Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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ANNO 2021

 

IL GOVERNO

 

PRIMA PARTE

 

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

 

 

ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

     

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

GLI ANNIVERSARI DEL 2019.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

IL GOVERNO

INDICE PRIMA PARTE

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE. (Ho scritto un saggio dedicato)

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quella guerra civile italiana che fu chiamata brigantaggio.

Il tradimento della Patria.

Storia d’Italia.

Truffa o Scippo: La Spesa Storica.

Il Paese delle Sceneggiate.

LA SOLITA ITALIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Tutto va male? Diamo panem (reddito di cittadinanza) e circenses (calcio).

Liberazione dell'Italia. Ecco il "film" degli alleati.

Il Piano Marshall.

Il Tafazzismo Meridionale. Il Sud separato in casa.

Gli errori sull’Euro.

L’Italia continua a dare più fondi all’Europa di quanti ne riceve.

SOLITA LADRONIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Italia che siamo.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Libero Mercato.

I Liberali.

La Nuova Ideologia.

Vizio sinistro: criminalizzazione della Società.

Un popolo di Spie…

I Senatori a Vita.

La Terza Repubblica (o la Quarta?).

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

E la chiamano democrazia…

Parlamento: Figure e Figuranti.

L’ossessione del complotto.

L’Utopismo.

Il Populismo.

Riformismo e Riformisti.

Il Tecnopopulismo.

La Geopolitica.

La Coerenza.

Le Quote rosa.

L’uso politico della giustizia.

L’Astensionismo.

La vera questione morale? L’incompetenza.

Mai dire…Silenzio Elettorale.

Gli Impresentabili.

I Vitalizi.

Il Redditometro dei Parlamentari.

Il Redditometro dei Partiti.

Parlamento: un Covo di Avvocati.

Autenticazione delle firme per i procedimenti elettorali.

Il Conflitto di interessi.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA APPALTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Appalti truccati.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Concorso Truccato. Reato Impunito.

Concorsi truccati nella Magistratura.

Concorsi truccati nell’Università.

Concorsi truccati nella Sanità.

Il concorso all’Inps è truccato.

Il concorso per docenti scolastici era truccato.

Il concorso per presidi era truccato.

Esami universitari e tesi falsate.

L’insegnamento e la Chiamata Diretta.

Concorsi truccati nella Pubblica Amministrazione.

In Polizia: da raccomandato.

Precedenza ai militari.

Il Cartellino Rosso per gli Arbitri.

L’Amicocrazia.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Esame di Abilitazione Truccato.

La Casta precisa: riforme non per tutti...

SOLITO SPRECOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ei fu CNEL.

Lo Spreco dei Comuni.

Lo scandalo della Pedemontana Veneta.

Immobili regalati o abbandonati.

Storia di un maxi spreco. Il super jet di Renzi.

Alitalia: pozzo senza fondo.

Giù le mani dalle auto blu.

Le Missioni dei Politici.

Le Missioni dei Giornalisti Rai.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

Il “gold exchange standard”, il “Nixon shock” e le politiche monetarie.

I Bitcoin.

Tassopoli.

Le vincite.

Il Contrabbando.

I Bonus.

Il Superbonus.

Bancopoli.

Le Compagnie assicurative.

Le Compagnie elettriche.

Le Compagnie telefoniche.

Il Black Friday.

Il Pacco: Logistica e Distribuzione.

I Ricconi alle nostre spalle.

 

 

  

 

IL GOVERNO

PRIMA PARTE

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande)

Sono un italiano vero e me ne vanto,

       ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Tra i nostri avi abbiamo condottieri, poeti, santi, navigatori,

oggi per gli altri siamo solo una massa di ladri e di truffatori.

Hanno ragione, è colpa dei contemporanei e dei loro governanti,

incapaci, incompetenti, mediocri e pure tanto arroganti.

Li si vota non perché sono o sanno, ma solo perché questi danno,

per ciò ci governa chi causa sempre e solo tanto malanno.

Noi lì a lamentarci sempre e ad imprecare,

ma poi siamo lì ogni volta gli stessi a rivotare.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Codardia e collusione sono le vere ragioni,

invece siamo lì a differenziarci tra le regioni.

A litigare sempre tra terroni, po’ lentoni e barbari padani,

ma le invasioni barbariche non sono di tempi lontani?

Vili a guardare la pagliuzza altrui e non la trave nei propri occhi,

a lottar contro i più deboli e non contro i potenti che fanno pastrocchi.

Italiopoli, noi abbiamo tanto da vergognarci e non abbiamo più niente,

glissiamo, censuriamo, omertiamo e da quell’orecchio non ci si sente.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Simulano la lotta a quella che chiamano mafia per diceria,

ma le vere mafie sono le lobbies, le caste e la massoneria.

Nei tribunali vince il più forte e non chi ha la ragione dimostrata,

così come abbiamo l’usura e i fallimenti truccati in una giustizia prostrata.

La polizia a picchiare, gli innocenti in anguste carceri ed i criminali fuori in libertà,

che razza di giustizia è questa se non solo pura viltà.

Abbiamo concorsi pubblici truccati dai legulei con tanta malizia,

così come abbiamo abusi sui più deboli e molta ingiustizia.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Abbiamo l’insicurezza per le strade e la corruzione e l’incompetenza tra le istituzioni

e gli sprechi per accontentare tutti quelli che si vendono alle elezioni.

La costosa Pubblica Amministrazione è una palla ai piedi,

che produce solo disservizi anche se non ci credi.

Nonostante siamo alla fame e non abbiamo più niente,

c’è il fisco e l’erario che ci spreme e sull’evasione mente.

Abbiamo la cultura e l’istruzione in mano ai baroni con i loro figli negli ospedali,

e poi ci ritroviamo ad essere vittime di malasanità, ma solo se senza natali.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Siamo senza lavoro e senza prospettive di futuro,

e le Raccomandazioni ci rendono ogni tentativo duro.

Clientelismi, favoritismi, nepotismi, familismi osteggiano capacità,

ma la nostra classe dirigente è lì tutta intera da buttà.

Abbiamo anche lo sport che è tutto truccato,

non solo, ma spesso si scopre pure dopato.

E’ tutto truccato fin anche l’ambiente, gli animali e le risorse agro alimentari

ed i media e  la stampa che fanno? Censurano o pubblicizzano solo i marchettari.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Gli ordini professionali di istituzione fascista ad imperare e l’accesso a limitare,

con la nuova Costituzione catto-comunista la loro abolizione si sta da decenni a divagare.

Ce lo chiede l’Europa e tutti i giovani per poter lavorare,

ma le caste e le lobbies in Parlamento sono lì per sé  ed i loro figli a legiferare.

Questa è l’Italia che c’è, ma non la voglio, e con cipiglio,

eppure tutti si lamentano senza batter ciglio.

Che cazzo di Italia è questa con tanta pazienza,

non è la figlia del rinascimento, del risorgimento, della resistenza!!!

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Questa è un’Italia figlia di spot e di soap opera da vedere in una stanza,

un’Italia che produce veline e merita di languire senza speranza.

Un’Italia governata da vetusti e scaltri alchimisti

e raccontata sui giornali e nei tg da veri illusionisti.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma se tanti fossero cazzuti come me, mi piacerebbe tanto.

Non ad usar spranghe ed a chi governa romper la testa,

ma nelle urne con la matita a rovinargli la festa.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Rivoglio l’Italia all’avanguardia con condottieri, santi, poeti e navigatori,

voglio un’Italia governata da liberi, veri ed emancipati sapienti dottori.

Che si possa gridare al mondo: sono un italiano e me ne vanto!!

Ed agli altri dire: per arrivare a noi c’è da pedalare, ma pedalare tanto!!

Antonio Giangrande (scritta l’11 agosto 2012)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Poema di Avetrana di Antonio Giangrande

Avetrana mia, qua sono nato e che possiamo fare,

non ti sopporto, ma senza di te non posso stare.

Potevo nascere in Francia od in Germania, qualunque sia,

però potevo nascere in Africa od in Albania.

Siamo italiani, della provincia tarantina,

siamo sì pugliesi, ma della penisola salentina.

Il paese è piccolo e la gente sta sempre a criticare,

quello che dicono al vicino è vero o lo stanno ad inventare.

Qua sei qualcuno solo se hai denari, non se vali con la mente,

i parenti, poi, sono viscidi come il serpente.

Le donne e gli uomini sono belli o carini,

ma ci sposiamo sempre nei paesi più vicini.

Abbiamo il castello e pure il Torrione,

come abbiamo la Giostra del Rione,

per far capire che abbiamo origini lontane,

non come i barbari delle terre padane.

Abbiamo le grotte e sotto la piazza il trappeto,

le fontane dell’acqua e le cantine con il vino e con l’aceto.

Abbiamo il municipio dove da padre in figlio sempre i soliti stanno a comandare,

il comune dove per sentirsi importanti tutti ci vogliono andare.

Il comune intitolato alla Santo, che era la dottoressa mia,

di fronte alla sala gialla, chiamata Caduti di Nassiriya.

Tempo di elezioni pecore e porci si mettono in lista,

per fregare i bianchi, i neri e i rossi, stanno tutti in pista.

Mettono i manifesti con le foto per le vie e per la piazza,

per farsi votare dagli amici e da tutta la razza.

Però qua votano se tu dai,

e non perché se tu sai.

Abbiamo la caserma con i carabinieri e non gli voglio male,

ma qua pure i marescialli si sentono generale.

Abbiamo le scuole elementari e medie. Cosa li abbiamo a fare,

se continui a studiare, o te ne vai da qua o ti fai raccomandare.

Parlare con i contadini ignoranti non conviene, sia mai,

questi sanno più della laurea che hai.

Su ogni argomento è sempre negazione,

tu hai torto, perché l’ha detto la televisione.

Solo noi abbiamo l’avvocato più giovane d’Italia,

per i paesani, invece, è peggio dell’asino che raglia.

Se i diamanti ai porci vorresti dare,

quelli li rifiutano e alle fave vorrebbero mirare.

Abbiamo la piazza con il giardinetto,

dove si parla di politica nera, bianca e rossa.

Abbiamo la piazza con l’orologio erto,

dove si parla di calcio, per spararla grossa.

Abbiamo la piazza della via per mare,

dove i giornalisti ci stanno a denigrare.

Abbiamo le chiese dove sembra siamo amati,

e dove rimettiamo tutti i peccati.

Per una volta alla domenica che andiamo alla messa dal prete,

da cattivi tutto d’un tratto diventiamo buoni come le monete.

Abbiamo San Biagio, con la fiera, la cupeta e i taralli,

come abbiamo Sant’Antonio con i cavalli.

Di San Biagio e Sant’Antonio dopo i falò per le strade cosa mi resta,

se ci ricordiamo di loro solo per la festa.

Non ci scordiamo poi della processione per la Madonna e Cristo morto, pure che sia,

come neanche ci dobbiamo dimenticare di San Giuseppe con la Tria.

Abbiamo gli oratori dove portiamo i figli senza prebende,

li lasciamo agli altri, perché abbiamo da fare altri faccende.

Per fare sport abbiamo il campo sportivo e il palazzetto,

mentre io da bambino giocavo giù alle cave senza tetto.

Abbiamo le vigne e gli ulivi, il grano, i fichi e i fichi d’india con aculei tesi,

abbiamo la zucchina, i cummarazzi e i pomodori appesi.

Abbiamo pure il commercio e le fabbriche per lavorare,

i padroni pagano poco, ma basta per campare.

Abbiamo la spiaggia a quattro passi, tanto è vicina,

con Specchiarica e la Colimena, il Bacino e la Salina.

I barbari padani ci chiamano terroni mantenuti,

mica l’hanno pagato loro il sole e il mare, questi cornuti??

Io so quanto è amaro il loro pane o la michetta,

sono cattivi pure con la loro famiglia stretta.

Abbiamo il cimitero dove tutti ci dobbiamo andare,

lì ci sono i fratelli e le sorelle, le madri e i padri da ricordare.

Quelli che ci hanno lasciato Avetrana, così come è stata,

e noi la dobbiamo lasciare meglio di come l’abbiamo trovata.

Nessuno è profeta nella sua patria, neanche io,

ma se sono nato qua, sono contento e ringrazio Dio.

Anche se qua si sentono alti pure i nani,

che se non arrivano alla ragione con la bocca, la cercano con le mani.

Qua so chi sono e quanto gli altri valgono,

a chi mi vuole male, neanche li penso,

pure che loro mi assalgono,

io guardo avanti e li incenso.

Potevo nascere tra la nebbia della padania o tra il deserto,

sì, ma li mi incazzo e poi non mi diverto.

Avetrana mia, finchè vivo ti faccio sempre onore,

anche se i miei paesani non hanno sapore.

Il denaro, il divertimento e la panza,

per loro la mente non ha usanza.

Ti lascio questo poema come un quadro o una fotografia tra le mani,

per ricordarci sempre che oggi stiamo, però non domani.

Dobbiamo capire: siamo niente e siamo tutti di passaggio,

Avetrana resta per sempre e non ti dà aggio.

Se non lasci opere che restano,

tutti di te si scordano.

Per gli altri paesi questo che dico non è diverso,

il tempo passa, nulla cambia ed è tutto tempo perso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Ballata ti l'Aitrana di Antonio Giangrande

Aitrana mia, quà già natu e ce ma ffà,

no ti pozzu vetè, ma senza ti te no pozzu stà.

Putia nasciri in Francia o in Germania, comu sia,

però putia nasciri puru in africa o in Albania.

Simu italiani, ti la provincia tarantina,

simu sì pugliesi, ma ti la penisula salentina.

Lu paisi iè piccinnu e li cristiani sempri sciotucunu,

quiddu ca ticunu all’icinu iè veru o si l’unventunu.

Qua sinti quarche tunu sulu ci tieni, noni ci sinti,

Li parienti puè so viscidi comu li serpienti.

Li femmini e li masculi so belli o carini,

ma ni spusamu sempri alli paisi chiù icini.

Tinimu lu castellu e puru lu Torrioni,

comu tinumu la giostra ti li rioni,

pi fa capii ca tinimu l’origini luntani,

no cumu li barbari ti li padani.

Tinimu li grotti e sotta la chiazza lu trappitu,

li funtani ti l’acqua e li cantini ti lu mieru e di l’acitu.

Tinimu lu municipiu donca fili filori sempri li soliti cumannunu,

lu Comuni donca cu si sentunu impurtanti tutti oluni bannu.

Lu comuni ‘ntitolato alla Santu, ca era dottori mia,

ti fronti alla sala gialla, chiamata Catuti ti Nassiria.

Tiempu ti votazioni pecuri e puerci si mettunu in lista,

pi fottiri li bianchi, li neri e li rossi, stannu tutti in pista.

Basta ca mettunu li manifesti cu li fotu pi li vii e pi la chiazza,

cu si fannu utà ti li amici e di tutta la razza.

Però quà votunu ci tu tai,

e no piccè puru ca tu sai.

Tinumu la caserma cu li carabinieri e no li oiu mali,

ma qua puru li marescialli si sentunu generali.

Tinimu li scoli elementari e medi. Ce li tinimu a fà,

ci continui a studià, o ti ni ai ti quà o ta ffà raccumandà.

Cu parli cu li villani no cunvieni,

quisti sapunu chiù ti la lauria ca tieni.

Sobbra all’argumentu ti ticunu ca iè noni,

tu tieni tuertu, piccè le ditto la televisioni.

Sulu nui tinimu l’avvocatu chiù giovini t’Italia,

pi li paisani, inveci, iè peggiu ti lu ciucciu ca raia.

Ci li diamanti alli puerci tai,

quiddi li scanzunu e mirunu alli fai.

Tinumu la chiazza cu lu giardinettu,

do si parla ti pulitica nera, bianca e rossa.

Tinimu la chiazza cu l’orologio iertu,

do si parla ti palloni, cu la sparamu grossa.

Tinimu la chiazza ti la strata ti mari,

donca ni sputtanunu li giornalisti amari.

Tinimu li chiesi donca pari simu amati,

e  donca rimittimu tutti li piccati.

Pi na sciuta a la tumenica alla messa do li papi,

di cattivi tuttu ti paru divintamu bueni comu li rapi.

Tinumu San Biagiu, cu la fiera, la cupeta e li taraddi,

comu tinimu Sant’Antoni cu li cavaddi.

Ti San Biagiu e Sant’Antoni toppu li falò pi li strati c’è mi resta,

ci ni ricurdamo ti loru sulu ti la festa.

No nni scurdamu puè ti li prucissioni pi la Matonna e Cristu muertu, comu sia,

comu mancu ni ma scurdà ti San Giseppu cu la Tria.

Tinimu l’oratori do si portunu li fili,

li facimu batà a lautri, piccè tinimu a fà autri pili.

Pi fari sport tinimu lu campu sportivu e lu palazzettu,

mentri ti vanioni iu sciucava sotto li cavi senza tettu.

Tinimu li vigni e l’aulivi, lu cranu, li fichi e li ficalinni,

tinimu la cucuzza, li cummarazzi e li pummitori ca ti li pinni.

Tinimu puru lu cummerciu e l’industri pi fatiari,

li patruni paiunu picca, ma basta pi campari.

Tinumu la spiaggia a quattru passi tantu iè bicina,

cu Spicchiarica e la Culimena, lu Bacinu e la Salina.

Li barbari padani ni chiamunu terruni mantinuti,

ce lonnu paiatu loro lu soli e lu mari, sti curnuti??

Sacciu iù quantu iè amaru lu pani loru,

so cattivi puru cu li frati e li soru.

Tinimu lu cimitero donca tutti ma sciri,

ddà stannu li frati e li soru, li mammi e li siri.

Quiddi ca nonnu lassatu laitrana, comu la ma truata,

e nui la ma lassa alli fili meiu ti lu tata.

Nisciunu iè prufeta in patria sua, mancu iù,

ma ci già natu qua, so cuntentu, anzi ti chiù.

Puru ca quà si sentunu ierti puru li nani,

ca ci no arriunu alla ragioni culla occa, arriunu culli mani.

Qua sacciu ci sontu e quantu l’autri valunu,

a cinca mi oli mali mancu li penzu,

puru ca loru olunu mi calunu,

iu passu a nanzi e li leu ti mienzu.

Putia nasciri tra la nebbia di li padani o tra lu disertu,

sì, ma ddà mi incazzu e puè non mi divertu.

Aitrana mia, finchè campu ti fazzu sempri onori,

puru ca li paisani mia pi me no tennu sapori.

Li sordi, lu divertimentu e la panza,

pi loro la menti no teni usanza.

Ti lassu sta cantata comu nu quatru o na fotografia ti moni,

cu ni ricurdamu sempri ca mo stamu, però crai noni.

Ma ccapì: simu nisciunu e tutti ti passaggiu,

l’aitrana resta pi sempri e no ti tai aggiu.

Ci no lassi operi ca restunu,

tutti ti te si ni scordunu.

Pi l’autri paisi puè qustu ca ticu no iè diversu,

lu tiempu passa, nienti cangia e iè tuttu tiempu persu.

Testi scritti il 24 aprile 2011, dì di Pasqua.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Dr. Antonio Giangrande. Orgoglioso di essere diverso.

Qual è il giorno più brutto e più bello della vita?

Il giorno del Compleanno.

Più brutto: devi sorbire gli auguri di circostanza di gente che, spesso, non ti conosce o non ti stima.

Più bello: è un anno in meno di una vita di merda e di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

In Italia: i giornalisti non informano; i professori non istruiscono. Essi fanno solo propaganda. Sono il megafono della politica e delle vetuste ideologie e quelli di sinistra son molto solidali tra loro. Se fai notare il loro propagandismo e te ne lamenti, si risentono e gridano alla lesa maestà, riportandosi alla Costituzione Cattomassonecomunista. In natura i maiali, se ne tocchi uno, grugniscono tutti, richiamando il loro diritto di parola. Scritto tanti anni fa, ma ancora attuale. John Swinton, redattore capo del New York Times, 12 aprile 1893. “In America, in questo periodo della storia del mondo, una stampa indipendente non esiste. Lo sapete voi e lo so pure io. Non c’è nessuno di voi che oserebbe scrivere le proprie vere opinioni, e già sapete anticipatamente che se lo facesse esse non verrebbero mai pubblicate. Io sono pagato un tanto alla settimana per tenere le mie opinioni oneste fuori dal giornale col quale ho rapporti. Altri di voi sono pagati in modo simile per cose simili, e chi di voi fosse così pazzo da scrivere opinioni oneste, si ritroverebbe subito per strada a cercarsi un altro lavoro. Se io permettessi alle mie vere opinioni di apparire su un numero del mio giornale, prima di ventiquattr’ore la mia occupazione sarebbe liquidata. Il lavoro del giornalista è quello di distruggere la verità, di mentire spudoratamente, di corrompere, di diffamare, di scodinzolare ai piedi della ricchezza, e di vendere il proprio paese e la sua gente per il suo pane quotidiano. Lo sapete voi e lo so pure io. E allora, che pazzia è mai questa di brindare a una stampa indipendente? Noi siamo gli arnesi e i vassalli di uomini ricchi che stanno dietro le quinte. Noi siamo dei burattini, loro tirano i fili e noi balliamo. I nostri talenti, le nostre possibilità, le nostre vite, sono tutto proprietà di altri. Noi siamo delle prostitute intellettuali”.

La Democrazia non è la Libertà.

La libertà è vivere con libero arbitrio nel rispetto della libertà altrui.

La democrazia è la dittatura di idioti che manipolano orde di imbecilli ignoranti e voltagabbana.

Per questo un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato, giudicato ed informato, educato ed istruito da coglioni.

ODIO OSTENTAZIONE ED IMPOSIZIONE.

Tu esisti se la tv ti considera.

La Tv esiste se tu la guardi.

I Fatti son fatti oggettivi naturali e rimangono tali.

Le Opinioni sono atti soggettivi cangianti.

Le opinioni se sono oggetto di discussione ed approfondimento, diventano testimonianze. Ergo: Fatti.

Con me le Opinioni cangianti e contrapposte diventano fatti.

Con me la Cronaca diventa Storia.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Facciamo in modo che diventiamo quello che noi avremmo (rafforzativo di saremmo) voluto diventare.

"Io so di non sapere". Il problema è che, questo modo di essere, adesso è diventato: "Io so di non sapere e me ne vanto". Oggi essere ignoranti è qualcosa di cui vantarsi. Prima c’erano i sapienti, da cui si pendeva dalle loro labbra. Poi sono arrivati gli uomini e le donne iperspecializzate, a cui si affidava la propria incondizionata fiducia. Alla fine è arrivata la cultura “fai da te”, tratta a secondo delle proprie fonti: social o web che sia. A leggere i saggi? Sia mai!

L’Involuzione sociale e politica. Dal dispotismo all’illuminismo, fino all’oscurantismo.

Non è importante sapere quanto la democrazia rappresentativa costi, ma quanto essa rappresenti ed agisca nel nome e per conto dei rappresentati.

“Tutto il sistema è fatto in modo che l’uomo, senza neppure accorgersene, comincia sin da bambino a entrare in una mentalità che gli impedisce di pensare qualsiasi altra cosa. Finisce che non c’è nemmeno più bisogno della dittatura ormai, perché la dittatura è quella della scuola, della televisione, di quello che ti insegnano. Spegni la televisione e guadagni la libertà.” Tiziano Terzani

«È importante sapersi ritirare in se stessi: un eccessivo contatto con gli altri, spesso così dissimili da noi, disturba il nostro ordine interiore, riaccende passioni assopite, inasprisce tutto ciò che nell’animo vi è di debole o di non ancora perfettamente guarito. Vanno opportunamente alternate le due dimensioni della solitudine e della socialità: la prima ci fa farà provare nostalgia dei nostri simili, l’altra di noi stessi; in questo modo, l’una sarà proficuo rimedio dell’altra. La solitudine guarirà l’avversione alla folla, la folla cancellerà il tedio della solitudine.» Lucio Anneo Seneca, “De tranquillitate animi”

Seneca filosofo. Nessuno dà valore al tempo; tutti se ne servono  smodatamente, come se fosse gratuito. Se il numero di anni futuri di ciascuno potesse  essere visibile come quello degli anni passati, come sbigottirebbe chi ne vedesse avanzare pochi, come ne sarebbe parco! Ma è facile risparmiare ciò che è certo, per quanto esiguo; si deve serbare con più attenzione ciò che non sai quando verrà a mancare. Nessuno ti darà indietro gli anni, nessuno ti restituirà a te stesso. Il tempo della vita proseguirà lungo la sua strada e non riavvolgerà né porrà fine al proprio corso; non farà alcun rumore, non darà segno della sua velocità. Non si allungherà per decreto di un re, né per decisione popolare: corre così come ha iniziato il primo giorno, non si fermerà e non si attarderà. Che accadrà? Tu sei occupato, la vita si affretta; infine arriverà la morte, per la quale, volente o nolente, dovrai avere tempo. Lucio Anneo Seneca

Antonio Giangrande: L’Italia è un parassitario senza fondo, dove i soldi non bastano mai. Reso così dai catto-comunisti, dissimulati anche sotto mentite spoglie (5 Stelle-Lega). Quei catto-comunisti che se governano loro è democrazia, se governano gli altri è dittatura. Quei catto-comunisti che, pur minoritari affetti dalla sindrome della Resistenza, impongono il loro pensiero ideologico con manifestazioni di piazza, anche violente, disconoscendo l’opera, addirittura, dei loro stessi rappresentanti parlamentari portatori dei loro medesimi interessi. Quei catto-comunisti che vogliono il lavoro, ma non vogliono le imprese che creano lavoro. Per loro il lavoro è inteso ancora come il posto fisso statale parassitario. Oggi il lavoro si inventa, non lo si subisce o lo si cerca senza trovarlo. Si agevoli, allora, l’invenzione dell’impresa.

La differenza tra uguaglianza ed equità. Tre ragazzi di differenti altezze dietro una staccionata, intenti a seguire la partita di calcio della loro squadra del cuore. Sono poveri e non possono permettersi il biglietto di ingresso allo stadio. A tutti e tre lo Stato, per il diritto di uguaglianza, dà a disposizione una identica cassetta di legno ciascuno, per guardare oltre la staccionata. Il primo da sinistra è avvantaggiato: essendo già “alto” di suo, ha i requisiti necessari per poter vedere la partita senza l’ausilio della cassetta. Il secondo, quello al centro, ha bisogno di quella cassetta per vedere lo spettacolo e con quella ci riesce benissimo. Il terzo a destra, molto più piccolo di statura rispetto agli altri due, anche con quel supporto, non arriva a vedere oltre l’ostacolo: non le basta una cassetta per poter vedere la partita. Con l’equità il primo dei tre può fare a meno del supporto e, offrendolo al terzo in aggiunta al suo, riesce a fornirgli la possibilità di raggiungere l’altezza necessaria per vedere la partita. In Italia con i catto-comunisti c'è il diritto di uguaglianza, non di equità. Non siamo tutti uguali e non ci può essere diritto di uguaglianza, ma dare a tutti la possibilità di vedere il futuro, specie ai più meritevoli, allora sì che si ha l’equità sociale.

Tommaso Buscetta: “Cosa Nostra ha costituzione piramidale. La famiglia mafiosa prendeva il nome dal paese di origine. Tre famiglie contigue formavano il mandamento. I mandamenti formavano la Commissione provinciale o Cupola, i cui rappresentanti formavano la Commissione interprovinciale o Cupola. Di fatto i mafiosi non votavano la DC in quanto tale, ma votavano e facevano votare ogni partito che non fosse il Partito Comunista”. Per questo i comunisti, astiosi e vendicativi, ritengono mafiosi tutti coloro che non sono comunisti o che non votano i comunisti. Tenuto conto che al Sud i moderati hanno maggiore presa, in tutte le loro declinazioni, anche sinistri, ecco la gogna territoriale o familiare o come scrive Paolo Guzzanti: Il teorema della mafiosità ambientale.

L’accanimento prende forma in varie forme:

Il caso del delitto fantastico di “concorso esterno”.

Il Business “sinistro” dei beni sequestrati preventivamente e dei beni confiscati dopo la condanna.

La Mafia delle interdittive prefettizie che alterano la concorrenza.

Lo scioglimento dei Consigli Comunali eletti democraticamente.

Non capisco chi va a dimostrare. I loro problemi li manifestano in piazza: a chi?

Alla stampa omertosa? Ai politici menefreghisti? Ai colleghi di sventura che pensano a risolvere la loro personale situazione?

Non basta una buona rete sul web per far sentire la nostra voce?

Chi ha votato, si rivolga al suo rappresentante in Parlamento, affinchè tuteli il cittadino dai poteri forti.

Chi non ha votato, partecipi con altri alla formazione di un movimento democratico e pacifista per poter fare una rivoluzione rosa e cambiare l’Italia.

Il Potere ti impone: subisci e taci…e noi, coglioni, subiamo la divisione per non poterci ribellare.

Una locuzione latina, un motto degli antichi romani, è: dividi et impera! Espediente fatto proprio dal Potere contemporaneo, dispotico e numericamente modesto, per controllare un popolo, provocando rivalità e fomentando discordie.

Comunisti, e media a loro asserviti, istigano le rivalità.

Dove loro vedono donne o uomini, io vedo persone con lo stesso problema.

Dove loro vedono lgbti o eterosessuali, io vedo amanti con lo stesso problema.

Dove loro vedono bellezza o bruttezza, io vedo qualcosa che invecchierà con lo stesso problema.

Dove loro vedono madri o padri, io vedo genitori con lo stesso problema.

Dove loro vedono comunisti o fascisti, io vedo elettori con lo stesso problema.

Dove loro vedono settentrionali o meridionali, io vedo cittadini italiani con lo stesso problema.

Dove loro vedono interisti o napoletani, io vedo tifosi con lo stesso problema.

Dove loro vedono ricchi o poveri, io vedo contribuenti con lo stesso problema.

Dove loro vedono immigrati o indigeni, io vedo residenti con lo stesso problema.

Dove loro vedono pelli bianche o nere, io vedo individui con lo stesso problema.

Dove loro vedono cristiani o mussulmani, io vedo gente che nasce senza volerlo, muore senza volerlo e vive una vita di prese per il culo.

Dove loro vedono colti od analfabeti, io vedo discultura ed oscurantismo, ossia ignoranti con lo stesso problema.

Dove loro vedono grandi menti o grandi cazzi, io vedo geni o cazzoni con lo stesso problema.

L’astensione al voto non basta. Come la protesta non può essere delegata ad una accozzaglia improvvisata ed impreparata. Bisogna fare tabula rasa dei vecchi principi catto comunisti, filo massonici-mafiosi.

Noi siamo un unicum con i medesimi problemi, che noi stessi, conoscendoli, possiamo risolvere. In caso contrario un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

Ed io non sarò tra quei coglioni che voteranno dei coglioni.

Finestra di Overton. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. A sinistra la finestra di Overton che evidenzia come viene accolto un concetto in base al grado di libertà, a destra le nuove idee che possono debuttare come incomprensibili, possono nel tempo diventare ben accette

La finestra di Overton è un concetto introdotto dal sociologo Joseph P. Overton.

Descrizione. Overton descrisse una gamma di situazioni da "più libera" a "meno libera", alle quali sovrapporre la finestra delle "possibilità politiche" (ciò che politicamente può essere preso effettivamente in esame). Per semplicità le varie situazioni possono essere associate, per quanto riguarda l'atteggiamento dell'opinione pubblica, a una serie di aggettivi:

inconcepibile (unthinkable)

estrema (radical)

accettabile (acceptable)

ragionevole (sensible)

diffusa (popular)

legalizzata (policy)

A seconda di come la finestra si sposta o si allarga sullo spettro delle idee, un'idea può diventare più o meno accettabile. Un esempio preso da un fatto storico è quello del proibizionismo degli alcolici. Negli Stati Uniti c'è stato un periodo intorno al 1930 nel quale è stata considerata "ragionevole" l'idea di vietare la vendita di alcolici, e di fatto tale divieto è stato imposto per legge in alcune contee. Ma poi la finestra delle "possibilità politiche" si è spostata, e oggi la stessa idea nello stesso paese viene considerata inconcepibile o quanto meno estrema, e non più politicamente proponibile. La finestra di Overton è un approccio per identificare le idee che definiscono lo spettro di accettabilità di politiche governative. I politici possono agire soltanto all'interno dell'intervallo dell'accettabile. Spostare la finestra implica che i sostenitori di politiche al di fuori della finestra persuadano l'opinione pubblica ad espandere la finestra. Al contrario sostenitori delle politiche attuali, o simili all'interno della finestra, cercano di convincere l'opinione pubblica che politiche al di fuori della finestra dovrebbero essere considerate inaccettabili. Secondo Lehman, che ha coniato il termine: "Il più comune malinteso è che i legislatori stessi si occupano dello spostamento della finestra di Overton.". Sempre secondo Lehman, il concetto è solo la descrizione di come funzionino le idee, non l'appoggio a proposte di politiche estreme. In un'intervista al New York Times, disse: "Spiega soltanto come le idee diventano o passano di moda, nello stesso modo in cui la gravità spiega perché qualcosa cade al suolo. Posso usare la gravità per far cadere un'incudine sulla tua testa, ma questo è sbagliato. Potrei anche usare la gravità per lanciarti un salvagente, e questo sarebbe giusto." Ma data la sua incorporazione nel discorso politico, altri hanno usato il concetto di spostare la finestra per promuovere idee al di fuori di essa, con l'intenzione di rendere accettabili idee non convenzionali.

Carmen Scelsi: Dedicato...a chi non conosce la finestra di Overton. La finestra di Overton. Joseph Overton, sociologo e attivista statunitense: "nei suoi studi cercava di spiegare i meccanismi di persuasione e di manipolazione delle masse, in particolare di come si possa trasformare un’idea da completamente inaccettabile per la società a pacificamente accettata ed infine legalizzata.

Tecniche affinate che gli esperti di pubblicità e marketing ben conoscono e sempre di più vengono applicate su scala globale dai think tank dell’economia e della politica per orientare il modo di pensare e le inclinazioni dell’opinione pubblica.

In fondo è lo schema tipico delle dittature. Ci si chiede infatti, spesso a posteriori, come interi popoli, non solo e non sempre a seguito di pressioni violente, abbiano potuto a un certo punto trovarsi a pensare tutti nello stesso identico modo e a condividere supinamente stili di vita prima nemmeno immaginabili, per ritrovarsi infine rinchiusi in una caverna di prigionia, come nella fiaba del Pifferaio Magico.

Eppure è successo e succede. Anzi nell’era di internet e dell’intelligenza artificiale - che ai tempi di Overton era appena agli albori – si sono spalancati nuovi sconfinati orizzonti, dove paiono materializzarsi scenari degni dei romanzi distopici di Orwell e Benson, dominati da invisibili grandi fratelli e padroni del mondo. Overton studia il percorso e le tappe attraverso le quali, ogni idea, sia pur assurda e balzana, può trovare una sua “finestra” di opportunità. Qualunque idea, se abilmente e progressivamente incanalata nel circuito dei media e dell’opinione pubblica, può entrare a far parte del mainstream, cioè del pensiero diffuso e dominante. Comportamenti ieri inaccettabili, oggi possono essere considerati normali, domani saranno incoraggiati e dopodomani diventeranno regola, il tutto senza apparenti forzature."" Siamo partiti con l'inno d'Italia sul balcone...siamo arrivati a quattro ondate, tre o quattro punturine, un antinfluenzale....e un'emergenza infinita con fine di ogni libertà. 

Se questa è antimafia…. In Italia, con l’accusa di mafiosità, si permette l’espropriazione proletaria di Stato e la speculazione del Sistema su beni di persone che mafiose non lo sono. Persone che non sono mafiose, né sono responsabili di alcun reato, eppure sottoposte alla confisca dei beni ed alla distruzione delle loro aziende, con perdita di posti di lavoro. Azione preventiva ad ogni giudizio. Alla faccia della presunzione d’innocenza di stampo costituzionale. Interventi di antimafiosità incentrati su un ristretto ambito territoriale o di provenienza territoriale.

La Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, on. le Rosy Bindi, dichiara che è impossibile che in Valle d’Aosta non ci sia ’ndrangheta – «che ha condizionato e continua a condizionare l’economia» – stante che il 30% della popolazione è di origine calabrese.

E’ risaputo che le aziende del centro nord appaltano i grandi lavori pubblici, specialmente se le aziende del sud Italia le fanno chiudere con accuse artefatte di mafiosità.

Questa antimafia, per mantenere il sistema, impone la delazione e la calunnia ai sodalizi antiracket ed antiusura iscritti presso le Prefetture provinciali. Per continuare a definirsi tali, ogni anno, le associazioni locali sono sottoposte a verifica. L’iscrizione all’elenco è condizionata al numero di procedimenti penali e costituzioni di parti civili attivate. L’esortazione a denunciare, anche il nulla, se possibile. Più denunce per tutti…quindi. Chi non denuncia, anche il nulla, è complice od è omertoso.

A tal fine, per non aver adempito ai requisiti di delazione, calunnia e speculazione sociale, l’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS, sodalizio nazionale di promozione sociale già iscritta al n. 3/2006 presso il registro prefettizio della Prefettura di Taranto Ufficio Territoriale del Governo, il 23 settembre 2017 è stata cancellata dal suddetto registro.

Dove non arrivano con le interdittive prefettizie, arrivano con i sequestri preventivi.

Proviamo a spiegarci. Le interdittive funzionano così: sono discrezionali. Decide il prefetto. Non c’è bisogno di una condanna penale, addirittura – nel caso ad esempio, del quale stiamo parlando – nemmeno di un avviso di garanzia o di una ipotesi di reato. Il reato non c’è, però a me tu non mi convinci. Punto e basta. Inoltre l’antimafia preventiva diventata definitiva. Antimafia mafiosa. Come reagire, scrive il 27 settembre 2017 Telejato. C’È, È INUTILE RIPETERLO TROPPE VOLTE, UNA CERTA PRESA DI COSCIENZA DELLA TURPITUDINE DELLA LEGISLAZIONE ANTIMAFIA, CHE MEGLIO SAREBBE DEFINIRE “LEGGE DEI SOSPETTI”. ANCHE I PIÙ COCCIUTI COMINCIANO AD AVVERTIRE CHE NON SI TRATTA DI “ABUSI”, DI DOTTORESSE SAGUTO, DI “CASI” COME QUELLO DEL “PALAZZO DELLA LEGALITÀ”, DI FRATELLANZE E CUGINANZE DI AMMINISTRATORI DEVASTANTI. È tutta l’Antimafia che è divenuta e si è rivelata mafiosa. Come si addice al fenomeno mafioso, questa presa di coscienza rimane soffocata dalla paura, dal timore reverenziale per le ritualità della dogmatica dell’antimafia devozionale, del komeinismo nostrano che se ne serve per “neutralizzare” la nostra libertà. Molti si chiedono e ci chiedono: che fare? È già qualcosa: se è vero, come diceva Manzoni, che il coraggio chi non c’è l’ha non se lo può dare, è vero pure che certi interrogativi sono un indizio di un coraggio che non manca o non manca del tutto. Non sono un profeta, né un “maestro” e nemmeno un “antimafiologo”, visto che tanti mafiologhi ci hanno deliziato e ci deliziano con le loro cavolate. Ma a queste cose ci penso da molto tempo, ci rifletto, colgo le riflessioni degli altri. E provo a dare un certo ordine, una certa sistemazione logica a constatazioni e valutazioni. E provo pure a dare a me stesso ed a quanti me ne chiedono, risposte a quell’interrogativo: che fare? Io credo che, in primo luogo, occorre riflettere e far riflettere sul fatto che il timore, la paura di “andare controcorrente” denunciando le sciagure dell’antimafia e la sua mafiosità, debbono essere messe da parte. Che se qualcuno non ha paura di parlar chiaro, tutti possono e debbono farlo. Secondo: occorre affermare alto e forte che il problema, i problemi non sono quelli dell’esistenza delle dott. Saguto. Che gli abusi, anche se sono tali sul metro stesso delle leggi sciagurate, sono la naturale conseguenza delle leggi stesse. Che si abusa di una legge che punisce i sospetti e permette di rovinare persone, patrimoni ed imprese per il sospetto che i titolari siano sospettati è cosa, in fondo, naturale. Sarebbe strano che, casi Saguto, scioglimenti di amministrazioni per pretesti scandalosi di mafiosità, provvedimenti prefettizi a favore di monopoli di certe imprese con “interdizione” di altre, non si verificassero. Terzo. Occorre che allo studio, alle analisi giuridiche e costituzionali delle leggi antimafia e delle loro assurdità, si aggiungano analisi, studi, divulgazioni degli uni e degli altri in relazione ai fenomeni economici disastrosi, alle ripercussioni sul credito, siano intrapresi, approfonditi e resi noti. Possibile che non vi siano economisti, commercialisti, capaci di farlo e di spendersi per affrontare seriamente questi aspetti fondamentali della questione? Cifre, statistiche, comparazioni tra le Regioni. Il quadro che ne deriverà è spaventoso. Quindi necessario. E’ questo l’aspetto della questione che più impressionerà l’opinione pubblica. E poi: non tenersi per sé notizie, idee, propositi al riguardo. Questo è il “movimento”. Il movimento di cui molti mi parlano. Articolo di Mauro Mellini. Avvocato e politico italiano. È stato parlamentare del Partito Radicale, di cui fu tra i fondatori.

Ma cosa sarebbe codesta antimafia, che tutto gli è concesso, se non ci fosse lo spauracchio mediatico della mafia di loro invenzione? E, poi, chi ha dato la patente di antimafiosità a certi politicanti di sinistra che incitano le masse…e chi ha dato l’investitura di antimafiosità a certi rappresentanti dell’associazionismo catto-comunista che speculano sui beni…e chi ha dato l’abilitazione ad essere portavoci dell’antimafiosità a certi scribacchini di sinistra che sobillano la società civile? E perché questa antimafiosità ha immenso spazio su tv di Stato e giornali sostenuti dallo Stato per fomentare questa deriva culturale contro la nostra Nazione o parte di essa. Discrasia innescata da gruppi editoriali che influenzano l’informazione in Italia?

Fintanto che le vittime dell’antimafia useranno o subiranno il linguaggio dei loro carnefici, continueremo ad alimentare i cosiddetti antimafiosi che lucreranno sulla pelle degli avversari politici.

Se la legalità è l’atteggiamento ed il comportamento conforme alla legge, perché l’omologazione alla legalità non è uguale per tutti,…uguale anche per gli antimafiosi? La legge va sempre rispettata, ma il legislatore deve conformarsi a principi internazionali condivisi di più alto spessore che non siano i propri interessi politici locali prettamente partigiani.

Va denunciato il fatto che l’antimafiosità è solo lotta politica e di propaganda e la mafia dell’antimafia è più pericolosa di ogni altra consorteria criminale, perchè: calunnia, diffama, espropria e distrugge in modo arbitrario ed impunito per sola sete di potere. La mafia esiste ed è solo quella degli antimafiosi, o delle caste o delle lobbies o delle massonerie deviate. E se per gli antimafiosi, invece, tutto quel che succede è mafia…Allora niente è mafia. E se niente è mafia, alla fine gli stranieri considereranno gli italiani tutti mafiosi.

Invece mafioso è ogni atteggiamento e comportamento, da chiunque adottato, di sopraffazione e dall’omertà, anche istituzionale, che ne deriva.

Non denunciare ciò rende complici e di questo passo gli sciasciani non avranno mai visibilità se rimarranno da soli ed inascoltati. 

A COME ABUSIVISMO EDILIZIO ED EVENTI NATURALI.

La Natura vive. Alterna periodi di siccità a periodi di alluvioni e conseguenti inondazioni.

La Natura ha i suoi tempi ed i suoi spazi.

Anche l’uomo ha i suoi tempi ed i suoi spazi. Natura ed Uomo interagiscono, spesso interferiscono.

Un fenomeno naturale diventa allarmismo anti uomo degli ambientalisti.

Da sempre in montagna si è costruito in vetta o sottocima, sul versante o sul piede od a valle.

Da sempre in pianura si è costruito sul greto di fiumi e torrenti.

Da sempre lungo le coste si è costruito sul litorale.

Cosa ci sia di più pericoloso di costruire là, non è dato da sapere. Eppure da sempre si è costruito ovunque perché l’uomo ha bisogno di una casa, come gli animali hanno bisogno di una tana.

Invece, anziché pulire gli alvei (letti) dei fiumi o mettere in sicurezza i costoni dei monti per renderli sicuri, si impongono vincoli sempre più impossibili da rispettare.

Invece di predisporre un idoneo ed aggiornato Piano Regolatore Generale (Piano Urbanistico Comunale) e limitare tempi e costi della burocrazia, si prevedono sanzioni per chi costruisce la sua dimora.

A questo punto, quando vi sono delle disgrazie, l’allarmismo dell’ambientalismo ideologico se la prende con l’uomo. L’uomo razzista ed ignorante se la prende con i meridionali: colpa loro perché costruiscono abusivamente contro ogni vincolo esistente.

Peccato che le disgrazie toccano tutti: in pianura come in montagna o sulla costa, a prescindere dagli abusi o meno fatti da Nord a Sud.

Solo che al Nord le calamità sono disgrazie, al Sud sono colpe.

Peccato che i media razzisti nordisti si concentrano solo su temi che discriminano le gesta dei loro padroni.

Antonio Giangrande: Politica, giustizia ed informazione. In tempo di voto si palesa l’Italietta delle verginelle.

Da scrittore navigato, il cui sacco di 40 libri scritti sull’Italiopoli degli italioti lo sta a dimostrare, mi viene un rigurgito di vomito nel seguire tutto quanto viene detto da scatenate sgualdrine (in senso politico) di ogni schieramento politico. Sgualdrine che si atteggiano a verginelle e si presentano come aspiranti salvatori della patria in stampo elettorale.

In Italia dove non c’è libertà di stampa e vige la magistratocrazia è facile apparire verginelle sol perché si indossa l’abito bianco.

I nuovi politici non si presentano come preparati a risolvere i problemi, meglio se liberi da pressioni castali, ma si propongono, a chi non li conosce bene, solo per le loro presunti virtù, come verginelle illibate.

Ci si atteggia a migliore dell’altro in una Italia dove il migliore c’ha la rogna.

L’Italietta è incurante del fatto che Nicola Vendola a Bari sia stato assolto in modo legittimo dall’amica della sorella o Luigi De Magistris sia stato assolto a Salerno in modo legale dalla cognata di Michele Santoro, suo sponsor politico.

L’Italietta non si scandalizza del fatto che sui Tribunali e nella scuole si spenda il nome e l’effige di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino da parte di chi, loro colleghi, li hanno traditi in vita, causandone la morte.

L’Italietta non si sconvolge del fatto che spesso gli incriminati risultano innocenti e ciononostante il 40% dei detenuti è in attesa di giudizio. E per questo gli avvocati in Parlamento, anziché emanar norme, scioperano nei tribunali, annacquando ancor di più la lungaggine dei processi.

L’Italietta che su giornali e tv foraggiate dallo Stato viene accusata da politici corrotti di essere evasore fiscale, nonostante sia spremuta come un limone senza ricevere niente in cambio.

L’Italietta, malgrado ciò, riesce ancora a discernere le vergini dalle sgualdrine, sotto l’influenza mediatica-giudiziaria.

Fa niente se proprio tutta la stampa ignava tace le ritorsioni per non aver taciuto le nefandezze dei magistrati, che loro sì decidono chi candidare al Parlamento per mantenere e tutelare i loro privilegi.

Da ultimo è la perquisizione ricevuta in casa dall’inviato de “La Repubblica”, o quella ricevuta dalla redazione del tg di Telenorba.

Il re è nudo: c’è qualcuno che lo dice. E’ la testimonianza di Carlo Vulpio sull’integrità morale di Nicola Vendola, detto Niki. L’Editto bulgaro e l’Editto di Roma (o di Bari). Il primo è un racconto che dura da anni. Del secondo invece non si deve parlare.

I giornalisti della tv e stampa, sia quotidiana, sia periodica, da sempre sono tacciati di faziosità e mediocrità. Si dice che siano prezzolati e manipolati dal potere e che esprimano solo opinioni personali, non raccontando i fatti. La verità è che sono solo codardi.

E cosa c’è altro da pensare. In una Italia, laddove alcuni magistrati tacitano con violenza le contro voci. L’Italia dei gattopardi e dell’ipocrisia. L’Italia dell’illegalità e dell’utopia.

Tutti hanno taciuto "Le mani nel cassetto. (e talvolta anche addosso...). I giornalisti perquisiti raccontano". Il libro, introdotto dal presidente nazionale dell’Ordine Enzo Jacopino, contiene le testimonianze, delicate e a volte ironiche, di ventuno giornalisti italiani, alcuni dei quali noti al grande pubblico, che hanno subito perquisizioni personali o ambientali, in casa o in redazione, nei computer e nelle agende, nei libri e nei dischetti cd o nelle chiavette usb, nella biancheria e nel frigorifero, “con il dichiarato scopo di scoprire la fonte confidenziale di una notizia: vera, ma, secondo il magistrato, non divulgabile”. Nel 99,9% dei casi le perquisizioni non hanno portato “ad alcun rinvenimento significativo”.

Cosa pensare se si è sgualdrina o verginella a secondo dell’umore mediatico. Tutti gli ipocriti si facciano avanti nel sentirsi offesi, ma che fiducia nell’informazione possiamo avere se questa è terrorizzata dalle querele sporte dai PM e poi giudicate dai loro colleghi Giudici.

Alla luce di quanto detto, è da considerare candidabile dai puritani nostrani il buon “pregiudicato” Alessandro Sallusti che ha la sol colpa di essere uno dei pochi coraggiosi a dire la verità?

Si badi che a ricever querela basta recensire il libro dell’Ordine Nazionale dei giornalisti, che racconta gli abusi ricevuti dal giornalista che scrive la verità, proprio per denunciare l'arma intimidatoria delle perquisizioni alla stampa.

Che giornalisti sono coloro che, non solo non raccontano la verità, ma tacciono anche tutto ciò che succede a loro?

E cosa ci si aspetta da questa informazione dove essa stessa è stata visitata nella loro sede istituzionale dalla polizia giudiziaria che ha voluto delle copie del volume e i dati identificativi di alcune persone, compreso il presidente che dell'Ordine è il rappresentante legale?

Allora io ho deciso: al posto di chi si atteggia a verginella io voterei sempre un “pregiudicato” come Alessandro Sallusti, non invece chi incapace, invidioso e cattivo si mette l’abito bianco per apparir pulito.

Il reddito si crea. Il reddito non si sostenta dallo Stato. Perché se nessuno produce e nessuno commercia, da chi si prendono i soldi per i consumi o mantenere una società?

Ed una società funziona se sono i capaci e competenti a farla funzionare, altrimenti si blocca.

In questa Italia cattocomunista non puoi fare nulla, perché si fotte tutto lo Stato con tasse, tributi e contributi, per mantenere i parassiti nazionali ed europei.

In questa Italia cattocomunista non puoi avere nulla, perché si fotte tutto lo Stato con accuse strumentali di mafiosità e con i fallimenti truccati, per mantenere i profittatori.

In questa Italia parlano di sostegno al lavoro, ma nulla fanno per incentivarlo a crearlo, come agevolare il credito, o come detassare, o come sburocratizzare, con eliminazione di vincoli e fardelli.

I giovani in questo modo possono inventare e creare il proprio lavoro, senza essere condannati alla dipendenza di stampo socialista.

I giovani hanno bisogno di libertà d’impresa non di elemosine.

LO STATO DI DIRITTO. UN ECCELLENTE INTERVENTO DEL PG. Otello Lupacchini.

Rechtstaat=Stato di diritto; Volksgeist=Spirito del popolo; Furerprinzip=(Principio autoritario) Direttiva del capo.

Facebook  19 giugno 2015. Otello Lupacchini: Mi permetto di segnalare all'avvocato David Ermini che tra "testi legislativi" e "norme" esiste una sostanziale differenza, in un sistema, quello del Rechtstaat costituzionale, fondato sulla divisione del lavoro, in forza del quale, se il legislatore elabora e licenzia i "testi" legislativi, le "norme" sono invece i prodotti dell'interpretazione autoritativa della giurisprudenza. Mi permetto di segnalare altresì all'illustre giurista che, una volta uscito dalle mani del legislatore il "testo" legislativo, i lavori preparatori degradano a meri precedenti storici, e che, potendo in essi trovarsi tutto e il contrario di tutto, sono il peggiore viatico per chi voglia individuare le "intenzioni del legislatore". Incidenter tantum, da giurista e giusfilosofo, vorrei ricordare quanto sia pericoloso identificare le "intenzioni del legislatore" col Volksgeist o, peggio, con il Furerprinzip.

Cos’è la Legalità: è la conformità alla legge.

Ancora oggi l’etimologia di lex è incerta; i più ricollegano effettivamente lex a legere, ma un’altra teoria la riconduce alla radice indoeuropea legh- (il cui significato è quello di “porre”), dalla quale proviene l’anglosassone lagu e, da qui, l’inglese law.

Nella Grecia antica le leggi sono il simbolo della sovranità popolare. Il loro rispetto è presupposto e garanzia di libertà per il cittadino. Ma la legge greca non è basata, come quella ebraica, su un ordine trascendente; essa è frutto di un patto fra gli uomini, di consuetudini e convenzioni. Per questo è fatta oggetto di una ininterrotta riflessione che si sviluppa dai presocratici ad Aristotele e che culmina nella crisi del V secolo: se la legge non si fonda sulla natura, ma sulla consuetudine, non è assoluta ma relativa come i costumi da cui deriva; dunque non ha valore normativo, e il diritto cede il campo all'arbitrio e alla forza. La relazione che intercorre tra il concetto di legge e il concetto di luogo è insito nell’etimologia del termine greco nomos, che significa pascolo e che, progressivamente, dietro alla necessaria consuetudine di legittimare la spartizione del “pascolo”, ha finito per assumere questo secondo significato: legge. Ma nemein significa anche abitare e nomas è il pastore, colui che abita la legge, oltre che il pascolo; la conosce e la sa abitare. E nemesis è la divinità che si accanisce inevitabilmente su coloro che non sanno abitare la legge.

Da qui il detto antico “qui la legge sono io”. Conflittuale se travalica i confini di detto pascolo. Legge e luogo sono intrinsecamente connessi. Infatti, la nemesi della legge è proprio quella libertà commerciale che esige un’economia globale, che travalica tutti i confini, che considera la terra come un unico grande spazio. Insieme ai paletti di delimitazione degli stati sradica così anche la legge che li abita.

I greci, con Platone, avevano teorizzato l’origine divina del nomos. Obbedire alle leggi della polis significava implicitamente riconoscere il dio (nomizein theos) che si nasconde dietro l’ethos originario.

La conclusione di entrambi i percorsi - quello lungo e quello breve - dovrebbe condurre a definire la politica come scienza anthroponomikè o scienza di amministrare gli esseri umani. Nómos in greco significa "norma", "legge", "convenzione"; vuol dire "pascolo" e nomeus vuol dire "pastore": il procedimento dicotomico sembra condurre lontano dal nómos nel suo primo senso, a far intendere l'antroponomia come l'arte di pascolare gli uomini.

Cicerone adotta l’etimologia di lex da legere, non perché la si legge in quanto scritta, bensì perché deriva dal verbo legere nel significato di “scegliere”.

“Dicitur enim lex a ligando, quia obligat agendum”, Questa etimologia di “legge” si trova all’inizio della celebre esposizione di Tommaso d’Aquino sulla natura della legge, presente nella Summa theologiae.

Da qui il concetto di legge: “la legge è una regola o misura nell’agire, attraverso la quale qualcuno è indotto ad agire o vi è distolto. Legge, infatti, deriva da legare, poiché obbliga ad agire.”

Il termine italiano legge deriva da legem, accusativo del latino lex.

Lex significava originariamente norma, regola di pertinenza religiosa.

Queste regole furono a lungo tramandate a memoria, ma la tradizione orale - che implicava il rischio di travisamenti - fu poi sostituita da quella scritta.

Sono così giunte fino a noi testimonianze preziose come le Tavole Eugubine, una raccolta di disposizioni che riguardavano sacrifici ed altre pratiche di culto dell’antico popolo italico di Iguvium, l’attuale Gubbio.

A Roma, in età repubblicana, vennero promulgate ed esposte pubblicamente le Leggi delle Dodici Tavole, che si riferivano non più solamente a questioni religiose: il termine lex assunse così il valore di norma giuridica che regola la vita e i comportamenti sociali di un popolo.

Sul finire dell’età antica l’imperatore Giustiniano fece raccogliere tutta la tradizione legislativa e giuridica romana nel monumentale Corpus Iuris, la raccolta del diritto, che ha costituito la base della civiltà giuridica occidentale.

Dalla riscoperta del Corpus Iuris sono state costituite circa mille anni fa le Facoltà di Legge - cioè di Giurisprudenza e di Diritto - delle grandi università europee, nelle quali si sono formati i giuristi, ovvero gli uomini di legge di tutta l’Europa medievale e moderna.

La parola legge è divenuta sinonimo di diritto, con il valore di complesso degli ordinamenti giuridici e legislativi di un paese.

In questo senso oggi la Costituzione italiana sancisce che la legge è uguale per tutti, e afferma la necessità per ogni persona di una educazione al rispetto della legalità: una società civile deve fondarsi sul rispetto dei diritti e dei doveri di tutti i cittadini che trovano nelle leggi le loro regole.

Per millenni, tuttavia, il concetto di legge è stato collegato esclusivamente ad ambiti religiosi o sacrali, e per alcuni popoli ancora oggi all’origine delle leggi vi è l’intervento divino.

Pensiamo agli ebrei, per i quali la Legge - la Thorà nella lingua ebraica - è senz’altro la legge divina, non soltanto in riferimento ai Comandamenti consegnati dal Signore a Mosè sul monte Sinai - la legge mosaica - ma in generale a tutta la Bibbia, considerata come manifestazione della volontà divina che regola i comportamenti degli uomini.

Anche i Musulmani osservano una legge - la legge coranica - contenuta in un testo sacro, il Corano, dettato da Dio, Allah, al suo profeta Maometto.

Una legalità fondata sulla giustizia è dunque l’unico possibile fondamento di una ordinata società civile, e anche una delle condizioni fondamentali perché ci sia una reale difesa della libertà dei cittadini di ogni nazione.

Dura lex, sed lex: la frase, tradotta dal latino letteralmente, significa dura legge, ma legge. Più propriamente in italiano: "La legge è dura, ma è (sempre) legge" (e quindi va rispettata comunque).

Chi vive ai margini della legge, o diventa fuorilegge, si pone al di fuori della convivenza civile e va sottoposto ai rigori della legge, cioè a una giusta punizione: in nome della legge è proprio la formula con cui i tutori dell’ordine intimano ai cittadini di obbedire agli ordini dell’autorità, emanati secondo giustizia.

Il giusnaturalismo (dal latino ius naturale, "diritto di natura") è il termine generale che racchiude quelle dottrine filosofico-giuridiche che affermano l'esistenza di un diritto, cioè di un insieme di norme di comportamento dedotte dalla "natura" e conoscibili dall'essere umano.

Il giusnaturalismo si contrappone al cosiddetto positivismo giuridico basato sul diritto positivo, inteso quest'ultimo come corpus legislativo creato da una comunità umana nel corso della sua evoluzione storica. Questa contrapposizione è stata efficacemente definita "dualismo".

Secondo la formulazione di Grozio e dei teorici detti razionalisti del giusnaturalismo, che ripresero il pensiero di Tommaso d’Aquino, attualizzandolo, ogni essere umano (definibile oggi anche come ogni entità biologica in cui il patrimonio genetico non sia quello di alcun altro animale se non di quello detto appartenente alla specie umana), pur in presenza dello stato e del diritto positivo ovvero civile, resta titolare di diritti naturali, quali il diritto alla vita, ecc. , diritti inalienabili che non possono essere modificati dalle leggi. Questi diritti naturali sono tali perché ‘razionalmente giusti’, ma non sono istituiti per diritto divino; anzi, dato Dio come esistente, Dio li riconosce come diritti proprio in quanto corrispondenti alla “ragione” connessa al libero arbitrio da Dio stesso donato.

Dialogo con un mussulmano in Italia.

«Perché tu sei così radicale?

Perché non abiti in Arabia Saudita???

Perché hai abbandonato già il tuo Paese musulmano?

Voi lasciate Paesi da voi definiti benedette da Dio con la grazia dell’Islam e immigrate verso Paesi da voi definiti puniti da Dio con l’infedeltà.

Emigrate per la libertà …

per la giustizia …

per il benessere …

per l’assistenza sanitaria ..

per la tutela sociale …

per l’uguaglianza davanti alla legge …

per le giuste opportunità di lavoro …

per il futuro dei vostri figli …

per la libertà di espressione ..

quindi non parlate con noi con odio e razzismo ..

Noi vi abbiamo dato quello che non avete …

Ci rispettate e rispettate la nostra volontà, altrimenti andate via».

Qualcuno afferma che queste frasi le abbia pronunciate Julia Gillard (primo ministro australiano) ed abbia rilasciato queste affermazioni nel 2005 rivolgendosi ad un Islamista radicale estremista in Australia.

Qualcun altro decreta che sia una bufala e che Julia Gillard non abbia mai proferito quelle frasi.

Se nessuno fino ad oggi ha dato paternità a queste frasi, allora dico: sono mie!

Antonio Giangrande: Un mondo dove ci sono solo obblighi e doveri. Un mondo dove ci sono solo divieti, impedimenti e, al massimo, ci sono concessioni. Un mondo dove non ci sono diritti, ma solo privilegi per i più furbi, magari organizzati in caste e lobbies. In un mondo come questo, dove tutti ti dicono cosa puoi o devi fare; cosa puoi o devi dire; dove l’uno non conta niente, se non essere solo un mattone. In un mondo come questo che mai cambia, che cazzo di vita è.

Pink Floyd – Another Brick In The Wall. 1979

Part 1 (“Reminiscing”) ("Ricordando")

Daddy’s flown across the ocean – Papà è volato attraverso l’oceano.

Leaving just a memory – Lasciando solo un ricordo.

Snapshot in the family album – Un’istantanea nell’album di famiglia.

Daddy what else did you leave for me? – Papà cos’altro hai lasciato per me?

Daddy, what’d’ja leave behind for me?!? – Papà, cos’hai lasciato per me dietro di te?!?

All in all it was just a brick in the wall. – Tutto sommato era solo un altro mattone nel muro.

All in all it was all just bricks in the wall. – Tutto sommato erano solo mattoni nel muro.

“You! Yes, you! Stop steal money!” – “Tu! Si, Tu! Smettila di rubare i soldi!”

Part 2 (“Education”) ("Educazione")

We don’t need no education – Non abbiamo bisogno di alcuna istruzione.

We dont need no thought control – Non abbiamo bisogno di alcun controllo mentale.

No dark sarcasm in the classroom – Nessun cupo sarcasmo in aula.

Teachers, leave them kids alone – Insegnanti, lasciate in pace i bambini.

Hey! Teachers! Leave them kids alone! – Hey! Insegnanti! Lasciate in pace i bambini!

All in all it’s just another brick in the wall. – Tutto sommato è solo un altro mattone nel muro.

All in all you’re just another brick in the wall. – Tutto sommato sei soltanto un altro mattone nel muro.

We don’t need no education – Non abbiamo bisogno di alcuna istruzione.

We don’t need no thought control – Non abbiamo bisogno di alcun controllo mentale.

No dark sarcasm in the classroom – Nessun cupo sarcasmo in aula.

Teachers leave them kids alone – Insegnanti, lasciate in pace i bambini.

Hey! Teachers! Leave them kids alone! – Hey! Insegnanti! Lasciate in pace i bambini!

All in all it’s just another brick in the wall. – Tutto sommato è solo un altro mattone nel muro.

All in all you’re just another brick in the wall. – Tutto sommato sei solo un altro mattone nel muro.

“Wrong, Do it again!” – “Sbagliato, rifallo daccapo!”

“If you don’t eat yer meat, you can’t have any pudding. – “Se non mangi la tua carne, non potrai avere nessun dolce.

How can you have any pudding if you don’t eat yer meat?” – Come pensi di avere il dolce se non mangi la tua carne?

“You! Yes, you behind the bikesheds, stand still laddy!” – “Tu! Sì, tu dietro la rastrelliera delle biciclette, fermo là, ragazzo!”

Part 3 (“Drugs”) ("Droghe-Farmaci")

“The Bulls are already out there” – “I Tori sono ancora là fuori”.

“Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaarrrrrgh!” – “Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaarrrrrgh!”

“This Roman Meal bakery thought you’d like to know.” – “Questo è un piatto Romano al forno, pensavo che lo volessi sapere.”

I don’t need no arms around me – Non ho bisogno di braccia attorno a me.

And I dont need no drugs to calm me. – E non ho bisogno di droghe per calmarmi.

I have seen the writing on the wall. – Ho visto la scritta sul muro.

Don’t think I need anything at all. – Non pensare che io abbia bisogno di qualcosa.

No! Don’t think I’ll need anything at all. – No! Non pensare che io abbia bisogno di qualcosa.

All in all it was all just bricks in the wall. – Tutto sommato erano solo mattoni nel muro.

All in all you were all just bricks in the wall. – Tutto sommato eravate tutti solo mattoni nel muro.

Lo Stato può imporre il rispetto delle norme, ma non di ritenerle giuste. Legge sopraffazione: lo Stato può richiedere rispetto norme ma non di ritenerle giuste. Iuri Maria Prado su Il Riformista il 31 Agosto 2021. È diffuso un piccolo fraintendimento (piccolo si fa per dire, ovviamente): e cioè che i diritti di libertà, ma direi i diritti in genere, costituiscano beni da “meritare”. E che meritarli significhi subordinarsi a un sistema di valori e farne professione. Ha questo stampo la dichiarazione antifascista richiesta da certe istituzioni municipali per poter partecipare ad attività pubbliche. Ha questo stampo la revoca della semilibertà a un fascista che assiste a un raduno politico. Ha questo stampo la tortura inflitta al mafioso che non si pente.

Non si capisce – ed è un segno esemplare dell’incertezza democratica di questo Paese – che si può chiedere al cittadino di rispettare la legge: non di condividere il valore che ne è alla base, e cioè di ritenerla giusta. E non lo si capisce perché si ignora che mentre la legge è un fatto, la giustizia è un valore: e in democrazia è quello, il fatto, cioè la legge uguale per tutti, non la giustizia, che ciascuno concepisce secondo il proprio criterio, a dover essere considerato nella distribuzione degli obblighi e dei diritti. Nel nome delle discriminanti valoriali – quella antifascista e quella antimafiosa sopra tutte – si compiono sopraffazioni illiberali di cui ci si vergognerebbe se appena quella parola – democrazia – avesse un contenuto anziché ridursi a un modo di dire. Iuri Maria Prado

Giusto fine, mezzi sbagliati. La cultura giustizialista ha trasformato l’Italia in uno Stato confessional-giudiziario. Iuri Maria Prado su L'Inkiesta il 4 settembre 2021. Negli anni Ottanta si ritenne che per debellare la criminalità mafiosa occorresse inventare il delitto mafioso, e cioè punire la mafiosità dell’omicidio, del furto, della truffa, dell’estorsione, della corruzione, con il risultato che le indagini e i processi presero a svilupparsi sulla base dell’indizio di mafiosità e a prescindere dal necessario riscontro circa le effettive responsabilità delittuose. È stato un errore. Non si offenderebbe la memoria del generale Dalla Chiesa, ieri celebrata dal presidente della Repubblica, riguardando con giudizio equanime i quarant’anni di mezzi sbagliati che lo Stato ha adoperato al giusto fine di trionfare sul crimine organizzato. Anzi, lo Stato che commemora le vittime illustri della violenza mafiosa renderebbe loro un servizio migliore se non omettesse sistematicamente di riconoscere il vizio capitale delle politiche cosiddette antimafia: che fu di aver voluto contrastare quell’offensiva con una legislazione simbolica, totemistica, e con un tentativo di rifondazione sociale per via giudiziaria. Al mafioso secondo cui “la mafia non esiste” si rispose mettendo la mafia dove non dovrebbe esistere, e cioè nella legge. Perlopiù (non sempre) in buona fede, si ritenne cioè che per debellare la criminalità mafiosa occorresse inventare il delitto mafioso, e cioè punire la mafiosità dell’omicidio, del furto, della truffa, dell’estorsione, della corruzione, con il risultato che le indagini e i processi presero a svilupparsi sulla base dell’indizio di mafiosità e a prescindere dal necessario riscontro circa le effettive responsabilità delittuose. Perché divenne quella, la presunta matrice di mafia, la cosa che qualificava ed esauriva la fattispecie. “Arrestato per mafia”, “Condannato per mafia”, non furono più soltanto semplificazioni giornalistiche: diventarono realtà processuali. E si giunse a tanto, appunto, proprio per il trionfo di quella concezione fuorviante e pericolosissima dell’attività inquirente e giurisdizionale: l’idea, cioè, che essa abbia il compito di tutela sociale che ancora una volta, perlopiù in buona fede, propugna la cultura cosiddetta antimafia. Se fossimo in uno Stato di diritto quella cultura apparterrebbe a una vaga congerie di ininfluente moralismo autoritario, ma nello Stato confessional-giudiziario cui è ridotto il nostro sistema essa si è incartata nelle leggi che combattono la mafia come si combatte il malocchio, la stregoneria, insomma “il male”. Nel convincimento forsennato che contro la cultura mafiosa che nega l’esistenza della mafia debba elevarsi lo Stato che la fa esistere nel concorso esterno, nel carcere duro, nei rastrellamenti, nell’aula-bunker, nella confessione, nel pentimento, cioè a dire nella strumentazione buona a far processi senza prove e sentenze piene di mafia e vuote di reati. Riconoscere, quando si ricordano i caduti, che una società infiltrata di mafia è insana, ma non si cura con una legislazione infiltrata di antimafia, rappresenta il tributo purtroppo ancora inedito in queste ricorrenze.

Il problema non è, come si dice, se gli avvocati sono tanti a pascolare in campi senz’erba.

Il problema è se quei tanti sono all’altezza del compito, tenuto conto che l’esame di abilitazione è irregolare e non meritocratico (truccato e truccabile come tutti gli esami e concorsi pubblici), così come da me ampiamente provato negli anni.

Il problema è, anche, se l’ordinamento giuridico non abbia ristretto al massimo il campo operativo forense e quindi la tutela dei diritti del cittadino. Prima che mi impedissero di praticare, per ritorsione, potevo oppormi alle sanzioni amministrative o adoperarmi per i sinistri stradali, così come potevo attivarmi illimitatamente per ogni risarcimento del danno. Il principiante faceva pratica con i micro procedimenti. Oggi, ogni forma onerosa di inibizione al processo ha portato all’inaridimento degli sbocchi. Ergo: lavorano solo i principi del foro ed i loro amicali.   

Infine, ma non ultimo problema, è che se tocchi un privilegio dei magistrati solidali scatta il finimondo della casta, se ledono i diritti degli avvocati individualisti, la lobby non muove foglia.  

"Io non mi sento italiano": Giorgio Gaber aveva capito tutto. Marco Castoro il 18 dicembre 2020.  «IO NON mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono». Questi versi della canzone di Giorgio Gaber (datata 2003) la dicono tutta sull’Italia di ieri, di oggi e chissà anche di domani, se neanche con la scossa dei fondi europei riusciamo a scuoterla per cambiarla. Quanti di noi non si sentono italiani, vuoi perché il Paese è prigioniero della burocrazia, vuoi perché è gestito da politici e burocrati che pensano solo alle poltrone e a complicare la vita degli italiani. Una classe politica e dirigenziale che non sa prendere decisioni, che si becca come in un pollaio con le elezioni come unico pensiero e obiettivo. Nel «per fortuna o purtroppo lo sono» c’è tutta l’Italia e l’italiano. C’è la bellezza del clima, del mare e dei monti, del sole e delle scogliere. C’è la bellezza dell’arte che ti lascia a bocca aperta. Dal Romano al Rinascimento, dal Barocco al Neorealismo. Orgoglio della patria, così come la nazionale di calcio, la moda e l’artigianato, l’arte di arrangiarsi e la creatività degli italiani. Nel «purtroppo lo sono» invece c’è la disperazione di non vedere mai l’uscita del tunnel, di pagare delle tasse elevate per poi ricevere dei servizi scadenti, di vedere scappare all’estero i migliori cervelli. Di vedere l’Alta Velocità che si ferma a Salerno. La banda larga ultraveloce che diventa un lusso per pochi invece che un servizio per tutti, anche per chi non vive nelle grandi città. La didattica a distanza ha messo a nudo il problema. «Un Bel Paese pieno di poesia ma che nel mondo occidentale è la periferia», per citare ancora Gaber che ammette la sconfitta dell’Italia quando sentenzia: «Non vedo alcun motivo per essere orgogliosi». Il mitico G.G. se la prende anche con il Mameli: «Non sento un gran bisogno dell’inno nazionale di cui un po’ mi vergogno». Per poi radere al suolo i politici e i parlamentari, la vera zavorra di un Paese che non cresce e che paga le loro incompetenze. «Ma questo nostro Stato che voi rappresentate mi sembra un po’ sfasciato. È anche troppo chiaro agli occhi della gente che tutto è calcolato e non funziona niente… Persino in parlamento c’è un’aria incandescente, si scannano su tutto e poi non cambia niente… il grido ‘Italia, Italia’ c’è solo alle partite». Attualissima anche la frase «Abbiam fatto l’Europa, facciamo anche l’Italia», che si potrebbe tradurre come una invocazione al governo, all’opposizione, alle task force e alle Regioni a sfruttare al massimo i soldi del Next Generation Eu. In modo da poter finalmente dire: Io mi sento italiano.

Il cafone è chiassoso, esibizionista, ignorante e prepotente. I suoi sinonimi: Se vuoi chiamali terroni o polentoni, bauscia o burini, ecc..

Facciamo sempre il solito errore: riponiamo grandi speranze ed enormi aspettative in piccoli uomini senza vergogna.

Un altro errore che commettiamo è dare molta importanza a chi non la merita.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che ne disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

Lettera da Crispi a Garibaldi - Caprera. Torino, 3 febbraio 1863.

Mio Generale! Giunto da Palermo, dove stetti poco men che un mese, credo mio dovere dirvi qualche cosa della povera isola che voi chiamaste a libertà e che i vostri successori ricacciarono in una servitù peggiore di prima. Dal nuovo regime quella popolazione nulla ha ottenuto di che potesse esser lieta. Nissuna giustizia, nissuna sicurezza personale, l'ipocrisia della libertà sotto un governo, il quale non ha d'italiano che appena il nome. Ho visitate le carceri e le ho trovate piene zeppe d'individui i quali ignorano il motivo per il quale sono prigionieri. Che dirvi del loro trattamento? Dormono sul pavimento, senza lume la notte, sudici, nutriti pessimamente, privi d'ogni conforto morale, senza una voce che li consigli e li educhi onde fosser rilevati dalla colpa. La popolazione in massa detesta il governo d'Italia, che al paragone trova più tristo del Borbonico. Grande fortuna che non siamo travolti in quell'odio noi, che fummo causa prima del mutato regime! Essa ritien voi martire, noi tutti vittime della tirannide la quale viene da Torino e quindi ci fa grazia della involontaria colpa. Se i consiglieri della Corona non mutano regime, la Sicilia andrà incontro ad una catastrofe. E' difficile misurarne le conseguenze, ma esse potrebbero essere fatali alla patria nostra. L'opera nostra dovrebbe mirare ad evitare cotesta catastrofe, affinchè non si sfasci il nucleo delle provincie unite che al presente formano il regno di Italia. Con le forze di questo regno e coi mezzi ch'esso ci offre, noi potremmo compiere la redenzione della penisola e occupar Roma. Sciolto cotesto nucleo, è rimandata ad un lontano avvenire la costituzione d'Italia. Della vostra salute, alla quale tutti c'interessiamo, ho buone notizie, che spero sempre migliori. Di Palermo tutti vi salutano come vi amano. Abbiatevi i complimenti di mia moglie e voi continuatemi il vostro affetto e credetemi. Vostro ora e sempre. F. Crispi.

La verità è rivoluzionaria. Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Non credo di aver fatto del male. Nonostante ciò, non rifarei oggi la via dell'Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio. Giuseppe Garibaldi (da una lettera scritta ad Adelaide Cairoli, 1868)

Cronologia moderna delle azioni massoniche e mafiose.

27 marzo 1848 - Nasce la Repubblica Siciliana. La Sicilia ritorna ad essere indipendente, Ruggero Settimo è capo del governo, ritorna a sventolare l'antica bandiera siciliana. Gli inglesi hanno numerosi interessi nell'Isola e consigliano al Piemonte di annettersi la Sicilia. I Savoia preparano una spedizione da affidare a Garibaldi. Cavour si oppone perchè considera quest'ultimo un avventuriero senza scrupoli (ricordano impietositi i biografi che Garibaldi ladro di cavalli, nell' America del sud, venne arrestato e gli venne tagliato l'orecchio destro. Sarà, suo malgrado, capellone a vita per nascondere la mutilazione) [Secondo altre fonti l’orecchio gli sarebbe stato staccato con un morso da una ragazza che aveva cercato di violentare all’epoca della sua carriera di pirata, stupratore, assassino in America Latina, NdT]. Il nome di Garibaldi, viene abbinato altresì al traffico di schiavi dall'Africa all'America. Rifornito di denaro inglese da i Savoia, Garibaldi parte per la Sicilia.

11 maggio 1860 - Con la protezione delle navi inglesi Intrepid e H.M.S. Argus, Garibaldi sbarca a Marsala. Scrive il memorialista garibaldino Giuseppe Bandi: I mille vengono accolti dai marsalesi come cani in chiesa! La prima azione mafiosa è contro la cassa comunale di Marsala. Il tesoriere dei mille, Ippolito Nievo lamenta che si trovarono pochi spiccioli di rame. I siciliani allora erano meno fessi! E' interessante la nota di Garibaldi sull'arruolamento: "Francesco Crispi arruola chiunque: ladri, assassini, e criminali di ogni sorta".

15 maggio 1860 - Battaglia di Calatafimi. Passata alla storia come una grande battaglia, fu invece una modesta scaramuccia, si contarono 127 morti e 111 furono messi fuori combattimento. I Borbone con minor perdite disertano il campo. Con un esercito di 25.000 uomini e notevole artiglieria, i Borbone inviano contro Garibaldi soltanto 2.500 uomini. E' degno di nota che il generale borbonico Landi, fu comprato dagli inglesi con titoli di credito falsi e che l'esercito borbonico ebbe l'ordine di non combattere. Le vittorie di Garibaldi sono tutte una montatura.

27 maggio 1860 - Garibaldi entra a Palermo da vincitore!....Ateo, massone, mangiapreti, celebra con fasto la festa di santa Rosalia.

30 maggio 1860 - Garibaldi dà carta bianca alle bande garibaldine; i villaggi sono saccheggiati ed incendiati; i garibaldini uccidevano anche per un grappolo d'uva. Nino Bixio uccide un contadino reo di aver preso le scarpe ad un cadavere. Per incutere timore, le bande garibaldine, torturano e fucilano gli eroici siciliani.

31 maggio 1860 - Il popolo catanese scaccia per sempre i Borbone. In quell'occasione brillò, per un atto di impavido coraggio, la siciliana Giuseppina Bolognani di Barcellona Pozzo di Gotto (ME). Issò sopra un carro un cannone strappato ai borbonici e attese la carica avversaria; al momento opportuno, l'avversario a due passi, diede fuoco alle polveri; il nemico, decimato, si diede alla fuga disordinata. Si guadagnò il soprannome Peppa 'a cannunera (Peppa la cannoniera) e la medaglia di bronzo al valor militare.

2 giugno 1860 - Con un decreto, Garibaldi assegna le terre demaniali ai contadini; molti abboccano alla promessa. Intanto nell'Isola divampava impetuosa la rivoluzione che vedeva ancora una volta il Popolo Siciliano vittorioso. Fu lo stesso popolo che unito e compatto costrinse i borbonici alla ritirata verso Milazzo.

17 luglio 1860 - Battaglia di Milazzo. Il governo piemontese invia il Generale Medici con 21.000 uomini bene armati a bordo di 34 navi. La montatura garibaldina ha fine. I contadini siciliani si ribellano, vogliono la terra promessagli. Garibaldi, rivelandosi servo degli inglesi e degli agrari, invia loro Nino Bixio.

10 agosto 1860 - Da un bordello di Corleone, Nino Bixio ordina il massacro di stampo mafioso di Bronte. Vengono fucilati l'avvocato Nicolò Lombardo e tre contadini, tra i quali un minorato! L'Italia mostra il suo vero volto.

21 ottobre 1860 - Plebiscito di annessione della Sicilia al Piemonte. I voti si depositano in due urne: una per il "Sì" e l'altra per il "No". Intimorendo, come abitudine mafiosa, ruffiani, sbirri e garibaldini controllano come si vota. Su una popolazione di 2.400.000 abitanti, votarono solo 432.720 cittadini (il 18%). Si ebbero 432.053 "Sì" e 667 "No". Giuseppe Mazzini e Massimo D'Azeglio furono disgustati dalla modalità del plebiscito. Lo stesso ministro Eliot, ambasciatore inglese a Napoli, dovette scrivere testualmente nel rapporto al suo Governo che: "Moltissimi vogliono l'autonomia, nessuno l'annessione; ma i pochi che votano sono costretti a votare per questa". E un altro ministro inglese, Lord John Russel, mandò un dispaccio a Londra, cosí concepito: "I voti del suffragio in questi regni non hanno il minimo valore".

1861 - L'Italia impone enormi tasse e l'obbligo del servizio militare, ma per chi ha soldi e paga, niente soldato. Intanto i militari italiani, da mafiosi, compiono atrocità e massacri in tutta l'Isola. Il sarto Antonio Cappello, sordomuto, viene torturato a morte perchè ritenuto un simulatore, il suo aguzzino, il colonnello medico Restelli, riceverà la croce dei "S.S. Maurizio e Lazzaro". Napoleone III scrive a Vittorio Emanuele: "I Borbone non commisero in cento anni, gli orrori e gli errori che hanno commesso gli agenti di Sua Maestà in un anno”.

1863 - Primi moti rivoluzionari antitaliani di pura marca indipendentista. Il governo piemontese instaura il primo stato d'assedio. Viene inviato Bolis per massacrare i patrioti siciliani. Si prepara un'altra azione mafiosa contro i Siciliani.

8 maggio 1863 - Lord Henry Lennox denuncia alla camera dei Lords le infamie italiane e ricorda che non Garibaldi ma l'Inghilterra ha fatto l'unità d'Italia.

15 agosto 1863 - Secondo stato d'assedio. Si instaura il terrore. I Siciliani si rifiutano di indossare la divisa italiana; fu una vera caccia all'uomo, le famiglie dei renitenti furono torturate, fucilate e molti furono bruciati vivi. Guidava l'operazione criminale e mafiosa il piemontese Generale Giuseppe Govone. (Nella pacifica cittadina di Alba, in piazza Savona, nell'aprile 2004 è stato inaugurato un monumento equestre a questo assassino. Ignoriamo per quali meriti.)

1866 - In Sicilia muoiono 52.990 persone a causa del colera. Ancora oggi, per tradizione orale, c'è la certezza che a spargervi il colera nell'Isola siano state persone legate al Governo italiano. Intanto tra tumulti, persecuzioni, stati d'assedio, terrore, colera ecc. la Sicilia veniva continuamente depredata e avvilita; il Governo italiano vendette perfino i beni demaniali ed ecclesiastici siciliani per un valore di 250 milioni di lire. Furono, nel frattempo, svuotate le casse della regione. Il settentrione diventava sempre più ricco, la Sicilia sempre più povera.

1868 - Giuseppe Garibaldi scrive ad Adelaide Cairoli:"Non rifarei la via del Sud, temendo di essere preso a sassate!". Nessuna delle promesse che aveva fatto al Sud (come quella del suo decreto emesso in Sicilia il 2 giugno 1860, che assegnava le terre comunali ai contadini combattenti), era stata mantenuta.

1871 - Il Governo, con un patto scellerato, fortifica la mafia con l'effettiva connivenza della polizia. Il coraggioso magistrato Diego Tajani dimostrò e smascherò questa alleanza tra mafia e polizia di stato e spiccò un mandato di cattura contro il questore di Palermo Giuseppe Albanese e mise sotto inchiesta il prefetto, l'ex garibaldino Gen. Medici. Ma il Governo italiano, con fare mafioso si schiera contro il magistrato costringendolo a dimettersi.

1892 - Si formano i "Fasci dei Lavoratori Siciliani". L'organizzazione era pacifica ed aveva gli ideali del popolo, risolvere i problemi siciliani. Chiedeva, l'organizzazione dei Fasci la partizione delle terre demaniali o incolte, la diminuzione dei tassi di consumo regionale ecc.

4 gennaio 1894 - La risposta mafiosa dello stato italiano non si fa attendere: STATO D'ASSEDIO. Francesco Crispi, (definito da me traditore dei siciliani a perenne vergogna dei riberesi) presidente del Consiglio, manda in Sicilia 40.000 soldati al comando del criminale Generale Morra di Lavriano, per distruggere l'avanzata impetuosa dei Fasci contadini. All'eroe della resistenza catanese Giuseppe De Felice vengono inflitti 18 anni di carcere; fu poi amnistiato nel 1896, ricevendo accoglienze trionfali nell'Isola.

Note di "Sciacca Borbonica": Sono molti i paesi del mondo che dedicano vie, piazze e strade a lestofanti e assassini. Ma pochi di questi paesi hanno fatto di un pirata macellaio addirittura il proprio eroe nazionale. Il 27 luglio 1995 il giornale spagnolo "El Pais", giustamente indignato per l’apologia di Garibaldi fatta dall’allora presidente Scalfaro (quello che si prendeva 100 milioni al mese in nero dal SISDE, senza che nessuno muovesse un dito) nel corso di una visita in Spagna, così gli rispose a pag. 6: “Il presidente d'Italia è stato nostro illustre visitante...... Disgraziatamente, in un momento della sua visita, il presidente italiano si è riferito alla presenza di Garibaldi nel Rio della Plata, in un momento molto speciale della storia delle nazioni di questa parte del mondo. E, senza animo di riaprire vecchie polemiche e aspre discussioni, diciamo al dott. Scalfaro che il suo compatriota [Garibaldi] non ha lottato per la libertà di queste nazioni come egli afferma. Piuttosto il contrario". Il 13 settembre 1860, mentre l'unificazione italiana era in pieno svolgimento, il giornale torinese Piemonte riportava il seguente articolo. (1): «Le imprese di Garibaldi nelle Due Sicilie parvero sin da allora così strane che i suoi ammiratori ebbero a chiamarle prodigiose. Un pugno di giovani guidati da un audacissimo generale sconfigge eserciti, piglia d'assalto le città in poche settimane, si fa padrone di un reame di nove milioni di abitanti. E ciò senza navigli e senz'armi... Altro che Veni, Vedi, Vici! Non c'è Cesare che tenga al cospetto di Garibaldi. I miracoli però non li ha fatti lui ma li fecero nell'ordine: 1°)-L'oro con il quale gli inglesi comprarono quasi tutti i generali borbonici e col quale assoldarono 20.000 mercenari ungheresi e slavi e pagarono il soldo ad altri 20.000 tra carabinieri e bersaglieri, opportunamente congedati dall'esercito sardo-piemontese e mandati come "turisti" nel Sud, altro che i 1000 scalcinati eroi...... 2°)-il generale Nunziante ed altri tra ufficiali dell'esercito e della marina che, con infinito disonore, disertarono la loro bandiera per correre sotto quella del nemico eccovi servito un piccolo elenco di traditori al soldo degli anglo-piemontesi, oltre al Nunziante: Generale Landi, Generale Cataldo, Generale Lanza, Generale Ghio, Comandante Acton, Comandante Cossovich,ed altri ancora; 3°)-i miracoli li ha fatti il Conte di Siracusa con la sua onorevolissima lettera al nipote Francesco II° (lettera pubblicata in un post a parte); 4°)-li ha fatti la Guardia Nazionale che, secondo il solito, voltò le armi contro il re che gliele avea date poche ore prima; 5°)-)li ha fatti il Gabinetto di Liborio Romano il quale, dopo aver genuflesso fino al giorno di ieri appié del trono di Francesco II, si prostra ai piedi di Garibaldi; 6°)- La quasi totalità della nobiltà siciliana. Beh, Con questi miracoli ancor io sarei capace di far la conquista, non dico della Sicilia e del Reame di Napoli, ma dell'universo mondo. Dunque non state a contare le prodezze di Sua Maestà Garibaldi I. Egli non è che il comodino della rivoluzione. Le società segrete (la massoneria) che hanno le loro reti in tutto il paese delle Due Sicilie, hanno di lunga mano preparato ogni cosa per la rivoluzione. E quando fu tutto apparecchiato si chiamò Garibaldi ad eseguire i piani [...]. Se non era Garibaldi sarebbe stato Mazzini, Kossuth, Orsini o Lucio della Venaria: faceva lo stesso. Appiccare il fuoco ad una mina anche un bimbo può farlo. Di fatto vedete che dappertutto dove giunge Garibaldi la rivoluzione è organizzata issofatto, i proclami sono belli e fatti, anzi stampati. In questo modo credo che Garibaldi può tranquillamente fare il giro del mondo a piantare le bandiere tricolori del Piemonte. Dopo Napoli Roma, dopo Roma Venezia, dopo Venezia la Dalmazia, dopo la Dalmazia l'Austria, caduta l'Austria il mondo è di Garibaldi, cioé del Piemonte! Oh che cuccagna! Torino capitale dell'Europa, anzi dell'orbe terracqueo. Ed i torinesi padroni del mondo!». Dai Savoia agli Agnelli, da una famiglia di vampiri ad un altra.....per il Sud sempre lo stesso destino.......dar loro anche l'ultima goccia di sangue. Comunque la Giustizia Divina arriva sempre........i savoia son finiti nella merda e nel ludibrio, gli Agnelli nella tomba e nella droga che certamente sarà il mezzo con quale ci libereremo di questa gente maledetta. 

