Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2021

 

I PARTITI

 

TERZA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

     

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

I PARTITI

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Sono Comunisti…

Incapaci ed incompetenti. Dietro il vaffanculo…Niente.

Se non anche il Vaffanculo a se stessi.       

Fratelli coltelli.

Andare…”ControVento”.

“Italia Più 2050”.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Contismo.

Giuseppe Conte.

Beppe Grillo.

Marco Morosini.

Luigi Di Maio.

Alfonso Bonafede.

Danilo Toninelli.

Lucia Azzolina.

Vito Crimi.

Roberto Fico.

Nicola Morra.

Vincenzo Spadafora.

Rocco Casalino.

Nina Monti.

Alessandro Di Battista.

Virginia Raggi.

Barbara Lezzi.

Roberta Lombardi.

Paola Taverna.

La Questione Morale.

La Variante Cinese.

I Raccomandati.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Lega. Il comunismo in sala padana.

Il Capitano.

Il Senatur.

Giancarlo Giorgetti.

Irene Pivetti.

La Questione Razziale.

La Questione Morale.

La Lega Omosessuale.

La Bestia e le Bestie.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La lunga amicizia tra Hitler e Stalin.

Rosa Luxemburg, l’allieva di Marx.

Comunismo = Fascismo.

Razzisti!!

"Bella ciao": l’Esproprio Comunista.

Antifascisti, siete anticomunisti?

Le donne di sinistra che odiano le donne.

Gli omofobi Rossi.

La nascita (e la morte) del Partito Comunista Italiano.

Professione: Sfascio…

Riformismo e Riformisti.

Che fine ha fatto il sindacato?

L’Utopismo.

Il Populismo.

Le Sardine.

La Questione Morale.

Tassopoli.

I Raccomandati.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Domenico Marco Minniti.

Andrea Orlando.

Andrea Romano.

Arturo Parisi.

Dario Franceschini.

Debora Serracchiani.

Emanuele Macaluso.

Enrico Letta.

Goffredo Bettini.

Luca Lotti.

Luciano Lama.

Lucio Magri.

Marco Rizzo.

Gianni Vattimo.

Giuseppe Provenzano.

Massimo D'Alema.

Nicola Fratoianni.

Nicola Zingaretti.

Pierluigi Bersani.

Roberto Speranza.

Romano Prodi.

Rosy Bindi.

Il Renzismo.

Furono Radicali.

Che Guevara tra storia e mito.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gli amici Terroristi.

Sante Notarnicola.

Cesare Battisti.

Dimitris Koufodinas.

Mara Cagol.

Sara Casiccia.

Walter Alasia.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Storia del 1968, quando il mondo impazzì e cambiò tutto in poche settimane.

  

 

 

 

I PARTITI

 

TERZA PARTE

 

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        La Lega. Il comunismo in sala padana.

Il “bluff” della Lega di Salvini a Taranto. Antonello De Gennaro su Il Corriere del Giorno il 12 Dicembre 2021. Il leader della Lega nei sondaggi degli italiani ha perso ogni leadership di gradimento degli italiani, ed all’interno del suo partito è fortemente contrastato dall’ alleanza Giorgetti-Zaia. Il primo è considerato il vero uomo “forte” della Lega al Governo, mentre il secondo è leader incontrastato nel Veneto dove la sua lista civica personale ha preso più voti della Lega. Matteo Salvini ha la memoria corta o forse non è abbastanza informato sulla Puglia…Ancora una volta va in scena il trasformismo dei “mercenari” della politica pugliese passati sotto l’ala protettiva di Matteo Salvini. Con due anni di ritardo Giovanni Gugliotti è riuscito ad approdare sulla carretta della Lega, dopo averci inutilmente provato in passato in occasione delle Europee quando cercava disperatamente di entrare in contatto con Massimo Casanova, candidato di punta del Carroccio in Puglia. Giovanni Gugliotti festeggia la sua elezione a Presidente con la sua “sodale” Stefania Baldassari che nei giorni scorsi è stata indagata e perquisita dalle Fiamme Gialle che le hanno sequestrato telefoni e computer su disposizione dell’Autorità Giudiziaria. L’occasione è stata quella di una finta assemblea regionale gestita dai vertici pugliesi “nominati” (e miracolati) da Salvini, un triumvirato composto dal coordinatore regionale sen. Roberto Marti sul cui capo pende una richiesta di autorizzazione a procedere dinnanzi alla Giunta per le autorizzazioni del Senato richiesta dalla Procura di Lecce, dal deputato mancato (cioè più volte “trombato” dagli elettori) Nuccio Altieri, e dal sottosegretario Rossano Sasso. Non si hanno tracce di “vita politica” del vice coordinatore regionale pugliese Gianfranco Chiarelli che a dire il vero sin occasione delle regionali pugliesi insieme al “padre” fondatore della Lega in Puglia l’avvocato Giovanni Vitiello si era speso molto per strutturare sul territorio la Lega pressochè priva di organizzazione, che sono stati accantonati e relegati in un angolo dalla fame di potere del “triumvirato”. Matteo Salvini è tornato ieri nel capoluogo pugliese, indicando la linea dal palco dell’assemblea degli amministratori del Carroccio: “Ho bisogno che la Lega qui apra le porte delle sezioni ovunque, coinvolgiamo e contaminiamoci. Siamo destinati a vincere le prossime elezioni Politiche e a governare a lungo questo Paese. Possono fare quello che vogliono, usare la magistratura, i sindacati, i giornali, le televisioni, ma noi le prossime elezioni le vinciamo“. Parola d’ordine di Salvini è stare pronti e scegliere i migliori da schierare. “In qualche caso, per il bene del centrodestra abbiamo fatto un sacrificio“, cita, senza tornare alle Regionali di un anno fa ma invitando ad imparare dagli errori: “Certo, se parli di futuro proponendo il passato…” Ma il leader della Lega che nei sondaggi degli italiani ha perso ogni leadership di gradimento degli italiani, ed all’interno del suo partito dove è fortemente contrastato dall’ alleanza Giorgetti-Zaia. Il primo, Giorgetti è considerato il vero uomo “forte” della Lega al Governo, mentre il secondo, Zaia è leader incontrastato nel Veneto dove la sua lista civica personale ha preso più voti della Lega. Matteo Salvini sulla Puglia ha la memoria corta o forse non è abbastanza informato. Infatti se Michele Emiliano è stato riconfermato a settembre dell’anno scorso alla guida della Regione Puglia per altri cinque anni, è proprio della Lega che a distanza di un anno (e cioè dalle precedenti Elezioni Europee) ha perso in Puglia una valanga dei propri voti, a causa dell’inconsistenza politica in termini di consenso del candidato leghista Nuccio Altieri (che incredibilmente non si era neanche candidato al Consiglio Regionale !) il quale per qualche ora aveva sognato di poter fare il governatore in Puglia, preferendo danneggiare la candidatura di Raffaele Fitto di Fratelli d’ Italia alla guida della Regione Puglia, che aveva prevalso nelle decisioni del tavolo nazionale del centrodestra. Se la Lega non avesse avuto quella “emorragia”, anche voluta al suo interno in Puglia, Raffaele Fitto avrebbe vinto le elezioni ed oggi il centrodestra avrebbe un governatore regionale in più. Ma sia Marti che Altieri erano due ex “fittiani” che avevano tradito in passato Raffaele Fitto per conquistare spazi di autonomia infilandosi nella Lega cercando di fare carriera in proprio, non accettavano la leadership regionale nel centrodestra di Fitto. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Ma forse Salvini o non ci vede bene o ha pessima memoria politica. Viene da ridere onestamente ascoltare il leader della Lega quando dice:” “Ho bisogno che la Lega qui apra le porte delle sezioni ovunque“. Probabilmente nessuno gli ha detto che a Taranto la Lega non ha neanche una sede, cosi come risulta svanita nel nulla anche la sede della Lega a Martina Franca aperta un anno fa dal consigliere regionale Giacomo Conserva, candidato di autorità da Gianfranco Chiarelli, venendo “trombato” nelle urna elettorali dagli elettori, e successivamente cooptato in consiglio regionale soltanto grazie alla rinuncia di Raffaele Fitto di Fratelli d’ Italia, a causa di una folle legge elettorale regionale che ha assegnato il suo seggio alla Lega! La parola d’ordine di Matteo Salvini è stare pronti e scegliere i migliori da candidare. “In qualche caso, per il bene del centrodestra abbiamo fatto un sacrificio“, dimenticando Regionali di un anno fa, invitando ad imparare dagli errori. Un invito che sembra caduto nel dimenticatoio per quanto riguarda le prossime elezioni amministrative di Taranto e di alcuni comuni della provincia jonica. Anche in questo caso Salvini è disinformato, o ignora che a Taranto città la candidata alle regionali che ha preso più voti è stata l’ avv. Patrizia Boccuni , che ha abbandonato da tempo la compagine leghista, della quale peraltro non aveva neanche la tessera, e che potrebbe essere fra i candidati di punta di una lista civica completamente indipendente dai partiti alle prossime amministrative a Taranto. Se poi gli uomini di Salvini vogliono ricandidare al Comune persone come l’ ex-consigliere comunale Giovanni Ungaro condannato per truffa all’ amministrazione comunale di Taranto, o Giovanni Gugliotti attualmente sotto processo in ben due procedimenti, sindaco del Comune di Castellaneta che a giorni dovrebbe dichiarare il proprio dissesto finanziario dopo le pesanti contestazioni della Corte dei Conti di Puglia, allora è facile presagire un altro “flop” della Lega di Salvini sul territorio pugliese. Imbarazzante dicevamo è stata la presenza come “ospite” alla manifestazione leghista del sindaco di Castellaneta Giovanni Gugliotti, eletto presidente della provincia jonica soltanto grazie ai voti di Michele Emiliano e dei suoi uomini del centrosinistra. Gugliotti infatti ha recentemente partecipato a molteplici riunioni presso gli uffici del governatore con i suoi amici “Federati” che non sono espressione della società civile, ma bensì in realtà tutti fuoriusciti o cacciati dal Partito Democratico ! In quella occasione Gugliotti aveva dichiarato pubblicamente di voler “far parte della squadra” che avrebbe dovuto sostenere la rielezione di Rinaldo Melucci, salvo poi tradirlo insieme all’ex segretario provinciale del PD di Taranto Walter Musillo, andando insieme a raccogliere di notte sotto la pioggia in auto con il notaio, le firme per mandare a casa l’attuale maggioranza del Consiglio Comunale di Taranto. Chissà se Salvini è a conoscenza che Gugliotti pur di ottenere il consenso e l’indicazione ad essere il candidato del centrodestra a Taranto, ha raggiunto un accordo con l’ “aspirante” consigliere regionale (non ancora eletto !) Vito De Palma coordinatore provinciale a Taranto di Forza Italia, cedendogli in cambio i suoi adepti ed amanti a Castellaneta, operazioni sotto traccia che sono confluite in un’indagine della procura di Taranto a seguito di una denuncia “boomerang” dello stesso Gugliotti, il quale sosteneva di essere stato ricattato per essere stato scoperto in un b&b di Gioia del Colle (Bari) con la sua amante Simonetta Tucci, presidente del consiglio comunale di Castellaneta, la quale grazie all’accordo occulto De Palma-Gugliotti diventerebbe la candidata sindaco di Forza Italia a Castellaneta venendo preferita a tale Walter Rochira fedele ombra di Gugliotti! A nulla servono quindi gli attacchi di Salvini ad Emiliano: “È pagato per fare il Governatore, mi piacerebbe che più che pensare a contenitori per la sua sopravvivenza politica, si occupasse delle famiglie pugliesi”. Se questa è la sfida lanciata dalla Lega è facile prevedere che Michele Emiliano, Antonio Decaro ed il Pd in Puglia continueranno a dettare legge a lungo.

E' un consulente della Lega l'avvocato che si vanta di aver fatto licenziare gli operai Gkn. Marco Preve su La Repubblica il 27 Novembre 2021. Francesco Rotondi è stato scelto da Salvini come docente della Scuola di formazione politica del Carroccio. Francesco Rotondi, l’avvocato milanese che si vantava sui social del premio ricevuto per aver ottenuto il licenziamento dei 420 operai della Gkn è un consulente della Lega Nord scelto personalmente da Matteo Salvini nonché docente alla Scuola di formazione politica del Carroccio. Rotondi è il fondatore dello studio LabLaw Studio Legale Rotondi & Partners che nelle ultime ore ha ottenuto una enorme, suo malgrado, popolarità grazie ad un post sui social ufficiali dello studio in cui, assieme ai suoi collaboratori annunciava con orgoglio di aver ottenuto il premio «Studio dell’anno Lavoro» ai «TopLegal Awards 2021 con questa motivazione: «Stimato per la proattività e la lungimiranza con cui affianca i clienti.

PiazzaPulita, Gianluigi Paragone: "Il partito più stalinista che esista", lo sfregio dell'ex leghista alla Lega. Libero Quotidiano il 05 novembre 2021. E pensare che un tempo era anche nella Lega e leghista. Si parla di Gianluigi Paragone, il quale - ospite a PiazzaPulita su La7 nella puntata di giovedì 4 novembre - dice la sua sulla situazione che sta attraversando la Lega, nel giorno del consiglio federale e del chiarimento, più o meno riuscito, tra Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti. Si diceva, e pensare che un tempo era anche nel Carroccio. Già, perché interpellato da Corrado Formigli, Paragone esordisce così: "Un po' la Lega la conosco. La Lega di lotta e di governo era sempre sotto le insegne di Umberto Bossi o del segretario. La Lega è il partito più stalinista che esista in Italia", spara ad alzo zero. "È lui che decide di giocare a seconda delle proprie convenienze il doppio ruolo. E anche Salvini, che è molto bossiano, ha capito l'importanza di questa strategia e la ha usata nel primo governo", insiste. Dunque, l'ex leghista ed ex grillino, aggiunge: "Stavolta non è più così, non era consentito ad un altro di recitare la parte in commedia. Il segretario recitava la doppia parte in commedia. Quindi Salvini oggi è debole perché non è riuscito a tenere dentro lo stesso perimetro i suoi". Infine, stuzzicato da Paolo Mieli, Paragone insiste sulle differenze tra la vecchia e la nuova coppia di punta del partito: "Bossi e Roberto Maroni? Presero i secchi di vernice e andavano a fare le scritte. Salvini e Giorgetti non hanno fatto quella cosa lì, oggi c'è una frattura vera", conclude.

Dalle Feste de L’Unità a candidato Sindaco del Centrodestra, Luca Bernardo: “Sarò il medico di Milano”. Antonella Ferrari il 26/07/2021 su Notizie.it. Nell'intervista rilasciata a Notizie.it Luca Bernardo racconta i suoi precedenti rapporti con il Pd e i motivi che hanno spinto il centrodestra a puntare su di lui dopo tanti no. Dall'”Avvocato degli italiani” (il Giuseppe Conte del primo governo) al “Medico di Milano”, il Centrodestra in Italia continua a puntare su figure esterne alla politica. Dopo il magistrato Catello Maresca a Napoli Luca Bernardo, 54 anni, primario di Pediatria al Fatebenefratelli, è il candidato sindaco per il Centrodestra alle Comunali di Milano. Il suo nome è arrivato dopo un carosello di nomi che, tuttavia, non si sono mai concretizzati. L’intervista a Luca Bernardo

Come mai ha deciso di accettare questa candidatura?

Ho avuto la fortuna di avere una bella famiglia di origine, ho una famiglia fantastica, ho avuto la fortuna di fare il lavoro che immaginavo, ovvero fare il pediatra, ho sempre potuto aiutare sia dal punto di vista medico che sociale.

Sono un uomo molto fortunato e io credo che quando si ha fortuna sia necessario dare qualcosa indietro.

Non ha dispiacere nel lasciare il suo lavoro di pediatra?

All’inizio il dispiacere c’era. Io sono medico e si è medico per sempre. Durante la campagna elettorale, e finchè riuscirò, lavoro la mattina e poi inizio l’attività di campagna elettorale. Da settembre sarò presente sulla campagna e qualora gli elettori scegliessero sindaco Bernardo ho già deciso di lasciare la parte medica e fare il medico di Milano.

Andrò a curare Milano e credo che questa cosa sia importante soprattutto dal punto di vista del sociale e della solidarietà. I quartieri devono tornare in mano ai cittadini e ai negozianti.

Luca Bernardo: “Sarò il medico di Milano”

“Il medico di Milano” ricorda un po’ “L’Avvocato degli Italiani”. Perchè Milano ha bisogno di un medico?

Guardando Milano da candidato, ma ancor prima da cittadino, io credo che ci voglia un medico.

Milano è malata, ha tante patologie. Se uno va nei quartieri periferici vede persone che hanno infiltrazioni e muffe nelle stanze e i catini che raccolgono l’acqua che cade. Manca il controllo del territorio e i cittadini non escono di casa dopo una certa ora perchè hanno paura. C’è poi la questione parcheggi e la questione piste ciclabili. Su queste ultime, ad esempio, non ho mai detto che vanno eliminate: vanno ridisegnate, ripensate e in alcuni punti spostate, per due motivi: la sicurezza e gli ingorghi.

Come giudica, quindi, i 5 anni di amministrazione Sala?

Se uno guarda ad Expo credo si aspettasse un sindaco che facesse grandi cose per Milano. In realtà io credo che non abbia più nulla nel cassetto. Non dico che non abbia fatto nulla, ha fatto tanto ma di ciò che gli è stato lasciato da costruire dai precedenti sindaci. Milano-Cortina 2026, ad esempio, è una grande opportunità che ci si deve giocare oggi per il 2026.

Sono noti i suoi buoni rapporti con il Centrosinistra e con il Pd, questo potrebbe riflettersi in un diverso modo di approcciare l’opposizione qualora lei dovesse diventare sindaco?

Ma, certamente sì. Io sono sintesi di quattro partiti di colazione. Io sono stato l’unico candidato senza veti e senza pensieri perchè rappresento il social-civile, perchè ho affrontato il Covid in reparto e credo che questi siano temi che non riguardo nè destra nè sinistra e visto che le persone per bene ci sono sia da una parte che dall’altro bisogna essere tutti insieme altrimenti Milano non la cambiamo. La mia idea, qualora i cittadini dovessero scegliermi, è di avere una città aperta, di cuore, inclusiva. Milano è questa e lo è da sempre.

Luca Bernardo: “Non mi sento un ripiego”

Il suo nome arriva dopo parecchi altri nomi: perchè pensa che così tanti abbiano rifiutato?

Ci sono state tante persone, e di livello, tra i nomi. Riguardo alla polemica sulla retribuzione io credo che uno debba approcciarsi non dal punto di vista economico ma di quello che deve fare. L’unica preoccupazione che un sindaco ha sono tutte quelle possibili denunce per cui risulti responsabile pur non avendo fatto nulla.

Lo ha vissuto come un ripiego?

No, non mi sento un ripiego. Tutte le persone che sono passate prima sono di altissimo livello culturale e lavorativo. Quando io sono stato scelto dalla coalizione sul tavolo c’erano anche altre persone, non c’ero solo io. Sono felice di essere stato scelto ma sarò ancora più felice quando riuscirò a fare bene per i cittadini riaccendendo questa città.

Il Centrodestra ha attinto a personaggi esterni alla politica ma riconosciuti come grandi professionisti come candidati per le Comunali. Secondo lei da cosa nasce questa scelta? Il Centrodestra manca di figure di spicco in questo momento?

Io credo che di figure di spicco ce ne siano. Penso che la scelta sia quella di cambiare pagina: per una volta non si sceglie la politica. E così anche la lista civica Bernardo avrà all’interno persone e figure che arrivano dalla società civile, quindi non ci saranno politici che arrivano dai partiti, a meno che non si spoglino della figura politica. Chi entrerà nella lista dovrà essere il più bravo nella propria attività e della propria categoria.

A Milano il centrosinistra ha già da tempo individuato un candidato sindaco che sembra più di destra che di sinistra. Con lei il centrodestra ha individuato un candidato che sembra più di sinistra?

Luca Bernardo è andato alle Feste de L’Unità, alle sagre e ha sempre collaborato con persone che non erano nè di Sinistra nè di Destra ma che avevano voglia di fare nel sociale e nella solidarietà: io guardo la persona. Io attingo e spero di attingere a tutti indistintamente perchè noi siamo inclusivi e credo che questa sia la cosa che più piace alla gente. Milano ha bisogno di tutti.

Lega, quando Bossi gridava: “Maledetti fascisti". Concetto Vecchio su La Repubblica il 14 agosto 2021. Il Carroccio trent’anni prima di Durigon. Così Bossi rispose in Sicilia ai militanti di destra che lo contestavano. Catania, giovedì 13 giugno 1991, vigilia delle elezioni regionali. L’unico rappresentante della Lega lombarda in Parlamento, detto anche "Il senatur", era sbarcato sull'isola per presentare i candidati della Lega del Sud. "Vediamo se dà pezzo", mi disse sbrigativo il capo della redazione del Giornale di Sicilia, Giuseppe Mazzone. Bossi toccava a me, l'ultimo arrivato. "Do la parola al senatore Bossi", annunciò il rappresentante di questa fantomatica Lega meridionale nella saletta semivuota del Central Palace, un albergo di via Etnea. Il senatur aveva 50 anni e strozzava di salute e ambizione. La Lega fin lì aveva fatto la sua fortuna con l'antimeridionalismo. Sui muri del Veneto, anni prima, erano comparse le scritte Forza Etna. Bossi aveva colto prima di altri lo spirito del tempo e si sentiva un leone alla vigilia di un’ascesa irresistibile. Si schiarì la voce, sistemò il microfono, ma non fece in tempo a proferir parola. Infiltrati tra lo sparuto pubblico una decina di giovani aderenti al Fronte della Gioventù, la formazione giovanile del Movimento sociale italiano, iniziarono a gridare: "Fuori Bossi dalla Sicilia!". Battevano le mani e scandivano lo slogan: “Fuori Bossi dalla Sicilia!” Era un urlo ritmico, ossessivo, da stadio. Bossi si grattò la testa, bofonchiò qualcosa, la contestazione si fece più violenta. I ragazzi ridevano. "Fuori Bossi dalla Sicilia!". A un certo punto Bossi alzò spazientito il braccio, pretendeva la fine dell’ostilità. Non ebbero pietà. “Razzista! Vattene da qui!” gli urlarono. Un tizio gli disse: “Noi siamo per l’Italia unita, sparisci!”. Dopo un quarto d’ora Bossi si arrese. Non aveva diritto di parola. Infiló furibondo l'ascensore e io con lui. "Maledetti fascisti!", mormorò nella discesa. “Fascisti!”. Sudava. Sulla strada lo accerchiarono, arrivò la polizia. “Fanno così, perché i missini stanno per morire. La Lega fa paura a tutti. Domenica a Pontida presenteremo la Repubblica del Nord”, mi disse prima di sistemarsi in un’auto scortata da una volante. Corsi al giornale e annunciai trionfante che Bossi dava pezzo. "Sei sicuro?" chiese Mazzone. "Sessanta righe. Sbrigati!", ordinò. Attaccai con "Ieri sera il senatore Umberto Bossi è stato contestato a Catania". Mazzone m'impose di cominciare con "Fuori Bossi dalla Sicilia!" Le redazioni erano piene di maestri. Finì in prima pagina. Trent’anni dopo la Lega fa paura per i Durigon colmi di nostalgia per il Ventennio. Chi l'avrebbe detto allora, Bossi?

Stefano Rizzi per lospiffero.com il 13 agosto 2021. Il caso Durigon con investe soltanto i rapporti della Lega con gli alleati di governo, ma pone una questione non meno importante all’interno dello stesso partito di Matteo Salvini. Il sottosegretario al Mef che ha arringato la folla di Latina, sua città e suo feudo elettorale strappato alla destra missina storicamente forte nell’Agro Pontino, perorando il ritorno alla denominazione in onore di Arnaldo Mussolini, fratello del Duce, del parco cittadino intitolato a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ha (ri)aperto la visione e la rivendicazione su una parte importante del dna leghista. Poco c’entra o comunque non può essere ricondotto esclusivamente ad esso, il periodo in cui il partito oggi nelle mani del Capitano fu guidato con spregiudicatezza e abilità ma senza mai derogare al principio dell’antifascismo dal Senatur. Sarebbe fuorviante e riduttivo classificare come nostalgia di quei tempi lo sconcerto e la repulsione provocata in buona parte della Lega, soprattutto al Nord, dalla sortita dell’ex sindacalista dell’Ugl divenuto un capataz in quell’Italia che proprio Umberto Bossi vedeva come zavorra e che si sarebbe poi tramutata in zatterone con timone a destra (forse troppo) offerto da Salvini nel suo processo di nazionalizzazione del partito. C’è di più della linea scolpita nella pietra padana dall’Umberto. C’è la radice del movimento che non fu come volle dire Massimo D’Alema una costola della sinistra, ma neppure qualcosa che richiamasse ceneri di una fiamma mai appartenuta al movimento che da autonomista e addirittura secessionista non ammiccò mai, e sarebbe stato ben strano, a nazionalismi quelli sì nostalgici. Neppure il tanko, il trattore trasformato in carro armato dai serenissimi arrampicatisi sul campanile di San Marco, riportò per un istante alle immagini dell’Istituto Luce o, peggio, ai tentati golpe artatamente sminuiti in commedia stile Vogliamo i colonnelli. Figurarsi in Piemonte dove la prima classe leghista (e pure parte della seconda) quella sì poteva apparire come una costola del Pci. Da Gipo Farassino a scendere, gli ex compagni conquistati dal diplomato alla scuola Radio Elettra di Cassano Magnano rivelatosi un genio della politica, non si sarebbero contati. Con i missini, prima della svolta finiana di Fiuggi, ancora nelle catacombe, la Lega dalla sorgente di Pian del Re, mai volse lo sguardo da quelle parti. L’unico a farlo, guadagnandosi il titolo di mosca nera con conseguente messa ai margini, fu Mario Borghezio. “Comandante quando il nostro popolo sente il bisogno di una rivoluzione nazionale, noi dobbiamo metterci alla guida di questa rivoluzione. Questo è il compito anche tuo”, disse l’Obelix torinese al cospetto di Stefano Delle Chiaie fondatore di Avanguardia Nazionale, primula nera del neofascismo italiano. La mosca nera piemontese era stata candidata nel Lazio alle Europee, proprio per quell’essere tale. Certo, poi Salvini avrebbe filato con CasaPound, ma al di sopra della linea gotica la Lega, salvo rarissime eccezioni, è rimasta lontano da quegli ambienti. Dunque non stupisce, ma sorprende per l’effetto e il peso che avrà sul dibattito interno, l’esternazione (una delle rare) di Massimo Giordano, già assessore regionale, ex sindaco di Novara e tuttora voce importante e ascoltata nella Lega piemontese. “Sarà per il periodo estivo ma sono rimasto stupito dall'assenza di reazioni alla ormai nota uscita di Durigon sul fratello di Mussolini. Sono nella Lega da 28 anni – scrive Giordano – e ci sono entrato perché ho sempre respirato con Bossi, Maroni e Salvini, uno spirito anticomunista e antifascista ossia antitotalitarista. Se Durigon vuole fare delle provocazioni – conclude l’esponente leghista – cosa assolutamente lecita, almeno lasci stare Falcone e Borsellino che per la libertà ci hanno rimesso la vita”. Altre parole incise con lo scalpello. Seguite da una sequela di commenti a favore, ulteriore segno di come la Lega esportata da Salvini oltre Roma Ladrona e con frettolosi quanto interessati proseliti scricchioli laddove è nata con bel altri presupposti, tanti, molti anche contraddittori, ma dei quali non ha mai fatto parte la destra nostalgica o i suoi epigoni maldestramente mascherati. Il Piemonte, dove l’attuale sindaco di Novara Alessandro Canelli prima di diventare una figura di punta della Lega mosse i passi nelle organizzazioni giovanili della sinistra e il cui segretario regionale, nonché capogruppo alla Camera Riccardo Molinari non ha mai mancato la partecipazione al 25 Aprile o alla commemorazione dei partigiani martiri della Benedicta, è lontano, molto lontano dalle squinternate sortite alla Durigon. Che non vanno, tuttavia, ridotte a maldestre esternazioni, celando invece qualcosa di più profondo. Certo anche nella Regione nel cui territorio nasce il dio Po di bossiana memoria, qualche mosca nera sembra talvolta palesarsi anche nell’esecutivo con scelte di collaboratori e altre iniziative non proprio lontane dall’evocazione di fez e orbace. Ma se anche un senatore, come il verbanese Enrico Montani condivide sulla sua pagina il post di Giordano, appare chiaro come in terra allobroga la questione Durigon non sia e non possa essere rubricata a un inciampo cui rimediare di fronte alle richieste di dimissioni del sottosegretario avanzate da vasta parte dell’altrettanta vasta maggioranza di governo. Il tema del posizionamento del partito rispetto a temi come quello sollevato dal caso Durigon e l’attenzione da porre nella rincorsa per annullare il vantaggio di Fratelli d’Italia nei sondaggi emerge con chiarezza ai più alti livelli del partito in Piemonte. E le decisioni di Salvini non potranno che pesare, in un senso o nell’altro.

·        Il Capitano.

Il capitano sbatte la porta in faccia al suo ministro. Regolamento di conti nella Lega, Salvini a Giorgetti: “Qui comando io”. Claudia Fusani su Il Riformista il 4 Novembre 2021. La Lega è spaccata. Ma non si divide. Almeno fino all’elezione del Capo dello Stato. “Poi cambierà il mondo e allora si vedrà” sibila a denti stretti un senior della Lega in una giornata in cui mai la spaccatura nel Carroccio è stata così evidente. E mai è stato così difficile raccogliere confidenze e sensazioni. Il giorno dopo in cui Giancarlo Giorgetti ha informato il suo segretario che, nei fatti, non può più fare il Bud Spencer della politica, non è più il leader campione di incassi, anzi, rischia di “finire su un binario morto” e gli ha cortesemente indicato l’altra via, quella del fascino e dell’eleganza di Meryl Streep, Matteo Salvini ha risposto a modo suo. Cioè, continua a fare quello che ha sempre fatto. Ad esempio parlare con i leader sovranisti europei come Viktor Orban e il polacco Mateusz Morawiecki, distanti anni luce da quel Ppe che Giorgetti (e non solo lui) vorrebbe diventasse l’approdo naturale della Lega. E continua a lavorare al suo progetto di un nuovo gruppo politico a livello europeo che sappia andare oltre il “vecchio” Ppe. Con buona pace dell’alleato Berlusconi. Delle due l’una: o Matteo Salvini non capisce la differenza di prospettiva e di struttura (e sarebbe l’opzione più grave) e quindi crede che tra Bud e Meryl in fondo siano la stessa cosa; oppure è convinto di aver ragione e di poter vincere senza neppure troppi sforzi il braccio di ferro. Giorgetti non ha fatto interviste. Ha “solo” consegnato il suo ragionamento alle pagine della strenna natalizia firmata da Bruno Vespa: Salvini, ha detto il numero 2 della Lega, deve cambiare film e tipologia di attore; il destino di una Lega moderna e contemporanea è nel Ppe e non nei partiti sovranisti e nazionalisti; Draghi potrebbe andare al Quirinale anche a febbraio, tutto sommato sarebbe la scelta migliore per il Paese che potrebbe dirigere anche dal Colle più alto (un semipresidenzialismo de facto che ha preoccupato a sinistra); in alternativa resti il ticket Draghi e Mattarella. Il libro esce oggi, il lancio delle anticipazioni è stato fatto tra domenica e lunedì. Difficile smentire le bozze. Ed è stato un altro capitolo dell’Armageddon che sta travolgendo il sistema dei partiti e delle alleanze. Di fronte alla svolta saggia e necessaria “per guidare un paese saldamente in Europa come l’Italia”, Salvini ha fatto Salvini. Ci penso io. Si fa come dico io. Ieri mattina i colloqui con il leader ungherese e polacco (entrambi i paesi rischiano la procedura della Ue). A fine mattinata ha indicato l’ordine del giorno del Federale della Lega, la cabina di regia del partito convocata quando è necessario fare il tagliando a qualcuno o qualcosa. Il consiglio, per l’occasione a Roma e non in via Bellerio, sede storica della Lega, ha cambiato ordine del giorno. Oltre al previsto check su referendum e amministrative, Salvini vuole lanciare “una grande assemblea programmatica della Lega da fare entro la fine dell’anno a Roma”. Saranno coinvolti, spiegano fonti della Lega, “tutti i rappresentanti del partito”: sindaci, governatori, parlamentari, eurodeputati, membri del governo. Non ci poteva essere una risposta più chiara. Giorgetti fa il professore e crede di avere la verità in tasca? Io, Salvini, vado per la mia strada. E comunque, atto di grande rispetto e trasparenza, interrogo tutto il partito, base e dirigenti, per sentire cosa si muove dentro la Lega. Chi ha qualcosa da dire, critiche da fare, suggerimenti da condividere, avrà modo e occasione per farlo. In trasparenza, davanti a tutti. E vediamo cosa succede. È una mossa astuta, sfrontata e a senso unico quella di Salvini. Astuta perché, a meno di un assai improbabile putsch nella Lega, il segretario è e resta Salvini e sarà quindi lui a decidere le candidature di una truppa parlamentare che sarà gioco forza ridotta almeno delle metà. Difficile trovare parlamentari disposti ad ingaggiare battaglie interne di principio in una fase come questa. Una mossa sfrontata perché sa un po’ del bullo che affronta l’avversario da una posizione di forza. La politica dovrebbe essere anche altro. In fondo Giorgetti è sempre stata una risorsa per Salvini. Una mossa a senso unico perché è chiaro che dopo quella assemblea non ci saranno prigionieri. È un atto finale, o Salvini o Giorgetti. Se ne salverà uno solo. Oggi sarà importante vedere come va il Consiglio federale, presenti, assenti, chi dice cosa. Oggi c’è anche un importante consiglio dei ministri e già questo la dice lunga sui rapporti tra Salvini e i suoi ministri: il Federale è nel pomeriggio, il Consiglio dei ministri anche. Una riunione di governo dove Salvini ha dato mandato di tenere alta la guardia sul decreto Concorrenza (con dentro la Bolkestein e le nuove regole per la municipalizzate). Sulla legge di bilancio, in arrivo al Senato entro la fine della settimana, il segretario della Lega ha già fatto capire che aria tira: “Faremo di tutto per modificare ulteriormente il Reddito di cittadinanza. Ingoia ancora troppi soldi che invece servono per tagliare le tasse”. Notizie come quelle di ieri – una mega truffa in cinque regioni che ha sottratto oltre 40 milioni di sussidio finito a truffatori ed evasori fiscali – certo non fanno bene alla sopravvivenza del Reddito di cittadinanza. Il post di Conte ieri mattina (“siamo contenti che vengono fuori le truffe, faremo di tutto per evitarle”) ha sortito più irritazione che plausi. Un Salvini deciso a tornare in modalità barricadera anche rispetto a Draghi e al suo governo. Come dimostra la presentazione di un emendamento contro la decisione assunta dal governo di prorogare i termini della raccolta firme per il referendum sulla cannabis. Un blitz sventato ieri sera.  La call con Orban. L’Assemblea- congresso entro dicembre. Gli emendamenti contro il governo. Tre fatti distinti, un unico messaggio, che i fedelissimi riassumono così: “Nella Lega è il segretario a decidere la linea. È sempre stato così ed è così anche oggi. E il partito è con Salvini”. Giorgetti, e non solo lui, dovrà trarne le conseguenze. Bisogna vedere se ne avranno voglia, tempo e coraggio.

Claudia Fusani. Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.

Lega, Giancarlo Giorgetti: "Non so gestire i giornalisti". Matteo Salvini, solo elogi al Consiglio federale. Libero Quotidiano il 05 novembre 2021. Al Consiglio federale della Lega, di fatto, una pace, sebbene forse armata, tra Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti, dopo le dichiarazioni di quest'ultimo nel libro di Bruno Vespa che hanno creato più di un grattacapo al leader e al partito. Da parte del ministro, infatti, sono arrivate le scuse al leader. E anche un'ammissione: "Non so gestire i rapporti con i giornalisti...", ha affermato Giorgetti al culmine di una giornata difficile, nervosa e piena zeppa di tensioni. "Un bel consiglio federale, una bella discussione, il confronto è sempre positivo - ha commentato il ministro al termine dei lavori -. Salvini ha ascoltato tutti, anch'io ho espresso le mie idee". Ma "Salvini è il segretario e la Lega è una", ha rimarcato Giorgetti. Insomma, quella che poteva essere la resa dei conti, è finita meglio del previsto, per quanto nella Lega restino delle tensioni. Salvini, si apprende, ha parlato circa un'ora. E secondo il Corriere della Sera, nella sala diversi leghisti avrebbero evocato il "che fai, mi cacci?", di Gianfranco Fini a Silvio Berlusconi, con la differenza però che Salvini per certo non ha chiesto alcun tipo di passo indietro al suo ministro. Epperò, aggiunge sempre il quotidiano di via Solferino, "i salviniani più intransigenti sono convinti che Giorgetti farà proprio come Fini. Continuerà a rilanciare. Continuerà a rappresentare una spina con l'obiettivo primario di cesellare il suo profilo". Tant'è. Salvini, comunque, verso la fine del suo intervento ha usato anche toni duri: "Basta con il mettere in discussione la compattezza e la visione della Lega. Bisognerebbe santificare il lavoro e l'impegno dei militanti, che invece vengono mortificati dalle polemiche interne". Intervento ascoltato in religioso silenzio e apprezzatissimo, tanto che alla fine, dalla Lega, per Salvini si è alzato un coro di elogi che di fatto non ha ammesso eccezioni.

(ANSA il 5 novembre 2021) - "Sarebbe bene fare quello che dice Giorgetti. Occorre che la Lega aderisca al Ppe". A dichiararlo in un'intervista a La Repubblica è l'ex ministro Roberto Maroni, tra i fondatori del Carroccio. "Converrebbe anche a Salvini - spiega -, che potrebbe prendere il posto di Silvio Berlusconi. Diventare così il leader di un centrodestra moderato in Italia in grado di dialogare con le forze di centro che non hanno tanta forza. Lasciando a Giorgia Meloni il ruolo della destra". Preferendo i sovranisti, la Lega rischia l'isolamento come teme Giorgetti? "Se sceglie quella linea sì", risponde Maroni, che fa le sue previsioni: "Giorgetti resterà dentro la Lega anche se controvoglia", mentre "Salvini proporrà un accordo che lo rafforzerà come segretario e Giorgetti se ne farà una ragione". Maroni invita il segretario del Carroccio "ad ascoltare le sezioni, gli imprenditori, la gente". "Mi sembra che Salvini dia troppo poco ascolto a quelli che non la pensano come lui - dichiara -. Ascolta solo gli yes man di cui si circonda".

L’ultimo partito leninista. Secondo Maroni, la Lega dovrebbe seguire la linea di Giorgetti e aderire al Ppe. L'Inkiesta il 5 novembre 2021. L’ex segretario federale, ora a capo della Consulta contro il caporalato, dice che Salvini dà troppo ascolto a quelli che la pensano come lui: «Ascolta solo gli yes man di cui si circonda». Il rischio, se sceglierà la strada dei sovranisti europei, è di isolarsi. Invece «potrebbe prendere il posto di Silvio Berlusconi. Diventare così il leader di un centrodestra moderato in Italia». «Sarebbe bene fare quello che dice Giorgetti. Occorre che la Lega aderisca al Ppe». Il giorno dopo il consiglio federale del Carroccio, con il chiarimento apparente tra il ministro dello Sviluppo economico e il leader Matteo Salvini, Roberto Maroni dice a Repubblica che «Giorgetti, che è il più democristiano dei leghisti, ha ragione. Converrebbe anche a Salvini, che potrebbe prendere il posto di Silvio Berlusconi. Diventare così il leader di un centrodestra moderato in Italia in grado di dialogare con le forze di centro che non hanno tanta forza. Lasciando a Giorgia Meloni il ruolo della destra». Al termine del consiglio durato quasi cinque ore alla Camera, la nota rilasciata dal Carroccio riferisce che è stata votata «all’unanimità la condivisione della linea politica affidando mandato pieno al segretario Matteo Salvini sulla via della Lega nazionale». Vince la linea del leader, insomma. E Salvini ha aggiunto che «non aderirà mai al Partito popolare europeo perché subalterno alla sinistra». Ma la strada intrapresa non convince Maroni, che è tra i fondatori della Lega, segretario federale dal 2012 al 2013, per tre volte ministro e da poco nominato dal Viminale presidente della Consulta contro il caporalato. Il rischio – dice – se Salvini sceglierà la linea dei sovranisti europei, è di isolarsi. Eppure, spiega, «la Lega è l’ultimo partito leninista ed è vero che la linea la decide il segretario, è giusto che sia così. Chi non è d’accordo dovrebbe andarsene». Il riferimento è a Giorgetti «se non si trova un accordo». Ma alla fine, secondo Maroni, «Giorgetti resterà dentro la Lega anche se controvoglia. Se ci sarà un braccio di ferro, alla fine cederà. Non penso che si dimetterà da ministro. Salvini proporrà un accordo che lo rafforzerà come segretario e Giorgetti se ne farà una ragione». L’ex ministro ricorda che «con Umberto Bossi era diverso. Io ho fatto tante litigate con lui come quelle tra Salvini e Giorgetti. Io riconoscevo a Bossi che il capo era lui e che il capo ha sempre ragione. Ogni tanto riuscivo a convincerlo. Solo che gli suggerivo le cose in privato, non sui giornali». Bossi, prosegue, «mi mandava a quel paese dicendo che non capivo nulla, ma poi mi telefonava alle tre di notte per dirmi: ho avuto un’idea, faremo così. Ed era la mia. Così gli rispondevo: Umberto hai avuto una grandissima idea. Ma era l’idea della Lega, non di Salvini o di Giorgetti». Allora, dice Maroni, «la Lega era una sola, non c’erano le anime che poi sono le correnti. Di pensiero, ma sempre correnti. Questo è quello che ci ha fatto superare tutte le tempeste». Ora, invece, «mi sembra che Salvini dia troppo poco ascolto a quelli che non la pensano come lui. Ascolta solo gli yes man di cui si circonda. Sono convinto che su questo terreno si possa recuperare. A patto che Salvini si rimetta ad ascoltare le sezioni, gli imprenditori, la gente. E quelli come Giorgetti che lo criticano, ma sanno fare politica». E su Draghi, Maroni sostiene che «deve restare a fare il premier almeno fino alle Politiche del 2023. La sua salita al Quirinale farebbe perdere troppo tempo tra consultazioni e il resto. Ci costringerebbe a rinunciare all’utilizzo i fondi del Pnrr che poi dovremmo restituire. L’Europa non fa sconti». Mattarella «sarebbe opportuno che venisse rieletto fino al termine della legislatura nel 2023 per non interrompere il governo Draghi. Anche Napolitano nel 2013 inizialmente era contrario. Andai anch’io a chiederglielo come segretario federale della Lega. Non voleva ricandidarsi, ma alla fine lo abbiamo convinto all’ultimo miglio». E poi c’è anche un altro motivo, aggiunge: «Il prossimo Parlamento sarà formato da un numero ridotto di parlamentari. Se il nuovo presidente della Repubblica venisse eletto da questo Parlamento, certamente sarebbe meno rappresentativo». Ma niente Berlusconi al Quirinale: «Con tutto il bene che gli voglio (ed essendo uno che gliene vuole davvero tanto) gli consiglio di ritirare la sua candidatura per non cadere nella trappola».

Gad Lerner, robe dell'altro mondo: "Giancarlo Giorgetti ingrato, sa chi porta voti alla Lega?", si schiera con Salvini. Libero Quotidiano il 04 novembre 2021. Strano ma vero, per una volta Gad Lerner prende le difese di Matteo Salvini. Il giornalista nella diatriba tutta interna alla Lega si scaglia contro Giancarlo Giorgetti, che ha mossa le acque del centrodestra prima lanciando Mario Draghi al Quirinale (e non dunque Silvio Berlusconi), poi dando consigli al suo leader per non perdere le prossime elezioni. Uscite che alla firma del Fatto Quotidiano, così come a Salvini, non sono piaciute. Ed ecco l'attacco di Lerner: "Gli è sempre piaciuto strizzare l'occhio ai moderati e presentarsi come il leghista con cui si può parlare di affari - scrive in riferimento al vicesegretario del Carroccio da lui definito "ingrato" -. Quella volta, però, finse di dimenticarsi che se la Lega aveva quadruplicato i voti era grazie alle sparate demagogiche e forcaiole del giovane segretario amante delle comparsate televisive, che lui stesso aveva contribuito a scegliere". Ossia, Salvini. Secondo Lerner il leader seminava e "Giorgetti raccoglieva". Una prassi, a detta del giornalista, che il numero due non avrebbe dimenticato. "L'uomo mi pare troppo avveduto per crederci sul serio - prosegue nella sua descrizione del ministro dello Sviluppo economico -. È un vecchio lupo leghista, sa benissimo che i voti li prendono i Bossi e i Salvini, da quelle parti, non certo i Maroni e i Fedriga". E anche la tanto bramata svolta europeista, che Giorgetti vorrebbe e Salvini no, finirà per essere un buco nell'acqua. L'ha dimostrato il leader, che ha replicato al suo vice incontrando i sovranisti Orbán e Morawiecki. Da qui le conclusioni che trae Lerner: "Temo per gli editorialisti adulatori di Giorgetti che anche stavolta abbiano preso un abbaglio". 

PiazzaPulita, Gianluigi Paragone: "Il partito più stalinista che esista", lo sfregio dell'ex leghista alla Lega. Libero Quotidiano il 05 novembre 2021. E pensare che un tempo era anche nella Lega e leghista. Si parla di Gianluigi Paragone, il quale - ospite a PiazzaPulita su La7 nella puntata di giovedì 4 novembre - dice la sua sulla situazione che sta attraversando la Lega, nel giorno del consiglio federale e del chiarimento, più o meno riuscito, tra Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti. Si diceva, e pensare che un tempo era anche nel Carroccio. Già, perché interpellato da Corrado Formigli, Paragone esordisce così: "Un po' la Lega la conosco. La Lega di lotta e di governo era sempre sotto le insegne di Umberto Bossi o del segretario. La Lega è il partito più stalinista che esista in Italia", spara ad alzo zero. "È lui che decide di giocare a seconda delle proprie convenienze il doppio ruolo. E anche Salvini, che è molto bossiano, ha capito l'importanza di questa strategia e la ha usata nel primo governo", insiste. Dunque, l'ex leghista ed ex grillino, aggiunge: "Stavolta non è più così, non era consentito ad un altro di recitare la parte in commedia. Il segretario recitava la doppia parte in commedia. Quindi Salvini oggi è debole perché non è riuscito a tenere dentro lo stesso perimetro i suoi". Infine, stuzzicato da Paolo Mieli, Paragone insiste sulle differenze tra la vecchia e la nuova coppia di punta del partito: "Bossi e Roberto Maroni? Presero i secchi di vernice e andavano a fare le scritte. Salvini e Giorgetti non hanno fatto quella cosa lì, oggi c'è una frattura vera", conclude.

"Finalmente sono usciti dal format tv. L'occasione di una visione liberale". Stefano Zurlo il 5 Novembre 2021 su Il Giornale. Il giornalista e scrittore: "La Dc strappava ma vinceva alle urne". Aprire una battaglia è già una battaglia vinta. Pierluigi (Pigi) Battista, giornalista e scrittore, osserva con interesse il duello Giorgetti- Salvini. «Finalmente - nota l'editorialista di HuffPost - la Lega esce dal format televisivo».

Prego?

«Si, l'Italia ha molti leader che prendono i voti perché vanno in tv. Cambia che la Lega avrà, anzi ha già due linee su cui confrontarsi».

Ma non c'è il rischio di scissioni o strappi?

«Ma basta con questa litania degli strappi. La Dc era formata da personaggi con storie e sensibilità diverse che però convivevano e vincevano nell'urna».

La Dc però apparteneva alla Prima repubblica. Si possono replicare gli schemi del passato?

«Attenzione a non sottovalutare la Lega. La Lega è un partito, il solo partito italiano con il Pd, ha una storia lunga almeno 25 anni, ha ottimi amministratori sul territorio, è incredibile che ci si sia appiattiti su una sola figura».

Il primo partito italiano in parlamento è quello dei 5 Stelle.

«Quello non è un partito, è un umore che va e viene. la Lega è altro».

Chi vincerà il duello?

«Aver aperto una battaglia è già aver vinto. Ci sarà la discussione, litigheranno, poi, forse, si conteranno».

Avremo una Lega più moderata?

«No, questa espressione non mi piace. Non si tratta di andare verso un fantomatico centro, ma di esprimere una visione liberale».

Mena coreografie sul prato di Pontida?

«Esatto, meno corna, più sostanza. Si può stare al governo ed essere di destra: occorre intraprendere vigorose battaglie».

Un esempio?

«Anche due: dare una scossa all'esecutivo e al ministro delle infrastrutture che vanno lunghi sui cantieri da aprire. E poi, incalzare Draghi sul taglio delle tasse. Basta invece con la difesa a oltranza dei no green pass, delle minoranze che protestano e non portano da nessuna parte. Salvini si sta giocando i voti di milioni di italiani che non lo capiscono più e Giorgetti gli dà la sveglia. Ma poi Giorgetti rappresenta Zaia, rappresenta Fedriga, rappresenta i ceti produttivi del Nord che vogliono i fatti».

Una svolta troppo brusca potrebbe favorire l'ascesa della Meloni?

«Il problema non è avere i voti, ma avere i voti per governare che è un'altra cosa. Ma che c'entra la Lega con i polacchi e gli ungheresi? Pure questa storia dei migranti interessa sempre di meno».

Così non si rischia una trasformazione troppo brusca, la nascita di un altro partito?

«Ma no, ai tempi di Craxi c'era anche la sinistra lombardiana. Se avessero vinto loro, la storia politica d'Italia forse sarebbe stata diversa».

Insomma, come finirà?

«Non finirà. Credo che Salvini correggerà la sua linea, la contaminerà con l'altra, più europea. In ogni caso, lo schema a due punte, Salvini Meloni, ha fatto il suo tempo. Siamo in un'altra epoca».

Anche se, sondaggi alla mano, i due dovrebbero raccogliere più del 40% dei voti?

«Sono cambiate le coordinate. Salvini deve recuperare la vocazione maggioritaria di Berlusconi. C'erano tre punte, il Cavaliere, Bossi, che voleva un freno ai migranti e la devolution, e Fini. La coalizione però andava oltre le istanze di questo o quel leader ed era competitiva per guidare il Paese». Stefano Zurlo

Fuori onda è meglio. Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera il 22 ottobre 2021. Nel cortile della politica, sempre più disertato dagli elettori, si discute dei due audio di durante una riunione a porte chiuse dei parlamentari leghisti. La vera sorpresa è che, al netto di qualche parolaccia, peraltro di uso comune, il Salvini rubato è molto meno macchiettistico di quello che ogni sera sbrodola elenchi surreali nei talk show. Quando parla senza sapere che lo ascoltano anche i giornalisti, il capo della Lega non blatera di migranti o altri babau acchiappavoti, ma ragiona da professionista lucido e concreto. Indica le elezioni politiche del 2023 come traguardo, dando dell’illuso a chi pensa che si possa votare prima della scadenza naturale. Poi, indossando l’inedita felpa del leader di una coalizione, comprende che la Meloni dall’opposizione debba punzecchiare il governo (anche se la esorta a non esagerare) e ricorda ai suoi che l’obiettivo non è prendere più voti degli alleati, ma degli avversari, perché preferisce essere l’ultimo dei vincitori che il primo degli sconfitti. Politica pura, senza neanche l’ombra di nutella, bacioni, rivendicazioni pittoresche e amenità varie. Come si spiega questa differenza tra il Salvini pubblico e quello privato? Delle due l’una: o l’uomo sottovaluta l’intelligenza degli italiani o sopravvaluta quella di coloro che, da Morisi in giù, a forza di volergli costruire un’immagine l’hanno trasformata in una caricatura.

Ruggiero Montenegro per ilfoglio.it il 21 ottobre 2021. “È ovvio che noi abbiamo un centrodestra al governo e uno all'opposizione. Però c'è modo e modo di stare all'opposizione. Si può concordare una quota comprensibile di rotture di coglioni, che però vada a minare il campo Pd e 5 stelle e non fatta scientemente per mettere in difficoltà la Lega e il centrodestra”. Con queste parole, contenute in un audio esclusivo del Foglio, Matteo Salvini fa il punto sulle amministrative, all'indomani dell'incontro con Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi. E lo fa senza mezzi termini, nel corso di una riunione al Teatro Sala Umberto di Roma, a cui ha partecipato tutto lo stato maggiore del partito, ad eccezione del ministro Giancarlo Giorgetti, insieme ai parlamentari del Carroccio. All'ordine del giorno doveva esserci l'analisi della sconfitta elettorale, la riforma delle pensioni e la manovra fiscale. Le prossime mosse di una coalizione la cui unità, considerate le parole di Salvini, è adesso tutta da verificare.

Da liberoquotidiano.it il 21 ottobre 2021. Stati generali della Lega, il tutto al teatro Sala Umberto di Roma. A fare il punto sulla situazione politica, ovviamente, Matteo Salvini. Che parte dal ko al ballottaggio, una brutta botta per il centrodestra: "La sconfitta delle amministrative ci dice che la divisione non premia, la litigiosità non premia", ha premesso. E ancora, l'ex ministro dell'Interno ha rimarcato: "Sulle elezioni amministrative non mi consolano i 71 nuovi sindaci eletti dalla Lega perché quando perdi nelle grandi città hai perso e quando la gente non vota hai perso. Siccome ci sono circa 150 grandi comuni che votano l'anno prossimo ho proposto al centrodestra di individuare i candidati sindaci entro questo autunno per evitare di arrivare in ritardo come in questa occasione". Dunque, Salvini ha rivelato di aver chiesto a Silvio Berlusconi una prima riunione con lui e i sei ministri: "Il gruppo è compatto. Ho detto quello che è stato deciso ieri nel tavolo di centrodestra, di lavorare insieme, anche in manovra di bilancio, sia in maggioranza che in opposizione, di andare tutti insieme da Draghi, tutti e tre, per un'idea di Italia fondata sullo sviluppo, sul lavoro e sul taglio delle tasse", ha tracciato la strada. Dunque, sull'ipotesi del Cavaliere al Quirinale: "Berlusconi sta decidendo. Ovviamente, se decidesse di scendere in campo lui, come leader di un uno dei partiti del centrodestra, avrebbe tutto il nostro sostegno. Ma dovete chiederlo a lui, non a me". Poi, quanto rivelato dal Giornale.it, che riferisce come un applauditissimo Salvini si sia anche tolto dei sassolini dalle scarpe: "Serve compattezza anche dentro la Lega perché almeno quattro parlamentari hanno attaccato i segretari provinciali. Una cosa che con Bossi non sarebbe mai successa. Anzi, sarebbero già stati espulsi", avrebbe aggiunto sibillino, senza fare riferimenti espliciti. Dunque, ha ribadito la necessità di tenere il partito compatto, aggiungendo però: "Sappiate, non c'è posto per tutti". Una chiarissima rivendicazione: il leader è lui. E non potrebbe essere altrimenti.

Ruggiero Montenegro per ilfoglio.it il 22 ottobre 2021. "Mancano un anno e quattro mesi, se qualcuno pensa di andare a votare prima è un illuso". Così Matteo Salvini detta il calendario e gli obiettivi ai suoi parlamentari, nel corso del suo intervento al Teatro Sala Umberto di Roma. Dalle politiche, che "sono il mio obiettivo, con tanto affetto per le comunali di Milano e Genova", alla strategia concordata con Silvio Berlusconi, che prevede un appuntamento fisso con i ministri di Lega e Forza Italia, “tutte le settimane". Perché "un conto è andare in Consiglio dei ministri in ordine sparso, un altro è andare con sei persone coordinate, con una linea condivisa e concordata a priori", spiega Salvini ai suoi. Fino all'affondo sulla alleata Giorgia Meloni: “Ovvio che noi abbiamo un centrodestra al governo e uno all’opposizione. Però c’è modo e modo: si può concordare una quota comprensibile di rottura di coglioni, che però vada a minare il campo di Pd e Movimento 5 Stelle. E non fatta scientemente, come è accaduto negli ultimi mesi, per mettere in difficoltà la Lega e il centrodestra”. Il Foglio era in quella sala, ha potuto ascoltare e documentare, in esclusiva, alcuni stralci della riunione. Quelli da cui abbiamo costruito il racconto pubblicato oggi e che potete ascoltare qui.

Il leader del Carroccio paga il prezzo dei suoi errori. A furia di zigzag Salvini si è messo in trappola. Fabrizio Cicchitto su Il Riformista il 7 Ottobre 2021. In queste elezioni ci sono alcuni elementi netti e chiari, altri molto più complessi. In primo luogo ha vinto il governo Draghi. In questo contesto non è facile per nessuno proporre elezioni anticipate, tanto meno per Salvini. Il Pd ha certamente vinto, ma sul suo successo bisogna distinguere l’apparenza dalla realtà. In secondo luogo, Forza Italia ha messo in evidenza che senza un forte centro il centro-destra nel suo complesso non va da nessuna parte. Calenda ha segnato un punto non solo a livello locale, ma anche a livello nazionale. Calenda è stato dissennatamente attaccato nella fase finale della campagna elettorale da Boccia e Orlando che l’hanno addirittura definito come il candidato della Lega: da un lato una sorta di socialfascismo di ritorno, dall’altro lato un autogoal alla Niccolai; e adesso come la mette il Pd a Roma con Calenda e i suoi elettori che sono per molti aspetti decisivi? A loro volta i grillini sono andati incontro ad una disfatta. L’unico posto in cui almeno hanno retto è Roma con il 19% della Raggi, che però con la Appendino segna la fine delle due esperienze di sindaco fatte dal Movimento 5 stelle. Alla luce di questi risultati del Movimento 5 stelle (ha tenuto a Napoli, ma il suo 10% segna un calo di circa 30 punti) di conseguenza non ci sembra che, malgrado la grancassa mediatica che viene suonata in questi giorni, rispetto al 2023 il Pd abbia risolto i problemi di fondo riguardanti le alleanze e la strategia politica. Come ha ricordato giustamente Cacciari un conto sono le elezioni politiche, un altro quelle nazionali. In ogni caso i risultati dei ballottaggi a Roma e a Torino daranno il segno effettivo su chi ha davvero vinto o perso queste elezioni amministrative. Ciò non toglie che queste elezioni hanno messo anche in evidenza che il centro-destra è di fronte a enormi problemi. A dire la verità questi problemi riguardano la destra del centro-destra. La questione non sta certamente nel ritardo con cui sono stati scelti i candidati. Il primo problema è costituito proprio dalla scelta come tale dei candidati. A Milano il centro-destra è andato incontro non ad una sconfitta, ma ad un disastro che sfiora il ridicolo. Anche a Napoli, a parte le liste bocciate, la scelta del candidato era molto discutibile: dopo tutte le polemiche giustamente sollevate sul “partito dei giudici” presente nelle liste del PCI, del PDS e poi dello stesso PD, a Napoli il centro-destra non ha trovato di meglio che proporre un pm della procura di quel circondario, una procura che nel passato remoto e recentissimo ha sempre massacrato Forza Italia. Ma c’è qualcosa di più profondo nel voto che va al di là delle stesse scelte sbagliate sulle persone dei candidati. È evidente infatti che l’astensionismo ha colpito specialmente i grillini e i partiti di destra. Allora emerge un problema di fondo. A fronte di un paese colpito in modo così profondo dalla pandemia, non è riuscito a parlare agli italiani un centro-destra dominato da due partiti di destra scatenati sul terreno del sovranismo e del populismo. Perdipiù Salvini e Meloni hanno messo in evidenza una scarsa affidabilità proprio sul terreno della lotta al virus. Entrambi hanno civettato con i no vax e la loro contestazione del green pass li ha messi in contraddizione proprio con le categorie produttive, non solo le imprese industriali, ma anche i lavoratori autonomi (bar, ristoranti, negozi, etc.). In secondo luogo, poi, in una situazione nella quale il presente e il futuro dell’Italia dipendono da un difficile rapporto contrattuale con l’Europa, la contestazione dell’euro svolta a giorni alterni dal trio Salvini-Borghi-Bagnai ha inferto un altro colpo proprio alla credibilità della Lega di Salvini. A proposito delle ultime vicende riguardanti da un lato il caso Morisi, dall’altro lato Fratelli d’Italia a Milano, ci sembra necessario fare alcune osservazioni al di fuori degli schemi consueti. Paradossalmente, sulla vicenda Morisi ci sembra che una parte della sinistra abbia espresso una sorta di inconscia omofobia. Francamente il problema da mettere in evidenza non era l’infortunio a cui è andato incontro Morisi nella sua vita privata, ma ben altro e cioè proprio il mostro comunicativo cui d’intesa con Salvini egli ha dato vita: “la bestia”. A nostro avviso la contestazione della “bestia” da parte della sinistra doveva essere molto più forte e radicale fin dalle origini, cioè da quando essa è nata con Salvini al ministero dell’Interno. Siamo arrivati al punto che Salvini ha guidato una manifestazione sotto la casa della prof.ssa Fornero sull’onda degli attacchi condotti dalla “bestia”. Poi sono state linciate una serie di persone fra cui la famiglia Cucchi (con slogan attinenti all’uso della droga e allo spaccio) e Maria Elena Boschi. La bestia è stata una sorta di versione moderna dello squadrismo (cosa diversa dal fascismo, ma anch’esso del tutto inaccettabile nella sua violenza mediatica). Per ciò che riguarda la vicenda milanese di Fratelli d’Italia, attendiamo le chiarificazioni che farà la magistratura alla luce della conoscenza di tutto il materiale raccolto, tuttavia non possiamo fare a meno di dire che ci vengono i brividi nella schiena di fronte a una cosiddetta inchiesta giornalistica svolta per tre anni da un cronista in incognito, che ha svolto anche la funzione di agente provocatore e che ha raccolto tutto quello che in un certo ambiente si è detto. È giornalismo, è spionaggio, è killeraggio con una missione precisa visto anche che i dieci minuti di trasmissione televisiva tratti dalle cento ore di intercettazioni sono stati dati il giorno prima della conclusione della campagna elettorale? Diversamente dalla versione prevalente, noi riteniamo che queste elezioni sono state più perse dal centro-destra che vinte dal centro-sinistra. Fortunatamente al governo c’è Draghi con la sua linea riformista, europeista, garantista e con il suo prestigio internazionale che costituisce un punto fermo che secondo noi deve arrivare fino al 2023. Poi sul piano programmatico, su quello del garantismo, sul terreno delle alleanze politiche e sociali il Pd non ha in mano nessuna soluzione che valga per le elezioni politiche del 2023, deve fare tuttora molte riflessioni e liberi dibattiti. Talora le vittorie riempiono la pancia e ottundono il cervello. Le sconfitte possono servire di lezione se viene superato il limite costituito dall’arroganza e dalla rozzezza. Comunque non è scritto che alle prossime elezioni politiche il centro-destra si impegnerà per far vincere il Pd con la determinazione messa in atto in queste elezioni amministrative. Di fronte a questi risultati elettorali che hanno bocciato tutta la sua linea politica, il suo approccio mediatico e anche le sue scelte in materia di candidati, Salvini ha subito dato il calcio dell’asino, non facendo partecipare la delegazione della Lega al Consiglio dei ministri dedicato alla riforma fiscale. In effetti l’asino di calci ne ha tirati due, uno a Draghi, l’altro a Giorgetti, che perdipiù ha il gravissimo torto di aver avuto ragione su tutta la linea e anche di averlo detto pubblicamente. Adesso Salvini sta sfogliando la margherita, non sapendo se gli convenga più rimanere al governo tirando ogni giorno tre calci oppure se uscirne raggiungendo la Meloni all’opposizione (ma già questo sarebbe uno smacco nella dialettica interna alla destra). Non è una decisione di poco conto per un partito che, oltre a diversi saltimbanchi e avventurieri sparsi per l’Italia specie del Sud, ha anche un nocciolo duro costituito da presidenti di Regione, sindaci, da alcuni ministri e un retroterra sociale del Nord formato da un pezzo dell’industria e dell’agricoltura italiani. È evidente che, nella sostanza, nella Lega è aperto un autentico congresso, anche perché essa è andata incontro ad una autentica disfatta sul piano politico ed elettorale. Il fatto è che Salvini paga le conseguenze di un incredibile errore fatto subito dopo la decisione di entrare al governo. In politica non c’è niente di peggio che fare le scelte a metà. Nel momento in cui Salvini è entrato al governo egli avrebbe dovuto chiedere al suo amico Berlusconi di aprire un discorso con il Ppe. In quel modo avrebbe fatto una mossa valida per il presente e per il futuro, visto anche che ha l’ambizione di essere dopo le elezioni del 2023 il futuro presidente del Consiglio. Invece, subito dopo essere entrato al governo, Salvini ha firmato con Giorgia Meloni un documento con i sedici partiti sovranisti europei, scelta logica per la Meloni, ma del tutto suicida per il leader della Lega. Ma davvero Salvini (ma l’interrogativo vale anche per la Meloni) pensa di diventare presidente del Consiglio sfidando l’Unione europea? Comunque seguendo questa linea a zigzag Salvini non solo ha perso questa tornata amministrativa, ma si è cacciato in una situazione nella quale rischia di sbagliare in ogni caso: sia se rimane al governo, sia se ne esce. Fabrizio Cicchitto

Michele Serra per “la Repubblica” il 22 settembre 2021. Due partiti sovranisti nello stesso paese, anche se è un paese strambo come l'Italia, sono troppi. Il classico doppione. Senza improvvisarsi politologhi, basta questa banale constatazione per capire come mai il Salvini annaspi dentro e fuori la Lega, specie quel pezzo di Lega che si sente di governo e invece si ritrova a contendere alla Meloni il voto dei complottisti e dei No Vax. Che è come contendere a Walt Disney il copyright di Paperino: si perde di sicuro. Detto questo, ci si chiede come mai i famosi moderati, i vari Giorgetti e Fedriga e Zaia, si siano muniti di un leader siffatto, che certamente ha portato voti (a breve termine) ma ha radicalizzato la Lega perfino oltre il livello di insofferenza per la democrazia e la buona educazione (parenti stretti) già ben presenti nel Dna di quel partito dai tempi di Umberto Bossi, dei gesti dell'ombrello, dei "trecentomila fucili bergamaschi", dei soli delle Alpi istoriati nei banchi della scuola pubblica come se fossero cosa loro. La parabola leghista ricorda quella dei repubblicani americani: se si sono fatti irretire da Trump, consegnandogli il partito, non si lamentino poi dell'assalto al Campidoglio, e facciano i conti, piuttosto che con la protervia di Trump, con la loro ignavia.

Alla stessa maniera non destano molta simpatia i bravi leghisti presentabili, qualcuno perfino con la cravatta giusta, che oggi biasimano il Salvini perché perde colpi, ma quando le folle social smaniavano per lui e lo chiamavano Capitano, non hanno detto una sillaba nemmeno nei momenti più bruti della sua ascesa. Ora che lo hanno usato, lo schifano. Lui potrà rifarsi una vita come vice della Meloni. Loro, i presentabili, possono contare sulla poca memoria dell'opinione pubblica. 

Marco Cremonesi per il “Corriere della Sera” il 22 settembre 2021. «Chi va via lo ringrazio, lo saluto e tanti auguri...». Matteo Salvini fa lo sportivo e ostenta tranquillità. Risponde a domanda, altrimenti di suo non avrebbe dedicato una sillaba all'addio alla Lega dell'europarlamentare Francesca Donato che dopo infruttuosa trattativa ha formalizzato l'annuncio ormai atteso: «Dopo una lunghissima e approfondita riflessione, sono giunta alla sofferta decisione di uscire dal partito nel quale sono stata eletta». Più tardi, Salvini sarà meno sportivo: «Interessa solo a tre giornalisti...». E nella Lega pochissimi sono sportivi: «Anche perché - ringhia un deputato - ha puntato a farci il più male possibile». Non soltanto per la nota di addio in cui afferma che «i valori in cui credo sono stati sempre più calpestati dai provvedimenti presi dal governo Draghi, di cui la Lega fa parte». Ma anche per le interviste in cui a brutto muso dichiara che la posizione anti green pass «pur condivisa da larga parte della base è diventata minoritaria: prevale la posizione dei ministri, con Giorgetti, e dei governatori. Io non mi trovo più a mio agio e tolgo tutti dall'imbarazzo». La risposta è stata una foto del segretario leghista insieme ai governatori Zaia, Fedriga e Fontana e al ministro Giorgetti: «Dedicato a chi ci vuole male. Uniti si vince!». E lo stesso Fedriga, il presidente del Friuli-Venezia Giulia, chiarisce: «Nel primo partito d'Italia è normale che ci siano correnti diverse, ma dentro la Lega non c'è spazio per i No vax». Seguono il presidente del gruppo Id Marco Zanni e il capo delegazione della Lega Marco Campomenosi: «Non diamo adito alle polemiche di chi, dopo aver messo in cattiva luce la Lega per giustificare il suo abbandono, getta discredito sui colleghi. Nel nostro gruppo non c'è spazio per chi agisce in questo modo». Per i due esponenti leghisti, quella di Donato non è stata certo una sorpresa: l'idea era che la deputata, prima di formalizzare la sua fuoriuscita, attendesse il dopo amministrative. Nella Lega infatti brucia il fatto che negli ultimi mesi si siano intensificate le fuoriuscite: dal gruppo all'europarlamento erano già usciti Vincenzo Sofo, Gianluca Vinci, entrambi approdati a Fratelli d'Italia, e Lucia Vuolo, oggi azzurra. È vero che il partito controbilancia con nuovi ingressi (questa mattina saranno annunciati alcuni arrivi da Forza Italia in Regione Lombardia), eppure lo stillicidio è urticante. Anche perché riguarda alcuni bacini della Lega salviniana come gli ultra cattolici: a Crotone ha lasciato Giancarlo Cerrelli e a Bergamo Filippo Bianchi. L'emorragia è soprattutto in Calabria dove hanno detto addio - spesso con parole di fuoco - anche alcuni quadri che avevano fondato il movimento sotto al Po. Ma anche dalla parte opposta dello stivale: in Trentino negli ultimi mesi hanno lasciato la Lega i consiglieri provinciali Alessia Ambrosi, Katia Rossato e Daniele Demattè. Nei giorni scorsi ha lasciato il consigliere Andrea Asciuti, più meno per gli stessi motivi di Donato: la Lega non è stata abbastanza no green pass. E persino ad Aprilia, in quella provincia di Latina indicata come il feudo dell'ex sottosegretario Claudio Durigon, le uscite sono state due, Roberto Boi e Francesca Renzi. E il partito ora non ha neppure un consigliere. Resta il fatto che l'addio di Francesca Donato mette in evidenza le difficoltà di una Lega che in questi mesi è spesso apparsa più propensa all'opposizione. Ma Salvini ribadisce la collocazione del partito: «In un governo senza Lega questi approvano in un minuto ius soli, ddl Zan e figuriamoci cosa succederebbe con gli sbarchi». E dunque, «Non darò a Letta e Conte la soddisfazione di massacrare l'Italia per due anni: noi stiamo qui e combattiamo a nome vostro». Anche se il capogruppo del Ppe Manfred Weber, parlando di Salvini, appare scettico: «C'è bisogno di politici ragionevoli», e «che siano pro europei».

PiazzaPulita, Alessandro Sallusti sulle spaccature nella Lega: "Ciò che mi risulta su Matteo Salvini". Libero Quotidiano il 24 settembre 2021. Siamo a PiazzaPulita, il programma di Corrado Formigli su La7. Nella puntata di ieri, giovedì 23 settembre, si parla del centrodestra, delle crepe nell'alleanza e delle tensioni che stanno attraversando la Lega in questo ultimo periodo. Ospite in collegamento ecco il direttore di Libero, Alessandro Sallusti, al quale Formigli chiede: "Oggi si vedono ben distinte le due anime della destra: il fattore-sovranismo rischia di diventare discriminatorio per governare. Se tu sei sovranista sei forte all'opposizione ma non puoi governare. È questo lo scenario? In questo caso lo smembramento della destra è inevitabile", rimarca. "Non si può governare nel 2021 col sovranismo tout-court, ma nemmeno le regioni - replica il direttore -. Le differenze di posizioni tra Lega e FdI sono dovute al fatto che la Lega governa la maggiora parte delle regioni del Nord, dunque deve lasciar perdere il sovranismo e risolvere i problemi della gente. E poiché FdI non governa le regioni, può permettersi di fare soltanto opposizione", sottolinea Sallusti. E ancora: "Non è vero che la destra è solo quella roba lì. Ma per quel che riguarda la spaccatura nella Lega, non mi risulta che sia in discussione la leadership di Matteo Salvini, per quanto i governatori siano un po' arrabbiati. Di spaccato c'è il Pd: ha iniziato la legislatura con un partito e ora ce ne sono tre di partiti di sinistra, il Pd, Renzi e Calenda", conclude Alessandro Sallusti.

Fedriga rompe il fronte leghista: «Donato? Qui non c’è spazio per i No Vax». Tensioni e malumori nella Lega dopo l'addio di Francesca Donato, paladina anti green pass. Salvini: «Chi va via lo ringrazio, lo saluto e tanti auguri». Il Dubbio il 21 settembre 2021. Malumori, scontri e idee diverse. In Lega, però, la parola d’ordine, per tutti, è quella di tenere il profilo più basso possibile, non dando nessuna sponda a chi dipinge il partito di Matteo Salvini in guerra. Con i governisti convinti (Giancarlo Giorgetti e i presidenti delle regioni guidate dal Carroccio, a partire dal Veneto di Luca Zaia e dal Friuli di Massimiliano Fedriga), da una parte e i vari Alberto Bagnai, Claudio Borghi, Armando Siri e Roberta Ferrero, da sempre critici sulle misure “restrittive” del governo, sia sul green pass, che sulla vaccinazione per tutti, sul fronte opposto. Senza contare l’addio di Francesca Donato maturato nelle ultime ore. «Il green pass è lo strumento che ci consente di tenere aperto quello che un anno fa veniva chiuso. Significa poter garantire a chi ha attività economiche che non chiuderà e a chi vuole investire che potrà farlo senza problemi. Dobbiamo mandare un messaggio chiaro al Paese, assicurare la certezza che il rispetto delle prescrizioni comporta il beneficio di riacquistare piena libertà», spiega Massimiliano Fedriga, presidente del Friuli Venezia-Giulia. «Dobbiamo convincere i cittadini a vaccinarsi, ma senza condannare chi ha paura altrimenti rischiamo di schiacciarlo verso la parte no vax. Nel primo partito d’Italia è normale che ci siano correnti diverse, ma dentro la Lega non c’è spazio per i no vax”», ha tagliato corto il governatore. Fatto sta che Salvini, dopo aver cercato di mantenere unito il partito, non senza equilibrismi e cambi di parere repentini, deve prender atto della mossa di Donato, eurodeputata e volto noto della Lega, paladina del no al certificato verde, che da oggi non è più nel gruppo. «Non potevo continuare ad ignorare il malessere mio e di tante donne e uomini del partito davanti allo scempio delle scelte liberticide del governo Draghi», ha spiegato. Per lei possibile un prossimo ingresso in Fdi («Meloni è coerente»), oppure in Italexit di Paragone. Minimizza Salvini: «Chi va via lo ringrazio, lo saluto e tanti auguri», dice a Siena, tagliando corto. Retroscena sull’addio di Donato parlano di una trattativa non andata a buon fine. A Strasburgo le era stato chiesto di aspettare il voto delle amministrative prima di fare il passo indietro, evitando di dare agli elettori l’immagine di un partito diviso. Ma lei ha scelto diversamente.  Dura la replica dei vertici leghisti in Ue: «Proseguiamo il nostro lavoro e non diamo adito alle polemiche di chi, dopo aver messo in cattiva luce la Lega per giustificare il suo abbandono, getta discredito sui colleghi. Nel nostro gruppo non c’è spazio per chi agisce in questo modo», scrivono Marco Zanni, presidente del gruppo Ide Marco Campomenosi, capo delegazione Lega. L’addio di Donato, segue di qualche mese quello del collega Vincenzo Sofo, scettico della prima ora sul governo Draghi, che sbatte la porta dopo il voto di fiducia della Lega a Draghi, lo scorso 18 febbraio. In quella occasione anche il deputato Gianluca Vinci, in dissenso dal partito votò contro il nuovo governo. Sia Sofo che Vinci hanno trovato posto in Fdi. Ora l’attenzione è alta sugli altri “frondisti” del partito. I nomi sono quelli della foto di piazza del Popolo, dello scorso 28 luglio, in cui i vari Bagnai, Borghi, Siri, Pillon e Ferrero si sono “mischiati” con il popolo no-vax e no-green pass. Il responsabile economico della Lega, il senatore Bagnai fa sapere di essere al lavoro su altro: «Mi occupo di temi fiscali», scandisce a chi gli chiede del green pass. Silenzio da parte degli altri, che non sembra vogliano affatto voler seguire l’esempio di Donato. A metterlo nero su bianco è la senatrice Ferrero, già al centro delle polemiche per il convegno no-vax del Senato: «Quella della Donato è una scelta legittima, ma io voto Lega da quando avevo18 anni», dice la senatrice torinese, ribadendo che però il leader è «solo Salvini. Punto». Anche sul referendum anti green pass dalle parti di via Bellerio prevale lo scetticismo, nessuno vuole muoversi. «I referendum come i voti di fiducia li lanci quando sei sicuro di vincerli, altrimenti sono solo un boomerang», spiega una fonte beninformata, rivelando il sentiment prevalente, anche tra i più critici con la linea del governo. Intanto alla Camera, al gruppo leghista si attende con impazienza il voto del 3 e 4 ottobre. «Il clima è quello del 2012 – fa sapere una fonte ben informata che preferisce l’anonimato -. Un clima che ricorda la vigilia della “notte delle scope”…», dice ancora ricordando la rivolta contro Bossi, il 10aprile del 2012, a Bergamo, guidata da Maroni.

Gaia Scacciavillani per ilfattoquotidiano.it il 23 settembre 2021. L’avvocato Federico Freni è un uomo baciato dalla fortuna. Ben prima di essere in predicato di sostituire l’ex sottosegretario Claudio Durigon, la cui uscita dal ministero dell’Economia gli era costata il posto nella commissione che dovrà decidere sulle sorti dell’Inpgi. Durigon aveva infatti caldeggiato molto l’incarico per il suo consulente, che è anche professore all’università della Confindustria, la Luiss. Oltre ad essere storico legale della malandata cassa di previdenza dei giornalisti. Poco male per l’avvocato che, in veste di sottosegretario, godrà comunque di un punto di osservazione privilegiato sull’istituto che è sottoposto anche alla vigilanza del Tesoro. E al quale deve non solo una proficua collaborazione professionale iniziata a 34 anni, ma anche il fortunato acquisto di un appartamento di 153 metri quadri in 7,5 vani, con giardino e terrazzo di 142 metri quadrati, oltre a cantina e garage nel lussuoso quartiere romano dei Parioli. Proprietà che nel maggio del 2018 ha pagato all’Inpgi 730mila euro, con uno sconto del 25% sul prezzo di listino, in quanto abitava già da sei anni, da inquilino, nell’appartamento che si trova a due passi dal dipartimento della Luiss School of Government e dal Circolo antico tiro a volo. Una rarità nella rarità, dal momento che il 90% degli affittuari dell’istituto sono giornalisti, che solitamente hanno la precedenza su locazioni e compravendite immobiliari della Cassa. “L’avvocato Freni, nostro amministrativista, era titolare di un contratto di affitto dal lontano 2012. Ha cominciato a collaborare con l’istituto nel 2014 e la causa al Tar l’ha fatta nel 2017”, ha spiegato il direttore dell’Inpgi Mimma Iorio in audizione alla Camera la scorsa estate. “Quella casa dove viveva in affitto credo che l’abbia pagata più di 700mila euro, valore superiore al prezzo di listino del fondo che lo ha messo in vendita, ma con uno sconto del 25%, esattamente come tutti gli inquilini dell’istituto. Non mi risulta che all’avvocato Freni siano stati concessi sconti diversi dagli altri inquilini”, ha precisato la Iorio, visibilmente seccata per la domanda del Senatore Elio Lannutti che, ha lamentato la direttrice, gliel’aveva già posta in una precedente audizione. “Per ripassare un po’ la lezione, cioè l’audizione fatta nel 2019, sono andata a rivedere gli interventi fatti (…), il senatore Lannutti ha fatto esattamente le stesse domande dell’altra volta, speravo di essere stata chiara, ma rispondo ugualmente”, aveva esordito, spiegando che Freni “è entrato in contatto professionale con l’istituto in quanto avvocato amministrativista, è un esperto in materia di codice degli appalti pubblici e quindi ha assistito l’Inpgi per quanto riguarda questa tematica”. In particolare, per una causa da 18 milioni intentata da un gruppo di pensionati per un prelievo forzoso, Freni ha incassato 80mila euro, secondo Iorio che parla di cifra proporzionale al valore della causa stessa che si è svolta tra il 2016 e il 2019, con sentenza del Tar pronunciata nel 2018 a favore dell’Istituto. D’altro canto Freni, il cui nome per il Ministero sarebbe stato fatto da Matteo Salvini, è uomo avvezzo a misurare la sorte, da esperto di giochi quale è, tanto da essere stato consulente in materia per il Tesoro. L’avvocato, riferisce l’AdnKronos che ha anticipato la sua candidatura, “assumerebbe da tecnico l’incarico al ministero dell’Economia, nel curriculum vanta rapporti di lavoro con i palazzi romani, dove siedono i gruppi del Carroccio, gruppi e Commissioni per cui ha prestato consulenze sia alla Camera che al Senato”. Non solo. Freni sarebbe “ben conosciuto anche a Milano dove è attivo nel mondo finanziario”. E al momento è presidente di 4AIM SICAF, che si occupa di investimenti nel mondo delle piccole medie imprese. E di cui l’Inpgi è azionista con il 14,9 per cento. Parabola in continua ascesa, insomma. Lo stesso non si può dire per il suo cliente. L’istituto di previdenza dei giornalisti per uscire dai guai punta ancora ad allargare la platea degli assistiti, includendo grafici e poligrafici, com’è nei desiderata degli editori, ma anche del presidente Marina Macelloni. Quest’ultima nel corso dell’audizione della scorsa estate parlava della mancanza di iscritti come prima causa del collasso dell’istituto. Peccato che i grafici e i poligrafici siano più preoccupati che interessati dall’ipotesi di passare all’Inpgi, come spiega chiaramente una lettera dei sindacati del 15 settembre scorso. Altrettanto non si può dire della folla di giornalisti collaboratori che sarebbero ben felici di passare dalla libera professione a un rapporto subordinato, con conseguente cambio di cassa. Ma nessuno li interpella.

Da liberoquotidiano.it il 2 settembre 2021. Ultimi sprazzi d'estate. Anche per Matteo Salvini e Francesca Verdini. La coppia infatti si è goduta qualche giorno di relax a Forte dei Marmi prima di tornare al lavoro, sempre in prima linea. E direttamente dalla Versilia, pubblicate dal settimanale Oggi, arrivano delle foto molto intime e altrettanto dolci della coppia. Già, paparazzi scatenati e sempre sulle loro tracce. E dunque eccoli, il leader della Lega e la sua compagna, in spiaggia mentre condividono lo stesso lettino. Dove esplode la passione: abbracci, baci e tenerezze. Salvini abbraccia forte Francesca, poi le mani intrecciate, i baci a occhi chiusi. Il tutto, scatto dopo scatto, "documentato" dai paparazzi. Francesca Verdini ha compiuto lo scorso 27 luglio 29 anni: per l'occasione Salvini, 48 anni, le ha organizzato una festa a sorpresa sul litorale di Ostia. Negli ultimi giorni, la coppia si è spostata a Forte dei Marmi. Secondo quanto riporta il rotocalco, Matteo e Francesca si sono presi un mezzo pomeriggio di relax, dalle 15.30 alle 17.30 circa, spiegano indiscreti testimoni. Un paio d'ore di amore e passione travolgente.

Matteo Salvini perde un'altra querela contro l'Espresso. Adriano Botta su L'Espresso il 25 agosto 2021. Il leader della Lega aveva denunciato il giornalista Mauro Munafò per un articolo che analizzava il linguaggio ambiguo dei suoi messaggi in seguito a un omicidio a sfondo razzista. Ma i giudici gli danno torto e confermano la validità del nostro lavoro Ci risiamo. Matteo Salvini fa causa all'Espresso e, come al solito, la perde. Al lungo elenco di iniziative legali avviate dal leader leghista, e miseramente naufragate, oggi se ne aggiunge un'altra. Nel 2016 Mauro Munafò, in un post sul suo blog, commentava gli ambigui messaggi prodotti da Salvini in seguito alla morte di Emmanuel Chidi Namdi, nigeriano di 36 anni ammazzato di botte da Amedeo Mancini, ultrà della Fermana, per aver difeso la sua compagna da alcuni insulti razzisti. Poche ore dopo, come era già sua abitudine su tutti i casi di cronaca, Salvini decise di commentare sui social l'evento condannando il gesto ma addossando anche parte della colpa alla vittima. «Chi uccide, stupra o aggredisce un altro essere umano va punito. Punto. A prescindere dal colore della pelle. Sei bianco, sei nero, sei rosa e ammazzi qualcuno senza motivo? - scriveva Salvini - In galera, la violenza non ha giustificazione. Il ragazzo nigeriano a Fermo non doveva morire, una preghiera per lui. È sempre più evidente che l'immigrazione clandestina fuori controllo, anzi l'invasione organizzata, non porterà nulla di buono. Controlli, limiti, rispetto, regole e pene certe: chiediamo troppo?».

Una uscita che il post di Munafò analizzava nel dettaglio per mostrare i costrutti retorici tipici della comunicazione salviniana, che tanti successi elettorali e social gli hanno garantito. Il titolo del post è quello che più di tutti fece infuriare il leghista: “Per Matteo Salvini se sei nero e ti ammazzano è un po' colpa tua”.

«[Salvini] tira fuori una dichiarazione semplicemente oscena – scriveva Munafò nel 2016 - costruita con una struttura retorica ben nota. Che punta a colpevolizzare in maniera indiretta e subdola la vittima. Prima ti riscalda segnalando che non importa il colore della pelle (bravo), che chi sbaglia deve pagare (giusto). Poi ti spara il classico "ma", in cui ti ricorda che se Emmanuel non fosse venuto in Italia allora sarebbe ancora vivo. Di più, ti appiccica l'etichetta di immigrato clandestino, anzi di invasore, glissando su piccoli dettagli irrilevanti quali la tua storia personale che parla di una fuga da Boko Haram e di figli ammazzati».

Per la cronaca, nel 2017 la vicenda giudiziaria intorno all'omicidio di Namdi si chiude con la condanna di Mancini a quattro anni di domiciliari per omicidio preterintenzionale con l'aggravante razziale.

Salvini decide di querelare il nostro giornale, annunciandolo sui social e alimentando una serie di attacchi anche personali verso il nostro collega. La giustizia fa il suo corso: il pm nel 2020 chiede l'archiviazione ma il leghista si oppone e, nei giorni scorsi, il Gip accogliendo la tesi degli avvocati difensori Paolo Mazzà e Clara Gabrielli conferma e chiude definitivamente la vicenda, dando sostanzialmente ragione all'Espresso.

«La plausibilità logica dei suddetti approcci interpretativi, radicalmente tra loro divergenti per contenuti e finalità di lettura mediatica – si legge nell'ordinanza - discende proprio dall'ambivalenza espressiva del testo del post Fàcebook [di Salvini ndr] e dall'assenza di un inequivoco raccordo logico tra l'espressione di cordoglio, apprezzata dall'indagato come farisaica, ed il messaggio politico. Di tale equivocità lessicale non può certamente rispondere il giornalista', avendo costui non incongruamente interpretato il messaggio e non avendone dolosamente alterato il senso. Da ciò discende che la condotta dell'autore dello scritto censurato deve ritenersi scriminata dalla esimente del legittimo esercizio del diritto di critica, tenuto conto della dimensione pubblica del destinatario (e della maggiore tolleranza accettata con riguardo alla critica investente l'ambito politico), del rispetto del limite della continenza espositiva e della sicura rilevanza mediatica della tematica trattata».

Il leader leghista, impegnato in questi mesi nel sostenere un referendum per migliorare la giustizia italiana, ha insomma per 5 anni ingolfato la stessa con una querela incongrua.

Le strategie comunicative di Salvini negli anni non sono cambiate e questa ordinanza arriva un mese dopo delle sue dichiarazioni dedicate a un altro caso, la morte a Voghera del 39enne marocchino Youns El Boussettaoui in seguito a un colpo di pistola sparato dall'assessore leghista alla sicurezza Massimo Adriatici (al momento ai domiciliari per eccesso colposo di legittima difesa).

Anche in questo caso Salvini prova a scaricare le colpe sulla vittima, segnalando i suoi precedenti penali e assolvendo di fatto il collega di partito. «È stata legittima difesa – ha commentato Matteo Salvini - È partito un colpo che purtroppo ha ucciso un cittadino straniero che, secondo quanto trapela, è già noto in città e alle forze dell'ordine per violenze, aggressioni, addirittura atti osceni in luogo pubblico».

Oggi come nel 2016 per il leghista, insomma, la colpa è sempre un po' di quello che muore.

Gaffe del leader della Lega che chiede "pene doppie per i piromani" mentre invita a firmare i referendum sulla giustizia. Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 12 agosto 2021. È un po’ come presentarsi al festival del cibo vegano con una braciola di maiale in tasca, o indossare la sciarpa della Lazio in curva sud. Ma l’eclettico Matteo Salvini non teme questi contrasti e, come il gatto di Schroedinger, sa essere allo stesso tempo garantista e forcaiolo. È una dialettica tutta sua, riempita da esempi spassosi. L’ultimo in ordine di tempo in Calabria, provincia di Cosenza, dove il leader della Lega ha partecipato a un’iniziativa a favore dei referendum sulla giustizia. Separazione delle carriere, responsabilità civile dei giudici, abolizione della legge Severino, disquisendo di quei quesiti che puntano a restituire un po’ di garanzie democratiche al nostro sistema giudiziario, Salvini a un certo punto è stato sollecitato dai giornalisti che gli hanno chiesto un parere sugli incendi che stanno divorando il sud Italia. Ottenendo un commento di disarmante sincerità: «Voglio vedere questa gente in galera, sono assassini, quindi per i promani non ci deve essere scampo e la Lega propone il raddoppio delle pene per chi distrugge». Forse il “capitano” non si è reso conto del pulpito dal quale parlava o forse è stato colto di sorpresa e a risposto d’istinto, da ruspante giustizialista della prima ora. Con lo Stato di diritto che si applica a geometria variabile: prigione per i migranti clandestini e presunzione di innocenza per gli esponenti della Lega. Insomma il solito garantismo della destra italiana.

L’altolà di Salvini: “Cari Draghi e Cartabia, le carceri non si svuotano…”. Non bastavano le difficoltà sulla riforma del processo penale. Per il leader della Lega ricorrere alle pene alternative equivale a liberare le galere «con un colpo di spugna». Valentina Stella su Il Dubbio il 17 luglio 2021. «Diciamo che ragionare su alcune pene alternative ci sta, ragionare sul rafforzare la formazione professionale e il lavoro ci sta, svuotare le carceri con colpi di spugna no»: il giorno dopo le parole della Ministra della Giustizia Marta Cartabia a Santa Maria Capua Vetere   – «la pena non è solo carcere» – arriva l’altolà di uno degli azionisti di maggioranza del Governo, il leader della Lega Matteo Salvini. Prevedibile reazione da chi per anni ha cercato consenso con slogan quali “buttare la chiave” e “devono marcire in carcere”. Ma qualcosa nella Lega è già cambiata se insieme al Partito Radicale sta promuovendo un quesito referendario per limitare l’abuso della custodia cautelare. Lo ricorda al Dubbio la vicepresidente del Senato e responsabile Giustizia e diritti del Pd, Anna Rossomando: «Il Pd ha chiesto in Senato una commissione d’inchiesta sui fatti di violenza nelle carceri, perché è necessario sapere e conoscere per intervenire. In ogni caso noi ovviamente insistiamo perché venga approvata la riforma dell’ordinamento penitenziario che avevamo fatto partire alla fine della scorsa legislatura e i fatti dimostrano che c’è un assolutamente urgenza da questo punto di vista. Considerato poi che alcune forze che sono in maggioranza hanno improvvisamente scoperto che bisogna avere più garanzie per la custodia cautelare, hanno improvvisamente scoperto che c’è una realtà delle carceri, passando dal “devono marcire in galera” al “ci siamo accorti che succede qualche cosa”, auspichiamo un clima migliore considerato che la riforma dell’ordinamento penitenziario era stata affossata dalla maggioranza gialloverde». È pur vero, sottolinea l’avvocato Riccardo Polidoro, co-responsabile dell’Osservatorio carcere dell’Unione delle Camere Penali, il quale fece parte della Commissione Giostra, che «mancavano solo i decreti attuativi ma il Governo Gentiloni congelò tutto. Ci auguriamo ora che i lavori di riforma sull’ordinamento penitenziario vengano ripresi. Il lavoro è già fatto, è completo. Si tratta solo di rimetterci mano». Lo conferma anche un altro ex membro della Commissione Giostra, Pasquale Bronzo, Professore associato di procedura penale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”: «noi avevamo prodotto non un semplice progetto di idee ma un articolato normativo, che potrebbe essere tirato fuori dal cassetto già da ora». Al momento ci sono gli emendamenti governativi per la riforma del processo penale che vanno nella direzione giusta. Lo ha ribadito anche il sottosegretario alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, a Tgcom24: la riforma Cartabia «sancisce percorsi alternativi al carcere che possono meglio calibrare il rapporto tra pena che punisce e pena che rieduca. L’impegno che abbiamo assunto con il Pnrr è quello di tagliare il 25 per cento dei tempi sul processo penale. Per questo ci serve un fluidificante per le norme di rito, ma un new deal anche per la sanzione, che deve essere resa più efficace e, convintamente, più rieducativa». Infatti se verrà approvato il pacchetto di via Arenula, la novità riguarderà sanzioni che andranno a soppiantare le sanzioni sostitutive delle pene detentive brevi, con contenuti corrispondenti a quelli delle misure alternative alla detenzione, attualmente di competenza del Tribunale di sorveglianza. Le nuove “pene sostitutive” (detenzione domiciliare, semilibertà, lavoro di pubblica utilità e pena pecuniaria) saranno direttamente irrogabili dal giudice della cognizione, entro il limite di quattro anni di pena inflitta. Inoltre si vorrebbe potenziare la messa alla prova: per specifici reati, puniti con pena detentiva non superiore a 6 anni, si prevede che la richiesta di messa alla prova – lavoro di pubblica utilità e partecipazione a percorsi di giustizia riparativa – dell’imputato possa essere proposta anche dal pm. «Tutte queste soluzioni, se approvate – prosegue il professor Bronzo – aiuterebbero a superare la centralità del carcere e risolverebbero anche la scandalosa situazione dei cosiddetti ‘liberi sospesi’, anche se l’impianto complessivo della Commissione Lattanzi è stato un po’ ridimensionato. Quelli che come Salvini dicono ‘non c’è certezza della pena’ si riferiscono sempre al carcere. Ma, come ha detto la Ministra, la Costituzione parla di “pene” al plurale. Trovo in tal senso rivoluzionaria la rivitalizzazione delle pene pecuniarie». Se tutto andasse in porto come previsto non sarebbe comunque sufficiente per una riforma organica del sistema penitenziario, come prospettato dalla Ministra, che prenderebbe anche in considerazione l’immane lavoro della Commissione Giostra. Di quelle 130 pagine il cuore era proprio nelle misure alternative alla detenzione, come ci ricorda il professore Bronzo: «la parte più importante della riforma Giostra che è stata amputata per equilibri politici riguarda proprio le misure alternative. In sintesi noi avevamo proposto di agire su tre direttrici: renderle più accessibili; riempirle di contenuti, di esperienze di rieducazione, per non concepirle solo come de-carcerizzazione; renderle più controllabili e dunque più affidabili quali modalità di espiazione anche per il magistrato di sorveglianza». Vedremo che strada intenderà percorrere la ministra, intanto quella per capire cosa è accaduto il 6 aprile 2020 e nei mesi successivi è già segnata: da fonti di via Arenula, si è appreso infatti che sui fatti di Santa Maria Capua Vetere la ministra della Giustizia Marta Cartabia riferirà sia alla Camera che al Senato mercoledì prossimo, 21 luglio. 

