Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2021

 

IL GOVERNO

 

SECONDA PARTE

 

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

 

 

ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

     

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

GLI ANNIVERSARI DEL 2019.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

IL GOVERNO

INDICE PRIMA PARTE

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE. (Ho scritto un saggio dedicato)

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quella guerra civile italiana che fu chiamata brigantaggio.

Il tradimento della Patria.

Storia d’Italia.

Truffa o Scippo: La Spesa Storica.

Il Paese delle Sceneggiate.

LA SOLITA ITALIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Tutto va male? Diamo panem (reddito di cittadinanza) e circenses (calcio).

Liberazione dell'Italia. Ecco il "film" degli alleati.

Il Piano Marshall.

Il Tafazzismo Meridionale. Il Sud separato in casa.

Gli errori sull’Euro.

L’Italia continua a dare più fondi all’Europa di quanti ne riceve.

SOLITA LADRONIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Italia che siamo.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Libero Mercato.

I Liberali.

La Nuova Ideologia.

Vizio sinistro: criminalizzazione della Società.

Un popolo di Spie…

I Senatori a Vita.

La Terza Repubblica (o la Quarta?).

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

E la chiamano democrazia…

Parlamento: Figure e Figuranti.

L’ossessione del complotto.

L’Utopismo.

Il Populismo.

Riformismo e Riformisti.

Il Tecnopopulismo.

La Geopolitica.

La Coerenza.

Le Quote rosa.

L’uso politico della giustizia.

L’Astensionismo.

La vera questione morale? L’incompetenza.

Mai dire…Silenzio Elettorale.

Gli Impresentabili.

I Vitalizi.

Il Redditometro dei Parlamentari.

Il Redditometro dei Partiti.

Parlamento: un Covo di Avvocati.

Autenticazione delle firme per i procedimenti elettorali.

Il Conflitto di interessi.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA APPALTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Appalti truccati.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Concorso Truccato. Reato Impunito.

Concorsi truccati nella Magistratura.

Concorsi truccati nell’Università.

Concorsi truccati nella Sanità.

Il concorso all’Inps è truccato.

Il concorso per docenti scolastici era truccato.

Il concorso per presidi era truccato.

Esami universitari e tesi falsate.

L’insegnamento e la Chiamata Diretta.

Concorsi truccati nella Pubblica Amministrazione.

In Polizia: da raccomandato.

Precedenza ai militari.

Il Cartellino Rosso per gli Arbitri.

L’Amicocrazia.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Esame di Abilitazione Truccato.

La Casta precisa: riforme non per tutti...

SOLITO SPRECOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ei fu CNEL.

Lo Spreco dei Comuni.

Lo scandalo della Pedemontana Veneta.

Immobili regalati o abbandonati.

Storia di un maxi spreco. Il super jet di Renzi.

Alitalia: pozzo senza fondo.

Giù le mani dalle auto blu.

Le Missioni dei Politici.

Le Missioni dei Giornalisti Rai.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

Il “gold exchange standard”, il “Nixon shock” e le politiche monetarie.

I Bitcoin.

Tassopoli.

Le vincite.

Il Contrabbando.

I Bonus.

Il Superbonus.

Bancopoli.

Le Compagnie assicurative.

Le Compagnie elettriche.

Le Compagnie telefoniche.

Il Black Friday.

Il Pacco: Logistica e Distribuzione.

I Ricconi alle nostre spalle.

 

  

 

 

 

IL GOVERNO

SECONDA PARTE

 

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Il Libero Mercato.

La logica del mercato. Preda del consumismo. La pubblicità non è onnipotente come le agenzie pubblicitarie e gli anticapitalisti vorrebbero farci credere. Rainer Zitelmann su L'Inkiesta il 18 Dicembre 2021. L’immagine del cliente senza cervello sedotto da un marketing ingannevole per comprare oggetti non necessari è una grande esagerazione. Il cliente non è una vittima. Anzi, se c’è qualcuno che viene imbrogliato, di solito sono le aziende che investono tanti soldi in spot inefficaci e partecipano al gioco solo perché lo fanno anche i loro concorrenti. Nella sua enciclica del 2015 Laudato sì, una diretta accusa al capitalismo, Papa Francesco ha proclamato: «Dal momento che il mercato tende a creare un meccanismo consumistico compulsivo per piazzare i suoi prodotti, le persone finiscono con l’essere travolte dal vortice degli acquisti e delle spese superflue. Il consumismo ossessivo è il riflesso soggettivo del paradigma tecno-economico». L’anticapitalista Noam Chomsky ha ripetutamente criticato l’industria pubblicitaria, dicendo che l’obiettivo di quest’ultima è quello di intrappolare le persone all’interno del consumismo per indottrinarle ed esercitare il controllo su di loro.

I critici dell’industria pubblicitaria vedono le aziende di marketing come onnipotenti. Tali critici tentano di creare l’impressione che i consumatori siano vittime senza cervello nelle grinfie dell’industria pubblicitaria. Secondo questa narrazione, le aziende pubblicitarie usano la loro propaganda per convincere le persone a comprare prodotti senza senso, con un consumo così dilagante che ha un impatto sull’ambiente a un livello senza precedenti.

Per dimostrare l’onnipotenza dell’industria pubblicitaria, i suoi critici hanno ripetuto costantemente alcuni miti per più di mezzo secolo. Uno è basato sul libro di Vance Packard del 1957 “I persuasori occulti”, che ha generato una grande copertura mediatica quando è stato pubblicato. Il libro parlava di un metodo pubblicitario particolarmente manipolativo, che coinvolgeva un cinema che mostrava sullo schermo immagini pubblicitarie della durata di frazioni di secondo durante le proiezioni dei film. Queste immagini apparivano e scomparivano così rapidamente che il pubblico non le notava nemmeno coscientemente.

La stampa si riferiva alla pubblicità subliminale come alla «persuasione più nascosta», e coloro che usavano tali tecniche come «mostri invisibili» e di «lavaggio del cervello» per i consumatori. Se il metodo funzionasse davvero come sostenuto, o se il presunto successo fosse solo il risultato di false tecniche di manipolazione, con alcuni esperimenti che pretendevano di provare il successo del metodo effettivamente inventato, rimane non dimostrato.

Certo, la pubblicità può funzionare, ma non è così onnipotente e insidiosa come la dipingono i suoi critici – e molto più spesso è effettivamente inefficace. Si attribuisce a Henry Ford l’affermazione: «Metà dei soldi che spendo in pubblicità sono sprecati; il problema è che non so quale metà». E David Ogilvy, il grande guru della pubblicità, ridicolizzò ripetutamente le campagne pubblicitarie create da altri professionisti della pubblicità nel suo libro “Confessioni di un pubblicitario”, accusandole di essere inefficaci: di solito non fanno nulla per aumentare le vendite e servono più per intrattenere che per informare. Ogilvy accusava gli altri pubblicitari di essere più preoccupati di aumentare le loro entrate che di vendere i prodotti dei loro clienti.

Howard Schultz, il fondatore di Starbucks, disse che vent’anni fa era difficile anche allora lanciare un prodotto attraverso la pubblicità perché la gente non vi prestava più attenzione come in passato, e non credeva al messaggio. Si è detto sorpreso del fatto che i clienti credessero ancora di ottenere un buon ritorno sul loro investimento pubblicitario.

Nel gennaio 2021, gli esperti pubblicitari americani Bradley Shaprio, Günter Hitsch e Anna E. Tuchmann hanno pubblicato uno studio basato sulla loro meticolosa e scientifica analisi della pubblicità televisiva per 288 beni di consumo. La loro scoperta è stata per certi versi scioccante: non solo la pubblicità non ha dato vantaggi economici per l’80 per cento dei marchi, ma aveva addirittura un ROI (Return On Investment) negativo (si veda questo paper).

Si potrebbe sostenere che la pubblicità online attraverso i social media sia oggi molto più efficace della pubblicità “di una volta”, ma ci sono dubbi anche su questo. Solo pochi anni fa, Procter & Gamble e Unilever hanno ridotto la loro spesa pubblicitaria online rispettivamente del 41% e 59% – e questo non ha avuto alcun impatto negativo sui loro profitti.

La pubblicità non è così onnipotente come le agenzie pubblicitarie e gli anticapitalisti vorrebbero farci credere – per una serie di ragioni – e l’immagine del consumatore senza cervello sedotto da pubblicitari ingegnosi che spende tutto il giorno per comprare oggetti non necessari è una grande esagerazione. Se c’è qualcuno che viene imbrogliato, sono più spesso le aziende che spendono così tanti soldi in una pubblicità inefficace e che partecipano al gioco solo perché lo fanno anche i loro concorrenti. Le agenzie pubblicitarie hanno più successo nel convincere i loro clienti, che non i clienti dei loro clienti.

Quando immagino un mondo senza pubblicità per prodotti e servizi, penso al grigiore del socialismo, dove noiosi manifesti dominano il paesaggio stradale, proclamando i messaggi di propaganda del partito. Preferisco di gran lunga la pubblicità sotto un sistema capitalista che, al suo meglio, ha raggiunto lo status di arte, come nel caso di Andy Warhol, che era lui stesso un artista commerciale di professione.

La logica del mercato. Rainer Zitelmann su L'Inkiesta il 25 Novembre 2021. Invidia sociale. Imprenditori, artisti, ereditieri, vincitori della lotteria: chi merita di essere ricco? Nel suo nuovo libro, Rainer Zitelmann affronta in maniera comparata gli atteggiamenti delle persone nei confronti dei più facoltosi in diversi Paesi, tra cui l’Italia. Il volume verrà presentato il prossimo mercoledì 1 dicembre, alle ore 18, presso il Centro Brera di Via Formentini 10 (Milano). Il collaboratore de Linkiesta Rainer Zitelmann ha in questi giorni pubblicato il suo nuovo libro “Ricchi! Borghesi! Ancora pochi mesi! Come e perché condanniamo chi ha i soldi” (IBL Libri, 2021). Nel libro l’autore affronta in maniera comparata gli atteggiamenti delle persone nei confronti della ricchezza e dei ricchi in diversi Paesi, tra cui l’Italia. Nel libro viene inoltre sviluppato un Indice dell’invidia sociale che denota come molti pregiudizi nascano anche da un’errata percezione delle dinamiche economiche. Il volume verrà presentato il prossimo mercoledì 1 dicembre, alle ore 18, presso il Centro Brera (Via Formentini 10, Milano). Insieme all’autore interverranno Luca Garavoglia (Presidente, Gruppo Campari), Angelo Miglietta (Professore ordinario di Economia e Management e Pro-rettore, Università IULM) e Nicola Rossi (Professore ordinario di Economia Politica, Università di Roma Tor Vergata). Chi merita di diventare ricco? Nella maggior parte dei sondaggi, agli intervistati viene chiesto qual è il loro atteggiamento nei confronti dei ricchi. Tuttavia, è logico che l’opinione delle persone varierà significativamente a seconda del modo in cui le ricchezze sono state accumulate. Per esempio, qualcuno ha costruito la sua ricchezza in seguito ad attività imprenditoriali o perché l’ha ereditata? È diventato ricco perché è un atleta ben pagato, oppure perché ha vinto la lotteria o è un investitore immobiliare?

Per il mio recente libro “Ricchi! Borghesi! Ancora pochi mesi! Come e perché condanniamo chi ha i soldi”, Ipsos Mori ha intervistato 1.096 italiani di età superiore ai 18 anni. Il sondaggio è stato condotto per scoprire cosa pensano gli italiani delle persone ricche. Per esplorare la questione, è stata presentata agli intervistati una lista di dieci diversi gruppi e si è chiesto: «Quale dei seguenti gruppi di persone, secondo lei, merita di essere ricco?».

La domanda su quali gruppi meritino la propria ricchezza, ha determinato le seguenti risposte degli italiani che hanno preso parte al sondaggio: mentre il 42% crede che gli imprenditori meritino la loro ricchezza, solo il 15% dice lo stesso per gli ereditieri. In fondo a questa “scala di popolarità” ci sono gli investitori immobiliari e i banchieri (rispettivamente, 10% e 8%).

Il sondaggio è stato condotto anche in altri 10 Paesi, in Europa, Asia e Stati Uniti. Nei sei Paesi europei e negli Stati Uniti, gli imprenditori e i lavoratori autonomi sono stati ritenuti i più meritevoli per le ricchezze acquisite.

Tuttavia, gli intervistati hanno dichiarato che anche le persone creative e gli artisti, come attori o musicisti, gli atleti di primo livello e i vincitori della lotteria si siano giustamente meritati il proprio status economico. In quattro Paesi (Stati Uniti, Spagna, Gran Bretagna e Svezia) pure gli investitori finanziari figurano tra i meritevoli. Così non è invece in Germania, dove questa categoria figura al penultimo posto, e anche in Francia e in Italia gli investitori finanziari si posizionano molto in basso. In ogni Paese esaminato, i banchieri sono quelli considerati in maniera più negativa: non meritano affatto le loro ingenti entrate. Il quadro è molto diverso in Cina, dove i banchieri sono in cima alla classifica davanti agli imprenditori.

Nel libro effettuo una distinzione tra gli intervistati: da una parte gli “invidiosi sociali”, dall’altra i “non-invidiosi”. Le due categorie sono state individuate in base ad apposite domande. Una scoperta particolarmente interessante è che le persone in cima alla “scala dell’invidia sociale” nei sette Paesi occidentali sono molto meno propense a invidiare i vincitori della lotteria rispetto ai non invidiosi.

La Svezia è l’unico paese in cui proporzioni uguali di invidiosi e non invidiosi credono che i vincitori della lotteria meritino la propria ricchezza. A prima vista questo può sembrare sorprendente. In ogni caso, richiede ulteriori spiegazioni. Dopo tutto, altri gruppi di persone ricche sono criticati con veemenza perché presumibilmente non lavorano abbastanza a lungo o duramente per meritare il proprio patrimonio economico.

Allora perché gli invidiosi pensano che i top manager non meritino di essere ricchi e allo stesso tempo accettano che il caso abbia favorito i vincitori della lotteria, che sono diventati ricchi solo perché sono stati abbastanza fortunati da scegliere i numeri giusti o il biglietto giusto?

Come ha osservato il sociologo Helmut Schoeck, le persone invidiose sono più propense a pensare che i vantaggi siano meritati quando sono la conseguenza della fortuna e del caso piuttosto che dell’impegno e delle abilità personali. Dopo tutto, se qualcun altro ha ottenuto un vantaggio attraverso la fortuna o il caso – a differenza di quando il vantaggio è basato sul duro lavoro o sulle competenze – non porta a chiedersi in maniera assillante perché a lui è andata così e a me no.

Schoeck ha persino citato i vincitori della lotteria come esempio. Il processo di selezione casuale di una lotteria assicura che il vincitore non sia invidiato: «Una moglie non si arrabbierà con il marito per non aver comprato il biglietto giusto della lotteria. Nessuno potrebbe seriamente soffrire di un complesso d’inferiorità come risultato di un fallimento ripetuto alla lotteria».

In termini di autostima, è quindi più facile accettare la fortuna di un vincitore della lotteria che venire a patti con il successo di un imprenditore o di un manager di alto livello. Inoltre, nel caso dei vincitori della lotteria, c’è anche una remota possibilità che prima o poi si possa entrare a far parte della schiera dei fortunati vincitori.

«Le origini ebraiche della finanza moderna? Una leggenda»: 80 tappe per ribaltare i luoghi comuni. Emanuele Coen su La Repubblica il 19 novembre 2021. “La storia mondiale degli ebrei”, tre millenni in un libro: tra figure e avvenimenti dimenticati, pagine drammatiche e vicende sorprendenti. Un percorso per date, a cura di Pierre Savy. La distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 dopo Cristo, l’espulsione degli ebrei dalla Spagna, nel 1492, la nascita dello Stato di Israele, nel 1948. La storia del popolo ebraico, lunga tre millenni, è scandita da alcune tappe fondamentali. Date da segnare in rosso che si alternano con date meno eclatanti ma altrettanto significative come il 1290, l’anno in cui Edoardo I Plantageneto espelle gli ebrei per secoli da tutto il suo regno, la civilissima Inghilterra, primo re cristiano ad adottare una simile misura, seguito poi da altri sovrani. Un momento storico complesso eretto a simbolo dall’antigiudaismo medievale. Oppure il 1920, quando il Parlamento ungherese vara una legge che introduce il numero chiuso universitario in Ungheria, che istituzionalizza per la prima volta in Europa un antisemitismo razziale di Stato, dal momento che considera gli ebrei non una confessione, ma una nazionalità a parte. Una lunga storia, quella del popolo ebraico, popolata da personaggi noti e altri semisconosciuti come Regina Jonas, la prima donna rabbino, nominata nel 1935 a Berlino, caduta nell’oblio per quasi mezzo secolo dopo la sua morte ad Auschwitz, divenuta in seguito l’emblema dell’ebraismo riformato. Per realizzare la “Storia mondiale degli Ebrei” (Laterza) il curatore Pierre Savy, direttore degli studi per il Medioevo presso l’École française de Rome, ha coinvolto una schiera di storici e si è imbarcato in una sfida ambiziosa e appassionante, mettendo insieme avvenimenti e personaggi, un’ottantina in tutto, una selezione inevitabilmente incompleta ma non per questo meno interessante. «Non è una enciclopedia ma un testo divulgativo, rivolto non solo agli eruditi ma anche al grande pubblico. È il frutto di scoperte testuali e archeologiche, una materia in continua evoluzione», sottolinea Savy. Uscito in Francia l’anno scorso, realizzato con la collaborazione di Katell Berthelot, direttrice di ricerca al CNRS e specialista dell’ebraismo nelle età ellenistica e romana, e Audrey Kichelewski, docente di Storia contemporanea all’Università di Strasburgo, il volume esce ora nell’edizione italiana, rivista e adattata con il coordinamento di Anna Foa, già docente di Storia moderna all’università La Sapienza. «Una prima scommessa è stata quella di dare spazio alle date classiche ma insieme anche ad altre date meno scontate e addirittura quasi sconosciute, che permettono di presentare interi squarci della storia ebraica», dice Savy, che aggiunge: «Abbiamo dovuto trovare l’equilibrio fra le date che marcano la storia dell’antigiudaismo e le date che segnano relazioni più complesse, a volte addirittura felici, con la società maggioritaria, in modo da non sprofondare in quella storia “lacrimosa” giustamente denunciata dalla storiografia contemporanea da quasi un secolo». Le pagine dedicate alla Shoah, ad esempio, si concentrano sull’insurrezione del ghetto di Varsavia (1943), la conferenza di Wannsee (1942), in cui venne definita la soluzione finale della questione ebraica, e il ritorno dei deportati sopravvissuti, tralasciando altri fatti rilevanti. Tra le voci del libro, inoltre, destano particolare interesse quelle che contribuiscono a ribaltare luoghi comuni: come quella, scritta da Giacomo Todeschini, dedicata al IV Concilio Lateranense, nel 1215, un evento cruciale che afferma l’importanza dell’osservanza delle regole cristiane per l’identificazione civica e politica degli individui, che accusa gli ebrei di spogliare delle loro ricchezze i cristiani, e soprattutto le chiese, designando gli ebrei come usurai pericolosi per la cristianità. Oppure la voce, realizzata per l’edizione italiana da Francesca Trivellato, che rievoca la leggenda delle origini ebraiche della finanza europea. In sostanza, nel 1647 un volume di norme di diritto marittimo stampato a Bordeaux diffonde il racconto secondo cui gli ebrei medievali, cacciati dalla Francia, avrebbero inventato l’assicurazione marittima e le lettere di cambio, vale a dire i due strumenti finanziari del capitalismo preindustriale, per esportare furtivamente i propri patrimoni nell’Italia centro-settentrionale. «Priva di fondamento ma destinata a riscuotere ampio successo, questa leggenda a lungo dimenticata è l’anello che nell’immaginario cristiano congiunge l’ebreo usuraio medievale al finanziere ebreo moderno», prosegue Savy: «È un cliché di cui si nutre l’antigiudaismo. E, come spesso avviene, chi crede nello stereotipo dimentica la sua origine precisa. Un meccanismo molto pericoloso perché alimenta l’antisemitismo». Una vicenda complessa, quella del popolo ebraico, segnata da episodi tragici e fasi importanti di emancipazione e integrazione nel tessuto sociale, di relazioni felici con la società maggioritaria. Vengono in mente due date emblematiche: il 212 dopo Cristo, quando l’editto di Caracalla riconosce la cittadinanza romana a tutti gli abitanti non schiavi dell’impero, dunque anche agli ebrei. E, in un contesto del tutto diverso, il 1791, quando in Francia il re Luigi XVI firma il decreto in base al quale gli ebrei prestano giuramento ed entrano nella modernità politica, si possono presentare alle diverse funzioni elettive, candidarsi agli impieghi nella funzione pubblica. Un fatto che segna la fine della “nazione ebraica” e l’accesso, per la prima volta nella modernità, alla cittadinanza. «Si tratta di due date importanti, che pur nella loro diversità sottolineano la tensione tra l’integrazione e la rinuncia alla propria autonomia parziale», sottolinea Savy: «Una ambivalenza che si ritrova nell’editto di Caracalla, che infatti fu duramente criticato dai rabbini di Galilea, proprio perché insieme l’integrazione portava con sé l’abbandono di una certa fetta di autonomia giuridica». Nell’edizione italiana sono state aggiunte alcune voci, tra cui quella dedicata a Primo Levi (scritta da David Bidussa), quella del viaggio di Giovanni Paolo II in Terra Santa (di Andrea Riccardi), nel 2000, e del processo Eichmann (1961) con Hannah Arendt, a cura di Anna Foa. Una selezione che, naturalmente, taglia fuori date e personaggi importanti, tra cui Albert Einstein. «Non si tratta di negare la rilevanza di questa e di altre figure, ovviamente, tuttavia occorre mettersi in una prospettiva lunga», conclude Savy: «Se per la storia della scienza Einstein è fondamentale, non è detto che lo sia anche per la storia complessiva del popolo ebraico».

La logica del mercato. Rainer Zitelmann su L'Inkiesta il 19 Novembre 2021. Il fallimento del comunismo. La lezione sul valore del capitalismo che Lenin imparò troppo tardi. Cento anni fa il dittatore capì che l’economia pianificata socialista aveva fallito e varò in fretta la Nuova Politica Economica per evitare altri scioperi nel Paese. La libertà di commercio fu addirittura ripristinata per gli artigiani e le piccole imprese industriali. Ma dopo soli tre anni Vladimir Ul'janov morì e Stalin ritorno ai vecchi metodi, riportando carestia e terrore. È il momento di fare una lezione sul capitalismo e sul socialismo parlando di cose accadute giusto cento anni fa. Nel febbraio e marzo 1921, gli operai posarono gli attrezzi e scioperarono in tutta la Russia – uno dei centri di questa protesta fu Pietrogrado. Unità speciali della Ceka aprirono il fuoco sui lavoratori che manifestavano. Il panico scoppiò tra i bolscevichi quando operai e soldati fraternizzarono. Kronstadt, una base navale e città portuale posta su un’isola al largo di San Pietroburgo, fu il luogo di un ammutinamento dei marinai di due incrociatori corazzati. Il 1° marzo, più di 15.000 persone si riunirono, rappresentando un quarto della popolazione civile e militare della base navale. Gli scioperi e le manifestazioni furono repressi violentemente e il bilancio delle vittime fu di migliaia di persone. 8.000 insorti fuggirono in Finlandia e più tardi tornarono in Russia dopo aver ricevuto la promessa di un’amnistia. Nonostante la promessa di clemenza, furono immediatamente arrestati e trasportati in un campo di concentramento, dove molti morirono. Lo storico Gerd Koenen fornisce la seguente valutazione: «Il trionfo e la dittatura dei bolscevichi poggiavano non da ultimo sul completo annientamento del movimento operaio russo». Lenin non ebbe altra scelta che riconoscere che continuare una politica economica radicale avrebbe minacciato le basi del potere sovietico. La produzione industriale era già scesa a un decimo del livello raggiunto nel 1913, e la gente in tutta la Russia stava morendo di fame. In risposta, Lenin fece un’inversione a U e propose una “Nuova Politica Economica” (NEP), che fu adottata al X Congresso del Partito Comunista Russo nel marzo 1921. Lenin ammise che «abbiamo subito una sconfitta molto grave sul fronte economico». La politica economica dei bolscevichi, diceva eufemisticamente, aveva «ostacolato la crescita delle forze produttive e dimostrato di essere la causa principale della profonda crisi economica e politica che abbiamo vissuto nella primavera del 1921». In termini più chiari: l’economia pianificata socialista aveva fallito non appena fu introdotta. Dopo tutto, Lenin era abbastanza intelligente da capire che l’unica soluzione consisteva nel «ritornare al capitalismo in misura considerevole». Queste erano le stesse parole che Lenin usò per formulare la sua svolta politica. La NEP legalizzò la produzione orientata al profitto, la proprietà privata nella produzione di beni di consumo e l’accumulo di ricchezza. I comunisti permisero alle imprese statali di dare in gestione le loro fabbriche a privati e di affidare il finanziamento e la logistica delle attività imprenditoriali in mani private. Nel luglio 1921, la libertà di commercio fu addirittura ripristinata per gli artigiani e le piccole imprese industriali. Le nuove linee guida adottate nell’autunno del 1921 si opposero risolutamente alla «parità di trattamento dei lavoratori con qualifiche diverse». La distribuzione gratuita di cibo, di beni di consumo di massa e di servizi pubblici – appena celebrate come grandi «conquiste» socialiste – furono cancellate. Non si parlava più di abolire il denaro. Lo storico Helmut Altrichter ha scritto: «Lo Stato aveva mantenuto il controllo dei “luoghi di comando dell’economia”: le banche, l’emissione di moneta, il sistema dei trasporti, il commercio estero, la grande e media industria. Al di sotto di questa soglia, tuttavia, si sforzava di ottenere maggiore produttività ed efficienza, più concorrenza, meno dominio dall’alto e più iniziativa dal basso». Quello che successe dopo fu quello che è sempre successo quando anche una piccola dose di capitalismo viene aggiunta a un’economia gestita dallo Stato: l’economia si riprese. La fame (nel 1921/22, almeno 5 milioni tra i 29 milioni di persone indigenti morirono di fame; alcune stime citano fino a 14 milioni di morti per inedia) diminuì tra il 1923 e il 1928, la produttività aumentò e, dal 1925/26, fu riportata ai livelli prebellici in molte grandi industrie. La Nuova Politica Economica fu l’ammissione da parte dei comunisti che la narrazione ufficiale, che incolpava «sabotatori e agenti stranieri» e altri fattori esterni per i fallimenti dei raccolti, la fame e il calo della produzione, non corrispondeva ai fatti. Le cause principali dei guai della Russia risiedevano nelle stesse politiche economiche socialiste. Ma per i comunisti, la NEP non rappresentava altro che una «ritirata tattica». Nel dicembre 1926, Stalin dichiarò che «abbiamo introdotto la NEP, permesso il capitale privato, e ci siamo in parte ritirati per raggruppare le nostre forze e passare poi all’offensiva». Le conseguenze della rinnovata «offensiva» sono ben note: carestia e terrore diffuso durante la politica che Stalin chiamò «la liquidazione dei kulaki».

·        I Liberali.

150 Sturzo, quando c’era la supremazia della società sullo Stato. Giovanni Orsinasu Culturaidentità il 26 Novembre 2021. In occasione del 150° anniversario della nascita di don Luigi Sturzo, sacerdote, fondatore del Partito Popolare, pubblichiamo l’approfondimento di Giovanni Orsino sul numero di novembre di CulturaIdentità (Redazione)

Non credo che il pensiero e l’azione politica di Luigi Sturzo possano essere compresi a partire dalla dicotomia destra-sinistra, e neppure da quella libertà-illibertà, o se si preferisce liberalismo-illiberalismo. Credo che lo si possa capire molto bene, invece, se lo si misura lungo l’asse società-Stato. Soltanto una volta che lo si sia compreso da questo punto di vista diviene possibile tornare a ragionare alla luce delle due dicotomie precedenti. Mi pare possibile sostenere insomma che nel cuore della riflessione sturziana vi siano l’autonomia della società, la salvaguardia e valorizzazione del suo ordine naturale, delle sue articolazioni interne, delle sue radici religiose, e la sua supremazia sullo Stato, che non solo non deve permettersi di toccare quell’ordine sociale naturale, ma, al contrario, deve mettersi al suo servizio. Interpretato così, Sturzo è prima di tutto un anti-giacobino, un nemico di qualsiasi tentativo di utilizzare il potere pubblico per modificare le strutture tradizionali della società o rieducare gli individui. Adottare questo punto di vista consente di tenere insieme le tre stagioni politiche di Sturzo. Il sacerdote calatino si oppone all’Italia liberale proprio perché eccessivamente giacobina, intenta a “fare gli italiani” attraverso lo Stato e a disarticolare l’ordine sociale – e in particolare le sue radici religiose – nel nome di una certa idea di individuo e libertà. Si oppone al fascismo perché, nel nome della nazione, non soltanto riprende il filo giacobino prefascista ma lo irrobustisce ulteriormente e in misura notevole, passando dall’idea del fare gli italiani a quella del fare i fascisti, con un’accelerazione marcata nella fase totalitaria della seconda metà degli anni Trenta. E nella stagione repubblicana si oppone infine sia alla partitocrazia, che pretende di imporre alla società un ordine politico, oltre a violare i principi di fondo di una liberal-democrazia ben funzionante, sia alle partecipazioni statali e più in generale all’intervento pubblico nell’economia. È liberale, Sturzo? Dipende ovviamente dal filone che scegliamo di privilegiare all’interno di una tradizione quanto mai complessa e pluralista come quella liberale. È indiscutibile che vi siano correnti del liberalismo fortemente incentrate sull’autonomia dell’ordine sociale e perciò robustamente antigiacobine. Per costoro Sturzo non solo è del tutto liberale, ma lo è molto di più degli esponenti dell’Italia che si auto-definiva liberale. Personalmente, tendo a schierarmi con loro. Arriverebbe tuttavia a conclusioni assai differenti un liberale convinto che la società possa coartare la libertà individuale come e più dello Stato, e che in quei casi occorra uno Stato interventista capace di liberare gli individui dall’ordine sociale e dalla tradizione (e dalla religione). Più complicato ancora è collocare Sturzo rispetto all’asse destra-sinistra. Valorizzare l’ordine sociale tradizionale è un’operazione conservatrice, e il rivoluzionarismo giacobino è indiscutibilmente “di sinistra”. Ma la presenza del fascismo rompe schematismi e simmetrie: il fascismo è a destra, e Sturzo non solo fu un grande antifascista, ma per le ragioni illustrate sopra non poteva in alcun modo non esserlo. A ogni modo, chi nell’epoca più vicina a noi ha ripreso, sia pure in maniera scombinata e strumentale, il messaggio sturziano sulla supremazia della società rispetto allo Stato, è stato il ricostruttore della destra italiana: Silvio Berlusconi. Quant’è attuale il messaggio sturziano? Sturzo, come detto, partiva dal presupposto che vi fosse un ordine naturale nella società e che lo Stato dovesse rispettarlo. Ma è proprio quest’ordine naturale che, con un’accelerazione drammatica negli ultimi cinquant’anni, i processi di modernizzazione e globalizzazione hanno largamente disarticolato. Per non dire dell’indebolirsi della Chiesa cattolica, sia in generale, sia come punto di ancoraggio delle tradizioni locali e nazionali. Oggi, insomma, vien da dire semmai che quell’ordine dovrebbe per certi versi essere ripristinato, o quanto meno difeso con decisione. Ma in quale direzione si può guardare per ripristinarlo o difenderlo, se non in quella dello Stato? Anche nelle mutate condizioni odierne, a ogni modo, del pensiero sturziano resta a mio avviso un lascito fondamentale: il legame fra la libertà e il tessuto tradizionale di una comunità. La crisi dei processi di globalizzazione che stiamo vivendo in questi anni, in fondo, è la crisi della pretesa di costruire una libertà individuale assoluta, disincarnata e de-territorializzata, globale. Se da questa crisi vogliamo uscire in direzione non dell’autoritarismo, ma di un diverso liberalismo, allora Sturzo è fra quelli che dobbiamo rileggere.

La logica del mercato. Come il mondo è diventato ricco. Il capitalismo ha portato un sensibile miglioramento nelle condizioni di vita delle persone. Rainer Zitelmann su L’Inkiesta il 15 Ottobre 2021. Il nuovo libro di Art Carden e Deirdre McCloskey, “La grande ricchezza”, descrive il percorso di crescita della prosperità globale, provando a demistificare i luoghi comuni contro il liberalismo usando un approccio storico-scientifico. Si dice che un giorno un socialista sia entrato nell’ufficio del magnate dell’acciaio Andrew Carnegie all’apice del suo successo, nell’ultima decade dell’Ottocento, e abbia chiesto che i ricchi distribuissero il loro denaro ai poveri. Carnegie, così si racconta, chiese al suo assistente di stimare la propria ricchezza e di dividerla per il numero di persone allora presenti sulla Terra. L’assistente tornò poco dopo con le cifre e Carnegie gli disse: «Dai a questo signore sedici centesimi. Questa è la sua parte di ricchezza». Nessuno può dire con certezza se questo sia realmente accaduto o meno. In un certo senso, non ha molta importanza. Ma è uno dei tanti aneddoti divertenti che rendono il libro di Art Carden e Deirdre McCloskey, “La grande ricchezza. Come libertà e innovazione hanno reso il mondo un posto migliore”, così piacevole. Eccone un altro: negli anni ’30, un vecchio amico andò dal comico Groucho Marx e gli disse: «Groucho, ho un disperato bisogno di un lavoro. Tu hai molti contatti utili». L’amico era un comunista e, dal suo punto di vista, ogni forma di impiego era anche una forma di sfruttamento. Groucho Marx, facendo uso della sua tagliente arguzia, rispose: «Harry, non posso. Sei il mio caro amico comunista. Non voglio sfruttarti». Il libro è costellato di questi aneddoti, ma affronta una domanda seria: come si è giunti ad avere un mondo così prospero? Dopo un lungo periodo in cui il livello di benessere è cambiato poco, all’interno di società che erano rimaste statiche per millenni, il capitalismo è emerso nei secoli XVIII e XIX e ha portato a un sensibile miglioramento delle condizioni di vita delle persone. I due autori, tuttavia, evitano la parola “capitalismo”, che considerano un termine polemico usato dagli intellettuali di sinistra. Parlano di “liberalismo” e di “innovazione” perché credono che questi termini siano scientificamente più accurati.

La schiavitù e il colonialismo non sono alla base del capitalismo

Nonostante le loro obiezioni, userò qui la parola capitalismo perché, in fondo, questo libro parla di come il capitalismo è nato. Gli autori affrontano una serie di spiegazioni comuni, ma concludono che nessuna di queste è convincente. I diritti di proprietà e lo Stato di diritto, per esempio, preesistevano al capitalismo da centinaia di anni, quindi sono condizioni necessarie ma non sufficienti. Allo stesso modo, lo sviluppo della scienza, pur essendo molto importante, fu una conseguenza piuttosto che una causa dell’arricchimento economico: «La scienza fu più un risultato della crescita economica che una causa». Le scoperte scientifiche dell’epoca, osservano gli autori, furono conseguenti all’innovazione tecnologica. Gli autori dimostrano anche che la spiegazione attualmente di moda, secondo cui il capitalismo sarebbe radicato nella schiavitù e nel colonialismo, è tutt’altro che convincente. La schiavitù non è affatto un’invenzione moderna, essendo esistita per millenni, e se i profitti derivanti dallo sfruttamento della schiavitù avessero favorito l’emergere del capitalismo, allora perché il capitalismo è emerso in Olanda e Gran Bretagna, piuttosto che in Cina, o forse nel Brasile, che ha avuto molti più schiavi africani di quanti ne siano arrivati in Nord America? L’economista Thomas Sowell ha scritto: «14 milioni di schiavi africani sono stati portati attraverso il deserto del Sahara o spediti attraverso il Golfo Persico e altre vie d’acqua verso le nazioni del Nord Africa e del Medio Oriente, rispetto a circa 11 milioni di africani fatti viaggiare attraverso l’Atlantico».

In ogni caso, perché i profitti della schiavitù dovrebbero essere stati così cruciali per finanziare l’industrializzazione? «Se questi profitti sono stati giudicati di fondamentale importanza, perché allora non considerare, per esempio, i profitti dell’industria della ceramica, di portata simile, o del commercio al dettaglio, ancor più elevati? Perché i profitti “indegni” sarebbero stati più efficaci per il Grande Arricchimento rispetto a quelli “onorevoli”? (La ragione sembra essere il desiderio di vedere comunque il “capitalismo” come nato nel peccato)». Anche la spiegazione oggi popolare secondo cui il capitalismo ha le sue radici nel colonialismo è falsa. Portogallo e Spagna, le prime potenze imperialiste con colonie dal Messico a Macao, erano le più povere dell’Europa occidentale al momento in cui il capitalismo emerse. E Paesi come la Svezia e l’Austria divennero ricchi anche senza significativi territori coloniali d’oltremare.

L’importanza delle idee

Carden e McCloskey sostengono che la vera ragione per cui il capitalismo è emerso e il mondo si è arricchito riguarda il cambiamento che si è verificato in merito a «etica, retorica e ideologia». Viene così ribaltata la logica di Marx, per il quale l’essere determina la coscienza. È stato il contrario: un cambiamento nell’ideologia ha posto le basi per tutti i cambiamenti rivoluzionari che il capitalismo ha portato.

Naturalmente, non si dovrebbe pensare all’emergere del capitalismo in questi termini: Adam Smith che scrive un libro e poi fa attuare le sue idee da abili politici. Piuttosto, come F.A. Hayek ha ben spiegato, il capitalismo è sorto come un ordine spontaneo – in maniera simile al modo in cui nascono le lingue o le piante. L’importanza delle idee, secondo me, sta più nel ruolo che giocano nel rimuovere le barriere alla crescita spontanea precedentemente imposte da governanti e stati. Nel mio libro “La forza del capitalismo” uso la Cina come esempio per esplorare questo fenomeno: in Cina, il capitalismo si è sviluppato spontaneamente nelle regioni rurali. L’importanza delle idee e della politica risiede nel fatto che Deng Xiao Ping lanciò lo slogan «Lascia che alcuni si arricchiscano per primi». Non appena disse queste parole, i processi spontanei non furono più bloccati. Gli autori sfatano anche molti miti che circondano la nascita del capitalismo, compresi quelli che riguardano le condizioni intollerabili nelle prime fasi del capitalismo. L’industrializzazione e l’urbanizzazione, sostengono, hanno fatto di più per superare la povertà che per crearla. Prendendo la Francia come esempio, mostrano quanto fosse diffusa la fame nella Francia rurale prima dell’inizio dell’industrializzazione. E smentiscono anche il mito che i miglioramenti nelle condizioni di vita delle persone nel XIX e XX secolo siano dovuti principalmente al movimento operaio, ai sindacati e allo stato sociale. Le condizioni di vita migliorarono, spiegano, principalmente come risultato dell’aumento della produttività e non della ridistribuzione della ricchezza da parte dello stato sociale. Gli autori hanno il grande merito di argomentare non “teoricamente”, come fanno molti economisti moderni, ma “storicamente”: con una sorprendente ricchezza di fatti e un’astuta comprensione della storia, confutano molti miti diffusi – e lo fanno in un modo così divertente che rende la lettura di questo libro un piacere continuo.

Sintesi dell’articolo di “The Economist”, pubblicata da “La Verità” il 6 settembre 2021. «Qualcosa è andato storto con il liberalismo occidentale». Costretto a fronteggiare la sfida lanciata dalla Cina e dalla destra di Donald Trump, «un nuovo stile politico si è diffuso a partire dai dipartimenti universitari d'élite. Mano a mano che i giovani laureati sono stati assunti nei media e in politica, nel mondo dell'economia e dell'educazione, hanno portato con sé un sentimento di "insicurezza" e un'agenda ossessionata da una visione di corto respiro secondo la quale bisogna ottenere giustizia per i gruppi identitari oppressi». Non solo, questa sinistra sempre più «illiberale cerca di imporre una purezza ideologica eliminando dalle piattaforme i loro nemici e cancellando gli alleati che hanno commesso degli errori - ricordando così gli stati confessionali che dominarono l'Europa prima che il liberalismo classico mettesse le radici alla fine del XVIII secolo». Se il liberalismo classico riteneva che il cambiamento sociale dovesse essere «spontaneo e provenire dal basso, la sinistra illiberale ritiene che il vero progresso sia possibile solo quando le gerarchie razziali, sessuali come anche altre vengano smantellate». Per farlo, cercano con il potere conquistato di «imporre» ciò che loro ritengono essere «l'equità». In questo modo, però, non fanno che aumentare disuguaglianze, intolleranza e razzismo nella società. «I liberali classici dovrebbero dissociarsi dai prepotenti e da coloro che vogliono cancellare» tutto. Soprattutto, «i liberali dovrebbero avere il coraggio di dire queste cose». [4 settembre 2021]

La (vera) libertà contro l'omologazione delle masse. Andrea Muratore il 7 Settembre 2021 su Il Giornale. Ne "La ribellione delle masse" José Ortega y Gasset ha teorizzato i rischi della massificazione dell'uomo nelle moderne società industriali. La sua lezione vale anche ai giorni nostri. Un filosofo e pensatore liberal-conservatore, non privo di tratti elitisti, che seppe però indicare alle classi emergenti dei primi decenni del Novecento la via ideale per l'emancipazione attaccandone conformismi e spinte all'omologazione. Un uomo di un altro secolo che capì in anticipo le pulsioni problematiche che le ideologie totalitarie del Novecento avrebbero creato comprimendo gli individui alla massificazione, azzerandone originalità e diversità, e che il neoliberismo avrebbe portato all'eccesso sostituendo la religione del consumo e l'individualismo ai legami comunitari e alle dialettiche politiche. Un elitista che seppe capire che il modo migliore per portare le tematiche della filosofia e dell'analisi politologica al grande pubblico passava per la costruzione di un invito sistemico al ragionamento, all'analisi critica, al dibattito attraverso uno stile chiaro e semplice. José Ortega y Gasset è stato un pensatore poliedrico, una figura complessa con tratti che possono apparire contraddittori, ma che ritrovano coerenza leggendo l'opera principale della sua ampia produzione: La ribellione delle masse, testo che a novant'anni dalla prima edizione spagnola (datata 1930) non perde di attualità. Ortega y Gasset è il pensatore che sdogana il valore della gerarchia come alternativa ai regimi dei cosiddetti "uomini-massa" che riteneva il rischio principale per la sua epoca, ma anche il filosofo capace di cogliere la continua dinamicità dei corpi sociali. Per Ortega y Gasset "lo Stato è in ogni istante qualcosa che viene da e va verso. Come ogni movimento, ha un terminus a quo e un terminus ad quem", è un corpo in continuo cambiamento le cui evoluzioni devono essere però governate. Il grande fenomeno storico di inizio XX secolo, a suo avviso, avrebbe prodotto un'involuzione sistemica della qualità del governo e al tempo stesso delle relazioni umane. L'uomo-massa, la creta informe plasmata da ideologie totalitarie o con aspirazioni universaliste, era già sotto gli occhi del pensatore spagnolo, per il quale "la massa travolge tutto ciò che è differente, singolare, individuale, qualificato e selezionato. Chi non sia come "tutto il mondo", chi non pensi come "tutto il mondo" corre il rischio di essere eliminato". E se un tempo "tutto il mondo" poteva essere una coscienza collettiva plurale, fatta di confornto tra poli politici e sociali diversi, ai tempi di Ortega y Gasset si iniziava a concepire il problema dell'omologazione. Il fascismo, lo stalinismo, il nazismo fecero di questo concetto un punto di forza del loro martellante apparato di propaganda. Per questo Ortega y Gasset valorizzava, nella sua epoca, il valore delle gerarchie sociali, specie di quelle più consolidate, contro le pressioni disgregatrici del populismo. Per citare Nial Ferguson, la "torre" doveva prevalere sulla "piazza" non in termini autoritari, ma per permettere un'integrazione graduale nel sistema degli uomini-massa. Lungi dall'essere un rigoroso tradizionalista o un nazionalista, Ortega y Gasset era favorevole all'evoluzione dei paradigmi sociali, ma li interpretava come organi da far evolvere gradualmente. I "trenta gloriosi" del periodo post seconda guerra mondiale videro l'emersione, in Paesi come Italia, Germania, Francia, di una nuova coscienza plurale, democratica, repubblicana in cui culture politiche e sociali diverse (da quella democratico-cattolica a quella comunista, da quella socialdemocratica a quella liberale) seppero dialogare con profitto portando gradualmente gli uomini-massa a diventare protagonisti attivi e coscienti delle dinamiche storiche. Nacquero in quell'epoca i presupposti delle moderne società industriali, il welfare e l'istruzione pubblica, i corpi intermedi capaci di coordinare il rapporto tra individui, società e Stato. A mettere in crisi questi paradigmi sarebbe stata l'ideologia economica neoliberista, sorta dalla crisi del modello fordista-keynesiano nei primi Anni Settanta. Ortega y Gasset allora era già morto, essendo deceduto nel 1955 all'età di 72 anni, ma il paradigma de La ribellione delle masse rimase più vero che mai. Il nuovo uomo-massa divenne l'individuo atomizzato della società dei consumi, apparentemente focalizzato sulla massimizzazione dell'utilità personale nei consumi e nelle scelte personali, separato dal resto della società dal declino dei corpi intermedi in Occidente (partiti, sindacati e così via) ma di fatto massificato dalla spinta all'omologazione nei modi di pensare e consumare imposta dai nuovi paradigmi sociali ed economici. Ritenuti, nella loro versione più radicali, potenziali forme di minaccia anche da chi, come Papa Giovanni Paolo II, non aveva riservato una critica meno feroce di quella del filosofo spagnolo ai danni sulla coscienza collettiva e i valori umani compiuti dai regimi totalitari. Come non rivedere le previsioni di Ortega y Gasset nella "società dello spettacolo" narrata da Guy Debord, nel conformismo liberal-progressista e nel mondo segnato dal declino della politica e dall'ascesa del populismo e della sua dialettica semplificatoria? L'odierno uomo-massa è il cittadino trasformato in consumatore; l'attivista ridotto a influencer; il cittadino cosciente appiattito sul follower del leader politico di turno in cerca di visibilità; l'individuo che si va sradicando da qualunque sentimento di appartenenza (che si parli di nazione, religione, classe) con la stessa forza con cui i regimi di un tempo estremizzavano il radicamento ad essi. Come non trarre dalla sua produzione l'insegnamento che la vera libertà sta nell'originalità e nell'incontro tra esperienze culturali e umane diverse e non nel livellamento? Che la società si nutre sia della presenza di corpi collettivi sia della valorizzazione delle differenze tra le persone, della dialettica tra individui? "Tutti nasciamo originali, ma molti muoiono da fotocopie": le parole del beato Carlo Acutis appaiono la chiave di lettura ideale per semplificare, in un aforisma, l'ammonimento di Ortega y Gasset alla sua epoca e ai giorni nostri: un appello che invita a usare le forze della ragione umana contro le ideologie, le strategie e le dinamiche che tendono inesorabilmente a depotenziarne il valore, rendendo di fatto l'uomo succube.

"Libertà" per i conformisti. Tutti gli altri devono tacere. Stenio Solinas il 31 Agosto 2021 su Il Giornale. Il nuovo diritto di espressione vale per tutti tranne per chi canta fuori dal coro. Dunque non esiste...Contro il politicamente corretto è il sottotitolo di La nuova censura, di Alain de Benoist, appena uscito per Diana edizioni (traduzione di Marco Tarchi e Giuseppe Giaccio, 154 pagine, 15 euro). Senza quel sottotitolo non si comprenderebbe l'aggettivo che connota il pamphlet in questione, in quanto le censure nel corso della storia ci sono sempre state, ma quella attinente alla cosiddetta società postmoderna, ovvero la società degli individui, ha una sua specificità che le rende diversa e che ha nel pensiero unico, appunto, della correttezza politica la sua ragion d'essere. Vediamo di spiegarci meglio. Fino all'altro ieri, che è poi la metà abbondante del secolo scorso, la libertà di pensiero e di espressione restava il caposaldo di ogni Stato liberale che avesse la democrazia come suo assunto. Si tratta, come dire, di un qualcosa di irrinunciabile e di non trattabile, non soggetto cioè a criteri di opportunità, di convenienza, di contingenza. Come sottolinea de Benoist, «la libertà di espressione non avrebbe alcun valore se potessero beneficiarne soltanto coloro che esprimono opinioni che chiunque giudica giuste e ragionevoli». Del resto, proprio perché essa è la condizione primaria della libera informazione delle idee, ovvero dell'esistenza di un dibattito democratico, «la libertà di espressione ha senso unicamente se le opinioni più scioccanti, le più offensive, e persino le più inesatte e le più assurde, se ne vedono garantire anch'esse il beneficio». Comunque la si voglia girare, insomma, nessuna censura è intellettualmente difendibile e ogni censura intollerabile. Ora, quello che è paradossale è che in sistemi democratico-liberali avanzati, la Francia di de Benoist, o l'Italia, per restare in casa nostra, si assista ormai da anni alla presenza sulla scena di una volontà censoria che non potendosi appellare a una libertà di censura, controsenso troppo evidente da portare avanti, si ammanta di una moralità tutta propria. È insomma una censura etica, dalla parte del Bene, laddove i censurati non sono quindi delle vittime, ma dei colpevoli. Perché ciò sia possibile è necessario che venga accettato l'assioma che quello in cui si vive è non solo il sistema migliore, ma anche quello che non prevede ne consente alternative: è dominante proprio perché è unico. L'inevitabilità è l'altro suo assioma e infatti, come scrive de Benoist, «l'urbanizzazione e l'esodo dalle campagne, la generalizzazione del sistema salariale, l'onnipresenza della tecnica, il primato dei valori mercantili, la crescita dell'individualismo, le modalità di costruzione dell'Europa di Maastricht, per citare solo alcuni esempi, sono presentati come fenomeni inevitabili, come processi di cui non avrebbe senso discutere il valore, il significato, l'opportunità o la finalità». Che tutto questo sia stato prima frenato dalle tensioni del XX secolo, la lotta di classe, ideologie politiche in concorrenza e in contrapposizione fra loro, due guerre mondiali, e poi accelerato dal venir meno e/o dal fallimento delle ideologie, dal crollo dei modelli alternativi, dal rarefarsi del pensiero politico, è un dato di fatto. Ma è altrettanto un dato di fatto che «l'intero discorso politico odierno si fonda su presunte costrizioni' inaggirabili che in realtà non sono altro che credenze ideologiche sistematicamente presentate come fatti oggetti che dovrebbero imporsi a tutti». Ne deriva che «per il pensiero unico, mettere in dubbio una delle affermazioni dell'ideologia dominante significa già uscire dal dibattito». Il che ha come corollario «uno straordinario conformismo, che rende realmente insopportabile qualunque idea dissidente, qualsiasi pensiero non in conformità». È questa logica a rendere giusti, moralmente sostenibili comportamenti che nella norma dovrebbero essere inaccettabili: librai che rifiutano di mettere in vendita libri di cui non apprezzano il contenuto, editori esclusi da un salone del libro perché la loro produzione non è conforme alle convinzioni personali degli organizzatori, petizioni per mettere al bando l'editore censurato e non il salone che nei fatti lo censura, petizioni per contestare l'acquisizione di archivi «sospetti» perché non in linea, eccetera. Viene anche da qui l'utilizzo estensivo di termini, in Italia ci andiamo a nozze, quali fascismo e antifascismo, trasformati di fatto in categorie incarnanti il Male e il Bene, in realtà concetti caucciù, teste di turco, capri espiatori. Sorvolando sul fatto che fino a ieri per i comunisti il fascismo era anche il capitalismo, in quanto suo terreno di coltura, assistiamo al teatrino di ex o post comunisti che si ammantano di antifascismo proprio perché hanno aderito al pensiero unico e al sistema esistente, si sono pentiti, «il Pentito è la figura centrale del nostro tempo», chiosa de Benoist, e sono divenuti i cani da guardia di quello che era un tempo l'odiato capitalismo mercantile. Se però si va più in profondità, il discorso sul fascismo e i suoi pericoli, inesistenti ma strumentalmente enfatizzati, rientra in un campo di idee più ampio che vale la pena affrontare. Giorni fa, su Repubblica, in un articolo sui cosiddetti «italiban» di destra e di sinistra, Francesco Merlo si è lanciato in un'intemerata contro «i pacifisti assoluti». Merlo è un bravissimo giornalista, a cui invecchiando è venuta la mania del sopracciò, che altro non è se non la versione colta del marchese del Grillo: è sempre sdegnato e sdegnoso, e sempre con sussiego e insomma, «io so' io» con quel che segue. Nell'indignarsi contro chi non sceglie cita «i pacifisti che nel '39 gridavano nelle strade di Parigi di non voler morire per Danzica e si sa come è andata a finire» Ho paura che Merlo non lo sappia. Si entrò in guerra per difendere la Polonia e a guerra finita la Polonia passò da Hitler a Stalin e con essa tutta l'Europa orientale...È un punto che spiega bene l'utilizzo ossessivo dell'antifascismo, ovvero la coda di paglia che porta con sé. De Benoist cita in proposito un articolo rivelatore di Jean Daniel, mitico direttore del Nouvel Observateur, uscito nel 1993, ma perfettamente attuale: «Il nazismo era il male assoluto. A partire dal momento in cui ci si è messi a dire Hitler=Stalin tutto è cambiato () Soprattutto, questo rimette in discussione una scelta fondamentale. Se i totalitarismi comunista e nazista vengono confusi l'uno con l'altro, perché scegliere, anche durante la guerra, l'Unione Sovietica invece della Germania hitleriana?». Sorvolando sul concetto storico un po' zoppicante di «scelta», è la conclusione che interessa: «Non bisogna cedere un pollice su questo terreno, altrimenti tutti i valori, tutte le nostre fedeltà, tutte le nostre memorie crolleranno». Siamo insomma al puro manicheismo, a una sorta di religione laica di ricambio, «la fede nel Male politico o ideologico assoluto», come nota de Benoist, «la storia trasfigurata in mito e rappresentata in bianco e nero», la storia che diventa morale e perciò incomprensibile. Soprattutto, significa non voler fare bene i conti con l'altro totalitarismo del XX secolo, perché se così si facesse «si sgretolerebbero le basi di legittimazione dell'ordine politico mondiale scaturite dalla vittoria del 1945». Quell'alleanza, insomma, rimane per le democrazie una vera camicia di Nesso e «bisogna che quel sistema resti a distanza dal sistema nazista, così da sottolineare l'unicità' di quest'ultimo». Sbrigativamente, aveva capito tutto Churchill al tempo della guerra fredda: «Abbiamo ucciso il porco sbagliato» era stato il suo icastico commento a ciò che era successo prima. Churchill aveva tanti difetti, ma non era politicamente corretto. E forse è per questo che il politicamente corretto dei nostri tempi, nella sua versione Cancel Culture, ne butta giù le statue che lo raffigurano. Stenio Solinas

I veri liberali che hanno fatto grande l'Italia. Nicola Porro, Domenica 31/01/2021 su Il Giornale.  I nuovo libro di Giuseppe Bedeschi, I maestri del liberalismo nell'Italia Repubblicana (Rubbettino) è da mettere a pieno titolo nella nostra personalissima biblioteca liberale. Uscito quasi in contemporanea con le zuccherose celebrazioni della nascita del Partito comunista, ci spiega, nel suo primo capitolo, perché la cultura marxista italiana è stata viziata sin dalle origini da un drammatico errore storiografico. La scrivo male, rispetto a quanto riesce a fare Bedeschi, ma il nocciolo della questione risiede in fondo nell'egemonia gramsciana. Togliatti, sulla scia di Gramsci, ha convinto una generazione di intellettuali, e ciò che più conta l'opinione dell'establishment, che il fascismo, il grande orrore della storia italiana, sia la semplice e banale conseguenza del cattivo Risorgimento. Anche noi, ben meno intellettuali, riusciamo così a mettere insieme i puntini. Il Risorgimento non è fatto da eroi, ma da reazionari, il capitale agrario ha vinto, e il fascismo ne è la logica conseguenza: ecco il mantra del Pci. La rivoluzione del Duce non poteva essere considerata dunque un'«escrescenza della nostra storia nazionale» come ha provato a sostenere Benedetto Croce, il Risorgimento non poteva che essere così, come ha stabilito il grande Chabod, e le sue conseguenze economiche sono state fruttuose, come ha dimostrato Romeo; eppure per l'egemonia culturale comunista questo non era accettabile. Bedeschi per questa strada fa una rapida carrellata di grandi liberali da Einaudi a Salvemini, da Croce a Bobbio. E lo fa magnificamente, portandoci per mano nei meandri di un metodo di pensiero difficilmente dogmatizzabile. Per questo motivo Einaudi può convivere con Bobbio: liberale o azionista? Chi scrive protende per la seconda ipotesi. Ma chi scrive d'altronde avrebbe gradito che tra i maestri del liberalismo nell'Italia repubblicana non fosse dimenticata la scuola della Luiss (quella vera, non quella alla ricerca di consulenza di medio livello rappresentata oggi). La ricchissima, dal punto di vista intellettuale, scuola di Dario Antiseri e del suo brillante allievo Lorenzo Infantino, i quali hanno declinato in Italia l'epistemologia liberale e tradotto Popper. La sua appendice politologica, con Domenico da Empoli, che importava in Italia un prodotto del made in Italy emigrato in America, che si chiama «public choice». La scuola di Antonio Martino, e il liberalismo economico sempre coniugato al libertarismo sociale. Quella scuola liberale della Luiss è stata cancellata dalla Confindustria. Non la dimentichiamo anche noi quattro gatti liberali.

·        La Nuova Ideologia.

Far temere è potere. La paura è la vera chiave per capire i nuovi equilibri della geopolitica. Dario Ronzoni su l'Inkiesta il 6 novembre 2021. Nel suo ultimo libro pubblicato da Egea, il professor Manlio Graziano analizza il declino relativo dei Paesi di vecchia industrializzazione e le sue conseguenze in termini sociali ed economici. Il problema è che l’inquietudine viene sfruttata da politici senza visione per facili incassi elettorali, senza risolvere mai i problemi che la causano. C’è un sentimento che prevale nella confusione di questi tempi. Determina decisione politiche, favorisce alcuni partiti anziché altri e influisce a definire i nuovi contorni geopolitici globali. È la paura: l’emozione che accompagna il declino relativo dei Paesi di vecchia industrializzazione (compreso il Giappone), alle prese con uno shift of power globale che obbliga a riconsiderare ambizioni, progetti e identità. È la chiave di “Geopolitica della paura. Come l’ansia sociale orienta le scelte politiche” di Manlio Graziano, pubblicato da Egea editore. Secondo il professore, che insegna geopolitica e geopolitica delle religioni alla Paris School of International Affairs di Sciences Po e all’Università della Sorbona, proprio la paura è la più importante delle ripercussioni psicologiche dello slittamento dell’asse geopolitico mondiale: l’economia dell’Occidente è in fase di rallentamento da ormai 40 anni, l’età media delle società è sempre più alta e l’ordine delle cose sta cambiando in modo inesorabile. Il risultato è un’inquietudine diffusa, che attraversa le popolazioni e orienta le risposte della politica. E allora, in un’epoca di soluzioni improvvisate e umorali, serve prima di tutto una buona analisi. «Ci sono analisti che vorrebbero essere anche suggeritori della politica», spiega il professore a Linkiesta. «Sperano cioè di influire sugli eventi. Io preferisco fermarmi prima. Come spiego nel mio libro, tra geopolitica – di cui mi occupo – e politica c’è la stessa differenza che si trova tra matematica e ingegneria. Alla prima toccano i calcoli e le analisi, alla seconda l’azione. Io non ho ricette. Al massimo posso formulare alcune ipotesi». Che il mondo si trovi in uno stato di disarray (disordine, ndr), come diceva prima ancora dello scoppio della pandemia Richard Haass, presidente del Council of Foreign Relations, è ormai evidente: l’ordine nato con Yalta si è esaurito da decenni, la supremazia americana è in fase discendente e i tentativi di restaurarla (riferiti anche negli slogan a un passato già idealizzato) sembrano poco efficaci. Nel frattempo emergono nuove potenze e la maturità delle società occidentali/avanzate è diventata senescenza. La paura prevale, insieme al bisogno di essere protetti: prima dalla globalizzazione, che avrebbe bloccato salari e cancellato posti di lavoro, poi dal terrorismo e dall’Islam in generale, poi ancora dalla pandemia. Si è delineato, anche in seguito alla crisi economica del 2008, una confusa opposizione popolo-élite (su cui hanno prosperato alcuni partiti) che è sfociata anche in scontri violenti, come è avvenuto in Francia con i gilet jaunes. La verità è che, di fronte a una macrotendenza ben precisa, la politica di piccolo cabotaggio ha le armi spuntate. Soprattutto se nel mercato dei partiti c’è chi preferisce assecondare ansie e timori, facendo incetta di voti e vincendo le elezioni con un programma che per forza di cose non può risolvere i problemi. «Secondo alcuni dei miei studenti l’analisi che faccio è pessimista. Ma non direi. Siamo in una fase di transizione storica, più o meno come sono tutte le fasi della storia, solo che questa è più marcata di altre a causa dello shift of power – preferisco la formulazione inglese perché è più esatta. I disordini, in periodi come questo, ci sono sempre. Per orientarsi serve però capire dove ci si trova e cosa sta succedendo davvero. Più ci si illude che certe cose possano essere evitate, più si finisce ostaggio della paura». Sia chiaro, «avere nostalgia è normalissimo. Ma guardare in faccia alla realtà è un vantaggio: ci fa capire quello che si può fare e quello che non si può fare». Piangere sul passato non serve, come non serve evocarlo in slogan di facile presa. Un esempio da manuale riguarda l’immigrazione. La sua percezione è, in generale, negativa. Si cerca di limitarla o in certi casi di impedirla. Eppure, per una società sempre più anziana e che fa pochissimi figli, il contributo degli immigrati è fondamentale, «anche se ancora insufficiente». Anziché opporsi agli ingressi si dovrebbe piuttosto affrontare il problema dal punto di vista demografico, «di cui si parla poco e che invece è essenziale». Le società occidentali, più ricche, vanno verso l’estinzione e non si fa niente per impedirlo. «È vero che l’arrivo di stranieri è sempre problematico e non si può negare il suo impatto sociale: è uno sfasamento rispetto alle abitudini, sia degli individui che della società». Detto questo, però, occorre considerare la gravità della situazione presente. «E non basta dire che gli immigrati sono necessari per la sopravvivenza della società. Occorre agire con un’operazione di contropedale. Serve affrontare il tema in modo strategico». Cosa significa? «Faccio un esempio: il caso delle ultime elezioni tedesche. Come si è notato, il tema degli stranieri è stato pressoché assente dal dibattito dei partiti. Le ragioni sono diverse, ma ha influito senza dubbio la presa di coscienza che, a sei anni dell’apertura voluta da Angela Merkel [il famoso “Wir schaffen das”] i problemi sono stati ampiamente oscurati dai vantaggi. Questo ha fatto cambiare la percezione generale dei tedeschi e, al tempo stesso, quella dei loro politici». Allora perché in Francia, in Inghilterra o in Italia l’immigrazione è ancora un tema caldo? «Serve cambiare la narrazione, con un’operazione dall’alto. In Giappone per anni hanno resistito all’apertura agli stranieri, ma ormai si sono resi conto che non ci sono altre soluzioni. È un problema di sopravvivenza del Paese. È questo che è in gioco. Credo che se tutti i soldi spesi dall’Unione Europea – che sono impossibili da conteggiare – per tenere fuori gli stranieri fossero stati impiegati per organizzare la loro integrazione le cose ora sarebbero diverse. Il Next Generation Ue sarebbe stata un’occasione: del resto i sentimenti europei cambiano anche a seconda di quanti soldi arrivano». In ogni caso, «anche le politiche per la natalità vanno rafforzate. Anche se, si è visto, non danno i risultati sperati, soprattutto in una società ricca e matura: più cresce lo sviluppo, più diminuisce il numero dei figli, lo si vede in tutto il mondo». Il problema, in questo caso, «riguarda l’idea di famiglia, rimasta ancorata a un modello valido 100 anni fa, adatto a un ambiente contadino. Ora è tutto diverso, le donne lavorano, sono inserite a pieno titolo nella società, fanno figli più tardi, hanno aspettative e ambizioni al pari degli uomini. È un aggiornamento sociale cui non è seguito un aggiornamento culturale». Se in passato «il divorzio equivaleva alla bancarotta del nucleo», adesso è una realtà comunissima. «In Francia sono tanti, come tante sono le coppie che scelgono di non sposarsi». Il mondo cambia, ma le idee di una volta restano sospese nell’aria: quasi come una nebbia, offuscano la vista delle cose. Eppure, in questo momento di contraddizioni, si parla anche di coppie che decidono di non fare figli per scelta in nome della lotta al cambiamento climatico. «Credo che la società che decida di non riprodursi per non influire sul clima stia soltanto scegliendo tra due suicidi: uno più veloce e uno più lento». Perché, tra le grandi paure degli ultimi anni, quella del cambiamento climatico è fortissima ed è emersa in modo deciso negli ultimi anni. «Il riscaldamento globale è un fatto, non si può negare». Però, «è evidente che viene trattato attraverso un filtro politico. Dico che, a fronte di un fatto reale, questa accelerazione della drammatizzazione del problema è sospetta». «Per anni si è discusso se emettessero più CO2 le vacche o le industrie; oggi le vacche sono state assolte quasi unanimemente»; eppure «nella fase di blocco mondiale della produzione causata dalla pandemia non si sono registrate diminuzioni significative delle emissioni di CO2, anche se è vero che conta l’accumulo di quanto emesso in passato. Va ricordato che prima di questa serie di campagne, le ragioni delle variazioni delle microfasi climatiche erano misteriose anche agli occhi degli specialisti. A metà del XIV secolo è avvenuta una microglaciazione che, forse, ha determinato lo scoppio della pestilenza, e nessuno sa di preciso da cosa sia stata causata. Si è assistito a un raffreddamento globale fino a metà del XIX secolo, da quando è cominciata une fase di riscaldamento, che però ha conosciuto alti e bassi. Negli anni ’70 gli studiosi del clima erano preoccupati dal rischio di una nuova glaciazione. Ora, a distanza di 50 anni, si è preoccupati dell’opposto». Ma «siccome non sono uno specialista del clima, direi: “chi sono io per giudicare?”»; sul fronte politico, invece, «il discorso è chiaro e lineare. Queste campagne sono nate in Europa e in linea di mira ci sono sempre stati i due maggiori inquinatori del pianeta, la Cina e gli Stati Uniti, competitori dell’Europa. Ci sono investimenti colossali in gioco, con le varie lobby dell’energia schierate le une contro le altre; anche gli ecologisti dovrebbero essere perplessi, perché il nucleare, che produce scarsissime emissioni di CO2, viene oggi riproposto come una delle soluzioni. Ecco, io noto questi elementi, vedo in gioco moltissimi interessi, e tutto ciò mette in prospettiva la narrazione principale, soprattutto quella più catastrofista». E se allora tutto si gioca in questa competizione globale, tra Paesi e tra modelli, uno degli elementi più evidenti di questa fase è la crisi della democrazia. Siamo arrivati al suo esaurimento? «Anche qui, è un problema di prospettiva. La democrazia è, prima di tutto, una forma di organizzazione del potere. Quella nata nel ’700 negli Stati Uniti aveva il principio del “no taxation without representation”. Per i padri fondatori americani serviva un campo dove potessero essere confrontati i diversi interessi della società per trovare quello comune. Il tutto in una società in cui quasi tutti erano portatori di interessi: o come artigiani e commercianti o contadini. Con il tempo quella democrazia proprietaria si è svuotata, la ricchezza è stata concentrata in un numero sempre minore di persone ed è cresciuto il numero dei salariati. La società è cambiata ma è rimasto il guscio di quella struttura, quello secondo cui tutti possono ancora votare e decidere». Se non si ha presente questo sviluppo storico, continua, «una delle conseguenze sono le geremiadi sui poteri forti, o sugli interessi che orientano la democrazia. Che però viene costruita proprio per questo, cioè per conciliarli. L’assenza di riflessioni sul punto ha generato alla lunga una contrapposizione tra portatori di interessi e partigiani della democrazia diretta», i cui riflessi sono ben noti, soprattutto in Italia. In questo scontro di retoriche «la figura del politico ne è uscita malissimo. Tanto che si sono candidate persone che hanno fatto un vanto del non essere politici, da Silvio Berlusconi a Donald Trump, fino al Movimento Cinque Stelle. Invece, prendere decisioni implica avere consapevolezza di ciò che si fa, vuol dire conoscere le cose di cui ci si occupa. Per questo la politica dovrebbe essere fatta da professionisti». Radunando insieme questi argomenti, «alcuni abbastanza tabù nel discorso politico di oggi» forse una strada per uscire dalla crisi si trova. L’analisi c’è. Serve trovare chi riesce a trasformarla in azione. Tenga presente però che la realtà comanda sempre e che, paura o non paura, alle tendenze della geopolitica non si può sfuggire».

Dagotraduzione dal Washington Post il 5 dicembre 2021. Siamo in un'epoca storica di proteste? Un nuovo studio pubblicato giovedì che ha esaminato le manifestazioni tra il 2006 e il 2020 ha rilevato che il numero di movimenti di protesta in tutto il mondo è più che triplicato in meno di 15 anni. Secondo lo studio ogni regione del mondo ha registrato un aumento, e in alcune si svolti i più grandi movimenti di protesta, come le proteste degli agricoltori iniziate nel 2020 in India, le proteste del 2019 contro il presidente Jair Bolsonaro in Brasile e le proteste in corso dal 2013 di Black Lives Matter. Intitolato "World Protests: A Study of Key Protest Issues in the 21st Century", lo studio proviene da un team di ricercatori del think tank tedesco Friedrich-Ebert-Stiftung (FES) e dell'Initiative for Policy Dialogue, un'organizzazione senza scopo di lucro con sede alla Columbia Università, e si aggiunge a un crescente corpo di letteratura sulla nostra epoca di crescenti proteste. Osservando da vicino più di 900 movimenti o episodi di protesta in 101 paesi e territori, gli autori sono giunti alla conclusione che stiamo vivendo un periodo storico come gli anni intorno al 1848, 1917 o 1968 «quando un gran numero di persone si ribellò al modo in cui le cose stavano chiedendo un cambiamento». Ma perché? Qui, gli autori evidenziano un problema particolare: il fallimento della democrazia. La loro ricerca ha rilevato che la maggior parte degli eventi di protesta che hanno registrato - il 54% - è stata provocata dalla percezione di un fallimento dei sistemi politici o della rappresentanza. Nel 28% tra le richieste c’era quella che gli autori hanno descritto come "di democrazia reale". Altri temi includevano la disuguaglianza, la corruzione e la mancanza di azione sui cambiamenti climatici. Ma gli autori dello studio affermano che i politici non rispondono adeguatamente. «Troppi leader nel governo e negli affari non stanno ascoltando. La stragrande maggioranza delle proteste in tutto il mondo avanza richieste ragionevoli già concordate dalla maggior parte dei governi. Le persone protestano per buoni posti di lavoro, un pianeta pulito per le generazioni future e una voce significativa nelle decisioni che influenzano la loro qualità della vita», ha affermato Sara Burke, esperta senior di politica economica globale presso la FES e autrice dello studio. Le proteste significano cose diverse per persone diverse. Lo studio è stato pubblicato la stessa settimana in cui il Washington Post ha pubblicato una massiccia indagine in tre parti sull'insurrezione del 6 gennaio iniziata, in parte, come protesta per le preoccupazioni di alcuni partecipanti, alimentate da teorie cospirative, sulla rappresentanza democratica. Ci saranno anche significative proteste contro il cambiamento climatico alla fine di questa settimana, ma alcuni leader europei temono che i costi dell'abbandono dei combustibili fossili possano innescare un contraccolpo come il movimento di protesta dei "gilet gialli" in Francia. Solo negli Stati Uniti, negli ultimi anni si sono verificate enormi proteste da Occupy Wall Street e Black Lives Matter al Tea Party e alle campagne Stop the Steal. Ma monitorare la portata delle proteste globali è un compito titanico. Altri progetti, come il Global Database of Events, Language e Tone, supportato da Google, hanno analizzato gli articoli di notizie per i dati sulle proteste. Burke, insieme ai coautori Isabel Ortiz, Mohamed Berrada e Hernán Saenz Cortés, ha invece adottato un metodo che richiedeva più tempo. I ricercatori hanno lavorato su mezzi di informazione in sette lingue per identificare proteste e movimenti di protesta, trovando articoli "a mano", come ha detto Burke in risposta alle domande di Today's WorldView. La raccolta da sola rappresentava più di mille ore di lavoro prima ancora che fosse iniziata qualsiasi analisi. Ma le tendenze erano chiare. Nel 2006, lo studio ha registrato solo 73 movimenti di protesta. Nel 2020 ce ne sono stati 251 – più alti anche dopo la crisi finanziaria del 2008 o le rivolte della Primavera araba del 2011. L'Europa e l'Asia centrale hanno visto il maggiore aumento del numero di movimenti di protesta e ci sono state più proteste nei paesi ad alto reddito che in paesi in altre fasce di reddito, ma è stato riscontrato un aumento delle proteste in tutte le regioni e livelli di reddito. (Gli autori hanno tenuto registri dei movimenti di protesta in diversi anni, contrassegnandoli come "eventi di protesta" separati quando sono durati più di un anno per un totale complessivo di 2.809. Ciò non significa che si siano verificate solo 2.809 proteste individuali; altri studi hanno indicato il numero di proteste del Black Lives Matter a quasi 12.000 nel solo 2020.) Oltre ai problemi con la democrazia e la rappresentanza politica, il rapporto identifica la crescente disuguaglianza come un altro tema ampio delle proteste in tutto il mondo: contribuisce a quasi il 53% delle proteste studiate. Le singole questioni sollevate dai manifestanti includevano la corruzione, le condizioni di lavoro e la riforma dei servizi pubblici seguite dalla "democrazia reale", la richiesta più citata. C'è stato anche un aumento significativo delle richieste di giustizia razziale o etnica, come con le proteste di Black Lives Matter, ma c'è stato un piccolo - ma crescente - numero di proteste incentrate sulla negazione dei diritti degli altri, come il movimento di estrema destra "Pegida" in Germania, i movimenti anti-cinesi in Kirghizistan e il movimento dei "gilet gialli". Gli autori dello studio riconoscono che il loro lavoro è intrinsecamente politico. «Non ci sono numeri neutri nelle proteste», ha detto Burke, ammettendo che la vaghezza di alcuni numeri, come le stime sulla dimensione della folla, ha lasciato le voci aperte per l'interpretazione. Anche uno studio basato su Internet è limitato da quanto riportato. «Possiamo solo studiare ciò che possiamo vedere e ciò che possiamo vedere è sempre più influenzato da dove e chi siamo», ha aggiunto Burke. Alla domanda su cosa definisca la "democrazia reale", Burke ha ammesso che era in qualche modo soggettivo: «La democrazia di una persona è l'autocrazia di un'altra persona». Ma lo studio ha cercato di prendere in parola i manifestanti. Per esempio, ha spiegato Burke, la protesta del 6 gennaio 2021 a Washington DC (che non è stata inclusa nello studio perché fuori dal suo arco temporale) sarebbe stata classificata come una manifestazione per la "democrazia reale" ma anche come protesta volta a negare i diritti. La maggior parte delle proteste non è violenta come l'insurrezione del Campidoglio, secondo lo studio, ma c'è stato un lento e costante aumento della violenza tra il 2006 e il 2020, e poco più di un quinto delle proteste registrate coinvolgono qualche tipo di violenza di folla, vandalismo o saccheggio. In quasi la metà delle proteste studiate, ci sono state segnalazioni di arresti; poco più di un quarto ha visto segnalazioni di qualche forma di violenza da parte della polizia. Forse l'argomento chiave dello studio è che con l'aumento delle proteste, i leader dovrebbero prenderle più sul serio. Nello studio circa il 42% delle proteste è andato a buon fine, anche se la percentuale varia in modo significativo in base alla regione e al tipo di protesta, e tenga conto anche di successi parziali. Più aumentano le proteste, più numerose saranno quelle che andranno a buon fine. «Ultimamente le proteste in tutto il mondo hanno avuto una dubbia reputazione», ha detto Michael Bröning, direttore dell'ufficio FES di New York. «Dobbiamo capire che le proteste non sono un comportamento verbale, ma un principio fondamentale della democrazia. Ciò di cui abbiamo bisogno è a dir poco una riabilitazione globale della protesta». 

«Abbiamo incontrato il nemico… e siamo noi». Alessandro Maran, Consulente aziendale, appassionato di politica estera, su Il Riformista il 13 Settembre 2021. Non sono la guerra nucleare o il terrorismo le più grandi minacce per la democrazia americana, scrive Tom Nichols, ma il narcisismo e il nichilismo della gente comune. Insomma, se siamo demoralizzati, preoccupati, o addirittura indignati per lo stato sempre più terribile della nostra democrazia, sgombriamo il campo dai dubbi: il nostro peggior nemico, come dice Nichols, siamo noi. Se la democrazia liberale sta facendo fiasco, la colpa, sostengono i populisti illiberali, è delle élite: globalisti, burocrati, giornalisti, intellettuali, politici. Secondo Nichols, che ha appena pubblicato «Our Own Worst Enemy», sono, al contrario, i cittadini comuni che stanno fallendo la prova della democrazia. Quella di Tom Nichols è una riflessione stimolante sullo stato della democrazia americana che, ovviamente, vale anche per noi: tutto il mondo (occidentale) è paese. «Decenni di continue lamentele», scrive, «mandate regolarmente in onda in mezzo a continui miglioramenti degli standard di vita, alla fine hanno preteso il loro pedaggio». Il nemico, afferma Nichols, siamo «noi». I cittadini delle democrazie, scrive, «devono ora vivere con la chiara consapevolezza che sono capacissimi di sposare movimenti illiberali e di minacciare le loro stesse libertà». Nel libro, Nichols spiega che l’assenza di virtù civiche, unita alle aspettative crescenti degli americani e alla convinzione che tocchi al governo prendersi cura di ogni loro necessità, rappresenta oggi una minaccia esistenziale per il sistema di governo americano. Nichols lo racconta prendendo a prestito una scena di un vecchio film (del 1975) diretto da Sidney Pollack: «I tre giorni del Condor». La vita, si sa, imita l’arte ed il thriller, ambientato nella New York della metà degli anni ’70, si discosta dal genere spionistico tradizionale e pone interrogativi di tipo politico. Al centro della vicenda, c’è infatti la possibilità che i servizi segreti, o una parte di essi, sfuggano ad ogni controllo e agiscano secondo finalità e con mezzi non corretti e, comunque, non autorizzati da nessuno. Nella scena, due agenti della CIA discutono nervosamente del piano segreto (preparato da un funzionario deviato: Leonard Atwood) d’una guerra da far scoppiare nel Medio Oriente per assicurarsi il controllo del petrolio (piano che il rapporto del giovane Joseph Turner, nome in codice «Condor» aveva involontariamente smascherato). Quando l’alto ufficiale, Higgins (il vicedirettore di New York, incaricato di recuperare Turner, sopravvissuto al massacro) dice che, in realtà, si trattava di un buon piano, la sua insensibilità sbalordisce il giovane analista di livello inferiore. Ma Higgins dice che in tempi difficili, alla gente non importa come le risorse come il petrolio o il cibo sono loro assicurate: «Vorranno solo che gliele procuriamo». Lo scambio di battute è serrato: «È semplice economia, Turner… Non c’è discussione. Il petrolio ora, tra 10 o 15 anni, sarà il cibo, o il plutonio. Forse prima. Cosa pensi che la gente vorrà che facciamo allora?». «Chiediglielo!», risponde Turner. «Ora?», replica Higgins, scuotendo la testa. «Huh-uh. Chiediglielo quando stanno per esaurire le scorte. Quando fa freddo a casa e i motori si fermano e le persone che non sono abituate alla fame…hanno fame! Non vorranno che glielo chiediamo…. Vorranno solo che glieli prendiamo». Il risultato, dice Nichols, è che, di questo passo, «avremo una tecnocrazia che non chiede più la nostra opinione perché non può avere una risposta. E dico sempre, questo non sarà un takeover. Ci governeranno di default, perché non ce ne frega niente». Nichols è cresciuto in una casa popolare nel Massachusetts e ora è insegna al Naval War College e alla Harvard Extension School. Collabora con The Atlantic e Usa Today e qualche anno fa ha scritto il bellissimo «The Death of Expertise» («La conoscenza e i suoi nemici. L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia», editore Luiss University Press). È un ex repubblicano di vecchia data che ha lasciato il partito disgustato dalla beatificazione di Trump (fa parte del «Never Trump» movement). La sua è in parte una geremiade su quello che siamo diventati  – un elettorato infantile e poco serio che vuole il suo lecca-lecca e lo vuole «ora» – e in parte un appello per fermare l’emorragia prima che sia troppo tardi. Il libro, scritto con uno stile colloquiale, sembra infatti una ramanzina di papà (dei papà di una volta): tirati sù, infilati la camicia e trovati un lavoro, per l’amor del cielo. Ma il libro tocca un tasto dolente. La democrazia liberale è minacciata dall’interno. Insomma, i populisti fomentano passioni violente e soffiano sul fuoco della paura e dell’insoddisfazione? Sì, certo. Ma sono gli elettori a mandarli al potere. Meno di un americano su sei crede che la democrazia funzioni bene, quasi la metà ritiene che non stia funzionando per niente e il 38% dice semplicemente bah. Nel ventesimo secolo, osserva Nichols, le democrazie liberali sono sopravvissute a molteplici conflitti globali, hanno sconfitto il fascismo ed il totalitarismo, hanno superato depressioni e recessioni multiple, eppure oggi sembrano incapaci di superare sfide meno complesse, anche in un contesto globale di relativa pace e prosperità. Segmenti rilevanti della popolazione negli Stati Uniti e nei paesi europei hanno perso fiducia nelle istituzioni democratiche, e un numero crescente di sondaggi dice che sono in molti a pensare che non sia poi così «essenziale» vivere in una democrazia. Nichols sostiene che in un’epoca segnata dal più cinico egocentrismo, i cittadini delle società occidentali hanno smarrito ogni considerazione dei valori democratici e le virtù dell’impegno civico. Ma Nichols riconosce che ogni rinnovamento della democrazia liberale si dovrà basare proprio sulla gente comune, cioè su quelli, tra loro, che possiedono la coscienza civica e le virtù necessarie per far funzionare il sistema e resta fiducioso sul futuro della democrazia liberale sia in patria che nel mondo. «Di una cosa sono certo», scrive nella prefazione, «la possibilità di tornare ad una vita democratica più civile e più serena è interamente nelle nostre mani, se scegliamo di farlo».

Quel conflitto per il potere globale. Andrea Muratore il 31 Agosto 2021 su Il Giornale. Niall Ferguson ne "La Piazza e la Torre" parla del confronto come motore del progresso collettivo, anche a costo di una continua conflittualità. Le società complesse hanno, nel corso della storia, seguito sostanzialmente due direttrici: la tendenza a strutturare una gerarchia precisa sul fronte organizzativo, politico e sociale e la creazione di reti complesse volte a trasmettere idee, conoscenze, rapporti umani. Gerarchia e dimensione collettiva hanno spesso proceduto all'unisono, nella politica come nell'economia, sono sorte una in bilanciamento dell'altra o si sono opposte. L'età imperiale romana è un caso del primo tipo; l'Italia dei comuni medievali del secondo, la Francia dell'era rivoluzionaria e napoleonica del terzo. Gerarchie e reti come motore d'azione sociale sono studiate dallo storico britannico Niall Ferguson nel saggio La piazza e la torre, che prende il nome dalla struttura urbanistica di Piazza del Campo a Siena, simbolo della "rete" su cui si proietta l'ombra della Torre del Mangia, simbolo della gerarchia. Ferguson interpreta la storia degli ultimi millenni in Occidente come un'alternanza continua tra cicli di predominio sostanziale del modello gerarchico di società e Stato (dal Medioevo alla fase degli imperialismi) e periodi in cui sono le reti a dare il là a nuovi modelli (i Comuni, la Francia rivoluzionaria, l'età dei moti ottocenteschi, a suo modo l'era di Internet). La sua è una teoria della complessità, che analizza il potere e gli sviluppi sociali come prodotti derivati delle mutazioni sociali, politiche e culturali, e la società in sé come frutto di interazioni relazionali. Essa insegna molto anche della lettura del mondo di oggi, in cui i principi dell'agorà e quelli verticistici sono in perenne interazione. Non necessariamente conflittuale. Che cos'è, in fin dei conti, la pandemia di Covid-19 se non un virus diffusosi grazie all'espansione capillare delle reti di interconnessione, dei sistemi sanitari centralizzati e delle interazioni umane e la cui conoscenza è spesso degenerata in infodemia per errori e abusi commessi sulle reti digitalizzate? Cos'è stata la risposta imposta da molti governi se non la riaffermazione della gerarchia e dell'autorità come strumento d'ordine nella fase di emergenza? Allargando il campo, non possiamo forse vedere nella storia del mondo globalizzato un perenne confronto tra il principio della piazza e quello della torre? Risposte emergenziali sono state imposte in nome della lotta al terrorismo; le reti digitali narrate dai guru del web come strumento di emancipazione collettiva sono finite egemonizzate da pochi potentati estrattivi, da regimi autoritari intenti a governarne i dati, da Stati desiderosi di inserirli nel quadro del loro progetto per l'interesse nazionale (sono questi due i casi di Cina e Stati Uniti); la governance globale dell'era presente è caratterizzata dalla massima concentrazione di retorica democratica nella storia a cui va sostanzialmente associandosi di pari passo una riduzione sostanziale di svariate sovranità statuale. In diversi Paesi occidentali la crisi della democrazia, ovvero la comparsa di crepe sulla piazza, a causa dell'inaridimento del dibattito politico ha prodotto la rivolta populista e l'illusione di una ristrutturazione della torre anche nel nostro contesto. Leader come Vladimir Putin, Xi Jinping e Papa Francesco sfruttano per i loro progetti politici il controllo sulla gerarchia e la valorizzazione del controllo delle reti di comunicazione e influenza delle istituzioni da loro presiedute. La società del digitale e dell'informatica, in questo contesto, diffonde un mito egualitario che va di pari passo con il problema della ripresa della disuguaglianza: "quando le reti e i mercati si allineano, come sta avvenendo ai giorni nostri, la disuguaglianza riesplode, perché i guadagni prodotti dalle reti finiscono in misura preponderante nelle mani di chi le possiede", nota con lucidità Ferguson. La folle corsa delle borse mondiali nell'era del Covid segnala l'attualità di quanto sottolineato dallo storico britannico, che nell'era presente ravvisa un'accelerazione della capacità delle reti di creare nuovi sistemi gerarchici data dall'abbattimento di diverse barriere comunicative e di contatto. E oggi come in passato, le catastrofi sanitarie testimoniano la fragilità del sistema e le sue aporie interne, le sue fragilità e le sue contraddizioni: un complesso di relazioni sociali ed economiche e un apparato politico si trova messo in discussione quando è messa alla prova la sua capacità di preservare la vita dei cittadini che al suo interno si muovono. Per la nostra società, questo significa che il Covid ha posto fine definitivamente al beato positivismo circa i destini positivi inevitabili della globalizzazione e delle libertà di movimento e degli interscambi ad essa associati, rilevando un sottobosco di ineguaglianza e fragilità. Ma la dialettica continua: e tra reti sempre più ampie e avanzate tecnologicamente e poteri gerarchici rilanciati dalla pandemia, in una sfida che prosegue giorno dopo giorno, è ancora duro dire chi, in prospettiva, dopo il Covid-19 avrà la meglio. 

Andrea Muratore. Bresciano classe 1994, si è formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano. Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ha conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019. Attualmente è 

Se l’ambientalismo diventa ideologia la citta va fuorispista. Antonio Ruzzo il 20 giugno 2021 su Il Giornale.  C’è un filo sottile che separa l’ambientalismo dall’ideologia, dalla convinzione che le sorti del Pianeta possano essere interamente nelle mani dell’uomo. Così non è, ovviamente, ed è un attimo che quel filo si spezzi. Sembra un po’ quello che sta accadendo in città, dove la «crociata» ambientalista del sindaco Sala e di alcuni suoi assessori rischia di portare Palazzo Marino su posizioni lontanissime dalla realtà milanese, in una città «parallela» che ignora proteste, disagi, difficoltà economiche esigenze che il post pandemia impone per una ripartenza economica che dire incerta è essere ottimisti. E quando l’ambientalismo diventa ideologia cancella soprattutto il buonsenso. Le piste ciclabili di per sè non sono un problema. É sacrosanto che una città organizzi la sua mobilità al meglio possibile e le bici sono un’ottima alternativa. Un’ottima alternativa, appunto. Non l’unica soluzione possibile. A parte che non tutti possono o sono in grado di pedalare, una città come Milano per muoversi, lavorare, trasportare ha bisogno di un piano di mobilità concreto e non ideologico che metta mano, ad esempio, all’organizzazione del trasporto pubblico che durante l’emergenza ha mostrato qualche limite e che riveda, altro esempio, gli orari di consegna delle merci, che ipotizzi un carico-scarico notturno magari utilizzando anche le metropolitane, che immagini la possibilità di creare hub di smistamento fuori dalle circonvallazioni per camion e furgoni con navette elettriche che poi entrano in città per consegnare porta a porta. Cose concrete, ma non se ne parla. La deriva ideologica di Palazzo Marino è di andare avanti sommando chilometri e chilometri di ciclabili senza dubbi e senza sentir ragioni investendo un sacco di danè che magari sarebbero più utili per rimodernare una rete elettrica «antica» che in questi giorni di caldo e di condizionatori accesi non tiene botta. Una deriva che ha portato a una politica fatta di annunci che sogna una città libera e felice dove l’urbanistica è solo «tattica», dove le periferie sono «green e friendly», dove non ci sono auto nè parcheggi (perchè se non ci sono le auto non servono) e dove in strada non si può più neppure fumare una sigaretta. Dalla viabilità all’ambiente alla sicurezza è un furbo «zigzagare» alla ricerca del consenso inseguito con la scorciatoia degli slogan che alla lunga però finisce per scavare un solco profondo con le esigenze di chi si ritrova a fine mese con un negozio che non incassa, con gli stipendi da pagare, con le bollette sulla scrivania. E in questi casi per far tornare i conti l’ideologia serve a poco. Sarebbe meglio, molto meglio, un buon amministratore di condominio…

Moriremo marxisti inconsapevoli. Nicola Porro il 26 Maggio 2021 su Il Giornale. Tutte le economie del mondo vivono in un delicato compromesso tra mercato e Stato, tra privato e pubblico. Non c'è mercato senza leggi, non esiste Stato senza individui. L'Italia sta prendendo una brutta piega. Tutte le economie del mondo vivono in un delicato compromesso tra mercato e Stato, tra privato e pubblico. Non c'è mercato senza leggi, non esiste Stato senza individui. L'Italia sta prendendo una brutta piega. La pandemia, come aveva auspicato il ministro Speranza nel suo libro mai uscito, è un'occasione per ristabilire «l'egemonia culturale di sinistra». Progetto che si sta realizzando. Vediamo quattro casi lampanti. Nel governo si bisticcia su come allentare il blocco dei licenziamenti. Fino ad oggi c'è stato uno scambio perverso: lo Stato paga la cassa integrazione e le imprese stanno mute e non fanno fuori nessuno. Ne pagano le conseguenze (inintenzionali?) i meno garantiti e cioè giovani al primo impiego e donne part time. Già il punto di partenza è sbagliato: un imprenditore non licenzia per il piacere di licenziare, ma perché non è in grado di reggere il conto economico. Bloccare i licenziamenti per più di un anno, uccide in prospettiva le imprese (a meno che non sperino di avere incentivi in eterno) e danneggia il mercato del lavoro. Da sinistra sino a destra, in pochi ritengono questa norma emergenziale, semplicemente folle. Seconda palese invasione di campo: il blocco degli sfratti. Qui i piccoli proprietari hanno qualche influenza in più sul centrodestra, non fosse altro che in Italia essi sono numerosissimi. È difficile giustificare, da un punto di vista liberale, l'impossibilità per un proprietario di godere dei propri beni, soprattutto nel caso in cui i contratti non siano stati rispettati. Tanto vale abolire la proprietà privata: il blocco degli sfratti altro non è che la statalizzazione del risparmio privato. Terzo campanello d'allarme: la proposta, tanto gradita da professori e media democratici, di inasprire l'imposta di successione. Gioverebbe ricordare loro che essa fu abolita da un governo di centrosinistra nel 2000, per il semplice motivo che le sue aliquote, allora stellari, non generavano entrate. Ma oltre a essere una tassa poco efficace, è odiosa: come ha detto un importante dirigente del Pd, essa è giusta perché i ricchi devono «restituire» ciò che hanno accumulato. Fu Marx a scrivere che l'origine del capitale «gronda di sangue»: un pregiudizio che ritenevamo seppellito. Ultimo aspetto riguarda le semplificazioni: è l'anello più importante. Semplificare vuol dire togliere poteri allo Stato e pensare che i privati non siano dei mascalzoni per definizione: è la battaglia culturale più difficile. Ecco perché il progetto messo in piedi da Mario Draghi è così contestato. Non moriremo democristiani, ma marxisti inconsapevoli.

Nicola Porro. Nicola Porro è vicedirettore de il Giornale e si occupa in particolare di economia e finanza. In passato ha lavorato per Il Foglio e ha condotto il programma radiofonico "Prima Pagina" su Rai Radio Tre. Attualmente, oltre a scrivere per il Giornale, gestisce il blog "Zuppa di Porro" su...