«Il pregiudizio verso il Sud c’è ancora: siamo tutti mafiosi…» Il Dubbio l'11 settembre 2021. Dopo 1400 chilometri, il tour di Roberto "Oltre i pregiudizi" si chiude nella città del presunto brigante Giuseppe Villella, il cui teschio è rimasto al museo di antropologia criminale "Cesare Lombroso" a Torino. L'ultimo pregiudizio che resta da abbattere è quello nei confronti del Sud. Se, come spiega il giornalista Mimmo Gangemi, la «questione meridionale è ridotta a questione criminale». L’ultima tappa del viaggio di Roberto Sensi “Oltre i pregiudizi” è a Motta Santa Lucia, la terra del presunto brigante Giuseppe Villella, il cui teschio è rimasto al museo di antropologia criminale “Cesare Lombroso” a Torino. L’ultimo pregiudizio che resta insepolto è quello sul meridione, una malattia autoimmune non ancora debellata. «La questione meridionale la si è ridotta a una mera questione criminale», spiega lo scrittore e giornalista Mimmo Gangemi. Parla del presente. Un presente che non sembra essersi allontanato di un passo da Lombroso.

Il pregiudizio contro i meridionali, davvero esiste ancora?

Esiste ma ha assunto forme più nascoste, camuffate da una finzione di civiltà che lo rigetta. Sono episodi sporadici le discriminazioni di un tempo, quando non s’affittavano case ai nostri emigranti e l’essere del Sud diventava una tara, un marchio d’infamia. Il pregiudizio però continua a camminare sottotraccia. Il Sud è additato e percepito come la palla al piede dell’Italia. Gli abitanti saremmo parassiti che si perpetuano lagnosi e vittime, sfaticati, mafiosi o con mentalità mafiosa.

Com’è nato questo odio?

Non siamo mai diventati nazione. A noi è stata tramandata la memoria della forzatura sanguinaria, mai appianata e taciuta dalla storia, in un regno che ci ha conquistato e trattato da sottomessi, da Ascari, con tasse e imposizioni, la leva obbligatoria, le morti innocenti e paesi distrutti pur di eliminare il dissenso, e i briganti, peraltro spesso resistenti all’invasore. E siamo rimasti indietro, o siamo stati lasciati indietro, anche per l’insipienza della classe politica e dirigente che esprimiamo. Nel cammino assieme, c’è stata una disparità di attenzione e di risorse e si è impattato in diversità sociali, culturali, economiche, storiche, caratteriali che hanno pesato e inciso fino a realizzare un’Italia a due diverse velocità, fino a dilatare il distacco e ad alimentare l’odio. Certo è, tuttavia, che le nostre valigie di cartone degli anni ’ 50, legate con lo spago, non differivano da quelle che tutti assieme, gente del Nord e gente del Sud, allestimmo per un’emigrazione alle Americhe che soccorresse il futuro.

Al di là degli stereotipi, esiste un’identità comune che unisce i popoli del Sud?

Il regno dei Borboni è morto e sepolto. Mai è stato un elemento di coesione. Siamo Italia e ci piace essere Italia. L’identità comune c’è perché ci accumuna la storia di oltre un millennio, e ancor prima, la Magna Grecia. Dall’unità d’Italia in poi si è aggiunto l’uguale disagio di essere considerati colonia e un ostacolo alla crescita della nazione. E talvolta i disagi, le democrazie a scartamento ridotto e lo stesso pregiudizio distribuito largo sanno diventare punti di saldatura.

A volte però a trovarsi ad avere pregiudizi verso di sé è lo stesso Sud, che subisce la narrazione dominante.

Il Sud non ha molte voci autorevoli da opporre all’Italia che lo pesa e lo giudica con un metro falsato. La Calabria è quella combinata peggio. Oltrepassa il Pollino una narrazione menzognera ed esagerata nella condanna. I personaggi che hanno ascolto e microfono, e spesso una credibilità mal riposta, sono pochi. Tra loro, c’è pure chi la racconta molto peggio di quanto sia, fa trasparire l’idea che tutto sia mafia, ha creato l’equazione “calabrese uguale ’ ndranghetista”. E l’Italia ha abboccato, senza ragionare che a taluni, anche giornalisti, torna comodo irrobustire il mostro ‘ ndrangheta, che mostro è, perché così irrobustisce le carriere e i meriti, con buona pace dell’innocenza maltrattata e dello Stato di diritto scappato altrove.

Come è accaduto che un partito come la Lega, che ha fondato la propria storia sull’antimeridionalismo, finisse per essere così largamente votato anche qui?

Ingenui creduloni stendono un velo sul razzismo di decenni ed è come infilarsi da sé l’amo in bocca. Una fetta della classe politica, pur di sedere a cassetta, non bada alla parte con la quale si schiera, insegue solo il successo elettorale, bianco o nero non importa. E troppi cittadini dalla memoria corta votano, per utilità e clientelismo, il compare, l’amico, l’amico degli amici.

Cosa si potrebbe fare, nell’immediato, per il Sud?

Un’equità sociale, livellando le disparità che si sono create. Ci sono priorità che mancano e sulle quali ormai non si protesta, perché si è talmente assuefatti al degrado che ciò che altrove appare ordinario al Sud lo si vede straordinario, un di più, una concessione. La sanità è impoverita ad arte, per l’obiettivo di avvantaggiare quella del Nord, magari sovradimensionata, che accoglie anche per prestazioni sanitarie di basso peso. L’agricoltura è stata penalizzata da dover scegliere o di lasciare marcire il frutto o di ricorrere al lavoro nero, altrimenti si va in perdita. L’autostrada A2 è un inganno: mai è stata davvero ultimata, se tra Reggio a Cosenza 52 chilometri, i più pericolosi, sono rimasti quelli di prima, senza corsia di emergenza e con tracciati da brividi. L’alta velocità ferroviaria da Salerno in giù è altina, non alta. La statale 106 è la strada della morte, a doppio senso di circolazione. I treni sono lo scarto del Nord. E i finanziamenti pubblici dipendono dallo storico, da quelli ottenuti nel corso degli anni, e diventa una storpiatura della democrazia che, per esempio, Reggio Calabria non possa avere nulla o quasi per gli asili nido solo perché nulla ha mai avuto, mentre l’altra Reggio, pur con meno abitanti, ha 16 milioni annui. Perciò, lo si metta alla pari, il Sud. Solo dopo potrà essere additato colpevole.

“Si è sempre a Sud di qualcuno”, a volte però stupisce vedere comportamenti razzisti da parte di chi a sua volta ne ha subiti. Perché accade?

È un’anomalia che chi, come i veneti e i friulani, agli inizi del Novecento, popoli più nella fame e più numerosi dei meridionali nell’emigrazione e che hanno subito il razzismo, si siano trovati loro razzisti, disprezzando così il sacrificio lontano degli antenati che hanno consentito di giungere meglio ai giorni nostri. Ma tant’è. Ed è vero che c’è sempre qualcuno più a Sud oggetto di discriminazione. È di fresca memoria quella svizzera sui frontalieri lombardi. Però non ha insegnato nulla.

Bruno Bossio: «Le carceri sono lo specchio dei pregiudizi sui meridionali». TAPPA ZERO: TORINO. Roberto incontra la parlamentare dem Enza Bruno Bossio, che lo accompagnerà anche nella tappa finale a Motta Santa Lucia. A proposito delle teorie lombrosiane sulla predisposizione a delinquere, Bruno Bossio spiega come abbiano dato origine ai pregiudizi sui meridionali, maggiormente presenti nelle nostre carceri e spesso detenuti ingiustamente. Il Dubbio il 4 settembre 2021. Il tour “Sui pedali della libertà”, appena iniziato, unisce infatti due luoghi significativi: il museo di Cesare Lombroso a Torino e il paese di provenienza in Calabria di Giuseppe Villella. Il cui teschio, per il fondatore dell’antropologia criminale, dimostrava la correlazione tra le fattezze fisiche e la predisposizione a delinquere. «Devo dire – spiega Bruno Bossio – che purtroppo le teorie lombrosiane segnano l’inizio di un pregiudizio che è rimasto, se è vero come ci dicono le percentuali che la maggioranza della popolazione italiana in carcere – spesso detenuta ingiustamente – è meridionale. Soprattutto quando ci sono esigenze cautelari e non condanne».

I pregiudizi territoriali ed economici.

Mio nonno contadino ed analfabeta diceva: “Son ricchi. Hanno rubato. Io lavoro tutto il giorno e non divento ricco”. Ergo i ricchi sono ladri. La verità è che non aveva nè arte, nè parte, nè degni natali.

Mia zia emigrata al nord diceva: qua non è come "da voi", è meglio qua, tutta un'altra cosa. La verità è questa: è emigrata perchè non aveva nè arte, nè parte, nè degni natali. Per rivalsa è diventata rinnegata. La verità dei rinnegati è che, appunto per invidia, rinnegano le loro origini. Non sanno che sono condannati al limbo: saranno sempre terroni per i corona polentoni e corona polentoni per i terroni.

I Settentrionali puri conosciuti al Nord hanno sempre dei pregiudizi sui Meridionali: siamo tutti pregiudicati (da pregiudizio). Ergo: pregiudicati uguale a delinquente ed essendo del Sud siamo tutti delinquenti mafiosi. La verità è che sono ignoranti, resi tali dai media prezzolati dalla Finanza del Nord, e sono in malafede perchè vogliono le risorse finanziare pubbliche tutte per loro e lo sfruttamento delle risorse umane meridionali per i loro fini. E' l'invidia di non avere il mare, il sole e di non essere gente del sud solidale e con la luce nel cuore.

Quindi se per i comunisti e per i settentrionali siamo mafiosi, noi meridionali non abbiamo diritto a gestire le nostre risorse se non dimostriamo di non essere mafiosi.

In Italia l’onere della prova è ribaltata: i ricchi ed i meridionali devono dimostrare di essere onesti, mentre gli accusatori non devono dimostrare di essere bugiardi e razzisti.

 Inglesi e padani. Quello che sono e quello che appaiono.

Oggi 12 luglio 2021. All’indomani dello spettacolo indegno del razzismo inglese contro gli italiani, ma ancor più grave, contro i loro neri che hanno sbagliato i rigori.

I tifosi inglesi hanno dileggiato l’inno e la bandiera italiana e picchiato gli italiani allo stadio.

I giocatori hanno rifiutato la medaglia ed i reali hanno rifiutato di premiare gli avversari.

Gli arroganti se ne fottono se gli altri del Regno Unito tifavano contro di loro.

Così era in tutta Europa.

Essere Razzisti significa essere coglioni (cafoni ignoranti).

La mia constatazione: gli italiani ed in special modo i meridionali nel ‘900 erano poveri, ignoranti e cafoni. E ci stava sopportare le angherie.

La mia domanda è: nel 2021 cosa costringe la gente italiana e meridionale scolarizzata ed emancipata ad essere sfruttata e votata ad arricchire dei coglioni?

Per poi diventare come loro?

Return Home- tornate a casa. Create ricchezza nel vostro paese. Lì, al nord o all'estero, sarete sempre dei profughi.

Hanno solo i media che li esaltano e per questo si decantano. Ma la loro natura la si conosce quando perdono: non sanno perdere, perché si sentono superiori. Peccato che non lo sono. Forse nel ‘900. Non nel 2021.

Ricordate: da loro si va solo per lavorare e non per visitare. Per questo sono cattivi.

Da noi si viene (forse in troppi) per vivere bene e conoscere la bellezza che loro non hanno. Per questo siamo buoni.

NON SE NE PUO' PIU' DELL'INFORMAZIONE CHE SFUGGE ALLA SUA FUNZIONE PUBBLICA! Michele Eugenio Di Carlo il 17.03.2020 su Movimento24agosto.it. Siamo profondamente convinti che di fronte alle regole coronavirus siamo tutti uguali al sud, al centro, al nord. Ma l' informazione a livello nazionale tende ancora una volta a farci passare per esseri inferiori, indisciplinati, refrattari a qualsiasi regola. Ieri sera Del Debbio indicava chiaramente Napoli come esempio di non rispetto delle regole e dal servizio nemmeno si evidenziava più di tanto se non per le forzature dell'inviata. Questa mattina dal Corriere della Sera si evince che specie al Sud non si rispettano le regole, infatti vengono citate Bari, Lecce, Secondigliano,Caltanissetta. Poi dalla piccola stampa locale del nord emerge che siamo tutti uguali davanti alle regole. La nostra reazione contro un'informazione a senso unico, e che ripropone il solito cliché di un'Italia divisa, viene fatta passare come immotivata quando non addirittura razzista. E la cosa più grave è che spesso sono i cittadini meridionali, totalmente manipolati da quell'informazione, a dichiarare che quei media che ci disprezzano hanno ragione. L'invito è ad opporsi a quell'informazione con dati statistici e documenti, rivendicando il nostro diritto ad essere considerati cittadini alla pari. Alimentare pregiudizi e luoghi comuni contro il Mezzogiorno d'Italia, in un momento critico come l'attuale, non è degno di un'informazione che dovrebbero sempre rinsaldare quanto ci unisce e non evidenziare falsi e mistificatori miti.

ATTACCO CONCENTRICO AL SUD E AL REDDITO DI CITTADINANZA: INSULTI VELATI E FALSE NOTIZIE DA TG E GIORNALI. Raffaele Vescera il 20.05.2021 su Il Movimento24agosto.it. Il tormentone è partito l’altra sera sui Tg nazionali: “In Campania più assegni di Reddito di cittadinanza che in tutto il Nord. Quattro volte più della Lombardia!" Scioccamente ripreso dal Fatto Quotidiano.it di ieri che rincara la dose: “Reddito di cittadinanza, in aprile 2,8 milioni di percettori. A Napoli più che in Lombardia e Piemonte”. Il tutto senza il minimo accenno alle cause di tale differenza, da parte di un giornale che, pur nelle sue giuste battaglia contro le mille ingiustizie italiane, non perde occasione per diffondere gratuiti pregiudizi contro i meridionali, lombrosianamente considerati men che delinquenti e fannulloni, sulla scia del mantra leghista che, in vero, unisce il cosiddetto Partito unico del Nord nel razzismo antimeridionale. Dipende forse dall’essere piemontese del suo direttore, Gomez? È forse il solo modo che hanno per mondarsi la coscienza? Veniamo a noi. La disoccupazione al Sud è oltre il 18%, tripla rispetto al Nord dove è intorno all’6%, e quella dei giovani meridionali è al 65% anche qui tripla rispetto al Nord, mentre la punta delle disuguaglianze italiane spetta alle donne meridionali con un tasso di disoccupazione che va oltre l’80%. In quanto al reddito pro-capite, quello del Sud a 16,500 Euro è meno della metà del nordico 34.000. Ebbene, con questi dati, noti a tutti, qualunque serio commentatore dedurrebbe che dove vi è maggiore disoccupazione e povertà, per esempio al Sud, vi è maggior ricorso al reddito di cittadinanza. L’articolo del Fatto Quotidiano si spinge oltre, arrivando a sostenere che il Rdc sarebbe punitivo nei confronti del Nord, dove la vita costerebbe di più. Altro falso, considerato che tutti i servizi pubblici, tassi bancari, assicurazioni e altro sono molto più cari al Sud, così come lo è la produzione industriale del Nord, di cui i Sud è fortissimo consumatore, per precisa volontà coloniale italiana, che riserva al Nord il ruolo di produttore con conseguente ricchezza, e al Sud quello di mero consumatore con conseguente povertà ed emigrazione: 100.000 giovani meridionali l’anno lasciano la propria terra per fare vita grama di lavoro al Nord. In verità, oltre il solito mantra antimeridionale, questo attacco è diretto contro lo stesso reddito di cittadinanza che Confindustria e Partito unico del Nord non vedono di buon occhio, in quanto sottrarrebbe i cittadini alla vergogna di un lavoro schiavizzato e sottopagato, i meridionali per la finanza del Nord sono solo cervelli e braccia da lavoro da sfruttare. Non che il reddito di cittadinanza sia la soluzione ai problemi di disoccupazione e povertà del Mezzogiorno, ci vogliono infrastrutture, investimenti e lavoro che lo Stato nega da sempre al Sud, ma vivaddio almeno solleva i meridionali, e anche gli indigenti del Nord, dal vivere nella disperazione e di rovistare nella spazzatura per cibarsi. Come si dice da noi al Sud, il sazio non crede al digiuno. Per una volta andrebbero invertiti i ruoli, come in un certo film americano con Willy Smith, chissà cosa proverebbero i loro ricchissimi figli di papà a vivere disoccupati con 557 Euro al mese con fitto, bollette e spesa per mangiare.

SputtaNapoli sport nazionale, Milano invasa da tifosi ma giornale scrive “Coprifuoco violato a Napoli”. Da Andrea Favicchio il 3 maggio 2021 su vesuviolive.it. Non chiamatelo vittimismo, questa è una vera e propria avversione nei confronti di Napoli, il solito SputtaNapoli. Sì perché ieri e sui giornali di questa mattina per l’ennesima volta si è vista la disparità di giudizio dei media italiani. Come se la festa per la Coppa Italia vinta dal Napoli fosse più contagiosa di quella scudetto (i numeri smentiscono chiaramente). Ieri l’Inter ha vinto lo scudetto e migliaia e migliaia di persone si sono riversate in città in festa. Direte voi, lo avrebbero fatto tutti è inutile giudicare. Infatti qui non si giudica il comportamento dei tifosi neroazzurri, perché qualunque tifoseria avrebbe fatto lo stesso, quanto più quello dei media nazionali.

Milano, festa scudetto dell’Inter: ma solo a Napoli siamo sciagurati. Spicca su tutti infatti il titolo de “Il Fatto Quotidiano” sull’argomento: “Folla di tifosi invade Milano. A Napoli coprifuoco violato”. Vi chiederete voi, cosa c’entrano le due cose insieme? La risposta è assolutamente nulla. L’Italia è il Paese dove si nasconde la polvere sotto al tappeto credendo di aver risolto tutti i problemi. L’Italia è il Paese dove per discolparsi di qualcosa si butta il fumo negli occhi della gente o la si fa guardare da un’altra parte. Un tentativo davvero goffo e ridicolo quello del quotidiano diretto da Marco Travaglio di distogliere l’attenzione su qualcosa che l’attenzione l’ha capitalizzata al 100%. Solo tra la gente comune però. Loro infatti sono gli unici ad essere sdegnati non solo dal comportamento dei tifosi ma anche dalla classe politica che avrebbe dovuto prevedere la situazione. Una festa che rischia di essere amara per tutti i milanesi e per la Lombardia intera. Staremo a vedere tra un paio di settimane come sarà la curva dei contagi – sperando ovviamente di essere smentiti in pieno.

L’ATAVICA AVVERSIONE A NAPOLI E L'OCCHIO BENEVOLO PER MILANO. DUE PAESI E DUE MISURE? E' RAZZISMO. Facebook. Movimento 24 Agosto - Equità Territoriale il 3 maggio 2021. Pietro Fucile. Quando nel giugno scorso 5.000 tifosi festeggiarono per le strade di una città a zero contagi la vittoria della Coppa Italia, vennero definiti su tutti i giornali “Sciagurati!” con tanto di punto esclamativo per colmo d’indignazione. La situazione era per tutti “disgustosa”, gli amministratori, tanto De Luca quanto De Magistris “colpevoli” e per i napoletani si rispolverarono le analisi sociologiche (sempre le stesse da 160 anni in qua) che ancora parlano di “atavica avversione alle regole”. Oggi l’Inter vince lo scudetto, i tifosi festeggiano (sei volte più che a Napoli) assembrandosi in 30.000 nelle piazze di una città ancora in piena pandemia. Ma a fare il titolo è ancora Napoli per le violazioni delle norme anti-contagio, le stesse violazioni che si sono registrate nel weekend in tutte le città italiane. Occorrerebbe forse un’analisi sociologica relativa “all’atavica avversione a Napoli” del giornalismo italiano.

L’APARTHEID DELL’INFORMAZIONE GHETTIZZA IL SUD: SERVE UN’INDAGINE. Dai media una visione distorta del Mezzogiorno: almeno il servizio pubblico costituisca una commissione interna che controlli il tempo dedicato alle singole parti del Paese. Pietro Massimo Busetta su Il Quotidiano del Sud il 5 maggio 2021. Al di là dei giudizi ovvi e contrapposti sull’intervento di Fedez al concertone del primo maggio esce fuori in modo dirompente come l’informazione della Rai sia sottoposta a un indirizzamento utilizzato, e che rispetta in ogni caso la lottizzazione esistente tra i partiti, che non si è mai riusciti a eliminare. Per cui diventa inopportuno e politically uncorrect un attacco a esponenti della Lega che si sono lasciati andare a frasi irripetibili, che magari risalgono ai tempi in cui il motto della Lega era anche “forza Vesuvio” o “forza Etna”.   Ma la domanda che ci si deve porre e che viene spontanea a chi si occupa, come il nostro Quotidiano del Sud, di un’informazione vista dal Mediterraneo e non dalle Alpi, è se l’informazione in generale, in particolare quella Rai, sia corretta. La Rai, infatti, è un servizio pubblico, pagato da tutti gli italiani, indipendentemente dal loro reddito, per cui viene anche finanziata dal 34% della popolazione meridionale, e quindi è opportuno sapere se l’informazione è neutrale ed equa rispetto ai territori.  Perché la sensazione netta è che ci sia una forma di apartheid. E che da Napoli in giù (ma un trattamento simile lo hanno il milione e cinquecentomila marchigiani e i 900mila umbri), vi sia una discriminazione inaccettabile.

I MANTRA DEI LUOGHI COMUNI. E tale atteggiamento non riguarda solo l’informazione pubblica. Infatti anche quella privata, in particolare La 7 e Mediaset, come l’informazione cartacea dei grandi giornali, cosiddetti nazionali, danno la sensazione che tutto quello che riguarda il Sud sia trattato con sufficienza, arroganza e grande protervia. Il tema è che qualunque giornalista che ne parla si sente autorizzato a trattare tale area per luoghi comuni, per mantra accreditati quanto falsi, per accuse non suffragate dai fatti. Intanto il Sud viene rappresentato prevalentemente come mafia, camorra e ’ndrangheta, sia dall’informazione che nelle fiction. E spesso ci si dimentica che la maggior parte delle vittime, che si sono immolate per combattere tali fenomeni, sono meridionali. Da Piersanti Mattarella a Falcone, da Chinnici a Levatino, il giudice ragazzino, a Don Pino Puglisi, ma l’elenco potrebbe continuare con i tanti campani o calabresi o pugliesi che hanno sacrificato la vita per la lotta alla criminalità. Anche quando lo Stato centrale, in un rapporto colluso con la periferia politica, spesso contigua alla criminalità, evitava interventi troppo radicali, lasciando i civil servant pubblici, ma anche i tanti eroi per caso, soli a combattere il mostro. E intanto ci si stupisce di trovare al Sud delle eccellenze universitarie e viene proposto da ricercatori titolati, come Tito Boeri per esempio, di concentrare tutte le risorse, come in parte già avvenuto, sui centri di ricerca migliori, per definizione settentrionali, spessissimo lombardi. Se poi si tratta di chiedere in televisione una opinione non si va mai al di sotto di Roma. Virologi, economisti, politologi devono avere un pedigree di nascita nordica, al massimo devono ormai essersi trasferiti da anni nel cuore pulsante del Paese, nella sedicente locomotiva, che alla fine ha trascinato il Paese in un binario morto. Si poteva capire che ciò avvenisse nei periodi in cui i talk show si facevano in presenza, ma oggi che è tutto via web non si giustifica assolutamente tale discriminazione, considerato peraltro che, per esempio, le università meridionali hanno delle tradizioni e dei ricercatori, in alcuni campi, che sono eccellenze riconosciute universalmente.

COMMISSIONE DI CONTROLLO. Anche quando si parla di economia l’approccio viene impostato sul ridicolo, per cui Stefano   Feltri o Giuseppe Sala si consentono di parlare del ponte sullo stretto definendolo un’infrastruttura ridicola. E se si parla di sviluppo del Mezzogiorno e di soldi a esso destinati si dice che è stato un pozzo senza fondo pur, invece, se la realtà è che il pro capite destinato al Sud è stato, nei settori della scuola, della mobilità e della sanità di gran lunga inferiore che nel Nord del Paese. Ragion per cui per un bambino nascere a Reggio Calabria piuttosto che a Reggio Emilia diventa una disgrazia che si porterà dietro per tutta la vita, come nascere in madre patria o in colonia. L’informazione è fondamentale, come è noto, non solo nell’agone politico ma anche in quello economico, rispetto ai territori. Quindi se il mantra è che il Sud spreca risorse, argomento che a forza di essere sostenuto convince anche i rappresentanti meridionali, in genere poco informati o solo dai cosiddetti giornali nazionali, è più facile che, quando si legifererà per distribuirne, il Sud farà la parte del parente povero, cornuto e mazziato. Per questo motivo è assolutamente necessario che la problematica dell’informazione venga affrontata adeguatamente e, perlomeno per quanto riguarda quella del servizio pubblico, si costituisca una commissione interna che controlli il tempo dedicato alle singole parti del Paese, come avviene per la Commissione di vigilanza in relazione alla presenza delle forze di maggioranza e di opposizione. La Rai è un patrimonio nazionale e tutti sappiamo benissimo quale ruolo svolga, tanto per fare un esempio, per il festival di Sanremo o per la Scala di Milano o per il festival del Cinema di Venezia e come influenzi anche i comportamenti di consumo e i movimenti turistici. Riuscire a capire che tutti i territori hanno diritti analoghi nel nostro Paese è sicuramente  rivoluzionario e il fatto che eventi come  le rappresentazioni classiche di Siracusa o il Festival della Taranta,  che  si svolge  nel mese di agosto in forma itinerante in varie piazze del Salento, iniziando da Corigliano d’Otranto e culminando nel concertone di Melpignano, che vede la partecipazione di musicisti di fama nazionale e internazionale, devono essere ugualmente promossi, non deve costituire una battaglia. Così si scoprirà che i concerti di Ravello non hanno nulla da invidiare agli spettacoli dell’arena di Verona.

GLI INTERESSI PREVALENTI. Ovviamente tutto ciò non avviene per caso, perché l’informazione in Italia non è pura attività editoriale, ma espressione di forze imprenditoriali che hanno centri d’interesse prevalentemente in una parte del Paese.  E su quella essa si concentra, pesando le parole quando si tratta di tutelare gli interessi di una parte e invece si va a ruota libera quando si parla della parte meno forte e spesso meno attenta a non far passare una informazione negativa e dannosa anche per i flussi turistici. Questo obiettivo, di una informazione corretta che in un Paese normale non sarebbe nemmeno tale, ma che dovrebbe essere il normale approccio dell’informazione a tutti i territori, da noi diventa una conquista, perché purtroppo in tutti i campi il Mezzogiorno, per partire dalla quota zero, deve fare un grande sforzo. D’altra parte i numeri dell’organizzazione con sede a Parigi sulla libertà di stampa non ci danno scampo. Secondo la tabella di Rsf, nel Vecchio continente siamo quelli messi peggio. Ci scalza anche Cipro e peggio di noi c’è solo la Grecia. È tutto dire.

INFORMAZIONE, UN ARTICOLO SU CINQUE PARLA MALE DEL SUD. SUGC E FNSI: NECESSARIA UNA RIFLESSIONE. Redazione de Il Sud On Line il 23 maggio 2021. La stampa contribuisce ad alimentare una sorta di “archivio del pregiudizio” nei confronti di alcune zone dell’Italia? È l’oggetto di una ricerca che nasce all’interno di un progetto nato da un’idea del SUGC (Sindacato Unitario dei Giornalisti della Campania), in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università Federico II, l’Istituto di Media e Giornalismo (IMeG) dell’Università della Svizzera italiana (USI) di Lugano e l’Osservatorio europeo di giornalismo (EJO) dello stesso ateneo. ll progetto di ricerca “L’informazione (s)corretta: giornalismo e narrazione del Sud tra stereotipi e pregiudizi” intende analizzare lo sviluppo e la persistenza di stereotipi nella stampa italiana sulla rappresentazione del divario territoriale tra il Nord e Sud del paese. L’obiettivo è comprendere, se e in che modo, la stampa contribuisca ad alimentare un repertorio di immagini e metafore che rappresentano una sorta di ‘archivio del pregiudizio’ nei confronti di alcune zone di un Paese. Il SUGC e il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università Federico II hanno stipulato un accordo per la realizzazione delle attività di ricerca che si propongono di analizzare la copertura giornalistica del Mezzogiorno nel contesto della pandemia da COVID-19, al fine di identificare i temi più dibattuti e la possibile presenza di pregiudizi e atteggiamenti discriminatori presenti all’interno della copertura di un campione di testate giornalistiche nazionali e regionali. Negli ultimi mesi, l’attenzione mediatica in Italia, come in tutto il mondo, si è concentrata in modo pressoché esclusivo sulla pandemia da Covid-19 e le sue conseguenze. Il nuovo Coronavirus e il periodo di lockdown sono stati occasione di forte rilevanza comparativa sui territori italiani rispetto a diverse dimensioni come la paura e le proiezioni sulle condotte dei territori del Mezzogiorno di fronte alla prova pandemica. Comprese le scelte politiche, il modo di alimentare il dibattito locale e nazionale degli amministratori locali (con le Regioni in particolare. Su questi ed altri aspetti, la stampa locale e nazionale ha prodotto un altissimo numero di articoli e contenuti, la cui analisi può fungere da strumento di interpretazione delle possibili discriminazioni – nuove o preesistenti – tra territori. La ricerca cerca di comprendere le rappresentazioni e le narrazioni giornalistiche dominanti del Paese, e il loro legame con la produzione di eventuali stereotipi e discriminazioni Nord-Sud. Si è scelto di indagare la questione focalizzandosi sul periodo relativo al lockdown e sul dibattito innescato dall’impatto del Covid-19 sul paese. La ricerca si basa su un’analisi di contenuto di un campione di articoli giornalistici provenienti dalle principali testate nazionali italiane generaliste, economiche e sportive oltre che da due quotidiani a circolazione locale. Gli articoli sono stati raccolti tramite il database Factiva utilizzando come parola chiave di ricerca: “Covid-19 AND Meridione OR Mezzogiorno”. Il campione selezionato è stato uniformato tramite apposite scelte. L’analisi testuale degli articoli è riferita al periodo di analisi che va dal 1 febbraio 2020 al 31/08/2020 (non comprende la seconda ondata della pandemia)  E’ di 278 unità  il totale di articoli nel campione (dopo selezione e verifica). L’attività di ricerca è ancora in corso e adesso entra in una nuova fase che prevede l’analisi qualitativa da realizzarsi sulle interviste somministrate a testimoni privilegiati, prevalentemente giornalisti. Il progetto di ricerca viene realizzato con la partecipazione della Camera di Commercio di Napoli attraverso Si Impresa Azienda Speciale Unica, Innovaway, Protom, DAC (Distretto Aerospaziale della Campania), Materias, P4M, STRESS (Distretto Tecnologico per le Costruzioni Sostenibili), TECNO, TDS e in collaborazione con la Federazione Nazionale della Stampa 

“Durante la pandemia c’è stata una maggiore polarizzazione del contrasto tra territori, che ha evidenziato come la coesione e la solidarietà tra Nord e Sud non siano valori scontati nel nostro Paese- ha detto Claudio Silvestri. Segretario del Sindacato dei Giornalisti della Campania, SUGC –  Abbiamo pensato a una ricerca per evitare che prevalessero le suggestioni nel nostro ragionamento. Da qui dobbiamo partire per pensare a una corretta informazione sul Meridione, fuori da stereotipi e cliché negativi che caratterizzano anche la narrazione in testate non marcatamente orientate politicamente. A quesoi appuntamento ne seguiranno altri, a Roma e a Milano. È necessario che si apra una riflessione seria sul tema, così come abbiamo fatto con il manifesto di Venezia per il mondo femminile, e con la carta di Assisi per il linguaggio dell’odio e la comunicazione sui social network”. Per Stefano Bory, direttore di Funes, atelier dipartimentale di ricerca sulla narrazione e l’immaginarioDipartimento di Scienze Sociali dell’Università Federico II -” La ricerca sta offrendo, già a partire da questi primi risultati intermedi, delle considerazioni di rilievo sul modo di fare informazione durante la pandemia. Dal nostro studio, oltre ad una lampante ri-esplosione della questione meridionale e del conflitto Nord-Sud, stanno emergendo retoriche discorsive e scelte lessicali che spesso celano nuove forme di vittimizzazione dell’attore sociale del Nord e diversi atteggiamenti rivendicativi sulle competenze e sul potenziale ruolo di sviluppo da parte del Mezzogiorno. Si tratta di rappresentazioni che devono far riflette sia sulla professione giornalistica in un contesto emergenziale, sia sulle latenti impronte culturali che nutrono a volte inconsapevolmente l’agency discorsiva e narrativa sul rapporto tra i due territori del nostro paese.” “Quanto incide sullo sviluppo delle imprese, del tessuto economico di alcune aree, una narrazione non oggettiva da parte dei media?  – Si è chiesto il presidente della Camera di Commercio, Ciro Fiola, aprendo i lavori della conferenza stampa dedicata alla presentazione della ricerca – “Ce lo siamo chiesti spesso, specialmente al Sud, ha aggiunto Fiola, nella nostra Napoli, sempre più scenario per il racconto di delitti e guerre di camorra, palcoscenico di fiction che ne tratteggiano il lato peggiore. Ben vengano azioni di ricerca rigorosa come questa messa in campo dal SUGC in collaborazione con l’Università Federico II”. “Durante il primo lockdown i consiglieri il SUGC hanno raccolto numerose segnalazioni su articoli, servizi e programmi TV che hanno raccontato il Mezzogiorno proponendo i pregiudizi e gli stereotipi di sempre, ha detto Maria Cava, consigliera del SUGC. “Anziché affidarci ad un comunicato stampa abbiamo voluto analizzare il fenomeno in modo più strutturato, misurandolo. Di qui l’idea della ricerca sociale frutto di una decisione di lavoro di squadra di tutto il Sindacato dei giornalisti della Campania. Ci aspettiamo di poter contribuire ad una maggiore responsabilità, consapevolezza, cura e attenzione nella nostra professione”. Il gruppo di lavoro del Dipartimento di Sociologia della Federico II è composto da Stefano Bory, Luca Bifulco e Rosaria Lumino. C’è anche Philip Di Salvo, dell’Istituto di media e giornalismo (IMeG), Università della Svizzera italiana (USI).

Il Sud «condannato» a non cambiare dai suoi stessi scrittori. Esce un importante saggio dello studioso lucano Giuseppe Lupo: da Verga a Saviano una linea immobilista Vittorini e Nigro fra le eccezioni. Oscar Iarussi il  21 Aprile 2021 su La Gazzetta del Mezzogiorno. Che cosa c’entra Boccaccio con la questione meridionale? C’entra, eccome, sostiene il nuovo libro dell’italianista Giuseppe Lupo, lucano di nascita, romanziere di successo e docente alla Università Cattolica di Milano e Brescia. La Storia senza redenzione. Il racconto del Mezzogiorno lungo due secoli esce domani per i tipi di Rubbettino (pp. 279, euro 18,00). La letteratura meridionale e la nostra stessa visione del Sud, esordisce Lupo, sarebbero diversi se avesse prevalso «l’aria napoletana più che toscana, con giardini di arance e odore di mare» delle novelle del Decameron (Pasolini ambientò il suo film da Boccaccio sotto il Vesuvio), un’aria lieve che ritorna nel tono fiabesco del secentesco Lo cunto de li cunti del campano Giambattista Basile. Quel «narrare angioino» della Napoli di mercanti e artigiani, cioè estroso miracoloso fantastico, nel corso dei secoli è stato invece surclassato dalla «mentalità conservativa dei dominatori spagnoli (meglio sarebbe dire la presunzione aragonese di gestire un potere politico in termini suppletivi)». Tale primato avrebbe sottratto il Sud alle traiettorie della Ragione, tanto più dopo la traumatica sconfitta della Repubblica Napoletana del 1799, bloccandolo nella dimensione della «anti-storia» o della «non storia» di cui è ancora prigioniero. Del resto, la rivolta contro il tempo storico e «il mito dell’eterno ritorno», secondo lo storico delle religioni Mircea Eliade, sono le caratteristiche delle società arcaiche. Il Mezzogiorno entra nel canone della modernità a fine ‘800 - scrive Lupo - sotto il segno di Giovanni Verga con I Malavoglia e Mastro-don Gesualdo: «Se da Manzoni la Storia veniva osservata come luogo del riscatto per gli individui, per Verga non c’è speranza di redenzione, non esiste prova che essa, la Storia, produca migliorie e modifichi le sorti degli uomini». Ecco la matrice o la quintessenza siciliana che presto si impone sul Meridione peninsulare e da cui deriva una tradizione pessimista fino alla paralisi, se non apocalittica. È la cornice nella quale Lupo iscrive - certo, con le varianti stilistiche e politiche dei singoli autori - Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Il Gattopardo), Federico De Roberto (I Vicerè), Luigi Pirandello (I vecchi e i giovani), ma anche il Carlo Levi di Cristo si è fermato a Eboli, Ernesto De Martino, Rocco Scotellaro, Corrado Alvaro, Leonardo Sciascia, Vincenzo Consolo, e via via fino a noi, L’inferno di Giorgio Bocca, I traditori di Giancarlo De Cataldo e Gomorra di Roberto Saviano. «Se fosse prevalsa la linea tracciata da Boccaccio e Basile, avremmo avuto una letteratura meridionale modulata sulla leggerezza dei sogni e sulle oscillazioni dell’immaginazione. Ma ha prevalso l’atteggiamento aragonese che negli esiti letterari ha provocato uno sguardo da archivista, ha ratificato l’assenza della borghesia e dunque il fallimento di qualsiasi spinta al progresso». Eccezioni o alternative? Lupo ne individua ben poche: l’anelito alla modernità politecnica di Elio Vittorini, siciliano a Milano, e del suo allievo Raffaele Crovi; l’approccio interdisciplinare di Leonardo Sinisgalli, lucano al Nord che si sottrae alle «viscere di una fascinazione leviana»; la vocazione riformista e federativa di Adriano Olivetti, piemontese impegnato nel dopoguerra tra Pozzuoli e Matera, che echeggia in un pamphlet di Riccardo Musatti (La via del Sud, 1955, riedito nel 2020 da Donzelli con un’introduzione di Carlo Borgomeo). Fra tutte, nell’analisi dell’autore, spicca l’anomalia virtuosa di Raffaele Nigro, fin da I fuochi del Basento (1987): «A più di quarant’anni di distanza dal Cristo leviano, Nigro capovolge i termini del narrare meridionale con un romanzo di pronunciate ascendenze manzoniane, dove coniuga documentazione d’archivio e creatività... Per aver riscritto il patto tra epica e questione meridionale, I fuochi del Basento restituisce dignità letteraria a un argomento piuttosto marginale come il brigantaggio, contribuendo alla sua rivitalizzazione». E proprio con Nigro e con altri studiosi come l’antropologo Vito Teti, da tempo Lupo è impegnato in una prospettiva «appenninica» della questione meridionale (le aree interne, la dorsale dall’Emilia alla Calabria), che rivendica più attenzione all’«osso» montuoso rispetto alla «polpa» delle pianure e delle coste, di fatto ribaltando il celebre paradigma postbellico dell’economista Manlio Rossi-Doria. Un’Italia solo apparentemente «minore», quella degli Appennini, tornata «di moda» in era Covid, che, scrive Lupo, andrebbe valorizzata dotandola di servizi (logistica, istruzione, sanità, banda larga) e non retrocessa a «nuova arcadia» per le fughe dalle città dei ricchi settentrionali in cerca di borghi abbandonati. L’Appennino assunto quale cardine ideale, equidistante tra Est e Ovest, tra Europa e Mediterraneo - leggiamo - anche rispetto al «pianeta meridiano» di Franco Cassano, il sociologo che ha rilanciato la necessità di un pensiero radicale del Sud. L’esegesi dei testi letterari da parte di Lupo è rigorosa e la sua ipotesi è suggestiva, feconda: questo libro farà discutere. A noi pare - come dire? - forse troppo «severo» verso Levi, che, verissimo, ricalca le allegorie dantesche nella esplorazione dell’inferno contadino dove fu esiliato dal fascismo, ma la cui modernità letteraria (e politica) è testimoniata per esempio da L’orologio e dalla stessa mistura fra reportage, saggio e romanzo del Cristo. Simile osservazione avanzeremmo rispetto a Scotellaro e ad altri autori meridionali che l’editore Vito Laterza negli anni ’50 fece confluire nei «Libri del Tempo»: Danilo Dolci, Tommaso Fiore, Leonardo Sciascia, Giovannino Russo. Le loro sono indagini vivide lungo il confine di stagioni e sfide nuove. Nondimeno, La Storia senza redenzione di Giuseppe Lupo è un saggio originale e importante sulla «vera grande frontiera che deve valicare la letteratura d’impianto meridionalista: quella dei rapporti tra realtà e rappresentazione, cioè tra documento e mimesi». Oltre la descrizione o la denuncia del «mondo così com’è», narrare sognare concepire un altro Sud è possibile.

La contemporaneità italiana raccontata ai posteri ed agli stranieri.

Se la Storia la scrivono i vincitori, ora tocca ai vinti raccontare quello che non si riporta dalla Cultura del pensiero unico ed imperante e dai Media ideologizzati asserviti al potere politico ed economico.

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Facciamo in modo che diventiamo quello che noi avremmo (rafforzativo di saremmo) voluto diventare.

Sono qualcuno, ma non avendo nulla per poter dare, sono nessuno.

Sono un guerriero e non ho paura di morire.

Non ho alcun potere. Ho provato a difendere gli indifesi quando praticavo nei Tribunali. Non guardavo in faccia nessuno per l’amor di verità e giustizia. Il risultato è che sono stato cacciato e perseguitato. Inoltre, coloro che difendevo mi hanno voltato le spalle.  I politici a cui segnalavo le anomalie mi prendevano per pazzo o mitomane.

Purtroppo le controversie sono risolte dai magistrati nei processi con l’ausilio degli avvocati difensori.

I quesiti a cui dare risposta sono:

Ci sono magistrati degni di stima e rispetto, che applichino la legge secondo legalità ed equità?

Ci sono avvocati che spingono i magistrati a prendere le decisioni secondo giustizia?

Ci sono governanti e legislatori che ascoltano le preghiere dei cittadini, avendo potere d’intervento sui magistrati?

Cosa fa il “popolo” per cambiare le cose?

La risposta è che ognuno guarda i “cazzi” suoi”.

Allora la mia considerazione naturale è:

Parafrasi ed Assioma con intercalare. Non ho nulla più da chiedere a questa vita che essa avrebbe dovuto o potuto concedermi secondo i miei meriti. Ma un popolo di coglioni sarà sempre governato, amministrato, giudicato, istruito, informato, curato, cresciuto ed educato da coglioni. Ed è per questo che un popolo di coglioni avrà un Parlamento di coglioni che sfornerà “Leggi del Cazzo”, che non meritano di essere rispettate. Chi ci ha rincoglionito? I media e la discultura in mano alle religioni; alle ideologie; all’economie. Perché "like" e ossessione del politicamente corretto ci allontanano dal reale. In quest'epoca di post-verità un'idea è forte quanto più ha voce autonoma. Se la libertà significa qualcosa allora ho il diritto di dire alla gente quello che non vuole sentire.

TRIBUNALE PENALE DI TARANTO UFFICIO DEL GIUDICE DELLE INDAGINI PRELIMINARI DOTT.SSA PAOLA R. INCALZA

Proc. Pen. n. 4401/18 R.G.N.R. 4578/18 R.G.GIP DECRETO PENALE n.663/18

OPPOSIZIONE A DECRETO PENALE DI CONDANNA EX ART. 461 C.P.P.

Il sottoscritto dr Antonio Giangrande, nato a Avetrana il 02/06/1963, C.F.: GNGNTN63H02A514Q, residente in Avetrana (TA), via A. Manzoni n. 51, dichiaratamente domiciliato, ai sensi dell'art. 161 cpp, presso la propria residenza all'indirizzo suindicato, rappresentato e difeso, giusta procura in calce, dall'Avv. Mirko Giangrande del Foro di Taranto (C.F. GNGMRK85A26E882V – P.I. 02834700730), il quale dichiara di voler ricevere le comunicazioni a mezzo fax al numero 099/9708396 e PEC avv. mirkogiangrande@postecert.it, imputato nel procedimento penale n. 4401/18 R.G.N.R., 4578/18 R.G. GIP e destinatario del decreto penale di condanna n. 663/18 emesso dal GIP Paola R. Incalza presso il Tribunale di Taranto

PREMESSO CHE

1. In data 1 febbraio 2021 è stata ricevuta la notifica del decreto penale di condanna n.663/18 emesso, nell’ambito del procedimento penale in epigrafe dalla Dott.sa Paola R. Incalza, GIP presso il Tribunale Penale di Taranto, in data 26 giugno 2018 e depositato in cancelleria il 29 giugno 2018 (All. 1);

2. Con il predetto decreto l’interessato è stato condannato per il delitto di cui agli artt. 81 cpv. c.p., 595, 3° comma, c.p., alla pena di 9.000,00 di multa, pena sospesa;

3. Il dott. Antonio Giangrande veniva condannato “perchè, con più azioni esecutive di un disegno criminoso, offendeva la reputazione di Bravo Stefano mediante la pubblicazione sul sito “Google Libri” – quindi, attraverso il sistema “Internet”- di libri dal contenuto ingiurioso ed altamente lesivi dell’immagine professionale della p.o., indicandola come persona coinvolta nell’ambito dell’inchiesta “MAFIA CAPITALE”, in particolare:

- pubblicava il libro e-book da titolo “GOVERNOPOLI”, INDICANDO LA P.O. come “IL COMMERCIALISTA CHE RICICLAVA I SOLDI DI BUZZI E CARMINATI”, soggetti coinvolti nel predetto procedimento penale e sottoposti a misure cautelari;

- pubblicava il libro e-book dal titolo “APPALTOPOLI: APPALTI TRUCCATI” indicando la p.o. come: “STEFANO BRAVO LO SPALLONE DEL CLAN, IL COMMERCIALISTA CHE PORTAVA I SOLDI OLTRECONFINE, E’ STATO TRA I PROMOTORI DELLA HUMAN FOUNDATION, UNA CREATURA DELL’EX-MINISTRO PD GIOVANNA MELANDRI…”

- pubblicava il libro e-book dal titolo: “MAFIOPOLI SECONDA PARTE: LA MAFIA SIAMO NOI”, indicando la p.o. come: “STEFANO BRAVO CHE RICICLAVA I SOLDI PER BUZZI E CARMINATI”.  In Avetrana, sino al 28 aprile 2015 (competenza territoriale individuata ex art.9, 3°comma, c.p.p.)

PROPONE

Opposizione avverso il decreto penale di condanna n.663/18 emesso dal GIP, Dott.ssa Paola R. Incalza presso il Tribunale Penale di Taranto, nel procedimento penale n. 4401/2018 R.G.N.R. e n. 4578/2018 R.G. GIP, il 26/06/2018 e depositato in data 29/06/2018 e ricevuto in notifica in data 1/02/2021, chiedendo che si proceda con le forme del giudizio Ordinario (e non per giudizio immediato/giudizio abbreviato/applicazione della pena su richiesta delle parti ex art. 444 c.p.p.) e che il decreto penale qui opposto venga revocato per i seguenti

MOTIVI

In tema di diffamazione, diritto di cronaca e di critica, i punti di riferimento normativi sono vari.

L'art. 21 della Costituzione dispone che “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”.

L'art. 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo recita: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”.

L'art. 10 della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell'Uomo e delle Libertà Fondamentali (Libertà di espressione) dispone che “Ogni persona ha diritto alla libertà d’espressione. Tale diritto include la libertà d’opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera. Il presente articolo non impedisce agli Stati di sottoporre a un regime di autorizzazione le imprese di radiodiffusione, cinematografiche o televisive. L’esercizio di queste libertà, poiché comporta doveri e responsabilità, può essere sottoposto alle formalità, condizioni, restrizioni o sanzioni che sono previste dalla legge e che costituiscono misure necessarie, in una società democratica, alla sicurezza nazionale, all’integrità territoriale o alla pubblica sicurezza, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, alla protezione della reputazione o dei diritti altrui, per impedire la divulgazione di informazioni riservate o per garantire l’autorità e l’imparzialità del potere giudiziario”. L'art. 11 della Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea (Libertà di espressione e d'informazione) recita: “Ogni persona ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera. La libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati”.

L'Art. 51 del Codice Penale (Esercizio di un diritto o adempimento di un dovere) prevede che “L'esercizio di un diritto o l'adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica autorità, esclude la punibilità”

L'art. 2 legge 69/1963 (“Ordinamento della professione di giornalista”) dispone che «È diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d'informazione e di critica, limitata dall'osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede. Devono essere rettificate le notizie che risultino inesatte e riparati gli eventuali errori.».

L'odierno imputato ha esercitato il diritto di cronaca e di critica. Tale diritto, costituzionalmente garantito dall'art. 21 della Costituzione, incontra solo tre limiti:

- Verità;

- Attinenza– continenza;

- Interesse pubblico. Il diritto di cronaca è esercitabile sia su stampa periodica e non periodica. Quest'ultima consiste in ogni forma di pubblicazione una tantum, cioè non stampata regolarmente. Ne è un esempio il saggio o un romanzo in forma di libro). Nella fattispecie in oggetto, l'attività del dott. Giangrande è di “cristallizzare la cronaca” e applicando su di essa una “critica storica”.

La Corte di Cassazione, nel tempo, è spesso intervenuta a contemperare i vari e contrapposti diritti in ambito di diritto di cronaca. In due famose sentenze (Cass. Pen. 8959/1984; Cass. Civ. 5259/1984) la Suprema Corte afferma che l'esercizio della libertà di diffondere alla collettività notizie e commenti è legittimo, e quindi può anche prevalere sul diritto alla riservatezza se concorrono le seguenti condizioni:

- Che la notizia pubblicata sia vera ("verità del fatto esposto");

- Che esista un interesse pubblico alla conoscenza dei fatti riferiti in relazione alla loro attualità ed utilità sociale ("rispondenza ad un interesse sociale all'informazione", ovvero requisito della pertinenza);

- Che l'informazione venga mantenuta nei giusti limiti della più serena obbiettività ("rispetto della riservatezza ed onorabilità altrui", ovvero "correttezza formale della notizia o della critica").

- Che se tutte queste condizioni vengono rispettate, una notizia può essere pubblicata anche se danneggia la reputazione di una persona.

Nella sent. 18174/14 la Suprema Corte attesta che: "la cronaca ha per fine l'informazione e, perciò, consiste nella mera comunicazione delle notizie, mentre se il giornalista, sia pur nell'intento di dare compiuta rappresentazione, opera una propria ricostruzione di fatti già noti, ancorchè ne sottolinei dettagli, all'evidenza propone un'opinione". In tema di esimenti del diritto di critica e di cronaca, una delle ragioni fondanti della esclusione della antigiuridicità della condotta lesiva della altrui reputazione deve essere ravvisata nell’interesse generale alla conoscenza del fatto nel momento storico e, dunque, nell’attitudine della informazione a contribuire alla formazione della pubblica opinione, in modo che il cittadino possa liberamente orientare le proprie scelte nel campo della formazione sociale, culturale e scientifica (Cass., sez. V penale, sent. 7340/2019).

In tema di diffamazione a mezzo stampa, al fine di attribuire efficacia esimente all'esercizio del diritto di cronaca e di critica, la verità della notizia e la fondatezza dell'opinione vanno valutate con riferimento al momento in cui sono state divulgate, non potendo assumere alcun rilievo gli eventi successivi (Corte d'appello di Bari, sent. 2524/2019).

In materia di diffamazione a mezzo stampa, non sussiste una generica prevalenza del diritto all'onore sul diritto di critica, in quanto ogni critica alla persona può incidere sulla sua reputazione. D'altra parte, negare il diritto di critica, solo perché lesivo della reputazione di taluno, significherebbe negare il diritto di libera manifestazione del pensiero. Il diritto di critica, pertanto, può essere esercitato anche mediante espressioni lesive della reputazione altrui, purché esse siano strumento di manifestazione di un ragionato dissenso e non si risolvano in una gratuita aggressione distruttiva dell'onore. Per contro, si configura un abuso del diritto di critica in caso di palese travalicamento dei limiti della civile convivenza, di utilizzo di espressioni sgradevoli e non pertinenti al tema in discussione, senza che sussista alcuna finalità di pubblico interesse (Trib. Roma, sez. XVIII, sent. 20090/2019).

In tema di diffamazione, l'esimente del diritto di critica postula una forma espositiva corretta, strettamente funzionale alla finalità di disapprovazione e che non trasmodi nella gratuita ed immotivata aggressione dell'altrui reputazione, ma non vieta l'utilizzo di termini che, sebbene oggettivamente offensivi, hanno anche il significato di mero giudizio critico negativo di cui si deve tenere conto alla luce del complessivo contesto in cui il termine viene utilizzato (Cass. Pen., sez. V, sent. 17243/2020).

In tema di responsabilità civile per diffamazione, il diritto di critica non si concreta nella mera narrazione dei fatti, ma si esprime in un giudizio avente carattere necessariamente soggettivo rispetto ai fatti stessi; per riconoscere efficacia esimente all'esercizio di tale diritto, occorre tuttavia che il fatto presupposto ed oggetto della critica corrisponda a verità, sia pure non assoluta, ma ragionevolmente putativa per le fonti da cui proviene o per altre circostanze soggettive (Trib. Roma, sez. I, sent. 2537/2020).

Riguardo al tema della diffamazione, l'esimente del diritto di critica postula una forma espositiva corretta, strettamente funzionale alla finalità di disapprovazione e che non trasmodi nella gratuità ed immotivata aggressione dell'altrui reputazione, ma non vieta l'utilizzo di termini che, sebbene oggettivamente offensivi, siano insostituibili nella manifestazione del pensiero critico in quanto non hanno adeguati equivalenti (Cass. Pen., sez. V, sent. 15089/2019). La sussistenza dell'esimente del diritto di critica presuppone, per sua stessa natura, la manifestazione di espressioni oggettivamente offensive della reputazione altrui, la cui offensività possa, tuttavia, trovare giustificazione nella sussistenza del diritto; l'esercizio di tale diritto consente l'utilizzo di espressioni forti e anche suggestive al fine di rendere efficace il discorso e richiamare l'attenzione di chi ascolta (Cass. Civ., sez. III, ordinanza 14370/19).

La nuova normativa concernente il rapporto tra il diritto alla privacy ed il diritto di cronaca è contenuta negli articoli 136 e seguenti del Codice privacy che hanno sostanzialmente recepito quanto già stabilito dal citato art. 25 della Legge 675 del 1996. In base a dette norme chiunque esegue la professione di giornalista indipendentemente dal fatto che sia iscritto all'elenco dei pubblicisti o dei praticanti o che si limiti ad effettuare un trattamento temporaneo finalizzato esclusivamente alla pubblicazione o diffusione occasionale di articoli saggi o altre manifestazioni del pensiero:

- può procedere al trattamento di dati sensibili anche in assenza dell'autorizzazione del Garante rilasciata ai sensi dell'art. 26 del D. Lgs. 196 del 2003;

- può utilizzare dati giudiziari senza adottare le garanzie previste dall'art. 27 del Codice privacy;

- può trasferire i dati all'estero senza dover rispettare le specifiche prescrizioni previste per questa tipologia di dati;

- non è tenuto a richiedere il consenso né per il trattamento di dati comuni né per il trattamento di dati sensibili.

Il dott. Giangrande è un giurista, sociologo storico, youtuber e blogger d'inchiesta ed opera nell'ambito del libero pensiero stabilito dall'art. 21 della Costituzione. La legge 633/1941, all'art. 65, sancisce la libertà di utilizzazione, riproduzione o ripubblicazione e comunicazione al pubblico degli articoli di attualità, che possiamo considerare come sinonimo di cronaca, in altre riviste o giornali. Distinta dalla mera cronaca è l’inchiesta giornalistica, la quale parte da fatti di cronaca per svolgere un’attività di indagine, c.d. “indagine giornalistica”, con la quale il professionista si informa, chiede chiarimenti e spiegazioni. Questa attività rientra nel c.d. “giornalismo investigativo” o “d’inchiesta”, riconosciuto dalla Cassazione nel 2010 come “la più alta e nobile espressione dell’attività giornalistica”, perché consente di portare alla luce aspetti e circostanze ignote ai più e di svelare retroscena occultati, che al contempo sono di rilevanza sociale. A seguito dell’attività d’indagine, il giornalista svolge poi l’attività di studio del materiale raccolto, di verifica dell’attendibilità di fonti non generalmente attendibili, diverse dalle agenzie di stampa, di confronto delle fonti. Solo al termine della selezione del materiale conseguito, il giornalista inizia a scrivere il suo articolo.  

Per la Suprema Corte (Cass. 16236/2010), “con tale tipologia di giornalismo (d’inchiesta), infatti, maggiormente, si realizza il fine di detta attività quale prestazione di lavoro intellettuale volta alla raccolta, al commento e alla elaborazione di notizie destinate a formare oggetto di comunicazione interpersonale attraverso gli organi di informazione, per sollecitare i cittadini ad acquisire conoscenza di tematiche notevoli, per il rilievo pubblico delle stesse”.

Il dott. Giangrande, come saggista, al fine di studio o di discussione, per critica storica o per inchiesta, poteva approfondire e comparare un caso ad altri casi già trattati, per elevarli ad anomalia del sistema. Nel caso di specie i soggetti originali non possono impedirne la pubblicazione, né il pubblicato può essere da loro ritirato. Non esiste alcun legame con le parti. La pubblicazione, credibile, attendibile, affidabile ed incontestabile, avviene per amor di Verità.

L'odierno opponente, nella propria attività, aggrega contenuti tematici di ideologia contrapposta con citazione della fonte, al fine del diritto di cronaca e di discussione e di critica dei contenuti citati. La dottrina maggioritaria evidenzia che “per uso di critica” deve intendersi l’utilizzazione oggettivamente finalizzata ad esprimere opinioni protette ex art. 21 e 33 della Costituzione.

La critica storica può scriminare la diffamazione (Cass. Pen., sez. V, sent. 47506/2016). L'esercizio del diritto di critica può, a certe condizioni, rendere non punibile dichiarazioni astrattamente diffamatorie, in quanto lesive dell'altrui reputazione. La ricerca dello storico, quindi, comporta la necessità di un’indagine complessa in cui “persone, fatti, avvenimenti, dichiarazioni e rapporti sociali divengono oggetto di un esame articolato che conduce alla definitiva formulazione di tesi e/o di ipotesi che è impossibile documentare oggettivamente ma che, in ogni caso debbono trovare la loro base in fonti certe e di essere plausibili e sostenibili”.

La critica storica, se da una parte può scriminare la diffamazione (Cass. Pen. sez. V, sent. 47506/2016), dall'altra ha funzione di discussione: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera".

Le frasi contestate sono tratte da brani riferiti ad articoli di stampa mai rettificati riconducibili a Francesco Merlo su “la Repubblica” del 12/12/2014 (All. 2) e Marco Damilano e Emiliano Fittipaldi su “L’Espresso” del 18/12/204 (All. 3). La parte offesa non ha mai chiesto la rettifica dei brani citati: né, a quanto pare dalla pubblicazione recente, all’autore principale, né al secondario. 

Si deposita: 1. Copia del decreto penale di condanna n. 663/18;

2. Copia dell'articolo Francesco Merlo su Repubblica;

3. Copia dell'articolo di Marco Damilano ed Emiliano Fittipaldi su L'Espresso

Avetrana, lì 08/2/2021

Dott. Antonio Giangrande

Per Autentica Avv. Mirko Giangrande

ON.LE GIUDICE PER LE INDAGINI PRELIMINARI

PRESSO IL TRIBUNALE DI TARANTO

Il sottoscritto Avv._________ , difensore di _______ nato a ______ il ______ e residente in ______ alla via _____

DICHIARA

di proporre opposizione avverso il decreto penale di condanna emesso dal GIP (dott. _______) presso il Tribunale di _________in data _______ e notificato in data _______, con il quale l’imputato è stato condannato alla pena di € 9.000,00  per il reato di cui agli artt. __________.

(Chiede altresì il giudizio immediato, abbreviato, l’applicazione della pena su richiesta delle parti. Parte eventuale da aggiungersi se si ritiene di definire il giudizio con un rito alternativo).

Si allega: procura speciale (se non già in atti)

Luogo,_________________

Chi era Luigi Amicone. Un anno fa si è impegnato a censurarmi. Ha fatto in modo che nessuno pubblicasse le mie opere. Ha inoltrato l’esposto infondato contro di me ad Amazon, Google Libri e Lulu, costrongendoli a cancellare il mio account di pubblicazione e di fatto censurandomi. L’unico a farlo rispetto a centinaia di migliaia di autori e di citazioni e in riferimento a un suo articolo marginale, doverosamene citato, pubblicato su Il Giornale.it, posto in discussione ed in contraddittorio rispetto ad altri altricoli sullo stesso argomento. Mi ha posto temporaneamente sul lastrico, ledendo, oltretutto, la mia onorabilità e reputazione. Questa la mia risposta:

Dr Luigi Amicone, sono il dr Antonio Giangrande. Il soggetto da lei indicato a Google Libri come colui che viola il copyright di “Qualcun Altro”. Così come si evince dalla traduzione inviatami da Google. “Un sacco di libri pubblicati da Antonio Giangrande, che sono anche leggibile da Google Libri, sembrano violare il copyright di qualcun altro. Se si controlla, si potrebbe scoprire che  sono fatti da articoli e testi di diversi giornalisti. Ha messo nei suoi libri opere mie, pubblicate su giornali o riviste o siti web. Per esempio, l'articolo pubblicato da Il Giornale il 29 maggio 2018 "Il serial Killer Zodiac ... ". Sembra che abbia copiato l'intero articolo e incollato sul "suo" libro. Sembra che abbia pubblicato tutti i suoi libri in questo modo. Puoi chiedergli di cambiare il suo modo di "scrivere"? Grazie”.

Comunque, nonostante la sua opera sia stata rimossa, Francesco Amicone, mi continua a minacciare: “Domani vaglierò se inviare una email a tutti gli editori proprietari degli articoli che lei ha inserito - non si sa in base a quale nulla osta da parte degli interessati - nei suoi numerosi libri. La invito - per il suo bene - a rimuovere i libri dalla vendita e a chiedere a Google di non indicizzarli, altrimenti è verosimile che gli editori le chiederanno di pagare.”

Non riesco a capire tutto questo astio nei miei confronti. Una vera e propria stolkerizzazione ed estorsione. Capisco che lui non voglia vedere il suo lavoro richiamato su altre opere, nonostante si evidenzi la paternità, e si attivi a danneggiarmi in modo illegittimo. Ma che si impegni assiduamente ad istigare gli altri autori a fare lo stesso, va aldilà degli interessi personali. E’ una vera è propria cattiva persecuzione, che costringerà Google ed Amazon ad impedire che io prosegui la mia attività, e cosa più importante, impedisca centinaia di migliaia di lettori ad attingere in modo gratuito su Google libri, ad un’informazione completa ed alternativa.

E’ una vera è propria cattiva persecuzione e della quale, sicuramente, ne dovrà rendere conto. 

Mi vogliono censurare su Google.

Premessa: Ho scritto centinaia di saggi e centinaia di migliaia di pagine, affrontando temi suddivisi per argomento e per territorio, aggiornati periodicamente. Libri a lettura anche gratuita. Non esprimo opinioni e faccio parlare i fatti e gli atti con l’ausilio di terzi, credibili e competenti, che sono ben lieti di essere riportati e citati nelle mie opere. Opere che continuamente sono utilizzati e citati in articoli di stampa, libri e tesi di laurea in Italia ed all’estero. E di questo ne sono orgoglioso, pur non avendone mai data autorizzazione preventiva. Vuol dire che mi considerano degno di essere riportato e citato e di questo li ringrazio infinitamente. Libri a lettura anche gratuita. Il mio utilizzo dei contenuti soddisfa i requisiti legali del fair use o del fair dealing ai sensi delle leggi vigenti sul copyright. Le norme nazionali ed internazionali mi permettono di manifestare il proprio pensiero, anche con la testimonianza di terzi e a tal fine fare copie singole di parti di opere per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico.

Reclamo: Non si chiede solo di non usare i suoi articoli, ma si pretende di farmi cambiare il mio modo di scrivere. E questa è censura.

Morto Luigi Amicone, tra i fondatori di Cl e del settimanale «Tempi»: una vita tra politica e battaglie civili. Andrea Senesi su Il Corriere della Sera il 19 ottobre 2021. Un infarto nella notte. Pneumotorace e conseguente arresto cardiaco. Soccorso d’urgenza, trasportato all’ospedale San Gerardo di Monza, è morto dopo pochi minuti. Aveva 65 anni. Luigi Amicone, già consigliere comunale di Forza Italia non eletto alle ultime amministrative (605 preferenze), ma prima, decenni prima, tra i fondatori di Cl e poi del settimanale d’area Tempi, di cui era ancora direttore, ma soprattutto attivista di molte battaglie (perse) in Italia. Il referendum sul divorzio e poi l’aborto, il giustizialismo di Mani Pulite, l’eutanasia, i matrimoni gay. Sempre in campo, anche se sempre sconfitto. Un mese fa, da candidato azzurro a Palazzo Marino, annusando la sconfitta del pediatra Luca Bernardo contro Beppe Sala, s’era scagliato contro Matteo Salvini: « Ha confuso Milano con Milano Marittima. La gente è sconcertata, si poteva vincere a mani basse ma si va verso una sconfitta a mani alzate».

Il ricordo su «Tempi»

Un «capotribù». Così, lo salutano gli amici e colleghi di Tempi. La moglie Annalena, una famiglia numerosa, sei figli. Ecco il ricordo sul sito web del settimanale: «Ancora ieri discutevamo con lui di un articolo da scrivere, di un intervento da pubblicare su Tempi, di come commentare l’ultimo sviluppo di cronaca. La notizia della sua morte ci coglie all’improvviso e impreparati, come sempre accade. Che don Giussani, il suo amico e maestro, che aveva per lo spirito libero e gioviale di Amicone una predilezione, ci guidi in questo momento di smarrimento, ricordandoci di confidare sempre in quel Destino al cui cospetto si trova ora il nostro carissimo amico Gigi».

Amicone nasce il 4 ottobre 1956. A 13 anni brucia nella piazza centrale di un paesino abruzzese una bandiera spagnola in segno di protesta per il garrottamento franchista dell’anarchico catalano Puig Antich. «Avevo il libretto rosso di Mao in tasca e quel libretto lo conservo ancora», raccontò al Corriere. A 14 anni a Milano entra all’istituto tecnico Molinari, lo stesso di Sergio Ramelli di cui è coetaneo. Si mette a bazzicare Avanguardia Operaia, «ma sulla mia strada si para nel frattempo don Giorgio Pontiggia, il più viscerale, potente, gigantesco educatore che abbia mai conosciuto. Una figura alla Guevara che mi porta a Cristo invece che alla rivoluzione proletaria». Poi i decenni con Cl, la lezione di vita di don Giussani «che amava raccomandare agli amici “la mia ossessione è stata quella di non vivere inutilmente, vivi pazzo!”». Diceva: «Ecco, a me è successo questo».

Le passioni politiche

Fonda Tempi e diventa uno degli intellettuali più in vista del movimento. Un reazionario purissimo, dicevano tutti di lui. Eppure è lui che trova a Casarsa e fa pubblicare su Il Sabato, altra rivista d’area, alcune poesie inedite di Pierpaolo Pasolini, intellettuale comunista, omosessuale, eretico per definizione. Negli anni Amicone si farà anche putiniano, trumpiano e a un certo punto persino orbaniano, cosa che lo porta in minoranza anche tra gli eredi di don Gius. Ha una nipote che vive in California e fa la surfista. È una superfemminista e da leader del «Me too» locale è diventata a suo modo celebre per aver appena ottenuto una legge che equipara i premi sportivi delle donne a quelli degli uomini.

A Palazzo Marino

In Consiglio comunale con Forza Italia, la politica d’aula non lo appassionava più di tanto. Si scaldava giusto per le «sue» battaglie, l’ultima contro il riconoscimento all’anagrafe del doppio papà per i figli dell’utero in affitto. «Io voglio diventare il prossimo presidente di Cl — ama ripetere — e avere l’ufficio in San Fedele, così da essere vicino sia al prossimo sindaco che alla chiesa della piazza, che è considerata il modello di riferimento per l’architettura sacra dell’arte della Controriforma».

L’ultima campagna elettorale

All’inizio di ottobre aveva scritto un de profundis anticipato per Bernardo, «vittima» della «presunzione dell’uomo solo al comando», ossia Salvini. «La città che poteva vincere a mani basse, sembra proprio che il centrodestra abbia deciso di perderla a mani alzate» scriveva il consigliere di FI. L’attacco al Capitano era stato frontale: «Forse ha confuso Milano con Milano Marittima. E adesso corre con tutti gli alleati verso l’abisso». Accusava la Lega e FdI di essersi dimenticati del candidato nel logo delle liste. «Forza Italia è l’unico partito della coalizione che ha mantenuto l’impegno a inserire il candidato nel proprio simbolo». Era rimasto Amicone, fino alla fine.

Il cordoglio di colleghi e amici

A ricordare Amicone ci sono diversi colleghi, da Gad Lerner a Mario Adinolfi. «Luigi è stato per me un avversario appassionato ma gentile con il quale ci siamo sempre voluti bene. Oggi lo piango insieme ai suoi familiari e alla sua comunità di fede», ha twittato Lerner. Così Adinolfi: «Volle dedicarmi una copertina di Tempi in cui mi descrisse come un “pericolo pubblico”. Discutevamo molto, qualche volta in tv ci capitò pure di litigare. Ma Luigi ci credeva. Dio, se ci credeva. Che dolore».

Poeta, rubacuori e innamorato delle idee. Addio Amicone, combattente della libertà. Luca Doninelli il 20 Ottobre 2021 su Il Giornale. È stato tra i fondatori di Cl e "Tempi". Fatale un infarto, aveva 65 anni. Lo si è detto fin dall'antichità: spesso la vita allontana tra loro le persone, spesso la morte le riavvicina. In un solo giorno due persone importanti per la mia vita se ne sono andate, una a causa di un infarto, l'altra per un incidente in moto. Si chiamavano Luigi Amicone e Raffaele «Lele» Tiscar. Erano due personaggi pubblici, impegnati nel giornalismo e nella politica, e avevano tutti e due sessantacinque anni come me. Quello che ho conosciuto meglio era Luigi Amicone. Eravamo compagni di università, tutti e due ciellini, lui iscritto a Scienze Politiche, io a Filosofia. Lui era un vero leader, e in quegli anni tristi (1975-1980) la sua personalità debordante segnò la vita di tanti compagni, me compreso. Lo chiamavamo Luigino, non perché fosse piccolo ma perché aveva gli occhi, la faccia e i modi di chi, diventando grande, riesce a mantenere la poesia dell'adolescenza. Io gli volevo bene. In un clima dominato dall'ideologia e dalla violenza, Luigi mi insegnò a non avere paura, a mettere in gioco con coraggio e ironia la mia piccola fede e i miei ideali, a non rinchiuderli in discorsi e analisi da circolo culturale, a sfidare il mondo. Luigino era bello, simpatico, sapeva cantare bene e le ragazze si innamoravano di lui. Scriveva belle poesie. Insieme conoscemmo Giovanni Testori, nel 1978, e ne fummo segnati per sempre. Testori ci fece scrivere un libro ciascuno. Fare, fare: questo era il suo modo di farci crescere. Uscito dall'università, Luigi andò a lavorare al settimanale Il Sabato, che è stato fucina di tanti grandi giornalisti, e al quale collaboravo anch'io come critico letterario. Avevamo meno di venticinque anni: e a questo pensiero non posso non pensare alla fortuna che abbiamo avuto, lui, io e tanti altri, ad incontrare sulla nostra strada uomini come Don Giussani e come Testori, che ci hanno insegnato a scommettere su ciò in cui credevamo e a rischiare per questo. Poi le nostre vite hanno preso direzioni diverse, ma credo di avere ereditato da lui alcune cose, che ho sempre conservato, come la testardaggine con cui ho imparato a mantenere intatti, nell'età adulta, i sogni di quando ero ragazzo. Diciamo che Luigi mi ha insegnato a non mettere mai la testa a posto. In seguito, dopo la fine de Il Sabato, Luigi ha fondato il settimanale Tempi, che ha diretto fino alla pensione, dopo di che si è messo in politica. Su tante cose non eravamo d'accordo, specialmente in politica, ed è probabile che anche le nostre idee su Cl non fossero le stesse. Non è sempre facile capire perché, a un certo punto della vita, le opinioni comincino a divergere, perché le parole non dette, i temi non affrontati d'un tratto emergano e scavino una distanza tra due persone. Con Luigi, però, le cose sono andate diversamente rispetto ad altri. Ci siamo allontanati, è vero, ma mai del tutto. Abbiamo continuato a incontrarci, a scriverci. Spesso le divergenze portano alla rottura dei rapporti, fino a cancellare la stima di un tempo. Con Luigino non è andata così. Ci è capitato di pensare male l'uno dell'altro, e non una volta sola, eppure alla fine la stima ha sempre vinto. E il merito è stato soprattutto suo, della sua capacità affettiva. Quello che ci univa è sempre stato più forte di quello che ci divideva: perché a dividerci erano le opinioni, i discorsi, i parti della nostra testa, mentre a unirci è stato un dono immeritato, una specie di marchio a fuoco, quello che fa gridare a Rimbaud «sono prigioniero del mio Battesimo», ma che non è una prigione, è piuttosto una libertà inimmaginabile, sfacciata, che resiste a tutti gli errori e a tutti gli equivoci. Ciao, Luigino caro, a presto. Ti prometto che cercherò di essere un uomo migliore. Luca Doninelli

Chiacchierate su Dio e pastasciutta. A Luigi Amicone, un amico che se ne va. Marina Corradi su Avvenire  il 20 Ottobre 2021. Lutto nel mondo della politica e del giornalismo milanese per la morte improvvisa di Luigi Amicone, colpito da un infarto nella notte tra lunedì e ieri. Amicone, 65 anni e padre di sei figli, era stato consigliere comunale di Forza Italia dal 2016 fino a poche settimane fa quando non era stato rieletto alle ultime amministrative. Esponente di Comunione e Liberazione nel 1994, aveva fondato il settimanale Tempi di cui era ancora direttore. Il funerale giovedì 21 ottobre alle 10,45 nel Duomo di Monza. Nell’ultimo Whatsapp promettevi: «Appena arrivo a Milano vengo da voi a pastasciuttare». E, sotto, una foto del mare della Gallura che amavi tanto, nel sole mite di ottobre ancora più infinito. Non ci credo ancora, che sei morto. La notizia, ieri mattina, è stata un pugno: ma non ho realizzato veramente – il cuore chiede tempo davanti alla morte, alza paratie in difesa, lasciando filtrare la realtà lentamente. Mi dicono però, Luigi, che sei morto davvero. Vinto un cancro, evitato il Covid, a 65 anni ancora quella faccia da ragazzo, sotto ai capelli incontrollabili. Ma ieri notte, d’improvviso, una lacerazione al petto, e il fiato che disperatamente mancava. Te ne sei andato in un’ora. Questo è la nostra vita, un prestito che ci viene chiesto indietro in un istante. Io, attonita. Come su un sentiero in montagna che si fa sempre più erto, e ti volti, quel compagno caro non c’è più. E più schiacciante il silenzio, attorno. Il brutto della vecchiaia è che gli amici disertano (e in un anno Fabio, e Antonio, e ora tu). Ma tu no, tu, non ci posso credere. Eri nato combattente. Da bambino t’avevano messo in una classe differenziale, tante ne combinavi. A sedici anni giravi con il libretto di Mao in tasca, ansioso di trovare una bandiera per cui valesse la pena di battersi. Ti tolse dal giro di Avanguardia Operaia don Giorgio Pontiggia, grande amico di Luigi Giussani. Lui ti adottò come un figlio. La bandiera, negli infiammati e plumbei anni ’70, l’avevi trovata. Una domenica di venticinque anni fa al mare, in Toscana, ho visto sulla soglia della chiesa, a Messa, un tipo in braghe corte, camicia a fiori, gilet militare. «Ce n’è di strani, fra i cristiani», mi sono detta. Tu, sulla soglia ci stavi per fumare, io per esitazione esistenziale. Ma com’è stato bello incontrare uno che parlava come me, si arrabbiava come me, dubitava a volte come me, eppure era appassionatamente cristiano. Quanti giorni con i nostri figli, sei tu e Anna, tre noi. Dalla prima epica traversata da Livorno a Bastia, con un mare d’inferno, le onde sopra la prua del traghetto. Io moribonda e tu che, irresponsabile, dormivi su un divano. E la Gallura? Nella parte più selvatica e sconosciuta, la luce, le cappelle romaniche, quante cose ci hai fatto scoprire. E quante sere insieme a Milano, quando con i ragazzi di "Tempi", il tuo settimanale, chiudevi il numero e, tardi, venivate a cena da noi. Le nostre voci che nella gentilezza del Chianti e nell’affondare della notte si allargavano, allegre. E si discuteva di tutto, ma alla fine quel "tutto" era Dio. Avevamo condiviso molte battaglie, fino a quando non abbiamo preso onde divergenti. Trump, Orbán, la Lega: quanto abbiamo litigato. Ma sapendo che, comunque, noi due non potevamo non restare amici. Per una comune domanda, che non smettevamo di farci. Una sera anni fa, d’estate. Io, in una turbolenza d’anima: «Parliamo sempre di Cristo, ma io Cristo non lo vedo». Fino alle due, a combattere. La mattina ho avuto un’amnesia totale, un’ischemia. Quando hai saputo che stavo bene sei scoppiato in una risata: «Hai visto che, quando proprio insisti, Lui si fa vedere?». Eri uno che mi sapeva fare ridere, e anche per questo ti volevo tanto bene. Scioglievi la mia malinconia nella tua vitalità irruente da ex scolaro terribile. Non dovevi, proprio tu, Luigi, non dovevi disertare. Il mio vecchio cane qui accanto non ti farà più rumorose feste, alla porta, e tu non gli dirai più, affettuoso: «Vecchio bastardo, ma sei ancora qui?». Non butterò più per te la pasta, abbondante, a qualsiasi ora. Non prenderai da solo il whisky dalla credenza, come uno di casa. (Temo che il cuore, ora, cominci a capire). Guardo la foto del mare della Gallura di tre giorni fa. Che mare, e che cielo: più grande, e quanto chiaro. Penso a Paolo ai Corinzi: "Ora vediamo come in uno specchio, confusamente; ma allora vedremo faccia a faccia".

È morto il giornalista Luigi Amicone, fondò la rivista Tempi. Orlando Sacchelli il 19 Ottobre 2021 su Il Giornale. Lutto nel mondo del giornalismo e della politica milanese: Luigi Amicone è morto a 65 anni. Da studente alla Cattolica aderì a Comunione e Liberazione. Insegnò religione e lettere nei licei e poi divenne giornalista. Si è spento nella notte il giornalista Luigi Amicone. Il fondatore del periodico Tempi aveva 65 anni. È stato colto da un infarto. Nato a Milano il 4 ottobre 1956 da genitori abruzzesi, a soli 14 anni si avvicinò al gruppo di Avanguardia Operaia. Studente universitario alla Cattolica si Milano, conobbe don Luigi Giussani e aderì al movimento cattolico Comunione e Liberazione. Laureato in Scienze Politiche e in Lettere Moderne, insegnò religione e poi lettere nei licei e poi divenne giornalista. Per tredici anni lavorò al settimanale Il Sabato, occupandosi di Esteri. Seguì da vicino il sanguinoso conflitto tra cattolici e protestanti a Belfast, e poi a Beirut per coprire un altro scontro, quello tra Libano e Siria. Documentò il crollo dei regimi comunisti dell'Est Europa e poi la guerra tra serbi e croati dopo il disfacimento della Jugoslavia. Nel corso degli anni aveva collaborato anche con Il Foglio e il Giornale. Eletto in Consiglio comunale nel 2016 a Milano, nelle liste di Forza Italia, amava battersi soprattutto per le battaglie ideali in cui credeva fermamente, legate alla difesa della vita e ai valori cristiani. Si era ripresentato alle elezioni di quest'anno ma non era stato rieletto a Palazzo Marino. "Luigi Amicone - ha twittato Gad Lerner - è stato per me un avversario appassionato ma gentile con il quale ci siamo sempre voluti bene. Oggi lo piango insieme ai suoi familiari e alla sua comunità di fede". "È morto nella notte il mio caro amico Luigi Amicone per un infarto - ha scritto sempre su Twitter Mario Adinolfi -. Volle dedicarmi una copertina di Tempi in cui mi descrisse come un ''pericolo pubblico''. Discutevamo molto, qualche volta in tv ci capitò pure di litigare. Ma Luigi ci credeva. Dio, se ci credeva. Che dolore". In una lettera agli elettori (nel 2018 si candidò alle Politiche, senza essere eletto) rivendicò con orgoglio la sua amicizia con "laici come Giuliano Ferrara e Lodovico Festa (ex segretario della federazione Pci di Sesto San Giovanni, la ex 'Stalingrado' d’Italia), con i quali ho vissuto amicizie profonde e battaglie 'ratzingeriane' indimenticabili sui temi della difesa della vita, del referendum sulla legge 40, del contrasto alla cultura del relativismo e della morte. Insomma, ho cercato di restare fedele e presente a un certo incontro con il cristianesimo avvenuto nella mia giovinezza e del quale oggi posso ben dire, “ecco, quell’incontro con Cristo avvenuto per tramite don Luigi Giussani mi ha salvato la vita, in tutti i sensi”.

Orlando Sacchelli. Toscano, ho scritto per La Nazione e altri quotidiani. Dal dicembre 2006 lavoro al sito internet de il Giornale. Ho fondato L'Arno.it, per i toscani e chi ama la Toscana

Don Giussani, il garantismo, le battaglie in Tv. Chi era Luigi Amicone, tra i fondatori di Comunione e liberazione portato via a 65 anni da un infarto. Roberto Formigoni su Il Riformista il 20 Ottobre 2021. Un infarto nella notte. Poi la corsa inutile all’ospedale San Gerardo di Monza. Luigi Amicone si è spento nella notte di lunedì all’età di 65 anni. Tra i fondatori di Comunione e liberazione, e a lungo direttore del settimanale “Tempi”, il giornalista è stato un vero garantista. Qui di seguito il ricordo dell’uomo, del giornalista che Roberto Formigoni ha affidato al Riformista. Di che pasta fosse la personalità di Luigi Amicone se ne sono resi conto anche quelli che non lo conoscevano quando, nel pieno della bufera politico-mediatico-giudiziaria che mi aveva investito, dedicò una copertina di Tempi a Formigoni presidente di Regione Lombardia e alle sue realizzazioni politiche e amministrative. Tanti mi erano rimasti vicini in quei giorni difficili, ma un conto è fare sentire la propria vicinanza a livello personale e privato, altro è impegnare la propria reputazione, mettere in gioco l’opera in cui sei pubblicamente impegnato per sostenere un amico in difficoltà. Per amicizia e per amore della giustizia. Luigi Amicone era un cattolico ciellino che non si faceva problemi a passare da Luigi Giussani, il sacerdote che, ricambiato, tanto lo aveva amato e valorizzato, all’ateo devoto Giuliano Ferrara all’ateo-ateo Marco Pannella non per amore del garantismo (che pure apprezzava), ma per amore della giustizia e della libertà. Ad Amicone si attagliava perfettamente una tipica espressione giussaniana: “ingenua baldanza”. Aveva l’aria dell’eterno ragazzino, facile alla battuta tagliente e alla risata fra amici, ma la serietà del padre di famiglia che trascorre tutta la vita con la stessa donna e con lei mette al mondo sei figli coi quali si batte e combatte fino alla fine (storie raccontate nel suo libro Le avventure di un padre di famiglia); la serietà del giornalista imprenditore che, rimasto disoccupato, si lancia in un’avventura un po’ folle come quella di creare senza soldi un settimanale di ambizioni nazionali, Tempi, perché tutti i ciellini e tutti coloro che in Italia amavano la libertà avessero una voce che parlava a loro e di loro. Tempi incarnava davvero la sua apertura totale e la sua curiosità sconfinata: c’era tutto, dai giudizi politici provocatori e raffinati alle storie commoventi di gente comune. Pur essendo entrambi ciellini, a causa della differenza di età di quasi dieci anni non abbiamo condiviso molte esperienze formative comuni, ma ci siamo sentiti e visti infinite volte quando lui era direttore e io deputato nazionale o presidente di Regione. Mi telefonava o chiedeva di venire a trovarmi. Mi poneva domande, e io rispondevo nel modo più aperto e impegnativo possibile. Allora lui veniva fuori con le sue considerazioni, le sue intuizioni, le sue visioni che sparigliavano le carte. Ed io ero contento di avergli dato appuntamento, cercavo sempre di darglielo perché sapevo che ci avremmo guadagnato entrambi. Non erano mai incontri banali e non erano mai discorsi scontati. La stessa filigrana dei suoi interventi su Tempi o su altri giornali o in tivù: potevi essere d’accordo o in disaccordo con lui, ma sempre ti meravigliavi delle sue argomentazioni, degli spunti che sapeva trovare. Non ho problemi ad ammettere che da lui ho imparato, più di una volta. Non aveva paura di confrontarsi con nessuno, accettava gli inviti nelle trasmissioni-trappola di Michele Santoro e di Gad Lerner e si batteva come un leone, dava e prendeva artigliate senza mai tirarsi indietro. Leggeva e aveva letto in gioventù tantissimo e, come ha scritto Jack Kerouac, «di tutto parlava – e io aggiungo: scriveva- con nervosa intelligenza». Negli ultimi anni, liberato della direzione di Tempi, scriveva quotidianamente note politiche sulla situazione nazionale o su quella di Milano con la consueta passione, ed era una delle prime cose che io leggevo la mattina, perché erano sempre commenti centrati e ficcanti. Per queste, e per tante altre ragioni, non gli si poteva non volere bene. Tanto più quando, lui e il suo successore alla guida di Tempi Emanuele Boffi, si sono prestati a fare da tramite fra me, ristretto nel carcere di Bollate, e i tanti amici che da tutta Italia mi scrivevano e ai quali facevo fatica a rispondere. Sul settimanale si parlava della mia condizione e si sono pubblicate alcune mie lettere, che mi permettevano di raggiungere tutti. Ci mancherà la sua intelligenza vivacissima, la sua capacità di provocare, la sua personale traduzione in realtà dello slogan sessantottino “la fantasia al potere”. Il destino ha voluto che la sua scomparsa coincidesse con quella di un altro grande amico e collaboratore, Raffaele Tiscar, che con me ha condiviso responsabilità nel parlamento italiano e in Regione Lombardia, un manager di grandi capacità e un politico di grande intelligenza. Appena un mese fa è tornato alla casa del Padre un altro grande amico, Pier Alberto Bertazzi, un uomo che ha fatto molto per me fino alla fine e che è la persona all’origine del nome “Comunione e Liberazione”. Con tutte queste coincidenze, non posso non pensare che il Signore ci sta chiedendo qualcosa di grande e di misterioso. Dio non permette nulla che non possa essere un bene per i suoi fedeli. Dio sta chiedendo la nostra conversione, sta chiedendo la mia conversione. Roberto Formigoni

Ho diritto di citazione con congruo lasso di tempo e senza ledere la concorrenza.

Io sono un giurista ed un giornalista d’inchiesta. Opero nell’ambito dell’art. 21 della Costituzione che mi permette di esprimere liberamente il mio pensiero. Nell’art. 65 della legge n. 633/1941 il legislatore sancisce la libertà di utilizzazione, riproduzione o ripubblicazione e comunicazione al pubblico degli articoli di attualità, che possiamo considerare come sinonimo di cronaca, in altre riviste o giornali. Distinta dalla mera cronaca è l’inchiesta giornalistica, la quale parte da fatti di cronaca per svolgere un’attività di indagine, c.d. “indagine giornalistica”, con la quale il professionista si informa, chiede chiarimenti e spiegazioni. Questa attività rientra nel c.d. “giornalismo investigativo” o “d’inchiesta”, riconosciuto dalla Cassazione nel 2010 come “la più alta e nobile espressione dell’attività giornalistica”, perché consente di portare alla luce aspetti e circostanze ignote ai più e di svelare retroscena occultati, che al contempo sono di rilevanza sociale. A seguito dell’attività d’indagine, il giornalista svolge poi l’attività di studio del materiale raccolto, di verifica dell’attendibilità di fonti non generalmente attendibili, diverse dalle agenzie di stampa, di confronto delle fonti. Solo al termine della selezione del materiale conseguito, il giornalista inizia a scrivere il suo articolo. (Cass., 9 luglio 2010, n. 16236, in Danno e resp., 2010, 11, p. 1075. In questa sentenza la Corte Suprema precisa che “Con tale tipologia di giornalismo (d’inchiesta), infatti, maggiormente, si realizza il fine di detta attività quale prestazione di lavoro intellettuale volta alla raccolta, al commento e alla elaborazione di notizie destinate a formare oggetto di comunicazione interpersonale attraverso gli organi di informazione, per sollecitare i cittadini ad acquisire conoscenza di tematiche notevoli, per il rilievo pubblico delle stesse”).

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

Io sono un Segnalatore di illeciti (whistleblower). La normativa italiana utilizza l'espressione segnalatore o segnalante d'illeciti a partire dalla cosiddetta "legge anti corruzione" (6 novembre 2012 n. 190). Italia. L'art. 1, comma 51 della legge 6 novembre 2012, n. 190 ha disciplinato per la prima volta nella legislazione italiana la figura del whistleblower, con particolare riferimento al "dipendente pubblico che segnala illeciti", al quale viene offerta una parziale forma di tutela. Negli Stati Uniti la prima legge in tema fu il False Claims Act del 1863, che protegge i segnalatori di illeciti da licenziamenti ingiusti, molestie e declassamento professionale, e li incoraggia a denunciare le truffe assicurando loro una percentuale sul denaro recuperato. Del 1912 è il Lloyd–La Follette Act, che garantisce agli impiegati federali il diritto di fornire informazioni al Congresso degli Stati Uniti d'America. Nel 1989 è stato approvato il Whistleblower Protection Act, una legge federale che protegge gli impiegati del governo che denunciano illeciti, proteggendoli da eventuali azioni di ritorsione derivanti dalla divulgazione dell'illecito.