DAGOREPORT il 7 agosto 2021. Salvini, uno e trino. C’è una Lega moderata capitanata da Giorgetti e dai governatori Zaia, Fedriga e Fontana. C’è una Lega ultrà e novax guidata dagli economisti Borghi e Bagnai. Al centro c’è il Truce che ha deciso non solo di abbracciare l’Unione Europea ma di entrare nel Partito Popolare Europeo. A fine settembre, preso un notaio, la Lega firmerà un accordo per la Federazione con Forza Italia che prevede Berlusconi presidente e Salvini segretario. E i fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, anche loro sempre più distanti dal sovranismo di Marine Le Pen e sempre più europeisti? Non è un mistero che il Cavaliere e il Capitano sarebbero ben felici che la Meloni non ne facesse parte e rimanesse a presiedere la destra. E se il partito di “Io sono Giorgia” ha sorpassato la Lega, Salvini si potrà consolare con l’arrivo nella futura Federazione dell’8% di forzaitalioti. Appuntamento a dopo il 3 ottobre, quando le principali città andranno al voto e si potrà fare un’analisi vera della situazione politica anziché gingillarsi con i sondaggi.

Marco Cremonesi per il “Corriere della Sera” il 7 agosto 2021. No vax, liberasceltisti, «non contrari ai vaccini ma». In Lega la questione sta montando, con il gruppo dei variamente ostili all'obbligo vaccinale e al Green Pass che sta cominciando a mettere in difficoltà Matteo Salvini oltre che l'area più istituzionale del partito. A partire dai governatori che l'epidemia sono stati costretti a contrastarla giorno per giorno. Il caso più clamoroso è probabilmente quello dell'economista Claudio Borghi. Dopo essere stato con Armando Siri uno dei più attivi promotori delle manifestazioni anti Green Pass dello scorso 28 luglio, l'altra sera è entrato in rotta di collisione con lo stesso Salvini. Il segretario leghista ha infatti visto il bicchiere mezzo pieno riguardo alle misure approvate dal Consiglio dei ministri di giovedì. Non così Borghi, che ha accolto il decreto come «un'oscenità». Prima di ammettere: «Ho fatto il possibile ma ho perso. Mi scuso con tutti voi». Poco più tardi, un post scriptum: «Ah scusate, a scanso di equivoci, la norma che dovrebbe esentare dal green pass i ristoranti degli alberghi nel decreto non c'è». Spettacolare l'ironia del ministro al Turismo leghista, Massimo Garavaglia: «Perché tutti sanno che non è norma ma una FAQ». Dunque non inclusa nel decreto. Il problema, benissimo presente a Salvini e ai meno barricaderi, è che le sortite social di esponenti noti o meno noti della Lega suscitano un engagement tutt' altro che positivo per il partito. Fuoco amico che colpisce la stessa pagina del segretario leghista con commenti pieni di tuoni, fulmini e grida al tradimento. La tensione è alta in Veneto, dove il deputato Alex Bazzaro se ne è uscito dicendo di non essere vaccinato «per scelta». Suscitando le ire e la richiesta di provvedimenti del capogruppo della lista Zaia, Alberto Villanova. Mentre in Lombardia, l'assessore Guido Guidesi scrive su Facebook: «Mi sono vaccinato per scelta, non per obbligo, l'ho fatto per tutelare me stesso ma anche gli altri, con responsabilità». In Veneto, assai attivo per la manifestazione anti Green pass anche Dimitri Coin. Tra i deputati sostenitori anche il coordinatore della Lega in Sardegna Guido De Martini, l'economista Alberto Bagnai, l'ultra cattolico Simone Pillon, il siciliano Alessandro Pagano, il bresciano Matteo Micheli. E poi le senatrici piemontesi Marzia Casolati e Roberta Ferrero. Dall'europarlamento hanno aderito il capodelegazione Marco Zanni, l'economista Antonio Maria Rinaldi e Francesca Donato. Non molti, forse, su 196 parlamentari. Bazzaro a parte, nessuno di loro si dice no vax, tutti per la libertà di scelta. Ma è una posizione che nella Lega di governo comincia a urticare.

I miserabili. La destra italiana è una barzelletta che non fa ridere. Il leghista Borghi, noto alle cronache per le grottesche enormità su euro e lotta alla pandemia, ora sfotte in modo indecente e disumano sia i disperati sbarcati a Lampedusa sia i siciliani costretti da quelli come lui a rivivere in zona gialla. Christian Rocca il 30 Agosto 2021 su L'Inkiesta. Ci sono Miserabili e miserabili. Ci sono i perseguitati e i derelitti, i profughi e gli ultimi della terra alla ricerca di riscatto e di redenzione, come li raccontava Victor Hugo e come li vediamo all’aeroporto di Kabul e sui barconi dei migranti. E poi c’è Claudio Borghi, la cui epica al massimo può essere materia da talk show di La7 e di Retequattro. Borghi è uno dei più stravaganti prodotti dell’improbabile talent show politico di dilettanti allo sbaraglio Made in Padania, ai cui impresari va riconosciuta la primogenitura merceologica rispetto a quella dei colleghi di bipopulismo grillini. Ho conosciuto per caso il Borghi a una cena di ricconi milanesi cui l’allora ex candidato presidente sconfitto alle regionali toscane annunciava le mirabili e progressive sorti per l’economia che avrebbe generato ai commensali l’uscita dell’Italia dall’euro. I ricconi milanesi, meno baluba degli americani immortalati da Tom Wolfe in Radical chic, non lo hanno coccolato al modo di Lenny Bernstein con le Pantere Nere invitate nel suo attico sulla Fifth Avenue, si sono limitati a compatirlo come si usa fare con i matti del villaggio mentre a mezza bocca hanno spiegato ai vicini di portata che se a un allocco del genere avessero dato una qualche responsabilità di governo certamente avrebbero trasferito bagagli e capitali in sicure zone euro. Borghi è un No Euro e No Vax o No GreenPass, che è la stessa cosa, perché le scemenze non agiscono mai da sole, noto per le sue favolose figure di palta sull’Internet dove si vanta come un personaggio di Carlo Verdone di cantarla chiara a tutti, soprattutto sui temi di cui dice di essere esperto. E più dice di essere esperto, più dice enormità, tra i fragorosi applausi di anonimi bandierini sovranisti e di saltimbanchi vari. A un certo punto, durante il governo più stravagante della storia repubblicana, il Conte uno, Borghi è stato eletto presidente della Commissione Finanze della Camera, un incarico dove Salvini lo ha relegato perché ritenuto meno pericoloso per il paese rispetto a posti più esecutivi cui il mitomane aspirava.  Ma Borghi è dotato di un innato talento per le figuracce, sicché anche da quel ruolo istituzionale periferico le sue insensatezze quotidiane riprese dalle agenzie di stampa hanno fatto danni, parecchi danni, contribuendo ad alzare lo spread dei nostri titoli rispetto a quelli tedeschi a discapito dei risparmi degli italiani che lui voleva ricompensare con mini Bot e altre corbellerie. Cose che a scriverle in una sceneggiatura da commedia all’italiana verrebbero scartate per eccesso di fantasia e di sospensione dell’incredulità. L’asticella Borghi è notoriamente rasoterra, ma ieri l’onorevole è andato oltre commentando su Twitter una foto tragica dei disperati in attesa di sbarco a Lampedusa. Un’immagine di migranti ammassati su un barcone nel mare di Lampedusa può suscitare indignazione e compassione o anche indifferenza e paura, tutto è legittimo e tutto comprensibile, ma la reazione di Borghi appartiene a una sfera politica e morale di disumana indecenza. Borghi ha commentato l’assembramento dei migranti a Lampedusa con un «Mi raccomando, in Sicilia zona gialla quindi non più di quattro al tavolo al ristorante e mascherine all’aperto», con il suo classico spirito di patate che non faceva ridere nemmeno in terza media e legando in un unico tweet la ferocia contro i disperati e il negazionismo sul Covid (avesse aggiunto una battuta delle sue sui mini Bot avrebbe fatto triplete di stronzate, ma – come detto – è incapace anche sulle sue cose). A chi, su Twitter, gli ha fatto notare quanto fosse miserabile per un deputato della Repubblica inveire contro chi ha attraversato prima il deserto e poi il mare per mettersi in salvo e poi sfottere chi, come i siciliani, a partire da oggi è costretto dalla propaganda antiscientifica dei tanti Borghi di questo paese a rimettere la mascherina anche all’aperto a causa della diffusione dei contagi, l’onorevole ha replicato con un perfetto (e sgrammaticato) non sequitur: «Lei grande uomo quanti ne ospiterà a casa sua di questi?», dimostrando ancora una volta di essere stato assente quando a scuola spiegavano i rudimenti di logica. Il dramma della destra è questo: o è neo, ex, post fascista oppure è una barzelletta alla Borghi. Fosse un problema soltanto della destra, non sarebbe così grave. Ma è un guaio per la democrazia italiana.

Claudio Borghi, "ma quale scroccone del tampone?". Pubblica la busta paga e poi cancella tutto: la figuraccia. Libero Quotidiano il 23 settembre 2021. Claudio Borghi non ci sta a passare per "onorevole scroccone". Se è vero, è il suo ragionamento, che per i parlamentari senza green pass i tamponi, sono gratis, c'è anche da dire che gli stessi pagano il fondo di solidarietà e l'assistenza sanitaria integrativa. E pubblica i cedolini. "Scusate, posto che l'argomento mi interessa il giusto, però vedo il solito grillismo trasversale che si indigna perché i tamponi per i parlamentari sarebbero gratis perché a carico del fondo di solidarietà. Il prelievo per alimentare il fondo è 780 euro al mese", scrive il leghista indignato su Twitter. Post che è stato tolto da Borghi in fretta e furia - forse si è vergognato della "indennità parlamentare"? - ma non abbastanza perché passasse inosservato. Tanto che il leghista no green pass è stato quindi costretto a metterci una pezza (che è risultata peggio del buco): "Niente, tolto tweet con cedolino e prelievo fondo di solidarietà perché tanto vedo che il grillismo è così stratificato che non basta mai. Proponiamo che i parlamentari invece che con il fondo di solidarietà paghino i tamponi il doppio e direttamente così tutti contenti...". Inutile ironia. Forse Borghi dovrebbe prendere in considerazione tre cose. Innanzitutto qualsiasi assicurazione sanitaria non copre al cento per cento i tamponi così come altre prestazioni. Di solito c'è un limite massimo di visite, esami, eccetera e un tetto per i rimborsi. Che difficilmente corrispondono al 100 per cento della spesa. Non solo, qualsiasi assicurazione sanitaria ha un peso considerevole sulla busta paga. Non è un problema che riguarda solo i parlamentari. In secondo luogo, la cassa mutua che viene pagata dai parlamentari è di fatto pagata con i nostri soldi. Infine, un'ultima riflessione: conti alla mano, un tampone costa 15 euro. Considerando che i deputati lavorano quattro giorni a settimana, spenderanno circa 120 euro al mese. "Cifra rilevante per chi guadagna 1200 euro, irrisoria per chi, come loro, viaggia attorno ai 15mila netti più benefit", come sottolinea Alessandro Sallusti nel suo editoriale su Libero.  Osservazione che in forma diversa viene rivolta a Borghi dal popolo social: "Si ma Claudio... In proporzione un operaio da 1200 euro al mese e paga Inps regolarmente...non ha gli stessi privilegi no? Con massimo rispetto per le cariche dello stato e i deputati e senatori.... Non puoi fare questo paragone", commenta uno. "Il problema non è certo questo. Il problema è che chi 780 euro li prende di stipendio i tamponi a pagamento non li può proprio fare. Ma anche 1000 o 1500 con famiglia monoreddito. Dica al Capitano di fare un po’ di più. Non è grillismo è tentare di sopravvivere", sottolinea un altro. Ma Borghi non vuole capire. 

Fabrizio Roncone per corriere.it il 6 febbraio 2021. I convertiti della Lega vengono giù per via degli Uffici del Vicario, uno avanti e l’altro dietro. Ogni conversione di solito scatena tormento, dubbio, ansia da martirio. Ma su questi due ha sortito l’effetto del Lexotan, almeno 20 gocce. Rilassati, positivi, di ottimo umore. Dopo aver odiato l’euro e la Bce, aver scritto e detto cose terrificanti sull’Unione Europea, i due economisti adesso camminano in completa letizia verso Mario Draghi. Quello basso (Claudio Borghi): eccolo che arriva davanti alle telecamerine, ai microfoni, il sospiro e lo sguardo di uno che prova fastidio per questi idioti di giornalisti che fanno sempre domande idiote. «Io avrei cambiato idea? In che senso?». Santo cielo: come in che senso? «Draghi è Ronaldo, è un fuoriclasse». Allora c’è uno di noi che si volta e camminando all’indietro dice no, scusate, ragazzi, mi sa che non ho capito: ha detto che Draghi è come Ronaldo? Quello più alto e dall’aspetto elegante (Alberto Bagnai, però poi vedremo cosa nasconde questa sua scorza oxfordiana): «Draghi? Ma io Draghi l’ho sempre stimato». Cala un brevissimo silenzio di stupore, si sentono i passi sui sampietrini. Un giovane cronista prova a dire che beh, forse, veramente. Allora Bagnai diventa arrogante, è proprio così, arrogante e grifagno, gli viene naturale: «Provate a fare un piccolo sforzo visto che sicuramente avete studiato...». La scorsa estate Bagnai è subentrato a Borghi alla guida del «dipartimento economia» della Lega. Salvini, all’epoca, voleva che il partito continuasse ad essere decisamente orientato: e Bagnai, 58 anni e modesto suonatore di clavicembalo ai festival di musica barocca, senatore e docente all’università di Pescara, è noto alla comunità scientifica e politica solo ed esclusivamente per la sua forsennata battaglia contro l’Eurozona. Una pubblicazione di successo: Il tramonto dell’euro, otto anni fa (quindi scarsamente profetica). Poi convegni e interviste. Sempre con tono minacciosetto. Contro chiunque osi criticarlo. Il collega Tommaso Monacelli della Bocconi ci prova. E Bagnai, su Twitter: «Gli facciamo un bel cappottino di abete» (per alludere a una bara). Un’altra volta, soliti toni cimiteriali, sul suo blog: «L’unica Bce buona è quella morta». Su Draghi, all’epoca presidente della Banca europea: «Dice sciocchezze. Non ha alcun titolo per dettare la linea economica di uno Stato sovrano». Poi se la prende con i partigiani dell’Anpi: «Sono pro euro... Da antifascisti a piddini, il passo è breve, per gli amabili vegliardi». Chiarissimo con un autore tivù: «Stampati bene in testa che a me, se non mi invitate più, non me ne frega un beneamato cazzo». Claudio Borghi è meno iracondo, meno volgare. Un furbacchione con la parlantina del furbacchione (in tivù, nei talk, va fortissimo): ex fattorino, ex agente di cambio, ex broker, ex agente della Deutsche Bank, ex docente a contratto di Economia e mercato dell’arte all’Università Cattolica e, per hobby, a sua volta mercante d’arte. La vita gli cambia una notte. Con il cellulare che inizia a vibrare. Voce leggermente impastata. «Ciao, sono Matteo: hai voglia di spiegarmi queste tue strane idee sull’euro?». La mattina dopo, Borghi gli tiene una lezioncina. E gli suggerisce: leggiti il libro che ha scritto il mio amico Bagnai. Salvini comincia a fidarsi di Borghi. E Borghi prova a incassare: si candida con il Carroccio alle Europee del 2014, però non ce la fa. Un anno dopo cerca di diventare governatore della Toscana, ma niente: riperde. Nel 2017 si accontenta del consiglio comunale di Como, però poi eccolo subito, finalmente, sbarcare a Montecitorio con il suo mantra: dobbiamo uscire dall’euro. Che tipi. Economisti sempre con un pensiero buono per il prossimo. Alle 21.10, Borghi twitta: «Sto vedendo Travaglio che sta per avere un travaso di bile. Sempre meglio. #ottoemezzo». Bagnai prova invece a farci il gioco delle tre carte (ma quelli bravi li trovate sulla Roma-Napoli, nell’area di servizio Teano): «Draghi? Io e Draghi veniamo dalla stessa scuola... E non ho mai trovato nulla da obiettare sulle sue scelte e analisi di politica economica». Nemmeno mezzo tentativo per nascondere il trucco. Zero. Vogliono quasi convincerci che la sera s’addormentano con la biografia di Altiero Spinelli sul comodino. Va bene: sono giorni frenetici, complessi, memorabili. La Moleskine è piena di appunti. Draghi incontra Grillo, Conte con un banchetto davanti a Palazzo Chigi, Renzi che non cambia idea da 48 ore, il silenzio di Bettini, Unterberger delle Autonomie che assicura: «Draghi? È più tedesco dei tedeschi» (pensando di fare una battuta divertente). Però, davvero: questa storia dei leghisti convertiti. Che storia. Bagnai e Borghi. Meno male che non vi avevamo mai preso sul serio.

Quando Salvini era "razzista e cafone". Il Capitano era il bersaglio preferito della sinistra per le sue uscite. Massimo Malpica, Lunedì 08/02/2021 su Il Giornale. Ieri insulti, domani alleati nel governo che verrà. Lo scenario che vede il Pd fianco a fianco a Salvini nell'esecutivo guidato da Draghi manda i dem sull'orlo di una crisi di nervi. Difficile spiegare al proprio elettorato, e pure a se stessi, come si può governare insieme all'oggetto di tanti strali e attacchi, visto che Salvini è stato un bersaglio privilegiato del Pd, a tutti i livelli, sia quando era al governo che come leader del Carroccio all'opposizione. Restando solo alla storia recente, basta ricordare gli attacchi sui temi come immigrazione e sicurezza, che sono valsi al segretario leghista epiteti come squadrista, fascista, razzista. Ma ogni tema era terreno di possibile scontro con l'avversario per antonomasia. A giugno 2018, quando Salvini si dice contrario all'obbligatorietà dei 10 vaccini, ecco la senatrice dem Simona Malpezzi ironizzare sullo «sceriffo Salvini» e sul suo «delirante spaghetti western». Quando il leader del Carroccio era al Viminale, ecco Delrio punzecchiarlo perché più che al ministero era in giro per comizi, ricordando che «il problema di Salvini in Europa e al ministero dell'Interno in Italia, è sempre lo stesso: è sempre assente», mentre altri nel Pd lo inseriscono ad honorem tra «i furbetti del cartellino». E Salvini è «cialtrone» e «irrispettoso delle istituzioni» quando lascia il governo ad agosto 2019, secondo la deputata Pd Chiara Gribaudo, che pure su Facebook esulta per la «buona notizia». Così buona che, mesi dopo, il capogruppo al Senato dei dem, Andrea Marcucci, commentando una vecchia foto di Salvini con un estremista di destra, sospira per «i rischi che l'Italia ha corso fino all'agosto scorso». Ci va pesante, sotto Covid, anche il governatore campano Vincenzo De Luca, che dopo le polemiche di Salvini per i festeggiamenti in strada a Napoli dopo la vittoria degli azzurri in Coppa Italia, replica pur non citandolo mai per nome, definendolo un «somaro che ricominciato a ragliare», un «cafone politico» con una forte «propensione allo sciacallaggio e al razzismo» e con «la faccia come il suo fondoschiena peraltro usurato». E se sul sito web del Pd erano frequenti le foto di Salvini contornate da «vergogna», anche il segretario dem Zingaretti non si è tirato indietro. Ipotizzando, ad agosto scorso, che se sotto Covid avessimo avuto al governo il leader leghista e Giorgia Meloni «che ogni giorno attaccano l'Europa e che sul virus hanno gli atteggiamenti negazionisti dei loro amici Bolsonaro e Orban», probabilmente oggi saremmo «con le fosse comuni sulle spiagge». E se i big non ci vanno leggeri, la base pesta anche peggio. Come il vicesegretario Pd di Bareggio, nel milanese, che in un post a giugno scorso bolla Salvini come «suino razzista». O come il gruppo consiliare Pd di Foggia, furioso per il passaggio del sindaco alla Lega, tanto da definire in una nota il primo cittadino «ducetto» e Salvini «razzista». Celebre anche la vicesindaca di Proserpio, provincia di Como, che immortala in video e pubblica su Facebook un battibecco in spiaggia a Milano Marittima tra lei e il «cazzaro verde», apostrofandolo perché «rovina il nome di questa bellissima città». Ultima, l'ex presidente della Camera, Laura Boldrini, che pochi giorni fa ha spiegato su twitter come la pensa. Sì a una «maggioranza ampia e coesa», ma «mai» con la destra sovranista, «come ha detto Zingaretti». E invece, stai a vedere che aveva ragione James Bond: mai dire mai.

Giancarlo Giorgetti, l'uomo dietro la svolta europeista di Matteo Salvini: ecco come lo ha convinto a dire si a Mario Draghi. Libero Quotidiano il 07 febbraio 2021.  Il 16 dicembre Giancarlo Giorgetti, in una intervista al Corriere della Sera, faceva tre considerazioni: il governo Conte cadrà, il centrodestra non è pronto a governare, un governo "con dentro i migliori, guidato dal migliore", che poi sarebbe la descrizione di  Mario Draghi. In pratica il numero due della Lega aveva previsto tutto e proprio per questo motivo stava lavorando ai fianchi Matteo Salvini per fargli accettare l'idea di entrare al governo con cinquestelle (con cui c'era già stato) ma anche con l'odiato Pd. E di non  preoccuparsi di lasciare scoperta l'ala destra a Giorgia Meloni e Fratelli d'Italia. Giorgetti voleva far capire a Salvini che in questo modo si poteva far cambiare l'immagine internazionale della Lega, "e dare a Salvini la credibilità e l'affidabilità che ancora non ha", scrive il Corriere della Sera. Salvini, infatti, dopo aver incontrato Draghi per le consultazioni ha insistito sul fatto che con  SuperMario si può parlare di cantieri, di lavoro, di taglio delle tasse. "Non puoi governare l'Italia se non fai parte delle forze di governo in Europa", gli spiegava da tempo Giorgetti. Il quale ha cercato proprio questo; cercare di far capire i punti politici in contatto che Salvini poteva avere con Draghi. C'è chi sottolinea, per dare un segno a questa svolta liberale di Salvini, che il leader del Carroccio potrebbe guidare nel prossimo giro di consultazioni una delegazione unitaria del centrodestra di governo, con Berlusconi e i popolari, e senza la Meloni: così dimostrerebbe di non avere paura di avere un concorrente a destra. E p0i, ricorda sempre il Corriere, quando Matteo Salvini è stato al governo, titolare del dicastero dell'Interno ha visto raddoppiare i suoi consensi elettorali, portando la Lega a quella che è oggi: il primo partito italiano. Per Salvini potrebbe essere una altra scommessa da vincere.

DAGONEWS l'8 febbraio 2021. Occhiali tondi, barba, panciotto di rigore, un’innata capacità di mediazione ed uno spiccato senso delle istituzioni: sono i segni particolari di Raffaele Volpi, il “gregario” di Giancarlo Giorgetti nell’operazione che ha portato Matteo Salvini ad assicurare il consenso “whatever it takes” della Lega a Mario Draghi per la formazione del nuovo governo. Bresciano, riservato per vocazione e per “ufficio” (è il presidente del Copasir), l’ex sottosegretario alla Difesa nel governo Giallo-Verde è un mediatore nato: un’arte che ha imparato militando in Franciacorta nella corrente di Emilio Colombo della Democrazia Cristiana. Quando per la Lega c’è da mediare e da scegliere, Volpi c’è sempre. “Obelix”, come lo chiamano affettuosamente alcuni giovani deputati della Lega di cui Matteo Salvini gli ha affidato la “formazione istituzionale” non appena eletti alla Camera, ascolta, parla sottovoce, fuma decine di sigarette seduto sulle panchine del Cortile d’Onore di Montecitorio. Sempre un passo indietro a Giancarlo Giorgetti, lui soppesa, valuta, media e parla dentro e fuori il Carroccio. Al fianco del 'capo' Giorgetti, che nel governo del cambiamento giocò da sottosegretario alla Presidenza del Consiglio il ruolo a suo tempo svolto da Gianni Letta, in tutta la partita delle nomine c'è stato lui. Stava al fianco di Giorgetti in tutti i tavoli di maggioranza. A partire da quello, in un afoso sabato di inizio luglio, in cui è stato deciso chi avrebbe dovuto occupare le caselle più importanti nel 'risiko' delle nomine. Davanti a loro, a trattare per il Movimento Cinquestelle c'erano il capo politico Luigi Di Maio, Vincenzo Spadafora e Alfonso Bonafede. Da quel tavolo uscì un impianto di nomine che alla fine è stato sostanzialmente rispettato fino alla fine. Teorico dell'understatement ad ogni costo, Volpi approda alla Lega tanti anni fa, dopo aver imparato la politica nelle file della Democrazia cristiana della Franciacorta. Preciso fino alla maniacalità, talent scout naturale, è stato lui a far muovere i primi passi nel Sud alla Lega. Nella scorsa legislatura in Senato si è 'smazzato' le riforme costituzionali, sempre con un filo diretto aperto con Giorgetti e Matteo Salvini. E sempre un passo indietro rispetto al “Capo”.

Massimo Franco per il "Corriere della Sera" il 9 febbraio 2021. La Lega che a Bruxelles difende Mario Draghi dall' attacco dell' ultradestra tedesca, sua alleata, magari è un episodio minore. Eppure potrebbe suonare come il primo sintomo di un avvitamento del gruppo sovranista: una nebulosa della quale il partito di Matteo Salvini è da almeno due anni, dalla vittoria alle Europee del 2019, la formazione di punta; e che ora, in nome dell' ingresso nella maggioranza guidata dall' ex presidente della Bce, promette di diventarne l' anello debole. La contraddizione esiste da sempre. Molti dei referenti di Salvini rimangono i più ostili agli aiuti all' Italia. Ma in precedenza il Carroccio non voleva vedere i contrasti. La virata successiva alla caduta del governo di Giuseppe Conte, però, ha cambiato lo schema. E il gruppo che appena l' 11 gennaio scorso si era astenuto sul piano anti-crisi europeo, Lega inclusa, bollandolo come rigorista, ora entra in tensione. I ventinove eurodeputati salviniani sono osservati con sospetto da tutti. Se dicessero sì a quel piano eviterebbero l' imbarazzo per la delegazione del Carroccio, attesa oggi per la seconda volta da Draghi. In caso contrario, destabilizzerebbero il gruppo a cui appartengono anche con Marine Le Pen. Si tratta di un passaggio delicato. AfD smentisce la rottura con la Lega. Ma fonti leghiste a Bruxelles fanno sapere che decideranno dopo l' incontro odierno con Draghi. La tensione sottolinea quanto le sponde estremiste del Carroccio aspettino di capire se sia una svolta tattica, o strategica: quella che dovrebbe avvicinarlo al Ppe. La strada è irta di incognite. Ma fa impressione assistere alla polemica con AfD, che ieri ha attaccato Draghi alla Bce «per la spesa senza controlli» di cui «la Germania pagherà il conto». Marco Zanni, leghista e presidente del gruppo Identità e democrazia, gli ha replicato: se Draghi ha difeso «economia lavoro e pace sociale», ha detto Zanni, senza privilegiare interessi nazionali, è «un titolo di merito». Sono scarti che riflettono quello in politica interna, e il tentativo di ridefinire un' identità. È una virata tardiva e in qualche misura obbligata; simile, peraltro, a quella che il Movimento 5 Stelle fece nel 2019 in occasione dell' elezione della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. Ma va registrato lo slittamento di due forze fino a pochi anni fa contrarie all' euro, verso posizioni filoeuropee. Ieri Salvini è arrivato a dire: «Se qualche potere forte dell' Europa aiuta l' Italia a curarsi, evviva». Le prossime mosse faranno capire quanto ci sia di tatticismo e di opportunismo; e quali altri passi dovrà compiere. Una volta preso atto di un cambio di scenario e di fase sul piano internazionale, dall' Europa agli Usa, tornare indietro comporterà un costo alto. La domanda è se il vertice della Lega saprà interpretare un europeismo che non sia solo decorativo e posticcio.

Andrea Ossino per "la Repubblica" il 9 ottobre 2021. Le ombre sull'opaca gestione economica che ruota intorno alla Lega si arricchiscono con una nuova accusa che arriva dalla Capitale e raggiunge il tesoriere del partito di Matteo Salvini, Giulio Centemero, e Andrea Manzoni, ex revisore contabile del partito alla Camera. I magistrati romani adesso contestano anche l'autoriciclaggio, un reato che aggrava la posizione dei due indagati già accusati a Roma di finanziamento illecito. I pm hanno scoperto infatti che i 250 mila euro elargiti in due tranche dal costruttore Luca Parnasi all'associazione "Più Voci", rappresentata da Centemero, sono andati a finire nelle casse di Radio Padania. Un'operazione effettuata attraverso sei bonifici. Con il denaro l'emittente avrebbe pagato due ditte fornitrici e gli stipendi dei lavoratori. Il tutto per ostacolare «il riconoscimento della loro provenienza delittuosa». L'inchiesta nasce da una costola del procedimento sulla costruzione del Nuovo Stadio della Roma ed è già arrivata davanti al giudice per le indagini preliminari (...)

Le due Leghe: affonda la Nord, ricco il partito personale di Salvini. Ettore Livini, Matteo Pucciarelli su La Repubblica l'8 luglio 2021. Quasi un milione di euro di passivo per il vecchio partito di Umberto Bossi. Invece la nuova struttura fa oltre 2 milioni di euro di utili. La vecchia Lega Nord, quella fondata da Umberto Bossi e “per l’indipendenza della Padania”, lasciata con l’acqua alla gola, semi-morente; sarebbe quella che deve restituire alla collettività i famosi 49 milioni di euro. La nuova Lega per Salvini premier, invece, partito gemello – stessa sede legale: via Bellerio a Milano, stesso amministratore, il parlamentare Giulio Centemero – ma formalmente a sé, non deve nulla a nessuno e quindi spende serenamente e macina avanzi di bilancio.

Matteo Salvini, la verità sui conti della Lega: "Quanti soldi versa il gran capo". Sud e Bossi, due grosse grane. Alessandro Gonzato su Libero Quotidiano il 05 luglio 2021. È il gran capo, con 38mila euro versati in un anno, uno dei maggiori finanziatori della "Lega Salvini-premier" i cui conti nel 2020 per quanto ancora solidi hanno subìto un forte ridimensionamento. Colpa della pandemia, del calo dei contributi del 2xmille, dei minori sostegni da parte dei privati, dell'impossibilità di raccogliere fondi tramite i comizi, del costo dei collaboratori, diventato importante. E così mentre le finanze di Fratelli d'Italia crescono (come documentato nel dettaglio da Libero venerdì) e Giorgia Meloni vola nei sondaggi, Matteo Salvini e la Lega che pur molti sondaggisti danno ancora in testa alle preferenze degli italiani (senza mai dimenticare che Salvini ha ereditato un partito al 4%) oltre che alle urne devono buttare un occhio alla cassaforte. La Lega ha chiuso l'esercizio di bilancio 2020 con un avanzo di 480mila 237 euro, praticamente dimezzato rispetto al 2019, quando si era attestato a 903mila 286. La liquidità è calata di circa il 50%: due anni fa in cassa c'erano 3 milioni 162mila, ora un milione 603mila. È diminuito di circa 300mila euro anche il patrimonio netto: Dal 2xmille, dicevamo, la Lega ha ricevuto 2 milioni 327mila euro, quasi 700mila in meno rispetto al 2019. Enti e aziende hanno versato 20mila euro in meno. Se poi nel 2019 il partito di Salvini aveva incassato quasi 143mila euro dalle attività editoriali, 12 mesi dopo la somma è scesa a 61mila 500, meno della metà. Ma è la voce "stipendi personale collaboratore" quella che ha inciso di più: da zero è salita a 546mila 279 euro. Tra le spese maggiori ci sono poi i 600mila euro destinati alle associazioni regionali, a cominciare da quelle del Sud. La "Lega Salvini-premier" ha dichiarato proventi per 8 milioni 311mila euro: nel 2019 erano 9 milioni 734mila, il quadruplo del 2018, e quindi la cifra attuale è comunque nettamente superiore a quella di due anni fa. L'entrata maggiore è quella relativa al tesseramento (5 milioni 680 mila), in leggero calo rispetto al 2019 ma di gran lunga superiore ai 65mila euro del 2018. È soprattutto grazie ai versamenti dei parlamentari (come evidenziato nel pezzo sotto), 5 milioni 700mila euro la somma totale, che nelle casse della Lega salviniana confluisce denaro fresco, vitale tanto per le iniziative sul territorio quanto per l'organizzazione del partito. E le donazioni, molto importanti per la nuova Lega, sono fondamentali per quella bossiana, la "Lega Nord per l'indipendenza della Padania", che esiste ancora nonostante la svolta nazionale di Salvini e che stando a fonti di via Bellerio non ha nessuna intenzione di chiudere, anche se l'agenzia di stampa AdnKronos - la quale ha riportato la relazione della società di revisione Audital - scrive che i padani sarebbero sul punto di ammainare la bandiera col Sole delle Alpi. Il vecchio partito fondato dal Senatur, e da dicembre 2019 guidato dal deputato Igor Lezzi, ha chiuso l'ultimo bilancio con avanzo di 126mila euro. La Lega Nord ha dichiarato 492mila euro di liquidità tra depositi bancarie postali (nel 2019 erano 521 mila), un terzo della nuova Lega.

LA CONDANNA - Di seguito parte della relazione della società di revisione: «Siamo giunti a una conclusione sull'appropriatezza dell'utilizzo da parte del tesoriere del presupposto della continuità aziendale e, in base agli elementi probativi acquisiti, sull'eventuale esistenza di una incertezza significativa riguardo eventi o circostanze che possono far sorgere dubbi significativi sulla capacità del movimento politico Lega Nord per l'indipendenza della Padania di continuare a operare come un'entità in funzionamento». Ovviamente pesano i quasi 19 milioni di euro riconducibili al debito contratto con lo Stato, dopo la condanna da parte del tribunale di Genova, per la vicenda dei 49 milioni di rimborsi elettorali percepiti durante vecchia gestione del parito, fino al 2010. Ma di riporre lo spadone di Alberto da Giussano i vecchi leghisti non ci pensano neppure, e non solo per questioni tecniche. Il Nord quantomeno vuole tenere vivo il ricordo. Anche se in molti, basta parlarci, il sacro fuoco delle vecchie battaglie in realtà non s' è mai spento.

Matteo Salvini, la verità sui conti della Lega: "Quanti soldi versa il gran capo". Sud e Bossi, due grosse grane. Alessandro Gonzato su Libero Quotidiano il 05 luglio 2021. È il gran capo, con 38mila euro versati in un anno, uno dei maggiori finanziatori della "Lega Salvini-premier" i cui conti nel 2020 per quanto ancora solidi hanno subìto un forte ridimensionamento. Colpa della pandemia, del calo dei contributi del 2xmille, dei minori sostegni da parte dei privati, dell'impossibilità di raccogliere fondi tramite i comizi, del costo dei collaboratori, diventato importante. E così mentre le finanze di Fratelli d'Italia crescono (come documentato nel dettaglio da Libero venerdì) e Giorgia Meloni vola nei sondaggi, Matteo Salvini e la Lega che pur molti sondaggisti danno ancora in testa alle preferenze degli italiani (senza mai dimenticare che Salvini ha ereditato un partito al 4%) oltre che alle urne devono buttare un occhio alla cassaforte. La Lega ha chiuso l'esercizio di bilancio 2020 con un avanzo di 480mila 237 euro, praticamente dimezzato rispetto al 2019, quando si era attestato a 903mila 286. La liquidità è calata di circa il 50%: due anni fa in cassa c'erano 3 milioni 162mila, ora un milione 603mila. È diminuito di circa 300mila euro anche il patrimonio netto: Dal 2xmille, dicevamo, la Lega ha ricevuto 2 milioni 327mila euro, quasi 700mila in meno rispetto al 2019. Enti e aziende hanno versato 20mila euro in meno. Se poi nel 2019 il partito di Salvini aveva incassato quasi 143mila euro dalle attività editoriali, 12 mesi dopo la somma è scesa a 61mila 500, meno della metà. Ma è la voce "stipendi personale collaboratore" quella che ha inciso di più: da zero è salita a 546mila 279 euro. Tra le spese maggiori ci sono poi i 600mila euro destinati alle associazioni regionali, a cominciare da quelle del Sud. La "Lega Salvini-premier" ha dichiarato proventi per 8 milioni 311mila euro: nel 2019 erano 9 milioni 734mila, il quadruplo del 2018, e quindi la cifra attuale è comunque nettamente superiore a quella di due anni fa. L'entrata maggiore è quella relativa al tesseramento (5 milioni 680 mila), in leggero calo rispetto al 2019 ma di gran lunga superiore ai 65mila euro del 2018. È soprattutto grazie ai versamenti dei parlamentari (come evidenziato nel pezzo sotto), 5 milioni 700mila euro la somma totale, che nelle casse della Lega salviniana confluisce denaro fresco, vitale tanto per le iniziative sul territorio quanto per l'organizzazione del partito. E le donazioni, molto importanti per la nuova Lega, sono fondamentali per quella bossiana, la "Lega Nord per l'indipendenza della Padania", che esiste ancora nonostante la svolta nazionale di Salvini e che stando a fonti di via Bellerio non ha nessuna intenzione di chiudere, anche se l'agenzia di stampa AdnKronos - la quale ha riportato la relazione della società di revisione Audital - scrive che i padani sarebbero sul punto di ammainare la bandiera col Sole delle Alpi. Il vecchio partito fondato dal Senatur, e da dicembre 2019 guidato dal deputato Igor Lezzi, ha chiuso l'ultimo bilancio con avanzo di 126mila euro. La Lega Nord ha dichiarato 492mila euro di liquidità tra depositi bancarie postali (nel 2019 erano 521 mila), un terzo della nuova Lega.

LA CONDANNA - Di seguito parte della relazione della società di revisione: «Siamo giunti a una conclusione sull'appropriatezza dell'utilizzo da parte del tesoriere del presupposto della continuità aziendale e, in base agli elementi probativi acquisiti, sull'eventuale esistenza di una incertezza significativa riguardo eventi o circostanze che possono far sorgere dubbi significativi sulla capacità del movimento politico Lega Nord per l'indipendenza della Padania di continuare a operare come un'entità in funzionamento». Ovviamente pesano i quasi 19 milioni di euro riconducibili al debito contratto con lo Stato, dopo la condanna da parte del tribunale di Genova, per la vicenda dei 49 milioni di rimborsi elettorali percepiti durante vecchia gestione del parito, fino al 2010. Ma di riporre lo spadone di Alberto da Giussano i vecchi leghisti non ci pensano neppure, e non solo per questioni tecniche. Il Nord quantomeno vuole tenere vivo il ricordo. Anche se in molti, basta parlarci, il sacro fuoco delle vecchie battaglie in realtà non s' è mai spento.

Massimo Malpica per "il Giornale" il 27 maggio 2021. Di quel caldissimo 2019 per Salvini, che da ministro dell'Interno del governo gialloverde si vide bersagliato dalle procure di mezza Italia, non resta ormai quasi più nulla. Il polverone mediatico e politico che accompagnava le magagne giudiziarie del leader del Carroccio sembra essersi dissolto, via via che procure e giudici mandano in soffitta i fascicoli che lo riguardavano. È di ieri la notizia che pure i pm romani non abbiano ravvisato abusi nell'uso dei voli di Stato da parte di Salvini quando era titolare del Viminale. Secondo un'inchiesta di Repubblica, alcuni di quei voli erano stati motivati dalla necessità dell'esponente leghista di fare campagna elettorale. Ma ora la procura di Roma sostiene che i costi di quei voli «non appaiono essere palesemente superiori a quelli che l'amministrazione dell'Interno avrebbe sostenuto per il legittimo utilizzo di voli di linea da parte del ministro e di tutto il personale trasportato al suo seguito», e aggiunge che sono stati rispettati «i criteri di economicità, celerità di spostamento e di impiego razionale delle risorse» in quei voli, effettuati tra l'altro sempre «nell'esercizio delle proprie funzioni di ministro dell'Interno», dunque correttamente secondo i protocolli di sicurezza previsti. Insomma, nessun abuso, e le disposizioni di legge sui voli di Stato insieme all'elenco degli impegni istituzionali di Salvini in occasione di quei voli lo hanno dimostrato al di là di ogni dubbio. Capitolo chiuso, insomma, e come detto non è il primo. Anche le accuse di sequestro di persona e abuso d'ufficio per il caso Gregoretti sono andate in archivio una decina di giorni fa, su richiesta la seconda, a differenza della prima accolta della stessa procura di Catania, che ha scritto la parola fine su una delle grandi contestazioni a Salvini di quel 2019, arrivata fino alla sfilata di esponenti del Conte I per poi inabissarsi definitivamente per l'inconsistenza delle accuse confermata dalle prime testimonianze, con la sentenza di non luogo a procedere del gup catanese Nunzio Sarpietro. A inizio mese era finita in archivio anche la storia del figlio di Salvini sulla moto d'acqua in Romagna e dei tre poliziotti che avevano impedito a un reporter di filmare la scena, come non si è andati da nessuna parte pure con l'accusa di istigazione a delinquere contro la comandante della nave Sea Watch 3, Carola Rackete, definita «zecca» e «sbruffoncella» dal leader leghista, che però ha visto l'accusa per Salvini di aver aizzato gli animi contro di lei archiviata dal gip di Milano. E i pm avevano richiesto l'archiviazione anche per la «celebre» citofonata in diretta tv a una famiglia di tunisini al Pilastro, a Bologna, per chiedere all'inquilino che aveva risposto se fosse «uno spacciatore». Per i pm bolognesi quell'episodio era gennaio del 2020 - è stato solo esercizio del diritto «di critica e di cronaca», anche perché, tempo dopo, durante una retata per droga quella coppia era stata in effetti arrestata per spaccio. Insomma i fiumi di inchiostro, le dichiarazioni indignate del centrosinistra allora all'opposizione, le campagne di stampa e le polemiche infinite hanno partorito il solito topolino, stando almeno alla conclusione delle indagini fino a questo momento. Restano in piedi i procedimenti per diffamazione contro la Rackete e soprattutto il processo per sequestro di persona per il caso Open Arms, che si aprirà il prossimo 15 settembre. Ma i precedenti possono indurre Salvini, tornato nel frattempo al governo, a un cauto ottimismo.

Imprenditori, sondaggisti e guai nel partito: com’è cambiato (per non fallire) Matteo Salvini. Carlo Tecce su L'Espresso il 12 maggio 2021. Il capo ha paura di perdere il controllo nella Lega e consenso nel centrodestra, così si affida a un nuovo cerchio magico. Ecco chi ne fa parte. Matteo Salvini ha paura. Appena si veste da morigerata maggioranza e non da sbraitante opposizione, non si riconosce più. Detta così fa più spavento di “A sangue freddo” di Truman Capote: «Il villaggio di Holcomb sta sulle alte pianure di frumento del Kansas occidentale, un’area solitaria che gli altri abitanti del Kansas chiamano laggiù». Quando Salvini ha paura telefona a Enzo Risso, il direttore scientifico di Ipsos, la multinazionale dei sondaggi che in televisione ha il volto rassicurante del presidente Nando Pagnoncelli. Il dottor Risso illustra a Salvini gli scenari captati da Ipsos, le tendenze, i distacchi, le previsioni. Pazienza, Salvini, porti pazienza: il gradimento per il governo di Mario Draghi è simile fra gli elettori di centrodestra. Però Salvini ha paura. Ha paura dei consensi di Giorgia Meloni. Ha paura del sorpasso di Fratelli d’Italia. Ha paura di perdere il controllo della Lega. Quando ha paura alza la marcatura su Fratelli d’Italia, fa un tuffo liberatorio con le opposizioni e poi torna su in maggioranza ancora inebriato. Il premier l’ha capito: oscillare fa scricchiolare un governo di solide intenzioni. O ci state o non ci state. Il professor Draghi, un paio di settimana fa, nell’ufficio di Palazzo Chigi ha accolto la delegazione leghista con un severo rimbrotto. Era successo che, durante una mozione su Borsa Italia e la vendita a Euronext, i deputati del Carroccio avevano firmato il documento di maggioranza e poi avevano votato pure il documento di opposizione di Fdi con il tattico avallo del forzista Sestino Giacomoni. Draghi ha citato alla delegazione leghista l’episodio di Borsa Italia per descrivere una loro contraddizione, ma la stessa delegazione leghista era un condensato di contraddizioni annoverando al suo interno i capigruppo di Camera e Senato, il ministro moderato Giancarlo Giorgetti, il viceministro sindacalista di destra Claudio Durigon, il reggente del dipartimento economico Alberto Bagnai, noto per le sue posizioni contro l’euro. Salvini e l’altra Lega, quella che non tollera i proclami di piazza, le sbandate sovraniste, le amicizie opinabili, convivono per reciproca convenienza. Salvini ha i suoi, però, che sono sempre più ostili agli altri. Andrea Paganella è il suo principale collaboratore. Paganella ha plasmato la macchina della propaganda leghista assieme a Luca Morisi. Gli amici che hanno inventato la cosiddetta “bestia” per i social, che poi era Sistema Intranet, una società in nome collettivo (snc) di Mantova. Adesso Paganella ha un contratto col gruppo di Palazzo Madama perché segue il senatore Salvini e presto ne otterrà un secondo col partito perché segue il segretario Salvini. Lo segue ovunque e, soprattutto, gli tiene l’agenda. Un tempo era un compito organizzativo. Oggi è un potere che dà fastidio e Paganella lo esercita con scarsa parsimonia. Il 29 marzo Salvini ha annunciato per il primo aprile una trasferta a Budapest per un incontro con gli ideologi della moderna estrema destra in Europa, il premier ungherese Viktor Orbàn e il premier polacco Mateusz Morawiecki. Paganella lo sapeva, come lo sapevano i fedelissimi che hanno partecipato al viaggio, il parlamentare europeo Marco Zanni e il responsabile esteri Lorenzo Fontana. L’altra Lega non lo sapeva. E contestualmente i tedeschi della Cdu/Csu, il partito di Angela Merkel, hanno annullato l’imminente vertice di Monaco di Baviera con i leghisti capeggiati da Giorgetti. Non sono dettagli. Si intuisce che la Lega ha due visioni che significa avere due soluzioni per il futuro: destra europea di tradizione e di comando come quella del partito popolare oppure destra sovranista con i leghisti capofila. Già accade col gruppo Identità e Democrazia a Bruxelles gestito da Zanni. In politica estera Salvini sbanda spesso. Non s’è mai compreso se per strategia o ingenuità. Ha abbracciato la causa russa di Vladimir Putin che gli vale la scomunica imperitura degli americani e poi di recente ha ferito lo zar di Mosca inneggiando alla libertà di espressione in difesa di Aleksej Navalnyj nel mentre disegna l’Europa con l’autoritario Orban, non proprio un campione di tolleranza. La più lunga conversione l’ha affrontata col Qatar della famiglia Al Thani e ancora non se n’è pentito. Nel 2017 il Qatar «finanziava e fomentava il terrorismo», nel 2018 ci andò in missione da ministro dell’Interno, nel 2020 la Lega si è astenuta sul patto di amicizia con l’Italia ispirato da Italia Viva e contestato da Fratelli d’Italia e nel 2021 si è rallegrato per la distensione dei rapporti fra Doha e gli odiati vicini della penisola del Golfo. Il Qatar è diventato un riferimento internazionale di Salvini. Con l’amministrazione di Donald Trump aveva recuperato attraverso la mediazione di Giorgetti e le costanti intemerate contro la Cina, ma con Joe Biden non ha spazio né modo per clamorosi recuperi. In Europa Salvini rimane ai margini e sempre in cima alla lista degli inaffidabili, un marchio indelebile che gli impedisce, e ne è lucidamente consapevole, di ambire a cariche istituzionali di prestigio. Non ci rimugina. Quello che non sopporta, invece, è perdere aderenza con gli elettori, la gente, la folla, le case. Meloni è la sua ossessione. Fratelli d’Italia il suo tormento: lo provocano come per la sfiducia al ministro Roberto Speranza, lo incalzano nei territori arruolando ex consigliere leghisti, lo sfidano con un atteggiamento compiacente per Draghi. Insomma: lo snervano. Fuori dai patri confini lo giudicano con disprezzo: non è importante, lo accetta. Dentro Salvini ha bisogno di essere osannato: è essenziale. Per rivendicare dentro la buona reputazione che fuori gli negano, si è messo a nutrire relazioni. Spesso si confronta con gli imprenditori che sostengono e frequentano la onlus brianzola Cancro primo aiuto. Lì ha tratto spunto per chiedere, per esempio, di aprire i centri commerciali anche il sabato e la domenica. E dopo che si è irrobustita l’amicizia con Alessandro Varisco, già amministratore delegato di Moschino passato a Twin-set, ha convocato una conferenza stampa al Senato per proporre stanziamenti alle imprese della moda che tutelano «una eccellenza italiana dimenticata». Non ha approfondito mai le dinamiche che portano alle nomine di Stato, ma ha custodito i contatti con alcuni dirigenti di Eni, con Fabrizio Palermo di Cassa depositi e prestiti e con Marco Alverà del gruppo Snam. Risso di Ipsos gli ha spiegato che deve presidiare il tema del lavoro che dopo la pandemia diventerà il tema dei senza lavoro e non logorarsi nel timore di farsi travolgere da Fdi. Salvini deve insidiare le certezze del Pd di Enrico Letta e contendergli la paternità del governo Draghi. In questo momento di ricostruzione sanitaria, economica e sociale, la Lega non può permettersi di intralciare l’azione del governo, semmai deve ampliarla, cioè spronare Draghi a fare una cosa in più, a prolungare di un’ora il coprifuoco serale, mai una cosa in meno. Salvini se lo ripete ogni giorno scrutandosi allo specchio, ma se la Meloni strappa un like in più impazzisce e ribalta il governo, il partito e pure lo specchio. Questo è il prologo alle elezioni amministrative di ottobre. Salvini è concentrato sulle liste da compilare e le spartizioni fra gli alleati. Le urne sono fondamentali per sancire la guida della coalizione di centrodestra e di conseguenza quella di Salvini. L’altra Lega, quella che a volte lo subisce o almeno finge con molta professionalità, gli sarà fedele finché garantisce i risultati eccezionali che ha raccolto nell’ultimo lustro. Deve vincere da Salvini senza essere troppo Salvini. Per questo ha paura. Di se stesso.

Gli affari segreti in Serbia di Marco Zanni, l’uomo di Matteo Salvini. Il leghista è il capo del gruppo dei sovranisti al Parlamento europeo e membro della delegazione che tratta con il governo serbo il suo ingresso nell’Ue. Ma all’insaputa di Bruxelles è anche imprenditore a Belgrado attraverso una società estone. Vittorio Malagutti e Carlo Tecce su L'Espresso il 7 maggio 2021. Il leghista Marco Zanni, capo del gruppo dei sovranisti di Identità e Democrazia al Parlamento europeo e sensale di Matteo Salvini presso i governi di estrema destra, ha già lasciato parecchi ricordi di sé in Europa. Una volta si scusò con gli italiani di CasaPound e i greci di Alba Dorata perché i colleghi onorevoli di sinistra non furono ospitali quando visitarono Bruxelles per declamare la morte della moneta unica. Un’altra volta si beccò il rimprovero di Jean Claude Juncker perché si rifiutò di alzarsi in piedi nel giorno del suo congedo da commissario. Un’altra ancora subì, con iniezione monodose e con sguardo corrucciato, una lezione di economia da Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea. Quello che invece Zanni non ha lasciato in Europa, nel rispetto della trasparenza, sono le dichiarazioni dei suoi affari in Serbia. Eppure l’agognato ingresso di Belgrado in Europa è un argomento costante nelle sue esternazioni, assai apprezzate dai politici e dai giornali balcanici. Anche perché, fin dal primo mandato a Bruxelles, il 36enne Zanni fa parte della «delegazione al comitato parlamentare di stabilizzazione e di associazione tra l’Unione europea e la Serbia». La folgorazione per la Serbia fu immediata. Già nel settembre 2017, il bergamasco di Lovere, appena fuoriuscito dai 5 Stelle per aggregarsi alla Lega, guidava un gruppo di imprenditori lombardi nella florida provincia della Vojvodina per incitarli a investire nel mercato libero di un Paese candidato a entrare in Europa e però ben saldo nelle sue tradizioni e influenze russe. Il primo a provarci fu lo stesso Zanni nel febbraio 2018 quando aprì a Belgrado con la famiglia e alcuni amici bergamaschi la società Only the brave, solo i coraggiosi, proprio mentre stava per rendere ufficiale il suo approdo nella Lega di Matteo Salvini, più affine ai suoi ideali politici e alle sue visioni europee. Per arrivare a Belgrado, però, Zanni &Co. hanno fatto un giro largo che parte da una strada di campagna di Viimsi, villaggio al nord di Tallin, la capitale dell’Estonia, avamposto dell’Unione europea che confina con la Russia. L’Estonia ha il vantaggio di essere al contempo europea ed esotica, futurista e flessibile. Nei primi mesi del 2018, dunque, la famiglia Zanni e gli amici di Lovere e della vicina Sovere vanno in Estonia a costituire la Leviathan Holding, evidente omaggio al Leviatano, non sappiamo se nella versione della figura classica della Bibbia o della rilettura di Hobbes. Gli azionisti di Leviathan sono tre società estoni dietro cui c’è la comitiva bergamasca. La famiglia Zanni partecipa a Leviathan con la società Zx3 Investiment. È questa l’unica sigla che, senza altri riferimenti, compare nei documenti che il parlamentare europeo leghista ha depositato a Bruxelles nel luglio 2019. Zx3 sta per Zanni per tre poiché dentro ci sono Marco Zanni e i parenti Paolo e Michele. L’amministratore di Leviathan è Kaja Manniko, una signora estone che in Italia è referente di un’azienda che fabbrica casette in legno e che risiede in una zona rurale sul mar Baltico dove sono domiciliate diverse società di italiani. Leviathan non produce nulla e, si legge nella relazione finanziaria, «svolge una attività di servizi di tecnologia dell’informazione, incluso mining di criptovalute e gestione di server». Dal medesimo atto si evince che Leviathan ha una filiale in Serbia e che si chiama Only the brave. Questa società di Belgrado è stata fondata negli stessi giorni in cui in Estonia, a duemila chilometri di distanza, Zanni con amici e parenti creava la Leviathan. Only the brave opera nel settore dell’informatica, per la precisione dei data center, i suoi soldi transitano su tre conti di Banca Intesa di Belgrado ed è amministrata da Silvano Zanni, il papà di Marco. Nessuno degli azionisti di Only the brave, nessuno nella controllante estone Leviathan, né tantomeno Silvano Zanni, ha particolari competenze nell’informatica, però l’esordio in Serbia è stato eccezionale: il bilancio del 2018, con scarsi nove mesi di lavoro, ha registrato ricavi per mezzo milione di euro con un utile di una decina di migliaia di euro. Un indubbio successo per degli imprenditori che non hanno trascorsi in Serbia e per una azienda a cui non risultano intestate strutture adeguate alle macchine dei data center. Nel 2019 viene confermato l’utile, però i ricavi si dimezzano. I dati del 2020 non sono ancora pubblicati, ma è stato un anno di grosse trasformazioni. La famiglia Zanni ha liquidato la Zx3 perché si è fusa in Leviathan con le altre due società estoni degli amici di Marco. Il parlamentare europeo fa sapere che questo procedimento prelude a una ritirata: «Il gruppo è una iniziativa di start-up nel settore della blockchain. Only the brave svolge quasi esclusivamente servizi per la capogruppo, il resto sono piccoli clienti privati che necessitano di potenza computazionale. Il gruppo non intrattiene rapporti di fornitura o vendita con soggetti pubblici. Dalla fine dello scorso anno l’iniziativa è in via di smantellamento e i soci stanno procedendo alla chiusura delle società del gruppo, operazione che dovrebbe terminare entro l’estate». Secondo il registro delle imprese estoni aggiornato a questi giorni, il processo che ha condotto alla nuova Leviathan si è concluso a novembre del 2020 con l’approvazione in assemblea dello statuto e adesso Zanni, in forma individuale e non più con il veicolo Zx3, ne è l’azionista principale. Lo scorso ottobre, assieme agli italiani Antonio Maria Rinaldi, Francesca Donato e Valentino Grant, con una interrogazione parlamentare a Fabio Panetta della Bce, Zanni chiedeva se per l’euro digitale si intendesse utilizzare il sistema di blockchain che ha «dimostrato di essere inviolabile e robusto, ma rintracciabile solo nei confronti delle parti contraenti». In fondo, parlava anche per esperienza personale. Gli altri componenti di Leviathan hanno raccontato all’Espresso che l’avventura in Serbia fu studiata per comodità geografica, per convenienza dei prezzi come la corrente elettrica, per l’ipotesi di un’adesione di Belgrado all’Ue. L’impresa va attribuita a Zanni, lo stesso che da parlamentare europeo, capo di un gruppo di 72 membri che vanno dai nazionalisti francesi di Marine Le Pen al movimento tedesco contro gli immigrati di Alternativa per la Germania, negozia con i serbi il loro sbarco nell’Europa unita. Allora ha diverse ragioni Zanni, come è successo, per contestare il critico rapporto sui serbi del Parlamento europeo. La passione per Belgrado ha travolto anche il capo Salvini che, appena un mese fa, mentre Bruxelles esprimeva le sue perplessità, si è detto pronto a dare il suo benvenuto alla Serbia nell’Ue. Era il 31 marzo. Il giorno dopo, accompagnato proprio da Zanni, Salvini è andato a Budapest a disegnare la sua Europa con il premier ungherese Viktor Orbàn e il premier polacco Mateusz Morawiecki, due esempi di governi autoritari, reazionari e dunque allergici ai diritti civili, comunque appartenenti all’Ue. Zanni viene considerato un leghista da sempre e gli viene perdonata l’origine nei 5 Stelle. I suoi modi decisi e le sue idee marcate, ben radicate nel sovranismo, hanno convinto Salvini a consegnargli il raccordo delle relazioni in Europa. Zanni è fedele all’immagine di Salvini prima che si scoprisse estimatore di Draghi. Formano una coppia politica dalle buone premesse. Chissà cos’altro hanno. In serbo.

Matteo Salvini, professione imputato. Iniziò nel ‘99, con un uovo a D’Alema. Prima del blocco delle navi, l’ex ministro dell’Interno e leader della Lega ha collezionato una lunga serie di processi: accusato di vilipendio per due volte, di sequestro di persona e abuso d’ufficio, diffamazione e incitazione all’odio. «Io non mollo mai». Marco Cremonesi su Il Corriere della Sera il 5 aprile 2021. Tutto incomincia molto tempo fa. Era il 1999, Matteo Salvini allora aveva 26 anni. Giovane, ma non proprio un ragazzino. Questo non gli impedì di lanciare uova in direzione di Massimo D’Alema durante un appuntamento pubblico dell’allora premier. D’Alema pare non se la sia legata al dito: Non mi colp…. Ma quella fu la prima condanna del leader leghista: 30 giorni, con la condizionale, per oltraggio a pubblico ufficiale. Lo stesso Salvini non lo avrebbe immaginato, ma la lontana condanna fu una sorta di prequel di quanto sarebbe accaduto dopo, ai giorni nostri, quando una parte non marginale del suo tempo deve essere impiegata nelle aule di tribunale.

La nemesi. Ultima volta, sabato scorso: a Palermo il procuratore Francesco Lo Voi ha chiesto di mandare a processo Salvini per i fatti della nave Open arms. Lo scorso dicembre, addirittura, avrebbe dovuto partecipare a due procedimenti diversi nello stesso giorno: a Catania per l’udienza preliminare del processo Gregoretti, a Palermo appunto per Open arms. Per tornare alla faccenda delle uova, in quel caso oltre alla sentenza, arrivò anche una nemesi storica. Perchè a partire dal 2015 i comizi di Matteo Salvini cominciarono a essere bersagliati da pesanti contestazioni, molto spesso violente, da parte dei militanti dei centri sociali: in effetti, in alcuni di quegli episodi, il lancio di uova fu tutto sommato il meno.

IL CANTO ULTRA' CONTRO I NAPOLETANI GLI COSTATO MOLTO: UNA DENUNCIA, L’ESBORSO DI 5.700 EURO E L’ANTIPATIA DEI CAMPANI. Salvini in qualche caso dovette rinunciare al comizio e allontanarsi per evitare che la situazione diventasse incontrollabile. E cos, se la prese duramente con il suo predecessore al Viminale Angelino Alfano e anche con il premier Renzi. Che deve esserselo ricordato. Difatti, fu proprio l’altro Matteo colui che non consentì all’antica vicenda delle uova di evaporare dalla memoria.

Solidarietà all’atleta Daisy Osakue. Quando Salvini diede dei cretini a coloro che avevano lanciato uova contro l’atleta Daisy Osakue, Renzi non se la tenne: Condivido la definizione. Sapete per cosa stato condannato nel 1999 Matteo Salvini? Lancio di uova. Come si autodefinisce allora il nostro ministro dell’Interno?. Ben prima delle vicende legate al governo gialloverde arriva l’episodio che in Salvini probabilmente causa i maggiori rimpianti, quello che ha reso molto pi difficile il suo cammino verso il partito nazionale e non pi nordista. Al raduno di Pontida del 2009, pochi giorni dopo l’elezione ad europarlamentare, il segretario della Lega lombarda fu ripreso a intonare un vecchio canto ultr contro i napoletani. Pi tardi Salvini si scuserà in tutte le maniere e con convinzione genuina. Ma fu iscritto nel registro degli indagati per diffamazione e violazione della legge Mancino. Il procedimento gli frutt un decreto penale e l’esborso di 5.700 euro. Ma probabilmente il meno: il fatto che la Campania, e Napoli in particolare, restano tra le aree meno permeabili dalla predicazione salviniana.

QUELLA BAMBOLA DI GOMMA PORTATA DAI MILITANTI LEGHISTI SUL PALCO A CREMONA. E LUI: FORSE UNA SOSIA DI LAURA BOLDRINI. A punteggiare la storia giudiziaria del segretario della Lega, c’è lo scontro perpetuo con la ex presidente della Camera Laura Boldrini, che il dicembre scorso lo ha denunciato per la campagna d’odio scatenata nei suoi confronti. Molti gli episodi, i meme, le dichiarazioni avvelenate. Ma la vicenda famigerata risale al 2016, quando alcuni militanti leghisti portarono sul palco di un comizio nel Cremonese una bambola gonfiabile. E Salvini accolse il sex toy chiedendo se fosse una sosia della Boldrini. Lei, in quell’occasione, non si rivolse agli avvocati. Lo fece il deputato di Sel Franco Bordo, che denunciò il capo non pi padano per vilipendio alle istituzioni costituzionali. Senza che questo abbia frenato pi che tanto le intemperanze verbali del leader leghista e dei suoi sostenitori. Forse, per, gli ha dato miglior consapevolezza sulla delicatezza delle tematiche di genere: qualche settimana fa ha nominato Laura Ravetto responsabile delle Pari opportunità, un dipartimento che nella Lega non esisteva.

La magistratura una schifezza: vilipendio. Sempre nel 2016, sempre per vilipendio, arriva un altro procedimento. I rinvii a giudizio di una serie di amministratori per le inchieste sulle spese pazze dei consiglieri regionali spingono il segretario leghista a un’altra considerazione spericolata: la magistratura una schifezza. A Torino, il procuratore Armando Spataro chiede e ottiene l’autorizzazione a procedere dal ministro alla Giustizia Bonafede. Ma il processo lontano dal concludersi: l’udienza più volte rinviata, lo scorso gennaio stata di nuovo spostata causa Covid. Per dissuadere i potenziali contestatori, nel 2018 i comunicatori di Salvini cominciarono una campagna di shaming online nei confronti di chi si presentava ai comizi del ministro dell’Interno per protestare. Uno dei casi pi noti fu quello di Sergio Echamanov, attivista bolognese delle sardine, sbeffeggiato per le difficoltà di espressione: dislessico. La querela fu evitata da Salvini soltanto con le scuse in diretta da Massimo Giletti.

La Diciotti, sequestro di persona e abuso d’ufficio. Con il 2018 arrivano i procedimenti maggiori, quelli che rischiano di costare più cari perchè le imputazioni sono serissime: sequestro di persona e abuso d’ufficio. Il primo caso quello della Diciotti, la nave della Guardia di finanza che il 16 agosto 2018 soccorse 177 immigrati per poi essere bloccata nel porto di Catania senza far sbarcare i migranti. All’arrivo dell’avviso di garanzia, Salvini lo esibì orgoglioso su Facebook: Rischio fino a 15 anni di carcere per aver difeso i confini e gli Italiani. Ne sono orgoglioso, lo rifarei e lo rifar ancora. All’inizio il “Giovane leader” mostra il petto, chiede che si voti a favore dell’autorizzazione a procedere. Ma l’avvocato Giulia Bongiorno, deputata leghista, lo strattona: Un processo si sa come inizia ma non come finisce. Soprattutto, non si sa quando. Salvini la ascolta e la maggioranza gialloverde pure: il 19 febbraio 2019 il Senato boccia l’autorizzazione a procedere. Lui, dalla scrivania di Giolitti al Viminale scrive un cartello con una parola soltanto: Grazie.

Gregoretti e Open arms. Simili nella vicenda ma assai diversi politicamente, sono i due casi delle navi Gregoretti e Open arms. Militare la prima, di una ong la seconda, entrambe caricano nel Mediterraneo molti immigrati che non possono sbarcare. La differenza con il caso Diciotti che il processo parte quando il governo Lega-M5S ormai crollato. E cos, il premier e ministri stellati negano di essere stati informati da Salvini. A guardarla superficialmente, la vicenda ha del surreale: il governo non era informato di fatti che stavano tutti i giorni sulla prima pagina di giornali e televisioni. Ma un governo agisce per atti formali che, secondo i ministri e il premier, qui non ci sarebbero stati. Insomma, tutti sapevano che cosa stesse accadendo ma se responsabilità ci fu, e di chi fu, resta da stabilire nelle aule. Il processo Gregoretti si apre a Catania lo scorso 3 ottobre. Salvini si fa tentare dall’idea di trasformare le udienze in show: speech pubblici, eventi, spettacoli e musica mentre il leader leghista chiuso nell’aula bunker dei maxi processi di mafia: Porteremo a Catania mezza Italia. Saranno gli italiani a dire se Salvini un delinquente. Poi, per, l’adrenalina scende e Salvini si limita a qualche dichiarazione.

Lo spot per il libro di Palamara. Nel frattempo, esplode il caso Palamara, l’ex membro del Csm ed ex presidente dell’Anm. In una chat, un collega gli dice che Salvini ha ragione. Palamara lo ammette di buon grado: Per, dobbiamo attaccarlo lo stesso. La sorpresa recente: Salvini e Palamara vengono a contatto nello studio di Massimo Giletti. E sembra il mondo alla rovescia: con Salvini che fa uno spot per l’acquisto del libro scritto (oltre che da Alessandro Sallusti) da chi voleva spedirlo in galera. Ma il capitolo navi non finisce mai. Carola Rackete, 31enne capitana della nave Seawatch3, stata indagata per 3 episodi di resistenza alle forze dell’ordine, altrettanti per resistenza o violenza contro navi da guerra, oltre che danneggiamenti. Salvini, a terra, seguiva passo passo la vicenda, e commentava: Sbruffoncella, delinquente, responsabile di tentato omicidio e altre dolcezze ancora. Lei non ci pensò due volte: e querelò il ministro per diffamazione evocando un discorso dell’odio, che travolge ogni richiamo alla funzione istituzionale. Anche in quel caso, Salvini trasformò la querela in decorazione: Denunciato da una comunista tedesca, traghettatrice di immigrati, che ha speronato una motovedetta della Finanza: per me una medaglia! Io non mollo, mai.

CARTA D’IDENTITA'.

LA VITA — Nato a Milano il 9 marzo 1973, figlio di un dirigente e di una casalinga, maturità classica nel 1992, lascia l’università nel 2008, quando gli mancano 5 esami alla laurea. A 12 anni in tv: partecipa a Doppio Slalom; a 20 a Il pranzo servito. Fan di De Andrè, tifosissimo del Milan, pratica jogging appena può (anche di notte). Sposato e separato, fidanzato con Francesca Verdini e ha due figli.

LA POLITICA — Iscritto alla Lega Nord dal 1990, nel 1997 fonda la corrente Comunisti Padani e, l’anno successivo, viene eletto segretario provinciale. Nel 1999 non stringe la mano al presidente della Repubblica Ciampi. Nel 2013 il nuovo segretario della Lega, riconfermato nel maggio 2017. Dall’1 giugno 2018 ministro dell’Interno e vicepresidente del governo Conte I, in carica fino al 5 settembre 2019.

Gianluca Rotondi per corriere.it il 30 marzo 2021. La citofonata di Matteo Salvini (oggetto anche di tanti post ironici sul web) a una famiglia del Pilastro additata come responsabile di episodi di spaccio, uno show a favore di telecamere che il 21 gennaio del 2020 segnò in qualche modo la campagna elettorale per le Regionali, avrà una coda giudiziaria.

Le indagini. Il leader della Lega è finito indagato per diffamazione dopo la querela presentata a suo tempo dai genitori del ragazzo, all’epoca minorenne, che quella sera rispose al citofono sentendosi chiedere se in quella casa si spacciasse. I genitori, assistiti dall’avvocato Filomena Chiarelli, hanno chiesto alla Procura di punire la lesione alla dignità e all’onore subita in conseguenza della passerella mediatica. Il pm Flavio Lazzarini ha iscritto l’allora ministro dell’Interno nel registro degli indagati, un atto dovuto in questi casi, ma al termine delle indagini ha chiesto l’archiviazione del fascicolo. Contro la richiesta di non procedere nell’azione penale, l’avvocato Chiarelli ha presentato opposizione: ora l’ultima parola spetterà alla giudice Grazia Nart.

Gli arresti. La coppia, lei italiana nata in Svizzera di 58 anni, lui tunisino di 59, fu arrestata esattamente un anno dopo la sera della citofonata in via Grazia Deledda, perché trovata in possesso di hashish e marijuana, oltre a soldi falsi e proiettili. Finiti ai domiciliari, ora sono entrambi liberi. Sulla vicenda pende anche una causa civile intentata dall’avvocata Cathy La Torre, che assiste il figlio della coppia, nel frattempo diventato maggiorenne. Nella corposa richiesta di archiviazione sono due i punti centrali che a giudizio del pm depongono per l’archiviazione del fascicolo: la veridicità della notizia e l’esercizio di critica politica. Per la Procura dunque il comportamento di Salvini rientra nell’esercizio di critica politica espressa in campagna elettorale e in secondo luogo il leader del Carroccio riferì una notizia vera o quanto meno verosimile, cioè che nel quartiere e in particolare in quell’edificio vi fossero fondati motivi per ritenere che si consumasse attività di spaccio. A dirlo erano non solo alcuni residenti del quartiere, uno in particolare, una donna che riferì la circostanza a un carabiniere che fece da intermediario con lo staff di Salvini, ma anche fonti di polizia che, ma questo si scoprirà solo dopo, avevano attività in corso nel quartiere.

La contestazione. Per la coppia invece il leader della Lega, che ha sempre rivendicato il gesto, oltrepassò i limiti. «Ho appreso la notizia solo ora e mi riservo di leggere gli atti — commenta l’avvocato Claudia Eccher, legale di Salvini —. Mi viene da dire che il pm abbia valutato la scriminante della critica politica che, in quel caso, riguardava l’ordine pubblico in quel quartiere». Come si ricorderà l’episodio del Pilastro, avvenuto a pochi giorni dal voto, segnò un punto di svolta in quella tornata elettorale e a conti fatti si rivelò un boomerang per Salvini che cullava, e a ragione, il sogno di mettere fine all’egemonia del centrosinistra. Le cose andarono diversamente e la candidata Lucia Borgonzoni fu sconfitta da Stefano Bonaccini che venne rieletto alla guida di viale Aldo Moro. Fu una campagna elettorale condotta in prima persona da Salvini che si spese molto in termini di visibilità. Ma proprio la vicenda di via Deledda, insieme alla comparsa sulla scena del fenomeno delle Sardine, ebbe un peso non secondario nell’esito del voto.

"Scusi, lei spaccia?". Chiesta l'archiviazione per la citofonata di Salvini. L'ultima parola sul procedimento a carico del leader del Carroccio spetterà al giudice Grazia Nart. Federico Garau - Mar, 30/03/2021 - su Inside Over il 30 marzo 2021. Il pubblico ministero Roberto Ceroni, sostituto procuratore della Repubblica presso il tribunale di Bologna, ha chiesto l'archiviazione del procedimento a carico di Matteo Salvini per quella oramai celebre "citofonata" che caratterizzò le elezioni regionali 2020 in Emilia Romagna. Il reato contestato al leader del Carroccio è quello di diffamazione aggravata, tuttavia, una volta concluse le indagini, la procura ha determinato che non sussistano elementi di prova sufficienti a sostenere l'accusa in giudizio. Una decisione, comunque in attesa di eventuale conferma da parte del giudice, che viene contestata dai querelanti, ovvero la famiglia che ricevette la "citofonata" di Salvini: si tratta, come riferito da Agi, di Fauzi Labidi, Yassin Faouzi Labidi e Caterina Razza.

"Scusi, lei spaccia?" I fatti risalgono alla sera del 21 gennaio del 2020 quando, in piena campagna elettorale, il segretario della Lega si presentò al quartiere Pilastro. In compagnia di una residente, decise di citofonare in un appartamento di via Grazia Deledda, all'interno del quale risiedeva una famiglia (assegnataria Acer) composta da un tunisino di 59 anni, e da una 58enne italiana di origini svizzere. A rispondere fu il figlio di 17 anni della coppia: "Mi dicono che in questa casa si spaccia. Scusi, lei spaccia?". Un caso che sollevò un mare di polemiche anche in ambito politico, ed a causa del quale la stessa donna che indicò l'abitazione sospetta al leader del Carroccio subì delle conseguenze, vedendosi vandalizzare l'auto il giorno dopo i fatti. Finita al centro dell'attenzione mediatica, la famiglia, assistita dall’avvocato Filomena Chiarelli, presentò immediatamente querela e Salvini fu iscritto nel registro degli indagati per il reato di diffamazione, lo stesso per il quale il sostituto procuratore chiede l'archiviazione.

La famiglia indagata per spaccio. Ironia della sorte, appena un anno dopo il polverone la stessa famiglia è finita proprio al centro di un'indagine per quel reato che aveva definito infamante. Nella casa dei due, infatti, i carabinieri di Bologna trovarono 380 grammi di hashish, 170 di marijuana, 13 di cocaina ed una serie di oggetti destinati al confezionamento delle dosi da spacciare, compresi alcuni bilancini di precisione. Oltre ciò, le forze dell'ordine entrarono in possesso anche di proiettili, di un taser e di soldi falsi: dopo le manette, per i due indagati sono arrivati i domiciliari anche se al momento si trovano in stato di libertà.

Blitz nella casa della "citofonata"di Salvini: coppia nei guai per spaccio. Contro la richiesta di non procedere nell’azione penale, il legale Filomena Chiarelli ha impugnato l'atto e presentato opposizione: la decisione finale spetterà al giudice Grazia Nart. "Attendo di accedere al fascicolo e leggere tutti gli atti", ha spiegato l’avvocato di Salvini Claudia Eccher. "Al momento posso cercare di ipotizzare le ragioni che hanno portato il pubblico ministero a chiedere l’archiviazione del fatto che è per questa difesa scriminato. Quand’anche, soggettivamente, la condotta sia stata ritenuta lesiva dell’onore del querelante, la causale dell’intervento era propriamente politica".

Dalla visione politica al marketing elettorale. Salvini non è Pannella, sotto la maschera il nulla. Gianluca Passarelli su Il Riformista il 14 Gennaio 2021. Le maschere in antropologia servono per celare e disvelare, allo stesso tempo. Nascondono la vera identità di chi le indossa, e contemporaneamente indicano un messaggio altro. Tutelano le fattezze del mascherato ché altrimenti si violerebbe il tabù della segretezza, e rappresentano e identificano il soggetto che la maschera descrive e “contiene”. Uno sciamano, un giullare, un guerriero, un attore, un poeta, un religioso in talune processioni, una dama veneziana, una danzatrice malesiana, un defunto, un cantastorie… utilizzano una maschera nell’esercizio della loro funzione. La maschera è un oggetto serio, utile, indispensabile, socialmente e culturalmente. La maschera dissimula, dissacra, cela e celia. La maschera è diversa dal corpo, dunque. Al contempo però ne trae forza, energia e ne cede in uno scambio simbiotico. La maschera vive, sebbene mutilata, senza il corpo e viceversa, ma entrambi saranno altro dal personaggio che insieme vivificano unendosi. Il corpo da solo comunica, rappresenta, la persona, il politico e le sue idee, diventando iconografico esso stesso, in taluni casi. Ma sono le proposte, il pensiero, gli scritti eventuali del politico a rimanere saldi nella storia, con la fisicità che a rimorchio spinge l’immaginario collettivo e la rappresentazione della sua visione del mondo. Senza pensiero i corpi sarebbero vuota carne deambulante, mentre nascono, e si rigenerano attraverso l’elaborazione di visioni, utopie, scenari, provocazioni e idee per la società presente e/o futura. Impossibile immaginare John Kennedy senza ich bin ein Berliner, Gorbachev senza la perestrojka, Berlinguer senza questione morale, Berlusconi senza un milione di posti di lavoro, Mitterrand senza la forza tranquilla, Obama senza we can …Il loro fisico, per quanto aitante, peculiare o audace sarebbe rimasto inerme, imberbe e abbandonato alla temperie degli anni, del logorio del tempo. Il sigaro di Winston Churchill, il foulard di A. Occhetto, il doppiopetto di S. Berlusconi, i pantaloni di A. Merkel, la kefiah di Y. Arafat, il passamontagna zapatista, il saio di Madre Teresa di Calcutta, il basco del Che, l’angioma di Gorbaciov, gli stivali da cowboy di Reagan… in uno scenario sterminato di molteplici segni individuali. Sarebbero rimasti comportamenti, abitudini, vezzi e fisime di altrettanti anonimi personaggi della società umana. L’Italia, terra di bautte e Pulcinella, ha visto poche maschere e molti politici. Politici, pensatori e oratori, che usavano il corpo come accessorio, riporto e complemento della loro personalità. La mente prima, e il corpo dopo. L’immagine sarebbe (av)venuta successivamente. Il 1994 ha funto da spartiacque, da momento catartico, di passaggio dalle maschere di cera al cerone, dai politici senza fisime per il viso, a candidati tutti faccia. E non fu solo B. a farne uso, del corpo mascherato per celare, per rimandare a mondi altri, per subordinare, per scompaginare, per imprimere la memoria degli elettori. La modernità era già stata introdotta da Marco Pannella, dai suoi televisivi bavagli provocatori e premonitori, rispetto a un mondo bigotto paludato e reazionario di catto-comunisti che molti rimpiangono, ignorando. Il turacciolo autoinflitto però celava, evocava ed esaltava personalità, contenuto e pensiero. Non solo l’oggetto. L’ondata populista e qualunquista dei rampanti anni Ottanta travolse maschere e mascherati. Come dimenticare il fantomatico candidato anonimo, in tutti i sensi, alle primarie dell’Unione (eh sì, il centro-sinistra italiano è stato anche questo) e gli sparuti, ma per niente spauriti, personaggi in “cerca d’autore”. Di idee, di maschere e di progetti. Di corpi pensanti. In tempi di pandemia da Covid-19 la maschera antibatterica invece è un ausilio paramedico utilizzato per contenere la diffusione dei batteri e recentemente per rallentare il contagio. La permanenza prolungata nel tempo del rischio sanitario e il conseguente gesto volto a coprire naso/bocca ha generato un uso politico della mascherina. Dal non utilizzarla a brandirla, a di-segnarla con messaggi etero-diretti. In una sorta di body-painting pubblicitario la parte orale del corpo umano è stata riempita di contenuti extra-verbali per attivare una campagna permanente, come sulle portiere di un taxi. Non è un tratto della moda (si veda il bel saggio di M.C. Marchetti, Moda e Politica, Meltemi); siamo di fronte non a un belletto, allo stile, sempre identico a sé stesso e quindi identificativo del leader. Non è la canottiera di Bossi (si veda l’omonimo libro di M. Belpoliti, Guanda), quanto un tutore, un traduttore simultaneo degli impulsi incoerenti ed estemporanei, un vettore di informazioni per quelli incapaci di intendere messaggi più sofisticati di un impropero. La maschera, come la neve di queste giornate, addolcisce, rende uniforme e informe. Tutto simile a sé stesso. Ma non basta a trasformare il nulla siderale in pensiero compiuto, la vacuità in proposta, la storia in poesia. La Lega Nord ha sempre mascherato e si è sempre mascherata dietro i tratti da commedia, da operetta, per celare le debolezze della proposta. Per rilanciare su temi meta-simbolici non in grado di sintetizzarne i crismi in forma intellegibile con caratteri arabo-gutemberghiani. I propositi guttural guerreschi di Umberto Bossi, le intemerate nazistoidi di M. Borghezio hanno fatto il paio con le comparsate giocose nel pratone di Pontida con corna, finti araldi, simbologia medieval-neorealista e prosa secessionista. Senza protervia, ma con ostinata retorica da birreria anni Trenta, per superare la debolezza, l’imbarazzo, la timidezza degli ultimi della classe, incapaci di proferire alcunché di sensato. Assaltiamo il Campanile! Secessione! Terùn! Roma ladrona!, come un pensionato beone sorpreso a imprecare contro il padrone di casa, impenitente rispetto a un partito aduso a provocatorie frasi fuori luogo e spesso fuori legge. La mascherina anti-Covid, pur dal versante negazionista, è pertanto l’ultimo, nel senso di più recente, ritrovato comunicativo della Lega Nord in versione nazionalista. In assenza di progetti, di schemi profondi e analisi rigorose, il capo partito si affida e confida nel marketing del vestiario dozzinale made in China o CasaPound. La mascherina per lanciare messaggi alle casalinghe, ai meno istruiti, ai creduloni ché questo è il grosso dell’elettorato leghista. Dal sostegno a Trump al campanilismo culinario, sciorinato a ogni comparsata nelle piazze comunali d’Italia, alla speculazione no-vax, all’antistatalismo eversivo contro la tassazione, alla propaganda anti-migranti. La mascarade del truce sedicente capo leghista che sostituisce l’inno al mancato satrapo di Washington con l’icona, e iconoclasta apologia del giudice Borsellino. L’antimafia come feticcio (in questi giorni si celebra/commemora Leonardo Sciascia), lo sventolio di un’immagine senza elaborarne la teologia, come in un rosario scarnificato senza fede. Il rapporto travagliato tra Lega Nord e Mafia è datato. Dai toni ultimativi di Bossi che “Fininvest è nata da Cosa Nostra” fino alla “mafia non esiste” e soprattutto nel Nord la mafia non c’è, espressione di rito maroniano che tiene insieme l’antimeridionalismo e l’oscurantismo, perché al Nord la mafia c’è, eccome. Inverecondo continua a mutare mascherina/messaggio come una serpe ad intervalli cadenzati, regolati dagli eventi e dettati dall’umore dell’elettorato. La maschera alfa e omega del non pensiero leghista. Da non confondere con anonymous, gruppo di hacker altermondialista che pure adopra una copertura facciale per rappresentare il mondo degli hackers contro il dominio-capitale. E il pirandelliano “Mi si fissò invece il pensiero ch’io non ero per gli altri quel che finora, dentro di me, m’ero figurato d’essere” che ben delinea l’assenza di tutto l’assistenzialismo milanese. In quasi ogni civiltà esiste un giorno dell’anno in cui i cittadini/sudditi possono mascherarsi e dar sfogo a vari comportamenti normalmente non consentiti o tollerati. Semel in anno licet insanire. Nel caso del senatore Matteo Salvini (eletto per caso in Calabria Ulteriore) siamo alla quotidianità e, quindi, la maschera è divenuta un elemento strutturale; un Carnevale tutto l’anno che è esso stesso ossimoro. Con l’aggravante che la maschera non è ludica, il mascherato non è celato, ma è assolutamente disvelato. Si trincera tuttavia. Non è un mascheramento, è un nascondiglio, senza il quale sarebbe esposto al pubblico ludibrio, sarebbe debole, fragile, nudo nella essenza. Parafrasando Winston Churchill, che laconico si pronunciò sul suo avversario laburista: «Un taxi vuoto si è fermato davanti al n.10 di Downing Street, e ne è sceso Attlee», reso poi in italiano dal caustico Fortebraccio, al secondo Mario Melloni, «Arrivò una berlina, si aprì lo sportello, non scese nessuno: era Cariglia», potremmo dire che oggi «sotto la maschera leghista nulla emerge». Nella politica italiana si è inaugurato un pernicioso processo di scarificazione, ossia la produzione di una lesione cutanea a scopi di propaganda elettorale sperimentale. Allorché il corpo si privasse, e si priverà della copertura cosmetica non rimarrebbe che la realtà. Immutata ed immutabile. Vacua e fatua, fungibile come una mascherina sanitaria. Senza profondità, senza pensiero, senza identità. Il Carnevale sarà finito. Insomma, Uno, nessuno… pantomime.

·        Il Senatur.

Da "adnkronos.com" il 6 ottobre 2021. E' arrivata al Senato la lettera della Regina Elisabetta II per Umberto BOSSI. Una missiva su carta intestata di Buckingham Palace, firmata da Andrew Paterson, direttore delle operazioni, ufficio del segretario privato di sua Maestà. "La Regina mi ha chiesto di ringraziarla per il suo premuroso messaggio di affetto che le ha inviato in occasione della morte dell'amato marito di Sua Maestà, il Duca di Edimburgo", si legge nel testo. "La Regina è rimasta colpita dai messaggi ricevuti ed è molto grata per le sue parole gentili", scrive Paterson.