Tutti invocano il popolo, ma quando va in piazza tutti lo vedono come nemico. Vittorio Sgarbi su Il Quotidiano del Sud l'11 aprile 2021. Il Vento dell’antipolitica agita le piazze. Io partecipo, le vedo, non mi sottraggo. È politica o sono performances? Un artista potrebbe immaginare di trasformare in creazione artistica la rabbia, talvolta la disperazione, più spesso, sentimento molto forte oggi, la frustrazione. Non era un artista Daniel Marc Cohn Bendit? E non era un politico-profeta Giorgio Gaber? E Marco Pannella, grande attore nell’aula di Montecitorio? O un attore in attività, come Beppe Grillo, capo del primo partito in Parlamento, senza essere in parlamento? Non erano la fantasia al potere? Purtroppo non sono stati tanti, divertenti e appassionanti, nel gran teatro della politica, dove spesso il politico è didascalico e noioso. Andreotti, in fondo, è stato come Sordi (e con Sordi l’abbiamo visto in un film). Non è stato un grande artista, negli ultimi due anni dadaisti di presidenza, Francesco Cossiga? E poi un grande comico negli ultimi diciotto anni. Non è teatro lo scontro irresistibile con Palamara? Una profezia visionaria. In Parlamento Gabriele d’Annunzio, cambiando parte politica, dichiarò: “Vado verso la vita!”. E oggi, con impulso spontaneo, non è un artista il ribelle ristoratore, poeta della vita, Umberto Carriera di Pesaro? Volete confrontarlo con il politico ufficiale Matteo Ricci, renziano del Pd? Chi ci parla di più, nonostante le continue prediche televisive del secondo? E non è un artista il presidente della Regione Calabria, Nino Spirlì, indimenticato autore del “Diario di una vecchia checca”? Uomini nuovi. Vi ricordate i burosauri Emilio Colombo, Fiorentino Sullo, Giovanni Leone, Ciriaco de Mita. Oggi l’arte aspira al potere. Ma si manifesta da tempo come attacco alla politica, non con argomenti, ma con demagogia, da Berlusconi a Grillo. Fare politica criticando il fare politica. L’attacco alla politica è l’attacco a se stessi. L’hanno già fatto i 5 stelle, e li vedete. Nel mio caso, così ribellistico dentro il Palazzo, fino ad esserne espulso come nella “Deposizione” di Raffaello, non mi piace, dopo essere stato l’unico in Parlamento, l’unico, per un anno, a contrastare le misure di questi governi, essere trattato come uno che ha a che fare con i vigliacchi e gli opportunisti della politica. Io ho sempre pagato in prima persona per quello che ho detto. Il popolo in piazza è politica. Tutti invocano il popolo e, a parole, si dicono interpreti dei problemi del popolo. Poi quando il popolo (ristoratori, ambulanti, tassisti, baristi, parrucchieri…) scende in piazza e, disperato, grida e protesta, arrivano i nemici del popolo, e cioè quelli che “non bisogna agitare la piazza”, “non bisogna cavalcare la protesta”, “no ai toni esasperati”, “bisogna interloquire con il Governo”. Ecco, i nemici del popolo sono questi: i “pompieri” di professione, i normalizzatori, i silenziatori, i difensori dello status quo, quelli che il popolo lo vogliono tenere buono. E stanno tutti a pontificare da dentro un palazzo, con uno stipendio fisso (pagato dallo Stato), guardandosi bene dallo scendere in piazza e metterci la faccia. Sono le Carfagne di regime, che chiamano i pochi politici liberi “professionisti del caos”. Loro, professioniste del proprio vantaggio, favorite del potere. Io continuerò a metterci la faccia. Senza farmi intimidire da nessuno, comunicando pensieri e idee. Senza idee e senza rispetto delle idee, quando ci sono (posizione tipica e disfattistica di che non le ha , e si arrocca nel palazzo), non si va da nessuna parte. I partiti sono fatti di idee. Non vanno confusi con le partite. Gli slogan, perbenistici, da una parte e dall’altra, sono dei depensanti. E chi sta fuori deve entrare; non demonizzare il palazzo e la politica. Deve portare dentro la sua sofferenza e la sua insofferenza. Deve cambiare l’arredo del palazzo. Tra gli artisti, vero artista e intelligente, l’ha fatto Edi Rama, il premier albanese. Con il pensiero anche le stanze sono cambiate. Le ha letteralmente dipinte lui. Noi oggi abbiamo un banchiere dai gesti eleganti e sobri. Se avessimo un artista, con i soldi delle commissioni per le mascherine avremmo comprato l’ “Ecce homo” di Caravaggio, in asta a Madrid. La politica sono scelte nuove. Io non sono gradito alle persone con le idee confuse sulla politica e sulla vita, che sono sia dentro sia fuori del palazzo. Anche l’Università è corrotta, ma non per questo si smette di studiare. La politica è come la vita. Negarla è morire. Non si rinuncia a studiare perché un professore è ignorante. Ce ne sarà uno che ci ripaga per quello che gli altri non sanno.

I grandi malati della politica italiana? I partiti. Ed ecco il perché. Francesco Caroli, Agitatore culturale, su Il Riformista il 7 Aprile 2021. Cambiano le stagioni politiche e le sigle, passano gli anni e si alternano differenti sistemi elettorali, ma il Parlamento e soprattutto le segreterie dei partiti politici, o ciò che ne rimane, restano popolati sempre dagli stessi volti. In realtà quello della mancanza di contendibilità dei partiti, in primo luogo, nei confronti di correnti ed esponenti outsiders, o semplicemente volti nuovi, è ormai diventato un tema preminente nell’agenda politica italiana. Non passa giorno, infatti, in cui in un qualche partito non si annuncino prese di posizione interne capaci di lacerarne la tenuta dello stesso, oppure tensioni provocate da attacchi personali e sgarbi istituzionali.

E questo, purtroppo, è un problema che si trascina dalla nascita delle Repubblica: dal correntismo interno alla Dc, all’incapacità di trovare un successore di Berlusconi e una sintesi unitaria nel centrosinistra. Tuttora, a destra, Forza Italia è ancora in crisi d’identità, schiacciata tra Salvini e Meloni, mentre a sinistra, Letta cerca la sintesi tra criteri di selezione difficilmente conciliabili e rappresentanza. Ed in entrambi i casi il problema di fondo è riconducibile alla contendibilità interna della leadership partitica (anche ai livello locale) e quindi del confronto tra correnti. Un problema questo, presente sia in grandi partiti, sia in entità più giovani, come +Europa; che nel giro di soli tre anni ha da prima incarnato una corrente liberale di centro, per poi subire una scissione interna le cui sorti rischiano persino di far naufragare il suo progetto politico stesso. Tra l’altro, prima ancora che alcune delle sue idee migliori possano esprimersi. Ed è proprio sull’espressione, questa volta degli iscritti di +Europa, che si è consumata una vera e propria lotte tra “bande” all’interno del partito, la quale ha condotto alle dimissioni di Bonino e di della Vedova. La prima, difatti, ha individuato nella cupidigia della classe dirigente le cause della autoespulsione, mentre della Vedova l’ha seguita per imporre un congresso, troppo a lungo rinviato, e giungere così a prendere atto della volontà degli iscritti. D’altronde le regole interne a +Europa sono chiare: il congresso doveva tenersi a inizio 2021, mentre c’era chi, in virtù di una posizione solida, sarebbe stato disposto a posticiparlo persino al 2022; non curandosi però di chi si era avvicinato al partito e desiderava dare il suo contributo. In sostanza, nulla di nuovo sotto il sole, ma il dover constatare, per l’ennesima volta, l’assenza di un dialogo tra posizioni differenti e la presenza di politici pronti a prendere la palla e minacciare di tornare a casa, pur di non confrontarsi sui voti, dimostra l’insensibilità verso gli iscritti. E tutta questa instabilità, questi continui cambi di regole e il non riconoscimento non solo degli avversari politici, ma anche di compagni di squadra che la pensano in maniera diversa, non produce che un effetto: indebolire i partiti politici. Di per sé già dilaniati dalla mancanza cronica di fondi e dall’inseguimento, sempre a ribasso, di proposte populiste di dubbio valore (come il taglio dei parlamentari). In questo modo, inoltre, si finisce spesso per alimentare scissioni quotidiane e la nascita di micro-partiti personali che evitano, per struttura propagandistica, quei momenti di dibattito che rappresenterebbero invece una vera e propria palestra per gli aspiranti “politici”. La formazione politica, infatti, non può essere ridotta a lezioni frontali o comizi, ma dipende da quelle esperienze, da quelle sintesi e quei compromessi che dovrebbero avvenire proprio all’interno di un partito. Occorre quindi più coraggio nel dare spazio ai quei pochi giovani che, anche in quest’epoca di sfiducia nelle istituzioni, hanno ritrovano la passione per la cosa pubblica. La paura di essere spodestati, estromessi, non può fungere da freno per l’ingresso di aria fresca, di idee ed di energie nuove capaci di donare più slancio alle sfide del futuro: un partito fermo è un partito morto. La rappresentatività, tanto invocata con il proporzionale e dai vertici dei partiti, si riduce spesso, soprattutto nei fatti, a liste bloccate e paracadutati che favoriscono sempre gli stessi nomi, i quali poi impediscono discussioni interne sulla leadership. Ed è allora poi evidente perché gli iscritti si allontanino e gli elettori non votino, oppure rivolgano il loro sguardo altrove. D’altro canto la Lega è riuscita, nonostante la sua proposta programmatica, a creare una successione interna e un ricambio della classe dirigente salvando di fatto un partito sulla via del tramonto, mentre chi oggi si professa liberale e democratico, non riesce neppure ad avviare un dialogo interno senza che qualcuno si cucia la bocca o se ne vada via. Occorre dunque ripensare al ruolo laico di quei partiti capaci di premiare e valorizzare le sensibilità dei militanti, promuovendo così una sana partecipazione, spesso ispirata dal desiderio di contare, di decidere nei momenti importanti. Dopo tutto, il confronto dentro un partito è il sale della democrazia; senza di esso, che cosa resterebbe della cosa pubblica?

Quando l’ideologia diventa umanitarismo: buonismo e snobismo radical chic. Clemente Sparaco su culturaidentita.it il 27 Dicembre 2020. L’anno che verrà è quello che ci si affanna a divinare in questi ultimi giorni dell’anno che volge al termine. E’ anche il titolo di una canzone famosa di Lucio Dalla scritta, manco a dirlo, sul finire di un anno, il 1978, aspettando il nuovo. Siamo a 10 anni dal ’68, quando, tramontati i sogni di trasformazioni epocali, si toccava con mano anche a sinistra la crisi dei grandi racconti, che avevano avuto per protagonisti i partiti, le masse, le avanguardie ispirate. Si avvertiva, quindi, che era tramontata non solo l’attesa messianica di una trasformazione rivoluzionaria, ma anche la fiducia nel nuovo. Proprio in quegli anni J. F. Lyotard teorizzava che era finito il moderno e che ci si avviava in un’epoca contraddistinta dal venire dopo e perciò connotata anche terminologicamente dal prefisso post: il postmoderno. Cosicché chi viveva quella condizione avrebbe avuto ormai la sensazione “di venire dopo la totalità della storia, con le sue origini sacre e mitologiche, la sua stretta causalità, la teleologia segreta, il narratore onnisciente e trascendente e la promessa di un lieto fine, in chiave cosmica o storica” (così Heller e Fehér in un loro felice saggio). In effetti, oggi che non si presume più di sapere quale sia la direzione della storia né di sapere se essa abbia una direzione (lineare e razionale), alla speranza del nuovo si è sostituito un desiderio di novità inessenziale e superficiale. E’ qualcosa di raggelante e di molto diverso da quanto presagiva Lucio Dalla, quando concludendo il suo brano cantava: “Io mi sto preparando, è questa la novità”. Perché il punto è proprio che noi non siamo preparati. Non lo siamo innanzitutto perché le nostre categorie ideali di lettura della storia sono inadeguate. E’ vero, l’ideologia, comunista, modernista, liberale, illuminista, scientista, presidia ancora giornali, case editrici, l’Università, la scuola, e continua a selezionare le fonti della storiografia, manipolando il passato per diffondere e a smerciare concetti e preconcetti andati a male. Ma questa sopravvivenza si esprime ormai solo nelle forme affievolite e melense di un’ideologia del bene, nella retorica dell’amore contro l’odio, della tolleranza contro i muri. Il materialismo dialettico ormai si è ridotto a consumismo pratico, la lotta per l’emancipazione a edonismo rozzo, l’emancipazione del soggetto ad arrivismo spicciolo, il libertarismo ad individualismo capriccioso, il collettivismo a massificazione mediatica. Dovunque i rottami di un dogmatismo ideologico che si traveste di umanitarismo: buonismo e snobismo radical chic di risulta. Il punto è che oggi è venuta a cadere non una singola ideologia, bensì la matrice narrativa e progressiva che era dietro la forza delle ideologie, sia quelle etico-politiche, sia quelle scientifiche. L’idea di modernità, definita come trionfo della razionalità sui vecchi ordini, “ha perso la propria forza di liberazione e di creazione” (A. Touraine) ed abbiamo smarrito la certezza del progresso, che era poi la nostra fede residuale. Stiamo pertanto cominciando a riapprendere che la storia non è una galoppata senza possibilità di ristagni e di involuzioni né la ragione una forza destinata al trionfo, perché l’una e l’altra possono deteriorarsi e ricadere in una sorta di nuova barbarie e di più raffinata violenza. La crisi si è fatta cronica ed è diventata strutturale. Dalla politica si è trasferita all’economia e quest’anno ha intaccato anche la salute con la pandemia, cosicché ormai si sparge in tutti i gangli del nostro organismo malato. Siamo in sostanza a quello che un interprete inascoltato della civiltà e della storia, il napoletano Giambattista Vico, chiamava il “ricorso”. Ma a fronte di tutto questo forse siamo messi finalmente nella condizione di capire che nell’ambito di questa nostra storia umana non esisterà mai la situazione assolutamente ideale e mai avremo un ordine di libertà definitivo. Siamo sempre in cammino ed in un cammino sempre relativo. L’ordine ideale non esiste. Il mondo liberato è un mito. Pertanto, anche il cambiamento non è un bene in se stesso. “Se esso è buono o cattivo – ha scritto J. Ratzinger – dipende dai suoi contenuti e dai punti di riferimento concreti. (…) Nella storia ci sarà sempre un progredire e un retrocedere. In rapporto alla autentica natura morale dell’uomo, la storia non si svolge linearmente, ma con ripetizioni. Nostro compito è lottare di volta in volta nel presente per quella strutturazione relativamente migliore della convivenza umana e custodire il bene così raggiunto, vincere il negativo esistente e difenderci dall’invasione delle potenze della distruzione”. Ed è forse questa la novità a cui dobbiamo prepararci per l’anno che verrà.

Covid, Chiesa sottomessa alla nuova religione terapeutica. Diego Fusaro su Affari Italiani il 15/4/2021. Così leggiamo su "La Repubblica", rotocalco turbomondialista, voce del padronato cosmopolitico e ultimamente anche grancassa del nuovo Leviatano terapeutico: "Il prete no-mask di Vanzago trasferito: invitava a non usare la mascherina e criticava le norme anti-Covid" (13.4.2021). È la triste storia di Don Diego Minoni, parroco della chiesa dei Santi Ippolito e Cassiano, colpevole di non essersi piegato al nuovo ordine terapeutico e, di più, di aver esortato i suoi fedeli alla disobbedienza civile e a non barattare la libertà per la sicurezza del bios. Quel che colpisce in questa vicenda è il fatto che ad aver, per così dire, sanzionato il prete è stata direttamente la Chiesa, non il potere mondano: Chiesa la quale, trattando don Diego come un eretico, ha dunque, ancora una volta, preso apertamente posizione a sostegno del nuovo ordine pandemico e della nuova modalità di governo delle cose e delle persone. La vicenda mi pare istruttiva, giacché avvalora la tesi a suo tempo formulata da Ernst Bloch in "Ateismo nel cristianesimo". Secondo Bloch, esisterebbero due correnti diverse e anzi opposte interne al cristianesimo: da un lato, la corrente calda, che nel nome del regno dei cieli si oppone alle storture del regno terreno e arriva perfino a battersi per il rovesciamento del potere; dall'altro, la corrente fredda, che in maniera diametralmente opposta fa da stampella per il potere, scomunicando chiunque osi ad esso contrapporsi. Ebbene, la vicenda di Don Diego mostra in modo adamantino la compresenza, nella medesima istituzione e nel medesimo tempo, di entrambe le correnti. Che quella di Bergoglio e della Chiesa di Roma sia incontrovertibilmente la corrente fredda del Cristianesimo, in specie in relazione al nuovo ordine terapeutico (ma poi anche in connessione con il globalismo del blocco oligarchico neoliberale), lo suffraga il trattamento riservato a don Diego, colpevole di non essersi piegato al potere egemonico che si nasconde oggi dietro il lessico medico-scientifico. Insomma, rivendicare dall'altare la non sacrificabilità delle libertà e dei diritti in nome della salute è assai più grave, a quanto pare, che svuotare dall'interno il cristianesimo in nome dell'ideologia del global-capitalismo e della ovunque imperante dittatura del relativismo. Come più volte ho evidenziato, fin dalla epifania del coronavirus la Chiesa di Bergoglio è divenuta pavida ancella della nuova religione terapeutica: religione che promette la salvezza del corpo e che in nome di essa chiede di sacrificare tutto il resto. Messe via streaming, accettazione dell'ordinaria disumanità del distanziamento sociale, sospensione della estrema unzione per i malati di covid, acquasantiere di gel sanificante all'ingresso delle chiese, aperta tematizzazione da parte del sommo pontefice della obbedienza alle norme del governo. I virologi hanno esautorato i teologi, con la conseguenza che ove ancora si diano preti che credono in Dio più che nella religione terapeutica, subito vengono puniti dai nuovi adepti del culto sanitario. Se Gesù Cristo sanava i lebbrosi e se San Francesco li abbracciava addirittura, la Chiesa di Bergoglio ha scelto di adeguarsi al nuovo noli me tangere della contactless society propria dell'ordine terapeutico del distanziamento sociale, del controllo biopolitico totale e del culto del Sacro Dogma medico-scientifico.

Diego Fusaro (Torino 1983) insegna storia della filosofia presso lo IASSP di Milano (Istituto Alti Studi Strategici e Politici) ed è fondatore dell'associazione Interesse Nazionale (interessenazionale.net). Tra i suoi libri più fortunati, "Bentornato Marx!" (Bompiani 2009), "Il futuro è nostro" (Bompiani 2009), "Pensare altrimenti" (Einaudi 2017).

·        Vizio sinistro: criminalizzazione della Società.

Antonello Piroso per la Verità il 29 ottobre 2021. Cari amici, vicini e lontani, della sinistra (chiunque voi siate: nel senso che non mi è chiaro quante e quali sinistre ci siano oggi in Italia, ma transeat), capisco vi sentiate «sinistrati», dopo l’intervenuta «tagliola» sul ddl Zan, ma vorrei provare a sottoporvi alcuni spunti di riflessione: 

1.Vi siete impossessati dello slogan «legge e ordine», tipicamente di destra. Norme, sempre più norme, che dovrebbero garantire una più efficace repressione dei comportamenti criminali o criminogeni. Per capirci, con un esempio necessariamente grossier, prendiamo l’omicidio, articolo 575 del codice penale: «Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito...». Lo disciplinano anche altri articoli che aumentano la pena, se sussistono la premeditazione o le cosiddette aggravanti (assassinio per motivi «futili e abietti», la compresenza di «sevizie» o «crudeltà» ecc).

2 Ad un tratto, però, si è ritenuto che tutto questo non bastasse più, e si è iniziato ad inasprire ulteriormente le sanzioni in caso di determinate vittime. Come? O con l’introduzione di articoli bis, ter e quater, o con leggi ad hoc. Muore, o è vittima di brutalità o discriminazioni, un nero, un ebreo, un sionista, un arabo, un musulmano, e, perché no, un «terrone»? Ecco la norma nuova di zecca sul delitto compiuto per motivi di odio etnico-razziali, nazionali, religiosi. 

3 Stesso format con l’omicidio stradale (da colposo in volontario, con molti dubbi su estensione e campo di applicazione), nonché con la legge sul cosiddetto femminicidio, un pigro mantra come se fosse in atto uno sterminio del genere femminile da parte di maschi desiderosi di annientarlo, e non casi - sempre troppi, terribili e dolorosi - di donne uccise da uomini che non meritano neppure di essere definiti tali.

4 Quindi ci si è preoccupati dei comportamenti esecrandi, vili e sadici verso omosessuali e lesbiche, cui poi si sono aggiunti i trans, e poi i queer, gli asessuali, con la proliferazione dell’acronimo da Lgbt a Lgbtqia+ etc, da sanzionare anch’essi con prescrizioni app o s i te. 

5 La domanda sorge spontanea: quante e quali altre tipizzazioni delle vittime di violenza e omicidio vanno previste? Quali categorie andranno vieppiù protette? Se i minori sono tutelati, come la mettiamo per esempio con gli anziani? Immaginando il geriatricidio? E perché fermarsi agli umani? Che fare con soppressione e maltrattamenti dei nostri amici animali?

6 Manette agli evasori, spazzacorrotti, codice degli appalti, codicilli, editti, pandette e grida manzoniane. Massì, facciamo vedere che abbondiamo. Un aumento dei precetti penali, però, non comporta una diminuzione dei reati. Fosse così, avrebbero ragione i sostenitori della pena di morte. Che non è mai stato un deterrente, mentre semmai lo è la sua abolizione. Potete verificare voi stessi sul sito nessunotocchicaino.it: «Un rapporto ha esaminato i tassi di omicidio in 11 Paesi che hanno abolito la pena capitale, constatando che dieci di essi hanno registrato un calo di tale reato nel decennio successivo all’abrogazione». 

7 Vogliamo stigmatizzare lo spettacolo «indecoroso e degradante», «gli applausi e quell ’orrido tifo da stadio» intervenuti alla proclamazione del risultato sul ddl Zan? Facciamolo pure, ma evitando di fare i sepolcri imbiancati: sottintendere, o sostenere, che questo dimostrerebbe la consustanziale omofobia della destra (vi do una notizia: esistono gay pure lì) significa cercare di lanciare la palla in tribuna per occultare la sconfitta politica incassata, a colpi di franchi tiratori (a sinistra). Chi a destra si è lasciato andare a sgradevolezze, lo avrebbe fatto su qualsiasi altra mozione sostenuta dalla sinistra e bocciata dopo mesi e mesi di martellante campagna propagandistica a favore. L’incivile scompostezza dei politici, nelle aule parlamentari o fuori, è trasversale, e non è una novità, fin dal 1949 per l’adesione dell’Italia alla Nato: si vide un cassetto volare da una parte all’al - tra dell’aula. Senza dimenticare le scuse tardive, vedi Luigi Di Maio, il balcone, l’esultanza, l’abolizione della povertà: «Sbagliai il gesto e le parole».

 8 Ultimo, ma non in ordine d’importanza. Il segretario del Pd Enrico Letta, nel commentare la debacle, è ricorso ai toni apocalittici: «Hanno voluto fermare il futuro». Nientemeno. C’è da chiedersi: qual è invece il futuro di lavoro, previdenza, sanità, insomma, qual è il posto riservato a sinistra per i diritti sociali? Non è una provocazione, e non intendo certo declassare quelli civili, contrapponendoli ai primi. Ma è questione urticante. Lo certifica questo testo del dicembre 2017: «La motivazione fondamentale, e ufficiale, della rottura tra il movimento di Giuliano Pisapia e il Pd è stata la mancata tempestiva calendarizzazione in Parlamento dello ius soli, un argomento importante, una battaglia di civiltà, ma, rispetto alle questioni aperte, alquanto circoscritto». Circoscritto. Continuiamo: «Anche in questo caso si conferma una singolare inversione di priorità nelle politiche della sinistra: i diritti civili ormai prevalgono su quelli sociali, che hanno sempre meno spazio nei programmi». Però. Andiamo avanti: «Questo mutamento è evidente da quando a sinistra si è affermata la linea più liberale che socialista della “terza via”: i diritti (individuali) civili sono diventati centrali nella strategia di sinistra e di fatto la loro rivendicazione è diventata un alibi, una sorta di copertura, rispetto al fatto che le problematiche sociali venissero, se non abbandonate, lasciate sulla sfondo». I diritti civili come alibi. Conclusione: «Così facendo si ponevano le premesse per una rinnovata contrapposizione con la destra conservatrice su basi diverse rispetto al passato e per l’acquisizione del consenso dei ceti medi cosiddetti “riflessivi”. Ma al tempo stesso si minava alle radici il rapporto tradizionale tra sinistra e ceti popolari».

9 Su che giornale o sito di destra è comparsa tale critica analisi? Nessuno. :Le ritrovate sul web all’indirizzo nens.it, Nuova economia nuova società, il centro studi fondato da Vincenzo Visco e da Pier Luigi Bersani. Non riesco a immaginare qualcuno più a sinistra di lui (senza offesa). ANTONELLO PIROSO 

·        Un popolo di Spie…

Schianto del sommergibile nucleare Usa. Colpì la montagna sottomarina cinese. Fausto Biloslavo il 6 Novembre 2021 su Il Giornale. Feriti quindici uomini dell'equipaggio, comandante rimosso. L'incidente in una zona contesa, le proteste di Xi e di Pechino. Questa volta il «Lupo di mare», classe di sottomarini d'attacco Usa specializzati in operazione segrete, ha fatto cilecca nel Mar cinese meridionale una delle aree a più alta tensione del globo sollevando le ire di Pechino. Ufficialmente il sommergibile nucleare USS Connecticut ha urtato una montagna degli abissi, che non era segnata sulle carte. Forse è solo un «incidente» di copertura, che nasconde qualcosa di più grosso, ma la collisione è costata la testa al comandante dell'unità navale, Cameron Aljilani, il suo vice, Patrick Cashin e il primo capo tecnico Cory Rodgers. La dura punizione è stata decisa dal vice ammiraglio Karl Thomas, al comando della VII flotta americana di base in Giappone. La Marina ha fatto sapere che gli ufficiali silurati «avrebbero potuto evitare» la collisione che ha ferito una quindicina di uomini dell'equipaggio. L'incidente, avvenuto il 2 ottobre, ha costretto l'arma invisibile, fino a quando è in immersione, a navigare in superficie per raggiungere la base americana di Guam per le prime riparazioni. Il governo cinese ha duramente protestato per la presenza del sottomarino in un'area contesa e ipotizzato che ci sia stata anche una perdita di materiale nucleare. In realtà sia reattore che arsenale balistico sembrano sia rimasti intatti. La Cina ha addirittura costruito degli isolotti artificiali nel tratto di mare strategico trasformandoli in basi militari galleggianti con tanto di piste e caccia bombardieri. Lo strano incidente del Connecticut, però, è ancora tutto da scrivere non essendo stato fornito alcun dettaglio. L'unità costa tre miliardi di dollari e fa parte della classe Seawolf, sommergibili d'attacco rapido contro navi nemiche, che hanno pure un altro compito segreto. Il Connecticut può condurre operazioni strategiche di ricognizione grazie ad un'aliquota dei Navy Seal, i corpi speciali della Marina e una serie di mezzi subacquei speciali da utilizzare negli abissi compreso un drone sottomarino. Non è un caso che nel 2013 l'equipaggio dell'USS Jimmy Carter, un'evoluzione della classe Seawolf, sia stato insignito della più alta onorificenza della Marina per un'operazione segreta proprio nel Mar cinese meridionale. Si conosce solo il nome in codice, «Missione 7», portata a termine «in condizioni estremamente avverse senza appoggio esterno, in nome di obiettivi vitali per la sicurezza nazionale». I dettagli sono rimasti segreti, ma il sommergibile è rientrato alla base nello stato di Washington issando la bandiera Jolly Roger, che durante la seconda guerra mondiale significava avere affondato unità nemiche o portato a termine rischiose operazioni di intelligence. Il Jimmy Carter e l'USS Connecticut derivano dalla stessa classe dei «lupi di mare» e fanno parte dell'ultrasegreto Squadrone 5 di sottomarini, che testano i più sofisticati e innovativi strumenti di spionaggio negli abissi e mezzi subacquei. L'«incidente» è avvenuto poche settimane dopo l'annuncio degli Stati Uniti, Inghilterra e Australia di una nuova alleanza militare in chiave anti-cinese, incentrata sulla condivisione della tecnologia dei sottomarini nucleari. E all'apice dell'escalation militare con Pechino su Taiwan. Sull'isola ribelle sono sbarcati i corpi speciali Usa per addestrare le forze armate locali a fronteggiare i piani di invasione cinesi. E Pechino ha appena annunciato l'incremento dell'arsenale nucleare per raggiungere il numero di missili balistici americani.

Fausto Biloslavo. Girare il mondo, sbarcare il lunario scrivendo articoli e la ricerca dell'avventura hanno spinto Fausto Biloslavo a diventare giornalista di guerra. Classe 1961, il suo battesimo del fuoco è un reportage durante l'invasione israeliana del Libano nel 1982. Negli anni ottanta copre le guerre dimenticate dall'Afghanistan, all'Africa fino all'Estremo Oriente. Nel 1987 viene catturato e tenuto prigioniero a Kabul per sette mesi. Nell’ex Jugoslavia racconta tutte le guerre dalla Croazia, alla Bosnia, fino all'intervento della Nato in Kosovo. Biloslavo è il primo giornalista italiano ad entrare a Kabul liberata dai talebani dopo l’11 settembre. Nel 2003 si infila nel deserto al seguito dell'invasione alleata che abbatte Saddam Hussein. Nel 2011 è l'ultimo italiano ad intervistare il colonnello Gheddafi durante la rivolta. Negli ultimi anni ha documentato la nascita e caduta delle tre “capitali” dell’Isis: Sirte (Libia), Mosul (Iraq) e Raqqa (Siria). Dal 2017 realizza inchieste controcorrente sulle Ong e il fenomeno dei migranti. E ha affrontato il Covid 19 come una “guerra” da raccontare contro un nemico invisibile. Biloslavo lavora per Il Giornale e collabora con Panorama e Mediaset. Sui reportage di guerra Biloslavo ha pubblicato “Prigioniero in Afghanistan”, “Le lacrime di Allah”,  il libro fotografico “Gli occhi della guerra”, il libro illustrato “Libia kaputt”, “Guerra, guerra guerra” oltre ai libri di inchiesta giornalistica “I nostri marò” e “Verità infoibate”. In 39 anni sui fronti più caldi del mondo ha scritto quasi 7000 articoli accompagnati da foto e video per le maggiori testate italiane e internazionali. E vissuto tante guerre da apprezzare la fortuna di vivere in pace. 

Guerra di spie a Berlino. Russo sotto copertura precipita da grattacielo. Roberto Fabbri il 6 Novembre 2021 su Il Giornale. Il corpo del diplomatico trovato davanti alla sua ambasciata. Non ci sarà un'inchiesta. Emana un inconfondibile (e sgradevole) odore di spy-story la misteriosa morte su un marciapiede davanti all'ambasciata russa a Berlino di Kiril Zhalo, un trentacinquenne diplomatico che aveva il rango di secondo segretario d'ambasciata, ma che era considerato dall'intelligence tedesca un agente dell'Fsb (i servizi segreti di Mosca) sotto copertura. L'incidente risale alle prime ore del mattino dello scorso 19 ottobre, ma se ne avuta notizia soltanto ieri dal sito del settimanale tedesco Der Spiegel, che ha reso noto il nome del defunto cui è giunto con l'aiuto del sito investigativo Bellingcat e del sito di informazione indipendente russo The Insider, dal momento che né le fonti ufficiali russe né quelle tedesche lo avevano fatto. Zhalo sembrerebbe essere precipitato da un piano alto del vasto complesso dell'ambasciata in Behren Strasse, nelle immediate vicinanze di Unter den Linden in quella che un tempo era Berlino Est. Risulta che la missione russa a Berlino abbia rifiutato l'autopsia sulla salma del diplomatico, che è stata rimpatriata senza rilasciare commenti ufficiali tranne un accenno a «un tragico incidente». Fonti di sicurezza tedesche definiscono «sconosciute» le cause della morte di Zhalo, ma anche se l'ambasciata russa a Berlino ha respinto come «assolutamente inappropriate le speculazioni di media occidentali» non mancano elementi per collegarla a storie oscure che di recente hanno avvelenato i rapporti tra i due Paesi. Kiril Zhalo era figlio del generale Aleksei Zhalo, un pezzo grosso dell'Fsb, capo del direttorato per la protezione dell'ordine costituzionale nonché direttore del cosiddetto «secondo servizio» dei servizi segreti russi. E qui cominciano i problemi, per due ragioni tra loro connesse. La prima è che, secondo Der Spiegel, vi sarebbe un collegamento tra questa struttura spionistica e l'assassinio avvenuto nell'agosto 2019 in un parco del centro berlinese di Zelimkhan Khangoshvili, un georgiano che aveva combattuto al fianco dei ribelli ceceni; la seconda è che Kiril Zhalo era stato trasferito da Vienna a Berlino due mesi prima di questo omicidio, ed è perlomeno strano che in una lista riservata dei diplomatici del ministero degli Esteri tedesco il secondo segretario dell'ambasciata russa che aveva assunto in quel giorno le sue funzioni non si chiamasse Kiril Zhalo, ma Dmitry Maltsev. Gli inquirenti tedeschi hanno sempre sostenuto che il killer di Khangoshvili (un russo di nome Vadim Krasikov, attualmente sotto processo a Berlino) non poteva aver agito poche ore dopo il suo arrivo in Germania senza appoggi nella capitale tedesca da parte appunto del «secondo servizio» dell'Fsb, ma questo non prova automaticamente (è lo stesso Bellingcat a riconoscerlo) il coinvolgimento diretto di Kiril Zhalo in questa vicenda. Rimane il fatto che il direttorato guidato dal padre del diplomatico morto in circostanze così misteriose ha fama assai sinistra, e che sarebbe coinvolto secondo Der Spiegel anche nell'avvelenamento del principale oppositore di Vladimir Putin, Aleksei Navalny, avvenuto nell'agosto 2020. Sono una decina i diplomatici russi morti all'estero in circostanze sospette o violente negli ultimi anni. I casi più noti sono quello del capo dell'intelligence militare Igor Sergun, morto misteriosamente in Siria nel 2016 dove era stato inviato per un delicato incontro con il dittatore Bashar el-Assad, e quello dell'ambasciatore ad Ankara Andrei Karlov, assassinato in una galleria d'arte nello stesso anno a colpi di pistola da un profugo siriano. E già nel 2003 un diplomatico russo era caduto da una finestra dell'ambasciata a Berlino morendo sul selciato del cortile. Roberto Fabbri

Zhalo era figlio di un alto dirigente dell'Fsb. Spy story a Berlino, diplomatico russo muore ‘volando’ dall’ambasciata: i dubbi sulla presunta spia sotto copertura. Carmine Di Niro su Il Riformista il 5 Novembre 2021. Ha tutte le caratteristiche di una spy story, un intrigo internazionale, la morte a Berlino di un diplomatico russo, quasi certamente caduto da uno dei piani più alti dell’ambasciata di Mosca nella capitale tedesca. La notizia è stata diffusa solamente oggi dalla rivista tedesca Der Spiegel in una anticipazione del numero in uscita domani, ma i fatti risalgono in realtà al 19 ottobre: quel martedì mattina, intorno alle 7, il corpo senza vita del 35enne accreditato nella capitale tedesca come secondo segretario d’ambasciata è stato sulla via di ingresso dell’ambasciata russa. Una qualifica che in realtà nasconderebbe altro. Secondo il sito investigativo Bellingcat il diplomatico, Kirill Zhalo, sarebbe il figlio del generale Alexey Zhalo, capo del Direttorato per la protezione dell’ordine costituzionale dell’Fsb (erede del Kgb sovietico) e direttore del cosiddetto ‘Secondo servizio’ dell’agenzia di intelligence russa. Anche fonti dell’intelligence tedesca hanno riferito a Der Spiegel di sospettare che il diplomatico fosse in realtà un ufficiale dell’Fsb sotto copertura, con legami con alti funzionari dei servizi segreti russi. Una vicenda che rischia di provocare anche un incidente diplomatico: per ora l’ambasciata a Berlino parla di un “tragico incidente” smentendo le ricostruzioni apparse sui media, considerate errate, ma rifiutando anche di fornire dettagli sulla morte del diplomatico, trattando il caso come un mero incidente. Tornando alla vittima, Zhalo prima di Berlino era stato Terzo segretario della rappresentanza permanente della Russia presso le Nazioni Unite a Vienna, prima di venire trasferito nella capitale della Germania nel 2019. Nella ricostruzione dei fatti fornita dal giornalista Christo Grozev su Bellingcat, il 35enne diplomatico era stato trasferito a Berlino due mesi prima dell’assassinio del cittadino georgiano Zelimkhan Khangoshvili, che secondo gli inquirenti tedeschi è stato quantomeno autorizzato dall’Fsb russo e compiuto con appoggi ‘locali’ nella capitale teutonica. Khangoshvili da fine 2016 viveva in Germani con lo status di richiedente asilo dopo aver guidato negli anni Duemila una milizia di ribelli ceceni in guerra con la Russia. Attualmente comunque, lo sottolinea lo stesso Bellingcat, “non vi sono prove che fosse coinvolto nella pianificazione oppure nel supporto logistico dell’assassinio” avvenuto il 23 agosto 2019 al Kleiner Tiergarten, un parco nel quartiere di Moabit.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

JACOPO IACOBONI per la Stampa il 6 novembre 2021. Per Mosca è «un tragico incidente». Ma evidentemente la storia fa risuonare tante altre corde, sinistre. Un diplomatico russo - si è appreso solo ieri - è stato trovato morto alle 7,20 di mattina del 19 ottobre, dopo essere caduto da una finestra di un piano alto dell'ambasciata russa a Berlino. Il sangue ancora macchia il marciapiede, ma quando cade, il suo corpo sparisce e viene immediatamente rimpatriato, il Cremlino non concede che l'autopsia venga svolta in Germania. Nessuna notizia trapela per giorni. Scopriamo ora che il diplomatico (secondo segretario dell'ambasciata, 35 anni) è in realtà - stando ai servizi segreti tedeschi citati da «Der Spiegel» - una spia sotto copertura del Fsb, il successore del Kgb. Ma la storia non finisce qui. La realtà supera ancora una volta i romanzi di Le Carré. Il «diplomatico» - secondo quanto rivela un'investigazione del collettivo di giornalisti indipendenti Bellingcat - era il figlio del vicedirettore del «Secondo Servizio» dell'Fsb e capo del «Direttorato dell'Fsb per la protezione dell'ordine costituzionale», il generale Alexey Zhalo. I dati di registrazione dell'auto e dell'indirizzo dai database Cronos, leakato e liberamente disponibile su Internet, mostrano che il diplomatico - che porta anche il nome del generale Zhalo come patronimico - è stato registrato allo stesso indirizzo del generale sia a Mosca sia, in precedenza, a Rostov, da dove viene la sua famiglia. Cosa significa? Semplice: che potrebbero esserci connessioni con altri crimini internazionali di cui è accusato o sospettato il regime russo. In particolare, quella struttura dell'Fsb. Il Secondo Servizio dell'Fsb è stato collegato da Bellingcat all'assassinio dell'ex comandante ribelle ceceno Zelimkhan Khangoshvili, freddato nel Kleiner Tiergarten di Berlino il 23 agosto 2019. Stando ai metadati telefonici, l'assassino presunto, Vadim Krasikov (che è attualmente sotto processo a Berlino con l'accusa di omicidio sponsorizzato da uno Stato), fu in visita al centro antiterrorismo dell'Fsb - che rientra appunto nel «Secondo servizio». E di questo stesso Direttorato dell'Fsb faceva parte la squadra di spie che pedinò Alexey Navalny prima di avvelenarlo nell'agosto 2020 in Siberia, e potrebbe anche esser collegata al sospetto avvelenamento di altri dissidenti, tra i quali Vladimir Kara-Murza. Due vicende che hanno spinto Angela Merkel a tensioni molto aspre con Vladimir Putin. Una coincidenza? Berlino ancora una volta come ai tempi di George Blake - forse la più grande spia doppiogiochista della storia, passata dall'MI6 ai sovietici, la cui storia è narrata nel bellissimo libro di Steve Vogel, «Tradimento a Berlino» - sembra il set d'elezione di una spy story internazionale e di un circolo di spie russe che si sono mosse in Europa (e indisturbate in Italia) in questi anni. Il ministero degli Esteri russo nega queste ricostruzioni, sostenendo che «la copertura della morte di un diplomatico russo da parte dei media occidentali è fatta di pure speculazioni del tutto inappropriate». Secondo analisi forensi che La Stampa ha potuto verificare, le cache di Google mostrano che a un certo punto, tra il 1 e 4 novembre , il nome del secondo segretario dell'ambasciata russa è stato rimosso dalla lista diplomatica accreditata al ministero degli Esteri tedesco. Il commento di Roman Dobrokhotov, uno dei più coraggiosi giornalisti russi, riassume forse tutto: «Il figlio di uno dei principali carnefici dell'Fsb (lui stesso lavorava come "cekista" sotto le spoglie di diplomatico) cade improvvisamente dalla finestra dell'ambasciata - no, questa non è una serie Netflix, è una notizia russa».

Il libro di Paolucci e Iacoboni. Oligarchi, spie e fake news: ecco Italygrad. Nicola Biondo su Il Riformista il 6 Novembre 2021. Ottantasette spie in piena attività, miliardi di euro investiti e transitati dai paradisi fiscali, una inestricabile tela di ragno fatta di relazioni e affari trasversali a qualsiasi colore politico. Benvenuti a ItalyGrad, accogliente paradiso e terra di conquista del potere russo. A schiudere la porta su questo panorama è un libro appena uscito firmato da due “pistaroli”, come si diceva un tempo in cui il giornalismo era scavo e non solletico, Gianluca Paolucci e Jacopo Iacoboni. Oligarchi è una lettura lisergica, un documento che in un immaginario “ritorno al futuro” avremmo potuto trovare in mezzo alle macerie del Muro di Berlino come un messaggio in bottiglia, “torneremo presto”. Oligarchi racconta come l’Italia sia diventata l’outlet del potere putiniano, conquistando anime e cose come nemmeno il più spietato degli stalinisti ai tempi dell’Urss avrebbe potuto immaginare. Quello che non è mai riuscito al comunismo sovietico è riuscito ad una banda di Stato che in Italia ha trovato il suo avamposto al sole. Nomi e cognomi, affari e relazioni, alleati e propagande di partito diventate megafoni della paccottiglia reazionaria propagandata dal Cremlino, Oligarchi è il who’s who della più grande operazione di penetrazione russa in Occidente. Due le armi usate: soldi e caos informativo. Di rubli in Italia ne sono sempre corsi a fiumi. Fieri anti-comunisti come Gianni Agnelli e Silvio Berlusconi sono stati interlocutori del bolscevismo affaristico mentre l’ala di Cossutta nel Pci riceveva ancora istruzioni e rubli ma perdeva potere. Romano Prodi ha sempre avuto un occhio di riguardo per le dinamiche moscovite, Putin ne ha sempre rivendicato, con perfidia, l’amicizia. Ma quel fiume di denaro arrivava in una cornice disegnata sulla logica di una geopolitica indiscutibile, quella che fece dire ad Enrico Berlinguer “mi sento più sicuro da questa parte del Muro”. Vladimir Bukovsky sentenziò amaramente, «scaldare il bacon con il gas russo è stato più importante, per molti in Europa, dei diritti umani». Oggi ci sono oligarchi che finanziano restauri al Comune di Roma e le azioni anti-covid in Sardegna, altri comprano migliaia di ettari tra l’Umbria e la Toscana per costruirvi enclave che godono come un’ambasciata dell’extraterritorialità, intoccabili. Ville dove il “kompromat” è in agguato: ne sa qualcosa il premier inglese Boris Johnson che da ministro degli Esteri nel 2019 seminò la scorta per andare festeggiare nella tenuta dell’oligarca Evghenj Lebedev, figlio della spia Alexander. Da allora qualsiasi suo atto riguardante quella parte di mondo finisce sotto osservazione. Oggi, rivela il volume, ci sono squadre di spie che avvelenano e uccidono oppositori del regime russo a Londra o in Olanda o in Bulgaria e si “riposano” in Italia, come fosse un pit stop sicuro. Poi ci sono diplomatici che pagano ufficiali dell’esercito per farsi consegnare segreti militari, come il caso di Walter Biot. Come siamo arrivati fin qui? L’Italia è sempre stata un porto franco per 007 di mezzo mondo. Aldo Moro che di spy-story non era a digiuno inventò un protocollo, un lodo che prenderà il suo nome, per evitare che il terrorismo di matrice araba prendesse di mira Roma. Qui però siamo oltre. I soldi russi, provenienti dai paradisi fiscali di mezzo mondo come ricostruiscono Iacoboni e Paolucci, hanno sempre profumato di buono in Italia. Manager e impresari della tv berlusconiana hanno fatto carriera e fortuna in Russia, prima di Putin e con Putin. Ma è la seconda arma che spiega come è stato possibile che l’Italia sia diventata un campo di addestramento per le tecniche di manipolazione made in Mosca: il caos informativo. Dal 2014 il regime moscovita ha investito sulla politica italiana trovando i cantori della sua way of life nella propaganda di Lega e Movimento cinque stelle. Oligarchi mette una dietro l’altra le tappe di questa “invasione”. Tutto avviene dopo che per anni il web leghista e grillino, con in testa Grillo e Salvini, hanno beatificato Putin, le sue guerre di espansione, gli interventi a favore di Assad e dei signori della guerra in Libia, arrivando persino a deridere le vittime della feroce repressione di regime, come nel caso del primo arresto di Navalny. Putin diventa l’interlocutore privilegiato del primo governo sovranista ma anche dalla sua versione “moderata” del Conte 2. Da cui riceve nell’ordine svariati regali politico-diplomatici. Il rilascio di un manager russo accusato di spionaggio, primo regalo, per il quale l’allora Guardasigilli Bonafede rifiuta l’estradizione negli Usa e la concede a Mosca. Secondo regalo, l’incredibile parata militare con cui qualche medico e una vagonata di 007 e avvelenatori di civili siriani si recano in corteo da Roma a Bergamo per “studiare il covid e aiutare l’Italia”. E siccome un regime senza propaganda non è tale, la missione viene presentata e fotografata dai media putiniani come “un maglio nel cuore dell’Europa” che non aiuta l’Italia contro il covid. Uno spot agghiacciante. Terzo regalo, l’inchino di Stato che Conte e il suo governo concedono a Putin e ai suoi oligarchi a Palazzo Chigi nel corso di una cena, roba che De Gasperi non fece nemmeno a Truman di fronte ai miliardi del Piano Marshall. Era il luglio 2019 quando andò in scena un banchetto in cui sfilarono gli uomini del regime alcuni dei quali erano sottoposti a sanzioni e per questo impossibilitati da una norma europea a fare business. Un via libera, semaforo verde per ogni tipo di attività sul territorio italiano. Quarto regalo: il disimpegno in Libia seguito subito dopo dall’arrivo dei mercenari russi e turchi. Quinto regalo: l’aver abilmente occultato un voluminoso report degli apparati italiani – ricostruito minuziosamente dagli autori – dove si racconta “l’outlet Italia”. E già questo vale il prezzo del biglietto per questo viaggio in un paese invisibile ai più eppure così reale, Italygrad. Nicola Biondo

Tornano le spie, ma è la tecnologia la nuova frontiera dello scontro fra le potenze. Paolo Mastrolilli su La Repubblica il 6 novembre 2021. Una morte sospetta a Berlino, un cinese condannato negli Usa. Si riapre la sfida tra intelligence. Un diplomatico russo, Kirill Zhalo, che muore precipitando dal balcone dell’ambasciata a Berlino, salvo poi scoprire che era figlio del vice direttore del servizio segreto Fsb, convolto nell’omicidio al parco Tiergarten del ribelle ceceno Zelimkhan Khangoshvili. Otto spie di Mosca cacciate dalla Nato, dove fingevano di dialogare con l’Occidente. Un docile cinese, condannato in Ohio perché in realtà rubava informazioni industriali. Un tempo le spie erano discrete, ma oggi aprire i giornali significa leggere quasi oggi giorno le loro disavventure, a conferma che il gioco dell'intelligence è tornato centrale nel risiko degli equilibri globali sempre più instabili. Yanjun Xu non indossava barbe finte, e neppure girava col fucile mascherato da ombrello. Molto più semplicemente dal 2013 frequentava università e congressi, dove adescava le prede. Le invitava in Cina per presentazioni accademiche rispettabili, pagando le spese e offrendo un gettone di riconoscenza. Laggiù poi scattava qualcosa e, tra le promesse di compensi assai più alettanti, le lusinghe e chissà quali altre offerte seducenti, trasformava gli invitati in informatori. Nel maggio del 2017 Yanjun Xu aveva fatto un colpo grosso, attirando un ingegnere della GE che si era presentato con una valigetta piena di segreti sui motori per aerei prodotti dalla sua azienda. Felice del risultato, aveva chiesto altre informazioni. La preda aveva accettato, invitandolo in Belgio nell'aprile del 2019. Quello che ignori ti uccide, però, e Yanjun Xu non sapeva che l'Fbi aveva scoperto tutto costringendo l'ingegnere a collaborare. Perciò quando l'uomo di Pechino si era presentato all'appuntamento belga, invece della fonte con una valigetta colma di ghiotti segreti, aveva trovato un agente del controspionaggio americano con le manette. Venerdì un tribunale federale di Cincinnati ha condannato Yanjun Xu, che ora rischia sessanta anni di prigione. Il tutto per confermare che le spie sono tornate, ammesso che ci avessero mai abbandonati, e svolgono un ruolo sempre più cruciale non solo nella sfida geopolitica epocale tra Usa e Cina, ma anche nelle rivalità fra paesi avversari e alleati. (...) L'Italia è sempre stata un crocevia dello spionaggio internazionale, da quando la Cia dirigeva proprio da Roma le sue operazioni in Medio Oriente, o la futura talpa Aldrich Ames si preparava a tradire. Ci siamo ricascati nel marzo scorso, quando il capitano di Fregata Walter Biot è stato arrestato per aver lavorato al servizio del Cremlino. Siamo ancora un posto di frontiera, nel gioco più grande di noi per il dominio globale.

Come funzionano i servizi segreti francesi. Andrea Muratore su Inside Over il 22 settembre 2021. Nel quadro della ricostruzione della potenza nazionale operata dal generale Charles de Gaulle dopo la sconfitta francese nell’invasione tedesca del 1940 la Republique ha potuto usufruire dell’apporto di un apparato di sicurezza fondato su un sistema di servizi segreti estremamente professionalizzato e spregiudicato. L’intelligence francese è un cardine della proiezione di potenza transalpina e ne rappresenta la garanzia della capacità di azione su scala globale che solo pochi attori nel campo occidentale guidato dagli Stati Uniti possono permettersi di avere.

Una lunga tradizione. L’intelligence in Francia è mestiere antico e metodo di acquisizione di potenza consolidato. Maestri di intelligence furono importanti esponenti della Francia monarchica che tra Medioevo e Età Moderna fu al centro della politica europea: i cardinali Richelieu e Mazzarino e il “Diavolo zoppo” Talleyrand, ministro degli Esteri dei Borbone e di Napoleone Bonaparte, seppero gestire complessi apparati informativi alla loro dipendenza personale che valorizzarono sia l’interesse nazionale di Parigi sia la loro prominente posizione delle dinamiche politiche europee. Dall’epoca di Luigi XIII e almeno fino all’età napoleonica, in particolare, negli uffici di governo dell’Esagono fu attivo il Cabinet noir, una centrale di intelligence che otteneva informazioni controllando la corrispondenza di settori o enti ritenuti di rilevanza sensibile. Dopo la disfatta contro la Prussia di Otto von Bismarck nel 1870, invece, la Terza Repubblica si dotò di un sistema strutturato di intelligence militare, costituito come secondo ufficio dello Stato maggiore, da cui il nome “Deuxième Bureau”. Il Db restò in attività fino alla caduta della Francia nel 1940 e si conquistò in particolare grande fama come primo servizio d’intelligence capace di utilizzare le tecnologie di decrittazione e codifica dei cifrari militari segreti, arrivando nel 1918 a violare il cifrario tedesco ADFGVX e a fornire al comando supremo alleato del maresciallo Ferdinand Foch informazioni preziose sui movimenti delle truppe tedesche del generale Luddendorf prossime all’ultima, disperata offensiva che le avrebbe portate a cinquanta chilometri da Parigi prima della disfatta dell’autunno successivo.

L'intelligence della "Republique". Charles de Gaulle, guidando la resistenza della Francia Libera contro la Germania e il regime di Vichy, dotò le istituzioni militari fedeli alla Repubblica di un sistema nuovo, destinato a tenere i contatti con i partigiani operanti sul territorio metropolitano, a carpire informazioni nel campo degli Alleati, a lungo ambigui col Generale, e a strutturare la difesa delle aree rimaste fedeli al governo in esilio. Il Service de Renseignements (SR) fu fondato nel 1941 sulle ceneri del Db e fu alla base della strutturazione dei servizi segreti repubblicani rinati dopo la liberazione del 1944. Dal 1944 fu dunque attivo il Service de Documentation Extérieure et de Contre-Espionnage (Sdece) subordinato non più allo Stato Maggiore ma al presidente del Consiglio nell’era della Quarta Repubblica e, dopo la riforma semipresidenzialista, al primo ministro e attraverso di questi al presidente della Repubblica, “monarca repubblica” dell’era gaullista inaugurata nel 1958. Questo cambio di prospettiva si consolidò negli anni anche dopo la trasformazione dello Sdece in Direction générale de la sécurité extérieure (Dgse) nel 1982, nell’era di François Mitterrand, e rafforzò l’intelligence come strumento della proiezione di politica estera della Francia negli anni del declino dell’impero coloniale e della potenza mondiale di Parigi. L’intelligence francese fu in prima linea nel difendere gli ultimi avamposti in Indocina, a condurre la “guerra sporca” a favore dei pied-noir intenti a difendersi dal Fronte di Liberazione Nazionale in Algeria, nel tentare di promuovere la causa francese nel Biafra nigeriano sul finire degli Anni Sessanta e, contro la volontà stessa di De Gaulle, nel trasferire tecnologia nucleare a Israele. Vero e proprio Stato nello Stato, la Sdece arrivò addirittura a supportare il separatismo del Quebec provocando l’ira del primo ministro canadese Pierre Trudeau e fu coinvolta nel puntellare i regimi africani favorevoli a Parigi dopo la decolonizzazione e a tentare di detronizzare i leader divenuti scomodi. Un tentativo del genere riuscì nel 1979 con l’Operazione Barracuda che portò alla fine del regime dei Jean-Bedel Bokassa in Repubblica Centrafricana, mentre analoghe azioni condotte contro Muammar Gheddafi nel medesimo periodo non sortirono effetti paragonabili, anche se in seguito la Dgse sarebbe stata in prima linea nel sostegno ai ribelli libici durante la rivoluzione del 2011 che condusse alla caduta del Colonnello. Tra gli Anni Novanta e Duemila, inoltre, successi importanti furono ottenuti con la fornitura di armi ai ribelli kosovari e l’infiltrazione nei campi di addestramento dei jihadisti in Afghanistan.

Il fronte interno. La presenza di una forte problematica securitaria interna e dell’insorgenza terroristica a partire dall’inizio degli Anni Duemila ha spinto la Francia a dotarsi di capacità di analisi d’intelligence interna con la strutturazione della Direction générale de la sécurité intérieure (DGSI) quale agenzia di coordinamento di tutte le competenze in materia di antiterrorismo, lotta al cybercrimine, controspionaggio e prevenzione dell’attività criminale prima parcellizzate tra diversi corpi di polizia. La Dgsi fa capo al ministero dell’Interno ed è stata subito esposta alla sua prima, impegnativa prova del fuoco di fronte all’ondata di attentati che a partire dall’assalto a Charlie Hebdo del gennaio 2015 ha sconvolto il Paese. Di importanza fondamentale per la Francia è anche la creazione di una strutturata cultura di intelligence economica trasversale alle varie agenzie governative. La Scuola di Guerra Economica francese (antesignana europea della materia) ha condotto analisi importanti sul tema dell’utilizzo del ciclo delle informazioni come strumento di costituzione di vantaggio competitivo in termini politici ed economici per sfruttare settori strategici in funzione dell’interesse nazionale. In Francia il capitalismo nazionale è “politico”, l’attore pubblico si adopera perché i mercati esteri siano aperti all’azione dei campioni industriali francesi e questi ultimi agiscono da portavoce delle priorità nazionali. Su questa sinergia s’innesta una cooperazione che porta la Francia a proiettarsi oltre le sue frontiere grazie all’industria e alla finanza nazionale, fattispecie ben conosciuta sul territorio italiano. Recentemente, in virtù di una proposta di legge fatta dal Senato francese, il 25 marzo 2021 è stata posta in essere oltralpe la possibilità di creare un Segretariato generale per l’intelligence economica (Sgie) sotto l’autorità del Primo Ministro che come dichiarato dall’analista Giuseppe Gagliano a L’Espresso avrà il compito di “anticipare e agire di fronte agli attacchi economici che potrebbero indebolire il Paese e consigliare le autorità pubbliche e gli attori economici per scopi operativi”. Gagliano ha sottolineato che la proposta di portare la politica francese a considerare la nascita dello Sgie come evoluzione naturale delle sue agenzie d’intelligence è frutto della “professionalità nel campo della analisi e della prassi di intelligence in senso lato di Alain Juliett che nel 2009 fu nominato Alto responsabile per l’intelligence economica per il Primo Ministro oltre ad aver occupato incarichi di rilievo” in seno alla Dgse. L’intelligence francese è dunque un corpo vivo che, tra operatività, azione autonoma e sviluppi complessi, recepisce e si adatta alle priorità del sistema Paese e agli sviluppi del contesto mondiale. Rappresentando un presidio fondamentale per la natura di grande potenza che Parigi intende promuovere e coltivare.

Il Mit, il servizio segreto della Turchia. Emanuel Pietrobon su Inside Over il 22 settembre 2021. Ogni grande potenza meritevole di tale titolo possiede degli eserciti paralleli, rispondenti unicamente al comando dello stato profondo, attivabili in caso di necessità. Necessità che possono essere il soffocamento di una pericolosa sedizione, l’annichilimento di una o più quinte colonne e/o la prevenzione di un colpo di Stato in divenire. Questi eserciti ombra possono essere delle realtà del mercenariato, come il Gruppo Wagner o l’Academi (ex BlackWater), oppure delle organizzazioni guerrigliere e/o terroristiche che, con la scusante del denaro – come nel primo caso – o della battaglia ideologica – come nel secondo caso –, combattono per conto di una capitale e sono fedeli ad una sola bandiera. E questi eserciti alternativi, talvolta, possono assumere le fattezze di veri e propri stati paralleli la cui esistenza è nota ad una cerchia ristrettissima di persone – in Italia è celebre il caso di Gladio. Nel caso della Turchia, una delle potenze più lungimiranti e fraintese dell’età attuale, le armate che difendono fondamenta e mura del sistema erdoganiano sono diverse, variegate e risultano accomunate da un elemento: la micidialità. Perché queste armate sono i Lupi Grigi del Partito d’azione nazionalista di Devlet Bahceli, i narcotrafficanti stanziati tra America Latina e Asia centrale, i padrini del crimine organizzato come Alaattin Cakici, una galassia di sigle e movimenti appartenenti all’islam politico e al jihadismo – dalla Fratellanza Musulmana all’Esercito Siriano Libero –, la compagnia Sadat e l’Organizzazione di Intelligence Nazionale (Mit).

Mit: che cos'è, cosa fa, quando nasce. L’Organizzazione di Intelligence Nazionale (MIT, Millî İstihbarat Teşkilatı) è l’agenzia di intelligence della Turchia. Il quartier generale si trova a Etimesgut, provincia di Ankara, in un edificio che il volgo ha ribattezzato evocativamente kale, ovvero il castello. Fondato nel 1965, in sostituzione al Servizio di Sicurezza Nazionale (MEH, Milli Emniyet Hizmeti) risalente all’epoca di Mustafa Kemal, il Mit è stato ed è un insieme di cose (simultaneamente) sin dal giorno uno: un ente dall’impronta fortemente militare, uno strumento nelle mani del governo di turno ed un Grande Fratello in grado di sorvegliare e punire i nemici dello Stato ovunque si trovino, sia in patria sia all’estero. Legato ad alcuni dei principali servizi segreti dell’Occidente e dell’Oriente da accordi di collaborazione in materia di antiterrorismo, come la Cia e il Fsb, il Mit agisce nel e gode del massimo riserbo – missioni e operazioni sono oggetto di una classificazione quasi-imperitura, similmente al Mossad – ed è dotato di una struttura verticistica a livelli contingentati, ovvero che precludono la possibilità di carriera negli alti ranghi agli agenti appartenenti a gruppi religiosi minoritari. Deputato alla raccolta di intelligence su fascicoli critici per la sicurezza nazionale, ad attività di controintelligence e guerra cibernetica, nonché al contrasto diretto e fattivo di minacce effettive e potenziali alla Turchia e ai suoi abitanti, il Mit è teoricamente obbligato a fare rapporto delle sue attività al presidente, al comandante in capo delle forze armate e al segretario generale del Consiglio di sicurezza nazionale, sebbene negli anni recenti sia divenuto ostaggio di una persona sola: Recep Tayyip Erdoğan.

Colonna portante del sistema erdoganiano. A partire dal giorno dopo il tentato colpo di Stato del luglio 2016, l’evento che sembra aver determinato il collasso dell’antico ordine kemalista e consacrato l’ascesa definitiva del sistema erdoganiano, il Mit è stato assoggettato completamente al nuovo potere, per conto del quale è divenuto il cacciatore di gulenisti. Nell’aprile 2018, cioè a poco meno di due anni dal fallito golpe, il Mit aveva esperito consegne straordinarie (extraordinary rendition) in 18 nazioni, portando dinanzi ai tribunali anatolici ottanta cittadini turchi ricercati per la presunta adesione alla rete gulenista. Una caccia all’uomo globale, senza limiti di giurisdizione, che con il tempo si è estesa ulteriormente e le cui dimensioni possono essere rappresentate soltanto per mezzo dei numeri:

Più di 130 i cittadini turchi che il Mit ha arrestato illegalmente all’estero, e successivamente riportato in patria, da luglio 2016 a luglio 2021.

Più di 31 i Paesi che, in accordo o meno con Ankara, sono stati interessati dalle suddette extraordinary rendition.

622mila i cittadini turchi che, nello stesso periodo di riferimento, sono stati indagati per terrorismo a causa dei loro presunti rapporti con la rete gulenista.

Più di 125mila i dipendenti pubblici che hanno perduto il lavoro a causa della loro presunta adesione al circolo gulenista.

Più di 5 i Paesi del Vecchio Continente in cui il Mit ha proceduto a catturare e rimpatriare presunti membri della rete gulenista, quando agendo legalmente (a mezzo di regolare estradizione) e quando illegalmente (consegna straordinaria): Albania, Bulgaria, Kosovo, Moldavia, Romania, Ucraina.

Più di 5 i Paesi del Vecchio Continente in cui le indagini del Mit hanno portato la giustizia turca ad inoltrare richieste di estradizione nei confronti di presunti gulenisti, il cui processo di rimpatrio è attualmente in corso e/o in fase di esame: Bosnia ed Erzegovina, Germania, Macedonia del Nord, Montenegro, Polonia e Repubblica Ceca.

I numeri della caccia al gulenista sembrano, e in effetti sono, stratosferici. Numeri che parlano delle capacità del Mit, i cui agenti sono in grado di operare nei teatri più impensabili e remoti – come il Gabon, il Sudan, la Malesia e la Mongolia –, anche in assenza di contatti in loco, e che sono il risultato di una lunga tradizione in materia di spionaggio internazionale e arresti illegali. Non è dal 2016, in effetti, che il Mit è coinvolto in questo tipo di attività – le extraordinary rendition –, essendo stato fondato all’acme della guerra asimmetrica tra Ankara e il PKK. Guerra che aveva portato il Mit nel mondo dapprima della comparsa di Fethullah Gulen. Guerra che, il 15 febbraio 1999, aveva portato il Mit a Nairobi (Kenya) per compiere l’extraordinary rendition più importante della storia recente della Turchia, quella ai danni di Abdullah Öcalan, il fondatore del PKK.

I tentacoli del Mit in Europa. Non è soltanto a causa della rete gulenista che la Turchia ha inviato i propri agenti segreti in tutto il mondo. Perché prima che emergesse questa minaccia, come è arcinoto, Ankara ha dovuto affrontare l’insurgenza curda – che ancora oggi pone un serio pericolo per l’integrità territoriale e per la sicurezza fisica dei cittadini turchi. Non sorprende, dunque, che uno dei due obiettivi principali del Mit in Europa (e nel mondo) sia il rintracciamento di tutti quei militanti del PKK ritenuti una minaccia alla sicurezza nazionale. Come il Mit agisca in Europa, che è l’area dell’estero vicino turco ospitante il maggior numero di espatriati curdi, è stato svelato nel corso del tempo, grazie alle indagini delle forze di polizia, dei servizi di sicurezza e dei giornalisti investigativi del Vecchio Continente. In una sola parola: diaspora. Diaspora turca, per l’esattezza. Gli agenti del Mit, in breve, hanno infiltrato da tempo immemorabile le diaspore turche spalmate a macchia d’olio in Europa, in particolare quelle datate e numerose di Austria, Francia, Germania e Paesi Bassi. Un’infiltrazione che, con molta probabilità, risale all’epoca della Guerra fredda e che negli anni è stata approfondita, consolidata e sofisticata, come mostrano e dimostrano i numeri e i fatti:

13 gli imam turchi attualmente indagati in Germania perché presumibilmente legati al Mit e coinvolti in attività di spionaggio.

Circa 6mila i turchi di Germania che il Mit avrebbe reclutato per portare avanti operazioni spionistiche e/o di raccolta di intelligence ai danni di gulenisti, militanti curdi e politici “di interesse” per la Turchia.

Circa 200 i turchi di Austria che il Mit avrebbe arruolato per le medesime ragioni di cui sopra.

Tre i militanti curdi che il Mit, grazie all’intelligence raccolta dai propri informatori in loco, avrebbe assassinato a Parigi nel 2013.

Più di 300 le persone e più di 200 le associazioni che l’esercito invisibile del Mit avrebbe spiato in Germania nell’anno 2017.

568 i turchi in Grecia che, secondo documenti diffusi da Nordic Monitor, il Mit avrebbe spiato nel corso del 2019 per via dei loro presunti legami con la rete gulenista.

Gli strumenti con i quali il Mit avvicinerebbe i compatrioti, che si trovino ad Amsterdam o che vivano a Stoccolma, sono sempre gli stessi. I primari, per frequenza d’utilizzo, sono i gruppi criminali – come l’oggi estinto Osmanen Germania –, le associazioni patriottiche – come Millî Görüş –, le moschee – che Ankara gestisce attraverso Diyanet, operante in tutta Europa – e le sedi diplomatiche – cioè ambasciate e consolati. Le capacità nell’arte del sorvegliare-e-punire hanno reso il Mit uno dei servizi segreti più efficienti del pianeta, ma sono i numeri della demografia turca in Europa – perché la demografia è potere; potere (geo)politico – che gli hanno permesso di espandersi capillarmente nell’intero continente, neutralizzando obiettivi sensibili da Londra a Parigi e compiendo arresti illegali in lungo e in largo nei Balcani. Numeri che con il tempo dovrebbero aumentare e che, incidendo pesantemente sulla composizione etnica di diversi Paesi – dalla Svezia alla Germania –, potrebbero facilitare un incremento della presa del Mit sul continente. La poststorica e anziana Europa è dunque avvisata: gli 007 del Mit sono qui tra noi, già oggi, e domani saranno sempre di più. Essi sono e simboleggiano questo mondo che cambia; questo mondo sempre meno eurocentrico e sempre più turco.

Le spie del Regno Unito: come funziona l’intelligence di Londra. Andrea Muratore su Inside Over il 22 settembre 2021. Finita l’epopea dell’impero britannico, conclusasi la storia del domino sui mari della flotta di Sua Maestà, incerte le prospettive sulla “Global Britain” per l’era post-Brexit, il Regno Unito è oggigiorno mantenuto nel ruolo di potenza di taglia internazionale da pochi fattori strategici. Se da un lato uno è sicuramente il possesso di un arsenale nucleare strutturato e rodato, dall’altro non si può non mettere tra i comparti di eccellenza di Londra lo strutturato apparato di intelligence capace di una notevole proiezione su scala globale.

Le spie di Sua Maestà. Inglese è, non a caso, James Bond, l’agente segreto per antonomasia. E non è secondaria, nella storia di 007, la natura di ex agente dell’intelligence di Ian Fleming, il suo creatore. Nella Seconda guerra mondiale, durante la quale Fleming prestò servizio, l’intelligence fu la vera e propria arma segreta delle forze armate britanniche. Le intercettazioni del gruppo di Bletchley Park sul codice Enigma, che permisero di rompere la segretezza dei cifrari tedeschi, contribuì a diversi successi in Africa e nel Mediterraneo; le attività del Special Operations Executive (Soe) sostennero le resistenze norvegesi, olandesi, francesi, italiane, jugoslave e greche e consentirono diverse azioni di disturbo e sviamento della macchina militare del Terzo Reich. La Seconda guerra mondiale creò il mito delle spie britanniche ma spinse anche il governo di Winston Churchill e, dopo di lui, il successore Clement Attlee a portare a una razionalizzazione di un apparato che, tra varie strutture, vantava oltre mezzo secolo di storia e una vasta complessità. Il Grande Gioco raccontato da Peter Hopkirk nell’omonimo saggio, il confronto tra spie russe e britanniche per inserirsi nelle strategiche aree dell’Asia Centrale, a metà XIX secolo pose a Londra e allo stato maggiore imperiale il dilemma della strutturazione di apparati di raccolta informazioni capaci di evitare di dipendere dalle gesta di singoli “solisti”. Il War Office intento a coordinare l’esercito britannico istituì il suo comparto intelligence nel 1873, creando il Directorate of Military Intelligence (Dmi) che per la ricerca informativa in campo militare avrebbe operato fino al 1964. Parimenti, l’Ammiragliato a capo della Royal Navy creò nel 1882 il Foreign Intelligence Committee e nel 1887 il Naval Intelligence Department. La guerra alla Germania nazista prima e la Guerra Fredda poi crearono la necessità di una strutturazione chiara e univoca del governo dei servizi britannici, spingendo dal 1939 in avanti Downing Street ad approfondirne l’evoluzione e a garantire di fatto un crescente potere di coordinamento a una struttura di raccordo, il Joint Intelligence Committee, da allora in avanti centrale nel regolare un apparato sempre più complesso. Ad oggi, il comparto intelligence britannico conta dieci diverse agenzie suddivise in quattro branche, coordinate dal Jic e affidate in ultima istanza all’autorità del Primo ministro, che nel suo governo ha al suo fianco proprio il direttore dell’intelligence nazionale. La divisione dell’intelligence britannica è su due livelli: i servizi di Sua Maestà possono essere classificati o per attività funzionali o per area di competenza. La distinzione interno/estero divide in particolare le operatività di otto diverse agenzie.

Le agenzie interne ed estere. Sul fronte dell’intelligence domestica si trovano un’ampia e articolata gamma di strutture aventi come compito attività che esulano dal cerchio stretto delle attività di un servizio. Il National Fraud Intelligence Bureau si occupa di attività di contrasto al crimine finanziario; il National Ballistics Intelligence Service di monitoraggio di eventuali armi da fuoco illegali e la National Crime Agency svolge indagini e raccolte informative sulle reti criminali nel loro complesso. Ai vertici della piramide interna dei servizi britannici vi sono gli uffici per il contrasto all’estremismo (National Domestic Extremism and Disorder Intelligence Unit) e al terrorismo (Office for Security and Counter-Terrorism) e, in cima, il Security Service per eccellenza, il celebre MI5. Il MI5 è il principale servizio interno e opera nella direzione dell’attività anti-terrorismo, nella prevenzione dei rischi al sistema-Paese e del controspionaggio in campo militare, economico, tecnologico, industriale. Fondato come Secret Service Bureau nel 1909 ha il suo equivalente estero nel Military Intelligence Section 6 (MI6), che assieme alla Defense Intelligence rappresenta il perno dell’attività del Regno Unito fuori dai confini nazionali. MI6 lavora esclusivamente con informazioni straniere e, quindi, oltre i confini britannici. La legge britannica autorizza l’MI6 a eseguire operazioni solo fuori dai confini territoriali britannici.

Gchq: l'agenzia della tecnologia di frontiera. Completa l’architettura una struttura fondata sull’operatività in ambito tecnologico e informativo che rappresenta il prototipo di una moderna struttura di signal intelligence. Il General Communication Head Quarter (Gchq) istituito nel 1946 è da allora l’erede dell’apparato di “Ultra” che a Bletchley Park violò le chiavi delle comunicazioni naziste. Il Gchq è la chiave di volta della più strutturata alleanza d’intelligence a cui il Regno Unito appartiene, il complesso sistema Five Eyes che unisce Londra a Usa, Nuova Zelanda, Australia e Canada creando un vero e proprio sodalizio dell’Anglosfera in ambito di scambio di informazioni privilegiate, alleanze in termini di contrasto a minacce comune, prevenzione di offensive ibride. Il Gchq ha da tempo e in futuro avrà sempre più rilevanza mano a mano che si strutturerà la volontà di Londra di fare del cyber e del mondo tech la nuova frontiera per i suoi apparati militari e securitari. I nuovi 007 di Sua Maestà si occuperanno sempre di più di cybersicurezza, hackeraggi, offensive coperte, intrusioni informatiche: l’intelligence evolve e prepara la conquista  delle nuove frontiere proprio nel Paese che ne ha brevettato la sua versione moderna e modernizzato le linee guida operative.

CIA. Alessandro Camilli per blitzquotidiano.it il 10 ottobre 2021. Troppi agenti della Cia eliminati. È l’allarme lanciato dalla Cia che, con un dispaccio a tutte le sue stazioni sparse per il mondo e finito sulla stampa americana, certifica lo stato di crisi dell’intelligence a stelle e strisce. Spionaggio americano che fa acqua, rischiando di lasciare “cieca” la più grande potenza mondiale per colpe interne, vittima anche lei come un’Italia qualsiasi della burocrazia, ma anche della crescita dei sistemi di controspionaggio dei paesi nemici divenuti negli anni sempre più efficienti. 

Non c’è più la Cia di una volta, signora mia

O forse la Central Intelligence Agency non è quella che Hollywood ci ha sempre raccontato. La storia dell’agenzia di spionaggio americana è infatti, a leggerla, una storia costellata di clamorosi fallimenti.  Nata nel 1947 con l’intento di metter ordine in un’inadeguata attività di spionaggio per evitare il ripetersi di Pearl Harbor, attacco che aveva colto Washington di sorpresa, negli anni non è stata in grado di anticipare altre ‘sorprese’, ultimo in ordine di tempo il recente crollo del governo sostenuto dagli americani in Afghanistan. E poi si fece sfuggire la Primavera Araba e la morte di Kim Jong Il in Corea del Nord; non capì l’imminente crollo dell’Unione Sovietica, il disastro della Baia dei Porci a Cuba e l’imprevista offensiva del Tet dei Vietcong in Vietnam. Mancò completamente la rivoluzione iraniana del 1979 come nello stesso anno l’invasione sovietica dell’Afghanistan e, in tempi più recenti, certificò il possesso da parte dell’Iraq di Saddam Hussein di armi di distruzione di massa in realtà mai trovate.

Fallimenti noti contro, forse o probabilmente, successi mai diventati di pubblico dominio

E’ vero infatti che le operazioni ben fatte delle spie, come è facile immaginare e come anche 007 ci insegna, non sono pubblicizzate. Di fronte ai clamorosi insuccessi della Cia ci saranno quindi anche vere e proprie imprese di cui forse non sapremo mai nulla. Ma l’allarme in questo caso arriva direttamente da Langley e dice, senza mezzi termini, che le spie americane sono sempre più indietro, mentre quelle degli altri paesi migliorano anno dopo anno. Le cause e le colpe di questa crescente inefficienza, come spesso accade, sono molte e diverse. C’è, in primis, un problema molto interno e apparentemente molto poco americano di burocrazia e regolamenti ‘aziendali’.  Il dispaccio inviato identifica questo problema endogeno come “mission over security”: il privilegiare cioè la conquista di nuovi agenti sui potenziali rischi che ne derivano. Una fretta figlia di carenze delle quali la Cia risente già da tempo nelle attività di intelligence “umana”. I funzionari della Cia, noti come “case officers”, ricevono promozioni e fanno carriera sulla base di target quantitativi assai più che qualitativi con il successo e la crescita professionale che dipende da quanti agenti sono reclutati e non da come operano. Una politica che ha prodotto agenti di scarsa qualità e affidabilità che hanno ulteriormente compromesso le reti di spie americane. 

Un caso eclatante in questo senso risale al 2009, in Afghanistan

Una bomba esplose in un avamposto Cia a Khost, uccidendo sette agenti. Fu un attacco suicida da parte di un medico giordano che l’agenzia aveva pensato di aver arruolato per penetrare Al Qaeda e che invece era stato arruolato da Al Qaeda con la missione opposta. L’inefficienza casalinga non è però l’unica causa dei troppo agenti “eliminati”. Mentre la Cia perdeva capacità, contemporaneamente, le intelligence dei paesi ne acquisivano. Tra i paesi ‘ufficialmente’ nemici sono Russia e Cina a preoccupare in particolare ma, anche una nazione come l’Iran, con minor raggio d’azione della Cina ma con ambizioni nucleari e mire regionali, sarebbe nel mirino della Cia per una presenza essenziale di intelligence. Proprio Russia e ancor più Cina e Iran si sono invece trasformati in altrettanti, recenti disastri per le spie statunitensi. Numerosi informatori Usa sono stati in questi anni messi a morte anzitutto da Pechino a Teheran; altri hanno dovuto essere “estratti” in extremis e fatti sparire per sicurezza. Così gli agenti americani, come definisce la Cia gli informatori che recluta, vengono da alcuni anni sistematicamente eliminati, cioè definitivamente compromessi: arrestati, trasformati in protagonisti del doppio gioco oppure, più semplicemente, uccisi. 

La complessa comunità dell’intelligence Usa. Andrea Muratore su Inside Over il 12 settembre 2021. I servizi segreti statunitensi sono un corpo estremamente articolato e complesso. Diviso in diversi settori e apparati coordinati da un’agenzia di raccordo, la United States Intelligence Community (Usic), il mondo dei servizi si occupa trasversalmente di sicurezza nazionale, raccolta informativa, controllo delle minacce al Paese e promozione degli obiettivi politico-diplomatici della superpotenza a stelle e strisce. 

Una comunità articolata e costosa. Gli Stati Uniti hanno ben 17 agenzie di intelligence la più antica delle quali è l’Office of Naval Intelligence facente capo alla Marina militare a stelle e strisce, fondata nel 1882, mentre la più recente è Space Delta 7, il corpo di raccolta informazioni della United States Space Force istituito nel 2020. Il numero di persone che lavorano in questi apparati e nell’ampio e complesso network di imprese, organizzazioni e think tank ad essi collegati è stimabile in diverse centinaia di migliaia di persone, tanto che nel 2010 il Washington Post aveva indicato in 854mila il numero di individui che (secondo una stima al ribasso) avevano accesso a informazioni classificate con diversi livelli di segretezza in ambiti strategici per la sicurezza nazionale. Tale apparato ha un costo di mantenimento sensibile: tra intelligence civile e militare, gli stanziamenti federali per i servizi segreti sono cresciuti dai 67,9 miliardi di dollari del 2014 agli 85,8 del 2020, a testimonianza della cruciale rilevanza dell’Usic nella vita pubblica americana.

Come l'intelligence riferisce al presidente. Il vertice operativo di tutta la comunità dell’intelligence è, chiaramente, alla Casa Bianca: il presidente degli Stati Uniti ha un potere di comando e controllo, di decisione delle nomine per i vertici e di scrutinio operativo sull’intera Usic, e in seno al governo allo Studio Ovale risponde direttamente il Director of National Intelligence (Dni), un vero e proprio plenipotenziario del presidente. La carica di Dni è attualmente ricoperto dall’esperta di sicurezza nazionale Avril Haines, il cui ruolo è stato da Joe Biden elevato a quello di un vero e proprio ministro dell’amministrazione. Secondo l’Intelligence Reform and Terrorism Prevention Act del 2004 il Dni ha la possibilità di affiancare il presidente nelle riunioni del National Security Council e ogni mattina il suo ufficio manda sulla scrivania del comandante in capo il Daily Brief, un memorandum contenente le informazioni più strategiche e dal più alto valore operativo. Si capisce in quest’ottica come i servizi siano di fatto il vero centro propulsivo della vita politica a stelle e strisce. La scelta di quali informazioni possano varcare prioritariamente la soglia dello Studio Ovale è in capo in maniera prioritaria alla comunità dell’intelligence e nel corso degli ultimi anni, dalla crisi afghana alla pandemia di Covid-19, dalla gestione dei rapporti con la Corea del Nord al braccio di ferro con la Cina, i presidenti hanno riposto nella raccolta informativa operata dagli alleati la massima, se non assoluta, fiducia per orientare le loro mosse. Nel 2002 il portavoce di George W. Bush, Ari Fleischer, definì il Daily Brief come “il più sensibile tra i documenti classificati del governo”, mentre l’ex direttore della Cia George Tenet nel 2000 parlò del fatto che per nessun motivo sarebbe mai stato possibile desecretare, in futuro, un solo di questi documenti. Nel corso degli anni, tuttavia, diverse migliaia di aggiornamenti arrivati sulle scrivanie dei presidenti sono stati resi accessibili al pubblico, specie per quanto concerne il periodo compreso tra l’amministrazione Kennedy e l’amministrazione Ford in cui il Paese fu profondamente impegnato in Vietnam.

Le agenzie chiave: Cia e Nsa. Mentre molte agenzie svolgono lavoro di intelligence classico sotto i vari Dipartimenti, due agenzie sulle diciassette facenti capo al Dni hanno una rilevanza particolare, e sono non a caso le maggiormente note: parliamo della Central Intelligence Agency (Cia) e della National Security Agency (Nsa). La Cia ha la particolare caratteristica di essere un’agenzia ibrida, formalmente civile ma con importanti ramificazioni operative in ambito militare e paramilitare. La sua natura di agenzia indipendente non facente riferimento a nessun dipartimento la pone in diretto contatto con la Casa Bianca ed è l’unico apparato federale Usa autorizzato dalla legge a compiere su ordine del Presidente operazioni coperte fuori dai confini nazionali. La Cia assorbe circa un quarto del budget dell’intelligence e ha la sua principale caratteristica nell’attività di coordinamento delle operazioni di human intelligence (Humint) attraverso l’intera comunità federale. La sua struttura focalizzata sull’arruolamento diretto di persone come agenti o operativi ne ha alimentato una certa mitologia, ma ha anche contribuito alla sua notorietà. Soprattutto dopo l’11 settembre, che ha mostrato la complessità del coordinamento interno ai servizi, la Cia è diventata di fatto l’organismo di raccordo che porta all’attenzione del Dni e del Presidente le priorità operative. La National Security Agency è invece sottoposta al controllo del dipartimento della Difesa ed è incaricata della sicurezza informativa in materia transnazionale. Si occupa del monitoraggio, della raccolta e dell’elaborazione globali di informazioni e dati a fini di intelligence e controspionaggio esteri e nazionali, con un focus dunque sulla signal intelligence (Sigint) e ha acquisito rilevanza a partire dalla Guerra al Terrore, nel corso della quale il cui uso è stato estremamente ambiguo. In particolare il 16 dicembre 2005 fece scalpore quanto dichiarato dal New York Times, secondo cui l’amministrazione Bush aveva ordinato intercettazioni telefoniche indiscriminate andando anche oltre le prescrizioni del Patriot Act, servendosi della Nsa e otto anni dopo Edward Snowden contribuì a rilevare le dinamiche dei programmi di sorveglianza di massa dell’agenzia. La Nsa acquisì una strutturata mole di dati su transazioni finanziarie, telefonate, scambi di e-mail, contatti di cittadini e leader stranieri in quella che ha rappresentato la più complessa procedura di conquista e archiviazione di informazioni sensibili della storia. A testimonianza del fatto che il cuore dell’impegno politico-strategico della comunità dell’intelligence sta nella caccia al ricco e sempre più sfruttabile potenziale informativo ricavabile dall’analisi degli scenari internazionali. Nella consapevolezza che monitorare Paesi amici e rivali, governi, infrastrutture fisiche e digitali di interscambio possa fornire agli Usa la capacità di analisi e previsione per anticipare gli scenari. E, in ultima istanza, conservare la leadership globale. Un paradigma spesso rivelatosi più complesso per problemi di elaborazione e errori politici, ma a cui manca ancora una reale alternativa su scala planetaria.

Come funziona l’intelligence italiana. Andrea Muratore su Inside Over il 12 settembre 2021. I servizi segreti italiani sono una componente fondamentale del perimetro della sicurezza nazionale e della tutela degli interessi del sistema-Paese in un’era di minacce sempre più complesse. Il comparto intelligence, incardinato nel Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica (Sisr) si occupa dell’attività di ricerca e analisi delle minacce, della raccolta informativa sul campo e dello scrutinio avanzato sulle sfide che l’Italia deve affrontare. Regolato da una precisa normativa e da una chiara catena di comando, il Sisr ha assieme ai suoi organi acquisito sempre più rilevanza nel quadro del sistema Paese negli ultimi decenni.

Un'evoluzione complessa. Inizialmente, nell’immediato secondo dopoguerra l’intelligence italiana fu ricostruita attorno a un unico ente di carattere militare, il Servizio Informazioni Forze Armate (Sifar) alle dirette dipendenze del Capo di Stato Maggiore della Difesa, a cui informalmente faceva da parallelo l’Ufficio Affari Riservati del ministero dell’Interno, alla cui guida si distinse la sulfurea e controversa figura di Federico Umberto d’Amato. A partire dal luglio 1966 il Sifar divenne il Servizio Informazioni della Difesa (Sid), cui vennero conferiti compiti di informazione, prevenzione e tutela del segreto militare e di ogni altra attività di interesse nazionale volta alla sicurezza e alla difesa dell Stato. Undici anni dopo, nel 1977, dopo anni di sospetti legati al possibile coinvolgimento di elementi deviati dei servizi nelle questioni più spinose della strategia della tensione e degli anni di piombo il governo italiano modificò, sdoppiandoli, i servizi. Nacquero così il Servizio informazioni e sicurezza militare (Sismi), in capo alla Difesa, e il Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica (Sisde), posto in capo al Viminale col fine di agire per la difesa dello Stato democratico contro chiunque vi attenti e contro ogni forma di eversione, sulla scia dei risultati ottenuti dai nuclei anti-terrorismo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e dell’l’Ispettorato generale per l’azione contro il terrorismo (Igat) del Ministero dell’Interno, ridefinito nel 1976 come Servizio di Sicurezza (Sst), con un ruolo prevalentemente operativo. La riforma, oltre alla divisione tra comparto operativo di carattere militare e servizio legato ad apparati civili, introduceva la messa in capo alla presidenza del Consiglio dei poteri di controllo sugli apparati. Poteri ad ora ancora indiretti, data l’intermediazione del Comitato esecutivo sui servizi di informazione e sicurezza (Cesis) tra premier e apparati, ma che avrebbe segnato la strada per il futuro.

L'assetto attuale dell'intelligence italiana. Nel corso del secondo governo Prodi la convergenza tra la maggioranza di centro-sinistra e l’opposizione di centro-destra portò a una riforma bipartisan dei servizi segreti con la Legge 124/2007, che ha dettato la linea per l’attuale assetto del comparto intelligence. La Legge 124 ha operato sul solco tracciato già nel 1977, portando però i servizi segreti nel cuore della stanza dei bottoni del potere italiano e creando un filo diretto tra il potere esecutivo e quella che è la prima e più importante sorgente di informazioni riservate per la sua azione. Con la Legge 124/2007 il vertice dell’intelligence italiana fu identificata con la figura del presidente del Consiglio, che ex lege ne nomina i vertici, può autorizzarne le operazioni ed esercita un potere di controllo e di coordinamento che da allora, per prassi, gli inquilini di Palazzo Chigi hanno affidato a un’apposita autorità delegata che può esser da loro individuata. Al di sotto del premier è individuato con precisione il perimetro del Sisr. Esso comprende organi di coordinamento, strutture operative e il comitato di controllo, il Copasir.

Gli organi di coordinamento. Il coordinamento dell’intelligence italiana è affidata al Dipartimento delle informazioni per la sicurezza costituita in seno alla presidenza del Consiglio dei Ministri. Il Dis, oggi diretto dall’ambasciatrice Elisabetta Belloni, è la struttura chiave per il funzionamento del comparto intelligence. Esso elabora linee guida strategiche per le agenzie, fornisce rapporti e relazioni al governo, garantisce il rapporto operativo annuale al Parlamento, fa da camera di compensazione tra Sisr, forze di polizia, Carabinieri e altre strutture securitarie, analizza le dinamiche per l’apposizione di segreti di Stato e la concessione di nulla osta di sicurezza. Il Dis ha messo direttamente in capo a Palazzo Chigi responsabilità e azioni dell’intelligence italiana. Il presidente del Consiglio presiede inoltre il Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica (Cisr), ulteriore organismo di coordinamento che si confronta col Dis per strutturare le linee guida politiche di riferimento per i servizi e che ha il fondamentale compito di definire operativamente le nomine dei vertici su proposta del capo del governo. Oltre all’inquilino di Palazzo Chigi lo compongono il direttore del Dis, che fa da segretario, l’Autorità delegata per la sicurezza (se nominata) e i ministri degli Esteri, dell’Interno, dell’Economia, dello Sviluppo Economico, della Giustizia e della Difesa.

Le agenzie. A partire dal 2007 il Sisr ha il suo braccio operativo in due agenzie: l’Agenzia informazioni e sicurezza interna (Aisi), responsabile della lotta alla criminalità organizzata, dell’antispionaggio e del contrasto al terrorismo interno oltre che di tutte le attività che competono indagini interne ai confini nazionali, e l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna (Aise) che si occupa di tutela del sistema-Paese dalle minacce guardando soprattutto alle sfide esterne. Dal 2007, dunque, il confine tra le due agenzie è nell’area geografica di riferimento. Nel corso degli anni, in particolare, l’Aise ha agito in coordinamento con il Dis per l’acquisizione informativa in sostegno alla politica estera, il contrasto alle infiltrazioni straniere nell’economia, la ricerca di cittadini italiani caduti ostaggio di gruppi terroristici, mentre l’Aisi si è concentrata sulla repressione anti-terroristica e sulla lotta alle mafie. Aisi e Aise cooperano attivamente nel definire la relazione annuale al Parlamento. Oggigiorno, le principali richieste di modifica della Legge 124/2007 si concentrano proprio sulla difficoltà di imporre confini geografici precisi alle minacce al sistema-Paese e propongono un’evoluzione della divisione pienamente operativa, tra un organo di human intelligence volto a raccogliere informazioni e uno di signal intelligence in grado di operare sul campo.

Il Copasir. Perno conclusivo del Sisr è il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, o Copasir, avente sede a Palazzo San Macuto a Roma. Costituito da dieci tra deputati e senatori, il Copasir ha poteri di vigilanza attiva sulla condotta dei servizi e spesso non ha lesinato un’applicazione profonda di queste facoltà, puntando ad indagare attentamente le sfide sistemiche del Paese acquisendo rivelazione e rapporti sulle attività dei servizi. I suoi membri sono tenuti a un chiaro e preciso silenzio durante l’attività in carica e il Copasir ha la facoltà di convocare ministri, direttori d’agenzia, politici, manager, finanzieri per completare la sua opera. Per legge la presidenza del Copasir spetta a un esponente dell’opposizione parlamentare, a testimonianza della volontà del Legislatore di fare dei servizi un patrimonio comune della Repubblica.

Fuori dal Comparto. La piramide del Sisr è quella più ampia e strutturata, ma fuori dal Comparto intelligence propriamente detto gli apparati pubblici non mancano di strumenti operativi per definire una strutturata attività d’intelligence. Il II reparto della Guardia di Finanza e il Centro intelligence interforze dell’Esercito di Casal Malnome sono esempi di strutture che compiono attività di raccolta informativa di natura molto ben specifica e funzionale agli apparati di riferimenti. Nel quadro della Difesa ha peso anche il Raggruppamento Unità Difesa, dotato di compiti di vigilanza e difesa della logistica delle installazioni preposte ad attività di intelligence. Meno nota, ma secondo gli addetti ai lavori estremamente efficace, è l’Unità di Informazione Finanziaria (Uif) della Banca d’Italia, istituita nel 2007, che opera nella raccolta informativa contro i flussi di denaro sporco ai terroristi o alla criminalità organizzata. Si attiva principalmente attraverso le segnalazioni di operazioni sospette trasmesse da intermediari finanziari, professionisti e altri operatori. Analogamente esterno al Sisr, ma parallelo, sarà invece il perimetro dell’Agenzia di cybersicurezza nazionale (Acn), integrato come nuovo apparato dopo l’approvazione del suo formato da parte del governo Draghi. L’Acn compartimenterà tra intelligenze e nuovi organi le attività legate al cyber, dominio multiforme di scontro dell’era contemporanea. Espandendo le prerogative della sicurezza nazionale pur restando al di fuori del Sisr. Anno dopo anno, lo scrutinio delle attività di intelligence in Italia riguarderanno, gradualmente, domini sempre più estesi. 

