Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2021

 

I PARTITI

 

SECONDA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

     

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

I PARTITI

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Sono Comunisti.

Incapaci ed incompetenti. Dietro il vaffanculo…Niente.

Se non anche il Vaffanculo a se stessi.       

Fratelli coltelli.

Andare…”ControVento”.

“Italia Più 2050”.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Contismo.

Giuseppe Conte.

Beppe Grillo.

Marco Morosini.

Luigi Di Maio.

Alfonso Bonafede.

Danilo Toninelli.

Lucia Azzolina.

Vito Crimi.

Roberto Fico.

Nicola Morra.

Vincenzo Spadafora.

Rocco Casalino.

Nina Monti.

Alessandro Di Battista.

Virginia Raggi.

Barbara Lezzi.

Roberta Lombardi.

Paola Taverna.

La Questione Morale.

La Variante Cinese.

I Raccomandati.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Lega. Il comunismo in sala padana.

Il Capitano.

Il Senatur.

Giancarlo Giorgetti.

Irene Pivetti.

La Questione Razziale.

La Questione Morale.

La Lega Omosessuale.

La Bestia e le Bestie.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La lunga amicizia tra Hitler e Stalin.

Rosa Luxemburg, l’allieva di Marx.

Comunismo = Fascismo.

Razzisti!!

"Bella ciao": l’Esproprio Comunista.

Antifascisti, siete anticomunisti?

Le donne di sinistra che odiano le donne.

Gli omofobi Rossi.

La nascita (e la morte) del Partito Comunista Italiano.

Professione: Sfascio…

Riformismo e Riformisti.

Che fine ha fatto il sindacato?

L’Utopismo.

Il Populismo.

Le Sardine.

La Questione Morale.

Tassopoli.

I Raccomandati.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Domenico Marco Minniti.

Andrea Orlando.

Andrea Romano.

Arturo Parisi.

Dario Franceschini.

Debora Serracchiani.

Emanuele Macaluso.

Enrico Letta.

Goffredo Bettini.

Luca Lotti.

Luciano Lama.

Lucio Magri.

Marco Rizzo.

Gianni Vattimo.

Giuseppe Provenzano.

Massimo D'Alema.

Nicola Fratoianni.

Nicola Zingaretti.

Pierluigi Bersani.

Roberto Speranza.

Romano Prodi.

Rosy Bindi.

Il Renzismo.

Furono Radicali.

Che Guevara tra storia e mito.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gli amici Terroristi.

Sante Notarnicola.

Cesare Battisti.

Dimitris Koufodinas.

Mara Cagol.

Sara Casiccia.

Walter Alasia.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Storia del 1968, quando il mondo impazzì e cambiò tutto in poche settimane.

  

 

 

 

 

 

I PARTITI

 

SECONDA PARTE

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Il Contismo.

Viva la Rai. Conte pretende il reddito di lottizzazione, ma resta senza poltrone e onestà. Mario Lavia il 18 Novembre 2021 su L'Inkiesta. L’avvocato dei populisti minaccia di non mandare i suoi davanti alle telecamere (ma non durerà) perché non ha ottenuto nessun posto nei telegiornali. È rimasto incastrato nella scatoletta di tonno, non ne può più uscire ma non riesce nemmeno a starci dentro. È la nemesi più bella del mondo quella di Giuseppe Conte. Lo hanno fregato a quel tavolo della spartizione della Rai cui si era appena attovagliato, con cravatta intonata alla camicia e pochette d’ordinanza, sicuro che la fetta di torta non gliel’avrebbe tolta nessuno come è probabile gli abbiano fatto credere tra una lasagna e l’altra alla festa nella villetta dell’autista di Goffredo Bettini dove c’era pure Carlo Fuortes. L’accusa all’amministratore della Rai è di continuare la pratica della lottizzazione. Ma sapete perché? Perché lui non ci mangia, altrimenti il vecchio Cencelli sarebbe andato benissimo. Viene voglia di rimpiangere Di Battista che nella sua furia antipolitica almeno era coerente. Tre quarti di lottizzazione e un quarto di Draghi, ecco la miscela segreta delle nomine Rai: ecco perché l’avvocato ce l’ha con Mario Draghi, che gli ha tolto il Tg1, mandandoci Monica Maggioni – la cui nomina si può considerare una nomina draghiana in quanto fuori dai giri partitici – una delle professioniste più forti della Rai, già presidente dell’azienda, una lunghissima esperienza sul campo e già alla guida di Rai News24. L’avvocato di se stesso, altro che popolo, non era mai apparso così furibondo come ieri, ha persino lanciato un proclama che farà piacere a molti ascoltatori: «Vorrà dire che, a partire da oggi, il Movimento 5 Stelle non farà sentire la sua voce nei canali del servizio pubblico, ma altrove». Figuriamoci, si accettano scommesse su una prossima partecipazione di uno dei suoi a qualche trasmissione, lo sanno bene che senza tv non sei nessuno, e La7 è una piccola utilitaria. Dunque per il Movimento 5 stelle niente più Tg1, niente RaiNews24, dove viene promosso Paolo Pedrecca, vicino a Fratelli d’Italia. E niente Tg2 dove la destra ha imbullonato il sovranista Gennaro Sangiuliano. Meno che mai il Tg3, dove sbarca Simona Sala, che vanta ottimi rapporti con il Nazareno, che a sua volta lascia la poltrona al Gr a un altro professionista coi fiocchi, Andrea Vianello. Mentre Mario Orfeo, veterano del Tg1, del Tg2 e già amministratore delegato di Viale Mazzini, passa dal Tg3 alla direzione degli approfondimenti. Maggioni ora dovrà ridare smalto al Tg1 diretto finora da Giuseppe Carbone, un volto nella folla, l’uomo scelto a caso dai grillini in epoca gialloverde – era il cronista del Tg2 che seguiva il Movimento ai bei tempi – quando Luigi Di Maio piazzava nelle posizioni apicali i 4-5 cronisti che conosceva, come se la Rai fosse la squadretta di scapoli contro gli ammogliati: ogni volta manca uno e si prende il primo che passa. L’ex presidente del Consiglio (che c’è l’ha con Mario Draghi, tanto per rasserenare il clima nella maggioranza) è infuriato peggio dei Bettino Craxi e dei Ciriaco De Mita, che però all’epoca non solo teorizzavano la spartizione tra i partiti dei posti in Rai ma il più delle volte ci spedivano professionisti di prim’ordine. Conte vorrebbe fare il Marco Pannella ma è il vero doroteo di questo tempo politico, confermandosi un uomo bramoso di spazi di potere nel magma indistinto dei suoi progetti politici che infatti nessuno ha capito, tantomeno gli elettori puri e duri del Movimento, i seguaci del Beppe Grillo che alla Rai sputava in faccia, mentre l’avvocato s’imbestialisce perché gli hanno tolto la plancia di comando del telegiornale di punta premiando la professionalità di una giornalista donna (a proposito, quand’è stata l’ultima direttrice del Tg1?) come la Maggioni. È una nemesi, dunque, che tocca chi voleva dare l’assalto al cielo invocando «fuori i partiti dalla Rai» ritrovandosi sul marciapiede della politica a strepitare perché non gli hanno dato un tg. E lo fa con la boria di chi crede di avere ancora le chiavi del Paese e non avverte che, forse, come diceva l’indimenticabile ex sindaca di Roma, «il vento sta cambiando, signori».

DAGONOTA il 23 novembre 2021. L’Aventino di Conte è durato da Natale a Santo Stefano. “Giuseppi”, dopo la debacle nella trattativa sulle nomine con il “pulcino” Mario Turco e la strategia fallimentare di Ta-Rocco casalino a suon di “basta tv”, mette fine al divieto di andare in rai. Altro fiasco contiano. Ormai nei gruppi grillini, dopo le casalinate, si parla delle “contate”!

(Adnkronos il 23 novembre 2021) - Lo stop alla partecipazione del M5S ai programmi Rai non è una decisione definitiva, "occorreva chiarire che sia il merito sia il metodo non ci sono apparsi assolutamente condivisibili, né ci è apparso chiaro il criterio. Occorreva precisarlo anche per correttezza nei confronti dei cittadini". Lo ha detto il leader M5S Giuseppe Conte, a margine degli incontri con i parlamentari in corso al Senato. "Non vogliamo contrastare quella la funzione del servizio pubblico o prendere una decisione irreversibile - ha rimarcato l'ex premier - ma occorreva un punto di chiarimento".

Marco Zonetti per vigilanzatv.it il 18 novembre 2021. Giuseppe Conte aveva tuonato ieri sera che il M5s non avrebbe più messo piede sulle reti Rai in segno di protesta per non aver avuto voce in capitolo nella scelta delle direzioni dei notiziari del Servizio Pubblico. Peccato che la solenne risoluzione contro le nomine Rai dalle quali i grillini sono stati esclusi sia stata già disattesa poche ore più tardi, con uno dei suoi vice, Mario Turco, intervistato oggi, giovedì 18 novembre 2021, dal Tg2 delle 13.00. Il Presidente di Italia Viva Ettore Rosato commenta così: " Ma Conte non aveva detto solennemente e stizzito che i 5 Stelle avrebbero disertato i canali Rai perché lui non era stato chiamato a decidere i direttori dei Tg? Avevo detto che sarebbe durato poco ma non pensavo che non reggessero nemmeno un giorno!". Ci va giù più pesante il Deputato di Italia Viva Marco Di Maio che, su Twitter, rincara: "Ieri l'avvocato Conte ha annunciato che il M5S avrebbe smesso di andare sulla tv pubblica in protesta per il mancato coinvolgimento sulle nomine Rai. Oggi sul Tg2 e' andato in onda il vicepresidente del M5S, Turco. O Conte non riesce nemmeno a gestire i suoi vice o dice falsità".

Da “la Repubblica” il 19 novembre 2021. Caro Merlo, Conte ha promesso che il Movimento 5 Stelle "non farà più sentire la sua voce sui canali del servizio pubblico". Ovviamente nessuno gli crede. Non ci riuscì Beppe Grillo, figuriamoci lui. Mi chiedo però come sia possibile che un ex premier, circondato da tanti famosi e accreditati spin doctor come Casalino e Travaglio, si sia esposto non alla satira, che spesso promuove chi prende di mira, ma alla facile risata, all'italica pernacchia. Livia Mariani - Milano 

Risposta di Francesco Merlo:

Grillo giocava a nascondino con la tv: "Ecco a voi a grande richiesta". Al contrario, l'orizzonte Rai di Conte e dei suoi pochi seguaci non è quello di negarsi per meglio concedersi, ma di non essere più invitati. Ma lei, che pure vede la decadenza di Conte, ancora cade nel luogo comune del demiurgo, dei guru che fabbricherebbero la personalità del politico momentaneamente vincente. Mi creda, dietro l'apparenza anglosassone, gli spin doctor , i "dottori del colpo a effetto" sono i soliti magliari italiani. Chi ricorda Gianni Pilo, primo "sondaggista personale" di Berlusconi, e Luigi Crespi che inventò "il contratto con gli italiani"? E il simpatico Claudio Velardi che buttò via i vestiti Oviesse di D'Alema e lo portò da un sarto per gagà? E l'altrettanto simpatico Rondolino che ha provato a inguaiare tutti i principi, nessuno escluso, sempre offrendosi, in criptata trasparenza, come digital killer? E che dire della "bestia" di Salvini che nascondeva la virtù d'essere leghista e gay mentre esibiva l'odio contro i gay? Abbiamo rovinato pure i miti stranieri, da Jim Messina a Steve Bannon, il diavolo del populismo che, arrivato in Italia, si rivelò una macchietta. Più casalinghi Matteo Renzi e Filippo Sensi, come Sordi in Fumo di Londra , imitavano Tony Blair e Alastair Campbell. L'elenco è lungo ma, sia detto con onore, Conte sta già accorgendosi che la vittoria è affollata e la pernacchia è solitaria.

La rabbia dei grillini, lottizzatori mancati della Tv. La coerenza non è proprio il tratto distintivo dei pentastellati, ma accusare l'ad Fuortes di aver «scelto la vecchia logica della lottizzazione» suona proprio come un nonsense. Rocco Vazzana su Il Dubbio il 18 novembre 2021. Tutti contro la lottizzazione dei partiti in Rai. Tranne al momento delle nomine. Così, il Movimento 5 Stelle – da sempre nemico della spartizione, fatta salva la parentesi dei due governi Conte – ora sbraita, si agita, sbraccia. Perché il partito di maggioranza relativa in Parlamento è rimasto fuori da tutti i giochi di potere di Viale Mazzini. E ora Giuseppe Conte punta il dito contro tutti: contro l’amministratore delegato, contro il governo, contro gli altri partiti. Tutti responsabili del complotto anti grillino. Perché la lottizzazione farà pure schifo, ma se tutti lo fanno perché proprio il Movimento non dovrebbe? La coerenza non è proprio il tratto distintivo dei pentastellati – capaci di indossare qualsiasi divisa e cambiare costantemente prospettiva e posizioni in base alle contingenze – e l’ex premier non fa che continuare a camminare su un solco già tracciato da altri. Ma accusare l’ad Fuortes di aver «scelto la vecchia logica della lottizzazione», escludendo «il partito di maggioranza relativa, che rappresenta 11 milioni di elettori», suona proprio come un nonsense. L’accusa, semmai, dovrebbe essere opposta: di essere uscito, cioè, dal seminato lottizzatore proprio attraverso l’esclusione del partito maggiore, a cui, secondo antichi manuali, sarebbe toccata una bella scorpacciata di nomine. Conte, in altre parole, non se la prende con la lottizzazione in sé ma col mancato invito al banchetto del Movimento 5 Stelle. E l’esclusione non rivela una congiura del sistema contro l’unica forza etica, disinteressata al potere e alle sue logiche, denuncia semmai l’incapacità di quella organizzazione di partecipare a un gioco al quale fino a poco tempo fa recitava un ruolo da protagonista. Reinventarsi puri all’improvviso è un esercizio comune a tutte le forze politiche, ma sarebbe meglio far passare un po’ di tempo tra una posizione e l’altra. Perché gli italiani avranno pure memoria breve, ma non così tanto.

Jacopo Iacoboni per lastampa.it il 23 novembre 2021. Giuseppe Conte ha appena ridimensionato la decisione di non partecipare alle trasmissioni della Rai. Una decisione definitiva?, gli hanno chiesto i cronisti in Senato. E la risposta dell’avvocato del popolo è stata più conciliante e meno battagliera: «Definitiva che significa, per tutta la vita natural durante del Movimento?Occorreva chiarire che sia il merito sia il metodo, per le ragioni già dette, non ci sono apparsi assolutamente condivisibili. Non ci è apparso chiaro il criterio e occorreva precisarlo anche per correttezza nei confronti dei cittadini». E insomma: «Non è che vogliamo contrastare quella che è la funzione del servizio pubblico o prendere la decisione irreversibile, ma occorreva un punto di chiarimento». La cosa, d’altra parte, aveva suscitato tantissimi malumori, tra i grillini, nella lunga storia di odio, e poi amore, per il piccolo schermo. 

Una storia controversa di odio (e amore)

In principio fu il punto G. Con un orrendo, e purtroppo indimenticato post sessista, Beppe Grillo riversò sulla consigliera M5S Federica Salsi l’abietta accusa che andava in tv senza permesso perché ci godeva, «il punto G, quello che ti dà l'orgasmo nei salotti dei talk show». Salsi di lì a poco fu cacciata dai 5 stelle, in una delle tante storie brutte di queste gogne grilline, una stagione di cappa e spada in cui ne successero davvero di tutti i colori. Ma poi sulla tv le cose si erano a tal punto ribaltate che la pressione intelligente di Rocco Casalino e la mediazione di Nicola Biondo con un recalcitrante Gianroberto Casaleggio avevano convinto il guru dei 5S a concedere, a un gruppo di parlamentari selezionati, di andare nei talk show. Fu creata una pattuglia di «volti tv». Una quindicina di eletti in cui c’erano i futuri big, da Di Maio e Di Battista a Roberto Fico, Taverna, Virginia Raggi e Laura Castelli, li si spedì a Milano alla Casaleggio ai corsi tv tenuti dall’allora coach tv Silvia Virgulti, e insomma, l’ukase di Grillo e Casaleggio cadde. Anzi, paradossalmente, si può dire che i big grillini divennero big, anche internamente, proprio grazie al fatto che loro andavano sempre in tv, e altri no. La tv li creò, sanno che la non tv li può distruggere. E’ stato perciò assai singolare veder risbucare fuori l’ukase per iniziativa di Giuseppe Conte, che pure vuole dar vita a un nuovo corso del Movimento. Forse su suggerimento del portavoce Casalino, anche se sul punto le ricostruzioni divergono, Conte ha prima stabilito che in tv andranno solo i cinque del suo team di guida del M5S, e poi – dopo la vicenda delle nomine Rai – ha addirittura annunciato con sdegno che i grillini non andranno più nella tv pubblica. Mai.Tout court. Fattibile o meno che sia questa minaccia (per altri, una promessa), è un fatto che per un Movimento nel quale ogni scalata interna al potere, e ogni conquista di posizioni di forza, è passata dalla tv non meno (e anzi, probabilmente di più) che dai social, privarsi del piccolo schermo è una tortura insopportabile. Succede così che ormai non passi giorno senza che qualche grillino attacchi Conte sulla tv, dandogli in sostanza dell’illiberale. L’ultimo è adesso Sergio Battelli, ex capogruppo e ex tesoriere alla Camera, un grillino della prima ora, con tanti amici e tanto seguito nel gruppo parlamentare, che fa questo ragionamento: «Credo che la modalità vittimismo, della serie “i giornali che l'hanno con noi”, sia il passato. La scelta di non partecipare più alle trasmissioni targate Rai è legittima, certo, ma secondo me affrettata. E ve lo dice uno che, a volte per scelta e altre per contingenza, in tv ci va ben poco. Quindi nulla di personale. In un mondo iperconnesso che viaggia velocemente se abbandoni uno spazio comunicativo nessuno si strapperà le vesti perché ci sarà sempre qualcun altro che lo riempirà al tuo posto. Ecco perché credo che l’Aventino nuoce esclusivamente a chi lo applica». Ma la rivolta all’Aventino è ormai corale. Un altro grillino molto vicino, come Battelli, a Luigi Di Maio, e cioè l’ex ministro Vincenzo Spadafora, aveva detto giorni fa «con dispiacere ho annullato la mia partecipazione tv da Lucia Annunziata. Rispetto l’indicazione (l’aveva chiamata “indicazione”, non “divieto”) ma chiedo: quando finirà la protesta? Una volta ottenuto cosa? Ecco, vorrei un confronto su questo con Conte, nei gruppi parlamentari». Poi però era stato piuttosto duro e sincero: «È evidente che ci sia la volontà di oscurare chi ha posizioni dialettiche rispetto alla linea ufficiale». Ieri anche Lucia Azzolina, altra ex ministra, ha detto «è chiaro che la decisione di Giuseppe Conte di non far partecipare esponenti del M5S alle trasmissioni RAI non potrà essere eterna». E dove lo diceva? Alla radio, visto che in tv non si può. Idem Primo Di Nicola, grillino e ex giornalista all’Espresso: «Comunicativamente ma non solo quella di Conte è una decisione sbagliata. Così si presta il fianco alle critiche di chi vuole ancora continuare a descrivere il M5S come un partito sotto tutela e di chi non vede l'ora di additarci nel servizio pubblico come lottizzatori interessati a dettare la scaletta di notizie e trasmissioni a direttori di tg e conduttori di talk show». E non è che Roberto Fico, quando gli è stato chiesto di commentare queste decisioni contiane, le abbia esattamente difese a spada tratta: «Io non entro nel merito delle dichiarazioni, da presidente della Camera sapete bene come mi muovo». C’è chi dice che sia sempre e comunque colpa di Di Maio, in una visione che attribuisce ogni problema di Conte al suo presunto antagonista interno. Ma proprio Spadafora ha onestamente chiarito che «far ricadere la colpa su Di Maio conferma una enorme debolezza del leader. Che diventa debolezza di tutti». L’Aventino non piace ai grillini, che a lungo avevano goduto di nettare e ambrosia della tv.