La missiva recapitata in Senato. La Regina Elisabetta scrive a Bossi: “Grazie per le parole gentili”. Elena Del Mastro su Il Riformista il 6 Ottobre 2021. Una lettera con i sigilli reali è arrivata al Senato Italiano. Il destinatario è Umberto Bossi, il mittente è la Regina di Inghilterra Elisabetta II. Dopo la morte del principe Filippo, duca di Edimburgo, il senatur ha inviato un biglietto di condoglianze alla Regina. Così su carta intestata di Buckingham Palace è arrivato a Bossi il ringraziamento per il pensiero gentile a firma di Andrew Paterson, direttore delle operazioni, ufficio del segretario privato di sua Maestà. “La Regina mi ha chiesto di ringraziarla per il suo premuroso messaggio di affetto che le ha inviato in occasione della morte dell’amato marito di Sua Maestà, il Duca di Edimburgo”, si legge nella lettera. “La Regina è rimasta colpita dai messaggi ricevuti ed è molto grata per le sue parole gentili”, scrive Paterson.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Marco Belpoliti per doppiozero.com l'11 ottobre 2021. Nel 1991 Umberto Bossi è stato eletto da quattro anni senatore della Repubblica quando oltre Manica, forse memori dell’indipendentismo irlandese, s’accorgono di questo cinquantenne che si è già fatto notare per i suoi modi inusuali e per le sue espressioni verbali accese in comizi vari. Così un giornale inglese chiede al fotografo della Magnum Ferdinando Scianna di realizzare un servizio sul Senatùr di Varese. Scianna va nella città lombarda per incontrarlo nella sede del movimento autonomista. È nato a Bagheria e da anni vive in Lombardia, a Milano. Niente di più lontano dalla sua cultura di questo esagitato politico dai toni irriguardosi e provocatori: “Roma ladrona”, “Forza Etna” scrivono i militanti leghisti sui viadotti e sui piloni delle autostrade e superstrade. Allora la Lega, che poi cambierà più volte nome, ma non pelle, non è ancora ricca come diventerà in seguito e si fa pubblicità con pennelli intinti di vernice bianca e manifesti dalla grafica inconsueta, che ricorda quella degli anni Quaranta e Cinquanta della Democrazia Cristiana anticomunista. Bossi si dichiara all’epoca un antifascista; non è ancora nata l’alleanza governativa con gli ex-fascisti del Movimento sociale trasformato in Alleanza Nazionale. La prima cosa che Bossi chiede al fotografo è: da dove viene? E aggiunge: per caso lei è calabrese? Scianna gli risponde che è siciliano del Nord, perché, aggiunge con una battuta, da lui ci sono anche i siciliani del Sud, reputati degli scansafatiche. Il Senatùr sorride e gli dice che sua moglie è di origine siciliana. Un po’ di Sud anche a casa sua. Scianna ha confessato a distanza di tempo che Bossi non gli era piaciuto e che provava a metterlo in cattiva luce, forse cercando tratti negativi nel suo volto mentre lo guardava in macchina. Scatta molti primi piani con una luce che mostra ombre sinistre sul viso del Senatùr. Poi gli chiede di uscire per strada, per fare degli scatti in città. Bossi passeggia; si ferma da un mendicante e gli fa l’elemosina; molte persone lo fermano e chiedono al fotografo di ritrarle con lui: una foto ricordo con il loro idolo. Prende anche un fiore da una fioraia e si fa ritrarre col fiore in mano. Ma la foto più bella, e probabilmente emblematica, è quella che Scianna gli scatta in un bar. Prima seduto al tavolino: Bossi si mette in posa in modo naturale, prende in mano un giornale. Quindi si alza e va al banco per bere un caffè. Scianna intanto ha cambiato opinione su di lui, forse è un lampo o una intuizione. Non vede più nel Senatùr il razzista del Nord, l’odiatore dei meridionali, il capo di un nuovo e possibile Ku Klux Klan. Dentro l’obiettivo della macchina Umberto Bossi gli appare qualcosa di diverso dal folcloristico capo dei separatisti lumbard, degli xenofobi delle valli varesine, comasche, lecchesi e bergamasche. La foto che racconta quello che è Bossi, e cosa sarà, lo ritrae a quel bancone del caffè con la tazzina in mano. Ha ancora i capelli tutti neri, è magro e non è l’uomo consunto e provato delle foto di oggi, l’ottantenne che ha subito un ictus nel 2004, che è sopravvissuto, e che nel 2012 ha dovuto cedere lo scettro del suo movimento, di cui resta il Presidente a vita – come se fosse il presidente nordcoreano, il fu Kim Il-sung –, ai suoi luogotenenti, fino a che non è arrivato nelle mani di Matteo Salvini, il comunista-leghista, o meglio fascio-comunista, come recita il titolo di un libro, il quale sta consumando gran parte della eredità lumbard del suo partito essendoselo intestato con la dicitura: “Lega per Salvini”  o “Salvini Premier”, a seconda dell’impiego elettorale. Chi è Umberto Bossi messo a fuoco da Scianna? Un uomo solo. Un giovanotto in impermeabile. Altro ancora? Il punctum della foto, per dirla con Roland Barthes, la cosa che ancora punge di quel lontano scatto, è la postura del giovanotto cinquantenne, il suo apparire come un vitellone, uno di quegli eterni ragazzi di provincia – dimostra dieci anni di meno –, senza arte né parte, che si arrabattano tra un mestiere e l’altro, lavorano poco e vivono di notte. Insomma il personaggio fissato nel suo memorabile film da Federico Fellini. Scianna probabilmente non sa che, prima di diventare un separatista e un politico locale, Bossi ha fatto il cantante, ha inciso un disco, si è iscritto a medicina e per anni ha fatto credere alla prima moglie di essersi quasi laureato, e comunque di lavorare come tale nella sanità. Esce ogni giorno di casa, dicono le biografie, con la sua borsa professionale, ma in ospedale non va. Non somiglia ovviamente a Jean-Claude Romand, il protagonista del romanzo-verità di Carrère, L’avversario, che uscirà nove anni dopo per raccontare una storia di bugie finita tragicamente. Umberto non seguirà il destino folle di Jean-Claude, ma anche il suo sarà un destino particolare, perché ha segnato non un libro di narrativa bensì la storia di un intero paese, deviandone il fiume con un piccolo muretto di pietre prese dalle Prealpi. Se non altro Romand, che ha fatto del male alla sua famiglia e non solo, è un piccolo personaggio trasformato in “grande personaggio” dallo scrittore francese, mentre Umberto Bossi è stato un grande personaggio di dimensioni più grandi per gli effetti che ha provocato, per quanto il giudizio su di lui è ancora sospeso. Solo nel futuro potremo capire cosa è stata la Lega con lui e da lui a Matteo Salvini. Ora, forse, è presto per il giudizio storico, per quanto esistono già biblioteche intere su questo movimento – non un partito, perché la democrazia interna nel carismatico movimento nordista non esiste – e molte biografie dedicate ai suoi discussi, e da molti vituperati, leader. Ma è proprio quella foto che a me pare così importante e sorprendente. Il potere dell’immagine è quella di rivelare qualcosa di nascosto, qualcosa che è in potenza, come accade al personaggio di Blow-Up, il film di Michelangelo Antonioni del 1966, tratto da un racconto di Cortazar. Qualcosa che c’è, ma che subito non si vede. In questo caso non è un dettaglio; è piuttosto qualcosa che è diventato evidente col passare del tempo, ma che a ben vedere c’era già – è quello che Aristotele chiamava l’unione di potenza e atto: il sinolo. Ovviamente nessuno l’aveva visto quel quid nello scatto, anche perché, salvo in Gran Bretagna, il servizio fotografico di Scianna non è stato pubblicato in Italia. Ma, a distanza di tempo, abbiamo la possibilità di capire chi era già in quel giorno del 1991 Umberto Bossi, e quello che sarebbe stato in seguito fino al giorno in cui è stato colpito dall’ictus e a quello in cui è stato detronizzato per uno scandalo legato ai soldi del movimento usati da lui e dalla sua famiglia. Si tratta, lo voglio evidenziare, di un atto letterario, non di una previsione da ottenere con la sfera magica degli indovini e delle indovine, tuttavia la fotografia, fissando per sempre un istante prelevandolo dal tempo, ha un valore quasi profetico. Ma servono sempre gli occhi per vedere come accade al fotografo di Blow-Up. La prima cosa che Scianna aveva visto allora era proprio la solitudine, quella che il potere genera in chi lo detiene. Italo Calvino in una serie di scritti giornalistici e letterari ha messo ben in luce come ogni uomo di potere sia solo con sé stesso. Vive vicino agli altri, ha la sua corte – il “cerchio magico” –, eppure è sempre da solo. L’esercizio del potere, non solo quello politico ovviamente, il potere che si istruisce sugli altri, su molti altri, richiede un distacco. Per quanto la riflessione sia nel caso di alcuni politici un fatto fulmineo, la decisione di un istante, lo svolgimento irriflesso di un’intuizione – e Bossi lo ha ben evidenziato inventando formule ed epiteti e prendendo decisioni improvvise, come l’abbandono della coalizione con Berlusconi nel 1994 –, l’uomo di potere, il vero politico, è solo in ogni decisione, meditata o improvvisa che sia. In quel 1991 Bossi non lo è ancora, tuttavia in quello scatto, nello sguardo che l’uomo con la tazzina possiede, c’è questo. Ora che le immagini del Bossi ottantenne vengono divulgate per il suo compleanno, vediamo in lui un re deposto, l’uomo consumato dalla malattia che ne ha colpito le forze e la prestanza, annichilendo per sempre l’uomo baldanzoso e provocatorio che eravamo abituati a vedere nei raduni di Pontida. Il Senatùr non ha mai lesinato di diffondere queste fotografie dal giorno della malattia, quando non era più l’uomo di prima, dal 2004, perché la fisicità è sempre stato il marchio della sua identità politica. Più ancora delle cose che diceva, Bossi era quello che appariva: il corpo, la voce, la postura, i toni. Tutto quello che diceva scaturiva da questa forma d’essere, un’identità che si vede in potenza nella immagine catturata dalla macchina fotografica del reporter di Bagheria. C’è un altro uomo di potere, un grande potente, che ha consumato come Bossi il rito della solitudine dei potenti, il suo opposto e simmetrico: Aldo Moro. Moro, il più importante politico del dopoguerra, più ancora di Togliatti e De Gasperi, è stato prima di tutto l’uomo della solitudine, prima che le Brigate Rosse fissassero, anche per lui, il rito degradante della deposizione regale, cui poi è seguita una ingiusta e tremenda messa a morte. Non sembri sacrilego paragonare Moro a Bossi. Li separano secoli di cultura politica e non solo, ma in qualcosa sono parenti: sono diventati in vita dei re deposti dopo aver conosciuto la solitudine del potere, quel sentimento di separazione che Moro comunicava con i suoi indecifrabili e faticosi discorsi, mentre Bossi riempiva con lo stile di cantante rock: la voce rauca, l’invettiva e la provocazione sul palco, la firma degli autografi, pratiche che erano assolutamente impensabili per Aldo Moro, così come per Enrico Berlinguer, un altro politico che ha conosciuto la solitudine. La solitudine è stata nei secoli passati propria dei santi, dei taumaturghi, dei profeti, mentre oggi lo è degli homeless, dei senzatetto, degli uomini e delle donne che vivono per strada spesso senza chiedere l’elemosina, che esprimono non solo la condizione della povertà incipiente e diffusa delle nostre città occidentali, ma la condizione propria di noi tutti in questa epoca così sociale e comunicativa. La loro santità disperata e irredimibile di sommersi è l’icona della nostra di salvati. Con questo non voglio dire che gli uomini politici sono dei santi, anzi. Tuttavia nella loro forma, almeno in quella tradizionale, c’è sia l’elemento della solitudine come quello della disperazione e del dubbio, che ogni esercizio di potere porta con sé, ovvero l’intima convinzione che siamo nulla anche se siamo tanto, e a volte persino tutto. I re lo scettro lo ricevano direttamente da Dio stesso, o almeno così si credeva. Che cosa ci racconta il vitellone di Fellini se non una forma simile di solitudine e anche di fallimento, quella malinconia che traspare da ogni vita così vissuta vanamente e senza scopo, consumata in un niente quotidiano? L’idea del vitellone che trasmette Bossi in questo scatto, che continuo a guardare da quasi un decennio a intervalli più o meno regolari, non è ovviamente solo questa. C’è qualcosa di innocente, di edenico. Nonostante sia già il Senatùr, l’uomo del turpiloquio, possiede qualcosa di immacolato, di non “sporcato”. Scianna lo ha visto, e lo ha fissato. Prima che diventasse l’uomo dell’insulto quotidiano, l’esagitato politico che arringava i propri fedeli usando una voce profonda e cavernosa, che parlava alle viscere più che alla ragione, il creatore di uno stile verbale e politico che ha preceduto l’esplosione dei social – tutti bossiani alla tastiera del computer o a quella dello smartphone –, oltre che il leader di un partito che ha reso difficile la convivenza tra Nord e Sud, tra immigrati in cerca di una terra sicura e di lavoro e gli abitanti del Nord leghista. Ferdinando Scianna ha colto con quello scatto, e con gli altri mai pubblicati, l’identità del “bosìtt”, il contadino del varesotto, angariato e sfruttato dai suoi padroni, i nobili milanesi in villa, che entra a vele spiegate nel Parlamento della Repubblica e ne sconvolge via via equilibri consolidati nei decenni. Lynda Dematteo in un suo libro, L’idiota in politica (Feltrinelli), ha cercato di spiegare quanto è accaduto. Non solo la vittoria di Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno, identificati in un solo e unico personaggio, Umberto Bossi, ma la rivincita di una parte dell’Italia che era rimasta tagliata fuori dalla modernità pur avendola vissuta e quindi patita. L’enigma-Lega, che si identifica con l’enigma-Bossi, si spiega con un rovesciamento che è accaduto varie volte nella storia italiana passata e recente: il ribaltare il proprio complesso d’inferiorità trasformandolo in un’arma impropria contro gli altri. I valligiani del Nord, sentendosi disprezzati da gran parte del paese, hanno disprezzato gli altri a loro volta. Hanno istituito attraverso Bossi col suo sigaro all’angolo della bocca, col parlare “sporco”, col “celodurismo” (persino delle donne), con l’invettiva e lo slogan-insulto, i segni dell’aristocrazia nordista. Un atteggiamento che riguarda anche i tifosi di un altro “politico”, anche lui un vitellone seriale, Donald Trump: maschilismo ed eterno fascismo. In quella fotografia di Scianna Bossi non è altro che il fratello minore di Alberto, il personaggio ritratto da Fellini, l’uomo del gesto del braccio e dell’epiteto rivolto a chi sta lavorando sulla strada: “Lavoratori, pppprrrrrrrr!”. La pernacchia c’è già in quella foto? Forse no. Ma c’è comunque qualcosa che la può spiegare. Sarà un po’ di lombrosismo questo, che non è del tutto sbagliato avere ogni tanto, senza però cadere nell’atavismo del criminologo torinese, ma nelle labbra carnose, nel viso lungo e smunto, in quel gesto di reggere la tazzina, nello sguardo rivolto altrove, nei Ray-Ban a goccia degli anni ottanta e novanta, nel trench da personaggio da telefilm, c’è già il futuro di questo ex-perdigiorno, ex-studente fuori corso, provinciale. Come mi è già capitato di scrivere in un libretto dedicato alla “canottiera di Bossi”, resta ancora da spiegare il successo di Bossi, come il successo di ogni leader che esorbita da ogni sistema di razionalità, per quanto la politica sia la più irrazionale e imprevedibile delle attività umane. Fatte le dovute proporzioni, e senza nessuna intenzione denigratoria, molto in piccolo in quanto a risultati ed esiti – per nostra fortuna –, il successo di Umberto Bossi, il suo passaggio da vitellone a capo politico nazionale, ricorda il successo di personalità come quelle di Benito Mussolini e Adolf Hitler. Non per il contenuto dei loro messaggi politici, bensì per un carisma che deriva da qualcosa di imponderabile che riguarda la voce, l’uso del corpo, i gesti. Sono personalità imparagonabili, anche dal punto di vista umano, però una riflessione sull’uso della loro voce è imprescindibile. Chi ascolta la voce del capo del nazismo, anche se non conosce il tedesco, e perciò con minor intensità, sente vibrare qualcosa di seducente, un elemento isterico, isteria prettamente maschile, un grido e insieme un elemento tattile che tocca le orecchie e agita il cuore, che diventa qualcosa che si insinua nello stomaco e lo colpisce con forza come un pugno che alleggerisce da tutte le frustrazioni subite. Non meno significativa è la voce di Mussolini, così come i suoi gesti esagerati, propri di un politico che ha imparato ad arringare le folle in epoca precedente l’amplificazione elettrica, una voce assertiva, con pause cadenzate, militaresca, che comanda ed esalta, che invita all’identificazione e la ottiene in quel contesto delle folle che Canetti ha ben descritto in Masse e potere. Nei due leader del fascismo che ha condotto l’Europa al disastro e alla catastrofe è implicito qualcosa che attiene a epoche lontane dell’umanità, qualcosa di magico e insieme di religioso, perché la sacralità, per quanto laicizzata e combattuta dalla modernità, continua ad esistere e ad agire nelle folle e nei singoli, nelle piazze come nel web, nella realtà materica come in quella virtuale. Il sacro ora è altrove; c’è ancora. Bossi molto più modestamente, e solo agendo in una parte limitata del nostro Paese, ha incarnato ancora questa sacralità delle voci che i creatori del digitale auditivo ed espressivo tentano di imitare con risultati per il momento insufficienti. La voce del Senatùr possiede, o almeno possedeva al suo culmine, una animalità indefinibile: profonda, ruvida, strascicata, e prima di tutto roca. Voce maschile sensuale che seda dopo aver eccitato. Una voce a doppia azione: fomenta e rassicura. Lynda Dematteo con un orecchio femminile sensibile ha individuato nella voce di Bossi un tratto importante della sua personalità politica. Ha scritto: “Il fascino che esercita va oltre le parole, passa per il timbro di voce e la cadenza”. Vibra, e come un diapason fa vibrare le corde degli altri che, come tutti noi abbiamo verificato di persona, si trovano negli anfratti più segreti dei suoi ascoltatori. La voce della rabbia, la più incontrollabile e inafferrabile delle emozioni umane. La rabbia nasce da un sentimento di inferiorità, dalla convinzione di essere stato sminuito o insultato dagli atteggiamenti degli altri o di un altro, al singolare. La rabbia non ha colorazione politica, è pre-politica, non ha colore se non quello rosso dell’ira, del sangue che affluisce al viso. Seneca la definisce la più breve follia, quella che si accende e si spegne in un breve istante. L’ira lungamente compressa della piccola borghesia del Nord, di parte della classe operaia dimenticata, e non più esaltata dopo la fine del comunismo, la rabbia senza ideologia o con troppa ideologia invece, parlava dentro quella voce, e ha parlato a lungo fino a che il destino non ha deposto il re della Lega e lo ha consegnato a una vecchiaia quasi silente e appartata, mentre un’altra rabbia e altre voci si alzavano per prenderne il posto. Bisognerà ascoltarle queste voci, in profondità, e guardare con più attenzione le immagini per capire quello che è accaduto e accadrà d’ora in poi. In un libro esemplare e inquietante, Il corpo del Capitano (Cesura Publish) due fotografi, Luca Santese e Marco P. Valli hanno scandagliato il corpo di Matteo Salvini. Si tratta di un libro che contiene il vaticinio su quanto sta accadendo anche in queste settimane. Una storia tutta diversa, quella di Salvini, e con esiti differenti da Bossi, ma non per questo meno allarmante, anche se ora qualcosa sembra cambiare anche per lui, proprio lui che ha combattuto la solitudine del leader politico con tutti i mezzi comunicativi a sua disposizione, dai social alle felpe, ai segni e segnali del corpo. Salvini sta veleggiando verso una zona dell’esistenza individuale dove il potere consuma chi lo incarna giorno dopo giorno. La saggezza non è certo uno dei tratti distintivi dei leader leghisti di ogni tempo ed epoca. Dai vitelloni ai vitellini? Chissà.

Alberto Mattioli per "La Stampa" il 30 settembre 2021. Che cosa Umberto Bossi pensi della situazione della Lega è facile immaginarlo. Lui, però, non lo dice. I giornalisti che suonano al cancello della villa di Gemonio vengono rimbalzati dal fedelissimo autista Diego, gentile ma inflessibile: il senatore proprio non vuol parlare. Sta bene, però. Fatica a camminare, ma legge i giornali, è lucido, informato, e riceve circa duecento mail al giorno dai vecchi leghisti: una media molto aumentata in questi giorni in cui il partito sembra stritolato nella tenaglia delle risse interne e del caso Morisi. I rapporti di Bossi con Salvini sono sempre stati complicati, specie negli ultimi anni. Uno degli ordini di scuderia di Morisi alla Bestia era quello di non nominare mai il Fondatore, in effetti desaparecido a parte i rituali auguri per compleanni e altre feste comandate. E certo, per il vecchio celodurismo della Lega popolare e popolana quelle dei festini del guru a base di marchettari romeni e droghe varie sono cronache marziane. E tuttavia Bossi tace. L'ottantesimo compleanno l'ha festeggiato in famiglia, in un ristorante di Gemonio, unico leghista presente il senatore Armando Valli detto “Mandell". E le ultime dichiarazioni pubbliche sono state per altri compleanni, quelli di ragazzi con cui ha spesso litigato ma che stima. Dunque «sinceri auguri e amichevole partecipazione» per gli 85 anni di Berlusconi, idem per i 70 di Pier Luigi Bersani, con tanto di chiosa: «un uomo che stimo». Però esce pochissimo, e i compaesani non lo vedono da un pezzo in giro per le stradine dove passa ogni tanto il furgone del Trota, che adesso fa l'agricoltore e un paio di paesini più in là ha una tenuta dal nome inequivocabilmente bossiano: «Terra libera». Gemonio, la Gerusalemme della Lega del Senatùr, è un lindo e verdissimo paese di meno di tremila abitanti dove, ironia della sorte, c'è anche un museo dedicato a Salvini, non Matteo ma il pittore locale Innocente (1889-1979). Con qualche rimpianto ma anche un certo sollievo, è tornato al torpore abituale dopo anni in cui era diventato una capitolina della politica italiana, quando era tutto un via vai di soliti noti, troupe televisive e giornalisti. «Un anno dovemmo fare una riunione per chiedere che almeno ci liberassero la piazza per la processione della Settimana Santa», ricorda il parroco romanziere, don Silvio. Adesso ha chiuso perfino la sede della Lega, a poche centinaia di metri da casa Bossi. Salvatore Palazzo è la sua memoria storica: «Eravamo una famiglia, un gruppo di amici. Bossi rientrava dai suoi comizi tardissimo e si faceva ancora più tardi a discutere e ridere insieme. Quando era potente, qui c'era la sfilata per venirlo a riverire, quando non lo è stato più, l'hanno dimenticato», accusa con un accento non esattamente lumbard. «Per forza, vengo dalla provincia di Frosinone. Ma sono leghista da sempre». Tuttora bossiano? «Il primo amore non si scorda mai». E Salvini? «Resto leghista, è il mio segretario. Questa storia di Morisi mi sembra sospetta, montata ad arte per distruggerlo. E poi saranno affari suoi, che c'entra la Lega?». Ammette che sì, la nostalgia c'è, per quella Lega ruspante e magari folkloristica, ma bene ancorata alle sue valli. E forse non sono soltanto nostalgie. Analizza Samuel Lucchini, il giovane sindaco di Gemonio, alla testa di una lista civica vagamente di centrosinistra: «La Lega è stato l'ultimo partito ad avere qui una sezione, che era diventata anche un centro di aggregazione. Ma è scomparso tutto con Bossi. Con lui è terminata un'epoca e anche un certo modo di vivere la politica. Dopo, la Lega è diventata un partito virtuale, che la politica la fa sui social, non sul territorio». Salvo poi scoprire che la Belva azzanna anche chi l'ha nutrita troppo a lungo.

Marco Belpoliti per "la Repubblica" il 24 settembre 2021. Chissà cosa avrebbero detto gli spettatori che nel 1953 assistevano alla proiezione del film di Federico Fellini I vitelloni se qualcuno avesse vaticinato loro l'arrivo al parlamento italiano, dominato da democristiani e comunisti, di un leader politico che somigliava ad Alberto, il personaggio interpretato da Sordi. Eppure proprio questo è accaduto. Nel 1987 un giovanotto stagionato di 46 anni, senza arte né parte, cantante fallito, eterno studente di medicina, di nome Umberto Bossi è eletto al Senato della Repubblica dopo aver fondato tre anni prima la "Lega autonomista lombarda". Oggi che il Senatùr ha compiuto ottant' anni, e mentre la sua Lega sta compiendo l'ennesimo cambio di pelle per restare identica a sé stessa, forse è venuto il momento di chiedersi come abbia potuto quest' uomo determinare i destini dell'Italia prima di lasciare nel 2012 la carica di capo assoluto del movimento a seguito di uno scandalo. Da dove gli è derivato il carisma prima che l'ictus del 2004 lo bloccasse? Dalla postura e dalla voce, prima di tutto. Bossi si presentava sui palchi della Lega come un cantante, simile a uno degli urlatori canori degli anni Sessanta e Settanta stringendo il microfono nella mano, un atteggiamento da stella rock che firma autografi ai fan, qualcosa di radicalmente diverso dai politici dell'epoca. Poi c'è la sua voce cavernosa, profonda, strascicata e soprattutto rauca, che aveva il potere di far vibrare le corde segrete degli ascoltatori, di suscitare risposte emotive, che eccitava e insieme rassicurava. I suoi seguaci si sentivano in sintonia con lui. Era la sua capacità di dare voce alla collera covata da una parte della popolazione del Nord nei decenni precedenti, una massa indistinta e diversa al proprio interno per collocazione geografica e sociale. Con quella voce enucleava una serie d'argomentazioni che non si collocavano sul piano del discorso razionale, fornendo così un idioma composto di neologismi e invenzioni lessicali, sintatticamente traballante, ma efficace. Parlava alle viscere e al cuore, non alla mente o alla ragione dei suoi ascoltatori. Il Senatùr mutuava le "brutte parole" dal marketing politico che i radicali avevano sdoganato negli anni Ottanta, usando forme della comunicazione politica sorprendenti e inattese, dai gazebo all'ampolla con l'acqua del Po. Mobilitava simboli eterocliti in una costruzione mitologica sgangherata e singolare. Se si pensa al modo con cui si presentò in Costa Smeralda nel 1994 per incontrare il "miliardario" Silvio Berlusconi, si capisce qual corde toccassero il corpo e la voce di Umberto Bossi: in calzoncini corti da ginnastica e canottiera, la canotta operaia e quella del brianzolo in vacanza. Un perfetto everyman. In un Paese che modernizzandosi perdeva progressivamente i propri simboli religiosi e politici, il tramonto progressivo della falce e martello e della bandiera rossa, la Lega del fazzoletto e della cravatta verde - colore ecologico - metteva in campo, ben prima di Berlusconi, una mitologia di nuovo tipo. Il Senatùr è stato per gran parte del Nord del Paese uno-come-noi: la gestualità tipica del frequentatore di bar. Del resto proprio i bar sono state le prime informali sedi leghiste, dove si parlava dialetto e si facevano gli incontri con il Capo. Un marketing politico ruspante e immediato che ha preceduto con le sue invenzioni quello astutamente pubblicitario di Berlusconi nel decennio successivo. Poi c'è stato il maschilismo di fondo di un movimento composto per la maggior parte di uomini - chi si ricorda una leader donna della Lega? Nel novembre del 1993 in un capannone industriale di Curno Bossi arringa il popolo leghista e se la prende con la ministra socialista Margherita Boniver: avambraccio teso fuori dalla camicia e pugno chiuso mima un gigantesco fallo e accompagna il gesto con le parole: «Siamo armati bene, armati di questo manico qui». Lo plaude la platea composta di uomini e insieme di donne. Nasce il "celodurismo" leghista, qualcosa di diverso dalla virilità fascista, come ha scritto Lynda Dematteo, studiosa francese, per cui la virilità animalesca e antisociale dei leghisti non corrisponde per nulla a quella di Mussolini. Dematteo ha notato che per vent' anni i leghisti hanno rovesciato i loro complessi di inferiorità trasformandoli nel "segno dell'aristocrazia nordista": sentendosi disprezzati da una gran parte del paese, disprezzavano a loro volta. Un meccanismo compensativo che ha funzionato ottimamente. Ovviamente Bossi non è tutta la Lega, perché negli anni si è costituito al Nord un blocco sociale presente nelle istituzioni di comando saldato agli interessi della media borghesia nordista, e in particolare alla piccola e media industria del nuovo triangolo industriale. In tutta questa vicenda il Senatùr ha avuto un ruolo decisivo quale icona. Sulle sue tracce si è mosso Matteo Salvini, ma senza possedere le doti telepatiche di Bossi, come si è visto negli ultimi anni. Leader si nasce e non sempre lo si diventa. Il Leone azzoppato di Cassano Magnago è rimasto unico.

Da "il Messaggero" il 17 settembre 2021. I social sono già in fermento. Domenica prossima Umberto Bossi compirà 80 anni. Niente feste con tanti invitati. Anche perché il Covid che continua a circolare non lo consente. Nella sua villa di Gemonio nel Varesotto, a festeggiare gli 80 anni del fondatore della Lega Nord, domenica ci saranno i famigliari più stretti, la moglie, Manuela Marrone e i figli. Un brindisi riservato. Tra l'altro le condizioni di salute di Bossi, già colpito dall'ictus, risentono ancora dell'incidente casalingo avvenuto in casa nel febbraio 2019 e del fuoco di Sant' Antonio avuto lo scorso inverno. Gli amici storici però stanno pensando di fargli sentire comunque la loro vicinanza. Durante la settimana molti di loro gli hanno telefonato. E l'ex ministro della Giustizia, Roberto Castelli, sta organizzando per domenica un raduno sul pratone di Pontida, luogo simbolo della vecchia Lega, per poterlo poi collegare in videochiamata e fargli gli auguri insieme ai militanti nostalgici del vecchio corso che lo rimpiangono e continuano a consideralo una specie di mito. Nemmeno le previsioni meteo che non promettono nulla di buono per domenica in quella zona riusciranno a dissuaderli: se dovesse piovere l'iniziativa si farà al coperto. Intanto sui social e nelle chat dei militanti leghisti aumentano i messaggi di auguri. In questi ultimi anni il Senatùr praticamente non si è mai mosso dalla sua casa di Gemonio, salvo ad aprile scorso, quando è tornato a Palazzo Madama per appoggiare, pubblicamente, la scelta della Lega di sostenere Mario Draghi.

Alberto Mattioli per “la Stampa” il 18 settembre 2021. Nel menù della festa non dovrebbero mancare il salmone affumicato e lo zenzero candito, che hanno soppiantato come cibi favoriti l'accoppiata pizza & Coca-cola dei tempi ruggenti, ristoro del guerriero, di solito alle tre del mattino dopo comizi dalle due ore in su. Domani Umberto Bossi compie 80 anni. Data e luogo di nascita (Cassano Magnago, provincia di Varese) sono fra i pochi fatti sicuri di una vita avventurosa, in cui Bossi è stato iscritto al Pci, si è spacciato per anni per medico, ha fatto il cantautore a Castrocaro con il nome d'arte di "Donato" e, anche questo è certo, ha rivoluzionato la politica italiana. Per la fausta ricorrenza, nessuna celebrazione particolare. I familiari hanno fatto sapere a chi annunciava visite o festeggiamenti che "l'Umberto" preferisce passare il compleanno nella casa di Gemonio con la moglie Manuela Marrone e i figli. Ma gli irriducibili del Senatùr, gli irredentisti della Padania, i leghisti della Lega ancora Nord intendono festeggiarlo comunque. L'ex ministro della Giustizia di Berlusconi, Roberto Castelli, ha lanciato la convocazione per domattina sul sacro pratone di Pontida, anche se probabilmente pioverà e quindi il raduno traslocherà al chiuso: previsto un collegamento video con Gemonio. E in ogni caso sono moltissimi i leghisti, ex o tuttora praticanti, a farsi vivi, a mandare auguri, messaggi, regali. A Bossi piacciono soprattutto i quadri, le stampe, i poster, insomma qualsiasi cosa si possa appendere tranne i vestiti. E infatti sui social e nelle chat circola un ritratto "in rosso" che è diventato il logo non ufficiale del genetliaco. Tanto calore fa da contrappeso a una certa freddezza della Lega "ufficiale": Salvini, raccontano, ha mandato degli auguri scritti. Lui, il Senatùr, anzi il Capo come ancora lo chiamano i leghisti della prima ora, sta abbastanza bene. Qualche passo riesce a farlo; per percorsi più lunghi, usa la sedia a rotelle. La testa, però, è lucida, i giudizi sempre taglienti, lo sguardo critico (anche sulle vicende del suo partito, dicono). Si raccontano exploit notevoli, come quando, al referendum perso da Renzi, azzeccò non solo il risultato, ma anche le percentuali di sì e no, e al decimale. Però di politica attiva Bossi ne fa sempre meno, anche per colpa del Covid e relative restrizioni (a proposito, visto che il tema è caldo in generale e nella Lega in particolare: è vaccinato). L'ultima discesa nella Roma già ladrona avvenne al varo del governo Draghi, una specie di benedizione da parte del fondatore di quello che, a forza di corsi e ricorsi altrui, è il partito più "antico" presente in Parlamento. Da allora, Bossi si è spostato una volta sola, senza che lo sapesse nessuno anche perché è andato a Pecorara, in val Tidone, colline di Piacenza, insomma in zona bersaniana, ospite del capo dei locali vigili urbani. «Lui è fatto così: l'amicizia viene prima di tutto, anche della politica», racconta chi lo conosce bene. A proposito di amici. Bersani, sarà il comune background padano e terragno, ogni tanto si fa vivo. Idem Tremonti e anche Berlusconi, con il quale i rapporti sono stati spesso difficili ma sempre calorosi. Soltanto Bossi ha potuto farsi fotografare mentre gli metteva una mano sulla spalla e per di più indossando la canotta, due circostanze, il contatto fisico e la trasandatezza vestamentaria, che Silvio aborre. E così i due guerrieri stanchi ancora si sentono. Come sentono Bossi anche molti leghisti in carriera: si racconta che Giancarlo Giorgetti l'abbia consultato prima di accettare il suo ministero. Ma se domani Bossi festeggia 80 anni, mercoledì la Padania ne ha compiuti 25 dall'«indipendenza», quell'incredibile frullato di ampolle del Dio Po, simboli celtici e «Va pensiero». Quindi domani la Pontida bossiana rischia di diventare la chiamata a raccolta degli antisalviniani, di quei leghisti ancora convinti che la «questione settentrionale» resti il core business del partito. «Ma no, sarà una celebrazione doverosa e affettuosa - dice Gianni Fava, ultimo avversario di Salvini a congresso -. Però, in un momento di evidente superamento del salvinismo, chi è disilluso vuole forse tornare alle origini». Il Senatùr resta un mito, un po' acciaccato ma sempre sentito. Sentite Gianluca Pini, ex deputato romagnolo: «Se nella vita ho avuto fortuna, la più grande è stata incontrare Bossi. Lui nei libri di storia c'è già».

Cesare Zapperi per il "Corriere della Sera" il 20 settembre 2021. Eccolo, il vecchio Capo. A fine giornata, e che giornata per lui che ha raggiunto il traguardo degli 80 anni, tocca al figlio Renzo rompere la cortina di riservatezza e pubblicare sui social la foto di papà Umberto con i fratelli Roberto Libertà e Eridanio Sirio. Il fisico è provato, ma l'immagine è quella del vecchio combattente con l'immancabile sigaro in bocca. La moglie Manuela ha fatto di tutto perché la ricorrenza scivolasse via senza i riflettori che hanno sempre accompagnato Bossi. Nessuno, a parte gli strettissimi familiari, ha potuto vederlo o fargli gli auguri di persona. Ma era illusorio pensare che, malgrado ormai sia uscito di scena e alle prese con sempre più limitanti problemi fisici, il compleanno a cifra tonda non offrisse l'occasione per tributi di affetto, gesti di riconoscenza, riflessioni sul ruolo che il fondatore della Lega ha giocato sulla scena politica italiana degli ultimi trent' anni. Anche se oggi il Carroccio è molto diverso da quello delle origini, nelle politiche e perfino nel nome (non c'è più Nord e la Padania è sparita), l'ultimo suo «erede», Matteo Salvini ricorda che è stato Bossi a tracciare la strada con un messaggio social inviato dall'auto con cui si sposta da un appuntamento elettorale all'altro: «Questo è il modo di fare politica con passione e tenacia, con testa e cuore, che mi hai e ci hai insegnato. Se siamo qui, se milioni di persone credono in un futuro migliore è perché hai cominciato con pochi altri eroi e valorosi tanti e tanti anni fa». E se l'attuale leader, nonostante da tempo i rapporti siano piuttosto freddi (le ultime uscite del vecchio Capo non erano «allineate»), manifesta sentimenti di «riconoscenza, gratitudine, affetto, stima e venerazione», l'alleato di tanti governi, Silvio Berlusconi, sottolinea che Umberto Bossi «è un leader politico visionario che ha cambiato, con le sue intuizioni autonomiste e federaliste e con il suo contributo alla fondazione del centro-destra, la storia politica dell'Italia». Pur dal fronte opposto, lo riconosce anche il segretario del Pd Enrico Letta: «È stato un protagonista della politica italiana. Siamo stati sempre su fronti avversi, però, sinceramente e francamente gli faccio gli auguri». E tanti altri si sono uniti, con messaggi sia pubblici che privati, ai festeggiamenti che il diretto interessato avrà accolto a modo suo. «Umberto non ha mai amato i compleanni. Ogni volta che gli ho fatto gli auguri sono stato ricoperto di insulti» ha ricordato ieri mattina Roberto Calderoli, tra i fondatori della Lega, a Cisano Bergamasco durante l'incontro di un drappello di fedelissimi promosso dall'ex ministro Roberto Castelli per festeggiare la ricorrenza. In un'atmosfera un po' da reduci di un sogno che non c'è più o che s' è trasformato in altro (non c'erano simboli della «nuova» Lega) alle 11 è arrivato l'annunciato collegamento con casa Bossi. Ma il vecchio Capo, forse sopraffatto dall'emozione, è riuscito a dire solo un «grazie» al tributo d'affetto ricevuto, assicurando con un fil di voce che appena possibile tornerà in mezzo al suo popolo. Popolo che lì, a pochi chilometri dalla Pontida del sacro suolo (il raduno anche quest' anno è saltato, dopo lo stop forzato per il Covid), però non c'era. Come non c'erano, a parte i vecchi amici Calderoli e Castelli, uniti nel ricordare che la loro carriera politica non sarebbe mai iniziata senza la folgorazione bossiana, i più importanti dirigenti del Carroccio (sono intervenuti il segretario della Lega lombarda Fabrizio Cecchetti e il deputato bergamasco Christian Invernizzi). C'era solo un vecchio militante con dodici volumi di ritagli a ricordare cosa è stato Bossi per la politica italiana: il leader nordista contro Roma ladrona, il padre della Devolution, l'alleato fedele dei governi Berlusconi (tranne il primo), l'inventore di riti e slogan. Ma quello è il passato. La foto di Renzo ricorda che siamo in un'altra stagione della vita di un leader che dietro il fumo del suo sigaro non ha smesso di seguire la politica. A modo suo.

Gli ottant'anni del Senatùr. Ultimo sognatore federalista. Paolo Guzzanti il 19 Settembre 2021 su Il Giornale. Oggi il silenzio di Bossi pesa come un dissenso rispetto alla nuova linea. La stima degli imprenditori del Nord. Ho tre ricordi personali di Umberto Bossi e partirò da questi nel giorno in cui il fondatore della Lega Nord compie ottanta anni. Il più recente: camminavo qualche tempo fa in via degli Uffici del Vicario quando mi sentii chiamare da un vocione ed era lui, l'Umberto che dal tavolo della gelateria Giolitti si sbracciava e così ci abbracciammo con amicizia cosa mai accaduta perché non sono mai stato leghista. Per qualche motivo si era consolidata una forma di reciproco e affettuoso rispetto. L'avevo detestato quando minacciava la secessione e io sarei stato fra quelli che avrebbero preso il fucile per l'unità di patria. Ma nel totale disaccordo sentivo come tutti che Bossi è stato uno degli ultimi rivoluzionari con un'idea: voleva una patria che confederasse la Padania con le altre regioni che producono ricchezza in Europa, mandando all'inferno l'Italia rappresentata dalla sventurata città di Roma, colpevole di tutte le ruberie, magnerie a spese del laborioso uomo del Nord. L'altro episodio fu alla buvette del Senato il giorno prima che lo colpisse quel malannaccio che lo costrinse fuori dall'attività politica. Il terzo ricordo, il primo in ordine di tempo, fu venti anni fa durante la campagna elettorale quando fu eletto al Senato e andai a fare un comizio nel Bresciano con Umberto Bossi, il quale mi lanciò il microfono addosso dicendo: «Ecco, fai una parola». Quel «fai una parola» aveva un tono sbrigativo che per me era del tutto nuovo. Ottant'anni non è più un'età speciale perché la vita media si è allungata e quindi avremo di che celebrare anche in futuro. Ma questo compleanno permette di ricordare la stagione in cui Silvio Berlusconi realizzò un piano geniale per mettere insieme la Lega di Bossi senza la quale non si sarebbe andati da nessuna parte con quel che restava del partito neofascista spoglio delle nostalgie del passato per presentarsi come destra moderna. Umberto Bossi era ed è accesamente antifascista e parlava con lo spirito di un partigiano con una postura tipicamente di sinistra. Sappiamo dai suoi studi di medicina abbandonati e la stagione bohème con Roberto Maroni che suonava il sassofono, di Castelli che oggi sarà l'introduttore della grande festa di Pontida sul prato dei riti assolutamente inventati ma proprio per questo ormai storici di un mondo celtico che o non esiste oppure non ha lasciato grandi tracce ma Umberto Bossi ebbe questa idea generale di creare l'identità laddove era possibile compiendo il miracolo di offrire a una parte laboriosa e privilegiata di italiani un nuovo passaporto politico. Del resto, i grandi ideologi erano ancora uomini di alto profilo accademico e culturale come Gianfranco Miglio e gli studiosi del federalismo americano, tedesco e svizzero. Bossi ha raccolto un'eredità nobile e che fu a lungo in competizione con quella unitaria che alla fine del Risorgimento (un ideale, peraltro, soltanto nordico): quella di un'Italia federale. La storia ne fece un patchwork sotto le insegne di casa Savoia. Bossi partì da quell'antico ideale abbandonato. Silvio Berlusconi, una volta realizzata l'alleanza con Bossi raccomandava ai suoi di far sentire ai leghisti la comunanza politica liberale, che non era affatto un'ipocrisia ma una necessità politica. Oggi quella determinazione ideale di Umberto Bossi nel legarsi al leader del mondo liberale accende spente nostalgie perché oggi quasi nulla ha ormai un valore ideale e a difendere i valori della politica liberale è rimasto quasi solo Berlusconi, benché nella Lega di oggi si colgano degli accenni, ma sotto forma di velato dissenso. Tutti sappiamo che Umberto Bossi è tutt'altro che convinto della linea di Matteo Salvini che ha trasformato la Lega in un partito nazionalista, fondato prevalentemente sulla necessità del nemico permanente: l'immigrato clandestino o tutto ciò che fa saltare i nervi all'italiano medio incalzato dalla paura. Ma quello di Bossi era un disegno più grande con radici nel pensiero di Cattaneo e di federalisti non solo italiani. L'idea originaria di questo leader che oggi compie ottant'anni e al quale facciamo gli auguri di lunga vita, volava molto alto, prova ne sia che tutto il mondo della piccola media impresa del Nord si sentiva ben rappresentata. Oggi Bossi riceve moltissimi messaggi di imprenditori liguri, lombardi, piemontesi e veneti che rimpiangono quel rapporto di rappresentanza in crisi da quando la Lega (non è più del Nord), ha trovato rappresentanti di accento ciociaro, calabrese, siciliano, laziale, pugliese distinti e distanti dall'idea di Umberto ai tempi eroici. Chi gli sta vicino lo descrive insofferente e anche fa pesare il suo silenzio come dissenso. Certo, non farebbe nulla per sabotare il suo successore ma considera la sua linea se non un tradimento almeno un opportunistico abbandono del sogno che è stato idealmente in competizione col Partito comunista, trovando un partner perfetto in Silvio Berlusconi, il quale portava in dote le bandiere cadute dell'Italia liberale ostile a tutte le forme di odio e intolleranza. Paolo Guzzanti

Umberto Bossi, anima della Lega, compie 80 anni: la secessione, l’asse con Berlusconi, la malattia. Claudio Bozza su Il Corriere della Sera il 18 settembre 2021. Il Senatur Umberto Bossi spegne 80 candeline a casa con la famiglia. Le tappe dal 1980 a oggi: lo storico sbarco al governo con la Lega Nord nel 1994, le dimissioni da segretario per lo scandalo dei rimborsi elettorali, la moglie Manuela Marrone e la malattia.

La fondazione della Lega Nord con Bobo Maroni. Umberto Bossi compie 80 anni. Nato a Cassano Magnago (Varese) il 19 settembre 1941, il Senatur è stato due volte ministro, sei volte deputato, eletto senatore ed eurodeputato rispettivamente per due e tre volte. Oggi, dopo essere stato costretto alle dimissioni da segretario nell’aprile 2012 a causa dello scandalo sui rimborsi elettorali, è presidente federale a vita della Lega. La sua esperienza politica inizia ufficialmente il 12 aprile del 1984, quando «l’Umberto» diventa segretario della Lega Lombarda, guidando assieme a Roberto Maroni l’unificazione dei movimenti federalisti delle regioni settentrionali nella Lega Nord, che ha guidato appunto dal 1989 al 2012.

La corsa al governo di Milano. Nel giugno del 1992, in piena Tangentopoli, Umberto Bossi in piazza a Milano al fianco del candidato sindaco Marco Formentini.

In piazza Duomo, gremita per il voto del 2001. Alle Politiche del 2001 la Lega Nord sfiorò il 4%, contribuendo alla vittoria della Casa delle Libertà contro l’Ulivo.

Pontida e il mito celtico. Il primo passo in politica di Bossi, perito elettronico, arriva nel 1980 con la prima formazione politica: l’Unolpa (Unione Nord Occidentale Lombarda per l’Autonomia). Qui una delle immagini alle prime manifestazioni a Pontida, con tanto di riti celtici

Lo storico asse con Berlusconi (tra alti e bassi)

Nel marzo 1994 Bossi ha promosso un’alleanza con Forza Italia nelle regioni settentrionali, ribattezzata Polo delle libertà. Dopo la vittoria del centrodestra, la Lega Nord entrò nel primo governo Berlusconi, che però, a dicembre, fu messo in crisi proprio dalle dimissioni dei ministri leghisti.

Il Senatur in canottiera in Sardegna, ospite di Berlusconi

Ai tempi del primo idillio con Berlusconi, ospite nella sua villa in Sardegna, nel 1994

Sempre in canottiera alle feste padane

Il Senatur fa braccio di ferro con un militante del Carroccio.

Ancora al fianco di Berlusconi. Il rapporto tra «l’Umberto» e Berlusconi è stato sempre solido dal punto di vista umano, anche se tale intesa spesso non è bastata a tenere insieme la coalizione del centrodestra, di cui la Lega è stata spesso perno.

Il dito medio contro i giornalisti. Il linguaggio di Bossi è stato spesso molto colorito. E tale atteggiamento gli ha anche procurato un procedimento per vilipendio contro il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Il Senatur fu poi assolto nel 1998 dal Tribunale di Milano, che ha riconosciuto l’insindacabilità delle opinioni espresse. Anche contro i giornalisti ha usato parole e gesti forti.

L’ampolla con l’acqua del Po con il figlio Renzo. La Festa dei popoli padani è stata per anni l’appuntamento più importante per i militanti leghisti, con tanto di rito dell’ampolla con l’acqua del Po.

Il convegno contro «Roma ladrona». «Roma ladrona» è stato a lungo il leit motiv che ha sancito il successo elettorale di Bossi al Nord, contrapponendosi alla capitale, presa come esempio e bersaglio degli sprechi di politica e amministrazioni.

La foto di famiglia con la seconda moglie. Umberto Bossi con i figli e la seconda moglie in una foto degli Anni ‘90. Bossi ha quattro figli, frutto di due matrimoni. Il primo con Gigliola Guidali, celebrato nel 1975, dal quale è nato il primogenito Riccardo. La relazione è finita in divorzio nel 1982. Nel 1994 le seconde nozze con Manuela Marrone, dalla quale ha avuto tre figli: Renzo, Roberto Libertà ed Eridano Siriol. 

Il rapporto con Salvini e l’addio al trono. Dopo le dimissioni da segretario, Bossi si allontana dalla scena politica diradando le sue apparizioni pubbliche. Dopo quasi un anno di totale scomparsa, ritorna nella scena politica al Raduno di Pontida del 2013. Candidatosi alle primarie della Lega Nord, il 7 dicembre viene sconfitto dall’avversario Matteo Salvini che ottiene l’82% dei voti. Alle elezioni politiche del 2018 viene ricandidato dalla Lega al Senato

Ai tempi d’oro al fianco di Miss Padania

Al fianco di Irene Pivetti, la più giovane presidente della Camera. La leghista Irene Pivetti il 15 aprile 1994, al quarto scrutinio, è eletta presidente della Camera dei deputati: a 31 anni è la più giovane presidente della Camera della storia italiana, nonché la seconda donna dopo Nilde Iotti (eletta nel 1979).

Nel 2000 a Varese con il presidente Carlo Azeglio Ciampi

La grande passione per il sigaro

Al fianco di Salvini dopo il passaggio del testimone

Il trio «anomalo» con Buttiglione e D’Alema

Ancora con Salvini dopo il nuovo corso

Dopo l’ictus Berlusconi tiene la mano a Bossi a Montecitorio

Uno degli attacchi al «governo ladro» in veste di oppositore

Il comizio contro il referendum di Renzi e le corna a Zaia

Con il figlio Renzo detto «Il trota»

Lo scandalo dei rimborsi con il l’ex tesoriere Belsito. Nel marzo 2004 Bossi viene colpito da un severo ictus. Il recupero sarà lento e con il passare del tempo delega molte delle sue attività a quello che sui giornali sarà ribattezzato “il cerchio magico”. Con Silvio Berlusconi la rottura si consuma quando il capo di Forza Italia dà le dimissioni da premier e sostiene il governo Monti. Cominciano le inchieste su “The family”, le spese personali della famiglia Bossi effettuate con denaro pubblico. Il 5 aprile 2012 Umberto Bossi dà le dimissioni da segretario federale della Lega. Nel dicembre del 2013, si ricandiderà contro Matteo Salvini, ma verrà sconfitto conquistando soltanto il 19% dei voti.Nel 2017 viene condannato per truffa ai danni dello Stato a due anni e mezzo di reclusione. Il procedimento provoca anche il sequestro dei conti leghisti.

Cala il sipario: l’addio alla sede di via Bellerio dopo lo scandalo

L’ultima tempesta, in auto lascia la sede di via Bellerio, dopo lo scandalo

Il ritorno di Bossi a Roma sui banchi del Senato metafora del popolo del Nord che resiste. Il fondatore della Lega ha superato i malanni e vuole riprendere con la politica attiva. Paolo Guzzanti - Mar, 06/04/2021 - su Il Giornale. È tornato a Roma come un poeta e un gran lombardo, Umberto Bossi. Ed è un ritorno sia di immagine che di un uomo che ha rappresentato per decenni la riscossa di un Nord negletto perché virtuoso e produttivo, ma strangolato dalle burocrazie romane, violato nella sua autenticità e trascurato nella sua cultura. Bossi ha passato un brutto periodo per la sua salute e l'ha superato bravamente come già ha fatto altre volte. Ma stavolta è tornato portando con sé questo tratto netto e romantico della parola lombarda. Le sue poesie, che io non so giudicare letterariamente ma che mi sembrano straordinarie nel minimalismo ritrattista, sono fatte di immagini familiari: quella di una nonna che sferruzza un maglione per il nipote che vedrà solo due volte l'anno o per i giovani lasciati appassire nella terra. L'ultima volta che vidi Umberto era seduto ai tavoli del caffè Giolitti a un passo da Montecitorio. Uno di quei tavoli dove molti decenni prima incontravo Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre quando si fermavano a Roma d'estate negli anni Sessanta per discutere di letteratura e bisticciare clamorosamente come vecchi amanti. Umberto Bossi è tornato sia come senatore della Repubblica che come poeta e ambasciatore della sua terra: la voce del Nord ormai afona dopo una stagione in cui la sua antica e gloriosa Lega si è trasformata in un massiccio partito nazionale e anche romano, campano, onnicomprensivo e multitasking e - se proprio vogliamo dirlo - anche allegramente terrone, con tutti quei begli accenti campani e siculi e calabri cui è stata applicata la sagoma dorata di Alberto da Giussano che precede in battaglia le sue truppe a spada sguainata. Bossi aveva creato il marchio della Lega che conteneva il monosillabo oggi perso: Nord, che era anche la ragione d'essere oltre che sociale di quel movimento in origine federalista e rivoluzionario in senso iper democratico. L'ultima volta che vidi l'Umberto fu lui a riconoscermi da lontano con occhio d'aquila e io non credevo ai miei occhi e alle mie orecchie. Poi ci abbracciamo brevemente e chiacchieriamo un po'. Ma il mio primo incontro con lui - con me che sono un romano che viene dalla terra degli infedeli - fu durante la campagna elettorale del 2001 nel Bresciano e avvertii subito e in modo diretto ed emotivo questa sua scheletricità emozionante nei movimenti, nella parola e nel gesto. Mi disse: «Dai, se fai una parola...» per invitarmi a parlare al suo comizio, cosa che mi sembrava allora impensabile. Devo dire che l'uomo visto a Roma da un romano come me, suscita una commozione probabilmente più intensa di quella che oggi i lombardi possono provare. Almeno, così immagino visto che quel grande sogno rivoluzionario, un po' partigiano, un po' guascone, un sogno sia filosofico che politico, si è ormai perso anche nella memoria collettiva. Leggo che Bossi intende tornare al Senato con frequenza e lo ha fatto per sostenere apertamente il governo di Mario Draghi. È stato dunque il suo un gesto politico quello ha svolto in maniera politica ma ciò che è accaduto è anche ciò che lui stesso, Umberto, desiderava che accadesse: dare rilevanza ad un evento che è la rilevanza di un sogno ancora vivo così come lui è ben vivo. E implicitamente una antitesi del sogno e della poeticità di quest'uomo nei confronti della nuova Lega che non è più nordica e che fa provare specialmente in Lombardia il rimpianto per un sostegno che una volta c'era e oggi si stenta a ritrovare. Questo ritorno ha un valore politico di cui vedremo l'importanza nel prossimo futuro, ma di cui possiamo già cogliere il valore esistenziale, romantico, ideologico, visto che quell'antico ragazzaccio è tornato dopo aver essersi battuto come un leone contro la malattia e non soltanto contro gli avversari politici. È stata dunque una giornata di ritorno e riconferma, se non vogliamo dire di rinascita. Di sicuro il ritorno della persona, non un omaggio alla memoria. Bossi voleva far vedere, e ci è riuscito, di essere forte come un tempo, ma e inoltre un uomo capace di poesia, meno coinvolto nella rissa della politica politicante, ma proprio per questo un vero rappresentante: il rappresentante di un popolo, quello del Nord e della Lombardia e dell'idea federalista che ha avuto il suo momento d'oro, e che forse non meritava di svanire dissolvendosi nella perdita dell'identità. Non si è dissolto nulla. Ecco infatti che dalle nebbie riemerge l'antico e nuovo Umberto e ci viene incontro con alcuni fogli e le sue poesie.

Umberto Bossi, ecco come trascorre la sua vecchiaia dopo i due ictus. Renato Farina su Libero Quotidiano il 05 aprile 2021. Siamo consapevoli che il titolo farà stringere il pugno destro a Umberto Bossi per tirarcelo sul plesso solare. Non gli dà fastidio il sostantivo ma l'aggettivo. Passi per vecchiaia: a settembre ne compie 80, e da quando ha 62 anni non gli è stato risparmiato niente, gli manca solo di fulminarsi con l'asciugacapelli. Vecchiaia sì, faticosa per gli acciacchi anche, ma tranquilla proprio no. Il fatto è che tutti noi vorremmo essere come lui, perennemente combattivi, con molti guai, ma con la stessa faccia di chi è contento di aver vissuto e di stare ancora al mondo. Insomma, guardarlo regala tranquillità, non solo ai leghisti di varie generazioni, ma a chiunque coltivi ancora qualche ideale e non se lo sia fatto crio conservare come i miliardari americani surgelati nella tomba. La fotografia spedita ieri da Umberto Bossi agli amici su WhatsApp con gli auguri di Pasqua. Nel riquadro, un francobollo britannico con il "Senatùr" Si osservino le sue fotografie. Quella qui accanto l'ha spedita ieri agli amici su WhatsApp con gli auguri di Pasqua. L'altra, quella in prima pagina, se l'è fatta scattare il primo marzo, appena rientrato nel suo ufficio di Roma, aggiungendo il motto: «La forza sia con voi!», pronto per nuove guerre stellari. Dalle sue parti si direbbe: «L'è matt!». Invece no, è solo vivo, non accetta di lasciarsi piazzare nella sala dove si affumicano i salmoni ancorché selvaggi. 

DA GEMONIO AL PARLAMENTO. Nel febbraio del 2019, il ripetersi dell'ictus che nel 2004 lo aveva trasferito nell'oltretomba per fortuna con ritorno, aveva indotti i più a considerarlo pietosamente un rudere che è già tanto che respira, da incensare come una reliquia, che si spezza a trasportarla come un Budda di porcellana. Per questo non aveva più auto e autista. E siamo al primo di marzo, e finalmente convince il figlio Renzo ad accompagnarlo da Gemonio al Parlamento, dove è ancora e sempre Senatùr. Sconsigliato da tutti, senza vaccinazione, soggetto a rischio, reduce da un dolorosissimo fuoco di sant' Antonio, ma eccolo di ritorno al lavoro. Colleghi e giornalisti, commessi e consiglieri si fanno intorno per salutarlo. La salute prima di tutto. Come stai, eccetera. Lui scarta questa domanda. Nessuna nostalgia del tempo in cui comandava lui. Zero recriminazioni. Compatimento riservatelo a vostra sorella. È sempre girato verso il futuro, non ha nessuna intenzione di farsi mummificare da vivo, né di fare il vecchio saggio con il calumet del coglione tra le labbra. Trascrivo qualche riga dell'intervista di Lanfranco Palazzolo. Domanda: Come sta? Risposta: «La nuova situazione con il governo Draghi richiede di mettere al primo posto il lavoro. Ricordandosi che il Nord non può camminare se il Sud non si sviluppa. Oggi non ci sono imprese al Sud, e se non ci sono imprese non vengono versati i contributi all'Inps, che paga al Sud pensioni per ragioni umanitarie anche a chi non ha versato nulla. Tutto questo ricade sui lavoratori del Nord». Domanda: D'accordo con la Lega al governo, e con Giorgetti in un ministero importante, lo Sviluppo economico? Risposta: «Certo. Occorre un coordinamento Nord-Sud per il lavoro. Il Nord non può permettersi un Sud senza sviluppo. Per questo necessitano collegamenti, treni, porti: creare una catena da Nord, dove si imposti il processo produttivo, a Sud, dove lo si completi». Domanda: Sì, ma come sta lei? Risposta: «Ho passato un momento doloroso: il fuoco di Sant' Antonio che non è una bella cosa». Che fa a Gemonio, nella sua casa sopra Varese? Riceve amici, con la necessaria prudenza, ma distanze non riesce a mantenerle. La politica è faccia, contatto, tatto, bicchiere da passare in osteria con il nocino e la Coca Cola, sedili della macchina bruciati dai tizzoni di sigaro Garibaldi. Con il Covid e le conseguenze dell'ictus tutto si fa complicato. Visite contingentate: l'ex ministro Roberto Castelli, il cofondatore della Lega, Giuseppe Leoni. Giorgetti di tanto in tanto. Tremonti. Qualcuno arriva di nascosto, che non è una bella cosa, non è mica un lebbroso. Berlusconi lo chiama. Sente tanta gente al telefono. Incredibile, ma tramite ponte con la sua collaboratrice al Senato, Nicoletta Maggi, gli arrivano le comunicazioni di diciotto, ventenni, leghisti e no, cui sembra di parlare con un mito, ma lui è più vivo e inquieto di loro, con gli ideali vibranti come il tremolio della mano, che balla meno del cuore. Ecco, scrive poesie. Negli ultimi tempi sta ricostruendo i primi passi della Lega, la sua volontà di fondare questo movimento coincide con una ribellione poetica al dominio dello Stato centrale. Si può dire che la Lega è stata seminata nel solco delle sue meditazioni in versi. Rigorosamente in dialetto non milanese ma lombardo (la Koinè padano-alpina, che si traslittera diversamente dal meneghino di Carlo Porta). Ecco, ora è tornato a scrivere poesie. 

SCIURA MARIA. Ce ne sono di bellissime. La più politica è "Tera» con una erre sola, e sta per terra. C'è il desiderio che il passare del tempo non getti via il suo essere intrisa delle lacrime e del sudore della sua gente. Però se devo citare dei versi sono quelli della "Sciura Maria», la signora Maria. È dedicata a una donna da lui davvero incontrata, una che ha fatto la serva tutta la vita, ora malata di cancro al seno, e lei che se lo palpa tutto mangiato dal male. Il medico le ha detto brutalmente: inoperabile. Ma lei non è una bestia, è la sciura Maria, sono una cristiana anche io! 

«Sòta la man 

La tò teta mangiada, 

Cunsciada me cent' an fa. 

Te dumandà stremìa: 

"Ma uperì mia? 

L'è già trop avanzà?" 

Cinquantot' an 

O cinquantanooeuv. 

Mai spusada. 

Serva in cà. 

Sül letin 

Te ghe seat ti, 

Sciura Maria» 

A Londra hanno stampato francobolli validi per la Royal Mail con il volto di Bossi accanto a quello della Regina. Al British Museum è esposta anche la banconota, made in Padania con il suo profilo. Tranquilla vecchiaia per quella banconota, forse. Bossi non lo si può musealizzare, neanche da vecchio.

·        Giancarlo Giorgetti.

Mario Ajello per “Il Messaggero” il 26 settembre 201. I leghisti che la sanno lunga raccontano questo di fronte all'iniziativa di Giorgetti degli Stati Generali del Carroccio in Lombardia - «Non un'iniziativa personale ma di partito», precisano i suoi - a pochi giorni dal voto amministrativo: «Nessuna rivalità con Salvini e non esiste che Giancarlo voglia prendere il suo posto. Ma il Nord è il Nord, e al Nord abbiamo il cuore del nostro movimento, il nostro passato e il nostro futuro». Detta così, è una cosa che suona in questo modo: basta baloccarsi troppo con l'idea della Lega nazionale. Anche perché laggiù al Sud, per qualche renziano (Scoma, a cui sarebbe stata promessa la candidatura a sindaco di Palermo) che sale sul Carroccio ci sono esponenti locali leghisti che trasmigrano in Fratelli d'Italia. Torna il Nord über alles nella strategia del partito salvinista ma più che Salvini sono gli altri - anche se «non esiste il partito di Giorgetti» come dice Giorgetti magari dissimulando - a battere su questo tasto. Che è lo stesso per cui la rivendicazione dell'autonomia differenziata, che negli ultimi tempi era sparita e che molti attribuiscono al capo leghista la ragione della sparizione, sta tornando prepotentemente nelle priorità del Carroccio, anche o soprattutto quello a trazione veneta ossia a guida Zaia. Di fatto, si sono tenuti ieri alle Ville Ponti di Varese, terra giorgettiana, gli Stati Generali della Lega in Lombardia, proprio per approfondire i temi dell'agenda amministrativa, con la presenza degli esponenti di tutti i livelli di governo, da quello nazionale a quello regionale, fino alle amministrazioni locali. Circa duecento i sindaci lombardi presenti e non pochi pur ribadendo la stima per Salvini riferiscono che da quando c'è Draghi è cambiato tutto.

SVOLTE Già il fatto che non ci sia più Morisi alla guida delle Bestia un segnale di cambiamento lo è. Anche al di là dei gossip che vorrebbero raccontare la fuoriuscita del capo della comunicazione salvinista sui social come una vittoria dell'ala governista e giorgettiana su quella pop e populista rappresentata con successo in questi anni dai maghi dei social media amici di Matteo. Il realismo di Giorgetti, che gioca in casa in quel di Varese, è così formulato: «Avremo vinto nelle urne del prossimo weekend, se avremo aumentato il numero dei sindaci. E perso, se li avremo diminuiti. In politica è così. Dopo di che c'è la grande incognita dell'affluenza, non so dopo il Covid quante persone andranno a votare». Ecco, Giorgetti vede una Lega spaesata, consapevole dell'Opa ostile della Meloni, alle prese con la novità sconvolgente del governo Draghi, non più arciconvinta dell'infallibilità del capo (cioè Salvini), e cerca da antico uomo di partito di rianimarla. Mentre Giorgetti fa il Giorgetti ed è in Padania, Salvini fa Salvini ed è a Tor Bella Monaca a Roma. «Fanno il gioco della parti», dicono in molti nella Lega. Ma altri: «Hanno in mente due Leghe diverse, anche se Giancarlo non accoltellerà mai Matteo neppure se glielo ordina Draghi». Ma chissà. Giorgetti dixit ieri: «Nessuno ci perdona niente, anzi l'attività preferita è cercare di dividerci. Il copione è sempre lo stesso, ma se ci chiamiamo Lega, e in qualche modo ci rifacciamo alla Lega Lombarda, sappiamo che noi abbiamo un'altra missione, un altro modo di interpretare quello che siamo». Il che significa, appunto, che Salvini non si tocca (per ora, ma se il partito arriva sotto il 20 per cento domenica e lunedì prossimo qualche conseguenza ci sarà) e che però, allo stesso tempo, l'inquietudine in politica nella vita delle organizzazioni di partito non resta mai fine a se stessa. 

Giancarlo Giorgetti allo Sviluppo economico, l'eminenza grigia della Lega al governo. Andrea Montanari su La Repubblica il 12 febbraio 2021. Già sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nell'esecutivo gialloverde, è il volto moderato del Carroccio per cui ha sempre tenuto le relazioni con il mondo bancario, finanziario e industriale. E anche quelle internazionali. Da quando Matteo Salvini è diventato segretario federale della Lega, Giancarlo Giorgetti non è solo il suo vice, ma la sua ombra. È la vera eminenza grigia di via Bellerio. Una sorta di Richelieu, che ha sempre tenuto le relazioni con il mondo bancario, finanziario e industriale. Anche le relazioni internazionali soprattutto con Washington. Giorgetti rappresenta il volto moderato della Lega, l'opposto di quello che  sbandierava Salvini  l'estate del 2019 al Papeete di Milano Marittima culminata con la crisi del governo Conte 1. Ecco perché in molti sono pronti  a scommettere che proprio in Giorgetti, oltre al governatore veneto Luca Zaia,  possano insidiare la leadership di Salvini. Ora che il Capitano sembra aver ammainato la bandiera del sovranismo pur di entrare a far parte del governo di Mario Draghi. Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel governo Conte 1 a maggioranza gialloverde, fu proprio Giorgetti che mise in guardia i ministri leghisti nel giugno 2018 quando disse: "Tenetevi una foto di Matteo Renzi sulla scrivania. Abbiamo un'opportunità, ma fate attenzione. Ricordatevi che quattro anni fa il segretario del Pd aveva il 40 per cento. E cosa è rimasto di quel 40 per cento pochi mesi dopo". Ora che anche la Lega a trazione Salvini è scesa dal 34,45  per  cento dei voti a sotto il 24 negli ultimi sondaggi, appare evidente che dietro al cambio di strategia della Lega ci sia la regia di Giorgetti. Lo stesso che aveva profetizzato la crisi del governo Conte 2 e l'avvento del "governo di tutti"  affermando: "Vedrete che finirà così. Non c'è avvenire se non si fa un governo che abbia in Parlamento la forza necessaria per caricarsi i problemi del Paese". Varesino di nascita, Giorgetti, 54 anni,  è vice segretario della Lega dal 1 giugno 2018. Laurea alla Bocconi di Milano in Economia Aziendale, è stato eletto in Parlamento per la prima volta nel 1996. Una carriera folgorante nella Lega allora guidata da Umberto Bossi, che celebrava la Padania alle sorgenti del Po sul Monviso con la cerimonia dell'ampolla da versare poi nel mare di Venezia. Da sindaco di Cazzago Brabbia ad ambasciatore della Lega nei salotti che contano. Banche, finanza. Nel 2001, Silvio Berlusconi lo nomina sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti. Fa parte del Consiglio di amministrazione di Credieuronord, ma esce assolto dall'inchiesta sul crac dell'istituto di credito. Storico segretario nazionale della Lega Lombardia, è stato il relatore della manovra economica del 2011. L'ultima prima della crisi dell'ultimo governo Berlusconi e l'arrivo del governo tecnico di Mario Monti. Da sempre esponente dell'ala liberale della Lega  si è sempre schierato a favore dell'alleanza tra Italia e Stati Uniti nel quadro della Nato, ma ha anche cercato un dialogo con la Germania di Angela Merkel. Anche quando Salvini dirigeva il suo sguardo verso altre amministrazioni. C'è la regia del "Richelieu" della Lega anche nell'arrivo di Letizia Moratti nella squadra del governatore della Lombardia Attilio Fontana. Il nome di Giorgetti era stato perfino invocato anche come possibile candidato sindaco del centrodestra a Milano.  Non è un mistero che il neoassessore lombardo allo Sviluppo Economico, Guido Guidesi, che ha chiesto al governo di riaprire i ristoranti fino alle 22, sia un "giorgettiano" doc. E che proprio dal mondo industriale ed economico del Nord sia partita la spinta che ha convinto Salvini a cambiare rotta.  Rinunciare ad andare al voto subito e appoggiare il governo Draghi.  

Giancarlo Giorgetti, il "capo" che incarna la mutazione della Lega di Matteo Salvini. Sostenitore di Draghi, è l'uomo che sposta l'asse del governo verso gli interessi del Nord. È l'unico politico tra i tecnici che toccheranno le risorse del recovery fund. Un ruolo chiave: come fosse il solo vicepremier di un esecutivo che non ne ha.  Susanna Turco su L'Espresso il 19 febbraio 2021. È un «certo tipo» d’uomo, per il quale un «certo tipo» di questioni è fondamentale, e un certo modo di starci altrettanto. Grigiore, silenzio, studio. Tutto di gran moda, nell’era Draghi che s’è appena aperta, a partire dalla passione per il calcio inglese del Southampton, che è la città portuale da cui salpò il Titanic, per dire dell’allegria media che ci aspetta. Ecco Giancarlo Giorgetti e la sua vita altrove, ma sempre dentro la Lega. Lateralità, piedi piantati nella finanza, atlantismo e spirito pratico: «Per quanto riguarda incontri con i russi, io ho notoriamente una posizione di un certo tipo, anche all’interno del mio movimento», chiarì ad esempio, in una lunga intervista alla Stampa Estera nel 2019, negando di saperne qualcosa, e quindi implicitamente prendendo le distanze da Salvini, dopo la scoperta (rivelata dall’Espresso) che l’emissario del capo leghista, Gianluca Savoini, aveva trattato a Mosca finanziamenti con gli uomini di Putin. Varesino, 54 anni, in Parlamento da quando ne aveva 30 (correva l’anno 1996), addetto «a fare ciò che a Salvini fa schifo: stare nei Palazzi e risolvere problemi» (sintesi significativamente offerta sempre alla stampa estera) Giorgetti si trova in una posizione particolarmente preziosa, nel governo in cui Mario Draghi l’ha voluto ministro dello Sviluppo economico. Centrale ma sempre in ombra nel Carroccio dove è un eterno secondo, s’avvia infatti a diventare un caso unico: il solo a potersi muovere come se fosse un vicepremier, in un governo che non ne ha, perché, visto il numero dei partiti che compongono maggioranza, ne avrebbe dovuti avere troppi. Un paradossale compimento, questo, di una carriera politica lunghissima, fatta di zero voli pindarici, zero fantasie, zero correnti: ma posizioni conquistate nei fatti, stabili, come lo è il folto gruppo di colleghi di partito che a Giorgetti sono talmente vicini da averlo soprannominato «capo» - mentre al governo del partito si succedevano i segretari (Umberto Bossi in origine, poi Roberto Maroni, e adesso Salvini) ai quali d’altra parte lui è sempre stato fedele. Rapporti solidi - dentro il Carroccio, come quello, fondamentale anche in questo passaggio, con il governatore del Veneto Luca Zaia, ma anche fuori - tutti «di un certo tipo», si intende: «Sono tanti anni che faccio politica e le persone le conosco tutte. Volendo andare al governo, coi poteri forti bisogna avere a che fare, ma non in modo supino», ha spiegato una volta a Varese-news. Eccolo servito. Convinto sostenitore della politica-pratica, quella che «si fa sui numeri, sui rapporti di forza, su situazioni di consenso, non sulla teoria», Giorgetti incarna adesso la variante leghista del governo, quella cioè del partito potenzialmente più ballerino dell’intera coalizione che sostiene l’ex presidente della Bce. Quanto sarà dirompente è tutto da vedere (molto dipenderà da Salvini, che per ora è perfettamente allineato): di certo, intanto, per sfera di influenza, la sua è una posizione che dice tanto, anche in prospettiva, sul Carroccio che torna ad essere di governo, dopo un anno e mezzo di opposizione. Non per caso, nel suo esordio al Senato, il presidente del Consiglio Mario Draghi, dopo averlo voluto seduto alla sua destra si è rivolto a Giorgetti per l’unico dettaglio che non sapeva risolvere. «Mi dite voi quando debbo sedermi?», gli ha domandato, così facendo l’uguaglianza e la differenza con il debutto in Parlamento di Giuseppe Conte, che tre anni fa si trovò a chiedere all’allora suo vicepremier Luigi Di Maio: «Questo posso dirlo?». Si stenta immaginare un Draghi che chieda alcunché di altrettanto sostanziale: ma ecco, se dovesse avere qualche chiarimento da domandare circa i riti della politica, si ha il fondato sospetto che sarà a Giorgetti che tornerà a rivolgersi. Ministro dello Sviluppo economico e quindi interlocutore diretto di imprese, artigiani, partite Iva e commercianti, insomma dello zoccolo duro dell’elettorato leghista e di centrodestra, del quale si troverà a interpretare anche nuovi orizzonti non strettamente padani come l’Ilva di Taranto, o anche francamente romani come l’Alitalia, Giorgetti sta adesso all’incrocio di tre direttrici fondamentali del nuovo governo: i soldi del Recovery, l’apporto leghista, l’asse del nord. È infatti il più politico nella rosa dei ministri tecnici, anzi addirittura l’unico, nel cerchio di coloro che si troveranno più a stretto contatto con Draghi per suddividere e amministrare le risorse del Recovery Fund: un centro di spesa che ha come perno il Mef di Daniele Franco, e ruoterà verosimilmente attorno ai ministeri della Transizione ecologica guidata da Roberto Cingolani, delle Infrastrutture di Enrico Giovannini, ma anche della Giustizia di Marta Cartabia («la governance è incardinata nel ministero dell’Economia con la strettissima collaborazione dei ministeri competenti che definiscono le politiche e i progetti di settore», ha spiegato Draghi, vaghissimo, nel discorso della fiducia alle Camere). Un centro di spesa che - sia pure con un Mise al quale Luigi Di Maio ha tolto il commercio con l’estero e che ora è in procinto di perdere tutta la parte dell’energia - ruoterà anche attorno a lui, Giorgetti: l’unico tra costoro ad avere una tessera di partito. E non da ieri. Ce l’aveva già, vent’anni fa, quando da presidente della commissione Bilancio della Camera, conobbe Draghi anche attraverso la squadra che il futuro premier aveva messo insieme al Tesoro, allora appena lasciato (era il 2001): dal suo successore nel ruolo di direttore generale Domenico Siniscalco, alla squadra di via XX Settembre (Lorenzo Bini Smaghi, Dario Scannapieco, Roberto Ulissi, Maria Cannata), al Ragioniere dello Stato Vittorio Grilli, altro Draghi boy dei tempi del governo Ciampi. Un legame antico e fatto di forte stima, tra i due: dalle cronache dell’epoca salta fuori che, alla relazione annuale del Draghi governatore di Bankitalia, Giorgetti non mancava mai, rappresentando pressoché l’unico elemento di intersezione tra la Lega e quei mondi. E se nella tarda primavera del 2018 - l’epoca in cui lo ricordiamo impazzavano i Borghi e i Bagnai, e relativo stile - il presidente della Bce ha chiamato proprio il numero due della Lega per spiegare che la situazione dei mercati imponeva di togliere dalle secche la formazione del governo gialloverde (ci si era arenati su Paolo Savona), bisogna risalire a dieci anni prima, al 2008, per trovare lo scintillante complimento rivolto al numero uno di Bankitalia dall’allora presidente della commissione Bilancio della Camera: «Chiaro, preciso, nella parte sul federalismo addirittura sorprendente. È stata una relazione eccellente, molto lucida, davvero noi leghisti non potevamo chiedere di più», ebbe a dire, addirittura. Lasciando intravedere, in anticipo di due lustri e mezzo sull’attuale «è un fuoriclasse», un Draghi diciamo leghista, di certo già fonte sicura d’entusiasmo, anche prima del Draghi «grillino» che è magicamente apparso a Beppe Grillo a inizio febbraio durante le consultazioni. Attorno al tavolone del Consiglio dei ministri, Giorgetti è elemento di spicco anche nell’asse spostato a settentrione del governo nuovo (sono del nord anche i ministri Pd e due su tre di Fi), una inclinazione che corrisponde assai meglio al profilo di un Paese dove, ormai, la maggioranza delle regioni è guidata dal centrodestra. Una inclinazione che chi ha parlato con Draghi sostiene essere frutto di un caso (il premier «dice di aver chiamato chi conosce e stima, senza far caso alla zona di provenienza: peraltro, sono tutti italiani», spiegano), ma già tanto evidente da aver fatto sollevare preoccupazioni per ora velate: «È un governo spostato sul centrodestra nordico», ha fatto notare ad esempio il presidente dello Svimez Adriano Giannola. In netta discontinuità, sul punto, rispetto al Conte due che era composto da molti ministri del Meridione, a partire dallo stesso premier (ma poi, oltre al lucano Roberto Speranza che è rimasto al suo posto, c’erano i pugliesi Francesco Boccia e Teresa Bellanova, i campani Luigi Di Maio ed Enzo Amendola, il siciliano Alfonso Bonafede), e nel quale, come teorizzava lo stesso ministro del Sud Peppe Provenzano, era attiva la concorrenza del Pd sui Cinque Stelle, che si svolgeva a cavallo tra le misure contro il lavoro nero e gli incentivi modello reddito di cittadinanza. Una tendenza che pare già completamente invertita, a sentire l’aria nuova che spira da Palazzo Chigi, così poco incline a linee di azione da centodieci per cento e affini. Molte cose passano dunque adesso sulle spalle di Giorgetti, compreso il compito eventuale di spegni incendi nei rapporti tra il governo e quello che è potenzialmente il più esplosivo dei suoi alleati, sempre che (come sembra) i Cinque Stelle si facciano imbrigliare e sterilizzare nell’asse contiano con Pd e Leu. La Lega di Matteo Salvini, che oggi ha messo da parte il sovranismo e giura di non voler fare lo sfascia carrozze - e per carità «mai come fece Rifondazione con Prodi», ma domani chi lo sa – ha sul fronte dell’esecutivo la faccia rassicurante di Giorgetti. Rassicurante e più presente di quanto non si ricordi a primo impatto. È Giorgetti che, nel maggio 2019, tre mesi prima dei proclami salviniani al Papeete beach su cui crollò il Conte uno, da sottosegretario alla presidenza del Consiglio aveva proclamato sostanzialmente conclusa l’esperienza del governo con i grillini, allorché facendosi portavoce delle difficoltà interne ai vari ministeri - ma anche di una serie di preoccupazioni e pressioni internazionali - spiegava che il governo del preteso cambiamento era in realtà in «stallo» e che così non si poteva andare avanti. È da allora, praticamente nel corso dell’intero governo giallorosa, che Giorgetti ha lavorato a costruire quell’ipotesi che adesso si è realizzata. E che appare tutt’altro che una svolta improvvisa, se si guardano le cronache passate. Se, come abbiamo ricostruito, già nel giorno in cui il capo dello Stato Sergio Mattarella diede l’incarico a Draghi, Salvini era pronto ad agevolare la nascita del nuovo esecutivo (si parlava ancora di astensione), risale addirittura all’autunno 2019, l’idea di un governo di emergenza che avesse come premier proprio il presidente della Bce allora a fine mandato. Un’ipotesi che sul fronte del centrosinistra portava intanto avanti Matteo Renzi, e che invece nella Lega era spinta in tandem prima da Salvini, poi da Giorgetti. Che in una intervista alla Stampa non soltanto arrivò a tratteggiare la necessità di un «governo di emergenza», ma pure l’impossibilità che a guidarlo fosse di nuovo Giuseppe Conte: «Un Conte tre? Mamma mia... Credo che un governo del genere dovrebbe riflettere il sentimento che c’è nel Paese, quindi nei gruppi presenti in Parlamento. Tutti, da Leu a Fdi. Per fare quattro o cinque cose urgentissime. Compresa la legge elettorale». Ecco, chi adesso nelle stanze dei Palazzi fa disperato i conti di sottogoverno, conti che non tornano mai perché i posti sono troppo pochi e i partiti troppi, osserva come alla fine sia questo uno dei compiti che aspettano la Lega: superare l’anomalia del tripolarismo grillino, favorire la contrapposizione elettorale tra un centrodestra a trazione leghista contro, magari, un centrosinistra in affanno, e tornare a un’ordinata alternanza. Più mite e giorgettiana, finalmente.

Giancarlo Giorgetti, il lumbard che sussurra ai poteri forti. Vittorio Malagutti su L'Espresso il 19 febbraio 2021. Il leghista varesino, nuovo ministro dello Sviluppo economico, dice di rappresentare artigiani e piccoli imprenditori del Nord. Ma in trent'anni di carriera ha accumulato contatti nel mondo dell'alta finanza e delle grandi aziende accreditando l'immagine del leghista dialogante, alternativo a Salvini. E ora passa all'incasso con Draghi. Sostiene Giancarlo Giorgetti che in politica ci sono due modi di confrontarsi con l’economia. Si può stare vicino a chi produce, inventa, affronta i mercati. Oppure adagiarsi su una nuvola di formule accademiche, tipo salario minimo o produttività, con il rischio di perdere il contatto con la realtà. Questa schematica divisione del mondo dice molto del metodo Giorgetti. Oppure, meglio, suggerisce l’immagine che il neoministro leghista vuol dare di sé: uomo del fare, concreto. Uno che potrebbe stupire con gli effetti speciali, ma sceglie sempre e comunque di volare basso, vicino a quella che ama descrivere come la sua gente, il ceto produttivo del Nord: artigiani, piccoli imprenditori, commercianti radicati nell’immensa provincia padana. Non parla molto, Giorgetti, ma quando sceglie di tirarla in lungo non lo fa mai per il gusto di intrattenere la platea. Il discorso appena citato, quello sull’economia del fare, risale per esempio al 23 agosto del 2019. Due settimane prima, affrontando a petto nudo le folle danzanti del Papeete di Milano Marittima, Matteo Salvini aveva mandato a picco la barca del governo gialloverde. La truppa leghista era allo sbando e da Rimini, ospite del Meeting di Comunione e Liberazione, il numero due del partito prese le distanze dal capo e dal suo avventurismo dei «pieni poteri». Le parole pronunciate dal palco ciellino sembravano studiate apposta per rassicurare la tradizionale base elettorale del movimento che fu di Umberto Bossi, gente moderata e benpensante, che non segue Facebook perché ha troppo da fare, un esercito disorientato dalla fuga in avanti del capopopolo da spiaggia. Quel giorno, per dire, il futuro ministro varesotto, già allievo prediletto del senatur, parlò addirittura di «piazza social che non ragiona». Un’eresia, dentro un partito che fondava tutta la sua strategia comunicativa sulla ricerca spasmodica di like. Niente di nuovo, in verità. Il gioco delle parti tra l’incendiario Salvini e il pompiere Giorgetti, una variante dello schema classico poliziotto buono-poliziotto cattivo, funziona alla grande da anni. E il copione è stato rispettato fino in fondo anche questa volta, nei giorni convulsi in cui la politica italiana è arrivata al capolinea del governo di Mario Draghi. Non è tempo di proclami, questo. Muti i noeuro. Archiviata la flat tax. I banchieri avidi non sono più un problema. Ed ecco che in prima linea arriva il leghista del fare, quello che non ama i social network (niente Facebook, Twitter, Instagram) e quando va in tv preferisce evitare i talk show. In un esecutivo che sembra destinato a galleggiare sulle sue contraddizioni, tra ministri che si contradicono a vicenda praticamente su tutto, a fare la differenza, e a indicare la rotta al Paese, saranno i dicasteri chiamati a gestire il rilancio del sistema produttivo colpito duro dalla pandemia. Per questi incarichi Draghi ha scelto ministri estranei ai partiti: al Tesoro Daniele Franco, ex Bankitalia, lo scienziato Roberto Cingolani alla Transizione ecologica, l’economista Enrico Giovannini alle Infrastrutture. Tutti tecnici per le poltrone chiave. Tutti salvo uno. Il ministero dello Sviluppo economico che ha competenza diretta su centinaia di crisi industriali sparse da un capo all’altro della Penisola, è stato affidato a Giorgetti, un politico che ha esordito alla Camera nel 1996 e si porta in dote un patrimonio di contatti nel mondo delle imprese accumulati in trent’anni di carriera con pazienza certosina, quasi andreottiana, lavorando sottotraccia, sempre un passo indietro rispetto al capo, da Bossi a Bobo Maroni fino a Salvini. Senza grande sforzo di fantasia, le malelingue in Parlamento descrivono il nuovo ministro come un «amico dei poteri forti», citando le sue frequentazioni alla City di Londra e a Washington. Insinuazioni sempre liquidate con un’alzata di spalle dal diretto interessato, troppo occupato a tessere la sua tela per perdere tempo con il gossip romano. Il figlio di un pescatore e di un’operaia, classe 1966, cresciuto in un minuscolo paese sul lago di Varese (Cazzago Brabbia, 800 abitanti), si è conquistato un ruolo preciso sul palcoscenico della politica. Il ruolo del populista dialogante, dell’ambasciatore dei sovranisti nel mondo degli affari. Tutto questo senza mai rinnegare pubblicamente neppure un punto dell’agenda di Salvini, dai porti chiusi alle sparate retoriche contro l’Europa. Mai una parola contro, semmai un silenzio ostentato, oppure uno scarto di lato rispetto alla linea tracciata dal capo. Come quando, tra febbraio e marzo di due anni fa, Giorgetti partì per un tour di una decina di giorni tra Inghilterra e Stati Uniti, scandito da incontri ad alto livello con banchieri, funzionari governativi e manager delle multinazionali Usa, a cominciare da quelle della difesa e dell’aerospazio. Una mossa che sembrava studiata apposta per marcare la differenza con il resto del partito che invece guardava verso Mosca e il regime di Vladimir Putin, come raccontato proprio in quelle settimane dalle inchieste dell’Espresso. Dalle fila della maggioranza gialloverde si levarono le grida di Gianluigi Paragone. «Le banche d’affari non stanno nel contratto di governo», protestò il Cinque Stelle duro e puro, anche lui varesotto, raccontando di un incontro tra Giorgetti e Draghi, l’allora presidente della Bce di Francoforte che all’epoca era descritto dai grillini come il capo di una fantomatica cupola della finanza internazionale. La risposta arrivò a stretto giro di posta. «No, Draghi non l’ho incontrato, ma oggi mi ha telefonato per ringraziarmi della simpatia e della fiducia», spiegò il leghista intervistato in tv con un sorriso sornione stampato in volto e l’aria disinvolta di chi spiega a un ragazzino come va il mondo. Nessun timore, quindi, nel rivendicare le sue entrature nei salotti dell’alta finanza. Nei quindici mesi del primo governo Conte, mentre Salvini usava il suo mandato di ministro per fare comizi in giro per l’Italia, il numero due del partito ha gestito il potere, quello vero, da Palazzo Chigi come sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Una posizione solo apparentemente defilata che grazie alle deleghe all’attuazione del programma di governo gli ha permesso di intercettare tutti i dossier più importanti in campo economico. Nel governo di quota 100 e del reddito di cittadinanza, Giorgetti non ha mai smesso di seminare nel campo che coltiva da sempre, tra gli imprenditori diffidenti e spaventati dalla svolta populista di Roma. Tra tanti esordienti ai posti di comando, il leghista varesotto per dieci anni presidente della strategica commissione Bilancio della Camera, è diventato un punto di riferimento per le lobby industriali disorientate dal nuovo corso. Per non parlare di grandi aziende di Stato come il gruppo Leonardo, il polo della difesa, con importanti siti produttivi in provincia di Varese, dove lavora anche un fratello di Giorgetti, Francesco, un manager che si occupa di rapporti commerciali con l’estero. E così, quando l’esperimento gialloverde si è infine arenato sulla spiaggia di Milano Marittima, mentre Salvini ha perso il filo del discorso, fermo a bordo ring come un pugile suonato, il numero due del Carroccio ha tirato dritto sulla strada di sempre, anzi, addirittura rafforzato dopo la rottura dell’alleanza per lui innaturale con i Cinque Stelle. «L’Italia deve essere governata dalla cultura del Nord», tuonò il sottosegretario uscente ospite a un convegno a Varese, come se a poche settimane dalla caduta del governo Conte uno avesse fretta di riprendere il filo di un discorso interrotto per cause di forza maggiore. Poi è arrivato il Covid-19, che ha ridato voce alla propaganda leghista contro il governo. Giorgetti invece per mesi si è esposto poco in pubblico. E nelle prime settimane della pandemia è rimasto addirittura in silenzio, alimentando la leggenda di un passo indietro in polemica con Salvini. Poi però, a partire dall’estate scorsa, ogni dichiarazione è servita a marcare la differenza con la linea politica del recente passato. Zero polemiche con Bruxelles, aperture alla nuova amministrazione Usa dopo la vittoria di Joe Biden, possibilista su una cabina di regia comune tra governo e opposizione per affrontare la pandemia. Era il gran ritorno del Giorgetti dialogante, che comunque non rinunciava a manovrare dietro le quinte per guadagnare spazio e potere nelle partite che contano davvero. Per esempio in Lombardia, dove ai primi dell’anno il leghista di Varese ha pilotato l’ingresso in giunta, insieme a Letizia Moratti, del suo pupillo Guido Guidesi, a cui è andato un assessorato di peso, quello dello Sviluppo economico. A Roma intanto si avvicinava il ribaltone politico. E il vice di Salvini ha fiutato l’aria con grande anticipo. E si è mosso di conseguenza. Gli sponsor davvero non gli mancavano, da Confindustria fino a Bankitalia. Per non parlare del nuovo presidente del Consiglio. In tempi non sospetti, nell’ottobre del 2019, Giorgetti si sbilanciò dicendo che «se deve nascere un governo gradito alle banche, Draghi è l’unico italiano su cui nessuno può dire niente». Ecco fatto.

·        Irene Pivetti.

Irene Pivetti, restituiti i 4 milioni di euro: il gip non convalida il sequestro preventivo. Redazione Milano su Il Corriere della Sera il 29 novembre 2021. L’ex presidente della Camera è al centro di un’indagine della Procura di Milano su una serie di operazioni commerciali, in particolare la compravendita di tre Ferrari. Tra gli indagati anche il pilota Leonardo «Leo» Isolani. Il gip di Milano Giusy Barbara non ha convalidato il sequestro preventivo di 4 milioni di euro effettuato nei giorni scorsi a carico dell’ex presidente della Camera Irene Pivetti e di un suo consulente, tra gli indagati per riciclaggio, autoriciclaggio e frode fiscale in un’inchiesta della Procura di Milano su una serie di operazioni commerciali, in particolare la compravendita di 3 Ferrari Gran Turismo, che sarebbero servite per riciclare proventi di un’evasione fiscale. Contestualmente il giudice ha disposto la restituzione delle somme poste sotto sigilli dalla Guardia di Finanza. Il sequestro preventivo d’urgenza risale allo scorso 18 novembre ed è stato eseguito contestualmente all’avviso di chiusura delle indagini nei confronti di Irene Pivetti e altre sei persone, ossia il consulente Pier Domenico Peirone, il pilota di rally ed ex campione di Gran Turismo Leonardo «Leo» Isolani, la moglie Manuela Mascoli, la figlia di lei Giorgia Giovannelli, il notaio Francesco Maria Trapani e un altro imprenditore. L’importo che il pm aveva bloccato e che ora è stato restituito è di 3 milioni e mezzo riconducibili a Irene Pivetti e 500 mila euro al suo consulente. Da quanto si sa il gip non ha convalidato in quanto non avrebbe condiviso l’impostazione giuridica della Procura, ritenendo che il reato presupposto ai fatti contestati debba avere una diversa qualificazione. L’avvocato Filippo Cocco, che difende l’ex presidente della Camera, ha commentato: «Non cambia il nostro atteggiamento. Leggeremo le carte ci presenteremo davanti al pm per essere ascoltati».

Giuseppe Guastella per il "Corriere della Sera" il 30 novembre 2021.  La voce di Irene Pivetti non è per nulla turbata, almeno apparentemente, né dal clamore che una decina di giorni fa ha avuto il sequestro di 3,4 milioni fatto dalla Procura di Milano sui suoi conti bancari, né ora che il giudice ha bocciato lo stesso sequestro. «È un passaggio di obiettività che permette di procedere con la massima serietà. Chiederò di essere sentita dal pm e sono pronta a presentare tutta la documentazione che prova la totale correttezza del mio operato», afferma l'ex presidente della Camera. L'indagine è quella che la vede indagata con altre sei persone per frode fiscale e auto riciclaggio per un affare legato alla mediazione nella vendita, per 10 milioni di euro, al magnate cinese Zhou Xijiandi del marchio della scuderia di auto da corsa Gt Leo e di tre Ferrari da competizione, che però sarebbero andate in Cina solo sulla carta perché sono state vendute in Europa. Nello stesso affare, secondo le indagini della Guardia di Finanza dirette dal pm Giovanni Tarzia, il gruppo Only Italia che fa capo alla Pivetti avrebbe realizzato una plusvalenza di 8,8 milioni che non sarebbero stati dichiarati e di cui 7,9 sarebbero arrivati alla stessa Pivetti. Il fisco ora le chiede, quale persona fisica, 5 milioni di euro tra tasse non pagate per i presunti redditi non dichiarati. Altri 500 mila euro sono stati sequestrati ad un altro indagato. I sequestri erano stati ordinati in concomitanza con la chiusura delle indagini che prelude alla richiesta di rinvio a giudizio. Il gip non ha convalidato il sequestro preventivo ordinato dal pm perché va valutato se Irene Pivetti abbia agito come legale rappresentante del gruppo Only Italia, di cui fanno parte anche società che operano all'estero, e non come persona fisica. I 10 milioni erano partiti dal gruppo acquirente di Honk Kong «More & more investment» di Zhou Xijian e arrivati in Italia passando attraverso società della galassia Only Italia tra Cina e Polonia. Si tratterebbe, quindi, di un caso di «esterovestizione» di società italiane fatte apparire come se operassero all'estero ma che in realtà lavorano in Italia dove non hanno pagato le imposte. Dalla documentazione delle indagini non sarebbe possibile al momento quantificare il volume di un'eventuale frode commessa da Only Italia secondo questa impostazione. Fino ad ora la Finanza aveva messo i sigilli su 1,5 milioni trovati in un conto corrente che, però, era stato già sequestrato dalla Procura di Busto Arsizio (Varese) in una delle indagini sull'importazione di mascherine dalla Cina durante la pandemia, che vedono anche in questo caso indagata l'ex esponente della Legai. «Questa vicenda, così come è stata descritta, coinvolge molte persone e molte storie. È molto importante fare chiarezza con calma», ripete l'ex presidente della Camera secondo la quale l'operazione italo-cinese è stata «assolutamente lecita. Le vetture che sono state vendute non sono quelle delle indagini, come è facile dimostrare dall'esame delle fatture che sono state sequestrate».

(ANSA il 18 Novembre 2021) - Il Nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf di Milano sta eseguendo un sequestro preventivo di 4 milioni di euro a carico dell'ex presidente della Camera Irene Pivetti e di un suo consulente, tra gli indagati per riciclaggio e frode fiscale in un'indagine del pm Giovanni Tarzia su una serie di operazioni commerciali, in particolare la compravendita di 3 Ferrari Gran Turismo, che sarebbero servite per riciclare proventi di un'evasione fiscale. Le stesse accuse sono contestate, tra gli altri, anche al pilota Leonardo Leo Isolani, alla moglie e alla figlia. La somma sequestrata coincide con il profitto dei reati ipotizzati. L'indagine, in cui è contestato anche l'autoriciclaggio, ipotizza il ruolo di intermediazione del gruppo Only Italia, presieduto da Irene Pivetti, in operazioni delle società di Isolani per nascondere al fisco alcuni beni, tra cui le tre Ferrari, una delle quali è stata sequestrata dalle Fiamme Gialle tempo fa. Secondo la ricostruzione emersa dagli accertamenti i fatti risalgono al 2016. Isolani, che ha un suo 'team racing', avrebbe venduto tutti i beni (attrezzature, marchio e sito web) di una sua società indebitata con l'erario per diversi milioni di euro al fine di svuotarla. Beni che sarebbero andati ad un'altra sua società con base a San Marino, la quale avrebbe venduto di nuovo tutti i beni, e in più le tre Ferrari, ad una società di Hong Kong riferibile a Pivetti. Società quest'ultima che, poi, avrebbe rivenduto ancora gli asset al Gruppo Daohe, del magnate cinese Zhou Xi Jian. La cessione è stata festeggiata con un evento a Palazzo Brancaccio a Roma organizzato proprio dall'ex esponente leghista. Nelle varie fasi dell'operazione di riciclaggio sono coinvolti anche un notaio e due imprenditori (di cui uno cinese). Gli indagati sono in tutto sette. Il 9 giugno dell'anno scorso c'erano state perquisizioni e nell'ottobre successivo un sequestro da 1,2 milioni a carico del pilota. Il sequestro di oggi è stato emesso in via d'urgenza dal pm Tarzia e riguarda 3,5 milioni di euro quale profitto della frode fiscale e 500.000 euro circa quale profitto delle condotte di riciclaggio dei proventi delittuosi dell'evasione fiscale

(ANSA il 18 Novembre 2021) - Oltre al sequestro preventivo da 4 milioni di euro il Nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf milanese sta notificando gli avvisi di conclusione dell'indagine, coordinata dal pm Giovanni Tarzia e in vista della richiesta di rinvio a giudizio, a carico dell'ex presidente della Camera Irene Pivetti, del pilota di rally Leonardo Leo Isolani e di altre 5 persone. L'inchiesta vede al centro una serie di operazioni commerciali, in particolare, la compravendita di tre Ferrari Gran Turismo, che sarebbero servite per 'ripulire' incassi di un'evasione fiscale. Vengono contestati reati tributari, il riciclaggio e l'autoriciclaggio.

Monica Serra per "la Stampa" il 19 novembre 2021. All'inizio fu la croce della Vandea, i tailleur accollatissimi, le gonne sotto il ginocchio e una presidenza della Camera rigorosa fino al limite del bigotto. Poi arrivò il periodo post punk, o meglio, quasi sadomaso: con completini in lattex e borchie sberluccicanti in televisione per sdoganare il sogno proibito degli italiani sulla ex castigatissima terza carica dello Stato appena 31enne. Ma, da un certo punto in poi, per Irene Pivetti, ex enfant prodige della politica italiana e del primo governo Berlusconi, cocca ripudiata del Senatur, la strada è stata una lunga discesa verso gli inferi delle procure: prima un'inchiesta sulle mascherine chirurgiche contraffatte di origine cinese, ora le accuse di frode fiscale e riciclaggio per una cifra di 8 milioni legata a una ex scuderia di Ferrari Gran Turismo che la brava Irene, secondo i pm, avrebbe svuotato per evitare di pagare le tasse. «Sono stata colpita per il mio nome» s' è difesa lei. Le prime inchieste in cui il nome della Pivetti, «noto personaggio politico», come viene ancora definita nelle veline degli investigatori, emerse da indagata, riguardano varie partite di mascherine importate dalla Cina e rivendute, tra gli altri, alla Protezione Civile che, caso più unico che raro, sbagliò il pagamento, aggiungendo ben 11 milioni e 800 mila euro all'importo dovuto. Un "miracolo" di cui Irene Pivetti disse di non essersi accorta. Se ne accorse invece molto bene la Gdf che per questa storia sta ancora indagando. Contro di lei ora si aggiungono le accuse di sottrazione fraudolenta, frode fiscale e riciclaggio, nell'ambito di un'inchiesta che ha messo in luce la compravendita della scuderia Ferrari di un pilota di rally e un vorticoso giro di denaro tra Hong Kong, Cina, Macao, Svizzera, San Marino, Malta, Monaco, Gran Bretagna, Polonia e Spagna, che col suo gruppo Only avrebbe commesso. Con l'avviso di conclusione delle indagini preliminari, il pm Giovanni Tarzia ieri ha notificato all'ex leghista un nuovo sequestro preventivo d'urgenza di quasi 3 milioni e mezzo di euro, che si somma al milione e 200 mila già messo sotto sigilli dalla procura di Busto Arsizio per la storia delle mascherine cinesi. Con un provvedimento che è stato confermato fino in Cassazione. L'inchiesta milanese appena terminata parte dalla compravendita, nel 2016, di tre Ferrari Gt acquistate dalla Isolani Racing Team Srl, società del pilota Leonardo Isolani, e dalla Red Racing, della moglie di Isolani, Manuela Mascoli (entrambi indagati), di fatto svuotate nonostante fossero fortemente indebitate con il fisco. L'operazione commerciale, notata dagli investigatori del Nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf di Milano, era stata pubblicizzata sul sito del gruppo Only Italia che «fa capo a Irene Pivetti» ed è costituito «da una serie di società di diritto italiano ed estero». Ma a fronte della complessa operazione - un giro di compravendite degli stessi beni, siglate una domenica d'aprile davanti al notaio di origini catanesi, Francesco Trapani (indagato) - ai finanzieri non risulta essere stato pagato un euro di imposte sul guadagno. Non solo. Dopo aver acquistato per un milione e 200 mila euro la scuderia e i beni in essa contenuti, la società di Pivetti nella stessa domenica li avrebbe poi ceduti a ben 10 milioni di euro a una società di Hong Kong, la More & More Investment, che sembrerebbe riconducibile al gruppo Dahoe, del magnate cinese Zhou Xi Jian. Almeno sulla carta. Perché, per l'accusa, quelle auto (solo una è stata sequestrata) sarebbero rimaste nelle mani di Isolani, che nel frattempo si è trasferito alla Canarie sottraendosi al fisco. Mentre, scrive il pm, «l'obiettivo perseguito da Irene Pivetti» è stato quello «di acquistare il solo logo Isolani-Ferrari per cederlo a un prezzo dieci volte superiore al gruppo Dahoe, senza comparire in prima persona». Soldi su cui poi, a sua volta, non avrebbe neanche pagato le tasse. Ad aiutare Pivetti a incassare i quasi 8 milioni di euro «su un conto estero a lei non riconducibile per occultarli» sarebbe stato il consulente Pier Domenico Peirone, cui ieri è stato sequestrato quasi mezzo milione di euro. Gli investigatori hanno seguito le tracce del vorticoso giro di denaro con rogatorie in mezzo mondo. Ora, assicura il suo avvocato Filippo Cocco, Irene Pivetti «è pronta a chiarire ogni aspetto della vicenda e a farsi interrogare dai pm».

«Irene Pivetti frodava il fisco»: le Ferrari vendute (per finta) in Cina con il pilota Leo Isolani. Giuseppe Guastella su Il Corriere della Sera il 19 novembre 2021. La più giovane terza carica dello Stato nella storia italiana rischia il processo per la falsa compravendita di tre vetture da competizione. In realtà una è finita a Montecarlo, una in Francia e la terza nel Varesotto.

