di tempo e non 30 minuti. Le tracce, in questi casi, sono “molto lunghe, complesse e non di pronta soluzione”. Secondo l’Aiga l’attuale confusione è «l’amara conseguenza» di un’eccessiva autonomia lasciata alle sottocommissioni.

Esami orali per gli avvocati: «Stiamo bassi con i promossi». Mara Rodella il 6 giugno 2021 su msn.com.  Fornito da Corriere della Sera (Ansa). Presentarsi a un appuntamento «cruciale» con il futuro (professionale) davanti a una commissione esaminatrice, con il timore che non decida solo in base a meriti e competenze, succede quasi sempre. Ma sentire con le proprie orecchie che dietro alla valutazione si celerebbero ben altri meccanismi è tutta un’altra storia. E pare sia successo, alla quarantina di candidati bresciani (in tutto sono 475) che venerdì mattina erano collegati sulla piattaforma Teams per sostenere da remoto la prima delle due prove orali per l’esame di abilitazione da avvocato. A giudicarli, la quarta sottocommissione di Lecce, formata da due avvocati, di cui uno è presidente, e un magistrato: tutti in Corte d’appello a Lecce.

Microfono aperto. Ed è proprio quest’ultimo ad aver commesso una «svista» che ha scatenato un putiferio: lasciare sbadatamente acceso l’audio del microfono durante la discussione sul giudizio da assegnare al candidato appena esaminato. «Quanti ne avete promossi finora? Non possiamo promuoverli tutti, stiamo bassi». Due su due avevano già superato l’esame. Chiaro che queste parole le abbiano sentite in diretta anche tutti gli aspiranti avvocati al di là dei monitor, e che siano poi finite anche sui social, Instagram in particolare. Quel candidato, alla fine, se l’è cavata con un 18, «ma perché i due avvocati si sono impuntati», denunciano i ragazzi in Rete.

La domanda «insidiosa». Poco prima, lo stesso magistrato che esortava gli altri commissari a non promuovere troppo, sottolineava: «Io una domanda insidiosa posso farla» (in realtà no, stando alle linee guida, perché l’esposizione dovrebbe essere un «monologo» del candidato). E ancora: «Se promuoviamo tutti quelli che arrivano alla fine poi dobbiamo bocciare».

Verifiche. Il ministero della Giustizia sta già conducendo una serie di verifiche per valutare la regolarità della prova «incriminata». Il presidente della Corte d’appello di Brescia, Claudio Castelli si spinge oltre: previo un confronto con il presidente dell’ordine degli avvocati bresciani e con il suo alter ego a Lecce, il giudice Lanfranco Vetrone, «chiederò se sia possibile rifare l’esame», annuncia. «Cercherò di capire cosa abbiano intenzione di fare nei confronti del componente della commissione» a cui sono attribuite le «spiacevoli» dichiarazioni. Ma l’obiettivo più importante, dice, «è consentire ai ragazzi di sostenere l’esame in assoluta serenità». Quindi, se sarà il caso, di ripeterlo. Ha alzato il telefono anche il presidente della commissione distrettuale di Lecce, l’avvocato Ottavio Martucci — che non era presente alla prova «incriminata» — responsabile delle cinque sottocommissioni: lo ha fatto per chiamare l’avvocato Ennio Buffoli, del Foro di Brescia, che ricopre il suo stesso ruolo. «Avvierò tutti gli approfondimenti necessari per fare chiarezza» ha anticipato al collega.

Interrogazione parlamentare. Il deputato leghista Luca Toccalini annuncia un’interrogazione parlamentare al ministro Marta Cartabia, così come il collega del Pd Carmelo Miceli, in Commissione giustizia e antimafia: «Praticanti e avvocati come carne da macello per mera statistica. E il merito? E i sacrifici di anni di studio e pratica?» ha scritto su Twitter. Non è invece convinta che le cose siano andate così Claudia Majolo, presidente dell’Unione praticanti avvocati: «Quanto asserito è infondato, invitiamo i candidati a mantenere la calma». «Tutto vero, purtroppo», dice Alessandra Nodari, presidente dell’Associazione italiana giovani avvocati di Brescia: «Sono davvero rammaricata: già l’esame è uno scoglio duro, essere pure in balia dei numeri è fuorviante. Anche a livello nazionale Aiga si muoverà per capire e non potranno non farlo il ministero e le Corti d’appello». Pausa. «Mi dispiace per i ragazzi, non è così che ci si affaccia alla professionale, confido che sia fatta chiarezza sulla questione. Sono diventata avvocato perché ci credevo, nella giustizia. Subire simili ingiustizie all’inizio è troppo».

LE COMMISSIONI MALEVOLI.

Sicilia, forche caudine per diventare avvocati: idonei meno della metà. Michele Guccione il 23/01/2021 su lasicilia.it. A superare gli esami di abilitazione 1.112 candidati su 2.295; Caltanissetta ultima in Italia. Al via corsi di perfezionamento. Palermo - In un periodo di grande fabbisogno di medici, in Italia l’accesso alle scuole di specializzazione di Medicina resta incredibilmente limitato a pochissimi posti disponibili (la maggior parte nelle università del Centro-Nord) e alla fortuna di superare una sorta di roulette russa costituita da test di ammissione con domande che spesso hanno poco a che vedere con le materie da studiare. Ma c’è un’altra professione di cui c’è bisogno e sulla quale puntano i giovani per costruire un futuro, ma la cui via di accesso (l’esame di abilitazione) mantiene anch’essa le caratteristiche delle forche caudine: quella di avvocato. Non si capisce da cosa dipenda, se dalla severità delle commissioni esaminatrici o dal grado di preparazione dei candidati, o da entrambe le cose. Fatto sta che i numeri evidenziano la gravità del fenomeno, che peggiora di anno in anno e che, come era prevedibile, vede la Sicilia in coda alla classifica. Su 18.037 candidati dell’ultima tornata di esami a livello nazionale, quella del 2019, solo 8.150 hanno avuto finora un esito positivo, ovvero il 45,18%. Gli esami si svolgono nelle città sedi di Corte d’appello e a valutare gli elaborati sono commissioni provenienti da altre Corti scelte tramite sorteggio. La sede con la percentuale più alta di promossi risulta Torino con il 60,66%, mentre la sede di esame con la valutazione più severa è Caltanissetta con nemmeno il 25% di candidati idonei. In Sicilia si sono registrati questi dati: a Palermo (commissione proveniente da Catanzaro), su 1.016 elaborati sono stati giudicati in maniera positiva 584 compiti (57,04%); a Messina, su 306 elaborati esaminati dalla commissione proveniente da L’Aquila, sono risultati idonei quelli di 145 aspiranti avvocato (47,3%); a Catania (commissione di Firenze), su 776 compiti, idonei in 335 (43,1%); a Caltanissetta (commissione di Trento), su 197 compiti solo 48 sono stati considerati sufficienti, pari al 24,3%. In totale, quindi, su 2.295 aspiranti siciliani, gli idonei sono solo 1.112, poco meno della metà.

Esame di Avvocato: il Codacons aiuta i giovani della Campania. Salernonotizie.it l'1 Giugno 2021. Il Codacons si attiva per aiutare i giovani della Campania alle prese con le prove dell’esame da avvocato, e per tutelare i loro diritti in caso di irregolarità o bocciature ingiuste. L’associazione ha organizzato in tal senso un webinar che si terrà giovedì 3 GIUGNO alle ore 16, nel corso del quale gli esperti e i legali dell’associazione forniranno agli aspiranti avvocati della Campania non solo consigli utili per superare l’esame e prepararsi alle prove, ma anche informazioni pratiche su come impugnare bocciature ingiuste e tutelare i propri diritti. Nel corso dell’incontro online saranno illustrate le tante sentenze dei Tar che hanno promosso candidati inizialmente bocciati dalle commissioni, proprio a causa delle troppe anomalie e irregolarità che caratterizzano tali esami.

Esame da avvocato, i praticanti alla ministra: “Le tracce non rispettano le linee guida”. Per la presidente dell’Unione Praticanti Avvocati, «come ampiamente pronosticato, molte delle tracce proposte non hanno affatto rispettato le linee guida emesse dalla Commissione Centrale con riguardo alla redazione dei quesiti assegnati durante questi primi giorni d'esame». Valentina Stella su Il Dubbio il 2 giugno 2021. A una settimana dall’avvio dell’esame di Stato per l’abilitazione alla professione forense è subito polemica, nonostante l’impegno profuso negli ultimi mesi dal ministero della Giustizia affinché la nuova modalità del “doppio orale” procedesse senza intoppi. Invece, secondo Claudia Majolo, presidente dell’Upa (Unione praticanti avvocati), «come ampiamente pronosticato, molte delle tracce proposte non hanno affatto rispettato le linee guida emanate dalla Commissione centrale con riguardo alla redazione dei quesiti assegnati durante questi primi giorni d’esame». Il riferimento è alle Corti d’appello di Genova, Firenze, Salerno e Lecce, ma il timore è che accadrà lo stesso anche in tutte le prossime sedi in cui a stretto giro inizieranno le prove. Eppure il ministero, in più occasioni, aveva indicato la strada da intraprendere, pubblicando sul proprio sito anche degli esempi di traccia da seguire. Ma, ha scritto Majolo in una richiesta di incontro inviata alla guardasigilli, «si rileva innanzitutto che le tracce assegnate hanno sottoposto, in alcuni casi, problematiche giuridiche attinenti a materie tassativamente escluse dalle linee guida. Tali problematiche, a volte marginali, a volte centrali, rispetto alla soluzione del quesito sono, comunque, potenzialmente fuorvianti per i candidati i quali, ovviamente, non si sono preparati in quelle specifiche e peculiari discipline di cui sapevano che l’analisi era da escludere». E porta degli esempi di quesiti che i 22.786 candidati non avrebbero dovuto affrontare perché esclusi preventivamente: uno di Diritto civile in cui il soggetto assistito era in una condizione di “curatela fallimentare”; un altro di Diritto penale concernente il reato di “Morte o lesioni come conseguenze di altro delitto” (articolo 586 c.p.), il cui delitto presupposto atteneva al Testo unico sugli stupefacenti (legge speciale, esclusa dalle linee guida). Ma per Majolo non finisce qui, perché sarebbero state proposte tracce «non proporzionate al tempo disponibile (30 minuti) per la disamina delle stesse». E via con un altro esempio: «La Corte d’appello di Genova ha assegnato una traccia simile, per natura delle questioni sottese alla stessa, per modalità della condotta e anche solo banalmente, per lunghezza del testo a quella assegnata nella sessione 2018 in sede di prima prova scritta in materia penale, per la quale i candidati avevano avuto a disposizione un tempo adeguato per svolgerla, vale a dire 7 ore, e non invece 30 minuti. Il candidato è stato, come prevedibile, bocciato». E il problema delle bocciature non è affatto da sottovalutare, per la presidente dell’Upa: «La situazione è difficile, molti praticanti sono stati bocciati perché i quesiti non sono quelli previsti dalle linee guida o perché presi dal panico dinanzi a questioni impossibili da interpretare e spiegare nei pochi minuti che ci sono concessi. Sembra che i commissari non abbiano raccolto e fatte proprie le dichiarazioni della ministra Cartabia». Il riferimento è a quanto detto dalla guardasigilli alla vigilia dell’inizio del nuovo esame d’avvocato, quando aveva augurato buon lavoro alle sub-commissioni: «La modalità che è stata pensata per lo svolgimento di questo esame non deve essere considerata – vi prego – un ripiego dettato soltanto dalla pandemia, ma vorrei che fosse un’occasione per poter utilizzare questa prova così anomala allo scopo che a mio parere l’esame di avvocato deve avere: è quello non tanto di verificare le conoscenze nozionistiche o informative dei nostri candidati ma quello di poter verificare la loro capacità di inquadrare dal punto di vista teorico e sistematico un problema e soprattutto di svolgere un ragionamento giuridico e di argomentarlo anche magari se poi il risultato è sbagliato». Dunque, spiega Majolo, «le commissioni dovrebbero valutare il ragionamento, anche perché la pratica ci insegna che non esiste un solo modo per portare avanti la difesa».

Per tutte queste ragioni, «pur ringraziando e stimando profondamente la ministra della Giustizia Marta Cartabia per lo sforzo profuso sino ad ora» ma considerata «l’esclusione della centralizzazione dei quesiti proposta a suo tempo da Upa e dal Cnf, si torna a ribadire la necessità che le linee guida vengano applicate in modo stringente e letterale». Senza dubbio questo è anche l’auspicio del ministero, che più volte ha evidenziato e reso disponibile la cornice entro la quale le sub-commissioni dovrebbero muoversi.

Mara Rodella per il "Corriere della Sera" il 7 giugno 2021. Presentarsi a un appuntamento «cruciale» con il futuro (professionale) davanti a una commissione esaminatrice, con il timore che non decida solo in base a meriti e competenze, succede quasi sempre. Ma sentire con le proprie orecchie che dietro alla valutazione si celerebbero ben altri meccanismi è tutta un'altra storia. E pare sia successo, alla quarantina di candidati bresciani (in tutto sono 475) che venerdì mattina erano collegati sulla piattaforma Teams per sostenere da remoto la prima delle due prove orali per l'esame di abilitazione da avvocato. A giudicarli, la quarta sottocommissione di Lecce, formata da due avvocati, di cui uno è presidente, e un magistrato: tutti in Corte d'appello a Lecce. Ed è proprio quest' ultimo ad aver commesso una «svista» che ha scatenato un putiferio: lasciare sbadatamente acceso l'audio del microfono durante la discussione sul giudizio da assegnare al candidato appena esaminato. «Quanti ne avete promossi finora? Non possiamo promuoverli tutti, stiamo bassi». Due su due avevano già superato l'esame. Chiaro che queste parole le abbiano sentite in diretta anche tutti gli aspiranti avvocati al di là dei monitor, e che siano poi finite anche sui social, Instagram in particolare. Quel candidato, alla fine, se l'è cavata con un 18, «ma perché i due avvocati si sono impuntati», denunciano i ragazzi in Rete. Poco prima, lo stesso magistrato che esortava gli altri commissari a non promuovere troppo, sottolineava: «Io una domanda insidiosa posso farla» (in realtà no, stando alle linee guida, perché l'esposizione dovrebbe essere un «monologo» del candidato). E ancora: «Se promuoviamo tutti quelli che arrivano alla fine poi dobbiamo bocciare». Il ministero della Giustizia sta già conducendo una serie di verifiche per valutare la regolarità della prova «incriminata». Il presidente della Corte d'appello di Brescia, Claudio Castelli si spinge oltre: previo un confronto con il presidente dell'ordine degli avvocati bresciani e con il suo alter ego a Lecce, il giudice Lanfranco Vetrone, «chiederò se sia possibile rifare l'esame», annuncia. «Cercherò di capire cosa abbiano intenzione di fare nei confronti del componente della commissione» a cui sono attribuite le «spiacevoli» dichiarazioni. Ma l'obiettivo più importante, dice, «è consentire ai ragazzi di sostenere l'esame in assoluta serenità». Quindi, se sarà il caso, di ripeterlo. Ha alzato il telefono anche il presidente della commissione distrettuale di Lecce, l'avvocato Ottavio Martucci - che non era presente alla prova «incriminata» - responsabile delle cinque sottocommissioni: lo ha fatto per chiamare l'avvocato Ennio Buffoli, del Foro di Brescia, che ricopre il suo stesso ruolo. «Avvierò tutti gli approfondimenti necessari per fare chiarezza» ha anticipato al collega. Il deputato leghista Luca Toccalini annuncia un'interrogazione parlamentare al ministro Marta Cartabia, così come il collega del Pd Carmelo Miceli, in Commissione giustizia e antimafia: «Praticanti e avvocati come carne da macello per mera statistica. E il merito? E i sacrifici di anni di studio e pratica?» ha scritto su Twitter. Non è invece convinta che le cose siano andate così Claudia Majolo, presidente dell'Unione praticanti avvocati: «Quanto asserito è infondato, invitiamo i candidati a mantenere la calma». «Tutto vero, purtroppo», dice Alessandra Nodari, presidente dell'Associazione italiana giovani avvocati di Brescia: «Sono davvero rammaricata: già l'esame è uno scoglio duro, essere pure in balia dei numeri è fuorviante. Anche a livello nazionale Aiga si muoverà per capire e non potranno non farlo il ministero e le Corti d'appello». Pausa. «Mi dispiace per i ragazzi, non è così che ci si affaccia alla professionale, confido che sia fatta chiarezza sulla questione. Sono diventata avvocato perché ci credevo, nella giustizia. Subire simili ingiustizie all'inizio è troppo».