Io sono un Aggregatore di contenuti tematici di ideologia contrapposta con citazione della fonte, al fine del diritto di cronaca e di discussione e di critica dei contenuti citati.

Quando parlo di aggregatore di contenuti non mi riferisco a colui che, per profitto, riproduce tout court integralmente, o quasi, un post o un articolo. Costoro non sono che volgari “produttori” di plagio, pur citando la fonte. Ci sono Aggregatori di contenuti in Italia, che esercitano la loro attività in modo lecita, e comunque, verosimilmente, non contestata dagli autori aggregati e citati.

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Oppure come fa Dagospia o altri siti di informazione online, che si limitano a riportare quegli articoli che per motivi commerciali o di esclusività non sono liberamente fruibili. Dagospia si definisce "Risorsa informativa online a contenuto generalista che si occupa di retroscena. È espressione di Roberto D'Agostino". Sebbene da alcuni sia considerato un sito di gossip, nelle parole di D'Agostino: «Dagospia è un bollettino d'informazione, punto e basta».

Addirittura il portale web “Newsstandhub.com” riporta tutti gli articoli dei portali di informazione più famosi con citazione della fonte, ma non degli autori. Si presenta come: “Il tuo centro edicola personale dove poter consultare tutte le notizia contemporaneamente”.

Così come il sito web di Ristretti.org o di Antimafiaduemila.com, o dipressreader.com.

Così come fanno alcuni giornali e giornalisti. Non fanno inchieste o riportano notizie proprie. Ma la loro informazione si basa su su articoli di terzi. Vedi  “Il giornale” o “Libero Quotidiano” o Il Corriere del Giorno o il Sussidiario, o twnews.it/it-news.

Io esercito il mio diritto di cronaca e di critica. Diritto di cronaca, dico, che non ha alcuna limitazione se non quella della verità, attinenza-continenza, interesse pubblico. Diritto di cronaca su Stampa non periodica.

Che cosa significa "Stampa non periodica"?

Ogni forma di pubblicazione una tantum, cioè che non viene stampata regolarmente (è tale, ad esempio, un saggio o un romanzo in forma di libro).

Stampa non periodica, perché la Stampa periodica è di pertinenza esclusiva della lobby dei giornalisti, estensori della pseudo verità, della disinformazione, della discultura e dell’oscurantismo.

Con me la cronaca diventa storia ed allora il mio diritto di cronaca diventa diritto di critica storica.

NB. In dottrina si evidenzia che “per uso di critica” si deve intendere l’utilizzazione oggettivamente finalizzata ad esprimere opinioni protette ex art. 21 e 33 della Costituzione. Con me la cronaca diventa storia ed allora il mio diritto di cronaca diventa diritto di critica storica. La critica storica può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506. L'esercizio del diritto di critica può, a certe condizioni, rendere non punibile dichiarazioni astrattamente diffamatorie, in quanto lesive dell'altrui reputazione. Resoconto esercitato nel pieno diritto di Critica Storica. La critica storica può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506. La ricerca dello storico, quindi, comporta la necessità di un’indagine complessa in cui “persone, fatti, avvenimenti, dichiarazioni e rapporti sociali divengono oggetto di un esame articolato che conduce alla definitiva formulazione di tesi e/o di ipotesi che è impossibile documentare oggettivamente ma che, in ogni caso debbono trovare la loro base in fonti certe e di essere plausibili e sostenibili”. La critica storica, se da una parte può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506, dall'altra ha funzione di discussione: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera".

Io sono il segnalatore di illeciti (whistleblower) più ignorato ed  oltre modo più perseguitato e vittima di ritorsioni del mondo. Ciononostante non mi batto per la mia tutela, in quanto sarebbe inutile dato la coglionaggine o la corruzione imperante, ma lotto affinchè gli altri segnalatori, che imperterriti si battono esclusivamente ed inanemente per la loro bandiera, non siano tacciati di mitomania o pazzia. Dimostro al mondo che le segnalazioni sono tanto fondate, quanto ignorate od impunite, data la diffusa correità o ignoranza o codardia.

Segnalatore di illeciti. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Il segnalatore o segnalante di illeciti, anche detto segnalatore o segnalante di reati o irregolarità (termine reso a volte anche con la parola anglosassone e specificatamente dell'inglese americano whistleblower) è un individuo che denuncia pubblicamente o riferisce alle autorità attività illecite o fraudolente all'interno del governo, di un'organizzazione pubblica o privata o di un'azienda. Le rivelazioni o denunce possono essere di varia natura: violazione di una legge o regolamento, minaccia di un interesse pubblico come in caso di corruzione e frode, gravi e specifiche situazioni di pericolo per la salute e la sicurezza pubblica. Tali soggetti possono denunciare le condotte illecite o pericoli di cui sono venuti a conoscenza all'interno dell'organizzazione stessa, all'autorità giudiziaria o renderle pubbliche attraverso i media o le associazioni ed enti che si occupano dei problemi in questione. Spesso i segnalatori di illeciti, soprattutto a causa dell'attuale carenza normativa, spinti da elevati valori di moralità e altruismo, si espongono singolarmente a ritorsioni, rivalse, azioni vessatorie, da parte dell'istituzione o azienda destinataria della segnalazione o singoli soggetti ovvero organizzazioni responsabili e oggetto delle accuse, venendo sanzionati disciplinarmente, licenziati o minacciati fisicamente.

La normativa italiana utilizza l'espressione segnalatore o segnalante d'illeciti a partire dalla cosiddetta "legge anti corruzione" (6 novembre 2012 n. 190). In inglese viene invece utilizzata la parola whistleblower, che deriva dalla frase to blow the whistle, letteralmente «soffiare il fischietto», riferita all'azione dell'arbitro nel segnalare un fallo o a quella di un poliziotto che tenta di fermare un'azione illegale. Il termine è in uso almeno dal 1958, quando apparve nel Mansfield News-Journal (Ohio). L'origine dell'espressione whistleblowing è tuttavia ad oggi incerta, sebbene alcuni ritengano che la parola si riferisca alla pratica dei poliziotti inglesi di soffiare nel loro fischietto nel momento in cui avessero notato la commissione di un crimine, in modo da allertare altri poliziotti e, in modo più generico, la collettività. Altri ritengono che si richiami al fallo fischiato dall'arbitro durante una partita sportiva. In entrambi i casi, l'obiettivo è quello di fermare un'azione e richiamare l'attenzione. La locuzione «gola profonda» deriva da quella inglese Deep Throat che indicava l'informatore segreto che con le sue rivelazioni alla stampa diede origine allo scandalo Watergate.

Definizione. Il segnalatore di illeciti è quel soggetto che, solitamente nel corso della propria attività lavorativa, scopre e denuncia fatti che causano o possono in potenza causare danno all'ente pubblico o privato in cui lavora o ai soggetti che con questo si relazionano (tra cui ad esempio consumatori, clienti, azionisti). Spesso è solo grazie all'attività di chi denuncia illeciti che risulta possibile prevenire pericoli, come quelli legati alla salute o alle truffe, e informare così i potenziali soggetti a rischio prima che si verifichi il danno effettivo. Un gesto che, se opportunamente tutelato, è in grado di favorire una libera comunicazione all'interno dell’organizzazione in cui il segnalatore di illeciti lavora e conseguentemente una maggiore partecipazione al suo progresso e un'implementazione del sistema di controllo interno. La maggior parte dei segnalatori di illeciti sono "interni" e rivelano l'illecito a un proprio collega o a un superiore all'interno dell'azienda o organizzazione. È interessante esaminare in quali circostanze generalmente un segnalatore di illeciti decide di agire per porre fine a un comportamento illegale. C'è ragione di credere che gli individui sono più portati ad agire se appoggiati da un sistema che garantisce loro una totale riservatezza.

La tutela giuridica nel mondo. La protezione riservata ai segnalatori di illeciti varia da paese a paese e può dipendere dalle modalità e dai canali utilizzati per le segnalazioni.

Italia. L'art. 1, comma 51 della legge 6 novembre 2012, n. 190 ha disciplinato per la prima volta nella legislazione italiana la figura del whistleblower, con particolare riferimento al "dipendente pubblico che segnala illeciti", al quale viene offerta una parziale forma di tutela. Nell'introdurre un nuovo art. 54-bis al decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, si è infatti stabilito che, esclusi i casi di responsabilità a titolo di calunnia o diffamazione, ovvero per lo stesso titolo ai sensi dell'articolo 2043 del codice civile italiano, il pubblico dipendente che denuncia all'autorità giudiziaria italiana o alla Corte dei conti, ovvero riferisce al proprio superiore gerarchico condotte illecite di cui sia venuto a conoscenza in ragione del rapporto di lavoro, non può essere sanzionato, licenziato o sottoposto a una misura discriminatoria, diretta o indiretta, avente effetti sulle condizioni di lavoro per motivi collegati direttamente o indirettamente alla denuncia. Inoltre, nell'ambito del procedimento disciplinare, l'identità del segnalante non può essere rivelata, senza il suo consenso, sempre che la contestazione dell'addebito disciplinare sia fondata su accertamenti distinti e ulteriori rispetto alla segnalazione. Si è tuttavia precisato che, qualora la contestazione sia fondata, in tutto o in parte, sulla segnalazione, l'identità può essere rivelata ove la sua conoscenza sia assolutamente indispensabile per la difesa dell'incolpato, con conseguente indebolimento della tutela dell'anonimato. L'eventuale adozione di misure discriminatorie deve essere segnalata al Dipartimento della funzione pubblica per i provvedimenti di competenza, dall'interessato o dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative nell'amministrazione nella quale le discriminazioni stesse sono state poste in essere. Infine, si è stabilito che la denuncia è sottratta all'accesso previsto dalla legge 7 agosto 1990, n. 241; tali disposizioni pongono inoltre delicate problematiche con riferimento all'applicazione del codice in materia di protezione dei dati personali. Nel 2014 ulteriori rafforzamenti della posizione del segnalatore di illeciti sono stati discussi con iniziative parlamentari, nella XVII legislatura. In ordine alla possibilità di incentivarne ulteriormente l'emersione con premi, l'ordine del giorno G/1582/83/1 - proposto in commissione referente del Senato - è stato accolto come raccomandazione; invece, è stato dichiarato improponibile l'emendamento che, tra l'altro, puniva con una contravvenzione chi ne rivelasse l'identità. Nel 2016 la Camera dei deputati, nell'approvare la proposta di legge n. 3365-1751-3433-A, «ha scelto, tra l'altro, la tecnica della "novella" del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165» per introdurre una disciplina di tutela degli autori di segnalazioni di reati o irregolarità di cui siano venuti a conoscenza nell'ambito di un rapporto di lavoro. Il testo pende al Senato come disegno di legge n. 2208 Il decreto legislativo 25 maggio 2017, n. 90 afferma che - a decorrere dal 4 luglio 2017, data di entrata in vigore del predetto decreto - i soggetti destinatari della disposizioni ivi contenute (tra i quali intermediari finanziari iscritti all'Albo Unico, società di leasing, società di factoring, ma anche dottori commercialisti, notai e avvocati) sono obbligati a dotarsi di un sistema di segnalazione di illeciti, l'istituto di derivazione anglosassone per le segnalazioni interne di violazioni.

Stati Uniti d'America. Negli Stati Uniti la prima legge in tema fu il False Claims Act del 1863, che protegge i segnalatori di illeciti da licenziamenti ingiusti, molestie e declassamento professionale, e li incoraggia a denunciare le truffe assicurando loro una percentuale sul denaro recuperato. Del 1912 è il Lloyd–La Follette Act, che garantisce agli impiegati federali il diritto di fornire informazioni al Congresso degli Stati Uniti d'America. Nel 1989 è stato approvato il Whistleblower Protection Act, una legge federale che protegge gli impiegati del governo che denunciano illeciti, proteggendoli da eventuali azioni di ritorsione derivanti dalla divulgazione dell'illecito.

Non si è colti, nè ignoranti: si è nozionisti, ossia: superficiali.

Nozionista è chi studia o si informa, o, più spesso, chi insegna o informa gli altri in modo nozionistico.

Nozionista è:

chi non approfondisce e rielabora criticamente la massa di informazioni e notizie cercate o ricevute;

chi si ferma alla semplice lettura di un tweet da 280 caratteri su twitter o da un post su Facebook condiviso da pseudoamici;

chi restringe la sua lettura alla sola copertina di un libro;

chi ascolta le opinioni degli invitati nei talk show radio-televisivi partigiani;

chi si limita a guardare il titolo di una notizia riportata su un sito di un organo di informazione. 

Quel mondo dell'informazione che si arroga il diritto esclusivo ad informare in virtù di un'annotazione in un albo fascista. Informazione ufficiale che si basa su news partigiane in ossequio alla linea editoriale, screditando le altre fonti avverse accusandole di fake news.

Informazione o Cultura di Regime, foraggiata da Politica e Finanza.

Opinion leaders che divulgano fake news ed omettono le notizie. Ossia praticano:  disinformazione, censura ed omertà. 

Nozionista è chi si  abbevera esclusivamente da mass media ed opinion leaders e da questi viene influenzato e plasmato.

Censura da Amazon libri. Del Coronavirus vietato scrivere. 

"Salve, abbiamo rivisto le informazioni che ci hai fornito e confermiamo la nostra precedente decisione di chiudere il tuo account e di rimuovere tutti i tuoi libri dalla vendita su Amazon. Tieni presente che, come previsto dai nostri Termini e condizioni, non ti è consentito di aprire nuovi account e non riceverai futuri pagamenti royalty provenienti dagli account aggiuntivi creati. Tieni presente che questa è la nostra decisione definitiva e che non ti forniremo altre informazioni o suggeriremo ulteriori azioni relativamente alla questione. Amazon.de".

Amazon chiude l’account del saggista Antonio Giangrande, colpevole di aver rendicontato sul Coronavirus in 10 parti.

La chiusura dell’account comporta la cancellazione di oltre 200 opere riguardante ogni tema ed ogni territorio d’Italia.

Opere pubblicate in E-book ed in cartaceo.

La pretestuosa motivazione della chiusura dell’account: “Non abbiamo ricevuto nessuna prova del fatto che tu sia il titolare esclusivo dei diritti di copyright per il libro seguente: Il Coglionavirus. Prima parte. Il Virus.”

A loro non è bastato dichiarare di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio account Amazon.

A loro non è bastato dichiarare che sul mio account Amazon non sono pubblicate opere con Kdp Select con diritto di esclusiva Amazon.

A loro non è bastato dichiarare altresì di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio account Google, ove si potrebbero trovare le medesime opere pubblicate su Amazon, ma solo in versione e-book.

A loro interessava solo chiudere l’account per non parlare del Coronavirus.

A loro interessava solo chiudere la bocca ad Antonio Giangrande.

Che tutto ciò sia solo farina del loro sacco è difficile credere.

Il fatto è che ci si rivolge ad Amazon nel momento in cui è impossibile trovare un editore che sia disposto a pubblicare le tue opere.

Opere che, comunque, sono apprezzate dai lettori.

Ergo: Amazon, sembra scagliare la pietra, altri nascondono la mano.

Il Diritto di Citazione e la Censura dei giornalisti. Il Commento di Antonio Giangrande.

Sono Antonio Giangrande autore ed editore di centinaia di libri. Su uno di questi “L’Italia dei Misteri” di centinaia di pagine, veniva riportato, con citazione dell’autore e senza manipolazione e commenti, l’articolo del giornalista Francesco Amicone, collaboratore de “Il Giornale” e direttore di Tempi. Articolo di un paio di pagine che parlava del Mostro di Firenze ed inserito in una più ampia discussione in contraddittorio. L’Amicone, pur riconoscendo che non vi era plagio, criticava l’uso del copia incolla dell’opera altrui. Per questo motivo ha chiesto ed ottenuto la sospensione dell’account dello scrittore Antonio Giangrande su Amazon, su Lulu e su Google libri. L’intero account con centinai di libri non interessati alla vicenda. Google ed Amazon, dopo aver verificato la contronotifica hanno ripristinato la pubblicazione dei libri, compreso il libro oggetto di contestazione, del quale era stata l’opera citata e contestata. Lulu, invece,  ha confermato la sospensione.

L’autore ed editore Antonio Giangrande si avvale del Diritto di Citazione. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

Nei libri di Antonio Giangrande, per il rispetto della pluralità delle fonti in contraddittorio per una corretta discussione, non vi è plagio ma Diritto di Citazione.

Il Diritto di Citazione è il Diritto di Cronaca di un’indagine complessa documentale e testimoniale senza manipolazione e commenti con di citazione di opere altrui senza lesione della concorrenza con congruo lasso di tempo e pubblicazione su canali alternativi e differenti agli originali.

Il processo a Roberto Saviano per “Gomorra” fa precedente e scuola: si condanna l’omessa citazione dell’autore e non il copia incolla della sua opera.

Vedi Giorgio dell’Arti su “Cinquantamila.it”. LA STORIA RACCONTATA DA GIORGIO DELL'ARTI. “Salve. Sono Giorgio Dell’Arti. Questo sito è riservato agli abbonati della mia newsletter, Anteprima. Anteprima è la spremuta di giornali che realizzo dal lunedì al venerdì la mattina all’alba, leggendo i quotidiani appena arrivati in edicola. La rassegna arriva via email agli utenti che si sono iscritti in promozione oppure in abbonamento qui o sul sito anteprima.news”.

Oppure come fa Dagospia o altri siti di informazione online, che si limitano a riportare quegli articoli che per motivi commerciali o di esclusività non sono liberamente fruibili. Dagospia si definisce "Risorsa informativa online a contenuto generalista che si occupa di retroscena. È espressione di Roberto D'Agostino". Sebbene da alcuni sia considerato un sito di gossip, nelle parole di D'Agostino: «Dagospia è un bollettino d'informazione, punto e basta».

Addirittura il portale web “Newsstandhub.com” riporta tutti gli articoli dei portali di informazione più famosi con citazione della fonte, ma non degli autori. Si presenta come: “Il tuo centro edicola personale dove poter consultare tutte le notizia contemporaneamente”.

Così come il sito web di Ristretti.org o di Antimafiaduemila.com, o di pressreader.com.

Così come fanno alcuni giornali e giornalisti. Non fanno inchieste o riportano notizie proprie. Ma la loro informazione si basa anche su commento di articoli di terzi. Vedi “Il giornale” o “Libero Quotidiano” o Il Corriere del Giorno o il Sussidiario, o twnews.it/it-news, ecc.

Comunque, nonostante la sua opera sia stata rimossa, Francesco Amicone, mi continua a minacciare: “Domani vaglierò se inviare una email a tutti gli editori proprietari degli articoli che lei ha inserito - non si sa in base a quale nulla osta da parte degli interessati - nei suoi numerosi libri. La invito - per il suo bene - a rimuovere i libri dalla vendita e a chiedere a Google di non indicizzarli, altrimenti è verosimile che gli editori le chiederanno di pagare.”

Non riesco a capire tutto questo astio nei miei confronti. Una vera e propria stolkerizzazione ed estorsione. Capisco che lui non voglia vedere il suo lavoro richiamato su altre opere, nonostante si evidenzi la paternità, e si attivi a danneggiarmi in modo illegittimo. Ma che si impegni assiduamente ad istigare gli altri autori a fare lo stesso, va aldilà degli interessi personali. E’ una vera è propria cattiva persecuzione, che costringerà Google ed Amazon ad impedire che io prosegui la mia attività, e cosa più importante, impedisca centinaia di migliaia di lettori ad attingere in modo gratuito su Google libri, ad un’informazione completa ed alternativa.

E’ una vera è propria cattiva persecuzione e della quale, sicuramente, ne dovrà rendere conto. 

La vicenda merita un approfondimento del tema del Diritto di Citazione.

Il processo a Roberto Saviano per “Gomorra” fa precedente e scuola.

Alcuni giornalisti contestavano a Saviano l’uso di un copia incolla di alcuni articoli di giornale senza citare la fonte.

Da Wikipedia: Nel 2013 Saviano e la casa editrice Mondadori sono stati condannati in appello per plagio. La Corte d'Appello di Napoli ha riconosciuto che alcuni passaggi dell'opera Gomorra (lo 0.6% dell'intero libro) sono risultate un'illecita riproduzione del contenuto di due articoli dei quotidiani locali Cronache di Napoli e Corriere di Caserta, modificando così parzialmente la sentenza di primo grado, in cui il Tribunale aveva rigettato le accuse dei due quotidiani e li aveva anzi condannati al risarcimento dei danni per aver "abusivamente riprodotto" due articoli di Saviano (condanna, questa, confermata in Appello). Lo scrittore e la Mondadori in Appello sono stati condannati in solido al risarcimento dei danni, patrimoniali e non, per 60mila euro più parte delle spese legali. Lo scrittore ha presentato ricorso in Cassazione contro la sentenza e la Suprema Corte ha confermato in parte l'impianto della sentenza d'Appello e ha invitato alla riqualificazione del danno al ribasso, stimando 60000 euro una somma eccessiva per articoli di giornale con diffusione limitatissima. La condanna per plagio nei confronti di Saviano e della Mondadori è stata confermata nel 2016 dalla Corte di Appello di Napoli, che ha ridimensionato il danno da risarcire da 60.000 a 6.000 euro per l'illecita riproduzione in Gomorra di due articoli di Cronache di Napoli e per l'omessa citazione della fonte nel caso di un articolo del Corriere di Caserta riportato tra virgolette.

Conclusione: si condanna l’omessa citazione dell’autore e non il copia incolla della sua opera.

Cosa hanno in comune un giurista ed un giornalista d’inchiesta; un sociologo e un segnalatore di illeciti (whistleblower); un ricercatore o un insegnante e un aggregatore di contenuti?

Essi si avvalgono del Diritto di Citazione. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506, dall'altra ha funzione di discussione: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera".

Il Diritto di Citazione è il Diritto di Cronaca di un’indagine complessa documentale e testimoniale senza manipolazione e commenti con di citazione di opere altrui senza lesione della concorrenza con congruo lasso di tempo e pubblicazione su canali alternativi e differenti agli originali.

Il Diritto di Citazione si svolge su Stampa non periodica. Che cosa significa "Stampa non periodica"?

Ogni forma di pubblicazione una tantum, cioè che non viene stampata regolarmente (è tale, ad esempio, un saggio o un romanzo in forma di libro).

Il diritto di cronaca su Stampa non periodica diventa diritto di critica storica.

NB. In dottrina si evidenzia che “per uso di critica” si deve intendere l’utilizzazione oggettivamente finalizzata ad esprimere opinioni protette ex art. 21 e 33 della Costituzione. Con me la cronaca diventa storia ed allora il mio diritto di cronaca diventa diritto di critica storica. La critica storica può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506. L'esercizio del diritto di critica può, a certe condizioni, rendere non punibile dichiarazioni astrattamente diffamatorie, in quanto lesive dell'altrui reputazione. Resoconto esercitato nel pieno diritto di Critica Storica. La critica storica può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506. La ricerca dello storico, quindi, comporta la necessità di un’indagine complessa in cui “persone, fatti, avvenimenti, dichiarazioni e rapporti sociali divengono oggetto di un esame articolato che conduce alla definitiva formulazione di tesi e/o di ipotesi che è impossibile documentare oggettivamente ma che, in ogni caso debbono trovare la loro base in fonti certe e di essere plausibili e sostenibili”. La critica storica, se da una parte può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506, dall'altra ha funzione di discussione: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera".

L’art. 21 della Costituzione permette di esprimere liberamente il proprio pensiero. Nell’art. 65 della legge l. n. 633/1941 il legislatore sancisce la libertà di utilizzazione, riproduzione o ripubblicazione e comunicazione al pubblico degli articoli di attualità, che possiamo considerare come sinonimo di cronaca, in altre riviste o giornali. Distinta dalla mera cronaca è l’inchiesta giornalistica, la quale parte da fatti di cronaca per svolgere un’attività di indagine, c.d. “indagine giornalistica”, con la quale il professionista si informa, chiede chiarimenti e spiegazioni. Questa attività rientra nel c.d. “giornalismo investigativo” o “d’inchiesta”, riconosciuto dalla Cassazione nel 2010 come “la più alta e nobile espressione dell’attività giornalistica”, perché consente di portare alla luce aspetti e circostanze ignote ai più e di svelare retroscena occultati, che al contempo sono di rilevanza sociale. A seguito dell’attività d’indagine, il giornalista svolge poi l’attività di studio del materiale raccolto, di verifica dell’attendibilità di fonti non generalmente attendibili, diverse dalle agenzie di stampa, di confronto delle fonti. Solo al termine della selezione del materiale conseguito, il giornalista inizia a scrivere il suo articolo. (Cass., 9 luglio 2010, n. 16236, in Danno e resp., 2010, 11, p. 1075. In questa sentenza la Corte Suprema precisa che “Con tale tipologia di giornalismo (d’inchiesta), infatti, maggiormente, si realizza il fine di detta attività quale prestazione di lavoro intellettuale volta alla raccolta, al commento e alla elaborazione di notizie destinate a formare oggetto di comunicazione interpersonale attraverso gli organi di informazione, per sollecitare i cittadini ad acquisire conoscenza di tematiche notevoli, per il rilievo pubblico delle stesse”).

A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

La normativa italiana utilizza l'espressione segnalatore o segnalante d'illeciti a partire dalla cosiddetta "legge anti corruzione" (6 novembre 2012 n. 190). Italia. L'art. 1, comma 51 della legge 6 novembre 2012, n. 190 ha disciplinato per la prima volta nella legislazione italiana la figura del whistleblower, con particolare riferimento al "dipendente pubblico che segnala illeciti", al quale viene offerta una parziale forma di tutela. Negli Stati Uniti la prima legge in tema fu il False Claims Act del 1863, che protegge i segnalatori di illeciti da licenziamenti ingiusti, molestie e declassamento professionale, e li incoraggia a denunciare le truffe assicurando loro una percentuale sul denaro recuperato. Del 1912 è il Lloyd–La Follette Act, che garantisce agli impiegati federali il diritto di fornire informazioni al Congresso degli Stati Uniti d'America. Nel 1989 è stato approvato il Whistleblower Protection Act, una legge federale che protegge gli impiegati del governo che denunciano illeciti, proteggendoli da eventuali azioni di ritorsione derivanti dalla divulgazione dell'illecito.

Quando si parla di aggregatore di contenuti non mi riferisco a colui che, per profitto, riproduce tout court integralmente, o quasi, un post o un articolo. Costoro non sono che volgari “produttori” di plagio, pur citando la fonte. Ci sono Aggregatori di contenuti in Italia, che esercitano la loro attività in modo lecita, e comunque, verosimilmente, non contestata dagli autori aggregati e citati.

Vedi Giorgio dell’Arti su “Cinquantamila.it”. LA STORIA RACCONTATA DA GIORGIO DELL'ARTI. “Salve. Sono Giorgio Dell’Arti. Questo sito è riservato agli abbonati della mia newsletter, Anteprima. Anteprima è la spremuta di giornali che realizzo dal lunedì al venerdì la mattina all’alba, leggendo i quotidiani appena arrivati in edicola. La rassegna arriva via email agli utenti che si sono iscritti in promozione oppure in abbonamento qui o sul sito anteprima.news”.

Oppure come fa Dagospia o altri siti di informazione online, che si limitano a riportare quegli articoli che per motivi commerciali o di esclusività non sono liberamente fruibili. Dagospia si definisce "Risorsa informativa online a contenuto generalista che si occupa di retroscena. È espressione di Roberto D'Agostino". Sebbene da alcuni sia considerato un sito di gossip, nelle parole di D'Agostino: «Dagospia è un bollettino d'informazione, punto e basta».

Addirittura il portale web “Newsstandhub.com” riporta tutti gli articoli dei portali di informazione più famosi con citazione della fonte, ma non degli autori. Si presenta come: “Il tuo centro edicola personale dove poter consultare tutte le notizia contemporaneamente”.

Così come il sito web di Ristretti.org o di Antimafiaduemila.com, o di pressreader.com.

Così come fanno alcuni giornali e giornalisti. Non fanno inchieste o riportano notizie proprie. Ma la loro informazione si basa anche su commento di articoli di terzi. Vedi “Il giornale” o “Libero Quotidiano” o Il Corriere del Giorno o il Sussidiario, o twnews.it/it-news, ecc.

Diritto di citazione. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Il diritto di citazione (o diritto di corta citazione) è una forma di libera utilizzazione di opere dell'ingegno tutelate da diritto d'autore. Infatti, sebbene l'autore detenga i diritti d'autore sulle proprie creazioni, in un certo numero di circostanze non può opporsi alla pubblicazione di estratti, riassunti, citazioni, proprio per non ledere l'altrui diritto di citarla. Il diritto di citazione assume connotazioni diverse a seconda delle legislazioni nazionali.

La Convenzione di Berna. L'articolo 10 della Convenzione di Berna, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: Articolo 10

1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

2) Restano fermi gli effetti della legislazione dei Paesi dell'Unione e degli accordi particolari tra essi stipulati o stipulandi, per quanto concerne la facoltà d'utilizzare lecitamente opere letterarie o artistiche a titolo illustrativo nell'insegnamento, mediante pubblicazioni, emissioni radiodiffuse o registrazioni sonore o visive, purché una tale utilizzazione sia fatta conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

3) Le citazioni e utilizzazioni contemplate negli alinea precedenti dovranno menzionare la fonte e, se vi compare, il nome dell'autore.

Le singole discipline.

Stati Uniti. Negli Stati Uniti è il titolo 17 dello United States Code che regola la proprietà intellettuale. Il fair use, istituto di più largo campo applicativo, norma generalmente anche ciò che nei paesi continentali europei è chiamato diritto di citazione.

Italia. L'art. 70, Legge 22 aprile 1941 n. 633 (recante norme sulla Protezione del diritto d'autore e di altri diritti connessi al suo esercizio) dispone che «Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali.». Con il decreto legislativo n. 68 del 9 aprile 2003 è stata introdotta l'espressione di comunicazione al pubblico, per cui il diritto è esercitabile su ogni mezzo di comunicazione di massa, incluso il web. Con la nuova formulazione c'è una più netta distinzione tra le ipotesi in cui “il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera" viene effettuata per uso di critica o di discussione e quando avviene per finalità didattiche o scientifiche: se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali. L'orientamento giurisprudenziale formatosi in Italia sul vecchio testo dell'art. 70 è stato in genere di restringerne la portata. In seguito a successive modifiche legislative, è stata fornita tuttavia una diversa interpretazione della normativa attualmente vigente, in particolare con la risposta ad un'interrogazione parlamentare nella quale il senatore Mauro Bulgarelli chiedeva al Governo di valutare l'opportunità di estendere anche in Italia il concetto del fair use. Il governo ha risposto che non è necessario intervenire legislativamente in quanto già adesso l'articolo 70 della Legge sul diritto d'autore va interpretato alla stregua del fair use statunitense. A parere del Governo il decreto legislativo n. 68 del 9 aprile 2003, ha reso l'articolo 70 della legge sul diritto d'autore sostanzialmente equivalente a quanto previsto dalla sezione 107 del copyright act degli Stati Uniti. Sempre secondo il Governo, sono quindi già applicabili i quattro elementi che caratterizzano il fair use:

finalità e caratteristiche dell'uso (natura non commerciale, finalità educative senza fini di lucro);

natura dell'opera tutelata;

ampiezza ed importanza della parte utilizzata in rapporto all'intera opera tutelata;

effetto anche potenzialmente concorrenziale dell'utilizzazione.

Sempre a parere del governo, la normativa italiana in materia del diritto d'autore risulta già conforme non solo a quella degli altri paesi dell'Europa continentale ma anche a quello dei Paesi nei quali vige il copyright anglosassone.

A rafforzare il diritto di corta citazione è nuovamente intervenuto il legislatore, che all'articolo 70 della legge sul diritto d'autore ha aggiunto il controverso comma 1-bis, secondo il quale «è consentita la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro [...]». La norma, tuttavia, non ha ancora ricevuto attuazione, non essendo stato emanato il previsto decreto ministeriale. Altre restrizioni alla riproduzione libera vigono nella giurisprudenza italiana, come, per esempio, quelle proprie all'assenza di libertà di panorama.

Francia. In Francia la materia è regolata dal Code de la propriété intellectuelle.

Unione europea. L'Unione europea ha emanato la direttiva 2001/29/CE del 22 maggio 2001 che i singoli Paesi hanno applicato alla propria legislazione. Il parlamento europeo nell'approvare la direttiva Ipred2, in tema di armonizzazione delle norme penali in tema di diritto d'autore, ha approvato anche l'emendamento 16, secondo il quale gli Stati membri provvedono a che l'uso equo di un'opera protetta, inclusa la riproduzione in copie o su supporto audio o con qualsiasi altro mezzo, a fini di critica, recensione, informazione, insegnamento (compresa la produzione di copie multiple per l'uso in classe), studio o ricerca, non sia qualificato come reato. Nel vincolare gli stati membri ad escludere la responsabilità penale, l'emendamento si accompagnava alla seguente motivazione: la libertà di stampa deve essere protetta da misure penali. Professionisti quali i giornalisti, gli scienziati e gli insegnanti non sono criminali, così come i giornali, gli istituti di ricerca e le scuole non sono organizzazioni criminali. Questa misura non pregiudica tuttavia la protezione dei diritti, in quanto è possibile il risarcimento per danni civili.

Citazioni di opere letterarie. La regolamentazione giuridica delle opere letterarie ha una lunga tradizione. La citazione deve essere breve, sia in rapporto all'opera da cui è estratta, sia in rapporto al nuovo documento in cui si inserisce. È necessario citare il nome dell'autore, il suo copyright e il nome dell'opera da cui è estratta, per rispettare i diritti morali dell'autore. In caso di citazione di un'opera tradotta occorre menzionare anche il traduttore. Nel caso di citazione da un libro, oltre al titolo, occorre anche menzionare l'editore e la data di pubblicazione. La citazione non deve far concorrenza all'opera originale e deve essere integrata in seno ad un'opera strutturata avendo una finalità. La citazione inoltre deve spingere il lettore a rapportarsi con l'opera originale. Il carattere breve della citazione è lasciato all'interprete (giudice) ed è perciò fonte di discussione. Nell'esperienza francese, quando si sono posti limiti quantitativi, sono stati proposti come criterio i 1.500 caratteri. Le antologie non sono giuridicamente collezioni di citazioni ma delle opere derivate che hanno un loro particolare regime di autorizzazione, regolato in Italia dal secondo comma dell'articolo 70. Le misure della lunghezza dei brani sono fissati dall'art 22 del regolamento e l'equo compenso è fissato secondo le modalità stabilite nell'ultimo comma di detto articolo.

Citare, non copiare! Attenzione ai testi altrui. Scrive il 2 Giugno 2016 Chiara Beretta Mazzotta. Citare è sempre possibile, abbiamo facoltà di discutere i contenuti (libri, articoli, post…) e di utilizzare parte dei testi altrui, ma quando lo facciamo non dobbiamo violare i diritti d’autore. Citare o non citare? Basta farlo nel modo corretto! Si chiama diritto di citazione e permette a ciascuno di noi di utilizzare e divulgare contenuti altrui senza il bisogno di chiedere il permesso all’autore o a chi ne detiene i diritti di commercializzazione. Dobbiamo però rispettare le regole. Ogni testo – articoli, libri e anche i testi dal carattere non specificatamente creativo (ma divulgativo, comunicativo, informativo) come le mail… – beneficia di tutela giuridica. La corrispondenza, per esempio, è sottoposta al divieto di rivelazione, violazione, sottrazione, soppressione previsto dagli articoli 616 e 618 del codice penale. Le opere creative sono tutelate dalla normativa del diritto d’autore e non possono essere copiate o riprodotte (anche in altri formati o su supporti diversi), né è possibile appropriarsi della loro paternità. Possono, però, essere “citate”.

È consentito il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti d’opera, per scopi di critica…L’art. 70, Legge 22 aprile 1941 n. 633 (recante norme sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio) dispone che «il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti d’opera, per scopi di critica, di discussione ed anche di insegnamento, sono liberi nei limiti giustificati da tali finalità e purché non costituiscono concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera». Vale a dire che – a scopo di studio, discussione, documentazione o insegnamento – la legge (art. 70 l. 633/41) consente il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o parti di opere letterarie. Lo scopo deve essere divulgativo (e non di lucro o meglio: il testo citato non deve fare concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera stessa).

Dovete dichiarare la fonte: il nome dell’autore, l’editore, il giornale, il traduttore, la data di pubblicazione. Per rispettare il diritto di citazione dovete dichiarare la fonte: il nome dell’autore, l’editore, il giornale, il traduttore, la data di pubblicazione.  Quindi, se per esempio state facendo la recensione di un testo, il diritto di citazione vi consente di “copiare” una piccola parte di esso (il diritto francese prevede per esempio 1500 caratteri; in assoluto ricordate che la brevità della citazione vi tutela da eventuali noie) purché diciate chi lo ha scritto, chi lo ha pubblicato, chi lo ha tradotto e quando. Nessun limite di legge sussiste, invece, per la riproduzione di testi di autori morti da oltre settant’anni (questo in Italia e in Europa; in Messico i diritti scadono dopo 100 anni, in Colombia dopo 80 anni e in Guatemala e Samoa dopo 75 anni, in Canada dopo 50; in America si parla di 95 anni dalla data della prima pubblicazione). Se volete citare un articolo, avete il diritto di riassumere il suo contenuto e mettere tra virgolette qualche stralcio purché indichiate il link esatto (non basta il link alla home della testata, per dire). Va da sé che no, non potete copia-incollare un intero pezzo mettendo un semplice collegamento ipertestuale! Questo lo potete fare solo se siete stati autorizzati. Tantomeno potete tradurre un articolo uscito sulla stampa estera o su siti stranieri. Per pubblicare un testo tradotto dovete infatti essere stati autorizzati. Quindi, se incappate in rete in un post di vostro interesse che non vi venga in mente di copiarlo integralmente indicando solo un link. Aggregare le notizie, copiandole totalmente, anche indicando la fonte, non è legale: è necessaria l’autorizzazione del titolare del diritto. E poi, oltre a non rispettare le leggi del diritto d’autore, fate uno sgarbo ai motori di ricerca che penalizzano i contenuti duplicati.

Prestate cura anche ai tweet, agli status e a tutto ciò che condividete in rete. E se scoprite un plagio in rete? Dal 2014 non c’è più bisogno di ricorrere alla magistratura. Cioè non c’è più bisogno di un processo, né di una denuncia alle autorità (leggi qui). C’è infatti una nuova procedura “accelerata”, introdotta con il recente regolamento Agcom, e potete avviare la pratica direttamente in rete facendo una segnalazione e compilando un modulo (per maggior informazioni su come denunciare una violazione leggi la guida: “Come denunciare all’Acgom un sito per violazione del diritto d’autore”).

Volete scoprire se qualcuno rubacchia i vostri contenuti? Basta utilizzare uno tra i tanti motori di ricerca atti allo scopo. Per esempio Plagium. È sufficiente copiare e incollare il testo e analizzare le corrispondenze in rete. Spesso, ahimè, ne saltano fuori delle belle… Mi raccomando, prestate cura anche ai tweet, agli status e a tutto ciò che condividete in rete. Quando fate una citazione – che si tratti di una grande poetessa o dell’ultimo cantante pop – usate le virgolette e mettete il nome dell’autore e del traduttore. È una questione di rispetto oltre che legale. E se volete essere presi sul serio, fate le cose per bene.

LO SPAURACCHIO DELLA CITAZIONE DI OPERA ALTRUI. Avvocato Marina Lenti Marina Lenti su diritto d'autore. A volte mi capita di rispondere a dei quesiti postati su Linkedin e siccome quello che segue ricorre spesso, colgo l’occasione per trattarlo,in maniera molto elementare (niente legalese! ), anche in questa sede. Si tratta di una delle maggiori preoccupazioni di chi scrive: la citazione. Può trattarsi della citazione di una dichiarazione rilasciata da qualcuno, oppure la citazione di un titolo di un libro o di un film, o similia. Spesso gli autori sono paralizzati perché pensano che ogni volta sia necessaria l’autorizzazione del titolare dei diritti connessi alla dichiarazione o all’opera citata. Ovviamente non è così perché, in tal caso si arriverebbe alla paralisi totale e tutta una serie di generi morirebbe: manualistica, saggistica, biografie… Bisogna ricordare sempre che il diritto d’autore, oltre a proteggere la proprietà intellettuale, deve contemperare anche l’esigenza collettiva di poter usare materiale altrui, a certe condizioni, in modo da creare materiale nuovo, anche sulla base di quello vecchio, che arricchisca ulteriormente la collettività. E’ per questo che si ricorre al concetto di fair use, che nella nostra Legge sul Diritto d’Autore si ritrova al primo comma dell’art. 70: “Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera”.

In aggiunta, il concetto è più chiaramente formulato nella Convenzione di Berna per la protezione delle opere letterarie e artistiche, cui l’Italia aderisce, all’art. 10 comma 1: “Sono lecite le citazioni tratte da un’opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo”.

Dunque, non c’è bisogno di autorizzazioni se, per esempio, se in un dialogo, un personaggio riferisce all’altro di aver letto il libro X, o aver visto il film Y, o aver letto l’intervista rilasciata dal personaggio famoso Z. Diverso sarebbe, ovviamente, se ci si appropriasse del personaggio X dell’altrui opera Y per farlo agire nella propria (e se state pensando alle fan fiction, ebbene sì, a stretto rigore le fan fiction sono illegali, solo che alcuni autori, come J.K. Rowling, le tollerano finché restano sul web e sono messe a disposizione gratuitamente; altri, come Anne Rice, le combattono invece in tutti i modi). Lo stesso vale se si riporta la dichiarazione di un’intervista, oppure un brano di un’altrui opera. In questo caso basterà citare in nota la fonte: nome dell’autore, titolo dell’intervista/opera, data, numeri di riferimento (a seconda della pubblicazione), editore, anno. Oltretutto, riportare la fonte dà maggiore autorevolezza alla vostra opera perché dimostra che le citazioni riportate non sono "campate in aria". Ovviamente la citazione deve constare di qualche frase, non di mezza intervista o mezzo libro, altrimenti va da sé l’uso non sarebbe più "fair", cioè "corretto".

Bisogna tuttavia fare attenzione al contenuto di ciò che si cita, per non rischiare di incorrere in altri possibili problemi legali diversi dalle violazioni del diritto d’autore: se, ad esempio, si cita una dichiarazione di terzi che accusa la persona X di essere colpevole di un reato e questa dichiarazione è priva di fondamento (perché, ad esempio, non c’è stata una sentenza di condanna), ovviamente potrà essere ritenuto responsabile della diffamazione alla stregua della fonte usata.

Il concetto di fair use, a differenza che in Italia, è stato oggetto di elaborazione giurisprudenziale molto sofisticata in Paesi come l’America. Magari in un prossimo post esamineremo i quattro parametri di riferimento elaborati dai giudici statunitensi per discernere se, in un dato caso, si verta effettivamente in tema di fair use. Tuttavia, nonostante questa lunga elaborazione, va tenuto presente che si tratta sempre di un terreno molto scivoloso, che ha volte ha dato luogo pronunciamenti contraddittori.

La riproduzione e citazione di articoli giornalistici. Di Alessandro Monteleone.

La normativa.

La materia trova disciplina nei seguenti testi di legge: art. 10, comma 1, Convenzione di Berna per la protezione delle opere letterarie ed artistiche (ratificata ed eseguita con la L. 20 giugno 1978, n. 399); artt. 65 e 70, Legge 22 aprile 1941, n. 633 (di seguito anche “Legge sul Diritto d’Autore”).

L’opera giornalistica.

Come noto, l’opera giornalistica che abbia il requisito della creatività è tutelata dall’art. 1 della Legge sul Diritto d’Autore. Il quotidiano (ovvero il periodico) è considerato pacificamente opera “collettiva”, in merito alla quale valgono le seguenti considerazioni. In base al combinato disposto degli artt. 7 e 38, Legge sul Diritto d’Autore l’editore deve essere considerato l’autore dell’opera. L’editore – salvo patto contrario – ha il diritto di utilizzazione economica dell’opera prodotta “in considerazione del fatto che […] è il soggetto che assume su di sé il rischio della pubblicazione e della messa in commercio dell’opera provvedendovi per suo conto ed a sue spese”. L’editore è titolare “dei diritti di cui all’art. 12 l.d.a. (prima pubblicazione dell’opera e sfruttamento economico della stessa). E ciò senza alcun bisogno di accertare […] un diverso modo ovvero una distinta fonte di acquisto del diritto sull’opera componente, rispetto a quello sull’opera collettiva”, inoltre “il diritto dell’editore si estende a tutta l’opera, ma includendone le parti”.

Disciplina normativa in materia di citazione e riproduzione di articoli giornalistici.

Con riferimento alla possibilità di riprodurre articoli giornalistici in altre opere si osserva quanto segue:

La Convenzione di Berna contiene una clausola generale che disciplina la fattispecie della citazione di un’opera già resa accessibile al pubblico. In particolare, in base all’art. 10 della Convenzione di Berna, la libertà di citazione incontra quattro limiti specifici:

1) l’opera deve essere stata resa lecitamente accessibile al pubblico;

2) la citazione deve avere carattere di mero esempio a supporto di una tesi e non deve avere come scopo l’illustrazione dell’opera citata;

3) la citazione non deve presentare dimensioni tali da consentire di supplire all’acquisto dell’opera;

4) la citazione non deve pregiudicare la normale utilizzazione economica dell’opera e arrecare un danno ingiustificato agli interessi legittimi dell’autore. Per essere lecite, altresì, le citazioni devono essere contenute nella misura richiesta dallo scopo che le giustifica e devono essere corredate dalla menzione della fonte e del nome dell’autore.

Art. 10, Convenzione di Berna: “1)Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo. 2) Restano fermi gli effetti della legislazione dei Paesi dell'Unione e degli accordi particolari tra essi stipulati o stipulandi, per quanto concerne la facoltà d'utilizzare lecitamente opere letterarie o artistiche a titolo illustrativo nell'insegnamento, mediante pubblicazioni, emissioni radiodiffuse o registrazioni sonore o visive, purché una tale utilizzazione sia fatta conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo. 3) Le citazioni e utilizzazioni contemplate negli alinea precedenti dovranno menzionare la fonte e, se vi compare, il nome dell'autore”.

Con riferimento alla normativa nazionale l’art. 65, Legge sul Diritto d’Autore recita testualmente: “Gli articoli di attualità di carattere economico, politico o religioso pubblicati nelle riviste o nei giornali, oppure radiodiffusi o messi a disposizione del pubblico, e gli altri materiali dello stesso carattere possono essere liberamente riprodotti o comunicati al pubblico in altre riviste o giornali, anche radiotelevisivi, se la riproduzione o l'utilizzazione non è stata espressamente riservata, purché si indichino la fonte da cui sono tratti, la data e il nome dell'autore, se riportato […]”.

L’articolo appena citato è considerato in dottrina una norma eccezionale non suscettibile di applicazione analogica con riguardo al carattere degli articoli, pertanto, l’elencazione sopra proposta ha natura tassativa. (R. Valenti, Commentario breve alle leggi su proprietà intellettuale e concorrenza). Si deve comunque evidenziare che una parte della dottrina (R. Valenti, nota a Trib. Milano, 13 luglio 2000, in Aida, 2001, 772, 471) ritiene che una corretta interpretazione dell’art. 65, Legge sul Diritto d’Autore porti a ritenere lecita solo la riproduzione di articoli di attualità a carattere politico, economico e religioso (con esclusione pertanto degli articoli di cronaca od a contenuto culturale, artistico, satirico, storico, geografico o scientifico) che avvenga in altri giornali e riviste, ossia in veicoli di informazione diretti ad un pubblico generalizzato e non a singole categorie di utenti – clienti predefinite.

Ulteriore disciplina è dettata nell’art. 70, Legge sul Diritto d’Autore che fa salva la libera riproduzione degli articoli giornalistici, a prescindere dall’argomento trattato, purché sussista una finalità di critica, discussione od insegnamento. Questa norma dà prevalenza alla libera utilizzazione dell’informazione, proteggendo la forma espressiva e lasciando libera la fruibilità dei concetti. Art. 70 LdA: “1. Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica odi discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali. 1-bis. E' consentita la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro. Con decreto del Ministro per i beni e le attività culturali, sentiti il Ministro della pubblica istruzione e il Ministro dell'università e della ricerca, previo parere delle Commissioni parlamentari competenti, sono definiti i limiti all'uso didattico o scientifico di cui al presente comma 2. Nelle antologie ad uso scolastico la riproduzione non può superare la misura determinata dal regolamento, il quale fissa la modalità per la determinazione dell'equo compenso. 3. Il riassunto, la citazione o la riproduzione debbono essere sempre accompagnati dalla menzione del titolo dell'opera, dei nomi dell'autore, dell'editore e, se si tratti di traduzione, del traduttore, qualora tali indicazioni figurino sull'opera riprodotta”.

In dottrina si evidenzia che “per uso di critica” si deve intendere l’utilizzazione oggettivamente finalizzata ad esprimere opinioni protette ex art. 21 e 33 della Costituzione e non, invece, l’utilizzazione funzionale allo svolgimento di attività economiche ex art. 41 Cost. (R. Valenti, cit.). Secondo la dottrina e la giurisprudenza maggioritarie anche questa norma ha carattere eccezionale e si deve interpretare restrittivamente. (Da ultime Cass. 2089/1997 e 11143/1996. L’art. 70, Legge sul Diritto d’Autore richiede inoltre che “il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico”, perché siano leciti, “non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera [citata]”. Tale requisito postula che l’utilizzazione dell’opera non danneggi in modo sostanziale uno dei mercati riservati in esclusiva all’autore/titolare dei diritti: non deve pertanto influenzare l’ammontare dei profitti di tipo monopolistico realizzabili dall’autore/titolare dei diritti. Secondo VALENTI, in particolare, il carattere commerciale dell’utilizzazione e, soprattutto, l’impatto che l’utilizzazione può avere sul mercato – attuale o potenziale – dell’opera protetta sono elementi determinanti nel verificare se l’utilizzazione possa considerarsi libera o non concreti invece violazione del diritto d’autore. Infine, il terzo comma dell’art. 70, Legge sul Diritto d’Autore richiede che “il riassunto, la citazione o la riproduzione” siano “sempre accompagnati dalla menzione del titolo dell'opera, dei nomi dell'autore, dell'editore e, se si tratti di traduzione, del traduttore qualora tali indicazioni figurino sull'opera riprodotta”.

In considerazione di ciò, la mancata menzione degli elementi succitati determina una violazione del diritto di paternità dell’opera dell’autore, risarcibile in quanto abbia determinato un danno patrimoniale al titolare del diritto.

Conclusioni. La lettura combinata degli artt. 65 e 70, Legge sul Diritto d’Autore porta a ritenere che, per citare o riprodurre lecitamente un articolo giornalistico in un’altra opera, debbano ricorrere i seguenti presupposti:

1) art. 65, LdA (limite contenutistico): nel caso di riproduzione di articoli di attualità che abbiano carattere economico, politico o religioso pubblicati nelle riviste o nei giornali, tale riproduzione può avvenire liberamente purchè non sia stata espressamente riservata e vi sia l’indicazione della fonte da cui sono tratti, della data e del nome dell’autore, se riportato;

2) art. 70, LdA (limite teleologico e dell’utilizzazione economica): la citazione o riproduzione di brani o parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi qualora siano effettuati per uso di critica, discussione, insegnamento o ricerca scientifica entro i limiti giustificati da tali fini e purchè non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera citata o riprodotta. In relazione ai singoli articoli, quindi, l’editore potrà far valere l’inapplicabilità dell’art. 65 LdA tutte le volte in cui “il titolare dei diritti di sfruttamento – dell’articolo riprodotto – se ne sia riservata, appunto, la riproduzione o la utilizzazione” apponendovi un’espressa dichiarazione di riserva.

IL DIRITTO D’AUTORE TRA IL DIRITTO DI CRONACA E LA CREAZIONE LETTERARIA.

Diritto d'autore e interesse generale. Contemperare l’esigenza collettiva di poter usare materiale altrui in modo da creare materiale nuovo, anche sulla base di quello vecchio, che arricchisca ulteriormente la collettività. Opera letteraria - giornalistica, fonte di informazione e di cronaca. Diritti costituzionalmente garantiti, senza limitazione dall'art 21 della Costituzione italiana: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.»

Questa libertà è riconosciuta da tutte le moderne costituzioni.

Ad questa libertà è inoltre dedicato l'articolo della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948: Art. 19: Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.

La libertà di espressione è sancita anche dall'art. 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali ratificata dall'Italia con l. 4 agosto 1955, n. 848:

1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera.

2. La libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati.

Tesi di Laurea di Rosalba Ranieri. Pubblicato da Studio Torta specializzato in proprietà intellettuale.

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI BARI “ALDO MORO” DIPARTIMENTO DI GIURISPRUDENZA CORSO DI LAUREA MAGISTRALE IN GIURISPRUDENZA. TESI DI LAUREA IN DIRITTO COMMERCIALE. IL DIRITTO D’AUTORE TRA IL DIRITTO DI CRONACA E LA CREAZIONE LETTERARIA: IL CASO “GOMORRA” RELATORE: Ch.issima Prof. Emma Sabatelli LAUREANDA Rosalba Ranieri.

La maggior parte delle persone comuni, non giuristi, quando pensano al diritto d’autore hanno un’idea precisa: basandosi sui fatti di cronaca, ritengono che il diritto d’autore tuteli quel cantante o autore famosi ai quali è stata rubata o copiata l’idea della propria canzone o del proprio libro. Tuttavia questa è una visione alquanto semplicistica.

Sfogliando qualsiasi manuale di diritto industriale o un’enciclopedia giuridica veniamo a sapere che: “il diritto d’autore è quel complesso di norme che tutela le opere dell’ingegno di carattere creativo riguardanti le scienze, la letteratura, la musica, le arti figurative, l’architettura, il teatro, la cinematografia, la radiodiffusione e, da ultimo, i programmi per elaboratore e le banche dati, qualunque ne sia il modo o la forma di espressione, attraverso il riconoscimento all’autore dell’opera di una serie di diritti, sia di carattere morale che patrimoniale”. Dunque, del diritto d’autore non dobbiamo avere una visione riduttiva, come la si aveva in passato, in quanto il diritto d’autore ha un campo d’azione molto più ampio di quanto si possa ad un primo approccio immaginare. Si può ben pensare che in passato, a fronte delle rudimentali scoperte e conoscenze nei diversi settori in cui oggi opera, il diritto d’autore tutelava parzialmente l’autore, poiché solo gli scrittori di opere letterarie potevano esser lesi nel diritto esclusivo di usare economicamente la propria opera con la riproduzione non autorizzata della stessa a mezzo della stampa.

É dunque l’invenzione della stampa che fa sorgere l’esigenza di un diritto d’autore, che nasce prima in Inghilterra con il “Copyright Act”, la legge sul copyright (il diritto alla copia) della regina Anna del 1709; poi negli Stati Uniti, ispirati dalla legge inglese, con la legge federale del 1790 e poi in Francia con le leggi post-rivoluzionarie del 1791-1793, nelle quali si riconoscono per la prima volta i diritti morali dell’autore. Solo successivamente gli altri Stati europei, come l’Italia, adotteranno una legge a tutela del diritto d’autore. Tuttavia, prima di queste leggi, il diritto d’autore inizia a formarsi già nel mondo antico. Infatti nell’Antica Grecia non c’erano specifiche disposizioni legislative, perciò le opere letterarie erano liberamente riproducibili, ma veniva condannata l’appropriazione indebita della paternità. A Roma, invece, si distingueva il diritto di proprietà immateriale dell’autore (corpus mysticum), creatore ed inventore dell’opera, dal diritto di possesso materiale del bene del libraio e dell’editore (corpus mechanicum), essendo questi ultimi che possedevano materialmente i supporti contenenti le opere. Perciò, il diritto romano riconosceva i diritti patrimoniali soltanto ai librai e agli editori, perché una volta che l’opera fosse stata pubblicata (mediante una lettura in pubblico e la diffusione di manoscritti) i diritti venivano traslati sulla cosa materiale, invece agli autori riconosceva altri diritti quali: il diritto di non pubblicare l’opera, il diritto di mantenere l’opera inedita ed altri diritti inerenti la paternità. Con la caduta dell’Impero Romano, la cultura si rifugia presso i monasteri; infatti i monaci amanuensi, avendo a disposizione numerosi volumi, iniziarono a ricopiarne manualmente il contenuto presso vaste sale illuminate: le scriptoria. Poco tempo dopo nacquero le prime Università (a Bologna, Pisa, Parigi…) e di conseguenza la cultura non fu più di esclusivo appannaggio dei religiosi, ma anche dei laici. Molti uomini ricchi del Quattrocento si interessarono alla lettura soprattutto di testi religiosi, giuridici, scientifici, ma anche di romanzi. La diffusione della cultura e l’aumento della domanda di copie di testi letterari portò ad un mercato del libro, che permetteva ottime possibilità di guadagno, allorché fu inventata la tecnica, che avrebbe consentito la riproduzione dell’opera in maniera più rapida, più economica, e meno faticosa su centinaia o migliaia di copie. Nel 1455 nacque la stampa a caratteri mobili ad opera del tedesco Johannes Gutenberg e con essa nasce l’interesse di tutelare i testi e gli autori che li producevano. È con l’avvento della stampa che l’autore è riconosciuto come titolare di privilegi di stampa, che in passato erano concessi solo agli editori. Questo sistema resse fino al XVIII sec., fino alla produzione di leggi più organiche sul diritto d’autore. Dunque, si può affermare che il diritto d’autore in senso moderno nasce con l’invenzione della stampa e dalla necessità di dare tutela alle sole opere letterarie ed artistiche che possono essere prodotte a mezzo della stampa. Successivamente, esso fu esteso anche ad altre tipologie di opere, che possono essere prodotte con mezzi diversi dalla stampa. Il diritto d’autore si sviluppa al progredire della scienza e della tecnologia e questo ha reso ancora più ampio il margine del suo utilizzo; difatti, il diritto d’autore è oggi “un istituto destinato a proteggere opere eterogenee (opere letterarie, artistiche, musicali, banche dati, software e design)”, dunque anche opere digitali e multimediali, create con programmi di computer. Da qui emerge la difficoltà di delineare una nozione di opera dell’ingegno, tutelata dal diritto d’autore.

Inoltre, il diritto d’autore riconosce una pluralità di diritti (Si tratta del diritto esclusivo di riproduzione dell’opera e del diritto esclusivo degli autori di comunicare l’opera al pubblico “qualunque ne sia il modo o la forma” (con la rappresentazione, l’esecuzione e la diffusione a distanza)) e facoltà agli autori e diverse tecniche di protezione tanto da rendere difficile anche definirne unitariamente il contenuto. Tuttavia, è possibile ravvisare dei caratteri e dei requisiti comuni alle opere eterogenee, facendole rientrare nelle norme che tutelano il diritto d’autore, così come è possibile ravvisare degli interessi ben precisi che la legge del diritto d’autore tutela, come: l’interesse collettivo a favorire ed incentivare la produzione di opere dell’ingegno attraverso la libera circolazione delle idee e delle informazioni e l’interesse individuale, propriamente dell’autore, a godere del diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera per conseguire un profitto dall’utilizzazione di essa e a godere dei diritti morali, mediante i quali si tutela la personalità dell’autore.

LE FONTI NORMATIVE NAZIONALI ED INTERNAZIONALI La capacità dell’opera creativa di suscitare interesse non solo in delimitati ambiti territoriali ha fatto sì che non si potesse prevedere una tutela limitata nello spazio, bensì una tutela universale (L’interesse di conoscere o avere tra le mani un’opera d’ingegno non si limita ai soli cittadini del territorio in cui l’autore abbia inventato la sua creazione), che permettesse la diffusione e l’utilizzo economico dell’opera anche al di là dei confini di uno Stato. Per queste ragioni sono state elaborate Convenzioni internazionali multilaterali in materia di diritto d’autore e dei diritti connessi, le quali hanno portato uno stravolgimento della previgente disciplina (Fino al 1993, anno in cui entrò in vigore il Trattato CE, oggi Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, vigeva il principio di territorialità, in base al quale il nostro ordinamento rinviava alla legge dello Stato nel quale l’opera era utilizzata o era destinata ad essere utilizzata. In tal modo, il diritto italiano accordava protezione soltanto alle opere dei cittadini italiani o alle opere di autori stranieri che fossero state pubblicate o realizzate per la prima volta in territorio italiano. Inoltre, fino al 1993, vigeva il principio di reciprocità, superato dalle Convenzioni internazionali attualmente in vigore, secondo il quale in Italia si sarebbero potute tutelare altre opere di stranieri, solo in quanto lo Stato di appartenenza dello straniero accordasse la stessa protezione concessa ai propri cittadini alle opere dei cittadini italiani), ma hanno garantito ai cittadini di ciascuno Stato contraente la possibilità di godere di una tutela uniforme. La Convenzione più importante in ordine di tempo è la Convenzione d’Unione di Berna per la protezione delle opere letterarie ed artistiche, firmata nel 1886 a Berna e modificata nelle successive conferenze diplomatiche, alla quale ha aderito il maggior numero di Stati. Da ricordare è anche: la Convenzione universale sul diritto d’autore, firmata nel 1952 a Ginevra da parte degli Stati che non avevano firmato la Convenzione di Berna, tra questi in primis gli Stati Uniti d’America; la Convenzione internazionale sulla protezione degli artisti interpreti o esecutori, dei produttori di fonogrammi e degli organismi di radiodiffusione, firmata nel 1961 a Roma; I trattati dell’OMPI sul diritto d’autore e sulle interpretazioni, esecuzioni e fonogrammi, firmati nel 1996 a Ginevra, volti ad integrare le lacune delle precedenti Convenzioni. Queste Convenzioni non solo obbligano gli Stati firmatari a rispettare il principio di assimilazione o del trattamento nazionale, secondo il quale gli Stati devono accordare ai cittadini degli Stati contraenti la stessa protezione riconosciuta ai propri cittadini, ma, in aggiunta, prevedono anche una protezione minima specifica e comune per colmare le tutele insufficienti delle leggi nazionali. Nel nostro Stato il diritto d’autore è regolato tanto dalle Convenzioni appena richiamate, alle quali ha aderito l’Italia, quanto dal Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea in tema di non discriminazione, di libera circolazione dei prodotti e dei servizi e di tutela della concorrenza; dalle Direttive comunitarie emanate in materia di diritto d’autore e anche dalla l. 22 aprile 1941, n. 633 (La l. n. 633/1941 è stata novellata ripetutamente dal nostro legislatore per dare attuazione alle direttive comunitarie, in ragione dell’obbligo di adeguamento alla normativa comunitaria, che incombe su tutti gli Stati aderenti all’ UE.) e dagli artt. 2575- 2583 c.c., che hanno recepito la codificazione normativa del Droit d’auteur francese sancita nella legge del 19/24 luglio 1793 (La legge francese sul diritto d’autore del 1793, intitolata “Droit de proprieté des auteurs”, modificata il 3 agosto 2006, è tutt’ora vigente in Francia). Dunque, ci si può domandare per quale ragione una materia così consolidata, come è attualmente la tutela del diritto d’autore, sia oggetto di questa ricerca e, come si è già anticipato, la risposta al quesito risiede nel caso giudiziario “Gomorra”, alquanto recente, che ha suscitato un notevole interesse non solo tra i giuristi ma anche tra i meri lettori del libro. Analizzando il caso concreto è possibile scorgere una serie di questioni e di profili rilevanti sul piano giuridico, che incidono addirittura sull’esito della controversia giudiziaria, mettendo in crisi l’efficacia della tutela, che non sono regolati precisamente dal legislatore e sui quali dottrina e giurisprudenza non hanno raggiunto, ancora oggi, orientamenti pacifici. In altre parole, il caso giudiziario “Gomorra” può essere utilizzato come la cartina tornasole con la quale verificare l’effettiva efficacia degli strumenti posti a tutela del diritto d’autore.

(Il caso concreto applicato al tema trattato della riproduzione di un opera con doverosa citazione dell'autore e dell'editore, al netto nella menzione sul Plagio, ossia mancanza di citazione, nota dell'autore.)

Il Convenuto. Aspetto quantitativo ed incidentale: Dunque, i convenuti respingono le doglianze della parte attrice asserendo in primo luogo che le similitudini tra gli articoli di giornale e il libro sono dovute all’identità delle fonti consultate dai giornalisti e dall’autore (forze dell’ordine e investigatori) e che gli articoli di giornale rappresentano una componente qualitativamente e quantitativamente irrilevante del libro: poche pagine rispetto alle trecentotrenta dell’intero.

La Corte. Creazione di opera letteraria atipica. Accostamento di generi diversi: il romanzo, il saggio, la cronaca giornalistica, il pamphlet, utilizzando fonti di dominio pubblico al di là dello spazio temporale congruo, senza conseguire alcun “atto contrario agli usi onesti in materia giornalistica”.

Tribunale di Napoli – sezione specializzata in materia di proprietà industriale ed intellettuale sentenza n. 773, 7 luglio 2010. Il Tribunale di Napoli respinge la domanda della parte attrice, fondando la decisione sulle seguenti ragioni di fatto e di diritto:

1) L’opera “Gomorra” non può essere considerata un “saggio” ma “neppure tutt’altro, un’opera di fantasia” ma essa deve essere ricondotta al genere “romanzo no fiction, dedicato al fenomeno camorristico, contenenti ampi riferimenti alla realtà campana”. In particolare “Gomorra” costituisce “un accostamento di generi diversi: il romanzo, il saggio, la cronaca giornalistica, il pamphlet”. Il suo carattere creativo emerge dall’originale combinazione delle vicende criminali del fenomeno camorristico, peraltro non esaminate in maniera organica, né secondo criteri, che avrebbero invece caratterizzato un’opera di genere saggistico. In esso fatti di cronaca vengono mescolati “con le vicende e le sensazioni personali dell’autore”, dal che deriva la nettissima distanza dell’opera “dalla mera cronaca giornalistica degli avvenimenti, da cui pure muove l’autore, e che trova puntuale riscontro nello stesso testo dell’opera”. Delineato, dunque, il genere letterario di appartenenza dell’opera di Saviano, il Tribunale esclude la violazione dell’art. 65 della legge sul diritto d’autore in quanto la norma richiede, perché ci sai plagio, “un ambito di riferimento omogeneo”, che non ricorre nel caso di specie, perché gli articoli di giornale sono stati utilizzati da Saviano mesi dopo la loro pubblicazione sulla testata giornalistica ed impiegati in un ambito e con uno scopo diverso: differentemente dal giornale con il quale si propone di dare informazioni contingenti, il libro di Saviano intende approfondire e riflettere sul fenomeno camorristico, trattato nel suo libro. (L’opera diventa di pubblico dominio quando decadono i diritti di sfruttamento economico della stessa oppure quando decorre il tempo massimo di tutela stabilito dall’ordinamento, il quale solitamente scade dopo settant’anni dalla morte dell’autore, ma vi sono altri casi in cui il termine è diverso, come ad esempio per le opere collettive, nelle quali vi rientrano i giornali, le riviste, le enciclopedie, i cui diritti di sfruttamento economico dell’opera scadono dopo settant’anni dalla pubblicazione, ma i diritti del singolo autore seguono la regola generale. L’opera di pubblico dominio può liberamente essere pubblicata, riprodotta, tradotta, recitata, comunicata, diffusa, eseguita, ecc…, ma i diritti morali devono essere sempre rispettati.)

2) L’opera “Gomorra” non promuove la critica o la discussione sul contenuto degli articoli e ciò viene confermato dalla “scrittura tesa e volutamente poco attenta ai dettagli” dell’autore. Pertanto, il Tribunale di Napoli esclude la violazione dell’art. 70 l. n. 633/1941, che richiede “la menzione del titolo dell'opera, dei nomi dell'autore e dell'editore, qualora tali indicazioni figurino sull'opera riprodotta”, in quanto il riferimento alla norma risulta “del tutto incongruo”.

3) L’autore ha utilizzato fonti di dominio pubblico senza conseguire alcun “atto contrario agli usi onesti in materia giornalistica” e ciò esclude la violazione dell’art. 101 l. n. 633/1941. (L’art. 101 l. n. 633/1941 così recita “La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l'impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte”).

La Corte d'Appello. Distinzione di Articoli di giornale: Cronaca; Opinione; Intervista. La rilevanza dello spazio temporale. Prevalenza dell'interesse pubblico su quello privato.

Corte d'Appello di Napoli - Sezione specializzata in materia d'impresa. Sentenza 4135/2016 del 26 settembre 2016, pubblicata il 21 novembre 2016 RG 4692/2015 repert n. 4652/2016 del 21/11/2016.

Gli articoli di giornali e le riviste rientrano a pieno titolo tra le opere protette dal diritto d’autore, ai sensi dell’art. 3 l. n. 633/1941. Sull’assunto non può sorgere alcun dubbio, non solo a causa della lettera della norma, ma anche perché bisogna distinguere le tipologie di articoli: l’articolo di cronaca, l’articolo d’opinione e l’intervista.

Il primo dà notizie di un avvenimento di attualità in modo obiettivo; perciò il cronista deve riferire l’accaduto, senza inserire alcun commento sulla vicenda.

Il secondo contiene non solo informazioni e riferimenti all'attualità, ma anche l'opinione del giornalista su una determinata questione di costume, di cronaca, culturale, ecc…

L’intervista, infine, è il resoconto di un dialogo tra l’intervistatore e la persona intervistata. Tuttavia, l’articolo di giornale, oltre ad avere carattere informativo, legato ai fatti di cronaca, può avere anche contenuti descrittivi e narrativi. In esso, infatti, il giornalista può inserire una propria visione ideologica, politica, culturale, sulla notizia in questione. A fronte di tale classificazione si esclude che gli articoli di cronaca possano essere plagiati a differenza di quanto avviene per gli articoli di giornale.

Le norme del diritto d’autore in tema di libere utilizzazioni sono del tutto eccezionali e ciò esclude che gli articoli di giornale tutelati possano essere riprodotti, citati o sunteggiati al di fuori dei rigorosi limiti in esse posti, nonché in assenza delle condizioni da esse previste. (...) É pur vero che, trascorso un certo spazio temporale dall’originaria pubblicazione della notizia, il fatto diventa notorio e non vi è alcuna violazione del diritto d’autore, se si utilizzano informazioni diffuse; tuttavia, rilevano le modalità con le quali le informazioni vengono usate. (...) È assolutamente fondato che nessuno ha il monopolio delle informazioni afferenti a fatti noti ed oggettivamente accaduti e che nessuno può subordinare all’obbligo di citazione la riproduzione o comunicazione di un’informazione, ma è pur vero che l’articolo di giornale può non essere solo informativo, come l’articolo di cronaca, quando non si limita ad esporre i fatti così come sono accaduti nella realtà, ma è connotato da una parte descrittiva e narrativa, che rende l’opera creativa e tutelata dal diritto d’autore. (...)

Gli articoli 657 , 708 e 1019 l. n. 633/1941 prevedono dei limiti ai diritti patrimoniali dell’autore, non anche a quelli morali, in quanto consentono la riproduzione, la comunicazione al pubblico, il riassunto, la citazione ecc… di opere per favorire l’informazione pubblica, la libera discussione delle idee, la diffusione della cultura e di studio, che prevalgono sull’interesse personale dell’autore. (L’art. 65 l. n. 633/1941 così recita “Gli articoli di attualità di carattere economico, politico o religioso, pubblicati nelle riviste o nei giornali, oppure radiodiffusi o messi a disposizione del pubblico, e gli altri materiali dello stesso carattere possono essere liberamente riprodotti o comunicati al pubblico in altre riviste o giornali, anche radiotelevisivi, se la riproduzione o l'utilizzazione non è stata espressamente riservata, purché si indichino la fonte da cui sono tratti, la data e il nome dell'autore, se riportato”. 8L’art. 70 l. n. 633/1941 così recita “Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali”).

Corte di Cassazione. Prima sezione civile. Sentenza n. 12314/1015. L'originalità e creatività dell'opera creata con l'ausilio di articoli di giornale.

(...)La violazione del diritto d’autore non si ha solo nell’ipotesi di integrale riproduzione dell’opera altrui ma anche nel caso di mera contraffazione e, dunque, nel caso di riproduzione indebita di alcune parti dell’opera, nelle quali si ravvisano “i tratti essenziali che caratterizzano l’opera anteriore”. "Cass., 5 luglio 1990, n. 7077, in Giur. it., 1991, p. 47". Su questo punto la Cassazione si è più volte pronunciata (Cass., 5 luglio 1990, n. 7077, in Giur. it., 1991, p. 47. 12 Cass., 27 ottobre 2005, n. 20925, in Foro it. 2006, p. 2080; conf. Cass., 5 luglio 1990, n. 9139, in Giust. civ., 1991, p. 152), sostenendo che sia opportuno distinguere la riproduzione abusiva in senso stretto dalla contraffazione e dall’elaborazione creativa perché la prima consiste nella “copia integrale e pedissequa dell’opera altrui”; la seconda nella riproduzione non integrale ma sostanziale dell’opera, in quanto ci sono poche differenze e di mero dettaglio; la terza, invece, consiste in un’opera originale, in quanto si connota per l’apporto creativo del suo autore ed è, pertanto, meritevole di tutela, ex art. 4 l. n. 633/1941. (...)

Conclusioni.

Tuttavia, è certo che gli articoli di giornale e “Gomorra” seguono scopi distinti, infatti, con i primi si informa e si danno informazioni contingenti, invece, con il secondo si segue il fine di approfondire e di indurre il lettore alla riflessione sul fenomeno criminale denominato camorra. La forma e la struttura espositiva dell’opera permettono di riflettere su un altro punto nevralgico della vicenda, che vede, ancora una volta, opinioni contrastanti tra la dottrina e la giurisprudenza: l’articolo di giornale rientra tra le opere protette dal diritto d’autore? Risponde al quesito sia l’art. 3 l. n. 633/1941, che annovera tra le opere tutelate dal diritto d’autore anche gli articoli pubblicati su giornali e sulle riviste, sia la distinzione tra l’articolo di cronaca e l’articolo d’opinione. Come si può leggere nel Cap. III, par. 3.1, l’articolo di cronaca non può essere plagiato, in quanto, per definizione, si limita a narrare i fatti così come sono accaduti, nella loro successione cronologica, senza che vi ricorrano i requisiti che un’opera protetta dal diritto d’autore debba avere per legge. Tali requisiti sono elencanti nel Cap III, par. 3.1. L’articolo di opinione, invece, non è una mera elencazione, bensì, un’esposizione di fatti con terminologie e prospettive proprie del giornalista, correlate, in taluni casi, dalle opinioni di chi scrive. In essi, dunque, il giornalista racconta i fatti in modo creativo, suggerendo un’impronta personale, tali da ricondurli direttamente a se stesso, cosicché è possibile che vi siano articoli scritti da giornalisti diversi, che, seppure raccontano gli stessi fatti, non incorrono nel plagio. Gli articoli di opinione possono, dunque, essere oggetto di plagio. In conclusione, l’articolo di giornale, che ricorre nel caso giudiziario in esame, non è assimilabile ad un articolo di cronaca, così come delineato nel Cap. I, par. 1.3, e, colta questa differenza, non si può negare che l’articolo di giornale sia un’opera protetta dal diritto d’autore. Tuttavia, è bene chiarire che riconoscere come meritevoli di tutela gli articoli di giornale, nei limiti appena chiariti, non significa attribuire l’esclusiva dell’informazione al giornalista e alla testata giornalistica presso la quale costui lavora, in quanto il singolo giornalista non può essere l’unico legittimato a dare informazioni. Se così fosse, si riconoscerebbe il monopolio dell’informazione a favore della testata giornalista, che per prima ha dato la notizia, in contrasto con il principio fondamentale di libertà d’espressione, sancito nell’art. 21 della Costituzione. Sul punto si rinvia al Cap. III, par. 3.2.

Non sempre è sufficiente riconoscere fra le opere protette dal diritto d’autore gli articoli di giornale perché essi possano esser tutelati efficacemente dal diritto d’autore. Infatti, come dimostra il caso esaminato, la prospettiva assunta per l’analisi della controversia può indurre il giudice a mettere in secondo piano gli articoli rispetto il libro. Più precisamente, il giudice avrebbe potuto escludere il plagio, se, durante il confronto delle due opere letterarie, ne avesse enfatizzato il suo carattere originale e creativo, rispetto alla conformazione delle notizie di cronaca contenute nell’opera. Assumere questa prospettiva, in cui il libro diventa il termine di paragone prevalente, significa non dare la giusta rilevanza agli articoli di giornale nel giudizio di plagio. Rileverebbe unicamente che gli articoli di giornale occupino un esiguo numero di pagine del libro e, poiché rappresentano una piccola parte, si escluderebbe, a priori, che un’opera alla stregua di “Gomorra” possa essere un’opera plagiaria. Pertanto, la quantità delle pagine del libro, nelle quali sono riportati gli articoli di giornale, non ritengo sia una ragione valida per escludere il plagio. Assumere, invece, la prospettiva opposta, nella quale gli articoli di giornale diventano il primo termine di paragone, consente di rilevare il plagio, se quest’ultimi sono riprodotti nel libro con la stessa forma e la stessa struttura espositiva dei giornalisti e senza che ne venga citata la fonte. In queste disposizioni normative, la legge speciale sul diritto d’autore ammette la libera pubblicazione o comunicazione al pubblico e la libera citazione delle opere protette dal diritto d’autore, affinché, in tal modo, si permetta la diffusione delle informazioni, del sapere e della cultura. Tuttavia, tale interesse generale non deve ledere i diritti d’autore, ma deve realizzarsi nel rispetto delle norme, sancite dal legislatore. Per impedire che si violassero i diritti d’autore, si è attributo alle norme che sanciscono la libera utilizzazione dell’opera protetta il carattere eccezionale. Ciò significa che esse si applicano secondo le modalità e nei casi espressamente previsti dal legislatore e che non sono suscettibili di applicazione analogica; pertanto, non è possibile applicare queste norme a casi diversi da quelli delineati dal legislatore. Dunque, le utilizzazioni devono avvenire mediante la citazione della fonte, della data e dell’autore - le c.d. menzioni d’uso - con le quali si riconosce che “una certa opera o parte di essa è frutto del lavoro di un 91 altro autore, così da evitare di essere accusati di plagio se si attinge da un testo altrui”. Se consideriamo il caso di specie, le menzioni d’uso mancano nel libro “Gomorra”. Invece, l’art. 65 l. n. 633/1941, che ritengo applicabile al caso “Gomorra”, resta, tuttavia, inosservato nell’esecuzione dell’opera. Pertanto, sarebbe bastato riportare la fonte, perché venisse riconosciuta infondata l’accusa rivolta nei confronti di Saviano. In tal modo, l’autore, non solo sarebbe stato scagionato da ogni accusa di plagio, ma avrebbe arricchito il suo lavoro di ricerca sui fatti raccontati, avrebbe permesso ai lettori di approfondire gli avvenimenti e, allo stesso tempo, il suo libro non sarebbe stato meno interessante. Dunque, la Corte non riconosce i presupposti in virtù dei quali è ammessa dal giudice in primo grado la libera riproduzione delle notizie contenute negli articoli, in quanto esclude che le vicende narrate negli articoli di Libra siano divenute di pubblico dominio e ritiene irrilevante che Saviano abbia riprodotto gli articoli nella sua opera a distanza di tempo. L’opera diventa di pubblico dominio quando decadono i diritti di sfruttamento economico della stessa oppure quando decorre il tempo massimo di tutela stabilito dall’ordinamento, il quale solitamente scade dopo settant’anni dalla morte dell’autore, ma vi sono altri casi in cui il termine è diverso, come ad esempio per le opere collettive, nelle quali vi rientrano i giornali, le riviste, le enciclopedie, i cui diritti di sfruttamento economico dell’opera scadono dopo settant’anni dalla pubblicazione, ma i diritti del singolo autore seguono la regola generale. L’opera di pubblico dominio può liberamente essere pubblicata, riprodotta, tradotta, recitata, comunicata, diffusa, eseguita, ecc…, ma i diritti morali devono essere sempre rispettati.  I primi due gradi di giudizio Il Tribunale di Napoli respinge la domanda della parte attrice, fondando la decisione sulle seguenti ragioni di fatto e di diritto: 1) L’opera “Gomorra” non può essere considerata un “saggio” ma “neppure tutt’altro, un’opera di fantasia” ma essa deve essere ricondotta al genere “romanzo no fiction, dedicato al fenomeno camorristico, contenenti ampi riferimenti alla realtà campana”. In particolare “Gomorra” costituisce “un accostamento di generi diversi: il romanzo, il saggio, la cronaca giornalistica, il pamphlet”. Il suo carattere creativo emerge dall’originale 16 combinazione delle vicende criminali del fenomeno camorristico, peraltro non esaminate in maniera organica, né secondo criteri, che avrebbero invece caratterizzato un’opera di genere saggistico. In esso fatti di cronaca vengono mescolati “con le vicende e le sensazioni personali dell’autore”, dal che deriva la nettissima distanza dell’opera “dalla mera cronaca giornalistica degli avvenimenti, da cui pure muove l’autore, e che trova puntuale riscontro nello stesso testo dell’opera”. Delineato, dunque, il genere letterario di appartenenza dell’opera di Saviano, il Tribunale esclude la violazione dell’art. 65 della legge sul diritto d’autore in quanto la norma richiede, perché ci sai plagio, “un ambito di riferimento omogeneo”, che non ricorre nel caso di specie, perché gli articoli di giornale sono stati utilizzati da Saviano mesi dopo la loro pubblicazione sulla testata giornalistica ed impiegati in un ambito e con uno scopo diverso: differentemente dal giornale con il quale si propone di dare informazioni contingenti, il libro di Saviano intende approfondire e riflettere sul fenomeno camorristico, trattato nel suo libro.  2) L’opera “Gomorra” non promuove la critica o la discussione sul contenuto degli articoli e ciò viene confermato dalla “scrittura tesa e volutamente poco attenta ai dettagli” dell’autore. Pertanto, il Tribunale di Napoli esclude la violazione dell’art. 70 l. n. 633/1941, che richiede “la menzione del titolo dell'opera, dei nomi dell'autore e dell'editore, qualora tali indicazioni figurino sull'opera riprodotta”, in quanto il riferimento alla norma risulta “del tutto incongruo”. 3) L’autore ha utilizzato fonti di dominio pubblico senza conseguire alcun “atto contrario agli usi onesti in materia giornalistica” e ciò esclude la violazione dell’art. 101 l. n. 633/1941.

IL DIRITTO D’AUTORE NELL’OPERA GIORNALISTICA. I CARATTERI DELL’OPERA PROTETTA DAL DIRITTO D’AUTORE. Sarebbe utopistico credere che qualsiasi opera possa esser protetta dal diritto d’autore; infatti, lo sono solo le opere che hanno una serie di caratteri di fondo ben fissati da parte del legislatore. Pertanto, in presenza di opere nelle quali si ravvisano determinati requisiti si applica la disciplina concernente il diritto d’autore e le tutele previste al suo autore o ad altri soggetti, diversi da quest’ultimo, lesi nei loro diritti patrimoniali e morali. Si potrebbe pensare erroneamente che la ricorrenza delle medesime caratteristiche includa nella tutela del diritto d’autore solo opere omogenee, ma in realtà si tratta di una nozione così di ampio respiro da consentire ad opere diversificate ed eterogenee di rientrare comunque nella tutela del diritto d’autore. In essa rientrano, infatti, le opere letterarie, artistiche e musicali tradizionali, le banche di dati, il software e il design. Analizzare i caratteri dell’opera protetta dal diritto d’autore, dunque, diventa importante per comprendere in quali casi l’autore gode di determinati diritti e quando può agire a tutela di essi.

L’opera dell’ingegno umano. Il primo carattere che deve ricorrere affinché l’opera sia protetta dal diritto d’autore è quello di “opera dell’ingegno umano”. Si tratta di una nozione legislativa che si ricava dagli artt. 1 e 2 della l. n. 633/1941, nei quali rispettivamente si definiscono e si classificano le opere oggetto del diritto d’autore; esse sono il frutto di una “creazione intellettuale”, che si realizza a fronte dell’attività dell’intelletto umano di ideazione ed esecuzione materiale dell’opera. Dunque il concetto di creazione intellettuale é così ampio ed elastico da consentire addirittura di comprendere opere che appartengono a campi e categorie fenomenologiche diverse, come la letteratura, la musica, le arti figurative, l’architettura, il teatro e la cinematografia, le quali, seppure si avvalgono di mezzi espressivi differenti tra loro, allo stesso tempo presentano come primo carattere di fondo l’essere un’opera derivante dall’attività dell’ingegno umano.

Il carattere rappresentativo: la forma interna e la forma esterna Un requisito che ricorre nelle opere oggetto di tutela del diritto d’autore è il carattere rappresentativo, al quale Paolo Auteri attribuisce un significato: l’opera è destinata a “rappresentare, con qualsiasi mezzo di espressione (parola scritta o orale, disegni e immagini, fisse o in movimento, suoni, ma anche il movimento del corpo e qualsiasi altro segno), fatti, conoscenze, idee, opinioni e sentimenti; e ciò essenzialmente allo scopo di comunicare con gli altri”. In parole più semplici, l’opera deve avere una forma “percepibile” e non rimanere a livello di mero pensiero; ovviamente, se così fosse, la semplice idea astratta, che non è idonea a rappresentare con organicità idee e sentimenti, non potrebbe essere oggetto di tutela. Questo carattere è sancito a livello internazionale nell’art. 9 n.2 dell’Accordo TRIPs, il quale protegge la forma espositiva con cui l’opera appare, ad es: l’insieme di parole e frasi (c.d. forma esterna); la struttura espositiva, ad es: l’organizzazione del discorso, la scelta e la sequenza degli argomenti, le prospettive adottate, ecc... (c.d. forma interna), e non il contenuto di conoscenze, informazioni, idee, fatti, teorie in quanto tali e a prescindere dal modo in cui sono scelti, esposti e coordinati. (L’Accordo TRIPs, “The Agreement on Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights” (in italiano, Accordo sugli aspetti commerciali dei diritti di proprietà intellettuale), è un trattato internazionale promosso dall'Organizzazione mondiale del commercio, al fine di fissare i requisiti e le linee guida che le leggi dei paesi aderenti devono rispettare per tutelare la proprietà intellettuale. L’art. 9 n.2 dell’Accordo TRIPs così recita: “La protezione del diritto d’autore copre le espressioni e non le idee, i procedimenti, i metodi di funzionamento o i concetti matematici in quanto tali”. 29 La distinzione tra forma esterna, forme interna e contenuto è stata elaborata sin dall’inizio del secolo scorso ad opera di un autorevole giurista tedesco, il Kohler, e viene seguita dalla dottrina e giurisprudenza prevalenti. Essa è stata fortemente criticata da più parti, tanto dalla dottrina, rappresentata da Piola Caselli in Italia e da Ulmer in Germania, che dalla parte minoritaria della giurisprudenza. Si è contestato, in breve, il fondamento teorico della tesi di Kohler e la difficoltà, se non l’impossibilità, di distinguere tali tre elementi a livello pratico. Inoltre, ci sono state pronunce di merito, come ad esempio la sentenza del Tribunale di Milano del 11 marzo 2010, dalle quali emerge che non sempre il contenuto è irrilevante ai fini del riconoscimento del plagio. Infatti, è possibile distinguere le idee diffuse nella cultura comune dalle idee innovative, che non appartengono al pensiero comune e che possono essere ricondotte ad un autore in particolare. Secondo tali pronunce giurisprudenziali, l’utilizzo del primo tipo di idee in un’opera dell’ingegno non produrrebbe plagio purché le idee vengano rielaborate in modo originale, invece l’utilizzo del secondo tipo di idee, anche se espresse in forma diversa, difficilmente escluderebbero il plagio).

Il carattere creativo: originalità e novità. Il carattere creativo è un criterio espressamente richiesto dal legislatore, negli artt. 1 l. n. 633/1941 e 2575 c.c., affinché l’opera sia protetta dal diritto d’autore. In dottrina tale carattere non è definito in termini omogenei. Su questo punto, la dottrina è divisa: una opinione predilige il criterio della c.d. “creatività oggettiva” 30 , secondo il quale è creativa “l’opera dotata di caratteristiche materiali, oggettive appunto, tali da distinguerla da tutti i lavori ad essa preesistenti” 31 ; l’altra, invece, sostiene il criterio della c.d. “creatività soggettiva”32 , secondo il quale è creativa l’opera che riflette la personalità dell’autore e il suo modo personale di rappresentare ed esprimere fatti, idee e sentimenti, tale da renderla “direttamente riconducibile al suo autore” (c.d. individuabilità rappresentativa). In merito alla creatività soggettiva, la dottrina ha individuato due profili del carattere creativo: l’originalità e la novità. L’originalità consiste nel risultato di un’elaborazione intellettuale che riveli la personalità dell’autore, indipendentemente dalle dimensioni e dalla complessità del contenuto dell’opera, il quale può anche essere modesto e semplice o appartenere al patrimonio comune. Dunque sarebbero originali tutte quelle opere che, seppure appaiano molto simili tra loro, hanno un taglio o una prospettiva che le rende “frutto di una elaborazione autonoma del loro autore”. Invece la novità si ha quando sono nuovi o inediti gli “elementi essenziali e caratterizzanti” dell’opera, senza che la novità sia assoluta o diventi creazione. Infatti nuove non sono solo le opere che si basano su un’idea che non ha precedenti, ma anche quelle che rielaborano elementi di opere preesistenti con forme o mezzi di espressione innovativi, tali da distinguerle dalle opere precedenti (c.d. novità in senso oggettivo). L’orientamento che ha riscontrato il maggior successo nelle pronunce giurisprudenziali è quello della “creatività soggettiva”.