Irene Pivetti e la Ferrari nominalmente venduta in Cina e trovata invece in un club di Ferraristi nel Varesotto

Per l’imprenditore cinese Zhou Xijian, disposto a sborsare 10 milioni di euro, l’unica cosa interessante era il marchio «Ferrari» di cui poteva fregiarsi, autorizzata da Maranello, la scuderia «Isolani racing team», forse per usarlo nelle gare di auto in Asia o chissà cos’altro. Per aver mediato il passaggio del logo incassando quasi 8 milioni di euro, l’ex presidente della Camera Irene Pivetti si è vista notificare un sequestro per 3,5 milioni di euro non pagati al fisco dopo l’affare e rischia concretamente di essere processata per frode fiscale e auto riciclaggio. «È pronta a chiarire ogni aspetto della vicenda e, una volta lette le carte, a farsi sentire dal pm», annuncia il suo legale, l’avvocato Filippo Cocco. Il nome della più giovane terza carica dello Stato nella storia italiana è il primo dei sette nei cui confronti il pm milanese Giovanni Tarzia ha chiuso, in vista della richiesta di processo, un’indagine svolta dalla Guardia di Finanza di Milano. Tutto parte dal forse troppo enfatico annuncio nella primavera 2016 della cessione della scuderia del pilota di auto Gt Leo (Leonardo) Isolani (indagato) al gruppo cinese «More & more investment» di Zhou Xijian. Fastosa serata in un palazzo patrizio di Roma e notizia sparata sul sito del Gruppo Only Italia, costellazione di società che fanno capo a Irene Pivetti la quale, da quando ha lasciato Montecitorio, preceduta dal prestigio della carica che ha lasciato, ha intessuto una rete di relazioni con l’Asia che l’hanno fatta finire anche in alcune indagini sull’importazione di mascherine durante la pandemia.

La plusvalenza da 9 milioni

Il 3 aprile 2016 è domenica, ma il notaio bresciano è in studio per il passaggio dalla «Isolani racing team» e dalla «Red Racing» della moglie del pilota a «Only Italia» di tre Ferrari da corsa (due 360 Modena e una 575 Maranello), un Tir-officina, ma soprattutto del logo «Isolani-Ferrari». Costo: 1,2 milioni di euro. Paga Pivetti che immediatamente gira tutto a «More & More investment Group» di Hong Kong incassando 10 milioni, realizzando, quindi, 8,8 milioni di plusvalenza. Un bell’affare, non c’è che dire. Ma non per il fisco al quale la Isolani deve 5 milioni di euro e che così resta con un pugno di mosche in mano. Le indagini delle Fiamme Gialle concludono che si trattò di «compravendite simulate» perché i beni materiali sono andati in Asia solo sulla carta. La cosa curiosa, forse un’ingenuità, è infatti che in quei giorni i siti specializzati dicevano che Isolani voleva trasferire la sua attività, comprese le tre Ferrari (con tanto di foto) a Tenerife nelle Canarie.

I conti correnti tra Cina e Polonia

Gli investigatori scopriranno poi che la 575 è stata venduta a Montecarlo e una delle 360 Modena è stata ceduta in Francia, la seconda la trovano un mese fa nel Varesotto durante una perquisizione in un club di Ferraristi. Un giro d’affari neanche troppo sofisticato in cui l’ex esponente leghista si sarebbe «adoperata per ricevere denaro su conti esteri» tra la Cina e la Polonia. È «ampiamente dimostrato» il «carattere fraudolento delle operazioni commerciali realizzate dalla Pivetti», scrive il pm, che ha evaso tasse per 3,5 milioni che devono essere sequestrati in via preventiva nei suoi conti (ulteriori 500 mila a un altro indagato) perché c’è la «concreta possibilità» che li sposti all’estero attraverso l’«opaco reticolato di società» del gruppo Only Italia.

·        La Questione Razziale.

Maria Berlinguer per “La Stampa” il 3 dicembre 2021. «Di me si potrebbe pensare chissà cosa, visto il motivo per cui sono in carcere, ma non sono un “mostro”, come mi hanno sempre descritto. Il Luca di oggi è un uomo che magari fa meno notizia rispetto al Lupo, ma che comunque c’è ed esiste, sta facendo il massimo per scontare il debito che ha con la società civile e si impegna nella sfida». Comincia così la lettera di 13 pagine, scritte in stampatello, che Luca Traini, manda dal carcere di Montacuto all’AdnKronos. Il 3 febbraio del 2018 alle 11 a Macerata, in piena campagna elettorale, da un’Alfa romeo 147 nera vengono esplosi in pieno centro cittadino dei colpi di pistola. Nell’attacco razzista restano ferite sei persone, tutti immigrati di origine sub-shariana. A fare fuoco con una Gluck è Luca Traini, partito da Tolentino per «vendicare» Pamela Mastropietro, la ragazzina uccisa e fatta a pezzi a Roma da Innocent Oseghale. Traini dopo aver gettato nel panico la città scende dall’auto davanti al Monumento ai caduti. Ha un tricolore legato al collo. Grida «Viva l’Italia» e fa il saluto romano prima di arrendersi alle Forze dell’ordine. Nella sua abitazione vengono trovate una copia del Main Kampf e una bandiera con la croce celtica. Si scopre inoltre che l’uomo si è candidato con la Lega Nord nelle elezioni comunali di Corridonia nel 2017. Non ha preso alcuna preferenza ma nel suo programma il tema centrale è il «controllo degli immigrati». In un primo momento si ipotizza che Traini conoscesse Pamela. Il tentativo di strage cambia il corso delle elezioni. Traini viene condannato a 12 anni. Ne sono passati 4 dal giorno in cui ha iniziato a scontare la sua pena. «Chiaramente il mio reato all’inizio era odioso per la larga parte della popolazione carceraria, quella che sta scontando condanne per reati di droga ma la serietà e la correttezza con cui sto affrontando la detenzione mi ha fatto acquisire il rispetto di tutti», dice ammettendo la gravità del gesto compito. «Una certa ideologia che avevo e che ho manifestato in maniera folkloristica altro non era che un’immagine fittizia (virtuale) che mi ero creato a scudo , come un contrasto con il brutto del mondo. Lo stesso per il fisico al mio ingresso in carcere pesavo 132 kg di muscoli. Un colosso sviluppato in anni di palestra per sfuggire al bullismo scolastico subito perché ero grasso, andavo in palestra per sfogarmi quotidianamente delle delusioni in famiglia al lavoro, le delusioni della vita». Traini garantisce di essere molto cambiato. Dice di leggere molto, di fare yoga e meditazione buddista, di seguire corsi di reinserimento. «Si sta a contatto con tutti, sia detenuti che appuntati, io sono in una sezione con detenuti di tutte le etnie, italiani, pakistani, albanesi, africani e non ho mai avuto problemi né li ho creati». «Una volta sono esploso, una sola volta (gravemente) la mia mente ha staccato la spina» dice. «Da lassù la mia cara mamma e la piccola Pamela mi guidano e mi proteggono. Ho sognato Pamela molte volte, soprattutto all’inizio, l’ho sognata avvolta da tantissima luce. Emanava un calore umano di un’amica che conosco da tanto tempo, sebbene fuori non la conoscessi».

Il Nord strepita: «Torna a casa, Lega». Si irrobustisce la fronda anti-Salvini. Il Nordest e il Nordovest hanno sempre vissuto con fastidio le aperture “nazionali” del leader e ora, anche con le pressioni del mondo imprenditoriale, si spinge per un ritorno alle origini. Giuseppe Pietrobelli su Il Quotidiano del Sud l'1 ottobre 2021. A volte le verità, i pensieri inconfessati, si nascondono nelle pieghe delle parole. Accade durante la conferenza stampa nella sede della Protezione Civile di Marghera, che al presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, venga chiesto da un giornalista: “Non ha l’impressione che il tema dell’autonomia non sia una delle priorità del governo Draghi?”. Il governatore risponde senza pensarci: “Credo che l’autonomia non sia stata nelle priorità di nessun governo, altrimenti ce l’avremmo già… ma se Draghi vuole puntare alla lotta agli sprechi, deve puntare sull’autonomia”. Quindi, secondo Zaia, nessun governo ha fatto dell’autonomia un tema forte, un obiettivo da raggiungere. La frase è rivelatrice della convinzione che neppure il governo giallo-verde, con Lega e Cinquestelle, abbia fatto granchè per tradurre in fatti le intenzioni. Il famoso referendum che registrò una valanga di voti a favore dell’autonomia del Veneto risale ormai a quattro anni fa, al 22 ottobre 2021, e in Veneto si stanno preparando le celebrazioni, attenti a non confonderle con delle esequie. Da allora si sono succeduti quattro governi: Paolo Gentiloni rimase in carica fino al giugno 2018. Poi toccò a Giuseppe Conte, fino al settembre 2019, con una ministra leghista deputata all’autonomia, la vicentina Erika Stefani. Proprio in quel periodo il segretario Matteo Salvini stava accelerando sull’apertura nazionale della Lega che si stava trasformando in Lega per Salvini Premier, un partito su misura per le sue ambizioni e da esportazione in Centro e Sud Italia. Non a caso con il 34,92 per cento delle Europee nel maggio 2019, la Lega ha raggiunto il punto più alto del suo successo, tale da illudere Salvini di poter andare alle urne dopo aver fatto cadere il governo. Il che non avvenne e così è arrivato il Conte II, rimasto in carica fino al febbraio 2021, con un ministro del Pd (Francesco Boccia) che non scansò il problema dell’autonomia, ma indicò per primo l’esigenza di una legge-quadro. Nel governo Draghi il dicastero competente è stato assegnato a Maria Grazia Gelmini di Forza italia, che ha insediato una commissione. Rispondendo ai giornalisti Zaia ha spiegato ieri che sono aperti tavoli tecnici con il governo, ma si è ancora lontani da una legge-quadro per l’autonomia. Si trova nella stessa situazione in cui si svolgevano le trattative nel governo leghista, quando Salvini non sembrava così entusiasta di fare dell’autonomia una priorità, forse preoccupato per le ricadute negative in termini elettorali al Sud. Ma questo ripropone la questione delle due Leghe che si sta profilando da qualche mese. A fare da detonatore è stato il Covid, con la linea abbracciata da Salvini sul Green-pass e sui vaccini, non propriamente governativa. Invece i presidenti leghisti delle Regioni (Veneto, Lombardia e Friuli) hanno imposto una linea di rigore, pur lasciando margini alla libertà vaccinale. Poi sono venuti i distinguo del ministro Giancarlo Giorgetti, che ha preso le distanze da Salvini non solo sul green-pass (sostenendo che è fondamentale per far ripartire la macchina produttiva italiana), ma anche sulle candidature alle elezioni comunali. In particolare ha ammesso che a Milano Giorgio Sala può vincere al primo turno e che a Roma Carlo Calenda sarebbe stato più forte del candidato appoggiato da Lega, Fratelli d’Italia e Forza italia. La cartina di tornasole del tentativo di riportare la Lega alla sua dimensione di partito del Nord si è avuta durante l’assemblea degli industriali di Vicenza. Vi ha partecipato Zaia che finalmente ha ammesso la verità ormai sotto gli occhi di tutti: “Nella Lega? Le due componenti penso che ci stiano, che possano coesistere, perchè ci sono sempre state. È giusto che ci sia un dibattito, e in questo non ci vedo due Leghe”. Unità nella diversità, un dato nuovo per un partito da sempre monolitico, anche se non sufficiente a far pensare a fronde interne o a improbabili secessioni. Ha concluso: “Una volta si diceva ‘Lega di lotta e Lega dei tombini’. È vero che poi alla fine la sintesi si fa sempre con i governatori: il documento dei cinque punti sul Covid è una pietra miliare di quella che è la Lega del fare”. La qualità dell'informazione è un bene assoluto, che richiede impegno, dedizione, sacrificio.

Autonomia differenziata, il cadavere riesumato da un blitz della Lega. Un disegno di legge per attuare il regionalismo differenziato collegato alla legge di bilancio. Il piano B del Carroccio in caso di flop elettorale: tornare al Federalismo padano. Claudio Marincola su Il Quotidiano del Sud l'1 ottobre 2021. Accompagnata all’uscita dalla porta principale, l’autonomia differenziata è pronta a rientrare dalla finestra. Con il solito blitz leghista è riapparsa sotto forma di disegno di legge, un collegato alla nota di aggiornamento al Def. Un fantasma pronto a riprendere forma tutte le volte che il fanatismo elettorale lo richiede. Ma questa volta sotto le sembianza del “federalismo spinto” ci potrebbe essere dell’altro. La scappatoia esistenziale di una parte del Carroccio. Le bandiera del popolo padano sono rimaste negli armadi, basterebbe spolverarle e riportarle in piazza per tornare alle origini. Il blitz è stato ispirato dai soliti governatori oltranzisti, il lombardo Attilio Fontana e il veneto Luca Zaia e con la benedizione di Giancarlo Giorgetti. Una rete di protezione in vista del possibile flop alle amministrative. Il dopo Salvini insomma è già cominciato. Se il sogno di una Lega sparsa su tutto il territorio nazionale sfuma, come dicono i sondaggi, si torna all’antico. Salvini, dicono le malelingue, si è esposto nella difesa del suo ex digital-guru Luca Morisi per non lavare i “panni sporchi”. La caduta dal podio è vicina. Ed ecco allora rispuntare il vecchio disegno, i confini segnati dal sacro fiume Po, l’occhio strizzato agli elettori delle regioni del Nord, la resurrezione del bossismo, come raccontato da questo giornale qualche giorno fa.

FEDERALISMO AD OROLOGERIA

La riesumazione dell’autonomia differenziata, dunque, come effetto collaterale. La Lega che si slega. Ed ecco che, depotenziato dalla crisi sanitaria, logorato dal protagonismo dei governatori, il federalismo ad orologeria si materializza nella sua forma più estremista. La versione già bocciata del primo governo Conte. L’interpretazione più talebana dei criteri di attuazione dell’articolo 119 della Costituzione. Un nuovo assetto federale per regolare il rapporto economico-finanziario tra lo Stato e le autonomie territoriali. Che vuol dire superamento del sistema di finanza derivata, maggiore autonomia di entrata e di spesa agli enti decentrati. E al diavolo i princìpi di solidarietà, riequilibrio territoriale e coesione sociale che dovrebbero guidare tutte le scelte del PNNR secondo i dettami Ue. Non c’è da stupirsi se ancora una volta l’attenzione dei governatori e della Lega – ma non solo – riguarda la parte economico-finanziaria dell’autonomia differenziata. La legge n. 42/2009 ha introdotto il principio di territorialità per regolare l modalità di attribuzione alle Regioni del gettito dei tributi regionali e delle compartecipazioni al gettito. Ed è questo che fa gola, la possibilità di tener conto del luogo di consumo, localizzazione dei cespiti, prestazione del lavoro, residenza del percettore. In una parola la fiscalità regionale, ovvero la fiscalizzazione dei trasferimenti statali alle Regioni e alle Province. Attuare il federalismo per i leghisti di ieri e di oggi – detto in soldoni – ha sempre voluto dire questo: incassare i dané e tenerseli in cassaforte considerando propri anche quelli destinati alla perequazione. Da qui la richiesta di rideterminare l’aliquota dell’addizionale regionale Irpef per garantire alle Regioni a statuto ordinario entrate corrispondenti ai trasferimenti statali soppressi. Ciò che prima ti veniva passato per trasferimento dallo Stato si può trattenere a monte. A pensarci bene non è molto diverso dal principio declinato in ambito sanitario con il decreto legislativo n. 68 del 2011. E i risultati sono, purtroppo, sotto gli occhi di tutti; disparità di trattamento, disuguaglianza, assenza di medicina territoriale, ospedali tagliati, trattamenti economici differenziati, migrazione sanitaria, viaggi della speranza etc, etc. Da giorno in cui la Lega ha iniziato a cavalcare quella che doveva essere la tigre dell’autonomia poco o niente s’è fatto. Arranca la determinazione dei fabbisogni standard, indicatori tratti da una banca dati, informazioni che provengono dal territorio per costruire un meccanismo perequativo. Non si riesce a dare forma e contenuto ai Lep, i livelli essenziali delle prestazioni previsti dal Pnrr: per farlo bisognerà aspettare almeno fino al 2026. In compenso, come se nulla fosse, si torna a parlare del luminoso destino che attenderebbe le regioni del Nord pronte ad affrancarsi dal centralismo cristallizzante. Il solito tormentone, la solitaria accelerazione di un partito in crisi di identità. Il ritorno a scoppio ritardato di un modello che lo stesso Salvini aveva riposto nel guardaroba tra gli abiti dismessi. Indumenti logori, lisi, già usati. Le iniziative assunte ormai vari anni fa, in un altro clima politico e sociale, in un’altra Italia, da alcune Regioni, in particolare Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna spacciate per atti di fondazione. Referendum-farsa ai sensi dell’articolo 116, comma 3, della Costituzione.

COME FINIRÀ?

In passato blitz di questo tipo si sono conclusi con un nulla di fatto. E così dovrebbe essere anche questa volta. Tanto più che una bocciatura netta al disegno leghista è arrivata anche dagli esperti nominati dalla ministra agli Affari regionali, Mariastella Gelmini. Una commissione di docenti, giuristi e tecnici che ha giudicato il passaggio di alcune competenze, come ad esempio l’istruzione, impraticabile. Anche perché l’impianto generale scelto per il riconoscimento dell’autonomia differenziata dovrà essere uguale per tutti. E invece i percorsi per arrivare all’autonomia sono molto diversi fra loro.

RISPOLVERATE LE PRE-INTESE

Nella scorsa legislatura furono firmati tre accordi separati. In realtà pre-intese senza alcun valore giuridico dall’allora segretario Gianclaudio Bressa, esponente del partito democratico. Una strada diversa è stata invece quella scelta dall’ex ministro agli Affari regionali, anche lui dem, Francesco Boccia, un sistema di legge quadro, la definizione di un perimetro entro il quale declinare le varie forme di autonomia. Poi la Pandemia ha smontato tutto, messo a nudo le crepe, smascherato gli egocentrismi, i personalismi gli sprechi e le inefficienze proprio delle regioni e dei governatori che più di altri agitavano il vessillo dell’autonomia.

LO SCONTRO CON FICO

Fin qui il passato e anche il presente, con l’ultima recente riesumazione ad uso interno leghista. Con il sospetto che questa volta intorno al tema del federalismo si possa costruire una sorta di alleanza. L’asse Giorgetti-Gelmini è cosa fatta (e non promette nulla di buono). Vorrebbe saldarsi con un fronte moderato al quale si sta avvicinando sempre di più Luigi Di Maio, il ministro sempre più stressato dai conflitti del M5S, sempre più insofferente all’alleanza con il Pd. Lo scontro con Roberto Fico a Napoli, il sostegno ai “propri” candidati lo tiene molto più occupato delle questioni internazionali, uno scontro che va oltre l’orizzonte stretto delle prossime elezioni amministrative. Il regionalismo differenziato potrebbe essere contropartita per un accordo più ampio che taglierebbe fuori Giuseppe Conte. Il regionalismo differenziato come contropartita. Un negoziato scellerato sulla pelle del Mezzogiorno.

Miglio e l'implosione dello Stato burocratico. Carlo Lottieri il 10 Agosto 2021 su Il Giornale. Aveva previsto l'involuzione delle istituzioni centrali. L'unico antidoto era il federalismo. È probabile che il nome di Gianfranco Miglio, venuto a mancare vent'anni fa, ai più giovani non dica molto. Eppure c'è stato un momento che ha visto il professore comasco assurgere agli onori della cronaca: prima come fiancheggiatore intellettuale della Lega Lombarda (in seguito ribattezzatasi Lega Nord), poi quale figura centrale all'interno del movimento stesso e, infine, in qualità di battitore libero (dopo la rottura con Umberto Bossi, che in quegli anni era il «padre padrone» del partito). Ben al di là di questo, Miglio è stato comunque uno dei protagonisti intellettuali dell'Italia di secondo Novecento e un pensatore originalissimo: un teorico che ha riflettuto con audacia sulle istituzioni della modernità e ha indicato nella teoria neo-federale una vera alternativa alle logiche della sovranità. Professore ordinario di Scienza della politica e preside di facoltà all'Università Cattolica di Milano, Miglio si è occupato da studioso di vari ambiti: dalla storia delle idee politiche al diritto costituzionale, alla storia dell'amministrazione pubblica. A distanza di anni è però sempre più chiaro come la sua eredità principale sia da riconoscere nella sfida che egli ha lanciato alle istituzioni e alla cultura politica della modernità. Dopo avere contributo a importare in Italia uno tra i giganti della filosofia del diritto e della scienza politica del secolo scorso, Carl Schmitt, egli ha compreso come la riflessione radicale elaborata dall'autore de Il Nomos della terra dovesse essere soltanto un punto di partenza, dal momento che bisogna incamminarsi su sentieri ben lontani da quelli percorsi dallo studioso tedesco. E così se egli da Schmitt ricava quella pars destruens che gli serve a demitizzare lo Stato moderno e la sua pretesa identificazione con il diritto, al tempo stesso egli sviluppa una pars construens innovativa e che continuerà a suscitare riflessioni negli anni a venire. Molto era già chiaro in quelle Lezioni di scienza politica che, curate da Alessandro Vitale, sono state pubblicate negli scorsi anni dal Mulino e in cui è affermata la radicale opposizione tra due forme di obbligo: quello politico (che prescinde da ogni forma di adesione e consenso) e quello giuridico (basato sulla dimensione contrattuale). Contro la pretesa identificazione kelseniana tra statualità e l'ordinamento, Miglio riafferma la polarità irriducibile tra diritto e politica, evidenziando la necessità di salvaguardare spazio alle intese sottoscritte e alla creatività della società civile e del sistema produttivo. Da realista, egli si sforza di guardare la realtà così com'è: collocandosi in quella linea che conduce da Tucidide a Machiavelli e arriva fino agli elitisti italiani. Oltre a ciò, egli constata che lo Stato è ormai un'entità in larga misura inadeguata e disfunzionale, che crea molti più problemi di quanti non ne risolva. E mentre tanti suoi colleghi si attardano ad esaminare le forme che lo Stato democratico e costituzionale è venuto assumendo in Occidente, egli avvia una riflessione di grande coraggio che giunge a mettere in discussione dogmi incontestati. È a partire da qui, e non già dallo sviluppo di temi liberali, che trae originale la sua peculiare ispirazione libertaria. Se arriva a riproporre Henry David Thoreau e le sue pagine in difesa della disobbedienza civile è perché comprende come la civiltà e la libertà si collochino nello spazio creativo, produttivo e imprenditoriale di quanti si battono ogni giorno per soddisfare il prossimo, anche e soprattutto fronteggiando le pretese tendenzialmente illimitate dell'apparato politico-burocratico. Il suo stesso «nordismo» deriva da qui. Se negli anni Ottanta egli si schierò dalla parte dei piccoli movimenti autonomisti settentrionali che iniziavano a ottenere consensi, era perché comprendeva che quei primi risultati elettorali inviavano un segnale importante, dato che stava per delinearsi la rivolta di una parte significativa del mondo del lavoro, stufo di ricatti e penalizzazioni. Quel momento della nostra storia, legata al declino della Prima Repubblica, lo spinse pure a riscoprire un vecchio amore di sempre: quello per gli ordini federali. Originario di Como e cresciuto quindi a pochi passi dalla Svizzera, nei suoi anni giovanili Miglio aveva fatto parte di quel gruppo di antifascisti e federalisti lombardi che si riuniva attorno alla rivista Il Cisalpino. Ancora una volta, era il suo realismo che lo portava a comprendere la necessità di avere governi locali: meglio informati sulla realtà sociale e più sintonizzati con le esigenze e la cultura della popolazione. C'era però anche altro. La sua preferenza per l'obbligo contrattuale ebbe un ruolo importante nel portarlo a ripensare la politica in termini federali. Negli ordini negoziati da libere comunità locali egli vedeva infatti un'alternativa allo Stato moderno, sviluppatosi sul tronco delle monarchie assolute. Se la Francia del Re Sole aveva generato le categorie che ancora oggi tutti noi in larga misura condividiamo entro istituzioni che si vogliono appunto sovrane, per Miglio l'unica alternativa percorribile consisteva nel tornare a quelle logiche federali e contrattuali che avevano permesso la nascita e il formidabile successo delle Province Unite olandesi, dell'Hansa tedesca, della federazione svizzera, degli Stati Uniti d'America delle origini. Miglio era convinto che, prima o poi, lo Stato moderno sarebbe collassato su stesso, dato che esso moltiplica debiti e distrugge una quantità crescente di ricchezze, arricchendo i parassiti a scapito dei produttori. A distanza di vent'anni, quell'ipotesi deve apparirci ancor più fondata di quanto non apparisse allora. Carlo Lottieri

Da ilgazzettino.it il 15 gennaio 2021. Altra truffa legata al Covid. Aiuti alimentari acquistati con fondi statali per l'emergenza del virus negati a stranieri e anziani non autosufficienti per darli a famiglie più ricche. Parla di questo l'inchiesta della Procura di Vercelli, che ha portato all'arresto della sindaca leghista di San Germano Vercellese, Michela Rosetta. La prima cittadina è ai domiciliari insieme ad un consigliere comunale, l'ex assessore Giorgio Carando. Nell'inchiesta sono indagate anche altre sette persone, tra cui due imprenditori. Peculato, falso materiale e ideologico e abuso d'ufficio i reati contestati a vario titolo. Sarebbero stati direttamente la sindaca Rosetta e Carando a gestire gli aiuti alimentari destinati alle famiglie povere, distribuendoli illecitamente a famiglie con redditi oltre ai 7.000 euro mensili anziché ai veri beneficiari dei fondi statali: anziani non autosufficienti, nuclei con redditi bassi o con figli minori o disabili, o stranieri in difficoltà. Nelle intercettazioni emergono frasi con cui i due arrestati ammettono di avere «figli e figliastri» e di consegnare, ai soggetti a loro meno graditi, il «pacco da sfigati». Nella stessa operazione, condotta dal pm Davide Pretti, sono stati sottoposti all'obbligo di presentazione in caserma anche un altro consigliere comunale, un ex dipendente e una quinta persona. Oltre alla distribuzione iniqua dei pacchi, la procura contesta anche l'acquisto di generi non essenziali, come mazzancolle e capesante, al centro lo scorso settembre di dure polemiche. Significativa la vicenda di una cittadina extracomunitaria a cui la sindaca avrebbe negato gli aiuti dopo la richiesta di evitare alcuni alimenti per motivi religiosi. Le indagini hanno riguardato anche l'abbattimento dell'ex chiesa di Loreto, a San Germano, dopo il crollo di una parte di facciata che - hanno accertato i pm - sarebbe stato procurato volontariamente. Per questo motivo c'è anche l'accusa di distruzione di beni sottoposti a vincolo culturale.

Andrea Zanello per “la Stampa” il 16 gennaio 2021. Ad alcuni andavano i pacchi «da sfigati», come si sente in un' intercettazione, quelli con poca roba. A qualcuno non arrivava proprio nulla. Altri ancora invece ricevevano il cibo senza che ne avessero diritto, mentre un assessore si serviva dal magazzino portandosi a casa quello che voleva. Qualcuno nel piatto si trovava mazzancolle e capesante, altri dovevano chiedere dello yogurt per tirare avanti quando la prima ondata della pandemia aveva iniziato a mettere in ginocchio le fasce più deboli. Secondo l' indagine della Procura e dei carabinieri del Nor di Vercelli, tra febbraio novembre del 2020, a San Germano gli aiuti alimentari per i cittadini del comune messi in difficoltà dalla pandemia erano gestiti in maniera tutt' altro che equa. Facendo «figli e figliastri», come è emerso da un' intercettazione tra la sindaca leghista Michela Rosetta e l' allora assessore ed oggi consigliere Giorgio Carando. Ieri per i due amministratori sono stati disposti gli arresti domiciliari in un' operazione che ha disposto anche l' obbligo di firma per Maurizio Bosco, consigliere comunale e in passato vicesindaco, e per altre due persone, tra cui un ex dipendente comunale. Poi ci sono altri sette indagati: le accuse riguardano più ipotesi di peculato, falsità materiale e falsità ideologica in atto pubblico commessa dal pubblico ufficiale, abuso d' ufficio e distruzione di beni sottoposti a vincolo culturale. Il perno dell' inchiesta sono gli aiuti alimentari destinati alla popolazione, acquistati dal Comune con fondi economici statali, quelli messi a disposizione lo scorso marzo per far fronte all' emergenza economica legata alla pandemia. A San Germano a disposizione c' erano poco più di 9 mila euro: secondo le accuse l' impiegata comunale che se ne doveva occupare fu estromessa dalla sindaca e dall' assessore Carando. Sarebbero stati loro, secondo l' impianto accusatorio, a gestire tutto decidendo a chi sarebbero andati gli aiuti alimentari in maniera «iniqua», come hanno sottolineato dalla Procura di Vercelli che ha parlato di «articolata attività di indagine che per il contesto storico-epidemiologico nel quale si è sviluppata si vorrebbe non aver mai avuto la necessità di svolgere». Sarebbero stati consegnati aiuti a nuclei familiari con un reddito oltre i 7mila euro mensili e sarebbe stato ignorato chi ne aveva davvero bisogno. Come il caso di un' anziana allettata non autosufficiente che vive con 600 euro al mese e famiglie straniere in difficoltà. Tra di loro una cittadina marocchina, madre di due figlie. La donna aveva ricevuto un pacco che conteneva della carne: ha scritto al Comune dicendo che non poteva mangiarla per questioni religiose, chiedendo yogurt, olio farina e zucchero. Secondo gli investigatori Michela Rosetta avrebbe preso malissimo la richiesta, tanto da distruggere la lettera che era stata protocollata e decidendo che la donna non avrebbe dovuto più ricevere nulla. La sindaca leghista non sapeva di essere intercettata mentre parlava, con toni molto accesi, dell' accaduto: per questo episodio la Procura le contesta l' aggravante della finalità di discriminazione ed odio razziale. Michela Rosetta ha per altro già fatto notizia in passato con due delibere contestate, che prevedevano multe a chi affittava ai migranti in paese e vietavano l' utilizzo del parco giochi ai bimbi delle famiglie che non pagavano la mensa. Nel magazzino del Comune dove erano state messe le derrate alimentari sono state installate delle microspie. Per l' accusa le registrazioni mostrano l' allora assessore Giorgio Carando che pesca tra i generi alimentari, per poi caricare tutto sulla sua auto, su cui gli investigatori avevano installato un gps, per poi tornare a casa e non distribuire nulla di quanto preso. Secondo l' indagine condotta dal sostituto procuratore Davide Pretti ci sarebbero quasi 20 episodi di questo tipo a carico dell' ex assessore. In un' occasione avrebbe portato a casa del pesto poi considerato eccessivo, tanto da chiedere ad altri parenti se ne avessero bisogno.

MERLER (TRENTO UNITA): “SIAMO CITTADINI E NON SUDDITI DI SUDICI SUDISTI”. Una vera e propria gaffe per l’ex candidato sindaco e ora Vicepresidente del Consiglio Comunale. Autori Vari su secolo-trentino.com il 3 gennaio 2021. “Un Governo meridionalista e sudista (in salsa PD-5) a trazione foggio-salernitana (con cultura del debito) non potrà mai capire il valore culturale, salutistico ed economico della Montagna. Se non inizia la stagione invernale non sarà un problema delle regioni del Nord, ma di questo Paese”. Così, in un post sulla sua pagina ufficiale Facebook, l’ex candidato sindaco per  il centrodestra popolare e autonomista a Trento Andrea Merler, ora consigliere comunale per Trento unita nel capoluogo trentino, (che con lega e fratelli Italia compongono l’attuale coalizione in comune). Una vera e propria gaffe per l’ex candidato sindaco e ora Vicepresidente del Consiglio Comunale. Un post che non è passato inosservato e che, nel giro di pochi minuti, ha generato un putiferio di reazioni politiche locali, con esponenti che ne hanno chiesto l’immediata rimozione. Tra i primi a rispondere al consigliere di opposizione Andrea Merler anche Giuseppe Urbani, consigliere comunale di Fratelli d’Italia (in corsa proprio con la Lega alle ultime amministrative e ora parte del gruppo Trento Unita), che non ci è andato per il sottile, chiedendo al consigliere e collega Merler di chiedere immediatamente scusa. Una vera e propria contraddizione visti i valori che proprio i partiti che compongono il centrodestra autonomista, tuttavia, rappresentano a livello nazionale. Anche la Consigliera di Si Può Fare!, Silvia Zanetti, quarta più votata alle ultime comunali trentine, si è espressa dopo esserci messi in contatto con lei, commentando con queste parole in merito alla vicenda: “capisco l’esigenza di tutela del territorio alpino della nostra provincia, ma non è facendo distinzione tra nord e sud Italia che si trovano soluzioni! Va bene la tutela della montagna, soprattutto in un momento critico come questo a livello economico e turistico, ma non porta a nulla fare distinzioni del genere. Semplicemente inaccettabile!”.

Da corriere.it il 2 gennaio 2021. La prima bambina nata in Liguria nel 2021? «Non può essere definita nè ligure nè italiana» in quanto nera. Parole scritte da Stefano Mai, che è il capogruppo della Lega Nord nel consiglio regionale della Liguria. Parole che indignano anche il governatore Giovanni Toti; era stato proprio quest’ultimo a condividere sui social le foto e le notizie dei «fiocchi azzurri e rosa» che avevano salutato l’inizio del nuovo anno negli ospedali della regione senza immaginare di urtare la suscettibilità altrui.

«Benvenuto ai nuovi liguri». Sembrava - quello di Giovanni Toti - un messaggio cortese e di circostanza, una tradizione di ogni primo gennaio. «Diamo il benvenuto ai primi liguri nati nel 2021! Alla Spezia poco dopo mezzanotte è nata Morena, a Imperia Louis e dal San Martino mi arriva la foto di Greta, prima nata a Genova. Benvenuti al mondo piccoli e auguri alle vostre famiglie a nome di tutta la Liguria», aveva scritto Toti, postando la foto di una mamma non italiana, con la sua bimba appena nata. E invece fin da subito erano partiti gli insulti per via dell’appellativo «ligure» accostato a un’immagine di una donna e della sua figlia di colore.

Il leghista: «Non c’è ius soli». Una situazione purtroppo consueta, quando ci sono di mezzo notizie che riguardano i migranti. Ma la situazione è cambiata quando alla canea degli anonimi o dei «leoni da tastiera» si è unita una voce istituzionale, quella di Stefano Mai, appunto, numero uno della Lega Nord in consiglio regionale, partito componente della maggioranza che sostiene Toti. «Non si può definire italiano, né ligure, chi nasce sul nostro territorio da genitori stranieri. Auguri e benvenuti a tutti i nuovi nati del 2021 in Liguria, ma ribadiamo che per essere italiani e liguri sia necessario intraprendere un percorso ben definito e quindi richiedere successivamente la cittadinanza, secondo quanto previsto dalle norme vigenti. NO allo Ius soli»: posizione che l’esponente del Carroccio ha ufficializzato con un comunicato stampa. «Con la Lega al governo in Liguria così come, speriamo presto, a Roma - ha aggiunto il capogruppo leghista - non accadrà mai che l’acquisizione della cittadinanza italiana avvenga come semplice conseguenza del fatto giuridico di essere nati in Italia. Occorre difendere le nostre tradizioni e la nostra identità».

La replica del governatore. Giovanni Toti non ha fatto passare sotto silenzio l’intemerata e in chiusura di giornata ha preso le distanze dal consigliere della lega Nord con queste parole: «Stupisce, lascia amareggiati e per la verità anche un po’ perplessi che qualcuno, in un anno come questo, riesca a fare polemica anche su un post di benvenuto al mondo per una bimba nata in una notte così carica di dolore e di speranza. Nel Paese con il tasso di natalità più basso del mondo, una nuova creatura è un fatto positivo, quale che sia la sua nazionalità e il colore della sua pelle». «Greta - scrive Toti - si chiama così, è nata in un ospedale ligure, con medici e infermieri liguri. Sua madre ha in tasca una tessera sanitaria del nostro Paese. Non ho chiesto alla direzione del San Martino se fosse immigrata, naturalizzata, cittadina italiana o di un altro Paese. Greta è nata qui, andrà qui in Liguria all’asilo e a scuola. I suoi genitori e anche lei, quando crescerà, da lavoratrice avrà gli stessi diritti e gli stessi doveri degli altri lavoratori. E gli stessi diritti e doveri sociali».

·        La Questione Morale.

Lo scalpo del governatore della Lombardia. Attilio Fontana accusato di “frode in donazione”, reato inventato per mandare a processo il governatore della Lombardia. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 4 Dicembre 2021. La scombiccherata procura della repubblica milanese, quella che da almeno un anno accerchia inutilmente Matteo Salvini e la Lega proprio come un giorno fece (e ancora fa) con Berlusconi, si accontenta per ora di agitare lo scalpo del presidente Attilio Fontana. E chiede che sia mandato a processo per frode in donazione. Proprio così. Un po’ come se qualcuno avesse promesso di regalare tre libri, o tre vestiti, e poi ne avesse donati solo due. In realtà l’articolo 356 del codice penale, “frode in pubbliche forniture” non parla di regali, ma di contratti pubblici violati da una parte. Per esempio quando si consegna una merce diversa da quella stabilita. Naturalmente all’interno di un contratto a titolo oneroso, cioè prodotti in cambio di denaro. Ma nella vicenda per la quale la procura di Milano chiede al giudice di processare Attilio Fontana non c’è ombra di denaro, anzi, la Regione Lombardia ci ha guadagnato perché, in uno dei momenti più tragici della pandemia dell’anno scorso, ha ricevuto in omaggio cinquantamila camici. Una vera boccata d’ossigeno, nei giorni in cui qualunque presidio sanitario, mascherine comprese, era quanto mai introvabile. Passerà alla storia, o almeno alla cronaca, come lo “scandalo” dei camici. Anche se di scandaloso non c’è proprio niente. Per capire il contesto politico cui si inscrive la vicenda, basti ricordare l’assedio mediatico-giudiziario piombato addosso alla Regione Lombardia nel momento della sua maggiore difficoltà sociale e sanitaria. L’inchiesta mediatico-giudiziaria sul Pio Albergo Trivulzio con tutte le panzane del Fatto e di Repubblica ebbe titoloni ogni giorno, anche se poi si è sciolta come neve al sole sulla base soprattutto della perizia ordinata dalla procura. Quanti si sono accorti del fatto che il Pio Albergo Trivulzio nel frattempo ha recuperato l’immagine di eccellenza come principale casa di riposo italiana ed europea? Quanti articoli di scuse ha scritto Gad Lerner che per primo, citando l’istituto come quello presieduto negli anni novanta da Mario Chiesa e da cui partì Tangentopoli, inventò inesistenti fatti delittuosi? Per non parlare di tutti i comitati e comitatini che sfruttando il dolore di chi aveva perso persone care a causa del covid, si erano inventati l’inesistente reato di “epidemia colposa”, seguiti da qualche procura come quella di Bergamo. Mentre in tutta Italia le indagini frettolosamente aperte stanno terminando con archiviazioni. E anche la principale, che sfiora il ministro Speranza, dovrà per forza finire in nulla. Quello era il clima, mentre i partiti della sinistra e quello dei Cinque stelle con cinismo già assaporavano il boccone grosso della Regione Lombardia e insieme quello del capo del partito maggioritario al nord, e in quei giorni ancora in testa sul piano nazionale in tutti i sondaggi. Il presidente Fontana qualche errore, qualche pasticcio sicuramente l’ha fatto in quella circostanza. Quella in cui la Regione Lombardia, seguendo quanto disposto dal governo sul piano nazionale, aveva contattato una serie di aziende cui proporre in affidamento diretto l’incarico di fornire il numero più alto possibile di camici ospedalieri e altri presidi sanitari. Senza gara, perché nella situazione di emergenza questo è possibile. Nessuno scandalo, dunque. Ma c’è un “ma”. Era inopportuno il fatto che una delle cinque aziende individuate dall’assessore competente, la Dama di Andrea Dini fosse di proprietà del cognato del presidente (e al 10 per cento della moglie)? Forse si, o forse no. Anche i parenti devono poter lavorare, purché non diventino soggetti privilegiati. E non si cada in un concreto conflitto di interessi. Fatto sta che, nella confusione frenetica di quei giorni, a un certo punto lo stesso Fontana si rende conto che sta per scoppiare, sia pure ingiustamente, un bubbone mediatico. Le telecamere di Report annusano il sangue e cominciano a gironzolare, a chiedere, a citofonare (ah, la passione giornalistica per le interviste ai citofoni!). Così Andrea Dini fa sapere alla società Aria, quella che per la Regione Lombardia si occupa delle forniture, che offrirà i camici in donazione. Tutto finito dunque? E no, perché, dei 75.000 camici previsti dall’iniziale contratto poi saltato (a fronte di un incasso di 513.000 euro) ne verranno regalati “solo” 50.000. Un bel regalo per il mondo sanitario e per i cittadini lombardi, no? Invece no. Ah mondo ingrato! Nessuno ringrazia il donatore, Né la moglie né il cognato, che è poi il presidente della Regione. Il quale pensa poi, proprio perché è uno per bene, di dare personalmente, cioè togliendoli dalle proprie tasche, 250.000 euro a Dini, a titolo di parziale risarcimento per la sua azienda che, come tutte le altre in quel momento, non viveva un periodo particolarmente brillante e aveva perso una fonte di guadagno. Così si apre un altro filone di indagine, perché la cifra viene prelevata da un conto svizzero con fondi “scudati” ed ereditati dalla madre di Fontana e la cifra insospettisce e fa scattare le norme antiriciclaggio. Così nasce una seconda inchiesta, rallentata dalle necessarie rogatorie con la Svizzera. Ma l’assalto a Fontana è da subito politico. Quanti anni sono che la sinistra, che pure conquista ripetutamente Milano (con uno zoccolo duro nel centro storico), non riesce a sfondare nella regione con le sue valli fortini leghisti ? Così arriva puntuale la mozione di sfiducia. Attilio Fontana si presenta con orgoglio e con la voce rotta: “Non posso tollerare che si dubiti della mia integrità e di quella della mia famiglia”, dice in un consiglio che è in gran parte con lui e gli tributa ben sette applausi a scena aperta. Ma i denti nel suo collo affondano violenti. Persino la procura della repubblica di Pavia se la prende con lui. E una mattina alle sette, nello sconcerto del suo legale Jacopo Pensa, uno di quelli che da Mani Pulite in avanti ne ha viste tante, si presentano quasi nella sua camera da letto gli uomini della guardia di finanza per sequestrargli il telefonino. L’indagine, nella quale lui non era indagato, riguardava un’azienda multinazionale, la Diasorin, cui l’Ospedale San Matteo di Pavia aveva assegnato lo svolgimento di alcuni test sierologici. Inutile dire che l’accordo sarà in seguito ritenuto legittimo. Ma intanto un po’ di scenografia e di intimidazione fanno sempre notizia. Questo accadeva un anno fa, nel settembre del 2020. Così arriviamo all’oggi, in un quadro molto cambiato. La Regione Lombardia ha riacquistato il proprio smalto. Il procuratore aggiunto Romanelli ha forse accantonato la speranza di prendere il posto del pensionato Francesco Greco, che probabilmente sarà sostituito da un “papa straniero”, mentre un bel gruppo di magistrati milanesi è indagato, per vari motivi, dai colleghi della procura di Brescia. Un contesto nel quale la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di Fontana, di Dini e dei vertici di Aria (la centrale acquisti della Regione) stride non poco. Perché è documentato che la Lombardia con l’operazione camici non solo non ha rimesso denaro, ma ha anche avuto un regalo. Spontaneo? Indotto? Che importanza ha, ormai? C’è da domandarsi se ci sarà a Milano un giudice che avrà il coraggio di mandare qualcuno a processo per “frode in donazione”. È anche vero che qui si è visto di tutto, però…

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

(ANSA il 2 dicembre 2021) - La procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio per il governatore della Lombardia Attilio Fontana e altre 4 persone per la vicenda dell'affidamento da parte della Regione di una fornitura, poi trasformata in donazione, da circa mezzo milione di euro di 75 mila camici e altri dpi a Dama, la società di suo cognato Andrea Dini. La richiesta è stata firmata dai pm Carlo Scalas e Paolo Filippini e dall'aggiunto Maurizio Romanelli. L'accusa è frode in pubbliche forniture. Oltre a Fontana, la richiesta di processo riguarda Andrea Dini, titolare di Dama e cognato del governatore lombardo, Filippo Bongiovanni e Carmen Schweigl, rispettivamente ex dg e dirigente di Aria spa e, infine, Pier Attilio Superti, vicesegretario generale della Regione. La chiusura delle indagini risale alla fine dello scorso luglio e gli indagati, che inizialmente avevano chiesto di essere interrogati, hanno rinunciato all'esame, ma hanno depositato memorie. "Il presidente Fontana - aveva spiegato l'avvocato Jacopo Pensa - ritenendo evento utopistico che la Procura, dopo l'avviso di chiusura indagine, possa mutare impostazione accusatoria a seguito di un suo interrogatorio ha deciso di riservare le proprie difese alle fasi processuali successive di fronte a giudici terzi". L'inchiesta, che ha visto lo stralcio in vista dell'istanza di archiviazione del capo di imputazione in cui solo Dini e Bongiovanni rispondono di turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente, ha al centro la fornitura di dispositivi di protezione individuale, tra cui appunto 75 mila camici, da consegnare in piena pandemia nella primavera 2020 alla Regione. Ne vennero consegnati in realtà solo 50 mila, in quanto venne a galla il conflitto di interessi poichè Dama è società del cognato di Fontana. Per questo la fornitura fu trasformata in donazione, con la conseguenza, secondo la ricostruzione degli inquirenti, che l'ordine non venne perfezionato per la mancata consegna di un terzo del materiale, cosa che ha portato i pm a formulare l'accusa di frode in pubbliche forniture. Ora la parola passa al gup. 

Caso camici: difesa Fontana, richiesta processo non sorprende  

(ANSA il 2 dicembre 2021) "Tutto come volevasi dimostrare. Non c'è nulla di sorprendente dal momento che non è stata accolta la nostra richiesta di archiviazione. D'ora in poi avremo a che fare con un giudice davanti al quale ci difenderemo seduti allo stesso livello dell'accusa. Fontana è certo della sua estraneità alle vicende contestate". Così l'avvocato Jacopo Pensa che, assieme a Federico Papa, ha commentato la richiesta di rinvio a giudizio da parte dei pm di Milano nei confronti del governatore della Lombardia Attilio Fontana e di altre 4 persone. (ANSA).

Dal "Corriere della Sera" il 3 dicembre 2021. È stata arrestata ieri dai carabinieri a Desio (Monza e Brianza) Jona Mullaraj, 36 anni, origini albanesi, con l'accusa di aver gestito un traffico di droga e dopo averle sequestrato 450 kg di hashish. La Mullaraj, che ufficialmente lavorava nel campo dell'edilizia, è nota a livello locale in quanto militante della Lega ed attivista «no green pass». In base alle indagini dei carabinieri, coordinati dalla Procura di Monza, era lei che aveva il controllo dello spaccio di droga e aveva trasformato un box in un magazzino di stoccaggio di merci illecite.

Massimiliano Cassano per nextquotidiano.it il 3 dicembre 2021. Al momento Jona Mullaraj ha due grandi passioni: la Lega, della quale è accesa sostenitrice e militante attiva, e le proteste dei no vax e no pass, come emerge dal suo profilo Facebook. Ha 36 anni, è di origini albanesi e secondo i carabinieri della compagnia di Desio gestiva una rete di traffico di hashish tra la Brianza e l’hinterland di Milano. La vicenda, che non coinvolge nessun politico della Lega, è emersa per colpa di un suo presunto complice, un pregiudicato di 45 anni con un precedente per violenza sessuale che aveva il compito di custodire un carico da 450 chili.

Il blitz partito da un furto del carico di droga

L’uomo avrebbe però inscenato il furto dell’ingente partita di droga con l’aiuto di un’altra persona, un 43enne di Limbiate: ad accorgersi dell’effrazione, nel garage di un condominio di Cesano Maderno, in Brianza, è stato il portinaio dello stabile, che ha chiamato i carabinieri insospettito anche dal forte odore di stupefacente. I militari agli ordini del maggiore Luigi Perrone, coordinati dal pm Carlo Cinque, hanno effettuato un controllo a casa del 45enne a Cesate, dove hanno rinvenuto 80 chili del carico che faceva riferimento a Mullaraj. La donna, infatti è stata riconosciuta dalla proprietaria del garage come quella che passa a ritirare le chiavi dello stesso, nonostante il contratto sia intestato a una prestanome. Lei stessa compare in alcune conversazioni intercettate, e secondo gli inquirenti gli elementi a suo carico sarebbero “inequivocabili”. I militari di Desio non si sono fermati al sequestro, ma hanno approfondito le indagini scoprendo un commercio di hashish al dettaglio gestito da un 38enne pusher di strada attivo a Senago, sempre nel milanese, documentato con intercettazioni video che hanno registrato da vicino gli scambi tra droga e soldi.

I rapporti di Jona Mullaraj con la Lega

La Mullaraj lavora a Saronno nel campo dell’edilizia, e adesso, come riporta il Fatto Quotidiano, nel partito è iniziata la gara a scaricarla: “Era una sostenitrice, e non una militante”, dice l’ex sindaco leghista di Saronno Alessandro Fagioli. “C’è stato un periodo in cui partecipava in modo molto assiduo alle attività politiche”, aggiunge un attivista storico. Da almeno due anni sarebbe stata estromessa dall’attivismo politico, ma sul suo profilo si nota anche una foto che la ritrae davanti a un banchetto di raccolta firme per il referendum sulla giustizia, risalente a questa estate.

Sequestro preventivo di un’inchiesta di Fanpage.it: il problema non sono Durigon e Zafarana, ma la Magistratura. Fabrizio Capecelatro il 24/09/2021 su Notizie.it. La Magistratura sequestra un'inchiesta giornalistica prima che sia stato dimostrato che essa è un falso e quindi un reato. Tutti sono perseguibili di falsa testimonianza se in tribunale raccontano il falso. Tranne, ovviamente, l’imputato. Un principio cardine della nostra legislazione che si basa sull’evidenza che chi ha commesso un reato, o è sospettato di averlo commesso, debba poter perseguire il proprio diritto di difendersi. È compito della Magistratura stabilire o ristabilire la giustizia, attraverso propria attività prima di indagine e poi di giudizio. Lo stesso vale per chi diventa oggetto di un’inchiesta giornalistica, che ne smaschera le presunte (tali sono se da quell’inchiesta giornalista non ne parte una giudiziaria, che poi arriva a sentenza) attività illecite. Così come l’inquisito dalla magistratura ha – di fatto – il diritto di raccontare il falso, anche l’inquisito da un’inchiesta giornalista ha il diritto di provare in tutti i modi, leciti, a difendersi e proteggersi dalle accuse pubbliche che gli sono mosse. Nulla di eccepibile, quindi, nei confronti del Generale Giuseppe Zafarana, dell’ex sottosegretario Claudio Durigon e di chiunque altro avesse sporto querela per il contenuto dell’inchiesta Follow The Money, realizzata dai colleghi di Fanpage.it nel luglio del 2021: rientra nel loro diritto ed è il gioco delle parti. Ed è lo stesso Direttore di Fanpage.it, Francesco Cancellato a dirlo: “Per quell’inchiesta abbiamo già ricevuto diverse diffide e querele, com’è legittimo che sia. Chiunque si ritenga offeso o diffamato dai nostri articoli ha diritto di far valere le sue ragioni in un Tribunale, e ci sono un giudice e tre gradi di giudizio per accertarlo”. Diverso è invece che la Magistratura disponga effettivamente, come ha fatto, il sequestro preventivo di quell’inchiesta. Preventivo rispetto a cosa? Rispetto a una sentenza che stabilisca, eventualmente, che quell’inchiesta è falsa, diffamatoria e architettata: cioè che costituisca essa stessa, e non quello che dimostra, un reato. E non è sufficiente che nell’inchiesta, quella giornalistica, siano coinvolti un ex sottosegretario di Stato, un Generale della Guardia di Finanza e la possibilità che quest’ultimo possa non indagare come dovrebbe su un furto fatto dal partito del primo (la Lega) perché la Magistratura possa decidere di andare contro la legge. Al contrario è ammissibile che i due “inquisiti” cerchino, con i parametri imposti dalla legge, di richiedere quello che la legge stessa non gli permetterebbe di ottenere: l’oscuramento dell’inchiesta prima di aver dimostrato che essa è un reato. Ed è bene ricordare allora un altro principio cardine della nostra legislazione: è chi accusa che deve dimostrare le prove della colpevolezza dell’accusato e non quest’ultimo quelle della sua innocenza. E allora, visto che questo provvedimento è stato disposto in seguito a una querela per diffamazione presentata dal generale Giuseppe Zafarana il 28 luglio, è questo che deve dimostrare l’eventuale colpevolezza dei colleghi di Fanpage.it e non viceversa. La domanda allora sorge spontanea: la Magistratura italiana conosce i principi alla base della nostra legge o si limita a una mera applicazione delle norme?

Francesco Cancellato per fanpage.it il 23 settembre 2021. Oggi è successa una cosa grave, nella redazione di Fanpage.it. Abbiamo ricevuto un decreto del Gip di Roma che dispone il sequestro, mediante oscuramento, dei video che contengono l’inchiesta Follow The Money su Claudio Durigon e i fondi della Lega. Ricordate? In quell’inchiesta avevamo mostrato un video in cui l’onorevole Claudio Durigon diceva a un suo interlocutore che non bisognava preoccuparsi dell’inchiesta della procura di Genova sui 49 milioni di Euro che la Lega avrebbe sottratto allo Stato italiano perché il generale della guardia di finanza “l’abbiamo messo noi”. Per quell’inchiesta abbiamo già ricevuto diverse diffide e querele, com’è legittimo che sia. Chiunque si ritenga offeso o diffamato dai nostri articoli ha diritto di far valere le sue ragioni in un Tribunale, e ci sono un giudice e tre gradi di giudizio per accertarlo. Quel che ci è stato notificato oggi è molto diverso. Quel che ci è stato notificato oggi, il sequestro e l’oscuramento preventivo di un contenuto giornalistico, rimanda a provvedimenti che non dovrebbero essere emessi in un Paese in cui vige la democrazia e la cui Costituzione, perciò, non lo consente. L’articolo 21, dice che non si può: “La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l'indicazione dei responsabili”. Dunque il sequestro preventivo di un prodotto giornalistico, anche se pubblicato sulle pagine web di un sito informativo registrato, è consentito solo ove si ipotizzino reati, diversi dalla diffamazione. Non è il nostro caso. Non si può sequestrare e oscurare il contenuto giornalistico per il reato di diffamazione, come confermato da numerose sentenze della Corte di Cassazione. Non si può sequestrare e oscurare in via preventiva, prima che la verità sia accertata. Non si può sequestrare e oscurare perché non vi è più l'esigenza cautelare, in quanto il video e la notizia sono stati ripresi da più giornali, circolano in rete e sono quindi di dominio pubblico. E non si può procedere contro ignoti, come ha fatto il Pm, quando gli autori dei servizi sono noti come lo è il direttore e possono difendersi se indagati, ma non possono se non sono iscritti. Lo ripetiamo: un’inchiesta giornalistica sarà messa offline, quando il provvedimento verrà eseguito, senza alcuna condanna, alcun procedimento o accertamento e senza aver nemmeno sentito gli autori del servizio e il direttore della testata giornalistica, perché posti nell’impossibilità tecnica di farlo. Nei prossimi giorni non vedrete più quei contenuti di fanpage.it, per una decisione di un Tribunale che contestiamo con forza. Quella che stiamo subendo oggi noi di fanpage.it è, a nostro avviso, una grave violazione della libertà di stampa che la Costituzione non consente. E un precedente pericoloso e intimidatorio che ci riguarda tutti.

Come giornalisti. Come lettori. Come cittadini.

Per questo non possiamo stare in silenzio.

Per questo abbiamo bisogno anche di voi. 

Flavia Amabile per "la Stampa" il 24 settembre 2021. Il Tribunale di Roma ha oscurato un'inchiesta pubblicata sul sito Fanpage.it in cui l'onorevole Claudio Durigon, ex sottosegretario all'Economia della Lega costretto a dimettersi per le sue tendenze mussoliniane, diceva che non bisognava preoccuparsi dell'inchiesta sui 49 milioni di euro che la Lega avrebbe sottratto perché il generale della Guardia di Finanza «l'abbiamo messo noi». Diffamazione, sostiene il gip del tribunale di Roma Paolo Andrea Taviano. Censura, nessuno può sequestrare un'inchiesta prima che sia accertata la verità, rispondono Pd, M5s, Iv. In silenzio la destra. A loro basta la parola del gip, ex candidato della Fiamma Tricolore.

Prelevò documenti dall’Archivio di Stato: Mario Borghezio ottiene la messa in prova. Il Corriere della Sera il 6 settembre 2021. L’ex deputato leghista in 4 anni avrebbe sottratto dall’ente torinese molti atti di valore storico. Ora presterà servizio in un’associazione o un ufficio di pubblica utilità. Una donazione riparatoria di 1.500 euro, un lungo elenco di documenti privati di interesse storico donati senza condizioni e la restituzione di tutti quelli che tra il 2015 e il 2019 ha prelevato all’Archivio di Stato di Torino. Si chiude così la vicenda di Mario Borghezio, deputato della Lega Nord dal 1992 al 2001 ed europarlamentare dallo stesso anno fino al 2019, accusato di furto aggravato dalla procura di Torino. Borghezio ha chiesto e ottenuto la messa alla prova, istituto giuridico che consente all’indagato di non andare a processo ed estinguere il reato dopo un periodo, di solito qualche centinaia di ore, in cui presta servizio, a titolo di riparazione del danno creato alla comunità, in un’associazione o in ufficio dove si svolgono mansioni di pubblica utilità. Il pm titolare dell’indagine Francesco Pelosi ha dato parere positivo all’istanza presentata dall’indagato tramite il suo legale, avvocato Mauro Anetrini.

FIUMI DI DENARO SUL CARROCCIO CON L’ASSE POLITICA-AFFARI. In Lombardia il caso dei commercialisti Manzoni e Di Rubba condannati per l’affaire “Film Commission” ha scosso profondamente i vertici del partito. Michelangelo Bonessa su Il Quotidiano del Sud il 2 settembre 2021. Soldi, Lega e processi. La nuova versione della creatura politica nata da un’intuizione di Roberto Bossi è sempre più invischiata in vicende giudiziarie legate al denaro. Un fiume di denaro. Perché si tratta di milioni di euro passati dalle casse leghiste o da chi i soldi del partito li ha gestiti. Sono tanti infatti gli amministratori salviniani finiti nei pasticci in Lombardia. Un incrocio dopo l’altro tra politica e affari stigmatizzato in particolare dalle ultime parole scritte del giudice Guido Salvini nelle motivazioni della sentenza con cui il 3 giugno i contabili Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni sono stati condannati rispettivamente a 5 e 4 anni e 4 mesi di reclusione. La vicenda è nota, anche perché i due sono stati nientemeno che i responsabili della cassa leghista in Parlamento: si tratta del capannone destinato a diventare la nuova sede della Lombardia Film Commission, ma finito al centro di un’inchiesta perché in meno di un anno è stato comprato da un gruppo di professionisti tra cui Di Rubba e Manzoni e rivenduto alla Regione con una plusvalenza di 800mila euro. Palazzo Lombardia, all’epoca dell’Amministrazione Maroni, aveva infatti stanziato un milione di euro per l’acquisto di una nuova sede dell’ente regionale, denari poi in buona parte finiti nelle tasche del gruppo di contabili con a capo Di Rubba e Manzoni che lo avevano comprato 11 mesi prima per un prezzo notevolmente inferiore. Il caso ha scosso profondamente i vertici leghisti perché i due commercialisti poi condannati per l’affaire Film Commission hanno un vissuto come responsabili della borsa leghista in Parlamento. E in uno dei loro studi era stato registrato il nuovo logo della Lega targata Salvini. Inoltre un pezzo importantissimo della Lega si era esposto proprio su questo argomento: Stefano Bruno Galli, attuale assessore leghista lombardo alla Cultura, aveva garantito pubblicamente sull’affidabilità della perizia che ha portato alla compravendita del capannone tra le società controllate dai commercialisti e Regione. E Bruno Galli non è un nome qualsiasi per la Lega, né per la magistratura. L’assessore era indagato anche a Genova per un presunto giro di soldi sui conti leghisti relativo ai celeberrimi 49 milioni che la Lega è stata condannata a rifondere allo Stato. Si trattava dei rimborsi che secondo i giudici i leghisti avrebbero ricevuto tra il 2008 e il 2010 e usato indebitamente. Nell’ambito di quelle indagini Bruno Galli era finito nel mirino dei magistrati per 450mila euro che ufficialmente sarebbe stati utilizzati per acquistare materiale a sostegno della campagna elettorale della Lega ma, in realtà, non sarebbero stati spesi e sarebbero rientrati in conti correnti riconducibili al partito. Ma i pm genovesi prima di mollare la presa sull’assessore lombardo, avrebbero inviato le carte a Milano per permettere ai colleghi meneghini di proseguire le investigazioni. Ma di pezzi pesanti della Lega lombarda nei guai con i magistrati ce ne sono parecchi: lo stesso governatore Attilio Fontana è in attesa di un probabile rinvio a giudizio nel pieno della campagna elettorale per Milano a causa del caso camici. La Dama spa, di proprietà del cognato, è al centro di un’inchiesta per una partita di camici e dispositivi di protezione individuale del valore di mezzo milione di euro che stava per essere venduta ad Aria spa, la centrale acquisti regionale. Quando il caso è esploso però la vendita è stata trasformata in donazione e lo stesso Fontana si è inguaiato ancora di più: per rifondere il parente della perdita economica ha provato a inviare un bonifico da 250mila euro al cognato da un conto personale. Peccato che il conto fosse in Svizzera e visto l’importo i sistemi di sorveglianza della Banca d’Italia hanno dato l’allarme che poi ha spinto i magistrati a indagare anche sul conto elvetico dei Fontana. Un vero delirio di soldi, Lega e processi che non sembra destinato ad avere fine. Basti pensare mentre esplodevano i casi camici e Film Commission sono arrivati al pettine vecchi procedimenti come il processo “Rimborsopoli”. La magistratura aveva messo nel mirino le spese dei consiglieri regionali lombardi tra il 2008 e il 2012. Circa tre milioni di euro in totale divisi tra una quarantina di consiglieri finiti a processo che si è concluso con un grappolo di condanne a metà luglio 2021. E anche in questo caso sono finiti nelle maglie della giustizia leghisti di peso come il capogruppo delle Lega in Senato Massimiliano Romeo a cui sono stati comminati 1 anno e 8 mesi, Renzo Bossi, figlio del fondatore della Lega, (2 anni e 6 mesi) e Stefano Galli, quasi omonimo dell’assessore, 4 anni e 2 mesi: secondo l’accusa avrebbe infatti procurato una consulenza al genero, da qui l’accusa di peculato; sul fronte dei rimborsi il banchetto di matrimonio per la figlia. E sempre per restare in Lombardia, il senatore leghista Armando Siri ha ricevuto a giugno l’avviso di conclusioni indagini per due mutui considerati sospetti dai magistrati. In totale si tratta di 1,2 milioni di euro concessi dalla Banca Commerciale Agricola di San Marino. Il parlamentare leghista è sotto la lente perché con il primo prestito aveva acquistato una palazzina per la figlia a Bresso, comune alle porte di Milano. Con l’altro mutuo ritenuto "anomalo" di 600mila euro sarebbe stato concesso a un esponente del Partito Italia Nuova, creatura politica di Siri. Infine ci sono i guai con i magistrati contabili: durante il 2020 sono stati spese centinaia di milioni a causa del caos generato dalla pandemia. E le indagini della Corte dei Conti sono in corso, a partire dall’inefficienza di Aria spa per arrivare ai casi come quello delle mascherine “pannolino”: su 18 milioni pezzi ordinati, 9 sarebbero rimasti nei depositi regionali, e se la magistratura ordinaria non ha ravvisato reati, non è detto che facciano altrettanto i loro colleghi contabili a cui è stato passato il fascicolo per valutare l’eventuale danno erariale. Ma si tratta solo di un esempio del profluvio di cause in cui potrebbe imbattersi tutto l’apparato amministrativo leghista nel corso dei prossimi mesi: la Corte dei Conti lombarda aveva annunciato di essere al lavoro su alcune decine di fascicoli già lo scorso autunno. Nel 2021 dunque potrebbero riemergere molti altri casi come quello delle mascherine “pannolino” perché nella fretta di reperire materiali di ogni genere per fronteggiare il Covid molte firme sono state apposte senza andare troppo per il sottile.

Giuseppe Guastella per corriere.it l'1 settembre 2021. Sfruttare la poltrona guadagnata nella Fondazione Lombardia Film Commission grazie alla politica per «ottenere arricchimenti personali» molto consistenti dirottando con un preciso progetto criminale «su sé stessi denaro pubblico». È il «pessimo esempio» dato dai commercialisti vicini alla Lega condannati per aver incassato oltre 400 mila euro degli 800 mila stanziati dalla Regione Lombardia nella vicenda dell’acquisto della sede di Cormano dell’ente. Nelle motivazioni della sentenza con cui il primo giugno ha condannato in abbreviato (pena scontata di un terzo) per turbativa d’asta a 5 anni di carcere Alberto Di Rubba, ex presidente di Flc ed ex direttore del gruppo Lega in Senato, e a 4 anni e 4 mesi Andrea Manzoni, ex consulente della Fondazione ed ex revisore dei conti del partito alla Camera, il giudice Guido Salvini scrive che è questo «modello davvero deteriore» di comportamento ad aggiungere «sfiducia e rifiuto da parte dei cittadini nei confronti delle amministrazioni territoriali e nella attività politica in genere». L’intero affare sarebbe stato «direzionato», sottolinea il giudice, per appropriarsi dei fondi destinati dalla Regione all’ente, che promuove l’immagine della Lombardia nelle produzioni cine-televisive, per permettergli di acquistare un capannone alla periferia Nord-Ovest di Milano. Un vorticoso giro di società vuote ha consentito, secondo i pm Eugenio Fusco e Stefano Civardi, che hanno diretto le indagini della Gdf ed hanno anche un fascicolo sui 49 milioni del partito spariti, a Di Rubba e Manzoni di spartire i 400 mila euro con Michele Scillieri, altro commercialista vicino alla Lega che ha patteggiato 3 anni e 4 mesi. La storia comincia nel 2016 quando, su richiesta di Di Rubba, il Pirellone stanzia un milione di euro a Flc che, nel maggio dell’anno dopo, dà il via alla ricerca della nuova sede con un avviso pubblico che è solo una formalità perché, sottolinea Salvini, è ritagliato su misura su un preciso capannone. È l’unico bene della Paloschi srl, società sull’orlo del fallimento che rischia di vederselo sottrarre dal Fisco al quale deve più di mezzo milione. L’immobile viene ceduto praticamente gratis alla Andromeda srl, dietro la quale si cela Scillieri, e da questa venduto a Flc che paga l’intero importo di 800 mila euro ancor prima di stipulare il rogito, permettendo in questo modo alla stessa Adromeda di ristrutturalo prima di consegnarlo. Un beneficio «sproporzionato», annota Salvini sottolineando la «spregiudicatezza» dei tre professionisti per i quali l’intera operazione doveva essere «semplicemente l’occasione per profitti personali». I lavori furono fatti da Francesco Barachetti, imprenditore edile bergamasco, anche lui vicino al partito di Matteo Salvini e imputato per questi fatti in un processo con rito ordinario. L’operazione consentì a Di Rubba e Manzoni di acquistare due villette (circa 300 mila euro di valore complessivo) sul lago di Garda (sono state confiscate) attraverso una srl a loro riferibile fondata «con l’unico obiettivo» di incassare i soldi di Flc. Si chiama Taaac, nome «quantomeno irridente», considera il giudice: è l’espressione che usa l’attore Renato Pozzetto quando con uno schiocco delle dita allude agli affari che portano «soldi facili». Le difese hanno detto che non c’è stato alcun danno per Flc in quanto l’edificio ristrutturato vale quanto è stato pagato. Una consulenza della Procura colloca il valore in 726 mila euro. Ammesso che qualcuno avesse mai auto intenzione di comprarlo, perché altrimenti, pieno di amianto e in condizioni pessime, «rischiava di rimanere invenduto e di deteriorarsi per un tempo indefinito». Solo grazie all’operazione costruita dagli imputati, dicono le motivazioni, ha trovato «un immediato e concreto valore commerciale» quel capannone solitario che «altrimenti poteva non valere nulla».

Dai processi al crac, così è affondata l'azienda che si era affidata al contabile della Lega. Conti in rosso. Debiti per 140 milioni. Fallisce il salvataggio della Boost di Bergamo, che ora spera nel concordato. Le banche temono il coinvolgimento del gruppo nelle inchieste sui fondi del partito di Salvini. Vittorio Malagutti su L'Espresso il 30 agosto 2021. Ai bei tempi, con la Lega rampante e Matteo Salvini al Viminale, Marzio Carrara e Alberto Di Rubba erano inseparabili. Imprenditore il primo, con l’idea fissa di diventare primo tipografo d’Italia, settore diari, agende e affini. Mentre Di Rubba, l’uomo dei numeri, il revisore dei conti del Carroccio, si era messo al servizio dell’amico per tirare le fila di un progetto ad alto rischio, un sesto grado delle scalate finanziarie. È finita male. Il contabile leghista, sotto processo a Milano per peculato nell’acquisto della nuova sede della Lombardia film commission, a giugno è stato condannato in primo grado a cinque anni di reclusione. Tempo due mesi e anche Carrara è arrivato all’ultima curva. Prima di Ferragosto, l’imprenditore ha portato i libri in tribunale chiedendo il concordato per il gruppo Boost, nato dalla fusione di Johnson e Lediberg, due aziende con sede in provincia di Bergamo rilevate nel 2018. La svolta di questi giorni è l’ultimo capitolo di una storia accidentata, un racconto in cui si intrecciano politica, finanza e ambizioni personali. In gioco c’è il destino di oltre 700 posti di lavoro, con i dipendenti che già da mesi ricevono in ritardo lo stipendio. L’ultimo colpo alle residue speranze di Carrara risale al 28 giugno quando il Banco Bpm ha dato lo stop a un prestito di 32 milioni complessivi da erogare insieme alla Popolare di Sondrio, un finanziamento assistito anche dalla garanzia pubblica della Sace. A questo punto, con le casse vuote, i conti in rosso e 140 milioni di debiti, il concordato in bianco serve a prendere tempo in attesa di presentare entro quattro mesi un piano di salvataggio dettagliato. Nelle carte che accompagnano il ricorso al tribunale fallimentare di Bergamo, un dossier a cui L’Espresso ha avuto accesso, si legge tra l’altro che «la decisione del Banco Bpm di non proseguire con l’erogazione del finanziamento non è attinente alle ragioni di merito creditizio della società». L’allusione è chiara. Il vero motivo del dietro front sarebbe il rapporto tra Carrara e il leghista Di Rubba, finito sul banco degli imputati proprio mentre i negoziati per il salvataggio dell’azienda bergamasca entravano nel vivo. In altre parole, i banchieri temono che l’inchiesta penale sui fondi neri del partito di Salvini potrebbe in futuro coinvolgere anche il patron del gruppo Boost. Il quale, va detto, non è al momento indagato, anche se il suo nome compare molte volte nelle carte giudiziarie sui maneggi finanziari dei contabili del Carroccio. Difficile negare, però, che Di Rubba, condannato insieme all’altro contabile leghista Andrea Manzoni (4 anni e 4 mesi), abbia giocato un ruolo di primo piano nella rapidissima ascesa di Carrara, scandita da acquisizioni, scorpori e fusioni, con società che nascono e muoiono nel giro di poche settimane, holding che cambiano nome e funzioni e si sovrappongono l’una all’altra. Questa girandola finanziaria, secondo quanto emerge dai documenti dell’inchiesta penale, ha prodotto vantaggi immediati per pochi fortunati, tutti legati al carro leghista guidato da Di Rubba. Quest’ultimo, per dire, nel maggio del 2018, ha incassato oltre un milione di euro come plusvalenza della rivendita di una delle aziende acquisite insieme all’amico Carrara e al manager Alessandro Bulfon. In pratica la stessa società, comprata per cinque milioni all’inizio del 2018, è stata ceduta a maggio per 29 milioni al gruppo Elcograf della famiglia Pozzoni. Un affare che ha dell’incredibile, a suo tempo segnalato come sospetto dagli analisti dell’Unità d’informazione finanziaria (Uif) della Banca d’Italia. Seguendo la pista dei soldi, gli investigatori hanno anche scoperto che tra il 2018 e il 2019 centinaia di migliaia di euro sono passati, a titolo di compenso per i servizi più disparati, dai conti dell’imprenditore bergamasco a quelli di alcune società controllate dallo stesso Di Rubba insieme al sodale Manzoni. Nella partita si è inserito da subito anche Francesco Barachetti, l’ex idraulico di Casnigo, un paesino vicino a Bergamo, che ha fatto fortuna grazie anche alle commesse del Carroccio. Barachetti è ancora sotto processo nell’inchiesta che ha travolto i due contabili leghisti e pure lui ha lavorato per le aziende di Carrara, che gli ha anche venduto una villa in Costa Smeralda. Ce n’era per tutti, davvero. Di Rubba e Manzoni, grazie anche al collaudato rapporto con il tesoriere della Lega, Giulio Centemero, hanno ricevuto incarichi pubblici e prebende. La Barachetti service invece si è rapidamente trasformata in un general contractor attivo dall’impiantistica fino ai servizi di pulizia e sanificazione. «Non rinnego niente», dice Carrara interpellato da L’Espresso. «I miei pagamenti sono tracciati e in chiaro. Non ho nulla da nascondere», si difende. L’imprenditore bergamasco ci tiene anche a confermare la sua stima nei confronti di Di Rubba. «La nostra collaborazione si è interrotta ma spero che riesca prima o poi a dimostrare la sua innocenza», spiega. Per un paio d’anni la coppia ha macinato affari a gran velocità. Il contabile leghista faceva la spola con Roma, dove era revisore dei conti del Carroccio al Senato, mentre a Bergamo prendeva forma il progetto Boost. Un progetto ad alto rischio, perché i conti di Lediberg, così come quelli della Johnson, l’altra azienda da acquisire, grondavano perdite e debiti. Carrara però non è il tipo che si tira indietro di fronte alle prime difficoltà. Erede della tipografia di famiglia, puntava al salto di qualità e ha scommesso sulla Lediberg, che possiede marchi di agende molto noti come Castelli e Nazareno Gabrielli. All’inizio del 2018 il risanamento entra nel vivo con l’intervento della società di consulenza Kpmg, che studia il caso, prescrive interventi sui costi, individua «sinergie verticali», suggerisce lo sviluppo di nuovi prodotti. C’è anche il via libera di Ermanno Sgaravato, il commercialista chiamato ad asseverare, così come prevede la legge fallimentare, il piano presentato dall’imprenditore. Sgaravato, per la cronaca, è lo stesso professionista che proprio in quei mesi, in veste di commissario straordinario, accompagnò verso la definitiva chiusura il gruppo Mercatone Uno e per questo motivo è finito da indagato in un’inchiesta penale della procura di Milano. A Bergamo, invece, l’operazione sembrava procedere senza intoppi, almeno da principio. Le banche, pur di evitare il crac di un debitore importante, hanno rinunciato a incassare oltre due terzi degli 80 milioni di crediti vantati nei confronti della Lediberg. Quest’ultima, messa in vendita da un fondo con base nel paradiso fiscale delle Antille olandesi, è stata fusa con la Johnson a sua volta ceduta dalla holding tedesca Bavaria. Affare fatto. Si può festeggiare. E Carrara, che su alcuni giornali diventa “The King”, il re delle tipografie, si regala uno yacht da 27 metri intestato a una società amministrata, manco a dirlo, dal solito Di Rubba. Fin da subito, però, le prospettive di crescita della neonata Boost si sono rivelate quantomeno incerte. Il bilancio consolidato del 2019, il primo dell’azienda nata dalla fusione, si è chiuso in perdita di quasi 4 milioni con i debiti che superavano di tre volte i mezzi propri. Tutto questo nonostante i pesanti tagli di personale che già nel 2019 hanno portato all’uscita di un centinaio di dipendenti, in gran parte prepensionati. Conti alla mano, quindi, il rilancio del gruppo, obiettivo dichiarato da Carrara, non sembrava esattamente a portata di mano. Servivano nuovi investimenti e un mercato in crescita, o quantomeno stabile. Nel 2020 è invece esplosa la pandemia e il castello di carte alla fine non ha retto alla prova della crisi. Il business delle agende, principale prodotto del gruppo Boost, soffre da tempo la concorrenza delle applicazioni digitali. E in tempi di Covid-19, con i meeting aziendali trasferiti sulle piattaforme online, la domanda di bloc-notes, taccuini e simili non poteva che diminuire. Nel 2020 i ricavi sono così crollati del 30 per cento rispetto ai 137 milioni incassati l’anno precedente e nonostante il massiccio ricorso alla cassa integrazione pagata dallo Stato, l’azienda si è ben presto avvitata in una crisi finanziaria pesantissima. Se il tribunale darà infine via libera al concordato in bianco, ci sarà il tempo per cercare sul mercato un nuovo azionista pronto a scommettere sul rilancio del gruppo. Sul futuro pesa però anche un’incognita supplementare. Dai documenti ufficiali si scopre che Boost non ha pagato tasse e contributi previdenziali per 46 milioni. Un arretrato pesante, che dovrà essere in qualche modo sanato, magari con una transazione con il fisco, per arrivare all’omologa del concordato. Carrara si dice pronto a fare la sua parte. Intanto, l’anno scorso, la sua famiglia ha inaugurato un ristorante in pieno centro a Bergamo. L’iniziativa ha subito dovuto fare i conti con lockdown e restrizioni varie. Socio di peso è Antonio Percassi, il nipote quarantenne dell’omonimo patron dell’Atalanta. Entrambi, quantomeno, possono consolarsi con i successi sui campi da calcio.  

Dal "Corriere della Sera" il 4 agosto 2021. Il Papeete finisce nei guai. La disco spiaggia più nota d'Italia, scenario delle estati di Matteo Salvini sulla riviera romagnola, avrebbe eluso il fisco. Su richiesta della procura di Ravenna, il giudice per le indagini preliminari Corrado Schiaretti ha disposto il sequestro di più di mezzo milione di euro a due società di Rossella Casanova, la sorella dell'eurodeputato leghista Massimo. Si tratta della Papeete srl, per 384.676 euro, e della Villapapeete srl, per 147.142, le società che controllano rispettivamente la disco beach e la discoteca di Milano Marittima frequentate abitualmente da Salvini. Fino a lunedì scorso il leader leghista era proprio lì, all'hotel Miami, di proprietà della stessa famiglia Casanova: da alcuni anni l'appuntamento clou dell'estate leghista è la festa del partito a Cervia. Di rito, appena prima della festa politica, il passaggio al Papeete, diventato il simbolo dell'estate 2019 in cui Salvini ha causato la caduta del primo governo Conte. Le srl sono soltanto due delle 34 società che sono finite nel mirino della magistratura ravennate dopo essersi servite della Mib, una società di servizi che secondo la procura avrebbe escogitato un complesso sistema per evadere il fisco. Ammontare della presunta evasione fiscale, 2,3 milioni di euro. I primi destinatari del provvedimento di sequestro sono stati infatti, nel 2019, i rappresentanti legali della Mib: Andrea Bagnoli, Michele Mattioli e Christian Leonelli, indagati con l'accusa di associazione per delinquere. La Mib, secondo la Procura sarebbe una società «produttrice di false fatture» di cui si sarebbero avvalse le società che hanno poi subito il sequestro. Fatture «attestanti il sostenimento di spese relative all'esecuzione di appalti di servizi, da ritenersi simulati, realizzando notevoli risparmi d'imposta». In sostanza, la società sarebbe una «scatola vuota» costituita con «il solo scopo di costruire un grande apparato di frode fiscale». Tra le società ravennati indagate anche quelle della ex partecipante del Grande Fratello Mascia Ferri (sequestro per 61.777 euro) e del compagno Cristiano Ricciardella (63.157 euro).

Da huffingtonpost.it il 3 agosto 2021. Ci sono anche la Papeete Srl, per 384.676 euro e la Villapapeete srl, per 147.142, tra le società destinatarie di un decreto di sequestro emesso a Ravenna dal Gip Corrado Schiaretti, su richiesta della Procura. Il provvedimento è a carico di 35 imprenditori per un totale di circa 2,3 milioni di euro. L’accusa è perlopiù di avere utilizzato - come riportato dalla stampa locale - fatture relative a operazioni ritenute inesistenti per evadere le imposte sui redditi e sul valore aggiunto. Al centro dell’inchiesta della Guardia di Finanza ravennate c’è la società ravennate Mib Service nata nel 2010 con il dichiarato scopo di affiancare gli imprenditori del settore turismo, ristorazione e discoteche fornendo loro consulenze mirate ma in realtà trasformandosi, secondo gli inquirenti, in una sorta di cartiera evoluta attraverso un elaborato metodo di riassunzione dei dipendenti. E, in alcuni casi, degli amministratori delle stesse aziende clienti (ai vertici Mib è stata contestata l’associazione). Tra i destinatari del sequestro (oltre alle società c’è anche il legale rappresentante per equivalente di somme) oltre a Papeete e Villapapeete di Milano Marittima, entrambe riferite a Rossella Casanova, ci sono poi lo stabilimento Bbk srl di Punta Marina Terme (170.792 euro) e la Pasticceria Palumbo srl in centro a Ravenna (72.599 euro) e, sempre a Ravenna, le attività della ex gf Mascia Ferri (61.777 euro) e del compagno Cristiano Ricciardella (63.157 euro).

PAPEETE, MILANO MARITTIMA. TUTTE LE CARTE SUL SEQUESTRO DI MEZZO MILIONE DI EURO PER EVASIONE FISCALE. Il Corriere del Giorno il 4 Agosto 2021. Dietro alle sigle societarie Papeete srl, la Villapapeete srl e l’Hotel Napoleon srl, c’è l’attività del noto locale della movida sulla della riviera romagnola frequentato dal leader della Lega Matteo Salvini. Una brutta storia per i proprietari e per l’europarlamentare Massimo Casanova (socio di Papeete srl) che nel suo locale più famoso ormai ospita il partito e il leader in versione estiva. Sono 34 le società destinatarie del sequestro preventivo finalizzato alla confisca, richiesto dalla Procura, ed accolto dal giudice per le indagini preliminari Corrado Schiaretti del Tribunale di Ravenna, fra le quali la Papeete srl, la Villapapeete srl e l’Hotel Napoleon srl, società intestate a Rossella Casanova, sorella dell’europarlamentare leghista eletto nel 2019,  Massimo Casanova, imprenditore romagnolo, amico del cuore di Matteo Salvini .  Tra i destinatari del sequestro ci sono anche lo stabilimento Bbk srl di Punta Marina Terme (170.792 euro) e la Pasticceria Palumbo srl in centro a Ravenna (72.599 euro) e, sempre a Ravenna, le attività della ex gf Mascia Ferri (61.777 euro) e del compagno Cristiano Ricciardella (63.157 euro). La decisione del gip di Ravenna colpisce le società di 35 imprenditori per un valore totale di 2,3 milioni di euro. Al centro dell’inchiesta delle Fiamme Gialle, la MIB service srl, una società commerciale di servizi nata nel 2010 con l’espresso obiettivo di portare un’innovazione nel settore della gestione dei servizi nell’ambito del turismo, della ristorazione e dell’intrattenimento. Ideata come una società di consulenza che si pone l’obiettivo di affiancare gli imprenditori per superare vincoli burocratici e gestionali, offrendo un metodo di lavoro ai clienti per rendere efficiente ed efficace l’attività, massimizzare lo sviluppo del brand anche in termini di fatturato, secondo gli inquirenti il proposito societario della MIB service srl, non corrisponderebbe alla realtà dei fatti. Dietro alle sigle societarie Papeete srl, la Villapapeete srl e l’Hotel Napoleon srl, c’è l’attività del noto locale della movida sulla della riviera romagnola frequentato dal leader della Lega Matteo Salvini. Una brutta storia per i proprietari e per l’europarlamentare Massimo Casanova (socio di Papeete srl) che nel suo locale più famoso ormai ospita il partito e il leader in versione estiva. L’indagine delle Fiamme Gialle avviata il 14 dicembre del 2017, si era concentrata inizialmente sulla verifica fiscale per controllare il corretto adempimento da parte di questa società delle disposizioni in materia di tributi, dal 2013 al 2016, controllo poi esteso fino al 2019.  Il primo decreto di sequestro, confermato poi in Cassazione, è stato emesso dal gip il 15 giugno 2019 nei confronti di Andrea Bagnoli, Michele Mattioli e Christian Leonelli, legali rappresentanti della MIB service srl e indagati per associazione per delinquere. Il 30 settembre 2020 i primi quattro “imprenditori-committenti utilizzatori” erano stati colpiti da un secondo decreto di sequestro preventivo. Nei confronti delle tre società, inclusa quella di cui è socio l’europarlamentare leghista, è stato disposto il sequestro per un valore di oltre 500mila euro, perché accusate principalmente di aver emesso “fatture per operazioni giuridicamente inesistenti”, tra il 2017 e il 2019, per evadere le tasse, nello specifico l’Ires (imposta sui redditi delle società) e l’Iva (imposta sul valore aggiunto). Gli accertamenti effettuati dalla Guardia di Finanza hanno evidenziato per esempio che per gli anni di imposta 2017, 2018, 2019, l’Iva e l’imposta sui redditi evase (in quanto indebitamente detratta) sono state 384 mila euro solo per la società Papeete Srl (di cui è socio Massimo Casanova). Praticamente 100 mila euro ogni anno di evasione. Per Villa Papeete è stata pari a 147mila euro. Si tratta del noto stabilimento balneare della costa adriatica frequentato da Matteo Salvini e dove è in corso la tradizionale festa estiva della Lega. Gli inquirenti, partendo dalla della MIB service srl società erogatrice di servizi definita nel decreto «società produttrice delle false fatture», si sono poi concentrati in un secondo momento sulle “imprese clienti che di quelle fatture hanno fatto uso e che sono state inizialmente vagliate con verifiche fiscali”. Dai controlli effettuati dai finanzieri è emerso che nel periodo intercorrente dal 2013 al 2019, in un caso anche nel 2020, “le società clienti hanno registrato e utilizzato ai fini fiscali le fatture passive emesse dalla MIB Service Srl, attestanti il sostenimento di spese relative all’esecuzione di appalti di servizi, da ritenersi simulati, realizzando notevoli risparmi d’imposta”. In altre parole, le società clienti avevano utilizzato le false fatture per risparmiare sugli obblighi fiscali. Sulla base di quanto evidenziato dal Gip, si è svolto anche un meccanismo inverso: MIB service srl, avrebbe noleggiato strumentazioni dalle società clienti “utilizzate da questa per l’esecuzione degli appalti presso i noleggiatori”, ma di fatto il passaggio è avvenuto sulla carta, senza che ci sia stato alcun passaggio reale e quindi giuridico. Le testimonianze dei lavoratori ascoltati dalla Guardia di Finanza hanno poi confermato il quadro tracciato dagli investigatori, secondo i quali i contratti di appalto di servizi erano contratti simulati che non trasferivano illegalmente il personale ma erano “strumentali a rappresentare nei confronti dell’esterno una realtà diversa da quella reale”. La MIB service srl, come si legge nel decreto del gip, “non ha mai fornito servizi, ma ha costituito una scatola vuota, sorretta dal proprio scarno (ma rappresentato in modo altisonante) apparato amministrativo e dai contratti che costituivano le “pezze d’appoggio”, aventi il solo scopo di costruire un grande apparato di frode fiscale”. Il Gip nella sua ordinanza parla quindi di un “meccanismo di frode” che giustifica la misura del sequestro preventivo, poiché le società hanno ottenuto vantaggi fiscali solo grazie a “un giro di carte”, senza in realtà aver cambiato nulla all’interno della propria organizzazione.

Massimo Casanova, l'europarlamentare della Lega dopo il decreto di sequestro del suo Papeete: "Sono sereno". Libero Quotidiano il 04 agosto 2021. Massimo Casanova, proprietario del Papeete ed europarlamentare della Lega, si dice "sereno" dopo il decreto di sequestro per complessivi 550mila euro circa, emesso a Ravenna dal Gip Corrado Schiaretti, su richiesta della Procura, nei confronti della Papeete Srl e della Villapapeete srl, all'interno di una indagine per frode fiscale. "Ribadisco quanto ho già avuto modo, mio malgrado, di dichiarare: io e mia sorella, legale rappresentante delle attività, siamo assolutamente sereni. E mi stupiscono sempre negativamente le accuse di chi attacca artatamente la mia persona e le mie aziende con leggerezza, superficialità e spesso ferocia. Accuse, queste, tutte destituite di fondamento", afferma l'europarlamentare del Carroccio. "Basterebbe - spiega Casanova - conoscermi per comprendere perfettamente quale sia il mio modo di agire e di operare, nella mia vita privata, professionale e, più recentemente, politica. Possiedo le aziende probabilmente più controllate d'Italia, oggi più di ieri. E sono sempre state condotte con integrità, serietà, correttezza, nel rispetto della legge. Solo un furfante sciocco potrebbe agire diversamente, ed io ho troppo rispetto per la mia persona, per la mia intelligenza, per la mia rettitudine. Rigetto e rispedisco al mittente, pertanto, tutte le strumentalizzazioni che stanno infangando la mia persona e la mia famiglia, realtà che da oltre mezzo secolo lavora con serietà sul territorio, provocandole un danno d'immagine inestimabile e ferite difficilmente rimarginabili, anche laddove la situazione sarà chiarita, eventualità che mi auguro si concretizzi al più presto", afferma fiducioso. "Come spesso accade in questo Paese, si confonde consapevolmente un'ipotesi d'accusa con una sentenza di condanna - rileva il leghista -  e cosa ancor più deleteria, lo si fa a cuor leggero in un momento di massima operatività e delicatezza per la vita di tutte le partite iva italiane. Dalla lettura delle notizie di stampa, riportanti precisamente il testo del decreto di sequestro, un dato non emerge: quali e quante sarebbero le somme asseritamente sottratte al fisco, e tale dato non emerge perché non è stato sottratto alcunché. Le fatture che si assume essere false sono state, invece, regolarmente pagate, così come sono state regolarmente corrisposte, l'IVA regolarmente puntualmente versata, i contributi dei dipendenti regolarmente pagati, con strumenti bancari facilmente tracciabili. Eppure, nonostante queste indiscusse realtà, si continua a procedere con sequestri a tappeto con una tempistica che lascia l'amaro in bocca, senza che agli indagati sia stata data ancora la possibilità di difendersi nelle sedi opportune. Quando poi, nei luoghi deputati sarà finalmente possibile fare chiarezza e avere giustizia, sarà troppo tardi. Sono di queste ore le svariate minacce, anche di morte, che ci pervengono, a me, alla mia famiglia, al mio gruppo di lavoro. Mi spiace ribadirlo ma viviamo in un Paese in cui è davvero difficile per un imprenditore fare impresa", conclude Casanova.

Monica Serra per “La Stampa” il 24 agosto 2021. Ai pm per primo lo ha detto l'assessore Raffaele Cattaneo, responsabile della task force regionale per l'emergenza e diretto interlocutore di Dama. Ma le conferme sono arrivate da più parti: il governatore Attilio Fontana sapeva dei rapporti negoziali tra Dama, la società del cognato Andrea Dini e della moglie Roberta, e la centrale unica degli acquisti della Regione, Aria, «ancor prima della formalizzazione della fornitura» dei 75 mila camici, il 16 aprile 2020. E non solo il 12 maggio successivo come dal presidente sostenuto. Il dato emerge dall'informativa finale del Nucleo speciale di polizia valutaria della Gdf che ripercorre accertamenti, interrogatori e testimonianze che hanno spinto i pm a chiudere l'inchiesta per frode nelle pubbliche forniture. L'indagato numero uno è proprio Fontana che a stretto giro, col suo avvocato Jacopo Pensa, potrebbe chiedere un interrogatorio ai magistrati. Cattaneo (non indagato) - e che da quanto emerge avrebbe «agevolato» e «favorito» la società dei Dini, tra l'altro in forte crisi economica già prima della pandemia - ha dichiarato: «Intorno a metà aprile ho detto a Fontana che c'era anche Dama tra i soggetti che avevano le carte in regola per diventare fornitore. Ho avuto la percezione che il presidente non fosse entusiasta ma che ritenesse fondate le mie considerazioni in ordine all'interesse pubblico. Fontana non ha detto né di andare avanti né di bloccarci». L'accusa formulata dai pm Luigi Furno, Paolo Filippini e Carlo Scalas, si concentra però sul secondo momento: quello in cui «per tutelare la sua immagine politica», Fontana avrebbe spinto il cognato a trasformare la fornitura in donazione, permettendogli - in concorso con gli altri indagati - di venire meno all'accordo iniziale e di non consegnare gli ultimi 25 mila camici pattuiti, in un momento di forte emergenza per la Regione. In questo senso significativo è stato l'interrogatorio reso dall'ex dg di Aria, Fabrizio Bongiovanni, il 24 maggio. Che tra l'altro ha fatto finire indagato anche Pier Attilio Superti, vicesegretario generale della Regione. «Io ho ricevuto la volontà del Presidente da Superti. Non era negoziabile perché avrebbe rappresentato una clamorosa rottura con la persona del Presidente». Bongiovanni ha spiegato di aver accettato perché «sono un dipendente regionale. Mi è stato rappresentato in maniera diretta che questa era la volontà del Presidente su un tema che gli stava a cuore. Io ero in distacco presso Aria ma venivo pagato da Regione Lombardia ed ero stato nominato da Regione Lombardia». Dagli accertamenti è anche emerso che parte dei 50 mila camici consegnati ad Aria non potevano essere immessi sul mercato perché i tessuti con cui erano stati realizzati erano «privi di certificazione». E ancora nella lunga informativa sono raccolte le chat e i messaggi - sopravvissuti alle numerose cancellazioni dei protagonisti della vicenda - tra Roberta Dini (moglie di Fontana, non indagata) e un'impiegata della Regione. In un messaggio del 27 marzo, Roberta Dini scrive: «Tanto guarda poi verrà fuori un altro casino su ste forniture». L'impiegata ai pm ha riferito di averlo «interpretato» nel senso che «qualsiasi cosa si facesse in Regione sarebbe nato uno scandalo mediatico». 

