Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

NOTA LEGALE: USO LEGITTIMO DI MATERIALE ALTRUI PER IL CONTRADDITTORIO

LA SOMMA, CON CAUSALE SOSTEGNO, VA VERSATA CON:

SCEGLI IL LIBRO

80x80 PRESENTAZIONE SU GOOGLE LIBRI

presidente@controtuttelemafie.it

workstation_office_chair_spinning_md_wht.gif (13581 bytes) Via Piave, 127, 74020 Avetrana (Ta)3289163996ne2.gif (8525 bytes)business_fax_machine_output_receiving_md_wht.gif (5668 bytes) 0999708396

INCHIESTE VIDEO YOUTUBE: CONTROTUTTELEMAFIE - MALAGIUSTIZIA  - TELEWEBITALIA

FACEBOOK: (personale) ANTONIO GIANGRANDE

(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

ANNO 2021

 

I PARTITI

 

QUINTA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

     

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

  

 

 

 

I PARTITI

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Sono Comunisti…

Incapaci ed incompetenti. Dietro il vaffanculo…Niente.

Se non anche il Vaffanculo a se stessi.       

Fratelli coltelli.

Andare…”ControVento”.

“Italia Più 2050”.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Contismo.

Giuseppe Conte.

Beppe Grillo.

Marco Morosini.

Luigi Di Maio.

Alfonso Bonafede.

Danilo Toninelli.

Lucia Azzolina.

Vito Crimi.

Roberto Fico.

Nicola Morra.

Vincenzo Spadafora.

Rocco Casalino.

Alessandro Di Battista.

Virginia Raggi.

Barbara Lezzi.

Roberta Lombardi.

Paola Taverna.

La Questione Morale.

La Variante Cinese.

I Raccomandati.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Lega. Il comunismo in sala padana.

Il Capitano.

Il Senatur.

Giancarlo Giorgetti.

Irene Pivetti.

La Questione Razziale.

La Questione Morale.

La Lega Omosessuale.

La Bestia e le Bestie.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La lunga amicizia tra Hitler e Stalin.

Rosa Luxemburg, l’allieva di Marx.

Comunismo = Fascismo.

Razzisti!!

"Bella ciao": l’Esproprio Comunista.

Antifascisti, siete anticomunisti?

Le donne di sinistra che odiano le donne.

Gli omofobi Rossi.

La nascita (e la morte) del Partito Comunista Italiano.

Professione: Sfascio…

Riformismo e Riformisti.

Che fine ha fatto il sindacato?

L’Utopismo.

Il Populismo.

Le Sardine.

La Questione Morale.

Tassopoli.

I Raccomandati.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Domenico Marco Minniti.

Andrea Orlando.

Andrea Romano.

Arturo Parisi.

Dario Franceschini.

Debora Serracchiani.

Emanuele Macaluso.

Enrico Letta.

Goffredo Bettini.

Luca Lotti.

Luciano Lama.

Lucio Magri.

Marco Rizzo.

Gianni Vattimo.

Giuseppe Provenzano.

Massimo D'Alema.

Nicola Fratoianni.

Nicola Zingaretti.

Pierluigi Bersani.

Roberto Speranza.

Romano Prodi.

Rosy Bindi.

Il Renzismo.

Furono Radicali.

Che Guevara tra storia e mito.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gli amici Terroristi.

Sante Notarnicola.

Cesare Battisti.

Dimitris Koufodinas.

Mara Cagol.

Sara Casiccia.

Walter Alasia.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Storia del 1968, quando il mondo impazzì e cambiò tutto in poche settimane.

 

 

 

 

 

 

I PARTITI

 

QUINTA PARTE

 

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Domenico Marco Minniti.

Minniti, il funzionario del Pci che ha sdoganato la guerra alle Ong. L'ex ministro dell'Interno ha a lungo combattuto le attività di salvataggio delle Ong nel Mediterraneo. Il Dubbio il 7 aprile 2021. «La parola “Spezziamo-le-braccia-ai-migranti” non possiamo lasciarla alla destra. Se noi non picchiamo i neri, vince la destra che vuole picchiare i neri». Così nel 2017 Maurizio Crozza presentava in Tv la parodia di Domenico (Marco) Minniti, ministro dell’Interno tutto rigore e sicurezza. Nulla di strano, se non fosse che l’allora inquilino del Viminale è un esponente di spicco del Partito democratico. Ma Minniti è convinto che per battere le destre si debba giocare sul loro campo, importando nel vocabolario della sinistra le parole d’ordine con cui Matteo Salvini fa il pieno di consensi in piazza e nelle urne. Così il controllo dell’immigrazione diventa una questione di vita o di morte per il dirigente dem. L’intero mandato di Minniti al Viminale è incentrato sull’argomento. Fin dal primo giorno, quando comincia a lavorare sul “Memorandum di intesa tra Italia e Libia” mentre Angelino Alfano non ha ancora portato le sue cose alla Farnesina, dove è stato spostato dal nuovo premier Paolo Gentiloni. L’esponente del Pd ha già tutto in mente e a due mesi dal suo insediamento è già pronto l’accordo con i libici per bloccare i migranti alla fonte. Poco importa come. L’importante è la firma di Fayez al Serraj, primo ministro del governo di unità nazionale di Tripoli, sul documento controfirmato dal presidente del Consiglio italiano. Obiettivo prioritario del Memorandum: «Arginare i flussi di migranti illegali e affrontare le conseguenze da essi derivanti». In cambio l’Italia avrebbe fornito «supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro l’immigrazione clandestina». In altre parole: addestramento, mezzi e attrezzature alla forza di sicurezza comunemente definita Guardia costiera libica, formata da un ambiguo coacervo di milizie dismesse e trafficanti. Senza parlare dei campi dove i migranti vengono trattenuti, considerati da tutte le organizzazioni internazionali per i diritti umani come dei veri e propri centri di tortura, dove i “prigionieri” subiscono violenze di ogni tipo. Ma bisogna battere Salvini e non si può andare troppo a spaccare il capello. Del resto, Minniti è persona abituata a ragionare secondo la neutra logica dei costi/benefici. Perché per perseguire un obiettivo ci vuole disciplina e un certo pelo sullo stomaco. Una lezione che avrà imparato fin da bambino, a Reggio Calabria, in una famiglia piena di militari. Il padre e lo zio sono ufficiali dell’Aeronautica e il giovane Domenico detto Marco cresce in un contesto in cui difficilmente è possibile sgarrare. Gli studi in filosofia e la militanza nel Pci sono forse il massimo della “devianza” consentita. Ma sulla disciplina non si scappa. Ed è con questa ferrea forza di volontà che Minniti, poco dopo il Memorandum, interviene per bloccare chi ancora si ostina a salvare vite in mare e portare in Europa migranti vivi: le Ong. Ad agosto del 2017, il ministro dell’Interno prepara infatti un decalogo da sottoporre alle organizzazioni non governative per continuare a svolgere la loro attività in mare senza conseguenze. Il “codice” prevede tra le altre cose: disponibilità a ricevere a bordo ufficiali di polizia giudiziaria per raccogliere informazioni e prove finalizzate alle indagini sul traffico di esseri umani; divieto a trasbordare i naufraghi su altre navi; divieto di ingresso nelle acque libiche; impegno a dichiarare alle autorità tutte le fonti di finanziamento per la loro attività di soccorso in mare. Ovviamente le Ong insorgono, soprattutto per la richiesta di trasformare le imbarcazioni da navi da soccorso in navi da pattugliamento con gli agenti a bordo. È da questo decalogo che parte l’inchiesta con cui la Procura di Trapani si prende la libertà di intercettare persino giornalisti e fonti. Ma Minniti – sottosegretario alla Difesa del governo Amato nel 2000, viceministro dell’Interno del governo Prodi nel 2006, sottosegretario alla presidenza del consiglio dei ministri con delega ai Servizi segreti nei governi Letta e Renzi, prima di insediarsi al Viminale nel 2016 con Gentiloni – non ha tempo per fermarsi a discutere. Per raggiungere uno scopo non bisogna fermarsi, come gli avrà probabilmente insegnato Francesco Cossiga, l’amico con cui nel 2009 dà vita ad Icsa (Intelligence culture and strategic analysis) una fondazione dedicata all’analisi dei principali fenomeni connessi alla sicurezza nazionale. E Minniti non si ferma mai. Neanche adesso che da un paio di mesi ha lasciato il seggio alla Camera per guidare Med-Or, la nuova fondazione di Leonardo, la società partecipata dallo Stato, che opera nei settori di difesa, aerospazio, sicurezza. Praticamente tutte le passioni di una vita.

Pietro Senaldi per “Libero Quotidiano” il 28 febbraio 2021. Di buono ormai gliene era rimasto uno solo. Ma siccome si è stufato di rimanere in panchina a guardare mezze calzette che si litigano la palla, se ne è andato anche lui. Addio Parlamento e ciao Pd. Domenico Marco Minniti, deputato dem da vent' anni, portato ancora prima al governo da Massimo D'Alema come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ed iscritto al Pci dal 1974, lascia la Camera, o almeno ci sta provando, perché le sue dimissioni non sono ancora state accettate. L'interessato si sta impegnando, provando a convincere gli ex colleghi che andrà a fare qualcosa in conflitto d'interessi con l'attività da onorevole, ma ha a che fare con teste dure e resilienti. Nell'era in cui i tecnici scendono in politica, il politico per elevarsi sale. Ed è raggiante, pare essersi tolto un peso dal cuore. Il suo telefonino è tempestato di messaggini di felicitazioni dai compagni di partito che da due anni lo snobbano. Forse sono sollevati per essersi liberati di uno più bravo di loro; di certo lo rimpiangeranno, come probabilmente hanno passato gli ultimi mesi a rammaricarsi del ritiro dell'ex ministro dell'Interno dalla corsa alla segreteria, due anni fa, in favore dell'attuale leader Nicola Zingaretti. Ci fosse Minniti alla guida, oggi il Pd non sarebbe in balia delle correnti come un barcone di profughi, non avrebbe smarrito l'identità e si sarebbe dato da un pezzo un obiettivo politico. L'ex deputato reggino è un cervello in fuga dalla sinistra, alla quale non ne restano molti. Per i dem è una perdita enorme. Zingaretti e affini però non possono che battersi il petto e fare mea culpa per non aver utilizzato l'asso che avevano nella manica. Sono arrivati perfino a sbarrargli la strada quando l'Europa lo propose come commissario straordinario per la Libia. L'ex ministro fu bloccato dalle invidie interne e da quanti ritenevano che aver contenuto l'immigrazione clandestina ed essersi accordato con Tripoli gli aveva sporcato il curriculum. per la sicurezza Minniti andrà a presiedere una Fondazione, Med-Or, che Leonardo, ex Finmeccanica, la grande azienda a partecipazione pubblica che opera nei settori della difesa, della sicurezza e dell'aerospazio ha costituito apposta per lui. Missione: implementare la sicurezza sanitaria, formare le classi dirigenti, promuovere le relazioni internazionali e lo sviluppo economico e culturale. Teatro d'azione: tutto il Mediterraneo e il Primo Oriente, che significa fino all'India. Autonomia consentita: massima. A voler essere pungenti si potrebbe dire che va all'estero per aiutare gli immigrati a restare a casa loro. Di fatto l'ex Lothar di D'Alema sarà il vero ministro degli Esteri italiano e ricoprirà un ruolo molto più politico di quello che ha avuto negli ultimi due anni. La sua fondazione sarà una sorta di piattaforma grazie alla quale il nostro Paese farà politica estera al di fuori dei tradizionali canali diplomatici, come fanno i grandi gruppi industriali americani, francesi o tedeschi nel mondo. Quello dell'ex ministro dell'Interno al Parlamento è un addio senza possibilità di ritorno. Il nuovo ruolo istituzionale gli impone di non essere polemico, ma chi lo conosce sa della sua perplessità per la direzione che sta prendendo il Pd. D'accordo che la politica è un pendolo, ed è nelle cose che a una leadership forte ne segua una debole. A Veltroni successe Bersani. A Renzi quindi non poteva subentrare Minniti, ma Zingaretti è davvero troppo poco. Il segretario che non voleva il Conte due, ha schiantato poi il partito su Conte, arrivando a subire Draghi anziché intestarselo. Risultato, con SuperMario oggi come con Giuseppe ieri, i dem entrano al governo mesti anziché festanti, senza un programma che vada oltre la gestione del potere da parte dei tre capi corrente ministri. Draghi è destinato a durare e, dopo di lui, nessun partito sarà più lo stesso. Il Pd però è quello messo peggio nel riprogrammarsi, non ha una leadership e ormai neppure un'identità; per questo per uno come l'ex titolare del Viminale, che ama la politica e vuole farla, l'unica possibilità era andarsene. L'uomo ama i colpi di teatro, ha il gusto di stupire e ha lasciato tutti di sasso. I compagni di partito sono così distanti dalla realtà che non hanno intuito nulla, non hanno visto la mucca nel loro corridoio, direbbe Bersani, e la cosa è emblematica della distonia dei dem rispetto alla realtà e della loro incapacità di trovare un punto di collegamento con la realtà italiana, perfino con il loro mondo d'appartenenza. Via anche Minniti, al Pd resta una classe dirigente ipnotizzata dalla brama di governo, con capetti che sacrificano l'interesse del partito a quello personale e in balia di correnti che gli impediscono di gestire operazioni politiche, per le quali bisogna muoversi compatti e rapidi. Tra i progressisti è la stagione della spartizione di poltrone senza visione di Paese, degli inchini alla d'Urso per una passarella in tv e della rincorsa ai grillini per vincere qualche città e avere un seggio in più alle prossime elezioni. Meglio allora dirigersi altrove, specie se non si va a cercare fortuna ma a mettere a disposizione del Paese le proprie competenze che chi insegue Toninelli, Giarrusso o la Taverna non è più in grado di apprezzare. riproduzione riservata.

·        Andrea Orlando.

Tommaso Labate per 7- Corriere della Sera il 21 luglio 2021. «Credo che dipenda da una forte attrazione verso il kitsch», dice a un certo punto Andrea Orlando parlando dei suoi gusti musicali, che sembrano eterni figli di una vecchia musicassetta impolverata dalla custodia rigata, di quelle musicassette che giacciono dimenticate nell’angolo di una soffitta. L’albero politico-genealogico del ministro del Lavoro, che a vent’ anni ha fatto in tempo a essere eletto al consiglio comunale di La Spezia sotto le insegne del Partito comunista italiano, lo inchioderebbe all’ascolto perenne di un cantautorato rigorosamente impegnato. E invece no, nelle sue orecchie è tutto un Massimo Ranieri e Claudio Villa, Orietta Berti (quella d’epoca, senza Fedez) e Iva Zanicchi. «E senza dubbio, su tutto, la musica melodica napoletana. Sergio Bruni, Mario Abbate, Roberto Murolo, scendendo fino alle rivisitazioni più contemporanee, ai cosiddetti neomelodici o le rancheras messicane», sottolinea. E aggiunge: «Sono i suoni che mi arrivavano da bambino dagli altri appartamenti delle case popolari in cui sono cresciuto». Da almeno dieci anni, Orlando è un personaggio di primo piano della politica italiana, prima fila del Partito democratico, ministro dell’Ambiente, della Giustizia, del Lavoro. Questa è la sua prima intervista, diciamo così, sentimentale. 

È nato in una casa popolare, dicevamo.

«Non solo nato. Tuttora vivo a La Spezia in quelle che una volta si chiamavano le “case Fanfani”, dal nome del ministro del Lavoro che portò alla realizzazione dell’edilizia popolare. Sì, certo, avrei avuto la possibilità di comprare un’altra casa. Ma non l’ho fatto».

Il ministro del Lavoro del 2021 che vive in una delle case costruite a seguito di una legge promossa dal ministro del Lavoro della fine degli anni Quaranta. La chiusura di un cerchio.

«Era la casa in cui mio nonno viveva e che poi ha riscattato. Sono rimasto lì, non per vezzo o per chissà cosa. Se sei nato in periferia, sai benissimo che la periferia non è un’esperienza esotica, come la raccontano alcuni. È una cosa normale, che va trattata come una cosa normale. E che è cambiata moltissimo in questi anni». 

«Ripartiamo dalle periferie» si sente dire di continuo, nel centrosinistra.

«Una frase che a volte mi sembra contenere delle venature di classismo. Alcuni dicono “ascoltiamo le periferie” con lo stesso approccio con cui gli aristocratici del Settecento partivano per il Grand Tour». 

La sua biografia politica è sovrapponibile a quella di tantissimi comunisti italiani del Novecento. Con una differenza: lei è arrivato a fare il ministro; loro, dal 1948 al 1996, no.

«Vengo da quella scuola. Una scuola in cui ti insegnavano la disciplina, le forme, il rispetto per gli altri, anche per gli avversari. Una tradizione fatta anche di guerre personali, sia chiaro. Ma in cui il narcisismo dei singoli veniva tenuto sotto controllo».

Lei non è narcisista?

«Ho un narcisismo temperato».

Il suo esordio?

«Eletto nel consiglio comunale di La Spezia a vent’anni. Appena arrivato, il capogruppo mi dice: “Adesso te ne stai zitto e buono per almeno sei mesi. Guarda e impara”». 

Ha imparato subito?

«La prima volta che ho preso la parola, tanti mesi dopo l’elezione, è stata su una variazione di bilancio. Ci ho messo tre giorni interi a preparare un intervento di nemmeno cinque minuti».

Da quando ha compiuto 43 anni, tolto il governo gialloverde, lei è stato sempre ministro.

«La prima volta, nel 2013, presidente del Consiglio Enrico Letta, fu la più inaspettata». 

Giurò al Quirinale con una cravatta rossa.

«Quella cravatta ha una storia che dice molto di come la forma, in politica, è anche sostanza. Nel 2006, il giorno in cui avremmo eletto Giorgio Napolitano presidente della Repubblica, ero un deputato ai primissimi giorni di legislatura. Mi si sbrindella la vecchia cravatta che indossavo ed entro in Aula con giacca e camicia, alla Camera si può fare. 

Ugo Sposetti, all’ora tesoriere dei Ds, mi vede e mi dice: “Stai per votare per il presidente della Repubblica, esci da qua e vai subito a comprarti una cravatta”. L’ho fatto. Con quella stessa cravatta, sette anni dopo, avrei giurato per la prima volta da ministro dell’Ambiente. Davanti a me, guarda caso, il presidente Napolitano». 

La politica che dimentica le forme spesso sembra lontana dalla gente comune. 

«Dell’esperienza da ministro dell’Ambiente, tra mille cose, mi tornano in mente un’assemblea pubblica nella chiesa di Caivano, nella terra dei fuochi; oppure la prima volta che sono andato a Taranto dopo l’apertura della prima inchiesta sull’Ilva, cosa che un ministro della Repubblica non faceva da tempo. Da esperienze come queste ho capito una cosa fondamentale. Quando le persone hanno un problema grandissimo, non è vero che ne pretendono immediatamente la soluzione. Ma guardano a fondo quanto tu te ne interessi, quanto ti prendi carico di quel problema là. Ci sono state situazioni in cui la politica e le istituzioni hanno dato l’impressione di fregarsene. Magari sbagliata, ma l’hanno data».

Quanto trema la mano a un ministro del Lavoro in questo momento delicato?

«Lo sa perché mi sono battuto tanto per il blocco dei licenziamenti e, poi, per un superamento di quel blocco che fosse graduale e non immediato per tutti? Perché ci sono cose che i dati, le tabelle degli economisti e le statistiche non fanno vedere. Prenda il primo tragitto di uno che ha perso il lavoro». 

Quale tragitto?

«Il primo tragitto della lavoratrice o del lavoratore licenziato dall’azienda a casa. Pensi a una donna o a un uomo che hanno appena saputo di aver perso il lavoro e che adesso devono andare a casa a comunicarlo alla famiglia. All’angoscia di una situazione drammatica si aggiunge l’ansia di come dirlo. Sono cose che non stanno in nessuna tabella, in nessuna statistica, non stanno scritte da nessuna parte. Eppure ci sono». 

Le fa paura l’autunno prossimo?

«In una situazione di profondi cambiamenti e di radicali trasformazioni, come quella a cui ci ha portati la pandemia, un ministro del Lavoro ha il dovere di essere accompagnato dalle paure dei lavoratori e ha l’obbligo di agire di conseguenza. La crisi apre tantissime opportunità, come ogni crisi. Ma nel breve periodo, di fronte all’enormità dei cambiamenti che abbiamo di fronte, nessuno dev’essere lasciato da solo nell’affrontarli». 

Senza la cerniera dei partiti tradizionali, il vuoto tra le istituzioni e il singolo cittadino a volte sembra grande quando un oceano in tempesta.

«Io credo ancora nella funzione dei partiti, ovviamente aggiornata alle tecnologie e ai tempi che corrono. Organizzare la partecipazione non può essere un lavoretto improvvisato dal primo che passa. Richiede studio e dedizione». 

Avrebbe fatto meglio senza quel capogruppo in consiglio comunale che l’ha tenuta zitto per mesi?

«No, avrei fatto peggio. Mi è capitato di tornare in un consiglio comunale. I nuovi saranno anche più veloci di com’eravamo noi. Ma quelle forme ormai sparite, mi creda, erano sostanza».

Andrea Orlando, l'ultimo comunista: "Vivo nella casa popolare di mio nonno". Dago lo smonta: "Sta in centro a Roma e ha un alloggio in Messico..." Libero Quotidiano il 20 luglio 2021. Andrea Orlando, intervistato da Tomaso Labate su Sette, l'inserto del Corriere della Sera, sostiene di vivere ancora nella casa popolare di suo nonno. Insomma, il ministro viene incoronato l'ultimo comunista. Ma in realtà, rivela Dagospia, Orlando "vive cinque giorni su sette in un bell'appartamento in pieno centro di Roma. A La Spezia (dove c'è la casa popolare del nonno, ndr) ci va una volta al mese. E in Messico ha una casa dove 'svacanza'...". Quindi le cose starebbero diversamente da come le racconta il ministro del Lavoro a Sette, che, ricorda, "a vent’ anni ha fatto in tempo a essere eletto al consiglio comunale di La Spezia sotto le insegne del Partito comunista italiano". Orlando sostiene di amare "la musica melodica napoletana. Sergio Bruni, Mario Abbate, Roberto Murolo, scendendo fino alle rivisitazioni più contemporanee, ai cosiddetti neomelodici o le rancheras messicane" e tiene a sottolineare che "sono i suoni che mi arrivavano da bambino dagli altri appartamenti delle case popolari in cui sono cresciuto". Ecco, appunto, la casa popolare. Dice Orlando: "Non solo nato. Tuttora vivo a La Spezia in quelle che una volta si chiamavano le 'case Fanfani', dal nome del ministro del Lavoro che portò alla realizzazione dell’edilizia popolare". E aggiunge: "Sì, certo, avrei avuto la possibilità di comprare un’altra casa. Ma non l’ho fatto".

Quindi spiega meglio: "Era la casa in cui mio nonno viveva e che poi ha riscattato. Sono rimasto lì, non per vezzo o per chissà cosa. Se sei nato in periferia, sai benissimo che la periferia non è un’esperienza esotica, come la raccontano alcuni. È una cosa normale, che va trattata come una cosa normale. E che è cambiata moltissimo in questi anni". E l'appartamento in centro a Roma? Perché il ministro non ne parla? Ha forse paura di non essere l'ultimo comunista? 

Franco Bechis per “il Tempo” il 21 luglio 2021. Davanti a Tommaso Labate che lo intervistava per Sette il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, ha voluto fare il piagnina, descrivendosi come l'ultimo dei comunisti, quasi proletario. “Non solo sono nato in una casa popolare. Tuttora vivo a La Spezia in quelle che una volta si chiamavano le “case Fanfani”, dal nome del ministro del Lavoro che portò alla realizzazione dell’edilizia popolare. Sì, certo, avrei avuto la possibilità di comprare un’altra casa. Ma non l’ho fatto. Era la casa in cui mio nonno viveva e che poi ha riscattato. Sono rimasto lì, non per vezzo o per chissà cosa. Se sei nato in periferia, sai benissimo che la periferia non è un’esperienza esotica, come la raccontano alcuni. È una cosa normale, che va trattata come una cosa normale. E che è cambiata moltissimo in questi anni”. Verrebbe voglia di assegnargli il reddito di cittadinanza, non avesse lo stipendio da ministro. Ma secondo il terribile Dagospia Orlando non la racconterebbe giusta: “Lui vive cinque giorni su sette in un bell'appartamento in pieno centro di Roma. A La Spezia ci va una volta al mese. E in Messico ha una casa dove svacanza...”. Sul Messico poco da dire, perché non può risultare alle banche dati italiane. Ma Orlando di sicuro non è un inquilino qualsiasi di una casa popolare. Perché al catasto italiano risulta proprietario di ben 5 fabbricati e un terreno. Quattro fabbricati sono a La Spezia, due appartamenti da 5,5 vani ciascuno, accatastati come “Abitazione di tipo economico”, e quindi non case popolari e due magazzini C/2 – uno di 33 mq e l'altro di 21, agli stessi indirizzi delle case. C'è anche una casa a Roma di proprietà di Orlando, questa sì classificata “di tipo popolare”, di 3,5 vani in una stradina però ora diventata chic dietro le Terme di Caracalla. Dunque una certa passione per il mattone il ministro Orlando deve averla. E ne ha fatto perfino una piccola attività imprenditoriale: con la sorella Silvia Orlando e un ristoratore spezzino, Duccio Mele a lei legato, ha messo su una società (di cui Andrea è principale azionista): la Das srl, che ha come oggetto sociale “affittacamere per brevi soggiorni, case ed appartamenti per vacanze, bed and breakfast, residence”. L'attività è iniziata con il nome di Shelley proprio in uno dei due immobili posseduti dal ministro a La Spezia, vicino alla stazione. Ed è un successo, viste le recensioni su Tripadvisor: “Il proprietario il Sig. Duccio è di una gentilezza e disponibilità davvero rara. Saprà indirizzarvi con onestà e preparazione alla scoperta di questa bellissima terra. Consigliatissimo”, scrive un cliente nel maggio 2021. E prima di lui un altro cliente: “Se Duccio ha una stanza libera non fatevela scappare. A due passi dalla stazione la struttura presenta camere moderne, pulite e ben attrezzate. Lasciatevi guidare da Duccio per il resto della vacanza”. E soprattutto, svacanzando lì a La Spezia si eviterà per sempre il reddito di cittadinanza al ministro Orlando, il comunista-immobiliarista...

Il "proletario" Orlando e la bufala sulla casa popolare. Federico Garau il 21 Luglio 2021 su Il Giornale. Il ministro possiede immobili a La Spezia ed un'abitazione a Roma, oltre ad un fabbricato in Messico per "svacanzare", ma in un'intervista racconta la storiella della casa popolare. È un Andrea Orlando che si cala nei panni di un morigerato proletario quello che viene intervistato da Tommaso Labate per Sette, il settimanale de Il Corriere, anche se in realtà si tratta di un'immagine iperbolicamente idealizzata. "Non solo sono nato in una casa popolare", esordisce il ministro del Lavoro. "Tuttora vivo a La Spezia in quelle che una volta si chiamavano le “case Fanfani”, dal nome del ministro del Lavoro che portò alla realizzazione dell’edilizia popolare". Le possibilità economiche per acquistare una nuova abitazione non gli mancavano, eppure, rivela Orlando, "non l'ho fatto. Era la casa in cui mio nonno viveva e che poi ha riscattato. Sono rimasto lì, non per vezzo o per chissà cosa. Se sei nato in periferia, sai benissimo che la periferia non è un’esperienza esotica, come la raccontano alcuni. È una cosa normale, che va trattata come una cosa normale. E che è cambiata moltissimo in questi anni". Le rivelazioni strappalacrime del titolare del dicastero del Lavoro cozzerebbero tuttavia con la realtà dei fatti, rivelata direttamente da Dagospia: "Lui vive cinque giorni su sette in un bell'appartamento in pieno centro di Roma. A La Spezia ci va una volta al mese. E in Messico ha una casa dove svacanza...". Quindi niente storie alla Libro Cuore? Il kompagno Orlando evidentemente non la conta giusta, secondo quanto riferito dal portale web di Roberto D'Agostino e rilanciato da Il Tempo. Lasciando stare i possedimenti messicani del ministro, sui quali è pressoché impossibile indagare, non risultando alcun elemento utile nelle banche dati italiane, ci si può concentrare invece su quella che pare essere una sua spiccata passione per l'edilizia sul territorio nazionale. Oltre a un terreno, infatti, Orlando risulta proprietario al catasto di cinque fabbricati. Quattro di essi sono a La Spezia: si tratta di due appartamenti che riantrano nella categoria "Abitazione di tipo economico" (non certo case popolari) da 5,5 vani cadauno più due magazzini C/2 (rispettivamente di 33 e 21 metri quadri) associati a ciascuna di suddette case. Il quinto immobile è un'abitazione a Roma di 3,5 vani che rientra stavolta nella categoria "popolare", ma che si affaccia su una strada nei pressi delle Terme di Caracalla divenuta di recente decisamente alla moda. Le professate umili origini ed il mantenimento di uno stile di vita morigerato paiono cozzare con gli interessi imprenditoriali del ministro, principale azionista della Das Srl (società che si occupa di "affittacamere per brevi soggiorni, case ed appartamenti per vacanze, bed and breakfast, residence"), messa in piedi con la sorella Silvia ed il di lei compagno Duccio Mele. L'attività del ministro, che affitta una delle due abitazioni di La Spezia, pare riscuotere un discreto successo anche sul web, con numerose recensioni positive su Tripadvisor. Il "proletario" Orlando pare dunque avere un futuro roseo anche fuori dal mondo della politica.

Federico Garau. Sardo, profondamente innamorato della mia terra. Mi sono laureato in Scienze dei Beni Culturali e da sempre ho una passione per l'archeologia. I miei altri grandi interessi sono la fotografia ed ogni genere di sport, in particolar modo il tennis (sono accanito tifoso di King Roger). Dal 2018 collaboro con IlGiornale.it, dove mi o

Pietro Senaldi contro Andrea Orlando: "Ecco perché è l'unico ministro da licenziare". Pietro Senaldi su Libero Quotidiano il 27 maggio 2021. Breve ritratto dell'Orlando dannoso, che ha reso furioso Draghi. L'ultima rodomontata del ministro del Lavoro è stata il fallito blitz sul decreto Sostegni. Il mezzo leader piddino, zitto zitto, ha prolungato di due mesi il blocco dei licenziamenti, fino al 28 agosto. Come sperasse che la cosa passasse sotto traccia, è materia da psichiatri; sta di fatto che, non appena si è saputa la notizia, il premier ha fatto carta straccia del provvedimento e dato ordine di riscrivere la legge. Orlando è andato così a posizionarsi dietro la lavagna, con il suo leader Letta, che il presidente del consiglio ha messo in castigo per aver detto di voler introdurre la tassa di successione. Povero Andrea, questo è il nome di battesimo del dannoso, ha gettato la manina oltre l'ostacolo. Si è fatto infinocchiare da Letta, che straparla ma si guarda bene dal fare, ed è passato all'azione, rimediando una sconfessione che, con governi e partiti di altra statura, sarebbe stata il preludio alle dimissioni. Orlando invece no, resterà. È vaccinato agli schiaffi della storia, basti pensare che si iscrisse diciottenne al Partito Comunista poche settimane prima del crollo del Muro di Berlino. Quale acume politico, quale lungimiranza, direbbero i critici. Invece no, quella cosa lì l'aveva fatta giusta. L'attuale ministro del Lavoro sarebbe stato un perfetto funzionario della Ddr, e lo aveva capito bene. Il guaio è che, subito dopo essersi trovato, Andrea si è perso, travolto dalla storia e dal crollo del mondo nel quale avrebbe nuotato come un pesce nell'acquario. Perché in mare aperto no; per quello, a dispetto del cognome epico, gli manca proprio il physique du rôle. Ce lo ricordiamo tutti, nel marzo scorso quando scoppiò la pandemia, tappato per mesi in casa, terrorizzato davanti a una telecamera con l'espressione di io speriamo che me la cavo, assolutamente non in controllo della situazione, sollevato solo dal fatto che del Paese si occupassero Conte e Speranza. IN POLITICA DA 35 ANNI -  Il nostro fa politica da 35 anni e la sua carriera è la prova della decadenza della casta in generale e dei dem in particolare. Non vincerebbe un congresso neppure se fosse l'unico candidato. Ha il carisma di un lemure e l'eloquio di una tomba. Non porta neppure bene, visto che la sola frase che di lui si ricorda è un appello alla sinistra a favore del governo giallorosso: «Non facciamo il Papeete di Natale». Neanche due mesi, e patatrac. Un'altra curiosità inspiegabile è che, in una nazione di giuristi e legulei di ogni risma e fede, l'Orlando, in questo caso dormiente, abbia ricoperto la carica di Guardasigilli, senza neppure lo straccio di una laurea, non dico in Giurisprudenza, ma neppure in Scienze Politiche o Lettere. Nemmeno i grillini, inventori dell'uno vale l'altro, sono arrivati a tanto. Il sospetto è che l'insipienza giuridica del vicepresidente dem, lo è stato e forse lo è ancora, è impossibile accorgersene, gli sia valsa come perla del curriculum: perché infatti il Pd avrebbe dovuto insediare in via Arenula uno che ci capisce qualcosa e rischia di disturbare gli amici giudici quando invece aveva bello, pronto e scalpitante l'Orlando inoperoso?

IMPALPABILE - L'ex presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati, Luca Palamara, nel libro Il sistema, di Alessandro Sallusti, dove denuncia tutte le malefatte delle toghe, tradisce un ricordo nostalgico del Guardasigilli. Era una presenza impalpabile, non un sodale ma certo un lasciapassare ineguagliabile, un non controllore dei giochi di potere che si consumavano sotto il suo mancato controllo ed esercizio. Non c'era neppure bisogno di invitarlo all'Hotel Champagne per quelle notti da bravi in cui toghe e politica decidevano i capi di tribunali e procure in base a interessi di parte. Tutti erano certi che il Guardasigilli avrebbe alzato il calice e brindato a qualsivoglia decisione. Sempre meglio però mantenerlo a braccia conserte, a non occuparsi di diritto, piuttosto che averlo oggi al ministero del Lavoro, dove l'indomito piddino si picca di capire della materia e si industria nell'arte della deindustrializzazione. E qui l'Orlando torna dannoso. Distante anni luce dalle teorie economiche del premier e incompatibile con qualsiasi programma di ripresa, il vicepresidente dem si comporta nel governo dei tecnici come un delegato sindacale della Cgil al tavolo della Fiat. Non capisce, disturba, sabota, mette in conto agli altri i propri pasti. Con quell'aria indolente e l'occhio che pare dormiente anche quando è spalancato, l'Andrea è una iattura per l'economia. Basta ricordare che ci ha portato in dote il codice degli appalti, quel groviglio di burocrazia che, per impedire che un topo entri nel barattolo della marmellata, lo sigilla con la fiamma ossidrica, incurante del fatto di affamare tutta la fattoria, contadini e buoi inclusi. E qualcosa di positivo? Ligure di porto, Orlando ha capacità non comune di stare a galla. Quando c'è la tempesta, si rintana in cuccetta aspettando che passi. Altrimenti naviga secondo corrente. Talvolta sbatte contro qualche scoglio, e scopre che sono i suoi piedi; ma per sua fortuna dalle sue parti c'è sempre qualcuno che la fa più grossa di lui, che rapido torna sottovento.

·        Andrea Romano.

Da ilfattoquotidiano.it – 8 settembre 2016. ANDREA ROMANO. Da intellettuale raffinato, quando alla radio gli chiesero se nella vita avesse mai tradito – lui che da amante di Bordiga è finito pretoriano di Renzi – ebbe l’eleganza di tirare fuori una storia di 35 anni prima: “Lei mi tradì con un altro, con uno stronzo, io avrei voluto picchiarlo, metterlo sotto con la macchina”. Fece anche il nome di lei e visto che voleva togliere ogni dubbio su chi fosse la presunta fedifraga passò anche all’identikit: “Ora è impegnata in politica, è presidente del consiglio comunale di Livorno“. Per la cronaca: lei ha sempre negato tutto, ha sempre detto che quella storia semplicemente finì. Dai, scherzava, si disse perché “Ma scherzavo” è sempre la giustificazione dei politici dopo aver detto qualche bestialità al Giorno da Pecora o alla Zanzara. Ma lui scherzava a tal punto che raccontò di aver rivisto la ex di quella storia archeologica un paio di giorni prima e che “c’era ancora qualcosa di sospeso: avrei voluto menarla“. In ogni caso, dopo quella storia, Andrea Romano, 49 anni, nuovo condirettore de l’Unità, partì per l’America Latina. Da quel momento Romano – figlio di un comandante di navi – ha girato molto, in Italia e nel mondo. Per esempio si è laureato a Pisa (che per un livornese è già l’estero), ma poi ha anche studiato russo a Mosca, da tempo la sua città è diventata Roma, anche se l’accento dell’origine non l’ha perso del tutto. Ha girato l’Italia e il mondo, ma soprattutto i partiti e i leader da seguire. “Essendo in continua metamorfosi – scrisse una volta Giancarlo Perna, su Libero – il solo modo di raccontarne la storia è rispettare l’ordine cronologico”. L’ordine cronologico delle sue convinzioni è il seguente: marxista in gioventù, esperto sovietologo di formazione e poi convinto blairiano, liberal diessino, dalemiano, filorutelliano, montezemoliano, montiano, infine per ora renziano. Romano – a titolo gratuito – affiancherà Sergio Staino, che sarà il nuovo direttore de l’Unità dal 15 settembre. “Il mio impegno – scrive l’editore Guido Stefanelli senza smentire l’entrata alla presidenza di Chicco Testa – adesso, dopo averlo salvato, è quello di rilanciare e far festeggiare a questo giornale l’anniversario dei suoi 100 anni”. E’ stata “una vera scommessa con i soci del Pd, con il rifiuto di accedere agli aiuti di Stato all’editoria di partito che garantiva la copertura dei deficit, come scelta seria e coerente con il rigore indicato da segretario Matteo Renzi“. Docente di Storia contemporanea a Tor Vergata, prima di fare il direttore del giornale fondato da Antonio Gramsci, Andrea Romano sui quotidiani (Stampa, Sole 24 Ore e Riformista) ha solo scritto interventi di commento. Nelle redazioni non ha passato la maggior parte del proprio tempo. Ha fatto altro. Al massimo ha lavorato a un certo punto come editor per la Einaudi (settore storia e attualità) e poi alla Marsilio. Si potrebbe dire che è stato renziano prima di Renzi. Scrisse, per esempio, Compagni di scuola – Ascesa e declino dei postcomunisti, che fece arrabbiare molti dei compagni dei Ds con i quali smise di rinnovare la tessera una quindicina d’anni fa, nel pieno del periodo dell’antiberlusconismo, quindi in controtendenza con il fiume del girotondo viola che si stava ingrossando proprio in quegli anni. La sinistra cambierà davvero e finalmente, scrisse in quel libro, solo quando la classe dei postcomunisti “sarà costretta a farsi da parte, dalla forza della politica piuttosto che dalla propria generosità d’animo”. Raccontano che ai tempi del liceo classico fosse in area Fgci, ma lui ha detto di non aver mai preso la tessera. A Pisa si laureò con tesi sull’Armata Rossa e a Mosca studiò lo stalinismo degli anni Trenta, ma una volta ha risposto che a lui piaceva Amadeo Bordiga. Tornò in Italia dalla Russia per fare l’archivista all’istituto Gramsci. Crebbe sotto l’ala di Giuseppe Vacca – filosofo marxista ora presidente della Fondazione Gramsci -, con il quale condivide alcune amicizie strette come il linguista Giancarlo Schirru. Un altro suo amico è Gianfranco Scarfò, il pm che indagò sul caso Boffo (Feltri e la falsa velina, quella storia lì). Visto che è stato eletto con Scelta Civica e in televisione c’è finito soprattutto nell’ultimo anno (perché come tutti i convertiti è un renziano più energico dei renziani), in apparenza sembra un homo novus. E invece no. E’ stato iscritto al Pds alla metà degli anni Novanta, ha lavorato nel gabinetto del ministro della Difesa Massimo Brutti (governi dell’Ulivo), ma soprattutto fu tra i collaboratori dell’allora sottosegretario agli Esteri Umberto Ranieri, destra diessina, spesso vicino alle posizioni di Giorgio Napolitano. Poi fondò con Massimo D’Alema e Giuliano Amato la fondazione Italianieuropei, che ancora esiste. “D’Alema negli anni Novanta mi piaceva perché diceva di voler fare la rivoluzione liberale – disse tempo fa in un’intervista all’Espresso – All’epoca, Cuperlo era uno dei suoi più stretti collaboratori. Dunque oggi a lui, che è un caro amico, direi: ma Gianni, dovresti essere contento”. “Il D’Alema blairiano e liberale mi piaceva molto. Ma è durato poco” ribadì in un’altra intervista a Vittorio Zincone, su Sette. A un certo punto fu tutta una delusione. Sulla politica estera, poco fedele alle alleanze atlantiche (c’è chi giurerebbe il contrario) e sulla politica del lavoro “ha preferito tornare indietro sulla via identitaria: i contratti sventolati fuori dalle fabbriche e via dicendo”. E’ ossessivo, confessa, tanto da tenersi segnata la data del suo primo incontro con Luca Cordero di Montezemolo che – dopo molti anni – lo ha scagliato di nuovo dentro i Palazzi romani. L’allora presidente della Ferrari aveva letto dei suoi interventi su Gordon Brown e ne rimase folgorato. Così Romano passò a dirigere Italia Futura, una specie di Italianieuropei dell’Italia dei carini, come la chiamerebbe Crozza. L’embrione di quel partito messo insieme in tre mesi per provare a incatenare Mario Monti a Palazzo Chigi e in tre anni si è frantumato fino alle risse tra il viceministro Zanetti contro un’altra dozzina di parlamentari conosciuti solo ai propri familiari. Ma Romano si è risparmiato i lividi, è riuscito a tirarsi via da quegli accapigliamenti un po’ prima. Un anno dopo l’insediamento da deputato, dopo aver fatto anche il capogruppo di Scelta Civica, se ne andò: “E’ cambiato il contesto storico, l’era, la fase, tutto. Gli elettori sono già andati via, io mi limito a seguirli”. Così Romano è diventato uno dei portabandiera del nuovo corso renziano, bastonatore delle malefatte di Nogarin nella sua Livorno (dove, chissà, tra un po’ potrebbe riportare il Pd in Comune) e soprattutto invitatissimo nei talk-show anche perché – volente o no, da storico ex marxista – provoca spesso grandi scazzi che fanno bene allo share. Da ora a dicembre avrà la responsabilità di convincere gli elettori del Pd a votare sì al referendum costituzionale. Non lo sorprenderà trovare dall’altra parte del campo di battaglia proprio D’Alema, la sua ex stella polare. “Persino nel momento più cupo della sua carriera politica – scrisse una volta Romano – D’Alema rimane il capofamiglia. Ancorché in disgrazia”.

·        Arturo Parisi.

«Ho perso, ma non mi sono perduto»: Arturo Parisi, l’inventore della politica. Marco Damilano su L'Espresso il 15 settembre 2021. L’Ulivo, il bipolarismo, la partecipazione dal basso. A ottant’anni il professore ripercorre le battaglie e le sconfitte. E rivendica tutto. Meglio perdere che perdersi. Il centrosinistra italiano ha preferito non ascoltarlo, e si è perduto, senza evitare di perdere. Il professor Arturo Parisi compie 80 anni il 13 settembre, ha studiato la politica per decenni, l’organizzazione dei partiti, le leggi elettorali, poi, come racconta, ci è cascato dentro. All’inizio degli anni Novanta, quando il sistema politico arrivò a dilaniarsi tra «l’istinto di conservazione e un’oscura volontà di auto-distruzione», come scrisse il suo amico Edmondo Berselli, il professore aiutò Mario Segni a raccogliere le firme per i primi referendum sulla legge elettorale maggioritaria. Poi le sue invenzioni: l’Ulivo di Romano Prodi, le primarie. Le uniche vittorie del centrosinistra, nel 1996 e nel 2006. E i due governi di Prodi, nati dal il voto degli elettori e caduti in Parlamento, non è più successo. Il ministero della Difesa, da cui, parlando con Gigi Riva sull’Espresso, avvertì che in Afghanistan non si poteva vincere. Al testardo professore sardo è capitato spesso di perdere. Ma non si è mai perso. 

Che cosa ha significato studiare la politica e poi vederla dall’interno?

«Più o meno quello che capita a uno che da uno scoglio osserva il mare agitato, e a causa di un cavallone imprevisto finisce tutto d’un tratto in acqua, bello e vestito. Ricordo che Beniamino Andreatta ai tempi del Mulino negli anni delle infinite chiacchierate notturne - era più o meno mezzo secolo fa - muovendo dalla sua prima esperienza diretta della azione politica, mi metteva in guardia. “A furia di frequentare i malati per studiare la malattia si finisce per prenderla”. E infatti la presi. E dire che l’attrazione del mare in tempesta e allo stesso tempo la paura di finirci dentro avevano accompagnato la mia formazione in quel fin troppo celebrato “distretto produttivo” della politica della mia Sassari, che in un quadrato di trecento metri quadri mi aveva consentito di osservare da vicino esponenti di tutti i tipi e di tutti i colori. È così che, facendosi largo tra la osservazione non partecipante e la partecipazione non osservante, si impara a cercare la strada. A cercare e a cercarsi. O, almeno, a non perderla e a non perdersi. Imparando che senza partecipare non si riesce a vedere, e che, se non si riesce a difendere la capacità di vedere, partecipare è rischioso». 

La politica è una scienza con le sue regole?

«Scienza è un parolone. Soprattutto in un campo dove gli umani sono al contempo soggetti della azione e oggetti della conoscenza. Ma di certo, se non proprio regole, ci sono delle ricorrenze delle quali sarebbe utile tener conto». 

Quindi dipende dalle persone. La politica è soprattutto antropologia, psicologia.

«Una delle lezioni che mi è toccato approfondire di più è che la politica è per eccellenza il regno del “chi”, non del “che cosa”. È a partire dalle convenienze dei “chi” che le cose si impongono o sono dimenticate. È a partire dal “chi” che le “cose” sono dette giuste o sbagliate. Poco male se il “chi” è espressione o corrisponde ad aggregati sociali. Siano essi figli di conflitti di classe, religiosi, culturali, territoriali o riconducibili alla demografia. Ma purtroppo siamo finiti in un passaggio nel quale è politica solo quello che fanno i politici, e i politici sono sempre di più quelli che della politica hanno fatto o si sono trovati a fare la loro professione. Quelli che di politica vivono e che di politica intendono continuare a vivere. A tempo indeterminato. Non riesco ad accettare che nel lessico dominante quando diciamo politica intendiamo quello che fanno, hanno fatto o non fatto i politici. E quindi che tutto quello che gli altri “animali politici” fanno non sia in alcun modo degno di nota, mentre la politica è ridotta ad una eterna schermaglia priva di progetti ulteriori, è prodotta dalla banale necessità di durare. Una schermaglia che o è spettacolo o è noia. Quanti con Rino Formica ritengono che questa politica sia sangue e merda, non possono che concludere “viva la merda”. Anche a me il sangue non piace, ma, me lo faccia dire, sento il dovere di chiamare merda la merda». 

La sua più grande vittoria sono considerate le primarie. Ma le hanno anche attribuito la sconfitta sui numeri in Parlamento, quando nel 1998 il governo Prodi cadde per un solo voto.

«Dice bene: considerate. È la guerra che conta. Lasci stare le singole battaglie. Sia con le primarie, che con Prodi ho ingaggiato, ma al momento tutt’altro che vinto. Sia la caduta del governo dell’Ulivo che fu persa da noi ma soprattutto dagli altri. I conti si fanno dopo e sono quelli che sono. Sono i disegni che si fanno prima. Fu soprattutto il totale del disegno a non tornare. Nonostante la caduta fosse stata prevista in un altro tempo e in un altro modo, e a dispetto dei suoi tentativi di salvare il governo in un momento imprevisto, il povero D’Alema si trovò a difendersi dall’accusa di avere intessuto una trama banale e non invece di aver alimentato una profonda contraddizione politica. La verità è che l’incidente era stata la nascita dell’Ulivo, e non come lui provò a dare ad intendere la sua caduta». 

Qual è stata la sconfitta, allora?

«Nel 1998 non potevamo che accettare la sfida di Bertinotti, accadesse quel che doveva accadere. Esattamente come poi per la sfiducia del 2008. Come accade ai governi nati dal voto degli elettori: in Parlamento e avanti agli occhi dei cittadini. Prodi lo ha spiegato più volte. Ma invano. È comprensibile che i capi partito legati alla democrazia che affida i governi alle trattative tra i partiti, si rifiutino di comprendere la logica che guida la democrazia fondata sulla scelta dei cittadini. E che i professionisti del calcio considerassero un errore da dilettanti giocare con le mani come capita a quel gioco sconosciuto che è il basket!». 

Lei è considerato l’inventore dell’Ulivo. Cosa resta di quell’esperienza? Il Pd di Letta ne rivendica la radice.

«Prima bisognerebbe mettersi d’accordo su cosa sia stato l’Ulivo. Se fosse per il rametto disegnato da Andrea Rauch e per il nome ci metteremmo presto d’accordo, e ancor di più per la leadership di Prodi al quale l’impresa è intestata. Su cosa l’Ulivo sia stato nella realtà è invece una cosa diversa. Molto diversa. Nonostante l’elenco di titoli, ai quali lei ha dato un contributo importante, i più preferiscono onorare il suo mito tanto più quanto più hanno qualcosa da farsi perdonare nella realtà. Ecco perché ritornando al passato non riesco ad associarlo che al desiderio, e, alla domanda su cosa ne resti, non riesco a ritrovare altro che la nostalgia. Lo può capire solo chi ha fatto in tempo a sentire in quei giorni “alzarsi il canto della canzone popolare” di Ivano Fossati. Per gli altri rimarrà poco più che il nome di una coalizione di partiti che ha partecipato alle elezioni sotto la guida di Prodi riconoscendosi nel programma affidato al governo da lui successivamente formato. Se il suo ricordo non è ancor oggi comparabile con quello delle coalizioni successive non è tuttavia per il diverso successo che arrise all’Ulivo ma perché dietro il governo del 1996 stava un programma, dietro al programma un progetto di una Italia nuova, e dietro al progetto un soggetto che per un momento incarnò la domanda di novità e di unità che attraversò in quel momento il Paese. Nel campo di centrosinistra come mai né prima né dopo. Se nell’infinito 1995 da desiderio l’Ulivo divenne realtà, fu la caduta del 1998 che lo proiettò nel mito. Il perché è per il modo in cui avvenne. Se le primarie debbono ancora vincere, quella sconfitta è la più grande vittoria». 

Cosa vuol dire vincere? E cosa perdere?

«Ognuno vince o perde la sua guerra. Quella che la vita gli ha fatto incontrare lungo il cammino. Per uno che è finito in mare strappato dagli scogli dall’enorme cavallone prodotto dalla caduta del muro di Berlino e dalla sconfitta del comunismo reale, la battaglia non poteva essere che quella di recuperare la riva per costruire quella Italia nuova che la contrapposizione tra i blocchi aveva impedito. Il 9 giugno scorso chi ancora lo ricorda ha celebrato dentro di sé i trent’anni dal primo referendum delle riforme istituzionali. Quello che con Mario Segni chiedemmo a pochi mesi dalla caduta del Muro. E, dieci anni esatti sono passati da quando, preso dalla disperazione, con Andrea Morrone, raccolsi in pieno agosto con pochi patrioti, un milione e mezzo di firme - in prima fila di nuovo Segni e Di Pietro, col sostegno di Prodi, ma la contrarietà del Pd di Bersani - per il ripristino del Mattarellum. Proprio la legge che nel 1999 avevamo cercato di superare. Sì! La verità è che siamo ancora in alto mare. E tra quelli che pur esausti continuano a nuotare sono ormai troppi quelli che hanno perfino dimenticato quale fosse fosse l’Italia che una volta a riva volevamo costruire». 

Negli anni Novanta e Duemila la dialettica nel centro sinistra era tutta tra ulivisti e partitisti. Il trionfo del Movimento 5 stelle ha spazzato via questa polarizzazione, ma quanto è il prodotto di quella stagione?

«Quello del passato ventennio fu uno scontro tra lo ieri e il domani. Nella stagione presente il confronto è tra l’oggi e l’altrieri. Ad essersi perso per strada è proprio il futuro: il progetto non il programma. Un programma sono capaci tutti di metterlo in piedi. Ai tempi della prima Repubblica era diventato un genere letterario. Alla vigilia delle elezioni, e ogni undici mesi in occasione dell’insediamento del governo di turno era possibile leggerne di bellissimi. Come i propositi del lunedì. Mentre attendiamo i miracoli del copia e incolla per i programmi futuri, come in un Rosario laico possiamo limitarci a contemplare i misteri dolorosi della legislatura presente: il passaggio dalla gestazione del governo giallo-verde durata - addirittura! - intere settimane ai pochi giorni impiegati per il varo del governo giallo-rosso, quasi una illuminazione improvvisa. Mentre nella stessa impresa i tardoni germanici e perfino gli spagnoli impiegavano mesi. Per non tornare ancora una volta all’anno di gestazione delle 88 Tesi dell’Ulivo. Sì, lei ha ragione, l’irruzione nella politica del nazional-populismo di ogni colore al grido dell’ora-tocca-a-me non è piovuto dal cielo. È il figlio delle troppe promesse non mantenute della stagione passata. Della contraddizione tra la pratica della democrazia diretta della stagione referendaria e il ritorno alla mediazione dei capi partito, tra l’appello alla partecipazione attraverso e oltre i partiti e la chiusura del ceto politico nei parlamenti dei nominati, tra il moralismo giustizialista e la concreta realtà della amministrazione della giustizia. Tra la denuncia contro “La Casta” di Rizzo e Stella e la descrizione del “Sistema” di Palamara e Sallusti. Solo una democrazia dei cittadini fondata sulla scelta maggioritaria tra progetti di lunga durata e sul collegio uninominale può liberarci dalla politica dei capi partito fatta di posizionamenti e riposizionamenti continui. Non ho cambiato opinione. E tuttavia questo non mi impedisce di vedere che siamo tornati in una stagione diversa che ci costringe a “ricominciare da tre”». 

Siamo vicini alla scelta per il Quirinale. Chi vuole che Draghi continui con una conferma di Mattarella desidera che la formula dell’unità nazionale vada avanti “almeno” fino al 2023, come ha detto Letta. Ma che significato di sistema avrebbe invece il passaggio di Draghi da Palazzo Chigi al Quirinale?

«A leggere i commenti vedo rafforzarsi l’idea che l’elezione del nuovo inquilino del Colle, farà del Quirinale il centro del sistema, più che mai in passato, fino all’instaurazione nei fatti di un semipresidenzialismo. Chiunque sia l’eletto. A maggior ragione se è riconosciuto e autorevole in Europa e nel mondo più ancora che in Italia. Questo per il combinato disposto da una parte della accresciuta e crescente necessità dei nostri partner esterni di un referente che rappresenti stabilmente il Paese. Un tempo si diceva di un numero di telefono al quale chiamare per le cose che contano. Dall’altra parte a causa della estrema debolezza e instabilità della nostra infrastruttura partitica finita nelle mani di leader costretti ogni giorno a interrogare lo specchio dei sondaggi come la povera - altro che perfida - matrigna di Biancaneve. Questo per dire della mia condivisione di un orientamento che cresce. Di mio so una cosa sola. La sera stessa che sarà eletto il nuovo inquilino del Colle inizierà la campagna per l’elezione del nuovo Parlamento. Altro che unità nazionale “almeno” fino al 2023. Con i capipartito tanto più nervosi quanto più gli eventi intervenuti nei mesi per noi ora imminenti, monteranno a qualcuno la testa o quella dei loro concorrenti e avversari. A cominciare dalle elezioni di ottobre e dalle vicende legate al governo della pandemia».

·        Dario Franceschini.

Giorgio Meletti per editorialedomani.it il 6 dicembre 2021. Un traditore leale. Un moralista spregiudicato. Un sincero bugiardo. Un perdente di successo. Un infallibile conquistatore di secondi posti. Insomma, un ossimoro in carne e ossa. Per chi segue la politica italiana con l'occhio dell'entomologo o dell'antropologo, cioè per quasi tutti ormai, costretti a questo esercizio accademico dalla deriva di una comunità di professionisti improvvisati incapaci di affrontare le questioni vere con conflitti veri, e ridotti a seguire, eventualmente tifando, il quotidiano talent show delle ambizioni personali, Dario Franceschini è uno dei soggetti più misteriosi e quindi intriganti. Nella prima repubblica fu zaccagniniano, moroteo, demitiano e martinazzoliano, nella seconda mattarelliano, prodiano, veltroniano, bersaniano, renziano e zingarettiano. Adesso, in vista della corsa al Quirinale, è per la prima volta, a 63 anni, schiettamente franceschiniano. E non si capisce se è il segno di una raggiunta maturità politica o solo la mesta conseguenza del declino. Tra tutti i cripto-candidati al Quirinale appare però l'unico in grado di mettere al servizio di esigue possibilità di successo una strategia lineare: si propone come l'unico vero anti-Draghi per il popolo dei peones che il mese prossimo, quando i grandi elettori si riuniranno a Montecitorio per scegliere il successore di Sergio Mattarella, saranno presi dalla fregola di impallinare nel segreto dell'urna il presidente del Consiglio, troppo marchese del Grillo per i gusti di una plebe che il privilegio se lo suda ogni giorno. I silenziosi calcoli dell'eterno ministro della Cultura, in carica dal febbraio 2014 con la sola breve parentesi del governo gialloverde (giugno 2018-settembre 2019), traducono in prassi immobile ciò che il nostro eroe ha imparato in 40 anni di pazienti avanzate e sconfitte brucianti. Si copre a destra flirtando con Giorgia Meloni e nominando alla direzione dell'Archivio centrale dello stato Andrea De Pasquale, l'uomo che poco tempo prima, da direttore della Biblioteca nazionale, aveva accolto la donazione dell'archivio del neofascista Pino Rauti con gioia solenne, come se fosse un padre della patria. Il ministro dei Beni culturali incassa in silenzio la blanda censura di Mario Draghi, che toglie a De Pasquale la competenza sui documenti desecretati sulle stragi neofasciste, e conferma la nomina fatta mentre annuncia trionfale, guardando a sinistra, di aver tolto ai sovranisti di Steve Bannon la storica certosa di Trisulti che pure gli aveva consegnato lui quattro anni prima, guardando a destra. Si guarda intorno e calcola. A settembre 2019, mentre si propone come principale sponsor politico del nuovo governo giallorosso di Giuseppe Conte, nomina segretario generale Salvatore Nastasi, di fatto consegnandogli un ministero che lo annoia, avendolo individuato come prezioso anello di collegamento con il mondo renziano e con quello berlusconiano, via Gianni Letta. È amico di tutti ma gli unici dissapori che non smentisce mai sono quelli con Draghi che non si sa bene che cosa gli abbia fatto, e anzi cerca ogni tanto di porgere al suo ministro ramoscelli d'ulivo, ma lui non raccoglie: sappiano i peones che hanno in uggia Supermario che, se alla roulette di gennaio riescono a impallinarlo, il loro uomo è Dario da Ferrara. Franceschini ricama i suoi arabeschi psico-politici intrecciando i 45 anni di esperienza politica con le tecniche della democristianità e innegabili doti personali. Le prime le ha apprese fin da piccolo dal padre Giorgio, avvocato di Ferrara di cui il figlio seguirà anche le orme professionali, partigiano democristiano e poi deputato scelbiano (cioè la destra più a destra della Dc). Ma Ferrara era una storica roccaforte rossa. Negli anni Settanta dello strapotere democristiano sull’Italia, esordire in politica da adolescente democristiano nelle battaglie studentesche al liceo scientifico Antonio Roiti è stato il primo ossimoro del giovane Dario, democristiano in minoranza e all'opposizione. Questa particolare scuola di sopravvivenza affina le sue doti: velocità nel vedere prima degli altri il cambiamento dei venti, tempismo micidiale nello scegliere l'attimo giusto per il cambio di rotta e spregiudicatezza estrema, moralmente giustificata dalla necessità di difendere i valori cristiani in terra nemica, “in partibus infidelium”. L'omaggio più solenne a queste abilità lo pronunciò un giorno Matteo Renzi, proveniente dalla stessa corrente dc: «Dove c’è Franceschini c’è maggioranza». Eppure mai è stato leader fino in fondo, e quando ci ha provato è stato sempre sconfitto, per una ragione profonda che solo lui conosce, forse. In questo il ragazzo del '58 attratto alla Dc non tanto dal vagamente reazionario esempio paterno quanto dal fascino inedito di Benigno Zaccagnini, “l’onesto Zac”, il segretario per bene che fece sognare ai giovani democristiani del post '68 una militanza eticamente ed esteticamente legittimata come quella dei giovani comunisti un po’ di simpatia la fa. Qualche spontanea intemperanza interferisce con il cinismo delle sue trame. Nel baratro della politica italiana, oggi impegnata a discutere con serietà apparente l’ipotesi di avere come presidente della Repubblica l'evasore fiscale profeta del Bunga bunga, è quindi doveroso chiedersi se sia una prospettiva orribile o confortante quella di avere un giorno al Quirinale l'autore del romanzo Daccapo (Bompiani 2011). E sì, perché a partire dal 2008, anno del terzo e ultimo trionfo elettorale di Silvio Berlusconi, la vita di Franceschini ha corso su due binari paralleli. Sul primo, politico, è il vice di Walter Veltroni alla segreteria del neonato Pd; nel 2009 il fondatore si dimette e lui viene eletto come segretario di transizione grazie ai voti di Pier Luigi Bersani ottenuti, nonostante la larvata ostilità di Romano Prodi e Massimo D’Alema, in cambio della promessa di non candidarsi alle imminenti primarie; poi invece si candida proprio contro Bersani che non la prende bene; poi si fa promettere da Bersani, che è persona paziente, il posto di capogruppo alla Camera in caso di sconfitta; poi smentisce il Corriere della sera che rivela il patto («Una menzogna e per me un insulto, vecchie tecniche da palazzi romani», sibila a schiena dritta); poi, appena Bersani viene eletto segretario incassa la nomina a capogruppo; poi conduce per due anni la ferma opposizione al governo Berlusconi che sta conducendo l’Italia verso il baratro da cui viene asseritamente salvata dal presidente Giorgio Napolitano che chiama Mario Monti come salvatore della patria (novembre 2011). Mentre avviene tutto questo, Franceschini segue il binario parallelo della sua mente vergando i capitoli di Daccapo, che merita un posto nella storia della narrativa per la trama. Dunque, c'è un vecchio notaio di Mantova che sul letto di morte confida al figlio, notaio anche lui, che nel corso della sua vita morigerata ha ingravidato ben 52 (cinquantadue) prostitute che hanno sfornato altrettanti bambini e bambine dei quali il prolifico giureconsulto fornisce al collega figlio accurato catalogo. Fatta la sconvolgente rivelazione, il notaio padre perde definitivamente conoscenza, come l'impiegato della Zecca nella scena iniziale di La banda degli onesti, film di culto per la generazione di Franceschini interpretato in modo immortale da Totò e Peppino De Filippo. Il notaio figlio si mette alla ricerca del piccolo esercito di fratelli non germani. Nel frattempo il notaio padre muore e il notaio figlio trova due testamenti, uno che lascia tutto al figlio legittimo, un altro che ordina di dividere il patrimonio in parti uguali tra tutti i 53 figli. Il notaio figlio, formato all’insegnamento dell’onesto Zac, strappa il testamento che lascia tutto a lui e si predispone a dividere fraternamente con i fratelli figli di madri (ig)note. In questa trama fantasiosa si rintraccia in filigrana il tema autobiografico dell'eredità negata. Nel 1984 Ciriaco De Mita (capo della Dc dal 1982 al 1989) aveva designato il giovane consigliere comunale di Ferrara come capo del movimento giovanile, ma all’immediata vigilia del tumultuoso congresso di Maiori (nella penisola sorrentina) cambiò idea e benedisse Renzo Lusetti di Reggio Emilia, coetaneo del trombando di Ferrara. Tre anni dopo, a 28 anni, Lusetti era già deputato. Franceschini è rimasto a fare il consigliere comunale per altri 17 anni, durante i quali, da buon democristiano, è però riuscito a portarsi a casa una nomina nel collegio sindacale dell'Eni, un buon sostegno al reddito e alle relazioni. Nel 1994, approfittando del rimescolamento di carte dopo Mani pulite, porta il Ppi (Partito popolare italiano, effimero successore della Dc) nella maggioranza del comune di Ferrara e diventa assessore alla Cultura del mitico ed eterno sindaco comunista Roberto Soffritti. Un anno dopo si candida contro Soffritti che però non si spaventa: è sindaco da 12 anni e vince a mani basse, Franceschini prende il 19 per cento e non va neppure al ballottaggio. Non fa di lui un profeta in patria neppure l’essere diventato, all'inizio di quell'anno, uno dei due giovani vicesegretari del Ppi messi al fianco dell'anziano leader Franco Marini: l'altro è Enrico Letta. Il capitolo Letta è uno dei più complessi del romanzo Franceschini. Il ragazzo di Ferrara si dichiara figlio di Zaccagnini, il cuore antico di una Dc tutta politica (onesta) e sacrestia; il ragazzo di Pisa è figlio di Nino Andreatta, il cuore moderno di una Dc tutta politica e tecnocrazia. Zaccagnini, un medico prestato alla politica, restituisce a ragazzi stanchi della degenerazione clientelare dei capicorrente il piacere dell’onestà e la nostalgia di una passata età dell'oro; Andreatta, un economista eretico e anticonformista, pensa globale e insegna a coniugare la politica italiana con le dinamiche del capitalismo mondiale. Zaccagnini ha più figli del notaio di Mantova, Andreatta ne ha solo due, Romano Prodi e Enrico Letta. Per cui non si può non notare nella biografia politica e umana di Franceschini un dettaglio gravido di conseguenze: nel 1993 il 35enne avvocato di Ferrara fa il consigliere comunale di opposizione (doloroso contrappasso per un democristiano) mentre il 27enne studioso di Pisa è non solo braccio destro del capo del Movimento giovanile Dc Simone Guerrini (oggi capo della segretaria politica di Mattarella) e capo dei giovani Dc europei, ma soprattutto capo della segreteria del ministro degli Esteri, appunto Andreatta. Franceschini e Letta corrono affiancati per tre anni con Marini, fino a che, nel 1998, cade il governo Prodi e Andreatta piazza nel governo D'Alema proprio il suo braccio destro. Letta diventa il più giovane ministro della storia. Franceschini cerca di mettersi in pari con le armi che ha. Chiede e ottiene da Marini la promessa che il successore alla segreteria del Ppi sarà lui. Ma anche stavolta qualcosa va storto. Sei mesi dopo, in vista delle elezioni Europee del 1999, si profila la candidatura di Pierluigi Castagnetti come capolista nel collegio Nord-Est (Emilia-Romagna, Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia). Castagnetti è stato segretario della Dc dell'Emilia Romagna quando Franceschini esordiva in politica ed è un riferimento della sinistra Dc, la stessa correntona del ragazzo di Ferrara. A un certo punto il placido Castagnetti si imbizzarrisce e accusa Franceschini di tramare contro di lui: starebbe lavorando per candidare al suo posto il boss ferrarese Nino Cristofori, storico braccio destro di Giulio Andreotti anche a Palazzo Chigi. Castagnetti minaccia di ritirare la sua candidatura e Marini si fa in quattro per ricucire. Franceschini deve giurare a un Castagnetti inopinatamente incazzato che lui mai e poi mai avrebbe solo pensato una simile trama. Passano pochi mesi, Castagnetti si candida alla segreteria del Ppi e l’uscente Marini decide di appoggiarlo, chiedendo a Franceschini di farsi da parte. Il giovanotto si impunta e decide di andare avanti lo stesso, fedele a un pilastro della sapienza dc (che un giorno Renzi, proprio lui, gli rinfaccerà): anche quando non hai alcuna possibilità di successo, una candidatura ti posiziona. Va alla sfida contro Castagnetti, perde sonoramente, con il 16 per cento dei voti dei delegati contro il 70 per cento del vincitore, e va subito all'incasso: sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle riforme istituzionali. Si occuperà della famigerata riforma del titolo V della Costituzione, il federalismo disfunzionale in salsa di centrosinistra, disastro che naturalmente non rivendicherà mai, come Trisulti a Steve Bannon. Nel frattempo però l'arcirivale Letta ottiene la promozione a ministro dell'Industria e il nostro continua a soffrire. Nel 2001 entra finalmente in Parlamento e dopo la rielezione del 2006 diventa capogruppo alla Camera dell'Ulivo, la formazione che precede la fusione di Ds e Margherita e la nascita del Pd. Nel 2007 Veltroni lo sceglie come vicesegretario del nuovo partito, rendendo esplicitamente omaggio al tempismo con cui era stato tra i primi a salire sul carro del futuro vincitore, ma anche predisponendolo alla madre di tutte le sconfitte, quella contro Bersani nel 2009. Il giovane di Ferrara aiuta volenterosamente Veltroni a scavare la fossa al governo Prodi. In nome della "vocazione maggioritaria" del neonato partito i due cercano le elezioni anticipate per provare su strada il prototipo. Escono di strada alla prima curva e dalla disfatta elettorale del 2008 la sinistra italiana non si è ancora ripresa. Rosy Bindi li fulmina a caldo: «Veltroni e Franceschini hanno distrutto il centrosinistra». Renzi, più sintetico, ribattezza Franceschini “vicedisastro”. La partita contro Bersani nasce dunque storta. Franceschini gli aveva promesso di non sfidarlo alle primarie. Ma la parte più rancorosa di un partito dominato dai rancori lo convince a correre come se non fosse il segretario ma lo sfidante del potere costituito. Denuncia l’esilità del suo pensiero politico lasciandosi imbambolare da rottamatori nuovi (il sindaco di Firenze Renzi) o improbabili (l'ex segretario dei Ds Piero Fassino) che lo usano come testa d'ariete per la loro spedizione punitiva contro la "ditta" bersaniana (e dalemiana). Lui lascia che vecchi arnesi post comunisti usino la sua campagna congressuale per i loro regolamenti di conti. Così si manifesta definitivamente inadeguato ai ruoli da numero uno, come dimostra la gaffe con cui accusa Berlusconi di aver evitato il servizio militare. Gli parte la fesseria che un vero leader deve evitare, la balla autoelogiativa: «Io ho conosciuto dall’interno le Forze armate perché ho fatto il servizio militare, soldato semplice nell’artiglieria contraerea». Pensa di dimostrare così che la sinistra è più vicina della destra alle forze armate. Passano solo tre giorni e sul berlusconiano Giornale l'affilato cronista Gianni Pennacchi dimostra che “l'artigliere Franceschini”, da figlio di papà super privilegiato in quanto consigliere comunale, aveva ottenuto il cosiddetto “avvicinamento” e fatto il militare al centralino del Distretto militare di Ferrara, respingendo telefonate (non bombardieri nemici) a pochi metri dalla casa paterna dove andava a dormire tutte le sere, risolvendosi il suo servizio alla patria in otto ore di turno in ufficio. Ma è proprio dopo la disfatta contro Bersani che nasce il Franceschini 2.0, quello che non punta più a essere un numero uno (e del resto mai un numero uno della politica è riuscito a centrare l'obiettivo del Quirinale). Da capo del gruppo parlamentare alla Camera comincia a tessere la sua fitta tela di relazioni a 360 gradi che non dimentica nessun angolo d’Italia, nessun assessore, nessun piccolo sindaco. Nasce la sua corrente AreaDem, un gruppone a geometria variabile che oggi dispone di uno strano sito internet dove non c’è scritto che è una corrente del Pd né chi ne è capo e chi ne fa parte, forse perché le sue sorti sono in declino, con i parlamentari fedelissimi ridotti a una quindicina su un migliaio totale. Franceschini capisce di poter contare negli equilibri interni del partito con la sua pattuglia di parlamentari. anche senza ambire al vertice. Mette in campo il fiuto meteorologico e porta sempre al sicuro suoi, come il navigatore John Franklin che salvava le navi e gli equipaggi perché vedeva le secche prima degli altri. Nel 2012, quando Renzi sfida Bersani per la candidatura a premier, Franceschini è netto: «Con tutto il rispetto per Renzi, non so cosa accadrebbe se dovesse toccare a lui di subentrare a Monti». Nell’estate seguente, quando si avvicinano le primarie per la scelta del nuovo segretario Pd, è ancora abrasivo: «Matteo più che sognare un governo che faccia contenti gli italiani sogna più concretamente un governo guidato da lui». Ma poche settimane dopo, in seguito a una visita privata al sindaco di Firenze per “parlare d'arte”, si schiera con lui contro Gianni Cuperlo: «Mi sfugge dove sia il tradimento». In quel momento è ministro per i Rapporti con il parlamento del governo Letta. Renzi diventa segretario del Pd a dicembre 2013 e prepara il colpo di mano con cui in due mesi farà le scarpe a Letta (#enricostaisereno). Franceschini si unisce alla schiera, ampia, degli accoltellatori e diventa ministro dei Beni culturali. Forse era quella “l’arte” di cui parlava con Renzi sei mesi prima. Ma prima c’è la drammatica resa dei conti con l’amico-rivale di sempre. Letta, secondo il Corriere della sera, lo accusa: «Dario, io ti ho creduto quando giuravi che quelle riunioni con i dirigenti renziani e con i leader del partito le facevi per il mio governo. E invece no, scopro che trattavi per il governo Renzi». Letta, andreattianamente, smentisce la frase nella sua letteralità ma non il litigio. Che c'è stato, durissimo. Franceschini, zaccagninianamente, nega tutto e accusa i giornalisti di «gettare fango sulle persone e sui rapporti personali». La partita è ancora aperta e accompagnerà la corrida quirinalizia.

·        Debora Serracchiani.

Debora Serracchiani, ecco che tipo di femminista è: tutta la verità sulla piddina che vuole il potere ma non sa usarlo. Alessandro Giuli su Libero Quotidiano il 20 aprile 2021. Spiace contraddire le contorsioni femministe di Enrico Letta, ma rispetto a Debora Serracchiani il suo predecessore Graziano Delrio sembra Winston Churchill sotto adrenalina. E invece il nuovo segretario ha preferito piazzare lei alla presidenza dei deputati democratici, illudendosi di lavare così l'onta maschilista di Nicola Zingaretti che aveva dovuto ricollocare i tre capicorrente nella delegazione di governo del Pd. Spiace, dicevamo, anche perché la Serracchiani non è certo l'ultima arrivata: la conosciamo dal 2009, quando si è imposta all'attenzione del Partito democratico contestandone la classe dirigente che aveva appena rottamato Walter Veltroni, per diventare eurodeputata di lì a poco, quindi presidente della Regione Friuli-Venezia Giulia; poi si è stabilmente piazzata nel ruolo di responsabile nazionale dei Trasporti e infrastrutture del Pd, transitando per le segreterie di Guglielmo Epifani e Matteo Renzi fino a diventare vicesegretario con il bullo di Rignano (2014) e vicepresidente di Paolo Gentiloni (2019).

Luogocomunismo. Da una donna con un tale cursus honorum ci si dovrebbe attendere competenza e presenza scenica di prim' ordine. E invece, fin dall'esordio dopo l'incoronazione da parte dei colleghi di Montecitorio a fine marzo, eccola subito spiaggiata sulle rive del luogocomunismo lettiano: dalla battaglia lunatica per lo ius soli alla «questione femminile» come passepartout indifferenziato, attivato però a corrente alternata: «La leadership al femminile deve essere un'occasione per il partito di cambiare le logiche che lo tengono intrappolato», ha scritto subito dopo l'elezione a capogruppo, senza però spiegarci perché qualche settimana prima aveva rinunciato a sfidare lo stesso Letta per la segreteria del Pd come le aveva chiesto la corrente rosa delle Donne democratiche in cerca di riscatto femminista. La verità è che Serracchiani, essendo donna di potere e quindi di apparato, ha preferito sottostare a un accordo tutto al maschile fra gli ex renziani di Base riformista e la nuova segreteria lettiana, ricevendone in premio la guida del gruppo parlamentare come contropartita di un testacoda inatteso dalle colleghe («noi donne dem dobbiamo prendere sul serio la sfida per la leadership, che dobbiamo mettere sul tappeto senza alcuna timidezza», aveva illuso tutte in un colloquio con il Riformista). Ma stiamo parlando di cose minute e un po' labirintiche. Dalla sempre compunta e inappuntabile Serracchiani - già compilatrice di un memorabile dress code da educand* per sindac* friulan* quando governava la Regione - nessuno ha finora ricevuto segnali di particolare vitalità politica che non fossero la quieta, ordinata e avvocatesca parafrasi d'un credo partitico del segretario di turno. Mai una parola fuori posto, un cenno d'insofferenza, un tratto distintivo e un contributo rimarchevole al dibattito pubblico. Acqua cheta, appunto, capace di scorrere indisturbata tra la vocazione maggioritaria e grancoalizionista di Renzi, la svolta ribaltonista giallorossa di Zingaretti e, adesso, le larghe intese con la Lega dell'arcinemico Matteo Salvini ereditate da Letta jr.

Acqua cheta. Non è colpa sua, e tuttavia ella rappresenta una maledizione per ogni ritrattista che voglia indagarne l'imperscrutabile ragion d'essere: si finisce in un precipizio di stordimento letargico a rimpiangere la corposa mitezza di Delrio, che non è un fulmine di guerra ma per lo meno alle sue spalle lascia avvertire la presenza di un mondo e di una storia tridimensionali. Ad ogni modo, dopo aver letto i suoi ultimi, piatti e sacrosanti tweet indignati per i noti oltraggi subiti in Turchia da Ursula von der Leyen o per i maltrattamenti di genere riservati da cattivi genitori a una figlia lesbica, restiamo in fiduciosa attesa che Serracchiani ci smentisca in maniera squillante, s' intesti una battaglia originale, una fronda improvvisa o anche solo un emendamento che non sia telecomandato dal Nazareno. In alternativa va bene anche un selfie spettinato e rockettaro, purché sia vita.

·        Emanuele Macaluso.

Dagospia il 29 aprile 2021. Estratto del libro di "L'ultimo compagno" di Concetto Vecchio.

«Quando, nel pomeriggio del 9 luglio 1943, gli alleati bombardarono Caltanissetta, io mi trovavo nel letto di Lina.» «Lina» annoto sul taccuino. «Era la madre dei miei figli»

precisa Macaluso. E mi scopro a fantasticare su due amanti avvinghiati in un amplesso, mentre dal cielo piovono bombe sulla Sicilia.

«L’avevo conosciuta nel 1941, dopo che ero stato dimesso dal sanatorio. Antonio Lo Bue, un coetaneo che abitava nel mio stesso palazzo, col proposito di farmi svagare, mi aveva invitato a un pomeriggio danzante a casa di questa donna, Michela Di Maria, detta Lina. Non c’erano balere a Caltanissetta. Si ballava negli appartamenti, godimenti rari nel nostro ambiente sociale poco incline ai divertimenti.  Iniziammo a conversare. Aveva vent’anni.»

«E tu diciotto» gli dico. «No» mi corregge, col solito puntiglio. «Ne avevo ancora diciassette. Era molto bella» aggiunge, come distraendosi. «Aveva marito e due figli, Enza e Franco. Si era sposata a quattordici anni con un uomo più anziano di lei di diciotto anni, una guardia municipale.»

«Quattordici anni?» lo interrompo stupito. «Quattordici anni» sillaba. «Sua madre era rimasta vedova giovane e Lina si era maritata che era ancora quasi bambina. Apparteneva a un ceto più elevato del mio, i suoi commerciavano in mandorle. Ballare con lei mi turbo moltissimo. Sentii nascermi dentro un sentimento violento. Ci tornai una seconda volta e cominciai a corteggiarla con discrezione, intuii subito che ero pudicamente corrisposto. E cosi ci innamorammo» dice Emanuele.

Mi piace come lo dice: «Ci innamorammo». Un vecchio leone del Novecento, rotto a tutte le esperienze della politica, ambizioso e duro, che esprime in due parole un sentimento semplice e umanissimo. Si alza senza preavviso e scompare in camera sua. Ciabatta al di là della porta, come il pensionato della canzone di Guccini «lo sento da oltre il muro che ogni suono fa passare». Torna tenendo in mano una scatola e vi estrae delle vecchie foto in bianco e nero. Lina ed Emanuele negli anni Sessanta durante una vacanza. Lina da sola, il corpo snello fasciato in un vestito a fiori, lo sguardo acuto e vivo. Loro due con i ragazzi, nell’Italia tutta di corsa del boom economico. Macaluso ha quarant’anni e sbandiera l’aria sorniona di una maturità soddisfatta. Lo osservo mentre rovista in quel giacimento di ricordi. Cosa gli sommuove quel cercare? Cosa vuol dirmi nel farmi conoscere Lina? Il suo respiro pesante riempie la stanza e c’è già, in quel cercare, la risposta a tutte le mie curiosità. Poi, tenendo in mano quelle istantanee, riprende il filo della narrazione. «Cominciammo a vederci, seguendo una trama complicata di incontri clandestini. Una mattina che suo marito era in servizio mi invito a casa sua. Avevo scoperto il sesso tempo prima, bussando alle porte di una prostituta che esercitava in “un basso”, pretendeva una lira per quel po’ di amore. Era una donna di quasi quarant’anni, ne bella, ne particolarmente desiderabile. Mi fece lavare e ci accoppiammo. Fu tutto così veloce e confuso, che ne provai un senso agro. Non ci tornai più. In citta erano attive tre o quattro case chiuse, una per ogni ambiente sociale. Forse perchè sentivo che quelle donne erano soggette a uno sfruttamento contro il quale mi battevo, o forse perchè semplicemente mi ripugnava pagarle, mi imposi di non frequentarle più, seppur sentissi montarmi dentro l’urgenza del sesso. Lina mi aveva preso la testa. Entravo e uscivo da casa sua sgattaiolando, attento a non farmi scoprire dai vicini. Erano incontri rari, resi impervi dai sotterfugi ai quali dovevamo sottostare. Certe mattine d’estate facevamo delle passeggiate in campagna, per parlare in pace e stare insieme.»

«Non vi scoprirono?» chiedo, lasciando trasparire la mia incredulità. «No» risponde deciso. E per una volta non so se credergli. «Caltanissetta e piccola» ribatto. «Non ci scoprirono» assicura.

Maurizio Caprara per il "Corriere della Sera" il 29 aprile 2021. Sono stati numerosi i comunisti arrestati in Italia negli anni Quaranta. Trascorsi meno di venti giorni dalla Liberazione di Roma, il partigiano gappista Rosario Bentivegna fu portato in carcere per aver ucciso un ufficiale della Guardia di Finanza in uno scontro a fuoco. Nella seconda metà del decennio, arrivarono ad acquistare un rilievo statistico le catture di militanti ai quali venivano addebitati adunata sediziosa o resistenza a pubblico ufficiale, blocco stradale, reati legati a manifestazioni non autorizzate. Emanuele Macaluso, che comunista lo era diventato dopo aver avuto più tempo per leggere libri a causa di una tubercolosi a 16 anni di età, organizzava in Sicilia proteste di disoccupati. Per questo motivo fu denunciato agli Alleati da notabili che lo descrissero come nemico degli angloamericani. Ma in prigione il giovane Emanuele, nato a Caltanissetta nel 1924, finì per altro: adulterio. Quando la dittatura fascista era al potere, Macaluso si era innamorato, ricambiato, di una donna sposata. Lei, Lina, in precedenza aveva preso marito a meno di quattordici anni e aveva avuto a quindici la prima figlia. «Caduto il fascismo, e avendo un lavoro, pensai che potesse finire anche la clandestinità del mio rapporto amoroso», ha raccontato Emanuele nel libro 50 anni nel Pci , Rubbettino editore. «Dovevo affrontare le ire dei miei genitori, ed erano notevoli, ma non sapevo che questo era il meno», ha aggiunto. Per poi osservare: «Si trattava, ecco il punto, di una unione illegale, scandalosa, intollerabile per lo Stato, per la mia famiglia, per il mio partito e soprattutto per i miei nemici politici». Furono questi ultimi, «i gestori delle miniere, le "autorità" alle quali con la mia attività sindacale cominciavo a rompere i coglioni», secondo Macaluso, a premere sul marito di Lina, guardia comunale, affinché denunciasse la relazione. I due amanti furono rinchiusi nel carcere Malaspina. Il ragazzo rimase in cella settimane, poi ricevette sia una condanna a sei mesi e quindici giorni dalla magistratura sia una sorta di processo nel Partito comunista. Sebbene concluso da un'assoluzione, il secondo non fu leggero. Macaluso fu ritenuto inadatto per un incarico di responsabile del Fronte della Gioventù che si era profilato. È anche per quello che la sua militanza in difesa degli sfruttati rimase allora nell'ambito del sindacato, la Cgil, rinviando a più tardi le cariche nel Pci. Risoluto nel difendere la linea del partito, ma originale nel coltivare convinzioni proprie. Rispettoso delle tradizioni. Almeno dagli anni Ottanta, tuttavia, di rado «in linea» rispetto ai segretari di Botteghe Oscure, dai quali lo distanziava l'idea, condivisa con Giorgio Napolitano, che per cambiare e governare l'Italia occorressero politiche del tutto riformiste e una collocazione occidentale. Aveva una personalità difficile da incasellare nelle principali categorie dell'antropologia comunista, Macaluso. Colto, allo stesso tempo privo di vezzi diffusi tra gli intellettuali. Duro, perfino aspro, nella polemica all'interno e all'esterno del Pci, però non privo di tatto inatteso. Quando abitava vicino alla sede del «Manifesto» in piazza del Grillo, a Roma, non rinunciò mai all'amicizia con dirigenti del gruppo, pur essendo tra quanti li avevano radiati dal partito. Prima che terminasse la sua esistenza terrena, Macaluso aveva fornito due delle chiavi più utili per analizzare uno dei fenomeni politici importanti nell'Italia del Novecento. Una si trova in alcune sue frasi pronunciate nel 2017 ai funerali di Valentino Parlato: «Penso che chi vuole capire meglio che cosa è stato il comunismo italiano - ripeto: italiano - lo può fare solo attraverso la biografia delle persone. Le persone che hanno popolato questo grande alveo che è stato il comunismo italiano. E sono biografie molto, ma molto diverse». Macaluso indicò come esempi le storie personali di Antonio Gramsci, del sindacalista di popolo Giuseppe Di Vittorio, del suo successore Bruno Trentin, figlio di un intellettuale del Partito d'Azione, di un'operaia come Teresa Noce e dell'universitaria cattolica Nilde Iotti. Anche se non lo specificò, la seconda chiave interpretativa si attagliava perfettamente alla propria, di persona: «Perché è avvenuto? La ribellione è stata la molla del comunismo italiano. Il fatto di non accettare l'esistente, di pensare che l'esistente poteva essere cambiato e che per cambiarlo bisognava organizzarsi, che per organizzarsi si doveva stare insieme e che per ribellarsi non bastava la ribellione dove vivevano, ma che bisognava ricollegarsi non solo nazionalmente. Nel mondo». Se non fosse stato uno dei dirigenti che presero le distanze con chiarezza, seppure tardivamente, dall'Unione Sovietica, potrebbero apparire affermazioni monche. Non lo sono. A parlare era uno che i sovietici, durante e dopo la segreteria di Enrico Berlinguer, tenevano d'occhio, come avveniva a Napolitano e a Carlo Galluzzi. «Macaluso aveva avuto una relazione duratura con una signora. Egli la incontrava in una villa e ha veleggiato con lei nel Mediterraneo», riferiva a ufficiali del Kgb con stile guardonesco uno dei rapporti Impedian trasmessi ai servizi segreti britannici dall'archivista sovietico Vasilij Mitrokhin. Un frammento quasi da rotocalco in mezzo a bassezze denigratorie. Verso un dirigente politico razionale, e molto, ma un ribelle per il quale sentimenti e ideali erano tutt' altro che accessori.

·        Enrico Letta.

Enrico Letta, soldi, misteri e amici francesi: quei documenti "spariti" sul sito della Camera. Libero Quotidiano il 16 dicembre 2021. La bordata di Franco Bechis su Enrico Letta: nel mirino del Tempo ci finisce la dichiarazione dei redditi del segretario Pd, con non pochi misteri. "Hanno sparso quintalate di moralismo - scrive il quotidiano romano riferendosi agli esponenti della sinistra -. Ma quando si tratta di loro stessi, lo zelo viene sempre riposto". Motivo dell'affondo? Da un paio di mesi Letta è diventato deputato, eletto nel collegio uninominale di Siera al posto di Piercarlo Padoan, eppure sul sito della Camera ancora non compare la sua documentazione patrimoniale. Certo, Letta ha tempo per farlo fino a gennaio, ma da chi di tutto fa una "questione morale" ci si sarebbe attesi un po' più di solerzia. Il Tempo ha indagato nel database del Cerved in cui risulta che il segretario dei demi non abbia beni patrimoniali in Italia. Nella sezione del profilo da deputato di Letta, alla voce "dichiarazioni di incarichi e professioni", però, il leader segnala, oltre ovviamente alla sua posizione di segretario di partito, quella di presidente dell'Istituto Jacques Delors, celebre think tank con sede a Parigi. Qualche mese fa il quotidiano Domani, diretto da Stefano Feltri, aveva però ricordato la fitta rete di incarichi e poltrone occupate da Letta negli ultimi anni: co-presidente di Tojoy Western Europe (definito "un acceleratore di start up per le imprese cinesi e per le imprese che vogliono entrare nel mercato cinese"), tra i fondatori della società parigina Equanim (la "prima piattaforma di mediazione internazionale"). Andando più indietro nel tempo, nel 2016, Letta fu nominato nell'advisory board di Amundi, "società specializzata nell'asset management, controllata dal gruppo Credit Agricole". L'incarico, l'ultimo di un solidissimo sodalizio con il mondo finanziario, economico e politico francese, che Letta ha lasciato lo scorso marzo "per incompatibilità con il ritorno alla politica italiana". Anche solo rileggendo queste righe, non stupisce che Giorgia Meloni abbia ironizzato sul legame tra Letta e la Francia, parlando di un Pd asservito agli interessi dei transalpini e di un segretario demi "Casalino di Macron".

Enrico Letta, i beni del segretario Pd sono un mistero. Domenico Alcamo su Il Tempo il 16 dicembre 2021. Hanno sparso quintalate di moralismo, lorsignori. Ripristinato peraltro in questa concitata fase di corsa al Quirinale dove, seppur in forma più soft, sono tornati a sventolare il vessillo dell'anticoberlusconismo. Ma quando si tratta di loro stessi, lo zelo viene sempre riposto. Da un paio di mesi, il segretario del Pd Enrico Letta è stato eletto alla Camera, nel collegio uninominale di Siena dove è entrato al posto di Piercarlo Padoan, nel frattempo dimesso. Ebbene, sul sito della Camera non compare ancora la documentazione patrimoniale. Va detto, a onor del vero, che ha tempo fino a gennaio. Dunque non c'è alcun ritardo nei tempi formali, ma forse prendendo a criterio i «tempi morali» che da quella parte hanno sempre imposto agli altri, forse un po' oltre lo siamo. Sulla pagina del sito della Camera dedicata alla situazione patrimoniale del singolo deputato, ancora non è stato caricato il documento che lo riguarda.

Tuttavia, attraverso una ricerca al database del Cerved che Il Tempo ha avuto modo di eseguire, il segretario Pd non risulta avere beni patrimoniali in Italia. Poi c'è un'altra sezione del suo profilo sul sito di Montecitorio, ossia quella dedicata alle «dichiarazioni di incarichi e professioni».

In questo caso, il documento è stato consegnato, e presenta due voci. La prima è quella, ovviamente, di segretario nazionale del Partito democratico. La seconda è Presidente dell'Istituto Jacques Delors. Cioè un think tank che ha sede a Parigi e il quale ha come fulcro culturale «l'Europa Unita». Al di là dello scarno, attuale, novero di incarichi, un'inchiesta del Domani, qualche mese fa, aveva ricostruito un novero piuttosto cospicuo degli incarichi e ruoli di vario tipo ricoperti dall'attuale segretario Pd negli ultimi anni, nella fase di stop con la politica italiana. Ad esempio co presidente di «Tojoy Western Europe». Di che si tratta? «Un Acceleratore di start up per le imprese cinesi e per le imprese che vogliono entrare nel mercato cinese».

Una società che si avvale della collaborazione di un buon numero di ex Capi di stato e di governo occidentali. Ad esempio, Werner Faymann, ex cancelliere austriaco. Sempre lo stesso articolo, segnalava Letta tra i fondatori di Equanim, società parigina, che nel proprio sito si definisce «prima piattaforma di mediazione internazionale». Che ha portato a termine un dossier importante.

«Uno degli accordi più importanti per l'economia continentale degli anni a venire: i due giranti transalpini di acqua, rifiuti ed energia, Veolia e Suez, hanno trovato l'intesa per fondersi dando vita ad una società da 37 miliardi di fatturato (...). Suez si era opposta per via giudiziaria al tentativo di acquisizione di acquisizione di Veolia dando vita ad una battaglia durata tre stagioni» dunque «a permettere la pace è stata Equanim». O ancora: «Era il 2016 - spiegava Domani - quando Letta fu nominato nell'advisory board di Amundi, società specializzata nell'asset management, controllata dal gruppo Credit Agricole». Un incarico che il segretario Pd «ha lasciato a marzo di quest' anno per incompatibilità con il ritorno alla politica italiana».