Massimo Franco per il “Corriere della Sera” il 18 novembre 2021. L'«Aventino televisivo» annunciato dal capo dei grillini, Giuseppe Conte, va iscritto non solo nello scontro col governo di Mario Draghi, ma in quello interno al M5S. Le nomine annunciate alla Rai hanno provocato un cortocircuito perché alimentano i sospetti dell'ex premier sulle manovre del ministro degli Esteri grillino, Luigi Di Maio, contro di lui. Lo sciopero del video minacciato da Conte è una chiamata a raccolta di quanti, nel Movimento, detestano non solo Draghi ma l'ala «governista». E accelera una resa dei conti in incubazione da mesi. L'accusa a Palazzo Chigi di avere avuto un ruolo nelle scelte in materia di informazione è verosimile, e insieme scivolosa. Parlare di lottizzazione dopo averla praticata sistematicamente nei due anni e mezzo di governo è una sorta di manifesto sulle contraddizioni del grillismo prima e dopo l'approdo al potere. Il capo del M5S sembra riconoscerlo in modo indiretto, quando dice: «Le logiche che guidano il servizio pubblico non ci sono mai piaciute. Anche noi ci siamo ritrovati prigionieri di questo sistema. Ma non abbiamo i numeri sufficienti per modificarlo». Sa di protesta più per essere stati trascurati, che per una contestazione del metodo. Anche perché quando Conte sostiene che i vertici della Rai hanno «scelto di escludere, tra le forze dell'arco parlamentare, unicamente il M5S, partito di maggioranza relativa grazie a undici milioni di elettori», sembra rivendicare una quota di potere. L'impressione è che il «suo» Movimento non sia stato consultato, provocando una reazione furibonda; altri referenti grillini probabilmente sono stati contattati e hanno avallato l'accordo. Il silenzio del resto dei Cinque Stelle dopo l'annuncio di Conte che non parteciperanno più alle trasmissioni sulla Rai tradisce come minimo un certo imbarazzo. E conferma una situazione interna tesissima. Di Maio ieri ha parlato, ma di Albania. E lo scontro per la scelta dei capi dei gruppi parlamentari è solo uno dei tanti fronti aperti tra l'ex premier e una parte della nomenklatura. Nei giorni scorsi era affiorato il malessere anche per l'apertura di Conte a Berlusconi in materia di riforme istituzionali. Si tratta di un nervosismo che incrocia sia il tema dell'alleanza col Pd, sia le strategie per il Quirinale. Segnala soprattutto, però, la difficoltà dei vertici del Movimento di prendere atto delle logiche inesorabili di una nuova fase. E non solo perché a Palazzo Chigi c'è Draghi. Quegli «undici milioni di elettori» evocati per avere voce in capitolo sulle nomine oggi non sono un blocco omogeneo; né corrispondono, e da tempo, al vero peso elettorale dei Cinque Stelle. La Rai è storicamente un sensore degli equilibri di potere. Al di là dei proclami sull'indipendenza dalla politica, anche ora li riflette.

Emanuele Buzzi per il “Corriere della Sera” il 18 novembre 2021. «Davvero lo ha detto?»: c'è chi a freddo reagisce con incredulità alla decisione di Giuseppe Conte e dei Cinque Stelle di non partecipare ai programmi Rai dopo l'annuncio delle nuove nomine. La mossa dei vertici lascia i più storditi. «Così ci tagliamo le gambe da soli», dice un pentastellato. Nel gruppo si creano due filoni di pensiero. C'è chi sottolinea come Conte sia riuscito a ricompattare la squadra, anche a livello di immagine, presentandosi in conferenza stampa con alcune voci critiche come Primo Di Nicola e, soprattutto, con il capogruppo alla Camera, Davide Crippa, con cui il presidente M5S sta tentando di ricucire. Molti, però, contestano i vertici M5S nel merito. «Ci annulliamo sparendo dal servizio pubblico. Perché?», si domandano nel Movimento. Questioni di visibilità personale, certo, ma anche di orizzonti politici. «Eravamo quelli dei partiti fuori dalla Rai e ora usciamo dalla Rai perché non ci fanno posto», controbatte un Cinque Stelle della prima ora. E c'è chi guarda oltre. Un pentastellato super partes analizza: «Per Conte è un suicidio politico: lamentarsi pubblicamente di non avere peso. Incomprensibile». Nel mirino finisce anche Paola Taverna, che parlando della lottizzazione scrive: «Peccato che in questo gioco i vertici aziendali si siano dimenticati della prima forza politica in Parlamento», innescando ira e veleni dei colleghi. E ovviamente in controluce tra le tensioni c'è il dualismo tra Conte e Luigi Di Maio, a cui i vertici imputano il risultato della trattativa. Bisogna, però, tornare indietro al primo pomeriggio per comprendere meglio la decisione (e i malumori) dei vertici M5S. Conte riunisce i ministri pentastellati (tranne Di Maio assente per motivi istituzionali) e quelli che saranno poi i volti che lo accompagneranno in conferenza stampa per un faccia a faccia sulla stregua da adottare. Davanti (anche) ai membri M5S della Vigilanza Rai - che si schierano al fianco dell'ex premier - Conte si lamenta di non essere stato mai ricevuto da Carlo Fuortes. Stefano Patuanelli, a sua volta, sottolinea di non essere stato mai coinvolto come capodelegazione dei Cinque Stelle nelle interlocuzioni delle ultime settimane. Viene evidenziata la mancata conferma di Giuseppe Carboni al Tg1 e sul banco degli imputati finisce il ministro degli Esteri, che invece ha visto Fuortes. C'è anche chi chiede di contattare il responsabile della Farnesina. Conte nei giorni scorsi ha insistito per strappare un ok sul nome di Carboni, ma - spiegavano a inizio settimana nel Movimento - «si sta intestando da solo una sconfitta». La partita della Rai rischia di rimescolare le carte - già confuse - all'interno dei Cinque Stelle. «Conte ha mostrato debolezza», sottolinea un dirigente, che mette anche in chiaro: «Allo stesso tempo ha cercato di compattare il gruppo,ha smosso internamente le acque, riuscendo a riavvicinare alcuni parlamentari: vediamo cosa accadrà». I fedelissimi del leader non hanno dubbi sulla mossa e avvisano: «Da adesso inizia una nuova fase», un messaggio che suona come un avvertimento in un Movimento mai così fragile. 

Da repubblica.it il 12 novembre 2021. Entro il fine settimana l'organigramma sarà messo nero su bianco, ma intanto si sa che la direzione della scuola di formazione del M5S sarà affidata al senatore Mario Turco, uno dei cinque vicepresidenti del Movimento. Le 'Frattocchie' a 5 Stelle sono un progetto caro a Giuseppe Conte, che le aveva fatte inserire nel nuovo statuto: "La scuola di formazione si prefigge la formazione continua e l'aggiornamento permanente specialistico di coloro che si impegnano e che intendono impegnarsi in politica, con particolare attenzione ai giovani", è scritto. E quindi da qui a inizio 2022 la scuola potrebbe partire davvero. Sarà aperta "a tutti i cittadini", assicura Turco. Ma su corsi, sede e professori ancora non si sbilancia nessuno. Però le tre principali materie saranno economia, sviluppo sostenibile, ambiente. "Tre argomenti correlati e attorno ai quali vogliamo discutere e coinvolgere le persone, nella convinzione che occorrano dei nuovi modelli", riflette Turco. Attorno a questi pilastri si svilupperanno incontri e approfondimenti. "Coinvolgeremo esperti internazionali, premi Nobel, accademici", è stata la ripromessa dell'ex presidente del Consiglio pochi giorni fa parlando in assemblea coi parlamentari. I corsi non saranno ovviamente neutri, si stanno contattando relatori e professori di orientamento progressista, più Joseph Stigliz e Paul Krugman e meno cultori della scuola di Chicago, culla del pensiero neoliberista. Un altro tassello che spinge a sinistra il Movimento, in procinto di passare al gruppo dei socialisti europei a Bruxelles e Strasburgo. Dopodiché la scuola "si prefigge l'obiettivo di fornire la formazione permanente e l'aggiornamento dei portavoce eletti e degli amministratori locali e di tutti coloro che rivestono incarichi pubblici", recitava sempre lo Statuto. Questo però sarà un passaggio ulteriore e successivo. Prima di tutto c'è l'intenzione di riaprirsi ai 'cittadini', di organizzare eventi e seminari che possano riattivare la partecipazione, cioè uno dei punti politicamente più deboli che sta vivendo il Movimento.  

Antonio Atte per Adnkronos l'11 novembre 2021. Se il nuovo corso del Movimento 5 Stelle avesse un volto, sarebbe quello di Michele Gubitosa. Imprenditore, classe 1979, il deputato irpino, membro delle Commissioni Difesa e Bilancio di Montecitorio, è una delle figure su cui il leader Giuseppe Conte ha deciso di puntare per il rilancio del progetto M5S, al punto da volerlo al suo fianco nella squadra dei cinque vicepresidenti insieme a Paola Taverna, Mario Turco, Riccardo Ricciardi e Alessandra Todde. La scheda diffusa dal Movimento al momento della sua nomina come vice lo presentava così: "Professionista nel settore dell'Information Technology, ambito in cui ha iniziato a lavorare nel 1997, negli ultimi 20 anni ha affiancato le più grandi aziende del Paese nel percorso di digitalizzazione". E di strada ne ha fatta Gubitosa da quando, 24 anni fa circa, aprì la prima attività nel garage dei suoi genitori a Montemiletto, paesino dell'avellinese da cui tutto è partito. Una storia da Silicon Valley. In origine assemblava e riparava pc per i suoi compaesani, Gubitosa. Oggi lo fa per gli italiani, in tutta la Penisola. Si chiama Hs Company la società di informatica fondata dallo Steve Jobs irpino (copyright del 'Corriere dello Sport'). Un'azienda che nel 2019 - ultimo bilancio disponibile - ha fatturato 11 milioni 976mila 580 euro. E che negli ultimi tempi si è aggiudicata appalti importanti, come si evince da dati pubblici rintracciabili sul web. Il 30 settembre del 2020, per esempio, la società di Gubitosa vince un bando Consip per la "manutenzione degli apparati di networking relativi al Sistema informatico della Fiscalità, al Dag e al Dt del Mef e alla Corte dei Conti". Importo contratto: 1 milione 336mila 587,06 euro. Alla Hs Company, rileva l'Adnkronos, vanno 13.687 euro al mese per 36 mesi, per un totale di 492.732 euro. Il 10 dicembre 2020 la società del vice di Conte si aggiudica invece la convenzione Consip per la fornitura all'Agenzia delle Entrate di apparecchiature multifunzione in noleggio: l'importo complessivo del lotto 1 è di 223.440,80 euro, alla Hs Company andranno 2.083 euro al mese per 48 mesi, per un totale di 99mila 984 euro. Andando indietro negli anni, tra i clienti dell'azienda irpina - che ha il suo quartier generale a Milano - spiccano anche Acqualatina Spa, gestore del servizio idrico nel Sud del Lazio (in questo caso Hs fattura 6.753 euro al mese per 36 mesi) e l'Ente autonomo del Volturno, l'azienda campana che gestisce, tra le varie compagnie di trasporto pubblico, anche la Circumvesuviana (8.170 euro al mese per 48 mesi). Nel lungo curriculum di Hs si segnala anche: la gestione e il supporto dei servizi dell'estrazione del Lotto per diverse edizioni della Lotteria Italia; help desk e assistenza tecnica di Expo 2015; manutenzione dei sistemi Apfis della Polizia scientifica (era il 2014 e l'azienda di Gubitosa in quella gara batté la multinazionale Ibm per soli 3mila euro). Stando all'ultima dichiarazione dei redditi pubblicata sul sito della Camera, dove Gubitosa dichiara un reddito complessivo di 93.437 euro, il deputato M5S risulta possessore di 2 milioni di quote della Hs Company (1 euro, il valore di una singola quota): da quando è stato eletto in Parlamento, Gubitosa si è dimesso da tutte le cariche attive, restando socio unico. Gli appalti ad ogni modo rappresentano solo una minima parte del core business della Hs, società che - come affermò lo stesso Gubitosa in un servizio dedicatogli da Rai Parlamento nel 2019 - effettua migliaia di interventi al giorno su tutto il territorio nazionale. Ma gli affari per il vicepresidente M5S sono anche una questione di cuore. Non solo informatica, ma anche calcio. Nel 2017 Gubitosa, da socio di minoranza, diventò presidente dell'Avellino, squadra di cui è tifosissimo. Ma alla fine della stagione si dimise dalla società biancoverde a causa di dissidi con gli altri soci. Nel 2016, tra l'altro, le cronache locali raccontarono di una cena all'Hotel Vesuvio di Napoli dove Gubitosa, a tavola con un ristretto gruppo di imprenditori, conobbe Silvio Berlusconi. All'ex patron del Milan Gubitosa - allora era vicepresidente della squadra irpina - regalò una maglia dell'Avellino. Tra battute e chiacchiere sul calcio (il Cav gli avrebbe chiesto informazioni sul rendimento di un giovane della primavera passato dal Milan all'Avellino, il difensore Rodrigo Ely) scattò la scintilla. Per mesi si parlò di un corteggiamento di Forza Italia nei confronti dell'imprenditore irpino in vista delle elezioni politiche 2018. Ma non se ne fece nulla, perché alla fine Gubitosa scelse il Movimento 5 Stelle: fu il deputato Carlo Sibilia a presentarlo all'allora capo politico Luigi Di Maio, che candidò l'imprenditore nell'uninominale Campania 2-06. Il resto è storia nota: ex alfiere “dimaiano”, Gubitosa ha abbracciato con convinzione il nuovo progetto targato Conte. Con lo sguardo sempre attento ai social. Come raccontato da “Il Foglio”, dall'aprile 2019 a oggi lo Steve Jobs di Montemiletto ha speso 52.114 euro in inserzioni pubblicitarie su Facebook. Per lui Conte usa solo parole al miele. "Gubitosa ci sarà indispensabile nel nuovo corso per prestare orecchio costante alle esigenze degli imprenditori, per capire sempre le difficoltà e anche la bellezza di fare impresa in Italia da Nord a Sud", ha dichiarato l'ex premier nella sua ultima intervista a “Otto e Mezzo”. E non è un caso che nel neonato Comitato economico interno al M5S, dove siedono Laura Castelli, Stefano Buffagni, Mario Turco ed Emiliano Fenu, ci sia anche lui, il mago dei computer venuto dall'Irpinia.