Monica Serra per "la Stampa" il 28 luglio 2021. Alla fine, a dare il "colpo di grazia" al governatore Attilio Fontana è stato un suo uomo di fiducia: l'ex dg di Aria Fabrizio Bongiovanni. Nel corso di un lungo interrogatorio, il pomeriggio di martedì 25 maggio, quando le indagini della Gdf erano agli sgoccioli, a sorpresa Bongiovanni ha raccontato ai pm che, dopo una riunione al Pirellone del 19 maggio 2020, «l'ordine» di trasformare il contratto dei camici in parziale donazione «arrivò da Pier Attilio Superti», il vicario del segretario generale della Regione Lombardia. E che Superti sottolineò che si trattava della «diretta volontà del presidente Fontana, alla quale si doveva dare esecuzione». Anche per questo, i pm Luigi Furno, Carlo Scalas e Paolo Filippini, nell'avviso di conclusione delle indagini notificato ieri, tra gli altri, al governatore della Lombardia, parlano a chiare lettere di un «accordo collusivo» intervenuto tra Fontana e il cognato Andrea Dini, titolare della Dama spa, società in cui la moglie del governatore, Roberta Dini (non indagata) detiene il 10 per cento delle quote. Un accordo che «anteponeva all'interesse pubblico, l'interesse e la convenienza personali del presidente della Lombardia». Il caso oramai noto è quello dei 75 mila camici e 7 mila set per gli ospedali che la centrale unica degli acquisti regionali Aria, nel bel mezzo dell'emergenza sanitaria, il 16 aprile 2020, aveva commissionato alla Dama per 513 mila euro. A cui era anche seguita, da parte della società con sede a Varese, una proposta di fornitura di altri 200 mila camici per un milione e 200 mila euro. Sul contratto stipulato inizialmente tra Dini e Aria nessun ruolo viene attribuito dall'accusa al governatore. Che però, secondo i pm, «una volta emerso il conflitto di interessi derivante dal rapporto di parentela con il fornitore», quando Dini aveva già consegnato i primi 50 mila camici, si sarebbe prodigato per trasformare il contratto di fornitura in donazione, e per spingere Aria a rinunciare ai 25 mila camici non ancora ricevuti dal cognato «al fine di contenere il danno economico per Dama spa». Per i pm coordinati dall'aggiunto Maurizio Romanelli, l'obiettivo sarebbe stato uno soltanto: «Tutelare l'immagine politica di Fontana», che rischiava di venire travolto dalle polemiche in un momento delicatissimo della sua gestione. Sulla mancata consegna di quei 25 mila camici si fonda ora l'accusa di frode nelle pubbliche forniture contro tutti gli indagati che rischiano di finire sotto processo: Fontana, il cognato Dini, l'ex dg di Aria, Bongiovanni, l'ex direttrice acquisti di Aria, Carmen Schweigl, e il vicario del segretario generale della Regione, Superti (tirato in ballo da Bongiovanni). «Sono molto amareggiato per le questioni di carattere morale e politico che emergono da questa vicenda e che rappresentano esattamente il contrario della verità», è il commento del governatore, difeso da Jacopo Pensa e Federico Papa. «Dimostrerò che la teoria dei pm è errata. Volevo evitare che la Regione avesse un esborso per dispositivi che ho sempre pensato fossero oggetto di donazione». A dare il via alle indagini, condotte dal Nucleo speciale della polizia valutaria della Gdf, a maggio dello scorso anno, la «segnalazione di un'operazione sospetta» di Bankitalia. Una volta emersa la questione e - per l'accusa - chiesto al cognato di trasformare la fornitura in donazione, Fontana aveva provato a rimborsare a Dini il valore dei quasi 50 mila camici già consegnati alla Regione. Ma il bonifico di 250 mila euro, partito da un conto svizzero del governatore, non era andato a buon fine «per mancanza di sufficiente provvista e di un'idonea fattura giustificativa». E la segnalazione della sua fiduciaria, attraverso Bankitalia, era arrivata sulla scrivania dei pm. Dando vita, tra l'altro, anche a un altro filone d'inchiesta, che resta aperto: quello sui 5 milioni di euro che Fontana avrebbe ereditato dalla madre su conti svizzeri, in cui è indagato per autoriciclaggio e falso in disclosure.

Matteo Salvini, archiviazione della Procura per i voli di Stato: "Nessuna irregolarità". Libero Quotidiano il 24 luglio 2021. "Nessuna irregolarità". Il tribunale di Roma (collegio per i reati ministeriali) ha accolto le richieste della Procura: archiviazione per Matteo Salvini. Da ministro dell’Interno, hanno stabilito i giudici, non ha commesso abusi volando con mezzi del Dipartimento di Pubblica Sicurezza o dei Vigili del Fuoco. Non solo: escono indenni anche i funzionari che avevano approvato le richieste del Viminale. Tutto in regola, nessuna ombra. Nel maggio 2019 ci fu una campagna mediatica molto aggressiva, soprattutto de La Repubblica, contro Salvini, accusato di utilizzare gli aerei della Polizia: ora, dopo la Procura, anche i giudici Marcella Trovato e Chiara Gallone il presidente Maurizio Silvestri smontano le insinuazioni giornalistiche, ricordando addirittura che “a partire dal 2008, l’uso dei velivoli messi a disposizione del senatore Salvini era già stato autorizzato numerose altre volte per il trasporto di ministri dell’Interno e sottosegretari dello stesso Dicastero”. Nel provvedimento di archiviazione si ricorda che anche la Corte dei Conti “ha ritenuto l’impossibilità di dimostrare la sussistenza di un danno erariale”, in quanto i costi dei voli “non appaiono essere palesemente superiori a quelli che l’Amministrazione dell’Interno avrebbe sostenuto per il legittimo utilizzo di voli di linea”. Nel maggio 2019, quando alcuni media si erano interrogati su presunte irregolarità, il leader della Lega aveva snocciolato pubblicamente tutti i voli del ministro dell’Interno, sia quelli di Stato che quelli con velivoli della Polizia. Come era evidente, spiegava il Viminale il 16 maggio 2019, "in nessun caso il ministro ha utilizzato questi servizi per motivi estranei al suo ruolo istituzionale. Salvini è abituato a utilizzare voli di linea, rigorosamente in economy, nonostante abbia il livello di tutela personale più elevato”. Così Corte dei Conti, Procura e Tribunale chiudono il caso.

Lega, i 49 milioni? Ecco la perizia che scagiona Matteo Salvini: incassati e spesi prima che diventasse leader. Pietro Senaldi su Libero Quotidiano il 03 agosto 2021. Libero è in grado di anticipare in esclusiva la perizia che scagiona la Lega da qualsiasi accusa nel procedimento iscritto contro ignoti dalla Procura di Genova per la sparizione dei 49 milioni di euro di rimborsi elettorali ricevuti dal partito tra il 2010 e il 2013. L’inchiesta si indirizza verso l’archiviazione, per manifesta inconsistenza della tesi incriminatrice e assoluta mancanza di prove. L'indagine era nata zoppa e odorava di processo politico da chilometri di distanza, ma ciononostante, o forse proprio per questo, la sinistra e i suoi giornali ci hanno sguazzato per anni. La tesi è che questi 49 milioni, che non si trovano da nessuna parte per il semplice motivo che sono stati spesi prima dell'avvento di Salvini alla segreteria del partito, nel dicembre 2013, sarebbero stati fatti spostare da Matteo all'estero, nel paradiso fiscale del Lussemburgo, per utilizzarli come fondi neri. Per mesi la PwC, la più importate società di revisione contabile al mondo, ha esaminato i conti della Lega e i flussi di denaro, in entrata e in uscita, per arrivare a elaborare la perizia che vi anticipiamo. Si tratta di un documento che ricostruisce tutti i movimenti di denaro del partito dal 2010 al 2017, quando il tribunale, alla ricerca dei fantomatici milioni scomparsi, sequestrò tutti i conti, sui quali ai tempi erano versati poco più di tre milioni di euro. È il provvedimento alla base dell'accordo con cui il Carroccio si è impegnato a versare 600mila euro l'anno allo Stato fino a raggiungere la cifra di 49 milioni. A ben vedere, si tratta di una vicenda tra il paradossale e il beffardo. Anzitutto, va chiarito che la Lega Nord ha ricevuto i 49 milioni perché ne aveva diritto in virtù del meccanismo di rimborso legato ai voti espressi dagli elettori in favore del Carroccio. E allora per quale motivo oggi il partito si trova costretto a restituire allo Stato 49 milioni di euro di rimborsi elettorali legittimamente ricevuti? La risposta è una sorta di rompicapo giudiziario che ha ben poco di logico. Da una parte, infatti, la Lega Nord è stata considerata persona offesa nel processo che si è celebrato a Milano per le appropriazioni indebite dell'ex tesoriere leghista Francesco Belsito, dell'ex segretario Umberto Bossi e di suo figlio Renzo. Le cifre contestate ai condannati sono di molto inferiori, circa tre milioni al tesoriere e 600mila euro, per lo più di rimborsi spese indebiti, alla famiglia del Senatur. Dall'altra parte la Lega Nord è stata considerata soggetto che ha beneficiato, per l'appunto i famosi 49 milioni, della condotta di truffa contestata nei confronti di Belsito, Bossi e dei "revisori" del partito. In buona sostanza, la condotta degli imputati tesa a nascondere le appropriazioni indebite commesse ai danni del partito avrebbe avvelenato l'intero pozzo. È così che i 49 milioni da lecita contribuzione in favore del partito per volontà degli elettori diviene illegittimo arricchimento da restituire allo Stato. Un vero e proprio paradosso logico e giuridico a causa del quale il Carroccio subisce un triplo danno, quello di essere stato vittima di appropriazione indebita, quello di vedersi dichiarato per sentenza illecito il rimborso a cui aveva diritto e, infine, quello di dover restituire somme che i cittadini gli hanno dato esercitando il loro diritto di voto.

EQUIVOCI

Ma non è tutto perché la vicenda dei 49 milioni non è assolutamente finita qui. La convinzione dei pm è che, in pieno corso del giudizio nei confronti di Belsito e di Bossi, Salvini abbia fatto sparire i soldi, sottraendoli sapientemente prima dell'arrivo del sequestro giudiziario, mentre invece il denaro semplicemente non c'era perché già speso dai predecessori dell'ex ministro dell'Interno. In una commedia degli equivoci, la chiusura da parte dell'on. Stefano Stefani, successore nella tesoreria del partito, di almeno metà dei conti correnti aperti da Belsito e lo spostamento, una volta scoppiato lo scandalo della precedente gestione, della maggior parte del denaro dalla banca genovese Alletti all'istituto altoatesino Sparkasse, è stata interpretata come una volontà di occultare anziché come l'intento di fare pulizia. La Lega è stata oggetto di una campagna stampa diffamatoria, con l'accusa di aver spostato soldi su conti stranieri, quando invece, come certificato dalla perizia di PwC, l'unico pagamento all'estero fatto dal Carroccio sono i 3.799 euro versati nel 2015 sul conto corrente del professore universitario americano

Alvin Rabucka per una conferenza tenuta in Italia sulla flat tax, l'aliquota unica fiscale, cavallo di battaglia elettorale del partito. La stampa che vede in Salvini il nemico da abbattere ha creato filoni d'inchiesta che la magistratura ha seguito, inevitabilmente senza approdare a nulla. Le parole del revisore della Lega, Stefano Aldovisi, che ha dichiarato che sono spariti milioni dai conti della Lega sono state rivendute all'opinione pubblica come atti d'accusa. L'Espresso le ha collegate a degli spostamenti di denaro fatti dalla Sparkasse nella sua normale attività bancaria. L'istituto altoatesino ha specificato che non si trattava di denaro della Lega, ma questo non è bastato. L'eco mediatica degli articoli usciti ha fatto dichiarare alle banche lussemburghesi con le quali Sparkasse si interfacciava, che non sapevano da dove provenisse il denaro, e quindi non potevano escludere che arrivasse dalla Lega. La perizia che pubblichiamo dimostra che non è così. D'altronde, nel clima di caccia alle streghe che si è creato, si è arrivati anche al punto di segnalare come movimenti sospetti perfino i pagamenti di centomila euro ogni bimestre che la Lega esegue oggi in ottemperanza all'accordo con la Procura per il rimborso dei famosi 49 milioni. È solo uno degli effetti allucinogeni creati dal pregiudizio anti-leghista. Tragicomico quello che ha riguardato la mail di Centemero dell'ottobre 2017, nella quale il tesoriere dava disposizioni sulla preparazione dello statuto connesso alla trasformazione del movimento in Lega nazionale, premessa della scelta sovranista di Salvini. Il Fatto Quotidiano e Repubblica, sbagliando a leggere la data, segnata in base al calendario anglosassone, come è uso al Senato, retrodatano la comunicazione a gennaio, prima del sequestro dei 49 milioni, avvenuto in settembre, e la spacciano come istruzioni per far sparire il denaro. Sembra un film dell'orrore. L'inchiesta è una sequenza di errori ed equivoci, per lo più indotti dalla stampa anti-salviniana. A mettere ordine, c'è la perizia che pubblichiamo, nella quale PwC certifica che "la totalità dei 49 milioni" oggetto dell'accusa di spostamento di denaro all'estero a finidi occultamento "è stata accreditata sui conti correnti della Lega prima che Salvini fosse eletto segretario ed è stata interamente spesa prima di quella data". I documenti accertano poi che le spese, e le entrate, del partito dopo il dicembre 2013 si sono più che dimezzate.

PANNA MONTATA

La perizia analizza nel dettaglio tutte le spese sostenute dalla Lega nel triennio 2010-2013, quello riguardante i famosi 49 milioni che il partito deve restituire. I conti dimostrano che la quasi totalità della cifra è stata spesa in campagne elettorali, stipendi al personale, pagamento degli oneri tributari, liquidazione di fatture ai fornitori, sovvenzioni alle sezioni territoriali e alle organizzazioni collaterali al partito; insomma, in tutto quello che è funzionale all'attività di un movimento politico e legittimo rispetto a essa. Ogni trasferimento rendicontato è provato da un bonifico o un accredito bancario. A termine dell'analisi dei movimenti di ogni anno, PwC certifica che "tutte le somme accreditate per rimborsi elettorali erano già totalmente uscite dai conti correnti bancari entro il 31 dicembre dello stesso anno e che esse erano state interamente impiegate e spese", a testimonianza che non sono mai state nella disponibilità di Salvini. I revisori attestano inoltre che, a parte l'accredito al professore universitario americano Rabucka, dalla nomina del capitano leghista "non sono stati emessi bonifici verso conti correnti esteri né è stato effettuato alcun nuovo investimento, mentre sono stati emessi assegni per soli 84mila euro, dei quali la metà a Sparkasse". Ma, ancora più rilevante, in cinque anni "dai conti correnti federali sono stati prelevati contanti solo per 17mila euro". Per farla breve, più che austera, la gestione del nuovo tesoriere della Lega appare monacale. Questo non ha risparmiato al partito vaniloquenti inchieste giornalistiche, ma con ogni probabilità indurrà i magistrati liguri ad archiviare l'inchiesta. A volte anche i rompicapo giudiziari con un po' di calma e soprattutto di pazienza si possono sciogliere. La vicenda contabile è finalmente chiara. Resta da dirimere quella politica. Perché la Lega deve restituire 49 milioni di euro di rimborsi elettorali, legittimamente percepiti e per il 97% rendicontati, solo per la colpa di essere vittima di una appropriazione indebita e di una truffa da parte del suo ex tesoriere e per i rimborsi spese eccessivi del suo ex segretario? La restituzione ha senso solo nell'ottica di danneggiare un partito e non farlo competere nel teatro democratico con le stesse carte e gli stessi diritti degli altri. Resterà invece probabilmente aperta l'inchiesta milanese sui fondi per sostenere la lista Maroni Presidente alle elezioni del 2013. Trattasi di 450mila euro bonificati in tre tranche da 150mila euro l'una a titolo di prestito e, come scrive PwC, "poi restituiti nel 2014 e nel 2016". Anche questa, un'altra gustosa indagine di panna montata. 

Matteo Salvini, le inchieste contro la Lega scricchiolano. Facci ribalta Pd e Travaglio: cosa resta di 10 anni di assalti dei pm. Filippo Facci su Libero Quotidiano il 23 luglio 2021. Un diffuso e sterile senso di noia aveva già anticipato il cammino giudiziario (lento, ovviamente) verso cui si va instradando l'inchiesta sulla Lega e i suoi «49 milioni», anche se l'indagine principale viaggia chiaramente verso l'archiviazione, e la ricerca dei milioni è ufficialmente passata ai magistrati non più di Genova, ma di Milano. In pratica il fascicolo genovese si è progressivamente svuotato, complice l'aver finalmente trovato uno dei tanto ricercati computer (che doveva contenere tracce degli spostamenti di denaro) col dettaglio che il pc era riformattato, insomma privo dei vecchi dati. Quella che approda a Milano, dopo un viaggio tipo diligenza nel medioevo, è ufficialmente l'indagine sui soldi all'associazione di Maroni, sospettata di aver ricevuto parte del «tesoro» leghista attraverso la fatturazione di servizi per una campagna elettorale.

Tutto fumo. È questo ciò che rimane dopo quasi dieci anni di gran fumo giudiziario, pregno soltanto di conseguenze politiche interne alla Lega: altro materiale quotidiano per motivare la riforma di Marta Cartabia. Nel gennaio del 2012 sulle colonne de il Secolo XIX si parlava del trasferimento di sette milioni leghisti in Tanzania, in Norvegia e a Cipro: e sulla vicenda si fiondarono tre procure alias Milano, Napoli e Reggio Calabria. Quello che si dimostrò, stringi stringi, è che parte di quei soldi, legati ai rimborsi elettorali, furono usati anche per interessi privati e talvolta ridicolizzanti, come una laurea in Albania a Renzo Bossi (che si sarebbe comprato anche un'auto) e il pagamento di qualche multa collezionata dall'altro figlio di Bossi, Riccardo. Per questo, quattro anni fa -10 luglio 2017 - Renzo, Umberto Bossi e il tesoriere della Lega Nord Francesco Belsito furono condannati a Milano per appropriazione indebita, anche se in Appello rimase in piedi solo la condanna di Belsito: i reati dei Bossi furono in parte prescritti e in parte non querelati da Matteo Salvini, divenuto intanto leader della Lega Nord. Il problema è che le condanne del luglio 2017 prevedevano comunque un risarcimento a Camera e Senato di 48,9 milioni di euro, somma dei soldi incassati o spesi illecitamente tra il 2008 e il 2010 dalla Lega. Ma perché - qualcuno si chiese- Salvini avrebbe dovuto pagare per illeciti commessi dai suoi predecessori? Risposta: perché nel triennio 2008-2010 la Lega aveva modificato i conti con false informazioni (per ottenere più rimborsi) e questo illecito sospendeva retroattivamente i rimborsi. Dunque la Lega - chiunque, ora, ne fosse segretario - doveva rimborsare quei soldi. Non i soldi spesi dai Bossi (per quelli c'era l'accusa di appropriazione indebita) ma quelli che il partito non avrebbe mai dovuto avere. Dunque, in seguito, fu rivelata una complicata dilazione di pagamento che prevede una restituzione dei 49 milioni allo Stato in circa 75 anni, con rate di 600 mila euro circa annui. Senza interessi. Il fatto che nel 2020 sia poi nato un nuovo partito, «Lega per Salvini Premier», non ha fatto sciogliere il partito vecchio e politicamente superato: non si poteva fare appunto perché vi gravavano i debiti citati.

Azione politica. La Procura di Genova comunque aveva cercato la soluzione peggiore, quella impossibile o in grado di cancellare completamente un partito democraticamente eletto: nel settembre 2017 aveva ordinato un sequestro preventivo finalizzato alla confisca dei 49 milioni, anche se in cassa ne trovarono poco più di 2. Nessuno lo trovò strano. Repubblica ha raccontato che la Procura di Milano, ora, starebbe cercando notizie anche sulla nascita della nuova Lega di Matteo Salvini: sotto la lente ci sono gli interrogatori del commercialista Michele Scillieri e il progetto delle varie leghe regionali, che secondo le accuse avrebbero rappresentato i vari rivoli in cui sarebbero stati riversati i soldi della nuova Lega e, in parte, ciò che restava dei 49 milioni. Ma presto si chiarirà tutto. Non impiegheranno più di diec'anni.

Da linkiesta.it il 21 luglio 2021. L’inchiesta della procura di Genova sui 49 milioni della Lega va verso l’archiviazione. Mentre quella sull’associazione Maroni Presidente finirà a Milano per competenza territoriale. È questa l’anticipazione pubblicata da Repubblica. Il fascicolo sui soldi che sarebbero finiti in Lussemburgo sembra ormai essersi definitivamente svuotato, anche perché i magistrati che indagano hanno trovato a Bergamo completamente formattato uno dei computer che cercavano – e che avrebbe dovuto contenere le prove degli spostamenti di denaro. Mentre nel capoluogo lombardo a breve approderà l’indagine sui soldi all’associazione di Maroni, sospettata di aver ricevuto parte del tesoro leghista attraverso la fatturazione di servizi per una campagna elettorale. Il procuratore capo facente funzioni a Genova, Francesco Pinto, titolare dell’indagine sul riciclaggio insieme al pm Paola Calleri, smentisce però al quotidiano romano: «Smentisco che sia stato compiuto alcun atto o che siano in programma passaggi imminenti. Nei giorni scorsi abbiamo incontrato i colleghi di Milano solo per definire eventuali questioni di competenza territoriale. Non ho altro da dire». Se la procura di Genova si blinda, fonti investigative genovesi e milanesi raccontano al quotidiano le enormi difficoltà dell’indagine partita grazie all’esposto di un ex revisore dei conti della Lega, Stefano Aldovisi. Era stato lui, nel dicembre del 2017, a indirizzare gli investigatori verso la filiale di Bolzano della Sparkasse. Da lì, secondo l’accusa sempre respinta dal partito e dalla stessa banca, sarebbero transitati 10 milioni diretti in Lussemburgo, nel fondo Pharus Management, e rientrati poi in Italia nella disponibilità leghista. L’ipotesi di reato, però, nonostante rogatorie e sequestri all’estero, al momento è rimasta tale. Anche perché quando gli investigatori sono arrivati a quello che ritenevano un possibile traguardo, si sono trovati davanti un server svuotato. Il computer cercato in Lussemburgo è stato ritrovato dagli inquirenti a Bergamo ormai formattato. Il materiale raccolto all’epoca è stato però prezioso per avviare l’inchiesta su Lombardia Film Commission. E alla condanna in primo grado di Andrea Manzoni e Alberto Di Rubba. A Milano tornerà anche l’inchiesta sull’associazione Maroni Presidente, ovvero sui 450mila euro arrivati all’ente per le elezioni regionali del 2013. E poi finiti all’azienda Boniardi Grafiche e da lì rientrati nei conti del partito. Stefano Galli, oggi assessore della giunta di Attilio Fontana in Lombardia e all’epoca presidente dell’associazione, resta indagato per riciclaggio. L’inchiesta sui 49 milioni della Lega nasce dalla truffa elettorale della Lega Nord di Umberto Bossi e Francesco Belsito. Che secondo le sentenze ottenne quei soldi come rimborsi elettorali senza averne diritto. Dopo l’esposto di uno dei revisori contabili del partito la procura di Genova nel 2018 aprì l’inchiesta. Dopo la sentenza su Bossi e Belsito i giudici di Genova disposero la confisca diretta di quasi 49 milioni a carico del Carroccio, perché «somma corrispondente al profitto, da tale ente percepito, dai reati per i quali vi era stata condanna». La Procura di Genova aveva poi chiesto e ottenuto, nel settembre 2017, il sequestro preventivo finalizzato alla confisca della somma indicata. Ma le cifre effettivamente sequestrate ammontavano allora a poco più di 2 milioni e gli altri soldi erano spariti. Un accordo tra Procura di Genova e gli avvocati della Lega Nord, raggiunto nel settembre 2018, aveva disposto la restituzione a scaglioni della somma in rate da 100 mila euro a bimestre. Con un piano di pagamenti da 600mila euro l’anno, secondo alcuni calcoli la restituzione si compirà in 80 anni. Sempre Repubblica racconta poi come la Procura di Milano stia cercando notizie anche sulla nascita della nuova Lega di Matteo Salvini. Sotto la lente ci sono gli interrogatori del commercialista Michele Scillieri e il progetto delle varie leghe regionali, che secondo le accuse avrebbero rappresentato i “rivoli” in cui sarebbero stati riversati i soldi della nuova Lega. E, in parte, ciò che restava dei 49 milioni. L’obiettivo di queste newco leghiste, come si leggeva in una email del tesoriere Giulio Centemero dell’epoca, era quello di evitare i sequestri di Genova.

La fabbrica della paura. Report Rai PUNTATA DEL 21/10/2019. Di Giorgio Mottola. Nel giro di pochi anni Matteo Salvini ha trasformato un partito antimeridionale e secessionista come la Lega in un movimento sovranista. Nello stesso periodo, l’ex ministro dell’Interno ha iniziato a ostentare simboli religiosi in pubblico e sui social, posizionando il suo partito sulla difesa delle radici cristiane. C’è un filo nero che collega la metamorfosi leghista allo scandalo del Metropol di Mosca in cui sono rimasti impigliati Matteo Salvini (seppur non indagato) e il suo ex portavoce Gianluca Savoini. Attraverso documenti inediti e interviste esclusive, nella prossima puntata Report vi racconterà come la trattativa della Lega per i soldi e il petrolio russo è solo una tessera di un mosaico molto più ampio, che vede sullo sfondo la nascita di un asse internazionale tra forze estremiste in Russia e negli Stati Uniti. Un mosaico in cui Matteo Salvini e la Lega sono solo le pedine di un progetto internazionale che punta alla destabilizzazione dell’Unione Europea. Report ha incontrato Konstantin Malofeev, detto l’Oligarca di Dio, uno dei russi più ricchi e più vicini a Vladimir Putin. È la sua prima intervista a una televisione europea. Negli ultimi anni, Malofeev ha finanziato partiti di estrema destra in Europa e nel 2013 ha fondato una nuova Santa Alleanza tra le associazioni ultratradizionaliste russe e le più potenti fondazioni della destra religiosa americana, che hanno riversato in Europa oltre 1 miliardo di dollari negli ultimi dieci anni. Dal 2013 a oggi, Gianluca Savoini e Matteo Salvini sono andati spesso a Mosca a incontrare l’Oligarca di Dio. Che cosa si sono detti? 

PRECISAZIONE DEL 28/10/2019

Avevamo detto lunedi scorso che Andrej Kharchenko era un membro dell'ambasciata russa in Italia, non è così, ce ne scusiamo. Tuttavia la cosa che più ci interessa è che comunque è un esponente del movimento politico fondato dal filosofo Dugin.

LA FABBRICA DELLA PAURA di Giorgio Mottola collaborazione di Norma Ferrara - Simona Peluso - Alessia Pelagaggi Immagini Alfredo Farina - Davide Fonda Montaggio Giorgio Vallati

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO I risultati ve li daremo dopo però aver bevuto un mojito: lo stesso che è stato consumato in una giornata di mezza estate in una discoteca nei giorni successivi alla pubblicazione di alcune registrazioni. Ecco, quelle che proverebbero l’esistenza di un patto segreto tra italiani e russi, una trattativa che si sarebbe svolta nell’hotel Metropol a Mosca il 18 ottobre del 2018. Qualcuno è rimasto a oggi, fino a oggi segreto, ha registrato questa trattativa finalizzata a portare, attraverso la compravendita di gasolio, dei soldi freschi nelle casse sofferenti della Lega dopo lo scandalo dei 49 milioni delle truffe dei rimborsi elettorali. Le anticipazioni, ad anticipare alcuni contenuti di queste registrazioni sono stati i colleghi dell’Espresso. Poi il sito americano Buzzfeed ha pubblicato i nastri, le registrazioni integrali. Dalle voci emerge che c’è Gianluca Savoini, ex portavoce di Salvini, Gianluca Meranda, che è un avvocato con affari a Malta ed è un funzionario della banca londinese Euro-Ib, poi c’è un suo collaboratore, Francesco Vannucci, che è anche un ex funzionario del Monte di Paschi di Siena. Ci sono anche tre russi. Uno è rimasto fino a oggi nell’ombra. Poi c’è Andrey Kharchenko. Kharchenko è un funzionario dell’ambasciata russa in Italia, segretario, ma è soprattutto un funzionario, un dirigente del movimento politico che fa riferimento al sovranista Dugin. Poi c’è Yakunin. Yakunin è legato a un potente avvocato d’affari, politico, amico di Putin. Il giorno dopo lo scandalo, il premier Conte, l’opposizione dicono: “Salvini, vieni a spiegarci”. Invece lui al Parlamento preferisce la spiaggia. Il nostro Giorgio Mottola. DJ Matteo dj!

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO È qui al Papeete, sulla famosa spiaggia di Milano Marittima, che quest’estate Matteo Salvini ha cercato rifugio subito dopo essere stato trascinato nello scandalo “Metropol” dal suo ex portavoce, Gianluca Savoini.

PRIMO AUDIO – GIANLUCA SAVOINI Il prossimo maggio ci saranno le elezioni europee. Vogliamo cambiare l'Europa. Una nuova Europa deve essere vicina alla Russia come prima. Salvini è il primo uomo che vuole cambiare tutta l'Europa.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO È il 18 ottobre del 2018. Savoini è seduto a un tavolino dell’Hotel Metropol di Mosca, a due passi dalla piazza Rossa. Con le parole che abbiamo appena ascoltato, l’ex portavoce di Matteo Salvini, inizia una lunga trattativa con tre russi per una partita di gasolio da un miliardo e mezzo di dollari. Si accordano su un prezzo bassissimo in modo da garantire a Savoini un guadagno extra di 65 milioni di dollari. Durante la trattativa al Metropol, uno dei russi accenna a carte da mostrare a un certo “vice primo ministro”. SECONDO AUDIO - INTERLOCUTORE RUSSO Grazie. Ora i nostri documenti tecnici sono già stati fatti e sono pronti per essere consegnati al vice primo ministro.

GIANLUCA SAVOINI Sì, sì.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Salvini ha sempre negato qualsiasi coinvolgimento nella trattativa, sebbene finora non abbia mai fornito spiegazioni precise.

MATTEO SALVINI - SEGRETARIO FEDERALE DELLA LEGA CONFERENZA STAMPA DEL 12 LUGLIO 2019 Scusate il ritardo, ma stavo cercando di nascondere gli ultimi rubli sotto i cuscini del Ministero perché d’altronde 65 milioni non è che… anzi abbiamo firmato un accordo con le discoteche italiane perché si possa pagare in rubli anche questa estate e il tavolo e il cocktail vengono scontati se uno paga cash con denaro riciclato, di dubbia provenienza.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ma aldilà delle le battute, c’è una curiosa coincidenza temporale. La sera prima della trattativa, il 17 ottobre 2018, anche Salvini si trovava a Mosca. Partecipava da ministro dell’Interno a un incontro ufficiale di Confindustria Russia che il leader leghista ha mandato in diretta anche sulla sua pagina Facebook. MATTEO SALVINI - SEGRETARIO FEDERALE DELLA LEGA Ogni volta che poi torno in Italia – sappiatelo - c’è qualche giornale che si diletta a dire “Salvini va in Russia perché i russi lo pagano”. Vengo qua gratis, perché sono convinto che le sanzioni siano una follia economica, sociale e culturale.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Subito dopo l’esplosione dello scandalo, Salvini dichiara senza mezzi termini di non sapere che anche Savoini fosse a Mosca, proprio come lui, nei giorni della trattativa. Ma, come si può vedere da questo video mai mostrato prima, mentre il leader della Lega è sul palco di Confindustria Russia, Savoini è pochi metri da lui, in prima fila.

GIUSEPPE CONTE - PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI Tale visita è consistita nella partecipazione del vicepresidente Salvini all’assemblea generale 2018 di Confindustria Russia, cui risulta abbia partecipato anche il signor Savoini. Gli eventi, gli incontri successivi all’evento organizzato da Confindustria Russia hanno rivestito carattere privato.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Gli incontri privati a cui allude il Presidente del Consiglio si sono svolti all’85esimo piano di un grattacielo di Mosca, dove si trova il Rusky, uno dei ristoranti più lussuosi della capitale russa. Qui il 17 ottobre del 2018, vale a dire la sera prima della trattativa al Metropol, Salvini ha trascorso la serata cenando privatamente insieme a Savoini e ad altre persone.

GIORGIO MOTTOLA Senta ministro sono Giorgio Mottola di Report. Che cosa si è detto con Savoini il 17 ottobre all’Hotel Rusky?

MATTEO SALVINI - SEGRETARIO FEDERALE DELLA LEGA Siamo al 3 agosto, amico mio. Ci sono altre domande?

GIORGIO MOTTOLA E però siamo anche a un’inchiesta per corruzione internazionale.

MATTEO SALVINI - SEGRETARIO FEDERALE DELLA LEGA E l’inchiesta va avanti.

GIORGIO MOTTOLA Lei su questo argomento ha mentito, come mai ha mentito su questo? Ha detto che non sapeva che Savoini fosse a Mosca?

MATTEO SALVINI - SEGRETARIO FEDERALE DELLA LEGA C’è un’inchiesta, lasciamo lavorare l’inchiesta.

GIORGIO MOTTOLA No, no. Ma lei è anche ministro dell’Interno. Lei ministro ha mentito pubblicamente: ha detto che non sapeva che fosse…

MATTEO SALVINI - SEGRETARIO FEDERALE DELLA LEGA Sei maleducato. C’è un’inchiesta, lasciamo lavorare i giudici.

GIORGIO MOTTOLA Lei è reticente. No: le sto facendo una domanda…

MATTEO SALVINI - SEGRETARIO FEDERALE DELLA LEGA Mi hai dato del bugiardo, del ladro, del corrotto, del reticente.

GIORGIO MOTTOLA No, no: ho solo detto che lei ha detto una bugia. Lei ha detto una bugia.

MATTEO SALVINI - SEGRETARIO FEDERALE DELLA LEGA In un altro contesto…

GIORGIO MOTTOLA Cosa farebbe in un altro contesto?

MATTEO SALVINI - SEGRETARIO FEDERALE DELLA LEGA Stai disturbando tutti i tuoi colleghi. I tuoi colleghi ti direbbero: “fai fare le domande anche a loro?”

GIORGIO MOTTOLA Lei però ha detto una bugia pubblicamente. Ha detto che non sapeva niente di Mosca. E invece Savoini… Parliamo di corruzione internazionale.

MATTEO SALVINI - SEGRETARIO FEDERALE DELLA LEGA Amico mio…

OPERATORE TG2 Hai fatto a domanda, m’o basta però, eh!

MATTEO SALVINI - SEGRETARIO FEDERALE DELLA LEGA Ci sono i tuoi colleghi che…

GIORGIO MOTTOLA Ma non ha risposto alla domanda. Se fossimo giornalisti tutti quanti, faremmo tutti la stessa domanda.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Quattro giorni dopo Salvini apre la crisi di governo. Il caso Moscopoli finisce nelle retrovie. Comunque lo schema che avrebbe dovuto portare soldi freschi nelle casse della Lega era il seguente, sarebbe stato il seguente: una società statale Rosneft o Gazprom avrebbero venduto del gasolio a una società riferibile all’Eni. Ecco, ma la vendita non sarebbe stata diretta, ma attraverso mediatori italiani e russi, che avrebbero trattenuto per loro delle percentuali sul venduto. Il 4% netto sarebbe andato a finire nelle casse di una società di riferimento di Gianluca Savoini. Parliamo di circa 65 milioni di dollari fino a oggi però mai trovate. Ma secondo i magistrati di Milano, che indagano con l’ipotesi di corruzione internazionale, quei soldi sarebbero serviti a «finanziare la campagna elettorale della Lega per le europee». Ecco, Eni ci ha scritto “dite chiaramente che noi non c’entriamo nulla, che non siamo coinvolti”. Lo diciamo. Gianluca Savoini, invece, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Salvini, chiamato a rispondere in Parlamento, non l’ha fatto, ma il problema è: Salvini sapeva cosa stava facendo Savoini in quel momento, che cosa aveva messo sul piatto di quella trattativa? Che cosa intendeva dire Savoini quando ha detto “Noi vogliamo cambiare l’Europa, vogliamo portarla più vicino alla Russia. Salvini è il primo”? Delle due l’una: o Savoini ha, sta ordendo una gigantesca truffa utilizzando e spendendo impropriamente e a sua insaputa il nome del vicepremier, dunque Salvini dovrebbe denunciarlo e prendere le distanze, oppure Savoini, sul cui ruolo Report sta indagando da più di un anno, è solo il tassello, con la trattativa, di un mosaico più ampio, un mosaico che è una storia ben più complessa delle tangenti peraltro fin qui non trovate. Un mosaico dove emergono fantasmi del passato che si stanno attrezzando per riviverlo, quel passato. Dove emerge un fiume di denaro, rubli e dollari, un miliardo, questo sì, trovato dal nostro Giorgio Mottola, finalizzato ad alimentare una fabbrica della paura per far implodere la Comunità Europea, l’Unione Europea. Questo da una parte. E l’altra mettere in crisi il papato di Bergoglio. Questo giustificherebbe silenzi, imbarazzi, bugie. Questa sera racconteremo la storia segreta del rapporto, all’origine, tra Savoini e Salvini. A partire da una presunta cresta, un’altra, che avrebbe fatto ai danni del giornale in cui lavorava. Questo almeno secondo il suo direttore.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Il rapporto tra Salvini e Savoini inizia molto prima del Metropol e ha segnato il destino e l’identità della Lega. Per capire cosa c’è dietro questa misteriosa relazione bisogna fare un salto indietro di vent’anni e tornare a La Padania diretta da Gigi Moncalvo, dove lavoravano e si sono conosciuti Gianluca Savoini e Matteo Salvini.

GIGI MONCALVO – DIRETTORE LA PADANIA 2002-2004 Chiesi per due volte il suo licenziamento. La prima volta lo tenni d’occhio nel periodo a cavallo delle feste di Natale e fine d’anno. Se si è presenti in redazione o al lavoro, in quei giorni si guadagnano molti soldi, fino a tre volte anche la paga giornaliera.

GIORGIO MOTTOLA E lui c’era?

GIGI MONCALVO – DIRETTORE LA PADANIA 2002-2004 Lui non c’era, non era reperibile dove aveva detto. Arrivò il foglio mensile delle presenze e lui si era segnato “presente”. La seconda volta fu per aver falsificato quattro note spese. GIORGIO MOTTOLA C’è stato mai un momento in cui lei ha chiesto conto a Salvini di essere un assenteista e di falsificare i fogli viaggio e presenze?

GIGI MONCALVO – DIRETTORE LA PADANIA 2002-2004 Certamente. E lui mi rispose a muso duro, “tu passi io resto e credimi, diventerò sempre più potente”.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Se Salvini in redazione si faceva vedere poco, Gianluca Savoini invece nel giornale, aveva un ruolo di primo piano. Membro del CDR, aveva il suo regno in questa stanza, la redazione politica.

GIGI MONCALVO – DIRETTORE LA PADANIA 2002-2004 Savoini era il capo di quella stanza, la figura emergente. Anche perché lui aveva un carisma, una forza, il sigaro fumato ostentatamente con questo vestito scuro. Io non ho mai visto togliere la giacca anche in un giorno di caldo. Quindi mai visto in camicia, ma sempre con questa divisa da funzionario brezneviano, andropoviano.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Così negli anni della Padania, si consolida il rapporto tra Salvini e Savoini. Al punto che quando l’ex ministro dell’Interno vince il congresso nel 2013, Savoini diventa suo portavoce. La prova è in questo video del 2013, che abbiamo trovato negli archivi Rai: è la prima conferenza stampa di Salvini da segretario. Alle sue spalle c’è lui: Gianluca Savoini.

GIORGIO MOTTOLA Il rapporto tra Salvini e Savoini com’era?

GIGI MONCALVO – DIRETTORE LA PADANIA 2002-2004 Li definirei due autentici compagni di merende, in questo senso. Perché l’uno - Savoini - dava l’impressione, millantando secondo me, di conoscere personalità internazionali, di avere rapporti in tutto il mondo. Quindi lui dava questa patina culturale, cosa che mancava a Salvini.

GIORGIO MOTTOLA Perché Salvini ha scelto proprio Savoini come portavoce?

GIGI MONCALVO – DIRETTORE LA PADANIA 2002-2004 Ma perché gli doveva molto. Savoini ha impostato Salvini, è una sua creatura. Lo ha formato, come se fosse una massa di argilla.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Sebbene il suo coinvolgimento non sia mai stato reso pubblico, proprio Savoini nel 2002 finisce al centro di uno scandalo, dopo che la Stampa fa uno scoop sulla presenza di svastiche e foto naziste nella redazione de La Padania. La stanza dello scandalo è quella in cui ha la scrivania Gianluca Savoini. Gli originali di quelle foto li ha ritrovati Claudio Gatti.

CLAUDIO GATTI - AUTORE DE I DEMONI DI SALVINI Una di queste fotografie è una foto a colori di Savoini con un suo collega e nell’angolo in basso a sinistra il faccino di Hitler. Ma poi c’è la foto di un gerarca delle SS italiano. C’è una foto del simbolo della Gestapo che però è reinterpretato in versione padana. E si vede anche nel computer, il desktop, scarabocchiate con un pennarello nero le rune che ha ispirato i nazisti.

GIGI MONCALVO – DIRETTORE LA PADANIA 2002-2004 Savoini cercò di dire “ma è una goliardata, abbiamo fatto una cosa” ...

GIORGIO MOTTOLA Savoini aveva simpatie naziste?

GIGI MONCALVO – DIRETTORE LA PADANIA 2002-2004 Quando incontrava qualcuno nel corridoio, io sentivo battere i tacchi e salutare “camerata”. Mi affacciavo e c’era lui che stava salutando qualcuno.

GIANLUCA SAVOINI Sono particolarmente contento di essere in questa sala perché qui vedo la vera Germania, qui vedo la vera Europa. GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Nella formazione politica di Gianluca Savoini e nel suo stretto rapporto con la Russia, c’è una figura chiave degli anni di piombo, Maurizio Murelli, fin dagli anni ‘80 punto di riferimento del neofascismo milanese.

GIORGIO MOTTOLA Lei uno degli ultimi cattivi maestri dell’estrema destra italiana.

MAURIZIO MURELLI - FONDATORE ORION Due termini in cui non mi identifico. Né come maestro, né come estrema destra.

GIORGIO MOTTOLA Ma come cattivo sì?

MAURIZIO MURELLI - FONDATORE ORION Cattivissimo, se non altro per aver passato undici anni nel cattiverio, come si definisce il carcere.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Murelli ha scontato undici anni di carcere per il concorso nell’omicidio dell’agente di polizia Antonio Marino, ucciso da una bomba a mano durante una manifestazione di piazza nel ‘73. Dopo essere uscito di prigione, Murelli fonda Orion, un centro culturale che mescola idee neonaziste e filosovietiche, e lavora per la nascita di un continente euroasiatico sotto l’egemonia della Russia. Tra gli adepti di Orion, c’è anche Gianluca Savoini.

GIORGIO MOTTOLA E Savoini è uno di quelli che è stato affascinato dalle attività del gruppo Orion?

MAURIZIO MURELLI - FONDATORE ORION Penso che lui si sia molto riconosciuto in quelle posizioni che noi andavamo sviluppando dai filmati che lui fa quando su Lombardia Russia, quando fa le sue esposizioni, riconosco percepisco molte di quelle posizioni, di quelle teorie che noi sviluppiamo.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO In comune tra Murelli e Savoini c’è anche la Lega. All’inizio degli anni ’90 Maurizio Murelli decide di far iscrivere al partito di Bossi i suoi uomini migliori del gruppo Orion per perseguire una precisa strategia politica.

CLAUDIO GATTI - AUTORE DE I DEMONI DI SALVINI Il cui obiettivo - e mi viene raccontato da una persona che ha partecipato a quelle sedute - era di estrapolare l’essenza del fascismo e soprattutto del nazismo per poi riuscire a rivitalizzarlo. A un certo punto cominciano a vedersi i primi segni della nascita delle varie leghe in Lombardia, in Piemonte e in Veneto. Lui capisce che quelle possono essere il nuovo corpo a cui dare un’anima.

MAURIZIO MURELLI - FONDATORE ORION Io sono tra quelli che ha intuito la potenzialità di sviluppo della Lega. Quell’ambiente lì era culturalmente più debole ma con diverse, con notevoli potenzialità di sviluppo.

GIORGIO MOTTOLA Voi avete fatto egemonia culturale?

MAURIZIO MURELLI - FONDATORE ORION Abbiamo tentato. Sarebbe grossa, per fare egemonia culturale bisogna essere della Rai. Si buttano semi al vento, alcuni cadono sul terreno fertile e germogliano e altri no.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO E uno dei semi che germoglia è proprio quello di Savoini, che a partire dal 2013 diventa il consigliere più stretto di Salvini. È in quel momento che Salvini avvia la metamorfosi della Lega: da movimento secessionista e antimeridionale, diventa partito sovranista, con posizioni radicali che conquistano i neofascisti italiani. Una prova importante la troviamo in questo comizio del 2015 che Salvini fa a Roma con il leader di Casapound, l’organizzazione di neofascisti che Maurizio Murelli ha definito pubblicamente “suoi figli”.

SIMONE DI STEFANO - VICE PRESIDENTE CASAPOUND Ci chiedono sempre e ci hanno chiesto mentre venivamo qua, “Ma perché? Perché state in piazza oggi con Matteo Salvini, con la Lega? Perché un romano oggi è in piazza con la Lega Nord?”. Ma perché noi condividiamo ogni singola parola del programma di Matteo Salvini.

MAURIZIO MURELLI - FONDATORE ORION Salvini praticamente ha individuato in un linguaggio alcune parole d’ordine che hanno fascino e attecchiscono.

GIORGIO MOTTOLA Ma da dove le ha desunte però queste parole e questo discorso?

MAURIZIO MURELLI - FONDATORE ORION E beh, praticamente sono passate attraverso l’uso che ne facevamo noi. GIORGIO MOTTOLA Quindi lei ritiene che, in questa fase almeno in questa fase storica, alcuni di quei semi abbiano attecchito?

MAURIZIO MURELLI - FONDATORE ORION Sì, ma i più belli devono ancora germogliare e sono lì e stanno arrivando.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO E qualche seme evidentemente deve essere germogliato anche in Russia. È infatti grazie a Maurizio Murelli che Gianluca Savoini conosce Alksandr Dugin, controverso filosofo russo, che nella trattativa del Metropol potrebbe avere avuto un ruolo.

GIORGIO MOTTOLA Gianluca Savoini lo conosce da molto tempo?

ALEKSANDR DUGIN - FONDATORE PARTITO NAZIONAL BOLSCEVICO Sì, è giornalista della tendenza tradizionalista, molto bravo secondo me.

GIORGIO MOTTOLA Dal 1992 addirittura? ALEKSANDR DUGIN - FONDATORE PARTITO NAZIONAL BOLSCEVICO Sì, sì, sì, sì. Quando per la prima volta ha visitato la Russia.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Considerato per anni uno dei principali ideologi del putinismo, Dugin è il fondatore del partito nazional bolscevico, il cui simbolo è una bandiera nazista con una falce e martello al posto della svastica. Con l’arrivo di Salvini al governo, il rapporto di Dugin con Savoini e Murelli è tornato a essere particolarmente intenso. Questa foto è stata scattata lo scorso anno nel locale gestito da Rainaldo Graziani, figlio di Clemente, fondatore del movimento neofascista Ordine Nuovo. Murelli e Savoini sono seduti allo stesso tavolo, poco distanti da Dugin, che quella sera viene omaggiato della lampada di Yule. Un manufatto della simbologia celtica, che il capo delle SS Himmler introdusse nelle cerimonie naziste.

GIORGIO MOTTOLA Qui avete fatto a dicembre la cerimonia per Dugin?

RAINALDO GRAZIANI - CENTRO STUDI ORDINE NUOVO A dicembre abbiamo fatto… non era una cerimonia era un convegno, un incontro in cui una ragazza gli ha offerto quella lampada solstiziale dici?

GIORGIO MOTTOLA La lampada di Yule.

RAINALDO GRAZIANI - CENTRO STUDI ORDINE NUOVO Oggi è molto diffusa ma non per quel motivo lì. Tutte le forme di spiritualismo…

GIORGIO MOTTOLA Diciamo che tutti la legano un po’ alla ritualistica nazista.

RAINALDO GRAZIANI - CENTRO STUDI ORDINE NUOVO No, solo quelli come te o come me che magari si informano.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO La memoria è un po’ come la marea. Ti restituisce dal passato, quando meno te l’aspetti, brandelli di un relitto. Uno ce l’ha restituito il direttore Moncalvo, quando ci parla di un Salvini assenteista, che avrebbe falsificato i rimborsi per le note spese, delle note spese dei suoi viaggi quando lavorava alla “Padania”, che sarebbe un po’ come fare la cresta alle spalle dei contribuenti, visto che la “Padania” godeva di, all’epoca, di 4 milioni di euro di finanziamento pubblico. Ecco, quando Moncalvo ha prospettavo l’ipotesi di licenziarlo, Salvini gli ha risposto: “Tu passi, io resto e, credimi, diventerò più potente di te.” Aveva la sfera di cristallo o un santo alle spalle? E qui un ruolo, un certo ruolo lo ipotizza Moncalvo: un ruolo di Savoini, l’uomo che si aggirava nelle redazioni battendo i tacchi e salutando come un camerata. È solo una goliardata, l’ha liquidata così. Ma poi lo troviamo nel centro culturale fondato dal neofascista Maurizio Murelli, Orion, dove si mescolavano idee nazifasciste e si aspirava a un continente euroasiatico sotto l’egemonia russa. È proprio Murelli che mette in contatto Savoini con il sovranista ultranazionalista Dugin, quello omaggiato con la lampada di Yule, simbolo del nazismo, lo scorso anno in una cena a Milano. Ma perché Murelli infiltra la Lega? Perché la ritiene quella culturalmente più debole, la cultura come argine. E Salvini? Salvini quando viene accusato di essersi avvicinato troppo a posizioni nazifasciste respinge le accuse al mittente. Ma Report ha trovato un sondaggio commissionato proprio dalla Lega nel 2017, rimasto fino a oggi segreto. Salvini ha tastato il polso del suo elettorato sul nazifascismo. Ed emerge che una fetta, dal 45% al 71%, pensa che non vadano represse le idee sul nazifascismo, che non è un problema, non teme un ritorno del nazifascismo. Ma è – ci chiediamo – un giudizio ancora aperto, questo dell’orrore che ha provocato la morte di dieci milioni tra ebrei, rom, ucraini, polacchi, sinti, omosessuali, quello che ha provocato le camere a gas, le fucilazioni e le stragi di Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Fosse Ardeatine? Questo orrore è da relegare a un sondaggio? E infatti hanno ritenuto conveniente non pubblicarlo. Tuttavia quei risultati hanno dato forza a Salvini, tanto che si è andato ad affacciare a quel balcone, a Forlì, lo stesso dove si era affacciato Mussolini e aveva portato la sua solidarietà a quei balneari che gestivano la spiaggia ostentando simboli nazisti. Ma questo perché Salvini ha nostalgia del nazifascismo? No. È solo opportunismo elettorale. Sa di poter contare su quei voti, sa di poter contare su quei germogli seminati da Murelli e che gli hanno consentito poi di presentarsi alla corte di quegli oligarchi russi più controversi, che forse hanno avuto un ruolo nella trattativa del Metropol.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ma quest’altra foto è ancor più significativa. Sono Dugin e Savoini davanti al Metropol la mattina del 18 ottobre del 2018. È lo stesso giorno in cui si è tenuta la trattativa per la mega tangente. Un coinvolgimento del filosofo russo non è mai stato dimostrato, ma, stando alle rivelazioni del sito Buzzfeed, a negoziare con Savoini al tavolo del Metropol ci sarebbe stato anche Andrey Karashenko, che alcuni organi di informazione ufficiale russi, indicano come dipendente del movimento politico di Aleksandr Dugin.

ALEKSANDR DUGIN - FONDATORE PARTITO NAZIONAL BOLSCEVICO Seguire che fa mio amico Gianluca Savoini in Russia non ho il tempo.

GIORGIO MOTTOLA Perché Savoini è venuto spesso in Russia anche a cercare finanziamenti per la Lega. Questo lo sa?

ALEKSANDR DUGIN - FONDATORE PARTITO NAZIONAL BOLSCEVICO Questo non lo so. Sono un filosofo, odio il denaro. Non mi interessa in nulla.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Negli ultimi anni Dugin è diventato uno dei principali ideologi del sovranismo europeo. Il filosofo russo auspica la fine della democrazia liberale e, stando alle sue parole, l’avvento di un populismo integrale e di una rivoluzione illiberale. Se in Russia, il riferimento politico di Dugin è Putin, in Europa occidentale è Matteo Salvini.

ALEKSANDR DUGIN - FONDATORE PARTITO NAZIONAL BOLSCEVICO Salvini vedo con grande rispetto. È una coincidenza organica delle posizioni tra Matteo Salvini e me.

GIORGIO MOTTOLA Ma quand’è la prima volta che lei ha incontrato Matteo Salvini?

ALEKSANDR DUGIN - FONDATORE PARTITO NAZIONAL BOLSCEVICO Alcuni anni fa quando era già capo della Lega.

ALEKSANDR DUGIN - FONDATORE PARTITO NAZIONAL BOLSCEVICO E chi glielo ha presentato?

GIORGIO MOTTOLA Alcuni amici.

ALEKSANDR DUGIN - FONDATORE PARTITO NAZIONAL BOLSCEVICO Come Gianluca Savoini?

GIORGIO MOTTOLA Sì.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO La comunanza di idee tra Dugin e Salvini è emersa anche in una rara intervista rilasciata in una tv russa al controverso filosofo nel 2016.

MATTEO SALVINI - SEGRETARIO FEDERALE DELLA LEGA L’Italia è sempre stata serva dell’Unione Europea, di Bruxelles. Ha fatto politica sotto dettatura di qualcun altro. Anche perché alcuni temi etici al di là degli obbiettivi economici, la visione della famiglia, l’importanza della religione, della tradizione, delle lingue, mi sembra che stiano tornando anche grazie a molti giovani che se ne interessano.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO La tv in cui va in onda l’intervista è Tsargrad tv, all’epoca diretta da Dugin. Si tratta un canale di informazione militante, ultraconservatore e ultra tradizionalista. Il suo proprietario è Konstantin Malofeev, nostalgico dello zarismo e sostenitore di Putin. Possiede Marshall Capital, un fondo di investimento da 1 miliardo di dollari. Malofeev è uno degli oligarchi russi più ricchi e potenti.

GIORGIO MOTTOLA Mister Malofeev, è giusto definirla un oligarca?

KONSTANTIN MALOFEEV - FONDATORE MARSHAL CAPITAL No, non è corretto: grazie al presidente Putin non ci sono più oligarchi. Io preferisco definirmi un filantropo.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Sebbene Malofeev si definisca un filantropo, nel 2014 è stato inserito dall’Unione Europea nella lista nera delle persone non desiderate. Da allora gli è vietato l’ingresso nell’area Schengen, gli sono stati congelati tutti i conti presso le banche europee e sono state introdotte pesanti sanzioni per chi fa affari con lui. Tutto ciò non ha impedito a Salvini negli ultimi anni, di volare più volte a Mosca e incontrare l’oligarca filantropo.

KONSTANTIN MALOFEEV - FONDATORE MARSHAL CAPITAL Mi piace Matteo Salvini. La prima volta che l’ho incontrato sono rimasto molto impressionato, Matteo è un politico diverso da tutti gli altri che ho conosciuto. Ha idee molto forti. GIORGIO MOTTOLA Quando lo ha incontrato l’ultima volta?

KONSTANTIN MALOFEEV - FONDATORE MARSHALL CAPITAL Poco prima che diventasse vice primo ministro.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ed è un rapporto ormai che si può definire quasi di antica data visto che risale almeno al 2013: quando Salvini fu eletto segretario della Lega tutti rimasero molto sorpresi quando videro intervenire dal palco un russo, un certo Alexey Komov, che nessuno conosceva e pochi avevano sentito nominare. ALEXEY KOMOV Buongiorno Lega Nord, buongiorno Torino. Siamo i vostri fratelli in Russia, sosteniamo gli stessi valori dell’Europa cristiana.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Grazie a Malofeev scopriamo finalmente qual è l’inedito retroscena che si nasconde dietro quella misteriosa presenza.

GIORGIO MOTTOLA Quando ha incontrato Salvini la prima volta?

KONSTANTIN MALOFEEV - FONDATORE MARSHALL CAPITAL Molti anni fa.

GIORGIO MOTTOLA Nel 2013?

KONSTANTIN MALOFEEV - FONDATORE MARSHALL CAPITAL Sarei dovuto andare al congresso quando fu eletto.

GIORGIO MOTTOLA Era stato invitato?

KONSTANTIN MALOFEEV - FONDATORE MARSHALL CAPITAL Sì, ma non andai perché avevo altri impegni e non riuscii a venire in Italia.

GIORGIO MOTTOLA Quindi Komov era lì a rappresentare lei?

KONSTANTIN MALOFEEV - FONDATORE MARSHALL CAPITAL Sì.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Visti i rapporti così stretti con un uomo discusso e oscuro come Malofeev, proviamo a chiedere conferma anche al segretario della Lega: lo incontriamo alla festa di Pontida.

GIORGIO MOTTOLA Salvini posso chiederle come mai nel 2013 ha invitato Konstantin Malofeev al congresso della Lega?

MATTEO SALVINI - SEGRETARIO FEDERALE DELLA LEGA Amico mio, ma ti pare il momento di fare l’intervista.

GIORGIO MOTTOLA Va beh, sta facendo i selfie; mentre fa le interviste può anche rispondere a me.

MATTEO SALVINI - SEGRETARIO FEDERALE DELLA LEGA Appunto, sto facendo i selfie. Porta pazienza.

GIORGIO MOTTOLA Ho capito, nel frattempo può anche dare una risposta.

GIORGIO

MOTTOLA FUORI CAMPO E visto che il rito dei selfie è sacro, per ottenere una risposta ci mettiamo in fila anche noi. GIORGIO MOTTOLA Mi sono messo in fila anche io. Come mai tanti incontri con Konstantin Malofeev? Di che avete parlato?

MATTEO SALVINI - SEGRETARIO FEDERALE DELLA LEGA Chi?

GIORGIO MOTTOLA Come chi? Malofeev. Konstantin Malofeev. L’oligarca russo.

MATTEO SALVINI - SEGRETARIO FEDERALE DELLA LEGA Ah.

GIORGIO MOTTOLA Lei lo ha invitato nel 2013 al congresso della Lega Nord quando è stato eletto. Come mai?

MATTEO SALVINI - SEGRETARIO FEDERALE DELLA LEGA Sì.

GIORGIO MOTTOLA Come mai?

MATTEO SALVINI - SEGRETARIO FEDERALE DELLA LEGA Eh?

GIORGIO MOTTOLA Come mai? non capisce la domanda? Parlo italiano?

MATTEO SALVINI - SEGRETARIO FEDERALE DELLA LEGA No, lei parla italiano, se vuole ne parliamo seduti, tranquilli.

GIORGIO MOTTOLA E quando possiamo parlarne?

MATTEO SALVINI - SEGRETARIO FEDERALE DELLA LEGA Quando vuole, guardi. Non mi sembra questo il contesto. GIORGIO MOTTOLA Lei di Malofeev però non ricorda?

MATTEO SALVINI - SEGRETARIO FEDERALE DELLA LEGA No, no il nome io me lo ricordo. Adesso, se lei mi chiede il 2013, con tutto l’affetto, siamo nel 2019…

GIORGIO MOTTOLA Però anche dopo lo ha incontrato molte volte.

MATTEO SALVINI - SEGRETARIO FEDERALE DELLA LEGA Ma io ho incontrato un sacco di gente.

GIORGIO MOTTOLA In Russia, a Mosca, più volte.

MATTEO SALVINI - SEGRETARIO FEDERALE DELLA LEGA In Russia, in Tailandia, in Nuova Zelanda, in Nepal, incontro un sacco di gente. Se lei ha voglia io vado a ricostruire cosa è successo sei anni fa volentieri.

GIORGIO MOTTOLA Quindi la contattiamo tramite la sua segretaria e ci dà un’intervista.

MATTEO SALVINI - SEGRETARIO FEDERALE DELLA LEGA Magari non in maglietta in un prato.

GIORGIO MOTTOLA Va bene, d’accordo. È una promessa, allora.

MATTEO SALVINI - SEGRETARIO FEDERALE DELLA LEGA Grazie. Buon lavoro.

GIORGIO MOTTOLA Grazie.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Purtroppo però Salvini la promessa non l’ha mantenuta e l’intervista non ce l’ha mai concessa. Eppure sarebbe stato interessante chiedergli come mai i rapporti tra il mondo salviniano e quello di Malofeev si siano così velocemente intensificati dopo la sua elezione a segretario della Lega. Appena qualche mese dopo il congresso il suo portavoce Gianluca Savoini fonda infatti l’associazione Lombardia Russia; e chi nomina come presidente? L’uomo di Malofeev, Alexey Komov.

GIORGIO MOTTOLA Lei è presidente di Lombardia Russia?

ALEXEY KOMOV - PRESIDENTE ONORARIO ASSOCIAZIONE LOMBARDIA RUSSIA Quando Savoini mi ha chiesto di diventare presidente onorario gli ho detto: sì certo. Avevano bisogno di un russo che rappresentasse il mondo ultraconservatore e tradizionalista russo, quindi ho detto di sì, ma non ho la minima idea di cosa facciano l’associazione e Savoini.

GIORGIO MOTTOLA Lei ha avuto un ruolo rispetto alle trattative al Metropol di Gianluca Savoini?

ALEXEY KOMOV - PRESIDENTE ONORARIO ASSOCIAZIONE LOMBARDIA RUSSIA No, non ne so assolutamente niente. L’ho letto sui giornali.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Se Komov dice di non saperne nulla della trattativa al Metropol, chi invece riesce a farci fare un piccolo passo in avanti nella ricostruzione dei fatti, è inaspettatamente proprio Malofeev.

KONSTANTIN MALOFEEV - FONDATORE MARSHAL CAPITAL A Savoini ho chiesto: “ma cos’è questa storia del Metropol”? E lui mi ha risposto: “niente ho parlato con degli avvocati, mi hanno detto che volevano parlare di alcune faccende che riguardavo il petrolio”. “E quindi”? “Niente abbiamo discusso di petrolio e di come io potevo aiutarli con l’Eni”.

GIORGIO MOTTOLA Quindi le ha confermato che la trattativa c’è stata?

KONSTANTIN MALOFEEV - FONDATORE MARSHALL CAPITAL Mi ha confermato che si è incontrato con i russi e ha iniziato a parlare con loro di petrolio.

GIORGIO MOTTOLA Savoini con lei ha parlato, ma con i magistrati italiani si è avvalso della facoltà di non rispondere.

KONSTANTIN MALOFEEV - FONDATORE MARSHALL CAPITAL Io non sono un magistrato.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ma prima del Metropol ci sarebbe stata anche un’altra trattativa. Stando a quanto hanno scoperto i giornalisti Vergine e Tizian nel loro “Libro Nero della Lega”, prima del Metropol, Savoini avrebbe avviato una negoziazione per il petrolio anche con l’Avanguard Oil e Gas, una società che aveva sede nello stesso palazzo delle società di Malofeev.

GIORGIO MOTTOLA Lei conosce questa compagnia?

KONSTANTIN MALOFEEV - FONDATORE MARSHALL CAPITAL Non voglio assolutamente continuare a parlare di questa società. Ma perché perdete tempo dietro a verità così poco importanti? Spendete meglio il vostro tempo!

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Report ha scoperto che la presenza dell’Avanguard nello stesso palazzo di Malofeev potrebbe essere molto più di una semplice coincidenza. Dai nostri documenti risulta infatti che l’un per cento della società è direttamente intestato Malofeev e l’altro 99 percento appartiene a una compagnia diretta da un suo dipendente.

GIORGIO MOTTOLA Salvini e Savoini le hanno mai chiesto soldi per la Lega?

KONSTANTIN MALOFEEV - FONDATORE MARSHALL CAPITAL No, gliel’ho detto. È da 5 anni che non finanzio niente e nessuno in Europa a causa delle sanzioni e non voglio metterli in pericolo.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Prima delle sanzioni però, Malofeev si è dimostrato molto generoso con i partiti di destra europei: al neofascista Jean Marie Le Pen ha fatto ottenere tramite una società cipriota un prestito di due milioni di euro e, stando alle accuse mosse contro Malofeev in Francia, grazie al suo intervento il Fronte Nazionale di Marie Le Pen avrebbe ottenuto tramite una banca russa 9,4 milioni di euro.

KONSTANTIN MALOFEEV - FONDATORE MARSHALL CAPITAL No, questo non è vero.

GIORGIO MOTTOLA E invece il padre, Jean Marie Le Pen lo ha mai finanziato?

KONSTANTIN MALOFEEV - FONDATORE MARSHALL CAPITAL In quel caso sì, lo ho aiutato, ma c’è una grande differenza: è stato prima delle sanzioni.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Malofeev dice “la trattativa al Metropol c’è stata” in questa intervista esclusiva. È una testimonianza importante, glielo ha detto proprio Savoini, che con i magistrati però non parla. Ecco, e forse quel presunto finanziamento alla Lega sarebbe anche servito per veicolare da una parte le idee di un sovranismo sotto l’egemonia della Russia. Questo giustificherebbe la voce registrata di Savoini che parla di un’Europa da cambiare, da portare più vicino alla Russia, e che Salvini è il primo a volerlo. Non bisogna dimenticare che Savoini parla in un contesto dove è presente Karashenko, che è un funzionario di quel movimento politico sovranista ultranazionalista fondato da Dugin. È dal 2013 che la Lega viene infiltrata dai russi. Lo stesso Malofeev dice “io dovevo partecipare al primo congresso della Lega, mi aveva invitato Salvini, e al mio posto è andato Komov. Ecco, ma perché Salvini ha invitato Malofeev? Quando Giorgio gliel’ha chiesto, non ha potuto nascondere il suo imbarazzo. Savoini e Malofeev hanno un rapporto stretto, già prima della trattativa del Metropol aveva tentato di fare affari con l’oligarca russo, con una società, Avanguard Oil and Gas, che Report ha scoperto fare riferimento proprio a Malofeev, che sembra l’elemosiniere di tutti quei partiti della destra che vogliono far saltare l’Europa. Ha finanziato anche quello che fa riferimento alla famiglia Le Pen. Poi dice “io fino alle sanzioni, ho finanziato. Poi dopo non ho più finanziato nessuno” perché è intervenuta l’Europa e gli ha imposto delle sanzioni perché avrebbe finanziato la guerra in Crimea. Però forse l’ha presa alla larga, perché Giorgio Mottola ha scoperto l’agenda segreta di Malofeev, quella dove ci sono gli appuntamenti tra l’oligarca russo e le potenti fondazioni americane, quelle conservatrici di destra, ultracristiane, e hanno stretto una sorta di santa alleanza dalle casse della quale è partito un miliardo di dollari, questo sì, l’ha riscontrato Giorgio, per finanziare movimenti e fondazioni con la finalità di farla implodere, l’Europa. Ecco, tanti soldi, al punto da far tirar fuori un rosario anche a chi non aveva dato prova fino a quel momento di essere un fervente cattolico.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Il suo è un progetto politico internazionale che si basa su una stretta collaborazione tra Russia e Stati Uniti. Proprio per questo a Washington, la Right Wing Watch, uno dei più importanti centro studi sull’estrema destra, sta monitorando Malofeev da anni.

PETER MONTGOMERY – SENIOR FELLOW RIGHT WING WATCH Malofeev è “l’oligarca di Dio”. Lui finanzia con milioni di dollari l’anno la fondazione San Basilio il Grande, con cui prova a raggiungere il suo scopo primario: rendere la Russia il faro della civilizzazione cristiana nel mondo.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO San Basilio il Grande è la più ricca e potente fondazione russa. Malofeev, l’oligarca di Dio, la finanzia ogni anno con decine di milioni di euro. Usa la fondazione per attività benefiche, ma soprattutto per combattere i nemici della cristianità. A partire dalla lobby gay.

GIORGIO MOTTOLA Ma cos’è la lobby gay, chi ne fa parte?

KONSTANTIN MALOFEEV - FONDATORE MARSHALL CAPITAL No, io non uso questa parola: io uso la parola sodomiti. GIORGIO MOTTOLA Sodomiti?!

KONSTANTIN MALOFEEV - FONDATORE MARSHALL CAPITAL Oppure posso usare la parola pederasta.

GIORGIO MOTTOLA Non credo che sia giusto un po’ offensiva?

KONSTANTIN MALOFEEV - FONDATORE MARSHALL CAPITAL Poiché sono cristiano pretendo di usare questa parola e credo che queste persone devono al più presto darsi una calmata. Perché l’Europa deve diventare una terra di sodomiti?

GIORGIO MOTTOLA Qual è la loro agenda, quali sono gli obiettivi?

KONSTANTIN MALOFEEV - FONDATORE MARSHALL CAPITAL Loro vogliono promuovere la loro non normalità. Se non ci fossero i gay pride, i maschi non sarebbero mai attratti dagli altri maschi.

GIORGIO MOTTOLA Quindi il pericolo è che questa lobby ci faccia diventare tutti gay?

KONSTANTIN MALOFEEV - FONDATORE MARSHALL CAPITAL Non tutti ma progressivamente sempre di più.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ma le lobby gay non sono gli unici nemici che “minacciano” le radici cristiane della Russia e dell’Europa.

GIORGIO MOTTOLA Nel suo mondo ideale qual è il ruolo delle donne?

KONSTANTIN MALOFEEV - FONDATORE MARSHALL CAPITAL Il loro ruolo è essere amate dai mariti. Solo le donne infelici e non amate diventano femministe. E poi dobbiamo garantire loro abbastanza soldi. In questo modo non avrebbero voglia di lavorare e resterebbero a casa. Solo donne consapevoli del loro ruolo di casalinghe e madri possono risolvere il calo demografico.

GIORGIO MOTTOLA Ma Salvini condivide i suoi valori?

KONSTANTIN MALOFEEV - FONDATORE MARSHALL CAPITAL Ma certo. Il suo discorso a Verona è stato magnifico.

MATTEO SALVINI - SEGRETARIO FEDERALE LEGA VERONA – 30/03/2019 – WORLD CONGRESS OF FAMILIES Mi incuriosiscono queste presunte femministe che se io fossi donna mi metterebbero in difficoltà che manifestano a pagamento… secondo me c’è un business organizzato del turismo. Cioè un po’ vado a Verona un po’ vado a Genova, un po’ vado a Palermo. Sempre gli stessi a dire sempre le stesse cose, con gli stessi cartelli.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Da dopo che si sono intensificati i suoi viaggi in Russia il rapporto pubblico di Salvini con la religione è profondamente cambiato.

MATTEO SALVINI - SEGRETARIO FEDERALE LEGA MILANO – 18/05/2019 – MANIFESTAZIONE PRIMA L’ITALIA E io personalmente affido l’Italia, la mia e la vostra vita al cuore immacolato di Maria che sono sicuro ci porterà alla vittoria.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Sono seguiti post sulla Madonna, ostentazione di simboli religiosi e tanti altri crocifissi baciati in pubblico. Fino ad arrivare al sostegno pubblico dato al World Congress of Families a Verona lo scorso marzo.

MATTEO SALVINI - SEGRETARIO FEDERALE LEGA E se parlare di mamma, papà e bimbi con l’aggravante di dirsi cristiani o cattolici è da sfigati sono orgoglioso di essere uno sfigato.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Il World Congress of Families a cui Salvini annuncia il suo sostegno è un’organizzazione internazionale antiabortista e contraria alle unioni omosessuali. Il presidente è un americano Brian Brown, il suo vice è una nostra vecchia conoscenza Alexey Komov. L’organizzazione esiste da più di vent’anni, ma è stato Konstantin Maloveev a dargli una nuova vita nel 2013. È l’anno in cui l’oligarca di Dio in gran segreto vola negli Stati Uniti a incontrare i capi della destra religiosa, con l’aiuto di Alexey Komov.

ALEXEY KOMOV - PRESIDENTE ONORARIO ASSOCIAZIONE LOMBARDIA RUSSIA Io mi sono limitato solo a dare una mano. Ma vi assicuro che i soldi non c’entrano assolutamente niente.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO In realtà ha dato molto più di una mano. Grazie a questa email inviata da Komov a Malofeev che abbiamo ritrovato nel database del Consorzio Occrp siamo riusciti a ricostruire l’intera agenda americana di Malofeev. A Washington ha incontrato deputati repubblicani come Chris Smith, rappresentanti del Family Research Council, una delle più importanti associazioni antiabortiste americane, Nation For Marriage di Brian Brown, presidente del World Congress of Families e rappresentanti dell’Heritage Foundation e del Leadership Institute, due delle più potenti fondazioni repubblicane.

GIORGIO MOTTOLA Qual era l’argomento di questi incontri?

KONSTANTIN MALOFEEV - FONDATORE MARSHALL CAPITAL Abbiamo discusso di come difendere le famiglie dal totalitarismo dell’agenda sodomita che si sta diffondendo in tutto il mondo.

GIORGIO MOTTOLA Quindi è in quel momento che è nata la Santa Alleanza?

KONSTANTIN MALOFEEV - FONDATORE MARSHALL CAPITAL Sì, l’idea è nata lì.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO La Santa Alleanza del World Congress of Families si riunisce pochi mesi dopo nel 2014 a Mosca per il primo congresso internazionale ultra tradizionalista organizzato da Malofeev. Gli americani partecipano sebbene poche settimane prima ci sia stata l’invasione della Crimea e la Russia e l’oligarca di Dio sia stati colpiti dalle sanzioni di Stati Uniti ed Europa.

GIORGIO MOTTOLA È stato Malofeev a pagare il forum di Mosca?

ALEXEY KOMOV - PRESIDENTE ONORARIO ASSOCIAZIONE LOMBARDIA RUSSIA Io posso solo dire che Malofeev e la sua fondazione San Basilio il Grande hanno contribuito molto.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Scorrendo la lista degli invitati al Forum di Mosca del 2014, troviamo una nutrita rappresentanza italiana. La delegazione più folta è quella dell’associazione Pro Vita presieduta da Toni Brandi.

GIORGIO MOTTOLA Eravate tanti italiani a essere presenti al forum a Mosca?

TONI BRANDI - PRESIDENTE ASSOCIAZIONE PRO VITA Beh una decina, una quindicina. Ah quello lì… bravo sulle famiglie numerose, una cosa del genere.

GIORGIO MOTTOLA Tutto spesato dai russi. Molto ospitali. TONI BRANDI - PRESIDENTE ASSOCIAZIONE PRO VITA No, non è vero. Ci hanno offerto l’albergo.

GIORGIO MOTTOLA E il viaggio. TONI BRANDI - PRESIDENTE ASSOCIAZIONE PRO VITA Vabbè, ora non mi ricordo.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO L’associazione Pro Vita si è fatta conoscere negli ultimi anni per sue campagne shock contro l’aborto e contro le unioni omosessuali. Il suo portavoce è Alessandro Fiore, figlio di Roberto, leader di Forza Nuova. E fino a qualche anno fa a distribuire il Notiziario dell’associazione pro vita era Rapida Vis, una società intestata ai figli del leader di Forza Nuova.

GIORGIO MOTTOLA I suoi rapporti con Roberto Fiore, il movimento Pro vita è una succursale di Forza Nuova? TONI BRANDI - PRESIDENTE ASSOCIAZIONE PRO VITA Ma figlio mio, ma lei è una persona che c’ha una faccia così pulita, ma perché dice queste panzane. Vede come sono educato? Ho detto solo panzane.

GIORGIO MOTTOLA Il figlio è portavoce del movimento pro vita, Alessandro Fiore.

TONI BRANDI - PRESIDENTE ASSOCIAZIONE PRO VITA È direttore delle campagne. E allora?

GIORGIO MOTTOLA La proprietà editoriale del notiziario Pro Vitae prima che l’acquisisse l’associazione era di MP di un certo Iannace, Beniamino Iannace che era un altro di Forza Nuova.

TONI BRANDI - PRESIDENTE ASSOCIAZIONE PRO VITA Sì, ma allora questo che significa?

GIORGIO MOTTOLA Ci sono tanti contatti con Forza Nuova.

TONI BRANDI - PRESIDENTE ASSOCIAZIONE PRO VITA Sì, d’accordo…

GIORGIO MOTTOLA Io le sto chiedendo è una succursale di Forza Nuova? Condividete…

TONI BRANDI - PRESIDENTE ASSOCIAZIONE PRO VITA No, non è vero.

GIORGIO MOTTOLA Siete la cinghia di trasmissione nel movimento pro vita di Forza Nuova?

TONI BRANDI - PRESIDENTE ASSOCIAZIONE PRO VITA Mi trovi per cortesia una fotografia in pubblico dove io e Roberto Fiore parliamo insieme e allora lei ha ragione.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Abbiamo trovato di meglio di una foto. Toni Brandi indossa la maglietta Pro Vita e a fianco a lui, c’è Roberto Fiore. Le immagini provengono da un documentario intitolato Sodoma, commissionato da associazioni antigay russe.

GIORGIO MOTTOLA Sembra un po’ complicato riuscire a negare questo rapporto così stretto fra l’associazione Pro Vita e lei. Non soltanto è una questione societaria, c’è suo figlio, poi, c’è stata…

ROBERTO FIORE – SEGRETARIO FORZA NUOVA Ci sono le stesse idee.

GIORGIO MOTTOLA Ci sono le stesse idee?

ROBERTO FIORE - SEGRETARIO FORZA NUOVA Certo.

GIORGIO MOTTOLA Lei ha partecipato nel 2014 al congresso pro vita al forum per le famiglie in Russia del 2014?

ROBERTO FIORE - SEGRETARIO FORZA NUOVA In Russia? Sì, ho partecipato.

GIORGIO MOTTOLA Quindi lei conosce anche Konstantin Malofeev?

ROBERTO FIORE - SEGRETARIO FORZA NUOVA Conosco Konstantin Malofeev.

GIORGIO MOTTOLA L’ha incontrato più volte?

ROBERTO FIORE - SEGRETARIO FORZA NUOVA L’ho incontrato.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ma non è stato solo un incontro: in questa mail, del database dell’Occrp, Alexey Komov, l’uomo di Malofeev, definisce Roberto Fiore il nostro amico italiano filorusso. E proprio a Komov, Fiore chiede aiuto per trovare un avvocato a un leader neofascista in carcere in Grecia.

GIORGIO MOTTOLA C’è questa mail in cui lei chiede un avvocato da mandare ad Atene perché c’erano…

ROBERTO FIORE - SEGRETARIO FORZA NUOVA Certo. Noi riteniamo che la Russia abbia un enorme ruolo nel mondo, con la sua cultura giuridica, con la sua storia e con le lotte per le libertà che in questo momento sta facendo la Russia in giro per il mondo.

GIORGIO MOTTOLA Quindi faceva bene Komov a definirlo il nostro amico italiano filorusso, Roberto Fiore?

ROBERTO FIORE - SEGRETARIO FORZA NUOVA Assolutamente.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ma dalla Russia, oltre al sostegno politico, negli anni scorsi è arrivata anche una valanga di soldi al mondo pro vita italiano. Da tre conti dell’Est Europa legati a società dell’Azerbaijan e della Russia sono partiti oltre 2 milioni di euro, destinati alla Fondazione Noave Terrae di Luca Volonté, ex parlamentare dell’Udc e membro del direttivo, insieme ad Alexey Komov, dell’Howard Center, la fondazione presieduta da Brian Brown che organizza il World Congress of Families. A partire dal 2015, nel direttivo di Novae Terrae anche il senatore della Lega Simone Pillon.

GIORGIO MOTTOLA Anche dopo che è partita l’inchiesta…

SIMONE PILLON - SENATORE LEGA Scusa, eh. Dimmi, dimmi Putin.

GIORGIO MOTTOLA Senatore, siamo al cabaret…

SIMONE PILLON - SENATORE LEGA Il cabaret lo fate voi!

GIORGIO MOTTOLA Noi facciamo il cabaret?

SIMONE PILLON - SENATORE LEGA Qualunque cosa andate a toccare la dovete sporcare.

GIORGIO MOTTOLA Questo noi oppure le fondazioni che ricevono soldi da società offshore?

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Nel 2015 per i soldi offshore arrivati alla Novae Terrae, Luca Volonté viene rinviato a giudizio per corruzione internazionale. Ma la sua fondazione continua ad incassare soldi. Non provengono più da oriente ma da occidente. Tra i donatori ci sono fondazioni americane amiche di Malofeev, come la National Organisation for Marriage, la Home School Legal Defence e soprattutto Patrick Slim, figlio di Carlos Slim, il quinto uomo più ricco del pianeta. Si tratta di soldi che arrivano nel periodo in cui entra nella fondazione il senatore Pillon, il quale però è completamente estraneo all’inchiesta che ha coinvolto Volonté.

GIORGIO MOTTOLA Uno: come sono stati usati questi soldi; due: perché dall’estero sono arrivati così tanti soldi?

SIMONE PILLON - SENATORE LEGA Il mondo pro life e pro family è un bellissimo mondo che grazie a Dio non è solo in Italia, è anche all’estero e evidentemente l’autofinanziamento funziona.

GIORGIO MOTTOLA Dal momento che i movimenti pro life portano avanti un’agenda politica molto precisa e che sta cambiando la legislazione del nostro Paese…

SIMONE PILLON - SENATORE LEGA Scusi eh, ma il suo obiettivo qual è? È quello i dire che quindi “Pillon è brutto e cattivo”, e “mi sono sbagliato non prende i rubli, ma prende i dollari”?

GIORGIO MOTTOLA Io le sto citando ecco una serie di finanziamenti, una serie di bonifici, arrivati tutti quanti da stranieri.

SIMONE PILLON - SENATORE LEGA Il vostro obiettivo è molto chiaro. La ringrazio per la domanda. I fondi che sono entrati nelle associazioni sono fondi perfettamente leciti per quello che riguarda la situazione nella quale io ero lì. Se lei ha qualcosa di segno opposto, fa la sua denuncia e io farò la mia querela. Va bene?

GIORGIO MOTTOLA Certo, ma la questione è: perché Patrick Slim uno degli uomini più ricchi del mondo a un certo punto…

SIMONE PILLON - SENATORE LEGA Ma lo chieda alla fondazione Novae Terrae, cosa chiede a me?

GIORGIO MOTTOLA Ma lei era nel direttivo della Fondazione Novae Terrae, senatore.

SIMONE PILLON - SENATORE LEGA Ma chieda alla Fondazione Novae Terrae

GIORGIO MOTTOLA Ma a chi devo chiedere?

SIMONE PILLON - SENATORE LEGA Io adesso, non rappresento più in nessun modo…veramente non rappresentavo neanche prima.

GIORGIO MOTTOLA Ma mentre c’era lei arrivavano i soldi di Patrick Slim.

SIMONE PILLON - SENATORE LEGA Torno a dire, lei mi porta i finanziamenti di cui mi sta parlando, non quegli appuntini lì su foglio di carta igienica e io poi le risponderò…

GIORGIO MOTTOLA É la mia agenda, la tratti un po’ con più rispetto, senatore.

SIMONE PILLON - SENATORE LEGA Va beh: foglio di carta di agenda.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Anche un semplice foglio d’agenda può risultare un po’ ruvido se contiene le prove dei bonifici, quelli del National of Marriage, quelli di Patrick Slim di cui parlava il nostro Giorgio. Circa 75 mila euro. Resta da vedere come sono stati spesi, ma su questo Pillon ha preferito non parlare. Il senatore leghista, che si è distinto per un controverso e discusso disegno di legge sulla famiglia, per le sue dichiarazioni contro l’aborto e contro i diritti dei gay. Quello che però abbiamo capito dalla nostra inchiesta è che sotto l’ombrello dell’oligarca di Dio, Malofeev, si sono riparati a vario titolo la Lega di Salvini, il leader di Forza Nuova Fiore, quello del movimento Pro Vita Brandi. Ecco, e poi dentro il database del consorzio giornalistico OCCRP Giorgio ha trovato le prove degli appuntamenti di Malofeev, con i referenti delle potenti fondazioni americane, quelle della destra americana ultracristiane. Ecco, potenti al punto tale che per la prima volta nella storia nella maggior parte degli Stati Uniti si stanno approvando, stanno per essere approvate, leggi contro l’aborto. In Alabama è già vietato, è diventata legge, è vietato abortire anche se una donna è rimasta incinta dopo una violenza o dopo un incesto. E dentro le stesse fondazioni abbiamo visto girare insieme a Malofeev anche i finanziatori della campagna elettorale di Trump, anche i finanziatori di Cambridge Analytica, cioè di quella società che ha violato 50 milioni di profili Facebook e avrebbe condizionato l’esito delle elezioni presidenziali e anche la Brexit. Quella Santa alleanza, queste fondazioni funzionano un po’ come le porte girevoli degli alberghi: entrano finanziamenti anonimi, vengono redistribuiti ad altre fondazioni e a movimenti, a movimenti religiosi dell’ultradestra, dell’estrema destra, che hanno messo in piedi campagne contro l’aborto, contro i diritti dei gay, per far sentire la cultura europea minacciata. Ecco, alimentare una gigantesca fabbrica della paura. Un miliardo di dollari, ha trovato Giorgio, finanziati sicuramente. Qualche spiccio è anche finito nelle tasche di una nostra conoscenza.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Tra il 2012 e il 2016 dalla Novae Terrae sono partiti bonifici verso decine di associazioni del mondo pro vita ultra tradizionalista come “Citizen Go”, specializzata in campagne contro le unioni gay; lo Iona Istitute famoso per le sue campagne antiabortiste; i Papaboys; la francese Manif pour tous; l’americana Sutherland Institute e soprattutto la Dignitatis Humanae Institute l’associazione di Benjamin Harnwell legata a Steve Bannon, l’ex capo stratega della Casa Bianca che dopo aver contribuito alla vittoria di Trump è sbarcato in Italia e ha iniziato ad incontrare capi politici come Giorgia Meloni cui ha offerto il suo sostegno.

STEVE BANNON – EX CAPO STRATEGA CASA BIANCA Io vi posso aiutare focalizzandoci sulle prossime europee per vincerle. Vi possiamo fornire e far realizzare sondaggi. Analisi di big data, preparare cabine di regia, tutto quello di cui si ha bisogno, per vincere le elezioni. Vi aiutiamo in modo gratuito.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Qualche mese dopo questo intervento Bannon andò ad incontrare anche l’allora ministro dell’Interno Salvini e nel viaggio in auto verso il Viminale venne accolto da un emissario della Lega, Federico Arata, figlio di Paolo socio occulto del re dell’eolico Vito Nicastri che è stato condannato pochi giorni fa per aver finanziato la latitanza di Matteo Messina Denaro. Paolo Arata è accusato di aver promesso al sottosegretario leghista Armando Siri una mazzetta da 30mila euro per inserire un emendamento a favore dell’eolico. Ed è proprio con il figlio Federico che Bannon parla di strategie elettorali.

DA THE BRINK – DI ALYSON KLAYMAN STEVE BANNON - EX CAPO STRATEGA CASA BIANCA Intendiamo fornire inchieste, analisi di dati, messaggi dal centro di comando.

FEDERICO ARATA È l’idea che con questo possiamo diventare il partito numero uno in Italia. E poi dovrete dir loro che dobbiamo pianificare. “Pianificare” è la parola chiave… la vittoria per le elezioni europee.

STEVE BANNON – EX CAPO STRATEGA CASA BIANCA Steve Bannon aveva costruito la sua roccaforte a Collepardo in provincia di Frosinone dentro questa magnifica Abbazia del 1200, la Certosa di Trisulti. Per otto secoli ci hanno vissuto i Frati Certosini. Bannon e Harwell volevano costruirci dentro una scuola di sovranismo. Dopo il nostro servizio dello scorso aprile, a causa delle irregolarità riscontrate il ministero dei beni culturali ha revocato a Dignitatis Humanae la concessione. Ma qualche settimana fa siamo tornati al monastero benedettino e abbiamo trovato una sorpresa.

GIORGIO MOTTOLA Che ci fai ancora qui? Non t’avevano cacciato?

BENJAMIN HARNWELL – PRESIDENTE DIGNITATIS HUMANAE INSTITUTE Manca poco.

GIORGIO MOTTOLA Non è che fai come quelli dei centri sociali stai occupando la Certosa.

BENJAMIN HARNWELL – PRESIDENTE DIGNITATIS HUMANAE INSTITUTE Tutto il mondo pensa che siamo già fuori.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Sebbene il ministero dei beni culturali ci avesse garantito che entro fine luglio sarebbe avvenuto lo sfratto. Benjamin Harnwell e la sua associazione sono ancora qui. La Dignitatis Humanae è un anello della catena che collega il mondo di Malofeev e quello americano vicino a Donald Trump. Una prova è in queste foto del 2012 che abbiamo ritrovato: è la cerimonia di inaugurazione della Dignitatis Humanae di Steve Bannon e Benjamin Harnwell. A fare gli onori di casa c’è ancora una volta lui, il rappresentante dell’oligarca di Dio, Alexey Komov.

GIORGIO MOTTOLA Le posso chiedere come mai chiese a Komov di fare la presentazione della Dignitatis Humanae?

BENJAMIN HARNWELL – PRESIDENTE DIGNITATIS HUMANAE INSTITUTE Non mi ricordo chi ci ha fatto conoscere.

GIORGIO MOTTOLA No, perchè scelto proprio Komov?

BENJAMIN HARNWELL – PRESIDENTE DIGNITATIS HUMANAE INSTITUTE Mah… è una persona molto in gamba.

GIORGIO MOTTOLA Non è un po’ strano però che gli americani lavorino così fianco a fianco con i russi su questi argomenti?

BENJAMIN HARNWELL – PRESIDENTE DIGNITATIS HUMANAE INSTITUTE No, perché come ha detto Steve Bannon ci sono le cose dove si può collaborare. Io non vedo un problema che cristiani vogliono cooperare per promuovere i loro interessi.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO E nella costruzione della santa alleanza fra russi e americani la Dignitatis Humanae sembra aver avuto un ruolo tutt’altro che secondario. Nel 2014 durante un convegno dell’associazione a Roma Steve Bannon interviene via Skype e benedice l’inizio della collaborazione con i russi.

STEVE BANNON – STRATEGA DI DONALD TRUMP Sapete, Putin è uno molto, molto, molto intelligente. Noi occidente giudaico-cristiano dobbiamo guardare con interesse a quello che dice sul tradizionalismo e al suo appoggio al nazionalismo. Credo che in questa fase storica, con la minaccia di un califfato alle porte possiamo stringere un accordo con lui su alcune cose.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ed è proprio in questo periodo che si intensifica il flusso dei soldi da parte di associazioni americane ultra cristiane verso l’Europa. Per mesi abbiamo controllato i bilanci delle fondazioni americane e abbiamo scoperto che negli ultimi dieci anni sono stati inviati in Europa bonifici per oltre un miliardo di dollari. Quasi 700 milioni vengono da associazioni finanziate dalla National Christian Foundation, la più grande fondazione ultraconservatrice americana che gestisce un budget di quasi due miliardi di dollari all’anno.

PETER MONTGOMERY – SENIOR FELLOW RIGHT WING WATCH Se sono un uomo d’affari e voglio finanziare una campagna antigay ma ho paura di attirarmi critiche se viene fuori che ho contribuito, la soluzione migliore è dare i soldi alla National Christian Foundation. Ed è poi la fondazione a passare i soldi agli altri. Il denaro così non è più tracciabile.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Dai bilanci sappiamo solo a chi vanno i soldi ma non da chi provengono. E sui flussi finanziari verso l’Europa è tutto ancora più oscuro. Infatti non vengono indicati né i singoli paesi europei, né i beneficiari. Tra le associazioni ultraconservatrici che hanno trasferito più soldi in Europa ci sono con quasi 50 milioni di dollari, l’American Bible Society e poi c’è il Discovery Institute che propaganda teorie creazioniste pseudoscientifiche. E soprattutto ci sono svariate fondazioni appartenenti al World Congress of Families come l’Alliance Defending Freedom e L’American Center for Law & Justice che finanziano a Bruxelles attività di lobbying per quasi un milione di euro. Ciliegina sulla torta è l’Acton Institute una delle più potente associazioni della destra religiosa americana che ha anche una sede a Roma. Dal 2013 ad oggi l’Acton ha inviato in Europa quasi un milione di dollari e ha lavorato a stretto contatto con la Dignitatis Humanae Institute.

BENJAMIN HARNWELL – PRESIDENTE DIGNITATIS HUMANAE INSTITUTE Abbiamo un appoggio importante dagli americani.

GIORGIO MOTTOLA L’Acton Institute l’ha mai finanziata?

BENJAMIN HARNWELL – PRESIDENTE DIGNITATIS HUMANAE INSTITUTE Non penso di sì. Non penso. Penso di no. GIORGIO MOTTOLA Pensa, non ne è sicuro?

BENJAMIN HARNWELL – PRESIDENTE DIGNITATIS HUMANAE INSTITUTE Come in tutte le nostre interviste vorrei dire no non hanno mai, non ci hanno mai appoggiati e poi vedere dalla sua tasca “dici questo ma vedi…”

GIORGIO MOTTOLA Ha paura che cacci fuori la carta? Che la smentisca? …

BENJAMIN HARNWELL – PRESIDENTE DIGNITATIS HUMANAE INSTITUTE Ormai mi sono abituato…

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Povero Benjamin, il nostro Giorgio deve averlo traumatizzato. D’altra parte come dargli torto. A forza di cacciar carte, praticamente ha fatto sì che venisse revocata la concessione dell’abbazia a lui, all’associazione che rappresenta e a Bannon, che avevano intenzione di costituire in quella certosa la base per la scuola del sovranismo, una scuola per formare i cosiddetti “angeli del cambiamento”, così li chiamavano, formare la nuova classe politica italiana. A proposito di carte, Report ne ha trovate alcune inedite che testimonierebbero che la Lega ha lavorato in maniera sotterranea ad un asse russoamericano. Abbiamo trovato delle mail e in questo avrebbe avuto un ruolo, ha un ruolo Federico Arata, figlio di Paolo – l’abbiamo visto andare ad accogliere Bannon all’aeroporto per portarlo al Viminale. In una mail di Federico Arata, il consulente di Palazzo Chigi scelto da Giorgetti si presenta come lo “spin doctor della Lega” e prova, dice, ad aiutarla a sollevarsi, ad “elevarsi dal punto di vista sociale e anche internazionale". Il giovane Arata scrive una mail a un certo Ted, mettendo anche in copia anche Siri, e dice che praticamente è "l'ideatore, insieme a Ted, del viaggio negli Stati Uniti di Salvini e Giorgetti", viaggio del quale Giorgetti e Salvini si dicono contentissimi perché è un viaggio fondamentale, sono contenti del ruolo che ha avuto Ted. Ma chi è Ted? Ted è Ted Malloch, il faccendiere che ha avuto un ruolo e è stato coinvolto nel Russia Gate, ha avuto un ruolo nel recuperare le mail compromettenti, Hillary Clinton, quelle mail hackerate dai russi. E poi un certo ruolo l’ha avuto anche Armando Siri, il consulente delle politiche economiche della Lega. Nel momento in cui presenta la Flat Tax in Italia, chiede il beneplacito al governo della Bielorussia. Ecco, qui, anche qui c’è una mail e un’altra mail, sempre alla Bielorussia chiederebbe di intercedere per un videomessaggio che Putin avrebbe dovuto registrare e presentare all’interno della sua scuola di formazione. Avrebbe formato i nuovi e giovani politici con il messaggio di Putin. Ecco, forse più che i 65 milioni di euro in tangenti che non sono stati mai trovati, almeno fino ad adesso, Salvini dovrebbe spiegare tutto questo per evitare che un cittadino italiano vada, nel momento in cui deve scegliere un politico, deve votare un politico che si presenta col rosario e con un motto – “Prima gli italiani” –, quando lo elegge non elegga anche, all inclusive, un oligarca russo.

Luigi Ferrarella per il “Corriere della Sera” il 2 giugno 2021. Quando si dice che chi trova un amico trova un tesoro: anzi due, in altrettanti casi di amicizia declinata in politica. Nel primo - per la Procura di Milano - alcuni professionisti e avvocati (come Marco Cardia, figlio dell'ex presidente della Consob, Lamberto), mossi dalla speranza dell'«attribuzione di futuri incarichi sfruttando le conoscenze istituzionali» del parlamentare leghista Armando Siri in procinto nel giugno 2018 di diventare sottosegretario al ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture, si diedero da fare per risolvergli un problema: cioè per trovare una finanziaria lussemburghese (la «Npl Opportunities» amministrata da Massimo Mina) che stanziasse senza garanzie e senza interessi 220.000 euro con cui saldare (per interposti assegni circolari di un commercialista romano amico di Cardia) un pari debito del senatore Siri con l' Agenzia delle Entrate, altrimenti imbarazzato dalla pendenza tributaria alla vigilia di assumere l' incarico nel primo governo Conte. Nel secondo caso la Banca Agricola Commerciale di San Marino, «considerata l' importante posizione dell' interlocutore» Siri, sempre senza garanzie gli erogò tra gennaio e aprile 2019 due mutui di 600.000 euro (tramite la società TF Holding srl riferibile a Siri) e di 750.000 euro (questo per l' acquisto di un immobile a Bresso intestato alla figlia, la quale subito dopo il rogito rilasciò al padre una procura irrevocabile a vendere): e lo fece in una ottica, addirittura dichiarata in un verbale interno dalla banca, di stabilire «scambi per relazioni di lunga durata». Sono questi i due favori a Siri che i pm Gaetano Ruta e Sergio Spadaro inquadrano nel reato di «finanziamento illecito» per il parlamentare leghista. Siri, che assieme al pure indagato capo della sua segreteria Marco Luca Perini cogestiva l'associazione senza scopo di lucro «SpazioPin» (scuola di formazione politica leghista), è inoltre accusato di «evasione fiscale» per talune spese «scaricate» negli esercizi 2018 e 2019: Perini per i pm non avrebbe pagato 80.000 euro dovuti al Fisco nelle due annualità, Siri 36.000 euro di tasse sull' anno 2018. Mina, con un manager di Bper International, è infine indiziato di «usura» per i tassi di sconto di fatture di 5 clienti: evidentemente non meritevoli della medesima amicizia (senza interessi bancari, ma per i pm con interessi politici) manifestata invece a Siri.