Giovanna Faggionato per "Domani" il 13 luglio 2021. Ai numeri 76-78 dell’avenue degli Champs Elysée, a Parigi, ha sede l’ultima avventura di Enrico Letta, anzi penultima, visto il suo ritorno improvviso in patria a fine marzo per riprendere le redini del Partito democratico. Molti sanno che l’ex primo ministro italiano nella capitale francese è stato il direttore dell’istituto per gli affari internazionali della prestigiosa università di Sciences Po e presidente del Jacques Delors Centre, l’istituto intitolato a uno dei padri fondatori dell’Unione europea, probabilmente il più nobile ex presidente della commmissione Ue. Pochi invece hanno seguito con costanza i suoi rapporti con il mondo del business che con l’allontanamento dalla politica si sono moltiplicati. Il suo nome è stato citato in aprile dal quotidiano Le Monde, quando è stato siglato uno degli accordi più importanti per l’economia continentale degli anni a venire: i due giganti transalpini di acqua, rifiuti ed energia, Veolia e Suez, hanno trovato l’intesa per fondersi dando vita a una società da 37 miliardi di fatturato, pari al giro di affari di un colosso dell’automotive come Stellantis. Suez si era opposta per via giudiziaria al tentativo di acquisizione di Veolia dando vita a una battaglia durata tre stagioni. La stampa italiana ha raccontato i tentativi di mediazione del ministro dell’economia francese Bruno Le Maire, ma non ha raccontato che a permettere la pace è stata la la mediazione della società parigina, Equanim, di cui Letta è presentato come fondatore. Equanim si definisce la «prima piattaforma di mediazione internazionale» e il suo modello di business, sulla carta, è piuttosto semplice: arruolare personalità di altissimo livello del mondo degli affari e della politica internazionale che possano avere un ruolo di mediatori in conflitti complessi come quello Veolia Suez. Sul suo sito appare un cameo di Letta, affiancato a una sua dichiarazione: «Nel contesto di contenziosi internazionali ad alta intensità, Equanim permette alle parti di coinvolgere individui della vita pubblica e economica internazionale come co-mediatori e operatori di mediazione per fornire una soluzione completa alle dispute più complesse». I giornalisti francesi che abbiamo contattato si sono attenuti a quanto dichiara la società, noi abbiamo chiesto chiarimenti sia a Equanim che a Letta. Secondo i documenti del registro delle imprese francese, le azioni della società sono detenute solo da tre dei fondatori: l’ex ministro dell’interno francese, Matthias Fekl, collaboratore del candidato alle presidenziali Benoit Hamon che sfidò Macron, dall’ex vicesindaco della capitale francese Patrick Klugman, partner dello studio legale Gka e associati, e dall’avvocato Ivan Terel esperto di diritto internazionale dello stesso studio. Ma al loro fianco sono elencati altri tre fondatori d’eccezione, Letta appunto, che è anche presidente onorario del consiglio strategico internazionale della società, Maurice Levy, celebre manager e milionario francese, già presidente e direttore generale del gigante pubblicitario Publicis e Gérard Mestrallet, altro grande capitano d’azienda d’oltralpe, già presidente di Suez e direttore generale di Engie, che attualmente guida anche l’agenzia francese per lo sviluppo della città saudita Alula e siede nella commissione reale del regime saudita per Alula, a fianco a Matteo Renzi. È a Mestrallet che Equanim ha affidato la mediazione vincente su Suez, azienda che ha guidato per anni, e per cui gli è stata pagata una parcella da dieci milioni di euro. Mastrellet come Letta non è socio della società ma partecipa alla sua attività. Il consiglio strategico internazionale che Letta presiede poi annovera molte altre personalità notevoli: l’ex ministro dell’interno francese, Bernard Cazeneuve, l’ex premier belga Yves Leterme, che nel 2016 ha abbandonato definitivamente la politica e ora tra i tanti incarichi è anche membro dell’organo di controllo finanziario dell’Uefa, Henrie De Castries che presiede l’institute Montaigne ed è il vicepresidente di Nestlé, l’ex primo ministro svedese Carl Bildt, oggi presidente dello European council of foreign relations, e poi Gerard Kromme, presidente di ThyssenGroup, Anne Marie Idrac, ex segretario di stato per i trasporti in Francia e consigliere di Total, AirFrance, Klm, e Thomas Glocer, ex amministratore delegato del gruppo Reuters e presidente del Council of foreign relations, amministratore indipendente di Morgan Stanley, solo per citarne alcuni. Equanim è stata fondata a febbraio 2021, appena un mese prima che Letta fosse richiamato di improvviso a guidare il partito democratico fuori dalle secche in cui era finito con la fine del governo Conte due e le successive dimissioni di Nicola Zingaretti. Allora l’attuale segretario del Pd doveva sentirsi ben lontano dalla politica partitica e pronto ad arricchire il bouquet di incarichi che ha accumulato negli anni vissuti distanti da Roma, ma che gli sono stati affidati anche per lo status della sua esperienza politica di alto livello in Italia. Era il 2016 quando Letta fu nominato nell’advisory board di Amundi, società specializzata nell’asset management, controllata dal gruppo Credit Agricole e nota in Italia soprattutto per aver acquisito Pioneer dalla Unicredit di Jean Pierre Mustier, con una trattativa avviata nel dicembre di quell’anno. Amundi non ha voluto rendere pubblica quale sia stata la retribuzione per quell’incarico, ma ci ha confermato che Letta lo ha lasciato a marzo di quest’anno per incompatibilità con il ritorno alla politica italiana. Nella galassia Crédit Agricole nel frattempo è entrata una lettiana doc come Alessia Mosca, anche lei docente a Sciences Po, nominata di recente presidente di Crédit Agricole Italia. In quel board Letta ha seduto per cinque anni a fianco di personalità provenienti dal mondo delle istituzioni come Jurgen Stark, l’ex capo economista e membro del direttivo della Banca centrale europea e grandi patron di impresa francesi come Levy, presidente e direttore generale del gruppo pubblicitario Publicis, che ritroviamo accanto a Letta anche nella ben più recente avventura di Equanim. Proprio a Publicis, l’ex premier italiano ha ottenuto un altro incarico di rilievo: nel maggio del 2019 è diventato membro del consiglio di sorveglianza del gruppo. Inoltre, sempre con Levy e Thomas Glocer, altro advisor di Equanim, sedeva nel comitato rischi e strategia. L’ultimo bilancio depositato da Publicis registra l’impegno e la remunerazione di Letta: per otto sedute, sempre presente, è stato pagato 100 mila euro. Per dare una idea del livello di clienti e di rischi che può affrontare il gigante della pubblicità francese, basti dire che una delle sue controllate ha curato per vent’anni e continua a curare l’immagine della monarchia saudita. Si tratta della società di pubbliche relazioni americana Qorvis ingaggiata dalla monarchia di Riad nel 2001 dopo l’attentato dell’undici settembre realizzato da dirottatori in maggioranza sauditi. Publicis ha acquisito la società nel 2014 e ha continuato il rapporto con il cliente anche in seguito alle rivelazioni sull’omicidio del giornalista Kashoggi, anzi ha moltiplicato i contratti. Nel febbraio 2018, Levy era uno dei sostenitori della narrazione riformista sul paese arabo. A fine ottobre dello stesso anno, quando per la prima volta la monarchia saudita ammise che l’omicidio di Kashoggi, il giornalista dissidente smembrato nel consolato saudita di Istanbul, era stato pianificato, gli venne chiesto se Publicis avrebbe smesso di curare l’immagine di Ryad come avevano già fatto altre grandi firme. «Per il momento stiamo esaminando tutti gli aspetti e monitorando la situazione con molta attenzione», si è limitato a dire l’allora presidente, «Come sapete, al momento c'è una situazione quantomeno confusa». I sauditi hanno ammesso la pianificazione dell’omicidio, ma argomentava Levy, «nessuno sa chi ha dato l'ordine per il momento. Possiamo immaginare, ma non abbiamo prove». Nel 2020, quando già Letta sedeva nel consiglio di sorveglianza e nel comitato rischi, secondo i portali specializzati del settore pubbliche relazioni Qorvis ha ottenuto un contratto annuale da 690mila dollari per gestire la pubbliche relazioni della commissione per i diritti umani del regno saudita, messa in piedi proprio per migliorare l’immagine del regno. Poco dopo l’ingresso in Publicis, Letta ottiene un nuovo incarico. L’8 agosto 2019, data fortunata per la simbologia cinese – l’8 è il numero che più si avvicina all’infinito - le agenzie battevano la seguente notizia: «Mentre la Cina celebra i quarant’anni della sua riforma e della sua politica di apertura e continua a guidare l’iniziativa globale della via della seta, la compagnia cinese Tojoy sta dimostrando un continuo impegno nel business globale accogliendo talenti internazionali di alto livello. Questo luglio l’ex primo ministro italiano Enrico Letta e l’ex cancelliere austriaco Werner Faymann hanno raggiunto ToJoy come co-presidenti di Tojoy Western Europe». Tojoy si definisce un acceleratore di start up per le imprese cinesi e per le imprese europee che vogliono entrare nel mercato cinese. Il nome del gruppo è Tojoy Sharing group, che richiama la sharing economy e la gioia della condivisione. Ultimamente i comunicati della società insistono molto sul sostegno alla Belt and road initiative di xi Jinping. I due co-presidenti Letta e Faymann hanno seguito l’esempio di un altro ex premier europeo, Leterme, che ritroviamo tra gli advisor di Equanim e che negli anni è stato aspramente criticato per la sua condotta abbastanza spregiudicata al confine tra politica, lobbying ed economia. Leterme è co-presidente della società cinese, assieme all’ex presidente serbo Boris Tadic e all’ex presidente della Costa Rica, Jose Maria Figueres. Un mese prima di diventare presidente di Tojoy per l’Europa occidentale, Letta aveva presenziato e tenuto un discorso alla cerimonia che la società aveva organizzato in occasione dell’apertura del suo primo ufficio in Europa, a Parigi. Con lui hanno celebrato il momento anche l’ex premier francese François Fillon, quello spagnolo Luis Zapatero, l’ex vicepremier olandese Brinkhorst e al portoghese Portas. Sul sito di Tojoy c’è una vetrina di foto con 36 ex capi di stato e di governo, che vanno dall’ex presidente francese François Hollande, all’ex vicepremier tedesco, Sigmar Gabriel, ma solo alcuni hanno ruoli che vanno oltre il partecipare al «network globale» della società e Letta è tra questi. Secondo alcuni i giornalisti che lavorano a Pechino ToJoy non è una azienda molto conosciuta, seppure sia un gruppo con una storia decennale. In ogni caso chi conosce bene il sistema cinese spiega che quella di offrire ruoli onorari a leader stranieri è una prassi piuttosto comune. ToJoy non ha risposto alle nostre richieste di chiarimento. In compenso sappiamo che l’estate scorsa ha aderito alla rete internazionale per le piccole e medie imprese (Insme) che lavora sotto l’ombrello dell’Ocse e ne ha incontrato i vertici italiani. Il presidente di Insme Italia, Sergio Arzeni, dice che ToJoy mette insieme circa 750mila tra imprese e investitori cinesi con una diffusione capillare che non si limita alle grandi città. Il punto di contatto tra la rete italiana e ToJoy è l’ex premier belga Leterme, che è stato vicesegretario dell’Ocse quando Arzeni era il direttore del centro per l’imprenditorialità dell’organizzazione internazionale: «Siamo legati da stima e amicizia», dice Arzeni organizzatore del primo incontro ministeriale Ocse che ha dato vita a Insme, tenuto in Italia quando era premier Amato e Letta era ministro dell’industria. «La scorsa estate abbiamo discusso di progetti di piccoli produttori italiani di qualità da portare in Cina, vino, cibo, artigianato, coinvolgendo Unioncamere e Simest perchè li segnalassero, ma poi con il lockdown non se ne è fatto più nulla». Anche se recentemente la società diffonde comunicati che vengono ripresi da diversi portali di informazione italiani, dall’AdnKronos a LaSicilia, l’unico affare concreto sembra l’accordo di distribuzione dei prodotti della società Nokonden, produttore di macchinari di disinfezione e analisi medica, in una joint venture con un produttore di disinfettanti e termoscanner, l’affare migliore in tempi di Covid 19. L’ex premier Leterme somma molti più incarichi di Letta, da Volkswagen all’Uefa, che portano a continue sovrapposizioni di ruoli. Affianca Letta in Equanim e nel club di Madrid, una organizzazione internazionale di politici che organizza eventi e attività su temi di interesse internazionale. E da quando ha un rapporto consolidato con ToJoy ha moltiplicato gli interventi pubblici a favore dei dirigenti di Pechino. Il 26 giugno scorso la sua faccia appariva sulla copertina del tabloid popolare Southern Metropolis Daily dell’area di Guangzhou city, per un’intervista in cui sottolineava «la serenità, la gentilezza e la saggezza «dimostrate dai leader del partito comunista cinese nei loro scambi. Il professore di relazioni internazionali Jonathan Holslag, docente della Vrije Universiteit Brussel, l’ateneo fiammingo di Bruxelles, ha più volte criticato sulla stampa belga e olandese l’incarico di Leterme nel veicolo di investimento cinese. Per il professore gli ex uomini di stato stranieri aiutano gli imprenditori cinesi ad avvicinarsi al partito comunista. La stampa cinese, scrive Holslag, descrive il patron di ToJoy, Lu Junqing, come un faccendiere: «La sua spalla sinistra è la politica, la spalla destra è il business». E ancora: «Fonti cinesi descrivono il suo modello di business come l’economia delle foto di gruppo». Il suo sarebbe niente di meno che un ruolo di mediatore tra politica e affari, in quella zona grigia che Letta ha con gli anni frequentato progressivamente di più. Oltre ad Amundi, l’incarico che l’attuale segretario del Partito democratico ha mantenuto più a lungo, è quello di amministratore della Liberty Zeta, società di diritto britannico con sede in Regent’s Street a Londra. La Liberty Zeta è una holding che ha come azionisti diversi fondi di private equity riconducibili al fondo Glendower Capital e al fondo Bluegemm e che gestisce sostanzialmente i proventi del business del marchio di moda Liberty che ha il suo store allo stesso indirizzo nel centro della capitale britannica. Letta ne è stato tra gli amministratori da maggio 2016 a marzo 2021. Né la società, né lui hanno risposto alle nostre domande, ma tra tutti questo appare l’incarico decisamente meno problematico.

Letta e quella rete di affari da superconsulente. Paolo Bracalini il 13 Luglio 2021 su Il Giornale. Letta scioglie la riserva: è in corsa per diventare deputato. Gli incarichi collezionati in questi anni, da Amundi a Publicis. Alla fine, seppur pisano, Enrico Letta si candida a Siena, alle suppletive. Pisani e senesi, disse, sono uniti da una cosa profondissima, si presume l'odio campanilistico per i fiorentini (ogni riferimento a Renzi è casuale). Il segretario Pd però, inizialmente si era mostrato scettico, quasi disinteressato al seggio parlamentare e al relativo emolumento. Appena eletto capo del partito era tutto un «non lo so», «non è la priorità», «non ho ancora preso in considerazione l'ipotesi», «mi hanno cercato i senesi del Pd», quasi fosse un sacrificio da scansare quello di occupare la poltrona alla Camera lasciata vacante dall'ex ministro Pier Carlo Padoan, dimessosi per andare in Unicredit come presidente. «La nostra logica, comunque, è che decidono i territori. Sono contro le imposizioni dall'alto, vediamo cosa decidono i territori» spiegava solo qualche settimana fa. I «territori» senesi del Pd sono quindi riusciti a convincere Letta, che in certe questioni (dal ddl Zan al dialogo con la Lega alleata di governo) è impermeabile ad ogni mediazione, su altre evidentemente è più malleabile. D'altronde c'era anche un problema pratico da affrontare, non subito, per non dare l'idea di essere tornato a Roma per riprendere la carriera politica, proprio lui che nel 2015 si era dimesso da deputato e dalla politica «fatta da gente che non fa altro, non ha un mestiere». Però, lasciata la scuola di Affari Internazionali a Parigi e gli incarichi incassati negli ultimi anni, Letta si è ritrovato segretario del Partito democratico ma senza stipendio. «Rinuncio a tutti gli incarichi retribuiti che ho perché credo nella moralità della politica. Ma anche per questo in questi giorni devo rivedere tutto...» spiegò in tv, facendo capire che il segretario Pd non vive di sola moralità, serve anche una retribuzione. Anche perchè Letta è abituato a standard economici di prim'ordine. Da professore parigino, ha messo a frutto tutta la sua esperienza istituzionale, come altri ex premier, per incassare consulenze prestigiose e ben remunerate. Anche qui il volto severo del leader di sinistra, erede di Berlinguer (di cui condivide il nome sentendone tutto il peso) lascia spazio al grande mediatore, profumatamente pagato proprio per trovare compromessi tra colossi. È il giornale di De Benedetti, Domani, diretto da Stefano Feltri, a svelare la fiorente attività extrapolitica ed extrauniversitaria di Letta. Il quale risulta fondatore della società di mediazione Equanim, che ha risolto la controversia tra Veolia e Suez fino alla fusione in una società da 37 miliardi di fatturato. «Enrico Letta per due anni è stato in Publicis, colosso pubblicitario francese criticato per i rapporti con i sauditi - scrive Domani -, è stato anche vicepresidente per l'Europa occidentale del veicolo di investimento cinese ToJoy». Nel 2016 poi è stato nominato nell'advisory board di Amundi, il più grande asset manager in Europa e tra i primi dieci a livello globale. Il compenso ricevuto da Letta non è stato reso pubblico da Amundi, mentre lo è quello ricevuto da Publicis, «per otto sedute, sempre presente, è stato pagato 100 mila euro». Una delle controllate di Publicis, l'americana Qorvis, cura l'immagine della monarchia saudita. L'ufficio stampa del Pd ha confermato che Letta si è dimesso da tutti gli incarichi, compreso quello in Equanim. Ora lo aspetta un più modesto seggio alla Camera, sempre che a Siena vinca il Pd, non più scontato come un tempo. Paolo Bracalini

Enrico Letta, ecco tutti gli affari in Cina del lobbista che guida il Pd: svelato il suo vero gioco. Pietro Senaldi su Libero Quotidiano il 13 luglio 2021. Lobbista stai sereno. Sul Domani di ieri è comparsa, a firma Giovanna Faggionato, un'inchiesta sugli affari internazionali di Enrico Letta che, se in Italia esistesse stampa libera, che è cosa diversa dalla libertà di stampa, sarebbe destinata a monopolizzare l'agenda di quotidiani e televisioni anche dopodomani, tra una settimana, dieci giorni e via fino ai prossimi due o tre mesi. Il quotidiano diretto da Stefano Feltri ed editato da Carlo De Benedetti ricostruisce la tela di relazioni e incarichi, è il caso di supporre lautamente retribuiti, che l'attuale leader del Pd ha ottenuto quando lavorava da emigrato di lusso in Francia e ha in parte mantenuto una volta rientrato a Roma per guidare la zattera democratica. Tutta roba legale si intende, almeno così pare, ma anche senza dubbio degna di rilievo giornalistico, almeno da parte di chi ha dedicato decine di ore di inchieste televisive e fiumi di inchiostro alla ricerca dei rubli di Salvini o dei rimborsi elettorali spesi dalla Lega in campagna elettorale. Invece qualcosa ci dice che le robuste attività di lobby di Letta non avranno neanche un decimo del rilievo mediatico ottenuto dalle velleità russe del compagno leghista Savoini. Eppure quanto squadernato dal Domani è parecchio interessante. Si scopre che l'attività accademica all'Istituto di Scienze Politiche della Sorbona per il capo del Pd era non certo una copertura, sicuramente più di un diversivo, ma soprattutto una chiave d'accesso per attività e relazioni affaristiche di prim' ordine. Tra le più interessanti, quella della fondazione di Equanim, che si autodefinisce "la prima piattaforma di mediazione internazionale", con lo scopo sociale di reclutare personalità politiche e affaristiche di primissimo livello al fine di svolgere un ruolo di mediatore per conflitti internazionali complessi. Si parla di società in grado di garantire compensi da 10 milioni di euro, tanti ne ha fatturati il manager francese Gerard Mestrellet, in rapporti strettissimi con la monarchia saudita, al punto da sedere in commissioni governative del regime, per aver favorito la fusione tra i giganti dell'energia Veolia e Suez. L'amico dell'Arabia Saudita Mestrellet è, con Letta, tra i soci di Equanim, e forse a questo, e non già a magnanimità di cuore, è dovuto il fatto che l'attuale leader del Pd non abbia contribuito al linciaggio mediatico di Matteo Renzi, quando la stampa lo ha massacrato per aver intervistato a pagamento il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. BOMBA ATOMICA - Ma l'esperienza transalpina ha consentito a Letta di mettere un piede anche dentro Credit Agricole, attraverso l'ingresso nel board di Amundi, società di consulenza controllata dalla banca. Sono incarichi ben remunerati e che portano altre relazioni, e inevitabilmente altri quattrini. Tant' è che, grazie ad Amundi, Letta ha ottenuto un lavoro dal gruppo pubblicitario Pubilcis, che gli ha versato centomila euro per otto sedute nel consiglio di sorveglianza del gruppo. Sono tutti ruoli da fare invidia ai poveri mortali, ma che si possono mollare nell'attimo esatto in cui si decide di tornare alla politica attiva, per non correre il rischio di essere accusati di conflitto d'interessi. O meglio, il rischio resta, ed è reale, e se Letta non fosse del Pd ma di Forza Italia o della Lega già si sarebbe concretizzato da tempo, però si tratterebbe di accuse da cui ci si può difendere, o comunque che si può tentare di dribblare. La bomba atomica, l'incarico che ti segna a vita anche se lo molli è quello che Letta ha ottenuto da Tojoy, società che aiuta le attività imprenditoriali cinesi che nascono e quelle europee che vogliono entrare nel mercato del Dragone. Poiché la Cina è un regime, avere relazioni economiche con società di questo tipo significa venire a patti con il demonio. Pechino infatti quando paga non si dimentica di chiedere qualcosa in cambio, ed è per questo che, guardando all'estero, è più interessata a pescare chi è in grado di influenzare le politiche degli Stati piuttosto che a selezionare manager. In quest' ottica, la dittatura ha assegnato a Letta e all'ex premier austriaco Faymann il ruolo di copresidenti per il mercato dell'Europa Occidentale.

COINCIDENZE - E qui c'è un'altra straordinaria coincidenza tra gli incarichi di Letta e il suo comportamento politico su casi specifici non coerente con la sua narrazione generale. Il segretario del Pd infatti, atlantista e tifoso di Biden fino all'estasi, ha sempre lasciato cadere gli attacchi del presidente Usa al regime cinese, quasi si trattassero di banalità e non dello scontro che condizionerà il Paese per i prossimi decenni, come un professore di Scienze Politiche dovrebbe sapere. Ma d'altronde, l'afflato verso Pechino dalle parti del Pd è regola di casa, come insegnano i padri nobili Prodi e D'Alema. E forse è anche per questo che l'attuale segretario è il solo della maggioranza di governo che non vorrebbe eleggere al Quirinale Draghi, atlantista e scettico nei confronti del regime. Tocca quindi fare i complimenti al Domani, che ha svelato il vero gioco di Letta, il quale in televisione parla di diritti umani, donne e gay ma nel privato non disdegna di mettere la propria abilità a disposizione di Xi Jinping. E forse anche grazie allo scoop dei colleghi riusciamo a spiegarci il perché Enrico si ostini pervicacemente a cercare l'intesa con i Cinquestelle, che con i Dem hanno in comune solo la sudditanza, non psicologica, nei confronti del regime di Pechino. 

Oggi è un altro giorno, l'ex prof sorprende Enrico Letta: "Tua madre si lamentava per i voti. E io...", ciò che non sapevamo sul leader Pd. Libero Quotidiano l'1 giugno 2021. Enrico Letta è stato ospite di Oggi è un altro giorno su Rai 1, dove Serena Bortone gli ha riservato una sorpresa molto particolare. A un certo punto, infatti, un’inviata è intervenuta in collegamento da Pisa e non era sola: con lei c’era la vecchia professoressa di scienze del segretario del Pd, il quale l’ha subito riconosciuta. “Era un bravo ragazzo - ha dichiarato l’insegnante in pensione - non è che si impegnasse molto… ma riusciva comunque ad avere 7”. Letta è apparso subito molto divertito e ha ammesso le sue défaillance scolastiche: “Non andavo benissimo in scienze. Capivo poco e studiavo poco, ma alcuni argomenti mi affascinavano”. Poi la professoressa ha svelato un piccolo aneddoto: “Tua mamma si lamentava per i voti, io le risposi che avrei voluto avere io un figlio così, che invece di andare in giro andava a fare politica”. Nel corso dell’intervista rilasciata a Serena Bortone, Letta ha parlato soprattutto della sua vita politica in rapporto ai figli e alla sua famiglia: “La riservatezza è una forma di rispetto nei confronti dei miei familiari, soprattutto di mia moglie e dei miei figli”. Dopo aver sottolineato che avere un ruolo pubblico porta “solo danno e nessun vantaggio”, il segretario del Pd ha dichiarato che “non mi sognerei mai di usare i figli o la famiglia per dare messaggi politici”. Infine ha svelato un retroscena: “Accompagnavo i figli a scuola anche quando ero premier, perché mi piaceva, e una volta che lo dissi a Emma Bonino, ministro nel mio governo, mi fece un cazziatone dicendomi che ero il tipico maschio italiano che, siccome fa una cosa, lo deve dire a tutti”.  

Massimo Gramellini per "7- Sette" - Corriere.it il 20 maggio 2021. Per mostrarci l’anima e il cacciavite, come da titolo del suo libro-manifesto, Enrico Letta ha scelto un luogo lontano dalla sede del Pd, notoriamente piena di spifferi: l’ufficio del suo mentore Nino Andreatta. «L’ho lasciato esattamente com’era: sono seduto sulla poltrona ortopedica che usava Andreatta per il suo mal di schiena. Ci ho aggiunto solo un quadretto di Pisa, la mia città. E queste».

Le campanelle? Non mi dica che fa la collezione.

«Me ne regalano di continuo, dal giorno in cui diedi quella di palazzo Chigi a Renzi».

Il passaggio di consegne più sincero del mondo: lei lo guardava in cagnesco.

«Tutti mi dissero che ero stato troppo rancoroso, ma stavo inaugurando una fase nuova della mia vita e volevo entrarci all’insegna della trasparenza».

Cioè senza fare finta che Renzi non le stesse sulle scatole.

«A distanza di sette anni sono sinceramente grato a Renzi per la brutalità di quel momento. Se mi avesse fatto fuori in modo soft, proponendo soluzioni compensative come succede in questi casi, non so se avrei trovato la forza per cambiare lavoro, città, nazione, vita. Invece ho lasciato la politica da un giorno all’altro, senza uno stipendio, per andare a cercare fortuna all’estero».

A Parigi, insegnante e poi direttore della Scuola di Affari Internazionali della prestigiosa università di Sciences Po.

«Forse anche all’Italia ogni tanto servirebbe una campanella per obbligarci a cambiare abitudini che facciamo fatica a lasciare».

«Enrico stai sereno» è ormai un modo di dire.

«Mai nella vita avrei immaginato che una frase rivolta a me sarebbe diventata un idioma della Treccani».

E di essere richiamato al capezzale del Pd lo avrebbe immaginato?

«È stato come per la nomina a premier: una sorpresa. Il lunedì facevo ancora esami all’università come se niente fosse. Poi i due telefoni sulla cattedra cominciano a illuminarsi. I miei collaboratori non li avevano mai visti accendersi con tanta frequenza. Nemmeno io».

Quanto ci ha messo a decidere?

«Quattro giorni. Quando ho prenotato l’aereo per Roma. Anzi no, quando sono arrivato sotto casa e ho trovato le telecamere ad aspettarmi... Lì ho ancora avuto la tentazione di dire al tassista di tornare indietro. Poi ho pagato la corsa e sono sceso».

Per voglia di rivalsa?

«No, di un’altra chance. In genere i nostri nonni ebbero una vita sola: stessa casa, stessa città, stesso lavoro. Noi ne abbiamo varie e questa per me è già la terza».

Di quante ne avrà bisogno per sopravvivere ai pugnali che si nascondono dietro ai sorrisi dei capicorrente pd? Nel libro scrive che nel corso della sua esistenza ha conosciuto tante maschere e pochi volti…

«Io mi fido, devo farlo. Senza fiducia non c’è politica. So perfettamente perché mi hanno chiamato: la Curia non si metteva d’accordo e aveva bisogno di un Papa straniero».

 Enrico Letta: «Sono grato a Renzi per la sua brutalità. Dalla tassa di successione una dote per i giovani».

Però di diventare Papa un po’ se l’aspettava: aveva il discorso di accettazione già pronto.

«È che avevo preso appunti per il libro già durante il lockdown. Poi, dopo l’elezione a segretario, l’adrenalina ha cominciato a farmi svegliare alle 4 e mezzo e mi sono messo a scrivere».

L’insonnia genera libri. Titolo: Anima e cacciavite.

«Significa coniugare la forza dei progetti con la necessità di sporcarsi d’olio le mani per realizzarli».

Nel libro elogia Jacques Delors, che cedette alla Thatcher su una questione a cui lei teneva particolarmente, pur di ottenere in cambio l’Erasmus. Lei su che cosa cederebbe a Salvini, e in cambio di che cosa?

«Per la dote ai diciottenni sarei disposto a venire a patti anche sulla legge elettorale. Il mio sogno è trattenere i ragazzi italiani in Italia, senza però farli restare in casa con mamma e papà fino a trent’anni. Il problema principale del nostro Paese è che non fa più figli. Ci vuole una dote per i giovani, finanziata con una parte dei proventi della tassa di successione, e un accesso ai mutui-abitazione anche per chi non ha genitori in grado di fornire garanzie».

Giovani e donne sono i suoi cavalli di battaglia. Perché la destra maschilista ha leader donne in tutta Europa, mentre la sinistra femminista è comandata ovunque da maschi?

«In Francia, in Italia e adesso anche a Madrid, la destra ha una donna al vertice, ma dietro soltanto uomini. Io invece nel Pd voglio creare le condizioni per una parità vera, che passa dalle aborrite quote rosa perché non c’è altro modo per mettere in condizione le donne di occupare posti che consentano loro di fare esperienza e acquisire capacità di guida».

Giorgia Meloni le piace?

«La rispetto. Sono alternativo a lei, ma ha indubbie capacità politiche».

Come farete a perpetuare lo schema dell’Uomo Nero che ha funzionato con Berlusconi e Salvini?

«Molto dipenderà anche dalla Meloni. Io non demonizzo nemmeno Salvini, però sento il dovere di rimarcare le differenze. Per lui la libertà, anche arbitraria, dell’individuo viene prima del bene collettivo, per me no. La destra dice: “Prima Io”. La sinistra: “Prima Noi”. Tornando alla parità, le voglio raccontare di quando andai a Lourdes».

Sembrerebbe il luogo ideale per un nuovo segretario del Pd…

«Già… (ride). Ci sono stato ben prima. Come presidente dell’istituto Jacques Delors, invitato dall’assemblea dei vescovi francesi. Ho passato due giorni con altri 120 uomini, per lo più anziani. Discorsi interessanti, per carità. Ma l’assenza di donne rendeva tutto così stridente. Lì ho capito che anche per la Chiesa è arrivato il momento di aprirsi e valorizzare le donne, fino a pensare al sacerdozio femminile».

Va bene che l’hanno appena fatto Papa, ma non si starà allargando?

«Era per dire. La politica è costruita con regole che avvantaggiano la prepotenza, attributo normalmente maschile. Però, almeno in questo, il lockdown ci è venuto in aiuto. Le assemblee in presenza erano il trionfo della sopraffazione: i leader parlavano all’ora di punta, mentre giovani e donne erano relegati a notte fonda. Invece nell’era Zoom tutti parlano per cinque minuti, senza discriminazioni di scaletta, e senza applausi retorici per sottolineare i passaggi dei capi. Nell’ultima assemblea “a distanza” del Pd ho ascoltato ben 57 interventi di coloro che di solito parlavano davanti alla platea deserta. Non sarebbe mai accaduto fino all’anno scorso».

Come ci siamo comportati durante la pandemia?

«Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno perso sui comportamenti, dove ha prevalso il loro individualismo, ma hanno vinto sui vaccini grazie alla capacità produttiva, dove invece a fallire è stata l’Europa».

Lei libererebbe i brevetti?

«Serve una moratoria per poter vaccinare anche i Paesi più poveri, altrimenti non se ne esce. Le aziende farmaceutiche hanno diritto a fare profitti, ma mi pare che quest’anno abbiano già guadagnato abbastanza».

La politica può davvero disciplinare l’avidità?

«Dobbiamo individuare un coefficiente che colleghi lo stipendio del capo-azienda a quello dei dipendenti. Oggi il divario è diventato assurdo e immorale».

Quando il mitico Valletta, capo della Fiat nel dopoguerra, innalzò il suo stipendio a dodici volte quello di un operaio, molti sindacalisti gridarono allo scandalo. Adesso che il rapporto è uno a duemila, uno a dodici sarebbe considerato quasi un esproprio proletario. Ma si può stabilire per legge?

«Di sicuro si può fare a livello reputazionale. Come già avviene per la sostenibilità ambientale, arriverà il giorno in cui un’azienda che non applica la clausola Valletta verrà penalizzata sul mercato. Ci vuole più democrazia economica: è il momento di far partecipare i lavoratori ai consigli di amministrazione e di dare azioni delle società ai dipendenti. Bisogna anche eliminare i paradisi fiscali all’interno dell’Area Euro, come è il caso dell’Olanda».

Ci sta dicendo che la sinistra tornerà a occuparsi dei lavoratori e non solo dei diritti civili?

«Per me esiste un solo diritto, il diritto al futuro, che riunifica i diritti sociali e quelli civili: sostenibilità, lavoro e identità. Sono contento di avere convinto Draghi a inserire nel piano di rilancio una clausola di premialità a favore delle aziende che assumono giovani e donne. Erano i giorni in cui Salvini smaniava per spostare il coprifuoco alle 23, questione che in ogni caso si risolverà nel giro di poche settimane. La battaglia di Salvini ha fatto il titolo dei tg e il pieno di “like” per un giorno. La nostra clausola trasformerà l’Italia nei prossimi dieci anni».

Come va con Draghi?

«Lo vedo molto determinato, stimolato intellettualmente e affascinato da questo nuovo impegno. Ci trova gusto. Negli incontri con lui ho sempre da imparare».

In quelli con i Cinquestelle si diverte meno, specie quando si parla di candidati alle elezioni amministrative.

«Cinque anni fa hanno vinto a Torino e a Roma contro di noi, schierando due donne giovani: a Parigi era questa l’unica notizia di politica italiana di cui si parlava. Oggi in quelle città è impossibile allearsi con chi hai combattuto, e ti ha combattuto, duramente per tanto tempo».

Che cosa ne pensa di Conte?

«Con lui si lavora bene. E poi, siamo realisti: noi per ora abbiamo il 18 per cento, non il 50, e poiché non intendo certo allearmi con Meloni e Salvini...».

Non restano che i grillini.

«Però sia chiaro che non lasceremo ai Cinquestelle la bandiera della sostenibilità giusta. Io non nasco ambientalista, ma a Parigi sono entrato in sintonia con la generazione di Greta che vuole evitare la fine del mondo. Però ho anche visto in azione i gilet gialli».

Il Pd di prima li considerava fascisti.

«Erano persone che vivevano in provincia e non arrivavano a fine mese, alle quali era stata chiesta una sovrattassa sul carburante per evitare la fine del mondo. Ma a Parigi si può vivere senza macchina, altrove no. Quindi, o crei un meccanismo di transizione che coniughi la fine del mese e la fine del mondo, oppure li perdi e li consegni alla destra».

Vorrebbe anche il voto dei gilet gialli?

«Sì. La partita si gioca anzitutto sulle donne e sui giovani che non votano più a sinistra. Nel 2018 il Pd ha perso perché c’erano un leader e 945 candidati, mentre per vincere servono un leader e centomila militanti che facciano campagna elettorale sui social, nelle case, negli spogliatoi del calcetto. Se a chiedere il voto è una persona che non è direttamente il candidato, il Pd diventa più credibile e meno antipatico».

Vi accusano di esservi trasformati in un partito radicale di massa che fa il pieno di consensi solo nei centri storici.

«Basta partito della Ztl, io voglio il partito di Monteverdi Marittimo, il comune della provincia di Pisa più lontano dal capoluogo, dove a vent’anni feci il mio primo comizio da candidato. Persuaso di parlare chissà quanto, fui accolto dal segretario locale così: “A te la parola, ma ricordati che noi alle otto si va a cena”. Ecco, l’Italia è fatta di posti come quello: piccoli comuni e comunità montane da rivitalizzare».

Mentre le Regioni, specie dopo la riforma Bassanini, hanno fatto più guai che altro.

«Finita la pandemia, dovremo rivedere il rapporto Stato-Regioni».

Si sente un secchione?

«Io sono un figlio degli Anni 80, ottimismo e leggerezza, e ne vado orgoglioso; purché sia leggerezza calviniana e non pressapochismo e superficialità».

Però ha gli occhiali. Ci ha fatto caso che in politica non li porta quasi più nessuno?

«Li metto da quando avevo cinque anni. Inforcarli è il primo gesto della giornata, per me vuol dire essere sveglio. Ci sono talmente affezionato che, quando ho fatto l’operazione per abbattere la miopia, ho chiesto che mi lasciassero una diottria in meno per poter continuare a usarli».

Lei è un grande appassionato di statistiche. Qual è quella che la preoccupa di più?

«Quando leggo che siamo all’ultimo posto in Europa nella comprensione di un testo scritto e nella percentuale di laureati. La formazione è la sfida decisiva: anche per gli adulti».

Nel libro scrive che non c’è mai stata ressa tra i politici per andare a occupare il ministero dell’Istruzione. Lei ci farebbe un pensierino?

«Certo, mi piacerebbe. Sono appena entrato nel terzo tempo della mia vita, ma per il quarto non escludo nulla…».

Maurizio Belpietro per “la Verità” il 7 maggio 2021. C'è stato un tempo in cui Enrico Letta era considerato una testa d'uovo. Gli anni a Strasburgo, la laurea con lode a Pisa, il dottorato presso la Scuola superiore Sant' Anna, la frequentazione con Nino Andreatta, ossia di colui che ha inventato l'Ulivo e, ahinoi, anche Romano Prodi, di cui divenne il discepolo prediletto. Insomma, per il nipotissimo tutto sembrava concorrere a lasciar immaginare un futuro sfolgorante. Purtroppo, di quelle promesse da testa d' uovo oggi resta solo l'uovo, ovvero un guscio fragilissimo, che alla minima pressione può andare in frantumi, riducendosi a semplice carbonato di calcio. Preceduto da grande fama e da altrettanta stima (l'uomo è di una cortesia infinita), Letta aveva già dato prova di non essere quel che si pensava ai tempi in cui proprio Prodi lo volle al suo fianco, affidandogli il ruolo di sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel suo secondo governo. Probabilmente il professor Mortadella sperava di avere così il suo Letta, ovvero uno spiccia faccende in grado, con il garbo e la sottile diplomazia, di tenere a bada i rissosi alleati e di occuparsi dei dossier più scottanti. In realtà a Palazzo Chigi Enrichetto fu inghiottito, assorbito da non si sa quali impegni. Sta di fatto che di una delle questioni più spinose, ovvero la gestione di Telecom Italia, che per Prodi era già stata fonte di guai, finì per occuparsi Angelone Rovati, un buon uomo, senza nessun titolo particolare se non quello di essere amico di Romano. Così, mentre questi se ne stava in Cina, cominciò a circolare il piano di scorporo della rete telefonica messo a punto dal consigliere speciale del presidente del Consiglio. Bastarono poche indiscrezioni per far esplodere il caso: un uomo privo di ruoli istituzionali che per conto del capo del governo mette a punto un'operazione su una società quotata, con l'intenzione di privarla del suo asset più importante: la rete. Risultato, Angelone venne cacciato da Palazzo Chigi, Letta si inabissò ancora di più sui fondali della politica e Prodi provò a resistere, ma come è noto durò poco. Dalle acque profonde il pio Enrico riemerse qualche anno più tardi, quando, passato Prodi, passato Berlusconi, fu la volta di Pierluigi Bersani. L'allora segretario del Pd era certo di avere in tasca la vittoria alle elezioni e il suo vicesegretario, cioè Enrichetto, forse credeva di avere in tasca l'occasione di succedergli alla guida del partito. Andò meglio, o peggio, decidete voi. Bersani non vinse ma provò lo stesso a fare un governo, ma fu preso a pesci in faccia da Vito Crimi e Roberta Lombardi, nella famosa diretta streaming pretesa dai grillini. Per di più, il povero Pierluigi non riuscì neppure a far nominare il presidente della Repubblica che aveva in testa. Risultato, fu poco diplomaticamente tolto di mezzo e toccò a Letta provare a formare un esecutivo di larga maggioranza. Nella scelta probabilmente pesò l'aria da bravo ragazzo, che non impegna e non disturba. E in effetti Enrichetto non disturbò né impegnò i suoi danti causa. Il governo durò meno di un anno, perché nel frattempo alla guida del Pd arrivò Matteo Renzi, il quale non vedeva l'ora di soffiargli la poltrona, cosa che per l'appunto fece appena messo piede al Nazareno. Il passaggio della campanella, un rito che si ripete da anni a ogni morte di premier, rimane negli annali della politica italiana. Letta guarda da un'altra parte mentre porge il simbolo del potere a colui che lo ha giubilato: una scena che da sola dice tutto. L' orgoglio ferito, la delusione di una carriera stroncata, la presa in giro dell'hashtag enricostaisereno lanciato appena due settimane prima. Letta se ne andò come una vergine tradita, scegliendo la via dell'esilio a Parigi, dove è rimasto fino all' altro ieri, quando le dimissioni di Nicola Zingaretti hanno indotto il Pd ad acclamarne il ritorno. Lungo le rive della Senna, gli amici che lo andavano a trovare per anni lo hanno descritto come distaccato dalle cose italiane, quasi avesse chiuso un capitolo della sua storia. Ma appena dal Nazareno lo hanno chiamato, l'allievo prediletto di Andreatta si è scapicollato. E questa è la ragione per cui oggi ve ne parliamo. Tornato in Italia, forse considerandosi una specie di Cincinnato o forse perché l'esperienza precedente gli è servita da lezione, Letta ha cambiato registro. Messi da parte i discorsi al valium, si è intestato una serie di uscite, tutte rigorosamente anti Lega. Lo ius soli, la legge Zan, i migranti, le chiusure per Covid. Obiettivo entrare in rotta di collisione con Salvini e costringerlo a uscire dalla maggioranza, fare comunella con i grillini in vista di un'alleanza alle prossime elezioni (fossero pure quelle amministrative) e accreditarsi in casa ma anche all' estero come unico sostenitore affidabile del governo Draghi. Dopo due mesi, si può dire che quasi niente gli è andato per il verso giusto. Con il leader della Lega, a parte le scintille, non ha portato a casa nulla. Quanto al patto con Giuseppe Conte e compagni, diciamo che siamo in alto mare, anche perché ad esserlo sono soprattutto i grillini e dunque le candidature per le comunali sono al momento in un limbo. Infine, sul rigore, visto l'apertura del presidente del Consiglio sul turismo, anche le chiusure sono andate a pallino. Improvvisamente il nipotissimo è stato costretto a sposare la linea della modifica al coprifuoco e pure quella dell'allentamento dei divieti, cioè la linea Salvini. Insomma, un disastro. Tuttavia il pio Enrico non si perde d' animo: gli rimane Fedez, il poverello di City Life, un San Francesco con la Lamborghini.

DAGONOTA il 23 aprile 2021. Che cosa ha fatto Enrico Letta nei 7 anni e poco più che sono passati dal velenoso scambio della campanella con Renzi al suo ritorno a Roma come segretario del PD? Più che alla nobile arte dell’insegnamento a Science Po, a Parigi si è occupato di affari! Nel maggio del 2016 fu nominato membro dell’advisory board di “Amundi”, colosso francese del risparmio gestito che a dicembre dello stesso anno rilevò Pioneer da Unicredit. Sempre in quell’anno entrò nel consiglio di Abertis in cambio di un compenso da 115mila euro all’anno. Come scriveva Francesco Bonazzi in un articolo pubblicato da “La Verità” nel 2017, Letta ha avuto incarichi remunerati anche in “Spencer and Stuart Italia”, “Eurasia group” e “European house Ambrosetti”. Incarichi che il “Sotti-Letta” ha detto di aver lasciato il giorno della nomina a segretario del Pd: “tengo solo la presidenza, non retribuita, della fondazione Delors”. Ha fatto la scelta giusta, anche se la sua storia di questi anni è l'ennesima dimostrazione della prassi consolidata di commistione tra pubblico e privato tra i politici (ed ex premier in particolare). In tempi di pace e di quiete, niente di male. Ma cosa succede quando gli interessi dell’Italia entrano in conflitto con uno dei gruppi di potere che hanno pagato bei soldoni per quelle consulenze? Ah, saperlo...

Estratto del discorso di Enrico Letta all’assemblea del PD - 14 marzo 2021: Io scelgo il partito perchè ritengo che questa sia la sfida essenziale per l’Italia ma anche per l’Europa. Dobbiamo fare un partito con le porte aperte. Io arrivo da persona libera che ha imparato che la vita è molto bella ed è piena di sorprese. Lascio tutti gli incarichi che avevo con retribuzione ma tengo la presidenza, non retribuita della fondazione Delors. Non arriva qui un segretario sulle ali dell’esaltazione di quelli che lo osannano. Sono qui per fare le cose. E citando Nino Andreatta: "Non c’è nulla di più sovversivo della verità”.

Da citywire.it - 31 maggio 2016. Enrico Letta entra in casa Amundi. L’ex presidente del Consiglio è stato nominato membro del neocreato advisory board del gruppo francese dell’asset management. Il gruppo di esperti è guidato da Hubert Védrine, ex ministro francese degli Esteri, e conta tra i suoi componenti Helen Alexander, ex presidente della Confederation of British Industry, Maurice Levy, presidente e direttore generale del gruppo Publicis, Jürgen Stark, ex membro del direttivo Bce. Ma ci sono anche un ex vicepresidente di Morgan Stanley, un ex viceministro delle Finanze giapponese, un ex ministro dell’Ambiente spagnolo. Il gruppo si riunirà varie volte all’anno e affronterà temi strategici, legati a macroeconomia e geopolitica. Letta ricopre varie cariche di peso a livello internazionale: dal 2015 è alla guida della scuola di Affari Internazionali dell’istituto di studi politici Paris-Sciences Po.

Estratto dell’articolo di Francesco Bonazzi per “La Verità” - 15 aprile 2017. Letta però è un democristiano a 24 carati. Uno di quelli che arretra solo per avanzare, come i suoi mentori Romano Prodi e Giovanni Bazoli. E se acchiappa una poltrona non la sta a sventolare, specie se l' incarico è remunerato. E bisogna dire che la sua stagione «lontano da Roma» costerà una certa fatica al commercialista di fiducia. Non solo per i 115.000 euro di emolumento annuo previsto da Abertis per i consiglieri semplici. Nel bilancio del gruppo autostradale si legge che Letta siede anche nel consiglio di Liberty London, fondazione britannica, a titolo gratuito. Mentre i suoi incarichi remunerati sono, oltre che nel colosso autostradale spagnolo, in Amundi, Spencer and Stuart Italia, Eurasia group e European house Ambrosetti. Amundi è il maggior gruppo di risparmio gestito francese e uno dei colossi del settore a livello mondiale. Letta è entrato il 31 maggio 2016 e a dicembre Amundi ha rilevato Pioneer da Unicredit per 3,5 miliardi. Una campagna d' Italia davvero fortunata. Chissà che rischi avrà segnalato, sull' Italia e su Renzi, il buon Letta.

Il neo-lettismo alla Bim Bum Bam. Massimiliano Panarari su L'Espresso il 12 aprile 2021. Autoironia sui social, subbuteo, meme. Il segretario Pd sceglie la cultura pop per scardinare il passato. Una strategia comunicativa per distaccarsi dall’autoreferenzialità dei palazzi

Ma dove vai, se la corrente non ce l’hai? Specialmente in una formazione politica quale il Pd, dove le correnti, come noto, contano tantissimo; e il frazionismo è un rischio permanente, dopo avere già vissuto lo choc di una scissione. Ancor più se si ritorna dopo un lungo periodo all’estero, in tutt’altre (e gratificanti) faccende professionali affaccendato. La risposta al quesito da parte di Enrico Letta, intronizzato all’unanimità quale segretario di un partito uscito malconcio e frastornato dalla fine traumatica del Conte 2, è, in tutta evidenza, la centralità della comunicazione. Naturalmente non con i format del partito personale (antitetico alla sua tradizione culturale), anche se è stato fatto emergere in maniera comunicativamente sapiente un inedito connotato “decisionista” della sua personalità. Bensì, con il ricorso a una “comunicazione transpolitica” fitta di riferimenti alla cultura di massa e all’immaginario pop, che potrebbe apparire curiosa (se non davvero da “famolo strano”) per il profilo di chi è stato direttore della School of International Affairs di Sciences Po e presidente dell’Istituto Delors. Ma si tratta, appunto, di una strategia e opzione comunicativa precisa, effettuata da un politico da tempo insofferente rispetto agli eccessi di autoreferenzialità dei palazzi “romani”, e con un tratto di attenzione per le tendenze della cultura pop. E che, per ritornare a un punto chiave, all’indomani dello scioglimento della sua antica corrente, ha mantenuto rapporti e scambi soprattutto con esponenti della cosiddetta «generazione Bim Bum Bam» (così l’aveva chiamata in un libro Alessandro Aresu), che vengono adesso valorizzati (come Giacomo Possamai). E, nella «buona come nella cattiva sorte» degli anni successivi all’uscita da palazzo Chigi, a fargli da antenna è stato proprio un nucleo di comunicatori (capeggiato dalla portavoce Monica Nardi). Certo, poco dopo il suo insediamento alla guida del Pd, Letta ha dichiarato a Repubblica: «Io non credo che ormai la politica vada fatta con la comunicazione, si fa ancora nei territori, dalla base». E, infatti, i primi atti della sua segreteria hanno messo al centro - o hanno avuto come target e destinatari - gli iscritti, ai quali è stato inviato un questionario online - accolto da una risposta molto favorevole - e i circoli di base, a partire da quello di Testaccio (il quartiere di residenza nella capitale di Letta), evocativo sotto più di un punto di vista, per arrivare a quello degli expat di Bruxelles. Ma questo indirizzo non risulta affatto incompatibile con una scelta prioritaria di comunicazione, specie se in qualche modo anche “necessitata” per chi, dopo sette anni di “esilio (e autoesilio)” - e di “distanziamento” mentale - dalla politica nazionale si è ritrovato catapultato di nuovo nei Palazzi, vestendo parzialmente i panni del marziano a Roma (per dirla alla Flaiano). Il Pd ha continuato a manifestare in maniera evidente - a parte la stagione del renzismo - una grande fatica nel comunicare al passo coi tempi postmoderni. Un’irrisolta questione strutturale che rappresenta la coda di un fenomeno di lunga durata, quello di un disagio di fondo della sinistra italiana rispetto alla crescita del ruolo delle tecnologie comunicative dopo gli anni Ottanta. Il Letta ritornante è, pertanto, anche un po’ spiazzante in questo suo scommettere su uno strumento che, da quelle parti, fa rima con la massima «tutti la cercan, nessun la trova». Ovvero, giustappunto, la comunicazione, da presidiare in maniera serrata, ed evitando scivoloni maldestri e adozioni improprie, come l’annessione d’ufficio al pantheon del comunismo all’italiana della “compagna” Barbara D’Urso effettuata dal suo predecessore. Di qui, invece, una sfacciata (ed efficace) disinvoltura del neolettismo nel comporre i frammenti, che si susseguono via via nel corso di queste settimane, di una sorta di discorso amoroso di cultura pop. Ecco, quindi, la prima uscita pubblica in tv ospite di Zoro a Propaganda Live, programma molto amato da una sinistra diffusa, soprattutto giovanile, che si colloca oltre i confini del Pd. La moltiplicazione dei meme dissacranti relativi allo stato di turbolenza correntizia e alle battaglie interne: da quello che ritrae Letta in giubbotto antiproiettile, mentre scende da un elicottero in un ipotetico teatro di guerra, fino al pesce d’aprile (ma non troppo, e che ha suscitato varie reazioni, qualcuna divertita, qualcun’altra meno...) con la “designazione” del sempre muscoloso Arnold Schwarzenegger a suo «incaricato speciale per i rapporti con le correnti». Ulteriore, inequivocabile segno del fatto che la lingua (e l’atto comunicativo) batte dove il dente duole. La gender issue impugnata come vessillo non contestabile per cambiare i capigruppo in Parlamento. L’autodefinizione come «sovranista europeo», giocato in chiave antisalviniana - e l’individuazione del segretario della Lega quale antagonista per eccellenza su cui battere e ribattere in termini di marketing politico. E, ancora, il tweet con la maglia personalizzata regalatagli dalla squadra di calcio del Pisa, quello per celebrare il settantesimo compleanno di Francesco De Gregori, e quello per 125 anni della Gazzetta dello sport (con tanto di hashtag dedicato #Gazza). L’utilizzo frequente pure di Instagram, il social più gradito dai millennial, dove la sua foto di profilo è quella di un calciatore formato Subbuteo con i colori del Milan. Insomma, quella neolettiana pare una comunicazione transpolitica a tutti gli effetti, ossia in grado di usare i social media, l’autocomunicazione di massa, l’orizzontalizzazione, la cultura pop e i suoi simboli (specie attraverso la memetica) per creare un clima d’opinione e di simpatia favorevole at large, non direttamente in relazione alla competizione elettorale e al campaigning che, per il momento, sono di là da venire, e nondimeno costituiranno con le grandi città al voto in autunno un banco di prova decisivo per la sua nuova avventura. E siamo, altresì, di fronte a quello che si può considerare come un “prodismo 2.0” (giocato, naturalmente, in modo più massiccio sulle tecniche comunicative e di storytelling rispetto al modello originario), che nasce precisamente dall’esigenza di conquistare il partito non avendo un controllo diretto preventivo delle “truppe” (come era per Romano Prodi, il quale arrivava all’inizio sulla scena politica da “generale senza esercito”). E, sempre di qui, l’individuazione del correntismo precisamente come il bersaglio principale. Un revisionismo comunicativo forte, dunque, che sul piano politico avrebbe bisogno di alcune discontinuità rispetto alla fase precedente. E che, insieme alla piena adesione - e Letta ne è, difatti, un garante esemplare - all’agenda di Mario Draghi, necessiterebbe pure di un’opzione ancora più forte a favore di un riformismo (radicale) moderno, andando oltre quella «manutenzione del dolore» (rubiamo un’espressione al pedagogista Mario Caligiuri) molto autoriferita di cui sembra compiacersi una certa sinistra nostalgica.

Enrico Letta si sveglia Paperinik. Susanna Turco su L'Espresso il 30 marzo 2021. La cifra del decisionismo risoluto fa però i conti con il rebus sindaci. E con le eterne correnti: largo alle donne. Ma indicate dai leader. Si goda la vittoria, perché sarà l’ultima». La fosca previsione, incastonata tra uno psicodramma e l’altro nei giorni di avvitamento che hanno preceduto l’elezione delle nuove capegruppo, asseconda uno humour noir tipico del Pd che il nuovo corso ha risospinto indietro, ma certo non annullato. Si goda la vittoria, Enrico Letta, che da qui alle amministrative, sarà un precipizio. Se ne è già vista qualche avvisaglia, nel pur trionfale esordio del nuovo segretario. A Roma, dove non si sa come uscirne dacché la candidatura dell’ex ministro Roberto Gualtieri è stata congelata, ma quella di Nicola Zingaretti stenta assai a fiorire (l’interessato si dice indisponibile, nonostante le lusinghe dei sondaggi). A Napoli, dove al governatore campano Vincenzo De Luca - già definito «salvatore della Campania» dall’ex segretario - non è piaciuta affatto la mancata riconferma nella segreteria nazionale del deluchiano Nicola Oddati, ergo piace ancor meno la possibile candidatura di Roberto Fico (lui, sì, interessato). E persino a Bologna, dove dopo un attimo di apparente calma sul nome di Matteo Lepore si è tornati a parlare di primarie (non un buon segno). Insomma il panorama è già ingarbugliato, maturo per nuove Babeli: e questo senza considerare che, in prospettiva, i risultati delle amministrative d’autunno faranno da tappeto alla successiva battaglia per la leadership, sia di partito che di coalizione. Roba quasi quasi da mollare presto, prima che sia (di nuovo) tardi: «Ditejelo, a Erico, de nun perdersi», sussurra in effetti la voce testaccina che si leva dal quartiere dove vive il segretario dem. Lo stesso pensiero paradossale sembra, almeno per suggestione, attraversare anche Letta. Il quale - alle spalle la solita collezizione di Topolino - ha così esordito martedì sera, all’incontro via Zoom organizzato dal circolo Palombella di Bruxelles: «Mi sento un expat come tanti di voi. Sono un ri-pat adesso, da un certo punto di vista, però magari sarò un expat tra non molto», ha esordito, facendo strabuzzare gli occhi ai partecipanti. Preveggenza o semplice scaramanzia? Di certo, a otto anni dalla sua nomina a Palazzo Chigi - e otto è un numero speciale per i Letta, che fino all’attuale generazione erano soliti riprodursi giusto nel numero di otto - Enrico Letta ha compiuto in questi giorni un ciclo vitale: era uscito dalla politica come Paperino, vi è rientrato da Paperinik. Vale a dire come l’alter ego del papero, concepito come il suo diabolico vendicatore. Quello della riscossa. Quello tra i due che riesce a ottenere ciò che vuole. Una metamorfosi non da poco, visto il personaggio: per quanto sia, in larga parte, più apparente che reale. In parte perché la narrazione dell’Enrico-Paperino nasce dall’effetto Renzi, che spazzò via Letta da Palazzo Chigi nel febbraio 2014. In parte perché la narrazione dell’Enrico-Paperinik attuale è a sua volta figlia di questo tempo. Ovviamente ci sono in mezzo gli anni trascorsi all’estero, a dirigere la scuola di affari internazionali dell’Università Sciences Po. Ma la gara tra apparenza e realtà che un tempo gli giocò contro, adesso gioca a suo favore: ecco la prima differenza. Basta guardare i primi suoi passi. Asceso alla segreteria Pd al grido di basta con l’unanimismo, è stato eletto all’unanimità (meno 2, i contrari su 860 partecipanti alla votazione). Votato da tutte le correnti, avendo proclamato il suo «basta con lo strapotere delle correnti», ha nominato una segreteria che è un capolavoro di equilibrio tra correnti, almeno quanto lo è il dosaggio tra i partiti operato da Mario Draghi all’interno del suo governo. Due vice: una adatta a parlare con i moderati, ossia la ex montiana Irene Tinagli; l’altro adatto a parlare con la sinistra, l’ex ministro Peppe Provenzano. Nella segreteria quattro uomini e quattro donne; tre confermati dal precedente organismo zingarettiano, quattro provenienti dal governo Conte II. Le anime, tutte: c’è la prodiana Sandra Zampa, la franceschiniana Chiara Braga, l’orlandiano Antonio Misiani, l’orfiniana Chiara Gribaudo, la cuperliana Susanna Cenni, il gueriniano Enrico Borghi, e così fino all’antico lettiano Francesco Boccia – l’uomo che Letta impose per ben due volte come candidato in Puglia contro Vendola, nel 2005 e 2010. Niente male: risulta addirittura un capolavoro, se si pensa che a comporre l’opera è l’uomo che aveva appena finito di dire di «non aver capito la geografia interna al Pd». L’inizio di un famoso film di Mathieu Kassovitz, “L’odio”, era: «Il problema non è la caduta: è l’atterraggio». Ecco, nel caso di Enrico Letta, come nel caso di Mario Draghi, la risorsa non sta nell’atterraggio, ma nel punto di partenza. Partendo dall’arrancare del governo Conte 2 verso il mai nato Conte 3, anche una normale conferenza stampa in cui il premier risponde (o glissa) alle domande in un tempo inferiore ai venticinque minuti, sembra una rivoluzione della democrazia. Parimenti, partendo dall’indecisionismo zingarettiano, qualsiasi scelta di Letta sembra un capolavoro di fermezza. Il sindaco fino a un certo punto renziano Dario Nardella ha, per dire, parlato addirittura di «piglio determinato e per certi aspetti decisionista». Tale è apparsa la battaglia per cambiare i capigruppo, che Letta ha effettuato al grido di: non possiamo fare come Orban, e presentarci con una dirigenza tutta di uomini. Lasciando però poi al libero gioco delle varie anime la scelta di chi nominare al posto degli uscenti. Con il risultato che sono stati dunque i capicorrente, maschi, a indicare la donna da eleggere, costretti a loro volta dal segretario, maschio. Un lodevole inizio: non propriamente una rivoluzione, non ancora. La sostituzione di Graziano Delrio e , ancora di più, quella di Andrea Marcucci, erano operazioni all’ordine del giorno da tempo. Rimaste inevase per via dell’inerzia zingarettiana. Tanto che lo stesso Marcucci prima di capitolare a vantaggio di Simona Malpezzi lo aveva chiarito: con Zingaretti aveva messo a disposizione il mandato, non avendo partecipato all’elezione del segretario, ma in questo caso, essendo parte dell’unanimità lettiana, non ne sentiva il bisogno. Ugualmente dicasi per le amministrative: è tutto ancora molto indietro, siamo fermi ai «semilavorati» dell’epoca precedente, dove non una decisione era stata ancora presa. Nemmeno a Torino, che sarebbe sulla carta uno degli orizzonti più semplici, avendo da mesi detto la sindaca Appendino di essere determinata a non ricandidarsi. E lo stop alla candidatura di Roberto Gualtieri al Campidoglio, avanzata una prima volta nel giorno in cui poi si è dimesso Nicola Zingaretti, spinta con ancora maggiore decisione nelle 24 ore successive alla elezione di Letta al soglio Pd, è un mero congelamento, che è parso un supremo atto decisionista. Il punto di partenza pesa dunque non poco. Così rivoluzionario è parso trasformare il senso di colpa e addirittura la nostalgia rispetto all’Era Conte in orgoglio nei confronti del governo Draghi; la subalternità, in capacità di individuare il nemico (Salvini). Il saper evocare «un partito nuovo», tratteggiando tuttavia un Pd che pericolosamente somiglia assai ai propri esordi – non esattamente un bel viatico. E indicando, giusto a proposito di quanto il nuovo tenda a coincidere con il vecchio, obiettivi che ragionevolmente non possono essere raggiunti: primo fra tutti lo ius soli, evocato adesso come marchio identitario – da escludersi che il Pd sia intenzionato a farne una battaglia parlamentare - ma presente già in Impegno Italia, il documento di rilancio dell’attività di governo che Letta premier aveva presentato il 13 febbraio 2014, alla vigilia della decapitazione renziana. In questa nuova velocità c’è di certo la sapienza di un politico che è tutt’altro dall’uomo nuovo che a tratti vuol dipingersi. «La vita fuori di qui è molto bella», ha detto fra l’altro nel discorso di incoronazione. Abbellimenti estetici, per uno che ha cominciato a far politica alle medie e che oggi si porta a Roma da Parigi giovani come Michele Bellini con lo spirito con il quale, a 20, fu portato a Roma da Simone Guerrini, allora leader del movimento giovanile Dc (oggi capo della segreteria di Sergio Mattarella); che a 26 anni divenne presidente dei giovani democristiani europei; a 28 capo di gabinetto agli Esteri; a 31 vicesegretario dei Popolari per volere di Franco Marini. E tutto questo prima di essere ministro, sottosegretario, parlamentare e di nuovo vicesegretario, stavolta del Pd, a fianco di Pierluigi Bersani fino al giorno dello streaming coi Cinque stelle (c’era anche Letta), e alla mancata elezione di Marini al Quirinale (costruita giusto a casa Letta a Testaccio). In mezzo, c’è un politico che ha sempre avuto il problema di affermare il fatto di avere un carattere. «Le palle», come fu scritto una volta e come tante volte ha mimato lui. Quello che oggi parla di «adrenalina a mille» o ancora di «una nuova affascinante avventura», e tutta quella congerie di espressioni e gesti in cui indugia e che peraltro malissimo s’adattano al volto pacato, alla piana ironia. Già nel 2004, quando era responsabile economico della Margherita, diceva di ambire a tornare ministro, ma che tuttavia doveva tornarci «non da Tremonti», ovvero non da tecnico, ma da politico. Come uno cioè in possesso di una sua corrente, in grado di «prendere voti». Come se, nato bene, ben collocato, avesse sempre il complesso di volersi distinguere dai suoi maestri e dai suoi parenti. Dal modello di Beniamino Andreatta, il maestro: professore universitario, appassionato di politica, ma senza la pazienza di costruirsi una filiera vera e propria. E dal modello Gianni Letta, lo zio, uno cioè che per definizione non è, da sempre: non ha correnti, non ha tessere, non interviene alle assemblee, eppure c’è, comanda, guida. Così anche la nuova «velocità» dell’azione lettiana, in favore della quale si è scomodato pure Paolo Mieli («è riuscito a far cose che sembravano impossibili»), appare a suo modo un approdo, per un politico il cui padre, Giorgio, è tra i pionieri del calcolo delle probabilità, accademico dei Lincei, ricordato dagli allievi come un professore talmente impeccabile che «nemmeno i gessetti facevano polvere». Che la mutazione sia sufficiente, per il compito assunto, appare tuttavia ottimistico ipotizzare.

Il metapartito che ingloba tutti. Se Conte è il grillino dei poveri, Letta aspira ad essere il grillino dei ricchi. Michele Prospero su il Riformista il 26 Marzo 2021. Una “affascinante avventura”, ha dichiarato Letta presentando la foto con Conte. Affascinante, può darsi. Avventura di sicuro. Se l’inizio ha sempre un che di evocativo, quello di Letta annuncia cadute inevitabili nell’alleanza organica con Grillo come destino. È in atto un passaggio significativo, di sistema. Croce parlava di quello liberale come di una sorta di metapartito. Non un singolo soggetto ma molteplici attori confluivano nella grande galassia liberale così elastica da essere per l’appunto un vero metapartito aperto e senza confini organizzativi. Oggi il metapartito, che raduna spezzoni diversi di ceto politico, ha le sembianze della vecchia Dc. Il sistema attuale è abitato quasi in ogni spazio politico disponibile dal metapartito democristiano. Le prove surreali di realismo in salsa Bettini-Zingaretti, con la fuga precipitosa dopo la trasformistica toccata, hanno reso al momento irreversibile l’omologazione di ogni cosa sotto la accogliente balena democristiana. Tranne la post-fascista Meloni, coerente con una identità come nessun erede del Pci è stato capace di fare con la propria storia, tutti i protagonisti della piccola politica sono organici a vario titolo allo scudo crociato, da Renzi ai centristi, dai populisti alla “sinistra”. Berlusconi è da tempo membro autorevole del partito popolare europeo. Persino nella Lega c’è Giorgetti che spinge per un analogo approdo post-sovranista. Il non più ribelle non-partito grillino spera in un democristiano moderato come Conte per sopravvivere come soggetto di potere e spartizione. Il Pd è finito per diventare una pura e semplice ridotta democristiana. A Letta si oppongono Guerini (di ascendenza andreottiana), Lotti (ultramoderato dc) e a suo fianco opera, come regista di ogni investitura del sovrano di turno, l’eterno Franceschini. Parafrasando Gentile, tutto nella Dc e niente all’infuori della Dc. Che differenza di fondo c’è da rilevare tra il populista “sano” Conte e il populista omeopatico Letta? Proprio nessuna. Conte gioca al populismo che parte dal basso. Letta predilige il populismo dei ceti elevati. Se Conte è il grillino dei poveri, Letta aspira a essere il grillino dei ricchi. La convergenza della foto sta nelle cose. Il neosegretario avrebbe potuto fissare alcuni punti differenzianti: sul piano sociale, spendendo qualche parola sullo sciopero degli invisibili di Amazon, sul piano politico, sulla necessità di correggere la sconcezza della soppressione della prescrizione. Nulla di tutto questo. Comunicazione e spot allo stato puro: voto a 16 anni, decapitazione delle correnti interne con l’imposizione di stampo virile di una donna ai vertici dei gruppi parlamentare. Dopo aver cancellato da presidente del consiglio il residuo di finanziamento pubblico dei partiti, Letta prosegue nel suo viaggio antipolitico chiamando alla segreteria un non iscritto al partito. Insomma, per stare nel clima curiale dell’epoca, un cardinale reclutato tra i non battezzati. Che adesso il democristiano Letta si proponga come traghettatore del M5S nel partito del socialismo europeo (dove peraltro il Pd è entrato su iniziativa dell’altro tosco crociato) svela come si è nel tempo ridotta ad essere quella casa che un tempo sembrava un miraggio irraggiungibile, un attestato di riconosciuta maturità per le forze politiche rimaste nel limbo del post-comunismo. Che un non-partito passi con disinvoltura dai banchi di Farage a quelli dei socialisti appartiene al grottesco, ed è una pura e semplice blasfemia che quale Virgilio dei grillini si proponga il capo del Nazareno. Il guaio è che alla sinistra, ridotta all’irrilevanza per la sua manifesta incapacità, oggi è riservato solo il lamento sterile verso il galoppante andamento del metapartito democristiano. Le tocca fare come Machiavelli nel Proemio al Libro secondo dei Discorsi, costretto dal bruciante pensiero della sconfitta a indignarsi sulle cose e quindi dal piano del politico scendere al momento etico. Una sconfitta bruciante, una vera disperazione politica senza rimedio nell’immediato.

Il dibattito. Il Pd di Letta non è erede dei democristiani, la Dc odiava il populismo. Marco Follini su il Riformista il 27 Marzo 2021. Ma davvero sono diventati tutti democristiani? Letta, ma anche Conte e perfino un po’ Giorgetti. Democristiani loro, democristiano il loro retroterra e assai democristiana la trama dei loro rapporti. Un vero e proprio “metapartito”. Così almeno fa capire Michele Prospero sul Riformista di ieri. Il suo racconto è suggestivo, ma mi permetto di obiettare. Questa idea che ricorre tanto spesso del partito-spugna, capace di assorbire e mescolare gli umori più diversi, ma al fondo privo di una sua identità, duttile fino all’estremo, finisce infatti per saltare a piè pari molta della controversa storia del dopoguerra. La Dc aveva le sue furbizie, s’intende. E affrontava la battaglia politica concedendo il giusto – e a volte anche più del giusto – alle esigenze della mediazione, della manovra, dello scambio. Non aveva rigidità ideologiche, forse. Ma su alcuni, pochi, punti sapeva essere fin troppo rigorosa. Soprattutto, la Dc aveva piantato alcuni paletti pressoché insuperabili intorno a sé. Non si poteva trafficare con tutti. Agli eredi delle grandi ideologie del tempo si doveva opporre una barriera assai difficilmente valicabile. Ma soprattutto, verso il populismo c’era un’ostilità drammatica e profonda, che non conobbe mai neppure le eccezioni che forse la tattica avrebbe potuto consigliare. Tant’è che quando si affermò il movimento dell’Uomo Qualunque (il populismo dei tardi anni quaranta), De Gasperi si diede a contrastarlo con un’intransigenza assoluta. Togliatti civettò con Guglielmo Giannini, i democristiani no. Nessuno di loro. C’era in quella classe dirigente la consapevolezza che quando ci si divideva sull’idea di “popolo” non era più ammessa nessuna indulgenza. A quanti riducevano quel popolo alla massa, alla folla, a un insieme indistinto, privo di ogni articolazione, lasciato in balia degli imbonitori del momento, non si poteva far altro che opporre un’altra idea di popolo: quella fondata sui legami della rappresentanza. Verso il populismo la Dc tenne sempre un punto fermo. I nostri padri erano consapevoli che se si fosse imboccata quella strada si sarebbe messo in pericolo il carattere di una democrazia che per loro doveva fondarsi sulla mediazione. E dunque organizzarsi per corpi intermedi. Ma soprattutto esercitare tutte quelle virtù di ascolto, pazienza, tessitura che ora la nostra sgangherata “modernità” politica ha largamente disperso. Tutto questo per dire che no, di questi tempi non soffia più lo spirito democristiano. Forse tornerà a soffiare quando il vento del populismo dovrà ammainare le sue bandiere. Magari dopo aver dato una mano, anche noi, a farle ammainare.

"Osannato da chi lo tradì...". Cosa c'è dietro il Pd di Letta. Osannato dal gotha del Pd E da coloro che sette anni fa (sinistra dem e franceschiniani) affossarono il suo governo. Francesco Curridori - Mer, 17/03/2021 - su Il Giornale. Enrico Letta è tornato in Italia, osannato come un salvatore della patria dal gotha del Pd che lo ha voluto come successore di Nicola Zingaretti. Nella memoria collettiva l'hasthag #Enricostaisereno, pronunciato da Matteo Renzi ospite nel programma di Daria Bignardi, è la pietra tombale sull'esperienza di governo di Letta jr. Ma la defenestrazione dell'allievo di Beniamino Andreatta non fu opera esclusiva dei renziani. Nel corso della direzione nazionale del 13 febbraio 2014, la relazione finale dell'allora segretario Matteo Renzi fu approvata con 136 voti favorevoli, 16 contrari e 2 astenuti. Quella fu la sentenza finale che determinò le dimissioni di Enrico Letta, il quale il giorno prima aveva giocato la sua ultima carta per restare a Palazzo Chigi: la presentazione di un nuovo programma di governo, 'Impegno Italia'. Tutto inutile. Dopo il voto, la Direzione del Pd "ringrazia Enrico Letta e rileva la necessità e l'urgenza di aprire una fase nuova con un esecutivo nuovo che si ponga un obiettivo di legislatura". Tra i contrari, oltre a Pippo Civati, vi era l'allora presidente del partito, la prodiana Sandra Zampa che, intervistata dal Corriere di Bologna, il giorno successivo al voto dichiarò: “È stata una pagina triste non lo nego. C’erano esponenti del Pd che fino a pochi giorni fa ti richiamavano all’ordine quando esprimevi dubbi su un provvedimento del governo, che ieri non sapevano più chi fosse Enrico Letta. Franceschini non c’è mai. Trovo disgustoso e ipocrita che quelli che fino a pochi giorni fa ti minacciavano di espulsione se non ti attenevi alle decisioni ora dicano “Letta chi?”. Ho visto il volto cinico della politica che avevo già visto quando Prodi restò solo a Palazzo Chigi. Allora c’erano solo Santagata, Padoa Schioppa e Bersani”. A destare stupore fu, infatti, la decisione della minoranza dem guidata proprio da quel Gianni Cuperlo che aveva sfidato Renzi al Congresso. “Assumiamo la linea politica indicata dal segretario, avevamo auspicato che non ci fosse un voto per evitare ulteriori lacerazioni ma di fronte alla necessità di esprimersi sul documento, proposto dal segretario, voteremo a favore. Ritengo necessario evidentemente che il Pd poi, in direzione e nei gruppi, discuta di contenuti e dei programmi”, disse Cuperlo prima del voto. Il giorno seguente, intervistato da Repubblica, spiegò: “Per settimane ho suggerito a Enrico di assumere una iniziativa di rilancio nel programma e nelle personalità da coinvolgere. E questo a fronte di un governo che perdeva pezzi e nel cuore di una crisi sociale drammatica. Abbiamo sempre detto che se Letta fosse riuscito a a guidare la ripartenza, il Pd avrebbe dovuto appoggiarlo. Ma se quella condizione non ci fosse stata, allora toccava al leader democratico dire come uscire dalla crisi. Renzi lo ha fatto, parlando di un cambio radicale di governo e di guida". Sia come sia, Cuperlo nel 2014 affossò Letta, né più né meno di come fece Dario Franceschini che oggi, invece, è stato il principale kingmaker del ritorno dell'ex premier. “Nel Pd succede sempre così. All'inizio noi renziani eravamo una ventina e ci riunivamo in una stanza. Da un giorno all'altro, Franceschini, tra lo stupore dei suoi, decise di sostenerci e gli antirenziani sparirono improvvisamente”, spiega a ilGiornale.it il deputato renziano Michele Anzaldi che, poi, ricorda:“Letta, una volta dimessosi, non venne in Parlamento per dieci giorni e, quando tornò, era considerato quasi un appestato. Solo io mi avvicinai per salutarlo e la notizia sembrò così clamorosa che ci uscì persino un lancio di agenzia. E, oggi, eccoli lì tutti ad acclamarlo segretario all'unanimità...”. Letta torna dall'esilio. Equilibrista tra le tribù. "Pd in crisi profonda". In pratica, sebbene Letta sia stato richiamato all'ordine a furor di popolo, potrebbe, come è già successo in passato, finire presto nel tritacarne delle varie correnti. I primi ostacoli potrebbero arrivare già con in autunno quando si voterà per le Comunali a Torino, Bologna, Napoli e soprattutto Roma. Un appuntamento elettorale che, come ci spiega il politologo Massimiliano Panarari “nasconde i veri elementi di conflittualità e i nodi irrisolti della gestione Zingaretti” come ad esempio “l'individuazione dei candidati nelle grandi città e il modello di coalizione del centrosinistra”. “Il modello del partito-tenda' che Letta ha illustrato nel corso del suo discorso di accettazione è una sorta di neo-ulivismo che dovrà essere il più largo possibile”, sottolinea Panarari. “Il problema sarà proprio quello di costruire questo partito-tenda perché da un lato al centro abbiamo una situazione di forte ebollizione con la crisi di +Europa e con Calenda che ha dichiarato di voler rimanere in campo a Roma e dall'altro c'è il tipo di rapporto che il Pd costruirà col M5S”, chiarisce ancora il politologo. Se, dunque, da un lato è vero che “Letta, per non vuole subire l'egemonia dei Cinquestelle, non andrà nella direzione di un'alleanza organica col M5S come la immaginavano Bettini e Zingaretti”, dall'altro è altrettanto vero che “la componente zingarettiana non solo è ancora molto presente nel Pd, ma ha contribuito in maniera notevole per eleggere Letta segretario”. “Sarà un bel bricolage”, chiosa Panarari, riprendendo, indirettamente, la metafora “del cacciavite”, usata da Letta proprio durante il suo primo discorso da segretario in pectore.

L’insegnamento e la Chiamata Diretta. DAGONOTA il 15 marzo 2021. In numerosi articoli si parla del “professor Enrico Letta” che ha lasciato l’insegnamento universitario alla Scuola di affari internazionali dell’Istituto di studi politici di Parigi nel quale, dal settembre 2015, era direttore (rettore). Letta è diventato professore, e poi rettore, per chiamata, senza trafila concorsuale e cursus honorum come si fa oggi in Italia per accedere al ruolo di docente. A parte l’ex premier Giuseppe Conte - diventato da zero a docente in quattro anni e chissà perché -, in genere ne possono servire, se tutto va bene (se non si è figli di…), una quindicina-ventina passando da laureando a cultore della materia, dottorando, post-dottorando, docente a contratto, borsista, ricercatore di tipo B e/o A… infine superando il concorso per l’Abilitazione scientifica nazionale (secondo criteri assurdi stabiliti dall’Agenzia di valutazione italiana, che peggio di quella che sovrintende ai vaccini). A questo punto, se uno risulta abilitato, deve poi superare un concorso in sede locale (pilotato ad hoc dai baroni in stile esame Suarez, che scelgono prima il vincitore) diventando, finalmente, docente associato da confermare dopo un triennio. Quindi scelgono ancora i baroni. Ecco, se pensiamo che sia giusto che Enrico Letta, lasciato il Parlamento, abbia fatto il docente per meriti professionali e di studio, e noi lo crediamo, chiediamo a Letta che si mobiliti per fare in modo che anche in Italia si possa fare così. Visto che se lui cinque anni fa o ancora oggi partecipasse all’Abilitazione scientifica nazionale, poniamo in un raggruppamento disciplinare dell’area di Scienze Politiche, non avrebbe NESSUNA possibilità di superare il concorso in quanto non ha una monografia scientifica scritta negli ultimi cinque anni, non ha pubblicazioni su riviste di classe A italiane, non è stato direttore di un Prin ecc ecc ecc… e i soli titoli presentabili sono quelli che lui ha ottenuto dopo che è stato chiamato a insegnare e non prima! Quindi per lui, e per la moglie che di questi temi si occupa sul “Corriere della Sera”, un primo serio impegno ci sarebbe: farla finita in Italia con i cursus honorum costruiti fittiziamente dai baroni (finte pubblicazioni, finte peer-review, borse di studio farlocche e assegnate a chi si vuole, pseudo ricerche, pseudo parametri scientifici, nessuna importanza al lavoro, nessuna importanza allo studio individuale) per far superare ai protetti l’Abilitazione nazionale e poi costruire per loro un concorso ad hoc locale. Di contro, agevolare anche da noi la chiamata a insegnare per chi merita ed eccelle nello studio e nelle professioni. Non ci vogliono nuove leggi o nuovi soldi. Basta che per ogni nuovo docente che entra in una università attraverso l’Abilitazione scientifica e successivo concorso-farsa in sede locale quello stesso ateneo sia obbligato a inserire un altro docente per chiamata, sganciato dalle logiche dei concorsini, purché abbia qualità scientifiche e professionali dimostrabili, s’intende!

Come prima, più di prima: anche Letta scambia l’ombelico del Pd per il centro del mondo. Marzio Dalla Casta lunedì 15 Marzo 2021 su Il Secolo d'Italia. È un peccato che nell’Italia per tre quarti “zona rossa” e per l’altro (o quasi) in tinta arancione sia di fatto impossibile raccogliere umori popolari nei classici luoghi di ritrovo. Peccato perché lo avremmo fatto volentieri. Magari alla maniera di Nanni Loy, con l’aiuto di una candid camera. Ma invece di inzuppare a tradimento il cornetto nel caffellatte dell’avventore, gli avremmo chiesto un commento sullo ius soli annunciato da Enrico Letta. E poi vedere di nascosto l’effetto che fa. In mancanza, ci accontentiamo di immaginarlo, scommettendo che sarebbe stato assai diverso dall’entusiastica accoglienza riservatogli dalla stampa. Di Letta, in questi giorni, abbiamo praticamente letto tutto: vita, pensieri, opere (poche) e parole. Pensavamo, tuttavia, che fosse immune da quel vizietto tipico della sinistra magistralmente evidenziato da Woody Allen nel Dittatore dello Stato libero di Bananas, gustosa parodia del comunismo caraibico. Ricordate il primo annuncio post-rivoluzione del capo dei Barbudos? Semplicemente da incorniciare: «Da oggi la lingua ufficiale è lo svedese». Letta ha fatto più o meno la stessa cosa. Ad un Paese terrorizzato dal virus e stremato dal crollo del Pil, ha spiegato che la sua priorità è rendere più facile il conseguimento della cittadinanza italiana. Sai che emozione se solo ci fossero stati, bar, ristoranti e barbieri aperti. Purtroppo sono serrati causa pandemia. Solo il neo-leader del Pd ha fatto finta di non accorgersene pur di rincorrere le paturnie ideologiche del Pd. Apposta ha tirato fuori lo ius soli. Ma fuori da quel recinto l’effetto è grottesco, come proporre un giro in barca a un moribondo. Un vero genio del tempismo. Altrove lo avrebbero rispedito in Francia. Da noi, invece, i sapientoni si strizzano l’occhietto dandosi di gomitano per sottolinearne gli inequivocabili propositi di riscossa politica. Sono gli stessi che non perdono occasione per lamentarsi della mancanza di una «destra normale». Ma a sentir Letta, chissà perché, verrebbe da pensare il contrario e cioè che qui di anormale c’è solo la sinistra. Certo, a volte la destra sbaglia toni e decibel, ma la gauche stecca su tutto. A partire da contenuti e priorità. Fatale, del resto, quando si scambia il proprio ombelico per il centro del mondo.

Le priorità di Letta: ius soli e voto ai sedicenni. Salvini: che cavolata. FdI: meglio i cervelli in fuga…Adele Sirocchi domenica 14 Marzo 2021 su Il Secolo d'Italia. Enrico Letta è il nuovo segretario del Pd. Lo hanno eletto con 860 voti a favore (2 i no e 4 gli astenuti). Letta si è dato alcune priorità: lavoro, donne, giovani. E ha affermato di voler rilanciare il voto ai sedicenni e lo Ius Soli. Uno dei passaggi più decisi dell’intervento in Assemblea è stato quello sul Pd che “deve essere un partito di prossimità. Siamo diventati il partito della Ztl. Il territorio sarà il nostro campo da gioco”. Anche nella parte più politica del suo discorso, il segretario non ha usato metafore. Del resto, ha premesso, “non sono qui per un patto segreto”. Così ha sottolineato il fatto che per lui “la coalizione è fondamentale, ad aprirsi ci si guadagna sempre”. Il leader dem ha citato le vittorie di Romano Prodi, l’Ulivo, per poi scandire: “Dobbiamo costruire un nuovo centrosinistra con la nostra iniziativa e leadership”. In questo quadro l’annuncio di voler parlare con tutte le forze di centrosinistra: “Speranza, Bonino, Calenda, Matteo Renzi, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni”. E il M5s? “Dobbiamo incontrare il M5s guidato da Conte con rispetto e attenzione”, ha spiegato. Ultimo "affondo", quello contro le correnti (“un partito con le correnti non funziona”) e sulle primarie: “Dietro questo dibattito vedo un non detto, teniamo in vita il più a lungo possibile il governo Draghi perché così siamo ancora al potere, perché tanto è scritto che alla prossime politiche con questa destra noi perdiamo. Ma non è così. Io non ho lasciato la mia vita precedente per guidarvi a una sconfitta, vinceremo”. Non ha glissato sulla sindrome da poltrona nel partito (“dopo le elezioni eravamo all’opposizione, che ci stava rigenerando, perché l’opposizione è democrazia”). Per poi sintetizzare: “Se diventiamo il partito del potere moriamo”. Letta ha quindi sintonizzato il partito sull’agenda Draghi: “E’ il nostro governo, è la Lega che deve spiegare, non noi”. Matteo Salvini ha subito commentato il passaggio sullo ius soli: “Letta e il Pd vogliono rilanciare lo Ius Soli, la cittadinanza facile per gli immigrati? Eh, buonanotte… Se torna da Parigi e parte così, parte male. Risolviamo i mille problemi che hanno gli Italiani e gli stranieri regolari in questo momento, non perdiamo tempo in cavolate”. Francesco Lollobrigida, capogruppo di Fratelli d’Italia, batte sullo stesso tasto: “La prima proposta di Letta per aiutare gli italiani è lo ius soli per gli immigrati. Delle volte è meglio lasciare all’estero i cervelli in fuga!”. Critiche all’ipotesi di rilanciare lo ius soli anche da Forza Italia, che giudica un errore quel passaggio di Enrico Letta. Mentre la leader del partito Giorgia Meloni non interviene nella polemica ma augura “buon lavoro” al neo segretario dem: “Fratelli d’Italia è e rimarrà una forza politica alternativa alla sinistra ma il rispetto per l’avversario costituirà sempre uno dei capisaldi del nostro impegno”.

Ecco la priorità del Pd di Letta: "Adesso rilanciare lo ius soli". La stagione dem dell'ex premier si apre già con un appello pro-migranti: "Spero che questo governo faccia la riforma". Ignazio Riccio - Dom, 14/03/2021 - su Il Giornale. Appena eletto segretario del Pd, c'è già il primo botta e risposta tra Enrico Letta e il leader della Lega Matteo Salvini. Oggetto del contendere è lo ius soli, una priorità per i democratici. Il provvedimento è definito sul palco dal massimo esponente dei democrat "una norma di civiltà" , ma è bollato senza mezzi termini dal capo del Carroccio.

"Serve un nuovo Pd". "Letta e il Pd - afferma Salvini - vogliono rilanciare lo ius soli, la cittadinanza facile per gli immigrati? Se torna da Parigi e parte così, si comincia male. Risolviamo i mille problemi che hanno gli italiani in questo momento, non perdiamo tempo in cavolate". Polemico anche Roberto Occhiuto, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei Deputati. "Congratulazioni a Enrico Letta - commenta - neo segretario del Partito democratico. Lavorerà, anche in questo momento di unità nazionale, per fare gli interessi della sinistra. Così come Forza Italia agirà sempre per quelli del centrodestra. Chiariamo subito un aspetto. In un periodo drammatico come quello che stiamo vivendo, con una crisi sanitaria ed economica senza precedenti, lo ius soli sarà l'ultima delle priorità, per il governo, per gli italiani, per il Paese. Sul resto ci sarà come sempre un civile e sano confronto politico". Parla a briglia sciolta comunque Letta nel corso dell’assemblea nazionale che lo ha proclamato segretario del Partito democratico con 860 voti a favore (2 i no e 4 gli astenuti) e lo fa partendo dall’argomento del momento, quello della lotta alla pandemia da Covid-19. "È l’anno più buio della nostra storia repubblicana, ma sono nati tanti segnali di speranza. Siamo vicini alla liberazione, sappiamo che fino all'estate probabilmente ci aspetteranno nuovi lutti e sofferenze, ma la salute resta la cosa principale. Ce la faremo grazie alla scienza, grazie ai vaccini. L'immagine più bella è quella di Sergio Mattarella che si vaccina, a lui va il mio saluto più affettuoso”. Letta, dopo aver ringraziato il segretario uscente Nicola Zingaretti, entra subito nel merito. “Siamo simili – dice a proposito di quello che considera un amico di vecchia data – non abbiamo bisogno di molte parole per capirci”. Sul Coronavirus tutta la prima parte del suo discorso. “Centomila morti – continua – è scesa la speranza di vita, drammaticamente, e per la prima volta nella storia recente del Paese, poi la solitudine, lo smarrimento, le famiglie che hanno perduto i loro cari. Il mio pensiero va al personale sanitario, ai rappresentanti dello Stato, la loro dedizione è stata ed è fondamentale”. Un passaggio è dedicato anche alla crisi economica, citando Papa Francesco. “Penso ai cinquecentomila italiani che hanno perso il lavoro – afferma – a loro guardiamo cercando le migliori soluzioni per il loro futuro. Mi viene in mente la frase di Papa Francesco, il quale dice che vorrebbe un mondo che sia un abbraccio fra giovani e anziani”. E ancora: “Da solo nessuno si salva. Ce lo ha detto il Papa”. Poi si rivolge agli iscritti del Pd. “Io mi candido segretario – spiega – ma non vi serve un nuovo segretario, l'ennesimo, ma un nuovo partito, lontano dalle lotte di potere. Stavo facendo altre cose, ma ho scelto di ritornare perché ritengo che questa sfida sia essenziale, lo è per l'Italia ma anche per l’Europa”. Un occhio anche al futuro del centrosinistra: “Noi abbiamo vinto – sottolinea – quando abbiamo fatto coalizione. Quando siamo andati da soli abbiamo perso. Io parlerò con tutti, parlerò con il M5S di Conte. Dovremo avere tanto filo da tessere”. Letta annuncia che lascia tutti gli incarichi con retribuzione che aveva fino a questo momento per diventare segretario del Pd. “Sono contento – aggiunge – di poter tenere la presidenza dell'istituto Jacques Delors, l'unico senza retribuzione, che ritengo utile essendo un'istituzione culturale europea". Sul tavolo, già un programma operativo per le sezioni del partito dislocate in tutta Italia. “Domani – annuncia Letta – presenterò un vademecum di idee da consegnare al dibattito dei circoli per due settimane. Ne discutiamo insieme e poi facciamo sintesi in una nuova assemblea”. Al centro della discussione il tema delle donne. “Quello della rappresentanza di genere – dichiara – è un problema non solo nostro. Ieri sera mi è arrivata la notizia assurda che la candidatura di Cecilia Malmstrom a capo dell'Ocse è saltata”. Ritornando al partito usa un’espressione di Romano Prodi e Jacques Delors: “La nostra politica deve essere mettere insieme l'anima e il cacciavite” e sul nuovo governo Draghi, Letta lancia una stilettata alla Lega. “Il governo di Mario Draghi – chiosa - è il nostro governo, è la Lega che deve spiegare perché lo appoggia, non noi. Mi auguro che questo sia l’esecutivo che approverà anche il voto per i sedicenni”. Infine, non poteva mancare l’accento marcatamente europeista. “L'Europa è la nostra casa e l'Europa del 2020 è quella che ci piace, con al centro la solidarietà, il lavoro e il pilastro sociale”.

Borraccia "Bella Ciao": il dettaglio su Letta svela l'anima "rossa". Negli intenti, quello di Enrico Letta è un Pd rivolto al futuro ma il nuovo segretario si presenta all'Assemblea con la borraccia "Bella ciao". Francesca Galici - Dom, 14/03/2021 - su Il Giornale. Il Partito democratico ha un nuovo segretario dopo le dimissioni di Nicola Zingaretti. Enrico Letta è tornato in fretta e furia da Parigi, dove viveva da anni, per mettersi alla guida del partito dal quale anni fa è stato scalzato per mano di Matteo Renzi. In passato ha ricoperto il ruolo di vicesegretario, quando a essere segretario era Pier Luigi Bersani. Si pensava che dopo Zingaretti potesse arrivare Stefano Bonaccini, il grande deluso di questa alternanza di poltrone, invece il Pd ha preferito far affidamento sull'usato sicuro per riformare e rilanciare il partito che, a detta di molti, ora è solo un cumulo di cocci da rimettere in sesto. Sarà Enrico Letta l'uomo che serve al Pd? Solo il tempo potrà dare risposte ma intanto, a fronte di un discorso moderno e rivolto al futuro, i fatti dicono altro. All'Assemblea che l'ha eletto segretario del Partito democratico, Enrico Letta si è presentato con un look molto casual. Sotto una giacca blu di taglio sportivo, infatti, il nuovo segretario indossava una camicia azzurra botton down senza cravatta, come a dire "i formalismi lasciamoli ad altri, pensiamo alla sostanza". Entrico Letta ha scelto di fare la sua prima uscita pubblica come segretario del Partito democratico con un look minimal, come si conviene a chi è chiamato a ricostruire qualcosa. Nessun accessorio per lui, nemmeno un orologio distrattamente in mostra al polso, eccezion fatta per una borraccia. Cavalcando la moda di Greta Thunberg e facendo seguito i proclami per la transizione ecologia, presente anche nel suo discorso, poteva mai Enrico Letta presentarsi come fanno tutti con un bicchiere di plastica? Certo che no. Quindi ecco che Enricostaisereno è arrivato con la sua rossa borraccia termica, che ha posiziona al suo fianco nel podio da cui ha fatto il discorso da neo eletto. Attenzione, però, perché non si tratta di una qualsiasi borraccia termica che si può acquistare in una rivendita di articoli sportivi. Quella che Enrico Letta ha esibito con tanto orgoglio è promossa da "Immagina", nuova radio del Partito democratico e reca una scritta inequivocabile: Bella ciao. Il nuovo segretario del Partito democratico si è premurato di posizionarla in modo tale che la scritta bianca su fondo rosso fosse ben visibile agli occhi delle telecamere e delle macchine fotografiche che hanno immortalato quel momento. Perché, se è vero che nel suo lungo discorso ha dichiarato con fermezza che "serve un altro Pd", è vero anche che il linguaggio non verbale dice molto di più e, in questo caso, ricorda ai suoi elettori qual è uno dei grandi problemi del Partito democratico: la nostalgia.

Maria Teresa Meli per il “Corriere della Sera” il 14 marzo 2021. È stata una delle prime condizioni che Enrico Letta ha posto quando i big del suo partito gli hanno chiesto di prendere le redini del Pd in mano per salvare i dem dal disastro: niente «tutele» e niente «imposizioni». Tradotto: se volete che io faccia il segretario devo avere un mandato pieno e carta bianca, perché i miei referenti non saranno i capi corrente ma gli iscritti e gli elettori. Ebbene, il futuro leader non ha ancora pronunciato il suo discorso di investitura (lo farà oggi alle 11.45, all'Assemblea nazionale), che l'armistizio tra le diverse componenti del Pd si è già rotto. Ieri, infatti, soprattutto per volontà degli «zingarettiani», la maggioranza che aveva eletto alla guida del partito il presidente della Regione Lazio ha cominciato a raccogliere le firme (più di 600) per sostenere la candidatura di Letta. Un modo per pesarsi e per far vedere da che parte pendono i rapporti di forza interni anche con il nuovo corso lettiano. I supporter di Andrea Orlando hanno poi tenuto a diffondere alle agenzie di stampa una nota per precisare che di quelle 600 firme 260 erano loro. A quel punto, Base riformista, il correntone di minoranza di Lorenzo Guerini e Luca Lotti, non l'ha presa bene ed è passata alla controffensiva per precisare che i suoi esponenti firmeranno solo la candidatura di Letta, «come prevede lo Statuto direttamente in Assemblea». Sempre fonti di Base riformista hanno poi aggiunto: «I documenti che vengono presentati rischiano di essere tentativi di condizionamento abbastanza inutili». Dunque, ancora le contrapposizioni tra le correnti, benché il futuro segretario abbia spiegato di volere «un partito aperto» e di avere tutte le intenzioni di imprimere «una svolta importante» al Pd. Ma che cosa dice il documento sottoscritto dalla maggioranza che aveva eletto Zingaretti, quello che ha riaperto la guerra interna, sebbene poi tutte le componenti voteranno Letta? In quel testo si chiede di respingere «le incursioni della Lega e di Salvini, con il loro carattere strumentale e destabilizzante». Ogni riferimento a quei dem come Stefano Bonaccini, che a suo tempo hanno appoggiato la richiesta di Salvini di riaprire, è puramente voluto. Nel documento una parte importante è poi dedicata alle alleanze: al leader che verrà eletto oggi in Assemblea nazionale si chiede di «mantenere un rapporto positivo con l'arco di alleanze consolidate a sinistra; con il M5S che sarà investito da una trasformazione molto grande, con la leadership di Giuseppe Conte, che ci chiamerà a una più stringente competizione, anche se virtuosa e non distruttiva; con le formazioni laiche, liberali, moderate e di centro disponibili ad arricchire il campo democratico». Ma, al di là delle beghe tra le correnti, quel che conta veramente è ciò che dirà oggi Letta. Quel Letta secondo cui il «partito è uno strumento del Paese». Quel Letta che farà di tutto, come ha spiegato lui stesso in un'intervista a Le Monde , per evitare che il Pd «diventi come il Psf, in cui l'ala destra se n'è andata con Macron e l'ala sinistra con Mélenchon». Già, il Pd che il nuovo segretario sogna dovrà essere «il baricentro del riformismo». L'ex premier ieri ha lavorato tutto il giorno al testo del suo discorso. E ha anche postato su Twitter una sua foto in cucina, al computer, mentre lima l'intervento. Però Letta ieri ha fatto un'interruzione. A metà mattinata è andato nel suo circolo, quello di Testaccio. I militanti lo hanno accolto con un grande striscione con su scritto: «Daje Enri'... Ripiamose sti cocci». Il riferimento è all'intervista di Letta a Propaganda Live su La7, in cui il futuro leader dem si era detto pronto a «raccogliere i cocci» del suo partito. Letta ha chiesto suggerimenti ai militanti del Testaccio: «Cosa vorreste sentirmi dire? Secondo voi da dove deve ripartire il Pd? Cos' è mancato in questi anni?». Non si è trattato di frasi di rito: «Sono davvero convinto che il Pd - spiega Letta - debba ricominciare ad ascoltare i suoi iscritti e non solo. C'è tanta gente fuori alla quale dobbiamo parlare».