Marco Zonetti per "vigilanzatv.it" il 9 novembre 2021. Domenica scorsa, ospite da Fabio Fazio a Che tempo che fa su Rai3, Vincenzo Spadafora, ex Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alle Parti Opportunità ed ex Ministro dello Sport e delle Politiche Giovanili, ha fatto "coming out" rivelando la propria omosessualità. Non esattamente un segreto di Stato, ma tant'è. Da quel momento in poi, tale confessione di essere gay in diretta televisiva, promuovendo al tempo stesso il suo libro, ha monopolizzato il dibattito pubblico, occupando giornali e talk show e mettendo in ombra la vera rivelazione choc, quella sì, fatta da Spadafora a Fazio e alla nazione intera. Ovvero il meccanismo con il quale il M5s scelse nel 2018 Giuseppe Conte quale Presidente del Consiglio. Grazie alle domande pungolanti del perfido Fazio, Spadafora ha infatti ammesso che la selezione di Conte per presiedere il Governo M5s-Lega avvenne come in un "casting" per un "reality". "Momenti surreali" (cit.) nei quali, in un albergo di Milano, i grillini scrivevano vari nomi papabili sui fogli (sic!), riducendo poi il tutto a tre candidati: un'alta dirigente, un prefetto e per l'appunto Conte. Il prefetto fu scartato per via della carica invisa a Matteo Salvini, che invece proponeva il professor Giulio Sapelli. Ma dopo un colloquio di Conte di fronte a una sorta di giuria composta dallo stesso Spadafora, Luigi Di Maio, Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti, la scelta ricadde per l'appunto sull'avvocato di Volturara Appula. Ascoltata la confessione di Spadafora su come l'Italia finì per avere lo sconosciuto Conte a Palazzo Chigi, in cauda venenum Fazio ha assestato una bella stoccata commentando le dinamiche di scelta adottate dai grillini, simili a quelle di un casting per Il Grande Fratello: "Anche perché c'era qualcuno che se ne intendeva di reality", alludendo a Rocco Casalino, uno dei protagonisti dalla prima edizione del GF nonché divenuto poi potentissimo portavoce dell'ex Premier pentastellato. "Non mi crei più problemi di quanto questa intervista potrà già crearmi" ha replicato dunque Spadafora comprendendo la malaparata, per poi passare alla confessione della sua omosessualità, distogliendo così l'attenzione dalla vera, e assai più sconvolgente, rivelazione su come avvenne la scelta di colui che per quasi due anni ha governato l'Italia. Altro che coming out, uno scenario da brivido da far impallidire Black Mirror. 

Quarta Repubblica, la bomba di Bruno Vespa su Giuseppe Conte: "Legami con i servizi segreti". Libero Quotidiano il 16 novembre 2021. "Io confermo sillaba per sillaba quello che ho scritto nel libro e quella di Cesa per chi sa leggere non è una smentita". A dirlo è Bruno Vespa che, ospite di Quarta Repubblica su Rete 4, torna a parlare di quanto fatto emergere nel suo ultimo libro Perché Mussolini rovinò l'Italia (e come Draghi la sta risanando). "Io non mi sono inventato nulla - esordisce nello studio di Nicola Porro durante la puntata del 16 novembre -. Confermo quello che ho scritto, ossia che Cesa è stato avvicinato da un signore dei servizi segreti". Insomma, una sorta di intimidazione. Nel libro infatti si legge che Cesa riceve la visita "di un importante agente segreto che conosceva da tempo e che gli avrebbe detto, più o meno: non preoccuparti, questa storia si risolve, ma cerca di comportarti con saggezza". Il riferimento del giornalista è al periodo di tempo che intercorre tra la fine del Conte bis e l'arrivo di Mario Draghi. In questo lasso di tempo Giuseppe Conte avrebbe corteggiato il leader dell'Udc Lorenzo Cesa, che poteva offrire all'avvocato di Volturara Appula una dote di tre senatori con lo scopo di formare un suo terzo esecutivo. E ancora: "Ho ricostruito i colloqui in cui Conte offre a Cesa ministeri e altro, ma Cesa gli ha detto di no". Fin qui nulla di nuovo negli ambienti della politica, "ma la cosa inquietante - prosegue - è che i servizi segreti in un Paese democratico si spacchino a favore di questo o quel governo. Mi auguro non sia vero". Infine Vespa chiede che andrebbe rivisto anche l'incontro di Renzi con un altro uomo dei servizi segreti. 

Quarta Repubblica, Vittorio Sgarbi: "Gioco sporco con gli 007". Lo scandalo spazza via Giuseppe Conte: "Dimissioni subito". Libero Quotidiano il 16 novembre 2021. Le rivelazioni di Bruno Vespa sulla fine del secondo governo Conte hanno scosso gli ospiti di Quarta Repubblica. È accaduto nella puntata in onda lunedì 15 novembre su Rete 4, dove il giornalista ha ribadito i legami tra il leader del Movimento 5 Stelle, prima premier, e i servizi segreti. A prendere la parola negli studi di Nicola Porro è Vittorio Sgarbi. "Il problema è Conte - esordisce -, dovrebbe dimettersi da qualsiasi ruolo per aver usato i servizi a vantaggio del suo governo". Vespa ha infatti parlato di Lorenzo Cesa, il leader dell'Udc che ha negato il suo aiuto nella formazione del terzo governo Conte. Lui - sono state le parole del giornalista - "è stato avvicinato da un signore dei servizi segreti" subito dopo aver detto "no" all'ex presidente del Consiglio. Insomma, una sorta di intimidazione su cui il critico d'arte non ci va per il sottile: "Questa notizia ci dà la misura della totale assenza di credibilità dei 5 stelle".  L'accusa che emerge dalle rivelazioni di Vespa nel suo ultimo libro Perché Mussolini rovinò l'Italia (e come Draghi la sta risanando) è che Conte le abbia tentate tutte pur di rimanere a Palazzo Chigi. Tentativi però falliti, visto che il neo grillino è stato messo alla porta da Matteo Renzi in un ribaltone che ha portato all'arrivo di Mario Draghi. 

Antonio Polito per corriere.it il 10 novembre 2021. Ci sono vicende della politica italiana che nascono nel segno del mistero, della trama, e lì restano per sempre. Speriamo che non faccia questa fine anche la vicenda della mancata nascita del Conte ter. Ricordiamo tutti che, quando Renzi fece cadere il governo giallorosso, o giallorosa se si preferisce, si creò un fronte molto attivo per ottenere la riconferma per la terza volta, con una terza diversa maggioranza, dell’avvocato pugliese. Per riuscirci, si cercarono freneticamente voti sparsi in Parlamento, una riedizione della saga dei «Responsabili» lanciata ai suoi tempi da Berlusconi. Poi non se ne fece niente, e Mattarella chiamò Draghi. C’è ora una pagina del nuovo libro di Vespa, Perché Mussolini rovinò l’Italia (e come Draghi la sta risanando), che apre nuovi inquietanti squarci su quei giorni convulsi. Vespa infatti racconta, sulla base di informazioni evidentemente di prima mano, che Lorenzo Cesa decise di dire no alle offerte di Conte perché questi si rifiutò di passare prima per una crisi di governo, considerata da lui invece indispensabile per giustificare il sostegno del suo gruppo. «Cinque giorni dopo, all’alba di mercoledì 21 gennaio — racconta Vespa — uomini della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro per ordine del procuratore Nicola Gratteri, perquisivano l’abitazione romana di Cesa contestandogli il reato di associazione per delinquere aggravata dal metodo mafioso». E se questa coincidenza può essere certamente casuale e giustificata solo dalle esigenze dell’inchiesta giudiziaria, più inspiegabile è la successiva: «Subito dopo la perquisizione, il segretario dell’Udc ricevette la visita di un importante agente segreto che conosceva da tempo e che gli avrebbe detto, più o meno: non preoccuparti, questa storia si risolve, ma cerca di comportarti con saggezza». Non sarebbe la prima volta che pezzi dei Servizi tentano di influire sulla dialettica politica e parlamentare. Ma sarebbe interessante sapere, almeno, chi. 

Il retroscena sulla (mancata) nascita del Conte Ter. “Comportati con saggezza, l’indagine si risolve”, la visita dello 007 a Cesa: la spy story dietro la trattativa per il Conte Ter. Carmine Di Niro su Il Riformista il 10 Novembre 2021. Le “barbe finte”, agenti dei servizi segreti, hanno avuto un ruolo nel tentativo di far nascere il governo Conte Ter? La bomba la sgancia Bruno Vespa nel suo libro “Perché Mussolini rovinò l’Italia (e come Draghi la sta risanando)” in riferimento alle trattative, in quei giorni concitati, per portare un gruppo di ‘Responsabili’ nelle file della maggioranza e sostituire così i renziani di Italia Viva, decisi a far sloggiare da Palazzo Chigi Giuseppe Conte. Al centro di questa sorta di spy story all’italiana c’è Lorenzo Cesa, il segretario dell’Udc che alla fine si sfilò dicendo no all’offerta di Conte e del PD-M5S all’ingresso nella maggioranza come stampella del governo. Una scelta, ricostruire Vespa, arrivata per il rifiuto dell’ex presidente del Consiglio di passare prima per una formale crisi di governo, considerata invece dal leader dei centristi indispensabile per giustificare il sostegno del suo gruppo parlamentare. È nel mezzo di queste trattative politiche, scrive Vespa, che arriva l’intervento della magistratura. “Cinque giorni dopo, all’alba di mercoledì 21 gennaio — racconta Vespa, riportato dal Corriere della Sera — uomini della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro per ordine del procuratore Nicola Gratteri, perquisivano l’abitazione romana di Cesa contestandogli il reato di associazione per delinquere aggravata dal metodo mafioso”. Ed è qui che Vespa racconta del presunto intervento dei servizi. Il giornalista scrive infatti che subito dopo la perquisizione nella casa romana del segretario dell’UDC, Cesa ricevette la visita “di un importante agente segreto che conosceva da tempo e che gli avrebbe detto, più o meno: non preoccuparti, questa storia si risolve, ma cerca di comportarti con saggezza”. La domanda è ovvia: ammesso che quanto scritto da Vespa corrisponda al vero, chi si è mosso per far recapitare a Cesa l’avvertimento sulle future mosse politiche da fare? Già lo scorso mese dall’entourage di Cesa veniva raccontato a questo giornale, in un articolo di Aldo Torchiaro, una “insostenibile pressione”, in quei giorni di fine gennaio. “Apparati dello Stato e perfino del Vaticano” avrebbero sollecitato con insistenza una conclusione della crisi che portasse alla riconferma di Giuseppe Conte e impedito alla crisi di aprire la prospettiva che portò poi invece alla formazione del governo Draghi.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Le minacce degli 007 per convincere i riottosi ad appoggiare Giuseppi. Paolo Bracalini l'11 Novembre 2021 su Il Giornale. L'avvertimento a Cesa: "Comportati bene". La "passione" dell'ex premier per i Servizi. Un pezzetto alla volta iniziano ad emergere particolari interessanti su quel periodo oscuro tra la fine del Conte Bis e l'investitura di Draghi. Tre settimane scarse in cui l'ex premier Conte avviò una campagna con pochi scrupoli e con molti mezzi (alcuni alla luce del sole, altri meno) per arruolare truppe di parlamentari e cercare di dare vita ad un terzo governo con la vecchia maggioranza più la «quarta gamba». Un'operazione sostenuta politicamente dal Pd, grande sponsor del Conte ter prima di scoprirsi fedele a Draghi, da gruppi di peones interessati a incassare poltrone, ma a quanto pare anche da apparati più nascosti. L'episodio che rivela Bruno Vespa nel suo libro Perché Mussolini rovinò l'Italia (e come Draghi la sta risanando) è inquietante e ha al centro un protagonista di quei giorni, il corteggiatissimo (da Conte) leader dell'Udc Lorenzo Cesa, che poteva offrire all'avvocato di Volturara Appula una dote di tre senatori, numeri succulenti in quei giorni di spasmodica caccia ai voti in Parlamento. Cesa non accettò le offerte di Conte, e pochi giorni dopo ricevette la visita degli uomini della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro che «per ordine del procuratore Nicola Gratteri, perquisivano l'abitazione romana di Cesa contestandogli il reato di associazione per delinquere aggravata dal metodo mafioso». Una coincidenza temporale, certo. Tuttavia un secondo episodio getta una luce molto ambigua sulla vicenda. Subito dopo la perquisizione dell'abitazione, Cesa riceve infatti la visita «di un importante agente segreto che conosceva da tempo e che gli avrebbe detto, più o meno: non preoccuparti, questa storia si risolve, ma cerca di comportarti con saggezza». Una frase che, in quel frangente politico molto delicato, suona come un avvertimento. Di chi si trattava? E per conto di chi recapitava quel messaggio? Misteri. Certo è che del dossier servizi segreti Conte si era sempre molto interessato, al punto da tenere a lungo per sè la delega sugli 007. Ma già molto prima, nel 2018, Conte aveva nominato un suo uomo di fiducia come Gennaro Vecchione a capo del Dis (Dipartimento delle informazioni per la Sicurezza) mentre come Sottosegretario di Stato con delega ai servizi di intelligence Pietro Benassi, cioè il suo ex consigliere diplomatico a Palazzo Chigi. È significativa non solo la consuetudine con i due uomini indicati da Conte ai vertici dei Servizi, ma anche la tempistica della nomina di Benassi: il 21 gennaio 2021. Il giorno successivo Conte completa i nuovi vertici dei Servizi segreti nominando tre vicedirettori all'Aise (servizi segreti estero) e Aisi. Il tutto, quindi, solo una settimana dopo che Renzi aveva ritirato i suoi ministri aprendo la crisi di governo, e dando quindi il via alle manovre di Conte per arrivare ad un ter. Utilizzando anche gli apparati segreti dello Stato? È un'ipotesi che è circolata spesso, e che ora si rafforza con l'episodio riguardante Cesa (che, interpellato dal Giornale, preferisce non commentare). Gli uomini dell'Udc, sentiti da Riformista, hanno raccontato di una «insostenibile pressione» in quei giorni per entrare nel Conte ter, un'operazione condotta non solo da Palazzo Chigi ma addirittura da «apparati dello Stato e perfino del Vaticano». Il direttore della Stampa, Massimo Giannini, scrisse che nella ricerca dei responsabili erano coinvolti «noti legali vicini al premier, presidenti di ordini forensi a nome dello Studio Alpa, generali della Guardia di Finanza, amici del capo dei servizi segreti Vecchione» e alte gerarchie ecclesiastiche. Una ricostruzione allora smentita da Palazzo Chigi, ovviamente. Non tutti però nel M5s remavano in quella direzione. Nel sui libro l'ex sottosegretario Spadafora, molto vicino a Di Maio, racconta che fu Fico a mettere in contatto Grillo e Draghi. Un passaggio decisivo per portare alla nascita dell'attuale maggioranza e seppellire le ambizioni di Conte per un terzo mandato. Anche le guerre intestine dentro il M5s, pro e contro Conte, sono un mistero da servizi segreti. Paolo Bracalini

Claudio Antonelli per "la Verità" l'11 novembre 2021. Il libro di Bruno Vespa (Perché Mussolini rovinò l'Italia e come Draghi la sta risanando) fa emergere un altro fantasma del Conte ter e del probabile uso dei servizi e delle agenzie di intelligence per stringere nuove alleanze dentro e fuori il Parlamento. A sottolineare la paginetta è un articolo di Antonio Polito pubblicato, o meglio imboscato, dal Corriere della Sera. Nelle poche righe si racconta la vicenda giudiziaria di Lorenzo Cesa, già deputato ed europarlamentare dell'Udc. Il centrista decise di dire no alle offerte di Conte, motivando il diniego in un modo molto semplice. Niente supporto, senza prima aprire una crisi di governo. «Cinque giorni dopo», si legge nel testo, «uomini della Dda di Catanzaro coordinati dal procuratore Nicola Gratteri perquisiscono l'abitazione romana di Cesa contestando l'accusa di associazione per delinquere». Fatto fin qui pubblico e avvenuto il 21 gennaio. Fatto di cui lo stesso Gratteri parla in almeno due interviste, spiegando che le tempistiche sono state dettate da esigenze investigative e che comunque lo stesso Cesa aveva già pubblicamente fatto sapere di non voler sostenere un eventuale Conte ter. Come dire, nessuna interferenza politica. Il fatto nuovo è però riportato poche righe sotto. «Subito dopo la perquisizione, il segretario dell'Udc riceve la visita di un agente dei servizi che conosceva da tempo che gli avrebbe detto più o meno: non preoccuparti, questa cosa si risolve, ma cerca di comportarti con saggezza». L'articoletto esplosivo ieri non ha suscitato reazioni. Cesa non ha replicato. Silenzio anche da parte di Conte. Eppure il direttore della Stampa, Massimo Giannini, aveva dedicato a metà gennaio un dettagliato articolo di accusa contro l'allora premier. Si descriveva un probabile utilizzo di alcuni generali della Gdf e di rappresentanti delle agenzie di intelligence per perorare la causa del terzo mandato. Palazzo Chigi smentì seccamente. Negando qualunque tipo di fondatezza. Giannini incassò facendo capire che sapeva altre cose e poi il mese successivo, il 13 per la precisione, a ricevere la campanella di Palazzo Chigi è ufficialmente Mario Draghi. Segue la nomina di Franco Gabrielli a sottosegretario con delega all'intelligence e a metà maggio il cambio di passo drastico al vertice del Dis, dipartimento delle informazioni per la sicurezza. Gennaro Vecchione, uomo di fiducia di Conte, viene sostituito da Elisabetta Belloni. Con il trascorrere dei mesi da diverse inchieste giudiziarie o giornalistiche emergono pezzetti di notizie che ogni volta riportano a quell'editoriale di Giannini. Uomini vicini a Conte e Vecchione spuntano con costanza. Nell'inchiesta sulle presunte influenze di Luca Di Donna, ex partner di studio di Conte, è emerso il nome dell'allora capo di gabinetto dell'Aise, il generale Enrico Tedeschi. Presente insieme a un suo sottoposto a un incontro con un broker di mascherine cinesi. In un'altra inchiesta che riguarda Mario Benotti , mascherine cinesi e i rapporti con l'ex commissario Domenico Arcuri, è lo stesso Benotti a evocare i servizi quando afferma di avere avuto alert su possibili inchieste. La pax draghiana che ha sistemato con molta moral suasion anche la tensione che si era creata tra Lega e Fratelli d'Italia all'interno del Copasir ha avuto un effetto diretto anche su un'altra figura storica del Dis. Marco Mancini, celebre ai tempi di Pollari, è stato accompagnato alla porta dal neo direttore Belloni all'indomani di una inchiesta di Report che ha svelato un incontro tra lo 007 e il senatore Matteo Renzi. Un elemento che porta a unire i puntini e spiega quanto sia stata importante la delega ai servizi per l'intera durata del governo Conte e quanto impegno abbia messo Renzi nel far cadere l'esponente grillino. La notizia di Cesa non smentita è l'ultimo tassello. Almeno per ora. Per dire come il comparto sia con le orecchie alzate. Le fibrillazioni ieri sono derivate da un articolo pubblicato da Dagospia. Il sito ha riportato un comma finito in Gazzetta lo scorso 5 novembre lasciando intendere l'intenzione di Gabrielli di anticipare i pensionamenti per introdurre nuove leve. La notizia non appare fondata. Ma serve a misurare il polso. Comprensibile, quindi, che il governo Draghi voglia intervenire in modo selettivo con il bisturi, così come il nuovo presidente del Copasir abbia spiegato alla Verità in una intervista che il comitato si occupa di governo e di agenzie, non dei parlamentari. Sarebbe però interessante fare luce su quanto fatto da Conte per prorogare e nominare dirigenti. Lo stesso Mancini è stato in predicato di diventare vice di Vecchione. Bisognerebbe anche fare chiarezza su tutte le scelte attuate in contrasto con la legge statutaria del comparto. A chi tocca? Forse al Parlamento. Più che al Copasir. Per i motivi scritti sopra scritti. L'altroieri è stato audito dal Comitato il direttore dell'Aise, Giovanni Caravelli, su temi come Etiopia, sicurezza energetica e difesa europea. Sul tavolo sono finite anche domande sulle trasferte retribuite di Renzi all'estero. Tema non certo di competenza dell'Aise. Risultato? I giornali ci hanno titolato. Ma così il tema finisce nel nulla. Per questo e pure per i fantasmi del Conte ter sarebbe opportuno che il Parlamento dicesse la sua e chiedesse a chi di dovere.