Tangenti, evasione e paradisi fiscali: i segreti del senatore Armando Siri, il Re Mida della Lega di Matteo Salvini. Paolo Biondani su La Repubblica/L'Espresso il 10 giugno 2021. Finanziamenti illeciti per 1,5 milioni da San Marino e Lussemburgo. Corruzioni da Palermo a Roma. Tasse non pagate a Milano. L'ideologo della flax tax colleziona accuse e processi, ma il leader lo promuove al vertice del partito. Più che un senatore, stando alle indagini di tre diverse autorità giudiziarie, sembra una slot machine: funziona se si inserisce la moneta. La Procura di Milano ha chiuso in questi giorni l’istruttoria sulle straordinarie avventure finanziarie di Armando Siri, parlamentare di alto rango e stratega fiscale della Lega di Matteo Salvini. Già indagato a Palermo e poi a Roma con due accuse di corruzione, ora il senatore rischia un altro processo per una presunta evasione delle tasse e soprattutto per una ricca serie di «finanziamenti illeciti». Per cifre degne di un big di Tangentopoli: oltre un milione e mezzo di euro. Soldi che il politico, teorico della sovranità economica italiana, ha ricevuto da due rinomati paradisi fiscali europei: San Marino e Lussemburgo. Il senatore Siri è un leghista dell’ultima leva politica, fedelissimo di Salvini. Originario di Genova, ha fatto il giornalista nelle tv di Berlusconi e poi si è messo in proprio, cercando fortuna negli affari a Milano, con scarsissimo successo: dopo aver portato al fallimento la società di comunicazioni MediaItalia srl, nel 2014 ha patteggiato una condanna a un anno e otto mesi, a suo dire ingiusta, per bancarotta fraudolenta. In politica ha esordito come attivista del Psi di Craxi, poi ha fondato un suo partito, Italia Nuova, e nel 2011 si è candidato a sindaco di Genova, ottenendo però solo lo 0,6 per cento dei voti. Nella Lega è entrato su chiamata diretta di Salvini, dopo la caduta di Umberto Bossi per lo scandalo dei famosi rimborsi-truffa da 49 milioni. Dal 2014 il leader della nuova destra sovranista ha accolto Siri tra i suoi consiglieri. Per un presunto esperto di economia, una condanna per bancarotta non è il massimo del curriculum, ma la Lega è sempre stata ultra-garantista con i colpevoli di casa propria e forcaiola con i nemici politici e gli stranieri poveri (non russi): lo stesso Bossi, il fondatore del partito, è un noto pregiudicato per i finanziamenti illeciti della Montedison ed è tuttora senatore. Salvini deve a Siri l’idea della flat tax: un’unica aliquota del 15 per cento per tutti i contribuenti, con abolizione del principio di progressività (che prevede imposte più alte per i redditi più elevati) e conseguente taglio di due terzi delle tasse per gli italiani più ricchi. Il grande salto lo fa nel 2018, quando diventa senatore e sottosegretario alle Infrastrutture nel governo Lega-Cinquestelle. La sua carriera sembra fermarsi nella primavera 2019, quando riceve il primo avviso di garanzia per corruzione dalla Procura di Palermo: pochi giorni dopo l’allora premier Giuseppe Conte lo esclude dal governo. Siri resta però senatore. E la Lega lo inserisce nella Commissione Finanze. Dove guida la battaglia a favore dei contanti, difende il condono fiscale (in parte attuato con le rottamazioni), si batte per il Ponte sullo Stretto, ospita Salvini senza mascherina al Senato, al contestato convegno «per le riaperture» dell’estate 2020, tra la prima e la seconda ondata di morti per Covid-19. Intanto viene indagato anche a Milano, per una serie di prestiti molto sospetti concessi da una banca di San Marino. L’indagine parte da una segnalazione anti-riciclaggio firmata da un notaio, Paolo De Martinis, che evidenzia le anomalie più vistose: Siri ha ottenuto un finanziamento di 750 mila euro, per comprare una palazzina vicino a Milano, senza la normale garanzia ipotecaria. E ha potuto intestare l’immobile alla figlia, che non risponde del prestito concesso al papà senatore. Quando una giornalista di Report fa esplodere il caso, Siri è già indagato per un’altra accusa di corruzione politica: una presunta tangente di 30 mila euro in cambio di un emendamento, destinato a favorire un imprenditore siciliano inquisito dai pm antimafia, il «re dell’eolico» Vito Nicastri. Quindi l’Espresso rivela che il prestito a Siri è stato bocciato, con motivazioni pesantissime, dalla stessa Banca Centrale di San Marino, che ha disposto tre ispezioni chiuse con altrettante denunce. Salvini non si scompone e lo difende così: «Siri ha fatto solo un mutuo in banca, come milioni di italiani». Solo i giudici, alla fine di tutti i processi, potranno stabilire se siano stati commessi reati. Ma una cosa è certa: il senatore della Lega ha ottenuto i soldi da San Marino con una straordinaria corsia privilegiata, fuori da ogni regola bancaria applicata ai comuni cittadini. E con una motivazione politica tenuta segreta. A dimostrarlo sono i documenti interni della stessa Banca agricola commerciale (Bac) di San Marino. Siri ha incassato i 750 mila euro nell’ottobre 2018, quando era già senatore e sottosegretario, senza dover fornire alcuna garanzia reale (la classica ipoteca sul mutuo) e nemmeno una fideiussione personale. La durata del prestito è di dieci anni, il doppio del massimo previsto dalla Bac, con un tasso fisso del 2,15 per cento, meno di metà della media (4,90) applicata ai normali clienti. L’ispezione segnala molte altre anomalie, con documenti cancellati dai computer e nomi nascosti. È proprio la Banca Centrale a scoprire alti due prestiti senza garanzie collegati a Siri, ma gestiti dalla Bac senza registrare i legami con il politico. Nell’aprile 2019 una piccola ditta appena fondata da un barista della periferia milanese, già in affari con Siri e candidato della sua lista a Genova, ha ottenuto altri 600 mila euro, anche in questo caso senza ipoteca. La società risulta «presentata» a San Marino da Marco Luca Perini, che è il capo della segreteria politica di Siri. A confermarlo è il direttore generale della banca, che ha approvato quei «prestiti personali». Nelle carte della Bac, però, il nome del segretario «non era registrato». Il legame con Siri viene «omesso» anche per un terzo prestito, di altri 200 mila euro, concesso a un’imprenditrice in difficoltà, Domenica Ferragù. Nelle carte bancarie viene identificata come «consulente della Bac», per i 750 mila euro concessi al senatore. Interrogata dopo le prime perquisizioni, lei stessa ha spiegato che in realtà, all’epoca, aveva un legame sentimentale con Siri, poi troncato, e a San Marino ci andava con lui. All’inizio la Procura aveva ipotizzato il reato di auto-riciclaggio, per i precedenti di Siri. L’azienda della bancarotta era infatti controllata da una società anonima del Delaware e nel fallimento sono spariti i soldi delle tasse. Ora le indagini hanno convinto i magistrati a modificare l’accusa: la banca di San Marino ha finanziato Siri come politico, per trovare un alleato nella Lega. Ad ammetterlo è lo stesso direttore della Bac, Marco Perotti, che poi si è dimesso per lo scandalo. Il 22 settembre 2018, davanti al consiglio d’amministrazione, è lui a sottolineare che il prestito senza garanzie va concesso a un «senatore e sottosegretario in carica», per ragioni politiche: per la banca, come si legge nel verbale ottenuto dall’Espresso, «il tema di principale interesse, considerata l’importante posizione dell’interlocutore, è di avere degli scambi, per creare una relazione di lunga durata». Un senatore per amico. La vera causale del prestito è cruciale per la legge italiana, che non vieta alle società private di versare soldi a partiti o a singoli politici, ma impone di dichiararli, sia nei bilanci che in Parlamento. Perché gli elettori hanno diritto di sapere. Ricostruita così la storia politica dei soldi di San Marino, la Guardia di Finanza ha esaminato tutte le entrate di Siri. E ha scoperto un altro finanziamento anomalo, il primo della serie: 220 mila euro arrivati dal Lussemburgo nel giugno 2018, quando il neo-senatore Siri stava per diventare sottosegretario. I soldi provengono da un gruppo finanziario lussemburghese, Npl Opportunities, che nel 2018 ha acquisito una società italiana di recupero crediti, Omniatel. Il prestito al politico è stato propiziato, secondo l’accusa, da un manager italiano, Massimo Mina, e da un famoso avvocato, Marco Cardia, figlio dell’ex presidente della Consob. Qui l’accusa nasce dalle modalità dei versamenti, con due assegni circolari gestiti da un fiduciario. Il presunto movente della società lussemburghese è chiarito anche dalle intercettazioni di un’altra inchiesta: nello stesso periodo Nino Caianiello, l’ex burattinaio delle tangenti tra Milano e Varese (che dopo l’arresto ha confessato e patteggiato), si sentiva chiedere da un altro politico lombardo, Massimo Buscemi, di assegnare proprio alla Omniatel del manager Mina la riscossione dei crediti di «vari comuni dove abbiamo gli amici». Il senatore Siri ha usato i soldi lussemburghesi, secondo la Finanza, per pagare i suoi debiti con l’Agenzia delle Entrate. Ed evitare polemiche prima della nomina a sottosegretario. L’accusa di evasione fiscale riguarda invece altri 71 mila euro, sulla carta attribuiti a un’associazione «senza fini di lucro» creata da Siri per organizzare corsi di formazione, chiamata Spazio Pin, ma di fatto utilizzati dal senatore per le sue spese personali. Di qui la presunta «dichiarazione infedele dei redditi». L’indagine di Palermo intanto è approdata a Roma, dove l’accusa è raddoppiata. Oltre alla tangente per l’emendamento eolico, Siri è imputato di aver chiesto «ingenti somme di denaro» a due dirigenti del gruppo Leonardo, incassando un anticipo di «almeno 8 mila euro». In cambio di «un provvedimento normativo ad hoc». Siri respinge tutte le accuse. E rispetto ai normali indagati, ha un’arma in più: l’immunità parlamentare. Non può subire perquisizioni o sequestri. Il suo cellulare non è intercettabile. E il Senato può dichiarare «inutilizzabili» anche le sue telefonate con altri, intercettati legalmente. Intanto Salvini attacca tutti i magistrati e continua a premiarlo: Siri e l’inseparabile Perini sono diventati i responsabili della «scuola di formazione politica» della Lega. E in dicembre il senatore è entrato nella segreteria del partito addirittura come «responsabile del programma». «Meno tasse, controllo dei confini, opere pubbliche, nuova giustizia», sono gli obiettivi indicati da Salvini, con un augurio: «Buon lavoro a Siri».

2x1000x2 Report Rai PUNTATA DEL 26/04/2021 di Luca Chianca. Il 21 dicembre 2019 un instancabile Umberto Bossi dà la sua benedizione a quella che sembra essere una vera e propria trasformazione del suo partito indipendentista in quello nazionalista della Lega per Salvini Premier. Alla fine del congresso però non c'è stato nessun passaggio a un nuovo partito, ma il mantenimento della vecchia Lega Nord e il riconoscimento del nuovo partito di Salvini. Bad company da un lato e newco dall'altro. Quando alla fine del 2017 i magistrati di Genova alla ricerca dei 49 milioni di euro di contributi non dovuti hanno trovato solo 100 mila euro nelle casse della Lega Nord, il vecchio partito si è accordato con la Procura per restituire 600 mila euro l'anno per i prossimi 70 anni. E dove li prenderebbe i soldi? Anche se oggi non permette ai suoi militanti di candidarsi alle elezioni amministrative, riscuote ancora il 2x1000 e ci paga il debito con lo Stato. 

2x1000x2 Di Luca Chianca collaborazione di Alessia Marzi

LUCA CHIANCA Senatore, Chianca di Report, ci dice qualcosa sul 2x1000 che prende la vecchia Lega Nord?

MATTEO SALVINI Sto parlando al telefono, educazione prevede che io stia parlando al telefono

LUCA CHIANCA Fontana ci dice qualcosa sulla lega nord

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Tutto ruota intorno al 2x1000 che i cittadini possono devolvere al loro partito di riferimento quando fanno la dichiarazione dei redditi. Il problema è a chi li danno i militanti della Lega se oggi ce ne sono due? Quella nuova di Salvini o la vecchia Lega nord che oggi ha deciso di non presentarsi alle ultime elezioni comunali? Lo chiediamo al presidente della commissione che certifica gli statuti dei partiti politici condizione necessaria per chiedere il 2x1000.

AMEDEO FEDERICI – PRESIDENTE COMMISSIONE DI GARANZIA DEGLI STATUTI E PER LA TRASPARENZA E IL CONTROLLO DEI RENDICONTI DEI PARTITI POLITICI Chi non si presenta alle elezioni prende il 2x1000? Come nel caso della Lega nord vecchio stampo cioè la lega quella di Bossi? Certo, certo Scusami Nico'...

AMEDEO FEDERICI – PRESIDENTE COMMISSIONE DI GARANZIA DEGLI STATUTI E PER LA TRASPARENZA E IL CONTROLLO DEI RENDICONTI DEI PARTITI POLITICI La Lega nord vecchio stampo può pure non presentarsi però in sede parlamentare un numero x di deputati un numero x di senatori si dichiarano essere in collegamento ideale, politico, formativo con quella sigla là. Perché voi siete fissati con sta Lega…a me premesso che…a non me ne può fregar di meno

LUCA CHIANCA Ma questo è un escamotage!

AMEDEO FEDERICI – PRESIDENTE COMMISSIONE DI GARANZIA DEGLI STATUTI E PER LA TRASPARENZA E IL CONTROLLO DEI RENDICONTI DEI PARTITI POLITICI E lo chiede a me?

LUCA CHIANCA Me li fa avere sti rappresentanti

AMEDEO FEDERICI – PRESIDENTE COMMISSIONE DI GARANZIA DEGLI STATUTI E PER LA TRASPARENZA E IL CONTROLLO DEI RENDICONTI DEI PARTITI POLITICI Non ce li ho io, lo chieda al Parlamento. Lo chieda, lo chieda, lo chieda

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Vabbè noi abbiamo chiesto, ma inutilmente. Buonasera. Camera e Senato ci hanno risposto “non compete a noi”. Rivolgetevi alla Commissione che è presieduta dal magistrato della Corte dei Conti Federici. Però il quale abbiamo visto è un po’ sul chi va là, è un po’ restio. Perché abbiamo anche capito che ci siamo infilati in un ginepraio, causato dalla presenza di due Leghe. Una è la vecchia Lega Nord, quella coinvolta nelle truffe dei rimborsi elettorali, per la quale i magistrati di Genova avevano chiesto la confisca di 49 milioni di euro. Poi però non c’erano nelle casse hanno trovato un accordo con i legali del partito, li restituiranno in 70 anni. Ora Salvini è stato per un periodo segretario di entrambe le leghe, poi ha fondato un partito dalle ceneri di quello vecchio. E abbiamo a questo punto cosa? Una Newco cioè il partito Salvini premier, la Lega Salvini Premier, e dall’altra la Bad Company, la vecchia Lega Nord per l‘Indipendenza della Padania, che è bad company perché ha in pancia i 49 milioni di euro da restituire allo Stato. Però entrambe le leghe percepiscono il 2 per 1000. Qual è il problema? Che possono percepire il 2 per mille solo quei partiti che hanno lo statuto validato dalla commissione Federici. Quello che non abbiamo capito però è se il controllo che fa la commissione è solo un controllo formale sullo statuto oppure va a verificare se quello che è scritto nello statuto poi è aderente a quello che avviene nella realtà. La domanda è, può un partito continuare a percepire il 2 per 1000 se non ha l’agibilità politica, può continuare a percepire il 2 per 1000 se i propri iscritti non possono presentare liste alle elezioni comunali? Ecco se non fanno tutto questo perché continuano a percepire il 2 per 1000? Il nostro Luca Chianca

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO È il 21 dicembre 2019 quando Umberto Bossi sembra benedire la trasformazione del suo partito indipendentista in quello nazionalista della Lega per Salvini Premier.

UMBERTO BOSSI – CONGRESSO FEDERALE LEGA NORD 21 DICEMBRE 2019 Oggi non si chiude nessun partito, con il cazzo che è il funerale, è il funerale degli altri. Salvini non può imporci un cazzo

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Alla fine del congresso non c'è stato nessun passaggio a un nuovo partito, ma il mantenimento del vecchio e il riconoscimento del nuovo. Il perché servono in piedi due partiti è dovuto alla restituzione dei 49 milioni di euro allo stato per la truffa dei rimborsi elettorali. Ma recuperarli dalle casse della Lega Nord era impossibile perché c'erano solo 110 mila euro. E quando i magistrati cercano nelle singole sedi regionali devono confrontarsi con una serie di contenziosi.

LUCA CHIANCA Quindi aggredirli tutti sul territorio era impossibile

FRANCESCO PINTO – MAGISTRATO AGGIUNTO PROCURA DI GENOVA Più che impossibile era molto difficile. La lega toscana per esempio ha ritenuto di opporsi dicendo che non era un movimento che poteva essere riferito alla lega nord e così lo avremmo avuto per tante altre situazioni

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO E così si decide di fissare una somma di 600mila euro l'anno da ridare allo Stato in circa 70 anni. Ma chi paga?

VINCENZO SMALDORE – FONDAZIONE OPENPOLIS Possiamo dire che esiste una lega A e una specie di bad company, quindi abbastanza assurdo che nel nostro sistema venga riconosciuto questo.

GIAN GAETANO BELLAVIA – ESPERTO ANTIRICICLAGGIO La vecchia Lega ha 17 milioni di debiti e quasi 12 milioni di patrimonio netto negativo cioè se facessimo un paragone con una società commerciale dovrebbe chiudere, deve andare in liquidazione no?

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO L'accordo con la Procura di restituire 600 mila euro l’anno per 70 anni, era finalizzato a garantire al partito Lega nord la sua continuità, cioè l'agibilità politica. Ma chi sono i membri della vecchia Lega Nord e che fanno? Giovanni Fava ha tre legislature alle spalle. Oggi è membro del consiglio federale della Lega Nord per l'Indipendenza della Padania.

GIOVANNI FAVA – LEGA NORD INDIPENDENZA DELLA PADANIA Sono rimasto iscritto al vecchio partito con l'idea che facesse il partito

LUCA CHIANCA E cosa fa invece questo partito?

GIOVANNI FAVA – LEGA NORD INDIPENDENZA DELLA PADANIA Ah questa è una domanda da 1 milione di dollari. Il partito cosa faccia è difficile da capire, in teoria sembra che il partito stia lì solo per pagare solo il debito che ha con lo Stato.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO La scorsa estate insieme ad altri militanti della Lega Nord, chiede all'attuale commissario del partito voluto da Salvini, Igor Iezzi, di poter utilizzare il simbolo e il nome del partito per candidarsi nelle amministrative.

GIANLUCA PINI – LEGA NORD INDIPENDENZA DELLA PADANIA La risposta più serafica di Igor Iezzi la informo che non è intenzione del movimento presentare alcuna lista nei comuni da lei indicati ma non solo in quei comuni perché poi in nessun comune è stato depositato un simbolo della lega nord. Sta di fatto che c'hanno messo nero su bianco che noi non possiamo fare attività politica

GIOVANNI FAVA – LEGA NORD INDIPENDENZA DELLA PADANIA Si è mai visto un partito che non partecipa all'elezioni? Però abbiamo visto anche questo ecco

LUCA CHIANCA È un partito di plastica praticamente?

GIOVANNI FAVA – LEGA NORD INDIPENDENZA DELLA PADANIA È un partito ibernato ecco direi più che di plastica.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Sarà anche ibernato. Non può presentare liste nei comuni, tuttavia continua a raccogliere il 2X1000 dai cittadini e con il denaro pubblico paga il debito dei 49 milioni con lo Stato. Così toglie parte delle castagne dal fuoco anche alla nuova Lega di Salvini

VINCENZO SMALDORE – FONDAZIONE OPENPOLIS Con soldi pubblici sistema un problema di mal gestione di soldi pubblici e loro non ci rimettono nulla.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO A partire dal 2018 ad oggi, quando già era nata la Lega Salvini Premier, la vecchia lega nord ha raccolto dal 2x1000, ben 2,3 milioni di euro anche se oggi non permette ai suoi militanti di candidarsi alle elezioni amministrative.

LUCA CHIANCA Voi gli avete concesso questo accordo per fare attività politica poi Matteo Salvini ha costituito un nuovo partito e quello vecchio di fatto è ibernato, non la fa più?

FRANCESCO PINTO – MAGISTRATO AGGIUNTO PROCURA DI GENOVA Be' il soggetto politico è e rimane il soggetto politico Lega nord che non è scomparso

LUCA CHIANCA Di fatto non fa nulla sul territorio, ma allo stesso tempo prende il 2x1000, con i soldi delle tasse paga quello che deve allo stato. È un po' paradossale questa storia

FRANCESCO PINTO – MAGISTRATO AGGIUNTO PROCURA DI GENOVA Se è così è una partita di giro quantomeno singolare

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Lo chiediamo al presidente della commissione che certifica gli statuti dei partiti politici, condizione necessaria per chiedere il 2x1000. LUCA CHIANCA Mi chiedo è legittimo che poi chiedano il 2x1000?

AMEDEO FEDERICI – PRESIDENTE COMMISSIONE DI GARANZIA DEGLI STATUTI E PER LA TRASPARENZA E IL CONTROLLO DEI RENDICONTI DEI PARTITI POLITICI Non sono io che faccio la legge Chianca, la fa il parlamento, no perché voi insistete, insistete, se a me arriva una dichiarazione di Tizio, Caio e Sempronio che dicono io sono collegato con la lega nord e rappresento gli ideali eccetera io lo devo iscrivere.

LUCA CHIANCA Quindi questi ce li ha lei, questi documenti, questa legittimità, deve averli da parte di questi deputati o senatori?

AMEDEO FEDERICI – PRESIDENTE COMMISSIONE DI GARANZIA DEGLI STATUTI E PER LA TRASPARENZA E IL CONTROLLO DEI RENDICONTI DEI PARTITI POLITICI Sono comunicazioni

LUCA CHIANCA Eh ce l'ha o no? Ce l'ha? E quindi me li può dare pure lei?

AMEDEO FEDERICI – PRESIDENTE COMMISSIONE DI GARANZIA DEGLI STATUTI E PER LA TRASPARENZA E IL CONTROLLO DEI RENDICONTI DEI PARTITI POLITICI No!

LUCA CHIANCA Nel caso in cui decidessero di non pagare, possiamo direttamente dal nuovo partito di Matteo Salvini, Lega per Matteo Salvini a chiedergli i soldi?

FRANCESCO PINTO – MAGISTRATO AGGIUNTO PROCURA DI GENOVA Non è così facile perché se rimane in vita il soggetto Lega Nord da un punto di vista formale il nuovo soggetto non è aggredibile.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Anche la Lega di Salvini raccoglie il suo 2x1000. Dal 2018 ben 7 milioni di euro. Con un avanzo nei bilanci di circa 2 milioni nel biennio 2018- 2019.

GIAN GAETANO BELLAVIA – ESPERTO ANTIRICICLAGGIO Ma quel che mi salta all'occhio e la tantissima liquidità di questa lega di Salvini che oggi nell'ultimo bilancio disponeva di più di 3 milioni 160 mila euro liquidi

LUCA CHIANCA Soldi che potrebbe dare allo Stato per restituire i 49 milioni

GIAN GAETANO BELLAVIA – ESPERTO ANTIRICICLAGGIO Salvini ha a che fare con la vecchia Lega?

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO I due partiti occupano la stessa sede di via Bellerio. Alle elezioni del 2018 Salvini si è presentato con il vecchio statuto della lega Nord, e il simbolo di Alberto da Giussano, ma cin il nome Salvini premier, nel 2019 invece alle europee i due partiti hanno depositato due statuti diversi appoggiando la lista, sempre con Alberto da Giussano, e il nome di Salvini. Fatto che ha creato confusione anche tra gli stessi candidati

ALESSIA MARZI Ci chiedevamo lei a quale dei due gruppi facesse riferimento?

GIANANTONIO DA RE – EURODEPUTATO LEGA Ma io ero candidato con la Lega e sono ancora con la Lega

ELENA LIZZI – EURODEPUTATA LEGA Io penso di ricordare di essere stata candidata in Lega Salvini Premier

ROSANNA CONTE – EURODEPUTATA LEGA Io faccio riferimento a entrambi perché ho la tessera di tutti e due

MARCO DREOSTO – EURODEPUTATO LEGA Niente guardi devo verificare guardi, devo verificare perché mi sta chiedendo una cosa che in questo momento non ricordo.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO In rete poi la confusione regna sovrana. Basta andare sul sito del vecchio partito leganord.org per trovare il logo con Alberto da Giussano insieme a Salvini, di fatto segretario dell'altro partito. Su legapersalvinipremier.it scompare Alberto da Giussano mentre su legaonline.it dove si raccoglie il 2x1000 per la lega di Salvini, ricompare.

GIOVANNI FAVA – LEGA NORD INDIPENDENZA DELLA PADANIA Perché che se ne dica Salvini di quel simbolo non può fare a meno

LUCA CHIANCA Che però è rappresentato da Alberto da Giussano

GIOVANNI FAVA – LEGA NORD INDIPENDENZA DELLA PADANIA Che è Alberto da Giussano che è nella disponibilità del partito non a caso tutte le volte che c'è una tornata elettorale si deve riunire il consiglio federale per concedere l'utilizzo del simbolo della lega nord alla lega Salvini premier che è paradossale, noi abbiamo un brand che è di nostra proprietà e lo usa un altro

LUCA CHIANCA Autorizzato

GIOVANNI FAVA – LEGA NORD INDIPENDENZA DELLA PADANIA Autorizzato dal federale ovviamente, io sono l'unico consigliere dell'opposizione all'interno del federale

LUCA CHIANCA Perché gli altri poi sono gli stessi che stanno nel partito di Salvini

GIOVANNI FAVA – LEGA NORD INDIPENDENZA DELLA PADANIA Non tutti ma buona parte sì.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Basta andare sul sito della Lega Nord per trovare Igor Iezzi, Giulio Centemero, Roberto Calderoli, Lorenzo Fontana tutti iscritti anche nella lega Salvini Premier anche se gli statuti di entrambi i partiti vieterebbero l'iscrizione a due movimenti politici diversi.

LUCA CHIANCA Voi però dovete controllare lo statuto

AMEDEO FEDERICI – PRESIDENTE COMMISSIONE DI GARANZIA DEGLI STATUTI E PER LA TRASPARENZA E IL CONTROLLO DEI RENDICONTI DEI PARTITI POLITICI Certamente

LUCA CHIANCA Perfetto nello statuto c'è anche i diritti e i doveri degli iscritti, negli statuti dei due partiti si dice espressamente che è divieto agli iscritti essere iscritti anche in un altro partito

AMEDEO FEDERICI – PRESIDENTE COMMISSIONE DI GARANZIA DEGLI STATUTI E PER LA TRASPARENZA E IL CONTROLLO DEI RENDICONTI DEI PARTITI POLITICI Sì

LUCA CHIANCA Però qui abbiamo Centemero, Calderoli e Fontana e Iezzi stanno di qua e di là

AMEDEO FEDERICI – PRESIDENTE COMMISSIONE DI GARANZIA DEGLI STATUTI E PER LA TRASPARENZA E IL CONTROLLO DEI RENDICONTI DEI PARTITI POLITICI Le rispondo subito: non mi interessa

LUCA CHIANCA Perché non le interessa?

AMEDEO FEDERICI – PRESIDENTE COMMISSIONE DI GARANZIA DEGLI STATUTI E PER LA TRASPARENZA E IL CONTROLLO DEI RENDICONTI DEI PARTITI POLITICI Ma non mi interessa perché non devo andare a controllare io se sta iscritto là o là, io non controllo il registro dei partiti.

LUCA CHIANCA No però lei deve verificare

AMEDEO FEDERICI – PRESIDENTE COMMISSIONE DI GARANZIA DEGLI STATUTI E PER LA TRASPARENZA E IL CONTROLLO DEI RENDICONTI DEI PARTITI POLITICI Non controllo l'elenco degli associati

LUCA CHIANCA No però lei verifica gli statuti no?

AMEDEO FEDERICI – PRESIDENTE COMMISSIONE DI GARANZIA DEGLI STATUTI E PER LA TRASPARENZA E IL CONTROLLO DEI RENDICONTI DEI PARTITI POLITICI Certo

LUCA CHIANCA lo statuto dice una cosa e nella pratica fanno un'altra cosa questi

AMEDEO FEDERICI – PRESIDENTE COMMISSIONE DI GARANZIA DEGLI STATUTI E PER LA TRASPARENZA E IL CONTROLLO DEI RENDICONTI DEI PARTITI POLITICI Certo. La commissione non fa attività di polizia giudiziaria Chianca, non è compito mio

LUCA CHIANCA È compito sempre di qualcun'altro però

AMEDEO FEDERICI – PRESIDENTE COMMISSIONE DI GARANZIA DEGLI STATUTI E PER LA TRASPARENZA E IL CONTROLLO DEI RENDICONTI DEI PARTITI POLITICI Esattamente, ma la legge non mi consente questo

LUCA CHIANCA Però me lo pone come problema anche lei no? E che stiamo a fa qui?

AMEDEO FEDERICI – PRESIDENTE COMMISSIONE DI GARANZIA DEGLI STATUTI E PER LA TRASPARENZA E IL CONTROLLO DEI RENDICONTI DEI PARTITI POLITICI Ho capito ma questo lo posso porre come cittadino così uno che viene informato ma non come presidente della Commissione Chianca, io non lo posso fare, farei la pipì oltre il seminato

LUCA CHIANCA Mi sembra un po' strano

AMEDEO FEDERICI – PRESIDENTE COMMISSIONE DI GARANZIA DEGLI STATUTI E PER LA TRASPARENZA E IL CONTROLLO DEI RENDICONTI DEI PARTITI POLITICI Ah strano

LUCA CHIANCA Che non gli abbiano dato a lei gli strumenti per

AMEDEO FEDERICI – PRESIDENTE COMMISSIONE DI GARANZIA DEGLI STATUTI E PER LA TRASPARENZA E IL CONTROLLO DEI RENDICONTI DEI PARTITI POLITICI Come si usa dire, lo chieda al legislatore, il legislatore, chi è sto legislatore, sto demiurgo strano, il legislatore cioè!

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO E chi è il legislatore? E’ lo stesso che dovrebbe dotare la Commissione di maggiori risorse, finanziarie e anche di personale per poter fare ulteriori controlli e fare bene anche quelli che già fa, perché insomma, hanno difficoltà, e stabilire anche quali potrebbero essere nuove forme di controllo sull’adesione dello statuto alla realtà. Nel legislatore ci sono anche i componenti delle due Leghe. Che devo dire un po’ di confusione l’hanno creata se è vero che anche gli stessi candidati dei due partiti non ricordano più, eurodeputati, non ricordano più in quale delle due leghe sono stati candidati e hanno vinto le elezioni. Poi dentro il legislatore ci sono anche quei membri del consiglio federale, quelli che decidono se gli iscritti al partito della Lega nord possono o meno partecipare alle elezioni comunali. E decidere se prestare il simbolo di Alberto da Giussano alla Lega di Salvini Premier. Uno dei membri ci ha scritto, l’unico che ci ha risposto, Calderoli, e dice che lui ammette di essere iscritto a tutti e due i partiti e che comunque tutto quello che noi abbiamo visto è giustificato perché è scritto negli statuti. Forse è un nostro limite ma questo punto non l’abbiamo proprio trovato. C’è una gran confusione che alimenta un sospetto: che la vecchia Lega Nord serva viva, che però non deve disturbare tanto, serve perché intanto incassa il 2 x mille, soldi con i quali si può pagare poi le rate del debito, soldi pubblici, con i quali puoi pagare il debito che hai con lo Stato. E poi serve perché insomma può prestarti il simbolo di Alberto da Giussano perché è un simbolo vincente ancora oggi.

QUESTA LEGA È UNA VERGOGNA: TANGENTI DEL 15% PER AFFIDAMENTO DEGLI INCARICHI PUBBLICI. Antonio Picariello il 04.12.2020  su Il Movimeto 24 agosto. A Michele Scillieri dopo dieci ore di verbale è tornata la memoria circa i milioni della Lega custoditi in Lussemburgo e il “presunto” sistema occulto di finanziamento al partito. Il contabile, dunque, sapeva che parte dei soldi che restituiva andava al Carroccio. La rivelazione è di quelle che potrebbero cambiare la storia dell’indagine ed è emersa nel corso dell’interrogatorio del professionista, uno dei commercialisti arrestati, nell’ambito dell’inchiesta milanese sul caso Lombardia film commission (Lfc) relativa a presunti fondi neri raccolti per il partito. A inquirenti e investigatori Scillieri ha spiegato che lui girava a Di Rubba e Manzoni una parte dei soldi che riceveva dalla Lfc come commercialista consulente, fin dal 2018. In pratica veniva pagato ogni trimestre, anche per 24mila euro, e parte di questo denaro "retrocesso" sarebbe andata anche al partito. Nell’interrogatorio i pm hanno mostrato a Scillieri alcune fatture, quattro in totale, con le quali sono state giustificate formalmente le ‘retrocessioni’ di denaro. Per l’accusa, Di Rubba e Manzoni emettevano fatture su consulenze professionali affidate a Scillieri e dirottando una parte dei soldi verso il partito sulla base di quello che gli era stato presentato come un "accordo". In ragione del quale tra il cinque e il quindici per cento del valore delle consulenze riconosciute dalle amministrazioni leghiste lombarde (Regione, comuni, municipalizzate) a professionisti di provata fedeltà politica, veniva e viene retrocesso al partito di Matteo Salvini: "chi ha incarichi, paghi la Lega". Una faccenda assai seria, insomma, non foss’altro perché nello studio di Scilleri Matteo Salvini, registrò nel 2017 la nuova ragione sociale della Lega a trazione sovranista, "Lega per Salvini premier". E soprattutto perché se Scillieri dice il vero, il segretario Salvini dovrà recuperare la memoria e la parola per spiegare al Paese di cosa stiamo parlando. Esisteva ed esiste ancora, un Sistema Lega? Oppure Scillieri mente? E se mentisse, a maggior ragione, dovremmo ascoltare le ragioni di Matteo Salvini in merito ed attenderci da parte del partito una denuncia per diffamazione. Di più; Salvini dovrebbe anche spiegare perché mai un professionista come Scillieri, amico e socio dei leghisti Andrea Manzoni e Alberto Di Rubba, avrebbe deciso di mettere a verbale un'enormità di questa portata. È tuttavia lecito aspettarsi un tombale silenzio dal buon Matteo che quando si tratta di soldi e di Lega perde inaspettatamente il dono della loquacità. Confidiamo allora nella scaltrezza di Giorgetti a sottrarsi a domande scomode? O nella trasparenza di Fontana?

Il colpo di coda. Il sogno del procuratore Francesco Greco: fare fuori Salvini e Fontana con una Mani Pulite 2. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 3 Aprile 2021. I concorrenti urgono alle porte e Francesco Greco non ha ancora preparato la valigia. Dall’altra parte della città, a Palazzo Lombardia, altri Unni stanno spintonando Attilio Fontana perché lasci loro il posto, ma nel suo caso non è previsto il pensionamento. Non per legge, per lo meno. Sinistra e Cinque stelle attendono che una nuova Mani Pulite consegni nelle loro mani il governo della principale Regione italiana. E chiedono aiuto a Francesco Greco. Che il procuratore capo della repubblica di Milano in novembre compirà 70 anni e sarà costretto e cedere ad altri la propria scrivania al quarto piano del Palazzo di giustizia, è cosa così nota che il bravo giornalista non dovrebbe neppure ricordarla. Così come il fatto che tra i tanti concorrenti a succedergli, ma che forse non avrebbero, almeno in teoria, i titoli previsti dal Csm per quell’incarico, ci sia anche il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, non è ignorato negli ambienti giudiziari e politici. Lui i titoli e la carriera “giusta” (lo stile sceriffo ricorda un po’ quello ambrosiano d’un tempo) li avrebbe. Certo che l’aver avallato con la propria prefazione un testo scombiccherato e antisemitico come “Strage di Stato”, lo costringe ora a correre con il freno a mano tirato. Anche perché la sua presenza a Milano sarebbe sicuramente un fatto traumatico, soprattutto perché spezzerebbe una tradizione antica quando le guerre puniche e rinnovata anche quando comandava Palamara: l’ex fortino di Mani Pulite è riservato a Magistratura Democratica, e giù le mani. Pur se nella testa di Francesco Greco il problema è ben radicato, e al suo fianco c’è un aggiunto come Maurizio Romanelli che vorrebbe avere dal suo capo il la per scaldare i motori al più presto, di ben altro metallo è forgiata l’argenteria che non vorremmo il procuratore fosse costretto a lasciare incustodita nel mese di novembre. Si tratta di cose fatte che non possono essere lasciate a metà, soprattutto se si sta pensando a una successione interna. Ricordate il grande scandalo del 2018, quando gli occhiuti inviati del settimanale l’Espresso colsero in flagranza di conversazione Gian Luca Savoini, presidente dell’Associazione Lombardia-Russia (e amico di Salvini) all’hotel Metropol di Mosca? E ricordate che la procura di Milano indagò lui e un altro paio di persone per corruzione internazionale? Non risulta ci siano state persone condannate e neanche rinviate a giudizio, l’ultima notizia è di un anno fa, quando è stata richiesta (e accordata) una proroga delle indagini. Non vorremmo che un’inchiesta giornalistica e giudiziaria così importante, soprattutto di questi tempi in cui vanno di moda le spie russe, finisse su un binario morto. E che nessun risultato entrasse nella valigia del procuratore Greco quando lascerà l’ufficio. E insieme a questa, che però è la più importante (caspita, corruzione internazionale!), vorremmo veder concluse tutte le imputazioni e anche gli sfioramenti che, partendo da commercialisti piuttosto che amministratori della Lega, portano sui fascicoli le impronte digitali di Matteo Salvini. E le evasioni fiscali (da dimostrare e semmai prescritte) e l’autoriciclaggio della rogatoria svizzera di Fontana su cui il procuratore capo ha addirittura sentito il bisogno di emettere un comunicato stampa. Non possono esser lasciate a metà, inchieste di tale rilevanza politica, proprio nella città del segretario leghista e nella Regione il cui presidente è dello stesso partito. Per non parlare degli “scandali” delle case di riposo, e in particolare di quel Pio Albergo Trivulzio con quella reputazione così brutta ma dove, a quanto pare, con tempi da record gli amministratori sono persino riusciti a vaccinare tutti, anziani e personale. C’è ancora un’inchiesta aperta o no? La giunta regionale di centro-destra ha qualche responsabilità penale o no? Mettiamo qualcosa in valigia. È importante, dottor Francesco Greco, e qui mi rivolgo a Lei con deferenza ma anche con una certa urgenza. Perché se non ci pensa lei, se lei non si porta via in valigia tutte queste prelibatezze cotte a puntino, come fanno i partiti di sinistra e dei Cinque stelle a cacciare quelli che l’ex assessore (e mancato sindaco) Pierfrancesco Majorino, con una gaffe storico-politica chiama “la banda dei quattro”, cioè Fontana, Moratti, Bertolaso e Salvini (che non c’entra niente ma sempre bene)? Mica dovranno aspettare la scadenza naturale delle elezioni regionali, poi candidarsi e magari vincere, le pare? Più facile chiedere il commissariamento della Regione e continuare a brontolare. In attesa di una muova Mani Pulite che faccia vincere facile.

Soldi da Mosca alla Lega: al Metropol con Savoini c’era una spia di Vladimir Putin. Identificati i tre protagonisti russi dell’incontro per finanziare il partito di Salvini: un emissario del ministro dell’energia, il manager di un oligarca nazionalista e un agente dei servizi. Paolo Biondani su L'Espresso il 25 giugno 2021. C’era l’emissario del ministro dell’Energia. Il manager di una società petrolifera dell’oligarca ultra-nazionalista. E un terzo uomo. Una figura importante, come si scopre solo oggi. Perché è un uomo dei servizi segreti di Mosca. All’hotel Metropol, a parlare di soldi con Gianluca Savoini per finanziare clandestinamente la Lega, c’erano tre rappresentanti delle cerchie che contano di più nella Russia di oggi. La politica, gli affari energetici, le centrali spionistiche: le tre colonne del potere di Vladimir Putin. I protagonisti stranieri della famosa trattativa per foraggiare da Mosca il partito di Matteo Salvini ora hanno un nome. E un ruolo. Che rimanda agli apparati di controllo che fanno capo al presidente russo. Le indagini dei magistrati di Milano e della Guardia di finanza, nate nel 2019 dallo scoop dell’Espresso, hanno ormai identificato i sei personaggi in cerca di rubli che il 18 ottobre 2018 si sono incontrati a Mosca per discutere un affare d’oro: grandissimi carichi di gasolio russo da vendere all’Eni facendo la cresta due volte, grazie a un doppio sconto sul prezzo ufficiale, da spartire segretamente. Con milioni di euro da far rientrare di nascosto in Italia, ogni mese, per finanziare la Lega. E una seconda percentuale, sempre in nero, per pagare i mediatori e i manager delle società russe. Tutto a spese del gruppo petrolifero controllato dallo Stato italiano. Lo scandalo, ribattezzato il Russiagate della Lega, è stato svelato da un’inchiesta giornalistica pubblicata il 24 febbraio 2019 dall’Espresso, firmata da Giovanni Tizian e Stefano Vergine. Dopo mesi di lavoro sui soldi del partito di Salvini, che in quei mesi aveva le casse vuote dopo la confisca dei famosi 49 milioni di euro dei rimborsi-truffa, i due cronisti sono riusciti ad assistere di persona a un incontro cruciale, a Mosca, mescolandosi ai turisti nella hall del centralissimo hotel Metropol. L’inchiesta ha superato a pieni voti l’esame dei giudici. Il tribunale del riesame (confermando il sequestro dei computer, telefoni e dossier di Savoini) ha spiegato che, dalle prove già allora raccolte, «emerge in maniera nitida» che il faccendiere leghista, seduto al tavolo con altri due italiani e tre russi, stava «contrattando l’acquisto da parte dell’Eni di ingenti quantitativi di prodotti petroliferi, prevedendo che una percentuale del prezzo, nella misura indicata del 4 per cento, sarebbe stata retrocessa per finanziare la campagna elettorale della Lega». Mentre una seconda cresta, «dal 2 al 6 per cento», era destinata a «corrompere pubblici ufficiali russi». I giudici milanesi sottolineano, tra l’altro, che «la notizia di reato è contenuta nella stesse parole auto-indizianti pronunciate da Savoini», documentate da un audio diffuso il 10 luglio 2019 dalla testata americana BuzzFeed. Respingendo le obiezioni dell’indagato, il tribunale chiarisce che non si tratta di un’intercettazione, ma di una registrazione lecita, fatta da uno dei partecipanti all’incontro, che non ha subito tagli o manipolazioni, come certifica la polizia giudiziaria: «All’esito dell’analisi del file si può pacificamente affermare che non emergono anomalie». Già il primo articolo dell’Espresso aveva rivelato il nome e il ruolo di uno dei tre protagonisti russi: Ilya Andreevich Yakunin, nato a Mosca nel 1978, identificato come uomo di fiducia dell’avvocato Vladimir Pligin. Il legale è conosciuto in Russia per i suoi legami strettissimi con il ministro dell’Energia, Dmitry Kozak. La presenza di Yakunin al Metropol, dunque, era in grado di garantire l’indispensabile copertura politica. Ma a Mosca non si può trattare un affare così ricco e delicato, che coinvolge società statali e un partito straniero, senza il via libera dei potentissimi servizi segreti, da cui proviene lo stesso Putin. A rappresentarli, infatti, c’era Andrey Yuryevich Kharchenko, nato nel 1980 a Baku, quando l’attuale Azerbaigian faceva parte dell’Unione Sovietica. Da sempre cittadino russo, lavora per i servizi segreti interni. Non è una delle (tante) spie che agiscono all’estero: fa parte dell’apparato di sicurezza che controlla Mosca. La notizia, raccolta dall’Espresso, è stata confermata da tre diverse fonti investigative. Alle autorità italiane, il ruolo di Kharchenko è stato segnalato nei mesi scorsi dai servizi segreti di un Paese alleato. Non si sa quale, ma si tratta di uno Stato occidentale che ha sofferto in questi anni gravissime interferenze russe, con casi di omicidio, e ha dovuto indagare a fondo sugli agenti di Mosca, ricostruendone le reti, le vere identità e i nomi di copertura. La nostra intelligence ha quindi trasmesso l’informazione sull’uomo del Metropol alla Procura di Milano. Dove ora i magistrati hanno il problema tecnico di come farla entrare nel processo: è improbabile che un servizio segreto straniero mandi un agente a Milano a testimoniare pubblicamente in tribunale, come richiede la legge italiana. Ma un rapporto scritto, istituzionale, potrebbe risolvere il problema. Gli accertamenti su Kharchenko sono stati complicati da uno strano caso di omonimia, che aveva ingannato un quotidiano italiano: un cittadino russo con lo stesso nome è stato accreditato come diplomatico a Roma il 9 luglio 2019, il giorno prima della diffusione dell’audio del Metropol. A trattare con Savoini, però, non era lui: era il rappresentante dei servizi, appunto, che ha lo stesso nome e cognome (per altro non rari), ma data e luogo di nascita diversi. Anche il terzo uomo del Metropol ha un’identità intrigante. Di lui si sapeva solo che si faceva chiamare Yury. Ora è stato identificato come Yury Burundukov, nato nel 1965 a Tjumenskaj, nella Russia centrale. Nel 2018 lavorava per un milionario russo molto particolare: Konstantin Malofeev, un ex banchiere statale, arricchitosi con la finanza offshore, che è un acceso sostenitore di Putin e del nazionalismo di matrice religiosa. Ha creato una fondazione ultra-ortodossa, intitolata a San Basilio, che si batte contro i gay, l’aborto, il divorzio, la modernità. E ha finanziato tra l’altro il Congresso mondiale delle famiglie: il suo direttore a Mosca, Alexey Komov, era l’ospite d’onore della kermesse integralista organizzata nel marzo 2019 a Verona con vari ministri della Lega. Malofeev è uno degli oligarchi sospettati di eseguire operazioni politiche gradite ai servizi di Putin, che formalmente possono dirsene estranei. In Francia ha procurato a Marine Le Pen prestiti bancari agevolati per 11 milioni di euro. In Bosnia ha sostenuto un referendum secessionista che sembrava anticipare la Brexit. Ora è attivo in Africa. Il leghista Savoini, pochi mesi prima prima dell’incontro al Metropol, aveva trattato il primo affare petrolifero con la società Avangard Oil & Gas, che fa capo proprio a Malofeev. Esploso il Russiagate, Avangard è stata totalmente cancellata da Internet. Compresa la mail aziendale intestata a Burundukov. La sua identificazione è indiziaria: in mancanza di foto, in teoria non si può escludere che al Metropol ci fosse un suo emissario che usava il nome Yury. Ma Burundukov, come il suo capo Malofeev, emerge comunque in altre trattative d’affari con Savoini. Queste presenze russe al Metropol gettano una nuova luce sullo straordinario interesse per i servizi segreti dimostrato in questi mesi da Matteo Salvini. La Lega ha faticato a cedere a Fratelli d’Italia la presidenza del Comitato parlamentare di controllo. E lo stesso leader non ha smentito i rapporti con Marco Mancini, il discusso ex 007 (arrestato due volte nel 2005 per gravi accuse e poi salvato con il segreto di Stato esteso alla corruzione) che si è pre-pensionato dopo le polemiche seguite all’incontro all’autogrill con Matteo Renzi, all’insaputa dei superiori, rivelato da Report. Dopo tutto questo, ora si scopre che al Metropol c’era almeno un uomo dei servizi russi. E a segnalarlo ai pm di Milano è stata la nostra intelligence, prima che la Lega tornasse al governo con l’appoggio a Mario Draghi. Gianluca Savoini è un fedelissimo del capo della Lega: Matteo Salvini era a Mosca, come ministro dell’Interno, insieme a lui, anche nel giorno della trattativa al Metropol. Benché indagato per corruzione internazionale, il faccendiere leghista filo-Putin continua a incassare soldi pubblici: la Regione Lombardia, guidata da Attilio Fontana, lo ha nominato vicepresidente del Corecom e gli ha garantito ricche consulenze da Ferrovie Nord. Gli altri due italiani del Metropol, identificati da tempo, erano i consulenti di Savoini: Francesco Vannucci e Gianluca Meranda. Quest’ultimo ha avuto un ruolo importante: avvocato e dirigente della piccola banca d’affari inglese Euro-Ib, è Meranda che ha procurato la «lettera di referenze» dell’Eni, fondamentale per cercare di chiudere l’affare prima con Rosneft e poi, pochi giorni prima dello scoop dell’Espresso, con Gazprom. Dove Savoini aveva sicuramente trovato entrature importanti, tanto da ricevere soffiate preziose dall’interno del colosso statale russo, come confermano i documenti trovati dall’Espresso e poi acquisiti anche dai magistrati. Da notare che quella lettera di accredito usata dal faccendiere leghista è stata firmata dallo stesso ex manager dell’Eni a Londra, poi licenziato e denunciato dall’azienda statale, che risulta indagato a Milano per gli affari petroliferi dell’avvocato Piero Amara, il grande corruttore di magistrati, riarrestato in questi giorni. Che con i suoi sodali aveva rapporti riservati, svelati dalle indagini interne dell’Eni, con ufficiali dei servizi italiani. Quelli deviati, naturalmente.

Da corriere.it il 19 maggio 2021. Nessun versamento in contanti ma denaro investito in titoli, fondi e altro, e riconducibile alla madre. È la ricostruzione della difesa del Governatore della Lombardia Attilio Fontana, indagato per autoriciclaggio e falso in voluntary, che mercoledì ha depositato in Procura a Milano la documentazione bancaria a partire dal ‘97 dei conti svizzeri, anticipando la rogatoria di fine marzo. Per i legali di Fontana ciò dimostra che i circa 2,5 milioni di euro su cui gli inquirenti hanno sospetti, provengono da un sottoconto sempre della madre, morta nel 2015. Da quanto si è saputo, i pm nutrono però ancora dubbi sull’origine dei soldi. «L’avvocato Attilio Fontana attraverso i suoi difensori Jacopo Pensa e Federico Papa ha depositato, mantenendo gli impegni assunti con la Procura, la documentazione che consente di ricostruire con chiarezza il patrimonio estero ereditato dai genitori». Lo spiegano gli stessi difensori del presidente della Lombardia. «Tale patrimonio si è accumulato sin dagli anni 70 e si è scoperto che ricomprendeva anche un secondo conto aperto nel 1999 presso altra banca elvetica - si legge nella nota - circostanza della quale il presidente Fontana era completamente all’oscuro. Il consolidamento dei due conti successivamente avvenuto spiega l’ammontare del patrimonio fatto oggetto di emersione. La procura sta verificando il materiale messo a disposizione. Siamo preparati - concludono i legali - ai commenti e alle battute di ogni genere».

Francesca Brunati e Igor Greganti per l’ANSA il 31 marzo 2021. La Procura di Milano vuole far luce sui 5 milioni e 300 mila euro depositati su un conto Ubs a Lugano, prima gestiti attraverso due trust alle Bahamas, del presidente della Lombardia Attilio Fontana e capire se davvero l'intera somma, scudata nel 2015, sia la generosa eredità lasciata dalla madre. Con una rogatoria in Svizzera, trasmessa oggi, prende il via così un nuovo filone d'indagine nato da quello con al centro il cosiddetto caso 'camici' e nel quale il governatore, già indagato per frode in pubbliche forniture, risulta iscritto anche per false dichiarazioni nella voluntary disclosure e autoriciclaggio, reati contestati dai pm Luigi Furno, Carlo Scalas e Paolo Filippini e dall'aggiunto Maurizio Romanelli. Il sospetto è che parte di quella cifra sia frutto di un'evasione fiscale, anche con rimesse portate in Svizzera in contanti, ma che risulterebbe prescritta. Sotto osservazione di inquirenti e investigatori, in particolare, ci sarebbe il 2005, anno in cui, in base agli accertamenti finora svolti e dei quali il Nucleo speciale di polizia valutaria della Gdf dà conto in un'informativa, il patrimonio su quel conto oltreconfine è passato da 2,5 a 4,3 milioni di euro. Un incremento al momento ritenuto anomalo, ma che per la difesa sarebbe effetto di un errore contabile. Gli inquirenti, però, vogliono far chiarezza e hanno ipotizzato i due nuovi reati per la richiesta di assistenza giudiziaria all'autorità elvetica, che si è resa necessaria in quanto ci sarebbero, in sostanza, flussi non chiari e mancherebbero alcuni documenti per avere tutte le spiegazioni possibili su alcune movimentazioni. Il falso nella voluntary verte, stando all'ipotesi, nella dichiarazione sull'origine dei soldi e l'autoriciclaggio, invece, sul reimpiego dal 2015 in poi delle somme che si sospettano frutto di evasione. Fontana, che non vuole assolutamente "lasciare ombra alcuna in ordine alla procedura della Voluntary", rivendicando la regolarità dello scudo fiscale su quella che a suo dire è veramente un'eredità, si è messo a disposizione della magistratura milanese ed è pronto a fornire i documenti che mancherebbero e eventualmente a presentarsi di persona al quarto piano del Palazzo di Giustizia. Ed è proprio di questo che i suoi legali, gli avvocati Jacopo Pensa e Federico Papa, stamane hanno parlato con il procuratore Francesco Greco in un incontro nel quale, peraltro, hanno concordato un comunicato stampa "congiunto", vista la delicatezza del caso che arriva in un momento difficile per la Regione Lombardia a causa dell'emergenza Covid e del piano vaccinale. L'inchiesta, da cui è generata la nuova tranche svizzera, riguarda l'affidamento diretto, senza gara, del 16 aprile 2020 di una fornitura di 75 mila camici e altri dpi, per far fronte alla prima ondata di Coronavirus, per oltre mezzo milione di euro a Dama spa, società di Andrea Dini, cognato del governatore, e di cui Roberta Dini, moglie di Fontana, detiene una quota. Indagati anche Andrea Dini e l'ex dg di Aria, centrale acquisti regionale, Filippo Bongiovanni (per frode in pubbliche forniture e un'ipotesi di turbativa) e una dirigente di Aria. Secondo i pm, per cercare di risarcire il cognato per i mancati introiti, dopo che, a maggio, venne a galla il conflitto di interessi e la compravendita fu trasformata in donazione, Fontana cercò di bonificargli 250mila euro provenienti dal suo conto a Lugano. Un'operazione finita, però, nel mirino dell'antiriciclaggio della Banca d'Italia come sospetta e poi segnalata alla Gdf e alla Procura milanese. Da qui gli accertamenti nella seconda e parallela tranche d'indagine, anche attraverso l'Agenzia delle Entrate, e oggi l'avvio della rogatoria.

Da ansa.it il 5 aprile 2021. Attilio Fontana avrebbe saputo dei soldi in Svizzera dal '97, quando venne aperto dalla madre il primo conto su cui sono confluiti quasi 3 milioni. Ne sono convinti i pm di Milano sulla base di una consulenza che avrebbe accertato che la donna firmò, probabilmente non in Svizzera, per l'avvio del rapporto bancario, il documento fu scannerizzato e il governatore, in altro momento e verosimilmente nella banca elvetica, firmò la delega a operare sul conto, che poi venne chiuso coi soldi spostati su un altro aperto nel 2005 con 2,5 milioni. Fontana ha sempre ribadito che seppe dei 5,3 milioni nel 2015 come eredità lasciata dalla madre. Fontana "continua a dire, in modo ormai prostrato, che su quel conto non ha mai operato nemmeno per un euro, prima del 2015, ha sempre saputo che quel conto c'era, lo sapeva fin dagli anni '70, perché i genitori, come avveniva in tante famiglie benestanti, gli avevano detto che avevano messo i loro risparmi all'estero e solo alla morte della mamma ha saputo della cifra che gli era stata lasciata in eredità". Lo ha spiegato l'avvocato Jacopo Pensa, a proposito dell'indagine sui soldi in Svizzera. "Tutto viene riportato come sotto l'ombra del sospetto - è la constatazione di Pensa - che sembra già diventato una condanna".

Mic. All. per "Il Messaggero" l'1 aprile 2021. Forniture fatte passare per donazioni, bonifici sospetti e annullati, conti esteri. Il vaso di Pandora giudiziario, per il governatore Attilio Fontana, si è scoperchiato nei primi mesi dell'emergenza sanitaria. Il 16 aprile 2020, per la precisione, con l'affidamento diretto e senza gara della commessa per la fornitura di 75 mila camici e altri dispositivi di protezione destinati al personale sanitario della Regione Lombardia per far fronte alla prima ondata di Coronavirus. Per l'approvvigionamento da mezzo milione di euro viene scelta la Dama spa, società di Andrea Dini, cognato del governatore, e di cui Roberta Dini, moglie di Fontana, detiene una quota. In maggio viene a galla il conflitto di interessi e l'operazione di compravendita viene trasformata in donazione. A questo punto, per la Procura di Milano, che ha indagato il politico per frode, il governatore commette un passo falso: Fontana, secondo l'ipotesi dell'accusa, cerca di risarcire il cognato per il mancato introito con un bonifico da 250 mila euro fatto partire da un conto corrente svizzero. L'operazione, però, finisce nel mirino dell'antiriciclaggio della Banca d'Italia: viene segnalata come «sospetta» dalla Uif e il report viene inoltrato alla Guardia di finanza e alla Procura. Ecco i problemi: il bonifico non ha una causale coerente con l'importo, mentre il versamento è stato disposto da soggetto considerato sensibile, visto l'incarico politico svolto. Nel frattempo, per lo scandalo legato alla fornitura dei camici, vengono indagati anche Dini e l'ex dg di Aria, centrale acquisti della Regione Lombardia, Filippo Bongiovanni: le ipotesi sono frode in pubbliche forniture e turbativa nel procedimento di scelta del contraente. A carico del governatore, invece, partono accertamenti paralleli sui conti correnti, tramite l'Agenzia delle Entrate e, da ieri, con l'avvio della rogatoria.

IL BONIFICO. Il bonifico in favore di Dini è partito da un conto svizzero intestato a Fontana, aperto presso la banca Ubs Ag di Lugano. Su quello stesso conto, il politico aveva fatto nel settembre 2015 uno scudo fiscale per 5,3 milioni di euro, detenuti fino ad allora da due trust. Il fondo era originariamente della madre del governatore, Maria Giovanna Brunella, dentista, morta a 92 anni nel giugno 2015: la donna era intestataria dei trust, creati alle Bahamas tra il 1997 e il 2005. «Quel conto non solo è perfettamente legale e frutto del lavoro dei miei genitori - aveva spiegato il presidente leghista, sottolineando di avere semplicemente ereditato il denaro dalla madre - ma è dichiarato, pubblico e trasparente». Ma ecco le operazioni su cui sta indagando la Finanza. Il primo conto estero viene aperto dalla madre del politico leghista nel 1997. Al figlio, in quel periodo sindaco di Induno Olona (Varese), viene affidata la «procura», cioè la delega a operare. Nel 2005, il patrimonio viene spostato in un secondo deposito collegato a un trust con sede a Nassau. In questo caso Fontana risulta «erede beneficiario» ed è proprio qui che si sarebbero registrati i movimenti considerati sospetti.

I CELLULARI. La procura di Milano, lo scorso settembre, aveva chiesto di acquisire il contenuto dei cellulari degli indagati. «C'è il diffuso coinvolgimento di Fontana in ordine alla vicenda relativa alle mascherine e ai camici, accompagnato dalla parimenti evidente volontà di evitare di lasciare traccia del suo coinvolgimento mediante messaggi scritti», aveva scritto il pm nella richiesta, allegando un messaggio del 16 febbraio in cui Dini scriveva alla sorella: «Ordine camici arrivato. Ho preferito non scriverlo ad Atti». E lei: «Giusto bene così». Secondo gli inquirenti, all'epoca la Dama spa si trovava in una situazione di difficoltà economica, dovuta principalmente alla cancellazione di molti ordini a causa dell'emergenza sanitaria. Il 29 febbraio, aveva sottolineato ancora la Procura, Dini aveva informato la sorella del calo di fatturato dell'azienda di famiglia: «Per la prima volta in 3 generazioni parlerò con i sindacati per ridurre il personale». E ancora: «Poi si chiudono se possibile NY e Montenapoleone dove perdiamo da sempre ma adesso è troppo». Il 19 marzo Roberta Dini aveva scritto: «Bisogna cercare di riconvertirsi in mascherine». I messaggi erano stati estrapolati dal cellulare di Dini, che era stato sequestrato.

Michela Allegri per “il Messaggero” il 2 aprile 2021. Transazioni e investimenti in valute estere, dubbi sulla provenienza di 2,5 milioni di euro accreditati su un conto bancario svizzero e, soprattutto, una firma considerata falsa in calce ai documenti utilizzati per aprire quel rapporto finanziario. Ad aggravare la posizione del presidente della Lombardia, Attilio Fontana, indagato dalla procura di Milano per false dichiarazioni e autoriciclaggio, c'è una consulenza grafologica disposta dagli inquirenti su uno dei documenti bancari depositati dal governatore durante la voluntary disclosure, cioè lo strumento che il fisco mette a disposizione dei contribuenti per regolarizzare la propria posizione fiscale. Nel mirino dei magistrati e del Nucleo di polizia valutaria della Finanza c'è in particolare una firma: quella che riporta il nome della madre di Fontana - deceduta nel 2015 - e che è stata utilizzata nel 2005 per aprire il conto Ubs a Lugano sul quale potrebbero essere state depositate - è la tesi degli investigatori - somme frutto di evasione fiscale. Secondo la consulenza, quella firma sarebbe falsa: è stata comparata con quelle messe dalla signora su denunce e altri atti. Ora gli inquirenti puntano a capire chi potrebbe averla apposta: verrà fatto un confronto con la grafia del governatore che, alla morte della madre, ha ereditato il conto svizzero e i 5,3 milioni che conteneva, che sono stati scudati. Ma non è tutto. I magistrati hanno anche fatto partire una rogatoria verso la Svizzera per avere altre informazioni: vogliono consultare gli estratti conto e gli originali dei documenti bancari. E anche capire alcuni movimenti che sono stati effettuati dopo il decesso della madre di Fontana. Si tratta di transazioni in valute estere: yen, dollari, sterline e franchi svizzeri. Operazioni su cui gli investigatori hanno poche informazioni e sulle quali vogliono fare accertamenti, visto il ruolo politico ricoperto dal presidente leghista. A Fontana viene contestato l'autoriciclaggio per investimenti in strumenti finanziari, ma anche immobiliari, che avrebbe fatto dal 2015, secondo l'accusa dopo aver scudato il denaro in modo irregolare: dichiarando che i 5,3 milioni di euro presenti sul conto estero erano un'eredità. Oltre a risparmiare 170mila euro di sanzioni tramite la procedura di voluntary, il governatore lombardo avrebbe anche reimpiegato denaro ottenuto - secondo i pm - in modo illecito: su 2,5 milioni depositati sul conto avviato 16 anni fa, gestito da un trust alle Bahamas, non sarebbero state pagate le tasse.

I DUBBI. Per gli inquirenti sarebbe dubbia anche l'origine dei 2,5 milioni utilizzati per l'apertura del conto: la madre di Fontana, dentista, all'epoca percepiva circa 25mila euro all'anno di pensione e non sarebbe stata in grado di versare una cifra simile. Il sospetto è che siano anche stati portati in Svizzera molti contanti, ma per il momento si tratta solo di un'ipotesi: per chiarire è necessario ottenere gli estratti conto e verificare se ci siano stati bonifici o depositi di denaro liquido. Dubbi che potrebbero venire chiariti dalla rogatoria, anche se non è scontato che le autorità svizzere accolgano le richieste della magistratura italiana.

LA DIFESA. Intanto Fontana, che non è mai stato interrogato, tramite i suoi legali, gli avvocati Jacopo Pensa e Federico Papa, ha detto di voler fornire chiarimenti e ha sempre sostenuto che quei soldi erano i risparmi di una vita di lavoro della madre dentista. Il governatore ha raccontato di avere saputo l'entità della somma nel 2015, dopo la morte della donna, e di avere aderito allo scudo fiscale. La madre del presidente, ha spiegato l'avvocato Pensa, «curò il suo patrimonio anche da anziana, recandosi con una certa periodicità autonomamente in Svizzera, dove aveva il suo conto in banca fin dagli anni 90». La difesa, inoltre, esclude «nel modo più assoluto» che per l'apertura del conto sia stata utilizzata una firma falsa. L'inchiesta sul conto svizzero è scaturita da quella sulla fornitura di camici e dispositivi di protezione destinati al personale sanitario della Lombardia. La commessa era stata affidata - senza gara - alla Dama srl, società del cognato di Fontana, Andrea Dini, e della quale la moglie del presidente detiene il 10 per cento. Quando era venuto a galla il conflitto di interessi, l'acquisto era stato trasformato in una donazione e il governatore aveva cercato di risarcire il cognato con un bonifico da 250mila euro, partito da Lugano, ma bloccato dopo una segnalazione Uif. In questo caso Fontana è indagato per frode nelle pubbliche forniture.

Attilio Fontana indagato. Reato? Troppa trasparenza. Un tempismo molto sospetto. Enrico Paoli Libero Quotidiano l'1 aprile 2021. Un modello per il Paese, un indagato la Procura. Tutto nel giro di poche ore. Nel giorno in cui la Lombardia, guidata dal presidente Attilio Fontana, riceve il plauso del commissiario straordinario all'emergenza Covid, Francesco Paolo Figliuolo, e del capo dipartimento della Protezione civile, Fabrizio Curcio, per il piano vaccinale, il presidente della Regione si ritrova iscritto nel registro degli indagati. Le ipotesi di reato sono autoriciclaggio e false dichiarazioni nella «voluntary disclosure» compilata nel 2017 dal governatore in relazione a un conto svizzero finito sotto la lente del pm. Si badi bene, per un atto compiuto dallo stesso esponente della Lega, essendo stato lui a dichiarare quei soldi. (Ftg) Il governatore della Lombardia Attilio Fontana è indagato nell'ambito dell'indagine sui 5,3 milioni di euro depositati su un conto svizzero, sul quale è stata avviata una rogatoria. Fontana avrebbe fatto false dichiarazioni nella "voluntary disclosure" La Procura milanese ha inoltrato, a questo proposito, alle autorità elvetiche una rogatoria per «completare la documentazione allegata alla domanda di voluntary disclosure» presentata da Fontana per «approfondire alcuni movimenti finanziari» del governatore. Il procuratore capo di Milano, Francesco Greco, spiegando l'azione del proprio ufficio, ha ribadito che la difesa del presidente si è detta «disponibile a fornire ogni chiarimento» anche con produzione di documenti o «presentazione spontanea dell'assistito». Insomma, non c'è nulla da nascondere. Al centro delle indagini un conto bancario intestato a Fontana aperto alla Ubs di Lugano e «non operativo fin dagli anni '80», sul quale dal 2017 sono confluiti 5,3 milioni di euro che il governatore lombardo ha "scudato", dichiarando che si trattava di un'eredità. Fino al 1997, anno in cui la madre del presidente è deceduta, il capitale era gestito da una fondazione di famiglia attraverso due trust alle Bahamas, di cui Fontana risultava il beneficiario. E proprio per far luce sulla provenienza di quei fondi, i pm milanesi Paolo Filippini, Carlo Scalas, Luigi Furno, coordinati dal procuratore aggiunto Maurizio Romanelli, hanno chiesto la collaborazione delle autorità elvetiche. Il conto Ubs intestato al governatore Fontana è finito al centro dell'inchiesta milanese sulla fornitura di 75mila camici e altri dispositivi anti Covid che, in piena pandemia, Dama Spa - società del cognato di Fontana, Andrea Dini, e di cui la moglie del governatore Roberta ha una quota minoritaria - si è vista assegnare da Aria, la centrale acquisti di Regione Lombardia. Fornitura prontamente trasformata in donazione. I legali di Fontana, gli avvocati Jacopo Pensa e Federico Papa, hanno ribadito che il governatore è intenzionato a fare piena luce sulla provenienza dei 5,3 milioni depositati Oltralpe, con il chiaro intento di «non lasciare ombra alcuna in ordine alla procedura della voluntary disclosure, su cui i magistrati intendono fare chiarezza definitiva», chiarendo pure gli eventuali «errori contabili». Fontana rivendica con forza la «regolarità dello scudo fiscale» su quella che, a suo dire, è «veramente un'eredità».

Mattia Feltri per “La Stampa” il 23 marzo 2021. Qui ci si occupa spesso di Matteo Salvini, e spesso ce ne si occupa per biasimarlo. Non spesso, quasi sempre. E per biasimarlo persino troppo. Si è un po' esagerato anche nei toni per cui oggi lo dico con particolare entusiasmo: bravo Matteo! Chi sbaglia paga, ha detto, come legge scolpita nel marmo, a proposito delle lentezze nelle vaccinazioni (la media nazionale è dell' 82.4 per cento di vaccini inoculati sulla disponibilità, e sono sette le regioni sotto media). E allora bene Matteo, chi sbaglia paga (la prima regione sotto media è il Friuli, 82 per cento, guidata dal leghista Massimiliano Fedriga). Anzi, benissimo, chi sbaglia paga (la seconda regione è l'Umbria, 81.6 per cento, guidata dalla leghista Donatella Tesei). Grande Matteo, da ora in poi chi sbaglia paga (la terza regione è il Veneto, 80.1 per cento, guidata dal leghista Luca Zaia). Così si fa perbacco, chi sbaglia paga (la quarta regione è la Lombardia, 78.3 per cento, guidata dal leghista Attilio Fontana). Queste sì che sono parole da leader, chi sbaglia paga (la quinta regione è la Calabria, 71.5 per cento, guidata dal leghista Antonino Spirlì). Adesso per gli incompetenti è finita, chi sbaglia paga (la sesta regione è la Liguria, 71 per cento, guidata da Giovanni Toti che non è leghista ma, per appoggiarlo, la Lega ritirò il suo candidato). Ormai arriva Matteo e sono grane per tutti, chi sbaglia paga (la settima regione è la Sardegna, 70.6 per cento, guidata dal candidato leghista e autonomista Christian Solinas). Capito cari leghisti? È finita. Chi sbaglia paga. Vabbè, scherzavo, è già pronto un bel condono.

Paolo Mastrolilli per "la Stampa" il 4 marzo 2021. Lee Harvey Oswald aveva ucciso John Kennedy per obbedire ad un ordine di Nikita Krusciov. E questa è sola una delle rivelazioni esplosive contenute nel libro Operation Dragon, appena pubblicato dall'ex direttore della Cia Jim Woolsey e dall'ex capo dei servizi segreti romeni Mihai Pacepa. Perché quando poi passiamo all' Italia, escono notizie che varrebbero ognuna un libro: Stalin aveva cercato di eliminare Pio XII; Enrico Fermi aveva contribuito a passare i segreti della bomba atomica a Mosca; Togliatti era stato fatto fuori in Urss perché aveva urtato Krusciov. Più di recente, poi, sono credibili l'audio di Gianluca Savoini all'albergo Metropol che documenta la corruzione della Lega, le interferenze nelle elezioni italiane, e gli obiettivi nascosti della missione inviata in Lombardia per il Covid.

Perché è convinto che Oswald lavorasse per Mosca?

«Krusciov era uomo emotivo ed impetuoso, e odiava Kennedy dall' epoca delle crisi dei missili a Cuba, perché lo aveva fatto sembrare uno stupido costringendolo al ritiro. L'ordine per eliminare il capo della Casa Bianca era stato emesso. Poi Krusciov aveva capito che così rischiava la guerra con gli Usa, e aveva bloccato il Kgb. Oswald però era un fanatico e non era riuscito a fermarsi».

Jack Ruby fu parte dell'operazione?

«Il Kgb gli ordinò di uccidere Oswald, perché altrimenti avrebbe sicuramente parlato».

Perché gli investigatori e la Commissione Warren non lo avrebbero scoperto?

«L'analisi delle comunicazioni fra Krusciov ed Oswald non fu fatta in maniera efficace. Il mio coautore Pacepa, che operava in quel mondo, ne era convinto. Ora speriamo nella revisione dei fatti».

Voi scrivete che dopo l'uccisione di Kennedy l'Urss aveva lanciato una campagna di disinformazione, anche attraverso la pubblicazione di libri, a cui aveva partecipato l'editore di origini italiane Carlo Aldo Marzani.

«I russi fanno sempre disinformazione, è un aspetto centrale del loro rapporto col mondo esterno. A volte ci incappano buoni autori, altre volte quelli cattivi. Sarebbe bello poter verificare credenziali e motivi di tutti, ma su Kennedy sono stati pubblicati oltre 3.000 libri, e buona parte contiene bugie».

Denunciate che Marzani era «un noto agente del Kgb (nome in codice Nord)».

«Il Kgb ha sempre usato centinaia di "illegali", cittadini stranieri che passano l'intera vita a disposizione di Mosca, magari per essere chiamati all'azione una sola volta, o anche mai. Ruby era uno di questi. In genere fanno lavori e conducono esistenze normali, fino a quando vengono attivati».

Scrivete che uno di loro era Teodoro Castro, ambasciatore della Costa Rica in Vaticano, che in realtà era l'agente Iosif Grigulevich mandato da Stalin a Roma per eliminare Pio XII.

«La Chiesa cattolica è sempre stata un target del Kgb, per molti motivi. Pio XII era inviso per varie ragioni. È una vergogna, perché durante la Seconda Guerra Mondiale aveva compiuto molti passi per proteggere gli ebrei ed ostacolare i nazisti. I papi avevano operato in onestà, a differenza di chi uccideva».

Dite che il complotto era stato cancellato per la morte di Stalin.

«Il processo decisionale somiglia a quello che aveva usato Krusciov nei confronti di Kennedy».

Denunciate che il padre della bomba atomica, Oppenheimer, aveva passato i segreti delle armi nucleari ai sovietici, parlandone con i colleghi del Manhattan Project, incluso Enrico Fermi.

«La condivisione di questi segreti con Mosca è avvenuta, con l'accordo di Oppenheimer e gli altri colleghi».

Perché?

«Ragioni ideologiche, e la preoccupazione che i nazisti arrivassero prima. Coinvolgendo i sovietici speravano di accelerare».

Fermi sapeva ed era d'accordo?

«Questo ho letto, e credo sia così».

Riportate una conversazione di Pacepa con il leader romeno Gheorghe Gheorghiu-Dej, in cui il suo amico Chivu Stoica dice che Togliatti era stato ucciso in Crimea, non era morto di malattia.

«È una conversazione che ha ascoltato di persona».

Nel libro sostenete che questi comportamenti sono una costante dei russi, anche oggi. È credibile che abbiano interferito nelle elezioni in Italia e il referendum del 2016?

«Assolutamente. I russi interferiscono nella politica dei vicini da decenni, è quello che fanno. Semmai bisogna chiedersi perché non lo fanno, quando non avviene. Lo considerano un loro diritto, e non è limitato alle operazioni digitali o all'uso dell'intelligenza artificiale. Include anche l'omicidio, come nel caso di Ruby».

L'audio di Gianluca Savoini, collaboratore di Matteo Salvini che discuteva di corruzione all'hotel Metropol, è credibile?

«Certo. È sfacciato parlarne seduti nella hall di un hotel a Mosca, ma i russi vanno oltre la sfacciataggine. Sono molto diretti nelle operazioni di interferenza».

Danno soldi per ottenere favori, o come strumento di ricatto?

«Usano entrambe le tecniche. L'Italia è da sempre un target. Pacepa era informato sulle operazioni nell'area del Mediterraneo e lo confermava».

Quando la Russia aveva inviato la missione in Lombardia per il Covid, La Stampa aveva rivelato che era condotta da personale militare dell'intelligence. Il ministero della Difesa di Mosca aveva reagito con un comunicato minaccioso.

«Noi americani - ride Woolsey - definiremmo una simile risposta come "spararsi nei piedi", ma i russi hanno un approccio filosofico diverso».

Il New Yorker ha scritto che hanno usato ceppi di Covid italiano per fare i test del loro vaccino Sputnik.

Da huffingtonpost.it il 25 febbraio 2021. “Chi si ferma è perduto, mille anni ogni minuto”. La citazione, riportata sul  profilo del sottosegretario leghista all’Istruzione Rossano Sasso, doveva nelle sue idee appartenere a Dante Alighieri. In realtà la frase era stata pronunciata da un Dante apparso su un albo di Topolino, risalente a più di settant’anni fa.

Si legge su Repubblica: “L’Inferno di Topolino”, si chiamava, era una serie di fumetti pubblicati fra il 1949 e il 1950 (con testo di Guido Martina e disegni di Angelo Bioletto) in cui Mickey Mouse personificava il poeta della Divina Commedia, con tanto di tonaca rossa. In una tavola lo si vede leggere una stele in pietra, su cui è incisa proprio la frase che dopo più di mezzo secolo è stata magicamente ed erroneamente attribuita a Dante ed è finita infine nel frullatore del web, riconducibile - secondo alcuni siti - al canto XV (dove, ovviamente, non ve n’è traccia). Sasso è uno degli otto segretari di schieramento leghista nel neonato governo Draghi. Insieme a lui: Lucia Borgonzoni ai Beni Culturali; Gian Marco Centinaio alle Politiche Agricole; Claudio Durigon al Mef; Vannia Gava sottosegretario alla Transazione ecologica; Nicola Molteni all’Interno; Alessandro Morelli viceministro alle Infrastrutture e Trasporti; Tiziana Nisini al Lavoro e Politiche Sociali; Stefania Pucciarelli alla Difesa.

Michela Murgia per "la Stampa" il 30 marzo 2021. Se fossi in Wikipedia, farei immediatamente causa per danni alla sottosegretaria alla cultura Lucia Borgonzoni. Per colpa della sua idea di autonominarsi divulgatrice della vita dei grandi personaggi italiani, il noto sito di informazioni open source è stato usato infatti nelle ultime ore come strumento di misura della sua ignoranza o, a essere buoni, della sua coerenza. Se tre anni fa, al primo turno da sottosegretaria alla cultura, Borgonzoni confessò di non leggere da molto tempo, tornata nella stessa carica istituzionale dimostra di aver mantenuto le sue insane abitudini: se proprio deve leggere qualcosa, va bene tutto purché non sia un libro. Intendiamoci: non c'è niente di male a integrare la propria cultura generale attingendo da Wikipedia. Il problema sorge solo quando con quella smilza infarinatura pretendi di aumentare la cultura generale degli altri, aprendo improbabili rubriche social dove ti improvvisi ambasciatrice di nozioni che tu stessa non hai. Confido che, coi teatri, i musei e i cinema chiusi, vi siano al ministero abbastanza funzionari liberi da poter dedicare un po' di tempo a spiegare alla sottosegretaria che il suo ruolo non è provare ad acculturare le persone senza nemmeno aver avuto prima l'accortezza di acculturar sé stessa, ma creare le condizioni perché il sistema culturale italiano torni a essere il polmone civile e creativo di un paese senza fiato da troppo tempo. Immaginate l'effetto che può aver fatto ai professionisti della cultura e dello spettacolo il vedere la viceministra tenere siparietti di banalità in pillole su Facebook mentre il loro lavoro è ancora paralizzato dallo scellerato meccanismo politico che ha considerato categoria professionale chiunque producesse beni e nessuno che producesse benessere. Il vero dato surreale dell' inciampo mediatico di Borgonzoni non è però il saccheggio on line di nozioni a cui chiunque poteva attingere in proprio, ma l' aver preteso di chiamare la sua rubrica "Prima l' italiano", ribadendo di sghimbescio il mantra xenofobo del leghismo di cui lei è così espressiva sintesi. Il genio della comunicazione che glielo ha consigliato deve averla trovata una gran furbata e dal mio punto di vista sarei quasi tentata di dargli ragione, dato che per perseguire l' esaltazione nazionalista della storia culturale italiana si è finito per dimostrare che i nazionalisti sono i primi a doversela studiare. A quel punto sia benedetto Wikipedia, sito inventato da due statunitensi, se finalmente ha dato loro modo di apprenderla.

Il nome giusto? Lucia Borgonzoni non leggeva un libro “da tre anni”, ma Salvini la candida come sottosegretario all’Università. Carmine Di Niro su Il Riformista il 22 Febbraio 2021. Per una persona che aveva ammesso senza particolari problemi che “l’ultima cosa che ho riletto per svago è Il Castello di Kafka, tre anni fa”, quale miglior posto nel nuovo governo Draghi se non quello di sottosegretario nel ministero dell’Università? Nel toto-nomi che si fa da giorni per i posti da sottosegretario, una questione politica che il presidente del Consiglio dovrà risolvere entro pochi giorni, circola anche quello di Lucia Borgonzoni, ex candidata leghista e del centrodestra alle scorse elezioni regionali in Emilia Romagna nel tentativo (fallito) di conquistare la storica “Regione rossa”. E dire che la Borgonzoni con la cultura ha avuto a che fare: la senatrice del Carroccio era stata sottosegretaria alla Cultura già in occasione del primo governo Conte, quello giallo-verde con Lega e Movimento 5 Stelle, e proprio in quell’occasione ammise le sue mancanze sui libri durante una intervista radio a "Un giorno da pecora". Ma l’elenco delle gaffe della Borgonzoni non si fermano qui. Da candidata leghista contro Stefano Bonaccini in Emilia Romagna disse infatti che la Regione confinava col Trentino, poi propose di tenere gli ospedale regionali “aperti di notte, di sabato e di domenica, come in Veneto”, cosa che ovviamente era già ampiamente funzionante. Una campagna elettorale in cui la senatrice leghista puntò molte delle sue fiches anche sulla strumentalizzazione politica della vicenda di Bibbiano, tanto da costringere di fatto il suo leader Matteo Salvini a “commissariare” la sua campagna, affiancandola costantemente. Secondo un retroscena del Corriere della Sera, la Lega punterebbe proprio sull’ex candidata alla presidenza dell’Emilia Romagna tra i nomi da proporre a Mario Draghi. Il Carroccio potrebbe spuntare tra le otto e le nove caselle: i preferiti di Salvini sarebbero Stefano Candiani (Interno), Massimo Bitonci (Economia), Lucia Borgonzoni (Cultura), Edoardo Rixi (Infrastrutture), Vanna Gavia (Transizione ecologica), Gian Marco Centinaio (Salute o Sport), Andrea Giaccone o Claudio Durigon (Lavoro).

Da repubblica.it il 26 febbraio 2021. Un contributo di 240 euro come rimborso per i centri estivi organizzati dal Comune. L'ha chiesto e ottenuto Sonia Fregolent, 46 anni, senatrice della Lega ed ex sindaco del Comune di Sernaglia (Treviso), dove ora ricopre anche il ruolo di consigliere comunale. Torna dunque il tema dei contributi erogati dal Governo per aiutare chi è in difficoltà economica, che invece vanno a beneficio di altri che, come in questo caso, percepiscono uno stipendio di circa 14 mila euro al mese. Un malcostume che, ancora una volta, si scopre essere tutto interno alla Lega. Ecco dunque un'appendice dello scandalo sul bonus Iva scoppiato la scorsa estate, con protagonisti altri tre leghisti: Alessandro Montagnoli, Riccardo Barbisan e addirittura il vicepresidente della Regione Veneto Gianluca Forcolin. Sonia Fregolent, avvocato di professione, salviniana, eletta in parlamento nel 2018, ha quindi usufruito del servizio erogato dal Comune. La giunta aveva deciso di andare incontro alle famiglie in un anno difficile destinando 2.244 euro come contributo per i centri estivi. Non era prevista una soglia reddituale e la senatrice ha fatto richiesta. Dopo qualche mese il bonus è stato assegnato. "Mi chiedo con quale credibilità ora la senatrice possa rivolgersi alle famiglie  che stanno facendo pesanti sacrifici per far quadrare i conti", si chiede Giovanni Zorzi, segretario del Pd trevigiano, parlando con la Tribuna di Treviso. Del caso sono già stati interessati il commissario provinciale Gianangelo Bof e il segretario regionale Alberto Stefani. Ma la base del partito è in subbuglio. Molti chiedono un trattamento uguale a quello che ebbero Montagnoli, Barbisan e, soprattutto, Forcolin, tenuto fuori dalle liste del presidente Luca Zaia nella corsa alle regionali. Sonia Fregolent, interpellata da Repubblica, ha preferito non rispondere: "Non voglio essere maleducata ma non rilascio dichiarazioni".

Elena Murelli, la leghista furbetta del bonus, ora si occupa della scuola di politica di Salvini. La deputata del Carroccio aveva definito un'elemosina i 600 euro dell'Inps, salvo poi intascarli. E nonostante gli annunci di sanzioni fatti dal leader leghista, la sua carriera va avanti con nuovi ruoli di responsabilità. di Sara Dellabella su L'Espresso l'11 dicembre 2020.  Benché fosse poco più di un'elemosina, non ha rinunciato a intascare il bonus 600 euro dell'Inps. E se non fosse per questo e qualche altro scivolone, la carriera politica di Elena Murelli, piacentina e leghista doc, si sarebbe svolta tutta in sordina. E invece no. La figuraccia che la vede protagonista insieme ad altri cinque parlamentari, all'inizio dell'estate, ha acceso i riflettori su questa deputata alla prima legislatura, attivissima sul territorio come dimostrano le sue 95 interrogazioni parlamentari tutte centrate sui temi del collegio elettorale. Non particolarmente popolare sui social network, anche lì non si è risparmiata in figuracce. Come quella volta, che orgogliosamente, ha postato su Facebook un video in cui una finta Carola Rackete viene arrestata e ammanettata da un finto Salvini esclamante “ti abbiamo preso eh?”. Una parodia da festa di paese che ha tanto divertito la nostra deputata da condividere foto e video. Che divertimento! Certo è che non è facile passare in poco più di un anno da forza di governo all'opposizione, soprattutto per una novella onorevole. Mentre con il dito puntato verso il governo, avvolta in un completo rosa shocking, Murelli definiva in aula il bonus “un'elemosina”, con l'altra mano era intenta a intascarlo in gran segreto. Peccato che il presidente dell'Inps, Pasquale Tridico ha pensato bene di smascherare i furbetti del bonus. Tuttavia, probabilmente Murelli, non aveva torto a definire irrisorio il contributo pubblico visti i 106 mila euro dichiarati al fisco nel 2019. Sposata con tre figli, la deputata risulta avere un appartamento con box a Piacenza ed è intestataria di due utilitarie abbastanza vecchiotte. Nel 2018, risulta docente a contratto presso l'università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza e libero professionista specializzata in finanziamenti europei, infine dichiara di essere volontaria nell'associazione italiana celiachia di Piacenza. Insomma, tutta casa, chiesa, famiglia e partito. Devota salviniana, le sue pagine social sono tutte dedicate ad esaltare le gesta del Capitano e non perde occasione per recitare i passi della retorica leghista. Come quella volta in cui partecipando a un convegno organizzato da ProVita sugli effetti della legge sull'aborto, citando Madre Teresa, ha affermato “Se una madre è capace di uccidere il proprio figlio che cosa impedisce a noi di scannarci l'uno con l'altro? L'aborto è la più grande minaccia alla pace del mondo di oggi”. Di lei rimarrà memorabile l'intervento in aula, per le dichiarazioni di voto, sull'istituzione della giornata nazionale in memoria delle vittime del Covid, nella quale ha inanellato una serie di scivoloni da manuale. In quell'occasione, intonando un altro mantra salviniano, ma con una piccola variante di attualità, Murelli ha accusato il governo di “non avere un piano” per affrontare l'emergenza sanitaria e che “per tenervi le poltrone importate il covid con i migranti”. Parole giudicate inaccettabili, facendo scattare la protesta dei deputati di Pd, Leu e M5S, costretti a lasciare l'aula in segno di dissenso e sconforto di fronte ad un attacco inaccettabile vista la drammatica crisi sanitaria che stava colpendo il paese da settimane. Dopo essere stata beccata dal Presidente dell'Inps, per Murelli sembrava essere calato definitivamente il sipario sulla sua carriera politica. Inizialmente sospesa dal partito di Salvini, ecco il colpo di scena. Pochi mesi più tardi, la ritroviamo responsabile della Accademia Federale Lega in Emilia, la scuola di formazione politica del Carroccio nata per volontà di Matteo Salvini, il cui percorso di formazione a pagamento dura 3 anni con 8 giornate di approfondimento per ogni anno. Si formerà così la nuova classe politica della Lega e cosa importa se una delle sue responsabili è finita in una brutta storia, lontana dall'etica che dovrebbe essere insegnata ai futuri amministratori. Però, in fondo, cosa sono 600 euro, a fronte di 49 milioni scomparsi dalle casse del Carroccio?

GLI AFFARI DELLA LEGA. Esclusivo: l'avvocato di Luca Zaia con 400 milioni a Malta. Le società estere di Massimo Malvestio, per anni legale del presidente veneto: una rete di fondi maltesi con clienti anonimi. Che investono in Italia. Nelle autostrade dei Benetton. Leggi anche La replica dell'avvocato. Paolo Biondani e Andrea Tornago su L'Espresso il 12 agosto 2020. In piena emergenza coronavirus, il 7 aprile scorso, dagli stabilimenti di Grafica Veneta, in provincia di Padova, parte un grosso carico di dispositivi di protezione, allora introvabili: mezzo milione di mascherine. Destinazione: Malta. Sono le famose mascherine che il governatore veneto Luca Zaia, nelle settimane più drammatiche dell’epidemia, ha chiesto all’imprenditore Fabio Franceschi, titolare dell’azienda che stampa in esclusiva, tra l’altro, milioni di copie di Harry Potter. Zaia le ha indossate per mesi, nelle conferenze stampa quotidiane, con tanto di logo della Regione. La sola differenza è che in quelle inviate a La Valletta, al posto del leone di San Marco, campeggia la bandiera maltese. Poco dopo, in Italia, le mascherine di Zaia vengono accantonate dai medici. Dopo varie critiche, culminate nel video diventato virale di un farmacista, l’amministrazione regionale riconosce che, come avvertiva lo stesso stesso produttore, «non garantiscono la protezione degli utilizzatori, né il mancato contagio di altri». A Malta però, quando arriva il carico, le mascherine sono merce rara e nessuno si mette a sindacare quanto siano efficaci. «Un gesto di buona volontà», lo definiscono i giornali dell’isola, che elogiano il dono di un italiano al popolo maltese. L’italiano così generoso con Malta è un avvocato d’affari di Treviso, socio fondatore di uno dei più importanti studi legali del Veneto, che da anni ha rapporti di ferro con la Regione e il suo governatore. Si chiama Massimo Malvestio, ha 59 anni ed è legatissimo a Zaia, che lo ha scelto come legale anche in cause personali. Un’intesa nata quando il leghista veneto era presidente della Provincia di Treviso. E consacrata con la nomina a consigliere giuridico del ministero delle Politiche agricole, dal 2008 al 2010. Quando Zaia lascia il posto di ministro e diventa presidente della regione, Malvestio continua a essere il legale più ascoltato. E negli stessi anni inanella una lunga serie di cariche in società pubbliche collegate al centrodestra, grandi aziende e gruppi bancari e finanziari. L’amore per Malta sembra scoccare all’improvviso, nell’ottobre 2013. A spiegare l’espatrio è lo stesso Malvestio, nel suo profilo su Internet, dove si presenta così: «Un tempo avvocato a Treviso. Ora a Malta, a debita distanza dalla bancarotta del Bel Paese». Il governatore veneto però non vuole rinunciare al suo legale di fiducia e in un’intervista al Mattino di Padova promette: «Continuerò a rompergli le scatole a Malta, non pensi di essersi liberato di me. Massimo Malvestio era e resterà il mio riferimento giuridico». Parola di Zaia. Malta è da anni un paradiso fiscale europeo, che offre tasse bassissime alle società finanziarie. Qui Malvestio ha accumulato una fortuna: con una società chiamata Praude Asset Management Limited, amministra fondi d’investimento con una raccolta (dichiarata nel 2019) di 413 milioni di euro. Ma gestisce anche patrimoni individuali, non quantificati. I nomi dei clienti, li conosce solo lui. Questo e poco altro si ricava dal sito della Praude, dove Malvestio viene definito presidente (chairman). I documenti societari di Malta, esaminati dall’Espresso grazie al consorzio giornalistico Icij, mostrano che in realtà non è solo un gestore: è registrato come padrone (azionista unico) di quella e altre società maltesi. Fondate anni prima di annunciare l’addio all’Italia. Società che da Malta continuano a investire nel nostro paese. Negli atti della Praude, in particolare, Malvestio compare come manager già prima del 2012, con la sua carta d’identità italiana. E quella società è controllata da un’altra tesoreria maltese, Veniero Investments Limited, che risulta costituita il 26 novembre 2009. Quando Malvestio era il consigliere del ministro Zaia. Tra il 2010 e il 2013 la Veniero aumenta il capitale sociale, in più riprese, fino a tre milioni di euro. I soldi vengono versati da Malvestio e da una sua società italiana. Si chiama Finpartes srl ed è una ditta di Treviso, interamente controllata dall’avvocato. A firmare gli atti registrati a Malta è anche il suo direttore, Roberto Gumirato. Un altro manager con robusti agganci nella politica veneta: fino al 2018 è stato il direttore generale di Ascopiave, la società pubblica che gestisce la rete del gas nel Nordest. Sfiduciato dopo uno scontro tra Lega e partiti alleati, ha incassato una buonuscita di 1 milione e 800 mila euro. Oggi è consigliere d’amministrazione del Padova calcio. A Malta intanto cambia la catena di comando. Il 21 gennaio 2014 l’avvocato Malvestio delibera di trasferire a Malta la ditta di Treviso, ribattezzandola Finpartes Limited. Il trasloco è registrato il 15 aprile, quando Gumirato viene sostituito dai fiduciari maltesi Tom Anastasi Pace ed Anthony Camilleri. L’operazione si completa nell’ottobre 2014: Malvestio cede le sue azioni della Veniero, per 1 milione e 850 mila euro, alla Finpartes Limited. Che diventa la capogruppo di Malta. A quel punto anche il titolare cambia bandiera: Malvestio si registra con carta d’identità maltese e indirizzo in un quartiere residenziale vicino alla capitale. Nel paradiso fiscale europeo, Malvestio possiede anche tesorerie personali. Come la Cherso Limited, creata il 4 settembre 2014, nel mezzo del trasloco della Finpartes. Altri atti, nel 2015, mostrano che Cherso controlla almeno un’altra finanziaria maltese, Occasio Limited. Negli archivi del consorzio Icij compaiono altre società con lo stesso nome, alle Bahamas e Hong Kong, che però hanno chiuso i battenti da anni, senza mai pubblicare i nomi degli azionisti, per cui potrebbe trattarsi di coincidenze. In questi mesi i magistrati di varie procure stanno indagando su società e conti esteri controllati dai big lombardi della Lega, come il governatore Attilio Fontana o i tesorieri-fiduciari scelti dall’ex ministro Matteo Salvini dopo lo scandalo delle ruberie di Bossi e Belsito. Finora però s’ignorava che un avvocato di Treviso così vicino a Zaia avesse creato a Malta un impero finanziario di queste dimensioni. Con affari e incroci che portano spesso in Veneto. Malvestio infatti compare ancora tra gli iscritti all’albo degli avvocati di Treviso. Dove è registrato con indirizzo, email e telefono dello studio da lui fondato insieme al collega Bruno Barel, un altro grande avvocato veneto. Nel sito dello studio BM&A, che sta per Barel, Malvestio e associati, l’avvocato espatriato si presenta come socio fondatore, senza alcun cenno a Malta. Mentre Barel è tuttora uno dei più importanti avvocati della Regione Veneto, che assiste anche nei processi davanti ai giudici europei e alla Corte Costituzionale. Negli ultimi quattro anni, lo studio BM&A ha ricevuto dalla Regione Veneto incarichi legali per almeno 645 mila euro. Malvestio ha dichiarato più volte di non essere mai stato leghista. Fino ai primi anni Novanta, in effetti, era consigliere provinciale della Dc a Treviso, insieme a Barel. Zaia entra in provincia nel 1995 e ne diventa presidente nel 1998, ma sceglie proprio i due ex democristiani come consulenti più fidati. Diventato governatore, affida a Malvestio anche le cause personali di più forte impatto politico: nel 2013 è lui a querelare, a nome di Zaia, l’ex tesoriere della Lega, Francesco Belsito, poi condannato per la famosa truffa dei 49 milioni di rimborsi elettorali, che aveva cercato di tirarlo in ballo per ipotetiche tangenti venete. Negli stessi anni, Malvestio fa incetta di poltrone in società di rilievo politico: dalla Banca di Bergamo, confluita nel 2010 in Veneto Banca, ad Asco Tlc, Equitalia Nomos e Marco Polo Holding, che controlla l’aeroporto di Venezia, privatizzato. Con il fondo Numeria organizza ricche operazioni immobiliari, in particolare con le case di riposo. E diventa il consulente di fiducia di Roberto Meneguzzo, patron della Palladio Finanziaria. La corsa si ferma con le indagini sul Mose di Venezia. Dopo i primi arresti del 2013, nel giugno 2014 scatta la grande retata con oltre cento accusati per vent’anni di corruzioni. Lo stesso Meneguzzo viene arrestato con l’accusa di aver aiutato i big del Mose a corrompere un generale, Emilio Spaziante, con mezzo milione in contanti. Tra settembre e ottobre Meneguzzo chiede il patteggiamento: la sentenza arriva il 5 novembre. E negli stessi mesi Malvestio sposta tutto a Malta. In Italia, oggi, l’avvocato è registrato solo come proprietario di una casa a Treviso e di una piccola quota di una società, Plavisgas srl, che acquisisce partecipazioni in altre aziende. Ha sede a San Vendemiano, il comune dove abita il governatore Zaia. Ma risulta controllata dal gruppo Veniero. Cioè dalla società maltese di Malvestio. Con i suoi fondi esteri, però, l’avvocato ha investito in altre società venete, come la Cattolica assicurazioni. E attraverso la Praude è diventato, tra l’altro, socio dei più famosi imprenditori di Treviso: la famiglia Benetton. Autostrade meridionali è la società che controlla la Napoli-Salerno: ha chiuso il 2019 con utili netti per 16 milioni (su 90 di ricavi). La maggioranza fa capo ad Autostrade per l’Italia, cioè ai Benetton. Il fondo di Malvestio ha il 10 per cento. È il villaggio globale del capitalismo finanziario: il gruppo è quotato in Borsa, il fondo è maltese, ma sono tutti di Treviso. Ora, dopo la prima gara europea, la società ha perso la concessione e ha fatto ricorso al Tar. Quasi tutti i manager sono legati ai Benetton, tranne il vicepresidente, Paolo Cirino Pomicino, ex ministro andreottiano, poi pluri-condannato di Tangentopoli. Nel consiglio d’amministrazione, per il fondo maltese, siede l’avvocata Antonella Lillo. Che è uno dei quattro soci fondatori dello studio BM&A. La stessa legale, oltre che da Malvestio, è apprezzata da Zaia. Che il 7 gennaio scorso ha scelto proprio lei, con un altro avvocato, come «rappresentanti della Regione Veneto nella fondazione che gestirà le Olimpiadi invernali del 2026 a Milano e Cortina». Riconoscente per gli onori riservati ai colleghi, il non leghista Malvestio continua da mesi a inondare la rete di elogi a Zaia. E a Malta, che ha difeso perfino all’indomani dell’omicidio della giornalista Daphne Caruana Galizia, assassinata con un’autobomba per le sue inchieste sui paradisi offshore e la corruzione nel governo. Intervistato dal Gazzettino di Venezia il 18 ottobre 2017, Malvestio si è lanciato in una difesa d’ufficio: «Quale corruzione? Malta è un’isola felice. Qui si vive benissimo. Il delitto è maturato nell’ambito del traffico di droga e petrolio. Lo Stato non c’entra nulla». Le indagini, lunghe e sofferte, hanno invece portato a incriminare, come mandante dell’omicidio, uno degli uomini più ricchi di Malta, Yorgen Fenech. La giornalista uccisa era stata la prima a collegarlo a una società offshore, Black 17, che ha versato tangenti, via Panama, a ministri maltesi. Ora Malvestio progetta di trasferirsi in un altro paradiso fiscale europeo: Montecarlo. Malta sembra averlo deluso. Forse perché tutte le sue società finanziarie hanno sede al quattordicesimo piano della Portomaso Business Tower: il grattacielo più alto dell’isola. Che appartiene, come il casinò sottostante e molto altro, proprio a Fenech.