Esame da avvocato, caos a Brescia: «Non possiamo promuoverli tutti». A pronunciare la frase incriminata uno dei tre commissari in collegamento da Lecce che parlava a microfono aperto. Presentate due interrogazioni alla ministra della Giustizia Cartabia, che ha avviato approfondimenti sulla vicenda. Simona Musco su Il Dubbio il 7 giugno 2021. «Quanti ne avete promossi finora? Non possiamo promuoverli tutti, stiamo bassi». La frase, agghiacciante, sarebbe stata pronunciata venerdì scorso da un componente della commissione durante l’esame di abilitazione alla professione di avvocato dei candidati di Brescia, collegati su Teams con la triade di Lecce per svolgere la prima delle due prove orali previste quest’anno. Ad ascoltare le parole pronunciate maldestramente a microfono aperto circa una quarantina di candidati sui 475 che stanno sostenendo la prova a Brescia, che verranno giudicati dalla quarta sottocommissione di Lecce, composta da due avvocati, di cui uno presidente, e un magistrato. E sarebbe proprio quest’ultimo, stando alle testimonianze, ad aver pronunciato la frase incriminata, ora finita al centro di un’interrogazione parlamentare e di approfondimenti da parte del ministero della Giustizia. Secondo quanto riferito e diffuso via social da alcuni dei candidati, il commissario avrebbe invitato i colleghi a non promuovere troppe persone. «Io una domanda insidiosa posso farla», avrebbe dunque detto il magistrato, convinto che «se promuoviamo tutti quelli che arrivano alla fine poi dobbiamo bocciare». Il presidente dell’ordine degli avvocati di Brescia, Fausto Pelizzari, si è messo in contatto con il presidente della Corte d’appello di Brescia, Claudio Castelli, che dopo un confronto con Lanfranco Vetrone, presidente della Corte d’Appello di Lecce, ha annunciato di voler chiedere «se sia possibile rifare l’esame». «Attendiamo novità da Lecce – spiega Pelizzari -, novità che potrebbero nascere da valutazioni sull’opportunità che il componente che ha fatto questa considerazione possa stare o meno in commissione. Si tratta di una situazione imbarazzante e sconcertante – prosegue -, ho manifestato al presidente Castelli il disappunto dei candidati di fronte ad una frase infelice». In merito all’affermazione, Pelizzari precisa che «le valutazioni vanno fatte esclusivamente sulla base della preparazione dei candidati. L’obiettività è la prima cosa, avendo anche a che fare con giovani che hanno delle aspirazioni e meritano di essere giudicati per quello che sono e quello che sono in grado di far capire circa la loro preparazione. Forse è un ragionamento banale, ma la selezione va fatta esclusivamente in base alle capacità. L’importante è che si torni ad un’atmosfera serena che consenta ai candidati bresciani di svolgere la propria prova sapendo che non verranno valutati sulla base del numero di promozioni precedenti». Intanto sono già due le interrogazioni alla ministra della Giustizia annunciate sulla vicenda: quella di Gianfranco Di Sarno, deputato del MoVimento 5 Stelle componente della commissione Giustizia, e quella del deputato Luca Toccalini, coordinatore federale Lega Giovani. «Se confermato – ha commentato Di Sarno -, l’episodio violerebbe le garanzie di trasparenza richieste nella correzione delle prove, oltre che il diritto dei candidati ad una valutazione imparziale, dimostrando ancora una volta la necessità di procedere ad una riforma complessiva dell’esame di abilitazione alla professione forense». Per Toccalini, «le valutazioni devono essere fatte esclusivamente su base meritocratica. Oggi presenterò un’interrogazione al ministro Cartabia affinché si faccia chiarezza su quanto accaduto e venga garantita un’equa valutazione a tutti gli aspiranti avvocato». Dura anche la reazione della Consulta nazionale praticanti Aiga, secondo cui «si tratterebbe dell’ennesima manifestazione dello scarso interesse sull’esame di abilitazione di avvocato e sulla formazione di una classe professionale meritocratica – si legge in una nota -. Riteniamo inaccettabile che la valutazione di un candidato venga effettuata non già sul merito, quanto sul numero dei candidati precedentemente promossi. Gli sforzi delle migliaia di praticanti, dopo anni di fatica e di investimenti, non possono essere vanificati a causa di questioni esterne alla preparazione in diritto». Più cauta, invece, la reazione dell’Unione praticanti avvocati. «Ho avuto modo di parlare con le persone interessate, le quali hanno assistito alla seduta d’esame e sono emerse dichiarazioni differenti ma soprattutto contrastanti tra loro e con quanto pubblicato sui social – ha dichiarato la presidente Claudia Majolo -. L’onere della prova dovrebbe essere per noi giuristi pane quotidiano, la bussola che dirige il nostro cammino e queste polemiche senza alcun fondamento (almeno per il momento) non credo sia il modo di portare avanti un’azione lungimirante e a tutela di tutti noi praticanti».

Esame da avvocato, Via Arenula sul caso Brescia: la frase incriminata è stata detta. «Non possiamo promuoverli tutti, stiamo bassi». Il sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto conferma: il commissario lo ha detto davvero, si tratta di un magistrato...Valentina Stella su Il Dubbio il 12 giugno 2021. «Quanti ne avete promossi finora? Non possiamo promuoverli tutti, stiamo bassi»: ricordate l’infelice frase che sarebbe stata pronunciata da un magistrato della sub-commissione istituita presso la Corte di Appello di Lecce, chiamata a valutare le prove d’esame dei candidati di Brescia per l’abilitazione alla professione forense? Tutti i dubbi ora sono fugati: l’espressione è stata veramente proferita ma avrebbe un significato diverso da quello attribuito ad essa nelle cronache di questi giorni. Ad illustrare tutti i dettagli della vicenda ci ha pensato ieri il sottosegretario alla giustizia Francesco Paolo Sisto che ha risposto all’interpellanza di Gianfranco Di Sarno, deputato del MoVimento 5 Stelle, a cui erano seguite le interrogazioni del deputato leghista Luca Toccalini e di Carmelo Miceli del Partito democratico. L’onorevole Sisto ha dichiarato che «il presidente della prima sottocommissione costituita presso la Corte di Appello di Lecce ha trasmesso al Ministero una relazione firmata da tre commissari della IV sottocommissione (due avvocati e un magistrato)». Dalla relazione emerge che «nella giornata del 4 giugno 2021 sono stati esaminati cinque candidati di cui i primi tre ritenuti idonei (il primo e il terzo con il punteggio di 18/30 e la seconda con il punteggio di 22/30) e il quarto e il quinto non idonei con il punteggio rispettivamente di 12/30 e 14/30.  Al momento dell’esame del terzo candidato mutava la composizione della commissione attraverso la sostituzione di un componente professore con un componente magistrato che si collegava da remoto. In questa fase sarebbero state proferite le espressioni riportate dagli organi di informazione». Ricordiamole: oltre a quella incriminata su citata, il magistrato avrebbe aggiunto: «Io una domanda insidiosa posso farla», convinto che «se promuoviamo tutti quelli che arrivano alla fine poi dobbiamo bocciare». Ad ascoltare il tutto c’erano circa una quarantina di candidati sui 475 che stanno sostenendo la prova a Brescia. Lo sprovveduto della commissione ha lasciato il microfono aperto e i praticanti, già in ansia per la nuova modalità di esame, hanno visto il loro destino segnato dalla scure del severo magistrato. Che però si difende, come racconta Sisto: «Nella relazione si legge che “con riferimento alla frase attribuita dalle notizie di stampa al componente magistrato ‘non possiamo promuovere tutti, stiamo bassi’ deve precisarsi che tale espressione non riflette correttamente quanto dichiarato dal [commissario], il quale in prima battuta chiedeva agli altri componenti notizie sugli esiti delle prime prove alle quali non era stato presente, invitando come sovente accade nelle discussioni interne ad una commissione giudicatrice a valutazioni più rigorose, mentre con riferimento all’espressione stiamo bassi la stessa si riferiva non al dato numerico degli idonei alle successive prove orali, ma alla valutazione della singola prova di esame in base al rendimento del candidato”». Preso atto della versione del magistrato commissario, permetteteci qualche domanda: perché un magistrato dovrebbe essere più bravo dei commissari avvocati a ripristinare il rigore? Crede forse che per spirito di appartenenza alla categoria sarebbero disposti a promuovere tutti? E poi perché si dovrebbe partire già con l’intenzione di valutazioni basse, senza prima aver ascoltato il candidato? Ha detto bene il presidente dell’ordine degli avvocati di Brescia Fausto Pelizzari quando ha ricordato che «le valutazioni vanno fatte esclusivamente sulla base della preparazione dei candidati. L’obiettività è la prima cosa». Comunque il Ministero della Giustizia sembra prendere le distanze da quanto accaduto, impossibilitato a controllare il lavoro di ogni sub-commissione: «Deve essere in questa sede sottolineata l’estraneità del Ministero ai profili attinenti alla valutazione dei candidati, che costituisce prerogativa esclusiva delle commissioni sulla base dei criteri elaborati dalla Commissione centrale costituita presso il Ministero». Ma rassicura: «Va sottolineato, anche per la serenità dei candidati in vista delle loro prove, che si tratta di un esame di abilitazione per il quale non è previsto alcun limite al numero degli idonei». Per Claudia Majolo, Presidente Unione Praticanti avvocati, «la verità è figlia del tempo e ad oggi (ieri, ndr), il Ministero della Giustizia, che sin da subito si è mostrato sensibile alle istanze dei praticanti, ha messo il punto alla situazione mettendo a tacere ogni polemica».

Eppure io ispettore dico: a volte le tracce sono fin troppo facili. Ezio Menzione su Il Dubbio il 7 giugno 2021. Si è accesa una polemica sul nuovo modo di fare gli esami per diventare avvocati, investendo le prove orali che sostituiscono, causa pandemia, le usuali prove scritte per essere ammessi agli orali veri e propri. La rappresentante dell’associazione praticanti, la collega Majolo, lamenta che le commissioni di esame presso alcune Corti d’appello starebbero proponendo tracce o quesiti troppo complessi che difficilmente potrebbero trovare soluzione in un esame fatto di trenta minuti per studiare il caso e trenta minuti per esporre la soluzione. Anche il presidente del Consiglio dell’Ordine di Catanzaro, Avvocato Antonello Talerico, si è espresso con toni analoghi lamentando tracce troppo complesse, considerando che i candidati hanno solo trenta minuti per studiare e orientarsi: colpa dunque delle sottocommissioni di Bologna che hanno l’incarico di vagliare i 1200 candidati catanzaresi. A me capita di essere Ispettore ministeriale proprio per le sottocommissioni bolognesi e dunque ho passato questi primi giorni attaccato al computer per vedere come si svolgono questi esami pre-orali. Diciamo subito che mi sembra un po’ troppo presto per valutare l’operato degli esaminatori. Io in tre giorni ho seguito sei sottocommissioni e non mi sentirei di trarre alcuna valutazione sul loro operato: siamo solo agli inizi e certo occorre che le commissioni precisino meglio le modalità della prova. Ma una cosa si può dire fin da ora: le tracce elaborate dalle sottocommissioni se hanno un difetto è che sono troppo semplici. Siamo lontanissimi dalla complessità sia tematica che metodologica che caratterizzava gli scritti degli altri anni. Qui esse vertono sulla materia scelta dal candidato (civile, penale, amministrativo: con molte zone “vietate”) il che già riduce di molto la possibile complessità. Sono tracce dalla risposta per così dire “aperta”: non è cioè richiesto che il candidato dia la risposta giusta e unica (che in genere nei casi giuridici non c’è), ma che si orienti sugli istituti coinvolti e su come maneggiarli. Non è neanche vero che tutti i candidati di Catanzaro stiano facendo pessimi esami: ho assistito a prove egregie, che infatti hanno avuto valutazioni più che positive. Altri hanno fatto scena muta o hanno esposto in maniera confusa e non centrata, e non sono stati dichiarati ammessi all’esame. Tutto qui. Una cosa mi sembra di poter dire sin d’ora (ma pronto a rimangiarmela se ce ne fosse motivo): il comportamento dei commissari bolognesi è ineccepibile per correttezza e anche umanamente, nel mettere i candidati a loro agio e cercare di trarne il massimo. Ineccepibili – anzi, forse un pochino troppo facili – sono le tracce, tutte rispondenti alle linee guida dettate dalla Commissione centrale presso il Ministero. Piuttosto, pare a me che fin d’ora si noti una sorta di squilibrio: trenta minuti per riflettere e studiare in certi casi (per la verità assai rari) potrebbero rivelarsi un po’ poco. Trenta minuti per l’esposizione sono sempre troppi: troppi per chi fa un’imbarazzante scena muta e troppi per chi, avendo individuato correttamente temi e problemi, se la cava egregiamente in 10-15 minuti. Ambedue le tipologie di solito rinunciano ai minuti residui. Ma così ha dettato il ministero e le molte sottocommissioni non possono violare la regola.

·        La Casta precisa: riforme non per tutti...

Lauree abilitanti, Sisto precisa: "Non per avvocati, ingegneri, notai..." HuffPost il 24/04/2021. Il sottosegretario alla Giustizia chiarisce come si tratta di "percorsi professionali che, per specificità, sono esclusi da tali eventuali ipotesi". La “riforma delle lauree abilitanti” che trova spazio nel Recovery Plan italiano, poteva sembrare una rivoluzione copernicana, ma le precisazioni del sottosegretario alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ne ridimensionano immediatamente la portata. “Preciso che l’ipotesi di lauree idonee da sole a far conseguire abilitazioni professionali non trova applicazione né per gli avvocati né per altre categorie professionali come i commercialisti, gli ingegneri e i notai. Si tratta, infatti, di percorsi professionali che, per specificità, sono esclusi da tali eventuali ipotesi”. Nel testo si leggeva come “la riforma prevede la semplificazione delle procedure per l’abilitazione all’esercizio delle professioni, rendendo l’esame di laurea coincidente con l’esame di Stato, con ciò rendendo semplificando e velocizzando l’accesso al mondo del lavoro da parte dei laureati”. L’idea era stata già proposta dall’ex ministro dell’Università, Gaetano Manfredi, per rendere più veloci i processi di abilitazione alle professioni: da capire, però, a questo punto, quali professioni.

SOLITO SPRECOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Ei fu CNEL.