Come il Vaticano e la Chiesa fanno “intelligence”. Andrea Muratore su Inside Over il 12 settembre 2021. Una grande potenza non può prescindere dai servizi di informazione e sicurezza. E se questo principio vale per i grandi potentati politici e militari, è a maggior ragione valido per una superpotenza “immateriale” come il Vaticano. La Santa Sede è forte di una potenza spirituale e diplomatica non indifferente, ma anche epicentro di un’importante rete informativa che ha pochi eguali nel contesto internazionale e che permette all’Oltretevere un’approfondita conoscenza degli affari globali.

I "servizi" del Vaticano. Nel 2014 ha fatto molto scalpore la pubblicazione del saggio L’Entità, pubblicato dal giornalista Eric Frattini, in cui si parla di quello che sarebbe un vero e proprio apparato di intelligence al servizio dei Papi, talmente segreto da non avere nemmeno un nome ufficiale. Frattini unisce fatti storici e illazioni, non costruendo un quadro storico completo: quel che manca nella sua chiave di lettura è una contestualizzazione storica precisa. Il Vaticano ha, sia durante l’epoca dello Stato Pontificio che dopo, sempre fatto intelligence, ma un vero e proprio corpo di servizi segreti operante come braccio spionistico della Santa Sede non è mai esistito ufficialmente. I Papi hanno, nel corso dei secoli, costruito piuttosto delle “task force” per rispondere alle sfide sistemiche che più volte minacciavano la posizione della Chiesa. Nel Seicento, Papa Innocenzo X approvò di fatto la costituzione di una rete di protezione e controllo tale da prevenire le infiltrazioni degli agenti francesi al soldo del Cardinal Mazzarino, strenuo nemico di Roma, avente il suo punto di raccordo con il Papa nella figura della cognata di Innocenzo, la “papessa” Olimpia Maidalchini. Più di recente, a inizio Novecento Papa Pio X organizzò il Sodalitium Pianum agli ordini di monsignor Umberto Benigni, attivo fino all’ascesa di Benedetto XV per contrastare le infiltrazioni moderniste nella Chiesa. Infine, si può definire a metà strada tra il pastorale, il politico e il lavoro d’intelligence l’operato del cardinale Luigi Poggi da capo delegazione della Santa Sede in Polonia (1975-1986) nell’epoca di Giovanni Paolo II, sancita dal forte e compatto appoggio a Solidarnosc. Tuttavia, ognuno di questi casi fa riferimenti a iniziative spontanee e di portata limitata di singoli pontefici per attuare operazioni di difesa delle loro priorità politico-pastorali. La pistola fumante dell’esistenza di un apparato di intelligence vaticano strutturato non è mai stata trovata, né si può propriamente definire così il servizio informazioni della Gendarmeria Vaticana, attenta a prevenire le infiltrazioni terroristiche e a garantire la sicurezza dei pontefici con elevata professionalità. Questo dato di fatto è legato alla natura ben più complessa dell’azione d’intelligence vaticana: di fatto, l’intera struttura politica, pastorale e istituzionale della Chiesa e l’organizzazione della Santa Sede sono costruite per creare un capillare apparato di raccolta informativa. Priva di eguali nel mondo contemporaneo.

Il Vaticano come struttura di intelligence. Oltre ad essere l’epicentro della principale religione dell’Occidente, l’Oltretevere è a capo di un’istituzione millenaria e presente globalmente. Capace dunque di essere al centro di un apparato informativo e di intelligence che, operando spesso alla luce del sole, non ha bisogno di veri e propri servizi per funzionare. Esaminando la mole di informazioni su cui la Chiesa può contare si capisce il perché. Alla Segreteria di Stato vaticana e agli organi collegati rispondono le nunziature apostoliche sparse per il mondo, che svolgono i compiti di diplomazia ordinaria, ma arrivano anche regolarmente i rapporti dei vescovi di tutto il mondo, che coordinano una struttura gerarchica fondata su diocesi, parrocchie, oratori che porta la Chiesa negli angoli più remoti del pianeta. Non va dimenticato che la Chiesa è l’unica istituzione religiosa ad aver dato una struttura territoriale precisa e una gerarchia organizzata all’intera superficie terrestre e all’intera popolazione umana per fini pastorali. Ma non finisce qui. Ai rapporti delle diocesi, fondamentali per tastare il polso sotto il profilo economico, sociale, politico delle varie aree del pianeta, si aggiungono le relazioni di organizzazioni cattoliche e prelature personali come l’Opus Dei, le informazioni trasmesse dalle missioni, dalle Ong cattoliche, da gruppi che operano in aree di crisi (come Aiuto alla Chiesa che Soffre). Il Vaticano ha poi un’efficace struttura mediatica che si basa sugli apparati interni (Osservatore Romano, Vatican News, e via dicendo) ma che è valorizzato dall’effetto-moltiplicatore dato dalla continua interazione con i media cattolici del mondo che, come dimostrano casi quali Nigrizia e Asia News, hanno spesso grazie al legame con le reti cattoliche locali informazioni dirette e di prima mano su scenari cruciali per il contesto geopolitico. Fanno poi riferimento al Vaticano imporanti informazioni economico-finanziarie legate allo Ior, alle banche cattoliche, ai movimenti che, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, tutelano lavoratori, emarginati, sfruttati e alle organizzazioni sindacali di matrice cattolica o che a tale mondo fanno riferimento. In Italia pensiamo a casi come Coldiretti, Cisl, Acli. Aggiungiamo al sistema il peso di una struttura come la Caritas, l’attività degli ordini religiosi che fanno regolare rapporto a Roma e lo scambio con l’ampia galassia di scuole, istituti educativi, università e associazioni caritatevoli e sanitarie legate alla Chiesa sparse per il mondo e il quadro è completo.

Informazioni e pensiero strategico. Messe a fattor comune queste conoscenze consentono alla Chiesa di avere una visione d’insieme del sistema-mondo articolata e lucida, che più volte ha reso la Santa Sede e i Papi in grado di leggere in anticipo scenari e dinamiche dell’era contemporanea: dalle minacce connesse ai conflitti in Medio Oriente all’ascesa delle disuguaglianze su scala globale, passando per l’effetto atomizzante e le insidie dello sdoganamento completo della globalizzazione. Il fatto che dal Concilio Vaticano II la Chiesa abbia operato una svolta politica e pastorale aprendosi al confronto con i nuovi scenari della nascente globalizzazione, rafforzando la dottrina sociale e aprendosi al confronto con altre religioni, con i governi del pianeta, financo col blocco socialista con l’Ostpolitik di Agostino Casaroli non fu casuale, ma il frutto di tale capacità di lettura. Messa in crisi dalla secolarizzazione, dalla crisi delle vocazioni e dal calo degli aderenti, la Chiesa cattolica ha reagito mettendo al centro la volontà di leggere i segni dei tempi. E da Giovanni XXIII in avanti ha promosso ai vertici figure con una visione ampia e prospettica degli affari internazionali. L’informazione capillare che raggiunge il Vaticano è alla base di un complesso pensiero strategico che gli ultimi pontefici, da Paolo VI in avanti, hanno strutturato. Posizionando l’Oltretevere come ponte tra Oriente e Occidente, rendendo la Chiesa cattolica l’ultima istituzione emancipatrice di fronte all’avanzare del pensiero unico neoliberista, cercando di sanare la complessa multipolarità interna all’antica istituzione facente capo al Vaticano. Obiettivi complessi per una strategia che mira a consegnare al XXI secolo una Chiesa in grado di sorpavvivere come attore pastorale e soggetto geopolitico, difficilmente in grado di avere successo senza la capacità di raccolta informazioni della Santa Sede. 

Gianluca Paolucci per “La Stampa” il 3 settembre 2021. Un gioiello della tecnologia per uso militare, la Alpi Aviation di Pordenone, è finita in mano cinese e stava per trasferire a Pechino brevetti e tecnologia. I suoi droni sono stati utilizzati dalle nostre forze armate nel complesso teatro afgano fin dal 2011 e dalle forze di polizia non solo italiane per operazioni di vigilanza e controllo. Un settore strategico e iper-protetto, quello della tecnologia per uso militare che però malgrado la regolamentazione molto rigida non ha impedito che la Alpi Aviation venisse acquisita - tramite una serie di schermature societarie - da un fondo riconducibile al governo cinese. Secondo la ricostruzione della procura di Pordenone, che ieri ha ordinato una serie di perquisizioni e sequestri a carico di sei persone, tre italiani e tre di nazionalità cinese, contestando la violazione delle norme sull'export di armamenti e della Golden power sulla tutela delle attività strategiche, la Alpi Aviation si stava preparando a trasferire la produzione - compresi gli Uav, Unmanned armed vehicle, i droni armati per uso militare - a Wuxi, in Cina. La genesi dell'affare risale al 2018: nel luglio di quell'anno la Mars (Hk) Information Technology Limited compra il 75% della Alpi Aviation per 3,995 milioni di euro. L'acquirente, una società con sede a Hong Kong, è controllata dalla China Corporate Investment Holding. Secondo il decreto di perquisizione, «nonostante la schermatura di plurime altre società, (la Mars di Hong Kong) risulta riconducibile al governo della Repubblica Popolare cinese». Contestualmente all'ingresso nel capitale, secondo quanto ricostruito dalle indagini della Guardia di finanza, «venivano avviate azioni () per il trasferimento della tecnologia e la delocalizzazione produttiva delle attività Uav in Cina, nella città di Wuxi» senza le autorizzazioni previste dalla normativa (in particolare l'articolo 13 della legge 185/1990). Il decreto cita una serie di scambi di email tra gli indagati dai quali risulta che il progetto prevede il completamento del trasferimento entro il 2021. Sempre secondo il decreto, la Alpi avrebbe omesso di riferirsi ai suoi droni armati in una serie di documenti relativi all'export in Cina di modelli per esposizioni, «occultandoli» sotto la dicitura generica di aeromobili. Un escamotage già utilizzato dall'azienda friulana in almeno altre tre occasioni: in India nel 2013, in Brasile nel 2016/17 e in Messico nel 2015 i modelli della Alpi sono stati trasferiti per fiere ed esposizioni come «modelli di aeroplano», «materiale marketing» o utilizzando il codice doganale dei giocattoli. La genesi dell'indagine è però ancora più inquietante: il sospetto, ricorda lo stesso decreto, che i droni di Alpi potessero essere esportati in Iran. Nata nel 1999 per la produzione di aerei, ultraleggeri, la Alpi si è successivamente dedicata alla progettazione di Uav. Il suo prodotto di punta, lo Strix, con varie evoluzioni è utilizzato dalle Forze armate da oltre 10 anni. L'indagine della Gdf ha sollevato preoccupazioni anche dal lato politico: Debora Serracchiani, presidente del gruppo Pd alla Camera, ha rilevato come «le relazioni con Cina richiedano di essere mantenute senza timidezza, avendo sempre presente la pulsione espansiva di quel paese».

Claudio Antonelli e Alessandro Da Rold per “La Verità” il 3 settembre 2021. Dopo l'Iran, la Cina. Alpi Aviation - azienda di componentistica per aerei, droni, elicotteri, con accordi commerciali con il ministero della Difesa, singole Forze armate e Leonardo - finisce di nuovo sotto inchiesta. Se a marzo la società il cui amministratore delegato è Massimo Tammaro, già comandante delle Frecce tricolori, era stata perquisita per il sospetto di violare l'embargo con Teheran, ora invece a finire nel mirino della Procura di Pordenone (sostituto procuratore Carmelo Barbaro) sono i rapporti con la Cina. Secondo l'accusa, i sei amministratori della società (Wei Jianhua, Corrado Rusalen, Qi Rong, Li Xia, Moreno Stinant e appunto Tammaro) avrebbero in concorso tra loro violato la legge 185 del 1990 che regola la vendita di materiali d'armamento all'estero. Avrebbero esportato in Cina armamenti militari e tecnologie avanzate senza autorizzazione, ma soprattutto avrebbero violato le norme del golden power che regola la cessione di quote o di contratti in capo alle aziende strategiche. Rischiano fino a 12 anni di carcere e multe fino a 280 milioni di euro. Per capire la realtà di Alpi Aviation bisogna però fare un piccolo passo indietro. E tornare al luglio del 2018, in pieno governo filocinese Conte uno (a marzo del 2019 viene firmato il memorandum della Via della Seta), quando l'azienda friulana viene acquistata per il 75% da Mars information technology, una società di Hong Kong, dietro cui si cela, sempre secondo la ricostruzione degli inquirenti, in realtà il fondo Ccui (China corporated united investment management Ltd) di Shanghai. A sua volta azionista di Ccui è Crrc, colosso statale cinese nel settore ferroviario, concorrente di Alstom e Siemens nel mondo. L'ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva inserito Crrc nella black list di aziende bandite con cui gli americani non possono avere interazioni societarie, in quanto sospettata dal dipartimento della Difesa Usa di essere un diretto fornitore dell'esercito popolare cinese. La somma corrisposta dal fondo honkonghino è stata di quasi 4 milioni di euro. Non appena creata la sinergia, in ogni caso già nel 2018, il team cinese e quello italiano avrebbero iniziato a trasferire e delocalizzare la produzione di sistemi Uav (aeromobili a pilotaggio remoto) in Cina, nella città di Wuxi. Peccato che, sostiene la procura, non risultano richieste da parti di Alpi Aviation al ministero degli Esteri né altre comunicazioni alla Difesa. Possibile che neppure un ex comandante della Frecce Tricolori come Tammaro, già manager Ferrari, non conoscesse le leggi sul golden power? Va precisato che l'attuale amministratore delegato ed ex colonnello, abbia preso l'incarico soltanto il 20 gennaio del 2020, mentre, secondo la procura, già un anno prima della sua nomina si era qualificato come il numero uno di Alpi Aviation proprio durante il trasferimento di tecnologia militare in Cina, anche in quel caso senza autorizzazioni ministeriali. Le fiamme gialle hanno raccolto diverso materiale durante le acquisizioni. Hanno svelato numerosi incontri in Cina tra Tammaro e gli altri azionisti, durante i quali si progettava l'avvio entro la fine di quest' anno di produzione di droni militari proprio a Wuxi. In pratica, Alpi Aviation progettava di delocalizzare la produzione sul territorio cinese, senza neppure comunicarlo al governo italiano e soprattutto ai suoi partner commerciali, come Leonardo, con cui sono stati sottoscritti accordi nel 2013 e nel 2019. Per via dei legami con la società di piazza Montegrappa era persino stata chiesta lo scorso anno una deroga per non sospendere l'attività durante la pandemia, esattamente come per le altre aziende strategiche italiane. Di per sé un concetto non sbagliato. La tecnologia di Alpi Aviation viene infatti usata dalle nostre Forze armate e i droni di Pordenone in questi anni sono stati avvistati in Afghanistan, tanto per fare un esempio. Stiamo parlando dei sistemi Uav Sixton, Strix-C, Strix D e Strix Df: uno di questi velivoli è al centro della vicenda perché sarebbe stato spostato in Cina in occasione della seconda edizione internazionale della Fiera dell'import di Shanghai. La società, in una nota, «nega con fermezza che nella condotta si debbano ravvisare violazioni delle norme a tutela del "golden power" e alla legislazione che regolamenta il trasferimento di informazioni strategiche o di tecnologia al di fuori del territorio nazionale, si riserva ogni azione a tutela della propria immagine». L'intervento a gamba tesa degli inquirenti ha permesso di raccogliere le informazioni necessarie alla magistratura per valutare il rischio connesso alla sicurezza nazionale e al tempo stesso le effettive condotte dei soggetti finiti nell'ordinanza. D'altra parte adesso sarà chiamato in ballo direttamente Palazzo Chigi. Nei giorni scorsi la Gdf ha infatti spedito agli uffici di competenza una nota contenente le informazioni di massima affinché il Comitato del golden power possa intervenire e giudicare ex post. Ci sono infatti due piani ben distinti in questa vicenda: quello giudiziario che farà il suo corso e quello politico che valuta l'opportunità di collaborare a condividere aziende con Pechino. Ci auguriamo che Tammaro e gli altri manager coinvolti siano estranei alle accuse e innocenti. Ciò non esclude che possa essere avvenuto ugualmente un trasferimento di tecnologia financo in buona fede. A maggior ragione bisogna rafforzare il monitoraggio, tarare le maglie dei filtri del golden power e unire in una sola filiera la capacità di prevenzione del comitato di golden power. Certo, l'arrivo di Mario Draghi ha impresso a tutti gli organi dello Stato una visibile sterzata filo occidentale. Le antenne adesso sono molto più alzate. Sarà anche il caso di approfittare della nuova agenzia di cyber security per tirare le fila di quella che i francesi chiamano «ecole de guerre economique» e che da noi è ferma alla fase dei desiderata. 

Così la Cina fa shopping di armi in Italia. Luana de Francisco su L'Espresso il 2 settembre 2021. Un’inchiesta della Guardia di Finanza punta i fari sull’azienda pordenonese Alpi Aviation, acquisita da Pechino e attiva nella produzione di droni militari. Che, secondo gli investigatori, sarebbero stati venduti all’Iran. Si comprano tutto. Ora che di soldi ne hanno in abbondanza, fanno prima a rastrellare aziende e know how italiani e a trasferire poi baracca e burattini in patria che a girarci attorno attraverso lunghe e pericolose operazioni di spionaggio industriale. E questo succede anche se il mercato di riferimento è quello, strategico e dunque altamente sorvegliato, dei “prodotti militari”. Con il risultato che, per quanto assurdo possa sembrare, gli armamenti finiscono per non avere bandiera. La prova arriva dal Friuli, dove si è dovuto attendere che un’inchiesta giudiziaria puntasse i fari sulla Alpi Aviation srl, società attiva nella progettazione e fabbricazione di aerei, elicotteri e droni dual use, per accorgersi che da oltre due anni la proprietà era passata in mani cinesi. Che poi significa sotto il controllo del governo di Pechino, visto che nella terra del Dragone, dove tutto fa capo al partito comunista, non esiste società che possa dirsi slegata dallo Stato. L’ipotesi a cui la Guardia di finanza di Pordenone ha lavorato, indagando su sei manager, tre italiani e tre cinesi, è che quello che era e resta uno dei fornitori ufficiali delle Forze Armate italiane e, dal 2019, pure di Leonardo spa del gruppo Finmeccanica, abbia venduto prodotti dual use anche all’Iran. Droni militari strix – quelli, per intendersi, impiegati dai nostri militari in Afghanistan –, ceduti senza l’autorizzazione del ministero dello Sviluppo economico a un Paese sottoposto a embargo internazionale. Accusa che l’azienda respinge fermamente. Ma che ha rinfocolato un dibattito che, a Nord-Est, aveva già visto i vertici di Confindustria opporre forti resistenze rispetto al prospettato sbarco della Cina nella piattaforma logistica del porto di Trieste. Lo schema proposto dalle sorti di Alpi Aviation vale quanto un modello matematico. Fondata nel 1999 in un garage da tre giovani costruttori con la passione per il volo, l’azienda affianca in breve alla sede di San Quirino, a due passi dalla base Usaf di Aviano, una filiale in Croazia, dove concentra costruzione e assemblaggio degli aeromobili. Il salto di qualità arriva con la produzione dei droni. Cosa la renda tanto strategica per gli interessi commerciali internazionali resta materia di investigazione. Certo è che, a un certo punto, da piccola società di periferia finisce per diventare oggetto d’attenzione degli investitori. Quelli grossi e preferibilmente invisibili, schermati da shell corporation, come confermano le carte agli atti della Procura e come suggerirebbero anche i contenuti di otto dispacci diplomatici resi pubblici da WikiLeaks. È il 2009 quando Alpi Aviation finisce al centro di una fitta rete di comunicazione tra Usa, Giappone e Italia. A impensierire il Dipartimento di Stato americano sono gli “attuatori servo assistiti” prodotti dall’azienda giapponese Tonegawa-Seiko e sui quali l’Iran ha messo gli occhi per i suoi programmi di aeromobili a pilotaggio remoto. Il sospetto è che l’azienda friulana, cui risulta effettivamente esportata una parte di attuatori, i 200 Ps050, possa diventare, anche involontariamente, un ponte verso la Repubblica islamica. Da qui, la richiesta all’ambasciata di Roma di vigilare su eventuali approvvigionamenti all’Iran. La sorveglianza, tuttavia, si esaurisce in tre mesi e non porta ad alcuna evidenza. È un fatto acclarato, invece, l’anomala acquisizione che, nel 2018, sposta la maggioranza delle quote di Alpi Aviation in territorio cinese. A presentarsi ai soci è la Mars information technology co. limited di Hong Kong: registrata appena cinque mesi prima e fissata la sede in uno studio legale specializzato nella domiciliazione di società offshore, dispone di un capitale sociale di soli 150 mila dollari, peraltro sottoscritti, ma non ancora versati. Eppure, per entrare in possesso del 75 per cento della torta, mette sul piatto un controvalore 90 volte superiore di quello nominale (3.995.466 euro a fronte di 45 mila euro). L’affare va ovviamente in porto. Ed è seguito da un incremento di capitale repentino: 3,8 milioni di euro che, all’improvviso, passano da chissà dove alla provincia di Pordenone. Troppo, secondo la Procura che un paio d’anni dopo iniziano a scandagliare gli assetti di quella che, a tutti gli effetti, somiglia a una scatola vuota, per non chiedersi chi abbia in realtà finanziato l’intera operazione. La risposta sembra portare in alto: ai vertici del governo cinese, nelle stanze in cui tutto si decide, politiche economiche comprese. È sufficiente tuffarsi nel mare magnum del web e stringere poi il cerchio attorno alle dichiarazioni rese alla stampa dalla Denton, uno dei più importanti studi legali al mondo, per ritrovare il nome di Alpi Aviation e scoprire che a controllarla indirettamente è la China corporate united investment holding, a proprietà mista e co-sponsorizzata da grosse imprese centrali e locali di proprietà statale. È il suo vicepresidente Li Xia, nel novembre del 2019, ad annunciare che parte della capacità produttiva sarà trasferita a Wuxi, dove si è cominciato a costruire uno stabilimento gemello. Come dire che la clonazione è in corso e che insieme alla forza lavoro a emigrare saranno anche testa e idee. I toni sono trionfali. L’operazione è definita da Pei Qiu, senior partner di Denton, “la prima transazione del suo genere, in cui una holding cinese ha acquisito un’impresa nel settore dell’aviazione high tech in Europa”.  Il problema è che parliamo di un’azienda italiana che progetta e realizza Unmanned aerial vehicle a uso militare e di law enforcement. E cioè di un settore sottoposto a una disciplina ferrea in termini di protezione, ancora più di quanto non preveda la golden power. Le norme sul controllo dell’esportazione, l’importazione e il transito dei materiali di armamento (legge 9 luglio 1990, n.185) vietano finanche la delocalizzazione. A meno che non sia lo Stato ad autorizzarli, a cominciare dalla trattativa. Se, come e quando la comunicazione sia stata inoltrata a Roma è ancora oggetto di accertamenti. Qui, a ogni buon conto, si è andati oltre, visto che brevetti e tecnologia potrebbero appartenere ormai a un altro Paese. E che, come recita il capo d’imputazione formulato dal pm Carmelo Barbaro, tra i clienti dell’azienda figurerebbe l’Iran. Dei quattro indagati, tuttavia, soltanto uno al momento – l’allora amministratore delegato italiano della società – si è visto contestare la violazione del dl 221 del 2017, art 18, norma sull’embargo e sulle esportazioni di prodotti e tecnologie a duplice uso, sia civile sia militare. Droni, appunto, che sarebbero stati ceduti attraverso un’operazione commerciale triangolata con la Turchia. L’ulteriore paradosso della vicenda comincia dagli altri tre nominativi: rappresentanti legali, chi prima e chi dopo, dell’Aecp, una onlus pordenonese, contestualmente iscritta anche come associazione sportiva dilettantistica all’Aeroclub Italia – quindi, con una doppia soggettività giuridica –, in tesi accusatoria fittiziamente operante in attività di Protezione civile. È attraverso la singolare sinergia operativa instaurata proprio con l’ente no profit che la Alpi Aviation avrebbe beneficiato per anni dell’occupazione abusiva dell’aviosuperficie “La Comina”. Un’area posta a ridosso del proprio sito produttivo, per buona parte di proprietà del Demanio militare (e assegnata alla Brigata corazzata “Ariete”) e, per la restante porzione, del Comune di Pordenone. L’azienda friulana con socio di maggioranza cinese, in altre parole, ha svolto attività aviatoria in uno spazio aereo sottoposto a limitazioni particolari, per la vicina presenza della base Usaf di Aviano, compresa nella Atz (aerodrome traffic zone) militare nazionale. Non a caso, è su questa pista che è concentrato quasi il 90 per cento dei voli militari in Italia. Ragioni (e misure) di sicurezza che, tuttavia, non sono bastate a evitare saltuari passaggi a bassa quota di arerei privati e di alianti non autorizzati. Come quello che, nel 2015, scatenò la reazione degli stessi militari americani che, alla maniera degli sceriffi, si presentarono in Comina e, pur senza titolo, identificarono piloti e addetti. Sarà poi la Difesa, nel 2016, a sospendere tutti i voli, a esclusione di quelli sanitari e di protezione civile. Uno scenario a tratti inverosimile quello ricostruito dalla Guardia di finanzia al comando del colonnello Stefano Commentucci. Tanto più se si considera che l’uomo scelto dai nuovi timonieri di Alpi Aviation per curarne gli interessi in Italia è una figura di prestigio nel campo dell’Aeronautica e non solo: l’ex comandante delle Frecce Tricolori e poi dirigente della Ferrari, Massimo Tammaro. Il suo nome, al momento, non figura sul registro degli indagati. C’è invece quello di un politico, il consigliere regionale del Fvg della Lega e già due volte sindaco di Porcia, Stefano Turchet, accusato di sola truffa, in qualità di presidente dell’aeroclub. Il cerchio si chiude a Roma, dove gli investigatori sembrano avere trovato la regia del piano di rastrellamento imprenditoriale ordito dalla Cina. È lì che ha sede la Ccui Europe srl, società di servizi aziendali costituita nel 2016 e di proprietà della Ccui holding di Hong Kong. Nella relazione del bilancio di esercizio 2017, parla espressamente dell’“individuazione di opportunità di investimento nei settori indicati dalla controllante e dai diversi soci della controllante presenti in Cina e interessati al mercato italiano”, soffermandosi sulla valutazione di tre realtà produttive: la Alpi Aviation, appunto, il gruppo Gree holding spa, che opera nel settore del trattamento rifiuti e generazione di energia da rifiuti, e il gruppo Almaviva, attivo del campo It. “Fu Lenin a dirlo: I capitalisti ci venderanno la corda con la quale li impiccheremo. Beh, quella previsione non si è realizzata con l’Unione sovietica, ma potrebbe accadere adesso con la Cina”. Michelangelo Agrusti, il leader degli industriali pordenonesi che dal 2020 presiede Confindustria Alto Adriatico, nata dalla fusione con la territoriale di Trieste e Gorizia, predica prudenza da tempo. E i suoi moniti, un paio di anni fa, hanno contribuito a raffreddare gli entusiasmi di chi, anche a livello governativo, assecondava le ambizioni di espansione cinese attraverso l’insediamento di sue aziende nel porto giuliano. L’avevano battezzata nuova Via della seta, ma è stata superata dal recente accordo con il Porto di Amburgo (che ha peraltro portato linfa nuova ai rapporti con la diplomazia Usa). “Viviamo in una fase di forte competizione geostrategica con la Cina, e cioè con un Paese che è entrato senza condizioni nel Wto ed è cresciuto in maniera esponenziale, pur mantenendo un assetto comunista e una presenza statale pervasiva, e che ha adottato politiche di dumping salariale e di concorrenza sleale con le produzioni equivalenti occidentali”, osserva Agrusti, abbondando con gli esempi, in primis il monopolio nella produzione dei semiconduttori. E allora, se l’invito a vigilare vale in condizioni di normalità, figurarsi ora che la pandemia ha generato una crisi di portata globale. “L’ho evidenziato a una riunione con i prefetti del Fvg – continua –: non c’è soltanto il rischio di infiltrazioni mafiose. Il pericolo, adesso più che mai, è che in un Paese come il nostro che ha investito pochissimo nell’alta tecnologia e in settori strategici per la Difesa, sia un soggetto internazionale come la Cina a presentarsi e risolvere i problemi di liquidità delle aziende in difficoltà. Parliamo di intere filiere pronte a sfuggirci di mano, se non si provvederà a intensificare la sorveglianza statale sui passaggi di proprietà”. Anche perché i segnali, al netto di Alpi Aviation, secondo Agrusti non mancano. Uno porta il nome e cognome di un uomo di Governo. “Fu l’allora sottosegretario allo Sviluppo economico, Michele Geraci, a venire a Trieste e spingere l’ipotesi di aprire l’area logistica del Porto alla Cina, dopo che si era comprata già il Pireo – ricorda –. Arrivò al punto di chiedermi se conoscessi aziende che potessero essere vendute ai cinesi. Tanto che ancora oggi mi domando se non fosse piuttosto un uomo al servizio di Pechino”. L’altro alert porta alle Regioni e alle società che hanno indetto gare al massimo ribasso per l’acquisto di Dpi che hanno permesso ai cinesi di ripresentarsi. “Ma come – obietta Agrusti –, non era stata proprio l’Italia a creare una filiera che le permettesse di diventare autosufficiente? Questo significa spalancare nuovamente le porte alla concorrenza sleale”. Come non pensar male, insomma. “Esiste una Cina connection fatta di italiani che deprimono la possibilità di tenuta del sistema – la conclusione del leader degli industriali – e l’unica cosa che possiamo fare per difenderci è creare un’autosufficienza tecnologica e sanitaria. L’independence day del mondo libero occidentale”.

Gabriele Carrer per formiche.net il 2 settembre 2021. Violazione della legge 185/1990, che disciplina l’export di armamenti, e possibili violazioni della normativa cosiddetta Golden power, che tutela le aziende strategiche italiane. Sono questi i reati contestati dalla Guardia di finanza di Pordenone all’azienda Alpi Aviation di San Quirino, eccellenza nella produzione di droni militari, aeromobili e veicoli spaziali (figura anche tra i fornitori delle Forze Armate e di Leonardo spa) che recentemente è stata rilevata attraverso una società offshore da due importanti società statuali cinesi. Le Fiamme gialle hanno denunciato sei manager (tre italiani e tre cinesi). Come raccontato a marzo su Formiche.net, l’azienda friulana è già stata oggetto di indagine della stessa Guardia di finanza di Pordenone per una presunta violazione dell’embargo internazionale nei confronti dell’Iran per una vendita di droni militari strix, quelli impiegati dai nostri militari in Afghanistan, alla Repubblica islamica.  E sempre su queste pagine avevamo raccontato di un cablo della diplomazia statunitense che nel 2009 avvertiva l’Italia di possibili triangolazioni con l’Iran da parte di Alpi Aviation: il dipartimento di Stato americano invitava l’ambasciata statunitense a Roma a chiedere alle Dogane italiane di verificare una segnalazione dell’intelligence arrivata dal Giappone; per tre mesi le autorità italiane monitorano l’azienda ma non trovano prove di traffici illeciti; agli inviti statunitensi a continuare la sorveglianza, le autorità italiane risposero spiegando la necessità di una richiesta formale. L’operazione delle Fiamme Gialle era stata originariamente avviata con accertamenti su un’aviosuperficie, ricompresa nell’area del Demanio militare, che vedeva una sinergica occupazione, in assenza di autorizzazioni, da parte di un aeroclub privato (formalmente una onlus operante in inesistenti attività di Protezione civile) e di una società industriale operante nella fabbricazione di aeromobili e di veicoli spaziali, nonché nella progettazione e produzione di sistemi U.A.V. di tipo militare e certificati per tale impiego in ossequio agli standard “stanag” NATO. Si tratterebbe dell’area “La Comina”, molto vicina alla base Usaf di Aviano che la società avrebbe utilizzato grazie alla “schermatura” garantitale dalla onlus pordenonese. Successivi approfondimenti hanno accertato che l’azienda, nel 2018, fu acquistata, per il 75 per cento, da una società estera di Hong Kong (Mars Information Tecnology Co, come spiegavamo su Formiche.net), costituita ad hoc prima dell’acquisto delle quote e autonomamente priva di risorse finanziarie. Alpi Aviation fu valutata con un valore delle quote notevolmente rivalutato rispetto a quello nominale (90 volte superiore: 3.995.000 euro contro 45.000 euro). Regista dell’operazione fu Dentons, tra gli studi legali più importanti al mondo. Nel curriculum vitae di Pei Qiu, senior partner di Dentons, figura in bella mostra la consulenza per l’acquisizione di Alpi Aviation, “la prima transazione del suo genere, in cui una holding cinese ha acquisito un’impresa nel settore dell’aviazione high tech in Europa”. L’acquirente, mediante complesse partecipazioni societarie, sarebbe riconducibile a due importanti società governative della Repubblica popolare cinese, spiegano le Fiamme gialle. Ma il subentro societario sarebbe stato perfezionato in modo da non far emergere il nuovo socio, con ritardi nelle comunicazioni amministrative e omettendo di informare preventivamente la presidenza del Consiglio dei ministri dell’acquisto della maggioranza dell’azienda, violando la normativa Golden power che attribuisce speciali poteri alle autorità italiane sugli assetti societari di realtà strategiche in vari settori. La Guardia di finanza ha spiegato che il subentro risultava “perfezionato con modalità opache tese a non farne emergere la riconducibilità del nuovo socio straniero”. Infatti l’azienda ha comunicato soltanto due anni dopo l’acquisto e su sollecito dei funzionari ministeriali, la variazione della compagine societaria al ministero della Difesa; e ha omesso di comunicare preventivamente alla presidenza del Consiglio dei Ministri l’acquisto del 75% del capitale sociale dell’azienda italiana, in violazione delle prescrizioni Golden power. L’acquisto, spiegano ancora gli investigatori, non avrebbe avuto scopi di investimento ma l’acquisizione di know-how tecnologico e militare, che ha spinto a pianificare il trasferimento della struttura produttiva nel polo tecnologico di Wuxi, città industriale di 7 milioni di abitanti nella provincia del Jiangsu e meno di 150 chilometri da Shanghai ritenuta il laboratorio dell’intelligenza artificiale cinese. Operazioni non formalizzate, secondo la Guardia di finanza, in atti societari e per le quali non era stata chiesta preventivamente l’autorizzazione ai ministeri italiani competenti. “Gli investimenti da parte di soggetti stranieri nel territorio nazionale, di per sé, presentano riflessi positivi per il sistema economico nazionale, purché siano riconducibili a vere operazioni di investimento, di tipo finanziario o di sviluppo di programmi imprenditoriali. In questo caso, l’acquisto della società pordenonese presentava diverse finalità: verteva sull’acquisizione della sua tecnologia, anche di tipo militare, e sulla sua delocalizzazione all’estero”, ha dichiarato il colonnello Stefano Commentucci, comandante della Guardia di Finanza di Pordenone. “Si tratta di condotte per le quali molti Stati, tra cui l’Italia, hanno posto limiti che derogano ai principi di concorrenza e di libertà di investimento”. Le Fiamme gialle hanno anche accertato l’esportazione per oltre un anno in Cina di un U.A.V. (aeromobile a pilotaggio remoto) militare per la Fiera internazionale dell’import a Shanghai nel 2019. L’apparecchiatura militare era stata dichiarata agli uffici doganali di esportazione non come sistema U.A.V. o drone, ma falsamente come “modello di aeroplano radiocomandato”. Era novembre del 2019, l’anno della firma tra Italia e Cina del Memorandum d’intesa sulla Via della Seta. Di quella partecipazione si ritrova traccia in un articolo pubblicato sulla piattaforma classxhsilkroad.it, nata dalla partnership tra l’agenzia di stampa ufficiale cinese Xinhua e il gruppo italiano ClassEditori, viene pubblicato un articolo (sotto lo pseudonimo di Mauro Romano). “Siamo molto ottimisti sullo sviluppo della megalopoli”, spiegava l’amministratore delegato, Massimo Tammaro, ex comandante delle Frecce Tricolori e poi dirigente della Ferrari. La vicenda di Alpi Aviation aveva riacceso il dibattito nel Nord-Est sulle mire cinesi, già ben evidenti in merito alla Piattaforma logistica Trieste. “L’inchiesta della Guardia di Finanza di Pordenone ha svelato quanto pervasiva sia l’attività della Cina nel sistema economico del nostro Paese, con particolare riferimento a imprese ad alto valore tecnologico e, come si è visto, riferibili ad importanti settori del militare”, ha dichiarato Michelangelo Agrusti, presidente di Confindustria Alto Adriatico, “Resta la preoccupazione per la sorte dell’azienda in questione, ma confidiamo che, con l’aiuto del governo, essa possa ritornare in mani italiane”. E ora che cosa accadrà? Poiché la notifica non è stata effettuata nei tempi richiesti, la situazione si trova ora in campo sanzionatorio e non più autorizzativo. Il meccanismo sanzionatorio va dalla sospensione dei diritti di voto fino alla nullità degli atti (compresa la vendita della società). È anche prevista una sanzione amministrativa di importo fino al doppio del valore dell’operazione e comunque non inferiore all’1 per cento del fatturato realizzato dall’impresa interessata nell’ultimo esercizio per il quale sia stato approvato il bilancio, oltre ad una serie di misure accessorie (come il ripristino dello status quo ante). Si tratta di una situazione inedita. La decisione spetterà alla presidenza del Consiglio dei ministri con un provvedimento che sarà eventualmente impugnabile al Tar. Intanto, Alpi Aviation, che ha rapporti anche con il nostro ministero della Difesa, rimane nelle mani del governo della Repubblica popolare cinese, Paese che non rientra nel quadro delle alleanze dell’Italia. Alpi Aviation ha diffuso una nota in cui “nega con fermezza che nella condotta della società si debbano ravvisare violazioni delle norme a tutela del Golden power e alla legislazione che regolamenta il trasferimento di informazioni strategiche o di tecnologia al di fuori del territorio nazionale, si riserva ogni azione a tutela della propria immagine”. Per quanto attiene alla cessione delle quote di Alpi Aviation, “la stessa è avvenuta in modo trasparente, con riferimento al reale valore dell’azienda e nel rispetto della normativa fiscale”, si legge ancora.

Intervista al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. “Cos’è, come funziona e perché era urgente l’agenzia per la Cybersicurezza” parla Franco Gabrielli. Claudia Fusani su Il Riformista il 12 Giugno 2021. La ripartenza dell’Italia passa anche dalla nuova Agenzia per la cybersicurezza. Vorrei soprattutto che fosse chiara una cosa», dice Franco Gabrielli, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio cui il premier Draghi ha affidato la delega all’intelligence, «con questo decreto noi vogliamo mettere in sicurezza le strutture esistenti e quelle che nasceranno. Per far ripartire l’Italia è necessario anche metterla in sicurezza sotto il profilo del cyber». Gabrielli ci riceve nel suo ufficio a palazzo Chigi mentre il premier Draghi è in Cornovaglia al G7 dove porta, grazie al decreto appena approvato, il messaggio che l’Italia non è un colabrodo. «L’Agenzia nazionale per la cybersicurezza – sottolinea Gabrielli – è una struttura servente, un investimento per la qualità e lo sviluppo del Paese».

Sottosegretario, cominciamo con l’abc dell’Acn. Cos’è: un nuovo ministero, una nuova superagenzia di intelligence, la cassaforte e al tempo stesso lo scudo del sistema paese Italia? Qualcuno già sta parlando di una Spectre…

L’Agenzia per la cybersicurezza nazionale è prima di tutto il modo in cui questo paese si mette al passo con gli altri paesi europei. Due date e due numeri: in Germania il Bis è nato nel 1991 e ci lavorano circa un migliaio di persone. In Francia la Anssi è nata nel 2009 e conta un personale di 800 persone. La Romania sta creando un’agenzia analoga che entro il 2030 avrà oltre 1300 dipendenti.

Sta dicendo che il decreto era lo strumento necessario? Molti cittadini si chiedono se c’era proprio bisogno, in tempi di semplificazione, creare un altro mostro di competenze, funzioni, dirigenze, budget.

Questo decreto risponde certamente ai criteri di necessità e urgenza che sono il presupposto di ogni decreto. Non è assolutamente la terza agenzia di intelligence. Anzi, Acn nasce proprio da una doppia esigenza: tenere distinte le attività di intelligence, quella della Difesa e delle forze di polizia; creare un contesto cibernetico sicuro per il sistema Paese. Un contesto di resilienza rispetto alla minaccia cibernetica che è uno dei dossier più delicati per le moderne democrazie.

Sottosegretario, serve spiegarlo meglio a tutti, anche ai non nativi digitali.

Usiamo l’immagine dei furti in appartamento. Sono un problema serio e diffuso e il cittadino chiede allo Stato che vengano arrestati, meglio prima che dopo il fatto. Ora tutti sanno che la cosa più importante è che gli appartamenti abbiano buoni sistemi di allarme e che porte e finestre siano correttamente attivati. Proviamo a trasferire tutto questo nel mondo del cyber: l’Agenzia è la sala regia che verifica e monitora il perfetto funzionamento di allarmi, sensori, porte, finestre e tutto ciò che contribuisce alla resilienza dell’abitazione. Il che non interferisce con l’attività preventiva o repressiva di tutti i soggetti che si occupano di sicurezza, forze di pubblica sicurezza e anche intelligence.

Veniamo al punto politico. Che differenze ci sono tra Acn e il progetto di agenzia dell’ex premier Giuseppe Conte? Si sente già qualcuno mormorare che “in fon-do le due soluzioni sono in perfetta continuità”.

L’obiettivo primo e principale di questo mio essere qui era realizzare nel più breve tempo possibile l’Agenzia e coprire il gravissimo gap che abbiano su questo fronte. Non amo fare confronti col passato. Ciò detto, quello che vorrei fosse chiaro è che l’Agenzia cancella quello che è stato un peccato originale.

Quale?

Nel 2016 la Ue ha emanato la direttiva Nis (network and information security), il vademecum dalla sicurezza cibernetica dei paesi membri. L’Italia ha recepito tardi, ha intrapreso la scorciatoia più breve e abbiamo messo la struttura all’interno del Dis, nel cuore della nostra intelligence. Dove in questi anni ha rischiato l’asfissia creando tra l’altro tensioni e fibrillazioni nei nostri apparati che si sentivano spodestati delle loro competenze. La vicenda della Fondazione, così come era stata pensata dall’ex premier Conte, è stato il tentativo di trovare una soluzione in un contesto però innaturale. A quel punto è stata cercata una soluzione che scontava un vizio originale: inserire la cybersicurezza all’interno del comparto di intelligence.

L’Agenzia pone fine a queste forzature?

Assolutamente sì perché lo schema della Fondazione privata inserita all’interno dell’intelligence è stato cancellato e superato da un’agenzia pubblica che avrà una propria casa da cui potrà interloquire con gli altri soggetti interessati e consentirà alle agenzie di intelligence di rinnovare e aumentare la propria capacità di attacco e difesa nel mondo del cyber.

Quanto è grave la minaccia cyber per l’Italia?

Fare classifiche è la cosa più sbagliata perchè non restituiscono l’immanenza e la gravità della situazione.

Il ministro per la Transizione ecologica Vittorio Colao dice che il 93% dei server della Pubblica amministrazione non sono in sicurezza.

Appunto. La situazione è ancora peggiore perché la verità è che non siamo attrezzati culturalmente alla comprensione e alla valutazione della minaccia. In questi anni c’è stato un sistematico depauperamento della competente tecnico- informatiche all’interno del pubblico impiego. Affidiamo la nostra vita a un telefonino che ci tiene in memoria le nostre password ma non c’è percezione del rischio che questo comporta.

Cosa sarà e a cosa servirà Acn? L’unica volta che ne parlò in pubblico ha insistito molto sul concetto di “olistico” legato a questo dossier.

Acn dovrà fare anche un lavoro di coordinamento delle 23 autorità Nis sparse su tutto il territorio. Il decreto consegna all’ Agenzia il coordinamento di queste realtà che saranno raggruppate in un unico centro che salverà però le singole competenze e specificità.

Un dossier potenzialmente esplosivo questo della cybersicurezza…

Il presidente Draghi ci ha sempre fatto sentire le spalle protette, se è questo che voleva sapere.

Un esempio di come funzionerà l’Agenzia.

Poniamo che ci sia un attacco al sistema sanitario. Chi lo rileva deve comunicare entro un’ora, al massimo sei, allo Csirt italiano (Computer security incident response team). Che finora è stato al Dis e transita dentro Acn. Una volta fatta la segnalazione, entra in azione il Nucleo di sicurezza cibernetica – anche questo dal Dis passa all’Acn- che valuta l’entità dell’attacco. E così risalendo la scala gerarchica.

Comunque il Presidente del Consiglio, cioè Draghi, e l’autorità delegata, cioè lei, conservate pieni poteri sulla struttura. Corretto?

Corretto. È lo stesso meccanismo che regola l’attività delle agenzie di intelligence. È speculare a quello della legge 124.

Quanti dipendenti avrà Acn: 500 o 300? E come saranno selezionati? Dalle altre amministrazioni o dal mercato?

C’è un primo nucleo di 300 persone destinato ad aumentare. Immaginiamo che si possa arrivare al migliaio di dipendenti nell’arco del quinquennio. Questo primo blocco di 300 persone è già in servizio al Dis, al Mise, all’Agid, l’Agenzia Italia digitale che perderà la competenza che oggi ha sulla cybersecurity. Il 30% del personale potrà essere assunto con contratto a tempo determinato. L’obiettivo è avere molto turn over e formare nuove figure professionali in questo settore. L’Agenzia, col suo sistema di relazioni con il mondo accademico, può aiutare a sviluppare il settore cyber, farlo diventare strategico e darci autonomia in questo settore.

Perché si è deciso di pagarli come fossero dirigenti di Banca d’Italia?

Perché il mercato esterno ci obbliga a far sì che questo tipo di attività abbia una certa appetibilità. Per essere chiari: non possiamo scegliere mediocri. Servono eccellenze competitive sul mercato: ingegneri, informatici, esperti di settore, hacker. Ci sono più messaggi positivi in queste scelta: anche nel pubblico si può essere correttamente remunerati se si tratta di settori strategici; la qualità, e quindi la formazione, è premiante rispetto alla quantità.

L’Agenzia ci metterà al riparo dagli attacchi cyber russi e cinesi?

In questo settore va giocata la partita della crescita. Non serve, non basta più alzare muri. Il Paese deve avere autonoma capacità di sviluppo tecnologico nel cyber. A quel punto si può giocare in modo più efficace la partita anche sotto il profilo geopolitico.

Perché insieme al decreto non è stato già indicato il Direttore di Acn? Si fanno i nomi del professor Baldoni e della dottoressa Ciardi.

Prima il Parlamento dovrà convertire il decreto e portare le correzioni del caso. A quel punto verrà il tempo dei nomi.

Claudia Fusani. Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.

007, giornali e procure: così devastano l'Italia. La vendetta del Fatto contro Renzi, asse di Travaglio con Pm e servizi segreti. Piero Sansonetti su Il Riformista il 13 Novembre 2021. Il Fatto Quotidiano ha lanciato la sua ennesima campagna contro Renzi (ma perché lo odia tanto? Renzi è alla guida di un partito che non raggiunge il 3 per cento. Forse è solo un tentativo di vendetta perché Renzi è stato decisivo nel fermare il governo Conte e portare un premier come Draghi a Palazzo Chigi? Può darsi. La vendetta è nelle corde della compagnia del Fatto. Però le campagne contro Renzi sono molto più antiche. Non si sono mai fermate. Abbondantemente sostenute dalla spinta e dall’aiuto anche tecnico di diverse procure). Stavolta Renzi è accusato di avere preparato una strategia di attacco a base di fake news contro i 5 Stelle e contro il Fatto Quotidiano. Strategia ispirata da Fabrizio Rondolino, ex giornalista dell’Unità. Se però poi leggi bene gli articoli scopri che è esattamente il contrario. Renzi, si capisce dai resoconto del Fatto, non ha preso in considerazione neppure per un minuto le proposte di Rondolino e non ha mai realizzato nessuna strategia contro Il Fatto. La cosa – cioè l’attacco a Renzi, ispirato probabilmente da una Procura – è abbastanza inquietante perché coincide con altri episodi che stanno emergendo in questi giorni. Per esempio la vicenda Cesa, che coinvolge i servizi segreti. In che consiste questa vicenda? Lorenzo Cesa, segretario dell’Udc, fu raggiunto da un importante 007 – del quale non conosciamo il nome – il quale gli garantì che le accuse pesantissime che gli erano state mosse qualche giorno prima da Gratteri (associazione a delinquere) e che erano evidentemente del tutto infondate, sarebbero cadute, ma che lui avrebbe dovuto comportarsi bene e non fare colpi di testa. Il colpo di testa al quale evidentemente si riferiva lo 007 era quello appena compiuto da Cesa, e cioè il voto del suo piccolo gruppo in Parlamento contro il governo Conte 2, che fu decisivo per la liquidazione di quel governo. Il nostro 007 però, probabilmente, riteneva che ci fossero ancora i margini per un Conte 3 – visto che l’operazione Draghi non era ancora nota e che l’ipotesi di elezioni anticipate terrorizzava la maggioranza dei parlamentari – e che un voto dell’Udc di Cesa sarebbe stato fondamentale. Chi era questo 007? Il Fatto Quotidiano oggi fa il nome di Marco Mancini – sospettabile, dice il Fatto, in quanto amico di Gratteri – e spiega come e perché Marco Mancini non avesse nessun interesse a salvare Conte. Vero. Però c’è un errore nella ricostruzione del Fatto: tutto lascia pensare che quello 007 non fosse affatto Mancini, anzi, fosse uno dei nemici di Mancini e che, in questo caso, Gratteri non c’entrasse proprio nulla. Provate a mettere insieme le due vicende. E anche altre vicende recenti, legate soprattutto all’attacco giornalistico-giudiziario a Matteo Renzi, del quale Il Fatto Quotidiano ha pubblicato qualche giorno fa addirittura i conti correnti, violando ogni principio costituzionale, giornalistico, civile, di buon senso. La fotografia che esce è questa. Ci sono in azione, in Italia, vere e proprie bande di soldati di ventura (magistrati, giornalisti, agenti segreti) che in accordo tra loro, o talvolta persino in disaccordo, devastano il paese e inquinano, fino a infognarla, la lotta politica. Della politica vera vera, del resto, ormai è rimasto zero. Idee, programmi, progetti, ideologia: e chi li ha visti? Da una parte (per fortuna) c’è un drappello di governanti, guidato da Mario Draghi, che tenta di tenere in piedi l’Italia, infischiandosene dei partiti; dall’altro ci sono gli avventurieri, che trovano spazio ad abbondare proprio perché la politica vera ha abbandonato il campo. Schiacciata ora dalla magistratura, ora dal populismo, ora dal taglio dei fondi e dall’impossibilità di finanziarsi, ora dalle potenze economiche. Non è una novità: tutto cominciò con Tangentopoli e poi con la lotta a Berlusconi. Il risultato è quello che abbiamo davanti agli occhi: un deserto di idee e il campo libero alle bande. Il Fatto nell’edizione di ieri sommerge tutti di accuse infamanti. In realtà poi si scopre che molti degli accusati non hanno fatto proprio niente di male. Annalisa Chirico, giornalista, è accusata di essersi voluta informare sui fatti prima di andare in Tv. C’è qualcosa di male? Lilli Gruber è accusata di farsi imporre gli ospiti da Renzi (ma allora, uno si chiede, come mai a Otto e mezzo gli ospiti fissi sono Travaglio e Scanzi?). Molti altri collaboratori di Renzi sono accusati di avere detto e scritto parole di fuoco contro le fake news lanciate verso di loro. E lo scandalo dov’è? Lo scandalo sta in poche righe nelle quali Fabrizio Rondolino (inascoltato) suggerisce a Renzi di rispondere ai 5 Stelle e al Fatto, copiando pari pari lo schema della propaganda dei 5 Stelle e del Fatto. La strategia del pan per focaccia. Conosco Fabrizio da una trentina d’anni (credo di averlo portato io all’Unità alla fine degli Ottanta) e lo stimo. Se davvero ha proposto a Renzi di copiare i metodi di Travaglio, ha fatto malissimo, secondo me. Ma non mi pare che sia da fucilare. La frase incriminata poi è una sola, scritta su una mail confidenziale e riservata, e magari buttata lì un po’ a caso o come voluta provocazione. Quando si parla e si scrive senza sospettare che l’Ovra o la Stasi ti stiano spiando, spesso si usano esagerazioni e stupidaggini. Rondolino probabilmente non poteva immaginare che qualche talpa in Procura (diciamo così, in modo da non prendere querele: qualche talpa in procura…) avrebbe istruito i giornali dell’estrema destra (La Verità e il Fatto) perché saltassero sulle mail private dell’ex segretario del Pd e aumentassero la loro fame di infangamento. P.S. Travaglio scrive che gli 007 Pollari e Pompa prepararono nel 2006 dei dossier contro di lui. Non è vero. I magistrati accertarono che non era vero. Marco, Marco, caschi sempre sulla fake news.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Quarta Repubblica, la bomba di Bruno Vespa su Giuseppe Conte: "Legami con i servizi segreti". Libero Quotidiano il 16 novembre 2021. "Io confermo sillaba per sillaba quello che ho scritto nel libro e quella di Cesa per chi sa leggere non è una smentita". A dirlo è Bruno Vespa che, ospite di Quarta Repubblica su Rete 4, torna a parlare di quanto fatto emergere nel suo ultimo libro Perché Mussolini rovinò l'Italia (e come Draghi la sta risanando). "Io non mi sono inventato nulla - esordisce nello studio di Nicola Porro durante la puntata del 16 novembre -. Confermo quello che ho scritto, ossia che Cesa è stato avvicinato da un signore dei servizi segreti". Insomma, una sorta di intimidazione. Nel libro infatti si legge che Cesa riceve la visita "di un importante agente segreto che conosceva da tempo e che gli avrebbe detto, più o meno: non preoccuparti, questa storia si risolve, ma cerca di comportarti con saggezza". Il riferimento del giornalista è al periodo di tempo che intercorre tra la fine del Conte bis e l'arrivo di Mario Draghi. In questo lasso di tempo Giuseppe Conte avrebbe corteggiato il leader dell'Udc Lorenzo Cesa, che poteva offrire all'avvocato di Volturara Appula una dote di tre senatori con lo scopo di formare un suo terzo esecutivo. E ancora: "Ho ricostruito i colloqui in cui Conte offre a Cesa ministeri e altro, ma Cesa gli ha detto di no". Fin qui nulla di nuovo negli ambienti della politica, "ma la cosa inquietante - prosegue - è che i servizi segreti in un Paese democratico si spacchino a favore di questo o quel governo. Mi auguro non sia vero". Infine Vespa chiede che andrebbe rivisto anche l'incontro di Renzi con un altro uomo dei servizi segreti. 

Quarta Repubblica, Vittorio Sgarbi: "Gioco sporco con gli 007". Lo scandalo spazza via Giuseppe Conte: "Dimissioni subito". Libero Quotidiano il 16 novembre 2021. Le rivelazioni di Bruno Vespa sulla fine del secondo governo Conte hanno scosso gli ospiti di Quarta Repubblica. È accaduto nella puntata in onda lunedì 15 novembre su Rete 4, dove il giornalista ha ribadito i legami tra il leader del Movimento 5 Stelle, prima premier, e i servizi segreti. A prendere la parola negli studi di Nicola Porro è Vittorio Sgarbi. "Il problema è Conte - esordisce -, dovrebbe dimettersi da qualsiasi ruolo per aver usato i servizi a vantaggio del suo governo". Vespa ha infatti parlato di Lorenzo Cesa, il leader dell'Udc che ha negato il suo aiuto nella formazione del terzo governo Conte. Lui - sono state le parole del giornalista - "è stato avvicinato da un signore dei servizi segreti" subito dopo aver detto "no" all'ex presidente del Consiglio. Insomma, una sorta di intimidazione su cui il critico d'arte non ci va per il sottile: "Questa notizia ci dà la misura della totale assenza di credibilità dei 5 stelle".  L'accusa che emerge dalle rivelazioni di Vespa nel suo ultimo libro Perché Mussolini rovinò l'Italia (e come Draghi la sta risanando) è che Conte le abbia tentate tutte pur di rimanere a Palazzo Chigi. Tentativi però falliti, visto che il neo grillino è stato messo alla porta da Matteo Renzi in un ribaltone che ha portato all'arrivo di Mario Draghi. 

Antonio Polito per corriere.it il 10 novembre 2021. Ci sono vicende della politica italiana che nascono nel segno del mistero, della trama, e lì restano per sempre. Speriamo che non faccia questa fine anche la vicenda della mancata nascita del Conte ter. Ricordiamo tutti che, quando Renzi fece cadere il governo giallorosso, o giallorosa se si preferisce, si creò un fronte molto attivo per ottenere la riconferma per la terza volta, con una terza diversa maggioranza, dell’avvocato pugliese. Per riuscirci, si cercarono freneticamente voti sparsi in Parlamento, una riedizione della saga dei «Responsabili» lanciata ai suoi tempi da Berlusconi. Poi non se ne fece niente, e Mattarella chiamò Draghi. C’è ora una pagina del nuovo libro di Vespa, Perché Mussolini rovinò l’Italia (e come Draghi la sta risanando), che apre nuovi inquietanti squarci su quei giorni convulsi. Vespa infatti racconta, sulla base di informazioni evidentemente di prima mano, che Lorenzo Cesa decise di dire no alle offerte di Conte perché questi si rifiutò di passare prima per una crisi di governo, considerata da lui invece indispensabile per giustificare il sostegno del suo gruppo. «Cinque giorni dopo, all’alba di mercoledì 21 gennaio — racconta Vespa — uomini della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro per ordine del procuratore Nicola Gratteri, perquisivano l’abitazione romana di Cesa contestandogli il reato di associazione per delinquere aggravata dal metodo mafioso». E se questa coincidenza può essere certamente casuale e giustificata solo dalle esigenze dell’inchiesta giudiziaria, più inspiegabile è la successiva: «Subito dopo la perquisizione, il segretario dell’Udc ricevette la visita di un importante agente segreto che conosceva da tempo e che gli avrebbe detto, più o meno: non preoccuparti, questa storia si risolve, ma cerca di comportarti con saggezza». Non sarebbe la prima volta che pezzi dei Servizi tentano di influire sulla dialettica politica e parlamentare. Ma sarebbe interessante sapere, almeno, chi. 

Il retroscena sulla (mancata) nascita del Conte Ter. “Comportati con saggezza, l’indagine si risolve”, la visita dello 007 a Cesa: la spy story dietro la trattativa per il Conte Ter. Carmine Di Niro su Il Riformista il 10 Novembre 2021. Le “barbe finte”, agenti dei servizi segreti, hanno avuto un ruolo nel tentativo di far nascere il governo Conte Ter? La bomba la sgancia Bruno Vespa nel suo libro “Perché Mussolini rovinò l’Italia (e come Draghi la sta risanando)” in riferimento alle trattative, in quei giorni concitati, per portare un gruppo di ‘Responsabili’ nelle file della maggioranza e sostituire così i renziani di Italia Viva, decisi a far sloggiare da Palazzo Chigi Giuseppe Conte. Al centro di questa sorta di spy story all’italiana c’è Lorenzo Cesa, il segretario dell’Udc che alla fine si sfilò dicendo no all’offerta di Conte e del PD-M5S all’ingresso nella maggioranza come stampella del governo. Una scelta, ricostruire Vespa, arrivata per il rifiuto dell’ex presidente del Consiglio di passare prima per una formale crisi di governo, considerata invece dal leader dei centristi indispensabile per giustificare il sostegno del suo gruppo parlamentare. È nel mezzo di queste trattative politiche, scrive Vespa, che arriva l’intervento della magistratura. “Cinque giorni dopo, all’alba di mercoledì 21 gennaio — racconta Vespa, riportato dal Corriere della Sera — uomini della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro per ordine del procuratore Nicola Gratteri, perquisivano l’abitazione romana di Cesa contestandogli il reato di associazione per delinquere aggravata dal metodo mafioso”. Ed è qui che Vespa racconta del presunto intervento dei servizi. Il giornalista scrive infatti che subito dopo la perquisizione nella casa romana del segretario dell’UDC, Cesa ricevette la visita “di un importante agente segreto che conosceva da tempo e che gli avrebbe detto, più o meno: non preoccuparti, questa storia si risolve, ma cerca di comportarti con saggezza”. La domanda è ovvia: ammesso che quanto scritto da Vespa corrisponda al vero, chi si è mosso per far recapitare a Cesa l’avvertimento sulle future mosse politiche da fare? Già lo scorso mese dall’entourage di Cesa veniva raccontato a questo giornale, in un articolo di Aldo Torchiaro, una “insostenibile pressione”, in quei giorni di fine gennaio. “Apparati dello Stato e perfino del Vaticano” avrebbero sollecitato con insistenza una conclusione della crisi che portasse alla riconferma di Giuseppe Conte e impedito alla crisi di aprire la prospettiva che portò poi invece alla formazione del governo Draghi.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Le minacce degli 007 per convincere i riottosi ad appoggiare Giuseppi. Paolo Bracalini l'11 Novembre 2021 su Il Giornale. L'avvertimento a Cesa: "Comportati bene". La "passione" dell'ex premier per i Servizi. Un pezzetto alla volta iniziano ad emergere particolari interessanti su quel periodo oscuro tra la fine del Conte Bis e l'investitura di Draghi. Tre settimane scarse in cui l'ex premier Conte avviò una campagna con pochi scrupoli e con molti mezzi (alcuni alla luce del sole, altri meno) per arruolare truppe di parlamentari e cercare di dare vita ad un terzo governo con la vecchia maggioranza più la «quarta gamba». Un'operazione sostenuta politicamente dal Pd, grande sponsor del Conte ter prima di scoprirsi fedele a Draghi, da gruppi di peones interessati a incassare poltrone, ma a quanto pare anche da apparati più nascosti. L'episodio che rivela Bruno Vespa nel suo libro Perché Mussolini rovinò l'Italia (e come Draghi la sta risanando) è inquietante e ha al centro un protagonista di quei giorni, il corteggiatissimo (da Conte) leader dell'Udc Lorenzo Cesa, che poteva offrire all'avvocato di Volturara Appula una dote di tre senatori, numeri succulenti in quei giorni di spasmodica caccia ai voti in Parlamento. Cesa non accettò le offerte di Conte, e pochi giorni dopo ricevette la visita degli uomini della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro che «per ordine del procuratore Nicola Gratteri, perquisivano l'abitazione romana di Cesa contestandogli il reato di associazione per delinquere aggravata dal metodo mafioso». Una coincidenza temporale, certo. Tuttavia un secondo episodio getta una luce molto ambigua sulla vicenda. Subito dopo la perquisizione dell'abitazione, Cesa riceve infatti la visita «di un importante agente segreto che conosceva da tempo e che gli avrebbe detto, più o meno: non preoccuparti, questa storia si risolve, ma cerca di comportarti con saggezza». Una frase che, in quel frangente politico molto delicato, suona come un avvertimento. Di chi si trattava? E per conto di chi recapitava quel messaggio? Misteri. Certo è che del dossier servizi segreti Conte si era sempre molto interessato, al punto da tenere a lungo per sè la delega sugli 007. Ma già molto prima, nel 2018, Conte aveva nominato un suo uomo di fiducia come Gennaro Vecchione a capo del Dis (Dipartimento delle informazioni per la Sicurezza) mentre come Sottosegretario di Stato con delega ai servizi di intelligence Pietro Benassi, cioè il suo ex consigliere diplomatico a Palazzo Chigi. È significativa non solo la consuetudine con i due uomini indicati da Conte ai vertici dei Servizi, ma anche la tempistica della nomina di Benassi: il 21 gennaio 2021. Il giorno successivo Conte completa i nuovi vertici dei Servizi segreti nominando tre vicedirettori all'Aise (servizi segreti estero) e Aisi. Il tutto, quindi, solo una settimana dopo che Renzi aveva ritirato i suoi ministri aprendo la crisi di governo, e dando quindi il via alle manovre di Conte per arrivare ad un ter. Utilizzando anche gli apparati segreti dello Stato? È un'ipotesi che è circolata spesso, e che ora si rafforza con l'episodio riguardante Cesa (che, interpellato dal Giornale, preferisce non commentare). Gli uomini dell'Udc, sentiti da Riformista, hanno raccontato di una «insostenibile pressione» in quei giorni per entrare nel Conte ter, un'operazione condotta non solo da Palazzo Chigi ma addirittura da «apparati dello Stato e perfino del Vaticano». Il direttore della Stampa, Massimo Giannini, scrisse che nella ricerca dei responsabili erano coinvolti «noti legali vicini al premier, presidenti di ordini forensi a nome dello Studio Alpa, generali della Guardia di Finanza, amici del capo dei servizi segreti Vecchione» e alte gerarchie ecclesiastiche. Una ricostruzione allora smentita da Palazzo Chigi, ovviamente. Non tutti però nel M5s remavano in quella direzione. Nel sui libro l'ex sottosegretario Spadafora, molto vicino a Di Maio, racconta che fu Fico a mettere in contatto Grillo e Draghi. Un passaggio decisivo per portare alla nascita dell'attuale maggioranza e seppellire le ambizioni di Conte per un terzo mandato. Anche le guerre intestine dentro il M5s, pro e contro Conte, sono un mistero da servizi segreti. Paolo Bracalini

Claudio Antonelli per "la Verità" l'11 novembre 2021. Il libro di Bruno Vespa (Perché Mussolini rovinò l'Italia e come Draghi la sta risanando) fa emergere un altro fantasma del Conte ter e del probabile uso dei servizi e delle agenzie di intelligence per stringere nuove alleanze dentro e fuori il Parlamento. A sottolineare la paginetta è un articolo di Antonio Polito pubblicato, o meglio imboscato, dal Corriere della Sera. Nelle poche righe si racconta la vicenda giudiziaria di Lorenzo Cesa, già deputato ed europarlamentare dell'Udc. Il centrista decise di dire no alle offerte di Conte, motivando il diniego in un modo molto semplice. Niente supporto, senza prima aprire una crisi di governo. «Cinque giorni dopo», si legge nel testo, «uomini della Dda di Catanzaro coordinati dal procuratore Nicola Gratteri perquisiscono l'abitazione romana di Cesa contestando l'accusa di associazione per delinquere». Fatto fin qui pubblico e avvenuto il 21 gennaio. Fatto di cui lo stesso Gratteri parla in almeno due interviste, spiegando che le tempistiche sono state dettate da esigenze investigative e che comunque lo stesso Cesa aveva già pubblicamente fatto sapere di non voler sostenere un eventuale Conte ter. Come dire, nessuna interferenza politica. Il fatto nuovo è però riportato poche righe sotto. «Subito dopo la perquisizione, il segretario dell'Udc riceve la visita di un agente dei servizi che conosceva da tempo che gli avrebbe detto più o meno: non preoccuparti, questa cosa si risolve, ma cerca di comportarti con saggezza». L'articoletto esplosivo ieri non ha suscitato reazioni. Cesa non ha replicato. Silenzio anche da parte di Conte. Eppure il direttore della Stampa, Massimo Giannini, aveva dedicato a metà gennaio un dettagliato articolo di accusa contro l'allora premier. Si descriveva un probabile utilizzo di alcuni generali della Gdf e di rappresentanti delle agenzie di intelligence per perorare la causa del terzo mandato. Palazzo Chigi smentì seccamente. Negando qualunque tipo di fondatezza. Giannini incassò facendo capire che sapeva altre cose e poi il mese successivo, il 13 per la precisione, a ricevere la campanella di Palazzo Chigi è ufficialmente Mario Draghi. Segue la nomina di Franco Gabrielli a sottosegretario con delega all'intelligence e a metà maggio il cambio di passo drastico al vertice del Dis, dipartimento delle informazioni per la sicurezza. Gennaro Vecchione, uomo di fiducia di Conte, viene sostituito da Elisabetta Belloni. Con il trascorrere dei mesi da diverse inchieste giudiziarie o giornalistiche emergono pezzetti di notizie che ogni volta riportano a quell'editoriale di Giannini. Uomini vicini a Conte e Vecchione spuntano con costanza. Nell'inchiesta sulle presunte influenze di Luca Di Donna, ex partner di studio di Conte, è emerso il nome dell'allora capo di gabinetto dell'Aise, il generale Enrico Tedeschi. Presente insieme a un suo sottoposto a un incontro con un broker di mascherine cinesi. In un'altra inchiesta che riguarda Mario Benotti , mascherine cinesi e i rapporti con l'ex commissario Domenico Arcuri, è lo stesso Benotti a evocare i servizi quando afferma di avere avuto alert su possibili inchieste. La pax draghiana che ha sistemato con molta moral suasion anche la tensione che si era creata tra Lega e Fratelli d'Italia all'interno del Copasir ha avuto un effetto diretto anche su un'altra figura storica del Dis. Marco Mancini, celebre ai tempi di Pollari, è stato accompagnato alla porta dal neo direttore Belloni all'indomani di una inchiesta di Report che ha svelato un incontro tra lo 007 e il senatore Matteo Renzi. Un elemento che porta a unire i puntini e spiega quanto sia stata importante la delega ai servizi per l'intera durata del governo Conte e quanto impegno abbia messo Renzi nel far cadere l'esponente grillino. La notizia di Cesa non smentita è l'ultimo tassello. Almeno per ora. Per dire come il comparto sia con le orecchie alzate. Le fibrillazioni ieri sono derivate da un articolo pubblicato da Dagospia. Il sito ha riportato un comma finito in Gazzetta lo scorso 5 novembre lasciando intendere l'intenzione di Gabrielli di anticipare i pensionamenti per introdurre nuove leve. La notizia non appare fondata. Ma serve a misurare il polso. Comprensibile, quindi, che il governo Draghi voglia intervenire in modo selettivo con il bisturi, così come il nuovo presidente del Copasir abbia spiegato alla Verità in una intervista che il comitato si occupa di governo e di agenzie, non dei parlamentari. Sarebbe però interessante fare luce su quanto fatto da Conte per prorogare e nominare dirigenti. Lo stesso Mancini è stato in predicato di diventare vice di Vecchione. Bisognerebbe anche fare chiarezza su tutte le scelte attuate in contrasto con la legge statutaria del comparto. A chi tocca? Forse al Parlamento. Più che al Copasir. Per i motivi scritti sopra scritti. L'altroieri è stato audito dal Comitato il direttore dell'Aise, Giovanni Caravelli, su temi come Etiopia, sicurezza energetica e difesa europea. Sul tavolo sono finite anche domande sulle trasferte retribuite di Renzi all'estero. Tema non certo di competenza dell'Aise. Risultato? I giornali ci hanno titolato. Ma così il tema finisce nel nulla. Per questo e pure per i fantasmi del Conte ter sarebbe opportuno che il Parlamento dicesse la sua e chiedesse a chi di dovere.

Jacopo Iacoboni per "La Stampa" il 12 novembre 2021. Tra la tarda mattinata e il primo pomeriggio di sabato 16 gennaio il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa ebbe alcuni contatti politici del livello più alto in cui gli fu chiesto, senza girarci intorno, l’appoggio dei senatori Udc a Giuseppe Conte in una chiave di «responsabilità nazionale» nel voto di fiducia che si sarebbe dovuto tenere a Palazzo Madama il martedì mattina successivo, 19 gennaio. La risposta di Cesa fu aperta, ma non su un punto: per aprire un dialogo con i centristi occorreva passare da una crisi formale di governo. Proprio in quella giornata stava nascendo in Senato il gruppo Maie-Italia23, concepito per accogliere i sostenitori di Conte. La risposta di Cesa non piacque a chi in quei giorni faceva pressioni per un Conte ter. E furono tanti. Cinque giorni dopo, all’alba di mercoledì 21 gennaio, agenti della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, per ordine del procuratore Nicola Gratteri, perquisivano l’abitazione romana di Cesa contestandogli il reato di associazione per delinquere aggravata dal metodo mafioso. Una coincidenza, naturalmente, ma adesso Bruno Vespa ne racconta un’altra nel suo nuovo libro: «Subito dopo la perquisizione, il segretario dell’Udc ricevette la visita di un importante agente segreto che conosceva da tempo e gli avrebbe detto, più o meno: non preoccuparti, questa storia si risolve, ma cerca di comportarti con saggezza». Vespa non ne rivela il nome, e Cesa si è chiuso nel silenzio. A La Stampa risulta che abbia parlato di nuovo ieri l’altro con il giornalista, e non abbia fatto nessuna smentita. Una fonte importante tra i centristi riferisce non di un incontro, ma di un altro tipo di contatti, con qualcuno dei servizi, fatto sta che il racconto è confermato. È solo l’ultimo tassello di una connessione di interessi e poteri trasversali che si mossero in quelle ore, soprattutto attorno ai democristiani, che però si riveleranno più ostici del previsto. Una fonte centrista che ha la massima conoscenza della storia ci racconta: «Cesa riceveva una telefonata al minuto, in quelle ore. Politiche, istituzionali, e anche da uomini del Vaticano». Chiarisce: «Molte erano pressioni vere e proprie. Dal Vaticano non pressioni, ma alcuni uomini del Vaticano ci esponevano la forte preoccupazione di una crisi al buio, in un momento così drammatico per l’Italia». Su La Stampa il direttore Massimo Giannini, in un editoriale del 17 gennaio che ora riceve nuove conferme, aveva scritto «di senatori contattati da noti legali vicini al premier, da presidenti di ordini forensi a nome dello Studio Alpa, da generali della Guardia di Finanza, da amici del capo dei servizi segreti Vecchione, da arcivescovi e monsignori vicini al cardinal Bassetti e alti prelati vicini alla Comunità di Sant’Egidio». Palazzo Chigi fece una smentita rituale. Alcuni testimoni diretti riferiscono anche di un attivismo di avvocati provenienti dallo studio Alpa. Sicuramente Andrea Benvenuti, diventato poi segretario di Conte. Un’altra fonte dice anche di telefonate da parte dell’avvocato senior dello studio, Luca Di Donna, circostanza che però altri negano. Come che sia su questo ultimo punto, proprio un’inchiesta su Di Donna (per un presunto traffico d’influenze in un’altra vicenda, riguardante gli appalti delle mascherine cinesi nella prima fase della pandemia) ha fatto emergere – scrisse La Stampa – che ricevendo un imprenditore, Di Donna si fece trovare «presso lo studio Alpa» con il capo di gabinetto dell'Aise (i servizi segreti esteri) Enrico Tedeschi. Una nostra fonte racconta come a quell’incontro fosse presente anche un altro alto ufficiale, che l’imprenditore fa però fatica a inquadrare. Sui servizi Conte è sempre stato assai criticato. Aveva tenuto il controllo per sé, accentrando tutto nella relazione personale con il generale della Guardia di Finanza Gennaro Vecchione, capo del Dis. Solo alla fine il leader M5S cedette all’ambasciatore Piero Benassi la delega di controllo. Il quale fu convocato con insistenza dal Copasir, nell’ultima settimana di Conte a Palazzo Chigi, ma la fine del governo fece cadere quella richiesta di capire alcuni passaggi cruciali. Mario Draghi tra i primi suoi atti ha nominato Franco Gabrielli autorità delegata all’intelligence, e Elisabetta Belloni al Dis, chiari segnali anche simbolici di fine di quella stagione. Ora il Copasir ha intenzione di sentire Cesa, per capire bene cosa sia accaduto in quei giorni.

La spy story dietro l'operazione (fallita) dei responsabili. Conte ter, così i servizi segreti provarono a salvare il governo dell’avvocato del popolo. Aldo Torchiaro su Il Riformista l'11 Novembre 2021. Il Conte Ter doveva nascere per forza. E la maggioranza che non c’era, si doveva trovare a tutti i costi. Tanto che sembra averci lavorato un pezzo del vertice di quei servizi segreti che con Conte erano diventati un’appendice di Palazzo Chigi. Dal libro di Bruno Vespa appena presentato (Perché Mussolini rovinò l’Italia e come Draghi la sta risanando) si assume una confidenza che l’autore non può che aver ricevuto dal protagonista di questa storia: Lorenzo Cesa. Il segretario Udc sarebbe stato al centro di pressioni fortissime, nei giorni in cui si cercava la maggioranza raccogliticcia (I “Responsabili”) per il Conte Ter. Cesa nicchiò e infine negò di dare l’appoggio della formazione centrista a Conte. Per pura coincidenza, tre giorni dopo il voto al Senato – era il 21 gennaio – ricevette in casa una perquisizione della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, per ordine del procuratore Nicola Gratteri. Gli contestarono il reato di associazione per delinquere aggravata dal metodo mafioso. Anche nell’intervista recentemente fatta con il Riformista, Cesa fa riferimento alla singolare combinazione, nelle stesse giornate, di decisioni politiche e inchieste roboanti. Che nulla avevano di fondato: il leader Udc è stato prosciolto da tutte le accuse, anzi ha visto la sua posizione stralciata dall’inchiesta ancora nella fase preliminare. Come gli era stato pronosticato da uno 007 che lo ha raggiunto a casa, in quelle ore concitate. Con Conte appeso a un filo, Mattarella aveva evidentemente già iniziato a comporre il numero di telefono di Mario Draghi per sondarlo. Ma c’è ancora un margine per ripescare Conte, che fino all’ultimo si illude. Briga. Fa chiamare. È a quel punto che accade l’incredibile: «Subito dopo la perquisizione, il segretario dell’Udc ricevette la visita di un importante agente segreto che conosceva da tempo e che gli avrebbe detto, più o meno: non preoccuparti, questa storia si risolve, ma cerca di comportarti con saggezza», scrive Vespa nel libro. Chi decide di parlare oggi lo fa anche perché le partite aperte allora, sono oggi chiuse. Il generale Vecchione non dimora più a capo dei servizi, allontanato il 14 maggio da Mario Draghi. Legato a Conte da una solida amicizia, è stato al suo fianco dall’inizio del Conte I alla fine del Conte II. E l’ombra dei servizi la ritroviamo in più punti della cronistoria del Conte II. Si parlò insistentemente di uomini dell’intelligence che facevano pressioni per Conte, qualcuno anche transitando per le segrete stanze dello studio Di Donna-Alpa-Conte. Ed era in quello studio che – ancora indietro, nella primavera 2020 – l’avvocato Luca Di Donna, sotto le insegne del collega di studio più anziano, Giuseppe Conte, riceveva i clienti insieme con il capo di gabinetto dell’Aise, i servizi di controspionaggio, Enrico Tedeschi. E con un secondo generale, verosimilmente membro dell’intelligence, che il teste Giovanni Buini fatica a identificare. E d’altronde solo Cesa può fare il nome dell’importante dirigente dei servizi che lo andò a trovare, e tutto ieri Cesa è rimasto blindato: “non conferma e non smentisce”, ci fa sapere il suo portavoce Salvo Ingargiula che però si lascia sfuggire: «Di queste cose parla nelle sedi istituzionali, al Copasir». Parlerà al Copasir? La voce dal sen fuggita può trovare riscontro solo nell’agenda del Comitato parlamentare per la sicurezza. Le cordate degli 007 sono note, le poltrone che contano pure. Draghi ha imposto un cambio della guardia che però ha inciso fino a metà. «Chi comanda sempre è il giro di quelli che chiamiamo istituzionali, da Franco Gabrielli a Luciano Carta», ci dice una gola profonda dei servizi. Se solo Cesa può dire chi lo era andato a trovare e da chi era stato spinto, quel che si può escludere a una prima analisi è che fosse un uomo dell’Aise. E il campo si restringe all’Aisi, al cui vertice siede Mario Parente, generale dei Carabinieri la cui ascesa si lega a indicazioni di matrice dem. «Marco Mancini stava dall’altra parte», suggerisce la nostra fonte. A una attenta lettura l’evoluzione dei fatti – per come la concatena Vespa – tende a far pensare a una manovra ordita da chi è più vicino a Gratteri. E chi è più vicino a Gratteri si chiama Marco Mancini. «E non dovete farvi trarre in inganno: Mancini non era affatto tra gli uomini ai quali Giuseppe Conte avrebbe potuto rivolgersi», ci ricorda la nostra fonte. Il contestato scoop di Report, realizzato in circostanze mai del tutto chiarite, ha reso noto l’incontro di Mancini con Matteo Renzi. La cordata opposta, dunque. Di pressioni fortissime in quei giorni di fine gennaio se ne vedevano ovunque, e i discorsi di Conte a Camera e Senato erano infarciti di blandimenti sperticati. “Amici democratici cristiani”, si era lanciato Conte: ed ecco che Cesa viene messo sui carboni ardenti. Poi si era appellato ad “un uomo di cultura come il socialista Nencini”. Anch’egli protagonista di un giallo; Renzi gli raccomanda di votare contro la fiducia (Italia Viva e Psi integrano lo stesso gruppo) ma lui, appartatosi a palazzo Madama con Giuseppe Conte fino alle 22 della sera del 19 gennaio, ne uscirà con una carica insperata, correndo in aula per votarlo. Secondo una indiscrezione, un accordo su una posizione istituzionale di primo piano nel nascituro governo. Poi però i piani andarono diversamente. Arrivò Mario Draghi e con lui l’Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica venne affidata nelle mani di Franco Gabrielli, ed Elisabetta Belloni venne incaricata di guidare il Dis dopo l’uscita di Vecchione. Da allora non si hanno più notizie di agenti segreti che girano di casa in casa a suggerire ai parlamentari come devono votare.

Aldo Torchiaro. Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.

Report e la tragicommedia del giornalismo complottista in prima serata. Mario Lavia il 4/5/2021 su L'Inkiesta. Un parlamentare della Repubblica italiana è spiato. Si chiama Matteo Renzi, senatore di Italia viva. Forse ce ne sono altri ma ne basta uno per chiedersi se nel 2021 l’Italia è la solita Repubblica delle banane nella quale intrighi, spionaggi, dossier, servizi segreti eccetera eccetera la fanno ancora da padrone come nei decenni passati. Roba lontana, i servizi deviati, politici felloni, giornalisti equivoci. Siamo sempre qua, e già. Il giornalismo rischia di diventare “giornalismo” con le virgolette alla caccia di Watergate alle vongole con Sigfrido Ranucci al posto di Robert Redford – la storia che si ripete come farsa – che nel film faceva Bob Woodward. Non sappiamo nulla dei giri di Renzi e delle sue iniziative. Non è questo l’oggetto dell’articolo che state leggendo. Anzi, lasciamo proprio stare Renzi. Facciamo finta che a cadere nella rete di Report (allestita con soldi pubblici) sia un deputato di Fratelli d’Italia: ma è normale che il servizio pubblico metta insieme un presunto scoop nel quale si immortala il parlamentare mentre parla con una persona, peraltro un funzionario dello Stato definito 007 per fare colore,  rappresentando il tutto come un film americano con tanto di “testimone” lì per caso, con la voce artefatta (fa sempre effetto, evoca schifezze) che dice ho visto un personaggio “losco” – perché poi? – e racconta che dopo è arrivato il parlamentare e i due parlavano fitto fitto e allora ha pensato bene di filmare tutto con il cellulare inviando poi i video a – toh! – la trasmissione di Ranucci? Ma che combinazione! Il tutto infarcito di roba incomprensibile ai più volando pindaricamente dai soldi del Vaticano a Abu Omar alle nomine dei vertici dei servizi. Giornalisticamente inguardabile. È chiaro che il parlamentare Renzi è stato seguito. Perché? Da chi? Report (con i soldi del contribuente) va alla caccia di cosa, esattamente? Non è un affare loro ma trattandosi di un senatore della Repubblica è una cosa che riguarda tutti: estremizzando, riguarda la democrazia. E già, perché il teorema concerne la crisi di governo e la caduta di Giuseppe Conte, insomma il complotto (nessuna allusione qui alla teoria bettiniana della presunta convergenza di interessi, mai ben chiarita, alla base del cambio Conte-Draghi), e il ruolo di Renzi nella vicenda. Niente di meglio che un incontro segreto alle porte di Roma fra Renzi e Mancini (dopo – si sottolinea – che il leader di Italia Viva era andato a trovare in carcere Denis Verdini, che in questi retroscena è come il cacio sui maccheroni, anche se sfugge il nesso con lo scoop dal benzinaio). Il “testimone” filma, fotografa e manda tutto alla squadra di Ranucci. Era lì per caso. E gli asini volano. Vedremo. Vedrà, se è il caso, la magistratura. Restano le domande su dove stiamo andando in questo Paese con misteri e sottomisteri: dagli “scoop” di Report, ai corvi della magistratura, dalle trattative vere o presunte fra la Rai e Fedez, in questi giorni c’è un puzzo di malapolitica e di cattivo giornalismo, una disfida di pezzi di Stato contro altri pezzi di Stato, un’aria torbida che ammorba un’Italia già flagellata da problemi giganteschi mentre si tenta di imboccare vie nuove per rimetterla in piedi. Politica, magistratura, Rai, sempre i soliti racconti scritti male, sempre i vecchi rumori di sciabole nel retrobottega di questa osteria politico-giornalistica che sforna roba avariata non appena si cerchi di ripulire l’aria. 

Niccolò Carratelli per "la Stampa" il 4 maggio 2021. Un video girato con il cellulare, attraverso il finestrino, da un'automobilista ferma all' autogrill di Fiano Romano, sull' autostrada che da Roma porta a Firenze. È il pomeriggio del 23 dicembre 2020 e per Matteo Renzi è stata una giornata impegnativa. Al mattino in tv su La7, a ribadire le accuse a Giuseppe Conte, che vuole tenersi la delega ai servizi segreti, uno dei motivi di scontro che porteranno alla crisi di governo. Poi in visita al carcere di Rebibbia, dall' amico Denis Verdini, all' epoca lì detenuto. Quindi sale in macchina diretto a Firenze, ma si ferma, appunto, a Fiano Romano. Dove viene filmato in compagnia di Marco Mancini, un agente segreto, dirigente del Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza). Non uno qualunque: già capo della Divisione controspionaggio nel Sismi, alla ribalta nel 2005 con la liberazione in Iraq della giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena, poi coinvolto nel sequestro a Milano dell'imam Abu Omar, ad opera della Cia. Pare che, da diversi anni, intrattenga rapporti costanti con Renzi. La testimone oculare dell'incontro, un'insegnante, riconosce l'ex premier e cattura le immagini, poi le gira a Report, che confeziona l’inchiesta andata in onda ieri sera su Rai3. All' interno c' è un'intervista a Renzi, il quale sostiene che quel giorno avrebbe dovuto incontrare Mancini nel suo ufficio al Senato, «doveva portarmi i "babbi", che mangio con grande voracità». Si tratta di wafer ricoperti di cioccolato, tipici della Romagna (Mancini è romagnolo), di cui ogni anno lo 007 omaggia l'ex premier. Renzi racconta di essersi dimenticato l'appuntamento con Mancini e di avergli così chiesto di raggiungerlo all' autogrill. Circostanza smentita dalla testimone, che racconta invece di aver visto prima Mancini, da solo e in attesa. In ogni caso, all' arrivo del leader di Italia Viva, si appartano a parlare per circa 40 minuti: di cosa non è chiaro, Renzi a Report smentisce che l'oggetto della discussione fossero le nomine ai vertici dei nostri servizi. Quelle di dicembre, dalle quali Mancini era rimasto fuori, e quelle di gennaio, quando evidentemente vuole rifarsi, puntando alla poltrona di vicedirettore del Dis. Cerca una sponsorizzazione? Renzi si è mosso per spingere il suo nome? «Mancini aveva un ottimo rapporto con Conte, chiedete a lui», è la risposta. Ma Conte non nomina Mancini e, da quel momento, il rapporto non è più così ottimo. Quindi l'idea che Renzi apra le crisi e faccia cadere il governo non deve dispiacere allo 007. Succede giusto due settimane dopo. «Il governo Conte non è caduto per intrighi, complotti o incontri segreti (all' autogrill). Semplicemente Draghi è meglio di Conte e l'Italia oggi è più credibile», scrive Renzi su Facebook. Draghi a cui ora, tra l'altro, toccano altre nomine nei nostri servizi e questa visibilità mediatica certo non aiuta Mancini. Tanto che fonti della nostra intelligence ipotizzano che il video in questione sia in realtà parte di una guerra intestina tra 007, in cui si cerca di screditare gli avversari per fare carriera. Lo stesso Renzi suggerisce che il filmato non sia arrivato a Report per caso, ma che «qualcuno ha seguito me o Mancini». E adombra anche sospetti sui giornalisti guidati da Sigfrido Ranucci, anticipando l'interrogazione parlamentare presentata da uno dei deputati a lui più vicini, Luciano Nobili, in cui si chiede conto di una presunta fattura da 45mila euro pagata dalla Rai a una società lussemburghese. Soldi destinati a una fonte della trasmissione di Rai3, per una puntata su Alitalia, utile a costruire notizie false per attaccare Renzi. Dalla redazione di Report smentiscono con forza e parlano di un dossier falso, costruito per delegittimare. E anche la stessa società di Lussemburgo nega di aver ricevuto un simile pagamento dalla Rai.

Niccolò Carratelli per "la Stampa" il 4 maggio 2021. Quelli di Report ci sono abituati, ma Sigfrido Ranucci non nasconde l'irritazione. «Solo fango, tutte accuse false, adiremo le vie legali, se qualcuno avrà il coraggio di rinunciare allo schermo della tutela parlamentare», dice mentre rilegge il testo dell'interrogazione presentata alla Camera da Italia Viva. «Mai pagato una fonte in 25 anni di storia. Paghiamo solo gli autori, che sostengono tutte le spese per realizzare le inchieste: siamo una casa di vetro, massima trasparenza».

Allora i renziani da dove le hanno prese queste informazioni?

«Da tempo gira questo dossier falso, già mandato alle redazioni di alcuni giornali, costruito per delegittimarci. Nemmeno si spiega quale struttura della Rai avrebbe pagato questa fantomatica fattura. Ma sapete quanto è costata in tutto l'inchiesta su Alitalia e Piaggio, a cui si fa riferimento nell' interrogazione? Tra i 30 e i 35mila euro. E andiamo a spenderne 45mila per avere notizie false da usare contro Renzi: assurdo, una follia».

C' è anche un accenno a uno scambio di mail tra te e Rocco Casalino, all' epoca portavoce del premier Conte.

«Mai avvenuto, lo stesso Casalino smentisce. Le inchieste le facciamo vedere solo al nostro direttore, figuriamoci se mi confronto con Casalino. Poi per le mie comunicazioni non ho mai usato la carta intestata di Report, quelle mail sono un falso evidente».

Chi e perché vuole delegittimarvi?

«Mi limito a evidenziare una coincidenza temporale. Noi abbiamo saputo dell'esistenza di questo dossier da quando abbiamo cominciato a occuparci degli investimenti della Segreteria di Stato vaticana, gestiti dal cardinal Angelo Becciu. La sua donna di fiducia, Cecilia Marogna, ci parla anche di un tentativo di infangare l'ex direttore dell'Aise, il generale Luciano Carta, orchestrato proprio da Marco Mancini. Guarda caso l'uomo al centro di quest' ultima inchiesta di Report. Come abbiamo diffuso l'anticipazione, è rispuntato questo dossier avvelenato, stavolta in Parlamento. Tra l'altro, a fare questa interrogazione sono gli stessi che ieri invocavano la libertà di espressione sul caso Fedez».

Mancini e Renzi all' autogrill, il 23 dicembre, a scambiarsi i "babbi" di cioccolato. E poi?

«Questa storia dei wafer romagnoli è la spiegazione di Renzi. A noi non risulta ci sia stato uno scambio di cioccolatini, ma che i due abbiano parlato per una quarantina di minuti».

Cosa si sono detti in quel colloquio resta però un mistero. «Possiamo fare ipotesi. Sappiamo, ad esempio, che Mancini vanta ottimi rapporti con il Medio Oriente, dove Renzi va spesso e ha vari interessi. Sappiamo anche che Mancini da tempo smania per una promozione a vicedirettore del Dis: a dicembre all' ultimo non era stato nominato, non sappiamo se per scelta diretta di Conte. È probabile che, in vista di una nuova tornata di nomine, attesa a gennaio, cercasse una sponsorizzazione. A precisa domanda se lui abbia suggerito il nome di Mancini, Renzi ha glissato. L' altra domanda è che cosa possa aver chiesto in cambio all' agente dei servizi».

Già, che cosa?

«Gli incontri tra politici e 007 sono sempre avvenuti, ma non sempre sono lastricati da buone intenzioni o da "babbi" di cioccolato. In questo momento stanno spuntando tanti dossier su magistrati, politici o imprenditori, è il caso di fare una riflessione sulla trasparenza del potere. Credo che il Copasir dovrebbe interrogarsi sul perché di questo incontro segreto. E poi Renzi, quando siamo andati a intervistarlo, era preparato, già sapeva dell'esistenza del video del suo incontro con Mancini. Chi lo aveva informato?».

DAGONEWS il 5 maggio 2021. Perché Report ha tirato fuori il video dell’incontro tra Matteo Renzi e Marco Mancini soltanto adesso? Il faccia faccia tra l’ex premier e lo 007 è avvenuto il 23 dicembre, cioè più di 4 mesi fa. Eppure la Rai(tre) targata Pd-M5s ha deciso di spiattellarlo adesso. L’obiettivo non è tanto azzoppare le ambizioni di carriera di Mancini (già segato), quanto piuttosto quello di gettare nuovo fango, e nuove ombre, sul senatore semplice di Rignano, reo di aver azzoppato il Conte-Casalino. Fateci caso: i grillini hanno presentato un’interrogazione, la Meloni ha invocato il Copasir mentre dal Nazareno e da Leu è risuonato un rumorosissimo silenzio. L’unico a intervenire in difesa di Renzi è stato il suo omonimo Salvini: “Io di esponenti dei servizi ne ho incontrati a decine, non sull'autogrill, ma per parlare di immigrazione, sicurezza. Mi sembra assolutamente normale, poi uno può incontrarli in un autogrill o nel suo ufficio, non mi sembra niente di particolare. La polemica è inesistente". L’intervento del “Capitone” non è un caso: i due Mattei in questa fase sono uniti da un obiettivo e da un comune interesse al centro dello spazio politico. Renzi vuole fare il pivot di una alleanza con Forza Italia-Calenda-Radicali e Toti. È la stessa area a cui guarda Salvini per lasciare la Meloni a strepitare a destra, ripulire l’immagine della Lega e dare risposta alla base pragmatica del nord-est, che è stufa delle sfuriate ed è al contrario entusiasta dell’inversione a EU dell’ex truce. Del resto, nel nuovo contenitore finirebbero due suoi alleati: ciò che resta del partito di Berlusconi e Ciccio-Toti.