Valeria Forgnone per repubblica.it il 14 marzo 2021. Un ringraziamento speciale a Nicola Zingaretti "con cui continuerò a lavorare, legati da un rapporto di lunga amicizia e sintonia", un pensiero "ai centomila morti e al mezzo milione di italiani che hanno perso il lavoro, a loro noi guardiamo cercando le migliori soluzioni per il loro futuro". Priorità quindi al lavoro, ma anche alle donne e ai giovani. Ammette che dentro il Pd c'è un problema sulla parità di genere. E assicura che la liberazione dal Covid è vicina, grazie al vaccino. Enrico Letta sale sull'inedito "palco" al Nazareno in diretta streaming per il suo discorso durante l'assemblea nazionale del Pd con la consapevolezza di candidarsi a nuovo segretario anche se quello che serve è "nuovo Pd". "Mi viene in mente la frase di Papa Francesco che dice che vorrebbe un mondo che sia un abbraccio fra giovani e anziani - ha detto Letta prendendo la parola - Da solo nessuno si salva. Ce lo ha detto il Papa". Non solo. È fondamentale per Enrico Letta "fare un partito che abbia le porte aperte. L'apertura sarà il mio motto: spalanchiamo le porte del partito". È il suo giorno. Che è iniziato con un tweet pubblicato all'alba: "Le ultime aggiunte, le ultime correzioni. Ci vediamo oggi alle 11.45 sulla pagina Facebook del Pd e di Radio immagina. Io ci sono". Una frase accompagnata da una foto della tastiera del computer con cui ha scritto la relazione da presentare all'assemblea che, questa mattina, è chiamata ad eleggerlo segretario Pd. Poi un altro post. "Lo ammetto. L'emozione non manca a salire di nuovo al Nazareno, più di sette anni dopo". Con 713 sottoscrizioni è il candidato unico alla segreteria, come ha riferito Cuppi.

Il discorso di Letta.Il discorso di Letta è il cuore di questa insolita assemblea senza dibattito, ma puramente 'elettiva', con voto elettronico. E poco prima di mezzogiorno, l'ex premier ha preso la parola dalla sede del partito: "Vorrei che oggi la discussione non si chiudesse ma iniziasse. Domani presenterò un vademecum di idee da consegnare al dibattito dei circoli per due settimane. Ne discutiamo insieme e poi facciamo sintesi in una nuova assemblea". Ha messo subito le cose in chiaro, riconoscendo i limiti del Pd: "Lo stesso fatto che sia qui io e non una segretaria donna dimostra che esiste un problema" sulla parità di genere. "Io metterò al centro" il tema delle donne: è "assurdo" che sia un problema. "Mi candido a nuovo segretario ma so che non vi serve un nuovo segretario: vi serve un nuovo Pd". E dopo le donne, i giovani che "saranno al centro della mia azione".

Le firme per la candidatura di Letta. L'assemblea è iniziata con l'intervento della presidente dem, Valentina Cuppi: "Serve un partito che sappia interpretare e combattere per le istanze democratiche" senza rimanere imbrigliato da "battaglie intestine fra aree culturali che rischiano di cristallizzarsi in lotta fra correnti". Dopo l'intervento della presidente Cuppi, la diretta streaming dell'assemblea è stata sospesa, impegnata negli "adempimenti formali" per la presentazione delle candidature e le relative sottoscrizioni. È ripresa poi con l'annuncio della raccolta delle firme a sostegno della candidatura di Enrico Letta: 731 per la precisione. Sono pervenute, ha spiegato Cuppi, 314 sottoscrizioni con firme autografe di membri dell'assemblea, più 97 mail di sottoscrizione e altri 302 nominativi: in tutto 713, appunto, sottoscrizioni. Entrando al Nazareno, Letta ha citato "il principe di Condé" che "dormì profondamente la notte avanti la giornata di Rocroi" come scriveva Alessandro Manzoni nel secondo capitolo dei Promessi sposi. Letta, nella sede del partito, questa mattina ha trovato anche il ministro Andrea Orlando, Peppe Provenzano, Walter Verini, Cecilia D'Elia, Brando Benifei, Chiara Braga, Nicola Oddati, Caterina Bini, Luigi Zanda, Stefano Vaccari. In un primo momento, era stato annunciato, oltre a lui, solo la presenza della presidente Cuppi. L'ex presidente del Consiglio, dopo aver sciolto la riserva, ora è quindi pronto a prendere le redini del Partito democratico lasciate in corsa da Nicola Zingaretti, ma ad alcune condizioni. Vuole fare la rivoluzione. E per farla deve ripartire dalle sezioni, come dimostra anche la sua visita a sorpresa ieri nel circolo dem del quartiere romano di Testaccio, il suo, con la foto davanti allo striscione "Ripiamose sti cocci". Letta è tornato perché richiamato dal partito e il ritorno è stato preceduto da contatti con tutti i capi delle tante aree che compongono il Pd, da telefonate con Mario Draghi e anche con Giuseppe Conte.

Vittorio Feltri contro Enrico Letta: un leaderino che non può avere successo. Libero Quotidiano il 14 marzo 2021. Bisogna dare atto a Zingaretti di aver compiuto una cosa buona e giusta: dimettersi da segretario del Partito Democratico. Lo ha fatto all'improvviso e ha resistito alle pressioni di coloro che volevano trattenerlo. Probabilmente ha capito che il partito è in disarmo e sarà difficile anche per il nuovo capo salvarlo. Basti pensare che i sondaggi, i quali non sono il verbo ma servono a misurare la febbre all'elettorato, attribuiscono più consensi a FdI che non al Pd. Questo per illustrare quale sia la situazione odierna. Ora, dopo sette anni di purgatorio, torna al Nazareno Enrico Letta, persona perbene, eppure con un temperamento che pare fragile, non idoneo a fare di lui un condottiero. Ne conosciamo la storia di leaderino e per questo dubitiamo che egli possa avere successo. Però è soltanto una nostra opinione e forse è sbagliata. Ciò che invece è un fatto dimostrato è che gli eredi del comunismo e della Dc di sinistra non hanno una struttura politica. Essi stessi ignorano chi siano e dove intendano andare. Vivono alla giornata come un gruppo di clochard, chiedono di avere per carità qualche poltrona governativa, non sanno se stare dalla parte del popolo o da quella della borghesia, non hanno un programma e se ne individuano per caso mezzo non riescono a realizzarlo. Non sono né carne né pesce e campano alla giornata in attesa di eventi. Poveracci, la loro specialità è sbandare e non si accorgono che prima o poi andranno a sbattere contro il muro. Un tempo lontano, quello di Botteghe Oscure, della religione marxista, disponevano di una organizzazione efficiente che nascondeva il vuoto di progetti. Adesso invece sembrano una bocciofila di periferia incapace perfino di allestire la festa delle salamelle. Farebbero tenerezza se non avessero conservato una dose massiccia di presunzione, direi di spocchia, tanto è vero che pretendono di insegnare agli italiani come debbano parlare. Hanno dichiarato guerra al dizionario della nostra lingua, non risparmiano intemerate a coloro che adoperano il termine "neg***" in luogo di nero, o tirano una battuta sui gay violando il codice del politicamente corretto. Non solo, praticano in modo becero il femminismo d'antan e si atteggiano a personcine culturalmente evolute quando - misere - si erano ridotte a farsi rappresentare da Zingaretti il quale con l'erudizione ha il medesimo rapporto che ho io con l'astrofisica. Onesto tuttavia è riconoscere che il problema dell'ignoranza non è tipico del Pd bensì di tutti i partiti. A piangere è la politica, la quale ha disperso quasi interamente il capitale intellettuale della Prima Repubblica, che aveva tanti difetti ma non considerava la sintassi un pregiudizio borghese. Occorre precisare che Letta non è uno sprovveduto, eppure se anche metti Toscanini a dirigere la banda degli zufoli la musica non migliora.

Enrico Letta, chi è il nuovo segretario del Partito Democratico. Ilaria Minucci su Notizie.it il 14/03/2021. Formazione e carriera politica di Enrico Letta: chi è il politico e accademico italiano eletto segretario del PD, in sostituzione di Nicola Zingaretti. Enrico Letta è stato scelto, tramite votazione su piattaforma online, come il nuovo segretario del Partito Democratico: l’ex-premier, che sostituirà Nicola Zingaretti, si è subito detto pronto a compiere cambiamenti radicali destinati a rafforzare il partito.

Enrico Letta, nascita e formazione scolastica

Il politico e accademico Enrico Letta, nato a Pisa il 20 agosto 1966, ha trascorso parte della propria infanzia a Strasburgo per poi tornare in Italia, una volta conclusa la scuola dell’obbligo, e frequentare l’Università di Pisa, dove si laurea in scienze politiche ad indirizzo politico-internazionale nel 1994.

Dopo la laurea, frequenta e consegue presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa il dottorato in Diritto della Comunità Europea.

Tra il 2021 e il 2003, è professore a contratto presso l’Università Carlo Cattaneo mentre, nel 2003, insegna presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e, nel 2004, presso l’École des hautes études commerciales di Parigi.

Enrico Letta è attualmente sposato, in seconde nozze, con Gianna Fregonara, giornalista del Corriere della Sera, con la quale ha avuto tre figli: Giacomo, Lorenzo e Francesco.

Gli esordi politici di Enrico Letta

La carriera politica di Enrico Letta inizia con la sua adesione alla Democrazia Cristiana: l’attuale segretario del PD, infatti, ha ricoperto il ruolo di presidente dei Giovani Democristiani Europei tra il 1991 e il 1995.

In occasione del governo Ciampi, nel periodo 1993-1994, Enrico Letta è stato impiegato presso la Farnesina in qualità di Capo di Gabinetto, sotto la direzione del ministro Beniamino Andreatta.

Nel 1997, è stato nominato insieme a Dario Franceschini vicesegretario del Partito Popolare Italiano: ruolo che abbandona nel 1998 per diventare, nel primo governo D’Alema, ministro per le Politiche Comunitarie, accaparrandosi il titolo di ministro più giovane della storia della Repubblica italiana.

Nel 1999, durante il secondo governo D’Alema, Enrico Letta viene scelto come ministro dell’Industria, del Commercio e dell’Artigianato. Il medesimo ruolo sarà confermato anche dopo l’insediamento del secondo governo Amato e verrà affiancato anche dall’incarico di ministro del Commercio con l’Estero.

Tra il 2002 e il 2021, l’attuale segretario del PD diventa il responsabile nazionale per l’economia con La Margherita mentre, nel 2004, presenta la sua candidatura per il Parlamento europeo nella lista “Uniti nell’Ulivo”, ottiene l’incarico con 176.000 preferenze.

Nel 2006, con la nascita del Governo Prodi, Enrico Letta assume la carica di Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, configurandosi come il successore dello zio, Gianni Letta, fedelissimo di Silvio Berlusconi.

L’adesione al Partito Democratico e la nomina a segretario

Nel 2007, Enrico Letta entra a far parte del Partito Democratico e annuncia la sua candidatura alle primarie della segreteria del partito, venendo però sconfitto da Walter Veltroni.

Tra il 2008 e il 2009, viene nominato ministro del Lavoro, Salute e Politiche Sociali del Governo Ombra del PD. Sempre nel 2009, invece, sostiene Pier Luigi Bersani, diventando il vicesegretario nazionale del Partito Democratico.

Il 24 aprile 2013, Enrico Letta viene scelto dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano come Presidente del Consiglio dei ministri con il compito di formare un nuovo governo. L’esperienza di governo in qualità di Premier condotta da Letta, tuttavia, ha vita estremamente breve, concludendosi a febbraio del 2014, dopo le pressioni del nuovo segretario del PD Matteo Renzi che chiedeva le dimissioni del presidente in carica.

Dopo le dimissioni dalla carica di Presidente del Consiglio dei ministri, Letta si dimette anche da deputato della Cameranel corso del 2015, dopo essersi espresso voto contrario rispetto all’Italicum, la nuova legge elettorale ideata dal PD.

Il 14 marzo 2021, infine, Enrico Letta è stato eletto segretario del Partito Democratico, sostituendo Nicola Zingaretti.

Gli ideali politici

Enrico Letta ha idee politiche estremamente chiare e precise: è un convinto sostenitore della parità di genere e delle politiche giovanili. A questo proposito, è favorevole ad abbassare il limite di partecipazione alle elezioni politiche da 18 a 16 anni, in modo tale da «allargare il peso dei giovani nella società».

Allo stesso modo, è a favore di una riforma della giustizia radicale e della transizione ecologica e digitale.

Inoltre, si oppone fermamente all’esistenza di paradisi fiscali in Europa e reputa necessaria la creazione di una Tech taxesistente a livello europeo.

Infine, si è sempre espresso in modo critico e contrario rispetto alle ultime leggi elettorali adottate in Italia, tra le quali figurano il Porcellum e il Rosatellum.

Il politico e accademico italiano, quindi, può essere definito come un convinto europeista e ambientalista ma anche con un riformista liberale che, da sempre, esterna un «rispetto sacrale delle istituzioni».

Leonardo Martinelli per “la Stampa” il 14 marzo 2021. Mario Del Pero, che già insegnava storia internazionale (è specialista di Stati Uniti) alla Psia, la prestigiosa Scuola di Affari internazionali di Sciences Po, si ricorda bene quando all'inizio del settembre 2015 arrivò il nuovo preside, Enrico Letta. Con una buona dose di sincerità, ammette: «Ero scettico, come altri alla scuola. Io sono un accademico e, ogni volta che una figura pubblica sbarca a guidare un centro d'insegnamento e di ricerca, ne capisco la necessità per la promozione, ma penso che il personaggio cerchi un diversivo dopo che la sua carriera politica è finita». Sciences Po, a Parigi una delle «fucine delle élites», poteva essere un accogliente cimitero degli elefanti per Letta, costretto a lasciare Palazzo Chigi l'anno prima e poi il partito e anche il Parlamento. Ora che Letta se ne è ritornato via, Del Pero ammette che i quasi sei anni di esilio parigino «hanno smentito i miei dubbi. Ha svolto seriamente il suo incarico, con una presenza sorprendente alla scuola, anche fra gli studenti». Il master del Psia è uno dei più in vista di Sciences Po. Quando Letta arrivò, nella graduatoria mondiale (il Qs world) delle scuole di affari internazionali a livello universitario, il Psia si piazzava al tredicesimo posto. Nell'ultimo ranking, del 2021, è balzato al secondo, giusto dietro Harvard. L'effetto Letta ha spinto su le iscrizioni (oggi ci sono più di 1500 studenti di 110 nazionalità diverse, che seguono corsi impartiti al 70% in inglese). Insomma, negli austeri corridoi di Sciences Po, a due passi da Saint-Germain-des-Prés, è praticamente impossibile trovare qualcuno che parli male di Letta. La scuola ha avuto i suoi problemi (una delle personalità più influenti, Olivier Duhamel, è stato da poco accusato di incesto e il direttore, Frédéric Mion, che ne era al corrente e non aveva mosso un dito, si è dimesso in febbraio), senza considerare che Sciences Po negli ultimi anni ha moltiplicato i suoi cursus in ogni direzione, diventando a tratti una fabbrica di tuttologia. Lo Psia, invece, resta il suo fiore all'occhiello. Intanto Letta è stato eletto presidente dell'Apsia, l'organizzazione mondiale delle scuole universitarie di Affari internazionali (è il primo non americano). A Parigi è stato nominato pure presidente dell'Istituto Jacques Delors, che ha reso più dinamico «perché Letta è un marchio di qualità a livello europeo», sottolinea Nicolò Conti, già capo della comunicazione di questo think-thank. Ieri Letta ha parlato a Le Monde della sua decisione di rientrare. «Ho esitato perché mi piaceva la mia vita a Parigi, adoro Sciences Po e i miei studenti - ha detto -. Continuo a pensare che la scelta di andarci nel 2015 sia stata la più intelligente che abbia fatto nella mia vita». Ma «l'Italia è il mio Paese e la politica il mio Dna». «Dobbiamo evitare che il Pd diventi come il Ps francese, la cui ala destra è partita con Macron e quella di sinistra verso Jean-Luc Mélenchon», il leader della gauche radicale. Letta ha un rapporto di reciproca stima con il Presidente francese ma «si rifà alla tradizione del cristianesimo sociale - sottolinea Del Pero -. È un riformista, mentre Macron è piuttosto un neoliberale».

Enrico Letta, la telefonata con Mario Draghi prima di annunciare la candidatura come segretario del Pd. Libero Quotidiano il 13 marzo 2021. "Io ci sono. Lo faccio per amore della politica e passione per i valori democratici": così l'ex premier Enrico Letta ha annunciato la sua candidatura alla segreteria del Pd dopo le dimissioni di Nicola Zingaretti. Prima dell'annuncio sui social, come riporta il Corriere della sera, Letta ha sentito al telefono l'attuale presidente del Consiglio Mario Draghi. Che probabilmente gli avrà dato una spinta in più per ufficializzare la candidatura. E non solo. Il dem ha chiamato anche Giuseppe Conte e Luigi Di Maio per anticipare loro le sue intenzioni. La sua prima apparizione televisiva dopo l'annuncio è stata a Propaganda Live su La7: "Io non voglio vivacchiare - ha spiegato - voglio imprimere una svolta al partito. Non mi interessa l’unanimità finta, quella per cui alla prima difficoltà ognuno se ne va per conto suo". Quella di Letta è comunque una decisione importante, visto che da circa sette anni l'ex premier era lontano dall'Italia. Nel 2015, dopo essersi dimesso da deputato, era andato a dirigere la Scuola di Affari internazionali dell'Università Sciences Po di Parigi. Nei colloqui degli ultimi giorni con i big del Partito democratico, Letta ha preannunciato che chiederà di "aprire il Pd", di "dargli ossigeno", perché "non sarò succube del gioco delle correnti e non mi farò frenare dai veti interni", ha spiegato. E ancora: "La linea del partito la deciderò io, insieme a tutti gli elettori e ai militanti, che è giusto che riprendano la parola". Sul rapporto con il Movimento, invece, ha detto: "Non siamo mai stati subalterni ai 5 Stelle e non lo saremo certo adesso, deve esserci massimo rispetto da entrambe le parti".

Giovanna Vitale per "la Repubblica" il 15 marzo 2021. È stata una telefonata di Mario Draghi a fargli vincere ogni residua resistenza, quando in quel di Parigi ancora oscillava tra accettare o rifiutare il ritorno al futuro della politica italiana: la guida di un partito agonizzante, che sette anni prima lo aveva tradito. E adesso è proprio un faccia a faccia con il premier che il neo-segretario del Pd vuol mettere in agenda, compatibilmente con gli impegni istituzionali del presidente. Per ribadire ciò che in Assemblea ha scandito forte chiaro: «Il governo Draghi è il nostro governo, semmai è la Lega che deve spiegare perché lo appoggia». Come Nicola Zingaretti - fin troppo esposto sul sostegno al predecessore e sul fallimento del Conte ter - non aveva sin qui potuto dire. D' altra parte non è un segreto che i due si conoscano e si stimino da parecchio. Almeno dagli anni in cui Letta era a capo dell' esecutivo nato sull' onda delle elezioni «non vinte» da Bersani e l' attuale premier presiedeva invece la Bce. Alle prese, entrambi, con problemi non da poco: gli strascichi della crisi del debito sovrano europeo, che aveva fatto tremare l' Italia, e le regole ferree del patto di stabilità. Un gioco di sponda nell' interesse del Paese che, con la "complicità" di Paolo Gentiloni, fra i massimi artefici della chiamata di Letta alle armi democratiche, si è rinnovato allorché il presidente del Consiglio ha spiegato all' ormai ex professore di Sciences Po perché era così importante che fosse lui a caricarsi sulle spalle il Pd. Una forza politica indispensabile per la stabilità del Gabinetto di salvezza nazionale voluto fortissimamente da Sergio Mattarella. Pure lui osservatore non certo indifferente della vicenda che ha portato al rimpatrio lettiano. La debolezza e l'assenza di leadership dem avrebbe infatti rischiato di mettere a repentaglio il governo insieme alle partite più importanti portate faticosamente avanti: gestione dell' emergenza sanitaria, piano vaccinale e Recovery plan, che sarebbero altrimenti rimaste in balìa delle incursioni solitarie di Matteo Salvini. Solo il primo di una serie di incontri istituzionali, che Letta intende accompagnare a una profonda riforma del partito. Obiettivo: ridurre progressivamente il peso delle correnti, che da centri di potere organizzato dovranno evolvere in motore del pluralismo interno. A questo mirano le Agorà democratiche, progetto al quale i "suoi" ragazzi, gli allievi delle Scuole di politica promosse dal neo-segretario in giro per l' Europa, stanno già lavorando da un po'. E che a ridosso dell' estate, subito prima o subito dopo a seconda della pandemia, dovrebbero sfociare in una grande Assemblea degli Esterni, sul modello di quella che alla fine del 1981 una Dc allora allo sbando organizzò per dare un forte segnale di rinnovamento e di apertura alla società. Oggi come ieri l' idea è di coinvolgere le migliori menti non solo italiane - professori, economisti, politologi, esponenti del mondo della cultura, del lavoro e dell' impresa - che aiutino a ridefinire l' identità e il ruolo del Pd nel Paese travolto dal Covid. Esattamente l' intuizione che quarant' anni fa ebbe per la Balena Bianca Beniamino Andreatta, anche ieri definito da Letta il «mio maestro». Un lavoro che comincerà sin da stamattina, quando l' ex premier prenderà possesso dei suoi uffici al Nazareno. Dove iniziare a stilare il calendario degli appuntamenti: con i presidenti di Camera e Senato per affrontare il tema delle riforme che giacciono inevase in Parlamento, e poi con i gruppi del Pd, con i quali cominciare a ragionare su eventuali avvicendamenti (a palazzo Madama già si ipotizza uno scambio: Rossomando al posto del capogruppo Marcucci, che prenderebbe la vicepresidenza dell' Aula). Poi toccherà ai famosi corpi intermedi, che per il neo segretario sono fondamentali: sindacati, associazioni di categoria e imprese, Terzo settore. E siccome però solo un Pd in salute può essere anche un partito forte, Letta chiederà una radiografia sulla situazione finanziaria, che non è tracollata solo grazie ai contributi del 2 per mille, e l' organizzazione sul territorio. Due questioni da tempo in sofferenza, da affrontare subito. Perché lui ha rilevato un Pd «in crisi» per rilanciarlo, non certo per diventarne il curatore fallimentare.

Da la7.it il 13 marzo 2021. "La politica io ce l'ho nel cuore, penso che la richiesta di provare a dare una svolta al PD, di aprire la porta a tante persone che stanno fuori andasse accolta. Oggi sono una persona diversa da prima perché ho lavorato con i giovani". “Faccio fatica a rispecchiarmi nell’Italia di oggi o dirmi tifoso di questa o di quella proposta politica…”. L’ex premier Enrico Letta, oggi rettore della scuola di Affari internazionali dell'Università di Parigi Sciences Po, nelle pagine del suo libro  (“Ho imparato”, il Mulino) si descrive "spaesato" e mette in bella evidenza l’errore da matita blu del Partito democratico: “E’ diventato il partito dei centri urbani, dimenticandosi delle periferie. Il partito delle ZTL”. Oltre la retorica, c’è di più: ad esempio, la citazione della commedia cult “Come Un Gatto in Tangenziale, “film simbolo dei muri e delle divisioni geografiche e sociali di oggi”. Letta non rinuncia a tirare stoccate a Renzi sull’Italicum e sull’idea di farsi largo attraverso la “distruzione dell’avversario”. La rottamazione dell’ex sindaco di Firenze, come i vaffa di Beppe Grillo e la ruspa di Matteo Salvini: “Messaggio analogo, efficacia senza progetto”. Punture di spillo contro “il machiavellismo estremo” si intrecciano a suggestioni donchisciottesche (“Ai muri preferisco i mulini”) e a riflessioni non convenzionali sulla “semplificazione fuorviante” del populismo e sul mito Erasmus così caro a un certo riformismo happy hour: “Ha un limite profondo. Coinvolge troppe poche persone, in 30 anni sono state solo 3 milioni, una minoranza”. Le critiche al governo non si spingono fino al punto di appoggiare l’idea del Fronte repubblicano di Calenda, del tutti contro Lega/M5s: “E’ uno schema potenzialmente letale perché tutto interno alle classi dirigenti e perché richiama quella radicalizzazione dei nemici da distruggere…”

Agenda e valori del prossimo segretario del Pd. Guerra a populisti e giustizialisti, la politica secondo Enrico Letta: sei punti cruciali. Andrea Pugiotto su Il Riformista il 13 Marzo 2021.

1. Ricordiamo tutti il passaggio di consegne tra il governo Letta e il governo Renzi: una delle più sbrigative e gelide cerimonie della campanella che Palazzo Chigi rammenti. Era il 22 febbraio 2014: un tempo distante come il pleistocene, per la politica italiana ma ancor più per la biografia di Enrico Letta, ormai lontanissimo da quel «tengo il broncio, ergo sum». Non sarà, il suo, un ritorno all’insegna del risentimento: in politica come nella vita, il destino di chi si ostina a guardare indietro è quello della moglie di Lot, trasformata in un’immobile statua di sale. Letta, invece, ha in mente un’idea di futuro: per capire quale, possiamo attingere ai suoi due ultimi libri, editi per il Mulino, ambedue dai titoli inequivoci: Contro venti e maree. Idee sull’Europa e sull’Italia (2017) e Ho imparato (2019). Chiuse le pagine di entrambi, il lettore non fatica a rintracciarne il denominatore comune nel rifiuto di ogni nuance di sovranismo.

2. «L’Europa è composta di due tipi di Stati: quelli piccoli, e quelli che non si sono ancora accorti di essere piccoli» (il copyright è di Emma Bonino). A questo sovranismo nazionalista, Letta contrappone la forza dei numeri: nel 2050, il pianeta dovrà sfamare 10 miliardi di persone. Nel frattempo, le classi medie dei paesi emergenti (in Asia, soprattutto), divorano quantitativi di energia sempre maggiori, aspirando legittimamente ai nostri livelli di consumo. Da qui i mutamenti climatici, il loro impatto ambientale, le crisi sanitarie. Ne siamo e ne saremo colpiti tutti, ma qualcuno in misura maggiore: gli innocenti (le generazioni future) e i meno responsabili (i paesi poveri, più estesi e meno protetti). Tutto ciò se ne frega dei confini nazionali e delle loro sentinelle sovraniste. Con utopico realismo, Letta invoca la necessità di una policy che orienti il pianeta verso un modello di sviluppo capace di coniugare sostenibilità ambientale, crescita demografica, giustizia sociale. Ecco perché – paradossalmente – la difesa della sovranità nazionale passa attraverso la sua parziale cessione in ambiti di interesse comune. Letta lo sa bene: condividere sovranità statale è una forma lungimirante di altruismo interessato, perché solo a livello transnazionale possiamo vincere sfide che travalicano il nostro periferico cortile di casa.

3. Per ciò Letta è un europeista inossidabile, ma non dogmatico. Riconosce l’errore di aver creduto in un modello di sviluppo mainstream che ha aggravato le diseguaglianze. Da europeista, critica i governi rigoristi rifiutando l’equazione «minori diritti in cambio di maggiori opportunità». Descrive l’Ue come «un’unione di minoranze» dove nessuno domina sull’altro perché «l’Europa è il contrario di un progetto imperiale»: ai suoi occhi, mettere insieme 27 Stati, 24 lingue, 19 Paesi con una stessa moneta, dandosi una Carta dei diritti fondamentali dalla stessa forza giuridica dei Trattati, è il progetto politico e nonviolento più ambizioso e meglio riuscito dei nostri tempi. Guardando avanti, per Letta non si può essere timidamente europei, altrimenti abbiamo già perso. Da qui la sua proposta di un’Ue a geometrie variabili, cerchi concentrici, velocità differenziate, dove concedere di più a chi vuole fare di più in termini di integrazione in ambiti decisivi: politica estera, politica di difesa e sicurezza, unione bancaria, un comune ministro delle Finanze e del bilancio. C’è dell’altro. Se la sfida più impegnativa per la politica di oggi è «proporre il meglio, non l’alternativa al peggio», l’Europa può farlo soprattutto nel campo dei diritti frutto di tradizioni comuni: rifiuto della pena di morte, giuste condizioni di detenzione, tutela dell’ambiente e del patrimonio culturale, diritto al lavoro, laicità, pluralismo confessionale, libertà di coscienza. Letta è giustamente convinto che solo attraverso una pragmatica «strategia dei valori» europei potremo collocarci tra chi organizza le regole del gioco globale (rule makers) invece di trovarci relegati tra chi applica regole scritte da altri (rule takers).

4. Vale, ad esempio, per il fenomeno migratorio, da sempre campo d’elezione per il sovranismo xenofobo interessato a non risolvere il problema per lucrarvi elettoralmente. Cifre alla mano, Letta svela la differenza tra realtà e percezione della questione: mentre i picchi di sbarchi sulle nostre coste non sono più quelli del passato, ad aumentare è il tasso di mortalità dei migranti nel Mediterraneo; mentre si alimenta la narrazione, giuridicamente fasulla, dei porti chiusi, ininterrotto è il flusso di extracomunitari in entrata con visti turistici a scadenza. Per portare a soluzione il problema – scrive Letta – servirebbe «un Super Mario Draghi per la crisi migratoria»: aprire vie legali di accesso all’Europa, gestire i rifugiati a livello europeo (cambiando l’accordo di Dublino), creare corridoi umanitari con le zone di crisi (a evitare pericolose odissee in mare), controllare le frontiere esterne dell’Unione (senza appaltarne la gestione a paesi terzi) creando una polizia europea integrata, armonizzare le regole di accoglienza, promuovere una diplomazia culturale tra continenti (sfruttando il ruolo chiave degli Atenei).

5. Tra le cinquanta sfumature di sovranismo c’è anche quella populista. Senza reticenze, Letta ne rintraccia sintomi evidenti nelle leadership – in apparenza alternative – di Grillo, Salvini e Renzi. Comuni sono il linguaggio truce («vaffa, ruspa, rottamazione») e la postura politicamente aggressiva (asfaltare e delegittimare l’avversario). Comune è «l’idea che la propria discesa in campo segni l’anno zero della politica», ma anche la promessa non mantenuta che «mai, una volta raggiunto il potere, si sarebbero comportati come i predecessori». Comune è «la totale sovrapposizione tra la propria figura di leader e quella del proprio partito», come pure «l’esaltazione, a tratti perfino fanatica, della disintermediazione», e l’«appello diretto al popolo». Ai diversamente populisti – alfieri di «annunci mediatici e produzione di racconti, privi di risultati concreti» – Letta contrappone il coraggio di «dire la verità [che] in politica vuol dire spiegare che la scelta di oggi non sarà proficua da domani mattina». All’uomo solo al comando, Letta contrappone le ragioni di una leadership politica condivisa, perché «i nostri sono i tempi delle coalizioni, non dell’uomo singolo; del team, non del grande talento solitario; dell’intelligenza collettiva, non della tattica individuale». 6. «Io ci sono», ha detto ieri. Accettando la candidatura a segretario del Pd, Letta interrompe un “esilio” di sette anni fuori dall’«acquario della politica romana», definiti i più intensi e carichi di insegnamenti perché «la vita personale influenza il pensiero». C’è da aspettarsi, dunque, che quanto fin qui maturato sarà portato dentro la politica italiana. Se ciò accadrà, la sua segreteria non sarà soltanto «il baricentro di qualsiasi alternativa alle destre» (come ha detto, benedicendola, Zingaretti). Sarà parimenti in radicale opposizione a qualunque populismo sovranista, dovunque alberghi. Lo auspicava ieri il Direttore di questo giornale, invitando Letta a respingere «il ricatto dello schieramento obbligatorio» con un grillismo semmai da liquidare, nel nome di un nuovo e allargato riformismo di sinistra. Lo aspetta un compito titanico: rovesciare il tavolo delle liti correntizie nel partito. Riportare finalmente il Pd sul terreno delle idee e dell’agire, non solo ministeriale. Sfidare gli avversari esterni sulla capacità di rispondere a bisogni di generazioni aggredite da cambiamenti epocali. Difendere e contribuire a rigenerare la democrazia della rappresentanza politica e delle formazioni sociali intermedie. Lo attende una lotta politica a tutto campo da condurre insieme alla sua ritrovata comunità, perché – come recita il proverbio africano a Letta molto caro – «Se vuoi andare veloce, agisci da solo; se vuoi andare lontano, agisci insieme agli altri». Ben tornato e auguri vivissimi.

M.A. per "il Messaggero" l'11 marzo 2021. Gli amici di Letta assicurano: «Enrico non è un tipo vendicativo». Per fortuna. Sennò, dovrebbe prendersela non solo con gli ex renziani ma con quasi tutti quelli che adesso gli chiedono di fare il Cincinnato e il salvatore della patria dem e che sette anni fa però lo tradirono. Contribuendo a defenestrarlo da Palazzo Chigi. Letta non potrà mai dimenticare, e infatti anche in queste ore ci pensa e ci ripensa, la giornata del 13 febbraio 2014, quando la direzione del Pd vota la fine del governo da lui presieduto e designa Renzi al suo posto. Anche per #EnricoStaiSereno arrivò il giorno della rottamazione. Che portò la firma un po' di tutti, degli ex democristiani, degli ex comunisti, di tanti di coloro che adesso si aggrappano a lui come a un salvagente (pronti a sgonfiarlo di nuovo, dopo tanto unanimismo, quando e se converrà?). «I farisei mi hanno sfiduciato, ho capito che i mediatori tra me e Renzi mi avevano teso un tranello», così la prese l'#EnricoStaiSereno. Erano le 8 del 13 febbraio 2014 e al piano nobile di Palazzo Chigi il premier, ormai indebolito, fece entrare nel suo studio dalle pareti dorate una delegazione del partito. E la presenza di Speranza, capogruppo dem alla Camera, della sinistra bersaniana, fece capire al premier che il colpo di grazia lo avevano inferto proprio loro, gli ex comunisti, a parole ostili a Renzi ma nei fatti decisivi nel favorire la sua escalation. Alle varie correnti che gli chiedevano di lasciare il campo senza traumi, Letta rispose così: «Questa è un' operazione che farà male al Paese». Quell' incontro fu gelido, durò quattro minuti e dieci ore più tardi la Direzione del Pd ritirò la fiducia al beniamino di queste ore e aprì la strada al governo guidato dal segretario Renzi. Il quale già dal tempo delle primarie aveva intrecciato un rapporto personale con uno dei capofila degli ex comunisti, Orfini, con Franceschini e con tanti altri e non faceva che ripetere a tutti: «I sondaggi sono brutti, se continuiamo con il passo di Letta alle Europee prendiamo un legnata». E ancora: «Così non va, serve un governo di legislatura» (che è un bel richiamo per gli onorevoli che vogliono rinnovare il proprio mandato e allora sembrava esserci posto per tutti). Romano Prodi, mentre il partito tra big e peones di ogni tendenza accusa il governo di immobilismo e di «scarso coraggio», mette sul chi vive il suo amico Enrico: «Tenta una sortita, non aver paura di metterti in una controversia». Ma stava precipitando tutto e in prospettiva anche i lettiani, come la De Micheli o Boccia, avrebbero preso altre strade.

CANNIBALISMI. Si sentiva solo, Letta. Chi più chi meno, gli attuali maggiorenti che in queste ore invocano «Enrico, Enricoooo», lo spinsero fuori dalla leadership e dalla premiership. Bersani, convalescente, lasciò fare. Franceschini mediava per convincere l' amico Enrico a fare un passo indietro senza scontri cruenti. Il capogruppo Speranza: «E' un buon politico e un uomo di partito e dunque - così disse l' attuale ministro della Salute che intanto è andato a Leu - Enrico saprà valutare». Ossia andarsene senza troppi capricci. E Letta: «Ognuno si deve prendere le proprie responsabilità alla luce del sole, anche il Pd. Il mio mandato dura fino alla fine del 2014. Questo era l' accordo. Non accetto manovre di palazzo e non partecipo a trattative sul mio futuro». Ma ormai Letta era stato fatto fuori dal partito da cui adesso s' è dimesso Zingaretti e anche Nicola e i suoi in quel 2014 c' erano eccome. C' è' chi agì con entusiasmo (magari miope), chi con cinismo, chi per conservare la posizione. «Impazzano istinti cannibaleschi», s' indignò Filippo Andreatta, figlio di Beniamino (il grande mentore del giovane Letta) e ottimo amico dell' allora premier. Il problema è che quel tipo di istinti, nel Pd, sono tuttora forti come allora o addirittura si sono incrudeliti. E il primo a saperlo è proprio #EnricoStaiSereno.

DAGOREPORT il 12 marzo 2021. Un colloquio di Enrico Letta con Lorenzo Guerini, leader della corrente ex renziana Base Riformista, ha sbloccato il suo decollo verso la segreteria del PD. Un accordo fra due che si conoscono bene essendo stati due democristiani di sinistra, in modalità De Mita-Andreatta (Guerini aveva come nomignolo “Arnaldo”, come Forlani). Dunque, gli ex renziani voteranno il “Draghi del PD” che, intannto, scioglierà la riserva e si candiderà a Siena per il seggio lasciato vacante da Padoan al Senato; poi fra un anno, un anno e mezzo, si farà il congresso dove Letta si ripresenterà. Sulle future liste elettorali Enrichetto ha dato la sua parola che non sarà vendicativo nei confronti degli ex aficionados di Renzi, ma soprattutto sulla linea politica verso i 5Stelle ha precisato che ci sarà discontinuità. A differenza della linea Bettini-Zinga (che negli ultimi giorni hanno avuto qualcosa da ridire), con il futuro partito di Conte ci sarà un’alleanza tattica, non strategica. Quindi, va bene una convergenza su interessi comuni ai due partiti, a differenza di ciò che argomentava Bettini: una coalizione per battere il centrodestra. Non solo: se l’ectoplasma di Zinga aveva bisogno delle elucubrazioni politiche di Bettini, Enrichetto farà di testa sua. Di più: Letta si propone aperto alle altre forze politiche. E così dicendo, da ex democristo, nipotino fedele di Gianni Letta, strizza l’occhiolino a quello che resta di Forza Italia: una serie di potentati che si fronteggiano su chi prenderà lo scettro del Banana con al centro, deus ex machina, Marina Berlusconi che ha in Giorgio Mulè il suo uomo. L’odio di Letta verso Berlusconi, col tempo, si è attenuato per trasferirsi sul sovranismo di Salvini. Perché Enrichetto era e resta il più europeista dei nostri politici. Infatti ha ottimi rapporti telefonici con Sergio Mattarella, Giuliano Amato e Mario Draghi, gode di una ottima rete di collegamenti internazionali, Europa compresa (Merkel e Macron), grazie al fatto che è uno dei rarissimi politici italiani in grado di parlare benissimo inglese e francese. “Al Quirinale, aggiunge Il Foglio, c’è Simone Guerrini, direttore dell’ufficio segreteria. Sono pisani entrambi e cresciuti insieme: da giovani, Letta fu suo coinquilino a Roma”. Ottimi i rapporti, poi, con i due dioscuri di Draghi, Gabrielli e Garofoli. “Da studente di giurisprudenza a Pisa Franco Gabrielli era segretario dei giovani Dc della sua città (Massa) e divenne capo dello staff di Renzo Lusetti, allora segretario nazionale, area Zaccagnini-De Mita. Lusetti, reggiano come Prodi e il cardinal Ruini e futuro assessore a Roma con Rutelli, era affiancato da giovani promesse chiamate Enrico Letta, Dario Franceschini, Angelino Alfano e Simone Guerrini, oggi capo della segreteria di Sergio Mattarella al Quirinale” (Stefano Filippi su “Il Giornale”). Con il governo Prodi del 2006, fu il suo sottosegretario Enrico Letta a suggerire la nomina di Gabrielli a capo del Sisde, poi trasformato in Aisi, dove lo “sbirro” si distinse con la cosiddetta operazione Parentopoli che liquidò oltre un centinaio di amici e congiunti attovagliati nell’Intelligence de’ noantri. Due anni da epurator e con l’arrivo del governo Berlusconi, il nuovo ministro dell'Interno, Roberto Maroni, nel 2008 cacciò il tosto Gabrielli. Con Roberto Garofoli, poi, Letta è amico intimo. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio al governo Draghi fu promosso dall’allora premier Letta a segretario di palazzo Chigi, e secondo le malelingue è stato Letta a suggerire il nome di Garofoli a Supermario. Sulla rete di Enrichetto è illuminante l’articolo di Carmelo Caruso su “il Foglio” di oggi: “Tra gli industriali, il fratello maggiore, è Francesco Merloni che è presidente di Arel, il pensatoio di Beniamino Andreatta che è stato il “legno” di Letta. I dossier della scuola politica di Letta portano la firma di Alberto Biancardi, Giulio Napolitano, Alessandro Aresu, Serena Sileoni (nominati nello staff di Draghi). Un consigliere economico molto ascoltato è Andrea Garnero, trentenne, che lavora all’Ocse”. Continua Caruso: “Altri economisti seguiti con attenzione sono Antonio Nicita, Fabio Pammolli, Paolo Guerrieri. Uomini macchina, nei territori, non possono che tornare a essere Pier Paolo Tognocchi, che è stato suo segretario particolare, così come Andrea Pieroni che Letta ha sostenuto nell’ultima campagna elettorale. Tra gli opinionisti che ascolta c’è Ferruccio de Bortoli. In Rai, l’uomo a lui vicino è Alberto Matassino, direttore generale, che aveva preso parte ad altre associazioni create da Letta: Vedrò e Trecentosessanta. Eleonora Andreatta è a Netflix ma è un nome ricorrente per la guida della televisione di stato”. Il fatto, infine, che Letta nel PD di oggi non abbia più una corrente come una volta (i vari Boccia, De Micheli, Ascani, Madia) è un vantaggio: può partire da zero e, da perfetto Draghi del Pd, non guardare in faccia nessuno.

Francesco Damato per startmag.it il 12 marzo 2021. Ha prodotto un minestrone di apprezzamenti, rievocazioni, soprannomi e anche sfottò ad Enrico Letta il ritorno, oltre che a casa, sulle prime pagine dei giornali come possibile successore di Nicola Zingaretti alla guida di un Pd che un po’ da storico e un po’ da editorialista Paolo Mieli ha appena definito “un partito divoratore di leader e adoratore del potere”. Per cui sembra appropriata la vignetta di Stefano Rolli, sul Secolo XIX, che praticamente suggerisce all’ex presidente del Consiglio di assumere subito quanto meno “un assaggiatore”, non essendo stato ancora scoperto e tanto meno prodotto un vaccino anche per gli avvelenamenti, oltre che per il Covid. Il “Rieccolo” di memoria montanelliana gli è in qualche modo spettato per l’affinità pur adottiva, essendo nato a Pisa da famiglia abruzzese, con altri due “Rieccoli” toscani: quello originario inventato da Indro Montanelli, cioè Amintore Fanfani, e quello più recente che si chiama naturalmente Matteo Renzi, caduto e risorto più volte negli ultimi sei anni: dalla sconfitta referendaria sulla riforma costituzionale nel 2016 alla conferma a segretario del Pd l’anno dopo, dalla sconfitta elettorale nel 2018 anche come segretario del partito alla ricomparsa come regista, l’anno dopo. del secondo governo di Giuseppe Conte, salvo abbatterlo poi per spianare la strada di Palazzo Chigi a Mario Draghi. Proprio a proposito di Draghi, considerato il più politico dei tecnici, Enrico Letta è stato indicato come il più tecnico dei politici e perciò “il Draghi del Pd” o, per lo stato in cui quel partito è ridotto per la descrizione fattane dallo stesso segretario dimissionario, “il Draghi dei poveri”. Quel “forte” datogli da Zingaretti nella presunzione di aiutarlo a succedergli è stato tradotto in “maschio” nella vignetta di Sergio Staino sulla Stampa dalla figlia del mitico Bobo, sentendosi però rispondere dal padre che Enrico Letta “ha tanta femminilità dentro…tanta, credimi, tantissima”. Quelli del Foglio invece sono stati attratti dalle lenti dell’interessato per definire “il partito degli occhialini” quello che egli potrebbe costruire attorno a sé, fra “giuristi, economisti, giovani”, sempre che naturalmente i “divoratori” – per dirla con Paolo Mieli – gliene lasceranno il tempo. Non poteva naturalmente mancare in questo minestrone di giudizi, valutazioni e quant’altro i riferimenti familiari ad un altro Letta: lo zio Gianni, grande consigliere e ambasciatore di Silvio Berlusconi. Se n’è ricordato il solito Fatto Quotidiano dedicandogli “la cattiveria” di giornata sulla prima pagina: “Enrico Letta è rientrato in Italia dopo l’invito a diventare il nuovo segretario del Pd. Imbarazzo nel partito: intendevano Gianni Letta”. Già, perché in quel giornale sono convinti che, prima di dimettersi forse per pentimento, Zingaretti abbia lasciato fare a Mario Draghi un governo su misura per Berlusconi, oltre che per Matteo Salvini. L’ultima prova sarebbe la decisione appena presa dal presidente del Consiglio di nominare sottosegretaria allo Sport Valentina Vezzali, “berlusconiana e poi montiana”, perciò “perfetta per un governo di centrodestra”. E così è anche servito, a suo modo, Beppe Grillo per avere accettato pure lui Draghi a Palazzo Chigi trovando subito un posto politico al… deposto Giuseppe Conte: “Rifondatore” del MoVimento 5 Stelle, o come diavolo esso potrà chiamarsi alla fine.

Fabio Martini per “la Stampa” il 12 marzo 2021. Quella mattina anche Enrico Letta perse l' innocenza. Otto febbraio 2014, otto del mattino, palazzo Chigi ancora semideserto, nei corridoi si avverte soltanto il rumore di qualche fotocopiatrice che ricomincia a sussultare dopo una notte in sonno. Il presidente del Consiglio fa entrare nel suo studio i tre ospiti che hanno chiesto di incontrarlo: il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini, il presidente dei senatori Luigi Zanda e quello dei deputati Roberto Speranza. I tre, a sorpresa, gli chiedono di lasciare il campo e Letta risponde così: «Questa è un' operazione che farà male al Paese». Dell' incontro non si seppe nulla e successivamente la Direzione del Pd tolse la fiducia a Letta, chiedendo a Matteo Renzi di ascendere a palazzo Chigi. Passato alla storia come un complotto solitario del "pugnalatore" fiorentino, l'avvicendamento Letta-Renzi in realtà fu opera collettiva di tutte le correnti del Pd, con il concorso della sinistra bersaniana (ma non di Bersani che era convalescente), e in quella occasione si manifestò per l' ennesima volta quella che si può definire come una malattia ereditaria della sinistra italiana: la vocazione a divorare i propri leader. A mangiarseli mentre sono vivi, in carica: spesso con operazioni personalistiche e non, come sarebbe fisiologico, dopo sconfitte elettorali o battaglie politiche. In queste ore attorno ad Enrico Letta si sdilinquiscono tutti in elogi entusiastici. Proprio come capitato, ai loro esordi, a tutti i leader poi vittime. Uno dopo l' altro sono caduti sul "campo" due presidenti del Consiglio (Romano Prodi nel 1998, Massimo D' Alema nel 2000), due segretari del Pd (Walter Veltroni nel 2009 e Pierluigi Bersani nel 2013) e un candidato al Quirinale: Prodi nel 2013. Proprio quella corsa, passata alla storia come la "congiura dei 101", resta il fantasma che incombe su ogni nuovo leader del Pd. Una storia diversa da come l' hanno raccontata le parti in gioco: storia priva di «uomo nero», ma ricca di «colpevoli» rimasti nell' ombra. Prima sequenza: nella mitica casa di Gianni Letta, Pierluigi Bersani e Silvio Berlusconi concordano: votiamo ad oltranza Franco Marini sino ad eleggerlo presidente. Un accordo battezzato fuori dai canali formali con un' idea dentro: un ex Dc al Quirinale che apra la strada ad un ex Pci come Bersani a Chigi. Ai grandi elettori Marini piace ma non troppo. Al primo scrutinio ottiene 521 voti, sono molti meno dei previsto ma dal quarto scrutinio sarebbero sufficienti per salire al Quirinale. Eppure, contro la volontà di Marini, al Pd decidono che si debba ritirare e si debba puntare su Prodi. Gli ex popolari, tutti con Marini, ci restano malissimo e da quel momento si mettono di traverso. Anni dopo ha raccontato Marini a La Stampa: «La rapidità con la quale Bersani ha lanciato Prodi, senza preparare la candidatura, si spiega in un modo solo: provò a giocare d'anticipo perché temeva una candidatura di D'Alema». E infatti nella notte D'Alema fa sapere di essere pronto a sfidare Prodi. A scrutinio segreto, scontro aperto ma vero tra i duellanti di un ventennio. Nella notte vengono preparate le schede per la mattina successiva. E qui nuovo colpo di scena. Bersani propone ai grandi elettori la candidatura Prodi ma a quel punto accade l' imponderabile: all' annuncio del nome di Professore, dalle prime due file si alza un applauso entusiastico e si «cede» all' acclamazione senza voto. Racconterà più tardi Massimo D' Alema: «In sala c'è stato l'errore grave di chi doveva» proporre l'altra candidatura «e non lo ha fatto», Anna Finocchiaro. A quel punto, visto che dal Pd nessuno si preoccupa di coinvolgere Monti, Rodotà, Grillo, è lo stesso Prodi, in missione in Mali, a telefonare a Massimo D' Alema, che è sincero: «La situazione, dopo l'esito del voto su Marini, è molto confusa e tesa». Prodi mentalmente annota: D'Alema non mi farà votare dai suoi. Poi chiama Mario Monti, che gli dice: «Romano la tua candidatura è divisiva...». Chi può ancora fare ancora la differenza è Stefano Rodotà, votato fino a quel momento dai Cinque Stelle. Ma il professore non si ritira. Prima che la votazione inizi, Prodi telefona alla moglie Flavia: «Non passerò». Mancheranno 101 grandi elettori Pd, la profezia si avvera e proprio l' altalena di quelle ore racconta la malattia ereditaria del centrosinistra: una conflittualità che da politica diventa spesso personalistica. Enrico Letta lo sa e in queste ore chi lo conosce racconta che ha capito bene la lezione.

Chi è Enrico Letta, il re delle gaffe: il Pd ha scelto l’uomo che è “scivolato” più di Di Maio. Luca Maurelli giovedì 11 Marzo 2021 su Il Secolo d'Italia. Sono fascisti immaginari, oggi, quegli stessi grillini che qualche anno fa Enrico Letta e il Pd bollavano come violenti e aggressivi, scagliandosi contro i loro banchi. “Fascisti, fascisti!”. “Vergogna, Pd!”, era lo scambio di gentilezze oxfordiane poco prima di Natale del 2013. Un’eternità. Fascisti, ma immaginari, perché oggi è tutto cambiato, c’è un “pontiere” dell’alleanza tra il Pd e il M5S in campo, si chiama Enrico Letta ed è lo stesso che tuonava dai banchi del presidente del Consiglio, in Parlamento, contro i grillini che avevano appena portato a termine uno dei loro beceri attacchi ai giornalisti, all’insegna delle liste nere o di proscrizione. In quella occasione Enrico Letta, attuale candidato unico alla segreteria dei Democratici, insorse con toni non esattamente british, anche in difesa del giornale della moglie, Gianna Fragonara, colpito dalla fatwa di Grillo. E alla violenta reazione dai banchi del M5S per la reprimenda dell’allora premier, dai banchi del Pd partì quel coretto che è come il mocassino marrone, si abbina con tutto: “Fascisti, fascisti!”.  Una scena che appartiene alla storia della politica italiana, ma al passato remoto, perché nel futuro di Letta ci sono proprio quei “fascisti” con cui è chiamato a fare i conti, prima ancora che con le correnti del Pd, pensate un po’…

I grillini “fascisti” con i quali il Pd vuole governare oggi. Era l’11 dicembre del 2013, otto anni fa, quando si consumava quello scontro violento in aula: era un altro Letta e un altro Pd. Oggi all’ex premier, silurato da uno “stai sereno” di Renzi, viene chiesto di resuscitare un partito ammazzato dall’alleanza con quegli stessi grillini a cui il Pd dava dei fascisti, ma soprattutto gli viene chiesto di proseguire quella disastrosa alleanza, anche a livello locale, provando a creare un asse con il nuovo reggente, Giuseppe Conte, altra vittima di Renzi, per arginare la maggioranza di centrodestra che in caso di elezioni andrebbe a governare il Paese. In bocca al lupo, Enrico. Un compito sicuramente difficile, ma mai come quello di evitare i tanti scivoloni che hanno segnato la carriera del nipote di Gianni Letta, e non solo quello sulla “serenità” incassata da Renzi senza proferire verbo, ma con la caduta di stile del volto rancoroso e contrapposto a quello del neo premier al momento del rito della campanella che segnò il suo addio a Palazzo Chigi per mano di Renzi.

Chi è Enrico Letta: dalle gaffe sul calcio a quelle di storia. Enrico Letta, ex Presidente del Consiglio “bonsai” – per 300 giorni, nove mesi e passa, dal 28 aprile 2013 – con Silvio Berlusconi, oltre a condividere uno “di famiglia”, come lo zio Gianni, ha anche la comune passione per il Milan. Destò sorpresa la sua uscita contro il bomber Piatek, poco fortunato nella sua esperienza rossonera, contro il quale – al termine di un doloroso ko contro il Torino – riservò una frase “salviniana”, poco adatta a un gioco: “Torni da dove è venuto“. Una gaffe sportiva, alla faccia dell’accoglienza del Pd, seguita a quella politica, clamorosa, che fece registrare alla vigilia della nascita del governo Monti, stavolta all’insegna della sua accoglienza, quando inviò all’amico Mario un bigliettino in cui dichiarava di “essere a disposizione“. E Marione, con poco garbo, lo mostrò alle telecamere di mezzo inchiodando Letta a una figuraccia.

La polluzione dell’ex premier anglofilo. Ma come dimenticare lo scivolone linguistico di Letta, degno del miglior Di Maio, quando in un tweet si espresse testualmente così: “Le frontiere non hanno bloccato il virus. Così come la polluzione e altri fenomeni che cambiano le nostre vite”. Polluzione, disse proprio così, quella cosa che accade di notte, talvolta, ad uomini che sognano cose meravigliose… ma non certo ai migranti in fuga. Bocciato anche in storia, Letta: da direttore della Scuola di affari internazionali dell’Istituto di studi politici di Parigi, su Twitter esternò la sua felicità per aver visitato l’Ara Pacis a Roma commentando: «Ho visitato e molto apprezzato all’Ara Pacis la mostra su Claudio primo Imperatore straniero a Roma, primo di una lunga serie. Quanto erano più lungimiranti di noi i romani, bravi a integrare e prosperare…». Peccato che Claudio nacque a Lione, ma da una famiglie nobile romana, appartenente alla dinastia giulio-claudia, una delle più antiche della storia romana, come gli fece notare ironicame te Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia.

Lo scivolone sulla razza ariana del futuro segretario del Pd. Altro giro, altra gaffe, quando Letta si gettò sulle nostalgie scolastiche: “Quando andavo a scuola io negli anni ’70 – ha spiegato Letta – eravamo tutti bianchi, direi quasi ariani“. Ariani? Razza ariana? O il riferimento era agli Arii, il popolo dell’età del bronzo? Mah…Lo zio Gianni, forse, tante volte gli avrà consigliato di fare attenzione alle parole: una figura ingombrante, la sua, al punto che un giorno, al G8, nella cartellina stampa di un giornale comparve la sua foto al posto di quella del nipote. All’estero lo confondono, ma come dimenticare la clamorosa gaffe che inanellò il 15 marzo del 2020, alla vigilia dell’Eurogruppo che a Bruxelles aveva ancora all’ordine del giorno la ratifica della riforma del Mes, nonostante il coronavirus, quando scrisse: «Ora è il momento di usare il Fondo salva Stati. Il Mes proprio per situazioni come queste è stato creato. Rinviare discussione sul suo futuro, eliminare clausole condizionalità e usare la sua dotazione finanziaria come pilastro della risposta europea a crisi che è peggio del 2008». Intanto, ma forse nessuno lo aveva avvisato, il Pd aveva virato sul M5S rinnegando il Mes e Conte si avviava a trattare sul Recovery. Infine, sempre su un palcoscenico internazionale, resta agli annali il video in cui Letta, con Putin al suo fianco, grida “Viva Trieste, Trieste libera!”, lasciando di sasso gli astanti. Roba alla Di Maio, anzi, forse anche meglio. Viva il Pd, Pd libero!

·        Goffredo Bettini.

DAGONOTA il 18 giugno 2021. Volete sapere come si fa a distruggere il Pd? Chiamate Goffredo Bettini. L'esponente unico della "corrente thailandese" del Pd, come becchino, è uno specialista del genere: ha già svolto, e male, al grido “O Conte-ter o voto”, il ruolo di Rasputin con Zingaretti, contribuendo alla disfatta della sua flaccida segreteria. Ora si è riciclato a "consigliori" di Enrico Letta a cui suggerisce scenari e disegna traiettorie che portano dritto-dritto al "centro rottamazione segretari Pd". Il grande progetto politico di Bettini, quello dell'alleanza strutturale tra Pd e M5s, ha portato al disfacimento dei dem, presi per il culo dalle giravolte dei pentastellati. Il suo amatissimo Conte è stato costretto, dalle mosse di Grillo e poi Di Maio, a dare l'endorsement a quella scappata di casa di Virginia Raggi al Comune di Roma. Da parte sua, Chiara Appendino ha sentenziato: "Non sosterremo il Pd al ballottaggio al Comune di Torino. I matrimoni combinati non funzionano". Con il povero Enrico Letta costretto alla resa: "A Roma e Torino nessuna convergenza possibile tra Pd e il M5s". Enrichetto, che da quando è diventato segretario le ha toppate tutte o quasi con iniziative scaccia-elettori (voto ai sedicenni, sostegno al Ddl Zan, Ius soli, tweet pro-Fedez), si è lasciato accompagnare da Bettini sulla strada, già percorsa con perdite da Zingaretti, dell'alleanza con i Cinquestelle. La solita fusione a freddo che, in nome dell'alta politica (ma quale poi?!), se ne sbatte della "base", che giustamente si è ribellata. Siamo ancora alle manovre di Politburo che gli elettori devono trangugiare senza fiatare? Peccato che il '900 sia finito da un pezzo e con esso la presunzione dei partiti di dare la linea ai cittadini. A scombinare le idee già confuse di Sotti-Letta, che ha il fiato sul collo degli ex renziani di "Base Riformista" che non vedono l'ora di rispedirlo a Parigi, ci si è messo anche l'ascoltato aruspice Romano Prodi. L'ex presidente della Commissione Ue, da sempre contrario a ogni ipotesi di legge elettorale proporzionale, ha contagiato con la sua "febbre maggioritaria" il redivivo Letta (che ha anche provato a rilanciare il Mattarellum). Una scelta di campo che porta, per direttissima, a un'unica inevitabile conseguenza: il Pd "deve" abbracciare il M5s. In un sistema maggioritario, bisogna stringere un'alleanza prima del voto e chi corre da solo, s'azzoppa. Un cortocircuito che va benissimo al centrodestra che, al suo interno, è ideologicamente più omogeneo: al netto delle divergenze personali e d'ambizione tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini, non è difficile tenere insieme Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia. Le rogne toccano a chi, come Pd e Cinquestelle, si unisce avendo come unico punto di contatto la necessità di allearsi. Non è un caso che, pur nella sua insipienza strategica, il povero Zingaretti preferisse una legge elettorale proporzionale che avrebbe slegato i dem dai grillini: ognuno per sé, Dio per tutti e buonanotte ai suonatori. Malgrado che non ne abbia azzeccata una, manco per sbaglio, Goffredone non demorde e continua a spiegare agli altri quello che non ha mai capito. Fino all’indecenza di dichiarare che “la sinistra italiana non esiste più”. Urge il ritorno, con un biglietto di sola andata, in Thailandia.

Maria Teresa Meli per il "Corriere della Sera" il 18 giugno 2021.

Goffredo Bettini, l'alleanza con i Cinque stelle segna il passo.

«Ora il morboso interesse sulle alleanze serve a poco. È il momento della "riscossa" italiana: stroncare la pandemia e rilanciare la produzione e la crescita. Ci sono dati incoraggianti. Vanno consolidati. Con criteri di giustizia e umanità. Sono aumentati i poveri come ha rilevato l'Istat e tante persone rischiano con la fine del blocco dei licenziamenti. Per questo è fondamentale l'impronta sociale che ha dato Orlando alla sua azione di governo. La "riscossa" deve essere di tutti. Senza gli egoismi del passato. Le relazioni tra il Pd i 5 Stelle mi paiono positive. Tutto è cambiato rispetto al governo Conte. Adesso ognuno avverte l'esigenza di definire con più libertà il proprio profilo. Ma questo è un bene, non un problema. Dobbiamo prepararci a un ritorno pieno della dialettica democratica. Draghi è una vera garanzia di tenuta della Repubblica. La sua funzione è insostituibile, qualsiasi ruolo avrà in futuro. Tuttavia quello attuale è un governo d' emergenza. Spero che possa varare alcune riforme importanti: la giustizia, il fisco, la Pa. Ma alla fine è indispensabile che tornino a confrontarsi centrodestra e centrosinistra». 

Intanto a Roma e a Torino Pd e 5 Stelle si fanno la guerra.

«A Roma la presenza della Raggi, che non ha governato bene, ha impedito qualsiasi accordo. A Torino si poteva e forse si può ancora fare di più».

A proposito di Torino, lì le primarie hanno visto una bassa partecipazione.

«Certamente l'afflusso così scarso alle primarie impone di stabilire un livello minimo di partecipazione. Altrimenti da una festa di popolo si trasformano in una gara tra correnti interne». 

Tornando al M5s: Giuseppe Conte ha detto che al contrario del Pd il suo movimento cerca consensi anche al centro. Vi ha confinato a sinistra, con buona pace della vocazione maggioritaria del Partito democratico...

«Cos' è il centro? Se è le sigle di piccoli partiti, che costantemente attaccano il Pd, francamente non m' interessa. Se, al contrario, è quella parte di cittadini semplici, popolari, democratici e moderati, che cerca un'idea collettiva di futuro, allora il centro interessa moltissimo al Pd e alla sinistra. Vi sarà in quello spazio elettorale una civile competizione con Conte. La vocazione maggioritaria è in antitesi al profilo di una sinistra democratica? Mi consenta una battuta: uno dei rari momenti in cui il campo alternativo alla destra è diventato maggioritario in Italia è stato alla metà degli anni 70. C' erano l'Urss, i comunisti italiani, i socialisti generosamente uniti con i comunisti (fino all' autolesionismo) e le forze laiche rappresentate da Ugo La Malfa e non da Calenda. Senza contare i cattolici democratici. Alle elezioni politiche del '76 questa alleanza raggiunse circa il 50% dei consensi. Per parlare ai ceti produttivi e laboriosi, alla classe media o ai lavoratori della scuola e del commercio, è decisiva una sinistra moderna, aperta e libertaria. Semmai oggi il problema è inverso. Siamo in una "anomalia" uguale e contraria a quelle del passato: la sinistra italiana non esiste più. In Europa, pur con alti e bassi, c' è dappertutto. Da noi è sparita. Ecco perché nel Pd deve unirsi e pesare».

Voi sostenete di non avere un atteggiamento di sudditanza nei confronti dei 5 Stelle: ma a Roma hanno di fatto scelto il vostro candidato cassando la possibilità che fosse Nicola Zingaretti, mentre in Calabria hanno bocciato Nicola Irto...

«Zingaretti ha deciso in piena autonomia. Nessuno l'ha costretto. Non ha rischiato la crisi del governo del Lazio. Sta lavorando in modo esemplare sui vaccini, sulla ripresa economica e dell'occupazione, sulle politiche per i giovani. Gualtieri, poi, è stato il ministro dell'Economia che ha salvato l'Italia. Su Roma abbiamo messo in campo il meglio. Guai, tuttavia, a dare la sensazione che la vittoria sia scontata».

Sembra di capire che le Agorà del Pd nella mente di Letta corrispondano alla versione moderna dei comitati per l'Ulivo.

«Non credo, siamo in una fase diversa. Con l'Ulivo di Prodi abbiamo vinto la destra per due volte sul campo. Prodi è stato e rimane un gigante. Ma oggi tutto è troppo frammentato e, come ha detto Letta, non serve una sommatoria di sigle. Le Agorà sono un modo di allargare il campo del Pd con la decisiva presenza di esterni e con il ritorno della sovranità alla base della piramide sociale. Agli elettori e ai militanti».

Non sembra esserci troppo spazio per cambiare la legge elettorale, ma con l'attuale perché mai i grillini dovrebbero allearsi con il centrosinistra alle prossime Politiche? Lei che parla spesso con Giuseppe Conte pensa che lo faranno?

«Guardi, è proprio il maggioritario che renderà indispensabile l'alleanza con il Cinque Stelle. Preferisco il proporzionale, anche se vedo difficili le condizioni per realizzarlo. Perché è più efficace un'alleanza politica, libera e convinta, anche con i compromessi necessari, tra autonomi partiti, piuttosto che una camicia di forza imposta da regole elettorali».

Se le amministrative vanno male, secondo lei ricomincia il solito tormentone sul segretario?

«Non da parte mia. Non garantisco sugli altri. Ma le amministrative andranno bene». 

Il segretario di un circolo del Pd è stato sospeso perché l'aveva criticata, da voi vigono il centralismo democratico e la censura?

«Non mi aveva criticato, mi aveva insultato. Poi autonomamente ha cambiato il post, forse accorgendosi di aver esagerato. Ma io stesso ho detto subito di far cadere il provvedimento. È giovane, impegnato, vivace, impetuoso. Mi ha in antipatia. Ne ha tutto il diritto. Poteva solo, prima di esprimersi pubblicamente, venirmi a parlare, per conoscere meglio la mia storia al di là di tante caricature che vanno in giro. Mi piacerebbe incontrarlo. 

Quando negli anni 70 ero un dirigente della Fgci, sul nostro giornale "Città futura", diretto dal bravissimo Nando Adornato, uscì un trafiletto di presa in giro a Antonello Trombadori intitolato: «Tromba d' oro». Non ci furono provvedimenti ma molte proteste. Paolo Bufalini, amico fraterno di Trombadori, mi invitò a casa e mi raccontò tutto su di lui: la resistenza, l'instancabile lavoro culturale, il rapporto con Togliatti, la tenacia antifascista e repubblicana. Ho capito che avevamo commesso una leggerezza un po' cattiva. Tutto qui». 

I vostri alleati grillini sono filo-cinesi...

«Della Cina occorre respingere nettamente la violazione dei diritti umani, la prepotenza e una certa furbizia sulle politiche industriali e del commercio. Ma la risposta più catastrofica sarebbe la ripresa della guerra fredda».

Jacopo Iacoboni per "la Stampa" il 17 giugno 2021. Ne succedono di cose alla Balduina. Il segretario della locale sezione Pd (Balduina-Montemario), Enrico Sabri, è stato sospeso per trenta giorni dal Partito. S' è mossa, più realista del re, la "Commissione di garanzia", reato presunto: lesa bettinità. Sabri aveva scritto un post Facebook (visibile solo ai suoi contatti) in cui criticava con frase volgare Goffredo Bettini, teorico dell' alleanza Pd-M5S: «Sherpa Romano, padre politico di Zingaretti, deputato, coordinatore della segreteria di Veltroni nonché suo ideologo, ideatore della candidatura a sindaco di Marino (...) te lo devo proprio dire da segretario municipale del PD di Roma (...), Goffredo Bettini hai rotto il c.». Bettini ovviamente non c' entra, ma qualche funzionario ha fatto lo screenshot del post incriminato e denunciato Sabri. Sono pronti in effetti all' alleanza coi grillini.

Fabio Rossi per "il Messaggero" il 17 giugno 2021. Sospeso per trenta giorni dal Pd per aver criticato Goffredo Bettini, con un post su Facebook. La disavventura è capitata a Enrico Sabri, giovane segretario dem nel Municipio XIV, che lo scorso 4 maggio aveva commentato una affermazione del fondatore del Partito democratico secondo il quale era «indispensabile» una alleanza con il M5S nelle grandi città. «Penso sia una delle pochissime volte che utilizzo il mio incarico qui, dove secondo me non è proprio - ha scritto sul social - Ma te lo devo proprio dire da segretario municipale del Pd di Roma, arrogandomi il diritto di parlare anche a nome dei poveri compagni delle altre città. Goffredo Bettini, mi hai un pochino scocciato». In realtà le ultime parole sono state modificate: nella prima versione il linguaggio era meno diplomatico. In base a questo post è stata attivata la commissione cittadina di garanzia del Pd che ha comminato la sanzione. Una decisione contro la quale Sabri ha già annunciato ricorso presso la commissione regionale, intravedendo nel provvedimento profili «procedurali» ma anche «di opportunità e di merito» a cui appellarsi per far prima sospendere e poi eventualmente revocare la decisione dell' organo di patito. Sabri, militante dem della Balduina, fa parte di Reds, la rete dei democratici e dei socialisti guidata da Dario Corallo, che si era candidato alla segreteria nazionale del partito nel 2019, al congresso vinto da Nicola Zingaretti. «Forse, invece che soffocare il dissenso e la critica, il partito dovrebbe imparare ad ascoltarlo altrimenti continueremo a perdere senza che quei geni dei nostri dirigenti abbiano capito il perché - commenta Corallo - Un partito di ciechi che fanno a sassate». Mentre impazza, «il dibattito sui candidati delle amministrative, a Roma accade una cosa curiosa - aggiunge Corallo - Accade che un segretario municipale (nonché caro amico), Enrico Sabri, scrive un post qui su Facebook dove dice che Goffredo Bettini ha scocciato, con le sue continue strategie e tattiche volte solo a nascondere il vuoto politico che rappresenta. Insomma, dice una cosa che molti pensano (o pensavano fino a che Zingaretti non è diventato segretario)». Nel partito sono in tanti a esprimere solidarietà al segretario del Municipio XIV. Compresa Claudia Daconto, responsabile comunicazione del Pd Roma: «Sono stata io a sollecitare pubblicamente Enrico Sabri a moderare i toni di un suo post di alcune settimane fa contro un dirigente nazionale del Partito democratico - commenta Daconto - La sua sospensione da parte della commissione di garanzia è una scelta che rispetto ma che considero sproporzionata. Mi auguro pertanto che si riunisca al più presto, anche entro le Primarie del 20 giugno, per deliberare il reintegro di Enrico nel pieno delle sue funzioni».

Pd, Bettini “Conte cadde per interessi internazionali”. Gelo del partito sul suo manifesto. Giovanna Vitale su La Repubblica il 14 aprile 2021. La replica del Nazareno: “Quello di Draghi è il governo del partito. Non ci sono dubbi". Borghi: "La stagione in cui faceva il guru del Pd è finita, ora l massimo può fare il guru della sua corrente". Non usa mai la parola "complotto", Goffredo Bettini. È troppo avvezzo al lessico della politica per ricorrere a un termine che rimanda a stagioni torbide e ben altri scenari. Però è chiaro che a quello allude quando, nel manifesto della sua nuova area politica (Le Agorà) chiamata oggi a battesimo, il dirigente dem ricostruisce il tracollo del governo giallorosso. "Conte non è caduto per i suoi errori o ritardi (che in parte ci sono stati) ma per una convergenza di interessi nazionali e internazionali che non lo ritenevano sufficientemente disponibile ad assecondarli e dunque, per loro, inaffidabile", scrive l'ideologo dell'alleanza strutturale 5S-Pd. Dopodiché "nel vuoto e nell'incertezza" che si era "determinata, il presidente Mattarella ha saputo mettere a disposizione della Repubblica Mario Draghi. Una grande personalità. Una risposta di emergenza ad una situazione di emergenza". Chiosa necessaria per evitare che la nostalgia inestinguibile per il premier perduto suonasse come uno sgarbo a quello attuale. Una toppa. Che tuttavia non basta a frenare l'ondata di gelo proveniente dal Nazareno. "È una posizione personale di Bettini, che non riflette in alcun modo la nostra", taglia corto lo staff del segretario. "Nessuno può dubitare che il governo Draghi sia il governo del Pd di Letta", insistono. Convinti che l'uscita sia frutto di una "personalissima elaborazione" dell'ex eurodeputato, proposta "malgrado Conte, che non risulta abbia mai esposto teorie dello stesso tenore". Ché "se quel governo è finito è perché Renzi gli ha tolto il sostegno e si è verificato che non c'era una maggioranza alternativa". Più o meno ciò che ribadiscono molti parlamentari dem. "Conte è cascato, dopo una debolezza durata mesi, quando è venuta meno la sua maggioranza e sono falliti i tentativi di ricostruirla con i famosi responsabili", taglia corto Luigi Zanda. "Forse Bettini confonde l'Italia del 2020 con il Cile del '73", ironizza Enrico Borghi, che per Base riformista siede nella segreteria Letta: "La senilità, si sa, porta spesso a rimpiangere la gioventù, ma la stagione in cui faceva il guru del Pd è finita, ora tutt'al più può fare il guru della sua corrente". Non è da meno Matteo Orfini: "Conte ha pagato l'incapacità di fare quel cambio di passo che Zingaretti chiedeva da tempo. Il complottismo viene sempre utilizzato, nei momenti di difficoltà, per spiegare un fallimento". All'incirca le stesse parole utilizzate dall'artefice del presunto golpe: "Quindi non era colpa di un uomo solo, folle, di nome Renzi", graffia il leader di Iv. "Molti chiamano "complotto internazionale" semplicemente la propria incapacità di fare politica".

Estratto dell'articolo di Simone Canettieri per “il Foglio” il 13 aprile 2021. Per Goffredo Bettini Giuseppe Conte è stato vittima di un complotto. In quanto ritenuto “inaffidabile” rispetto a “una convergenza di interessi nazionali e internazionali”. E dunque il governo Draghi sarebbe il frutto di un mezzo golpe ordito da poteri che l’ex premier “non avrebbe assecondato”. Lo scrive Bettini a pagina 10 del manifesto di Agorà, la nuova area culturale che lancerà domani. L’ideologo del Pd riformula la storia dell’uscita di Conte da Palazzo Chigi. In maniera inedita e clamorosa. Bettini, che con riga e compasso da  decenni disegna parabole politiche nel centrosinistra, rilancia Giuseppe Conte nell’agone più di quanto non facciano i grillini. Non solo: oltre a coccolarlo, a dirgli che per un pelo non è diventato il federatore dei progressisti (ma mai dire mai), si spinge in una rilettura ai limiti della macchinazione e del complotto internazionale per spiegare la fine dell’esperienza rossogialla al governo. Per Bettini, insomma, Conte non voleva piegarsi a interessi sovranazionali e per questo è stato punito. Altro che mossa del cavallo di Matteo Renzi. A  Giuseppi sarebbe toccata la stessa fine di Silvio Berlusconi nel 2011.   E’ tutto scritto. Basta leggere, come ha fatto Il Foglio, il manifesto della nuova area politico culturale bettiniana – “Le Agorà, socialismo e cristianesimo” - che domani sarà battezzata con una maratona in streaming di cinque ore con oltre trenta interventi in area dem e non solo (da Orlando a Tronti, passando per Fratoianni, Franceschini, Urbinati, Schlein e tanti, tanti altri)  .   E in questo manifesto  di una sinistra “che non si esaurisca nella distruzione del vecchio, piuttosto che sappia ricostruire” e che “superi i miti liberisti, grazie alla svolta europea” c’è uno spazio importante dedicato a Conte. Bettini ricostruisce così l’uscita di scena dell’Avvocato del popolo da Palazzo Chigi: non fu una crisi politica, ma praticamente, anche se non lo cita, un complotto. “Conte non è caduto per i suoi errori o ritardi (che in parte ci sono stati) ma per una convergenza di interessi nazionali e internazionali che non lo ritenevano sufficientemente disponibile ad assecondarli e dunque, per loro, inaffidabile”.  E questa è una lettura, a posteriori, inedita sulle ragioni che avrebbero portato “una grande personalità come Mario Draghi” a capo del governo. I maligni dicono che Bettini nutra  un sentimento di vedovanza nei confronti di Conte, sentimento che però è pronto a scacciare subito. Perché, fa capire,  l’ex premier risorgerà. In quanto, scrive, “non è un ferro vecchio, come la grande stampa e tanti dirigenti politici hanno sentenziato. In questa logica –  scrive ancora Bettini nel suo manifesto – gli è stato negato un ruolo di federatore delle forze democratiche di sinistra. È stata fatta cadere ogni possibilità di una sua candidatura unitaria nel collegio di Siena. Lo si è spinto, dunque, a impegnarsi per risolvere la crisi del Movimento 5 Stelle e dargli una nuova  fisionomia”. E ciò, continua ancora il king maker del Pd e non solo, “ impone anche un nostro salto di qualità. Impone a noi l’obbiettivo di recuperare i consensi soprattutto dall’astensionismo, tra le classi popolari che ci hanno abbandonato, addirittura verso la Lega o la destra estrema”. L’arrivo di Enrico Letta al Nazareno e la spinta sul maggioritario rendono il matrimonio con i grillini un dato di fatto. E Bettini, che con Nicola Zingaretti tanto si è speso per questa unione, ora non può che ribadirla con un’analisi netta: “Il tema dell’alleanza con il M5s è ormai una stanca e superata discussione”. Bettini nel centrosinistra anche questa volta ci mette le idee, anche se mancano ancora, ma c’è tempo, due cose: la prima e la terza gamba di questo fronte democratico. La scorsa estate, in un’intervista, offri a Matteo Renzi questo ruolo: presidiare il centro liberal. Nel suo manifesto non fa accenni a questa nuova area, anche se in tante discussioni pubbliche e private non fa che elogiare Carlo Calenda. Nel compasso di Bettini, infine, manca anche un altro cerchio: ma chi sarà il leader di questa nuova coalizione? Toccherà a Letta o a Conte? O si siederà a capotavola chi avrà raggranellato un voto in più? A casa Bettini, il piccolo appartamento in zona Prati dove il “monaco dem” passa le giornate a scrivere da buon amanuense, non si lanciano in risposte definitive: “C’è tempo”. Intanto, gli ex premier Enrico e Giuseppe parteciperanno anche loro alle iniziative di Agorà, ma il 29 aprile, quando si svolgerà la seconda puntata. Intanto, per essere lieti, a casa Bettini si pensa a domani. Al debutto della nuova creatura. Guai a chiamarla corrente, perché la prende malissimo. Per ora al governo c’è Draghi. “Va affrontato con molta serietà e rigore: sostegno a Draghi, sapendo, tuttavia, che si apre una quotidiana lotta di egemonia tra i democratici e le forze di destra. Draghi esaurito il suo programma, lascerà il campo nuovamente allo scontro inevitabile e democraticamente salutare tra la sinistra e la destra”.  Ma Letta condivide questa lettura di Bettini su Conte vittima di un complotto internazionale dei poteri forti?

Estratto dell’articolo di Simone Canettieri per “il Foglio” il 16 aprile 2021. Conte cadde per una convergenza di interessi nazionali e internazionali? “E’ un dibattito lunare”. Sergio Mattarella si ferma qui. E non intende commentare oltre la ridda di dichiarazioni e ricostruzioni scaturita dalla notizia scovata dal Foglio tre giorni fa. Per Goffredo Bettini, ideologo del Pd ai tempi dell’esecutivo rossogiallo, l’ex premier sarebbe saltato perché ritenuto “inaffidabile nell’assecondare” questo grumo di interessi nostrani ed esteri. E dunque ecco l’ombra della macchinazione e del complotto farsi largo. Chi ha parlato con il capo dello stato, alla luce del dibattito che si è innescato, ci riporta invece questo aggettivo: “Lunare”. E’ una discussione che non sta né in cielo né in terra. Il Colle, com’è ovvio, non è intenzionato a replicare a chi ha scritto nero su bianco nel manifesto della sua corrente questa teoria. Ma allo stesso tempo, nei corridoi del Quirinale c’è chi non può fare a meno di ricordare a se stesso come andò la vicenda. E quindi come si arrivò, il 2 febbraio, all’incarico conferito dal capo dello stato a Mario Draghi. “Fu una decisione scaturita solo quando Roberto Fico salì al Colle per annunciare che il suo tentativo esplorativo di arrivare a un Conte II bis o un Conte ter non era andato a buon fine”, dice chi frequenta le stanze della presidenza della Repubblica. E i famigerati interessi nazionali e internazionali che avrebbero disarcionato l’Avvocato del popolo in quanto considerato di pasta dura? “Non ne abbiamo mai avuto contezza”, taglia corto  chi parla con Mattarella. Se non fosse una cosa seria – perché  il teorema è  convinzione di una parte del Pd che ora appoggia il governo Draghi – la vicenda strapperebbe un sorriso dalle parti del Quirinale. Dove in molti hanno ancora in mente  le critiche di una parte dell’opinione pubblica per l’eccessiva costanza con cui Mattarella provò a tenere in vita l’esecutivo Conte. Anzi, proprio ieri dal Colle c’è chi ricordava “la sorpresa” di Draghi quando il capo dello stato lo chiamò. Appena Fico gettò la spugna.

Marco Antonellis per tpi.it il 16 aprile 2021. Fu vero complotto? La politica italiana tutta si sta interrogando per capire, o per meglio dire, per stabilire le cause che hanno portato alla caduta del governo guidato da Giuseppe Conte. Il primo a parlarne è stato il deus ex machina del Partito Democratico targato Zingaretti, Goffredo Bettini (mentre ora con Enrico Letta il ‘consigliere del Principe’ è Filippo Andreatta, amico fraterno del neo-segretario). Le sue parole hanno fatto molto rumore perché l’uomo è solitamente prudente e sa pesare bene quello che dice. A suo giudizio l’ex Presidente del Consiglio “non è caduto per i suoi errori o ritardi”, ma la spiegazione andrebbe trovata in una “convergenza di interessi nazionali e internazionali che non lo ritenevano sufficientemente disponibile ad assecondarli e dunque, per loro, inaffidabile”. “Renzi ha fatto cadere il governo Conte, ma credo che al di là di Renzi ci sia stato qualcosa di più grande che si è mosso”, ha aggiunto Bettini. Dopodiché, in una situazione di vuoto e incertezza scaturita dalla crisi, il capo dello Stato Sergio Mattarella ha deciso di affidare il Paese a Mario Draghi. Ma torniamo alla domanda di partenza: fu vero complotto? Per rispondere a questa domanda non c’è niente di meglio che interpellare il Quirinale che a TPI non fa fatica a smentire l’ardita tesi: “Nessun piano prestabilito o preordinato. Draghi è stato messo in pista soltanto dopo il fallimento del tentativo per il Conte Ter“. Insomma, si è tentato fino all’ultimo, con tanto di consultazioni affidate al Presidente della Camera Roberto Fico, di far rimanere a Palazzo Chigi, Giuseppe Conte. Ma poi evidentemente, anche a causa del fallimento dei “responsabili“, non c’è stato più nulla da fare.

Una risposta a Bettini e ai progetti dem. Il Pd dimentica i ragazzi di Berlinguer, l’alleanza con i grillini non è il futuro. Fabrizio Cicchitto, Biagio Marzo su Il Riformista il 15 Aprile 2021. Goffredo Bettini è passato dall’intervista al Riformista a quella al Corriere della Sera, entrambe interessanti, ma a nostro avviso la prima è più esplicita della seconda. Sia noi che Bettini ci riferiamo allo stesso campo, quello del riformismo, ma al di là della comune espressione semantica le differenze sono profonde sia per la sua definizione, sia per quello che riguarda il suo sistema di alleanze, sia per quello che riguarda non solo la riflessione sul passato, ma anche quella sul presente e sul futuro. Ovviamente al centro dell’attenzione di Bettini c’è il Pd. Perché il Pd ha avuto e ha una vita così difficile e travagliata? Forse solo perché si tratta di “un amalgama male assortito” (cit. Massimo D’Alema). Già questa, se approfondita, è una risposta di notevole spessore. Siccome non crediamo alla leggenda secondo la quale le ideologie sono finite e le distinzioni destra-sinistra non hanno più ragion d’essere, allora non si può fare a meno di rilevare che storicamente i post-comunisti e la sinistra democristiana sono stati sempre portatori di valori, di ideologie, di culture, di strutture organizzative tutte di un certo spessore e anche di notevole diversità: questi retroterra consentivano e consentono un’alleanza politica, non certo un partito unico. Né è emerso, in quell’ambito, un leader la cui statura e la stessa elaborazione culturale sia in grado di andare oltre quei due perimetri originari. Per capirci, non è sorta fra quei due mondi una personalità della statura politica e culturale di Giuseppe Dossetti, l’unico in grado per carisma intrinseco, ma anche per l’elaborazione culturale di fondo (se ci andiamo a riflettere certe sue riflessioni sulla potenzialità rivoluzionaria di un nuovo Stato – vedi quello che scrisse in “Funzioni e ordinamento dello Stato moderno” – e alcune pagine della rivista Cronache sociali) per esprimere una leadership complessiva che coinvolge i due mondi. Con tutto il rispetto tali non sono stati né Romano Prodi, né Walter Veltroni. Bettini rileva in questa come in altre occasioni l’assenza di un’autonoma forza propulsiva da parte del Pd in parte surrogata a ogni livello dalle organizzazioni di corrente che si risolvono però in faticose sommatorie fra materiali asimmetrici e disomogenei, la cui somma algebrica è sempre problematica e non necessariamente di segno positivo. A nostro avviso, tutto ciò deriva dal fatto che, venuto meno il comunismo nei suoi molteplici aspetti fra il 1989 e il 1991, che comunque almeno fino alla metà degli anni 70 aveva avuto la forza del mito, del radicamento sociale, dell’organizzazione sul territorio, esso non è stato sostituito da una idea-forza altrettanto capace di suggestione progettuale e di mobilitazione sociale. A suo tempo proprio su questo terreno i miglioristi avevano avanzato una proposta positiva, cioè quella di rilanciare la scelta socialdemocratica e riformista, con i valori, le proposte programmatiche e il rinnovamento discendenti dalla vicenda storica avvenuta nel corso di tutti questi anni. Quella scelta, a suo tempo esorcizzata da Berlinguer, è stata anche dopo il 1989 rifiutata in modo assai netto da quelli che Pietro Folena ha chiamato “i ragazzi di Berlinguer”. A quel punto il cambio del nome avvenuto nel 1989 non ha potuto fondarsi neanche sul messianismo neoingraoiano, sognato dal movimentista Achille Occhetto, perché rifiutato un po’ da tutti – dalla destra comunista, dal centro e dalla stessa sinistra compreso lo stesso Ingrao che alla fine è uscito dal “gorgo” per “rifondare il comunismo” anche con Cossutta. Di conseguenza il cambio del nome si è risolto in un’abile operazione di realpolitik (cit. Massimo D’Alema). Ora, la realpolitik, anche quella gestita da abilissimi “uomini macchina” consente di seguire con il battello la corrente, non di guidare la nave avendo contro l’onda, alla scoperta di terre sconosciute, ma sterminate. Allora, sempre in nome della realpolitik e per seguire l’onda messa in moto nel ’92-’94 da un pezzo di magistratura, da un nucleo di poteri forti con giornali e TV al seguito che volevano tutti liberarsi della preponderanza dei partiti, “i ragazzi di Berlinguer” scartando l’ipotesi socialdemocratico-riformista hanno dato vita a un partito giustizialista e neoliberista. Così, non avendo voluto celebrare una Bad Godesberg politico-culturale per uno sbocco social-democratico che avrebbe anche dovuto reinventare quella vecchia casa attraverso forti iniezioni di liberal-socialismo ecco che “i ragazzi di Berlinguer” la loro Bad Godesberg l’hanno realizzata mettendo insieme quel giustizialismo che assicurava il rapporto preferenziale (con relativa protezione) con Magistratura Democratica e il neoliberismo di Repubblica e di alcuni gruppi finanziari ed editoriali. Abbastanza per comporre un partito repubblicano di massa, troppo poco per ricomporre un nuovo partito così corposo e dotato di tale spessore da essere comunque davvero erede di quello che è stato il più forte partito comunista d’Occidente. Per di più avendo dovuto partecipare alla distruzione non solo di Craxi, ma anche del Psi in quanto tale, il nuovo partito si è trovato anche senza un alleato degno di questo nome. Su questa costruzione così gelatinosa e sull’atipico bipolarismo che ha caratterizzato la cosiddetta Seconda repubblica è poi piombata la doppia crisi finanziaria del 2007 e del 2010 provocata dalla deflagrazione delle connessioni fra globalizzazione, finanziarizzazione, deregolamentazione con la conseguenza di quella distruzione di pezzi di industria manifatturiera, di ceto medio, di classe operaia americana, inglese e di parti dell’Europa che per reazione ha provocato sovranismo, populismo, nuova destra. Tutto ciò in Italia dal 2013 al 2018 si è tradotto nell’esplosione prima del Movimento 5 stelle e poi della Lega di Salvini. Ora, di fronte a una situazione così difficile e imprevedibile è del tutto ragionevole che una forza strutturalmente esile e contradditoria, ma anche tatticamente abile quale è il Pd (è l’estrema eredità di ciò che rimane del “puer robustus et malitiosus” allevato con amorevole cura da Palmiro Togliatti e consegnato ai posteri) abbia anche spregiudicatamente utilizzato l’occasione offerta dall’errore di calcolo fatto da Salvini l’8 agosto 2019 per provocare un rovesciamento delle alleanze e passare dal governo giallo-verde a quello giallo-rosso. Anche in quell’occasione, però, Renzi ebbe i riflessi più pronti di tutto il gruppo dirigente del Pd. Di qui un’alleanza per reciproco stato di necessità fra il Pd e il Movimento 5 stelle, ma essa può diventare strategica come sostiene Bettini che sta diventando una sorta di versione moderna di quell’indimenticabile Franco Rodano che è stato il teorico del compromesso storico, cioè dell’incontro strategico fra la Dc e il Pci? E, a parte il Pd, visto che si parla di intesa strategica il Movimento 5 stelle è in grado oggi in una situazione drammatica in cui si mescolano insieme pandemia e recessione di approdare ad una nuova e organica strategia delle riforme (l’unica strada in grado di dare una risposta positiva ed evolutiva a questo dramma), a buttare alle ortiche l’antiparlamentarismo, l’antipolitica, l’antiproduttivismo sia rispetto alla grande industria, sia rispetto alle grandi infrastrutture, lo sfrenato giustizialismo? Questo “superamento” sarebbe vitale e indispensabile per realizzare, a pandemia spenta, quella gigantesca ricostruzione tramite Recovery Plan che è o di stampo incisivamente riformista (e questa volta il riformismo qualitativo sarebbe sostenuto anche da una dose rilevante di risorse) o il tutto si vanifica provocando un autentico collasso. E un’operazione di questa fatta dovrebbe essere realizzata dall’attuale Pd e dall’attuale M5s sommati insieme con alla guida Enrico Letta e Giuseppe Conte? Ci permettiamo di nutrire rispetto a tutto ciò profondi dubbi. Ci fermiamo qui, ma le nostre preoccupazioni aumentano quando leggiamo quello che Bettini afferma sulla fase andata dal giugno del 2020 fino al gennaio del 2021. Abbiamo l’impressione che noi e Bettini abbiamo vissuto in due paesi diversi. Per Bettini, che, chiediamo scusa, ci appare una sorta di moderno e sofisticato Pangloss, siamo vissuti con il migliore dei governi possibili. Secondo noi, invece, il governo Conte II dall’estate del 2020 in poi si è incagliato in una impasse e in un immobilismo imbarazzante, vitalizzato solo dalla droga mediatica distribuita a piene mani da Rocco Casalino, mentre Conte era perdutamente travolto dall’insana passione di conquistare i pieni poteri su una serie di snodi decisivi. Ora, di fronte a un’assoluta mancanza di iniziativa politica del Pd guidato da Zingaretti (che onore al merito è uno straordinario presidente della Regione Lazio), a nostro avviso è stata obiettivamente salvifica per tutti l’iniziativa politica di Renzi che ha fatto anche formalmente cadere un governo nella sostanza già morto e che ha dato vita ad un altro governo che costituisce una chance autentica per l’Italia sia per le qualità della persona che lo presiede, sia perché può darsi che spinga o costringa tutte le forze politiche che lo compongono a dare il meglio di sé stesse nella più difficile situazione affrontata dall’Italia dal 1945 ad oggi. Ciò detto, non c’è dubbio che di fronte ai limiti intrinseci all’asse strategico PD-M5s sostenuto da Bettini per evitare un pericoloso fallimento politico sarebbe indispensabile (a nostro avviso periodo ipotetico di secondo tipo) costruire ed aggregare un’altra versione del riformismo, quella storicamente espressa dai socialisti, dai miglioristi e dai laico-liberali. Goffredo Bettini annuncia un documento prodotto da un’area politica e culturale da lui coltivata, recentemente Marco Bentivogli ha dato vita ad una sorta di maratona dei riformisti, per parte nostra, con altri amici, stiamo lavorando a un documento fondato sulla ricostruzione della storia travagliata del riformismo e sugli artigli programmatici di cui esso dovrebbe essere fornito. Per parafrasare una frase famosa che era “socialisme ou barbarie” tenendo conto della tragedia costituita in Italia da circa 120.000 morti e dalla chiusura di tante aziende e negozi con tanti disoccupati, potremmo oggi parlare certamente con minore enfasi dell’alternativa “riformismo o barbarie”. Fabrizio Cicchitto, Biagio Marzo

DAGONEWS il 15 aprile 2021. Quanto può essere indispettito Mario Draghi per la teoria di Goffredo Bettini secondo cui Conte è stato fatto fuori da un complotto dei "poteri forti"? Molto, moltissimo. Anzi, di più. Gli fumano i cabasisi. Lo stesso Enrico Letta, che di un certo euro-potere è parte, si è indispettito. Il segretario del Pd ha incontrato Bettini prima che quest'ultimo licenziasse il documento di lancio della sua corrente "Agorà" e ha esplicitato le sue perplessità: "Goffredo, è una cazzata". Il fu guru di Zingaretti non ha incassato il colpo ma ha rintuzzato, con le sue argomentazioni: Draghi è amico della nuova amministrazione americana e vicino alla Merkel, Conte invece era mal sopportato, aveva contro i poteri forti e altre lucidissime spiegazioni. Il distillato delle sue affermazioni (anche vere) porta a una inevitabile conclusione: non si trattò di complotto ma di politica. Quella con cui si aggiustano e si scombinano carriere, governi, alleanze. Ovunque, da sempre. E poi Bettini omette sempre di citare le sconclusionate azioni politiche lasciate in dono all'Italia, dai banchi a rotelle alle mascherine farlocche, da Peppiniello Conte e i suoi "fardelli" (Arcuri, Azzolina e pippe assortite).