AGGIORNAMENTO DEL 14 AGOSTO ORE 16,00.  LA REPLICA DELL'AVVOCATO MALVESTIO: MAI GESTITO SOLDI DI POLITICI.

Preciso cheprecisoche: L'avvocato Malvestio: Non ho mai gestito soldi di politici. Egregio Direttore, leggo oggi un articolo firmato dal mio compagno di corso all’università di Padova, dottor Paolo Biondani e dal dottor Andrea Tornago che invece non conosco. Premetto che prima di scrivere l’articolo ne’ il dottor Biondani  ne’ il dottor Tornago hanno ritenuto di farmi una telefonata o di contattarmi in un qualsiasi altro modo. Si sarebbero evitati questi errori che seguono e che sono tutti documentabili con atti pubblici. - I nomi dei miei clienti non “ li conosce solo lui”: i nomi dei miei clienti li conoscono tutti quelli che quelli che per legge li devono conoscere e tra questi non vi sono il dottor Biondani e il dottor Tornago: si sappia invece che tra i miei clienti - neanche per il più infimo importo - non vi e’ una sola Persona Politicamente Esposta ( come la definisce la normativa) non una e neppure vi è mai stata e tutti hanno acquisto i miei fondi sol to attraverso bonifico di una banca di una giurisdizione del tutto trasparente. La Pubblicità dei miei fondi e dei sottoscrittori e’ la stessa di qualsiasi altro fondo della stessa categoria autorizzato nella UE. - I dati sulle mie società maltesi sono pubblici: sono pubblicati nel Register of companies of Malta e nel sito della Malta Financial Services Authority. - I signori Tom Anastasi Pace e Anthony Camilleri non sono affatto due “ fiduciari” sono due ex alti dirigenti della più grande banca maltese i quali lavorano per me da poco dopo essere andati in pensione. - Non ho società’ alle Bahamas ne’ a Hong Kong ne’ le ho mai avute ne’ di nome Occasio ne’ con qualsiasi altro nome. Tanto lavoro su Occasio avrebbe dovuto invece consentire di comprendere che Occasio faun’ unica cosa: possiede il 14mo piano della torre di Portomaso dove sono i miei uffici che quindi sono miei fin dal 2013 quando li ho acquistati da QD HOTEL PROPERTY AND INVESTIMENT LTD già Qatari Diar Malta  atto del 31 ottobre 2013 notaio Margaret Haywood ins 18658/13) Il mio ufficio quindi é mio e non di proprietà "dell’accusato per la autobomba che ha ucciso Daphne ..”. Nel complesso di Portomaso ci sono credo oltre cinquecento proprietari e che sono nella mia stessa condizione. - Ineffabile è poi il passaggio: “Finora però si ignorava che un avvocato di Treviso così vicino a Zaia avesse creato un impero finanziario di queste dimensioni”. Quindi non leggete neanche i giornali del vostro gruppo? Sono stato intervistato decine di volte dai vostri giornali e decine di volte citato e sempre si e’ detto della mia società maltese Praude se non altro perché nel 2017 abbiamo vinto il premio Reuter Lipper  come migliori gestori europei di fondi small cap (Mattino di Padova 3 novembre 2019 per dirne una). - Se poi leggeste anche il Gazzettino ( 15.2.2020 edizione nazionale) - sempre preciso e documentato - avreste visto che non sono più socio dello studio BM&A fin dal primo gennaio 2014 e quindi nel sito dello Studio BM&A non mi "presento come socio fondatore” perché di quello studio non faccio più parte da oltre sei anni e se solo aveste guardato bene il sito lo avreste capito da soli. Quindi dei 645 Mila euro che dite lo studio avere ricevuto dalla Regione io non ho avuto un euro e visto che ci siamo: in tutti gli anni in cui Zaia e’ stato Governatore ho avuto un solo incarico legale cui ho rinunciato!  In quello studio ho solo il recapito obbligatorio per legge quale avvocato stabilito a Malta. - A proposito di siti, leggere bene: non sono presidente di Praude ma del comitato investimenti di Praude. - Scrivete che sono “ il consulente di fiducia di Roberto Meneguzzo” giusto per dire  subito che il dottor Meneguzzo ha patteggiato due anni e mezzo per corruzione “ e negli stessi mesi Malvestio sposta tutto a Malta” infatti “ L’ amore per Malta sembra scoccare all’ improvviso”. Il collegamento tra l’ arresto del dottor Meneguzzo e mio improvviso amore per Malta mi sfugge. Io a Malta le mie società le ho fondate nel 2009! Quanto al dottor Meneguzzo - uno dei maggiori finanzieri italiani che si rivolge a decine di avvocati -  vorrei vedere una solo mia fattura per attività di consulenza fatta al dottor Meneguzzo o una sua società, una! In vero sono stato sindaco di Palladio ma su indicazione dei soci di minoranza e neanche del dottor Meneguzzo di cui non sono proprio mai stato “ consulente di fiducia”. - Quanto al fatto che “ continuo da mesi ad inondare la rete  di elogi a Zaia”: dove siano questi elogi non lo so: un’ intervista a Vvox a inizio anno dove dico che voterò Zaia perché il giornalista me lo chiede, un tweet della stessa intervista per elogiare i lavoratori della sanità del Veneto e non per elogiare Zaia e poi un solo retweet di un’ intervista che parla dei risultati raggiunti nel Veneto sul Covid anche con le mascherine di cui subito parleremo; - Veniamo alle mascherine: a Malta le hanno usate quando non ne trovavano, a Malta ci sono stati pochissimi morti e potrei dire che sono contento così. “A Malta nessuno si mette a sindacare se sono efficaci” si legge nel vostro articolo, per dire che ho regalato 500.000 patacche buone a niente. Un’ altra cosa falsa. Prima di comprare le maschere ho chiesto al governo se sarebbero servite e il governo maltese - diversamente da quel scrivete -ha verificato ed  il Central Procurement and Supply Unit del Health Department del Ministero della Salute le ha ritenute adeguate all’ uso in “selected areas” e conformi ai certificati  che le accompagnavano. - Stupendo anche l’accostamento tra la residenza del Governatore Zaia e la sede della Plavisgas, una società che io controllo. Scrivere che la sede della società e’allo stesso indirizzo dove hanno sede tutte le altre società dell’amministratore unico (uno dei maggiori imprenditori veneti e socio di Plavisgas) no? Spiegazione troppo semplice? - Infine si cita tra virgolette una mia dichiarazione al Gazzettino:  “Quale corruzione? Malta e’ un isola felice. Qui si vive benissimo. Il delitto é maturato nell’ambito del traffico di droga e petrolio. Lo stato non c’entra nulla”. In realtà quel che si è virgolettato era il riassunto non esattamente preciso giacché la specifica parte dell’intervista è questa: Che idea si è fatto dell’omicidio Caruana? «Non ho un’idea definitiva, ovviamente, ma per le modalità con cui si è consumato questo efferato delitto, la pista più plausibile porta a pensare che la giornalista si fosse messa in rotta con i trafficanti di droga e petrolio. Probabilmente le sue indagini sono andate a toccare questo tipo di traffici ed interessi». Su Daphne:” La scomparsa di Daphne Caruana Galiza è un colpo molto duro alla democrazia. La sua era una voce di libertà autorevole.”  Certo poi ho difeso Malta ed il popolo maltese: ho dieci dipendenti maltesi, persone ottime che non possono essere infangate per la condotta di criminali. Avv. Massimo Malvestio

Giuseppe Guastella per corriere.it il 3 giugno 2021. La condanna per i due commercialisti della Lega, revisori del partito in Parlamento, supera di 4 mesi quella chiesta dalla Procura di Milano nel processo per la compravendita nel 2017 della sede della Fondazione Lombardia Film Commission. Il giudice Guido Salvini, infatti, condanna i due professionisti bergamaschi Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni, rispettivamente, a 5 anni e a 4 anni e 4 mesi di reclusione. La decisione arriva al termine dell’udienza che si è svolta con il rito abbreviato, che garantisce la riduzione di un terzo della pena, chiesto dagli imputati quanto i pm Eugenio Fusco e Stefano Civardi aveva a loro volta chiesto il giudizio immediato. Il gup Salvini li ha anche condannati a pagare un risarcimento di 170 mila euro alla Fondazione e di altri 25 mila al Comune di Milano che si sono costituiti parti civili, a differenza della Regione Lombardia che, pur essendo socia del comune in Flc, ha deciso di non farlo. Disposta anche la confisca fino a un valore di 300 mila euro di parti delle due villette sul lago di Garda riconducibili agli imputati fino a circa 300 mila euro, cifra pari alla metà del loro valore di acquisto. I due immobili si trovano a Desenzano del Garda (Brescia) nel Green Residence Sirmione ed erano già stati sequestrati dalla Finanza di Milano durante le indagini. «Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni, come tutti i cittadini, sono innocenti sino alla sentenza definitiva: siamo sicuri che avranno modo di dimostrare la propria estraneità ai fatti loro contestati»: così fonti del Carroccio hanno commentato la condanna per i due contabili. «Massimo rispetto per la sentenza e massimo dissenso per la sentenza», ha commentato il professor Piermaria Corso, difensore dei due imputati. Lombardia Film Commission nel 2017 pagò in anticipo 800 mila euro per acquistare un immobile che in quel momento non solo valeva meno della metà, ma non era utilizzabile perché non aveva il certificato di agibilità. Una perizia, al centro del processo, aveva dimostrato che sia il sorprendente compromesso con il quale fu pagata in anticipo l’intera somma, sia il rogito che arrivò nove mesi dopo, erano viziati dalla mancanza di «un requisito essenziale» che rendeva il complesso di Cormano «inidoneo» a diventare la sede della Fondazione. Ha scelto invece il rito ordinario, e il processo è in corso, Francesco Barachetti, l’imprenditore che sarebbe coinvolto nella sottrazione del denaro pubblico. Nell’indagine svolta dai finanzieri del nucleo di polizia economico-finanziaria, oltre al commercialista Michele Scillieri, nel cui studio in centro a Milano era stato registrato il primo domicilio della lista «Lega per Salvini premier», risultano coinvolti anche i due prestanome Luca Sostegni e Fabio Barbarossa (cognato di Scillieri) che hanno patteggiato: quattro anni e dieci mesi per Sostegni, due anni e un mese per Barbarossa. Dal primo filone di indagini ne sono nati altri, che si ricollegano anche all’inchiesta della procura di Genova sui 49 milioni della Lega.

Lombardia film commission, nuovi guai per Matteo Salvini: condannati i due commercialisti della Lega. La sentenza del tribunale di Milano: cinque anni per Alberto Di Rubba e quattro anni e quattro mesi per Andrea Manzoni. I due professionisti si sono appropriati di 800mila euro frutto della vendita della nuova sede alla fondazione a controllo regionale. Vittorio Malagutti su L'Espresso il 3 giugno 2021. È arrivata la prima sentenza per i contabili della Lega di Matteo Salvini. A conclusione di un processo con il rito abbreviato, il tribunale di Milano ha condannato Alberto Di Rubba a cinque 5 anni e Andrea Manzoni a quattro anni e quattro mesi. Entrambi erano imputati per turbativa d’asta, peculato e reati fiscali per il caso del capannone alle porte di Milano acquistato come nuova sede della Lombardia Film Commission, una fondazione controllata dalla regione Lombardia. Quest’ultima, presieduta dal leghista Attilio Fontana non si è costituita parte civile nel processo. E quindi non ha diritto al risarcimento che invece è stato disposto a favore della Fondazione (150 mila euro) e del socio di minoranza comune di Milano (25 mila euro). Grazie alla vendita della nuova sede sono stati distratti oltre 800 mila euro di fondi pubblici, denaro che in buona parte è stato incassato da Di Rubba, presidente di Lombardia Film commission fino a giugno del 2018, e da Manzoni. Nei mesi scorsi le indagini avevano alzato il velo sui rapporti tra una serie di società controllate dai due professionisti e la Lega Nord, con movimenti bancari per milioni di euro. La vicenda, rivelata da un’inchiesta de L’Espresso ad aprile del 2019, vede coinvolti anche il commercialista Michele Scillieri, che ha patteggiato 3 anni e 4 mesi, e l’imprenditore bergamasco Francesco Baracchetti, che a differenza degli altri indagati ha scelto il processo con il rito ordinario. Di Rubba e Manzoni avevano un ruolo di primo piano nella gestione delle finanze della Lega. Il primo era infatti direttore amministrativo del partito al Senato, mentre Manzoni era revisore contabile del gruppo del Carroccio alla Camera. 

Caso Film Commission, condannati i due contabili della Lega. Luca Sablone il 3 Giugno 2021 su Il Giornale. Il giudice ha disposto anche un primo parziale risarcimento di 150mila euro. Ma la Lega precisa: "Partito estraneo al procedimento". Il gup Guido Salvini ha deciso: i contabili della Lega, Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni, sono stati condannati rispettivamente a 5 anni e 4 anni e 4 mesi. La scelta è arrivata al termine del processo con rito abbreviato in cui sono imputati per turbata libertà del procedimento di scelta del contraente e di peculato per aver predisposto, con altri, un bando "ad hoc" per far acquistare alla Lombardia commission un capannone a Cormano (Milano) di proprietà dell'Immobiliare Andromeda come nuova sede della fondazione. Poi avrebbero anche distratto 800mila euro di fondi regionali nell'ambito dell'operazione immobiliare. Si tratta di pene più alte rispetto a quelle richieste dalla procura. Le motivazioni della sentenza saranno rese note tra 90 giorni.

I finti moralisti sui soldi della Lega. Il giudice ha inoltre disposto un primo parziale risarcimento di 150mila euro per la fondazione Lombardia Film commission e di 25mila euro per il Comune di Milano. I due imputati sono stati dichiarati "interdetti in perpetuo dai pubblici uffici e in stato di interdizione legale durante l'esecuzione della pena" e "interdetti per anni quattro dall'esercizio della professione di commercialista". Disposta anche la confisca di porzioni delle due villette sul lago di Garda, riconducibili agli imputati fino a circa 300mila euro, cifra pari alla metà del loro valore di acquisto. I due immobili si trovano a Desenzano del Garda (Brescia) nel Green Residence Sirmione e nel corso delle indagini erano già stati sequestrati dalla Finanza.

"Lega estranea al procedimento". Dal Carroccio però tengono a sottolineare che Di Rubba e Manzoni, così come ogni cittadino, sono innocenti sino alla sentenza definitiva. "Siamo sicuri che avranno modo di dimostrare la propria estraneità ai fatti loro contestati", dichiarano fonti della Lega. Da via Bellerio arriva una precisazione doverosa: "Il partito (così come le sue risorse economiche) è completamente estraneo al procedimento". Un primo commento è arrivato anche dall'avvocato Piermaria Corso: "Massimo rispetto per la sentenza e massimo dissenso per la sentenza". Interpellato sulla decisione del giudice di alzare le pene di 4 mesi rispetto alla richiesta della Procura, il legale ha replicato seccamente: "Non cambia moltissimo". E infine, quanto alla scelta di ricorrere in appello, Corso ha detto: "Sicuramente sì".

"Soddisfatti dalla sentenza". Soddisfazione per la sentenza è stata invece espressa da Marco Dal Toso, difensore del Comune di Milano costituitosi parte civile (per il solo reato di peculato), secondo cui vengono riconosciuti "i danni patrimoniali e non patrimoniali e la responsabilità di Di Rubba e Manzoni". Sulla stessa scia Andrea Puccio, difensore della parte civile Lombardia Film commission: "Il giudice ha aderito integralmente alle prospettazioni difensive della Fondazione, riconoscendo la responsabilità degli imputati anche per i danni cagionati all'ente, il quale - conclusa questa annosa vicenda - potrà finalmente dedicare risorse ed energie al perseguimento dei propri obiettivi istituzionali".

Il processo. Lombardia Film Commission, condannati i contabili della Lega: pene più alte delle richieste del pm. Redazione su Il Riformista il 3 Giugno 2021. Pene più alte rispetto alle richieste della Procura di Milano per Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni, i due revisori contabili della Lega in Parlamento condannati per il caso Lombardia Film Commission, la compravendita del capannone di Cormano con la quale sarebbero stati ‘drenati’ 800mila euro di fondi pubblici. Il gup Guido Salvini al termine del processo celebrato con rito abbreviato ha disposto una condanna a 5 anni per Rubba e 4 anni e quattro mesi per Manzoni, oltre all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e l’interdizione legale durante l’esecuzione della pena.Le accuse erano di turbativa d’asta e peculato. Condanna pesantissima e più alta rispetto alla richiesta della Procura di Milano, che comprende tra l’altro la confisca di porzioni delle villette a Desenzano del Garda (Brescia) acquistate, secondo l’accusa, dai due professionisti con i proventi illeciti dell’operazione Lombardia Film Commission. I due dovranno inoltre versare in solido un risarcimento danni di 150mila euro a Lombardia Film Commission, fondazione partecipata dalla Regione e dal Comune di Milano e parte civile nel processo in abbreviato, e 25 mila euro allo stesso Comune. “Massimo rispetto per la sentenza e massimo dissenso dalla sentenza”, ha commentato amareggiato l’avvocato Piermaria Corso, difensore di Di Rubba e Manzoni. GLI ALTRI PROCESSI – La vicenda della Lombardia Film Commission vede ancora imputato Francesco Barachetti, l’imprenditore che sarebbe coinvolto nella sottrazione del denaro pubblico. Barachetti ha scelto il rito ordinario. Hanno invece patteggiato i due prestanome Luca Sostegni e Fabio Barbarossa, condannati rispettivamente a 4 anni e dieci mesi e 2 anni e un mese.

(ANSA l'11 febbraio 2021) Vuole patteggiare 3 anni e 8 mesi e 85mila euro di risarcimento Michele Scillieri, uno dei commercialisti di fiducia della Lega arrestati nell'inchiesta milanese sul caso Lombardia Film Commission e su presunti fondi neri. Anche il cognato Fabio Barbarossa ha chiesto di patteggiare 2 anni e 2 mesi versando 30mila euro. Le istanze, concordate coi pm, saranno valutate da un gip. Scillieri, nel cui studio venne registrata la “Lega per Salvini premier”, ha reso ammissioni. Per i contabili della Lega in Parlamento Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni e per l'imprenditore Francesco Barachetti si profila la richiesta di giudizio immediato.

Inchiesta sui fondi della Lega, il mistero della sede trasferita nel 2017 e i silenzi di Scillieri. Sandro De Riccardis,  Luca De Vito su La Repubblica il 30/1/2021. Per gli investigatori il passaggio di domicilio nello studio del commercialista indagato nell'inchiesta sulla Lombardia Film Commission è avvenuto per tenere al sicuro i conti dopo le sentenze che imponevano il sequestro dei 49 milioni. Sullo strano caso della sede "fantasma" della Lega, Michele Scillieri, il commercialista vicino ai contabili del Carroccio Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni (indagato con loro nell'inchiesta su Lombardia Film Commission), non dà risposte chiare e si arrocca dietro una posizione difensiva. Qualcosa che suona più o meno così: la decisione di mettere il domicilio della "Lega per Salvini Premier" presso il suo studio di via Privata delle Stelline 1, gli fu comunicata da Manzoni per non ricondurre la nuova entità alla Lega, ma solo pochi minuti prima di firmare l'atto davanti al notaio. Una versione emersa dall'interrogatorio dello scorso 25 gennaio che gli investigatori non ritengono credibile, almeno in una parte: ovvero quella in cui Scillieri sostiene che il cambio di domiciliazione fosse una cosa improvvisata.  Per provare a far luce sul mistero che avvolge i movimenti del partito in quei mesi travagliati è utile rimettere in fila i fatti. Il 24 luglio del 2017 dal tribunale di Genova arriva la prima sentenza che, oltre a condannare Bossi e Belsito, dispone la confisca dei famosi 49 milioni (che sarà confermata dalla Cassazione nel luglio del 2018). Sono settimane convulse, alle elezioni mancano pochi mesi e i guai giudiziari del Carroccio sembrano poter mettere a rischio la campagna elettorale. Nelle settimane successive succede anche qualcos'altro, seppure lontano dai riflettori. Ed è una ricostruzione che emerge dalle informative della Guardia di Finanza depositate nell'inchiesta e fino a oggi non pubblicate. Tra il 10 ottobre e il 10 novembre dello stesso anno, vengono firmati tre atti molto importanti. Il primo è la costituzione di un'associazione chiamata "Lega" avente sede legale in via Privata delle Stelline numero 1, proprio il condominio dove si trova lo studio di Scillieri. I soci fondatori sono tutti parlamentari molto noti: Matteo Salvini, Roberto Calderoli, Lorenzo Fontana, Giulio Centemero, Giancarlo Giorgetti. Il 2 novembre, questi stessi soci fondatori deliberano la modifica del nome dell'associazione che diventa "Lega per Salvini Premier" e il 10 novembre approvano e deliberano la modifica di alcuni articoli dello statuto per fare in modo che l'associazione possa iscriversi nel registro nazionale dei partiti politici. Tre atti siglati in via Bellerio davanti al notaio Alberto Maria Ciambella di Bergamo che di fatto cambiano la sede e il nome del partito. A cosa serve questa mossa? Scillieri non lo dice. Sfugge, cambia versione. E nega pure che due movimenti in suo favore da parte della Lega e di PontidaFin (uno da 60mila e uno da 17mila euro, risalenti all'autunno 2017), fossero legati a quell'ospitalità. Per gli investigatori milanesi - finiti a indagare sulla vicenda quando hanno cominciato a svelare la finta compravendita dell'immobile di Cormano della Lombardia Film Commission -  l'ipotesi che quel passaggio formale potesse servire a cambiare "veste" alla Lega e a rendere non più aggredibili i suoi conti non è peregrina. Del resto sul fatto che lo studio di via delle Stelline sia stato per qualche tempo la sede del partito non ci sono dubbi: emerge dai registri ufficiali e lo riferiscono a verbale anche il portiere del palazzo che riceveva le lettere indirizzate al partito e l'amministratore di condominio. A confermare l'impianto ci sarebbero anche alcuni messaggi whatsapp scambiati tra i contabili della Lega, finiti agli atti dell'inchiesta di Genova e riferiti proprio a quell'autunno caldo del 2017.

Il patto segreto. Report Rai PUNTATA DEL 25/01/2021 di Luca Chianca, Collaborazione di Alessia Marzi. Il 26 febbraio 2014 viene siglato un patto generazionale tra Umberto Bossi e il nuovo segretario della Lega Nord, Matteo Salvini. Un accordo noto a molti, ma che nessuno ha mai potuto leggere. L'accordo nasce due anni dopo l'inchiesta sui fondi pubblici che ha sconvolto il partito. Dopo Bossi, arriva Maroni, poi Salvini che nel 2013 viene eletto segretario federale. L'anno dopo si siedono davanti a un tavolo per decidere del futuro politico del senatur. Salvini promette 450 mila euro all'anno per mantenere lo staff composto dagli autisti e dalla segreteria del presidente della Lega. In cambio l'ex avvocato di Bossi, Matteo Brigandì, rinuncia a 6 milioni di euro di mancati pagamenti proprio dalla Lega Nord. Soldi che già nel 2014 sono fondamentali per le casse del partito, che rischia, come poi è successo, di vedersi sequestrare ben 49 milioni. Abbiamo ricostruito la storia dell'accordo grazie all'intervista esclusiva a Francesco Belsito, l'ex tesoriere del partito travolto dallo scandalo, unico condannato per appropriazione indebita a causa di quell'accordo.

“IL PATTO SEGRETO” Di Luca Chianca Collaborazione Alessia Marzi

LUCA CHIANCA La bandiera della Serenissima. LUCA CHIANCA Buonasera sono Chianca di Rai3 di Report.

STEFANO STEFANI – SEGRETARIO AMMINISTRATIVO LEGA NORD 2012-2014 E allora? Non abbiamo mica appuntamento noi, a proposito di cosa? LUCA CHIANCA Accordo del 2014 tra Bossi e Salvini.

STEFANO STEFANI – SEGRETARIO AMMINISTRATIVO LEGA NORD 2012-2014 Cosa c'entro io?

LUCA CHIANCA Be' lei l'ha firmato quell'accordo. Se viene qua glielo faccio vedere, questo qui c'è la sua firma alla fine no? Bossi Salvini Stefani e Brigandì.

STEFANO STEFANI – SEGRETARIO AMMINISTRATIVO LEGA NORD 2012-2014 E cosa dice questo qua?

LUCA CHIANCA Brigandì rinuncia a quei famosi 6 milioni, Salvini si impegna a garantire un futuro politico, agibilità politica a Bossi e poi in realtà com'è andato sto accordo?

STEFANO STEFANI – SEGRETARIO AMMINISTRATIVO LEGA NORD 2012-2014 Cazzo ne so io, non me lo chieda a me. Volete venire dentro o no?

LUCA CHIANCA Se vuole son felice di entrare, andiamo.

STEFANO STEFANI – SEGRETARIO AMMINISTRATIVO LEGA NORD 2012-2014 Stia attento, scappa il cane.

LUCA CHIANCA È buono intanto vero?

STEFANO STEFANI – SEGRETARIO AMMINISTRATIVO LEGA NORD 2012-2014 No, no morsica, morde i giornalisti.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Morde i giornalisti! Però che tipo l’ex tesoriere della Lega Stefano Stefani. Buonasera. Ma perché Luca sfida i denti del cane? Perché il suo padrone è stato il garante di un patto tra il vecchio che usciva, Bossi, e il nuovo che avanzava, Salvini. Ecco, un patto che è stato siglato nel 2014 di cui Report è in grado di fornirvi i dettagli. Che cosa accadde? Salvini avrebbe dovuto pagare circa 6 milioni di euro in parcelle all’ex avvocato della Lega Nord, Brigandì, che poi era anche il legale personale di Bossi. Trovano un accordo e siglano un patto: io non pago in cambio offro a Bossi sostanzialmente un ruolo importante all’interno del partito, gli consento di continuare a fare, a svolgere la sua attività politica, un salvacondotto politico, ma anche giudiziario. Come è andato a finire? Ecco è un po’ la versione del Tū quoque, Brūte, fīlī mī, in versione leghista. Il nostro Luca Chianca.

LUCA CHIANCA Lei che cos'era un commercialista, un ragionerie, aveva studiato scienze economiche?

STEFANO STEFANI – SEGRETARIO AMMINISTRATIVO LEGA NORD 2012-2014 No io niente, io ero Stefani Stefano, punto e basta.

LUCA CHIANCA Che formazione scolastica dico…

STEFANO STEFANI – SEGRETARIO AMMINISTRATIVO LEGA NORD 2012-2014 Poco, poco.

 LUCA CHIANCA Tipo?

STEFANO STEFANI – SEGRETARIO AMMINISTRATIVO LEGA NORD 2012-2014 Le medie.

LUCA CHIANCA Terza media?

STEFANO STEFANI – SEGRETARIO AMMINISTRATIVO LEGA NORD 2012-2014 Terza media.

LUCA CHIANCA E basta?

STEFANO STEFANI – SEGRETARIO AMMINISTRATIVO LEGA NORD 2012-2014 E poi qualche anno del liceo.

LUCA CHIANCA E l'hanno messa a fare il tesoriere del partito, di un partito del genere!

STEFANO STEFANI – SEGRETARIO AMMINISTRATIVO LEGA NORD 2012-2014 Evidentemente qualcuno si fidava di me.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Stefani negli anni è senatore, deputato, sottosegretario in diversi ministeri, siede anche nel consiglio di amministrazione di Credieuronord, la banca sostenuta all'epoca da Umberto Bossi. Viene investito da due inchieste giudiziarie, ma viene assolto e archiviato.

UMBERTO BOSSI - 24 MARZO 1996 “Io chiedo a voi popolo della Padania di votare con un sì potente la costituzione per l’indipendenza del Nord, sì!!”

LUCA CHIANCA E lei che anima era?

STEFANO STEFANI – SEGRETARIO AMMINISTRATIVO LEGA NORD 2012-2014 Moderata.

LUCA CHIANCA Quindi non era per “Roma ladrona, la Lega non perdona”.

STEFANO STEFANI – SEGRETARIO AMMINISTRATIVO LEGA NORD 2012-2014 Slogan, Roma perché rappresentava il potere, in questo senso.

LUCA CHIANCA Poi il potere siete diventati voi però…

STEFANO STEFANI – SEGRETARIO AMMINISTRATIVO LEGA NORD 2012-2014 Loro.

LUCA CHIANCA Loro chi?

STEFANO STEFANI – SEGRETARIO AMMINISTRATIVO LEGA NORD 2012-2014 Quello che ci sono adesso.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Stefani nel 2014 però è testimone di un patto di non belligeranza tra generazioni, da un lato Bossi, dall'altro il nuovo segretario Salvini. Un accordo per garantire un salvacondotto politico a Umberto Bossi, in cambio della rinuncia da parte del suo ex avvocato e per anni legale del partito, Matteo Brigandì, che pretendeva ben 6 milioni di euro di parcelle non pagate dalla Lega.

STEFANO STEFANI – SEGRETARIO AMMINISTRATIVO LEGA NORD 2012-2014 Ma lei come l'ha avuto sta roba qua?

LUCA CHIANCA Eh…

 STEFANO STEFANI – SEGRETARIO AMMINISTRATIVO LEGA NORD 2012-2014 Eh…

LUCA CHIANCA È il mio lavoro, questo è un accordo privato, fatto.

STEFANO STEFANI – SEGRETARIO AMMINISTRATIVO LEGA NORD 2012-2014 E cosa vuol sapere da me?

LUCA CHIANCA Secondo lei è stata data l'agibilità politica all'ex segretario Bossi?

STEFANO STEFANI – SEGRETARIO AMMINISTRATIVO LEGA NORD 2012-2014 Io direi di no. Perché non lo chiedete a Salvini, perché Salvini vi manda...

LUCA CHIANCA Dove? LUCA CHIANCA FUORI CAMPO L’ex avvocato della Lega e di Bossi Matteo Brigandì, è l’altro protagonista del patto.

MATTEO BRIGANDI' – EX AVVOCATO LEGA NORD E UMBERTO BOSSI Bossi fece una magia no? Portò 180 parlamentari del ’94.

LUCA CHIANCA Da lì inizia diciamo la sua carriera politica con la Lega che non solo lei affianca come parlamentare ma anche come avvocato.

MATTEO BRIGANDI' – EX AVVOCATO DELLA LEGA NORD E DI UMBERTO BOSSI Certo. Fisicamente c'era la stanza di Bossi che era il segretario, il presidente e la mia.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO La carriera dell’avvocato Brigandì nel partito finisce con lo scandalo dei 49 milioni che coinvolge la Lega del tesoriere Belsito e Bossi.

MATTEO BRIGANDI' – EX AVVOCATO LEGA NORD E UMBERTO BOSSI Mi spiega perché i soldi che mi sono appropriato nel 2011, nel 2012 non fanno truffa e ma quelli di tre anni prima sì. Io l'unica cosa che vedo differente è che 2008, 2009, 2010 percepisce Bossi, 2011, 2012 percepisce, quasi tutto Maroni e un pezzo Salvini.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Dei 49 milioni quasi 13 sono stati incassati dalla Lega di Maroni e circa 820 mila euro da quella di Salvini, quando ormai Belsito e Bossi sono fuori dai giochi. Lui, così vicino al Senatur si trova costretto a fare le valigie lasciando l'ufficio di via Bellerio.

MATTEO BRIGANDI' – EX AVVOCATO LEGA NORD E UMBERTO BOSSI Quando venne Salvini, lui mi chiese un incontro andammo a cena assieme e mi disse, è mai possibile che dobbiamo cominciare a litigare? Ho detto no, troviamo una soluzione.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Brigandì sostiene di dover ricevere parcelle per 6 milioni di euro per la sue prestazioni svolte per il partito di Bossi. E chiede al tribunale di Messina di sequestrare i fondi presenti in quel momento nelle casse del nuovo partito di Salvini. Nel corso di una cena trova l’accordo con Salvini.

MATTEO BRIGANDI' – EX AVVOCATO LEGA NORD E UMBERTO BOSSI Da quella cena scaturisce un accordo, cioè sostanzialmente dava a Bossi la Presidenza e la possibilità di esporre le sue idee in consiglio federale, dava a Bossi nella sua proporzione la possibilità di proporre delle candidature a Camera e Senato.

LUCA CHIANCA In cambio rinuncia a quei 6 milioni?

MATTEO BRIGANDI' – EX AVVOCATO LEGA NORD E UMBERTO BOSSI Esattamente così. Salvini mi ha fatto firmare la transazione con la quale ho ritirato la richiesta davanti al tribunale di Messina di sequestro di 6 milioni, lui ha risolto il suo problema e i soldi che c'erano sono spariti.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Siamo nel 2014 e avere 6 mln di euro disponibili nelle casse del partito sarebbe fondamentale, sapendo che i magistrati in cerca dei 49 milioni di euro avrebbero potuto sequestrarli.

FRANCESCO BELSITO – SEGRETARIO AMMINISTRATIVO LEGA NORD 2010- 2012 Come dice lei l'oggetto erano i 49 milioni. Penso che abbia ragionato su quest'ottica.

LUCA CHIANCA Questi soldi però sono scomparsi?

FRANCESCO BELSITO – SEGRETARIO AMMINISTRATIVO LEGA NORD 2010- 2012 I 49 milioni forse io li ho lasciati, non li ho presi.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Su questo non c'è dubbio ma è per quei soldi che viene indagato insieme all'ex segretario Umberto Bossi nel 2012. Da quel momento viene cacciato dal partito.

FRANCESCO BELSITO – SEGRETARIO AMMINISTRATIVO LEGA NORD 2010- 2012 Sono scomparsi completamente tutti.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Ma ritirata la richiesta di sequestro preventivo di 6 milioni il patto tra l’ex avvocato di Bossi, Brigandì e Salvini viene presto disatteso. A cominciare dalla mancata rinuncia da parte del partito di Salvini di chiudere un altro contenzioso aperto sempre contro Brigandì, che comporterà per l’avvocato una condanna in primo grado per infedele patrocinio e autoriciclaggio. Tra gli accordi c’era anche quello di garantire a Bossi Presidente, la copertura delle spese per 450 mila euro l’anno per staff e segreteria.

DANIELA CANTAMESSA – SEGRETARIA UMBERTO BOSSI 2002-2017 Io sono una delle prove più chiare del mancato accordo. Dovevano garantirgli una segretaria, sta di fatto che lui non mi ha sostituita per due anni quando sono rientrata, mi ha accolta a braccia aperte.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Quando la segretaria storica di Bossi rientra, il nuovo partito gli consegna una raccomandata.

DANIELA CANTAMESSA – SEGRETARIA UMBERTO BOSSI 2002-2017 Dove mi comunicavano che esaurite le ferie tutto quello che c'era ancora in ballo sarei entrata anche io come i miei ex colleghi in cassa integrazione.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Bossi scrive al nuovo tesoriere, Giulio Centemero, chiedendo il rientro della sua segretaria.

DANIELA CANTAMESSA – SEGRETARIA UMBERTO BOSSI 2002-2017 Con la stessa lettera approfitta per sollecitare il ripristino delle linee telefoniche che nel frattempo gli erano state tolte. LUCA CHIANCA Cioè gli avevano staccato il telefono?

DANIELA CANTAMESSA – SEGRETARIA UMBERTO BOSSI 2002-2017 Gli avevano staccato il telefono, staccato il riscaldamento e anche non gli facevano pulire l'ufficio.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO La risposta di Centemero sulla segretaria continua ad essere negativa a causa della ristrutturazione del personale di servizio. Eppure l'accordo del 2014 parlava di ben 450mila euro annue comprese di tutto.

LUCA CHIANCA Quei soldi non sono stati dati.

MATTEO BRIGANDI' – EX AVVOCATO LEGA NORD E UMBERTO BOSSI Il servizio è stato assicurato in misura inferiore a quello di cui si era parlato.

LUCA CHIANCA Bossi riscrive.

DANIELA CANTAMESSA – EX SEGRETARIA UMBERTO BOSSI 2002-2017 Sì, devo innanzitutto precisare che non stiamo parlando della mia segreteria, ma della segreteria del Presidente della Lega Nord e quindi dice: “ infine credo che avere una segretaria, dico una, sia il minimo etico per assicurare la mia agibilità politica”.

LUCA CHIANCA E lei continuava ad andare anche se non la volevano?

DANIELA CANTAMESSA – EX SEGRETARIA UMBERTO BOSSI 2002-2017 Io rispondevo a Umberto Bossi, se Umberto Bossi mi diceva di andare in ufficio io andavo. LUCA CHIANCA A tenerla fuori la porta chi è?

DANIELA CANTAMESSA – EX SEGRETARIA UMBERTO BOSSI 2002-2017 Centemero ma tutte le lettere che Bossi ha mandato erano per conoscenza a Matteo Salvini. Io l'ho vissuta come una grandissima ingiustizia perché comunque sta gente tutti io compresa devono tutto a Umberto Bossi.

UMBERTO BOSSI – 17 OTTOBRE 1996 Come abbiamo detto nella dichiarazione di indipendenza uno per tutti, tutti per uno, io non sarò lontano da voi, voi non sarete lontani da me, chi tocca voi, tocca me, chi tocca me, tocca voi.

LUCA CHIANCA Senatore buongiorno Chianca di Report, senta mi sto occupando dell'accordo che avete siglato anni fa con Brigandì, lei e Bossi.

MATTEO SALVINI – SEGRETARIO LEGA PER SALVINI PREMIER Perfetto.

LUCA CHIANCA Volevo sapere sui 6 milioni di Brigandì…

MATTEO SALVINI – SEGRETARIO LEGA PER SALVINI PREMIER Scrivi come fanno tutti i tuoi colleghi, ci mettiamo seduti...

LUCA CHIANCA Lei non ha querelato Bossi in cambio della rinuncia da parte di Brigandì dei 6 milioni?

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Alla fine l’unico punto del patto siglato tra Salvini e Brigandì che è stato rispettato è stata la rinuncia da parte di Salvini di querelare Bossi, nel procedimento in cui era accusato di appropriazione indebita dalla Procura di Milano. Mentre la querela di parte è rimasta per l'ex tesoriere Belsito condannato a 18 mesi.

FRANCESCO BELSITO – SEGRETARIO AMMINISTRATIVO DELLA LEGA NORD 2010-2012 In quell'accordo non ci sono.

LUCA CHIANCA Per questo motivo lei viene condannato a Milano.

FRANCESCO BELSITO – SEGRETARIO AMMINISTRATIVO DELLA LEGA NORD 2010-2012 Certo.

LUCA CHIANCA E la famiglia Bossi no?

FRANCESCO BELSITO – SEGRETARIO AMMINISTRATIVO DELLA LEGA NORD 2010-2012 No perché sono stato querelato da Salvini; non penso che sia stata una questione normalissima quella di aver affrontato un processo da solo per competenze legate al mio partito e il mio partito mi ha rinnegato. Colpiamo solo il tesoriere e il resto a noi non interessa, si mettono tutti d'accordo tranne il sottoscritto.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO È rimasto buggerato, Belsito. È un po’ la sintesi brutale di tutta la vicenda. Salvini ha detto a Bossi il partito non ti querela, non ti mette nei guai dal punto di vista giudiziario, in cambio però non paga l’ex avvocato Brigandì. E poi che cosa accade che questa è la parte che è riuscita meglio dell’accordo tra i due, l’altra che avrebbe dovuto consentire lo svolgimento dell’attività politica di Bossi è riuscita meno bene. Insomma, non l’hanno messo in condizioni di esercitare la politica. Non hanno coperto completamente le spese della sua segreteria, i 450 mila euro che erano stati fissati nel contratto, in più non gli hanno consentito di avere del personale. Ecco, il padre fondatore del partito non è stato accoltellato, è stato solo seppellito politicamente.

Vilipendio ai magistrati, Salvini a processo oggi a Torino dopo tre forfait. Ottavia Giustetti, Sara Strippoli su La Repubblica il 24 gennaio 2021. Il leader leghista darà anche il via alla campagna per le Comunali: mattinata con albergatori e commercianti, poi l'incontro col candidato Damilano e nel pomeriggio l'udienza. Il leader della Lega, Matteo Salvini, sarà in aula a Torino oggi al processo nel quale è imputato per vilipendio dell'ordine giudiziario dopo aver incassato il sostegno del senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri, presidente della Giunta delle immunità parlamentari. Gasparri ha inviato tre giorni fa una lettera al Presidente della Repubblica per esprimere le sue critiche verso il tribunale di Torino che lunedì scorso aveva respinto l'istanza di legittimo impedimento presentata dall'avvocata di Salvini, Claudia Eccher. Quel giorno infatti, mentre si votava la fiducia al governo Conte alla Camera, il segretario del Carroccio era atteso al processo di Torino davanti al giudice Roberto Ruscello, processo che per la verità aveva disertato altre tre volte in passato e, una in particolare, presentando impegni istituzionali "inesistenti". Forse anche per questo, alla richiesta dell'avvocata Eccher di rinviare l'udienza per consentire a Salvini di presenziare al voto in Parlamento, il giudice ha il 18 gennaio ha respinto l'istanza e ha disposto che il processo andasse avanti senza di lui, scatenando le polemiche. Salvini sarà a Torino alle 10,30, ospite del gruppo consiliare della Lega che ha sede in via San Francesco d'Assisi. ll leader del Carroccio ha colto l'occasione per un incontro con albergatori e commercianti, un anticipo di campagna elettorale raccogliendo  il cahier dé doleances delle categorie sugli effetti della pandemia e sui problemi della città a pochi mesi dalle elezioni amministrative. Inevitabile , anche se al momento non ci sono notizie ufficiali, che Salvini incontri Paolo Damilano, il candidato sindaco del centrodestra che da giorni ha avviato contatti e incontri per costruire  programma e alleanze.  Il tempo c'è, visto che  l'impegno a Palazzo di Giustizia è fissato nel pomeriggio. In via San Francesco d'Assisi Salvini sarà accolto dal segretario regionale della Lega Riccardo Molinari e dal capogruppo regionale   Alberto Preioni, ma il numero delle persone cooptate non sarà alto, considerata la necessità di rispettare le misure anti Covid. Il 19 gennaio Salvini aveva disertato il processo per vilipendio chiedendo un rinvio per impegni istituzionali legati al voto sul governo alla Camera. La vicenda per cui è imputato il leader leghista risale al 14 febbraio 2016 quando, durante il congresso regionale della Lega tenutosi a Collegno, nel Torinese. Salvini, allora europarlamentare, pronunciò alcune frasi sulla magistratura ritenute offensive, usando in particolare la parola "schifezza" e "cancro da estirpare". L'allora procuratore capo Armando Spataro decise che l'episodio valeva una incriminazione per vilipendio e ora la ricostruzione di quell'intervento di Salvini è da oltre un anno in aula di tribunale. La sua avvocata ha dichiarato da subito che Salvini intendeva prendere parte al processo come è suo dirittto, ma a ogni udienza (complice anche l'emergenza Covid 19) Salvini ha sempre dato forfait. L'ultima volta, lunedì scorso, quando il Parlamento era riunito per decidere se staccare la spina oppure no al governo. Ma, in effetti, lunedì era il giorno del voto alla Camera, e solo il martedì il senatore sarebbe stato impegnato in aula. Così il giudice Roberto Ruscello ha deciso che non si poteva fermare il processo ed è andato avanti senza di lui e alcuni altri testimoni leghisti citati che avrebbero dovuto ricostruire la giornata al congresso del 14 febbraio 2016. "In questi casi - ha detto un paio di giorni dopo il senatore azzurro, Maurizio Gasparri - la Corte ha sempre invitato la magistratura ad un ragionevole bilanciamento degli interessi. Non può, quindi, non apparire inquietante il fatto che l'autorità giudiziaria, in un momento delicato come quello che stiamo vivendo, abbia ritenuto che un senatore, segretario del maggior partito italiano secondo i sondaggi e leader della coalizione che nelle ultime votazioni ha raggiunto il maggior numero di consensi, il 18 gennaio fosse del tutto libero da impegni istituzionali".

Salvini a giudizio per vilipendio delle toghe. "Mai criticato singoli giudici, ma un sistema". Il leader sotto accusa per una frase del 2016 ad un congresso regionale. Chiara Giannini, Martedì 26/01/2021 su Il Giornale. L'accanimento giudiziario nei confronti di Matteo Salvini prosegue. Ieri il leader della Lega è finito nuovamente in aula, stavolta a Torino, per rispondere dell'accusa di vilipendio alla magistratura. I fatti risalgono al 14 febbraio 2016 quando, durante il congresso regionale della Lega a Collegno, nel Torinese, l'ex ministro dell'Interno, che all'epoca era europarlamentare, si rivolse alla magistratura definendola «schifezza» e «cancro da estirpare». Fu l'allora procuratore Armando Spataro a sentirsi offeso dalle parole di Salvini e a procedere con l'accusa di vilipendio. La cosa che lascia basiti è che l'udienza a cui avrebbe dovuto partecipare l'ex vicepremier avrebbe dovuto tenersi lunedì scorso, ma Salvini era impegnato in aula per il voto di fiducia al governo. Cosa che, da prassi, avrebbe dovuto costituire «ragione giustificata». Ma il giudice torinese Roberto Ruscello non ha concesso l'attenuante e ha deciso che comunque il processo andasse avanti, tanto che sono stati ascoltati alcuni esponenti leghisti sulla ricostruzione della vicenda. La cosa ha fatto andare su tutte le furie il senatore forzista Maurizio Gasparri, presidente della Giunta delle immunità parlamentari, che ha scritto anche al Presidente della Repubblica. «In questi casi - ha chiarito Gasparri - la Corte ha sempre invitato la magistratura ad un ragionevole bilanciamento degli interessi. Non può, quindi, non apparire inquietante il fatto che l'autorità giudiziaria, in un momento delicato come quello che stiamo vivendo, abbia ritenuto che un senatore, segretario del maggior partito italiano secondo i sondaggi e leader della coalizione che nelle ultime votazioni ha raggiunto il maggior numero di consensi, il 18 gennaio fosse del tutto libero da impegni istituzionali». Salvini dalla sua ha specificato: «Non mi permetterei mai di attaccare un giudice x o il giudice y, posso attaccare un sistema, ho fatto quelle affermazioni perché c'era qualcuno che dall'interno politicamente utilizzava alcune inchieste della magistratura per attaccare la Lega. Per questo invitavo i militanti a scegliere in base alla proposta politica». Rispondendo alle domande del suo avvocato, Claudia Eccher, Salvini ha ribadito: «In quel periodo qualcuno internamente usava alcune inchieste della magistratura per fare campagna politica. L'allora candidato segretario poi eletto della Lega in Piemonte, Riccardo Molinari, era sotto inchiesta, poi assolto. Da segretario invitavo i militanti aventi diritto di voto al congresso a scegliere in base alla proposta politica e non in base alle indagini». E ha proseguito: «Detto questo, ho numerosi processi a mio carico, avevo e continuo ad avere massima fiducia nella magistratura e nella sua libertà di giudizio». Rivolgendosi al pm torinese Emilio Gatti ha tenuto a dire: «Solitamente quando parlo sono concentrato su quello che dico, a Collegno non era un comizio pubblico ma un'assemblea riservata a chi aveva un'anzianità di tessera di tre anni».

Genova, Belsito assolto anche in appello: non danneggiò l'immagine della Lega. su La Repubblica il 19 gennaio 2021. Il partito di Salvini aveva chiesto 500 mila euro di risarcimento. Nessun danno di immagine per la Lega. E' quanto deciso dai giudici della corte di Appello di Genova nel processo d'Appello contro Francesco Belsito e tre imprenditori nel quale il Carroccio ha chiesto un risarcimento da 500 mila euro all'ex tesoriere perché secondo i legali del partito dopo il deflagrare dell'inchiesta sui fondi della Lega, nella quale era rimasto coinvolto Belsito, ci sarebbe stata una perdita di consenso elettorale nel 2011 e 2013. I giudici hanno assolto Belsito. Secondo gli avvocati del Carroccio, fra il 2011 e il 2013, quando scoppiò il caso, il partito patì un danno di immagine che fece precipitare i consensi della Lega: in particolare nelle elezioni amministrative del 2011 e nelle politiche del 2013 la Lega precipitò all’8 e poi al 4 per cento. Per la verità Belsito e gli altri imputati in primo grado, professionisti e manager - Romolo Girardelli, Stefano Bonet e Stefano Lombardelli - sono stati assolti dal tribunale di Genova perché "il fatto non sussiste". Non erano, come sosteneva l'accusa, una associazione a delinquere fra il 2008 e il 2013 in grado di offrire consulenze tecnologiche fasulle per grandi gruppi industriali in cambio di sgravi fiscali. Il pubblico ministero non aveva impugnato la sentenza di assoluzione, ma la Lega ha insistito nella sua richiesta di risarcimento danni che però è stata bocciata anche in Corte d'Appello. Una posizione quella della Lega di Salvini  diametralmente opposta a quella presa nel 2014, quando nei processi culminati con la caccia ai 49 milioni Salvini prese una decisione clamorosa, ritirando la richiesta di costituzione di parte civile, quindi di "vittima" delle operazioni dio Bossi e Belsito.

 (ANSA il 5 gennaio 2021.) Ha patteggiato 4 anni e 10 mesi e una multa di 1.000 euro Luca Sostegni, presunto prestanome del commercialista Michele Scillieri, arrestato a luglio nell'inchiesta milanese sul caso Lombardia Film Commission e su presunti fondi neri per la Lega. Il patteggiamento per Sostegni (difeso dal legale Giuseppe Alessandro Pennisi), che ha versato 20mila euro come risarcimento, è stato ratificato dal gip Raffaella Mascarino. Il 62enne, che ha collaborato alle indagini, può diventare teste chiave in dibattimento. Si avvicina la richiesta di processo immediato per gli altri arrestati nell'inchiesta dell'aggiunto Fusco e del pm Civardi.

·        La Lega Omosessuale.

Camilla Baresani per “Domani” l'1 ottobre 2021. Quando capita una storia così, gli sceneggiatori e gli spettatori si avviliscono. Perché non possiamo produrre un House of Cards italiano? Con i cosiddetti “festini gay” che ancor oggi, con il mondo gay ultrarappresentato su tutti i canali televisivi e nelle primarie attività imprenditoriali, possono invece valere come arma politica per far fuori il nemico. I produttori italiani invece tirano un sospiro di sollievo. Per fortuna che è successo nella realtà, perché chi avrebbe mai il coraggio di produrre simili intrecci, vicende in cui si annidano tutti gli allarmi che si possano sommare in una carriera produttiva? Ci sono i gay nell’armadio e gli omofobi, e vabbè, ma sono tutti compagni di partito al governo, uniti nel comune ideale della lotta al decreto Zan, all’immigrato, alla droga e agli spacciatori. E poi ci sono i rumeni forse rom, immigrati da demonizzare. Quando capita una storia così, gli sceneggiatori e gli spettatori si avviliscono. Perché non possiamo produrre un House of Cards italiano? Con i cosiddetti “festini gay” che ancor oggi, con il mondo gay ultrarappresentato su tutti i canali televisivi e nelle primarie attività imprenditoriali, possono invece valere come arma politica per far fuori il nemico, con Grindr come meeting point e nodo di smistamento delle vite più peccaminose, dai parroci ai leghisti, con le droghe liquide e cristallizzate, con i retroscena, le interviste depistanti, le trappole, e con gli orchi che si fanno pecore, con i servizi deviati, con il narcotraffico. Sai che storia! I produttori italiani invece tirano un sospiro di sollievo. Per fortuna che è successo nella realtà, perché chi avrebbe mai il coraggio di produrre simili intrecci, vicende in cui si annidano tutti gli allarmi che si possano sommare in una carriera produttiva? Ci sono i gay nell’armadio e gli omofobi, e vabbè, ma sono tutti compagni di partito al governo, uniti nel comune ideale della lotta al decreto Zan, all’immigrato, alla droga e agli spacciatori. E poi ci sono i rumeni forse rom, immigrati da demonizzare e magari, in segreto, da scopare, povere vittime o invece strumento di oscure forze devianti (servizi segreti? Er piddì? La corrente Pillon/Family day alleata a Zaia? Narcotrafficanti indispettiti dai tweet?). No, no, è meglio che questa sceneggiatura resti sulle pagine dei giornali. Che poi, se una storia così l’avessimo vista al cinema, l’avremmo considerata credibile? Con tutta la brava e buona gente mobilitata per il decreto Zan improvvisamente a dare del frocio al filosofo Luca Morisi, dimentica del proposito di non usare mai più la parola con la f? E poi i dettagli: non siamo tra borghesi capricciosi e assassini, nella Roma periferica dagli stranianti nomi di strade e quartieri – l’Infernetto, Casal Bruciato, Tor Tre Teste – come nella vicenda meravigliosamente raccontata da Nicola Lagioia in La città dei vivi. Non siamo nella neo-Milano da bere, quella eccitata e spietata di Terrazza sentimento. Siamo invece nella crassa provincia lombardo-veneta. Tutto si gioca nelle paludi del web e nei pochi chilometri pianeggianti e zanzarosi che dividono Mantova da Verona, nelle terre di pesci siluro, di carpe e pesci gatto, di “allevamento capponi”, di sorbir d’agnoli. E di rondò e rotatorie e centri commerciali sotto il cielo giallino, nell’umidità e nella calura appiccicosa della metà di agosto. Nell’ennesima lottizzazione di case e cascine che non trovano più un solo ricco che voglia accollarsele, perché i ricchi ormai vanno a Capri o in Grecia, altro che villeggiare nel piattume che odora di letame suino della campagna irrigua e densa di allevamenti, nelle province italiane a maggior concentrazione di maiali pro capite. Il predatore Morisi, insaziabile nella creazione di allarmi sociali, con la sua frangetta che tanto ricorda il volto della figlia di Fantozzi, è un omino che nel web e in Salvini ha trovato come saziare la sua dose di aggressività congenita, in lui particolarmente sviluppata. Il rumeno (sarà razzista definirlo così?), soi disant modello in vendita per via della crisi da Covid, ha incastrato il predatore da tastiera mantovano (sarà provincialista definirlo così?), uno che ci ha subito fatto pensare alle parole di Cesare Garboli riguardo a Dom Juan. Da un lato abbiamo il personaggio leggendario consegnatoci da Tirso de Molina, incapace di accogliere la parte femminile del proprio animo – la odia ma non la può sopprimere perché ucciderebbe sé stesso – e allora cerca di eliminarla fuori da sé, nelle donne che incontra. Dall’altra abbiamo il povero Morisi, incapace di sopprimere la propria parte edonista, distruttiva, deviante, e così cerca di ucciderla metaforicamente via tweet. Garboli definisce questa poco invidiabile situazione «zuffa fisiologica», e aggiunge che Don Giovanni è profondamente omosessuale perché riesce ad amare solo la propria parte maschile, l’unica che non sia misteriosa. E così Morisi: è trasgressivo rispetto ai valori della paciosa e ben nutrita borghesia mantovana, che sicuramente ha introiettato e gli appartengono, ma conosce anche questo suo versante eterodosso, non lo ama, non può ucciderlo dentro di sé perché ne morirebbe, e allora lo combatte negli altri, per interposto Matteo Salvini. E allora giù con insulti sessisti (dalla Boldrini alla Bernardini), con demonizzazioni degli immigrati&spacciatori, con la violenza verbale. Avrebbe potuto andare avanti così all’infinito, sentendosi protetto dal potere del suo capo, ma è evidente che, come nel caso di Grillo, la notizia silenziata e poi esplosa al momento debito è il segnale che il combattuto Morisi è vittima non solo di sé stesso ma dell’attacco sferrato all’animale morente, quel Matteo Salvini che ha perso il tocco magico e non interessa più a nessuno.

Francesca Buonfiglioli per tag43.it l'1 ottobre 2021. Effetti collaterali del caso Morisi. La vicenda che vede implicato il creatore della Bestia salviniana ha confermato ciò che si sapeva già cioè l’esistenza di due Leghe: quella del celodurismo 2.0, che dichiara guerra al Ddl Zan e si fa paladina della famiglia cosiddetta tradizionale con una-mamma-e-un-papà e il partito in cui, parola del senatore Simone Pillon, «i gay sono tantissimi. Li conosco tutti. Tra Camera e Senato non bastano due mani per contarli» (Intervista al Foglio).

La corrente Mykonos della Lega

Una Lega in cui serpeggia la “corrente Mykonos” (sull’isola greca il deputato dem Alessandro Zan vide un collega leghista particolarmente aggressivo in Aula contro il Ddl che porta il suo nome baciare un uomo) composta da una ventina tra deputati e senatori del Carroccio. E c’è di più, come racconta al Fatto Quotidiano una fonte leghista, nel 2018 Morisi partecipò attivamente alla composizione delle liste elettorali, infilando una ventina di suoi «protetti». Tutti gay. Chissà cosa ne pensa quel Roberto Calderoli che nel gennaio 2006 metteva in guardia il suo popolo dalla deriva rainbow. «La civiltà gay ha trasformato la Padania in un ricettacolo di culattoni», disse l’allora ministro delle Riforme come ricordò Gian Antonio Stella sul Corriere. «Qua rischiamo di diventare un popolo di ricchioni». E, ancora: «Questi culattoni hanno nauseato. Pacs e porcherie varie hanno come base l’arido sesso e queste assurde pretese di privilegi da parte dei culattoni sono fuori luogo e nauseanti». Parole che lette insieme con le cronache di questi giorni suonano come una nemesi. 

La Lega Nord, il matrimonio gay e Los Padania

E dire che la Lega Nord delle origini era su ben altre posizioni. «Lo Stato non deve entrare nelle camere da letto dei propri cittadini», recitava un volantino del Carroccio. Nella Padania attraversata dai venti di secessione, il partito era addirittura aperto ai matrimoni gay. «Il matrimonio fra gay? Nella Padania auspicata dalla Lega, sarà possibile per venire incontro alle esigenze di vera libertà degli individui», sosteneva Franco Fante, senatore del Carroccio dal 1994 al 1996. Sempre di quegli anni è l’esperienza di Los Padania (dove Los sta per libero orientamento sessuale) raccontata in Razza Padana (2008) di Adalberto Signore e Alessandro Trocino. «Un’associazione che arriverà a contare una cinquantina di persone», si legge nel libro, «e che insieme a Gay Lib, vicina ad An, si batte dal centrodestra per i diritti degli omosessuali». Los, fondata da Marcello Schiavon, Carlo Manera ed Enrico Oliari, era una delle sigle presenti sul sito della Lega Nord, presenziava agli eventi ufficiali ed era ufficialmente riconosciuta dal partito. «Allora», ricordava Manera in Razza Padana, «c’era un clima laico e di tolleranza». 

La svolta machista del Senatùr

Già, c’era. Perché nel 2000 il riavvicinamento al centrodestra guidato da Silvio Berlusconi benedetto dal Vaticano impose a Bossi un dietrofront. «No alla famiglia omosessuale. Noi tolleriamo la diversità ma non accettiamo la dittatura di un modello sessuale artificiale». Con queste parole il Senatùr suggellò la metamorfosi omofoba della sua creatura. Mentre il figlio Renzo, il Trota, dichiarava: «Nella vita va provato tutto, tranne droga e culattoni». Da allora i Los Padania fecero perdere le loro tracce. Fu nel nome del celodurismo militante che sul Monviso, durante il raduno leghista del 2013, sempre Calderoli esortò il popolo padano a «tornare ad avercelo duro». E Bossi lo interruppe: «A te sono sempre piaciute le donne, non sei come Tosi». Salvini subito dopo alla Zanzara cercò di stemperare i toni: «Bossi è fermo al passato in cui si pensava che dare del frocio è un insulto». Fatto sta che Flavio Tosi allora alla guida di Verona fu tra i primi sindaci a istituire un registro per le coppie di fatto, comprese quelle dello stesso sesso. 

Salvini, tra rosari e serate gay friendly

E Salvini? Il Capitano che bacia rosari in Piazza Duomo e affida «l’Italia, la mia e la vostra vita, al cuore immacolato di Maria» strizza l’occhio ai reazionari, ai tradizionalisti, al popolo del Family Day senza mai passare il segno. Insomma ognuno è libero di fare ciò che vuole. Tra le lenzuola, sia ben chiaro, guai “ostentare”. «Sono convinto che, senza famiglia e senza figli, la nostra società andrebbe a morire», disse nel 2014. «Rispetto l’omosessualità, alla richiesta di diritti io non dico mai di no a prescindere. Ma, e su questo non cambierò mai idea, il matrimonio si celebra fra un uomo e una donna, e i figli si danno in adozione a un uomo e a una donna. Genitore 1 e genitore 2, due mamme e due papà, le adozioni gay e la diversità ostentata, non mi piacciono». L’ex comunista padano del Leonka per raggranellare voti non disdegna certo gli ambienti Lgbt. E la cosa non stupisce visto che nel 2001 l’attuale segretario leghista, che ha definito l’Islam «incompatibile con i nostri valori», cercava voti per le Comunali in moschea. Come riportò Gay.it, nel 2015 si fece immortalare al Popstarz di Milano durante una serata gay-friendly accoccolato con amici sui divanetti. Nelle foto si riconoscono alcune facce note. C’è Alessandro Morelli, ora viceministro delle Infrastrutture e delle mobilità sostenibili che ai tempi in cui era capogruppo leghista a Palazzo Marino – era il 2013 – condivise su Facebook una foto con la scritta “Vendola gay e pedofilo” contro le adozioni gay per poi scusarsi «della leggerezza». Ma anche Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni, i due revisori contabili della Lega in parlamento che lo scorso giugno sono stati condannati rispettivamente a 5 anni e 4 anni e 4 mesi nel processo con rito abbreviato nell’indagine sulla compravendita della sede della Fondazione Lombardia Film commission, ente partecipato da Regione e Comune di Milano. Ma questa è un’altra storia. Anche per Salvini.

·        La Bestia e le Bestie.

La nuova “bestia” di Matteo Salvini è un centro studi. Carlo Tecce su L'Espresso il 5 novembre 2021. Finisce l’epoca della facile propaganda sui social. Il segretario chiede aiuto a un gruppo di esperti e tecnici per darsi una chiara linea politica e non perdere la guida della Lega. La nuova "bestia” di Matteo Salvini sarà un centro studi. Non più la controversa macchina per la propaganda che fu il regno di Luca Morisi, amplificatore distorto di felpe, rosari, ruspe, migranti, barconi, ong rosse, ma un gruppo di ricercatori, consulenti, analisti, i cosiddetti esperti, gente non improvvisata, ingaggiati per raddrizzare la Lega. Nessun politico, né attivo, né fermo e neppure pensionato. Tocca ai «professoroni», per citare il vecchio Matteo. Ogni epoca si chiude con la sua nemesi.  Il centro studi serve a dare sostanza a una linea politica che è un ghirigori ormai insostenibile per più di mezza Lega, più di un ministro Giancarlo Giorgetti, più di un presidente di regione. Così Salvini vara una sorta di suo “comitato tecnico scientifico” per dirimere questioni che non ha saputo dirimere mai e per avere strumenti oltre che meme di Instagram. Il centro studi è la conferma di un conflitto interiore che attanaglia Salvini da quando il consenso s’è fatto fragile e la permanenza nel governo Draghi s’è fatta dubbiosa. È un modo per aprirsi al dialogo, ma anche per dotarsi di mezzi per affrontarlo nel partito oggi più antico e ancora impostato su un modello stalinista: «Ascolto tutti e decido io». Il capo ne ha accennato di recente ai parlamentari e aspetta dicembre per gli annunci ufficiali. Vanno create le strutture: come incastrare il centro studi nel partito, con una fondazione, con un’associazione, chissà, ci si ragiona. Vanno reperite le risorse: fondi parlamentari o finanziamenti privati, bel dilemma. Salvini ha bisogno del centro studi per legittimare sé stesso. Un tempo gli bastava una fotografia satellitare di uno scafista per imporsi nel dibattito pubblico, occupare le televisioni compiacenti e poi scalare i sondaggi. Adesso deve sforzarsi di più. O si inventa qualcosa di inedito che un po’ lo riscrive e lo corregge o va a casa a rimettere ordine al guardaroba.

Se sputi in aria, in faccia ricade.

1. UN COMPLOTTO A OROLOGERIA? ECCO LA CRONISTORIA DELLA NOTTE PAZZA DI LUCA MORISI

2. È IL 14 AGOSTO, UNA CALDA SERA A BELFIORE, PAESINO IN PROVINCIA DI VERONA. MORISI È IN COMPAGNIA DI UN 50ENNE (IL SUO COMPAGNO?) E DI DUE RAGAZZI ROMENI GIUNTI DA MILANO

3. SI IPOTIZZA CHE IL FESTINO A CASA MORISI, DURATO OLTRE 12 ORE, ABBIA PRESO UNA PIEGA BALORDA. UNA DISCUSSIONE? UN LITIGIO PER SOLDI? I VICINI VENGONO SVEGLIATI DAL FRACASSO. E NON SONO SORPRESI. CONOSCONO IL "CONTINUO VIAVAI" DI CASA MORISI

4. SALVINI HA ALZATO LO SCUDO IN DIFESA DEL SUO BRACCIO DESTRO. MA POTEVA FARE DIVERSAMENTE? UN AMICO CHE MOLTO HA FATTO E TANTO HA VISTO, NON SI PUÒ MOLLARE AL SUO DESTINO. CHISSÀ, POTREBBE VENIRGLI VOGLIA DI APRIRE IL CASSETTO DEI RICORDI…

DAGOREPORT il 29 settembre 2021. Un complotto anti-Salvini? Un'inchiesta "a orologeria" per fermare la Lega? Lo scandalo che ha travolto Luca Morisi, il guru della comunicazione della Lega beccato con la cocaina e markette in casa, ha dato la stura alla solita dietrologia. In barba alle fanta-ricostruzioni, le ipotesi che circolano tra gli inquirenti riportano gli eventi a una dimensione più elementare. Un caso di cronaca che, come una palla di neve, si è gonfiato con una serie di circostanze a catena, fino a diventare una valanga.

I fatti.

È il 14 agosto, una calda sera a Belfiore, paesino in provincia di Verona. A palazzo Moneta, un ex complesso colonico restaurato, nell'appartamento al primo piano di via Corte Palazzo, Luca Morisi è in compagnia di un misterioso 50enne (che alcuni indicano come suo compagno) e di due ragazzi romeni, contattati attraverso l’app gay Grindr, giunti da Milano. I quattro si godono la serata, consumano quello che i giornali hanno descritto come "festino". Probabilmente non è la prima volta che accade. I vicini di casa hanno raccontato ai giornali che a casa del social-guru di Salvini c'era "un continuo viavai". Qualche orecchio indiscreto, di quelli sempre allerta nei comprensori numerosi (e lì abitano 46 famiglie), aveva già intercettato in passato rumori molesti, schiamazzi, forse urla, musica a manetta. Qualcuno dei dirimpettai di Morisi aveva già segnalato ai carabinieri quell'appartamento fin troppo movimentato per gli standard familiari di Belfiore. Le stesse forze dell'ordine, d'altronde, conoscevano bene il residence: era finito al centro di una puntata di "Report", di ottobre 2019, sulla macchina di propaganda della Lega, la famigerata "Bestia", e sui suoi presunti finanziatori occulti. La trasmissione di Sigfrido Ranucci rivelò che Morisi aveva comprato l'appartamento a Belfiore nel 2007 da una società (la Socec) di Andrea Lieto, imprenditore con aziende in paradisi fiscali e in strette relazioni con uomini d’affari russi. Molto del residence, dei suoi inquilini, delle dinamiche notturne in casa Morisi, quindi, è già noto ai carabinieri. Si arriva alla sera del 14 agosto. Si ipotizza che, a un certo punto, il festino a casa Morisi sul finale abbia preso una piega imprevista. I due ragazzi romeni, secondo le ricostruzioni, erano lì da almeno 12 ore, forse anche di più. Qualcosa potrebbe essere andato storto. Un'incomprensione? Una discussione? Un litigio per soldi? La tensione sale, e con essa il tono di voce di chi è in casa. I vicini vengono svegliati dal fracasso. E non sono sorpresi. Conoscono il "continuo viavai" di casa Morisi. Ma fa caldo, è ferragosto, l'insofferenza sale alle stelle, e qualcuno chiama i carabinieri. I militari, che probabilmente già avevano maturato le loro convinzioni su ciò che stava accadendo a Belfiore, intervengono. Arrivano in zona e s'appostano con l'obiettivo di vederci chiaro. Restano in attesa fino a quando fermano l'auto con a bordo i due ragazzi romeni. Come scrive Fiorenza Sarzanini sul "Corriere": "Il sospetto è che il controllo fosse mirato. E che i militari li abbiano fermati perché convinti che nell'auto avrebbero trovato droga". E' quel che avviene. Uno dei due ragazzi "canta": racconta di avere nello zaino la droga liquida, indica Morisi come la persona che gliel'ha fornita (come pagamento della serata?). I carabinieri partono con la perquisizione in casa del social-guru e salta fuori la cocaina nascosta nei libri e nei piatti di ceramica. A quel punto la frittata è fatta e Morisi è nei guai: scatta la segnalazione al prefetto per uso personale di cocaina e le dichiarazioni dei due giovani portano la procura di Verona ad aprire un fascicolo ipotizzando la cessione di stupefacenti. E’ il 14 agosto. La notizia-bomba è innescata eppure non esplode. Nulla trapela nell'immediato né nei giorni successivi. Anche perché all'interno della procura veneta non si respira di certo un clima "ostile" alla Lega e ai suoi esponenti. La stessa procuratrice di Verona ha precisato: "Non abbiamo divulgato noi la vicenda". Passano due settimane. Il primo settembre, sottolinea la Sarzanini, Luca Morisi e Matteo Salvini sono a confronto. Stanno discutendo animatamente di strategie elettorali. Il "Capitone" rimprovera alcune scelte sbagliate, teme per la rimonta di Fratelli d'Italia, lo accusa per il cedimento nei sondaggi. Il faccia a faccia s'accende fino a quando il sistema nervoso di Morisi crolla: racconta tutto al suo leader. La cocaina, i romeni, la perquisizione. Salvini è una furia: ha capito che quella storia è una granata lanciata sotto i suoi piedi. Non c'è via d'uscita: il "Capitone" impone a Morisi le dimissioni dalla ‘’Bestia’’. Che arrivano più di venti giorni dopo: il 24 settembre il 47enne laureato in Filosofia lascia il suo incarico adducendo generiche "questioni personali". La notizia dell'addio di Morisi rimbalza su tutti i giornali, siti, social network. E' possibile che, a quel punto, uno dei ragazzi romeni coinvolti nel festino abbia riconosciuto chi lo aveva ospitato poche settimane prima. E con cui non era finita per niente bene, fra urla e strepiti. L'ipotesi degli inquirenti è che il ragazzo, per qualche ruggine pendente, abbia voluto spifferare tutto. Ecco perché prende piede il sospetto che sia quella del romeno la "gola profonda" che ha consegnato a "Repubblica" la notizia-bomba. Una vendetta da consumare a mezzo stampa. La vicenda che ha svelato le "fragilità esistenziali irrisolte" di Luca Morisi improvvisamente scoperchia il tema dell'omosessualità (e dell'uso di droga) all'interno della Lega. Nel suo libro "Senza paura", Alessandro Zan ha rivelato di aver visto a Mykonos un deputato leghista slinguazzare un altro uomo. Il senatore della Lega, Simone Pillon, in un colloquio con "il Foglio", ha parlato apertamente di una "corrente Mykonos" nel Carroccio: "I gay del mio partito. Sono tantissimi. Li conosco tutti. Tra Camera e Senato non bastano due mani per contarli". Un tema delicato e scivoloso per la Lega salviniana, mai tenera con il mondo Lgbt e le sue battaglie, e ancora legata al celodurismo di Bossi. Sul caso Morisi, Salvini non ha avuto incertezze. Ha alzato lo scudo in difesa del suo braccio destro: "Ti voglio bene amico mio, su di me potrai contare. Hai fatto male a te stesso ma su di me potrai contare sempre". Una presa di posizione molto criticata dai social e dagli osservatori politici, Giuliano Ferrara in testa. Come a dire: ma neanche una parola di autocritica? Un pentimento? Una resipiscenza? Facile a dirsi. Ma il "Capitone" poteva fare diversamente? Un amico e suo braccio destro, che molto ha fatto e tanto ha visto, non si può mollare al suo destino. Chissà, potrebbe venirgli voglia di aprire il cassetto dei suoi ricordi…

Lega, l'inchiesta su Morisi e la pista del ricatto dopo una lite sui soldi. Giuliano Foschini e Fabio Tonacci su La Repubblica l’1 ottobre 2021. La vicenda che scuote la Lega coinvolge l’ex guru social e amico di Salvini, indagato per cessione di stupefacenti dopo un incontro con due giovani escort. I dubbi e le accuse. C'è una storia che deve essere ancora raccontata a proposito di quel 14 agosto, quando la carriera politica di Luca Morisi è precipitata nel cascinale di Belfiore, mezz'ora fuori da Verona. È la storia di un litigio per soldi tra l'ex guru dei social di Matteo Salvini e i due escort romeni che aveva invitato a casa.

DAGONEWS il 29 settembre 2021. “Quella notte con Luca Morisi mi ha distrutto la vita. Con me ho prove, foto e messaggi che dimostrano che tutto ciò che vi dirò è la verità”. “Repubblica” è riuscita a contattare P.R., l’escort romeno 20enne che ha partecipato al festino a casa dell’ex guru di Salvini. Il ragazzo, che nel frattempo è rientrato in patria, dice di essere un modello che si prostituisce per necessità, e racconta a Giuliano Foschini e Fabio Tonacci tutta la vicenda che coinvolge il braccio destro del “Capitone”: “Sono incazzato per quello che sto leggendo sui giornali, le cose sono andate diversamente". Il racconto comincia con “l’aggancio”: "Un mio amico coetaneo, che vive come me a Milano ed è romeno, è stato contattato da Morisi poco prima di Ferragosto sul web. Entrambi abbiamo profili sia su Instagram sia su Grindr, i nostri numeri sono su alcuni siti di escort gay. Sinceramente non so quali canali abbia scelto per contattarlo. So soltanto che il mio amico a un certo punto mi chiama e mi dice che questo Morisi ci vuole incontrare". I due - a detta del ragazzo - avrebbero pattuito una cifra di 4.000 euro, per andare da Milano a Belfiore e passare con lui una giornata. “L'accordo tra noi era che ci saremmo divisi a metà il compenso. Prima di partire da Milano, il mio amico ha ricevuto da Morisi un bonifico di 2.500 euro. A me ne ha dati in contanti 500: aveva un debito da saldare con me perché ho sulla mia partita Iva il contratto del suo telefono. Dopo il bonifico, andiamo a Belfiore. Il secondo bonifico non è mai arrivato". Morisi "era molto gentile. Abbiamo trascorso con lui la serata, circa 12 ore insieme o forse qualcosa di più, non so dirlo con certezza. Di quella notte ho ricordi annebbiati, ho perso in parte la memoria per ciò che è successo..."."All'inizio ci siamo divertiti tutti, e ci siamo drogati. La roba ce l'ha offerta Morisi. Non era la prima volta che lo facevo, ma non mi è mai capitato di sentirmi così male...ero devastato, mi ha preso male e a un certo punto, non so dire dopo quanto tempo, volevo andare via perché non mi sentivo bene. Ma gli altri due mi hanno detto di no...". A quel punto P.R. è scappato e ha chiamato i carabinieri: “mi è sembrato naturale farlo. Non stavo bene. Ero terrorizzato ed alterato per quello che avevamo preso e volevo andarmene. Sono corso fuori, lì davanti al cascinale c'è un viale alberato, mi sono messo a correre lungo la strada. Prima il mio amico romeno e poi Morisi mi hanno seguito. Ho visto l'auto nera dei carabinieri che veniva incontro a me. I carabinieri si sono fermati: c'eravamo io, il mio amico e Morisi. Ho raccontato cosa era successo, ho detto che da Morisi avrebbero trovato della droga e che ero disposto ad accompagnarli lì. Gli ho anche mostrato la boccetta con il Ghb, la droga dello stupro. A me l'ha data Morisi e non so dire perché fosse finita in macchina". P.R. avrebbe anche assistito alla perquisizione nella villa di Morisi: “C'erano i piatti con la cocaina sopra. Sono stato io a indicare ai carabinieri la libreria al primo piano dove Morisi la teneva: lo sapevo perché durante la serata più volte era andato lì a prenderla". Il racconto continua: "Siccome ero confuso e siccome avevo realizzato che quel signore lì era un politico importante, ho avuto paura. Ho detto ai carabinieri di lasciare le cose come stavano. Volevo soltanto tornare a casa, ma è stato difficile perché fisicamente stavo male. Sono andato più volte in ospedale. Ora provo un grande senso di vergogna. Sono stato costretto a prostituirmi, per via della crisi dovuta al Covid. Avevo bisogno di guadagnare per l'affitto e le spese ".

TUTTI I PUNTI OSCURI DEL CASO MORISI. DAGONEWS il 30 settembre 2021. Ci sono molte cose che non tornano nelle interviste a testate unificate a Petre, l’escort rumeno che ha partecipato al festino a casa di Luca Morisi. Il ragazzo si contraddice più volte nei racconti a “Repubblica”, “Stampa” e “Corriere. Cerchiamo di mettere in fila le incongruenze. Innanzitutto la droga: chi l’ha portata? Petre sostiene che sia stato l’ex social-guru di Salvini a cedere il ghb e la cocaina al gruppetto di persone che si era radunato a Belfiore. Come ha raccontato Alberto Dandolo su Dagospia procurarsi il ghb non è affatto semplice. E a Milano, da dove arrivavano i due escort agganciati attraverso l'app gay Grindr, il controllo della sostanza è in mano proprio ai romeni. Quante persone c’erano a casa Morisi? Nell’intervista a “Repubblica”, Petre esclude la presenza di un quarto uomo, a “La Stampa” fa riferimento agli “amici” che avrebbero tentato di trattenerlo quando voleva fuggire. Poi c’è la sua strana, rocambolesca, misteriosa fuga, forse la parte più ingarbugliata della storia. A Tonacci e Foschini di "Repubblica" dice: "Sono corso fuori, lì davanti al cascinale c'è un viale alberato, mi sono messo a correre lungo la strada. Prima il mio amico romeno e poi Morisi mi hanno seguito". Al “Corriere” invece la racconta in un altro modo: “Appena siamo usciti dalla cascina di Morisi e appena mi sono un po' ripreso ho visto delle persone. Ricordo un signore al quale ho detto: ti imploro, chiama la polizia, ho bisogno di aiuto. Mi ha risposto: chi sei? Da dove sei apparso? E allora ho chiamato io”. Se era "strafatto" e stava male, perché Petre non ha chiamato un’ambulanza e ha pensato bene di chiamare i carabinieri? Cosa avrebbero dovuto "punire" i militari visto che lo stesso Petre ha ammesso di non essere stato costretto ad assumere droga né ha subìto violenza? E come ha fatto - da "strafatto" - lui romeno, proveniente da Milano - a dare le esatte coordinate del complesso residenziale così isolato? E come hanno fatto i militari ad arrivare sul posto in un attimo? Stando alla versione fornita a “Repubblica”, sembra che il 20enne sia scappato di corsa, inseguito da Morisi e dall’amico e di aver visto poi comparire l’auto dei carabinieri. Dunque, ricapitoliamo: Petre, da "strafatto", è riuscito a dare l’indirizzo di casa Morisi ai carabinieri, come se conoscesse Belfiore da sempre. I carabinieri sono arrivati immediatamente, negli stessi secondi in cui il social-guru e l’altro ragazzo lo raggiungevano dopo aver percorso poche centinaia di metri. Ma erano in macchina o a piedi? Da dove spunta la bottiglietta con la droga dello stupro? Nell'intervista al “Corriere”, Petre racconta: "È successo questo: quando sono uscito dalla casa ero strafatto. Chiamo i carabinieri, arrivano. Mentre gli sto raccontando che cosa è successo mi viene sete perché sto male e vado a prendere in macchina l’acqua che ho nello zaino. Ed è lì che vedo la bottiglietta e la consegno ai carabinieri, dico che cosa è e che viene dalla casa di Morisi. Quella roba era sua. Però io dalla casa sono uscito senza lo zaino, si vede nelle foto anche. Lo aveva preso l’altro ragazzo". Ma a “Repubblica” ieri aveva detto che il ghb si trovava nel cruscotto della macchina. A “La Stampa” invece dice: “Non ce l'ho più fatta e sono scappato lungo strada, fuori mi hanno visto mentre me ne andavo a piedi. Ma mi hanno inseguito e preso. Volevo scappare, sono tornato. Più tardi, quando siamo ripartiti in auto, sono io che ho telefonato ai carabinieri”. Dunque l’inseguimento risale alla sera precedente? È tutto molto confuso

Il sospetto del raggiro. Davide Milosa e Stefano Vergine sul “Fatto quotidiano” di oggi lasciano intendere che gli inquirenti stanno lavorando anche sull’ipotesi di un raggiro ai danni di Morisi e si pongono qualche altra domanda: “Non è detto che tutto stia in ciò che racconta a ‘Repubblica’. Spiega di essersi sentito male e di essere fuggito. Quando? Con chi? Durante la nottata o il pomeriggio successivo, quando viene fermato dai militari? Erano circa le 16. La casa di Morisi si trova nel retro della facciata della barchessa di una antica villa veneta. Uscire da li significa percorrere diversi metri prima di arrivare al parcheggio e da qui seguire la strada che a sua volta porta al lungo filare di pioppi. “Devastato” in questo modo, e certamente non lucido, stando al suo racconto, il giovane romeno ha preso il telefono, ha composto il numero di emergenza e ha chiamato i carabinieri che da li a poco si sono palesati. Dei fulmini”.

I testimoni. Altro mistero: Petre durante la sua fuga ha incontrato qualcuno? Se è scappato nel pomeriggio è impossibile pensare che non ci fosse nessuno in giro. E infatti nell’intervista al Corriere racconta: “Ricordo un signore al quale ho detto: ti imploro, chiama la polizia, ho bisogno di aiuto. Mi ha risposto: chi sei? Da dove sei apparso? E allora ho chiamato io”. A “La Stampa” dice: “Fuori mi hanno visto”. A “Repubblica”: “Mi hanno visto tutti, anche una signora col cane che abita lì vicino. Lo possono testimoniare i filmati delle telecamere di sorveglianza”.

I carabinieri. La versione di Petre (“Ho chiamato io i carabinieri”) contraddice quella ufficiale. Il procuratore di Verona Angela Barbaglio ancora ieri confermava che si è trattato di un controllo di routine ma, come scrive “il Fatto”, non ha smentito l’ipotesi della lite. “Se pur non confermata dai magistrati e nell’evidenza di una serata iniziata male e finita peggio. Con una fiala di droga liquida e la cocaina trovata sui piatti e tra i libri. Questa la miccia che ha innescato il caso dell’ex guru social della Lega. E se messa così la storia, la discussione iniziale ha certamente un senso, resta l’ipotesi di lavoro degli investigatori che la serata di baldorie con l’ex guru della Lega fosse, per altri, occasione per guadagnarci più del dovuto”. C’è poi il residente della cascina di Belfiore che qualche giorno fa ha raccontato di aver chiamato lui i militari per i rumori che arrivavano dall’appartamento.

Ricapitolando, ci sono tre versioni. 

La prima, quella ufficiale: i carabinieri fermano tre persone per un controllo e da lì arrivano a casa di Morisi. 

La seconda: un residente, stanco del “continuo viavai” e dei rumori dall’appartamento dell’inventore della Bestia, chiama i militari. 

La terza, quella di Petre: ha chiamato lui i carabinieri (resta da capire quando e se fosse in macchina o a piedi e come abbiano fatto i militari a trovarlo e raggiungerlo in un battito d'ali).

Alcuni testimoni hanno parlato al “Fatto” di un “controllo lungo la statale 38 con una pattuglia dei carabinieri e una berlina scura ferma sul ciglio della strada. Qui dal portaoggetti salta fuori la fiala di droga liquida”. La berlina scura è di Morisi? E' dei due rumeni? O c'è qualcosa che ci sfugge?

Alberto Dandolo per Dagospia il 30 settembre 2021. Due gay benestanti, annoiati e viziosi residenti in uno sperduto borgo delle campagne venete in una calda giornata d'agosto decidono di fare un festino a base di sesso e droga. Recuperano in piena estate nel loro paesino un po’ di coca e soprattutto una delle droghe più care e difficili da reperire anche a Milano in pieno inverno: il GHB. È scelgono due escort romeni in rete. Markette che però non vivono in una frazione di Padova o Verona ma che risiedono a Milano a più di 3 ore di macchina. Un filino scomodo, ma tant'è . Pur non conoscendoli e sulla fiducia pattuiscono una cifra record di 4 mila euro, dico 4 mila euro (una gang bang con attori porno professionisti sarebbe costata assai meno), per la prestazione facendo un bonifico di ben  2.500 euro di acconto (sempre sulla fiducia). Il festino ha inizio, Morisi offre ai 2 escort coca e GHB. 12 ore di festa. Poi uno dei 2 professionisti del piacere a un certo punto si sente male, esce di casa e cosa fa? Chiama una ambulanza? Va a un pronto soccorso? Macché! Chiama i carabinieri e confessa di essere stato drogato dai suoi clienti mostrando loro il GHB imbottigliato che però è all'interno dell'auto del suo collega rumeno. Poi denuncia la presenza di coca a casa del cliente che obbligherà ovviamente le forze dell'ordine a fare una perquisizione. No, non è la trama di un porno gay ceceno e nemmeno un agguato di ‘Scherzi a parte’ a Malgioglio ma è la storia del racconto di un prostituto che assieme al suo amico e collega hanno due "gingilli" da 4 mila euro. Se fossimo ragazzi immacolati e morigerati e non conoscessimo i prezzi del GHB e quelli delle scopate con gli escort raccattati in rete non avremmo alcun problema a credere a ogni singola parola di questo ragazzo. Ma siccome siamo delle "vecchie ballerine di tango" ci permettiamo di abbracciare qualche dubbio e di fare qualche maliziosa  riflessione.

Punto 1. Il GHB è una delle droghe più usate negli ultimi anni da una fascia alta e ricca del mondo omosessuale di molte città del nord. Milano in primis. Droga cara ma soprattutto difficilmente reperibile.

Punto 2. Chi la notte la conosce bene sa che a Milano ci sono solo 3 o 4 numeri a cui (e con molto anticipo) ci si può rivolgere per raccattare il GHB. E guarda caso sono solo numeri di telefono a cui rispondono voci rumene e appartenenti tutte a una stessa e numerosissima famiglia di origini rom. Professionisti seri e spietati che hanno base nelle zone di Sesto San Giovanni e una "dependance" in quel di Padova. Gente con cui non si scherza.

Punto 3. È solo questo clan gipsy rumeno ad avere una sorta di monopolio sulla vendita di questa sostanza. A volte i rumeni appaltano come assistenti alcuni selezionatissimi filippini per le consegne a basso costo. 

Punto 4. I loro contatti si recuperano facilmente attraverso il passaparola. O anche attraverso annunci su siti di incontri gay. Annunci in cui si vende sesso e si vende la "festa" (parola chiave che indica la vendita o di coca o di GHB o di entrambe le droghe). 

Punto 5. Questi ragazzoni rumeni (tutti imparentati tra loro) vantano clienti molto, molto potenti. Magistrati, avvocati, politici di ogni orientamento, industriali, due altissimi prelati (uno, dicono, è un famoso e potente cappuccino vicino alla sinistra radical della città) e trend setter.

Ghb - I rumeni  lo recuperano, si sussurra, attraverso una collaudata rete di contatti in Olanda e Spagna. Ma ciò che per il mondo gay benestante  di Milano è assai chiaro è che con i rumeni del Ghb non si scherza e che bisogna rispettare i patti presi. Mai tentare di fare i furbetti con loro. Perché non sono assai docili e soprattutto godono di protezioni ad altissimi livelli essendo, si vocifera, fidati e storici informatori di più di qualche "divisa". 

Le contraddizioni dell'accusatore di Morisi. Dalla droga alla fuga, quello che non torna. Chiara Giannini l’1 Ottobre 2021 su Il Giornale. Il ventenne romeno è confuso pure nelle interviste. Il giallo delle foto. Non tornano molte cose nel racconto di Petre R., il ventenne romeno che accusa lo spin doctor di Matteo Salvini, Luca Morisi, di avergli ceduto quella bottiglietta di presunta «droga dello stupro» che ha fatto scattare l'indagine dei carabinieri. A partire dal fatto che ai tre quotidiani a cui ha rilasciato interviste, ovvero Corriere, la Repubblica e La Stampa dice di trovarsi in Romania quando le foto sul suo profilo Facebook lo localizzano a Dubai mentre posa in intimo Dior o con magliette Gucci, in piscina in un grand hotel e al volante di un'auto di lusso. Ai tre giornali dice di aver bisogno di soldi, allora come può permettersi un viaggio negli Emirati arabi e passioni tanto costose? Nelle tre diverse interviste dà oltretutto tre versioni completamente diverse sull'accaduto. Su La Stampa Petre chiarisce: «Ho una figlia piccola. Mia madre è stata ricoverata in ospedale. Era un periodo davvero di merda, non l'avrei mai fatto altrimenti. Avevo bisogno di soldi». E allora racconta che da Morisi lui e l'amico avevano pattuito un compenso. «Quattromila euro da dividere in due - prosegue -. Il mio amico ha ricevuto un bonifico di 2.500 euro sul suo conto. Me ne ha dati 500 e siamo partiti. Da Milano a Belfiore in auto». Su Repubblica cambia versione e parla di un debito che l'amico avrebbe avuto con lui legato a un contratto telefonico, quindi al Corriere di 1.500 euro però mai ricevuti a causa della carta di credito bloccata del social media manager di Salvini. Ai tre quotidiani Petre dice inoltre di aver accusato a causa della troppa droga assunta. Il racconto si fa confuso: «Quella notte - chiarisce - la droga mi ha preso malissimo, non mi era mai successa una cosa del genere. Mi sembrava di impazzire. Era un delirio. A un certo punto volevo andarmene, ma gli amici che erano lì con me mi hanno detto di restare. Ho provato a resistere. E poi non ce l'ho più fatta e sono scappato lungo strada, fuori mi hanno visto mentre me ne andavo a piedi. Ma mi hanno inseguito e preso. Volevo scappare, sono tornato. Più tardi, quando siamo ripartiti in auto, sono io che ho telefonato ai carabinieri». Invece un vicino di casa di Morisi assicura di aver chiamato lui i militari a causa della confusione che sentiva. Quanto alla bottiglietta contenente la presunta droga, il giovane prima dice di averla trovata in auto, quindi nello zaino al momento in cui sarebbe stato rincorso dagli altri due, mentre cercava acqua da bere. Prima dice di essere fuggito a piedi, poi spunta l'auto. L'avvocato di Morisi, Fabio Pinelli, parla poi di un quarto uomo indagato, ma il romeno smentisce. Quanto alla cocaina trovata, i carabinieri hanno sequestrato in casa dell'ex social media manager 0.31 grammi di stupefacente nascosto in un libro e trovato residui in un piatto. Petre, ora «indagato per violazione dell'articolo 73 della legge sugli stupefacenti», è stato lui a indicare ai carabinieri dove si trovasse. Perché puntare il dito contro Morisi e contraddirsi di continuo? A far luce saranno gli inquirenti che indagano. Tutto il resto sono storie (private) da camera da letto.