Francesco Grignetti per "la Stampa" il 5 maggio 2021. Bando ai moralismi, l'ormai famoso «incontro dell'autogrill» non scandalizza Matteo Salvini. «Io - dice il capo leghista - di esponenti dei Servizi ne ho incontrati a decine. Mi sembra assolutamente normale. Poi uno può incontrarli in Autogrill, al monastero, a via del Corso o nel suo ufficio. Non mi sembra nulla di particolare». Ecco, se un ex presidente del Consiglio sente l'esigenza di incontrarsi lontano da occhi indiscreti con Marco Mancini, un alto dirigente dei Servizi segreti, nel pieno di uno scontro furibondo con l'allora presidente del Consiglio proprio sulla gestione dell'intelligence, agli uomini della politica non desta scandalo. Piuttosto s' interrogano se il video che immortala l'incontro sia genuino o non sia frutto di un pedinamento: contro Renzi o contro Mancini, non si scappa. Certo è che in quel dicembre 2020, Renzi accusava Giuseppe Conte di utilizzare gli 007 per suoi scopi personali e partitici. E il Comitato di controllo parlamentare ne fu talmente impressionato da decidere una serie di audizioni (i due contendenti innanzitutto) che poi non si sono mai fatte. Ma chi è Marco Mancini? Si sa che inizia da giovane brigadiere nell'Antiterrorismo, a Milano negli Anni Ottanta. Fa coppia fissa con Maurizio Tavaroli, altro brigadiere, che farà carriera nel settore privato. Il brigadiere Mancini, poi maresciallo, è svelto. Porta a casa i risultati. E dopo qualche anno passa ai servizi segreti, dove ritrova i suoi ex ufficiali, Umberto Bonaventura e Gustavo Pignero. Anche ai Servizi si occupa di antiterrorismo. Nel frattempo è esplosa l'emergenza islamista. Si dice che stringa un rapporto strettissimo con la Cia. Da Bologna, dove è capocentro, ha competenze su tutto il Nord. In questa veste, come scopriranno i magistrati milanesi Armando Spataro e Ferdinando Pomarici, nel 2002 collabora al sequestro illegale dell'imam Abu Omar. Nel frattempo è diventato il braccio destro del capo, il generale Nicolò Pollari, tanto gradito a Berlusconi. Il suo volto diventa noto nel 2005, quando esce da un aereo tenendo sottobraccio la giornalista Giuliana Sgrena, appena liberata in Iraq. Nell'azione ci ha rimesso la vita il suo superiore, Nicola Calipari e la vedova Rosa Villecco scriverà che il dualismo ambiguo e machiavellico del Sismi - pro e contro gli americani - fu «un gioco che costerà la vita a Nicola». Machiavellico sembra l'aggettivo giusto. Qualche mese dopo, Mancini è arrestato per il sequestro di Abu Omar. In seguito viene arrestato anche per le intercettazioni illegali Telecom contro politici e imprenditori, a cura del suo amico Tavaroli. In entrambi i processi, Mancini beneficia di un Segreto di Stato. La sua carriera però sembra arrestarsi. Torna all'Aise nel 2014 e si dice che sia in rotta con l'allora direttore, Alberto Manenti, un generale dell'esercito tutto d'un pezzo, e con il colonnello Sergio Di Caprio, Ultimo, che s' è bruciato la carriera per antirenzismo. Presidente del Consiglio è appunto il nostro Matteo Renzi, che dice di essere in confidenza con Mancini da anni. Lui smania per tornare operativo. Passa al Dis. Quel che non gli riesce con il governo a guida Pd, potrebbe riuscirgli ora, dato che si è legato al sottosegretario grillino Angelo Tofalo, poi alla ministra Elisabetta Trenta, poi a Giuseppe Conte. Nel 2020, però, il premier non lo nomina vicedirettore, pare per un veto del Pd. E lui riparte con il gioco delle sette chiese.

Report, i renziani accusano Franco di Mare: "Omertoso, in un'ora non un riferimento sul caso Renzi". Libero Quotidiano il 05 maggio 2021. "Direttore Di Mare lei in più di un'ora di relazione non ha minimamente fatto riferimento al caso Report-Renzi. Questa vicenda era stata posta dal presidente della commissione vigilanza all'ordine del giorno ma lei ha deliberatamente evitato l'argomento: le chiediamo di rispondere alle nostre domande". Queste le parole del presidente dei senatori di Italia Viva Davdie Faraone intervenendo in commissione Vigilanza durante l'audizione del direttore di Rai Tre, Franco Di Mare. Grande polemica quindi in Commissione di Vigilanza sul caso del servizio andato in onda su Report sull'incontro tra Matteo Renzi e Marco Mancini. Il presidente della bicamerale, Alberto Barachini, ha sottolineato in apertura dell'audizione del direttore di Rai3, Franco Di Mare, che si sarebbe discusso, oltre che del caso Fedez, anche di questo episodio, chiedendosi se "le immagini potessero essere usate, sebbene non rappresentassero reato", richiamando i principi della privacy. Faraone inoltre ha definito "irrispettoso" il fatto che il direttore non avesse fatto cenno all'episodio e contestato a Barachini di non aver ricordato che l'ordine del giorno prevedeva anche il caso Report. Barachini ha negato quest'ultima circostanza e aggiunto che Di Mare si era disposto a rispondere nella replica. "Bene che la Vigilanza Rai abbia deciso di ascoltare il direttore di Rai Tre Franco Di Mare anche sul caso Report. In due giorni la Rai ha dimostrato la sua totale incapacità di governare con equilibrio il rapporto fra il diritto ed il dovere di cronaca, prima censurando un artista e poi confezionando un servizio indecente contro un politico", ha poi anche affermato sempre Anzaldi.

Scontro tra Ranucci e Italia Viva. Renzi e l’incontro con lo 007 Mancini, Report evoca il "complotto" sulla caduta del governo Conte. Carmine Di Niro su Il Riformista il 3 Maggio 2021. Una "polpetta avvelenata" per colpire Matteo Renzi? Questa sera Report, su Rai3, manderà in onda un servizio già largamente anticipato sui social e dalla ‘stampa amica’ come il Fatto Quotidiano, sull’ex premier e leader di Italia Viva. Cosa ci sarà nel servizio? I rapporti tra lo stesso senatore di Scandicci e Marco Mancini, agente segreto italiano, dirigente del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS). I due, ricostruisce la trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci, si incontrano per circa 40 minuti il 23 dicembre scorso, nel pieno della crisi del governo Conte II, mentre il tema dei servizi segreti e della delega che il premier non vuole cedere sono al centro dell’agenda politica. Il ‘meeting’ avviene un parcheggio dell’autogrill di Fiano Romano, nei pressi di Roma, e sarebbe filmato e poi girato a Report da una insegnante, che resta lì 40 minuti e riconosce Renzi, che sarebbe arrivato a bordo della sua auto blu per incontrare Mancini, definito più volte in atteggiamenti “loschi”, che sarebbe già stato sul luogo assieme a due uomini di scorta. Da parte sua Renzi, nella video anticipazione di Report, spiega che avrebbe dovuto incontrare Mancini nel suo studio di Roma, di essersene dimenticato e di esser stato raggiunto dallo stesso Mancini all’autogrill di Fiano Romano mentre lo stesso Renzi stava tornando a Firenze.

ITALIA VIVA: 45MILA EURO PER SERVIZI CONTRO RENZI? – A difensa di Renzi interviene quindi Italia Viva che ha presentato una interrogazione a firma deputato Luciano Nobili, indirizzata al ministero dell’Economia e delle Finanze. Il partito renziano evoca infatti una “presunta fattura da 45mila euro ad una società lussemburghese per confezionare servizi contro Renzi”. “Vogliamo vederci chiaro e capire se soldi pubblici sono stati utilizzati per pagare informatori allo scopo di costruire servizi confezionati per danneggiare l’immagine di Renzi. Ci chiediamo con preoccupazione se la Rai compri informazioni con i soldi degli italiani per le sue trasmissioni di inchiesta”, spiega Nobili. Nel testo dell’interrogazione è scritto: “Si interroga il Ministro per sapere: 1. se siano intercorsi rapporti economici nel mese di novembre 2020 fra la società Tarantula Luxembourg Sarl e la Rai TV e segnatamente se esista una fattura con oggetto Alitalia/Piaggio pagata dalla Rai a tale società per un totale di 45.000 euro e nel caso chi l’abbia autorizzata. 2. Se la redazione di Report abbia mai avuto rapporti con il dottor Francesco Maria Tuccillo, ex collaboratore della Piaggio Aerospace, e se vi siano stati rapporti economici fra la società lussemburghese e il dottor Francesco Maria Tuccillo”. L’interrogazione, viene spiegato, fa riferimento ad alcuni servizi andati in onda su Report: “In data 30 novembre 2020 la trasmissione tv Report, in onda su Rai 3, realizza un servizio dal titolo ‘Allacciate le cinture’, avente ad oggetto le vicende societarie di Alitalia e Piaggio Aerospace. Nella trasmissione si citano i rapporti del Governo Renzi con gli Emirati Arabi e una conferenza ad Abu Dhabi svolta successivamente dal Senatore Matteo Renzi; Nella trasmissione si intervistano testimoni che paventano rapporti personali e di favore – compreso l’inesistente pagamento di un volo privato – fra il dottor Alberto Galassi, ex amministratore delegato e poi Presidente di Piaggio Aerospace, e l’entourage del Senatore Matteo Renzi; il 2 febbraio 2021, i quotidiani Il Foglio, Il Giornale e Il Tempo accennano a presunte mail scambiate fra l’allora portavoce di Palazzo Chigi Rocco Casalino e la Rai, aventi ad oggetto servizi che sarebbero stati confezionati al fine di danneggiare l’immagine del Senatore Matteo Renzi; il servizio in oggetto viene stranamente mandato in onda due volte, la seconda il giorno 28 febbraio 2021”. Messaggio agli inconsolabili: il Governo Conte non è caduto per intrighi, complotti o incontri segreti (all’autogrill). Semplicemente Draghi è meglio di Conte e l’Italia oggi è più credibile. Tutto qui, si chiama politica — Matteo Renzi (@matteorenzi) May 3, 2021. Lo stesso Matteo Renzi è intervenuto sui social con un messaggio rivolto a chi, come il ‘deus ex machina’ dell’ex segretario PD Nicola Zingarreti, Goffredo Bettini, vede un complotto dietro la caduta del governo Conte, per mettere in chiaro la situazione. “Messaggio agli inconsolabili: il Governo Conte non è caduto per intrighi, complotti o incontri segreti (all’autogrill…). Semplicemente Draghi è meglio di Conte e l’Italia oggi è più credibile. Tutto qui, si chiama politica”, scrive Renzi.

RANUCCI NEGA TUTTO – Accuse che Ranucci rispedisce al mittente, definendo l’interrogazione di Italia Viva “fango”. Report, dice il conduttore del programma, “in 25 anni non ha mai pagato una fonte e soprattutto non ha mai realizzato servizi contro. Noi abbiamo come unico editore di riferimento il pubblico che paga il canone”. Ranucci smentisce anche il riferimento “ad alcune mail che io avrei scambiato con il portavoce di Conte all’epoca Rocco Casalino addirittura sulla carta intestata. Io non uso mai la carta intestata, non ho mai mandato mail a Casalino, si tratta di un dossier avvelenato sulle cui tracce eravamo già da tempo, da gennaio per fortuna l’avevamo intercettato e anche altri colleghi che stavano per stamparlo si sono resi conto che era un falso clamoroso. Tutto questo avviene, singolarmente, il giorno in cui abbiamo annunciato e manderemo in onda questa sera delle immagini che riguardano il senatore Renzi che incontra ai margini di una stazione di servizio l’agente segreto 007 Marco Mancini, l’agente che era stato coinvolto in un’attività di dossieraggio illecito nel caso Telecom nel 2006 e nel rapimento di Abu Omar. L’amarezza più grande è prendere atto che queste note vengono proprio dalle stesse persone che in queste ore hanno evocato la libertà di espressione nel caso”.

CHI E’ MANCINI – Mancini è un personaggio dal passato controverso: era stato arrestato nel 2006 con l’accusa di concorso in sequestro di persona riguardo al rapimento di Abu Omar, imam egiziano della moschea di viale Jenner a Milano. Nel processo, col pm Armando Spataro che aveva chiesto la condanna a 10 anni per Mancini, l’agente dei servizi segreti se la caverà col non luogo a procedere in ragione del segreto di Stato, confermato in Appello. La Cassazione nel 2012 annulla la sentenza ritenendo che il segreto di stato non cora tutti i comportamenti dello 007, si torna ad un nuovo processo in Appello con la condanna a 9 anni di reclusione. Grazie ad un verdetto della Corte Costituzionale sull’applicabilità del segreto di stato, in Cassazione viene annullata senza rinvio la condanna nei confronti di Mancini (assieme a colò Pollari, direttore del SISMI, ed altri 3 agenti) in quanto “l’azione penale non poteva essere perseguita per l’esistenza del segreto di Stato”.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Il Copasir indaga sul video di Report. Chiara Giannini il 7 Maggio 2021 su Il Giornale. Convocato Vecchione (Dis) per l'incontro in autogrill tra Renzi e Mancini. Qual è il vero scopo dell'incontro avvenuto tra Matteo Renzi e l'alto dirigente dei Servizi, Marco Mancini, in un autogrill di Fiano Romano lo scorso 23 dicembre? Veramente lo 007 doveva consegnare «i babbi», ovvero un tipico dolce romagnolo al senatore di Italia Viva? Sarà il direttore del Dis (Dipartimento per le informazioni della Sicurezza), prefetto Gennaro Vecchione, a dover rispondere a queste domande di fronte al Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica (Copasir) che nel corso dell'Ufficio di presidenza di ieri ha deciso di convocarlo per far luce sui fatti svelati dalla trasmissione televisiva Report, relativi all'incontro tra i due soggetti al centro della questione. Che non si esclude possano essere sentiti proprio su richiesta del Comitato presieduto dal leghista Raffaele Volpi. Vecchione è stato convocato «per una valutazione di tali vicende, limitatamente ai profili di propria competenza. All'esito dell'audizione, il Comitato si riserva di procedere a ulteriori approfondimenti ed eventuali altre audizioni», appunto. Tra le altre cose, l'incontro avvenne lo stesso giorno in cui Matteo Renzi si recò in carcere, a Rebibbia, a far visita a Denis Verdini. Semplice incontro tra amici e scambio di auguri natalizi o c'è dell'altro? Peraltro, molte pedine in queste ore si stanno muovendo sullo scacchiere dei Servizi. Mancini è infatti tra i papabili a sostituire il generale dell'Esercito Carmine Masiello nel suo posto di vice di Vecchione, visto che Masiello è appena stato nominato Sottocapo di Stato Maggiore della Difesa, ovvero il vice del generale Enzo Vecciarelli. Anche se quello di Mancini, attuale caporeparto al Dis, non è l'unico dei nomi che stanno circolando. L'Ufficio di presidenza del Copasir ha anche concordato sull'opportunità di svolgere le audizioni, già precedentemente decise, dell'ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte e del suo portavoce Rocco Casalino, con riferimento alla liberazione avvenuta a dicembre 2020 dei pescatori italiani sequestrati in Libia. Come si ricorderà, Casalino inviò un messaggio ad alcuni giornalisti fidati geolocalizzandosi in Libia. Fatto che avrebbe potuto mettere a rischio l'incolumità della delegazione che in quel momento si trovava nel Paese africano e mandare a monte l'impegno dei Servizi per la liberazione dei pescatori.

Michela Tamburrino per “la Stampa” il 7 maggio 2021. La Rai nella bufera per il caso Report e il caso Fedez. Finisce a carte bollate almeno per quanto riguarda il racconto fatto da Sigfrido Ranucci a proposito dell'incontro in autogrill tra il senatore di Iv e l'uomo dei servizi segreti Mancini. Per Renzi si tratta di una narrazione falsa, da qui l'esposto in Procura per chiedere che siano acquisite le telecamere dell'autogrill per stabilire la verità dei fatti. «Il racconto che Ranucci riporta è falso. Come dimostreranno le immagini dell'autogrill l'auto di Renzi è andata via prima dell'auto di Mancini. E del resto la stessa signora che ha girato il video dice di sentire Mancini che saluta Renzi, mentre Renzi sale in macchina e riparte, con Mancini che resta in piedi fuori dall'auto a salutare. Se la signora è andata via in contemporanea all' auto di Mancini non può aver visto la direzione di Renzi. Il racconto è falso». Ribatte a stretto giro Ranucci di Report, «Il punto non è la direzione che ha preso l'auto di Renzi ma il perché di quell' incontro e che cosa si sono detti». E annuncia che nel corso della prossima puntata avrà ospite l'insegnante che ha scattato le foto e che ha girato le riprese con il suo telefonino, pronta a raccontare la sua verità. Ci sarà anche il padre dell'insegnante, a causa del cui malore la donna aveva fermato l'auto all' autogrill poco prima di immortalare la scena. «A tutti i punti contestati da Renzi la signora darà risposta durante la nostra trasmissione. Anche della direzione che hanno preso le due macchine. Ma è una questione di lana caprina. Il punto resta il motivo dell'incontro. Su questo non è stata data alcuna risposta». Altro fronte, il caso Concertone del Primo Maggio. In Rai ieri si è consumata una riunione di fuoco che ha visto riuniti nella stanza dell'ad al settimo piano di viale Mazzini, appunto Salini, il responsabile dell'ufficio legale della Rai Francesco Spadafora e altri uomini dell' entourage, per capire se depositare le carte in Procura e adire alle vie legali contro il rapper Fedez che avrebbe diffamato la Rai e i suoi dirigenti. Intanto il segretario della commissione di Vigilanza Rai, Michele Anzaldi chiede che sia reso pubblico dunque depositato, il Bilancio Rai 2020 che lo scorso 29 aprile il Cda ha dichiarato ufficialmente di aver approvato.

L'agguato di Sigfrido Ranucci a Matteo Renzi. Conte voleva Mancini a capo dei servizi, Report si occupi di lui. Michele Anzaldi su Il Riformista il 6 Maggio 2021. Tra le tante questioni che non tornano sul caso “Report-Renzi” ce n’è una che mi sembra la più grave: il messaggio che la trasmissione ha inteso mandare con il suo racconto. Un messaggio che in pratica ha ricalcato la propaganda fatta in queste settimane dai principali sostenitori del vecchio governo Conte: il presunto “complotto” che starebbe dietro la caduta del Conte 2. Guardando la trasmissione andata in onda lunedì, infatti, si è portati a pensare che dietro l’azione di Renzi e Italia Viva ci siano state chissà quali oscure trame. Basta seguire la sequenza temporale indicata da “Report” sul fatidico 23 dicembre: la mattina Renzi va da Myrta Merlino su La7 a chiedere che Conte lasci la delega ai servizi segreti; poi Renzi va in carcere a trovare Denis Verdini (con le immagini di Rebibbia); poi c’è l’incontro all’autogrill con il dirigente dei servizi Marco Mancini, ripreso non si sa da chi e perché. Chiunque veda una narrativa del genere è portato a pensare a chissà quali macchinazioni. Davvero la redazione di “Report” e il suo direttore Sigfrido Ranucci, un giornalista di grande esperienza, pensano che dietro l’azione di Renzi che ha portato alla nascita del Governo Draghi ci siano oscuri complotti internazionali? Sono davvero convinti di questo? A prescindere dalle convinzioni, sarebbe bastato approfondire in maniera più seria e completa la questione per vedere che tutto ciò che era accaduto nei mesi precedenti porta a pensare il contrario. Innanzitutto la questione Mancini. Almeno dal 2019 i più informati giornalisti di questioni riguardanti l’intelligence avevano scritto più volte che a voler dare una promozione a Mancini nei servizi erano il presidente Conte in persona e il suo più stretto collaboratore, il direttore del Dis Vecchione. Il 15 maggio 2019 Carlo Bonini su “Repubblica”, in un articolo dal titolo “Il piano del governo per spartirsi i vertici dei servizi segreti”, racconta come Conte, con il sostegno dell’allora sottosegretario M5s Tofalo e dell’allora vicepremier Salvini, stesse lavorando per nominare Mancini vicedirettore dell’Aise. Il 19 aprile 2020, sempre su “Repubblica”, Giuliano Foschini in un articolo sull’addio del generale Carta all’Aise (passato a Finmeccanica) parla ancora del possibile ruolo di vicedirettore Aise per Mancini. Il 14 maggio 2020 Cristiana Mangani su “Il Messaggero” parla dello “scontro sul nome di Mancini come vice”, nomina per la quale “non tutta la maggioranza si è trovata d’accordo”. Il 3 settembre 2020 esce sulla “Stampa” un articolo a firma Jacopo Iacoboni, dal titolo “Mancini a rischio e le nomine di Conte hanno riacceso una guerra nei Servizi”. Occhiello: “Il primo ministro insiste sull’ex agente del Sismi del caso Abu Omar. Vecchione spinge per lui”. Scrive Iacoboni: “Il presidente del Consiglio, con estremo gradimento del direttore del Dis Gennaro Vecchione (un gradimento così esibito che quasi non se ne capiscono le ragioni), si è impegnato molto su (e con) Mancini, già direttore delle operazioni del Sismi di Pollari. (…) Il premier sta continuando a dire a diversi interlocutori, fino a pochi giorni fa, che supererà le resistenze su Mancini”. Il 10 novembre 2020 “Il Fatto Quotidiano” scrive che, naufragata ormai l’ipotesi Aise, ora per Mancini si parlerebbe di vicedirezione del Dis, guidato dal fedelissimo di Conte Gennaro Vecchione: “Il ritorno di Mancini: in ballo la nomina a vice degli 007”. Insomma, questa sintetica rassegna stampa fa capire chi fosse a spingere per la nomina di Mancini: il premier Conte, con il suo collaboratore Vecchione. Tutto questo, stando a quanto scritto sui quotidiani e mai smentito, è avvenuto nei mesi che hanno preceduto l’incontro di Renzi e Mancini all’autogrill, il 23 dicembre 2020. Perché “Report” non ha raccontato anche questi fatti? Perché non ha contestualizzato la vicenda, lasciando credere che esistesse solo chissà quale rapporto tra Renzi e Mancini? Sulla gestione da parte di Conte dei servizi segreti, peraltro, non solo Renzi ma tutta Italia Viva da mesi avevano sollevato dubbi. Io stesso, ad agosto 2020, fui tra quelli che protestarono per il colpo di mano di Conte, che all’insaputa di tutti e anche del Copasir inserì in un decreto Covid un codicillo per prorogare le sue nomine al Dis e ai Servizi addirittura oltre il mandato del suo governo. Quando fu scoperto grazie ad una grande firma del “Corriere della Sera” come Francesco Verderami, Palazzo Chigi accusò addirittura il giornalista di aver scritto il falso, un’accusa poi smentita senza che la presidenza del Consiglio chiedesse scusa alla stampa. Perché “Report” non ha ricordato in maniera chiara e netta che Italia Viva da mesi era critica sull’accentramento di Conte sui servizi segreti? Perché non ha ricordato in maniera più articolata quali erano i rilievi che da mesi Italia Viva e Renzi avanzavano, lasciando invece credere che Renzi avesse deciso di attaccare solo quel giorno, proprio in concomitanza con l’incontro su Mancini? L’incontro Renzi-Mancini non nascondeva nulla di illecito, né reati, ma è stato presentato come chissà quale oscura macchinazione. Il messaggio inviato è apparso incompleto, se non tendenzioso. Ora aspettiamo che “Report” dedichi una puntata alla gestione che Conte ha fatto del sistema dell’intelligence nei suoi quasi 3 anni di governo, primo e unico premier nella storia della Repubblica ad aver tenuto per sé per un tempo così lungo la delega ai servizi segreti. Michele Anzaldi

Lo 007 del Dis. Marco Mancini, chi è lo 007 italiano: dal caso Abu Omar all’incontro in autogrill con Renzi. Vito Califano su Il Riformista il 3 Maggio 2021. Un incontro che sta facendo discutere: quello tra Matteo Renzi e Marco Mancini. E se il primo è noto, politico, ex Presidente del Consiglio, già segretario del Partito Democratico e leader di Italia Viva: il secondo è meno noto ma comunque una personalità di spicco: Mancini è caporeparto al Dis, l’agenzia che coordina Aisi e Aise, rispettivamente le agenzie dei servizi segreti che si occupano dell’interno e degli esteri. L’incontro sarà la ciliegina sulla torta di Report, la puntata in onda stasera su Rai3, il servizio di Giorgio Mottola. Succede tutto il 23 dicembre: i due si incontrano in un parcheggio dell’autogrill di Fiano Romano. Una quarantina di minuti di tempo. Un’insegnante per caso assiste alla scena e quindi filma i due che parlano. Dice sia arrivato prima Mancini. Renzi, a quanto scrive Il Fatto Quotidiano, avrebbe commentato di aver ricevuto per Natale dei Babbi di Cioccolato, specialità romagnola. La questione sembra però girare intorno ai servizi segreti. O almeno così si lascia intendere senza troppi eufemismi. Italia Viva da inizio novembre ha cominciato a pressare il governo Conte 2 sulla cybersecyrity e sulla delega governativa ai servizi che il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha tenuto per sé. La nomina di Pietro Benassi, ambasciatore, è arrivata soltanto il 21 gennaio 2021. Troppo tardi. Il 26 gennaio il governo cade. Già a capo della Divisione controspionaggio del Sismi (Servizio Segreto Militare Predecessore dell’Aise) dell’antiterrorismo, Mancini è stato braccio destro del generale Nicolò Pollari. Ha riportato nel 2015 in Italia la giornalista de Il Manifesto Giuliana Sgrena, sequestrata in Iraq. La sua condanna a nove anni del 2013 per sequestro di persona, l’imam Abu Omar, è stata annullata dalla Cassazione. La Corte Costituzionale è intervenuta allargando i confini del segreto di stato sul caso. Mancini avrebbe puntato a un ruolo di ruolo più operativo nell’Aise o nell’Aisi, riassume l’articolo. L’incontro, dunque, sarebbe stato ripreso da una semplice passante, che ha registrato Renzi alla luce del sole, a colloquio con un volto per niente noto al grande pubblico, tra l’altro coperto dalla mascherina. Come ha ricostruito Anna Rita Leonardi: “Un’insegnante che sta dentro la sua macchina, prende il cellulare e si ferma spontaneamente a registrare Matteo Renzi che parla con uno, che lei riconosce nonostante sia assolutamente un volto sconosciuto. E, guarda un po’, sempre questa insegnante decide di inviare il video a Report. Questo dovrebbe dimostrare chissà quali segreti o manovre di GomBlotto ordite da Renzi”. Italia Viva ha presentato un’interrogazione parlamentare a firma Luciano Nobili per “una presunta fattura da 45mila euro ad una società lussemburghese per confezionare servizi contro Renzi”. La risposta immediata della trasmissione di Rai3. “Si tratta di fango: Report in 25 anni non ha mai pagato una fonte e soprattutto non ha mai realizzato servizi contro”, la risposta del giornalista Sigfrido Ranucci.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Il senatore risponde sull'incontro con Mancini in Autogrill. Caso Report, Renzi pubblica l’intervista integrale: “Mai messo bocca sulle nomine dei Servizi”. Rossella Grasso su Il Riformista il 3 Maggio 2021. Report ha mandato in onda un servizio sui rapporti tra Matteo Renzi e Marco Mancini, agente segreto italiano, dirigente del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS). I due, ricostruisce la trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci, si incontrano per circa 40 minuti il 23 dicembre scorso, nel pieno della crisi del governo Conte II, mentre il tema dei servizi segreti e della delega che il premier non vuole cedere sono al centro dell’agenda politica. Il 30 aprile Report intervista Matteo Renzi nel suo studio. Un’intervista di circa 50 minuti. Intorno al minuto 30 gli chiede in merito all’incontro con Mancini all’Autogrill. “Si ho incontrato Mancini all’autogrill, l’ho incontrato qui nel mio studio come ho incontrato tanti altri dirigenti, ammenoché lei non voglia dire che l’incontro all’Autogrill fosse riservato visto che c’erano persino le telecamere”, ha risposto Renzi che sui suoi social ha pubblicato l’intervista integrale rilasciata a Report. “Perché incontrare lei in un autogrill come se fosse un’amante?”, gli chiede il giornalista. “A differenza sua c’ho una concezione della vita per cui non mi preoccupo degli affari degli altri quando non c’è un elemento di trasparenza – la risposta di Renzi – Dovevo incontrare il dottor Mancini qui come incontro altri dirigenti dello Stato ma me ne sono dimenticato. Gli ho mandato un messaggio e mi ha detto che era già in viaggio per Firenze per cui mi ha raggiunto all’Autogrill. Chissà come mai lì c’era qualcuno a riprendere”. E continua: “Il dottor Mancini aveva un ottimo rapporto con il premier Conte, per cui se vuole parlare della questione delle nomine deve parlarne con lui per un semplice motivo: sulle nomine dei servizi non ho mai messo bocca da un giorno specifico, il 4 dicembre 2016 quando ho perso il referendum e qualche giorno dopo mi sono dimesso. Sa perché? Perché c’è una legge in Italia, chi decide è il presidente del Consiglio. Ho solo chiesto al presidente del consiglio di lasciare il ruolo di autorità delegata perché ci sono troppe cose che non tornano su un presidente del consiglio che si tiene l’autorità delegata”. Quando poi il giornalista dice che “Gentiloni ha scelto Gentiloni, perchè in quel caso non l’abbiamo sentita protestare?”, Renzi spiega che in quel caso Gentiloni credeva che il suo governo sarebbe durato ancora poco essendo a fine mandato che quindi avrebbe lasciato quella incombenza al premier successivo. “Gli ho detto che secondo me faceva un errore e che per me doveva dare la delega. Quando poi Conte ha deciso di tenersi la delega e ha fatto degli incontri un po’ strani a palazzo Chigi nell’agosto del 2019, con i vertici inviati da Trump, su una vicenda di spie abbastanza strane gli ho fatto notare che c’era qualcosa di strano ma non ho mai messo bocca sulle nomine”. “Il dottor Mancini aveva un ottimo rapporto con il presidente Conte – continua Renzi – Quindi se c’era qualcuno che poteva sponsorizzarlo era Conte”. “Mancini mi doveva portare i ‘babbi’ dei wafer romagnoli, che il dottor Mancini mi manda tutti gli anni che io mangio in modo molto vorace che lui mi ha gentilmente portato all’Autogrill in un incontro talmente riservato che per evitare il covid siamo rimasti fuori e casualmente c’è un video, ma guardi che strano”.

Rossella Grasso. Giornalista professionista e videomaker, ha iniziato nel 2006 a scrivere su varie testate nazionali e locali occupandosi di cronaca, cultura e tecnologia. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Tra le varie testate con cui ha collaborato il Roma, l’agenzia di stampa AdnKronos, Repubblica.it, l’agenzia di stampa OmniNapoli, Canale 21 e Il Mattino di Napoli. Orgogliosamente napoletana, si occupa per lo più video e videoreportage. E’ autrice del documentario “Lo Sfizzicariello – storie di riscatto dal disagio mentale”, menzione speciale al Napoli Film Festival.

Da vigilanzatv.it il 3 magio 2021. Dopo il caos che ha travolto Rai3 sul caso Fedez, ecco che arriva un'altra patata bollente, per non dire arroventata, per Viale Mazzini e per la Terza Rete. Una vicenda che ha quasi l'aria di un intrigo internazionale. Report condotto dal Vicedirettore Sigfrido Ranucci pagò 45mila euro una società lussemburghese per confezionare servizi contro Matteo Renzi? Lo domanda il deputato di Italia Viva Luciano Nobili in un'interrogazione da lui firmata e presentata dal suo partito al Ministero dell'Economia e delle Finanze. "Vogliamo vederci chiaro e capire se soldi pubblici sono stati utilizzati per pagare informatori allo scopo di costruire servizi confezionati per danneggiare l'immagine di Renzi. Ci chiediamo con preoccupazione se la Rai compri informazioni con i soldi degli italiani per le sue trasmissioni di inchiesta". Nell'interrogazione, si chiede di sapere "se siano intercorsi rapporti economici nel mese di novembre 2020 fra la società Tarantula Luxembourg Sarl e la Rai TV e segnatamente se esista una fattura con oggetto Alitalia/Piaggio pagata dalla Rai a tale società per un totale di 45000 euro e nel caso chi l'abbia autorizzata". E ancora: "Se la redazione di Report abbia mai avuto rapporti con il dottor Francesco Maria Tuccillo, ex collaboratore della Piaggio Aerospace, e se vi siano stati rapporti economici fra la società lussemburghese e il dottor Francesco Maria Tuccillo". Uno dei servizi di Report cui fa riferimento l'interrogazione andò in onda il 30 novembre 2020. Intitolato Allacciate le cinture, documentava le vicende societarie di Alitalia e Piaggio Aerospace, citando i rapporti del Governo Renzi con gli Emirati Arabi e una conferenza tenutasi ad Abu Dhabi cui partecipò sempre l'attuale leader di Italia Viva. Nella trasmissione venivano ascoltati alcuni testimoni che raccontavano di rapporti personali e di favore - compreso l'inesistente pagamento di un volo privato - fra l'entourage di Renzi e l'ex Ad e poi Presidente di Piaggio Aerospace, Alberto Galassi. Da segnalare che, il 2 febbraio 2021, alcuni quotidiani (Il Foglio, Il Giornale e Il Tempo) fecero riferimento a presunte mail scambiate tra l'allora portavoce di Palazzo Chigi Rocco Casalino e la Rai, mail che alludevano a servizi confezionati per danneggiare l'immagine del Senatore Renzi. E solo pochi giorni più tardi, il 28 febbraio 2021, Report - in onda sulla Rai3 diretta da Franco Di Mare in quota M5s - replicò proprio il suddetto servizio sul leader di Italia Viva.

Dagospia il 3 magio 2021. Da “Un giorno da Pecora - Radio1”. L'interrogazione parlamentare di Italia Viva su Report, per un presunto servizio su Renzi pagato 45mila euro? “Ce la vedete Report a pagare 45mila euro per un servizio? E' una follia, Report non ha mai pagato una fonte, mai”. Lo dice a Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, il giornalista e conduttore Sigfrido Ranucci. Poi nell'interrogazione parlamentare” in questione “fanno riferimento al fatto che il Giornale, il Foglio e il Tempo avrebbero accennato a presunte mail scambiate tra Rocco Casalino e la Rai. Ma gli dice male: noi sapevamo dell'esistenza di un dossier falso su di noi e su di me in particolare. Quelle mail sono false, noi già abbiamo la prova, bisognerebbe capire chi ha messo in piedi questo dossier falso”. Quindi lei smentisce che questo sia avvenuto. “Ma si figuri...” Chi vi ha dato il video che andrà in onda stasera su Report? “E' stata una semplice cittadina, munita di telefono, che era in una piazzola di servizio perché aveva il padre che non si sentiva bene, e si era incuriosita per l'uomo dei servizi e la sua scorta. Ad un certo punto poi da un'auto coi vetri oscurati vede scendere Renzi, e i due parlato per 45 minuti. Questa sera parlerà anche questa cittadina con la sua voce”.

Report, Sigfrido Ranucci smentisce Italia Viva: "Pagato una fonte? Come stanno le cose su Renzi e l'agente segreto". Libero Quotidiano il 03 maggio 2021. Report manderà in onda stasera su Rai3 un atteso servizio sull’incontro tra Matteo Renzi e lo 007 Marco Mancini, avvenuto in un autogrill. Un incontro definito “misterioso”, soprattutto perché avvenuto in piena crisi di governo: era il 23 dicembre quando il leader di Italia Viva veniva beccato mentre dialogava con un agente segreto italiano. Il deputato renziano Luciano Nobili ha presentato un’interrogazione al ministero dell’Economia e delle Finanze per chiedere di fare chiarezza. “Una presunta fattura da 45mila euro ad una società lussemburghese per confezionare un servizio contro Renzi?”, è l’interrogativo posto da Nobili, che poi ha aggiunto: “Vogliamo vederci chiaro e capire se soldi pubblici sono stati utilizzati per pagare informatori allo scopo di costruire servizi confezionati per danneggiare l’immagine di Renzi. Ci chiediamo con preoccupazione se la Rai compri informazioni con i soldi degli italiani per le sue trasmissioni di inchiesta”. Poi lo stesso leader di Italia Viva, che interverrà stasera a Report con un’intervista sull’argomento, ha twittato un messaggio diretto agli “inconsolabili”: “Il governo Conte non è caduto per intrighi, complotti o incontri segreti all’autogrill. Semplicemente Draghi è meglio di Conte e oggi l’Italia è più credibile. Tutto qui, si chiama politica”. Da RaiNews è arrivata la replica di Sigfrido Ranucci alle accuse del renziano Nobili: “Report non ha mai pagato una fonte in 25 anni. Cercheremo di capire il contenuto del dialogo tra Renzi e l’agente segreto, avremo anche un’intervista con il leader di Iv. Siamo accusati di aver pagato una fonte per realizzare il servizio, ma in realtà in 25 anni non abbiamo mai pagato nessuno. Poi l’interrogazione parlamentare è confusa perché si parla di Report e poi si dice che la Rai avrebbe pagato una fattura a una società estera”. 

Da rai.it il 3 magio 2021. Nella piazzola di un autogrill Matteo Renzi incontra un agente dei servizi segreti, Marco Mancini. È quanto mostra in esclusiva un video che ha ripreso di nascosto quell'incontro e che Report manderà in onda. L'appuntamento riservato dura quaranta minuti e avviene il 23 dicembre scorso, nel pieno della crisi del governo Conte, quando il tema dei servizi segreti è uno delle questioni di attrito principali all'interno della maggioranza. L'agente segreto, che partecipa all'incontro con il politico, è da tempo in lizza per una nomina di peso all'interno degli apparati di intelligence, ma ha un passato pesante. La sua biografia si intreccia infatti con alcune delle pagine più buie della storia recente italiana: il caso Abu Omar, l'imam egiziano rapito a Milano da agenti della Cia e torturato al Cairo perché sospettato di terrorismo, e lo scandalo Telecom Pirelli, che portò alla scoperta dell'esistenza di un dossieraggio di massa di imprenditori, magistrati, politici e giornalisti, operato all'interno dell'azienda all'epoca presieduta da Marco Tronchetti Provera. E di recente il suo nome è spuntato fuori anche nelle vicende che hanno riguardato Cecilia Marogna, la donna di fiducia del cardinale Angelo Becciu, a cui l'ex Sostituto della Segreteria di Stato aveva affidato il compito di costituire un servizio segreto parallelo in Vaticano.

Da lanotiziagiornale.it il 3 magio 2021. La foto di un incontro tra Matteo Renzi e uno 007 di nome Marco Mancini in un autogrill è parte integrante di un servizio di Report in onda stasera e anticipato oggi dal Fatto Quotidiano.Il contatto, dice il servizio di Giorgio Mottola, risale al 23 dicembre 2020, in un parcheggio dell’autogrill di Fiano Romano nei pressi di Roma. Dura – secondo Report – una quarantina di minuti. Marco Mancini lavora al Dis, Dipartimento Informazioni Sicurezza, l’organo che coordina l’intera attività di informazione per la sicurezza, compresa quella relativa alla sicurezza cibernetica e ne verifica i risultati. Ha lavorato nel Sismi con Nicolò Pollari. Ha ricevuto una condanna a 9 anni nel febbraio 2013 per sequestro di persona (l’imam Abu Omar) poi annullata dalla Cassazione. Nel marzo 2005 partecipa all’operazione che riporta in Italia dall’Iraq la giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena. Mancini è caporeparto del Dis e secondo l’anticipazione di Report l’incontro avviene per una nomina, magari in Aise o in Aisi, oppure come vicedirettore del Dis. Il Fatto Quotidiano spiega che nei mesi precedenti l’incontro era esplosa una dura contesa sui servizi di sicurezza. Prima sulle regole per la proroga dei vertici, poi sulla delega affidata dalla legge al premier, infine sulla Fondazione per la cybersecurity. Tutto precipita dopo il consiglio dei ministri sul Recovery del 7 novembre 2020, interrotto per il tampone falso-positivo al Covid della ministra dell’Interno Luciana Lamorgese prima che si voti. Dopo l’incontro Renzi critica la gestione dei servizi segreti da parte del premier. E polemizza sulla delega che Conte ha tenuto per sé, come Gentiloni. Il 23 dicembre Renzi lo ripete all’Aria che tira, su La7. Poi va a Rebibbia a visitare Denis Verdini. Infine incontra Mancini in autogrill. Conte cederà soltanto il 21 gennaio 2021, quando passa la delega all’ambasciatore Pietro Benassi. Troppo tardi. Il 13 gennaio si sono già dimesse le tre ministre di Italia viva. E il 26 gennaio il governo Conte cade. Il servizio di Report nasce per una insegnante che il 23 gennaio si trova all’autogrilli di Fiano Romano e filma Renzi con il telefonino mentre parla con Mancini. Secondo Report Renzi ha detto che Mancini gli avrebbe consegnato per Natale i Babbi di cioccolato, specialità romagnole. Dice che è stato l’agente del Dis a raggiungere lui. La testimone oculare sostiene il contrario. Secondo il Fatto il leader Iv si incontra regolarmente con Mancini dal 2016: “Quel 23 dicembre i due avevano un appuntamento già fissato e saltato perché Renzi se ne dimentica e parte per Firenze; recupera all’ultimo momento, pregando Mancini di raggiungerlo all’autogrill sull’autostrada. Ma – giurano – quel giorno non si parlò di nomine”.

Estratto dell'articolo di Gianni Barbacetto e Valeria Pacelli per il "Fatto quotidiano" il 3 magio 2021. […] Il servizio di Report nasce per caso. Una insegnante che il 23 dicembre 2020 si era fermata all' autogrill di Fiano Romano filma Renzi con il telefonino. Di cosa parla? Non lo sappiamo. Mancini non ha risposto a Report. Renzi risponde celiando: Mancini gli avrebbe consegnato per Natale i Babbi di cioccolato, specialità romagnole, come romagnolo è Mancini. Poi il senatore adombra versamenti segreti di Report in Lussemburgo. E racconta che è stato l'agente del Dis a raggiungerlo, anche se la testimone oculare, intervistata da Report a volto coperto, sostiene invece che sia arrivato prima Mancini. Ambienti vicini a Renzi spiegano al Fatto che il leader Iv si incontra regolarmente con Mancini dal 2016 e che quel 23 dicembre i due avevano un appuntamento già fissato e saltato perché Renzi se ne dimentica e parte per Firenze; recupera all' ultimo momento, pregando Mancini di raggiungerlo all' autogrill sull' autostrada. Ma - giurano - quel giorno non si parlò di nomine.

Ecco quello che non torna nell'incontro Renzi-Mancini. Roberto Vivaldelli il 4 Maggio 2021 su Il Giornale. Davvero c'è stato un grande complotto contro l'ex premier Giuseppe Conte? Il video dell'incontro fra Matteo Renzi e Marco Mancini, per ora, non dimostra nulla. Questa sera Report ha mandato in onda il servizio che mostra, nella piazzola di un autogrill nei pressi della capitale, l'ex premier Matteo Renzi mentre incontra un agente dei servizi segreti, Marco Mancini. È il contenuto del video che Report, all'interno dell'inchiesta di Giorgio Mottola e Danilo Procaccianti, ha mandato in onda poco fa. Il contatto fra Renzi e Mancini avviene il 23 dicembre 2020, in un parcheggio dell'autogrill di Fiano Romano, nei pressi della Capitale, e dura - sempre secondo Report - una quarantina di minuti. A confermare l'identità di Mancini un ex collega dello 007 italiano. Per chi non lo conosce Mancini è un agente del Dis, l'agenzia che coordina Aisi e Aise, cioè i servizi segreti che si occupano rispettivamente dell'interno e degli esteri. "Messaggio agli inconsolabili: il Governo Conte non è caduto per intrighi, complotti o incontri segreti (all’autogrill). Semplicemente Draghi è meglio di Conte e l’Italia oggi è più credibile" ha commentato lo stesso ex premier su Facebook. A cosa si riferisce Renzi?

I dubbi sull'incontro Renzi-Mancini. Alla base di tutto, infatti, ci sarebbe - secondo alcuni esponenti della (ex) maggioranza giallorossa - un grande complotto internazionale ai danni di Giuseppe Conte e questo incontro rappresenterebbe un tassello di questa teoria che vede come vittima l'avvocato Volturara Appula. Ci sono però molte cose che non tornano. Primo, è noto che Marco Mancini fosse uno 007 "gradito" ai cinque stelle e allo stesso ex presidente Giuseppe Conte, e non certo un fedelissimo di Renzi. Già a capo della Divisione controspionaggio del Sismi (Servizio Segreto Militare Predecessore dell’Aise) dell’antiterrorismo, Mancini è stato braccio destro del generale Nicolò Pollari. Ha riportato nel 2015 in Italia la giornalista de Il Manifesto Giuliana Sgrena, sequestrata in Iraq. La sua condanna a nove anni del 2013 per sequestro di persona, l’imam Abu Omar, è stata annullata dalla Cassazione. In quei giorni, mentre inconta Renzi, Mancini puntava a un ruolo di ruolo più operativo nell’Aise o nell’Aisi: come ammette lo stesso Fatto Quotidiano, per alcune settimane, Mancini ha buone possibilità di fare il salto. Ha il sostegno di Vecchione - fedelissimo di Conte - e non gli sono ostili neppure i Cinquestelle, consigliati dal magistrato antimafia Nicola Gratteri. Alla fine però non se ne fa niente: il premier Conte avvia un giro di poltrone dentro i servizi, ma Mancini resta al suo posto. Conte si poi dimette alla fine di gennaio, per fare posto a Mario Draghi. Secondo Goffredo Bettini, influente esponente del Pd, l'avvocato "è caduto per i suoi errori o ritardi, ma per una convergenza di interessi nazionali e internazionali". L'Incontro Renzi-Mancini ne è una possibile prova? No.

Chi ha filmato il video? Durante l'intervista concessa a Report, Renzi ha sottolineato che "Mancini è uno dei dirigenti dei servizi segreti con cui ho avuto incontri riservati. Penso di averlo visto anche all'autogrill. Se si fa riferimento al fatto che io lo abbia visto a dicembre in autogrill, assolutamente sì. A meno che non si voglia sostenere che l'incontro all'autogrill fosse riservato, ci sono pure le telecamere...". Mi pare di ricordare, prosegue l'ex premier, "che questo video sia di dicembre o gennaio e mi colpisce molto perché io dovevo incontrare Mancini qui (al Senato ndr) me ne ero dimenticato, ci siamo sentiti mentre io ero già in viaggio verso Firenze e lui mi ha raggiunto all'autogrill a Fiano Romano. E' molto strano che ci fosse qualcuno a riprendere questo video". Davvero Renzi è stato filmato da una persona che passava di lì, per caso? Come poteva sapere che la conversazione fosse rilevante? Secondo il partito di Renzi dietro c'è dell'altro. Come riporta Agi, il partito dell'ex premier contesta alla trasmissione di Rai3 una presunta fattura da 45 mila euro ad una società lussemburghese per confezionare servizi contro Renzi. Questa la domanda contenuta nell'interrogazione presentata da IV a firma Luciano Nobili, indirizzata al ministero dell'Economia e delle Finanze. "Vogliamo vederci chiaro e capire se soldi pubblici sono stati utilizzati per pagare informatori allo scopo di costruire servizi confezionati per danneggiare l'immagine di Renzi. Ci chiediamo con preoccupazione se la Rai compri informazioni con i soldi degli italiani per le sue trasmissioni di inchiesta", spiega il deputato renziano. Molti dubbi, poche certezze. Ma sembra del tutto improbabile, come qualcuno sembra far supporre, che Conte sia stato vittima di un complotto internazionale.

Babbi e spie. Report Rai PUNTATA DEL 03/05/2021 di Danilo Procaccianti e Giorgio Mottola collaborazione Norma Ferrara. Nella piazzola di un autogrill Matteo Renzi incontra un agente dei servizi segreti, Marco Mancini. È quanto mostra in esclusiva un video che ha ripreso di nascosto quell'incontro e che Report manderà in onda. L'appuntamento riservato dura quaranta minuti e avviene il 23 dicembre scorso, nel pieno della crisi del governo Conte, quando il tema dei servizi segreti è uno delle questioni di attrito principali all'interno della maggioranza. L'agente segreto, che partecipa all'incontro con il politico, è da tempo in lizza per una nomina di peso all'interno degli apparati di intelligence, ma ha un passato pesante. La sua biografia si intreccia infatti con alcune delle pagine più buie della storia recente italiana: il caso Abu Omar, l'imam egiziano rapito a Milano da agenti della Cia e torturato al Cairo perché sospettato di terrorismo, e lo scandalo Telecom Pirelli, che portò alla scoperta dell'esistenza di un dossieraggio di massa di imprenditori, magistrati, politici e giornalisti, operato all'interno dell'azienda all'epoca presieduta da Marco Tronchetti Provera. E di recente il suo nome è spuntato fuori anche nelle vicende che hanno riguardato Cecilia Marogna, la donna di fiducia del cardinale Angelo Becciu, a cui l'ex Sostituto della Segreteria di Stato aveva affidato il compito di costituire un servizio segreto parallelo in Vaticano.

BABBI E SPIE Di Giorgio Mottola e Danilo Procaccianti Collaborazione Norma Ferrara immagini di Giovanni De Faveri, Cristiano Forti, Tommaso Javidi, Fabio Martinelli montaggio Giorgio Vallati.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ed eccole le immagini inedite di questo misterioso incontro girate con il telefonino dalla nostra testimone. Nella piazzola autostradale di Fiano Romano, Matteo Renzi parla appartato con uomo brizzolato e molto elegante.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO I sogni miei segreti li rombavano via i TIR, così recita la canzone di Guccini “Autogrill”. Non sappiamo se quelli che si sono scambiati Matteo Renzi e l’uomo all’autogrill siano segreti, però lo diciamo subito: quell’uomo è un importante agente segreto, uno 007 italiano. Ecco, come siamo arrivati a questo incontro? Dopo aver indagato sui finanziamenti della Segreteria di Stato vaticana e in particolare sul ruolo del sostituto della Segreteria di Stato, il cardinale Angelo Becciu, che è stato in quel posto dal 2011 al 2018, è lui che ha gestito le centinaia di milioni di euro provenienti dalle donazioni dei fedeli. Ad un certo punto al suo fianco spunta una donna misteriosa: Cecilia Marogna, che diventa una sorta di servizio segreto parallelo al servizio del cardinale. Lei gioca a fare un po’ la Mata Hari e a un certo punto però che cosa c’entra con l’incontro tra Matteo Renzi e l’agente segreto? È che la Marogna a un certo punto poteva diventare lo strumento per delegittimare i vertici dei servizi di sicurezza nominati dal governo Conte e a beneficiarne sarebbe stato proprio l’uomo che incontra Renzi nell’autogrill. Ora, le due storie per una curiosa coincidenza si intrecciano nello stesso periodo, quando si sta per aprire la crisi del governo Conte. Questo filo che parte da un faccendiere vicino alla P2, lambisce la Segreteria di Stato vaticana, uomini dei servizi segreti, fino ad arrivare ai protagonisti della caduta del governo Conte, lo tirano i nostri Giorgio Mottola e Danilo Procaccianti.

GIORGIO MOTTOLA La domanda più giusta non è lei chi è, ma lei cos’è? È un massone, un politico un lobbista?

GIANMARIO FERRAMONTI - EX POLITICO LEGA NORD Beh diciamo che mi riconosco abbastanza nella parola faccendiere.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Poco prima delle stragi del ‘92 il faccendiere Ferramonti è stato uno dei protagonisti della nascita delle leghe meridionali, il progetto politico a cui aderirono il tesoriere di Totò Riina, Pino Mandalari, l’ex capo della P2 Licio Gelli e il dirigente democristiano condannato per mafia Vito Ciancimino.

GIORNALISTA Lei starebbe in una lista con Gelli?

VITO CIANCIMINO Domanda provocatoria.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Le leghe meridionali nascono su spinta dell’ideologo della Lega Nord, Gianfranco Miglio.

GIANMARIO FERRAMONTI - EX POLITICO LEGA NORD Beh io ero il suo diciamo galoppino, quello che andava di qua e di là che parlava con tutti.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Dopo anni di oblio, il nome di Ferramonti è rispuntato fuori nell’inchiesta su Banca Etruria, per aver contribuito ad aiutare nella ricerca di un nuovo AD Pierluigi Boschi, padre dell’ex ministro Maria Elena Boschi e all’epoca vicepresidente dell’istituto di credito toscano.

GIANMARIO FERRAMONTI - EX POLITICO LEGA NORD Questo Boschi, massone ovviamente, chiede a un massone sardo, un certo Mureddu, di dargli una mano a trovare un direttore generale. Mureddu si rivolge a uno sopra di lui, che è Flavio Carboni e Flavio Carboni si rivolge a me. Hai capito?

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO E come abbiamo già raccontato, è proprio su Maria Elena Boschi che Ferramonti, lo scorso dicembre, prova a fare pressioni per accelerare la crisi del governo Conte.

GIORGIO MOTTOLA Mi hai detto l’altra volta al telefono che continui a essere in buoni rapporti con Maria Elena, cioè anche per questa crisi vi siete sentiti.

GIANMARIO FERRAMONTI – EX POLITICO LEGA NORD Diciamo che con la Boschi ho una corrispondenza.

GIORGIO MOTTOLA Ma tu continui veramente a parlarci?

GIANMARIO FERRAMONTI – EX POLITICO LEGA NORD Ci scriviamo non ci parliamo.

GIORGIO MOTTOLA E la stai consigliando su questa fase?

GIANMARIO FERRAMONTI – EX POLITICO LEGA NORD Beh gli avevo dato una piccola notizia che se buttavano giù sto cretino di Conte, magari gli davamo una mano.

GIORGIO MOTTOLA Ma gli davate una mano chi voi?

GIANMARIO FERRAMONTI – EX POLITICO LEGA NORD Allora. Qui hai un rappresentante di Confimpresa; qui hai un rappresentante di Confimea, della Cifa. Insieme qualche milioncino di voti ce lo abbiamo, no? E se decidiamo di…

GIORGIO MOTTOLA Spostarli sulla Boschi?

GIANMARIO FERRAMONTI – EX POLITICO LEGA NORD Chi sarà al momento giusto al posto giusto.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO A Report Maria Elena Boschi conferma di aver ricevuto i messaggi, ma precisa di non aver mai risposto. Le chat di Ferramonti risalgono a metà dicembre. In un’intervista al Fatto, il faccendiere ha spiegato che quei messaggi erano per Matteo Renzi, che pochi giorni prima aveva attaccato frontalmente il governo Conte di cui faceva parte.

DANILO PROCACCIANTI Le sono mai arrivati questi messaggi?

MATTERO RENZI – LEADER ITALIA VIVA Chi è questo?

DANILO PROCACCIANTI L’ex leghista, frequentatore di massoni…

MATTERO RENZI – LEADER ITALIA VIVA Io lo dico per rispetto a voi siete una trasmissione importante usate i soldi dello Stato. Spero che li usiate bene. Per piacere non perdete tempo dietro i fantasmi di cosa stiamo parlando. Qual è la domanda? conosci questo Ferramonti. Non conosco Ferramonti bene non so non so chi sia. Ho letto il commento di Maria Elena Boschi che dice che è incredibile che a uno che le manda i messaggi a cui lei non risponde. Su questo voi ci facciate una puntata.

DANILO PROCACCIANTI Una puntata? Insomma…

MATTERO RENZI – LEADER ITALIA VIVA Quanto ci avete fatto?

DANILO PROCACCIANTI Ci abbiamo fatto un minuto. La puntata era su tutt’altro.

MATTERO RENZI – LEADER ITALIA VIVA Un minuto. Un minuto ci avete fatto? avete speso un minuto dei soldi dei contribuenti per parlare di una persona di una cosa che non esiste.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO In quel periodo Renzi attacca il Governo soprattutto su due fronti, uno è la gestione del Recovery Fund e l’altro è la delega governativa ai servizi segreti. T

G2 del 8/12/2020 MATTEO RENZI – LEADER ITALIA VIVA Insistere su una misura che sostituisce il governo con una task force, che sostituisce la seduta del Parlamento con una diretta Facebook e che addirittura pretende di sostituire i servizi segreti con una fondazione privata voluta dal premier, significa una follia.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Il tema dell’autorità a cui affidare la delega governativa ai servizi segreti diventa dunque cruciale per la vita del Governo. Eppure nel 2016, quando Presidente del Consiglio era Paolo Gentiloni appoggiato dal PD di Renzi, il Premier aveva trattenuto per sé la delega.

MATTEO RENZI – LEADER ITALIA VIVA L'Autorità delegata è una cosa scandalosa che Conte non l'abbia fatto.

DANILO PROCACCIANTI Anche Gentiloni però.

MATTEO RENZI – LEADER ITALIA VIVA Ma lei è il difensore di Conte o un giornalista?

DANILO PROCACCIANTI Io non so a quali giornalisti è abituato: facciamo le domande.

MATTEO RENZI – LEADER ITALIA VIVA Le domande… le ho risposto.

DANILO PROCACCIANTI Se colgo una contraddizione, la dico.

MATTEO RENZI – LEADER ITALIA VIVA La contraddizione qual è? Le ripeto il concetto…

DANILO PROCACCIANTI E su Gentiloni a lei non l’abbiamo sentita parlare così tanto.

MATTEO RENZI – LEADER ITALIA VIVA Non l’ha sentita perché non è stato attento. Gentiloni ha fatto una scelta diversa con il sottoscritto che era contrario. Lo scontro politico è diventato dopo due anni che Conte non la mollava. Perché Conte continuava a dire: “la mollo, la mollo, la mollo”. È diventata oggetto di scontro politico quando c’era una pervicacia nel tenere questa delega che non si spiega. Quando Conte ha scelto di tenersi la delega, ha fatto degli incontri un po’ strani a Palazzo Chigi nell’agosto del 2019 ha incontrato cioè i vertici inviati dal presidente Trump su una vicenda di spie abbastanza strane.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO In ogni suo intervento la questione della delega ai servizi segreti viene sollevata con sempre maggiore enfasi.

L’ARIA CHE TIRA DEL 23/12/2020 MATTEO RENZI – LEADER ITALIA VIVA Secondo me i servizi segreti devono essere guidati da un esperto tecnico che non è il presidente del Consiglio: quando c’era Berlusconi c’era Letta, quando c’era Monti c’era De Gennaro, quando c’era Renzi c’era Minniti. Tutti noi abbiamo sempre delegato, perché Conte accentra? Che c’ha? Bisogna che anche su questo ci siano dei segnali di novità.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Matteo Renzi fa queste dichiarazioni il 23 dicembre del 2020, un giorno particolarmente fitto di appuntamenti per l’ex premier. Dopo la trasmissione infatti Renzi va al carcere di Rebibbia per fare visita a Denis Verdini, l’ex coordinatore di Forza Italia, che qui è recluso da novembre dopo la condanna per bancarotta. Dato conforto a Verdini, il leader di Italia Viva imbocca l’autostrada verso Firenze e fa tappa in questo autogrill a Nord di Roma, Fiano Romano, dove tiene un incontro riservato. Nessuno si accorge però che alla scena assiste anche una testimone, che si trova lì per caso. Dopo la puntata di Report del 12 aprile scorso ha inviato una mail alla nostra redazione.

GIORGIO MOTTOLA Che cosa ha visto il 23 dicembre?

TESTIMONE Ho assistito a un incontro tra un personaggio a me sconosciuto con un politico, Matteo Renzi, il quale gli ha dato una pacca sulla spalla e poi si sono appartati a parlare.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ed eccole le immagini inedite di questo misterioso incontro girate con il telefonino dalla nostra testimone. Nella piazzola autostradale di Fiano Romano, Matteo Renzi parla appartato con uomo brizzolato e molto elegante.

TESTIMONE La persona con i capelli brizzolati era già presente sul luogo quando io sono arrivata e camminava avanti e indietro come in attesa di qualcuno.

GIORGIO MOTTOLA Perché ha ritenuto questo incontro a cui ha assistito tanto importante da dovercelo segnalare?

TESTIMONE Perché la persona con i capelli brizzolati mi aveva dato un po’ l’impressione che fosse un personaggio losco. Si aggirava come se stesse aspettando qualcuno e poi aveva queste altre due persone con lui come se fossero una sorta di scorta. Dico chissà chi è. Poi è arrivata l’Audi blu con i vetri oscurati dalla quale poi è uscito Renzi.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Dopo essere arrivato con la scorta nella piazzola autostradale deserta, Renzi si allontana con l’uomo brizzolato. Coperti dai rumori delle auto che sfrecciano in vicinanza, i due parlano per circa quaranta minuti.

GIORGIO MOTTOLA Li ha visti andar via?

TESTIMONE L’auto di Renzi ha proseguito prendendo l’autostrada in direzione di Firenze. E invece ha l’altra auto ha proseguito in direzione di Roma.

GIORGIO MOTTOLA Si sono detti qualcosa prima di salutarsi? TESTIMONE L’uomo brizzolato ha ricordato a Renzi che sapeva dove trovarlo, qualsiasi cosa…

GIORGIO MOTTOLA Era a disposizione.

TESTIMONE Sì.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Il misterioso uomo brizzolato che parla appartato con Renzi in realtà non si può certo definire losco: è uno 007 tra i protagonisti del servizio di Report del 12 aprile scorso. Si tratta infatti di Marco Mancini, ex agente del Sismi, come ci conferma un suo ex collega.

GIORGIO MOTTOLA Chi è quest’uomo che parla con Matteo Renzi?

EX AGENTE SISMI È Marco Mancini.

GIORGIO MOTTOLA Lei lo conosce bene?

EX AGENTE SISMI Sì, anche se mascherato direi proprio che è lui.

GIORGIO MOTTOLA È normale che un politico come Matteo Renzi incontri in una piazzola di sosta, in mezzo al nulla un alto dirigente dei servizi segreti come Marco Mancini?

EX AGENTE SISMI Può ingenerare un sospetto un incontro di questo genere.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Oggi Marco Mancini è un alto dirigente del Dis, il dipartimento dei servizi segreti che coordina e controlla le attività di Aisi e Aise.

DANILO PROCACCIANTI A noi risulta un suo incontro riservato con Marco Mancini all’autogrill. Diciamo come due amanti clandestini.

MATTEO RENZI – LEADER ITALIA VIVA Mi fa ridere che lei dica “incontro riservato”, un incontro che è all’autogrill. Il fatto che lei mi dica che gli incontri degli amanti sono all’autogrill mi fa pensare che la sua amante non sia particolarmente fortunata.

DANILO PROCACCIANTI Non ho amanti.

MATTEO RENZI – LEADER ITALIA VIVA Perché incontrarsi a Fiano Romano secondo me non è il massimo. Dopodiché le vorrei segnalare che, siccome voi state facendo riferimento a un video, sarebbe interessante sapere chi ve l'ha dato. Mi colpisce molto perché in realtà dovevo incontrare il dottor Mancini qui, come incontro altri dirigenti dello Stato, me ne ero dimenticato quando lui mi manda un messaggino e ho fatto “guardi dottore io sono già in macchina verso Firenze” e lui mi ha raggiunto all’autogrill. Quindi è molto strano che ci fosse proprio lì casualmente qualcuno a riprendere.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Renzi fa riferimento al video girato a Fiano Romano. Ma fino a quel momento durante l’intervista non avevamo menzionato né la foto né il video che ci sono stati mandati. Come faceva Matteo Renzi, prima dell’intervista a sapere dell’esistenza della documentazione inviataci riservatamente?

MATTEO RENZI – LEADER ITALIA VIVA Quindi lei lo ha visto. Quindi qualcuno le ha dato un video interessantissimo. Magari diranno che è un caso un incontro, che era stato così un cittadino, un passante. Sa che alle barzellette non ci crede nessuno, ma son bellissime.

GIORGIO MOTTOLA Come mai si trovava in quella piazzola? TESTIMONE Perché mio padre si era sentito male un paio di cento metri prima e io mi sono fermata in quella piazzola di sosta per dar modo a mio padre di andare ai servizi igienici e io di andare al bar per prendere una camomilla a mio padre. Semplicemente per questo; quindi solo un caso fortuito al mille per mille.

GIORGIO MOTTOLA Perché lei ha deciso di scattare delle foto a Renzi e addirittura di girare un video?

TESTIMONE Mi è sembrato strano perché un personaggio pubblico incontra un’altra persona in un luogo così anonimo e appartato…

MATTEO RENZI – LEADER ITALIA VIVA Domandatevi perché avete quel video. Domandatevi soprattutto perché su tante questioni, forse la trasparenza che chiedete agli altri non sempre viene messa in atto.

DANILO PROCACCIANTI Però non mi ha detto cosa vi siete detti con Mancini.

MATTEO RENZI –LEADER ITALIA VIVA Come le ho detto dovevo vederlo qui. Mi doveva portare si figuri, i Babbi che sono un bellissimo wafer romagnolo che il dottor Mancini mi manda tutti gli anni e che io mangio in modo vorace. Oppure lei vuol dire che il dottor Mancini è il grande ispiratore della mia battaglia per cambiare l’autorità delegata?

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Quando Mancini incontra Matteo Renzi il 23 dicembre 2020, c’erano ancora in ballo le nomine del governo Conte per i vicecapi dell’Aise e del Dis. E Mancini nutriva forti ambizioni.

MATTEO RENZI – LEADER ITALIA VIVA Il dottor Mancini aveva un ottimo rapporto con il presidente Conte. Per cui se c’era qualcuno che poteva sponsorizzare o meno il dottor Mancini come altri, era il Presidente del Consiglio.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Tre mesi prima dell’appuntamento riservato a Fiano Romano con Renzi, un ex collega di Mancini, Giuliano Tavaroli aveva reintensificato i rapporti con Cecilia Marogna, la donna di fiducia del cardinale Becciu, il potente ex sostituto della Segreteria di Stato.

GIORGIO MOTTOLA Da Becciu le viene chiesto di fare dossieraggio sostanzialmente.

CECILIA MAROGNA – EX COLLABORATRICE SEGRETERIA DI STATO VATICANA Sì, chiamiamolo dossieraggio, sì. GIORGIO MOTTOLA Su figure interne al Vaticano; questi sono i suoi primi incarichi.

CECILIA MAROGNA – EX COLLABORATRICE SEGRETERIA DI STATO VATICANA Anche sì. Dal discorso poi delle condotte amorali di alcuni alti prelati.

GIORGIO MOTTOLA Lei era un servizio segreto parallelo insomma.

CECILIA MAROGNA – EX COLLABORATRICE SEGRETERIA DI STATO VATICANA Chiamiamolo così, in interazione con gli altri servizi segreti paralleli internazionali.

GIORGIO MOTTOLA Sembra un film spy complottista.

CECILIA MAROGNA – EX COLLABORATRICE SEGRETERIA DI STATO VATICANA Sì, il discorso è questo, sì, esatto.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Prima di iniziare a collaborare con la Segreteria di Stato, Cecilia Marogna era molto addentro agli ambienti della massoneria italiana. Da giovanissima era entrata infatti nel direttivo del movimento Roosvelt, l’organizzazione politica fondata da Gioele Magalvi massone del Grande Oriente d’Italia e maestro venerabile. GIORGIO MOTTOLA Lei sembra molto vicina agli ambienti massonici.

CECILIA MAROGNA – EX COLLABORATRICE SEGRETERIA DI STATO VATICANA Per deformazione professionale ovviamente sì. GIORGIO MOTTOLA Nel suo percorso ha anche conosciuto, frequentato Gianmario Ferramonti.

CECILIA MAROGNA – EX COLLABORATRICE SEGRETERIA DI STATO VATICANA Gioele mi fece conoscere Gianmario Ferramonti, Flavio Carboni e anche il Pazienza proprio per… come tasselli, no?

GIORGIO MOTTOLA Un bel pantheon… Ferramonti e Pazienza…

CECILIA MAROGNA – EX COLLABORATRICE SEGRETERIA DI STATO VATICANA Beh, sì, sì. Qua in Italia sì poi.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO A Cecilia Marogna il cardinale Becciu aveva affidato il delicato incarico di gestire i rapporti con i capi dei Servizi Segreti italiani. In particolare, con l’allora direttore dell’Aise, Luciano Carta, Marogna avvia una fitta corrispondenza nel 2018.

CECILIA MAROGNA – EX COLLABORATRICE SEGRETERIA DI STATO VATICANA Queste sono le comunicazioni avvenute tra me, il generale e il suo uomo di fiducia.

GIORGIO MOTTOLA Il generale Carta?

CECILIA MAROGNA – EX COLLABORATRICE SEGRETERIA DI STATO VATICANA Esattamente. GIORGIO MOTTOLA Che cosa c’è in queste conversazioni?

CECILIA MAROGNA – EX COLLABORATRICE SEGRETERIA DI STATO VATICANA Dei confronti e soprattutto una cooperazione che è durata per un lasso di tempo abbastanza importante.

GIORGIO MOTTOLA Addirittura, cooperazione? Lei ha cooperato con i servizi?

CECILIA MAROGNA – EX COLLABORATRICE SEGRETERIA DI STATO VATICANA Sì, sì, esatto.

GIORGIO MOTTOLA In che tipo di operazioni?

CECILIA MAROGNA – EX COLLABORATRICE SEGRETERIA DI STATO VATICANA Diversi tipi di operazioni relative a quelle che sono stati i casi di sequestro di persona.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ma da un certo momento in poi, Carta non si dimostra più molto disponibile e così Cecilia Marogna si rivolge a Giuliano Tavaroli per avere il contatto di un altro dirigente dei servizi segreti.

CECILIA MAROGNA – EX COLLABORATRICE SEGRETERIA DI STATO VATICANA Volevo capire se un altro funzionario dei servizi avrebbe avuto perlomeno interesse…

GIORGIO MOTTOLA Chi è questo funzionario dei servizi?

CECILIA MAROGNA – EX COLLABORATRICE SEGRETERIA DI STATO VATICANA Mancini. E da lì appunto rientrai in contatto con Tavaroli, che mi disse di farsi da portavoce con il Mancini.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Cecilia Marogna cerca l’aiuto di Marco Mancini, l’agente segreto che Renzi incontra in autogrill. Ma la consulente di Becciu sembra finire al centro di una guerra tra vecchi e nuovi servizi.

FRANCESCA IMMACOLATA CHAOUQUI Mancini voleva i messaggi della Marogna che si era scambiata con Carta per fottere Carta perché lui voleva fare il vicesegretario ai servizi. Questo è il motivo per cui a un certo punto Tavaroli si occupa di questa cosa qua.

GIORGIO MOTTOLA Perché voleva prendere questi messaggi di Carta?

FRANCESCA IMMACOLATA CHAOUQUI Della Marogna.

GIORGIO MOTTOLA Mai le è stata fatta qualche domanda sul suo rapporto con Carta?

CECILIA MAROGNA – EX COLLABORATRICE SEGRETERIA DI STATO VATICANA Sì, da parte di Tavaroli.

GIORGIO MOTTOLA Lei a un certo punto ha capito che c’era un’intenzione di danneggiare Carta?

CECILIA MAROGNA – EX COLLABORATRICE SEGRETERIA DI STATO VATICANA Sì, far fuori Carta.

GIORGIO MOTTOLA Le viene detto di far fuori Carta?

CECILIA MAROGNA – EX COLLABORATRICE SEGRETERIA DI STATO VATICANA Sì, perché disturbava. In un certo senso mi dicono tu devi, in senso figurato, devi essere la ghigliottina per Becciu, Bergoglio e poi il generale Carta.

GIORGIO MOTTOLA Questa allusione chi gliela fa? Tavaroli?

CECILIA MAROGNA – EX COLLABORATRICE SEGRETERIA DI STATO VATICANA Tavaroli.

STUDIO QUATTRO MOTTOLA USCITA MAROGNA Tavaroli nega che questo sia accaduto. Tuttavia è un amico di Marco Mancini, lo 007 che Renzi incontra nell’autogrill, insieme hanno fatto parte del nucleo antiterrorismo di Milano al comando di Umberto Bonaventura, di colui che ha, che è entrato, ha violato il covo delle Brigate Rosse, quel covo dove è stato ritrovato il memoriale di Aldo Moro e, secondo alcuni, sono state anche asportate alcune parti. Ora Mancini è un ottimo agente segreto, è un po’ insofferente negli ultimi anni, vuole un posto di rilievo all’interno dei servizi segreti, chiede a Conte di essere nominato vicedirettore del Dis, viene presentato anche da altre persone, da altri membri del Governo, ma senza successo. Ora, il 23 dicembre del 2020 incontra Renzi in quell’autogrill, come abbiamo visto, anche Renzi ha il pallino dei servizi di sicurezza, nel 2016 aveva cercato di nominare il suo amico Marco Carrai come consulente per la cyber security e anche lì, senza successo, per via delle polemiche che sono poi state sollevate. Ma anche in questa vicenda della crisi di governo il tema dei servizi segreti era centrale, Renzi ha più volte battuto sulla vicenda della delega insieme al tema dei recovery fund e del Mes, delega che poi verrà risolta da Conte un mese dopo, il 22 gennaio, quando la mollerà. Ora, la questione però è questa: è normale che un leader di un partito e un agente segreto si incontrino ai margini di un autogrill? È per scambiarsi i babbi, i wafer di cui è tanto goloso Renzi? Hanno parlato per 40 minuti, che cosa si sono detti? Hanno parlato di sicurezza nazionale? Della questione mediorientale, dove Marco Mancini vanta vecchi e consolidati rapporti e dove Renzi si reca spesso? Oppure Mancini si è proposto in vista delle imminenti nomine della seconda tornata, ha chiesto a Renzi di sponsorizzarlo? Ecco, su questa domanda Renzi ha preferito glissare e ci ha ricordato che Mancini vantava ottimi rapporti con Conte però non ha voluto dirci se lui o qualcuna del suo governo l’abbiano poi di fatto sponsorizzato all’ex premier che non l’ha nominato, non sappiamo se per sua scelta o perché è scattato un veto sul nome di Mancini da parte di alcuni servizi segreti stranieri, la cui alleanza è strategica per il nostro Paese. Certo che il nome di Marco Mancini è un nome ingombrante per il suo passato che rende l’amicizia che ha con Tavaroli e con alcuni altri personaggi inossidabile nel tempo.

GIORGIO MOTTOLA Tavaroli prova a mettere le mani anche sulle chat che lei aveva con Carta?

CECILIA MAROGNA – EX COLLABORATRICE SEGRETERIA DI STATO VATICANA Mi fece incontrare un giornalista, Luca Fazzo, che non conoscevo. Una persona che comunque correttissima. Non mi chiese un’intervista. Non si presenta con nessun tipo di dispositivo di registrazione, si parla con Tavaroli preciso. E lui mi chiede se poteva fare, di poterla vedere e io gli dissi no per correttezza te la mostrerò solo nel momento in cui, eventualmente, ci fosse anche Carta di persona.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Luca Fazzo è un cronista de Il Giornale, sospeso nel 2006 dall’Ordine dei giornalisti per i suoi rapporti anomali e distorti con l’agente Marco Mancini. Nel provvedimento gli viene contestata una sudditanza nei confronti del Sismi, culminata nella rivelazione al dirigente dei servizi di notizie riservate che riguardavano l’attività dei suoi colleghi. Durante l’inchiesta Abu Omar, l’imam rapito a Milano e torturato al Cairo perché sospettato di terrorismo, emerse che molti giornalisti italiani avevano rapporti altrettanto anomali con il Sismi.

ARMANDO SPATARO – PUBBLICO MINISTERO CASO ABU OMAR Sì è una pagina oserei dire vergognosa per la categoria dei giornalisti. È venuto fuori non un comprensibile ruolo tra il giornalista che cerca la notizia e l’appartenente al servizio, alle forze di polizia, ma è venuto fuori altro: una sorta di strategia in base alla quale chi nel Sismi si occupava dei rapporti con i giornalisti dava anche indicazioni ai giornalisti su quello che dovevano scrivere, in alcuni casi anche su quello che dovevano fare. Un giornalista è stato anche oggetto di un’accusa per favoreggiamento.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Il giornalista in questione è Renato Farina, allora vicedirettore di Libero, radiato dall’ordine dei giornalisti nel 2007 perché informatore a libro paga del Sismi con il nome in codice di Agente Betulla. Riammesso nell’ordine dei giornalisti, Renato Farina continua a scrivere su Libero e da mesi è protagonista di una campagna stampa in difesa del cardinale Becciu. Nei suoi articoli ha violentemente attaccato l’Espresso, che per primo ha dato la notizia dell’inchiesta sul porporato, e di recente ha rivolto i suoi strali contro Report dopo i nostri servizi sulla corruzione in Vaticano, bollandoli come falsi e calunniosi. Nel 2007 Renato Farina ha patteggiato una condanna per favoreggiamento del Sismi nel caso Abu Omar.

ARMANDO SPATARO – PUBBLICO MINISTERO CASO ABU OMAR Ci fu un giornalista incaricato di venire a intervistare me, ma con uno scopo esplicitato di capire quale erano i nostri orientamenti sulle responsabilità del Sismi. Avevamo intercettato anche queste istruzioni per cui il tentativo del giornalista fu francamente maldestro. Anzi suscitò persino qualche ilarità.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO È proprio Marco Mancini, l’agente segreto incontrato da Renzi, è stato uno dei protagonisti dello scandalo Abu Omar. Nel 2003 l’imam egiziano venne sequestrato in pieno giorno in una via del centro di Milano da alcuni agenti della CIA e trasferito di nascosto al Cairo dove venne torturato e interrogato per giorni.

ARMANDO SPATARO – PUBBLICO MINISTERO CASO ABU OMAR È un episodio molto particolare che non fa onore alla storia del nostro Paese. Da un lato perché conferma che anche pezzi di istituzioni del nostro Paese hanno in qualche modo sposato l’idea della war on terror americana, la teoria secondo cui per contrastare il terrorismo si può anche rapire e torturare un sospettato di terrorismo. E quella vicenda è anche lo specchio, la spia, di una sudditanza dell’Italia agli Stati Uniti. E questa sudditanza non è ammissibile in alcun modo quando si tratta di rispettare i diritti fondamentali delle persone.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Per le torture e il sequestro di Abu Omar sono stati rinviati a giudizio 26 agenti della Cia e 5 tra i più alti dirigenti del Sismi, tra cui il direttore Nicolò Pollari e Marco Mancini.

GIORGIO MOTTOLA Qual è stato il ruolo del Sismi nella vicenda Abu Omar?

ARMANDO SPATARO – PUBBLICO MINISTERO CASO ABU OMAR Il Sismi era stato coinvolto, informato di questa azione e quindi ha dato spazio ad agenti della Cia perché a Milano fosse rapito un egiziano per essere poi trasferito in Egitto dove è stato torturato.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Nel processo di appello Nicolò Pollari viene condannato a 10 anni e Marco Mancini a 9 anni. Ma nei gradi successivi sono stati assolti perché tutti i governi che si sono succeduti, da Prodi nel 2006 a Renzi nel 2015, hanno opposto il segreto di Stato.

ARMANDO SPATARO – PUBBLICO MINISTERO CASO ABU OMAR La Corte europea dei diritti dell’uomo, il massimo organismo giurisdizionale europeo ha condannato il governo italiano a risarcire i danni per l’uso del segreto di Stato che in quella vicenda venne utilizzato per in qualche modo procurare l’impunità agli italiani.

DANILO PROCACCIANTI Lei lo ha rinnovato il segreto di stato?

MATTEO RENZI – LEADER ITALIA VIVA Guardi come tutti, viene rinnovato costantemente.

DANILO PROCACCIANTI Certo come tutti i presidenti.

MATTEO RENZI – LEADER ITALIA VIVA Perché in questi casi non valgono le tue personali opinioni, vale un rispetto per le istituzioni.

DANILO PROCACCIANTI Era per dire che Marco Mancini qualche ombra nel suo passato ce l’ha.

MATTEO RENZI – LEADER ITALIA VIVA Mi faccia finire…ma sapesse quante ombre ci sono nel passato di tutti

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Le ombre di Mancini non si limitano al sequestro Abu Omar, pochi anni dopo infatti viene coinvolto con suo ex collega dell’Arma, Giuliano Tavaroli, nella più imponente operazione di spionaggio della storia recente. Quella della security di Telecom e Pirelli, di Marco Tronchetti Provera. Giuliani Tavaroli viene accusato di aver costituito dentro alla Telecom proprio con l’aiuto di Mancini una centrale che ha confezionato dossier illegali su circa 6mila persone tra imprenditori, politici, banchieri e giornalisti e uomini dello sport e dello spettacolo.

EX AGENTE SISMI Tornò in auge questo duo di operativi diciamo così.

GIORGIO MOTTOLA Tavaroli e Mancini?

EX AGENTE SISMI Tavaroli e Mancini, accusato di spalleggiare diciamo così l’attività illecita informativa operata da Tavaroli a favore di Pirelli.

GIORGIO MOTTOLA All’epoca Mancini era già molto potente dentro i servizi?

EX AGENTE SISMI Sicuramente, dirigeva la prima divisione all’epoca era una divisione potente perché gestiva i centri all’interno del territorio nazionale e si occupava di terrorismo, controspionaggio e criminalità organizzata transnazionale.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ma la vicenda dello spionaggio Telecom si intreccia anche con il rapimento di Abu Omar, in quegli anni infatti si suicida misteriosamente il capo della security Tim Adamo Bove che aveva fornito alla Digos i numeri delle 26 utenze degli agenti CIA e degli 007 italiani coinvolti nel rapimento. Inoltre Bove aveva permesso di intercettare l’alto dirigente del Sismi Marco Mancini il quale aveva a disposizione anche una utenza intestata al gruppo Pirelli. Proprio da quel numero sono state prenotate le stanze all’hotel Principe di Savoia a Milano in cui hanno dormito gli 007 italiani e americani coinvolti nel sequestro. L’utenza da cui sono partite le telefonate per il Principe di Savoia era intestata a Tiziano Casali, l’uomo addetto alla sicurezza personale di Marco Tronchetti Provera.

TIZIANO CASALI - EX ADDETTO SICUREZZA MARCO TRONCHETTI PROVERA Non posso confermare nulla perché ho risposto nelle opportune sedi per cui… Cosa aggiungere a quello che è stato abbondantemente scritto? Tra l’altro, per cui insomma… Non posso dirle nulla, non confermo né smentisco nulla.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO E alla fine se per il dossieraggio in Telecom Giuliano Tavaroli patteggia una condanna a 4 anni e mezzo, Mancini invece beneficerà per la seconda volta del segreto di Stato e sarà prosciolto dalle accuse. Le inchieste giudiziarie non sembrano scalfire la carriera dell’agente segreto, anzi.

GIORGIO MOTTOLA Che cos’è successo a Mancini dopo il processo Abu Omar? EX AGENTE SISMI È stato promosso. Già aveva un alto livello dirigenziale, è stato promosso a un livello equivalente a dirigente generale.

GIORGIO MOTTOLA Che rapporti coltiva Mancini con la politica? EX AGENTE SISMI È fatto noto che frequenta molti politici dei più diversi schieramenti.

GIORGIO MOTTOLA Ha ancora grosse ambizioni di carriera?

EX AGENTE SISMI Si è parlato di lui come vicedirettore dell’Aise e queste sembravano essere le sue aspirazioni. E poi a un certo punto sembrava di capire che ci potesse essere per lui una promozione a vicedirettore del Dis.

DANILO PROCACCIANTI Questo ce lo può garantire che né lei né nessuno del suo partito abbia sponsorizzato Mancini?

MATTEO RENZI – LEADER ITALIA VIVA Il dottor Mancini aveva un ottimo rapporto con il presidente, professor Conte, per cui se vuole sapere la vicenda delle nomine la deve parlare, ne deve parlare con il professor Conte per un motivo molto semplice, che io sulle nomine dei servizi non ho mai messo bocca da un giorno specifico: che è il giorno 4 dicembre 2016, quando ho perso il referendum, mi sono dimesso qualche giorno dopo, il tempo di approvare la legge di bilancio, poi io non ho più messo bocca sulle nomine dei servizi segreti. Sa perché? Perché c’è una legge in Italia che chi decide il presidente del Consiglio.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Matteo Renzi sostiene di non aver messo più bocca sulle nomine dei servizi ma come documenta il video continua a intrattenere rapporti con alti dirigenti dei Servizi come Marco Mancini.

MATTEO RENZI – LEADER ITALIA VIVA Qui c'erano due persone seguite. O ero io o era Mancini. E queste video casualmente finisce a Report. Altro che preoccuparsi degli scandali su cui sarà comunque un'interrogazione parlamentare a chiarire se ci sono stati dei soldi della Rai a Lussemburgo o no perché naturalmente se c'è una fattura. Lei lo sa. Basta che si chieda al Mef e il Mef lo deve dire.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Renzi può star tranquillo, abbiamo fatto tutte le verifiche necessarie sulla provenienza di quel materiale. Può stare anche tranquillo, non troverà alcun bonifico fatto da Report in Lussemburgo. Ecco, però, insomma, non siamo certo delle verginelle e immaginiamo che Renzi non sia l’unico politico che incontri di nascosto agenti dei servizi segreti. Solo che a lui e a Marco Mancini, insomma, ha detto un po’ male, sono stati un po’ sfortunati, hanno trovato in quell’autogrill una cittadina, e sottolineo, una cittadina semplicemente curiosa che ha scattato delle fotografie. Ma siccome non siamo delle verginelle sappiamo anche che non tutti gli incontri tra i politici e i servizi segreti sono lastricati di buone intenzioni o finalizzati a scambiarsi dei babbi pieni di crema. Insomma, Renzi è un uomo non solo di una parte politica, ma per il ruolo che ha avuto e per lo spessore internazionale rappresenta un’istituzione. Ecco, con noi sui contenuti di quell’incontro non ha voluto parlare. È legittimo, potrebbe però farlo in un’altra sede: cosa pensa, per esempio, il Copasir delle modalità con cui è avvenuto quell’incontro? La questione di trasparenza del potere. Diceva Norberto Bobbio che quando non hai ben chiaro quello che hai davanti sei legittimato a sospettare che ci sia qualcosa di dietro. Insomma, i nomi che abbiamo incrociato nel corso della nostra inchiesta appartengono a una rete che pensavamo sinceramente non esistesse più a partire da quello di Giuliano Tavaroli. E poi anche il giornalista Luca Fazzo, che chiede alla Marogna le chat con il generale Carta, il capo dei servizi segreti nominato da Conte. Poi è spuntato anche la fonte Betulla, Renato Farina, che ha continuato a scrivere in questi ultimi giorni proprio contro Report per difendere le posizioni del cardinale Becciu, il cardinale che avrebbe creato una sorta di servizio segreto parallelo mettendosi a fianco la Marogna. Ecco, questa è una rete legata a Marco Mancini, numero due del Sismi, il Sismi di Nicolò Pollari, capo dei Servizi Segreti tra il 2001 e il 2006. Anche lui coinvolto nel rapimento di Abu Omar, e proprio durante le indagini su quel rapimento il magistrato Armando Spataro scopre in via Nazionale 230 un covo, un ufficio, dove dentro c’era un impiegato, Pio Pompa, che rispondeva direttamente a Pollari che aveva messo in piedi una piccola centrale di spionaggio, aveva raccolto informazioni su magistrati, giornalisti, imprenditori, sindacalisti. Aveva anche stilato un piano per prevenire gli attacchi da parte dei magistrati a Berlusconi. Ecco, insomma, in questi giorni sembra di respirare la stessa aria, spuntano dossier nei confronti di politici, di magistrati, di giornalisti. Uno che gira, falso, è anche su di noi. Speriamo di averlo intercettato in tempo. E a proposito della macchina del fango vediamo quella che è stata messa in piedi contro i magistrati che avevano condannato Berlusconi nel 2013, lo faremo attraverso interviste, documenti e soprattutto brani inediti di una registrazione che contiene la voce di uno di quei magistrati che avevano condannato Berlusconi.

L'incontro con il dirigente del Dis Marco Mancini. Esposto di Renzi contro Report: ecco il documento depositato alla Procura di Firenze. Aldo Torchiaro su Il Riformista l'8 Maggio 2021. Come anticipato da Il Riformista, oggi il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, e il suo avvocato Lorenzo Pellegrini, hanno consegnato alla Digos di Firenze l’esposto-denuncia sul colloquio da lui avuto con il dirigente del Dis Marco Mancini nell’autogrill di Fiano Romano il 23 dicembre 2020, episodio di cui ha dato conto la trasmissione Report. Nell’esposto – di cinque pagine, che alleghiamo integralmente – si ipotizza che lo stesso Renzi sia stato seguito e intercettato. La circostanza che la ripresa video sia stata girata fortuitamente da una professoressa di passaggio, in sosta nella stazione di servizio, la quale poi l’abbia inviata alla redazione di Report, è un racconto che per Renzi e il suo legale appare “alquanto contraddittorio”, invece “è possibile che Matteo Renzi sia stato seguito e/o che qualcuno abbia violato la Costituzione e la Legge intercettando e riprendendo in modo illegittimo un parlamentare”. Più che una ripresa fortuita, si legge, “una vicenda accuratamente orchestrata”. Nella denuncia Renzi si dice non convinto che sia stato possibile captare parole sue e di Mancini a distanza solo con un finestrino dell’auto, della professoressa, tenuto abbassato, anche perché il personale delle scorte di entrambi non avrebbero notato “alcun mezzo privato fermo per 40 minuti” nei pressi del colloquio. “Con quale mezzo”, riporta la denuncia, sarebbe stata ascoltata la conversazione? Per il leader di Iv le “circostanze potrebbero essere verificate agevolmente dall’autorità giudiziaria attraverso acquisizione ed analisi delle video riprese del 23 dicembre 2020 nell’autogrill” e pure “del video e delle foto girato dalla donna per capire se vi siano state manipolazioni o alterazioni che risultano possibili da una prima analisi superficiale”. “I mezzi con cui la captazione è avvenuta – ancora l’esposto – destano preoccupazione non solo per il senatore Matteo Renzi ma per un’attività illecita condotta ai danni di un membro del Parlamento e dunque in violazione della Costituzione”.

Caso Report, Matteo Renzi querela gli "ignoti" che hanno filmato l'incontro con lo 007 a Fiano Romano. I legali dell'ex premier hanno presentato al Tribunale di Roma la richiesta di sequestrare tutto il materiale usato dalla trasmissione e gli strumenti tecnologici della testimone oculare. Per gli avvocati è possibile un complotto e che "qualcuno abbia violato la Costituzione e la legge intercettando e riprendendo in modo illegittimo un parlamentare della Repubblica". La Repubblica l'8 maggio 2021. Matteo Renzi ha presentato al Tribunale di Roma una denuncia/querela contro ignoti per le immagini trasmesse da Report, il programma di RaiTre, del suo incontro nell'area di sosta di Fiano Romano con il dirigente dei Servizi segreti Marco Mancini. L'ex premier chiede di accertare cosa è accaduto, anche attraverso il sequestro del materiale in possesso della redazione di Report e della donna che ha filmato il colloquio. Nell'esposto si premette che "se non vi è dubbio che Matteo Renzi e Marco Mancini si siano incontrati nell'autogrill di Fiano Romano, altrettanto indubbio è il fatto che il racconto della donna (la professoressa che avrebbe fornito il video a Report, ndr) appaia alquanto contraddittorio". Inoltre, si chiede se il leader di Iv non sia stato seguito e intercettato in modo illegittimo: "È possibile che Matteo Renzi sia stato seguito e/o che qualcuno abbia violato la Costituzione e la legge intercettando e riprendendo in modo illegittimo un parlamentare della Repubblica". "Le immagini mandate in onda da 'Report' e il contraddittorio racconto della sedicente autrice - si legge nella denuncia - di tali riprese potrebbero rivelare dunque un fatto che costituisce grave violazione dei diritti di Matteo Renzi e segnatamente della sua riservatezza nonché libertà e segretezza delle conversazioni ed incontri". In particolare, i legali di Renzi, scrivono che "questa considerazione risulta più che evidente dalle assurdità e patenti contraddittorietà del racconto della testimone e dall'analisi attenta del servizio andato in onda, oltre che dalle dichiarazioni successive rese dal conduttore Ranucci sui social e sui media". "Tali circostanze, è il caso di metterlo in evidenza fin da subito - viene sottolineato - potrebbero essere agevolmente verificate da parte dell'autorità giudiziaria attraverso l'acquisizione ed analisi delle videoriprese del giorno 23 dicembre 2020 dell'autogrill di Fiano Romano, del video e delle foto girate dalla donna per capirne, attraverso l'analisi tecnica, se vi siano state manipolazioni o alterazioni che risultano possibile da una prima analisi superficiale. Alla luce di tali rilievi - si legge ancora- l'episodio potrebbe non essere una fortuita ripresa da parte di una cittadina qualunque quanto piuttosto una vicenda accuratamente orchestrata". Per questo si chiede anche di "sequestrare e acquisire i video e le foto girate dalla donna (la cui identità è d'accertarsi)". Renzi vuole, infatti capire, "attraverso l'analisi tecnica se vi sono state manipolazioni, alterazioni e provenienza". L'ex premier, chiede anche di accedere "all'ulteriore materiale informatico nella sua disponibilità - in particolare il cellulare, i computer, la corrispondenza telematica (email e messaggistica WhatsApp) e gli altri sistemi informatici".