La compiutezza espressiva. Un altro requisito posto dalla legge per la tutela dell’opera dell’ingegno è quello della c.d. “compiutezza espressiva”, definita dalla dottrina come “l’idoneità a soddisfare l’esigenza estetica, emotiva o informativa, del fruitore di un determinato evento creativo”. Così come asserito da Kevin de Sabbata, tale nozione è assolutamente opinabile e non vi è ancora una pronuncia giurisprudenziale o uno studio dottrinale, che sia pervenuta ad attribuirle un significato stabile e chiaro. Motivo per il quale si ravvisa una difficoltà di applicazione del principio, seppure risulterebbe rilevante per la risoluzione di casi giudiziari di plagio parziale.

La pubblicazione dell’opera. Diversamente da quanto si possa pensare, il diritto d’autore non protegge solo le opere già pubblicate e già immesse nel mercato ma anche quelle non pubblicate e non note al pubblico, le c.d. opere inedite. Infatti, la Suprema Corte, riprendendo gli artt. 6 l. n. 633/1941 e 2575 c.c., ha ribadito che il diritto d’autore ha origine nel momento della mera creazione dell’opera, che costituisce un atto giuridico in senso stretto, e non al seguito del conseguimento di formalità, come gli adempimenti di deposito e di registrazione dell’opera . Nel 2012 i giudici di legittimità hanno escluso definitivamente che l’opera debba costituire “una sorgente di utilità” ai fini di tutela, potendo, dunque, essere oggetto di tutela anche prima della pubblicazione.

IL DIRITTO D’AUTORE E IL DIRITTO D’INFORMAZIONE E DI CRONACA. Dato per scontato che il diritto d’autore tuteli, ai sensi dell’art.1 l. n. 644/1941 e dell’art. 2575 c.c., le opere caratterizzate da requisiti di fondo delineati nel paragrafo precedente, possiamo asserire che tali caratteri ricorrono nell’opera giornalistica e che, pertanto, anche gli articoli di giornale sono tutelati dal diritto d’autore. Estendere la disciplina del diritto d’autore all’articolo di giornale comporta, come conseguenza inevitabile, che le norme a tutela dell’autore possano incidere sull’esercizio dell’attività di comunicazione e di informazione sociale, che si promuove con l’opera giornalistica. Il diritto d’autore e il diritto d’informazione e di cronaca possono entrare addirittura in conflitto tra loro, perché, da un lato vi è l’interesse di tutelate i diritti patrimoniali e morali dell’autore con la limitazione della libera divulgazione delle opere protette e, dall’altro lato vi è l’interesse generale alla diffusione di informazioni esatte su fatti rilevanti e di interesse generale. Diventa, dunque, necessario approfondire i profili di rilevo costituzionale sui quali può incidere il diritto d’autore, quali il diritto 61 d’informazione e il diritto di cronaca, per poter comprendere come essi si conciliano tra loro. Il diritto d’informazione è un diritto fondamentale delle persone, che è compreso, assieme al diritto d’opinione e di cronaca, nella libertà di manifestazione del proprio pensiero, sancita a livello nazionale dall’art. 21 della Costituzione e a livello sovranazionale dall’art. 19 della “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” e dall’art.10 co. 1, della “Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali” , che consiste “nella libertà di esprimere le proprie idee e di divulgarle ad un numero indeterminato di destinatari”, senza porre limiti in merito ai mezzi di espressione e in merito agli scopi, circostanze, contenuti da esprimere, ecc… Il diritto d’informazione ha una duplice profilo: quello attivo consiste nel diritto di informare e di diffondere notizie; invece, quello passivo consiste nel diritto di essere informati, sempre che l’informazione sia “qualificata e caratterizzata (…) dal pluralismo delle fonti da cui attingere conoscenze e notizie”. In conseguenza del diritto di essere informati è fatto divieto, ai sensi dell’art. 21, co. 2, Cost., di sottoporre la stampa a controlli preventivi. Nel nostro ordinamento è dunque, vietata la possibilità di sottoporre la divulgazione dell’informazione ad autorizzazioni o censure, al fine di evitare manipolazioni della notizia e compromettere il diritto della collettività a ricevere corrette informazioni. Il diritto dei cittadini ad essere informati si esercita mediante il diritto di cronaca, definito dalla giurisprudenza come “il diritto di raccontare, tramite mezzi di comunicazione di massa, accadimenti reali in considerazione dell’interesse che rivestono per la generalità dei consociati”. Dunque, l’informazione viene comunicata e diffusa per mezzo dell’esercizio del diritto di cronaca, il quale incontra una serie di limiti per evitare che l’esercizio di questo diritto possa ledere altri diritti inviolabili. Infatti l’art. 21 co. 3 Cost., sancisce il limite del rispetto del “buon costume”, generalmente inteso come il rispetto del “pudore sessuale”. Si tratta, però, di un concetto sprovvisto di una definizione normativa e, dunque, di un significato stabile, ma a ciò sopperiscono il legislatore e l’interpretazione giurisprudenziale, tenendo conto dell’evoluzione dei costumi. Ad esempio, la legge sulla stampa n. 47 del 1948, ha stabilito che é contrario al “buon costume” la pubblicazione di contenuti impressionanti e raccapriccianti, che provocano turbamento del “comune sentimento della morale o l’ordine familiare”. Tuttavia, tanto la giurisprudenza che il legislatore nelle altre brache del diritto ammettono ulteriori limiti, quando l’esercizio del diritto d’informazione, o più in generale del diritto d’espressione, potrebbe ledere altri diritti della persona costituzionalmente tutelati ed inderogabili, quali, ad esempio il diritto alla privacy o alla riservatezza, al nome, all’immagine, alla dignità della persona e ai diritti dell’autore, riconosciuti dalla legge sul diritto d’autore. A tal proposito, la giurisprudenza, a più riprese, ha individuato una serie di requisiti, che il giornalista deve rispettare per garantire un equo bilanciamento del diritto di cronaca con altri diritti inviolabili, che potenzialmente possono entrarvi in conflitto. Per quanto riguarda il bilanciamento degli interessi dell’autore alla tutela dei suoi diritti patrimoniali e morali con gli interessi della collettività alla diffusione delle informazioni e delle notizie è intervenuta la Corte Costituzionale con la sentenza 12 aprile 1973, n. 38, nella quale ha affermato che le norme del diritto d’autore, rapportate all’informazione giornalistica, non contrastano con i principi costituzionali perché non limitano in alcun modo la “libera estrinsecazione e manifestazione del pensiero” e non “assoggettano la stampa ad autorizzazioni o censure”, ma, piuttosto, “tutelano l'utilizzazione economica del diritto d'autore e sono dirette ad assicurare la prova e a determinare l'indisponibilità della cosa, sia per preservarla da distruzione o alterazione, sia per assicurare l'attribuzione dell'opera all'avente diritto, sia per impedire ulteriori danni derivanti da violazione del diritto di autore”. Infatti, il legislatore garantisce il diritto d’informazione e il diritto di cronaca, ammettendo la libera utilizzazione dell’opera protetta purché si seguano i fini esplicitamente delineati nell’art. 70 l. n. 633/1941 – per uso di critica o di discussione, insegnamento o ricerca scientifica – e purché tale utilizzazione non costituisca una forma di concorrenza economicamente rilevante. La ratio della norma si rinviene nelle esigenze di progresso e diffusione della cultura e delle scienze. La questione, però, non è pacifica perché, se da un lato la Corte Costituzionale afferma che la tutela del diritto d’autore non può limitare la libera manifestazione del pensiero, dall’altro, alcuni giudici di merito, di fronte al caso concreto, ritengono che il diritto di cronaca non possa incidere sull’estensione del diritto d’autore, in quanto, a tale proposito, nessun limite è previsto espressamente dalla legge. Di conseguenza, nei fatti la delimitazione reciproca dei due diritti è rimessa al prudente apprezzamento dei giudici di merito.

L’OPERA GIORNALISTICA. Sulla base degli argomenti esposti in precedenza si può, dunque affermare che anche l’opera giornalistica è tutelata dal diritto d’autore, essendo una creazione intellettuale, la quale deriva dall’esercizio del diritto d’informazione e di cronaca. Infatti, l’art. 3 l. n. 633/1941 annovera i giornali e le riviste tra le c.d. opere collettive, che sono “costituite dalla riunione di opere o di parti di opere, che hanno carattere di creazione autonoma, come risultato della scelta e del coordinamento ad un determinato fine letterario, scientifico, didattico, religioso, politico ed artistico”, ma non informativo. In effetti, l’opera giornalistica é il frutto di una molteplicità di apporti creativi di diversi autori, coordinati e selezionati dal direttore della testata giornalistica. Dunque, in tale opera si possono distinguere due distinti livelli creativi: quello dei singoli giornalisti, che contribuiscono a comporre l’opera, e quello del direttore, che provvede a progettare l’opera complessiva, a scegliere e coordinare i contributi, ad organizzare e dirigere l’attività creativa dei collaboratori. Una volta rilevata questa duplice creatività, sorge spontaneo domandarsi come il legislatore tuteli tali opere. Ciò che potrebbe risultare complesso è stato, invece, risolto con estrema facilità dal legislatore, il quale ha riconosciuto come meritevole di tutela non la creatività dei singoli giornalisti, bensì quella del direttore che, mediante l’attività di scelta, di coordinamento e di organizzazione dei contributi, realizza l’opera complessiva: l’opera giornalistica. È sulla base di questa prospettiva che ben si spiegano gli artt. 7 e 38 l. n. 633/1941. L’art. 7 l. n. 633/1941 riconosce come autore delle opere collettive “chi ha diretto e organizzato la creazione dell’opera stessa”. Pertanto, rivestendo il ruolo di autore dell’opera giornalistica, il direttore del giornale può, ex art. 41 l. n. 633/1941, “introdurre nell’articolo da riprodurre quelle modificazioni di forma che sono richieste dalla natura e dai fini del giornali”, le quali, se sono sostanziali, possono essere apportate solo con il consenso dell’autore, sempre che questi sia reperibile; altrimenti, ex art. 9 dal Contratto Nazionale di Lavoro Giornalistico (FNSI – FIEG 1 aprile 2013 – 31 marzo 2016), “l’articolo non dovrà comparire firmato nel caso in cui le modifiche siano apportate senza l’assenso del giornalista”. Normalmente gli articoli che, a giudizio del direttore, rivestono particolare importanza sono pubblicati con la firma dell’autore, invece quelli meno rilevanti possono essere riprodotti anche senza l’indicazione del nome dell’autore. Solo se non compare la firma dell’autore, il direttore della testata giornalistica non solo può modificare ed integrare l’articolo di giornale ma anche sopprimerlo e non pubblicarlo. L’art. 38 l. n. 633/1941 attribuisce il diritto di utilizzazione economica dell’opera all’editore, salvo patto contrario, senza precludere ai singoli collaboratori di utilizzare la propria opera separatamente, purché si rispettino gli accordi intercorsi fra i collaboratori e l’editore, nei quali sono precisati i limiti e le condizioni dell’utilizzazione separata dei contributi dei singoli, a salvaguardia dello sfruttamento dell’opera collettiva. Sostanzialmente l’art. 38 l. n. 633/1941 attribuisce lo sfruttamento economico dell’opera all’editore, nel rispetto dei principi fondamentali, ai sensi degli artt. 12 e ss. l. n. 633/1941, e allo stesso tempo garantisce il diritto ai giornalisti di utilizzare il proprio articolo separatamente dall’opera complessiva, senza pregiudicare il diritto di sfruttamento economico esclusivo dell’editore sull’opera collettiva. Infatti, il legislatore, nell’art. 42 l. n. 633/1941, assicura all’autore dell’articolo di giornale pubblicato in un’opera collettiva il diritto di riprodurlo in estratti separati o raccolti in volume, in altre riviste o giornali, purché “indichi l’opera collettiva dalla quale è tratto e la data di pubblicazione”. Alla regola dell’art. 38 l. n. 633/1941, il legislatore ammette una sola eccezione, fissata nel successivo art. 39, secondo la quale l’autore può riacquistare il diritto di disporre liberamente dell’opera al ricorrere di due condizioni: 1) quando il giornalista è estraneo alla redazione del giornale, non ha un accordo contrattuale con la testata giornalistica, ma ha invitato l’articolo al giornale perché venisse riprodotto in esso; 2) quando il giornalista non ha ricevuto notizia dell’accettazione entro un mese dall’invio o la riproduzione dell’articolo non è avvenuta entro sei mesi dalla notizia dell’accettazione.

LA RIPRODUZIONE E LA CITAZIONE DELL’ARTICOLO DI GIORNALE NELL’OPERA LETTERARIA. Talvolta un libro nasce dall’esigenza di voler raccontare una storia, frutto della fantasia dell’autore, basata su fatti realmente accaduti. Infatti, molto spesso leggiamo libri con riferimenti a persone esistenti o a fatti realmente accaduti. Per scrivere un libro basato su fatti già accaduti e magari notori, lo scrittore deve informarsi servendosi di giornali, riviste e altro materiale, reperibile in qualsiasi modo. Così l’autore può ricostruire gli accadimenti e assumere informazioni dettagliate, utili per il proprio libro. Questa attività di ricerca e informazione risulta di grande importanza, in quanto, solo di seguito ad essa, lo scrittore inizierà a scrivere il suo libro. Però lo scrittore deve estrarre dalle fonti le informazioni utili e rielaborarle in modo creativo. Se, invece, si limita ad un lavoro di “copia e incolla”, corre il rischio di ledere il diritto d’autore. Una volta chiarito che, gli articoli di giornale e l’opera giornalistica nel suo insieme sono tutelati dal diritto d’autore, cosa succede se ad esser riprodotto senza citazione della fonte e dell’autore in un’opera letteraria, come è accaduto nel caso di specie “Gomorra”, sia un articolo di giornale? Per rispondere al quesito è necessario esaminare il contenuto degli artt. 65, 70 e 101 l. n. 633/1941, in materia di eccezioni e limitazioni del diritto d’autore.

Gli articoli di attualità. Nell’art. 65 della legge 53 il legislatore sancisce la libertà di utilizzazione, riproduzione o ripubblicazione e comunicazione al pubblico degli articoli di attualità, che possiamo considerare come sinonimo di cronaca, in altre riviste o giornali, quando ricorrono tre requisiti:

1) che si tratti di articoli di attualità di carattere economico, politico o religioso, o altri materie dello stesso genere. Sul punto la dottrina è divisa, perché, da una parte c’è chi sostiene che sia lecita la riproduzione di articoli di attualità specificamente indicati dal legislatore (a carattere politico, economico e religioso), con l’esclusione degli articoli di cronaca a contenuto culturale, artistico, satirico, storico, geografico o scientifico, mentre dall’altra parte c’è chi farientrare queste ultime fattispecie di articoli tra “gli altri materiali dello stesso carattere”; (L’art. 65 della l. n. 633/1941 così recita “Gli articoli di attualità di carattere economico, politico o religioso, pubblicati nelle riviste o nei giornali, oppure radiodiffusi o messi a disposizione del pubblico, e gli altri materiali dello stesso carattere possono essere liberamente riprodotti o comunicati al pubblico in altre riviste o giornali, anche radiotelevisivi, se la riproduzione o l’utilizzazione non è stata espressamente riservata, purché si indichi la fonte da cui sono tratti, la data e il nome dell’autore, se riportato”). 

2) che siano pubblicati in riviste o in giornali;

3) che la riproduzione o l’utilizzazione non sia espressamente riservata, ovvero quando manchi l’indicazione, anche in forma abbreviata, delle parole “riproduzione riservata” o di altre espressioni dal significato analogo, all’inizio o alla fine dell’articolo, secondo quanto prevede l’art. 7 del regolamento di esecuzione della legge sul diritto d’autore, approvato con il R.D. 18 maggio 1942, n. 1369. È necessario a questo punto fare una puntualizzazione, perché potrebbe intendersi erroneamente il significato dell’espressione “libera utilizzazione”. La libera utilizzazione consiste nella riproduzione o comunicazione al pubblico dell’opera senza il consenso dell’autore, ma nel rispetto di determinati adempimenti, fissati dalla legge, come l’indicazione della fonte da cui sono tratti, la data e il nome dell’autore, se riportato. Tali formalità devono essere adempiute anche nell’ipotesi, delineata dall’art. 65 co. 2 l. n. 633/1941, di riproduzione o comunicazione al pubblico di opere o materiali protetti, utilizzati in occasione di avvenimenti di attualità per fini informativi e di cronaca, fatta eccezione del caso di impossibilità di conoscere la fonte e il nome dell’autore. (“La riproduzione o comunicazione al pubblico di opere o materiali protetti utilizzati in occasione di avvenimenti di attualità è consentita ai fini dell'esercizio del diritto di cronaca e nei limiti dello scopo informativo, sempre che si indichi, salvo caso di impossibilità, la fonte, incluso il nome dell'autore, se riportato”).  La norma in esame è eccezionale e non suscettibile di applicazione analogica, ragione per la quale la libera utilizzazione non si estende alle rassegne-stampa; infatti, la riproduzione di queste ultime deve sempre essere effettuata con il consenso dei titolari dei diritti.

La libertà di citazione. Prima della legge italiana sul diritto d’autore, la libertà di citazione è stata regolata dall’art. 10 della Convenzione d’Unione di Berna, il quale riporta pressoché il contenuto fissato nell’art. 70 l. n. 633/1941. Il legislatore italiano non ha provveduto, come previsto dalla norma internazionale, a chiarire espressamente che l’opera citata debba esser stata pubblicata e che la citazione debba avere un carattere di mero esempio e supporto di una tesi e non lo scopo di illustrare l’opera citata. (L’art. 10 della Convezione di Berna così recita “Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo. Restano fermi gli effetti della legislazione dei Paesi dell'Unione e degli accordi particolari tra essi stipulati o stipulandi, per quanto concerne la facoltà d'utilizzare lecitamente opere letterarie o artistiche a titolo illustrativo nell'insegnamento, mediante pubblicazioni, emissioni radiodiffuse o registrazioni sonore o visive, purché una tale utilizzazione sia fatta conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo. Le citazioni e utilizzazioni contemplate negli alinea precedenti dovranno menzionare la fonte e, se vi compare, il nome dell'autore”. 56 La Convenzione d’Unione di Berna per la protezione delle opere letterarie ed artistiche fu firmata nel 1886 a Berna e ratificata ed eseguita in Italia con la legge 20 giugno 1978, n. 399. Sul punto si rinvia al Cap I, par. 1.2.).

Infatti, nell’art. 70 della legge italiana sul diritto d’autore ( L’art. 70 l. n. 633/1941 così recita “Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali”)  il legislatore italiano si è limitato a sancire il libero riassunto, la citazione o la riproduzione dell’opera e la loro comunicazione al pubblico, purché:

1) vi ricorra una finalità di critica, discussione, insegnamento o ricerca scientifica, così da garantire l’informazione e la diffusione della cultura, in quanto si permette la libera fruibilità dei concetti esposti nell’opera. La dottrina precisa che si ha “uso di critica”, quando l’utilizzazione è finalizzata ad esprimere opinioni protette dagli artt. 21 e 33 Cost.;

2) l’opera critica abbia fini autonomi e distinti da quelli dell’opera citata e non sia succedanea dell’opera o delle sue utilizzazioni derivate;

3) l’utilizzazione non sia di dimensioni tali da supplire all’acquisto dell’opera, pertanto l’utilizzazione non debba essere concorrenziale a quella posta dal titolare dei diritti e idonea a danneggiare gli interessi patrimoniali esclusivi dell’autore o del titolare di diritti; 4) siano rispettate le menzioni d’uso, quali l’indicazione del titolo dell’opera da cui è tratta la citazione o la riproduzione, il nome dell’autore e dell’editore. Dottrina e giurisprudenza concordano che anche questa disposizione normativa sia del tutto eccezionale, cosicché non può essere applicata per analogia, ma deve essere interpretata restrittivamente.

Informazioni e notizie giornalistiche. L’art. 101, infine, tutela le informazioni e le notizie giornalistiche, stabilendo che sono liberamente riproducibili altrove, purché non si ricorra ad “atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e (…) se ne citi la fonte”. In questo primo comma, il legislatore non ha definito gli atti contrari, ma ha fatto rinvio alle regole di correttezza professionale, fissate nel codice deontologico dell’attività giornalistica, lasciando al giudice il compito di decidere, in merito ai casi concreti per i quali è chiamato a giudicare, se quel comportamento è scorretto o meno. (L’art. 101 co. 1 l. n. 633/1941 sancisce che “La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l'impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte”). Tuttavia, il legislatore colma la genericità del primo comma con il secondo, nel quale specifica alcuni comportamenti che, senza alcun dubbio, costituiscono atti di concorrenza sleale: per esempio, la riproduzione o la radiodiffusione, senza autorizzazione, dei bollettini di informazioni distribuiti dalle agenzie, prima che siano trascorse sedici ore dalla diramazione del bollettino stesso a coloro che ne hanno diritto, oppure prima che l’editore autorizzato abbia pubblicato la notizia; il c.d. “parassitismo giornalistico”, che si ha nel caso in cui il giornalista scorretto effettua la riproduzione o la radiodiffusione sistematica di informazioni e notizie, attingendo da altri giornali o fonti, che svolgono un’attività giornalistica a fine di lucro. Tutte queste pratiche scorrette sono sanzionate dalla legge con l’arresto dell’attività di concorrenza, con la rimozione degli effetti dell’illecito, con la condanna al risarcimento dei danni e la pubblicazione della sentenza. (L’art. 101 co. 2 l. n. 633/1941 così recita “Sono considerati atti illeciti: a) la riproduzione o la radiodiffusione, senza autorizzazione, dei bollettini di informazioni distribuiti dalle agenzie giornalistiche o di informazioni, prima che siano trascorse sedici ore dalla diramazione del bollettino stesso e, comunque, prima della loro pubblicazione in un giornale o altro periodico che ne abbia ricevuto la facoltà da parte dell'agenzia. A tal fine, affinché le agenzie abbiano azione contro coloro che li abbiano illecitamente utilizzati, occorre che i bollettini siano muniti dell'esatta indicazione del giorno e dell'ora di diramazione; b) la riproduzione sistematica di informazioni o notizie, pubblicate o radiodiffuse, a fine di lucro, sia da parte di giornali o altri periodici, sia da parte di imprese di radiodiffusione”).

CRONACA, INDAGINE GIORNALISTICA E ANALISI SOCIALE. Quando accade un fatto di rilievo pubblico, un ruolo fondamentale è svolto dal cronista, il quale giunge presso il luogo del fatto per raccontare gli avvenimenti così come accadono, nella loro precisa successione cronologica, realizzando un’attività di testimonianza diretta o indiretta. Distinta dalla mera cronaca è l’inchiesta giornalistica, la quale parte da fatti di cronaca per svolgere un’attività di indagine, c.d. “indagine giornalistica”, con la quale il professionista si informa, chiede chiarimenti e spiegazioni. Questa attività rientra nel c.d. “giornalismo investigativo” o “d’inchiesta”, riconosciuto dalla Cassazione nel 2010 come “la più alta e nobile espressione dell’attività giornalistica”, perché consente di portare alla luce aspetti e circostanze ignote ai più e di svelare retroscena occultati, che al contempo sono di rilevanza sociale. A seguito dell’attività d’indagine, il giornalista svolge poi l’attività di studio del materiale raccolto, di verifica dell’attendibilità di fonti non generalmente attendibili, diverse dalle agenzie di stampa, di confronto delle fonti. Solo al termine della selezione del materiale conseguito, il giornalista inizia a scrivere il suo articolo. (Cass., 9 luglio 2010, n. 16236, in Danno e resp., 2010, 11, p. 1075. In questa sentenza la Corte Suprema precisa che “Con tale tipologia di giornalismo (d’inchiesta), infatti, maggiormente, si realizza il fine di detta attività quale prestazione di lavoro intellettuale volta alla raccolta, al commento e alla elaborazione di notizie destinate a formare oggetto di comunicazione interpersonale attraverso gli organi di informazione, per sollecitare i cittadini ad acquisire conoscenza di tematiche notevoli, per il rilievo pubblico delle stesse”). Dunque, appare evidente che, diversamente dal giornalismo tradizionale, il quale attinge le notizie da fonti ufficiali e istituzionali perché si dia informazione sui fatti, il giornalismo d’inchiesta impiega mesi e mesi per sviluppare e preparare un’indagine giornalistica in quanto approfondisce aspetti e circostanze su fatti socialmente rilevanti, così da indurre il lettore a riflettere e formare la propria opinione, seppure diversa da quella letta sul giornale. L’inchiesta, pertanto, mette in rilievo problemi sociali o vicende politiche attuali e consente di compiere un’analisi sociale. L’inchiesta e la cronaca sono tipologie giornalistiche che si distinguono da “Gomorra”, la quale è a tutti gli effetti un’opera letteraria, che racchiude diversi generi, come “il romanzo, il saggio, la cronaca giornalistica, il pamphlet”. Dunque, accanto alla cronaca giornalistica, che consiste nel narrare fatti realmente accaduti “secondo la successione cronologica, senza alcun tentativo di interpretazione o di critica degli avvenimenti”, vi è il romanzo, un componimento letterario in prosa, di ampio sviluppo, frutto della creazione fantastica dell’intelletto dell’autore; il saggio, un componimento relativamente breve, nel quale l’autore “tratta con garbo estroso e senza sistematicità argomenti vari (di letteratura, di filosofia, di costume, ecc.), rapportandoli strettamente alle proprie esperienze biografiche e intellettuali, ai propri estri umorali, alle proprie idee o al proprio gusto”; e per finire il pamphlet, definito come un “breve scritto di carattere polemico o satirico”.

Io sono un Aggregatore di contenuti di ideologia contrapposta con citazione della fonte. 

Il World Wide Web (WWW o semplicemente "il Web") è un mezzo di comunicazione globale che gli utenti possono leggere e scrivere attraverso computer connessi a Internet, scrive Wikipedia. Il termine è spesso erroneamente usato come sinonimo di Internet stessa, ma il Web è un servizio che opera attraverso Internet. La storia del World Wide Web è dunque molto più breve di quella di Internet: inizia solo nel 1989 con la proposta di un "ampio database intertestuale con link" da parte di Tim Berners-Lee ai propri superiori del CERN; si sviluppa in una rete globale di documenti HTML interconnessi negli anni novanta; si evolve nel cosiddetto Web 2.0 con il nuovo millennio. Si proietta oggi, per iniziativa dello stesso Berners-Lee, verso il Web 3.0 o web semantico.

Sono passati decenni dalla nascita del World Wide Web. Il concetto di accesso e condivisione di contenuti è stato totalmente stravolto. Prima ci si informava per mezzo dei radio-telegiornali di Stato o tramite la stampa di Regime. Oggi, invece, migliaia di siti web di informazione periodica e non, lanciano e diffondono un flusso continuo di news ed editoriali. Se prima, per la carenza di informazioni, si sentiva il bisogno di essere informati, oggi si sente la necessità di cernere le news dalle fakenews, stante un così forte flusso d’informazioni e la facilità con la quale ormai vi si può accedere.

Oggi abbiamo la possibilità potenzialmente infinita di accedere alle informazioni che ci interessano, ma nessuno ha il tempo di verificare la veridicità e la fondatezza di quello che ci viene propinato. Tantomeno abbiamo voglia e tempo di cercare quelle notizie che ci vengono volutamente nascoste ed oscurate. 

Quando parlo di aggregatori di contenuti non mi riferisco a coloro che, per profitto, riproducono integralmente, o quasi, un post o un articolo. Costoro non sono che volgari “produttori” di plagio, pur citando la fonte. E contro questi ci sono una legge apposita (quella sul diritto d’autore, in Italia) e una Convenzione Internazionale (quella di Berna per la protezione delle opere letterarie e artistiche). Tali norme vietano esplicitamente le pratiche di questi aggregatori.

Ci sono Aggregatori di contenuti in Italia, che esercitano la loro attività in modo lecita, e comunque, verosimilmente, non contestata dagli autori aggregati e citati.

Vedi Giorgio dell’Arti su “Cinquantamila.it”. LA STORIA RACCONTATA DA GIORGIO DELL'ARTI. “Salve. Sono Giorgio Dell’Arti. Questo sito è riservato agli abbonati della mia newsletter, Anteprima. Anteprima è la spremuta di giornali che realizzo dal lunedì al venerdì la mattina all’alba, leggendo i quotidiani appena arrivati in edicola. La rassegna arriva via email agli utenti che si sono iscritti in promozione oppure in abbonamento qui o sul sito anteprima.news.

Oppure come fa Dagospia o altri siti di informazione online, che si limitano a riportare quegli articoli che per motivi commerciali o di esclusività non sono liberamente fruibili.

Dagospia. Da Wikipedia. Dagospia è una pubblicazione web di rassegna stampa e retroscena su politica, economia, società e costume curata da Roberto D'Agostino, attiva dal 22 maggio 2000. Dagospia si definisce "Risorsa informativa online a contenuto generalista che si occupa di retroscena. È espressione di Roberto D'Agostino". Sebbene da alcuni sia considerato un sito di gossip, nelle parole di D'Agostino: «Dagospia è un bollettino d'informazione, punto e basta». Lo stile di comunicazione è volutamente chiassoso e scandalistico; tuttavia numerosi scoop si sono dimostrati rilevanti esatti. L'impostazione grafica della testata ricorda molto quella del news aggregator americano Drudge Report, col quale condivide anche la vocazione all'informazione indipendente fatta di scoop e indiscrezioni. Questi due elementi hanno contribuito a renderlo un sito molto popolare, specialmente nell'ambito dell'informazione italiana: il sito è passato dalle 12 mila visite quotidiane nel 2000 a una media di 600 mila pagine consultate in un giorno nel 2010. A partire da febbraio 2011 si finanzia con pubblicità e non è necessario abbonamento per consultare gli archivi. Nel giugno 2011 fece scalpore la notizia che Dagospia ricevesse 100 mila euro all'anno per pubblicità all'Eni grazie all'intermediazione del faccendiere Luigi Bisignani, già condannato in via definitiva per la maxi-tangente Enimont e di nuovo sotto inchiesta per il caso P4. Il quotidiano la Repubblica, riportando le dichiarazioni di Bisignani ai pubblici ministeri sulle soffiate a Dagospia, la definì “il giocattolo” di Bisignani. Dagospia ha querelato la Repubblica per diffamazione.

Popgiornalismo. Il caso e la post-notizia. Un libro di Salvatore Patriarca. Con le continue trasformazioni dell’era digitale, diventa sempre più urgente mettere a punto dinamiche comunicative che sappiano muoversi con la stessa velocità con la quale viaggia la trasmissione dei dati e che, soprattutto, riescano a sviluppare capacità connettive in grado di ricomprendere un numero sempre maggiore di dati-fatti-informazioni. Partendo dal fenomeno giornalistico rappresentato da Dagospia – il sito di Roberto D’Agostino che ha saputo cogliere, sin dagli albori, le possibilità offerte dal mezzo digitale – il libro analizza i caratteri di una nuova forma giornalistica, il popgiornalismo. Al centro di questa recente declinazione informativa non c’è più la notizia ma la post-notizia, la necessità cioè di lavorare sulle connessioni e sugli effetti che ogni nuovo fatto, evento o dato determina. Da qui ne conseguono i tre tratti essenziali dell’approccio popgiornalistico: la “leggerezza” pesante dell’informazione, la conoscenza del quotidiano come opera aperta e la libera responsabilità del lettore.

Addirittura il portale web “Newsstandhub.com” riporta tutti gli articoli dei portali di informazione più famosi con citazione della fonte, ma non degli autori. Si presenta come: “Il tuo centro edicola personale dove poter consultare tutte le notizia contemporaneamente”.

Così come il sito web di Ristretti.org o di Antimafiaduemila.com.

Diritto di cronaca, dico, che non ha alcuna limitazione se non quella della verità, attinenza-continenza, interesse pubblico. Diritto di cronaca su Stampa non periodica.

Che cosa significa "Stampa non periodica"?

Ogni forma di pubblicazione una tantum, cioè che non viene stampata regolarmente (è tale, ad esempio, un saggio o un romanzo in forma di libro).

Stampa non periodica, perché la Stampa periodica è di pertinenza esclusiva della lobby dei giornalisti, estensori della pseudo verità, della disinformazione, della discultura e dell’oscurantismo.

Con me la cronaca diventa storia ed allora il mio diritto di cronaca diventa diritto di critica storica.

La critica storica può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506. L'esercizio del diritto di critica può, a certe condizioni, rendere non punibile dichiarazioni astrattamente diffamatorie, in quanto lesive dell'altrui reputazione.

Resoconto esercitato nel pieno diritto di Critica Storica. La critica storica può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506.

La ricerca dello storico, quindi, comporta la necessità di un’indagine complessa in cui “persone, fatti, avvenimenti, dichiarazioni e rapporti sociali divengono oggetto di un esame articolato che conduce alla definitiva formulazione di tesi e/o di ipotesi che è impossibile documentare oggettivamente ma che, in ogni caso debbono trovare la loro base in fonti certe e di essere plausibili e sostenibili”.

La critica storica, se da una parte può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506, dall'altra ha funzione di discussione: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera".

Certamente le mie opere nulla hanno a che spartire con le opere di autori omologati e conformati, e quindi non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera altrui. Quindi questi sconosciuti condannati all'oblio dell'arroganza e della presunzione se ne facciano una ragione.

Ed anche se fosse che la mia cronaca, diventata storia, fosse effettuata a fini di insegnamento o di ricerca scientifica, l'utilizzo che dovrebbe inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali è pienamente compiuto, essendo io autore ed editore medesimo delle mie opere e la divulgazione è per mero intento di conoscenza e non per fini commerciali, tant’è la lettura può essere gratuita e ove vi fosse un prezzo, tale è destinato per coprirne i costi di diffusione.

Valentina Tatti Tonni soddisfatta su Facebook il 20 gennaio 2018 ". "Ho appena saputo che tre dei miei articoli pubblicati per "Articolo 21" e "Antimafia Duemila" sono stati citati nel libro del sociologo Antonio Giangrande che ringrazio. Gli articoli in questione sono, uno sulla riabilitazione dei cognomi infangati dalle mafie (ripreso giusto oggi da AM2000), uno sulla precarietà nel giornalismo e il terzo, ultimo pubblicato in ordine di tempo, intitolato alla legalità e contro ogni sistema criminale".

Linkedin lunedì 28 gennaio 2019 Giuseppe T. Sciascia ha inviato il seguente messaggio (18:55)

Libro. Ciao! Ho trovato la citazione di un mio pezzo nel tuo libro. Grazie.

Citazione: Scandalo molestie: nuove rivelazioni bomba, scrive Giuseppe T. Sciascia su “Il Giornale" il 15 novembre 2017.

Facebook-messenger 18 dicembre 2018 Floriana Baldino ha inviato il seguente messaggio (09.17)

Buon giorno, mi sono permessa di chiederLe l'amicizia perchè con piacevole stupore ho letto il mio nome sul suo libro.

Citazione: Pronto? Chi è? Il carcere al telefono, scrive il 6 gennaio 2018 Floriana Bulfon su "La Repubblica". Floriana Bulfon - Giornalista de L'Espresso.

Facebook-messenger 3 novembre 2018 Maria Rosaria Mandiello ha inviato il seguente messaggio (12.53)

Salve, non ci conosciamo, ma spulciando in rete per curiosità, mi sono imbattuta nel suo libro-credo si tratti di lei- "abusopolitania: abusi sui più deboli" ed ho scoperto con piacere che lei m ha citata riprendendo un mio articolo sul fenomeno del bullismo del marzo 2017. Volevo ringraziarla, non è da tutti citare la foto e l'autore, per cui davvero grazie e complimenti per il libro. In bocca a lupo per tutto! Maria Rosaria Mandiello.

Citazione: Ragazzi incattiviti: la legge del bullismo, scrive Maria Rosaria Mandiello su "ildenaro.it" il 24 marzo 2017.

NON CI SI PUO’ SOTTRARRE ALLE CRITICHE ONLINE.

Tribunale di Roma (N. R.G. 81824/2018 Roma, 1 febbraio 2019 Presidente dott. Luigi Argan): non ci si può sottrarre alle critiche online, scrive Guido Scorza 28 febbraio 2019 su l'Espresso. In un’epoca nella quale la libertà di parola, specie online, sembra condannata a dover sistematicamente cedere il passo a altri diritti e a contare davvero poco, un raggio di libertà, arriva dal Tribunale di Roma che, nei giorni scorsi, ha rispedito al mittente le domande di un chirurgo plastico che aveva chiesto, in via d’urgenza, ai Giudici di ordinare a Google di sottrarre il proprio studio dalle recensioni del pubblico o, almeno, di cancellare quattro commenti particolarmente negativi ricevuti da pazienti e amici di pazienti. Secondo la prima sezione del Tribunale, infatti, il diritto di critica viene prima dell’interesse del singolo a non veder la propria attività professionale compromessa da qualche recensione negativa e nessuno ha diritto, nel momento in cui esercita un’attività professionale o commerciale, a pretendere di essere sottratto al rischio che terzi, ovviamente dicendo la verità e facendolo in maniera educata, lo critichino. E questo, secondo i Giudici, è quanto accaduto nel caso in questione. Il chirurgo in questione non può né pretendere che Google rinunci a mettere a disposizione degli utenti un servizio che consente, tra l’altro, la raccolta di “recensioni” sulla propria attività né che non consenta agli utenti di pubblicare commenti negativi o che cancelli quelli pubblicati. Ma non basta. Il Tribunale di Roma mette nero su bianco un principio tanto semplice quanto spesso ignorato: non può toccare a Google sorvegliare che i propri utenti non pubblichino recensioni negative perché Google non ha, né può avere, alla stregua della disciplina europea della materia, alcun obbligo generale di sorveglianza sui contenuti pubblicati da terzi. Google – e il Giudice lo scrive con disarmante chiarezza – ha il solo obbligo di rimuovere un contenuto quando la sua pubblicazione sia accertata come illecita da un Giudice e la notizia gli sia comunicata. E a leggere l’Ordinanza con la quale il Giudice ha respinto le domande d’urgenza proposte dal chirurgo vien davvero da pensare che tutti dovremmo iniziare a imparare ad accettare le critiche con spirito costruttivo e come stimolo a far meglio in futuro anziché investire ogni energia nel tentativo – vano, fortunatamente, in questa vicenda – di condannare all’oblio le opinioni di chi, su di noi, si è fatto, a torto o a ragione, ma dicendo la verità, un’idea che semplicemente non ci piace. Che un professionista, in piena società dell’informazione, davanti a un cliente – per di più suo paziente – che pubblica critiche del tipo “lavoro mal fatto, senza impegno e senza amore per la sua professione” o “Pessimo, assolutamente non idoneo a trattamenti di chirurgia estetica”, anziché fare autocritica non trovi niente di meglio da fare che correre davanti a un Giudice a domandare di trattare le parole altrui come carta straccia, da gettare di corsa nel tritacarta, è circostanza preoccupante. Probabilmente la volatilità tecnologica dei bit ci ha persuasi che le opinioni, le parole e le idee del prossimo valgano poco per davvero. Bene, dunque, hanno fatto i Giudici a ricordare che la critica è costituzionalmente garantita e che ci vuol ben altro che il rammarico di un chirurgo per qualche recensione poco lusinghiera – peraltro tra tante altre positive – per pretendere di veder cancellate, a colpi di spugna, le opinioni altrui.

Da liberoquotidiano.it il 3 settembre 2021. Ci pensa Vittorio Sgarbi a spezzare l'idillio tra Roberto Benigni e Nicoletta Braschi. Premiato a Venezia con il Leone d'oro alla carriera mercoledì scorso, l'attore e regista toscano si è commosso e ha emozionato l'intera platea dedicando il prestigioso riconoscimento alla moglie, con cui condivide vita e carriera da 40 anni. Parole dolcissime ma, accusa Sgarbi, copiate di sana pianta senza nemmeno citarne l'autore. "Un pensiero alla mia attrice prediletta, Nicoletta Braschi, alla quale non posso nemmeno dedicare questo premio perché è suo: è tuo, ti appartiene", ha solennemente annunciato dal palco della 78esima Mostra del cinema Benigni. "Abbiamo fatto tutto insieme per 40 anni – ha proseguito l'ormai ex Piccolo diavolo, diventato gloria del grande schermo italiano –. Produzioni, interpretazioni. Ma come si fa a misurare il tempo in film? Io conosco solo una maniera per misurare il tempo: con te o senza di te". Quindi, con la consueta ironia che fin dagli anni 80 lo ha reso uno dei volti (e delle lingue) più celebri del nostro cinema: "Ce lo possiamo dividere: io prendo la coda, il resto è tuo. Le ali, soprattutto, perché se qualcosa ha preso il volo nel lavoro che ho fatto è grazie a te". Gran finale, da San Valentino: "È stato proprio un amore a prima vista, anzi a ultima vista. O meglio, a eterna vista". C'è qualcosa che però stona nella dedica di Benigni alla moglie. L'entrata a gamba tesa è del professor Sgarbi, che su Twitter svela l'arcano: ""Stare con te o stare senza di te è l’unico modo che ho per misurare il tempo", ha detto Benigni alla moglie al Festival di Venezia. Ma se non citi la fonte (Jorge Luis Borges) e fai il "fenomeno", è plagio?".

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Quella guerra civile italiana che fu chiamata brigantaggio.

Facciamo sempre il solito errore: riponiamo grandi speranze ed enormi aspettative in piccoli uomini senza vergogna.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che ne disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

Lettera da Crispi a Garibaldi - Caprera. Torino, 3 febbraio 1863.

Mio Generale! Giunto da Palermo, dove stetti poco men che un mese, credo mio dovere dirvi qualche cosa della povera isola che voi chiamaste a libertà e che i vostri successori ricacciarono in una servitù peggiore di prima. Dal nuovo regime quella popolazione nulla ha ottenuto di che potesse esser lieta. Nissuna giustizia, nissuna sicurezza personale, l'ipocrisia della libertà sotto un governo, il quale non ha d'italiano che appena il nome. Ho visitate le carceri e le ho trovate piene zeppe d'individui i quali ignorano il motivo per il quale sono prigionieri. Che dirvi del loro trattamento? Dormono sul pavimento, senza lume la notte, sudici, nutriti pessimamente, privi d'ogni conforto morale, senza una voce che li consigli e li educhi onde fosser rilevati dalla colpa. La popolazione in massa detesta il governo d'Italia, che al paragone trova più tristo del Borbonico. Grande fortuna che non siamo travolti in quell'odio noi, che fummo causa prima del mutato regime! Essa ritien voi martire, noi tutti vittime della tirannide la quale viene da Torino e quindi ci fa grazia della involontaria colpa. Se i consiglieri della Corona non mutano regime, la Sicilia andrà incontro ad una catastrofe. E' difficile misurarne le conseguenze, ma esse potrebbero essere fatali alla patria nostra. L'opera nostra dovrebbe mirare ad evitare cotesta catastrofe, affinchè non si sfasci il nucleo delle provincie unite che al presente formano il regno di Italia. Con le forze di questo regno e coi mezzi ch'esso ci offre, noi potremmo compiere la redenzione della penisola e occupar Roma. Sciolto cotesto nucleo, è rimandata ad un lontano avvenire la costituzione d'Italia. Della vostra salute, alla quale tutti c'interessiamo, ho buone notizie, che spero sempre migliori. Di Palermo tutti vi salutano come vi amano. Abbiatevi i complimenti di mia moglie e voi continuatemi il vostro affetto e credetemi. Vostro ora e sempre. F. Crispi.

La verità è rivoluzionaria. Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Non credo di aver fatto del male. Nonostante ciò, non rifarei oggi la via dell'Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio. Giuseppe Garibaldi (da una lettera scritta ad Adelaide Cairoli, 1868)

Cronologia moderna delle azioni massoniche e mafiose.

27 marzo 1848 - Nasce la Repubblica Siciliana. La Sicilia ritorna ad essere indipendente, Ruggero Settimo è capo del governo, ritorna a sventolare l'antica bandiera siciliana. Gli inglesi hanno numerosi interessi nell'Isola e consigliano al Piemonte di annettersi la Sicilia. I Savoia preparano una spedizione da affidare a Garibaldi. Cavour si oppone perchè considera quest'ultimo un avventuriero senza scrupoli (ricordano impietositi i biografi che Garibaldi ladro di cavalli, nell' America del sud, venne arrestato e gli venne tagliato l'orecchio destro. Sarà, suo malgrado, capellone a vita per nascondere la mutilazione) [Secondo altre fonti l’orecchio gli sarebbe stato staccato con un morso da una ragazza che aveva cercato di violentare all’epoca della sua carriera di pirata, stupratore, assassino in America Latina, NdT]. Il nome di Garibaldi, viene abbinato altresì al traffico di schiavi dall'Africa all'America. Rifornito di denaro inglese da i Savoia, Garibaldi parte per la Sicilia.

11 maggio 1860 - Con la protezione delle navi inglesi Intrepid e H.M.S. Argus, Garibaldi sbarca a Marsala. Scrive il memorialista garibaldino Giuseppe Bandi: I mille vengono accolti dai marsalesi come cani in chiesa! La prima azione mafiosa è contro la cassa comunale di Marsala. Il tesoriere dei mille, Ippolito Nievo lamenta che si trovarono pochi spiccioli di rame. I siciliani allora erano meno fessi! E' interessante la nota di Garibaldi sull'arruolamento: "Francesco Crispi arruola chiunque: ladri, assassini, e criminali di ogni sorta".

15 maggio 1860 - Battaglia di Calatafimi. Passata alla storia come una grande battaglia, fu invece una modesta scaramuccia, si contarono 127 morti e 111 furono messi fuori combattimento. I Borbone con minor perdite disertano il campo. Con un esercito di 25.000 uomini e notevole artiglieria, i Borbone inviano contro Garibaldi soltanto 2.500 uomini. E' degno di nota che il generale borbonico Landi, fu comprato dagli inglesi con titoli di credito falsi e che l'esercito borbonico ebbe l'ordine di non combattere. Le vittorie di Garibaldi sono tutte una montatura.

27 maggio 1860 - Garibaldi entra a Palermo da vincitore!....Ateo, massone, mangiapreti, celebra con fasto la festa di santa Rosalia.

30 maggio 1860 - Garibaldi dà carta bianca alle bande garibaldine; i villaggi sono saccheggiati ed incendiati; i garibaldini uccidevano anche per un grappolo d'uva. Nino Bixio uccide un contadino reo di aver preso le scarpe ad un cadavere. Per incutere timore, le bande garibaldine, torturano e fucilano gli eroici siciliani.

31 maggio 1860 - Il popolo catanese scaccia per sempre i Borbone. In quell'occasione brillò, per un atto di impavido coraggio, la siciliana Giuseppina Bolognani di Barcellona Pozzo di Gotto (ME). Issò sopra un carro un cannone strappato ai borbonici e attese la carica avversaria; al momento opportuno, l'avversario a due passi, diede fuoco alle polveri; il nemico, decimato, si diede alla fuga disordinata. Si guadagnò il soprannome Peppa 'a cannunera (Peppa la cannoniera) e la medaglia di bronzo al valor militare.

2 giugno 1860 - Con un decreto, Garibaldi assegna le terre demaniali ai contadini; molti abboccano alla promessa. Intanto nell'Isola divampava impetuosa la rivoluzione che vedeva ancora una volta il Popolo Siciliano vittorioso. Fu lo stesso popolo che unito e compatto costrinse i borbonici alla ritirata verso Milazzo.

17 luglio 1860 - Battaglia di Milazzo. Il governo piemontese invia il Generale Medici con 21.000 uomini bene armati a bordo di 34 navi. La montatura garibaldina ha fine. I contadini siciliani si ribellano, vogliono la terra promessagli. Garibaldi, rivelandosi servo degli inglesi e degli agrari, invia loro Nino Bixio.

10 agosto 1860 - Da un bordello di Corleone, Nino Bixio ordina il massacro di stampo mafioso di Bronte. Vengono fucilati l'avvocato Nicolò Lombardo e tre contadini, tra i quali un minorato! L'Italia mostra il suo vero volto.

21 ottobre 1860 - Plebiscito di annessione della Sicilia al Piemonte. I voti si depositano in due urne: una per il "Sì" e l'altra per il "No". Intimorendo, come abitudine mafiosa, ruffiani, sbirri e garibaldini controllano come si vota. Su una popolazione di 2.400.000 abitanti, votarono solo 432.720 cittadini (il 18%). Si ebbero 432.053 "Sì" e 667 "No". Giuseppe Mazzini e Massimo D'Azeglio furono disgustati dalla modalità del plebiscito. Lo stesso ministro Eliot, ambasciatore inglese a Napoli, dovette scrivere testualmente nel rapporto al suo Governo che: "Moltissimi vogliono l'autonomia, nessuno l'annessione; ma i pochi che votano sono costretti a votare per questa". E un altro ministro inglese, Lord John Russel, mandò un dispaccio a Londra, cosí concepito: "I voti del suffragio in questi regni non hanno il minimo valore".

1861 - L'Italia impone enormi tasse e l'obbligo del servizio militare, ma per chi ha soldi e paga, niente soldato. Intanto i militari italiani, da mafiosi, compiono atrocità e massacri in tutta l'Isola. Il sarto Antonio Cappello, sordomuto, viene torturato a morte perchè ritenuto un simulatore, il suo aguzzino, il colonnello medico Restelli, riceverà la croce dei "S.S. Maurizio e Lazzaro". Napoleone III scrive a Vittorio Emanuele: "I Borbone non commisero in cento anni, gli orrori e gli errori che hanno commesso gli agenti di Sua Maestà in un anno”.

1863 - Primi moti rivoluzionari antitaliani di pura marca indipendentista. Il governo piemontese instaura il primo stato d'assedio. Viene inviato Bolis per massacrare i patrioti siciliani. Si prepara un'altra azione mafiosa contro i Siciliani.

8 maggio 1863 - Lord Henry Lennox denuncia alla camera dei Lords le infamie italiane e ricorda che non Garibaldi ma l'Inghilterra ha fatto l'unità d'Italia.

15 agosto 1863 - Secondo stato d'assedio. Si instaura il terrore. I Siciliani si rifiutano di indossare la divisa italiana; fu una vera caccia all'uomo, le famiglie dei renitenti furono torturate, fucilate e molti furono bruciati vivi. Guidava l'operazione criminale e mafiosa il piemontese Generale Giuseppe Govone. (Nella pacifica cittadina di Alba, in piazza Savona, nell'aprile 2004 è stato inaugurato un monumento equestre a questo assassino. Ignoriamo per quali meriti.)

1866 - In Sicilia muoiono 52.990 persone a causa del colera. Ancora oggi, per tradizione orale, c'è la certezza che a spargervi il colera nell'Isola siano state persone legate al Governo italiano. Intanto tra tumulti, persecuzioni, stati d'assedio, terrore, colera ecc. la Sicilia veniva continuamente depredata e avvilita; il Governo italiano vendette perfino i beni demaniali ed ecclesiastici siciliani per un valore di 250 milioni di lire. Furono, nel frattempo, svuotate le casse della regione. Il settentrione diventava sempre più ricco, la Sicilia sempre più povera.

1868 - Giuseppe Garibaldi scrive ad Adelaide Cairoli:"Non rifarei la via del Sud, temendo di essere preso a sassate!". Nessuna delle promesse che aveva fatto al Sud (come quella del suo decreto emesso in Sicilia il 2 giugno 1860, che assegnava le terre comunali ai contadini combattenti), era stata mantenuta.

1871 - Il Governo, con un patto scellerato, fortifica la mafia con l'effettiva connivenza della polizia. Il coraggioso magistrato Diego Tajani dimostrò e smascherò questa alleanza tra mafia e polizia di stato e spiccò un mandato di cattura contro il questore di Palermo Giuseppe Albanese e mise sotto inchiesta il prefetto, l'ex garibaldino Gen. Medici. Ma il Governo italiano, con fare mafioso si schiera contro il magistrato costringendolo a dimettersi.

1892 - Si formano i "Fasci dei Lavoratori Siciliani". L'organizzazione era pacifica ed aveva gli ideali del popolo, risolvere i problemi siciliani. Chiedeva, l'organizzazione dei Fasci la partizione delle terre demaniali o incolte, la diminuzione dei tassi di consumo regionale ecc.

4 gennaio 1894 - La risposta mafiosa dello stato italiano non si fa attendere: STATO D'ASSEDIO. Francesco Crispi, (definito da me traditore dei siciliani a perenne vergogna dei riberesi) presidente del Consiglio, manda in Sicilia 40.000 soldati al comando del criminale Generale Morra di Lavriano, per distruggere l'avanzata impetuosa dei Fasci contadini. All'eroe della resistenza catanese Giuseppe De Felice vengono inflitti 18 anni di carcere; fu poi amnistiato nel 1896, ricevendo accoglienze trionfali nell'Isola.

Note di "Sciacca Borbonica": Sono molti i paesi del mondo che dedicano vie, piazze e strade a lestofanti e assassini. Ma pochi di questi paesi hanno fatto di un pirata macellaio addirittura il proprio eroe nazionale. Il 27 luglio 1995 il giornale spagnolo "El Pais", giustamente indignato per l’apologia di Garibaldi fatta dall’allora presidente Scalfaro (quello che si prendeva 100 milioni al mese in nero dal SISDE, senza che nessuno muovesse un dito) nel corso di una visita in Spagna, così gli rispose a pag. 6: “Il presidente d'Italia è stato nostro illustre visitante...... Disgraziatamente, in un momento della sua visita, il presidente italiano si è riferito alla presenza di Garibaldi nel Rio della Plata, in un momento molto speciale della storia delle nazioni di questa parte del mondo. E, senza animo di riaprire vecchie polemiche e aspre discussioni, diciamo al dott. Scalfaro che il suo compatriota [Garibaldi] non ha lottato per la libertà di queste nazioni come egli afferma. Piuttosto il contrario". Il 13 settembre 1860, mentre l'unificazione italiana era in pieno svolgimento, il giornale torinese Piemonte riportava il seguente articolo. (1): «Le imprese di Garibaldi nelle Due Sicilie parvero sin da allora così strane che i suoi ammiratori ebbero a chiamarle prodigiose. Un pugno di giovani guidati da un audacissimo generale sconfigge eserciti, piglia d'assalto le città in poche settimane, si fa padrone di un reame di nove milioni di abitanti. E ciò senza navigli e senz'armi... Altro che Veni, Vedi, Vici! Non c'è Cesare che tenga al cospetto di Garibaldi. I miracoli però non li ha fatti lui ma li fecero nell'ordine: 1°)-L'oro con il quale gli inglesi comprarono quasi tutti i generali borbonici e col quale assoldarono 20.000 mercenari ungheresi e slavi e pagarono il soldo ad altri 20.000 tra carabinieri e bersaglieri, opportunamente congedati dall'esercito sardo-piemontese e mandati come "turisti" nel Sud, altro che i 1000 scalcinati eroi...... 2°)-il generale Nunziante ed altri tra ufficiali dell'esercito e della marina che, con infinito disonore, disertarono la loro bandiera per correre sotto quella del nemico eccovi servito un piccolo elenco di traditori al soldo degli anglo-piemontesi, oltre al Nunziante: Generale Landi, Generale Cataldo, Generale Lanza, Generale Ghio, Comandante Acton, Comandante Cossovich,ed altri ancora; 3°)-i miracoli li ha fatti il Conte di Siracusa con la sua onorevolissima lettera al nipote Francesco II° (lettera pubblicata in un post a parte); 4°)-li ha fatti la Guardia Nazionale che, secondo il solito, voltò le armi contro il re che gliele avea date poche ore prima; 5°)-)li ha fatti il Gabinetto di Liborio Romano il quale, dopo aver genuflesso fino al giorno di ieri appié del trono di Francesco II, si prostra ai piedi di Garibaldi; 6°)- La quasi totalità della nobiltà siciliana. Beh, Con questi miracoli ancor io sarei capace di far la conquista, non dico della Sicilia e del Reame di Napoli, ma dell'universo mondo. Dunque non state a contare le prodezze di Sua Maestà Garibaldi I. Egli non è che il comodino della rivoluzione. Le società segrete (la massoneria) che hanno le loro reti in tutto il paese delle Due Sicilie, hanno di lunga mano preparato ogni cosa per la rivoluzione. E quando fu tutto apparecchiato si chiamò Garibaldi ad eseguire i piani [...]. Se non era Garibaldi sarebbe stato Mazzini, Kossuth, Orsini o Lucio della Venaria: faceva lo stesso. Appiccare il fuoco ad una mina anche un bimbo può farlo. Di fatto vedete che dappertutto dove giunge Garibaldi la rivoluzione è organizzata issofatto, i proclami sono belli e fatti, anzi stampati. In questo modo credo che Garibaldi può tranquillamente fare il giro del mondo a piantare le bandiere tricolori del Piemonte. Dopo Napoli Roma, dopo Roma Venezia, dopo Venezia la Dalmazia, dopo la Dalmazia l'Austria, caduta l'Austria il mondo è di Garibaldi, cioé del Piemonte! Oh che cuccagna! Torino capitale dell'Europa, anzi dell'orbe terracqueo. Ed i torinesi padroni del mondo!». Dai Savoia agli Agnelli, da una famiglia di vampiri ad un altra.....per il Sud sempre lo stesso destino.......dar loro anche l'ultima goccia di sangue. Comunque la Giustizia Divina arriva sempre........i savoia son finiti nella merda e nel ludibrio, gli Agnelli nella tomba e nella droga che certamente sarà il mezzo con quale ci libereremo di questa gente maledetta. 

Il Robin Hood della Maremma. Luca Bocci su L'Arno-Il Giornale il 5 novembre 2021. In Toscana c’è davvero di tutto, dalle aspre montagne alle zone paludose, dalla megalopoli del Valdarno a territori dove le case si contano sulle dita di una mano. Se poi guardi la mappa, trovi una terra che non potrebbe essere più lontana dall’immagine canonica della Toscana, sdraiata a ridosso del confine col Lazio. Per molti toscani, il nome di questa terra rimane legato a ricordi atavici di sofferenze, disgrazie, sciagure passati da padre in figlio per generazioni. Non sappiamo bene il perché, ma molti di noi continuano ad usare questo nome per evitare di bestemmiare. Molti altri non la considerano nemmeno parte di questa regione. Per secoli questa terra è rimasta aspra, difficile, malsana, carica di pericoli, assolutamente aliena. Chi era costretto ad andarci per lavoro, non sapeva nemmeno se sarebbe tornato sano a casa. Le cose sono cambiate parecchio, ma la Maremma non è ancora riuscita a scrollarsi di dosso questa pessima reputazione. Le paludi del passato sono scomparse, le località turistiche del territorio stanno diventando delle vere e proprie potenze, trainate dalle tante bellezze naturali ed artistiche. La Maremma però, per noi toscani, resta sempre “amara”, una terra maledetta da vedere sempre con sospetto. Intendiamoci, questa reputazione non è nata per caso. Per secoli attraversare le paludi maremmane era un vero e proprio azzardo. Ad ogni angolo poteva nascondersi una banda di briganti, pronta a tutto pur di derubare il malcapitato viaggiatore. Alcuni di questi briganti erano così efferati da essersi guadagnati un posto d’onore nell’immaginario collettivo. Nessuno però è mai riuscito a scalzare Domenico Tiburzi, detto Domenichino, dal trono del criminale più famoso della Maremma. Per sconfiggere la sua banda, il neonato governo nazionale fu costretto ad inviare migliaia di uomini in una caccia all’uomo che durò per anni. Cosa rendeva Domenichino così pericoloso? Il fatto che molti maremmani facevano il tifo per lui e lo proteggevano in ogni modo. Certo, era un poco di buono, ma li proteggeva dai soprusi dei latifondisti e dalle malefatte degli altri criminali. Domenichino, insomma, era considerato una specie di benefattore. Ad un secolo dalla sua morte, molti maremmani possono ancora raccontare storie di come il brigante avesse aiutato la loro famiglia. Questa è la storia del Robin Hood della Maremma. Da che mondo è mondo, attraversare le paludi della Maremma non è mai stata una passeggiata di salute. Se non ti beccavi la malaria, c’era sempre una banda di briganti pronta a rapinarti dietro l’angolo. La situazione era ben conosciuta, con una soluzione semplice: evitare la Maremma come la peste. D’altro canto, perché mai il governo del Granducato avrebbe dovuto preoccuparsi di quel che succedeva in quella terra povera, malsana e poco abitata? Per secoli i briganti potevano fare più o meno il comodo loro. Sapevano bene chi colpire e chi lasciar passare. Le cose cambiarono, parecchio, con l’unificazione. Il fragile sistema di controllo locale crollò nel giro di pochi anni, alimentato dal discontento di ampie fasce della popolazione. Le piccole bande di briganti crebbero anno dopo anno, diventando sempre più aggressive. Con il passare del tempo, iniziarono a sfidare apertamente la polizia, imponendo la loro legge. La banda più famosa fu quella guidata da Domenichino e dal suo secondo Luciano Fioravanti. Per trent’anni fecero il bello e cattivo tempo nella zona di Capalbio, prima di essere finalmente sconfitti alla fine dell’Ottocento, dopo aver imbarazzato non poco il governo di Roma. Le ragioni dietro a questo fenomeno sono molteplici. Prima di tutto, i poveri facevano il tifo per loro. Se le autorità erano viste come lontane, straniere, ostili, i briganti li conoscevano da una vita. Certo, erano criminali, ma facevano di tutto per aiutarli. Avevi un problema? Un vicino ti aveva rubato qualcosa? Aggredito tuo figlio? Soldi per avvocati e tribunali li avevano solo i ricchi. Molto più semplice chiedere aiuto a Domenichino, che avrebbe risolto tutto in maniera definitiva. In cambio non chiedeva soldi, bastava nasconderlo per qualche tempo quando la polizia era sulle sue tracce. La seconda ragione è forse più sorprendente. I proprietari terrieri non consideravano i briganti un vero pericolo. Certo, Domenichino voleva soldi per lasciarli in pace, ma erano soldi ben spesi. Pagarlo voleva dire garantirsi non solo la tranquillità, ma anche la protezione dagli altri criminali della zona. Alla fine, molti erano ben lieti di pagare, anche solo per evitare di vedere i propri raccolti andare in fiamme dalla sera alla mattina. La terza ragione è comune a tutte le zone dove il brigantaggio prese piede: il territorio. Solo chi era nato da quelle parti sapeva muoversi tra le foreste e le paludi. Bastava poco per svanire nel nulla e lasciare la polizia a brancolare nel buio. Alla lunga, la capacità dei briganti di prendere in giro le autorità li rese delle vere e proprie celebrità. Il mito dell’invincibilità di Domenichino cresceva ogni volta che i carabinieri erano costretti a tornare in caserma con le pive nel sacco. A renderlo però diverso e molto più pericoloso di altri briganti fu però il fatto che Tiburzi sapeva bene come ingraziarsi il popolo. La sua banda non attaccava mai i poveri contadini, ma solo figure legate al poco amato governo nazionale o qualche rappresentante dei latifondisti particolarmente odiato, guardiani, fattori, gente del genere. Aiutare i contadini, insomma, era il modo migliore per garantirsi la loro protezione – e con quella, la polizia non avrebbe potuto far nulla contro di lui. Ma chi era davvero Domenichino? La sua storia non è molto diversa da quella di tanti altri criminali dell’epoca. Domenico Tiburzi era nato nel 1836 in un villaggio vicino al confine col Lazio e si è incamminato ben presto sulla strada del malaffare. Dopo i primi furti da giovane, già a sedici anni si diede alla macchia per sfuggire ad un mandato di cattura della polizia. Quando fu catturato tre anni dopo, il processo per rapina finì in un nulla di fatto. Anno dopo anno la sua reputazione crebbe, tanto da guadagnarsi il famoso soprannome. Quando a 27 anni fu di nuovo processato dopo un’aggressione, la vittima aveva così tanta paura da rifiutarsi di testimoniare. Domenichino se la cavò un’altra volta. Le cose cambiarono nel 1867, quando passò dalle rapine all’omicidio. La sua prima vittima fu Angelo Bono, guardiano di una grande fattoria che lo beccò mentre coglieva qualche spiga di grano. Quando provò a multarlo, Tiburzi lo freddò senza pensarci due volte, svanendo nel nulla e riuscendo a sfuggire alla polizia per due anni. Alla fine fu catturato e stavolta non fu in grado di impaurire i testimoni, finendo in prigione. Gli anni in gattabuia non però furono sprecati, ma divennero la chiave del futuro successo di Domenichino. Dietro le sbarre riuscì a formare il nucleo della sua futura banda, tanto da riuscire ad organizzare un’evasione e darsi di nuovo alla macchia. Poco alla volta, altri criminali si unirono alla banda, attratti dalla reputazione di Tiburzi e dal fatto che fosse benvoluto dalla popolazione. La sua banda non disdegnava certo la violenza, specialmente nei confronti dei traditori. Nel 1883 un boscaiolo fu ingolosito dalla taglia ed indicò ai carabinieri il rifugio della banda. Domenichino riuscì a fuggire, ma non poteva lasciar passare questo tradimento impunito. Il boscaiolo si trovò di fronte proprio Tiburzi che prima gli sparò e poi lo fece a pezzi col suo coltello. Il prezzo per il tradimento era sempre la morte. Col tempo, Domenichino iniziò a dispensare la sua particolare forma di giustizia. Nel 1888, quando suo nipote gli fece sapere che un vicino gli aveva rubato un maiale, Tiburzi risolse la questione ammazzandolo. La striscia di sangue si allungò, ma in gran parte dei casi erano regolamenti di conti interni alla banda. Mettevi in dubbio la sua leadership? Morto. Parlavi con la polizia? Morto. Rubavi qualcosa spacciandosi per lui? Morto. La soluzione era sempre la stessa. Domenichino divenne ossessionato dalla sua immagine pubblica, ben conscio che la sua reputazione di “brigante del popolo” era l’unica cosa che gli consentiva di sfuggire alle attenzioni delle autorità. Alla fine, come succede a molti altri criminali, Domenichino iniziò a credere alla sua stessa leggenda e fece il passo più lungo della gamba. Ad un certo punto, la banda Tiburzi iniziò a chiedere il pizzo ai grandi latifondisti. Se non volevano che i loro raccolti o le loro case andassero a fuoco, dovevano pagare. I soldi, però, non finivano nelle tasche del brigante, ma venivano distribuiti da lui ai poveri. Le autorità potevano tollerare un brigante particolarmente efferato, ma non certo un vero Robin Hood che rubava ai ricchi per dare ai poveri. Nel 1893 la situazione diventò così seria da giungere alle orecchie del Primo Ministro Giovanni Giolitti, che ordinò una vera e propria caccia all’uomo. Nonostante fossero impegnati molti carabinieri, Domenichino riuscì a svanire di nuovo nel nulla. Gli anni passati a corteggiare gli abitanti della zona diedero i loro frutti. I contadini si rifiutarono di collaborare con le autorità e tradire il loro beniamino. Invece della facile vittoria che si era immaginato, Giolitti passò da una figuraccia all’altra. Gli arresti dei contadini, dei pastori che avevano aiutato Domenichino non produsse alcun risultato. Mostrare la faccia truce dello stato non fece altro che rinsaldare il legame tra il brigante ed il suo popolo. La situazione rischiava davvero di sfuggire di mano. Per evitare una ribellione aperta, il governo si decise a rivolgersi ad un vero e proprio esperto della lotta ai briganti, Michele Giacheri, un capitano dei Carabinieri che aveva dimostrato le sue capacità tra i boschi dell’Aspromonte. Giacheri non si fece prendere la mano dall’emergenza, passando tre mesi a studiare le prove, tracciare una mappa delle relazioni del brigante e mettendo a punto una strategia organica. Questo approccio metodico non era mai stato provato prima di allora. Il Robin Hood della Maremma aveva trovato il suo Sceriffo di Nottingham. Come la sua intera vita, anche la fine di Domenichino è poco chiara, con molti che mettono in dubbio la storia raccontata dalle autorità. La narrativa ufficiale è fin troppo semplice. Il 23 ottobre 1896, Domenico Tiburzi e Luciano Fioravanti si presentarono alla porta di una fattoria vicino Capalbio, cercando rifugio dal temporale. Il padrone di casa li ospitò come al solito ma, invece di tenere la bocca chiusa, riuscì ad informare i carabinieri, che nel corso della notte circondarono la casa. Domenichino provò a fuggire, ma fu colpito due volte ed ucciso. Il suo secondo riuscì a darsi alla macchia e provò a tenere viva la banda Tiburzi. Fioravanti, però, non aveva lo stesso carisma di Domenichino e fu ucciso tre anni dopo da un membro della banda. Evidentemente incassare la taglia sulla sua testa era preferibile ad una vita passata costantemente in fuga. Anche dopo la morte, Domenichino continuò a causare problemi alle autorità. Il parroco di Capalbio si rifiutò di sotterrare il brigante nel cimitero, scatenando le proteste della popolazione. Alla fine, per evitare nuovi tumulti, furono costretti ad una soluzione di compromesso. La tomba di Domenico Tiburzi fu quindi scavata attraverso l’entrata del cimitero. La parte bassa del corpo era su terra consacrata, mentre il torso e la testa, dove si pensava che risiedesse l’anima, rimasero fuori. Il Robin Hood di Maremma era passato a miglior vita, ma la sua leggenda era appena iniziata. Col passare degli anni le storie raccontate dai maremmani divennero sempre più inverosimili, tanto da trasformare Domenichino in una figura quasi mitologica. Nonostante sia passato oltre un secolo, però, è ancora possibile trovare qualche testimone. Nel 1996 una giornalista locale, Carla Vannetti, intervistò uno degli ultimi ad aver vissuto le scorribande del brigante. La storia che racconta è impossibile da verificare, ma è sicuramente più interessante della narrativa ufficiale e fornisce uno spaccato sulla personalità di questo “brigante del popolo”. Il padre del testimone incontrò Domenichino nel 1891, quando aveva solo 15 anni. Lui e Fioravanti si presentarono alla loro porta il giorno di Pasqua, dopo 10 giorni passati a sfuggire alle attenzioni delle autorità. I Carabinieri si presentarono proprio mentre si stavano preparando per il pranzo di festa ma i briganti riuscirono a fuggire con uno stratagemma. Dopo che i carabinieri se ne andarono, la famiglia continuò a sfamare e curare i due fuggitivi per ben sei settimane. Una volta calmate le acque, Domenichino li ricompensò e tornò alla sua banda, tornando una volta ogni tanto a fargli visita. Qualche mese dopo, il giovane contrasse il tifo e, dopo due mesi in sanatorio, fu rimandato a casa visto che i medici non potevano fare più nulla per lui. Quando Domenichino bussò di nuovo alla sua porta, andò su tutte le furie rendendosi conto delle condizioni del ragazzo. Avrebbero dovuto chiamarlo prima – lui si prendeva sempre cura dei suoi amici. Senza perdere un minuto, si mise in contatto con il fattore di una tenuta vicina che inviò una carrozza. Tiburzi disse al padre di portare il figlio ad una farmacia di un paese vicino e mostrare al farmacista un pettine ed uno specchietto rotondo. Avrebbe risolto tutto. Il farmacista chiamò una persona che viveva sopra al negozio, un tizio alto con un cappello a falde larghe che usciva solo di notte. Il “professore” non era di quelle parti e probabilmente era ricercato dalle autorità. Dopo aver visitato il giovane, il “professore” provò a dargli da mangiare della pasta, carne e vino. Il ragazzo non resse e svenì, spaventando a morte i genitori. Il professore si fece una grassa risata. Sperava proprio in una reazione del genere. Dopo 12 giorni, i genitori tornarono e trovarono il proprio figlio in ottime condizioni. Il padre cercò di ricompensare il farmacista ma lui non volle un centesimo. Lui e Tiburzi erano come fratelli, si davano una mano. Se il brigante avesse saputo che si era fatto pagare, si sarebbe sicuramente vendicato. Avrebbe vissuto fino a 89 anni, sempre grato nei confronti del brigante che gli aveva salvato la vita. A quanto pare, il ragazzo sarebbe stato un testimone oculare degli ultimi giorni di vita del Robin Hood della Maremma. Tiburzi e Fioravanti si presentarono alla loro porta la mattina, quando si resero conto che la polizia locale era sulle loro tracce. A quanto pare avevano un accordo con i poliziotti: normalmente li lasciavano fare ma ogni tanto i loro superiori li costringevano a cercarli sul serio. Avevano concordato un segnale: se avevano ricevuto l’ordine, avrebbero tenuto il sottogola del berretto allacciato. Tiburzi si spostò in un altro casolare ma fece sapere al padre che i suoi figli erano invitati ad una festa. A vent’anni difficile dire di no ad una festa, anche se ad organizzarla è un famoso criminale. Il party fu memorabile: montagne di cibo e fiumi di vino, che però non riuscirono a saziare Domenichino, il cui appetito era a quanto pare leggendario. Una volta finito il vino, il brigante perse la pazienza e mandò due giovani in paese a comprare altro vino. I ragazzi erano abbastanza ubriachi e fecero parecchia confusione in paese. Questo fu abbastanza per far intervenire le forze dell’ordine, che mangiarono subito la foglia e circondarono il casale. I carabinieri sapevano che, una volta in trappola, Domenichino avrebbe venduto cara la pelle, quindi presero uno spaventapasseri e gli misero in testa l’elmetto e una lanterna. Quando i cani si misero ad abbaiare, Tiburzi uscì iniziando a sparare. I Carabinieri lo stavano aspettando e lo colpirono ad una gamba. Fioravanti provò a convincerlo a scappare con lui ma Domenichino sapeva che sarebbero stati entrambi catturati. “Sei giovane. Ho vissuto abbastanza alla macchia. Scappa da solo”, disse. I Carabinieri si resero conto che c’erano diversi civili nella casa e intimarono al brigante di arrendersi. Tiburzi, che era riuscito a trascinarsi in casa nonostante la ferita, si mise a sedere su una sedia e rispose ai Carabinieri. “Mi avrete, certo, ma non vivo. Non passerò i miei ultimi anni in prigione. Lasciate andare questi ragazzi. Sono innocenti, avevano solo paura”. Il capitano non voleva rischiare di perdere uno dei suoi uomini ed acconsentì alle richieste del brigante. Una volta usciti i ragazzi, Tiburzi disse “Mi arrendo, ma avrete solo il mio cadavere”. Puntò la pistola alla gola e sparò un colpo. Storia vera, inventata? Chi può dirlo. L’autopsia ufficiale parla di un colpo alla nuca ma secondo il padre del testimone sarebbe stato il foro d’uscita. Nel rapporto si legge che il cappello a falde larghe del brigante aveva un foro, cosa che si spiegherebbe solo con un proiettile che viaggia dal basso verso l’alto, visto che attorno alla casa non c’erano alberi abbastanza alti. Possibile che si tratti di una coincidenza? Certo, ma questa versione è certo più credibile di quella ufficiale. Per anni i contadini della zona avevano fatto di tutto per proteggere il brigante, senza mai tradire la sua fiducia. Cosa sarebbe cambiato per convincerli al tradimento? Soprattutto, cosa avrebbe impedito alla banda di vendicarsi per la morte del proprio capo? Avevano ucciso in passato per molto meno. La cosa puzza – e parecchio. La Maremma perse il suo “brigante del popolo” ed aggiunse una leggenda alla propria collezione. Una cosa è certa: questa è proprio una terra strana. Se sia o meno Toscana, lo lascio decidere a voi.

L’Altra storia del Sud. Pasquale Villari e la nascita del meridionalismo. Michele Eugenio Di Carlo su Il Sudonline il 7 ottobre 2021. Il meridionalismo moderato liberale, ovvero quel modo di trattare le questioni sorte nel Mezzogiorno dopo l’Unità d’Italia mai in maniera realmente alternativa alle politiche governative della seconda metà dell’Ottocento, vede la luce nel 1875, quando Pasquale Villari scrive per il giornale di Torino l’«Opinione» le note «Lettere meridionali»[i]. Pasquale Villari, nato a Napoli nel 1826, allievo del Puoti e del De Sanctis, è stato docente di Storia all’Università di Pisa nel 1859 per poi proseguire la carriera universitaria a Firenze dal 1865 al 1913. Deputato alla Camera negli anni Settanta, senatore e poi ministro della Pubblica Istruzione nel biennio 1991-92. Il pensiero politico di Villari può essere ricondotto sinteticamente ad un conservatorismo volto alle riforme in campo sociale con particolare attenzione alle condizioni socio-economiche delle popolazioni del Mezzogiorno. Un riformismo quindi liberale conservatore che, data l’evidente crisi della Destra a metà degli anni Settanta, tenta una possibile via per respingere le tesi clericali e socialiste che avanzano, e si fanno largo, in ampi strati della popolazione, in particolare del Mezzogiorno. È opinione del tutto consolidata che la «questione meridionale» sbocci con le «lettere meridionali» di Villari. Ed è lo storico contemporaneo Piero Bevilacqua a dare sostanza a questa tesi, spiegandola con una duplice motivazione: «La prima è che la “questione meridionale” non si intende propriamente la storia della società meridionale in età contemporanea, quanto la storia delle analisi, dei dibattiti, delle politiche relative ai problemi del Mezzogiorno rispetto al resto del Paese. È la vicenda di una tradizione di pensiero, di culture, di forze politiche che, all’indomani dell’Unità d’Italia, posero al centro della riflessione il Sud come “questione”». Nella seconda, teorica ma non meno importante, Villari per primo vede la “questione meridionale” non come un problema regionale, ma come «il cuore stesso della fragilità della nazione Italia appena costruita»[ii], individuandone i limiti e gli errori di fondo. Nel 1875 i tempi erano ormai maturi affinché le forze liberali conservatrici al potere cominciassero a riflettere, mediante una concreta analisi storico-politica, le proprie gravissime responsabilità in merito alle condizioni del Mezzogiorno. Un Mezzogiorno, le cui problematiche erano state affrontate unicamente con gli strumenti della repressione violenta con la precisa volontà politica di conservare privilegi feudali di casta alla borghesia agraria, relegando nel limbo dei tempi passati le masse contadine e bracciantili condannate a uno stato di profonda degradazione umana e sociale, mantenendo costantemente in essere un regime autoritario, totalmente centralistico, fortemente censitario e elitario[1]. Già nel saggio pubblicato nel settembre del 1866 “Di chi la colpa? O sia la pace e la guerra”[iii], Villari un processo unitario avvenuto su base elitaria, privo di una vera coscienza nazionale e del consenso delle masse, oltre che in una condizione di totale dominio politico-militare del Piemonte; quello che più tardi Guido dorso definirà «conquista regia». Francesco Barra evidenzia, tra le motivazioni che «indussero Villari ad approfondire le proprie riflessioni sulla natura e sui limiti, spirituali e civili prima ancora che materiali, della Nuova Italia postrisorgimentale», il doloroso tentativo della Comune di Parigi del 1871 da cui emergeva nettamente una questione sociale a livello europeo e i deludenti risultati elettorali del marzo 1874 che consegnavano il Mezzogiorno alla Sinistra, penalizzando la sua Destra[iv]. Secondo lo storico Romeo Villari, l’analisi critica perfezionata dal suo omonimo «investiva l’insieme dei rapporti tra il Mezzogiorno e lo Stato, la particolare funzione immobilistica che le istituzioni avevano assunto nel Mezzogiorno (dove avevano confermato, al di là della scossa rivoluzionaria antiborbonica, vecchi privilegi, un arretrato ordinamento sociale, costumi semifeudali)». Anche per Romeo Villari «era la prima, profonda “autocritica” del liberalismo risorgimentale», ripresa e messa a punto poi scientificamente nell’inchiesta sulle condizioni della Sicilia dei toscani Franchetti e Sonnino[v]. Villari legava, indissolubilmente e sostanzialmente, la questione sociale delle popolazioni rurali del Mezzogiorno a quella agraria e demaniale. Il contadino meridionale, il cui sangue era stato versato a fiumi durante la guerra civile definita impropriamente “brigantaggio”, non era stato mai degnato di attenzione, «di alcuno studio, né di alcun provvedimento che valesse direttamente a migliorarne le condizioni». La vendita dei beni ecclesiastici, requisiti dopo l’Unità, e dei beni demaniali, per lo più usurpati dai “galantuomini” della classe borghese al potere, era stata l’ennesima occasione persa per la costituzione di una piccola proprietà contadina che avrebbe dato respiro sociale e dignità all’oppresso mondo contadino, tanto che «quelle terre, in uno o in un altro modo, andarono e vanno rapidamente ad accrescere i vasti latifondi dei grandi proprietari». Villari concludeva amaramente che le condizioni da «schiavi della gleba» dei contadini non erano migliorate dopo l’Unità d’Italia, addebitando per primo la responsabilità ai governi liberali che avevano lasciato la classe dei proprietari terrieri «padroni assoluti di quella moltitudine». Una classe, quella della borghesia agraria, che era diventata la classe governante nel Mezzogiorno e i cui interessi erano stati tutelati a scapito delle popolazioni[vi]. Il pensiero sociale riformistico di Villari, nato in un ambito istituzionale e ideologico condiviso, quello del liberalismo conservatore sabaudo, se aprirà la strada a studi e inchieste di studiosi, economisti e sociologi, non avrà mai quel respiro politico forte per cambiare la triste realtà delle popolazioni meridionali e del Mezzogiorno più in generale.

Guido Dorso, qualche decennio dopo, coglierà con queste parole il vano tentativo dei riformisti conservatori liberali: «Invano Pasquale Villari, Franchetti, Sonnino e Fortunato sognano il sorgere di una nuova classe dirigente meridionale sul terreno dello Stato storico. La soluzione è assurda, perché il problema non è ancora nemmeno percepito dagli stessi interessati e la borghesia terriera ha inventato l’arma definitiva: il trasformismo»[vii]. 

[i] P. VILLARI, Lettere meridionali al direttore dell’Opinione: marzo 1975, Torino, Tipografia l’Opinione, 1875.

[ii] P. BEVILACQUA, La questione meridionale nell’analisi dei meridionalisti, in Lezioni sul meridionalismo, Sabino Cassese (a cura di), Bologna, Il Mulino, 2016, p. 15.

[iii] Ora in P. VILLARI, Le lettere meridionali ed altri scritti sulla questione sociale in Italia, con introduzione di F. Barbagallo, Napoli, Guida, 1979.

[iv] F. BARRA, Pasquale Villari e il primo meridionalismo, in Lezioni sul meridionalismo (a cura di Sabino Cassese), Bologna, Il Mulino, 2016, p. 41.

[v] R. VILLARI (a cura di), Il Sud nella storia d’Italia, vol. 1°. Bari, Laterza § Figli, 1966, p. 107.

[vi] Cfr. P. VILLARI, Le lettere meridionali ed altri scritti sulla questione sociale in Italia, Firenze, Le Monnier, 1878.

[vii] G. DORSO, La classe dirigente dell’Italia meridionale, in Id., Dittatura, classe politica e classe dirigente, Laterza, Roma-Bari Collezione di Studi Meridionali, 1986, pp. 7-47, a pp. 26-28.

Quando i cannibali Borbonici mangiavano carne di Giacobini. Il libro di Luca Addante ristabilisce verità storiche su un tema rimosso del nostro essere europei: il cannibalismo. Paride Leporace su Il Quotidiano del Sud il 23 settembre 2021.  «Il popolo gli diede sopra, e lo lacerò tutto, lasciandoci sopra quasi solo le ossa. Fu ridotto a brani dalla carnivora plebe. Forse tutto fu abbrustolito e mangiato. Il fegato so che fu ridotto a cottura, e mangiato tutto nell’istesso Mercato dalla vil plebe sanfedista. Un lazzaro avendo ricusato di mangiarne, fu ammazzato». La terribile descrizione qui citata fa riferimento al tragico epilogo dell’impiccagione del patriota giacobino, Nicola Fiani, avvenuta il 29 agosto 1799, durante la cosiddetta anarchia sanfedista, che segnò tragicamente la storia di Napoli con la riconquista della capitale da parte delle armate del cardinale Ruffo contro i patrioti meridionali che avevano aderito alla Repubblica nata sugli ideali di quella francese. Quella del cronista Diomede Marinelli, è una delle centinaia di fonti, rintracciate, studiate, analizzate dallo storico Luca Addante, docente di Storia moderna a Torino e di origini calabresi, che compongono l’ossatura del volume appena pubblicato da Laterza “I cannibali dei Borbone. Antropofagia e politica nell’Europa moderna”. Un libro che a pochi giorni dall’uscita ha registrato l’attenzione della critica specializzata con lodevoli e ampie recensioni su La Stampa e il Mattino, ma soprattutto ha acceso vivaci discussioni social sulle pagine dei neoborbonici che, se in prima battuta hanno urlato al falso degli ultrà, si sono poi tacitati con senso di responsabilità riconoscendo l’ineccepibile documentazione di Addante su un argomento che non solo è un rimosso meridionale e partenopeo ma dell’intera cultura europea. Il merito dell’autore è stato, infatti, di poggiare molto su documenti e fonti borboniche che scrutano i cannibaleschi avvenimenti che la violenza politica portò tra le piazze insanguinate di rivoluzione e controrivoluzione.  Notizie sono tratte dalla relazione interna della Confraternita dei Bianchi, che si occupavano di assistere i condannati a morte e certo non potevano essere tacciati di giacobinismo, e da molteplici testimoni borbonici, che dissentivano dalla deriva sanguinaria presa dai lazzari che presero in ostaggio Napoli, con la contrarietà anche del cardinale Ruffo che abbandonò la guida politica davanti al “laissez faire” della monarchia borbonica. Addante con scrupolo storico documenta e illustra la violenza estrema, ma va oltre Napoli, e si sporca le mani con il tabù estremo del cannibalismo ponendo in sequenza tutti gli episodi di una storia negata e di parte, rimossa dagli europei per calcolo, considerato che fu adoperata per giustificare il colonialismo nei confronti degli indigeni degli altri continenti, che essendo cannibali non venivano considerati umani. La parola, infatti, fu coniata da Cristoforo Colombo che con successo poi la consegnò all’imperialismo eurocentrista. Fuori dal vecchio continente il cannibalismo è molto studiato, in Europa rimosso. In Europa dal medioevo al Rinascimento al Seicento (richiamato in copertina) numerosi furono gli episodi di cannibalismo legati alla ferocia della lotta politica (spesso religiosa) che hanno fatto registrare l’uomo che mangia il proprio simile come estremo disprezzo. Addante non risparmia la Rivoluzione Francese e scopre un caso inedito, quello dello scaricatore di pietre, Pierre Hèbert, che confessa con nonchalance alla polizia di aver partecipato al macabro banchetto di un ufficiale borbonico, come se fosse la vicenda più naturale del suo mondo. È questo uno scarto decisivo di questo nodale studio storico. Nelle cantine della storia scopriamo che anche noi siamo stati cannibali e abbiamo rimosso questa verità per questioni politiche e antropologiche. Addante ci mostra i fatti e li argomenta alla luce di classici illustri che mancavano di indizi preziosi. Alla curata sintesi di cento pagine narrate con avvincente scrittura (mentre un terzo del libro annota con il puntiglio cui l’autore ci ha abituato nei suoi precedenti libri i riferimenti bibliografici e d’archivio) se devo far una critica è quella di aver poco osato sul significato del cannibalismo nell’immaginario moderno che hanno descritto letterati italiani estremi, molto cinema di sottogenere e d’autore, e i serial killer dei tempi nostri. Ma forse era questo tema troppo ardito per uno storico di professione e avrebbe rischiato di andare fuori traccia. Il libro è avvincente per lo studioso e il curioso. Riapre il dibattito sulla cultura popolare. Segnalo, ad esempio, le importanti chiose sulla figura dell’Orco nelle favole di Calabria. E a proposito della nostra regione, non ci sfugge il ripetere del dato che la Santa armata del cardinale Ruffo fu chiamata dei calabresi, forzando il dato della partecipazione dei nostri regionali sanfedisti, causata dal fatto che la prima adunata avvenne in Calabria aumentando i pregiudizi oscurantisti sulla nostra identità. Il libro oltre ad illustrare il grande rimosso del cannibalismo europeo ha il merito di aggiungere pagine importanti sull’antropologia storica del sanfedismo. Altro tema rimosso da recuperare, e diamo merito all’autore di prendere posizione sulla dinastia dei Borbone dipinta oggi come moderna e illuminata dai suoi numerosi sostenitori, è che invece teneva nell’ignoranza oltre l’ottanta per cento della sua popolazione. E anche questo è cannibalismo e storia negata.

Virginia, la Contessa di Castiglione in missione per Cavour. Benedetta Craveri su La Repubblica il 10 agosto 2021. Storia della nobildonna, cugina di Camillo Benso, che usò il suo fascino alla corte dell’imperatore Napoleone III come esca politica per favorire il progetto dell’unità d’Italia. "Io son io", "moi c'est moi". A vent'anni come a quaranta, Virginia Verasis di Castiglione rivendica, nelle sue due lingue d'elezione, il diritto di essere se stessa e di vivere una vita consona alla sua posizione sociale, alle sue esigenze, alle sue doti intellettuali - ma erano pretese troppo in anticipo sull'epoca.

Dotata di una bellezza che aveva costituito per i genitori "un affar serio" sin da quando era adolescente, appena raggiunta la maggiore età era già una gloria del passato.