Jacopo Iacoboni per "La Stampa" il 12 novembre 2021. Tra la tarda mattinata e il primo pomeriggio di sabato 16 gennaio il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa ebbe alcuni contatti politici del livello più alto in cui gli fu chiesto, senza girarci intorno, l’appoggio dei senatori Udc a Giuseppe Conte in una chiave di «responsabilità nazionale» nel voto di fiducia che si sarebbe dovuto tenere a Palazzo Madama il martedì mattina successivo, 19 gennaio. La risposta di Cesa fu aperta, ma non su un punto: per aprire un dialogo con i centristi occorreva passare da una crisi formale di governo. Proprio in quella giornata stava nascendo in Senato il gruppo Maie-Italia23, concepito per accogliere i sostenitori di Conte. La risposta di Cesa non piacque a chi in quei giorni faceva pressioni per un Conte ter. E furono tanti. Cinque giorni dopo, all’alba di mercoledì 21 gennaio, agenti della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, per ordine del procuratore Nicola Gratteri, perquisivano l’abitazione romana di Cesa contestandogli il reato di associazione per delinquere aggravata dal metodo mafioso. Una coincidenza, naturalmente, ma adesso Bruno Vespa ne racconta un’altra nel suo nuovo libro: «Subito dopo la perquisizione, il segretario dell’Udc ricevette la visita di un importante agente segreto che conosceva da tempo e gli avrebbe detto, più o meno: non preoccuparti, questa storia si risolve, ma cerca di comportarti con saggezza». Vespa non ne rivela il nome, e Cesa si è chiuso nel silenzio. A La Stampa risulta che abbia parlato di nuovo ieri l’altro con il giornalista, e non abbia fatto nessuna smentita. Una fonte importante tra i centristi riferisce non di un incontro, ma di un altro tipo di contatti, con qualcuno dei servizi, fatto sta che il racconto è confermato. È solo l’ultimo tassello di una connessione di interessi e poteri trasversali che si mossero in quelle ore, soprattutto attorno ai democristiani, che però si riveleranno più ostici del previsto. Una fonte centrista che ha la massima conoscenza della storia ci racconta: «Cesa riceveva una telefonata al minuto, in quelle ore. Politiche, istituzionali, e anche da uomini del Vaticano». Chiarisce: «Molte erano pressioni vere e proprie. Dal Vaticano non pressioni, ma alcuni uomini del Vaticano ci esponevano la forte preoccupazione di una crisi al buio, in un momento così drammatico per l’Italia». Su La Stampa il direttore Massimo Giannini, in un editoriale del 17 gennaio che ora riceve nuove conferme, aveva scritto «di senatori contattati da noti legali vicini al premier, da presidenti di ordini forensi a nome dello Studio Alpa, da generali della Guardia di Finanza, da amici del capo dei servizi segreti Vecchione, da arcivescovi e monsignori vicini al cardinal Bassetti e alti prelati vicini alla Comunità di Sant’Egidio». Palazzo Chigi fece una smentita rituale. Alcuni testimoni diretti riferiscono anche di un attivismo di avvocati provenienti dallo studio Alpa. Sicuramente Andrea Benvenuti, diventato poi segretario di Conte. Un’altra fonte dice anche di telefonate da parte dell’avvocato senior dello studio, Luca Di Donna, circostanza che però altri negano. Come che sia su questo ultimo punto, proprio un’inchiesta su Di Donna (per un presunto traffico d’influenze in un’altra vicenda, riguardante gli appalti delle mascherine cinesi nella prima fase della pandemia) ha fatto emergere – scrisse La Stampa – che ricevendo un imprenditore, Di Donna si fece trovare «presso lo studio Alpa» con il capo di gabinetto dell'Aise (i servizi segreti esteri) Enrico Tedeschi. Una nostra fonte racconta come a quell’incontro fosse presente anche un altro alto ufficiale, che l’imprenditore fa però fatica a inquadrare. Sui servizi Conte è sempre stato assai criticato. Aveva tenuto il controllo per sé, accentrando tutto nella relazione personale con il generale della Guardia di Finanza Gennaro Vecchione, capo del Dis. Solo alla fine il leader M5S cedette all’ambasciatore Piero Benassi la delega di controllo. Il quale fu convocato con insistenza dal Copasir, nell’ultima settimana di Conte a Palazzo Chigi, ma la fine del governo fece cadere quella richiesta di capire alcuni passaggi cruciali. Mario Draghi tra i primi suoi atti ha nominato Franco Gabrielli autorità delegata all’intelligence, e Elisabetta Belloni al Dis, chiari segnali anche simbolici di fine di quella stagione. Ora il Copasir ha intenzione di sentire Cesa, per capire bene cosa sia accaduto in quei giorni.

La spy story dietro l'operazione (fallita) dei responsabili. Conte ter, così i servizi segreti provarono a salvare il governo dell’avvocato del popolo. Aldo Torchiaro su Il Riformista l'11 Novembre 2021. Il Conte Ter doveva nascere per forza. E la maggioranza che non c’era, si doveva trovare a tutti i costi. Tanto che sembra averci lavorato un pezzo del vertice di quei servizi segreti che con Conte erano diventati un’appendice di Palazzo Chigi. Dal libro di Bruno Vespa appena presentato (Perché Mussolini rovinò l’Italia e come Draghi la sta risanando) si assume una confidenza che l’autore non può che aver ricevuto dal protagonista di questa storia: Lorenzo Cesa. Il segretario Udc sarebbe stato al centro di pressioni fortissime, nei giorni in cui si cercava la maggioranza raccogliticcia (I “Responsabili”) per il Conte Ter. Cesa nicchiò e infine negò di dare l’appoggio della formazione centrista a Conte. Per pura coincidenza, tre giorni dopo il voto al Senato – era il 21 gennaio – ricevette in casa una perquisizione della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, per ordine del procuratore Nicola Gratteri. Gli contestarono il reato di associazione per delinquere aggravata dal metodo mafioso. Anche nell’intervista recentemente fatta con il Riformista, Cesa fa riferimento alla singolare combinazione, nelle stesse giornate, di decisioni politiche e inchieste roboanti. Che nulla avevano di fondato: il leader Udc è stato prosciolto da tutte le accuse, anzi ha visto la sua posizione stralciata dall’inchiesta ancora nella fase preliminare. Come gli era stato pronosticato da uno 007 che lo ha raggiunto a casa, in quelle ore concitate. Con Conte appeso a un filo, Mattarella aveva evidentemente già iniziato a comporre il numero di telefono di Mario Draghi per sondarlo. Ma c’è ancora un margine per ripescare Conte, che fino all’ultimo si illude. Briga. Fa chiamare. È a quel punto che accade l’incredibile: «Subito dopo la perquisizione, il segretario dell’Udc ricevette la visita di un importante agente segreto che conosceva da tempo e che gli avrebbe detto, più o meno: non preoccuparti, questa storia si risolve, ma cerca di comportarti con saggezza», scrive Vespa nel libro. Chi decide di parlare oggi lo fa anche perché le partite aperte allora, sono oggi chiuse. Il generale Vecchione non dimora più a capo dei servizi, allontanato il 14 maggio da Mario Draghi. Legato a Conte da una solida amicizia, è stato al suo fianco dall’inizio del Conte I alla fine del Conte II. E l’ombra dei servizi la ritroviamo in più punti della cronistoria del Conte II. Si parlò insistentemente di uomini dell’intelligence che facevano pressioni per Conte, qualcuno anche transitando per le segrete stanze dello studio Di Donna-Alpa-Conte. Ed era in quello studio che – ancora indietro, nella primavera 2020 – l’avvocato Luca Di Donna, sotto le insegne del collega di studio più anziano, Giuseppe Conte, riceveva i clienti insieme con il capo di gabinetto dell’Aise, i servizi di controspionaggio, Enrico Tedeschi. E con un secondo generale, verosimilmente membro dell’intelligence, che il teste Giovanni Buini fatica a identificare. E d’altronde solo Cesa può fare il nome dell’importante dirigente dei servizi che lo andò a trovare, e tutto ieri Cesa è rimasto blindato: “non conferma e non smentisce”, ci fa sapere il suo portavoce Salvo Ingargiula che però si lascia sfuggire: «Di queste cose parla nelle sedi istituzionali, al Copasir». Parlerà al Copasir? La voce dal sen fuggita può trovare riscontro solo nell’agenda del Comitato parlamentare per la sicurezza. Le cordate degli 007 sono note, le poltrone che contano pure. Draghi ha imposto un cambio della guardia che però ha inciso fino a metà. «Chi comanda sempre è il giro di quelli che chiamiamo istituzionali, da Franco Gabrielli a Luciano Carta», ci dice una gola profonda dei servizi. Se solo Cesa può dire chi lo era andato a trovare e da chi era stato spinto, quel che si può escludere a una prima analisi è che fosse un uomo dell’Aise. E il campo si restringe all’Aisi, al cui vertice siede Mario Parente, generale dei Carabinieri la cui ascesa si lega a indicazioni di matrice dem. «Marco Mancini stava dall’altra parte», suggerisce la nostra fonte. A una attenta lettura l’evoluzione dei fatti – per come la concatena Vespa – tende a far pensare a una manovra ordita da chi è più vicino a Gratteri. E chi è più vicino a Gratteri si chiama Marco Mancini. «E non dovete farvi trarre in inganno: Mancini non era affatto tra gli uomini ai quali Giuseppe Conte avrebbe potuto rivolgersi», ci ricorda la nostra fonte. Il contestato scoop di Report, realizzato in circostanze mai del tutto chiarite, ha reso noto l’incontro di Mancini con Matteo Renzi. La cordata opposta, dunque. Di pressioni fortissime in quei giorni di fine gennaio se ne vedevano ovunque, e i discorsi di Conte a Camera e Senato erano infarciti di blandimenti sperticati. “Amici democratici cristiani”, si era lanciato Conte: ed ecco che Cesa viene messo sui carboni ardenti. Poi si era appellato ad “un uomo di cultura come il socialista Nencini”. Anch’egli protagonista di un giallo; Renzi gli raccomanda di votare contro la fiducia (Italia Viva e Psi integrano lo stesso gruppo) ma lui, appartatosi a palazzo Madama con Giuseppe Conte fino alle 22 della sera del 19 gennaio, ne uscirà con una carica insperata, correndo in aula per votarlo. Secondo una indiscrezione, un accordo su una posizione istituzionale di primo piano nel nascituro governo. Poi però i piani andarono diversamente. Arrivò Mario Draghi e con lui l’Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica venne affidata nelle mani di Franco Gabrielli, ed Elisabetta Belloni venne incaricata di guidare il Dis dopo l’uscita di Vecchione. Da allora non si hanno più notizie di agenti segreti che girano di casa in casa a suggerire ai parlamentari come devono votare.

Aldo Torchiaro. Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.

Selvaggia Lucarelli per il "Fatto quotidiano" il 20 settembre 2021. Se è vero che Rocco Casalino è tornato come coach tv del Movimento 5 Stelle e ha deciso che in tv ora debba parlare solo Giuseppe Conte, bisogna che qualcuno parli con Rocco Casalino e magari faccia da coach al coach della tv dei 5 Stelle. Perché va bene che del Movimento degli esordi resti poco o niente, ma passare dal "Vaffanculo" a "La accompagno alla porta, mi saluti la sua consorte", forse non è esattamente un affare. Sto parlando, ovviamente, delle recenti performance di Giuseppe Conte in tv. Conte finisce di parlare e non sai che ha detto, in quel continuo, sovrumano esercizio di diplomazia e di allergia al conflitto che rischia di renderlo una figura sbiadita. O, peggio, di renderlo il roboante "avevo ragione io" di Beppe Grillo, che non aspetta altro. Chiedi "Che ora è?" a Conte e lui risponderà che sono le otto, ma ha il massimo rispetto anche per il resto dei fusi orari. Emblematico, in questo senso, il disperato tentativo di Corrado Formigli di cavargli qualcosa nell'intervista di giovedì a Piazzapulita. Ci ha provato col forcipe, forse serviva una trivella per il greggio. Formigli gli chiede se è d'accordo con il Green passe lui "sì al Green pass, garantendo il diritto al lavoro". Eh già. E la qualità è il miglior risparmio! Venezia è bella ma non ci vivrei! Formigli ci riprova: "Che voto darebbe a Draghi?". Risposta frizzante: "Ho difficoltà a dare a me stesso i voti, figuriamoci a Draghi!". Eh già. Buona la carne, ma vuoi mettere un buon piatto di pasta? Formigli non molla: "Nel Conticidio di Travaglio si dice che lei doveva cadere già nel 2019". "I complotti non mi affascinano, certe politiche del mio governo non piacevano". Allora lo incalza Alessandra Sardoni: "Cosa non piaceva del suo governo?". "Non lo so, noi eravamo per l'inclusione sociale". Eh già. E la cacca del bambino è santa! Il computer rovina la vista! Ai miei tempi ci si alzava da tavola solo quando tutti avevano finito! Insomma, se va avanti così, il prossimo Conticidio sarà ad opera di Conte stesso. Travaglio ha già il suo prossimo libro in stampa: Contesuicidio.

Giuseppe Conte, la maxi-consulenza da 400mila euro (su cui Il Fatto Quotidiano sorvola). P.F. su Libero Quotidiano il 19 settembre 2021. Per oltre un anno, con la scusa che i verbali «non erano attendibili» in quanto non firmati e per «non compromettere le indagini», il Fatto Quotidiano ha tenuto in un cassetto le dichiarazioni dell'avvocato Piero Amara sulla loggia Ungheria. Una scelta "deontologica" che ha tutelato Giuseppe Conte, quando era presidente del Consiglio, dal fango nel ventilatore. «Vietti mi chiese di far guadagnare denaro ad avvocati e professionisti a lui vicini e avvenne in quel periodo con l'avvocato Conte, oggi premier, a cui facemmo conferire un incarico dalla società Acqua Marcia spa di Roma, incarico che fu conferito a lui e al professor Alpa grazie al mio intervento su Fabrizio Centofanti che all'epoca era responsabile delle relazioni istituzionali e degli affari legali di Acqua Marcia», raccontò Amara a dicembre del 2019 ai pm di Milano. «L'importo che fu corrisposto da Acqua Marcia ad Alpa e Conte era di 400mila euro a Conte e di un milione di euro ad Alpa». «Questo l'ho saputo da Centofanti che si arrabbiò molto perché il lavoro era sostanzialmente inutile trattandosi della rivisitazione del contenzione della società, attività che fu svolta da due ragazze in poche ore e l'importo corrisposto fu particolarmente elevato», aveva aggiunto. «Non ho nulla a che fare con i loschi traffici di Amara, non l'ho mai conosciuto. Trecento pareri legali mi hanno occupato per quasi un anno, quindi quel compenso era il minimo: tutte quelle parcelle hanno passato il vaglio del tribunale e dei commissari giudiziali nominati dai giudici fallimentari», la risposta di Conte. Acqua marcia era controllata da Francesco Bellavista Caltagirone. Dopo la consulenza per Acqua Marcia, finita in concordato, Conte aveva lavorato per l'imprenditore Leonardo Marseglia nella compravendita di un albergo a Venezia, nel portafoglio della società di Caltagirone. Un potenziale conflitto d'interessi: Conte, già consulente di Acqua Marcia (di cui conosceva i documenti del concordato), aveva assistito Marseglia che del concordato era il beneficiario. Gli incarichi «non sono entrati in conflitto, trattasi di epoche diverse: il primo risale al 2012-13, mentre quello per Marseglia risale a due anni dopo. E comunque il contenuto dell'incarico non era tale da creare potenziali conflitti», la replica di Conte. Amara raccontò i problemi di Acqua Marcia per omologare il concordato. Per l'omologa serviva nominare gli avvocati «Enrico Caratozzolo, Guido Alpa e Giuseppe Conte». Alla domanda su chi fosse il giudice che ha gestito il concordato, Amara ebbe delle amnesie. E su queste dichiarazioni è pendente da mesi a Roma un procedimento, senza indagati, per bancarotta per dissipazione.