Francesco Curridori per ilgiornale.it l'8 maggio 2021. Matteo Renzi denuncia Report per il servizio andato in onda il 3 maggio scorso dal titolo Babbi e spie in cui sono state mandate in onda le immagini di un incontro che il leader di Italia Viva ha avuto con Marco Mancini, agente dei servizi segreti. Secondo il senatore di Scandicci, la sua libertà e la sua riservatezza sarebbero state violate con riprese illegittime. Sono molte le incongruenze nella versione della professoressa che ha filmato il famoso incontro tra Renzi e Mancini, avvenuto nella piazzola di un autogrill di Fiano Romano lo scorso 23 dicembre, nei giorni caldi della crisi del governo Conte. Secondo la difesa di Renzi, la versione della fonte di Report non reggerebbe e sarebbe alquanto contradditorio, soprattutto quando l'insegnante racconta il momento in cui Renzi e Mancini si sono salutati e allontanati dalla famosa piazzola. Nella denuncia si afferma che "è possibile che Renzi sia stato seguito e/o che qualcuno abbia violato la Costituzione e la legge intercettando e riprendendo in modo illegittimo un parlamentare della Repubblica". Si parla di una "grave violazione dei diritti del senatore e della sua riservatezza, nonché della libertà e segretezza delle conversazioni e incontri". Alla trasmissione Report viene contestata la violazione degli articoli 617 bis e 323 del codice penale. Renzi, in base al primo articolo, ritiene di essere stato intercettato e pedinato. Il tutto aggravato dal fatto che il leader di Italia Viva è un senatore e, in quanto tale, protetto dall’articolo 68 della Costituzione. Il secondo articolo, invece, riguarda il possibile abuso d’ufficio dei pubblici ufficiali che avrebbero intercettato Renzi, se fosse dimostrato che l’insegnante non si trovasse all’autogrill per un semplice caso fortuito. Pertanto Renzi chiede che vengano sequestrate le immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza del piazzale dell'autogrill di Fiano Romano, i video e le foto scattate dall'insegnante al fine di capire "se vi siano state manipolazioni o alterazioni". Ma non solo. Il leader di Italia Viva chiede che siano perquisiti non solo il servizio mandato in onda da Report, ma anche il telefonino e il computer dell'insegnante così da verificare anche la sua corrispondenza. Il conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, ieri, parlando di quel video, ha chiarito che "il filmato non è di 40 minuti come scrive Renzi, ma dura circa 20 secondi, almeno quello che lei ci ha dato: 40 minuti è la durata del colloquio di Renzi con Mancini, come si può ricavare dagli orari in cui la signora ha scattato le prime e le ultime foto. Filmato che, tra l'altro, lei non ha dato subito a noi ma a un giornale, nella serata del 31 dicembre, dunque pochi giorni dopo il fatto. E non è vero che aveva riconosciuto Mancini, ma inizia a riprendere dal momento in cui arriva Renzi: non conosceva il volto dell'uomo dei servizi segreti, ha solo notato la presenza di una scorta, si è incuriosita e all'arrivo di Renzi li ha fotografati e poi ripresi". Ranucci ha aggiunto che "l'insegnante si è detta disponibilissima a incontrare Renzi personalmente, ovviamente lontano dalle telecamere. Noi, sicuramente torneremo nella puntata di lunedì prossimo sull'argomento".

Da repubblica.it l'11 maggio 2021. "Ho assistito a un incontro tra Matteo Renzi e un uomo che non ho riconosciuto, ma del quale ho appreso l'identità dal vostro servizio". Inizia così il racconto a Report su Rai3 dell'insegnante che il 23 dicembre scorso ha ripreso con il suo cellulare l'incontro nel parcheggio di un Autogrill di Fiano Romano tra il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, e il dirigente del Dis, Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, Marco Mancini. Un filmato che nei giorni scorsi ha suscitato le proteste di molti esponenti di partito, che al leader di Iv hanno chiesto il perchè di quell'incontro.  Renzi ha presentato querela contro "gli ignoti" che hanno girato il filmato. A Report la donna, che ha voluto restare anonima, stasera ha raccontato: "Mi sembrava strano che un senatore della Repubblica Italiana si vedesse con una persona che già lo attendeva accompagnata da altre due di scorta in un'area appartata di un Autogrill". La testimone ha spiegato di essersi fermata in quella piazzola Fiano Romano per permettere al padre malato di andare al bagno. Renzi, che nei giorni scorsi ha più volte messo in dubbio l'esistenza della testimone, tra le domande  poste ha chiesto come fosse possibile che il cellulare avesse potuto riprendere 40 minuti di incontro senza scaricarsi. "Non ho ripreso tutti e 40 minuti, il video dura 28 secondi", ha replicato la testimone. Poi, il passaggio più delicato dell'intervista a Rai3. La testimone ha infatti spiegato di aver sentito "l'uomo brizzolato" (Mancini ndr) congedarsi dall'ex premier dicendogli che sarebbe rimasto "a disposizione". "Li ho sentiti - ha detto la donna - perché si sono avvicinati alle auto, e quindi alla mia, e avevo il finestrino leggermente aperto". Renzi ha più volte domandato come mai quel video sia stato diffuso quattro mesi dopo la data della ripresa. Una scelta che l'autrice imputa ai mezzi di informazione: "Io - dice l'insegnante - ho inviato il filmato il 31 dicembre, alle 11, alla redazione web di un quotidiano nazionale. A quella mail non ho mai ricevuto risposta".

Report, parla la testimone dell'incontro Renzi-Mancini. Adnkronos il 10 maggio 2021.La donna il 23 dicembre scorso ha ripreso con il suo cellulare il leader di Italia Viva e il dirigente del Dis. Matteo Renzi e il 'caso Autogrill', parla a Report la testimone. "Ho assistito a un incontro tra Matteo Renzi e un uomo che non ho riconosciuto, ma del quale ho appreso l'identità dal vostro servizio. Mi sembrava strano che un senatore della Repubblica Italiana si vedesse con una persona che già lo attendeva accompagnata da altre due di scorta in un'area appartata di un autogrill", spiega l'insegnante che il 23 dicembre scorso ha ripreso con il suo cellulare l'incontro tra il leader di Italia Viva, di ritorno dal carcere di Rebibbia dove era andato a fare visita a Denis Verdini, e il dirigente del Dis, Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, Marco Mancini. La donna quel giorno ha raccontato di essersi fermata in quello stesso autogrill a Fiano Romano (di cui il senatore ha presentato un esposto per acquisire le immagini delle telecamere) per permettere al padre, costretto - dice lui stesso a Report - ad assumere farmaci "abbastanza potenti" diuretici, di andare al bagno. Renzi, che ha più volte messo in dubbio l'esistenza della testimone, tra le domande provocatoriamente poste ha chiesto come fosse possibile che il cellulare avesse potuto riprendere 40 minuti di incontro senza scaricarsi. "Non ho ripreso tutti e 40 minuti, il video dura 28 secondi" ribatte pronta la donna, rimasta a poca distanza dai due fino a quando entrambi sono risaliti nelle rispettive macchine. Renzi in direzione di Firenze "lo so perché ci ha superato al casello di Roma Nord, mentre non ho più incrociato l'auto del suo interlocutore, pur non andando a velocità sostenuta" dice ancora la donna. Ancora lei, a Report, spiega di esser riuscita a sentire "l'uomo brizzolato" congedarsi da Renzi dicendogli che sarebbe rimasto "a disposizione". "Li ho sentiti perché si sono avvicinati alle auto, e quindi alla mia, e avevo il finestrino leggermente aperto", chiarisce ancora l'insegnante. Renzi si chiede come mai quel video sia stato fatto uscire quattro mesi dopo. "Ma io ho inviato il filmato il 31 dicembre, alle 11, alla redazione web di un quotidiano nazionale. A quella mail non ho mai ricevuto risposta", ribatte la diretta interessata. "Non ho mai avuto rapporti professionali ed economici di sorta con alcuna azienda lussemburghese, ivi compresa la casa di produzione Tarantola. Non sono mai stato fonte remunerata di alcuna trasmissione radiotelevisiva e nel caso di Report, pur essendo stato contattato da Danilo Procaccianti in occasione dell’inchiesta su Alitalia e Piaggio dello scorso novembre, ho preferito non fornire informazioni né intervenire". Lo scrive Francesco Maria Tuccillo in un messaggio fatto pervenire alla redazione di Report e pubblicato dalla trasmissione su twitter, dopo che in un'interrogazione parlamentare firmata dal deputato di Italia Viva Luciano Nobili lo si menziona come ipotetica fonte del servizio "Allacciate le cinture", fonte 'coperta' che sarebbe stata retribuita con una fattura da 45mila euro che sarebbe stata pagata dalla Rai a una società lussemburghese, la Tarantula. L'ex manager di Finmeccanica e Piaggio Aerospace smentisce però qualunque coinvolgimento nella lettera inviata a Sigfrido Ranucci.

Renzi e gli 007, Gomez: “Nessun complotto. La segnalazione dell’incontro tra il leader di Iv e Mancini arrivò anche alla nostra redazione”. Da ilfattoquotidiano.it l'11 maggio 2021. Matteo Renzi, insieme al dirigente del Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza), Marco Mancini, impegnato per più di 40 minuti in una conversazione nella piazzola dell’autogrill di Fiano Romano, il 23 di dicembre del 2020. La puntata di Report di lunedì scorso, che ha mostrato il leader di Italia viva in compagnia dell’agente segreto, ha scosso la politica e parte dell’opinione pubblica, tanto che la vicenda è finita al Copasir e il partito guidato dall’ex segretario del Pd ha tirato in ballo un presunto “complotto”, annunciando di voler presentare un esposto in Procura per acquisire le immagini di videosorveglianza della stazione di servizio. Ma il direttore de ilFattoQuotidiano.it, Peter Gomez, in diretta per commentare quanto accaduto, ha respinto la ricostruzione del senatore di Rignano: “La signora che ha denunciato l’incontro tra i due si è detta disponibile a un confronto con Renzi. Il che fa cadere l’ipotesi del complotto. In più, quella segnalazione arrivò alla nostra redazione il 31 di dicembre”.

Report, Luciano Nobili attacca: "Per loro le interrogazioni sono intimidazioni", il video con cui smaschera la trasmissione di Ranucci. Libero Quotidiano il 10 maggio 2021. Tra Report e Italia Viva lo scontro è più che mai aperto. Nella puntata della prossima settimana Matteo Renzi dovrebbe essere ospite in studio di Sigfrido Ranucci, ma intanto la trasmissione di Rai 3 continua a essere nel mirino dei parlamentari renziani. E in particolare di Luciano Nobili, che ha denunciato il fatto di essere stato avvicinato da un inviato di Report, secondo cui sarebbe una intimidazione l’interrogazione parlamentare presentata per sapere se la trasmissione ha usato soldi pubblici per lo scoop sull’incontro tra Renzi e uno 007 italiano avvenuto in autogrill lo scorso dicembre. “Giovedì mattina alla Camera - ha raccontato Nobili - mi sono trovato davanti una troupe di Report che voleva, con il consueto stile aggressivo, parlare con me dell’interrogazione che ho depositato e delle legittime domande che ho rivolto alla Rai e per le quali sono in attesa di risposta. Chiedere spiegazioni su come la tv pubblica spende i soldi del contribuente per me non è un diritto, ma un dovere per un parlamentare. Per questo non comprendo il nervosismo di Report”. Inoltre il parlamentare renziano ha annunciato la pubblicazione dell’intervista ufficiale, “consapevole che quello che andrà in onda sarà il consueto taglia e cuci con montaggio creativo”. Tanto che Italia Viva ha diffuso un video non tagliato dell'intervista, che potete vedere qui in calce. Tra l’altro l’inviato di Report ha definito “intimidazione” l’interrogazione parlamentare: “Con me nascano male. Sono io che non mi farò intimidire. Il sindacato ispettivo è una prerogativa parlamentare a tutela dei cittadini: attaccarlo significa attaccare la democrazia parlamentare. Come Matteo Renzi ha risposto per un’ora ai giornalisti di Report, come io ho risposto alle loro domande per tutto il tempo che hanno voluto, chiedo semplicemente che questa volta - ha chiosato Nobili - sia la Rai a rispondere alle mie”. "Continueremo a trattare il tema". Ranucci da Fazio non molla Renzi. "Report parlerà ancora dell'incontro con Mancini"

Il deputato di Italia Viva: "È un dovere sapere come la Rai spende i soldi degli italiani". Report contro Nobili: “Interrogazione sulla fattura è una intimidazione”. Il deputato IV: “Cosa fa la Rai con i soldi degli italiani?” Redazione su Il Riformista il 10 Maggio 2021.

Giorgio Mottola di Report intervista Luciano Nobili sulla vicenda della presunta fattura da 45mila euro e dell’interrogazione parlamentare che il deputato di Italia Viva ha presentato per fare chiarezza sulla vicenda. La trasmissione di Sigfrido Ranucci, che stasera mostrerà l’intervista a Nobili, ha pubblicato sul suo sito il video integrale, di 23 minuti dell’intervista al deputato di Italia Viva. Nobili dice: “Un’interrogazione è una domanda, a volte si fanno anche per escludere certe cose. Io e Italia Viva crediamo tantissimo nel giornalismo libero. La Rai è stata protagonista di censura con Fedez noi siamo per il giornalismo libero. Abbiamo chiesto alla Rai, perché ti sei rivolto a un fornitore esterno se hai tante professionalità interne?”. Il giornalista di Report poi parla di intimidazione: “Si rende conto che lei è uscito con una interrogazione parlamentare su un dossier falso? Questa fattura non esiste”. Nobili dice: “Fare una interrogazione parlamentare è una cosa molto grave poiché farla è una prerogativa di libertà di un parlamentare della Repubblica, un mio diritto e io non me lo faccio conculcare da una trasmissione televisiva. E’ un mio diritto sapere cosa fa la Rai con i soldi degli italiani, e lei ha definito la mia interrogazione una intimidazione. Lei si rende conto cosa sta dicendo? Io difendo i giornalisti dall’intimidazione”. Mottola chiede: “Mi mostra la fattura? Mi fa vedere la fattura? Da dove ha ricavato queste informazioni? Lei fa riferimento a una fonte che abbiamo consultato (Tuccillo) e che noi non abbiamo rivelato”. Nobili prova a spiegare: “Una interrogazione parlamentare è una tutela della libertà. Io voglio sapere la Rai come spende i suoi soldi. La Rai può rispondermi dicendo che c’era una fattura pagata a Tarantola oppure che non c’è. Nel primo caso continuerò a fare domande e perché c’è questo pagamento. Nel secondo caso sono più leggero perché Report ha fatto un servizio indegno ma almeno senza far spendere altri soldi agli italiani”. Per gli autogrillini di Report le interrogazioni sono intimidazioni.

La polpetta avvelenata. Report Rai PUNTATA DEL 10/05/2021 di Danilo Procaccianti, Giorgio Mottola. Matteo Renzi ha presentato una denuncia con istanza di perquisizione nella redazione di Report per acquisire la documentazione relativa alle immagini che documentano l'incontro tra il leader di Italia Viva e l'agente dei servizi segreti Marco Mancini. Nella newsletter settimanale ha poi sollevato dubbi riguardo il racconto della testimone presente al momento dell'incontro. Con una seconda intervista all'insegnante, Report ritornerà a parlare della vicenda. Verranno poi sentiti i protagonisti al centro di un dossier con email e fatture false, secondo cui il programma avrebbe pagato 45 mila euro a una società lussemburghese per una fonte.

“LA POLPETTA AVVELENATA” di Danilo Procaccianti e Giorgio Mottola collaborazione Eleonora Zocca e Norma Ferrara immagini Cristiano Forti immagini Chiara D’Ambros – Matteo Delbò montaggio e grafica Monica Cesarani

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Oggi sono rimasti ancora sconosciuti i colloqui di quell’incontro che abbiamo mostrato lunedì scorso, che ritraeva Matteo Renzi e un agente segreto Marco Mancini, il 23 dicembre appartati ai margini di una stazione di servizio. Si stava per aprire una crisi di governo e a riprenderli è stato il telefonino di una insegnante che si era fermata perché il padre aveva avuto un malore.

L’ARIA CHE TIRA DEL 23/12/2020 MATTEO RENZI – LEADER ITALIA VIVA Secondo me i servizi segreti devono essere guidati da un esperto tecnico che non è il presidente del Consiglio: quando c’era Berlusconi, c’era Letta; quando c’era Monti, c’era De Gennaro; quando c’era Renzi, c’era Minniti. Cioè, tutti noi abbiamo sempre delegato, perché Conte accentra? Che c’ha? Bisogna che anche su questo ci siano dei segnali di novità.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Matteo Renzi fa queste dichiarazioni il 23 dicembre del 2020, un giorno particolarmente fitto di appuntamenti per l’ex premier. Dopo la trasmissione infatti Renzi va al carcere di Rebibbia per fare visita a Denis Verdini, l’ex coordinatore di Forza Italia, che qui è recluso da novembre, dopo la condanna per bancarotta. Dato conforto a Verdini, il leader di Italia Viva imbocca l’autostrada verso Firenze e fa tappa in questo autogrill a Nord di Roma, Fiano Romano, dove tiene un incontro riservato. Nessuno si accorge, però, che alla scena assiste anche una testimone, che si trova lì per caso. Dopo la puntata di Report del 12 aprile scorso ha inviato una mail alla nostra redazione.

GIORGIO MOTTOLA Che cosa ha visto il 23 dicembre?

TESTIMONE Ho assistito all’incontro tra un personaggio a me sconosciuto con un politico, Matteo Renzi, il quale gli ha dato una pacca sulla spalla e poi si sono appartati a parlare.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Il misterioso uomo brizzolato con cui parla Renzi è Marco Mancini, un importante 007 italiano, oggi alto dirigente del Dis, il dipartimento dei Servizi segreti che coordina le attività di AISI e di AISE.

DANILO PROCACCIANTI A noi risulta un suo incontro riservato con Marco Mancini all’autogrill. Diciamo come due amanti clandestini.

MATTEO RENZI – LEADER ITALIA VIVA Mi fa ridere che lei dica “incontro riservato”, un incontro che è all’autogrill. Il fatto che lei mi dica che gli incontri degli amanti sono all’autogrill mi fa pensare che la sua amante non sia particolarmente fortunata.

DANILO PROCACCIANTI Non ho amanti.

MATTEO RENZI – LEADER ITALIA VIVA Perché incontrarsi a Fiano Romano secondo me non è il massimo. Dopodiché le vorrei segnalare che, siccome voi state facendo riferimento a un video, sarebbe interessante sapere chi ve l'ha dato. Mi colpisce molto perché in realtà dovevo incontrare il dottor Mancini qui, come incontro altri dirigenti dello Stato, me ne ero dimenticato quando lui mi manda un messaggino e ho fatto “guardi, dottore, io sono già in macchina verso Firenze” e lui mi ha raggiunto all’autogrill. Quindi è molto strano che ci fosse proprio lì casualmente qualcuno a riprendere.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Renzi fa riferimento al video girato a Fiano Romano. Ma fino a quel momento durante l’intervista non avevamo menzionato né la foto né il video che ci sono stati mandati. Come faceva Matteo Renzi prima dell’intervista a sapere dell’esistenza della documentazione inviataci riservatamente.  

DANILO PROCACCIANTI Però non mi ha detto cosa vi siete detti con Mancini.

MATTEO RENZI – LEADER ITALIA VIVA Come le ho detto, dovevo vederlo qui. Mi doveva portare, si figuri, i babbi che sono un bellissimo wafer romagnolo che il dottor Mancini mi manda tutti gli anni e che io mangio in modo molto vorace. Oppure lei vuol dire che il dottor Mancini è il grande ispiratore della mia battaglia per cambiare l’autorità delegata?

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Noi certo non pensiamo a un complotto per far cadere il governo. Ci siamo posti esclusivamente delle domande. Come mai un politico incontra un agente dei servizi di sicurezza ai margini di un autogrill? È per scambiare i babbi come dice Renzi o per scambiare delle informazioni? Ecco, magari sul medio Oriente dove Mancini vanta ancora dei solidi rapporti per la sua passata esperienza e dove Renzi si reca spesso. Oppure sono, si scambiano informazioni sulla sicurezza del paese? O Mancini magari chiede una sponsorizzazione a Renzi in vista delle future nomine ai vice dell’Aise e del Dis? Ecco su questa domanda in particolare se lui o qualcuno del suo partito avesse ricordato a Conte il nome di Mancini tra i possibili candidati vice direttori, ecco, lui glissa e dice, guardate che Conte che con lui ha ottimi rapporti vero, ma sta di fatto che Conte poi non lo nomina. Non sappiamo se per una sua scelta o perché sul nome di Mancini è scattato il veto di alcuni servizi di sicurezza di Paesi stranieri che sono strategici nell’alleanza col nostro Paese. Perché Mancini è un bravo agente ma sul suo passato pesano delle ombre. C’è stato il coinvolgimento del dossieraggio Telecom con Tavaroli, coinvolgimento col rapimento di Abu Omar dove è anche emersa una centrale di dossieraggio, invece dei rapporti incestuosi e promiscui con alcuni giornalisti che erano al servizio del Sismi. Ora noi sappiamo benissimo che Renzi non è il primo politico che incontra segretamente un agente dell’intelligence, e sappiamo anche che le finalità non sono… non sempre sono lastricate di buone intenzioni. Proprio per questo, per una gestione trasparente del potere, abbiamo chiesto a Renzi quale fosse la natura dei suoi colloqui. Lui legittimamente non ha risposto, ma le stesse domande questa volta una settimana dopo la nostra trasmissione, se l’è poste il Copasir, l’Organismo Parlamentare di Controllo sui servizi che ha convocato per la prossima settimana Vecchione, capo del Dis, per sapere se lui fosse informato di questo incontro e sulla natura dei colloqui sui quali, legittimamente, lo ribadiamo, Renzi ha mantenuto il riserbo. Dopo la puntata però ha cominciato a mettere in discussione la qualità della nostra fonte. Anche l’attendibilità della sua versione. Una fonte che un’insegnate che stasera torna a parlare, questa volta con suo padre. E in questi giorni è spuntato anche un dossier falso per delegittimare Report. chi l’ha confezionato? I nostri Giorgio Mottola e Danilo Procaccianti.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Dopo il nostro servizio, sabato scorso Matteo Renzi ha presentato una denuncia con istanza di perquisizione nella redazione di Report. È stato l’atto conclusivo dopo una lunga settimana di polemiche che ha visto Report al centro di attacchi da parte di giornali e politici. Alcuni hanno tentato in maniera persino ironico di delegittimare le nostre fonti e il senatore Renzi, subito dopo la puntata, ha pubblicato una lettera dove mette in dubbio l’esistenza della nostra testimone, elencando una serie di presunte contraddizioni. La prima stranezza, secondo il leader di Italia Viva, è che la nostra fonte abbia girato il video il 23 dicembre e poi lo abbia inviato alla redazione di Report solo quattro mesi dopo.

GIORGIO MOTTOLA Perché si è tenuta per sé per tutto questo tempo questo video e queste foto?  

TESTIMONE Allora io non le ho tenute assolutamente per me, perché io il 31 dicembre alle 11 ho inviato lo stesso materiale che ho inviato alla vostra redazione, l’ho inviato alla redazione web di un quotidiano nazionale. GIORGIO MOTTOLA Ha conservato questa mail?

TESTIMONE Sì, assolutamente. GIORGIO MOTTOLA E ha mai ricevuto risposta a questa mail?

TESTIMONE Assolutamente no. E questo mi ha fatto pensare che non fossero foto di nessuna rilevanza.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ma Matteo Renzi ritiene sospetta la nostra testimone anche perché avrebbe riconosciuto nel signore elegante ma losco un famoso dirigente dei Servizi segreti italiani di cui non esistevano foto da anni. TESTIMONE Ma io non l’ho riconosciuto, l’ho scoperto quando avete mandato in onda il servizio con la mia intervista chi fosse realmente quella persona.

GIORGIO MOTTOLA E allora se non l’ha riconosciuto perché ha girato questo video e scattato queste foto?

TESTIMONE Mi risultava strano che un senatore della Repubblica italiana incontrasse una persona che già lo attendeva con due persone di scorta in un posto isolato e in un’area ancora più isolata di tutta la stazione di servizio.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO E infatti nella mail mandata a dicembre in cui allega il materiale su Renzi e Mancini, specifica che non sa se si tratta di foto importanti, perché non riconosce l’interlocutore di Renzi. Ma per il senatore è anomalo anche il video girato. Come ha fatto, si chiede Renzi, la batteria del telefono a durare per tutti e quaranta i minuti dell’incontro?

TESTIMONE Io non ho ripreso tutti i quaranta minuti della durata dell’incontro.

GIORGIO MOTTOLA Quanto dura il video?

TESTIMONE 28 secondi.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO La scorsa settimana la testimone ci aveva raccontato di essersi trovata casualmente nell’autogrill di Fiano Romano perché il padre si era sentito male. Ma anche questa circostanza sembra sospetta al senatore Renzi: “Fortuna vuole che il padre si senta male a Fiano Romano e non fuori da Palazzo Chigi dove avrebbe visto il dirigente dei servizi incontrare Conte”. E chiosa: “Report dica finalmente la verità al popolo italiano”. E così abbiamo deciso di intervistare anche il padre della nostra testimone.

PADRE TESTIMONE Quel pomeriggio io son partito con mia figlia e non mi sentivo troppo bene.

GIORGIO MOTTOLA Le posso chiedere che tipo di malore ha avuto quel giorno?

PADRE TESTIMONE Soffro di una patologia che mi obbliga ad assumere dei farmaci abbastanza potenti per una leucemia mieloidecronica, una LMC.

GIORGIO MOTTOLA Quindi a causa dei farmaci spesso va incontro a questi disturbi…

PADRE TESTIMONE Questi farmaci producono, producono questi, questi effetti. Sono degli attacchi ripetuti per cui sono stato costretto a entrare e uscire dal bagno diverse volte e quando siamo arrivati ho visto questa macchina ferma con questi, con questi signori ma lì per lì non c’ho fatto caso e poi ho visto il senatore Renzi, che parlava con questa, con questa persona.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Dovendo attendere che il padre si sentisse meglio, la nostra testimone è rimasta in autogrill a lungo, quasi fino alla fine dell’incontro di Renzi con Mancini.

GIORGIO MOTTOLA Lei ha assistito a questo scambio di dolci, di babbi, fra Mancini e Renzi?

TESTIMONE Per quel che ho visto io, no.

GIORGIO MOTTOLA Lei ha assistito a tutta quanta la scena fino a quando sono ritornati verso le loro auto

TESTIMONE E sono rientrati nelle loro auto. L’auto di Renzi ha proseguito prendendo l’autostrada in direzione di Firenze. E invece l’altra auto ha ripreso in direzione di Roma.

GIORGIO MOTTOLA Si sono detti qualcosa prima di salutarsi?

TESTIMONE L’uomo brizzolato ha ricordato a Renzi che sapeva dove trovarlo, qualsiasi cosa…

GIORGIO MOTTOLA Era a disposizione.

TESTIMONE Sì. GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Questo particolare per Renzi sarebbe la dimostrazione che si tratta di un racconto falso. E soprattutto, come fa a sentire le parole di commiato “sa dove trovarmi”. La professoressa, scrive il senatore, ha le orecchie bioniche.

TESTIMONE Allora io non è che la sento a distanza, io la sento nel momento in cui entrambi si avvicinano alle proprie auto. Io avevo il finestrino come ho detto leggermente aperto e quindi ho potuto sentire che si sono salutati a distanza.

GIORGIO MOTTOLA Lei sente questa conversazione dopo che loro si sono già avvicinati.

TESTIMONE Sì, assolutamente sì. GIORGIO MOTTOLA Nella scorsa intervista ci ha riferito che Renzi ha proseguito per Firenze mentre invece Mancini è tornato indietro verso Roma. Sulla base di quali elementi ci ha fatto questa dichiarazione? TESTIMONE Perché io sono partita leggermente prima di loro, quando entrambi erano rientrati nelle proprie automobili. Passato il casello di Roma Nord, dopo poche centinaia di metri l’auto di Renzi ci ha superati a gran velocità e benché io procedessi a velocità ridotta, l’auto di Mancini non mi ha mai superato e quindi da lì ho dedotto che fosse tornato verso Roma.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Luciano Nobili è uno dei parlamentari di Italia Viva più attivi sui social.

VIDEO TIKTOK LUCIANO NOBILI GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO E Luciano Nobili è stato anche tra i primi ad attaccare le nostre fonti. LUCIANO NOBILI L’unico falso che c’è in questa storia è la professoressa bionica. Quando me la presentate ‘sta professoressa bionica che vede a chilometri di distanza, che sente a centinaia di metri di distanza…

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Il giorno in cui va in onda il nostro servizio, è proprio Luciano Nobili ad annunciare una interrogazione parlamentare lanciando accuse gravissime contro la trasmissione Report.

LUCIANO NOBILI - QUATTRO SEMPLICI DOMANDE ALLA RAI ED A #REPORTRAI3 3/5/2021 Voglio sapere esattamente se la Rai abbia o meno pagato una fattura alla società lussemburghese Tarantula e, se sì, perché ha pagato questa fattura in virtù di quale servizio? La società Tarantula ha collaborato alla realizzazione del servizio su Renzi su Alitalia, su Piaggio Aerospace? Sono delle domande semplici e lecite, fatte proprio perché Italia Viva crede nella libertà del giornalismo e nel giornalismo d’inchiesta, ma quello vero.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Evviva Dio! A meno che non ipotizzi o pensi che il nostro sia un giornalismo d’inchiesta falso. Che cosa è successo? Che poco dopo aver anticipato i contenuti della puntata di lunedì scorso, mandando in onda in anticipo il filmato dell’incontro tra Matteo Renzi e l’agente segreto Mancini, Luciano Nobili, uno dei fedelissimi di Matteo Renzi annuncia un’interrogazione parlamentare nella quale si chiede se corrisponde al vero che la Rai abbia pagato una fattura di 45 mila euro a favore di una società di produzione lussemburghese, la Tarantula, finalizzata a pagare una nostra fonte coperta che ci aveva aiutato a realizzare un’inchiesta contro Renzi. Questa fonte coperta sarebbe secondo Nobili, Maria Tuccillo, Francesco Maria Tuccillo, e avrebbe avuto un ruolo nel confezionare un’inchiesta andata in onda novembre scorso, nella quale si parlava della gestione del dossier Alitalia e di Piaggio Aerospace, da parte del governo Renzi. Renzi che aveva spalancato le porte agli Emirati Arabi. Ora, premesso che noi effettivamente abbiamo incontrato Tuccillo, ma lo abbiamo incontrato una sola volta, e non è stata la nostra fonte perché poi si è rifiutato di parlare con noi. Premesso anche che in 25 anni di storia, Report non ha mai pagato una fonte né ha realizzato inchieste contro. Ecco, premesso tutto questo, quell’interrogazione si basa su un dossier falso. Non solo falso, ma palesemente falso. Se n’erano accorti anche alcuni giornalisti che poi lo avevano in qualche modo messo da parte, dopo qualche accenno di timida pubblicazione. Tuttavia, finisce nelle mani di Matteo Renzi. E proprio nel corso dell’intervista nella quale il nostro Danilo Procaccianti gli chiede conto del tragitto particolare che fanno i soldi delle sue consulenze arabe, ecco, lo evoca Matteo Renzi questo dossier. Con la fattura pagata in Lussemburgo.

DANILO PROCACCIANTI Sui bonifici che arrivano a Portici invece?

MATTEO RENZI - LEADER ITALIA VIVA Studi, deve studiare, non ne sa una.

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO Ci eravamo lasciati così con il senatore Renzi, a novembre scorso. Gli avevamo chiesto conto delle sue conferenze a pagamento negli Emirati Arabi. L’ultima si era svolta ad Abu Dhabi, nel dicembre 2019. Per parlare 16 minuti effettivi, Matteo Renzi percepisce 33 mila euro. L’anomalia è il giro che fanno i soldi della conferenza, al punto che l’antiriciclaggio di Banca d’Italia ha segnalato l’operazione come sospetta. Dal conto di Anthony Scaramucci, l’organizzatore dell’evento negli Emirati, parte un bonifico di 75.000 euro. Quei soldi non vanno direttamente a Renzi, ma arrivano a Portici, in provincia di Napoli, sul conto della “Carlo Torino & associati”. Infine, Carlo Torino fa un bonifico di 33 mila euro a Matteo Renzi.

MATTEO RENZI - LEADER ITALIA VIVA I soldi non fanno un giro strano. Quando ci sono le conferenze, ci sono in alcuni casi dei soggetti che le organizzano. Non c'è niente di strano, è molto simpatico cercare di far immaginare che ci sia sempre qualcosa di strano sotto.

DANILO PROCACCIANTI Dico: perché non pagano direttamente lei?

MATTEO RENZI - LEADER ITALIA VIVA Ma gliel’ho appena spiegato, faccia uno sforzo, faccia uno sforzo per ascoltare.

DANILO PROCACCIANTI Tra l'altro questa società, questa società era nata da sei giorni dopo che lei aveva chiuso la sua che si occupava proprio di questo, la Digistart.

MATTEO RENZI - LEADER ITALIA VIVA Scusi qual è la domanda? Lei mi domanda: tu hai preso 30. Quanti erano?

DANILO PROCACCIANTI 33 mila circa.

MATTEO RENZI - LEADER ITALIA VIVA 33 mila euro, benissimo. Questi soldi sono trasparenti? Sì. Sono tracciati? Sì. Poi lei mi chiede di altre società che fanno l'attività di organizzazione di convegni. Siccome li ha sentiti, chieda a loro.

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO L’organizzatore che ha incassato per lui è Carlo Torino, ex commerciante di calzature. È proprietario e amministratore unico di una società con un capitale di 1.500 euro che quando ha incassato i soldi della conferenza di Renzi era inattiva, lo è diventata dopo attiva. È stata costituita il 26 novembre 2019, proprio alla vigilia della partecipazione del senatore alla conferenza e tre giorni dopo che Matteo Renzi aveva chiuso la sua società, la Digistart Srl, che si occupava proprio della gestione delle conferenze. Anche la società di Carlo Torino si sarebbe dovuta occupare di convegni e di eventi, ma pare che si sia occupata solo dell’evento di Renzi.

CARLO TORINO - IMPRENDITORE Io sono una persona che lavora in perfetta trasparenza, lo possono dire tutti. Dire che una persona… Peraltro quel bonifico non arrivava da Dubai, lo posso dire in maniera molto chiara e trasparente, ma arrivava da una società degli Stati Uniti…

DANILO PROCACCIANTI A me risulta strano intanto che la sua società è nata tre giorni dopo, guarda caso, che Renzi aveva chiuso la sua.

CARLO TORINO - IMPRENDITORE Io non posso entrare nei dettagli insomma di questa vicenda. Posso dire che Matteo Renzi è una persona di una trasparenza, di una correttezza e di una professionalità straordinarie.

DANILO PROCACCIANTI Un'altra stranezza è che quando noi abbiamo fatto la visura la sua società risultava inattiva.

CARLO TORINO - IMPRENDITORE L’attivazione dell'oggetto sociale di una società può avvenire con il tempo. Il fatto che una società sia inattiva non significa che la società non sia in attività. L'idea che voi vogliate far passare questa cosa come una società veicolo è assolutamente fuorviante, non ha alcun senso.

DANILO PROCACCIANTI Quindi ha fatto altre transazioni economiche quella società.

CARLO TORINO - IMPRENDITORE Non vengo a dire alla stampa le attività della mia società.

DANILO PROCACCIANTI Arriva questo bonifico di 75mila dollari da Anthony Scaramucci, 33 mila euro vanno a Renzi. Mi sembra, come dire, eccessivo che chi fa l'intermediazione prenda di più di chi poi ha fatto la prestazione stessa.

CARLO TORINO - IMPRENDITORE Non è di più. C’è un carico di un carico di Iva che dagli Stati Uniti non è stata pagata. C’è un carico di Iva del 22%.

MATTEO RENZI - LEADER ITALIA VIVA Guardi, io penso che questa cosa sia una cosa molto semplice. C'è l'organizzatore del convegno, c'è chi organizza la presenza dei relatori e soprattutto non c'è niente di strano. A differenza di ciò che dice lei, un giro strano di denaro, che è una frase un po’ allusoria.

DANILO PROCACCIANTI No, strano lo dico perché è stata una segnalazione di operazione sospetta. Non è che lo dico io, quindi, insomma, era giusto per chiarire…

 MATTEO RENZI - LEADER ITALIA VIVA No, guardi, la segnalazione di operazione sospetta si fa sempre per i politici. Qualsiasi denaro che arriva ai politici che sia superiore a una certa cifra, viene segnalato dalla banca a Banca d'Italia e da Banca d'Italia alle procure e questa si chiama segnalazione di operazione sospetta. È una cosa secondo me giusta, io la farei anche per i giornalisti cosicché, se per caso qualcuno prende dei soldi da una società del Lussemburgo per aver fatto chissà che cosa, è un giornalista o un testimone…

DANILO PROCACCIANTI Chiaro. MATTEO RENZI - LEADER ITALIA VIVA …di una iniziativa giornalistica, a quel punto scatta l'operazione sospetta.

 DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO A cosa si riferisce il senatore Renzi quando parla di giornalisti e del Lussemburgo? Si riferisce a noi. Un vero e proprio giallo che proviamo a ricostruire. Nel mese di gennaio tra le redazioni, circola un dossier falso finalizzato a delegittimare Report che, in un’inchiesta andata in onda a novembre scorso sui rapporto di Renzi con gli Emirati Arabi, aveva criticato la gestione del governo Renzi sui casi Alitalia e Piaggio Aereospace. Nel dossier falso si ipotizzava che Report, in accordo con la Rai, avesse pagato una fonte coperta con un bonifico di una fattura di quarantacinquemila euro a una società lussemburghese con la finalità di fare un’inchiesta contro Renzi. Era per questo che Renzi alludeva a Lussemburgo. Ce lo racconta Franco Bechis, direttore de Il Tempo che il dossier lo ha visto.

 FRANCO BECHIS – DIRETTORE DE “IL TEMPO” Quelle carte proprio non erano usabili perché io non posso avere in mano un conto bancario lussemburghese con le distinte che peraltro non corrispondevano come cifre. Cioè era molto caotica anche come documentazione. Ti dico quale fosse la tesi ovviamente. La tesi era che fosse pagato un consulente di Leonardo dalla Rai evidentemente attraverso il pagamento di una società e questo personaggio sarebbe stato intervistato, oscurato. Faceva il teste nascosto, diciamo, in cambio di 40 e passa mila euro. Ho pensato che in ogni caso la documentazione fosse falsa. Quindi, boh, mi sembrava veramente una cosa prefabbricata.

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO Di sicuro qualcuno dell’entourage di Renzi ne era a conoscenza. Alessio De Giorgi, l’uomo che cura la bestia social di Italia Viva, lancia un tweet dopo la messa in onda della puntata e scrive: “Ma guarda che strano: stasera rilanciano casualmente una puntata vecchia di Report, esattamente la stessa, ancora contro Matteo Renzi. Chissà che nei prossimi giorni non capiremo meglio cosa c’è sotto”. Evidentemente De Giorgi era quantomeno a conoscenza di quel dossier contro di noi.

DANILO PROCACCIANTI “Chissà che nei prossimi giorni non capiremo meglio che cosa c'è sotto”. C'è qualcosa che sai che noi non sappiamo?

ALESSIO DE GIORGI Non me lo ricordo sinceramente.

DANILO PROCACCIANTI È andata in onda una replica nostra su Alitalia e il senatore Renzi e tu appunto hai fatto questo tweet.

ALESSIO DE GIORGI Sì, ma non mi ricordo a cosa mi riferivo.

DANILO PROCACCIANTI Nel senso, siccome appunto tu non sei un passante… Cioè, sei uno che ha un ruolo, quindi se scrivi una cosa del genere, immagino che hai delle basi per scrivere: “Chissà cosa c'è sotto”. O sono parole al vento?

ALESSIO DE GIORGI Se non me lo ricordo, non me lo ricordo!

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO Alessio De Giorgi ha perso la memoria. Matteo Renzi, invece, nello stesso giorno che mandiamo in onda le immagini del suo incontro con lo 007 Mancini, annuncia un’interrogazione parlamentare basata sul dossier falso che girava almeno da metà gennaio.

DANILO PROCACCIANTI Senta, ne approfitto subito, visto che ha detto questa cosa dei giornalisti e del Lussemburgo: casualmente, dopo la puntata nostra, è arrivato un dossier ad alcuni giornali dove appunto si parlava anche di un testimone che sarebbe stato pagato dalla Rai che ha un conto in Lussemburgo. Ne sa qualcosa? Visto che ha fatto questo esempio strano…

MATTEO RENZI, LEADER ITALIA VIVA Ho visto, ho visto l’interrogazione parlamentare su questo però non ho visto la risposta. Quando ci sarà la risposta del ministro dell'Economia e delle Finanze vedremo se, come io penso e spero, sia uno dei tanti dossier, sa quelle cose che vengono mandate e che non sono vere? Mi auguro che sia così.

DANILO PROCACCIANTI Lei non ne sa nulla però di questo dossier?

MATTEO RENZI - LEADER ITALIA VIVA Voglio ben sperare che una trasmissione importante della Rai, come dire, non paghi qualcuno per dire delle false verità, io non ci credo.

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO L’interrogazione parlamentare annunciata da Matteo Renzi è stata presentata dal deputato di Italia Viva Luciano Nobili, che la commenta così sui suoi profili social.

LUCIANO NOBILI (VIDEO SU FACEBOOK) Sono un parlamentare della Repubblica, non costruisco dossier, non riprendo le persone all’autogrill spacciando una chiacchierata per un incontro segreto, detesto i complotti e non voglio censurare nessuno. Ho solo fatto delle domande, legittime, rientrano nelle mie prerogative, con un’interrogazione parlamentare. Come Report ha fatto delle domande a Renzi, io faccio delle domande alla Rai. La società Tarantula ha collaborato alla realizzazione del servizio su Renzi, su Alitalia, su Piaggio Aerospace? Esiste un rapporto fra la società Tarantula e il dottor Tuccillo?

GIORGIO MOTTOLA Il giorno in cui noi usciamo col servizio, voi uscite con questa interrogazione su un dossier che è falso. Al momento falso. Questa è intimidazione.

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Allora capiamo come funziona… Dossier? Dossier? Intimidazione? Ma di che sta parlando? Quale dossier, dove sta il dossier? C’è un atto parlamentare di sindacato ispettivo, mio dovere farlo, dovere della Rai rispondere: è un'intimidazione?

GIORGIO MOTTOLA Perfetto, perfetto.

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Ma lei si rende conto di quello che sta dicendo?

GIORGIO MOTTOLA Mi fa parlare?

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Si rende conto di quello che sta dicendo? Lo sa cosa è un’intimidazione? Io difendo i giornalisti da intimidazioni! Io difendo i giornalisti da intimidazioni, la mia è un’interrogazione parlamentare. Quindi si pulisca la bocca prima di parlare!

GIORGIO MOTTOLA Lei ha fatto un’interrogazione su un dossier che è falso! Lei ha fatto un’interrogazione nel giorno in cui ci siamo occupati del suo capo. Ma perché urla e non risponde alle domande? Perché urla, perché urla? LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Perché lei non mi può accusare di intimidazioni!

GIORGIO MOTTOLA Nella sua interrogazione cita una fonte che lei non doveva, non era tenuto a sapere, non era tenuto a conoscere!

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Io non cito la fonte, io domando, io domando se quell’informazione…

GIORGIO MOTTOLA Fa riferimento a Tuccillo…

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA E certo, io domando da chi avete avuto quelle informazioni…

GIORGIO MOTTOLA Noi non l’abbiamo mai mandato in onda, lei come faceva a sapere che noi abbiamo parlato con questo Tuccillo però?

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Io domando se le informazioni contenute in quel servizio vengono da quella fonte e se quella fonte magari ha ricevuto un compenso.

GIORGIO MOTTOLA Ma come faceva a sapere della nostra fonte?

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Ma che fa, sapete tutto solo voi?

GIORGIO MOTTOLA Ah, quindi ha fatto delle ricerche su di noi!

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Non ho fatto nessuna ricerca.

GIORGIO MOTTOLA E come fa a sapere di ‘sta fonte? È molto curioso però!

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Perché ‘sta cosa vi innervosisce tanto?

GIORGIO MOTTOLA Perché avete rivelato una fonte che voi non potevate conoscere! È questa la cosa!

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Ma perché vi innervosisce tanto? Ma perché vi innervosisce tanto?

GIORGIO MOTTOLA Perché siamo preoccupati, perché siamo preoccupati non solo per Report, ma per il giornalismo italiano, perché siamo preoccupati per le sorti del giornalismo italiano!

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Ma qual è la fonte che se fate un servizio su Piaggio Aerospace vi chiediamo se avete sentito un alto dirigente di Aerospace?

GIORGIO MOTTOLA Che non abbiamo mandato in onda, ci sono tanti alti dirigenti di Aerospace.

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Ma di che state parlando? Ma di che state parlando?

GIORGIO MOTTOLA Ci sono tanti alti dirigenti di Aerospace, ce ne sono tanti, non c’è soltanto Tuccillo.

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO Ma rimane una questione: esiste o no questo dossier che parla della fattura oggetto dell’interrogazione di Nobili?

GIORGIO MOTTOLA Ma chi ve l’ha data questa fattura?

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Io non ho nessuna fattura. Non me l’ha data nessuno perché…

GIORGIO MOTTOLA Chi ve le ha date queste informazioni?

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Fonti giornalistiche che sono stanche…

GIORGIO MOTTOLA Fonti giornalistiche…

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Fonti giornalistiche che sono stanche del fatto che la Rai ricorra a professionalità esterne. Visto che la Rai ha tantissime e validissime professionalità interne, è bene che lavori con professionalità interne.

GIORGIO MOTTOLA Lei mi ha appena detto che anche voi fate ricerche. Che tipo di ricerche fate su di noi?

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Lo ha detto lei.

GIORGIO MOTTOLA Lo ha detto un attimo fa.

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Lo ha detto lei.

GIORGIO MOTTOLA Ha detto “anche noi facciamo ricerche”

 LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Io ho solo detto non avete solo voi le informazioni GIORGIO MOTTOLA Lo ha detto lei un attimo fa.

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Ho detto “ce le abbiamo anche noi le informazioni”. Le persone vengono a parlarci e a raccontarci.

GIORGIO MOTTOLA E quindi vi hanno rivelato di una fonte che noi abbiamo incontrato riservatamente

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Ci hanno rivelato del fatto che è possibile che la Rai si sia rivolta a una società esterna – nello specifico questa Tarantula – per realizzare quei servizi, quel servizio. GIORGIO MOTTOLA Io immagino che lei li abbia visti questi dossier o fa le interrogazioni sul sentito dire, mi scusi? Lei fa delle interrogazioni sul sentito dire quindi?

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Ma se io ho una fattura… No, ma perché io non faccio le interrogazioni sul sentito dire di cosa succede ai dipendenti Alitalia?

GIORGIO MOTTOLA Ok.

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Per sapere che fine fanno?

GIORGIO MOTTOLA Anche questo di Report era un sentito dire quindi.

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Le ho già detto come è andata, esattamente.

GIORGIO MOTTOLA Quindi riconosce che c’è l’ipotesi che lei abbia fatto un’interrogazione su una notizia falsa.

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA E certo, su una notizia non fondata, questo è assolutamente possibile.

GIORGIO MOTTOLA E si può fare.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Figuriamoci se Report vuole reprimere il sindacato ispettivo di un parlamentare. Lì il problema semmai è un altro: che alla base della sua interrogazione parlamentare c’è un dossier falso. Nobili dice che ha acquisito informazioni da una fonte Rai che gli avrebbe raccontato di questa fattura da 45 mila euro pagata dalla Rai a una società lussemburghese. Questa fonte avrebbe parlato perché è mortificata dall’ingerenza delle aziende esterne che mortificano appunto le professionalità interne all’azienda, ecco. Se così fosse, sarebbe anche un’iniziativa pregevole, il problema è che poteva diventare un boomerang perché tu attraverso quel dossier falso non solo avresti infangato una singola trasmissione storica della Rai, ma avresti infangato tutta l’azienda. Poi c’è qualcosa che non torna nella ricostruzione di Nobili perché quando il nostro Giorgio gli chiede, lo incalza, gli chiede, ma come fa a sapere che noi abbiamo incontrato Tuccillo? Lui dice anche “noi abbiamo i nostri informatori”. Ecco, questo, premesso che noi Tuccillo lo abbiamo una sola volta e non è stata poi la nostra fonte perché con noi non ha voluto parlare, ma questo è un fatto gravissimo. Chi è che ha seguito Tuccillo o addirittura gli inviati di Report e ha informato Nobili? È un fatto gravissimo per la libertà di informazione e il funzionamento della democrazia di un paese. È grave anche perché Tuccillo è stato il manager che più si è opposto alla nuova governance filo-araba, quella a cui aveva aperto le porte il governo Renzi, aveva aperto le porte agli Emirati Arabi che aveva anche ceduto, messo nelle loro mani un’azienda strategica dal punto di vista militare del nostro paese. Tant’è vero che poi gli arabi erano più interessati al progetto militare dei droni armabili che a salvare l’industria e i suoi lavoratori, che sono naufragati, come è naufragato il progetto dei droni, dei droni. Ecco, poi Tuccillo era stato anche l’uomo che da manager di Finmeccanica aveva soprattutto contribuito a denunciare, quindi catturare Roberto Vito Palazzolo. In arte Robert Von Palace, era il boss di Cosa Nostra sul quale aveva indagato anche molto Giovanni Falcone che riciclava dal Sudafrica i soldi sporchi della mafia, però si muoveva con una sua disinvoltura nelle ambasciate italiane, distribuendo con nonchalance anche i suoi bigliettini da visita e diceva di vendere gli elicotteri per conto di Finmeccanica. Ecco, Tuccillo oggi, sempre secondo questo dossier, sarebbe stata la nostra fonte, sarebbe stata pagata dalla Rai questa fonte con una fattura da 45 mila euro, attraverso una società lussemburghese, la Tarantula.

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO La società a cui la Rai avrebbe versato 45 mila euro per pagare la fonte coperta di Report è la Tarantula Luxembourg, una società cinematografica che ha sede in Lussemburgo e il cui socio unico è il regista Donato Rotunno.

DONATO ROTUNNO - SOCIO UNICO TARANTULA LUXEMBOURG Non c'è mai stato un versamento di questa somma a Tarantula Lussemburgo.

DANILO PROCACCIANTI Non esiste nessuna fattura con oggetto Alitalia Piaggio del valore di 45.000 euro quindi?

DONATO ROTUNNO - SOCIO UNICO TARANTULA LUXEMBOURG Non esiste! Mai, mai, mai e poi mai sentito parlare di questa fattura prima di questa questione parlamentare; mai!

DANILO PROCACCIANTI Lei ha mai collaborato con la sua società con la Rai a tutti i livelli anche Rai Cinema.

DONATO ROTUNNO - SOCIO UNICO TARANTULA LUXEMBOURG Ma certo! Tarantula Lussemburgo è una società di produzione cinematografica che da oltre 25 anni produce dei film, dei film fiction anche con la Rai, anche con l'Italia. Mai direttamente con Tarantula Lussemburgo perché nella nostra industria è di uso di avere un partner e un coproduttore italiano.

DANILO PROCACCIANTI L'unica cosa che abbiamo visto è che, per esempio, appunto voi, c'è questo film “Io sto bene” che avete fatto con Vivo film e Vivo film ha avuto un rapporto con la Rai.

DONATO ROTUNNO - SOCIO UNICO TARANTULA LUXEMBOURG Certo.

DANILO PROCACCIANTI Potrebbe trattarsi di questo carteggio?

DONATO ROTUNNO - SOCIO UNICO TARANTULA LUXEMBOURG No, il contratto della Rai con Vivo Film è di 60 mila euro per l'acquisto dei diritti televisivi del mio film, ma non ha niente a che vedere con questa faccenda.

DANILO PROCACCIANTI Cioè, in quel caso, quindi, Rai ha pagato 60mila euro Vivo Film e Vivo Film ha girato a voi una parte di soldi?

DONATO ROTUNNO - SOCIO UNICO TARANTULA LUXEMBOURG No, finora non c'è stato nessun versamento da Vivo film per quanto riguarda il contratto della Rai. Non c'è nessun legame tra questo film e il progetto di Report.

DANILO PROCACCIANTI Sempre nell’interrogazione parlamentare presentata da Italia Viva su Report si chiede se la Tarantula, una volta presi i 45mila euro dalla Rai, li avesse girati a Francesco Maria Tuccillo, per ricompensarlo in qualità di nostra fonte occulta.

DANILO PROCACCIANTI Mettono in correlazione Francesco Maria Tuccillo con la Tarantula. L'ha mai conosciuto?

DONATO ROTUNNO - SOCIO UNICO TARANTULA LUXEMBOURG Io non ho mai incontrato il signor Tuccillo, non c'è mai stato un legame economico tra questo signor Tuccillo e Tarantula Lussemburgo, mai!

DANILO PROCACCIANTI Cioè non lo conosce nemmeno diciamo indirettamente?

DONATO ROTUNNO - SOCIO UNICO TARANTULA LUXEMBOURG Ma guardi, ma adesso mi sono anche informato, scusi è normale che io mi informi. Il signor Tuccillo è venuto in Lussemburgo nel 2019 a presentare un libro. Io come il signor Tuccillo non ci ho manco mai, mai bevuto un caffè, non lo conosco.

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO Ma il vero mistero è un altro, e forse anche più grave e inquietante. Francesco Maria Tuccillo è un ex manager di Finmeccanica ed ex manager di Piaggio Aerospace che secondo il falso dossier noi avremmo pagato. L’abbiamo realmente incontrato ma in modalità altamente riservata, e il manager non ha mai voluto rilasciarci alcuna informazione. Eppure il deputato di Italia Viva Luciano Nobili ha detto che anche loro raccolgono informazioni. Da chi ha seguito la nostra fonte? O c’è chi ha seguito Report? Anche perché Tuccillo è un personaggio particolare.

ROSSELLA DAVERIO - EX CAPO COMUNICAZIONE PIAGGIO AEROSPACE Si oppose ad alcune decisioni che l'azionista voleva imporre alla Piaggio. Credo che in un ambiente estremamente condiscendente con l'azionista, qualcuno che alzasse la voce per cercare di valorizzare il futuro dell'azienda non fosse abituale, non fosse ben accetto. E Tuccillo venne allontanato dall'azienda nonostante i suoi eccellenti risultati di business.

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO Ma la figura di Tuccillo è importante per un altro motivo. Grazie a lui, infatti, si è arrivati alla cattura di un importante latitante italiano, Vito Roberto Palazzolo, uno dei più grossi riciclatori di denaro sporco per conto di Cosa Nostra, rimasto latitante per anni in Sudafrica. Ed è proprio in Africa che Tuccillo e Palazzolo vengono in contatto nel 2009.

ROSSELLA DAVERIO - EX CAPO COMUNICAZIONE PIAGGIO AEROSPACE Si recò a Luanda, la capitale dell'Angola, per partecipare a un seminario organizzato dall'Ambasciata italiana e dall'Ice, Istituto per il commercio estero. Nella pausa pranzo di questo seminario si vide avvicinare da un signore un po’ strano, che si rivolse a lui in una maniera davvero inquietante, dicendo: “So che adesso lei è responsabile di tutta la zona Africa Subsahariana, dovrebbe lavorare con me, io sono colui che ha venduto tutti gli elicotteri di Finmeccanica in questo continente. Lavori con me, vedrà che ne farà di strada”. Solo qualche mese dopo, leggendo un libro, trova un capitolo che si chiama l'africano di Terrasini e riconosce nella descrizione il signore che ha incontrato a Luanda, il cui nome reale è Vito Roberto Palazzolo, rifugiato latitante in Africa.

DANILO PROCACCIANTI E lui a quel punto avverte Finmeccanica.

ROSSELLA DAVERIO - EX CAPO COMUNICAZIONE PIAGGIO AEROSPACE A quel punto avverte Finmeccanica, i vertici di Finmeccanica prendono tempo. La notizia misteriosamente esce in un giornale. Tuccillo sarà fatto fuori da Finmeccanica perché dice di avere incontrato questo mafioso in Africa che vende elicotteri. Era un’intercettazione questa.

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO Proprio per questo Tuccillo denuncia tutto alla procura di Napoli, che in pool con Palermo riesce a far estradare Palazzolo dalla Thailandia, dove nel frattempo si era rifugiato, e assicurarlo alla giustizia italiana nel dicembre 2013. Questa cosa, però, ha procurato a Tuccillo tanti nemici probabilmente anche tra personaggi legati direttamente o indirettamente ai servizi di intelligence.

ROSSELLA DAVERIO - EX CAPO COMUNICAZIONE PIAGGIO AEROSPACE Lui si chiese fin dall'inizio dell'incontro, quando scoprì che questo Roberto Von Palace era in realtà Vito Roberto Palazzolo, come avesse potuto entrare in quel seminario. Il seminario era in presenza di un membro del governo italiano, organizzato dall'Ambasciata d'Italia a Luanda. C'erano i servizi di sicurezza sia italiani sia locali che avevano filtrato i nomi di tutti gli invitati. Palazzolo era in quel momento latitante e quindi come è possibile che un evento ufficiale organizzato da un'Ambasciata italiana e passato al vaglio dai Servizi ammetta al suo interno questo tipo di personaggio?

DANILO PROCACCIANTI Quindi diciamo che Tuccillo ha molti nemici a tutti i livelli per cui non la sorprende che in qualche modo lo tirano in ballo in questa interrogazione parlamentare contro Report.

ROSSELLA DAVERIO - EX CAPO COMUNICAZIONE PIAGGIO AEROSPACE Mi stupisce la gratuità di queste accuse che sono quelle contro di lui e contro di voi che gli americani definirebbero con un'espressione molto efficace e non elegante “shit in the fan” cioè mettiamo, e le chiedo scusa non è mia abitudine, “la merda nel ventilatore” e poi dove si deposita, si deposita.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO “Shit in the fan”, insomma alla fine quello è. Tuccillo nei panni di manager aveva contrastato la governance filo-araba di Piaggio Aerospace e anche aveva contribuito all’arresto di Vito Palazzolo, il boss che si muoveva con disinvoltura nelle ambasciate italiane dicendo di vendere gli elicotteri di Finmeccanica. Oggi Tuccillo è al centro del dossier velenoso contro Report, teso a delegittimare Report che è finito alla base dell’interpellanza parlamentare di Italia Viva sulla Rai e sull’informazione che fa Report. secondo quell’interpellanza noi avremmo, la Rai avrebbe pagato una fattura da 45 mila euro alla lussemburghese Tarantula per poi pagare Tuccillo, ringraziarlo in qualche modo del contributo che ci avrebbe dato per realizzare un’inchiesta. Contributo che non c’è stato, neanche la fattura da 45 mila euro c’è mai stata. Abbiamo controllato, oltre che sentire i proprietari di Tarantula, abbiamo anche consultato l’archivio Rai grazie al nostro poderoso ufficio degli affari legali. Non esiste una fattura verso Tarantula, Tarantula non è neppure un fornitore Rai. Ecco, ma questa è solamente una parte del dossier velenoso contro Report. Il 2 febbraio scorso, Il Foglio, Il Giornale e Il Tempo pubblicano alcuni articoli. Hanno come oggetto delle email che si sono scambiati un conduttore della Rai e l’ex portavoce del premier Conte, Rocco Casalino. Il contenuto di queste email sarebbe stato quello di concordare delle inchieste contro Renzi e avere in qualche modo la benedizione di Rocco Casalino. Ecco, non lo scrivono, ma quel conduttore, c’è il nome su quelle mail, sarei io, Sigfrido Ranucci. Però peccato che quelle mail sono false, e dopo un timido tentativo di pubblicazione, il dossier sparisce grazie anche al fatto che un collega che ci stima, ci ha avvisato. DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO Nei giorni della crisi del governo Conte alcuni organi di stampa parlano di un presunto carteggio tra Rocco Casalino, allora portavoce del premier Conte, e un conduttore Rai al fine di mandare in onda ad orologeria un’inchiesta su Matteo Renzi. Il nome non lo fanno, ma è quello del conduttore di Report, Sigfrido Ranucci. Ne scrive il Giornale con Augusto Minzolini.

DANILO PROCACCIANTI Mi confermi che anche tu hai visto questo carteggio? Comunque le hai viste queste mail che ci sarebbero state…

AUGUSTO MINZOLINI - GIORNALISTA No, ho visto questa roba qui ma non è che ne ho fatto nulla, capito. Tant’è che non ho pubblicato…

DANILO PROCACCIANTI Qualcuno le ha messe in giro? Chi mette in giro delle mail false?

AUGUSTO MINZOLINI - GIORNALISTA Be’ lì, sai, entriamo in un merito abbastanza complicato perché non si riesce mai a capire che cos’è. In una situazione in cui poi addirittura nel diverbio, nella polemica, ci finiscono la responsabilità dei servizi.

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO Ne scrive anche Franco Bechis, direttore del Tempo, che ci dà qualche particolare in più.

FRANCO BECHIS – DIRETTORE DE “IL TEMPO” Anche a me fecero vedere quelle mail che erano tra Sigfrido e Casalino. Ne ho avuto dubbio e quando poi invece le ho avute tutte le carte secondo me erano false e quindi cioè non ho fatto nemmeno la verifica perché erano palesemente false.

DANILO PROCACCIANTI Però capisci che il fatto che circolassero delle email false su di noi per noi è interessante.

FRANCO BECHIS – DIRETTORE DE “IL TEMPO” Ma quando le ho avute, ho avuto la certezza che fossero false. Perché sai vabbè, finché c’è una lettera di Sigfrido su carta intestata RAI quella è facile da falsificare, punto. Chiedeva un giudizio sul servizio, se l’aveva visto e non era ancora andato in onda, ovviamente, dicendo che pensava di metterlo in onda a fine novembre. Però non mi convinceva la base della documentazione e quindi mi sembrava una polpetta avvelenata, aveva persino una perizia, perizia che però non si capiva di chi fosse, una perizia sull’origine della mail di Casalino che gli rispondeva “ottimo, mi fa comodo in quel periodo”.

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO Si tratta di email assolutamente false perché Sigfrido Ranucci non ha mai scritto a Rocco Casalino, né tantomeno ha cercato l’approvazione preventiva di un’inchiesta su Renzi, né i tempi della messa in onda.

DANILO PROCACCIANTI Sono usciti degli articoli del Tempo, il Giornale, che scriveva di un presunto carteggio tra lei e un conduttore Rai su un'inchiesta di Renzi, cioè di farla uscire ad orologeria. Siccome l'unica inchiesta è stata la nostra volevamo capire un po’ se ne sa qualcosa.

 ROCCO CASALINO – PORTAVOCE EX PREMIER GIUSEPPE CONTE No, intanto è assolutamente, ovviamente, una fake news.

DANILO PROCACCIANTI Da quello che sappiamo è intanto posticipare il servizio che sarebbe stato pronto a settembre invece di mandarlo a novembre, le sarebbe stato mandato prima per visionarlo, insomma, che per noi è fantascienza.

ROCCO CASALINO – PORTAVOCE EX PREMIER GIUSEPPE CONTE Per me ancora di più. Perché io non mi sono neanche mai sognato di poter mandare una email o un messaggio a un conduttore televisivo indicandogli scaletta o programma da mandare in onda. È una follia totale.

DANILO PROCACCIANTI Ci sta mettendo la faccia, lei è assolutamente tranquillo su questa cosa qui.

ROCCO CASALINO – PORTAVOCE EX PREMIER GIUSEPPE CONTE Se esistono delle mail con il mio nome e con il conduttore di Report allora sono dei falsi, lo posso anche davanti a un giudice, davanti a chiunque, lo posso dire.

DANILO PROCACCIANTI E lì saremmo di fronte a un terreno ancora più scivoloso, più grave insomma. Qualcuno che si mette a fabbricare mail fasulle…

ROCCO CASALINO – PORTAVOCE EX PREMIER GIUSEPPE CONTE Sarei curioso di sapere chi fa queste cose.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Chi ha tentato di sporcare di fango una trasmissione dopo 25 anni ipotizzando che potessimo pagare una fonte per realizzare un’inchiesta contro, su mandato politico? Ecco, ma potrebbe anche essere una polpetta avvelenata, offerta a Italia Viva, perché la sua interrogazione sulla Rai e su Report si trasformasse poi in un brutto boomerang. L’unico modo per dipanare il mistero è, on. Luciano Nobili, colleghi giornalisti, se siamo tutti animati dalla volontà di scoprire la verità, voi che avete avuto questo dossier tra le mani o avete ricevuto informazioni in merito, ecco, dossier che noi non abbiamo potuto avere, che non ci è stato dato nonostante ci riguardasse, ecco, andate a denunciare presso la Procura della Repubblica. Qui non si tratta di tutelare una fonte, ma un avvelenatore di pozzi. E qui non è neanche il gioco la dignità di una persona o di una trasmissione, è in gioco la libertà di informazione. Che è il cane di guardia di una democrazia. Se consentiamo a un avvelenatore di abbassare così tanto l’asticella… cioè oggi, insomma, hanno tentato di avvelenare Report, ma domani chissà a chi toccherà. Insomma, poi per tornare poi all’incontro tra Renzi e lo 007 Mancini, Renzi ha chiesto, ha presentato un esposto finalizzato ad acquisire i filmati delle telecamere poste nell’area di servizio di Fiano Romano dove si sono incontrati, quelle dell’autostrada. Vuole ripristinare la verità. Però insomma la verità è quella che noi abbiamo visto, speriamo invece che non serva di cercare di scoprire l’identità dell’insegnate che li ha ripresi, e magati una volta scoperta, e appurato che non appartiene al Kgb, una preghiera: che questa identità venga mantenuta riservata. Questo per togliere diciamo l’idea a qualcuno che per fare un favore a qualcun altro possa esercitare delle ritorsioni. Perché poi se la preoccupazione è quella di vedere se qualcuno li ha ripresi attraverso questi filmati beh, piuttosto che preoccuparci di una povera insegnante con un telefonino, vi posso garantire che bisogna vedere di che marca sono quelle telecamere nella stazione di servizio perché è possibile che quell’incontro sia stato filmato e visto dall’altra parte del mondo. Vi garantisco che non è una battuta.

L'uso del segreto. Report Rai PUNTATA DEL 25/10/2021 di Giorgio Mottola collaborazione di Norma Ferrara. Report ritorna sull'incontro all'autogrill di Fiano Romano che ha scatenato polemiche in Parlamento e nei servizi segreti con un'intervista esclusiva allo 007 che si è appartato a parlare con Matteo Renzi durante la crisi di governo.

L’USO DEL SEGRETO Report Rai di Giorgio Mottola collaborazione Norma Ferrara immagini di Giovanni De Faveri

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO È il 23 dicembre del 2020, nella piazzola di un autogrill di Fiano Romano un’insegnante documenta l’incontro tra Matteo Renzi e un agente dei servizi segreti, Marco Mancini. L'appuntamento riservato dura quaranta minuti e avviene nel pieno della crisi del governo Conte, quando il tema dei servizi segreti è una delle questioni di attrito principale all'interno della maggioranza. L'agente segreto, che partecipa all'incontro con il politico, è da tempo in lizza per una nomina di peso all'interno degli apparati di intelligence. Il 3 maggio scorso Report ha trasmesso in esclusiva le immagini, e ha cercato di fare chiarezza sulla natura di quell’incontro.

DA REPORT DEL 3/5/2021 DANILO PROCACCIANTI Però non mi ha detto che cosa vi siete detti in quell’incontro…

 MATTEO RENZI – LEADER ITALIA VIVA Come le ho detto dovevo vederlo qui. Mi doveva portare si figuri, i Babbi che sono un bellissimo wafer romagnolo che il dottor Mancini mi manda tutti gli anni e che io mangio in modo molto vorace.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Dei babbi però nel filmato non c’era traccia, quindi ci fidiamo. Ora, dopo che Report aveva documentato questo incontro all’autogrill, è scattata l’indagine del Copasir, il comitato di controllo parlamentare sui sevizi. È stato audito l’ex direttore del DIS Gennaro Vecchione che è stato poi anche sostituito, ed è stata diramata una direttiva che vieta senza previa autorizzazione agli agenti segreti di incontrare politici, magistrati e giornalisti. E poi è stato prepensionato lo 007 Marco Mancini. È rimasto invece il segreto sulla natura dei colloqui tra l’ex premier e lo 007. Dopo aver sentito la versione di Renzi e quella dell’insegnante che ha documentato l’incontro all’autogrill, non poteva mancare quella di Marco Mancini. Il nostro Giorgio Mottola è tornato all’università.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Quattro mesi dopo la nostra puntata ritroviamo l’ex agente segreto nel porticato della facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Pavia.

GIORGIO MOTTOLA Marco Mancini buongiorno, sono Giorgio Mottola di Report. Finalmente ci conosciamo di persona.

MARCO MANCINI Non so fino a che punto finalmente per lei… posso andare in bagno?

GIORGIO MOTTOLA Certo, ma si figuri se mi frappongo fra lei e il bagno

MARCO MANCINI Quel signore cosa sta facendo?

GIORGIO MOTTOLA Sta facendo delle riprese.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Nei mesi scorsi Marco Mancini non ha mai risposto alle nostre richieste di intervista. Neanche in parlamento Mancini ha mai fornito una spiegazione convincente sulla natura dei suoi colloqui con Renzi in autogrill.

GIORGIO MOTTOLA Volevo chiederle di questo incontro con Renzi. Ma che cosa vi siete detti?

MARCO MANCINI Posso permettermi? Sono qui per una lezione universitaria. Io la ringrazio moltissimo e non ho nulla da dichiarare.

GIORGIO MOTTOLA Questo l’ho capito, però posso chiederle come mai non vuole spiegare che cosa si è detto con Renzi?

MARCO MANCINI Sono qui per una lezione universitaria.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO La lezione universitaria che Mancini sta tenendo a Pavia è sul segreto di Stato. Un seminario per gli studenti organizzato da un professore dell’ateneo, Alessandro Venturi, anche lui una vecchia conoscenza di Report. Venturi è infatti presidente del policlinico San Matteo, su nomina di Attilio Fontana. E in questo ruolo risulta indagato per la vicenda dei test sierologici da 2 milioni di euro, comprati dalla Diasorin.

ALESSANDRO VENTURI – PRESIDENTE POLICLINICO SAN MATTEO Penso che sia anche una grande opportunità per gli studenti. Questo è il motivo per cui l’ho invitato.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Beh assolutamente, anche perché è in parte in causa rispetto al segreto di Stato lui. È grande parte in causa…

ALESSANDRO VENTURI - PRESIDENTE POLICLINICO SAN MATTEO Incontrare anche le persone, credo faccia parte dell’università, no?

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Sull’argomento Marco Mancini è senz’altro molto preparato, visto che il segreto di stato lo ha salvato in due processi. Lo 007 dell’Aise era rimasto coinvolto nello scandalo Telecom Pirelli e nel sequestro di Abu Omar. In entrambi i casi, governi di centrodestra e centrosinistra hanno opposto il segreto in suo favore.

ARMANDO SPADARO – PUBBLICO MINISTERO CASO ABU OMAR La Corte europea dei diritti dell’uomo, il massimo organismo giurisdizionale europeo, ha condannato il governo italiano a risarcire i danni per l’uso del segreto di Stato che in quella vicenda venne utilizzato per, in qualche modo, procurare l’impunità agli italiani.

MARCO MANCINI Dottor Mottola, io la saluto e la ringrazio.

GIORGIO MOTTOLA Dottor Mancini, anche io la ringrazio, ma io non posso non chiederle che cosa vi siete detto con Renzi visto che ci sono state anche delle importanti conseguenze. C’è stata una riorganizzazione dei servizi dopo quello che è successo. L’incontro con Renzi è stato considerato illegittimo o quantomeno inopportuno.

MARCO MANCINI Le posso offrire un caffè?

GIORGIO MOTTOLA Assolutamente, lo prendo molto molto volentieri.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO L’ultimo caffè che Mancini aveva preso all’autogrill di Fiano Romano era stato particolarmente lungo, 40 minuti. Il nostro è decisamente più ristretto.

MARCO MANCINI Non è buono, è vero?

GIORGIO MOTTOLA Non è granché.

MARCO MANCINI Vero?

GIORGIO MOTTOLA Non è granché.

MARCO MANCINI Io la preferisco dolce la vita. Non so lei.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO La vita Mancini la preferisce dolce. Ed è forse per questo che regala wafer romagnoli ai politici. Oltre a Renzi, risultano infatti suoi incontri riservati anche con Matteo Salvini e Luigi Di Maio.

GIORGIO MOTTOLA Anche questi incontri con i politici non sono stati esattamente considerati opportuni dalla sua struttura, no? Lei è dovuto andare in pensione dopo la storia di questo video con Renzi.

MARCO MANCINI Andiamo vicino al professor Venturi.

GIORGIO MOTTOLA Va bene, andiamo vicino al professor Venturi. Quello che tutti quanti si sono chiesti: se si stava parlando di governo, se lei era alla ricerca di una sua promozione.

MARCO MANCINI Ahahahah

GIORGIO MOTTOLA No? Perché tutti dicevano che lei voleva diventare vice capo dell’Aise. Se ha visto la trasmissione, e immagino l’abbia vista, Renzi dice che c’è stato un scambio di babbi. È così?

MARCO MANCINI Ahahahha.

GIORGIO MOTTOLA Lei su questo che cosa dice? No, non mi faccia… siamo all’università, davanti a un professore, non può fare scena muta.

MARCO MANCINI Le ho detto anche che non intendo parlare e lei sta continuando.

GIORGIO MOTTOLA Non posso fare altro, perché sono dei fatti che riguardano lei e che sono di grande interesse pubblico dottor Mancini.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO L’università di Pavia ha perso come docente un ex magistrato come Armando Spataro che si è dimesso per polemica, in compenso ne ha acquisito uno nuovo: l’ex 007. Ma perché il nostro Giorgio Mottola è andato disturbarlo mentre svolgeva una lezione magistrale sul segreto di stato? Perché questa estate si è consumato un paradosso. Dopo Renzi, anche Marco Mancini attraverso il suo avvocato ha chiesto a Report di consegnare tutti i documenti detenuti sul caso Mancini-Renzi. Ha anche precisato che solo dopo averli acquisiti, dopo averli potuti visionare, deciderà cosa presentare ai fini di una querela. In particolare, chiede di acquisire ogni informazione che i giornalisti di Report hanno ottenuto per mail, attraverso messaggi social o in altra forma scritta e orale dal 1 gennaio in poi, e tutte le informazioni che sono state ottenute dalla redazione o dai singoli giornalisti ottenute attraverso dialoghi, contatti con le pubbliche amministrazioni o enti privati che abbiano riguardato appunto, il caso Mancini. Poi chiede a tutti documenti che abbiamo ottenuto in questi mesi e utilizzati per la messa in onda del filmato. Ecco, lo 007 che si è appellato più volte al segreto di stato e che grazie al quale si è anche salvato, ora chiede ai giornalisti di svelare il segreto professionale. Fantastico. Viva la libertà di stampa.

Il patto del Nazareno. Report Rai PUNTATA DEL 10/05/2021 di Luca Chianca. Un'esclusiva di Report. La caduta del governo Letta registrata su un nastro da Berlusconi: "Matteo Renzi entro il 20 febbraio manda a casa questo governo (di Enrico Letta, ndr) e si mette lui presidente del Consiglio".

“IL PATTO DEL NAZARENO” Di Luca Chianca

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Siamo nel febbraio del 2014, da pochi mesi Berlusconi è stato condannato in Cassazione definitivamente con l’accusa di evasione fiscale. A palazzo Grazioli incontra uno dei giudici che l’aveva condannato, Amedeo Franco relatore della sentenza, anche se poi confiderà a Berlusconi che quella sentenza è stata una porcheria.

REGISTRAZIONE AMBIENTALE AMEDEO FRANCO - EX RELATORE SEZIONE FERIALE CASSAZIONE 2013 Il Presidente della repubblica lo sa benissimo di questa cosa quindi non lo so…

SILVIO BERLUSCONI Ma che cosa sa il presidente che…

AMEDEO FRANCO - EX RELATORE SEZIONE FERIALE CASSAZIONE 2013 lo sa che è stata una porcheria…

SILVIO BERLUSCONI Mmm…

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Il giudice non sa di essere registrato e quel nastro con la sua voce spunta dopo sette anni e solo dopo la sua morte. Ma chi lo ha registrato? Franco si era recato da Berlusconi almeno tre volte e per due volte a portarlo era stato l’ex magistrato dalle mille relazioni, oggi passato nel partito di Renzi: Cosimo Ferri, all'epoca sottosegretario alla Giustizia del governo Letta, è lui il link tra Berlusconi e Franco.

LUCA CHIANCA Eravate lei, Franco e Berlusconi e basta, voi tre?

COSIMO FERRI – DEPUTATO ITALIA VIVA Sì. LUCA CHIANCA E quindi uno dei tre ha registrato però…

COSIMO FERRI – DEPUTATO ITALIA VIVA Che ne so, io no di certo e non sapevo niente, quindi, glielo posso spiegare… Franco non penso…

LUCA CHIANCA Quindi rimane Berlusconi, il regista di tutta l'operazione…

COSIMO FERRI – DEPUTATO ITALIA VIVA Ma no, che ne so, che ne so di chi ha registrato… posso dire che io non ero stato e che Franco penso che non sia stato…

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO UNO Buonasera. Lunedi scorso avevamo mandato in onda i colloqui registrati da Berlusconi del suo incontro con il giudice di cassazione che lo aveva condannato. Ecco quel giudice aveva definito la sentenza una porcheria. E quei nastri emergono sette anni dopo i fatti e dopo che il giudice Franco era morto. Ora però siccome il nostro Luca Chianca è andato a recuperare l’originale, questo nastro è un po’ come il vaso di Pandora. Ci restituisce un cameo. Sopra c’è registrato, sopra quel nastro, il patto del Nazareno. Berlusconi indica esattamente il giorno in cui Matteo Renzi si sarebbe insediato dopo aver dato la spallata al governo Letta. Il nostro Luca Chianca. Ma come faceva a saperlo? Aveva la palla di vetro?

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Nei giorni in cui il giudice si incontra con Berlusconi, nel Paese sta accadendo altro. In quel momento si stavano aprendo le crepe all’interno del Partito democratico. Tra il neo segretario del partito Renzi e l’allora Premier Enrico Letta. Una crisi le cui avvisaglie erano cominciate ai primi di gennaio con una battuta di Renzi sull'allora viceministro dell'Economia Stefano Fassina.

GIORNALISTA So che è allergico alla parola rimpasto, però Fassina…

MATTEO RENZI Rimpasto, chi?

STEFANO FASSINA –VICEMINISTRO DELL’ECONOMIA MAGGIO 2013- GENNAIO 2014 La battuta appunto sul sottoscritto era un messaggio politico chiaro al presidente del consiglio, toglietevi di mezzo il governo è mio. LUCA CHIANCA Il vero obiettivo era far cadere Letta.

STEFANO FASSINA – VICEMINISTRO DELL’ECONOMIA MAGGIO 2013- GENNAIO 2014 Assolutamente, guardi a proposito del governo Conte e dell'offensiva di Renzi ho rivissuto esattamente la stessa situazione.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Stessa situazione di sette anni fa, quando Fassina si dimette e lo stesso giorno va a casa di Enrico Letta.

STEFANO FASSINA –VICEMINISTRO DELL’ECONOMIA MAGGIO 2013- GENNAIO 2014 Enrico mi dice che riusciremo a recuperare, a resistere a questa spinta e a mio avviso sottovaluta appunto la convergenza di interessi contro il suo governo. A mio avviso sottovalutò la portata dello tsunami che lo stava per investire. LUCA CHIANCA È lei che ha voluto Letta lì a guidare quel governo.

PIER LUIGI BERSANI – SEGRETARIO PD 2009-2013 Toccava a lui, io dissi certo Enrico guarda che tocca a te. LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Mentre Letta è al governo il nuovo segretario del partito Renzi dà vita al patto del Nazareno con Silvio Berlusconi. È il 18 gennaio 2014, sono passati solo 5 mesi dalla condanna definitiva del Cavaliere nel processo Mediaset per evasione fiscale.

LUCA CHIANCA Quel patto serviva per scalzare Letta dal governo o avere un supporto esterno maggiore per scalzarlo?

PIER LUIGI BERSANI – SEGRETARIO PD 2009-2013 Sì diciamo creare una situazione di movimento diciamo nella politica che facesse vedere ancora una volta la presunta lentezza, inadeguatezza e così via del governo Letta.

LUCA CHIANCA Per la prima volta Berlusconi si ritrova da voi nella vostra sede con Renzi ma soprattutto in un momento in cui era fuori dai giochi, no? condanna definitiva per evasione fiscale e fuori dal parlamento in autunno, lui lo ritira dentro.

PIER LUIGI BERSANI – SEGRETARIO PD 2009-2013 Io credo di aver visto abbastanza per tempo dove Renzi voleva arrivare.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Il giorno prima l'incontro del Nazareno, Renzi è dalla Bignardi e lancerà il famoso hashtag Enricostaisereno.

DA “LE INVASIONI BARBARICHE” 17 GENNAIO 2014 MATTEO RENZI Enrico stai sereno, nessuno ti vuole prendere il posto, vai avanti, fai quello che devi fare, fallo.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Mentre Renzi rassicurava Letta, Berlusconi incontrava il giudice che lo aveva condannato e lo registrava di nascosto. E questo nastro spuntato dopo sette anni è un po' come il vaso di pandora: Report è venuto in possesso della sua versione integrale e scopriamo che in una parte inedita della registrazione è inciso l’accordo del Nazareno. È il 6 febbraio 2014 Berlusconi anticipa a Cosimo Ferri, all’epoca sottosegretario del governo Letta, e al giudice Franco, che Renzi farà cadere il governo Letta.

SILVIO BERLUSCONI Adesso vediamo cosa fa. Renzi accetto scommesse entro il 20 di febbraio manda a casa questo governo e si mette lui Presidente del Consiglio, noi cosa facciamo? Io resto all'opposizione e voto le riforme.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Scommessa vinta. solo sette giorni dopo la Direzione Nazionale del Partito Democratico chiede con una maggioranza bulgara le dimissioni del premier Letta. E come aveva anticipato Berlusconi il 21 febbraio nasce il Governo Renzi.

LUCA CHIANCA Se le dicessi che il 6 febbraio di quell'anno Berlusconi già sapeva che il Governo Letta sarebbe stato spazzato via e al suo posto nuovo presidente del consiglio sarebbe stato Renzi da lì a pochi giorni…

PIER LUIGI BERSANI – SEGRETARIO PD 2009-2013 Ah certo, se fosse vero una cosa di questo genere non ne sarei stupitissimo ecco, francamente.

LUCA CHIANCA Però Berlusconi sapeva quello che lei immaginava…

PIER LUIGI BERSANI – SEGRETARIO PD 2009-2013 Esatto così, se è così, è proprio così

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Se la ride sornione Bersani. Certo fa un po’ impressione ascoltare le parole di Berlusconi su quel nastro che emerge sette anni dopo quei colloqui. Aveva identificato con precisione il giorno in cui si sarebbe insediato il governo Renzi, dopo aver dato la spallata al collega di partito Enrico Letta, dopo aver anche rassicurato con l’hashtag #staisereno. Ecco, insomma, aveva la palla di cristallo Silvio Berlusconi? È un veggente oppure aveva semplicemente annunciato un accordo segreto? Immagino che non lo sapremo mai.

Calenda difende il leader di Iv. Agguato di Ranucci a Renzi, dietro il falso scoop di Report l’ombra dei servizi segreti. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 12 Maggio 2021. Non c’è due senza tre. Il racconto pompato da Report e giudicato poco attendibile dagli esperti avrà una terza puntata. Lunedì prossimo tornerà in scena l’ombra misteriosa dalle sembianze travisate e la voce distorta nota nell’ambiente come “la Professoressa”. Una figura femminile dal ruolo rassicurante e materno che coincide con i canoni di uno storytelling ben definito, ancorché non accurato. È una sceneggiata a puntate funzionale, al di là del colore, a una duplice campagna: quella politica contro Renzi e quella tutta interna all’intelligence tra due correnti, due cordate che se ne danno di santa ragione. Alla luce di questa guerra intestina si capisce meglio il perché del peso che una certa famiglia – in Rai, al Fatto, in Parlamento – attribuisce al fango da gettare addosso ai due protagonisti. Si capiscono meglio i dettagli: perché si sottolinea quel “tipo losco”, riferito a Mancini. Perché si ripete così spesso che qualcuno “proprio in quei giorni di dicembre” tramava ai danni del governo. L’immaginifica narrazione della “complicità”, del fantomatico “incontro carbonaro” tra Matteo Renzi e Marco Mancini cela lo scontro trasversale tra pezzi di Aise ed Aisi, le due agenzie di intelligence interna e internazionale. Che non a caso avviene sullo sfondo della lunga e imbarazzante fase di stallo del Copasir, impantanato da mesi nelle sabbie mobili della querelle tra Fratelli d’Italia e Lega. È in atto un confronto aspro tra due scuole di formazione, due circoli di appartenenza che separano i servitori dello Stato e li contrappongono in una disfida senza esclusione di colpi. Destinata ad avere un esito ravvicinato: sono in scadenza posti-chiave, le stanze dei bottoni che più contano nell’ambito dei servizi. Il rinnovo di cui più si parla ai piani alti dell’intelligence è quello di Mario Parente, direttore dell’Aisi, l’agenzia dei Servizi per l’interno. Nominato il 29 aprile del 2016 proprio da Matteo Renzi, Parente ha già avuto due proroghe: una dal 2018 al 2020 ed una seconda “tecnica” di un anno il 15 giugno del 2020 da Giuseppe Conte. L’ex premier, che teneva così tanto al controllo dei servizi segreti da aver a lungo agognato la nascita di una fondazione istituzionale preposta, ha nominato sul finire del suo mandato Luigi Della Volpe e Carlo Massagli come vicedirettori dell’Aise e Carlo De Donno quale vicedirettore dell’Aisi. Il cui numero uno va adesso rinnovato, entro un mese, con una corsa “inter pares” che non esita a tirare fuori qualche veleno. Di Marco Mancini la trasmissione Report si è incaricata di elencare non i successi (Beirut, Falluja, i teatri operativi in cui lo stesso ha rischiato grosso, venendo anche sequestrato da un gruppo islamico) ma i due processi subìti. Si sono premurati di sottolineare la vicenda del sequestro di Abu Omar, a carico della Cia, e la vicenda dello spionaggio Telecom che ha portato Mancini a processo nel 2006. Procedimento dal quale Mancini uscirà a testa alta, vedendo archiviate tutte le accuse. Per Abu Omar, imam egiziano sequestrato a Milano e riportato a Il Cairo, vennero condannati 19 agenti americani. Sul ruolo dei servizi italiani la Presidenza del Consiglio pose il segreto di Stato. Report lo contesta a Renzi, con l’inviato della trasmissione che gli dice: “Ha mantenuto il segreto”, in segno di complicità. Risulta per la verità diversa la dinamica dei fatti. Dal 2013 la Corte Costituzionale ha esaminato le carte per valutare la fondatezza del principio del segreto di Stato; lo stesso è stato confermato a tutela di Mancini e del suo operato alla guida dei servizi a partire dal 2006 da tutti e quattro i governi succedutisi: il secondo governo di Romano Prodi; il Berlusconi IV; il governo di Mario Monti e quello di Enrico Letta. Proprio lui, l’attuale segretario Pd e garante dell’alleanza con i Cinque Stelle ed il loro futuribile leader Conte. Non Matteo Renzi. E per dovere di cronaca, la Corte Costituzionale ha poi confermato la corretta applicazione del segreto di Stato sulla vicenda con la sentenza del 14 gennaio 2014, che estendeva il segreto ai documenti relativi al processo. Ma è nel procedimento Telecom/Sismi – intercettazioni illegali – del dicembre 2006 che forse va letta la storia in controluce. Le indagini preliminari a carico dell’agente segreto, inusualmente delicate, vennero svolte dalla Guardia di Finanza con l’attenzione dei suoi comandi più alti. E all’epoca al vertice operativo delle Fiamme Gialle c’era il generale Gennaro Vecchione, che poi diventerà amico personale di Giuseppe Conte (si racconta che le rispettive signore siano legate da altrettanta amicizia). Vecchione è stato rinnovato come Direttore generale del Dis nel novembre 2020 proprio da Conte. Erano i giorni in cui Matteo Renzi avvertiva: «Non abbiamo dato pieni poteri a Salvini, adesso non possiamo darli ad altri». Certamente Conte sta con Vecchione e dunque Mancini parla volentieri con Renzi. «In maniera del tutto normale e più che legittima», dichiara Carlo Calenda al Riformista, sorpreso per la grancassa mediatica.

Aldo Torchiaro. Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.

Politici e servizi segreti, l’intreccio di un’attrazione dai tempi di Dc e Pci. Paolo Guzzanti su Il Quotidiano del Sud il 7 maggio 2021. SCOOP. Ecco a voi Matteo Renzi in persona beccato in un’area di parcheggio dell’autostrada mentre chiacchiera in pieno sole con un funzionario dei servizi segreti che fu il numero due del generale Pollari. Quando era al comando del Sismi, servizio segreto militare, quando io ero Presidente di una Commissione bicamerale d’Inchiesta sulle penetrazioni sovietiche durante gli anni della guerra fredda. Ero quindi in eccellenti rapporti istituzionali con quel capo dell’intelligence e nel passato mi sono occupato mille volte come giornalista dei servizi segreti italiani, in connessione di scandali o presunti tali degli anni Sessanta, Settanta. Per mestiere, prima come giornalista e poi come presidente di una commissione che indagava sulle spie, ho frequentato molto a lungo quella che viene chiamata “Intelligence community”, l’ambiente di chi si occupa di intelligence. Grazie a quell’esperienza ho imparato molto. Ad esempio, che nessuno è così pazzo a distruggere o bruciare un documento. Basta cambiargli posto e sarà perso per sempre. Oggi, i servizi segreti sono pieni di giovani “nerd” che sanno smanettare su internet e hackerare, maneggiando telecamere e connessioni satellitari. Il genere che potrete conoscere se già non le conoscete in serie molto ben fatte come “Homeland” o il raffinatissimo francese “le Bureau”. L’Italia non produce telefilm su sè stessa. Non vedremo mai in Italia un film in cui, che so, il comandante generale dei Carabinieri, in combutta con un politico, piega il corso degli eventi a suo vantaggio. Gli americani e gli inglesi, oltre i francesi e gli scandinavi lo fanno, ma da noi quel mondo è tenuto lontano dagli schermi. Fino a poco tempo fa, quando ho smesso di occuparmene, nei nostri servizi segreti si assumevano per lo più parenti e fidanzate dei raccomandati. Ma i servizi segreti sono sempre rimasti sulla linea d’ombra della politica italiana per due motivi: forniscono informazioni e forniscono disinformazioni. Disinformare è un’arte molto più produttiva che informare. E per i politici è spesso vitale: sputtanare un avversario è molto più importante che raccogliere notizie. Il fatto è che bisognerebbe poter distinguere fra servizi segreti e segreti servizi, ma quando c’è la politica di mezzo non sempre – anzi quasi mai – è possibile. In ogni democrazia esiste il problema del comando e della gestione dei servizi segreti in modo che queste entità lavorino per il Paese e la sua sicurezza, e non per i partiti politici. In Italia è stato e seguita ad essere un problema irrisolto. Ai tempi dell’Italietta post-risorgimentale le cose erano più semplici: lo spionaggio apparteneva alla sfera militare al resto ci pensava la polizia con i suoi infiltrati, agenti provocatori, doppiogiochisti e ricattatori. Il fascismo istituì l’Ovra, la cui sigla fu concepita da Mussolini per motivi comunicativi: suonava come piovra e incuteva timore. Poi la guerra ha messo in mostra tutte le carenze: le forze armate italiane ignoravano che sia gli alleati tedeschi e che i nemici inglesi avessero il radar. E si arriva al dopoguerra con la nascita del servizio poliziesco del ministero degli Interni che ebbe finalmente un nome ufficiale: Ufficio Affari Riservati. Riservati a chi? Certamente al governo e ai suoi ministri ed alleati. Il servizio segreto militare prese il nome troppo lungo di Sifar che fu messo in riga dall’alleato prima inglese e poi americano. Ovviamente i servizi segreti erano gestiti dalla democrazia cristiana e passarono di mano dall’area che faceva capo a Mario Scelba quando era il potentissimo ministro degli interni che fronteggiava il pericolo comunista con i reparti antisommossa della “Celere”, ma poi passarono ad Aldo Moro e da lui al giovane Francesco Cossiga suo sottosegretario agli Interni con delega ai servizi segreti. Cossiga sarà poi ministro degli interni, proprio durante il rapimento di Aldo Moro e si dimetterà dopo il ritrovamento del cadavere dello statista trucidato dalle Brigate Rosse. Francesco Cossiga è stato l’uomo che più di ogni altro nella politica italiana si è vantato di essere competente nell’intera area dell’intelligence. E, con un po’ di esagerazione letteraria, lo era. Ma allora, finché la guerra fredda era in atto, l’Italia aveva due fronti aperti: quello con ingerenze sovietiche diffusissime sia a livello politico che economico e militare, sia nella gestione delle faccende mediterranee, in particolare libiche e del petrolio. L’Eni di Mattei aveva il suo apparato di intelligence che trattava direttamente con le potenze mediorientali e in perenne guerra con i francesi, gli inglesi spesso gli americani. In genere si dà per scontato che l’incidente aereo in cui morì Mattei fu dovuto a un sabotaggio omicida probabilmente ordinato dai francesi anche se non è stato mai provato. Ma Mattei significava democrazia cristiana e anche in una certa parte partito comunista e partito socialista. Contenere i palestinesi dopo la guerra del 1967 e la nascita dell’Olp di Arafat fu un compito molto molto complesso perché si trattava di trattenere gli arabi in Italia dal compiere atti di terrorismo consentendo loro una certa libertà di azione cosa che fu chiamata in maniera molto sbrigativa “Lodo Moro”. I servizi segreti subirono un brutto scossone quando nel luglio del 1960 scoppiarono i cosiddetti fatti di luglio una serie di rivolte contro il movimento sociale italiano che sosteneva apertamente il governo di Fernando Tambroni voluto dal presidente della Repubblica Giovanni gronchi. Il movimento sociale era apertamente un partito neofascista in un’epoca in cui ancora in Italia esisteva una fortissima corrente fascista, erano vivi sia i partigiani che i loro nemici specialmente durante la guerra civile e la Repubblica di Salò, motivo per cui la nascita del governo Tambroni fu un evento politico traumatizzante perché rompeva violava la regola dell’arco costituzionale. Questo “arco costituzionale” comprendeva tutti i partiti antifascisti e quindi lasciava fuori soltanto il MSI. L’accordo era che il PCI sedesse nell’arco costituzionale, senza poter entrare al governo per motivi di politica estera, a condizione che i fascisti del MSI fossero fuori sia dell’arco che dal governo. L’operazione Tambroni aveva rotto gli equilibri e le conseguenze furono sanguinose. Portare i fascisti al governo anche se senza ministri, costituiva un trauma politico al quale l’organizzazione del partito comunista reagì con manifestazioni molto violente alle quali reagì la polizia in modo altrettanto violento, sicché ci furono moltissimi morti a Genova, dove avrebbe dovuto tenersi un provocatorio congresso del MSI, a Livorno a Parma a Roma a Palermo a Reggio Emilia. Il trauma politico si ricompose dopo la caduta del governo Tambroni e una certa pacificazione appunto ma dal punto di vista internazionale quel trauma aveva voluto dire che l’Italia non era in grado di fronteggiare un eventuale insurrezione guidata dei comunisti. Si trattava di una conclusione molto sommaria e poco realistica ma comunque determinò uno sconvolgimento nei servizi segreti e nel Sifar oltre alla nascita di un nuovo organismo affidato all’arma dei carabinieri che fu dotata per la prima volta di una brigata corazzata del tutto spropositata per questioni di ordine pubblico, ma che avrebbe potuto agire in caso di guerra civile per rassicurare gli alleati. La costituzione di questa brigata e il fatto che l’ordine pubblico fosse affidato quasi in esclusiva al comandante dei carabinieri De Lorenzo, il quale era allo stesso tempo comandante del servizio segreto fece precipitare l’Italia in una crisi profonda che durò molti anni. Emerse senza prove l’ipotesi di un colpo di Stato appoggiato dal presidente della Repubblica Antonio Segni e si disse che questo presidente fosse stato colto dal malore che lo portò a morire dopo alcuni giorni, in seguito ad un alterco con alcuni leader politici che lo accusavano di ordire trame. Tutto questo fu in realtà una creatura mostruosa creata da operazione di disinformazione del KGB in Italia, come mi confermò proprio nella commissione Mitrokhin l’allora capo della Residentura sovietica a Roma Kolosov e il risultato fu un lungo strascico di odi, sospetti rancori che spaccò il paese in due. Certamente l’Italia era colonizzata dagli americani dal punto di vista dell’intelligence ma non meno dai russi, anzi i sovietici avevano un potere di influenza enorme e lo esercitavano non attraverso il partito comunista, per una scelta strategica, ma piuttosto attraverso elementi che ritenevano molto più affidabili all’interno della democrazia cristiana e del partito socialista. Gli anni ‘70 furono quelli del terrorismo e poi del caso Moro, ma furono gli anni dello scontro frontale fra due capi dei servizi segreti italiani, il generale Miceli e il generale Maletti i quali rappresentavano rispettivamente la sfera d’influenza filoaraba e quella filoisraeliana. Miceli era un siciliano poco duttile mentre, Gian Adelio Maletti era un ufficiale con una tradizione familiare alle spalle, piemontese e un uomo di intelligence sofisticato. Maletti appoggiò apertamente il segretario socialista Giacomo Mancini, il quale era in conflitto con la Democrazia cristiana su una serie di dossier. Questi riguardavano la gestione della sanità, lo sviluppo del Mezzogiorno e l’uso politico dei servizi segreti. Mancini fu l’oggetto di una delle più rabbiose campagne di stampa organizzate dei servizi di fede democristiana appoggiati dalla stampa di estrema destra che scatenarono un vero linciaggio politico contro il leader socialista molto legato anche ai radicali e ai dissidenti del Pci. Mancini si difese alleandosi con Maletti che lo sosteneva, contrattaccando Miceli che era invece il rappresentante della DC che faceva affari con la Libia, paese in cui il colonnello Gheddafi era stato installato con un colpo di Stato guidato dai servizi italiani, con una solida contropartita petrolifera su cui vegliava il ministro Andreotti, che era stato in primo tempo il “cavallo di razza” preferito dagli americani e dalla Cia, ma che nei primi anni Settanta cominciò la sua conversione ad “U” in senso sia filoarabo che pro-sovietico. Che cosa c’entra l’incontro di Renzi nel parcheggio della stazione di servizio dell’uscita Fiano dell’Autostrada del Sole? Onestamente, non lo sappiamo. Ma il fatto in sé, benché non avesse assolutamente nulla di segreto è diventato uno strano scoop televisivo di cui diremo nel prossimo articolo.