GIOVANNI BEZZI D’AUBREY, PATRIOTA DIMENTICATO. LOTTÒ A LUNGO PER UN’ITALIA DI STAMPO FEDERALE. CASUALITÀ (?) VUOLE CHE LA SECONDA PARTE DEL SUO MEMORIALE SIA ANDATA PERDUTA. Elena Pierotti su il sudonline.it il 13 aprile 2021. Quelle che sto per descrivere sono le gesta patriottiche di un uomo che, lui sì, ha contribuito in modo decisivo a rendere l’Italia intera libera dallo straniero, in vista della costituzione di uno Stato federale. Quando ciò non si realizzò, venne marginalizzato e dimenticato. Era l’uomo di punta di Cavour, come traspare dalle carte. Giovanni Bezzi d’Aubrey, questo il suo nome. L’ho conosciuto grazie alle gesta patriottiche di una nobildonna lucchese, anche lei dimenticata, la marchesa Eleonora Bernardini, che per lui mediò con la Francia negli anni cinquanta del XIX secolo. Fu l’uomo di fiducia di Camillo Benso, conte di Cavour, a Londra,  e scrisse un memoriale importante al Re Umberto I nel 1878, prima di morire, un vero e proprio testamento politico.  Ritengo questo personaggio essenziale per rivisitare i contenuti della nostra storia nazionale per una rilettura di situazioni e contenuti. Perché non celebrare l’uomo di punta del nostro Risorgimento dunque, il piemontese trapiantato a Londra Giovanni Bezzi d’Aubrey, insigne erudito, lo scopritore del ritratto di Dante al Bargello, lo studioso e uomo politico in stretta relazione con tutta la nomenclatura europea? Bezzi d’Aubrey non rappresenta solo il nostro Paese, ma l’intero continente, le sue contraddizioni, le sue paure, di ieri come di oggi. Io ho scoperto il personaggio per caso, grazie ad una biografia di Adriano Muggia dal titolo emblematico: “Giovanni Bezzi d’Aubrey, il patriota dimenticato”. Lo storico Muggia si è servito degli appunti del generale ed uomo politico Giuseppe Ottolenghi per rinvenire le carte del nostro. Presumo che le scelte politiche del Bezzi non collimassero affatto con quanto avvenne con l’Unità nazionale. Del resto Cavour morì e Bezzi venne relegato a figura di terz’ordine, senza più ricevere le attenzioni che un simile personaggio avrebbe meritato. Il nostro nacque a Desana (Vercelli) l’8 aprile 1796 ( nelle carte della nipote Pia Sergiusti sta scritto 1785) da una famiglia dell’alta borghesia piemontese e crebbe a Casale Monferrato, centro assolutamente attivo inuma dialogo, anche interreligioso, vivo sul piano culturale ed artistico. All’Archivio di Stato di Lucca c’è un fascicolo corposo a suo nome, donato da una nipote, la signora Pia Sergiusti, una delle figlie di Teodorina. Pia Sergiusti fu vedova di Lisandro seriasti. Quest’ultimo, che appartenne ad una nobile famiglia lucchese, presente in città sin dal 1380, giustifica la presenza delle carte del Bezzi nella cittadina toscana. Del resto lui stesso, come avrò modo di dimostrare, mantenne, come il conte di Cavour, vivi contatti con questa realtà geografica. Ecco cosa ricaviamo da alcuni appunti inseriti nel suo fascicolo personale in Archivio: “Ricevette la sua prima educazione al Liceo Imperiale fondato da Napoleone I – in Casale. Sin dalla prima giovinezza dimostrava un talento svogliatissimo, ma più di tutto per la musica – egli aveva sempre il violino, la chitarra in mano. A quattordici anni era un compito violinista. Ad otto anni il padre fiero del talento del figlio lo metteva a piede sopra in tavola; teneva, incantata, la compagnia in casa. La sua famiglia era assai distinta ed a palazzo Bezzi si davano conversazioni e concerti. Ciò nondimeno egli volle avere una professione. Studiò prima medicina, poi studiò legge, allorquando scoppiò la rivoluzione nel 1821. Qui raccontare il fatto del carabiniere se sembrerà opportuno al dottore di accennarlo. Questo incidente ebbe luogo in una rapida gita che fece a casale Monferrato, prima della determinazione di fuggire in Inghilterra. La data dell’arresto a Milano da Bolza non hanno saputo dirlo quei signori- poco mi hanno aiutato”. Prosegue l’ordinatore delle sue carte in Archivio:

“1821 – battaglia di Novara – accennare alla gran sua ferita nel petto, a corpo a corpo con un ufficiale austriaco – che durò sotto un ponte sino a che ambedue i combattenti feriti pare in volere, quasi privi di forza, spontaneamente si misero in riposo momentaneo, per riprincipiare la lotta.  Se non che in quel momento altri combattenti piombarono sotto il ponte ed i due avversari furono strascicati via coll’impeto della guerra generale.

1822 – si ricoverò a Ginevra in casa di amici per la guarigione della ferita. Era in allora che contava una sempiterna amicizia col Sismondi.

1823 – segue il già scritto della fuga in Inghilterra. Arrivato a Londra primo passo fu di presentarsi al Comitato di soccorso per gli italiani, già esistente dal 1821. Membri di questo comitato erano parecchi di distintissime aristocratiche famiglie. Tra i moltissimi esuli il Bezzi fu subito conosciuto per un uomo fuori dal comune talento che per potenza di spirito. Si trattava di guadagnare il suo pane. Si raccomandò per farsi maestro delle lingue francesi e italiane. Trovò subito appoggio e raccomandazione. Ma per lungo tempo esaurito il piccolo peculio che aveva portato con sé dal comitato svizzero e divisolo con altri compagni d’esilio, egli versò in uno stato di miseria che si avvicinava alla distruzione. Per tenersi soltanto che decentemente vestito e pagare una meschina camera nei sobborghi di Londra gli rimaneva non abbastanza per soddisfare all’indispensabile bisogno di nutrimento. Se non che per il fascino del suo temperamento amabile e paziente unito all’indefessa consacrazione al lavoro anche fra le persone di condizione assai inferiore alla sua, incontrava una simpatia che esprimeva in vari valevoli modi di soccorso. Il già scritto dell’incredibile quasi inaudita fora con la quale si diede ad imparare la lingua inglese. Il rapido passo che fece nell’introduzione nelle più nobili famiglie di Londra. Il vero amore che destò in loro, principalmente nella famiglia del ministro Lord Grey. La moglie, che Egli sposò dopo il periodo londinese, in Italia, precisò nelle carte di aver ricevuto dal marito, quando ormai erano peraltro felicemente sposati, la notizia della presenza di un figlio illegittimo avuto proprio nel periodo londinese, poi abbandonato dalla madre naturale e seguito in tutto e per tutto dal padre. La moglie sostenne che nessun torto le fu fatto, ma testo che soltanto sette anni dopo la sua unione seppe dal caro marito dell’esistenza di questo figlio. Era ciò nel momento che entrando in una buona eredità, la moglie volle che rispondesse alla chiamata di Cavour – piovuto dalle labbra di Panizzi – coi suoi molti ed onorevoli incarichi a Londra, sin ora egli aveva mantenuto il suo figlio illegittimo. La madre, tanto elegante signora che poi si rimaritò, l’aveva abbandonato, lasciando il peso sulle spalle del padre. La moglie sostenne che allora lei, senza alcun obbligo, nessuna promessa, che mai non me ne fece cenno, le fece capire che c’era abbastanza per tutti, che ciò che era suo era anche del figlio illegittimo”.

Apprendiamo dunque che la chiamata di Cavour in Piemonte, per onorare l’incarico di Parlamentare Subalpino, venne su suggerimento dello stesso Antonio Panizzi, che lo stimava e l’aveva a cuore. Sin dai primi anni d’esilio apprendiamo sempre dalle carte che il capo della polizia londinese stimava particolarmente il Bezzi. Ciò che con interessa particolarmente è il riferimento al 1853. Giovanni Bezzi d’Aubrey, in quel periodo per due legislature parlamentare subalpino, riceve un incarico ulteriore che nelle carte non viene menzionato ma che una lettera rinvenuta nelle carte della marchesa Eleonora Bernardini di Lucca lascia supporre. Nel suo fascicolo personale in archivio c’è una lettera di Lord Minto al Bezzi: “Nervi, marzo 1853. Caro signor Bezzi, in affari come questi il tempo è d’importanza perciò non ho voluto aspettare la lettera che mi promettete dalla lady Gray ma questa mane stesso per mezzo di Lord Hadson ho scritto confermando di vero cuore la testimonianza in vostro favore del Lord Londwownw e di Panizzi, testimonianza di altri più valore delle ie. Però la raccomandazione che desiderate al Conte Cavour non era necessario per voi. Io già vi congratulo perché son sicuro che i vostri voti saranno pienamente esauditi. L’amico Minto.”.Egli era già stato incaricato d’affari a Torino, il successore suo era Hudson. Minto amava assai l’Italia e fu di grandissimo aiuto alla causa dell’indipendenza sua. In quel 1853 iniziò la Guerra di Crimea in cui Cavour si inserì un anno dopo, con un corpo di spedizione sabaudo, allo scopo di far conoscere in Europa le vicende italiane al congresso di Parigi del 1856. Qui prese l’avvio il processo di unità nazionale. In verità il terreno era già stato preparato, se in data 26 maggio 1854 Giovanni Bezzi scriveva da Livorno alla Marchesa Bernardini di Lucca: “Madame la Marquise, je venais que ce matin une reponce de Marseille seno la Lègion étrangere pour Algeri. Ul y a souvent mais qu’an m’en fait…Bien fait recevoir pour le bateau annéè ce matin”.  Questo documento è contenuto nelle carte Carafa. I Carafa di Noia sono un’importante famiglia partenopea di cui un ramo era presente in Lucca. Ciò conforta sul coinvolgimento di tutti gli Stati della penisola nelle mosse politiche del periodo. Il messaggio viene classificato dalla polizia granducale toscana come sospetto. Le frasi sono in effetti apparentemente “sconnesse”, ed il riferimento alla Legione Straniera francese affatto marginale. Considerando che la marchesa Eleonora Bernardini è stata un’amica sincera dell’ex imperatrice Giuseppina Bonaparte, prima moglie di  Napoleone I e nonna dell’Imperatore napoleone III. Considerando che l’intera famiglia Bonaparte ha sempre assiduamente frequentato al marchesa, nei tempi bui così come nei tempi felici. Che quest’ultima ha addirittura coperto patrioti mazziniani negli anni trenta del XIX secolo erano ricercati dalle varie polizie della Penisola, compresi all’epoca gli stessi Bonaparte, quando questi furono dei rifugiati mazziniani nel Ducato Borbonico lucchese, si evince che la Marchesa fosse tenuta in seria considerazione negli ambienti sabaudi. La marchesa non era personaggio che si potesse ignorare, nell’intero contesto nazionale. Il Principe di Metternich, e sappiamo tutti quale abile diplomatico fosse, l’aveva in grande considerazione e, come appare dalle lettere rinvenute, la teneva d’occhio nelle occasioni mondane, questo sempre negli anni trenta del XIX secolo. Nel 1854 la Marchesa, ormai anziana ( morirà in Lucca l’anno successivo) fu senz’altro votata ad una soluzione italiana federalista che sempre aveva inseguito, forte del particolare legame, quasi materno, con Napoleone III. Dunque il nostro non era un semplice parlamentare subalpino ma appare come un vero proprio “agente infiltrato”. La sola sua presenza londinese in Aubrey House che fu nutrita spiegherebbe la circostanza della lettera.

Aubrey House, simbolo del parlamentarismo, frequentata dagli ambienti carbonari e liberali in ambito internazionale, dove troviamo Giuseppe Mazzini, ma anche Giuseppe Garibaldi, Antonio Panizzi, Miglio, Beolchi, Gabriele Rossetti. Luogo deputato alla cultura liberale sia in ambito letterario che artistico e politico. Il nostro fu in effetti in relazione con personaggi come Samuel Coleridge ( poeta e filosofo inglese); Lord McCaulay (storico, saggista e politico whig inglese); Samuel Rogers ( poeta inglese); George Grote (storico rinomato); Landor ( rinomato letterato, suo amico personale); di Antonio Panizzi era intimissimo. Giovanni Bezzi dopo la morte di Cavour venne di fatto marginalizzato, dimenticato, sapeva troppo e soprattutto non approvava la politica dell’Italia Unitaria. Lo storico lucchese Gino Arrighi nel 1960 scrisse un breve articolo dal titolo “Un invito conciliazionista di Giovanni bezzi” pubblicato sull’ “Eusebiano”, settimanale cattolico di Vercelli. Si tratta di un memoriale inedito a Umberto I che il Bezzi scrisse nel 1878, l’anno prima del suo decesso, avvenuto in data 7 febbraio 1879. Gli importanti contenuti del memoriale e le particolari condizioni in cui è stato rinvenuto già di per sé offrono molte spiegazioni. Il memoriale del patriota potrebbe a pieno titolo essere stato scritto dallo stesso Cavour, quasi una sorta di intervento dell’uomo politico dall’oltretomba. Non si tratta di assolvere nessuno, ma solo di fare chiarezza. Un uomo, il Bezzi, che avrebbe voluto alla fine della sua vita vedere una conciliazione sia religioso che politica nel suo paese, che era ben lontana dall’essere realizzata. Scrisse infatti: “sono un esule del 1821 per aver preso parte come federale alla prima infausta battaglia di Novara in quel romantico primordio della liberazione della nostra patria. Passai in Inghilterra credo un non inonorato e sterile esilio, poiché vidi ivi l’andamento del sistema di governo di quella gran Nazione che sa conciliare il diritto pubblico col privato. Il compianto Conte Cavour mi chiamò in Italia nel 1856 e nelle due legislature in che io sedei in Parlamento, mi affidò diverse incombenze particolari colo scopo di sempre più stringere le simpatie fra l’Italia ed il Governo e la Stampa Inglese, e così e prima e dopo la triste Pace di Villafranca mi fu largo della sua benevolenza, mi onorò anzi della sua intrinsichezza e mi manifestava anche alcuni dei suoi più intimi pensieri. La conciliazione della potenza ecclesiastica colla civile, era allora come tuttavia la difficoltà più irta di quante possano minacciare l’avvenire della Patria e quello di Vostra Maestà […]” . La seconda parte del Memoriale è mancante, ma questa prima parte offre spunti assai importanti per definire il quadro. Perché il Bezzi della lettera della marchesa Bernardini è proprio il Bezzi d’Aubrey?  Nel periodo della sua vita londinese il Bezzi incontrò il Duca borbonico Carlo Ludovico di Borbone Parma e i Bonaparte che qui si recavano, da mazziniani. Il Borbone Parma era infatti, come appare dalle lettere, in strettissimi rapporti con Antonio Panizzi. E sempre il Borbone Parma sosteneva i Bonaparte da rifugiati mazziniani nel suo ducato, sempre come appare nei documenti. Tommaso Sergiusti in quegli anni fu il Gonfaloniere di Carlo Ludovico. Quel Tommaso Sergiusti fece parte della famiglia che la nipote del Bezzi incontrò col suo matrimonio qualche anno dopo.

Nel 1854 Cavour voleva entrare nella Guerra di Crime. Non corteggiò solo Londra ma anche la Francia. Le incombenze particolari di cui ci parla il Bezzi nel suo Memoriale si riferiscono a queste situazioni. Cavour evidentemente aveva inviato il Bezzi a Livorno per agganciare rapporti anche con Parigi. L’ avere a cuore il Bezzi la questione Conciliazionista al termine della sua vita spiega come Egli si spese in un’opera che vide Napoleone III  al centro delle trattative tra il papato e Casa Savoia. Il Bezzi, non dimentichiamolo, si era formato nel Liceo napoleonico di Casale Monferrato. Aveva seguito lui e l’intera sua famiglia le gesta non solo napoleoniche ma anche murattiane. Murat in Tolentino prese dimora, non casualmente, in Palazzo Bezzi. Poteva aver approvato una posticcia rinuncia conciliazionista e federalista in nome di uno Stato nazionale centralista e incapace di tenere conto delle varie istanze politiche, religiose ed economiche del Paese? E’ molto probabile, se non certo, che la parte del Memoriale andata perduta contenesse proprio questi riferimenti, per un patriota a cui un’Unità sicuramente scellerata, possiamo ben dirlo, decretò l’oblio.

DALLA PRAMMATICA DEL 1792 ALLA REPUBBLICA PARTENOPEA DEL GENIO LUCANO F.M. PAGANO. Michele Eugenio Di Carlo su movimento24agosto.it il 31.03.2021. Nell’ambito del florido dibattito illuministico di fine Settecento favorito da Ferdinando IV di Borbone si faceva sempre più pressante la richiesta di riformare il sistema agro-pastorale migliorando la distribuzione della proprietà attraverso l'incameramento dei beni feudali ed ecclesiastici e la loro vendita frazionata in unità colturali economicamente valide, liberate dal gravame degli usi civici. Ferdinando IV, educato alle «lezioni» di Bernardo Tanucci e non dimentico dei suggerimenti del padre Carlo di Borbone, aveva ormai acquisito la fondata convinzione che l'agricoltura andava rilanciata, riducendo drasticamente il latifondo e assegnando i terreni feudali incolti ad una moltitudine di braccianti, contadini, piccoli coloni, «massari di campo», che da salariati precari avrebbero dovuto convertirsi in piccoli e medi coltivatori diretti. Il 23 febbraio 1792 veniva emanata la prammatica XXIV De Administratione Universitatum, data la «scarsa utilità proveniente dai terreni demaniali di varia specie, de’ quali abonda il Regno [...] per fare ovunque fiorire la meglio intesa agricoltura, sorgente primordiale delle ricchezze, in quanto fosse compatibile collo stato delle popolazioni […] In tale considerazione ha voluto S. M. prescrivere il modo di rendere attiva l’industria dei suoi sudditi; indicando le regole generali da eseguire una tanto benefica operazione [...]. Col presente editto, adunque, in forma d’istruzione si permette di censire i terreni demaniali di qualunque specie, giusta il prescritto in esso, ed a tenore della norma data in seguito di questo, e l’emolumento che ciascuna Università ne ritrarrà, sarà principalmente impiegato in disgravio della classe più bisognosa con approvazione di S. M.».

La prammatica stabilisce all'art. 4 che nella «censuazione» (enfiteusi (1) di terreni coltivati) dei demani universali «si preferiranno i bracciali (2) nei terreni più vicini alle popolazioni; dandone loro nella misura, che possano coltivarli colla propria opera, ed in quelli più lontani a’ cittadini coltivatori più facoltosi da esercitarne una più estesa coltura»; all'art. 5 ribadisce che «fatta la scelta de’ meno provveduti di terreni, quei, che rimangono, saranno assoggettati alla sorte»; all'art. 6, relativamente ai demani universali adibiti al pascolo, si legge che «saranno ripartiti tra i possessori degli armenti, e per la picciola industria de’ cittadini non possidenti, qualora sia richiesto, si lascerà qualche porzione per loro uso solamente, pagandone discreta fida», a beneficio della Comunità. Non manca, nell'art. 10 della prammatica, l'attenzione verso corrette pratiche ambientali tali da prevenire erosioni del suolo, frane e smottamenti, riguardo a territori scoscesi attraversati da fiumi e da torrenti dove «si dovrà pattuire di doversi soltanto piantare, e non coltivarli».

Riguardo ai demani feudali, l'art. 12 sancisce che al barone deve essere attribuita la quarta parte del demanio «per uso de’ suoi animali e cultura, e l’altre tre parti si dovranno censuare colle regole di sopra prescritte per le diverse qualità de’ terreni». Quindi, le tre parti restanti devono andare ai Comuni che devono censirle ed assegnarle in enfiteusi a braccianti, contadini, coloni, massari di campo, a compenso della perdita dell'esercizio degli usi civici (3). .La prammatica non consegue i risultati tanto attesi dal popolo quanto temuti dai baroni, non ha effetti pratici nella realtà socio-economica del Regno, né tantomeno nella realtà, ben più complessa e intricata, che la Regia Dogana con la transumanza ha intessuto nella Capitanata. Ma determina negli strati bassi del ceto rurale, per la prima volta presi in seria considerazione, la corretta convinzione che rivendicare condizioni migliori di vita, ottenendo un pezzo di terra incolta da coltivare, sottratto al dominio assoluto del barone, senza più vincoli e pesi feudali da sopportare, senza abusi e angherie umilianti e degradanti di ogni sorta da subire, non solo è del tutto legittimo e naturale, ma è condizione essenziale per uscire dai secoli bui del feudalesimo e per superare quell'economia chiusa e limitata che da secoli li relega nel «limbo della Storia».

I baroni non vedono di buon occhio la fine di un sistema che li ha visti padroni assoluti non solo dei beni patrimoniali, ma anche degli esseri umani ridotti a semplici «giumenti», soggetti a una giurisdizione civile e penale iniqua, asfittica e immorale. I baroni hanno bisogno di tempo per maturare e realizzare come trasformare a loro vantaggio la perdita dei vecchi privilegi feudali con l'acquisizione di nuovi privilegi: quelli dell'alta borghesia agraria, classe nella quale confluiranno, approfittando delle leggi eversive napoleoniche, per continuare a gestire con incuria estesi latifondi in gran parte usurpati grazie alla complicità e al tacito consenso della nuova classe borghese emergente al potere. Il nuovo gruppo sociale che si approprierà illecitamente delle terre che avrebbero dovuto essere assegnate in quote a braccianti e contadini, per favorire la piccola e media proprietà coltivatrice. Il fallimento del tentativo riformistico di rinnovare la società e lo Stato, di dare impulso all'economia favorendo la «pubblica felicità», segna la rottura di gran parte della cultura illuminista con il riformismo assolutistico dei Borbone. Nel 1793, all'indomani della prammatica e alla scadenza del contratto sessennale dei pascoli regi, si prospettano due soluzioni al governo e all'amministrazione della Regia Dogana di Foggia: rinnovare il contratto di affitto o concedere la censuazione. I locati, riuniti in assemblea generale, si pronunciano a maggioranza a favore dell'affitto e il governo si adegua a tale volontà. Il 23 gennaio 1799 le truppe del generale Jean Étienne Championnet entrano a Napoli dando vita alla Repubblica partenopea. Francesco Mario Pagano, lucano di Brienza, uno dei “cervelli migliori d’Europa”, noto per le idee liberali di sostegno alle fasce deboli, viene subito inserito tra i venticinque membri del Governo e, attivissimo nel Comitato di legislazione, fa celermente approvare leggi che aboliscono i fedecommessi, le primogeniture, la tortura, importanti diritti feudali, secondo il suo «progetto» di repubblica, sintetizzato in queste frasi ispirate a nobili principi: «La libertà, la facoltà di opinare, di servirsi delle sue forze fisiche, di estrinsecare i suoi pensieri, la resistenza all'oppressione sono modificazioni tutte del primitivo diritto dell'uomo di conservarsi quale la natura l'ha fatto e di migliorarsi come la medesima lo sprona. La libertà è la facoltà dell'uomo di valersi di tutte le sue forze morali e fisiche come gli piace, colla sola limitazione di non impedire agli altri di far lo stesso (4)».

I “Saggi Politici”, costituiscono l’opera principale di Pagano, pubblicati tra il 1783 e il 1785, quando il grande giurista aveva ancora piena fiducia nella monarchia illuminata, convinto che Ferdinando IV avrebbe utilizzato i suoi studi sulla riforma del diritto penale per compiere passi avanti contro i privilegi di una società ancora feudale. Ma la rivoluzione francese e l’esecuzione capitale in Francia di Maria Antonietta, sorella della sovrana del Regno di Napoli, comporta una svolta repressiva e autoritaria della monarchia borbonica che conduce Pagano, nella seconda edizione dei Saggi del 1795, ad una decisa presa di posizione antimonarchica. Imprigionato nel 1796 per cospirazione e rilasciato per mancanza di prove, nel 1798 lascia Napoli per Roma (5).

Tornato a Napoli durante la rivoluzione, la difende con le armi in pugno. Con grande forza morale, nella piena facoltà di esprimere con libertà idee e pensieri, Francesco Mario Pagano sale impavido e distaccato sul patibolo il 29 ottobre del 1799, lo stesso giorno e nella stessa piazza del Mercato in cui nel lontano 1268 era stato giustiziato Corradino, che nel 1789 gli aveva ispirato un’opera teatrale. Ironia della sorte e fine di un'epoca. Non poteva prevedere Pagano che un popolo intero si sarebbe schierato a difesa del proprio sovrano e che la successiva occupazione militare francese del 1806 del regno di Napoli avrebbe comportato l’uccisione di circa 60 mila conterranei. Non avrebbe mai potuto immaginare che nel 1802 Napoleone Bonaparte avrebbe rispristinato lo schiavismo abolito dalla Rivoluzione francese e che sul finire del 1804 si sarebbe fatto incoronare Imperatore portando guerre, carestie e morte in tutta Europa e insediando, nei nuovi regni conquistati, amici e parenti. Ci avrebbe pensato più tardi Vincenzo Cuoco a spiegare che nessuna rivoluzione è possibile contro e senza il popolo.

Note bibliografiche

1 - L'enfiteusi è il diritto di godere di un fondo altrui con l'obbligo di migliorarlo e di pagare al proprietario un canone. L’enfiteusi può essere perpetua o temporanea per non meno di 20 anni. L'enfiteusi comporta il diritto di affrancazione del fondo rustico che, attualmente, è regolato pagando una somma pari a 15 volte il canone annuo.

2 - Braccianti.

3 - Prammatica XXIV del 23 febbraio 1792 «De Administratione Universitatum». Da demaniocivico.it.

4 - F. M. PAGANO, Progetto di costituzione della Repubblica napolitana presentato al governo provvisorio dal Comitato di legislazione, in Riformatori napoletani (a cura di F. VENTURI), Milano-Napoli 1962, pp. 909-910.

5 - A. GARGANO, Francesco Mario Pagano, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici

PATRIOTI NAPOLEONICI. LA LOGGIA 33 “VITTORIA” ED IL PLENIPOTENZIARIO NAPOLETANO: LA STORIA DEL MARCHESE DEL GALLO. Elena Pierotti su ilsudonline.it il 2 aprile 2021. Il patriota lucchese Giuseppe Binda, agente murattiano durante il Regno di Napoli e successivamente, dopo un passaggio in Inghilterra, divenuto cittadino americano, nonché console americano a Livorno durante il primo Risorgimento, nella sua fuga verso Genova nel 1815 per portare documenti importanti a Lord Bentick, di stanza a Genova in quel momento, aveva con se le lettere del Gallo. Chi era il Marchese del Gallo? Nato nel 1753 presso Nola, morì a Napoli nel 1833. Un diplomatico di rango, per conto del Regno di Napoli. Fu a Torino e a Vienna. Soprattutto qui, nel 1796 riuscì a combinare diversi matrimoni stringendo alleanze tra gli Asburgo ed i Borbone. Fu lui a trattare con la Francia la Pace di Campoformio nel 1797. Quando il trattato di neutralità non venne rispettato dalla Francia, il nostro passò al “nemico” servendo i Bonaparte, prima Giuseppe Bonaparte, poi Gioacchino Murat. Era di fatto il loro Ministro degli esteri. Marzio Mastrilli del Gallo, Marchese, poi divenuto Duca con nobilitazione del Re di Napoli Gioacchino Murat, era un Massone. Apparteneva alla Loggia Vittoria, fondata agli inizi del seicento nella città di Vittoria, in Sicilia. Il nostro di madre faceva Caracciolo, aveva studiato a Roma nel celebre Collegio Clementino e uno zio Caracciolo, un religioso, era stato il suo nume tutelare. La Loggia Vittoria 33 era di rito inglese. Eppure il Gallo con gli inglesi non ebbe sempre un rapporto privilegiato. Agevolò da diplomatico gli zar, nel tentativo di fare spazio alla marina borbonica nel Mediterraneo per chiudere alcuni traffici proprio agli inglesi. Mi ha incuriosito il suo legame con Giuseppe Binda, che era lucchese di nascita. Ed infatti in Lucca troviamo ancora oggi un palazzo, designato con il nome di palazzo del Gallo, ed una strada, dove il palazzo si trova, a lui intitolata. Questa strada è adiacente a via del Battistero, l’ex Duomo longobardo oggi sconsacrato, che è dedicato a San Giovanni Battista. La Loggia cui il nostro apparteneva fu creata in ambito Gerosolomitano, dai cavalieri di Malta. Scopriamo così che la città di Vittoria, cui si richiama la Loggia, fu fondata dalla contessa Vittoria Colonna. Suo fratello era il cardinale Ascanio Colonna che in Venezia era il priore dell’Ordine dei Cavalieri di Malta, carica condivisa col nipote Fabrizio Colonna, figlio della sorella Costanza, protettrice del celebre Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio. Saranno coincidenze, ma non possiamo ignorarle. Il Gallo, nel Regno di Napoli ebbe legami, in epoca Borbonica, giusto sottolinearlo, col Vate Gabriele Rossetti quando questi era il direttore del San Carlo di Napoli. Poi il Vate fuggì a Londra, qui si sposò e dette origine alla celebre dinastia Rossetti, che ha avuto un ruolo importante nel nostro Risorgimento. Anche il Vate era un esponente di una loggia massonica. Il Vate Rossetti nel 1839 era in corrispondenza con un patriota mazziniano lucchese, Pier Angelo Sarti, che con la moglie inglese si era temporaneamente ricollocato in Lucca. Proveniva il Sarti dal Britsh Museum ed era conterraneo dei Puccini ( nativo di Celle di Puccini). Alcuni avi di Giacomo Puccini li ritroviamo, stanti i documenti, a musicare anche  in Napoli. E tutti i musicisti in Lucca, compreso Giacomo Puccini, per tradizione venivano battezzati nell’allora consacrato duomo di San Giovanni. Lì troviamo i loro atti di battesimo. Nulla viene per caso, verrebbe da dire, osservando le carte.  Anche perché il duca Borbonico Carlo Ludovico, della dinastia collaterale dei Borbone Parma, si era messo a fare in quel periodo “il patriota protestante” e soprattutto proteggeva spesso nel suo Stato patrioti di ogni colore. La particolarità dei legami ancestrali col Regno di Napoli dello Staterello lucchese ben doveva coniarsi con queste nuove strategie del Duca. Troviamo in Napoli una chiesa, anche questa oggi sconsacrata, dedicata alla Croce di Lucca, e fondata nel cinquecento da un nobile lucchese appartenente alla famiglia Sbarra. Palese la devozione anche in terra partenopea per il Volto Santo, custodito nel duomo di San Martino in Lucca, e che aveva rappresentato, per tutto il Medioevo ed oltre, una reliquia molto venerata in tutta Europa. La collocazione lucchese sulla via Francigena ne aveva consentito maggiore visibilità. Quella chiesa dedicata in Napoli alla Croce lucchese, affidata a suore Carmelitane, era di pertinenza anche della famiglia del Marchese del Gallo.Varie famiglie presenti in Lucca avevano origini partenopee. Ricordo la famiglia lucchese di origini napoletane che dimorava in San Concordio di Moriano, presso Lucca, ed aveva residenza anche in città, i Pierantoni. Oltre naturalmente ai Carafa di Noia, che ho citato in un articolo presente sul sito storico.org, peraltro provenienti proprio dai feudo di pertinenza del Marchese del Gallo, Noia. Una città, quella lucchese, che probabilmente nascondeva al suo interno in quanto città Stato, legami profondi con altre realtà peninsulari, non ultima quella napoletana. Ricordo in proposito, sempre per citare un celebre musicista, la figura di Francesco Xaverio Geminiani. Nato a Lucca nel 1687 e deceduto a Dublino nel 1762, appartenuto sin dal 1725 alla Loggia Massonica Queen’s Head, si era formato come musicista in terra napoletana con i Maestri Ambrogio Lunati ( detto il Gobbo) ed Alessandro Scarlatti. Entrambi fondatori della scuola musicale napoletana. Nel 1705 il Geminiani tornò a Napoli e qui entrò nel Collegio dei Nobili, prendendo contatti con gli ambienti aristocratici partenopei. Fu da 1706 primo violino presso il Teatro dei Fiorentini di Napoli. La successiva vita londinese del musicista lucchese lo porterà poi a organizzare la prima Loggia italiana a Napoli, “La Perfetta Unione”, considerata la prima ufficiale Loggia Massonica italiana, il cui Gran Maestro divenne Raimondo di Sangro, Principe di San Severo. Le corpose ma ancora frammentarie notizie sui rapporti tra la città di Lucca e Napoli, nonostante questi illustri esempi, non ci consentono PER IL MOMENTO di realizzare uno studio approfondito. Sappiamo che Lord Bentick a Genova, nel 1815, fu raggiunto non dall’agente murattiano Giuseppe Binda, scoperto dagli austriaci, bensì dall’agente napoletano dell’allora Re di Napoli Gioacchino Murat, il Macirone, che appunto sostituì nel compito affidato precedentemente al Binda. Lord Bentick non prese in considerazione alcuna possibilità per Re Gioacchino, di alcuna forma di mediazione.

 Volle farsi personalmente consegnare dall’agente Macirone le preziose lettere del Marchese del Gallo, che Macirone possedeva. Il Marchese non era una persona irrilevante per i prestigiosi ruoli ricoperti, preziosa dunque la documentazione che le Sue lettere contenevano.  Il Marchese del Gallo nel 1801 aveva trattato con Napoleone anche per lo Stato dei Presidi in Toscana, realtà politica ormai desueta, abolita definitivamente da Napoleone in quel frangente. Napoleone dette per l’occasione garanzia alla dinastia collaterale dei Borbone Parma di ricevere lo Stato d’Etruria. La presenza di una dimora del marchese del Gallo in Lucca è dunque anche per questo giustificata. Chi conobbe in Lucca il marchese del Gallo, oltre all’avvocato agente murattiano Giuseppe Binda? Il Marchese Marzio Mastrilli fu particolarmente intimo di Giuseppe Bonaparte, fratello maggiore di Napoleone I°ed il primo Re napoleonico del Regno di Napoli. Giuseppe Bonaparte aveva conosciuto ed apprezzato il plenipotenziario di Seravezza, in provincia di Lucca, il Cavalier Luigi Angiolini, anche lui intimo di Giuseppe Bonaparte. L’amicizia tra il cavalier Angiolini e Giuseppe Bonaparte sfocerà dopo la sua morte, nella frequentazione della figlia, dell’Angiolini, Enrichetta, e del di lei marito Gherardi Angiolini, con Luigi Napoleone Bonaparte, futuro Napoleone III e con la di Lui moglie Carlotta. L’amicizia tra Enrichetta Angiolini e il secondo Imperatore Bonaparte durerà a lungo. Ma già quando Luigi Napoleone ed i suoi cugini erano dei perseguitati mazziniani fuggiaschi nel Ducato di Lucca, negli anni 1834-1837,  i legami con gli ex ambienti murattiani che facevano capo a Giuseppe Binda ed al Marchese del Gallo c’erano tutti. Nel 1831 Giuseppe Binda, ormai esule negli Stati Uniti, dette in prestito la sua villa di Segromigno in Monte, presso Lucca, a tre cospiratori, che erano il Bichi, frequentante il salotto del Buon Riposo di Seravezza di Enrichetta Angiolini, il Gherardi Angiolini, suo marito, e Michele Carducci, il padre del poeta Giosuè. Tre accesi mazziniani, come mazziniani in quel periodo erano anche molti napoleonidi superstiti, non ultimo proprio Luigi Napoleone. Sempre in epoca napoleonica, durante il Primo Impero, troviamo con buona probabilità il Marchese del Gallo avere rapporti confidenziali con una Dama vicina ai Bonaparte così come l’intera sua famiglia. Mi riferisco alla Marchesa Eleonora Bernardini di Lucca. Intima dell’Imperatrice Giuseppina, aveva conosciuto Luciano Bonaparte, come si evince dalle Sue carte. Ma anche Maria Carolina Bonaparte, la vedova di Gioacchino Murat, sempre come possiamo constatare nelle Sue carte. Fu caro al Marchese Gallo anche il bizzarro padre Gioacchino Prosperi, il conte lucchese in confidenza con la Marchesa Bernardini, che negli anni venti del XIX secolo era stato un padre Gesuita nel Piemonte di Carlo Felice e successivamente un patriota di stampo bonapartista, nonché padre Rosminiano, in Corsica? Se il Conte padre Prosperi rappresentò una sorta di patriota di raccordo tra lo Stato Piemontese e la Lucca di Carlo Ludovico di Borbone Parma, come appare dalle Sue carte, tutto lascia pensare che “Il Buon Prosperi” non fosse indifferente alle profferte “rivoluzionarie”, negli anni venti del XIX secolo, del plenipotenziario Marchese del Gallo. Proprio nel 1820, infatti, padre Grassi, il padre Gesuita piemontese in confidenza con padre Gioacchino Prosperi ( quest’ultimo uscì dall’Ordine Gesuita nel 1826 per divenire padre Francescano nonché di fede Rosminiana), nel suo peregrinare fu spedito proprio a Napoli, luogo sicuramente più deputato di altri a cambiamenti repentini e sulla scia di una rivoluzione moderata, che prevedeva una carta costituzionale ottroiata, come del resto avvenne in Francia qualche anno dopo. In quegli anni padre Prosperi era un padre Gesuita ma ciò non gli impedì di avvicinare quelle frange moderate che gli consentirono di cambiare vita e relazioni. E dunque il riferimento a padre Grassi potrebbe presagire queste particolari circostanze. Il moderato marchese del Gallo in effetti non potette non aver conosciuto e/o sentito rammentare questo ingombrante e contestato personaggio, il sacerdote lucchese padre missionario nella Corsica bonapartista di quegli anni, capace di avvicinare tutto e tutti. Il marchese del Gallo durante il Regno napoletano di Re Gioacchino Murat, aveva stretto amicizia con ogni probabilità anche con un patriota lucchese di stampo moderato ma non lontano da quegli ambienti sabaudi che mai abbandonarono fino alla sua caduta il tentativo di perorare la causa nazionale italiana, che Gioacchino Murat aveva fino alla sua morte rappresentato. E il marchese del Gallo accompagnò Re Gioacchino fino a Tolentino e mai smise di lavorare per questo. Mi riferisco al patriota Lorenzo Pierotti, che il 1° gennaio 1815 stava ancora perorando la causa di Re Gioacchino, vicino com’era nei suoi abboccamenti agli ambienti napoleonici sabaudi. Dunque si trattava di una realtà composita, quella del Marchese,  se la confrontiamo con la cittadina toscana. Una città Stato, Lucca, che per lungo tempo aveva avuto rapporti privilegiati con la città di Napoli e con i suoi patrioti. A conferma di ciò il coinvolgimento nel 1820 nei moti insurrezionali napoletani, in cui lo stesso Marchese del Gallo fu coinvolto, del patriota lucchese Carlo Massei, che ritroviamo infatti proprio in Napoli, dedito a fare esperienza in una fucina di idee e relazioni. Nel 1751 non era bastato che il Re Carlo di Borbone di Napoli si fosse scagliato contro la “Libera muratoria”, dopo che nel 1738 papa Clemente XII aveva scagliato i suoi fulmini della scomunica. Da Londra provenivano nel settecento gli impulsi all’organizzazione settaria. La “Massoneria speculativa” era nata sotto l’egida del suo protettore, San Giovanni Battista, che viene festeggiato il 24 giugno. Era stato anche il protettore dell’Ordine Templare ed era il Santo protettore dei Cavalieri di Malta. A Vittoria, dove aveva sede la Setta cui apparteneva il Marchese del Gallo, si ritiene che l’origine stessa della medesima fosse attribuibile agli interscambi commerciali con Malta e dunque al legame, presunto, con i suoi Cavalieri. Qui sede della Loggia fu proprio la chiesa locale di San Giovanni Battista, fatta erigere dal contessa Colonna, cui ho fatto cenno. In Lucca, altra particolare coincidenza, il palazzo appartenuto al marchese del Gallo, ribadisco, si trova in via del Gallo, strada adiacente a via del battistero, dove ha sede il vecchio Duomo lucchese longobardo dedicato a San Giovanni Battista. E dove tutti i musicisti lucchesi, in primis  i membri di casa Puccini, furono battezzati, come si evince dagli atti di battesimo. Troppe coincidenze, che non possono non far riflettere.  Apprendiamo che nel 1770 l’inglese Patrick Brydone, che apparteneva alla setta dei “Liberi Muratori”, attraverso Ignazio Paternò Castello, principe di Biscari e massone, appassionato ricercatore di tesori d’arte fra le rovine di Camarina, entrò in contatto con alcuni “fratelli” di Vittoria. Dal piccolo porto di Scoglitti si imbarcò per una breve visita a Malta e da Scoglitti poi ripartì ala volta di Agrigento, dove ebbe altri contatti con alcuni massoni del luogo.  Nel 1795 un altro massone, il barone danese Frederick Munter, nel suo viaggio in Sicilia, incontrò il principe di Biscari e, innamoratosi di Camarina, conobbe alcuni vittoriesi appassionati di archeologia nonché massoni. A Napoli, peraltro, Munter era entrato in contatto con il “fratello” Mario Pagano, ispiratore della Repubblica partenopea e parente stretto del Labriola. La famiglia Labriola dalle carte pare coinvolta in queste dinamiche descritte. Vogliamo chiamarla coincidenza? Il miglior amico e confidente del protagonista della mia tesi, il muratore padre Gioacchino Prosperi è il professor Carlo Pagano Paganini, filosofo che nel XIX secolo fu un rosminiano docente di filosofia presso l’Università di Pisa. E impegnato per incarico del Duca Borbonico Carlo Ludovico di Borbone Parma nell’Archivio Storico della città di Lucca, oltre che docente presso il Real Collegio, che fungeva da Università nello Stato Lucchese e dove anche padre Gioacchino Prosperi insegnava storia. Ora i fratelli Paganini furono a lungo a Lucca durante il Principato baciocchiano, ospitati in Benabbio (Bagni di Lucca) a teatro dalla Principessa Elisa Baciocchi che li ebbe suoi amanti e che qui spesso si recava. In Benabbio aveva residenza anche la famiglia del patriota napoleonico Lorenzo Pierotti, le cui vicende ho descritto in un articolo. Di riflesso Mario Pagano è l’altrettanto famoso patriota partenopeo che ebbe un ruolo importante nella prima Repubblica Romana e che venne poi giustiziato. Carlo Pagano Paganini portava verosimilmente il cognome dei due rami della sua famiglia. Lui nacque in Lucca nel 1818, pochi anni dopo le vicende ascritte. Ho trovato presso la biblioteca nazionale di Lucca un sonetto che egli scrisse e pubblicò nel 1868 in occasione delle nozze tra Alessandro Morelli e Antonietta Pierantoni. Morelli è cognome napoletano ( chi non ricorda i celebri tenenti Morelli e Silvati coinvolti nelle vicende rivoluzionarie napoletane del 1820 – 21?)e la famiglia Pierantoni aveva anch’essa origini napoletane. Il padre Prosperi della mia tesi ed il Lorenzo Pierotti menzionati erano cugini dei Pierantoni. Lucca e Napoli, Lucca e gli ambienti musicali? Evidentemente nulla fu per caso!  II passaggio importante, difficile, ma anche stimolante, del ducato lucchese dal Principato Baciocchiano al Ducato Borbonico, altrettanto “movimentato” nella figura di Carlo Ludovico di Borbone Parma il quale, dopo la morte della madre reggente, ne fece una entità nazionale diversa rispetto a come viene descritta nei libri di storia.

L’ALTRA STORIA DEL SUD. IL TAVOLIERE DELLE PUGLIE ALLA FINE DEL SETTECENTO. Michele Eugenio Di Carlo il 9 marzo 2021 su Il Sudonline.it. Il primo figlio dell’avvocato fiscale della Regia Dogana Orazio Cimaglia, Natale Maria, era nato a Vieste nel 1735 e, pur trasferitosi in tenera età con la famiglia a Foggia, sarà l’unico a rimanere sempre in contatto con la terra natale. Nella pubblicazione “I Cimaglia del 700” Natale Maria Cimaglia risorge a nuova e più splendente luce, tratteggiato magnificamente da Carlo Oliva nella “Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli” che, edita nel 1814, attesta da subito la grande personalità e la somma rilevanza dell’uomo che, accusato ingiustamente, dovette rinunciare al Ministero di Grazia e Giustizia che il re Ferdinando IV di Borbone aveva in mente e nel cuore di serbargli. Il letterato di San Marco in Lamis, Pasquale Soccio, non ha alcun dubbio sul valore dell’attività storico-politica di Natale Maria Cimaglia, mettendone in evidenza la cultura illuministica e ritenendolo ideale discepolo di Pietro Giannone quanto a mentalità anticurialistica: “Chi nel pieno meriggio illuministico nell’ampio solco, giuridico e regalistico, maggiormente rifulse fu appunto questo Cimaglia col suo intenso lavoro professionale tra Napoli e la Capitanata, e con studi specifici, storici e legalistici”. Sensibile alle tematiche sociali, attento alle condizioni di vita estreme e precarie di contadini e braccianti in una società ostinatamente feudale, “egli freme e si loda che questi servi della gleba, affrancati da ogni assillo di fisco feudale, possono lavorare in proprio senza la condanna di un asservimento totale alla terra fino alla morte”. Lo storico Raffaele Colapietra menziona un’altra opera del 1790, intitolata “Della natura e sorte della cultura delle biade in Capitanata”, dedicata all’economista salentino Giuseppe Palmieri, scritta da Natale Maria Cimaglia, il cui genio è stato recentemente ricordato dall’insigne storico garganico, Tommaso Nardella, nel saggio dal titolo esplicativo: “Natale Maria Cimaglia: un illuminista garganico tardo settecentesco. Il segnalato testo del Cimaglia illustra le gravissime limitazioni dell’agricoltura dauna, ponendo nella giusta rilevanza la mancanza di manodopera quale fattore decisivo del mancato sviluppo agricolo, seppur in un contesto fortemente condizionato da una pastorizia predominante e privilegiata dal sistema fiscale della Regia Dogana con sede a Foggia. Lo stesso Saverio Russo, docente di storia all’Università di Foggia, rileva, nel testo del più affermato dei Cimaglia, «un’analisi ampia e circostanziata dei difetti del sistema cerealicolo della provincia del Tavoliere» che chiarisce e definisce «il segno dell’acquisita legittimazione della cerealicoltura» in sostituzione della solita, scontata e storica polemica contro la pastorizia. Il viestano Natale Maria Cimaglia non rinuncia al rilievo polemico sulla legge doganale voluta da re Alfonso d’Aragona, la quale «non potè mai de’ pugliesi farne un popolo di pastori, perché manca al pugliese la dura fibra di reggere a quella vita scitica». Natale Maria Cimaglia, osservatore privilegiato del territorio nella sua qualità di Avvocato dei locati poveri presso la Dogana, descrive le difficoltà che si incontrano nel mese di ottobre ad arare i campi, a causa della ricerca spasmodica e generica di improvvisati braccianti e operai, provenienti da qualsiasi area geografica e da qualsivoglia mestiere: «La povertà delle braccia è tale e tanta che, approssimandosi l’ottobre, ciascun massaro spedisce sopra le pubbliche strade i suoi capi d’ufficio per condurre all’aratro qualunque povero uomo s’incontri vagando per chiedere da vivere, sia egli di suo mestiere ciabattino, ferraio, falegname, carpentiere o altrimenti […] Gli operai pugliesi sono ordinariamente languidi, pigri, tardi, presuntuosi, ciarlieri, testardi, ladri. I forestieri avrebbero miglior carattere se non divenissero gl’imitatori de’ pugliesi testoché veggonsi con essi accumulati. Questo intanto è il popolo che assicura la sossistenza a gran parte della nazione». Emerge anche qui, chiaramente, il quadro desolante di un’agricoltura dauna sottomessa alla pastorizia, consegnata nelle mani di operai e braccianti disorganizzati, impreparati, inesperti, i quali, per di più, non essendo affatto i proprietari e i possessori delle terre, sono poco o nulla interessati ai risultati colturali, totalmente presi e angustiati dalle loro misere e precarie condizioni sociali ed economiche. E quel che ancor più aggrava lo stato dell’agricoltura viene desunto dalla disarmante descrizione del caratteristico e del tutto peculiare proprietario o possessore latifondista dauno: «I campi pugliesi non sono mai diretti e governati dall’uomo, al quale unicamente interessano. Questi […] hanno appena qualche equivoca idea dell’arte dell’agricoltura, appresa da’ loro stessi ignorantissimi villani, i quali guidano a tentoni i loro padroni, senzachè l’evento interessi mai il maestro. La povera gente che colla propria persona coltiva i piccoli campi costantemente professa diversi mestieri, tutti lontani dall’agricoltura ed i quali, come più interessanti, la tengono per la maggior parte lontana dalle campagne». Qualche anno più tardi Michelangelo Manicone, frate nato a Vico del Gargano, naturalista e scienziato, dalla «lungimiranza destinata purtroppo a essere sconfitta dalla insipienza di contemporanei e posteri», segue con ansia partecipe le vicende legate al sistema fiscale della Dogana di Foggia. E, a dimostrazione della rilevanza di Natale Maria Cimaglia e della comunione di vedute tra i due garganici, – non a caso definiti da Tommaso Nardella «illuministi tardo settecenteschi» – , nel testo La Fisica Daunica, manoscritto dal frate tra il 1803 e il 1809, pubblicato a cura di Loredana Lunetta e Isabella Damiani solo nel 2005, troviamo le stesse considerazioni, con semplici e isolate diversificazioni ortografiche e sintattiche, sulla «mancanza di braccia» e sull’ «ignoranza di cognizioni agrarie» di «padroni» e «villani» nel Tavoliere.

Viaggio nei segreti del Risorgimento. Un saggio per scoprire il lato più oscuro e dimenticato dell'Unità d'Italia. Matteo Sacchi - Sab, 13/03/2021 - su Il Giornale. A 160 anni dall'Unità d'Italia è ancora complesso fare un ragionamento, sine ira et studio, sugli eventi che portarono alla nascita del nostro Paese. Facilmente si oscilla tra la narrazione oleografica, che fa del Risorgimento un epoca romantica popolata da una accolita di eroi, tutti patria e coraggio, e quella revisionista che trasforma i Savoia in feroci colonialisti a danno del Sud. Non è stupefacente. La prima narrazione è figlia di un Paese appena nato che dopo secoli dominazioni straniere doveva costruirsi un mito fondativo. La seconda narrazione mira a trovare una giustificazione, assolutoria, per spiegare il divario socio economico tra nord e sud. Entrambe attingono, quando ben condotte ed argomentate, ad un fondo di verità ma spesso scelgono di mettere altre verità sotto il tappeto. Ecco che allora può essere interessante la lettura del saggio che da oggi sarà in allegato con il nostro quotidiano: 1861. La storia del Risorgimento che non c'è sui libri di storia (pagg. 288, euro 8,50 più il prezzo de Il Giornale). I due autori, Giovanni Fasanella e Antonella Grippo, hanno dato vita ad un lavoro con un taglio molto particolare. Hanno identificato criticità che il nostro Paese si porta dietro, in forma secolare, e hanno provato a rintracciarne l'origine proprio nel complesso meccanismo unitario. Quindi il libro è un libro a tesi e scientemente decide di esplorare alcune latebre del Risorgimento. Ad esempio un capitolo è tutto dedicato alle manovre meno note orchestrate da Camillo Benso di Cavour. Le strategie e le doti del Conte vengono elencate tutte. Tra queste anche quella di capire benissimo che l'unità d'Italia non era una faccenda italiana. E nemmeno una faccenda che poteva essere portata avanti senza solidi appoggi bancari internazionali. Cavour fu bravissimo a far entrare il Piemonte nel «cooncerto» delle potenze europee. Riuscì in sostanza a garantirsi un utilissimo appoggio franco inglese proprio mentre Ferdinando II re delle Due SIcilie sbagliava cavallo e scommetteva su un'alleanza con gli Zar. Cavour vinse così per i Savoia, anche se amava poco Vittorio Emanuele II, una difficile partita. Partita che nel resto del libro è descritta soprattutto nei suoi aspetti di accordi segreti e di manovre spionistiche. Con grande attenzione a personaggi fondamentali come Filippo Curletti, che fu l'uomo di punta delle attività coperte di Cavour, ma che difficilmente compaiono nei libri di storia. Risulta evidente che Cavour, con queste premesse, finì per lasciare in eredità al Paese non solo l'unità ma anche una serie di situazioni complesse e tutt'altro che trasparenti. Situazioni che se lui gestiva con un misto di genio e spregiudicatezza, politici meno accorti le avrebbero, nel tempo, fatte degenerare in suddittanza a interessi stranieri, tendenza ad azioni fuori dai normali canali istituzionali, sfiducia della popolazione verso le istituzioni... Ovviamente si tratta di un problema storiografico complesso che nessuno può risolvere d'incanto. Ma la sbirciata che Fasanella e Grippo fanno dare al lettore nel retrobottega, sporco, del Risorgimento è interessante.

Quella guerra civile italiana che fu chiamata brigantaggio. C'è una terza via fra la vulgata neoborbonica e quella neosabauda? Eugenio Di Rienzo prova a percorrerla. Matteo Sacchi, Mercoledì 06/01/2021 su Il Giornale. Migliaia di uomini dispiegati sul territorio, scontri feroci, villaggi distrutti, una ferita sull'appena raggiunta unità d'Italia che si è cercato di coprire al più presto col belletto della retorica e l'oblio storiografico. Se ci si prende la briga di guardare cosa si nasconde sotto la frettolosa formula del «brigantaggio» post-unitario si va a sbattere su un fenomeno variegato e scomodo che solo una lettura miope potrebbe ridurre alla vulgata di una criminalità comune nata dalla povertà atavica delle regioni meridionali che solo la caduta dei Borbone di Napoli ha superficialmente tinto di moventi politici. Eppure la storiografia, spesso, è scivolata lontana dal tema o lo ha biecamente piegato a criteri ideologici di contrapposizione tra «sudisti» e «nordisti». Ecco che allora risulta utilissimo il breve saggio da poco pubblicato da Eugenio Di Rienzo: Il Brigantaggio post-unitario come problema storiografico (D'amico editore, pagg. 122, euro 14). L'ordinario di Storia Moderna dell'università di Roma si dedica con grande attenzione alle fonti coeve e mette subito in luce come idealtipi del brigante buono o al contrario riduzionismi criminalizzanti si sono sedimentati nel tempo. Molti dei contemporanei avevano le idee più chiare. Ad esempio negli scritti del generale Giuseppe Govone, uno dei maggiori artefici della repressione del banditismo politico, nelle sue memorie sul brigantaggio scriveva già nel 1863: «È vero che il partito che chiamasi liberale attribuiva tutte le cause del brigantaggio ai Comitati borbonici... Ma successivamente conobbi personalmente parecchie delle persone che erano state denunziate e vidi l'assurdità delle accuse, e quanta stima meritassero, invece, parecchie delle famiglie accusate... Famiglie che, in generale, erano tra le più ricche e rispettabili. Venne poi la rivoluzione del 1860. E chi era sotto, e covava invidia e odio, fece lega con la rivoluzione, e non tardò a rovesciare chi, in addietro, stava sopra. Alla rivoluzione i nuovi potenti si dissero liberali, e chiamarono borbonici gli altri». Insomma lo stesso Govone, il braccio duro della repressione, aveva chiaro in testa di essere stato trascinato in uno scontro dove nel vuoto del cambio di regime non tutto era limpido, anzi. Non fu il solo militare ad accorgersene. Alessandro Bianco conte di Saint-Jorioz -autore del volume Il brigantaggio alla frontiera pontificia del 1864- notava come Govone che fosse in corso una guerra di potere dove molti filopiemontesi avevano tutt'altro che comportamenti specchiati: «La plebe è manomessa in ogni maniera dai liberali, arrestata senza colpa e senza prove o indizi di colpevolezza, taglieggiata, malmenata, torturata e derubata con usure spaventevoli e scellerate, di cui non vi è memoria nel precedente reggimento dei Borbone». Anche al braccio duro della repressione era quindi chiaro quanto non stesse funzionando nella gestione del Sud. Quanto il tutto non fosse semplicemente riconducibile ad arretratezza culturale o «all'oro dei Borbone» utilizzato per sobillare i vecchi sudditi. E non solo guerra per la «roba». Le fonti d'epoca consentono di ricostruire anche il forte attaccamento che molti sudditi sentivano verso la «Patria napoletana». Sentimento che un'unificazione senza alcuna traccia di federalismo ferì in pieno. Ne fu testimone il duca di Maddaloni che pure aderì con entusiasmo, all'inizio, al nuovo regime entrando anche in parlamento: «Non vi ha solo borbonici a Napoli, vi ha piuttosto autonomisti e questi bisognava convertire perché, se ciò fosse stato, li avreste visti in un subito tutti aggrapparsi al governo piemontese». E invece «la polvere e il piombo piemontesi hanno il colore stesso e l'odore della polvere e del piombo borbonico». Quel federalismo mancato che tanti danni duraturi ha prodotto in Lombardia e Veneto tanti altri meno raccontati ne potrebbe aver prodotto a Sud. A partire proprio dalla spinta alla ribellione brigantesca. Ma questi sono solo alcuni degli spunti forniti da Eugenio Di Rienzo in questo volume che presenta molti altri documenti pressoché inediti e ripropone in appendice integralmente uno degli opuscoli più interessanti scritti in quegli anni: Analisi politica del brigantaggio attuale nell'Italia meridionale di Tommaso Cava de Gueva (pubblicato nel 1865). Davvero uno strumento utile per parlare di «brigantaggio» post-unitario sine ira et studio.

·        Il tradimento della Patria.

L'importanza del ricordo. Giordano Bruno Guerri il 24 Ottobre 2021 su Il Giornale. Fin dalla più antica preistoria l'essere umano anche le specie che hanno preceduto il Sapiens Sapiens ha avuto cura dei propri morti. Secondo calcoli recenti, negli ultimi 200mila anni sono vissuti 107 miliardi di uomini e donne, quattordici volte la popolazione attuale del pianeta. Fin dalla più antica preistoria l'essere umano anche le specie che hanno preceduto il Sapiens Sapiens ha avuto cura dei propri morti: seppellendoli, cremandoli, affidandoli al mare, deponendoli in loculo o sarcofagi, mummificandoli, scarnificandoli. Addirittura, in alcune culture, con il cannibalismo, inteso come un modo per mantenere il defunto nel ciclo della vita. Ai re è sempre spettata una sepoltura solenne, e basta pensare alle piramidi egizie. Seguirono poi i grandi sacerdoti, i generali e naturalmente i ricchi, che volevano lasciare anche nella morte il ricordo di una vita opulenta. Delle decine di milioni di soldati caduti nelle battaglie, in genere non è rimasta memoria, se non per celebrare le glorie di una guerra e dei suoi condottieri. Soltanto in tempi relativamente recenti, con la leva di massa e una maggiore attenzione al popolo, quindi all'individuo, si è pensato di celebrare nel ricordo anche i caduti che non sarebbero passati alla storia. La Grande Guerra, come veniva chiamata quella che per noi oggi è la Prima guerra mondiale, fu una carneficina quale in mondo non ne aveva mai immaginate. Lasciò centinaia di milioni di orfani, vedove e genitori sopravvissuti ai loro figli, un fatto così straziante che non è stata neanche creata una parola per definirli. Così si pensò di onorare con una sepoltura simbolica tutti i caduti, in particolare quelli di cui non era possibile risalire neanche al nome. Fu Gabriele d'Annunzio a coniare l'espressione «Milite Ignoto» dal latino miles ignotus, per una cerimonia di cui sta per ricorrere il centenario. E d'Annunzio volle, personalmente, onorare i suoi compagni caduti disponendo che avessero un'urna intorno alla sua, nel Mausoleo che domina il Vittoriale degli Italiani. Sono dieci, e fino a pochissimo tempo fa, tre urne erano vuote. Una lo resterà per sempre, il pilota Antonio Locatelli, morto in combattimento e le cui spoglie non sono mai state trovate. È stata trovata, invece la salma di Riccardo Gigante, senatore e sindaco di Fiume: nel 1945 rifiutò di fuggire all'arrivo delle truppe titine e scomparve. I suoi resti erano in una fossa comune, insieme a molti altri. Sono stati identificati grazie alla prova del Dna e dal febbraio 2019 riposano dove erano destinati. L'ultima urna vuota è quella del sergente dei granatieri Antonio Gottardo, che venne ucciso da una scheggia nella schiena quando la corazzata Andrea Doria sparò due cannonate destinate a uccidere d'Annunzio, durante il Natale di Sangue del 1920. Sepolto finora a Fiume, il padovano Gottardo prima di questo Natale verrà accolto nel luogo che gli spetta. Giordano Bruno Guerri

L’anniversario. Quel milite ignoto da un secolo. Il 4 novembre 1921 la salma del soldato senza nome fu portata al Vittoriano. Per diventare un simbolo nazionale. Corrado Augias su La Repubblica il 24 ottobre 2021. Il 4 giugno 1911, in una mattinata all’inizio piovosa anche se si era alle soglie dell’estate, venne inaugurato a Roma il più grande monumento dell’era moderna: il Vittoriano – o Altare della Patria. Vittoriano si riferiva non ad una qualche vittoria bensì a Vittorio Emanuele II al quale era stato attribuito il titolo, non del tutto appropriato, di Padre della Patria.

Il capo dello Stato ha deposto una corona sulla Tomba del "soldato senza nome". Centenario Milite Ignoto, Mattarella: “Il pensiero va a chi ci ha lasciato l’Italia democratica”. Redazione su Il Riformista il 4 Novembre 2021. A cento anni dalla tumulazione del ‘soldato senza nome’ nel sacello dell’Altare della Patria, le cerimonie per il “Giorno dell’Unità Nazionale” e la “Giornata delle Forze Armate” partono dal ricordo di quell’importante momento storico, che unì l’Italia nell’omaggio a tutti i caduti in guerra. Questa mattina, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha deposto una corona sulla Tomba del Milite Ignoto in occasione del Giorno dell’Unità Nazionale e Giornata delle Forze Armate. In occasione del centenario, si è voluto ripercorrere il viaggio del Milite Ignoto con un treno rievocativo partito da Aquileia e arrivato l’altro ieri a Roma. Lo stesso percorso fatto cent’anni fa.

Il pensiero di Mattarella

“In questo giorno il pensiero va a quanti hanno sofferto, sino all’estremo sacrificio, per lasciare alle giovani generazioni un’Italia unita, indipendente, libera, democratica”. Con queste parole, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricordato il solenne momento con un messaggio inviato al ministro della Difesa, Lorenzo Guerini. E nel ricordare tutte le vittime delle guerre, il capo dello Stato ha scritto: “L’intero popolo italiano guarda con sentimenti di commozione a tutte le vittime delle guerre. La loro memoria rappresenta il piu’ profondo e sincero stimolo ad adempiere ai doveri di cittadini italiani ed europei”.

In occasione della Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate, il capo dello Stato ha detto: “Si ricordano quest’anno quattro importanti anniversari: 160 anni dell’Unità d’Italia, 150 anni di Roma Capitale, 100 anni del trasferimento al Vittoriano della salma del Soldato Ignoto, 75 anni di Repubblica. Momenti fondamentali della nostra storia che troveranno solenne il 4 novembre, Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, all’Altare della Patria”.

“Fratellanza tra cittadini e Forze Armate”

Mattarella ricorda poi che “il centesimo anniversario della traslazione del Soldato Ignoto all’Altare della Patria richiama alla coscienza nazionale l’immane sacrificio delle Forze Armate e del Paese intero nei conflitti che hanno attraversato la storia europea del ‘900″.

Nel ricordare il sacrificio delle vittime della Grande Guerra, il Capo dello Stato, nel messaggio inviato al titolare della Difesa Guerini, ha scritto: “La nostra storia è segnata dalla tragedia della Prima Guerra Mondiale: nel dolore condiviso si è cementato un sentimento di fratellanza inestinguibile tra il Paese e i cittadini in uniforme. Oggi – ha aggiunto il presidente della Repubblica – gli eredi di quelle tradizioni confermano di un patrimonio di virtu’ civiche, di coeso, responsabilità’, a disposizione del Paese”.

Francesco andò in guerra. Marcello Veneziani il 4 novembre 2021. Si chiamava Francesco, veniva da Bisceglie, aveva vent’anni e una forte miopia. Non aveva uso di mondo e non conosceva l’uso delle armi, era gentile e remissivo, di buone maniere, educato a Roma nel collegio dei nobili ma vissuto nel paese natio, nel palazzo di famiglia, tra la campagna e la vita serena della provincia, al riparo dalla storia. Non aveva mai viaggiato e si trovò con una divisa addosso e un fucile tra le braccia, catapultato ai confini estremi del nord a combattere per la patria contro l’impero austroungarico nella Grande Guerra.

Non tornò più a casa, risultò poi disperso sul Carso nel ’17 e mai si trovò il suo corpo, i suoi genitori ne fecero una malattia. Fu uno dei tanti militi ignoti che dettero la vita, e non da volontari, per allargare i confini della patria. Andò in prima linea con l’aria di chi era capitato per pura sventura, con la nostalgia di casa, l’estraneità alla causa e l’incapacità di maneggiare fucili e mortai.

Sistemavo le carte di famiglia lasciate da mio padre, e mi sono imbattuto in un plico calloso e sformato, da cui fuorusciva una medaglia appesa a un logoro nastro tricolore e una croce di guerra col nastro azzurro. C’è pure una terza medaglia col nastro arcobaleno, come s’usa oggi per le bandiere della pace…

Ho scartato l’involucro, sciolto i nodi dell’oblio e ho trovato vergato da un inchiostro antico e da una doppia calligrafia rattrappita uno straziante carteggio di oltre cent’anni fa. Riguardava un suo fratello più grande, Francesco, partito per la Grande Guerra come altri due suoi fratelli, combattenti motivati, e suo padre anziano, nato prima dell’unità d’Italia. Ma lui è miope e cagionevole, non sa cosa sia combattere per le terre irredente. Francesco scrive una lettera a suo padre in cui narra i disagi, le sofferenze, le angherie che subisce. “Carissimo Padre, maledetto il giorno che arrivai qui” … Suo padre raccoglie la disperata richiesta di soccorso del figlio, chiede aiuto ai deputati locali ma i militari sul fronte non se li filano. Scrive allora al comando un accorato promemoria e decide di partire per il fronte per strappare suo figlio al destino di guerra e di morte. “Sofferente di malattie come rilevasi dal certificato del medico, vedi l’elenco delle imperfezioni fisiche, ha otto diottrie… non ha mai avuto da quando è alle armi, cioè da più di due anni, un solo giorno di licenza… lo costringono a lavori ingrati, a trasportare balle… lo strapazzano inviandolo sempre di scorta e ora perfino al fronte… gli hanno fatto firmare che le ferite subite nella vita militare non sono avvenute mentre era in servizio… lui sempre obbediente a tutto e verso tutti… un colonnello gli ha tirato il naso facendoglielo sanguinare dicendogli: tu non vuoi fare il soldato, tu non vuoi andare in prima linea”. Ma loro ce lo mandano e lui muore, anche lui da milite ignaro.

Non è una pagina epica di eroismo, semmai un caso patetico di umanissima fragilità e inadeguatezza alla vita aspra delle trincee e del fronte. Ma è struggente lo stridente contrasto tra l’oggettiva e inesorabile durezza del conflitto mondiale e la soggettiva e tenerissima dimensione affettiva, domestica e locale. È il tentativo disperato di un padre e una madre di salvare il loro figlio, tra suppliche e istanze per esonerarlo dall’evento cruciale, adducendo sofferenze varie e inattitudine alla vita, non solo militare…. L’illusione di un padre, notabile nel suo paese, di poter interloquire con le gerarchie militari e muoverli a compassione, ponendo problemi umani troppo umani, o sperando che la disarmata cortesia a cui era stato educato suo figlio, le premure di una famiglia di provincia del profondissimo sud, possano trovare udienza sensibile nei vertici militari, in piena guerra. Trovo nel plico raccolte con meticoloso dolore le foto spettrali del Carso, i luoghi dove Francesco perse la vita, e poi l’attestato solenne firmato dal re Vittorio Emanuele che Francesco è “Morto per la patria”, con le citazioni di Foscolo e di Virgilio a fianco dell’Italia turrita e dell’angelo della morte che fregiano il diploma funebre. La prima guerra mondiale riuscì a essere più crudele della seconda, un terribile macello che unì l’Italia ma non partorì un mondo migliore. Da quella guerra, oltre a milioni di morti, uscirono infatti sanguinose rivoluzioni, regimi totalitari, odi ideologici, campagne sventrate, economie collassate, vite mandate allo sbaraglio a combattere contro un nemico ignoto. Furono per la prima volta coinvolte popolazioni civili con la leva obbligatoria, poi le fucilazioni per diserzione e insubordinazione, le ferite procurate per non andare a combattere… Questo risvolto terribile della Grande Guerra non cancella ma accresce l’ammirazione per gli eroi e gli interventisti, i volontari e i patrioti che offrirono la loro vita per la propria patria, per la propria civiltà. E non cancella l’abnegazione dei soldati italiani riconosciuta anche dal nemico e da scrittori stranieri come Trevelyan, Wells, Kipling. Ma quell’ondata solleva ‘gli strati più antichi dell’umanità’ scrive Renato Serra caduto a Podgora: “Un movimento di popoli interi strappati alle loro radici…Il bene di quelli che restano non compensa il male abbandonato senza rimedio nell’eternità… una perdita cieca, un dolore, uno sperpero, una distruzione enorme e inutile”.

Non ho raccontato le gesta di intrepidi eroi caduti per la patria che credevano in quel che facevano. E nemmeno la storia, atroce anch’essa, di tanti poveri fanti strappati alla vita contadina e operaia delle loro contrade e mandati a morire per Trento e Trieste. È una storia ancora diversa, di uno scorcio periferico d’Italia travolto dal conflitto mondiale. È la tragica opposizione tra il mondo di ieri, come lo definì Stefan Zweig, quel secolo decimonono col suo garbo e le sue ottuse delicatezze, e il ‘900, secolo delle masse mobilitate, della guerra totale, dei coscritti, delle rivoluzioni. Due epoche contigue ma incomunicanti, separate da una linea di fuoco e di sangue. Ma la storia vive lo stridore di questi lampanti anacronismi, non è solo quel grandioso affresco di condottieri ed eventi, è anche l’ordito pietoso di tante vite oscure e sepolte. Ambedue si ritrovano, come il diritto e il rovescio, nell’epopea del IV novembre. Fratelli d’Italia, anche se riluttanti. Renato Serra: “Dietro di me son tutti fratelli, anche se non li vedo e non li conosco bene”. MV, 4 novembre 2021

Il conflitto dimenticato dei forti: storia segreta della Grande Guerra. Alberto Bellotto su Inside Over il 3 novembre 2021. Nella Grande Guerra che infiamma l’Europa tra il 1914 e 1918 c’è un conflitto nel conflitto. È quello dei grandi forti che si lanciano cannonate, in particolare sull’Altipiano di Asiago. Se si pensa alla Prima guerra mondiale e alle tante forme che il conflitto ha assunto in Italia, difficilmente vengono alla mente le immagini di fortezze arroccate sulle montagne. Eppure proprio da uno di questi, il Forte Verena nel vicentino, alle quattro del mattino del 24 maggio 1915, parte il primo colpo di cannone che dà ufficialmente inizio alla guerra. Per i successivi tre anni questi forti hanno avuto destini più o meno avversi, ma secondo molti storici non sono mai stati decisivi nelle sorti della guerra e nello spostamento dei fronti. Nonostante questo hanno rappresentato comunque uno sforzo bellico ed economico notevole per i Paesi coinvolti con storie a tratti uniche. Gran parte dei forti italiani e austro-ungarici viene costruita diversi anni prima della guerra. Da un lato e l’altro del confine c’era una certa ostilità nonostante la firma della Triplice alleanza del 1882. I governi unitari italiani di fine secolo creano un comitato incaricato di pianificare la realizzazione di una serie di barriere difensive che vengono poi messe a cantiere tra il 1883 e 1896. L’obiettivo principale individuato dal comitato è quello di difendere le città di Verona e Venezia in Veneto, per questo viene progettato un sistema di difesa di valli e valichi. Tutto si arresta però nel 1896 quando l’Italia si imbarca nell’avventura coloniale in Eritrea. I progetti vengono congelati per otto anni, fino al 1904, quando, complice un miglioramento dei conti e maggiori innovazioni tecnico-militari, riparte la costruzione degli avamposti. Ma la vera accelerazione arriva a ridosso della guerra tra il 1808 e 1914 soprattutto dal lato austriaco. Vienna, sotto la spinta di Franz Conrad von Hötzendorf, capo di stato maggiore dell’esercito austriaco, si lancia in una vasta operazione di costruzione e fortificazione del suo confine meridionale. Conrad non era solo un sostenitore della guerra contro la Serbia, ma un fervente sostenitore che l’Italia sarebbe stata un problema e che fosse necessario attaccarla per prima. Nel 1908, ad esempio, prova a convincere l’imperatore Francesco Giuseppe ad attaccare per approfittare dello stato di debolezza nazionale causato dal terremoto di Messina senza però riuscite a convincere l’Imperatore. Passano tre anni e da Vienna arriva l’impulso finale per completare le fortificazioni. Secondo molti storici, questa “corsa” ai forti è una delle tante dimostrazioni di come la guerra sia già predisposta da tempo. Per averne un’idea plastica basta fare un viaggio in località Campo Gallina, oggi una zona montana tra le province di Vicenza e Trento, ma nel 1900 punto sensibile del confine tra Regno d’Italia e Impero Austro-Ungarico. Nella conca gli austriaci costruiscono in breve tempo uno dei centri nevralgici della Strafexpedition, la spedizione punitiva austriaca contro l’Italia per il tradimento e il passaggio con i nemici di Francia, Regno Unito e Russia. A oltre 1.800 metri d’altitudine viene costruita una vera e propria cittadella con tanto di cinema, chiese, ricoveri, magazzini, spaccio alimentare e ospedale, un complesso capace di ospitare fino a 25 mila uomini. Segno evidente di una premeditazione. Nei piani di Roma e Vienna i forti devono svolgere una doppia funzione, difensiva e offensiva. Il problema è che il Regno e l’Impero si presentano alla vigilia dello scontro in situazioni molto diverse. Per quanto riguarda il fronte italiano il fatto di aver iniziato la loro edificazione quasi trent’anni prima dello scoppio delle ostilità li rende superati dato che molti non hanno mura in calcestruzzo armato o cupole corazzate in acciaio. In più la particolare conformazione delle montagne costringe architetti e ingegneri “spacchettare” i forti collocando al di fuori delle strutture depositi, armerie o ricoveri per la guerra ravvicinata. Allo stesso modo polveriere e laboratori per i proiettili vengono posizionati in lunghi defilati allungando le linee di rifornimento. Il genio austriaco, diversamente, crea strutture molto più corazzate. Ironicamente già negli stessi anni del conflitto si sottolinea come i forti autrici siano realizzati soprattutto per reggere l’urto dei proiettili di grosso calibro, senza concentrarsi su aspetti più architettonici come fatto invece gli italiani. Ad essere diverse sono però le stesse filosofie di gestione dei forti. L’idea dell’Italia era stata quella di costruire una rete di fortezze capaci di colpire e martellare le artiglierie nemiche ma non le truppe. I forti austriaci invece sono collegati in maniera più organica e rispetto agli italiani sono capaci di fungere da presidio per la fanteria. In più Vienna li considera come strumento chiave per dare supporto alle truppe. Le fortezze italiane invece sono isolate, quasi come castelli medievali, ma a differenza possono essere conquistati con facilità. Dopo i primi successi nel 1915, il periodo più difficile per l’esercito italiano lungo la linea del fronte nell’Altipiano di Asiago arriva nella primavera del 1916 quando le forze austriache lanciano la spedizione punitiva contro il traditore italiano. Il fuoco di artiglieria che anticipa l’offensiva scatta il 14 maggio del 1916, quasi un anno dopo l’apertura delle ostilità. Nel giro di 15 giorni le truppe italiane ripiegano e le forze austriache arrivano ad affacciarsi sul fiume Brenta, prendendo parte della Val d’Assa, Arsero e entrando ad Asiago tra il 27 e 29. Successivamente Conrad è costretto a far ripiegare le truppe in posizioni più difendibili anche per una maggiore pressione in altri punti del fronte. Nonostante questo l’operazione ferma lo slancio italiano e anzi permette all’Impero di mettere piede sull’Altipiano e continuare a puntare alla Pianura Padana. In questo contesto il sistema dei forti si mostrò marginale nel fermare le operazioni belliche. Simbolicamente la storia di due forti racconta molto bene limiti e fragilità delle fortezze montane. Prendiamo proprio il forte Verena, quello da cui viene sparato il primo colpo della guerra. Costruito tra il 1910 e 1914, è il fiore all’occhiello del genio italiano, costruito con materiali all’avanguardia. Nei piani doveva essere la punta di diamante contro le forze austriache. Propio all’inizio delle ostilità è il punto privilegiato per tenere sotto tiro la linea del fronte sulla vicina piazza del Vezzena, dove si trovavano le forze austriache. Uno scenario ideale che gli vale il nome di “Dominatore dell’Altopiano”. Eppure il “dominatore” ha vita breve, per uno strano mix nel quale l’ingrediente fondamentale è la fortuna. Meno di un mese dopo l’inizio del conflitto, il 12 giugno, dalla piana del Vezzena, parte un colpo e un proiettile da 305mm arriva sul forte ed entra nella struttura. Qui le versioni divergono. Secondo alcuni penetra nel vano dell’ascensore del forte scoppiando all’interno delle casematte. Secondo altri il proiettile entra attraverso un’intercapedine aperta temporaneamente per combattere l’umidità presente all’interno. La deflagrazione, indipendentemente dal punto di ingresso, provoca la morte del capitano Umberto Trucchetti e di altri 40 soldati. La struttura regge il colpo ma i comandanti danno l’ordine di abbandonarla: una mossa che di fatto cambia tutto il piano difensivo che i forti come il Verena possono garantire alla linea del fronte. Un anno dopo la struttura cade nelle mani degli austro-ungarici durante la spedizione punitiva sancendo di fatto la fine del “dominatore”. Il colpo da 305 che sancisce la fine precoce del forte è arrivato da un settore chiave per le forze dell’Impero, quello della piana del Vezzena, “coperta” da almeno tre avamposti ravvicinati. Lo Spitz, usato come avamposto per osservare i movimenti in Valsugana, il forte Verle, il primo a finire nel mirino del Verena nel maggio del 1915, e soprattutto il forte di Luserna. Soprannominato “il Padreterno” per al sua sicurezza, è uno di quelli che subisce il fuoco delle artiglierie italiane più violento. Secondo una stima nelle prime fasi della guerra sono piovute sul forte qualcosa come 5 mila proiettili in poco meno di quattro giorni. Nonostante questo il forte regge e si guadagna anche il soprannome di “frontiera d’acciaio”. Lontano dai grandi teatri della guerra i forti e il fronte sull'Altipiano si conferma essere meno importante per gli esiti della guerra, se non per le operazioni difensive dell'esercito italiano. Già nel 1916, durante la Battaglia degli Altipiani, le fortezze, da una parte e dall'altra, mostrarono i limiti davanti a una guerra nuova, diventando un elemento di sfondo agli alterni rovesci del conflitto. Oggi di quelle fortezze restano i ruderi e i tentativi di recupero soprattutto in occasione del centenario della Grande Guerra, testimoni del sacrificio di migliaia di giovani gettati nel fuoco della guerra per espugnarli.

Festa del Milite Ignoto. "Così il Paese si unì in un momento difficile". Riccardo Pelliccetti il 4 Novembre 2021 su Il Giornale. Il centenario ad Aquileia. Mattarella: "Il dolore rinnovò la speranza nel futuro". Le note del Silenzio scandite da una tromba risuonano nel piazzale del Cimitero degli Eroi di Aquileia. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con passi decisi si avvicina alla corona d'alloro sorretta da due corazzieri, la tocca con delicatezza mentre un picchetto d'onore è sull'attenti. È l'omaggio ai Caduti in guerra, che si ripete poco dopo anche al Sacrario di Redipuglia, dove le Frecce tricolori hanno colorato di rosso-bianco-verde il cielo sopra il cimitero monumentale, che conserva le spoglie di 100mila soldati italiani caduti nella Prima Guerra Mondiale. Quello di ieri è stato l'ultimo atto delle celebrazioni per il centenario del Milite Ignoto. «Un dolore silente e raccolto unì il paese con rinnovata speranza nel futuro», sono state le parole di Mattarella. «La decisione di onorare la salma di un caduto senza nome e, idealmente, così, di tutti coloro che non avevano trovato nemmeno la consolazione di una tomba, pose in luce l'unità del Paese in un momento difficile, unendo in un sentimento di rispetto e di dolore i diversi atteggiamenti che avevano caratterizzato la società italiana di fronte alla guerra», ha aggiunto il presidente della Repubblica. Molti si domanderanno il perché di questa cerimonia ad Aquileia. Ebbene, bisogna tornare indietro di cent'anni, al 28 ottobre 1921, quando Maria Maddalena Blasizza in Bergamas venne chiamata a scegliere la salma del Milite Ignoto. Maria, che diventò la «madre d'Italia», aveva perso il figlio Antonio, giovane sottotenente, il 16 luglio 1916 durante la storica offensiva austroungarica, impropriamente detta Strafexpedition. Antonio Bergamas era caduto mentre guidava il suo plotone all'attacco sull'altipiano di Asiago. Si era arruolato come volontario nel Regio Esercito sotto falso nome perché era nato a Gradisca d'Isonzo che, come Trieste, era territorio dell'Impero Austroungarico ed era considerato un disertore. Il cimitero di guerra di Marcesina, dove fu sepolto, venne distrutto dai bombardamenti e Antonio diventò ufficialmente disperso. Terminato il conflitto, la madre Maria ebbe il triste compito di scegliere una salma tra i corpi di undici caduti non identificati, raccolti sui diversi fronti guerra. La cerimonia si svolse proprio ad Aquileia, nella Basilica patriarcale. Fu un rito straziante: la donna davanti alle undici bare allineate fece alcuni passi e si accasciò a terra, davanti alla decima bara, urlando il nome del figlio. Quella diventò la salma del Milite Ignoto. Maria partì assieme al feretro che doveva essere trasferito a Roma con un treno. Il viaggio durò quattro giorni e il convoglio fece 120 soste, accolto ogni volta da folle di persone che si inchinavano e pregavano. Il treno venne accolto nella capitale da Re Vittorio Emanuele III e il Milite Ignoto fu tumulato all'Altare della Patria il 4 novembre 1921. Ancora oggi, dopo cent'anni, la salma viene vegliata senza sosta da militari di tutte le armi. Maria Bergamas morì a Trieste nel 1953 e, un anno dopo, quando la città ritornò a essere italiana, la sua salma venne riesumata e sepolta nel Cimitero degli Eroi ad Aquileia, accanto a quei dieci militi ignoti su cui non cadde la scelta. Riccardo Pelliccetti

Il Milite Ignoto e la lezione al Paese diviso su tutto. Fausto Biloslavo il 4 Novembre 2021 su Il Giornale. Amor di Patria, sacrificio, unità e identità nazionale, libertà sono le pietre miliari scolpite nella nostra storia, che ancora oggi, 100 anni dopo, risuonano più che attuali nel ricordo del Milite ignoto. Amor di Patria, sacrificio, unità e identità nazionale, libertà sono le pietre miliari scolpite nella nostra storia, che ancora oggi, 100 anni dopo, risuonano più che attuali nel ricordo del Milite ignoto. Il 4 novembre di un secolo fa l'Italia vittoriosa nella Grande guerra, ma segnata nelle carni dalla tragedia di 651mila caduti, li onorava tutti chinando il capo davanti alle spoglie di un soldatino senza nome. Non un generale che dalle retrovie mandava al macello i suoi uomini o un politico che cavalcava la guerra senza avere mai sentito sibilare una pallottola. Il milite ignoto è un fante che aveva sputato sangue e sudore nel fango delle trincee scelto da una madre distrutta dal dolore per la perdita del figlio giovanissimo fra una sfilza di bare con i resti di caduti mai identificati. In tempi di pandemia, di rifiuto dei vaccini e di cortei No pass il soldatino senza nome dovrebbe ricordare a tutti, da una parte e dall'altra della barricata, il senso di comunità nazionale. E farci capire che maggioranza silenziosa o minoranza rumorosa, diritto dei tanti o egoismo di pochi dobbiamo vincere assieme la guerra invisibile che ancora tormenta l'Italia e il mondo intero. Il milite ignoto era un uomo del popolo che un po' costretto, un po' spinto dal patriottismo e dalla speranza di portare la pelle a casa ha fatto l'Italia con il suo sacrificio. Non è di destra, né di sinistra, ma un simbolo per tutti. Cento anni dopo possiamo e dobbiamo onorarlo ricordando che ci siamo battuti assieme contro il virus cinese, che ha falciato 130mila fratelli d'Italia, in gran parte con altre patologie, ma che senza la pandemia avrebbero potuto essere in gran parte ancora a lungo fra noi. E nella stragrande maggioranza cerchiamo di uscirne assieme con un vaccino, che necessariamente, non avendo la sfera di cristallo, deve essere un atto di fede nella scienza e di speranza. In tanti non ci credono e pensano di vivere in una «dittatura sanitaria» che limita la libertà via green pass. Non vanno demonizzati o considerati disertori da fucilare alla schiena come nel carnaio della Grande guerra. Pure loro, però, dovrebbero meditare sull'esempio del Milite ignoto, che non era un kamikaze e forse avrebbe voluto la libertà di scegliere se andare a morire sul Carso oppure no, ma è partito lo stesso fra mille dubbi e paure combattendo per liberarci da un nemico straniero. Da allora ad oggi con altrettanti dubbi e paure solo assieme, uniti, nel rispetto di tutti, senza egoismi o prevaricazioni, possiamo vincere la «guerra», come 100 anni fa.

Fausto Biloslavo. Girare il mondo, sbarcare il lunario scrivendo articoli e la ricerca dell'avventura hanno spinto Fausto Biloslavo a diventare giornalista di guerra. Classe 1961, il suo battesimo del fuoco è un reportage durante l'invasione israeliana del Libano nel 1982. Negli anni ottanta copre le

​"Militari come burattini" o eroi da ricordare? Francesco Colafemmina il 3 Novembre 2021 su Il Giornale. Ad Acquaviva delle fonti, in provincia di Bari, la memoria per i caduti della prima guerra mondiale diventa un vago ideale di fratellanza ed inclusione all'insegna del politicamente corretto. Ma la storia del Milite Ignoto nell'anno del suo centenario va riscoperta al di là di letture liberal e superficiali. Capita di visitare, in compagnia del direttore del Sacrario dei Caduti d’Oltremare, una mostra organizzata per il centenario della traslazione del Milite Ignoto ad Acquaviva delle fonti, in provincia di Bari, da scolaresche di elementari e medie. Ci si imbatte così in un caleidoscopio di bandiere della pace e arcobaleni, di simboli ambigui, di soldati descritti dai bambini come “burattini nelle mani dei potenti” o “marionette pilotate da chi ha potere”. Si fatica, purtroppo, a ritrovare il senso di un centenario smarrito al di là della storia, in un culto della pace che travolge anche i suoi difensori, quelle Forze Armate che celebriamo ogni 4 Novembre, quale presidio della nostra Repubblica. I bambini assorbono, elaborano le storie che vengono loro narrate. O semplicemente coprono di simboli e colori un vuoto narrativo, una storia che spesso gli adulti non sanno più raccontare. Forse mancano ormai i nonni, quei “combattenti e reduci” che ricordo ancora, da piccolo, celebrare il giorno della Vittoria con una antica bandiera e qualche elmetto Adrian superstite. Forse manca lo stupore. Anche quello di intellettuali e femministe dinanzi ad un fenomeno unico nel panorama editoriale italiano, forse in quello europeo. Mi riferisco al corale racconto Ignoto Militi (Idrovolante Edizioni, pp.201, euro 18) a cura di Cristina Di Giorgi e Bianca Penna. 17 donne, la più piccola di soli 13 anni, la più grande di 80, narrano la vicenda degli undici ignoti caduti nei principali campi di battaglia della Grande Guerra, le cui salme sostarono nella Basilica di Aquileia nell’ottobre del 1921 in attesa che la mamma di un soldato disperso, Maria Bergamas, scegliesse quale di quei resti mortali avrebbe rappresentato per la Nazione tutti i caduti sull’Altare della Patria. Sono racconti, quelli di Ignoto Militi, nei quali la narrazione si unisce alla storia, puntellati da attente bibliografie e precisi richiami storici. Ma soprattutto potenti affreschi di cuori femminili contemporanei, fatti di coraggio, valori, e una immediata capacità evocativa. C’è un modo nuovo di commemorare il centenario del Milite Ignoto in questa pubblicazione niente affatto retorica, una ventata di freschezza e passione. Forse perché, per citare il racconto dedicato all’ignoto di Castagnevizza del Carso, della Penna: “il vento assomiglia a una donna che sussurra da lontano. Forse una di quelle che stanno a casa e si chiedono cosa ne sarà di loro, dei loro uomini, delle loro famiglie, e fanno scendere lacrime calde dai loro occhi incantati mentre cuciono sapientemente bandiere verdi bianche e rosse pungendosi le mani con gli aghi. Quelle bandiere saranno stese sulle bare, sono fatte di amore e di sangue”. Si può dunque raccontare una storia che unì, e continua ad unire l’Italia, rifuggendo dalle strumentalizzazioni, dalla volontà di riempire con concetti moderni, ideologie sospese, falsi storici, un racconto che ci viene ancora tramandato da chi la guerra l’ha vissuta negli occhi dei propri padri, dei propri nonni. O dei propri zii, come nel racconto di Caterina Rovere (classe 1941) e delle sue due figlie, dedicato allo zio Matteo che perse la vista sul Grappa perché sprovvisto di maschera antigas durante un attacco chimico degli austriaci. Resta però quel profondo senso di inadeguatezza di tanti genitori (ed insegnanti) nel raccontare ai nostri figli una storia che ci sembra alle volte troppo lontana, anche se continua a vivere in luoghi che conosciamo bene, come il Vittoriano. E qui ci offre qualche risposta l’ultimo racconto, il dialogo fra una madre e una tredicenne dal titolo Mamma, cos’è la Patria? di Giorgia Clementi. Giorgia sa che “non si risponde mai alle domande di un’adolescente di getto. Quel che noi adulti diciamo loro quando ci chiedono qualcosa resta scolpito nella loro mente come una verità assoluta. Quindi bisogna pensare molto bene a come dare seguito ai loro quesiti”. E alla domanda della figlia risponde: “La Patria, figlia mia, è la signora Maria! Andiamo a trovare suo figlio e capirai…”. Quel figlio è il Milite Ignoto e forse non c’è modo più spontaneo, affettuoso e deciso di ricordarlo che andando a trovarlo ogni tanto, a Roma come in ogni paese d’Italia, dove un cannone o un obice sono al fianco di lapidi coi nomi scritti fitti e in piccolo. Nomi non di burattini, ma di eroi. Che difesero la Patria, non un vago, petaloso, ideale di fratellanza ed inclusione. Francesco Colafemmina

L'indifferenza mediatica per il Milite Ignoto e i luoghi comuni sulla Grande Guerra. Oltre il masochismo culturale, una verità storica da onorare. Andrea Cionci su Libero Quotidiano il 29 ottobre 2021. 