Palazzi immortali. La seconda vita del Cnel, l’ex carrozzone che tutti volevano abolire. Marco Fattorini su L'Inkiesta il 15 Dicembre 2021. Da destra a sinistra, quasi tutti i partiti hanno provato a eliminarlo senza riuscirci. Il Csm voleva prendersi la sua sede a Villa Borghese. Oggi l’ente costituzionale, definito inutile e sprecone, sogna in grande. Propone leggi e monitora l’attuazione del Pnrr. Il presidente Treu vorrebbe assumere altro personale: «Siamo francescani, facciamo tutto gratuitamente e abbiamo dimostrato di essere utili». Avrebbero dovuto abolirlo, il funerale era pronto. I suoi dipendenti sarebbero stati spostati alla Corte dei Conti. Qualcuno aveva già preparato gli scatoloni. E la sede di Villa Lubin, un magnifico palazzo in stile liberty e neobarocco nel cuore di Villa Borghese, era stata prenotata dal Consiglio Superiore della Magistratura. Era il 2016, l’anno in cui il referendum sulla riforma costituzionale proposta da Matteo Renzi avrebbe dovuto cancellare il Cnel, Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro. Poi in quel famoso 4 dicembre vinse il No. Il Cnel era incredibilmente salvo, ma in tanti hanno riprovato a eliminare l’organo di rilievo costituzionale nato per essere una sorta di cerniera tra governo, Parlamento e categorie produttive. Un ente che fa consulenza all’esecutivo, elabora studi e proposte di legge. Costato un miliardo di euro dalla sua fondazione, non era mai riuscito a raggiungere l’operatività che ci si aspettava.

Dal Movimento 5 Stelle alla Lega passando per il Partito democratico, in molti hanno sostenuto progetti di legge per depennare il Cnel dalla Costituzione. La questione faceva parte del programma del governo gialloverde guidato da Giuseppe Conte. Prima ancora ci aveva pensato Massimo D’Alema con la Bicamerale. Destra e sinistra, erano quasi tutti d’accordo ad abolire quello che è sempre stato descritto come un ente inutile, un simbolo della Casta e un cimitero degli elefanti. «A qualcuno piace il Cnel? I suoi estimatori sono più rari dei Pokemon», diceva Matteo Renzi durante la campagna referendaria.

Fino al 2016 il Cnel aveva prodotto solo 14 disegni di legge, sostanzialmente ignorati dal Parlamento. In compenso aveva fatto parlare di sé per consulenze, stipendi e assenteismo dei consiglieri. «Se la sono presa con un microbo quando in giro c’erano gli elefanti – spiega l’attuale presidente Tiziano Treu – Oggi siamo dei francescani, facciamo tutto gratuitamente e le spese sono solo quelle di funzionamento, siamo una carrozzina più che un carrozzone». Il bilancio previsionale del 2022 vale 11,8 milioni di euro, di cui quasi sei per il personale e uno per la manutenzione della prestigiosa sede.

Tutti ci hanno provato, ma nessuno è riuscito a sbarrare le porte di Villa Lubin. Così ora il Cnel vive una seconda vita. Si candida addirittura ad avere un ruolo nell’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. E vorrebbe assumere nuovo personale. A Villa Lubin, un gioiello di inizio Novecento con affreschi, fontane e biblioteca da 75mila volumi, sono tornati gruppi di studio e convegni. Si elaborano progetti di riforme e proposte per la politica. La scossa del referendum del 2016 sarà pur servita a qualcosa. «Il Cnel deve dimostrare di essere utile riguadagnandosi il suo ruolo», dice a Linkiesta Tiziano Treu, che dal 2017 guida l’organo costituzionale più disprezzato dalla politica.

Giuslavorista e accademico di fama internazionale, tre volte ministro, Treu aveva fatto campagna per il Sì nel 2016. Ironia della sorte. «Condividevo quasi tutti i punti della riforma ma non l’eliminazione del Cnel, che rappresentava un centesimo di quel testo».

In ogni caso, sembra passata un’era geologica. Oggi intorno a Villa Lubin si respira un clima diverso. «Abbiamo ripreso a fare consulenza per il governo, rafforzato i rapporti con l’Europa e facciamo ricerca con le università. In più portiamo avanti un monitoraggio del Pnrr: così possiamo denunciare ritardi e ostacoli nella sua attuazione».

C’è un dato che, più di altri, spiega la rinascita dell’ente. In questa legislatura il Cnel ha inviato 22 disegni di legge al Parlamento, il doppio di quelli scritti nelle tre legislature precedenti. Ma soprattutto, dopo tempo immemore, è riuscito a far approvare una legge: il codice unico dei contratti. Insieme all’Inps, ha istituito un’anagrafe dei contratti collettivi nazionali che permetterà di scoprire i cosiddetti ‘accordi pirata’. Poi ha presentato un ddl per aumentare le tutele dei lavoratori autonomi. Ma anche un documento di osservazioni e proposte che prevede l’obbligo di casco e assicurazione per i monopattini elettrici.

Nel parlamentino del Cnel siedono 64 consiglieri che rappresentano sindacati, Confindustria e terzo settore. Oltre a loro una sessantina di dipendenti, quasi tutti amministrativi. Gli esperti sono soltanto dieci e part-time, condivisi con le università. Troppo pochi, per i progetti di rilancio. Così il nuovo Cnel vuole assumere. Il professor Treu non ha dubbi: «Per il tipo di lavoro che facciamo, abbiamo chiesto al ministro Brunetta se possiamo avere ricercatori a tempo pieno. Il Cnel francese ha 80 dipendenti e sono tutti ricercatori».

L’ex carrozzone non è più alla deriva. Le minacce di abolire l’ente non sono più così pressanti. E con il governo c’è piena sintonia. Il premier Draghi ha nominato Treu coordinatore del tavolo di Palazzo Chigi per il partenariato economico e sociale nell’ambito dell’attuazione del Pnrr. Treu ne è convinto: «Sul Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza il Cnel potrà dire la sua». Superato anche «il vento di disintermediazione» favorito negli anni scorsi dai Cinque Stelle, Villa Lubin sogna in grande. «I corpi intermedi non sono mai inutili e il Cnel va potenziato». Chi l’avrebbe mai detto.

·        Lo Spreco dei Comuni.

LE SOCIETA’ “INVISIBILI” DEI COMUNI E DELLE REGIONI CONTINUANO A DILAGARE. Il Corriere del Giorno il 20 Agosto 2021. Le società sono circa 5 mila (4.880 per l’esattezza). I Comuni (a cui fa capo il 97% delle quote) sono presenti nelle società e negli enti con un groviglio intricatissimo di partecipazioni sia dirette che indirette. Nei libri sociali la presenza nel capitale dei sindaci e dei governatori è iscritta 101mila e 500 volte. Altro che “tagli”. A quasi sette anni dalla promessa pronunciata dall’allora governo Renzi, il capitalismo municipale è vivo e vegeto. Lotta e, soprattutto, resiste. L’ultima ricognizione delle società e degli altri organismi partecipati e controllati dagli enti territoriali (dovevano essere drasticamente ridotte da 8.000 a a 1.000). Un censimento complesso, fatto dalla Corte dei Conti, realizzato incrociando banche dati e acquisendo le comunicazioni che i sindaci ed i governatori delle regioni italiane sono obbligati a fare ma sui quali, più di qualche volta sorvolano. La galassia delle società controllate dagli enti pubblici territoriali partecipa e controlla ancora ben 7.154 tra società, enti, consorzi, fondazioni. Di queste per la precisione le società sono circa 5 mila (4.880 per l’esattezza). I Comuni (a cui fa capo il 97% delle quote) sono presenti nelle società e negli enti con un groviglio intricatissimo di partecipazioni sia dirette che indirette. Nei libri sociali la presenza nel capitale dei sindaci e dei governatori è iscritta 101mila e 500 volte. Altro che “tagli”. Solo per le società che hanno bilanci e note integrative depositate nei pubblici registri (4.656 sulle 4.880 totali), sottolinea la Corte dei Conti, emerge un dato che da solo racconta il fallimento, fino ad ora, del tentativo di razionalizzazione delle società partecipate. Quasi 1.200 (per l’esattezza 1.197) delle 4.656 società esaminate, si trova in una delle “condizioni” che tecnicamente dovrebbero portare alla loro chiusura. I criteri sono definiti ormai da anni nella legge. Che prevede tre regole fondamentali. Il primo: vanno chiuse le società che hanno più amministratori che dipendenti. In pratica i “poltronifici”. Secondo: vanno chiuse le società che fatturano meno di 500 mila euro l’anno. Terzo: vanno chiuse le società che non producono servizi essenziali per l’ente o che hanno gli ultimi quattro bilanci su cinque in perdita. Queste ultime, spiega la relazione della Corte dei Conti, sono 350 ed hanno bruciato dal 2014 al 2018 qualcosa come 2,6 miliardi di euro. Queste regole, sono state allungate nel tempo di anno in anno e rese meno vincolanti. La revisione straordinaria che doveva portare al taglio, per esempio, è stata prorogata fino alla fine di quest’anno. Ma i sindaci ormai, possono accampare diverse scuse per non dismettere le partecipazioni. Ma in realtà ormai nemmeno si sforzano più di farlo. Il MEF (ministero dell’Economia) e la Corte dei Conti, hanno una piattaforma che si chiama “Partecipazioni”. I sindaci e i governatori devono spiegare attraverso questa piattaformaI cosa intendono fare delle loro quote, a cominciare da quelle che andrebbero in qualche modo, come prevede la legge, “razionalizzate”. Nella Relazione dei magistrati contabili si legge che “Dall’analisi è emerso infatti che è stato deliberato il mantenimento (con o senza interventi di razionalizzazione) del 90% delle partecipazioni in società che svolgono servizi pubblici locali e dell’81% delle società strumentali“. Questo comportamento, spiega ancora la Corte dei Conti, si riscontra diffusamente nei Comuni mentre le Province e le Città metropolitane, insieme alle Regioni e alle Province Autonome hanno dimostrato condotte più attive. I Comuni Infatti hanno scelto di mantenere le partecipazioni (con o senza interventi di razionalizzazione) nell’87% dei casi, a fronte di un valore del 59% e del 67%, rispettivamente, delle Regioni e delle Province autonome e delle Province e Città metropolitane. Un altro elemento che viene messo in risalto dalla Corte dei Conti è che la forma di affidamento prevalente dei servizi pubblici locali resta quella diretta. Si tratta di un punto centrale, soprattutto in vista dell’approvazione attesa in consiglio dei ministri entro settembre, del disegno di legge sulla concorrenza. Il tema è delicato. Il provvedimento del governo è previsto dal Pnrr, il piano nazionale di ripresa e resilienza finanziato con 191,5 miliardi dall’Europa. Uno dei punti centrali di questo provvedimento riguarderà proprio il capitalismo municipale. Gli affidamenti in house dei Comuni alle loro partecipate, diventeranno sempre più difficili. I sindaci dovranno spiegare prima dell’affidamento perché affidare il trasporto pubblico o la raccolta rifiuti a una propria partecipata è più vantaggioso per gli utenti che fare una gara. E stavolta, con i fondi europei del Recovery in ballo, sarà molto difficile riuscire a trovare delle scappatoie.

Bilanci colabrodo, in perdita il 23% delle società a controllo pubblico. Le partecipate dagli Enti pubblici continuano a produrre buchi, non offrendo sempre servizi all’altezza, con un risultato d’esercizio negativo totale di 555 milioni. Vincenzo Damiani su Il Quotidiano del Sud il 20 agosto 2021. Tutto cambia, tranne nel mondo delle società partecipate dagli Enti pubblici che continuano a produrre buchi nei bilanci, non offrendo sempre servizi all’altezza. Ed è al Nord che il “fenomeno” appare più sviluppato, anche se in questo settore l’Italia appare davvero unificata. È quanto emerge dalla relazione della sezione delle Autonomie della Corte dei Conti approvata ieri su “Gli organismi partecipati dagli enti territoriali e sanitari”, report che analizza, attraverso i dati disponibili aggiornati al 2018, la diffusione, la rilevanza economica e la tendenza evolutiva del fenomeno delle partecipazioni pubbliche. “L’obiettivo – spiegano i magistrati contabili – è quello di esaminare l’impatto delle esternalizzazioni sui bilanci degli enti partecipanti, verificando, inoltre, in quale misura gli stessi enti si siano attenuti all’obbligo di ricondurre il mantenimento delle partecipazioni nell’alveo dei principi di efficienza, di efficacia e di economicità dell’azione amministrativa”. La Corte dei conti ha individuato 7.154 organismi partecipati in via diretta e indiretta dagli enti territoriali (Comuni, Province e Regioni) e ha rilevato complessivamente 101.478 partecipazioni, di cui 23.154 dirette e 78.324 indirette, per la maggior parte riferite ai Comuni (quasi il 97%) e localizzate prevalentemente al Nord Italia (75%). Dei 7.154 organismi, la magistratura contabile ne ha esaminati 4.880, cioè quelli di cui sono disponibili i dati di bilancio del 2018, con un focus specifico sulle società a totale e diretto controllo pubblico, cioè 2.656.

I NUMERI PER REGIONE

Se Regioni e Province stanno cercando di mettersi in riga, i Comuni sono ancora molto indietro nell’opera di razionalizzazione e “dismissione” delle partecipazioni. “I Comuni – si legge – hanno scelto di mantenere le partecipazioni nell’87,38% dei casi, a fronte di un valore del 59,48% e del 67,52%, rispettivamente, delle Regioni/Province autonome e delle Province/Città metropolitane”.

Delle 4.880 società esaminate dalla Corte dei Conti, 739 si trovano in Lombardia, 422 in Toscana, 395 in Emilia Romagna, 368 in Veneto, 339 in Piemonte, 208 nella piccola Provincia autonoma di Bolzano, che supera persino la Puglia (201).

Al Sud il maggior numero di partecipate si concentra in Campania, dove comunque sono “soltanto” 280, segue la Sicilia (244), poi Puglia e Calabria (119). Il divario è palese.

I RISULTATI ECONOMICI

La Corte dei Conti ha poi analizzato i bilanci, concentrandosi solo sulle 2.656 società a totale e diretto controllo pubblico. Esaminando soltanto il 2018, risultava in perdita circa il 23% delle 2.656 società a controllo pubblico, con un risultato d’esercizio negativo che si attesta sul valore di 555 milioni di euro di cui 115 milioni di perdite registrate dalle partecipate della Lombardia, un quinto del totale.

Ma se si guarda al totale dei debiti accumulato dalle società nel corso degli anni i numeri fanno rabbrividire: nel complesso ammontano a 42,8 miliardi contro un totale crediti di 24,2 miliardi circa.

“La maggior parte di tali debiti (il 57%) è stata contratta dalle partecipate dell’area settentrionale (rispettivamente il 34% nel Nord-Ovest e il 23% nel Nord-Est) – evidenzia la Corte dei Conti – con una forte concentrazione in Lombardia (8,29 miliardi), Veneto e Piemonte (rispettivamente 4,08 e 3,77 miliardi). Tra le Regioni del Centro, spiccano le società del Lazio (4,07 miliardi) e della Toscana (3,5 miliardi); nel Meridione, i valori più elevati si registrano in Campania e Sicilia (3,13 e 1,98 miliardi)”. La situazione è ancora più drammatica se si considerano solamente le società controllate ma non a controllo pubblico: su 1.282 ben 457 sono in perdita, il 35%.

IL NUMERO DI SOCIETÀ IN PERDITA

Se si dà uno sguardo, invece, al numero di partecipate in “rosso”, in totale sono 601 su 2.656 e l’incidenza è maggiore al Sud questa volta. In Molise, ad esempio, 8 su 15 hanno un bilancio in “rosso”; in Basilicata 7 su 16; in Calabria 17 su 46; in Campania 41 su 128; in Sicilia 38 su 120.