Mirella Serri per "la Stampa" il 24 maggio 2021. Il più rispettato dei partigiani della divisione Valtoce fu il comandante Alfredo Di Dio che il 12 settembre 1944 cadde in un' imboscata dei tedeschi. A prendere il suo posto fu l' amico e braccio destro Eugenio Cefis. Circa 25 anni dopo l' ex repubblichino Giorgio Pisanò scrisse sul Candido che su Cefis aleggiava il sospetto che non avesse approntato soccorsi adeguati allo scopo di diventare lui stesso il capo della formazione cattolica. Quest' ombra accompagnò per tutta la vita il presidente di Eni e di Montedison, il quale nell' armadio collezionava anche altri scheletri: come il fatto di non aver mai raccontato la feroce repressione antipartigiana di cui fu protagonista con il Regio esercito in Slovenia durante la Seconda guerra mondiale, il suo ambiguo ruolo di agente del Sim, il servizio di informazioni militare, l' arresto a Milano alla fine del conflitto da parte dei partigiani comunisti per aver favorito l' esodo verso la Svizzera di truppe tedesche in ritirata. Insomma, la vita pubblica di Cefis, di cui il 21 luglio ricorrono cento anni dalla nascita, prende avvio con tanti oscuri episodi, a cui poi anche molti altri se ne aggiunsero: è il giornalista Paolo Morando a svelarci con dovizia di documenti inediti la vicenda di Eugenio Cefis. Una storia italiana di potere e di misteri (Laterza, pp. 375, 20). Il nome dell' imprenditore di Cividale del Friuli, scomparso nel 2004, oggi torna alla ribalta anche per la rinnovata richiesta di presenza pubblica nell' economia di cui nel dopoguerra fu il grande alfiere. Tornano d' attualità il pensiero e l' operato di questo «esponente della borghesia di Stato», come lo appellò l' allora governatore della Banca d' Italia Guido Carli? «Non c' è dubbio. Come visione e come spirito oggi più che mai Cefis è molto moderno», commenta l' economista Innocenzo Cipolletta, presidente di Assonime. «Come Enrico Mattei ed Enrico Cuccia, anche lui coltivava e metteva in atto le sue idee sul ruolo industriale dello Stato senza essere il mero portavoce delle esigenze dei partiti politici. Il suo progetto fallì? Certo, ma perché mancarono gli imprenditori e i capitali e il mercato poté riempire i vuoti e conquistare gli spazi lasciati liberi». Evocare oggi Cefis suona come la richiesta di nuovo equilibrio tra pubblico e privato? Non a caso quest' anno il Festival dell' Economia di Trento (dal 3 al 6 giugno) avrà come titolo «Il ritorno dello Stato» e si parlerà anche dell' imprenditore friulano. «Nel 1972, in un discorso all' Accademia militare di Modena, Cefis poneva il problema dell' avvento prepotente delle multinazionali e del rischio che si delineava per le democrazie occidentali, con lo svuotamento del potere degli Stati e dei partiti», spiega Morando. «Cefis prefigurava un futuro in cui alcune centinaia d' imprese multinazionali avrebbero fatto il bello e il cattivo tempo. Ora l' economia internazionale è governata da player meno numerosi ma assai pervasivi: Google, Amazon, Facebook, Microsoft. Non vagheggiamo, oggi, il modello delle Partecipazioni statali e le sue storture, un modello economico che i partiti della Prima repubblica hanno fagocitato per propri fini, ma la parabola di Cefis e della Montedison può insegnarci parecchio». Per tornare alle singolari e assolutamente uniche vicissitudini politiche ed esistenziali del «corsaro all' arrembaggio dei galeoni di Stato», come lo definì Eugenio Scalfari nel celebre Razza padrona (scritto con Giuseppe Turani), ad alimentare l' aura di segreti e di rimozioni che sempre circondò il manager friulano furono varie morti e incidenti associati alla sua persona. Dopo la drammatica fine di Enrico Mattei, il cui aereo precipitò nel 1962 a seguito di un attentato, vi fu chi sostenne che il mandante dell' omicidio fosse Cefis il quale lo sostituì alla testa dell' Eni. Trame e indiscrezioni accompagnarono anche la successiva escalation del finanziere, il quale nel 1968, con fondi pubblici e con l' aiuto del banchiere Cuccia, conquistò Montedison, la maggiore industria privata italiana. Nel 1970 scomparve nel nulla Mauro De Mauro, poco prima che consegnasse al regista Francesco Rosi i materiali per il film Il caso Mattei. Venne individuata dietro al delitto la longa manus dell' imprenditore-corazziere, soprannominato così per la stazza imponente. Sospetti analoghi maturarono intorno alla tragica morte di Pier Paolo Pasolini, assassinato quando era al lavoro su Petrolio, romanzo-inchiesta dedicato a Cefis e a Mattei. Il saggio di Morando segue pure le piste di tangenti e fondi neri per finanziare partiti e movimenti sovversivi di estrema destra e ripercorre le diramazioni dello sterminato potere della «razza padrona» sostenuta dalla Dc di Amintore Fanfani. La leggenda nera del finanziere-imprenditore, che ebbe anche un convinto e instancabile avversario nell' Avvocato Gianni Agnelli, proseguì a ridosso del suo inaspettato abbandono di Montedison e dell' Italia. Quando nel 1977 annunciò a Cuccia l' improvvisa decisione di ritirarsi, sembra che il banchiere di Mediobanca abbia detto: «Questo da lei non me lo aspettavo. Credevo che lei avrebbe fatto il colpo di Stato». Morando mette in dubbio l' autenticità delle parole di Cuccia. Ma il fatto stesso che queste parole siano state considerate fino a oggi assai plausibili testimonia il pericoloso clima d' illegalità e di delitti irrisolti che ha dominato l' Italia all' epoca del «corsaro» ricco di idee e di visioni su uno Stato imprenditore.

Un libro fantasma svela le trame intuite da Pasolini. Luigi Mascheroni il 9 Maggio 2021 su Il Giornale. Pochi lo conoscono e ancor meno lo hanno letto: è il libro-inchiesta "L'uragano Cefis". Ecco cosa c'è scritto. Dietro le trame politico-finanziarie che avvolgono gli anni '70, dietro l'affaire Mattei, dietro il romanzo-inchiesta Petrolio che Pier Paolo Pasolini iniziò a scrivere nel 1972 e ancora stava scrivendo quando fu ucciso nel novembre del '75 sul litorale di Ostia, così come dietro molte ricostruzioni giornalistiche e inchieste giudiziarie di quell'epoca vischiosa e ancora oggi a tratti oscura, c'è un libro misterioso. Inseguito da giornali e da pistaroli, citato da magistrati, ricordato dai critici e dai biografi di Pasolini, cercato da collezionisti e bibliofili. S'intitola L'uragano Cefis, fu scritto da un fantomatico Fabrizio De Masi (uno pseudonimo), con un'introduzione di un altro alias, tale Pier Crescenti, e fu pubblicato da una sigla editoriale sconosciuta, Egr, senza data, ma molto probabilmente agli inizi del '75. Si tratta di una biografia per nulla ufficiale di Eugenio Cefis, il protagonista della finanza italiana negli anni '60-70, Signore e padrone del petrolio, del gas e della chimica, una vita di potere e intrighi, a lungo al timone dell'Eni, poi alla testa di Montedison, uscito di scena nel '77, ritiratosi a vita privata in Svizzera e morto nel 2004 - non si conosce neppure il giorno esatto - senza che di lui si ricordi, né prima né durante né dopo la grande stagione del potere, una sola intervista o un'apparizione pubblica di rilievo. Bene. Quel libro, uno spietato capo d'accusa contro il grande burattinaio d'Italia, era una «storia dal vero» che svelava vita e misfatti di un «industriale privato allergico a scrupoli e remore: il maneggione irruente e villano, il padre naturale d'immobiliari e holding finanziarie pro domo sua, il meschino accomandante di società da casella postale nel Liechtenstein e nel Canton Ticino; l'evasore fiscale e lo spallone di valuta; il rivenditore al minuto e all'ingrosso del metano della fabbrica, il dinamico ma distratto manipolatore d'interesse privato in atti d'ufficio», come scrive l'ignoto autore della prefazione. In quel momento - metà anni '70 - un libro del genere poteva essere una bomba. Ma fu bloccato prima dell'uscita in libreria. Da chi e perché, è facile intuirlo. Probabilmente fu scritto solo per ricattare Cefis e, una volta ottenuto lo scopo, fatto sparire. Non si sa in quante copie fu stampato. L'uragano Cefis non è presente in alcuna biblioteca pubblica italiana. Pochissime le persone che lo hanno letto. Tra cui Riccardo Antoniani, italianista e studioso di Pasolini; il magistrato Vincenzo Calia, che come pm ha condotto la terza inchiesta sulla morte di Enrico Mattei; il giornalista Paolo Morando, autore del nuovo saggio Eugenio Cefis: Una storia italiana di potere e misteri (Laterza); il film maker Salvatore Diodato, che sta lavorando a un docufilm sulle morti intrecciate di Mattei, De Mauro e Pasolini; e l'editore Giovanni Giovannetti, il quale da una vita studia la materia e con la sua casa editrice di Pavia, Effigie, ha deciso di pubblicare finalmente, entro l'anno, questo libro fantasma. L'aspetto curioso della vicenda, uno dei tanti, è che tutti loro lo hanno letto su fotocopie (o fotografie) dell'unica copia superstite di cui si è a conoscenza. E cioè l'esemplare posseduto da Marcello Dell'Utri, uomo forse non a caso sia politico sia bibliofilo, conservata nella sua Biblioteca di Via Senato, a Milano. Ci siamo andati e abbiamo chiesto il libro. Eccolo finalmente, l'enigmatico e rarissimo L'uragano Cefis. Ottime condizioni, di fatto intonso. La cosa che più colpisce è che la sigla dell'editore (Egr) compare solo sulla costa: sia al piede della copertina sia all'interno è sbianchettata. E poi l'ultima pagina, il colophon: tagliata con cura, con un taglierino. Impossibile sapere da chi e quando è stato stampato. Finora L'uragano Cefis - che Dell'Utri possiede da una ventina d'anni, «ma a essere sinceri non mi ricordo da chi l'acquistai, mi sembra che me lo propose un giornalista d'Imperia...» - è uscito dal Palazzo di Via Senato una sola volta, nel marzo 2010, quando lo stesso Dell'Utri organizzò all'interno della «Mostra del libro antico» di quell'anno, alla Permanente di Milano, una piccola esposizione di fotografie e libri di Pasolini. L'uragano Cefis era esposto in una bacheca (sopra un'errata didascalia che ne attribuiva la curatela a Giovanni Raboni, Laura Betti e Francesca Sanvitale) ed era accanto a un altro volume misterioso, sebbene non così raro: Questo è Cefis. L'altra faccia dell'onorato presidente di Giorgio Steimetz (pseudonimo di Corrado Ragozzino, collaboratore di Graziano Verzotto, senatore democristiano e uomo di Mattei nonché tra le fonti di Mauro De Mauro) edito nel 1972 dalla Ami, cioè l'Agenzia Milano Informazioni finanziata dallo stesso Verzotto. Un pamphlet che svela il ruolo oscuro di Eugenio Cefis nella politica italiana e gli ambigui rapporti tra Stato e potenze occulte. Da notare che mentre L'uragano Cefis probabilmente non arrivò mai nelle mani di Pasolini, Questo è Cefis (ripubblicato proprio dalla Effigie di Giovanni Giovannetti nel 2010) fu a lungo sul tavolo da lavoro dello scrittore, il quale ne aveva avuto una copia dall'amico psicoanalista Elvio Fachinelli, direttore della rivista L'erba voglio che all'epoca promosse una violenta campagna contro Cefis... Comunque. Prima domanda, fra le tante. Dietro i due libri c'è la stessa mano? Probabilmente no (però curiosamente la grafica delle due copertine è simile). Rispetto a Questo è Cefis, più ironico e «narrativo», L'uragano Cefis è puntuale e ricco di informazioni: dati, cifre, nomi. Chi lo ha scritto ha spulciato con l'abilità di un commercialista tra documenti della Camera di commercio, bilanci, statuti, registri societari... Un lavoro - da questo punto di vista - eccellente. Che poi sia stato usato come arma di ricatto per estorcere soldi o altro a Cefis, è un dettaglio. Seconda domanda. Chi ha venduto i due libri a Dell'Utri è la stessa persona che, proprio nel 2010, gli mostrò il famoso capitolo fantasma di Petrolio «Lampi su Eni» (l'«Appunto 21») su cui eredi e parenti di Pasolini, critici, curatori e studiosi si accapigliano da anni? Sembra di no. Però la visita alla Biblioteca di via Senato ci ha permesso di chiedere a Marcello Dell'Utri - per tutti «il Dottore» - come andarono le cose. Ecco la risposta: «Una mattina, era il 2010, stavo per inaugurare un evento alla Biblioteca di via Senato. Io ero nel cortile del palazzo. Dentro c'erano i giornalisti e gli invitati, quando una persona mi saluta e mi dice che ha una cosa per me. Le carte originali di un capitolo mancante di Petrolio, Lampi su Eni. Mi mostra un fascicolo, lo sfoglia e io, più che vedere, intravedo dei fogli e la carta carbone... Gli dico che in quel momento non posso fermarmi con lui, di richiamarmi il giorno dopo, che sono curioso e la cosa mi interessa. Poi commetto l'ingenuità, subito dopo, di parlare di quei fogli in conferenza stampa, e di dire che li avrei esposti alla Mostra del Libro antico che ci sarebbe stata di lì a poco... A quel punto esplode il caso sui giornali e quella persona, spaventata, scompare... Oggi non saprei neppure dire se le carte erano vere o false». Terza domanda. Ma cosa c'è «dentro», L'uragano Cefis? Risposta: «La storia mediocre di un uomo mediocre», come strilla la quarta di copertina: «Un personaggio, il tutto, un bric-à-brac d'avventura e coraggio, d'iniziativa e profitto, di ambiguità e malafede. Un'indagine spietata del Sistema-Cefis. Un detector per chi crede ancora alla giustizia. Un signore o un ciarlatano? L'uno o l'altro? Questo libro non lascia adito a interrogativi inevasi. Per un giudizio quasi definitivo, in un processo a porte quasi spalancate, il dossier è completo». Il libro - che pure deve essere preso con le pinze, perché scritto a scopo ricattatorio - svela la storia, senza censure, del «Maxicefis», il «Montedisonman», il «Gran Maestro della Loggia petrolchimica». Si ricostruisce biografia, patrimonio, legami politici e finanziari di Cefis, «l'uomo più potente d'Italia, il tamburino (friulano) di Foro Bonaparte, il nocchiero finanziario della livida palude italica» raccontando - fra cifre, allusioni e piccoli squallori (un'amante) - la postazione dominante da cui Cefis «può razziare giornali, infestare partiti, condizionare opinioni, golpeggiare governi, insabbiare inchieste, addomesticare storici compromessi, ipotecare finanza e industria». Si dà conto dell'immensa fortuna che gli porta in dote la moglie, Marcella Righi, e delle successive speculazioni edilizie a Milano. Si narra l'incredibile scalata alla Montedison. E si fa la conta (nel capitolo «Il dumping della stampa e dell'editoria») dei soldi passati ai giornali attraverso prestiti o pubblicità per tenerseli buoni. Quello che colpisce l'anonimo autore del libro, e incuriosisce il lettore, è come Cefis abbia potuto fare tutto ciò, a tali livelli, tanto a lungo, e sempre restando impunito. Forse è vero: perché siamo in Italia. Mentre negli Usa e in Urss, pur su opposti versanti rispetto all'idea di democrazia, si conducono indagini, legali o meno, su chiunque sia designato ad alte cariche, «In Italia - si legge in L'uragano Cefis - si schedano le peripatetiche (forse) e gli scolari sottoposti all'immunizzazione con vaccini. Per questo oggi abbiamo il fenomeno da baraccone Cefis, goffo e allampanato manager, insospettabile e insospettato: perché nessuno a tempo debito ha osato avvicinarlo da presso».

Alessandro Gnocchi per “il Giornale” il 9 maggio 2021. Prima di cominciare qualche data per orientarsi in questa e nelle pagine seguenti. Enrico Mattei, ex capo partigiano, viene nominato liquidatore dell'Agip da Cesare Merzagora il 28 aprile 1945. L' Agip era l'ente statale per la produzione, lavorazione e distribuzione dei petroli. Mattei capisce le potenzialità dell'azienda, che diventa Eni. Il presidente è convinto che l'indipendenza nel campo dell'energia sia fondamentale per la rinascita dell'Italia. Inizia a muoversi molto: stringe affari con l'Unione Sovietica, spiazza le multinazionali offrendo contratti vantaggiosi ai fornitori mediorientali, prende accordi con le forze anticolonialiste in Algeria, pesta i piedi un po' a tutti, rompendo equilibri industriali che avevano resistito anche al Fascismo. Mattei ama la disciplina militare e si circonda di ex partigiani. In particolare chiama Eugenio Cefis, abile imprenditore. Mattei è dappertutto, Cefis lavora nel riserbo più totale. Dopo la morte di Mattei, e il regno di passaggio di Raffaele Girotti, Cefis diventa il successore di Mattei. Poi, il colpo di scena. Cefis si dimette e scala, con i soldi pubblici, la più grande azienda privata italiana: nasce Montedison. Altro colpo di scena: Cefis si ritira giovane e ricco, senza motivo apparente, nel 1977. Il caso Mattei finisce nel mirino di giornalisti e giudici: non incidente aereo ma omicidio. L' aereo caduto a Bascapè era stato manomesso. A chi giova la morte di Mattei? A Cefis, dicono in molti. E qui inizia la leggenda nera di Cefis. La vicenda è insabbiata, Mattei aveva troppi nemici. E chiunque provi a tirarla fuori finisce molto male: tocca morire prima a Mauro De Mauro e poi a Pier Paolo Pasolini, che nel romanzo (uscito postumo) Petrolio non si accontentava di dire io so. Questa volta voleva tirare fuori anche i nomi. Il primo della lista, avrete capito, è Eugenio Cefis. Intorno alla scrivania di Pasolini ci sono giri di carte tutti da chiarire. Fatto sta che lo scrittore vorrebbe inserire a metà romanzo gli interventi pubblici di Cefis, a suo dire eversivi. In particolare, Pasolini è colpito dal discorso tenuto all' Accademia militare di Modena, dove Cefis profetizza la fine dello Stato tradizionale, superato dal potere delle multinazionali. Anche l' esercito dovrà cambiare, in vista di questa trasformazione in senso globale dell' economia e della politica. Cefis è sospettato di tutto: aver fondato la loggia P2, aver designato come successore Licio Gelli, aver complottato contro lo Stato, essere il mandante occulto dell' omicidio Mattei, aver avallato il sistema delle tangenti, aver fatto l' imprenditore privato con i soldi pubblici, aver deviato i servizi per essere sempre al corrente di cosa accade, aver foraggiato la stampa, tutta quanta o quasi, compreso il giornale che stringete tra le mani, essersi arricchito personalmente in modi poco chiari. Secondo i complottisti, chi indaga su Cefis, come il giornalista Mauro De Mauro e lo scrittore Pier Paolo Pasolini, muore. Forse i nemici provano a ricattare Cefis con libri-calunnia come Questo è Cefis di Steimetz e Uragano Cefis: saggi diffamatori, scritti da autori fantasma, stampati in poche copie, forse ritirate dal commercio da Cefis stesso. Eugenio Cefis. Una storia italiana di potere e misteri (Laterza) di Paolo Morando ridimensiona la leggenda nera e lancia spunti o tracce da seguire.

Primo. La misteriosa origine delle ricchezze non è misteriosa: Cefis è diventato imprenditore con i soldi della ricchissima moglie.

Secondo. Le misteriose vicende del Cefis partigiano non sono misteriose: sono state raccontate sia nella memorialistica sia da Cefis in piccole pubblicazioni. Non era un doppiogiochista e nemmeno un agente, anche se era il terminale di molti informatori, visto il suo ruolo di capo.

Terzo. Un appunto dei servizi indica in Cefis il fondatore della P2. Si tratta dell'allegato a un appunto da vagliare al fine di vergare la vera e propria nota informativa. Ovvero: siamo al fondo del pozzo delle informazioni riservate. Attendibilità scarsa.

Quarto. Il rapporto con Mattei. Era ottimo, di reciproca ammirazione. Difficile dire se alla fine, quando Cefis si ritirò per qualche tempo prima di rientrare in Eni da presidente, i due avessero litigato.

Quinto. Il discorso di Modena, lungi dall' essere eversivo, è una previsione esatta della globalizzazione. Il testo non fu scritto da Cefis. L' ispiratore e forse in parte estensore fu Gianfranco Miglio. Sesto. Cefis si ritirò perché era stufo delle ingerenze della politica nei suoi piani industriali. Temeva che il conto del sistema delle mazzette, al quale non poteva sottrarsi, sarebbe arrivato a lui. Per questo trattò una uscita senza clamori in cambio di protezione dalle inchieste. Il finale del saggio, davvero ben fatto, rilancia la pista francese ma lasciamo al lettore scoprire in che modo.

C' è un'ultima cosa da segnalare. Tra i vari brandelli di complottismo più o meno smontati da Morando, è incredibile la storia sulla morte del cantautore Rino Gaetano, che nasce da un libro dell'avvocato Bruno Mautone, Chi ha ucciso Rino Gaetano? Sotto esame il brano Berta filava. Eccone alcuni versi: «E Berta filava / E filava con Mario / E filava con Gino / E nasceva il bambino che non era di Mario / E non era di Gino». Berta sarebbe il generale Robert E. Gross, fondatore della Lockheed, azienda costruttrice di aerei che distribuì mazzette a politici e alti gradi militari. Mario sarebbe Mario Tanassi, Gino invece sarebbe Luigi Gui: entrambi ministri della Difesa finiti davanti ai giudici. Il bambino sono le tangenti. «Il santo vestito d' amianto» che sembra benedire l'operazione sarebbe Cefis. Non è finita qui. Nello stesso disco di Berta filava c' è un'altra canzone criptica intitolata La zappa, il tridente, il rastrello. Il testo fa riferimento a giocatori di bridge in una mansarda di via Condotti a Roma. Luogo dove si incontravano gli iscritti alla P2. Ci permettiamo (io e il collega Matteo Sacchi) di aggiungere che nella stessa canzone, uscita nel 1976 pochi mesi dopo la morte di Pier Paolo Pasolini, si dice: «Giovane e bello divo e poeta / con un principio d' intossicazione aziendale». Stai a vedere che Gaetano cita Pasolini e il motivo della sua morte... Rino muore il 2 giugno 1981 alle sei di mattina, in seguito a un grave incidente stradale. Molti ospedali di Roma lo rifiutano per mancanza di letti. Quando arriva al Gemelli è troppo tardi.

Giorgio Boatti per “Domani” il 7 maggio 2021. Se scrivere una biografia è dare un ordine, e magari trovare un senso, all'accadere delle cose dentro una vita, Paolo Morando, col suo libro, ci è riuscito alla grande. Con uno scrupolo documentario e un rigore d'esattezza esemplari. Però, trattandosi di Cefis, la faccenda si complica. La sfida si alza. E di parecchio. Poiché Cefis non è stato solo uno degli uomini più potenti, più temuti, più discussi, della seconda metà del Novecento italiano. Cefis è stato, anzi, continua a essere, nel nostro paese, una leggenda inquietante. Inchieste giudiziarie e investigazioni giornalistiche, libri e libelli e saggi, voci e illazioni. Un'immensa e composita costruzione narrativa, in corso da tempo e mai interrotta, ne ha filato e tessuto la leggenda minacciosa. Morando ne espone l'accurato repertorio. Qui, tanto per ricordare, alcuni esempi. Cominciando dal bestseller del 1974 Razza padrona diventato, dirà poi Cefis, il «Manuale degli imprenditori privati spinti alla riscossa contro l'industria di stato» dagli autori, Turani e Scalfari. Uno Scalfari, aggiungerà Cefis anni dopo, che operava «non per ragioni ideali o di principio ma perché la Fiat era per lui una miniera d'oro inesauribile». Prima di Razza padrona era arrivato Questo è Cefis di Giorgio Steimetz (nome di copertura del vero autore) edito dall'agenzia giornalistica Ami esclusivamente per spillare quattrini a Cefis. Proprio quando stava in mezzo al guado, nel salto dall'Eni alla Montedison. Altro libro avvelenato L'assassinio di Enrico Mattei di Fulvio Bellini e Alessandro Previdi. Qui, ovviamente, sul delitto si fa aleggiare l'identikit di un mandante. Assai somigliante a Cefis. Anni dopo uno degli autori ammetterà che il libro nasce su input molto concreto di Giorgio Valerio, il patriarca dell'archeocapitalismo milanese messo in croce dalla scalata di Cefis. Altre volte è il giornalista neofascista Giorgio Pisanò che bussa a quattrini, facendo soffiare aria di reportage e scoop. Sedati da generosi interventi. Nello stendere coraggiosamente il catalogo di questa leggenda Morando fa emergere la patologica fisiologia di un giornalismo che, spesso, va oltre ogni spregiudicatezza deontologica. Da questa fabbrica informativa esce alla fine la leggenda. E la leggenda produce l'avatar di un Cefis incarnazione e origine di buona parte dei mali che hanno azzoppato l'Italia. Che ci hanno guastato. Guastato chi e cosa? A quanto pare hanno guastato quel paese che prima era puro e autentico. Abitato da un popolo che, senza i Cefis e quelli come lui, aveva genuinità di pensieri e freschezza di gesti quotidiani. E semplicità di luoghi. Dove, dal buio di notti serene, sarebbero spuntate ancora le lucciole. Le lucciole, appunto. Pasolini, nell'articolo sulle lucciole apparso sul Corriere della Sera nel febbraio del 1975, ha in mente proprio il Cefis, presidente della Montedison, quando evoca quel «potere reale» contro il quale si scaglia. Un articolo che si conclude così: «Sia chiaro: io, ancorché multinazionale, darei l’intera Montedison per una lucciola».

La leggenda nera. Quando Pasolini scrive l'articolo è, da tempo, alle prese con Petrolio. Lavora al canovaccio di romanzo nel quale vuole raffigurare e trafiggere il nuovo «potere reale» che a suo parere sta imponendosi sull'Italia. Al centro della sua narrazione c'è un personaggio che esplicitamente fa riferimento a Cefis. Tratteggiato attingendo alla leggenda alla quale si è appena fatto riferimento. È un Cefis che, tra l'altro, sta mettendo le mani sul Corriere sul quale scrive Pasolini. Infatti tra poco aprirà ingenti fideiussioni (per 9 miliardi di lire) alla cordata rizzoliana-piduista prossima a sbarcare in via Solferino. Un Cefis dunque quanto mai adeguato a indossare la leggenda che gli viene cucita addosso. E che gli sta attribuendo sempre più inquietanti connotazioni. Su questa narrazione incombe soprattutto il copione quasi shakespeariano, del come e perché Mattei si sia insediato al vertice dell'Eni. Dopo l'incidente aereo, nell'autunno del 1962, che ha fatto fuori Mattei, il fondatore dell'ente petrolifero di stato. Una tragica uscita di scena che vede Cefis lontano. Da pochi mesi, spiazzando tutti, ha rotto il sodalizio con Mattei. Del quale è stato il braccio destro, l'artefice delle missioni più riservate. Un sodalizio sorto sin dall'immediato dopoguerra. Dopo che lui e Mattei si sono conosciuti, e apprezzati, nel vivo della lotta partigiana. Dove Cefis, operando in Valdossola, opera in stretta sinergia con l'intelligence anglo-americana che sta a ridosso del confine italo-svizzero. L'ipotesi che la leggenda diffonde è che Cefis, formatosi all'Accademia militare e perfezionatosi in ruoli attigui al servizio informazioni dell'esercito, pur dismessa la divisa continui a essere quel che è sempre stato. Non tanto un militare di mestiere quanto un professionista dell'intelligence. Dislocato sullo scacchiere economico e politico italiano. Di certo ovunque Cefis pianti il suo bastone di comando sboccia nei dintorni la sua rete informativa. La mano felpata delle sue operazioni speciali. Delle sue guerre silenziose. Informazioni capaci di condizionare, intimidire, corrompere. Segreti pescati calando le reti dei dossieraggi e delle intercettazioni telefoniche. Mettendo all'opera gente di fiducia dentro servizi segreti e polizie parallele. Senza rinunciare ovviamente a investigatori privati, Tom Ponzi, per esempio, pagati direttamente con i fondi aziendali.

Giochi di guerra. È un flusso mai interrotto di rivelazioni sospeso sul destino degli avversari. È la continua pianificazione di giochi di guerra calati in un conflitto sommerso. In palio ha il potere. Scontri da condurre in silenzio e con la massima riservatezza. Così – nel libro di Morando non mancano certo gli esempi – Cefis cerca di sottomettere la politica. Piegare le istituzioni. Indurre alla resa chiunque pensi di resistere alle sue scalate. In questa biografia è ricostruita dunque, con molti dettagli, la disinibita attitudine di Cefis a presidiare con le spregiudicate modalità della sua formazione militar-spionistica ogni crocicchio politico-economico-affaristico cruciale per la sua ascesa. Ma il valore aggiunto del libro di Morando non sta solo qui. Consiste nella lucida analisi del sorgere, irrobustirsi e ramificarsi della leggenda nera cucita attorno a Cefis. Qui Morando dà veramente il meglio del suo lavoro perché stende ogni tassello di questa ammorbata architettura narrativa sul tavolo anatomico. Ne viviseziona le fibre, i flussi, le metabolizzazioni. Cose che ancora oggi permangono nelle ricostruzioni di pagine cruciali di storia nazionale. Questa analisi implica anche chinarsi sul lavoro di mostri sacri, come Pasolini. E dimostrare come quei testi, quei bagliori di «verità occultate», che appaiono in Petrolio, e poi vengono ripresi da ulteriori epigoni convinti di possedere la chiave interpretativa di ogni male italiano, fuoriescano da pessime fonti. Anzi, peggio. Sono spesso il prodotto di una fabbrica di disinformazioni, di ricatti, di illazioni su vicende «indicibili» e «misteri insolubili». Elaborati da quella editoria del ricatto sulla quale Morando si sofferma con coraggio e acutezza. Leggendo Morando si apprende, sorprendentemente, come Cefis, sempre parco di interviste, e assai poco loquace, in varie fasi della sua vita abbia dedicato ore e ore per ricostruire in dettaglio i passi della sua complicata biografia. Lo ha fatto rispondendo a sollecitazioni di storici magari non noti ma rigorosi nell'adesione ai fatti. Con loro è disposto, per giorni e giorni, a rievocare pagine della sua vita. A partire dalla Resistenza sino alle brucianti “guerre” petrolifere e chimiche, con annesse ripercussioni politiche, dei decenni successivi. Lo fa, quando ormai ha lasciato ogni carica, con Giuseppe Locorotondo, dell'Ufficio storico dell'Eni. E, stessa cosa avviene con Marino Viganò, appartato e puntiglioso storico di Varese, col quale, in quasi cento pagine di testimonianza, ricostruisce i suoi esordi, dall'Accademia militare alla Resistenza sino al legame con Mattei. Forse è proprio Viganò a fornire la chiave di volta per apprezzare il valore dirompente della biografia che Morando dedica a Cefis. Ci riesce con lapidaria chiarezza quando, commentando la leggenda nera sorta attorno a tante vicende, ricorda quello tutti dovremmo rammentare. I misteri non ci sono. Anzi,non dovrebbero esserci. Perché «dietro ogni mistero c'è solo una pessima ricerca».

Estratto Dell'articolo Di Alessandro Mantovani Per “il Fatto Quotidiano” il 12 maggio 2021. La prossima volta che vorrà regalare a Matteo Renzi i "babbi" di cioccolato della sua Romagna, Marco Mancini dovrà farsi autorizzare dal direttore del Dipartimento per le informazioni e la sicurezza (Dis), l'organo di coordinamento dei Servizi di cui è caporeparto. A seguito dell'incontro Renzi-Mancini in autogrill, immortalato dalla professoressa che ha girato le immagini a Report, il sottosegretario delegato ai Servizi Franco Gabrielli ha richiamato i direttori del Dis, dell'Aise e dell'Aisi al principio che gli appartenenti all'intelligence possono incontrare parlamentari, giornalisti, magistrati e altre categorie "sensibili" solo per motivi di servizio e con la preventiva autorizzazione del vertice dell'agenzia a cui appartengono. […] A Palazzo Chigi ritengono che questa regola rientrasse già nell'obbligo di riservatezza. Però ieri il capo del Dis Gennaro Vecchione, sentito dal comitato parlamentare di controllo sui Servizi (Copasir), avrebbe detto di non essere stato informato da Mancini e che un obbligo specifico non c'era. Ora c'è. Vecchione ha sostanzialmente difeso Mancini. Il governo invece intende evitare che le relazioni tra gli appartenenti ai Servizi e i politici conducano a impropri do ut des. […]

Francesco Bechis per formiche.net il 12 maggio 2021. Il governo Draghi interverrà sulla vicenda Renzi-Mancini con una direttiva dell’autorità delegata per l’Intelligence e la Sicurezza Franco Gabrielli. Gli incontri fra politici e dirigenti dei Servizi segreti italiani in carica saranno da ora in poi sottoposti a regole più rigide. È quanto ha annunciato in audizione al Copasir il direttore generale del Dis (Dipartimento per l’Informazione e la Sicurezza) Gennaro Vecchione. Convocato dal comitato di controllo dell’intelligence per parlare dell’inchiesta giornalistica della trasmissione di Rai3 Report sull’incontro in un autogrill, lo scorso dicembre, fra il leader di Italia Viva Matteo Renzi e il dirigente del Dis Marco Mancini, il capo degli 007 italiani ha spiegato che, da ora in poi, ci sarà una stretta su questo tipo di tête-à-tête. Da quanto trapela a Formiche.net, sarà prevista una specifica autorizzazione da parte dei vertici delle agenzie, che dovranno essere preventivamente informati di un eventuale incontro con un politico. Il comitato ha richiesto il testo della direttiva, in fase di ultimazione. Il polverone sollevato dal video di Renzi e Mancini, ripresi a parlare in una piazzola di sosta dell’Autogrill a Fiano Romano lo scorso 23 dicembre, nel pieno della partita per le nomine dei Servizi che vedeva lo stesso Mancini tra i papabili nuovi vicedirettori del Dis, non è piaciuto ai vertici delle agenzie. La legge quadro sull’intelligence italiana (124/2007) ad oggi non regola gli incontri fra agenti segreti in servizio e politici. Né, fatta eccezione per alcune restrizioni previste per gli agenti operativi di Aise ed Aisi, esiste uno specifico divieto nei regolamenti interni per i dirigenti delle agenzie. Un vuoto normativo cui ora il governo vuole mettere mano per evitare che il comparto sia di nuovo trascinato nelle polemiche, con il danno di immagine che inevitabilmente ne deriva. Dall’audizione del Copasir, ancora una volta riunitosi senza esponenti della minoranza, che ne reclama la presidenza con Adolfo Urso (attuale vicepresidente e senatore Fdi) in lizza per succedere al leghista Raffaele Volpi, emerge dunque la volontà di Palazzo Chigi di mettere i puntini sulle i nei rapporti fra intelligence e politica. Respinti al mittente invece i sospetti, avanzati da Renzi, che dietro il video di una ventina di secondi pubblicato da Report non ci sia, come sostiene la trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci, una “insegnante” in sosta ma un’attività di dossieraggio per monitorare l’ex premier.

ELISABETTA BELLONI, LA PRIMA DONNA A CAPO DELLA SICUREZZA ITALIANA. Il Corriere del Giorno il 12 Maggio 2021. La nomina della Belloni è stata disposta sentito il Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica, a garanzia della sicurezza dello Stato e delle istituzioni. È la prima volta che in Italia una donna arriva alla guida dell’intelligence. In suo favore è stata importante la grande esperienza di ambasciatrice da sempre in prima linea nelle emergenze internazionali. Il prefetto Vecchione termina in anticipo il suo mandato: nominato nel novembre del 2018 dall’allora premier Conte,si era visto rinnovare l’incarico per 2 anni nell’estate scorsa. Il premier Draghi ha scelto e nominato Elisabetta Belloni a capo del Dis, il Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza al posto dell’attuale Direttore generale, il prefetto Gennaro Vecchione, dopo aver preventivamente informato della propria decisione Raffaele Volpi, presidente del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica. La nomina è stata disposta sentito il Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica, ringraziando Vecchione per il lavoro svolto a garanzia della sicurezza dello Stato e delle istituzioni. Confermato per un anno il prefetto Mario Parente attualmente alla guida dell’ AISI, il servizio segreto interno dello Stato. Elisabetta Belloni, romana, 61 anni, laureata in scienze politiche alla Luiss nel 1982, è entrata in carriera diplomatica nel 1985, ricoprendo incarichi, tra gli altri, a Vienna e Bratislava.Era segretario generale alla Farnesina, ruolo che ha ricoperto per cinque anni, dal 2016 a oggi, sostituendo Michele Valensise, per la Farnesina la sua nomina era stata una novità assoluta: infatti fino a quel momento, quell’incarico era stato ricoperto soltanto da uomini. Al posto della Belloni è stato nominato l’ambasciatore Ettore Sequi, sinora capo di gabinetto del ministro degli Esteri Luigi Di Maio. L’ambasciatrice Belloni, fin da ragazza è stata un’apripista . Infatti, fu la prima studente di sesso femminile a essere ammessa, insieme a un’altra ragazza, all’Istituto “Massimiliano Massimo” dei Gesuiti, scuola fino a quel momento esclusivamente maschile. Lo ha fatto anche successivamente, durante la sua carriera al ministero degli Esteri: dall’Unità di crisi (Udc) alla direzione generale per la Cooperazione allo sviluppo (Dgcs) fino all’ultimo incarico ricoperto prima della nomina a segretario generale: quello di capo di gabinetto del ministro Paolo Gentiloni. Tutte queste posizioni, infatti, con l’ambasciatore Belloni sono state coperte per la prima volta da una donna. Ma non tutti sanno di cosa si occupa il Dis. Principalmente, coordina l’intera attività di informazione per la sicurezza, compresa quella relativa alla sicurezza cibernetica e ne verifica i risultati, oltre a essere informato costantemente delle operazioni di Aise e Aisi e trasmette al Presidente del Consiglio dei ministri le informative e le analisi prodotte dal Sistema; raccoglie informazioni, analisi e rapporti prodotti da Aise e Aisi, da altre amministrazioni dello Stato e da enti di ricerca. Inoltre, il Dis elabora analisi strategiche o relative a particolari situazioni da sottoporre al Cisr o ai singoli ministri che lo compongono e promuove e garantisce lo scambio informativo tra i servizi di informazione e le Forze di polizia. “Rivolgo i miei sentiti e sinceri complimenti all’ambasciatore Elisabetta Belloni per il nuovo incarico alla direzione del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis). La vasta esperienza professionale ed il profilo umano sono doti che consentiranno un contributo saldo e costante alla sicurezza nazionale. Al prefetto Mario Parente confermato alla guida dell’Aisi ribadisco la mia stima certo che possa dare continuità all’ottimo lavoro che sta svolgendo. A tutti e due i migliori auguri di buon lavoro nel comune supremo interesse della nostra Italia” ha dichiarato il presidente del Copasir Raffaele Volpi. La nomina di Elisabetta Belloni ha messo d’accordo tutti, anche due avversari politici come Matteo Salvini e Matteo Renzi. “Buon lavoro a Elisabetta Belloni, donna di valore nominata ai vertici del Dis, e buona prosecuzione al generale Mario Parente” ha commentato su Twitter il leader della Lega, mentre Renzi leader di Italia Viva sottolinea: “La nomina di Elisabetta Belloni alla guida del Dis è un’ottima scelta per le Istituzioni italiane” a cui si è aggiunto l’ex presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini: “La nomina di Elisabetta Belloni a capo del Dis premia una donna di grande valore, di profonda conoscenza delle relazioni internazionali e di sicura affidabilità. Sono certo che interpreterà al meglio un ruolo così delicato per le istituzioni democratiche del nostro Paese”. È la prima volta che in Italia una donna arriva alla guida dell’intelligence. In suo favore è stata importante la grande esperienza dell’ambasciatrice Belloni, da sempre in prima linea nelle emergenze internazionali. A capo per anni dell’unità di crisi della Farnesina, ha gestito i sequestri degli italiani in Iraq lavorando fianco a fianco con gli 007 e diventando punto di raccordo per l’azione del governo per la liberazione degli ostaggi, ma anche punto di riferimento per le famiglie. Da segretario del ministero degli Esteri si è occupata dell’organizzazione della Farnesina. La nomina dell’ambasciatrice Belloni alla guida e coordinamento dei servizi segreti italiani (AISI ed AISE) conferma la volontà del presidente del Consiglio di dare una svolta agli assetti dell’Intelligence italiana con una nomina di peso. Dopo la scelta del prefetto Franco Gabrielli, ex capo della Polizia di Stato, come autorità delegata per l’Intelligence e la Sicurezza, il premier Draghi ha scelto un altro vertice di alto livello dell’amministrazione dello Stato. Una decisione che conferma la volontà di rafforzare il comparto sicurezza per essere pronti alle sfide economiche e geopolitiche affrontate dal Paese. Il cambio ai vertici non sarà certo l’ultimo intervento del governo sulle nomine, in quanto sarebbe imminente anche un cambio dei vicedirettori del Dis.

Francesca Sforza per "la Stampa" il 13 maggio 2021. Se è la prima volta che i servizi avranno una donna come capo, non è la prima volta, per quella donna, arrivare prima. Elisabetta Belloni, classe 1958, nominata ieri alla direzione generale del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza, ha alle spalle una storia di comando all'interno della Farnesina, che nell'ultima puntata l'ha vista nel ruolo di Segretario Generale, ma che è stata costruita con pazienza anche nelle puntate precedenti, da quando fu la prima donna a essere ammessa all'Istituto Massimo di Roma, lo stesso frequentato da Mario Draghi. Segretario o Segretaria? Direttore o direttrice? Alla Farnesina il dibattito sugli asterischi non è mai entrato, perché alla fine, per farsi capire, si parlava sempre di "Lei": «Lo ha detto Lei», «A Lei non piace», «Lei è d'accordo», «Bisogna chiederlo a Lei». Inizia la sua carriera all'estero alla rappresentanza di Vienna, ma è il ritorno a Roma, nella Direzione nevralgica degli Affari Politici, a farle capire che la sua storia sarebbe stata lì, dove le cose si decidevano, dove il potere si mostrava nelle sue molte e differenti sfaccettature. «Ha fatto poco estero», dicono i suoi critici. Ma molta Roma: ha attraversato indenne il governo Berlusconi, quello Monti, quello di Letta e Renzi, quello Conte e ora Draghi, a cui la lega un'amicizia di scuola, di appartenenza, di conoscenze comuni, dai gesuiti alla Luiss, dove si è laureata, ha tenuto corsi, ha fatto parte insieme a Paola Severino del Consiglio direttivo e non manca, ancora oggi, a una riunione degli ex alunni. Il suo ingresso nella rosa dei nomi che non si possono ignorare è datato 2004, quando diventa capo dell'Unità di Crisi - prima donna, ancora - e si trova a gestire due situazioni complesse come il rapimento dell'inviato di Repubblica Daniele Mastrogiacomo e la tragedia dello tsunami, con italiani intrappolati nei paradisi thailandesi e bisognosi di ogni tipo di assistenza. Le dirette televisive mostrano al Paese il volto di questa donna ferma e minuta, sempre piuttosto elegante, che dava la sensazione di avere la situazione in mano, non una parola di meno, non una di troppo. Misura, strategia, capacità di calcolo e profonda conoscenza dei meccanismi istituzionali: Elisabetta Belloni è il ritratto del grand commis d'etat, senza cedimenti "all'in quanto donna". Si è convertita alle quote rosa con il tempo: inizialmente era convinta - come spesso accade alle donne brave e sostenute dalle circostanze - che fosse solo una questione di merito. Col tempo si è resa conto dell'importanza di "fare rete", e sotto la sua reggenza - è stata segretario generale alla Farnesina per cinque anni, un tempo lungo rispetto al passato - gli incarichi di rilievo alle diplomatiche si sono moltiplicati. Sposata con un uomo di oltre vent' anni più grande di lei - anche lui diplomatico - e rimasta vedova da qualche anno, una casa nella campagna toscana dove trascorre il (poco) tempo libero dagli impegni di lavoro, Elisabetta Belloni ha costruito nel tempo una rete di contatti - dentro e fuori la Farnesina - che costituisce il suo asset fondamentale. Non è un caso che il suo nome, negli ultimi giri di nomine, sia stato in più occasioni evocato per posti di rilievo, da ministro degli Esteri fino a presidente del Consiglio. Poi la mano è sempre passata ad altri, ma Elisabetta Belloni non ha mai coltivato il culto della sconfitta. Casomai il contrario: a ogni giro di nomine riprendeva il suo lavoro a testa bassa, senza dichiarazioni improvvide, senza pencolamenti. I suoi critici le rimproverano da sempre un eccesso di tatticismo, una tendenza al compromesso mirante più a non scontentare che a promuovere, più a mantenere che a innovare. Ma difficile - anche per chi la critica - non riconoscerle una profonda sapienza nel gestire equilibri, e di fronte alle difficoltà, una salda capacità di gestione. Amata da molti, tollerata da altri, Belloni esce dalla Farnesina col passo sicuro di chi sa di aver fatto molto: «Con la sua nomina al Dis - ha detto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio - arriva un importante riconoscimento per tutto il corpo diplomatico».

Elisabetta Belloni nuovo capo dei servizi segreti: salta Vecchione, l’uomo di Conte “licenziato”. Redazione su Il Riformista il 12 Maggio 2021. L’ambasciatrice Elisabetta Belloni, 61 anni, è il nuovo capo dei servizi segreti. La nomina del direttore generale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS) è arrivata dal presidente del Consiglio Mario Draghi in sostituzione del prefetto Gennaro Vecchione. Il Presidente Mario Draghi ha preventivamente informato della propria intenzione il Presidente del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (COPASIR), Raffaele Volpi, e ha ringraziato il prefetto Vecchione per il lavoro svolto a garanzia della sicurezza dello Stato e delle istituzioni. La nomina è disposta sentito il Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica. Dopo la nomina di Belloni, secondo quanto apprende l’Ansa da fonti informate, l’ambasciatore Ettore Sequi, attualmente capo di gabinetto del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, è il nuovo segretario generale della Farnesina. IL PROFILO – Nata a Roma, l’ambasciatrice Belloni, 63 anni, è stata la prima donna segretario generale della Farnesina (dal 2016 ad oggi). Laureata in scienze politiche alla Luiss, Belloni ha iniziato la carriera diplomatica nel 1985, ricomprendo incarichi nelle ambasciate italiane e nelle rappresentanze permanenti a Vienna e a Bratislava, oltre che presso le direzioni generali del Ministero degli Affari Esteri. Dal novembre 2004 al giugno 2008 ha diretto l’Unità di Crisi della Farnesina, passando poi a rivestire il ruolo di direttrice generale della cooperazione allo sviluppo fino al 2013 e successivamente direttrice generale per le risorse e l’innovazione. Nel febbraio 2014 è stata promossa ambasciatrice di grado e, dal giugno 2015, è stata capo di gabinetto dell’allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. Nell’aprile 2016 viene nominata Segretaria Generale del Ministero degli Affari Esteri, ruolo che ha mantenuto finora. Belloni era stata tra i nomi ipotizzati per il ruolo di ministro nel governo Draghi, qualora non vi fosse stata la riconferma di Di Maio. LA SCONFITTA DI CONTE – La scelta di sostituire Vecchione a sei mesi dalla naturale scadenza del suo mandato è di fatto uno “schiaffo” del presidente del Consiglio Mario Draghi al suo predecessore Giuseppe Conte, che aveva voluto con forza Vecchione, suo amico, al Dis. L’irritazione di Conte, spiegano i retroscena, sarebbe emersa anche durante le telefonate di rito durante le quali il premier informa i leader di maggioranza e opposizione della nomina. Vecchione però paga la volontà da parte di Draghi di un deciso cambio di rotta nella gestione dei principali dossier. Quello più spinoso per Vecchione risale ormai all’estate 2019, quando l’allora premier Conte incaricò il numero uno del Dis di incontrare l’allora ministro della Giustizia americano William Barr per condividere le informazioni che l’Italia aveva su Joseph Mifsud. Mifsud, professore dell’università romana Link Campus, aveva fatto sapere all’amministrazione Trump di avere mail segrete russe in grado di mettere in difficoltà Hillary Clinton, candidata democratica alle Presidenziali del 2016. Quell’incontro tra Vecchione e Barr, avvenuto fuori dalle regole, crearono un caso con l’avvio di una istruttoria del Comitato parlamentare di controllo.

Chi è Elisabetta Belloni, prima donna a capo dei servizi segreti: l’amicizia con l’ambasciatore Luca Attanasio. Antonio Lamorte su Il Riformista il 12 Maggio 2021. Elisabetta Belloni è la nuova direttore generale del Dis, il Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza. Si tratta della prima donna ai vertici dei servizi segreti italiani. Il suo nome era circolato nei mesi scorsi anche per il ministero degli Esteri, confermato a Luigi Di Maio nell’avvicendamento tra il governo Conte 2 e il governo Draghi, e per il sottosegretariato con nomina ai servizi segreti, carica poi andata a Piero Benassi. Belloni prende il posto del prefetto Gennaro Vecchione. L’ambasciatore Ettore Sequi, capo di gabinetto del ministro degli Esteri Di Maio, succede a Belloni come nuovo segretario generale della Farnesina. LA CARRIERA – Belloni ha 62 anni. Romana. Era alla guida della macchina della Farnesina dal 2016, prima donna segretario generale degli Esteri. Ha studiato al liceo Massimo di Roma, lo stesso frequentato dal Presidente del Consiglio Mario Draghi. Si è laureata in Scienze Politiche all’Università Luiss nel 1982. LA DIPLOMAZIA – La sua carriera diplomatica è partita nel 1985. Ha ricoperto incarichi a Vienna e a Bratislava. Belloni è stata nominata nel 2004 capo dell’Unità di crisi del ministero degli Esteri. Anche in questo caso la prima donna a ricoprire tale incarico. Durante quel mandato si occupò di dossier delicati come i rapimenti di italiani in Iraq e Afghanistan e lo tsunami nel sudest asiatico. Dal 2008 al 2012 è direttore generale per la Cooperazione allo sviluppo e poi dal 2013 al 2015 ha assunto le funzioni di direttore generale per le Risorse e l’innovazione. Promossa ambasciatore di grado nel 2014, nel 2015 è stata capo di gabinetto dell’allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. Da oggi coordinerà le due agenzie dei servizi segreti e si coordinerà con l’autorità delegata Franco Gabrielli. L’AMBASCIATORE ATTANASIO – “L’Ambasciatore d’Italia nella Repubblica Democratica del Congo, Luca Attanasio, e il Carabiniere Vittorio Iacovacci sono rimasti vittime di una violenza che non riusciamo a capire e ad accettare”. Questo il cordoglio dell’allora segretario generale del ministero Belloni, in un intervento del 23 febbraio su Il Corriere della Sera, dopo l’attacco in Congo che aveva colpito il collega e amico Luca Attanasio. Con quelle parole aveva voluto salutare un “collega, amico e Ambasciatore d’Italia” di cui “siamo orgogliosi”. “Ieri non sono riuscita a esprimere ai familiari il dolore profondo di tutta la Farnesina e la vicinanza sincera perché è prevalso il silenzio e la commozione”, aggiungeva, scrivendo di ricorrere “quindi alla penna per lasciare traccia dell’esempio di Luca che spero non svanisca negli anni a venire e che possa, invece, ispirare i più giovani che hanno fatto la stessa scelta professionale”. Il suo ricordo di Attanasio, dal 2017 Ambasciatore a Kinshasa, corrispondeva a quello di “una persona buona, affettuosa con la stupenda famiglia che amava sopra ogni cosa e che lo ha accompagnato anche in Africa, nonostante la giovane età delle tre bambine” e al tempo stesso “anche un vero diplomatico che ha affrontato la ‘Carriera’ con l’entusiasmo di chi è consapevole della necessità di imparare e farsi le ossa affrontando senza scorciatoie le sfide che la Diplomazia mette dinanzi a ogni passaggio della vita professionale e personale”.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Marco Travaglio per Il Fattoquotidiano - stralcio il 14 maggio 2021. …..Il caso 007 è emblematico: nessuno discute le capacità della nuova direttora Belloni, beatificata dai soffietti dei giornaloni come estranea alla politica, come se non navigasse alla Farnesina nel sistema dei partiti dalla notte dei tempi e l' avesse portata la cicogna. La verità la conoscono tutti: Vecchione ha l' unica colpa di essere stato nominato da Conte, dunque dava noia ai due Matteo. Infatti è l' unico a saltare, senza uno straccio di spiegazione, mentre i capi di Aise e Aisi, trasversalmente protetti, restano. E resta incredibilmente pure il caporeparto del Dis Mancini, malgrado l' incontro carbonaro con l' Innominabile, o forse proprio per quello….

Carlo Bonini per “la Repubblica” il 14 maggio 2021. Il redde rationem nei Servizi è solo all' inizio. E del prefetto Gennaro Vecchione, direttore del Dipartimento per le informazioni e la sicurezza fino alle 19 di mercoledì, e del suo dirigente ancora in servizio, Marco Mancini - per il quale il sottosegretario alla presidenza del consiglio Franco Gabrielli ha disposto l' interruzione del servizio di scorta di cui godeva e di cui nessuno è stato in grado di giustificare le ragioni - sentiremo probabilmente parlare ancora per un po'. La faccenda che li ha travolti - convincendo Palazzo Chigi ad accelerare la nomina di Elisabetta Belloni - è infatti tutt' altro che chiusa. Ieri, il Copasir ha deciso formalmente di chiedere alla Presidenza del Consiglio di autorizzare un' indagine interna al Dis che accerti le mosse sghembe di Mancini all' interno del Dipartimento (raccontano, ad esempio, che nella sua veste di revisore delle spese delle due Agenzie, Aise e Aisi, sia solito a un ostruzionismo nelle autorizzazioni spesso strumentale) e la catena di anomalie che hanno accompagnato il suo infelicissimo e sfortunatissimo rendez vous in autogrill con l' ex presidente del Consiglio Matteo Renzi il 23 dicembre dello scorso anno (filmato da una curiosa insegnante di passaggio e mandato in onda da "Report"). Detta altrimenti, un' indagine che dia risposta a una domanda molto semplice e dalle implicazioni tutt' altro che banali. Chi ha consentito a Marco Mancini, naufrago della peggiore e più opaca stagione della nostra Intelligence (il Sismi di Pollari), di tornare a muoversi, almeno a partire dal 2018, in una incessante spola tra i palazzi della politica e quelli dell' intelligence, con la disinvoltura di una spia agit-prop e la sicumera di un plenipotenziario? È una domanda che interpella Vecchione e con lui l' uomo che, nel novembre 2018, lo paracadutò come un alieno a capo dei Servizi: l' allora premier Giuseppe Conte. Ed è una domanda che ha quale sua premessa il pomeriggio in cui Vecchione si è giocato l' osso del collo. Quello di martedì scorso 11 maggio, quando, alle 14.45, l' allora ancora direttore del Dis prende posto di fronte al Copasir, il Comitato Parlamentare di controllo dei Servizi. È stato convocato - e ha per giunta avuto tempo una settimana per riordinare carte ed idee - per dare conto di quell' incontro tra Mancini e Renzi in autogrill. Ma non ha nulla da dire. O, almeno, questo dà ad intendere. Peggio, ha deciso di trasformare l' audizione in uno spettacolo che offende l' intelligenza di chi lo ascolta e che, alle 16.30, viene interrotto con una certezza condivisa da tutti i commissari presenti. Vecchione non può restare al suo posto un minuto di più. E Mancini è un problema. L' audizione, del resto, comincia malissimo. Vecchione comunica che l' abboccamento del 23 dicembre tra il suo dirigente e Renzi è «ascrivibile al rango di incontro privato». «Uno scambio di auguri con la consegna di Babbi Natale di cioccolato». Dalla cartellina che ha con sé estrae uno scartafaccio di appunti su norme che disciplinano il grado di segretezza degli atti e le immunità funzionali dei nostri agenti. Chi lo ascolta trasecola. E abbozza le prime domande: esiste una relazione di Mancini sull' accaduto e Vecchione è in grado di produrla? «No». Ancora: se è vero, come accredita anche Vecchione, che si trattava di un incontro privato, perché scegliere un luogo pubblico come un autogrill, perché andarci scortati e, soprattutto, perché Mancini ha una scorta? Vecchione, che dovrebbe sapere perché un suo dirigente non operativo (quale Mancini è) giri scortato, farfuglia: «Non so. Mi informerò con Aisi, che è l' Agenzia che provvede. Forse per il caso Abu Omar». Vecchione non sa, o finge di non sapere, come le ragioni di quell' incontro del 23 dicembre abbiano cessato di essere un segreto per molti. Sia a Palazzo Chigi che al Copasir. In quei giorni di vigilia di festa, ballano infatti le nomine di 3 vicedirezioni nei Servizi. E Mancini, cui una di quelle vicedirezioni è stata promessa da Conte, bussa a qualunque porta. Anche a quella di un vecchio amico, il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri. È il magistrato a chiamare Renzi (con cui ha un rapporto di confidenza dai tempi in cui lo aveva immaginato ministro di giustizia) pregandolo di incontrare Mancini che, evidentemente, in quella vigilia di Natale, comincia a sentire puzza di morto a Palazzo Chigi e ritiene utile un appoggio per la nomina anche da chi ha di aperto la crisi di governo mettendo in mora Conte. Eppure, Vecchione tira dritto verso la sua personale catastrofe. Dice: «Renzi e Mancini? So che hanno un rapporto molto stretto e che Mancini ha lavorato anche per Renzi, in passato ». Il Comitato è esterrefatto. Ha lavorato per Renzi? Vecchione realizza l' enormità che ha appena detto. E rincula: «Mah, che posso dirvi Io sono arrivato al Dis solo nel 2018 e dunque sul prima non so essere preciso». Conferma tuttavia al Copasir di aver appoggiato lui, «avendone parlato personalmente con Conte» la nomina di Mancini alla vicedirezione del Dis o di un' Agenzia. Ed è disarmante la risposta che consegna a chi gli chiede se la circostanza che un suo dirigente del Dis si sia fatto riprendere da una insegnante in un autogrill non lo abbia fatto riflettere. In fondo, al posto di quella signora ci sarebbe potuto essere un agente straniero con un microfono direzionale. «In effetti, capisco la sua domanda». Il Comitato insiste. È almeno possibile sapere se dietro quel video non ci sia un' operazione di spionaggio interna al Servizio? «Mi informerò», dice lui. Palazzo Chigi non gliene lascerà il tempo.

Gratteri al Fatto Quotidiano: «Non ho chiesto a Renzi di incontrare Mancini». Il Quotidiano del Sud il 15 maggio 2021. Il procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri, ha smentito al “Fatto Quotidiano”, la ricostruzione di Repubblica secondo la quale avrebbe chiesto a Matteo Renzi di incontrare Marco Mancini, il direttore di divisione del Dis. L’incontro, filmato e reso noto da Report, è quello avvenuto a dicembre del 2020 in un autogrill di Fiano Romano e sarebbe servito ad aiutare Mancini a diventare vicedirettore di una delle tre agenzie di intelligence. Erano i giorni in cui si intravedeva la fine del Governo Conte 2 e Matteo Renzi aveva aperto la crisi di Governo con il ritiro di due ministri di Italia Viva dall’Esecutivo. Gratteri, però, al Fatto Quotidiano smonta tutto: «Non è vero che ho chiesto a Matteo Renzi di incontrare Marco Mancini – ha dichiarato il procuratore di Catanzaro – sono disposto a depositare i miei tabulati telefonici delle settimane e mesi precedenti il 23 dicembre scorso. Non verrà trovata nessuna chiamata o messaggio a Renzi»

Nuovi veleni contro Gratteri. La spia Mancini per il Domani non muore mai. James Wormold su Il Quotidiano del Sud il 18 maggio 2021. Nella primavera bollente per la magistratura italiana, non mancano schizzi di fango che qualcuno mette nel ventilatore per tentare di delegittimare il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri. Già da ieri, il quotidiano “Il domani” annuncia in un servizio esclusivo a doppia firma sullo 007 Marco Mancini, caporeparto del Dipartimento “Servizi per l’informazione e la sicurezza” (Dis),ritornato celebre alle cronache per la video soffiata dell’incontro in un autogrill con Matteo Renzi. Ora secondo il Domani ci sarebbe stato un altro incontro con i vertici politici nazionali: quello con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. E sul giornale edito da De Benedetti si legge “A Domani Gratteri conferma l’appuntamento. «Tra l’uomo dei servizi e il ministro c’è stato solo uno scambio veloce, tipo “piacere, piacere”». Fonti del Csm vicine a Gratteri credono che l’amicizia tra il pm calabrese e la spia possa essere usata per minare la candidatura del magistrato antimafia alla guida della procura di Milano. «Se continua così, Nicola rinuncerà alla sua corsa», chiosano. Chi vuole fermare Gratteri verso la Procura di Milano?

Estratto dell'articolo di Lucio Musolino per “il Fatto quotidiano” il 27 maggio 2021. Politica, 'ndrangheta, affari e "pagliacciate". Ma anche un "laboratorio criminale" che ha trasformato Reggio Calabria in un "mondo di mezzo" tra mafiosi, massoni e pezzi deviati dello Stato. Con il processo "Gotha", la Dda non vuole solo sostenere l'esistenza della 'ndrangheta, ma anche della sua componente riservata capace di infiltrarsi negli enti locali dettandone gli indirizzi politici. […] Durante il processo si è parlato anche del finto attentato del 2004, quando in un bagno del Comune sono stati trovati alcuni panetti di tritolo grazie a tre informative del Sismi firmate dall' attuale 007 Marco Mancini. Per il procuratore Lombardo, quella è stata "una pagliacciata" per superare una crisi che Scopelliti stava affrontando dentro e fuori il palazzo. Il direttorio delle cosche ha compreso che serviva una scossa per far capire al pupo che c' è un disegno "più grande di lui". Occorreva ricordargli i patti: "Tu finisci quando lo diciamo noi e diventi il numero uno, se noi decidiamo in quel senso". Come? Con una messinscena che serviva a creargli l' immagine di "sindaco antimafia" e allo stesso tempo a mandare un messaggio per fargli capire "che non è padrone di niente, torna a essere e a fare il cane da mandria". Il colpo di teatro va in onda il 6 ottobre 2004. Politica, "riservati" della 'ndrangheta, pezzi delle istituzioni e apparati di sicurezza sono tutti scritturati per la sceneggiata. Ognuno recita la sua parte e nei bagni di palazzo San Giorgio spunta il tritolo senza innesco. Per scoprirlo il Sismi ha pagato circa 300mila euro. Dopo quasi 17 anni, non solo non si sa chi è stato a piazzare quei panetti ma neanche quali cosche volevano attentare alla vita di Scopelliti.

Quando lo 007 Mancini forniva servizi a Reggio Calabria. James Wormold su Il Quotidiano del Sud il 19 maggio 2021. Marco Mancini, lo 007, torna protagonista incrociando vicende tutte da accertare che ruotano attorno a Renzi, Di Maio e Gratteri. Quest’ultimo nome lo lega alla Calabria trattandosi del procuratore della Repubblica di Catanzaro e secondo le ultime cronache un interlocutore del celebre agente segreto. Con la Calabria l’agente dei servizi ha già avuto un ruolo controverso tre lustri fa in fatti mai chiariti. Correva l’anno 2006, quando tre parlamentari avevano segnalato la strana storia dell’esplosivo ritrovato nel bagno del municipio, due anni prima, in un momento di difficile governabilità a Reggio Calabria per il sindaco dell’epoca, Giuseppe Scopelliti. La bomba era stata ritrovata grazie alla segnalazione di un informatore del Sismi, l’esplosivo adoperato proveniva dalla stiva della Laura C, la cosiddetta “nave della ‘ndrangheta”, un relitto adagiato sui fondali della jonica reggina e non si capisce per quali motivi sotto stretta gestione dei servizi. La soffiata da fonte anonima sembra fosse costata allo Stato 300.000 euro. Da chi era stata gestita l’operazione molto coperta? Da Marco Mancini, il vice di Pollari al Sismi e rimbalzato poi alle cronache nei meandri oscuri del rapimento di Abu Omar e dello scandalo Telecom. Sulla bomba al sindaco Scopelliti erano state tre le informative firmate da Mancini: la prima fa scoprire i panetti di tritolo nel water del sindaco, la seconda spiega che l’ordigno, pur senza innesco, sarebbe dovuto esplodere la mattina successiva, la terza segnala che il sindaco Scopelliti è in pericolo di vita. Delle iniziative del ministro Pisanu per accertare il garbuglio che assegnò scorta e notorietà di vittima al sindaco Scopelliti non c’è gran ricordo. La vicenda si incrocia anche con il commercialista Giovanni Zumbo, oggi collaboratore di Giustizia e figura di collegamento tra politica reggina, clan criminali di gran spessore ai quali annunciava in anticipo le operazioni di Dda e servizi segreti. Dagli archivi risulta che il poliedrico Zumbo era stato interrogato dall’allora Procuratore di Reggio, Giuseppe Pignatone, e in un verbale di appena sei pagine aveva dichiarato a futura memoria: “Ho collaborato con i servizi ma non intendo rivelare nulla in merito”. Ma una notizia l’aveva aggiunta: “Del Sismi ho incontrato l’ex funzionario Mancini che scese a Reggio Calabria, ma dell’argomento preferirei non parlare”. Tasselli da andare a incastrare con nuove gole profonde che parlano e rivelano. Per quell’esplosivo “c’era stato l’interesse di Nicolo’ Pollari”. È stato di recente il collaboratore di giustizia Seby Vecchio, ex assessore e presidente del Consiglio comunale di Reggio ma anche poliziotto, a fare il nome de relato dell’ex direttore del Sismi nella vicenda del tritolo “tarocco” in un’udienza del processo Gotha. “Ho parlato in prima persona sia con i politici che persone della ‘ndrangheta Per quanto riguarda l’esplosivo, è stato una bufala. Era un attentato per accreditare un peso politico maggiore a Scopelliti. Qualcuno ha detto anche il nome di chi ha portato l’esplosivo. Per esempio chi entrò a Palazzo San Giorgio per mettere il tritolo nel bagno”. Mancini? No. Un noto ultrà amaranto e dipendente comunale, che ha risposto a questa dichiarazione con un video che ha spopolato a Reggio su Facebook per la genuinità con cui ha respinto ogni accusa. Sono passati molti anni. Scopelliti finito nella polvere ha scritto le sue memorie. Le rivelazioni più recenti nelle aule di Tribunale sul falso attentato sembrano le dissimulazioni di medievale memoria. Mancini torna protagonista nazionale ma del tritolo senza innesco nel cesso del Comune non si conosce verità. Forse perché non frega più niente a nessuno e a Reggio Calabria, per antica vocazione, si preferisce e si vuole che il contesto resti sempre un po’ oscuro.

Tommaso Ciriaco per "la Repubblica" il 15 maggio 2021. Sarà un'indagine interna ai servizi - quella richiesta dal Copasir a Mario Draghi - a fornire risposte definitive agli interrogativi che ruotano intorno all'incontro in autogrill svelato da Report tra il capocentro del Dis Marco Mancini e l'ex premier Matteo Renzi, avvenuto lo scorso 23 dicembre. Tasselli mancanti, indiscrezioni, veleni: tutto si mescola in queste ore. Neanche l'ormai ex capo del Dis Gennaro Vecchione ha saputo fornire spiegazioni convincenti, ed è stato rimosso. Per aggiungere elementi utili a fare luce sulla vicenda, Repubblica ha compulsato fonti parlamentari di alto livello, a partire da quelle di Italia Viva. Ha sentito alcuni dei protagonisti politici e di governo. E ha contattato Giuseppe Conte. Questo è quello che risulta. Non è solo una storia di «babbi di Natale». Proprio alla luce di questa considerazione, va chiarito il primo dilemma: chi ha sollecitato il faccia a faccia tra l'esponente del Dis e l'ex premier? Secondo le fonti consultate, sarebbe stato Mancini a chiedere a Renzi di incontrarsi. L'esponente dei Servizi ha in rubrica il numero del leader di Iv e avrebbe chiamato per reclamare il colloquio. Il capocentro avrebbe chiesto e ottenuto l'incontro - che sarebbe durato tra i dieci e i venti minuti - con due obiettivi, emersi nel corso del confronto: chiedere informazioni rispetto all'imminente crisi di governo, che a fine dicembre è già pronta ad esplodere, e perorare la propria eventuale ascesa a vicedirettore del Dis. Sul primo punto, Renzi avrebbe risposto ribadendo le criticità del rapporto con Giuseppe Conte, lasciando pochi margini alla ricomposizione. Un altro quesito determinante si può riassumere così: chi e perché ha girato il video? È noto che il leader di Italia Viva non ritenga credibile la versione di una registrazione casuale poi consegnata a Report. Più volte i renziani hanno lasciato intendere di considerare irrealistico che sia stata davvero una professoressa capitata lì per caso a registrare l'incontro. A supporto di questa considerazione le fonti consultate rilevano un dettaglio: il fatto che sarebbero udibili alcune parole del video rende improbabile una captazione non pianificata. E quindi, ancora: chi può aver realmente girato il video? Le versioni accreditate da chi è nel cuore di questa storia sono due. La prima è che sia stato lo stesso Mancini a far registrare l'incontro. La seconda è che la registrazione sia stata effettuata da apparati dell'intelligence e all'insaputa del capocentro. In entrambi i casi, ne discende che Renzi sarebbe finito in mezzo a una resa dei conti dell'intelligence. Ma c'è un altro dettaglio da approfondire: chi ha sollecitato l'interessamento di Mancini alla questione della possibile crisi di governo? Secondo fonti di Italia Viva, è plausibile ipotizzare che l'abbia fatto chi era interessato alla stabilità dell'esecutivo. E, dunque, ragionevolmente e in ultima istanza, anche Palazzo Chigi. Questo snodo va affrontato tenendo in considerazione anche un'altra indiscrezione che circola in queste ore, alimentata da fonti di primo piano: Conte avrebbe sostenuto in privato che a perorare la causa di Mancini sarebbero stati il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri e la big renziana Maria Elena Boschi. Quest' ultima si sarebbe interessata nella seconda metà di gennaio, prima della caduta dell'esecutivo giallorosso. Interpellato su queste circostanze, Conte si limita a dire: «No comment». Boschi, invece, smentisce in modo «più che categorico», facendo sapere di non aver mai conosciuto Mancini o perorato la sua causa. Una nettezza che lascia supporre che il «no comment» dell'ex premier si riferisca a Gratteri (che tra l'altro gode da anni di rapporti solidi con Renzi, e che conoscerebbe da tempo anche Mancini). Il procuratore di Catanzaro, contattato, fa sapere di non avere nulla da dire, se non smentire categoricamente di aver fissato l'appuntamento in autostrada tra il fondatore di Iv e l'esponente del Dis. Cosa, tra l'altro, che non ha sostenuto nessuno, perché il punto sollevato da Repubblica è piuttosto quello di aver più in generale sollecitato un incontro con Mancini. A sera, infine, Report preannuncia per la puntata di lunedì novità sul caso. Una fonte ha riferito alla trasmissione che Matteo Salvini ha incontrato più volte lo stesso Mancini nel corso degli anni. Gli incontri si sarebbero svolti anche «in prossimità di Cervia», quando Salvini si recava al Papeete, e pure «in autogrill». Report ha sentito il leghista, che ha confermato la consuetudine: «L'ho incontrato più volte da ministro in ufficio e al ministero. All'autogrill? No. Se sono sicuro? Non mi sembra di averlo incontrato in autogrill. A mia memoria no».

Carlo Bonini per “la Repubblica” il 16 maggio 2021. Il Palazzo della politica è assai inquieto e gli apparati sono con l'orecchio a terra. Perché l'affaire dell'autogrill Renzi- Mancini è una palla di neve che si è già fatta slavina e minaccia di diventare valanga. Perché il sacrificio umano di Gennaro Vecchione (rimosso dal vertice del Dis mercoledì scorso), ragionevolmente, non basterà. Perché Marco Mancini, o se preferite "doppio Mike" (MM come Marco Mancini – ndDago), come apostrofano la sessantunenne spia emiliana di Castel San Pietro terme gli addetti dell'Intelligence, comparto dove senza soluzione di continuità lavora da 36 anni (per intenderci, nell'anno in cui Elisabetta Belloni, entrava alla Farnesina, e sei anni prima che Mario Draghi mettesse piede la prima volta in Banca d'Italia, Mancini transitava dai nuclei antiterrorismo dei carabinieri al Sismi, come capocentro di Bologna), fa paura. E non solo e non tanto perché, in queste ore, lo raccontano più irragionevole del solito. Tutt' altro che disposto a una onorevole resa e uscita di scena, quanto, piuttosto, animato da robusti propositi di vendetta. Al punto da essersi messo personalmente alla ricerca della fonte di "Report" (l'ormai famigerata insegnante che accompagnava l'anziano padre incontinente) che il 23 dicembre lo filmò nei suoi conversari all'autogrill. Ma perché, se possibile, ancora più vittima di se stesso e della convinzione - che lo accompagna come una scimmia sulla spalla dal 2006, anno in cui entrò in carcere due volte, prima per la vicenda Abu Omar e quindi per lo spionaggio della struttura illegale che faceva capo a Telecom - di essere vittima di un complotto ordito dai suoi nemici interni ai Servizi. Di una conventio ad excludendum che gli avrebbe illegittimamente interdetto l'approdo ai vertici dei Servizi. Già, seduto sul doppio-fondo di alcuni passaggi chiave della storia repubblicana e dei suoi apparati, Mancini è una di quelle bombe a orologeria che la politica e gli stessi apparati hanno sempre avuto angoscia a maneggiare e non sono mai riusciti a disinnescare. L'uomo - che è di notevole intelligenza intuitiva - capisce infatti presto che è proprio nella fragilità, pubblica e privata, della politica, delle sue classi dirigenti, e nella forza del ricatto che la tiene insieme e ne governa la cooptazione e la selezione, che è il tesoro di una spia come lui. L'autogrill di Fiano, da questo punto di vista, è solo un inciampo del destino. Sarebbe potuto accadere molto prima. Armati di uno smartphone, sarebbe bastato, in questi anni, perdere una giornata feriale lungo il "golden mile" di "doppio Mike". Quello che, a Roma, unisce Largo santa Susanna (per anni sede degli uffici del Dipartimento per le Informazioni e la Sicurezza) a piazza Barberini, alla galleria Sordi e a piazza Montecitorio. Lo avreste facilmente incrociato, in ogni stagione, in uno dei suoi eccentrici outfit, negli uffici a cielo aperto (bar, marciapiedi) dove nuotava e pasturava nella risacca del Palazzo. Incontrando e confabulando con onorevoli, spiccia faccende, manager, ministri, sottosegretari. Il metodo Mancini, del resto, è infallibile. Perché antico quanto il lavoro delle spie. Crea un problema e candidati a risolverlo. Era stato così nell'Italia spaccata a metà da Berlusconi (quando, da capo della Prima divisione del Sismi di Pollari, dimostra la stessa confidenza di accesso al Pd come a Forza Italia e quando, per ben due volte, il segreto di Stato lo salva dalla condanna definitiva alla reclusione per Abu Omar e gli guadagna il non luogo a procedere per la vicenda Telecom). Ed è così anche nell'Italia politicamente stravolta che esce dalle urne nel 2018. Quando aggancia il neoministro dell'Interno e vicepremier Matteo Salvini (incontrato la prima volta 12 anni prima da detenuto durante la vicenda Abu Omar), promettendogli fedeltà nel sorvegliarne le potenziali fragilità e caldeggiandogli - almeno a suo dire - a direttore dell'Aise Luciano Carta, convinto che quest' ultimo lo avrebbe ricompensato riportandolo in ruoli operativi o addirittura a una vicedirezione (la cosa non accadrà e Carta finirà nella lista dei nemici personali di "doppio Mike" e di Vecchione). O quando - è sempre il 2018 - trasforma l'allora giovane e sprovveduto deputato 5 Stelle e oggi sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo - che da membro del Copasir era inciampato in una disavventura giocando a fare lo 007 in Medioriente con una coppia napoletana di trafficanti d'armi - in un suo ventriloquo all'interno del Palazzo. Con queste premesse, si capisce perché mettersi nel taschino Vecchione e Conte sarebbe stato un gioco da ragazzi. A maggior ragione, forte anche dell'amicizia di un peso massimo come il procuratore antimafia di Catanzaro Nicola Gratteri che, a quale titolo e per ragioni che non è tutt' ora dato sapere, non ha mai smesso di sponsorizzarne la nomina («Soltanto nell'ambito di interlocuzioni e rapporti istituzionali», ha detto ieri il Procuratore al Fatto ). Vecchie storie calabresi, suggerisce qualche vecchio investigatore in quella terra. Quando il Sismi di Pollari e Mancini aiutava a ritrovare asseriti arsenali di 'ndrangheta.

Alessia Candito e Carlo Bonini per “la Repubblica” il 21 maggio 2021. Per capire quanto profonde siano le radici dell'affaire Marco Mancini, quali opacissimi mondi attraversino, quali doppie fedeltà abbiano cementato nel tempo, e perché il destino di questa spia sia diventato un caso di Sistema dove tornano ora a saldarsi, a protezione dello 007, la filiera sovranista 5 Stelle, la destra di Fratelli d' Italia, l' ala salviniana della Lega e qualche ventriloquo dell'ex premier Giuseppe Conte e dell'ex direttore del Dis Gennaro Vecchione, conviene tirare un filo che porta in Calabria. Terra di mafia e antimafia. Terra di Nicola Gratteri, oggi procuratore di Catanzaro, simbolo della lotta senza quartiere alla 'ndrangheta e facilitatore nel tempo di Marco Mancini in alcune sue «interlocuzioni istituzionali». Terra che vede proprio Mancini e il Sismi del suo direttore Nicolò Pollari, nei primi anni del duemila, al centro di una ragnatela che ha quali suoi snodi il ritrovamento di curiosi arsenali, il destino politico di un campione della destra come l'ex sindaco Giuseppe Scopelliti, attentati farlocchi, politici al soldo delle 'ndrine. E, soprattutto, terra che è proscenio, per dirla con il Procuratore aggiunto di Reggio Giuseppe Lombardo, di un piano «che deve trasformare la 'ndrangheta da interlocutore dello Stato in sua istituzione». Inizi duemila, dunque. Marco Mancini, che nel 2003 diventerà capo della prima divisione del Sismi incaricata del contrasto al terrorismo nazionale e internazionale, scopre in una Calabria non esattamente affollata di jihadisti o eversori interni un fertile terreno di pascolo. Cosa o chi lo spinga non è dato saperlo. È un fatto che a queste latitudini conti su due uomini. Il capocentro di Reggio Corrado D' Antoni, ex finanziere che rimarrà in AISE fino al 2016 per essere poi trasferito ad AISI con un incarico di seconda fila, e il poliedrico, diciamo così, Giovanni Zumbo. Ufficialmente, commercialista e amministratore di beni confiscati a Reggio e nella struttura particolare dell'allora sottosegretario regionale Alberto Sarra (oggi imputato come uomo di fiducia della 'ndrangheta). In realtà, da sempre nelle mani del clan De Stefano. Un "riservato" - come scopriranno vent' anni dopo i magistrati di Reggio - Un non affiliato ma a completa disposizione. Quando, nel 2010, Zumbo viene arrestato perché beccato a spifferare a don Peppe Pelle dettagli su imminenti arresti e indagini in corso e ad aiutare il boss Giovanni Ficara ad organizzare il ritrovamento di un falso arsenale nel giorno della visita dell'allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano (una messinscena immaginata dal boss per mettere nei guai il cugino rivale), decide di cantarsi i suoi rapporti con il Sismi. «Ho collaborato con i Servizi ma non intendo rivelare nulla in merito», dice a verbale il 16 giugno del 2011 all' allora Procuratore di Reggio, Giuseppe Pignatone. Senza sapere che di quella circostanza gli inquirenti reggini hanno già più di un'evidenza. In un'intercettazione, Zumbo si abbandona a una confidenza con Pelle: «Ho fatto parte e faccio parte tutt' ora di un sistema che è molto, molto più vasto di quello che ma vi dico una cosa in tutta onestà. Sunnu i peggiu porcarusi du mundu!». E in un colloquio in carcere con la moglie, al termine del quale scrive un nome su un biglietto che poi distrugge, aggiunge: «Lavoravo per lo Stato, e non posso toccare determinati argomenti, sennò smuovo pure» . In realtà, ai magistrati Zumbo aggiunge qualche altro dettaglio. «Ho lavorato per il Sismi dal 2001 in avanti e, oltre a D' Antoni, ho incontrato Mancini che all' epoca scese a Reggio Calabria». Non è un dettaglio di poco conto. Perché aiuta a inquadrare il contesto dell'impegno calabrese di Mancini e del Sismi. Quelli post 2001 sono infatti anni complicati in riva allo Stretto. La prima stagione dei grandi processi antimafia si avvia al termine e i principali imputati - l'ex consigliere comunale Giorgio De Stefano e l'ex parlamentare Paolo Romeo, il primo oggi condannato e il secondo imputato quale componente della direzione strategica della 'ndrangheta - se la cavano con una modesta condanna per concorso esterno. A "primavera di Reggio" si è spenta con la morte del sindaco Italo Falcomatà e, nel 2002, la destra è tornata a prendersi il Comune con il rampante ex presidente del Fronte della Gioventù, Giuseppe Scopelliti. «Uno che tutta l'Archi (feudo storico dei clan) l'ha preso e gli ha detto "fai il sindaco"», dice il pentito Consolato Villani, al pari di altri sei collaboratori. Tra cui Seby Vecchio, ex poliziotto, uomo del clan Serraino, massone e assessore di Scopelliti («Lo sanno anche i bambini che era vicino al clan De Stefano», dice). Per i magistrati che hanno istruito il processo "Gotha" (che si avvia a conclusione), Scopelliti è la pedina di un grande progetto criminale. «La politica reggina - ricostruisce il Procuratore aggiunto Lombardo - è gestita in quel momento dalla direzione strategica della 'ndrangheta attraverso Paolo Romeo e Giorgio De Stefano. Sono stati creati a tavolino uomini politici collocati in ruoli apicali al comune di Reggio, in Provincia, alla Regione, in Senato e all' europarlamento. L' obiettivo è trasformare lo Stato in una gigantesca macchina di riciclaggio. Scopelliti, che Romeo chiamava "braciolettone", è uno di questi uomini politici». E ora state a sentire: «Nel 2004 - prosegue Lombardo - si sta realizzando quello che Romeo ha programmato e il "braciolettone" (Scopelliti) va sostenuto. Deve fare il cane da mandria. Ma deve essere circondato da persone di fiducia e capire chi comanda. Deve subire le pressioni che il Sistema gli manda. E così, nel 2004, si arriva alla pagliacciata di palazzo san Giorgio». Palazzo san Giorgio è la sede del comune di Reggio. Ed è lì, dietro un water nei bagni dello stabile, in un'ala dell'edificio opposta a quella che ospita gli uffici del sindaco, che ad ottobre del 2004, viene ritrovata una strana bomba. Alcuni panetti di tritolo privi di innesco. Ancora il Procuratore Lombardo: «A cosa serve questa pagliacciata? A trasformare Scopelliti, che è nelle mani dei clan, in sindaco antimafia e a dirgli: "Tu finisci il lavoro quando diciamo noi". E infatti Scopelliti torna a fare il cane da mandria"». Bene. Ma chi ha fabbricato la pagliacciata? «Il Sismi di Pollari», dice il pentito Seby Vecchio nell'aula del processo "Gotha". «L' interesse era di blindare Peppe Scopelliti affinché prendesse tutto. Bisognava portarlo avanti dal nulla nell' interesse delle consorterie 'ndranghetistiche di Paolo Romeo e dei De Stefano». Ma c' è di più. E riguarda la nostra spia emiliana. L'allora procuratore della Dna, Alberto Cisterna, racconta in aula qualche anno fa: «L' attentato fu anticipato parecchi giorni prima all' allora Procuratore Nazionale antimafia Vigna. Che, preoccupato, convocò me e il collega Macrì». E aggiunge: «Ad avvisare dell'attentato era stato Marco Mancini del Sismi. Con tre informative». Una ne indicava l'obiettivo (Scopelliti), una il giorno e l'ora (7 ottobre 2004, tra le 10 e le 10.30). La terza il luogo in cui ritrovare l'esplosivo. La recita di palazzo san Giorgio non è la sola in Calabria, in quel 2004. In giugno, viene sequestrato un quintale di tritolo. A novembre, altri 70 chili. In dicembre, viene scoperto un deposito di bazooka e kalashnikov. E dietro ogni ritrovamento è sempre il Sismi. Il 24 giugno del 2005, si replica. Nella piana di Gioia Tauro, saltano fuori un chilo di plastico con detonatore, lanciarazzi, kalashnikov, bombe a mano. Il Sismi - daranno conto le cronache dell'epoca - indica che l'arsenale è destinato a eliminare Nicola Gratteri, allora pm a Reggio. Lo stesso che - nell' agosto 2004 - sempre il Sismi aveva già indicato come obiettivo di un possibile attentato. Ripensando ad allora, il Procuratore Nicola Gratteri si mostra più sconfortato che irritato. Convinto, quale è, che nell' incrocio tra il suo nome e quello di Mancini vi sia una coincidenza: la sua attuale intenzione di candidarsi a procuratore di Milano. Ricorda che, in quel giugno 2005, fu il primo a smentire la notizia suggerita dal Sismi («Non penso ci sia un legame tra questo ritrovamento e la mia persona», disse). Quindi ribadisce: «Con Mancini ho avuto solo rapporti istituzionali e nell' ambito dei rispettivi ruoli». Certo, le impronte digitali del Sismi di Pollari e Mancini restano. Zumbo, interrogato, dice: «Dal 2001 in poi, feci ritrovare a D' Antoni delle armi. Successivamente, ho fornito altre notizie per il ritrovamento di armi ed esplosivo». In cambio di cosa, non vuole o non sa dire, perché, aggiunge «di questo se ne occupava D' Antoni». Che, chiamato a testimoniare, prova a ridimensionare. È vero, conferma, Zumbo era un'antenna del Servizio, ma solo dal 2004 alla primavera 2006, ed è stato reclutato «casualmente in un bar» perché «aveva molti contatti». E poi: «Mancini? Lo ha incontrato solo una volta». Versione smentita dal maresciallo della Finanza Alessio Adorno, che di Zumbo era amico di famiglia. Gli incontri dell'uomo dei clan con Mancini - dice - sono stati «più di uno a Reggio e più di uno a Roma». Quindi aggiunge: «All'inizio del 2010, Zumbo mi confidò che i Servizi erano tornati a corteggiarlo». Di tempo ne è passato. Ma non troppo. Zumbo è tornato in libertà. E Reggio non ha mai dimenticato l'ex direttore del Sismi Nicolò Pollari, che qui ha per altro insegnato all' Università, e che, dicono, torni sempre molto volentieri.