Andrea Cionci. Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore

Per adesso, il Centenario della traslazione e tumulazione del Milite Ignoto è quasi del tutto oscurato mediaticamente da un evento come il G 20: il rapporto di proporzione storica, valoriale, morale ed estetica che intercorre tra i due eventi è fornito in modo plastico dal raffronto architettonico fra le sedi romane ospitanti: da un lato il Vittoriano, dall’altro la "Nuvola di Fuksas". Non c’è altro da dire. Cercheremo quindi, in queste righe, di raccontarvi un po’ di verità su una pagina del nostro passato largamente mistificata dalla storiografia - anche recente - come la nostra guerra mondiale VITTORIOSA. Dobbiamo sottolinearlo, a costo di indulgere per un attimo ad un afflato “retorico”, perché se chiedete ai nostri ragazzi chi ha vinto il Primo conflitto mondiale, nella maggioranza dei casi vi risponderanno che “l’abbiamo persa”. Tanto per fornire un'idea sul masochismo culturale italiano, di ovvia matrice politica, basti pensare che su Caporetto sono stati pubblicati circa 200 libri contro i 15 dedicati alla vittoria finale di Vittorio Veneto. I luoghi comuni ormai sedimentati nella pur scarsa coscienza collettiva di quel conflitto annoverano i soliti “ufficiali ottusi e incompetenti che mandavano inutilmente a morire i loro uomini; diserzioni di massa e fucilazioni spietate; Caporetto archetipo universale della disfatta” …A un’analisi adulta e distaccata dei dati e dei documenti, emerge una realtà ben più complessa, in molti casi del tutto opposta. In pochi sanno, ad esempio, che l’Esercito italiano, fu l’unico, tra quelli dell’Intesa, a rimanere costantemente all’offensiva fin dall’inizio della guerra. Ancor meno noto, il fatto che il Regio esercito produsse le maggiori conquiste territoriali, così come si ignora che i Caduti italiani (600.000) furono meno di quelli francesi (1.397.800), russi (c.a 2.000.000), britannici (886.939), tedeschi (2.050.897), austro-ungheresi (1.100.000), considerando anche l’entrata in guerra un anno dopo. I danni culturali maggiori alla nostra memoria eroica sono stati prodotti da un film su tutti: «Uomini contro» (1970) del regista comunista e dichiaratamente antimilitarista Francesco Rosi che, a sua volta, riportò su pellicola il romanzo «Un anno sull’altipiano» di Emilio Lussu, un antifascista che nel 1936 prese parte alla Guerra civile spagnola, nel fronte antifranchista e, dopo l’8 settembre ’43, passò nelle file della Resistenza. Fu proprio nel ’36, al ritorno dalla Spagna, che - dietro invito del socialista Gaetano Salvemini - scrisse il suo libro più famoso. Non un diario di guerra scritto a caldo, dunque, ma un romanzo steso ben 18 anni dopo la fine del conflitto che per sua stessa ammissione, era un testamento politico scritto contro il regime. Facendo salvo il loro valore artistico, «Un anno sull’altipiano» e la sua trasposizione cinematografica «Uomini contro» restituiscono, in buona parte, un ideologico “condensato di atrocità” permeato da una visione emotiva e dai chiari intenti propagandistici, piuttosto che un panorama (anche statisticamente) obiettivo di ciò che fu la Grande Guerra per i soldati italiani. Ad esempio, se, nel film, le scene relative ai disertori fucilati commuovono chiunque, è necessario sottolineare che le condanne emesse dai tribunali militari, stando ai numeri ufficiali, furono appena 750 su circa 5 milioni di uomini in armi, un dato che rivela il basso tasso di criminalità dell’Esercito Italiano. Fra queste condanne capitali, oltre alle imputazioni relative alla codardia di fronte al nemico, ve ne furono anche altre per crimini comuni. Per quanto riguarda i fucilati spiega Davide Zendri, del Museo Storico Italiano della Guerra di Trento - il nostro istituto ha promosso un convegno: i soldati del Regio Esercito, nella stragrande maggioranza dei casi fecero sempre il loro dovere. Quanto alle condanne capitali, in altri eserciti alleati, come in quello francese, se ne comminarono grossomodo altrettante». E’ pur vero che nel Regio esercito vigeva una severa disciplina, ma questo era dovuto a fattori che ne imponevano necessariamente l’adozione considerando il pericolo mortale che correva il Regno d’Italia, non solo per la guerra, ma anche perché il Paese, da poco unificato, era percorso da fermenti socialisti che ne minavano la coesione. Inoltre, il basso livello socio-culturale della truppa, formata per la maggior parte da contadini (che, pure, furono alfabetizzati dalle scuole reggimentali) richiedeva l’applicazione di regole chiarissime, con sanzioni dal forte potere deterrente. Bisogna considerare che le insubordinazioni e le diserzioni avrebbero potuto compromettere la sopravvivenza dell’intera macchina militare italiana, quindi non è corretto giudicare con la sensibilità odierna quel particolare ed emergenziale contesto storico né tantomeno, senza la consapevolezza tecnico-militare necessaria. Un’altra serie di cliché riguarda il generale Luigi Cadorna, maresciallo d’Italia e Capo di Stato Maggiore dell’Esercito dal luglio del ’14 al novembre del ’17. Al Pentagono è ritenuto uno dei più grandi strateghi militari del '900, i comandanti nemici di allora lo consideravano un leone, ma da noi viene visto come una specie di macellaio. Un dato su tutti riporta la giusta temperatura: le condanne a morte per diserzione comminate sotto il suo comando furono inferiori – proporzionalmente alla durata dell’incarico – a quelle comminate sotto il suo successore, Maresciallo Diaz. In ogni caso, le fucilazioni dei disertori e degli ammutinati non possono essere imputate ai Comandanti supremi, in quanto furono decretate dai tribunali militari dopo regolari processi. Quindi, per favore, basta con questa leggenda nera del “Cadorna-boia”, così come deve finire quella del Cadorna “incompetente, ancorato a visioni militari ottocentesche che mandò al massacro i nostri militari e, dopo la disfatta, si scaricò dalle responsabilità dando la colpa ai soldati”. Per risparmiare vite umane, Cadorna ribadì con nuove circolari alla "Libretta rossa" come fosse necessario avvicinarsi al nemico velocemente e a sbalzi, o con lo scavo di gallerie, trincee o movimenti notturni. Soprattutto, creò gli Arditi, antenati delle nostre Forze Speciali che sbloccarono la stasi della guerra di trincea. A proposito, quella che è passata alla storia col nome di “libretta rosso” era un’istruzione generica diramata dal Gen. Cadorna nel 1915 dal titolo “Attacco frontale e ammaestramento tattico”. Conteneva dei precetti estremamente moderni e adeguati al combattimento di trincea che non si discostavano da quanto praticato negli altri eserciti dell’Intesa e degli Imperi Centrali. Ancora, Caporetto, dovuta all’improvviso e inaspettato crollo interno della Russia zarista, tra l’altro, non fu minimamente una “disfatta”, come ci si ostina voluttuosamente a ripetere, dato che fu coinvolto solo il 10% dell'Esercito. Si può parlare di "sconfitta" o di "ritirata", al massimo: per “disfatta” si intende una sconfitta militare che fa perdere l’intera guerra (come quella di Teutoburgo, ad esempio) mentre Caporetto, paradossalmente, segnò l’inizio della nostra riscossa. Il comandante austriaco Krauss scrisse: «Cadorna venne sottoposto ad inchiesta e dovette giustificarsi dinnanzi a delle nullità. Questo è il destino dei più grandi soldati. Perciò sia qui reso a quest'uomo l'onore che gli è dovuto; egli fu della guerra il più grande, il più ragguardevole nemico». Tra l’altro, altri paesi (Francia, Russia) si guardano bene, invece, dal nominare le loro "Caporetto", terribilmente più gravi. Il Generalissimo fu l'unico capo di Stato maggiore alleato a ragionare in termini modernissimi di «guerra di coalizione» cercando di coordinarsi con i suoi omologhi dell'Intesa che, pure, non lo amavano. La sua strategia, attenta ai rapporti di forze, perdurò per tutta la guerra italiana e condusse alla Vittoria. I documenti (relazione del Gen. Del Fabbro allo Stato Maggiore), da poco riemersi, dimostrano come egli avesse previsto in largo anticipo uno sfondamento nemico, tanto da fortificare, in anticipo di anni, la linea del Piave per consentire ripiegamento e arroccamento perfetti, come poi avvenne. La sua destituzione fu, in realtà, un favore al nemico: scriveva il Comandante supremo asburgico Conrad: «Siamo riusciti a rovesciare Cadorna. Questo è il maggior vantaggio conseguito da tutta l'operazione. Cadorna, come un vecchio leone, prima di cedere ci ha sferrato una zampata sul Piave. Egli ha saputo rianimare gli italiani e noi abbiamo assistito ad un fenomeno che ha del miracoloso». Caporetto segnò la fine per gli Austroungarici che si spinsero troppo in avanti in territorio italiano, persero il contatto con la loro logistica e si arenarono clamorosamente sulla linea del Piave. Da lì in poi fu un logoramento continuo finché il generale Diaz, succeduto a Cadorna, attese il momento giusto per dare loro il colpo di grazia il 4 novembre '18. Lo storico Aldo Mola ha stimato in una percentuale del 70% il merito del Cadorna nell' aver risolto vittoriosamente per l'intera Intesa la Grande Guerra. Le famose "spallate" da lui ordinate non furono affatto inutili, ma richieste dai nostri alleati in un'ottica strategica del teatro europeo, servivano a distogliere armate tedesche dal fronte occidentale e a logorare gli austroungarici. Un nemico interno di Cadorna fu, invece, il Governo che sperava, secondo una faciloneria che si sarebbe ripetuta nella storia, di risolvere la guerra in pochi mesi. Peraltro, gli lesinava materiali e mezzi, tanto che i nostri artiglieri dovevano persino economizzare i colpi d' artiglieria. Ecco perché gli i primi assalti fallivano, con gravi perdite, poiché i cannoni non riuscivano ad aprire brecce sufficienti nei reticolati nemici. Oltretutto, l'Esercito era scarsamente addestrato, ma fu messo in piedi da Cadorna in pochissimo tempo. Altri nemici interni erano i socialisti che spandevano disfattismo e incitavano alla renitenza alla leva, tanto che la II Armata, in buona parte arresasi a Caporetto, era considerata "marcia" dallo stesso duca d' Aosta, comandante “invitto” della III. Quindi come vedete, siamo stati defraudati completamente del nostro vero passato, così come oggi veniamo defraudati di una celebrazione verso il Milite Ignoto al quale l’intera Nazione dovrebbe rendere omaggio, mettendo in secondo piano TUTTO IL RESTO.

Ghiaccio e sangue: l’altra guerra che flagellò gli Alpini sugli altipiani. Inside Over il 5 novembre 2021. L’inverno tra il 1916 e 1917 è quello più difficile. A tutti, dai comandi agli uomini al fronte, è ormai chiaro che la guerra sarà lunga, logorante e senza svolte significative. Lungo la linea che divide Regno d’Italia e Impero degli Asburgo, dall’Adamello fino al Carso e all’Isonzo, gli eserciti si fronteggiano a colpi di assalti frontali. Ma in alcuni punti di questo lungo fronte i soldati devono combattere anche contro le avversità della natura. Uno dei punti più sensibili è l’Altipiano di Asiago.

La battaglia degli Altipiani

L’entrata in guerra dell’Italia contro gli Imperi centrali viene “salutata” proprio dall’altipiano veneto con un colpo di mortaio da Forte Verena il 24 maggio 1915 e l’inizio delle ostilità sembra dare ragione alle forze italiane. Poi però arriva il maggio del 1916, quando l’esercito di Vienna dà il via all’Offensiva di primavera, nota in Italia come Strafexpedition, la spedizione punitiva che l’Impero lancia contro il Regno d’Italia, colpevole di aver tradito la triplice Intesa.

In un mese, dal 15 maggio al 16 giugno, le forze nemiche lanciano una vasta operazione sull’altipiano con l’obiettivo di dilagare nella Pianura Padana, tagliando così in una sacca le armate italiane impegnate sull’Isonzo, il fronte più sanguinoso e violento che toglieva forze a Vienna mentre era impegnata più a nord contro l’Impero russo. L’urto è tremendo: in cinque giorni l’Italia registra perdite per circa 15 mila soldati, tra morti, catturati e dispersi e molti forti della linea difensiva italiana finiscono nelle mani degli austriaci.

Asiago in fiamme nel maggio del 1916 

A fine mese le truppe della 3a armata austriaca marciano sulle macerie del centro di Asiago e arrivano a intravvedere la pianura. Da est arrivano però notizie molto dure per Vienna dall’Offensiva Brusilov lanciata lungo il fronte orientale. Il capo di stato maggiore Franz Conrad von Hötzendorf impone uno stop alla Strafexpedition e costringe gli uomini a ritirarsi lungo una linea maggiormente difendibile.

A quel punto l’esercito italiano fa confluire uomini e pezzi di artiglieria verso l’Alto vicentino per lanciare la controffensiva. Il 16 giugno iniziano le operazioni, ma nelle settimane successive le conquiste si limitano a registrare la ritirata austriaca e il posizionamento su linee difensive simili a quelle di inizio maggio. Poi in autunno le nevi precoci creano una nuova insidia: quella con la quotidianità dura della guerra di posizione ad alta quota.

Le “tregue” informali

In tutto l’arco alpino nell’inverno del 1916, tra la fine di novembre e dicembre, inizia a scendere una quantità di neve insolita. Alla fine della stagione si arriverà a un picco di 16 metri. Un pesante manto bianco si estende su trincee e ricoveri e sfonda i tetti di molti ripari di fortuna dei soldati. Il freddo e la quantità di neve diventano così i veri nemici, tanto da creare strane alleanze. È così che tra le vette dell’Altipiano di Asiago alcuni alpini della 62ª compagnia del Btg. Bassano stringono una tregua informale coi combattenti vicini, un gruppo di soldati austriaci. I primi offrono pane bianco e qualche barretta di cioccolato, mentre gli altri regalano sigarette. Non solo. Concluso lo scambio, la strana compagnia decide che fa troppo freddo per combattere e che è meglio unire le forze per far un po’ di legna nella terra di nessuno che separa i due schieramenti. “In quell’inverno c’era tanta e tanta neve che non si udì un colpo di fucile, niente”, ha ricordato qualche anno fa lo scrittore asiaghese Mario Rigoni Stern, “Erano in linea montanari altopianesi e montanari austriaci della Stiria e si scambiarono gli attrezzi per andare nel bosco a tagliare la legna per riscaldarsi”. Ma tregue simili non mancano. Anzi proprio sul fronte di Asiago si verifica un episodio unico in tutto il conflitto mondiale, in Italia come nel resto d’Europa. È settembre e una compagnia di soldati italiani si lancia per conquistare postazioni austriache, una batteria di mitragliatori apre il fuoco e risparmia solo pochi di loro. A quel punto dalla trincea imperiale le armi si fermano e arrivano poche parole in un italiano stentato: “Basta bravi soldati, non fatevi ammazzare così”. L’episodio non è un’invenzione, ma un fatto fugace documentato da storici e autori, come si legge anche nel libro Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu.

Nel gelo della trincea

Lontano dalle “tregue” c’è la lotta quotidiana con un ambiente ostile, spesso con strumenti inadeguati. È il caso degli scarponi, fondamentali in guerra come in marcia, soprattutto in ambienti montani. Ai soldati vengono date scarpe chiodate a volte con fondo in legna che hanno pochissima presa su rocce e terreni ghiacciati e soprattutto grande dispersione di calore. Le suole in gomma dura più utili e robuste sarebbero arrivate solo più avanti negli anni Trenta. Persino il cordame è un problema. Fatto in larga parte di canapa tende a inzupparsi d’acqua e a diventare difficile da maneggiare per salire o scendere dai versanti delle montagne. Una cosa banale quanto pericolosa che rendeva ogni operazione molto difficoltosa. E poi c’era il gelo. Agli uomini impegnati nei fronti alpini vengono consegnati manuali per evitare quelle che in gergo venivano definite “congelazioni”, cioè la perdita di arti per il freddo. In questi opuscoli si raccomanda di assumere ogni ora un certo quantitativo di superalcolici come grappa o cognac, ma anche di vestire sempre capi in pelliccia dai materiali più nobili fino a suggerire di usare pelle di gatto o topo. Ma nei testi si chiede ai soldati di eseguire anche movimenti periodici degli arti per tenere attiva la circolazione. Nell’inverno del ’16 le temperature sprofondano a picco a -30 o 40 gradi sotto zero e diventano un vero incubo che intacca anche le forniture di viveri. I tempi lunghi, dalla preparazione alla consegna ai soldati, fanno sì che spesso arrivino cibi e zuppe congelate agli uomini in prima linea. Come si legge in molti diari dal fronte, spesso i soldati lamentano la mancanza di viveri commestibili, soprattutto a ridosso di un’attacco. La lunga linea degli approvvigionamenti comporta anche la razionalizzazione dell’acqua. L’Altipiano di Asiago non ha fiumi o torrenti e accumula acqua soprattutto grazie al disgelo primaverile. Per questo i soldati si buttano sulla neve e la usano per abbeverarsi, ma questo ha pesanti effetti sul fisico. Gli episodi di dissenteria nella truppa sono frequenti insieme ad altre patologie dovute a condizioni igieniche precarie. In compenso è su quelle vette, durante la guerra, che inizia a circolare una nuova bevanda. I comandi danno disposizioni di dare alle truppe grandi quantità di caffè per aiutare a mantenere uno stato vigile durante le lunghe attese tra un attacco e l’altro. Non è un caso, come raccontano molte cronache dell’epoca, che una volta tornati a casa dal fronte molti di loro chiedano alle mogli il caffè, di fatto dando il via a una piccola rivoluzione dei consumi.

L’eroismo nelle avversità

Parlare della Grande guerra a partire dalle difficoltà di soldati nei gelidi inverni sembra una forzatura, un elemento accessorio, ma in realtà sono i numeri stessi di quegli anni sanguinosi a sottolineare come la “guerra al freddo” non fosse secondaria. Come ha evidenziato in un’intervista Stefano Morosini, dell’Università Statale di Milano, nel conflitto alpino, da entrambi i lati del fronte, i caduti furono in prevalenza legati a eventi naturali, cioè morti per congelamento e valanghe rispetto ai caduti in combattimento.

Un contesto simile rende molto più eroica ogni impresa perché richiede sforzi superiori a tutti i soldati. Oggi siamo abituati a dare per scontati equipaggiamenti e vestiti per proteggerci dal freddo, ma non si poteva dire lo stesso in quegli anni. Una scalata diventava un’impresa ardua, una notte al bivacco una dura lotta contro il rischio di morire assiderati e persino i pasti diventavano un miraggio. E intanto, a pochi metri di distanza, si sentiva il respiro pesante dei nemici, che sotto la stessa neve cercavano un modo per scaldarsi e non pensare agli italiani pronti ad attaccare.

La “guerra bianca” dell’Adamello: un duello ad alta quota tra ghiacci e tenebre. Andrea Muratore su Inside Over il 2 novembre 2021. Un enorme tricolore sventola sul versante meridionale dell’Adamello: la grande bandiera issata a sei metri d’altezza a 3.539 metri di quota sulla cima della vetta che domina la Valcamonica celebra dal 2018, centenario della fine della Grande Guerra, l’elezione della montagna bresciana a territorio sacro d’Italia. L’Adamello fu tra il 1915 e il 1918 teatro delle più estreme azioni condotte da truppe del Regio Esercito e uomini dell’Impero austro-ungarico sul fronte italiano, la “guerra bianca” combattuta tra ghiacci, anfratti delle montagne, tunnel sotterranei e altipiani.  Battaglie ad alta quota caratterizzarono l’intero complesso delle Dolomiti e delle Alpi Retiche meridionali. Ma nessun versante ebbe la stessa salienza e la stessa continuità di combattimenti in condizioni estreme del versante bresciano dell’Adamello e del prospiciente tratto montano alto-atesino, che segnavano ai tempi il confine di Stato ad alta quota. Quello che animò la punta nord della provincia di Brescia fu un duello svoltosi su postazioni di roccia e ghiaccio ad oltre 3000 metri di quota, in condizioni ambientali e climatiche difficilissime, su un ristretto fronte che dall’Adamello conduceva al rilievo dell’Ortles-Cevedale attraverso il Passo del Tonale, per tutti i tre anni e mezzo del conflitto tra Roma a Vienna.

L’inferno bianco dell’Adamello

La “guerra bianca” dell’Adamello fu una battaglia tra gelo e tenebre. Una sfida proibitiva ai limiti della sopravvivenza in cui le truppe italiane ed austriache combattevano sia le une contro le altre sia contro il comune nemico delle condizioni naturali avverse. L’alta montagna era sia fonte di protezione durante le fasi in cui le truppe erano sulla difensiva, offrendo ripari e ancoraggi naturali, che ostacolo per operazioni coperte condotte spesso nelle ore notturne, attraverso una guerra di minature e incursioni che reclamava vittime tra le truppe alpine dei due schieramenti. Soprattutto, era causa di possibili minacce naturali: l’inferno bianco impose un durissimo tributo di sangue. Il crollo dei seracchi, le tormente di neve, lo sganciamento delle valanghe provocarono decine di migliaia di morti su tutto il fronte alpino e non risparmiò l’Adamello.

Non si contarono le morti per gli inedia e assideramenti legati a un contesto in cui, sopra i 3mila metri di quota, l’inverno poteva durare sino ad otto mesi ininterrotti e portare con sé nevicate abbondanti da ottobre a maggio, con accumuli superiori ai 10 metri in ogni settore. La temperatura proibitiva oscillava mediamente in questo periodo dai -10° ai -20°, con punte minime di -40°. Inoltre  il sistema medico-sanitario, che pure agiva al massimo delle proprie possibilità ed era considerato all’avanguardia, si trovava a dover gestire con pochissime risorse una logistica complessa, comprendente trasporto, cura e ricovero  di migliaia e migliaia di uomini sfiancati da una malattia o feriti da colpi di artiglieria.

Sull’Adamello tutte le azioni italiane condotte dal 4° e dal 5° Reggimento Alpini e dai fanti della 1ª Armata con sede a Verona, furono agli ordini del generale Roberto Brusati prima (1915-1916) e di Guglielmo Pecori Giraldi poi (1916-1918). Esse tendevano sostanzialmente a scardinare, direttamente o indirettamente, il caposaldo austriaco dei Monticelli, in modo da permettere alle truppe del Regio Esercito di occupare il Passo del Tonale e dominare le vallate alleggerendo i fronti orientali.

Alpini e imperiali, un duello cavalleresco

Gli austriaci, che altrove nel contesto della Gebirskrieg (“guerra di montagna”) avevano provato a muovere all’offensiva, per larga parte del conflitto si mantennero sulla difensiva appoggiandosi alle retrovie della Festung Trient, la fortezza di Trento che dominava il saliente vicino all’Adamello. Le forze imperiali avevano il proprio nerbo nelle k.k. Gebirgstruppe (Truppe da Montagna), incardinate su battaglioni di fanteria reclutati direttamente nella regione imperiale del Tirolo che conoscevano dettagliatamente il territorio e rafforzate dalle forze della milizia di leva (Standschützen). Gli austriaci sul fronte dell’Adamello si erano arroccati e, nonostante un rafforzamento delle frontiere minore di quello compiuto sull’Isonzo, avevano comunque disposto trinceramenti e scavato numerose caverne lungo la linea del fronte che collegava i Monticelli alle alture del Tonale orientale, contribuendo anche a consolidare le loro posizioni sui Passi Paradiso, Castellaccio e Lagoscuro che dominavano la conca di Ponte di Legno.

Offensive, colpi di mano, scalate notturne dei canaloni alpini, azioni di incursione si alternarono per tre anni in una guerra sfiancante concentrata in settori ben precisi, in cui ogni picco, ogni crinale, ogni vetta rappresentava un nuovo caposaldo strategico da conquistare e consolidare. La campagna primaverile del 1916, ad esempio, fu completamente assorbita dall’assalto italiano al Ghiacciaio del Mandrone, compiuto dai montanari lombardi del 4° Alpini, dotati dei più moderni ritrovati tecnologici e estremamente addestrati. Partendo dal rifugio Giuseppe Garibaldi, ancora oggi crocevia importante per gli alpinisti situato a 2.500 metri di quota sul versante Nord dell’Adamello nel comune camuno di Edolo, gli alpini si impegnarono per settimane nel marzo e nell’aprile 1916 a consolidare le proprie posizioni nella vasta area di “terra di nessuno” che intendevano poter sfruttare. Il capitano Natale Calvi addestrò i suoi uomini all’utilizzo degli sci facendone il primo reparto d’assalto di alpinisti sciatori, un anticipatore del leggendario battaglione “Monte Cervino”. e guidò di persona una serie di ricognizioni esplorative assieme ai suoi ufficiali e sottufficiali conducendo alla conquista del Monte Fumo, di Cresta Croce e del Ghiacciaio del Mandrone.

Tra l’aprile 1916 e il 1917 la battaglia si concentrò a quote estreme, attorno ai 3.400 metri del Corno di Cavento, occupato dagli italiani ma poi investito dall’azione di numerosi reparti d’assalto austriaci attraverso azioni di incursione, gallerie e assalti contro gli alpini a quote proibitive. Per più volte la cima del Corno fu contesa tra i due eserciti nel corso di due anni, e gli austriaci desiderosi di contrattaccare utilizzarono anche l’artiglieria pesante, che nel settembre 1917 investì e rase completamente al suolo l’abitato di Ponte di Legno.

Fu questo l’unico episodio veramente controcorrente di una battaglia che, nella sua immensa tragicitià, fu condotta da entrambe le parti con valore.  Alpini e Kaiserjäger si fronteggiarono per tre anni e mezzo pagando il rischio di generare valanghe, di cadere vittime delle tormente e di subordinare l’addestramento militare ala preparazione alpinistica e la resistenza fisica. I soldati nemici erano, sotto il profilo sociale e identitario, molto più simili tra di loro di quanto fossero, sullo stesso fronte, gli uomini provenienti da parti diverse dei rispettivi Stati che si scontrarono sull’Isonzo: uomini di montagna, abituati a obbedire, dotati di un enorme attaccamento alla propria terra e di un grande senso del dovere, che si combattevano con onore e senza odio tenendo quasi sempre comportamenti cavallereschi.

La fine della “guerra bianca”

Nel 1918 il fronte italiano tenne di fronte alle conseguenze della battaglia di Caporetto dopo la quale, nei mesi successivi, il 13 giugno gli austriaci sferrarono un ultimo attacco per cercare di rompere le linee italiane anche sul fronte dell’Adamello. La Lawine Expedition (“offensiva valanga”) mirava a sfondare le linee del Regio Esercito, portò alla riconquista del Corno nell’ultima vittoria asburgica ma esaurì le forze imperiali, dato che in conseguenza a quanto accaduto sul resto del fronte dopo l’estate si avviò il riflusso. A inizio novembre, mentre a Vittorio Veneto crollava la resistenza degli imperiali, gli austriaci lasciarono il Tonale. Gli Alpini dilagarono da tutti gli anfratti, il crollo del fronte portò all’abbandono della fortezza di Trento di cui l’Adamello doveva essere l’inespugnabile guardiano.

La “guerra bianca” delle tenebre, dei ghiacci e del silenzioso e muto eroismo degli alpini di entrambi gli schieramenti si concluse lasciando dietro di sé i morti conservati nelle nevi e nei ghiacci, i forti abbandonati e le montagne scavate a perenne memoria del passaggio degli italiani e degli imperiali sulle vette dell’Adamello. A oltre un secolo di distanza, è difficile trovare nella storia bellica un esempio analogo di combattimenti prolungati condotti in condizioni tanto proibitive per un lasso di tempo tanto lungo. La storia della guerra bianca dell’Adamello desta ammirazione ma anche un pensiero profondo circa l’assurdità tragica che seppe raggiungere la Grande Guerra. Ma dimostra anche quanto siano vere le parole che, decenni dopo, un grande alpinista come Walter Bonatti pronunciò testimoniando il legame tra uomo e vette: “Le grandi montagne hanno il valore degli uomini che le salgono, altrimenti non sarebbero altro che un cumulo di sassi”. E la storia di coloro che si arroccarono sull’Adamello, si identificarono con la sua geografia, subirono le conseguenze della sua natura inclemente lo testimonia.

Dopo 94 anni, ecco il discorso dimenticato di Cadorna riabilitato e Maresciallo d'Italia. Parole che spiegano il senso della nostra ultima guerra risorgimentale. Andrea Cionci su Libero Quotidiano il 30 ottobre 2021

Andrea Cionci. Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore

Mentre sotto la Porta dell’Inferno di Rodin vortica il sabba mondialista, rubando la scena alla più sacra delle celebrazioni nazionali, romba, come un tuono lontano, la voce dei grandi personaggi che hanno fatto la nostra storia. Vi proponiamo un documento che non si vede da quasi cent’anni: il discorso – riportato dal Corriere della Sera - con cui, dieci anni dopo la Grande Guerra, il generale Luigi Cadorna riceveva il bastone di Maresciallo d’Italia, il massimo grado militare, insieme al suo omologo Armando Diaz. Il Principe della Guerra e il Duca della Vittoria, come vennero chiamati all'epoca. Come scrivevamo, figura largamente incompresa del nostro Risorgimento, questo generale scolpito nel granito delle sue valli piemontesi, si sobbarcò la parte dura - e a volte durissima - del lavoro per farci vincere la Grande Guerra.  Uno stratega studiato ancor oggi nelle accademie militari americane, che è stato infangato dalla propaganda nostrana e da facili vulgate storiografiche fino a farlo passare per un boia, isterico, ottuso, fragile di nervi. Era un uomo di ben altra pasta e quanto affermiamo è documentato in modo abbastanza completo. Documento plastico della mistificazione, l’omissione continua della seconda parte del suo famoso bollettino di Caporetto. Se nella prima parte, sferzava la pusillanimità di alcuni reparti mal comandati e minati nel morale dai socialisti, nella seconda (sempre censurata dagli storici e dai giornalisti) lodava la fedeltà e la resistenza degli altri. Fu grazie al suo ruggito che il Regio Esercito poté rimettersi in riga, ripiegare in perfetto ordine sulla Linea del Piave che lui stesso aveva fortificato con anni di anticipo e che avrebbe piegato il nemico asburgico. Ma siccome siamo abituati a fermarci solo all’apparenza, a prestar federe alle fole emotive e alle visioni parziali di certa propaganda, il generale che ha vinto per il 70% la guerra europea (secondo una stima dello storico Aldo Mola) viene da noi trattato come una pezza. Eppure, il 14 giugno 1925, a Padova, quando ancora i cuori delle madri, delle mogli, e i moncherini dei mutilati ancora sanguinavano, a soli dieci anni di distanza dalla fine del massacro europeo, in tanti seppero riconoscere che quella durezza di Cadorna era necessaria, vitale, indispensabile. per gestire un fronte immenso con un esercito impreparato. E quella folla gli tributò – racconta il Corriere – acclamazioni assordanti. La riabilitazione completa dell’ex Comandante supremo fu dovuta – paradossalmente – alle pressioni di un combattente che alla guerra aveva regalato già porzioni importanti del suo corpo, il Grande Mutilato Carlo Delcroix. Così, dunque, lo introdusse il Ministro di Giustizia Alfredo Rocco, uno dei più importanti giuristi italiani, sintetizzando in poche frasi di bronzo il suo comando: “E’ gloria vostra o maresciallo Cadorna , l’esercito formato nella penuria di tutto, l’offensiva generosa e temeraria contro un nemico già pronto in tutta la sua potenza; la difesa tenace della porta alpina violata, la vendetta nel piano, fulminea, che si chiamò Gorizia, fiore rosso di passione e di sangue; e la lotta furibonda sulla via di Trieste aspettante e l’ascesa tormentosa dell’Alpe Giulia; Monte Santo, San Gabriele, Monte Nero, Altipiano della Bainsizza. Batté poi l’ora grigia della non meritata sventura, ma la ritirata sapiente e l’arresto meditato sul Piave e il comandamento di resistere o morire è una gloria vostra Maresciallo. Nessuno, vogliamo gridarlo di fronte al mondo, può contendere questa fronda alla vostra corona!”. L’anziano generale prese così la parola e pronunciò il suo discorso che vi riportiamo in fondo per intero. Questo passaggio è particolarmente significativo: “…L’azione e i meriti dei singoli saranno discussi e giudicati poi, dai posteri più liberi e sciolti dalle passioni del tempo; ma sin d’ora il vostro atto che segue quello del Governo del Re , consacra anche in fronte all’avvenire lo spirito unico che animò i comandanti, che collegò i loro sforzi e i loro disegni che li guidò nei momenti più gravi e che oggi li unisce in un sentimento che trascende le ambizioni personali di fronte alla maestà della Patria vittoriosa. E in noi, comandanti, esalta sopra tutto il valore unico costante dei soldati. Poiché - e lo sento con fierezza - gli onori fatti a me in quest'ora vanno oltre la mia persona; vanno al combattente italiano di tutte le  battaglie e di tutte le vittorie; vanno ai vivi e ai morti; a quei milioni di silenziosi eroi a cui ho chiesto il sacrificio di ogni cosa più cara; a cui ho detto che bisognava esser pronti a morire per un altissimo scopo, che essi forse non vedevano sempre, ai quali ho dovuto far spargere il sangue, anche quando il successo pareva lontano, l'offensiva  temeraria, e la lotta senza via d'uscita; coi quali ho anche usato a volte parole dure, dettate dalla necessità e non dal cuore; ai quali non ho potuto dare singolarmente il premio che si meritavano, ma che sento oggi uniti a me e compartecipi della giustizia che mi è resa.” Leggete di seguito il resto del discorso, ascoltate le sue parole, e avrete percezione diretta e personale su quanto sia veritiera la leggenda nera che è stata cucita addosso a questo grande grande comandante, 

Il discorso completo: “Altezza Reale, è con animo profondamente commosso dai ricordi della guerra che dai cittadini di questa nobilissima Padova ricevo oggi le insegne della più alta dignità militare offertemi in commemorazione dei miei giorni in cui, dieci anni orsono, ubbidendo al comando di S.M. il Re, io mossi per guidare l’esercito verso l’adempimento di quei voti nazionali   che ci sono stati lasciati in retaggio dalla generazione del Risorgimento. Le promesse di quelle memorabili giornate della Storia d’Italia non sono state deluse. Il giuramento di ridare alla Patria le sue naturali frontiere e di elevare la nostra dignità morale in un cimento che fu la prova del fuoco di tutti i popoli è stato mantenuto e sciolto a Vittorio Veneto. L’impeto generoso di una nazione levatasi in armi con un sentimento patrio che fondendo tutte le classi, le regioni e le fedi ci lasciò intravedere nell’ora del sacrificio l’ideale di un’Italia concorde, ha spezzato il nostro secolare nemico. Il sangue di cui siamo debitori di ben più che di una conquista materiale di territori non è stato sparso invano. Per questo sento di poter anch’io con tranquilla coscienza accettare oggi i segni di un riconoscimento che va alla fede con cui credetti nelle virtù militari del nostro popolo cercare di preparare in una febbrile vigilia un esercito degno dei destini del mio Paese. Ma mi è grato che quest’atto di riconoscenza mi sia reso insieme all’altro Comandante supremo delle forze combattenti che riassume nel suo nome (Diaz della Vittoria n.d.r.) come in simbolo imperituro la Vittoria italiana e che nelle onoranze rese nello stesso giorno, con lo stesso animo ad entrambi si riaffermi così quella unità spirituale che lega il primo giorno del nostro intervento al compimento glorioso dell’aspra lotta  e illumina coi bagliori della vittoria i lunghi e logoranti anni del Carso. La guerra è stata una, la gloria una sola, e nessuno vorrebbe pesarne gelosamente la parte che gli spetta sulle bilance della storia. Mi basta di sentire, di sapere per accettare il vostro omaggio che coi miei compagni d’arme ho fatto tutto ciò che era in mio potere per obbedire al comando della Patria per tener alto l’onore dell’esercito, per non piegare nelle ore buie che in ogni guerra sono fatali, per difendere con inflessibile volontà questo sacro suolo, assumendo responsabilità terribili di fronte al giudizio degli uomini e al giudizio di Dio. L’azione e i meriti dei singoli saranno discussi e giudicati poi, dai posteri più liberi e sciolti dalle passioni del tempo; ma sin d’ora il vostro atto che segue quello del Governo del Re , consacra anche in fronte all’avvenire lo spirito unico che animò i comandanti, che collegò i loro sforzi e i loro disegni che li guidò nei momenti più gravi e che oggi li unisce in un sentimento che trascende le ambizioni personali di fronte alla maestà della Patria vittoriosa. “E in noi, comandanti, esalta sopra tutto il valore unico costante dei soldati. Poiché - e lo sento con fierezza - gli onori fatti a me in quest'ora vanno oltre la mia persona; vanno al combattente italiano di tutte le  battaglie e di tutte le vittorie; vanno ai vivi e ai morti; a quei milioni di silenziosi eroi a cui ho chiesto il sacrificio di ogni cosa più cara; a cui ho detto che bisognava esser pronti a morire per un altissimo scopo, che essi forse non vedevano sempre, ai quali ho dovuto far spargere il sangue, anche quando il successo pareva lontano, l'offensiva  temeraria, e la lotta senza via d'uscita; coi quali ho anche usato a volte parole dure, dettate dalla necessità e non dal cuore; ai quali non ho potuto dare singolarmente il premio che si meritavano, ma che sento oggi uniti a me e compartecipi della giustizia che mi è resa.” Ma questa cerimonia mentre ravviva i nostri ricordi nella stessa città che della guerra fu uno dei centri bersagliati ed eroici, che conserva a titolo di gloria le sue ferite, non deve essere un semplice sguardo gettato a un periodo superato, come a cosa lontana, ma anche una promessa fatta all’avvenire. Dieci anni or sono, iniziando la lotta contro il nemico, io potevo a molti, dentro e fuori i nostri confini, sembrare un illuso dal troppo facile ottimismo nelle virtù militari di un’Italia che ancora non aveva fatto le sue grandi prove e che i suoi nemici speravano incapace di affrontarle e vincerle. Eppure, la fede nelle forze antiche e nuove di un popolo come l’italiano era in me così salda e cosciente da farmi affermare che la nazione avrebbe saputo battersi contro eserciti di tradizione e di preparazione secolari per conquistare quella posizione nella storia che solo le grandi guerre consacrano in modo definitivo. Oggi mentre ricevo le insegne di un comando che è premio di quella fede, guardando verso il domani, sento di poter rinnovare con accresciuta fiducia il mio presagio in quei destini della Nazione che spero e credo potranno essere conseguiti per le vie pacifiche del lavoro e della collaborazione con altri popoli. Dalla grande prova di questo decennio, al quale non sono mancate le ombre e le disillusioni, io esco però con la convinzione sicura che il popolo italiano non sarà inferiore alle speranze dei suoi esaltatori e dei suoi martiri. Combattendo si è rivelato a se stesso e ha mostrato le possibilità della sua grandezza nella continuità di una tradizione per cui giunse in un secolo di lotta, dalla servitù a Vittorio Veneto. E sono certo che nulla potrà ormai spezzare quella unità morale che è a base di quella anche territoriale e che fu definitivamente consacrata nel sangue sui campi di battaglia. Qualunque possano essere le divisioni amare e gli inevitabili conflitti di idee non è più possibile che gli italiani dimentichino i giorni in cui furono un fuoco solo e un’anima sola, nelle trincee e sotto il fuoco nemico, che si sentano indifferenti o, peggio, ostili gli uni agli altri dopo aver conosciuto il cameratismo e la colleganza di quattro anni di sacrifici in comune. E so che a un appello supremo in nome della Patria, per la difesa dell’onore e della vita nazionale, l’Italia del 24 maggio 1915, potrebbe ribalzare col più ardente spirito, quale si rivelò in quei giorni, rispondendo al comando con un unico grido, dai marescialli ai combattenti di ieri: “W il Re! W l’Italia!”

Navi, fanti e MAS: la Marina italiana nella Grande Guerra. Lorenzo Vita su Inside Over il 3 novembre 2021. La Grande Guerra è per molti italiani “distante” dal mare. Nel pensiero e nella memoria dei libri di storia, la guerra si combatteva sui monti, sulle pietraie del Carso, tra le trincee lorde di fango e sangue e sotto le incessanti detonazioni dei proiettili nemici. Non le onde del mare, ma le vette delle Alpi, a fare da scenografia a quel sacrificio di migliaia di uomini. Non i cannoni delle corazzate e delle navi, ma le mitragliatrici poste dall’altra parte della trincea i simboli del nemico e della morte. Per un Paese che ha visto il suo più grande tributo di sangue sugli altipiani e che aveva come obiettivo strategico terminare, idealmente, le guerre di indipendenza con Trento e Trieste, non può essere diversamente. La terra, le montagne, le trincee hanno in larga parte forgiato una generazione, mietuto una quantità infinita di morti e costruito una mitologia nazionale che va dal Piave a Caporetto fino a Vittorio Veneto. Un’epopea nazionale che fa della terraferma il suo vero sacrario. Tuttavia la Marina Militare, o meglio l’allora Regia Marina, ebbe un ruolo più silenzioso ma non meno importante per la vittoria dell’Italia nella Prima guerra mondiale. Perché se le trincee, le catene montuose e i fiumi erano le frontiere dei due eserciti che si scontravano nella logorante guerra di posizione, era in mare, nell’Adriatico, l’altro fronte in cui combattevano l’Italia e l’Impero austro-ungarico. Ed era lì che passava gran parte della sopravvivenza di un impero che aveva solo una costa da cui poter ricevere rifornimenti: quella balcanica. La componente marittima delle Forze Armate italiane ebbe da subito un compito complesso. Innanzitutto perché il nemico, cioè l’Austria-Ungheria- era a poche miglia dai propri porti. Non si trattava dunque di spedizioni lontane dai propri arsenali e dalla popolazione civile, ma un avversario che si trovava dall’altra parte dell’Adriatico. Un mare che, oltre alla prossimità tra Paesi rivieraschi, offriva anche coste molto diverse tra loro, con quella italiana che ha una conformazione molto più regolare rispetto a quella frastagliata e densa di insenature dell’area balcanica. La Regia Marina si trovava pertanto a dover fronteggiare  non solo un avversario temibile (per quanto la componente più pericolosa e moderna, quella dei sommergibili, era in larga parte attesa dall’industria tedesca), ma anche una triplice sfida. Agli uomini della flotta italiana – non solo imbarcati – era richiesto di colpire il naviglio nemico, proteggere le coste italiane e, infine, bloccare le vie rifornimento dell’Impero dal Mediterraneo: in pratica Otranto doveva essere un punto di strozzatura ideale per frenare l’approvvigionamento del nemico. Un complesso sistema strategico cui si aggiunse anche l’avvento della componente aerea della Regia Marina, con gli idrovolanti che compirono innumerevoli missioni su tutto il fronte (si parla di 36mila operazioni). Esisteva dunque un piano di operazioni marittimo diversificato. Da una parte quello strategico del controllo dell’Adriatico (oltre a quello più sconosciuto dei laghi) e delle principali basi e città dell’Alto Adriatico, a cominciare da Venezia. In questo caso, non va dimenticato anche il coinvolgimento della Marina francese e di quella britannica, preoccupate del Mediterraneo come lo era anche la Marina tedesca. Dall’altra parte, il secondo piano di operazioni, che poi è quello rimasto più limpido nella memoria collettiva, era dato da una serie di missioni dall’elevato simbolismo e che confermavano un aumento delle capacità tattiche della Regia Marina. I marinai italiani vengono così ricordati per le missioni contro le basi navali austriache nell’alto Adriatico, in particolare con l’impiego dei MAS (Motoscafo Anti Sommergibile). Con questo nuovo tipo di unità, armata di mitragliatrice, siluri e bombe, i militari ingaggiarono con la Marina austriaca una guerra logorante, i cui più importanti episodi furono l’affondamento della Wien, la cosiddetta “beffa di Buccari“, l’affondamento della Szent Istvan, passata agli onori come l’Impresa di Premuda (missioni guidate dal comandante Luigi Rizzo). Infine, sullo scadere della Grande Guerra, l’ultima missione: l’affondamento della corazzata Viribus Unitis nel porto di Pola da parte di Raffaele Rossetti Raffaele Paolucci. Una missione “non convenzionale” – preludio delle più importanti operazioni delle forze speciali – che chiuse l’impegno della Marina nella Grande Guerra, visto che solo due giorni dopo l’Austria-Ungheria firmò l’armistizio con l’Italia. Missioni che rimasero scolpite nell’immaginario di tante persone, anche per la presenza di quello che poi divenne il “poeta-vate” Gabriele d’Annunzio. E che se il passare del tempo rischia di vedere sfumare nella percezione delle nuove generazioni, non devono essere abbandonate: perché parte di una memoria collettiva che serve a ricordare cosa fu quella Grande Guerra per gli italiani.

Il Milite Ignoto che vinse la Grande Guerra e fece terminare il massacro per l'Europa. Una settimana dopo Vittorio Veneto la Germania si arrese. Andrea Cionci su Libero Quotidiano il 26 ottobre 2021

Andrea Cionci. Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore. “Tutto sopportò e vinse il Soldato. Perciò al Soldato bisogna conferire il sommo onore, quello cui nessuno dei suoi condottieri può aspirare neppure nei suoi più folli sogni di ambizione. Nel Pantheon deve trovare la sua degna tomba alla stessa altezza dei Re e del Genio”. Sono parole dell’allora colonnello Giulio Douhet - uno dei più geniali teorici militari al mondo - scritte sulla rivista da lui fondata, Il Dovere, nel 1920, due anni dopo la fine vittoriosa della Grande Guerra. Grazie al suo intervento, l’Italia ebbe il proprio Milite Ignoto che ci apprestiamo a celebrare il prossimo 4 novembre nel Centenario della sua traslazione e tumulazione. A questo proposito, vale la pena di ricordare che la Prima guerra mondiale L'HANNO VINTA GLI ITALIANI, non solo per se stessi, ma per tutta la Triplice Intesa, britannici, americani, francesi compresi. Il dato è oggettivo: appena sei giorni dopo la nostra vittoria finale sull' Austria-Ungheria a Vittorio Veneto (4 novembre 1918) la Germania del Kaiser, travolta dal panico, preda di ammutinamenti e diserzioni di massa, firmò l'armistizio, a Compiègne, l'11 novembre 1918. Il tracollo tedesco fu dovuto al fatto che la resa dell'Austria-Ungheria avrebbe reso possibile agli Italiani invadere la Germania dalla Baviera, aprendo un altro fronte meridionale che sarebbe stato del tutto insostenibile. Ciò è dimostrato dagli accordi armistiziali con l'Austria, che contemplavano proprio tale possibilità. In quel contesto, l'apporto franco-britannico alla sconfitta degli Imperi centrali fu pressoché nullo, dato che mentre noi vincevamo al Sud, i nostri alleati, sul fronte occidentale, attendevano in piena stasi l'intervento degli Americani, pianificando grandi manovre per il 1919, ANCORA IN PREVISIONE DI UN LUNGO ANNO DI GUERRA. In questo modo, a dirla tutta, gli Italiani hanno risparmiato la vita anche di circa un milione fra militari e civili Austriaci, Tedeschi e Ungheresi  (che in quattro anni di guerra 1914-’18 avevano già totalizzato circa 4 milioni di morti). Capite?  In sostanza, l'Italia, scesa nel conflitto UN ANNO DOPO rispetto a Francia e Gran Bretagna, con una funzione “secondaria”, ha vinto l'intera Grande Guerra togliendo UN ANNO PRIMA le castagne dal fuoco per tutti e interrompendo il massacro. Certamente, alla vittoria finale hanno concorso tutti i paesi dell’Intesa, con grossi sacrifici, ma così come alla Russia non si può contestare il primato di essere entrata a Berlino e di aver sconfitto la Germania nel 1945, così oggi all’Italia si deve riconoscere il merito di aver vinto e fatto terminare il Primo conflitto mondiale. Un fatto che, nella retorica politicamente corretta di oggi, non viene quasi mai ricordato, forse perché ritenuto poco “inclusivo”. Di sicuro non include l’onore alla nostra Nazione. Ci dispiace per gli aedi del pensiero unico, ma noi abbiamo come primario e ineludibile DOVERE quello di onorare i nostri nonni e bisnonni che si sono sacrificati per la Patria, e se un secolo fa i confini della stessa erano considerati SACRI E INVIOLABILI, non è che possiamo cambiare la storia a posteriori e fingere che i nostri soldati al fronte cercassero “il dialogo con le altre culture europee” o “stessero costruendo l’Europa unita”. I nostri avi hanno combattuto e vinto gli austro-ungheresi, allora nemici. PUNTO. Il loro sacrificio va ricordato in quel contesto storico, e se oggi abbiamo pacifici rapporti con l’Austria, e col resto dei paesi europei lo dobbiamo al fatto che, proprio per il sangue sparso dai nostri antenati, abbiamo maturato la consapevolezza che è preferibile la pace alla guerra. Così, la ricorrenza del Milite Ignoto ci ricorda quell’uomo al quale ininterrottamente tutti gli Italiani possono tributare omaggio, finalmente senza divisioni o partigianerie. Non è un eroe nazionale, non un grande generale, né un Re, nemmeno un Presidente della Repubblica. Forse era un umile contadino della Campania, o un montanaro del Piemonte, un irredentista trentino, o un pescatore abruzzese... Vi è anche una possibilità su 200.000 - tanti furono i corpi non identificati al termine della Grande Guerra - che si possa trattare proprio di quel sottotenente figlio di Maria Bergamas, la madre che scelse una delle 11 salme raccolte sotto le volte della basilica di Aquileia. Non lo sapremo mai. Ed è giusto così.

I cento anni del Milite Ignoto. La memoria e la storia. Vincenzo Grienti su Avvenire il 25 ottobre 2021. Aquileia, 28 ottobre 1921. E’ una donna a scegliere la salma tra le undici che rappresentavano i diversi fronti su cui l'Italia aveva combattuto il primo conflitto mondiale. Era la madre di Antonio Bergamas, sottotenente del Regio Esercito, originario di Gradisca d’Isonzo, suddito austro-ungarico, che sotto mentite spoglie era passato a combattere con gli italiani cadendo sul campo di battaglia. Cento anni dopo si fa memoria di quel giorno ad Aquileia. Da lì partì il viaggio sulla linea ferroviaria che toccò Venezia, Bologna, Firenze e Roma. Un treno che a velocità moderatissima passava di stazione in stazione dando l’opportunità alla popolazione di onorare il caduto simbolo. “Fu un giorno necessario. La prima guerra mondiale è stata una guerra di massa che ha prodotto una morte di massa e, di conseguenza, un lutto di massa in milioni di famiglie, le cui coscienze sono state marchiate da un dolore incommensurabile – spiega Luciano Zani, storico della Sapienza Università di Roma -. A questo dolore era necessario dare una risposta e uno sfogo, una ragione e un senso. Il lutto di massa ha generato il culto di massa dei soldati caduti, comune a tutti i paesi coinvolti nella guerra. La sacralizzazione della nazione ha accompagnato la guerra e provato a giustificare i sacrifici fatti per la patria. Quel giorno, e i giorni successivi fino al 4 novembre, sono stati un rito collettivo, preparato e pianificato con cura, ma anche spontaneo e partecipato da centinaia di migliaia di italiani, che resero onore alla bara contenente i resti del milite ignoto, scelto da Maria Bergamas tra undici salme, a nome di tutte le madri e le vedove d'Italia. La scelta di un soldato senza nome, tra i milioni di caduti e dispersi senza nome, fu l'idea che consentì di conciliare il rispetto dell'individualità di ogni singolo soldato e l'impossibilità di restituirla a ognuno di loro”. Poi il 4 novembre 1921 la salma giunse a Roma, all'Altare della Patria. Tutte le rappresentanze dei combattenti, delle vedove e delle madri dei caduti, con il Re in testa, e le bandiere di tutti i reggimenti mossero incontro al Milite Ignoto, che da un gruppo di decorati di medaglia d'oro fu portato a Santa Maria degli Angeli. Momenti intensi tra culto e memoria che cento anni dopo sottolineano il senso di una celebrazione che si rinnova attorno al monumento dedicato al Milite Ignoto anche in migliaia di Comuni italiani.“La celebrazione dei soldati morti, con nome e senza nome, nella prima guerra mondiale non dovrebbe soltanto farne il simbolo della morte sacrificale per la salvezza della patria e della perenne resurrezione dei caduti nella memoria collettiva della nazione – prosegue Zani -. La memoria diretta di quegli anni è morta con l'ultimo reduce scomparso. E' tempo di dare la parola alla storia. E la storia ci dice che quel rito del 4 novembre 1921 fu purtroppo una parentesi di silenzio, di raccoglimento e di lutto tra due epoche storiche. La prima, con la guerra, segnò il suicidio dell'Europa, soprattutto quella imperiale, e la catastrofe della sua civiltà: una crisi demografica spaventosa, una intera "generazione perduta", circa dieci milioni di morti e un ingente numero di mutilati e invalidi, milioni di profughi e di deportati a causa della ridefinizione dei confini degli Stati; la perdita del primato economico dell'Europa. La seconda epoca – aggiunge lo storico - vide in Italia l'appropriazione indebita da parte del fascismo del combattentismo e dei miti della guerra e della vittoria, la traduzione dell'epopea della trincea in forme violente di politica armata e militarizzata, la rapida torsione dei valori nazionali in nazionalismo estremo fino al trionfo del fascismo con le sue nuove guerre. Allora ogni Comune d'Italia che voglia dare la cittadinanza onoraria al Milite Ignoto dovrebbe parlare ai giovani del sacrificio dei caduti come necessità della pace e non esaltazione della guerra”. Un ricordo, quello dei caduti di tutte le guerre che richiama ad essere "custodi della memoria e costruttori di storia" per citare il 29° Congresso dell'Associazione nazionale reduci dalla prigionia e loro familiari appena concluso a Roma, ma anche un invito rivolto ai giovani per capire il passato e lavorare per il futuro facendo tesoro delle testimonianze dei nonni e dei bisnonni che, come gli IMI, gli internati militari italiani, dopo l’8 settembre 1943 e la firma dell’armistizio, preferirono scegliere la prigionia dicendo "no" al nazifascismo attraverso la loro resistenza senza armi. “Gli Internati Militari Italiani ci hanno raccontato più volte, nelle loro memorie scritte e orali, che per sopravvivere dignitosamente in un lager non bastano il cibo per sfamarsi e una coperta per difendersi dal freddo” sottolinea Luciano Zani, ma servono "calorie spirituali". Da quelle più semplici e immediate: “Una preghiera come conferma e conforto nella fede, un sorriso o un gesto di solidarietà di un compagno di baracca, la lettura di un libro, l’arrivo di una cartolina o di una lettera dei propri cari” a quelle “più elaborate e complesse, collettivamente pensate e realizzate: la musica, la poesia, la pittura, il teatro, lo sport, il gioco in tutte le sue forme”. Nutrire il cervello, anche se lo stomaco protesta, dice Zani ricordando le sofferenze degli Internati militari italiani, “serve a vincere la spersonalizzazione voluta dai tedeschi, la riduzione a numero e ad arnese da lavoro. Recuperare il passato, Shakespeare, Mozart, nel lager modella un nuovo e diverso presente, che chi avrà un futuro potrà vivere e rivivere come il proprio passato, sottratto al potere dell’indifferenza e della deumanizzazione”. Lo sa bene Michele Montagano, 100 anni il 27 ottobre, sottotenente degli alpini nei giorni che seguirono l’8 settembre 1943. Il suo “no” a collaborare con i nazifascisti lo portò alla prigionia e all’internamento come gli altri 650mila militari italiani. Oggi il suo ricordo va ai caduti di tutte le guerre e all’importanza “di non dimenticare” chi ha dato la vita per l’Italia. “In mille occasioni ho raccontato la mia storia che rimane ancora viva nella mia vita, così come su migliaia di altri miei compagni che, come me, hanno condiviso un destino dietro il filo spinato, sottoposti a violenze e umiliazioni e affrontando momenti difficili e molto duri per aver detto NO alla collaborazione con il nazifascismo – ha avuto modo di dire più volte Montagano -. Ogni volta che rendo la mia testimonianza, ci tengo a sottolineare che, pur essendo difficile perdonare, sono riuscito a passare attraverso il tragico mondo concentrazionario senza odiare nessuno, neppure i nazisti, anche se loro, per quasi venti lunghi mesi, hanno cancellato dal consorzio umano il nome del tenente Michele Montagano, sostituendolo con il numero 27539 come IMI e con il numero 370 come politico KZ”. Nei giorni in cui Montagano compie cento anni cade l’anniversario di Aquileia. Una coincidenza che richiama alla memoria quella “inutile strage” che fu la Grande Guerra, per citare Benedetto XV, e la tragedia della Seconda guerra mondiale che chiamò al fronte Montagano e altri giovani italiani alcuni dei quali non tornarono più. Un insegnamento per le giovani generazioni affinché custodiscano la memoria per costruire la storia futura di un mondo in pace e senza conflitti.

Il Milite Ignoto. Ecco come, cento anni fa un corpo dimenticato diventò simbolo della Nazione. Matteo Sacchi il 24 Ottobre 2021 su Il Giornale. Ossa sparse, mescolate. Brandelli di corpi immarcesciti e misti alla terra, povere cose che un tempo erano vita, carne, sangue, persone. Ossa sparse, mescolate. Brandelli di corpi immarcesciti e misti alla terra, povere cose che un tempo erano vita, carne, sangue, persone. Povere cose a cui è difficile dare una sepoltura, un nome. E che dai campi di tutta Europa, dove la natura inizia a reimpossessarsi delle trincee e delle «terre di nessuno», interrogano le coscienze dei vivi. Levano loro il sonno. Questo l'amara veglia di un'Europa che entrata, sonnambula, nel Primo conflitto mondiale non riesce più ad assopire il senso di colpa, milioni di morti e cinque anni dopo. Senza contare le centinaia di migliaia di madri, padri, figli che continuano ad invocare che almeno il disperso, colui che non è mai tornato dall'inferno del campo di battaglia, possa dirsi morto, possa riposare in pace. Così nasce, e si diffonde tra i Paesi che hanno partecipato al conflitto, l'idea del Milite ignoto. Di un corpo anonimo che si faccia simbolo. Che incarni tutte le sofferenze della nazione e, in qualche modo, dia pace a chi pace non può più avere. Nel caso italiano il milite ignoto, prescelto tra 11 bare anonime, venne alla fine tumulato nel Vittoriano il 4 novembre del 1921, cento anni fa. Il trasporto della salma dalle zone del fronte verso Roma si trasformò in una costante mobilitazione di masse. In un momento di presa di coscienza collettiva, di catarsi ma anche di tensione. Perché il corpo di quel soldato senza nome rivestì, per un intero popolo, significati molto diversi. Per capirli è di grande aiuto il libro che verrà pubblicato proprio il 4 novembre per i tipi della Leg: Il milite ignoto. Storia e mito di Laura Wittman (euro 20, pagg. 278). Il volume, che vanta anche un corposo materiale fotografico, racconta nel dettaglio tutta la vicenda. Ma sopratutto il clima complesso in cui si sviluppò. A partire dalla proposta lanciata dal colonnello Giulio Douhet che diede il via alla vicenda. «Tutto sopportò e vinse il nostro soldato. Tutto. Dall'ingiuria gratuita dei politicanti e dei giornalastri che sin dal principio cominciarono a meravigliarsi del suo valore, quasi che gli italiani fossero dei pusillanimi, alla calunnia feroce diramata per il mondo a scarico di una terribile responsabilità... Nel Pantheon deve trovare la sua degna tomba alla stessa altezza dei Re e del Genio». Come si vede già da questa formulazione dell'agosto 1920 - Douhet sostenne sempre che l'idea non era sua ma che nasceva direttamente dal basso, dai combattenti - sotto la figura del Milite si muovevano anche idee di critica e di contestazione verso la politica del governo. Spaziavano dal pacifismo al rifiuto della vittoria mutilata che animava la ribellione dannunziana. Non a caso d'Annunzio declinò, come spiega la Wittman, la partecipazione alle cerimonie ufficiali anche se dedicò al Milite pagine accorate dell'edizione 1921 del suo Notturno: «Dentro la basilica di Aquileia una madre dolorosa sceglieva tra le undici bare innominate quella che sta per discendere nel monumento...». Le forze politiche tentarono di sterilizzare e di incanalare questi sentimenti quando, in fine, licenziarono quasi all'unanimità il progetto di legge per la «Sepoltura della salma di un soldato ignoto», presentato alla Camera dei deputati il 20 giugno 1921, pochi giorni prima delle dimissioni del quinto governo Giolitti. Si procedette in fretta, ma spostando il luogo dell'inumazione al meno problematico altare della Patria, lontano da salme di Re. Giunti al dunque, il 4 agosto, Luigi Gasparotto, ministro della Guerra del nuovo governo Bonomi, chiese agli oratori di rinunciare a pronunciare discorsi e proseguire «senza abuso di parole», anche per evitare interventi antimilitaristi. Anche così il carico di emozione e di dolore, che si materializzarono attorno all'evento, furono, nel caso italiano, troppo forti per essere ridotti ad una formula univoca e governativa. Non ci riuscì del resto nemmeno, negli anni successivi, la propaganda di un fascismo che voleva farsi Stato. Uno dei pregi del testo della Wittman è proprio quello di scoperchiare, e raccontare nel dettaglio, queste tensioni emotive sotterranee. A partire dal fatto che la tomba «celebra l'essenza più profonda e primitiva del corpo a discapito dell'identità... come per dire che le parole erano state annientate». E quella corporeità straziata, che doveva essere di tutti, richiese difficili equilibri, sospesi tra il burocratico e il sacrale, tra la paura della morte e il senso di cameratismo, tra l'apotropaico e la retorica. Si creò una apposita commissione per recuperare undici corpi. E quasi dar sostanza ad un'altra frase dannunziana: «Voi gente lorda e greve di sotterra, voi in quel punto non eravate se non fiamma celere, non eravate se non anima splendida, come in un Resurressi». E perché il «corpo mistico» fosse scelto a caso si cavillò di bare assolutamente uguali, si discusse di posizioni, di chiodi, di venature del legno. Solo il caso, attraverso gli occhi di una madre che aveva perso il figlio in guerra senza riaverne le spoglie, doveva scegliere, nella basilica di Aquileia, questo Alter Christus senza nome. Il compito toccò, il 28 ottobre 1921, a Maria Maddalena Bergamas. Avrebbe dovuto rappresentare l'Italia orbata dei suoi figli (altri Paesi avevano preferito un uomo per la scelta), posare il fiore bianco sulla bara prescelta. Fuori programma, si fermò davanti alla seconda delle undici bare, in preda a improvviso dolore, «come se avesse visto il corpo al suo interno», si strappò il velo e lo gettò sulla cassa. Nessuna trascendenza ma un lutto oscuro e ctonio. Quasi una chiamata dal mondo dei morti. Era l'inizio del lungo percorso che portò il Milite a Roma. La nazione aveva un simbolo che poi sarebbe stato tirato a destra dal fascismo e a sinistra dalla Resistenza. Ma per molti che andarono a vederlo passare era «il figlio senza nome della nazione...» che «si era alzato ed è disceso nel suo cammino come un fiume». E tanto doveva bastare per chi aveva perso tutto, persino un corpo su cui piangere. Il resto era e resta vuota retorica.

Matteo Sacchi. Classe 1973, sono un giornalista della redazione Cultura e Spettacoli del Giornale e tenente del Corpo degli Alpini,  in congedo. Ho un dottorato in Storia delle Istituzioni politico-giuridiche medievali e moderne  e una laurea in Lettere a indirizzo Storico conseguita alla Statale di Milano. Il passato, gli archivi, e le serie televisive sono la mia passione. Tra i miei libri e le mie curatele gli ultimi sono: “Crudele morbo. Breve storia delle malattie che hanno plasmato il destino dell’uomo” e “La guerra delle macchine. Hacker, droni e androidi: perché i conflitti ad alta tecnologia potrebbero essere ingannevoli è terribilmente fatali”. Quando non scrivo è facile mi troviate su una ferrata, su una moto o a ti

QUANDO LUCHINO VISCONTI E FLORESTANO VANCINI PROVARONO A RISCRIVERE LA STORIA CINEMATOGRAFICA DEL RISORGIMENTO. Michele Eugenio Di Carlo (pubblicato sul quotidiano l'Attacco il 18 settembre 2021). Nel 1954, il milanese Luchino Visconti con “Senso” , l’adattamento cinematografico di una novella di Camillo Boito , aderisce alla critica gramsciana sul Risorgimento, prendendo definitivamente le distanze dai toni celebrativi e propagandistici e presentando una visione esclusivamente antiretorica e critica. Antonio Gramsci che, tra l’altro, nel 1920 su “Ordine Nuovo” scrive che «Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce, che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti». Il regista Florestano Vancini, nel 1972, con il film “Bronte” , abbatte definitivamente il mito consolidato che la tradizione italiana aveva costruito intorno al periodo risorgimentale. Un periodo che viene visto da Vancini come denso di aspettative deluse e di occasioni mancate, a partire dalla non partorita repubblica democratica sostituita da una monarchia sabauda asfittica, come visto, sia sul piano delle libertà che su quello della giustizia sociale. La critica alle carenze e alle omissioni del mondo accademico diventa esplicita e matura negli ambienti intellettuali, tanto che Fulvio Orsitto scrive: “Pur non sanando del tutto il rapporto problematico che la storiografia accademica, la settima arte si avviava ad acquisire la maturità necessaria per provare ad effettuare una vera e propria invasione di campo e per offrire pellicole storiche finalmente degne dello status delle fonti […] Pertanto, seppure con metodi d’indagine e d’espressione diversi dalla ricerca storica classica, un’opera come Bronte rappresenta il vertice espressivo di quell’ansia di realtà che ben rappresenta l’approccio nei confronti della storia esercitata dagli intellettuali italiani nel corso degli anni Sessanta ”. Vancini non esita a ribaltare luoghi comuni e stereotipi e ricostruisce la storia con una nuova visione prospettica: quella dei vinti e dei ceti sociali deboli, con un’ottica che, collegando l’epoca risorgimentale all’attualità, ne mette in rilievo tratti tipici e comuni quali la lotta di classe, le pulsioni repressive, la corruzione dei livelli politici e burocratici, il ruolo dei capitali e delle diplomazie europee. In “Bronte”, secondo Sergio Toffetti, “si incrociano il meridionalismo progressista, la revisione storica dell’impatto sociale dell’unificazione italiana, le ricerche d’archivio sugli aspetti più controversi dell’epopea garibaldina e quel cinema di impegno civile, nato con Francesco Rosi ed Elio Petri […] che utilizza la finzione ed il racconto cinematografico […] per portare alla luce la faccia nascosta del potere ”. Quel potere, appunto dalla «faccia nascosta», che ha saputo sapientemente occultare la vera storia del Risorgimento e che sull’epopea garibaldina ha costruito un mito, che Vancini nel film “Bronte” vuole ricondurre sui binari della realtà storica. Fulvio Orsitto, docente presso la California State University, esperto in Storia del cinema italiano, curatore per l’editore Vecchiarelli di un pregevolissimo testo che analizza compiutamente il rapporto tra cinema italiano e Risorgimento, ammette che il cinema italiano, da quello muto delle origini a quello contemporaneo, presenta come vocazione costante nel tempo quella di occuparsi della storia. Una vocazione che non nasconde la tentazione di guardare al passato per offrire soluzioni alla società del presente e per delineare al meglio gli orizzonti del futuro. Addirittura, Guido Cincotti , il primo studioso, agli inizi degli anni Sessanta del secolo scorso, a materializzare analiticamente il rapporto stretto ma controverso tra il cinema italiano e il Risorgimento, manifesta la netta impressione che la nascita stessa della cinematografia avvenga nel segno del Risorgimento. È del tutto evidente agli specialisti che il cinema muto degli inizi del Novecento abbia una inclinazione unicamente celebrativa dell’Italia liberale al potere sin dall’unificazione. La prova più evidente di questa tendenza quasi pedagogica è il film “La presa di Roma” di Filoteo Alberini , che nel 1905 celebra Crispi e la monarchia sabauda con una rievocazione agiografica che sconfina nel fantastico e nel mitologico, avente l’unico intento di mettere al riparo da ogni possibile rivendicazione l’autorità di quello stato che proviene chiaramente in linea retta dal processo unitario risorgimentale. È l’epoca in cui la letteratura risorgimentale si evolve nella sua trascrizione cinematografica. È, ad esempio, il caso del romanzo diventato best seller “Il Dottor Antonio” di Giovanni Ruffini e di “Cuore” di Edmondo De Amicis , per il quale vengono presentate varie versioni dal 1911 al 1916. Su questo periodo, in cui la Destra liberale torna al potere prima con Zanardelli poi con Giolitti, Roberto Balzani ne “Il Risorgimento nell’Italietta”, chiarisce che l’uso propagandistico e celebrativo dell’iconografia risorgimentale ha un doppio effetto: il primo perché «il Risorgimento ne esce in parte secolarizzato, privato di ogni asperità polemica, e quasi addomesticato»; il secondo quando «si trasforma in oggetto di culto a disposizione di una nuova, bene visibile, “divinità laica”, la patria».

Ricordato l'80° dell'europeista Manifesto di Ventotene, dimenticati i 200 anni di Anita Garibaldi. Andrea Cionci Libero Quotidiano l'1 settembre 2021.

Andrea Cionci. Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore

Per uno di quegli strani paradossi della storia, nel periodo in cui maggiormente si tende a rivalutare la figura femminile, è stata del tutto dimenticata dalle Istituzioni l’eroina delle eroine italiane, la creola brasiliana Anita Garibaldi, nel 200° della nascita. Stessa sorte era toccata, in luglio, alla principessa Cristina di Belgiojoso  nel 150° della morte. Queste donne straordinarie forse scontano la pecca di aver tessuto i destini del nostro Risorgimento, come vere “Parche” in tricolore. E la storia patria, si sa, non va più di moda. Ad Anita è stato preferito l'80° del Manifesto di Ventotene dei fratelli massoni Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi. Così - ironia - l’omaggio più importante a lei tributato resta ancor oggi il monumento bronzeo sul Gianicolo, a Roma, opera di Mario Rutelli, voluto e inaugurato nel 1932 da Mussolini alla presenza dei Sovrani: “Il governo fassista – declamava il Duce con l’inconfondibile accento romagnolo - rappresenta Anita galoppante, come guerriera che insegue il nemico, e madre, che protegge il figlio” . Ma, realmente, Anita seppe coniugare queste due anime così apparentemente lontane? Negli ultimi decenni, spesso è stata dipinta come una sorta di pasionaria proto-femminista, anche attingendo a un’aneddotica quasi del tutto priva di riscontri storici. Della sua vita, prima dell’incontro con Garibaldi, si sa pochissimo, se non che era nata intorno al 30 agosto 1821, figlia di un mandriano di Laguna, nello Stato brasiliano di Santa Catarina. Nel luglio 1839, era già sposata con Manuel Duarte de Aguiar quando incontra Giuseppe Garibaldi: i due si innamorano perdutamente e già in ottobre la diciottenne Anita è imbarcata su una nave. Per dieci anni condividerà l’inquieta e pericolosa vita di Garibaldi combattendo al suo fianco, in ruoli di difesa munizioni o persino in attacchi navali e terrestri. Un anno dopo, durante la battaglia di Curitibanos, viene catturata dalle truppe imperiali brasiliane: ottenuto il permesso dal comandante nemico di cercare il cadavere del suo uomo sul campo di battaglia, ruba un cavallo e riesce a scappare. Era infatti una straordinaria cavallerizza, tanto che, si dice, perfezionò  lo stesso Garibaldi nell’arte di cavalcare. Nello stesso anno, nasce il primogenito Domenico Menotti chiamato così in onore del patriota modenese Ciro Menotti. Pochi giorni dopo il parto, gli imperiali circondano la sua casa, uccidono le sentinelle e tentano di farla prigioniera, ma Anita, con il neonato in braccio, scappa da una finestra, monta in sella e si dilegua nel bosco dove riesce a sopravvivere per quattro giorni, senza viveri e con il bimbo al petto, finché Garibaldi e i suoi non la trovano. Proprio da quel pargoletto discende donna Costanza Ravizza Garibaldi che ci racconta: “Menotti, che la ebbe fino ai nove anni, la ricordava come una madre dolcissima. Fu una donna che seppe adattarsi a qualunque situazione: quando c’era da combattere, combatteva come un uomo, e quando c’era da fare la mamma stava in casa e badava ai figli. Di lei ci sono rimaste poche “reliquie”: in famiglia conserviamo il piatto da lei usato fino a pochi giorni prima di morire di febbri, al 5° mese di gravidanza, durante la ritirata dalla sconfitta Repubblica Romana, nel 1849. Poi uno scialle, un vestito e un paio di forbici da sarta, conservati in vari musei del mondo. Ma l’esempio che lascia alle donne di oggi è quello di una donna a tutto tondo: adattarsi, , affrontare la vita con forza e coraggio, senza lamentarsi e mantenere il nostro carisma femminile, che non coincide col «diventare uomini», ma nel rimanere quello che siamo”. Un grazie all’Istituto Internazionale di Studi e la Società Mutuo Soccorso “Giuseppe Garibaldi” che il 3o agosto hanno omaggiato le spoglie dell’Eroina dei Due Mondi presso il suo monumento.

Storia di Peppino Jr. Garibaldi, che finì in cella con Pertini e Saragat. Il nipote dell’eroe dei due mondi fu arrestato dai nazisti e rinchiuso nel carcere di Regina Coeli. Solo l’8 settembre lo salvò dal plotone di esecuzione. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 22 agosto 2021. Il Messico è pieno di vie e piazze dedicate a Garibaldi. Una si trova proprio al centro della capitale. Ma non è il Giuseppe Garibaldi che viene subito da pensare. Parliamo del nipote. Si chiama anche lui Giuseppe, ma veniva chiamato Peppino, naturalizzato in Josè. Suo padre, Ricciotti Garibaldi – nato in Uruguay – era il figlio, appunto, di Giuseppe Garibaldi e Anita. La storia di Ricciotti è degna di nota. Figlio quartogenito del grande eroe dei Due Mondi, era salito sul treno Roma – Sulmona per inaugurare la nuova impresa ferroviaria, in veste di deputato dell’appena nato Regno D’ Italia. Ma il treno si fermò in una minuscola stazione per ricostruire le sue scorte di carbone e intraprendere le nuove salite verso l’Abruzzo: Riofreddo. La temporanea sosta a Riofreddo, piccolo comune romano, bastò a Ricciotti per sceglierlo come luogo di un futuro investimento. Il figlio di Giuseppe Garibaldi comprò un terreno e iniziò a costruire le fondamenta per quella che doveva essere una dimora estiva. I fatti andarono diversamente. L’avventatezza di Ricciotti Garibaldi negli affari era proverbiale e in pochi anni costò al battagliero figlio dell’eroe dei Due Mondi, tutto il proprio capitale. Secondo la legge dell’epoca, a Ricciotti venne lasciata in dotazione solo la proprietà di minor valore, per permettergli di sopravvivere al proprio disastro. Per l’Italia, Ricciotti e la sua numerosa famiglia dovevano scegliere di vivere a Riofreddo oppure emigrare. L’arrivo nel piccolo paese della provincia romana venne però salutato con entusiasmo dal nucleo familiare. Ricciotti aveva sposato a Londra Constance Hopcraft, una donna dotata di grandissimo carattere, capace di sostenere spesso con le sue sole forze l’intera famiglia. E con lo stesso impeto, Costanza trasformò le tre stalle presenti sul terreno al momento dell’acquisto in quella che nel tempo sarebbe diventata Villa Garibaldi, oggi sede di un suggestivo museo. A pensare che prima ancora di conoscere sua moglie, a Londra Ricciotti ebbe la possibilità di andare a trovare Karl Marx e Engels. La sua popolarità fra circoli operai e anarchici aumentò e, dopo la morte di Giuseppe Mazzini, assieme a qualche mazziniano e a qualche garibaldino, fondò, nell’agosto 1872, riunendo 300 persone al teatro Argentina, l’associazione dei Franchi cafoni o “associazione dei Liberi Cafoni”, denominazione con richiami contadini, e probabilmente di ispirazione bakuniana con cui avrebbe voluto riunire i democratici italiani per organizzare la “democrazia pura”. Il nome dell’organo di stampa del movimento, “Spartacus”, è indicativo dei propositi rivoluzionari dell’associazione, che tra i suoi obiettivi poneva quello del suffragio universale. L’associazione ben presto assunse i caratteri di associazione di ideali socialisti finendo in poco tempo per essere disciolta dalla questura romana. Tutti i figli di Ricciotti mantennero fede al mito di nonno Giuseppe. Tutti si impegnarono, a vario titolo nelle cause indipendentiste, irredentiste, nazionaliste. Alcuni scelsero strade opposte, altri morirono da eroi negli assalti alla baionetta sul fronte trentino. Ma tra loro spicca il primogenito Giuseppe (detto Peppino), nato a South Jarra, in Australia, che fece dei viaggi e dell’impegno politico il proprio credo. Allievo del collegio tecnico di Fermo, fuggì per arruolarsi col padre nella spedizione del 1897 in Grecia durante la guerra greco- turca e in seguito si stabilì a Buenos Aires. Nel 1903 offrì i suoi servizi in Sudafrica nelle guerre boere come volontario per l’esercito britannico e poi combatté in Venezuela contro Cipriano Castro durante la cosiddetta Rivoluzione liberatrice. Arrivò in Messico all’inizio del 1911 per unirsi alle forze maderiste, quelle capeggiate da Madero, considerato un paladino della democrazia messicana e propugnatore di profonde riforme sociali. Partecipò a diverse battaglie nello stato di Chihuahua, tra cui la battaglia di Casas Grandes contro l’esercito federale di Porfirio Díaz, dopodiché raggiunse il grado di generale attirandosi persino le ire del celebre anarchico Pancho Villa, che gli giurò vendetta e tentò di addirittura di eliminarlo fisicamente. Successivamente fu nominato capo della cosiddetta Legione Straniera, che riunì una quarantina di individui e in cui lavoravano volontari di diverse nazionalità. Tanti erano italiani. Ma la sua designazione, inizialmente, creò malcontento. Quando trionfò la rivoluzione maderista, Garibaldi decise di lasciare il Messico. Andò in Grecia nel 1912 per combattere nella prima guerra dei Balcani contro la Turchia, e vi rimase fino al 1913. Ma non finisce qui. Ora viene il bello, ed è una storia poco conosciuta. Il buon Peppino decise di tornare in Italia nel 1922 e assieme a un altro nipote di Garibaldi, fondò il Movimento “Italia Libera” per opporsi all’avanzare fascista, che però non ebbe successo. A quel punto fondò anche una vera e propria banda armata con l’intento di uccidere Benito Mussolini e rovesciare il regime che si stava instaurando. Diverse qui sono le ricostruzioni storiche, ma pare che tale banda fosse appoggiata da Domizio Torriggiani, Gran Maestro della Massoneria Italiana e dal fratello Ricciotti. Un tentativo di colpo di Stato, intensificato dopo il ritrovamento del deputato socialista Giacomo Matteotti. Sul piano per eliminare Mussolini c’era pieno accordo tra i fascisti dissidenti e i partiti di opposizione. Il piano fallì, la dittatura si instaurò e Peppino fu costretto a fuggire negli Stati Uniti. Furono anni bui, rischiarati solo da un matrimonio, che sarà molto felice, con Maddalyn Nichols, una giovane americana appartenente ad una famiglia importante. Peppino dovette tuttavia condurre una vita modesta, e ricorse all’aiuto della sorella Josephine ( Giuseppina), per ritornare in Italia nel 1940. Il fratello Ricciotti tenta di riunire la famiglia sotto l’egida di Peppino per pesare sulla situazione interna italiana. Anche quello fu l’ennesimo fallimento. Nel 1943 Peppino Garibaldi fu arrestato per ordine della Wehrmacht tedesca e detenuto al carcere romano di Regina Coeli, in via della Lungara, a Trastevere. Da ricordare che in quel carcere romano, dalla caduta di Mussolini ( luglio 1943), vennero detenuti i vecchi fedeli del Duce, gerarchi e dirigenti. Dopo l’armistizio dell’ 8 settembre invece, e la conseguente occupazione nazista di Roma, il carcere venne governato dalle SS tedesche che si impegnarono a torturare gli oppositori nel terzo braccio. In quel carcere vi rinchiusero giornalisti, politici, ebrei, scrittori, gente comune. Si ritroverà, nel sesto braccio, arrestato il 20 novembre del 1943, Carlo Ginzburg, scrittore, esponente del Partito d’azione. Non uscirà vivo di li. Morirà in seguito alle torture riportate dopo un pestaggio ad opera dei fascisti. Tra gli antifascisti chiusi nel sesto braccio c’erano anche Sandro Pertini e Giuseppe Saragat, entrambi partigiani, socialisti, odiati dai fascisti e trasferiti in quell’ala del carcere in attesa della fucilazione. I due futuri presidenti della repubblica riusciranno ad evadere. Ma Peppino Garibaldi no e fu in attesa della fucilazione. Solo la liberazione di Roma lo salvò da una fine tragica. Dopo la guerra, condusse vita riservata e morirà a Roma il 19 maggio 1950. Da povero.

L’ALTRA STORIA DEL SUD. Così l’Inghilterra aiutò Garibaldi. Michele Eugenio Di Carlo su SudOnLine il 12 maggio 2020. Uno dei più dettagliati resoconti della spedizione garibaldina – tanti ne hanno tratto informazioni senza citare la fonte – resta quello di Giacinto de’ Sivo. Con precisione assoluta lo scrittore di Maddaloni descrive l’apparato di sicurezza che il Governo aveva disposto per proteggere la Sicilia dall’invasione ritenuta certa: quattro fregate a vapore, due a vela, nove piroscafi da guerra, che navigavano incessantemente lungo le coste siciliane. Considerate anche le forze di Polizia e le Guardie Urbane, supporre che Giuseppe Garibaldi, nel caso fosse riuscito a sbarcare, potesse andare oltre Marsala non era proprio possibile. Per de’ Sivo era del tutto chiaro: la forza di Garibaldi era stata costruita a tavolino, in particolare dalla potentissima macchina della propaganda inglese. E quanto Cavour, convintosi a favorire la spedizione, cercò di metterne a capo Nino Bixio, «allora dolentissimo il Nizzardo, scordò la venduta patria, e scrisse umilissime lettere al La Farina, scongiurandolo d’aiutarlo… ». Sicuramente era stata proprio l’azione di mediazione di Giuseppe La Farina a spingere Garibaldi ad incontrare Camillo Cavour e Vittorio Emanuele II a Bologna il 2 maggio, al fine di addivenire ad un accordo, come già supposto dallo storico Pietro Pastorelli. Ed è così che «quel marinaio già dalla stampa mazziniana magnificato, quasi promesso da’ fati, per patti segreti tra reggitori di popoli potenti, con l’oro del Piemonte indebitato a posta, doveva lanciarsi a portar guerra civile nelle Sicilie». Mentre tutta Genova era in fermento per i preparativi della partenza, le proteste del ministro degli Esteri napoletano ottenevano l’effetto di far sì che «Cavour si storcea, mendicava parole, e prometteva d’impedire l’andata». E quando dalla Prefettura di Genova si manifestarono le preoccupazioni circa le responsabilità di preparativi alla luce del sole per una invasione militare che nessuno aveva autorizzato, «venne il La Farina con lettere del Cavour al prefetto e nessuno fiatò; anzi s’ebbero aiuti manifesti». De’ Sivo svela anche i retroscena dell’accordo segreto tra la società di navigazione Rubattino. Un accordo che era stato siglato con un atto di vendita dei bastimenti Piemonte e Lombardo a Torino nello studio del notaio Badigni, mentre la propaganda sabauda faceva passare l’episodio della presa dei due bastimenti come un’azione violenta di Bixio allo scopo, attestato dallo stesso Garibaldi, di allontanare i sospetti di complicità dal Governo di Torino. Informato della partenza della spedizione garibaldina, il Governo napoletano con una comunicazione dell’8 maggio informava il luogotenente Castelcicala che, tra le varie eventualità, Marsala era il luogo più probabile dello sbarco. Tra l’altro, il generale Letizia, vecchio carbonaro, due giorni prima dello sbarco si era portato a Marsala per poi, inspiegabilmente, ripiegare su Palermo via Mazara del Vallo, mentre gli subentrava Landi. La costa marsalese era controllata via mare dalla fregata a vela Partenope e da due navi a vapore, la Stromboli al comando del capitano Acton e la Capri diretta dal capitano Caracciolo, entrambi avvertiti della possibilità non remota di un approdo dei garibaldini a Marsala. La sera del 10 maggio due vascelli inglesi avevano avuto l’ordine di lasciare il porto di Palermo e di dirigersi verso Marsala: l’Argo al comando di Ingrham e l’Intrepid al comando del capitano Marryat. Il Piemonte e il Lombardo giunti nei pressi di Marsala erano stati avvistati e la loro presenza era stata immediatamente comunicata ai vascelli napoletani. Dopo l’una di pomeriggio, presenti i due “legni” inglesi, Garibaldi dava l’ordine di sbarcare nel porto di Marsala. Al sopraggiungere tardivo dello Stromboli, mentre erano in atto le operazioni di sbarco, l’inglese Ingrham comunicava ad Acton che doveva necessariamente imbarcare personale inglese presente a terra prima che iniziasse il cannoneggiamento dei legni garibaldini. Un’operazione che richiese tanto di quel tempo da impedire l’azione della flotta borbonica. De’ Sivo ha scritto che già il 12 maggio il ministro Carafa protestava in tutta Europa « per l’atto di pirateria consumato contro il reame, e preparato in territorio di Stato amico», non mancando di elencare con precisione i fatti, i mezzi e le armi utilizzati, i luoghi della raccolta fondi e dell’arruolamento dei volontari e chiedendo che fossero denunciate le responsabilità di promotori, autori e complici dell’invasione avvenuta in totale violazione del diritto internazionale che regolava i rapporti tra Stati indipendenti. La replica all’appello delle Due Sicilie non si fece attendere, infatti Prussia, Austria, Russia e Francia protestarono. Nonostante le richieste di chiarimento e le accuse provenienti da tutta l’Europa, Cavour «s’armò di bugie» e l’ambasciatore piemontese Villamarina a Napoli dichiarò che i sospetti di complicità del Governo di Torino con l’avventura garibaldina erano non solo falsi, ma ingiuriosi. Sul foglio ufficiale, il 17 maggio, il Governo sardo-piemontese dichiarava sfacciatamente la propria estraneità, la totale disapprovazione dell’impresa di Sicilia, oltre allo stretto rispetto per il diritto internazionale. La documentazione registrata sin dai primi anni da de’ Sivo, comprovante le complicità di Torino e di Londra nella spedizione garibaldina, non è mai stata presa in seria considerazione dalla storiografia ufficiale liberale. I documenti di de’ Sivo non potevano essere diffusi, in particolare nel periodo successivo all’unità acquisita, quando il Sud in continuo stato d’assedio subiva l’oltraggio della Legge Pica e un medico al seguito dell’Esercito Italiano lanciava spudoratamente le sue teorie pseudoscientifiche sull’atavismo delle popolazioni meridionali. Eppure le fonti documentali utilizzate da de’ Sivo sono quelle conservate oggi negli archivi diplomatici di mezza Europa. La lettera del 12 maggio citata da de’ Sivo, ripresa nei Carteggi di Camillo Cavour, come chiarisce lo storico Eugenio Di Rienzo, fu consegnata da Carafa agli ambasciatori Salvatore Pes di Villamarina e all’inglese Hudson, e inoltrata celermente alle diplomazie europee. Essa esprimeva un «categorico e durissimo giudizio di condanna sulle responsabilità della Mediterranean Fleet». La lettera ebbe, come sostenuto da de’ Sivo, l’immediato sostegno di gran parte degli Stati europei, come documentato peraltro da Nicodeme Bianchi. Il ministro degli Esteri russo Gorčakov, convocato il 14 maggio l’ambasciatore inglese John Fiennes Crampton, elevava una vibrata protesta, mentre l’ambasciatore russo a Torino comunicava minacciosamente che solo la distanza geografica aveva impedito alla Russia di difendere con le armi il Regno delle Due Sicilie (circostanza citata dallo stesso de’ Sivo). Il giorno stesso, il ministro degli Esteri francese Thouvenel chiedeva spiegazioni all’ambasciatore inglese Cowley sulla palese violazione del diritto internazionale; il giorno 15, il Primo Ministro austriaco, Johann Bernhard von Rechberg, trasmetteva una nota a Londra e Parigi dalla quale si evinceva che Piemonte e Gran Bretagna erano ritenuti responsabili di aver organizzato e favorito la spedizione garibaldina, mentre il 17 dello stesso mese la Prussia proponeva un accordo ad Austria e Russia per tutelare il diritto internazionale leso dal Piemonte con il beneplacito inglese. Sulla questione rimasta controversa il ministro Russel fu costretto a difendersi nello stesso Parlamento inglese. Il 17 maggio, come risulta nei resoconti dei dibattiti parlamentari inglesi (Hansard’s Parliamentary Debates) citati da Di Rienzo, Russel andava incontro ad un duro scontro che proveniva dai banchi parlamentari dell’opposizione e dalla stessa maggioranza, a seguito dell’intervento del deputato George Hope che chiedeva di far cessare l’ ignobile sottoscrizione su suolo inglese a favore della Sicilia in rivolta promossa dal ferrarese Alberto Mario, marito della giornalista del “London Daily News” Jessie White. Una sottoscrizione alla quale avevano contribuito anche elementi in vista del partito whig e, persino, alcuni ministri. La mancata risposta del Governo spingeva il deputato tory Richard Malins a denunciare che la legislazione vietava la raccolta di fondi su suolo inglese per finanziare imprese militari straniere e che se il principio era applicato per le grandi Potenze straniere non poteva non esserlo per il Regno delle Due Sicilie. Il deputato Ralph Bernal, insoddisfatto delle repliche governative, poneva l’accento sulla gravità delle informazioni riportate dalla stampa europea che vedeva un diretto coinvolgimento della Gran Bretagna nell’illegittima spedizione armata di Garibaldi. Come spiega ancora Di Rienzo, la presenza della flotta inglese nel mare di Sicilia era vista come una minaccia concreta sia dagli ufficiali della Marina napoletana sia da Francesco II, consapevoli che il Governo Palmerston non si sarebbe tirato indietro qualora si fosse verificato un benché minimo incidente di natura militare lungo le coste siciliane. Sicuramente la decisione di approdare a Marsala, laddove vi era una discreta presenza di attività produttive e commerciali inglesi, era stata concordata da Garibaldi con i referenti del Governo inglese. Il 4 marzo 1861, quando nel Regno delle Due Sicilie ai garibaldini mandati in congedo era subentrato l’Esercito Sardo-piemontese e l’Italia stava per essere unificata sotto le insegne dei Savoia, il deputato John Pope Hennessy riaccendeva la discussione contestando al Governo inglese di aver interferito nella vittoriosa impresa garibaldina, sostenendola militarmente, finanziariamente e diplomaticamente. Secondo Pope le due navi della flotta inglese erano presenti nella rada del porto di Marsala col preciso intento di fornire il supporto necessario ad assicurare lo sbarco a Marsala degli uomini in camicia rossa. Pochi erano i dubbi sul coinvolgimento inglese nella conquista militare del Regno delle Due Sicilie; dubbi che si affievolirono del tutto quando lo stesso Pope, nella seduta parlamentare citata, rese nota la lettera con cui Vittorio Emanuele II aveva ringraziato il Governo inglese. Non a caso Eugenio Di Rienzo, accademico esperto, direttore della “Nuova Rivista Storica”, noto docente di Storia Moderna presso l’Università “La Sapienza” di Roma, rende i dovuti meriti al prezioso lavoro di ricerca degli studiosi revisionisti non accademici: «Che la longa manus del ministero whig abbia potentemente contribuito (soprattutto ma non soltanto con un supporto economico) al successo della ‘liberazione del Mezzogiorno’ è un’ipotesi che la storiografia ufficiale ha sempre accantonato, spesso con immotivata sufficienza, e che ha trovato credito soltanto in una letteratura non accademica accusata ingiustamente, a volte, di dilettantismo e di preconcetta faziosità filoborbonica». SudOnLine 12 maggio 2020 

Estratto dell’articolo di Luciano Murgia per pu24.it il 14 luglio 2021. Viviamo settimane che hanno visto undici azzurri in campo, gli altri in panchina e milioni di italiani davanti alle Tv cantare Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta, dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa, Dov’è la Vittoria? Le porga la chioma, ché schiava di Roma Iddio la creò…Perché fratelli d’Italia? Perché i massoni si chiamano fratelli ed erano massoni sia Goffredo Mameli, l’autore del testo, sia Michele Novaro che lo musicò. Mameli si rivolgeva prima di tutto ai fratelli massoni, protagonisti del Risorgimento, che lottarono fino a morire, come Mameli a soli 22 anni, per liberare l’Italia dalla monarchia sabauda e per abbattere lo Stato pontificio. Mameli era mazziniano, Mazzini era massone, come Giuseppe Garibaldi. Due grandi che hanno fatto l’Italia, con la complicità – è giusto riconoscerlo – di grandi potenze. Potete immaginare i Mille che partono da Quarto e sbarcano a Marsala senza la complicità della flotta inglese?