Non che al Nord la situazione sia particolarmente più rosea: in Piemonte 43 su 206 sono in perdita; in Veneto 46 su 222; in Toscan 49 su 246; in Emilia Romagna 43 su 258; in Lombardia 92 su 472. Calabria svetta in cima alla classifica relativa: 17 su 46 sono in perdita, il 36%. Segue la Campania (41 su 128, il 32%).

LE PARTECIPAZIONI CHE DOVREBBERO ESSERE DISMESSE

Stando alle verifiche dei magistrati contabili, delle 4.656 società controllate ben 1.197, il 25,7%, presentano almeno una criticità prevista per legge che dovrebbe portare alla loro liquidazione: ad esempio, società prive di dipendenti o che hanno un numero di amministratori superiore a quello dei dipendenti; società che, nel triennio precedente, hanno conseguito un fatturato medio non superiore a 500.00 euro; società diverse da quelle costituite per la gestione di un servizio d’interesse generale che abbiano prodotto un risultato negativo per quattro dei cinque esercizi precedenti. I dipendenti delle società interessate sono complessivamente 5.578; a livello territoriale, la percentuale più elevata si registra in Valle d’Aosta (42,42%), seguono Abruzzo (40,11%), Basilicata (39,58%), Friuli-Venezia Giulia (36,13%).

IL GIUDIZIO DELLA MAGISTRATURA

“Il quadro complessivo – scrive la Corte dei Conti – è variegato: si registrano alcuni progressi rispetto alla precedente rilevazione, ma il cammino verso il pieno adeguamento ai canoni imposti dalla normativa di settore appare ancora lungo da percorrere. Nei servizi pubblici locali meno di 1/5 delle società controllate è in perdita (16,36%), mentre nei servizi strumentali quasi 1/3 (27,73%) presenta un risultato di esercizio negativo. Come rilevato in passato, gli enti tendono a “conservare” le partecipazioni detenute, senza alcun intervento di razionalizzazione, con percentuali superiori all’80%”.

Nell’area dei servizi pubblici locali “si registra la maggiore concentrazione degli affidamenti in termini sia di numerosità delle procedure sia di impegni di spesa. Tuttavia, la forma di affidamento prevalente dei servizi pubblici locali resta quella diretta”. Mentre per gli enti sanitari, “sono stati individuati 149 organismi partecipati in via diretta e indiretta e sono state rilevate, per le società partecipate, 267 partecipazioni, di cui 238 dirette e 29 indirette. Nell’esercizio esaminato, registrano perdite 19 società su 90 (21,11%), con un risultato d’esercizio negativo pari a circa 3,9 milioni di euro”.

Lo Stato ripiana i buchi dei sindaci giallorossi. Il conto è da 660 milioni. Antonella Aldrighetti il 2 Agosto 2021 su Il Giornale. I Comuni in dissesto salvati dall'intervento pubblico. I peggiori: Napoli, Torino e Salerno. Il virtuosismo ostentato di sinistra prova ancora a farsi strada, ma solo a chiacchiere perché davanti ai fatti si schianta dimostrando tutta l'incapacità gestionale in fatto di pubblica amministrazione. Lo dimostra esplicitamente il report realizzato da Csel (Centro studi enti locali) per Adnkronos dove vengono esaminati i bilanci degli enti locali, salvati dallo Stato attraverso l'assegnazione di ben 660 milioni di euro per tamponare quei buchi che rischiavano di far saltare il banco facendoli finire in dissesto o in pre-dissesto, o peggiorando ulteriormente un quadro già di base emergenziale. La maglia nera su 326 enti locali spetta alla Napoli di Luigi de Magistris, che da sola si accaparra il 37% delle risorse, pari a 246,5 milioni per coprire i disavanzi. Quanto al resto della classifica sulla quota dei debiti l'83% dei comuni (ovvero 271 su 326) sono nel Mezzogiorno, diventando destinatari del 78% delle risorse: 519.490.0213 euro sui 660 milioni totali. A seguire il centro Italia con 42 enti locali (13% del totale) e uno stanziamento complessivo pari a 25.471.045 euro. Dietro ancora il settentrione che, sebbene abbia solo 13 enti compresi nell'elenco, si è visto assegnare oltre 115 milioni di euro. Una disamina puntuale dei numeri vede Napoli seguita a stretto giro da Torino con 111,9 milioni dove, anche la pentastellata Chiara Appendino, ha confermato un sostanzioso compendio debitorio. A seguire Reggio Calabria con 45,8 milioni, Salerno, già feudo del dem De Luca, con 33,1 milioni e Modica, nel ragusano, che si è vista assegnare oltre 11 milioni. Se si va a rapportate il debito complessivo alla popolazione residente può essere estrapolato anche un altro dato: il comune dove i cittadini sono i più indebitati è Polino, in provincia di Terni: un'amministrazione che conta 215 abitanti, per i quali i 139.555 euro equivalgono a 649 euro a testa. Insegue Rea, nel pavese, che sta per incamerare 221,4 milioni, e considerati i soli 400 abitanti, significa 553 euro pro capite. Al terzo posto il comune di Castelmola, in provincia di Messina (534 euro a testa). A dare manforte al debito campano arrivano anche Camigliano, in provincia di Caserta e Roccarainola (Napoli). Vagliando lo stato debitorio delle regioni è la Calabria a farla da padrona con 118 enti inclusi nell'elenco, addirittura 1 su 3: (circa 1 su 3). Vengono dietro altri 48 comuni siciliani (47.878.573 euro), 26 enti laziali (12.433.227 euro), 11 comuni pugliesi (11.433.646 euro), 9 enti abruzzesi (9.587.150 euro), 7 comuni del Molise (532.776 euro), 7 enti piemontesi che, grazie all'ingombrante presenza di Torino, hanno assorbito poco meno di 112 milioni di euro. Tutta la lista, che si ferma al 31 dicembre 2020, comprende 320 comuni, 4 province, una comunità montana e un'unione di comuni cui l'esecutivo, con il Decreto Sostegni bis, ha elargito le coperture. ll fondo, spiega il Cesl, rappresenta una delle soluzioni individuate dall'esecutivo per tamponare gli effetti della sentenza n.80 (29 aprile 2021), della Consulta che ha creato grande scompiglio, rischiando portare al collasso numerosi enti, primo tra tutti il capoluogo campano. Antonella Aldrighetti

·        Lo scandalo della Pedemontana Veneta.

Ritardi, errori e costi insostenibili: lo scandalo Pedemontana veneta finisce in Parlamento. È di certo la superstrada più cara d’Europa: 80 milioni al km + Iva. Dopo la denuncia del nostro giornale arriva l'interrogazione della senatrice Vanin. Claudio Marincola su Il Quotidiano del Sud il 9 luglio 2021. Il “caso Pedemontana” finisce in Parlamento. Pedaggi alle stelle, costi non più sostenibili, un mix di calcoli errati e di flussi dimezzati. Un flop che rischia di pesare per i prossimi due decenni sulle tasche dei veneti e sui conti della Regione e servirà a stabilire un nuovo primato europeo: 15 miliardi di euro. La superstrada più cara d’Europa. In passato era stato il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Inca, a esprimere le sue perplessità per la cifra che in 39 anni la Regione guidata dal presidente Luca Zaia dovrà corrispondere al concessionario, 12 miliardi e 108 milioni, cui si aggiungono i finanziamenti erogati dallo Stato e dall’ente locale. A raccogliere la denuncia, rilanciata dal Quotidiano del Sud, è la senatrice 5Stelle Orietta Vanin che ha presentato un’interrogazione urgente al ministro alle Infrastrutture e alla sostenibilità della mobilità, Enrico Giovannini. L’atto di sindacato ispettivo riassume la gestione travagliata.

LA TELA DI PENELOPE. Progettata come superstrada a pedaggio, finanziata con project financing a prevalente capitale privato e con l’apporto di fondi pubblici della regione Veneto, la Pedemontana Veneta si sta trasformando sempre più in un’idrovora che assorbe risorse. Un cantiere a peso d’oro, una delle infrastrutture più straordinariamente costose: circa 80,14 milioni + Iva al km. Ai costi non corrispondono in alcun modo i benefici: 94,5 km di lunghezza + 68 km di opere complementari, una lunga striscia d’asfalto che, una volta ultimata, sarà data in concessione al privato costruttore per 39 anni. Al netto delle obiezioni degli ambientalisti per l’impatto sul paesaggio, resta l’“effetto Penelope”. «La tela cucina e scucita di un’opera che avrebbe dovuto essere completata entro gennaio 2016, poi slittata a dicembre 2018 e infine a settembre 2020 senza che la Regione Veneto ritenesse di voler incassare le penali per ritardata consegna dell’opera» rileva Enrico Cappelli che, svestiti i panni di senatore 5Stelle, ha lasciato palazzo Madama ed è tornato a occuparsi del suo territorio. Suo l’esposto all’Anac (Autorità nazionale anticorruzione) per stabilire che la metodologia utilizzata per quantificare il canone di disponibilità è inadeguata. Non è infatti ammissibile che slittino i termini di ultimazione lavori senza una corrispondente riduzione del termine di durata della gestione. I ritardi nella consegna dell’opera si riflettono quali mancati introiti della gestione dell’infrastruttura.  La Corte dei conti riporta le stesse deduzioni dell’Anac, concordando sul fatto che sarebbe alterata l’allocazione del rischio di costruzione del concessionario.

RIFLETTORI SPENTI. I dubbi sulla Pedemontana si trascinano da anni. Ciò nonostante, l’influenza del doge-governatore tiene spenti i riflettori. Il ministro alle Infrastrutture dovrà rispondere su tutte le questioni più dolenti, elencate una per una. A partire dalla prima, che suona provocatoria, se «sia a conoscenza dei fatti esposti; se sia a conoscenza di altra analoga infrastruttura, in costruzione in Italia, che preveda un esborso pubblico altrettanto straordinariamente elevato». Quindi si chiede se corrisponda al vero che «la Regione Veneto ha ritenuto di non incassare le penali per ritardata consegna dell’opera e se non ritenga che, con l’assunzione da parte della Regione del connesso “rischio di disponibilità”, venga meno un requisito indispensabile per sostenere il progetto di finanza. Infine, se conosca le ragioni che hanno indotto la Regione Veneto a disapplicare la citata delibera Anac nella parte in cui stabilisce che «non è ammissibile lo slittamento del termine di ultimazione dei lavori al 30.9.2020 senza una corrispondente/adeguata riduzione del termine di durata della gestione». La gestione della rete autostradale fa parte ormai del core business della Regione. Non pochi pensano, infatti, che dietro le ambizioni della Cav Spa, la concessionaria per metà della Regione e per l’altra metà dell’Anas che gestisce il Passante di Mestre, vi sia la necessità di finanziare la Pedemontana senza rischiare la bancarotta. Tutto nasce dalle difficoltà per il concessionario privato a far fronte al closing finanziario e dalla decisione di Cdp e Bei di non partecipare al finanziamento. Una scelta dettata da uno studio sulle stime di traffico molto inferiori alle previsioni. Nonostante la stipula del Tac (Terzo atto convenzionale) che ha rivisto le clausole contrattuali, i dubbi su un eccesso di remunerazione del concessionario restano. Senza dire che il nuovo schema contrattuale continuerebbe a essere in contraddizione con la ratio originaria della finanza di progetto (project financing). Il concessionario privato non rischia nulla e incassa il canone. Mentre la Regione, nel corso dei 39 anni, sborsa solo costi di gestione non quantificabili.

LE ALTRE INCOGNITE. A questo si aggiungono altri fattori e uno su tutti: i tempi di realizzazione delle interconnessioni con le autostrade A4, A31 e A27. La piena funzionalità della “Pedemontana Veneta” presuppone l’interconnessione diretta con le autostrade. Non risulta, inoltre, ancora definita la riclassificazione infrastrutturale, non si possono superare dunque i 110 km/h. A Palazzo Chigi è arrivato nei giorni scorsi un dossier dettagliato, un documento riservato che ai leghisti piace poco.

Dice, tra l’altro, che per la tratta già in funzione il pedaggio è di 0,16,420 euro al km per le auto e di circa 0,30 euro per i veicoli pesanti. Carissimo, E che i conti si pareggiano solo se vi circolano 27mila veicoli al giorno, un obiettivo ancora lontano. E Pantalone continua a pagare.

·        Immobili regalati o abbandonati.

Inps, migliaia di case regalate ai raccomandati: immobili abbandonati e affitti fuori mercato. Sandro Iacometti, Francesco Specchia su Libero Quotidiano il 13 aprile 2021. L'Inps è il pilastro del nostro tessuto sociale. Come ente previdenziale, dovrebbe sempre essere in equilibrio finanziario. Invece batte cassa, ha accumulato negli anni un rosso monstre di 26 miliardi; e le pensioni vacillano; e il reddito di cittadinanza -fatto così, male - rimane una iattura invincibile; e le (giuste) erogazioni straordinarie ai lavoratori causa Covid lo stanno strangolando, e con lui strangolano il nostro welfare. Il problema vero è che il bilancio dell'Inps è in rosso anche quando non ci sono emergenze, e i debiti si accumulano anno su anno. Il buco è economico, ma riguarda - almeno finora - una mentalità affogata nella burocrazia. A partire da quella che caratterizza la gestione dell'immenso patrimonio immobiliare, che per gran parte (17.772 immobili, dati Inps 2019) è inutilizzato, per una piccola parte (1.573) usato direttamente e per il resto (7.621) messo a reddito con un rendimento complessivo negativo, come sostiene la Corte dei conti nelle sue ultime indagini. L'amministrazione Tridico, sotto la direzione al Patrimonio di Diego De Felice ha portato, meritoriamente, in due anni di dismissioni gli immobili da 27mila del dicembre 2019 ai 26.400 dell'ottobre 2020 (come specificato dallo stesso funzionario a Libero alcune settimane fa); di questi immobili il 38% (9348) è fatto di abitazioni, il 47% (10.868) di unità secondarie e il resto di uffici e magazzini. Quest' anno, l'Inps, in dismissioni e conferimenti a fondi (che a loro volta hanno venduto e gestito gli immobili), ha introitato circa 90 milioni di euro. Paradossalmente la pandemia ha reso l'ente attivissimo. Ma non basta. Urge una sua riforma strutturale che parta dalla tanta auspicata divisione fra la gestione pensionistica e quella assistenziale. E urge, perlomeno, evitare gli sprechi e mettere davvero a reddito il patrimonio. L'Inps è proprietaria di circa 2,5 miliardi di euro tra abitazione, ville, residenze, box, cantine, rimesse, negozi, soffitte, terreni. Negli anni questo patrimonio è stato oggetto di abbandono e inefficienze leggendarie in assonanza assoluta con le inefficienze dello Stato. La situazione è nota. Libero si è fatto un giro, nelle principali città italiane, per toccare con mano questa realtà. Fatta spesso di immobili in deperimento perché inutilizzati o di immobili concessi in locazione o in vendita ad un pugno di euro. Certo, meglio oggi che un tempo. Ma lo scopo della nostra inchiesta è benefico: indicare al dottor Tridico i gangli di inefficienza da potere eliminare, e denunciare le ingiustizie che, specie di questi tempi, possono portare a una tensione che può mettere a dura prova la tenuta sociale del Paese. Malgrado gli sforzi, infatti, la gestione dell'economista chiamato da Di Maio è ancora lontana dall'aver ottenuto risultati tangibili. È anche per aiutarlo nella sua missione che, nei prossimi giorni, oltre a raccontare i casi più eclatanti di spreco, pubblicheremo gli elenchi di tutti gli immobili posseduti dall'ente, indicando destinazione d'uso (quando c'è) e canone d'affitto.