Emiliano Fittipaldi e Giovanni Tizian per editorialedomani.it il 17 maggio 2021. Marco Mancini, l’agente segreto videoregistrato in un autogrill mentre parla con Matteo Renzi, non ha incontrato solo con il capo di Italia Viva. Report ha raccontato anche di alcuni appuntamenti con Matteo Salvini, il leader della Lega. Ora Domani è in grado di svelare un altro incontro con i vertici politici nazionali: quello con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che ha ricevuto l’uomo del caso Abu Omar direttamente alla Farnesina. Fonti autorevoli spiegano che nell’agenda del ministro 5 Stelle, all’inizio del 2020, era segnato un incontro con Nicola Gratteri, il capo della procura di Catanzaro. Ma insieme a lui, nello studio di Di Maio, a un certo punto si è presentato anche Mancini. L’incontro risale ai primi mesi del governo Conte II. Mancini, caporeparto del Dipartimento “Servizi per l’informazione e la sicurezza” (Dis), sperava da tempo (grazie anche all’appoggio che credeva di avere dal premier e da Gennaro Vecchione, l’ex numero uno del Dis sostituito anzitempo la scorsa settimana da Elisabetta Belloni) in una promozione a vicedirettore, fino a quel momento mai concretizzata. Impossibile sapere che cosa si siano detti Di Maio, Gratteri e Mancini. È un fatto certo, però, che l’incontro dimostra come Gratteri (che nei giorni scorsi ha smentito seccamente di aver favorito l’incontro tra Renzi e la spia) abbia un consolidato rapporto di stima con Mancini, tanto da andare a trovare insieme a lui un potente ministro della Repubblica. A Domani Gratteri conferma l’appuntamento. «È vero, ci siamo incontrati alla Farnesina a inizio 2020, ma per motivi squisitamente istituzionali», dice. «La presenza di Mancini non era prevista: mi aveva chiamato per farmi un saluto, e io risposi che stavo andando al ministero degli Esteri per un incontro con Di Maio. Mancini così mi chiese se poteva venire anche lui. Tra lui e il ministro c’è stato solo uno scambio veloce, tipo “piacere, piacere”, sarà durato un minuto. Durante la riunione istituzionale tra me e il ministro, invece, Mancini non c’era. E naturalmente non chiesi niente per nessuno». Se dalla Farnesina confermano l’incontro senza aggiungere dettagli, fonti del Csm vicine a Gratteri credono che l’amicizia tra il pm calabrese e la spia possa essere usata per minare la candidatura del magistrato antimafia alla guida della procura di Milano. «Se continua così, Nicola rinuncerà alla sua corsa», chiosano. Sul presunto “complotto” ai suoi danni Gratteri non dice nulla. Ma tiene a ribadire nuovamente che, nel caso di Renzi, non ha mai fatto da tramite. «Non ho organizzato io l’incontro tra lui e Mancini. Ho già detto che posso mettere a disposizione i miei tabulati se qualcuno vuole verificare». Naturalmente ogni incontro ha la sua storia. Non conosciamo i contenuti di quello tra Gratteri, Di Maio e Mancini. Nemmeno quello tra l’agente segreto e Renzi. Il polverone scatenato dal video che ha immortalato la coppia vicino una pompa di benzina è dovuto però a varie anomalie. Innanzitutto il timing dell’appuntamento: il governo Conte bis traballava da qualche settimana. Poi il mistero della ripresa video, chi ha videoregistrato la coppia? Report, che ha mandato in onda le immagini, ha spiegato che a girarle è stata una professoressa che era lì per caso, mentre il senatore di Rignano teme di essere stato pedinato da soggetti terzi. Inoltre c’è l’inconsueto luogo dell’incontro e il fatto che Vecchione, il capo di Mancini, non fosse stato avvisato dal suo sottoposto. Renzi, infine, non aveva alcun ruolo ufficiale nel governo, né poteri specifici di promuovere chicchessia: è questo uno dei motivi che ha portato il Copasir ha chiedere accertamenti sui motivi del meeting. Il caporeparto dei servizi, cresciuto nell’intelligence di Nicolò Pollari, non è il primo agente ad aver incontrato politici di rango. Gli addetti ai lavori spiegano che l’interlocuzione con il potere esecutivo è del tutto abituale. Sia per questioni professionali, sia per chi si candida a diventare direttore o vicedirettore, e si vuole presentare a chi decide le nomine. La legge, in realtà, prevede che le promozioni siano indicate «in via esclusiva» dal presidente del Consiglio, sentito il parere del Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica (Cisr), a cui partecipa l’autorità delegata, il ministro degli Esteri, dell’Interno, della Difesa, dell’Economia, della Giustizia e dello Sviluppo economico. Anche i vice direttori, dice la legge 124 del 3 agosto 2007, sono scelti dal premier, che per i ruoli da numero due si dovrebbe consultare solo con i capi delle agenzie. In Italia, invece, anche chi vuole fare carriera nei servizi deve godere di appoggi trasversali, e molti scelgono di sottoporsi al solito giro delle sette chiese, chiedendo sostegno a destra e a manca in modo da creare un consenso forte intorno al proprio nome. Una pratica discutibile a cui possono sottrarsi davvero in pochi. Per Mancini appuntamenti e interlocuzioni non hanno comunque portato i frutti sperati. Nonostante l’appoggio del suo ex capo Vecchione, l’agente è stato sempre superato da altri candidati: nella tornata di nomine dell’estate del 2019 gli vengono preferiti due “esterni” come Angelo Agovino all’Aise e Vittorio Pisani all’Aisi, e quando a settembre si libera una posizione nel suo Dis viene sopravanzato da Bruno Valenzise. Anche tra il 2020 e il 2021, davanti a tre nuove caselle da assegnare, le aspirazioni di Mancini si infrangono davanti ad altri nomi. Perché Mancini non vince mai la corsa? Non tanto per i suoi concorrenti, comunque di alto livello. Ma a causa di due fattori su cui si basa quella che considera una conventio ad exludendum: il suo iperattivismo, che alla fine infastidisce non poco chi comanda (Quirinale compreso), e la sua storia professionale, fatta di successi sul campo ma pure di vicende mai del tutto chiarite, dal caso dei dossier illegali Telecom (Mancini fu prosciolto, il suo amico Giuliano Tavaroli patteggiò 4 anni e mezzo) al rapimento dell’imam Abu Omar, i cui dettagli oscuri restano segreto di Stato ancora oggi. Macigni che fanno di Mancini – che si professa da sempre innocente di qualsivoglia illecito - un nome su cui nessun politico vuole lasciare, nonostante promesse personali vere o presunte, le impronte digitali.

Proni alle Procure. Lo "scoop" di Repubblica sui servizi segreti arriva con 10 anni di ritardo: ne parlammo ma nessuno ci badò. Ilario Ammendolia su Il Riformista il 22 Maggio 2021. Ieri il quotidiano la Repubblica parlava della “ragnatela calabrese dell’agente segreto Mancini”. Sono andato a rileggermi un articolo pubblicato su Calabria ora, diretto da Piero Sansonetti, e scritto circa dieci anni fa. Riporto solo qualche rigo: «In occasione della bomba alla procura generale di Reggio Calabria è nato un movimento con l’obiettivo di “esprimere la solidarietà ai magistrati reggini e risvegliare la coscienza dei singoli e della comunità”. Un movimento che ha l’ambizione di essere “la scorta civica della Procura”». «Nobili le intenzioni». Ma avvertivamo «.. dietro bombe e bazooka insieme alle coppole da sgarro, si potrebbe individuare un luccichio di stellette ed il color di toghe…». Oggi i fatti ci dicono che le nostre non erano allucinazioni ma, come scrivemmo nell’articolo, certezze supportate da prove univoche che dimostravano come dietro il mafioso Lo Giudice, l’agente segreto Zucco, le bombe alla procura o al Comune, la Fiat Marea imbottita di tritolo e fatta ritrovare in occasione d’una visita del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a Reggio, ci fosse un’unica regia in grado di gestire lo “Stato” nel territorio calabrese e utilizzare la Calabria come terreno di oscure manovre su tutto il territorio nazionale. Per noi non era una novità. Già il famoso summit di Montalto in cui nel 1969, nel cuore dell’Aspromonte, si ritrovarono tutte le cosche calabresi in un raduno e con cinque uomini incappucciati al centro, più che dalla ‘ndrangheta fu gestito ed utilizzato dai “servizi”. Una parola che, in Calabria, vuol dire tutto e non vuol dire niente perché si trovano dappertutto. Almeno in parte, hanno cogestito le cosche nei loro loschi traffici, hanno “allevato” politici, magistrati e appartenenti alle forze dell’ordine. Hanno controllato e controllano gran parte della burocrazia statale e regionale per assicurare una continuità storica che esclude il popolo calabrese da ogni diritto a favore di una ristretta cerchia di privilegiati. Si può ben dire che in Calabria, la stessa mano ha creato (e crea) la mafia e gran parte dell’”antimafia” e utilizza entrambe contro la moribonda “democrazia” calabrese. È amaro essere arrivati a una più che probabile verità con dieci – alcune volte con trenta – anni di anticipo rispetto a coloro che avrebbero avuto il dovere di indagare e al cosiddetto giornalismo di inchiesta che vive nelle anticamere delle procure. Certamente non perché siamo stati più bravi degli altri ma solo perché costantemente “eretici” rispetto alle verità di casta. E un tempo “eretica” era l’intera Sinistra che oggi vive prona e all’ombra di alcune procure, in uno stato di perenne subalternità alle manovre dei “servizi”, condannandosi così all’irrilevanza politica e al tradimento della propria storia. Tutto in Calabria viene deciso dalla “ragnatela”: quali “politici” eliminare dalla scena, come punire chi denuncia l’impostura, chi deve gestire i tantissimi soldi della sanità o i fondi europei, quali personaggi lanciare sulla scena nazionale. E guardando in filigrana alle prossime elezioni regionali, possiamo comprendere che si farà in modo che non cambi assolutamente nulla. Lo so, sembra impossibile crederci. Ma vi assicuro che la realtà calabrese è ben più grave di quanto io non abbia saputo dire nel presente articolo. Solo che quanto succede in Calabria non interessa a nessuno ed è per questo che le poche voci libere si vanno spegnendo tra l’indifferenza generale. Ilario Ammendolia

Servizi: Conte, Mancini risponde a me? Concezione abnorme. (AGI il 17 maggio 2021) - Roma, 17 mag. - "Dire che un uomo dell'intelligence risponda a questo o a quello e una concezione abnorme". Lo dice l'ex presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, intervistato da Report, in un video postato sui canali social della trasmissione. "Matteo Renzi dice che Marco Mancini e un suo uomo", afferma il cronista che intercetta Conte per la strada: "Un uomo di Renzi?", ribatte Conte che, alla precisazione del giornalista "no, suo", spiega: "Un uomo mio? E' un uomo dell'intelligence. E' una concezione assolutamente abnorme dire di persone dell'intelligence " è uomo di questo o di quello. Io sono stato il presidente del Consiglio e ho lavorato con l'intelligence nell'ambito del mio ruolo istituzionale". Alla domanda, "l'ha mai incontrato Mancini?", Conte risponde: "L'ho incontrato in occasioni ufficiali, tutte ufficiali, in sedi istituzionali". A questo punto, il giornalista chiede: "prima Renzi ha incontrato Mancini, poi Salvini ha incontrato Mancini, sempre nell'imminenza della crisi dei suoi governi. Che impressione le fa tutto questo?". Conte risponde: "Chi ha un ruolo o un compito politico cosi e giusto che renda sempre conto del suo operato. Io ho cercato sempre di informare a questo la mia azione politica e continuerò a fare questo. Quindi, mi auguro che tutti si conformino a questo. Noi abbiamo bisogno di persone responsabili che lavorino, quando sono alle istituzioni, con onore e disciplina. Grazie".

DAGONOTA il 18 maggio 2021. La domanda delle mille pistole: perché lo 007 Marco Mancini incontra Matteo Renzi all'autogrill di Fiano Romano il 23 dicembre 2020? Intanto va detto che tutti i precedenti tentativi di "Tortellino" di diventare vicedirettore dell'Aise, nel corso del tempo, hanno fatto un buco nell'acqua. Leggiamo sul "Domani": ''Per Mancini appuntamenti e interlocuzioni non hanno comunque portato i frutti sperati. Nonostante l’appoggio del suo ex capo Vecchione, l’agente è stato sempre superato da altri candidati: nella tornata di nomine dell’estate del 2019 gli vengono preferiti due “esterni” come Angelo Agovino (quota Di Maio) all’Aise e Vittorio Pisani (quota Salvini) all’Aisi, e quando a settembre si libera una posizione nel suo Dis viene sopravanzato da Bruno Valenzise. Anche tra il 2020 e il 2021, davanti a tre nuove caselle da assegnare, le aspirazioni di Mancini si infrangono davanti ad altri nomi". Ecco un "reietto" che non sa più a chi santo affidarsi. Non rimane che bussare alla porta di Renzi. Su chi ha sollecitato l'incontro, Matteuccio non fa il nome, da una parte. Dall'altra, il magistrato antimafia Nicola Gratteri, grande amico di Mancini, ha smentito di aver fatto la telefonata. Torniamo all'autogrill di Fiano. Cosa diavolo aveva da chiedere lo spione? Ovviamente, l'agente dei Servizi ha chiesto un "sostegno" al senatore di Rignano per diventare vicedirettore del Dis. Secondo richiesta: ha provato a convincerlo a non far cadere il governo Conte-bis. Curiosa supplica: chi ha sollecitato l'interessamento di Mancini alla questione della possibile crisi di governo? Qualcuno in alto si è mosso? Ci sono "mandanti" politici? Gli "addetti ai livori" ritengono che la spiegazione sia più semplice di quanto non si pensi. Come ha spiegato Carlo Bonini su Repubblica: "Il metodo Mancini, del resto, è infallibile. Perché antico quanto il lavoro delle spie. Crea un problema e candidati a risolverlo". L'ipotesi più accreditata è appunto questa: Mancini avrebbe provato a fermare la caduta del governo giallo-rosso così da potersi presentare a Conte e al direttore del Dis, Gennaro Vecchione, con una "medaglia", un successo personale, con cui reclamare la tanto agognata promozione. Altro nodo è chi abbia girato il video. "Report" sostiene di averlo ricevuto da una professoressa capitata lì per caso. Ma è una versione che non convince fino in fondo. "Le versioni accreditate - scrive Tommaso  Ciriaco su Repubblica - da chi è nel cuore di questa storia sono due. La prima è che sia stato lo stesso Mancini a far registrare l'incontro. La seconda è che la registrazione sia stata effettuata da apparati dell'intelligence e all'insaputa del capocentro. In entrambi i casi, ne discende che Renzi sarebbe finito in mezzo a una resa dei conti dell'intelligence". Nella denuncia-querela presentata dai legali di Matteo Renzi sono evidenziate tutte le contraddizioni del racconto di "Report" e della famigerata professoressa. "L'attenta analisi del video e delle foto scattate - si legge nella denuncia - rassegnano un punto di sosta dell'auto verosimilmente incompatibile con la ricostruzione data vicino ai due interlocutori ripresi e lontano dal bar dove la stessa dice di essere andata per prendere una camomilla)". Continua la denuncia: "Durante l'intervista, andata in onda il 3 maggio 2021, l'intervistatore domanda "Li ha visti andar via?" e la signora replica "L'auto di Renzi ha proseguito l'autostrada in direzione di Firenze invece l'altra auto in direzione di Roma". L'intervistatore domanda: "Si sono detti qualcosa prima di salutarsi?" e la signora — che dunque sostiene di aver assistito al momento del commiato — risponde: "L'uomo brizzolato ha ricordato a Renzi che sapeva dove trovarlo, qualsiasi cosa". E l'intervistatore conclude la frase "Era a disposizione". Dunque, la professoressa ha ascoltato le parole di saluto che il Mancini ha effettivamente pronunciato. Con quale mezzo? Il Senatore e il Mancini, infatti, avevano due auto di scorta con un totale di quattro persone che non hanno visto nelle vicinanze alcun mezzo privato fermo per oltre quaranta minuti. Eppure, la professoressa ascolta le vere parole pronunciate dal Mancini". Gli avvocati di Renzi chiedono di verificare il racconto fornito a "Report" dalla curiosa professoressa attraverso l'acquisizione ed analisi dei filmati registrati il 23 dicembre 2020 dalle telecamere di sicurezza dell'autogrill di Fiano Romano. Oltre alla verifica che sui video e le foto non vi siano state manipolazioni o alterazioni: "Alla luce di tali rilievi l'episodio potrebbe non essere una fortuita ripresa da parte di una cittadina qualunque, quanto piuttosto una vicenda accuratamente orchestrata".

Estratto dell'articolo di Marco Franchi per “il Fatto Quotidiano” il 18 maggio 2021. A inizio 2020, Luigi Di Maio, già ministro degli Affari esteri, ha incontrato Marco Mancini, lo 007 di nuovo agli onori della cronaca dopo gli incontri avvenuti con il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, e poi con il segretario della Lega, Matteo Salvini. Lo ha rivelato Domani: erano i primi mesi del 2020, Di Maio doveva incontrare Nicola Gratteri, il capo della Procura di Catanzaro, che si era presentato alla Farnesina con Mancini. […] L'incontro con Di Maio avviene […] alla Farnesina, in un momento in cui ancora non si discute delle nomine dei Servizi. Il vertice dell'Aise (i servizi segreti per l'estero) verrà rinnovato solo nel maggio successivo. […] L'incontro con Renzi avviene in un momento diverso: in quel momento Mancini, direttore di divisione al Dis (l'agenzia che coordina i due servizi per l'interno e gli esteri, Aisi e Aise), puntava a diventare vicedirettore di una delle tre agenzie di intelligence. Per alcune settimane, lo 007 ha avuto anche buone possibilità di riuscirci, con il sostegno di Gennaro Vecchione (ex direttore del Dis) e con la non ostilità dei Cinquestelle. Consigliati - come ha rivelato Il Fatto ormai il 3 maggio scorso - anche dal magistrato antimafia Nicola Gratteri, che però ha puntualizzato: soltanto nell'ambito di interlocuzioni e rapporti istituzionali. […] Oltre a Matteo Renzi, lo 007 […] ha visto anche Matteo Salvini. A Report il leader della Lega ha confermato di aver incontrato Mancini "più volte, da ministro".

L'inchiesta di Report alla stazione di servizio di Fiano Romano. “Marco Mancini ha chiesto a Renzi di non far cadere Conte”, l’incontro all’autogrill con lo 007. Vito Califano su Il Riformista il 18 Maggio 2021. Marco Mancini ha chiesto a Matteo Renzi di non far cadere il governo Conte 2. Esecutivo che un mese dopo quell’incontro in autogrill a Fiano Romano, il 23 dicembre 2020, sarebbe puntualmente caduto e quindi avrebbe fornito materiale per le teorie del complotto dei nostalgici dell’“avvocato del popolo”. A rivelare tale richiesta, nell’affaire del faccia a faccia alla stazione di servizio sollevato da un’inchiesta della trasmissione di Rai3 Report, è Dagospia. Addio complottone, quindi, nel caso. Addio alla macchinazione tra servizi segreti e il senatore ex Presidente del Consiglio per affossare l’esecutivo. Mancini avrebbe avanzato tale richiesta solo per poter avvallare la sua ambizione di diventare finalmente vicedirettore dell’Aise, Agenzia Informazioni e sicurezza Esterna, il servizio segreto per l’estero. Lo 007 è caporeparto al Dis, l’agenzia che coordina Aisi e Aise, già a capo della Divisione controspionaggio del Sismi. Le sue ambizioni sono state via via affossate negli anni. Angelo Agovino nel 2019 è arrivato all’Aise, Vittorio Pisani all’Aisi. Stessa storia per le nomine tra 2020 e 2021. “Doppio Milke” ha incontrato, com’è emerso negli ultimi giorni, anche il segretario della Lega Matteo Salvini e il leader del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio. A fare incontrare quest’ultimo con l’agente, secondo Domani, Nicola Gratteri, capo della Procura di Catanzaro. Gratteri ha smentito. Ma a Renzi Mancini si è affidato dopo la girandola di nomine gestite dai partiti al governo, Movimento 5 Stelle e Lega. All’ex premier avrebbe chiesto di sostenerlo per diventare vicedirettore dell’Aise. E quindi di non far saltare il governo Conte. Come scrive Dagospia: “L’ipotesi più accreditata è appunto questa: Mancini avrebbe provato a fermare la caduta del governo giallo-rosso così da potersi presentare a Conte e al direttore del Dis, Gennaro Vecchione, con una ‘medaglia’, un successo personale, con cui reclamare la tanto agognata promozione”. Conte, interrogato dalla stessa Report, ha declinato la sua vicinanza a Mancini: “Renzi dice che Marco Mancini era mio uomo? È un uomo dell’intelligence, una concezione abnorme dire ‘uomo di questo o di quello’. Io sono stato il presidente del Consiglio e ho lavorato con l’Intelligence nell’ambito del mio ruolo istituzionale. L’ho incontrato in incontri ufficiali e istituzionali”. No comment sulle ambizioni di Mancini. Ancora mistero – nel mistero, dell’inchiesta – sull’insegnante che ha girato il video. Una professoressa capitata lì per caso. Matteo Renzi ha presentato querela: troppo sospetta la ricostruzione fornita. La Repubblica sintetizza questo capitolo della vicenda in due versioni: o è stato lo stesso Mancini a far registrare l’incontro; o la registrazione è stata effettuata da apparati dell’intelligence all’insaputa dello stesso Mancini. Quindi sempre di 007 si parla, di conflitti all’interno dei servizi. La denuncia di Renzi ripercorre i punti che non tornano nella questione, le contraddizioni. Dal punto di sosta alle parole sentite dall’insegnate alla scorta che non ha visto niente di sospetto. Gli avvocati del senatore hanno chiesto l’acquisizione e l’analisi delle telecamere della stazione di servizio. “Alla luce di tali rilievi l’episodio potrebbe non essere una fortuita ripresa da parte di una cittadina qualunque, quanto piuttosto una vicenda accuratamente orchestrata”.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

In pensione da luglio. Marco Mancini lascia i Servizi segreti, lo 007 “paga” l’incontro con Renzi in Autogrill. Carmine Di Niro su Il Riformista il 4 Giugno 2021. L’esperienza di Marco Mancini nei servizi segreti termina in maniera netta e brusca. Lo 007, dirigente del Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza), paga a caro prezzo l’incontro pre-natalizio con l’ex premier Matteo Renzi in una piazzola dell’Autogrill di Fiano Romano. A Mancini infatti il nuovo vertice dell’istituzione, quella Elisabetta Belloni nominata dal premier Mario Draghi al posto del fedelissimo dell’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, Gennaro Vecchione, ha comunicato nei giorni scorsi le due alternative: andare in pensione anticipatamente o il trasferimento all’Arma dei Carabinieri. Un ritorno che equivale di fatto ad un licenziamento. Per questo Mancini ha prima preso un periodo di ferie e poi ha manifestato l’intenzione di presentare domanda di prepensionamento con decorrenza metà luglio. A 60 anni, dopo 37 passati nei servizi segreti, termina così la carriera di un personaggio che negli ultimi decenni è stato al centro di alcuni fatti a dir poco controversi, l’ultimo in ordine di tempo proprio l’incontro con Renzi in Autogrill: una vicenda sulla quale l’ex capo dei servizi segreti Vecchione, chiamato a risponderne al Copasir, non ha saputo dare una spiegazione plausibile. Ma nel passato di Mancini ci sono altri fatti clamorosi: il sequestro in Iraq nel 2015 e la liberazione della giornalista de Il Manifesto Giuliana Sgrena, durante la quale perderà la vita Nicola Calipari, come Mancini dirigente del Sismi. Quindi il caso Abu Omar, per il quale viene arrestato nel 2006 con l’accusa di concorso in sequestro di persona riguardo al rapimento dell’imam egiziano della moschea di viale Jenner a Milano. Nel processo, col pm Armando Spataro che aveva chiesto la condanna a 10 anni per Mancini, l’agente dei servizi segreti se la caverà col non luogo a procedere in ragione del segreto di Stato, confermato in Appello. La Cassazione nel 2012 annulla la sentenza ritenendo che il segreto di stato non cora tutti i comportamenti dello 007, si torna ad un nuovo processo in Appello con la condanna a 9 anni di reclusione. Grazie ad un verdetto della Corte Costituzionale sull’applicabilità del segreto di stato, in Cassazione viene annullata senza rinvio la condanna nei confronti di Mancini (assieme a Nicolò Pollari, direttore del SISMI, ed altri 3 agenti) in quanto “l’azione penale non poteva essere perseguita per l’esistenza del segreto di Stato”.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

DAGOREPORT il 4 giugno 2021. La decisione, secca come un cassetto chiuso con una ginocchiata, di far fuori Marco Mancini è stata di Franco Gabrielli, autorità delegata ai Servizi Segreti. La novella badessa del DIS, Elisabetta Belloni, temporeggiava con una commissione interna sull’operato dello svalvolato 007 deciso a tutto pur di diventare vice direttore dell’Aise prima, del DIS poi, al punto che dopo le promesse mancate di Conte e Vecchione, aveva bussato alla porta di Matteo Renzi (video dell’autogrill). Sulla spinta che “Report” di Ranucci sarebbe ritornato sul caso Mancini, Gabrielli ha chiamato la Belloni: fuori dall’Intelligence l’amico di Gratteri, Tavaroli, Bisignani, Bocchino, Salvini, Renzi, etc. Ma la Belloni non se l’è sentita di affrontarlo per comunicargli che era giunto al capolinea. E ha dato l’incarico al suo povero vice, Bruno Valensise. L’incontro è iniziato alle 11 del mattino ed è finito alle 17, con un Mancini impazzito che ne ha urlate di tutti i colori. Messo davanti all’onta di un rientro con il grado di maresciallo dei carabinieri, arma da cui proveniva, Mancini ha preferito il pensionamento anticipato a 61 anni (avrebbe potuto restare per altri 5 anni) che firmerà a metà luglio. La brusca uscita di scena di questo spione invasato di potere è un altro tassello del “metodo Gabrielli” inaugurato con la cacciata di Gennaro Vecchione e che continua con un altro ordine: il taglio delle scorte di competenza dei Servizi, se non ci sono motivi giustificati. (Le scorte sono decise dal Comitato di Sicurezza del Viminale mentre quelle dell’Intelligence sono a discrezione del capo del DIS). Tra i primi ad essere “descortati” ci sono i vecchi capi dei Servizi, da Manenti a Pollari, ambedue incazzatissimi. Sembra che non l’abbia presa bene nemmeno Massimo D’Alema, anche lui pare scortato dai Servizi. Ma questo non è che l’inizio del “metodo Gabrielli”. Ne vedremo delle belle…

Il linciaggio dell'agente segreto cacciato per l'incontro con Renzi. Paolo Guzzanti il 5 Giugno 2021 su Il Giornale. L'ipocrisia sul pensionamento di uno 007 della vecchia guardia. L'ultimo agente segreto della vecchia guardia, Marco Mancini di 61 anni, se ne è andato. O meglio dismesso, costretto al pensionamento anticipato. E così dunque si chiude una fase di revisione della nostra intelligence che aveva già visto la sostituzione del generale Vecchione, uomo di fiducia di Conte, con la qualificatissima ambasciatrice Elisabetta Belloni, prima donna a capo dei servizi in Europa. Ma poiché l'ultimo ad andarsene è l'ex carabiniere Mancini già protagonista di storie e storiacce degli anni passati, ieri abbiamo assistito alla riedizione di uno spettacolo già visto: il linciaggio del caduto, o del licenziato, o comunque eliminato. Che fegato. Quanta carica etica. Confesso: io non ho mai conosciuto Mancini e non ho sviluppato nemmeno una particolare simpatia. Però so da quando faccio il giornalista che questi uomini e donne, che servono i servizi e i governi, in ogni Paese anche il più democratico, sono prima o poi invischiati in storie e storiacce che li scaraventano nelle cronache, nelle corti di giustizia, sotto i fari del cosiddetto quinto potere, che sarebbe quello della stampa. Ora, è vero: i giornalisti dovrebbero fare inchieste anziché farsi imbeccare da giudici e compari politici, ma ogni eroismo professionale cessa nel momento in cui si lapida uno che è già caduto, che ha già perso la carriera (avrebbe potuto fra qualche mese diventare vicedirettore come premio, se non altro allo stress). Ma certamente è da codardi profittare della loro cacciata, o pensionamento anticipato, per darsi freneticamente al moralismo d'accatto, trincerati in articolesse fumosamente soliloquenti e ipocrite. Mancini era un carabiniere, ha fatto quel che lo mandavano a fare ed ha anche avuto guai e condanne della giustizia. Quasi tutti gli uomini dei servizi incappati nelle storiacce di cronaca hanno avuto guai che non li rendono più amabili, ma nemmeno diabolici. Prendiamo l'ultimo fatto: il famoso colloquio alla luce del sole in mezzo a un parcheggio del casello autostradale di Fiano alle porte di Roma. Mancini parlava con Matteo Renzi (nel tondo). Che si saranno detti? Mah. Segreti innominabili. O forse considerazioni sul freddo, non sappiamo. Fatto sta che guarda caso proprio quel giorno e in quel posto sperduto ma pubblico una telecamerina filmava e riportava alla trasmissione Report che ne faceva giustamente dal punto di vista della cronaca - un grande caso. Che ci faceva un ex capo del governo in un parcheggio alla luce del sole? La Storia si interrogherà a lungo. Mancini fu davvero al centro di eventi drammatici, come la liberazione della giornalista Giuliana Sgrena che costò la vita al funzionario Nicola Calipari e finì anche lui sotto i riflettori e nei fascicoli dei magistrati. E fu coinvolto nel preteso (ci sono molti dubbi) rapimento da parte della Cia di un iman milanese sospettato di far parte di al-Qaeda, di nome Abu Omar. Ma nessuno fra questi leoni della notte ha mai letto Conrad? O Graham Greene? Gli inglesi, giornalisti inclusi, hanno un vecchio motto: con i servizi segreti si deve adottare la stessa precauzione che si usa alludendo al sesso coniugale. Tutti sappiamo che c'è e che è una cosa buona. Ma non è assolutamente il caso di usarlo per filmini porno.

Cristiana Mangani per “il Messaggero” il 5 giugno 2021. Il prepensionamento dello 007 Marco Mancini è il primo atto della direzione di Elisabetta Belloni al Dis. Il primo segnale di normalizzazione da parte di un direttore del Dipartimento per la sicurezza, la cui nomina è stata fortemente voluta dal premier Draghi. Probabilmente se la situazione non fosse precipitata, Belloni avrebbe dato più tempo a Mancini per uscire dai ruoli dell'intelligence. Ma il video dell'incontro con Matteo Renzi in un autogrill di Fiano Romano, le nuove rivelazioni che la trasmissione Report si appresta a mandare in onda, hanno fatto sì che il direttore del Dis, in accordo con l'autorità delegata ai servizi, l'ex capo della Polizia Franco Gabrielli, decidesse di chiudere la partita rapidamente. Non sembra che siano servite a molto le urla, le discussioni, le giustificazioni, che Mancini ha sollevato mentre gli comunicavano che avrebbe dovuto lasciare l'incarico. Ormai era deciso. E la pensione anticipata di qualche anno è stata solo l'inizio di un cambiamento di linea per il Dis. Durante gli anni alla Farnesina, Belloni ha sempre puntato alla mediazione, lontana come è dal protagonismo. Quanto prima il neo direttore verrà sentita dal Copasir. In ballo c' è il dossier libico, del quale è molto esperta, ci sono altre cariche in scadenza: vice direttori da confermare o cambiare, nuovi incarichi da assegnare. Nell' agenda del governo Draghi c'è, poi, l'Agenzia nazionale per la cybersecurity, un nuovo ufficio che dovrà blindare il funzionamento del settore pubblico e privato nazionale dagli attacchi cyber. E c'è anche un cambiamento più profondo che sta portando ad avvicendamenti e addii. Dopo la nomina del capo del Dis, l'ulteriore proroga di Mario Parente a direttore dell'Aisi, c' era stato il presidente del Copasir, Raffaele Volpi (deputato in quota Lega) a lasciare dopo mesi di pressioni collegate alle accuse di chi, agitando la legge istitutiva, sosteneva che quella poltrona andava occupata da un membro dell'opposizione. Su questo fronte la situazione è ancora incerta e in evoluzione e un'altra disputa è aperta: in caso di ricomposizione del comitato con nomi nuovi, uno dei candidati accreditati alla presidenza per Fdi potrebbe essere l'ex ministro, Ignazio La Russa. Ma in queste ore i presidenti di Senato e Camera, Maria Elisabetta Casellati e Roberto Fico, hanno comunque affermato che «diversamente dalle dimissioni dalla carica di Presidente, le dimissioni da componenti del Copasir, quando non seguite dall' indicazione dei sostituti, sono prive di efficacia e non costituiscono un impedimento alla convocazione dell'organo ai fini dell'elezione del nuovo Presidente. Tale compito spetta al Vice Presidente del Comitato». Marco Mancini lascerà i servizi segreti a metà luglio, dopo 37 anni di carriera. «Ho sempre servito lo Stato, vado via amareggiato», avrebbe confidato ad alcuni colleghi. Secondo la norma, chi lascia questo tipo di incarico, ha comunque la facoltà di rientrare nell' amministrazione di provenienza, ma vorrebbe dire ritornare nell' Arma dei carabinieri con il grado di maresciallo. Inaccettabile per lui che era riuscito a scalare uno dopo l'altro i vertici dell'intelligence, fino a diventare capo reparto. Sulla scelta di prepensionarlo pesa, probabilmente, anche il passato da dirigente del Sismi all' epoca di Niccolò Pollari. Restano diversi gli episodi che hanno segnato la sua carriera: la morte del collega Nicola Calipari durante l'operazione che portò alla liberazione della giornalista Giuliana Sgrena in Iraq, il caso dell' imam Abu Omar. Ombre e segreti che lo 007 porta via con sé, forse già sigillate negli scatoloni pronti nel suo ufficio.

Le conseguenze del caso Mancini per i servizi segreti italiani. Andrea Muratore su Inside Over il 6 giugno 2021. Il primo atto formale della nuova direttrice del Dis, l’ambasciatrice Elisabetta Belloni nominata da Mario Draghi poche settimane fa, è stato quello di mandare anticipatamente in pensione Marco Mancini, l’alto ufficiale dei servizi italiani interessato dalla polemica riguardante il suo incontro con Matteo Renzi rivelato dalla trasmissione Report. Il 60enne Mancini, di cui all’epoca del governo Conte II si parlava come possibile vicedirettore del Dis, è stato prepensionato dal Dis nel quadro di un preciso assunto che ha ispirato la scelta da parte di Draghi di Belloni e del prefetto Franco Gabrielli, scelto come autorità delegata alla sicurezza della Repubblica, al vertice dei servizi: l’obiettivo è rimettere ordine, sottrarre i servizi dal tourbillon mediatico, restituire allo Stato la sua centralità e alla fedeltà repubblicana il suo ruolo a scapito di quella di cordata e partito che ha caratterizzato la governance dell’intelligence negli ultimi anni, trovando il suo apice nel governo Conte II. Certamente molti lati della vicenda narrata da Report non convincono o non sono chiari: in primo luogo è lecito dubitare della natura “accidentale” della ripresa del colloquio tra Renzi e un uomo dal volto ben poco mediatico come Mancini in un autogrill, azione che ricorda molto una classica operazione coperta, e porta a interrogarsi, ad esempio, se effettivamente si possa supporre che un ex premier o un alto funzionario del Dis siano effettivamente pedinati e spiati e, se sì, da chi; in secondo luogo, la presenza di una lacuna legislativa sui rapporti tra politica e esponenti dei servizi pone una questione relativa alla riforma della Legge 124 del 2007 sull’intelligence che merita di essere approfondita. Ma d’altro canto è indubbio sostenere la tesi secondo cui l’intelligence italiana, dopo i casi degli ultimi anni (dalla controinchiesta sul Russiagate ai giochi di spie di Giuseppe Conte negli ultimi mesi di governo) necessiti di tornare a una fase di tranquilla operatività e rischia di ricevere un danno dall’eccessiva esposizione mediatica di suoi alti funzionari. L’intelligence, in questa nuova fase scandita dal lavoro certosino di Belloni e Gabrielli, dovrà essere come la moglie di Cesare: al di sopra di ogni sospetto. Il coinvolgimento di Mancini in casi del passato, da quello Abu Omar alla liberazione di Giuliana Sgrena, in tal senso c’entra solo indirettamente e contribuisce esclusivamente a aumentare la visibilità della vicenda, ma nell’economia della decisione va pesata soprattutto la volontà di Belloni e Gabrielli, interpreti delle linee su cui punta a indirizzare l’intelligence il nuovo premier, di evitare nuove querelle scandalistiche e mediatiche. Rafforzando una discontinuità col passato che va di pari passo con quanto seguito in altri campi come quello delle partecipate: Draghi ha nel suo progetto l’obiettivo di rimettere lo Stato e le istituzioni, con le loro prassi, i loro equilibri, le loro strategie, al centro. Il messaggio dovrà giungere con chiarezza anche alle dirigenze dei servizi, l’Aisi e l’Aise: non ci sarà più spazio per conflitti di corrente o guerre di fazioni nel prossimo futuro. Mancini, in quest’ottica, è sia vittima delle circostanze sacrificabile con (relativa) comodità, dato che non essendo asceso a nessuna carica dirigenziale non impone andando in pensione una nuova corsa alle nomine, sia figura utilizzata come pretesto per accelerare sulla road map della normalizzazione. Non a caso in vista che il vuoto legislativo sia colmato Palazzo Chigi, per mezzo dell’ufficio di Gabrielli, ha emesso una precisa direttiva sugli incontri tra ufficiali dei servizi e esponenti politici: sarà prevista una specifica autorizzazione da parte dei vertici delle agenzie, che dovranno essere preventivamente informati di un eventuale incontro con un politico in attività. “In questi casi conta l’autodisciplina delle singole persone, sia dei politici che degli agenti in servizio. Una norma può comunque essere utile a stabilire criteri e procedure di fondo”, ha commentato il politico e magistrato Luciano Violante, ex presidente della Camera, parlando con Formiche. Il caso Mancini ha dunque avuto, per eterogenesi dei fini, l’effetto di aprire il dibattito sulle più corrette modalità di governance dell’intelligence. In primo luogo per evitare fughe di notizie sull’attività del comparto. “Parliamo nei briefing — va ripetendo Elisabetta Belloni nelle riunioni coi vertici delle agenzie — quando si è fuori meglio stare zitti”. “Non sarà un caso se i Servizi sono segreti”, chiosa spesso l’ambasciatrice con un’ironica tautologia. In secondo luogo, l’emersione di vuoti normativi nella Legge 124/2007 sul rapporto tra politica e servizi e la parallela apertura del caso Copasir stanno rafforzando il dibattito sulla riforma del quadro normativo in maniera tale da includere gli avanzamenti in termini di minacce e opportunità per i servizi nei riferimenti legislativi. Umberto Saccone, ex funzionario dei servizi ed ex direttore della security di Eni, conversando con Inside Over ha ad esempio proposto di aprire alla divisione del comparto non più per confine geografico ma per funzione, dividendo la human intelligence dalla signal intelligence. E da più campi si propone di aumentare l’attenzione alle nuove tecnologie, all’intelligence economica, alla collaborazione tra apparati pubblici e mondo privato per pensare in termini di sistema-Paese. Tutte questioni fondamentali e decisamente calde. Che hanno ricevuto un’accelerazione in termini dialettici anche per la svolta della governance dei servizi che il caso Mancini ha contribuito a consolidare.

Storia dell'agente segreto. Chi è Marco Mancini, il miglior 007 italiano fucilato da Report. David Prati su Il Riformista l'8 Giugno 2021. Cosa cantava Enzo Jannacci? “La televisiun la g’ha na forsa de leun…la televisiun la t’endormenta cume un cuiun”. Report più che del leone ha mostrato i denti della iena. Di certo però ha espresso una forza bestiale nella sua capacità di processare e consegnare al plotone d’esecuzione governativo il reprobo, riuscendo ad addormentare, anzi ipnotizzare qualsiasi forma non diciamo di garantismo, non esageriamo con le pretese, ma persino di pallido habeas corpus, anche solo di impercettibile finzione di civiltà. Qui si parla del trattamento riservato in questa giungla che è l’Italia a Marco Mancini, consegnato alla morte civile, all’isolamento sociale, e forse anche a vendette jihadiste, perché? Perché una campagna insistita, ossessiva, del famoso programma di Rai3, accompagnato dal martellamento di Repubblica, La Verità e il Corriere, nonché la Stampa e infine dei tg Mediaset, ha spiegato che è un tipo “losco” anche se è incensurato, anche se è stato assolto e prosciolto, dopo essere stato arrestato due volte e consegnato per quasi un anno alla custodia cautelare in carcere e agli arresti domiciliari. Nessuna scusa per l’errore-orrore tant’è tipico. Tutto questo è stato capovolto di senso: l’hai fatta franca, ma ora ti incastriamo. Ed ecco il filmato stupendamente dilettantesco, sfuocato, spampanato, che fa tanto miracolo della casualità, dunque giustizia divina: lo hanno sorpreso mentre parlava con un senatore della Repubblica, anch’egli incensurato, ex presidente del Consiglio, l’antivigilia di Natale fuori da un autogrill vicino a Roma. Su questo tre puntate di Report. Fin qui niente di nuovo, ma per la prima volta tutto questo non ha suscitato il più piccolo cenno di dissenso, neppure un “però”. Forse perché chi ha comandato il trattamento alla Dreyfus per Mancini, con le mostrine strappate per il godimento della folla, senza però nessun J’accuse di un difensore alla Zola, è stato l’ “infallibile” Mario Draghi, avendo come certificatrice di giustizia Marta Cartabia. Non devono averci badato, Draghi e Cartabia, con tutto sto Recovery plan e Pnrr, rinascita e resilienza, eccetera, per cui un gattino può capitare finisca sotto le ruote. Con il loro senso del bene e del male, e la capacità di provvedere a dare empito morale alla voglia di rinascita morale prima che economica e sanitaria dell’Italia, una lieve imperfezione è consentita per placare un minimo di voglia di sangue. Noi qui però insistiamo. Ehi, fermati un attimo Draghi, come hai fatto quando la tua auto ha tamponato per la fretta la vettura di un cittadino. Scendi dalla macchina, guarda sotto le ruote chi hai tirato sotto. Siamo stati i soli sul Riformista a titolare “Macelleria Report” sin dai primi di maggio, ma qui non siamo più a un linciaggio televisivo reiterato e al suo perché, ma alla domanda che ci sgomenta un tantino di come si debba collocare nella vita di questo Paese, la fucilazione alla schiena decretata dal governo, praticata dinanzi alla folla plaudente, come in Iran, e senza possibilità per l’uomo reso pupazzo da Report, di dire una parola, non foss’altro di confessare il delitto, come si usa in Corea del Nord. A Pyongyang, ma prima in Unione Sovietica, si faceva firmare una dichiarazione con l’ammissione del tradimento. Da noi non c’è stato bisogno. Marco Mancini, 60 anni, è da 42 anni uno che lavora per la sicurezza dello Stato. Prima nella squadra di Carlo Alberto Dalla Chiesa. E’ stato lui ad arrestare in viale Monza a Milano, senza usare la minima violenza, Sergio Segio, capo di Prima linea. Nel 1988 si è dimesso da sottufficiale dei carabinieri ed è entrato nel servizio segreto militare (Sismi, ora Aise). Anche chi lo ha voluto fulminare riconosce la sua bravura in territori sensibili. Diventa capo del nostro controspionaggio. Viene arrestato nel luglio del 2006 per la “rendition” (sequestro e trasferimento in Egitto) di Abu Omar condotta dalla Cia nel febbraio del 2003, ma che sarebbe avvenuta, secondo la Procura di Milano, con la complicità del Sismi. Si dice che sia stato condannato ma salvato dal segreto di Stato. In realtà la Corte Costituzionale – fatto unico nella storia repubblicana – ha annullato anzitutto la sentenza con cui la Corte di Cassazione rinviava alla Corte di appello la prima sentenza di assoluzione. Per cui quella condanna non è stata annullata, semplicemente non sarebbe dovuta esistere. In questo modo l’assoluzione ha toccato tutti i dirigenti del Sismi, dal direttore Pollari ai capi reparto tra cui appunto Mancini. Un’inchiesta interna al Sismi negli anni scorsi, condotta dai successori di Pollari, ha documentato – come rivelato da varie fonti senza alcuna smentita – una verità diversa da quella sostenuta dall’accusa nei vari dibattimenti. Si dimentica tra l’altro che il segreto di stato non può coprire reati quale può essere il rapimento, ciò per cui ha invece patteggiato un maresciallo del Ros. Ma accusare suggestivamente di rapimento Mancini è diventato un topos narrativo dei giornalisti pistaroli, con la classica aggiunta dell’aggettivo “opaco”. Siccome non ci vedono loro, non danno la colpa al loro occhio ma alla pagina di storia che loro stessi oscurano. Pochi giorni dopo essere stato scarcerato Mancini è riarrestato. Stavolta non è più tradotto a San Vittore, dove ricevette la visita di Francesco Cossiga che lo trattò da eroe perseguitato, ma a Pavia. A valergli la cella preventiva, nel caso di indagini e dossieraggi illegali di Telekom, è per lui l’accusa di di associazione a delinquere. Per la quale com’è ovvio non vale alcuna scriminante da segreto di stato. La Gup Mariolina Passanisi lo proscioglie direttamente. La Procura di Milano si oppone. Ma è la Cassazione a bocciare l’istanza dei pm. Su Abu Omar il segreto di stato è stato fatto valere – viste le carte – in ordine di comparizione da Prodi, Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni e Conte. Coprono un delinquente? Tutti e sette? Mancini è stato trasferito nel 2011 come capo Aise a Vienna, e nel 2014 richiamato a Roma in un ruolo non di azione, ma persino più delicato nel Dis (il dipartimento che coordina l’intelligence interna, Aisi, ed esterna, Aise): custodire la Cassa, controllare le spese, cosa che dà fastidio a molti. Che nasca da qui l’avvertenza del pericolo, la percezione di quella che Carlo Bonini, lo vedremo, chiamerà “bomba ad orologeria” umana da dissinnescare per il sollievo di una certa parte mano lesta e molesta dello Stato maggiore e minore di questo esercito segreto? Come sanno bene i giornalisti, solo uno che non viene dalla ragioneria, ma ha fatto il mestiere sul campo è in grado di capire furbizie e creste. Pare che la Corte dei Conti – fatto mai prima successo – abbia inoltrato addirittura un apprezzamento per l’attività svolta. Ma ecco che – basti leggere le biografie dedicate a Mancini in queste settimane – gli viene con la tecnica del dico-non-dico gettato addosso il sospetto sulla morte di Nicola Calipari, l’agente del Sismi ucciso a Baghdad dal marine Lozano mentre stava conducendo in aeroporto Giuliana Sgrena, appena liberata dopo un lungo rapimento. Risale a quel 2005 l’unica foto circolante di Marco Mancini finora, prima cioè di Report. Lo ritrae a Ciampino, mentre scende la scaletta dell’aereo sorreggendo la Sgrena ferita che lui era stato incaricato di riportare a casa insieme alla salma del collega-eroe. Ombre su ombre, il sospetto come anticamera della verità? Direi del rito vudù dello sfregio a distanza. Qui non c’è di mezzo alcun segreto di stato: Conte lo ha tolto dal caso Sgrena. E allora perché? David Prati

Storia di un agente segreto. Guerra dei servizi segreti, l’ordine di Report con cui è stato "eliminato" Mancini. David Prati su Il Riformista il 9 Giugno 2021. Si comincia in aprile. Report, Rai tre. Marco Mancini viene introdotto nella torbida storia della “dama di Becciu”, Virginia Marogna, senza che risulti alcun contatto né conoscenza di qualsivoglia genere con la signora sarda con frequentazioni vastamente massoniche. La quale fu introdotta in Vaticano sostenuta dalle garanzie dell’allora direttore dell’Aise oggi a Leonardo, il sardo generale Luciano Carta, e confermata in questo ruolo dal successore Giovanni Caravelli (confermatissimo direttore). È l’inizio dell’ossessione. E siamo alla puntata di lunedì 3 maggio della trasmissione di Rai tre, Report. Molto è già stato scritto. Dell’insegnante di passaggio dall’Autogrill, incuriosita da un tipo “losco” che poi incontra Renzi. Lei filma. Renzi spiega che si tratta di auguri di Natale. Che aveva spostato l’appuntamento dal Senato alla piazzola di Fiano perché si era dimenticato, tanto la cosa era decisiva per il destino della Repubblica. Ma si sa, l’allusione di Report è persino ovvia, i complotti devono ambientarsi in luoghi “in mezzo al nulla” (nulla assai popolato però come gli autogrill, forse i posti meno anonimi che ci siano: chi di voi che leggete questo articolo non ha mai sostato lì?). Non è questo il punto. E nemmeno adesso è il caso di vivisezionare il susseguirsi di versioni contraddittorie sulla direzione delle auto dopo l’incontro. Il centro della questione è: è un reato incontrarsi in autogrill per un funzionario della presidenza del Consiglio (tale è Mancini) e un ex presidente del Consiglio? No. È contro regole sottoscritte? No. Tant’è che la necessità dell’autorizzazione previa a questo tipo di incontri è stata fissata a metà maggio. maggio viene parecchi mesi dopo Natale. E forse vale il principio – chiedere per sicurezza a Cartabia – “nulla poena sine praevia lege”, o no? Ma chi l’ha detto che Mancini non avesse dal superiore un permesso addirittura scritto per incontrare politici, e non lo avesse avvertito dell’incontro? E i convenevoli augurali necessitano di protocolli con il timbro? Chiunque abbia anche una marginale nozione di vita romana, sa che tutti parlano con tutti, e incontrano tutti, se non altro per ragioni di vicinato tra Palazzi, la separazione delle carriere non è un punto di forza della vita sociale dell’Urbe, e si sa che scambi di pensieri sono all’ordine del giorno. Mai nessuno ha però mai visto Mancini partecipare a ricorrenze, cene, terrazzi, salotti. Fa una vita ritirata, dicono. Nessuna fotografia in giro salvo quella di sedici anni prima. E a chi è toccato allora riconoscere Mancini in tutt’altro abbigliamento, faccia attempata, inquadrature sfocate? Report non è andato all’Ordine dei geometri o a quello degli Avvocati con la foto segnaletica fornita dall’insegnante. Con un colpo di genio l’ha indovinata subito. Ed ecco è stato interrogato un ex agente del Sismi, con il volto oscurato e la voce camuffata. Trascriviamo dal sito di Report la versione ufficiale. Sigfrido Ranucci, autore e conduttore: “Il misterioso uomo brizzolato che parla appartato con Renzi in realtà non si può certo definire losco: è uno 007 tra i protagonisti del servizio di Report del 12 aprile scorso. Si tratta infatti di Marco Mancini, ex agente del Sismi, come ci conferma un suo ex collega”.

Giorgio Mottola (autore del servizio): “Chi è quest’uomo che parla con Matteo Renzi?”

Ex agente del Sismi: “È Marco Mancini”.

Mottola: “Lei lo conosce bene?”

Ex agente: “Sì, anche se mascherato direi proprio che è lui”.

In realtà l’unico con la barba e la voce finta, è lui. L’ex agente del Sismi sa bene perché non circolano dal 2005 altre foto di Mancini. Nel 2014 è stato oggetto di minacce di morte giudicate serissime all’indirizzo privato e sul suo cellulare con il numero riservato. Non c’entra il caso Abu Omar, ma come sanno i presidenti del Copasir e i parlamentari che lo hanno composto e lo compongono, c’è documentazione della gravità di queste minacce .

Ed ecco che una trasmissione Rai espone in bacheca una sorta di Wanted: ringrazieranno i jihadisti e le varie formazioni di terrorismo rosso e nero contro cui da 42 anni “Doppio Mike” (lo ribattezzano così) è in battaglia, senza mai ricevere un appunto disciplinare, semmai encomi, e promozioni.

Non è finita qui. Report ha scatenato la macchina dei quotidiani. La televisione ha la forza delle iene, come detto.

Ed è da allora che si scatena una caccia al Mancini. C’è un lavoro di vero e proprio dossieraggio. Bonini su Repubblica scrive dei suoi spostamenti a piedi. «L’autogrill di Fiano, da questo punto di vista, è solo un inciampo del destino. Sarebbe potuto accadere molto prima. Armati di uno smartphone, sarebbe bastato, in questi anni, perdere una giornata feriale lungo il “golden mile” di “doppio Mike”. Quello che, a Roma, unisce Largo Santa Susanna (per anni sede degli uffici del Dipartimento per le Informazioni e la Sicurezza) a piazza Barberini, alla galleria Sordi e a piazza Montecitorio. Lo avreste facilmente incrociato, in ogni stagione, in uno dei suoi eccentrici outfit, negli uffici a cielo aperto (bar, marciapiedi) dove nuotava e pasturava nella risacca del Palazzo. Incontrando e confabulando con onorevoli, spiccia faccende, manager, ministri, sottosegretari». Dal suo posto di lavoro in Santa Susanna si sposta – quatto quatto – in piazza Barberini che è contigua. Peccato non fotografarlo con lo smartphone, sai che roba, che scoop osservare che cammina per prendersi un caffè a un tavolino nei dintorni, o si siede nella Galleria più frequentata d’Italia, che è la Sordi. Che relazione di servizio ha letto Bonini, oppure era solito fare gli identici percorsi? Ma per forza che era necessario pedinarlo. Infatti, dice Bonini, “è una bomba a orologeria da disinnescare”. Ordine eseguito subito da Draghi. Da Draghi? Mah. Lo sa Draghi? O sono stati gli eterni gerarchi provenienti da carriere dove la politica (nel caso sinistra dc) si intreccia con gloriose carriere in polizia e nei servizi? L’attributo di gloriose è senza ironia, e si riferisce certo a Gabrielli, oggi autorità delegata per i servizi. Che ha deciso, senza bisogno di sentire il presunto reo, l’estromissione di Mancini, la sua consegna alla morte civile di fatto disonorandolo. Sulla Verità è Fabio Amendolara, quello stesso 15 maggio, a completare il rapportino di servizio per il lupo. Scrive che Mancini ha “un alloggio di servizio” e indica persino chi ci ha invitato a cena. Che carte ha consultato? Ha chiesto lumi pure lui all’ex agente del Sismi, il tipo pulitino di Report, così trasparente e così consapevole di commettere un reato da mascherarsi? Tranquilli, quest’ultimo lo lasceranno schizzare informazioni in serenità, essendosi schierato dalla parte giusta della storia, qualunque comportamento abbastanza vile pratichi. Che pena per le istituzioni repubblicane. Ormai intanto Report ha il sorcio in bocca, insiste con un nuovo servizio dopo 15 giorni. Scopre che magari Giuseppe Conte e Luigi Di Maio avevano convocato Mancini, ma si insiste sull’Autogrill, perché fa effetto. Cosa si sono detti? Che complotto avranno messo su Marco e Matteo? In quel momento Mancini, scrivono Il Fatto e la stessa Repubblica, è in corsa per la vice direzione di uno dei servizi, portato proprio da Conte. Che interesse può avere a tramare per buttarlo giù? Forse è scemo. Si badi alle date. Il 23 dicembre c’è l’incontro natalizio con Renzi. L’insegnante, chiamiamola così, assicura di aver inviato le immagini e il filmato con Renzi e il “brizzolato” al Fattoquotidiano.it. Non un testo noioso, che capita di buttar via. Ma fotografie che anche senza volere chiamano attenzione. E lì chi c’è? L’Innominabile con il Losco. E questa roba qui è credibile sfugga al rigore e alla precisione certificata e premiata della squadra di segugi di Marco Travaglio? Figuriamoci. Ed ecco che alla tornata di nomine, ma guarda un po’, l’unico escluso è quello che Conte – letto curriculum, attinto informazioni da colloqui – voleva più di tutti portare in alto. Vuoi vedere che quel filmato era giunto chissà come a Conte stesso inducendolo al sospetto di tradimento? Il 17 gennaio era uscita sulla Stampa la rivelazione di Massimo Giannini che raccontava come pezzi grossi dei servizi segreti si stessero dando da fare per reclutare senatori onde sostenere a qualunque costo il governo Conte. Che Mancini ambisse spingere Renzi nelle braccia responsabili e materne della senatrice Mastella? Ma no: ha tradito! Mi rendo conto. Qui siamo alle illazioni, che non combineranno il corso della piccola storia delle persone singole e sole. I giochi sono fatti oramai. E sono stati i ricami falsificanti di Report e della truppa al seguito ad aver deciso la partita. Il 13 maggio scrive il solito informatissimo Bonini: «Il sottosegretario alla presidenza del consiglio Franco Gabrielli ha disposto l’interruzione del servizio di scorta di cui godeva (Mancini) e di cui nessuno è stato in grado di giustificare le ragioni». Ma guarda un po’. Quanta pigrizia. Magari aprire il fascicolo e leggere. Ma non doveva essere vietato riferire ai giornalisti decisioni che appartengono alla sfera di riservatezza dei servizi, appunto, segreti? Ci sono canali autorizzati dai vertici a comunicare le notizie comode alla stampa di riferimento? Un’inchiesta del Copasir sul punto, no? Finché arriva a giovedì scorso quando dev’esserci stata una conferenza stampa a cui noi del Riformista non siamo stati invitati. Deve esistere un catalogo di nomi fidati, e ci piacerebbe che quelli bravi pubblicassero l’elenco dei privilegiati di questa Loggia che si è esibita lo stesso giorno con la medesima notizia (Rep, Corriere, Stampa, Il Fatto, Domani), cioè sul cosiddetto congedo “con disonore” (Bonini) di Mancini. Nessuno scrive quale contestazione gli sia stata fatta, scrivono che se non avesse accettato il prepensionamento gli sarebbe stato fatto balenare il ritorno nell’arma dei carabinieri con il grado di maresciallo. Si tratta di colorare di minacce al limite del reato penale la ammirata liquidazione del brigante sbugiardato. Che goduria. La menzogna rivela malizia è ignoranza. Il diritto amministrativo prevede il mantenimento di una equipollenza di grado nei trasferimenti amministrativi, capo reparto del Ds equivale nella gerarchia militare a generale, ma non è questo. È il fiorire corale di queste rivelazioni a impressionare. A indurre una domanda semplice: chi ha elaborato il piano di tortura e liquidazione? Di che mafia stiamo parlando? Intanto Marco Mancini è solitario y final in ferie, quindi ancora in servizio fino a metà luglio. Come tale è convocabile come dipendente della presidenza del Consiglio dal Copasir, o da superiori che vogliano capire. Lo vogliono? Ma va’ là. Fiorenza Sarzanini riferisce, dopo un colloquio avuto nell’ambito del Dis, che M.M. è “probabilmente pronto a un incarico nel settore privato”. Dopo l’allontanamento “con disonore”? L’ha letto su Linkedin? E qui siamo pieni di domande a Draghi, Gabrielli, Belloni. Confermate “il disonore” per Mancini? Possibile vi siate fatti mangiare dalla iena televisiva? Davvero va bene distruggere l’identità personale, passare una mano di acido muriatico sulla reputazione di un “servitore dello Stato” senza che abbia diritto allo Stato di diritto? Qui nessuno di noi è Zola, ma come ci piacerebbe si alzasse in un cosiddetto grande giornale o in Parlamento uno che gli somigliasse. David Prati

Dal “Fatto Quotidiano” il 14 giugno 2021. Stasera su Rai3, nell'ultima puntata della stagione, Report torna sulle vicende di Marco Mancini, ex dirigente del Sismi (ora Aisi) convinto a lasciare il suo incarico al Dis dopo il discusso incontro con Matteo Renzi all'autogrill di Fiano Romano, rivelato dalla trasmissione di Sigfrido Ranucci. E ricostruisce, anche con la testimonianza di un ex agente Sisde, le attività di dossieraggio su politici e imprenditori condotte nei primi anni Duemila da alcuni responsabili della sicurezza della Telecom di Marco Tronchetti Provera, con il coinvolgimento di un ex responsabile della Cia. In quel caso Mancini fu prosciolto anche a seguito dell'opposizione del segreto di Stato. L'ex Sisde, fra le altre cose, dice che gli incontri in autogrill erano abituali. Report rimette in fila anche l'oscuro caso del tritolo apparentemente destinato all'ex sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Scopelliti, che pure ha coinvolto Mancini e altri uomini del Sismi di Nicolò Pollari.

Babbi e spie: l'insegnante. Report Rai PUNTATA DEL 14/06/2021 di Sigfrido Ranucci. Dopo aver pubblicato le immagini che riprendono l’incontro in un autogrill tra il senatore Matteo Renzi e l’agente Marco Mancini, sono state sollevate alcune polemiche sull’autenticità del racconto. Per fugare ogni dubbio e dimostrare che Report non è strumento di nessuno nel fare informazione, abbiamo deciso di ospitare l’insegnante, autrice delle immagini, in studio. 

SIGFRIDO RANUCCI Era stato presentato come un semplice caffè, magari un po' lungo perché è durato circa 40 minuti ma ha provocato grandi fibrillazioni, anche nei palazzi, anche nelle istituzioni. È stato intanto sostituito il capo del Dis, Gennaro Vecchione poi è stata diramata una direttiva che impedisce agli agenti dei servizi di sicurezza di incontrare politici senza autorizzazione. Poi c’è stata anche un’accelerazione anche nella caduta della presidenza del Copasir nel presentare delle dimissioni. Insomma, ecco, la causa di tutto questo terremoto, questa sera, in via del tutto eccezionale, è qui con noi, è l’insegnante che ha filmato l’incontro tra Renzi e Mancini. Buonasera.

INSEGNANTE Buonasera.

SIGFRIDO RANUCCI Lei si aspettava di provocare questo terremoto?

INSEGNANTE Assolutamente no.

SIGFRIDO RANUCCI Che cos’è che l’ha appassionata così tanto da filmare e fotografare Renzi con Mancini?

INSEGNANTE La cosa è che mi ha incuriosito è vedere comunque sia il senatore, che era uno dei protagonisti della crisi di governo che si stava delineando, incontrarsi in un luogo un po' anomalo come quello che era appunto un autogrill e parlare in disparte con questa persona.

SIGFRIDO RANUCCI Lei ha letto sicuramente le cronache di questi giorni e avrà visto che dietro queste fotografie, questi filmati, si adombra una lotta tra i servizi di sicurezza e Report sarebbe stato lo strumento dei servizi. Ecco, e lei di conseguenza sarebbe stata l’autrice di questo complotto o comunque sarebbe stata complice di questo complotto. Chi c’è dietro di lei?

INSEGNANTE Assolutamente nessuno. Sono una semplice cittadina che incuriosita da quello che si stava svolgendo ho deciso di fare queste foto.

SIGFRIDO RANUCCI Ecco, il senatore Renzi ha presentato una denuncia perché teme di essere stato intercettato. Lei ha realizzato quanti filmati? L’abbiamo già detto, due filmati, questa stasera li vedremo per intero. Quanto durano questi filmati? Eccoli.

INSEGNANTE Sì, ho realizzato due filmati. Uno di 24 secondi e uno di 28. Dalle immagini si può vedere appunto che non sono filmati realizzati da un professionista.

SIGFRIDO RANUCCI C’è un audio. Ha registrato anche le loro voci?

INSEGNANTE Assolutamente no.

SIGFRIDO RANUCCI Perché c’è stato a un certo punto che Renzi si è allarmato nel momento in cui ha sentito che lei ha riportato esattamente la frase che ha proferito Mancini al momento dei saluti.

INSEGNANTE Sì. Quando si sono appunto congedati con un saluto: Qualsiasi cosa sono a sua disposizione.

SIGFRIDO RANUCCI Ecco, perché lei è riuscita a sentire questa frase?

INSEGNANTE Ho potuto sentire loro che si sono salutati, anche perché eravamo molto vicini.

SIGFRIDO RANUCCI Noi abbiamo ricostruito in base alle sue indicazioni quelle che erano le posizioni delle macchine. INSEGNANTE Esatto. La mia è quella rossa, davanti quella blu è di Mancini e quella rosa è l’auto di Renzi.

SIGFRIDO RANUCCI Quindi quando loro si sono allontanati sono passati vicino alla sua macchina?

INSEGNANTE Assolutamente sì.

SIGFRIDO RANUCCI Lei ha potuto sentire appunto Mancini che…

INSEGNANTE Quando loro si sono salutati, quando loro stavano rientrando nelle auto. La macchina di Renzi ha fatto una leggera manovra all’indietro affiancandosi a quella di Mancini, io sono passata a fianco a entrambe e loro congedandosi a distanza, si sono detti… si sono salutati in quella maniera e io ho potuto sentire.

SIGFRIDO RANUCCI Lei si è detta disponibile più volte a incontrare personalmente Renzi.

INSEGNANTE Da subito. Da quando ho visto che veniva messa in dubbio il mio essere cittadino qualunque e la vostra professionalità.

SIGFRIDO RANUCCI Lei aveva anche manifestato a un certo punto l’intenzione di realizzare un’intervista mostrando il suo volto, no? Poi… dopo il primo clamore di questa vicenda si è spaventata?

INSEGNANTE Sì, perché purtroppo ho visto come tutte le cose, viene molto strumentalizzato un atto come quello che ho fatto io, ho pensato di agire da semplice cittadino interessato agli accadimenti che ci riguardano o che ci dovrebbero riguardare, quindi ho temuto soprattutto per la mia famiglia.

SIGFRIDO RANUCCI lei ci ha mandato il materiale dopo la puntata del 12 aprile, dopo aver visto quello che avevamo raccontato e c’era appunto una dichiarazione di Ferramonti, un faccendiere, che aveva ammesso di aver inviato gli sms all’onorevole Boschi chiedendole a metà dicembre di far cadere il governo Conte.

INSEGNANTE Io infatti è questa l’associazione che ho fatto: ho fatto Boschi-Renzi. Io non sapendo l’identità della persona con la quale stava interloquendo Renzi all’autogrill, l’unica associazione che ho fatto è Boschi-Renzi e da lì ho deciso di inviarvi il materiale. Era sicuramente un periodo particolare, Renzi era uno dei protagonisti della crisi di governo, eravamo nelle giornate proprio in piena crisi di governo che stava appunto iniziando in quei giorni.

SIGFRIDO RANUCCI La magistratura adesso sta indagando, probabilmente le chiederà il materiale che ci ha inviato. Lei ovviamente è disponibile a fornire tutto alla magistratura? INSEGNANTE Assolutamente sì, sono tranquillamente disponibile a offrire tutto il materiale che ho realizzato e a dire la verità, quella che ho detto finora.

SIGFRIDO RANUCCI Va bene, grazie per essere stata con noi. Abbiamo stravolto una volta tanto il format proprio per sgombrare il campo da ogni equivoco. Report non sarà mai strumento di altri nel fare informazione, ha come unico editore di riferimento il pubblico, voi che pagate il canone.

Un agente è per sempre. Report Rai PUNTATA DEL 14/06/2021 di Giorgio Mottola. Se la scelta di un autogrill come luogo dell’incontro tra Renzi e lo 007 Mancini ha creato scompiglio nel mondo della politica e tra i vertici dei servizi, non è rimasto per niente sorpreso chi invece conosce da anni l’agente segreto.

“UN AGENTE È PER SEMPRE” di Giorgio Mottola immagini di Alfredo Farina

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Comunque grazie alla documentazione filmata dell’insegnante, noi abbiamo potuto riscoprire Mancini. L’ultima volta che era emerso alle cronache era il 2003 in seguito al controverso rapimento di Abu Omar, poi nella vicenda del 2006 quella del dossieraggio illecito del gruppo della security Telecom – Pirelli, al vertice del quale c’era il collega nell’Arma dei carabinieri di Mancini, Giuliano Tavaroli. Loro e altri agenti dei servizi di sicurezza avevano confezionato, realizzato, dei dossier su 5mila persone fra dipendenti del Gruppo, azionisti del gruppo Telecom-Pirelli e poi su giornalisti, politici, imprenditori, uomini della finanza e anche uomini dello sport. A contribuire al loro dossieraggio illecito c’era anche un’agenzia privata che faceva riferimento a John Spinelli, ex agente della Cia a Roma aveva una società la Global Security Services e suo socio era l’ex agente del Sisde Marco Bernardini. Parla per la prima volta dopo 15 anni, ci dice qualcosa intorno a quei dossier. E ha anche detto di non essersi poi stupito così tanto nel vedere il filmato con Mancini in un autogrill. Il nostro Giorgio Mottola.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Se la scelta di un autogrill come luogo dell’incontro tra Renzi e lo 007 Mancini ha creato scompiglio nel mondo della politica e tra i vertici dei servizi, non è rimasto per niente sorpreso chi invece conosce da anni l’agente segreto.

MARCO BERNARDINI – EX AGENTE SISDE Mi è venuto da sorridere.

GIORGIO MOTTOLA Quindi, l’autogrill è un luogo abituale di incontri?

MARCO BERNARDINI – EX AGENTE SISDE Un luogo abituale, sì. Quando venivo giù da Milano a Roma e facevo i viaggi con Giuliano Tavaroli ogni tanto ci si fermava in qualche autogrill fra Bologna e Firenze e lui parlava con Marco Mancini.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Marco Bernardini è un ex agente del Sisde, vecchia sigla del servizio segreto civile. È stato tra i protagonisti dello scandalo Telecom-Pirelli. Condannato in via definitiva a 5 anni e 8 mesi per aver fatto dossieraggi illegali per conto della security di TelecomPirelli, che all’epoca aveva sede in questo palazzo di Milano, accanto alla Borsa. Ed era guidata da Giuliano Tavaroli.

GIORGIO MOTTOLA Su chi ha svolto dossieraggio in quegli anni?

MARCO BERNARDINI – EX AGENTE SISDE Uh, tantissimi.

GIORGIO MOTTOLA Le vengono commissionati dossieraggi anche su politici?

MARCO BERNARDINI – EX AGENTE SISDE Il dossieraggio viene commissionato sul garante della privacy e il presidente della commissione contro l’antitrust. Poi mi viene chiesto di rintracciare il contratto che aveva firmato Bossi – Berlusconi quando andarono al governo insieme.

GIORGIO MOTTOLA Le viene chiesto di ritrovare il contratto.

MARCO BERNARDINI – EX AGENTE SISDE Di trovare il contratto, materialmente di portare il contratto.

GIORGIO MOTTOLA E questo cosa gliene fregava a Pirelli-Telecom?

MARCO BERNARDINI – EX AGENTE SISDE Ah non lo so. Io, cioè, mi pongo delle domande però voglio dire pecunia non olet quindi me pagavano e lo faccio. Punto.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Nel patto stipulato davanti al notaio, in cambio di 70 miliardi di lire Bossi si sarebbe impegnato a non rompere la coalizione con Silvio Berlusconi che era rimasto scottato dal ribaltone del 1994. Rimane il mistero su chi avesse commissionato quel dossier alla security di Telecom-Pirelli che a Marco Bernardini chiede di indagare anche su giornalisti e imprenditori.

MARCO BERNARDINI – EX AGENTE SISDE Sì, tanti imprenditori.

GIORGIO MOTTOLA Un nome su tutti?

MARCO BERNARDINI – EX AGENTE SISDE Della Valle.

GIORGIO MOTTOLA E che tipo di dossieraggio ha fatto su Della Valle?

MARCO BERNARDINI – EX AGENTE SISDE Classico. Trovai… adesso non me li ricordo bene però ne trovai degli elementi di criticità.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Le informazioni raccolte dall’ex agente segreto e poi consegnate alla security di Telecom Pirelli guidata da Tavaroli avrebbero riguardato collegamenti fra l’imprenditore Della Valle e la Svizzera.

MARCO BERNARDINI – EX AGENTE SISDE Dopo una decina di giorni che avevo consegnato questo dossier vedo Berlusconi che gli dice a Della Valle: stai zitto che anche te c’hai degli scheletri nell’armadio.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO L’episodio che stupisce Bernardini per la strana tempistica riguarda un’assemblea nazionale di Confindustria che si svolge pochi giorni dopo la consegna del dossier. L’allora premier Silvio Berlusconi si lancia in una invettiva estremamente allusiva proprio nei confronti del patron di Tod’s.

SILVIO BERLUSCONI – 19/03/2006 ASSEMBLEA DI CONFINDUSTRIA VICENZA Signor Della Valle che scuote la testa. Allora io vi dico quando penso perché un imprenditore se non è andato fuori di testa può sostenere la sinistra, io penso che ha molti scheletri nell’armadio, che ha tante cose da farsi perdonare, e che si mette sotto il manto protettivo della sinistra e di magistratura democratica.

MARCO BERNARDINI – EX AGENTE SISDE E la cosa mi ha colpito… perché …

GIORGIO MOTTOLA Perché solo dieci giorni prima lei aveva consegnato…

MARCO BERNARDINI – EX AGENTE SISDE Avevo consegnato, dico… c… c’ha ragione..

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Dal processo Telecom-Pirelli è emerso il rapporto particolarmente stretto tra Giuliano Tavaroli e Marco Mancini, che per la vicenda dei dossier illegali fu arrestato e rinviato a giudizio. Secondo le accuse dei magistrati infatti l’agente del Sismi avrebbe avuto un ruolo molto importante in tutta la storia.

GIORGIO MOTTOLA Uno dei soggetti esterni che in quel periodo ha commissionato delle attività di dossieraggio a Telecom-Pirelli era il Sismi?

MARCO BERNARDINI – EX AGENTE SISDE Che a volte per evitare di apparire vengano usate società esterne ai servizi, questa è una cosa che viene fatta da tutti i servizi.

GIORGIO MOTTOLA Qual è stato il ruolo di Marco Mancini?

MARCO BERNARDINI – EX AGENTE SISDE Lui è stato accusato di dossieraggio illecito, di… Però io non lo so. So che comunque la sua posizione è stata stralciata perché è stato opposto il segreto di Stato.

GIORGIO MOTTOLA Perché è stato opposto il segreto di Stato?

MARCO BERNARDINI – EX AGENTE SISDE Chiediamolo ai presidenti del consiglio che l’hanno fatto. Non capisco poi perché solo per lui, potevano metterlo per tutti. Me risparmiavo tante rogne.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Durante il processo Marco Mancini invoca il segreto di Stato e il governo Berlusconi glielo concede. La sua posizione verrà quindi prosciolta. Ma sullo sfondo rimane un anomalo coinvolgimento del Sismi nelle attività della security di Telecom Pirelli. Attività a cui era molto interessato anche qualcuno proveniente dalla Cia. Come John Spinelli, ex numero due dell’agenzia spionistica americana a Roma. Diventato investigatore privato dopo la pensione, è alla sua agenzia che la security di Telecom-Pirelli commissionava buona parte dell’attività di dossieraggio.

GIORGIO MOTTOLA Questi dossier che voi preparavate ma chi le leggeva?

MARCO BERNARDINI – EX AGENTE SISDE Facevo il report, preparavo il rapporto e tutto quanto. La mandavo con FedEx a Spinelli negli Stati Uniti.

GIORGIO MOTTOLA Il dossier?

MARCO BERNARDINI – EX AGENTE SISDE Il dossier con la fattura.

GIORGIO MOTTOLA Quindi lei sta dicendo che tutti i dossier che ha prodotto sono stati letti prima da Spinelli… negli Stati Uniti.

MARCO BERNARDINI – EX AGENTE SISDE A volte in contemporanea. Anzi molto spesso era lui che mi telefonava e mi commissionava dei lavori.

GIORGIO MOTTOLA Il fatto che Spinelli fosse informato di tutto vuol dire che anche la Cia sapeva tutto di questi dossieraggi?

MARCO BERNARDINI – EX AGENTE SISDE Potrebbe, come dice Putin: agente una volta, agente sempre.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO E durante i suoi incarichi a Roma per la Cia, John Spinelli aveva avuto modo di conoscere bene Marco Mancini.

MARCO BERNARDINI – EX AGENTE SISDE Mancini ha un rapporto molto stretto con Spinelli. A detta di John Spinelli, aveva in qualche modo ricevuto dei benefit, chiamiamo così, da lui. Ma questo è quello che mi ha detto Spinelli.

GIORGIO MOTTOLA Da lui, quando era alla Cia?

MARCO BERNARDINI – EX AGENTE SISDE Sì. SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Quali benefit non lo sappiamo perché manca la voce, più volte, inutilmente sollecitata di Marco Mancini. Allora, a che cosa servivano questi dossier? Sappiamo che una parte servivano per tutelare il gruppo Telecom-Pirelli, alcuni per sviluppare le strategie di mercato, un po’ per far arrotondare lo stipendio agli investigatori privati. Ma non sappiamo quali mani passassero invece quei dossier che avevano come oggetto politici e imprenditori. Una gran parte - abbiamo sentito dalle parole di Marco Bernardini, l’ex agente segreto del servizio civile – finivano nelle mani dell’ex agente Cia John Spinelli per fare cosa però non lo sappiamo. Quello che è certo è che emerge un ruolo anomalo del Sismi e della figura di Marco Mancini che però va esteso ad un periodo, cioè proprio alla gestione di Nicolò Pollari, capo del servizio segreto militare dal 2001 al 2006 di cui Mancini era il vice. Non dobbiamo scordarci, l’abbiamo più volte ricordato, che in quel periodo era stata scoperta quella piccola centrale di spionaggio in via Nazionale, al centro c’era Pio Pompa, un impiegato che rispondeva direttamente a Pollari e a chi aveva il compito di realizzare dei dossier su magistrati, sindacalisti, giornalisti anche a tutela del governo Berlusconi.

Laura C: bombe e spie. Report Rai PUNTATA DEL 14/06/2021 di Giorgio Mottola. Sui fondali dello Jonio calabrese da ottanta anni giace il relitto di un piroscafo militare affondato da un sottomarino inglese durante la seconda guerra mondiale. Nella stiva sono ancora conservate decine di tonnellate di tritolo, che stando ad alcune informative redatte negli anni 2000 dal Sismi, il servizio segreto militare, sarebbe stato usato dalla 'ndrangheta per i suoi attentati in Calabria e, in base ad alcune ipotesi investigative, addirittura per la strage di Capaci. L'esplosivo del relitto, secondo il Sismi, sarebbe stato adoperato anche per l'attentato del 2004 all'allora sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Scopelliti. Un episodio che ha cambiato il corso della recente storia politica calabrese. L'ordigno venne scoperto grazie a tre informative firmate da Marco Mancini, l'agente segreto protagonista dell'incontro in autogrill con Matteo Renzi. Vent'anni dopo, alcuni pentiti stanno raccontando un'inquietante verità: l'attentato a Scopelliti sarebbe una bufala, orchestrato dai servizi segreti in collaborazione con la 'ndrangheta per accelerare la carriera del politico calabrese.

LAURA C: BOMBE E SPIE di Giorgio Mottola collaborazione Norma Ferrara Immagini di Cristiano Forti e Andrea Lilli. IGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Ma c’è anche un altro episodio che risale alla notte del sei ottobre del 2004 e che vede sempre come protagonista Marco Mancini. In quella notte dei sei ottobre del 2004 viene trovata nel bagno del comune di Reggio Calabria, un ordigno. Le prime informative parlano, ipotizzano, un attentato nei confronti di un sindaco, allora era Scopelliti, un sindaco in crisi ma quello che è certo è che quella bomba cambierà il suo destino, la sua carriera politica e anche quella della politica della Calabria. Oggi a distanza di 20 anni è emersa in un processo la versione di un ex assessore di Scopelliti, un massone e ex ‘ndranghetista – ‘ndranghetista pentito – è una versione che rischia di sparigliare le carte. E cambia le finalità di quell’attentato e anche i cosiddetti mandanti. Però per trovare la verità bisogna scendere a 50 metri di profondità nelle stive di un relitto, di una nave che porta il nome di donna, ma trasportava un carico di morte.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO A poche miglia dai gorghi di Scilla e Cariddi, sui fondali dello Jonio calabrese, giace da ottant’anni esatti il relitto di un piroscafo militare, affondato da due siluri inglesi durante la seconda guerra mondiale: la Laura Cosulich, meglio nota come Laura C. Sebbene ormai da tempo sia diventata rifugio per pesci, polpi e stelle marine, negli anni Duemila la Laura C si è trasformata in una nave dei misteri, al centro di storie di servizi segreti, terroristi e ‘ndrangheta.

MAURIZIO MARZOLLA - ASSOCIAZIONE Y CASSIOPEA Questa è la prima parte visibile della nave che corrisponde più o meno da un lato alla sala macchine, intorno ci sono le cabine degli ufficiali e poi c’è immediatamente dopo la cucina, all’interno della quale si vedono ancora gli utensili utilizzati dai cuochi.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Nell’estate del 1941 la Laura C. era partita da Venezia, diretta a Tripoli, carica di 1200 tonnellate di esplosivi e munizioni.

MAURIZIO MARZOLLA - ASSOCIAZIONE Y CASSIOPEA Ecco, vedi? Qua si intravede il tritolo.

GIORGIO MOTTOLA Ah, quelli sono panetti di tritolo.

MAURIZIO MARZOLLA - ASSOCIAZIONE Y CASSIOPEA Esatto, esatto. Ora non so dirti delle 1200 tonnellate quante fossero di tritolo perché poi c’erano anche proiettili di obice e di antiaerea.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Il relitto della Laura C. si trova a meno di 150 metri dalla spiaggia di Saline Ioniche, e secondo alcune informative redatte negli anni Duemila dall’allora Sismi, il servizio segreto militare guidato da Nicolò Pollari, la ‘ndrangheta avrebbe usato per i suoi attentati il tritolo nascosto nelle stive della Laura C. Secondo alcune ipotesi investigative, l’esplosivo della nave sarebbe stato adoperato anche per la strage di Capaci del 1992 e addirittura venduto ai terroristi di Al Qaeda negli anni Duemila per le bombe in Europa. Grazie alle informative dei servizi, la Laura C dai fondali dello Jonio torna a galla con una misteriosa seconda vita di nave della ‘ndrangheta.

FEDERICO CAFIERO DE RAHO - PROCURATORE REGGIO CALABRIA 2013 - 2017 In tante altre occasioni il tritolo di quella nave è stato utilizzato negli anni passati. Quindi ancora una volta, come lei dice, quella nave si conferma il supermarket della ‘ndrangheta.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ma questa ricostruzione al centro di molte inchieste della magistratura calabrese non trova d’accordo chi negli anni ha visitato quasi ogni settimana il relitto.

MAURIZIO MARZOLLA - ASSOCIAZIONE Y CASSIOPEA Io non ho mai notato cose del genere, mai.

GIORGIO MOTTOLA Ma visto che faceva visita quasi quotidianamente a questo relitto. Vedeva giorno per giorno scomparire il tritolo?

MAURIZIO MARZOLLA - ASSOCIAZIONE Y CASSIOPEA Assolutamente no. Oltre tutto la profondità era superiore ai 48 metri, il tempo di permanenza sul fondo è proprio poco, poco, poco. Mettersi là a prendere la roba, staccarla, caricare delle ceste, insomma...ma da qui si evince. Qui… Tantissime volte abbiamo provato a entrare ma è bastata sfiorare il fondo che abbiamo dovuto andare via perché non si riusciva più a vedere nulla.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Eppure secondo un’informativa dei servizi segreti militari, l’esplosivo della Laura C avrebbe cambiato il corso della recente storia politica calabrese. Stando al Sismi, infatti, con il tritolo della nave sommersa sarebbe stata confezionata la bomba ritrovata nella notte tra il 6 e il 7 ottobre del 2004 in un bagno del comune di Reggio Calabria.

FERNANDO PIGNATARO - DEPUTATO PDCI 2006-2008 Nel bagno adiacente al cortile da dove passava il sindaco di Reggio Calabria, all’epoca Scopelliti, fu messo un ordigno che poi si scoprì un ordigno rudimentale, senza innesco.

GIORGIO MOTTOLA Quindi non poteva scoppiare?

FERNANDO PIGNATARO - DEPUTATO PDCI 2006-2008 Non poteva scoppiare.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Secondo le prime notizie che filtrano la notte stessa a mettere la bomba sarebbe stata la ’ndrangheta con l’obiettivo di attentare alla vita del sindaco di allora Giuseppe Scopelliti.

MASSIMO CANALE - CONSIGLIERE COMUNALE REGGIO CALABRIA 2002-2007 Questo fu un fatto che qualche dubbio me lo ha sempre lasciato.

GIORGIO MOTTOLA Aveva qualche sospetto?

MASSIMO CANALE - CONSIGLIERE COMUNALE REGGIO CALABRIA 2002-2007 Non posso dire di avere avuto dei sospetti. Sapevo però che quello sarebbe stato uno spartiacque. Avevo percepito che diventare un paladino della lotta alla ‘ndrangheta avrebbe costituito una chiave di volta nella storia personale e politica di Giuseppe Scopelliti.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Gli stessi dubbi colgono anche molti dei giornalisti accorsi davanti al comune di Reggio Calabria la notte del ritrovamento della bomba.

LUCIO MUSOLINO - GIORNALISTA Sicuramente c’erano molte domande che sin da subito ci siamo posti, una su tutte: perché una minaccia all’allora sindaco Giuseppe Scopelliti? Qual era il motivo? Nessuno lo ha mai capito.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Poche ore prima che venisse scoperto l’ordigno, il comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza aveva assegnato la scorta all’allora sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Scopelliti. A segnalare che c’è un pericolo per la sua vita è l’agente segreto ripreso in autogrill mentre parlava con Renzi durante la crisi del governo Conte.

GIORGIO MOTTOLA Come mai venne data la scorta a Scopelliti il giorno prima?

FERNANDO PIGNATARO - DEPUTATO PDCI 2006-2008 Su segnalazione di Marco Mancini, che raccontò che c’era un pericolo di attentati nei confronti del sindaco di Reggio Calabria.

GIORGIO MOTTOLA E il giorno dopo… questo pericolo diventa concreto.

FERNANDO PIGNATARO - DEPUTATO PDCI 2006-2008 E il giorno dopo, guarda caso, si trovò questo ordigno.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Marco Mancini, l’agente segreto, allora dirigente del Sismi agli ordini di Nicolò Pollari, firma la prima informativa che segnala pericoli per l’incolumità di Scopelliti. È ancora lui l’autore della seconda informativa che rivela la bomba in comune, indicando la posizione esatta dove verrà trovata. Ed è sempre Mancini a firmare anche la terza informativa che tira in ballo la Laura C e la ‘ndrangheta, parlando esplicitamente di attentato mafioso contro Giuseppe Scopelliti.

FERNANDO PIGNATARO - DEPUTATO PDCI 2006-2008 Anche un’altra cosa di carattere politico ci sembrava strana. Noi eravamo nella fase del decreto Reggio, un fiume di soldi che sarebbe arrivato per opere pubbliche nella città metropolitana. Questo fatto della ‘ndrangheta che faceva un attentato a Scopelliti, quindi che metteva in difficoltà il sindaco, non ci ha mai convinto. La ‘ndrangheta aveva al contrario tutto l’interesse perché l’amministrazione si consolidasse proprio per la spesa.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO All’epoca il governo Berlusconi aveva appena stanziato quasi 100 milioni di euro per il Comune di Reggio Calabria da spendere in opere pubbliche, ma la giunta rischiava di cadere a causa delle tensioni interne alla maggioranza. La bomba trovata in Municipio si rivela quindi provvidenziale per placare polemiche e litigi.

MASSIMO CANALE - CONSIGLIERE COMUNALE REGGIO CALABRIA 2002-2007 Noi venivamo da una stagione di grande tensione all’interno del centrodestra. Il sindaco faceva difficoltà a sfondare nell’immaginario collettivo, nell’affetto della gente.

GIORGIO MOTTOLA Quindi c’era una grande frattura dentro Alleanza Nazionale e la giunta Scopelliti traballava.

MASSIMO CANALE - CONSIGLIERE COMUNALE REGGIO CALABRIA 2002-2007 C’erano delle fibrillazioni molto forti all’interno del partito di Alleanza Nazionale per una contrapposizione storica tra due componenti che qui a Reggio Calabria erano ben rappresentate. Dopo questo evento, invece, le cose cambieranno.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Prima dell’attentato a Reggio Calabria, Alleanza Nazionale era spaccata tra la corrente di Gianni Alemanno e quella di Maurizio Gasparri a cui apparteneva Scopelliti. Proprio in quei giorni, l’allora commissario provinciale del partito, Wanda Ferro, minaccia le dimissioni, rischiando di mettere definitivamente in crisi la giunta comunale. Ma come documenta questa telefonata inedita, due giorni dopo la bomba l’allora ministro Maurizio Gasparri chiama un assessore regionale di Alleanza Nazionale e usa l’attentato per ricompattare il partito.

MAURIZIO GASPARRI - MINISTRO DELLE TELECOMUNICAZIONI 2001-2005 Quindi oggi l’ho detto anche a Wanda. Mentre succede questo tu ti vai a dimettere per Chiarella. Ma dico, c’è anche un momento

DOMENICO ANTONIO BASILE - ASSESSORE REGIONALE CALABRIA 2002-2005 E lo so…. ma guarda io… e lo so.

MAURIZIO GASPARRI - MINISTRO DELLE TELECOMUNICAZIONI 2001-2005 Queste cose vanno valutate. Cioè sta uno in guerra, quello sta in guerra quel disgraziato. E uno si mette a dimette. Perché questo tritolo viene da una partita sequestrata dal Sismi qualche settimana fa in Calabria, ci fu il sequestro di una quantità ingente di esplosivi, per cui quindi…

DOMENICO ANTONIO BASILE - ASSESSORE REGIONALE CALABRIA 2002-2005 Io pensavo che fosse una cosa così, ma…

GIORGIO MOTTOLA Al telefono Basile non sembrava così convinto rispetto a questo attentato, sembrava avere qualche perplessità.

 MAURIZIO GASPARRI - MINISTRO DELLE TELECOMUNICAZIONI 2001-2005 Guardi, non ricordo adesso a memoria. Sicuramente io volevo capire come stavano le cose ma dicevo anche che mi ero appunto informato e che c’era la conferma della pericolosità dell’attentato.

GIORGIO MOTTOLA Perché sin dall’inizio molti nutrono molti dubbi rispetto a quell’attentato.

MAURIZIO GASPARRI - MINISTRO DELLE TELECOMUNICAZIONI 2001-2005 Chi sostiene una tesi diversa la sostiene ma non è che l’abbia dimostrata.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Nella telefonata del 2004 al perplesso collega di partito, Gasparri spiega di aver avuto informazioni sulla matrice criminale dell’attentato addirittura dal capo del Sismi Nicolò Pollari.

MAURIZIO GASPARRI - MINISTRO DELLE TELECOMUNICAZIONI 2001-2005 Lì è una cosa molto seria quindi non va sottovalutata …il Sismi ha avuto una dritta. Perché io poi ho parlato con il direttore del Sismi, con Pollari, che mi ha dato un po’ di notizie e… mi tiene informato.

GIORGIO MOTTOLA Queste informazioni gliele dà Pollari in persona, non un suo vice o un suo sottoposto.

MAURIZIO GASPARRI - MINISTRO DELLE TELECOMUNICAZIONI 2001-2005 No, Pollari.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ma nella risposta che ci ha inviato il generale Pollari si nega categoricamente di aver mai parlato con l’allora ministro Maurizio Gasparri e anzi, l’ex capo del Sismi minaccia di querelare chiunque dica il contrario.

GIORGIO MOTTOLA Però Pollari nega di aver parlato con lei. E dice che ci querela se diciamo che ha parlato con lei. E dice che ci querela se diciamo che ha parlato con lei. Per il principio di non contraddizione uno dei due mente. Mente lei o mente Pollari?

MAURIZIO GASPARRI - MINISTRO DELLE TELECOMUNICAZIONI 2001-2005 Pollari ha delle regole di riservatezza che riguardano il suo incarico pregresso anche credo in fasi successive e quindi rispetto le sue affermazioni.

GIORGIO MOTTOLA Però noi rischiamo una querela in base ai suoi… vincoli di riservatezza.

MAURIZIO GASPARRI - MINISTRO DELLE TELECOMUNICAZIONI 2001-2005 Voi siete dei giornalisti, fate quello che volete.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO E proprio sul ruolo anomalo del Sismi nella vicenda nel 2006 scrive una lettera al Prefetto l’allora consigliere comunale d’opposizione Massimo Canale. La bomba trovata in comune dà una svolta alla carriera politica di Scopelliti e cambia la storia della politica calabrese.

MASSIMO CANALE - CONSIGLIERE COMUNALE REGGIO CALABRIA 2002-2007 Percepii che nulla sarebbe mai stato come prima.

GIORGIO MOTTOLA Perché, che cosa succede alla vita politica di Scopelliti dopo?

MASSIMO CANALE - CONSIGLIERE COMUNALE REGGIO CALABRIA 2002-2007 È evidente che a quel punto sapientemente viene fatta passare all’esterno l’immagine di un sindaco che lotta contro il malaffare e la ‘ndrangheta, tanto è vero che la ‘ndrangheta gli fa gli attentati. E questo cambierà per sempre le sorti della nostra città e della nostra regione, credo.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Alle elezioni successive Scopelliti viene confermato sindaco con oltre il 70 percento dei voti. A metà del secondo mandato si dimette per fare il grande salto e farsi eleggere presidente della giunta regionale calabrese. È un trionfo: il modello Reggio diventa il modello Calabria. Dell’attentato nessuno parla più.

FERNANDO PIGNATARO - DEPUTATO PDCI 2006-2008 Sicuramente il Sismi e Marco Mancini in un certo periodo avevano un ruolo in Calabria preponderante. Si è aspettato nel 2010 che alcuni collaboratori di giustizia cominciarono a dire che probabilmente si trattava di un attentato fatto ad hoc per favorire l’ascesa politica del sindaco che si trovava in difficoltà.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Lo scorso marzo, infatti, durante il processo Gotha, per la prima volta un pentito ha ricostruito il retroscena del presunto attentato. Si tratta di un testimone d’eccezione: Sebastiano Vecchio, ex poliziotto, ex consigliere comunale di Alleanza Nazionale e soprattutto ex ‘ndranghetista.

SEBASTIANO VECCHIO - EX ASSESSORE COMUNALE REGGIO CALABRIA Ho fatto parte anche della massoneria e nonché della consorteria della famiglia Serraino negli ultimi tempi in maniera proprio attivo.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Giuseppe Scopelliti è stato il testimone di nozze di Sebastiano Vecchio, che è stato poi nominato assessore comunale a Reggio durante la sua seconda giunta. Con la sua testimonianza Vecchio ha incrinato l’immagine di Scopelliti di “sindaco antimafia”.

SEBASTIANO VECCHIO - EX ASSESSORE COMUNALE REGGIO CALABRIA Peppe Scopelliti rappresentava la famiglia De Stefano.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Stando alla testimonianza di Vecchio, sono proprio i rapporti di Scopelliti con le cosche che rappresenterebbero la chiave di volta per comprendere le ragioni di quell’attentato.

SEBASTIANO VECCHIO - EX ASSESSORE COMUNALE REGGIO CALABRIA Per quanto riguarda l’esplosivo nel bagno ritrovato a palazzo san Giorgio è stata una bufala, cioè nel senso è stato un qualcosa preparato. Con l’aiuto dei servizi segreti. C’era stato l’interesse di Nicola Pollari in questa situazione coinvolgendo anche altre persone esterne ai servizi segreti affinché questo potesse andare in atto e portarlo comunque avanti.