«Il dito di Villari e la luna di Fiume. Celebrare la breccia di Porta Pia: un nostro dovere. Quell’evento impose l’Italia sul palcoscenico d’Europa». L’altra storia. la verità su Mazzini e Pisacane di Michele Eugenio Di Carlo. Pubblicato il 9 settembre 2020 su «Il Sud On Line». Anche Ennio Lorenzini con il film Quanto è bello lu murire acciso del 1975, come Florestano Vancini tre anni prima con Bronte, mette in scena un Risorgimento moderno, dove la realtà prende il posto delle illusioni agiografiche e collega direttamente il fallimento degli ideali e dei valori risorgimentali alla crisi sociale e politica degli anni Settanta del Novecento. Il periodo in cui il film di Lorenzini è girato è quello violento del terrorismo che renderà necessario la costituzione di un governo di unità nazionale. Un periodo nel quale, in analogia a quello seguente il Risorgimento, si spengono tante illusioni, quelle nate dalla stagione del Sessantotto. Un periodo nel quale, come scrive Renato Ventura, Assistant Professor presso l’Università di Dayton negli Stati Uniti, studioso della letteratura italiana contemporanea, «… i protagonisti della vita politica e sociale sono gli studenti, i lavoratori, le donne, che sulle piazze italiane ripropongono diversi modelli interpretativi del Risorgimento, ovviamente in controtendenza con la narrativa classica dei patrioti risorgimentali quali eroi che si immolano per un ideale di patria e unità della nazione». Lorenzini visualizza la spedizione di Carlo Pisacane del 1857 in netto contrasto con la storiografia ufficiale sabauda e in antitesi con una letteratura che Ventura elenca e giudica di «scarso valore artistico». Alla costruzione dell’identità nazionale aveva contribuito non poco il poeta marchigiano Luigi Mercantini, diventato noto scrivendo i versi de La spigolatrice di Sapri, dedicati alla drammatica spedizione di Pisacane, graditi agli ambienti governativi per la forte valenza patriottica e nazionalistica, divulgati attraverso la scuola per il notevole valore didattico-pedagogico fino ai nostri giorni. Qualsiasi studente delle Elementari e delle Medie era costretto ad imparare a memoria almeno il celebre ritornello della poesia di Mercantini: «Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!», al fine di perpetuare nella memoria storica popolare miti falsificati e di incidere intimamente nell’animo dei giovani valori e ideali che proprio il Risorgimento aveva tradito. Utile a questo proposito riproporre un breve excursus storico che si riferisce alla Spedizione di Sapri, al di là della retorica risorgimentale. Appare significativo, innanzitutto, che secondo lo scrittore di fine Ottocento Raffaele De Cesare, la spedizione di Sapri, organizzata da Carlo Pisacane, non avrebbe turbato i sonni di Ferdinando II quanto l’opuscolo di Antonio Scialoja, l’esule napoletano che aveva criticato le finanze del Regno delle Due Sicilie. Lo storico Giacinto De’ Sivo ha raccontato i particolari dell’organizzazione dell’impresa che avrebbe dovuto sollevare le popolazioni rurali contro la dinastia regnante dei Borbone, sin da quando, in maggio, la giovane letterata inglese Jessie White proveniente da Londra raggiungeva il Regno di Sardegna. Non da sola, visto che «con lei anco era giunto, e travestito s’appiattava in Genova, il Mazzini stesso, che moveva tutto». Pisacane, esule napoletano, aveva combattuto a Brescia e a Roma e nello scontro di Velletri del 1849 era stato «capo dello stato maggiore» di Giuseppe Garibaldi. Di idee socialiste e rivoluzionarie, era convinto che il regime costituzionale piemontese nuocesse all’Italia più di quello del «Ferdinando tiranno». È lo stesso de’ Sivo a ricordare che Pisacane, «a mostrar coscienza di libertà», prima di partire per la sua impresa aveva scritto un Testamento politico del tutto slegato dalle idee mazziniane, che proponeva una vera rivoluzione anche nei riguardi del regime costituzionale piemontese, che Pisacane giudicava del tutto insufficiente a far risorgere l’Italia e addirittura teso a ritardarlo . La storia avrebbe dato ragione a Pisacane per come l’unità d’Italia sarebbe stata più tardi realizzata, lasciando da parte le istanze popolari e piegandole agli interessi di aristocratici e borghesi. Già dopo il 1849, il gruppo facente capo a Pisacane si era staccato da Giuseppe Mazzini per percorrere la strada del socialismo rivoluzionario. La critica di Pisacane a Mazzini, poco o affatto analizzata da storici e letterati liberali, è feroce. Francesco Valentini ne ha evidenziato esattamente gli aspetti salienti: «A Mazzini Pisacane rimprovera di non aver visto l’ascesa della plebe e il suo irriducibile contrasto con la borghesia, cioè di non aver inteso la rivoluzione come rivoluzione del povero, e, quanto all’ideologia mazziniana, la considera come suscettibile di involuzioni aristocratiche-pedagogiche». Vista la distanza da Pisacane, la presenza clandestina a Genova di Mazzini, richiamata da de’ Sivo, non sembra doversi collegare direttamente alla spedizione di Sapri, giacché probabilmente finalizzata ad approfittarne per provocare tumulti in alcune città del Regno di Sardegna, che – ricordiamo – aveva condannato Mazzini alla pena di morte. Ma Pisacane per la storiografia ufficiale dell’epoca e per la letteratura filo-sabauda doveva assumere solo le vesti di eroe, martire e patriota, e oscurate dovevano apparire le profonde divergenze da Mazzini e persino da Garibaldi. Nella prefazione del Saggio sulla rivoluzione di Pisacane, pubblicata a Bologna nel 1894, Napoleone Colajanni scrive testualmente: «Carlo Pisacane, come possono farlo oggi i più avanzati socialisti, combatte Giuseppe Mazzini; ma se egli si mostra severo contro la sua dottrina (specialmente nella parte che rispecchia il misticismo cristiano e la vana speranza di farne una leva per la rigenerazione sociale) e contro il suo metodo (e non sempre le sue accuse sono giuste), è sempre pieno di affetto e di rispetto per la persona», inoltre «nel propugnare la formola libertà e associazione da sostituirsi a quella mazziniana Dio e popolo e all’altra francese libertà, uguaglianza e fratellanza, che ai tempi di Pisacane erano in onore tra i repubblicani italiani». Il 25 giugno 1857 il piroscafo Cagliari, appartenente alla compagnia genovese Rubattino, salpava da Genova al comando del capitano Antonio Sitria con trentadue uomini, tra i quali due macchinisti inglesi convinti all’impresa da una lettera della White. L’epilogo della spedizione è noto, la mattina del 2 luglio gli scampati ad uno scontro del giorno precedente furono sorpresi nel bosco di Sanza, dove le guardie urbane uccisero in uno scontro a fuoco Pisacane, mentre i superstiti furono aggrediti dalla popolazione accorsa al suono delle campane. Singolare destino per «quei liberatori di popolo cacciati dal popolo come belve». Il 4 luglio il Conte di Groppello, ambasciatore piemontese a Napoli, comunicava al Conte di Cavour la sorprendente resistenza della popolazione: «La banda dovunque passò […] trovava avversione grandissima nella popolazione»; circostanza che per de’ Sivo costituiva una testimonianza storica manifesta «che i Borboni sì tiranni gridati fuori, eran nel regno amati, e difesi dai tiranneggianti». Nel suo film Lorenzini valuta attentamente il mancato coinvolgimento delle masse rurali e lo relaziona alla carente presenza al Sud di una classe intellettuale, oltre che ad un Partito d’Azione non maturo e scadente nell’elaborazione politica. Antonio Gramsci ne darà conferma annotando che «Il Partito d’Azione era imbevuto della tradizione retorica della letteratura italiana: confondeva l’unità culturale esistente nella penisola ˗ limitata però a uno strato molto sottile della popolazione e inquinata dal cosmopolitismo vaticano ˗ con l’unità politica e territoriale delle grandi masse popolari che erano estranee a quella tradizione culturale e se ne infischiavano dato che non conoscessero l’esistenza stessa» . Una disattenzione nei riguardi delle masse contadine del Sud che non sarà colmata, nonostante Gaetano Salvemini, dal ceto dirigente e intellettuale del Partito Socialista, poco propenso ad occuparsi fondatamente della irrisolta ripartizione dei terreni per favorire la piccola proprietà contadina. La critica di Gramsci a questo proposito sarà dura e definitiva. D’altro canto, il Conte di Cavour, subito dopo la fallita impresa di Pisacane, tramite il Conte Groppello, ambasciatore a Napoli, si era affrettato ipocritamente a far pervenire la sua disapprovazione per un atto che fingeva di ritenere criminoso, mentre si accingeva a chiedere la restituzione del piroscafo con l’aiuto dell’ambasciatore inglese Hudson a Torino. Un atto sfrontato che non sfuggiva all’attento de’ Sivo, il quale avrebbe poi scritto che «chi facea professione di cacciar d’Italia ogni mano straniera, chiamava or Francesi or Inglesi negli italici piati». Infatti, il nuovo governo inglese, ritenuta illegittima la cattura del piroscafo genovese, prendeva inaspettatamente le difese del Regno di Sardegna chiedendone la restituzione tramite la mediazione del Governo svedese. L’8 giugno 1858, Ferdinando II, in maniera del tutto divergente dalla sua condotta precedente nei rapporti con la Gran Bretagna, poneva fine alla contesa facendo sapere di «non aver mai pensato d’aver forze da opporre ad Inghilterra». Evidente come il diverso atteggiamento del sovrano napoletano era condizionato dalla circostanza che il “nemico” Palmerston non era più il Primo Ministro alla guida del Governo inglese. A distanza di un secolo e mezzo, uno degli storici accademici più accreditati sui rapporti tra il Regno delle Due Sicilie e le Potenze Europee tra il 1830 e il 1861, Eugenio Di Rienzo, ha scritto sulla vicenda che la diplomazia napoletana si era rivelata incapace «di fronteggiare le manovre di Cavour che, contra legem, aveva preteso e ottenuto, il 22 giugno 1858, la restituzione del Cagliari». (Pubblicato il 9 settembre 2020 «Il Sud On Line»)

Pisacane proibito (Parte Prima) di Edoardo Vitale il  21/6/2021 su Golfonetwork.it. Dura, la vita dello storico. Con le tracce di esistenze umane che raccoglie, abbozza figure più o meno verosimili, separandole o accostandole fino a formare un mosaico coerente. Il colore che dà a ciascuno di quei tasselli diventa poi una sentenza inesorabile che magari riassume in una sola nota cromatica il significato di una vita. E se il risultato non soddisfa, la tentazione di forzare le tessere nel mosaico con una limatina o addirittura di aggiungerne o farne sparire qualcuna è forte. Può, così, accadere che esistenze umane, nella loro dignità e complessità, vengano ridotte a caricature. Ci sono scrittori manichei che disegnano un mondo bicolore diviso fra angeli e demoni, in cui i nobili spiriti stanno tutti da una parte, mentre l'altro lato della strada brulica di sordide creature scarsamente umane. Di solito c'è odio ideologico dietro queste semplificazioni. Traspare dalla terminologia: da un lato, crudeltà, ferocia, ignominia, grettezza, corruzione, superstizione, spergiuro, infamia, vigliaccheria, barbarie, dall'altro, generosità, apostolato, martirio, umanità, fede, lealtà, onestà, eroismo, civiltà. Sembra incredibile, ma ancora oggi certi stucchevoli romanzi d'appendice vengono spacciati per verità indiscutibili, senza rispetto per gli esseri umani ridotti a marionette di un noioso teatrino. Lo si vede dai libri di scuola, le cui pagine dedicate al cosiddetto risorgimento sono per lo più roboanti sinfonie celebrative in cui il suono prevalente è quello, assordante, dei tromboni. Solo da pochi anni si può leggere qualche ricostruzione scolastica meno faziosa, ma del resto occorre pur concedere qualcosa a una presa di coscienza dell'opinione pubblica, che porta spesso i professori a dover fronteggiare alunni coraggiosi, pronti a chiedere loro conto delle sciocchezze che insegnavano. Chi, come me, gira tutto il Mezzogiorno per far aprire gli occhi alla gente almeno sulle menzogne più grosse, riscontra differenze evidenti da una zona all'altra. In provincia di Napoli, ad esempio, specie nella zona vesuviana, i pregiudizi sono meno accentuati e le tesi storiche anticonformiste incontrano un diffuso e immediato favore, anche fra i giovani. Le istituzioni, anche scolastiche, sono più aperte all'ascolto e spesso i nostri interventi generano entusiasmo. Nella parte più meridionale del Cilento, invece, la musica cambia. Con qualche lodevole eccezione, arcigne conventicole di storici locali considerano quasi una provocazione che si vada a contestare la versione ufficiale "a casa loro". In quei luoghi, infatti, alligna ancora l'erbaccia altrove rara del conformismo di stampo ottocentesco. Intorno al nume tutelare, Carlo Pisacane, fiorisce un artigianato storico degno del "realismo socialista" di epoca staliniana, con pennelli amorevoli che dipingono ritratti simili a immaginette sacre. Panzane sesquipedali vengono sospinte in cielo come fragili mongolfiere. L'industria delle celebrazioni si appoggia a onnipresenti vestali, che magari si misurano in simpatici battibecchi da strapaese per stabilire se l'Eroe sia sbarcato cento metri più a sud o più a nord, ma che non si appassionano troppo all'indagine sui finanziatori dell'impresa o sui legami internazionali dell'ardimentoso rivoluzionario. Tutti, comunque, regolarmente si ricompattano per lamentarsi dell'insufficiente rilievo che la storiografia ufficiale riserba alle molteplici rivolte e congiure cilentane. Sta di fatto che il confronto è iniziato. E ne potranno scaturire solo conseguenze positive, perché chi sostiene una tesi in buona fede non può temere di metterla alla prova. Facciamola, allora, qualche nostra considerazione su questo "padre del Risorgimento". Nasce a Napoli il 22 agosto 1818 dal duca Gennaro Pisacane di San Giovanni e da Nicoletta Basile De Luna. Come molti altri rampolli di famiglie aristocratiche, intraprende la carriera militare, prima alla Scuola militare di San Giovanni a Carbonara, poi all'Accademia della Nunziatella, dove era allievo anche il fratello maggiore Filippo, che raggiunse il grado di tenente del reggimento degli Ussari e che rimase sempre fedele al re legittimo anche dopo l'invasione delle Due Sicilie. A 21 anni non ancora compiuti Carlo è nominato alfiere del Reggimento Fanteria di Linea "Borbone". Tutto sembra far presagire una brillante carriera militare; ma occorre mettere nel conto la sua indole inquieta. È da supporre che goda di notevole considerazione, se viene chiamato a collaborare alla costruzione della ferrovia Napoli-Caserta; non assiste, però, alla sua inaugurazione perché, a seguito di contrasti con un capitano, è trasferito a Civitella del Tronto, "residenza di frontiera". Qui allaccia una relazione con una donna sposata, Gaetanella Michilli, che la tradizione orale descrive come di bellezza non comune. Preziose informazioni sui fatti si rinvengono nell'opera di Carino Gambacorta, Storia di Civitella del Tronto, Edigrafital, Teramo, 2° ediz., 1992. Il marito Emidio Fiorentini, avendo sospettato la cosa, li sorprende nella notte del 4 febbraio 1843 e ferisce la moglie, soccorsa subito dal fabbro Luigi Curzi, che provvede a chiamare il medico Alessio De Pacificis. Fiorentini viene assolto dalla Gran Corte Criminale, non essendovi istanza di punizione dalla parte offesa. Gaetanella morirà tre anni dopo, l'8 febbraio 1846, "per vizi tubercolari in cui degenerò la infiammazione flemmonosa al polmone, e per cause estranee alla ferita", come clinicamente accertato e successivamente confermato dalla Facoltà medica dell'Università di Napoli. Strano che l'alfiere Pisacane non risulti essere stato ferito né aver provato a soccorrere la donna. Sta di fatto che si fa circa sei mesi di carcere, periodo insolitamente lungo per un'accusa di adulterio, venendo poi scarcerato "per la rinuncia dell'istanza fatta dall'un coniuge a pro dell'altro", il che "giova al complice". Nel frattempo gli amici influenti scendono regolarmente in campo. Ovviamente la storiografia apologetica sorvola su tali interrogativi ed anzi, autoinvestendosi di competenze peritali straordinarie (perché esercitate a oltre un secolo di distanza), sentenzia che la ferita arrecata dal marito influì certamente nella morte della povera ragazza. Riottenuta la libertà, lo scavezzacollo cede il posto al bravo studioso di arte militare; così Pisacane scrive una Memoria sulla frontiera Nord Orientale del Regno di Napoli, che invia al generale Carlo Filangieri. Alla fine dell'anno gli viene affidata la progettazione del corso Maria Teresa (oggi Corso Vittorio Emanuele) a Napoli. Difficile pensare che abbia potuto ottenere l'incarico senza la benevolenza di Ferdinando II. La sua vita sembra nuovamente indirizzarsi verso brillanti mete professionali. Ma che nelle vene gli scorra sangue bollente è ancora una volta dimostrato dalla sua adesione alla sottoscrizione promossa da Giuseppe Mazzini per donare una sciabola d'onore a Giuseppe Garibaldi, il quale nel frattempo, secondando come sempre le mire britanniche, si stava battendo in Sud America, nella guerra che condusse all'indipendenza dell'Uruguay dall'Argentina. Il 12 ottobre 1846 il Nostro viene accoltellato in via san Gregorio Armeno. Per una minoranza di studiosi si sarebbe trattato di una spedizione punitiva organizzata dal marito della Michilli, morta da appena due mesi. Ma questa ipotesi non tiene conto del fatto che la sua vita sentimentale continua ad essere spericolata. In quello stesso anno ha allacciato infatti un altro legame adulterino, con la bella ventiseienne Enrichetta Di Lorenzo, moglie di un suo cugino banchiere, Dionisio Lazzari. Costei, madre di tre figli, lo assiste durante la sua convalescenza. Si affaccia allora prepotentemente un'altra spiegazione del suo ferimento: la vendetta del cugino per una relazione già in atto. Tanto più che il Lazzari, forse timoroso di essere a sua volta perseguito per tentato omicidio, non denuncerà mai gli amanti. Sta di fatto che l'8 febbraio 1847 Carlo Pisacane ed Enrichetta Di Lorenzo, muniti di passaporti falsi, intestati a due domestici, fuggono via mare. La sua carriera nell'esercito, che poteva essere costellata di successi, si interrompe. Peraltro, la disciplina militare, oggettivamente non gli si addice, se già a quel tempo pensa ciò che scriverà in una lettera del 1851 (questo e altri dati interessanti si rinvengono nell'introduzione di Giuseppe Galzerano a La Rivoluzione di Carlo Pisacane, a cura di Aldo Romano, Galzerano editore, 2002), ossia che la sola forma di governo giusta e sicura è l'anarchia di Proudhon; forse ignorando che il pensatore francese respingeva la stessa idea di un governo. Sorge a questo punto spontanea una domanda: come è possibile che un elemento di simpatie rivoluzionarie, caratterialmente ribelle e insofferente alla disciplina e alle regole, che aveva già conosciuto le patrie galere, resosi protagonista di ripetuti episodi che anche il diritto attuale valuta negativamente, ma che legge e morale di quei tempi condannavano severamente, potesse aver conservato il suo grado militare e addirittura ricevere prestigiosi e delicati incarichi fino a quando, per sua esclusiva scelta, si rese disertore? Dando per scontato il talento tecnico del giovane Pisacane, possibile che l'esercito delle Due Sicilie non fosse in grado di individuare e scartare soggetti dalle potenzialità eversive così spiccate? Per quanto assurdo possa sembrare, la risposta dev'essere: possibilissimo; anzi, vedremo più avanti come l'irrequieto sovversivo abbia addirittura accarezzato l'idea di rientrare nei ranghi dell'esercito napoletano. Ma Pisacane, a modo suo, è un idealista. Non di quelli che portano alle estreme conseguenze i princìpi etici espressi dalla comunità: la sfera di valori che riconosce non discende dalla tradizione, ma si sostanzia nell'elaborazione personale di idee circolanti negli ambienti settari e rivoluzionari: "Non bisogna fare mai come gli altri: volere è potere!" (Epistolario, pag. 156-57) L'amore fra uomo e donna, nella lunga lettera ai parenti che scrive prima di imbarcarsi, è un bene sacro, che merita ogni sacrificio. Per conseguirlo e difenderlo è lecito, anzi giusto e doveroso: corteggiare una donna sposata, madre di tre figli, la cui frequentazione era facilitata dalla parentela con il marito; disertare dall'esercito violando il giuramento militare; espatriare in modo fraudolento adoperando passaporti falsi. L'amore fra madre e figli, invece, sembra appartenere a una dimensione subordinata e il relativo rapporto deve cedere di fronte all'apoteosi dell'amore romantico (del resto con quel marito, dice di Enrichetta liquidando sbrigativamente il problema, per i figli avrebbe potuto fare ben poco). Si noti che le vicende familiari della Di Lorenzo suscitarono scandalo e riprovazione anche in ambienti "progressisti" dove si apprezzava l'esempio di Giuditta Sidoli, che nel 1833, rimasta vedova da qualche anno, non aveva esitato ad abbandonare l'amato Mazzini a Marsiglia per tornare in Italia e Ricongiungersi con i figli (Emma Scaramuzza, Politica e amicizia. Relazioni, conflitti e differenze di genere, FrancoAngeli Storia, 2010, pag. 172). Comunque, i dilemmi struggenti che la vita gli presenta, Carlo Pisacane li risolve in un modo molto diverso da ciò che la morale corrente a quel tempo suggeriva e in parte ancora oggi suggerisce. Del resto dichiarava di aborrire l'esempio altrui. Quindi ciascuno deve costruirsi una propria morale, mai conformandosi al comune sentire. Non si può negare che, nel turbine delle passioni, Pisacane fa una scelta radicale e la difende con parole ardenti e ammalianti, scritte in francese (non si sa se per disprezzo del mondo che lo circonda o perché spera che il suo epistolario sia letto anche all'estero), che i suoi apologeti sbandierano appassionatamente. La sua concezione assoluta dell'amore non può lasciare indifferenti. Non possiamo, però, negare che anche verso una donna che non rappresentava il suo ideale amoroso (anzi, dichiarò successivamente di essere stato sempre innamorato di Enrichetta), Gaetana Michilli, si è comportato in modo spregiudicato e risoluto. Questa ragazza sfortunata, oggetto fugace della passione senza scrupoli del turbolento militare napoletano, lasciò la vita troppo presto per poterci lasciare qualche testimonianza sulla sua triste vicenda. A differenza degli agiografi liberali, noi crediamo che nessuno possa azzardare con certezza un giudizio morale su un altro essere umano. Ci limitiamo a notare che introdurre in una casa o in una caserma un individuo eccentrico (excentrique), incline a slanci di travolgente furore "romantico" era un azzardo da evitare. Ma la tragica morte di Pisacane ha ancora più accresciuto il fascino dei suoi scritti, sicché è gioco facile, per chi ne ha fatto un santo "laico" (rectius, ateo), fingere di stracciarsi le vesti ogni volta che qualcuno cerca di osservare con obiettività la sua parabola terrena. Parabola che nell'inverno del 1847 lo porta con Enrichetta, dopo l'attraversamento di un Tirreno in tempesta, prima a Civitavecchia, poi a Livorno, dove ottengono due nuovi passaporti napoletani. Efficienza organizzativa notevole. Vale forse la pena di ricordare come la città toscana - amata da Garibaldi, nel 1864 Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia, il quale spinse la moglie Francesca e la figlia Clelia a prendervi casa e gratificata dal privilegio raro (per i centri non grandi) di essere designata da un termine apposito nella lingua inglese, Lighorn - vantasse "un indiscutibile primato: quello di essere stato l'unico centro in Italia dove l'attività libero-muratoria non si è mai interrotta, neppure quando la massoneria è stata messa al bando dal governo lorenese, durante la Restaurazione" (Gustavo Raffi, prefazione a La massoneria a Livorno, Il Mulino, 2006; Firenze e la Toscana: Quello che non si osa dire, di Antonio Giangrande).

In quel luogo così vivace, dunque, sapienti mani amiche confezionano per i due fuggiaschi innamorati i documenti necessari a proseguire il viaggio. L'ispettore di polizia inviato dal governo napoletano giunge nella città labronica quando la nave con i due amanti è già ripartita, e non gli resta che saldare diligentemente il conto della locanda in cui avevano alloggiato a sbafo, sequestrare il bagaglio e tornare mestamente nella capitale da solo. L'agognata Londra, meta della coppia, ha però solerti funzionari che non sorvolano sulla loro condizione di adulteri con passaporti falsi, e sul fatto che Carlo è anche disertore del suo esercito. Comunque la macchina dell'estradizione non si mette in moto, perché ai due fuggiaschi viene amichevolmente consigliato, per evitarla, di ripassare la Manica. Comincia così il periodo francese. A Parigi, l'ambasciatore napoletano, Duca di Serracapriola, fa avvicinare Carlo ed Enrichetta da persone che pazientemente cercano di indurli ad abbandonare la strada della latitanza sperando nella clemenza del Sovrano. Tutto vano; i due appaiono assolutamente irriducibili. In particolare, Carlo esclude di poter tornare sui suoi passi, perché il pentimento appartiene a chi agisce senza riflettere. Però questo sovversivo tutto d'un pezzo non si vergogna di chiedere - ovviamente senza esito - un passaporto all'Ambasciatore del Regno delle Due Sicilie! Nella ville lumière, Carlo diviene frequentatore della casa del generale Guglielmo Pepe, ove incontra molti esuli italiani, oltre che intellettuali transalpini. Ecco come da una passione amorosa può scaturire una catena causale di eventi, che alla fine conduce un giovane ribelle proprio nel luogo adatto a sublimare i suoi impulsi trasgressivi: un autentico vivaio di rivoluzionari. In questo ambiente pieno di fermenti, Pisacane matura una decisione che determina un vero e proprio colpo di scena: si arruola nella Legione straniera francese per combattere in Algeria! Scrive al fratello Filippo: "il mio destino è Affrica". Per realizzare il suo obiettivo, si avvale dell'intercessione (oggi si direbbe raccomandazione) del duca di Montebello, ministro della marina francese e vecchio amico della famiglia Pisacane quando era stato ambasciatore a Napoli (sarà anche appartenuta alla nobiltà "decaduta", ma com'era ben introdotta negli ambienti di potere la famiglia dell'anarchico errante!). Per la destinazione africana si adopera invece, in modo determinante, la famiglia Di Lorenzo. Come si vede, i figli di papà non disdegnano affatto i vantaggi dell'appartenenza a famiglie influenti. In quegli ultimi mesi del 1847 le richieste di aiuto ai potenti si fanno frenetiche. Fra esse spicca una missiva singolarissima, datata 6 novembre, che con sfrontatezza incredibile scrive al solito, paziente ambasciatore napoletano a Parigi: "Eccellenza, avendo abbandonato il mio posto, non solamente ho perduto l'onore di essere compreso nel nobile corpo ove appartenevo, ma non sono neanche degno d'implorare come Suddito la Sovrana Clemenza.// L'E.V. conosce la mia presente situazione la quale mi obbliga a cercare un'occupazione per vivere; e conservando vivo l'amore per la carriera che ho intrapresa dall'infanzia, ho chiesto servire in Africa come straniero. Imploro, Eccellenza, la sua alta protezione onde questo esilio che io utilizzo cercando istruirmi nel mio mestiere, presentato da Lei ai piedi del Trono, mi valga col tempo il perdono ed un posto di soldato nelle file della Regia Armata Napoletana". Per quanto inverosimile ci possa apparire, è proprio l'adamantino e fiero rivoluzionario che si abbassa a scrivere queste servili invocazioni, di fronte alle quali appaiono più onorevoli quelle che nel film comico Non ci resta che piangere Massimo Troisi e Roberto Benigni rivolgono a Savonarola. Forse per un profeta della morale fai-da-te anche la dignità è un valore tradizionale privo di senso. Evidentemente, Pisacane suppone che l'ambasciatore, il quale già gli ha dimostrato umanità e pazienza, intercederà con forza presso il Re; che il fratello Filippo sosterrà la genuinità del suo pentimento; che Ferdinando II acconsentirà senz'altro a reintegrarlo nell'esercito e, magari nel grado; con quella indulgenza che, tante volte manifestata, finiva per collocare nei gangli dell'amministrazione civile e militare molti accaniti odiatori della monarchia borbonica. Dimenticava probabilmente, il Sovrano, che il giuramento prestato nelle società segrete è molto più difficile da trasgredire rispetto a quello reso al Re dinanzi a Dio. Dobbiamo, a questo punto, constatare che, a parte il disprezzo per ogni regola, molte sono le contraddizioni e i lati oscuri di questa storia. Fermiamoci un attimo a riflettere. Come è possibile, ad esempio, che la sua amatissima Enrichetta, nel frattempo in dolce attesa, venga da Pisacane abbandonata per una lunga e rischiosa avventura militare? Qualcosa non torna. Molti, anche di orientamento risorgimentalista (Emma Scaramuzza, cit.; Agenzia Giornalistica 9 Colonne, direttore Paolo Pagliaro, Donatella Massara, sito Graphomania) riferiscono di una breve relazione di Enrichetta con l'amico e compagno di studi di Pisacane Enrico Cosenz; ma la collocano nel 1850, mentre l'arruolamento nella Légion Étrangère è del 21 ottobre 1847. Che pensare? Forse è nelle ristrettezze economiche, che va ricercata la causa determinante della drastica scelta. Ma a noi interessa di più la valenza politica di questo arruolamento nel famoso corpo di mercenari. La Legione Straniera francese fu fondata dal re Luigi Filippo di Francia il 10 marzo 1831, a supporto della sua guerra di conquista dell'Algeria. E quando Pisacane presenta la richiesta di arruolamento è impegnata nella guerra coloniale che vede come avversario l'emiro Abd-el-kader, fondatore di un regno indipendente nella parte centrale ed occidentale dell'Algeria. Il 23 dicembre 1847 il capo indipendentista si arrende al generale Christophe Louis Léon Juchault de Lamoricière, ponendo così fine all'esistenza del suo dominio che entrò a far parte dell'Algeria francese. Ancora oggi, Abd-el-kader è considerato il padre della patria algerina. Quindi il nostro rivoluzionario, strano (si fa per dire) ma vero, si schiera per il colonialismo delle potenze europee contro l'anelito alla libertà e all'indipendenza di un popolo. Tuttavia, purtroppo per l'irrequieto duchino, e forse anche per noi, quando egli giunge nel paese nordafricano, ad Orano, il 16 dicembre 1847, gli algerini erano sul punto di arrendersi. Che noia la vita del mercenario quando le armi tacciono! Rivela tutta la sua desolazione in una lettera al fratello, vergata il 23 febbraio 1848 dal campo di Sidi BelAbbes: "Veniva in Africa per cercare un diversivo nella guerra alla mia passione; al mio arrivo è cominciata la pace e finite tutte le probabilità di avanzamenti. Noi passiamo la vita in ozio completo sotto una tenda, e sono condannato, io, di leggere le notizie del mio paese come uno straniero. Io preferisco tutto a questo mio presente martirio: desiderando di cercare avventure altrove, mi succede trovarmi lontano da quelle del mio paese. Io potrò subito venire in congedo, ma mi mancano i mezzi". Queste sconcertanti dichiarazioni indicano che l'uccisione di altri uomini veniva da Carlo Pisacane considerata come un efficace rimedio a uno stress emotivo. Vengono in mente le parole che Emma Scaramuzza riferisce alla sua compagna Enrichetta De Lorenzo, ma che calzano perfettamente anche all'amante: la libertà dei sentimenti e la ricerca individuale della felicità sono concepite come una sorta di legge di natura, che nessuna vieta consuetudine poteva conculcare (Emma Scaramuzza, cit.). In altri termini, l'individuo si pone al centro del mondo ripudiando le convinzioni e le regole accettate dalla comunità. E peggio per chi diventa un ostacolo alla realizzazione individuale. Tuttavia, per fortuna dei rivoluzionari, vi sono persone che si prestano ad aiutarli. O perché li ritengono utili ai propri scopi, o per fedeltà proprio ai princìpi etici della comunità e alle istituzioni tradizionali che essi hanno ripudiato. Un colonnello francese appoggia in modo decisivo la sua domanda di congedo e il fratello borbonico gli fornisce le risorse economiche per tornare in Italia: "Questa felicità la debbo a te. Mio caro fratello; il favore che tu mi rendi è di un valore inapprezzabile." Comunque, nessuno sia così ingenuo da illudersi: appena un anno e mezzo dopo l'ineffabile lettera a Serracapriola ritroviamo l'implorante "Suddito" (che nel frattempo ha rinunciato alla "Sovrana Clemenza") impegnato a Velletri a combattere contro la "Regia Armata Napoletana", in cui poco prima aveva ambito a tutti i costi di essere riammesso e nelle cui fila militano, oltre allo stesso fratello Filippo, diversi suoi ex compagni di corso alla Nunziatella. La traiettoria di vita dell'irruente sovversivo comincia ad apparire come una linea di sangue.

Pisacane proibito (Parte Seconda) di Edoardo Vitale il  21/6/2021 su Golfonetwork.it. È bastato ragionare su Carlo Pisacane partendo da fatti riferiti da storici liberali e da dichiarazioni dello stesso rivoluzionario o di chi condivideva le sue battaglie antiborboniche per scatenare l'accusa di aver (addirittura!) fatto partire una "macchina del fango". Addebito paradossale, ove si consideri che l'unica vera macchina da 160 anni funzionante a pieno regime, quasi sempre col denaro pubblico, è quella, mastodontica, che distribuisce (fra l'altro) patenti di eroismo civile a chi assecondava i disegni dei rivoluzionari del tempo e di infamia subumana a chi vi si opponeva in qualsiasi modo, sorvolando sugli aspetti "scomodi" del cosiddetto risorgimento e verniciando di retorica azioni che non sempre lo meritano. Noi vogliamo riflettere pacatamente anche sull'avventura di Pisacane, senza trascurarne i lati oscuri. E continueremo a farlo perché sentiamo la ricerca della verità e la difesa della libertà di espressione come doveri civici fondamentali. Né questo può mai far venir meno il rispetto e la comprensione: di cui avrebbe grande bisogno una storia non avvelenata dall'odio. Ma sappiamo che questa regola così elementare non è condivisa da chi divide personaggi antichi e attuali in angeli e demoni, secondo un criterio di convenienza ispirato a finalità a volte non confessabili, non solo politiche. Procediamo, dunque, nella nostra disamina, osservando come, man mano che la traiettoria di vita di Carlo Pisacane si avvicina al suo sanguinoso epilogo, cresca un sentimento di malinconia e di raccapriccio per una giovane esistenza lanciata verso il sacrificio. Ma anche per le altre vite che, direttamente o indirettamente, saranno travolte da questo slancio. Nel suo febbrile peregrinare, Pisacane non si rammarica di aver abbandonato gli agi legati all'ambiente familiare, però la disponibilità economica e le amicizie influenti della sua famiglia altolocata gli tornano utili molto spesso. Intanto, è il fratello "borbonico" che lo aiuta a tornare in Italia. Aiuto discutibile, visto che non gli serve per riprendere la carriera nell'esercito napoletano, come lasciava supporre la sua lettera in cui implorava il perdono di Re Ferdinando II, ma per combattere i suoi ex commilitoni. Un'altra bella spinta nella stessa direzione gli viene dal colonnello francese Mellinet, evidentemente anch'egli sensibilizzato grazie all'influenza familiare, che lo aiuta a lasciare la Legione Straniera. Infatti il servizio in Algeria, divenuto tranquillo essendo stata stroncata la guerriglia patriottica di Abd-el-Kader, ormai lo annoiava a morte. Nel frattempo, il 16 febbraio 1848, mentre militava in Africa, gli era morta la figlia Carolina. Nel marzo di quello stesso anno riabbraccia Enrichetta che gli dà forza per affrontare i nuovi cimenti e lo segue a Milano. Lì si arruola nell'esercito lombardo e con la sua compagnia ha uno scontro vittorioso con gli austriaci. Rimane ferito, ma la sua donna gli è vicina. Si sposta a Lugano e poi in Piemonte. L'8 marzo del 1849, passando per Livorno, la coppia arriva a Roma per dare una mano al governo repubblicano. Lui da combattente, lei da infermiera. Fare clic sull'immagine per ingrandire Il fratello Filippo rischia lo scontro armato con lui quando, a Velletri, come componente della cavalleria napoletana, se lo trova di fronte quale capo di stato maggiore dell'esercito romano comandato dal generale Pietro Roselli. Si trattava di una guerra la cui violenza era accresciuta dall'odio ideologico, dobbiamo dire soprattutto da parte dei "liberali". Lo stesso Roselli, nelle sue Memorie relative alla spedizione e combattimento di Velletri avvenuto il 19 maggio 1849, racconta come alcuni soldati napoletani e siciliani, catturati mentre si ritiravano a Velletri e ormai inermi, furono presi a colpi di baionetta dai repubblicani, i quali, rimproverandoli per non essersi schierati contro "la comune patria", parecchi ne uccisero e parecchi ne ferirono gravemente. Condotta contraria all'umanità e all'onor militare, che non è escluso abbia colpito anche qualcuno che era stato commilitone di Carlo Pisacane nell'esercito regio. Così si comportavano i nuovi compagni d'arme dell'ex alfiere di Ferdinando II, re da lui definito "vile tiranno", di cui però, soltanto un anno e mezzo prima (lettera del 6 novembre 1847), implorava "come Suddito" la "Sovrana Clemenza". Va aggiunto che durante la guerra per Roma Carlo Pisacane entra in contrasto con Giuseppe Garibaldi, insofferente alla disciplina organizzativa che egli, come capo di S.M., intendeva imprimere all'armata repubblicana. Dopo che i francesi hanno rovesciato la Repubblica e riportato a Roma il Papa, è arrestato e poco dopo liberato, grazie, questa volta, all'interessamento della famiglia di Enrichetta. Riprende il suo peregrinare seguendo le vie dell'esilio dei rivoluzionari: Marsiglia (viaggiando insieme col liberale cilentano Antonio Galotti), Ginevra e Svizzera (via Germania e Prussia), Londra. In Inghilterra è accolto come eroe. Segue Genova, ove alloggia in una casa di collina dotata di ricca biblioteca, fa ginnastica e irrobustisce le sue convinzioni socialiste. Lì incontra altri esuli cilentani. Il 28 novembre 1852 nasce sua figlia Silvia, che non fa battezzare. La nascita è nascosta ai parenti della madre. Nel 1854 muore il patrigno di Carlo, generale Tarallo, che gli faceva avere una somma ogni mese. Vive quindi poveramente. Nel 1856 trova lavoro collaborando a costruire la ferrovia di Mondovì. Sempre in quell'anno fonda il periodico La libera Parola. Insomma, una vita incredibile, sempre in movimento, tra pericoli, viaggi, incontri straordinari. In cui vi sono alcune costanti. Innanzitutto, l'odio e il disprezzo per i regimi conservatori e per i valori della società tradizionale. Poi la convinzione che qualsiasi mezzo vada adoperato per abbatterli. Rimprovera al generale francese Oudinot di aver negato il bombardamento della città di Roma, proprio in quanto riconosce che sarebbe stato suo diritto ricorrervi. Un'altra costante è l'inserimento in una immensa rete di solidarietà, che si irradia dalle capitali delle potenze imperialistiche di matrice liberale, Londra e Parigi, alle irrequiete Genova e Marsiglia, a Malta; dall'ospitale Svizzera, ai centri italiani di transito e partenza di esuli e congiurati, come Livorno e Civitavecchia. Addirittura in Algeria, nella Legione Straniera, in mezzo a "molti spostati turbolenti", abbondano gli esuli politici. Un imponente movimento internazionale, in cui anche i più accesi nazionalisti sono legati da una solidarietà che trascende di gran lunga le proprie identità, in quanto nasce dall'avversione irriducibile contro l'ordine tradizionale. Cui non si riconosce alcun aspetto positivo e che è visto come una mostruosità da abbattere. Anzi, va sottolineato che quando vi sono popoli che nella ricerca della libertà e dell'indipendenza si battono contro le potenze capitalistiche e liberali, i sovversivi di quel tempo non esitano a schierarsi con queste ultime. È il caso appunto di Carlo Pisacane che in Algeria si arruola fra i mercenari della Légion Étrangère per combattere gli indipendentisti guidati da Abd-el-Kader, considerato il padre della patria algerina. Analoga scelta di campo, del resto, aveva fatto in Sud America Giuseppe Garibaldi; strenuo difensore degli interessi britannici. Fare clic sull'immagine per ingrandire Questi legami si concretizzano in una formidabile struttura organizzativa, che con efficacia e rapidità procura alloggi, denaro, passaporti falsi, armi. In una lettera del giugno 1856 a Giuseppe Fanelli, colui che fa conoscere a Bakunin il pensiero rivoluzionario di Pisacane, questi dice chiaramente che "non sarebbe difficile trovar danaro" per una spedizione nel Napoletano, a condizione di spiegarne bene l'utilizzo a chi lo può fornire. Infatti, aggiungiamo noi, chi dispone di ingenti somme di denaro le elargisce soltanto quando è sufficientemente sicuro che vengano impiegate per un obiettivo a lui vantaggioso. Le maglie di questa rete che attraversa i confini di tutti gli stati si infittisce per la sovrapposizione di un'altra rete, pure importante ed efficace, quella della solidarietà familiare e di ceto (nobiltà e ricca borghesia). Gli entourages di Carlo ed Enrichetta riescono a contattare ambasciatori, funzionari, ufficiali napoletani e stranieri, e a far pervenire ai loro protetti risorse economiche, anche se non sempre con la necessaria continuità. In ogni caso, il fatto che aiutarli significasse spesso oggettivamente facilitare azioni aggressive e violente nei confronti del Regno delle Due Sicilie e potenzialmente rischiosissime anche per i diretti interessati non sembra sia stato un problema per nessuno, a cominciare dall'amato fratello, Filippo, personalmente rimasto fedele alla monarchia. Intanto, si va consolidando in lui la convinzione che per realizzare il "risorgimento italiano" non ci si debba affidare a prìncipi o a partiti, dovendosi piuttosto ottenere l'appoggio di tutta la nazione. Un'eventuale vittoria di Luciano Murat renderebbe il Regno delle Due Sicilie "una provincia della Francia". Mentre se la spada della liberazione d'Italia fosse brandita da Vittorio Emanuele di Savoia si cadrebbe in "una nuova catastrofe": "Il volgo accetta il linguaggio dei fatti, e non ragiona sull'avvenire: vedendo cacciato il Bomba, proclamata una nuova dinastia, si sottometterà molto più volentieri a chi gli promette immediata tranquillità, che a noi che dichiariamo guerra all'Austria" (lettera a Fanelli del 15 settembre 1856). Invece, partendo dal territorio più vasto, quindi dal regno del Sud, occorre che un gruppo di patrioti, anche esiguo, infligga un colpo terribile alla monarchia borbonica, mediante una spedizione che infonda nelle popolazioni il coraggio di rovesciare la tirannia di Ferdinando II. Mazzini è ovviamente coinvolto e altrettanto il comitato insurrezionale napoletano, di cui è parte l'amico Giuseppe Fanelli. La rete sovversiva comincia a sprizzare scintille nell'asse Londra, Genova, Napoli, Malta (lettera del 16 aprile 1856 a Fanelli). Garibaldi, in un primo tempo d'accordo sulla necessità di una spedizione, si tira indietro. Per lui, senza l'appoggio del governo piemontese non si fa nulla. Sarà coerente quattro anni dopo, quando quell'appoggio se lo assicurerà ben prima di salpare da Quarto. Il cambio di regime nelle Due Sicilie non agita i pensieri di chi lavora nelle campagne o nelle fabbriche, ma costituisce un appetibile obiettivo nelle stanze più o meno segrete dei congiurati liberali e nelle sfarzose sale del potere capitalista e imperialista. Carlo Pisacane si compiace del fatto che Lord Palmerston garantisce il non intervento inglese nel caso di instaurazione a Napoli di un governo repubblicano (lettera a Fanelli del 24 marzo 1857). Quindi di questa congiura era stato informato il primo ministro britannico, che dimostra di vederla di buon occhio! Si confermano l'efficienza della rete e l'albionica coerenza nell'appoggio alla pirateria contro le comunità da sottomettere. Pisacane ormai è lanciato come la locomotiva di Guccini e Mazzini lo sprona, mentre gli esuli cilentani a Genova lo sconsigliano. Secondo il liberale moderato Mazziotti, l'impresa fu "una follia commessa contro il parere di tutti e all'insaputa di tutti; ma è stata una magnanima follia" (lettera di Mazziotti a Francesco De Siervo del 26 luglio 1857). Precisa Carmine Pinto che Mazzini e Pisacane ebbero contro il parere di tutti i nazionalisti radicali, come Garibaldi, Bertani, Saffi, Medici, degli esuli meridionali più influenti, come Cosenz, Conforti, Crispi e Musolino, e dei liberali in carcere nel Sud, come Spaventa o Settembrini. Tutti consideravano folle un tentativo del genere, la cui disorganizzazione era evidente. Come luogo dello sbarco pensa in un primo tempo a Palinuro, poi sceglie Sapri. Di là ci si dirigerà ad Auletta, per formare "massa". Il rivoluzionario Pisacane sa fare tesoro dell'esperienza del cardinale Ruffo nella riconquista antifrancese del 1799. Il suo desiderio è che si pugnalino tutti gli appartenenti alla polizia e al "partito regio". Stila un Proclama per l'esercito, promettendo ai militari, oltre a "uno splendido avvenire", "un'agiata ed onorata esistenza" e l'elezione degli ufficiali da parte della truppa. Il 4 giugno 1857 si riuniscono a Genova Giuseppe Mazzini, Carlo Pisacane, Agostino Castelli, Giovanni Nicotera di Sambiase (Lametia Terme), pare entrato su consiglio di Cavour (!), Giambattista Falcone di Acri (Cosenza), i tarantini Vincenzo Carbonelli e Nicola Mignogna, Rosolino Pilo di Palermo e il napoletano Enrico Cosenz. Si decide di partire il 10 perché i "postali" per Cagliari e Tunisi della Rubattino partono da Genova ogni mese il 10 e il 25. Pisacane infatti ha già contattato la Rubattino, favorito dal fatto che a Napoli ne era rappresentante Carlo Di Lorenzo, padre della sua amata. Si raggiunge un accordo nel senso che a Pisacane sarà consegnato il piroscafo Cagliari, a condizione che la società di navigazione non ne risulti compromessa. Si pongono le basi per la commedia che si consumerà a bordo del natante, stucchevole precedente di quella, analoga, che si replicherà nel maggio 1860 sul Piemonte e sul Lombardo. "Impadronitisi" del vapore, secondo un copione su cui sorvoliamo per non offendere l'intelligenza dei lettori, i sovversivi saranno raggiunti in alto mare da Rosolino Pilo con una goletta carica di armi; quindi andranno a Ponza dove libereranno i carcerati e li porteranno con sé a Sapri per dare inizio alla rivolta. Accade però che la barca di Pilo finisce in una tempesta e l'equipaggio è costretto a gettare le armi a mare. La partenza è rimandata. Carlo Pisacane, allora, con audacia (era un condannato per diserzione) si imbarca su un "postale" di linea e da Genova raggiunge Napoli, da cui è assente da oltre un decennio. Deve avvisare il comitato partenopeo del rinvio dell'impresa. Incontra Fanelli e gli altri e, dopo un momento di avvilimento, riprende entusiasmo. La spedizione partirà, secondo il calendario della Rubattino, nella nuova data del 25 giugno! Da Genova, informa Fanelli che "il materiale" è stato "rimpiazzato". Gli manda poi una lettera di istruzioni, che però arriverà a Napoli in ritardo. Scrive il suo Testamento politico e lo consegna alla giornalista inglese Jessie White. Il mazziniano Adriano Lemmi, denominato il "banchiere del risorgimento", gli consegna ventiduemila lire. Come riferisce il Galzerano, "mille sterline sono raccolte a Londra da Emily Hawkes, diciassettemila franchi da Mazzini e a Genova sono raccolti altri milleduecento franchi da Casimiro De Lieto e da altri. Di denaro ne verrà consumato molto: quasi in ogni lettera a Fanelli si fa riferimento ad ingenti somme che gli vengono spedite." La figura di De Lieto è emblematica: apparteneva a una famiglia di commercianti liberali e filofrancesi; fuggito a Londra dopo il fallimento dei moti del 1821, vi rimase oltre dieci anni; nel 1847 fu promotore di una rivolta in Calabria; condannato a morte e poi, su richiesta della moglie (figlia di un ricco commerciante genovese), graziato dal re Ferdinando II. Con l'amnistia concessa dallo stesso "tiranno", nel gennaio 1848, riacquistò la libertà, mostrando la sua riconoscenza col partecipare attivamente alla sanguinosa giornata antimonarchica del 15 maggio 1848. Continuò da Reggio a ordire sommosse, finché non decise di emigrare, prima in Toscana, poi a Genova, sempre garantendo la sua partecipazione e il suo sostegno finanziario alla rivoluzione liberale. La rete, che pullula di ricchissimi notabili, ha deciso che vale la pena di investire un po' delle sue immense risorse in questa spedizione che, per quanto azzardata, potrà quanto meno costituire una prova generale del prossimo assalto e nel caso di malaugurato fallimento, infoltire il pantheon degli eroi della rivoluzione. Lo spazio di un articolo non consente di ripercorrere nei dettagli la spedizione di Sapri. Mi limito ai fatti salienti e a qualche considerazione. Il 25 giugno, al tramonto, l'imbarco di Genova è gremito. Tutti fingono di non conoscersi, ma fino a un certo punto, perché, "sfidando la polizia", ma non certo i pericoli dell'impresa, è venuto a salutare i partenti un tale Giuseppe Mazzini. Enrichetta, da parte sua, doveva rimanere a Genova per essere utile nei moti che vi si prevedevano imminenti. Sorvolo, come preannunciato, sulla messinscena del dirottamento, accompagnato da una "nobile" dichiarazione con cui si scagiona l'equipaggio da ogni colpa. I protagonisti presenti sul vascello sono in tutto 25, di cui sette genovesi, tre anconetani, un orvietano, ecc. Il piroscafo issa la bandiera rossa, segnale non di rivoluzione, ma di avaria alle macchine; altri - forse incoraggiati dalla poesia di Mercantini - dicono il tricolore, ma sarebbe stato stupido attirare l'attenzione. Poco plausibile - ma in ogni caso altamente significativo - quello che dichiara il console inglese a Napoli, ossia che fino a Ponza il piroscafo batté bandiera inglese. Nemmeno stavolta Rosolino Pilo riesce a portargli le armi, ma niente paura: nella stiva del Cagliari - che combinazione! - ce n'è un grosso carico. Sbarcati a Ponza, i quattro che vanno ad aiutare la nave in avaria, fra cui il Comandante di porto, vengono presi in ostaggio. Pisacane allora sbarca, assale il posto di guardia e libera i detenuti. Per occupare la torre ove alloggiavano le truppe e le famiglie degli ufficiali, i suoi uomini uccidono un giovane tenente, Cesare Balsamo, che, facendo fino in fondo il suo dovere, si oppone agli invasori con la sciabola sguainata. A noi il compito di trarlo per sempre dall'anonimato in cui la storiografia liberale lo ha relegato, e segnalarlo all'amorevole ricordo della nostra gente. Fare clic sull'immagine per ingrandire La stragrande maggioranza dei detenuti liberati erano delinquenti comuni. Ernesto Maria Pisacane, discendente di Carlo e grande conoscitore delle vicende del suo avo, ha affermato che la liberazione dei detenuti comuni fu un errore. Io ritengo che si colleghi a una strategia comune a tutte le rivoluzioni senza popolo. In mancanza di sostegno popolare - o meglio, avendo tra i propri sostenitori quasi esclusivamente nobili imborghesiti, possidenti, notabili, con l'aggiunta di chi dipende da loro e non può dire loro di no, mentre i ceti meno abbienti rimangono estranei od ostili ai progetti di rovesciamento dei regimi tradizionali - diventa indispensabile aprire le carceri. Solo così si può portare il gruppo dei rivoltosi a un'entità numerica tale da poter sfidare i difensori dello status quo. Garibaldi fece altrettanto e, anzi, si assicurò l'alleanza dei picciotti in Sicilia e della camorra a Napoli. Sta di fatto che i carcerati fatti evadere erano molti di più dei 323 che salirono sul Cagliari. Si può immaginare che cosa possono aver fatto gli altri rimasti a Ponza, prima che le truppe delle Due Sicilie, dopo l'encomiabile viaggio in barca fatto da alcuni volenterosi a Gaeta per avvertire le autorità, ristabilissero l'ordine nell'isola. Partiti da Ponza all'alba del 28 giugno, i sovversivi arrivano a Sapri nel tardo pomeriggio dello stesso giorno. Durante il viaggio Pisacane avrà avuto il suo daffare a indottrinare rapidamente i detenuti comuni, e a rincuorare tutti con false notizie circa le migliaia di insorgenti che li aspettavano per unirsi a loro (duemila già a Sapri!) e la certa insurrezione di Napoli. Quando gli invasori sbarcano, dei duemila compagni di sommossa non c'è traccia. Anche perché da mesi lo stato maggiore rivoluzionario del Principato Citra era stato arrestato, compreso Giovanni Matina, l'ideatore del piano d'azione fatto proprio da Pisacane. Il grido lanciato nella notte, "L'Italia agli italiani!" non riceve nessuna risposta. Il Cagliari riparte e viene subito sequestrato dalla marina borbonica, che ovviamente arresta l'equipaggio. Giunto nella sua terra, Carlo Pisacane, sebbene convinto che la proprietà sia un furto, va innanzitutto a cercare un ricco barone della zona, liberale fra i protagonisti e i finanziatori (con 1000 ducati d'oro) del 1848, Giovanni Gallotti, per ottenere denaro e aiuto. Ma quando bussa alla sua porta, portando con sé una guardia doganale fatta prigioniera, non lo trova, e i familiari gli dicono di non volere essere coinvolti nella sua azione. Nicotera e Falcone, intanto, con un'altra squadra di "patrioti", vanno a cercare il prete Vincenzo Peluso per ucciderlo e vendicare, così, la morte di Costabile Carducci. Non avendolo trovato, si limitano ad appiccare il fuoco al portone e a prendere a colpi di scure le porte. A Sapri, in un "immenso deserto di indifferenza", trova solo le vane promesse di un altro esponente della famiglia Gallotti, il sacerdote Filomeno, fratello di Giovanni, e l'adesione del loro domestico Mansueto Brandi. Liberano tre carcerati e si recano a Torraca, preceduti dal Brandi che cerca in ogni modo di tranquillizzare la gente, intenta a festeggiare i Santi Pietro e Paolo alla presenza del vescovo. Pisacane legge in piazza un proclama, in cui, preso atto della freddezza della popolazione, per convincere la gente a rischiare la vita con lui prospetta un'inesistente adesione dell'esercito alla sua azione e l'imminente insorgenza prima delle province e poi della capitale. Aderisce solo un taverniere, tale Vincenzo Cioffi, che rifocilla i rivoluzionari. Viene abbattuto il palo del telegrafo, e intanto alcuni galeotti riprendono a fare il loro mestiere. La banda prosegue per Padula; a Casalbuono Pisacane va a cercare non una famiglia di oppressi, ma un altro barone, De Stefano. A Casalbuono si verifica un terribile episodio: un seguace di Pisacane, Eusebio Bucci, prende del pane dalla commerciante Giulia Novellino pagandolo 16 anziché 36 grana. Pisacane dà la differenza e lo sottopone a un "consiglio di guerra", che lo giudica colpevole e lo condanna alla fucilazione, immediatamente eseguita. Delle due l'una: o il racconto è infedele, nel senso che Bucci fece qualcosa di ben più grave che pagare meno del dovuto, il che conferma la pessima moralità di molti improvvisati sovversivi, oppure la reazione dei sodali di Pisacane fu di una crudeltà assolutamente sproporzionata. Quindi la versione "edificante" riportata dagli storici liberali fa acqua da tutte le parti. A Padula, come al solito, si rivolgono al barone del luogo, Ferdinando Romano, che li ospita. Il paese, sguarnito di truppe, era deserto: gli uomini al lavoro nei campi e i galantuomini chiusi nelle case. Pisacane riesce a incontrare solo un gruppetto di "galantuomini" e qualche prete. Comunque la caserma viene assaltata, carte e registri vengono bruciati, le guardie urbane disarmate, stemmi e immagini del re distrutte. Il mattino del 1° luglio arrivano i soldati delle Due Sicilie, al comando del colonnello Ghio. Al di là delle versioni agiografiche, che disperatamente cercano di saturare i colori per angelicare i rivoltosi e demonizzare i difensori, aggiungendo presunte frasi edificanti dei rivoluzionari o raccapriccianti particolari della repressione, sta di fatto che chi si introduce nel territorio di uno Stato per rovesciarne il governo non può aspettarsi di essere accolto col tappeto rosso. E questo certamente non si aspettava Pisacane, che da militare era ben consapevole del rischio legato ad ogni azione di forza. Proprio lui che aveva riconosciuto al suo nemico Oudinot il diritto di bombardare Roma! Solo la faziosità ideologica può negare la legittimità dell'intervento di chi, come il tenente Balsamo a Ponza, è obbligato a difendere le istituzioni per le quali opera. E qui erano in gioco anche l'ordine e l'incolumità pubblica, in quanto coloro che sbarcavano, in armi, erano in gran parte delinquenti comuni, in molti casi desiderosi di tornare a operare nella loro provincia natìa, ed erano spesso conosciuti dalla gente, che ne aveva giustamente paura. E il fatto che la popolazione, rischiando la vita, aiuti la polizia a debellare una banda armata composta in gran parte da uomini con l'abito da reclusi, non può che essere lodato da chi non è affetto da cieco pregiudizio. Se vi sono stati episodi di ferocia, sono senz'altro da condannare, ma l'essenza dell'evento è questa. Sulle circostanze in cui Pisacane ha trovato la morte le versioni sono molte e l'individuazione di quella vera trascende di molto le finalità di questo articolo. Le raffigurazioni apologetiche della morte di Pisacane lo vedono nell'atto di soccombere, armato, a popolani e gendarmi; eppure si afferma che egli e i suoi fossero, se non disarmati, già praticamente inermi. Tuttavia non risulta che si fossero arresi, né che avessero deposto le armi. La tesi del suicidio di Pisacane, pure prospettata (anche dall'Enciclopedia Treccani), è oggi minoritaria. E poco si armonizza con la sua indole combattiva che abbiamo imparato a conoscere. Fare clic sull'immagine per ingrandire La versione del sotto-capo urbano Sabino Laveglia nel suo rapporto sui fatti di Sanza è che i sovversivi avanzavano sparando. La sua testimonianza è poco utile, essendo egli fortemente interessato a sopravvalutare la pericolosità dei propri avversari. La versione maggiormente celebrativa recita che alle prime fucilate sessanta rivoltosi si danno a fuga precipitosa e sventolano pezze bianche in segno di resa, mentre Nicotera cerca invano di farli desistere. E che, viceversa, la trentina di uomini rimasti con Pisacane avrebbe voluto reagire all'assalto dei paesani e dei gendarmi, ma qui interviene la frase esemplare attribuita a Carlo in punto di morte: "Non si versa mai sangue fraterno!". Quand'anche ci si volesse attenere a questa versione, sembrerebbe molto improbabile che le parole di Pisacane, ammesso che siano state pronunciate, avessero indotto tutti i compagni a dare chiari segni di resa. Ed è difficile fermare una folla inferocita ed eccitata nel momento dello scontro. In verità, se dell'attendibilità di Laveglia si può legittimamente dubitare, altrettanto inaffidabile è la testimonianza del giudice Gaetano Fischetti, il quale avalla la tesi dell'assassinio di persone inoffensive che si erano già arrese: egli, infatti, racconta i fatti in pieno regime sabaudo, e ci sarebbe voluto un coraggio da leone per contraddire la versione data da Nicotera al processo. Invece la santificazione di Pisacane è molto opportuna per un funzionario che ha fatto carriera nel regime borbonico e manifestato compiacimento per l'esito dello scontro di Padula, e ora deve riconquistare la fiducia dei nuovi governanti. Altre versioni circolano dell'uccisione di Pisacane. Come quella del gendarme Gaetano Enter, il quale disse di averlo personalmente colpito a morte in risposta a due colpi di fucile sparatigli dal noto rivoluzionario. Un'altra ricostruzione dei fatti è stata tramandata oralmente nella zona, differenziandosene solo nell'individuazione dell'uccisore. In realtà, nessuno sa con precisione come veramente siano andate le cose, almeno nell'ultima ora dell'esistenza terrena di Carlo Pisacane. Sappiamo che un gruppo di rivoluzionari sbarcati nel territorio del Regno, commettendo una serie di violenze e uccidendo un giovane ufficiale, hanno fatto uscire dal carcere di Ponza moltissimi detenuti, in massima parte comuni, e con circa trecento di essi, unitisi al gruppetto dei liberali, si sono portati in armi sulla costa del Principato Citra, col proposito di scatenarvi una rivolta. Sappiamo anche che presso Sanza un gruppo di gendarmi, capitanati da Sabino Laveglia, si opposero allo sbarco come il dovere loro imponeva, ottenendo l'appoggio di parte della popolazione. Sebbene la banda dei rivoltosi si presentasse più debole, non c'è dubbio che lo scontro rappresentasse comunque un rischio per chi aveva scelto di parteciparvi, anche da parte realista. Quindi bisogna avere l'onestà intellettuale di riconoscere che i gendarmi e i popolani ebbero del coraggio. Se poi nell'azione vi furono degli eccessi, vanno certo condannati; come del resto bisogna condannare il massacro di inermi prigionieri borbonici consumato dai liberali repubblicani a Velletri. Di certo, all'arrivo di Garibaldi in zona, tre anni dopo, Sabino Laveglia, il fratello Domenico, il farmacista Filippo Greco Quintana e Giuseppe Citera, furono presi e fucilati da un "liberale", tale Cristoforo Ferrara di San Biase, frazione di Ceraso. Incredibilmente, nel raccontare l'evento, c'è chi parla di "processo" fatto dallo stesso boia. Il che fa capire perfettamente quale concetto di giustizia abbiano certi esaltatori del risorgimento. Io penso che Carlo Pisacane, il quale inneggiava all'uccisione immediata, per accoltellamento, di ogni appartenente al partito borbonico, e, ovviamente, dei poliziotti, non avrebbe mai preteso né pensato di non trovare opposizione armata. Era un militare serio e non avrebbe accettato versioni dolciastre e strumentali della sua estrema vicenda terrena, che fu sbocco coerente del suo pensiero. Ma su questo rifletteremo prossimamente. (Edoardo Vitale)

"Garibaldi? Era juventino". Ecco perché...Simone Savoia il 24 Giugno 2021 su Il Giornale. Assalto post-futurista, sberleffo partenopeo, pernacchio di eduardiana memoria: tutto questo è il Garibaldi juventino. Il 7 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi faceva il suo ingresso a Napoli, dove era giunto comodamente in treno. Marcia trionfale sulla Marina, sosta al Duomo per il ‘Te Deum’, breve discorso alla folla a Largo di Palazzo (oggi piazza del Plebiscito) e poi passaggio del cosiddetto ‘Spiritussant’, lo Spirito Santo, cuore artigiano di via Toledo. Presenti in testa al corteo anche il ministro di polizia del Regno delle Due Sicilie Liborio Romano e il camorrista Salvatore De Crescenzo, Tore e’ Crescienzo, i cui sgherri gestirono l’ordine pubblico durante l’evento. Un momento che un dipinto a china del pittore boemo Franz Wenzel Schwarz realizzato tra il 1860 e il 1875 racconta in un tripudio di popolo con tricolori dell’Italia sabauda levati al vento. Sullo sfondo testimone muto e austero lo splendido Palazzo Doria D’Angri a separare con la sua dimensione monumentale le prospettive di via Sant’Anna dei Lombardi e della stessa via Toledo. Proprio dall’edificio neoclassico che vide l’opera di architetti come Luigi Vanvitelli e Ferdinando Fuga, Garibaldi proclamò l’annessione del Regno delle Due Sicilie al Regno d’Italia. In pratica quel giorno Napoli cessò di essere Capitale di Stato, sebbene il suo ruolo in Italia resterà davvero di primo piano almeno fino alla fine della Grande Guerra nel 1918. Certo, chi lo avrebbe mai detto al Generale, all’Eroe dei due mondi, che 161 anni dopo alcuni napoletani con un blitz lo avrebbero tesserato d’ufficio con la Juventus. Infatti ieri mattina, 23 giugno 2021, alcuni esponenti del movimento “Napoli Capitale” con un blitz hanno messo sulle spalle della statua di Garibaldi in Piazza Mancini, proprio dal lato opposto rispetto alla stazione ferroviaria centrale, un’enorme maglietta bianconera con la scritta “Garibaldi era juventino”. Alle 8 gli addetti comunali hanno ceduto il neojuventino sul mercato, togliendogli la casacca non colorata. Il 15 giugno scorso una maglietta, quella con il numero 10 di Diego Armando Maradona, aveva acceso la campagna elettorale per le comunali con Giuseppe Conte in atto di interposto pentimento per la fede bianconera del candidato Pd-5Stelle Gaetano Manfredi. L’ex Presidente del Consiglio l’aveva ricevuta in omaggio sventolandola a beneficio di telecamere, fotografi e cittadini. Assalto post-futurista, sberleffo partenopeo, pernacchio di eduardiana memoria: tutto questo è il Garibaldi juventino. Perché unisce in una sintesi ultra popolare le due avversioni forse più epidermiche, sanguigne e accorate dei napoletani: la Juventus e il Risorgimento sabaudo. Sulla prima nulla quaestio, come da brocardo giuridico: niente da dire. La Juventus è il compendio ideale che funge da contenitore di tutto ciò che al napoletano resta sullo stomaco: il Nord Italia, la Fiat, il potere degli Agnelli, il potere nel calcio, la vittoria a ogni costo. Il 3 novembre 1985 con una memorabile e impossibile punizione delle sue (la barriera non era assolutamente a distanza regolamentare) Maradona stese i bianconeri ed entrò definitivamente nel cuore dei napoletani. Il 6 aprile 1975 l’ex giocatore napoletano Josè Altafini segna a due minuti dalla fine il gol del 2 a 1 per la Juventus sul Napoli, risultato che sarà decisivo per far vincere ai bianconeri uno scudetto sul filo di lana proprio davanti ai napoletani. I tifosi azzurri non la perdoneranno al campione brasiliano, lo ribattezzeranno ‘core ‘ngrato’, cuore ingrato, come una canzone di inizio Novecento resa famosa da Enrico Caruso. Metteteci i trasferimenti alla Vecchia Signora dei napoletanissimi Ciro Ferrara (estate 1994) e Fabio Cannavaro (estate 2004, ma il difensore non era più del Napoli dal 1995). Aggiungeteci anche, già che ci siete, che i tifosi di ‘quelli là’, quando battono il Napoli cantano a squarciagola “O’ surdato ‘nnammurato”, segno però che la cultura napoletana conquista davvero tutti senza distinzioni e confini. Ecco spiegata in parte una rivalità inestinguibile. Sul Risorgimento e il Sud si aprirebbe un capitolo troppo lungo per questa sede. Certamente un ritrovato impegno politico economico e culturale sul Mezzogiorno d’Italia e sulla sua metropoli più rappresentativa darebbero nuova linfa a una dimensione nazionale dell’Italia, svuotando così la palude di isolazionismi e secessionismi. Quella statua di Giuseppe Garibaldi non è mai stata troppo amata dai napoletani. Dopo la morte di Maradona (25 novembre 2020) in molti proposero di abbatterla e sostituirla con una dedicata al Pibe de Oro. Altri ancora vorrebbero vedere su quel piedistallo Ferdinando II, il Re Bomba, ma anche il creatore delle officine di Pietrarsa. Eppure il Generale Garibaldi è lì dal 7 settembre 1904, 44 anni esatti dopo l’ingresso delle camicie rosse a Napoli, quando l’opera del maestro fiorentino Cesare Zocchi fu inaugurata in pompa magna e prese il posto della fontana dedicata alla sirena Partenope che oggi fa bella mostra di sé in piazza Sannazaro. Come emerge dalla significativa biografia dell’Eroe dei due Mondi a cura di Indro Montanelli e Marco Nozza, Garibaldi girò il mondo alla ricerca di cause per le quali combattere, sempre sentendosi italiano. E la sua fu una predilezione soprattutto per i Sud del mondo e per la liberazione dei popoli oppressi. Fu un personaggio davvero globale in un mondo e in un’epoca che ancora ignoravano quest’orizzonte che oggi è nelle cose. Ci sentiremmo perciò di dubitare che Garibaldi sarebbe stato tifoso della Juventus. Più probabilmente avrebbe tifato per squadre come il Nizza, l’Ajaccio, il Cagliari, il Boca, il Genoa. E forse, chissà, anche il Napoli. Di sicuro avrebbe fatto l’impossibile per arruolare un eroe e un paladino del pueblo e dei Sud del mondo come Maradona. Per cui l’azione dei futuristi di “Napoli Capitale” ha diversi meriti: ci restituisce un Garibaldi più pop che mai, figura viva e contemporanea più che mai in un’Italia contemporanea in cui scarseggiano i simboli in cui identificarsi (perfino la Nazionale di calcio non ha leader riconosciuti). E forse può dare ulteriore spazio a una divulgazione del Risorgimento che, pur con i diversi orientamenti storiografici, resta l’unica vera tradizione nazionale italiana. Aspettiamo che il Napoli vinca il terzo scudetto della sua storia. Vedrete che Giuseppe Garibaldi indosserà magicamente la casacca biancazzurra sorridendo nascosto dalla folta barba…

Simone Savoia. Napoletano, ma anche apollosano caudino, ma anche un pochettino piemontese. Annata 1976. Quotidiani e tv locali a Napoli, poi a Milano. Dal 2008 collaboratore di Videonews Mediaset, con Mattino Cinque e Dritto&Rovescio. Uditore enologico con i degustatori dell'Associazione Italiana Sommelier, munito di videocamera e microfono per vigneti e cantine d'Italia. Tifoso del Napoli e della Polisportiva Apollosa 1981. In emotiva partecipazione anche per il Benevento Calcio. Troppo ottimista per essere pessimista. Troppo pessimista per essere ottimista

LE BUGIE PARTIGIANE DI BARBERO AL FESTIVAL DELLA MENTE. Paolo Asti (Portavoce Nazionale CulturaIdentità) il 5 Settembre 2021 su culturaidentita.it su Il Giornale. Non ne possiamo più di storici come Barbero, invitati negli anni al Festival della Mente per raccontare tutta la storia del mondo, da quella medievale fino a quella contemporanea, quasi che nel mondo scientifico non esistessero delle competenze specialistiche tali da rendere impossibile agli storici di occuparsi di tutto lo scibile vissuto dall’uomo. Ormai Barbero è l’appuntamento che il pubblico attende come lo Spritz della sera, buono bianco, con il campari o aperol, a seconda dei gusti, ma sempre con l’orgoglio di avere la tessera del partito comunista con la firma di Berlinguer. Niente di male per carità, perché ognuno ha il diritto di essere orgoglioso per quel che gli pare, ma quello che ci attendiamo da anni è che il Festival della Mente faccia cultura grazie al confronto, invece, qualsiasi sia il tema, la visione è sempre a senso unico. Ho molto apprezzato come il sindaco di Sarzana Cristina Ponzanelli ha gestito nei giorni scorsi il centesimo anniversario dei Fatti del 21 luglio del ’21, partecipando e garantendo, nei vari appuntamenti, la pluralità del dibattito, andando anche per alcuni aspetti contro parte della sua maggioranza. E’ questo lo stile che vorremmo da un’istituzione pubblica e da chi si occupa della direzione artistica di un festival. Invece, nel momento in cui si cerca di compiere un revisionismo o del riduzionismo vergognoso, alla Montanari, ecco che Barbero ci racconta sulla stampa nazionale che: “il Giorno del Ricordo è una tappa di una falsificazione storica”. Consiglio a Barbero e a tutti quelli che lo seguono di riascoltare il discorso del Presidente Mattarella di due anni fa nella giornata dedicata alle vittime di quelle barbarie e in particolare un passo: “Non si trattò come afferma qualche storico revisionista o riduzionista di una ritorsione ai torti subiti dai fascisti perché tra le vittime ci furono uomini, impiegati, operai e prelati quanto più lontani dal fascismo e fino anche militanti comunisti, verso cui si riversò un odio intollerabile etico e sociale…” Uno storico che afferma: “i partigiani titini stavano dalla parte giusta e i loro avversari, per quanto in buona fede, stavano dalla parte sbagliata.” non afferma una convinzione frutto della ricerca e della libertà di pensiero ma un falso con cui un qualsiasi studente verrebbe invitato a tornare un’altra volta a ridare l’esame di storia contemporanea. L’auspicio per la prossima edizione è quello di invitare, se non un contradditorio che capisco non rientri nello stile del Festival , almeno qualche storico che, come scrive Maurizio Crippa vice direttore del Foglio, riferendosi alle risposte all’intervista di Barbero a Il Fatto quotidiano come “ .. ubriacatura ideologica. Un’intervista al barolo, si sarebbe detto un tempo, oggi più banalmente un’intervista al Barbero.”

L’altra storia del Sud. Caro professor Barbero, su Garibaldi e l’unità diciamola tutta…di Michele Eugenio Di Carlo su nuovarivistastorica.it. Pubblicato il 4 marzo 2020 su «Il Sud on line».

Professor Alessandro Barbero, essendo lei uno degli storici medievisti più accreditati, perché non lascia la storia del nostro processo unitario a specialisti già in evidente difficoltà? In un suo famoso intervento divulgato dal canale YouTube dal titolo “La verità su Garibaldi”, lei tentando di riproporre la figura dell’“Eroe dei due mondi” dice molte verità. Ma da quelle stesse verità che lei racconta, omettendone altre che le dirò, il personaggio Garibaldi al vaglio attento dello studioso e dello storico, al di là delle “leggende truffaldine”, non esce affatto fortificato come repubblicano, come patriota, come politico. Lasci allora che un modesto studioso non accademico, non “educato” a frequentare studi televisivi importanti e spesso definito impropriamente “neoborbonico”, spieghi cosa Lei non ha vagliato, forse intenzionalmente, della figura di Garibaldi. Il Giuseppe Garibaldi, ricordato in tutta Italia con statue, intitolazioni di vie e di piazze, godeva di uno stretto legame che lo vincolava alla Gran Bretagna, potenza coloniale che aveva forti interessi politici e commerciali da difendere nel Mediterraneo e che non si era mai fidata di Ferdinando II scatenandogli contro una spietata campagna denigratoria, i cui effetti persistono ancora oggi nei testi di storici assurdamente ancorati ad una storiografia ufficiale liberale sabauda. L’idea di preparare una invasione militare in Sicilia non era stata di Garibaldi. In una lettera del 5 maggio ad Agostino Bertani, pubblicata l’8 maggio 1860 sul “Pungolo”, è lo stesso Garibaldi a renderlo noto. Anche per Camillo Benso Conte di Cavour, non era il momento propizio per sostenere i moti siciliani e impegnarsi nell’organizzazione di una spedizione militare in Sicilia, per le ragioni che lei stesso ha esposto. Infatti, il suo collega Pietro Pastorelli, professore emerito di Storia delle relazioni internazionali all’Università di Roma “La Sapienza” e presidente della Commissione del Ministero degli Esteri per la pubblicazione dei Documenti Diplomatici Italiani, dopo aver consultato l’ultima edizione completa dei Carteggi di Cavour e i documenti editi dagli archivi inglesi, francesi, e prussiani, non ha lasciato alcun dubbio sul fatto che sia stato il Regno Unito ad incoraggiare e sostenere l’azione militare in Sicilia. Gentile professor Barbero, il ruolo della Gran Bretagna non è un elemento irrilevante nella ricostruzione storica della figura di Garibaldi. Le critiche della Gran Bretagna al trattato franco-sardo del 24 marzo erano note, l’annessione della Savoia e di Nizza alla Francia aveva raggelato i rapporti tra Londra e Parigi e indotto il Governo inglese ad emettere un giudizio di totale inaffidabilità sul Conte di Cavour. Il pericolo che si potessero riaprire le porte d’Oriente alla Russia a cui il Regno delle Due Sicilie era particolarmente legato e che la Francia potesse allargare la sua influenza anche in Italia meridionale, mettevano in discussione l’egemonia economica e commerciale della Gran Bretagna nel Mediterraneo. Già il 5 aprile Cavour, sospettando l’azione inglese nell’insurrezione di Palermo, contattava telegraficamente d’Azeglio, ambasciatore a Londra, affinché indagasse su un’eventualità del genere. Qualche giorno dopo d’Azeglio, sempre in contatto con il Primo Ministro inglese Palmerston, riferiva al Conte che l’atteggiamento di sfiducia nei suoi riguardi non era affatto mutato e che ulteriori altre annessioni italiane favorite dalla Francia non sarebbero state accettate dall’Inghilterra. Pastorelli deduce dai comportamenti la linea seguita dagli inglesi; una linea che si risolse nel sostenere con un accordo segreto l’operazione militare di Garibaldi nel sud Italia senza nemmeno contattare il Primo Ministro sabaudo di cui Palmerston non si fidava. Naturalmente, il sostegno a Garibaldi doveva essere negato anche di fronte all’evidenza per evitare reazioni di Francia, Austria, Russia e Prussia. Il 30 aprile, il ministro degli Esteri inglese Russel trasmetteva all’ambasciatore Hudson le istruzioni sulla linea politica che il Governo torinese avrebbe dovuto seguire per andare incontro agli interessi inglesi. Londra desiderava il non intervento di Torino nelle questioni riguardanti il Regno delle Due Sicilie, perché convinta che un intervento diretto del Piemonte avrebbe comportato l’intervento armato dell’Austria e per reazione quello della Francia a difesa di Torino. Un’eventualità del genere avrebbe comportato l’ulteriore cessione di territori italiani alla Francia (Liguria o Sardegna) e uno squilibrio nella prevalenza inglese del Mediterraneo. Questa la ragione precisa per cui l’Inghilterra si apprestava a sostenere l’impresa azzardata e “piratesca” di Garibaldi. Ed era questo anche il motivo per cui Garibaldi cambiava diplomaticamente atteggiamento nei riguardi di Cavour, dopo la frattura dei loro rapporti seguita alla cessione di Nizza. Finanche lo storico Giuseppe Galasso ha apprezzato il comportamento opportunistico di Garibaldi in quel frangente, scrivendo che aveva «lucidamente inteso le condizioni» che potevano agevolare la sua impresa, mantenendo a ogni costo «il rapporto con Torino, per averne l’appoggio diplomatico e militare». A questo punto professor Barbero, il Garibaldi socialista, repubblicano di cui lei parla già appare come una figura sfumata e dai contorni ambigui. Non solo perché tradisce i suoi ideali, ma perché come scrive il suo compianto collega Galasso è costretto a dimostrare «di non procedere nel Mezzogiorno ad alcuna sovversione dell’ordine sociale, garantendo insieme l’opinione pubblica europea e la borghesia meridionale». Garibaldi, temendo impedimenti e ostacoli, vince la forte inimicizia e scrive a Cavour un messaggio per coinvolgerlo nell’impresa. Convocato il 2 maggio a Bologna, incontra Vittorio Emanuele II e Cavour, illustra i piani dell’impresa, conferma l’appoggio inglese, riceve l’approvazione sotto copertura del Re e del Primo Ministro. Professor Barbero, l’altro suo collega Eugenio Di Rienzo, accademico esperto, direttore della “Nuova Rivista Storica”, noto docente di Storia Moderna presso l’Università “La Sapienza” di Roma, riprendendo una lettera di Massimo d’Azeglio all’ammiraglio Carlo Pellion, conte di Persano, riporta alla luce che il vero piano affidato da Cavour all’ammiraglio era quello di condurre «una guerra non dichiarata, sotto neutralità apparente, contro Francesco II». Da quanto riportato si evince chiaramente che il Conte sosteneva un’azione illegale, contro il diritto internazionale, temendone le ripercussioni a livello europeo. Quindi, il compito di Persano non era quello dichiarato di avversare il progetto, ma di fornire assistenza a Garibaldi e a tutte le spedizioni successive di uomini e di mezzi, ponendo tutti gli impedimenti possibili alla reazione della flotta borbonica, anche al costo di continuare a corrompere gli ufficiali napoletani favorendone il trasferimento sotto le insegne della Marina dei Savoia. Professor Barbero, come Lei riferisce, i Mille non erano Mille, ma è bene chiarire che Garibaldi è uno strumento in mano alla Gran Bretagna, affiancata da un Regno di Sardegna che agisce in maniera indegna. Professor Barbero, il tanto vituperato legittimista Giacinto de’ Sivo si sbaglia forse quando, parlando di Cavour, afferma che era un «ipocrita istigatore di guerra civile cui fingeva di deplorare, accennava a italianità, quasi non fossero italiani i combattenti pel diritto. Per esso erano italiani e compatrioti i ribelli, i traditori e i codardi che gli vendevano la patria […] »? Prof. Barbero, Garibaldi nelle sue “Memorie” così descrive l’approdo a Marsala dell’11 maggio 1860: «… la presenza di due legni da guerra Inglesi influì alquanto sulla determinazione dei comandanti de’ legni nemici, naturalmente impazienti di fulminarci; e ciò diede tempo ad ultimare lo sbarco nostro. La nobile bandiera d’Albione contribuì, anche questa volta, a risparmiare lo spargimento di sangue umano; ed io, beniamino di codesti Signori degli Oceani, fui per la centesima volta il loro protetto». Professor Barbero, non la colpisce profondamente constatare che «l’eroe dei due mondi», il rivoluzionario Garibaldi, si riteneva «beniamino» di coloro i quali avevano issato in mezzo mondo la bandiera di quella Gran Bretagna che era ritenuta la più grande potenza coloniale e imperialistica al mondo, che solo da qualche anno aveva abolito lo schiavismo e il traffico di carne umana, che non esitava a passare per le armi i suoi nemici interni e esterni, che manteneva in condizioni di estrema povertà le classi proletarie, che permetteva che milioni di suoi sudditi emigrassero per la fame, che aveva un sistema carcerario tra i peggiori al mondo? Professor Barbero, non desta in Lei nessuna impressione il fatto che chi progettava di unificare l’Italia dal gioco straniero si affidava pienamente alla Gran Bretagna nel tentativo di sopraffare una legittima monarchia perfettamente italiana? Un Garibaldi non poteva andare oltre le semplici dichiarazioni di affezione, amicizia, simpatia e rivelare chiaramente quale fosse stato il ruolo degli inglesi nella spedizione anche se, come spiega ancora il suo collega Di Rienzo, la presenza della flotta inglese non solo nel mare di Sicilia era vista come una minaccia concreta sia dagli ufficiali della Marina napoletana sia da Francesco II e quasi sicuramente la decisione di approdare a Marsala era stata concordata da Garibaldi con i referenti del Governo inglese. E a proposito dei soldi necessari all’impresa bisogna anche qui chiarire meglio il ruolo della Gran Bretagna e della Massoneria. Infatti il 4 marzo 1861, quando l’Italia stava per essere unificata, il deputato John Pope Hennessy riaccendeva la discussione e contestava al Governo inglese di aver interferito nella vittoriosa impresa garibaldina, sostenendola militarmente, finanziariamente e diplomaticamente, mentre ufficialmente caldeggiava ipocritamente la linea del non intervento negli affari italiani. Secondo Pope le due navi della flotta inglese erano presenti nella rada del porto di Marsala col preciso compito di fornire il supporto necessario ad assicurare lo sbarco a Marsala degli uomini in camicia rossa. Pochi erano i dubbi sul coinvolgimento inglese nella conquista militare del Regno delle Due Sicilie; dubbi che si affievolirono del tutto quando lo stesso Pope rese nota la lettera con cui Vittorio Emanuele II aveva ringraziato il Governo inglese. Professor Barbero, come Lei afferma, Garibaldi “socialista” non piaceva a Karl Marx. Marx ed Engels seguirono con attenzione l’azione di Garibaldi, ma solo inizialmente, anche perché sono noti i loro giudizi negativi sull’evoluzione politica italiana. E d’altronde, come poteva piacere a Marx il Garibaldi che supportato da ambienti finanziari e politici inglesi finiva per consegnare il Regno delle Due Sicilie a Vittorio Emanuele II e alla casta politico-militare dei Savoia, che trattarono il sud Italia come fosse una colonia, instaurandovi un feroce regime repressivo? Professor Barbero, anche sul fatto che la figura di Garibaldi è stata proposta più volte nella storia dalla sinistra come icona positiva – da ultimi i comunisti svizzeri – ha totalmente ragione, ma non c’è da esserne soddisfatti. Pensi quanto sia stata potente la macchina della propaganda agiografica messa in piedi dai governi liberali dopo il processo unitario, se anche la sinistra non è riuscita a distinguere il Garibaldi “socialista” da quello che consegna la conquista militare a Vittorio Emanuele II. Professor Barbero, non si può, d’altro canto, non registrare l’utilizzo strumentale che ne fece anche il fascismo. Fulvio Orsitto, docente accademico esperto di cinema, senza mezzi termini, considera la seconda fase della cinematografia, quella definita «fascista», un periodo storico in cui «la ricostruzione della storia patria si svolge in modo funzionale agli interessi di un regime che intende essere considerato la logica conclusione del processo risorgimentale». Un Risorgimento manipolato strumentalmente al fine di nazionalizzare le masse, dato che non poteva sfuggire all’intellettualità fascista come il cinema fosse un potente mezzo di comunicazione, piegabile ad uso propagandistico, e che il potere poteva efficacemente utilizzare per indottrinare e ideologizzare le masse. Emblematica di questa maniera romantica e fantastica di rappresentare il Risorgimento è il film “1860”, diretto da Alessandro Blasetti nel 1934. Daniele Fioretti, peraltro, docente alla Miami University, non nutre alcun dubbio sulla circostanza che Blasetti non si era affatto proposto di fornire un quadro storico verosimile del Risorgimento, ma una banale celebrazione agiografica dell’epopea garibaldina con un intento smaccatamente propagandistico. Il pericolo concreto fu allora persino avvertito dal filosofo tedesco Walter Benjamin: la storia e le tradizioni erano diventate lo strumento della classe dominante, mentre compito dello storico era proprio quello di sottrarre la storia a questo tipo di manipolazione. Egregio professor Barbero, non Le sembra un ammonimento più che mai attuale. Per finire professor Barbero, – mi riferisco ai suoi giudizi sulle “leggende truffaldine” della sua ultima visita a Napoli – si convinca anche Lei relativamente a quanto ha affermato il suo collega specialista della materia Eugenio Di Rienzo: il lavoro di ricerca degli studiosi revisionisti non accademici del Risorgimento è prezioso. Infatti, tornando a Garibaldi, su una delle questioni centrali della “avventura” in Sicilia, Di Rienzo ha affermato che la longa manus del ministero whig ha «potentemente contribuito (soprattutto ma non soltanto con un supporto economico) al successo della ‘liberazione del Mezzogiorno’», aggiungendo lucidamente «che la storiografia ufficiale ha sempre accantonato, spesso con immotivata sufficienza» un’ipotesi «che ha trovato credito soltanto in una letteratura non accademica accusata ingiustamente, a volte, di dilettantismo e di preconcetta faziosità filoborbonica».