Inps, il palazzo in pieno centro a meno di 100 euro nella Milano degli affitti folli. Matteo Legnani su Libero Quotidiano il 14 aprile 2021. Sei piani in cemento armato nudo, le finestre piccole e le griglie che nascondono i condizionatori dell'aria che paiono tante feritoie. A Milano il luogo-simbolo degli sprechi dell'Inps nella gestione del suo patrimonio immobiliare è lo stabile al civico 51 di Corso di Porta Romana, a pochi passi dalla Cerchia dei Navigli. Nel capoluogo lombardo l'Istituto vanta la proprietà di 297 immobili definiti come "abitazioni", 162 dei quali (il 55%) risultano "non utilizzati". Una parte consistente di questi numeri esce da lì, dal "fortino" di Porta Romana, dove l'Istituto Nazionale di Previdenza Sociale possiede, stando ai dati 2019 (gli ultimi ufficiali disponibili) 90 appartamenti, oltre a un numero simile di pertinenze (cantine e box). Un numero calato in tre anni di 24 unità, che sono evidentemente state vendute. Ma se nel 2016, su 114 appartamenti ne risultavano sfitti 19, ora la percentuale di abitazioni "non utilizzate" (secondo la terminologia ufficiale usata dall'Istituto) è assai più alta: 35 su 90, ovvero quasi il 40%. Il titolare della storica Ferramenta Spinardi, che si trova quasi di fronte al "fortino", conferma che «c'è molto turnover nello stabile. Lo so perchè tutti, dal 51, vengono qui a comprare maniglie, lampade, accessori e di clienti "storici" che abitino lì non ne abbiamo mai avuti». Sarà perché lo stabile è davvero brutto. Di certo, non per gli affitti che L'Inps fa pagare ai suoi inquilini. Scorrendo la lista dei "canoni con locazione attiva" relativa a Corso di Porta Romana 51, ci si trova di fronte a cifre persino al di sotto dei 2mila euro annui, con le quali a Milano si può pensare di affittare un box auto in una zona periferica, non un appartamento, pur piccolo che sia, in centro. In alcuni altri casi si sale a 5-6mila euro, mentre un solo appartamento spicca fra tutti coi suoi 13.825 euro di affitto annuo (1.152 euro al mese).

LA MISERIA DEI RICAVI. In tutto, secondo la tabella dei Canoni di locazione attiva, nel 2019 l'Inps ha "tirato su" dagli affitti degli appartamenti di Porta Romana 51 la miseria di 60.500 euro, cioè molto meno di quanto aveva ricavato nel 2016, quando dai 95 alloggi affittati aveva ricavato 101.000 euro. La media di ricavi per appartamento, comunque, è assai simile: erano 1.063 euro l'anno (88,50 euro al mese) nel 2016, 1.100 euro tondi (91,60 euro al mese) nel 2019. In quella zona, ovviamente, gli affitti chiesti dai privati sono tutt' altra cosa. Anzi, roba dell'altro mondo: basta scorrere gli annunci su un qualsiasi portale di compravendite immobiliari per trovare, in quello stesso tratto di corso di Porta Romana compreso tra la circonvallazione dei Navigli e largo Crocetta, un 50 metri quadrati "vuoto" per il quale sono richiesti 1334 euro al mese, un 76 metri quadrati "parzialmente arredato" da 2.000 euro al mese, un 75 metri quadrati "ristrutturato" che sta anch' esso a 2.000 euro al mese. Ovvero, tra le 15 e 20 volte quel che in media l'Inps incassa da ciascun suo appartamento. Anche i privati che possiedono abitazioni nel "fortino", li affittano a cifre dieci più alte di quelle dell'Istituto di Previdenza. Sempre dando un'occhiata su internet, si può trovare un "bilocale, 65mq, arredato" per il quale chiedono 1.100 euro al mese (casa.it), e un "60mq ristrutturato e arredato" che viene a 1.000 euro tondi al mese (bakeka.it). Il sito specializzato borsinoimmobiliare.it parla chiaro: per gli appartamenti in stabili di fascia "media" in zona Porta Romana/Crocetta, le quotazioni vanno dai 16,50 ai 21,50 euro al metro quadro al mese. Tradotto: da 990 euro a 1.300 euro al mese per un appartamento di 60metri quadrati. Restando in pieno centro a Milano, ma spostandosi in una zona ancora più prestigiosa e costosa, un altro caso che grida vendetta è quello degli appartamenti che l'Istituto possiede al civico 34 di via Carducci, a cento metri dalla basilica di Sant' Ambrogio. Anche, qui, come in Porta Romana, lo stabile è un pugno in un occhio. Qualche cultore dell'architettura potrebbe associarlo allo stile brutalista che era in voga negli anni '50 e '60, ma nelle condizioni in cui è oggi lo si può definire semplicemente brutto, annerito dallo smog di una delle vie più trafficate del centro città e con bizzarre tende parasole rosse che penzolano, sbrindellate, dalla gran parte delle lunghe e strette finestre. Qui gli appartamenti e uffici di proprietà Inps sono in tutto 18, undici dei quali "non utilizzati". Al piano terra su strada ci sono due locali commerciali che nel 2019 risultavano dai "in uso a titolo oneroso a privato", ovvero affittati, mentre oggi uno dei due ha alle vetrine enormi cartelli "svuoto tutto" ed è effettivamente vuoto.

CONFRONTO IMPIETOSO. Dai sette appartamenti affittati, Inps ricava 68.350 euro l'anno (ovvero più che dai 55 alloggi in Porta Romana), con il più caro che sta a 22.833 euro l'anno. Seguono due altri alloggi a 18.900 euro e 15.350 euro l'anno, dopo di che si precipita a 4.600, 3.200, 1.830 e 1.665 euro l'anno. Non conoscendo la superficie dei tre più costosi alloggi, è impossibile conoscerne il costo al metro quadrato, e quindi in che proporzioni il canone di locazione sia al di sotto di quello di mercato. Ma l'affitto in valori assoluti degli altri è talmente irrisorio, in quella che è una delle zone più lussuose e costose della città, da spingere a confrontare le cifre con quanto ilborsinoimmobiliare.it dice sul costo al metro quadro per l'affitto non di un appartamento, ma di un box auto in zona: da 9 a 13 euro al metro quadro al mese, ovvero (considerando in 15mq la dimensione di un box medio) da 1.620 a 2.340 euro l'anno. Tradotto: abitare in due degli appartamenti Inps in via Carducci 34 è più conveniente che mettere l'auto al coperto in un "bel" box nella stessa zona.

Inps, il palazzo romano abbandonato da 10 anni e pagato con i soldi delle pensioni degli italiani. Sandro Iacometti su Libero Quotidiano il 13 aprile 2021. Guardandolo a distanza si potrebbe anche cadere in errore. Arrivando da via Agostino Magliani l'edificio costruito al centro di un gruppo di palazzine può essere scambiato per uno dei tanti centri commerciali disseminati ad ogni angolo del Paese. E in effetti lo era. Solo che adesso è completamente abbandonato. E tutto intorno c'è una recinzione metallica con numerosi cartelli che avvertono gli incauti che dovessero avvicinarsi del pericolo di crollo. È questo, uno stabile fatiscente e pericolante, quello che resta dell'investimento fatto dall'Inps coi soldi dei pensionati. Uno dei tanti, qualcuno stima che solo nella Capitale ci siano diverse migliaia di immobili inutilizzati, messi a segno negli anni dall'istituto ora guidato da Pasquale Tridico. Lo stabile che si trova in via Magliani 15, al confine tra i quartieri Trullo e Corviale a Roma, è oggetto di numerose segnalazioni da parte di residenti ed esponenti di Fratelli d'Italia: abbandonato da 10 anni potrebbe anche nascondere pericoli per la salute dei cittadini, che invece ornano i loro balconi con i fiori Il monumento all'inefficienza dello Stato, che centinaia di residenti sono costretti a rimirare ogni giorno dalle proprie finestre, per non dimenticare, si trova in località Colle del Sole. Una zona residenziale di Roma situata al confine tra due quartieri popolari nella parte Sud-Ovest della Capitale, il Trullo e il Corviale. Quest' ultimo conosciuto in tutta Italia per il terrificante esperimento di edilizia sociale realizzato negli anni Settanta: il famigerato Serpentone. Un chilometro di cemento dove, secondo i sociologi di sinistra, gli abitanti sarebbero vissuti uno schiacciato all'altro in perfetta armonia, ma che è rapidamente diventato il regno di emarginati e disperati che hanno fatto fuggire chi aveva la possibilità di farlo. Gli altri, con dignità e determinazione, hanno cercato di sopravvivere. In attesa di un piano di recupero di tutto il complesso che numerose associazioni, con l'aiuto delle autorità locali, stanno cercando di realizzare. Nell'area dove sorge l'ex centro commerciale si respira un'altra aria. Molte palazzine sono in cortina, i balconi sono pieni di fiori, il verde non manca e non si ha la sensazione di doversi guardare le spalle mentre si cammina. A rovinare il clima ci ha pensato l'Inps. Per l'ente di previdenza l'immobile di due piani, con ampie vetrate a specchio e un grosso impianto di riscaldamento ed aerazione a vista che campeggia a Colle del Sole, è solo una riga sulle circa 27mila (anche se dall'istituto ora sostengono che si è scesi a 26mila) che compongono il faldone sul patrimonio immobiliare del 2019, l'ultimo disponibile: «Via Magliani 15, ufficio strutturato ed assimilabili, non utilizzato». Ma per chi tutti i giorni vive lì è qualcosa di più. All'inizio, spiega la signora Lilli, che abita di fronte allo stabile, «aveva aperto un supermercato Sir, poi è arrivata la Conad, infine il nulla». L'immobile, malgrado le proteste dei residenti, è abbandonato da circa (nessuno ne ha più esatta memoria) 10 anni. Il caso amianto - Nel 2015 scoppia il caso amianto. Tra i primi a sollevare il problema c'è Marco Palma, di Fratelli d'Italia, consigliere storico dell'XI Municipio. A forza di interrogazioni ed ordini del giorno, si muove la presidente della Commissione Lavori pubblici del parlamentino territoriale, Giulia Fainella, che scrive all'autorità sanitaria locale e al comando di polizia per «verificare la consistenza di amianto eventualmente presente e l'indice di degrado». Nessuno interviene. L'esponente di Fratelli d'Italia, però, non si dà per vinto e qualche anno dopo riparte all'attacco. Non solo denunciando il degrado urbano. Già, perché accanto al danno al quartiere c'è anche quello ai conti pubblici. Possibile che l'Inps debba tenersi sul groppone immobili inutilizzati che portano solo guai ai luoghi che li ospitano invece di ricavarne qualche quattrino che aiuterebbe i traballanti bilanci dell'ente? È con questo pensiero che nel 2019 Palma, oltre a tornare a battagliare in Municipio, invia anche una segnalazione alla Corte dei Conti. «Non è possibile dover subire riforme pensionistiche peggiorative quando poi ci sono degli immobili che potrebbero essere messi a reddito», dice. Oggi, nel 2021, tutto è rimasto uguale. Anzi, la situazione, col passare degli anni, è peggiorata. Anche perché le piccole catene che di tanto in tanto qualcuno, presumibilmente incaricato dall'Inps o dalle autorità locali, appone agli ingressi non costituiscono davvero un problema per chi vuole accedere all'interno dell'edificio. «A volte», ci spiega Palma, «i lucchetti neanche sono della proprietà, ma di qualche criminale che controlla la zona. Impossibile saperlo. Ma di sicuro il centro commerciale è diventato il rifugio di sbandati e tossici che vengono qui a fare i loro comodi». Insomma, invece di una risorsa per alimentare i flussi miliardari (mai sufficienti) di prestazioni ad anziani, disabili e disoccupati l'immobile è diventato fonte di pericolosità sociale, di degrado urbano e, forse, anche di rischi per la salute dei residenti. Meglio di così, era davvero difficile fare.

·        Storia di un maxi spreco. Il super jet di Renzi.

Storia di un maxi spreco. Il super jet di Renzi abbattuto da Toninelli. Con lo stop all'Airbus 340 furono gli ex ministri grillini a creare il danno maggiore. Chiara Giannini - Lun, 01/03/2021 - su Il Giornale. Matteo Renzi lo volle a ogni costo, facendo buttar via all'Italia milioni di euro. Danilo Toninelli, Luigi Di Maio e i 5 stelle lo dismisero con uno show a Fiumicino degno del Grande Fratello, ma la verità che nel fermare l'Airbus 340 dell'Alitalia, meglio conosciuto come «Air Force Renzi», fecero peggio. A dimostrarlo è un documento che riporta quella che fu la proposta dell'Aeronautica militare per salvare capra e cavoli, mai presa in considerazione dai governi. All'epoca del suo esecutivo, l'ex premier di Rignano sull'Arno si incaponì per avere il velivolo principe della flotta di Stato, di fatto avviando un leasing da 168 milioni 205mila euro con Etihad (Emirati Arabi), proprietaria di Alitalia. I vertici dell'Aeronautica sconsigliarono vivamente l'operazione, perché il prezzo dell'aereo sul mercato era di non più di 70 milioni di euro. Non ci fu ragione che tenesse e per prendere la nuova «ammiraglia dei cieli» furono sacrificati due A-319 assegnati alla Presidenza del Consiglio. Uno fu venduto, l'altro fermato. Ma fu fatto un grande sbaglio, perché quello bloccato aveva doppi serbatoi, ovvero era l'unico in grado di raggiungere senza scali quasi ogni parte del mondo. Renzi, con la scusa che in aereo non riusciva a guardare il meteo per lavoro, si incaponì, raccontano i bene informati e pretese che a bordo dell'A-340 si mettesse il Wi-Fi, per la modica cifra di 3 milioni euro, quando esistevano già apparati radio molto avanzati. Il contratto per la rete internet, però, fu firmato sotto l'amministrazione del ministro della Difesa Elisabetta Trenta. A fine 2017, secondo il documento di cui siamo venuti in possesso, l'Aeronautica informò la Presidenza del Consiglio «che il velivolo, impiegato da equipaggi del 31° Stormo, svolgeva una limitata attività di volo (382 ore aggiornate alla data del 30 novembre) rispetto al perimetro autorizzato e contemplato dal contratto». Si spiegò che l'aereo avrebbe potuto essere utilizzato per portare i militari impegnati in missione all'estero in teatro operativo e che si sarebbe potuto proporre anche all'Eatc (agenzia europea per i voli militari) di fare la stessa cosa a pagamento per i militari delle altre nazioni. Oltretutto ciò avrebbe consentito di usare altri velivoli della Forza armata per altri scopi. Dall'allora premier Paolo Gentiloni non giunse risposta. La cosa fu riproposta nel 2018 al nuovo esecutivo gialloverde. Ma Di Maio e Toninelli preferirono lo show mediatico seguito da un totale abbandono dell'aereo, che è attualmente parcheggiato a Fiumicino, come più volte raccontato dal Giornale, in dismissione e destinato a essere venduto a pezzi. La direzione per gli armamenti aeronautici (Armaereo) negoziò un'uscita, quale eliminazione delle responsabilità contrattuali del governo italiano che a suo tempo aveva sottoscritto l'accordo. Da quanto sappiamo, sono stati sborsati 60 milioni di euro circa dei quasi 170 dovuti, con una penale di 7-8 milioni. Ma che cosa accadrebbe se Etihad decidesse di proporre arbitrato nei confronti dell'Italia nonostante gli accordi? Probabilmente lo vincerebbe, condannandoci a pagare l'intero importo. Cosa certa è che resta l'amaro in bocca per la scelta prima di Renzi e poi dei 5 stelle, vista la dismissione di un aereo perfettamente funzionante e che, in periodo di pandemia, avrebbe consentito al Paese di recuperare praticamente ovunque dispositivi medici, invece portati da compagnie private a costi altissimi.