I conti non tornano...Finanziamenti al M5S, chi paga le spese di Conte e Raggi? Aldo Torchiaro su Il Riformista il 16 Settembre 2021. Giuseppe Conte, è la velina che circola nei giornali, sarebbe al verde. In aspettativa non retribuita dall’università, non godrebbe di rimborsi come presidente del M5S. “Viaggia a sue spese in tutta Italia”, si legge perfino. Sono fandonie. Almeno in parte: perché tutti i bilanci e i regolamenti dei soggetti politici prevedono emolumenti e compensi. Al M5S piace tanto la retorica da aspiranti francescani, come più volte reiterato da Beppe Grillo. Però francescani non sono, e tanto poveri neanche. L’ultimo bilancio alla Camera fotografava a fine aprile scorso 7,2 milioni di residuo attivo, benché le spese complessive arrivassero a 4,8 milioni di euro, di cui quasi 2,5 milioni per il personale della comunicazione. Questo senza contare le collaborazioni a progetto, aumentate nell’ultimo anno fino all’importo di 1,6 milioni di euro. Un milione e seicentomila euro di contratti temporanei, solo per incarichi a Montecitorio. Si sommi la metà degli stessi valori per il Senato e si avrà un residuo di oltre dieci milioni di euro. Alla faccia del poverello di Assisi. Le contribuzioni dei parlamentari arrivano, anche se risentono dei fuoriusciti. Il sito tirendiconto.it non esiste più, dismesso tra i marosi della riorganizzazione interna, ma nessuno ci ha fatto troppo caso. Però Conte, viene detto, “viaggia a sue spese”. Eppure lo si vede entrare e uscire dalle auto blindate della scorta, quella che peraltro spetta per protocollo di sicurezza al presidente del Consiglio uscente. Il tema vero forse è nelle pieghe della cosiddetta “Spazzacorrotti”, quella legge capestro tanto fortemente voluta proprio dai Cinque Stelle che impedisce ad un leader di partito di prestare la propria opera di professionista – addio quindi alle laute consulenze presso lo Studio Alpa – e di insegnare all’università. Ma Conte da presidente del M5S quale emolumento percepisce? Lo abbiamo chiesto agli uffici pentastellati di Camera e Senato, per ora senza ricevere risposta. Arriveranno invece presto notizie dai numerosi “ribelli” del Movimento, quelli che il nuovo corso di Conte non lo hanno mandato giù. Contro ogni scaramanzia, venerdì 17, in un bar di Piazza Bellini, a Napoli, i militanti illustreranno insieme all’avvocato Lorenzo Borrè le ragioni dell’impugnazione del voto che ha incoronato Conte presidente del nuovo M5S all’inizio di agosto, e che secondo i ricorrenti presenterebbe “sette motivi di illegittimità”: uno di questi sarebbe la presunta non iscrizione di Conte al M5S. Gli stessi attivisti sostengono che «il 17 luglio 2021 (lo stesso giorno in cui ha indetto le votazioni per l’approvazione del nuovo statuto)» l’allora reggente grillino Vito Crimi, membro anziano del Comitato di garanzia, avrebbe chiesto all’Associazione Rousseau di «effettuare l’iscrizione di Giuseppe Conte al Movimento 5 Stelle», adempimento «non ottemperato» dall’Associazione presieduta da Davide Casaleggio, fresca di divorzio dal M5S. Tra l’altro, in quei giorni il nuovo portale del Movimento non era abilitato a registrare le nuove iscrizioni: tuttora nelle Faq del sito movimento5stelle.eu campeggia una scritta in cui si legge che «momentaneamente le nuove iscrizioni sono sospese». Tamburi di guerra suonati, perdipiù, da quell’avvocato Borré che fino a ieri nel Movimento veniva considerato come la Cassazione, una fonte indiscutibile di diritto. È lui a tuonare: «Sarà il Tribunale civile a valutare la validità delle speciali modalità di “registrazione” di cui ha usufruito Conte. È comunque politicamente grave, vieppiù per un movimento che recitava il mantra “uno vale uno”, il fatto che Conte abbia potuto accedere ad una procedura non specificata». Se Conte piange miseria, e il sito tirendiconto.it chiude, non si hanno notizie aggiornate delle donazioni a Virginia Raggi. Che pure ci sono. Ammontavano a circa ventimila euro nel mese di luglio, ma per agosto e settembre non abbiamo ancora dati. Sappiamo che tra i generosi contributori spontanei ci sono imprese edili, società attive nel settore della ristorazione, candidati della lista civica, parlamentari (romani e non) del Movimento 5 Stelle. Scorrendo i nomi dei donatori ci si imbatte in qualche impresa di costruzioni, a partire dalla Ns Costruzioni Srl, che nel mese di luglio ha versato 600 euro nelle casse del Comitato. La ditta era assurta agli onori della cronaca negli ultimi anni per aver acquistato lo storico Villino Naselli nel quartiere Coppedè, di proprietà di una congregazione di suore: l’edificio stile liberty di Via Ticino, progettato all’inizio degli anni ‘30, fu abbattuto nel 2017 per far spazio a una palazzina. L’opera divise gli abitanti del quartiere e fu bollata dal critico d’arte Vittorio Sgarbi come “un orrore”. Il gruppo costruttore respinse ogni critica e il Comune si tenne accuratamente fuori dalla disputa. A luglio ha versato 600 euro al Comitato Raggi. Un altro bonifico da 600 euro è stato effettuato dalla Cuma 6 Srl, azienda che si occupa della costruzione di edifici residenziali e non. Nella lista dei finanziatori del Comitato compaiono poi i nomi di Vincenzo Oreste Lupattelli, titolare della Millennium Immobiliare Snc, con una quota versata di 2.400 euro, e di Vincenzo Bonifati (1.500 euro), presidente del Gruppo Bonifati, attivo da oltre 40 anni nel settore dell’edilizia pubblica, privata e delle grandi opere. Figura tra i donatori, con un versamento di 1.500 euro, anche Maria Palma Del Sole, general manager della Vincenzo Tundo Spa, azienda aggiudicataria dal 2013 del servizio di trasporto scolastico riservato e del servizio a chiamata disabili per Roma Capitale. Così come la società Navona Clama Srl (600 euro), che gestisce il Bar Ristorante “Tre Scalini” in Piazza Navona. Dalla lista spuntano ricorrenti bonifici da 600 euro, erogati da altruisti e generosi donatori di provenienza diversa. Pochissimi versamenti da 500 euro, nessuno da 700. Non può non suscitare curiosità il ripetersi della quota da 600 euro. Una “pezzatura”, una cifra tonda né piccola né grande, quasi segnaletica.

Aldo Torchiaro. Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.

Lisa Di Giuseppe per "Domani quotidiano" il 15 settembre 2021. Giuseppe Conte cerca lavoro. Il motivo non è soltanto che il neoleader è spossato dalla campagna elettorale, come ha ammesso spiegando che è «una faticaccia enorme» e che non potrà «reggere fisicamente a lungo». La vera preoccupazione è il conto in banca: ha bisogno di nuove entrate. L'avvocato di Volturara Appula non può contare né sugli introiti della sua attività nello studio dell'avvocato Guido Alpa né sullo stipendio da professore all'università di Firenze. La legge impedisce ai leader di partito di svolgere entrambe le attività. Le finanze di Conte dunque languono, soprattutto di fronte a un impegno economico importante come la campagna elettorale che lo sta portando in tutta Italia. Il partito riesce a coprire solo una parte delle spese: dopo la rottura con Rousseau pochi parlamentari e consiglieri regionali hanno seguito l'invito dell'ex reggente Vito Crimi a versare 2.500 euro al mese al Movimento. La campagna costa, e non poco: per finanziarla i Cinque stelle si dividono le spese. «Conte arriva, scende dalla jeep, fa il comizio che abbiamo messo in piedi noi e poi dobbiamo portarlo a cena», dice un deputato che lo ha accompagnato di recente a un appuntamento della campagna sul suo territorio. Si capisce che dover contribuire di tasca propria alla campagna di un leader che sul partito oggi dice una cosa e domani il suo contrario è un'attività che suscita entusiasmi limitati. Se i costi degli appuntamenti sono coperti da fondi privati di deputati e senatori e dalle casse dei rami locali del Movimento, i trasferimenti e le altre spese ricadono invece su Conte, che sta attingendo anche al suo patrimonio personale. Lo sforzo sta iniziando a mettere alla prova il leader senza portafoglio. Una soluzione Conte ce l'avrebbe farsi eleggere in parlamento, cosa che gioverebbe anche all'alleanza di centrosinistra tra Movimento 5 stelle e Pd. Il leader ha messo gli occhi sul collegio Roma I, quello che raccoglie il centro storico e arriva fino al quartiere Ostiense e al rione Prati. Certo, per candidarsi l'attuale deputato di quel collegio dovrebe lasciare l'incarico, ma la possibilità che accada non è così remota: il parlamentare è Roberto Gualtieri, il candidato del Pd al Campidoglio. Se dovesse essere eletto, ci saranno le elezioni suppletive: si ripeterebbe lo schema che era stato ipotizzato per il collegio di Primavalle, dove pure era stata ventilata la candidatura del leader del Movimento, poi sfumata. La differenza è che per vincere Gualtieri avrà bisogno dei voti del Movimento al ballottaggio. Per íl momento nei sondaggi è dato secondo dietro al candidato del centrodestra, Enrico Michetti. La voce di un accordo tra Conte e Gualtieri (l'appoggio al ballottaggio in cambio del sostegno alle suppletive) era già circolata in agosto e smentita dal leader dei Cinque stelle, ma ora che la campagna entra nel vivo e il sostegno, anche economico, del partito non è quello che l'avvocato si aspettava, l'ipotesi ha ripreso quota. Si tratta però di un seggio ambito: anche l'ex segretario del Pd Nicola Zingaretti starebbe valutando di candidarsi in caso di un successo di Gualtieri. L'altro aspetto che salta all'occhio è quanto poco Conte scommetta sulle amministrative in generale e sulla corsa di Virginia Raggi in particolare: qualche giorno fa ha spiegato che «questa tornata amministrativa non può essere significativa per il corso del Movimento», non proprio un messaggio di rilancio. Sembra quasi che l'avvocato voglia cautelarsi rispetto al disastro annunciato della tornata elettorale. A questo punto lo sguardo del capo del Movimento, ancora alle prese con le difficoltà che accompagnano ogni inizio, sembra rivolto all'estratto conto più che al conto delle preferenze.

ALDO GRASSO per il Corriere della Sera il 12 settembre 2021. L'importanza di chiamarsi Giuseppi. Da quando il premier Giuseppe Conte è stato ribattezzato Giuseppi, nel famoso tweet di endorsement del presidente Donald Trump, ebbene da allora la maledizione della svista, del lapsus, del refuso è scesa su di lui. Implacabile. Conte fa tappa a Milano per supportare la candidata sindaca Layla Pavone, ma la chiama Romano (il profilo social di tale Layla Romano è a luci rosse). Scuse per la gaffe. Giorni prima, cita lo stato di povertà di 200 mila bambini milanesi. Ma, secondo la casistica Istat, la popolazione under 14 a Milano è ferma a 175 mila persone. Non tutte povere. Ai primi di settembre a Roma, il leader del M5S interviene a un comizio a sostegno della rielezione di Virginia Raggi ma confonde l'Atac, l'Azienda municipalizzata per i trasporti, con l'Ama, che invece è l'Azienda municipalizzata dei rifiuti. Scuse per la gaffe. Vi ricordate quando a Potenza esordì con «quale Presidente della Repubblica sono garante della coesione nazionale», spostando Palazzo Chigi al Quirinale? O quando, parlando di «Mes confezionato», confuse il governo Monti con quello precedente di Berlusconi? Parlando di Mike, Umberto Eco sosteneva che la gaffe nasce sempre da un atto di sincerità non mascherata. Va trattata con leggerezza: non è una provocazione come la sincerità mascherata. Lo dice chiaramente Giuseppe Conte: «Se andremo al ballottaggio, come credo, mi auguro che il Pd ci appoggi». Il leader del Movimento, a Torino per sostenere la candidata sindaca M5S Valentina Sganga, commenta gli scenari legati al ballottaggio: «Non ci sono le condizioni in questo momento per poter dire, dopo gli atteggiamenti assunti dal Partito democratico torinese, che noi appoggiamo il Pd a Torino». Parole che guardano non solo oltre il primo turno, ma anche oltre i confini di Torino. Quelle del leader pentastellato suonano come il preludio a quello che sarà forse il primo confronto vero tra alleati dopo l'esito del primo turno delle Amministrative. L'occhio è rivolto a quei capoluoghi come Torino appunto, ma anche Milano e soprattutto Roma, dove M5S e Pd si sfidano. «Con le forze dell'area di centrosinistra e con il Pd in particolare - ha argomentato Conte - coltiviamo un dialogo continuo e costante. Ma in alcune realtà territoriali questo non è stato possibile, e una di queste è Torino. A me personalmente dispiace che non ci sia stata la possibilità, e non lo imputo certo al Movimento 5 Stelle, di creare un progetto comune con obiettivi condivisi per questa città. C'è stato un irrigidimento da parte del Pd locale, ne prendiamo atto». Per il leader del M5S la settimana di campagna elettorale al Nord si è conclusa con un bagno di folla al Mercato centrale del capoluogo piemontese. Con lui, oltre a Sganga, anche l'attuale sindaca Chiara Appendino e l'ex ministra Lucia Azzolina, due esponenti che secondo le indiscrezioni avranno un ruolo centrale anche nel futuro del Movimento targato Conte. Ad accompagnare l'ex premier - come già accaduto in altre tappe del suo tour negli ultimi giorni - anche alcuni contestatori. Una ventina di esponenti no green pass hanno esposto uno striscione («Conte traditore Torino non ti vuole»). L'ex premier ha incontrato anche i lavoratori dell'ex Embraco. «Si è impegnato a chiedere conto della situazione e del fallimento del progetto Italcomp al viceministro dello Sviluppo economico Alessandra Todde» spiega Ugo Bolognesi della Fiom Cgil di Torino. E mentre l'ex premier fa campagna a Torino, Luigi Di Maio, che era con Conte a Bologna venerdì, è a Napoli per sostenere Gaetano Manfredi. Il ministro è protagonista anche di un siparietto con un cittadino che gli offre una tazza di caffè.

JACOPO IACOBONI per lastampa.it il 12 settembre 2021. Rischia di essere ricordato, nonostante ogni sforzo contrario, come il momento più rivelatore della fase che sta attraversando Giuseppe Conte: il discorso di Finale Emilia. Come sapete, venerdì 10 settembre l’ex premier, parlando a una delle feste dell’Unità che sta visitando in questo tour al nord, si è lasciato andare a un commento di straordinaria sincerità: «Questo è un impegno stressantissimo, una faticaccia enorme, non credo che la potrò reggere anche fisicamente a lungo. E quindi faremo in modo che ci sia qualcuno più bravo di me, quando sarà il momento». La Stampa è in grado di raccontare cosa c’è dietro questa frase, che potrebbe essere un semplice sfogo o – secondo altre fonti nel Movimento – l’indicatore molto preciso di un malessere realmente esistente: la solitudine dell’avvocato dentro il suo stesso partito. Gli elementi di questa «solitudine» sono più d’uno. Fin dall’inizio della sua scalata alla leadership del M5S, Conte ha avuto alcuni sostenitori assai esposti nel Movimento – Paola Taverna, Stefano Patuanelli, Giancarlo Cancelleri, ma anche parlamentari influenti come il vicecapogruppo Riccardo Ricciardi, o la deputata Alessandra Majorino. Persone che gli hanno dato sostegno anche quando la sua leadership appariva contrastata dall’appeal esercitato da Luigi Di Maio presso molti grillini, specialmente alla Camera, e dai modi suadenti di Roberto Fico. Adesso però, con l’avvicinarsi delle prime nomine interne dell’avvocato del popolo, un po’ tutti nel M5S si aspettato il giusto guiderdone politico. C’è in ballo innanzitutto una segreteria, in cui Conte potrà collocare una decina di loro, ma non di più (forse meno). Ci sono in ballo ritocchi nei capigruppo parlamentari. Ci sono candidature in regioni importanti (per esempio la Sicilia: cosa succederebbe se Conte non si spendesse per Cancelleri presidente?). Ognuno di questi passaggi rappresenta una mina e una potenziale fila davanti alla porta dell’avvocato del popolo: dieci persone al massimo saranno contente, e duecento recrimineranno. Ci sono poi le prospettive di essere ricollocati nelle liste future, oppure no: sapendo che sulle liste Conte ascolta in modo particolare due figure che stima da tempo, Guido Alpa e l’ambasciatore Piero Benassi, in tanti grillini ormai temono (complice anche la riduzione dei parlamentari) di non essere ricandidati. I posti per le riconferme sono quindici, non uno di più. In questo quadro, alcuni dei parlamentari (non solo alcuni dei calabresi) non stanno restituendo al partito, alle scadenze previste, i 2500 euro mensili previsti dal nuovo Statuto contiano. Altri tentennano. C’è poi la campagna elettorale per le amministrative. Conte viene sempre più percepito, nel Movimento, come l’attore di una campagna d’immagine personale, più che una campagna elettorale tradizionale in favore dei candidati del Movimento. In molti posti l’ex premier non è andato, com’è umano costretto a declinare tanti inviti da grillini sul territorio: ma lasciando l’amaro in bocca a tanti candidati. Quando è andato, a volte ha messo le mani avanti in modo non entusiasmante – per tanti big del Movimento - sull’esito del voto. «Questa tornata amministrativa non può essere significativa per il nuovo corso del M5S. Mi sono trovato con le liste già pronte, le ho sottoscritte», ha detto Conte in tv, prima di partire per l’Emilia. E’ parsa una sconfessione palese di Raggi, ma anche dell’assetto che si è creato a Torino: con la rottura tra M5S e Pd. Come se Conte avesse più a cuore il suo rapporto con il Pd che la cura dei bisogni del mondo e del ceto politico grillino. C’è poi una questione di staff. L’ex premier, uscito da Palazzo Chigi, non ha più il sostegno di persone fisse. Il suo portavoce è adesso convogliato ai gruppi, con ha spiegato Conte stesso a Ceglie Messapica, a fine agosto, a chi glielo chiedeva: «Casalino è stato assunto alla Camera e al Senato e è responsabile per le tv, quindi ha un compito molto più gravoso, perché ora lavora non più per un singolo, ma per i gruppi parlamentari del M5S». La brava Mariachiara Ricciuti, forse la preferita dall’ex premier, ha bisogno in questa fase di più tempo per felici vicende personali. E così Conte viene accompagnato ora da uno ora da un altro membro della comunicazione (nell’ultima fase da Dario Adamo, proveniente però dai social). Qualcuno teme che l’avvocato venga deliberatamente mandato allo sbaraglio: sicuramente una cattiveria messa in giro dai suoi avversari. Di sicuro però è in un momento in cui è più vulnerabile che mai politicamente. Certo, un centinaio di parlamentari appaiono molto attivi nell’appoggiare e rilanciare le sue iniziative e mettere like sui social: sono in campo due società di comunicazione digital esterne, che tengono alto questo “likificio” contiano. Pratica in cui certo anche altri leader politici sono impegnati, ma rende difficile al dunque distinguere il consenso reale da quello fantasmatico e presunto.