GIUDICE SILVIA CAPONE - TRIBUNALE DI REGGIO CALABRIA Questo è Scopelliti?

SEBASTIANO VECCHIO - EX ASSESSORE COMUNALE REGGIO CALABRIA Sì.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Nicolò Pollari era allora il capo del Sismi alle cui dipendenze lavorava Marco Mancini che sull’ordigno al Comune preparò le tre informative che parlavano di attentato della ‘ndrangheta.

GIUDICE SILVIA CAPONE - TRIBUNALE DI REGGIO CALABRIA Perché i servizi si interessavano a Scopelliti?

SEBASTIANO VECCHIO - EX ASSESSORE COMUNALE REGGIO CALABRIA Erano interessati a blindare la persona di Peppe Scopelliti affinché prendesse tutto e per tutto, sia nel lato politico, sia nel lato personale, di immagine e di successo perché comunque, alla fine, c’era sempre il lato economico.

GIUDICE SILVIA CAPONE - TRIBUNALE DI REGGIO CALABRIA Perché c’era bisogno di fortificarlo da un punto di vista dell’immagine?

SEBASTIANO VECCHIO - EX ASSESSORE COMUNALE REGGIO CALABRIA Più che fortificarlo, formarlo, uso un termine inventarlo, strutturarlo e portarlo avanti.

GIUDICE SILVIA CAPONE -TRIBUNALE DI REGGIO CALABRIA Nell’interesse di chi?

SEBASTIANO VECCHIO - EX ASSESSORE COMUNALE REGGIO CALABRIA Delle consorterie ‘ndranghetistiche.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Durante la requisitoria al processo Gotha il magistrato Giuseppe Lombardo ha bollato la storia dell’attentato mafioso a Scopelliti come una pagliacciata. Ci sarebbe stata infatti, secondo la ricostruzione dei pentiti, una piena convergenza di interessi tra ‘ndrangheta e servizi. Un disegno criminale inquietante che ha anche un lato grottesco: l’intera operazione infatti è stata finanziata direttamente con i soldi dello Stato.

FERNANDO PIGNATARO - DEPUTATO PDCI 2006-2008 Questa notizia sull’attentato che poi risulta un attentato su cui non si è andato fino in fondo, non si è tentato di arrestare gli attentatori, eccetera eccetera, è costato 300 mila euro ma non si sa chi è che ha dato la soffiata rispetto alla vicenda.

GIORGIO MOTTOLA Questa soffiata era arrivata a Marco Mancini?

FERNANDO PIGNATARO - DEPUTATO PDCI 2006-2008 Marco Macini. È sempre lui che detiene le fila di tutta quanta la vicenda.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Trecentomila euro. Ora il riserbo sulla fonte è nelle cose, però alla luce delle dichiarazioni dell’ex assessore, massone, ‘ndranghetista Sebastiano Vecchio che è anche amico di Scopelliti, in base al quale quell’attentato era una bufala, era finalizzata per blindare politicamente Scopelliti perché serviva… era il garante di una consorteria mafiosa della ‘ndrangheta e in particolare doveva essere il referente e curare gli interessi della famiglia De Stefano. Ora Scopelliti ci scrive e dice che lui non ha mai avuto rapporti con la ‘ndrangheta e in particolare con i De Stefano. Ci dice anche che secondo lui, l’attentato era finalizzato a interferire sulla gara pubblica che riguardava la costruzione del nuovo Palazzo di Giustizia, una gara del valore di 81 milioni di euro. Scopelliti ci dice anche di aver svolto nel corso della sua carriera un’incisiva lotta alla criminalità organizzata e di aver anche ricevuto negli anni varie intimidazioni, alcune hanno coinvolto anche la sua famiglia. Però sempre l’ex assessore massone e ‘ndraghetista, Sebastiano Vecchio, in merito all’attentato che definisce “bufala” tira in ballo ad un certo punto il ruolo anche del Sismi, della figura di Nicolò Pollari. Pollari ovviamente nega, minaccia querela, chiunque dice falsità verrà perseguito penalmente, ha detto. Nega anche Pollari di aver informato Gasparri. Però noi qui ci arrendiamo, perché c’è un giallo: l’ex ministro all’epoca delle telecomunicazioni Gasparri dice invece di aver ricevuto informazioni da Pollari. Ecco, fatto sta…. noi non abbiamo gli strumenti per scoprire la verità e stabilire la realtà delle cose… fatto sta che quella telefonata che ha realizzato Gasparri all’assessore Antonio Basile, regionale della sua stessa corrente politica, nella quale Gasparri spendeva il nome di Pollari per confermare l’autenticità, la pericolosità, dell’attentato ha avuto il merito di ricompattare l’alleanza del centro-destra. Altra cosa certa è che questo episodio, seppur datato, indica la necessità di regolamentare i rapporti tra gli uomini dei servizi di sicurezza e i politici. Così come ha fatto oggi il governo Draghi che ha imposto delle regole ferree e ha imposto agli uomini dei servizi di avvisare, di avere l’autorizzazione dell’amministrazione, prima di incontrare un politico. Questo per la gestione trasparente del potere.

Controllori e controllati. Report Rai PUNTATA DEL 14-06-2021 di Walter Molino. Da quando Report ha documentato l’incontro in autogrill tra Marco Mancini e politici come Renzi e Salvini, il Comitato di controllo parlamentare sui servizi segreti è finito in un pantano. Il premier Mario Draghi ha sostituito il Direttore del DIS e a Marco Mancini è stato proposto il congedo anticipato. D’ora in poi gli incontri tra politici e 007 dovranno essere autorizzati dai vertici dei Servizi.

“CONTROLLORI E CONTROLLATI” di Walter Molino collaborazione Federico Marconi

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Il tre maggio scorso Report ha mostrato il video esclusivo dell’incontro nell’autogrill di Fiano Romano tra Matteo Renzi e lo 007 Marco Mancini. Era il 23 dicembre scorso, cioè lo stesso giorno in cui il leader di Italia Viva aveva picconato il governo Conte sulla delega dei servizi segreti.

MATTEO RENZI – LEADER ITALIA VIVA (PORTA A PORTA, 18 MAGGIO 2021) La tesi dei complottisti sarebbe che, siccome io ero in quel momento impegnato a fare cadere il governo Conte, facevo incontri riservati.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Non è la tesi di Report che ha sollevato la legittimità da parte di uno 007 di incontrare in modo riservato e autonomo un leader politico fuori dai luoghi istituzionali. Un dubbio che è stato sollevato anche dagli organi di controllo, e così l’11 maggio il Copasir convoca il direttore del DIS, Gennaro Vecchione.

WALTER MOLINO Avete capito se questo incontro in autogrill era autorizzato o meno?

RAFFAELE VOLPI – PRESIDENTE COPASIR FINO AL 20/05/2021 – LEGA PER SALVINI PREMIER Il direttore del DIS non ho l’impressione che abbia la contezza dei contenuti.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Vecchione cade dalle nuvole e si gioca il posto. Ventiquattro ore dopo il premier Mario Draghi lo sostituisce con Elisabetta Belloni. Palazzo Chigi interviene anche per mettere un freno alle relazioni troppo disinvolte tra politici e 007. Il sottosegretario Franco Gabrielli, Autorità delegata all’intelligence, emana una direttiva che Report vi può mostrare in esclusiva: d’ora in poi gli incontri degli agenti segreti con politici e magistrati dovranno essere autorizzati dai vertici dei Servizi.

WALTER MOLINO Lei ha mai incontrato Marco Mancini?

MATTEO SALVINI –LEGA PER SALVINI PREMIER L’ho incontrato in ufficio, l’ho incontrato al Ministero, non all’autogrill.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Report ha scoperto che nell’estate 2019, nel pieno della crisi del primo governo Conte, anche Matteo Salvini aveva incontrato Marco Mancini, pure lui in un autogrill, nei pressi di Cervia, durante una delle sue puntate al Papeete.

WALTER MOLINO Ecco, noi abbiamo una fonte che dice che invece lei lo avrebbe incontrato proprio in un autogrill.

MATTEO SALVINI –LEGA PER SALVINI PREMIER In un autogrill?

WALTER MOLINO Lei può smentire questa notizia?

MATTEO SALVINI –LEGA PER SALVINI PREMIER A mia memoria non l’ho incontrato in autogrill.

WALTER MOLINO Quindi potrebbe solo averlo dimenticato. Potrebbe averlo incontrato e dimenticato.

MATTEO SALVINI –LEGA PER SALVINI PREMIER L’ho incontrato ripetutamente, anzi lo andai a visitare per la prima volta in carcere a San Vittore.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Il 20 maggio altri quattro membri del Comitato abbandonano i lavori. Il Copasir è smembrato e solo a questo punto Volpi si dimette insieme all’altro membro della Lega, il senatore Paolo Arrigoni. WALTER MOLINO FUORI CAMPO Il nuovo Presidente dovrebbe essere l’unico membro dell’opposizione, Adolfo Urso di Fratelli d’Italia, ma Salvini pretende l’azzeramento del Comitato perché Urso è ancora azionista di una società che ha fatto affari in Iran.

MATTEO SALVINI –LEGA PER SALVINI PREMIER In questo momento gli amici dell’Iran, non sono miei amici.

WALTER MOLINO Questo non è un problema per chi presiede un comitato parlamentare così delicato?

CLAUDIO FAZZONE – MEMBRO COPASIR - FORZA ITALIA Certamente bisognerebbe approfondire per vedere di che cosa si tratta.

WALTER MOLINO Ma chi dovrebbe approfondire?

CLAUDIO FAZZONE – MEMBRO COPASIR FORZA ITALIA Credo che lo stesso Comitato, gli uffici… dovremo lavorare per capire se questa cosa possa avere una possibilità di incompatibilità…

WALTER MOLINO Si parla di interessi nazionali.

CLAUDIO FAZZONE – MEMBRO COPASIR FORZA ITALIA Sempre si devono fare delle verifiche quando esce qualche notizia che potrebbe destare un eventuale sospetto. WALTER MOLINO Cosa si dovrebbe accertare secondo lei? CLAUDIO FAZZONE – MEMBRO COPASIR FORZA ITALIA Ma non lo so, ripeto, non conosco questa situazione, se realmente c’è…

WALTER MOLINO Lei è un membro del Copasir, dovrebbe essere informato.

CLAUDIO FAZZONE – MEMBRO COPASIR FORZA ITALIA Non ne abbiamo parlato di che cosa… io l’ho appreso dai giornali. WALTER MOLINO FUORI CAMPO Il Copasir finisce in un pantano, le audizioni di Renzi e Mancini rinviate a data da destinarsi fino a quando un colpo di scena sblocca la situazione. A Marco Mancini, lo 007 che sussurrava ai politici in autogrill e più volte salvato dal segreto di Stato, l’Amministrazione propone il congedo anticipato. Il 9 giugno il Copasir torna a riunirsi per eleggere il nuovo presidente.

WALTER MOLINO Buongiorno. Siamo pronti? Oggi ci sarà la sua elezione.

ADOLFO URSO – PRESIDENTE COPASIR DAL 09/06/2021 - FRATELLI D’ITALIA Grazie.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Per votare Urso alla fine è bastata mezz’ora.

GIORNALISTA Adolfo Urso è il nuovo presidente del Copasir eletto con sette voti a favore, una scheda bianca ed erano assenti i due rappresentanti della Lega, Volpi e Arrigoni.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Ma perché il partito di Salvini fa tanta resistenza? Forse perché nei cassetti del Copasir ci sono dossier molto delicati come quello dello scandalo dell’hotel Metropol di Mosca che getta un’ombra inquietante sui rapporti tra i vertici della Lega e la Russia di Putin.

FEDERICA DIENI – MEMBRO COPASIR – MOVIMENTO 5 STELLE Stavo guardando i documenti perché abbiamo un ufficio… una stanza dove c’è tutta la documentazione storica e bisogna guardarli per forza là tutti gli atti.

FEDERICA DIENI – MEMBRO COPASIR - MOVIMENTO 5 STELLE C’è tanto da fare, ci sono tanti dossier da portare avanti.

WALTER MOLINO Tra questi dossier c’è quello scottante dei rapporti tra Marco Mancini e tutta una serie di politici che lui avrebbe incontrato senza riferire ai suoi capi.

FEDERICA DIENI – MEMBRO COPASIR - MOVIMENTO 5 STELLE Noi abbiamo delle audizioni in sospeso che avevamo calendarizzato…

WALTER MOLINO Tra questi c’è il leader di Italia Viva Matteo Renzi anche.

FEDERICA DIENI – MEMBRO COPASIR MOVIMENTO 5 STELLE Lo ascolteremo con molto piacere.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Era stato presentato come un semplice caffè, un po’ lungo perché è durato circa 40 minuti, ma ha provocato grandi fibrillazioni. Anche nei palazzi, nelle istituzioni è stato intanto sostituito il capo del DIS Gennaro Vecchione, poi è stata diramata una direttiva che impedisce agli agenti dei servizi di sicurezza di incontrare politici senza autorizzazione. Poi c’è stata un’accelerazione nella caduta della presidenza del Copasir nel presentare le dimissioni.

Che fine ha fatto l'interrogazione? Report Rai PUNTATA DEL 14/06/2021 di Danilo Procaccianti. Il 3 maggio scorso, dopo l'anticipazione del filmato dell’ incontro tra lo 007 Marco Mancini e il senatore Matteo Renzi, l'onorevole Luciano Nobili, annuncia la presentazione di un'interrogazione parlamentare nella quale si chiede se corrisponde al vero che  la Rai abbia pagato  una fattura di 45 mila euro a  una società di produzione Lussemburghese di nome Tarantula, finalizzata a pagare la fonte coperta che avrebbe contribuito a realizzare un'inchiesta di Report che criticava la gestione del governo  Renzi  nella vicenda riguardante  Alitalia e Piaggio Aerospace. Dopo l’annuncio di Luciano Nobili è emerso che il dossier su cui si basa l'interrogazione  era palesemente falso. Che fine ha fatto l’interrogazione? 

CHE FINE HA FATTO L’INTERROGAZIONE? di Danilo Procaccianti collaborazione di Eleonora Zocca immagini di Cristiano Forti montaggio di Monica Cesaroni

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Dopo l’inizio della nostra inchiesta, dopo aver annunciato il filmato dell’incontro tra Renzi e Mancini, l’esponente di Italia Viva, Luciano Nobili, aveva annunciato un’interrogazione su Report.

LUCIANO NOBILI - QUATTRO SEMPLICI DOMANDE ALLA RAI ED A #REPORTRAI3 3/5/2021 Sono un parlamentare della Repubblica, non costruisco dossier, non riprendo persone in autogrill spacciando una chiacchierata per un incontro segreto, detesto i complotti, e non voglio censurare nessuno. Ho solo fatto delle domande legittime, rientrano nelle mie prerogative con un’interrogazione parlamentare. Come Report ha fatto delle domande a Renzi. Io faccio delle domande alla Rai. La società Tarantula ha collaborato alla realizzazione del servizio su Renzi, su Alitalia, su Piaggio Aerospace?

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Allora, che è successo? Che l’onorevole Luciano Nobili aveva annunciato la presentazione di questa interrogazione che aveva la base un dossier. Si ipotizzava il pagamento di una fattura da parte della Rai da 45 mila euro ad una società lussemburghese: la Tarantula. E questa a sua volta avrebbe pagato una fonte coperta che aveva contribuito a realizzare un’inchiesta di Report critica sulla gestione da parte del governo Renzi, del dossier Piaggio Aerospace, che poi… azienda che era finita in mano agli arabi. Ora, permesso che Report in 25 anni, lo abbiamo già detto tante volte, non ha mai pagato una fonte, ma questo dossier si era anche rivelato palesemente falso. Che fine ha fatto l’interrogazione annunciata da Nobili? Il nostro Danilo Procaccianti.

DANILO PROCACCIANTI Sostituzione del capo dei servizi segreti, prepensionamento di Marco Mancini, sono cambiate le regole per gli incontri degli agenti segreti, nuovo Copasir… non era poi così consono quell’incontro?

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Ma, le cose che sono accadute voi costruite una correlazione che secondo me non esiste, noi abbiamo chiesto…

DANILO PROCACCIANTI Vabbè una correlazione c’è…

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Ma la correlazione c’è con un’altra cosa secondo me, poi se è merito di Report che c’è stata una svolta per cui non c’è più l’amico di Conte ai servizi segreti, noi siamo contenti. Se vuoi la mia opinione, la correlazione non è con Report, la correlazione è con l’arrivo del governo Draghi.

DANILO PROCACCIANTI Per noi quella era una notizia visto che per qualcuno non lo era e ha prodotto dei risultati.

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Domanda, Di Maio siete andati a chiedere cosa si è detto con Mancini e dove si sono visti? Per sapere perché da Salvini ho visto siete andati, perché da Di Maio non siete andati? DANILO PROCACCIANTI Perché Salvini pure lui in autogrill. È il posto un po’ esotico.

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Io non so dove lo ha visto Salvini.

DANILO PROCACCIANTI Senta lei ha presentato un'interrogazione parlamentare.

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Oh yes.

DANILO PROCACCIANTI Puntata del 30 novembre replica a febbraio lei presenta l'interrogazione guarda caso alle nove del mattino del 3 maggio quando noi avevamo anticipato queste immagini delle autogrill. Volevate intimorirci.

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Francamente passare per intimidatori di giornalisti quando mi sono sottoposto a 40 minuti di domande, Renzi a 60 minuti, io sono qui ancora oggi a fare tutte le risposte che volete. Per una volta faccio una domanda io…

DANILO PROCACCIANTI Proprio quel giorno…

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Certo, proprio quel giorno. La domanda dell’interrogazione poi alla fine è ma questo lavoro d'inchiesta un po’ deboluccio è stato fatto dalle risorse interne della Rai, di Report e vabbè, è un servizio un po’ deboluccio, ma va bene…

DANILO PROCACCIANTI L'importante è che non ho detto cose false, da giornalista mi interessa questo.

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Io sbaglio tutti i giorni. Questo… questo… Diciamo, la ricostruzione dell’incontro in autogrill…

DANILO PROCACCIANTI Non sono arrivate querele. No, stavamo parlando di quel servizio di prima…

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA La ricostruzione dell'incontro in autogrill è piena di incongruenze, accerterà la magistratura. La domanda è ma per caso per fare quel servizio su Renzi avete pagato una fattura?

DANILO PROCACCIANTI Assolutamente no.

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Non si può sapere…

DANILO PROCACCIANTI Assolutamente no. Il quotidiano Il Domani ha rivelato che questa interrogazione sarebbe inammissibile, è ferma lì da un mese e mezzo. Ha sbagliato pure a presentarla…

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Non so se hanno capacità divinatorie al Domani.

DANILO PROCACCIANTI Che fine ha fatto questa interrogazione?

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Se vuole glielo spiego…

DANILO PROCACCIANTI Sì…

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA La Camera ha aperto un dialogo con me sulla base di una argomentazione che la mia richiesta è rivolta al Mef. Secondo loro, il Mef risponde a interrogazioni solo e limitatamente a tematiche che riguardano esclusivamente il contratto di servizio fra la Rai e il Mef. Io allora ho proposto una riformulazione dell'interrogazione ma in ogni caso le assicuro che da qui alla riapertura di Report ci metteremo d'accordo con gli uffici della Camera.

DANILO PROCACCIANTI Ma non esiste nessuna fattura con questa Tarantula.

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Vedremo, vedremo insieme…

DANILO PROCACCIANTI È rimasto solo lei a crederci… proprio l’ultimo degli ultimi

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Vedremo insieme.

DANILO PROCACCIANTI Siccome si parlava di mail tra il conduttore della Rai e Rocco Casalino.

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Sono state smentite, sono felice che siano state smentite.

DANILO PROCACCIANTI Sarebbero totalmente false. Quello è un reato se qualcuno ha falsificato quelle mail.

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Se qualcuno ha falsificato, va perseguito.

DANILO PROCACCIANTI Quindi lei dovrebbe andare in Procura e dire questa persona m'ha detto una cosa falsa.

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA No, quella delle mail peraltro è uscita ed è stata smentita.

DANILO PROCACCIANTI Quindi non ci va in Procura?

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Io in Procura ci vado ogni qualvolta ritengo ci sia qualcosa di serio da portare in Procura. Siccome nel vostro servizio di serio c’era poco o niente…

DANILO PROCACCIANTI Fare delle mail false è una cosa molto seria.

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Siccome nel vostro servizio di serio c'era poco o niente…

DANILO PROCACCIANTI Quando si renderà conto che questo era tutto falso, si renderà pure conto che lei è stato uno strumento consapevole o inconsapevole per infangare una trasmissione come Report?

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Ma io sa che sono convinto che magari invece scopriamo che magari a sua insaputa a Report comprano i servizi…

DANILO PROCACCIANTI A mia insaputa?

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Eh! Magari lo fanno. Vorremmo capì perché?

DANILO PROCACCIANTI Ma è fango questo, si rende conto onorevole?

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Fango? È una domanda!

DANILO PROCACCIANTI È fango su una trasmissione storica della Rai.

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Fango è quello che state facendo voi da tre trasmissioni, da cinque trasmissioni.

DANILO PROCACCIANTI No, noi stiamo raccontando dei fatti che hanno prodotto dei risultati.

LUCIANO NOBILI – DEPUTATO ITALIA VIVA Speriamo che almeno vi frutti un po’ di share, l’azienda del servizio pubblico a noi ci sta a cuore quindi se fa buoni indici d'ascolto è positivo.

SIGRIDO RANUCCI IN STUDIO Lo tranquillizziamo, anche perché insomma…. Report gode di ottima salute a prescindere dai temi che tratta. Poi, insomma, l’onorevole Nobili non si può nascondere nulla. Sono 25 anni che Report compra e acquista i servizi. In parte li acquista, in parte li realizza con dipendenti interni. Ed è tutto regolamentato da contratto regolare, è tutto tracciato. Però gli va dato atto di averci messo la faccia, sempre. È l’ultimo irriducibile ancora a credere alla bontà di questo dossier che però insomma, anche le istituzioni ai quali lo ha presentato al momento non l’hanno accettato. Noi sappiamo che è un pacco.

Sono 4-5 puntate che insiste su una cosa che non c'è". “L’insegnante mostrata da Report è una presa in giro”, Anzaldi contro Ranucci sul caso Renzi-Mancini. Piero de Cindio su Il Riformista il 15 Giugno 2021. La trasmissione di Rai 3 Report, condotta da Sigfrido Ranucci, è tornata un’altra volta sull’episodio dell’autogrill e dell’incontro tra l’agente segreto Marco Mancini e il senatore di Italia Viva Matteo Renzi. In merito alla puntata, che avrebbe finalmente dovuto svelare il volto dell’insegnante che secondo Ranucci avrebbe filmato l’incontro, il Riformista ha sentito il deputato di IV Michele Anzaldi deputato di IV e segretario della commissione di Vigilanza Rai.

Anzaldi, cosa ne pensa di Report dell’altra sera?

La trasmissione di Ranucci aveva dato grande risalto all’insegnante che ha filmato Mancini e Renzi. La signora, però, è apparsa criptata, non ne è stata svelata l’identità, sia nell’immagine che nella voce camuffata.

Quindi?

È una presa in giro poiché la signora non è riconoscibile. Una cosa mai vista, neanche fossimo di fronte ad un caso di pentiti di mafia. Ma non è tutto… La trasmissione di ieri avrebbe dovuto mostrare il viso, la normalità anzi la riconoscibilità e di conseguenza la sua attendibilità, testimoniata da conoscenti e addirittura da colleghi e alunni. Ed invece nulla anzi l’opposto.

Cioè?

C’è qualcuno in Italia che, come sostengo da tempo, pensa che non sia una guerra tra servizi segreti? Deviati e non? Se la signora fosse al soldo dei servizi andrebbe mai in televisione a dirlo? Andrebbe a confessare? Andrebbe a dire: non sono un semplice cittadino ma una spia professionista! Evidentemente no… Questo affare è lunare. Dopo la signora c’è stata un’ora di trasmissione per raccontare di presunti servizi segreti marci, di presunti rapporti con la ndrangheta, di mafia, di tritolo: ma che c’entra Renzi con tutti questo? Un minestrone che per un telespettatore che non sia stato attentissimo avrebbe potuto avere anche effetti diffamatori.

Sull’attenzione a Mancini vede quindi opacità?

Registro che Report non ha mai detto in questa ennesima puntata dedicata a questo caso che Mancini era sponsorizzato dal presidente Conte, come scritto più volte dai giornalisti più informati e specializzati in questo ambito come Bonini de “La Repubblica” e dal vostro stesso giornale. Stando alle cronache, dal 2019 il presidente Conte avrebbe tentato più volte di nominare Mancini a vice direttore di Aise o Dis, una nomina cui non era riuscito ad ambire con nessun premier precedente. Se davvero dovessi fare un ragionamento giornalistico, mi chiederei: Mancini, in quanto sponsorizzato da Conte, forse ha portato a Renzi una proposta per conto del premier che stava rischiando di cadere? Era un ennesimo tentativo, dopo quelli fatti sui parlamentari, per salvare il Governo? Sono 4-5 puntate che Report insiste su una cosa che non c’è, un’attenzione che la trasmissione di rado ha dedicato a vicende ben più gravi. E quando Ranucci dice che non è caduto in una trappola dei servizi perché non fa chiarezza e svela chi è la signora? Perché non spiega tutti questi sottintesi che invece di fare giornalismo avvalorano piuttosto la tesi fantasiosa del complotto, cara ai supporter di Conte come Travaglio?

Piero de Cindio. Esperto di social media, mi occupo da anni di costruzione di web tv e produzione di format

Scopelliti risponde a Report: «Sempre contro la 'ndrangheta, io vittima di 16 intimidazioni». Il Quotidiano del Sud il 15 giugno 2021. «Non ho mai avuto alcun rapporto con esponenti della famiglia De Stefano, né con altre famiglie di ‘ndrangheta in quanto la mia attività politico-amministrativa si è incentrata sulla lotta alla criminalità organizzata come mai prima era accaduto a Reggio Calabria. Un’azione incisiva e determinata, documentata da atti amministrativi condivisi con le massime istituzioni internazionali, nazionali e locali». Parole messe nero su bianco dall’ex sindaco di Reggio Calabria ed ex governatore regionale, Giuseppe Scopelliti, nella sua replica alla puntata di “Report” andata in onda ieri sera su Rai3 di cui la trasmissione ha dato conto solo in parte. Scopelliti tra l’altro rivela per la prima volta di essere stato vittima, anche insieme alla sua famiglia, di 16 intimidazioni, episodi denunciati all’autorità ma mai resi pubblici per evitare strumentalizzazioni. Quanto, invece, a eventuali rapporti o scambi di informazioni con gli agenti Marco Mancini e Nicolò Pollari, «non ho mai avuto alcun rapporto né diretto né indiretto con l’agente Marco Mancini – risponde Scopelliti –, che peraltro non conosco. Mentre ho avuto modo di incontrare il generale Pollari in un evento organizzato dall’Università di Reggio Calabria, di cui lui era titolare di cattedra, probabilmente nel 2008 o nel 2009». La terza domanda posta da “Report” è «quale sia la sua versione in merito al ritrovamento di un ordigno al comune di Reggio Calabria che il collaboratore di giustizia Sebastiano Vecchio ha definito una bufala». «Non so su quali presupposti il collaboratore Vecchio possa essere certo che la bomba al Comune di Reggio Calabria sia stata una bufala – replica Scopelliti –, io so che all’atto del ritrovamento dell’ordigno sono stato escusso presso la procura di Reggio Calabria dal procuratore dottore Scuderi e dal pm dottoressa Nunnari ai quali ho rappresentato, cosi come riportato a verbale, che il mio principale pensiero era rivolto alle procedure in corso per la gara, ad opera dell’amministrazione comunale, per la realizzazione del nuovo Palazzo di Giustizia, del valore di 81 milioni di euro. Il progetto più importante finanziato negli ultimi trent’anni nella Città di Reggio Calabria». «Mi permetto di aggiungere – prosegue Scopelliti – che quanto affermato dall’avvocato Canale nello stralcio di intervista mandato in onda nella precedente puntata di Report (“non posso dire di avere avuto dei sospetti, sapevo però che quello sarebbe stato uno spartiacque, avevo percepito che diventare un paladino della lotta alla ‘ndrangheta avrebbe costituito una chiave di volta nella storia personale e politica di Giuseppe Scopellitì”) non corrisponde alla realtà dei fatti per come accaduti. Se è vero che sono stato, per come mi definisce l’avvocato Canale, “un paladino alla lotta alla ‘ndrangheta”, questo non è dipeso dall’attentato al Comune di Reggio Calabria ma dalla mia incisiva e concreta azione di contrasto agli interessi della criminalità organizzata locale nel corso della mia intera carriera politica». «Se avessi voluto trarre vantaggi da un tale fatto – osserva Scopelliti –, avrei reso noti anche altri importanti episodi intimidatori ai danni miei e della mia famiglia, almeno 16, che si sono verificati negli anni in cui ho svolto la mia attività politica. Dalle molotov lanciate contro il Palazzo Comunale (con immediato arresto in flagranza di reato, nella seconda circostanza, a pochi mesi dal mio insediamento) al sorvegliato speciale che doveva uccidermi nel 2003, alla famosa bomba oggetto di discussione, alle numerose lettere intimidatorie tra cui quella delle Brigate Rosse, all’hackeraggio del fantomatico gruppo americano ‘Anonymous’, alle diverse buste contenenti proiettili indirizzate alla mia persona e alla mia famiglia, all’attentato compiuto da uomini incappucciati fuori casa mia e ad altri atti intimidatori. Per finire a quella che più mi ha turbato, l’intimidazione rivolta a mia figlia all’epoca dodicenne: atto che ha determinato l’istituzione di un servizio di scorta alla mia bambina per circa quattro anni e su cu il procuratore De Raho si impegnò in prima persona». «Episodi, questi, per buona parte denunciati soltanto alle autorità competenti – evidenzia Scopelliti – e mai prima d’oggi resi pubblici a riprova della assenza di ogni volontà di strumentalizzarli per fini personali. Ecco – scrive Scopelliti a conclusione delle sue risposte –, ritornando alla vicenda della bomba al Comune, so soltanto che quella intimidazione ha sì costituito uno “spartiacque” nella mia vita, perché da quel momento ho perso la mia libertà essendo stato sottoposto al regime di protezione con scorta per 14 lunghi anni. Una condizione che ha profondamente inciso sulla mia vita e su quella della mia famiglia».

Cesare Giuzzi per il "Corriere della Sera" il 17 giugno 2021. L'incredibile catena delle balle, che da Milano arriva ai più importanti palazzi del governo di Roma e poi a Dubai e in Uganda, si spezza davanti alla meno grave delle millanterie. Il colonnello del Sismi Guido Umberto Farinelli racconta al comandante di una compagnia dei carabinieri dell'hinterland di Milano di aver avuto, anni prima, un alterco con un ufficiale dell'Arma mentre era impegnato nella scorta a Silvio Berlusconi. Il caso vuole che i due si conoscano e che quell' ufficiale sia oggi uno dei comandanti del Nucleo investigativo dei carabinieri di Milano. Non c' è mai stato nessun alterco, né l'ufficiale ha mai sentito il nome di Farinelli. Un controllo nelle banche dati permette di scoprire che in realtà il 46enne, nato a Milano ma residente a Verona, ha una fila di segnalazioni per truffa, utilizzo di divise e distintivi. È questa circostanza a far crollare, passo dopo passo, l'immenso castello di frottole, millanterie, truffe che Farinelli era riuscito per anni a mettere insieme. E grazie alle quali era entrato in contatto con molti generali delle forze armate, funzionari di polizia e perfino ada accreditarsi con il senatore Roberto Cotti. Tanto da ottenere un attestato di collaborazione con il ministero della Difesa ed essere ricevuto con tutti gli onori in un circolo veronese dell'Esercito. Niente però, al confronto di quanto era riuscito a fare attraverso il web: modificando pagine di Wikipedia era riuscito a inserire il suo nome tra gli agenti dei Servizi che avevano partecipato al rapimento di Abu Omar, alle indagini sull' uccisione di Fabrizio Quattrocchi, all' inchiesta sui Panama papers e all' operazione per la liberazione di Giuliana Sgrena che vide la morte del funzionario Nicola Calipari. Con tanto di attestati e medaglia d' oro al Valor militare. Balle. Frottole. Menzogne che il gip Sofia Luigia Fioretta ricostruisce nell' ordinanza di custodia con la quale è stato disposto il carcere per Farinelli accusato di una lunghissima serie di reati che vanno dalla truffa, alla sostituzione di persona, fino alla falsa attestazione a pubblico ufficiale, accesso abusivo al sistema informatico, traffico di influenze, autoriciclaggio e corruzione. Le indagini, coordinate dal pm Rosaria Stagnaro e dall' aggiunto Laura Pedio, sono state condotte dai carabinieri del Nucleo Investigativo guidati da Michele Miulli, Antonio Coppola e Cataldo Pantaleo. Tra gli indagati ci sono anche un funzionario della Polaria che lo «agevolava» nei controlli alla frontiera in cambio di biglietti per lo stadio e viaggi. E anche altri appartenenti alle forze dell'ordine che hanno effettuato alcuni «accessi» negli archivi della polizia su personaggi segnalati dal 46enne. Tra questi anche nominativi di interesse dell'ex deputato Amedeo Matacena, condannato per mafia e latitante a Dubai, con cui era in stretto contatto. Poliziotti e carabinieri erano però convinti di aver a che fare con un vero 007. Così come tutti gli altri testimoni raggirati ascoltati dagli investigatori, tra i quali importanti generali delle forze armate. Ma che se ne faceva Farinelli di tutte quelle millanterie? Si faceva pagare per sedicenti importazioni d' oro dall' estero, per «aggiustare» inchieste e accertamenti della guardia di Finanza e perfino per bloccare inchieste producendo false mail di pm milanesi. Niente di vero. Ma nel frattempo intascava i soldi. Chi mai avrebbe denunciato un colonnello dei Servizi segreti?

Tutti i dubbi sul caso dell'agente segreto. Killeraggio di Mancini, chi c’è dietro il siluramento del 007. David Prati su Il Riformista il 29 Giugno 2021. Che ne è stato dei sassi che abbiamo gettato in solitaria nel quieto stagno del conformismo giornalistico sulla liquidazione di Marco Mancini, esponente di lungo corso, bravo ed esperto, dei nostri servizi segreti? Avevamo ipotizzato l’obbedienza dell’autorità delegata per i servizi segreti (il sottosegretario Franco Gabrielli) alle pressioni endogene di Report (Rai), Repubblica, La Verità, con l’aggiunta successiva di Stampa e Corriere. Silenzio. Nessuna smentita. I due bracci della tenaglia (quello mediatico nel ruolo di ispiratore e quello istituzionale che ha eseguito) erano stati messi davanti all’evidenza di come la reputazione e la stessa vita di Marco Mancini erano state messe in pericolo, senza lasciargli alcuno spazio di difesa. Come hanno reagito? Si pascono del risultato ottenuto. Coprire, dimenticare. Ma la vanità gioca brutti scherzi. Nel nostro caso il principale protagonista televisivo della pubblica garrota di Mancini non ha resistito alla lusinga di esibirsi da étoile sul palcoscenico della gloria. Ma questo ci consente di esercitarci di nuovo per dimostrare come quella alleanza continui. Al solito, da poveri don Chisciotte, convinti come Cervantes che i giganti si travestono da mulini a vento per far passare per scemo il cavaliere, ma noi non la beviamo, preferiamo la libertà. Breve sintesi delle puntate precedenti. Usando esclusivamente virgolettati delle citate testate, Il Riformista con due successive uscite (8 e 9 giugno) aveva esposto le impronte digitali del torbido che ha consentito ad ambienti dei servizi segreti di estromettere “con disonore” (Repubblica) il nostro forse miglior agente segreto, Marco Mancini – di certo il più apprezzato dalle agenzie di intelligence occidentali e il più temuto al di fuori della Nato – , grazie alla semplice reiterata esibizione della sua immagine mentre parla nel parcheggio di un autogrill con Matteo Renzi. Non esistendo foto da 16 anni di Mancini, il riconoscimento è stato ottenuto interrogando un ex agente del Sismi-Aise mascherato, consapevole di violare – lui sì – disciplina e onore. Insomma. Il legame con i servizi per eliminare uno dei servizi è lampante. Non potendo esibire alcuna condanna di Mancini, e neppure violazioni disciplinari, si procede per insinuazioni. Fino a provocare la decisione di emettere una direttiva che, annunciata l’11 maggio al Copasir e diffusa dai quotidiani immediatamente, viene formalizzata nei giorni seguenti. Ma applicata retroattivamente – un incredibile capottamento dello stato di diritto – per buttar fuori Mancini. Noi ci permettiamo a nostra volta di identificare l’immoralità di un programma moralizzatore. La coda del diavolo spunta infatti tra i ciclamini che ornano, visibili a noi ormai mistici devoti di Report, la testa del conduttore Sigfrido Ranucci, che sorride sempre, contentissimo degli scalpi della sua collezione. Che gioia far fuori la gente cattiva. Non basta farla eliminare, occorre esporne la testa tagliata su una picca. La quarta puntata di Report, divisa in tre sotto-puntate, fantastica innovazione, è stata così dedicata non a Osama Bin Laden o a Matteo Messina Denaro, ma a Marco Mancini. A Ranucci qualcosina era andato di traverso. Deve dimostrare che il suo lavoro da scotennatore aveva ragioni più profonde di un appuntamento in autogrill, per quanto a nessuno sfugga l’efferatezza di avervi incontrato Renzi, che secondo lui basterebbe e avanzerebbe. Non gli va giù di essere identificato come un killer che spara a tradimento per conto di un’ala della nostra intelligence che ritiene Mancini «una bomba a orologeria» (Carlo Bonini su Repubblica) da disinnescare prima che possa far saltare per aria l’establishment di barbe finte con patrimoni occulti molto molto veri. Ed ecco allora che si fruga in vicende di diciotto o quindici anni fa. Sono vicende per le quali Mancini è stato assolto o prosciolto. Bisogna dimostrare che magari la magistratura non ha potuto strizzargli il collo in Calabria o a Milano, ma Report invece ci riesce. Peccato che Carlo Bonini, che di questi servizi è stata buona fonte con articoli usciti in sequenza serrata negli anni su Repubblica, non abbia fatto conoscere ai suoi numerosi lettori che un giudice civile gli ha dato torto proprio sul tema. Lo scorso 7 giugno, e le carte circolano tra i giornalisti, ma nessuno chissà perché lo scrive, forse per dare la precedenza a Report, che dovrà risarcire, con l’editore Gedi, Mancini, per averne offeso la reputazione, con le ricorrenti formule di “opaco”, “uomo nero”, “doppia obbedienza”, “sussurrava all’orecchio” eccetera. Siamo in primo grado. Poi ci sarà il secondo, e si vedrà. Stessa faccenda è capitata a Fabrizio D’Esposito del Fatto Quotidiano, per un articolo diffamatorio su Mancini proprio a proposito delle vicende calabresi oggetto di Report del 14 giugno. Erano i tempi di Antonio Padellaro, la pubblicazione è del 16 marzo 2014, e l’ordinanza che condanna al risarcimento è del 12 settembre 2017. Per questa sana tempra di amici dei giudici e dei pm, i giudici contano soltanto quando danno ragione alle loro tesi. Così come il segreto di Stato è da essi inteso solo come artificio per salvare Mancini da condanne sicure. Giacomo Stucchi, senatore leghista che presiedette il Copasir dal 2013 al 2018, in questi giorni, è intervenuto in questi giorni sul caso Macini. E’ stato ignorato da tutti. Ovvio, infatti lo ha difeso vigorosamente. C’è una ragione: conosce come stanno le cose. Fu lui a richiedere alla magistratura gli atti a proposito delle gravissime minacce che imposero la scorta all’agente segreto. I membri del Copasir, così puntuti sugli autogrill, dovrebbero studiare un po’, visto che possono accedere alle carte: apprenderebbero che su certe strani addentellati che portavano le indagini in una spiacevole direzione (forse interna all’Aise), l’allora direttore dei servizi esterni, Alberto Manenti, oppose il segreto di Stato. Se ci fosse coerenza, Repubblica e Report informatissimi sul Copasir e con eccellenti agganci con i vertici, potrebbe magari scavare un pochino. David Prati

Il caso dello 007. Cosa c’è dietro il caso Mancini: intreccio tra servizi segreti, giornali e Tv. David Prati su Il Riformista il 30 Giugno 2021. Riprendiamo il discorso avviato ieri. Oggetto, il nostro 007 Marco Mancini, uno dei migliori dei quali l’Italia disponeva, messo alla porta dal governo su richiesta di un gruppo di giornali e trasmissioni televisive. Nel silenzio generale della stampa e della Tv. Torniamo allora, nel nostro racconto, a Report (Rai). Eccoci allo scoop. I giornali avevano riferito, citando i parlamentari del Copasir presenti alla riunione dell’11 maggio, che era stata annunciata una direttiva di Franco Gabrielli. Ecco cosa scrive la Stampa il 13 maggio. «Ha dichiarato Filippo Scerra, deputato del Movimento 5 Stelle e vicepresidente del Gruppo alla Camera: “Le direttive del sottosegretario con delega ai Servizi, Franco Gabrielli, specificano come i componenti dei Servizi possano incontrare giornalisti e politici solo per motivi di servizio e con la preventiva autorizzazione del vertice del Copasir. Quindi riteniamo lecito chiedere a Renzi le dovute spiegazioni per un incontro che continuiamo a considerare del tutto inopportuno. I due cosa si sono detti?”». A parte la pretesa di dar valore retroattivo a una disposizione disciplinare, magari sarebbe anche interessante applicare questa direttiva agli stessi uffici di Gabrielli e a quelli circostanti. Infatti non si è mai visto un tale piacevole trasferimento di informazioni e documenti dei servizi passati ai giornalisti amici. Il Fatto, rispetto a politici e giornalisti, elencava anche i magistrati tra le categorie cui accedere solo con permesso. Invece, chissà come, Ranucci elimina i giornalisti tra quelli cui sono vietati contatti. E scopriamo che ha pure ragione, e lo sa per rivelazione esclusiva, roba che neppure il Copasir, poveretto, sa. Report infatti, dopo essersi attribuito il merito della direttiva purificatrice, si vanta pure di poter mostrare “in esclusiva” la bolla pontificia che ha fatto scattare la ghigliottina e cadere nel cesto la testa di Mancini. In realtà appare per un solo istante, dietro la gigantografia di Gabrielli, così che non si legga (si sa che è una noia). Siamo riusciti faticosamente a trascrivere buona parte del testo volutamente spampanato. Eccolo: «L’Autorità Delegata a seguito dell’ampia eco riservata dagli organi di stampa all’incontro tra un alto dirigente del Comparto con un noto esponente politico, ha richiamato all’attenzione il rispetto delle norme comportamentali, sottolineando come condotte ordinariamente prive di disvalore e di interesse mediatico quando attuate dagli appartenenti agli OO.II. (organismi informativi, ndr), possono essere caricate di significati e piegate alle più disparate chiavi di lettura ed interpretazioni. Pertanto ha dato indicazioni affinché ogni tipologia di incontro con esponenti del mondo politico, giudiziario e, più in generale, suscettibile di esporre il Comparto alle citate criticità (sarebbero i giornalisti, ma meglio non inimicarseli, ndr), sia preventivamente autorizzata e gli esiti documentati per gli eventuali e successivi riscontri. Quanto sopra premesso, dispongo che gli incontri in argomento, da tenere sempre in coerenza con le previsioni degli artt. 44 e 45 del DPCM 1/2011, siano sottoposti alla mia preventiva autorizzazione e che gli esisti degli stessi siano documentati secondo le modalità e le procedure in vigore. La mancata ottemperanza delle presenti disposizioni configura motivo di grave profilo disciplinare». Notiamo. Rispetto a quanto detto verbalmente al Copasir i giornalisti sono compresi o no tra coloro che si possono frequentare solo con il nulla osta? Nel caso ci piacerebbe leggere la relazione consegnata dal simpatico agente spione di Report “alli superiori”. In questo periodo dovrebbero esserci pigne di relazioni: perché non c’è mai stato un movimento di carte e notizie riservate di Aisi, Aise e Dis così intenso come da quando sarebbero vietati contatti salvo autorizzazione. Ma ci dev’essere una nota bene in un’altra pagina, con il nome dei cronisti embedded. Ad esempio. Com’è che Carlo Bonini (Repubblica) ha saputo addirittura il giorno in cui Mancini andava in ferie e quando esse si concluderanno? E sempre il medesimo, in un articolo sulle vicende calabresi, che sono un must della ditta, da chi e come ha potuto apprendere che un funzionario del Sismi, citato con nome e cognome, è stato trasferito all’Aisi, presumibilmente in zona di massima esposizione al pericolo? Tutto questo non è violazione di segreto che vige per gli interna corporis delle agenzie? Ma eticamente con che coraggio si butta in pasto una persona alle mafie mentre sta lottando contro di esse? Chissà che la procura di Roma ritagli questo nostro articolo ipotizzando un’inchiesta. Improbabile. Ma basterebbe che il Copasir chiedesse se Dis, Aisi, Aise e l’Autorità delegata si siano agitati oltre che per i Babbi di Natale a Renzi anche per queste brecce nel fortino, rispetto alle quali Porta Pia era lo sbrego di una calzetta di nylon. La direttiva è anche una forma di confessione. Per licenziare Mancini senza diritto di difesa è bastata – carta canta – l’esposizione mediatica. Un bel precedente: non importa che l’incontro sia stato innocente (come pur lascia intendere la direttiva di cui sopra), basta che qualcuno per scopi suoi riproduca dieci, cento, mille volte una fotografia infilandoci dei sospetti per sgozzare la vittima designata? Che bel giochetto per i servizi stranieri. Funziona così? Chi ha passato a Bonini (13 maggio, Rep) la notizia della scorta ritirata a Mancini? La riunione era ristrettissima. Per quali ragioni Gabrielli ha piazzato questo uno-due delegittimante, e lo si è pure fatto sapere ai cronisti che tifavano perché questo accadesse? Non è questione di simpatie o antipatie, non può essere. Forse c’era da vellicare settori di intelligence piuttosto deviati sui soldi di cui garantirsi obbedienza e insieme stampa amica? Boh. Fonti del ministero dell’Interno comunicano stupore, perché la tutela era stata confermata per l’intero 2021, compresa la “vigilanza dinamica” intorno alla residenza privata. Perché Mancini, assolto da tutto, senza alcuna sanzione disciplinare, è stato eliminato e invece lo stesso Gabrielli come capo della polizia ha riaccolto i funzionari di polizia condannati per il macello messicano della Scuola Diaz a Genova? Niente nomi, ma da 3 anni e 8 mesi di condanna definitiva a promozione nella Dia c’è un salto che va molto oltre il garantismo. E’ una strana discrezionalità. E che dire del successore di Gabrielli? Cito dal Riformista del 28 maggio scorso: <Caso Shalabayeva, per il capo della polizia Lamberto Giannini la sentenza è ingiusta. Non era mai successo di sentire il Capo della polizia in carica esprimere “grave disappunto” per una sentenza della magistratura che ha condannato, in primo grado, due tra i migliori investigatori in servizio nella Polizia di Stato>. Lo fa in continuità con Gabrielli. E c’è di mezzo il sequestro di una bambina. Intanto, intorno al fatale 23 dicembre di Fiano Romano, nessuno ha fiatato alla notizia della promozione a vice dell’Aise di un dirigente con eccellenti frequentazioni, di sicuro lontano dai plebei parcheggi autostradali. Il nome trovatelo voi in questo articolo sul caso Palamara di Fiorenza Sarzanini, 6 febbraio 2018, Corriere della Sera: <Accertamenti sono in corso anche sulla ristrutturazione di una casa che Luigi Della Volpe ha affittato a partire dal 2014 ad una società di Centofanti che a sua volta lo ha subaffittato ad Amara. Della Volpe potrebbe infatti essere un ufficiale della Guardia di Finanza ora ai servizi segreti, e il sospetto degli inquirenti è che quel contratto sia in realtà fittizio e utilizzato semplicemente per l’emissione di false fatture>. Molto bene e molto giusto non trasformare un sospetto in stroncatura. Colpisce come i segugi dal naso fino abbiano appreso sì, ma poi coperto, oscurato, nascosto. Seguirà ulteriore silenzio. Va così in Italia la cui sicurezza è magnificamente tutelata dalla triade Gabrielli-Ranucci-Bonini, più qualcun altro che forse comanda ancora i servizi, ma nell’ombra. David Prati

Il testo dell’audizione parlamentare tenuta l’1 luglio da Umberto Rapetto, sul dl Cybersicurezza, pubblicato da infosec.news  e startmag.it l'1 luglio 2021. Non è facile condensare in 7 minuti il contributo di chi ha cominciato ad occuparsi di computer crime nel 1987 e di cyberdefense nel 1995. L’unico disperato tentativo è quello di leggere un testo dopo averne cronometrato la durata. La norma, forse per ridotta conoscenza dello scenario, è stata redatta senza tener conto del vero obiettivo da perseguire. La creazione di un burosauro è destinata a produrre conflitti tra le articolazioni già esistenti che non riesce necessariamente ad armonizzare, innesca ingessate dinamiche amministrative, genera un pericoloso senso di falsa sicurezza. Questo approccio all’emergenza cibernetica confligge con il buon senso e dimentica le esperienze straniere dove i Governi hanno preferito un cyber-czar o un ristretto manipolo di veri conoscitori della materia per assumere rapidamente le decisioni e muovere le pedine già operative per affrontare attacchi digitali, gestire la controffensiva, ripristinare la situazione quo ante e – nei periodi di apparente quiete – coordinare tutte le iniziative per innalzare il livello di preparazione e la capacità reattiva di chi gestisce le infrastrutture critiche e delle organizzazioni pubbliche e private che erogano servizi essenziali. La previsione di un direttore generale e di un suo vice raddoppia le possibilità di accontentare i promotori dei candidati. La loro scelta da una parte esclude che quel ruolo venga rivestito da un giovane brillante e competente che magari ha un grado o una posizione non apicale (ve lo dice chi da tenente colonnello ha catturato gli hacker entrati nei sistemi di Pentagono e NASA) e privilegia alti dignitari di una generazione lontana da queste tematiche, dall’altra apre a chiunque provenga dall’esterno della Pubblica Amministrazione. Se è vero che il 95% dei sistemi informatici non è sicuro, come dice il ministro Colao, è giusto tenere fuori da questa partita chi nella PA o alla Presidenza del Consiglio per anni ha avuto e continua ad avere responsabilità in area cyber perché probabilmente non ha le debite competenze tecniche ed organizzative oppure non ha saputo fare il proprio mestiere. Ma non vorrete farmi credere che siete convinti che nell’industria, nelle banche o nelle imprese la situazione sia migliore? Pensate alle umiliazioni subite da Leonardo (ne ho parlato anche qui e qui), ENEL (anche qui), INPS (anche qui), Vodafone e TIM, Ho.mobile (anche qui), Unicredit (anche qui), SAIPEM (anche qui), CINECA, SNAI, Geox, Luxottica (anche qui e qui), Campari, l’ANIA, l’Università di Tor Vergata, l’Ospedale San Raffaele (anche qui) e alle altre mille realtà cui – in certi contesti – andrebbe tolta la parola. Vertice a parte, situazioni di difficoltà vanno risolte con strutture snelle, rapide ad intervenire, chirurgiche nell’agire. Servono team affiatati, di poche persone con doti professionali straordinarie e capaci di giocare senza protagonismi. L’assetto ipotizzato prevede il coinvolgimento di troppi soggetti la cui inclusione deve essere solo esecutiva. Il “Nucleo per la cyber sicurezza”, ad esempio, evoca teste di cuoio e SWAT pronti a piombare in campo, a duellare contro il nemico di turno, a risolvere il problema. Invece si traduce in un conclave di rappresentanti ministeriali che si riunisce periodicamente, con la lentezza delle convocazioni e l’incertezza delle rispettive agende. I suoi componenti rispettano le regole della buona convivenza istituzionale, ma calpestano quelle della necessità di contrastare momenti di estrema drammaticità con rapidità ed effettiva capacità proattiva. Il “contingente di esperti”, in cui si prevedono 50 luminari impiegati part-time, prova il comprensibile desiderio di non scontentare nessuno e al contempo è un goffo tentativo di diluire possibili responsabilità in caso di incidente. Il “Centro Nazionale di Valutazione e Certificazione”, che viene assorbito dall’Agenzia, è una realtà che – varata nel 2019, Di Maio ministro – ancora deve avere piena operatività, testimoniando che l’obsolescenza non sembra far paura, dimenticando che due anni sono un’era geologica, Il Computer Security Incident Response Team (CSIRT), istituito nel 2018 e rivisitato l’anno successivo, sopravvive per non far torti a chicchessia ma risulta depotenziato…Qualche mutilazione tocca in sorte anche all’Agenzia per l’Italia Digitale e dulcis in fundo si prevede la migrazione delle risorse pregiate finora in carico al DIS. È evidente la nebbia che obnubila il panorama e favorisce l’avvio di altre maldestre iniziative che prevedono, però, l’assunzione di 300 superspecialisti cui affidare il nostro destino. Se è difficile capire come procedere alla loro selezione (e non ci sono così tanti “guerrieri” davvero all’altezza), incuriosisce chi dovrebbe provvedervi. Gli stessi del 95% di Colao? Immaginando che nessuno avrà domande da farmi, i quesiti per una volta li pongo io. Qualcuno ha mai conosciuto un hacker, visto che è questo che non immagina solo il quisque de populo ma si prefigura il Governo? Si conosce il livello di reale affidabilità dei pirati informatici o si è convinti di organizzare battaglioni di ascari virtuali per una estemporanea performance bellica? Si crede davvero che un Rocambole del bit sia disposto a giocare in squadra? Quanto tempo si immagina possa trascorrere prima che qualunque masnadiero cominci ad annoiarsi nel vedersi tramutato in un mezzemaniche? E poi chi dovrebbe incarnare il sergente di ferro che tiene a bada tante primedonne? Soprattutto per quale motivo non c’è traccia di un percorso formativo (che avrebbe dovuto e potuto avviarsi trent’anni fa) o di una scuola che sensibilizzi il management pubblico e privato, crei capacità di committenza (invece di lasciar mano libera ai fornitori), istruisca chiunque è parte del sistema così da evitare quelle banali imprudenze all’origine di troppi disastri? Perché non si procede ad un’opera di razionalizzazione delle risorse esistenti, costringendole a funzionare e trasformando dannose sovrapposizioni in utili complementarità? Perché non ci si capacita del tempo perso in chiacchiere e convegni e non si tirano le somme del “non fatto finora”, dal decreto Monti del 2013 a oggi? Perché si pensa di stanziare 429 milioni di euro se non si immagina nemmeno dove e come andranno spesi e oggi invece lo si dovrebbe sapere al centesimo? Per quale dannato motivo non si copia il modello statunitense senza aver timore di riconoscerne limiti e difetti? Perché non si prova a calcolare il tempo necessario per una decisione che dovrebbe essere istantanea grazie ad un diretto link tra il leader e il suo cyber-centurione e invece si prevede una estenuante e imperitura sequenza di passaggi in cui ognuno fatica a prendersi le responsabilità che gli competono? Se qualcuno, nella sua adulazione vocazionale, vi dirà che il provvedimento è perfetto, siate certi che aspira soltanto ad una collocazione in sella o nel ventre della nascente creatura.

(ANSA il 15 luglio 2021) - "Per l'audizione del dottor Marco Mancini al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica non resta che fare un applauso al Parlamento che si dimostra, come purtroppo non sempre è stato, davvero “sovrano”. Ascoltare, valutare, approfondire e controllare è non solo un dovere costituzionale ma anche un adempimento del ruolo e dei doveri propri del parlamentare, che non devono e non possono venire meno per ragioni di piccola propaganda politica". Così il deputato Angelo Tofalo (M5S). "Bene dunque soprattutto - osserva Tofalo-che il presidente Draghi abbia autorizzato il dottor Mancini a rispondere positivamente alla richiesta di audizione del Copasir. Un servitore dello Stato come lui se davvero lascerà il servizio almeno potrà lasciarlo con l'onore della verità, lasciando agli atti del Copasir quella verità storica che spesso è radicalmente diversa da quella rappresentata dalle inchieste giornalistiche. In un Paese democratico nessuno deve avere paura della verità".

Giuliano Foschini e Giovanna Vitale per "la Repubblica" il 15 luglio 2021. A pochi giorni dal suo pensionamento dai Servizi segreti, Marco Mancini - la spia italiana al centro dei fatti italiani più delicati degli ultimi 30 anni - apre una partita che potrebbe avere ripercussioni, importanti, dal punto di vista politico. Racconta infatti del suo rapporto con l'allora premier Giuseppe Conte e soprattutto con l'ex direttore generale del Dis, Gennaro Vecchione, fedelissimo dell'ex presidente del Consiglio. E lo fa davanti al Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza, al termine di un'audizione improvvisa e assai contestata dal Partito democratico (il deputato Enrico Borghi ha infatti deciso di disertare la seduta) ma fortemente voluta dal nuovo presidente del Comitato, il senatore di Fratelli d'Italia Alfonso Urso. Mancini è stato chiamato per dare spiegazioni sul suo incontro in autogrill, avvenuto alla vigilia dello scorso Natale, con Matteo Renzi. Incontro registrato - grazie al cellulare di una passante che aveva riconosciuto il leader di Italia viva, questa la ricostruzione che fin qui è stata fatta - e poi mandato in onda su Rai3 dalla trasmissione Report. Proprio dopo la pubblicazione del video, e le arrabbattate spiegazioni su quanto era accaduto, il governo Draghi aveva deciso la sostituzione di Vecchione con Elisabetta Belloni, attuale numero uno del Dis. Mentre a Mancini era stato proposto di rientrare nei Carabinieri, dove si era arruolato alla fine degli anni '70, e di fatto spinto verso il prepensionamento. Eppure, ancora ieri, l'ex 007 ha raccontato che dietro l'appuntamento con Renzi non c'è stata, dal suo punto di vista, alcuna anomalia. Nel corso dell'audizione segreta avrebbe spiegato infatti che del faccia a faccia era stato informato Vecchione. E che non era stato certo il primo: gli capitava spesso di vedere parlamentari, seppur tenuto all'obbligo di riservatezza che tutti i dirigenti del Servizio devono rispettare in questi casi. Tali incontri erano stati autorizzati per iscritto dal suo ex capo. E, d'altronde, non erano vietati: lo sono diventati solo dopo, in seguito allo scandalo dell'autogrill. Mancini avrebbe rivelato poi che di questi rendez-vous era al corrente anche il premier, col quale intratteneva rapporti assolutamente cordiali. Al punto che in più occasioni - ha aggiunto l'ex dirigente dell'Intelligence - gli era stata promessa la vicedirezione del Dis: oltre che da Conte, anche da Vecchione e dal ministro degli Esteri Di Maio. E sull'incontro con Renzi ha ribadito che si era trattato di un semplice scambio di auguri. Durante il quale gli avrebbe davvero consegnato gli ormai famosi "Babbi", i wafer di cioccolato. Arrivando persino a esibire la ricevuta della carta di credito con cui li ha acquistati. Un'audizione «illegittima» secondo il Pd, che accusa il presidente del Copasir di non aver seguito le procedure corrette. Ma Urso si difende: «Ho fatto tutto secondo le regole e ho informato il premier Draghi». Tuttavia la Lega, che dall'elezione di Urso al posto di Raffaele Volpi alla presidenza del Comitato non ha più indicato nuovi componenti a sostituire i dimissionari, si schiera con il partito guidato da Enrico Letta. «Le dimissioni degli esponenti della Lega dal Copasir avevano e hanno fondamento, come confermato anche dal Pd - fanno trapelare da via Bellerio -. Meglio tardi che mai, anche a sinistra convengono che il Copasir ha bisogno di una guida equilibrata, senza subire continue tensioni politiche che nulla hanno a che vedere con un organismo di garanzia. Siamo sicuri che i presidenti di Camera e Senato sapranno maturare una saggia decisione». Il sospetto è che FdI voglia utilizzare il Comitato di controllo sui Servizi contro il governo Draghi.

Francesco Bechis per formiche.net il 7 ottobre 2021. Marco Mancini non sceglierebbe Antigone, “la morale non c’entra con il rispetto della norma”. L’integrità dello Stato viene prima di tutto. Anche al prezzo, se necessario, della verità. A pochi mesi dal pensionamento che ha chiuso anticipatamente una lunga carriera nell’intelligence, prima nel Sismi di Nicolò Pollari, poi come dirigente del Dis, Mancini riappare dietro a una cattedra universitaria. In un’aula dell’Università di Pavia, invitato da Alessandro Venturi, professore di Diritto pubblico e amministrativo nell’ateneo lombardo, l’ex 007 tiene una lezione sul “Segreto di Stato”. È la prima volta che parla in pubblico da quando ha lasciato il suo ufficio a Piazza Dante. La prima da quando è scoppiata la polemica politica sul suo incontro in Autogrill insieme all’ex premier Matteo Renzi, nel dicembre del 2020. Un episodio che ha riaperto il dibattito sull’opportunità per un agente in servizio di incontrare politici e sulla necessità di un’autorizzazione ufficiale da parte dei suoi dirigenti (nel caso specifico, il direttore generale del Dis). Mancini è un “veterano” dei Servizi. Protagonista di vicende che hanno segnato la storia dell’intelligence italiana. Fra le altre, il salvataggio della giornalista Giuliana Sgrena nel 2003, rapita in Iraq e liberata con un’operazione in cui ha perso la vita l’agente del Sismi Nicola Lipari. Prima ancora l’impegno come brigadiere dei Carabinieri nella squadra del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Un agente segreto di grande esperienza, apprezzato da alcuni, criticato da altri. Oggi rompe il silenzio di fronte a un centinaio di studenti, in presenza e collegati online, per parlare di un argomento che ha toccato da vicino i suoi 37 anni di carriera nei Servizi segreti italiani. Si può dire in effetti che Mancini, a suo modo, abbia fatto “giurisprudenza” sul segreto di Stato. È il caso del rapimento nel 2003 di Abu Omar, l’imam della Moschea di Milano accusato di terrorismo e prelevato dalla Cia con la collaborazione dell’intelligence italiana. Allora fu proprio la Corte Costituzionale ad annullare una sentenza in appello a nove anni per Mancini perché “l’azione penale non poteva essere proseguita per l’esistenza del segreto di Stato”. Incalzato da uno studente, Mancini si limita a dire che “tutte le sentenze vanno rispettate”, ma spiega anche: “Se non si conosce il contenuto del segreto di Stato, come si fa a sapere con certezza cosa sarebbe successo senza quel segreto?”. Dopotutto è una prerogativa prevista dalla legge, dice Mancini. L’istituto del segreto di Stato è definito nel dettaglio dalla più grande riforma dell’intelligence italiana, la legge 124 del 2007, oltre che dalla giurisprudenza della Consulta. “Lo Stato è come una persona che guarda, osserva, tace e si rifiuta di riferire certe notizie per la sua salvaguardia, nel rispetto delle norme che si dà”. La lezione di Mancini viaggia in punta di diritto, da un comma all’altro. Ogni tanto inframezzata da una precisazione, “non sto parlando di cose che mi riguardano personalmente”. Anche se a tratti riaffiora un filo di criticismo. “Sono grato al mio Paese per il servizio, è stata un’avventura meravigliosa – confessa agli studenti, per poi tirare una stoccata a chi non lesina critiche al suo “periodo in attività” – forse si dovrebbe tacere quando non si conosce”. “Tacere”, appunto. È quel che lo Stato chiede con il segreto previsto dalla legge quando la verità mette a rischio la sua sicurezza. “Spesso la violazione del segreto di Stato è un reato più grave di quello confessato”, dice Mancini. Anche per questo, ricorda, c’è solo un organo che può infrangere quel muro del segreto di Stato: la Corte Costituzionale. Neanche il presidente della Repubblica ha diritto a rivelare segreti di Stato, spiega l’ex agente, e lo stesso vale per il Parlamento. “Il segreto di Stato è opponibile anche al Copasir (il comitato parlamentare di controllo dei Servizi, ndr)”, dice Mancini, che dal comitato bipartisan di Palazzo San Macuto, oggi presieduto dal senatore di Fdi Adolfo Urso, è stato audito pochi mesi fa (scelta contestata dal responsabile Sicurezza del Pd e componente del comitato Enrico Borghi). Comitato che comunque resta “una struttura parlamentare importante, una garanzia democratica, talmente importante che il presidente è affidato dalla legge all’opposizione”. Certo, non è facile capire quando il ricorso al segreto di Stato si trasforma in una censura o in una limitazione delle garanzie democratiche, fanno notare dubbiosi due studenti all’ex Sismi. Il sequestro di persona, ad esempio, può davvero essere coperto da quel segreto? Lui risponde che le garanzie ci sono. “Se si ritiene che siano stati compressi dei diritti costituzionali, si raccolgono le firme e si va davanti alla Corte Costituzionale”. “I Nar, le Brigate rosse, il terrorismo sono state sconfitti con la democrazia, grazie a strumenti del sistema politico e giudiziario”. A volte senza raccontare tutta la verità. “È anche questa una forza dello Stato – sospira Mancini – si deve fidare dei propri funzionari, sapere che quando è necessario eserciteranno il silenzio”.

Dagonews il 9 ottobre 2021. Armando Spataro si dimette da docente dell’Università di Pavia, dopo la lezione sul segreto di Stato tenuta nello stesso ateneo il 7 ottobre dall’ex agente segreto, Marco Mancini. Spataro è stato procuratore aggiunto a Milano e poi procuratore della Repubblica a Torino. Indagò sul caso Abu Omar, l’imam sequestrato a Milano nel 2003 da un gruppo di americani della Cia con l’aiuto del Sismi, il servizio segreto militare italiano. Mancini era il capo della Divisione controspionaggio del Sismi. Per quel sequestro di persona fu arrestato, poi condannato in appello a 9 anni, infine salvato dal segreto di Stato…

Gianluca De Maio per "la Verità" il 22 aprile 2021. Non sappiamo quale sia stato l' approccio del Copasir. D' altronde mentre il generale era in audizioni ben 37 costituzionalisti si sono riuniti virtualmente per lanciare l' allarme democratico. «Nelle democrazie pluraliste contemporanee la separazione dei poteri, uno dei cardini dello Stato di diritto, si declina, necessariamente, anche come garanzia delle opposizioni e del loro ruolo costituzionale». È scritto nella lettera-appello inviata al presidente della Camera, Roberto Fico, e al presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati affinché si superi la situazione di stallo che si è creata nel comitato con la nuova maggioranza che si è creata con il governo Draghi e l'applicazione di quanto previsto dalla legge che attribuisce la presidenza del Copasir, che svolge il delicato compito della vigilanza parlamentare sulle agenzie di intelligence, all' opposizione e quindi a Fratelli d'Italia. Tra i 37 firmatari dell'appello spiccano i nomi di Antonio Baldasarre e Valerio Onida, entrambi presidenti emeriti della Corte costituzionale. Resta ora da capire quale sarà la risposta dei presidenti d' Aula. In fondo l' audizione di ieri ha palesato il problema. Al tempo stesso le stringenti necessità della pandemia non possono certo attendere il Parlamento. Il lavoro di Figliuolo deve andare avanti indipendentemente dalla composizione del Copasir. Spetta agli stessi partiti trovare il proprio punto di caduta.

ITALIA-RUSSIA, RITORNA LA GUERRA FREDDA E NON HO NIENTE DA METTERMI. Un ufficiale della Marina avrebbe venduto segreti della Nato a due diplomatici (espulsi) di Putin. Alberto Negri su Il Quotidiano del Sud l'1 aprile 2021. Volevate il vaccino Sputnik e liberarvi dai domiciliari? Macché è tornata la guerra fredda e non abbiano niente da metterci, come avrebbe detto la grande attrice Livia Cerini. Due ragazzi al bar: un ufficiale dei servizi della Marina e un giovane del GRU, i servizi militari russi in carico all’ambasciata a Roma. Il dossier, per quattro soldini, che scambia l’ufficiale italiano riguarda le manovre Usa e Nato nei Balcani e nel Mediterraneo, sulle quali Manlio Dinucci ha già dato ampie descrizioni sul Manifesto. Insomma basterebbe leggere i giornali. Li hanno beccati e prontamente Elisabetta Belloni, segretario generale della Farnesina, già ieri mattina ha incontrato l’ambasciatore russo per comunicare l’espulsione di due incaricati militari russi dall’Italia. Ineccepibile. La Belloni come Eva Kant, non sbaglia un colpo.

OPERAZIONE NOSTALGIA. Poi c’è il resto e scatta l’operazione Nostalgia. Dove vanno a parare in politica estera Draghi, Di Maio e la Farnesina? Il presidente del consiglio e il suo ministro degli esteri – al quale una volta piaceva così tanto la Cina – sono stati dichiarati abili e arruolati sul fronte anti-Pechino. Su quello anti-russo c’erano già. Ricordate il discorso di insediamento di Draghi: attaccò Putin su Navalny ma non disse una parola sul generale Al Sisi, Regeni o Zaki. A lui interessa sapere cosa pensa la Casa Bianca per posizionarci sulla scacchiera, non cosa pensiamo noi cittadini dei diritti umani o della giustizia. Draghi applica alla lettera il nuovo manuale Biden-Blinken del “perfetto alleato”. Non come la Merkel che vuole completare il gasdotto Nord Stream 2 con i russi.  Così, per dare un tocco sicuramente apprezzato oltreoceano, il premier e la Farnesina hanno dato ordine di votare contro la risoluzione presentata al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite sulle ripercussioni negative delle sanzioni economiche a Cuba e altri Paesi, come Venezuela, Siria ed Iran. Sul blocco di Cuba ne sappiamo mentre si cerca di tenere nascosto che le sanzioni Usa ed europee a Damasco stanno impedendo qualunque ricostruzione del Paese e affondano pure il Libano con il congelamento dei conti siriani nelle banche di Beirut. Il caso di Cuba è illuminante perché in piena pandemia l’anno scorso l’Avana mandò in Italia un’equipe di 53 medici. La risoluzione Onu è passata lo stesso ma vale la pena ricordare che l’anno scorso, in aprile, a sole tre settimane dall’arrivo della Brigata cubana Henri Reeve, in occasione dell’Assemblea Generale Onu la Ue – di cui facciamo parte – votò insieme agli Usa per respingere una risoluzione proposta dalla Russia per sospendere le sanzioni data l’emergenza coronavirus. Con i cubani in casa ad aiutarci non abbiamo avuto neppure il ritegno di astenerci. Il nostro servilismo verso Washington ha solide radici ma soprattutto non ha limiti. E ora trova un’ottima occasione per essere applicato a Russia e Cina. Come spiegava sul Manifesto Manlio Dinucci partecipiamo a una gigantesca esercitazione militare, Defender-Europe 21, dove gli Usa guidano gli alleati Nato a resistere all’”attacco” di Mosca. Così con il passaporto Covid, mentre stiamo chiusi in casa, migliaia di soldati passeranno da un Paese all’altro per contrastare “l’infiltrazione di Mosca nei Balcani” dove ormai è rimasta solo la Serbia, da noi bombardata nel ’99, ad avere un atteggiamento filo-russo.

IL NEMICO CINESE. Ma la cosa interessante è che nell’esercitazione verranno utilizzate tutte le rotte marittime e terrestri che collegano l’Europa all’Asia e all’Africa. Perché? C’è un altro nemico, ancora più fastidioso di Putin, da tenere a bada ed è la Cina con la Nuova via della Seta, la Belt and Road Initiative (Bri) riadattata al contesto marittimo, la cosiddetta Maritime Silk Road, o Via della Seta marittima, dove il Mediterraneo e Suez hanno un ruolo chiave. Lo ha detto con chiarezza il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg: “La Nato sarà chiamata a occuparsi sempre più della sfida cinese, adattando il suo approccio strategico”. Ed ecco il punto chiave, la vera novità. L’Alleanza atlantica ha una nuova ed esplicita missione: contenere Pechino. Così Biden e Blinken hanno preso per il bavero gli italiani intimando di mollare subito l’accordo della Via della Seta. Ce lo ripetono ogni due-tre giorni. E pensare che nel 2018 Xi Jinping veniva accolto con tutti gli onori da Mattarella, Conte e Di Maio. Come per altro nel 2010 avevamo ricevuto Gheddafi con i tappeti rossi per bombardarlo sei mesi dopo. La nostra politica estera, se per caso diventi “amico” dell’Italia, è il bacio della morte. Siamo così dei “bravi ragazzi” che abbiamo già accontentato gli americani – come chiedeva pure Trump – e venduto il porto di Trieste non ai cinesi ma ai tedeschi di Amburgo. Come tutti i camerieri solerti anticipiamo le richieste del padrone. Gli Usa adesso, come “premio”, ci riportano nella Libia – che loro insieme a francesi e inglesi hanno distrutto – dopo che Di Maio di recente si è presentato a Tripoli con l’Eni, che una sua politica estera, sia pure ambigua, ce l’ha sicuramente più della Farnesina.

DRAGHI IN LIBIA. Perché adesso gli americani mandano Draghi in Libia? In Tripolitania siamo ospiti della Turchia che si oppone alla Russia di Putin. Quale è lo scopo? A Blinken, che nel 2011 fu un accesso sostenitore dei raid su Gheddafi, la presenza russa dà un enorme fastidio e l’Italia viene chiamata a fare il suo ruolo in funzione anti-russa. E vedrete che anche Erdogan, con un’economia collassata, potrebbe essere d’accordo con Washington. Il gioco si fa duro anche per noi se gli Stati uniti di Biden vogliono contrastare Putin proprio davanti a casa nostra. Ma da un pezzo, come dimostra anche il triste caso di Cuba, non abbiamo una vera e propria politica estera autonoma, nell’illusione, già ripetutamente naufragata, che gli altri possano proteggere i nostri interessi. Consoliamoci con Guantanamera, a tutto volume, con due ragazzi al bar.

Qualcuno guadagnerà dal caso Walter Biot (e non sarà l’Italia). Emanuel Pietrobon su Inside Over l'1 aprile 2021. La giornata del 31 marzo è stata monopolizzata dalla diffusione di una notizia che ha gettato nello sconcerto l’opinione pubblica e il governo Draghi: il Cremlino avrebbe adescato un ufficiale della Marina militare italiana, tal Walter Biot, persuadendolo a cedere informazioni riservate e classificate in cambio di denaro. Determinanti i problemi economici dell’uomo, provocati dalla pandemia e abilmente strumentalizzati da un reclutatore di stanza presso l’ambasciata russa a Roma. Colti sul fatto, ovverosia al momento dello scambio, i due hanno subito dei destini radicalmente differenti: il militare italiano è stato tradotto in carcere, da dove attenderà un processo per rivelazione di segreti militari a scopo di spionaggio, mentre l’omologo russo ed il suo superiore sono stati fatti oggetto di un ordine di espulsione da parte di Luigi di Maio, titolare della Farnesina. La domanda, come sempre in questi casi, è la seguente: Cui prodest? A chi giova il deterioramento delle relazioni bilaterali tra Cremlino e Palazzo Chigi in un momento delicato quale attuale? Sicuramente né all’Italia, entusiasticamente in fermento per la cooperazione vaccinale e un possibile lenimento delle sanzioni russe ai prodotti alimentari nostrani, né alla Russia, che si gioca la fiducia di una storica “voce amica” all’interno della Comunità euroatlantica, ma ad un insieme variegato di giocatori accomunati dall’obiettivo di aumentare le frizioni lungo l’asse Roma–Mosca.

Qualcosa non torna, parla Mori. Il 31 marzo ha avuto delle accezioni profondamente diverse per Italia, Austria, Francia e Germania, sebbene tutte legate alla Russia. Per noi il 31 marzo è la data dell’arresto del capitano di fregata Walter Biot, dato in pasto al pubblico il giorno dopo, per Vienna è la conferma dell’esistenza di un tavolo negoziale per l’acquisto di un milione di dosi di Sputnik V e per Berlino e Parigi è il giorno di una video-conferenza a tre fra Angela Merkel, Emmanuel Macron e Vladimir Putin durante la quale si è discusso di cooperazione multisettoriale. Il 31 marzo, in breve, è stato funesto soltanto per l’Italia, la cui timida corsa in direzione della Russia, nel nome della cooperazione vaccinale e della mitigazione dell’embargo alimentare, ha subito un brusco arresto. Come abbiamo spiegato in occasione dello scoppio dello scandalo spionistico, è altamente probabile che il Cremlino reagisca all’espulsione dei due funzionari in maniera simmetrica, oppure “asimmetrica al ribasso”, perché non è nel suo interesse un ulteriore deterioramento delle relazioni bilaterali con Roma. Se al caso seguiranno ritorsioni di una certa gravità, riguardanti Sputnik V, sanzioni e altri dossier, esse proverranno da parte italiana. Perché come ha spiegato Mario Mori, ex direttore del Sisde, c’è qualcosa che non torna nella vicenda: la canea (forse) voluta da qualcuno per ragioni politiche.

Cui prodest? Mori, non certo un dietrologo da bar, si è detto meravigliato dal “clamore” mediatico del caso, osservando come “potrebbe trattarsi della solita, banale lingua lunga di qualche nostro funzionario che parla con la stampa, però mi sembra strano, perché conosco quelli che lavorano in quel settore e non hanno la lingua lunga”. Conoscendo l’ambiente dello spionaggio e ricollegando la vicenda al clima guerrafreddesco che sta avvolgendo l’arena internazionale, ne consegue, secondo Mori, che potrebbe aver avuto luogo una “fuga di notizie” data da “qualche decisione a livello governativo, anche in un quadro di valutazione di politica generale”. L’ex direttore del Sisde non ha dubbi: “il caso è stato ingigantito, perché tutto sommato quell’ufficiale, un tenente colonnello con quella collocazione, non è che poteva avere i segreti della Nato”. Di nuovo, la domanda è sempre la stessa: cui prodest? L’ingigantimento del caso, con annesso un possibile deterioramento delle relazioni bilaterali tra Roma e Mosca, potrebbe giovare soltanto a quattro attori: Washington, Berlino, Parigi e la lobby atlantica nostrana. La stampa specializzata, del resto, ha già intravisto dei possibili messaggi subliminali nel caso Biot – il cui adeguato leveraggio potrebbe consentire al governo Draghi di reiterare alla Casa Bianca il fermo posizionamento atlantico dell’Italia, nonché di ridurre ulteriormente i sentimenti russofili di una certa area politica, ottenendo in cambio dei maggiori margini di manovra nel Mediterraneo –, ma non ha approfondito l’altra pista: quella di un possibile sabotaggio ordito tra Parigi e Berlino a danno della consolidata tradizione diplomatica dell’Urbe, in dialogo attivo (e proattivo) con Mosca anche ai tempi della Guerra Fredda. Il tempo aiuterà a comprendere chi ha perduto e chi ha guadagnato dal caso Biot, ma qualcosa già la sappiamo: presagi funesti ed eventi lugubri accadono ogniqualvolta fra Palazzo Chigi e Cremlino vi siano prove di riavvicinamento (il “Savoinigate” docet) e, del resto, mentre a Roma si piangeva, a Berlino e Parigi si rideva (in compagnia di Mosca). Mori ha sollevato dei dubbi legittimi; al pubblico l’onere di riflettere sulle zone grigie dello scandalo e di rammentare qual è il contesto che sta facendo da sfondo all’intera vicenda: la nuova Guerra Fredda.

La “richiesta” di Biden all’Italia: arriva la prova di fedeltà. Lorenzo Vita su Inside Over il 2 aprile 2021. Chi ha fatto uscire la notizia sull’arresto di Walter Biot e perché. Deve essere questa la domanda che bisogna porsi dopo che lo scandalo ha superato il recinto di via XX Settembre diventando di dominio pubblico. Perché se è vero che l’informazione è importante, e se è fondamentale per un Paese democratico che tutto sia fatto in modo trasparente e alla luce del Sole, è altrettanto evidente che un affaire di spionaggio non rientra tra le categorie fisiologicamente “trasparenti” di uno Stato. Le operazioni di intelligence esistono da quando probabilmente esiste una qualsiasi forma di potere. E l’Italia, territorio di caccia per le grandi potenze, non è mai stata estranea a questo genere di operazioni. Né può dirsi semplicemente vittima di questo gioco, avendo anche noi servizi segreti di livello assoluto.

Perché tanto clamore? Sgombrato il campo dalla sorpresa con cui molti sembrano aver scoperto che in Italia esistono le spie, il problema adesso è capire perché questo livello di segretezza che da sempre contraddistingue le operazioni di intelligence sia stato completamente infranto nel caso Biot. Cosa è scattato per rendere questo affaire di spie un affare di Stato? Chi ha dato il via a un’operazione mediatica senza precedenti sul fronte del controspionaggio? Le risposte probabilmente non arriveranno mai in via definitiva. Ma come in ogni analisi, bisogna partire dal “cui prodest”. Chi aveva interesse all’esplosione della bolla evitando che l’arresto e l’espulsione rimanessero un “gioco di spie” rinchiuso nei fascicoli delle procure e delle agenzie di sicurezza. Partiamo da un presupposto: non è la prima volta. Casi di tradimenti, ricatti, compravendita di dossier e uomini che passano al nemico sono abbastanza comuni nel mondo dell’intelligence. Lo ha spiegato in modo molto chiaro ad AdnKronos l’ex generale del Sisde Mario Mori, che infatti si meraviglia soprattutto del clamore. “Per come si è sviluppato e per le mie conoscenze del servizio segreto russo, in particolare del Gru, si tratta di un caso classico. Quello che mi meraviglia è perché si sia dato questo clamore al caso” dice Mori. E lancia la prima bordata: “Potrebbe trattarsi della solita, banale lingua lunga di qualche nostro funzionario che parla con la stampa, però mi sembra strano, perché conosco quelli che lavorano in quel settore e non hanno la lingua lunga. E allora forse c’è qualche decisione a livello governativo, anche in un quadro di valutazione di politica generale. Penso non si tratti, dunque, di una fuga di notizie, se non voluta. Credo, insomma, si tratti di una valutazione che deve aver fatto l’organo di governo”. L’intervista a Mori è lunga e tocca diversi punti, dalla definizione di “atto ostile” data da Luigi di Maio – “gli atti ostili li fanno tutti, anche gli americani, gli inglesi, i cinesi” – fino ai metodi del Gru, “sempre gli stessi” dice Mori. Ma il tema della scelta politica di fare uscire la notizia è qualcosa su cui vale la pena riflettere.

Un ordine dall’alto. L’impressione è che in questo caso abbia prevalso non tanto la trasparenza, che è sempre apprezzata, quanto l’utilità in termini di politica interna ed esterna. L’Italia aveva bisogno di un elemento per dimostrare qualcosa: un messaggio erga omnes che deve andare a mettere dei puntini sulle “i” non solo in ambito interno ma anche verso gli alleati del governo in ambito internazionale. E non è detto che l’ordine non sia partito proprio da Palazzo Chigi. Il Messaggero riferisce che “Mario Draghi ha voluto che l’arresto del militare italiano e il fermo del diplomatico russo venissero comunicati immediatamente ai presidenti delle commissioni Difesa ed Esteri e al Copasir. E che Di Maio ne chiedesse conto all’ambasciatore russo a Roma”. Tesi che a questo punto sembrerebbe accreditata dallo stesso Mori e da molti analisti. C’è un intento che va ben al di là del singolo caso. La questione è particolarmente importante se si ricordano due elementi. Il primo riguarda i partiti che sostengono l’attuale maggioranza. Due in particolare, Lega e Movimento 5 Stelle, sono sempre stati accusati di avere in qualche modo legami con la Russia. E questi rapporti sono stati una spada di Damocle importante per il governo giallo-verde del primo Conte, tanto è vero che come primo atto del nuovo corso giallorosso vi fu l’arresto di una spia russa proprio in Italia, Aleksander Korshunov. Segnale che non può essere considerato casuale. L’intento di accreditarsi come nuovo premier filo-americano serviva a Giuseppe Conte per evitare di rimanere in un’impasse molto pericolosa, specialmente per la nuova alleanza con il Partito democratico.

Atlantismo e i timori di Biden. Draghi rispetto a Conte viene da tutt’altra storia e ha un curriculum che parla da sé. Atlantismo ed europeismo sono stati da subito il marchio di fabbrica del nuovo esecutivo sostenuto dalla maggioranza trasversale. E non è un caso che il premier abbia usato quei termini dopo che per anni gli Stati Uniti hanno accusato Palazzo Chigi, tra le righe, di essere troppo tentennante. L’Italia arrivava dai camion militari russi a Bergamo e i medici cinesi accolti festosamente, ma quelle immagini raffiguravano rapporti amichevoli che a Washington non sono mai piaciuti E questo ha indubbiamente creato dei problemi all’interno dei palazzi romani e dei referenti Usa. Draghi non ha certo bisogno di dimostrare la sua convinzione nell’asse euro-atlantico: ma in questo senso l’arresto di Biot può servire anche a far capire ai suoi stessi alleati che in Italia non si accetteranno scivolamenti verso Oriente, sia che esso si chiami Pechino o che si chiami Mosca. E l’arrivo di Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti non può che essere stato un momento di passaggio fondamentale. Un dato forse chiarisce più di tutti l’importanza dei partiti italiani nell’ottica della sfida americana alla Russia. Nel dicembre del 2017 uscì un articolo su Foreign Affairs a firma di Biden e del suo conigliere per l’Eurasia, Michael Carpenter, sulle infiltrazione di Mosca nella politica europea. Si parlava anche dell’Italia e venivano citati due partiti in particolare: Lega e Movimento Cinque Stelle. E fa riflettere che meno di quattro anni fa l’attuale presidente americano considerava i due più grandi partiti che sostengono di Draghi come elementi sostenuti dal Cremlino. Il mondo certamente è cambiato: ma la mentalità da Guerra Fredda di Biden evidentemente ha bisogno di alcuni simboli. Garanzie da parte di Roma che la visione atlantica non cambi, nonostante fughe in avanti verso la Via della Seta o Sputnik che di certo in molti non hanno apprezzato.

 (ANSA il 31 marzo 2021) - Un ufficiale della marina militare italiana è stato arrestato dai carabinieri del Ros, dopo essere stato fermato assieme ad un ufficiale delle forze armate russe: entrambi sono accusati di gravi reati attinenti allo spionaggio e alla sicurezza dello Stato. L'intervento è avvenuto in occasione di un incontro clandestino tra i due, che sono stati sorpresi mentre l'ufficiale italiano cedeva all'altro dei documenti "classificati" in cambio di soldi. La posizione del cittadino straniero è tuttora al vaglio in relazione al suo status diplomatico. Il capitano di fregata della marina militare e l'ufficiale accreditato presso l'ambasciata della federazione russa sono stati fermati ieri sera. L''intervento è stato effettuato dai carabinieri del Ros, sotto la direzione della Procura di Roma, e l'attività informativa è stata condotta dall'Agenzia Informazioni Sicurezza Interna, con il supporto dello Stato maggiore della Difesa. In relazione a quanto riportato dagli organi di stampa circa l'operazione condotta ieri dai carabinieri del ROS, sotto la direzione della Procura della Repubblica di Roma, la Farnesina rende noto che il Segretario Generale del Ministero degli affari esteri, Elisabetta Belloni, ha convocato al Ministero questa mattina - su istruzioni del Ministro Luigi Di Maio - l'Ambasciatore della Federazione Russa presso la Repubblica Italiana, Sergey Razov. Il capitano di fregata della marina militare arrestato avrebbe ceduto, tra i dossier riservati, anche documenti Nato all'ufficiale accreditato presso l'ambasciata della federazione russa. Al momento è attesa la convalida del fermo e sulla vicenda anche la Procura militare ha aperto un fascicolo. "Confermiamo il fermo il 30 marzo a Roma di un funzionario dell'ufficio dell'Addetto Militare. Si verificano le circostanze dell'accaduto. Per adesso riteniamo inopportuno commentare i contenuti dell'accaduto. In ogni caso ci auguriamo che quello che è successo non si rifletta sui rapporti bilaterali tra la Russia e l'Italia". Lo riferisce in una nota l'ambasciata russa a Roma. Cinquemila euro in contanti. E' quanto il militare dell'esercito russo avrebbe dato al capitano di fregata arrestato oggi in cambio di documenti militari classificati. Il denaro è stato sequestrato al momento dello scambio dopo l'intervento del Ros. In base a quanto si apprende i due si erano accordati anche su una cifra più bassa, circa quattromila euro, per la cessione di documenti avvenuta in passato. Nei confronti del militare italiano, attualmente detenuto, l'accusa è di procacciamento di notizie concernenti la sicurezza dello Stato, spionaggio politico e militare, diffusione di notizie di cui è vietata la divulgazione.

Dagonews il 31 marzo 2021. Chi è Walter Biot, l'ufficiale della Marina arrestato per spionaggio? Il capitano di fregata, come rivela l'Ansa, era in servizio all'ufficio Politica Militare dello Stato maggiore della Difesa. In passato è stato il responsabile della Pubblica Informazione e Comunicazione e delle Relazioni Istituzionali della Difesa quando era ministro Roberta Pinotti, durante il Governo Renzi. E' stato anche membro della Commissione esaminatrice del concorso per allievi marescialli della Marina militare. Entrò al ministero quando in sella c'era Ignazio La Russa (2008-2011). Oggi, al III Reparto, aveva compito di classificare i documenti.

Fiorenza Sarzanini per corriere.it il 31 marzo 2021. L’ufficiale della marina militare italiana Walter Biot (un capitano di fregata) è stato arrestato nella serata di ieri, martedì 30 marzo, dai carabinieri del Ros, dopo essere stato fermato assieme ad un ufficiale delle forze armate russe. I due sono accusati di gravi reati attinenti allo spionaggio e alla sicurezza dello Stato.

L’intervento è avvenuto in occasione di un incontro clandestino tra i due, che sono stati sorpresi mentre l’ufficiale italiano cedeva all’altro dei documenti «classificati» in cambio di denaro.

Arrestato il capitano di fregata, l’ufficiale russo sarà espulso. L’ufficiale russo, che era in servizio presso l’ambasciata russa in Italia, è stato espulso dal ministero degli esteri italiano. Con lui verrà allontanato dall’Italia anche il suo diretto superiore: lo status di diplomatico impedisce infatti che possano essere arrestati. La Farnesina ha immediatamente convocato al ministero – su istruzioni del Ministro Luigi Di Maio - l’Ambasciatore russo Sergey Razov. Lo ha reso noto il Segretario Generale del Ministero degli affari esteri, Elisabetta Belloni. A Razov sono state comunicate le misure adottate dall’Italia. Dal canto suo l’ambasciata di Mosca a Roma ha auspicato - in una nota - che l’arresto del diplomatico russo non comprometta le relazioni tra i due Stati. «Per ora riteniamo inopportuno commentare accaduto» hanno aggiunto fonti dell’ambasciata.

Lo spionaggio anche ai danni della Nato. Walter Biot, il capitano di fregata della Marina militare accusato di avergli venduto documenti riservati è invece in carcere. Al momento dello scambio di quelle carte riservate avrebbe intascato 5.000 euro in contanti. L’esame del materiale sequestrato nell’appartamento del militare avrebbe già dimostrato che, oltre a dossier italiani, avrebbe passato documenti top secret della NATO mettendo quindi a rischio non soltanto la sicurezza nazionale, ma anche quella di altri Paesi. La prima segnalazione sui rapporti tra i due è arrivata qualche mese fa dall’Aisi, l’agenzia per la sicurezza interna guidata da Mario Parente e da quel momento sono scattate le procedure per i controlli dei movimenti dei due.

L’operazione dei Ros. Quando si è avuta la certezza del passaggio dei soldi e soprattutto di poter avere le prove dello spionaggio è scattata l’operazione del Ros che ha determinato il fermo dei due. Non è la prima volta che emergono rapporti tra italiani e russi per la cessione di materiale riservato. Finora era accaduto soprattutto per questioni industriali, il coinvolgimento del militare della Marina apre invece uno scenario inquietante sul quale anche il ministero della Difesa dovrà avviare verifiche.

Di Maio: «Grazie all’intelligence». Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha postato un messaggio su Facebook: «In occasione della convocazione al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale dell’ambasciatore russo in Italia, abbiamo trasmesso a quest’ultimo la ferma protesta del governo italiano e notificato l’immediata espulsione dei due funzionari russi coinvolti in questa gravissima vicenda. Ringrazio la nostra intelligence e tutti gli apparati dello Stato che ogni giorno lavorano per la sicurezza del nostro Paese.

Fabrizio Caccia per "il Corriere della Sera" l'1 aprile 2021. «Mio marito non voleva fottere il Paese, scusate la parola forte. E non l'ha fatto neanche questa volta, ve l'assicuro, ai russi ha dato il minimo che poteva dare. Niente di così compromettente. Perché non è uno stupido, un irresponsabile. Solo che era disperato. Disperato per il futuro nostro e dei figli. E così ha fatto questa cosa...». Claudia Carbonara, 54 anni, psicoterapeuta specializzata in sessuologia clinica, esperta di terapie individuali e di coppia, è la moglie di Walter Biot, il capitano di fregata sorpreso dai Ros a vendere segreti militari ai russi in un parcheggio di Roma. Quando squilla il telefono, nella loro casa di Pomezia, a rispondere subito è la figlia più grande. La voce sofferente, sua madre è vicino a lei, un attimo di esitazione poi le passa il ricevitore. La donna è confusa, sconvolta, si contraddice più volte. Ma alla fine le sue risposte sembrano dimostrare fosse consapevole che il marito aveva deciso di collaborare con i russi.

Ma perché Biot era così disperato, dottoressa Carbonara?

«Guardi, io so che Walter era veramente in crisi da tempo, aveva paura di non riuscire più a fronteggiare le tante spese che abbiamo. L'economia di casa. A causa del Covid ci siamo impoveriti, lo sa?».

Suo marito, però, non fa il ristoratore. Lavora allo Stato maggiore della Difesa. Ha uno