Da "il Giornale" il 15 aprile 2021. Il leader di Italia viva Matteo Renzi bastona ancora l' ex premier Giuseppe Conte e coloro i quali hanno cercato di salvarlo: «In casa Pd, autorevoli ex guru iniziano a sostenere che il governo Conte sia caduto per un (immancabile) complotto internazionale - scrive l' ex presidente del Consiglio - . Quindi non era colpa di un uomo solo, folle, di nome Matteo Renzi, come ci hanno raccontato per giorni a reti unificate. Dicono, dunque, ci sia stato un complotto internazionale. E sembrano persino crederci. Ho scoperto in questi anni che molti chiamano complotto internazionale semplicemente la propria incapacità di fare politica».

Tommaso Labate per il "Corriere della Sera" il 15 aprile 2021. «Questa storia del complotto non esiste» ma «al di là di Renzi c' è qualcosa di più grande che si è mosso». Venti e ventitré, l' ora del pronto in tavola per la cena degli italiani, l' ora in cui Goffredo Bettini mette un punto alla polemica sulla convergenza di interessi «nazionali e internazionali» che, a leggere la piattaforma politica della sua nuova area battezzata ieri, sarebbe stata l' elemento decisivo per disarcionare il governo Conte II e lasciare campo libero all' arrivo di Mario Draghi. Il punto, però, si rivelerà un punto e virgola o al massimo due punti, come nella lettera di Totò e Peppino alla Malafemmena. Perché Bettini, tolta dai radar la parola «complotto», non presente a onor del vero nel documento programmatico della sua Agorà, rilancia: «C' è stato un bombardamento contro il governo Conte che andava ben al di là dei suoi demeriti, che comunque c' erano». E ancora: «Si muovevano degli interessi», a cui probabilmente la direzione di marcia impressa dall' Avvocato al suo esecutivo non piaceva affatto. «Troppa spesa sociale e pochi investimenti sul digitale? Troppo Mezzogiorno e poco Nord? Oppure Conte aveva un taglio di capelli che forse dava fastidio ai barbieri?», conclude l' ideologo di questa nuova zona franca tra Pd e M5S che lavora per saldare i bulloni dell' alleanza del futuro. E quindi il momento è arrivato, a due mesi di distanza dal cambio della guardia a Palazzo Chigi. Come in ogni caduta parlamentare che si rispetti, come ogni «ribaltone» che cambia il senso di marcia di un governo e in molti casi anche il conducente, anche il Conte II ha avuto la sua coda differita di veleni. Veleni nazionali - con il solito codazzo di «mani», «manine», «manone» e immancabili «poteri forti» - avevano scandito il ritmo del dibattito sulle cadute del Berlusconi I nel dicembre del 1994 e del Prodi II nel gennaio del 2008, col Cavaliere ora nella parte della vittima ora in quella del carnefice; e poi veleni internazionali, che iniziarono a invadere l' aria nostrana quando la coda lunga delle risatine congiunte di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy dell' ottobre 2011 fu il battito d' ali di un' aquila - la farfalla della teoria del caos era troppo piccola per reggere il paragone - che qualche giorno dopo provocò l' uragano in Italia. E fu governo Monti. Nessuno, e men che meno Bettini, si spinge fino a mettere nero su bianco uno sceneggiatura degna di un romanzo di John le Carré. Ma il tema divide, e tanto, le anime del Pd. Negata dal sancta santorum del Nazareno guidato da Enrico Letta così come dalla viva voce di Matteo Renzi - se complotto c' è stato, l' artefice sarebbe riuscito nel miracolo di mettere dalla stessa parte i due arci-nemici - la questione rimane. «Non credo ci sia stato un complotto, ma c' è stata sicuramente una ostilità diffusa delle élite di questo Paese, che vedono il populismo come un fatto accidentale e non come il frutto della de-responsabilizzazione progressiva delle classe dirigenti», mette a verbale il ministro del Lavoro Andrea Orlando. «Polemizzare sul complotto è miope. Ma non si può non registrare che c' è stata una evidente convergenza di interessi nel far cadere Conte», scandisce Enrico Gasbarra. Nelle retrovie del contismo ortodosso si osserva la vecchia regola di Berlusconi e anche di Prodi, cioè dei presidenti del Consiglio a cui una fiducia è stata tolta come la spina da una presa. Si tace, si lascia sedimentare e, semmai, si prende la parola a distanza di tempo, per riaprire la questione o chiuderla del tutto. Nelle vicinanze dell' Avvocato, che continua a lavorare sul progetto del M5S rifondato a sua guida, c' è chi ha conservato una specie diario di quei mesi di agonia istituzionale che poi sfociarono nella crisi politica. La ricostruzione parte da un faccia a faccia con Matteo Renzi, l' unico appuntamento a novembre in cui i due sembrarono poter diventare amici. Il premier evocò al leader di Italia Viva l' ipotesi di andare alla Nato e l' altro gli rispose: «Guarda, Giuseppe, non decidiamo né io né te chi andrà alla Nato. Tra qualche giorno, quella decisione la prenderà un signore che si chiama Joe Biden». Erano i giorni in cui la statua del «Giuseppi» iniziava a scricchiolare. Così come la leadership del suo indimenticato ideatore, Donald Trump.

Sempre aggrappati ai Cinque Stelle. Onore delle armi a Bettini, ma non ha fatto mea culpa su Conte. Michele Prospero su Il Riformista il 13 Aprile 2021. Quando, dinanzi alla sconfitta, un politico ferito riprende la sua battaglia, per di più riproponendo la stessa agenda che pareva averlo destinato all’oblio, merita sicuramente l’onore delle armi. E Bettini che ritorna in trincea ancora incerottato rivela una tempra che nessuno degli ex Pci mostra di possedere. I leader più anziani, ormai fuori dal Pd, non dispongono di consistenti forze proprie e sono caduti «in tanta disgrazia popolare che, nonostante infinite buone opere passate, vissero più per umanità di coloro che ne avevano autorità che per alcuna altra cagione che nel popolo lo difendesse». Questa, descritta da Machiavelli, è in fondo la condizione di D’Alema, Veltroni o Bersani che non hanno più un popolo da dirigere e vivono ormai di ricordi di cose lontane. Scegliendo di nuovo “l’attione” dopo la fresca ritirata Bettini non ha fatto come il più giovane Orlando che, sull’esempio contagioso di Franceschini, quasi mai dà un affondo, media con il vincitore del momento per venire a patti attorno ai dettagli gestionali e preferisce per vocazione «procedere lentamente». Le sue «opinioni gagliarde» Bettini le rimette invece presto in campo e questo cocciuto accanimento va riconosciuto come una dote politica. Possono però le sue credenze rispolverate portare in luoghi diversi da quelli che già gli hanno lasciato assaporare il gusto della retromarcia forzata? Con una ripassata di melodie veltroniane («giustizia e libertà», citazione di Rosselli) e l’aggiunta di motivi più consoni al corrente tempo populista (scontro non sociale di classe ma zuffa secondo lo schema «sotto e sopra», non partito strutturato bensì «partecipazione deliberativa» oltre «il luogo del circolo»), le Agorà di Bettini intendono fornire una base ideale all’incontro con Conte (da indirizzare però verso un preliminare periodo di espiazione tra i verdi per scongiurare la sconcezza di un passaggio acrobatico da Farage alla socialdemocrazia europea) rimpianto come un antipolitico ancora forte di un sostegno della pubblica opinione. L’esaltazione nostalgica dell’avvocato del popolo come risorsa della coalizione, e l’ossessione per la alleanza strategica con i grillini come momento prioritario dell’agire, evitano una analisi rigorosa dell’effettiva natura del M5S. Si danno per acquisite mutazioni di cultura politica (dalla via della seta al west, dalle Ong taxi del mare al moderatismo liberale, dall’impeachment contro Mattarella alla responsabilità istituzionale) che richiedono una risorsa di tempo per essere considerate plausibili. Il giustizialismo (abolizione della prescrizione, accanimento contro l’eccezione Del Turco), la diffidenza verso le regole della democrazia rappresentativa (limitazione del numero dei mandati, rievocazione del vincolo imperativo quale argine del cambiamento di casacca), ostilità verso misure di carattere economico-finanziarie (nei consigli dei ministri la connessione sentimentale con la Lega si rivela più forte di quella con il Pd), l’estraneità alla cultura dei diritti (pregiudiziale rigetto di ogni ipotesi di ius soli) costituiscono degli scogli identitari che difficilmente saranno rimossi da un movimento che è pur sempre erede (ancor più illiberale, se possibile) del dipietrismo. La sola novità di rilievo che il M5S presenta oggi riguarda la possibile rimozione del legame ombelicale con la micro-impresa proprietaria (del blog, della mailing list, degli elenchi degli iscritti, del database). Se il conflitto con la Casaleggio (da cui l’avvocato del popolo si tiene assai lontano) per superare il controllo privatistico della piattaforma del voto on line (opaco divieto di conoscenza tra gli aderenti nella piazza reale) porterà alla soppressione del marchio aziendale che gestisce dati, formula quesiti, elabora algoritmi e fornisce i numeri del pronunciamento on line questa sarebbe una tappa prioritaria per la normalizzazione di un ribelle movimento proprietario antisistema. Che su questo tema cruciale (sul quale i verdi in Europa hanno assunto un opportuno atteggiamento di intransigenza) il Pd eviti ancora oggi di chiedere degli sviluppi risolutivi è un elemento di inquietudine circa la solidità della cultura politica dei democratici. Del resto il ritorno in scena delle Agorà è possibile solo perché con Letta non è affatto mutato l’impianto analitico disegnato da Zingaretti ma sono intervenuti soltanto degli accorgimenti tattici all’insegna della cautela, sobrietà, buon senso. Lo stile che rivela il volto del nuovo segretario del Pd recupera peraltro alcune suggestioni tipiche dell’antipolitica (repressione normativa dei mutamenti di casacca, soppressione dei costi della politica). Letta insiste ossessivamente circa la bellezza della «mia vita precedente», si rifugia su politiche dell’immagine e senza costi perché intende afferrare l’eterno, abusato e sbiadito storytelling. Il copione prevede ancora una volta il mito dell’estraneo che viene da Parigi, del galantuomo maltrattato a suon di campanello che proprio su invocazione dei malfattori di un tempo rientra in scena e combatte in solitudine contro i cattivi per condurre il suo esercito smarrito verso il trionfo di nuovo possibile. La stessa immagine del “cacciavite” appartiene al repertorio classico dell’antipolitica. Fu la metafora chiave del miliardario americano Ross Perot che inventò il cacciavite (“screwdriver”) come il ritrovato di un operare concreto dell’outsider capace con il semplice buon senso di riparare i guasti dell’amministrazione e quindi di renderlo quale efficace simbolo di un fare concreto contro il chiacchiericcio della casta politica. Se si vuole tracciare una politica incisiva in un tempo che vede la rabbiosa mobilitazione dei ceti medi (quante istruttive sono le pagine del Gramsci sul «popolo delle scimmie» ovvero sulla piccola borghesia impoverita che «scimmieggia la classe operaia, scende in piazza»; ma dello stesso tenore è pure il discorso di Gaetano Mosca alla Camera del marzo 1920) non è allo storytelling che occorre affidare le sorti della democrazia. Servirebbe (anche all’impresa, alle culture liberaldemocratiche così fragili) una robusta rappresentanza sociale, un partito del lavoro per ricalibrare il nesso mercato-società dopo il crollo del trentennio neoliberista. E invece prosegue la chiacchiera leggera dell’Agorà. Mentre crescono i serbatoi di rabbia e di rancore alimentati dalla destra sovranista convocare i riti della partecipazione deliberativa rischia di essere un puro ed edificante esercizio retorico.

Le parole del dirigente dem. Intervista a Goffedro Bettini: “Cari riformisti basta tattichette…” Umberto De Giovannangeli su Il Riformista il 10 Aprile 2021. Nella serie di interviste de Il Riformista sul presente e il futuro del Partito democratico e della sinistra, è stato chiamato in causa più volte e da più parti, a sostegno e contro le sue affermazioni. Goffredo Bettini fa discutere come pochi altri. Ora con Il Riformista, risponde. E, ci scommettiamo, tornerà a far discutere.

Era un po’ di tempo che la sua voce mancava. Afonia politica?

Dal momento della formazione del governo Draghi, al quale sono seguite le drammatiche dimissioni di Nicola Zingaretti e l’elezione del nuovo segretario Enrico Letta, non ho quasi più parlato pubblicamente. Tanto impegnato nella fase precedente, ho trovato più misurato e utile far decantare la situazione. Su un esame più attento degli ultimi due anni e sulle prospettive future della sinistra il 14 di aprile sarà presentato il manifesto delle Agorà, l’associazione politica e culturale che ho contribuito con tanti altri e altre a organizzare e promuovere. Rimando, a quell’occasione un confronto di più ampio respiro. Eppure, per procedere nell’oggi, vale la pena rispondere alle polemiche che in questi mesi sono proseguite, circa alcune scelte di fondo alle quali ho creduto e per le quali ho combattuto.

Da più parti si sono levate critiche nei confronti del Pd. Siete sotto attacco?

Il fatto che mi colpisce è il carattere astratto e ideologico che sottende questa vera e propria offensiva, che ha un valore di posizionamento interno al Pd. Tutto il contrario della pacata ragionevolezza, dell’analisi “differenziata” che ci si aspetterebbero da un riformismo illuminato.

Una delle critiche più serrate riguardano l’alleanza con il Movimento 5 Stelle. Per molti un’alleanza politicamente contronatura. Certa narrativa giornalistica, e non solo, la indica come l’architetto di questo asse Pd-5Stelle.

Come nasce questa alleanza? Dopo la crisi del governo Conte I lo sbocco più naturale sembravano essere le elezioni politiche. Lo stesso Zingaretti era propenso a questo esito. Tuttavia in quel frangente Renzi, con abilità, mise in campo una svolta tanto repentina quanto, poi si vedrà, prevalentemente tattica. Invocò un governo anche con il movimento di Grillo, per evitare di consegnare l’Italia a Salvini e alla Meloni, per non aumentare l’iva, per eleggere un presidente della Repubblica democratico. Il giorno successivo, replicai che se si doveva baciare il “rospo”, sarebbe stato meglio tentare un’operazione politica e di governo in grado di concludere l’intera legislatura. Un tentativo, ambizioso, difficile ma, a certe condizioni, in grado di dare una prospettiva alla nazione, in quel momento disorientata e in difficoltà. Il fondamento del mio ragionamento era: impedire alla destra sovranista di stravincere, come sarebbe stato inevitabile senza una nostra iniziativa; ma anche azzardare un passo in avanti di tutta la politica italiana. Il Pd, dopo il disastroso risultato delle elezioni politiche del 2018 era, infatti, isolato, senza politica, conchiuso in una posizione boriosa e inconcludente. Circondato da una marea populista considerata erroneamente come un blocco unico, impenetrabile e inamovibile. Al contrario, un nuovo governo anche con i 5 Stelle, avrebbe potuto rompere la presunta omogeneità del populismo italiano. Dividerlo tra quello radicato nei valori tradizionali della destra vecchia e nuova, e quello più contraddittorio, anche se radicale. Di sinistra e di destra, in una amalgama confusa. Figlio per lo più dei nostri errori, delle nostre debolezze e dei nostri troppi silenzi. Un’operazione, per certi aspetti, di valore storico: perché la sola capace di ricomporre una prospettiva di alternativa al sovranismo, alla xenofobia, all’intolleranza, alle pulsioni più anti liberali. E tale operazione poteva riportare il Pd ad attraversare il popolo italiano così com’è. Con le sue rozzezze, rabbie, diffidenze. In un corpo a corpo, anche con i nostri alleati grillini, alla fine benefico per entrambi. Questa sfida convinse l’insieme del partito. Lo stesso Zingaretti l’ha successivamente affrontata in modo collegiale, convinto, efficace.

Eppure a un certo tempo qualcosa s’inceppa.

Nel corso del tempo è cresciuta in Renzi e in una parte del Pd una insofferenza rispetto alla nuova alleanza. Più dettata dall’esigenza di un posizionamento interno e da argomentazioni pregiudiziali, piuttosto che da una sincera valutazione dei fatti. Peraltro, queste posizioni critiche non sono state mai, sottolineo mai, accompagnate da una proposta diversa, praticabile e credibile. Il governo Conte II nel susseguirsi dei mesi ha mantenuto un alto gradimento degli italiani. Ha affrontato con dignità la tempesta pandemica e la drammatica crisi economica conseguente. Il Movimento 5 stelle ha cambiato moltissimo delle sue impostazioni iniziali. Sull’Europa. Sull’utilizzo della scienza nell’affrontare l’emergenza sanitaria. Sulla necessità di dare una curvatura sociale e di giustizia agli interventi di sostegno all’economia e alla popolazione. Quale subalternità avremmo praticato, se sulle questioni decisive della collocazione italiana è prevalsa la nostra visione? Per carità: errori e ritardi non sono mancati. Ma questa è la sostanza del governo Conte II? Oppure essi sono stati gli effetti collaterali di un’impresa che sapevamo fin dall’inizio difficile ma che, pur tra mille fatiche, stava in cammino nella direzione auspicata dal Partito democratico?

Insisto: dentro e fuori il Pd si è levata l’accusa di aver accettato compromessi al ribasso pur di salvare quest’alleanza.

Accettare compromessi mentre avanza la propria strategia, è il contrario della subalternità. La subalternità è l’enunciazione stanca e impotente della propria tavola di “principi” (quali “principi”?) mentre i processi reali, non diretti, vanno da un’altra parte. Anche la polemica circa il carattere “strategico”, “strutturale, “organico” del rapporto con il Movimento 5 stelle, per il quale mi sarei battuto è stata la distorsione di una posizione che mi è stata volutamente attribuita per amor di polemica. Non c’è una sola occasione nella quale abbia definito in questi due anni l’alleanza con il movimento di Grillo, nei termini appena ricordati. Ho parlato, piuttosto, della necessità di un’alleanza politica, che vedevo procedere a rilento e con troppa incertezza. Quando si decide di governare il paese insieme per un’intera legislatura, occorre schiettezza e responsabilità. Non si governa dicendo che il tuo alleato fa schifo. Da nemici. Questo ho detto. Perché un governo ha bisogno di una unità di visione, di sfumare le “visibilità” inutili, propagandistiche e messe in campo per ragioni di partito. Ha bisogno di generosità.

Queste ragioni archiviano il sistema elettorale maggioritario?

Nei mesi passati ho affermato apertamente di preferire un sistema elettorale proporzionale. Esso poteva e doveva garantire a tutti i contraenti di una possibile maggioranza di governo, l’esercizio pieno di una propria sovranità, di un proprio rapporto con l’elettorato, di un proprio profilo culturale e politico. Forze parallele, distinte, che dopo l’esito elettorale, possono stabilire un’intesa di governo, un compromesso alto, scegliendo la leadership sulla base dei rispettivi rapporti di forza. Oggi Enrico Letta, interpretando un vasto sentimento degli elettori democratici, ha rilanciato uno schema elettorale maggioritario. Ammiro il geometrico ragionamento che il segretario del Pd ha svolto per definire i contorni del rapporto, che ha ribadito fondamentale, con il Movimento 5 stelle e con l’insieme delle forze del centro sinistra. Sostengo, dunque, questa nuova scelta. Ma ai fautori “dell’orgoglio” del Pd, in chiave di rifiuto dell’alleanza che ha sostenuto il governo Conte II, ricordo che questo schema maggioritario va gestito con molta cura perché presenta insidie. Esso si, potrebbe determinare un’alleanza “costretta” e “strategica” con il Movimento 5 stelle, in virtù della medesima natura del meccanismo elettorale. Confido nell’intelligenza di Enrico Letta, che nei suoi primi passi mi è parso convincente, autorevole e molto corretto. Confido in lui, ed anche in Conte, che dovrà rifondare il movimento di Grillo. Confido che non emerga una sovrapposizione di elettorati, di riferimenti sociali, di parole d’ordine. Perché la somma tra noi e i nostri alleati dovrà ampliare i confini del centrosinistra e non raggrumare tutte le leadership attorno al medesimo e statico “francobollo” di consenso elettorale.

Come vede l’entrata del M5S nel gruppo dei Socialisti e democratici europei? Anche su questo le posizioni nel Pd e nell’area di sinistra sono divergenti.

Per il ragionamento che ho fin qui esposto, considero da valutare bene questa ipotesi. Piuttosto una collaborazione con il gruppo verde sembra a me più chiara, coerente ed elettoralmente produttiva.

In queste settimane c’è stato un altro motivo dominante di polemica. La sua presunta “enunciazione” nella crisi di governo: “o Conte o morte”. Come la mettiamo?

Mai usata tale formulazione. Rivendico, invece, di aver difeso fino all’ultimo la possibilità della formazione di un Conte III. Per la natura positiva che il governo Conte II ha avuto per l’Italia. Per la disponibilità dimostrata dallo stesso Conte di rilanciare e riorganizzare l’azione di governo, su spinta del Partito democratico e dell’insieme dell’alleanza. Per il fatto che Conte ha mantenuto costantemente un consenso nell’opinione pubblica. E ancora: perché tradirlo all’ultimo momento avrebbe compromesso la prospettiva politica e di alleanza costruita dal Pd. Perché, infine, se fosse caduto, come poi a causa di Renzi è stato, non ci sarebbe stata altra strada politica da perseguire, ma sarebbe stato inevitabile il voto. Tant’è che, aperta la crisi e una volta stabilito in modo ragionevole ma non obbligato che era impraticabile andare al voto, il trauma è stato superato decretando uno stato di “eccezione” e non una nuova maggioranza politica. Una limitazione della sovranità dei partiti, con il ricorso ad una personalità di grande prestigio e capacità che ha varato un nuovo governo del Presidente, con tutto quello che ne consegue. E aggiungo, che se non avessimo mantenuto lealmente fino allo stremo l’asse politico del Conte II, non sarebbe stato neppure possibile un sostegno dell’insieme della precedente maggioranza di governo, alla formazione del governo Draghi. Bene. Siamo qui a sostenere Draghi, sapendo che il suo esecutivo è transitorio, preparatorio a una futura inevitabile e salutare sfida tra destra e sinistra. Credo che di questo sia pienamente consapevole lo stesso Draghi, che non va logorato in una sorta di stanco governo di unità nazionale, piuttosto spinto e aiutato a portare a termine alcuni decisivi adempimenti economici e sanitari.

In queste settimane, una delle narrazioni politiche che va per la maggiore è l’affermazione che il riformismo di Draghi è il riformismo del Pd. Insomma, il Pd coincide con il governo Draghi.

A parte questo entusiasmo di sapore un po’ “sovietico” che fa coincidere il partito con il governo, mi pare che ci sia qualcosa di politicamente sbagliato in tale posizione. Sarebbe ora che finisse questa ricerca di una purezza del riformismo, che sembra coincidere sempre di più con il nostro allontanamento dallo scontro sociale, dai conflitti in campo, dalla fatica di “rimuovere” gli ostacoli per il raggiungimento di un’autentica giustizia e libertà. C’è riformismo e riformismo. Il nostro riformismo progressista radicato nella storia consiste nell’accorciare le distanze tra chi sta sotto e chi sta sopra. Tra tante parole alla moda, questo concetto così chiaro in Carlo Rosselli, secondo il quale non esiste vera libertà senza giustizia, pare disperso. Eppure è la questione palpitante della modernità: dove le ingiustizie stanno diventando abissali e l’incoscienza “vegetativa” e priva di calcolo delle sole logiche produttive può portare alla distruzione del pianeta, sul piano della praticabilità ambientale e della sopravvivenza della specie.

Oltre al tema dell’identità, Enrico Letta sin dalla sua investitura a segretario, ha posto tra le priorità della sua segreteria, il tema del partito. Un tema che è tornato con forza nel dibattito su questo giornale.

Ha ragione Letta. Basta: governo, governo e solo governo. Senza il governo ci sentiamo nudi e impotenti. Al contrario la nostra lotta va condotta dall’alto e dal basso. Servono buoni generali ma anche fanterie coraggiose, intelligenti, in condizione di decidere. Si dice che è insostenibile nel Pd l’invadenza delle correnti. Lo sostengo un po’ solitariamente da tanti anni. Ma esse sono il frutto di una soggettività perversa, o alla fine sono state la soluzione inevitabile per tenere in piedi in qualche modo un organismo che complessivamente veniva meno? La questione è aperta. Bisogna andare alla radice. Ricostruire un tessuto nel quale le correnti possano trasformarsi in aree politiche e di pensiero, slegate dagli organigrammi e da decisioni dirette sul potere. Questo, tuttavia, è possibile se lo scettro della sovranità della decisione politica si riporta anche ai nostri iscritti. Non rimane chiuso nelle mani di caminetti, formali o informali, che alla fine decidono tutto, spesso in compromessi confusi. Deve diventare normale e costante dentro il partito una pratica democratica di consultazione, di partecipazione e di decisione degli iscritti nell’esercizio della loro responsabilità personale. Occorre mischiare, scomporre e ricomporre in continuazione le aree politiche, nelle “agorà”. Da attivare con campagne nazionali su temi e dilemmi significativi, sollecitando una partecipazione deliberativa alla base del partito e, in alcuni casi, tra i cittadini nostri elettori. Questo deve avvenire non solo nel “luogo” del circolo; ma in un ospedale, una scuola, una università, una fabbrica, una piazza comunale, un grande centro commerciale. Il nostro popolo non lo riconquisteremo mai con la pedagogia, l’intervento esterno, i programmi giusti, le parole d’ordine accattivanti ma alla fine inerti. Lo potremo riconquistare attraversando il disagio e il disorientamento delle persone, anche quelle che aderiscono al Partito democratico. Facendole contare, dando loro responsabilità e potere. Forse, a questa condizione potrà invertirsi il progressivo arretramento antropologico, che ci sta investendo. E si potranno ristabilire i canali di rappresentanza e di dialogo tra l’alto e il basso, attualmente così spezzati.

Tommaso Labate per il "Corriere della Sera" l'1 aprile 2021. «Pronto, il senatore Bettini? Sono Giuseppe, Giuseppe Conte». «Caro presidente, lei per caso usa Messenger di Facebook oppure è pratico con le chiamate vocali su WhatsApp? Bene, allora le do un consiglio. Sentiamoci in uno di questi due modi, altrimenti questa telefonata ci viene a costare seimila euro». Se mai ci sarà il nuovo Ulivo, il nuovo centrosinistra, il nuovo cantiere dell'alleanza tra Pd e Cinque Stelle, ecco, la prima pietra andrà cercata là. Nel giorno in cui nasce la grande amicizia tra Goffredo Bettini e Giuseppe Conte, che oggi rappresenta il fondamento di tutto quello che si muove sull'arteria ideale che collega Movimento Cinque Stelle e Pd. «Quel gran genio del mio amico», direbbero con la strofa di Lucio Battisti l'uno dell'altro. Perché la stima che l'ex presidente del Consiglio nutre nei confronti dell'inventore del «modello Roma», oltre che di una sfilza di operazioni politiche in gran parte riuscite (il primo Rutelli e l'esordio di Veltroni al Campidoglio sono i fiori all'occhiello) l'ha reso di fatto il principale dei suoi interlocutori politici. Stima ovviamente ricambiata, se è vero che i due passano ore e ore a discutere di politica, di cinema, di vita reale, di musica. Il primo «consiglio» che Bettini ha dato a Conte - una specie di «numero uno» di Zio Paperone, la prima moneta del grande patrimonio del personaggio della Disney - si materializza nella loro discussione quando si conoscono telefonicamente da nemmeno cinque secondi. È il 13 agosto del 2019, il giorno in cui - in un'intervista sul Corriere della Sera - l'ex parlamentare europeo, che si era trasferito in Thailandia, lancia l'idea di «un patto di legislatura» tra Pd e M5S, aderendo alla proposta lanciata poco prima da Matteo Renzi per scongiurare il ritorno alle urne e la probabile vittoria di Matteo Salvini; e, soprattutto, evoca per la prima volta l'ipotesi che Conte rimanga a Palazzo Chigi, cosa che poi succederà. Il «consiglio» arriva quando l'Avvocato ha avuto giusto il tempo di presentarsi. «Sentiamoci via Messenger o WhatsApp». Sarà il primo di una serie infinita. Da lì le telefonate tra i due sono diventate settimanali, poi quotidiane. Ore e ore al telefono, e spesso anche dal vivo, in cui Bettini ha maturato la consapevolezza che la leadership di Conte non sarebbe stata passeggera. Quando gli dicevano che l'arrivo del governo Draghi avrebbe spazzato via la popolarità dell'ex premier nei sondaggi, Bettini rispondeva: «Non sarà così. Conte non ha fretta, è paziente. E poi ha una capacità di ascolto che altri non hanno: guarda le persone, le ascolta. Non tutti hanno questa predisposizione, in politica. Mi ricordo di Ingrao, che mi portava in via della Conciliazione e diceva "Goffredo, le vedi le persone?". Ma quanti altri lo facevano e lo fanno?». Oggi, a due mesi di distanza da quelle previsioni, di fronte ai Conte-scettici di fine gennaio, l'ex parlamentare europeo sventola le rilevazioni sul consenso dell'Avvocato. «Hai visto?». Il tema di come far imboccare al nuovo M5S di Conte e al nuovo Pd di Enrico Letta la stessa autostrada, senza deviazioni o incidenti di percorso, sarà il cruccio dei prossimi mesi. Bettini è convinto che i due ex inquilini di Palazzo Chigi abbiano dei «tratti comuni». Entrambi, ha detto a Conte, «sapete ascoltare, entrambi sapete aspettare». Sono complementari, insomma. Il suo modo di dare una mano, ha raccontato il «consigliere» agli amici, arriverà il 14 aprile prossimo con «manifesto», un contributo alla discussione che «non sarà in alcun modo una corrente». A riprova ha mostrato l'elenco degli intellettuali con cui sta lavorando. Tra questi, Mario Tronti, Nadia Urbinati e l'ex ministro dell'Università Gaetano Manfredi.

Nicola Mirenzi per “Il Venerdì di Repubblica” l'11 marzo 2021. Ho cominciato a lavorare a questo ritratto di Goffredo Bettini circa tre mesi fa, quando Bettini era uno degli uomini più influenti d’Italia. Consigliere principe del presidente del Consiglio Conte, riferimento indiscusso del Partito democratico, oracolo di giornali e televisioni. L’ho incontrato a casa sua, il giorno dopo che il governo giallorosso aveva ottenuto l’ultima fiducia, alla fine della caccia ai “responsabili”. Ha risposto a una telefonata del ministro Franceschini rassicurandolo: «È un buon punto di partenza, Dario, intorno a questi numeri ora dobbiamo costruire». Poi, la mossa di Matteo Renzi di ritirare le ministre ha cominciato a dispiegare i suoi effetti e il disegno su cui Bettini aveva investito ogni energia – un altro governo Conte – è andato in frantumi. Bettini ha perso. Niente di quel che aveva cercato gli è riuscito: né convincere Italia viva a non strappare, né sostituirla in Parlamento, né far temere che oltre Conte ci fosse solo il voto. Ha perso, una dopo l’altra, tutte le ultime battaglie, insieme all’aura di chi può ciò che vuole. La sconfitta lo ha reso oggetto di critiche e obiezioni, ma anche di cattiverie, insulti, ironie, sarcasmi, nella stessa misura in cui poco prima era stato invece oggetto di elogi, stima, considerazione, rispetto, finanche paura. Bettini ha perso, ma non si è dato per vinto. Ha scritto sul Foglio «ben venga un congresso» del Pd e Nicola Zingaretti ha subito aperto all’ipotesi. Ha detto che l’alleanza che ha sorretto il secondo governo Conte «non muore affatto» e al momento il grosso del Partito democratico e del Movimento 5 stelle gli stanno dando ragione. Ha dichiarato che il Pd a Roma non sosterrà «in alcun modo» Virginia Raggi e le sue parole sono suonate come la sentenza definitiva per la sindaca. Spesso Bettini dà la linea, senza avere alcun ruolo ufficiale. Non è ministro come Franceschini, né vicesegretario come Orlando, né capo di una corrente come Orfini. Ecco cosa rende il potere che esercita così ambiguo. Nel centrosinistra, è l’uomo senza cariche, e fuori dalle istituzioni, più rilevante nel Palazzo. Non prende nessuna decisione, ma esercita una grande influenza. È associato a figure leggendarie. Si cita Richelieu, si cita Mazzarino. Solo che entrambi erano cardinali. Mentre lui, nel ramo ecclesiastico, sarebbe un monaco. Vive in un monolocale di trentacinque metri quadri, al piano terra di un palazzo nella parte alta del quartiere Prati, a Roma. Dorme, legge, scrive, riceve, s’apparta, osserva, s’infuria, sempre nella stessa stanza, di cui rivendica, compiaciuto, l’essenzialità, come un manifesto d’anti-privilegio. Sostiene che nella vita non c’è persona a cui abbia dedicato più tempo di Nicola Zingaretti. Considera il segretario del Pd un figlio. Zingaretti lo ritiene un padre. Dicono che sia il suo «burattinaio», che si muova «nell’ombra». Lo definiscono «eminenza grigia». Eppure Bettini non fa altro che intervenire, dar battaglia, dire la sua. Ancor di più oggi, rilascia interviste, scrive lettere ai quotidiani, va in radio, in televisione. Spesso Zingaretti lo ascolta. Altre volte prende un’altra strada. Chi lo conosce è sorpreso dal suo protagonismo. Non si è mai nascosto, ma mai si era fatto così vedere. Si espone troppo per essere soltanto un consigliere politico, ma non si mette mai dentro fino in fondo per essere un leader. Cos’è, allora, Bettini? Non si può rispondere a questa domanda senza tenere a mente un rifiuto. Gli offrirono il posto di sindaco di Roma quando ancora il sindaco lo eleggeva il consiglio comunale, nel 1993. Andò a dirglielo Franco Carraro. «Sai, Goffredo, noi». Doveva dire solo sì. Invece disse: «Non me la sento». Anche se nella vita precedente aveva studiato per essere un giorno capo. Era stato uno dei più alti dirigenti nazionali dei Giovani comunisti, poi segretario della federazione romana del Pci, appena trentenne nella direzione nazionale del Partito, era uno dei dirigenti più promettenti d’Italia, insieme a Massimo D’Alema, Walter Veltroni, Fabio Mussi. Il giorno in cui disse no Bettini firmò le dimissioni da un destino: quello, possibile, di leader; e decise che i leader li avrebbe creati. Chiese a Francesco Rutelli, ex radicale, neo militante del partito dei verdi, figura centrale di un’area marginale, di candidarsi. «Per fare il sindaco di Roma», rispose Rutelli, «sono disposto ad andare anche a Milano a piedi». Iniziò così il modello Roma,  finora l’invenzione più di successo di Bettini. Interpretato dopo Rutelli da Veltroni, e infine fallito con Ignazio Marino. «L’idea di puntare su Conte come riferimento dell’alleanza con i 5 Stelle – mi dice Carmine Fotia, autore con Bettini di due libri – in fondo risponde alla stessa logica dell’operazione Rutelli sindaco di Roma. È un paradigma della tradizione comunista: scegliere figure esterne al partito per allargare il campo, credendo poi di poterle gestire». Non c’è parola, opera e omissione che in Bettini non appartenga alla liturgia del comunismo italiano. «Noi siamo l’elefante “buono” che si porta in “groppa” qualche suonatore di tamburello», ha detto in un’intervista riferendosi ai fuoriusciti dal Pd andati con Renzi. Omaggio a Togliatti, che commentò la rottura di un funzionario emiliano su posizioni antisovietiche dicendo che si trattava di «un pidocchio annidato nella criniera di un nobile destriero». Quando gli chiedono cos’è per lui la politica, Bettini risponde che è un «principio d’ordine», il tentativo di dare «forma» al mondo. Sostiene che allearsi con i 5 Stelle per il Pd significhi gettarsi nel «gorgo» dell’antipolitica, «attraversare il popolo» e tentare di uscirne alla guida. Sembra solo sociologia. Invece, la «forma» è prima di ogni cosa un bisogno esistenziale. Bettini viene da una famiglia aristocratica marchigiana. Il padre, Vittorio, era un avvocato repubblicano. Nel salotto di casa sua passavano Ugo La Malfa, Oronzo Reale, Giovanni Spadolini e altri dirigenti del partito. La madre si chiamava Wilde e aveva sposato in prime nozze un ufficiale e patriota albanese formatosi all’accademia militare di Modena. Quando l’Italia di Mussolini occupa l’Albania, anziché arrendersi, seguendo gli ordini, disobbedisce, con un gesto che sconquassa l’opinione pubblica: si suicida. Il regime fascista è così imbarazzato che il ministro degli Esteri Galeazzo Ciano invia immediatamente un aereo a prelevare la moglie e il figlio di otto mesi: ossia Luhan, il fratello di Bettini, che oggi vive a Parigi e ogni mattina, intorno alla sette, telefona a Goffredo. «Ricordo che passavamo la fine dell’estate nel castello di Jesi», mi racconta. «Il maggiordomo ci chiamava a pranzo con la campanella, mentre noi eravamo in giardino». È un’immagine degli anni finali della nobiltà di famiglia, gli anni della decadenza, durante i quali Bettini assiste allo sgretolamento di un’architettura di regole, tradizioni, simboli, mitologie, che erano durate decenni e ora si stavano disfacendo sotto i suoi occhi, distrutti dal fenomenale boom italiano. Nel Partito comunista, Bettini trovò innanzitutto un riparo, un’altra struttura sopra la testa. Conobbe Gianni Borgna mentre teneva un discorso ai malati di mente di Santa Maria della Pietà, issato su un banco, il colbacco in testa. Bettini lo guardò e si disse: «E lui sarebbe quello sano?». Fu Borgna a portarlo nella Federazione dei giovani comunisti romani dove, insieme a Veltroni, Ferdinando Adornato e altre promesse della nidiata, inaugurarono una stagione d’irregolarità che trasformò la sezione giovanile romana nella più pirotecnica e numerosa d’Italia (raggiunse i diecimila iscritti). Pensa a loro Pier Paolo Pasolini quando dice che il Partito comunista è «il paese pulito nel paese sporco» e, l’ultima estate prima di essere ammazzato, incontra Bettini e glielo dice: «Ho fatto un film tremendo. Non vi piacerà. Ma c’è una scena che ho dedicato a voi». È Salò. La scena è quella in cui un giovane interrompe la catena di delazioni, alza il pugno e si fa uccidere. L’unica luce in un film senza scampo. I 5 Stelle, con i quali Bettini vuole che il Pd torni a governare, amano citare un solo comunista: l’Enrico Berlinguer della questione morale (mai quello del compromesso storico, che oggi sarebbe più appropriato). Bettini lo temeva, non ebbe mai un buon rapporto con lui. Nel partito, ebbe due altri padri: uno della destra comunista, l’altro della sinistra. Il primo, Paolo Bufalini, lo incontrava una volta a settimana a cena alla “Carbonara”. Il secondo, Pietro Ingrao, a casa. Da uno prendeva lezioni di realismo togliattiano, dall’altro l’ambizione di volere la Luna. Qui la durezza, lì la fantasia. Più la furia di Gerardo Chiaromonte, che quando seppe che un giovane dirigente si era messo l’orecchino, convocò Bettini a casa e gli urlò (Bettini era diventato nel frattempo segretario del Pci a Roma): «Quale popolo si farebbe mai guidare da uno conciato in quel modo, maledizione!». Il giorno prima che il Pci si sciogliesse, Ingrao disse a Bettini: «Se voti sì, da domani le nostre strade si dividono». Le loro strade si divisero. Bettini votò «sì con la testa, no col cuore». Ancora oggi ne parla dolorando. Quando lo incontro a casa sua mi dà una raccolta di fotografie in bianco e nero. Sono foto di lui bambino. «Guardi come ero bello» dice. «Sa che da piccolo volevano farmi fare l’attore?». Da coordinatore della segreteria del Pd di Veltroni, Bettini è arrivato a pesare centottanta chili. Oggi pesa centoquindici. Non è stato sempre sovrappeso. Scorrendo gli archivi fotografici, si nota che c’è un periodo che separa un Bettini dall’altro. Questo periodo coincide con la fine del Pci, che fu per lui l’inizio di una forte depressione. Il crollo di un’altra famiglia. Stavolta senza più un posto dove andare. «Ho fatto un tale sforzo per ricostruire un ordine nella mia vita politica», mi dice, «che sono stato sopraffatto dal disordine alimentare». In Thailandia, dove andò per la prima volta con il padre, alla fine degli anni 80, è riuscito a ritrovarsi. Ha comprato una casa nell’isola di Koh Samui. Non si è sposato. Non ha figli. Parla poco della sua vita privata. In compenso, c’è chi ne parla tantissimo, con allusioni, orientalismi, gusti. Sempre con la raccomandazione: «Sia chiaro, non mi citi». Bettini mi dice: «I pensieri pruriginosi dicono molto delle persone che li fanno, niente delle persone a cui si riferiscono. La verità è che dopo la depressione non sono più riuscito ad avere legami sentimentali. Ho sentito, però, un forte desiderio di figli. Che, in parte, ho soddisfatto adottando sei famiglie thailandesi». Quando gli chiesero di fare il sindaco di Roma pensò: «E se la depressione torna?». Si disse che non avrebbe potuto permetterselo. Oggi Bettini è orgoglioso di non aver mai esercitato il «potere diretto», di cui parla con un retrogusto di sdegno. Gli preferisce di gran lunga il «potere indiretto», quello che i comunisti chiamavano: «L’egemonia». Il non detto è che anche l’egemonia deve farsi carne. Essere interpretata in prima  persona da qualcuno che se ne assuma la responsabilità. Del potere individuale Bettini non rifiuta le prerogative: si sente inadeguato a sopportarne le conseguenze, il peso sotto il quale si può rimanere schiacciati. Bettini ama la manovra. Non è un giocatore di poker. Una notte, perse tutto quel che aveva in tasca al tavolo da gioco e pagò il debito togliendosi l’ultima cosa che gli era rimasta: un giaccone di lana grigia. Al tavolo con Renzi ha perso di nuovo. Ha creduto al bluff, invece Renzi aveva il jolly. Ha cercato di spiegargli fino all’ultimo quel che aveva in mente e Renzi ha detto che la sua strategia era così «raffinata» che l’ha capita solo lui. Bettini gli ha dato dell’«inaffidabile», Renzi ha risposto che «la corrente thailandese del Pd» non lo riguarda. Sono i veleni che si riservano due che hanno una complicità alle spalle, una complicità nata quando Renzi diventò segretario del Pd e Bettini fu uno dei pochi ex comunisti a non trattarlo da alieno. Bettini ha perso, anche se non ama ammetterlo. Dice che con Draghi l’Italia è in «buone mani», però prepara la battaglia per riprendersela. Ha cominciato schierandosi subito nella lotta per il controllo del Pd, il partito che ha contribuito a far nascere, il cardine di ogni strategia, il motivo di ogni barricata. Combattere gli piace. Quando finivano gli anni Settanta a Roma, un giorno, Autonomia operaia attaccò un’assemblea dei giovani comunisti, di cui Bettini era il capo, alla facoltà di Economia. Entrarono in aula a bastonate. I Giovani comunisti avevano passato anni a prenderle. Quel giorno però reagirono, e li cacciarono. Nell’atrio gli autonomi sfasciarono tutto. Tiravano sedie, tiravano banchi. Un banco lanciato dalla balaustra colpì Bettini e gli spezzò il braccio. Lui tenne per mesi il gesso, anche quando era guarito, come un trofeo di guerra. Oggi riconosce solo di aver preso un «colpo» e dice che risponderà «come sempre» con la politica. Ha da poco deciso di lasciare la Thailandia e tornare definitivamente in Italia. «Finché non venderò lì, starò in questa casa», dice. Sente il dovere di restare «vicino a Nicola» e l’obbligo di «aiutare Conte». Convoca congressi, indica candidati, disegna traiettorie e non dimentica mai d’annoiarsi, come insegnava Togliatti. È chiaro che sono molte le cose che gli girano in testa. Tranne una, arrendersi.

Maria Teresa Meli per il "Corriere della Sera" il 10 marzo 2021.

Goffredo Bettini, sono state dimissioni traumatiche per il Pd quelle di Nicola Zingaretti.

«Il trauma è stato forte, anche sul piano umano e personale. Ho vissuto insieme a Zingaretti le difficoltà nel difendere la linea del partito decisa quasi sempre all' unanimità».

Zingaretti ha parlato di uno stillicidio di dichiarazioni e interviste.

«Lo stillicidio, in verità, ha riguardato anche me. Tutto legittimo. Ma alcune critiche mi sono sembrate ragionevoli e di livello, altre offensive e mistificatorie. Perché tutto questo? A ben vedere mi sono semplicemente speso con generosità a sostegno delle decisioni assunte tutti assieme. Piuttosto altri, con responsabilità più grandi delle mie, hanno ripetutamente esternato dubbi, critiche, e mugugni. Questa mancanza di rispetto verso Zingaretti continua anche in queste ore: viene descritto come un segretario travicello, subalterno al mio presunto fascino diabolico (Staino); semplice esecutore di "ricette" imposte dagli altri. Poi si sono accorti tutti, dopo che ha lasciato, della sua grande popolarità».

Vi sono varie teorie sui motivi per cui Zingaretti ha lasciato.

«La realtà è molto più semplice: Zingaretti ha aperto la crisi su due questioni fondamentali. La forma del partito e la necessità di un chiarimento sulla sua natura e i suoi compiti. Ha detto con sincerità che non si sentiva più in grado di sciogliere questi nodi. Non so cosa deciderà l'assemblea di domenica. Ma al di là dei nomi, se non si apre da subito un confronto vero attorno a queste domande, non solo il Pd, ma l'intera sinistra subirà un duro colpo».

Dicono che sia lei che Zingaretti siate stati troppo contiani.

«Per rispondere alle argute argomentazioni di Claudio Petruccioli, che mi critica per aver considerato Conte una sorta di Allende, vorrei ricapitolare i fatti. Tutti sono stati favorevoli alla formazione del governo Conte II. Occorreva fermare le destre ed impedire una involuzione della crisi sociale ed economica. Il governo ha poi affrontato con dignità la pandemia e ha ricollocato l'Italia in Europa, ottenendo anche grandi risorse. Sono stato abituato a sostenere il premier che si sceglie. Questo ho fatto e lo rivendico senza alcuna esitazione. Per sostenerlo occorreva rinsaldare politicamente l'alleanza tra il Pd, Leu e i 5 Stelle. Alleanza politica. Perché se si vuole governare insieme per un lungo tratto di tempo, occorre essere solidali e condividere una visione. Ricordo, tuttavia, di non aver mai usato il termine "alleanza strutturale o organica", una caricatura delle mie posizioni per colpire la stabilità dell'esecutivo giallorosso».

E così facendo avete rinunciato alla vocazione maggioritaria del Pd...

«Ho considerato propagandistico e divisivo l'uso che molti hanno fatto della cosiddetta "vocazione maggioritaria". Dobbiamo intenderci. Per me, consiste nella capacità di rivolgere al Paese una proposta aperta e competitiva. Se invece si intende come la rinuncia a fare politica, nei processi reali, si va fuori strada. Si resta dentro "l' accademia della crusca" di un riformismo perfetto e contemplativo».

E ora il Pd sosterrà Draghi come ha sostenuto Conte?

«Ora dobbiamo pensare al futuro. Conte è caduto. Anzi è stato fatto cadere. Il presidente Mattarella di fronte all' emergenza di un Parlamento allo sbando ha messo il professor Draghi a disposizione della Repubblica. Una grande personalità che va lealmente sostenuta. Ma Draghi non è la soluzione politica alla crisi sistemica della democrazia italiana. Draghi è un passaggio alto, rassicurante, fattivo e incisivo, che deve permettere a tempo debito di tornare ad una salutare competizione, anche se spero più civile, tra la destra e la sinistra. Altrimenti potrebbe insediarsi, per forza d' inerzia, un corpaccione centrista e senza anima. A quel punto, divamperebbero di nuovo il populismo e l'antipolitica. Il Pd, dunque, deve prepararsi alla prossima dialettica democratica. Naturalmente intervenendo ogni giorno sulle questioni sanitarie e sociali e rintuzzando le scorribande di Salvini. Zingaretti per costruire la nostra alternativa ha invocato un chiarimento. Del nostro profilo, dei nostri valori e delle politiche che sceglieremo. Di questo dobbiamo parlare. Non del nostro rapporto passato con i 5 Stelle. Sarebbe ridicolo. Quel movimento è cambiato e cambierà ancor più rapidamente con la guida di Conte. Sarà un nostro competitore-alleato, la cui fisionomia non è del tutto prevedibile. Lo rincontreremo inevitabilmente, in assenza di una legge elettorale proporzionale».

Dunque?

«Dunque la palla torna a noi. Che missione ci diamo? Come allarghiamo i nostri confini per una formazione più forte? Molti dicono: occorre tornare ad una ispirazione autenticamente riformista. Chi può sostenere il contrario? Ma c' è riformismo e riformismo. Sono pronto a discutere di tutto; ma non a tradire il nucleo fondamentale di un riformismo democratico e progressista. La forza imponente del capitalismo globalizzato va civilizzata dalla politica. Altrimenti i suoi intimi meccanismi porterebbero alla autodistruzione del genere umano. Penso innanzitutto al tema ormai drammaticamente stringente della transizione ecologica e digitale. Il riformismo è riformare il capitalismo. Questo è il dibattito che scuote tutti i democratici e tutta la sinistra europea e con il quale si confronta positivamente anche Macron. In secondo luogo il riformismo democratico e di sinistra significa svolgere un incessante lavoro per accorciare le distanze tra chi sta sotto e chi sta sopra nelle gerarchie sociali. Come per altro, indica la costituzione italiana. Altrimenti diventa chiacchiera adulatrice dello status quo. Siamo d' accordo su questi semplici presupposti? Oggi il Pd mi pare incerto. Schiacciato nella dimensione del solo governo. Se i ceti popolari non avvertono una nostra empatia, vicinanza, difesa ultima dei loro diritti, non si fideranno più della sinistra».

Enrico Letta segretario non sarebbe forse la migliore soluzione per il Pd?

«Letta è una figura molto forte e competente. La stimo e la rispetto. Non avrei alcuna preclusione nel sostenerlo. Tuttavia qualsiasi sia la scelta del nome che prevarrà nell'Assemblea nazionale, essa dovrà garantire quel confronto nel Pd che non può ulteriormente attendere. Per quanto mi riguarda questo confronto lo sosterrò con l'orgoglio di ciò che è stato realizzato da Zingaretti negli ultimi due anni».

Fabrizio Roncone per il "Corriere della Sera" l'11 febbraio 2021. Lassù, Mario Draghi. Qui sotto si aspetta. Se mettete un po' di cronisti in circolo, ne viene fuori sicuro una chiacchiera perfida. Ha smesso di piovere. Tutti a bassa voce nel cortiletto di Montecitorio, quasi si sente il rumore sottile della fontana, però il sussurro è una roba ghiotta. Del tipo: Goffredo Bettini e Matteo Renzi non si parlano più. Vabbé (c'è sempre quello che la sa già). No, che vabbé: hanno rotto malissimo. Goffredo l'altro giorno ha smentito un colloquio con il Fatto , che in realtà conteneva la centesima parte di quello che dice agli amici su Renzi. Ma no? Ma sì. Renzi lo sa, e lo sfotte. Capito? Lo sfotte come fa Renzi, una cosa da farti saltare i nervi. Ha detto Bettini: «Con Renzi, dopo la crisi da lui provocata, ho un dissenso politico molto forte. Ma mai, sottolineo mai, mi lascio andare ad attacchi personali e a forme di odio politico».

L'odio, no: certo. Però una delusione cupa, profonda, lacerante, invece sì. Senza incarico, senza essere stato eletto, ma ugualmente potentissimo e ascoltato suggeritore di tutto il Pd, lui è stato l'ultimo uomo politico ad aver dato concreta fiducia a Renzi. Lo stato maggiore dei democratici, quasi al completo, gli suggeriva di lasciar perdere: Matteo lo sappiamo com' è, sprechi e sprechiamo tempo, quello dice una cosa e ne pensa un'altra, alza sempre la posta, è poker, non è politica. Invece Bettini - forse ingannato da una formazione ferocemente politicista, dominata dalla logica novecentesca della lentezza dei processi, della strategia fatta di accordi e trame - ha creduto fino all'ultimo che Renzi - puro talento, velocità, spregiudicatezza - potesse essere un interlocutore affidabile.

Ora Renzi gli manda a dire: «Goffredo aveva una strategia così raffinata da essere inesistente». Eppure Goffredo, per lui, nutriva un antico debole. Bettini ha 68 anni, è figlio dell'avvocato Vittorio, nobile proprietario terriero marchigiano, e di Wilde, che in prime nozze aveva sposato diciassettenne il principe musulmano Xhemal Rexa, albanese e nipote del pascià. «Papà, quando ero bambino, mi faceva leggere Dostoevskij. Avrei preferito ascoltare qualche favola, invece sentivo parlare solo di politica»: coltissimo, una magnifica passione per il cinema, un'altra per la Thailandia - Renzi lo graffia parlando di «corrente thailandese del Pd» - comincia nel Pci, è segretario romano della Fgci, poi Pds, Ds e Pd; deputato, senatore, eurodeputato.

Con una capacità riconosciuta da tutti: sa consigliare. «In realtà sono un po' come Nero Wolf, il detective che sta in casa a coltivare orchidee. E non sono esattamente uno che consiglia: ma uno che pensa. E pensando aiuto a risolvere». È questo (non la stazza) a renderlo talvolta ingombrante, e sempre molto ricercato. Infatti Renzi gongola, nel 2013, quando lo sente dire: «Il centrosinistra ha una sola vera carta da giocare: Matteo». «Mitico, Goffredone! Grazie». Un anno dopo, conferma: «Matteo ha avuto il merito di rimettere in moto la politica». Poi, nell'agosto del 2019, mentre Zingaretti e quasi tutto il Pd vorrebbero andare a votare, addirittura amplia la proposta di Renzi sull'accordo di emergenza Pd-M5S, aprendo i lavori per un «governo di legislatura». Quando, e siamo allo scorso autunno, il governo inizia a traballare, e l'ipotesi è quella di un rimpasto per dargli nuova energia, al Nazareno viene automatico pensare: con Matteo fate parlare il Monaco. Lo chiamano così, Bettini. Un po' per i suoi camicioni indossati fuori dai pantaloni, un po' per questo suo vivere frugale in case piccole, modeste (la penultima fu confusa da Cesare Romiti per una specie di ufficio: «Ci vediamo nel solito scantinato?». «Ma veramente, caro Cesare, in quello scantinato io ci abito»). Adesso è in trenta metri quadrati al piano terra di una stradina privata che risale la collina di Monte Mario, solo penombra e libri preziosi, un letto, la tivù da poche settimane, una finestra con panorama sulle cupole di Roma, e lui in pantofole, il vezzo di un Campari ghiacciato ora che i provvedimenti anti-Covid gli impediscono di trasgredire a cena con la celebre regola del 2 (doppio antipasto, doppio primo, doppio secondo, doppio dolce): è qui che viene a trovarlo Matteo Renzi, per consegnargli la famosa lettera del 6 gennaio, contenente i 30 punti politici con cui Iv intende rilanciare il patto di governo. «Io sono solo un postino», si schernisce, convinto di aver ricucito. E invece. Renzi spariglia. Fa precipitare la crisi. E adesso, sul NYTimes , spiega con la nota modestia: «Draghi? Ho fatto tutto io, da solo. Con il mio partito, che è al 3%». Ma Bettini pensa già ad altro. C'è da decidere chi sarà il candidato sindaco di Roma. Voltare pagina, andare avanti. È il bello della politica (se non sei sfortunato e incroci Renzi).

Aldo Forbice per "La Verità" il 28 gennaio 2021. Da alcuni giorni sembra uscito dall' ombra. Eppure da anni si è sempre parlato dell' uomo-ombra, dell' eminenza grigia, del consigliere molto ascoltato, del vero leader del Pd, dell' alchimista della politica, eccetera. Le definizioni sono state numerose nel corso degli anni. C' è anche chi lo ha marchiato come «Rasputin», una definizione un po' «pesante», anche perché Goffredo Bettini non ha nulla in comune con lo storico consigliere dei Romanov e figura molto influente dello zar Nicola II di Russia. Influente sicuramente lo è stato e continua a esserlo con gli ultimi segretari, prima dei Ds e poi del Pd (Veltroni, D' Alema, Renzi, Zingaretti), ma anche con altri uomini importanti di quei partiti, come Rutelli (quando era sindaco di Roma e poi leader della Margherita). Ma certo non si può paragonare all' odiato Grigorij Efimovic Rasputin. Bettini è amico di intellettuali, scrittori, economisti, ospite dei più rinomati salotti romani e soprattutto è stato sempre in confidenza con i finanzieri di sinistra, in particolare con quelli più vicini al Pd. I suoi modi, sempre cortesi con amici e nemici politici, tradiscono la sua provenienza aristocratica. Infatti la sua famiglia marchigiana (ma con una discendenza anche da una famiglia dal sangue blu di Bergamo) ha il seguente nome: Rocchi Bettini Camerata Passionei Mazzoleni. Non ha una laurea, ma solo un diploma di liceo scientifico, anche perché già all' età di 14 anni si è iscritto alla Fgci e quindi, ha confessato in una intervista, «non aveva tempo». Della Federazione giovanile comunista divenne segretario romano, quando Massimo D' Alema era segretario nazionale. E da allora è iniziata la sua «carriera» di funzionario politico, nel Pci ,poi nei Ds, Pds e infine nel Pd, dove continua a tessere trame e progetti politici, accanto ai leader e dove viene sempre vezzeggiato col nomignolo di «panzarella». Ma lui non si offende mai, anche di fronte a critiche pesanti. Di sé ha scritto: «I miei maestri si chiamavano Pietro Ingrao, Paolo Bufalini, Gerardo Chiaromonte. I miei fratelli sono due: il maggiore è Massimo D' Alema, erede legittimo del Pci; l' altro è Walter Veltroni, di cui mi lega una complicità totale». Sempre nell' ombra Bettini è stato segretario del Pci a Roma, consigliere comunale, nella capitale (1989), poi consigliere regionale. Nel 1993 viene eletto alla Camera dei deputati in sostituzione di un deputato che si era dimesso. Ma ha conosciuto anche l' amarezza delle sconfitte. Per ben due volte: nel 1994 (candidato alla Camera dei deputati nelle liste Alleanza dei progressisti) e nel 1996, ci ha riprovato, come candidato del Pds, ma non viene eletto. Sia pure col magone l' aristocratico Bettini pianse ma in segreto. Si consolò progettando la candidatura di Francesco Rutelli a sindaco di Roma, che venne eletto al secondo turno, grazie anche a una lista civica di sostegno, che ebbe un grande successo (11,6% dei voti), formata da professionisti di estrazione politica variegata, guidata da un avvocato leader dei piccoli proprietari immobiliari (Giuseppe Mannino), diventato poi il presidente del Consiglio comunale della capitale, con poche centinaia di voti di preferenza. Bettini aveva riconquistato, sia pure con compromessi ed espedienti vari, l' amministrazione della più importante città italiana: un obiettivo che sembrava irraggiungibile. Nel 1997 diventa assessore ai rapporti istituzionali, ma non regge molto in quell' incarico. Lo considerava noioso; alla fine segue le indicazioni di suo «fratello» Veltroni, facendosi nominare presidente dell' Auditorium di Roma. C' è infatti da ricordare che il cinema era la seconda passione di Bettini. Anche quella poltrona la fece però fruttare politicamente, perché gli procurò nuove amicizie con numerosi «potenti di Roma», che poi gli torneranno utili (Cesare Romiti, Franco Caltagirone, Giovanni Malagò, Aurelio De Laurentis e tanti altri, imprenditori e politici, come Gianni Letta e Bruno Tabacci. Nel 2001 viene rieletto alla Camera, impegnandosi più attivamente (ma sempre nell' ombra) al vertice dei Ds. Ogni tanto però si concedeva qualche vacanza. E dove andava? Nella terra dei suoi avi, nelle Marche? No, in Thailandia, per curarsi. Gli piaceva quel mare. Lo ha anche dichiarato: «Mi sono curato in Thailandia, guardando il mare del Siam. Da allora ho un debito di riconoscenza con quel Paese». Quel debito era contraccambiato visto che il governo thailandese lo ha nominato cavaliere, mentre l' Italia - nonostante gli amici potenti - non gli ha mai concesso quel riconoscimento. In quegli anni Bettini si impegnò molto: condusse, con deleghe politiche, una intensa attività di mediazioni e contatti. È di quel periodo la nuova definizione di «imperatore di Roma», consolidata nel 2007 quando divenne Coordinatore della segreteria nazionale del Pd, nominato da Walter Veltroni. E per questa ragione che il 28 novembre di quell' anno si dimise anche da senatore perché riteneva che il lavoro parlamentare fosse solo «una perdita di tempo». Per la verità, secondo un senatore che abbiamo incontrato, Bettini era ingrassato oltre misura: «Faceva fatica a sedersi sulle poltroncine senatoriali e ripeteva sempre ai colleghi «Che ci sto a fare qui, faccio fatica anche a sedermi, è meglio lavorare al partito». Cosa che avvenne dopo pochi mesi. Al suo posto al Senato subentrò Pietro Larizza, ex segretario generale della Uil, un socialista che era stato candidato dal Pd. Nel 2014 però l' aristocratico comunista scelse l' Europa. Si candidò nel Pd e ottenne oltre 90.000 preferenze. L'imperatore aveva stravinto, lasciando stupiti i suoi compagni di partito che non si aspettavano un successo di quelle dimensioni. In tempi più recenti il «tessitore» ha ritrovato la sua brillantezza, riscoprendo un attivismo di altri tempi: adesso appare talmente legato a Zingaretti che spesso lo sostituisce, anche se non ha un ruolo istituzionale. Ma ha anche un nuovo amore, dopo aver abbandonato Matteo Renzi: Giuseppe Conte. Si è talmente innamorato dell' ex avvocato del popolo che lo paragona spesso a Giulio Andreotti e sta cercando di farlo durare il più a lungo possibile a Palazzo Chigi. Lo ha detto chiaramente anche a Stasera Italia, programma di Rete 4, dove si è fatto invitare dall' amica di famiglia, Barbara Palombelli, ed è stato e accolto in pompa magna come se fosse un ministro autorevole. Ora per l' amico Conte l' imperatore sta tirando fuori dal cilindro tutti i suoi progetti. Dopo aver mediato a lungo tra il premier e Renzi, sino allo sfinimento, si è dato molto da fare per far nascere la «quarta gamba», quella dei responsabili-costruttori- volenterosi per rafforzare la maggioranza al Senato. Ma nel frattempo ha cercato di seminare tra i suoi amici e conniventi il cosiddetto «piano b» (b, come Berlusconi) per rispolverare «il governo istituzionale». Lui pensa però di fare presiedere l' eventuale nuovo esecutivo dal suo beniamino, cioè dal solito vanitoso avvocato e arrivare così, scavalcando il semestre bianco al 2023, alla fine della legislatura. Non ha però mai smesso di sussurrare a Zingaretti, di sorvegliare Di Maio (con cui c' è molta complicità), non hai mai dimenticato il vecchio amico Renzi e ostinatamente continua a consigliare Conte, talvolta in dissenso con Rocco (Casalino). Goffredo, imperterrito, da elegante aristocratico, non si perde d' animo. Gli è stato promesso un incarico prestigioso a Palazzo Chigi: quello di sottosegretario per i rapporti con i ministri e forse con la delega al coordinamento dei servizi segreti. È la prima volta che questo accade. Neppure i governi presieduti da uomini della sinistra gli hanno offerto tanto. Forse, ai tempi del coronavirus, dei vaccini a rischio, della crisi economica che rischia di galoppare pericolosamente, del Recovery Plan tutto da tradurre in opere concrete, il vecchio imperatore pensa in questo modo di uscire dall' ombra, fedele al suo vecchio principio: «Quello che conta non è il potere ma l' influenza che uno sa esercitare». E se questa «influenza» dovesse venir meno c' è sempre la Thailandia che lo aspetta, da cavaliere aristocratico.

·        Luca Lotti.

Barbara Jerkov per “il Messaggero” il 13 marzo 2021.

Letta ha sciolto la riserva, richiamato a gran voce per salvare il Pd dopo l'addio improvviso di Zingaretti. Base Riformista lo sosterrà, onorevole Lotti?

«Base riformista è un gruppo di persone, parlamentari, amministratori e iscritti che hanno tutti a cuore le sorti del Pd. Quindi assolutamente sì. Pronti a fare la nostra parte, portare le nostre idee, dare il nostro contributo».

L'Assemblea designerà non un reggente ma un segretario vero. E il Congresso che chiedevate a Zingaretti che fine fa?

«Resta sul tavolo. Sappiamo che è impraticabile fare oggi un Congresso nel momento in cui gli italiani stanno combattendo contro il virus. A Zingaretti abbiamo chiesto, e a dire il vero non solo noi, un confronto sull' identità e sul futuro del Pd. Siamo dell' idea che questo tema debba riguardare i nostri iscritti e militanti: è doveroso coinvolgere la base e appena possibile farla esprimere».

Ammetterà che è parecchio bizzarro che gli ex renziani si ritrovino a incoronare Letta dopo che fu proprio Renzi a spingerlo fuori da palazzo Chigi... Enrico può stare sereno sul serio, stavolta?

«Sette anni sono un' era geologia nella vita, si figuri in politica. E poi mi hanno insegnato che si fa politica con il sentimento e non con il risentimento».

Magari c' è qualcuno che dovrebbe chiedergli scusa, e non solo tra gli ex renziani?

«Immagino si riferisca alla Direzione Pd del febbraio 2014. Credo che chi ha votato in quella Direzione abbia fatto una scelta politica. E se non ricordo male di lì a poco sarebbero diventati quasi tutti renziani. Ma in politica le etichette non servono, anzi sono dannose. Non andiamo da nessuna parte con la storia degli ex: noi siamo democratici e riformisti. Stop». 

Sicuri che tanto unanimismo formale sia un bene? Lo stesso Letta nel suo video ha detto che non è quello che cerca. Se c' è una cosa che nel Pd non manca sono le correnti: non sarebbe il caso, come ha detto anche un vecchio saggio come Parisi, di entrare nella fisiologia di un confronto aperto anziché sempre sotterraneo?

«Parisi da sempre sostiene che il Pd sia un partito nato strano e mai realizzato. Io, che come lui l' ho fondato, sogno invece di realizzarlo. Resto convinto che le correnti di pensiero in un partito aperto e plurale siano una cosa positiva. E non accetto l' ipocrisia di chi critica le correnti facendone parte o avendole utilizzate».

Come ha vissuto le dimissioni dell'ex segretario Zingaretti e quel suo mi vergogno del partito?

«Con sorpresa. Non conosco tutte le motivazioni che hanno spinto Nicola e non so perché abbia usato parole così forti. Di sicuro la lettura fatta da più parti - cioè che è tutta colpa della minoranza - è falsa e strumentale. Lo stesso Zingaretti ha detto di essersi voltato e non aver trovato più nessuno. Immagino che quei nessuno siano tanti».

Il rapporto di Base riformista con Zingaretti è sempre stato un po' dentro-un po' fuori...

«E' sempre stato leale e corretto, sfido chiunque a dire il contrario. So che Zingaretti è stato criticato per aver aperto a Base Riformista. Noi abbiamo garantito un'unità che nel Pd non si vedeva da anni; forse questo non piaceva a tutti gli azionisti di Zingaretti. Ma unità non significa pensiero unico».

Lo sa vero, qual è il problema? Avete scontato, e forse ancora scontate, una buona dose di diffidenza da chi vi accusa di essere la quinta colonna renziana rimasta nel Pd.

«Chi non ha argomenti fa così. Non sa come criticarti? Allora sei un ex renziano, un cancro da estirpare. Siamo arrivati quasi alle liste di proscrizione! Chi parla male, pensa male e vive male. Noi, comunque, non abbiamo nessuna intenzione di andarcene».

Con Letta pensa che la linea politica sia destinata a cambiare? Il Pd a farsi sentire di più nel governo e rispetto ai 5Stelle?

«Mi auguro che Letta parta dall' agenda Draghi e aiuti a portare il Pd verso una linea di azione chiara e un' autonomia politica, anche dal M5S. E poi che aiuti a rispondere ad una domanda: perché oggi votare il Pd?».

Quindi il rapporto con Conte e M5S è destinato a cambiare?

«Conte era stato indicato come riferimento dei progressisti, ma faccio notare che nel frattempo è diventato leader di un partito. Per mesi abbiamo parlato di alleanze strategiche o alleanze politiche, senza coinvolgere nella discussione la nostra gente. Spero che nel Pd prima si ritrovi una solida autonomia identitaria e poi si parli di alleanze. Non il contrario».

Un' ultima domanda. Se non ricordo male lei si era autosospeso dal Pd per la vicenda Palamara. Lo è ancora?

«Il mio fu un gesto a tutela del Pd, sotto attacco a causa di lettura dei fatti a dir poco forzata. A distanza di un anno e mezzo è chiaro a tutti che i fatti non erano come qualcuno ha voluto raccontarli».

·        Luciano Lama.

Luciano Lama, il riformista rivoluzionario della Cgil che ricordò la coerenza ai progressisti. Con la svolta dell’Eur il sindacato si apre alle variabili, a partire dal salario, fino a creare una visione globale dell’economia. Pasquale Cascella su Il Quotidiano del Sud il 30 maggio 2021. L’occupazione che variabile è, oggi? Vien da chieder(se)lo quando, a proposito della controversa misura del blocco dei licenziamenti nella fuoriuscita dalla pandemia, si evoca l’intervista del gennaio 1978 in cui Luciano Lama anticipava a Eugenio Scalfari la “svolta” da sottoporre alla assemblea sindacale dell’Eur. Fatta la tara al sensazionalismo del titolo, “Lavoratori stringete la cinghia”, i contenuti appaiano, in effetti, clamorosi ma non privi di problematicità, rispetto a letture già allora manichee. A volerne ancora discuterne, si dovrebbe farlo con l’onestà intellettuale che Lama per primo mostrò nell’occasione. Si mandava in soffitta il salario come “variabile indipendente” ma in contrapposizione all’analoga concezione del profitto, essendo, “in un’economia aperta”, le variabili “tutte dipendenti una dall’altra”. Ancora, il riconoscimento di non poter “più obbligare le aziende a trattenere alle loro dipendenze un numero di lavoratori che esorbita le loro possibilità produttive, né possiamo continuare a pretendere che la cassa integrazione assista in via permanente i lavoratori eccedenti”, si misurava con l’”interesse generale a non rendere drammatiche, esplosive, certe situazioni sociali”, quindi si doveva puntare a una accumulazione del capitale “opportunamente programmata dallo Stato e indirizzata al fine di accrescere il più possibile l’occupazione”. Non erano mere concessioni, chiariva da subito Lama, bensì l’assunzione di un “ruolo” attivo del sindacato nel “raddrizzare la barca Italia”. La barca Italia è andata avanti e indietro, e quando si va “per diritto e per rovescio” si rischia di non comprendere quale direzione sia stata effettivamente controcorrente. Ma se un senso ha ripensare alla “lezione” di Luciano Lama, nel venticinquesimo della scomparsa (a Roma il 31 maggio 1996), che corrisponde al centenario della nascita (a Gambettola, in quel di Forlì, il 14 ottobre 1921), più che nella riproposizione di opzioni irrisolte, va ricercato nel viluppo delle emergenze che gravano sul paese senza riuscire a rimettere in campo lo stesso obiettivo di crescita, sviluppo e occupazione, l’analoga etica della (cor)responsabilità, un corrispondente respiro riformatore. Lama è stato uomo del suo tempo. Che non era il piccolo mondo antico. “Riformatore unitario”, si era definito: “Nel senso pieno del termine – unità dei lavoratori, unità delle forze politiche che si riconoscono nella causa di emancipazione del mondo del lavoro”. Come “riformista rivoluzionario”, fu ritratto da Walter Tobagi. Gianni Agnelli conobbe un “animale addestrato al combattimento” quando nel 1975 negoziarono il punto unico di contingenza. Combattendo da riformista, Lama ha attraversato il secolo che lo storico Eric Hobsbawm ha definito “breve” per l’incalzare di eventi laceranti: dalla lotta partigiana al nazifascismo, che gli aveva assassinato il fratello, alla ricostruzione democratica; dalle divisioni della sinistra politica (aveva inizialmente militato nel Psi per poi ritrovare più coerenza nel partito nuovo di Togliatti) alla mancata unità dopo il crollo del socialismo reale; dal ripudio dell’estremismo violento (subìto in prima persona per aver cercato di far valere l’agibilità democratica nell’Università di Roma) alla fermezza contro un terrorismo scatenato contro il compimento del percorso costituzionale della “Repubblica fondata sul lavoro”. E come uomo del Novecento, Lama si era fatto carico del fardello della questione sociale là dove, la Cgil preservata da Giuseppe Di Vittorio come casa comune della sinistra, ha potuto esprimere il suo impegno per il progresso. “Era il ‘poulain’, il puledro di Di Vittorio”, disse una volta Giorgio Napolitano. Si comprende perché Lama concepisse la strategia dell’Eur alla stregua di un tributo al “piano del lavoro” che Di Vittorio aveva lanciato, dopo il fatidico 18 aprile del 1948, per non lasciare rovinare la rottura politica dell’unità nazionale anche sul sindacato. Già allora Di Vittorio non aveva esitato a parlare di “sacrifici” agli occupati del Nord perché fossero “artefici di un grande movimento di solidarietà verso le masse diseredate del Sud”. E per quel piano si attirò accuse di “collaborazionismo con il sistema”. Eppure, per Lama, proprio quella esperienza “fu determinante per l’iniziativa sociale e politica” che potè svilupparsi nei decenni successivi, fino a determinare l’allargamento dei diritti e dello stesso potere di intervento del sindacato come autonomo soggetto politico. Si può dire altrettanto per la strategia dell’Eur? Si trattava, a quel punto, di non lasciare regredire l’appena ritrovata (e ancor fragile) unità sindacale in uno sterile rivendicazionismo, se non in un corporativismo subalterno, di fronte all’acutizzarsi delle crisi petrolifere che a metà degli anni Settanta fece precipitare il paese nella stagflazione. La svolta dell’Eur non si illudeva che lo “spontaneo riadattamento del sistema” conducesse al superamento della crisi, ma metteva in campo una strategia basata su un programma di riforme che “affrontasse globalmente i problemi del paese”. Per Lama “era una sfida a noi stessi”, “una grande incompiuta”. Certo, pesarono le incomprensioni, le resistenze, le rincorse, le divaricazioni che poi il sindacato ha pagato a caro prezzo e ancora fatica a recuperare. Ma “il colpo decisivo l’Eur l’ebbe con il venir meno del suo supporto politico”. L’acutezza della crisi aveva indotto il Pci di Enrico Berlinguer a concedere prima l’astensione e poi l’appoggio esterno ai governi di solidarietà nazionale che Aldo Moro aveva voluto fossero guidati da Giulio Andreotti nella convinzione di poter condurre (se la sua vita non fosse stata martoriata dalle Brigate rosse) l’intera Dc a una nuova fase della democrazia italiana. Con quella prospettiva politica (parallela al compromesso storico berlingueriano) cadeva anche “la tensione morale e riformatrice che aveva inizialmente animato la solidarietà nazionale”. È storia. E potrebbe offrire un’altra misura di raffronto con l’emergenza di questi angusti tempi, ovvero con l’altra incompiuta, politica e istituzionale, con cui pure Lama continuò a misurarsi. Una volta lasciata la Cgil, nell’86, segnato dall’ultimo trauma del referendum sulla scala mobile, il Pci gli affidò la responsabilità del programma che in una qualche misura contribuì a spianare la strada alla “svolta” dell’89. Eletto senatore (e vicepresidente a palazzo Madama) gli toccò stroncare il provvedimento sul riassetto radiotelevisivo pubblico e privato a cui sempre Andreotti nel 1990 affidava la sopravvivenza di un suo ennesimo governo (pentapartito) definito senza strategia e senza princìpi dove è “il potere” a essere posto “al di sopra di tutto, e strumento supremo nel governo degli uomini”. A un certo punto, Lama si rivolse direttamente ai compagni del Psi per richiamarli alla coerenza “progressista e riformista”: “Il riformismo autentico – scandì – ha sempre considerato il potere come un mezzo, non come un fine in sé! Un mezzo per cambiare una società ingiusta, per difendere specie i più deboli, per aiutarli a emanciparsi, per farli contare nella società”. E se fosse questo il vero lascito del riformista mai rassegnato?

La sua ossessione per l’unità del sindacato. Luciano Lama, ritratto del riformista figlio del ‘68. Giuliano Cazzola su Il Riformista il 2 Giugno 2021. Da poco eletto segretario generale, Lama si presentò al Congresso della Fiom del luglio 1970 assicurando pieno appoggio al disegno di unità sindacale che era portato avanti dal gruppo dirigente della categoria e che era osservato con tante riserve da ampi settori della Confederazione e del Pci. Ma il significato vero della presenza di Lama ai vertici della Cgil stava nel processo di identificazione (il copyright è di Ottaviano Del Turco) tra lui e il sindacato. In larga misura a questa popolarità contribuì anche la tv e la capacità di Lama di «bucare il video». Lama è la persona che non solo ha imposto il sindacato tra i grandi protagonisti della vita del paese, ma lo ha reso familiare agli italiani, al pari di ogni altra realtà appartenente alla loro vita quotidiana. Naturalmente, questi processi dipendevano da un complesso di fattori non tutti riconducibili al carisma e alla personalità di Lama. Anche lui, come tutti, era figlio del suo tempo. Dietro l’avanzata del sindacalismo confederale c’era lo strappo dell’autunno caldo (del 1969), con le sue conquiste immediate e di prospettiva e soprattutto con quel saldo rapporto di fiducia che il movimento sindacale era riuscito a stabilire con i lavoratori, ricavandone una forza organizzativa senza precedenti. Si era consumata, in quella fase, una devastante rottura di tutti gli equilibri, politici, economici e nei rapporti tra le classi sociali. Sembrava a portata di mano un profondo rivolgimento degli ordinamenti istituzionali. E questo fatto creava forti timori in molti settori della società italiana. Luciano Lama ebbe la capacità sia di garantire i lavoratori e di preservare la loro fiducia nell’azione riformista, graduale ed evolutiva. Non si può parlare di Lama, leader indiscusso, senza richiamare il suo importantissimo contributo all’unità a partire da quella della Cgil. Lama ricorreva alle solite metafore per spiegare, anche in tale circostanza, la sua opinione. Parlava della sindrome di Tecoppa, un personaggio che pretendeva dal proprio avversario la più assoluta immobilità per poterlo infilzare comodamente. C’era, infatti, un “comune sentire” dei militanti comunisti, secondo il quale partner ed alleati erano giudicati “unitari”, nella misura in cui convenivano sulle loro scelte. Per Lama, invece, i “diversi da noi” esprimevano delle posizioni legittime, con le quali occorreva misurarsi paritariamente. Guai, dunque, a fare dei processi alle intenzioni degli interlocutori; bisognava avere per i loro meccanismi decisionali il medesimo rispetto che si pretende per i propri. La mediazione era il sale della politica e doveva essere una sintesi ragionevole tra diversi punti di vista tutti egualmente rispettabili. E l’unità della Cgil, poi, era un presupposto essenziale – su questo punto Lama seguiva l’insegnamento di Di Vittorio – per un rapporto positivo anche con la Cisl e la Uil. La grande occasione di Lama venne al tempo della solidarietà nazionale, quando il Pci entrò a far parte della maggioranza, appoggiando governi monocolori democristiani (presieduti da Giulio Andreotti), insieme alle forze politiche di centro-sinistra, tra il 1976 e il 1979. Erano gli anni di piombo. La situazione del Paese era molto grave, oppressa da un’inflazione a due cifre, mentre il terrorismo muoveva apertamente guerra allo Stato. L’avvio della solidarietà nazionale fu contrassegnata da soluzioni parlamentari molto arabescate: dapprima si ebbe il Governo delle astensioni (quando i partiti diversi dalla Dc, Pci incluso, diedero il loro appoggio all’esecutivo astenendosi); poi, si passò ad un voto di fiducia comune – sospinto dall’emozione e dalla preoccupazione – lo stesso giorno in cui le Brigate rosse rapirono Aldo Moro e ne massacrarono la scorta. La risposta sindacale a quel disegno politico fu la cosiddetta strategia dell’Eur (dalla località romana in cui si svolse, nel 1978, il convegno unitario che varò la piattaforma sindacale). Si trattava di un insieme di disponibilità che le confederazioni erano pronte a concedere in cambio di riforme che portassero al risanamento e allo sviluppo del paese. L’approccio ricordava quel Piano del lavoro che Giuseppe Di Vittorio aveva voluto varare nel 1949 come alternativa al modello di sviluppo capitalistico. Trent’anni dopo a Lama era capitata l’occasione di dialogare con un governo sostenuto anche dal Pci. Ed era stato un precursore della “linea dell’Eur”, poi divenuta patrimonio unitario, sia pure con tanti mal di pancia all’interno del movimento sindacale. Era stato il segretario della Cgil, infatti, ad anticipare il senso profondo di quella impostazione in una celebre intervista rilasciata ad Eugenio Scalfari, in occasione della quale aveva affermato, tra le molte eresie, che i salari non possono essere una variabile indipendente. In tanti erano caduti dal letto, al mattino, quando si erano imbattuti in quella storica conversazione. Nel sindacato fu un giorno di smarrimento. Sergio Garavini volle manifestare il suo dissenso dichiarando a Vittoria Sivo (giornalista di Repubblica), in serata, che l’intervista non l’aveva ancora letta perché aveva avuto da fare. Anche il rapporto con i militanti risentì di quell’improvvisata. Ma Lama aveva messo in conto queste difficoltà. Ed entro pochi mesi la sua linea divenne quella di tutto il movimento sindacale. «Non basta avere ragione – soleva dire Luciano – bisogna anche riuscire a farsela dare». Del resto, Lama aveva le idee chiare: anche attraverso un’azione di carattere fortemente politico si poteva rassodare l’istanza unitaria di un movimento sindacale impregnato di ideologia come quello italiano. In sostanza, se le forze politiche andavano tra loro d’accordo e se il sindacato era unito nel proporre una linea di condotta che favoriva quelle intese (alla comune di ricerca di una strategia ritenuta di cambiamento) sarebbe andato avanti un quadro complessivo più favorevole in quella direzione, di maggiore responsabilità, che Lama stesso auspicava per il suo stesso partito. «L’Eur – disse Luciano, anni dopo – era innanzi tutto una sfida a noi stessi, alla coerenza che dà l’autorità di chiamare tutte le forze disponibili a realizzare un cambiamento “globale”, per usare una espressione di allora. La prima coerenza era data dalle compatibilità da rispettare, perché non esistono nell’economia delle variabili assolutamente indipendenti>>. Era un “cedimento”? L’Eur non teorizzava sacrifici inutili per chi già si sacrificava – continuava Lama – anzi trasformava la moderazione rivendicativa in un’arma nelle mani degli occupati per dare lavoro a chi non l’aveva. ‘’Con la coscienza che mettere insieme vecchio e nuovo significava continuare a subire il vecchio e a non aprire spazi al nuovo». Tuttavia la fine della solidarietà nazionale portò al deterioramento dei rapporti tra i partiti i quali trasformarono il mondo del lavoro e le sue problematiche in un campo di scontro. Questi anni sono descritti puntualmente nel saggio "Passato prossimo" di un protagonista come Pierre Carniti. Il Pci volle recuperare un rapporto diretto con i lavoratori; ciò condusse a momenti di competizione con i sindacati e con la stessa Cgil che sfociarono nelle rotture (anche all’interno della stessa Confederazione di Corso d’Italia) del 1984 (sul decreto di San Valentino sulla scala mobile) e del 1985 (sul referendum abrogativo della legge di conversione). Lama non potè che schierarsi dalla parte del suo partito ma (con l’intelligente collaborazione di Ottaviano Del Turco, leader dei socialisti della Cgil), riuscì a gestire prima e a superare poi i lasciti della guerra intestina e a salvare, nella misura del possibile, i rapporti con Cisl e Uil. A prova del rigore di Luciano Lama, fu sua premura inviare a Giorgio Benvenuto e a Pierre Carniti la scaletta del discorso che avrebbe pronunciato il giorno dopo in una grande manifestazione a Piazza San Giovanni. Nel 1986 lasciò il sindacato (fece l’errore di far eleggere Antonio Pizzinato al suo posto; presto se ne accorse e lo ammise) e iniziò un percorso politico istituzionale come vice presidente vicario del Senato. Nel Pci di allora non ci fu un altro Novella a proporlo come segretario, dopo la morte di Berlinguer. Poi, negli ultimi anni accettò di fare il sindaco di Amelia, dove aveva il suo buen retiro. La cittadina divenne, così, la sua “Isola di Caprera”. Giuliano Cazzola

·        Lucio Magri.

Lucio Magri: le sue idee come perle in un sacchetto. Nel libro di Simone Oggionni il tentativo di ricostruire la complessità di un uomo, di un pensiero e di un’opera il cui valore deve ancora raggiungere la popolarità che merita. Roberto Gramiccia su Il Dubbio il 10 marzo 2021. Ad aver ideato e cucito per bene il sacchetto è stato Simone Oggionni ed è questo il suo merito principale, anche perché il libro che ha scritto – Lucio Magri. Non post-comunista ma neocomunista, Edizioni Efesto, pag. 358, € 15,00 – e che da pochi giorni è disponibile nelle librerie, non è un semplice contenitore di notizie e di fatti, è qualcosa di più e di meglio. È il tentativo di ricostruire la complessità di un uomo, di un pensiero e di un’opera il cui valore deve ancora raggiungere la popolarità che merita. A dieci anni dalla scomparsa di Lucio Magri, non c’era modo migliore per ricordarlo. Anche perché a farlo è un giovane intellettuale, poco più che trentenne, non nuovo ad operazioni culturali e politiche coraggiose. Lo dico con cognizione di fatto perché ad alcune di esse ho avuto il piacere di partecipare, come mi è capitato quando scrissi con lui, qualche anno fa, un mini-dizionario politico sui generis intitolato Le Parole Rubate (Mimesis). Nonostante la sua giovane età, Oggionni ha avuto la fortuna di incrociare e conoscere Lucio Magri che annovera – parole sue – fra i “giganti spesso sconfitti, fuori sincrono rispetto al presente, ma che sono stati per noi antidoto alle degenerazioni, critica incarnata e credibile a una dimensione della politica privata del rapporto con il tempo e con lo spazio e che per questo ci hanno spalancato la coscienza e il cuore ‘verso un futuro lontano e una storia gigantesca’ “. Con la sottolineatura (ultimo virgolettato) del legame fra futuro e storia si concluse la relazione che Magri tenne a un seminario di formazione, presso la Scuola di Pace di Montesole, di fronte a un pubblico di giovani militanti di Rifondazione comunista, nel giugno 2010 a Marzabotto. In quel frangente, Oggionni ebbe occasione di confrontarsi a lungo con Lucio Magri che regalò a lui e a tutti i partecipanti al seminario, un magnifico saggio del suo rigore e della sua cultura politica. Si tratta di una relazione riportata nel testo di cui ci stiamo occupando e che – a dire dell’autore e giustamente – ne rappresenta “l’anima”. Fra i molti meriti di Oggionni c’è quello di aver azzeccato in pieno il sottotitolo: Non postcomunista ma neocomunista. Non solo un atto di rispetto per una storia – quella del Comunismo – che per Magri non è mai finita, ma il riconoscimento di uno dei tratti principali del carattere del grande intellettuale militante, artefice di una ricerca che continuamente si alimentava dell’esperienza e dello studio del passato. Esattamente il contrario di ciò che succede nell’epoca odierna, tutta divorata dalla smania di uno sterile nuovismo senza nerbo e senza futuro. Del resto, è proprio l’incubo attualissimo della pandemia che richiama e conferma quella del Comunismo come questione di attualità assoluta e insuperabile. Proprio come l’ha ritenuta Magri per tutta la vita, affrontandola con coraggio e radicalità nella sua opera più importante, un vero e proprio prezioso testamento intellettuale: Il Sarto di Ulm. Lettura cardinale per chi voglia conoscere questo lucidissimo pensatore, rispetto alla quale il libro di Oggionni rappresenta una agile ma rigorosa e piacevole introduzione. Oltre al piglio sicuro del ricercatore e alla ricchezza delle note, infatti, si ha il piacere di apprezzare lo scorrere di una lettura davvero avvincente. Attraverso di essa, si conosce l’origine e la traiettoria della vita di Magri. La formazione cattolica nella Bergamo attraversata dai fermenti del Concilio Vaticano Secondo, l’iscrizione al PCI nel 1957, l’immersione fecondante negli scritti di Gramsci e nello studio di Palmiro Togliatti, Augusto Del Noce, Franco Rodano, Lukàcs, Scuola di Francoforte e in generale di tutti quegli autori che consolideranno in lui una visione del mondo profondamente marxista ma anche antidogmatica, anti-economicistica, libera dalle forzature di uno storicismo invadente, in una parola, umanistica e illuminista laddove si valorizzi il valore fondante che Magri dava all’onesta e al rigore della ricerca in sé, persino a prescindere dagli orizzonti morali della sua weltanshauung. Ci sarà poi l’avventura de il Manifesto, prima la rivista e poi il quotidiano. Il sodalizio con compagni di strada – Castellina, Rossanda, Pintor, Natoli, Parlato e altri ancora – che come sempre saranno per lui interlocutori obbligati di una riflessione vissuta sempre come collettiva. Seguirà l’espulsione dal PCI nel ‘69, la partecipazione a pieno titolo alle vicende tempestose e feconde del post-’68, il successo del quotidiano, l’inaugurazione di un vero e proprio stile-Manifesto, non solo nel modo di ragionare ma addirittura nel modo di apparire. Tutti i componenti del gruppo erano, chi più chi meno, forniti di uno charme, di una allure che divennero una cifra distintiva. Per averne conferma ancora oggi, basta leggere la bella prefazione che Luciana Castellina non fa mancare a questo testo, il suo taglio antiretorico, sobrio ed elegante “per via di togliere” e non di aggiungere, persino nell’urgenza incombente ed emotiva del ricordo (altrettanto efficace e stilosa la postfazione di Famiano Crucianelli). E ancora, nel 1974 Magri fonda il Partito di Unità proletaria per il Comunismo. Alla ricerca sempre dell’ “unità possibile” a Sinistra, proprio nel momenti in cui cominciava a profilarsi la fine del Trentennio glorioso. Fino alla confluenza nel PCI del 1984 e all’adesione, nel 1991, a Rifondazione comunista nel momento della liquidazione del Partito a favore della nascita del PDS. Ciò che si è semplicemente richiamato in queste righe è narrato con efficacia anti-pedante da Oggionni che alla narrazione dei fatti non fa mancare l’interludio di una riflessione interpretativa. In particolare mi pare siano quattro gli snodi principali sui quali egli richiama soprattutto l’attenzione. Le origini cattoliche e democristiane della parabola di Magri, un antefatto che non sarà mai archiviato, ritornando per sempre la questione cattolica come nodo gordiano inaggirabile rispetto a una possibile via italiana al Socialismo. Il suo riconoscimento della rivoluzione sovietica come spartiacque della storia di tutti i tempi, arricchita da un giudizio su Stalin e sullo stalinismo non banale, articolato e convincente. La polemica di Magri con Amendola sul Neocapitalismo al convegno dell’Istituto Gramsci nel ’63, circostanza in cui l’intellettuale mostra con straordinaria precocità la sua capacità anticipatrice, il suo sguardo lungo. La non adesione al Compromesso storico fondata sulla imprescindibile convinzione che il mondo cattolico non fosse che in parte minima riconducibile all’ontologia e alle dinamiche, pur complesse, della Dc. Fino al giudizio sulla Bolognina e alla scelta di entrare in Rifondazione. Quelle richiamate sono solo alcune delle piste esplorate dal libro di Oggionni che, a loro volta, provano – riuscendoci brillantemente – a predisporre un lucida e agile introduzione al pensiero di Lucio Magri. Impresa riuscita – tra l’altro – rifuggendo da ogni possibile tentazione agiografica, bandendo i pettegolezzi e le informazioni non strettamente necessarie a raggiungere gli scopi ricercati. Come è del tutto evidente e risaputo, Lucio Magri non è stato uno studioso isolato, ricoperto dalla polvere dei sui libri. Ma un militante inquieto e infaticabile, un uomo pieno di fascino e di relazioni. La scelta della sobrietà, quindi, non era scontata. Appariva d’obbligo però, per uno studioso come Simone Oggionni, rigoroso e proiettato verso il futuro ma – come era Magri – attento ed educato alla lezione del passato.

·        Marco Rizzo.

Federico Novella per "la Verità" il 10 maggio 2021. «Fedez è il nulla. E con il ddl Zan la sinistra confonde i diritti con i suoi desideri». Marco Rizzo, segretario del Partito comunista, bombarda senza mezzi termini l'esercito del politicamente corretto. Alle prossime comunali la sua lista si presenterà a Roma, Torino, Milano e in tante altre città. «La vera alternativa siamo noi, e vi spiego perché». Come mai, con una pandemia in corso, il Pd insiste così tanto sul ddl Zan? Pensa che le priorità siano altre?

«In realtà questa insistenza non è una novità introdotta da Enrico Letta. Se vogliamo dirla tutta, la mutazione genetica della sinistra italiana inizia negli anni Settanta, con l'avvento del femminismo e dell'ecologismo da salotto. Nel nome dei diritti civili hanno buttato a mare i diritti sociali: il lavoro, la casa, la salute, la scuola».

Quei diritti sociali sono stati abbandonati alla destra?

«Destra e sinistra sono due facce della stessa medaglia: è il partito unico liberista. Quello di Salvini è un sovranismo di cartone: ieri inneggiava alla Russia, oggi candida un banchiere come Draghi al Quirinale. Quanto alla finta sinistra, propongo di approfondire: facciamo un'analisi di quanto è successo il primo maggio».

Il concertone, cerimoniale irrinunciabile del sindacato: quest' anno teatro della bufera tra Fedez, Rai e partiti.

«Intanto cominciamo notando un fatto sconvolgente: in piazza San Giovanni c'era un palco del sindacato confederale sponsorizzato da Eni e Banca Intesa. Rendiamoci conto».

Lotta di classe con ringraziamento allo sponsor?

«Mio padre, operaio a Mirafiori, mi diceva: quando il padrone ti dà ragione, vuol dire che stai sbagliando qualcosa. E oggi il padrone sono le multinazionali globalizzate e le duemila aziende italiane con la residenza fiscale all' estero. Dopo quello che ho visto, non venitemi a dire che la Cgil è di sinistra».

Il rapper Fedez ha il diritto di attaccare la Lega da un palco pagato anche con soldi pubblici?

«Poteva dire che abbiamo perso un milione e mezzo di posti di lavoro: non l'ha detto.

Poteva dire che ogni giorno ci sono tre infortuni mortali sul lavoro: non l'ha detto. Poteva dire che le multinazionali non pagano le tasse: non l'ha detto, forse perché è testimonial di Amazon».

Dunque?

«Io non sapevo nemmeno chi fosse. La sera del primo maggio mi sono informato, sono andato a sentirmi il suo pensiero. Ebbene, è il nulla. Se Fedez è di sinistra, allora io non sarò mai più di sinistra. Chiamatemi comunista e basta. Con questa gente neanche un caffè. Anzi, sono fiero di essere loro nemico».

Intanto Fedez ha milioni di follower: un segno dei tempi?

«Certamente. Pur studiando e usando i social spero con profondità, io sono una Cinquecento e lui una Ferrari. I personaggi di questo genere dispongono di un potere immenso, che corrisponde al comando della finanza e dell'economia sulla politica».

Eppure Fedez ha riscosso gli applausi scroscianti del Pd.