·        Alitalia: pozzo senza fondo.

Da huffingtonpost.it il 15 ottobre 2021. Il marchio Alitalia va a Ita per 90 milioni di euro. Come si legge in una nota si è conclusa, in data odierna, la procedura di offerta pubblica avente per oggetto il marchio Alitalia Spa e il dominio Alitalia.com. Ad aggiudicarsi l’oggetto della procedura competitiva è stata la società ITA Spa ad un valore di 90 mln di euro.

(ANSA il 15 ottobre 2021) È Ita Airways il nuovo nome di Ita. Lo ha annunciato l'a.d. di Ita Fabio Lazzerini durante la conferenza stampa per il decollo della nuova compagnia. "Dovevamo dirlo con un nome preservando la nostra freschezza. Abbiamo un nuovo nome che oggi siamo pronti a far vedere", ha detto, mostrando il nuovo nome Ita Airways. "Da oggi il nome dell'azienda è questo. È un nome che guarda avanti, guarda al futuro", ha aggiunto, precisando che però rimane un po' di passato. "Abbiamo voluto mantenere i colori, verde e rosso sono gli stessi di Alitalia, e l'acquisto del marchio di ieri rispecchia questa logica: non disperdere un valore”.

Estratto dell’articolo di Brunella Giovara per “la Repubblica” il 15 ottobre 2021. E tanti saluti dall’amministratore delegato, e tanti saluti dal presidente. Un debole applauso per ringraziare, poi finalmente si dorme tutti come bambini, a bordo del primo volo targato Ita, l’AZ 1637 decollato oggi da Linate alle 6,20, atterrato persino con qualche minuto di anticipo rispetto alle previsioni. Sette e 35, e si è a Bari. Emozioni, nessuna. “E’ tutto come prima, anche l’aereo!”, e in effetti sulla pista di Milano c’era, l’aereo pubblicizzato con la nuova livrea Ita: “Born in 2021”, già con le luci accese, ma poi il bus ha tirato dritto e si è fermato davanti a un normale aereo Alitalia battezzato Fryderyk Chopin, e qui come sempre si è aspettato che a bordo finissero le pulizie, e infine, saliti e allacciate le cinture, partiti. Intervento del comandante Fabrizio Campolucci: “La giornata di oggi segna l’inizio di Ita, questo è il nostro primo volo e voi siete i nostri primi ospiti. Vi porto i saluti del nostro presidente Alfredo Altavilla e dell’amministratore delegato Fabio Maria Lazzarini, che mi hanno appena telefonato per farvi un in bocca al lupo”. “E adesso ci daranno lo champagne…” (imprenditore di Varese). “Ma non gli hanno neanche cambiato le divise?” (tecnico informatico in trasferta, da Monza). No, le divise sono le stesse, e anche i poggiatesta, e i tovagliolini. Stessa povertà di rinfreschi a disposizione: “Gradisce un succo?”. “Sì, che gusti ha?”. “Pera”. “Oppure?”. “Pera”. “Ok, allora pera”. Passa la hostess: “Qualcuno ha problemi a fare una foto?”. Pare di no, ma poi si decolla e quindi niente foto. Studente Ied che rientra a casa: “Io manco lo sapevo che cambiava la compagnia, ho fatto il biglietto ed eccomi qua. Poi però non riuscivo a fare il check-in perché non trovavo il sito giusto. Ita non mi usciva, poi ho scoperto che era ‘Ita Spa’”. Sei emozionato? “Boh”.

Ita Airways, se c'è nebbia vietato atterrare: la regola (folle) che sgambetta la nuova Alitalia. Tobia De Stefano su Libero Quotidiano il 27 ottobre 2021. Qual è il colmo per una compagnia aerea italiana che fa di Milano uno dei suoi scali principali? Facile: non poter atterrare a Linate quando c'è nebbia. Il problema è che l'assurdo divieto non fa parte degli aneddoti scherzosi con i quali si prova a strappare un sorriso ad amici o parenti nelle riunioni conviviali. Purtroppo no. Si tratta di una norma per le nuove compagnie dettate dall'Icao, l'ente mondiale per l'aviazione civile, con la quale Ita Airways ha dovuto fare i conti suo malgrado. Il gruppo nato dalle ceneri di Alitalia ha inaugurato i suoi voli lo scorso 15 ottobre e una settimana dopo è stato costretto a dirottare otto aerei che si stavano dirigendo verso Linate. Sette hanno fatto tappa a Malpensa e uno a Genova. I poveri piloti, inconsapevoli delle pastoie burocratiche nelle quali erano stati infilati, si sono visti negare il permesso a iniziare le manovre mentre altri vettori facevano tranquillamente scalo. Immaginarsi lo stupore. A terra non c'era nessuna criticità di rilievo, a parte una debole nebbia che avrebbe ridotto la portata visiva al di sotto dei 550 metri valicando però i limiti delle autorizzazioni concesse a Ita. Secondo questi originali regolamenti, validati sia dall'Easa (sicurezza aerea) che dall'Enac (l'ente nazionale per l'aviazione), l'ex Alitalia può effettuare solo operazioni di "Categoria I". Nella sostanza quelle che prevedono l'avvicinamento strumentale di precisione e l'atterraggio con una visibilità generale «non inferiore a 800 metri o portata visiva della pista non inferiore a 550 metri». Il vero problema è che siamo solo ad ottobre e che tra qualche settimana la nebbia in Val Padana da episodio isolato potrebbe trasformarsi in una costante. Insomma, a breve Ita potrebbe essere costretta a rinunciare a buona parte dei suoi viaggi verso Linate che rappresentano circa il 50% delle operazioni giornaliere. E pensare che i piloti della nuova compagnia arrivano quasi tutti dalla vecchia Alitalia ed hanno quindi migliaia di ore di volo alle spalle. E adesso? L'iter di questi strampalati regolamenti prevede che le nuove compagnie viaggino a scartamento ridotto, quindi solo nelle condizioni di visibilità quasi perfette, per circa sei mesi. Per Ita sarebbe un disastro. Proprio per questo l'Enac si sta dando da fare per accelerare il procedimento e consentire a quella che fu la compagnia di bandiera di atterrare a Milano anche se c'è un po' di nebbia. Ci sembra il minimo. Anche perché le grane per l'equipaggio e i dipendenti non sono finite qui. Secondo quanto anticipato dal Sole 24 Ore la vecchia Alitalia vorrebbe «tassare» i suoi ex piloti e gli altri ex lavoratori che sono passati ad Ita. Motivo? Il mancato preavviso delle dimissioni. L'amministrazione straordinaria e i tre commissari fanno sul serio al punto che hanno già inviato una lettera con la richiesta di pagamento di diverse mensilità a 420 piloti, 780 assistenti di volo più altre categorie di terra. Gli importi variano da 17 mila fino a 32 mila euro e vanno versati entro dieci giorni, neanche un'ora di più. Una mazzata. Che si va ad aggiungere al taglio degli stipendi. Nel passaggio da una compagnia all'altra, infatti, sia i piloti che gli altri neo-assunti hanno accettato di ricevere delle buste paga ridotte di circa il 40% rispetto ai loro vecchi salari. Oltre al taglio sia dei riposi mensili che dei giorni di ferie. Una beffa, considerando che chi invece è rimasto nella vecchia società, grazie alla proroga della cassa integrazione, guadagna quanto loro e in alcuni casi anche di più. L'ennesimo paradosso della saga Alitalia. 

Sul primo volo Ita il solito succo alla pera: “Ma basta che funzioni”. Brunella Giovara su La Repubblica il 15 ottobre 2021. Il Linate-Bari delle 6,20 dà il via alle attività della compagnia. Le voci dei passeggeri: "È tutto come prima anche l'aereo". E tanti saluti dall'amministratore delegato, e tanti saluti dal presidente. Un debole applauso per ringraziare, poi finalmente si parte e si dorme tutti come bambini, a bordo del primo volo targato Ita. Decollato ieri da Linate alle 6,20, atterrato persino con qualche minuto di anticipo rispetto alle previsioni. Sette e 35, e si è a Bari.

ADDIO ALLO STORICO LOGO ALITALIA SOSTITUITO DA ITA AIRWAYS CHE AVRA’ LA LIVREA AZZURRA E SULLA CODA UNA FASCIA TRICOLORE. Il Corriere del Giorno il 15 Ottobre 2021. Molti si sono chiesti che fine farà lo storico logo Alitalia. E’ stato acquistato della newco che ha sborsato 90 milioni di euro per comprarselo (assieme al sito web alitalia.com) non per utilizzarlo, ma per evitare che venisse acquistato da altre compagnie aeree rivali. Il nuovo sito sarà ita-airways.com. Con un vero e proprio colpo di scena in occasione della conferenza stampa odierna con cui è stata presentata la nuova compagnia aerea italiana di bandiera è stato rilevato quello che sarà il vero nome: la nuova Alitalia nei prossimi mesi si chiamerà Ita Airways. Cambiata anche la colorazione base sulla fusoliera della flotta aerea che sarà azzurra. Per alcune settimane gli aerei voleranno con la precedente livrea classica di Alitalia, ma quando arriveranno i nuovi aeromobili ordinati da Airbus e noleggiati all’estero sulla coda apparirà una fascetta tricolore. “Si chiamerà Ita Airways la compagnia di bandiera”, ha reso noto Fabio Lazzerini il nuovo ad della compagnia aerea di bandiera (proveniente da Emirates) durante la conferenza stampa per il decollo della nuova compagnia. “Dovevamo dirlo con un nome preservando la nostra freschezza. Da oggi il nome dell’azienda è questo. È un nome che guarda avanti, guarda al futuro” ha spiegato. Parlando del vecchio marchio Alitalia ha spiegato che “abbiamo voluto mantenere i colori, verde e rosso sono gli stessi di Alitalia, e l’acquisto del marchio di ieri rispecchia questa logica: non disperdere un valore”. “Questa sarà una compagnia aerea per un Paese che ha una vocazione turistica così forte e un made in Italy famoso in tutto il mondo e con imprese famose in tutto il mondo, è un obbligo avere una compagnia di bandiera“, ha detto Alfredo Altavilla presidente di Ita . “Nella mia testa Ita Airways c’è sempre stata, ma anche il desiderio e la necessità acquistare marchio Alitalia“, ha aggiunto Altavilla. “Un brand che non poteva appartenere a nessun altro che alla nuova compagnia di bandiera del Paese“. La nuova livrea sarà tutta azzurra, con il logo Ita Airways in bianco, ali bianche, tricolore sulla coda. “Vogliamo qualcosa che ci rappresenti con onore nel mondo“, ha spiegato Giovanni Perosino, chief marketing officer di Ita Airways. “Vedete un azzurro, vedete un tricolore, vedete un logo che sarà in oro bianco. Tutto questo sarà tradotto in tutto quello che faremo. Questo aereo ancora non esiste, esisterà a brevissimo, nei prossimi mesi, non appena l’avremo declinato in tutto, negli aerei, nelle divise”. Mantenere per qualche mese il brand Alitalia serve solo a garantire una transizione ordinata. “Gli stipendi ridotti ai dipendenti? Una parte della retribuzione è legata alla redditività dell’impresa e alla soddisfazione dei viaggiatori. Mi riferisco a qualsiasi retribuzione, a partire dalla mia”. Altavilla confida in ogni caso di raggiungere un’intesa con i sindacati, che contestano la mancata applicazione del Contratto nazionale del settore: “Ci sono dei passi in avanti. Confido in un accordo: non so come si chiamerà l’intesa, se Contratto nazionale o integrativo“. Molti si sono chiesti che fine farà lo storico logo Alitalia. E’ stato acquistato della newco che ha sborsato 90 milioni di euro per comprarselo (assieme al sito web alitalia.com) non per utilizzarlo, ma per evitare che venisse acquistato da altre compagnie aeree rivali. Il nuovo sito sarà ita-airways.com. Ita Airways parte con 52 aerei, dimensionata nel modo ottimale, sia in termini di flotta che di gestione. “Non ci portiamo dietro l’eredità negativa di dimensioni troppo grandi — ha spiegato il presidente Altavilla —, che poi necessariamente si scontrano con la sostenibilità economica. Noi non dobbiamo avere nessun sogno di grandezza e l’ambizione di dimostrare nulla a nessuno. Noi dobbiamo dimostrare ai contribuenti italiani, che sono i nostri azionisti, che noi saremo attenti all’uso che facciamo del loro capitale”. Il nuovo presidente esecutivo Alitalia ha sferrato anche una stilettata alle altre compagnie aeree operanti in Italia, rispondendo agli amministratori delegati delle low cost Ryanair e Wizz Air secondo i quali “la start up Ita è destinata a fallire come è successo anche per Alitalia“. La replica molto dura: : “Io faccio volare aerei e persone, loro polli in batteria” esortando i giornalisti presenti ad analizzare i bilanci delle compagnie aeree, in particolare senza considerare la voce degli incentivi e dei sussidi aeroportuali che quasi sempre finiscono nelle tasse delle low cost. Il programma Millemiglia, ormai estinto, verrà sostituito da un nuovo meccanismo, dal nome “Volare“. La compagnia avrà presto una flotta omogenea, fatta solo di Airbus. A breve, il vettore punterà sui voli intercontinentali perché più redditivi. A bordo ci saranno quattro classi diverse: business, premium, comfort ed economica. Ancora l’ amministratore delegato Lazzerini: “Nel 2019, prima ancora della pandemia, gli italiani erano sottoserviti. Non avevano voli sufficienti, penso soprattutto a quelli internazionali. Adesso la nostra compagnia aerea rimedierà a questo vuoto”. La rotta Roma-Milano Linate, che resta importante, verrà coperta in modo diverso rispetto al passato. Spiega Lazzerini: “Una volta c’era 23 aerei che andavano e 23 che tornavano. Forse troppi. Noi guardiamo soprattutto a una clientela business concentrando i voli in alcune fasce funzionali alle esigenze degli uomini di affari“.