5 Stelle infuriati: "Dichiarazioni strampalate". “Non credo reggerò a lungo, rilanciare il Movimento faticaccia enorme”, Conte si "sfoga" ed evoca l’addio. Carmine Di Niro su Il Riformista il 10 Settembre 2021. Dopo aver chiesto e ottenuto la cacciata di Davide Casaleggio e dell’associazione Rousseau, aver fatto cambiare lo statuto per essere proclamato leader assoluto, Giuseppe Conte è già pronto a mollare il Movimento 5 Stelle? L’ex premier da Finale Emilia, dove è intervenuto questa mattina nel corso del suo tour in Emilia Romagna per le amministrative, evoca un passo indietro dalla guida dei 5 Stelle, anche se ovviamente non così vicino nelle tempistiche.

“Stiamo rilanciando il progetto del M5s, lo porteremo avanti, al di là degli interpreti. Siccome non ritengo di essere infallibile, e nemmeno vedo davanti un orizzonte poi così lungo, ve lo dico francamente: questo è un impegno stressantissimo. Lavorare così per il bene comune è una faticaccia enorme, quindi non credo che la potrò reggere fisicamente a lungo”, ha detto Conte da un palco allestito a Finale Emilia. L’obiettivo? “Fare in modo che ci sia qualcuno più bravo di me, quando sarà il momento”. Ma il progetto 5 Stelle per l’ex presidente del Consiglio è forte e dovete appoggiarlo, non lasciate che altri parlino con la vostra voce”.

LA MEZZA MARCIA INDIETRO – Parole ‘sospette’ che hanno aperto un caso anche all’interno del Movimento, tanto da costringere di fatto Conte a fare chiarezza poche ore dopo il comizio di Finale Emilia, questa volta con un punto stampa a Cattolica, dove è intervenuto a sostegno del candidato sindaco pentastellato Mariano Gennari. Qui, pressato dai giornalisti sul tema, Conte ha compiuto una mezza retromarcia: “Se si assume una responsabilità del genere, come presidente del Consiglio o alla guida di una forza politica, e lo si fa con serietà nell’interesse dei cittadini per il bene comune, vi assicuro che è un impegno enorme”. Impegno che “richiede quindi un importante sforzo fisico”, sottolinea Conte, “era questo quello che volevo dire”. Anzi, ribadisce il leader pentastellato che rilancia, “c’è tanto entusiasmo e voglia di lavorare per il bene del Paese, c’è tantissimo entusiasmo tra le persone e questo ci dà la consapevolezza che siamo chiamati ad un compito di responsabilità”.

IL CASO AGITA I 5 STELLE – Parole che, come detto, hanno agitato non poco il Movimento 5 Stelle. Il deputato Gianluca Vacca commenta polemicamente l’uscita del leader pentastellato: “Sembra un po’ anomalo che un leader, appena eletto alla guida di un Movimento, dichiari di essere stanco – dice all’AdnKronos – Non mi pare una grande iniezione di fiducia questa dichiarazione. Bisogna capire cosa intendesse dire”. L’ex sottosegretario all’Istruzione qundi rincara la dose: “E’ una dichiarazione un po’ strana, uno che ha appena iniziato non penso si possa stancare subito, in così poco tempo. Sono parole strampalate. Magari è una battuta uscita male. Noi nelle piazze ci siamo sempre stati, lo abbiamo fatto per anni”. E non va meglio nelle chat interne del Movimento, dove le critiche sono pesanti. Una deputata ricorda come Beppe Grillo abbia “attraversato a nuovo lo Stretto di Messina…”, a proposito della fatica fisica citata da Conte. Un altro senatore, alla prima legislatura, tenta invece la carta del paragone: “Ma cosa ha voluto dire? Sembra di sentire Zingaretti durante gli ultimi giorni della sua segreteria Pd. Se queste parole gli sono ‘uscite male’ è necessario chiarire questo equivoco: serve una dichiarazione che sprizzi energia politica da tutti i pori”.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

L'ex premier annuncia la votazione del 2 e 3 agosto. Conte lancia il nuovo statuto e attacca Cartabia: “No all’impunità, il vento del M5s soffia ancora”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 17 Luglio 2021. Il nuovo Movimento 5 Stelle riparte dal “patto della spigola”. Giuseppe Conte in un messaggio video sul suo canale Facebook ha presentato il nuovo Statuto del Movimento 5 Stelle. Il video di poco meno di dieci minuti annuncia un nuovo corso del Movimento 5 Stelle e la votazione che si terrà il 2 e il 3 agosto. Il voto si terrà sulla piattaforma telematica SkyVote. Il documento guarda al 2050. Il Presidente del Comitato di Garanzia Vito Crimi ha introdotto i “valori identitari e la vocazione innovativa” del Movimento che “il presidente Giuseppe Conte, su incarico del garante Beppe Grillo, ha pertanto elaborato una proposta di modifica dello Statuto che, oltre a definire con chiarezza ruoli e funzioni, introduce nuovi strumenti organizzativi e la Carta dei Principi e dei Valori”. “In qualità di Presidente del Comitato di Garanzia, pertanto, revoco, su indicazione del Garante, l’indizione assembleare di cui alla mia precedente comunicazione del 2 luglio 2021 e convoco l’Assemblea degli iscritti dalle ore 10 alle ore 22 dei giorni 2 e 3 agosto in prima convocazione e dalle ore 10 alle ore 22 dei giorni 5 e 6 agosto in seconda convocazione per votare la proposta di modifica dello Statuto e contestuale revoca della deliberazione assembleare del 17 febbraio 2021”. La votazione sarà valida solo se parteciperanno almeno la maggioranza assoluta degli iscritti e quindi a maggioranza dei voti espressi. Il testo del quesito che sarà sottoposto agli iscritti da almeno sei mesi: “Approvi la proposta di modifica dello Statuto, contenente anche la Carta dei principi e dei valori, visionabile sul sito movimento5stelle.eu e di contestuale revoca della deliberazione assembleare del 17 febbraio 2021?” Qualora dovesse passare il quesito la voce “Comitato direttivo” sarà sostituita da “Presidente” e l’assemblea” sarà chiamata a votare per l’elezione del Presidente, indicato dal Garante, Beppe Grillo, nella persona del prof. Giuseppe Conte. È lo stesso Beppe Grillo che aveva definito inadeguato Conte come guida del M5s – ma che aveva appoggiato e lodato come guida del governo, anzi di due governi, uno con la Lega e un altro con il Partito Democratico – e lo stesso Giuseppe Conte che non aveva esitato a dare il suo al comico e Garante e fondatore del Movimento. Tutto finito, tutto superato, tutto risolto. Scurdammoce o’ passato. Dove poteva finire a finire “a pesci fetenti” è invece tutto ricominciato dal “patto della spigola”. Ovvero da quella foto scattata a Marina di Bibbona che ritraeva i due leader sorridenti e finalmente in pace dopo settimane di tumulti che sembravano aver spaccato il Movimento. Conte abbronzato, in camicia, nella sua dichiarazione social. “Il vento del M5s soffia ancora”. Conte ha ammesso di aver conosciuto la politica a Palazzo Chigi. Ha difeso il reddito di cittadinanza. Ha ricordato il guru e fondatore Gianroberto Casaleggio. Ha fatto un po’ di campagna acquisti e invitato i sostenitori a riunirsi. Ha annunciato un tour in Italia – come non ricordare i tour di Beppe Grillo e di Alessandro Di Battista degli esordi? Ha parlato di Giustizia facendo riferimento alla riforma del processo penale voluta dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia. “Io non canterei vittoria – aveva commentato dopo l’approvazione della riforma in Consiglio dei ministri – non sono sorridente sull’aspetto della prescrizione, siamo ritornati a una anomalia italiana”. Dove l’anomalia italiana è invece quella da ripianare per rendere i tempi compatibili alla linea del Recovery Fund e degli standard europei. Un Conte a tutto campo o quasi.

Il testo del video di Giuseppe Conte: “È finalmente arrivato il momento tanto atteso: il Movimento 5 Stelle riparte, con nuovo slancio e nuova forza. Sono stati mesi difficili, lo sappiamo. Abbiamo tutti vissuto momenti di smarrimento, di stanchezza. Ma abbiamo saputo superarli, lasciandoceli alle spalle. Ora possiamo ripartire, spinti da quel vento che per il M5S soffia ancora: è il vento delle battaglie che verranno, quelle ancora da vincere, il vento che spazza via nubi e incomprensioni. A partire da oggi potrete leggere il nuovo Statuto e la Carta dei Valori del Movimento, che saranno disponibili sul nostro sito a questo link: (...)Poi tra 15 giorni si aprirà la votazione. Nello Statuto troverete quelle che considero le basi per rilanciare la nostra azione comune: la piena agibilità politica del Presidente del Movimento e una chiara separazione fra i ruoli di garanzia e quelli di indirizzo politico. Gli iscritti avranno un ruolo sempre più centrale. Questo nuovo corso partirà dai Gruppi territoriali e dai Forum tematici, che saranno al centro di questo processo di rinnovamento. Gli iscritti potranno dar vita a Gruppi territoriali di scambio e di confronto, legati a singole realtà territoriali. Mentre i Forum tematici ci consentiranno un costante dialogo con la società civile: saranno luoghi di discussione, di confronto e di elaborazione di progetti, aperti anche ai non iscritti. Le proposte elaborate dai Gruppi territoriali e dai Forum tematici saranno ampiamente valorizzate. Ci sarà infatti un Comitato nazionale progetti, che a tempo pieno lavorerà per esaminare i progetti e le proposte legislative che perverranno dai Gruppi territoriali e dai Forum tematici. Sarà questo il modo per valorizzare e rilanciare quel grande progetto civico e politico nato 12 anni fa dalle intuizioni e dalla passione di Beppe Grillo e di Gianroberto Casaleggio. Una cosa che mi sta molto a cuore è la Scuola di Formazione. L’abbiamo pensata per la formazione e l’aggiornamento permanente rivolto a tutti coloro che intendono impegnarsi in politica, in particolare i giovani. Ma sarà anche il luogo di confronto e di aggiornamento per tutti i parlamentari e gli amministratori locali. In questi anni anche il Movimento è cambiato mantenendo però immutato il suo tratto distintivo: mettere al centro sempre e soltanto l’interesse dei cittadini. Questa grande comunità ha avuto il merito di aver imposto nel dibattito politico temi che stavano a cuore solo ai cittadini, ma che la classe politica fingeva di ignorare: l’etica pubblica, la lotta agli sprechi e ai privilegi, la politica intesa come servizio pubblico, la disparità e la lotta alle diseguaglianze e – non ultima – la sostenibilità ambientale. Oggi questo progetto ha bisogno di nuova linfa, di ritrovarsi e ritrovare quella caparbietà e quello spirito che lo hanno portato ad essere forza trainante per il cambiamento del Paese: è quello che i cittadini si aspettano da noi, è ciò che sono disposti a fare con noi, ed è il motivo per cui hanno dato grande fiducia al Movimento. Nel 2018 il Movimento ha ottenuto la fiducia di oltre 10 milioni di italiani ed è diventato la prima forza politica in Parlamento grazie agli impegni presi con gli elettori. Questi impegni in parte li abbiamo già mantenuti, realizzando gran parte delle riforme che avevamo promesso. E che oggi non possiamo lasciare che vengano cancellate. E’ una questione di rispetto per la democrazia, di rispetto degli elettori. E’ una questione di coerenza, fondamentale per alimentare il rapporto di fiducia tra cittadini e Movimento. Nel periodo in cui ho ricoperto il ruolo di Presidente del Consiglio ho lavorato unicamente per l’interesse generale, tenendo sempre bene a mente il valore dell’etica pubblica. Nella mia permanenza a Palazzo Chigi ho compreso l’importanza della Politica, con la P maiuscola, ho toccato con mano cosa significa avere una grande responsabilità nei confronti del proprio Paese, in particolare in uno dei momenti più drammatici della sua storia. Non ho mai nemmeno per un momento agito per un mio tornaconto personale, per un mio interesse presente o futuro. Sono così e continuerò ad essere così anche alla guida del Movimento. Questo è l’unico modo che conosco di lavorare, l’unico modo che conosco di fare politica. Ed è l’unico modo per servire davvero il mio Paese. Al governo abbiamo sfidato il totem inossidabile dell’Europa dell’austerità. Ci siamo presi insulti anche qui in Italia: populisti, fanatici, velleitari. Siamo quelli che hanno risposto per primi alla pandemia senza un manuale di istruzioni. Senza mai arrenderci abbiamo portato in Italia un grande piano di investimenti, indirizzando l’Europa intera sulla linea della solidarietà. Siamo quelli della legge Spazzacorrotti, quelli dei decreti contro il precariato e a favore dei diritti dei riders, quelli che hanno tagliato le tasse e reso più pesanti le buste paga dei lavoratori con il taglio del cuneo fiscale, quelli che per primi hanno iniziato a parlare di sostegni per autonomi e partite Iva. Siamo quelli che hanno agito concretamente per attenuare il divario tra Nord e Sud. Stanziando risorse per riequilibrare le differenze territoriali cosi che i Comuni italiani saranno più uguali, ed avranno le stesse risorse per asili nido e spesa per le attività di rilievo sociale. Siamo quelli del superbonus che sta aiutando il settore dell’edilizia e rilanciando l’economia, traducendo in fatti concreti l’auspicio della transizione ecologica. Abbiamo realizzato il Reddito di cittadinanza, che oggi qualcuno per interesse vorrebbe smantellare. Ma non è questa la strada per aiutare davvero gli italiani: piuttosto miglioriamolo, rendiamo davvero efficace e funzionante la parte sulle politiche attive del lavoro, perché questo è ciò che serve, non eliminarlo. Siamo quelli che vogliono processi veloci, ma non accetteranno mai che vengano introdotte soglie di impunità e venga negata giustizia alle vittime dei reati. Non accetteremo mai, ad esempio, che il processo penale per il crollo del ponte Morandi possa rischiare l’estinzione. Noi siamo e saremo sempre dalla parte di chi non ce la fa. Una platea che purtroppo si sta allargando ogni giorno di più: giovani, precari, donne, piccole e medie imprese, lavoratori autonomi e partite iva, categorie che tanto hanno sofferto durante i lockdown e che hanno pagato un prezzo altissimo per questa crisi economica. Ci rivolgeremo anche a quel ceto medio che oggi fa fatica ad arrivare a fine mese, è anche a loro che abbiamo pensato quando con la legge di bilancio dello scorso anno abbiamo introdotto la riforma dell’assegno unico. Ma vogliamo sostenere anche il ceto produttivo, che ha bisogno di regole certe e di una burocrazia efficiente che favorisca le attività economiche e non le ostacoli. E’ per questo che ci batteremo per uno Statuto dell’impresa, che promuova le imprese socialmente responsabili. Noi ci saremo sempre, con la nostra forza e la nostra coerenza. Ma per ottenere risultati è necessario essere uniti ed essere in tanti. Il Movimento 5 Stelle dovrà essere compatto per rispettare la volontà dei 10 milioni di elettori che ci hanno votato, per riconquistare la loro fiducia e di tanti altri che non hanno perso la speranza di cambiare l’Italia. Rivolgo un appello ai vecchi e ai nuovi sostenitori. Fateci sentire il vostro calore, fateci sentire il vostro sostegno. Non vi chiediamo altro. Riunitevi, parlate tra voi e con noi, proponete i vostri progetti. L’Italia ha bisogno di nuove idee, delle nostre idee. Apriamoci, confrontiamoci, contaminiamoci. Io, da parte mia, girerò tutta l’Italia mi fermerò a discutere nelle vostre piazze, davanti alle vostre case. Perché non si fa politica solo nei luoghi istituzionali, la politica è dappertutto, ovunque vi siano cittadini che, con passione, si confrontano per il bene della loro comunità. C’è una comunità che lotta per questi valori e che merita azioni e rassicurazioni immediate. Una comunità in cui mi riconosco e per cui voglio spendere me stesso, tutta la mia passione e tutte le mie possibilità. Io sono pronto, non intendo mollare di un centimetro. In tanti non intendono farlo: sono quelli che hanno sempre creduto nel Movimento 5 Stelle. E io sono con loro. E saremo ben accoglienti con tutte le nuove amiche e i nuovi amici che vorranno camminare con noi. Insieme, ora.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.  