«L'ho detto e lo ripeto: la battaglia per i diritti civili è un'arma di distrazione di massa per coprire le nefandezze compiute sui diritti sociali. Il Pd si è ridotto ad essere una riedizione del partito radicale, che si batte per i diritti gay ma poi cancella l'articolo 18 e le conquiste dei lavoratori del dopoguerra».

Nel merito della questione: il ddl Zan è una legge sacrosanta, o liberticida?

«Io mi sono sempre impegnato a combattere l' utero in affitto: una pratica nazista, degna del dottor Mengele. Mi hanno massacrato per questo, ma continuerò a rivendicare questa battaglia. La voglia di avere un figlio è un desiderio: e i desideri non sono diritti. Specialmente quando consistono nello strappare figli alle madri povere del terzo mondo, per essere venduti su un catalogo, come fossero una merce».

Questa sua opinione potrebbe essere sanzionata?

«Se passa il ddl Zan potrei essere punito. È una legge costrittiva. Io rivendico il mio diritto di esprimere un' opinione supportata da fatti. I signori della sinistra rivendicano dei desideri che finiscono per mercificare il corpo delle donne. E io dovrei essere punito al posto loro? Senza contare che in quel disegno di legge ci sono altre follie».

Per esempio?

«La definizione del sesso. Mi sveglio una mattina e decido che sono una donna, e posso usufruire delle quote rosa? È il mondo al contrario. È un mondo in cui sul palco della festa dei lavoratori ci sono rapper miliardari che vendono lo smalto per unghie agli uomini. Basta, io di questo andazzo non ne posso più».

Meglio la controproposta del centrodestra: aumentiamo le pene per i gesti violenti, ma non condanniamo le opinioni?

«Le leggi contro l' omofobia ci sono già. Se vogliamo, possiamo modificare l' articolo 3 della Costituzione, aggiungendo che nessuno può essere discriminato per l' orientamento sessuale. Basta questo. Io sono contro ogni discriminazione: ma non voglio nemmeno essere "indirizzato" a darmi lo smalto sulle unghie».

Sta contestando la cosiddetta «ideologia gender»?

«È un' ideologia piegata al consumo. Ci sono dati statistici oggettivi: due single presi separati consumano più di una coppia sotto lo stesso tetto».

Sta dicendo che le battaglie contro la discriminazione sessuale rispondono a una strategia di marketing?

«Anche e soprattutto. Vogliamo dirla tutta? Io da giovane usavo una crema cosmetica per tutto il corpo, adesso ho amici che hanno quella per le rughe, il copriocchiaie, quella per le mani e quella per i piedi e via di seguito. La confusione sessuale di oggi risponde a una precisa logica di mercato, prima ancora che ideologica».

Intanto avremmo anche un virus cui pensare. Matteo Salvini chiede aperture più rapide per far ripartire il Paese. Si iscrive al partito aperturista?

«Il Covid si affronta in due modi: incrementando la sanità pubblica e territoriale, e ricorrendo a medicinali che curano la malattia a casa. Per il resto, è evidente che oggi conta più un ospedale di un F-35 o di una corazzata. Una nazione che salvaguarda la sanità è strategicamente più avanzata. Da Conte e Draghi non è arrivato nulla di buono: il ministro Speranza che parla di aumento delle assunzioni tra medici e infermieri fa a botte con la realtà».

Ammetterà che la corsa al vaccino sta procedendo speditamente.

«I vaccini sono complementari a una buona sanità pubblica, anche se sulle fiale è in corso una colossale guerra geopolitica alla ricerca del profitto. Prendo atto però che il governo italiano preferisce avere 500 morti al giorno piuttosto che puntare sul vaccino russo o cinese».

Avremmo dovuto fidarci dello Sputnik fin dal principio?

«San Marino lo ha fatto, vaccinando tutta la popolazione. Ne deduco che la sovranità dell' Italia valga meno di quella di San Marino, che non ha neanche l' esercito. Al massimo ha i vigili urbani».

I dubbi sull' efficacia non sono forse legittimi?

«La rivista scientifica Lancet ha comprovato il funzionamento di Sputnik. E comunque anche sulle alternative, come Astrazeneca, mi pare che le agenzie del farmaco occidentali abbiano ancora le idee molto confuse. La verità è che pur di restar dentro alla gabbia euroatlantica l' Italia preferisce continuare a contare i morti».

Joe Biden intende imporre lo stop ai brevetti sui vaccini.

Suona quasi di sinistra«È solo un annuncio di facciata. Non c' è nessun progetto di legge concreto, nessuna ipotesi sulla tempistica. È un' operazione che serve agli Stati Uniti per recuperare terreno in termini di immagine».

Con quale obiettivo?

«Negli ultimi anni la potenza statunitense è in netto declino, e l' ultimo pasticcio elettorale ha accentuato la loro debolezza. La metà degli americani è convinta che le ultime elezioni siano state truccate: come potranno gli Usa dare le pagelle al mondo? Da qui nasce l' annuncio sui brevetti, e in Italia ci sono cascati. I paladini della sinistra italiana non fanno che applaudire Biden: oggi sono loro i più grandi servi della politica americana».

Se però mettiamo in discussione l' atlantismo, come finiremo?

«Sogno un Paese autonomo e indipendente, che commercia con gli Stati Uniti, con l' Europa, la Russia e la Cina. Ma con un unico interesse: quello dei lavoratori italiani».

Intanto il caso della presunta «loggia Ungheria» scuote, per l' ennesima volta, il mondo della magistratura. Che idea si è fatto?

«È palese che ci sia un grande scontro di potere. Dai tempi di Mani pulite sostengo che lo stato di diritto non esiste. Esistono solamente rapporti di forza tra le classi. Un magistrato non è diverso da un politico: vivono entrambi nella stessa dimensione».

·        Gianni Vattimo.

Irene Famà per "la Stampa" il 15 dicembre 2021. «Il professore aveva un forte desiderio di colmare la solitudine. Aveva paura di rimanere solo come un cane, senza nessuno intorno. Così ne beneficiavano tutti». La frase è di un cinismo disarmante e Stefano la pronuncia con altrettanto disarmante sorriso. Testimone al processo a Simone Caminada, 38 anni, assistente del filosofo Gianni Vattimo che si sarebbe approfittato della situazione di fragilità dell'intellettuale, racconta di un insieme di persone, lui in primis, che quell'umano timore della solitudine l'hanno sfruttato, manipolato per ottenere favori. Viaggi, cene in «ristoranti strepitosi», aiuti economici e così via. Perché è vero, Stefano parla di una «relazione intima, profonda», iniziata nel 2013 ad una cena e dal 2017 andata via via allentandosi. Usa frasi come un «amore coinvolgente». Poi arriva a parlare di soldi: oltre 750 mila euro. «Tutti i mesi mi dava del denaro. Qualcuno per le spese comuni, i più erano bonifici, regali». Il professore glieli ha dati spontaneamente, certo. Ma c'è la questione giuridica e c'è la questione umana. C'è quel «bisogno di affetto» che Stefano aveva «percepito sin da subito. L'ho manipolato. Sapevo che mi amava profondamente e sapevo di amarlo un po' meno». Parole sue. Probabilmente pensieri di tanti. «Tutti prendevano. Assolutamente tutti. Dai ragazzi dell'università che gli chiedevano i soldi per le sigarette, alle cene che pagava sempre lui». C'era chi doveva sostenere le spese del dottorato, chi quelle dei figli, chi sieropositivo non poteva pagare le medicine. Una lunga lista. «Spesso davo denaro a persone vicine che credevo amici», aveva dichiarato il teorico del pensiero debole a La Stampa. Vattimo è un «gentleman» dice Stefano. Sicuramente generoso, sicuramente attento agli altri. Con delle fragilità, come tutti. Ed è su quelle fragilità che chi gli era attorno sembra aver fatto leva. Poi è arrivato Simone Caminada (per altro ieri archiviato da un'accusa di stupro per un'altra vicenda del 2019, che nulla c'entra con questa). Spregiudicato, è andato oltre. Lo sostengono i pm Dionigi Tibone e Giulia Rizzo e anche diversi testimoni. Avrebbe tentato di disporre del patrimonio e cercato di allontanare gli altri. «Ha rotto gli equilibri. Gli dicevo di stare al suo posto, che lui non era il padrone», spiega Stefano. E aggiunge: «Caminada, agli occhi di Vattimo, ci ha descritti tutti in un certo modo». Quale? Come degli «approfittatori». E il professore, così sembra, gli ha creduto. «A me ha tolto la carta di credito intestata sul suo conto corrente». Il filosofo aveva spiegato: «Simone ha approfittato della mia generosità? Tutte palle. Cercava di limitare le uscite di denaro inimicandosi le altre persone». Caminada è accusato di circonvenzione di incapace. Vattimo ribatte: «Sono completamente lucido. Il periodo dell'amministratore giudiziario è stato un incubo». Dei suoi soldi vuole disporre come meglio crede. E, come meglio gli è parso, ha gestito le sue fragilità.

Anticipazione da “Oggi” il 9 giugno 2021. «So benissimo che c’è chi pensa “Vattimo s’è innamorato e ha perso la testa”. Non è così. Simone per me è un amico, quasi un figlio. E a 85 anni affermo il diritto di spendere i miei soldi come voglio». Il filosofo Gianni Vattimo risponde così, in un’intervista al settimanale OGGI, in edicola da domani, alle accuse rivolte al suo assistente personale Simone Caminada di averlo manipolato per sottrargli denaro e farsi inserire tra i beneficiari della sua polizza vita. «Un medico ha deciso che sono a rischio di circonvenzione. Ma la possibilità di essere plagiato e l’effettivo fatto di esserlo non sono certo la stessa cosa: ho qualche acciacco, ma con la testa ci sono tutto». Caminada, 38enne di origini brasiliane che convive da dieci anni con il maestro del pensiero debole, è stato rinviato a giudizio dalla Procura di Torino con l’accusa di circonvenzione di incapace. «Una persecuzione umiliante», la definisce Vattimo, il quale spiega a OGGI che la sua polizza vita è intestata anche ad altri e tutte le spese sono documentate. «I miei amici più cari, come Franco De Benedetti e Marco Rizzo, mi ritengono una persona libera e sono scandalizzati».

(ANSA il 9 giugno 2021) Il giudice per l'udienza preliminare del Tribunale di Torino ha rinviato a giudizio Simone Caminada, l'assistente personale del filosofo Gianni Vattimo, per circonvenzione di incapace. Il gup ha accolto la tesi del pm Giulia Rizzo secondo cui Caminada avrebbe approfittato dello studioso per farsi elargire denaro e intestare polizze assicurative. Il processo inizierà il 27 ottobre.

Franco Debenedetti per "la Stampa" il 9 giugno 2021. «Ogni uomo trova, nella sua vita, una donna che lo vuole salvare: a volte ci riesce». La frase, incorniciata, stava in bella vista nell' ufficio di Libero Gualtieri, repubblicano, romagnolo, scapolo che avevamo eletto capo di «Sinistra Democratica», il gruppo parlamentare del Senato che avevo contribuito a costituire nella XII Legislatura. La frase mi attraversò veloce la mente quando, nell' autunno del 2018, sentii al telefono M., una delle amiche storiche di Gianni Vattimo, che, con voce concitata, mi chiedeva che cosa stesse succedendo da lui, dove a suo dire, regnava «un'atmosfera plumbea»: «Sempre quel Simone tra i piedi!» fu la sua replica alla mia richiesta di chiarimenti. Anch'io, quando invitavo Gianni a pranzo al ristorante, avrei preferito che a chiacchierare fossimo solo noi due, amici da poco meno di mezzo secolo. Ma Gianni non se la sentiva di uscire senza il braccio di Simone; senza l'aiuto di questo ragazzo di origine brasiliana, chi avrebbe risposto alle email, pagato le fatture, rimpiazzato le badanti, cercato i libri nei piani alti della libreria, affittato una casa dove rifugiarsi dall' afa estiva? Nei mesi seguenti, la frase ebbe modo di ritornarmi in mente, questa volta in tutto il suo spessore: perché la sua salvifica preoccupazione l'amica la comunicò ad altre amiche, animò cene e incontri, e un'alchimia cambiò l'«atmosfera», da plumbea che era, in aurea: nel senso che il povero Simone venne accusato, non di essere fonte di disagio per gli ospiti, ma di essere troppo a suo agio nei conti in banca del Professore. «Povera e nuda vai filosofia»: ma Vattimo, tra la pensione di accademico e quella di parlamentare europeo, una bella casa torinese al terzo piano in via Po tra piazza Castello e l'Università, e qualche risparmio bene investito, non ha problemi economici per il resto della sua vita. La sua preoccupazione, dopo che i due suoi grandi amori morirono uno dopo l'altro, è sempre stata quella di sapere a chi lasciarli i soldi: questa fu la sola ragione per cui un bel giorno decise di sposare una delle sue amiche. Non si capisce Gianni senza comprendere questo suo sentirsi in debito, donde il bisogno di aiutare con regolarità il cognato malato, la mamma di Stefano (il predecessore di Simone), i suoi assistenti parlamentari a Bruxelles, ecc. Banale interpretarlo come senso di colpa: per me è piuttosto l'orgoglio di chi si vantava delle sue tre C, cattolico, comunista, «cüpiu». L' interesse diede sostanza alle ciance, e parla che ti parla, una cena dopo l'altra, la vicenda suscitò il salvifico istinto di una delle «amiche», che ritenne di portare la cosa all' attenzione del magistrato: questi, essendo la circonvenzione di incapace un reato, per l'articolo 112 della Costituzione non può che iscrivere Simone nel registro degli indagati. Se c' è un circonveniente, ci vuole un circonvenuto: un perito ne attesterà la influenzabilità; e, a impedire la reiterazione del reato, un amministratore di sostegno vigilerà su ogni uscita di danaro. Tutto logico, tutto consequenziale. Ma il risultato complessivo è qualcosa di cui vergognarsi. Perché è vergognoso che il maggiore filosofo italiano della seconda metà del '900 debba essere sottoposto a visite psicologiche per accertare se è «incapace»: è vero, a 85 anni non scrive più un libro con la grinta di un tempo, legge Simenon (e ogni sera qualche pagina in tedesco tanto per non perdere l'abitudine, ma non Heidegger). E che la visita lo dichiari «influenzabile», come se, nell' epoca del digitale, a esserlo non siano milioni, forse miliardi di persone. L' amministratore di sostegno è un serio professionista che esegue il suo mandato, ma le conseguenze possono essere impensabili: può accadere che un uomo che, figlio di una sarta, col suo solo lavoro intellettuale si è messo da parte un patrimonio che non è certo quello di Bill Gates, ma che non riuscirebbe a spendere nella sua vita, debba chiedere aiuto ad amici per pagare la spesa nel weekend, se il contante è finito e le sue carte di credito sono bloccate. Vergognoso impedire di essere generosa a una persona che in questo trova la sua completezza. Vergognoso rendere difficile a una persona di 85 anni, che avrebbe i mezzi per farlo, di prendere un alloggetto per sfuggire al caldo di Torino, dato che nessun padrone di casa vuole affittare a un amministratore di sostegno. Vergognoso infine anche nei confronti di Simone: non ci sarebbe nulla di male se avesse sperato di ereditare una parte del patrimonio di una persona che ha aiutato da dieci anni con capacità e con affetto; e non è giusto che venga incolpato di circonvenzione quando per giunta quello stesso patrimonio sotto la sua gestione è aumentato. Per quelle che sono responsabili di aver messo in moto questo diabolico meccanismo non è una scusante non aver previsto dove esso avrebbe portato: vergognoso è proprio averlo concepito fin dall' inizio. Nel caso avessero giudicato che ci fosse qualcosa da controllare o correggere in quella casa, non hanno neppure pensato che avrebbero potuto provvedervi alcune tra le tante persone che ammirano Gianni e gli vogliono bene. Non potevano pensarlo: loro non sono tra quelle.

Gianmarco Aimi per rollingstone.it il 26 settembre 2021. È il filosofo italiano più tradotto al mondo, ma da qualche tempo la Procura di Torino ha deciso di affidargli un amministratore di sostegno a tutela dell’intero patrimonio. In vista della decisione di oggi di revocare o meno questa misura e della prima udienza del processo (27 ottobre) a carico del suo assistente personale accusato di circonvenzione di incapace, abbiamo raggiunto proprio il professor Gianni Vattimo, 85 anni, per capire con quale spirito stia affrontando il contenzioso. A sorpresa, a fissarci l’incontro è proprio lui, Simone Caminada, il 38enne finito nell’occhio del ciclone che ancora vive con l’illustre datore di lavoro nella bella casa di oltre 300 metri quadri all’ombra della Mole e continua a occuparsi delle faccende come se nulla fosse. D’altronde, il diretto interessato ci ha subito tenuto a precisare: «Ma quale circuìto, non sono mica rincoglionito. Qualcuno ha cercato di farmi del male attaccando Simone». Il caso, comunque, promette di continuare a far discutere perché Vattimo, secondo i periti che lo hanno psicoanalizzato, sarebbe in grado “di interpretare la realtà, discutere di filosofia, analizzare il mondo che lo circonda” ma, a detta dello psichiatra Franco Freilone, diventerebbe “molto più fragile nell’autodeterminarsi, nel compiere tutte quelle scelte che riguardano la propria sfera personale”. A riprova di questa tesi le testimonianze di alcuni amici, i movimenti bancari e l’uso di bancomat, carte di credito e intercettazioni telefoniche che hanno convinto i pm Giulia Rizzo e Dionigi Tibone a procedere nei confronti del 38enne. Nel frattempo, la vita in via Po – a pochi passi da via Carlo Alberto, dove il 3 gennaio del 1889 Nietzsche impazzì alla vista del cocchiere che frustava un cavallo – sembra procedere nella più assoluta tranquillità. Fisioterapia al mattino. La visita di un amico a pranzo (l’imprenditore Franco Debenedetti). Il campanello che suona ogni dieci minuti e i corrieri che scaricano pacchi di libri. A occuparsi che tutto proceda con ordine, sempre il giovane assistente armato di cellulare che, anch’esso, non smette mai di squillare. Durante l’intervista, nonostante ammetta un po’ di stanchezza dovuta agli anni che passano e a qualche acciacco, l’ideatore del “pensiero debole” ci è apparso molto combattivo. Si è appena candidato alle amministrative con il Partito Comunista di Marco Rizzo perché «senza Comunismo non saprei vedere il futuro». Ha lanciato stilettate verso gli esponenti di centrodestra Salvini e Meloni e molti illustri colleghi, da Massimo Cacciari a Giorgio Agamben, da Maurizio Ferraris a Diego Fusaro: «È promettente ma minaccioso». Ha ribadito la stima per Papa Francesco («il più comunista che abbiamo mai avuto») e ribadito l’importanza della filosofia: «È un modo di essere presente alla propria storia». Ma soprattutto ha difeso a spada tratta Caminada da accuse molto pesanti: «Spero che l’amministratore di sostegno se ne vada fuori dai piedi il prima possibile».

Professore, intanto come sta?

Come vedi funziono a metà, sono poco mobile. Ma spero di non essere completamente rimbecillito. 

E il suo “pensiero debole” come se la passa dopo tanti anni?

Lui non male, visto che le “debolezze” stanno bene su tutto. Il “pensiero debole” è stata una corrente che ha voluto liquidare tutti gli assoluti. La filosofia che pretenda la verità totale, che non funziona. In cambio, non soltanto l’idea che tutti gli assoluti si debbano combattere, che non mi sembra poco, ma l’affermazione della forza della debolezza. Ultimamente mi sono domandato: a chi può dare ancora fastidio il pensiero debole? Naturalmente a quelli che hanno il potere. Loro lo hanno declinato nella vicinanza con il proletariato, con chi è fuori dai grandi giochi. Quindi mi sembra quanto mai attuale.

Il “pensiero debole” a contrasto dei Big Tech come Facebook, Amazon e Google?

È particolarmente urgente proprio oggi, perché l’integrazione progressiva del sistema con i computer, i social, l’internazionalizzazione dell’economia tende alla rigidezza. Per funzionare bene l’integrazione ha bisogno di certezze. Al contrario del “pensiero debole” che garantisce la mobilità che contiene la libertà. 

La filosofia in generale, però, non sembra incidere come in passato nel dibattito pubblico.

È vero. Quando me ne occupavo io, aveva una quantità di agganci con l’attualità enormi. Tutta una serie di temi per i quali non utilizzavamo la filosofia astratta, ma era legata all’attualità, a ciò che la gente viveva ogni giorno sulla propria pelle.

Consiglierebbe a un giovane oggi di studiare comunque la filosofia?

Nonostante tutto, non vorrei che nessuno facesse qualcosa di diverso dalla filosofia. Perché è un modo di essere presente alla propria storia. È indispensabile. Io non ne potrei fare a meno e non potrei consigliare a nessuno di occuparsi di altro. Come diceva De Chirico: “Di cosa mi dovrei occupare se non mi occupassi della metafisica?”. Io stesso penso: di cosa vorreste occuparvi se non della filosofia? Cioè di interpretare l’esistente per modificarlo e aiutare l’affermazione di una visione alternativa del mondo. 

C’è qualche giovane filosofo che l’ha colpita negli ultimi tempi?

Forse Pier Aldo Rovatti, benché tanto giovane non lo sia più… 

Rovatti è classe 1942.

Giovani non ne vedo tanti. Probabilmente Maurizio Ferraris, sta scrivendo cose che tutto sommato potrebbero andar bene, ma non so fino a che punto sono condivisibili. Ha una fiducia esagerata nella tecnologia. Da un lato mi piacerebbe questa prospettiva, dall’altro mi spaventa. 

Come mai?

Perché io credo in una filosofia che corrisponda alla rivelazione, al cristianesimo. L’unica cosa che farei è coltivare una filosofia cristiana. E poi, che Dio ce la mandi buona…

Eppure, Ferraris è stato un suo allievo.

Ha avuto un periodo in cui ha polemizzato molto con me, ora ci siamo riconciliati. La sua ultima prospettiva è di tipo tecnofilo. Sostiene che se applicassimo in toto la tecnologia potremmo liberarci di molti fardelli. Una specie di Marcuse tecnologico. In generale non mi sembra sbagliato, mi pare solo un po’ troppo utopico. Non so se lo debba considerare un nemico del “pensiero debole” o meno. Probabilmente certe cose che sostiene vanno benissimo con la “debolezza”. 

In una recente intervista ha sostenuto di Massimo Cacciari: “Non capisco cosa dice”.

Lui mi ha sempre detto che l’amore mi fa velo. Che sono troppo simpatetico. Io lo vedo molto presente come commentatore, molto meno come filosofo in senso stretto. Filosoficamente continuo a credere che il “pensiero debole” sia il massimo a cui si possa arrivare, ma evidentemente non tutti sono d’accordo, compreso lui. Ma Cacciari è credente o non è credente? Mah, non mi stuzzica perché non ho chiaro cosa pensa davvero.

Le faccio altri nomi, visto che non è mai stato politicamente corretto. Umberto Galimberti?

È simpatico, una persona perbene, ma non mi entusiasma. Mischia troppo la filosofia con la psicanalisi. È notevole nel panorama filosofico attuale, ma non lo considero un grande maestro. 

Un giovane filosofo che fa molto discutere ci sarebbe: Diego Fusaro.

È promettente e minaccioso. Ha scritto testi interessanti, solo che ultimamente sta facendo grande eco di pensieri controversi. Mi è simpatico ma un po’ temo… cioè temo per lui non per me… che si mischi con un certo tipo di argomenti. Forse è troppo intelligente, per questo è anche pericoloso.

Pier Luigi Bersani in tv ha detto: «Stimo molto Cacciari, Agamben e Barbero, ma quando si ha molta intelligenza non bisogna usarla tutta: perché si arriva anche alla capziosità».

Non ha tutti i torti. Anzi, ha più ragione Bersani rispetto a Fusaro. 

Giorgio Agamben?

Non condivido diverse sue posizioni perché è troppo apocalittico. Io all’apocalisse spero di non arrivarci direttamente. Ma in generale non lo leggo molto. 

È stato più netto nei confronti di Paolo Flores d’Arcais e Piergiorgio Odifreddi: «Non vorrei mai essere come loro».

Flores D’Arcais non lo accetto perché è esageratamente illuminista. Fa troppo affidamento nella ragione. Per me che sono un credente, un comunista tradizionale, figuriamoci cosa me ne importa di questa sua posizione. Odifreddi invece crede troppo nella scienza, che purtroppo non risolve niente se non contiene una pulsione filosofica che è qualcosa d’altro del solo sapere scientifico. Odifreddi non mi è antipatico, fa sul serio le sue cose, però è meglio che si occupi solo di matematica.

Intanto si è candidato alle amministrative con il Partito Comunista di Marco Rizzo.

Potrebbe far sorridere, lo riconosco. C’è chi mi ha detto: “Cosa vuoi occuparti di comunismo oggi?”. Ma un elemento di comunismo bisogna che ci sia sempre in prospettiva. Non potrei credere al futuro se non sapessi che prima o poi qualche elemento di questo modo di essere si realizzerà. 

Meno male che non dovrebbe essere in grado di intendere a volere.

No no, mi voglio impegnare particolarmente nella campagna elettorale, non perché pensiamo di vincere le elezioni su due piedi, ma perché bisogna mantenere il sogno dell’orizzonte comunista per il futuro, sennò in cosa possiamo sperare? Kant si domandava se possiamo sperare davvero in una società più giusta. Sì, se penso alla società come la pensava Lenin: “elettrificazione più soviet”.

Visto che è in campo, cosa pensa della spaccatura all’interno della Lega di Matteo Salvini?

Non credo a un suo indebolimento, mi pare fumo negli occhi. Però, tutto quello che ha a che fare con la Lega lo vedo negativamente. Non mi piace il suo razzismo, l’intolleranza verso il diverso. 

E se nella sfida interna al centrodestra dovesse prevalere Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia?

Per carità… io con quelli non ho rapporti né personali né politici. Non credo ci sia un pericolo fascista in Italia, ma c’è il pericolo introdotto dai loro atteggiamenti in politica. 

Il suo coetaneo Silvio Berlusconi sembra pensi al Quirinale.

Non è più un pericolo e più moderato di tanti altri. Però ormai mi sembra un po’ suonato, al di fuori di certi giochi.

Lei ha scelto il Partito Comunista e non il Partito Democratico. Non è abbastanza comunista?

Se dovessi votare per le politiche, probabilmente voterei Pd. Ma alle amministrative è importante che ci siano elementi di comunismo nelle giunte locali. 

Quando Matteo Renzi ha abbandonato il PD cosa ha provato?

Ho tirato un sospiro di sollievo. All’inizio mi sembrava simpatico, in seguito si è rivelato uno che voleva fare tutto di testa sua e mi è diventato abbastanza antipatico. 

D’altronde lei si è definito “castrista”, in riferimento a Fidel Castro.

Certo, soprattutto vorrei una America Latina “castrista” o “chaveziana”. A questo sono ancora profondamente legato. Perché se ci sarà una salvezza politica verrà proprio da quei paesi, che hanno una cultura relativamente giovane e mi aspetto molto da loro.

Dopo quello che è accaduto in Afghanistan è finita l’egemonia americana?

Lo spero proprio. Anche se devo dire che adesso c’è un problema di equilibrio mondiale, non so fino a che punto possiamo permettere che gli Stati Uniti vengano sostituiti dalla Cina. 

Teme la Cina comunista?

Comunista fino a che punto? È molto capitalista dal punto di vista del risultato economico. Preferirei un mondo multipolare, con una presenza forte anche dell’Europa. Possibile che noi non riusciamo a contare di più? 

Come verrà interpretata dai filosofi fra 100 anni questa epoca segnata dalla pandemia?

Bisognerebbe che la pandemia desse luogo a una maggiore unità internazionale. In questo momento avremmo bisogno di più connessioni, e non solo del mercato mondiale. Possiamo sperare che sia un fattore di unità piuttosto che di separazione. In molti aspetti mi sembra stia già funzionando in questo senso.

Lei è comunista e credente. Come concilia questi due aspetti?

C’è stato un periodo in cui ho frequentato meno la chiesa, soprattutto quando sono stato in Germania perché vivevo nell’ombra di Gadamer e Heidegger. Però non mi sono mai dichiarato ateo e questo mi ha salvato, visto che la fede mi ha ripescato. Infatti, sono un buon credente. 

C’è chi dice che Papa Francesco in fondo sia un po’ comunista.

Alla faccia, come no? è il Papa più comunista che abbiamo mai avuto. Mi ha insegnato a non essere in imbarazzo nel sentirmi cristiano. Lo amo molto e sono preoccupato per gli attacchi che subisce ultimamente che vengono dagli Stati Uniti e da alcuni cardinali che vorrebbero farlo fuori per sostituirlo con un Papa meno progressista.

Dietro Papa Francesco c’è ancora Ratzinger, che nel nuovo libro ha lanciato una bordata verso le nozze gay: «Sono contro le culture dell’umanità». Da omosessuale come l’ha presa?

Il Papa emerito sostiene che sono una schifezza? Be’, Papa Francesco non è che abbia detto “dateci dentro”, ma solo “se ci sono due persone che si vogliono bene sono fatti loro”. A me questo ha fatto molto piacere, mi è sembrato un Papa più aperto alla carità che al dogma. Ho discusso con Ernesto Galli della Loggia, il quale sostiene che Papa Francesco si preoccupa troppo poco della salvezza. Ma la salvezza è nelle cose. Dio dove sta? Nel prossimo! Gli sembrava un massone per il suo umanesimo e mi obiettava che parlasse troppo poco dell’aldilà. Ma nell’aldilà speriamo di arrivarci, prima pensiamo all’aldiquà. 

Non ci pensa mai a come potrebbe essere l’aldilà?

Come diceva Derrida: “L’instant de ma mort”. Siccome sono credente mi aspetto un aldilà tollerabile. Possibilmente in cui prosegua la vita. Uno dei misteri gloriosi del rosario che recito sempre contiene Gesù che sale in cielo e ha un prosieguo. Mi auguro che in qualche modo si continui lo sviluppo dell’umanità, della presenza di Dio attraverso gli altri. Non so di preciso cosa immaginare. Forse sarà possibile professare e attuare le nostre idee, in questo ci spero molto. 

Professore, da come ragiona non mi sembra poi così “rincoglionito” come sostiene qualcuno.

C’è qualcuno che mi ha voluto fare del male attraverso Simone, il mio assistente che si occupa di tutto. Hanno preteso che mi affidassero un amministratore di sostegno. Non sono completamente interdetto, ma devo chiedere a lui per qualsiasi cosa. Spero si tolga dai piedi al più presto. 

Insomma, non si sente circùito dal suo assistente?

Non credo proprio di essere rincoglionito. Alcuni pseudo amici pensando di farmi un “favore” mi hanno nominato questo amministratore di sostegno e mi ha dato fastidio. Fortunatamente un po’ di libertà ce l’ha lasciata. Vedremo come andranno le cose. 

Cosa si sentirebbe di dire al giudice che dovrà decidere sul caso?

Di tenere conto delle perizie e dei dati bancari. Basta guardare la situazione oggettiva. Dal canto mio sono disponibile nuovamente a farmi psicanalizzare. 

Gianmarco Aimi per mowmag.com il 27 settembre 2021. Non ci sta a passare per colui che ha cercato di plagiare il grande filosofo ideatore del “pensiero debole” per estorcergli beni materiali. La prima udienza si svolgerà il 27 ottobre e Simone Caminada, 38 anni, dovrà rispondere dell’accusa di circonvenzione di incapace nei confronti del professor Gianni Vattimo, 85enne, con il quale vive da dieci anni - ufficialmente nelle vesti di assistente personale - nella splendida casa in centro a Torino. Per capire come mai, nonostante il procedimento giudiziario, condividano ancora lo stesso tetto, siamo andati a trovarli e per la prima volta Caminada ha deciso di parlare: di seguito trovate l’esclusivo video-reportage. Il tutto è partito da un esposto della geriatra Flavia Longo, amica del professore, che ha denunciato la situazione, preoccupata perché il filosofo avrebbe interrotto i rapporti con tanti suoi cari. Da lì sono partite le indagini, gli accertamenti e le intercettazioni e secondo la procura, Caminada dal 2015 avrebbe “indotto Vattimo ad effettuare bonifici sul suo conto corrente per importi superiori di circa 19 mila euro all’ammontare della retribuzione dichiarata da Caminada”. Per l’accusa, come si legge nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari, il 38enne induceva inoltre il filosofo “a effettuare spese ingiustificate per quasi 60 mila euro” e avrebbe ottenuto dal filosofo persino “la delega ad operare sulla sua cassetta di sicurezza e almeno su tre conti correnti”, convincendolo inoltre, nel giugno 2017, “a stipulare una polizza assicurativa sulla vita da 415 mila euro di cui il 40% sarebbero a lui spettati”. Tra le accuse anche le presunte pressioni su Vattimo perché nel testamento lo nominasse erede di numerosi beni, tra cui orologi, opere d’arte, quadri, audio registrazioni e altri reperti di valore, tra cui il prezioso taccuino di Fidel Castro. In buona sostanza, si sarebbe approfittato della situazione di «fragilità psichica del filosofo». Per il pm, Caminada, «mediante un attività costante di pressione morale consistita nell’approfittare della generosità di Vattimo, è riuscito ad accedere a tutta una serie di benefici economici». Dal canto suo, il 38enne nell’intervista che ci ha concesso ha smentito ogni addebito. Prima di tutto sottolineando che la perizia psicologica effettuata sul filosofo non avrebbe portato a niente più che a constatare qualche acciacco dovuto alla vecchiaia. E poi ha contrattaccato, accusando chi ha voluto innescare il procedimento giudiziario sostenendo che erano loro a voler mettere le mani sul patrimonio del filosofo, mentre sarebbe stato lui stesso a bloccare una operazione di spartizione del “tesoretto” di Vattimo e per questo si sarebbe attirato le loro accuse.

Il caso del filosofo. Vattimo colpevole di altruismo smisurato: a processo la sua anima. Emiliano Morrone su Il Riformista l'11 Giugno 2021. Gianni Vattimo è un uomo molto generoso. Ha sempre aiutato persone in difficoltà: ex allievi, extracomunitari, domestiche, badanti e amici fragili con la fissa del denaro e della bella vita. Nell’era dei pregiudizi, verrebbe facile imputargli eccessi interessati, senza scomodare il ddl Zan. Ma il padre del «pensiero debole» pratica e predica la carità verso il prossimo, dà e non vuole. Vattimo ha 85 anni, ha paura della solitudine, manifesta un disperato bisogno di famiglia e da tempo vive nell’ombra: perché l’Italia 2.0 se n’è dimenticata, perché nell’eterno presente digitale non contano molto il pensiero, la cultura, la storia e l’idea dell’emancipazione. Dal 2018 la Procura di Torino è convinta che il filosofo sia incapace e quindi possibile vittima di circonvenzione da parte del suo assistente: Simone Cicero Caminada, trentasettenne di origini brasiliane, scuro di pelle e spirito ribelle con a carico un procedimento a parte, per presunta violenza sessuale nei confronti di una ragazza. Secondo il Pm Giulia Rizzo, Caminada avrebbe influenzato Vattimo in modo da garantirsi entrate, investimenti e l’eredità dell’intellettuale, compresi oggetti ritenuti di valore, come un taccuino di Fidel Castro. La tesi della Procura poggia su una perizia psichiatrica dell’universitario Franco Freilone e sull’analisi dei conti bancari di Vattimo, gestiti dall’accusato per volontà e delega del suo stesso datore di lavoro, con cui condivide spazi domestici e vita quotidiana. Dal canto suo, Caminada, contrattualizzato da un pezzo, ha ricostruito al centesimo i bonifici ricevuti e le spese sostenute da Vattimo, che ha detto di fidarsi in pieno del suo assistente, riconoscendogli un ruolo, una gestione oculata della cassa e il blocco di uscite destinate a confidenti del filosofo e questuanti vari. Vattimo ha replicato, addirittura dimostrato, di non essersi rimbecillito: continua a studiare e pubblicare, anche se la vecchiaia gli gioca brutti scherzi, costringendolo a restare in casa, tra l’altro con i conti bloccati dall’autorità giudiziaria. Il già preside di Filosofia ed ex parlamentare europeo cammina male, è nostalgico, provato. Sa d’aver vissuto tra successi e dolori: la fama internazionale, la carriera accademica e politica, i convegni all’estero, la stima dei Castro e Chavez, la scomparsa prematura dei suoi familiari e compagni, l’affermazione di suoi discepoli: Maurizio Ferraris, Alessandro Baricco, Franca D’Agostini, Diego Fusaro. Talvolta Vattimo, specie dopo la morte Umberto Eco, si abbandona a riflessioni sulla fine dell’esistenza, naturali per l’età, per la consapevolezza della perdita delle forze, dell’impossibilità di tornare indietro, di non poter rimediare alla mancanza di un figlio, se non considerando tale chiunque gli mostri affetto e vicinanza. È il non essere padre il chiodo fisso del professore. Per quanto voglia rifugiarsi nelle sue interpretazioni di Nietzsche e di Heidegger, Vattimo non riesce ad allontanarlo dalla mente, non più alleggerita dall’impegno politico, dall’attualizzazione del «pensiero debole» e dalle tavolate allegre con i suoi diversi “figli adottivi”. Qualcuno di loro ha ricevuto oltre centomila euro dalla vendita di un appartamento del filosofo a Parigi, il resto del ricavato va diviso. Altri sarebbe stato foraggiato a lungo. C’è pure chi ha ottenuto l’intero archivio del pensatore, che egli avrebbe ceduto per dare una mano a tutti i costi, al punto da privarsi di testi, appunti e documenti fondamentali. Ma Vattimo è così, prendere o lasciare. Lo sa benissimo Aldo Cazzullo, per esempio, che in più articoli ne ha colto pregi e difetti, non di rado coincidenti o inscindibili. La debolezza, o la forza, di questo maestro del post-moderno sta nel suo altruismo smisurato, probabilmente frutto del vissuto, che l’ha abituato al distacco totale dai beni materiali, al bisogno di donare anche a costo di rimetterci nel profondo. Vattimo ha confessato di essersi addirittura sposato, da poco è separato, per preservare una parte dei propri averi e trasferirla ad una professionista, figlia della sua compianta amica Mara Di Fabio. «Un fatto amministrativo», così il filosofo aveva definito il suo matrimonio con il medico Martine Tedeschi. Mercoledì 9 giugno Caminada, che da circa 6 anni si prende cura della salute, si è presentato all’udienza preliminare ed è stato rinviato a giudizio. In ogni caso la giustizia penale non potrà entrare nell’animo del filosofo, per cui, peraltro, è stato chiesto l’amministratore di sostegno. In ogni caso, questi manterrà il desiderio, cosciente e sentito, di essere caritatevole ad oltranza, il diritto di libera scelta. Forse aveva ragione il teologo Massimo Naro, che sentenziò: «Vattimo è l’ultimo monaco florense, l’ultimo seguace di quel Gioacchino da Fiore che ispirò la vita povera di Francesco d’Assisi». Emiliano Morrone

Filippo Femia per "la Stampa" il 10 giugno 2021. Quando riceve la notizia, Gianni Vattimo è incredulo: «Quindi alla fine è arrivato il rinvio a giudizio?», domanda al telefono con un filo di voce. La conferma arriva da Simone Caminada, il suo assistente 38enne di origini brasiliane: il 27 ottobre inizierà il processo a suo carico per circonvenzione di incapace. Secondo l'accusa, «avrebbe approfittato della fragilità psichica» e della generosità dell'85enne teorico del pensiero debole «per accedere a una serie di benefici economici». Caminada, secondo la Procura, avrebbe indotto Vattimo a sottoscrivere una polizza vita da 415 mila euro, di cui lui è beneficiario al 40%. In più ci sarebbe un testamento che nomina l'assistente tra gli eredi, «disponendo in suo favore orologi, opere d' arte, quadri» e altri oggetti di valore. «Non so nemmeno come definirla, questa decisione del giudice», commenta il filosofo. «A me sembra una vera sciocchezza. È anche un enorme spreco di tempo».

Professore, nei giorni scorsi, commentando le tesi della Procura, parlava di «persecuzione». Ora è arrivata la decisione del gup.

«Mi sembra che questo accanimento continui. Perché diavolo si dovrebbe celebrare un processo su basi inesistenti? Purtroppo non resta che prenderne atto. Ma si tratta di un errore: anche i giudici commettono sbagli». 

Si aspettava una decisione diversa?

«Certamente, ero convinto che sarebbe arrivata l'archiviazione. Continuo a ricevere messaggi da diversi amici: sono scandalizzati, non si capacitano di questa decisione.

Stiamo vivendo una vicenda grottesca».

Lei è convinto dell'innocenza del suo assistente?

«Senza ombra di dubbio. Non esiste alcuna evidenza che provi la sua colpevolezza. Simone mi ha sempre trattato benissimo, ha un regolare contratto da 1300 euro al mese e ora viene accusato di cose assurde». 

Non c' è stato nessun danno al suo patrimonio, dunque?

«Tutte le spese che ha fatto Simone sono documentate: può dare conto di ogni singolo euro speso. I miei conti in banca sono a posto». 

Le carte della Procura parlano di spese ingiustificate che ammontano a 60 mila euro.

«Ripeto, è tutto documentabile. Sono soldi usati per un intervento chirurgico che ho subìto e per altre spese mediche. In sede processuale non avremo difficoltà a dimostrarlo. Chiameremo tutti i nostri amici a testimoniare». 

Parla al plurale, ma lei non sarà sul banco degli imputati.

«Questa vicenda mi turba, genera grande tensione. E mi preoccupo per Simone: non merita questo trattamento. Che Dio ce la mandi buona». 

Ad accusare Caminada, sostiene lui, sono persone interessate al suo patrimonio. Ci può spiegare?

«In passato ho spesso dato denaro ad amici. Poi Simone ha cercato di limitare queste uscite, inimicandosi quelle persone. Le stesse che adesso lo accusano ingiustamente». 

Le dà fastidio essere dipinto come influenzabile e circuito?

«Nessuna perizia ha mai dimostrato che sia incapace di intendere. Ho 85 anni, qualche acciacco, e la mente non è più brillante come un tempo. Ma non sono affatto rimbecillito. Sto per iniziare a scrivere un libro sulla Chiesa dopo papa Francesco. Continuo ad avere conversazioni con amici in diverse lingue. Se vuole possiamo continuare in inglese, do you want?». 

Lei è una persona fragile psichicamente?

«Mica si può chiedere a un matto se è matto (ride, ndr). Magari in futuro lo faranno, ma finora nessuno mi ha interdetto. Un medico ha deciso che sono a rischio circonvenzione. La possibilità di essere plagiato, però, e l'effettivo fatto di esserlo non sono la stessa cosa». 

«Vattimo si è innamorato di quel ragazzo», ha ipotizzato qualcuno.

«Per carità. Figuriamoci se mi innamoro alla mia età. Per me Simone è un amico, quasi un figlio». 

Secondo la Procura, Caminada, che vive con lei da 10 anni, minacciava di andarsene e lasciarla da solo. È vero?

«Si tratta di una menzogna. Qualche discussione c' è stata, non posso negarlo. Ma Simone non se n' è mai andato né ha minacciato di farlo».

Cosa le dà più fastidio di questa vicenda?

«Le accuse infondate a Simone e il fatto che io non possa disporre liberamente dei miei soldi. E, badi bene, non si tratta del patrimonio di Bill Gates. Ora è in mano a un amministratore di sostegno: dei 10 mila euro di pensione da docente ed eurodeputato ho accesso solo a 4 mila, in due tranche. Due anni fa per andare in vacanza mi sono indebitato: devo 40 mila euro a un amico». 

Ieri in aula il suo assistente ha portato con sé l'ormai celebre taccuino di Fidel Castro, tra i beni che dovrebbe ereditare insieme con opere d' arte e orologi.

«Il povero Fidel hanno tirato in ballo! Forse questa è la parte più grottesca di tutta la vicenda. Quel taccuino ha un valore puramente affettivo, dubito che sul mercato possa valere qualcosa».

Filippo Femia per “la Stampa” il 2 giugno 2021. «È un grande pasticcio, mi sento perseguitato». Gianni Vattimo lo ripete più volte, lanciando una richiesta d' aiuto: «Datemi una mano per fare chiarezza su questa vicenda, liberatemi da questo incubo». Pochi giorni fa l'85enne teorico del pensiero debole era sulle pagine di molti quotidiani per la pubblicazione della sua opera omnia da parte della Nave di Teseo. Lunedì è arrivata la notizia della chiusura delle indagini ai danni del suo assistente Simone Caminada, 38 anni: la procura ne ha chiesto il rinvio a giudizio perché «avrebbe approfittato della fragilità psichica del filosofo per accedere a una serie di benefici economici», come si legge nelle carte firmate dalla pm Giulia Rizzo. Ma Vattimo smentisce categoricamente: «Contro Simone non c'è alcuna prova, spero che tutto venga archiviato al più presto».

Professore, procediamo con ordine. Simone Caminada è ancora il suo assistente?

«Certamente, vive a casa mia. Questo ragazzo mi ha sempre trattato benissimo.

Ha un regolare contratto da 1.300 euro al mese e adesso è accusato ingiustamente di cose assurde».

Secondo la ricostruzione della procura avrebbe approfittato della sua generosità con «un'attività costante di pressione morale».

«Tutte palle. Qualche anno fa è stato nominato un amministratore per i miei beni, ma nessuna perizia ha mai certificato che io fossi un imbecille non in grado di intendere. Da allora non posso disporre liberamente del mio patrimonio: dei 10 mila euro di pensione da docente ed eurodeputato, ho accesso solo a 4 mila, in due tranche. Due anni fa per andare in vacanza a Sauze d' Oulx mi sono indebitato. Devo 40 mila euro a un amico».

Le carte della procura parlano di «spese ingiustificate per 60 mila euro» effettuate da Simone Caminada.

«Ma quali ingiustificate. Simone può dare conto di ogni singolo euro speso. Ricordo quella cifra: dovrebbe riferirsi al pagamento della mia operazione alla prostata».

La procura riferisce anche di una polizza assicurativa sulla vita di 415 mila euro di cui il 40% spetterebbe al suo assistente.

«Esatto, l'ho stipulata io. In totale libertà e trasparenza».

I bonifici contestati dalla Procura «superiori di 19 mila euro alla retribuzione dichiarata da Caminada»?

«Non esiste alcuna prova».

La Procura sostiene che Caminada minacciava di andarsene di casa e di lasciarla da solo. È vero?

«Non è mai successo. Qualche litigio c'è stato, non posso negarlo. Ma Simone non se n'è mai andato. Il problema è un altro».

Quale?

«Spesso davo denaro a persone vicine, che credevo amici. Simone cercava di limitare queste uscite, inimicandosi quelle persone. Le stesse che ora lo accusano e che hanno chiesto al tribunale di nominare un amministratore di sostegno. Io mi sento perseguitato».

Lei avrebbe nominato Caminada, sempre dopo sue pressioni per i pm, erede di «opere d' arte e beni di valore».

«Le uniche opere d' arte che ho in casa sono prove d' artista di Giulio Paolini: non credo che quei dipinti abbiano un grande valore di mercato».

E il taccuino di Fidel Castro, destinato anche quello al suo assistente?

«Me lo regalò il Líder Maximo: aveva scarabocchiato alcuni disegni durante un'intervista e glielo chiesi. Ha un valore affettivo, ma credo che difficilmente qualcuno lo comprerebbe».

Nessuna pressione di Caminada, dunque?

«Mai. Mi ha sempre aiutato e non è un pericolo per il mio patrimonio: tutti i miei conti bancari sono a posto. Spero che questo pasticcio si risolva in fretta».

·        Giuseppe Provenzano.

Tutti i disastri di Giuseppe Provenzano. Susanna Turco su L'Espresso il 03 agosto 2021. Il giovane vicesegretario del Pd, già ministro del Sud nel Conte Due, s’è svelato a sorpresa come un enigma. E anche nei salotti della sinistra lo si comincia a guardare con delusione. Quando ha saputo che nel Pd c’era chi l’aveva definito «aspirante capocorrente» è saltato sulla sedia protestando, fra l’altro, di avere «ben altre ambizioni» che non guidare una corrente, quale miseria. Così adesso c’è chi, sempre nel campo dem, è passato a supporre che Peppe Provenzano, vice segretario del Pd, già ministro del Sud nel governo Conte due, aspiri direttamente alla segreteria del partito democratico oggi retto da Enrico Letta. E volendo - a essere malevoli, ma si sa che il Pd è peggio di un covo di vipere - si può prendere come indizio il fatto che aspiri, di certo, anche lui, a un «nuovo partito democratico», come ha spiegato l’altro giorno alla festa di Articolo Uno, chiarendo che è ora di riunificare la sinistra che da Renzi si scisse, perché «forse le ragioni di quella divisione sono venute in parte meno», ed è ora di costruire, invece, «un messaggio nuovo di un campo nuovo» (sarebbe questo, lo diciamo per gli appassionati, il punto di caduta delle abbastanza misteriose Agorà democratiche volute da Letta). Di certo come elemento comune che lo circonfonde vi è appunto questo: l’aspirazione, del resto legittima. Provenzano aspira, e come dargli torto. L’ha colto persino Dagospia che a inizio luglio, in uno dei suoi flash intitolati «grandi manovre» (pubblicati di norma per sgambettare, più che per esaltare), esplicitava un’altra sua aspirazione: quella a correre come governatore della Sicilia al prossimo turno elettorale. Raccontandola come cosa fatta, proprio nei giorni di massimo scontro attorno al nuovo capo dei 5 Stelle, figurarsi: «Letta e Conte hannno già le idee chiare sul candidato presidente. Sarà Provenzano, che metterebbe d’accordo anche i partiti di centro». Il veleno come sempre sta nei dettagli, giacché Provenzano - che un tempo, da portaborse dell’assessore regionale Luca Bianchi, quota Bersani, fece il giro dei poteri forti dell’Isola per accreditarsi come lo studioso del futuro - è l’alfiere degli accordi con la sinistra, della riunificazione appunto, la quintessenza del partito larghissimo grillini compresi, per altri versi il volto della subalternità ai 5 Stelle (copyright l’europarlamentare franceschiana Pina Picierno). Direttamente dalla natìa sicilia (è di Milena, provincia di Caltanissetta), capibastone del Pd di vecchio conio con tipico fare da prima Repubblica, facendo notare che i politici teoretici stile Provenzano li chiamano «sucainchiostro», si chiedono tuttavia: «E chi lo vota?». È questa, va detto, la principale obiezione che si fa - da nord a sud, giovani e vecchi - a uno dei volti più nuovi e più in ascesa del Pd, benissimo inserito nel mondo che conta, mai in effetti misuratosi con le urne e con la fatica volgare di cercarsi i voti. La candidatura anzi astutamente la respinse, da orlandiano, nel 2018, in polemica coi metodi dell’allora segretario Matteo Renzi, che aveva inserito il suo nome al secondo posto dopo Daniela Cardinale, figlia dell’ex ministro Salvatore (poi vincitrice con il proporzionale). Il più giovane e il più immacolato volto che Nicola Zingaretti portò nel 2019 nel governo giallo-rosa, s’è svelato adesso però a sorpresa come un enigma - per il quale anche nei salotti-tempio della sinistra lo si comincia a guardare col sopracciglio alzato della delusione. Trentanove anni appena compiuti, figlio di un fabbro e di una maestra, laureato e dottorato al Sant’Anna di Pisa, vicedirettore dello Svimez, prediletto da una divinità del Pci migliorista come Emanuele Macaluso, in questi mesi da vice di Letta Provenzano è infatti riuscito misteriosamente a doppiare le perplessità che già l’avevano circondato per il suo operato un po’ deboluccio di ministro. Agguantando, ora, l’ultraterreno obiettivo (addirittura) di riunificare mondi che fra loro non si parlano, spesso nemmeno si conoscono, e che tuttavia su una cosa sono d’accordo: su Provenzano. Dove è passato lui, un disastro che nemmeno Attila re degli Unni. Sul punto, unanimità formidabile, tanto che renzianamente lo si potrebbe ribattezzare: vicedisastro. C’è come è noto il suo contributo nel ritiro dalla corsa in Calabria del dem designato Nicola Irto, che ha precipitato il Pd locale nel delirio e generato quasi due mesi di telenovela - gestiti a quel punto non più da Provenzano, prudentemente allontanato, ma direttamente dal responsabile enti locali Francesco Boccia; meno noto è il caos generato ad esempio in provincia di Avellino, dove la mano di Provenzano ha di fatto mandato all’aria un percorso lungo mesi per arrivare a una pacificazione interna tra i dem locali. Una situazione «paradossale e inspiegabile», ha detto la deluchiana, Rosa D’Amelio, sul Mattino, puntando il dito sul «Nazareno» e in specie proprio su Provenzano, che avrebbe «svolto un ruolo negativo»: «Quando era ministro ha già avuto atteggiamenti criticabili in occasione di una sua tappa in Irpinia, dimostrando scarso rispetto per il partito locale e per le rappresentazioni istituzionali. Su di lui ho maturato un giudizio pessimo, sotto il profilo politico». Ecco, giudizi altrettanto lusinghieri vanno collezionandosi, non solo al sud, ma anche al nord, tra Torino e la provincia veneta. E persino a Bologna, dove nonostante i sorrisi il suo apporto non è considerato scintillante. Così come al sud, nella sua Sicilia, dove appunto già si ricorda l’azione non particolarmente incisiva svolta come ministro. Pronto ad assicurare il suo intervento, ad esempio quando si trattava di garantire la prosecuzione della sospensione dei versamenti tributari, ma altrettanto incline a scaricare poi la problematica sui gruppi parlamentari dem, piuttosto che caricarsela come ministro. All’attività sul campo politico fa poi da correlato quella della convegnistica e dei social. Qui a giugno, in quindici giorni, Provenzano è ad esempio riuscito da un lato ad annunciare, durante una iniziativa organizzata da Gianni Cuperlo, la fine del capitalismo (il Foglio, che già lo chiamava «vicesegretario in quota Althusser», è passato a chiamarlo «corrente Mao»); dall’altro, ad armare via twitter lo scontro all’arma bianca contro gli economisti «ultras liberisti» Riccardo Puglisi e Carlo Stagnaro e contro Palazzo Chigi che li aveva chiamati come consulenti. «Ma aggiornare, se non le letture, le rubriche di alcuni consiglieri a Chigi?», ha scritto su twitter, come uscendo da se stesso e sdoppiandosi. Come se cioè lui stesso non fosse intrecciato mani piedi e nomine e agendine con Palazzo Chigi e gli altri centri di potere dem-istituzionali. Chi lo conosce da prima di tutto ciò, sostiene che il suo errore campale sia stato passare direttamente dallo Svimez al ministero. Perché un conto è lo Svimez, un conto è il mondo reale. Un conto i centri di ricerca, un altro i partiti. E senza la dovuta “gradualità”, dicono, «nove volte su dieci le grandi promesse finiscono come nei talent, dove, visto che l’obiettivo è appunto lo show, tutto viene consumato in nove puntate». Mao non voglia.   

·        Massimo D'Alema.

Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera il 6 novembre 2021. «Il futuro della democrazia italiana è incerto».

Massimo D’Alema, non le piace Draghi?

«Draghi sta facendo un ottimo lavoro. Sono fiducioso che si potranno conseguire i risultati auspicati. Rivolgo lo sguardo oltre l’emergenza; quando torneremo a votare e ad avere un governo espressione del voto popolare. Sento dire: qualsiasi sia l’esito, dovremo avere sempre Draghi. Esagerazioni che non sono utili, neanche a Draghi». 

I sondaggi dicono che la maggioranza degli italiani potrebbe votare a destra.

«Questo lo vedremo. A me preoccupa innanzitutto la prospettiva del sistema democratico. È sbagliato considerare il voto popolare come una minaccia. Penso che in questo stato d’eccezione una delle riforme debba riguardare proprio il sistema politico. Va ricostruito. Compresi i partiti». 

Ricostruire. Ma come?

«Il sistema non funziona. Produce ammucchiate elettorali che si scontrano in modo violento; perché una campagna in cui chi ha un voto in più controlla il Parlamento è drammatica. Non è vero che chi vince governa il Paese. Da quindici anni si fanno governi che con il voto non c’entrano nulla». 

Quale riforma vorrebbe?

«Adotterei il sistema tedesco: il proporzionale con sbarramento al 5%; la sfiducia costruttiva, che limita l’instabilità che il proporzionale può portare; il finanziamento della politica».

L’elettorato sarà entusiasta.

«Mi rendo conto di dire cose impopolari. Però, utili al Paese. In Germania si finanziano non i partiti, ma le loro fondazioni culturali, dove si forma la futura classe dirigente. Siamo in un dopoguerra; la ricostruzione passa anche attraverso i partiti. Se, invece, si pensa che il rapporto tra cittadini e istituzioni debba essere affidato a singole personalità, allora si abbia il coraggio di andare fino in fondo con il presidenzialismo; con tutti i controlli e i contrappesi necessari». 

Quasi trent’anni fa gli italiani scelsero il maggioritario, e lei era d’accordo.

«Ed è stato giusto. Si apriva una fase nuova, serviva un ricambio. Fu fatta una buona legge, che porta il nome di Mattarella. Oggi abbiamo una legge pessima. La destra fa muro contro i collegi uninominali, dobbiamo prendere atto della realtà. Il degrado del maggioritario ha avuto effetti disastrosi. Un Parlamento senza alcun rapporto con gli elettori». 

La soluzione è davvero il proporzionale, magari con le preferenze?

«Nel sistema tedesco ci sono i collegi. L’importante è che il cittadino scelga da chi vuole essere rappresentato. Oggi gli eletti non vanno sul territorio, perché si guadagnano la carica nell’ufficio o nell’anticamera del capo partito. Siamo a livelli di trasformismo mai raggiunti nella storia. Basta. È un’emergenza dal punto di vista della tenuta democratica».

Chi andrà al Quirinale?

«Una figura di garanzia. Va scelta una persona che non abbia una caratterizzazione di parte. Sarebbe utile al sistema democratico se in questa ricerca ci si orientasse verso una personalità femminile, in questo senso, non si può sottovalutare la ricchezza presente nella politica, nella cultura e nelle professioni». 

Una donna. Quindi niente Draghi?

«Il Paese ha bisogno che Draghi continui a governare. Dal Quirinale non si governa, si svolge un ruolo di garanzia. Stiamo attenti, già abbiamo inventato che i cittadini eleggevano il capo del governo. Non era vero. Non vorrei che ora inventassimo un semipresidenzialismo di fatto. Con la costituzione non si scherza, altrimenti si logora il sistema democratico». 

Draghi deve restare a Palazzo Chigi?

«Siamo a metà del guado, in un momento delicatissimo. Il Pnrr deve essere utilizzato per gettare le basi di una crescita duratura. L’Ue ci impone tempi incalzanti. E noi buttiamo tutto per aria e andiamo al voto anticipato? La destra ha un disegno: eleggiamo Draghi, paghiamo il nostro prezzo, ci legittimiamo in Europa, poi si va alle urne con questa legge e prendiamo il governo. Un disegno non positivo per il Paese». 

Ma la destra al Quirinale non vuole Berlusconi?

«Mi pare che, ormai, non ci pensi nemmeno lui».

Perché non sarebbe possibile?

«Perché Berlusconi è un leader di parte. Quando nel 2006 si fece il mio nome, fu proprio lui a dirmi che non poteva votarmi, perché ero un avversario politico. Aveva ragione». 

Il futuro della sinistra è con i 5 Stelle?

«Se oggi abbiamo la crescita, è per il modo in cui abbiamo affrontato la pandemia. Prima con Conte, poi in continuità con Draghi. Il ministro Speranza, il cui rigore ha reso possibile la ripresa, ha ricevuto attacchi gravissimi per aver difeso la salute degli italiani. Anche Conte subisce un linciaggio da parte di larga parte dell’informazione. Eppure ha svolto e svolge un compito positivo: portare un movimento di protesta alla sfida di governo e all’alleanza con la sinistra». 

Voi di Articolo Uno tornerete nel Pd?

«Si è aperto un dialogo. Apprezzo il lavoro di Letta per aprire e rinnovare il Pd. Sono un militante di base, farò quello che deciderà il compagno Speranza…».

Non mi prenda in giro.

«Bisogna ricostruire il partito democratico nel suo rapporto con il Paese. Il Pd è figlio di una stagione in cui si teorizzava che le ideologie erano finite, e servivano partiti aperti, senza strutture. Tutte queste idee erano sbagliate. Nello stesso tempo, la destra prendeva forza perché, al contrario, era ideologica e strutturata». 

Ma anche lei ha sostenuto la nascita del Partito democratico.

«C’è stato un momento in cui si scongelava la guerra fredda, era giusto liberarsi di un certo bagaglio ideologico. Ma quando il Pd è nato, tra il 2007 e il 2008, la fase dell’ottimismo sul mondo globale era già finita; cominciava la grande crisi, in cui si perdono certezze, prevale la paura. Oggi c’è una minoranza che vede la globalizzazione come opportunità, e che vota a sinistra. Ma c’è una maggioranza che vive il presente con un senso di timore. Nel mondo la destra vince perché manda forti messaggi ideologici di appartenenza, di identità, di riaffermazione delle radici etniche e religiose».

E la sinistra?

«La sinistra deve tornare ad avere un messaggio ideale, anzi direi proprio ideologico: il riscatto sociale. L’eguaglianza. Un mito progressista, da contrapporre a quello regressivo della terra e del sangue. Guardi quant’è forte la destra in America…». 

Biden non la convince?

«È suggestivo il messaggio neo-rooseveltiano incentrato sugli investimenti pubblici; che però è in contraddizione con il clima di guerra fredda instaurato verso la Cina. Un clima che può favorire il ritorno della destra a Washington». 

La Cina non sta facendo molto per evitare una nuova guerra fredda.

«Cinque anni fa, la Cina era molto più aperta. Ora si sta chiudendo. Si sente vittima di una controffensiva che colpisce i suoi interessi; e una grande potenza che si sente aggredita reagisce con una chiusura nazionalista. Anche dal punto di vista della violazione dei diritti umani stiamo ottenendo un risultato opposto». 

C’è stato il G20 a Roma.

«È stato molto ben condotto, ma dai risultati modesti. Il G20 era nato per avere al tavolo anche i cinesi e i russi; se non vengono, diventa un G7 allargato. Se da una parte cresce il boicottaggio verso le imprese cinesi e il tentativo di isolare la Cina anche militarmente con l’accordo Aukus sui sommergibili nucleari, dall’altra parte mi sembra difficile ottenere cooperazione sull’Afghanistan o un accordo sul clima. 

Non è così che funziona. Scelte difficili, come azzerare le emissioni per un Paese in piena crescita industriale, si possono avere solo in un quadro di collaborazione. Che ora non c’è. Quale interesse può avere l’Europa a spingere Cina e Russia a coalizzarsi contro l’occidente?». 

Dalla Dc a Berlinguer fino a Berlusconi, la Cina e la linea soft dei politici italiani. Filippo Ceccarelli su La Repubblica il 17 giugno 2021. Al netto degli exploit di Grillo e delle intemerate di Massimo D'Alema, tutta la Prima Repubblica e buona parte della Seconda ha avuto un atteggiamento morbido rispetto al gigante asiatico. Nel 1954, durante il suo primo viaggio, il futuro ministro degli Esteri Pietro Nenni si sentì chiedere da Mao se era vero che Mussolini era stato socialista. A Nenni piacque molto la Cina anche se, come rivelò maliziosamente Pertini, "faceva assaggiare dalla moglie i cibi prima di provarli". Il dettaglio non è ovviamente risolutivo. Ma certo alcuni anni dopo Nenni si spese molto per il riconoscimento della Cina da parte dell'Onu.

Mattia Feltri per "La Stampa" il 17 giugno 2021. Massimo D'Alema ha recapitato un video a New China Tv nella fausta circostanza dei cento anni del Partito comunista cinese a cui si devono, secondo la complessa contabilità degli storici, fra i quaranta e gli ottanta milioni di morti soltanto nella stagione del comando di Mao. Il comunismo ha fatto uscire ottocento milioni di persone dalla povertà, ha detto D'Alema col medesimo approccio costi-benefici di chi ricorda il miracolo economico di Hitler, che ereditò la Germania di Weimar sfiancata da disoccupazione e inflazione e ne fece una potenza. Mai nessun paese nella storia dell'umanità è riuscito in una tale impresa, ha aggiunto D' Alema (parlando della Cina, non della Germania) forse sedotto dall'attuale corso capitalistico del comunismo, cioè soldi e tirannia, a occhio e croce il più affine al nostro ex premier, che non per niente intrattiene felici rapporti d' affari con Pechino. Dei molti passaggi, sublime fra i sublimi è quello in cui D'Alema si rallegra di quanto fatto dalla Cina per l'ambiente (sarebbe delizioso se si riferisse a Mao quando insegnava che i cadaveri dei borghesi sono ottimi nella concimazione dei campi). Sono molto comprensivo verso l'indignazione permanente per i nostalgici del fascismo e verso la fascinazione irresistibile per i nostalgici del comunismo: da noi il fascismo ha messo in piedi una dittatura, il comunismo un'opposizione consociativa e per cui sì, mi sembra un'ovvietà insignificante e vagamente cretina quella di chi sostiene che il fascismo ha fatto anche qualcosa di buono. Volete mettere la creatività di D'Alema, secondo cui il comunismo non ha fatto niente di male? 

La Cina rispolvera D'Alema per celebrare il comunismo. Daniele Dell'Orco il 15 Giugno 2021 su Il Giornale. L'ex premier, proprio mentre Mario Draghi rafforza l'alleanza con gli Stati Uniti, viene intervistato dalla tv cinese in occasione dei 100 anni del Partito comunista. È team Cina contro team Usa. L'Italia si conferma tra i due fuochi anche dal punto di vista politico e intellettuale. C'è un'anima fortemente atlantista, quella capeggiata da Mario Draghi e uscita rafforzata dal G7 in Cornovaglia, e quella giallorossa che, sulla scia dell'ambiguità del governo Conte II, continua con gli ammiccamenti nei confronti di Pechino. Draghi, forte di una intesa praticamente totale con la nuova amministrazione Biden, ha detto che l'obiettivo dell'alleanza atlantica sarà quello di "affrontare tutti coloro che non condividono i nostri stessi valori e il nostro attaccamento all'ordine internazionale basato sulle regole" e che sono "una minaccia per le nostre democrazie". In più, ha intenzione di rimettere mano al memorandum con cui l'Italia ha aderito alla Via della Seta nel 2019, quando tra i vertici del Movimento 5 Stelle e il regime di Xi Jinping l'intesa era fortissima. Il Ministro degli Esteri che firmò il memorandum è lo stesso di adesso, Luigi Di Maio, che sembra essersi "riconvertito" in chiave filo-occidentale, approccio indispensabile per mantenere la poltrona anche con Draghi. A fatica, però, il premier è riuscito a costringere Giuseppe Conte a rinunciare alla visita organizzata da Beppe Grillo all'ambasciatore cinese a Roma. Segno evidente che l'estro grillino pro-Dragone disturba non poco Palazzo Chigi. Dalla Cina, allora, hanno deciso di rispolverare i pezzi da novanta nostrani. Per celebrare la "gloria" del comunismo cinese, che quest'anno festeggia cento anni, New China Tv ha intervistato Massimo D'Alema, che ha scelto il momento meno adatto della storia recente per elogiare gli "straordinari" progressi compiuti dal Paese. L'intervista, rilanciata su Twitter dalla portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying, mostra l'ex premier proteso verso il sogno di una "collaborazione" tra Oriente e Occidente. Un sogno da marziani, viste le conclusioni del G7. Ma pur di non abbandonare la propria vocazione comunista, D'Alema continua a fare ciò che gli riesce meglio: vivere distaccato dalla realtà. Subito dopo aver rievocato la sua visita a Pechino nel 1978, al tempo in cui era segretario dei giovani comunisti italiani, il proletario col panfilo ha elogiato "lo straordinario salto verso la modernità e il progresso" compiuto dalla Cina, che ha "fatto uscire almeno 800 milioni di persone dalla povertà. È un risultato straordinario. Mai nessun Paese nella storia dell'umanità - sostiene - è riuscito a realizzare una così immensa trasformazione della vita delle persone". Insomma, dichiarazioni pregne di una retorica simile a quella mostrata da Matteo Renzi al cospetto del principe saudita Bin Salman. I politici di sinistra, piccoli tra i grandi, non si smentiscono. Come non smentiscono la tendenza a mistificare la realtà. Renzi parlava di "Rinascimento" ospite di un Paese che non rispetta i diritti umani più basilari, D'Alema parla di una "forte collaborazione internazionale" con la Cina per risolvere problemi come la ripresa economica e i cambiamenti climatici. Problemi, cioè, per lo più creati dalla Cina stessa, tra i Paesi più inquinanti al mondo e allo stesso tempo capace di distruggere un intero mercato del lavoro a livello globale con aziende che operano in regime di semi-schiavitù, con prodotti di livello spazzatura che invadono i nostri mercati e con l'arte del plagio che crea seri problemi di concorrenza sleale per le eccellenze occidentali. Ma siccome per D'Alema è già tempo di vacanze, avrà modo di rifletterci meglio sul suo 18 metri.

Daniele Dell'Orco. Daniele Dell’Orco è nato ad Alatri nel 1989. Giornalista pubblicista, è laureato in Scienze della comunicazione presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”. Ha conseguito il Master in giornalismo Eidos e ha perfezionato gli studi presso la Cuny University di New York. Ha diretto la rivista trimestrale cartacea Nazione Futura.

Maurizio Tortorella per "La Verità" il 17 giugno 2021. I filocinesi d'Italia? Sono tanti e potenti, e stanno tutti venendo fuori. Dopo tre anni in cui i due governi a maggioranza grillina guidati da Giuseppe Conte hanno stretto una rete di legami tra Roma e Pechino, ora il governo di Mario Draghi cerca d'imporre un'inversione di marcia. Draghi spinge per riportare il Paese in una collocazione più lontana dal regime di Pechino, schierandolo in quel fronte occidentale che vede l'aggressività della Cina come minaccia per la libertà globale. Come insegna la fisica, però, ogni spinta provoca controspinte. Così la pressione di Draghi ha costretto gli amici di Xi Jinping a esporsi, e se ne sono schierati alcuni di peso. Il primo è stato Beppe Grillo, che con la sua verve da provocatore è corso a far la riverenza all'ambasciatore cinese Li Junhua proprio mentre il G7 era al culmine, e poi ha usato il suo blog per negare la pulizia etnica che da anni Pechino conduce contro la minoranza islamica di 10 milioni di Uiguri, e per criticare la «propaganda atlantista» che lancia sospetti più che ragionevoli sui laboratori cinesi come origine della pandemia di Covid. Nelle stesse ore, Massimo D'Alema s'è fatto intervistare da New China Tv ed è riuscito nell'impresa di appuntare al petto del dittatore Xi Jinping - e dei suoi predecessori fino a Mao Zedong - un'improbabile medaglia umanitaria: «Credo che la cosa più importante che la Cina è riuscita a fare è togliere almeno 800 milioni di persone dalla povertà». Questo ha dichiarato l'ex presidente del Consiglio, nonché primo premier postcomunista d'Italia, dimenticando milioni di oppositori morti o reclusi nei campi di concentramento cinesi, e tutti gli altri orrori di uno dei più sanguinari totalitarismi della storia. Poi D'Alema ha aggiunto, ammirato: «Nessuno nella storia dell'umanità era riuscito a realizzare una così immensa trasformazione». Si parla di trasformazioni (meglio, di trasformismo) ed ecco viene in mente un altro grande filocinese: e cioè Conte, l'ex presidente del Consiglio che nella primavera 2019 per primo in Europa ha messo la firma sotto i protocolli con cui Xi Jinping spinge per la creazione di un ponte infrastrutturale tra Pechino e il Vecchio Continente. Il giorno in cui Grillo è andato a fare la riverenza all'ambasciatore cinese, Conte doveva essere con lui, ma aveva percepito il rischio di una polemica e s'era tirato indietro. Resta il fatto che per tutto il 2020, sotto Conte, Palazzo Chigi ha celebrato un'ininterrotta apoteosi della Cina come salvifico fornitore di mascherine e di respiratori. Peccato sia scoperto che le mascherine made in China erano per metà farlocche e che i respiratori, di cui guarda caso proprio D'Alema aveva spinto l'acquisto attraverso l'amico supercommissario Domenico Arcuri, non funzionassero. Sono questi i grandi filocinesi di oggi. Cui si aggiunge qualche esponente nei media, come Marco Travaglio che giorni fa, per difendere Grillo, ha scritto che «basta leggere i numeri dell'economia per capire che l'Italia può fare a meno più degli Stati Uniti che dalla Cina». Di certo non è il solo giornalista ad aver scoperto inclinazioni filopechinesi, se si pensa alla quantità di accordi siglati due anni fa tra Cina e Italia nella tv e nella carta stampata sotto l'attenta regia di Vito Crimi, allora sottosegretario grillino alla presidenza del Consiglio con delega all'editoria: nell'elenco c'erano l'Ansa, l'Agi, il Sole 24 Ore, la Rai. Certo, dietro e prima di tutto questo c'è una lunga marcia, più lunga ancora di quella del compagno Mao. Una marcia iniziata poco prima del 2000, quando Romano Prodi stava per concludere la sua missione da presidente dell'Ue. È da allora che Prodi dice che Pechino abbia realizzato «un comunismo sui generis in cui conta la meritocrazia», ed evidentemente è un modello che gli piace. Per questo può dirsi l'alfiere della via italiana alla Cina o, per chi la vede nell'altro modo, dell'invasione cinese dell'Italia. Prodi ha lavorato per quell' obiettivo anche da capo dei governi dell'Ulivo, ed è questa forse la sola cosa (con l'antiberlusconismo) che lo vede d'accordo con D'Alema. Ancora un anno fa, del resto, era Prodi a premere perché il governo Conte accelerasse sugli accordi con la Cina per il 5G, la tecnologia per le telecomunicazioni che oggi si teme sia il «cavallo di Troia» tecnologico con cui colossi come Huawei potrebbero regalare una messe di dati strategici al governo di Pechino. Anni fa era stato l'ex ministro prodiano dei Lavori pubblici Paolo Costa, nonché ex presidente dell'Autorità portuale di Venezia, ad aprire i porti italiani all'occupazione cinese. A spendersi per le intese con la Cina sulla Via della seta, nel 2019, è stato un altro filocinese di peso: l'economista Michele Geraci, allora sottosegretario allo Sviluppo economico per la Lega, ma che il capo dello Stato Sergio Mattarella nel 2015 aveva nominato Cavaliere dell'Ordine della stella d'Italia per le sue attività tese a creare un «ponte culturale» verso la Cina. Due anni fa è stato Geraci ad adoperarsi per la strana visita di Xi Jinping a a Palermo, la città di Mattarella, che a sua volta ha accolto il presidente cinese al Quirinale con una cerimonia dei corazzieri a cavallo, solennità che non aveva riservato ad esempio a Donald Trump. La stessa deferenza filocinese ha mostrato fin dall'inizio del suo pontificato papa Francesco. Nel 2020 il suo Vaticano ha rinnovato un accordo che ha dato al Partito comunista cinese il diritto di nominare il capo della Chiesa nella Repubblica popolare. A nulla sono servite le proteste di Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, il quale un anno fa prediceva che l'accordo avrebbe «ucciso la Chiesa in Cina». Da allora, gli arresti di religiosi sono continui. In maggio un vescovo, sette sacerdoti e dieci seminaristi sono stati fermati e costretti alla «rieducazione politica». La Chiesa non ha detto una parola. Da questo punto di vista, forse il filocinese più potente d'Italia sta in Vaticano e si chiama Jorge Bergoglio.

Tommaso Labate per "7 – Sette" - corriere.it il 27 maggio 2021. Questa intervista di Tommaso Labate a Massimo D’Alema sarà pubblicata nel numero 22 di «7», con il quale il magazine del Corriere della Sera si presenta in edicola — venerdì 28 maggio — in una veste grafica totalmente rinnovata e con nuove inchieste, servizi e rubriche. La anticipiamo per i lettori di Corriere.it, dandovi appuntamento per scoprire il nuovo 7 in edicola domani. Buona lettura

«Forse è stata colpa mia», dice a un certo punto Massimo D’Alema quando l’intervista arriva al tasto più dolente, e cioè a quella grande distanza tra il come D’Alema dice di essere e il come lo vedono gli altri, tra l’immagine riflessa allo specchio e quel gigantesco percepito di una parte dell’opinione pubblica che in mille momenti del suo mezzo secolo in politica – presidente della Federazione dei Giovani Comunisti, direttore dell’Unità, segretario e poi presidente dei Democratici di Sinistra, presidente del Consiglio, ministro degli Esteri – l’ha messo su un banco degli imputati o chiamato in correità. Le ultime, di chiamate in correità, arrivano a riguardare persino presunti interessi in traffici di ventilatori cinesi durante pandemia («Ho tutto documentato, legga qui: i ventilatori funzionavano e il nostro governo li ha pagati anche poco») e la retribuzione da presidente della Fondazione dei socialisti europei («Sono vittima di un attacco meschino»). Scompare anche il «forse» della prima frase, quando l’intervista è finita. «È stata colpa mia. O anche mia. Non mi sono mai preoccupato troppo della mia popolarità e in questo ho sbagliato. L’aver lasciato che venisse veicolata un’immagine così sbagliata della mia persona, arricchita spesso da menzogne, è stata una colpa. Snobismo, noncuranza, in certi casi sottovalutazione. Sono colpe». Non ci si arriva subito, a quest’ammissione. La prima chiave che scardina la barriera che D’Alema mette tra sé e il taccuino del giornalista è José Mourinho. Il prossimo allenatore della sua squadra del cuore.

È felice dell’arrivo di Mourinho?

«Sono contento. Per due ragioni. La prima è che per un ambiente come quello della Roma servono un carattere forte e una personalità spiccata. Mourinho le ha entrambe. Come le avevano, in modo diverso, anche Nils Liedholm e Fabio Capello, che infatti hanno vinto lo scudetto. La seconda è che questa proprietà americana (i Friedkin, ndr) ha dimostrato di voler puntare in alto. Non era scontato».

Di Mourinho i detrattori dicono le stesse cose che i suoi detrattori dicono di lei. La prima: è antipatico.

«Capita a volte che siano i “fresconi” a definire antipatici quelli più intelligenti».

La seconda: è una vecchia gloria che da un certo punto in poi ha collezionato solo sconfitte.

«I combattenti possono vincere o perdere. Solo gli ignavi non perdono mai».

La storia di questi cinquemila euro netti al mese per un lavoro in esclusiva che svolgeva da presidente della Fondazione dei socialisti europei, contestati dall’attuale vertice, l’ha fatta imbufalire.

«Si sbaglia. Non sono arrabbiato. Sono dispiaciuto e amareggiato da questa iniziativa folle. La meschinità umana non provoca arrabbiature. Provoca amarezza e dispiaceri. Sa, le ho provate tante volte queste sensazioni. Faccio politica da cinquant’anni: se anche solo il dieci percento delle accuse che mi hanno rivolto si fosse rivelato fondato, a quest’ora sarei all’ergastolo. Secondo una vecchia barzelletta che si raccontava in Unione Sovietica, uno che non ha fatto nulla merita una pena di massimo cinque anni. A me è andata anche meglio che al tipo della barzelletta: non solo sono incensurato ma ho anche vinto tantissime cause per diffamazione».

Guardandosi indietro, qual è stata la scelta che le ha messo più paura?

«La guerra».

L’intervento in Kosovo?

«Sì, scelta fatta da presidente del Consiglio. L’ho vissuta con grande angoscia, anche personale. Di quelle angosce che ti impediscono di prendere sonno la notte. Sono stato pieno di dubbi, fino al giorno prima».

Si è mai pentito?

«Dopo? Mai. Quella guerra pose fine a dieci anni di guerra civile nella ex Jugoslavia, fu la pietra su un genocidio, su atrocità indicibili. Quella guerra fu la fine di una guerra, non l’inizio».

Si è mai chiesto il perché della sua antipatia, diciamo così, percepita?

«Diciamo che ci ho messo del mio. Di fronte a una battuta sarcastica non ho mai resistito. E la gente non ama particolarmente l’essere oggetto di battute. Va anche precisato che tanti di quelli che pensavano fossi antipatico, conoscendomi personalmente, hanno poi cambiato idea. Non tutti. Ma tanti».

Le capita di piangere?

«Sì. Non spesso. Però mi capita. Ora non saprei quantificarle il numero di volte che è successo negli ultimi anni ma è capitato. Con l’avanzare dell’età succede più di frequente. Ma questo credo che lei possa immaginarlo, è abbastanza comune».

Certo che sì.

«Forse però ho sbagliato a dirlo. Non vorrei che si facesse l’idea che piango più volte di quelle che in realtà piango davvero».

Ci sono politici che non trattengono le lacrime. Se lo ricorda Berlusconi di fronte ai profughi albanesi, no?

«Le racconto questa cosa. Alla fine degli Anni Novanta, c’erano due bambine che erano state rapite dal loro padre naturale, portate a Tripoli e poi sottratte di nuovo alle loro mamme, che avevano avviato una disperata e coraggiosa campagna per riaverle. Le due donne avevano ottenuto l’affidamento ma non avevano il permesso per tornare in Italia. Una storia drammatica».

E poi?

«Durante una visita di Stato in Libia chiedo a Gheddafi di liberarle e di consentire che tornassero con me. Può immaginare quanti miei colleghi sarebbero scesi dalla scaletta dell’aereo tenendo per mano le due bambine di fronte a fotografi e telecamere. Sono quelli che normalmente i giornali considerano simpatici».

E invece che cosa successe?

«Una delle due donne però non voleva essere ripresa: feci atterrare l’aereo a un lato della pista e arrivare una macchina con i vetri oscurati che prelevò le donne e le figlie senza che venissero viste dai fotografi. Io scesi da solo. È sempre stata una questione di pudore. Pudore per i miei sentimenti, certo; ma anche per quelli degli altri. Mi sono preoccupato più di questo che non della mia popolarità».

Per le bambine liberate non la ricorda nessuno. Per le scarpe fatte a mano che valevano milioni di lire sì.

«Guardi queste scarpe (D’Alema mostra le scarpe con un marchio molto visibile, ndr). Questo è il tipo di scarpe che uso, belle comode. Costeranno, che ne so, centocinquanta/duecento euro? Mia figlia lavora presso l’azienda che le produce, le ho prese col suo sconto dipendenti».

La storia di quelle artigianali che indossava negli Anni Novanta le è rimasta appiccicata come un chewing-gum. La gente se la ricorda ancora. L’ex comunista con le scarpe fatte a mano.

«Me le aveva regalate un artigiano calabrese, di tasca mia non le avrei mai comprate. Una sera vado a cena a casa di Alfredo Reichlin e il suo cane, decisamente malmostoso, le mordeva. Dissi ad alta voce a Reichlin di richiamare all’ordine il cane perché stava mordendo scarpe “che costano un sacco di soldi”. E qualcuno dei presenti lo raccontò ai giornalisti. La mia, però, non era la vanteria di quello che spende tantissimi soldi in scarpe artigianali. Era semmai il grido di dolore di un poveraccio, che di fronte a quel cane correva il rischio di rovinare l’unico paio di scarpe di valore che possedeva. Che poi fu l’esatto contrario di come venne percepita la faccenda».

Le rinfacciano di aver accusato Bettino Craxi di essersi arricchito con la politica.

«Frase mai detta e mai pensata. Quando Craxi ricevette il primo avviso di garanzia fui l’unico suo avversario a rispondere, a precisa domanda di un giornalista, che non si doveva dimettere per quello. L’ho combattuto politicamente ma non ho mai partecipato al linciaggio moralistico-giudiziario. E le garantisco che, nel 1993, non era un pensiero che andava molto di moda».

Le capita di sentire Berlusconi?

«Mai. L’ultima volta è stato nel 2015, prima dell’elezione del presidente della Repubblica. Mi chiese se pensassi che quella di Giuliano Amato era una buona scelta e io risposi che lo era».

Vi date del tu?

«No, del lei. Ma lui mi chiama col nome di battesimo. Tipo “guardi, Massimo”. Nel Pci succedeva il contrario. Ci si dava del tu ma chiamandosi per cognome».

Ci racconti un “guardi, Massimo” riservato.

«Nel 2006 fui il primo candidato al Quirinale del centrosinistra. Berlusconi mi telefonò per dirmi che Forza Italia non poteva sostenermi perché per il loro elettorato ero considerato l’avversario numero uno. Gli chiesi scherzando di ripeterlo in pubblico, visto che per una certa stampa ero l’uomo dell’inciucio. Fu molto cortese. Dopo aver parlato con lui, chiamai Fassino e decidemmo di convincere Giorgio Napolitano a candidarsi».

La cosa che non rifarebbe?

«La prima che mi viene in mente è l’aver accettato di fare il presidente del Consiglio dopo che Bertinotti aveva fatto cadere il governo Prodi. A conti fatti fu un errore. Non so se per il Paese, per me personalmente sì. Io spingevo perché nascesse un governo Ciampi ma non c’erano le condizioni. Avrei dovuto insistere di più».

Si è dimesso dopo aver perso le Regionali un anno e mezzo dopo. Un azzardo.

«La sera di quelle elezioni sono andato a letto a mezzanotte, dopo i primi risultati Dissi a mia moglie “vado a dormire perché domani devo andare al Quirinale a dimettermi”. Dormii benissimo».

Ha rinunciato alla barca a vela per produrre vino. Pentito?

«Sono una persona tutto sommato normale, anche se guadagno bene. Quando voglio andare in barca, adesso, la affitto».

Strano che di lei non si sappia nemmeno la musica che ascolta.

«Soprattutto classica. Un’eredità di mio papà, che aveva studiato fagotto al Conservatorio. E poi certo, i cantautori italiani. Mia moglie in questi giorni è disperata per la morte di Franco Battiato, che piaceva anche a me. Con Dalla mi è capitato di avere anche lunghe conversazioni, persona di un’intelligenza raffinata, amico e ammiratore di Bettino Craxi. Ho sempre apprezzato tanto De Gregori, che ho frequentato per parecchio tempo, e pure Venditti. Ma il cantautore che ho sempre sentito più affine alla mia personalità l’ho visto dal vivo solo di sfuggita».

Chi è?

«Paolo Conte».

Aldo Grasso per il “Corriere della Sera” il 16 maggio 2021. Com' è noto, la Feps, l'ente che racchiude le fondazioni progressiste europee, ha chiesto a Massimo D'Alema di restituire oltre 500 mila euro: intascati illegittimamente, secondo i vertici dell'organizzazione. Senza entrare nel merito della questione (ci penseranno i tribunali), nella difesa dell'ex leader dei Ds ed ex presidente della Feps c'è una frase che merita attenzione: «Sono stato pagato meno del valore delle mie prestazioni». Niente conti della serva, ma solo un po' di chiarezza: D'Alema prendeva 10.000 euro lordi al mese per conferenze e attività politica: «Nel 2016 andai a Città del Messico, Bruxelles, Teheran, Washington Sei interventi nei primi tre mesi del 2016, 25 in tutto l'anno. Ho lavorato moltissimo». Diamogli credito. Visto da una parte, il compenso di D'Alema è il gesto dell'ultimo comunista (valgo di più ma lo faccio per il bene dell'umanità). Visto dall'altra, è il gesto di un neo-liberista un po' inesperto (incapace di monetizzare il suo valore di scambio). Visto da noi: D'Alema è un neo-imprenditore vitivinicolo, come Al Bano e Bruno Vespa. Dicono che il suo sia un vino «de-territorializzato» e «politicamente corretto», qualunque cosa significhi. Possiamo pagare le sue bottiglie (ordine minimo 250 euro) meno del loro valore d'uso? Così, tanto per degustare insieme quel che resta del comunismo.

D'Alema spa: tutti gli affari del Baffo d'oro. Giuseppe Marino il 15 Maggio 2021 su Il Giornale. Non avendo problemi di sottovalutazione del proprio ego, Massimo D'Alema ha incaricato una società di valutarlo come uomo d'affari. Non avendo problemi di sottovalutazione del proprio ego, Massimo D'Alema ha incaricato una società di valutarlo come uomo d'affari. La perizia servirà nella causa per un compenso da 500mila euro che la Fondazione dei socialisti europei ritiene non gli fosse dovuto. Il lider Maximo non si scompone: «Mi hanno pagato meno del valore delle mie prestazioni». E a Repubblica assicura: «Da quando non presiedo la Feps guadagno molto di più». A quel che risulta al Giornale, ha ragione. Lui che accusa la sinistra di «aver smesso di essere diffidenti e critici nei confronti del capitalismo», da quando si occupa di affari di capitali ne ha incassati parecchi. «Eppure - dice uno dei tanti suoi vecchi ex amici -, di business Massimo ci capiva poco. Arrancava con il mutuo quando ha dovuto comprarsi la casa dopo Affittopoli». Altri tempi. Poi D'Alema ha trovato l'America in Cina. A differenza degli imberbi grillini, però, lui sulla Via della seta ci cammina da quarant'anni. Agli albori degli anni 80, un ventennio dopo Le divergenze tra il compagno Togliatti e noi, famoso pamphlet che sancì la rottura tra Pechino e il Pci, una delegazione di giovani comunisti fu la prima a sbarcare in Cina per ricucire i rapporti dopo la morte del Grande Timoniere. Ne faceva parte un giovane Massimo D'Alema che, fin da allora, rimase folgorato. E di strada ne ha percorsa parecchia sull'amata Via della seta. Da premier si diceva che a Palazzo Chigi avesse creato «la prima merchant bank che non parla inglese», ma i veri affari li ha fatti dopo, diventando presidente dell'advisory board di Ernst & Young Italia, già partner della Fondazione Italianieuropei di cui D'Alema è stato presidente. L'incarico per Ey gli frutterebbe 300mila euro, ben di più dei 120mila annui della Feps. C'è di che compensare il taglio dei vitalizi imposto nel 2018 da Roberto Fico: il suo emolumento si è ridotto da 9630 a 7600 euro lordi mensili. La passione per la politica però è rimasta: D'Alema è stato tra i più accesi fautori del governo Conte. E la cosa gli ha portato fortuna: nel 2019 il fiorire della sua attività di lobbista internazionale lo spinge a fondare e amministrare la DL & M Advisor SrL, sede a Roma, capitale sociale di soli 500 euro ma ricavi non disprezzabili già dal primo anno: 172mila euro, con un piccolo utile di 27.594. Va ancora meglio la società fondata nel ternano con il noto enologo Roberto Cotarella: 483.354 euro di ricavi e 172mila di utile, quasi tutto frutto dell'export di vini. Su quale mercato? Ma è ovvio: la Cina. Non a caso la società si chiama Silk road wines SrL. La caduta dell'avvocato del popolo pare invece aver innescato una spirale negativa, a partire dall'affondo della Feps che fa tremare di sdegno il famoso baffino: «È una vendetta politica». Ma non solo: D'Alema ha perso anche la docenza alla Link university dopo che è stata rilevata dalla famiglia Polidori (quelli del Cepu). E poi i libri: il suo ultimo tomo, Grande è la confusione sotto il cielo, cita Mao Zedong nel titolo non è al topo per vendite. E poi il caso dei ventilatori polmonari acquistati dalla Protezione civile il 13 marzo 2020 e poi risultati non a norma. Ora sono al centro di un'inchiesta che dipinge D'Alema come mediatore, in qualità di presidente onorario della Silk road alliance, ente che controlla il fornitore dei ventilatori, e nel cui «steering committee» il lider Maximo siede al fianco di ex ministri cinesi, l'ex presidente ucraino Viktor Yuschenko e perfino un membro della famiglia reale thailandese. Un paradosso: proprio ora che in Italia governano i Draghi, la carriera di D'Alema non fila più sulla seta. 

Massimo D'Alema, l'accusa dei socialisti europei: "Ci deve mezzo milione di euro", battaglia in tribunale. Libero Quotidiano il 13 maggio 2021. "Massimo D'Alema deve restituire 500mila euro": questo quanto sostiene la Feps, Fondazione degli studi progressisti anche detta Fondazione dei Socialisti europei, che ha avviato una causa giudiziaria nei suoi confronti. L'oggetto della causa prevede la restituzione da parte di D'Alema di mezzo milione di euro alla fondazione. Secondo la ricostruzione de la Repubblica, la somma di denaro sarebbe stata intascata in modo illegittimo dall'ex segretario dei Ds. Il segretario generale dell'Associazione, Laszlo Andor ha annunciato di aver "presentato l'azione legale venerdì scorso". D'Alema però non ci sta e controbatte: "Iniziativa immotivata. Andremo in giudizio e poi sarò io a chiedere i danni. Di certo è una vicenda che davvero mi amareggia". Eletto presidente della Fondazione nel giugno del 2010, D'Alema ha ricoperto la carica fino al 2013 senza ottenere nessuna remunerazione. Lo stesso percorso quindi dei suoi predecessori e del suo attuale successore, Maria Joao Rodrigues. Tuttavia, le cose avrebbero preso una piega diversa nel momento in cui D'Alema ha terminato l'incarico di parlamentare nel 2013. Da lì in poi, fino al 2017, anno in cui l'ex leader dei Ds ha lasciato la Fondazione per uno scontro con l'allora segretario del Pd Matteo Renzi, le cose sarebbero cambiate. D'Alema avrebbe sottoscritto, insieme al Segretario Generale della Fondazione Ernst Stettern, un contratto da 120mila euro l'anno. Il problema è che la Feps è registrata in Belgio come associazione senza scopo di lucro. Ma le magagne non finiscono qui. Infatti, di questo contratto non sarebbe stato a conoscenza nessuno al di fuori di D'Alema e Stettern. Difficile che gli organi istituzionali della fondazione se ne rendessero conto dato che, stando all'inchiesta di Repubblica, i pagamenti non sarebbero avvenuti per via digitale e il contratto sarebbe stato attentamente custodito e mai mostrato. Una volta terminato l'incarico di Stettern come segretario generale, le cose però hanno preso una piega diversa. Il subentrante Laszlo Andor, economista ungherese, sapeva che il Parlamento europeo avrebbe fatto richiesta di controllo sui bilanci della fondazione. Così, Andor ha iniziato a indagare sui flussi finanziari del Feps, in modo da continuare a garantire i sostanziosi finanziamenti pubblici provenienti da Strasburgo. Viene così avviato un audit interno e il dossier passa quindi ad un meccanismo esterno di verifica. Il risultato è sconcertante: nel 2017, anno in cui D'Alema lascia il posto di Presidente del Feps, vi sarebbe un sostanzioso e anomalo risparmio nel costo del lavoro. Si decide quindi di approfondire la questione ed ecco che emerge il contratto segreto tra D'Alema e Stettern. La nuova dirigenza, preoccupata di non ricevere più i necessari finanziamenti europei, contatta l'ex leader diessino per chiedere indietro il mezzo milione che si era intascato. La risposta di D'Alema è però contrariata: "Lui (Ernst Stettner ndr.) aveva proposto di pagare le mie prestazioni intellettuali. Che ho fatto valutare da una società ad hoc: valgono di più di quel che mi hanno dato. E alla Feps ho anche regalato un libro senza pagare i diritti". Il 30 marzo si riunisce quindi l'Assemblea per deliberare sulla questione. La votazione non lascia strada alternativa se non quella di una causa civile. 25 fondazioni socialisti europee, di cui 4 italiane, hanno espresso 23 voti favorevoli al procedimento e 2 astenuti. L'incartamento è stato depositato venerdì 7 maggio presso il tribunale di Bruxelles. Si attendono ora gli sviluppi.

D'Alema nei guai: "Deve restituire 500mila euro". Alessandro Imperiali il 13 Maggio 2021 su Il Giornale. Massimo D'Alema è accusato dalla Feps, Fondazione degli studi progressisti, di aver preso illegittimamente 500mila euro quando era presidente dell'Associazione. "Massimo D'Alema deve restituire 500mila euro". Questo è ciò che sostiene la Feps, la Fondazione degli studi progressisti anche detta Fondazione dei Socialisti europei, che ha intentato una causa giudiziaria nei suoi confronti. Questa ha come oggetto la restituzione di mezzo milione di euro. I vertici della Feps, stando alla ricostruzione di Repubblica, ritengono che questa somma di denaro sia stata intascata illegittimamente. Laszlo Andor, segretario generale dell'Associazione, spiega: "Abbiamo presentato l'azione legale venerdì scorso". L'ex segretario dei Ds ha controbattuto affermando: "Iniziativa immotivata. Andremo in giudizio e poi sarò io a chiedere i danni. Di certo è una vicenda che davvero mi amareggia".