La livrea celebrativa di Ita sarà “Born in 2021”. Ultimo volo di Alitalia, l’addio dopo 74 anni: domani parte Ita ma tanti dubbi e poche certezze. Riccardo Annibali su Il Riformista il 14 Ottobre 2021. La compagnia di bandiera farà il suo ultimo volo dopo 74 anni di storia. Decollerà da Cagliari alle 22.05 e atterrerà all’aeroporto di Roma Fiumicino alle 23:10. Da venerdì 15 ottobre il suo posto sarà preso almeno in parte da Italia Trasporto Aereo (Ita), la nuova società pubblica di proprietà del ministero dell’Economia e delle Finanze la cui costituzione è arrivata dopo una una complessa operazione di ristrutturazione aziendale pensata con l’obiettivo di mettere fine alla crisi in cui Alitalia si trovava da trent’anni. Il volo inaugurale partirà a meno di sette ore dall’ultimo di Alitalia, ovvero alle 6.20 da Milano Linate, diretto a Bari. Il passaggio è però stato molto travagliato. La nuova compagnia avrà meno asset e gestirà meno tratte, e ci sono ancora numerose questioni da risolvere a proposito dei dipendenti di Alitalia e anche dei molti servizi offerti dalla vecchia compagnia. La nascita di Ita è il frutto dell’unione tra il governo italiano e la Commissione Europea che prevede che tra vecchia compagnia e la nuova ci sia una “totale discontinuità economica”. Ita quindi ha dovuto cominciare quasi da zero e ottenere tramite gare pubbliche la gestione dei servizi della vecchia Alitalia, come la manutenzione, il marchio e i servizi a terra, ma significa al tempo stesso che non erediterà i debiti della vecchia azienda. Ancora persistono però molti legami tra le due società. Il primo volo di Ita avrà come codice AZ1637, dove AZ è la sigla che contraddistingue i voli di Alitalia. Il primo volo avrà una livrea celebrativa con la scritta ‘Born in 2021’ (Nati nel 2021), ma è probabile che tutti gli altri aerei avranno la stessa livrea dei vecchi aerei Alitalia, così come anche le divise del personale di terra di volo. I manager di Ita hanno volato molto basso e prevedono una ripresa del mercato solo nella primavera del 2022. In attesa di quella fiammata, al momento porteranno Ita in appena 16 aeroporti italiani (senza Firenze), in 20 tra Europa, Nord Africa e Medio Oriente, in due intercontinentali (New York e Tokyo), con una flotta di 52 velivoli. Ita quindi esordirà con un perimetro d’azione più limitato rispetto a Alitalia sospinta però da una prima ripresa del turismo. Il sito per ora funziona in modalità provvisoria ed è labirintico e macchinoso tanto che alcune agenzie di viaggio non sono neanche riuscite a vendere i biglietti consigliando ai potenziali clienti di Ita di comprarli in aeroporto. Fino all’ultimo momento, Ita ha cercato di comprare il marchio Alitalia dai commissari straordinari della ormai ex compagnia. La trattativa diretta continuerà e i commissari lo hanno proposto a 290 milioni, con il solo risultato di mandare deserte le aste. Ita lo quota 50 milioni confidando sulle difficoltà economiche di Alitalia, dove solo ieri i commissari sono riusciti a pagare ai dipendenti la seconda metà degli stipendi di settembre. In attesa di una schiarita. Ita ha vestito a festa uno solo dei suoi 52 aerei. Tutti gli altri sono in arrivo da Alitalia e ne conservano il marchio sulle carlinghe. Riccardo Annibali

Ettore Livini per "Venerdì - la Repubblica" l'1 ottobre 2021. Volare sì, ma nel blu dipinto di rosso, quello dei conti. I 74 anni di storia di Alitalia sono una sorta di manuale di economia applicata al contrario. Dove tutto quello che poteva non funzionare non ha funzionato. I numeri sono pietre: i bilanci della compagnia di bandiera hanno chiuso in utile solo tre volte in tre quarti di secolo. I contribuenti italiani hanno speso 13 miliardi di euro per provare a tenerla in volo, senza riuscirci. Lo Stato (che l'ha gestita dal 1946 al 2008) non è mai riuscito a farla funzionare. Affidarla alle cure dei privati è servito a poco, visto che anche loro hanno perso 3,3 miliardi di euro in un decennio. Nel 1965 l'aerolinea tricolore era il settimo vettore mondiale e aveva dimensioni superiori a Lufthansa. Oggi i tedeschi sono sette volte più grandi e il numero uno dei cieli italiani è Ryanair (39 milioni di passeggeri contro i 21 di Alitalia). Cosa è successo? Perché la nostra compagnia ha perso miliardi e quote di mercato anche quando i rivali guadagnavano milioni di euro? Questione di scelte sbagliate o mancate. Eccole.

Liberalizzare stanca. Il primo treno perso dall'Alitalia, il più importante, è quello della liberalizzazione del mercato. Fino a fine anni Sessanta, il trasporto aereo era un mosaico di monopoli nazionali. Il nostro vettore controllava l'80 per cento del traffico domestico e il 40 di quello da e per l’estero. E solo le manìe di grandeur dell'Italia degli anni del boom e la gestione un po' parastatale impedivano allora di chiudere i conti in attivo. Il vento però, poco alla volta, ha iniziato a girare: negli anni Settanta gli Stati Uniti hanno aperto alla concorrenza il mercato interno. La Gran Bretagna di Margaret Thatcher ha seguito a ruota privatizzando British Airways, l'Europa ha lanciato un programma per la liberalizzazione completa entro il 1997. E le regole di ingaggio dei cieli globali sono cambiate: la concorrenza ha fatto crollare costi dei biglietti e guadagni con i fallimenti di grandi nomi come Pan Am e Twa. Gran parte delle aerolinee si sono adeguate a questa nuova realtà investendo per crescere, cercando capitali sul mercato e alleandosi tra di loro. Alitalia no. Il controllo statale era un dogma. Le alleanze erano tabù. E tra il 1970 e il 1990 la nostra compagnia è cresciuta a un terzo del ritmo dei rivali continentali. 

Meglio il divorzio. Il tempo per recuperare parte del terreno perduto c'era però ancora. Il governo Prodi nel 1996 colloca in Borsa il 37 per cento della compagnia e ne affida la cloche come ad a Domenico Cempella. Il mercato tirava ancora, il neo manager riporta sotto controllo i costi e per tre anni consecutivi l'azienda riesce a chiudere i conti in attivo, aprendo un tavolo per la fusione con gli olandesi di Klm e inaugurando un hub nel ricco mercato del Nord a Malpensa, previa chiusura di Linate. La strada, con il senno di poi, l'hanno ammesso tutti, era quella giusta. Le scelte sembravano vincenti. Peccato non ne sia andata in porto nessuna. La politica e le lobby interne all'azienda hanno faticato a digerire la spartizione di potere con Amsterdam. Linate non ha chiuso. Fiumicino ha remato contro il lancio di Malpensa. E nel 2020 gli olandesi, esasperati, hanno chiesto il divorzio accettando di pagare 150 milioni di euro pur di tornare single, uscire dal pantano italiano e accasarsi felicemente con Air France. 

Silvio inizia a volare. Alitalia, a quel punto, doveva ripartire da zero. Era troppo grande e strutturata per competere con le low-cost e troppo piccola per la sfida del lungo raggio. Né carne né pesce. E ha provato a rimediare agganciandosi a una delle grandi alleanze tra vettori nate in quegli anni. Facendo l'ennesima scelta sbagliata: a luglio 2001 è entrata in SkyTeam, l'asse con Delta, Air France e Klm. Ma essendo l'ultima arrivata, ha accettato di perdere 1,5 miliardi di euro di voli intercontinentali dall'Italia (tagliando i servizi) per veicolare il traffico a lungo raggio verso Parigi e Amsterdam. Rinunciando a parte delle tratte più redditizie. L'11 settembre di quell'anno, con l'attentato alle Torri Gemelle, il trasporto aereo mondiale è andato sotto choc. Le compagnie aeree mondiali hanno perso soldi per cinque anni di fila. Chi aveva le spalle forti poteva permettersi di curare le ferite con il fieno messo in cascina negli anni di vacche grasse. Alitalia no. I conti sono sempre stati in rosso, Ryanair e Easyjet stavano rubandole il mercato interno, abbassando le tariffe a livelli che lei non poteva permettersi. E il nuovo governo Prodi nel 2007 ha raggiunto un accordo per cedere la compagnia ad Air France, un modo per passare l'onere di risanarla - spese comprese - ai transalpini. Fine dell'incubo? No. Di mezzo, questa volta, si è messo per motivi politici Silvio Berlusconi. In calendario c'erano le elezioni. Il Cavaliere ha lanciato lo slogan "Io amo l'Italia, io volo Alitalia", tuonando contro la cessione agli stranieri. E una volta uscito vincitore dalle urne ha dato il benservito a Parigi affidando la compagnia (nel frattempo finita in amministrazione straordinaria dopo il crac Lehman) al Progetto Fenice, una cordata di imprenditori - spesso in affari con lo Stato su altri fronti - inesperti di aeronautica e coordinati da Banca Intesa. 

Capitani coraggiosi. L'obiettivo era far rinascere la società molto più piccola di prima (poco più di 3 miliardi di fatturato contro i 6 del 2000) con un nuovo piano industriale. Unico problema: il piano era sbagliato. Si concentrava sui tagli di costi del personale che non erano poi molto diversi da quelli dei rivali e dimenticava le rotte intercontinentali per concentrarsi sul medio e breve raggio dove le compagnie a basso costo dettavano ormai legge. E scommetteva sulla Roma-Milano, all'epoca la rotta più redditizia d'Europa, proprio alla vigilia del boom dei Frecciarossa. Risultato: dopo cinque anni di perdite i "capitani coraggiosi" hanno passato il cerino (alias il 49 per cento del capitale) agli emiri di Etihad. Ma le strategie non sono cambiate. Tra il 2009 e il 2018, un decennio in cui le aerolinee mondiali hanno guadagnato 196 miliardi di dollari, Alitalia ha perso un milione al giorno. E alla fine è tornata in amministrazione straordinaria. Con due paradossi: il primo è che nei nove anni di gestione privata lo Stato ha dovuto sborsare tra ammortizzatori sociali e prestiti ponte mai rimborsati, 5 miliardi di aiuti. Il secondo è che la crisi della compagnia non ha minimamente frenato la crescita del trasporto aereo nel nostro Paese. Nel 2019 (ultimo anno a pieno regime per il traffico nei cieli) i passeggeri passati negli aeroporti tricolori sono stati 191 milioni, quasi il 50 per cento in più del 2008.I viaggiatori, insomma, sono di più. Ma non salgono a bordo di aerei Alitalia: la ex compagnia di bandiera garantisce solo il 7,7 per cento del traffico internazionale da e per il nostro Paese. Anche sui voli interni, ormai, è stata superata da Ryanair. Ora il testimone (pare) passerà a Ita, puntellata da altri 1,4 miliardi di soldi pubblici. Ma senza idee chiare, piani giusti e alleati all'altezza della sfida, il rischio che l'eterna telenovela di Alitalia si ripeta uguale a se stessa come in un infinito giorno della marmotta è molto alto.

Sergio Rizzo per “la Repubblica - Affari & Finanza” il 6 settembre 2021. Quando nel 2008 franò la prospettiva di cedere Alitalia al gruppo Air France-Klm, il ministro dell'Economia Padoa Schioppa confessò di essersi sentito come l'autista di un'ambulanza che trasportava un malato grave nell'unico ospedale disposto ad accettarlo. Ambulanza alla quale qualcuno aveva bucato le ruote: Silvio Berlusconi con la complicità dei sindacati. E quella era davvero l'ultima spiaggia. Mai come adesso, 13 anni dopo, di fronte al terzo surreale tentativo di accanimento terapeutico sul defunto tenuto artificialmente in vita, quell'episodio va ricordato per spiegare come in questo Paese certa politica non abbia mai voluto fare i conti con la realtà. Peccato che poi ne facciano le spese i contribuenti. Ne sono testimonianza i 10 miliardi (cifra calcolata forse per difetto) che le Alitalia ci sono costate finora. Collezionando record inarrivabili di spreco. È appena il caso di citare che oggi, caso unico, esistono ben due Alitalia in amministrazione straordinaria con annessi e connessi. Per non parlare di taluni trattamenti principeschi concessi a piloti e altri dipendenti rimasti senza lavoro grazie a uno speciale fondo integrativo della cassa integrazione gestito dall'Inps: ancora nel 2017 ne usufruivano ben 6.845 persone, di cui 280 con prestazioni comprese fra 5 e 10 mila euro mensili, 138 fra 10 e 20 mila euro e addirittura 56 con assegni che superavano i 20 mila euro al mese. E adesso si riparte daccapo, con una compagnia nuova di zecca, un nuovo cda, un nuovo piano industriale e altri (tanti) soldi. Tre miliardi sono stati stanziati. Mentre la giostra delle amministrazioni straordinarie, dei commissari, dei consulenti, delle cause legali e relative parcelle dei legali, del passaggio di beni e attività da una mano all'altra, continua imperterrita a girare. Eppure si ricomincia, rimettendo le lancette dell'orologio indietro di 13 anni, quando la compagnia di bandiera era di proprietà dello Stato. Con la differenza che questa volta si ricomincia con un terzo degli aerei, una cinquantina appena, e la prospettiva di arrivare a 105 nel 2025, cioè due terzi di quanti ce n'erano nel 2008. Non è necessario essere espertissimi di trasporto aereo per capire che già qui c'è qualcosa che non va. Basta dare un'occhiata ai numeri. Il gruppo Lufthansa di aerei ne ha più di 600, Air France-Klm e Iag (British airways più Iberia e Air Lingus) circa 550 ciascuna, Ryanair più di 300, Easyjet oltre 250. Per trovare un vettore internazionale con una cinquantina di velivoli bisogna scendere fino ad Air Europa, terza compagnia spagnola. Tanto da chiedersi che senso ha tutto questo. Mettere il turbo al turismo, come non si stancano di sostenere i fautori di questa nuova insensata avventura, ripetendo il concetto con cui Berlusconi nella campagna elettorale del 2008 bloccò la vendita di Alitalia ai francesi? Come se i turisti stranieri non venissero in Italia perché non c'è una compagnia di bandiera con il tricolore sulla coda che ce li porta. Nel 2018 il traffico aereo da e per l'Italia ha toccato i 100 milioni di persone, con l'Alitalia che ne ha trasportate meno del 10 per cento (9,8 milioni). E allora aveva circa 120 aerei. Per fare un paragone, la sola Ryanair ha trasportato il triplo dei passeggeri: prova che nemmeno questa banale argomentazione turistica sta in piedi. «Non stiamo organizzando un'azienda mini. Ma stiamo organizzando un'azienda che parte necessariamente allineata con la capacità che ha il mercato di assorbire la domanda e dall'altra con una prospettiva di competitività e di crescita», diceva appena quattro mesi fa alla Camera l'allora presidente della nuova compagnia, Francesco Caio, nominato dal governo Conte un anno prima e ora già uscito di scena per andare alla guida di Saipem. Lo stesso Caio che quando era amministratore delegato delle Poste e quindi azionista di Alitalia si diceva «incoraggiato» dal lavoro che stava svolgendo Etihad: lavoro che ben presto avrebbe rivelato effetti catastrofici. La sensazione netta è che le motivazioni alla base della decisione di creare Ita (per inciso devono anche aver studiato a lungo, nonché pagato qualcuno, per partorire una sigla così innovativa) siano ben distanti dalla realtà della competitività e della crescita promesse allora. Comunque misteriose, e in ogni caso oggi nemmeno giustificabili, per il costo che comporta, dall'esiguità del bacino elettorale che un tempo Alitalia rappresentava. Ma ancora più netta è la sensazione che a fronte di un piano industriale giudicato da molti discutibile, soprattutto l'orizzonte sia avvolto da una nebbia nella quale la politica avanza a tentoni. Qualche giorno fa il ministro dello Sviluppo economico Giorgetti ha di nuovo tirato fuori la vecchia storia ferroviaria, ipotizzando una qualche integrazione fra la minuscola compagnia aerea pubblica e le Fs. Progetto già messo in campo dal primo governo Conte e poi tristemente accantonato per palese impraticabilità. Una suggestione, peraltro, che risale nientemeno che all'inizio degli anni 90, quando si cercava una soluzione per l'Alitalia, già all'epoca in crisi profonda al punto da non riuscire a chiudere in trent' anni un solo bilancio in utile.