Chiara Giannini. Livornese, ma nata a Pisa e di adozione romana, classe 1974. Sono convinta che il giornalismo sia una malattia da cui non si può guarire, ma che si aggrava con il passare del tempo. Ho iniziato a scrivere a cinque anni e ho solcato la soglia della prima redazione ben prima della laurea. Inviata di guerra per passione, convinta che i fatti si possano descrivere solo guardandoli dritti negli occhi. Ho raccontato l’Afghanistan in tutte le sue sfumature e nel 2014 ho rischiato di perdere la vita in un attentato sulla Ring Road, tra Herat e Shindand. Alla fine c

Luca Morisi, tutto quello che non torna: la lite per soldi, la bottiglia con droga dello stupro e il quarto uomo. Today l’1 ottobre 2021. L'ex guru è indagato per cessione di stupefacenti dopo un incontro con due giovani escort. Una vicenda penalmente irrilevante secondo i suoi legali: "La bottiglietta non era sua". L'ipotesi del ricatto, il quarto uomo forse inesistente, chi ha passato le carte dopo un mese dai fatti. Salvini: "È tutto fatto per attaccare me politicamente" Ci sono ancora vari punti oscuri in quel che ormai è noto come il "caso Morisi". L'ex guru social e amico di Salvini è indagato per cessione di stupefacenti dopo un incontro con due giovani escort. Morisi si è detto pronto a spiegare cosa è avvenuto a casa sua nella barchessa di Belfiore tra il 13 e il 14 agosto: la presenza di cocaina e le accuse dei due ragazzi romeni. Nega di essere stato lui a cedere la droga e l'irrilevanza penale della sua condotta viene ribadita dai suoi legali. La versione però contrasta con quella di uno dei ragazzi:"Quella notte mi ha distrutto la vita, la droga dello stupro era sua". 

Luca Morisi: l'ipotesi del ricatto e i dubbi 

Uno degli aspetti che andranno chiariti è per quale motivo l'escort Petre, colui che ha dichiarato di essersi sentito male a casa di Luca Morisi, abbia chiamato i carabinieri invece di un’ambulanza. Perché nella prima telefonata ai militari lo stesso cittadino rumeno ha esordito dicendo "Ci hanno fatto un furto"? Potrebbe essere stata una lite sui soldi, i 1.500 euro che il comunicatore della "Bestia" non sarebbe riuscito a versare a causa di un non ben definito problema con la carta di credito, a dare il via alla fuga dei due ragazzi dalla casa? 

C'è quindi l'ipotesi che sia stato un ricatto "cominciato male e terminato peggio", scrive oggi Repubblica. Morisi avrebbe contattato uno dei due ragazzi e concordato con lui la trasferta da Milano - dove i due ragazzi vivono - a Belfiore: 4.000 euro, 2.500 con un primo bonifico, che viene effettuato, gli altri 1.500 alla fine dell'incontro. Il saldo non ci sarà mai ed è proprio il denaro che avrebbe fatto degenerare la situazione dopo le 12 ore e passa trascorse insieme. Uno dei due ragazzi chiama i carabinieri. "Ci hanno fatto un furto, ci hanno fatto un furto", bofonchia alla cornetta. Pochi minuti dopo una seconda telefonata al 112, in cui ribadisce il furto e dice di sentirsi male. "Quando la pattuglia arriva sul viale alberato che collega il cascinale di Belfiore con la Provinciale, i carabinieri trovano i due romeni e Morisi che urlano. Il gruppo è agitato. P.R. si infila nell'auto con cui è giunto da Milano e ne esce con una "bottiglietta di vetro da succo di frutta - si legge negli atti dell'indagine - quasi piena, da 125 millilitri contenente del liquido trasparente" che il ragazzo consegna sostenendo essere la cosiddetta droga dello stupro. "Me l'ha data Morisi, casa sua è qui vicino, venite che ho le prove". 

La versione degli escort sulla bottiglietta con droga liquida

In base alla loro versione, sarebbe stato proprio l'ex braccio destro di Salvini a dargliela, gratis. "Morisi nega, è in evidente imbarazzo. I militari verificano che i tre si conoscono davvero e si fanno condurre a casa dello spin doctor di Matteo Salvini. Qui procedono alla perquisizione". Nessuna certezza c'è però ancora sulla natura di quella non meglio specificata 'droga liquida' per la quale sarà necessario attendere ancora un po'. L'avvocato di Luca Morisi, Fabio Pinelli, conferma di aver già manifestato all'Autorità Giudiziaria la "piena disponibilità" del suo assistito "a chiarire tutti gli aspetti della vicenda", ribadendo "la piena convinzione della irrilevanza penale della condotta di Morisi, il quale non ha mai posseduto il flacone contenente il liquido oggetto di accertamenti".

Il quotidiano romano aggiunge un altro dettaglio che getta nuove ombre sul caso: i due escort sarebbero conosciuti per una particolarità: "A un certo punto delle serate chiedono più soldi di quelli pattuiti, e se ti rifiuti ti minacciano di chiamare la polizia, o comunque di rovinarti pubblicamente".

È quello che potrebbe essere accaduto anche nell'appartamento di Morisi? Non è dato saperlo. I carabinieri hanno trovato meno di due grammi di droga. "Beh, certo... dopo che è stata consumata tutta", diceva ieri Petre, uno dei due cittadini rumeni coinvolti nel caso dell'ex guru dei social media della Lega. Repubblica elenca altre presunte zone d'ombra: "Perché Morisi si è fidato di due giovani conosciuti, a quanto se ne sa, poche ore prima su un sito di incontri a pagamento? Chi gli ha venduto la cocaina? Di chi era, veramente, la bottiglietta da 125 ml contenente - a detta di uno dei due escort - Ghb, la cosiddetta droga dello stupro?".

Quando la vicenda è finita sui giornali quattro giorni fa si era ipotizzata la presenza di una quarta persona sulla scena. Tuttavia ufficialmente nelle carte delle indagini non la si menziona mai. Sono stati i vicini di casa a dare un'indicazione sbagliata ai cronisti a inizio settimana? I vicini di casa di Morisi hanno raccontato che quel giorno oltre ai due ragazzi c’era un altro uomo, di circa 50 anni, che si trovava a casa di Morisi. Negli atti non si fa cenno alla sua presenza e anche il legale di Morisi, assicura che "allo stato non risulta coinvolto alcun quarto uomo". Il sospetto secondo il Corriere dellla Sera "è che possa trattarsi dello spacciatore oppure di qualcuno che in realtà ha partecipato alla nottata e poi è riuscito a defilarsi prima dell’arrivo dei carabinieri".

C'è sempre da sciogliere poi un nodo di fondo, forse il più evidente: chi ha passato le carte su Morisi ai media? Chi ha fatto uscire la notizia a pochi giorni dal voto nonostante si tratti di una vicenda risalente ad agosto? In tal senso due giorni fa la procuratrice Angela Barbaglio ha tenuto a chiarire che sia dalla procura di Verona sia dai carabinieri non è trapelato mai nulla. Tra l'altro la Barbaglio ha parlato di una storia "banale" della scorsa estate: la denuncia risale al 14 agosto e pertanto viene considerato "fatto antico".

Il caso Morisi e le elezioni comunali

"Lo ripeto: le vicende personali e gli affari di droga riguardano personalmente Morisi e io non sento di operare una strumentalizzazione politica per attaccare la Lega. Io voglio discutere con Salvini per le sue posizioni politiche che ritengo inadeguate" dice l'ex premier e leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, intervistato a "Dritto e Rovescio" su Rete 4. Sul caso Morisi "certe cose devono fare riflettere parecchio - sostiene la leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni - Intanto mi sono fatta l'opinione del doppiopesismo che usa certa sinistra sugli affari personali degli altri. Stiamo parlando di una persona che non ha incarichi istituzionali o politici, un collaboratore. In secondo luogo parliamo di una vicenda che non ha profili giudiziari rilevanti, quindi vorrei capire perché sono tre giorni che tutti parlano solo di questo, poi questi sono fatti risalenti al 14 di agosto, un mese e mezzo fa, si vota tra una settimana, è normale questo tempismo nel far uscire queste notizie?", si chiede. "E' indegno quello che una parte di giornalismo e di politica sta mostrando in questi giorni. È tutto fatto per attaccare me politicamente ma non sopporto quelli che per attaccare me se la prendono con i miei collaboratori. Sono conigli, prendetevela con me" dice il leader della Lega, Matteo Salvini, a RinascitaItalia parlando della vicenda di Luca Morisi. "Alla fine - ha proseguito - non ci sarà reato, per 4-5 giorni Luca sarà stato sputtanato. Per qualcuno avrebbe la colpa di essere gay. Cinque giorni di merda a reti unificate. Io mi vergogno di essere giornalista iscritto all'ordine. Questa cosa si risolverà in nulla. Ma chi restituirà la dignità a Luca?". Salvini ha puntato il dito contro Repubblica, Corriere e anche "una tv privata seria come La7 sta dando il peggio da questo punto di vista". "No. Gli italiani sono molto più intelligenti, liberi e svegli di quanto non li facciano i giornalisti. Qualcuno fa politica facendo il guardone, spiando dal buco della serratura". Così Matteo Salvini risponde alla domanda se il "caso Morisi" influenzerà i risultati elettorali. Lo sapremo tra 72 ore.

Ecco tutto ciò che non torna nell’affaire Morisi. Nel caso dell'ex guru social di Matteo Salvini, indagato per droga e festini, i contorni sono piuttosto sbiaditi: non si riesce a capire dove finisca il voyerismo giornalistico e dove inizi l'inchiesta giudiziaria. Valentina Stella su Il Dubbio l’1 ottobre 2021. L’affaire Luca Morisi ha ancora molti contorni non ben definiti. Il «guardonismo domestico» stigmatizzato ieri da Matteo Salvini sta creando molta confusione intorno alla vicenda. Non si riesce a capire dove finisce il racconto dal buco della serratura della vita privata dell’ex guru social e dove inizia l’inchiesta giudiziaria. La frenesia nella rincorsa ai dettagli riguardanti quel 14 agosto e la necessità di strumentalizzare politicamente la vicenda non aiutano a mettere dei punti fermi. Innanzitutto quanti sono gli indagati? Un botta e risposta su questo c’è stato tra la Procura di Verona e la difesa di Morisi, in particolare sull’iscrizione nel registro degli indagati del ragazzo romeno che nel corso della perquisizione è stato trovato con la boccetta di presunta droga liquida. «Dagli atti nella legittima disponibilità della difesa, risulta sottoposta ad indagine un’ulteriore persona» ha detto il legale Fabio Pinelli, dopo che il procuratore Angela Barbaglio aveva sostenuto che «l’unico indagato è Luca Morisi. Non c’è nessun altro per questo procedimento». Il capo della procura ha però chiarito poco dopo: «Nell’indagine su Morisi io ho riferito solo ciò che ricordavo quando mi è  stata comunicata la notizia di reato, un mese e mezzo fa: e in quel momento riguardava solo la cessione di una sostanza liquida, che i due ragazzi asserivano essere droga. Cosa sia successo dopo, ovvero se il collega Aresu, nel prosieguo delle indagini, sia arrivato ad iscrivere una o altre persone, non lo so. Se l’avvocato Pinelli sostiene che oltre a questi c’è un secondo indagato, uno dei due ragazzi, immagino che lo faccia a ragion veduta, avendo contattato il pm per approfondire gli atti dell’inchiesta». Certo è, riferisce l’Ansa, che nel decreto di nomina del difensore d’ufficio e di convalida della perquisizione e sequestro è scritto che «il pm Stefano Aresu, visti gli atti del procedimento numero…» procede «nei confronti di Luca Morisi» e del ragazzo romeno ai sensi «dell”articolo 73 comma 4» del testo unico sugli stupefacenti (Dpr 1990/309), vale a dire per detenzione e cessione di sostanze stupefacenti. Abbiamo contattato l’avvocato Pinelli ma al momento non rilascia dichiarazioni. Quelli che si sa è che Morisi è disponibile a essere ascoltato dai magistrati. Per quanto concerne la sostanza nella boccetta, sono ancora in corso le analisi di laboratorio. Ed è stata smentita la presenza di un quarto uomo quella notte di agosto. Intanto però com’è possibile che un noto giornale abbia avuto il numero di telefono del ragazzo romeno, che ha poi rilasciato una intervista in esclusiva ricostruendo, a suo parere, i fatti dello scorso 14 agosto? La domanda si pone perché siamo in una fase di atti coperti da segreto istruttorio eppure un cronista è riuscito a mettersi in contatto con il giovane e ad anticipare una sorta di interrogatorio. Legittimo diritto di cronaca, certo, che ma che pone sempre qualche interrogativo: possiamo giudicare certo tipo di giornalismo come voyeurismo giudiziario? La procuratrice Barbaglio ha precisato che la notizia dell’inchiesta non è uscita dalla loro Procura: « mi rendo conto che ormai lo sport nazionale è quello di sparare accuse contro i magistrati e le procure. E soprattutto di alimentare le polemiche. E voglio dirlo con chiarezza: è uno sport che non pratichiamo. Noi non abbiamo avuto alcun ruolo nella gestione di questa notizia». E allora come si è arrivati a P.R., il modello romeno di 20 anni, escort per necessità economica, che avrebbe condotto i carabinieri nella casa dell’ex guru social di Salvini, mostrando loro dove fosse nascosta la cocaina? «Quella notte a casa di Luca Morisi mi ha distrutto la vita – ha raccontato al cronista – Mi sono sentito male e sono fuggito. Con me ho prove, foto e chat che dimostrano che tutto ciò che vi dirò è la verità». La verità casomai sarà appurata da un giudice. Ma intanto la gogna contro Morisi cavalca. Nel frattempo le versioni sulla presunta droga dello stupro divergono. Il ragazzo a Repubblica ha detto: «Gli ho anche mostrato (ai carabinieri, ndr) la boccetta con il Ghb» che «era nel cruscotto della macchina con cui siamo arrivati. A me l’ha data Morisi e non so dire perché fosse finita in macchina». Su questo punto l’avvocato Pinelli, nel ribadire «la piena convinzione della irrilevanza penale della condotta della condotta di Morisi» aveva precisato che il suo assistito «non ha mai posseduto il flacone contenente il liquido oggetto degli accertamenti». «Nessuna violenza, nessuna costrizione, nessuna certezza sull’origine del flacone con il liquido, nessun quarto uomo: le parole del giovane intervistato da alcuni quotidiani confermano che Luca Morisi non ha commesso reati e ora è vittima di una campagna mediatica guardona e di pettegolezzi di un ragazzo che cerca pubblicità o soldi facili»: è stato invece il commento di fonti vicine alla famiglia di Morisi.

Caso Morisi: bugie, contraddizioni e forse una trappola per incastrare la “Bestia”? Il procuratore di Verona, Angela Barbaglio: «Ho sentito dire dalla stampa che c'era stata una chiamata al 112. Può benissimo essere che sia stato così». Valentina Stella su Il Dubbio l'1 ottobre 2021. Ogni giorno che passa, la vicenda giudiziaria di Luca Morisi si fa più complicata. Sono più le domande che le risposte al momento. Ma non potrebbe essere diversamente visto che c’è una indagine in corso. Ad alimentare la confusione ci pensa tutta una serie di indiscrezioni, spesso discordanti, emerse su varie testate. L’ennesimo pezzo del puzzle a cui occorre però ancora trovare una collocazione nel quadro generale lo ha offerto il procuratore di Verona, Angela Barbaglio, intervistata da Radio24, a proposito delle modalità che hanno portato i carabinieri il 14 agosto scorso alla verifica nell’alloggio di Belfiore di Luca Morisi: «Ho sentito dire dalla stampa che c’era stata una chiamata al 112. Può benissimo essere che sia stato così, questa circostanza è individuata eventualmente nelle carte processuali». Rispondendo all’ipotesi che sia stato uno dei due ragazzi romeni, contattati da Morisi, a far intervenire gli investigatori, con due chiamate al 112, il magistrato ha chiarito: «Quando ho parlato di controllo occasionale, rifacendomi alla memoria del colloquio avuto con i Carabinieri, intendevo dire che si trattava di una cosa appunto ”occasionale”, non originata da pregresse investigazioni. Può essere stato suscitato dalla chiamata di qualcuno, o da controllo di tipo stradale, dato che quelli erano i giorni di Ferragosto». Quindi ha confermato la ricostruzione fornita dagli uffici giudiziari di Verona su quel giorno: «I carabinieri intervennero in maniera del tutto occasionale su una autovettura, individuando una boccetta di sostanza liquida, e gli occupanti sostennero che si trattava di droga, e che fosse stata ricevuta da loro dal signor Morisi. Una volta giunti al domicilio rinvennero dell’altra sostanza stupefacente, della polvere bianca, che alla prova del narco-test risultò essere cocaina, in modica quantità». La domande allora è: perché il ragazzo romeno ha chiamato i carabinieri? In una intervista ha detto perché stava male, in stato confusionale. Ma allora perché non chiamare una ambulanza? A Repubblica ha detto che uscito da casa Morisi lo ha visto una donna con un cane e poi lui ha chiamato i carabinieri, sul Corriere invece ha dato un’altra versione, ossia che appena uscito da casa ha chiesto aiuto ad un signore ma che poi ha chiamato lui stesso la polizia. Versioni poco chiare anche su come la boccetta, con all’interno la presunta “droga dello stupro” sia finita, in una prima versione nel cruscotto dell’auto e nella seconda nel suo zaino, custodito sempre nell’auto con cui erano arrivati da Morisi, e non in casa. Lui dice che è di Morisi quella droga, ma si è teletrasportata nel suo zaino? Ora sembrerebbe anche che abbia chiamato le forze dell’ordine perché Morisi non avrebbe loro dato tutti i 4000 euro pattuiti. Secondo quanto riferito da Repubblica i due avrebbero un preciso modus operandi: ad un certo punto della serata da sballo chiedono più soldi e se il malcapitato non li accontenta minacciano di chiamare la polizia o di svergognarlo. «Questa vicenda di Morisi mi sembra molto sospetta, ma non ho letto le dichiarazioni dei ragazzi», ha detto ieri il leader della Lega, Matteo Salvini. Ma la domanda cruciale resta sempre questa: chi ha passato la notizia dell’inchiesta su Luca Morisi ai giornali? Chi l’ha fatta uscire a pochi giorni dal voto amministrativo nonostante si tratti di una vicenda risalente ad agosto? Sempre la Procuratrice Barbaglio ha aggiunto: «La circostanza, come pare potersi dedurre dalle affermazioni di qualcuno, che questa notizia sia stata da noi, o dalle forze dell’ordine, tenuta artatamente nascosta per essere utilizzata in periodo pre-elettorale francamente mi pare del tutto ridicola». E conclude: «Gli organi di stampa sono adusi al loro lavoro, alle loro fonti, sanno quali sono i meccanismi attraverso i quali si può venire a conoscenza di determinate cose, come dimostra del resto il fatto che in questi giorni siano venuti a conoscenza di molte altre cose». Se non è la stata la Procura né le forze dell’ordine, chi resta? Gli avvocati degli indagati? Di certo non quello di Morisi. Le cancellerie del Tribunale? E perché proprio adesso, se non a fine politici? Al momento non ci sarebbero atti coperti da segreto istruttorio che sono stati pubblicati ma se così sarà, la Procura sarà chiamata ad indagare in base all’obbligatorietà dell’azione penale.

(ANSA il 27 settembre 2021) - Luca Morisi, ideatore della campagna social della Lega guidata da Matteo Salvini chiede scusa al partito, al suo segretario e ai suoi familiari dopo le notizie apparse sulla stampa su di lui. A riferirlo, la Lega in una nota. "Non ho commesso alcun reato, ma la vicenda personale che mi riguarda rappresenta una grave caduta come uomo - scrive Morisi - Chiedo innanzitutto scusa per la mia debolezza e i miei errori a Matteo Salvini e a tutta la comunità della Lega a cui ho dedicato gli ultimi anni del mio impegno lavorativo, a mio padre e ai miei famigliari, al mio amico di sempre Andrea Paganella a fianco del quale ho avviato la mia attività professionale, a tutte le persone che mi vogliono bene e a me stesso". E aggiunge: "Ho rassegnato il primo settembre le dimissioni dai miei ruoli all'interno della Lega: è un momento molto doloroso della mia vita, rivela fragilità esistenziali irrisolte a cui ho la necessità di dedicare tutto il tempo possibile nel prossimo futuro, contando sul sostegno e sull'affetto delle persone che mi sono più vicine".

Luca Morisi lascia Salvini e la Lega: addio al creatore della “Bestia” social. Carmine Di Niro de Il Riformista il 23 Settembre 2021. A lui si deve il clamoroso successo social della Lega e soprattutto di Matteo Salvini. Ora Luca Morisi, l’uomo chiave nella comunicazione del Carroccio, lascia a sorpresa. A lanciare la bomba è l’agenzia AdnKronos: Morisi, creatore della ‘Bestia’, come è stata definita la strategia messa in campo a livello social per analizzare in tempo reale l’orientamento dei commenti e delle reazioni ad un post e quindi adeguarsi su quali temi cavalcare per ottenere click e followers, avrebbe guida dell’attività online della Lega. Quasi dieci anni fa Morisi, professore universitario, era stato scelto in prima persona dallo stesso Salvini per curare la comunicazione sul web del partito e personale. Da allora è stato un successo clamoroso, con l’ex ministro dell’Interno diventato rapidamente il politico italiano più seguito sui social. Un merito che ha portato lo stesso Morisi ad essere ‘cooptato’ nella segreteria politica della Lega, lo scorso ottobre. Alla base della decisione non vi sarebbe una motivazione politica bensì personale e familiare. In una lettera inviata ai parlamentari della Lega per spiegare il suo addio, Morisi dopo i ringraziamenti per “l’interesse e l’amicizia”, rimarca che dietro la scelta “non c’è alcun problema politico, in questo periodo ho solo la necessità di staccare per un po’ di tempo per questioni famigliari”. “Un abbraccio e ancora grazie”, si chiude quindi la lettera del ‘comunicatore’ di Salvini

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Dall'account twitter di Lapo Elkann il 27 settembre 2021. Una volta Salvini per attaccarmi disse che facevo “dichiarazioni stupefacenti” e poi venni travolto sui social. Mi piacerebbe che oggi non accadesse a lui ed i suoi collaboratori lo stesso. L’odio genera odio. Nessuno di noi è Maestro, siamo tutti peccatori. “Si ma loro…”. Non giustifica nulla. Ed i giornali che mettono la notizia come apertura sono pastori della discordia. E chi oggi grida vendetta non è diverso da chi disprezza. Esistono le leggi e poi esiste la pietà. Solo un cuore infelice si nutre dei problemi altrui  #Morisi  

Il caso dell'ex guru della comunicazione leghista. Morisi massacrato dai giornali, tutti moralisti: solo Lapo Elkann dice parole sensate. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 29 Settembre 2021. Due grammi scarsi di coca, trovati nella casa di chicchessia, fosse anche il papa, non destano scandalo quasi a nessuno. Non perché tutti approvino o apprezzino. Ma perché è nell’ordine delle cose non stupirsi per il mondo che cambia. Ci sono cose del mondo di ieri –il sesso e le droghe soprattutto- che sono ormai viste con gli occhi dell’indifferenza. Non stupirebbero più oggi quegli orecchini in vendita da Harrods dove le ragazze inglesi (e le italiane in gita, soprattutto) nascondevano il profilattico, mentre le famiglie non erano ancora pronte, così come per le canne o gli shottini dei figli o per la coca del mondo di quelli che contano. Assuefazione e indifferenza. Per questo il fatto che Luca Morisi, ex addetto stampa, e molto di più, di Matteo Salvini detenesse in casa quei due grammi, e anche una boccettina di un liquido che potrebbe essere un’altra droga di nome Ghb, non dovrebbe meritare neanche dieci righe in cronaca. Anche se il personaggio è alquanto noto. Piuttosto dovrebbe solleticare le pruderie maliziose di tutti coloro che danno consigli non potendo più dare il cattivo esempio, il fatto della “cessione” a quei due. Non tanto perché teoricamente anche passare uno spinello a un’altra persona potrebbe configurare il reato di spaccio (assurdità di certe nostre leggi), quanto per quell’immagine vagamente pasoliniana dell’uomo più fidato di Matteo Salvini che passa il weekend di ferragosto in compagnia di due ventenni romeni. Due ragazzi cui poi lui regala, secondo quanto hanno detto loro ai carabinieri, una sostanza che viene definita la “droga dello stupro” perché rende incosciente chi la assume e facilita il rapporto sessuale anche con persona non del tutto consenziente. Un quadro d’insieme che cozza terribilmente con un mondo politico, quello della Lega, che non appare proprio di tendenza psichedelica e trasgressiva. Ma ancora fin qui ci si aspetterebbe al massimo qualche risatina o qualche sillaba incontrollata sulla bocca di uno come Simone Pillon, un personaggio che pare uscito da un libro sul Medioevo, il quale, intervistato dal Foglio, sente il dovere di dire non solo che Morisi a lui non è mai piaciuto (e ci fa ricordare la rubrica di Cuore che si chiamava “chi se ne frega”), ma anche che la Lega è piena di gay e che, tra Camera e Senato “non bastano due mani per contarli”. E’ questo dunque il problema? Dobbiamo interessarci degli affetti e della sessualità di chiunque appaia su un giornale o su un social? Ma che fatica! È chiaro che le paginate, i passaggi di racconti e notizie in tv e altrove che stanno inondando il mondo della comunicazione politica da qualche giorno dicono altro, e fanno anche abbastanza schifo. Sul piano politico, e anche su quello umano, se si può usare un concetto così desueto. Fanno schifo in diversi modi. Il primo è l’uso della cronaca, con la diffusione ad arte di “retroscena” per lasciare intendere che il soggetto preso di mira abbia qualcosa da nascondere, magari un giro di spaccio o di prostituzione. Se poi nell’appartamento accanto abita un russo, ecco che la cosa si fa sospetta. La titolazione è fondamentale, come la parola “festino”, come a dire orgia senza nominarla. E il moralismo si taglia a fette. Poi ci sono tutti quelli del “sono garantista però”, e infine i peggiori, quelli del “non ne approfitterò”. La sagra di un’ipocrisia che è solo violenza, questo viene riservato oggi a Luca Morisi, e non è il solo né è la prima volta di questo tipo di trattamento. E pensare che, su proposta della ministra Cartabia, la Commissione giustizia della Camera ha detto di sì alla proposta che non si infierisca sulle persone indagate o arrestate. Quanti minuti è durato quel buon proponimento? La verità è che di Luca Morisi non importa nulla a nessuno. Il boccone più saporito è Matteo Salvini, è tutto politico, con una voglia matta da più parti di approfittare di un suo momento di difficoltà per bastonarlo mentre è a terra. Certo, dicono tutti che se lo meritano, per le modalità di comunicazione della “Bestia”, il meccanismo che i due, Luca e Matteo, ha visto complici nel tagliare il mondo con l’accetta, di qua i buoni, di là i cattivi (ma non è quello che fanno ogni giorno certi pm?), e tra i cattivi c’erano anche “i drogati”. Che cosa di più facile se non di evocare la nemesi storica, che non perdona, e citare a macchinetta (che noia) la battuta sul citofono? Non si tratta oggi di dare un giudizio su quel che Salvini fece allora a Bologna. Oggi stiamo parlando di altro, di Luca Morisi, di due grammi di coca e di due ragazzi romeni fermati dai carabinieri. L’oscar della banalità, nel pantano delle schifezze, possiamo assegnarlo al “se citofonando” del direttore del Fatto, piuttosto che all’uso dell’aggettivo “stupefacente” di Danilo Toninelli, che non si è neanche accorto del fatto che il copyright di quella scempiaggine era proprio del duo Salvini-Morisi e indirizzata a Lapo Elkann. Il solo che in questi giorni abbia detto cose sensate. Cosa che capita spesso a chi ha sofferto portando le ferite sul proprio corpo, a causa della violenza del circo mediatico. Ma il premio della brutalità cinica vestita di compassione, va agli intellettuali come Michele Serra. I “problemi familiari” e la “fragilità esistenziale” esibiti da Morisi con semplicità a spiegazione delle sue dimissioni e di quel che le ha precedute e motivate, sono liquidati in poche false e pietistiche righe di comprensione. Ma il capoverso successivo, e le sessanta righe che seguono, sono precedute da un grande MA. E lì si può vomitare di tutto. Tanto Morisi è distrutto e anche Salvini non si sente molto bene.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Da liberoquotidiano.it l'1 ottobre 2021. Non poteva non esserci anche Selvaggia Lucarelli tra coloro che in queste ore marciano sulla vicenda che vede coinvolto l'ex spin doctor di Matteo Salvini. Luca Morisi è indagato per cessione e detenzione di droga. Ed ecco che ci si mette anche la firma del Fatto Quotidiano che premette: "Non ho alcuna compassione per Luca Morisi. Ne ho invece molta per tutta quella parte della stampa e della sinistra che da giorni invoca la necessità di dimostrarsi moralmente superiori e non infierire sul poveretto". Il motivo? L'ostilità del Carroccio alle droghe e a chi le spaccia: "Il fatto che una persona possa fare uso di droga, magari sporadico e senza alcuna fragilità pregressa, non è contemplato. No, se ti droghi sei debole, magari depresso, hai peccato, ora collare di ferro in mezzo alla piazza e chiedi perdono". "Io non so che problemi abbia Morisi (magari nulla) e neppure mi interessa. Non mi deve alcuna scusa. Tra l'altro, per quello che ne so, come tanti, potrebbe aver fatto uso di droga per alimentare il suo senso di onnipotenza. Del resto, che Luca Morisi avesse l'immensa presunzione di poter controllare tutto è evidente. Non poteva non conoscere il rischio e le possibili conseguenze delle sue condotte. Sapeva che se fosse stato scoperto, avrebbe distrutto tutto quello che aveva creato, con conseguenze devastanti per il suo amico e leader". "Luca Morisi dovrebbe invece chiedere scusa per aver cucito addosso a Salvini una comunicazione che è non uno strumento politico, ma politica. Politica fatta di reiterato dileggio dell'avversario, istigazione all'odio, sessismo, cherry picking strumentale. Gli concedo tutto il dovuto garantismo per l'aspetto penale della vicenda e l'assoluta indifferenza, dal punto di vista morale, per droghe consumate e compagnie frequentate. Sottolineo però la sua imbarazzante, viscida incoerenza".

Fedez attacca Salvini: "Chiamava Cucchi un drogato, adesso magicamente Morisi diventa un amico da aiutare". Redazione La Repubblica il 27 settembre 2021. "Questa è la storia di un eroe contemporaneo: un uomo che ha sacrificato la sua vita a contrastare la piaga sociale delle droghe. Un uomo che andava in giro a citofonare a casa della gente chiedendo se spacciasse o che commentava la sentenza sulla morte di Stefano Cucchi dicendo che la droga fa male. Oggi scopre di avere anch'esso al suo fianco un drogato. Ma che magicamente non diventa un drogato, ma un amico da aiutare a rialzarsi". In una serie di storie pubblicate sul proprio profilo Instagram, Fedez attacca Salvini in merito allo scandalo in cui è coinvolto Luca Morisi, il guru della comunicazione del leader della Lega, indagato per droga.

Fedez, Luca Morisi e la droga? Il vergognoso attacco a Matteo Salvini: "Prestategli un naso". Libero Quotidiano il 27 settembre 2021. La "pagliacciata" social di Fedez contro Matteo Salvini. Il caso Luca Morisi è deflagrato in mattinata, generando battute, ironie e sfottò feroci contro la Lega e il suo segretario. In realtà, si tratta di una vicenda molto personale e dolorosa e che coinvolge il solo ex responsabile della comunicazione del Capitano. Dimessosi dal suo ruolo "politico" in settimana, l'ex guru della "Bestia" social oggi ha confermato di essere indagato per cessione di sostanze stupefacenti dalla Procura di Verona, come anticipato dal Corriere della Sera e da Repubblica. "Chiedo scusa a Salvini e alla Lega - ha reso noto Morisi in un comunicato -, è un momento molto doloroso della mia vita, rivela fragilità esistenziali irrisolte a cui ho la necessità di dedicare tutto il tempo possibile nel prossimo futuro". Ecco spiegata, allora, la decisione di lasciare ogni incarico pubblico una volta venuto a conoscenza, evidentemente, della tempesta giudiziaria in arrivo. Gli anti-leghisti in Parlamento e fuori però hanno usato il caso per colpire proprio Salvini. Si parte dai grillini, con Danilo Toninelli in testa (uno dei più colpiti, soprattutto nell'estate 2019, dalla "Bestia" di Morisi), e si arriva fino al rapper milanese, da sempre molto vicino ai 5 Stelle e molto lontano (eufemismo) dal Capitano. "Amici circensi, se vi avanza un naso rosso con l'elastichino da prestare a Salvini, scrivetemi in privato", provoca Federico Lucia, in arte Fedez, sulla sua seguitissima pagina Instagram. "Questa è la storia di un eroe contemporaneo. Un uomo che ha sacrificato la sua intera vita a contrastare la piaga sociale delle droghe. Un uomo che andava a citofonare a casa della gente dicendo 'scusi lei spaccia' o che commentava la sentenza del caso Cucchi dicendo “la droga fa male”. Oggi - conclude - scopre di aver avuto al suo fianco un drogato, ma che magicamente non diventa un drogato, ma un amico da aiutare a rialzarsi. Sentite anche voi?". Evidentemente, secondo Fedez, Salvini avrebbe dovuto infierire sul suo ex collaboratore a caldo, calpestandone le umanissime debolezze. E poi "la Bestia" sarebbe il solo Morisi.

Lega, Ilaria Cucchi: "Luca Morisi dietro gli attacchi di Salvini alla mia famiglia". Su Instagram lo sfogo della sorella di Stefano Cucchi dopo che il social guru del Carroccio è finito sotto inchiesta per droga: "Ora quelle prese di posizione hanno un volto". La Repubblica il 28 settembre 2021. "Ora so che tutte le durissime prese di posizione di Matteo Salvini contro Stefano Cucchi e la mia famiglia hanno un volto: Luca Morisi, indagato dalla Procura di Verona per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Così almeno leggo sui giornali. Leggo delle sue pubbliche scuse a Salvini ed al partito: “Ho delle fragilità irrisolte”. Così si giustifica. Quanta gratuita sofferenza ci ha inflitto oltre al dolore per Stefano. Eppure io lo perdono", scrive Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, in un post su Instagram, commentando la vicenda del guru di Salvini, dimessosi dopo il ritrovamento nella sua abitazione di due grammi di cocaina. "Lo perdono perché mi piace pensare che abbia capito e che ora condivida la disperazione che portiamo sulle spalle. Però Stefano lo hanno ammazzato", conclude.

Dagospia. Dal profilo twitter di Laura Boldrini il 28 settembre 2021. Si parla molto di Morisi, artefice delle campagne d'odio della Lega sul web. Ma quei post e quei tweet hanno una firma che non è sua. È la firma di Salvini. È lui responsabile di quella feroce azione comunicativa che fa male alla vita delle persone e alla democrazia.

Otto e mezzo, Ilaria Cucchi su Luca Morisi: "Il signor Salvini parla di gogna mediatica? Sorrido". Libero Quotidiano il 28 settembre 2021. Il caso di Luca Morisi, come prevedibile, diventa un processo in diretta a Matteo Salvini. D'altronde, gli ospiti chiamati da Lilli Gruber a Otto e mezzo su La7 sono tutti un programma: Ilaria Cucchi e Antonio Padellaro, due che per motivi profondamente diversi hanno il dente avvelenato con il leader della Lega. Prende la parola per prima la sorella di Stefano Cucchi, e spiazza tutti. "La gente pensa che io sia ricca e famosa e che per venire nelle sue trasmissioni venga retribuita - spiega la Cucchi -. Vorrei che lei dottoressa dicesse che non è così". "Posso solo dire che non è così", conferma con un po' di imbarazzo Lilli Gruber. Quindi si entra nel merito del dibattito. "Avrei voluto restare nel mio anonimato - precisa ancora la Cucchi -, sono famosa perché ho perso un fratello ammazzato di botte, nonostante alcune persone e tra queste il signor Salvini più volte abbiano ribadito anche di fronte al fatto che i carabinieri erano stati condannati, che la droga fa male. Mi fa sorridere, ma è un sorriso amaro, che lui oggi si lamenti della gogna mediatica. La sottoscritta e la nostra famiglia è stata vittima per anni della sua gogna mediatica, il signore si è fatta la sua carriera politica sulla nostra pelle e su quella degli ultimi, i migranti, parlando alla pancia della gente". "Io sono quanto può far male l'odio, che genera odio - conclude l'ospite della Gruber -. Io sono vittima continua di insulti e minacce, queste persone si fanno forza del fatto che un esponente politico si permette di fare simili affermazioni sul mio conto. Mi odiano perché mio fratello, il drogato, ha vinto un processo, e quel drogato è stato ammazzato di botte da due carabinieri".

Ilaria Cucchi per "La Stampa" il 29 settembre 2021. A suo tempo avevo chiesto le scuse a Matteo Salvini per i suoi attacchi a me, alla mia famiglia ed a Stefano. Ovviamente quelle scuse non sono mai arrivate. La sua risposta alla sentenza pronunciata dalla Corte di Assise di Roma con la quale venivano condannati i responsabili del pestaggio mortale di mio fratello è stata che la droga fa male. In passato, in campagna elettorale, aveva persino detto che "Ilaria Cucchi fa schifo". Le sue continue prese di posizione ai miei danni hanno scatenato la Bestia che ha sbranato la mia famiglia intera facendo leva sui sentimenti più bassi e biechi che può provare il genere umano. Che può provare la gente comune provata dalle difficoltà economiche prima, ed anche dalla pandemia poi. Una regia studiata anche sulla sindrome della paura e dell'odio nei confronti del prossimo. Una potenza di fuoco di fronte la quale abbiamo tentato di resistere cercando di non esserne travolti. Tutto ciò mentre mia madre ha iniziato la sua lotta contro il cancro e mio padre contro il morbo di Parkinson che si è manifestato in modo violento e particolarmente aggressivo.  Sto parlando del sangue della mia famiglia versato dal momento in cui, il 22 ottobre di 12 anni fa, è stata costretta a "riconoscere" il cadavere di Stefano all'obitorio di piazzale del Verano a Roma. Ieri sera ho partecipato ad un dibattito televisivo sulla triste vicenda di Luca Morisi, colui il quale viene da tutti indicato come l'ispiratore della "Bestia". Ringrazio di cuore Lilly Gruber per avermici invitata ed avermi dato la possibilità di dire la mia. La ringrazio per avermi dato voce. Ho ascoltato con attenzione il dibattito politico degli altri ospiti. I loro commenti e le loro analisi. Mi sono resa conto che quello non era il mio posto. La politica non è il mio posto. Questo perché sono incapace di astrarre l'immane tragedia che ha distrutto le nostre vite per avventurarmi in analisi politiche che non mi competono. Sono incapace di perdere di vista il fatto che "la Bestia" si è cibata di persone normali che, come me, sono state travolte da tragiche vicende giudiziarie infliggendo loro, spietata, dolore che si è aggiunto ad altro dolore. "La Bestia" è un onomatopeico. Così almeno lo percepisco. Rende perfettamente l'idea del suo muoversi ed agire. Un medico di Ferrara ha scritto sulla pagina pubblica del segretario del Sap (sindacato di polizia) che io sono una mitomane, disposta a tutto e che per me e la mia famiglia la morte di Stefano si è rivelata una "gallina dalle uova d'oro". Mentre scrivo queste parole non riesco a non rabbrividire. L'ho querelato e ciò ha indotto il segretario ad esprimere tutta la sua solidarietà al medico autore del post. Questo è ciò che fa "la Bestia". I magistrati inquirenti sostengono che non me ne posso dolere perché sono un personaggio pubblico e questa è una legittima espressione del diritto di critica. Sono disorientata. Si dimentica che la mia vita privata è diventata pubblica per l'uccisione di mio fratello. Perché per sette lunghissimi anni ad essere sotto processo eravamo noi e lui, con le nostre vite. Perché la Giustizia ci aveva voltato le spalle dopo aver ucciso Stefano. Si dimentica che Dio solo sa quanto avremmo desiderato poterne fare a meno. Siamo una famiglia per bene. Siamo essere umani la cui dignità è stata ed è calpestata ogni sacrosanto giorno dai seguaci della "Bestia". Non basta che ci sia stato ucciso Stefano. Nonostante tutto questo io mi sento di condividere il dolore di Luca Morisi, come essere umano che è stato costretto a rivelare tutte le sue fragilità. Non nutro sentimenti di odio o vendetta nei suoi confronti. Sarei tuttavia ipocrita se non ammettessi la rabbia che provo nei confronti di colui che della "Bestia" ha saputo fare la sua forza violenta, cinica e distruttiva, nel sacro nome del consenso cieco e ostaggio delle facili suggestioni liberatorie dalla paura. Matteo Salvini. Questa, lo riconosco, è la mia debolezza. Ciò che mi impedisce di essere una "politica" nella sua definizione comune. Sono soltanto Ilaria Cucchi. La sorella del morto ammazzato.

Dritto e Rovescio, Giorgia Meloni sul caso-Morisi: "Mi preoccupa che sia tutto organizzato. Per Arcuri la magistratura dov'era? ". Libero Quotidiano l’01 ottobre 2021. "Certe cose in Italia fanno riflettere parecchio": Giorgia Meloni commenta così il caso Luca Morisi, ex responsabile della comunicazione di Matteo Salvini, nel salotto di Paolo Del Debbio a Dritto e Rovescio su Rete 4. "Io non giudico le scelte personali, ma stiamo comunque parlando di una persona che non ha incarichi istituzionali o politici", ha continuato la leader di Fratelli d'Italia. Che poi ha aggiunto: "Parliamo di una vicenda che ad oggi non ha profili giudiziari rilevanti. Quindi vorrei capre perché da tre giorni tutti parlano solo di questo". Per la Meloni, inoltre, sarebbero sospetti pure i tempi dello scandalo: "Questi sono fatti risalenti al 14 agosto, un mese e mezzo fa. Si vota tra pochi giorni, è normale questo tempismo? Mi preoccupa l'idea che queste cose siano un po' organizzate, mentre sembra non ci si occupi di cose più serie". A tal proposito la Meloni ha fatto riferimento all'ex commissario Domenico Arcuri: "Lui in periodo di pandemia ha comprato 100 milioni di mascherine al prezzo di 1,05 euro dai cinesi tramite una società olandese con un solo dipendente, mascherine per il 50% farlocche. Posso chiedere dov'è la magistratura?". Secondo la leader di FdI, infatti, ci sarebbero due pesi e due misure: "Mi pare che in questo Paese cose che non hanno una rilevanza la assumano perché bisogna colpire qualcuno e cose che hanno una rilevanza nessuno le racconti perché bisogna tutelare qualcuno". Parlando del green pass, infine, ha sottolineato: "L'Italia è l'unico Paese che ha portato il certificato verde da 9 a 12 mesi. Quindi una persona è automaticamente portata a ritenere che la copertura del vaccino sia 12 mesi, ma se lei va sul sito dell'Ema o dell'Aifa scoprirà che nessuno sa dirle esattamente quale sia la copertura dei vaccini. Una confusione totale". E infine: "Penso che il green pass sia una grande arma di distrazione per non far vedere cosa il governo non ha fatto".

“Evviva, Lucano è stato condannato”. Il garantismo di Salvini è già passato…La Bestia torna in produzione e si scaglia contro Mimmo Lucano, appena condannato a 13 anni e 2 mesi di carcere dal tribunale di Locri. su Il Dubbio il 30 settembre 2021. E’ durata circa 48 ore, non di più. Parliamo della svolta garantista di Salvini nata dopo aver appreso delle indagini a carico della Bestia, Luca Morisi, ed esaurita appena aver saputo della condanna a 13 anni per Mimmo Lucano, l’ex sindaco di Riace accusato di favorire l’immigrazione clandestina. Insomma, l’indignazione per la gogna subita da Morisi, che pure aveva strappato anche il nostro apprezzamento, è durata giusto il tempo di tornare a scagliare la Bestia contro i nemici storici: e Lucano è di certo uno di questi.

«Salvini difende Morisi, ma attacca Lucano: il garantismo è altra cosa». Parla Elio Vito, deputato di Forza Italia: «Riusciremo a compiere un passo in avanti soltanto nel momento in cui comprenderemo che si è innocenti fino al terzo grado di giudizio».  Giacomo Puletti su Il Dubbio l’1 ottobre 2021. Elio Vito, deputato di Forza Italia, sulla sentenza ai danni di Mimmo Lucano spiega che «riusciremo a compiere un passo in avanti soltanto nel momento in cui comprenderemo che la condanna di primo grado non significa colpevolezza e che si è innocenti fino al terzo grado di giudizio». E sull’atteggiamento di Salvini è categorico: «Il leader della Lega ha giustamente difeso Morisi chiedendo solidarietà, ma poi ha attaccato Lucano, appena condannato. Non funziona così».

Onorevole Vito, che idea si è fatto della sentenza che ha condannato in primo grado l’ex sindaco di Riace, Mimmo Lucano, a 13 anni e due mesi di reclusione?

Non ho elementi per giudicare e rispetto le decisioni della magistratura. Quello che mi sorprende tuttavia è la reazione da parte della politica. Riusciremo a compiere un passo in avanti soltanto nel momento in cui comprenderemo che la condanna di primo grado non significa colpevolezza e che si è innocenti fino al terzo grado di giudizio. La magistratura fa sempre il suo dovere ma finché i cittadini e la politica utilizzeranno le indagini e le sentenze di primo grado, cioè provvisorie, come una condanna definitiva, non vivremo in un paese civile.

Lei dice che non ha elementi per giudicare ma molti suoi colleghi, prima di tutto a sinistra, hanno criticato la sentenza, che ha quasi raddoppiato la condanna rispetto alla richiesta di sette anni e 11 mesi del pm. Come giudica la vicenda?

Lucano è innocente fino al terzo grado di giudizio. Così come Morisi, che addirittura è soltanto indagato. Quello che non funziona è il modo in cui la politica reagisce a certi avvenimenti. Il garantismo, insomma, non può valere solo per se stessi. Salvini giustamente ha difeso Morisi chiedendo solidarietà, ma poi ha attaccato Lucano, appena condannato. Non funziona così.

Lucano è stato anche condannato alla restituzione di 700mila euro tra fondi europei e governativi. Cosa ne pensa?

Se la sentenza parla di utilizzo dei fondi pubblici è inevitabile che ci sia anche questa ricaduta dal punto di vista economico. Il risarcimento è immediatamente esecutivo e quindi la norma viene applicata, c’è poco da fare. Poi si può discutere invece di come gli amministratori siano costretti a utilizzare i fondi pubblici, impossibilitati a fare altrimenti, ma ci vorrebbe un’altra intervista. Poco fa ha citato Salvini.

Pensa che in un centrodestra a trazione sovranista, con Fratelli d’Italia che dice di «denunciare da sempre la speculazione attorno alla falsa accoglienza», Forza Italia debba ergersi a difesa di Lucano?

Assolutamente sì, appena finiamo questa intervista scriverò un tweet in questa direzione. Anche perché se non si difende l’innocenza fino a prova contraria di Lucano poi si perde credibilità quando si decide di difendere Morisi.

A proposito di Morisi, qual è il suo punto di vista sui fatti?

C’è un problema tutto politico. Ho rilevato una grande ipocrisia del centrodestra su temi come la tossicodipendenza e l’omosessualità, che sono questioni personali anche quando riguardano soggetti pubblici. C’è un atteggiamento per il quale ancora oggi una persona omosessuale in un partito di destra rischia di essere discriminata. La cosa migliore nel caso di Morisi sarebbe stata garantirgli il lavoro, che invece Morisi ha lasciato. Non esiste che debba sospendersi dal lavoro, a meno che non sia stata una scelta davvero personale ma non credo. Sulla questione omosessualità ha fatto discutere l’intervista del senatore Pillon al Foglio, in cui l’esponente leghista dice di essersi accorto di «certe tendenze».

Cosa può fare il centrodestra per cambiare al proprio interno su questi temi?

Sul piano della omosessualità è evidente che nei partiti di destra c’è una certa tendenza a nascondersi, ma perché? Non è una malattia, non è un vizio, non è un reato. Ecco perché dico che il ddl Zan serve. Sostenendolo, faremmo tutti un passo avanti sul piano dei diritti e della libertà.

E sulla questione del droghe?

Io sono antiproibizionista: è vero che il consumo personale è stato depenalizzato ma finché le droghe leggere non saranno legalizzate non avremo città più sicure e non risolveremo il problema dello spaccio. Il referendum sulla cannabis non la legalizza ma ne depenalizza la coltivazione a uso domestico. Non parliamo di cocaina o eroina ma della cannabis che anche l’Oms ha ritenuto di dover togliere dalle sostanze pericolose. Bisogna avere un atteggiamento più pragmatico e meno ideologico. E dovrebbero averlo tutti i partiti, da destra a sinistra.

Tornando a Lucano, molti hanno fatto un paragone tra questa sentenza e altre, decisamente minori per fatti ben più gravi. Crede sia normale arrivare a fare certi parallelismi?

I paragoni tra questa sentenza e altre sono ridicoli, perché nessuno ha gli strumenti per giudicare, se non i giudici. Lucano è innocente fino a sentenza definitiva, come detto, ma questo fatto che i partiti e i giornali di riferimento mandano reciprocamente alla gogna l’indagato o il condannato in primo grado di turno non può andare avanti. È inutile poi fare i referendum sulla giustizia, se non si conoscono le basi del garantismo. Interessante in questo caso è anche la vicenda dell’ex ambasciatore Giffoni.

Che ora tutti vorrebbero di nuovo alla Farnesina.

Tutta la politica si è schierata al suo fianco, ma chi ha fatto le leggi che prevedono l’allontanamento per le persone sotto indagine? Lo stesso Parlamento. Dalla Severino in poi abbiamo scritto leggi ipersanzionatorie allo scopo di colpire la corruzione e altri reati e lo si è fatto giustamente, ma poi ci si scandalizza quando vengono applicate. È un atteggiamento ipocrita. O diciamo che la pubblica amministrazione fino a sentenza definitiva non sospende nessuno, oppure si deve avere il coraggio di difendere le leggi che sono state fatte. La responsabilità, in questo caso, è tutta della politica.

Salvini attacca: a caccia di gay e poi candidano i condannati. Pier Francesco Borgia l’1 Ottobre 2021 su Il Giornale. Il leader si scaglia contro il doppiopesismo degli avversari sul caso Morisi: "Conigli". Mezzo partito in pressing per i congressi, ma lui nicchia: si faranno appena possibile. Chissà quante volte in questi giorni il Capitano avrà ripensato a quell'adagio che recita più o meno «Dio mi guardi dagli amici che a guardarmi dai nemici ci penso da me». Un adagio che si adatta perfettamente, come un abito di alta sartoria, alla condizione salviniana. È sempre più difficile, infatti, per il leader della Lega, smarcarsi dalle pressanti richieste di esponenti di spicco del Carroccio che reclamano un congresso. L'idea, sponsorizzata da molti, e invocata soprattutto dai leghisti dell'«area Zaia», non piace, però, al segretario. Un congresso prima dell'elezione del Quirinale? Manca il tempo per organizzarlo. Oltretutto, fanno notare i più maliziosi tra gli osservatori di cose politiche, sarebbe necessario avallare e «benedire» l'uso del green pass per organizzare la grande assise dei delegati del Carroccio. E non può essere proprio Salvini ad avallare l'uso di uno strumento che per mesi è andato contestando in tutti i modi. C'è anche la questione legata alle dimissioni di Claudio Durigon per le polemiche suscitate dalle sue dichiarazioni sul «parco Mussolini» di Latina. Polemiche che hanno infastidito l'ala governativa della Lega, quella che per intenderci si riconosce soprattutto per la sua difesa delle partite Iva e delle piccole e medie imprese del Nord. Quella autonomista che ripudiava, ai tempi di Umberto Bossi, ascendenze di destra o di sinistra. Adesso il «caso Morisi» e quell'effetto boomerang provocato dalla accesa campagna mediatica che la macchina propagandistica di Salvini (che proprio Luca Morisi guidava) ha innescato per attaccare i fautori del Ddl Zan e quanti sono favorevoli a una legalizzazione delle droghe leggere, si ritorcono contro il leader. E il verdetto delle Amministrative potrebbe essere la resa dei conti in casa Lega. Con i salviniani (Borghi, Siri, Bagnai) sempre più insofferenti della «libertà» di pensiero di Giorgetti mentre i leghisti della prima ora mal sopportano le derive sovraniste. Per non parlare della nuova spina nel fianco arrivata con l'annuncio di Flavio Tosi di un suo ritorno in campo per le Comunali veronesi del prossimo anno. «Meglio che agli amici ci pensi Iddio». Più semplice attaccare, come continua a fare Salvini, la sinistra per il doppiopesismo usato nei confronti di Morisi: «Tutto questo è fatto per attaccare politicamente me, sono dei conigli, prendetevela con me». E la miglior difesa resta l'attacco. «Oggi è uscita la notizia della condanna a 13 anni di qualcuno, un sindaco del Pd, che ha grattato sull'immigrazione clandestina, ma io non gioisco per le sventure altrui - afferma lo stesso Salvini durante un comizio elettorale a Mentana, riferendosi alla condanna in primo grado dell'ex sindaco di Riace Mimmo Lucano -. Ma siccome ci sono le tv che sbirciano e cercano il leghista omosessuale, allora dico che certi giornalisti dovrebbero vergognarsi, a me non interessa che ci siano omosessuali, transessuali, a me interessa che ci siano persone per bene». E poche ore prima aveva preso più direttamente di mira la sinistra su Twitter: «Altro che dare la caccia agli omosessuali nella Lega, la sinistra in Calabria candida condannati a 13 anni di carcere!» Confortato però dal bagno di folla nel piccolo comune alle porte di Roma e poi nel quartiere di Tor Bella Monaca, Salvini torna il leone capace di ruggire con forza anche contro i suoi stessi sodali. Non teme per la sua leadership, fa sapere. E i congressi, appena possibile, si faranno. Almeno quelli provinciali. E riguardo la smentita di Giorgetti del suo endorsement a Carlo Calenda, il leader risponde con un'alzata di spalle: «Se qualcuno fraintende la colpa è tua che ti sei spiegato male». Pier Francesco Borgia

Delusi gli irriducibili dell'accoglienza. E l'ex sindaco Lucano invoca la giustizia divina. Fausto Biloslavo il 15 Maggio 2021 su Il Giornale. I legali delle parti civili: un vulnus. Open Arms: il nostro caso è molto diverso. L'Ong spagnola, i circoli ricreativi di sinistra, i legali pro migranti, le semi scomparse Sardine e un ex sindaco targato rosicano per il «non luogo a procedere» di Catania a favore di Matteo Salvini quando era ministro dell'Interno. E tifano per il processo che lo attende a Palermo con il sogno di vedere il leader della Lega dietro le sbarre. Pd e grillini hanno il buon gusto di tacere a parte casi isolati come la democratica Lia Quartapelle: «La conclusione della vicenda giudiziaria sulla Gregoretti non oscuri il fatto politico. Salvini è stato il primo ministro della Repubblica a bloccare l'attracco in un porto italiano di una nave della Guardia costiera. Il sonno della ragione genera mostri». Anche il circo dei talebani dell'accoglienza non molla e invoca la «giusta» punizione. Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace, estremista pro migranti, invoca addirittura il giudizio divino. «Anche se oggi Salvini l'ha scampata, un giorno dovrà rispondere a qualcuno che sta più in alto di noi - dichiara Lucano in toni apocalittici - perché di fatto ci sono stati essere umani (i migranti bordo di nave Gregoretti, nda) condannati da una politica razzista che li ha segregati mettendo a rischio la loro vita». I pretoriani di sinistra dell'Arci non hanno dubbi. «Il non luogo a procedere per Salvini sul caso Gregoretti è una scelta incomprensibile e a nostro parere sbagliata» sentenzia Filippo Miraglia, responsabile Immigrazione delle Associazioni ricreative e culturali italiane. «Speriamo che la magistratura di Palermo faccia emergere una realtà diversa e non la mistificazione di un rappresentante dello Stato che usa i suoi poteri per ragioni di interesse di partito», ribadisce il talebano delle manette. L'Arci è in prima linea nell'appoggiare le Ong del mare come Mediterranea fondata da Casarini e soci oggi indagati dalla procura di Ragusa per favoreggiamento aggravato dell'immigrazione clandestina. Proprio l'Arci è uno dei soci fondatori di Banca Etica, che ha prestato quasi mezzo milione di euro per comprare Mare Jonio. Anche i legali delle parti civili vanno giù duri sulla decisione di Catania. La sentenza «è un vulnus per la giustizia di questo Paese. La decisione contrasta con quella di Palermo. La magistratura da una parte rinvia a giudizio e dall'altra proscioglie. E Salvini ne farà oggetto della sua propaganda». La dichiarazione è dell'avvocato Corrado Giuliano legale dell'associazione Accoglie Rete dedita ai minori non accompagnati, che si è ovviamente costituita parte civile. Ieri è uscito dal torpore anche uno dei fondatori delle Sardine, Mattia Sartori, chiamato in causa dai leghisti perché i suoi auspicavano fin dall'inizio la condanna di Salvini. E l'Ong spagnola Open arms affila i coltelli. Sull'archiviazione di Catania la portavoce, Veronica Alfonsi, sminuisce sostenendo che «come sentenza era abbastanza annunciata». Poi riferendosi al processo di Palermo, che riguarda la nave dei talebani dell'accoglienza spagnoli, sostiene che «la nostra vicenda ha degli aspetti che sono molto diversi rispetto a quelli della Gregoretti. Ci sono dei passaggi importanti dal punto di vista legale: il pronunciamento del Tar del Lazio con cui veniva sospesa l'interdizione di entrata in acque territoriali, quello del Tribunale dei minori che disponeva lo sbarco, fino alla decisione del procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio di far scendere le persone». Peccato che il giudice delle indagini preliminare di Catania abbia tenuto conto anche del caso Open arms per archiviare il processo a Salvini.

Felice Manti per "il Giornale" il 10 giugno 2021. «Beati i perseguitati dalla giustizia perché di essi è il regno dei cieli». Sarà contento Mimmo Lucano di essersi guadagnato il paradiso, almeno secondo il Vangelo di Matteo (5, 10) per colpa del processo che lo vede alla sbarra per favoreggiamento dell' immigrazione clandestina quando era sindaco di Riace, in Calabria. Al processo il pm Michele Permunian ha chiesto la sua condanna a 7 anni e 11 mesi (4 anni e 4 mesi per la compagna Lemlem Tesfahun) anche per associazione a delinquere, abuso d' ufficio, truffa, concussione, peculato, turbativa d' asta e falsità ideologica per presunti illeciti nella gestione del sistema di accoglienza dei migranti nel centro della Locride. Tutte macchinazioni, dice lo stesso Lucano ai microfoni di KlausCondicio su Youtube, trasmissione condotta dal massmediologo Klaus Davi, che si paragona a una vittima della giustizia: «È una condizione che non vorrei augurare a nessuno, neanche alla peggiore persona». Nemmeno a Silvio Berlusconi, che Lucano - candidato in ticket con Luigi de Magistris a governatore della Calabria - ingaggia nel suo stesso «girone», quello dei perseguitati dalle toghe: «C' è sempre una dimensione umana che bisogna rispettare. Non è giusta la persecuzione, non è mai una giustificazione. Vale anche per Berlusconi come per qualsiasi altro essere umano». Per un Silvio Berlusconi «riabilitato» da sinistra - sulla falsariga di Michele Santoro - e un Matteo Salvini tutto sommato «risparmiato» («I lager di San Ferdinando e la rivolta dei neri non comincia con Matteo Salvini, con il quale non condivido nulla. Devo obiettivamente riconoscere che loro - i leghisti, ndr - non c' entrano nulla») c' è un uomo di sinistra su cui Lucano addensa luci inquietanti. «Le mie disgrazie coincidono con l' avvento di Marco Minniti al ministero dell' Interno - sibila Lucano - la mia percezione da imputato principale a Locri è che c' è stata una sorta di intelligence che stabilisce che sono pericoloso», aggiunge, lanciando una bizzarra ipotesi su fantomatici «apparati del sistema di questa area progressista» nel quale l' ex ministro dell' Interno, calabrese come Lucano, avrebbe «un ruolo centrale». «Una volta mi hanno invitato per parlare in maniera diretta a Reggio Calabria ma Minniti non è venuto», ricorda. Un' altra volta l' allora prefetto Luigi De Sena (poi diventato parlamentare Pd) gli avrebbe detto «attenzione che il vento sta cambiando, e proprio quelli che sono i tuoi amici potrebbero esserne la causa, perché stai facendo delle cose che involontariamente ribaltano i rapporti con i capi clan libici». Insomma, l' esperimento di Riace avrebbe dato fastidio a chi dall' immigrazione clandestina ci lucra. «E non escludo che nel 2018 la 'ndrangheta abbia chiesto alla Rai lo stop alla messa in onda della fiction dedicata a Riace», quella interpretata da Beppe Fiorello. Insomma, è la solita storia: servizi segreti, affari sporchi, 'ndrangheta e malagiustizia. In una parola, la Calabria.

Quando Luca Morisi su Facebook puntava il dito sugli spacciatori del Pilastro. Il Quotidiano del Sud il 27 settembre 2021. “NON ho commesso alcun reato, ma la vicenda personale che mi riguarda rappresenta una grave caduta come uomo. Chiedo innanzitutto scusa per la mia debolezza e i miei errori a Matteo Salvini e a tutta la comunità della Lega a cui ho dedicato gli ultimi anni del mio impegno lavorativo”. Luca Morisi, indagato per una vicenda di droga, dimessosi dal suo incarico di spin doctor della Lega, è nell’occhio del ciclone e chiede scusa ad un ambiente politico molto repressivo nei confronti dei consumatori di sostanze stupefacenti. Ben altri toni adoperava l’inventore della Bestia salviniana, il 27 gennaio di quest’anno quando scriveva sulla sua pagina Facebook “Hanno messo in croce Salvini per un anno e poi guarda un po’- Arrestati genitori ragazzo citofonata di Bologna, i carabinieri hanno trovato 13 grammi di cocaina, 170 grammi di marijuana, 384 grammi di hashish, un bilancino di precisione… “ e al suo post allegava il link dell’articolo che ribaltava la vicenda della citofonata in campagna elettorale in un condominio del Pilastro durante la campagna elettorale delle regionali in Emilia Romagna. Ora Salvini, che due settimane accusava Letta di preoccuparsi di “far fare le canne a casa” in seguito al voto per la depenalizzazione della canapa indiana, deve preoccuparsi di abbracciare e perdonare il suo più stretto collaboratore rimasto coinvolto in una vicenda di cessione di droga a quanto pare neanche leggera.

Luca Morisi indagato, i social non dimenticano il citofono del Pilastro. Redazione agenziadire.com il 27 settembre 2021. Luca Morisi, inventore della macchina della comunicazione di Matteo Salvini- detta la “Bestia” – è indagato per cessione di droga. Il caso ha immediatamente catalizzato l’attenzione degli utenti dei social, che, pur riconoscendo l’importanza del garantismo, non dimenticano gli anni di propaganda proprio sul tema delle droghe. Indimenticabile l’episodio di gennaio 2020, in cui lo stesso leader del Carroccio suonò al citofono di alcune famiglie straniere del quartiere Pilastro di Bologna, ‘segnalate’ da una residente, per sapere se ci fossero spacciatori. Episodio ricordato oggi anche dalla ministra per le Politiche giovanili Fabiana Dadone. Su Twitter si susseguono i meme in cui Salvini viene immortalato nel noto citofono del Pilastro chiedendo di Morisi. “Aveva lo spacciatore in casa, ma andava a citofonare a casa degli altri”, “Morisi non deve chiedere scusa se fa uso di droga Ma si scusi per aver avvelenato i pozzi della politica Si scusi con tutte le persone che ha esposto alla shitstorm dei suoi adepti Si scusi con gli immigrati per averli trasformati nel nemico pubblico numero uno E poi sparisca”, “Divorziano e invocano il sacro cuore di Maria, si drogano ma vogliono in carcere i drogati, usano il lavoro immigrato al nero ma predicano espulsioni, vogliono legge&ordine e presentano candidati che flirtano con la criminalità organizzata. La destra italiana”, scrivono alcuni utenti, tra cui anche l’opinionista e giornalista Selvaggia Lucarelli, che sottolinea: “Garantismo non è far finta che Luca Morisi non abbia avvelenato i pozzi per anni, strumentalizzato la debolezza altrui, cavalcato il tema della droga e degli stranieri cattivi e spacciatori per propaganda politica e vantaggio personale. Garantismo è ritenerlo innocente penalmente. Sul piano morale è colpevole in ogni modo possibile. E ora, a tutte le sue colpe, si aggiungono anche ipocrisia, incoerenza e una certa ingenuità politica, pure”.

(ANSA il 28 settembre 2021) Matteo Salvini non si è pentito della citofonata fatta ad un presunto spacciatore al quartiere Pilastro di Bologna nel 2020, quando chiese "Scusi lei spaccia?". A margine di un sopralluogo all'ex Macello di Milano, infatti, il leader del Carroccio, a chi gli chiedeva se, alla luce degli sviluppi della recente vicenda Morisi, si fosse pentito di quella citofonata, ha risposto: "No, perché hanno arrestato degli spacciatori. Lì c'erano degli spacciatori che sono stati arrestati. Non andiamo a caso. Diciamo che sono stato ministro dell'Interno e qualche contatto con le forze dell'ordine ce l'ho".

Cesare Zapperi per il "Corriere della Sera" il 28 settembre 2021.  La prima reazione è stata di stizzita incredulità. «Ma Luca, com'è possibile?». Poi è subentrato un sentimento misto di rispetto per il dramma dell'uomo e di riconoscenza per quanto il lavoro di quello stesso uomo ora in ginocchio ha pesato nella crescita della leadership. E ha vinto la scelta di far prevalere il sentimento sulla ragione. «Quando un amico sbaglia e commette un errore che non ti aspetti, prima ti arrabbi con lui, e di brutto. Ma poi gli allunghi la mano, per aiutarlo a rialzarsi». Di certo, tutto poteva aspettarsi Matteo Salvini tranne che uno dei suoi più stretti collaboratori scivolasse su una questione di droga, per quanto dai contorni ancora poco definiti. Un tema tante volte agitato e usato come arma propagandistica improvvisamente è diventato un punto debole. La classica nemesi che ora tutti gli mettono sotto il naso, ma di cui il segretario leghista non viene messo a parte subito. Morisi rassegna le dimissioni da tutti gli incarichi a inizio settembre. Ma solo una decina di giorni dopo racconta a Salvini della perquisizione subita a casa e dell'inchiesta che lo coinvolge. È in quel momento che il segretario capisce che i problemi personali, un mix di stress da superlavoro più carattere chiuso ed introverso e lockdown, sono diventati una matassa più ingarbugliata che rendono ancor più fragile quello che fino a quel momento era da tutti considerato un genio, un superuomo esente dalle turbative dei comuni mortali. «Io non ti mollo» dice Salvini a Morisi. «Ma adesso devi pensare a stare bene». Non ne parlano con nessuno. Forse illudendosi che una vicenda su cui sta indagando la magistratura possa passare inosservata. Poi, venerdì scorso il guru della comunicazione annuncia ufficialmente l'addio a tutti i suoi incarichi nella Lega motivandolo con generiche «ragioni personali». Con il senno di poi è forse un ultimo, un po' maldestro, tentativo di uscire di scena cercando di non sollevare troppa polvere. Salvini non commenta. Anche lui probabilmente spera di superare indenne l'ostacolo. Solo che Morisi non è una pedina qualsiasi dello scacchiere leghista. Tutti lo conoscono per la «Bestia», la spettacolare macchina social che ha costruito e rafforzato l'immagine del leader. Ma negli ultimi sette anni per Salvini è stato molto di più: consigliere, ideologo, stratega, ispiratore. Il rapporto è tra due persone che più diverse non potrebbero essere. Il segretario estroverso, facile alla battuta, amante delle compagnie allargate e capace di trovate estemporanee. Morisi è, al contrario, la persona molto intelligente ma chiusa, il secchione tutto libri e studi e poca brigata. Salvini vorrebbe «proteggerlo», anche dai nemici interni che non vedono l'ora di liberarsi di quella macchina della propaganda che ai leghisti della prima ora non piace per nulla, ma la notizia dell'inchiesta esce. È una bufera annunciata. Morisi non può più usare formule generiche, deve ammettere di vivere un «momento doloroso» che «rivela fragilità esistenziali irrisolte». E Salvini può solo ricorrere alla mozione degli affetti («Ti voglio bene amico mio, su di me potrai contare. Sempre») per cercare di arginare l'onda di ritorno degli avversari politici che gli rinfacciano il giustizialismo sempre applicato agli altri e risparmiato all'amico. Ma per il leader ormai sottrarsi alla nemesi non è più possibile.

Quando il duo Salvini-Morisi twittava "La droga è morte. Viva la VITA!" Ora l’ideatore della Bestia, braccio destro del Capitano, è indagato per droga. Luca Bianco su Huffingtonpost.it il 27/09/2021. Zona San Donato, periferia di Bologna. È una fredda serata invernale di metà gennaio 2020. La campagna elettorale per le elezioni regionali in Emilia-Romagna è alle battute finali. La Lega le prova tutte per ribaltare i sondaggi che danno una vittoria certa al governatore uscente di Centrosinistra, Stefano Bonaccini. Matteo Salvini suona il campanello di una famiglia di tunisini in via Deledda, nel quartiere del Pilastro, noto per le case popolari e la varietà multietnica dei suoi abitanti. Dentro quella casa vivono, a detta dello staff del senatore, persone legate al traffico di droga. “Scusi, lei spaccia?”, la domanda dell’ex ministro dell’Interno risuona attraverso il citofono. Davanti alle telecamere e ai giornalisti. Il blitz del capitano fu rilanciato a reti unificate dalla Bestia, la struttura che sta dietro alla comunicazione social del segretario del Carroccio. Ultimo, estremo, tentativo di ribaltare le sorti di una campagna elettorale già persa. Un anno e mezzo dopo, la stessa domanda, in molti vorrebbero farla a Luca Morisi, il deus ex machina della stessa Bestia. Aveva annunciato le sue dimissioni pochi giorni fa. Si era parlato di dissidi politici tra il Capitano e il capo della sua comunicazione. Disaccordi di fondo sull’adesione della Lega al governo di larga coalizione guidato da Draghi. Lo scetticismo di Morisi verso la linea Giorgetti. La verità invece è un’altra. Morisi è indagato dalla procura di Verona per una presunta compravendita di sostanze stupefacenti. Ad accusarlo tre ragazzi che avrebbero comprato la droga dall’ex spin doctor leghista. I carabinieri hanno trovato altra droga in casa di Morisi. “La vicenda che mi riguarda è una grave caduta come uomo, chiedo scusa alla Lega e a Salvini”. Il pentimento di Morisi è sincero, ma non può far dimenticare anni di campagne social del Capitano contro la droga. Ogni 26 giugno, ad esempio, è la giornata internazionale contro le sostanze stupefacenti. Salvini (Morisi) non perde mai l’occasione per rilanciare sui canali social inviti a “dire di no allo spaccio e si alla vita”. E pensare che fino al 2014, lo stesso senatore leghista, all’epoca europarlamentare, apriva al dibattito sulla legalizzazione della cannabis. Probabilmente memore del suo passato da giovane comunista padano. “Noi ci rapportiamo alle tematiche classiche della sinistra, dalla forte presenza statale alla liberalizzazione delle droghe leggere”. Lo scriveva Salvini nel 1998, sul giornale Il Sole delle Alpi, quando ricopriva la carica di capogruppo dei comunisti padani. Un manipolo di cinque leghisti di sinistra, nel parlamentino padano di Chignolo Po. Quando il compagno Salvini era un indipendentista per la Padania e non un sovranista italiano. Da ultimo, la campagna anti-referendum lanciata dalla Lega contro la raccolta firme per la liberalizzazione delle droghe leggere. L’iniziativa ha già raggiunto le 500 mila firme necessarie a presentare il quesito in Cassazione, in vista di un referendum da tenersi nel 2022. “La droga è sempre la droga. Se qualcuno facesse un giro a San Patrignano a parlare con i volontari, con le mamme e i papà, cambierebbe idea”, affermava Salvini fino a qualche giorno fa. Una citofonata, ora, il Capitano potrebbe farla direttamente a casa del suo ex braccio destro. Luca Bianco 

DAGOSELEZIONE il 27 settembre 2021. TWEET SU LUCA MORISI INDAGATO. 

Rubio rubio_chef. La bestiolina che faceva intrippare il capeetANO ora adesca ragazzini per vendergli la drogah. Bye bye #Morisi  

DanielABe JustMe. Aveva lo spacciatore in casa, ma andava a citofonare a casa degli altri. #lega #morisi 

Mangino Briochesmanginobrioches. È che a vendere fumo uno poi ci prende gusto. #Bestia #Morisi

Eleonora Camilli EleonoraCamilli. Il Karma, a volte, è una Bestia #Morisi #Salvini 

La prima maninaLaPrimaManina. Sono stata anni a sbattermi il cervello chiedendomi: " Come cazzo fa a scrivere queste cavolate!" #Morisi Per la famiglia tradizionale... degli altri. Contro la droga... ma loro spacciano. Per la sicurezza... e vanno in giro a sparare alla gente. Contro ladri e scippatori... e si fottono 49 milioni. Lega: una garanzia!

#Morisi 

LoredanaDSLoredana. Ecco perché urlano no al referendum sulla cannabis. Bestie. #lega #Morisi #Salvini #bestia

Marco NoelMarcoNoel19. Vi siete chiesti a chi spacciava la droga #Morisi? Prima agli italiani. #Salvini 

Marco NoelMarcoNoel19. Ecco perché dicevano che #Morisi fosse favorevole alla terza dose. #Salvini 

Il Reddito Di Cittadinanza di_reddito Ciao matteosalvinimi, ci dici cosa dovrebbe subire #Morisi secondo il codice penale leghista? 

giovanni mercadantegiuvannuzzo. Stefano Cucchi era un “venditore di morte”, #Morisi un amico che sbaglia a cui tendere la mano. #Salvini 

erion buhalierionbuhali. Chiedete scusa a Stefano Cucchi, è il minimo che potete fare. #Morisi 

Cristina CorreaniMoonlightshad1. #Morisi non deve chiedere scusa a #salvini, deve scusarsi con tutte le persone che ha offeso, infamato e diffamato quando ha fatto dire a salvini le schifezze più orripilanti perché facevano buon gioco alla propaganda della lega. A Ilaria Cucchi, ad esempio. 

Tommaso LabateTommasolabate. È doveroso essere garantisti con Luca #Morisi. Ma chiunque si trovi al suo posto, in futuro, ricordi la lezione di Pietro Nenni che Morisi non conosceva o ha ignorato. “A fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro… che ti epura”. Legge della politica, della vita. 

nello scavonelloscavo. #Morisi "Chiedo scusa, mi dimetto da ruoli LegaSalvini Chiede comprensione. L’uomo l’avrà. Non la #Bestia che l’ha negata a scartati, abusati, affogati, mai un post per le vittime degli aguzzini #Libia pagati dai governi 

Fabio Iperbole_. Il punto non è che #Morisi pare faccia uso di droghe e sia indagato per vicende simili (se ne occuperà la magistratura). Il punto è che costoro hanno costruito una spietata macchina d'odio le cui vittime finivano per essere schiacciate, anche per una canna. Che ipocriti di merda 

 ? FONTE AUTOREVOLE ?francotaratufo2. Gli extracomunitari "spacciano" droga. #Morisi "cede" droga. Ecco come i tg leghisti della #Rai presentano la notizia su #Morisi: "Indagato per uso e cessione di droga" Per informazioni rivolgersi:RobVicaretti

martino mazzonisminomazz. Divorziano e invocano il sacro cuore di Maria, si drogano ma vogliono in carcere i drogati, usano il lavoro immigrato al nero ma predicano espulsioni, vogliono legge&ordine e presentano candidati che flirtano con la criminalità organizzata. La destra italiana #Morisi #LaBestia

Prugnaopificioprugna. Quindi ogni foto di Salvini col cibo, era dovuta alla fame chimica di Morisi? ( Franca Sartori @Franchi98456948 ) #27Settembre #Bestia #Morisi #LucaMorisi #labestia #Salvini #Lega 

Il Triste MietitoreTristeMietitore. Il verbo di oggi è "Gongolare". #Morisi

Dagospia il 29 settembre 2021. Riceviamo e pubblichiamo:

Caro Dago, caso Morisi, la procuratrice di Verona: "Non abbiamo divulgato noi la vicenda". Siamo alle solite: questi dannati fascicoli che se ne vanno a spasso da soli...R.P.M.

Matteo Salvini, le giravolte sul caso Luca Morisi e la politica stupefacente: vota il peggio. di Wil Nonleggerlo su L’Espresso il 29 settembre 2021. Il leghista che scopre il garantismo ma diceva "spacciatori ai lavori forzati con le palle ai piedi", il cattivo gusto di alcuni avversari politici. E non solo. Abbiamo raccolto le trenta sparate della politica della settimana.

Luca Morisi. Il guru social di Salvini in un post del 2014. “L’unica droga libera che mi piace (ed è una droga pesante!) ha un principio attivo potentissimo: il teoSALVINOLO…” 22-gen-14

Luca Morisi. Appena congedatosi dalla guida della Bestia leghista per “questioni familiari”, poi diventate “fragilità esistenziali irrisolte”. Fatto Quotidiano: “Luca Morisi è indagato per cessione di droga: trovata nella sua cascina una modica quantità di cocaina, mentre tre ragazzi fermati nell'agosto scorso hanno raccontato di aver fatto scorta di sostanze stupefacenti proprio da lui”. Repubblica: “Caso Morisi, il festino nella cascina con la “droga dello stupro”. L'ammissione dei due romeni conosciuti sul web e controllati dai carabinieri: 'In quella fiala c'è Ghb, è stato Morisi a darcela gratis'” 27-set-21 

Matteo Salvini. La sensibilità, il garantismo del leader leghista (Instagram). “Quando un amico sbaglia e commette un errore che non ti aspetti, e Luca ha fatto male a se stesso più che ad altri, prima ti arrabbi con lui, e di brutto. Ma poi gli allunghi la mano, per aiutarlo a rialzarsi. Amicizia e lealtà per me sono la Vita. In questa foto avevamo qualche anno e qualche chilo in meno, voglio rivederti presto con quel sorriso. Ti voglio bene amico mio, su di me potrai contare. Sempre”. Vediamo un po'... Aprile 2019, Salvini: “Stiamo preparando un’operazione a tappeto per andare a prendere gli spacciatori di droga città per città, paese per paese. Per chi vende morte e veleno ai nostri figli TOLLERANZA ZERO”. Maggio 2019: “Mi viene voglia di fare il test antidroga ai parlamentari”; ad un gruppo di contestatori: “Meno canne e più uovo sbattuto della nonna”; e ancora: “La droga a scopo di divertimento è una boiata pazzesca”. Ottobre 2019: “Da Lapo Elkann dichiarazioni stupefacenti”. Novembre 2019, sul caso Cucchi: “Testimonia che la droga fa sempre e comunque male”. Gennaio 2020: “Contro la droga non sono garantista, è morte”; e ancora, post “segnaletico” con tanto di volto cerchiato: 'Simbolo dell’integrazione sorpreso a spacciare droga'. Alla faccia dell’integrazione!!! Tolleranza zero per gli spacciatori di morte”. Febbraio 2020: “Voglio gli spacciatori in galera con le palle incatenate ai piedi e ai lavori forzati, dal primo all’ultimo!” 27-set-21 

Matteo Salvini. Ma soprattutto, la più virale... Il Resto del Carlino, gennaio 2020. Blitz del leader della Lega in uno dei quartieri più problematici di Bologna, Salvini CITOFONA a casa di un presunto pusher: "SCUSI, LEI SPACCIA?" 21-gen-20 

Guido Crosetto. Il fondatore di Fratelli d’Italia, su Twitter (davvero). “La “DROGA” di Morisi è per caso quella per la cui liberalizzazione si sono raccolte 500k firme in pochi giorni? È una domanda seria, non retorica, perché mi incuriosisce l’utilizzo, sui giornali, del termine 'droga' e non il nome della specifica sostanza, come accade normalmente” 27-set-21 

Mario Adinolfi. Il leader del Popolo della Famiglia ci va giù pesante, su Twitter. “Un punto si pone: quanti dei nostri parlamentari si drogano? Per l’esperienza avuta alla Camera, più della metà” 27-set-21 

Matteo Salvini. (Fanpage.it, titolo)

Dopo l'addio di Morisi scoppia il caso su social di Salvini: rimosso video di un uomo che si masturba 25-set-21 

Simone Pillon. L'incredibile intervista rilasciata al Foglio dal senatore ultra cattolico della Lega, già fornitore ufficiale di rosari di Salvini. “Questa brutta storia di Morisi non mi sorprende, soprattutto se gli avessero trovato la droga dello stupro. C’erano cose note da tempo a tutti”; “non mi stupisce, viste le note attitudini del personaggio. La giustizia divina ha fatto il suo corso. A me questo Morisi non è mai piaciuto. Mai. Ora capisco tante cose” 28-set-21 

Simone Pillon. E ancora...Pillon, Morisi s’è inventato la Bestia: almeno un po’ di riconoscenza. “Sì, certo, per le divise, i gattini e le fette di pane e Nutella. Ma per favore”. Ma non c’è in generale un pizzico di ipocrisia nella Lega tra chi si fa portatore di certi valori così radicali e poi nella vita privata va nella direzione opposta? “Sta parlando della corrente Mykonos?”. Che sarebbe? “I gay del mio partito. Sono tantissimi. Li conosco tutti. Tra Camera e Senato non bastano due mani per contarli”. E che c’è di male? “Niente di personale, ci mancherebbe. Ognuno vive come vuole. Basta saperlo. Questo sì” (dopo alcune ore: “Un mix di molte parole che non ho detto, miscelate con alcune parole strumentalmente e decontestualizzate”) 28-set-21 

Danilo Toninelli. Il senatore 5 Stelle su Facebook. "Allora era vero che la propaganda social di Salvini aveva qualcosa di 'stupefacente'..." 28-set-21 

Giorgia Meloni. La leader Fdi si scatena contro alcuni contestatori, durante un comizio. “Sapete solo strillare! Ma io grido più forte, mai avuto paura di voi! Fate solo pena! Guardie bianche dei poteri forti! Ridicoli! Pagliacci finti rivoluzionari finanziati dal Sistema! Ridicoli! Pagatevi l’affitto dei centri sociali invece di occupare coi soldi dei cittadini!”. Poco dopo, sul sito del Foglio... “La Meloni scambia i contestatori della destra No Vax coi centri sociali e li insulta dal palco, 'pagliacci, ridicoli, servi bianchi del sistema, la Lamorgese dovrebbe sgomberarvi!'. Peccato non fossero squatter, ma ex militanti MELONIANI che le rimproverano 'il tradimento' sul green pass” 24-set-21 

Mattia Santori. Il leader delle Sardine, candidato al Consiglio comunale di Bologna, sui social (Ansa). Bologna, Santori denuncia il traffico in tilt ma è in contromano nella corsia dei bus. La sardina rimuove il video dopo la gaffe 26-set-21 

Luca Bernardo. Il Fatto Quotidiano sul candidato sindaco del centrodestra a Milano. “Le mie gaffe? Solo una strategia comunicativa: è meglio stupire. Potrebbe essere tutto studiato a tavolino...” 27-set-21 

Luca Bernardo. “Sono pieno di tatuaggi ma ho le mani pulite. Mio nonno era partigiano. Se mi chiamano fascista rido. Odio gli estremismi, in lista ho un trans”, leggiamo su Libero... Le danno del “fascista” forse perché è ricoperto di tatuaggi e fa la lotta Krav Maga. Lei mi sembra un mix fra Patch Adams e Ken il Guerriero. Se lo sanno quelli di Repubblica ci fanno un approfondimento domenicale... “Ho tatuaggi più antichi del mondo; sul braccio maori, sul polso sinistro la mia data di nascita e segno zodiacale, sulla spalla la croce di Gerusalemme, sull’avambraccio un leone disegnato dentro una rosa che simboleggiano un animale elegante, fiero e gentile” (…). Il suo stesso capolista, Vittorio Feltri, la vede inadeguato al ruolo. Chi ha ragione? “Feltri ha detto la verità, non me la sono presa: io sono davvero un neofita delle politica e ne vado fiero, vengo dalla società civile, sono qui per imparare”. Nel famoso audio rubato in cui minacciava di lasciare le candidature se i partiti non avessero messo la loro parte, sembrava abbastanza incazzato. Da Fratelli d’Italia dicono che i soldi a Milano doveva metterli la Lega (cha ha un po’ il braccino corto). Ma alla fine, gliel’hanno fatto ‘sto accredito? “Sa che non ho controllato se
 mi hanno versato i soldi?” 27-set-21 

Vittorio Feltri. Il fondatore di Libero e capolista Fdi a Milano intervistato dal Corriere. Direttore Feltri, come va? “Molto bene, mi sto facendo un aperitivo. Un bicchiere di vino bianco”. A proposito: e la campagna elettorale? “E che ne so io, mica la faccio. Non ne ho voglia e non ci capisco niente”. Ma se la scoccia così tanto, allora per quale motivo si è candidato? “Avevo risposto a una richiesta di Giorgia in un mio momento di grave debolezza mentale. Nel pomeriggio mi tocca perfino stare in Duomo alle cinque. Una gran rottura di palle”. Un’ora prima della partita allo stadio Meazza tra l’Inter e l’Atalanta. “Ecco, appunto. Ma tanto poi, a una certa, scappo” 26-set-21

Carlo Calenda. (Fatto Quotidiano) Elezioni comunali Roma, Carlo Calenda si tatua “SPQR” sul polso: “Cuore oltre l'ostacolo. Ora mia moglie mi corca di botte” 26-set-21 

Beppe Grillo. Il fondatore dei 5 Stelle posta sui social una foto della sindaca Raggi in versione “centuriona romana”, e scrive “Più in alto voli, tanto più piccoli sembreranno quelli che non possono farlo. Virginia, vai avanti con coraggio!”. Poi, sfogliando Il Messaggero...: “Virginia Raggi centuriona, salta fuori la foto originale, l'autore Andrew Poplavsky a Beppe Grillo: io mai pagato” 25-set-21

Giorgia Meloni. In comizio congiunto con Enrico Michetti, piazza del Popolo. A Roma “ci sono topi come labrador, gabbiani come assassini, e i cinghiali. Raggi invece di fare il sindaco ha fatto la zoologa!” 18-set-21 

Cirinnà vs. Calenda. Botte da orbi su Twitter. La senatrice Pd: “Caro @CarloCalenda, Alitalia e molte altre crisi hanno dimostrato le tue pessime doti di amministratore! Dopo indicazione #Bertolaso come vicesindaco ed endorsement #Giorgetti è chiaro da che parte stai: il centrosinistra non fa per te, nonostante tu sia stato eletto coi voti del Pd”. Ed il candidato sindaco di Roma, leader di Azione: “Alle brutte mi prendi come maggiordomo. Mi basta lo stipendio del cane. A Monica... un paio di mesi di silenzio va”. Cirinnà non la prende bene: “Davvero un signore complimenti! Dire a una donna di tacere è tipico di quella cultura di destra che tanto ti ammira! Bravo! Comunque dì ai tuoi amici della #Lega che mancano ancora 49 milioni di euro. I 24 mila euro della cuccia li hanno i carabinieri. Tu li avresti chiamati? Boh...” 27-set-21 

Giuseppe Cirillo. Partito delle Buone Maniere, Roma, ecco il primo punto (da programma) del candidato sindaco. “Distribuzione agli anziani di STRISCE PEDONALI PORTATILI” 30-set-21 

Giuseppe Conte. Il tweet di Stefano Cappellini sul leader 5 Stelle. Oggi, in un comizio a Roma, Conte ha zittito così un contestatore: "Vada dalla Lega a chiedere dei 49 milioni". Tre anni fa, quando guidava il governo Conte I, sul tema diceva: "Non fossi premier mi sarei offerto per la difesa della Lega". Formidabile 24-set-21 

Luigi Di Maio. Jacopo Iacoboni sul ministro pentastellato (Twitter) “Il futuro è il sovranismo” (Luigi Di Maio, 21 novembre 2019). “In Germania si va verso un'ampia vittoria delle forze europeiste. Un ottimo segnale. Ancora una volta, è stato sconfitto il sovranismo” (Luigi Di Maio, 26 settembre 2021) 27-set-21 

Davide Barillari. L'Adnkronos sul consigliere no vax. Lazio, Barillari tenta di entrare al Consiglio regionale senza green pass: fermato dalla vigilanza 20-set-21 

Roberto Burioni. Libero titola sul noto virologo. Burioni: “I No Vax sono come chi puzza” 23-set-21 

Nicolò Naclerio. Comune di Vicenza, il consigliere Fdi in tema di ddl Zan (Fanpage.it) "Un centinaio di aggressioni fisiche e verbali, in dieci anni, a soggetti LGBT non sono da considerarsi un'emergenza" 24-set-21 

Francesco Castiello. Repubblica.it sul pentastellato che ha finanziato l'opera accusata di sessualizzare l'immagine della donna. Spigolatrice di Sapri, il senatore M5S Castiello: "Chi critica la statua non conosce il corpo delle donne meridionali" 27-set-21 

Aurora Pezzuto. Il discusso virgolettato della collaboratrice dell'Istituto Liberale. "La scuola pubblica italiana quando si impegna riesce a spiegarti a malapena dove trovare il pulsante per accendere il computer. Quando lo studente dovrà interfacciarsi col mercato del lavoro sarà più importante la differenza tra valvassori e valvassini oppure delle conoscenze base di Excel?" 22-set-21

Pierluigi Bersani. L'onorevole LeU a L'Aria che tira, La7 “Gianni Letta Presidente della Repubblica? Può essere un nome sì, figurarsi se ho problemi” 25-set-21 

Massimo Giletti. Presentando la nuova stagione di Non è l’Arena, su La7 (Adnkronos) “Populista? Io sono un eretico, nel senso letterale del termine, ovvero alla ricerca della verità: faccio giornalismo d’inchiesta” 28-set-21 

Matteo Salvini. L'annuncio del senatore leghista, da Assisi. “Ho scoperto che Richard Gere testimonierà contro di me nel processo Open Arms. Allora noi chiameremo Lino Banfi e Checco Zalone..." 26-set-21

Caro Dagos, si era appena finito di dire che il flop delle inchieste della magistratura, che hanno fatto da traino ai professionisti del 'Vaffa' e di null'altro, doveva segnare il ritorno al rispetto delle regole, non diciamo delle persone: delle regole. Per esempio, quelle della 'buona informazione' e della 'buona politica': e invece, che succede? Che viene avviata un'inchiesta sul responsabile della comunicazione sui new media della Lega e subito, si scatena la canea, con in testa gente che di testa ne ha poca, disponendo di una dotazione di ingegno al di sotto dei tacchi delle scarpe della moglie, dal consorte calzate perché almeno dei piedi deve pur fare uso per mettersi sotto le suole, vendicandosene, il buon gusto insieme al buon senso: o andando a lume di naso, si fida del proprio come se il tartufismo altrui, vero o presunto, fosse l'occasione per uno sciacallaggio a buon rendere l'ipocrisia come virtuosa continenza nel tenere un accorato predicozzo sulle traversie giudiziarie altrui. (Intervenga, l'elegantone, su analoghe congiunture di altri e in modo un po' meno ristretto ai casi suoi). Solo Boldrini e Calenda, da 'buoni politici', scendono al di sotto della lamella alla base del tacco: la Boldrini signoreggia tweet again perché Salvini è da bandire anche se Morisi fosse prosciolto: Calenda si immagina cavaliere errante di tavola rotonda in tavola rotonda da talk-show perché infierisce su Salvini risparmiandogli l'intemerata - oh gran bontà de' cavallieri post-moderni! - causa Morisi. La presunzione di innocenza non vale per Luca Morisi: e questo, allo scopo di farne non la leva per la presunzione di colpevolezza, ma la pressa idraulica per la liquidazione di Matteo Salvini. I giustizialisti hanno bisogno di rivincite: e Salvini, dato per il vincente sbagliato, ora è il perdente giusto. Il coraggio - se lo è - incivile di chi combatte con mezzi e metodi 'trasversali' l'odiato hyksos leghista spiega bene la logica distorta del giustizialismo come anti-politica - ma solo della politica anti-regime in una democrazia a sovranità sempre più limitata. Raider

Carissimo Dago. Il politico che ha girato per mesi con la maglietta della polizia e stanava gli spacciatori fin dentro le loro case, non si è accorto, come un ispettore Clouseau de noantri, dei guai del suo braccio destro. Povera bestia, avrà delle fragilità esistenziali irrisolte, diamogli solidarietà e facciamo bella figura. Facciamo vedere che non abbandoniamo gli amici nei momenti difficili anche perché, questi amici, se abbandonati si potrebbero incazzare e cominciare a raccontare le tante cose che sanno sull’ex ministro degli interni…Andrea

Simona Buscaglia per "fanpage.it" il 29 settembre 2021. Una trentina di abitanti del quartiere, appartenenti al Comitato abitanti di San Siro e al centro sociale Il Cantiere, hanno contestato questa mattina il leader della Lega, Matteo Salvini di fronte al mercato comunale coperto di piazzale Selinunte, dove era atteso un incontro elettorale. Oggi però era anche in corso un presidio anti sgombero del comitato "Abitanti San Siro". Tra i cartelli presenti uno recitava: "L'ipocrisia è una brutta bestia, Salvini citofona a casa tua e restaci. San Siro ripudia il razzismo". In altri si leggeva "Salvini San Siro non ti vuole", "Salvini pagliaccio", "Salvini la politica del tuo quartiere è la politica dell'odio". Tra gli striscioni anche uno che richiama la vicenda Morisi. Dalla parte opposta della piazza invece c'erano alcune decine di sostenitori di Salvini che hanno risposto ai centri sociali con dei cori a favore del loro leader. Alla manifestazione era presente anche uno schieramento di rappresentanti delle forze dell'ordine in assetto anti sommossa. Nonostante le contestazioni, il leader della Lega, Matteo Salvini, ha incontrato i cittadini che erano venuti per lui. Nel corso dell'appuntamento con i cittadini a San Siro, Salvini ha fatto riferimento ad alcune situazioni nel quartiere: "Da ex ministro dell'Interno sono sempre a fianco di uomini e donne in divisa, che fuori microfono spesso mi dicono che in alcuni cortili hanno l'indicazione di non entrare e in alcune vie di non esagerare – ha detto il leader del Carroccio – Non so da chi arrivino queste indicazioni, però in una città come Milano non può esserci un palazzo dove è meglio non entrare o una via dove è meglio chiuder un occhio. Questo è grave, chiederò a Questura e Prefettura se veramente ci sono indicazioni del genere". Salvini ha poi ribadito che Milano "non è la città green e fighetta di cui parla Sala. L'integrazione passa attraverso il rispett