La vicenda. D'Alema viene eletto presidente della Fondazione nel giugno del 2010 e fino al 2013 ricopre quella carica senza alcuna remunerazione. Nulla di strano dal momento che tutti i suoi predecessori avevano fatto lo stesso e si comporta alla stessa maniera anche l'attuale successore, Maria Joao Rodrigues. Tutto, però, cambierebbe quando D'Alema non è più parlamentare, nel 2013. Da quel momento, fino al 2017, anno in cui l'ex leader diessino abbandona la Fondazione a causa di uno scontro con Matteo Renzi, allora segretario del Pd, ci sarebbe una novità: un contratto da 120mila euro l'anno. Quest'ultimo sarebbe stato siglato insieme al tedesco Ernst Stettern, Segretario Generale della Fondazione. Il grande problema risiede nel fatto che la Feps è registrata in Belgio come associazione senza scopo di lucro ma soprattutto che di quel contratto non sarebbe stato detto niente a nessuno. Organismi dirigenti, Assemblea e Bureau, ossia il Consiglio di amministrazione, ne sono completamente all'oscuro. Seconda la ricostruzione di Repubblica, è anche difficile che ne accorgano dal momento che i pagamenti non sarebbero stati effettuati con i canali digitali e il documento sarebbe stato gelosamente custodito e mai mostrato. Sarebbe saltato tutto quando Stetter ha terminato il mandato come segretario generale e a lui è subentrato l'economista ungherese Laszlo Andor, il quale già sa che in breve tempo il Parlamento europeo avrebbe richiesto un controllo sui bilanci. Per questo motivo, Andor avrebbe cominciato ad indagare per permettere alla fondazione di continuare a ricevere i sostanziosi sostegni da Strasburgo che, è bene ricordarlo, sono finanziamenti pubblici. Viene, dunque, portato avanti un audit interno e il dossier passa ad un meccanismo esterno di verifica. C'è un incredibile risultato: nel 2017, l'anno in cui D'Alema abbandona il suo ruolo di Presidente del Feps, vi sarebbe stato un notevole risparmio nel costo del lavoro. Il fatto che non ci siano stati licenziamenti fa infittire il caso e l'indagine viene approfondita. Esce fuori il contratto intercorso tra D'Alema e Stettern. Immediata la reazione della nuova dirigenza la quale contatta incessantemente l'ex presidente per fare in modo che quei soldi tornino alla fondazione così da poter rassicurare il Parlamento europeo. Ma soprattutto per avere la possibilità di continuare a ricevere i finanziamenti, senza i quali la Feps avrebbe una vita molto complicata. D'Alema, però, risponde contrariato. La Feps, a questo punto, fa presente l'obbligo si sottoporre il contratto al Bureau e all'Assemblea. "Non è vero che doveva passare all'esame del Bureau. Non hanno nemmeno voluto ascoltare il segretario dell'epoca, Stetter" - la risposta di D'Alema -. Lui aveva proposto di pagare le mie prestazioni intellettuali. Che ho fatto valutare da una società ad hoc: valgono di più di quel che mi hanno dato. E alla Feps ho anche regalato un libro senza pagare i diritti". Arriva, dunque, il 30 marzo, giorno in cui si riunisce l'Assemblea per deliberare a riguardo e, nonostante la volontà di tenere interna una notizia simile, si arriva alla conclusione che non c'è altra strada se non la causa civile. D'Alema ha continuato a difendersi ribadendo la sua buona fede ma soprattutto la legittimità dei suoi comportamenti. La votazione, però, alla quale partecipano 25 fondazioni socialiste europee di cui 4 italiane (Fondazione Socialismo, Fondazione Gramsci, Fondazione Pietro Nenni e Fondazione ItalianiEuropei) si è risolta con 23 voti favorevoli al procedimento e 2 astenuti. L'incartamento è stato depositato venerdì 7 maggio presso il tribunale civile di Bruxelles. Il Segretario generale in carica ancora spera, nonostante l'avvio della causa legale, che si arrivi ad una soluzione amichevole.

Alessandro Imperiali per ilgiornale.it il 14 maggio 2021. Massimo D'Alema è stato accusato dalla Feps, la Fondazione dei Socialisti europei, di aver preso illegittimamente 500mila euro. Dopo una votazione interna a cui hanno partecipato le 25 fondazioni socialiste che fanno capo alla Feps, l'organizzazione ha deciso di intentare la causa civile. Sono diversi i problemi della vicenda, infatti, da come è stata ricostruita: nessun Presidente, prima e dopo D'Alema è mai stato retribuito, poi, i pagamenti non sarebbero mai avvenuti attraverso canali digitali e, infine, il contratto dell'ex leader dei Ds sembra che non sia mai stato presentato all'Assemblea, l'unico organo con le capacità di regolamentarlo. Restava piuttosto un tacito accordo tra l'allora segretario generale Ernst Stettern e D'Alema. Quest'ultimo però, in un'intervista su Repubblica, ha rispedito al mittente tutte le accuse affermando di essere vittima di una "vendetta politica". La Presidenza Feps, con lui a capo, è durata 7 anni: dal 2010 al 2017. I primi 3 anni sono stati svolti gratuitamente perchè l'ex segretario Ds riceveva già lo stipendio parlamentare ma con la fine della legislatura le cose sono cambiate. "Dopo l’uscita dal Parlamento avevo molte offerte di lavoro. In particolare da una società inglese che organizza eventi internazionali, Chartwell, che mi offriva quattro volte quello che poi ho preso dalla Fondazione" - le parole di D'Alema - "Il segretario generale Ernst Stetter mi propose di concentrare tutto il mio impegno sul lavoro della Fondazione, proponendomi un contratto che prevedeva anche una clausola di esclusività, per remunerare le mie prestazioni che andavano al di là della mia normale attività di presidente". Questo perché non era intenzione del segretario generale di "creare un precedente di uno stipendio pagato per il ruolo". Retribuzione pari a "5mila euro netti al mese" e, inoltre, "il contratto è stato fatto secondo le procedure regolarmente eseguite per tutti i contratti e regolarmente protocollato". Contrariamente a quanto affermato dalla Feps, D'Alema afferma di non essere mai stato pagato in contanti ma attraverso "regolare bonifico" e di essere soggetto a "una doppia imposizione". Ha anche aggiunto di essere stato pagato "meno del valore delle sue prestazioni". A chi gli fa notare che il non aver informato l'Assemblea è una scelta piuttosto singolare risponde: "Non ho seguito la parte procedurale. Faccio però notare che i contratti non sono documenti segreti e che ogni membro del bureau avrebbe potuto esaminarli, tanto è vero che quando hanno aperto l’armadio lo hanno trovato. Credo che molti sapessero di questo e di altri contratti". E aggiunge: "Io sono stato retribuito non per la funzione, ma per l’attività svolta". Vale a dire partecipare a conferenze in giro per il mondo. E ora D'Alema è convinto di essere vittima di un attacco politico perché secondo la sua versione: "Non è mai stato sentito il segretario generale che ha redatto il contratto. La notizia della citazione in giudizio è stata notificata prima a Repubblica che a me". La cosa però non lo intimorisce, al contrario, è convinto di vincere la causa. Questo nonostante su 25 fondazioni socialiste, di cui 4 italiane, 23 hanno votato in favore di un'azione legale, due si sono astenute e nessuna ha votato contrariamente.

Carmine Di Niro per ilriformista.it il 13 maggio 2021. Massimo D’Alema portato in tribunale, quello civile di Bruxelles, dalla Feps, la Fondazione degli studi progressisti, ossia la Fondazione dei Socialisti europei, che l’ex presidente del Consiglio ha guidato dal 2010 al 2017. Una settimana fa, scrive oggi Repubblica, la Fondazione ha infatti depositato una citazione in giudizio per una causa sulla restituzione di circa mezzo milione di euro che D’Alema, ex segretario dei DS, avrebbe intascato illegittimamente. La conferma arriva dall’attuale segretario generale della Fondazione dei Socialisti europei, Laszlo Andor: “Abbiamo presentato l’azione legale venerdì scorso”. Ma l’ex presidente del Consiglio, ascoltato al telefono, risponde: “Iniziativa immotivata. Andremo in giudizio e poi sarò io a chiedere i danni. Di certo è una vicenda che davvero mi amareggia”. La storia non è semplice: D’Alema viene eletto presidente della Fondazione legata al Pse nel giugno del 2010 e per tre anni svolge l’incarico senza ricevere alcuna remunerazione, così come avevano fatto i suoi predecessori e l’attuale presidente, la portoghese Maria Joao Rodrigues. Nel 2013  per D’Alema, non più parlamentare in Italia, e fino al 2017, quando lascia la Fondazione dopo uno scontro col segretario del Partito Democratico Matteo Renzi, viene introdotta una novità. D’Alema firma un contratto assieme all’allora segretario generale della Fondazione, il tedesco Ernst Stetter, per circa 120mila euro l’anno. Un contratto "fantasma", di cui nessuno sapeva niente perché mai sottoposto all’attenzione degli organismi dirigenti della Fondazione.  Quei pagamenti, scrive Repubblica, non vengono mai effettuati con i canali digitali. La circostanza del contratto a D’Alema emerge con l’inizio del mandato di Andor. Facendo un controllo sui conti della Fondazione, da lì a poco sarebbe arrivata una richiesta ordinaria dal Parlamento europeo a tutte le Fondazioni che ricevono contributi dall’Europa, l’economista ungherese scopre che negli anni successivi al 2017 emerge un consistente risparmio nel costo del lavoro, non dovuto a licenziamenti del personale ma a quel contratto tra D’Alema e Stetter. I nuovi vertici chiedono dunque all’ex premier Italiano di restituire i pagamenti, D’Alema dice ‘no’ e si affida allo studio legale Grimaldi che fa valutare sua prestazione intellettuale da una società ad hoc, che ovviamente dà ragione al politico italiano. Si arriva dunque a un voto: la Fondazione riunisce il suo board, di cui fanno parte 25 fondazioni europee (tra cui 4 italiane, comprese la Fondazione Gramsci e ItalianiEuropei, quella presieduta da D’Alema). Ben 23 sono favorevole alla causa, due si astengono. Venerdì quindi viene depositato l’incartamento al tribunale civile di Bruxelles: può iniziare la causa dei Socialisti contro D’Alema.

Mario Giordano per “La Verità” il 17 maggio 2021. Caro D'Alema, lei sostiene che quel mezzo milione di euro, che secondo i compagni socialisti europei si sarebbe intascato indebitamente, sono in realtà un giusto compenso per l'attività svolta. Ha aggiunto anche che, a suo dire, sarebbe stato pagato «meno del suo valore». Ed è per questo che le scrivo. Volevo per l'appunto chiederle: mi scusi, ma qual è il suo valore? Non starò qui a sindacare sulla imbarazzante vicenda su cui si è già scritto di tutto, non starò a insistere sull'inspiegabile dettaglio del contratto segreto, e non mi dilungo nemmeno sul triste caviale del tramonto che lei sta percorrendo, tra i ventilatori fuori norma della Silk Road Global, e le mascherine farlocche dei suoi amici Domenico Arcuri e Vittorio Farina. Triste epilogo, per altro, di una vita politica tutta costellata di casi Telecom, Banca 121, Unipol, Bingo, Monte Paschi e altro malbusiness, come le ha ricordato l'ottimo Mattia Feltri sulla Stampa. Io vado oltre e le chiedo: ammesso che lei sia stato davvero pagato per il suo valore, quale diavolo è questo valore? Lei ha ricevuto 10.000 euro al mese dal 2013 al 2017 dalla Feps, la rete della fondazioni dei socialisti europei, in cambio dell'attività intellettuale svolta. In una intervista a Repubblica ha dichiarato che ci sarebbe stata una società privata inglese disposta a pagarla quattro volte tanto (quindi 40.000 euro al mese) per il medesimo lavoro. E che lei ora ha chiesto a una società (che però rimane segreta) di valutare l'esatto valore delle sue prestazioni. Naturalmente non mi permetto di mettere in dubbio nulla di tutto ciò. Anzi, sono felice per lei perché non è da tutti farsi offrire 40.000 euro al mese in cambio di qualche idea. L'unica cosa che non riesco a capire, glielo dico con tutta sincerità, è di che diavolo di idea si tratti.  Scusi se mi permetto, sa. Ma dopo la sua infanzia dalla parte sbagliata della storia, prima nei pionieri del Pci (ai tempi in cui l'Urss aveva sempre ragione) e la sua adolescenza nella Fgci (senza dimenticare un passaggio movimentista con le molotov), è finalmente arrivato alla politica dei grandi distinguendosi soltanto per interminabili guerre nel partito con il suo alter ego Walter Veltroni e per un'esperienza di governo a dir poco fallimentare. Che cosa si ricorda di lei primo comunista italiano al potere? Il bombardamento in Kosovo? Palazzo Chigi come merchant bank? I lothar Velardi e Rondolino che l'accompagnavano come mastini? Dalla Bicamerale (fallimento istituzionale) ad Articolo Uno (fallimento scissionista) la sua vita è un coacervo di flop che nemmeno la sua sovrabbondante boria riesce a coprire. E perciò mi resta questa curiosità: ma perché diavolo qualcuno dovrebbe pagare 40.000 euro per avere i suoi consigli? Non sarà che vogliono sapere quello che lei pensa per fare esattamente l'opposto? Se riuscisse a farmelo sapere, gliene sarei grato. Nel caso guarderei con ancora più ammirazione la sinistra che lei rappresenta, una sinistra insuperabile nel difendere i valori. Quelli del conto in banca, s' intende. 

D'Alema e i soldi da restituire, la sinistra si divide. Emanuele Lauria su La Repubblica il 13 maggio 2021. Sposetti e Livia Turco difendono l'ex premier. Ma per il presidente della Fondazione Gramsci la controversia sui 500mila euro "è sgradevole per tutti". E alla Nenni dicono che l'ex leader Ds è stato "poco accorto". Fra mezze frasi e imbarazzi, i custodi della memoria della sinistra si dividono sul caso D’Alema. Neppure una, tra le cinque fondazioni italiane collegate al Feps – l’istituto europeo di studi progressisti che è una sorta di agenzia culturale del Pse – ha votato contro la mozione che prevede una causa civile nei confronti di Massimo D’Alema. 

D'Alema: “Alla Feps ero pagato meno del mio valore. È una vendetta politica”. Concetto Vecchio su La Repubblica il 13 maggio 2021. Parla l'ex premier dopo la citazione in giudizio della Fondazione dei socialisti europei: "Da ex parlamentare una società mi aveva offerto quattro volte tanto". Presidente D’Alema, è vero che lei percepiva diecimila euro mese dalla Feps, la rete delle fondazioni dei socialisti europei? "Sì, ma sono 5000 euro netti". Per quanto tempo è stato retribuito? "Dal 2013 al 2017. I primi tre anni della mia presidenza alla Feps, dal 2010 al 2013, ero ancora parlamentare e ho svolto le mie funzioni gratuitamente". E perché dal 2013 venne retribuito? "Dopo l’uscita dal Parlamento avevo molte off...

IMBARAZZO NELLA SINISTRA "VICENDA SGRADEVOLE" "MA È UNA PERSONA ONESTA". Estratto dell’articolo di Emanuele Lauria per “la Repubblica” il 14 maggio 2021. (…) Una cosa è certa: neppure una, tra le cinque fondazioni italiane collegate al Feps - l' agenzia culturale del Pse - il 30 marzo scorso ha votato contro la mozione che prevede una causa civile nei confronti di Massimo D' Alema. La maggior parte di esse ha preferito astenersi o non partecipare al voto, mentre la fondazione Socialismo guidata dall' ex senatore Gennaro Acquaviva si è espressa a favore, assieme ad altre 22 analoghe realtà europee (…). (…)  La Fondazione Gramsci si è astenuta «per rispetto nei confronti di D' Alema - dice il presidente Silvio Pons - e della stessa fondazione. (…) Il Cespi, di cui fanno parte Piero Fassino e l' ex ministra Linda Lanzillotta, si sarebbe astenuto ma non c' è conferma ufficiale. Così come la fondazione Italiani Europei, guidata proprio da D' Alema. E nel cui board c' è Ugo Sposetti, già tesoriere dei Ds: «Le cose scritte su di lui sono volgarità».

Mattia Feltri per “La Stampa” il 14 maggio 2021. No, io non ci credo. Sentite qua: la Fondazione dei socialisti europei, in cui si raccolgono le migliori fondazioni progressiste del continente, chiede indietro a Massimo D' Alema il mezzo milione di euro che, sostengono, si intascò da presidente senza averne diritto. Mica uno scherzo, hanno deciso di andare dal giudice ma io non ci credo: Massimo D' Alema quei soldi non li ha presi e se li ha presi aveva il diritto di prenderseli. Perché va bene tutto, va bene Palazzo Chigi trasformato nell' unica merchant bank in cui non si parla inglese, va bene Ikarus e le altre barche a vela, va bene la presidenza dell' Advisory board di Ernst&Young, va bene la casa vinicola in Umbria e il vino venduto ai cinesi, va bene le scarpe di pelle umana, va bene i capitani coraggiosi di Telecom, va bene le affinità elettive con Monte dei Paschi, va bene Unipol che cerca di scalare la Bnl, va bene la Silk Road Global Information di cui è presidente onorario e attraverso la quale sono stati comprati i ventilatori farlocchi dalla Cina, va bene l' animo di granito del compagno Greganti, va bene il metano di Ischia, va bene il caro amico De Bustis con la Banca 121, va bene le sale Bingo, va bene le coop, va bene le consulenze strategiche con la DL&M Advisors, va bene tutto, il vero, il verosimile e anche l' inverosimile, ma che D' Alema, dopo avere dato del principe dei corrotti a Craxi, e avere detto, sempre parlando di Craxi, che la politica non è un mestiere con cui arricchirsi, ecco, sarebbe un finale troppo perfetto anche per lui, se D' Alema chiudesse siffatta carriera fischiandosi i soldi dei socialisti.

Paolo Guzzanti per “il Giornale” il 14 maggio 2021. Amareggiato: «Non hanno nemmeno voluto ascoltare il segretario dell' epoca, Stetter. Era stato lui a proporre di pagare le mie prestazioni intellettuali, che ho fatto valutare da una società. Ebbene, le mie prestazioni valgono più di quel che mi hanno dato. E alla Feps ho anche regalato un libro rinunciando ai diritti». L' uomo amareggiato è Massimo D' Alema portato davanti a un tribunale europeo da venticinque fondazioni fra cui la sua stessa creatura, «Italianieuropei» che gli chiedono indietro mezzo milione di euro che ha ricevuto dalla Feps, la Fondazione dei Socialisti Europei che raccoglie tutte le fondazioni europee della sinistra. È una storia intricata e ci vorrebbe molto spazio per raccontarla nei suoi dettagli burocratici e comunque è una storia che non mette in discussione la moralità dell' ex presidente del Consiglio e leader comunista. Ma è una storia paradossale e verissima: i socialisti europei, anche italiani della fondazione di D' Alema, fanno causa al fondatore perché rivogliono indietro compensi secondo loro non dovuti. In breve: Massimo D' Alema fu messo fuori dal Parlamento e dunque anche dallo stipendio parlamentare da Matteo Renzi quando rottamò la vecchia guardia. Dopo qualche anno, D' Alema accettò di ricevere un compenso annuale di circa centoventimila euro dalla Fondazione che raccoglie la sinistra europea. Poi c' è stato un cambio della guardia e al vertice, è arrivato il nuovo segretario Laszlo Andor che ha fatto una verifica sulla destinazione dei fondi, che vengono direttamente dal Parlamento di Strasburgo. Ed è nata una contestazione sulla legittimità delle retribuzioni a D' Alema e la cosa finisce in tribunale con disappunto dello stesso D' Alema il quale dice di essere profondamente amareggiato e aggiunge: «Andremo in giudizio e poi sarò io a chiedere i danni». D' Alema ha giocato la sua identità, la sua immagine, la sua permanenza in politica creando e sviluppando la Fondazione «Italianieuropei» che poi si è federata con le altre consorelle europee. L' ultima immagine fotografica mostra un uomo che ha scelto di apparire (e dunque essere) impeccabile: dal capello dal taglio agli occhiali fino ai polsini neri su camicia immacolata e cravatta blu a pois bianchi. Una uniforme concepita sulla impeccabile banalità dell' eleganza (l' eleganza maschile è fatta di non vistosità) ma certo è che questa immagine che ha di sé e laboriosamente rilanciata dopo la cacciata negli inferi, oggi soffre molto. Nessuno lo accusa di avere preso soldi illegali, ma di aver beneficiato di un accordo personale con l' ex segretario generale Stetter. Ma è qui che emerge la dimensione dell' ego di D' Alema il quale sostiene testualmente che la prestazione intellettuale del proprio pensiero, fatta valutare da un' agenzia specializzata in prestazioni intellettuali, ha rivelato un prodotto lordo il cui valore monetizzato è di gran lunga eccedente quello dei compensi ricevuti. Onestamente non ricordiamo un caso simile: quello di qualcuno che si rivolge ad una agenzia che misura il «rating» delle idee e ne stabilisce il valore di cambio, come una moneta, bitcoin inclusi. D' Alema l' ha fatto e dice: vi ho dato col mio cervello più di quanto mi abbiate retribuito. E ci metto per buon peso anche un libro che ho scritto e donato senza alcun compenso. Ora toccherà al tribunale e poi al Parlamento europeo trovare una soluzione che calzi l' esatta e impeccabile immagine di D' Alema. Ma resta il fatto che quest' uomo sia chiamato davanti a un tribunale per una seccante questione di compensi contestati, dalla stessa sinistra che lui ha fondato. Una insurrezione di famiglia, per di più in Europa, di entità come «Fondazione del socialismo», «Fondazione Gramsci» - la mitica sacra Fondazione Gramsci del Partito comunista italiano - «Fondazione socialista Pietro Nenni» e poi, carne della sua stessa carne, «Italianieuropei». Dopo la valutazione monetaria del valore intellettuale, che è certamente una bella risorsa, non avevamo mai sentito neanche questa storia: quella di un leader della sinistra chiamato in tribunale dalla sua stessa sinistra. Non vorremmo abusare dell' espressione «crollo di un mito» forse non c' è alcun mito da far crollare, ma di sicuro crolla a nostro parere quel che restava malamente in piedi di un muro fatto di nomi ormai privi di significato e di ego inamidato.

·        Nicola Fratoianni.

Parla il portavoce nazionale di Sinistra Italiana. Intervista a Nicola Fratoianni: “A furia di cercarsi la sinistra si è persa…” Umberto De Giovannangeli su Il Riformista il 20 Luglio 2021. La sinistra al tempo delle “agorà”. Il Riformista ne discute con Nicola Fratoianni, portavoce nazionale di Sinistra Italiana e deputato di LeU.

Nel centro sinistra si assiste a una moltiplicazione di “agorà”, di stati generali, +convegni. È questa la strada per ricostruire una identità forte della sinistra in Italia?

Io ho molto rispetto per i percorsi di ciascuno e dunque considero ogni occasione di discussione un fatto positivo. Ma devo confessarle che l’impressione che la sinistra in Italia, e parlo partendo dalla nostra storia, abbia negli anni che abbiamo alle spalle consumato fin troppo tempo a discutere di se stessa. E che in questo c’è una parte della sua crisi, delle sue difficoltà: la ricerca infinita di una identità che tende a consumarsi in un sistema di relazioni, di alleanze, di posizionamenti. Io ritengo che sia il momento di affrontare il tema molto serio dell’identità a partire dalla ridefinizione di obiettivi, piattaforme, di pratiche e che su questi obiettivi e su queste piattaforme, attorno a queste pratiche si possa lì, nel vivo della mobilitazione, della ricerca politica e culturale, anche del conflitto, ricostruire l’identità e, perché no, anche gli strumenti della stessa organizzazione della politica a sinistra.

Da quali priorità si dovrebbe partire, per avviare questo percorso?

Su questo ho riflettuto molto in questi giorni. Ci avviciniamo a un anniversario per qualcuno, credo tanti, molto importante: il G8 di Genova di vent’anni fa. Io penso che oggi ci sia davanti a noi una gigantesca questione che in qualche modo ne attraversa molte altre..

Vale a dire?

La questione della diseguaglianza. Il mondo che abbiamo di fronte oggi, ancor più di venti anni fa, è un mondo tremendamente diseguale. Non solo nella ridistribuzione della ricchezza, la cui forbice ha raggiunto livelli impressionanti: ormai 8 persone nel mondo detengono la ricchezza di 3,6 miliardi di persone, cioè della metà della popolazione mondiale. Ma questa diseguaglianza attraversa e contribuisce ad alimentare molte delle contraddizioni più stridenti. È una diseguaglianza che ha che fare con le responsabilità nel cambiamento climatico: quali e quante sono le multinazionali nel mondo responsabili della più grande percentuale di emissioni di Co2 nell’atmosfera. Quanto queste responsabilità incidono, ad esempio, sulla crescita di un fenomeno strutturale come è quello delle migrazioni di massa sul pianeta. Quanto nel mondo del lavoro la diseguaglianza sia aumentata: se guardiamo la ripresa del conflitto operaio in questi giorni di fronte ai licenziamenti di massa delle multinazionali che sono state progressivamente mangiate dai fondi speculativi della finanza internazionale, o al conflitto operaio che torna ad esplodere nella catena infinita dello sfruttamento della logistica, ci accorgiamo che anche dentro il mondo del lavoro, che fu un lavoro classico ma che torna oggi a bussare prepotentemente alle porte della politica che a volte, troppe, si è dimenticata di quel lavoro e di quei rapporti di potere e di subalternità, la diseguaglianza è tornata a crescere in modo fortissimo. Una sinistra che non nega se stessa deve affrontare questo nodo. Noi abbiamo promosso una legge d’iniziativa popolare su cui stiamo raccogliendo firme in tutta Italia, con reazioni anche molte interessanti, a volte sorprendenti. Ad esempio, tra le giovani generazioni, che accorrono ai banchetti a firmare con una disponibilità e radicalità innata, davvero sorprendente. Intanto partiamo da lì, da un tema che è anche al centro del dibattito politico…

A cosa si riferisce in particolare?

Penso alla riforma del fisco, su cui, purtroppo, le commissioni riunite di Camera e Senato – Bilancio e Finanza – hanno prodotto un documento tanto deludente quanto in direzione decisamente contraria rispetto a quello di cui avremmo bisogno, cioè una riforma fortemente progressiva sul piano del reddito ma anche della proprietà, delle successioni. Un secondo fronte, è quello del lavoro. Venerdì scorso, in una conferenza stampa insieme anche a Rosario Rampa, della segreteria nazionale della Fiom, a Daniele Calosi, segretario della Fiom di Firenze e Prato, che si occupano, rispettivamente, uno della vertenza Whirpool, l’altro della vicenda della Gkn di Campi Bisenzio che ha licenziato da un giorno all’altro 422 operai via mail: assieme a loro abbiamo presentato un pacchetto di proposte per dire che sul lavoro occorre cambiare radicalmente strada. In termini di salario minimo legale, almeno da 10 euro l’ora, che innalzi e rafforzi la contrattazione collettiva. Invece di spendere qualche miliardo per cancellare l’Irap, a favore delle imprese, usiamo quei miliardi per incentivare la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. E poi interveniamo sul sistema degli appalti, per riaffermare una cosa semplice: a parità di lavoro, parità di salario e parità di diritti, di diritti del lavoro, di libertà sindacale. Terzo fronte cruciale è quello della formazione. E anche qui un’inversione di tendenza sul piano della diseguaglianza, della redistribuzione della ricchezza potrebbe aiutare molto. Noi, per esempio, prevediamo di utilizzare le risorse che verrebbero da una patrimoniale come quella che abbiamo proposto, parliamo di circa 10 miliardi di euro l’anno, per rendere gratuito il percorso della formazione, dall’asilo all’università. È una cosa possibile. E rappresenterebbe un potente investimento, fuori dalla retorica insopportabile che accompagna questo tema, nei confronti delle giovani generazioni. Sono tre questioni, e altre ancora se ne potrebbero aggiungere, su cui è possibile ricostruire un pezzo d’identità e anche ridefinire una convergenza politica tra esperienze, soggettività, articolazioni della sinistra politica, sociale, culturale di questo Paese.

Ma tutto questo, avrebbe detto qualcuno ora uscito di scena, che c’azzecca con il dibattito senza fine sull’alleanza strategica, più o meno competitiva, tra il Pd e il Movimento 5Stelle?

Detta cosi c’azzecca poco, naturalmente. Perché quella discussione continua a rimandare il nodo del merito, dei contenuti, della qualità di un’alternativa. Io sono tra coloro che pensano che di fronte alla destra che abbiamo davanti, che è una destra regressiva, pericolosa, una destra che solidarizza, senza se e senza ma, con le guardie carcerarie di fronte alle vicende terribili di Santa Maria Capua Vetere, ed è la stessa destra che solidarizzava con la polizia di fronte alla mattanza di Genova, della Diaz, alla macelleria messicana di Bolzaneto. Di fronte ad una destra orbaniana, che comprime i diritti e che fa spregio delle libertà sociali e individuali, il tema della costruzione anche di un rapporto di forza in grado di essere competitivo, financo nei numeri, è un tema serio, di cui tutti dobbiamo farci carico. La voglio dire in chiaro: non penso che la discussione sui contenuti sia in qualche modo salvifica rispetto a questo nodo, che comunque io mi pongo, ma penso che dare forza anche a questa dimensione del problema – cioè quella delle alleanze – passi dal coraggio e dalla capacità di attraversare questa discussione con elementi che guardino alla qualità di una proposta alternativa. Senza la dimensione del merito, non c’è un’alternativa credibile. Se la discussione sul merito diventasse, però, esclusivamente una condizione autoconsolatoria, di autorassicurazione, per dirla anche qui semplice: io dico cose giuste e questo mi basta, anche questo non sarebbe sufficiente. Le due cose devono viaggiare insieme.

Lei è tra i trenta parlamentari che hanno presentato una mozione alternativa per dire “no” al rifinanziamento delle missioni che riguarda anche la cosiddetta guardia costiera libica. In un’intervista questo giornale, il presidente del Centro Astalli, padre Camillo Ripamonti, ha usato parole molto dure per biasimare il voto della Camera. Quanto a durezza, anche lei non scherza.

Non può essere altrimenti. Ancora una volta il nostro Parlamento e il governo hanno firmato la propria complicità con gli orrori e le sistematiche violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale che si consumano in Libia e sulla rotta del Mediterraneo centrale. Noi continueremo a batterci per fermare questo scempio e cambiare una politica migratoria ipocrita e fallimentare. Quel voto in una parola: indecente.

Umberto De Giovannangeli. Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.

·        Nicola Zingaretti.

Pierangelo Maurizio per "la Verità" il 30 luglio 2021. Ecco, se indulgiamo al giallo, questa sarebbe la «pistola fumante». È lo stipendio di 8.746 euro (lordi) e il cedolino di gennaio 2013 corrisposto dal Pd a Nicola Zingaretti, tornato a fare il dirigente-dipendente di partito nell'intervallo tra le dimissioni da presidente della Provincia di Roma a fine 2012 e l'elezione a governatore del Lazio da metà febbraio 2013. Ciò significa che anche eletto alla Pisana, in qualità di lavoratore dipendente in aspettativa non retribuita, gode degli oneri previdenziali per la futura pensione, di quelli assicurativi e del Tfr, pagati - come prevede la legge - da noi e non dal Pd. L'assegno in questione spunta fuori nell'archiviazione che il gip di Roma su richiesta della Procura nel 2013 dispose della denuncia sulla vicenda presentata da Marco Pannella e dall'avvocato Giuseppe Rossodivita. Detto questo, non c'è neanche più il giallo. Perché tramite il portavoce, Zingaretti - onore al merito - ha confermato la ricostruzione della Verità. Prima impiegato del Pds dal '93, era stato assunto a tempo indeterminato come dirigente dal nascente Partito democratico laziale («Comitato provvisorio per il Pd del Lazio», poi «Unione regionale Pd Lazio») a 8.000 euro lordi al mese poco prima di essere eletto presidente della Provincia di Roma. Quindi, come «lavoratore dipendente in aspettativa non retribuita» eletto dal 2008 al 2012, la Provincia ha pagato i suoi oneri previdenziali e accessori al posto del «datore di lavoro», il partito, per 181.525 euro. Dal 2013, poiché sempre dirigente «in aspettativa», da governatore del Lazio riconfermato nel 2018 (fine mandato nel 2023) ha i «contributi figurativi» dell'Inps. Per un importo al momento imprecisato ma di centinaia di migliaia di euro.Ma torniamo alla denuncia del leader radicale. Il 4 febbraio 2013 Marco Giacinto Pannella, imbufalito perché ai suoi candidati regionali è stata fatta terra bruciata, con l'avvocato Giuseppe Rossodivita denuncia l'affaire dell'assunzione ad orologeria di Zingaretti. Il 4 notte c'è un misterioso furto nella sede del «Comitato provvisorio Pd Lazio» di tre computer «obsoleti». Per farla breve Pannella e Rossodivita chiedono alla Procura di Roma di accertare: poiché Zingaretti e il partito sapevano benissimo che il contratto da dirigente a tempo indeterminato - è la loro accusa - non sarebbe stato onorato perché di lì a poco l'«assunto» si sarebbe messo in aspettativa, per caso non è un raggiro per far pagare alla Provincia e ai cittadini gli oneri previdenziali? Il pm invece non condivide questa tesi. Chiede l'archiviazione in quanto il rapporto di lavoro tra il Pd e Zingaretti non sarebbe fittizio ma reale perché «tramite la campagna elettorale (ha) svolto un indubbio ruolo di direzione all'interno del Pd Lazio ossia la mansione per cui era stato assunto, per altro con indubbio successo visto che è stato eletto». Pannella e Rossodivita nell'opposizione all'archiviazione controdeducono facile: è la prima volta che qualcuno «viene assunto per fare il candidato a presidente alla Provincia di Roma». Nel corso delle indagini emergono a dir la verità alcuni pasticci. Antonio Olivieri, il tesoriere pd che ha assunto Zingaretti, sentito una prima volta ammette che mica lo hanno pagato veramente per quella manciata di settimane prima dell'elezione. Allora spunta Marco Lombardi, «consulente dell'Associazione Pd Lazio» che produce tre assegni da 4.890 euro ciascuno corrispondenti agli stipendi di febbraio, marzo, aprile 2008 pagati a Zingaretti. Il quale però era ancora (fino a giugno 2008) eurodeputato con relativa indennità. Ad Antonio Olivieri, il tesoriere, qualcuno tira le orecchie o lui recupera la memoria: risentito il 5 aprile 2013 corregge la sua versione. Fa però anche in tempo a dire altro: l'assunzione «a tempo indeterminato» del 15 febbraio 2008 «scaturiva dalla scelta dello stesso Nicola Zingaretti di candidarsi quale presidente della Provincia di Roma sotto le bandiere del Pd su invito del segretario Veltroni e di tutto il gruppo dirigente avvenuto dopo il Natale 2007. A questo punto si decideva di comune accordo con i Ds per il trasferimento della sua posizione lavorativa dal partito di provenienza al Comitato provvisorio del Pd Lazio». Cioè la scelta di assumerlo «a tempo indeterminato» alla vigilia della sua elezione e con il più che certo accollo delle spese previdenziali alla collettività, fu una scelta di tutto lo stato maggiore. Se non i (vaghi) «vertici Ds», l'allora segretario nazionale del Pd e collega giornalista Walter Veltroni non ha da illuminarci sulla questione? Comunque, il gip fa proprie le conclusioni del pm e considera la denuncia e la richiesta di altre indagini avanzate da Pannella-Rossodivita avulse «dal contesto storico», cioè dal travaglio che ha accompagnato il passaggio dal Pds al Pd, in cui si sono fusi Ds e Margherita, e che «Comitato provvisorio» e «Unione regionale» sono lo stesso soggetto. La richiesta di archiviazione del pm Corrado Fasanelli è del 26 giugno 2013. L'archiviazione del gip Gaspare Sturzo del 10 dicembre 2013. A proposito. Il gip pur non ravvisando profili di reato evidenzia che sebbene non siano emerse - al 2013 - irregolarità formali nella trasformazione del «Comitato provvisorio Pd Lazio» in «Pd Lazio unione regionale», «potrebbe essere oggetto di un eventuale accertamento per danno erariale presso la Corte dei conti (a cui il pm provvederà a trasmettere gli atti)».

·        Pierluigi Bersani.

Matteo Renzi accusa Pier Luigi Bersani a Non è l'arena: "Prendeva i soldi dai Riva a Taranto. Centinaia di assunti nel suo Pd". Il Tempo il 18 novembre 2021. “Dice che ho fatto del partito la mia cassa? Ora vi dico tutto”. Matteo Renzi è imbufalito per le parole di Pier Luigi Bersani e scatta la rissa a distanza tra ex segretari del Partito Democratico. "A Bersani - dice Renzi ospite di Massimo Giletti nella puntata del 17 novembre di Non è l’Arena su La7 - vorrei dire che prima di parlare di me e finanziamenti della politica dovrebbe dire come mai lui prendeva soldi, legittimi, da Riva a Taranto. Se anziché finanziare lui e la sua campagna elettorale quei soldi fossero stati utilizzati per fare delle operazioni per Taranto, per l’ambiente e per il clima… Io i soldi non li ho presi da Riva come ha fatto Bersani, io li ho portato con il mio governo, mettendo le risorse per andare sistemare Taranto. Quando Bersani parla di finanziamento alla politica, in questo caso lecito, dovrebbe ricordarsi che prima di parlare - conclude il suo attacco il leader di Italia Viva dopo aver sottolineato la vicenda del gruppo una volta proprietario degli stabilimenti dell'Ilva - dovrebbe prima spiegare cosa ha fatto lui, sia a Taranto che nella gestione del partito, quando era segretario e costava un sacco di soldi, con centinaia di persone assunte, e c'era il finanziamento pubblico”.

Oggi è un altro giorno, Pierluigi Bersani zimbello di uno stadio intero: "Si respirava hashish a volontà e io ero in giacca e cravatta". Francesco Fredella su Libero Quotidiano il 23 giugno 2021. Confessione choc di Pier Luigi Bersani, il papà per antonomasia delle liberalizzazioni. Ora racconta quello che non ha mai detto, e lo fa in tv su Rai 1 ad Oggi è un altro giorno con Serena Bortone. Si parla di musica e parte il racconto del concerto di Bob Marley. "Si respirava hashish a volontà, mi guardavano tutti", dice l'ex aspirante premier (un sogno mai realizzato, rimasto nel cassetto). Bersani non ha mai nascosto la passione per la musica. Così, decide di raccontare quello che è accaduto per assistere ad un concerto del grande Bob Marley. "Avevo i biglietti di questo concerto a San Siro, forse l'ultimo o il penultimo della sua carriera, e nello stesso giorno in Emilia-Romagna si insedia il primo consiglio regionale in cui vengo eletto. Vado, ero a Bologna e incrocio un pullman di giovani che partono per l’esibizione di Bob Marley. Salgo e arrivo allo stadio. Si respirava hashish a volontà e io ero vestito con un abito, per stare comodo mi ero tolto solo la cravatta. Gli spettatori sugli spalti mi guardavano perché ero l’unico che indossava la giacca fra 80mila presenti e pensavano fossi un questurino... Allora ho fatto questa parte, mi sono messo a girare per le tribune con un’aria da guardiano, mentre seguivo il concerto. C’era chi appena mi vedeva nascondeva la mano….”. Ma non è l'unico concerto a cui ha assistito. Arrivano pure i Guns’n’Roses: altro giro, altra corsa. Insomma altra avventura. “Mi fanno presidente della regione, devo fare la nuova giunta fra polemiche e riunioni, ma era nel 94 e io avevo il biglietto per i Guns’n’Roses. Io ho salutato tutti e me ne sono andato, i giornali il giorno dopo hanno titolato “Rose e fucili per Bersani”, conclude Bersani. 

·        Roberto Speranza.

Roberto Speranza, l'affondo di Pietro Senaldi: "Non è nemmeno un infermiere. Perché abbiamo un dilettante alla Sanità?" Pietro Senaldi su Libero Quotidiano l'11 marzo 2021. L'Italia è travolta da due crisi, quella sanitaria, dovuta al Covid, e quella economica, che ne è la diretta conseguenza, visto che è generata dalle chiusure e dal rallentamento della vita sociale decisi per frenare l'epidemia. La prima ha fatto oltre centomila morti e, a oltre un anno dalla sua esplosione, siamo ripiombati per la quarta volta davanti al tunnel di nuove serrate selvagge. La seconda ha prodotto una contrazione del prodotto interno lordo nel 2020 del 9,5%, ha aumentato di due punti la percentuale di poveri assoluti e, malgrado il blocco dei licenziamenti, ha bruciato quasi 700mila posti di lavoro e fatto perdere ai dipendenti messi forzatamente in cassa integrazione 8,7 miliardi. Il collasso sanitario ed economico, oltre al disastro nell'approvvigionamento e nella somministrazione dei vaccini, sono la ragione principale, se non l'unica, della caduta del governo Conte, una poco simpatica combriccola di improvvisati.

Persone di fiducia. Per rimediare ai danni dei giallorossi sono stati chiamati in servizio i cosiddetti tecnici. La loro massima espressione è Mario Draghi, imposto da Mattarella come premier ai partiti inconcludenti e litigiosi. Draghi è un banchiere, nonché l'unico italiano che in Europa comanda anziché prendere ordini. Il suo compito istituzionale è condurci fuori dalla pandemia a colpi di vaccino e scrivere un programma economico che direzioni gli aiuti europei verso investimenti produttivi e non in sussidi senza ritorno, come sarebbe stato lasciando al suo posto il nuovo capo dei grillini, l'avvocato di Volturara Appula. Sul fronte economico SuperMario ha preso subito due decisioni drastiche. La prima è stata scegliere personalmente tutti i ministri economici, scegliendo al di fuori della politica, con l'eccezione del leghista Giancarlo Giorgetti, piazzato allo Sviluppo Economico, dove non può far peggio dei predecessori, Di Maio e Patuanelli. Fedelissimo del premier è il ministro dell'Economia, Daniele Franco, che lavorò con lui in Bankitalia e ha avuto carta bianca nel scegliere i propri collaboratori. Ad aiutarlo a redigere il piano sul Recovery Fund è stata ingaggiata McKinsey, società internazionale di consulenza di primissimo livello. Collaboreranno anche Ernest&Young, Accenture, Pwc e altri trecento tecnici, assunti allo scopo dopo che il nuovo governo ha decretato che tra i tre milioni e mezzo di dipendenti della Pubblica Amministrazione non ci sono professionalità all'altezza. Ben vengano gli economisti, se ci servono. E ben venga anche l'esercito in sostituzione del commissario alla pandemia, Domenico Arcuri, degradato sul campo in favore del generale degli Alpini, Francesco Paolo Figliuolo, reclutato per la profilassi in quanto numero uno nazionale in materia di logistica. Sempre in nome della competenza è stato richiamato alla Protezione Civile Fabrizio Curcio, in sostituzione di Angelo Borrelli, il precedente pacioso responsabile, a suo tempo accusato da certa stampa di essere un no-mask. Giusto così, la partita dei vaccini è vitale e Draghi ha strutturato una squadra di primo livello. L'unica cosa che non torna, in questo tripudio di competenti, è la conferma al dicastero della Salute di Roberto Speranza, il ministro ossimoro, dal nome beneaugurante ma che, al solo sentirlo, semina terrore e lutti. L'uomo è un politico di seconda fila. Quando si candidò alle Primarie del Pd arrivò terzo, malgrado la segreteria dei dem sia una seggiola in svendita, che produce in chi vi si accomoda immediate allergie e desiderio incontrollabile di levarsi di torno. Il comunista lucano, ritenendo gli ex comunisti troppo poco a sinistra, ha fondato Liberi e Uguali, grazie alla mano sulla testa che da sempre gli pone Pierluigi Bersani, talent scout di provincia al quale dobbiamo anche Alessandra Moretti e il fu Tommaso Giuntella. Alle ultime Politiche, nella sua Basilicata, ha preso meno di quattromila preferenze, fedele al detto che nessuno è profeta in patria. Pochissime, sufficienti però, per gli incomprensibili giochi della politica, per insediarlo al ministero, dal quale decide delle nostre vite da oltre un anno.

Fuori dal tempo. Speranza è laureato in Scienze Politiche, se così si può dire, e nella sua vita ha fatto un solo lavoro, il politico, sempre se così si può dire. Non è neppure infermiere ma comanda sui medici, che di virus hanno letto qualche centinaio di libri più di lui e sui governatori delle Regioni, che hanno preso centinaia di migliaia di voti più di lui. Comanda pure sul suo vice, Pierpaolo Sileri, che siccome è medico chirurgo con tanto di master negli Stati Uniti e ne sa più di lui, non viene neppure convocato dal ministro alle riunioni che contano. Nell'era dei competenti, il bersaniano è un uomo fuori dal tempo. Nel nostro Paese i geni della medicina sono perfino più numerosi di quelli dell'economia. Abbiamo una sfilata di scienziati di livello internazionale ma nessuno li chiama in servizio. Se per l'emergenza economica abbiamo avuto l'intelligenza di rivolgerci a esperti in numeri, per quella sanitaria ci difetta l'acume di convocare al governo i medici. Si preferisce relegare chi capisce di Covid nei salotti tv e lasciare a menare il torrone gli esperti in chiacchiere. Intorno al deprimente Speranza, portatore di lutti nel fisico e nel messaggio, si stringe infatti il Comitato Tecnico Scientifico, una congregazione di medici il cui h-index, la misura con cui si pesa il valore di un dottore, è degno di un ospedale metropolitano e non di una struttura chiamata a governare la salute nazionale. Il valore medio dell'indice infatti si attesta a 31,5, ma solo perché la capa, Elisabetta Dejana, ha una quotazione personale di 109 e quello di Franco Locatelli è a 101. Al netto di questa coppia, l'indice scientifico del membro del Cts medio si fermerebbe a 25. Un nulla se si pensa ai 171 punti del professor Alberto Mantovani o ai 164 di Giuseppe Remuzzi, geni ignorati da Speranza. Curiamo il Covid con i politici e mandiamo in tv i medici, ecco il modello Italia contro la pandemia, e poi ci stupiamo se all'estero non ci copiano.

·        Romano Prodi.

Romano Prodi: «Di Pietro batteva i tacchi. Gheddafi volle la tenda». Marco Ascione su Il Corriere della Sera il 4 Ottobre 2021.  Dal libro «Strana vita la mia», sei ricordi personali di incontri, istituzionali e politici. «Putin mi gelò quando gli proposi di far aprire a Gino Strada un ospedale in Cecenia...». «Il Senatur voleva un rapporto stretto. “Strade diverse”, dissi». Sei incontri. Con leader politici o istituzionali, italiani e stranieri. Nell’autobiografia di Romano Prodi, Strana vita, la mia, scritta con Marco Ascione, molte pagine sono dedicate ai faccia a faccia che spesso si rivelano decisivi per cambiare direzione ad eventi internazionali o a strategie politiche. Eccoli, qui di seguito, tratti dal libro e sintetizzati dal suo autore.

1 - UN LIBICO A BRUXELLES

Il Colonnello (Gheddafi; ndr) mette piede in Europa nell’aprile 2004 dopo 15 anni di assenza, terminato l’embargo Onu sulla Libia. «Con lui ero stato estremamente chiaro: “Se non paghi gli indennizzi per i casi Lockerbie e La Belle, attentati di cui sono stati considerati responsabili dei terroristi libici, a Bruxelles non puoi venire”. Pagò un sacco di soldi sia per l’aereo abbattuto, sia per l’attentato alla discoteca di Berlino: miliardi di dollari. (...) Si accampò in un giardino con la sua numerosissima e folcloristica scorta. Una coreografia consolidata. Quel giorno pioveva a dirotto. Mi avvicinai alla tenda e gli chiesi: “Dormi qui anche con questo tempo orribile?”. Strizzando l’occhio mi indicò un palazzo alle sue spalle. Si creò un rapporto, con qualche disappunto dei giornalisti, quando si rivolse a me dicendo: “Voglio esprimere gratitudine a mio fratello Romano”. (...) Ma la verità è una: avevamo nuovamente un canale di dialogo con la Libia. (...) Conobbi anche suo figlio Saif e non per motivi di natura politica. Mi chiese il padre di incontrarlo per parlare dei suoi studi. Ci vedemmo a Bruxelles e a Londra e venne anche a Bologna». 

2 - CHIRAC IN RITARDO

«Dovevo mettere insieme, e subito, il contingente internazionale (per l’Albania; ndr). L’interlocutore naturale (...) era la Francia. Proprio alla vigilia della tragedia nel canale di Otranto ero stato a Parigi per parlarne con Chirac. Ci andai accompagnato da Flavia perché nelle stesse ore doveva svolgersi un concerto organizzato dalla moglie del presidente francese per i 70 anni del grande violoncellista Rostropovic. Un concerto splendido al quale Jacques arrivò in ritardo, quasi verso la fine. E di questo lo rimproverai, sorridendo. Mi rispose con una battuta: “Meglio mezz’ora di cattiva musica che un’ora di buona musica”. Finito il concerto, all’una di notte, gli spiegai che avevo assolutamente bisogno di mille soldati francesi per l’operazione in Albania. “Trecento” fu la replica. Gli dissi che, in questo caso, non avremmo adempiuto alla richiesta dell’Onu (...) ma aggiunsi con chiarezza che saremmo andati in Albania con o senza di loro. Si fermò un attimo e poi mi rispose: “Ti mando un messaggio entro domattina alle 8”. Il mattino dopo ebbi una risposta di adesione alla missione con il numero di militari da noi richiesto».

3 - DI PIETRO? UN DEMOCRISTIANO

«È stato un alleato complicatissimo. Ma non ha mai generato problemi politici con effetti di lungo periodo. È un fatto che l’Ulivo, pur con differenziazioni maggiori delle somiglianze, era portatore delle stesse istanze di indignazione popolare dell’ex pm di Mani Pulite. (...) Si è spesso definito un democristiano. Era passato anche in seminario. E il suo modo di affrontare le situazioni traeva alimento dalla sua esperienza di vita: la tradizione cattolica e la professione in polizia e in magistratura. A volte diceva: “Dobbiamo fare apostolato”. (...) Aveva l’abitudine di sbattere i tacchi, come un militare che si mette sull’attenti. E per scherzo, ma non troppo, lo faceva davanti a me, quando ero premier».

4 - DA BOSSI SUL PIANEROTTOLO

Via Arbe, Milano, prima sede della Lega. «Mi invitò Bossi, credo su suggerimento del professor Gianfranco Miglio. (...) Prima che Berlusconi mi infamasse, godevo di grande stima nel mondo della piccola e media impresa del Nord, ossia in quello che divenne il bacino naturale dell’elettorato leghista. (...) Ci radunammo su un pianerottolo, era pieno di militanti impegnati a mettere a posto mobili e archivi. Un gran viavai. (...) Bossi mi fece capire che non gli sarebbe dispiaciuto se avessi collaborato in modo strutturato con loro. Risposi che mi piaceva dialogare, ma che le nostre strade erano diverse».

5 - IL LEADER RUSSO VISTO DA VICINO

«Eravamo riuniti a Mosca. Durante un intervallo mi rivolsi a Putin dicendo che una Ong italiana - si trattava di Emergency, presieduta da Gino Strada - avrebbe desiderato aprire un ospedale a Groznyj, capitale della Cecenia. Presentai con calore l’iniziativa, aggiungendo che a mio parere sarebbe stato per lui conveniente. (...) Putin non mi rispose nulla, si spostò a chiacchierare per qualche minuto con altri convenuti e, quindi, ritornò da me chiedendomi semplicemente: “Tu, Romano, hai la cittadinanza russa?”. Alla mia ovvia e stupita risposta negativa, mi disse che non accettava nemmeno di parlare di Cecenia con chi non era cittadino russo. Questo dimostra come sia difficile il rapporto con Mosca».

6 - RUINI, AMICIZIA SPEZZATA

«Con Ruini più che una rottura fu una separazione. Ognuno andò per la sua strada, ma la sua azione contro il governo fu sempre determinata.» (...) «Negli Anni 60, a Reggio Emilia, eravamo quasi sempre insieme al Circolo Leonardo, nato su impulso di alcuni aderenti al gruppo dei laureati cattolici (...)». L’ultima volta in cui ebbi un faccia a faccia con lui fu nel 1995. Lo andai a trovare in Laterano per parlargli del mio progetto politico. Non fu un momento facile. Mi disse che la mia scelta non gli appariva coerente con il mio passato. (...) Una volta sull’uscio, aggiunse che, visto il mio ruolo pubblico, avremmo dovuto vederci con circospezione. Capii in quel momento che la politica aveva scavato tra di noi un solco profondo».

Massimo Franco per il Corriere della Sera il 15 settembre 2021.

Su Mario Draghi: «Credo che l’incognita dei prossimi mesi riguardi molto Draghi: se sceglierà un grande potere limitato nel tempo, o meno potere ma grande autorità per un tempo molto più lungo».

Su Sergio Mattarella: «Conoscendolo, se dice di non volere essere rieletto, sarà così. Credo a quello che dice».

Su se stesso: «Non c’era bisogno del no di Berlusconi per farmi mancare i voti nel 2013. Con la bocciatura al Quirinale non ci sono problemi, non era cosa che facessi il capo dello Stato, tutto qui. Debbo anche aggiungere che gli anni successivi sono stati tra i più felici della mia vita…».

E nel voto del 2022 «starò a guardare…», assicura, proseguendo una vita strana e fortunata, la definisce Romano Prodi, fondatore dell’Ulivo, ex premier ed ex presidente della Commissione Ue. Ha deciso di raccontarla insieme con Marco Ascione, in un libro sorprendente, a tratti puntuto, edito da Solferino; e che si intitola proprio Strana vita, la mia.

Strana perché?

«Ma perché è stata dettata tutta da fatti esterni, non guidati. E direi anche fortunata. La mia famiglia, un buon liceo, l’università Cattolica a Milano, con un mondo cattolico in fermento che era all’avanguardia in Italia. Poi casualmente ministro dell’Industria quando Pandolfi mi suggerì a Andreotti. Poi la crisi dei partiti e l’esigenza di ricostruire il riformismo, riunendo chi era stato diviso dal Muro di Berlino…». 

È una casualità un po’ sospetta, professor Prodi. Nessun calcolo, nessuna strategia?

«Ammetto che nella costruzione dell’Ulivo una strategia c’è stata. A quel gesto non sono stato spinto. L’ho compiuto perché volevo interpretare un’esigenza diffusa che coglievo nel Paese. E quell’esigenza rimane, anche se non si può declinare più come Ulivo. Il riformismo deve trovare un’identità nuova dopo 35 anni di un liberismo che ha devastato i diritti sociali». 

Ma il Muro di Berlino divise anche i moderati. E la sua caduta li ha riuniti, con una grande forza.

«Certamente, e allora li riunì Berlusconi creando il centrodestra; ora non saprei. Io mi occupai del campo riformista. Il problema è che in quel campo c’erano riformisti speciali come Bertinotti, che per la paura di vedersi erodere la base si tirarono indietro».

Lei racconta che l’Ulivo si collegò con l’indignazione popolare espressa dal pm Antonio Di Pietro. Col senno di poi, una virtù o un peccato originale?

«Era un’evoluzione obbligata. In quel momento Di Pietro era coerente col mio disegno. Certo la sua meteora e il suo cambiamento sono stati più rapidi del previsto».

Nel libro dice che «con la destra al governo» l’Italia non sarebbe mai entrata nell’euro». Che cosa glielo fa pensare?

«Il fatto che avesse assunto profondamente l’idea che la fine della lira e il legame con l’Europa avrebbero eroso il collante del centrodestra. Allora, i voti di quell’area guardavano più al passato che al futuro. E seguivano un’ottica nazionale più che internazionale. L’appello era a una base conservatrice che tra lira ed euro preferiva la prima». 

Eppure Berlusconi oggi è un europeista convinto.

«È stato il capolavoro di Helmut Kohl. Lui dava giudizi taglienti su Berlusconi, ma accolse FI nel Partito popolare europeo. Gli dissi: “Ma che stai facendo?”. Mi rispose: “Ho passato tutta la vita a combattere i socialisti e non posso cambiare ora. E se FI sta nel Ppe, lì comando io”. Aveva ragione lui: FI è oggi una forza europeista». 

Lei sostiene che l’Italia può esprimere il suo ruolo solo se pesa a Bruxelles. Con Draghi abbiamo fatto un passo avanti.

«Certamente, è già così. Abbiamo recuperato in immagine internazionale, ci sono gli aiuti del Next Generation Plan. La Ue ha compiuto un grandioso passo avanti grazie alla conversione di Angela Merkel e della Germania. E grazie alla Brexit, senza la quale non ci sarebbe stato il ripensamento: ex malo bonum. Semmai, il problema è la Francia. Il nostro futuro è con gli Stati Uniti, ma l’Europa deve avere più forza nella Nato, e può farlo solo se la Francia mette a disposizione l’arma nucleare e il potere di veto all’Onu, rendendoli risorse non nazionali ma europee. Non è scontato: la Francia è un Paese particolare» . 

Dopo essersi definito un «cattolico adulto», si definisce anche atlantista adulto. Che significa?

«Significa che il nostro destino politico e militare è con gli Usa. Ma che bisogna tenere conto degli interessi nazionali ed europei, e dunque anche dell’esigenza di dialogare con la Cina».

Non offrirà pretesti a chi, in alcune cancellerie occidentali, la raffigura come amico di Putin e della Cina?

«Dicano quello che vogliono. Ho insegnato negli Stati uniti, prima che in Cina, in anni non sospetti. E mai nessuno ha potuto vedere nella mia vita il minimo di incoerenza nei rapporti con l’America. Quando andai in Iran in pieno embargo si può pensare che non mi fossi consultato con la Casa Bianca? Parlai tre volte con Clinton. So cos’è la storia. Tutti sono in grado di parlare con san Francesco, ma è più difficile parlare con il lupo. E si dovrà fare così anche col governo afghano, se vogliamo portare gli aiuti umanitari a chi ne ha bisogno e tirare fuori i nostri collaboratori». 

Il lupo è anche la Cina?

«Con la Cina occorre trovare un modus vivendi. Non so se si troverà, ma bisogna cercarlo. Dipende molto dalla Cina e dagli Usa. Di fatto, gli Stati Uniti stessi ci danno l’esempio di un possibile compromesso: mantengono una tensione fortissima nel campo dell’alta tecnologia, ma il resto del commercio continua alla grande». 

Come ricorda la bocciatura al Quirinale nel 2013? Nel libro parla di 118 o 120 franchi tiratori, non 101. Il no di Berlusconi pesò anche sul Pd?

«Non c’era bisogno del no di Berlusconi per spingere una parte del Pd a farmi mancare i voti: è stata una fatica inutile! Mi dispiace soprattutto che in conseguenza di quell’episodio il Pd si sia ulteriormente diviso. E in questo senso il Partito democratico ci ha rimesso più di me. D’altra parte ho sempre ritenuto che non fosse cosa che facessi il capo dello Stato, tutto qui. E gli anni successivi sono stati forse per me i più belli della mia vita». 

Non ha voglia nemmeno Mattarella di essere rieletto.

«Conoscendolo, quando dice una cosa la mantiene. Dunque credo a quello che dice. Se poi arrivassero momenti drammatici, che non vedo né oggi né in prospettiva, certamente il capo dello Stato sentirebbe il dovere di cambiare idea».

Invece vede Draghi al Quirinale?

«Dipende da cosa sceglierà di fare: se avere grande potere per un periodo limitato, o grande autorità per un tempo molto più lungo».

Cioè se sceglie Palazzo Chigi o il Quirinale. Ma nei conclavi chi entra papa esce cardinale.

«Dovunque ci sia un voto segreto si annida il rischio. Ne sono un buon testimone diretto».

Lei starà solo a guardare, da cardinale laico? Ci credono in pochi, anzi quasi nessuno.

«Le assicuro, come ho scritto nel libro, che starò a guardare da laico, non essendo nemmeno cardinale».

Esce il 16 settembre, per Solferino, il libro di Romano Prodi, scritto con Marco Ascione, Strana vita, la mia (pp. 226, € 17,50). Prodi lo presenterà a Roma il 21 settembre, alla Feltrinelli di Galleria Alberto Sordi (ore 18, con Enrico Letta e Marco Ascione). Poi a Bologna, il 24 settembre, nell’ambito della rassegna «La voce dei libri», in Sala Borsa. Infine a Milano, nella Sala Buzzati della Fondazione Corriere della Sera, il 1° ottobre (ore 18.30), con Marco Ascione e il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana.

Romano Prodi e Marco Ascione per il Messaggero il 15 settembre 2021. C'è chi parla ora del Professore e del Cavaliere, ormai ottuagenari, come «carissimi nemici», accomunati dall'aver vissuto, politicamente parlando, nella stessa cornice, quando ancora non imperavano i sovranismi. Un po' Coppi e Bartali, si è detto. «Con Berlusconi non si è mai creato un vero rapporto, né prima, né durante né dopo la mia esperienza di governo. A parte alcune inevitabili telefonate quando ero a Palazzo Chigi. Lo chiamai per informarlo delle conclusioni della conferenza per il Libano nel 2006. E lui, a proposito della difficoltà di tenere in piedi le rispettive coalizioni, mi disse: Anche tu hai i tuoi matti. Nei rapporti continuativi, che sono indispensabili fra governo e opposizione, ho abitualmente fatto riferimento a Gianni Letta, un canale che si è sempre dimostrato utile per spiegare le diversità e, anche, per preparare i necessari compromessi. Si è detto che recentemente sono state smussate antiche asprezze, come se fossero cambiati i nostri punti di riferimento. Credo che le differenze sul futuro politico e sociale del Paese rimangano, ma questo non mi ha impedito di apprezzare una convergenza su importanti capitoli di politica europea. Che la vecchiaia porti saggezza mi sembra incontrovertibile». Ma per Prodi una «maggiore convergenza» dovrebbe passare non solo da «un confronto sui fondamentali in politica, ma anche dall'analisi di alcuni eventi che hanno avuto grandi conseguenze sul futuro del nostro Paese». Eccoli, gli eventi. «Non mi è infatti facile dimenticare la comprovata compravendita di parlamentari per far cadere il mio secondo governo. Oppure la campagna alimentata da Forza Italia e dal centrodestra su Telekom Serbia. Contro di me e alcuni miei colleghi è stata allestita addirittura una commissione parlamentare.» Telekom Serbia, ossia la vicenda giudiziaria nata dalle dichiarazioni del faccendiere Igor Marini, secondo il quale, nell'ambito dell'acquisto di azioni dell'azienda telefonica Telekom Serbia, da parte di Telecom Italia, furono pagate tangenti a Prodi, a Dini e a Fassino, agenti sotto i «misteriosi» nomi di mortadella, ranocchio e cicogna. Accuse rivelatesi completamente false, così come i documenti che le sostenevano. Il governo Berlusconi, nel 2008, istituisce, appunto, una commissione d'inchiesta che non porta a nulla. «Chissà quanto e a chi è costato pagare tante persone a Belgrado e a Montecarlo perché costruissero documenti falsi. Quando nel 2004 il magistrato di Torino che indagava su Telekom Serbia mi ascoltò, io arrivavo da Bruxelles come presidente della Commissione Ue. Mi chiese: Lei torna a Bologna? Passi allora dalla Madonna di San Luca, per grazia ricevuta, perché proprio ieri è arrivata da Montecarlo la rogatoria che chiarisce l'origine di quei documenti, provando senza ombra di dubbio la loro totale falsità e quindi la completa estraneità ai fatti da parte sua e di tutti gli altri accusati. Se ci fosse stato un ritardo, la Procura avrebbe dovuto spedire le carte al Tribunale dei ministri. Certo, io sarei stato poi assolto a formula piena ma, intanto, mi sarei dovuto dimettere da presidente della Commissione europea».

·        Rosy Bindi.

Rosy Bindi: «Il Pd è un patto di potere, deve andare oltre se stesso». Lo stile di Letta. L’esistenza di Di Maio. Il cinismo di Renzi. I conti col berlusconismo. Il centrosinistra da ricostruire. Franceschini «che è come quella pubblicità: dove c’è maggioranza c’è Dario». L’ex ministra e parlamentare parla a tutto campo. E su chi la vuole al Colle ironizza: «Sto già scrivendo il discorso, come Casini». Susanna Turco su L'Espresso il 5 novembre 2021. Adesso che tanti fanno il suo nome tra i papabili per il Colle, non c'è verso di stanarla. La prendi alla larga e lei, seduta in una poltrona della Domus Mariae, sede storica dell'Azione Cattolica e ora albergo di cui comunque riconosce ciascuna stanza dalla forma delle finestre, risponde placida: «Una donna capo dello Stato? Lo dico dai tempi di Tina Anselmi». Anno di grazia 1992. Vai dritto alla domanda e lei vira al sarcasmo: «Quirinale? Sto già scrivendo il discorso». Rosy Bindi, 70 anni di cui 24 da deputata, nata nell'Azione cattolica e nella Dc, dove si affermò nel tempo di Tangentopoli, ministra della Sanità e della Famiglia nei governi Prodi, tra le poche capaci di farsi largo nel maschilismo pre quote rosa, unica donna a candidarsi alle primarie Pd (2007, mezzo milione di voti), la prima ad esserne presidente, due nemici giurati (lo diciamo per chi ravvisa somiglianze): Silvio Berlusconi e Matteo Renzi. Nella Dc con Casini, nella Margherita con Enrico Letta, amica da sempre di Sergio Mattarella, è un altro pezzo pregiato che il Pd si è perso per strada senza che si sapesse esattamente perché. Ma sapendo con certezza per chi: Renzi, appunto, da cui la divide tutto (anche le immagini: sono finiti solo una volta nella stessa foto, per caso) sin dal 2012, quando lei, presidente del Pd, perse la battaglia dei contrari a modificare lo statuto dem per far sì che lui partecipasse alle primarie. Chi c'era, racconta che alle preoccupazioni dell'allora segretario, Pier Luigi Bersani («poi rischiamo che se ne vada e si faccia un partito suo»), lei avesse risposto con una previsione leggendaria: «Vedi se non finirà che dovrai fartelo tu, un partito», disse al futuro fondatore di Articolo 1. Scomparsa per anni dalla prima fila, ha rifatto capolino alle suppletive a Siena. Ma sogna di andare oltre il Pd, che di fatto giudica irriformabile: l'affossamento del Ddl Zan è per lei la prova di quanto ciò sia necessario. Dopo molti anni all'Azione Cattolica, di cui è stata vicepresidente, Rosy Bindi esordisce in politica con la Dc. Il battesimo è alle Europee del 1989. Si candida con la Dc, viene eletta nella circoscrizione nord est con 200 mila preferenze (qui a Berlino, nel 1990). In Parlamento arriverà solo nel 1994, con il Ppia: e ci rimarrà per 24 anni.

Dopo la vittoria nelle città il Pd sembrava andare a larghe falcate verso l'Ulivo 2.0. E invece è arrivata la gelata del Ddl Zan.

«Non guardate me, io sui diritti civili ho già dato a suo tempo. Nel primo tentativo di regolare le unioni civili, i Dico, che poi fallì per colpa degli estremismi del Family Day di piazza San Giovanni, più quello di una certa sinistra. Avendo preso botte di qua e di là, me ne sono stata in religioso silenzio. E non entro nel merito: dico solo che è stato consumato un atto di cinismo».

Alludiamo a Matteo Renzi?

«Il tentativo di mediazione da parte di Letta è stato forse tardivo. Ma anche se l'avesse fatta prima, visto come si è comportato il capo di Italia Viva, cosa sarebbe cambiato?».

Da premier Renzi rinunciò a pezzi di maggioranza e pezzi di testo, pur di portare a casa le Unioni civili.

«Intendiamoci: sulla tattica è un genio. Per forza: non ha scrupoli, è facile così. Ma con chi avrebbe dovuto sedersi al tavolo Letta? Per questo dico che, da questa vicenda, va tratta un'unica lezione: non si fanno le ammucchiate, bisogna aprire una fase di ricostruzione della sinistra. E il ddl Zan è un segnale preciso: attenti a parlare dell'Ulivo e a ritrovarsi nell'Unione».

Cioè si rischia il pantano?

«Ciò che è accaduto al Senato è un campanello di allarme molto chiaro, che va interpretato da chi pensa a una coalizione che si chiama “Ulivo” ma poi si traduce “Unione”. Una volta si diceva: da Mastella a Ferrero, ora da Calenda a Fratoianni».

A Luigi Di Maio.

«Al Movimento Cinque Stelle, guidato da Conte, anche per superare le differenze tra Luigi Di Maio e Roberto Fico. Comunque i rischi li abbiamo appena visti. È vero che è difficile cambiare la legge elettorale e che, se si vota con quella meraviglia che è il Rosatellum, la tentazione di fare coalizioni ampie viene a tutti: ma mi pare che si debba distinguere tra gli accordi per una maggioranza, e un progetto politico. Rischiamo di non fare tanta differenza rispetto al passato. Con una variabile a sfavore».

Faccia indovinare.

«Il cinismo di Renzi».

Bignami per chi non sa o non ricorda. Cosa era l'Ulivo e cosa era l'Unione?

«L'Ulivo nel 1996 era un disegno basato sulla sintesi tra le culture politiche, un progetto per l'Italia e l'Europa: ha avuto una stagione molto breve. L'Unione, nel 2006, fu il tentativo di unire il campo del centrosinistra, anche con lo scopo - sapendo che non era l'Ulivo - di creare con l'esperienza di governo più coesione, contro una destra non meno divisa ma più capace di neutralizzare le sue differenze».

Perché fallì?

«Di fatto c'era solo il governo che lavorava con il desiderio di andare avanti: dietro però non c'era un progetto. E del resto sarebbe stato difficile mettere tutti insieme. Ricordo ministri che guidavano piazze contrapposte. Quasi tutti i capi politici erano al governo, facevano il doppio mestiere».

Morale per l'oggi?

«Capisco sia una buona cosa darsi l'obiettivo di vincere, però il centrosinistra dovrebbe aver imparato che non vincerà nulla se non c'è un progetto condiviso e una classe dirigente che vuol superare le divisioni».

Da dove bisognerebbe ricominciare?

«Nonostante l'astensionismo ci sarebbero i materiali, le energie: penso al mondo cattolico, di sinistra, che ha radicamento sul territorio eppure non ha casa, interlocutori. Navigano tra tentazioni di esperienze identitarie, mentre avvertono tutti che la sede giusta sarebbe una forza politica capace di esser inclusiva».

E questa forza non è il Pd?

«Oggi no. Non è riconosciuto tale. E paradossalmente, quello zoccolo duro di elettori che ha è frenante, perché dici: quelli ci sono comunque. Ma non ha dentro l'innovazione, non è inclusivo, non si apre. Si fa forte di quello che ha. È un patto di potere»

Come è accaduto per esempio a Roma, con la candidatura di Gualtieri?

«È l'unica cosa su cui sono d'accordo con Calenda, quando non voleva accordi di potere con il Pd di Bettini, Astorre e Mancini. Ma Gualtieri è una bravissima persona e farà bene. Non è questione di oggi. Già dai tempi di Zingaretti mi permisi di dire che serviva aprire una fase costituente: ma c'era grande fretta di superare Renzi, che invece poi non è stato superato».

È questo il momento della resa dei conti?

«Quanto meno si tratta di trarre le conseguenze. Siccome i possibili interlocutori della sinistra fanno il gioco delle esclusioni reciproche, bisogna scegliere. Su un progetto. Letta dovrebbe avere chiaro con chi ha a che fare, questo dovrebbe averlo imparato. È anche un ragazzo sveglio»·

Per entrare nel futuro bastano le Agorà?

«Le Agorà vanno bene, meglio di stare chiusetti nella propria stanzetta. Ma sembrano una consultazione: mentre gli interlocutori dovrebbero essere i protagonisti. C'è da ricostruire un campo, difficile che avvenga se un partito fa gli inviti. Il Pd dovrebbe usare questo tempo per andare oltre se stesso, costruire una grande forza di sinistra nel Paese».

Ci può stare anche il M5S?

«Per me sì, andrà chiesto a loro. I flussi elettorali dimostrano che i Cinque Stelle sono una costola della sinistra. Penso sia possibile ricucire quello strappo, però non unendo solo le sigle: perché altrimenti non si fa chiarezza, ed è quella che al centrosinistra manca».

Ma le elezioni sono andate bene, no?

«Era anche difficile perdere a Roma, a Milano, a Napoli. Ma una cosa sono le grandi città, una cosa i centri medio piccoli. È un'altra storia. E sulle grandi questioni la destra una sua posizione ce l'ha, bene o male, fa capire cosa vuole. La sinistra dovrebbe essere più esplicita, avere più coraggio: credo ci sia troppa preoccupazione di non guadagnare consenso, se si è radicali nei contenuti».

E invece?

«Se io dico agli italiani che le vite in mare si salvano e punto, la gente lo capisce».

Sembra di sentire Elly Schlein.

«In un Paese in crisi demografica come il nostro il futuro sta nell'integrazione, l'Europa l'ha capito da un pezzo. E sui temi del lavoro. Si rimettono o no in discussione alcune parti del jobs act? Si ha il coraggio? Si parla tanto del futuro dei giovani: che si chiama scuola, lavoro, ricerca. Sulla sanità pubblica una parola chiara la vogliamo sentire? È il momento di decidere, perché il piano inclinato che ha preso l'Italia porta alla privatizzazione».

E tutto ciò dovrebbe farlo Enrico Letta? Venite dalla stessa cultura politica, ma avete approcci opposti. Esempio: nel 2007, in mezzo a una battaglia tra Prodi e Rutelli, lui diceva di sentirsi sia prodiano che rutelliano, lei di non essere d'accordo con nessuno dei due.

«Siamo sempre stati dalla stessa parte, con delle differenze. Anche da candidati alla segreteria del Pd, nel 2007, io difendevo gli anni Settanta, lui gli anni Ottanta. E non solo per un fatto anagrafico: io ero concentrata sul periodo delle grandi riforme, lui quello delle opportunità - che per me era la Milano da bere. Quando era presidente del Consiglio e si cominciò a parlare di Congresso del Pd, gli consigliai di venire in Direzione e minacciare le dimissioni, contro Renzi. Lui non lo fece. Ma sono passati molti anni».

Un altro stile.

«Speriamo di dire che lo “aveva”, un altro stile. Chi è segretario deve fare opera di ascolto e di sintesi, sì, ma ora serve dare una linea precisa, con coraggio. Si è vinto le elezioni perché le periferie non sono andate a votare? Questo ci dovrebbe dire molto. Visto che sono stati a casa, è ora di ricominciare a parlarci».

Lei protestò contro l'unanimismo che portò Zingaretti alla guida del Pd. Ma anche Letta è stato acclamato all'unanimità. Che differenza c'è?

«Attorno a Zingaretti non ci fu solo unanimismo: vinse il congresso grazie a quelli che fino al giorno prima avevano appoggiato Renzi. Fu un'operazione politico-scientifica. E infatti non si sognarono di esporre icone anti-renziane: io ad esempio non ho mai ricevuto una telefonata».

A chi stiamo alludendo?

«È come la pubblicità: dove c'è Barilla c'è casa. Dove c'è maggioranza c'è Franceschini»

Il leader di Areadem c'è anche adesso.

«È diverso. A marzo, dopo le dimissioni di Zingaretti o chiudevi bottega, o cambiavi schema. Poi, siccome uno lo sa come è stato eletto, si regola di conseguenza: e Letta ha parlato infatti di comportamenti radicali».

Lei non ha più partecipato alle scelte del Pd. Tornerebbe alle Direzioni del partito?

«Tornerei a iscrivermi solo per votare una mozione che dice di andare oltre il Pd per ricostruire la sinistra italiana».

Con il governo Draghi le Camere sono ridotte ancora di più a ratificatrici delle scelte del governo. Che ne pensa?

«Io sono parlamentarista, il populismo si combatte con la democrazia rappresentativa. Ma è dai primi anni 90 che l'Italia supera le fasi difficili così. Il primo è stato Scalfaro, che ha chiamato il governatore della Banca d'Italia, dopo il governo Amato. Un momento delicatissimo: il governo Ciampi, ad esempio, coincide con la fase della mafia stragista, addirittura con il black out a palazzo Chigi, quella notte delle bombe in cui San Macuto era l'unico palazzo istituzionale in cui erano aperte le comunicazioni. Continuiamo a passare momenti difficili, ogni volta il capo dello Stato ha risolto le strettoie affidando alla politica la possibilità di soluzioni come quelle di Ciampi, Dini, Monti. Però, persone all'altezza del compito ci sono: le classi dirigenti non si formano solo nei partiti. E la politica è in grado di sostenere percorsi così».

Non è invece un segno di debolezza?

«Questa fase è frutto delle capacità di Draghi, che è all’altezza non solo da tecnico, ma perché si sta muovendo con un metodo politico, e anche del senso di responsabilità delle forze politiche. E i partiti dovrebbero approfittare del momento per fare il loro mestiere, visto che in cucina c'è chi lavora».

Draghi al Quirinale?

«Penso che debba restare a Palazzo Chigi. È utile lì e, soprattutto, nel disegno istituzionale dell'Europa il dopo Merkel si chiama Draghi. Nel ruolo di presidente del consiglio, perché l'Ue è ancora l'Europa dei governi. Perché grazie a Dio non siamo la Francia e non possiamo diventare semi-presidenzialisti in questo modo. Capisco d'altra parte che questo passaggio è talmente delicato che forse l'unico modo è una figura come lui, capace di dare al Paese un momento di grande unità».

Per tanti l'unità, una pacificazione, potrebbe realizzarsi con Silvio Berlusconi.

«Ma che stiamo su Scherzi a parte?»

Lui stesso si è fatto avanti.

«E nessuno ha detto di no, certo: perché nessuno l'ha preso sul serio. A proposito: bisognerebbe rileggere questi anni, dal 1994 a oggi. Nel Pd non si è fatto i conti col renzismo, ma in Italia non si è fatto i conti con il berlusconismo. Ci vuole il coraggio di rivedere questa parabola, fatti giudiziari a parte - che poi secondo me per i politici non si può dire “a parte”, e sarà anche stato perseguitato dai magistrati ma di materiale ne ha offerto».

Fatti giudiziari a parte?

«Vogliamo ripercorrere cosa il berlusconismo ha voluto dire per la politica, per il senso della cosa pubblica? A tutt'oggi non c'è la “moderazione” di cui si parla: dopo l'assalto alla Cgil mai hanno detto la parola “violenza squadrista”. Forza Italia non s'è dissociata dalla destra, hanno firmato una mozione in cui si condanna “tutta” la violenza: e grazie! Ma qui è la Costituzione, non pinzillacchere. E poi, chi è il padre fondatore di questo schieramento? La destra è destra, qualcuno lo deve dire, e non c'è bisogno di chiamare Liliana Segre. Sarebbe bene che anche il Fatto non strumentalizzasse una donna così. E lo dico per la venerazione che ho nei suoi confronti».

Sarebbe tuttavia ora di avere una donna al Quirinale, non trova?

«Lo dico dai tempi di Tina Anselmi candidata di Cuore, ho ancora il giornale incorniciato»

E Prodi?

«Bisognerebbe prima fare la votazione e poi proporlo, dopo aver guardato tutte le schede. Non si può esporre la sua persona ancora una volta, dopo quello che è successo coi 101».

Da più parte si fa il suo nome, Bindi.

«Sto già pensando al discorso».

Fa del sarcasmo?

«Tutti i politici hanno pronto un passaggio del discorso da capo dello Stato, sa? Casini probabilmente se l'è già scritto tutto».

Casini non fa mistero delle ambizioni.

«Se penso a cosa non mi disse quando scrissi un editoriale sull'Unità di Walter Veltroni. Poi te lo ritrovo alle ultime politiche a farsi eleggere dal Pd, con tanto di foto in sezione davanti al poster di Gramsci e di Berlinguer!»

Candidarono lui, lei invece è rimasta fuori. Il Pd è il partito più maschilista di tutti?

«Quale partito non è maschilista? Il Paese stesso lo è ancora, anche se meno della politica. È l'irrisolto tema del rapporto con il potere, che a sinistra è ancora più problematico. Oggi la base della piramide sociale ha maggioranza di donne, ma come ti innalzi cambiano le percentuali. Dipende dagli uomini, sicuramente. Ma va detto, alle donne, che il potere si conquista con la competizione, mentre lavorare sulla cooptazione non è una soluzione: fra l'altro, anche lì, un uomo si fiderà sempre più di un altro maschio».

Letta ha voluto una vice donna, Tinagli.

«Una cara ragazza molto preparata. Come l'altro vice, Provenzano: preparato, di sinistra, ogni tanto fa qualche scivolata, è nelle cose».

Calenda può stare nella nuova sinistra?

«È stato un bravissimo ministro, il suo mestiere era quello».

E Di Maio? Lei ha citato Fico, ma è lui il vero uomo di potere del M5S.

«Di Maio esiste, è vero: ecco il problema».

Conte può essere il futuro del centrosinistra, come disse Zingaretti?

«Su di lui avevo quasi un pregiudizio, ma è diventato una risorsa. Una evoluzione il M5S doveva averla, ed è meglio che l'abbia con un personaggio come lui, capace di fare sintesi. Un domani potrebbe entrare nella squadra che si farà carico di questo Paese».

Addirittura?

«Pensiamo a cosa offre il mercato. C'è tanta gente che si impegna, fuori dalla politica: devono far parte del progetto, costruire un “noi” nuovo. Sarebbe anche un modo, per il Pd, per superare le correnti».

Bum!

«È molto più rischioso, le assicuro, andare avanti col tran tran».

·        Il Renzismo.

Gianluca Paolucci e Giuseppe Salvaggiulo per “la Stampa” il 16 dicembre 2021. A differenza di tutti gli altri petali del «giglio magico», indagati con lui per aver trasformato la fondazione Open in una cassaforte di finanziamento politico illecito, Matteo Renzi ha chiesto di essere interrogato dai pm fiorentini che lo accusano. E ieri si è presentato all'appuntamento, preso non casualmente all'indomani della decisione della giunta del Senato di sollevare conflitto contro la Procura davanti alla Corte costituzionale, come da lui richiesto, per violazione dell'immunità parlamentare. Ma di tutto si è trattato, tranne che di un interrogatorio. Per un'ora, in un clima che dall'iniziale formale cordialità è scivolato sul crinale della tensione, Renzi si è rifiutato di rispondere alle domande. E anziché difendersi ha puntato il dito contro gli stessi pm, in una baldanzosa controrequisitoria. Li ha accusati di aver violato la Costituzione, mistificato, sbagliato grossolanamente, invaso il campo della politica, fondato un'inchiesta monstre su «premesse arbitrarie». Ha depositato una memoria di cinque pagine firmata dai suoi avvocati Federico Bagattini e Gian Domenico Caiazza, dichiarandosi disponibile a un nuovo incontro, quando i pm si saranno schiariti le idee ed emendati dalle loro colpe. Da parte loro, non senza imbarazzo, i magistrati hanno verbalizzato, ribadito di aver rispettato le regole e acquisito la memoria, riservandosi di valutarla. Ora hanno due strade: procedere con le richieste di rinvio a giudizio (alcuni imprenditori indagati hanno reso veri interrogatori, corroborando l'inchiesta) o svolgere le ulteriori indagini sollecitate da Renzi e riconvocarlo nelle prossime settimane (cosa non dovuta a differenza della convocazione di ieri). L'archiviazione sollecitata da Renzi non è un'opzione realistica. Renzi contesta dalla base l'indagine «scandalosa», che dipinge la fondazione Open come schermo per finanziare la corrente renziana del Pd. Nega il ruolo di «direttore di fatto» della fondazione e l'esistenza della sua corrente, «uno sproposito politico che in un'indagine diventa grossolana e arbitraria mistificazione della realtà». Cita altre fondazioni politiche «mai accomunate a correnti di partito» e (non senza malizia) il commissario Ue Gentiloni e il ministro Guerini: «Per la stravagante tesi accusatoria esponenti di vertice della corrente, anche se non hanno mai versato alcunché». In una mail della fondazione agli atti, entrambi (mai indagati) risultavano morosi rispetto al versamento delle quote dopo l'elezione in Parlamento nel 2013 in quota renziana. Poi sottolinea «plurimi, rilevanti e gravi errori» dei pm, che invita a «porre immediato rimedio». Sfidandoli in un crescendo «in difesa della dignità della politica», li accusa di aver «reiteratamente e sistematicamente violato la Costituzione, come metodo di lavoro», utilizzando sue mail e chat sequestrate nei computer di altri indagati (egli non è mai stato intercettato né perquisito). La Procura (presente ai massimi livelli per testimoniare la compattezza dell'ufficio, anche rispetto agli attacchi degli ultimi giorni) ha ribadito la correttezza delle indagini. Che avrebbe argomentato anche in sede parlamentare, se la giunta avesse chiesto atti o memorie, ed eventualmente sosterrà davanti alla Consulta. La questione in ogni caso non paralizzerà il processo. Ma ha un enorme peso nella strategia politico-mediatica di Renzi. Tanto che Conte, leader M5S, annuncia voto contro Renzi in Senato perché «bisogna difendersi nei processi, senza privilegi».

(ANSA il 15 dicembre 2021) "Credo nella giustizia, quindi chiedo giustizia. Questa mattina ho incontrato i PM di Firenze che indagano sulla vicenda Open, Luca Turco e Antonino Nastasi. Questo processo politico alla politica resterà negli annali della cronaca giudiziaria come uno scandalo nel quale gli indagati non hanno violato la Legge mentre i Pubblici Ministeri hanno violato la Costituzione. E come se non bastasse la Corte di Cassazione ha già smontato in quattro diverse sentenze l'impianto dei PM. Tuttavia credo che un politico non debba scappare dalla giustizia". Così Matteo Renzi su fb. "In passato - scrive il leader Iv - miei colleghi parlamentari hanno utilizzato le prerogative dell'articolo 68 della Costituzione per chiedere di non essere giudicati. Io no, io voglio il contrario. Voglio che si faccia giustizia davvero, sul serio, verificando se le plurime violazioni costituzionali dei PM, che ho pubblicamente segnalato, meritino una sanzione. E ieri la Giunta competente, al Senato, ha deciso con una schiacciante maggioranza (14 contro 2!) di chiedere di sollevare la questione di attribuzione in Corte Costituzionale. Interverrò in aula, immagino a gennaio, per spiegare come questa vicenda sia importante non tanto per me (per il mio processo cambia poco) quanto per le Istituzioni. Questa battaglia la faccio non per me ma per la dignità della politica e per il rispetto della separazione dei poteri contro l'invasione di campo di una parte della magistratura". "È proprio perché - spiega Renzi - io non ho violato alcuna legge non scappo dalla giustizia e stamattina mi sono presentato al Palazzo di Giustizia di Firenze. I PM hanno speso centinaia di migliaia di euro pubblici per dimostrare che i nostri finanziamenti privati non sono formalmente corretti: noi con cinque pagine abbiamo replicato alle 94.000 pagine dell'accusa, ridondanti e piene di errori. L'accusa impiega 94.000 pagine a spese del contribuente per sostenere una tesi che non esiste. A noi bastano cinque paginette a nostre spese per mostrare gli errori più grossolani. Questa vicenda durerà per anni. Noi la vivremo col sorriso di chi ha la coscienza a posto e la forza della propria tranquillità. E questo è il messaggio che voglio dare soprattutto ai ragazzi più giovani: credete nella giustizia, anche quando vi sembra difficile farlo. Perché anche quando ti entrano nella vita privata in modo illegittimo, quando ti controllano le email degli ultimi 12 anni, quando ti pubblicano in modo illegittimo l'estratto conto e i singoli movimenti bancari, quando i tuoi amici e la tua famiglia pagano un prezzo salato per la tua notorietà, quando vogliono impedirti di fare politica utilizzando presunti - e inesistenti - reati formali, anche allora bisogna credere nelle Istituzioni di questo Paese. Il giorno dopo aver vinto il primo round in Senato io sono andato dai magistrati a dire che voglio giustizia, non che scappo dal processo. Sono stato Presidente del Consiglio dei ministri di questa Repubblica: io faccio le mie battaglie rispettando le Istituzioni, sempre. E chiedendo ai ragazzi e alle ragazze di fare sempre le proprie battaglie a viso aperto. Perché a viso apetto è l'unico modo con cui quelli come noi sono stati educati a fare politica. Buona giornata, adesso vado a Roma per intervenire in Senato con il Presidente Draghi".

(ANSA il 15 dicembre 2021) Il senatore Matteo Renzi si è presentato questa mattina in procura a Firenze nell'ambito dell'inchiesta sulla fondazione Open. Secondo quanto appreso, Renzi, accompagnato dai suoi legali, avvocati Federico Bagattini e Giandomenico Caiazza, avrebbe scelto di non rispondere alle domande dei pm e avrebbe consegnato una memoria difensiva ai pm Luca Turco e Antonio Nastasi (ANSA). 

(ANSA il 15 dicembre 2021) "Si formula in via principale istanza perché la Procura di Firenze, preso atto dei gravi errori in fatto, avanzi richiesta di archiviazione del procedimento. Il difetto della qualifica di "Direttore di fatto" della Fondazione Open in capo al Senatore Renzi così come la assoluta inesistenza della c.d. "corrente renziana", determinano il venir meno delle premesse fattuali, logiche e giuridiche che sostengono la imputazione provvisoria a carico del nostro assistito". Lo si legge nella memoria difensiva consegnata oggi da Matteo Renzi, con i suoi avvocati, ai pm di Firenze, nel corso di un incontro durato circa 40 minuti che fonti di Iv dicono essere avvenuto in un clima "costruttivo". Nella memoria Renzi presenta cinque istanze difensive e formula cinque istanze istruttorie: "Espellere dal fascicolo ogni e qualsiasi corrispondenza indebitamente acquisita dalle SS.LL. senza il rispetto dell'articolo 68 Costituzione; verificare quali spese asseritamente in favore del senatore Renzi siano state effettuate nel periodo compreso tra il febbraio ed il maggio del 2017, nel quale Matteo Renzi, diversamente da quanto affermato nel capo di incolpazione, non ha rivestito la carica di Segretario Nazionale del Partito Democratico, traendone le doverose conseguenze in relazione alla formulata imputazione provvisoria; accertare e indicare quali e quanti siano i contributi indiretti di cui avrebbe beneficiato il politico Matteo Renzi nell'arco di tempo in cui può essere considerato oggetto di incolpazione e quale sia l'importo ad esso riferibile per ciascun anno; accertare e indicare a quanti e quali consigli direttivi della Fondazione Open abbia partecipato il politico Matteo Renzi e quali attività gestorie o amministrative egli abbia assunto nel corso degli anni nella veste di "direttore di fatto" della medesima fondazione, anche permettendo a questa difesa di accedere al copioso materiale di archivio consegnato spontaneamente agli investigatori dal Presidente della Fondazione, avvocato Alberto Bianchi, non utilizzato dai medesimi e non ancora dissequestrato per consentire le doverose indagini difensive sul punto; espellere dal fascicolo ogni e qualsiasi riferimento all'asserito finanziamento illecito per le iniziative della c.d. Leopolda sulla quale si è già formato un giudicato parziale, essendosi espressa la Corte di Cassazione, seconda sezione penale, il 26 maggio 2021, numero 29409, definendo "dato storico, ampiamente documentato" il fatto che gli eventi della Leopolda fossero "incontri a carattere eminentemente politico, con programmazione di numerosi laboratori, eventi di discussione, occasioni di partecipazione della società civile, diretti a stimolare il confronto su temi oggetto delle attività espressamente previste dallo Statuto della fondazione, senza peraltro alcun collegamento con le attività del Partito democratico".

Claudio Bozza per il "Corriere della Sera" il 15 dicembre 2021. Finito nella morsa, tra la maxi inchiesta sulla fondazione che ha sostenuto la sua scalata e i sondaggi che danno il suo partito al lumicino, Matteo Renzi segna un punto (mediatico e politico) per lui importante. E grazie all'asse tra Italia viva e centrodestra ha innescato, su un fronte sempre delicato e divisivo come la giustizia, anche scintille nell'ala di maggioranza a lui più ostile: Pd e M5S. La giunta delle immunità del Senato, ieri, ha infatti approvato con un'ampia maggioranza (14 favorevoli e 2 contrari) la relazione di Fiammetta Modena (FI) che dà il via libera a presentare un ricorso alla Corte costituzionale contro i pm di Firenze. A questi ultimi, titolari dell'inchiesta sulla fondazione Open che vede indagato Renzi per finanziamento illecito, la ratio della relazione contesta di fatto la violazione dell'articolo 68 della Costituzione, in quanto non avrebbero chiesto preventivamente alla Camera di appartenenza l'autorizzazione a intercettare conversazioni o corrispondenza di un parlamentare. Agli atti dell'inchiesta, oltre 92 mila pagine, risulta però una chat WhatsApp tra Renzi e il manager Vincenzo Manes del 3-4 giugno 2018 (da cui emerse la vicenda del jet pagato 134 mila euro dalla fondazione per portare Renzi a Washington, ndr ), quando Renzi era già senatore; uno scambio di sms e mail tra l'ex premier e l'amico Marco Carrai. Ora la questione potrà sbarcare in Senato per essere votata. Renzi ha superato l'ostacolo, ancora una volta, rinnovando il flirt con il centrodestra. Non a caso i 14 voti della relazione pro Renzi sono stati di FI, FdI e Lega, oltre chiaramente a Iv. Rilevante il posizionamento del Pd, con Anna Rossomando, responsabile Giustizia della segreteria di Enrico Letta, che ha scelto di astenersi. E non in solitudine, ma confermando l'asse con il M5S. Molteplici le ripercussioni. Renzi ha sparato contro il suo ex partito: «Insegue il Movimento nel populismo giudiziario». E tra i dem c'è anche chi lo segue: «Astenersi è stata una scelta sbagliata e non conseguente a quanto prevede la Costituzione», dice il senatore Margiotta. Ma disappunto, secondo quanto ribalzato nelle chat del Nazareno, sarebbe stato espresso anche da un peso massimo come il ministro Dario Franceschini. Bufera, palese, invece sul fronte grillino, che da sempre si batte contro ogni tipo di immunità per i parlamentari. In tanti hanno contestato alle senatrici Gallicchio, Evangelista e D'Angelo di non aver votato contro la relazione. Tanto che a sera è dovuto intervenire Conte: «È stata un'astensione tecnica. Posso preannunciare che in Aula potremo esprimere pienamente un voto politico contrario a che questo conflitto arrivi alla Corte costituzionale». Il teatro della battaglia finale sarà infatti a Palazzo Madama, dove però si arriverà a votare solo dopo la scelta per il Quirinale. E dai numeri per il successore del presidente Sergio Mattarella potrebbero uscire assetti politici finora totalmente inediti, con Renzi che punterebbe ad arrivare al traguardo prima che arrivi un probabile rinvio a giudizio.