Terribile Vittorio Sgarbi contro Giuseppe Conte sulla giustizia: “Parlaci di Ciro Grillo”. Libero Quotidiano il 16 luglio 2021. Parlaci di Ciro Grillo: è terribile Vittorio Sgarbi. Che infierisce da par suo sulla presunta pace tra Giuseppe Conte e Beppe Grillo. Al tweet non fa difetto, come al solito, la chiarezza: “L’ex premier Giuseppe Conte dopo l’incontro con il comico: “Ora sulla giustizia ci faremo sentire”. Ecco, ci dica, per esempio, cosa pensa delle gravi accuse al figlio di Beppe Grillo”. Non male, a dire la verità. Perché Sgarbi anticipa il tema dello scontro prossimo venturo in casa pentastellata. Che sarà proprio sulla giustizia, il nuovo tasto dolente per la maggioranza che sostiene il governo di Mario Draghi. Perché i Cinque stelle hanno sempre più bisogno di un tema identitario da sollevare di fronte al loro elettorato. E la riforma Cartabia può fare al caso loro. Draghi lo sa e sa anche che Conte ne approfitterà per mettere in difficoltà l’esecutivo, anche se l’Elevato ha promesso al premier che non ostacolerà la riforma. Di qui la freccia acuminata di Sgarbi nei confronti di Grillo e Sgarbi. Col primo polemizza da tempo perché – sostiene Sgarbi – avrebbe manovrato politicamente per salvare il pargolo anche se nessuno potrebbe mai confermarlo. E col secondo per sfotterlo sulla sua bulimia da potere preconizzando lo scontro con il comico. Una partita da popcorn.

Maurizio Belpietro per la verità il 27 giugno 2021. Anni fa, quand'era sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Antonio Catricalà mi rivelò che Mario Monti, in vista delle elezioni del 2013, progettava di fondare un suo partito. L'ex rettore della Bocconi gli aveva chiesto se fosse disposto a candidarsi con lui, e Antonio, con cui ero in confidenza fin dai tempi della sua presidenza all' Antitrust, mi chiese che cosa ne pensassi. Gli risposi con franchezza che quello dell'allora premier era un errore frutto di un complesso di superiorità perché, se fino a prima poteva sperare di godere dell'appoggio di tutte le forze politiche e magari anche di arrivare a conquistare la poltrona di Giorgio Napolitano, una volta sceso in campo Monti si sarebbe fatto contare e si sarebbe scoperto il bluff di un consenso legato al ruolo e non alla persona. Antonio pareva perplesso, ma alla fine, non so se tenendo in conto la mia opinione, quella di altri o per un ragionamento personale, non si candidò. In quei mesi, tuttavia, non erano in pochi a pensare che se l'ex rettore avesse fondato un partito avrebbe fatto sfracelli. I sondaggi gli attribuivano percentuali a doppia cifra, immaginando che potesse rubare voti a destra e a manca. Secondo qualcuno, addirittura con il suo nome nel simbolo si poteva andare oltre il 20%. Un tipo furbo e navigato come Pier Ferdinando Casini ne pareva certo. Un giorno mi confidò: «Tu non sai come lo salutano le persone quando lo incontrano a un evento pubblico: la gente si spella le mani». Nonostante molti fossero pronti a scommettere su un risultato importante, rimasi della mia opinione, che non dava Monti molto lontano dal 7%. Sbagliai di poco, perché a urne aperte si scoprì che Scelta civica aveva sedotto l'8,30% degli elettori e con i vari partiti alleati, cioè Udc di Casini e Futuro e libertà di Gianfranco Fini, arrivava a malapena al 10. Come sia finita poi è noto: in breve, il partito si squagliò e per gli onorevoli eletti con Monti cominciò una transumanza verso altri pascoli. Oggi, se si parla del professore, la gente si volta da un'altra parte e del suo governo, che pure fu appoggiato da una larga maggioranza parlamentare, nessuno si ricorda volentieri. Anzi: molti lo ritengono un errore, che ha prodotto le crisi successive, da quelle economiche a quelle politiche. Il capro espiatorio in fondo piace a tutti e io che criticai l'ex rettore della Bocconi fin dal principio, ossia da quando presentò la sua famosa manovra lacrime e sangue, preferisco non unirmi al coro. Se ho ricordato il «caso Monti» non è però per parlare della preistoria, ma per affrontare un argomento di attualità, ovvero la possibile ridiscesa in campo di Giuseppe Conte il quale, dopo lo scontro con Beppe Grillo, mediterebbe di fondare un suo partito e di dare la scalata non solo ai 5 stelle, ma addirittura alla sinistra, con l'intento di diventare il leader della coalizione e di ritornare prima o poi alla guida di Palazzo Chigi. A gonfiare l'ambizione dell'ex avvocato del popolo sono i molti sondaggi che vengono fatti circolare. Anche in questo caso si parla di risultati a doppia cifra. C' è chi dice il 15%, chi addirittura immagina il 20. Voti rubati ai 5 stelle e anche al Pd. L'ex premier avrebbe già pronto il simbolo e pure la squadra del nuovo Movimento e in prima fila, ovviamente, ci sarebbe il mitico Rocco Casalino, ovvero l'ex portavoce, l'uomo che si fece ritrarre seduto al tavolo con Angela Merkel quasi fosse egli stesso un capo di governo. La verità è che la politica è una brutta bestia, e per quanto uno si sforzi di dire che è un semplice cittadino prestato alle istituzioni o, come disse Conte, che non è un uomo per tutte le stagioni, una volta assaporato il potere non si è più disposti a rinunciarvi. Si può essere stati per quasi tutta la vita rettore della Bocconi o professore universitario apprezzato, ma quando si depositano le terga sulla poltrona di capo dell'esecutivo e ci si accomoda accanto ai potenti della terra durante i vertici internazionali, ci si monta facilmente la testa ed è poi difficile, se non impossibile, smontarsela, cioè ritornare alla vita di prima, tranquilla, gratificante, ma grigia e senza le telecamere e le strette di mano. Succede a tutti, in particolare a chi non ha fatto la gavetta politica, ha cioè ricevuto la nomina dall' alto, quasi per caso. Soprattutto succede se non si è conquistato il consenso popolare, ma lo si è ottenuto in dono insieme con il ruolo istituzionale. Può darsi che mi sbagli, ma presto Conte potrebbe scoprire che i milioni di italiani che immagina pronti a seguirlo e a riportarlo a furor di popolo alla guida del Paese, sono solo nella sua testa e in quella dei cortigiani che fino a ieri lo hanno blandito, alcuni dei quali, per ideologia o miopia, non smettono di blandirlo neppure ora. Insomma, nel suo caso, più che parlare di Conticidio, parlerei di suicidio. Consumato dall' alto di troppa presunzione.

M5s, servono 450mila euro per licenziare Casaleggio jr. 450 mila euro per sbloccare Giuseppe Conte e scongelare la piattaforma Rousseau. Forse per l'ultima volta. Domenico Di Sanzo - Gio, 25/03/2021 - su Il Giornale. 450 mila euro per sbloccare Giuseppe Conte e scongelare la piattaforma Rousseau. Forse per l'ultima volta. Ma prima di inaugurare il nuovo corso bisogna compiere l'ultimo rito del «vecchio M5s». Una votazione online sul sito di Davide Casaleggio, per modificare lo Statuto e consegnare a Conte le chiavi dei Cinque Stelle. L'ex premier, leggendo le carte che regolano la vita del Movimento, ha capito di essere ancora legato mani e piedi al figlio del cofondatore. Lo Statuto, in particolare, è una botte di ferro per Casaleggio. I fedelissimi del presidente di Rousseau infatti fanno notare come il testo sancisca l'osmosi tra il M5s e l'Associazione guidata dall'imprenditore. Circola questa battuta, per spiegare il rompicapo che Conte è chiamato a risolvere: «Casaleggio tiene per i c******i i Cinque Stelle, che però nel frattempo lo stanno strozzando». Deputati e senatori possono anche liberarsi di Rousseau, ma prima Conte ha bisogno di un voto sulla piattaforma per diventare il nuovo leader. Così Casaleggio punta ad alzare la posta per recuperare i 450mila euro che pretende dai parlamentari morosi. Una volta approvata la leadership dell'ex avvocato del popolo, si potrà procedere al divorzio consensuale. Anche perché una battaglia legale rischierebbe di bloccare il processo rifondativo, costringendo l'ex premier a creare una nuova associazione del M5s. Il tutto partendo con nuove iscrizioni, perché a quel punto Casaleggio reclamerebbe i dati degli attuali iscritti. Resta da trovare la quadra con Rousseau e con i parlamentari. Da un lato si punta a convincere il guru a non pretendere i contributi non versati da chi è stato espulso o è fuoriuscito. Dall'altro, l'obiettivo è spiegare ai parlamentari che, senza il saldo, anche parziale, del debito non si potrà procedere all'agognata rifondazione. Proprio per questo, nei prossimi giorni i big del M5s dovrebbero incontrare Casaleggio per sottoscrivere la buonuscita. Mentre Conte già domenica potrebbe presentare a Grillo e agli altri il suo progetto politico. E non si fermano le manovre interne. Fa ancora discutere nel M5s la creazione dell'associazione «Italia + 2050», contenitore vicino a Conte animato da Carlo Sibilia.

I sostenitori del movimento contiano. Conte va alla guerra con Casaleggio: pronto alle vie legali contro Rousseau. E intanto 40 parlamentari appoggiano Italia Più 2050. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 24 Marzo 2021. In attesa che Casaleggio sblocchi la piattaforma Rousseau, nelle more del divorzio del secolo tra Davide e Beppe Grillo, Giuseppe Conte sta mettendo mano all’organizzazione del succedaneo dei Cinque Stelle. Senza Rousseau il passaggio di consegne del Movimento nelle mani dell’ex premier è inibito, bloccato a monte dall’impossibilità di votarlo. E la guerra di logoramento avrebbe spazientito l’Avvocato del popolo. Dopo la foto sulla spiaggia di Bibbona con Grillo, Conte ha lesinato le apparizioni in pubblico. Ma a Firenze segnalano un intenso viavai dal suo studio legale, nel frattempo riaperto. Luci accese fino a tardi. Stanco dei ricatti milanesi, sta lavorando ad un soggetto nuovo, dal nome che Il Riformista ha anticipato ieri: Italia Più 2050. E ieri l’associazione “ItaliaPiù2050” ha mosso i primi vagiti. Per ora è un sito web, registrato lo scorso 11 marzo da Diego Antonio Nesci, vulcanico e poliedrico “enfant prodige” che ha dato vita a Parole Guerriere, una associazione della galassia 5 Stelle da cui pure ha saputo tenere una prudente distanza di sicurezza. È avvocato anche Nesci, anzi: abogado. Con l’esame fatto in Spagna. Il sito che incanala subito verso una procedura di iscrizione, un tesseramento vero e proprio basato su un doppio livello: si può essere Aderente, senza versare alcuna quota, oppure Socio ordinario, versando dieci euro. Bisogna sottoscrivere una accettazione tramite modulistica intestata alla associazione “P.G. Italia”. Non tutti possono iscriversi automaticamente, però: provandoci, veniamo rimandati all’approvazione di un Consiglio Direttivo. Che dunque deve già esistere, anche se il sito fino a ieri sera non presentava alcun organigramma. Qualche nome, a forza di chiedere, salta fuori. Il presidente della commissione Affari Costituzionali della Camera, Giuseppe Brescia, twitta: «Italia Più 2050 è la naturale evoluzione del think-tank Parole Guerriere e si muoverà nel solco tracciato da Beppe Grillo per il M5S guidato da Giuseppe Conte. Per mettere radici sui territori, per promuovere la transizione ecologica e lo sviluppo sostenibile in Italia». Si parla di 40 parlamentari M5S già coinvolti, tra cui spiccano oltre a Brescia anche Carlo Sibilia, Mirella Liuzzi, Maurizio Cattoi, Emanuele Scagliusi, Fabrizio Trentacoste. Per loro la quota di iscrizione, quali soggetti fondatori, sarebbe di 3000 euro, il boost iniziale necessario a far decollare una macchina destinata a soppiantare il sistema Casaleggio-Rousseau. E a “internalizzare” la funzione dello “Scudo della Rete” grazie a un fondo ad hoc. Una mossa che va di pari passo con la ricerca di un nuovo strumento tecnologico per sostituire Rousseau, dal momento che il divorzio tra i 5 Stelle e la piattaforma di Casaleggio appare ormai quasi scontato. Nel frattempo il M5S, tramite il tesoriere Claudio Cominardi, ha aperto un conto in banca dove confluiranno i soldi che, da mesi ormai, i parlamentari pentastellati hanno smesso di versare all’Associazione di Casaleggio. E si fanno sempre più insistenti le voci che vorrebbero Conte pronto ad adire le vie legali per sbrogliare la matassa Rousseau. «Mi auguro» che non si finisca in un’Aula di Tribunale per risolvere le controversie tra il M5S e l’Associazione Rousseau «e che prevalga il buonsenso. Certo, se si continua a dire che il Movimento 5 Stelle deve 450mila euro a Rousseau è difficile che ci sia un’alternativa», ha fatto sapere il ministro delle Politiche Agricole Stefano Patuanelli. E Lombardi, altra lealista contiana appena diventata Assessore in Regione Lazio, rincara: «I conti non tornano, abbiamo rilevato che Rousseau ha incamerato, solo nel 2019, per lo Scudo della Rete, 320mila euro, ne ha spesi 20mila e ne ha accantonati 125mila nel fondo per le spese legali. Restano ben 175mila euro che avrebbero potuto finanziare abbondantemente il servizio, senza la necessità di doverlo sospendere. Cosa che invece è stata fatta». La diatriba non si appiana e Conte potrebbe mettere in pista la sua salda dotazione giuridica: se Casaleggio vuole la guerra, potrebbe averla. “Parole guerriere” d’altronde è tutto dire. Nesci, che traghetta questa sigla verso la sua “naturale evoluzione” di ItaliaPiù 2050, è un notorio anti-Davide. Meridionale orgoglioso, è il fratello di Dalila Nesci, attuale sottosegretaria per il Sud e la coesione territoriale, che ieri sera ha twittato: «Benvenuta Italia Più 2050 per sostenere il M5S guidato da Conte». A ben guardare, Italia2050 è però un progetto politico registrato da altri: l’imprenditore lombardo di origini persiane, Karim Shahir Barzegar, di Azienda Italia, lo rivendica: «Un anno fa abbiamo aperto una associazione sull’esempio del modello anglosassone, per portare proposte alla politica in maniera apartitica, parlare al decisore politico per rappresentare il mondo del lavoro trasversalmente», ci dice. Decine di incontri tra Roma e Milano, un documento intitolato “Piano strategico Italia 2050” che è arrivato alla Presidenza del Consiglio ai tempi di Conte. Peraltro avendo avuto cura di registrare il marchio presso la piattaforma europea Proofy, dove il programma politico e il marchio Italia 2050 è stato depositato erga omnes. Nessuna conflittualità in vista, però. «Volevamo indicare un orizzonte ampio per la politica che deve saper guardare al dopo, non solo all’oggi. Se abbiamo ispirato qualcuno ne siamo felici. Rivendichiamo la paternità dell’idea, ma il bello delle idee, in politica, è farle circolare».

·        Giuseppe Conte.