Comandanti, hostess e colletti bianchi, la carica dei 30 mila per un posto in Ita. Lucio Cillis su L'Espresso il 4 settembre 2021. Le domande arrivate sono dieci volte più dei ruoli disponibili. Tanti piloti da Alitalia, ma anche avvocati in cerca di un futuro. La carica dei 30 mila è a un passo dal traguardo, fissato per lunedì. L'asticella delle domande di assunzione in Ita - la compagnia di bandiera che da metà ottobre prenderà il posto di Alitalia - ieri sera alle 19 ha sfiorato quota venticinquemila, ma per le prossime ore è prevista un'accelerazione che potrebbe portare appunto a circa 30 mila candidature, ossia più di dieci domande per ognuno dei 2.800 posti disponibili. Dopodomani il sito allestito per accoglierle chiuderà e nelle ore successive il presidente di Ita Alfredo Altavilla potrebbe annunciare la chiusura dell'operazione e il via ufficiale alla società che fa capo al ministero dell'Economia. Quello di Ita sarà un popolo con storie differenti e con impieghi diversi. Le operazioni di volo saranno gestite da 2.800 persone per 52 aerei, rispetto alle 10.500 che invece timbravano il cartellino in Alitalia, anche se i servizi (e il personale) di carico e scarico bagagli, la manutenzione, saranno ceduti e affidati a società esterne. Dei nuovi dipendenti di Ita, circa 1.600 appartengono alla categoria "volo" in senso stretto e cioè comandanti e primi ufficiali, assistenti di volo e così via. Mentre altri 1.200 - un bel numero visto che nella Alitalia vecchia maniera ne venivano occupati 1.400, ma con una flotta doppia - saranno dipendenti operativi di terra: qui c'è di tutto; si va dal tecnico che opera sotto la pancia dell'aereo fino al responsabile comunicazione o all'avvocato dell'ufficio legale. Nel dettaglio la metà delle 2.400 candidature per posti di pilota registrate finora dal sito Ita arrivano da ex dipendenti Alitalia. Così come il 30%, cioè duemila, delle 6.900 domande per assistente di volo. E circa il 13% (oltre 2.000) su 15.500 curricula relativi ad operazioni e staff sono stati inviati da lavoratori della vecchia compagnia. Al di là dei reduci di Alitalia, gli altri aspiranti piloti sono professionisti che hanno lavorato in Air Italy, Meridiana, Blue Panorama o che si giocano la carta Ita dopo aver provato quella delle low cost. La corsa per chi aspira al ruolo più ambito, la guida di un aereo, si preannuncia però piena di ostacoli, considerato che si parla di circa 600 assunzioni. Per molti piloti il sogno rischia di infrangersi sull'esperienza accumulata nella propria vita professionale e su un paletto difficilmente aggirabile e cioè, molto banalmente, l'aereo da pilotare. I brevetti, infatti, coprono una tipologia ristretta di velivoli: chi oggi comanda un Airbus A330 con molta probabilità avrà un posto in Ita. Mentre chi ha in tasca la "licenza" per pilotare un Boeing 777 (Alitalia ne ha diversi in flotta) potrebbe trovare la porta chiusa se la scelta della nuova compagnia di bandiera dovesse - come sembra - indirizzarsi verso il marchio di aerei franco-tedesco e non sul costruttore americano. Il passaggio è possibile solo al costo di molte ore di simulatore, che costano un occhio.  Oltre al personale di volo Ita dovrà riempire molte altre caselle: avvocati o dirigenti e tecnici disposti a rischiare il futuro. Vero che si tratta di una nuova linea aerea e si parte da zero, ma è altrettanto vero che alcuni degli ingranaggi arrugginiti che hanno fatto saltare negli anni i conti di Alitalia verranno utilizzati anche qui. Ad esempio il ricorso a quei 1.200 stipendi per il personale operativo non di cabina: in alcune compagnie low cost europee questi lavoratori sono in media quattrocento con flotte da 300 o 400 aerei. Un lavoratore circa per aeromobile, contro i 23 per ciascuna macchina previsti da Ita. Ultimo nodo quello dei contratti e degli stipendi: Altavilla ha in mente un piano di decollo rapido e probabilmente doloroso, con salari tagliati fino al 20% rispetto ad Alitalia (ma con premi di risultato previsti dal secondo anno), almeno nella fase iniziale.

Dagospia l'1 settembre 2021. Riceviamo e pubblichiamo: “In merito a quanto recentemente pubblicato da alcuni organi di stampa e ripreso dal sito Dagospia, si precisa che con riferimento al procedimento penale dinanzi al Tribunale di Civitavecchia avviato a seguito della dichiarazione di insolvenza di Alitalia CAI s.p.a. il giudice per per le indagini preliminari ha disposto l’archiviazione della posizione di  Roberto Colaninno, all’epoca consigliere non esecutivo della società , per tutti i capi di imputazione ad eccezione di uno, relativo al trattamento contabile  dei proventi della vendita degli slot di Heathrow per cui è stato chiesto il rinvio a giudizio che verrà discusso in una prossima udienza”. Image Building (ufficio stampa del presidente Roberto Colaninno). 

Daniele Martini per “Domani” l'1 settembre 2021. Per il pubblico ministero si sarebbe dovuto archiviare mettendoci una pietra sopra. Il giudice per le indagini preliminari (Gip) del tribunale di Civitavecchia, Giuseppe Coniglio, è stato di parere completamente diverso e ha disposto l’imputazione coatta di sette tra amministratori e dirigenti di Alitalia ai tempi in cui era diventata araba, cioè era finita sotto la guida di Etihad, la compagnia di proprietà dell’emiro di Abu Dhabi. Il procedimento giudiziario prosegue nei confronti dei sette manager sulla base di reati contestati gravi: bancarotta fraudolenta e falso in bilancio. Entro dieci giorni il pubblico ministero ha l’obbligo di comunicare l’imputazione ai soggetti interessati, dopo ci sarà per tutti un’udienza preliminare. A quel punto il procedimento potrebbe essere unificato con l’altro già in corso sullo stesso argomento e nel quale sono coinvolti altri personaggi di spicco, dal presidente Alitalia del tempo, Luca Cordero di Montezemolo, al vicepresidente James Hogan, un manager australiano che godeva la fiducia dell’emiro. Sia i protagonisti dell’uno sia dell’altro troncone giudiziario cooperarono per condurre Alitalia a un esito disastroso: il fallimento a cui seguì l’ingresso di commissari per l’amministrazione straordinaria che senza aver mai brillato dovrebbero lasciare il posto a Ita dal 15 ottobre. Nella speranza che anche Ita non si infili nel solco delle perdite a ripetizione che si susseguono ormai da 20 anni. L’operazione Alitalia araba fu voluta con determinazione dal presidente del Consiglio di allora, Matteo Renzi, partì ufficialmente all’inizio del 2015 e durò appena due anni e mezzo lasciandosi dietro un’infinità di polemiche e di iniziative giudiziarie. In quel periodo Etihad, pur non potendo superare il 49 per cento del capitale in omaggio alle normative europee, di fatto era diventata l’azienda che a Fiumicino faceva e disfaceva. In un primo momento i magistrati di Civitavecchia avevano deciso di far uscire dall’inchiesta nove personaggi, il Gip ora ne recupera sette. Ecco i loro nomi: James Rigney, Giovanni Bisignani, Corrado Gatti, Claudio Di Cicco, Silvano Cassano, Roberto Colaninno e Alessandro Cortesi. Colaninno è uno degli imprenditori italiani più in vista, presidente della Piaggio, scelto nel 2008 dall’allora capo del governo, Silvio Berlusconi, per guidare una cordata di una ventina di imprenditori, i «patrioti», che avrebbero dovuto per l’ennesima volta rilanciare Alitalia. Ai tempi dell’ingresso in partita di Etihad l’esperimento berlusconiano era già ampiamente naufragato e Colaninno era uno dei pochi di quella variegata compagine rimasti in pista. Rigney era l’amministratore della compagnia araba, Bisignani consigliere di amministrazione Alitalia dopo essere stato amministratore delegato una trentina d’anni prima, Cassano amministratore delegato da novembre 2014 a settembre 2015, Di Cicco vice presidente del settore finanziario, Corrado Gatti e Alessandro Cortesi del collegio sindacale. Anche dopo l’intervento del Gip rimangono fuori due personaggi eccellenti: Enrico Laghi e Jean Pierre Mustier, i quali avevano partecipato in maniera molto diversa e con responsabilità assai differenti all’avventura di Alitalia araba. Mustier era l’amministratore delegato di Unicredit, una delle banche più esposte per i finanziamenti elargiti alla traballante compagnia di Fiumicino. Laghi, invece, era molto più dentro la gestione dell’azienda essendo il rappresentante legale di Midco, la società che deteneva il 51 per cento del capitale Alitalia e nello stesso tempo anche consulente della stessa azienda. Laghi ha poi ricoperto un ruolo decisivo anche dopo la parentesi Etihad diventando commissario straordinario con il compito di valutare l’operato della precedente gestione di cui lui stesso era stato uno dei portabandiera, senza che nessuno abbia mai censurato l’evidente conflitto di interessi che lo riguardava. Nei confronti dell’archiviazione della posizione di Laghi potrebbe di nuovo fare opposizione Alitalia in amministrazione straordinaria, così come la fece a dicembre di un anno fa con un atto di opposizione che oltre a lui riguardava altri otto manager. Con quell’atto i magistrati di Civitavecchia venivano invitati a effettuare indagini suppletive «tese ad accertare i rapporti personali così come ricavabili ex aliis da mail, frequentazioni, attività professionali e incarichi ricoperti all’epoca dei fatti e anche in precedenza esistenti tra amministratori operativi e non operativi, sindaci e consulenti». Il Giudice per le indagini preliminari di Civitavecchia ha deciso di ripescare nel procedimento giudiziario i sette esclusi basandosi soprattutto su una consulenza tecnica condotta dai periti Stefano Martinazzo e Ignazio Arcuri, definita dallo stesso Gip «completa, esaustiva e ben motivata nei passaggi tecnici e logici». Tra i vari episodi esaminati dal Gip per arrivare all’imputazione coatta c’è anche quello della vendita degli slot dell’aeroporto di Heathrow da Alitalia a Etihad e poi ripresi in affitto dalla stessa Alitalia. Scrive il giudice Coniglio: «Le poste di reddito inesistenti iscritte a bilancio per un importo pari a 39 milioni di euro, generate da una pretestuosa valutazione degli slot al primo gennaio 2015, ha consentito, infatti il progressivo aumento dell'esposizione debitoria. Il Consiglio di amministrazione aveva avuto contezza della illecita iscrizione nella relazione finanziaria annuale e nella relazione semestrale di Alitalia».

Gabriele De Stefani per “la Stampa” il 13 febbraio 2021. Un miliardo e 300 milioni di prestiti tra il 2017 e il 2019, 350 milioni di ristori Covid, tre miliardi per capitalizzare la newco Ita, qualche centinaio di milioni per la cassa integrazione. Totale: più di 5 miliardi in tre anni e mezzo per salvare Alitalia e la sostanza è che, ad oggi, non si riesce a pagare gli stipendi della vecchia compagnia e la nuova nemmeno ha le licenze per volare. E intanto ogni mese vanno in fumo 50 milioni di euro. «La commissione non è incline a nuovi aiuti» filtra da Bruxelles e, anzi, dei 77 milioni attesi dal decreto Ristori non ne saranno sbloccati più di 55. Alitalia e Ita, a caccia di un' alternativa, provano a dare una lucidata a una vecchia idea da giocarsi a Bruxelles: lo spezzatino degli asset, vendendo progressivamente - e senza gara ad hoc - aerei e slot necessari a far partire i primi voli targati Ita, in attesa di tempi migliori. I margini però sono stretti: servirà quanto meno un grande lavoro diplomatico per convincere la commissaria alla Concorrenza Margreth Vestager che si tratta di una soluzione di mercato. Giuseppe Leogrande, commissario di Alitalia, è al lavoro per scrivere il bando di gara per mettere all' asta aerei, slot e servizi della compagnia. Servono soldi in fretta, perché le casse sono vuote e vanno pagati 10.500 stipendi. Alitalia attende 77 milioni di ristori, ma Bruxelles fa sapere che «gli indennizzi dovranno essere commisurati alle perdite effettivamente subite». Dagli uffici filtrano cifre al ribasso: sforbiciata da 77 a 55 milioni, 20 milioni per novembre e circa 35 per dicembre. Nel frattempo, con gli aerei svuotati dalla pandemia, i ricavi non saliranno a breve. Il nuovo governo deciderà per altri aiuti? L'Ue lascia pochi margini, anche se i sindacati lamentano una maggiore generosità riservata alle compagnie di bandiere straniere (che però hanno altre dimensioni). Sul fronte di Ita, l'ad Fabio Lazzerini sta rivedendo il piano industriale sulla base dell' andamento del mercato e dei tempi allungati (se tutto va bene si partirà a luglio inoltrato). Bruxelles ha una sola domanda, circostanziata e dirimente: dove sta la discontinuità con Alitalia se si punta a rilevarne hub, aerei, tratte e dipendenti? Nel dialogo con la Commissione, Lazzerini fa leva su tre punti: la modernizzazione della flotta, la scelta delle sole rotte profittevoli, la svolta strategica del ribilanciamento tra corto e lungo raggio. Di certo, Ita deve fare presto: troppo importante essere pronti nel momento in cui la pandemia allenterà la morsa e il mercato si riattiverà. Già ora ci sono compagnie, come Easyjet, che hanno prenotazioni per l' estate triplicate rispetto al 2020. L'idea del compromesso Fin qui il governo aveva frenato Leogrande sull' asta per gli asset Alitalia. Nella speranza di poter andare a trattativa privata con Ita ma, anche qui, Bruxelles ha già fatto intendere che non se ne parla, dopo gli altolà di compagnie concorrenti come Ryanair. Ita potrebbe cercare alternative sul mercato? Qui pesano le ragioni politiche, e non certo di mercato, che rendono inverosimile che una società controllata al 100% dal Tesoro guardi in direzione diversa dal trasferire ossigeno ad Alitalia. E allora, per provare ad accelerare e dare respiro alla vecchia compagnia di bandiera, le due società e la politica pensano ad uno spezzatino-ponte: offerta di Ita per aerei, personale e slot per le sole rotte già operative. In poche settimane Alitalia inizierebbe a riempire le casse e a tagliare costi, Ita a volare e ad assumere. Passerebbero di mano tutti asset già andati all' asta (deserta) un anno fa e proprio l'insuccesso del bando del marzo 2020 potrebbe essere l' argomento su cui fare leva nel negoziato con l'Ue. Il rischio che la Commissione lo consideri solo un espediente per aggirare gli ostacoli, però, è concreto. E senza l' ok di Bruxelles l' eterno gioca dell' oca non può che ripartire dalla casella iniziale: due compagnie paralizzate, una senza i soldi per gli stipendi e l' altra con 3 miliardi accessibili, ma le mani legate. "Troppe pressioni" «Se non spiegheranno in maniera convincente come pensano di rendere le rotte profittevoli e dove sia la discontinuità, l' ok dell' Ue non lo avranno mai» è il parere secco di Andrea Giuricin, economista dell' università Milano Bicocca esperto di trasporto aereo. Che spiega: «È evidente che è in corso una trattativa che comprende anche i prestiti ponte. Draghi si trova tra le mani la solita patata bollente dei predecessori. Mi aspetto che lavori nel solco indicato da Bruxelles, con una procedura di mercato e una vera gara internazionale per gli asset: ma non sarà facile, le pressioni politiche saranno fortissime».

·        Giù le mani dalle auto blu.

Francesco Bisozzi per ilmessaggero.it il 21 maggio 2021. Si sbloccano i controlli sulle auto blu, rimasti fermi per Covid e insabbiati dai Cinquestelle. Perlustrati, da febbraio a oggi, sette garage dello Stato su dieci. Individuate 2.371 auto blu di cui si era perso traccia, 707 a uso esclusivo