Da iltempo.it il 14 dicembre 2021. Vittoria per Matteo Renzi sul caso della Fondazione Open. Fiammetta Modena, senatrice di Forza Italia, ha ottenuto l’ok della Giunta per le immunità di palazzo Madama alla sua relazione sul caso della Fondazione che vede coinvolto l’ex premier. Ora la palla passa all’Aula, che dovrà esprimersi su conflitto di attribuzione sollevato dalla Modena davanti alla Corte Costituzionale contro i magistrati di Firenze che avrebbero inserito nel fascicolo dell’inchiesta la chat con Vincenzo Manes del 3-4 giugno 2018 quando Renzi era già senatore. La Giunta per le Immunità di Palazzo Madama ha approvato con 14 voti a favore, due contrari e 4 astenuti la relazione. Raggiante Renzi nella sua reazione: “Oggi al Senato la Giunta per il Regolamento riconosce a larghissima maggioranza (14-2) che esiste una violazione della Costituzione da parte dei PM fiorentini Turco e Nastasi. Si tratta di una decisione fondamentale per la battaglia di civiltà che sto combattendo. In altri casi alcuni colleghi parlamentari hanno chiesto di utilizzare l’articolo 68 Costituzione per evitare il processo. Io no. Io non chiedo di evitare il processo: chiedo solo che si sanzioni il comportamento illegittimo e incostituzionale del dottor Turco e del dottor Nastasi. Io non ho violato la Legge, gli inquirenti hanno violato la Costituzione: questo è ciò che dimostrerò in tutte le sedi istituzionalmente preposte. Io non scappo dalla giustizia, io chiedo giustizia. In questa bella giornata dispiace per l’Atteggiamento del PD che finisce per astenersi inseguendo il Movimento Cinque stelle. Quello che era un partito riformista e garantista insegue oggi Conte e i suoi adepti nel peggior populismo, quello giudiziario. Sono curioso di vedere come voteranno in aula a scrutinio palese i colleghi del Pd, ricordando i principi sui quali sono stati eletti. Per il momento - conclude il numero uno di Italia Viva - ringrazio la Giunta, il Presidente, la relatrice e in particolare modo i colleghi commissari di Italia Viva che stanno combattendo, non da soli, una battaglia di civiltà giuridica e di dignità per la politica”. Lo scorso 7 ottobre Renzi si era rivolto per lettera alla presidente del Senato Casellati chiedendo di tutelare le proprie “prerogative costituzionali” che considera violate dai pm di Firenze Turco e Nastasi che lo indagano per finanziamento illecito ai partiti: i magistrati avrebbero dovuto chiedere l’autorizzazione preventiva al Senato per sequestrare la corrispondenza telematica di altre persone (non coperte dall’immunità parlamentare) che hanno avuto scambi con lui.

Partita a scacchi ed emoticon. Le chat di Open mandano in tilt Travaglio e Conte, il Fatto ‘bastona’ i 5 Stelle evocando “l’immunità” per Renzi. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 16 Dicembre 2021. L’aula del Senato voterà in una delle prime sedute di gennaio sul conflitto di attribuzione sollevato da Fiammetta Modena (Fi) nella Giunta per le immunità, dopo che ieri – con 14 sì, due no e 3 astenuti – i membri dell’organismo ristretto di Palazzo Madama lo hanno consegnato al voto del Senato. Ma è stata bagarre nei gruppi (il Pd dilaniato tra garantisti e meno garantisti) e cortina fumogena tra le disordinate tifoserie pentastellate. Il conflitto di attribuzione sollevato in seno alla giunta per le autorizzazioni del Senato ha infatti mandato in tilt gli sherpa di Pd e Cinque Stelle. Che hanno capito tardi (e male) l’oggetto del contendere, sollevando una messe di polemiche subito dopo il voto in Giunta.

Riepilogando: lo stesso senatore Renzi chiede alla Presidente Casellati se si può sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale con l’esigenza di andare a fondo sulla natura giuridica delle comunicazioni che avvengono con mezzi telematici – WhatsApp, sms, email – rimanenti in una zona ‘grigia’ poco definita da leggi e regolamenti. Nella Giunta per le elezioni e le immunità è la senatrice azzurra Fiammetta Modena che se ne fa portavoce, chiedendo di acquisire un parere sulla valenza giuridica delle chat. La quantità di materiale finito nei faldoni dell’inchiesta Open è impressionante: molte migliaia di ore di conversazioni ascoltate, chilometri di pagine di trascrizione con le chat private e personali di Renzi e dei suoi collaboratori, e che amici e familiari hanno avuto con lui. Che a questo punto vuole acquisire un parere alto, un pronunciamento da parte della Corte Costituzionale se quel materiale può essere allegato agli atti o meno. Se ha valore di fonte efficace, stante la decodifica particolarissima del sottotesto delle messaggerie che tra abbreviazioni, gif, emoticon e testi dall’alto grado ironico si prestano a errori di interpretazione costanti. La questione non è da poco.

Ma non si tratta affatto di dare o meno un parere sulla procedibilità del senatore Renzi. Sta di fatto che al Fatto non ci hanno visto più, o forse non ci o visto bene: Marco Travaglio e Peter Gomez (tutti e due, uno solo non bastava) si incaricano di “bastonare” i Cinque Stelle che sulla questione si sono prudentemente astenuti. “Rischiano l’estinzione se vanno avanti così”, tuona Gomez in un corsivo sobriamente intitolato: “Cari Cinque Stelle, tornate a bordo, cazzo! Sennò scomparirete”. La testata “ammiraglia” del Movimento prende un abbaglio, continuando a parlare di salvataggio dal processo. Le sirene giustizialiste ululano, mentre Matteo Renzi – che il procedimento vuole celebrarlo, “rispondendo punto su punto” – viene ammesso in Procura a Firenze per rendere spontanee dichiarazioni. Ma Travaglio: “Dal 2013, quando entrarono in Parlamento, i pentastellati avevano sempre votato contro qualunque pretesa immunitaria”. Un misunderstanding, per chiamarlo così, tanto grande da mettere anche Conte nel mirino.

L’Avvocato del popolo, colto alla sprovvista, corre ai ripari da par suo: “Il M5S voterà contro in Aula sull’inutilizzabilità delle intercettazioni di Matteo Renzi su Open”, annuncia trionfante Conte, che aggiunge che sarà “un voto politico”. Si becca un bel “giustizialista nel midollo con la pochette” da Di Maio, Marco. Il vice capogruppo di Italia Viva alla Camera. Come mai il giornale più amato dai grillini sia caduto in errore, non è dato sapere. Per Forza Italia hanno fatto una forzatura tanto per fare polemica. La senatrice Modena lo spiega al Riformista: “Non hanno capito, o meglio non hanno voluto comprendere, che la Giunta non ha imboccato la strada di uno scudo per non far fare il processo a Renzi. Non c’è peraltro nessuna richiesta di immunità. Renzi non ha richiesto le tutele dell’ex art.68 della Costituzione. Abbiamo proposto il conflitto di attribuzione, facendo notare come si sia sconfinato nell’ascolto”. E la Giunta ha dato parere favorevole. “E’ difficile dire oggi quale sia l’atto contro il quale la Giunta del Senato ha proposto di sollevare il conflitto di attribuzione e sul quale si sta decidendo”.

Gregorio De Falco, senatore del gruppo misto, membro della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari di Palazzo Madama, non nasconde i suoi dubbi, raggiunto dall’Adnkronos. “Nel corso della seduta sono state proposte due pregiudiziali – ricorda De Falco che ha votato contro la relazione, assieme all’ex presidente del Senato, Pietro Grasso – la prima sulla competenza, proposta dal presidente Grasso, la seconda dalla senatrice Rossomando, sulla necessità di integrare l’istruttoria, per aver piena consapevolezza di quale fosse l’atto, il provvedimento, della magistratura, nel quale si sarebbe oggettivato lo sviamento di potere, che poi è il motivo della sollevazione del conflitto di attribuzione di fronte alla Corte costituzionale, oggetto stesso del conflitto di attribuzione”. Rossomando, da noi sentita, riepiloga così: “Avevo proposto un’istruttoria per l’acquisizione di atti che sarebbero serviti per esprimersi in maniera compiuta, ma preso atto della volontà della maggioranza della Giunta di concludere l’iter senza esaminare gli atti sui quali viene sollevato il conflitto. In queste condizioni abbiamo deciso di astenerci, perché la precondizione del garantismo è basarsi sul merito”.

Dagli uffici di Andrea Marcucci trapela l’insofferenza per un Pd che si allinea a Conte, quando poi Conte si mette sull’attenti per Travaglio. “Ci sono giorni in cui è utile tornare alla nettezza di Leonardo Sciascia per ricordarsi che non può esistere un partito che sia di centrosinistra e al tempo stesso arrendevole con la furia dei giustizialisti”, dice il portavoce di Marcucci, Aldo Rosati. Si evoca il grande scrittore siciliano: “Mi ripugna quando mi sento dire che sono un garantista. Io non sono un garantista: sono uno che crede nel diritto, che crede nella giustizia”.

La conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama dovrà a breve individuare la data per la messa in votazione. Il M5S di Conte, richiamato all’ordine da Travaglio, voterà contro. Il Pd è chiamato a dare un segnale significativo, in una direzione o nell’altra: la richiesta che la Corte Costituzionale svolga una riflessione approfondita sull’utilizzo delle chat e delle messaggerie non inficia in nessun caso lo svolgimento del processo. La cosa peggiore che si può fare, quando si è a un bivio, è prenderlo in pieno.

Aldo Torchiaro. Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.

Da ilfattoquotidiano.it il 14 dicembre 2021. Nel corso della diretta quotidiana il direttore Peter Gomez non ha risparmiato critiche al movimento 5stelle, i cui componenti nella giunta per le Immunità si sono astenuti nel voto decisivo per sollevare un conflitto di attribuzioni nei confronti dei Pm fiorentini che indagano sul caso Open: “Il Pd e i 5 stelle si trincerano dietro questioni tecniche, balle! Sono 15 giorni che stanno discutendo, si studiavano le carte anche di notte e prendevano una decisione. Detto questo almeno i 5 stelle non dovevano farsi nessuna opinione. Non perché quello era Matteo Renzi, ma perché ci hanno scassato la uallera per anni spiegandoci che erano contro l’immunità parlamentare. Se sono contro l’immunità parlamentare dicono ok a qualsiasi processo e non sollevano nessun conflitto di attribuzione”. “Perché diavolo uno dovrebbe votare i 5 stelle dopo aver sentito Giuseppe Conte dire che Berlusconi aveva fatto molte cose buone, senza saper elencare quali fossero. Dopo non aver sentito nessuno o quasi dei 5 stelle dire che c’era una questione etica e morale riguardante Berlusconi, grande come una casa. E oggi vedere questi 4 buontemponi, si suppone spalleggiati sa quelli che non torneranno in parlamento…perché se il Movimento 5 stelle perde anche l’ultima sua caratteristica, quella di schierarsi sempre dalla parte che non vuole un’Italia dominata da corrotti e corruttori, se non c’è questo, non solo caleranno nei sondaggi, ma se prendono il 6-7% gli va tanto bene”.

Lo scisma dei mozzorecchi. Il Fatto accusa i Cinquestelle, nel loro piccolo, di aver tradito l’oscurantismo manettaro. Mario Lavia su L'Inkiesta il 16 Dicembre 2021. Dopo l’astensione grillina al Senato sul caso Open, è arrivata la scomunica del direttore del sito Peter Gomez. Ora a Conte e compagnia rimane solo l’incomprensibile sostegno del Pd. La scomunica del Movimento Cinque stelle è arrivata dal cardinale Peter Gomez in termini terribili: «Se prendono il 5-6% gli va bene». Una scomunica, anzi un anatema e da parte del direttore del Fatto.it, mica da un redattore de Linkiesta (qui preconizziamo da tanto tempo l’inesorabile tramonto grillino), ed è singolare che partendo e seguendo strade diametralmente opposte si giunga alla medesima conclusione: il Movimento sta fallendo. Gomez ha emanato la sua sentenza dopo che il M5s nella Giunta per le immunità del Senato si era astenuto nella votazione sulla legittimità dell’uso di intercettazione telefoniche da parte dei pubblici ministeri che indagano su Open, se cioè i pm avessero violato la norma che prevede la previa autorizzazione della Camera d’appartenenza per effettuare intercettazioni che coinvolgano un parlamentare (in questo caso Matteo Renzi). 

La maggioranza della Giunta ha dato ragione al leader di Italia viva, Partito democratico e M5s (ormai uniti nella lotta) si sono astenuti. 

L’ira di Gomez è stata davvero funesta: «Ci hanno scassato per anni la uallera spiegandoci che erano contro l’immunità parlamentare» e invece… Lasciamo stare qui la solita imprecisione – l’immunità parlamentare non esiste più, esiste invece l’obbligo per i magistrati di chiedere l’autorizzazione del Parlamento per le intercettazioni telefoniche – e andiamo al sodo. 

Il rapporto politico-editoriale tra grillismo e travaglismo è storia vecchia. Dopo l’imborghesimento di Di Maio e il parallelo impazzimento di Di Battista, Il Fatto (Marco Travaglio in primis) aveva scommesso tutto sull’avvocato del populismo: Conte, per Travaglio e Gomez, era diventato l’ultimo baluardo dell’antipolitica, la casamatta finale, la sempre alta barricata a presidio del decadimento del dibattito pubblico mentre veniva avanti la risposta democratica incarnata da Mario Draghi al populismo grillino. 

Dopo l’autodistruzione del patto Conte-Di Maio-Salvini per opera dell’allora ministro dell’Interno su una spiaggia romagnola con un bicchierino di liquore in mano, malgrado avesse cambiato il fucile di spalla, alleandosi con un Pd in versione fraterna, l’avvocato cadde una seconda volta. E da allora perde metri su metri come quei maratoneti che arrivano al traguardo due ore dopo il vincitore. 

Travaglio ha fatto quello che ha potuto, aiutandolo a cadere con consigli sbagliati e poi ha cominciato a storcere il naso quando ha visto che l’avvocato aveva sposato un terza linea, quella di diventare se non una corrente del Pd almeno una ruota di scorta, un maglioncino che ti porti la sera d’estate che magari fa freddo, una batteria in più se ti scaricasse il cellulare: cose così. 

In questo nuovo quadro che fa orrore a Gomez, Conte si prostra a tutto quello che fa il Pd, non farà una proposta che non sia concordata con Letta, per esempio sul presidente della Repubblica, si aggrappa al Nazareno, è il caso di dire, cercando la salvezza. E infatti il Pd lo voleva ringraziare cedendogli quel collegio di Roma Centro da cui è scappato appena intravista la sagoma di Carlo Calenda: l’ultima figuraccia. 

E si arriva qui al presunto tradimento dell’oscurantismo manettaro e antigiuridico fulminato da Peter Gomez sulla via del davighismo “fattista”: ma se non mandi più la gente a processo o in galera, se smetti di intercettare, perquisire, intimidire “presunti colpevoli” allora la gente che vi vota a fare (ha detto proprio così Gomez)? 

Per questo vi andrà bene se prenderete il 5 o il 6%! Ma a parte il fatto che nel presente del M5s non c’è nessuna svolta garantista o anche solo timidamente rispettosa delle regole (infatti Conte ha detto che in Aula non si asterranno ma voteranno a favore dei pm), anche qui si condivide che il partito dell’avvocato è ormai un fantasma politico dato dai sondaggi (Swg, due giorni fa) sotto la soglia psicologica del 15%: ma le ragioni del continuo scivolamento sono insite nella sua natura di soggetto antipolitico e a-democratico, come tale espressione di un sentimento molto italiano ma di breve durata. 

Il Movimento ha dettato legge finché tardava la riscossa della Politica e poteva contare sulla respirazione bocca a bocca praticata da Nicola Zingaretti, Goffredo Bettini, Dario Franceschini e un po’ anche Enrico Letta: c’è voluto il ritorno della Politica con Mario Draghi per vedere le convulsioni forse finali di un Movimento che respira ormai artificialmente grazie alle bombole d’ossigeno offerte gentilmente non si sa più perché dal Nazareno, vana risorsa dinanzi alla terribile scomunica di quello che fu il suo organo di riferimento e all’incedere della Politica.

Renzi smonta l'inchiesta Open. Il Pd giustizialista sta coi pm. Felice Manti il 15 Dicembre 2021 su Il Giornale. Accusati da un inquirente di depistaggio, scaricati dai colleghi e dall'Anm, difesi da Pd e Cinque stelle. Per i pm del caso David Rossi sono giorni difficili. Accusati da un inquirente di depistaggio, scaricati dai colleghi e dall'Anm, difesi da Pd e Cinque stelle. Per i pm del caso David Rossi sono giorni difficili. Uno di loro, Antonino Nastasi, è nel mirino di Matteo Renzi perché indaga sulla Fondazione Open assieme al pm Luca Turco. Ieri la giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato ha respinto la pregiudiziale presentata da Pietro Grasso (Leu) dopo la memoria del leader di Italia Viva che dimostrerebbe come i due pm di Firenze abbiano violato la Costituzione in fase di indagine. Colpa di una chat di Renzi agli atti sebbene fosse già senatore. I parlamentari M5s e Pd si sono astenuti, mostrando ancora una volta di essere sottomessi alle toghe e al peggior giustizialismo, come commenta l'ex premier: «Io non chiedo di evitare il processo. La Giunta riconosce un comportamento illegittimo e incostituzionale che dimostrerò in tutte le sedi. Spiace per un partito riformista e garantista come il Pd che oggi insegue M5s e i suoi adepti nel peggior populismo, quello giudiziario». In Aula M5s per bocca di Giuseppe Conte ha già detto che voterà contro il rinvio alla Corte costituzionale. Insomma, pur di fare un dispetto all'ex segretario il Pd - con un voto che pare abbia irritato Andrea Marcucci - ha deciso di abdicare all'indipendenza di Palazzo Madama.

Un tempismo sbagliato, proprio adesso che la solidità corporativa delle toghe mostra delle crepe che ne mettono in dubbio la storia e la credibilità. Tanto che persino l'Anm ha deciso di scaricare i pm del caso Rossi. «Non sono questioni di cui mi occupo», dice al Giornale il presidente del sindacato delle toghe Giuseppe Santalucia, che fa spallucce di fronte alle gravissime rivelazioni alla commissione sul caso Mps del colonnello dei carabinieri Pasquale Aglieco, che ha raccontato un gravissimo inquinamento probatorio dell'ufficio dal quale si sarebbe lanciato il 6 marzo 2013 il manager della comunicazione della banca, appena sfiorato dall'inchiesta sulla scalata Antonveneta.

Si tratta pur sempre di un cestino rovesciato su una scrivania, fazzolettini sporchi di sangue spostati, la finestra da cui sarebbe precipitato chiusa, i suoi effetti personali come il telefonino toccati o mossi, presunti bigliettini d'addio che sembrano portati via dalla scena del crimine da uno dei pm, molto prima che la Scientifica potesse cristallizzare la scena del crimine. Tra i magistrati c'è chi legge questa mossa dell'Anm come una sorta di dispetto anche all'ex presidente Eugenio Albamonte, che nel 2017 proprio a Siena aveva convocato il congresso incentrato sulla «visibile perdita di credibilità della magistratura». Parole quanto mai profetiche.

Ma per capire se questa mossa sia o meno una pietra tombale sui magistrati che hanno archiviato i sospetti dei familiari, confermando l'ipotesi del suicidio nonostante i mille più che ragionevoli dubbi sollevati soprattutto dai servizi delle Iene, bisognerà aspettare di capire come si comporterà la Procura di Genova, investita dal presidente della commissione Pierantonio Zanettin delle rivelazioni di Aglieco. A quanto apprende l'Ansa, la Procura ligure sarebbe pronta ad aprire un fascicolo per favoreggiamento, omissione d'atti d'ufficio e falso. Nel mirino lo stesso Nastasi, Aldo Natalini e Nicola Marini. Il problema è che Genova aveva già scandagliato l'ipotesi che i festini gay a cui avrebbero partecipato questi ultimi due e lo stesso Aglieco - come ha confermato ai pm liguri, alle Iene e alla commissione un escort, minacciato da lettere anonime e pedinato fin sotto la commissione dal colonnello, al tempo ex comandante provinciale a Siena - abbiano in qualche modo ostacolato o inquinato le indagini sulla strana morte di Rossi. E dire che anche Aglieco era stato ascoltato dai pm di Genova. Mentre invece non è mai stato interrogato l'ex carabiniere che accusa almeno uno dei tre pm di aver insabbiato le indagini sui festini. La Procura cambierà idea? Non canta vittoria il legale della famiglia Carmelo Miceli, deputato Pd. «Mi auguro che la questione non venga archiviata per prescrizione», dice al Giornale. «Anche se a me interessa solo sapere come è morto David Rossi». D'altronde, persino l'ex deputato di Forza Italia Giancarlo Pittelli, nei guai per 'ndrangheta e legato guarda caso anche all'ex numero uno di Mps Giuseppe Mussari, in un audio reso noto dall'emittente calabrese LaC e rilanciato dalle Iene aveva detto: «Rossi è stato ammazzato, se si sa chi è stato...». Mussari sarà a breve ascoltato dalla commissione, Pittelli chissà...

Intanto i parlamentari saranno presto in missione a Siena assieme ai carabinieri di Ris, Ros e Racis. «Valuteremo bene se la caduta è compatibile con quello che ad oggi è emerso - dice al Giornale Walter Rizzetto di Fdi, uno degli ispiratori della commissione - e le anticipo che grazie a un software simuleremo anche una caduta da un piano diverso dal terzo». La famiglia invoca l'intervento del Guardasigilli affinché il ministro Marta Cartabia mandi presto gli 007 a Siena e a Genova e prepara una conferenza stampa per domani.

Sollecitato dal Giornale, il Csm invece tace sul futuro dei tre magistrati. Altro segnale che il loro destino appare in qualche modo segnato. Felice Manti

Il leader di IV: "Pd insegue 5S nel populismo giudiziario". Caso Open, la Giunta del Senato dà ragione a Renzi: i pm fiorentini dovevano chiedere l’autorizzazione per intercettarlo. Fabio Calcagni su Il Riformista il 14 Dicembre 2021. Un primo round a favore di Matteo Renzi quello andato in scena nella Giunta per le immunità del Senato. I suoi 20 membri hanno infatti dato il via libera alla relazione della senatrice di Forza Italia Fiammetta Modena che ha sollevato un conflitto di attribuzione alla Corte Costituzionale contro i magistrati di Firenze.

I pm fiorentini avrebbero infatti inserito nel fascicolo di indagine sulla Fondazione Open la chat tra Vincenzo Manes e lo stesso Renzi del 3-4 giugno 2018, quando l’ex premier era già senatore: i magistrati secondo la parlamentare forzista avrebbero dovuto chiedere prima una formale autorizzazione al Senato.

A votare a favore della relazione della Modena sono stati 14 senatori, col voto compatto del centrodestra e di Italia Viva: due i voti contrari, quello dell’ex presidente del Senato Pietro Grasso e dell’ex 5 Stelle Gregorio De Falco, mentre i quattro membri di Partito Democratico e M5S si sono astenuti.

Col voto odierno la Giunta chiederà dunque all’Aula del Senato di votare sul conflitto di attribuzione per il caso Open.

Prima del voto sulla relazione di Fiammetta Modena la Giunta aveva respinto la pregiudiziale presentata da Pietro Grasso e la richiesta di nuova istruttoria presentata dalla senatrice Dem Anna Rossomando.

LE PAROLE DELLA RELATRICE MODENA – La relatrice Modena dopo il voto in Giunta che ha approvato la sua relazione si è detta “soddisfatta” dell’esito, anche se “avrei preferito sicuramente una valutazione unanime, in quanto la documentazione presentata dal senatore Renzi è stata oculatamente selezionata e la proposta non aveva ad oggetto, né poteva averla, l’immunità” per il fondatore di Italia viva, “ma la difesa delle prerogative del Senato”.

Per la senatrice, sentita dall’AdnKronos dopo il voto della Giunta, la decisione di oggi assume un significato politico preciso, non solo tecnico: “Dopo l’irrazionalità nella determinazione dei conflitti tra potere giudiziario e legislativo, è necessario ritrovare dei punti di equilibrio oggettivi senza un abbrutimento del dibattito politico”.

L’AFFONDO DI RENZI – Ben più dure le parole di Matteo Renzi dopo il voto della Giunta. Per il leader di Italia Viva col voto odierno “la Giunta per il Regolamento riconosce a larghissima maggioranza (14-2) che esiste una violazione della Costituzione da parte dei PM fiorentini Turco e Nastasi. Si tratta di una decisione fondamentale per la battaglia di civiltà che sto combattendo”.

Altre parole al vetriolo sono invece ‘dedicata’ agli ex compagni del Partito Democratico, che col loro “atteggiamento”, spiega Renzi, finiscono per astenersi “inseguendo il Movimento Cinque stelle. Quello che era un partito riformista e garantista insegue oggi Conte e i suoi adepti nel peggior populismo, quello giudiziario. Sono curioso di vedere come voteranno in aula a scrutinio palese i colleghi del Pd, ricordando i principi sui quali sono stati eletti”.

Quanto all’eventuale processo, Renzi rimarca ancora una volta che “io non chiedo di evitare il processo: chiedo solo che si sanzioni il comportamento illegittimo e incostituzionale del dottor Turco e del dottor Nastasi. Io non ho violato la legge, gli inquirenti hanno violato la Costituzione: questo è ciò che dimostrerò in tutte le sedi istituzionalmente preposte. Io non scappo dalla giustizia, io chiedo giustizia”.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

L'inchiesta sulla Fondazione Open. I Pm e le ‘indagini creative’ su Renzi, ma su Philip Morris chiudono gli occhi. Piero Sansonetti su Il Riformista il 26 Novembre 2021. Il ministro degli Esteri Di Maio, intervenendo a un convegno nell’ambito di Expo 2020, si è detto soddisfatto per gli investimenti che Philip Morris sta realizzando in Italia. Già. E così mi è venuta in mente tutta la vicenda dei rapporti stretti tra i 5 Stelle e Philip Morris della quale in realtà ha parlato quasi solo il nostro giornale ma è una vicenda bella grossa. Mi è venuta in mente anche per un’altra ragione. Ho messo mentalmente a confronto il rumor di grancassa intorno all’inchiesta dei Pm fiorentini su “Open” e il silenzio ovattato intorno a questa vicenda di Philip Morris. Vediamolo bene questo confronto. “Open” è una Fondazione che è stata finanziata in maniera volontaria e con somme relativamente modeste da alcune centinaia di sostenitori. Non sottobanco. Ogni euro versato è stato bonificato, registrato, dichiarato e segnalato. Non c’era niente di illegale né di losco. I Pm di Firenze hanno deciso di mettere sotto indagine “Open” per due ragioni. Una evidentemente vera, l’altra evidentemente pretestuosa. La ragione vera è che “Open “è roba di Matteo Renzi, e un pezzo di magistratura e di informazione (entità talvolta quasi coincidenti) da tempo hanno messo Renzi nel mirino. Se non si trovano reati a suo carico resta solo la possibilità dell’”indagine creativa” che invece di fondarsi sul codice penale si fonda sulla capacità di inventiva degli inquirenti.

L’inventiva, a pensarci bene, è una qualità, non un difetto. E così i Pm hanno deciso che siccome finanziare una Fondazione non è reato, neppure un pochino, basta però stabilire che “Open” non è una Fondazione ma un partito e il finanziamento (almeno una parte del finanziamento) anche se dichiarato e trasparente diventa reato, sulla base di una legge recente che equipara il finanziamento dei partiti politici a quello delle associazioni a delinquere. Ok. Ma come si fa a stabilire che “Open” non è una fondazione ma un partito? I Pm hanno deciso che per fare questo è sufficiente la loro parola. Se loro dicono che è un partito, è un partito. E allora hanno detto: è un partito. La parola dell’inquirente diventa prova. Anche questo è diritto creativo, uno degli aspetti più originali della modernità. La faccenda Philip Morris invece è molto più semplice. L’abbiamo denunciata con scarsi risultati circa un anno fa. Cosa era successo? La Philip Morris aveva finanziato con circa 2 milioni di euro la Casaleggio. E – ovviamente in modo del tutto casuale – i 5 Stelle – che all’epoca erano molto legati a Casaleggio – in Parlamento avevano ottenuto un clamoroso sconto fiscale a vantaggio dei prodotti della Philip Morris. Abbiamo calcolato che questo sconto produceva una riduzione delle tasse di circa 500 milioni all’anno per la Philip Morris. E, di conseguenza, produceva mancate entrate all’erario per mezzo miliardo. Una quantità di denaro clamorosa, se pensate che la maxitangente Enimont – quella che nel ‘92 provocò la caduta della Prima repubblica, centinaia di arresti tra i politici, la fine e poi la morte in esilio di Bettino Craxi – era una tangente di circa 60 milioni di euro. Noi del Riformista, quando fummo informati di questa storia, cercammo di parlarne sul nostro giornale e di farci notare. Ottenemmo che nella legge di bilancio del 2021 lo sconto fiscale fosse ridotto un pochino, ma non troppo. Però questa modesta riduzione, scritta nella legge mandata alle Camera, nella notte fu ritoccata con un ulteriore piccolo favore a Philip Morris (anche in questo caso, lo so benissimo, i fatti furono del tutto casuali e privi in ogni caso di dolo). Ora non credo che ci sia bisogno di ulteriori spiegazioni per capire che i due casi – “Open” e Philip Morris – sono molto diversi. Nel primo caso non c’è l’ombra né di reati né di scambio tra finanziamenti e favori. Nel secondo caso sicuramente ci sono stati sia i finanziamenti (molto cospicui) sia i favori (clamorosamente cospicui) anche se niente ci autorizza e credere che tra favori e finanziamenti ci fosse una relazione. In genere, a essere onesti, i Pm non sottilizzano molto, in questi casi, e se vedono un finanziamento e subito dopo un favore, anche piccolino, stangano. C’è gente che ha avuto la vita rovinata per 10 mila euro, non per due milioni. Stavolta, per fortuna, sembra che i Pm vogliano comportarsi in modo parecchio più cauto. E questa è una cosa buona. Che noi apprezziamo molto. Sarebbe ancora migliore se qualche cautela la dimostrassero anche i Pm fiorentini. Ma forse è chiedere troppo. Così come è una domanda veramente stronza quella di chi vorrebbe sapere dai grandi giornali come mai si sono entusiasmati per “Open “e se ne fregano del tabacco. Proprio stronza: noi ci guardiamo bene dal porre questa domanda.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Fabio Amendolara e François de Tonquédec per “La Verità” il 21 novembre 2021. La sessione della Leopolda 11 sulla Giustizia e contro il giustizialismo, twitta Matteo Renzi, «resterà negli annali». Un attimo dopo indossa una giacca scura e introduce il grande tema dell'inchiesta sulla fondazione Open. Per lo show ha preparato delle slide da mostrare ai suoi ospiti sul grande display piazzato proprio sopra la grafica che ricorda una vecchia trasmissione radiofonica. L'arringa comincia con queste parole: «La questione processuale si vedrà in Tribunale. Se guardiamo i dati dei processi penali più o meno terminerà in Cassazione nel 2027. Mettetevi comodi, c'è tempo». Il fu Rottamatore scalda subito i suoi: «È impressionante il fatto che le 92.000 carte, che noi ancora non abbiamo letto, sono il frutto di un lavoro che ha portato centinaia di uomini della Finanza, tantissime persone che sono state sottratte dal loro lavoro sulla criminalità, a discutere di cosa? Del reato di finanziamento illecito alla politica». Per Renzi il punto di partenza è «che il tema del contendere non è il finanziamento illecito. Il tema è la seconda parte della frase, è quel "finanziamento illecito alla politica"». E spiega: «Questi denari sono andati a una fondazione, che è un istituto giuridico previsto delle leggi. Ma secondo il pm la fondazione in realtà era un partito. Qual è la sostanza? La differenza è che se i soldi vanno alla fondazione vanno rendicondati con un modulo che chiameremo A. Se vanno a un partito vanno rendicondati con un altro modulo, il modulo B. Ma questo porta più svantaggi che vantaggi». Il leader di Italia viva però si dimentica di dire che, se gli imprenditori avessero usato il modulo B, i soldi sarebbero andati all'intero partito, invece che agli uomini più vicini a lui. Quello che proprio il Bullo non riesce a mandare giù è che i magistrati ritengano Open la cassaforte della sua corrente: «Chi decide cosa è politica e cosa non è? Se è un magistrato a decidere, la libertà democratica è a rischio». In realtà, gli inquirenti evidenziano «quanto emerge in ordine alle reali circostanze che hanno portato all'esaurimento delle finalità statutarie e allo scioglimento della fondazione Open con verbale del Cda datato 29 giugno 2018». E risultano «direttamente collegate al quadro seguito»: «All'esito del referendum del 4 dicembre 2016»; «alle dimissioni di Matteo Renzi dalla segreteria del Pd»; «alle elezioni politiche del 4 marzo 2018». Dunque a decidere cosa fosse davvero Open, sarebbero stati i suoi stessi componenti all'atto dello scioglimento. Poi passa a quello che definisce il «secondo tema», ovvero «come si entra nella vita degli altri». E dice: «Si entra nei telefonini e si tira tutto ciò che si può tirare via». A quel punto spara ad alzo zero su chi indaga: «Noi in questa vicenda non abbiamo rubato un centesimo né violato norme, altri non so. Hanno violato norme e Costituzione. Non mi preoccupano i giornalisti polemici né i grillini, mi preoccupa il silenzio di chi sa di cosa si sta parlando». Le protagoniste, nell'arringa di Renzi, sono le toghe: «Vi segnalo che un magistrato, sulla rivista di Magistratura democratica, ha scritto che attorno a Renzi va stretto un cordone sanitario. [...] Quando saremo giudicati potremmo sapere se quel pubblico ministero per caso appartiene a Md?». Al sistema che avrebbe creato per sfruttare i social dedica non poco spazio, rivendicando la volontà di distruggere l'avversario politico anziché sconfiggerlo: «Di Maio ha detto che dall'analisi delle carte di Open Renzi voleva distruggere i 5 stelle. Ci sono volute le carte di Open? Io non so se è un reato distruggere i 5 stelle. Io penso che sia stato un reato non riuscire a farlo. La distruzione ovviamente era politica». Poi attacca Pier Luigi Bersani: «Tra i testimoni del procedimento c'è Bersani. È arrivato a dire "Renzi ha una cassa personale all'interno del partito." Non so come abbia fatto a dire una cosa del genere. Vorrei ricordare che Bersani ha ricevuto 98.000 euro dai Riva a Taranto. Io ho lavorato per mettere a posto quella città martoriata. Non so quanto costano i caffè a Taranto, ma ora mi spiego perché è così nervoso Bersani». Poi se la prende con D'Alema, che «ha distrutto il Monte dei Paschi di Siena, cosa che nemmeno la peste e le guerre erano riuscite a fare». Ultima questione: «La pesca a strascico»: «Per continuare l'operazione del cordone sanitario non bastava l'invasione di campo nella sfera della politica. Bisognava andare nella sfera personale. I pm vanno a prendere da 40 persone che hanno creduto nel disegno della Leopolda i loro supporti informatici. E così sono uscite le mie email, anche quelle da presidente del consiglio [...]. Quando un pm prende la corrispondenza di un parlamentare sta facendo una cosa enorme. Se deve farlo deve utilizzare delle procedure, chiedendo alla giunta per le autorizzazioni». In realtà quello che è stato acquisito è il contenuto dello smarthphone di Carrai, indagato. Le autorizzazioni serviranno se e quando i magistrati vorranno usare quei dati contro Renzi. Che prosegue: «E nel telefonino di Carrai ci sono le email che producono due cose, il mio conto corrente e la mail di Rondolino». Per un bonifico con Carrai da 5.000 euro parte una segnalazione di operazione sospetta alla Banca d'Italia. «E da lì si arriva a spiattellare il mio conto corrente. Mettono questo conto negli atti. Cosa c'entra con Open? Nulla». Renzi non dice che allegato alla segnalazione non c'è solo il suo estratto conto, ma tutti quelli «dei rapporti beneficiari dei bonifici» effettuati da Carrai oggetto di approfondimento. Sulla mail di Rondolino, però, sorvola. E chiude così la questione. Alla fine ripete che non ha paura e che andrà fino in fondo: «Vogliono processarci per aver fatto politica?», si chiede. E la risposta è questa: «Chiederemo ricompense e lo faremo col sorriso».

Renzi: «Io so di non aver violato la legge, spero possano dirlo anche i pm». Open, Renzi: «Hanno cercato tra le mie mutande» per  un processo «politico alla politica dove dovrò discutere con i magistrati, che hanno fatto pesca a strascico, di cosa è politica e cosa non lo è». Rocco Vazzana Il Dubbio il 21 novembre 2021. È forse il momento più atteso della Leopolda, quello in cui Matteo Renzi prova a dare la sua versione sulla vicenda Open, un «processo è impressionante», dice che ha richiesto l’impiego di centinaia di uomini delle forze dell’ordine per riempire quelle 92 mila pagine. «Tantissime persone sottratte al loro lavoro di contrasto alla criminalità per dedicarsi al reato di finanziamento illecito alla politica». «Matteo Messina denaro ricercato con meno risorse di Matteo Renzi», si scalda il leader di Iv, puntando il dito contro lo «sputtanamento», contro la «violazione della privacy», attraverso la pubblicazione di conversazioni e immagini private, non solo di un cittadino ma di un «parlamentare». «Hanno cercato tra le mie mutande» per  un processo «politico alla politica», ribadisce Renzi, un processo «kafkiano», dove dovrà discutere con i magistrati  – che hanno «fatto pesca a strascico», sequestrando telefonini, iPad e computer di «gente che non c’entrava niente» –  di cosa è politica e cosa non lo è. Eppure Renzi dice di non aver «niente da temere» da questo processo, sono «altri a doversi preoccupare. Perché noi  non abbiamo violato nessuna legge, spero che altri possano dire la stessa cosa. A partire dagli inquirenti». Perché il finanziamento illecito «cosa fa venire in mente?», si chiede retoricamente il senatore. Che poi si risponde: «Che ci siano dei soldi non denunciati, presi di nascosto. Poi scopri che quei soldi non solo sono tutti tracciati, ma sono tutti bonificati». Il tema del contendere, dunque, «non è il finanziamento illecito, è la politica. Perché questi denari sono andati a una fondazione, un istituto giuridico previsto dalle normative». Solo che per gli inquirenti quella fondazione si comportava in realtà da partito. «E chi lo ha deciso? E cosa cambia nella sostanza?» La differenza, secondo Renzi, «è che se i soldi vanno a una fondazione vanno rendicontati col “modulo A”, se vanno a un partito vanno rendicontati col “modulo B”. Il paradosso è che il modulo B è più conveniente. Noi avevamo tutto l’interesse a farlo come partito, perché avremmo avuto delle detrazioni maggiori». Il problema dunque è che qualcuno vuole decidere cosa è politica e cosa no. Ma «nei paesi democratici le forme della politica le decide il Parlamento. Lì dove è un giudice penale a deciderlo non è democrazia». La Leopolda, organizzata da Open, «non era un’iniziativa del Pd», insiste il leader di Iv, «anzi, venivamo sommersi dalle polemiche perché non volevamo bandiere di partito». Eppure il pm dice che alla Leopolda si svolgeva l’attività organizzata da un partito o da una corrente. Ma «che la Leopolda fosse un evento culturale lo dimostra un’ordinanza della Cassazione che dice espressamente che si trattava di “un’iniziativa culturale diversa da quella di un partito politico”». Forse «i magistrati pensano che le correnti in politica funzionano come nella magistratura. Ma non è così. Se facessimo ciò che fa il Csm prenderemmo avvisi di garanzie per traffico di influenze. La corrente dei renziano semplicemente non esisteva», aggiunge Renzi. Che po cita un passaggio di un articolo di Nello Rossi, magistrato in pensione e direttore della rivista di Magistratura democratica, secondo cui attorno all’ex premier va «stretto un cordone sanitario». «Quando verremo giudicati potremo chiedere se quel pm è di Md. E potrò chiedere, in caso, se ritiene anche lui di dover stringere un cordone sanitario attorno a me?» Non mancano le frecciate agli ex compagni di partito che a Firenze sono andati a deporre “contro” l’ex segretario. «Pier Luigi Bersani ha detto che Renzi voleva tagliare le radici della sinistra storica e sindacale. Sì, è vero. Tant’è che abbiamo preso il 40 per cento.  E quella sinistra storica ha lavorato dall’interno per distruggere il Pd. Bersani ha detto che avevo una cassa personale dentro il Pd. Vorrei ricordare che Bersani ha ricevuto 98 mila euro dai Riva a Taranto che hanno finanziato la sua campagna elettorale. Prima di parlare di etica con me pensi alla sua campagna elettorale. Su questi temi sono pronto a discutere con tutti. Con D’Alema che è riuscito a distruggere Mps, con Bersani, coi 5 Stelle che prendevano i soldi dal Venezuela», scandisce Renzi, mentre la platea si alza ad applaudire esaltata. Una standing ovattino per un leader che non sembra intenzionato a mollare la presa di un millimetro.

Da "il Giornale" il 22 novembre 2021. La magistratura al contrattacco. L'Anm, all'indomani delle accuse che dal palco della Leopolda il leader di Iv Matteo Renzi ha ribadito nei confronti dei pm fiorentini che hanno in mano l'inchiesta sulla Fondazione Open, ha affidato a una nota il suo disappunto: «Secondo un ripetuto schema - scrive il sindacato delle toghe - il senatore Matteo Renzi ha mosso, dal palco della Leopolda, ai magistrati fiorentini che hanno concluso le indagini relative alla fondazione Open, accuse gravissime e inaccettabili, come quella di voler imbastire "un processo politico alla politica". Sono parole che gettano discredito non solo e non tanto sui magistrati impegnati in quel procedimento ma sull'intero ordine giudiziario e che, provenendo da un autorevole esponente politico, che ha rivestito anche in passato alte cariche istituzionali, sono capaci di ingenerare disorientamento nell'opinione pubblica e di minare la fiducia dei cittadini nell'Istituzione giudiziaria. Per questa ragione - prosegue la giunta esecutiva dell'Anm - si avverte forte l'esigenza di ribadire la necessità che, fermo il diritto di critica delle azioni della Magistratura e l'inviolabile diritto di difesa di qualunque imputato, il loro esercizio, specie ad opera di rappresentanti della Politica, sia sempre ispirato al rispetto dell'autonomia e della indipendenza della giurisdizione, capisaldi di democrazia».

Claudio Bozza per il "Corriere della Sera" il 25 novembre 2021. «Qui è bene fare chiarezza: io non voglio evitare il processo e non chiedo al Parlamento di evitarmelo. Io voglio provare che i pm di Firenze hanno violato palesemente la Costituzione. E oggi, in merito, ho portato in Senato quattro prove schiaccianti». Matteo Renzi ha appena finito un'ora di audizione-show davanti alla Giunta per le immunità del Senato, che ieri ha convocato il leader di Italia viva dopo la lettera che aveva inviato alla presidente Maria Elisabetta Casellati, denunciando la violazione dell'articolo 68 della Carta da parte dei pm che lo accusano di finanziamento illecito ai partiti nell'ambito dell'inchiesta Open. Agli atti dell'inchiesta, oltre 92 mila pagine, sono finite anche intercettazioni e corrispondenza del senatore di Firenze, passaggio contestato appunto da Renzi in quanto sarebbe stata violata la norma che obbliga i pm a richiedere l'autorizzazione alla Camera di appartenenza del parlamentare; passaggio chiave che, a detta di Renzi, nel caso di Open manca all'appello. L'ex premier, durante l'audizione a porte chiuse nella Giunta presieduta dal forzista Maurizio Gasparri, viene dipinto di buonumore, a tal punto da dire al collega Pillon: «Occhio che ti scateno i Måneskin», riferendosi alle critiche del leghista riguardo l'abbigliamento della rock band. Scintille, invece, con il senatore Grasso, che ha contestato la tesi di Renzi: «Si sente il rumore delle unghie sullo specchio», è stata la reazione. Ma la sensazione di Renzi è che, vista la geografia politica dei componenti della Giunta, alla fine prevarrà la linea garantista. «Anche da parte del M5S - riflette il leader Iv - perché davanti a prove solide di violazione della Carta li voglio vedere dopo le battaglie che hanno fatto». Al di là dei complicati meccanismi istituzionali, però, quale potrebbe essere il traguardo di questa battaglia? Nel caso in cui fosse provato che i magistrati non hanno rispettato l'articolo 68, il Senato potrebbe votare e decidere di appellarsi alla Corte costituzionale, aprendo un conflitto di attribuzione rilevante. A chi gli chiede se si senta perseguitato dai magistrati, l'ex premier risponde così: «Io non credo alla persecuzione: non ho mai parlato di questo e soprattutto stavolta non avete un politico che grida al complotto. Non sto chiedendo che non si applichi la legge per me, una scorciatoia: io sto chiedendo che venga applicata la Costituzione». E poi snocciola: «Questo pubblico ministero di Firenze ha arrestato mio padre e poi annullato l'arresto, indagato mio cognato, mia sorella e mi ha indagato in più di una circostanza. Ha una particolare sensibilità nei miei confronti. Questo pm (Luca Turco, ndr ) ha violato la Costituzione in quattro passaggi». Le quattro presunte «prove schiaccianti» di violazione dell'articolo 68 portate dal senatore sono: «L'acquisizione di corrispondenza del giugno 2018 con il dottor Manes (da cui è emersa la vicenda del jet privato pagato oltre 130 mila euro dalla fondazione Open per portare Renzi a Washington, ndr ); lo scambio di messaggi WhatsApp con il manager e amico Marco Carrai; una serie di mail dell'agosto 2019: queste tre sono palesi ed evidenti per tutti». La quarta prova - ha detto ancora il leader di Iv - che «trovo molto convincente ma sarà discussa dalla Giunta se lo riterrà, è quella relativa all'estratto conto con l'acquisizione da parte del pm in data 11 gennaio 2021». Al termine della lunga audizione c'è il tempo per un botta e risposta con l'ex premier Giuseppe Conte, accusato da Renzi: «Alla fine abbiamo scoperto che pure lui va a fare le conferenze», dice riferendosi a un evento ad Amsterdam. Secca la replica: «La differenza tra me è lui è profonda: io non ho preso un euro». 

Giacomo Amadori François De Tonquédec per "la Verità" il 19 novembre 2021. E alla fine la slavina Open rischia di sfiorare anche Palazzo Chigi o almeno il suo capo di gabinetto. Tra i capi d'accusa contenuti nell'avviso di fine indagini, c'è quello che vede iscritti Gianluca Ansalone, responsabile dell'ufficio relazioni esterne della British American Tobacco Italia, e Giovanni Carucci, vicepresidente del Consiglio di amministrazione accusati di corruzione nei confronti dell'allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Luca Lotti, che si sarebbe «ripetutamente adoperato in relazione a disposizioni normative di interesse per la spa British American Tabacco Italia». Parallelamente agli scambi con Lotti, Ansalone chatta anche con Antonio Funiciello, quarantacinquenne capo di gabinetto del premier Mario Draghi. E gli scambi in molti passaggi sembrano speculari, anche se non ci risulta che Funiciello sia indagato. Nel novembre 2017, mentre a Palazzo Chigi siede l'attuale commissario europeo Paolo Gentiloni, un emendamento alla legge di stabilità scatena il panico tra le multinazionali del tabacco. E Ansalone attiva i suoi canali con il Pd, in particolare con Lotti. Il 7 novembre avverte il sottosegretario di «alcuni emendamenti al dl fiscale che ci preoccupano molto» e il giorno successivo torna sull'argomento con un altro messaggio Whatsapp dal tono drammatico: «Se passasse questo emendamento nel giro di un paio d'anni almeno due operatori (noi e Imperial Tobacco) non saremmo più in grado di stare sul mercato. Grazie ancora». Il manager della multinazionale, però, si muove su più fronti, e sempre l'8 novembre scrive, per lo stesso emendamento, ad Antonio Funiciello, all'epoca capo staff di Gentiloni e oggi capo di gabinetto del premier Draghi. I due sembrano avere confidenza, tanto che Ansalone si complimenta per gli articoli di Funiciello sul Foglio («puntuale e suggestivo» dice di uno). Ma veniamo alla ciccia: «Caro Antonio faccio seguito al tuo scambio con Leonardo e ti chiedo davvero scusa per il disturbo», inizia Ansalone, che poi va al cuore del problema: «È stato presentato un emendamento al Dl fiscale a firma Santini (Giorgio, senatore Pd, con un passato da sindacalista, ndr). Il 5.0.22, su cui pare ci sia segnalazione del Governo. In sintesi l'emendamento propone di inasprire la fiscalità sulle sigarette di fascia medio bassa in maniera abnorme rispetto a quelle di fascia alta, con effetti distorsivi sulla concorrenza e un vantaggio anticoncorrenziale per il dominante di mercato (Philip Morris). La legge sulle sigarette è molto delicata e questo emendamento con un colpo di mano la cambia radicalmente». Funiciello risponde brevemente: «Ok, cerco di capire». Ansalone ringrazia ancora «di cuore» e Funiciello replica: «Ok figurati». A stretto giro, Ansalone manda un appunto, a cui il capo segreteria dell'allora premier risponde: «Benissimo. Sono già all'opera, complicato però». Il 9 novembre nuovo giro di contatti con Ansalone che dice: «Caro Antonio, solo per dirti che ho appena incontrato Casero (Luigi, all'epoca viceministro all'Economia in quota Ncd, ndr- che ha la delega ai tabacchi) il quale era all'oscuro della vicenda e si è detto contrariato dall'iniziativa. Ne parla immediatamente con Aams (Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato, ndr) e con Santini. Un messaggio di perplessità tuo/vostro aiuterebbe a rafforzare e scongiurare fughe in avanti pericolose. Ti sono di nuovo molto grato». Lo stesso giorno, cinque minuti dopo, Ansalone manda un messaggio pressoché identico (gratitudine inclusa) a Lotti. Funiciello replica laconicamente: «Che al Mef fossero all'oscuro ci credo come credo ancora a Babbo Natale». Il 10 novembre è Funiciello che contatta il manager del tabacco, con un «insomma» che allarma l'interlocutore: «Cioè sta andando male?». Ma la rassicurazione è immediata: «Bene non ancora chiusa, ma bene». Ansalone: «Grazie davvero». L'uomo delle sigarette, tre giorni dopo, è in fibrillazione: «Mi rassicuri? So che lo hai già fatto, ma». Il capo di gabinetto di Draghi lo accarezza: «In via di rassicurazione». Ansalone si scioglie: «Grazie. Torno a Monteverde carico di speranza». Il 14 novembre alle 9.18 Ansalone esplode di gioia: «Caro Antonio, ho appena avuto conferma che tutto è andato bene. Un grazie non formale per aver condiviso merito e contenuto delle nostre preoccupazioni. Abbiamo evitato una cosa pericolosa []». Passano tre minuti e Ansalone manda un messaggio pressoché uguale a Lotti: «Caro Luca []. Abbiamo scongiurato una cosa devastante. Ti sono sinceramente grato». Circa un mese dopo, però, Ansalone è costretto a tornare alla carica con Funiciello: «Non mi chiamare rompiscatole ti prego ma i nostri cari amici tornano a farsi sentire, lo stesso identico emendamento della scorsa volta, in fotocopia, è stato depositato alla Bilancio». Cinque minuti prima aveva informato pure Lotti dell'esistenza di nuovi emendamenti con sette firmatari diversi («Fortunatamente tutti di opposizione»), ma testi pressoché identici e gli promette un appunto aggiornato. Il 14 Ansalone continua a perorare la causa con Funiciello: «Caro Antonio, ti volevo aggiornare sul tema emendamenti. È rimasto in piedi solo 23-ter.9 (Ravetto - Laura, all'epoca in Forza Italia, ndr) che ripropone il tema noto. Boccia (Francesco, all'epoca presidente della commissione Bilancio, ndr) e Baretta (Pierpaolo, in quel momento sottosegretario all'Economia, ndr) sono informati. Fi lo sostiene». Il 19 Ansalone scrive a Lotti: «Caro Luca, l'emendamento Ravetto è stato appena accantonato. sono in contatto con Alessandro e teniamo gli occhi aperti. Grazie mille». E il 21, questa volta in seconda battuta, ringrazia anche Funiciello: «Caro Antonio, finalmente dopo un nuovo round alla Camera possiamo rilassarci un attimo. Ti voglio ringraziare sinceramente per il tuo ascolto e il supporto». Funiciello lo tranquillizza: «Alla Camera rischi veri non ne abbiamo corso. Chi ti dice il contrario e si vanta con te è un cazzaro». Nonostante Ansalone abbia ringraziato sia Funiciello che Lotti, solo quest' ultimo rischia di finire a processo a causa delle erogazioni di denaro della multinazionale alla fondazione Open, di cui Lotti era consigliere. A Funiciello, invece, Ansalone ha promesso un caffè.

Estratto dell'articolo di Marco Travaglio per il "Fatto quotidiano" il 23 novembre 2021. Spiace disturbare il premier Draghi, che ha già il suo daffare. Ma quella che gli sottoponiamo non è una vicenda minore […]. Riguarda il suo capo di gabinetto Antonio Funiciello, da lui nominato il 12 aprile con un atto che lo richiamava a perseguire "unicamente finalità di interesse generale". Draghi allora non poteva sapere ciò che è poi emerso dagli atti dell'inchiesta Open, in cui Funiciello è ripetutamente citato nelle sue precedenti vesti di turborenziano e capo di gabinetto del premier Paolo Gentiloni (2016-'18). Carte che dimostrano come il Funiciello interpretasse le "finalità di interesse generale" a cui era ed è tenuto: come finalità di interesse privato per favorire, nella legge di Bilancio del 2017, due lobby - British American Tobacco e gruppo Toto - che finanziavano Open. […] Essendo ben nota la sua correttezza, siamo certi che mai Draghi, se avesse saputo queste cose quando un amico (Gentiloni?) gli segnalò Funiciello, l'avrebbe scelto come capo di gabinetto. Ma ora le sa e il Fatto gli domanda se quelle marchette siano compatibili con le "finalità di interesse generale" che gli aveva prescritto. Per ruoli e condotte meno rilevanti, ha già meritoriamente rimosso o degradato personaggi imbarazzanti come Durigon, Tabacci, Farina e De Pasquale. Quando dirà e farà qualcosa su Funiciello?

Giacomo Amadori e François De Tonquédec per “La Verità” il 20 novembre 2021. Antonio Funiciello, il capo di gabinetto del premier Mario Draghi, a detta di un altro imprenditore indagato nell'inchiesta Open, avrebbe «lavorato ventre a terra» anche per il gruppo Toto. Ieri vi abbiamo raccontato i rapporti di Funiciello con Gianluca Ansalone, quarantaquattrenne di Torre del Greco, sino al 2018 responsabile dell'ufficio relazioni sterne della British American tobacco Italia. Dalle carte dell'inchiesta Open, la cassaforte del Renzismo, emerge pure che nel 2017 Ansalone inviava gli screenshot delle sue chat con Funiciello, con l'ex sottosegretario Luca Lotti, e con Nicola Centrone (ex stretto collaboratore di Lotti) al vicepresidente della Bat, Alessandro Bertolini. Lotti si sarebbe «ripetutamente adoperato in relazione a disposizioni normative di interesse per la Spa British American tobacco Italia» e in cambio avrebbe ottenuto bonifici per la Fondazione Open da parte di Bat; per questo Lotti, Ansalone e il vicepresidente della multinazionale del tabacco Giovanni Carucci sono sotto inchiesta per corruzione a Firenze. Funiciello, al contrario, è bene precisarlo, non risulta indagato: infatti, dalle investigazioni, non risulta che abbia ottenuto utilità in cambio del suo interessamento alla soluzione dei problemi degli imprenditori indagati. Usiamo il plurale, perché, come anticipato all'inizio dell'articolo, il numero di telefono di Funiciello non sarebbe stato solo sull'agenda di Ansalone, che a lui (e ad altri) si rivolgeva fiducioso per far saltare questo o quell'emendamento sfavorevole ai signori delle sigarette. Anche un altro imprenditore accusato di corruzione avrebbe utilizzato il canale Funiciello per provare a ottenere norme favorevoli alla propria società. Stiamo parlando dell'abruzzese Alfonso Toto, titolare con la sua famiglia di una concessione autostradale, il quale in un messaggio avverte Lotti che sta per recarsi presso la segretaria di Funiciello, in quel momento capo staff del premier Paolo Gentiloni. Il tema del momento è l'approvazione in commissione Bilancio di un emendamento di fine 2017 firmato dalla piddina Paola Bragantini e favorevole alla holding chietina. Un'approvazione per cui «È stato determinante il parere positivo espresso dal ministro dei Trasporti, Graziano Delrio» annotano gli investigatori. L'emendamento incrementa di 58 milioni la spesa prevista per il 2018 destinata agli interventi di ripristino e messa in sicurezza sulla tratta autostradale abruzzese A24 e A25, spostandoli dal contributo già autorizzato di circa 250 milioni per gli anni 2021-2022. Il senatore ed ex presidente della Regione Abruzzo Luciano D'Alfonso prova a prendersi i meriti: «Di' a Polifemo di tuo padre (Carlo Toto, Ndr) che la gazza ladra di tuo cugino (il deputato Daniele Toto, Ndr) non c'entra nulla». Alfonso Toto replica: «Ne è al corrente... sa che sono stato da Funiciello e dalla Canalini (la segretaria, Ndr) che hanno lavorato ventre a terra avendo compreso la drammaticità della nostra infrastruttura abruzzese». Scrivono gli uomini della Guardia di finanza: «L'interessamento di Maria Elena Boschi, attivata da Luciano D'Alfonso, e del capo di gabinetto del Ministero delle infrastrutture e trasporti (sic, Ndr), Antonio Funiciello, hanno contribuito all'effettiva approvazione in commissione Bilancio alla Camera dei deputati in data 17 dicembre 2017 dell'emendamento 63.12 affidato a Paola Bragantini». Torniamo adesso ai rapporti di Funiciello con Ansalone. Ieri abbiamo cercato quest' ultimo per chiedere delucidazioni sui suoi rapporti con Funiciello e anche per ricevere alcuni chiarimenti sul suo curriculum, visto che in una nota degli investigatori viene indicato, oltre che docente presso la Scuola ufficiali dei carabinieri, anche come percettore di «redditi dalla Presidenza del Consiglio dei ministri (Dipartimento informazioni per la sicurezza)», ovvero l'ufficio di coordinamento dei nostri servizi segreti. Una notizia che regala un'atmosfera da spy-story a tutta la vicenda. Un vecchio articolo di Dagospia indicava Ansalone come «ex di Finmeccanica» ed «esperto di intelligence», tanto da aver fatto il collaboratore del Copasir ai tempi di Massimo D'Alema. Autore di articoli su temi militari, nel 2013, trentaseienne, sarebbe stato dirottato al Quirinale con l'incarico di «consulente per l'analisi internazionale e la sicurezza». Successivamente sarebbe diventato un esperto di tabacco ed emendamenti. Ansalone non ha risposto alle nostre domande sul suo legame con Lotti e Funiciello, ma ha precisato di non essere a libro paga dei servizi: «Non percepisco alcun reddito dal Dis. Nel lontano passato sporadici emolumenti per occasionali docenze in geopolitica presso la scuola di formazione del dipartimento. Così come presso la Scuola ufficiali Carabinieri. I miei studi sono in Relazioni internazionali. Scrivo di geopolitica e strategia. Troverà i miei libri e le mie pubblicazioni online». Quindi Funiciello avrebbe aiutato non uno 007, bensì un esperto di strategia e questioni militari. Il capo di gabinetto di Draghi compare negli atti dell'inchiesta anche per altri motivi. Prima di diventare collaboratore del governo dei migliori era stato un fedelissimo di Matteo Renzi, ai tempi del gabinetto dei Mille giorni. Nel novembre del 2013, per i tipi di Edizioni Dlm Europa, ha pubblicato il volume Un'agenda per Renzi scritto con Giorgio Tonini, Enrico Morando e Dario Perrini. Lo stesso anno ottiene la delega «per la cultura e la comunicazione nella segretaria nazionale del Pd». La sua scheda sul sito di Palazzo Chigi ci informa che ha lavorato nell'ufficio stampa della Presidenza del Consiglio tra il 2014 e il 2016, gli anni in cui Renzi era al governo. Ma è nell'infuocata campagna referendaria del 2016 che Funiciello gioca un ruolo strategico, visto che è stato lui a costituire insieme all'ex capo segreteria della Boschi, Marco Rivello, e all'ex assessora della giunta fiorentina di Renzi, Sandra Biagiotti, il «Comitato nazionale per il Sì al referendum costituzionale - Basta un sì», di cui era presidente.Gli investigatori indicano il ruolo di fondatori del comitato e di componenti del consiglio direttivo come «incarichi, da cui emerge un evidente collegamento con gli esponenti della Fondazione Open». Un legame che, nel caso di Funiciello, è confermato dal contratto di mutuo infruttifero, sottoscritto il 9 novembre 2016 dal presidente della fondazione Alberto Bianchi e il comitato referendario, rappresentato da Funiciello. Con l'atto Bianchi concede, a titolo personale, un prestito di 200.000 euro (soldi provenienti da Toto e per cui viene contestato a Bianchi il finanziamento illecito oltre che il traffico di influenze) a sostegno della campagna «Basta un sì», da restituire entro il 31 agosto 2017. Ma solo se nelle casse dei promotori ci sarà una cifra superiore a quella prestata. In caso di un avanzo più basso «il Comitato per il Sì sarà obbligato a restituire soltanto tale avanzo; conseguentemente, la somma residua assumerà, per il signor Alberto Bianchi, la natura di mero contributo/erogazione liberale». La centralità di Funiciello si intuisce anche da uno scambio di mail in cui Bianchi fa sapere a Lorenzo Anichini, tesoriere del comitato (e, tra l'altro, membro del collegio sindacale di Bat) che «Matteo vuole denunciare i Cobas Ataf che hanno appiccicato sugli autobus un No sopra il Sì della propaganda regolarmente pagata». Anichini comunica che «la denuncia la può firmare solo Funiciello che ha la legale rappresentanza del Comitato». Il nome di Funiciello compare anche nei bilanci di Open per alcuni rimborsi.Per esempio vengono messi a pie' di lista 124 euro per una camera d'hotel in cui non è si è presentato.Il 2 maggio la segretaria particolare di Lotti, Eleonora Chierichetti, chiede al presidente di Open Bianchi e alla sua assistente di prenotare un biglietto del treno per Funiciello al seguito di Lotti. Inoltra anche il rimborso di una notte allo Starhotel di Napoli per i due. Il 18 maggio la donna allega la prenotazione per tre camere doppie uso singola all'Airhotel di Linate, situato a 500 metri dall'aeroporto.Nel 2016 Funiciello era in forza all'ufficio stampa della Presidenza del consiglio e il Comitato per il Sì al referendum è stato fondato il 20 maggio, dopo lo scambio di mail sulle prenotazioni. Per quale motivo la fondazione Open pagava le spese di viaggio di un funzionario di Palazzo Chigi che accompagnava un sottosegretario alla Presidenza del Consiglio? Forse qualcuno lo considerava un membro ad honorem della famosa corrente renziana del Pd che, secondo gli inquirenti, veniva finanziata da Open. 

I quesiti: dall'inchiesta Open all'estratto conto. Le 13 domande di Conte e del M5S a Renzi: “Confrontiamoci in tv, dalle mascherine al Venezuela”. Redazione su Il Riformista il 15 Novembre 2021. Un confronto in tv. Tredici domande a testa. E’ quanto rilancia Matteo Renzi, leader di Italia Viva, dopo aver ricevuto 13 domande da parte dell’ex premier Giuseppe Conte e del suo Movimento 5 Stelle, di cui è presidente. “Sarò felice di rispondere in un confronto in diretta Tv. Aspetto la sua proposta di data e nel frattempo preparo le 13 domande per lui, dalle mascherine al Venezuela. Sono certo che non scapperà dal confronto democratico. Vero?”. Questo il cinguettio di Renzi poco dopo le 19.30 di lunedì 15 novembre. I quesiti partoriti dai grillini hanno come riferimento l’inchiesta Open, rilanciata quotidianamente da Il Fatto Quotidiano negli ultimi giorni. ’13 domande a tutela del confronto democratico #RenziRispondi‘. Si intitola così il lungo post pubblicato dal Movimento 5 Stelle sul proprio sito, e rilanciato via social, in cui vengono poste a Renzi una serie di quesiti che toccano alcuni temi emersi, dall’inchiesta Open ma non solo. “Queste domande – si legge sul blog – sono poste dal M5S nell’interesse di tutti i cittadini, a garanzia dei principi di piena trasparenza e accountability, che devono contraddistinguere l’operato di tutti i politici e che sono fondamentali per alimentare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e nella classe politica’. ‘Su questi aspetti il Movimento 5 Stelle non è disponibile ad arretrare di un millimetro – sui sottolinea -. La politica non può essere solo questione di rispetto delle norme, penali in particolare. Per noi la politica, in via primaria e imprescindibile, è questione di rispetto della dignità delle persone e di ‘disciplina e onore’. In definitiva, è questione di ‘etica pubblica’. Senza coscienza morale, il nostro Paese non ha futuro”. Tra i 13 quesiti posti dal M5S a Renzi molti vertono sull’inchiesta Open, ma c’è spazio anche per domande legate ad altri temi.

“Senatore Renzi, lei ha definito ipotesi di scuola il progetto mirato a creare una struttura di propaganda antigrillina e a diffondere rilevazioni mirate a distruggere la reputazione e l’immagine pubblica del M5S e di alcuni giornalisti. Ma a che tipo di scuola e di offerta didattica lei e i suoi collaboratori vi siete dedicati? Questo progetto, già a una prima lettura, presenta una quantità impressionante di profili di illiceità (investigatori privati, siti anonimi, server sottratti alla legge italiana, diffusione di notizie false e diffamatorie etc.). Come mai lei, all’epoca segretario del Partito democratico, anziché prendere le distanze da questo inquietante progetto lo inoltrò, via i-phone, senza alcun commento, a un altro suo collaboratore, ingenerando – oggettivamente – l’equivoco che la sua intenzione fosse di dar seguito al progetto?”.

“Come mai ha ritenuto di ribadire, ancora recentemente, la stima nei confronti del giornalista che ha elaborato questo progetto, nonostante la palese violazione delle regole deontologiche dei giornalisti e il palese contrasto con la tutela dei diritti fondamentali degli esponenti del Movimento 5 Stelle e dei giornalisti presi di mira? Quali sono le ragioni per cui non vuole o non può stigmatizzare l’operato di chi ha lavorato al progetto? Il progetto prevedeva di far riprendere dai media tradizionalì questa campagna denigratoria grazie a una serie di interlocutori, nei giornali e nelle tv, con cui costruire un rapporto personale e fiduciario. Non ritiene di doversi scusare con il Movimento 5 Stelle e con le persone che il piano da lei ricevuto e trasmesso si proponeva di distruggere e diffamare?”.

“Come spiega la mail inviata a un suo stretto collaboratore che conterrebbe l’indicazione di conoscere le scalette e di indirizzare i contenuti delle tv?”.

“Può spiegare i contenuti  dell’accordo – di cui si parla nelle carte dell’inchiesta – tra il suo ex-portavoce Agnoletti e Orfeo e dell’accordò per Mediaset? Può spiegare il significato dell’espressione ‘dare uno sguardo particolare su Gruber, Floris, Formigli, Giletti, Minoli’?”.

“Le paiono comportamenti consoni a un ex premier nonché leader di un partito e rispettosi della libertà di informazione? Le paiono accordi compatibili con incarichi dirigenziali nel servizio pubblico radiotelevisivo?”.

“Lei ha spesso accusato altri partiti di usare social network per le loro macchine del fango, per le loro ‘bestie’ e per le notizie false diffuse solo per screditare gli avversari. Come spiega le carte emerse dall’inchiesta sulla fondazione Open secondo cui, nel marzo 2017, il coordinatore della sua comunicazione inviò una mail in cui si parlava esplicitamente di 16 persone che gestivano 128 account postando contenuti denigratori nei confronti del Movimento 5 Stelle?”.

“Ora che si scopre che queste iniziative venivano elaborate e discusse dai suoi collaboratori: intende prendere le distanze da loro e, nel caso in cui lavorino ancora con lei, intende allontanarli oppure certe condotte sono censurabili soltanto se attribuite ad altri?”.

“Al di là di eventuali divieti di legge, le sembra compatibile con il principio costituzionale di disciplina e onore la condotta di un parlamentare che incassa lauti compensi dal governo saudita e apprezza il ‘nuovo rinascimento arabo’ nonostante la innegabile compressione dei diritti fondamentali delle persone, in particolare delle donne e degli omosessuali, e le terribili accuse per l’assassinio del giornalista Khashoggi?”.

“Lei è stato componente in questa legislatura della commissione Difesa e poi Esteri del Senato: come può un parlamentare garantire i cittadini italiani di difendere i loro interessi se si lascia finanziare da governi esteri?”.

“Lei, a parole, ha mostrato di avere a cuore le battaglie per i diritti civili. Le sembra coerente con queste dichiarazioni la sua assenza al momento del voto sul ddl Zan, in Senato, motivata da una ennesima trasferta in Arabia Saudita? Le carte dell’inchiesta testimoniano l’urgenza di chiudere la fondazione Open entro il 31 gennaio 2019 in modo da evitare l’applicazione della legge Spazzacorrotti (n. 3/2019), fortemente voluta dal Movimento 5 Stelle. Per quale ragione eravate così preoccupati sino a preferire la liquidazione affrettata di Open, che ha portato ad accertare una perdita ingente e a rinunciare ai fondi residui del Comitato per il sì al referendum?”.

“Intende contrastare o non si opporrà, con il suo partito Italia Viva, alla battaglia che il Movimento 5 Stelle sta conducendo in Parlamento per introdurre una più stringente normativa sul conflitto di interessi, con esplicito divieto per i parlamentari italiani di ricevere finanziamenti da governi stranieri?”.

“Lei, con il suo partito Italia Viva, siete stati i più fieri oppositori dell’annullamento della concessione autostradale ad Autostrade per l’Italia, controllata dai Benetton tramite Edizione Holding. In particolare, nel 2018, dopo il crollo del Ponte Morandi, lei attaccò la procedura di annullamento della concessione, precisando di ‘non avere preso un euro dai Benetton’. Come mai, nel 2019, ha invece accettato un finanziamento da Alessandro Benetton, membro del Cda di Edizione Holding? Non ha ritenuto quantomeno inopportuno ricevere somme dai Benetton a procedura ancora aperta? E perché non avvertì il bisogno di informare i suoi elettori di questo bonifico, visto che si era vantato del contrario? Lo stesso discorso vale per i finanziamenti a Open da parte di alcuni gruppi imprenditoriali, che per l’ipotesi accusatoria formulata dalla Procura di Firenze sarebbero illeciti e addirittura corruttivi, in quanto seguiti da provvedimenti normativi favorevoli ai soggetti finanziatori. Il procedimento penale avrà il suo corso e lei avrà le più ampie possibilità di far valere le sue ragioni. Ma non crede che questi comportamenti rischiano di minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e nella classe politica? Non pensa che l’etica pubblica sia un valore da preservare, a prescindere dalla sfera della responsabilità penale?”.

 “Nel gennaio del 2018, durante la trasmissione tv Matrix, esibì ai telespettatori il suo estratto conto di circa 15.000 euro, affermando testualmente: ‘Se volete fare i soldi, non fate politica. Se vuoi fare i soldi vai nelle banche d’affari, prendi i contratti milionari che ti offrono, non ti metti a fare il politico. Chi fa il politico ha questi conti correnti, non ne ha altri. Se ne ha altri c’è qualcosa che non torna Io sulla trasparenza non faccio sconti a nessuno  Mi piacerebbe che per trasparenza tutti quelli che fanno politica presentassero anche tutti i conti correnti, dove li hanno e come tirano fuori i soldi’. Perché oggi si lamenta che nelle carte dell’inchiesta in corso siano stati acquisiti alcuni finanziamenti che risultano dal suo estratto conto? Perché non ha avvertito l’esigenza, per il principio di trasparenza da lei stesso più volte invocato, di informare i suoi elettori, man mano che i suoi conti correnti lievitavano con ogni sorta di introiti?”.

L’accanimento della casta dei pm e del suo house organ. Perché Renzi è perseguitato dai magistrati: dall’inchiesta di Genova fino a Open. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 17 Novembre 2021. Tutto cominciò con quel “Brr che paura” alle proteste del sindacato dei magistrati che lamentavano il taglio delle ferie. Erano i primi di settembre del 2014 e “Porta a porta” inaugurava la nuova stagione con la presenza prestigiosa, sulla poltrona bianca dello studio di Bruno Vespa, del Presidente del Consiglio. Era premier da soli sette mesi, Matteo Renzi, e aveva la baldanza di chi ancora non aveva assaggiato antipasto primo secondo dolce frutta e caffè della tavola imbandita dal Partito Mediatico Giudiziario. Aveva infatti con molta nonchalance in quella serata ancora estiva buttato lì il suo “L’Anm è insorta? Brr che paura! Noi andremo avanti”. Sulla responsabilità civile delle toghe: “Se sbagliano devono pagare”. Sulle ferie: “Vi sembra normale che un tribunale sia chiuso dal primo agosto al 15 settembre? Per aprirlo devi scassinare una banca…”. Non sapeva ancora il baldo presidente del consiglio che quei sassolini che lui tirava con disinvoltura verso la Casta più potente mai comparsa all’orizzonte della politica, quel partito dei pubblici ministeri in grado di tenere per la collottola i partiti e il mondo economico e finanziario, sarebbero presto diventati slavina. Che sarebbe precipitata su di lui, la sua famiglia, i suoi amici e collaboratori. Già la primavera del 2014 – lui aveva giurato davanti al presidente Napolitano nel febbraio – non era stata del tutto indolore. Di fronte all’esposto di un usciere del Comune di Firenze che si era esercitato in modo seriale a prendere di mira l’ex sindaco della città, la Procura si era ben guardata dall’archiviare quelle che apparivano visibilmente le fissazioni di un dipendente scontento, e aveva aperto indagini. Con un “fascicolo esplorativo”. Che non vorrebbe dire niente, se non fosse stato accompagnato da fanfara mediatica e un po’ guardona, per vedere se l’affitto di quell’appartamento del centro di Firenze fosse stato pagato da Matteo Renzi o dal suo amico Marco Carrai, presidente dell’aeroporto della città e anche della Fondazione Open. Una bolla di sapone, quell’inchiesta, e siamo ancora solo agli aperitivi. Ma si affacciava già il Movimento cinque stelle che, del tutto isolato, cercava di coinvolgere in quella bufala il consiglio comunale di Firenze, mentre Beppe Grillo già twittava intimando a Renzi di rispondere alle sue domande, anche se non erano tredici come quelle di Conte. L’antipasto arriva pochi giorni dopo la famosa partecipazione di Renzi a Porta a porta. Non ha ancora finito di dire “Brr che paura” che i giornali sono inondati da una notizia che arriva da Genova. Un fatto tecnico, la richiesta di proroga delle indagini da parte di un pm, che torna utile però per far uscire la notizia: Tiziano Renzi, padre del Presidente del consiglio, è indagato nel capoluogo ligure per bancarotta. Da qui in avanti la slavina mediatico- giudiziaria non si ferma più. E ha poca importanza il fatto che quell’inchiesta di Genova finirà in niente, con la procura che dovrà chiedere per ben due volte l’archiviazione prima che la gip si decida. Stessa sorte – la notizia è recentissima – avrà un’altra indagine condotta dalla procura di Cuneo, questa volta nei confronti della madre di Renzi, Laura Bovoli, processata in seguito al fallimento di una società di pubblicità e diffusione di volantini nel cuneese, e assolta perché “il fatto non sussiste” nel luglio di quest’anno, dopo lunghe indagini. Ma Genova e Cuneo non sono in provincia di Firenze. Perché è nel palazzo di giustizia di quella città che si concentrano tutti i piatti forti di quella tavola imbastita dal Partito Mediatico Giudiziario. Quasi che quel “Brr” fosse stato un vento gelido che soffiava solo da quelle parti. Nel febbraio 2019 i genitori di Matteo Renzi vengono posti agli arresti domiciliari. La richiesta, ottenuta dal gip, è del procuratore aggiunto di Firenze Luca Turco. Un nome che ritornerà, insieme a quello del capo dell’ufficio Creazzo, perché il leader di Italia Viva anche di recente li accuserà di essere “ossessionati” dalla sua persona. Anche perché, solo diciotto giorni dopo i due genitori saranno scarcerati dal tribunale del riesame. Il che di solito significa che non c’era nessun bisogno di quelle manette, pur se solo metaforiche. Ma si sa che gli arresti fanno notizia. È comunque un dato di fatto che tutte le inchieste sull’attività passata dei genitori di Renzi nascevano dalla procura di Genova, che aveva indagato ad ampio spettro su tutte le attività della coppia, poi smistando agli uffici di altre città sulla base delle diverse competenze territoriali. Ed è un altro dato di fatto che, mentre le altre procure hanno archiviato, solo a Firenze i due coniugi sono ancora processati per bancarotta per il fallimento di tre cooperative e già condannati in primo grado a un anno e nove mesi per false fatturazioni. E ancora a Firenze si apre il fascicolo più assurdo, anche se “a modello 44”, cioè contro ignoti. Ignoti nell’intestazione del faldone, ma non sui giornali. Anzi, in particolare, sull’house organ delle procure. È la famosa storia della telefonata tra Matteo Renzi e il generale della Guardia di finanza Michele Adinolfi, indagato in un’inchiesta del procuratore di Napoli John Woodcock, in cui la sua posizione sarà poi archiviata, avvenuta nel 2014 e pubblicata dal Fatto quotidiano un anno dopo. Quella in cui Renzi definiva il premier Enrico Letta un “incapace” e ne preannunciava le forzate dimissioni. Ma quanta confidenza tra i due, deve aver pensato, dopo aver letto il quotidiano, il denunciatore seriale di Palazzo Vecchio. E giù un esposto. Fatto sta che la procura di Firenze indaga, un po’ per le intercettazioni pubblicate un po’ per l’esposto, per vedere se per caso il generale Adinolfi, quando era il comandante interregionale di Emilia e Toscana, non avesse imboscato qualche malefatta del suo “amico” per favorirlo. Altra fuffa, ma intanto la grancassa mediatica è sempre pronta. Sulla vicenda Consip, il cui coinvolgimento giudiziario di Tiziano Renzi è transitato prima sulla via mediatica che su quella giudiziaria, ha già scritto tutto il direttore Piero Sansonetti. Possiamo solo ricordare come, uscita dall’inchiesta l’unica imputazione di qualche rilievo, cioè la turbativa d’asta, nel rinvio a giudizio è rimasto impigliato solo il reato più evanescente del codice, il traffico d’influenze. Cioè quello che non si nega a nessuno, anche se lo si presume destinato a sciogliersi come neve al sole. Ed ecco l’inchiesta “Open”. Quella iniziata il 26 novembre 2019 con un blitz di perquisizioni e sequestri nel miglior sistema delle procure antimafia. Quella che consta di 92.000 pagine. Quella cui partecipa attivamente il giornale di Travaglio, con cinque sei articoli ogni giorno e la pubblicazione di atti riservati e anche “sensibili” come gli estratti di conto corrente. Quella in cui la procura di Firenze ha notificato la chiusura delle indagini, che prelude alla richiesta di rinvio a giudizio per 11 persone e 4 società, e un giudice avrà il compito, strettamente politico, di decidere se la fondazione che organizzava le Leopolde fosse o no una sorta di braccio armato del Pd. Proprio quella, oggi rischia di essere la buccia di banana della Procura di Firenze. Per capirlo basta rileggere quel che ha già scritto la cassazione quando ha denunciato un certo sistema dell’organo dell’accusa: quello di setacciare migliaia di documenti per vedere se c’è qualche reato. E’ il sistema che in dottrina viene chiamato del “tipo d’autore”: prima individuo la persona da indagare, poi cerco il reato che eventualmente ha commesso. Trovato uno come Matteo Renzi, per esempio. Magari con tutta la famiglia, quella affettiva e quella politica. Poi vediamo che cosa hanno fatto. Ma intanto sbattiamoli per qualche anno sui giornali.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura. 

Calenda: «Indecenti le intercettazioni di Open sui giornali». «Renzi può stare antipatico ma può accadere a chiunque. Non va bene, è indecente per un Paese civile». Il Dubbio il 14 novembre 2021. I metodi come la “bestiolina” proposta a Matteo Renzi «mi fanno abbastanza schifo, ma io non credo Renzi l’abbia fatta. Io sono stato duro sul fatto che la politica si faccia dare soldi da uno Stato straniero, ma dico attenzione a che quello che sta succedendo, ogni giorno con le intercettazioni sui giornali, perché Renzi può stare antipatico ma può accadere a chiunque. Non va bene, è indecente per un Paese civile». Carlo Calenda commenta così, su Radio 24, le indiscrezioni apparse sulla stampa sull’inchiesta della Procura di Firenze dedicata a Open, la fondazione del renzismo. Il leader do Azione si dice però «assolutamente» favorevole alla proposta di una legge per limitare le attività extra dei parlamentari avanzata dal segretario del Pd Enrico Letta. Calenda poco prima era tornato sull’argomento in un’intervista alla Stampa. «Io non ho mai comprato follower. Ma quando sento che la struttura Delta di Renzi doveva sfruttare i giornali femminili perché non era popolare tra le donne capisco che è una polemica che possiamo fare solo in Italia. Se fosse reato quella roba se lì dovrebbero portare tutti via, a partire da Salvini. Il momento non è casuale», è il pensiero del leader di Azione che ambisce adesso a occupare lo spazio fino a poco tempo fa presidiato proprio dall’ex presidente del Consiglio. «C’è il tentativo di mettere Renzi all’angolo prima dell’elezione del Quirinale e un Paese così mi fa abbastanza schifo», spiega Calenda, che tuttavia assicura di non avere alcuna intenzione di accordarsi col senatore di Rignano sull’Arno per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Quella, dice il leader di Azione, «è una partita che giocherà da solo». 

007, giornali e procure: così devastano l'Italia. La vendetta del Fatto contro Renzi, asse di Travaglio con Pm e servizi segreti. Piero Sansonetti su Il Riformista il 13 Novembre 2021. Il Fatto Quotidiano ha lanciato la sua ennesima campagna contro Renzi (ma perché lo odia tanto? Renzi è alla guida di un partito che non raggiunge il 3 per cento. Forse è solo un tentativo di vendetta perché Renzi è stato decisivo nel fermare il governo Conte e portare un premier come Draghi a Palazzo Chigi? Può darsi. La vendetta è nelle corde della compagnia del Fatto. Però le campagne contro Renzi sono molto più antiche. Non si sono mai fermate. Abbondantemente sostenute dalla spinta e dall’aiuto anche tecnico di diverse procure). Stavolta Renzi è accusato di avere preparato una strategia di attacco a base di fake news contro i 5 Stelle e contro il Fatto Quotidiano. Strategia ispirata da Fabrizio Rondolino, ex giornalista dell’Unità. Se però poi leggi bene gli articoli scopri che è esattamente il contrario. Renzi, si capisce dai resoconto del Fatto, non ha preso in considerazione neppure per un minuto le proposte di Rondolino e non ha mai realizzato nessuna strategia contro Il Fatto. La cosa – cioè l’attacco a Renzi, ispirato probabilmente da una Procura – è abbastanza inquietante perché coincide con altri episodi che stanno emergendo in questi giorni. Per esempio la vicenda Cesa, che coinvolge i servizi segreti. In che consiste questa vicenda? Lorenzo Cesa, segretario dell’Udc, fu raggiunto da un importante 007 – del quale non conosciamo il nome – il quale gli garantì che le accuse pesantissime che gli erano state mosse qualche giorno prima da Gratteri (associazione a delinquere) e che erano evidentemente del tutto infondate, sarebbero cadute, ma che lui avrebbe dovuto comportarsi bene e non fare colpi di testa. Il colpo di testa al quale evidentemente si riferiva lo 007 era quello appena compiuto da Cesa, e cioè il voto del suo piccolo gruppo in Parlamento contro il governo Conte 2, che fu decisivo per la liquidazione di quel governo. Il nostro 007 però, probabilmente, riteneva che ci fossero ancora i margini per un Conte 3 – visto che l’operazione Draghi non era ancora nota e che l’ipotesi di elezioni anticipate terrorizzava la maggioranza dei parlamentari – e che un voto dell’Udc di Cesa sarebbe stato fondamentale. Chi era questo 007? Il Fatto Quotidiano oggi fa il nome di Marco Mancini – sospettabile, dice il Fatto, in quanto amico di Gratteri – e spiega come e perché Marco Mancini non avesse nessun interesse a salvare Conte. Vero. Però c’è un errore nella ricostruzione del Fatto: tutto lascia pensare che quello 007 non fosse affatto Mancini, anzi, fosse uno dei nemici di Mancini e che, in questo caso, Gratteri non c’entrasse proprio nulla. Provate a mettere insieme le due vicende. E anche altre vicende recenti, legate soprattutto all’attacco giornalistico-giudiziario a Matteo Renzi, del quale Il Fatto Quotidiano ha pubblicato qualche giorno fa addirittura i conti correnti, violando ogni principio costituzionale, giornalistico, civile, di buon senso. La fotografia che esce è questa. Ci sono in azione, in Italia, vere e proprie bande di soldati di ventura (magistrati, giornalisti, agenti segreti) che in accordo tra loro, o talvolta persino in disaccordo, devastano il paese e inquinano, fino a infognarla, la lotta politica. Della politica vera vera, del resto, ormai è rimasto zero. Idee, programmi, progetti, ideologia: e chi li ha visti? Da una parte (per fortuna) c’è un drappello di governanti, guidato da Mario Draghi, che tenta di tenere in piedi l’Italia, infischiandosene dei partiti; dall’altro ci sono gli avventurieri, che trovano spazio ad abbondare proprio perché la politica vera ha abbandonato il campo. Schiacciata ora dalla magistratura, ora dal populismo, ora dal taglio dei fondi e dall’impossibilità di finanziarsi, ora dalle potenze economiche. Non è una novità: tutto cominciò con Tangentopoli e poi con la lotta a Berlusconi. Il risultato è quello che abbiamo davanti agli occhi: un deserto di idee e il campo libero alle bande. Il Fatto nell’edizione di ieri sommerge tutti di accuse infamanti. In realtà poi si scopre che molti degli accusati non hanno fatto proprio niente di male. Annalisa Chirico, giornalista, è accusata di essersi voluta informare sui fatti prima di andare in Tv. C’è qualcosa di male? Lilli Gruber è accusata di farsi imporre gli ospiti da Renzi (ma allora, uno si chiede, come mai a Otto e mezzo gli ospiti fissi sono Travaglio e Scanzi?). Molti altri collaboratori di Renzi sono accusati di avere detto e scritto parole di fuoco contro le fake news lanciate verso di loro. E lo scandalo dov’è? Lo scandalo sta in poche righe nelle quali Fabrizio Rondolino (inascoltato) suggerisce a Renzi di rispondere ai 5 Stelle e al Fatto, copiando pari pari lo schema della propaganda dei 5 Stelle e del Fatto. La strategia del pan per focaccia. Conosco Fabrizio da una trentina d’anni (credo di averlo portato io all’Unità alla fine degli Ottanta) e lo stimo. Se davvero ha proposto a Renzi di copiare i metodi di Travaglio, ha fatto malissimo, secondo me. Ma non mi pare che sia da fucilare. La frase incriminata poi è una sola, scritta su una mail confidenziale e riservata, e magari buttata lì un po’ a caso o come voluta provocazione. Quando si parla e si scrive senza sospettare che l’Ovra o la Stasi ti stiano spiando, spesso si usano esagerazioni e stupidaggini. Rondolino probabilmente non poteva immaginare che qualche talpa in Procura (diciamo così, in modo da non prendere querele: qualche talpa in procura…) avrebbe istruito i giornali dell’estrema destra (La Verità e il Fatto) perché saltassero sulle mail private dell’ex segretario del Pd e aumentassero la loro fame di infangamento. P.S. Travaglio scrive che gli 007 Pollari e Pompa prepararono nel 2006 dei dossier contro di lui. Non è vero. I magistrati accertarono che non era vero. Marco, Marco, caschi sempre sulla fake news.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Chiara Giannini per “il Giornale” il 10 novembre 2021. Il Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) vuol vederci chiaro sulla vicenda dei presunti fondi venezuelani versati al Movimento 5 stelle, tanto che nel corso dell'ultimo incontro ha deciso di chiedere alle procure che stanno indagando su questi filoni gli atti delle inchieste per verificare eventuali profilli di interesse del Comitato, ovvero possibili minacce alla sicurezza nazionale. Durante l'ultima riunione sono state trattate anche le vicende di Matteo Renzi legate ai compensi che il senatore ha ricevuto da Stati esteri. Dei 5 stelle si è parlato durante l'audizione di ieri al Copasir del direttore dell'Aise, Giovanni Caravelli. L'indagine verte sui reati di riciclaggio e e finanziamento illecito al partito. La procura di Milano ci sta lavorando da giugno dello scorso anno, tanto che è stato aperto un fascicolo per verificare se il nascente Movimento 5 Stelle, nel 2010, abbia veramente ricevuto tre milioni e mezzo di «fondi neri» venezuelani. A tal proposito sarà sentito dalle procure Hugo El Pollo Carvajal, l'ex capo dei servizi segreti venezuelani che fu arrestato in Spagna su ordine degli Usa. Carvajal aveva confermato ai giudici spagnoli l'ipotesi del finanziamento illecito a diversi partiti tra cui anche il Movimento 5 stelle, ma anche al Podemons spagnolo. A tirare fuori il caso fu Marcos Garcìa Rey, il giornalista dell'Abc che nel 2020 pubblicò un documento esclusivo dei servizi segreti venezuelani. Le indagini sono affidati al Nucleo di Polizia economico finanziaria della Guardia di Finanza. Ora il Copasir vuol fare giustamente chiarezza per capire se il Movimento 5 stelle abbia realmente ricevuto i 3,5 milioni di euro in maniera del tutto illecita.

Le indagini si allargano. Renzi e 5 Stelle nel mirino del Copasir: chiesti atti alle procure su compensi dell’ex premier e rapporti col Venezuela dei grillini. Carmine Di Niro su Il Riformista il 9 Novembre 2021. Chiarimenti alle Procure che si stanno occupando delle due inchieste. È la richiesta arrivata nel corso dell’audizione odierna del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, in merito ai compensi che Matteo Renzi ha ricevuto da Stati esteri, in particolare l’Arabia Saudita, e dai rapporti tra Movimento 5 Stelle e Venezuela e i presunti fondi illeciti ricevuti nel 2010 dal partito fondato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. Il Copasir ha chiesto, alle procure che stanno indagando su questi filoni, gli atti delle inchieste: l’obiettivo è quello di verificare eventuali profilli di interesse del Copasir, ovvero possibili minacce alla sicurezza nazionale. Una mossa che non sorprende. Nei giorni scorsi Elio Vito, deputato di Forza Italia e componente del Copasir, aveva auspicato che il Comitato si occupasse in particolare del caso Renzi per “i profili attinenti la sicurezza nazionale” derivanti dal finanziamento da parte di Stati esteri, in particolare l’Arabia Saudita di Mohammad bin Salman, come speaker di eventi internazionali. L’Ansa riferisce che durante la riunione, in cui è intervenuto il direttore dell’Aise (Agenzia informazioni e sicurezza esterna) Giovanni Caravelli, si è discusso della possibilità che alcuni Stati intendano, attraverso questi rapporti con figure politiche italiane, influenzare gli indirizzi dell’Italia. Stessa motivazione che ha spinto il Copasir ad occuparsi anche del caso M5S-Venezuela e dell’inchiesta della Procura di Milano che sta indagando con le ipotesi di finanziamento illecito e riciclaggio sul caso: la storia è quella già raccontata lo scorso anno dal quotidiano spagnolo Abc dei 3,5 milioni di euro in contanti che nel 2010 sarebbero arrivati dal Venezuela al fondatore del Movimento, Gianroberto Casaleggio. Il Comitato parlamentare quindi, facendo ricorso ad un articolo della legge di riforma dei servizi, la 124 del 2007, che gli consente di ottenere, “anche in deroga al divieto stabilito dall’articolo 329 del codice di procedura penale, copie di atti e documenti relativi a procedimenti e inchieste in corso presso l’autorità giudiziaria o altri organi inquirenti“.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Fabio Amendolara François De Tonquédec per "la Verità" il 12 novembre 2021. Il progetto di Bestia renziana nella sua declinazione «macchina del fango», svelato ieri dalla Verità, si arricchisce di nuovi elementi. Al momento l'uso di un investigatore privato «di provata fiducia e professionalità», inserito in un progetto di «distruzione della reputazione» degli avversari politici inviato a Matteo Renzi dal giornalista ed ex spin doctor di Massimo D'Alema, Fabrizio Rondolino, non trova né conferme, né smentite. Ieri Renzi si è limitato, come al suo solito, a replicare ai giornali annunciando azioni legali. Alla Verità risulta però che la fondazione Open abbia avuto un rapporto, regolarmente iscritto a bilancio, con un'agenzia di investigazioni, la Top Secret: oggetto del rapporto la sicurezza alle varie edizioni della Leopolda. La collaborazione tra la Top secret, con sede a Ferrara e un fatturato nel 2020 di 6,4 milioni di euro, inizia con la Leopolda del 2013, con il servizio di «sicurezza e controllo accessi» fatturato per 2.531,50 euro. Negli anni successivi, però, sino al 2018, lo stesso servizio viene pagato a una cifra superiore: da 4.772 euro sino a 8.161, per un totale di 36.168 euro. In quelle fatture è stato inserito qualche servizio extra? Ovviamente tutti smentiscono. Ma torniamo alla mail del 7 gennaio 2018 con il progetto di «character assasination» nei confronti dei nemici, esponenti grillini e giornalisti del Fatto quotidiano, inviata da Rondolino. In essa quest' ultimo cita pure i nomi di due giornalisti che, secondo l'ex Lothar dalemiano, potrebbero «essere coinvolti, in forme più o meno indirette e sulla base di un rapporto personale e fiduciario», e che «non sempre possono pubblicare ciò che scoprono». I nomi individuati da Rondolino per avere notizie, in una insolita inversione di ruoli, sono quelli di Annalisa Cuzzocrea, all'epoca cronista parlamentare di La Repubblica e da pochi giorni vicedirettore della Stampa, e Jacopo Iacoboni, inviato sempre del quotidiano torinese, nonché autore di due libri contro il progetto politico del Movimento 5 stelle. Agli atti, della possibile collaborazione della Cuzzocrea non abbiamo trovato nulla, a parte la citazione di Rondolino. Su Iacoboni invece è presente un articolo sui finanziatori della Leopolda. Il rapporto però nel tempo sembra esseri evoluto, tanto che nel 2016 Fabio Pammolli, nell'organigramma della Bestia renziana il capo dell'analisi dei dati e professore ordinario di economia e management al Politecnico di Milano, scrive via messaggio ad Alberto Bianchi: «Qui tutto nasce dalle interazioni di m (non è chiaro se il riferimento sia a Renzi o a Marco Carrai, ndr) con Iacoboni. Va detto che Iacoboni è su una pista molto interessante per mettere a nudo alcune caratteristiche della rete. Penso ne valga la pena». Il 17 novembre, sempre Pammolli gira all'avvocato di Open il link a un articolo della Stampa, firmato proprio da Iacoboni, intitolato «Ecco la cyber propaganda pro M5s. La Procura indaga sull'account chiave». Bianchi commenta: «Va dato a dago». Intendendo il sito Dagospia. Contattato dalla Verità, Iacoboni spiega: «Non ho mai avuto Rondolino come fonte, non ho neanche il suo numero in agenda. Lo conosco perché ci avrò parlato quatto o cinque volte ai congressi di partito ma non è assolutamente una mia fonte, né lui, né Lotti, né Carrai. Fabio Pammolli, invece, lo conosco bene. Oltre a essere un editorialista della Stampa, è un professore che si occupa di economia e di scienza dei dati. È uno che mi ha fornito un'analisi di rete sulla struttura del network grillino che io ho poi fatto vedere ad altri fisici, nella quale si vedevano i cluster dei grillini». La Cuzzocrea taglia corto: «Non ho mai avuto a che fare con queste persone e sfido chiunque a dimostrare il contrario. Ho sempre fatto il mio lavoro in piena indipendenza e senza farmi condizionare o usare da nessuno. In più, questi metodi di costruzione del consenso sono quelli che ho sempre denunciato nei miei articoli». Non avendo a disposizione un giornale, per diffondere le notizie, Rondolino, sempre nel progetto inviato via mail, propone di creare «un sito specifico, non riconducibile al Pd né tantomeno a MR (Renzi, ndr), da costruire su un server estero non sottoposto alla legislazione italiana, che raccoglie e pubblica tutto il materiale (una specie di Breitbart, o di Wikileaks antigrillina)». Insomma, un mix tra Julian Assange e il sito di ultradestra vicino al guru dei sovranisti Steve Bannon, che avrebbe dovuto «rilanciare poi sui social network (attraverso una rete di fake che agiscono su cluster specifici, da individuare con Fabio Pammolli, ndr) e che, a seconda del valore e della qualità, potrà poi essere ripreso dai media tradizionali». Poche settimane prima i renziani avevano denunciato, attribuendolo a Lega e Movimento 5 stelle, proprio l'uso delle tecniche suggerite da Rondolino. E lo avevano fatto alla Leopolda attraverso il lavoro di Andrea Stroppa, un ex hacker assunto nella Cys4 di Marco Carrai, amico di Renzi, appassionato di intelligence ed ex consigliere di Open. Successivamente lo smanettone si è messo in proprio e insieme con un programmatore russo, Pavel Lev, ha fondato una società, la Ghost data, che non risulta registrata in Italia e che sul proprio sito offre pochissime informazioni. Stroppa, nell'organigramma (agli atti dell'inchiesta) della Bestia renziana, risalente al 25 marzo 2017, risulta a capo della struttura «unofficial», non ufficiale. Al giovanotto (che da minorenne venne coinvolto in un'inchiesta sul gruppo di pirati digitali Anonymous) è dedicato un paragrafo di una delle ultime informative della Guardia di finanza. Secondo gli investigatori, tra il 2016 e il 2018, ha ricevuto dalla Fondazione Open nove bonifici per un importo complessivo di circa 60.000 euro, offrendo servizi di cyber security, ma anche di assistenza tecnica sms e analisi dei dati. Ha svolto pure consulenze per il Comitato per il sì al referendum del 2016, per il Pd e per la Cgil. La ricerca, declamata da Renzi sul palco, aveva ispirato articoli del sito americano Buzzfeed, firmati dall'analista Alberto Nardelli e da Craig Silverman, del New York Times, grazie alla penna del fedelissimo Jason Horowitz, e, ovviamente di Iacoboni sulla Stampa. Ma dietro a quegli scoop c'era il lavoro di Stroppa, capo «unofficial» della Bestia renziana e ben retribuito consulente di Open (definito da Nardelli e Silverman, «ricercatore indipendente sulla cybersicurezza»). Lo ha svelato lo stesso ex hacker al Corriere della Sera: «Matteo Renzi si è chiesto se anche in Italia ci sarebbero problemi simili a quelli emersi in altri Paesi durante le elezioni. Così ho scritto un lungo report e gliel'ho consegnato. Parte di questo documento è arrivato al New York Times, che dopo aver verificato l'attendibilità delle mie informazioni ha pubblicato un articolo». Per strutturare il lavoro della Bestia era stato predisposto un vero e proprio organigramma, con 9 aree di lavoro. Stroppa, oltre che a capo della casella «unofficial», era anche che «responsabile sicurezza idle digital». A capo delle «attività di reporting», nella slide agli atti dell'inchiesta, viene indicato l'economista Antonio Preiti, mentre l'autrice tv Simona Ercolani, moglie di Rondolino, figura a capo del «coordinamento content e diffusione», che controlla la «redazione in Cammino (stand by me)» e i «social media - attivisti (stand by me)». Il «coordinamento data analysis», affidato a Pammolli controlla 4 gruppi di lavoro: «integrazione basi dati», «laboratorio di analisi dei dati», «sviluppo dashboard» e «sviluppo piattaforma». Fabio Bellacci, ex segretario di Renzi, controlla l'«advertising», a cui rispondono i «social media e il search marketing», mentre Giampaolo Moscati, ex socio di Carrai, è al vertice di «pianificazione controllo». «Ufficio social Firenze Matteo Renzi news Matteo Renzi ufficiale» fanno invece capo ad Alessio Giorgi.Ieri, dopo lo scoop della Verità sulla mail di Rondolino, quest' ultimo ha scelto la via del silenzio, ma a commentare le notizie sull'inchiesta della Procura di Firenze ci ha pensato il suo ex capo a Palazzo Chigi, Claudio Velardi. Il cui sfogo si è concluso con «che schifo». Ricordiamo che, secondo la titolare della Quicktop, fu l'allora consulente della società Velardi a portare come cliente il gruppo Toto, cui fa parte Alfonso Toto, accusato dai pm di Firenze di corruzione proprio nell'inchiesta Open.