Lamberto Duranti - Alessandro Barbero: la Storia. Facebook il 14 giugno 2021.

STORIA E CRITICA STORICA. Si nota, purtroppo, che troppi commenti sono solo insulti o affermazioni senza documentazione, questo va contro ogni logica storica e contro il senso civico. Nel caso di Giuseppe Garibaldi c'è un particolare accanimento, forse perché i grandi personaggi fanno ombra o forse perché Garibaldi ha di fatto unito l'Italia o per qualche altro motivo? Chi insulta dovrebbe invece spiegare le sue ragioni e farlo con documentazioni o semplicemente affermare che è contrario all'unità della penisola italiana o spiegare altre ragioni. Sempre restando su Garibaldi ricordiamo che a Parigi c'è una via importante intitolata "Boulevard Garibaldi", una Piazza Garibaldi con statua e anche una stazione del Metro Garibaldi, perché Garibaldi fu l'unico a vincere una battaglia contro l'Esercito Prussiano, che aveva sbaragliato quello francese. Per concludere chi fa affermazioni senza fonti e/o insulta, andrebbe immediatamente allontanato da qualsiasi gruppo, perché agisce contro lo studio della storia, che si fonda su fatti dimostrati e dimostrabili e che dà il giudizio sulla base della globalità dei fatti, le opinioni personali non sono storia. Termino affermando che le stesse regole valgono per personaggi come Ferdinando II o Francesco II, sì alla critica storica documentata, ma assolutamente no agli insulti, chiunque sia il personaggio in questione.

Michele Eugenio Di Carlo. Facebook il 14 giugno 2021. Carissimi, lasciamo perdere retorica e agiografica. Su Garibaldi ci sono tanti documenti che attestano chi sia stato in realtà e cosa abbia voluto e fatto per davvero. Lasciamo stare i romanzi e le poesie alla Dumas, Abba, Mercantini e andiamo al Carteggio Cavour, ai documenti diplomatici in particolare inglesi, peraltro riportati da storici della Sapienza come Pastorelli e Di Rienzo. Partiamo dall'incontro di Bologna del 2 maggio 1860, quando Garibaldi incontra Cavour con cui aveva rotto i rapporti per la cessione di Nizza. Perché incontra Cavour? Lo fa per non essere ostacolato nella spedizione dei Mille e per confermare a un riluttante Cavour che ha dietro di sé la Gran Bretagna. Non che Cavour non lo sapesse: Palmerton non voleva più avere a che fare con Cavour dopo della cessione di Nizza e della Savoia e temeva che Cavour cedesse ulteriori territori ai francesi con la conquista militare del Sud. In altre parole a muovere Garibaldi, contro la volontà dei Savoia che obtorto collo devono accettare l'interferenza inglese, sono gli interessi della Gran Bretagna nel Mediterraneo. Da quel momento i preparativi da Quarto non vengono ostacolati e l'ordine dato all'ammiraglio sabaudo Persano di fermare Garibaldi è solo finto. Nei fatti, pienamente documentati, Garibaldi sarà sostenuto dagli inglesi e anche dai riluttanti Savoia. È questo, il 2 maggio 1860, il momento in cui Garibaldi rinuncia ai suoi ideali repubblicani e rivoluzionari in favore della monarchia sabauda. E persino la regina Vittoria e il marito, che avevano una pessima considerazione di Garibaldi, né risultano rinfrancati. 

Quando Garibaldi ringraziò Lipari: trovata una lettera inedita. La scoperta del Centro studi eoliano: "Proclamate il governo italiano di Vittorio Emanuele". La Repubblica il 29 dicembre 2020. E' tornata alla luce una lettera inedita di Giuseppe Garibaldi ai cittadini di Lipari,: fu inviata dal Comando generale dell'Esercito Nazionale in Sicilia e fu scritta da Milazzo il 23 luglio 1860, al culmine della conquista della Sicilia. La scoperta si deve al ricercatore storico Pino La Greca ed è stata annunciata dal Centro studi eoliano, per salutare il nuovo anno quando festeggerà il 40° anniversario della fondazione. Questo il testo della lettera: "Ai cittadini di Lipari. Io vi ringrazio il nome della Patria per la generosa risoluzione. Proclamate il Governo Italiano di Vittorio Emanuele ed eleggetevi un governatore alla maggioranza dei voti, al quale io conferisco temporaneamente poteri illimitati. Mantenetevi in corrispondenza col Prodittatore in Palermo per via di Milazzo, e con me, mentre soggiornerò in quest'isola". La lettera, spiega una nota del Centro studi eoliano, era conservata e trascritta dal notaio eoliano don Rosario Rodriguez e fa parte dei documenti del fascicolo relativo alle indagini sull'omicidio del sindaco neo borbonico Giuseppe Policastro che Pino La Greca sta studiando "per poter riscrivere una delle pagine più oscure della nostra storia più recente".

PRIMO RISORGIMENTO. QUANDO LA CARBONERIA UNÌ IL NAPOLETANO MASTRILLI, I PIEMONTESI CELESTINO E FIORENZO GALLI E IL LIVORNESE PIETRO JANER. Elena Pierotti su ilsudonline.it l'11 aprile 2021. I Chierici Regolari Somaschi sono un istituto religioso maschile di diritto ed i Suoi membri, chiamati Somaschi, presero il loro nome dal luogo dove ebbe inizio la loro attività. L’Ordine servita fu fondato intorno al 1534 e si dedicò prioritariamente all’istruzione e all’educazione cristiana. A Roma, a partire dal 1595 fu fondato e retto dai padri Somaschi il collegio Clementino, che deve il suo nome a Papa  Clemente VIII, al secolo Ippolito Aldobrandini. Nel 1798, con l’arrivo di Napoleone, il collegio fu soppresso, con relativa vendita di molti suoi beni all’asta. Dopo l’epoca napoleonica molti dei beni appartenuti al collegio Clementino dei Padri Somaschi furono recuperati ed il collegio riaprì. Prima degli eventi Rivoluzionari francesi e a seguire napoleonici il collegio aveva ospitato come allievo anche Marzio Mastrilli, il futuro marchese del Gallo, che fu plenipotenziario non solo dei Sovrani borbonici ma anche di Giuseppe Bonaparte ed a seguire di Gioacchino Murat, quando questi ultimi furono posti da Napoleone a regnare sul Regno di Napoli. “Era stato lo zio materno Caracciolo ad indirizzare il Marchese per la sua educazione al celebre Collegio romano. Dopo la fine del periodo napoleonico e l’avvento della Restaurazione, vicedirettore del collegio da poco riaperto divenne il chierico Regolare Somasco piemontese Francesco Galli, zio dei noti patrioti Celestino e Fiorenzo. Quel collegio e quell’Ordine ritornarono in primo piano per sostenere quei patrioti dediti al rinnovamento politico della Penisola. Dobbiamo leggere attentamente la vita di tali personaggi per comprendere cosa fu davvero il nostro Risorgimento. E comprendere quanto la loro educazione, anche religiosa, fosse stata essenziale nelle dinamiche politiche del periodo. I padri Somaschi e la loro opera educativa ebbero sicuramente un peso rilevante nelle vicende. Marzio Mastrilli, più conosciuto come Marchese del Gallo, non fu sicuramente un carbonaro. Si lasciò tuttavia coinvolgere, dopo che si era ritirato a vita privata nel 1815, all’indomani della caduta di Murat, nelle vicende rivoluzionarie napoletane del 1820-1821. Fu infatti nominato membro della giunta provvisoria di governo e nell’agosto del 1820 inviato a Vienna nella veste di ambasciatore straordinario. Ma il suo viaggio venne interrotto a Klagenfurt e per questo dovette rientrare. Trascrivo testualmente: “In novembre[1820] fu nominato luogotenente generale di Sicilia; non ebbe il tempo di recarvisi, in quanto chiamato a ricoprire la carica di ministro degli Affari esteri nel governo nominato dopo la caduta del primo, in dicembre. In quello stesso mese fu delegato dal Parlamento, secondo il dettato della costituzione, ad accompagnare in tale veste Ferdinando, ora Re del Regno delle Due Sicilie, al congresso di Lubiana. Il Re si imbarcò su nave britannica ma, appena giunto in Toscana, fu preso in consegna dai suoi tutori, il francese Blacas e l’austriaco L. Von Lebzetern. Al Mastrilli, giunto via terra, fu ordinato di seguire il Sovrano a una giornata di distanza. Fu bloccato una prima volta a Mantova il 5 gennaio, l’8 ripartì per Gorizia, ove giunse l’11. Qui fu bloccato in un albergo, sorvegliato costantemente e con divieto di comunicare con chicchessia. Qualche corriere di passaggio ebbe il coraggio di portare sue lettere al reggente Francesco. Finalmente il congresso, una volta predisposta la messa in scena, permise al Re di chiamare il Mastrilli, senza segretari, presso di sé a Lubiana. Giunto qui il 30 gennaio, il Mastrilli fu ammesso alla presenza del Re e informato, in un colloquio attentamente origliato da Alvaro Ruffo, del totale cedimento regio alle richieste dei suoi alleati. Fu poi invitato ad assistere, quale privato, senza diritto di parola, alla lettura degli atti finali del congresso – per la verità amputati dei rilievi critici francese ed inglese auspice Blacas – perché riferisse ai suoi connazionali la perfetta unanimità degli alleati del Re. Non avendo diritto di parola, il Mastrilli dichiarò che avrebbe chiesto gli ordini al suo Re e riferito a Napoli quanto aveva sentito. Tornato a Napoli il Mastrilli riferì fedelmente al reggente, con vari gradi di moderazione ad altri interlocutori istituzionali. Voleva assolutamente dimettersi dal governo, nel quale aveva ripreso le sue funzioni di ministro degli Affari esteri. Essenzialmente tentò di riaprire il discorso o la via, del tutto impraticabili, della protezione francese in cambio di una riforma costituzionale a Napoli. Riteneva, probabilmente a ragione, che la carboneria si proponesse non la conquista dello Stato, bensì il dominio e il controllo carbonaro sullo Stato tramite le proprie strutture parallele. La proposta costituzionale moderata era stata però respinta con forza dalla carboneria nel dicembre 1820. Era ormai assurdo ritentare la via francese, dopo aver constatato che nelle ineludibili mani di Blacas qualsiasi (presunto) tentativo di una politica autonoma veniva ignorato o deviato. Più seriamente volle, con l’invio di persona gradita, ispirare al Re, allora a Firenze, un atteggiamento più dignitoso, meno succube, o perlomeno distinto d quello austriaco, ma gli sforzi suoi e dei ministri francese e britannico furono inutili. Dopo la caduta del Regno costituzionale il Mastrilli rimase lontano da qualsiasi attività politica [….]”. In quello stesso periodo in Lucca era al potere la dinastia collaterale dei Borbone Parma. La sovrana era Maria Teresa, ma a breve sarebbe divenuto Re il figlio di questa, il Duca Carlo Ludovico. Proprio durante la rivoluzione napoletana di quegli anni si trovava in Napoli un personaggio che fu poi di fede mazziniana e che ebbe un importante ruolo politico nella sua città. Col Duca avrà un rapporto di amore-odio, nel senso che il Duca si servirà di lui nel 1832 in Corsica, ufficialmente per fare l’agronomo, ma sottobanco, visti i risvolti bonapartisti e mazziniani dell’Isola, come si evince dalle carte, in altra veste. E tuttavia lo monitorerà sempre in via ufficiale. Sto parlando dell’avvocato Carlo Massei, che di madre faceva Burlamacchi. I Burlamacchi sono stati i riformati ginevrini che avevano lasciarono Lucca nel cinquecento ma di cui un ramo collaterale restò in città. Carlo Massei nel 1816 conseguì la laurea dottorale in Legge all’Università di Bologna a pieni voti. Sulla scia di tali risultati, provenendo, il nostro, anche per parte paterna, da antica famiglia nobiliare lucchese, si trasferì subito dopo a Roma, dove fu avviato alla pratica legale dal giureconsulto Cavi ed ebbe modo di frequentare anche lo studio dell’avvocato Bonadosi. Nel febbraio del 1822 fu iscritto nell’albo degli avvocati di Roma. Il soggiorno romano fornì al Massei l’occasione per allargare le proprie conoscenze e incontrare studiosi delle più disparate discipline tra cui Giulio Cordero di San Quintino, storico, numismatico, archeologo molto conosciuto a Lucca, insieme col quale nel giugno 1820 intraprese un soggiorno a Napoli. Qui ebbe modo di entrare in contatto con le idee liberali e di osservare con interesse l’ordinato compiersi della Rivoluzione Napoletana.

Giovanni Sforza, ramo cadetto degli Sforza di Montignoso, in una sua celebre pubblicazione nelle osservazioni che ne trae di storico ed erudito si limitò a trattare il Massei ed il suo rapporto con Cordero di San Quintino come una semplice collaborazione sul piano culturale. Ma visto lo spessore del celebre padre Barnabita piemontese quale era il Cordero, di estrazione nobiliare, che ebbe contatti con tutta la nomenclatura europea, soprattutto inglese, ed il proseguo della carriera di Carlo Massei, possiamo escludere che si trattò di una semplice visita a Napoli di stampo culturale. Oltretutto in quegli anni in Lucca un padre Gesuita, anche lui di estrazione nobiliare, padre Gioacchino Prosperi, che apparteneva agli stessi ambienti da cui il Massei proveniva, si trovava a Torino ed era in comunione con i D’Azeglio, l’Abate Peyron, gli stessi Sovrani Sabaudi, Monsignor Giovan Pietro Losana, ossia tutti personaggi che erano sicuramente vicini al Cordero di San Quintino. Il mazzinianesimo del Massei ed il cattolicesimo liberale cui Prosperi aderì una volta uscito dall’Ordine gesuita nel 1826 e trasferitosi successivamente in Lucca, la sua città, non sono affatto, sempre come appare dalle carte, l’un contro l’altro armati, e bene definiscono questo passaggio napoletano del Massei, del 1820. Prosperi, quando fu accusato di Giansenismo dai cattolici intransigenti, rispose sempre prontamente con pubblicazioni che la Chiesa Corsa e la Chiesa Toscana dell’epoca ben sapevano in cosa consistevano le sue “predicazioni” Corse. Oltretutto Prosperi, come appare in una lettera presente all’Archivio di Stato di Lucca, era un fra’ massone. Ancora nel 1843 Carlo Massei lo troviamo impegnato in situazioni rivoluzionarie in Cefalonia, da mazziniano, per conto del Duca Carlo Ludovico di Borbone Parma , e di altri Sovrani della penisola che collaboravano alacremente, non facendo Asburgo, in situazioni decisive del periodo per tutto lo Stivale. Leggiamo dalla biografia del Massei: “Proprio l’evoluzione della situazione politica del Regno delle Due Sicilie e soprattutto l’apertura [non dimentichiamo i forti legami del Cordero di San Quintino con Londra e degli interessi inglesi nella vicenda] spinsero il Massei a prolungare fino alla fine di quell’ottobre del 1820 il suo soggiorno in Napoli. Il Massei prese a seguire quotidianamente le sedute dei deputati napoletani e riuscì anche a stringere amicizia con Carlo Poerio. Rientrato a Roma nell’ottobre del 1820, il Massei proseguì l’attività forense, che dal 1822 potette esercitare autonomamente. La morte del padre lo costrinse a far ritorno a Lucca, dove si vide però negato il diritto di svolgere la professione senza aver prima superato un esame di ammissione all’albo locale. Cercò allora fortuna nell’attività imprenditoriale e, dal dicembre del 1829, divenne amministratore locale della comunità di Capannori, presso Lucca, della quale fu nominato Gonfaloniere. I trascorsi napoletani e l’attitudine a non accettare imposizioni lo esposero però ai sospetti della polizia ducale, impegnata in quegli anni a seguire ogni notizia di fantomatiche cospirazioni [formalmente questo era il comportamento dei sovrani di antico regime]. Il Massei fu così segnalato tra i referenti lucchesi di una non ben definita congiura che avrebbe coinvolto anche esponenti liberali del granducato di Toscana. Fu perciò colpito da un decreto di espulsione, prontamente amnistiato dal duca Carlo Ludovico di Borbone”. Tale riabilitazione avverrà nel 1833, quando già un anno prima il Massei fu comunque in Corsica per conto del Duca Carlo Ludovico in qualità di agronomo. Ma L’agronomia, viste le carte, nascondeva altre manovre politiche. Il Duca infatti, come appare da numerose lettere, più che incostante era impegnato sottobanco in situazioni che avrebbero potuto agevolare la formazione in Italia di uno Stato federale, magari sotto l’egida papale. Il Suo protestantesimo non cozzava affatto con alcune frange ecclesiastiche cattoliche, come padre Gioacchino Prosperi, rispedendo le accuse contro se stesso al mittente, aveva di fatto definito e pubblicato. Mazzini e i mazziniani, cui si erano legati gli stessi napoleonidi in vista della ricostituzione in Italia di un Santo Regno Italico[10] dove la Corsica sarebbe entrata, di diritto, come Regno autonomo nella futura congregazione, in Lucca erano di casa in quel periodo. Non solo il Duca ospitò nel 1834 in Benabbio (Bagni di Lucca) in incognito Carlo Luciano Bonaparte e suo fratello, entrambi figli di secondo letto di Luciano Bonaparte e altri numerosi patrioti ricercati mazziniani; ma nel 1837 anche Luigi Napoleone, futuro Napoleone III, fu ospite del Duca nella medesima località. Fu sempre il Duca che inviò padre Gioacchino Prosperi nel 1839 a “predicare” in Corsica per agganciare tutti e tutto, soprattutto i membri del partito bonapartista Corso, come appare nelle lettere del religioso. Dunque il Massei faceva parte di questo ingranaggio. Di cui il Mastrilli, duca del Gallo, visti i suoi trascorsi, ed i legami profondi con i Borbone Parma, dovette aver fatto parte; o comunque esserne bene a conoscenza. Un ingranaggio che, come appare dai documenti dovette essere anche ben oleato. Infatti il nome di Carlo Massei viene affiancato sempre in un documento a quello degli Allegrini, editori Fiorentini che in Lucca fecero base, ma anche in Livorno, e che furono vicini a Mazzini e a Domenico Guerrazzi. Quando Antonio Mordini, nella lettera rintracciata, si rivolge a questi patrioti, nel 1843, li chiama Amici, perché tali erano, gli Amici del Popolo di  guerrazziana memoria. Tra i seguaci di Guerrazzi a Livorno ci fu anche  Pietro Janer, amico fraterno di due piemontesi, all’epoca celebri, Fiorenzo e Celestino Galli, nipoti dell’allora vice Rettore del Collegio Clementino di Roma, Francesco Galli. iI Collegio romano dove Marzio Mastrilli aveva studiato prima delle vicende Rivoluzionarie, retto dai padri Somaschi, ritorna dunque, poiché fu lo stesso collegio che vide i fratelli Galli e lo stesso Janer essere sostenuti nella loro fuga a Londra dallo zio dei Galli, Francesco, quando ricopriva l’incarico di vicerettore. Si potrebbe obiettare che fu una coincidenza. Che lo zio aiutò i nipoti per amore filiale. Ma i fatti portano in altra direzione. Nel 1839 a Lucca giunse una lettera, presente anche questa all’Archivio di Stato, dell’editore piemontese Pietro Rolandi e del Vate Gabriele Rossetti, anche lui napoletano d’adozione, entrambi fuggiti a Londra per le questioni rivoluzionarie del periodo Risorgimentale. La lettera inviata a un patriota lucchese, mazziniano, che era stato per diversi anni un consulente del British Museum di Londra e che qui aveva sposato una signora inglese, trasferitosi proprio quell’anno nella sua città, e di ciò non abbiamo precisi ragguagli, porta i saluti dei nomi più prestigiosi del fuoriuscissimo italiano del tempo. Mi riferisco a  Beolchi, Miglio, Arrivabene, Panizzi, Pepoli, Janer. Ma soprattutto conferma che il Duca lucchese ed i suoi collaboratori erano vecchie conoscenze di questi patrioti perché il Duca spesso si recava a Londra, ufficialmente solo per questioni legate ai suoi traffici librari e numismatici, tanto da aver stretto serrati legami con lo stesso direttore del British Museum, il fuoriuscito Antonio Panizzi.  Addirittura, nella lettera Pietro Rolandi, l’editore, definì nel dettaglio all’amico lucchese cui era indirizzata, Pier Angelo Sarti [questo il nome del fuoriuscito rientrato a Lucca] tutte le tappe tedesche di un suo recente viaggio sul continente, viaggio peraltro pericoloso per un patriota ricercato dalla polizia in ambito internazionale, e del suo incontro in Prussia proprio con Carlo Ludovico, che spesso si recava dal Re di Prussia, protestante, monitorato in questi spostamenti costantemente dal Principe di Metternich. Ritornerei dunque ai padri Somaschi. Un patriota piemontese, padre Gioacchino De Agostini, che dismise l’abito talare proprio per sposare nel 1849 la figlia di Fiorenzo Galli, Adelaide Galli Dunn, peraltro cugina per parte materna del pittore David, il celebre ritrattista di Napoleone Bonaparte, era in comunione con padre Calandri, il Rettore a Lugano dei padri Somaschi e confidente di Alessandro Manzoni, come appare dai carteggi. Quell’Alessandro Manzoni con cui, leggendo le carte di padre Gioacchino Prosperi ed il suo atto di morte, la comunione, con lui anche parentale, non dovette essergli estranea. Padre Gioacchino Prosperi e l’amico Padre De Agostini erano stati in Piemonte colleghi e negli anni quaranta del XIX secolo confidenti nelle lettere. Apprendiamo quindi che i cattolici liberali furono al centro, prima ancora che Pio IX desse il là ad una politica volta a guardare al nuovo, delle questioni politiche del periodo, collaborando con quello che lo stesso padre Prosperi chiamò “laicismo italo-sardo ancora fastidiosamente vantaggioso”. Il Laicismo italo-sardo era quello mazziniano, e naturalmente non ne furono estranei i sovrani della penisola, che di casata non facevano Asburgo. Tra questi i Borbone di Napoli, i Bonaparte mazziniani del tempo, in particolare i figli di Luciano Bonaparte e il loro cugino Luigi Napoleone, futuro Napoleone III. Ciò appare dai molti documenti rintracciati. Negare questa volontà e queste manovre, volte a inseguire un federalismo comune, significa negare l’evidenza dei fatti. Nel 1840 e poi nei due anni successivi, come appare sempre da documenti rintracciati, Paolo Fabrizi, della Lega Italica e seguace mazziniano, organizzò una spedizione di mille uomini, anticipando quanto farà Giuseppe Garibaldi qualche anno dopo. Operazione fallita quella di Paolo Fabrizi, abortita sul nascere. Gli furono vicini nell’operazione un Pacchiarotti milanese e Ribotti di Moliere, piemontese, che avrà un ruolo decisivo anni dopo anche nelle mosse cavouriane. Ed insieme a lui patrioti arruolati in Corsica e tra le forze napoletane perché i patrioti Corsi di quegli anni, sulla scia di Murat e delle sue gesta, si unirono profondamente, sempre come possiamo leggere nelle carte, con i patrioti napoletani. Per definire le vicende trascrivo letteralmente quanto segue: “ Pur di carattere eclettico e con molteplici interessi, Pietro Janer spesso al centro di intraprese commerciali, dalle quali tuttavia non riuscì a ottenere grande fortuna, fu viceversa per la natura libertaria e la vocazione patriottica che sembravano informare ogni sua attività, nei primi anni Venti dell’ottocento, al centro di una fitta rete di relazioni tra esuli, commercianti e letterati patrioti comprendente numerosi personaggi, non solo livornesi, che animavano la scena sommersa dell’opposizione politica dei governi restaurati. In particolare aveva stretto sincera amicizia con Giuseppe Gargantini, esule a Lugano e del quale, durante gli anni 1821-23, divenne uno dei referenti nel Granducato di Toscana. Anche più intensa e profonda appare la relazione con Fiorenzo Galli, patriota piemontese rifugiato e combattente in Spagna, già agli inizi del 1822 compilatore, con B.C..Aribau, della rivista catalana El Europeo. La loro corrispondenza si infittì quando Galli, rifugiatosi a Roma dopo la sconfitta del governo costituzionale spagnolo, decise di recarsi a Londra, Lo Janer, che condivideva con Lui ideali e aspirazioni patriottici, divenne l’unico suo punto di riferimento italiano. Fu egli a smistare la posta verso lo zio Francesco Galli, vicedirettore del collegio Clementino di Roma, e non fornì all’amico solo suggerimenti sulla vita dei conoscenti comuni, ma anche e soprattutto inviò importanti informazioni, spunti e componimenti per mantenere attiva, all’interno della rete degli esuli militanti, la circolazione delle idee di libertà. Per lo Janer come per moltissimi altri scrittori del momento, il ricorso alla letteratura era pertanto al tempo stesso lo strumento per manifestare il proprio impegno civile e il mezzo per aggirare le invadenti censure austricanti […] Tra il 1832 e il 1833 si trasferì a Londra (Adelaide Galli Dunn, figlia di Fiorenzo Galli nacque a Londra nel 1833), allacciando feconda amicizia col poeta vastese ma napoletano d’adozione Gabriele Rossetti”. La memoria corre a Lugano (penso a padre Calandri, il padre Somasco che fu in amicizia col genero di Fiorenzo Galli, ossia l’editore ed erudito Gioacchino De Agostini di Torino); penso a quegli ambienti inglesi che protessero l’agente murattiano Giuseppe Binda nel 1815 nella sua fuga a Londra dopo aver tenuto in mano le lettere del marchese del Gallo. Ossia a Lord Holland, che sostenne col Duca borbonico Carlo Ludovico il suo ruolo di plenipotenziario ed al contempo visitò a Roma, questo fino al 1838, anno della sua morte, Letizia Bonaparte, madre di Napoleone Bonaparte e nonna di quei napoleonidi che finanziavano le imprese mazziniane. Penso a Carlo Pepoli, la cui famiglia con i Bonaparte ebbe legami, anche familiari, e che si rifugiò a Londra in comunione, come appare nella lettera a due mani di Gabriele Rossetti e Pietro Rolandi rintracciata, con tutti i fuoriusciti del periodo. Rileggere le carte del Primo Risorgimento a volte avvicina davvero le varie parti della penisola sicuramente più dell’Impresa garibaldina. E guardare ai cattolici liberali con occhi diversi stimola un’analisi critica diversa e maggiormente definita.

·        Storia d’Italia.

Tra Pearl Harbor e Salò. La strana alleanza tra l’Italia e il Giappone. Marco Valle su Inside Over il 17 dicembre 2021. L’ottantesimo anniversario dell’attacco giapponese a Pearl Harbor nel 7 dicembre 1941 con lo scatenamento – casuale, indotto, voluto, provocato? –  della guerra del Pacifico poco o pochissimo ha arricchito la vastissima documentazione. Con qualche eccezione, come il solido lavoro di Tommaso de Brabant, giovane ma già promettente ricercatore, sul fitto quanto controverso intreccio politico-diplomatico tra Tokyo e Roma (e poi Salò). La lupa e il Sol Levante (Passaggio al bosco, Firenze) ripercorre con agile scrittura e ottime fonti l‘incontro/confronto tra due ambiziose medie potenze durante le tempeste del Novecento. Un rapporto, al netto delle retoriche propagandistiche (più italiane che nipponiche), sempre sferragliante sui binari della real politik, quel realismo politico in ogni epoca e tempo avvicina o distanzia gli Stati a seconda delle loro convenienze e interessi. Il dialogo italo-giapponese non fece eccezione. Ma andiamo per ordine. All’indomani dell’Unità, la pirocorvetta Magenta – impegnata nella prima circumnavigazione del globo della Regia marina (870 giorni, dall’autunno 1865 alla primavera 1868) – raggiunse il Giappone al comando del savoiardo Vittorio F. Arminjon. Attraccata l’unità nella baia di Yedo l’ufficiale, per l’occasione anche ministro plenipotenziario, stipulò il 25 agosto 1866 il primo trattato commerciale tra Italia e Giappone; nel corposo documento (23 articoli, 6 regolamenti commerciali, una convenzione addizionale) lo shogun Yoshinobu concedeva ai nostri connazionali il diritto di operare e risedere nei porti nipponici aperti al commercio estero e la possibilità  di acquistare bachi da seta (necessari all’industria serica lombarda e piemontese in crisi a causa di un’epidemia in Europa). Un buon affare oltre che una efficace dimostrazione di diplomazia e la prima di numerose missioni navali – in tutto 20 tra il 1870 e il 1896 – in Giappone e Corea. Un inizio promettente seguito da due importanti crociere del duca di Genova nel 1872 e nel 1879. Grazie anche alla presenza del principe di casa Savoia, come ricorda il professore Alessandro Mazzetti, si aprirono prospettive decisamente interessanti: “Gli scambi commerciali raggiunsero il valore di 2,5 milioni di dollari d’argento e l’Italia fu scelta come prima tappa europea della famosa missione militare del generale Oyama. Furono visitate le fabbriche d’armi di Napoli, Torino, La Spezia e qualche tempo dopo furono richiesti dal governo giapponese esperti e materiali per l’organizzazione dell’arsenale di Osaka, I telemetri scelti per le artiglierie nipponiche furono realizzati dalla Galileo di Firenze”. In più si cercò (e si ottenne) l’appoggio dei giapponesi per l’installazione di una stazione commerciale a Taiwan, prodromica ad un futuro insediamento coloniale. Ambizioni, progetti e affari che purtroppo evaporarono in breve tempo. L’Italia del tempo – un Paese ancora rurale, mal infrastrutturato e diretto da un ceto politico irrimediabilmente terragno e provinciale – non era pronta per avventure oltremare. Come si evince dai numeri, la stessa apertura nel 1869 del canale di Suez, porta liquida verso l’Asia e formidabile acceleratore economico globale, si era rivelata un’occasione perduta: i traffici italiani lungo l’idrovia rimasero a lungo irrilevanti: solo il 2,7 dei passaggi totali tra 1870 e il 1890. Un dato pesante, causato dall’arretratezza tecnologica della Marina mercantile ancora vincolata al legno e alla vela e nel primo decennio unitario, i piroscafi a vapore costituivano solo il 2 per cento della flotta e le navi in ferro non superavano le 25 unità. Molto ancora restava da fare per trasformare il patrio Stivale, riprendendo la bella immagine tratteggiata da Stefano Jacini, in un “grande ponte sorgente verso l’Oriente” e presto il Paese del Sol Levante si eclissò rapidamente dagli sguardi della nostra diplomazia, molto attenta a non turbare gli interessi delle potenze maggiori (Gran Bretagna in primis), e per gli italiani colti il Giappone rimase sino ai primi anni del Novecento un posto remoto e fascinoso, uno scenario quasi favolistico o poco più. Come sopra accennato, a “mostrar bandiera” in quei mari lontani s’incaricò la Regia marina. In perfetta solitudine. A risvegliare gli interessi politici e commerciali italiani fu la guerra russo-giapponese del 1905, un vero cambio di paradigma. Nel febbraio 1904 i giapponesi – “scordandosi”, come a Pearl Harbor nel ’41, la dichiarazione di guerra – attaccarono la flotta russa alla fonda a Port Arthur: in soli dieci minuti piccole siluranti immobilizzarono le principali unità della possente squadra del Pacifico consegnando così all’ammiraglio Togo il sea control dell’intero scacchiere. Il colpo finale arrivò il 27 maggio dell’anno seguente. In meno di 24 ore la flotta nipponica annientò la squadra di soccorso zarista giunta dal Baltico dopo otto mesi di navigazione. Fu Tshushima la grande battaglia navale che distrusse il mito dell’invincibilità russa e annunciò il tramonto della primazia europea nel Far East. Nuovo e inatteso protagonista della scena mondiale, il Giappone divenne presto troppo ingombrante per gli anglo-americani e un possibile interlocutore per tutte le medie potenze “revisioniste” dell’assetto tracciato a Versailles nel 1919. Tra queste l’Italia mussoliniana, che si avvalse dell’appoggio di Tokyo nelle varie conferenze per il disarmo navale; una sintonia che nel 1936 portò i due Paesi – insofferenti dell’ordine fissato a Versailles sui teatri che per loro contavano: il Mediterraneo per l’Italia, il Pacifico per il Giappone – a non firmare il Trattato di Londra scardinando così un altro punto chiave dell’ordine internazionale del tempo. In questo come in altri casi – e Tommaso De Brabant ben lo spiega nel suo denso lavoro – si trattò di convergenze provvisorie attuate nel segno del pragmatismo e non di un percorso lineare d’avvicinamento politico. L’intermittente politica asiatica di Roma privilegiò sempre l’India e i riferimenti del movimento indipendentista (Gandhi, Tagore, Bose) e in una lunga fase la Cina di Chiang Kai-shek mentre il robusto filo-nipponismo mussoliniano maturò, si vedano i lavori di Renzo De Felice, solo in un secondo, tragico momento. A partire dal 1936, rimossi i forti contrasti emersi durante la crisi d’Etiopia, le distanze tra i due governi si raccorciarono sino a stringersi formalmente con il patto Anti-Comintern del 1937 e la firma del patto Tripartito nel 1940.  Due passaggi, al netto dell’enfasi propagandistica, poco rilevanti in uno scenario mondiale ormai in vorticoso movimento. Infine, l’entrata in guerra dei giapponesi il 7 dicembre 1941 che agli occhi di un sempre più preoccupato Mussolini divenne una provvidenziale sponda politica prima per tentare di ridiscutere gli equilibri interni dell’Asse e poi, dopo l’evidente crisi sul fronte russo e l’intervento americano, l’unica strada per una soluzione politica del conflitto mondiale. E qui, riprendendo i lavori di Eugenio Di Rienzo e Emilio Gin, Franco Bandini e Piero Buscaroli, De Brabant ritrova il bandolo della matassa. Mentre il dittatore germanico si dispiaceva per il crollo anglosassone a Singapore, Mussolini comprese presto l’inutilità della “crociata antibolscevica” in Russia (avesse evitato di spedire sul Don i nostri soldati sarebbe stato meglio…) e tentò d’inserirsi  – come si evince dalle verifiche archivistiche di Di Rienzo e Gin – nella mediazione sotterranea tra Mosca e Berlino. Una situazione d’attesa. Hitler iniziò a rinviare la decisione in attesa di una vittoria decisiva per trattare da posizioni di forza. Il nodo centrale rimase il controllo dell’Ucraina – il granaio d’Oriente – e i pozzi del Caucaso. La tremenda battaglia di Kursk dell’agosto 1943 chiuse la questione. La parola tornò alle armi. La guerra era perduta, definitivamente. Ma ancora nel suo rifugio sul lago Mussolini continuò a guardare ad Oriente alla ricerca di una speranza. Qualsiasi speranza. Come nota l’autore, per mesi il “fantasma del Garda” continuò ad incontrare la delegazione nipponica in cerca di una soluzione. Qualsiasi soluzione. Nella nota del 26 marzo 1944 su Corrispondenza repubblicana, il capo del fascismo commentò con entusiasmo la notizia che le truppe dell’imperatore Hirohito avevano varcato, in una disperata offensiva, la frontiera indiana, entusiasmando gli indipendentisti anti britannici. “La politica del Giappone, e diciamo ‘politica’ nel senso più intelligente, registra un clamoroso successo, dovuto alla fiducia che il governo di Tokyo è riuscito a suscitare nelle popolazioni indiane […]  I confini sono stati superati. La ruota del destino corre. In questa guerra piena dell’imprevisto e dell’imprevedibile, si è aperta dopo quella del Pacifico, la fase indiana…”. Il 22 febbraio 1945 Mussolini ricevette il generale Shimuzu, l’ultimo rappresentante giapponese in Rsi, che lo rassicurò (o almeno sembra…) sulle sorti delle trattative con le potenze nemiche. L’ultima illusione, poi il silenzio.

Mario Bernardi Guardi per "Libero quotidiano" il 12 dicembre 2021. «Io sono io» amava dire Virginia Verasis, contessa di Castiglione. Bella, anzi bellissima. Ma tutt' altro che impossibile, visto che ebbe una cinquantina di amanti. Tra cui un re, Vittorio Emanuele II di Savoia, un imperatore, Napoleone III Bonaparte, il bel diplomatico Costantino Nigra, ministri, banchieri, giornalisti. Tutti affascinati da quella "seduttrice seriale" (così la definisce Benedetta Craveri nella bella biografia La contessa. Virginia Verasis di Castiglione, Adelphi, pp. 452, euro 24). Disposta a tutto per raggiungere i suoi scopi, infrangeva i cuori e incendiava i sensi. Altera ed algida, per decenni signoreggiò di corte in corte, spesso ostentando un sovrano disdegno per quelli che spasimavano per lei. Fino a un vero e proprio delirio di onnipotenza che diventò cupa depressione quando la sua immagine cominciò a incrinarsi e prese il via una inarrestabile decadenza.

ANTESIGNANA Ma prima di allora la buona stella aveva sfolgorato alla grande e più che mai brillò quando il cugino Camillo Benso di Cavour la convinse, senza far troppa fatica, a portarsi a letto l'Imperatore Napoleone III. Per una buona causa, è ovvio: quella col contrassegno sabaudo, che prevedeva la lotta all'Austria e l'indipendenza della Lombardia e del Veneto. Anche l'Unità d'Italia? Bè, il Porco Re (così Virginia chiamava il Savoia, visti i suoi irrefrenabili appetiti sessuali) e il conte di Cavour non ci pensavano ancora: ma forse lei, sì, perché era una buona patriota e ci teneva ad essere ammirata anche per la sua intelligenza politica. Del resto, ne darà prova anche in seguito, nel 1870, quando, dopo la "breccia di Porta Pia", attiverà amicizie e arti diplomatiche per evitare che il Papa Pio IX, sdegnato dell'affronto sabaudo, abbandonasse Roma. Difficile, di fronte a una personalità del genere, bilanciare luci ed ombre. Meglio, come ha fatto Benedetta Craveri, disegnare il profilo di una donna che, a metà Ottocento, «prefigurò le celebrità da rotocalco ..., interpretando tutti i ruoli del repertorio teatrale (...) e dosando con sapienza le sue performance». Una Diva, in anticipo sui tempi, che, tra l'altro, intuì la potenza espressiva della fotografia, affidando la propria bellezza a un gran numero di ritratti. Mentre, come segnala la Craveri, svariati documenti inediti conservati in archivi italiani e francesi, consentono di ricostruire la sua personalità e la sua vita. Insieme alla ricca corrispondenza, che, all'insegna della più spregiudicata schiettezza, ebbe con un vecchio amico di famiglia, il principe Giuseppe Poniatovski, uomo politico del Secondo Impero. E anche a lui - pur chiamandolo "il Vecio"non avrebbe negato i suoi favori. Ma, come si è detto, li concesse a tanti, da sapiente ammaliatrice che irretiva con la sua sensualità ma restava sempre padrona di sé.

I GENITORI Nata nella Firenze granducale, "la città più gaia d'Italia", il 22 marzo 1837, Virginia era figlia di Filippo Oldoini, spezzino, diplomatico sabaudo, e di Isabella Lamporecchi, di agiata e onorata famiglia. Dunque, educazione e frequentazioni di ottimo livello. Ma mentre al babbo Virginia vuole un gran bene (in seguito, quando stringerà legami con politici e governanti, cercherà in ogni modo di favorire la sua carriera), lo stesso non può dirsi per mamma. Isabella ha "voglia di tenerezza", ma la figlia con lei non si confida punto, o molto poco. E sarà così anche in seguito quando il matrimonio di Virginia, andata sposa a diciassette anni, naufragherà miseramente. E sì che suo marito, il conte torinese Francesco Verasis di Castiglione, diplomatico sabaudo, aveva e avrà sempre per lei una vera e propria devozione, e si ingegnerà in ogni modo per salvare il decoro familiare. Niente da fare. Virginia che, già nel 1855, tre mesi dopo avergli dato un figlio, Giorgio, gli ha messo le corna, lo umilia con la sua indifferenza e quando la coppia si trasferisce a Torino lei fa quel che le pare. Non ha nessuna voglia di essere una sposa e una madre "esemplare". Del resto, il povero conte, non si avvede delle corna o finge di non vederle. E i genitori non hanno voce in capitolo di fronte a quella figlia che sfugge a ogni controllo. E che dunque accetterà di buon grado il ruolo di seduttrice dell'Imperatore Napoleone III, l'unico che può favorire le ambizioni "italiane" del "Porco Re" e di Camillo di Cavour. Una volta in Francia, su "mandato" istituzionale, Virginia, un ballo a corte dopo l'altro, sfolgora per la sua bellezza. Così, lo sciupafemmine Napoleone, ammaliato, e ovviamente facendo il calcolo dei propri interessi "europei", un passo dopo l'altro si consacra alla causa risorgimentale. Per la scostumata Virginia ci saranno alti e bassi, tonfi e trionfi. In ogni caso, avrà il suo bel posto nella Storia e nell'"immaginario" tricolore.

Milena Gabanelli - Il tesoro dei Savoia e i gioielli della regina Margherita dimenticati in Banca d'Italia. Andrea Ducci e Milena Gabanelli per il "Corriere della Sera" il 24 novembre 2021. Lo scorso 5 giugno è stato il settantacinquesimo anniversario. Uno scrigno pieno di gioielli giace sepolto nel caveau di Bankitalia da ben oltre mezzo secolo senza che nessuno ne rivendichi la proprietà. È il 5 giugno del 1946, il referendum ha appena decretato la fine della monarchia, quando la cassa centrale della Banca d'Italia prende in consegna un tesoro registrato sotto il nome «gioie di dotazione della Corona del Regno». A riceverlo in custodia è l'allora governatore della Banca, Luigi Einaudi. L'economista, che poi sarebbe diventato, ironia della storia, il primo presidente della Repubblica, è colui che si fa carico di incontrare l'ultimo Re d'Italia, Umberto II, per formalizzare il passaggio di consegna dei gioielli. 

Cosa c'è nello scrigno

È un cofanetto rivestito in pelle a tre piani e protetto da 11 sigilli (5 del Ministero della Real Casa, 6 della Banca d'Italia) dove sono custoditi 6.732 brillanti e 2 mila perle di diverse misure montati su collier, orecchini, diademi e spille varie. Le pietre sono di peso e taglio diverso per un totale di quasi 2 mila carati. Tra i gioielli figurano, per esempio, un raro diamante rosa montato su una grande spilla a forma di fiocco, così come i lunghi collier di perle indossati dalla regina Margherita. Einaudi, nei suoi diari, annota alcuni dettagli sul contenuto del cofanetto: «Vi è il celebre diadema della Regina Margherita, portato poi dalla Regina Elena. Vi sono altri monili, fra cui quelli della principessa Maria Antonia. Trattasi in ogni caso di gioie le quali hanno avuto una storia particolare nelle vicende di Casa Savoia». Appartengono allo Stato o agli eredi? Trascorsi tre quarti di secolo resta un mistero italiano il perché tanto tempo non sia stato sufficiente per stabilire, una volta per tutte, la proprietà di quelle gemme. Nel verbale di consegna restituito al ministro della Real Casa, Falcone Lucifero, c'è scritto: «Si affidano in custodia alla cassa centrale, per essere tenuti a disposizione di chi di diritto, gli oggetti preziosi che rappresentano le cosiddette gioie di dotazione della Corona del Regno». Una formula volutamente vaga che accontenta Umberto II e lascia spazio alla possibilità che, come scrive Einaudi, quei gioielli spettino alla famiglia Savoia e non allo Stato. Nel corso dei decenni gli eredi del Re di Maggio non li hanno mai rivendicati nel timore che una richiesta di restituzione alimentasse un'ondata di risentimento, tanto più visto che i maschi di casa Savoia fino al 2003 non hanno potuto rimettere piede in Italia. In cuor loro però sono convinti che debbano essere restituiti, poiché, almeno una parte dei gioielli, erano regali e acquisti personali dei vari membri di casa Savoia e non beni assegnati al re per l'adempimento delle sue funzioni, posti cioè al servizio dell'ufficio del sovrano. «L'attuale premier Draghi, quando era governatore della Banca d'Italia, in occasione di una nostra conversazione, aveva dato la sua disponibilità a prendere in considerazione la vicenda. Poi lui stesso ha cambiato ruolo. Forse con questo governo il dialogo potrebbe essere più semplice», osserva Emanuele Filiberto di Savoia, nipote di Umberto II, che comunque aggiunge: «Mio nonno scrisse a chi di diritto, e ad avere quel diritto sono gli eredi. I gioielli sono di casa Savoia e ci dovrebbe essere una restituzione, poi, come ho sempre ripetuto, andrebbero esposti in Italia perché fanno parte della storia italiana». 

Decide la presidenza del Consiglio

Sul versante opposto nessuna presa di posizione è stata assunta da parte degli innumerevoli governi che si sono susseguiti dal 1946. Nella Costituzione, la tredicesima disposizione finale e transitoria specifica: «I beni esistenti nel territorio nazionale, degli ex re di Casa Savoia, delle loro consorti e dei loro discendenti maschi, sono avocati allo Stato. I trasferimenti e le costituzioni di diritti reali sui beni stessi, che siano avvenuti dopo il 2 giugno 1946, sono nulli». La confisca, scattata nel dopoguerra, su quasi tutto il patrimonio dei Savoia (beni mobili e immobili), però non è mai stata esercitata su quei gioielli. Per un lungo periodo il cofanetto custodito in Via Nazionale è stato sottoposto anche a un vincolo della Procura della Repubblica di Roma: per un'eventuale apertura serviva il via libera dei giudici. Nel 2002 questo vincolo è stato rimosso. Nel 2006 il deputato piemontese Raffaele Costa, scrive all'allora governatore di Bankitalia, Mario Draghi, e chiede il prestito dei gioielli in occasione di una mostra durante le Olimpiadi di Torino. Il governatore a sua volta si rivolge alla presidenza del Consiglio, in quanto organo deputato a dare il via libera, e soltanto dopo risponde con una lettera a Costa. «In seguito all'interessamento della presidenza del Consiglio dei ministri, la Procura della Repubblica di Roma ha affermato il venir meno dell'indisponibilità che non consentiva né l'esibizione dei gioielli, né l'avvio delle procedure per la loro riconsegna», spiega la lettera che, tuttavia, rammenta la consueta formula: «La Banca d'Italia attende dal segretariato della presidenza del Consiglio dei ministri indicazioni sui comportamenti da tenere da parte dell'Istituto in qualità di depositario». Indicazioni che ad oggi non sono mai arrivate, tarpando le ali ai musei e curatori di mostre che nel tempo si sono candidati per accogliere ed esporre i beni della corona italiana. Quanto valgono quei gioielli? Una stima è difficile. Dal giorno della consegna del cofanetto, rivestito in pelle, una sola volta è stato possibile ispezionare e inventariare il contenuto. Nel 1976 la Procura di Roma, in seguito a una bizzarra storia che circolava in merito alla manomissione e al trafugamento di alcune spille appartenenti ai beni della corona, aveva deciso di rompere i sigilli. Il giudice Antonino Scopelliti, ucciso qualche anno più tardi dalla mafia, aveva disposto un'ispezione per constatare che tutto fosse in ordine, la verifica si era rilevata così un'occasione per fare catalogare e inventariare i gioielli dalla maison Bulgari. Dalla perizia della Procura risultano, come detto, 6.732 brillanti e 2 mila perle di diverse misure montati su collier, orecchini, diademi e spille varie. Le perle, in assenza di luce e aria, è probabile che siano in buona parte morte o annerite, ma all'epoca il gioielliere romano aveva valutato le pietre e le perle, escludendo quindi le montature e il valore storico, in almeno 2 miliardi di lire, circa 18 milioni di euro attuali secondo la rivalutazione Istat. Il valore commerciale è però potenzialmente 15 volte maggiore. In base alle valutazioni applicate nelle aste di Sotheby' s per i gioielli appartenuti a regine e principesse, il contenuto del cofanetto potrebbe valere attorno ai 300 milioni. Infatti lo scorso maggio a Ginevra è stata battuta all'asta una piccola tiara appartenuta alla moglie di Amedeo I di Savoia per 1,6 milioni di dollari. 

Il mistero della mancata esposizione

Un patrimonio che potrebbe giustificare un museo o un'esposizione permanente sul modello di quanto avviene, per esempio, nel Regno Unito, dove i celebri gioielli della Corona concorrono a rendere la Torre di Londra, che li ospita, uno dei siti più frequentati dai turisti: circa 3 milioni di visitatori paganti all'anno nel periodo precedente la pandemia. Per le gemme dei Savoia sembra non arrivare mai il tempo per essere esposte, così come capitato per altre ragioni alla collezione di statue e marmi antichi appartenente ai Torlonia, sepolta in un seminterrato per oltre mezzo secolo. Resta il fatto che dal 1946 a oggi non è mai stato deciso chi abbia diritto a ritirare il cofanetto depositato 75 anni fa. Quanto tempo deve impiegare un Paese per stabilire la legittima proprietà di un bene a un erede o, eventualmente, restituirlo alla collettività in modo che possa beneficiarne? La stessa Banca d'Italia, con tutti gli spazi che ha, potrebbe allestire un museo aperto al pubblico. 

Storia. Tutti scontenti: 11 novembre 1918, come finì la Prima guerra mondiale. Da Focus. Ecco come gli accordi di pace stipulati alla fine della Prima guerra mondiale hanno preparato il terreno alla Seconda guerra mondiale. I leader politici che trattarono alla conferenza di pace di Versailles del 1919.

Da sinistra: il generale francese Ferdinand Foch, il Primo ministro francese Georges Clemenceau, il Primo ministro britannico Lloyd George, il Premier italiano Vittorio Emanuele Orlando e il Ministro degli esteri del Regno d'Italia Sidney Costantino Sonnino. Everett Collection / Shutterstock

Alle 11 del mattino dell'11 novembre 1918 finiva la Prima guerra mondiale: la Germania, infatti, stava firmando in quel momento un umiliante armistizio, su un vagone ferroviario vicino a Compiègne. Ma la Grande guerra aveva seminato morte e devastazione in tutta Europa, e gli accordi di pace, mal gestiti, prepararono il terreno a un nuovo conflitto ancora più cruento. La pace del 1918, i trattati e le promesse furono solo una tregua nel corso di uno scontro che sarebbe durato fino alla fine della Seconda guerra mondiale.

MAI UMILIARE IL NEMICO. Può un trattato di pace alimentare un conflitto peggiore di quello a cui pone fine? Certo: qualsiasi accordo postbellico tende d'altronde a lasciare molti scontenti, soprattutto tra gli sconfitti. Quel che avvenne nel 1919, però, è una specie di record. Il trattato di pace che sancì la fine della Grande guerra lasciò infatti amareggiati sia i vinti sia i vincitori, ponendo addirittura le basi per l'ascesa del nazismo e lo scoppio della Seconda guerra mondiale. L'errore più grave commesso nella stesura del documento? Dimenticare l'antico suggerimento di non umiliare mai il nemico – in questo caso la Germania – che non si è in grado di annientare del tutto.

I "QUATTRO GRANDI". Il conflitto si era chiuso l'11 novembre 1918, con la firma dell'armistizio da parte della Germania, e il 18 gennaio 1919 si aprì a Parigi la conferenza di pace che doveva ridisegnare la geografia politica mondiale, regolando i rapporti tra vincitori e vinti. A tal fine, si diedero appuntamento i portavoce di decine di nazioni con in prima fila i "quattro grandi", ossia i delegati delle maggiori potenze vincitrici: Francia, Gran Bretagna, Italia e Stati Uniti. In rappresentanza dei primi tre Paesi vi erano i premier Georges Clemenceau, David Lloyd George e Vittorio Emanuele Orlando, mentre per gli statunitensi partecipava il presidente Woodrow Wilson.

I lavori terminarono il 21 gennaio 1920, ma il giorno "clou" fu il 28 giugno 1919, data della firma del cosiddetto Trattato di Versailles, composto da 440 articoli divisi in 16 parti e così chiamato poiché siglato nella celebre reggia francese. Prima di vedere la luce, il documento fu anticipato da aspre discussioni tra i quattro grandi, che dibatterono a lungo sui confini da assegnare alle varie nazioni e, soprattutto, sulla punizione da riservare alla Germania, considerata responsabile assoluta del conflitto. A scontrarsi furono in particolare Clemenceau, animato da pura sete di vendetta, e Wilson, che sembrava avere visioni più equilibrate.

UNA PACE SENZA VINCITORI. Il premier francese avrebbe voluto smembrare l'Impero tedesco, quello austro-ungarico e quello ottomano – l'Impero russo era invece stato abbattuto dalla Rivoluzione d'ottobre del 1917 – per spartirsene i territori con la Gran Bretagna. Il presidente statunitense mirava invece a una "pace senza vincitori" che si basasse sul principio di autodeterminazione dei popoli. In breve, ogni popolazione sottomessa a una forza straniera avrebbe dovuto scegliere, su base prevalentemente etnica, la propria identità nazionale e le proprie forme di governo. Così, si pensava, sarebbe evaporato ogni motivo di tensione internazionale.

Queste idee erano state riassunte da Wilson nei celebri "quattordici punti", serie di propositi snocciolati in un discorso tenuto nel gennaio 1918, a guerra in corso, davanti al senato statunitense. In proposito, Clemenceau commentò caustico: "Mi dà ai nervi coi suoi 14 punti, quando lo stesso buon Dio si è contentato di dieci". Tra le altre cose, Wilson proponeva di annullare ogni trattato segreto prebellico (caldeggiando una nuova diplomazia "trasparente"), garantire la libera navigazione, favorire gli scambi commerciali, ridurre gli armamenti, liberare ogni territorio occupato con la forza, rettificare le frontiere secondo criteri per l'appunto etnici anziché politici e, in ultimo, creare una "Lega delle Nazioni" per promuovere la cooperazione tra Stati in vista di una pace il più duratura possibile.

UMILIAZIONE TEDESCA. Alla fine prevalsero molte delle idee wilsoniane, ma se la pace fu teoricamente senza vincitori, i "vinti" ci furono eccome. La Germania subì infatti la temuta vendetta della Francia, nazione che più di altre aveva patito gli effetti del conflitto. L'idea era quella di annientare i tedeschi e infliggere loro anche un sonoro schiaffo morale, intenzione evidente fin dalla scelta del luogo per la firma del trattato di pace: la Galleria degli Specchi di Versailles, già sede nel 1871 della proclamazione dell'Impero tedesco dopo la sconfitta subita dai francesi nella guerra franco-prussiana. Per completare la rivincita, la Francia si riprese l'Alsazia e la Lorena, regioni che aveva perso proprio in quel conflitto.

Alla Germania, costretta a sottoscrivere il trattato finale, fu inoltre tolto ogni possedimento coloniale e furono imposte grosse restrizioni in ambito militare: la leva obbligatoria fu sospesa, l'esercito fu ridotto a centomila unità (altre limitazioni riguardarono la marina, mentre l'aviazione fu eliminata) e furono messi al bando gli armamenti pesanti. Non solo: la Germania dovette demilitarizzare la Renania, territorio al confine con la Francia, e concedere a quest'ultima l'occupazione della Ruhr, regione ricca di miniere di carbone. I tedeschi furono infine obbligati a lasciare alla Polonia il territorio della città di Danzica, con relativo sbocco sul Mar Baltico (il "corridoio polacco"). Il capitolo più pesante fu, tuttavia, quello delle riparazioni di guerra: lo Stato tedesco fu obbligato al pagamento di ben 132 miliardi di marchi oro, cifra smodata la cui entità gettò il Paese in uno stato di angoscia e inquietudine, alimentando una profonda crisi economica e i peggiori propositi di vendetta.

TUTTI SCONTENTI. La colpa della guerra, oltre che sui tedeschi, ricadde naturalmente sui loro alleati, in primis l'Austria-Ungheria e l'Impero ottomano, con i quali i trattati di pace furono firmati rispettivamente nel settembre 1919 e nell'agosto 1920. A rappresentare la realtà ottomana, già moribonda, rimase solo la Turchia, che dal 1923 sarà peraltro guidata e "de-ottomanizzata" dal leader nazionalista Mustafa Kemal. Il resto dei territori passò invece sotto l'amministrazione di francesi e inglesi. Allo stesso modo, la pace firmata con gli austriaci portò allo smembramento del loro impero, alla creazione di nuovi Stati autonomi e alla concessione all'Italia di molteplici territori. Tra questi non c'era però la Dalmazia, nonostante fosse stata promessa agli italiani alla vigilia dell'ingresso in guerra (1915). Il motivo? Gli Stati Uniti di Wilson non ritennero valido il trattato segreto che aveva sancito tale accordo (Patto di Londra), proprio in virtù della sua "segretezza". Caddero inoltre nel vuoto le rivendicazioni italiane sulla città di Fiume (oggi in Croazia), e così il malcontento investì anche il Belpaese, pur uscito vincitore dal conflitto. A masticare amaro furono però anche i trionfatori francesi e inglesi: i primi non gradivano di essersi dovuti in parte piegare ai dettami di Wilson, mentre i secondi si sentivano messi in secondo piano dagli stessi francesi. Molti britannici criticarono inoltre le condizioni imposte ai vinti e l'assenza di un piano di ripresa economica. Tra le voci di dissenso spicca quella dell'economista John Maynard Keynes, che nel volume Le conseguenze economiche della pace (1919) parlò di "pace cartaginese", rievocando i duri obblighi postbellici imposti dai Romani ai Cartaginesi al termine della Seconda guerra punica (III secolo a.C.). Se all'epoca la forza di Roma era bastata a garantire la pace, il timore era che in questo caso le potenze occidentali stessero invece gettando i semi di nuove guerre. Su questo punto risultò profetica l'affermazione di Ferdinand Foch, generale francese che nel 1920, commentando il Trattato di Versailles, affermò: "Questa non è una pace, è un armistizio per vent'anni".

UN'EREDITÀ LETALE. Neanche gli americani, entrati tra l'altro in guerra solo nel 1917, ne uscirono soddisfatti, tanto che il senato a stelle e strisce, pervaso da un latente desiderio "isolazionista", rifiutò l'adesione alla neonata Società delle Nazioni prevista dai quattordici punti di Wilson. A ogni modo, la nuova organizzazione intergovernativa, che avviò i lavori già nel 1920, con sede a Londra e poi a Ginevra, vide l'immediata partecipazione di oltre 40 nazioni e, pur non riuscendo a garantire la pace (anche perché dotata di limitati poteri di arbitrato), pose le basi della futura Organizzazione delle Nazioni Unite (che ne prese il posto nel 1945), oltre a valere a Wilson il Nobel per la Pace 1919. Tra le ambivalenti eredità del Trattato di Versailles, un notevole impatto lo ebbe il controverso principio di autodeterminazione dei popoli, che portò sia a un arricchimento nel campo del diritto internazionale sia alla nascita di pericolosi sentimenti ultranazionalisti. Oltre a non assicurare la pace (negli anni dopo il conflitto molti Stati europei conobbero rivoluzioni e nuove guerre), il trattato ebbe inoltre il demerito di nutrire il mostro nazista. Nella sua ascesa al potere, Hitler cavalcò infatti la voglia di rivalsa popolare per le condizioni inflitte dai vincitori, invocando dapprima la nascita di una Grande Germania che riunisse ogni popolo tedesco (in base proprio al principio di autodeterminazione) e scatenando poi, dal 1939, un nuovo conflitto di portata mondiale. Prima vittima illustre fu la Francia, alla quale la Germania rese pan per focaccia: i francesi dovettero infatti firmare la resa, nel 1940, nello stesso vagone ferroviario in cui i rappresentanti dell'Impero tedesco si erano arresi nel novembre 1918. Un altro frutto avvelenato della pace di Versailles.

Questo articolo è tratto da "Frutto avvelenato" di Matteo Liberti, pubblicato su Focus Storia 145 (novembre 2018) disponibile solo in formato digitale. Leggi anche l'ultimo numero di Focus Storia ora in edicola. 11 novembre 2021

La migrazione dei Lombardi in Sicilia. Nel medioevo siciliano, una vasta comunità di Lombardi si stabilì in alcune zone strategiche dell’isola, su invito dell’imperatore Federico II. Samuele Schirò su palermoviva.it. Secondo le logiche moderne, la presenza di una comunità lombarda in Sicilia suonerebbe perlomeno come una controtendenza. Eppure è quello che accadde nel 1237, durante il regno dello Stupor Mundi, l’Imperatore Federico II di Svevia. Vediamo cosa accadde. 

Alla morte dell’Imperatore Enrico IV il piccolo Federico, erede al trono ancora minorenne, fu affidato alla custodia del Papa Innocenzo III. In questo frangente il papato cercava di riaffermare alcuni dei suoi antichi diritti sul Regno di Sicilia, scontrandosi con le truppe tedesche, appoggiate dalle comunità musulmane ancora presenti nell’isola. Le battaglie continuarono finché Federico non divenne maggiorenne e fu quindi incoronato Re di Sicilia. Nonostante il clima di maggiore stabilità, le frange saracene in Sicilia continuarono a ribellarsi ed erano spesso causa di rivolte che rappresentavano un pericolo per l’integrità dello stato. Per questo motivo nel 1220 Federico raccolse le forze per muovere guerra contro le comunità musulmane e, una dopo l’altra, tutte le roccaforti arabe caddero sotto i colpi dell’esercito svevo. I superstiti arabi non furono sterminati, come era uso a quel tempo, Federico infatti decise di risparmiare loro la vita, deportandoli nella città pugliese di Lucera, in cui piano piano si riorganizzarono in una fiorente comunità, stavolta fedele all’Imperatore. Il risultato di queste deportazioni, fu lo svuotamento di alcune grandi città site in posizioni strategiche, prima tra tutte Corleone, il punto di passaggio tra Palermo e le zone rurali della Sicilia. Qualche anno dopo, nel 1237, Federico II a capo delle fazioni ghibelline, mosse guerra ai guelfi della Lega Lombarda, composta da un gruppo di comuni dell’Italia settentrionale. Durante queste battaglie, alcune comunità provenienti dai territori lombardi (soprattutto dall’Oltrepò Pavese e da alcune province dell’attuale Piemonte) si opposero alla Lega e decisero di unirsi a Federico. Questo gruppo di Lombardi fedeli all’Imperatore, capitanati da Oddone da Camerana, vollero allontanarsi dalle loro terre d’origine (circondate da comuni ostili) e chiesero dunque asilo a Federico II, che concesse loro dei possedimenti in Sicilia. Dapprima si stabilirono a Scopello (dove però si trovarono in difficoltà a causa dell’incapacità di difendere quel decisivo tratto di mare) ed in seguito nella spopolata Corleone e in altre città dell’entroterra, dove invece prosperarono fino a formare delle forti e nutrite comunità. Negli anni successivi, la Curia di Corleone contribuì alla crescita della città, concedendo alle nuove famiglie arrivate dalla Lombardia, proprietà e terreni edificabili. In seguito, nel 1282, la comunità Lombarda di Corleone si rivelò una preziosissima alleata di Palermo nella Guerra del Vespro, che si concluse con la cacciata degli Angioini dalla Sicilia.

 Samuele Schirò. Direttore responsabile, redattore e fotografo di Palermoviva. Amo Palermo per la sua storia e cultura millenaria.

Storia. Dalla genetica la risposta definitiva: gli Etruschi erano Italici. Franco Capone il 14 ottobre 2021 su Focus.it. Recenti analisi genetiche escludono che gli Etruschi provenissero dall'Anatolia, e indicano che erano originari della nostra penisola, dove difesero la loro identità dalle invasioni dei Kurgan, i cavalieri delle steppe asiatiche. Il sarcofago degli sposi, al Museo del Louvre. Datato al VI secolo a.C., è molto simile a quello conservato al Museo di Villa Giulia (Roma): entrambi sono stati scoperti nella necropoli della Banditaccia, a Cerveteri, segno che fu forse la mano di un unico artista a crearli. Non vennero da Oriente a fondare la loro raffinata civiltà, e a parlare una strana lingua. Ebbero invece origine in Italia centrale, negli stessi territori da cui intrapresero la lavorazione del ferro, i commerci marittimi e la loro rivoluzione agricola. Gli Etruschi erano un popolo autoctono, italico sin dall'inizio: questo è quanto chiarisce uno studio pubblicato su Scienze Advances, il più completo finora condotto sul DNA antico degli Etruschi. CONFRONTO DECISIVO. La ricerca coordinata da Cosimo Posth, del Max Planck Institute in collaborazione con esperti di vari atenei, da quelle di Tubinga e Jena alle università di Ferrara, Firenze e Napoli, ha riguardato la mappatura del genoma di 82 individui dell'Italia centrale e meridionale vissuti in un periodo compreso fra l'800 a.C. e il 1000 d.C. I soggetti inquadrabili come Etruschi condividevano il loro patrimonio genetico con i Latini: nulla a che fare avevano con tipi genetici del Vicino Oriente. Questo almeno fino all'inizio dell'età imperiale romana, quando poi la globalizzazione del Mediterraneo portò in Italia gente da fuori, mentre in età Medievale ci pensarono i Longobardi ad aggiungere varietà genetica. La ricerca vuole dunque principalmente essere risolutiva dell'enigma sulle origini degli Etruschi, cioè di un dibattito che va avanti da molti secoli. 

ERODOTO E DIONIGI. Già fra i Greci si formarono nel tempo due scuole di pensiero. Secondo lo storico e geografo Erodoto (484-425 a.C.), gli Etruschi provenivano dall'Isola di Lemnos (Lemno), di fronte all'Anatolia, dove si erano stabiliti in precedenza, venendo in origine dalla Lidia (oggi Turchia meridionale). Secondo Dionigi di Alicarnasso, storico e insegnante di retorica (60-7 a.C.) non si erano invece mai mossi dall'Italia centrale, essendosi evoluti sul luogo. A Erodoto avevano dato ragione in tempi moderni le analisi genetiche effettuate da Alberto Piazza, dell'Università di Torino: confrontando il DNA di persone viventi della zona di Volterra e altre città di origine etrusca con gli abitanti dell'isola di Lemnos era emersa una grande affinità genetica fra le due popolazioni. Non solo: a Lemnos un tempo si parlava una lingua non indoeuropea molto simile all'etrusco. Il nuovo studio coordinato dal Max Planck chiarirebbe ora che questa affinità si creò non in origine, ma in un secondo momento, durante l'espansione commerciale etrusca nel Mediterraneo. A Lemnos potevano esserci stati un emporio e poi una colonia etrusca. 

RESISTENZA ANTICA. Ma qui si apre un altro enigma: se gli Etruschi erano affini ai Latini, perché parlavano una lingua totalmente diversa, addirittura non appartenente alla famiglia delle lingue indoeuropee? Tanto più che gli autori dello studio, hanno anche individuato negli Etruschi esaminati una componente genetica di un popolo delle steppe asiatiche ereditata nell'età del rame. Cioè molto probabilmente appartenente al popolo dei Kurgan, proprio quello che portò in Europa la lingua proto indoeuropea con le sue invasioni a cavallo - e che secondo la ricostruzione dell'antropologa Marija Gimbutas instaurò i culti di divinità guerriere in sostituzione delle vecchie dee madri del Neolitico, dando origine a società patriarcali. I Cavalli Alati di Tarquinia (IV secolo a.C.). Trovati a pezzi, circa un centinaio, presso l'Ara della Regina di Tarquinia nel 1938, erano parte della decorazione frontale dell'edificio sacro. «Questa persistenza negli Etruschi di una lingua non indoeuropea, combinata con un ricambio genetico, mette in discussione il semplice presupposto che i geni siano corrispondenti alle lingue», dice a Focus.it David Caramelli, docente di antropologia all'Università di Firenze, che ha partecipato allo studio: «e ci suggerisce uno scenario che potrebbe avere comportato l'assimilazione di antichi Latini da parte della comunità linguistica etrusca, forse durante un prolungato periodo di mescolanza nel secondo millennio a.C.». I geni dei Kurgan finirono in modo significativo anche negli Etruschi «attraverso i Latini o in modo diretto durante le precedenti invasioni di questi cavalieri delle steppe asiatiche», spiega Caramelli, «ma la comunità linguistica etrusca ebbe la forza e l'autorevolezza di resistere assieme ai suoi costumi». Mantenne in pratica diverse caratteristiche culturali del Neolitico, come una religione ancora in parte animista, ben distinta rispetto a quelle dei vicini, e una posizione di rilievo della donna nella società, cosa rivelatasi inconcepibile per Greci, Romani e gli altri popoli patriarcali dell'antichità. 14 ottobre 2021 Franco Capone

Il silenzioso suicidio di Roma. Andrea Muratore il 9 Novembre 2021 su Il Giornale. Nel saggio "Gli ultimi giorni dell'impero romano" Michel De Jaeghere indaga le ragioni che portarono al crollo di Roma nel 476. Sottolineando come quello dell'Urbe fu un suicidio più che un tracollo dovuto a fattori esterni. Roma ascese nel fragore e declinò nel silenzio e negli intrighi. Gli ultimi tempi dell'Impero romano, visti a secoli di distanza, appaiono come una storia complessa e intricata, al cui interno si leggono al tempo stesso intrighi, bassezze, piccole e grandi tragedie umane, sussulti improvvisi e barlumi della gloria che fu dei "figli di Marte". Abbiamo seguito Roma e la sua traiettoria come grande potenza dal momento dell'impresa di Cesare e del suo trionfo, apripista per la trasformazione della Repubblica in impero. L'Urbe ha poi raffinato la sua capacità di leggere con taglio pienamente "geopolitico" il contesto internazionale, ma anche la più grande potenza del mondo antico fu destinata al collasso. La rotta di Adrianopoli è da considerarsi la vera cesura per Roma, ha fatto venire meno l'inerzia favorevole nei confronti delle tribù barbare annullando ogni illusione circa la possibilità di tenere coeso un impero che poco più di cent'anni prima Aureliano, il "restauratore" aveva salvato dall'implosione. Roma ha avuto, come abbiamo visto, precursori e estremi difensori; principi illuminati e comandanti imbelli; eroi e traditori; uomini d'arme e teorici politici. Anche negli ultimi tempi l'Impero romano d'Occidente, avente come capitale non più un'Urbe relegata a ombra di sé stessa ma Ravenna, tentò di dimostrare al mondo che i suoi tempi non erano finiti. Tentò di farlo, soprattutto, grazie all'estremo tentativo di Ezio, "ultimo dei romani", di opporsi al declino irreversibile dell'Urbe a cavallo tra la prima e la seconda metà del V secolo. Figure come Ezio sono emblematiche della storia che è raccontata nel saggio Gli ultimi giorni dell’impero romano, scritto dal giornalista e saggista storico francese Michel De Jaeghere, direttore del bimestrale Figaro Histoire. De Jaghere separa la storia dalla narrazione, mostra la compresenza tra un declino sistemico dell'Impero romano d'Occidente, sempre meno coeso politicamente, etnicamente e militarmente, e la presenza di poche, luminose figure decise, con il proprio talento o la forza della disperazione, a svolgere il ruolo di katechon, dei poteri frenanti che con la loro visione strategica o con azioni personali hanno potuto influire sulla rapidità con cui si dispiegavano precisi processi storici tesi all'inevitabile declino dell'Urbe. Per De Jaeghere la caduta dell’Impero Romano d’Occidente più che dall’irruzione ed occupazione di territori imperiali da parte di popoli germanici fu causata da una crisi interna sistemica: l'Impero morì per consunzione e collasso sistemico, non per occupazione militare o distruzione da parte di agenti esterni. Non fu un boato, ma un silenzioso tonfo quanto avvenuto nel 476, anno in cui con la deposizione dell’Imperatore Romolo Augusto (detto “Augustolo” in senso dispregiativo e di piccolezza, se messo a confronto con l’autorità dei suoi predecessori) da parte del comandante Odoacre, secondo le varie fonti di stirpe erula o gotica, de iure scomparve una creatura politica che de facto era da tempo ridotta a un ectoplasma. De Jaeghere racconta la spirale declinante fatta di un'imposizione esagerata di tasse vessatorie sui cittadini dell'Impero ritenuta vitale per sostenere un apparato militare sempre più multietnico, di una crescente corruzione sistemica, del declino dell'autorità politica culminato nel dispotismo senza regole degli ultimi decenni dell'Impero. L'aumento dell'insicurezza sociale, politica, economica favorì un declino demografico su cui si innestò l'inserimento continuo di tribù barbare chiamate a rimpolpare i ranghi dell'esercito. Solo in un modo si può estinguere una civiltà, diceva Arnold Toynbee: attraverso il suo suicidio, che avviene quando nessuno crede più all'idea che l'aveva edificata. E questo accadde a Roma. Ove i grandi fari dell'ultimo secolo di storia imperiale, in Occidente, da Teodosio ad Ezio, appaiono come figure tragicamente avulse dalla storia che andava inevitabilmente dispiegandosi. De Jaeghere ha il merito di ricordare storiograficamente che tra le cause del declino non vi fu la diffusione del cristianesimo. La tesi secondo cui i cristiani, con il loro messaggio di amore e di pace, avrebbero reso l'Impero debole di fronte ai barbari - per non risalire a polemisti pagani dei primi secoli come Celso - è stata diffusa dall'Illuminismo, con Voltaire e con lo storico inglese Edward Gibbon. Ma, come ricorda De Jaeghere, è totalmente fuorviante: innanzitutto, nei primi decenni del quinto secolo i cristiani nell'Impero romano d'Occidente erano solo il dieci per cento della popolazione, risultando la maggioranza nell'Impero d'Oriente, che resisterà alle invasioni e sopravvivrà per mille anni. E soprattutto, il cristianesimo aveva penetrato anche i nuovi entrati nel territorio dell'Urbe. Attraverso il cristianesimo, non a caso, furono i vigorosi e più giovani popoli barbari a portare avanti la nostalgia e il ricordo di una romanità che si era essiccata nel corso dei secoli. Non a caso riproponendo il nome di Roma a fianco di un nuovo Impero, questa volta "Sacro" oltre che "Romano" diversi secoli dopo. Non riuscendo però a costruire che una pallida copia di ciò che seppe diventare l'Urbe nel lungo millennio che la vide assurgere al dominio del Mediterraneo. Prima di spegnersi quasi senza colpo ferire.

Andrea Muratore. Bresciano classe 1994, si è formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano. Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ha conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019. Attualmente è analista geopolitico ed economico per "Inside Over" e svolge attività di ricerca presso il CISINT - Centro Italia di Strategia ed Intelligence e il centro studi Osservatorio Globalizzazione.

Dagospia il 5 novembre 2021. Estratto dell’introduzione di “Il grande racconto di Roma antica e dei suoi sette re”. Do Giulio Guidorizzi (ed. il Mulino), pubblicato da “il Messaggero”. Dal bordo del lago di Nemi incoronato di alberi si può vedere, poco lontana, la cima del monte Cavo, dove sorgeva il santuario di Iuppiter Latiaris, il tempio più venerato dai Latini. Sotto, uno specchio di acque cupe e il santuario di Diana, altro luogo sacro dei popoli albani. In lontananza, si scorgono la pianura e una striscia di mare. Quando la luna si leva sopra il lago, la si può vedere riflessa nel mare, nel lago, oltre che alta nel cielo, e gli abitanti del posto chiamano questo spettacolo «la triplice luna»: tre lune, tre volte il viso di Diana. Da Nemi, da quel bosco dove per secoli si celebrò il sanguinario rito nel corso del quale un sacerdote entrava in carica uccidendo il predecessore, prende avvio il Ramo d'oro di James George Frazer, un vertiginoso tuffo nel mondo delle origini, il libro che ha fondato l'antropologia culturale. Diana Nemorensis: la Diana del bosco. Come scrive Frazer, «chi ha veduto una volta quell'acqua raccolta nel verde seno dei colli albani non potrà dimenticarla mai più». Il mondo della civiltà romana inizia qui. (...) Il sette è il numero magico per eccellenza, tale da conferire a ogni elenco una qualità di perfetta compiutezza, che lo rende definitivo, icastico, esemplare: sette sono le note, i mari, i giorni della settimana, i colori dell'arcobaleno, i Sapienti di Grecia, ma anche i colli su cui fu costruita Roma e i re che la governarono nei due secoli iniziali della sua storia. Roma fu fondata, secondo la tradizione, nel 753 a.C.; il 21 aprile di quell'anno un uomo chiamato Romolo tracciò un solco sulla cima del Palatino; nel 509 a.C, duecentoquarantaquattro anni anni più tardi, l'ultimo re, il perfido Tarquinio, fu cacciato, e da allora ebbe inizio la respublica, e con essa la libertas: mai nessun re avrebbe più regnato su Roma. Bastava anche solo dare adito al sospetto di volersi fare re per incorrere nella condanna a morte a furor di popolo. Se questi personaggi si sono impressi in modo indelebile nella memoria collettiva, l'unico che abbia mai portato ufficialmente il titolo di «re di Roma» nella storia successiva è il figlio di Napoleone, lo sfortunato Aiglon che fu nominato tale alla nascita e morì in esilio a Vienna appena ventunenne, senza aver mai messo piede nella Città Eterna. Napoleone, l'imperatore repubblicano, per una strana nemesi della storia, o forse perché a sua volta affascinato da queste grandi figure di re agli inizi della gloria di Roma, aveva voluto che anche suo figlio venisse annoverato fra esse. Duecentoquarantaquattro anni e sette soli re (in realtà otto, se consideriamo anche Tito Tazio, re dei Sabini, che per qualche tempo fu coreggente con Romolo). È improbabile che ognuno di loro abbia regnato in media trentacinque anni; si può pensare che l'elenco si sia consolidato sulla cifra canonica attraverso l'eliminazione di figure minori. Ma quello che conta, ai fini di questo libro, è ciò che i Romani volevano conservare nella loro memoria. La loro mitologia non si nutriva delle imprese di eroi guerrieri o viaggiatori, uccisori di mostri e fondatori di città. Non vantava Achille né Ulisse o Teseo, solo indirettamente celebrati poi dai poeti latini. Il popolo che viveva tra i boschi e i fiumi del Lazio, in mezzo a collinette e laghetti vulcanici, non ricercava lo splendore delle storie, come i Greci, che si collocavano al centro politico e commerciale del mondo mediterraneo, circondati da antiche civiltà con cui intrattenevano fitti scambi. I re di Roma non ebbero neppure un Omero che ne celebrasse le imprese, né i Romani una casta di bardi, come erano gli aedi greci, che cantassero le vicende delle origini, esaltando aspirazioni e tradizioni del loro popolo. Dunque, ci restano i sette re: Romolo fondò la città, Numa Pompilio si dedicò alla sua organizzazione religiosa e Tullo Ostilio a quella militare, Anco Marzio la dotò di un porto e di un ponte sul Tevere, l'opera di costruzione della città fu proseguita dai primi due re etruschi, Tarquinio Prisco e Servio Tullio, mentre il terzo, Tarquinio il Superbo, uno dei più famigerati villains della storia di tutti i tempi, si macchiò di tali nefandezze pubbliche e private da suscitare la ribellione del popolo e la soppressione della monarchia. A mano a mano che si procede, la mescolanza di elementi leggendari e mitici si dipana sempre più verso la storia, anche se è la storia oscura e un po' romanzata delle origini: ma è anche vero che i Romani delle epoche successive continuavano ad avere sotto gli occhi le opere dei loro primi re, le mura di Servio Tullio o il ponte di Anco Marzio. A parte Romolo, il leggendario fondatore figlio del dio Marte, a sua volta venerato come un dio col nome di Quirino in seguito alla sua morte soprannaturale, e il quasi altrettanto favoloso Numa, intimo di una ninfa al punto, secondo alcuni, di sposarla, gli altri re escono passo dopo passo dalla dimensione del mito per entrare nella storia, contribuendo ognuno per la propria parte alla creazione delle diverse istituzioni su cui si sarebbe fondata, nel corso dei secoli, la grandezza di Roma: l'esercito, i comizi, il senato, le magistrature, le leggi.

Storie Romane . Il Circo Massimo. La valle che si trovava ai piedi del Palatino, dove Romolo aveva fondato la città di Roma, era paludosa, ma molto ampia. Il primo re creò subito un asylum per accogliere gli stranieri. Infatti la città appena nata era formata da fuggitivi, schiavi liberati, contadini e pastori; un’estrazione tutt’altro che nobile. Poi si appellò ai popoli vicini per rinfoltire le sue schiere, tuttavia mancava ancora un elemento fondamentale: le donne. Perciò invitò i vicini sabini ad assistere ad una corsa di carri nell’area in cui sarebbe sorto il circo Massimo, una conca tra il Palatino e l’Aventino.

Il ratto delle sabine

Romolo voleva unire romani e sabini, ma molti non erano d’accordo. Perciò decise di usare la forza: i sabini sarebbero stati invitati con l’inganno e le donne prese con la forza, per unire il seme romano col ventre sabino. I romani si prepararono dunque a compiere il rapimento in cui tutti i sabini erano distratti dalla corsa; moltissimi erano i presenti, curiosi di vedere la nuova città. L’atto, studiato e repentino, fu un successo, mentre tra i sabini scoppiava in panico: «Quando giunse il momento dello spettacolo, mentre l’attenzione e gli occhi di tutti su quello erano concentrati, allora secondo il piano prestabilito cominciò il tumulto, e al segnale convenuto i giovani romani si gettarono a rapire le vergini. Per gran parte furono rapite a caso, secondo che a ciascuno capitavano sotto mano, ma alcune che si distinguevano per bellezza, destinate ai più eminenti senatori, furono portate alle case di questi da uomini della plebe cui era stato affidato quest’incarico. Narrano che una fanciulla di gran lunga superiore alle altre per la bellezza dell’aspetto fu rapita dalla squadra di un certo Talassio, e ai molti che domandavano dove mai la portassero ripetutamente gridavano, perché nessuno le recasse molestia, che la portavano a Talassio; da allora in poi questo grido divenne rituale nelle cerimonie nuziali. Dopo che sui giochi fu gettato lo scompiglio e lo spavento, i genitori delle vergini afflitti fuggono, lamentando la violazione del patto di ospitalità e invocando il dio del quale erano venuti a celebrare la festa e i giochi, rimanendo poi ingannati in dispregio della legge divina e della parola data. […] Ma lo stesso Romolo andava in giro a convincerle che ciò era avvenuto per la superbia dei genitori, i quali avevano negato il diritto di matrimonio ai loro vicini; esse tuttavia sarebbero state considerate come mogli legittime, e avrebbero condiviso con gli uomini il possesso di tutti i beni, della cittadinanza, e dei figli, cosa di cui nessun’altra è più cara all’umano genere; placassero dunque lo sdegno, e offrissero il loro animo a coloro cui la sorte aveva concesso il corpo. Spesso da un’offesa nasce poi un maggiore affetto, ed esse avrebbero trovato i mariti tanto più premurosi, in quanto ciascuno, oltre all’adempiere i suoi doveri di sposo, si sarebbe sforzato di non far sentire la lontananza dei genitori e della patria. Alle parole di Romolo si aggiungevano le blandizie dei mariti, i quali adducevano a giustificazione dell’accaduto la passione amorosa, argomento quanto mai efficace a piegare gli animi femminili.» TITO LIVIO, AUC, I, 9, 10-16

Al segnale convenuto Romolo e i suoi estrassero le armi e catturarono le figlie dei ceninensi, crustumini, anemnati e sabini, lasciandone fuggire i padri. Ovviamente il gesto dei romani creò grande imbarazzo nei sabini e nei popoli vicini, che reclamavano vendetta; Romolo, che giustificava il gesto poiché tutte le donne catturate erano vergini o non sposate (tranne Ersilia), dovette affrontare anche delle razzie, con successo: «L’animo delle rapite si era ormai molto calmato, ma i loro padri più che mai accendevano i concittadini con manifestazioni di lutto, pianti e lamenti. Né contenevano nelle loro città gli sdegni, ma si riunivano da ogni parte presso Tito Tazio, re dei Sabini; colà affluivano le ambascerie, perché il prestigio di Tazio era grandissimo in quella regione. I Ceninesi, i Crustumini e gli Antemnati erano fra i popoli colpiti da quella offesa; ad essi parve che Tazio e i Sabini tardassero troppo ad agire, e quindi si accordarono di intraprendere la guerra da soli. Neppure i Crustumini e gli Antemnati si muovevano abbastanza in fretta per l’ardore e l’ira dei Ceninesi, perciò il popolo di Cenina da solo invade il territorio romano. Ma mentre disordinatamente devastano le campagne, viene loro incontro con l’esercito Romolo, e con un facile scontro dimostra che vana è l’ira senza la forza. Sbaraglia e mette in fuga l’esercito nemico, lo insegue in rotta, uccide il re in battaglia e lo spoglia, e dopo la morte del condottiero dei nemici prende la città al primo assalto. Quindi ricondotto l’esercito vincitore, Romolo, che era uomo valoroso nelle imprese e non meno abile nel metterle in mostra, salì sul Campidoglio recando appese ad un’asta appositamente fabbricata le spoglie del condottiero nemico ucciso, e depostele ivi presso una quercia sacra ai pastori, offrendo il dono delimitò i confini di un tempio in onore di Giove e assegnò al dio l’appellativo dicendo: «O Giove Feretrio, io vincitore Romolo re regie armi ti porto, e ti consacro un tempio in questo spazio, che ora mentalmente ho delimitato, come sede per le spoglie opime che i posteri seguendo il mio esempio ti porteranno dopo aver ucciso i re e i condottieri nemici». Questa è l’origine del tempio che primo fra tutti fu consacrato a Roma. Gli dèi vollero poi che né vane fossero le parole del fondatore del tempio, laddove proclamò che i posteri avrebbero recato colà le spoglie, né la gloria di quella offerta fosse diminuita da un grande numero di partecipi: due volte sole in seguito, in tanti anni e con tante guerre, furono conquistate le spoglie opime, tanto rara fu la fortuna di quell’onore.» TITO LIVIO, AUC, I, 10, 1-7

Romolo sposò proprio Ersilia e offrì alle donne tutti i diritti ma non la possibilità di tornare tra i sabini. Dopo aver sconfitto ceninensi, antemnati e crustumini, i sabini attaccarono Roma e presero il Campidoglio, attaccando poi battaglia al lago Curzio. Durante lo scontro le donne sabine si gettarono nella mischia per separare i contendenti. I due eserciti si separarono e Romolo e il sabino Tito Tazio deposero le armi, condividendo il regno unito di romani e sabini; tuttavia Tazio morì poco tempo dopo e i romani assorbirono i sabini, per distinguersi dai quali, tra i romani, si facevano chiamare quiriti: «Là mentre stavano per tornare a combattere nuovamente, furono fermati da uno spettacolo incredibile e difficile da raccontare a parole. Videro infatti le figlie dei Sabini, quelle rapite, gettarsi alcune da una parte, ed altre dall’altra, in mezzo alle armi ed ai morti, urlando e minacciando con richiami di guerra i mariti ed i padri, quasi fossero possedute da un dio. Alcune avevano tra le braccia i loro piccoli… e si rivolgevano con dolci richiami sia ai Romani sia ai Sabini. I due schieramenti allora si scostarono, cedendo alla commozione, e lasciarono che le donne si ponessero nel mezzo.» PLUTARCO, VITE PARALLELE, VITA DI ROMOLO, 19, 1-3

Il luogo deputato ai ludi

La prima sistemazione della Valle Murcia (l’area compresa tra Palatino e Aventino in cui i romani avevano attirato i sabini) per corse dei carri risale all’epoca dei Tarquini, ma fu solo con Giulio Cesare che l’area ricevette un’adeguata sistemazione architettonica; fino ad allora infatti la struttura era stata principalmente in legno. Il monumento fu poi restaurato da Augusto in seguito ad un incendio e vi aggiunse un obelisco di Ramses II preso in Egitto (poi spostato da papa Sisto V in piazza del Popolo nel XVI secolo, ora chiamato obelisco Flaminio). Successivamente l’imperatore Costanzo II vi aggiunse un secondo obelisco nel 357, portato durante i festeggiamenti dei suoi vicennalia a Roma, posto sulla spina. Oggi si trova dietro la basilica di San Giovanni in Laterano.

Altri restauri furono fatti da Tiberio e Nerone, mentre Tito costruì un arco al centro del lato corto, divenendo un’entrata monumentale integrata nel circo. Durante il principato di Nerone fu forse l’epicentro delle fiamme che avvolsero Roma nel luglio del 64:

« Iniziò in quella parte del circo che confina lungo il Palatino e il Celio, dove il fuoco, scoppiato nelle botteghe che contenevano prodotti altamente infiammabili, divampò subito violento, alimentato dal vento, e avvo