Fabio Amendolara François De Tonquédec per “la Verità” il 13 novembre 2021. La Bestia di Matteo Renzi poteva contare su hacker ed economisti e arrivava con le sue veline propagandistiche mascherate da analisi scientifiche sino a siti e giornali internazionali come Buzzfeed e il New York Times. Una rete che faceva sponda su giornalisti italiani e stranieri, come Gianni Riotta che definì una di queste inchieste pilotate uno «strepitoso saggio». Un gioco di squadra, in cui l'hacker amico di Riotta, Andrea Stroppa era anche consulente pagato della Fondazione Open e persino traslocatore. Su Internet postò una foto mentre aiutava Renzi, premier uscente, a sbaraccare l'ufficio di Palazzo Chigi: «Ero di passaggio a Pontassieve e ho incontrato questo signore che mi ha chiesto di dargli una mano a mettere a posto degli scatoloni» scrisse sui social. Stroppa era il capo «unofficial» della Bestia, mentre il professor Fabio Pammolli era a capo (nel 2017) del «coordinamento data analysis». Pammolli risulta tutt' ora «componente Gruppo di lavoro data-driven per l'emergenza Covid-19», incarico conferitogli, a titolo gratuito, il 31 marzo 2020, che avrà termine «sei mesi dopo la cessazione dello stato d'emergenza Covid-38» e dal 10 novembre è presidente dell'Investment committee (ne era membro dal 2015), che si occupa di investimenti per il Fondo dell'Unione europea. Una promozione che è avvenuta proprio mentre Renzi si trovava a Bruxelles per promuovere le sue iniziative contro i populismi. Gli stessi che Pammolli combatteva dalla cabina di regia della Bestia.Nella quale non esisteva solo una struttura legata alla parte comunicativa, ma anche un progetto dedicato alla posta elettronica, che gli inquirenti definiscono un «gruppo posta», deputato a gestire la casella di posta elettronica dell'ex Rottamatore e alla realizzazione di «una sorta di intelligenza artificiale per l'assegnazione automatica delle priorità dei messaggi, tramite un algoritmo». Per l'avveniristico strumento di comunicazione, secondo quanto verbalizzato dalla responsabile della «task force» della posta, sarebbero stati utilizzati i dati di una casella di posta istituzionale, con tanto di dominio governo.it. Il titolare del progetto, racconta Elena Ulivieri, a Palazzo Chigi insieme al marito, Pilade Cantini, «era una infrastruttura, ovvero la So big data, alla quale, con apposito Nda (non disclosure agreement), sono stati donati i dati della casella di posta elettronica matteoatgoverno.it». Un numero imprecisato di messaggi inviati da cittadini all'allora premier, che secondo la Ulivieri riguardavano «sia il ruolo di Matteo Renzi quale presidente del Consiglio dei ministri, sia il suo ruolo di Segretario del Partito Democratico» è quindi finito in mano a un soggetto terzo. Ma chi è So big data? Su internet il sito ufficiale descrive così chi ha ricevuto i dati della casella di posta istituzionale dell'allora premier: «Il consorzio So big data è composto da 12 partner provenienti da 6 paesi membri dell'Unione Europea (Italia, Regno Unito, Germania, Estonia, Finlandia, Paesi Bassi) e Svizzera». Lasciamo ai lettori la libertà di immaginare cosa succederebbe per una cessione internazionale di corrispondenza del premier in un altro Paese, ad esempio negli Stati Uniti dove una gestione disinvolta delle email rischiò di costare all'allora Segretario di Stato Hillary Clinton la candidatura alla presidenza degli Usa. Tra i membri italiani del progetto (composto da università e istituti di ricerca), finanziato con fondi Ue, c'è anche la Scuola Imt (Istituzioni, mercati, tecnologie) di Lucca, nota alle cronache giornalistiche per la controversa vicenda della tesi di dottorato dell'ex ministro Marianna Madia. Dell'Imt Fabio Pammolli risulta «rettore fondatore e presidente del consiglio esecutivo» nel periodo tra il 2004 e il 2012, oltre che professore di Economia e management all'Imt, fino al 2016, quindi anche mentre Renzi era a capo del governo. L'informativa di 388 pagine che riassume le attività della macchina di propaganda a favore di Renzi sintetizza così la testimonianza della Ulivieri: «La predetta riferiva di aver avviato le attività del "gruppo posta" della casella di posta elettronica matteoatatteorenzi.it, dietro richiesta di Matteo Renzi il quale le avrebbe detto di rivolgersi all'avvocato Alberto Bianchi se non direttamente alla Fondazione Open, per quanto riguardava gli aspetti relativi ai contratti dei collaboratori». La donna, laureata in informatica, ha lavorato a Palazzo Chigi dall'ottobre 2014 al dicembre 2016 in qualità di supporto organizzativo della segreteria tecnica di Renzi. Dopo le dimissioni di quest' ultimo, la donna si è spostata presso la segreteria del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi dove è rimasta fino al termine della legislatura. E in quell'ambito, ha spiegato la donna, «c'era un accordo con» la Boschi «affinché continuassi a lavorare per lo sviluppo del progetto della So big data ed è in questo contesto che la Ulivieri ha continuato ad occuparsi della casella di posta elettronica matteoatgoverno.it ormai chiusa, ovvero ad occuparsi del «data set prodotto su tale casella».Ma se la gestione dei dati di un indirizzo di posta elettronica del governo lascia perplessi, colpisce anche l'utilizzo di criptovaluta da parte della Bestia. Che pagamenti riservati doveva effettuare per non lasciare tracce? Coinbase si presenta come «una piattaforma sicura in cui è facilissimo acquistare, vendere e depositare criptovalute quali bitcoin, ethereum e altre». Ma in un messaggio inviato all'avvocato Bianchi, Marco Carrai afferma: «Alberto, bisogna pagare alcune cose tramite bitcoin. Scaricati l'app Coinbase, è il miglior wallet per farlo, poi chiama Pammolli». La questione deve essere molto delicata, visto che Carrai è categorico con Bianchi: «Parla solo tramite Wa». E infatti Pammolli e Bianchi parlano proprio della moneta virtuale. Il prof scrive all'avvocato: «Sulla questione bitcoin...». Bianchi risponde con un punto interrogativo. E Pammolli gli indica «Signal», un'app che permette di impostare un tempo massimo di visualizzazione della chat, oltre il quale questa viene distrutta automaticamente. È il 23 novembre 2016 e mancano pochi giorni alla batosta al referendum confermativo sulla riforma costituzionale del 4 dicembre. Batosta a cui i renziani risposero con i progetti legati alla Bestia, iniziati con la mail inviata il 7 gennaio 2017 da Fabrizio Rondolino a Renzi, contenente le proposta di «character assasination» nei confronti dei nemici, esponenti grillini e giornalisti del Fatto quotidiano (proposta a cui Renzi ha ieri spiegato di «avere detto di no»). Un piano che gli investigatori hanno sintetizzato così: «Dopo il risultato referendario del dicembre 2016, in cui la Fondazione Open ha sostenuto, economicamente, le politiche promosse dal presidente del Consiglio e segretario del Partito democratico Matteo Renzi, segnatamente a metà dicembre 2016, affiora la volontà di attuare una "strategia social" a sostegno di Matteo Renzi e, nei primi mesi del 2017, di realizzare una struttura "di propaganda antigrillina"». Un gruppo su cui Stefano Bagnoli, uno dei ragazzi di via Giusti, il gruppo social della Bestia renziana, ha rilasciato un'interessante testimonianza. Quando gli investigatori, il 6 aprile 2021, lo interrogano lui ammette candidamente: «L'attività che svolgevamo era sostanzialmente una campagna politica permanente a sostegno delle posizioni del segretario del Pd Matteo Renzi o delle iniziative di altri esponenti del Pd condivise anche da Renzi, dal quale, comunque, ci provenivano tutti gli input operativi». E subito dopo il social media manager esplicita quali fossero i compiti che la falange macedone di via Giusti riceveva: «Le attività richieste potevano variare dal sostegno a iniziative già sui social, al lancio di nuove iniziative anche di attacco a politiche di forze antagoniste al Pd, come il Movimento 5 stelle e la Lega di Matteo Salvini».

Dagospia il 12 novembre 2021. Riceviamo e pubblichiamo: Caro Dago, vedo riportato su Dagospia un articolo nel quale è citato un mio whatsapp del 2017 a Fabio Pammolli in cui (in relazione a uno suo precedente) dico “va dato a Dago”. A scanso di ogni equivoco, preciso che il mio whatsapp (uno delle centinaia non aventi alcun rilievo penale, ma diligentemente inseriti, sottolineati e costantemente interpretati in malam partem nelle 92.000 pagine delle relazioni di Polizia Giudiziaria afferenti all’indagine su Open) non conteneva e non poteva contenere alcuna concreta indicazione operativa, posto che né io né il mio interlocutore conoscevamo Roberto D’Agostino, nessuno di noi aveva la minima idea di come contattare lei o Dagospia, e tutto si poteva pensare (all’epoca come adesso), che Dagospia, espressione di libertà giornalistica, fosse al servizio mio o di Pammolli o di chiunque altro!! E infatti poi nessuno ha dato niente a nessuno. Non dovrebbe esserci necessità di spiegarlo. Non dovrebbe esserci  nessun bisogno di spiegare che trattavasi di un’indicazione ironica, l’amaro auspicio che mai fosse che sul suo sito, tra i più letti e diffusi, fosse data evidenza a una notizia che a Pammolli e a me appariva significativa. Ma non è la prima, e non sarà l’ultima volta che parole la cui interpretazione autentica appartiene ovviamente soltanto a chi li ha dette o scritte, vengono malignamente travisate. E almeno in questa occasione un chiarimento va dato, in attesa di fornirne di più ampi e più interessanti, su tutta la vicenda, nelle sedi e al momento opportuni. Cordialmente Alberto Bianchi

François de Tonquédec per "la Verità" l'11 novembre 2021. Come sanno i nostri lettori Matteo Renzi, già ai tempi in cui era presidente della Provincia di Firenze, aveva investito milioni di euro nella propaganda con la Florence multimedia. Un'attenzione maniacale che ha ulteriormente sviluppato una volta sbarcato a Palazzo Chigi. La macchina di costruzione del consenso, attivata a partire dal 2014, si preoccupava anche di distruggere i nemici, come abbiamo svelato lunedì scorso. Ma non solo sui social. Agli atti dell'inchiesta della Procura di Firenze sulla fondazione Open, ex cassaforte del renzismo, infatti, si trova una mail piuttosto inquietante. A scriverla il giornalista Fabrizio Rondolino, uno dei consiglieri di Renzi ed ex spin doctor di Massimo D'Alema. Il 7 gennaio 2018 Renzi riceve questo messaggio da Rondolino: «Caro Matteo, eccoti un primo appunto sulla struttura di propaganda antigrillina che ho preparato con Simona in questi giorni []. Sarebbe utile vederci presto per approfondire e iniziare la Lunga marcia (citazione da Mao, ndr)...». Alla mail, che Renzi trasmette senza alcun commento, è allegato un documento word con alcuni punti strategici, tra cui la «character assassination: notizie, indiscrezioni, rivelazioni mirate a distruggere la reputazione e l'immagine pubblica di Grillo, Di Maio, Di Battista, Fico, Taverna, Lombardi, Raggi, Appendino, Davide Casaleggio (e la sua società), Travaglio e Scanzi». Secondo la nota «Per realizzare il punto 2. (inchieste/indagini serie sul personale grillino) è necessario creare una piccola, combattiva redazione ad hoc, che lavori esclusivamente sul progetto nella massima riservatezza: vanno individuati almeno 2 giornalisti d'inchiesta e un investigatore privato di provata fiducia e professionalità (a costo medio-alto)». Va detto che al momento non risulta alcuna evidenza che le ipotesi di lavoro sottoposte a Renzi dal giornalista siano state sposate dall'ex premier, altrimenti ci troveremmo di fronte a un nuovo piccolo Watergate; però, il fu Rottamatore, anziché cestinare l'email, l'ha inoltrata a Marco Carrai, esperto di cybersecurity. Emerge anche che per contrastare le notizie sulle inchieste che li toccavano Renzi e alcuni componenti del Giglio magico puntavano sulla giornalista, Annalisa Chirico. Della collaboratrice del Foglio e presidentessa del movimento garantista Fino a prova contraria, parlano in una chat agli atti dell'inchiesta l'ex ministro dello Sport Luca Lotti e l'avvocato renziano Alberto Bianchi. Il 2 marzo 2017 Bianchi scrive a Lotti, all'epoca ministro ma non ancora parlamentare: «La Chirico scrive domani sul Foglio sulla vicenda Consip. L'ha sollecitata M. (Renzi, ndr). Mi chiede se hai qualche elemento da darle della tua difesa []». Una settimana dopo, Bianchi fa sapere, sempre a proposito di Consip: «La Chirico stasera va dalla Gruber, glielo ha chiesto Matteo». Il lavoro della giornalista veniva utilizzato anche dallo staff della Bestia. Nella chat di denominata «gruppo per post» infatti, il 15 marzo 2017 viene data indicazione ai 115 membri: «Il post della Chirico sui popcorn stamattina è da viralizzare». Per garantire la massima efficienza alla propaganda sui social venivano usate due piattaforme, la Voyager e la Tracx, fornite alla fondazione Open da società israeliane. La Verità è in grado di rivelare che il 6 giugno 2016, rappresentanti di una delle due software house sono stati ricevuti direttamente a Palazzo Chigi. Agli atti dell'inchiesta infatti è presente il messaggio, in lingua inglese inviato ai partecipanti da Giampaolo Moscati: «We' ll meet in Rome, Palazzo Chigi, next monday at 10:30 Please send to Marco the names for the pass». In un'altra mail del 31 dicembre 2017, citata ieri da alcuni giornali, si scopre come Renzi si preparasse per la campagna elettorale delle politiche del 2018. In un elenco di sei punti, l'ex premier evidenzia le «questioni da sciogliere, tutte insieme», mettendo al primo punto «Gestione Tv, Radio, Settimanali, organi di informazione anche online», che Renzi vorrebbe affidare a Marco Agnoletti (suo ex portavoce), puntando ad avere «una presenza televisiva molto più organizzata e massiccia». Nelle tv Renzi sembra puntare principalmente su La7 e sul suo direttore: «Dobbiamo pretendere una figura dedicata di raccordo tra noi e Andrea Salerno (che io vorrei incontrare nella settimana prima dell'8)». Renzi ambisce anche a «conoscere le scalette», «capire i format dei nostri avversari» e a «essere presenti sempre, anche nei format mattutini con i migliori». L'allora candidato chiede anche di poter dettare la linea delle trasmissioni: «Pretendere di indirizzare alcuni contenuti (Grasso Pietro ex presidente del Senato piddino bersaniano, ndr - e super stipendio, fuga di Di Maio dalla società di Brescia sul JobsAct, marocchino che fa il volontario delle ambulanze e viene cacciato dal segretario della Lega di Vercelli, coperture delle proposte di Berlusconi)». Secondo Renzi servirebbe uno «sguardo particolare su Gruber, Floris, Formigli, Giletti, Minoli []». Per il «mondo Mediaset», Renzi si limita a puntare a un «accordo con Brachino/Confalonieri (Claudio e Fedele, ndr). Monitorare costantemente Berlusconi e chiedere di fare altrettanto, sempre». Sulla Rai l'atteggiamento è piuttosto diffidente: «Accordo Agnoletti/Orfeo. Vanno, però, verificate anche le virgole. Montare polemiche sempre, come nel caso della sovraesposizione di Grasso sulla Costituzione o su Fazio». Infine l'ex sindaco di Firenze ambisce ad «avere interviste fisse, ma soprattutto far uscire qualche commento e qualche notizia da riprendere sui social». Così funzionava la Bestia renziana.

Giacomo Amadori e François De Tonquédec per “La Verità” l'11 novembre 2021. Gli atti dell'inchiesta della Procura di Firenze sulla fondazione Open, l'ex cassaforte del renzismo, ci raccontano come funzionasse (o funzioni?) la Bestia di Matteo Renzi, la sua oliatissima macchina di propaganda mediatica gestita da Alessio Di Giorgi, una delle menti, tra le altre cose, della pagina Matteo News. Quando l'ex Rottamatore era ancora segretario del Pd, il 6 febbraio 2017, viene aperta una chat a cui partecipano l'amministratore Alexander Marchi (coordinatore del team della comunicazione), Marco Carrai, amico e collaboratore di Renzi oltre che ex consigliere di Open, Di Giorgi, Franco Bellacci, detto «Franchino», segretario particolare di Renzi, la praticante avvocato piddina Ursula Bassi, Elena Ulivieri (moglie di Pilade Cantini, comunista finito con la sua signora nello staff di Renzi a Palazzo Chigi come addetto alla corrispondenza) e Matteo Renzi. Alexander apre le danze: «Da oggi siamo operativi con i ragazzi in via Giusti. Stamattina ho fatto una riunione politica/organizzativa dove abbiamo impostato il lavoro: presenza sui social, monitoraggio notizie, raccolta dati, diffusione materiale e lotta contro le bufale e l'odio. I ragazzi sono carichi per la causa e pronti a proporre idee». L'8 febbraio Renzi scrive: «Oggi non male articolo di Giavazzi (Francesco, ndr) Alesina (Alberto, ndr). Forza, avanti tutta». Alexander aggiunge un commento sull'allora sindaco di Roma: «Sì e soprattutto la Raggi ha girato parecchio oggi». Cioè la notizia dell'iscrizione dell'allora sindaco per abuso d'ufficio. Il giorno dopo Renzi riprende: «Mi raccomando sulla minoranza e il congresso. Chiedono il congresso se no è scissione. Glielo diamo, minacciano la scissione». Renzi consiglia di dare un'occhiata a un tweet di Guido Crosetto, l'ex parlamentare Fdi che pure in queste ore è in campo in difesa del fu Rottamatore per la diffusione dei suoi dati reddituali depositati. Nella chat il 19 marzo Renzi dà indicazioni precise: «Occhio ai commenti sui miei post... ci lavoriamo? Rispondiamo a chi dice che per la Calabria non ho fatto nulla?». Il 24 marzo scrive: «La cosa di Boccia (Francesco, allora presidente della commissione Bilancio alla Camera, ndr) per favore». Forse il riferimento è un articolo uscito su un concorso da docente vinto da Boccia all'Università del Molise. Renzi domanda: «Voi avete chat Whatsapp per lanciare i contenuti?». Di fronte alla risposta affermativa chiede: «Quante? Composte da quante persone? Chi le gestisce?». Sempre la Bassi lo informa che sono numerose: «All'interno di queste chat condividiamo sempre i link di incammino della Simona, MR, MR news, le nostre pagine (Lingotto, RenziMartina2017, passo dopo passo) in più i post importanti sia Fb che Twitter come Bonifazi ieri». Renzi : «Quanti messaggi mandate al giorno?». Ursula: «Tanti, troppi. Infatti parlavamo di questo ieri con Alessio. Sarebbe opportuno focalizzarsi solo sulle cose importanti per noi». Il 14 aprile Renzi detta la linea: «Teniamoli schiacciati sul fatto che loro sono falsi. Falsi come le firme in Sicilia, false come le prove contro Renzi, false come le notizie sui vaccini. Un partito di falsi». Ursula: «Va bene, ribadiamo». Renzi, per essere sicuro di non essere frainteso, gira il messaggio inviato sulla chat della segreteria di partito: «Spero che tutti voi vi siate iscritti alla app e l'abbiate aggiornata ieri sera o stamani. Piano piano diventerà strumento sempre più utile. Spero che ciascuno di voi abbia almeno 100 nomi da inserire nella app che oggi nel frattempo supera quota diecimila. Ma vi scrivo soprattutto per un fatto di linguaggio. Il nostro avversario sulla Rete e in tv e sempre più il M5s. Bene. Appicchiamogli addosso l'idea del Falso. Io ho iniziato col Falso quotidiano dalla Gruber e gli ha fatto male. Molto male. Ma voi dovete rilanciare. Un partito Falso. False come le firme in Sicilia. False come le prove contro Renzi. False come le news sui vaccini. I grillini sono falsi. Ragioniamo su questa linea...». Alexander si entusiasma: «Ci siamo!! bisogna martellare finché non passa il concetto». Renzi : «Forza ragazzi». Ma nel faldone con le chat ce n'è una che spiega meglio di un trattato il cinismo e la spocchia di molti intellettuali che dopo aver perso la testa per Massimo D'Alema si erano innamorati di Renzi. Il gruppo inizia a discutere sul nome da dare alla piattaforma che doveva far concorrenza a Rousseau. Ci sono l'ex hacker Andrea Stroppa, che veicolava sui media stranieri ricerche antigrilline, il solito Carrai, il suo socio Giampaolo Moscati, Fabio Pammolli docente universitario e consigliere economico di Renzi, Antonio Preiti, anche lui economista, gli esperti di Web marketing Paolo Dello Vicario e Cristiano Magi, l'esperta di statistica Valentina Tortolini, la renzianissima Agnese Duro, di nuovo Bellacci, Simona Ercolani, autrice e produttrice televisiva e il marito Fabrizio Rondolino, già uno dei Lothar di D'Alema a Palazzo Chigi. Il dibattito si scalda. Pammolli, ironicamente, propone «Avanti!», come lo storico giornale socialista. Moscati rilancia: «Qualcosa che riprenda concetto "Italy first" e di rinnovamento?». Ercolani si irrigidisce: «Prima l'Italia è slogan lega. Purtroppo». Pammolli: «Beh tra Enrico Rossi e Zaia io scelgo Zaia». Dopo qualche divagazione la Ercolani azzarda: «Perché non la chiamiamo Italia in cammino?». Pammolli: «Santiago di Compostela? Anche sull'orlo del baratro mi pare buono». Per lui il nome proposto dalla Ercolani è «melenso» e «sdolcinato» e Rondolino ribatte che è «disgustosamente sdolcinato, quindi perfetto». La Tortolini propone «Go on» e trova l'approvazione della Ercolani. La quale annuncia che «deve spammare enews» di Renzi. Pammolli si dispiace: «Tutto questo perché non volete Avanti!, banda di post democomunisti». Rondolino si accende: «Iskrà. Come il glorioso giornale dei bolscevichi!». Ercolani: «E se fosse solo On? Viene un bel logo». Pammolli rilancia con «Bettino». C'è chi dice «Noi». Per qualcuno è da «rivista di gossip», mentre per Ercolani «esclude voi» e per questo è «da bersaniani». Pammolli tenta una citazione di Donald Trump: «Facciamo l'Italia Grande Ancora». Ercolani: «Facciamo l'Italia Grande Ora». Rondolino: «Chiamiamola Viva Verdi. Patriottico, risorgimentale, neosovranista, laico».Il mattino dopo Pammolli dà a tutti la ferale notizia: «Sembra Bobby, da Bob Kennedy. Matteo dixit». La fonte è Carrai che informa la truppa che il nome sarà quello e che ha deciso «MR». Rondolino commenta: «Non noi. Il Principe». Qualcuno chiede se sia una battuta. Rondolino s' affloscia: «Mi arrendo». La Tortolini è dubbiosa: «Bobby sembra il nome di un cane da riporto, ma non avendo trovato di meglio mi taccio». Pammolli riflette: «Dovemo da prende' i voti di 'aggente» Al gruppo viene chiesto di trovare uno slogan e dopo un po' la Ercolani informa il gruppo che la frase che verrà abbinata «è quella sul Pil e la felicità». Poi domanda: «Rondolo ricordi?». Il marito è tranchant: «Non saprei. Sempre detestato Bob. Non per caso Veltroni gli ha dedicato un intero libro». Poi aggiunge: «Come logo direi una pistola. Oppure Marilyn». Anche Dello Vicario ha il motto: «Puoi aggiustare l'Italia, sì con Bob. Potrai farlo, sì con Bob». Pammolli: «Poi vi racconto di Hurricane Bob». Rondolino: «Un gran bel localino, Bob. Blues Brothers». Chiedono a Rondolino di fare «un incursione suicida» per convincere Renzi a cambiare nome e il giornalista risponde: «Stasera ho già Paragone». Pammolli si chiede se ci sarà «qualche cazzo di video che faccia sollevare i cuori» in cui magari «appare anche Veltroni». Rondolino chiude: «Manca la frase in cui dice: "Intercettiamo illegalmente quel negro comunista di Martin Luther King". Non male anche: "Stanotte eliminiamo quella troia di Marilyn"». Pammolli tenta l'ultima carta: «Siamo eventualmente in tempo a rinominare la piattaforma Ivanka? O Melania». La Ercolani inoltra un comunicato dei Liberal Pd, guidati da Enzo Bianco, a sostegno di Renzi. Ercolani: «Ora cambia tutto». Dello Vicario: «Abbiamo vinto». Rondolino: «Stravinto».

PiazzaPulita, Guido Crosetto svela la vergogna di "Fatto" e magistrati: "Ma è morto di tumore sei anni fa..." Libero Quotidiano il 12 novembre 2021. Un'ossessione, bella e buona e soprattutto vergognosa, quella nutrita in primis dal Fatto Quotidiano contro Matteo Renzi, vittima di una violentissima campagna di stampa, culminata nella pubblicazione del suo conto corrente. Un tema che viene discusso a PiazzaPulita, il programma di Corrado Formigli in onda su La7, la puntata è quella di giovedì 11 novembre. In studio un indignato Guido Crosetto, a confronto con due dei principali protagonisti di questa campagna contro il leader di Italia Viva, Antonio Padellaro del Fatto Quotidiano ed Emiliano Fittipaldi di Domani. "Come vengono fatte le indagini in Italia? Sono due anni che leggo cose su Renzi anche se non ci sono atti giudiziari depositati. Qui parliamo di cose che, da quel che ho letto, sono partite dieci anni fa, quando non era indagato", premette Crosetto. Dunque, va da sé, Padellaro nega. Ma il gigante di Fratelli d'Italia rilancia: "Ho letto cose che parlavano di un dialogo su una persona malata, un dialogo tra due amici, dialogo che si riferiva a una persona morta di tumore cinque-sei anni fa". E Fittipaldi: "Sarebbero delle intercettazioni illegali". "Infatti", replica Crosetto sganciando la sua bomba. "Sta dicendo delle cose gravissime", alza il ditino Fittipaldi, quando forse le "cose gravissime" sono ben altre. Crosetto non demorde, e riprende: "Mi ha colpito sentire un cittadino italiano dire che non c'è un atto formale per l'acquisizione. Uno per avere un conto corrente fa una richiesta alla banca. Si parla di un conto corrente allegato non richiesto formalmente da nessuno. Il fatto che compaiano nell'inchiesta atti non richiesti da nessuno mi colpisce. Questa cosa ha senso?", conclude il gigante con una domanda retorica.

Travaglio accusa Renzi di usare il metodo Travaglio. Paolo Bracalini il 13 Novembre 2021 su Il Giornale. Botte da orbi in tv. L'ex premier si scaglia contro Giannini: spunta anche un assegno a Carrai. Faccia a faccia, con licenza di schiaffi, tra Renzi e Travaglio in tv a Otto e mezzo, dopo una settimana di prime pagine del Fatto dedicate all'inchiesta sulla Fondazione Open. «È un hackeraggio di Stato. Hanno preso il telefonino di centinaia di persone. Hanno preso illegalmente il mio conto corrente e lo hanno spiattellato in prima pagina. Ma la verità è che a Travaglio gli rode perché ho mandato a casa Conte. Lui è una vedova di Conte. È per questo che c'è questa campagna di odio contro di me» attacca Renzi. L'accusa al leader Iv è di aver progettato un team per colpire i grillini e i giornalisti a loro vicini, come appunto Travaglio. «Capite la disperazione di queste persone che su 94mila pagine di inchiesta si attaccano ad una mail di Rondolino che fa una ipotesi di scuola a cui nessuna ha dato corso. Perché noi non siamo come il Fatto, noi siamo civili». Poi l'attacco diretto a Travaglio: «Per distruggere il M5s è bastato farli governare. Per distruggere il Fatto basta il pregiudicato Marco Travaglio. È un diffamatore seriale, ha una condanna penale e dieci civili. È il campione europeo della diffamazione. Io non voglio la fine del Fatto perché per me è un vitalizio, ha dato 50mila euro a mio padre. Il gettone che Travaglio prende qui (per fare l'ospite a Otto e mezzo, ndr) poi lo passa alla mia famiglia» dice il senatore Iv, tirando una frecciatina alla Gruber, a cui Renzi ricorda più volte il suo passato da europarlamentare prodiana, e poi il suo appoggio al governo Conte («qui siete tre contro uno» dice riferendosi alla conduttrice, Travaglio e l'altro ospite Massimo Giannini, direttore della Stampa, di cui poco dopo pubblica su Twitter un assegno di risarcimento a Carrai per un articolo: «Ecco la prova che mente»). Travaglio gli risponde per le rime: «Usa contro di me gli stessi argomenti dei galoppini di Berlusconi. Ma confonde i reati di opinione, che sono un incidente del mestiere per un giornalista, con i reati di affari che lo riguardano». Colpo su colpo, tocca all'ex premier: «Io prendo soldi per l'attività di conferenziere e pago le tasse regolarmente in Italia. Tutti i miei voti sono pubblici, sfido a dire che un mio voto in Senato sia in conflitto di interessi» dice Renzi, accusato di aver favorito i Benetton dopo una conferenza a pagamento. «La mia posizione sulle concessioni è che il governo Conte, annunciando la revoca, abbia fatto un favore ai Benetton. Quindi le accuse di Conte a me sono fortemente lesive della dignità mia oltre che della realtà». Il paradosso è che la «struttura di propaganda antigrillina» prendeva a modello i metodi del Fatto. Lo riporta proprio la mail a Renzi di Fabrizio Rondolino (contattato dal Giornale si limita a spiegare che «di quel progetto non se ne fece nulla»). Tra i contenuti da produrre vengono indicate «inchieste giornalistiche» sui Cinque stelle, documentate ma anche «allusive e intrinsecamente diffamanti, secondo lo stile del Fatto». Un dettaglio che Travaglio in tv, gli ha fatto subito notare Renzi, si è dimenticato di citare. Paolo Bracalini

Alessandro Di Matteo per “la Stampa” il 13 novembre 2021. Mille battibecchi, frecciatine, veri colpi bassi per reagire agli addebiti che gli vengono portati: l'intervista di Matteo Renzi a Otto e mezzo, come prevedibile, diventa un confronto teso con la conduttrice Lilly Gruber e con i direttori de La Stampa Massimo Giannini e del Fatto quotidiano Marco Travaglio. Alla fine, però, la linea di difesa dell'ex premier resta la solita: le conferenze a pagamento in giro per il mondo sono un'attività lecita, il problema è l'acquisizione dei sui conti correnti «quando non ero ancora indagato», un «hackeraggio di Stato», e le critiche che gli vengono rivolte sono solo un «campagna d'odio nata perché dieci mesi fa abbiamo scelto di aprire una crisi per mandare a casa Conte, per questo a Travaglio gli rode». Nel merito, le risposte non arrivano. Al leader Iv viene chiesto di quella mail - emersa dagli atti dell'inchiesta sulla Fondazione Open - in cui l'ex giornalista dell'Unità Fabrizio Rondolino propone la creazione di un vero e proprio apparato di controinformazione per colpire il Fatto e veicolare su giornali e Tv la narrazione renziana dei fatti. Renzi, inquadrato, ridacchia sarcastico mentre Travaglio legge la mail di Rondolino. Poi spiega: «Era un'ipotesi di scuola alla quale ovviamente nessuno ha dato corso». Quindi, attacca: «Per distruggere il Fatto basta Travaglio, che è un diffamatore seriale. Ormai le richieste di danni superano il valore dell'azienda (che edita il quotidiano, ndr)». Il direttore della Stampa chiede perché abbia girato la mail a Marco Carrai. Risposta: «La mail di Rondolino non viene messa in pratica. Ovviamente tutte le mail che arrivavano l'ufficio le girava alle persone che potevano essere interessate. Abbiamo detto: non faremo mai ciò che fa il Fatto». Più volte il leader Iv provoca Travaglio definendolo «pregiudicato», evocando le querele perse dal direttore del Fatto. Ribatte Travaglio: «Renzi confonde i reati di opinione, che sono un incidente del mestiere per un giornalista, con i reati di affari che lo riguardano...». Giannini obietta che non esiste solo la dimensione giudiziaria di queste vicende, chi fa politica dovrebbe tenere conto anche dell'aspetto etico e morale dei propri comportamenti e che sui soldi ricevuti dall'Arabia saudita non si può sorvolare. Ribatte Renzi: «Lei non sa niente dell'Arabia saudita». Gruber ricorda a Renzi di quando, nel 2018, diceva che chi fa politica non può arricchirsi. Renzi ripete la sua precisazione: il discorso vale per chi è al governo, non per i semplici parlamentari. «Spiegavo che chi sta al governo non può arricchirsi. Chi sta in parlamento può fare altre attività: c'è chi fa l'avvocato, chi l'architetto Io faccio le conferenze all'estero. E sui miei guadagni pago le tasse». Lo interrompe Travaglio: «Ora lo dobbiamo pure ringraziare perché paga le tasse». Il leader Iv poi, nega qualsiasi conflitto di interessi, sulla revoca della concessione ad Autostrade. «Il governo Conte annunciando la revoca ha fatto un favore a Benetton. Conte, che era avvocato della società Aiscat, i concessionari autostradali. Non è l'avvocato del popolo Sfido Travaglio a trovare un mio voto in conflitto di interessi, i miei voti sono pubblici». Il 2% di Iv nei sondaggi è forse dovuto alla «spregiudicatezza», ipotizza Gruber. Replica Renzi: «Col 2% abbiamo fermato Salvini, mandato a casa Conte e fatto arrivare Draghi». Ma Travaglio: «Salvini l'hai portato al governo». Alla fine Renzi si sfoga su Twitter: «Erano tre contro uno. Ma mi sono divertito perché non mi fanno certo paura».

Otto e mezzo, la stoccata di Renzi alla Gruber: è una vedova di Conte! E lei va nel panico. Il Tempo il 12 novembre 2021. Matteo Renzi nella fossa dei leoni. Sul tavolo di Otto e mezzo, il programma condotto da Lilli Gruber su La7, venerdì 12 novembre c'è l'inchiesta sulla Fondazione Open e il caso dei conti personali del leader di Italia Viva svelati dal Fatto quotidiano (Anche Marco Travaglio è ospite della trasmissione). "È un hackeraggio di Stato. Hanno preso il telefonino di centinaia di persone. Hanno preso illegalmente il mio conto corrente e lo hanno spiattellato in prima pagina. Ma la verità è che a Travaglio gli rode perché ho mandato a casa Conte. (...) È per questo che c’è questa campagna di odio contro di me", attacca Renzi. Insomma, l'ex rottamatore accusa: voi mi  attaccate perché ho mandato a casa Giuseppe Conte. E rincara la dose: "Lei Gruber è una vedova di Conte!" è la stoccata di Renzi. La conduttrice non se lo aspetta e va nel panico, tanto che alla fine si sbaglia e lo saluta così: “grazie senatore Conte”. Il cortocircuito è servito. Nel corso del programma Renzi ha contrattaccato su più fronti: "Nel 2018 venivo dall’esperienza di capo del governo, ed ero stato accusato dai media di aver rubato i soldi sui sacchetti di plastica. Allora ho detto in televisione che chi viene da un’esperienza di governo non può arricchirsi. Altro discorso è per un senatore, io prendo soldi per l’attività di conferenziere e pago le tasse regolarmente in Italia". Poi sul presunto piano anti-M5s dice: "Questa e-mail è stata inviata da Rondolino come ipotesi di scuola, a cui ovviamente nessuno ha dato corso. Per distruggere il ’Fatto Quotidiano' basta il pregiudicato Marco Travaglio, perché è un diffamatore penale" attacca Renzi che ripete gli epiteti più volti. "Il ’Fatto Quotidiano' è il vitalizio per me e la mia famiglia. Io non ho risposto per e-mail ma ho detto di no alla proposta di Rondolino perché noi siamo diversi dal Fatto Quotidiano" attacca Renzi. 

Matteo Renzi sottoposto al fuoco di fila ad Otto e Mezzo, su La7. Ma Travaglio contesta a Renzi i metodi utilizzati pure dal Fatto e dai grillini. Francesco Boezi il 12 Novembre 2021 su Il Giornale. Lo studio di Otto e Mezzo, trasmissione condotta da Lilli Gruber, è stato il teatro di uno scontro: la stessa giornalista, il direttore de Il Fatto Quotidiano Marco Travaglio e quello de La Stampa Massimo Giannini si sono scagliati in maniera congiunta contro l'ex premier Matteo Renzi, che è al centro del caso che riguarda la Fondazione Open. Tutti contro il fondatore d'Italia Viva, dunque, che dal canto suo ha spiegato che chi ha iniziato a contrastare la sua azione politica soffre soprattutto per via del cambio di guardia a Palazzo Chigi. Giuseppe Conte, del resto, è stato costretto a fare le valigie proprio grazie alla scelta compiuta dai renziani, che ora rivendicando di aver consentito a Mario Draghi di divenire premier, donando all'Italia un certo ritorno in termini di qualità dell'esecutivo e di credibilità internazionale.

La battaglia sul MoVimento 5 Stelle e sul Fatto Quotidiano

Il Fatto Quotidiano ha rimproverato a Renzi metodi di destrutturazione degli avversari che sono i medesimi metodi utilizzati dal direttore Marco Travaglio e dal MoVimento 5 Stelle per destrutturare i loro di avversari. Quando ci si è soffermati sul punto, Matteo Renzi ha spesso sorriso con fare ironico, mentre il giornalista torinese presentava le sue argomentazioni. Renzi, dal canto suo, ha esordito così: "Per distruggere il MoVimento 5 Stelle è bastato farli governare". L'ex presidente del Consiglio ha voluto replicare alle accuse tutte politiche che lo avrebbero visto impegnato nella costruzione di una "bestia" social e giornalistica, con il fine di ridimensionare i grillini. Protagonista di quella fase sarebbe stato il giornalista Fabrizio Rondolino. " Io non ho risposto per email, ma ho detto di no alla proposta di Rondolino perché noi siamo diversi dal Fatto Quotidiano", ha raccontato l'ex presidente del Consiglio.

Lo scontro su Travaglio "diffamatore seriale" ed il ricordo dei tempi di Santoro

"Travaglio - ha continuato Renzi - è un diffamatore seriale. Lui distrugge Il Fatto Quotidiano, che è un'azienda quotata in borsa. Le richieste di risarcimento danni sono, in questo momento, superiori al valore dell'azienda. Io non voglio la fine de Il Fatto Quotidiano - ha fatto presente Renzi - perché è il vitalizio per me e per la mia famiglia". Renzi ha dichiarato che Travaglio è un "campione" della "diffamazione", avendo perso anche alla Cedu. E ha anche rammentanto come "l'ultima volta" che Travaglio ha parlato della famiglia Renzi a Otto e Mezzo il giornalista abbia dovuto "staccare" un assegno di 50mila euro.

"Sembra di essere tornati ai tempi di Santoro quando ogni volta che cercavo di dire qualcosa di Berlusconi saltava fuori uno dei suoi galoppini e mi diceva che ero un pregiudicato", ha risposto il giornalista piemontese. Poi il ricordo: "Interrompevano anche - ha incalzato - la continuità prosegue...". Per Travaglio le interruzioni servivano a "confondere le idee ai telespettatori" e "confondere i piani". Dunque a Travaglio le argomentazioni di Renzi somigliano a quelle dei berlusconiani. "Io avuto una multa di mille euro per aver detto una mia opinione, Renzi confonde i reati di opinioni, che sono un incidente del mestiere per un giornalista, con i reati di affari che lo riguardano", ha proseguito il giornalista.

I rapporti tra Romano Prodi ed il Kazakistan

Quando Renzi è stato attaccato per la sua attività in Arabia Saudita, il leader d'Iv ha replicato alla Gruber ricordando i rapporti tra Romano Prodi ed il Kazakistan. Renzi si è domandato come mai la giornalista non chiedesse dei suoi rapporti all'ex presidente del Consiglio supportato dall'Ulivo e da Rifondazione comunista. "Nel 2018 venivo dall'esperienza di capo del governo, ed ero stato accusato dai media di aver rubato i soldi sui sacchetti di plastica. Allora ho detto in televisione che chi viene da un'esperienza di governo non può arricchirsi. Altro discorso è per un senatore, io prendo soldi per l'attività di conferenziere e pago le tasse regolarmente in Italia", ha spiegato il fondatore d'Italia Viva, così come ripercorso dall'Adnkronos. Renzi ha sfidato Travaglio a citare un'occasione di voto in cui Renzi sia coinvolto all'interno di un conflitto d'interessi.

La chiosa di Renzi: "Vedovi di Conte"

La parte finale della tramissione è stata quella più politica. Matteo Renzi ha ricordato di aver mandato a casa il leader grillino Giuseppe Conte, mentre Travaglio ha provato a replicare, sostenendo come Salvini - un altro di quelli che Renzi dice di aver "mandato a casa" sarebbe al governo proprio in virtù della scelta dei renziani. Lapsus della Gruber sul finale che si è rivolto all'ex presidente del Consiglio come "senatore Conte". In virtù della partita di stasera della nazionale, Renzi ha voluto chiudere con un "Forza Italia, si può dire?". E la Gruber: "Forza Italia è un partito che non è ancora suo".

Francesco Boezi. Sono nato a Roma il 30 ottobre del 1989, ma sono cresciuto ad Alatri, in Ciociaria. Oggi vivo in Lombardia. Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso la Sapienza di Roma. A ilGiornale.it dal gennaio del 2017, mi occupo e scrivo soprattutto di Vaticano, ma tento spesso delle sortite sulle pagine di politica interna. Per InsideOver seguo per lo più le competizioni elettorali estere e la vita dei partiti fuori dall'Italia. Per la collana "Fuori dal Coro" de IlGiornale ho scritto due pamphlet: "Benedetti populisti" e "Ratzinger, il rivoluzionario incompreso". Per la casa editrice La Vela, invece, ho pubblicato un libro - interviste intitolato "Ratzinger, la rivoluzione interrotta". Nel 2020, per le edizioni Gondolin, ho pubblicato "Fenomeno Meloni, viaggio nella Generazione Atreju". Sono giornalista pubblicista. 

"Non diciamo falsità...". Ma Renzi pubblica un assegno di Giannini. Francesco Boezi il 12 Novembre 2021 su Il Giornale. Matteo Renzi replica a Massimo Giannini durante Otto e Mezzo, parlando di un risarcimento danni a Marco Carrai. Il direttore de La Stampa smentisce, ma il leader di Italia Viva pubblica un documento via Twitter. Nel corso della puntata di Otto e Mezzo, una parte dello scontro ha avuto per protagonisti il direttore de La Stampa Massimo Giannini e l'ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, che ha replicato alle accuse del terzetto composto pure dalla conduttrice Lilli Gruber e dal direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio. Massimo Giannini, in uno dei suoi interventi, si è soffermato sulle "mail" - riferendosi a quelle del giornalista Fabrizio Rondolino - che andrebbero "inquadrate in un contesto". Rondolino, secondo l'accusa che è tutta politica, sarebbe la punta di diamante di una sorta di "bestia" mediatico-giornalistica che avrebbe dovuto destrutturare il MoVimento 5 Stelle. Renzi, secondo Giannini, avrebbe girato le mail del piano di Rondolino a Marco Carrai. "Leggiamo queste mail: si chiede a Carrai e a tutta la struttura Delta di produrre un accordo....", ha specificato il giornalista. Insomma, Renzi avrebbe provato a costruire una sorta di struttura tentacolare in grado di articolarsi in più direzioni. Il fondatore d'Iv ha tuttavia smentito la versione riportata, sottolineando di non condividere l'impostazione fornita all'epoca da Rondolino. La parte più infuocata del dibattito tra il direttore de La Stampa ed il senatore, però, è stata quella in cui Giannini ha smentito di aver mai riscarcito Carrai per una causa. "Tu Carrai lo conosci bene - ha incalzato Matteo Renzi - , gli hai pure dato dei soldi per il risarcimento danni di una causa". "Si sbaglia di grosso. Non ho pagato un solo centesimo a Carrai. Si informi meglio. Non diciamo falsità, Nessuna causa per cui abbia mai pagato un solo centesimo a Carrai - ha replicato il direttore del quotidiano torinese - ". Renzi ha dunque detto (non senza ironia) che il tutto sarebbe successo all'insaputa di Giannini e che domani avrebbe pubblicato un documento in grado di provare le sue affermazioni. Nel corso della serata, Matteo Renzi ha pubblicato su Twitter la foto di un documento che sembrerebbe una lettera cui è allegato un assegno. Righe che, stando a quanto è osservabile, sarebbero proprio a firma del direttore Massimo Giannini: "Gentile dottor Marco Carrai - si legge - con riferimento all'articolo dal titolo "Il groviglio armonioso del salvataggio Mps" apparso su La Repubblica del 22 ottobre 2016, desidero rappresentarLe che non ho inteso offendere la Sua reputazione professionale e personale". E ancora: "Mi auguro che la presente valga a risolvere ogni possibile malinteso e La saluto cordialmente". Si tratterebbe di un assegno da tremila euro. Renzi ha condito il tutto con un commento breve: "Ecco la prova che @MassimGiannini mente #Ottoemezzo", ha scritto.

Francesco Boezi. Sono nato a Roma il 30 ottobre del 1989, ma sono cresciuto ad Alatri, in Ciociaria. Oggi vivo in Lombardia. Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso la Sapienza di Roma. A ilGiornale.it dal gennaio del 2017, mi occupo e scrivo soprattutto di Vaticano, ma tento spesso delle sortite sulle pagine di politica interna. Per InsideOver seguo per lo più le competizioni elettorali estere e la vita dei partiti fuori dall'Italia. Per la collana "Fuori dal Coro" de IlGiornale ho scritto due pamphlet: "Benedetti populisti" e "Ratzinger, il rivoluzionario incompreso". Per la casa editrice La Vela, invece, ho pubblicato un libro - interviste intitolato "Ratzinger, la rivoluzione interrotta". Nel 2020, per le edizioni Gondolin, ho pubblicato "Fenomeno Meloni, viaggio nella Generazione Atreju". Sono giornalista pubblicista.

Massimo Giannini per “la Stampa” il 14 novembre 2021. La Macchina del Fango non dorme mai. Come ha raccontato ieri Giuseppe Salvaggiulo sul nostro giornale, l'inchiesta della Procura di Firenze sulla Fondazione Open svela un meccanismo di costruzione del consenso e distruzione del dissenso ormai collaudato nella Seconda Repubblica. Iniziò Silvio Berlusconi con la sua Struttura Delta e il suo immane conflitto di interessi. Poi vennero i suoi emuli. Ingrassati, e incarogniti, alla tavola calda per antropofagi del Web. Dunque, non solo la grande Bestia salviniana. Ma anche la piccola Spectre renziana, incrocio di tutti gli interessi propri e impropri. I bonifici dei Sauditi e i finanziamenti dei Benetton. I piani per devastare i grillini e quelli per controllare i media. La "character assassination" e il dossieraggio. Le fake news e i server esteri. C'è di tutto e di più, in quegli atti giudiziari. Soprattutto, c'è un dispositivo di potere che Renzi nega, coprendosi dietro la fuffa del cosiddetto "hackeraggio di Stato", e che invece lo dovrebbe far riflettere sulla miseria al quale sta riducendo il suo famoso storytelling. Dirà l'inchiesta se ci sono reati. A occhio, non se ne vedono. Ma si vede la bassezza politica. Si vede la pochezza morale. E tanto basta. 

P.S. Breve postilla personale. Lo stesso Renzi torna sulla vicenda di una mia presunta condanna in una causa persa contro Marco Carrai, e di un mio presunto risarcimento danni versato a suo beneficio. Ne aveva già parlato a sproposito venerdì, a "Otto e Mezzo" su La7. Ora rilancia sui suoi social, esibendo un documento nel quale comparirebbero le mie "scuse a Carrai" e un mio assegno a lui intestato, con tanto di mia firma, zoomata ad arte accanto all'assegno medesimo.

È deprimente, per chi fa il mio mestiere con serietà, ma mi vedo costretto a precisare quanto segue: 

1) Non esiste alcuna "condanna" né alcuna "causa persa" da parte mia nei confronti di Carrai. Il medesimo presentò una querela per diffamazione nei miei confronti, per un mio articolo su "Repubblica" del 2016. Nel maggio del 2019 la causa fu ritirata dal querelante, previa conciliazione di cui fa fede la lettera esibita da Renzi, nella quale mi limito a precisare di non aver offeso nessuno. 

2) Non esiste alcun "risarcimento danni" da me versato a Carrai. Dell'assegno sbandierato da Renzi io non conoscevo l'esistenza. Non porta la mia firma, come può vedere chiunque. Reca un importo di soli 3.000 euro (e già questo basta per capire che non può trattarsi di risarcimento danni). Infatti non lo è. Come può chiarire il mio Editore, è invece un semplice concorso alle spese legali, che di norma le parti condividono quando una causa viene ritirata. E questo è tutto. A dispetto di quello che continua a propalare il senatore di Scandicci, io non ho mentito. Ma, di nuovo, constato con amarezza come queste sue continue campagne di delegittimazione e manipolazione dei fatti stiano portando davvero la politica al grado zero della dignità e della decenza.

Alessandro Di Matteo per “la Stampa” il 13 novembre 2021. Mille battibecchi, frecciatine, veri colpi bassi per reagire agli addebiti che gli vengono portati: l'intervista di Matteo Renzi a Otto e mezzo, come prevedibile, diventa un confronto teso con la conduttrice Lilly Gruber e con i direttori de La Stampa Massimo Giannini e del Fatto quotidiano Marco Travaglio. Alla fine, però, la linea di difesa dell'ex premier resta la solita: le conferenze a pagamento in giro per il mondo sono un'attività lecita, il problema è l'acquisizione dei sui conti correnti «quando non ero ancora indagato», un «hackeraggio di Stato», e le critiche che gli vengono rivolte sono solo un «campagna d'odio nata perché dieci mesi fa abbiamo scelto di aprire una crisi per mandare a casa Conte, per questo a Travaglio gli rode». Nel merito, le risposte non arrivano. Al leader Iv viene chiesto di quella mail - emersa dagli atti dell'inchiesta sulla Fondazione Open - in cui l'ex giornalista dell'Unità Fabrizio Rondolino propone la creazione di un vero e proprio apparato di controinformazione per colpire il Fatto e veicolare su giornali e Tv la narrazione renziana dei fatti. Renzi, inquadrato, ridacchia sarcastico mentre Travaglio legge la mail di Rondolino. Poi spiega: «Era un'ipotesi di scuola alla quale ovviamente nessuno ha dato corso». Quindi, attacca: «Per distruggere il Fatto basta Travaglio, che è un diffamatore seriale. Ormai le richieste di danni superano il valore dell'azienda (che edita il quotidiano, ndr)». Il direttore della Stampa chiede perché abbia girato la mail a Marco Carrai. Risposta: «La mail di Rondolino non viene messa in pratica. Ovviamente tutte le mail che arrivavano l'ufficio le girava alle persone che potevano essere interessate. Abbiamo detto: non faremo mai ciò che fa il Fatto». Più volte il leader Iv provoca Travaglio definendolo «pregiudicato», evocando le querele perse dal direttore del Fatto. Ribatte Travaglio: «Renzi confonde i reati di opinione, che sono un incidente del mestiere per un giornalista, con i reati di affari che lo riguardano...». Giannini obietta che non esiste solo la dimensione giudiziaria di queste vicende, chi fa politica dovrebbe tenere conto anche dell'aspetto etico e morale dei propri comportamenti e che sui soldi ricevuti dall'Arabia saudita non si può sorvolare. Ribatte Renzi: «Lei non sa niente dell'Arabia saudita». Gruber ricorda a Renzi di quando, nel 2018, diceva che chi fa politica non può arricchirsi. Renzi ripete la sua precisazione: il discorso vale per chi è al governo, non per i semplici parlamentari. «Spiegavo che chi sta al governo non può arricchirsi. Chi sta in parlamento può fare altre attività: c'è chi fa l'avvocato, chi l'architetto Io faccio le conferenze all'estero. E sui miei guadagni pago le tasse». Lo interrompe Travaglio: «Ora lo dobbiamo pure ringraziare perché paga le tasse». Il leader Iv poi, nega qualsiasi conflitto di interessi, sulla revoca della concessione ad Autostrade. «Il governo Conte annunciando la revoca ha fatto un favore a Benetton. Conte, che era avvocato della società Aiscat, i concessionari autostradali. Non è l'avvocato del popolo Sfido Travaglio a trovare un mio voto in conflitto di interessi, i miei voti sono pubblici». Il 2% di Iv nei sondaggi è forse dovuto alla «spregiudicatezza», ipotizza Gruber. Replica Renzi: «Col 2% abbiamo fermato Salvini, mandato a casa Conte e fatto arrivare Draghi». Ma Travaglio: «Salvini l'hai portato al governo». Alla fine Renzi si sfoga su Twitter: «Erano tre contro uno. Ma mi sono divertito perché non mi fanno certo paura».

Fabrizio Rondolino, il caso della mail (dopo la sconfitta di Renzi al referendum). Roberto Gressi su Il Corriere della Sera il 13 novembre 2021. Il giornalista già portavoce di D’Alema e in quei mesi tra i consiglieri di Renzi, prospettava l’ipotesi di costituire una piccola e combattiva redazione dedita alla «character assassination», per colpire gli avversari. «Io sono qui per dire la verità dei fatti. Questa email è stata inviata da Rondolino come ipotesi di scuola, alla quale ovviamente nessuno ha dato corso». La frase chiave di Matteo Renzi, ospite venerdì sera da Lilli Gruber su La7, lascia l’interrogativo a metà strada, in un limbo. La ormai famosa lettera digitale inviata all’allora segretario del Pd, assolutamente inaccettabile nei toni e nei contenuti, nasce per iniziativa propria di Rondolino o è frutto di una richiesta esplicita, o per lo meno è figlia di un preventivo dibattito?

Nella mail, ricordiamo, il giornalista già portavoce di D’Alema e in quei mesi tra i consiglieri di Renzi, prospettava l’ipotesi di costituire una piccola e combattiva redazione dedita alla «character assassination», per colpire gli avversari. Leader grillini soprattutto, ma anche il direttore del Fatto Quotidiano , Marco Travaglio. Il tutto su un sito costruito appositamente, con un server estero non sottoposto alla legislazione italiana e non riconducibile al Partito democratico o a Renzi. Meme, vignette, card per i social e una rete di fake per rilanciarle. È il 7 gennaio del 2017. La data è importante perché segue di appena un mese il referendum del 4 dicembre del 2016 , quello sull’abolizione del Senato, che segna, dopo una netta sconfitta, l’inizio del declino politico di Matteo Renzi, costretto prima a tentare la carta del voto anticipato, poi a dimettersi da premier e a lasciare il posto a Paolo Gentiloni, fino alla sconfitta del Pd alle successive elezioni. Tramonta la possibilità di avere notizie di prima mano, chiedendole a Fabrizio Rondolino («Grazie per l’opportunità, ma proprio non saprei cosa dire. È un appunto di qualche anno fa, cui non è mai stato dato seguito e che non c’entra nulla con l’inchiesta. Tra l’altro qualche settimana dopo quella mail mi sono trasferito in campagna...»). Dove la «campagna» sta a significare la rinuncia, almeno al momento e da qualche anno, alla politica, sia vissuta che raccontata. Pare però che la mail abbia un antecedente, sempre in forma di comunicazione via Internet. Ancora un messaggio di posta elettronica, scritto da Rondolino e inviato a Renzi nell’ultimo giro di campagna elettorale per il referendum, quando era già chiaro l’orizzonte della sconfitta, con i sondaggi riservati che non davano speranza. Con piglio da spin doctor si chiedeva al segretario del Pd di fare un passo indietro nel condurre la battaglia sul referendum, di occuparsi unicamente della guida del governo, di mandare altri in tv, di scrollarsi il più possibile di dosso la polvere del perdente annunciato. Il consiglio insomma di una ritirata strategica, o perlomeno tattica, in attesa di tempi migliori. Suggerimento sdegnosamente rifiutato dal segretario del Pd del momento. Sarebbe nato allora, con Renzi «agonizzante», un confronto su come risalire la china, fino a prospettare la costruzione di una macchina del fango, convinti di essere stati pagati in precedenza con la stessa moneta. Di qui la mail di Fabrizio Rondolino, inviata da un account criptato e intitolata «Tu scendi dalle stelle». Eravamo al 7 gennaio, ventiquattro ore dopo l’Epifania, manifestazione della divinità di Gesù ai re Magi. Il sottotitolo era meno criptico: «Appunti sulla propaganda antigrillina». Due giornalisti d’inchiesta, un investigatore privato, il tutto per un costo medio-alto. Con lo scopo di diffondere notizie, indiscrezioni, rivelazioni mirate a distruggere la reputazione e l’immagine pubblica degli avversari. Come bersaglio, indicati i nomi di Grillo, Di Maio, Di Battista, Fico, Taverna, Lombardi, Raggi, Appendino, Davide Casaleggio. Si proponevano messaggi ironici e strafottenti che ridicolizzino questa o quella proposta, dichiarazione, personaggio. Ma anche «inchieste giornalistiche documentate ovvero, secondo lo stile del Fatto, allusive e intrinsecamente diffamanti». Sia Matteo Renzi che Fabrizio Rondolino, in attesa che i fatti siano chiariti, convergono sul destino ultimo di questo progetto: non se ne fece nulla. Ci fu però l’invio da parte di Renzi della mail di Rondolino a Marco Carrai, il suo amico imprenditore: un punto ancora da approfondire.

Estratto dell’articolo di To.Ro. per il “Fatto quotidiano” il 13 novembre 2021. […] a Otto e mezzo. Renzi s' infila l'elmetto e si cala in trincea […] Di risposte, invece, alle domande sull'inchiesta di Firenze e sugli altri guai renziani, non ce n'è praticamente una. Il primo round si apre sugli atti dell'indagine Open. Travaglio legge l'email di Fabrizio Rondolino, ricevuta da Renzi e inoltrata a Marco Carrai, con la quale l'ex giornalista dell'Unità propone una task force per delegittimare gli avversari politici: la "character assassination" dei Cinque Stelle (Grillo, Di Maio, Di Battista e altri), di Travaglio e di Andrea Scanzi. Renzi ridacchia in sottofondo. Quando è il momento di replicare, lo fa con una sequela di insulti: "Maddai ragazzi. Due minuti e due secondi per dire quanto è disperato Travaglio. Per distruggere i Cinque Stelle è bastato farli governare. Per distruggere Il Fatto Quotidiano invece è bastato Travaglio". […] Sull'idea di Rondolino, Renzi si limita a poche parole: "Ovviamente non ha avuto seguito. Gli ho risposto di no, ma non per email. Altrimenti sarebbe stata agli atti. Il mio ufficio l'ha girata a Carrai in automatico". In verità, dagli stessi atti, risulta che Rondolino e la moglie Simona Ercolani sono stati impiegati nella "bestiolina" renziana, la squadra della comunicazione web messa in piedi […] con le risorse della Fondazione Open dopo la sconfitta nel referendum costituzionale del 2016. […] Renzi non risponde nel merito su Open ("È un hackeraggio di Stato"), né sui rapporti con Bin Salman ("Dite che le donne non possono guidare, non sapete niente di Arabia Saudita"), né sull'opportunità di prendere soldi da uno Stato estero ("Di quello che faccio ne rispondo ai cittadini. Voi alimentate una campagna di odio perché noi, da soli, abbiamo messo Draghi al posto di Conte"). […]

Otto e Mezzo, Selvaggia Lucarelli e la valanga di insulti a Matteo Renzi: "Poraccio, miserabile". Libero Quotidiano il 13 novembre 2021. A Otto e Mezzo è andata in scena una vera e propria rissa tra Marco Travaglio (sostenuto da Lilli Gruber) e Matteo Renzi. Dalla parte del giornalista, in collegamento con La7 nella puntata del 12 novembre, anche Selvaggia Lucarelli. L'ex firma del Fatto Quotidiano ha preso le difese del suo ex direttore, ma da casa. E con diversi cinguettii ecco che se l'è presa con il leader di Italia Viva: "'Lei lo stipendia a Travaglio!' - scrive in riferimento alle parole di Renzi - alla Gruber. Madonna che poraccio Renzi. Che poraccio". E ancora: "'Ma non le fa orrore farsi pagare da un regime che ammazza i giornalisti e nega diritti alle donne?'. 'Mi hanno hackerato il conto, siete ossessionati da me'. Le risposte tragicomiche di Renzi". Ma la Lucarelli non si limita a questo e passa all'ennesimo attacco. Oggetto, ancora una volta, il botta e risposta tra Travaglio e Renzi: "Chiamare un giornalista 'pregiudicato' è da miserabili.I giornalisti sono bersagliati da cause penali e civili e i direttori sono responsabili anche di errori altrui. Pure giornalisti che Renzi ritiene amici sono pregiudicati, non per questo non sono persone perbene". Insomma, tutti contro uno, tutti contro Renzi.

Otto e mezzo di fuoco tra Renzi e Travaglio. Plotone d'esecuzione in studio ma succede di tutto. Giorgia Peretti su Il Tempo il 12 novembre 2021. Matteo Renzi sulla graticola a “Otto e Mezzo”, venerdì 12 novembre. Nel talk show preserale di Lilli Gruber, va in onda il processo al leader di Italia Viva, un plotone d’esecuzione composto dalla conduttrice, Massimo Giannini e Marco Travaglio. Al centro della puntata la resa dei conti tra Renzi e il direttore del Fatto Quotidiano dopo la pubblicazione del suo conto corrente. L’inchiesta a cui si fa riferimento è quella sulle presunte irregolarità nei finanziamenti a Open, la fondazione attiva tra il 2012 e il 2018 per sostenere economicamente l’attività politica dell’ex premier. Non si fa attendere il botta e risposta selvaggio tra i due, un duello che ben presto vede Renzi denunciare la disparità di parola “eh ma siamo uno contro tre qua però”. L’ospite d’eccezione esordisce col botto definendo Marco Travaglio un “pregiudicato, è un diffamatore seriale ha una condanna penale e 10 condanne civili addirittura quella penale”. Poi continua a pungere il giornalista: “non ho nessun problema contro Travaglio, anzi. Il Fatto Quotidiano è il vitalizio per me e la mia famiglia, l’ultima volta che lui ha parlato di mio padre qui ha dovuto sganciare un assegno di 50 mila euro. Il gettone che Travaglio prende per venire qui lo passa alla mia famiglia quindi”. “Lei è campione di querele”, interviene la Gruber. Travaglio risponde: “Mi sembra di essere tornato ai tempi di Berlusconi, quando parlavo di lui mi dicevano che ero un pregiudicato. Io ho avuto una multa di 1.000 euro per avere detto la mia opinione”. “Renzi confonde i reati di opinione, che sono gli incidenti sul lavoro dei giornalisti, con i reati di soldi per i quali è indagato lui e gran parte della sua famiglia”, mima il gesto dei soldi. Renzi prende la palla al balzo: “Travaglio è l'uomo della doppia morale, indica gli altri dicendo siete indagati fai versi sui soldi lui che di soldi alla mia famiglia ne ha dati sin troppi e continuerà a darli”. Travaglio poco dopo perde le staffe interrompendo il senatore di Iv. “Doveva stare zitto. Maleducato, non era lei quello che doveva tacere? Parla da 10 minuti”, si scalda Renzi. L’assist è presto servito per il giornalista, il riferimento è all’attività di conferenziere in Arabia Saudita: “Non siamo nel regno di Bin Salman, posso parlarle qui eh”. Nel mentre la padrona di casa esorta il senatore a sintetizzare il proprio ragionamento. “Vi rendete conto che voi parlate 10 minuti e io vengo continuamente interrotto?”, attacca Renzi. “Siete accecati dal rancore. Se lei è così cortese da farmi parlare bene”, ha aggiunto. E una Gruber spazientita ribatte: “Se lei è così cortese da rispondere alle domande altrimenti dobbiamo chiudere la trasmissione tra un po’”.

Il duello in TV. Renzi contro Travaglio: “Il Fatto è il mio vitalizio, è un diffamatore seriale”. Elena Del Mastro su Il Riformista il 13 Novembre 2021. Tra Matteo Renzi e Marco Travaglio sono partite le scintille in un botta e risposta andato in scena a “Otto e mezzo” su La7. Acceso il dibattito tra i due, ospiti di Lilli Gruber. Renzi, accusato di avere preparato una strategia di attacco a base di fake news contro i 5 Stelle e contro il Fatto Quotidiano, strategia che sarebbe stata ispirata da Fabrizio Rondolino, ex giornalista dell’Unità, ha risposto: “Io sono qui per dire la verità dei fatti – ha detto Renzi – Questa email è stata inviata da Rondolino come ipotesi di scuola, alla quale ovviamente nessuno ha dato corso”. Renzi ha rincarato: “Per distruggere il Movimento Cinque stelle è bastato farli governare… Per distruggere il Fatto Quotidiano basta il pregiudicato Marco Travaglio, perché è un diffamatore seriale, è un campione europeo di diffamazione… Il Fatto Quotidiano è il vitalizio per me e la mia famiglia… Io non ho risposto per email, ma ho detto di no alla proposta di Rondolino perché noi siamo diversi dal Fatto Quotidiano”, ha detto l’ex premier, come riportato dall’AdnKronos. Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano, ha replicato: “Io ho avuto una multa di mille euro per aver detto una mia opinione. Renzi confonde i reati di opinioni, che sono un incidente del mestiere per un giornalista, con i reati di affari che lo riguardano…”. Per Renzi “la verità è che a Travaglio gli rode perché ho mandato a casa Conte… È per questo che c’è questa campagna di odio contro di me…”. Poi, parlando dell’inchiesta sulla Fondazione Open, il leader di Italia Viva dice: “Quello che è successo è un hackeraggio di Stato. Hanno preso il telefonino di centinaia di persone. Hanno preso illegalmente il mio conto corrente e lo hanno spiattellato in prima pagina..”. “Io sull’etica politica posso fare una trasmissione ad hoc – ha sottolineato Renzi – La vera onestà è portare a casa i risultati. Quello che avrò lo diranno i cittadini e non i sondaggi… Con il 2% abbiamo fermato Salvini dal Papeete e mandato a casa Conte e fatto arrivare Draghi”. “Tutti i miei voti sono pubblici, sfido a dire che un mio voto in Senato sia in conflitto di interessi… – rimarca ancora – La mia posizione sulle concessioni è che il governo Conte, annunciando la revoca, abbia fatto un favore ai Benetton. Quindi, le accuse di Conte a me sono fortemente lesive della dignità mia oltre che della realtà”. Alla fine della puntata, condotta da Lilli Gruber, presenti come ospiti anche Travaglio e Massimo Giannini, il tweet di Renzi: “A ‘Otto e Mezzo’ erano tre contro uno. Ma mi sono divertito perché non mi fanno certo paura loro. Ci hanno già provato ai tempi della crisi Conte Draghi. Colpo su colpo si ribatte su tutto. E la verità viene fuori. Ora buttiamoci sulla partita. Notte a tutti e grazie per il sostegno”.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

RENZI A TRAVAGLIO A OTTO&MEZZO (LA7): “IL MIO VITALIZIO E’ IL FATTO QUOTIDIANO”. Il Corriere del Giorno il 13 Novembre 2021. Il leader di Italia Viva ha rivendicato nuovamente l’operazione politica che ha portato Mario Draghi a sostituire Giuseppe Conte a Palazzo Chigi: “Io sull’etica politica posso fare una trasmissione ad hoc. La vera onestà é portare a casa i risultati. Quello che avrò lo diranno i cittadini e non i sondaggi. Con il 2% abbiamo fermato Salvini dal Papeete e mandato a casa Conte e fatto arrivare Draghi”. Si è svolta in un clima tesissimo la registrazione della puntata del programma “Otto e Mezzo”, su La7. Protagonisti Matteo Renzi, Marco Travaglio, Massimo Giannini, oltre naturalmente alla conduttrice Lilli Gruber. Molta attesa soprattutto per il duello mediatico fra il leader di Italia Viva Renzi e Travaglio direttore del Fatto Quotidiano che parte subito attaccando leggendo la mail del 2017 inviata dal giornalista Fabrizio Rondolino a Matteo Renzi, in cui presentava “un primo appunto sulla struttura di propaganda antigrillina” chiamato a “distruggere la reputazione e l’immagine pubblica di Grillo, Di Maio, di Battista, Raggi, Casaleggio, Travaglio e Scanzi”. Cioè contro M5S e Il Fatto quotidiano. Renzi replica dicendo che non è stato dato alcun seguito a quel progetto definendolo “una ipotesi di scuola” anche perché “per distruggere il Movimento 5 stelle è bastato farli governare, per distruggere il Fatto basta il pregiudicato Marco Travaglio” aggiungendo “Io non ho risposto per mail ma ho detto di no alla proposta di Rondolino perché noi siamo diversi dal Fatto quotidiano”. Ma non solo: “Io non voglio la fine del Fatto quotidiano perché è un vitalizio per me e per la mia famiglia. Il gettone che Travaglio prende qui poi lo passa alla mia famiglia”. Marco Travaglio si è difeso sostenendo che “Io ho ricevuto una multa di mille euro per aver detto una mia opinione, Renzi confonde i reati di opinioni, che sono un incidente del mestiere per un giornalista, con i reati di affari che lo riguardano”. aggiungendo: “Immaginate se questa mail fosse uscita dall’indirizzo di Casaleggio, il senatore qui presente starebbe strepitando, chiedendo dimissioni di massa”. Travaglio ha dimenticato di essere stato condannato per la seconda volta per diffamazione nei confronti di Tiziano Renzi, padre dell’ex presidente del consiglio Matteo Renzi e al risarcimento di 50 mila euro. È la seconda condanna per questo reato in meno di un mese per il direttore de il Fatto Quotidiano sul caso Consip. La prima, di 95 mila euro, riguardava articoli pubblicati sul suo giornale. Inoltre Travaglio ha dimenticato la terza vittoria di fila di Tiziano Renzi papà di Matteo contro chi ha scritto falsità su di lui a proposito del caso Consip. Il “segugio” del Fatto Marco Lillo vicedirettore e firma di punta della cronaca giudiziaria, autore di pagine (e libri) sui presunti affari sporchi di babbo Renzi e della sua famiglia, ha dovuto pagare 30mila euro più spese legali, a seguito della condanna del tribunale di Firenze depositata il 15 ottobre, a pagare il papà del leader di Iv. Ma è stato solo il calcio d’avvio della puntata-partita fra Renzi e Travaglio. Il senatore Renzi parla dell’inchiesta Open definendola “un hackeraggio di Stato”, perché “hanno preso il telefonino di centinaia di persone. Hanno preso illegalmente il mio conto corrente e lo hanno spiattellato in prima pagina. Ma la verità è che a Travaglio rode perché ho mandato a casa Giuseppe Conte. È per questo che c’è questa campagna di odio contro di me”. Sul conflitto di interessi Renzi risponde per le sue attività – “Io prendo soldi per l’attività di conferenziere e pago le tasse regolarmente in Italia” – e alle accuse di conflitto di interessi che gli ha rivolto Giuseppe Conte sul caso Autostrade/Benetton – ha risposto: “Tutti i miei voti sono pubblici, sfido a dire che un mio voto in Senato sia in conflitto di interessi”. Ma Travaglio era in buona compagnia...anche all’ editore (Gruppo GEDI, leggasi famiglia Agnelli) del giornalista Massimo Giannini direttore del quotidiano torinese LA STAMPA, è toccato pagare per non essere condannato da una querela di Marco Carrai, amico e collaboratore di Matteo Renzi. Il leader di Italia Viva ha rivendicato nuovamente l’operazione politica che ha portato Mario Draghi a sostituire Giuseppe Conte a Palazzo Chigi: “Io sull’etica politica posso fare una trasmissione ad hoc. La vera onestà é portare a casa i risultati. Quello che avrò lo diranno i cittadini e non i sondaggi. Con il 2% abbiamo fermato Salvini dal Papeete e mandato a casa Conte e fatto arrivare Draghi”.

(ANSA il 14 novembre 2021) - "Il Senatore Matteo Renzi ha dato mandato ai suoi legali di pronunciare azione di risarcimento danni nei confronti del Fatto Quotidiano per la diffamazione contenuta nella edizione odierna del giornale diretto da Marco Travaglio". Lo riferisce una nota dell'ufficio stampa di Iv.

(ANSA il 14 novembre 2021) - Nessun accordo tra Iv e Lega, nessuno con M5s. E, soprattutto, nessuna fuga dal partito. Matteo Renzi lo scrive sui social sottolineando che "dividere la realtà dalle bugie e lottare per la verità è un lavoro a tempo pieno ma divertente". Renzi contesta anche chi dice "che io attacco i giornalisti" dimenticando "che c'è libertà di informazione, non di diffamazione", chi sostiene "che avevamo la macchina del fango" ma "che siamo quelli che il fango lo hanno subito". "Dicono - aggiunge - che arriveremo divisi al voto per il Quirinale e dimenticano che lo avevano già profetizzato ai tempi della crisi: non è andata proprio così, no?" "Dividere la realtà dalle bugie e lottare per la verità è un lavoro a tempo pieno", è l'incipit del post del leader di Iv che poi elenca: "Dicono che Italia Viva ha fatto l'accordo con Salvini e dimenticano che se non c'è il governo del Papeete, quello dei pieni poteri, è grazie alla nostra scelta del 2019. Dicono che Italia Viva farà l'accordo con i grillini e dimenticano che in questa settimana i grillini si sono sposati con il PD in Europa, non con noi: noi siamo Renew Europe cioè orgogliosamente contro il populismo sovranista e il populismo grillino, come abbiamo detto mercoledì scorso a Bruxelles. E del resto se Draghi ha preso il posto di Conte nel 2021 - sottolinea - si deve alla nostra scelta di aprire la crisi in piena pandemia". "Dicono che io attacco i giornalisti - prosegue Renzi - e dimenticano che c'è libertà di informazione ma non c'è libertà di diffamazione. Dicono che stanno scappando tutti da Italia Viva e dimenticano che siamo pieni di prenotazioni per la Leopolda, con migliaia di persone che stanno contribuendo con idee, suggerimenti, contributi economici. Dicono - osserva ancora - che avevamo la macchina del fango e dimenticano che siamo quelli che il fango lo hanno subito". Poi un'aggiunta sulla partita per il Colle: "Dicono che arriveremo divisi alle votazioni per il Quirinale e dimenticano che lo avevano già profetizzato ai tempi della crisi: non è andata proprio così, no? Dicono tante cose. Lasciamoli dire. A tutte le polemiche, gli attacchi, le insinuazioni rispondiamo con il sorriso più grande", conclude Renzi con un ultimo invito: "Ci vediamo alla Leopolda a partire da venerdì sera, sarà bellissimo. Buona domenica".

Giampiero Mughini per Dagospia il 14 novembre 2021. Caro Dago, ti confesso che avevo seguito con gran disagio il confronto televisivo su La7 con Matteo Renzi da una parte e Lilli Gruber, Massimo Giannini e Marco Travaglio compattamente schierati contro di lui a mordergli le caviglie anche quando respirava. Come tu sai ho un interesse così e così per la politica politicante, di certo sbalordisco nel vedere giornalisti politici che nella materia vanno addobbati di elmetto e giubbotto antiproiettile. Ovvio che avevo trovato sconcertante il “piano del lavoro” di Fabrizio Rondolino, ovvero di mettere in campo un team di Forze Speciali nel dare addosso ai nemici politici di Renzi, ma che cos’è quel che gli avversari di Renzi fanno sui loro giornali e nelle loro esternazioni se non una serie di agguati mortali a Renzi? Una volta che mi avevano chiesto quali fossero i migliori giornalisti italiani, avevo messo nel mazzo Andrea Scanzi che è mio amico e che conosco dal tempo dei suoi debutti. Ebbene quando Scanzi scrive di Renzi che cos’altro fa se non un accanito cecchinaggio ad avvicinare sempre più i colpi al cuore del “personaggio” Renzi (quello che Rondolino chiama “character assassination”)? Ora Renzi è lontanissimo da un santo almeno quanto io da eventuale giocatore di basket (non ho mai giocato al basket in vita mia) lo sarei da Michael Jordan. Nello scontro politico frontale nemmeno lui usa i guanti neppure per sbaglio, ciò che del resto non ho mai visto fare a nessun politico a mia memoria d’uomo. Così pure reputo che il denaro ottenuto con il proprio lavoro e con il proprio talento non puzza, eppure in Arabia Saudita non ci sarei andato. E così via. Solo che non è questo che si staglia in primo piano se vuoi avere a che fare con il politico toscano men che cinquantenne Matteo Renzi, quello cui dobbiamo il fatto che a capo del governo ci sia oggi Mario Draghi. Quello cui dobbiamo l’entrata perfetta a togliere la palla dai piedi del governo Lega/Cinque Stelle, forse il più squallido governo dell’intera storia repubblicana. Quello è il Renzi di cui discutere, di cui decidere se approvarne o no la postura politica, cui fare domande e averne delle risposte. Così come di Bettino Craxi c’erano cento cose da discutere e commentare, l’ultima delle quali la valigia con le “tangenti” che gli portavano dritto filato nel suo studio milanese, una valigia che non credo contenesse più contanti di quelli che il Pci (uno dei grandi partiti della nostra storia recente) aveva ricevuto per poco meno di mezzo secolo dall’Urss, tanto che nel 1989 il Parlamento italiano votò compatto l’amnistia per i partiti (tutti tranne il Msi) che avevano incassato tangenti. Possibile che non abbia insegnato nulla la ferocia e la sovrana ingiustizia della campagna che assassinò il “character” Craxi, uno che nella sua battaglia contro “l’onesto” Enrico Berlinguer aveva non una ma cento e una ragioni? E invece siamo qui a prendere sul serio questa grottesca indagine giudiziaria sui soldi che faceva viaggiare avanti e indietro la Fondazione Open, soldi tutti alla luce del sole e rendicontati fino all’ultima lira, soldi che ovviamente erano destinati a giovare al “politico” Renzi e a chi altri se no? E quando mai in politica i soldi non sono stati necessari se non indispensabili? Nel caso di Open erano soldi limpidissimi, che hanno contribuito anch’essi a creare la forza del Renzi che in un certo momento aveva della sua il 40 per cento dell’elettorato italiano. Semplice. Semplicissimo. Elementare. Nel 1948 il Psi non aveva neppure i soldi di che pubblicare l’ “Avanti!”. Li chiedeva in prestito al Pci, di cui ho detto prima il perché avesse un tutt’altro budget. Era il tempo in cui il Pci era elettoralmente tre o quattro volte più forte del Psi, e durò così sino ai fatti d’Ungheria. Ne sto parlando da cittadino repubblicano. Quando faccio il giornalista, di certo non mi metto l’elmetto e il giubbotto antiproiettile quando affronto un politico che abbia idee diverse o molto diverse dalle mie. Una volta che alla trasmissione di Nicola Porro mi avevano detto di intervistare Giorgia Meloni, una che gli imbecilli patentati chiamano “fascista”, le ho fatto alcune domande, lei ha risposto, alla fine ci siamo stretti la mano. Il destino della Repubblica non dipendeva certo da quelle domande e da quelle risposte. 

Renzi porta (di nuovo) Travaglio in tribunale. Francesco Boezi il 14 Novembre 2021 su Il Giornale. Matteo Renzi ha di nuovo querelato Marco Travaglio ed Il Fatto Quotidiano per diffamazione. La guerra "colpo su colpo" continua. E intanto il leader d'Iv allontana le voci di scissione. Che una guerra aperta fosse iniziata era già noto, ma il leader d'Italia Viva Matteo Renzi ha già battuto il secondo colpo di questa fase: dopo la pubblicazione dell'assegno di Massimo Giannini a Marco Carrai - un tema di cui si è discusso nella puntata di Otto e Mezzo in cui è andato in scena un tre (Gruber, Giannini, Travaglio) contro uno (Renzi) e che il direttore de La Stampa ha smentito, sostenendo l'inesistenza di una causa di risarcimento persa con Carrai - è arrivata un'altra querela a Marco Travaglio. Com'è già accaduto altre volte, l'ex presidente del Consiglio ha chiesto danni per presunta diffamazione. Quella che sarebbe contenuta in un articolo pubblicato dall'edizione odierna de Il Fatto Quotidiano. In un nota diffusa da Italia Viva, si legge quanto segue: "Il senatore Matteo Renzi ha dato mandato ai suoi legali di pronunciare azione di risarcimento danni nei confronti del Fatto Quotidiano per la diffamazione contenuta nella edizione odierna del giornale diretto da Marco Travaglio". Del resto, l'ex presidente del Consiglio aveva già annunciato l'intenzione di rispondere "colpo su colpo" all'offensiva in atto. Durante la tramissione de La7, peraltro, Renzi aveva parlato del giornale diretto dal giornalista torinese alla stregua di un "vitalizio" per la sua famiglia. Con questa azione di risarcimento, la saga e la battaglia continuano. In questa fase si discute pure sulla tenuta d'Italia Viva, con il tentativo dei Dem (e la sponda di Repubblica) di dividere il fronte dei renziani in vista dello spartiacque del Colle, così come spiegato ed approfondito in questo articolo del Giornale a firma di Paolo Bracalini. Il fondatore d'Iv ha pubblicato via Facebook la sua versione sullo stato dell'arte: "Dividere la realtà dalle bugie e lottare per la verità è un lavoro a tempo pieno ma divertente". E ancora: "Dicono - ha scritto - che Italia Viva ha fatto l'accordo con Salvini e dimenticano che se non c'è il governo del Papeete, quello dei pieni poteri, è grazie alla nostra scelta del 2019 - ha continuato - ". Poi la direttrice politica: "Dicono che Italia Viva farà l'accordo con i grillini e dimenticano che in questa settimana i grillini si sono sposati con il PD in Europa, non con noi: noi siamo Renew Europe cioè orgogliosamente contro il populismo sovranista e il populismo grillino, come abbiamo detto mercoledì scorso a Bruxelles". Insomma, l'ex premier rivendica la linea ed i risultati raggiunti, con la premiership di Mario Draghi che ha di fatto preso il posto del grillino Giuseppe Conte dopo il passo di lato dei renziani rispetto ai giallorossi. Poi l'analisi verte sulla situazione d'Iv, con la smentita sulla spaccatura:"Dicono che stanno scappando tutti da Italia Viva e dimenticano che siamo pieni di prenotazioni per la Leopolda, con migliaia di persone che stanno contribuendo con idee, suggerimenti, contributi economici", ha fatto presente il fondatore d'Iv. Se sul piano politico il ritmo incalza, su quello della "guerra aperta" con Marco Travaglio l'intensità aumenta, con l'ennesima azione tesa ad ottenere un risarcimento danni.

Francesco Boezi. Sono nato a Roma il 30 ottobre del 1989, ma sono cresciuto ad Alatri, in Ciociaria. Oggi vivo in Lombardia. Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso la Sapienza di Roma. A ilGiornale.it dal gennaio del 2017, mi occupo e scrivo soprattutto di Vaticano, ma tento spesso delle sortite sulle pagine di politica interna. Per InsideOver seguo per lo più le competizioni elettorali estere e la vita dei partiti fuori dall'Italia. Per la collana "Fuori dal Coro" de IlGiornale ho scritto due pamphlet: "Benedetti populisti" e "Ratzinger, il rivoluzionario incompreso". Per la casa editrice La Vela, invece, ho pubblicato un libro - interviste intitolato "Ratzinger, la rivoluzione interrotta". Nel 2020, per le edizioni Gondolin, ho pubblicato "Fenomeno Meloni, viaggio nella Generazione Atreju". Sono giornalista pubblicista.

Lo scontro finisce in procura. Renzi chiede danni a Travaglio per diffamazione: “Alle insinuazioni rispondiamo con il sorriso più grande”. Elena Del Mastro su Il Riformista il 14 Novembre 2021. Continua lo scontro tra Matteo Renzi e il Fatto Quotidiano. E questa volta finisce in procura. “Il Senatore Matteo Renzi ha dato mandato ai suoi legali di pronunciare azione di risarcimento danni nei confronti del Fatto Quotidiano per la diffamazione contenuta nella edizione odierna del giornale diretto da Marco Travaglio”. Lo riferisce una nota dell’ufficio stampa di Iv. Il Fatto da giorni sta pubblicando stralci dell’inchiesta sulla fondazione Open. Oggi la notizia di una lettera inviata da Renzi alla presidente del Senato Elisabetta Casellati con il titolo: “’Difendimi dai Pm’: così Renzi chiede l’immunità alla Casellati”. Nella lettera del 7 ottobre, Renzi avrebbe chiesto alla presidente di “porre in essere tutte le azioni a tutela dei diritti del parlamentare”, perché secondo il senatore i magistrati depositando le intercettazioni in cui era presente anche lui hanno violato le “guarentigie costituzionali del parlamentare”. Intanto su Facebook Renzi commenta gli ultimi giorni di attacchi e polemiche: “Dividere la realtà dalle bugie e lottare per la verità è un lavoro a tempo pieno ma divertente – ha scritto – Dicono che Italia Viva ha fatto l’accordo con Salvini e dimenticano che se non c’è il governo del Papeete, quello dei pieni poteri, è grazie alla nostra scelta del 2019”. “Dicono che Italia Viva farà l’accordo con i grillini e dimenticano che in questa settimana i grillini si sono sposati con il PD in Europa, non con noi – continua il post – noi siamo Renew Europe cioè orgogliosamente contro il populismo sovranista e il populismo grillino, come abbiamo detto mercoledì scorso a Bruxelles. E del resto se Draghi ha preso il posto di Conte nel 2021 si deve alla nostra scelta di aprire la crisi in piena pandemia”. “Dicono che io attacco i giornalisti e dimenticano che c’è libertà di informazione ma non c’è libertà di diffamazione – continua Renzi – Dicono che stanno scappando tutti da Italia Viva e dimenticano che siamo pieni di prenotazioni per la Leopolda, con migliaia di persone che stanno contribuendo con idee, suggerimenti, contributi economici. Dicono che avevamo la macchina del fango e dimenticano che siamo quelli che il fango lo hanno subito”. Dicono che arriveremo divisi alle votazioni per il Quirinale e dimenticano che lo avevano già profetizzato ai tempi della crisi: non è andata proprio così, no? – conclude il post di Renzi – Dicono tante cose. Lasciamoli dire. A tutte le polemiche, gli attacchi, le insinuazioni rispondiamo con il sorriso più grande. Ci vediamo alla Leopolda a partire da venerdì sera, sarà bellissimo”. Il prossimo martedì, dopo le 20, la Giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato comincerà a discutere della richiesta inoltrata da Renzi alla presidente Casellati.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Open, Italia viva al contrattacco: «La procura fa il processo sui giornali». Annibali e Giachetti contro la procura di Firenze: «Nel fascicolo atti penalmente irrilevanti, servivano solo per screditare l’ex premier: qualcuno dovrà risponderne». Valentina Stella su Il Dubbio il 13 novembre 2021. Lo aveva evidenziato qualche giorno fa su questo giornale il professor Giorgio Spangher, spiegandoci che il problema non riguarda tanto la pubblicabilità o meno degli atti di un fascicolo di indagine, ma la pertinenza delle acquisizioni al fascicolo. Ieri la questione è arrivata all’attenzione della Camera, quando il sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto è andato in aula a rispondere a un’interpellanza presentata da Iv, a prima firma Maria Elena Boschi che, riassumendo i provvedimenti adottati dal 2019 al 2020 dalla procura di Firenze nell’ambito dell’inchiesta sui finanziamenti ottenuti dalla fondazione Open, domandava «quali iniziative di competenza» il ministero della Giustizia «intenda adottare in relazione alla violazione della segretezza dei fascicoli inerenti al sequestro del materiale appartenente all’avvocato Bianchi, pubblicati dal quotidiano La Verità in data 14 novembre 2020». Sisto ha annunciato che non verranno inviati ispettori: «L’ 11 novembre 2020, ovvero in epoca antecedente la pubblicazione dell’articolo, in seguito al ricorso di uno degli indagati, gli atti erano stati depositati e tale deposito ha fatto seguito alla notifica inoltrata agli indagati dell’invito a comparire inviata il 4- 5 novembre del 2020. Si è così realizzata quella condizione di “conoscibilità” cui fa riferimento anche la giurisprudenza della Corte di Cassazione, per dedurre la cessazione del vincolo di segretezza dell’indagine». Nelle repliche di Roberto Giachetti e Lucia Annibali però è emerso il problema con cui abbiamo aperto l’articolo: «Stiamo assistendo ha spiegato Annibali – a un quotidiano processo sui media e sui social di fatti che non hanno alcun rilievo penale. Quello che accade in questi giorni è sotto gli occhi di tutti: intercettazioni di conversazioni private processualmente irrilevanti, pubblicazione di dati sensibili, appunti, dati bancari. Sono i risultati dell’operazione a strascico condotta dalla procura di Firenze, anche attraverso sequestri e perquisizioni contro privati cittadini non indagati, che da settimane alimenta un flusso continuo di informazioni riservate». Il riferimento è alla campagna mediatica del Fatto Quotidiano contro Matteo Renzi che ieri è proseguita con la pubblicazione di scambi di email tra l’ex premier e altre persone con in allegato un presunto piano per realizzare una ‘ struttura di propaganda antigrillina’. «L’aspetto più grave di questa vicenda – ha proseguito Giachetti – è che siano stati inseriti negli atti dell’indagine e consegnati ai giornali dati, come i conti bancari del senatore Renzi, relativi a operazioni avvenute dopo il 2018, quando Open è stata chiusa. Perché la Guardia di Finanza li acquisisce e perché la procura li mette agli atti di un procedimento che non ha nulla a che vedere in termini temporali con l’oggetto dell’indagine? La risposta è chiara: perché servivano per il processo mediatico contro Renzi. Qualcuno dovrà rispondere di tutto questo». E poi si rivolge direttamente alla Guardasigilli Cartabia: «Mi aspetterei dalla ministra della Giustizia, dal ministero: chi stabilisce quali sono gli atti che vengono depositati? Qual è la parte che stabilisce quali sono gli atti depositati? Perché è del tutto evidente che, se io faccio una raffica di acquisizioni di tutto e di più, ci deve essere un momento successivo, e prima che si depositino gli atti, in cui c’è qualcuno che si assume la responsabilità di stabilire cosa non ha nulla a che vedere con l’indagine e con la parte penale e cosa ha solo funzione di sputtanare, per i prossimi mesi ed anni, delle persone con questioni che non hanno nulla a che vedere con l’iniziativa». I deputati di Italia viva, seppur di parte, hanno comunque centrato il punto: il problema non è tanto che Travaglio pubblichi informazioni prive di rilevanza penale, bensì la discrezionalità che la magistratura requirente ha di inserire dati non pertinenti nel fascicolo d’indagine, tranne le intercettazioni irrilevanti. Così facendo, consci della disclosure sulla stampa, si pongono all’origine della rovina reputazionale de- gli indagati e del loro entourage familiare e lavorativo. Urge una modifica normativa.

Il leader 5S evocava un conflitto di interessi. Renzi contro Conte, veleno tra ex premier: “Su Autostrade e Benetton illazioni squallide, lui gli ha regalato 8 miliardi”. Carmine Di Niro su Il Riformista il 9 Novembre 2021.  Tra Renzi e Conte torna lo scontro. Il duello tra ex premier è avvenuto a distanza: uno dagli schermi tv