Vittorio Feltri per "Libero quotidiano" il 6 dicembre 2021. Molti italiani si lagnano perché qualche leader politico mena il torrone nei palazzi romani senza aver ricevuto un mandato dal popolo votante. La qual cosa non è vietata dalla legge ma contrasta un po' con il principio che per fare politica in modo legittimo si deve ottenere la delega degli elettori. Enrico Letta è diventato segretario del Pd senza essere stato scelto senza poter vantare un solo suffragio. Solo recentemente egli entrato in Parlamento dalla porta di servizio con un espediente, cioè sostituendo un tizio, la cui scomparsa aveva reso indispensabile una consultazione straordinaria. Niente di drammatico, però è un fatto che Letta si e issato ai vertici dei progressisti senza avere titoli adeguati. Attualmente il presidente del Consiglio, Mario Draghi, persona rispettabile, è entrato a Palazzo Chigi essendo un grande banchiere, ma privo di consensi certificati provenienti dai cittadini. Per non parlare dal suo predecessore, Giuseppe Conte, che prima di essere promosso premier era sconosciuto anche nel condominio dove abita. È caduto dal cielo ed è piombato sulla poltrona di capo del governo. Con quale merito, con quali credenziali? Zero. Ignoro quale sia il metodo utilizzato per portarlo tanto in alto. Questo signore era un avvocato che esercitava l'attività forense all'insaputa dei connazionali. Di punto in bianco costui è diventato l'uomo più influente del Paese. Perché? Mistero. Tutti noi ce lo siamo visto piombare tra i piedi senza capire da che parte arrivasse. Lo abbiamo sopportato per un paio di anni, lui è le sue prediche notturne tese a suggerirci come dovevano comportarci durante la prima fase micidiale della pandemia. I suoi ovviamente non erano consigli ma ordini, a cui la massa ha obbedito secondo lo stile di una scolaresca di prima elementare. Ma come abbiamo fatto a sopportare per tanto tempo i comandi di un tizio del quale non erano note le opere e neppure l'estrazione accademica? Incomprensibile. Abbiamo avuto come primi ministri Fanfani, Andreotti, Craxi e Ciampi (per citarne alcuni alla rinfusa) e poi ci siamo beccati Conte, non il Ct della nazionale di calcio, bensì legale senza storia. Accendevamo la tv allorché le tenebre avevano avvolto le città ed avevamo di fronte a un personaggetto supponente che ci dettava i compiti da eseguire. Ed ora che è tornato ad essere un uomo qualunque continua a tirare la giacchetta ai miserabili grillini che gli danno pure retta. Solo in Italia possono succedere cose così. Un partito fondato da un comico, Beppe Grillo, è finito nelle mani di un azzeccagarbugli. Da una situazione del genere non usciremo facilmente se non grazie ad un auspicabile cataclisma.

Vittorio Feltri per “Libero quotidiano” il 26 novembre 2021. Giuseppe Conte non è malvagio, ha una sua ostentata eleganza che scade un po' quando egli si presenta in pubblico con la pochette a quattro punte nel taschino ovviamente della giacca. Un dettaglio futile che gli perdoniamo. Il suo problema è che era un avvocato e a un certo punto, in base a una incomprensibile alchimia politica, è diventato, sbandierando il vessillo del Movimento 5 stelle, presidente del consiglio pur privo di qualche esperienza specifica. Bisogna riconoscere che all'inizio Giuseppe riuscì a cavarsela egregiamente, affrontando l'esordio della pandemia con una certa grinta. Forse gli italiani non l'hanno ammirato ma nemmeno disprezzato. I suoi pistolotti notturni venivano al principio ascoltati con curiosità, poi, data la loro ripetitività, hanno scocciato. La permanenza di Conte a Palazzo Chigi non si è conclusa con un trionfo. È stata una manovra astuta di Matteo Renzi a costringere il premier a togliersi dai piedi per fare posto a Mario Draghi, altra categoria. Giuseppe, essendosi leggermente sopravvalutato, invece di tornare immantinente nel suo studio legale è rimasto nel pandemonio romano nella convinzione errata di poter svettare. Ciao mamma. Egli, spinto da qualcuno, si è persuaso di diventare leader pentastellato, senza accorgersi di non avere gli attributi necessari. In pratica ha inanellato una serie di gaffe delle quali non si è reso conto; a parte Marco Travaglio che lo stima, nessuno o pochi grillini lo considerano un capo accettabile. Di conseguenza il partito fondato da Grillo non lo apprezza e non lo segue con passione. Ma il povero foggiano non si rassegna, e invece di ritirarsi, insiste nell'intento di trionfare. Cosicché anche il comico ligure lo prende per i fondelli dicendo che Conte è uno specialista nel lanciare dei penultimatum, come dire che parla a vanvera, che non è un segnale di stima. Il neopresidente stellato non riesce più a farsi ascoltare seriamente da nessuno, voleva incidere sulla scelta del capogruppo grillino al Senato e non c'è stato un cane che gli abbia dato retta; alla Camera sarà obbligato a confermare Crippa per dimostrare che comanda lui; sulle nomine Rai ha perso 6-0, sconfitta plateale. Nel frattempo è scoccata l'ora dei sondaggi da cui si evince che il M5S è sceso all'11 per cento, un terzo dei consensi recuperati magicamente nelle ultime elezioni nazionali, 33 per cento. Un disastro su tutti i fronti che costringe Giuseppe all'angolo, mettendolo in condizioni di ritirarsi in buon ordine allo scopo di non rimediare altre probabili figuracce. In effetti il suo partito non lo regge più, sa che nelle sue mani il rischio è quello di sparire dalla scena, ammesso che non sia già scomparso. Caro Conte noi non le siamo ostili ma non comprendiamo la sua ostinazione nel fare un mestiere che non è il suo.

Estratto dell’articolo di Matteo Pucciarelli per “la Repubblica” il 26 novembre 2021. È un dissenso che si muove sottocoperta, felpato. Ma la novità è che il ragionamento comincia a non essere più un tabù, perlomeno informalmente: può esistere un M5S senza Giuseppe Conte a guidarlo. L'alternativa reale e concreta non c'è ancora, si guarda alla ex sindaca di Roma Virginia Raggi, i più nostalgici al ministro Luigi Di Maio, ma sono solo sensazioni. Però appunto, l'aria che tira non è quella che si respirava fino a due o tre mesi fa, quando la convinzione generalizzata era che senza il cappello dell'ex presidente del Consiglio il destino del Movimento sarebbe stato segnato. Bisogna prima fare un rewind e tornare a martedì scorso, con Beppe Grillo che ha platealmente ironizzato sul mezzo dietrofront di Conte sul caso Rai, definendolo "specialista di penultimatum". Il capofila degli scontenti è proprio il fondatore del Movimento, il quale non casualmente non proferiva verbo da mesi, salvo portare avanti i temi a lui più cari sul proprio blog, volando decisamente alto rispetto alle beghe quotidiane della politica. Appena ha (ri)preso pubblicamente, ha fulminato Conte. (…) Anche perché l'ultimo sondaggio che ha dato il M5S all'11 per cento, pubblicato dal Sole 24 Ore, dice una cosa: l'effetto Conte in cui speravano tutti non c'è stato. Dopodiché di "ribelli" in chiaro, al momento, ce ne sono pochi. Un po' come avveniva ai tempi di Di Maio capo politico, quando il dissenso si muoveva molto alle spalle. Però qualcuno che ci mette la faccia più degli altri c'è: dall'ex sottosegretario Angelo Tofalo al deputato Sergio Battelli, dal vicepresidente della commissione di Vigilanza Rai Primo Di Nicola all'ex ministro Vincenzo Spadafora.

Estratto dell’articolo di Matteo Pucciarelli per “la Repubblica” il 26 novembre 2021.  

Grillo martedì però ha fulminato Conte, non percepisce sfiducia?

«La presenza di Grillo arricchisce il M5S. Il suo acume e le sue visioni sono un valore aggiunto. Le sue battute e il colore le accogliamo in senso positivo e contestualizziamo». 

Quando affronterete il capitolo due mandati?

«Dopo il nuovo organigramma e la nomina del capo dello Stato».

I quesiti: dall'inchiesta Open all'estratto conto. Le 13 domande di Conte e del M5S a Renzi: “Confrontiamoci in tv, dalle mascherine al Venezuela”. Redazione su Il Riformista il 15 Novembre 2021. Un confronto in tv. Tredici domande a testa. E’ quanto rilancia Matteo Renzi, leader di Italia Viva, dopo aver ricevuto 13 domande da parte dell’ex premier Giuseppe Conte e del suo Movimento 5 Stelle, di cui è presidente. “Sarò felice di rispondere in un confronto in diretta Tv. Aspetto la sua proposta di data e nel frattempo preparo le 13 domande per lui, dalle mascherine al Venezuela. Sono certo che non scapperà dal confronto democratico. Vero?”. Questo il cinguettio di Renzi poco dopo le 19.30 di lunedì 15 novembre. I quesiti partoriti dai grillini hanno come riferimento l’inchiesta Open, rilanciata quotidianamente da Il Fatto Quotidiano negli ultimi giorni. ’13 domande a tutela del confronto democratico #RenziRispondi‘. Si intitola così il lungo post pubblicato dal Movimento 5 Stelle sul proprio sito, e rilanciato via social, in cui vengono poste a Renzi una serie di quesiti che toccano alcuni temi emersi, dall’inchiesta Open ma non solo. “Queste domande – si legge sul blog – sono poste dal M5S nell’interesse di tutti i cittadini, a garanzia dei principi di piena trasparenza e accountability, che devono contraddistinguere l’operato di tutti i politici e che sono fondamentali per alimentare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e nella classe politica’. ‘Su questi aspetti il Movimento 5 Stelle non è disponibile ad arretrare di un millimetro – sui sottolinea -. La politica non può essere solo questione di rispetto delle norme, penali in particolare. Per noi la politica, in via primaria e imprescindibile, è questione di rispetto della dignità delle persone e di ‘disciplina e onore’. In definitiva, è questione di ‘etica pubblica’. Senza coscienza morale, il nostro Paese non ha futuro”. Tra i 13 quesiti posti dal M5S a Renzi molti vertono sull’inchiesta Open, ma c’è spazio anche per domande legate ad altri temi.

“Senatore Renzi, lei ha definito ipotesi di scuola il progetto mirato a creare una struttura di propaganda antigrillina e a diffondere rilevazioni mirate a distruggere la reputazione e l’immagine pubblica del M5S e di alcuni giornalisti. Ma a che tipo di scuola e di offerta didattica lei e i suoi collaboratori vi siete dedicati? Questo progetto, già a una prima lettura, presenta una quantità impressionante di profili di illiceità (investigatori privati, siti anonimi, server sottratti alla legge italiana, diffusione di notizie false e diffamatorie etc.). Come mai lei, all’epoca segretario del Partito democratico, anziché prendere le distanze da questo inquietante progetto lo inoltrò, via i-phone, senza alcun commento, a un altro suo collaboratore, ingenerando – oggettivamente – l’equivoco che la sua intenzione fosse di dar seguito al progetto?”.

“Come mai ha ritenuto di ribadire, ancora recentemente, la stima nei confronti del giornalista che ha elaborato questo progetto, nonostante la palese violazione delle regole deontologiche dei giornalisti e il palese contrasto con la tutela dei diritti fondamentali degli esponenti del Movimento 5 Stelle e dei giornalisti presi di mira? Quali sono le ragioni per cui non vuole o non può stigmatizzare l’operato di chi ha lavorato al progetto? Il progetto prevedeva di far riprendere dai media tradizionalì questa campagna denigratoria grazie a una serie di interlocutori, nei giornali e nelle tv, con cui costruire un rapporto personale e fiduciario. Non ritiene di doversi scusare con il Movimento 5 Stelle e con le persone che il piano da lei ricevuto e trasmesso si proponeva di distruggere e diffamare?”.

“Come spiega la mail inviata a un suo stretto collaboratore che conterrebbe l’indicazione di conoscere le scalette e di indirizzare i contenuti delle tv?”.

“Può spiegare i contenuti  dell’accordo – di cui si parla nelle carte dell’inchiesta – tra il suo ex-portavoce Agnoletti e Orfeo e dell’accordò per Mediaset? Può spiegare il significato dell’espressione ‘dare uno sguardo particolare su Gruber, Floris, Formigli, Giletti, Minoli’?”.

“Le paiono comportamenti consoni a un ex premier nonché leader di un partito e rispettosi della libertà di informazione? Le paiono accordi compatibili con incarichi dirigenziali nel servizio pubblico radiotelevisivo?”.

“Lei ha spesso accusato altri partiti di usare social network per le loro macchine del fango, per le loro ‘bestie’ e per le notizie false diffuse solo per screditare gli avversari. Come spiega le carte emerse dall’inchiesta sulla fondazione Open secondo cui, nel marzo 2017, il coordinatore della sua comunicazione inviò una mail in cui si parlava esplicitamente di 16 persone che gestivano 128 account postando contenuti denigratori nei confronti del Movimento 5 Stelle?”.

“Ora che si scopre che queste iniziative venivano elaborate e discusse dai suoi collaboratori: intende prendere le distanze da loro e, nel caso in cui lavorino ancora con lei, intende allontanarli oppure certe condotte sono censurabili soltanto se attribuite ad altri?”.

“Al di là di eventuali divieti di legge, le sembra compatibile con il principio costituzionale di disciplina e onore la condotta di un parlamentare che incassa lauti compensi dal governo saudita e apprezza il ‘nuovo rinascimento arabo’ nonostante la innegabile compressione dei diritti fondamentali delle persone, in particolare delle donne e degli omosessuali, e le terribili accuse per l’assassinio del giornalista Khashoggi?”.

“Lei è stato componente in questa legislatura della commissione Difesa e poi Esteri del Senato: come può un parlamentare garantire i cittadini italiani di difendere i loro interessi se si lascia finanziare da governi esteri?”.

“Lei, a parole, ha mostrato di avere a cuore le battaglie per i diritti civili. Le sembra coerente con queste dichiarazioni la sua assenza al momento del voto sul ddl Zan, in Senato, motivata da una ennesima trasferta in Arabia Saudita? Le carte dell’inchiesta testimoniano l’urgenza di chiudere la fondazione Open entro il 31 gennaio 2019 in modo da evitare l’applicazione della legge Spazzacorrotti (n. 3/2019), fortemente voluta dal Movimento 5 Stelle. Per quale ragione eravate così preoccupati sino a preferire la liquidazione affrettata di Open, che ha portato ad accertare una perdita ingente e a rinunciare ai fondi residui del Comitato per il sì al referendum?”.

“Intende contrastare o non si opporrà, con il suo partito Italia Viva, alla battaglia che il Movimento 5 Stelle sta conducendo in Parlamento per introdurre una più stringente normativa sul conflitto di interessi, con esplicito divieto per i parlamentari italiani di ricevere finanziamenti da governi stranieri?”.

“Lei, con il suo partito Italia Viva, siete stati i più fieri oppositori dell’annullamento della concessione autostradale ad Autostrade per l’Italia, controllata dai Benetton tramite Edizione Holding. In particolare, nel 2018, dopo il crollo del Ponte Morandi, lei attaccò la procedura di annullamento della concessione, precisando di ‘non avere preso un euro dai Benetton’. Come mai, nel 2019, ha invece accettato un finanziamento da Alessandro Benetton, membro del Cda di Edizione Holding? Non ha ritenuto quantomeno inopportuno ricevere somme dai Benetton a procedura ancora aperta? E perché non avvertì il bisogno di informare i suoi elettori di questo bonifico, visto che si era vantato del contrario? Lo stesso discorso vale per i finanziamenti a Open da parte di alcuni gruppi imprenditoriali, che per l’ipotesi accusatoria formulata dalla Procura di Firenze sarebbero illeciti e addirittura corruttivi, in quanto seguiti da provvedimenti normativi favorevoli ai soggetti finanziatori. Il procedimento penale avrà il suo corso e lei avrà le più ampie possibilità di far valere le sue ragioni. Ma non crede che questi comportamenti rischiano di minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e nella classe politica? Non pensa che l’etica pubblica sia un valore da preservare, a prescindere dalla sfera della responsabilità penale?”.

 “Nel gennaio del 2018, durante la trasmissione tv Matrix, esibì ai telespettatori il suo estratto conto di circa 15.000 euro, affermando testualmente: ‘Se volete fare i soldi, non fate politica. Se vuoi fare i soldi vai nelle banche d’affari, prendi i contratti milionari che ti offrono, non ti metti a fare il politico. Chi fa il politico ha questi conti correnti, non ne ha altri. Se ne ha altri c’è qualcosa che non torna Io sulla trasparenza non faccio sconti a nessuno  Mi piacerebbe che per trasparenza tutti quelli che fanno politica presentassero anche tutti i conti correnti, dove li hanno e come tirano fuori i soldi’. Perché oggi si lamenta che nelle carte dell’inchiesta in corso siano stati acquisiti alcuni finanziamenti che risultano dal suo estratto conto? Perché non ha avvertito l’esigenza, per il principio di trasparenza da lei stesso più volte invocato, di informare i suoi elettori, man mano che i suoi conti correnti lievitavano con ogni sorta di introiti?”.

Il leader 5S evocava un conflitto di interessi. Renzi contro Conte, veleno tra ex premier: “Su Autostrade e Benetton illazioni squallide, lui gli ha regalato 8 miliardi”. Carmine Di Niro su Il Riformista il 9 Novembre 2021.  Tra Renzi e Conte torna lo scontro. Il duello tra ex premier è avvenuto a distanza: uno dagli schermi tv di La7, ospite di Lilli Gruber a ‘Otto e Mezzo’, l’altro sui social, su Facebook.

Oggetto del contendere è l’inchiesta sulla Fondazione Open e sui soldi che il senatore fiorentino avrebbe ricevuto da Alessandro Benetton e dall’Arabia Saudita per i suoi ‘speech’.

“Mi colpisce molto che un senatore prenda soldi da enti pubblici di uno Stato estero”, attacca il leader del Movimento 5 Stelle, che quindi lancia la sua proposta sul tema: “Risolveremo con una legge sul conflitto di interesse”. Poi la stoccata sui soldi dalla famiglia Benetton arrivati al leader di Italia Viva, dopo che il Fatto Quotidiano aveva ricostruito come Renzi, dopo essere intervenuto a un meeting sulle “eccellenze Made in Italy”, nel 2019, organizzato a Firenze dalla 21 Investimenti Sgr di Alessandro Benetton, si è visto versare dalla stessa quasi 20mila euro sul suo conto. “Mi ha colpito poi che un pagamento arrivi da parte di uno dei Benetton proprio mentre noi ci battevamo contro la concessione di autostrade. Mi chiedo con che stato d’animo Italia Viva possa aver approcciato alla cosa”, è l’accusa di Conte. Accuse respinte con forza dal numero uno di Italia Viva, che su Benetton parla di “illazione squallida” che dimostra come “Conte sia un uomo dominato dal rancore”. Per Matteo Renzi le parole del leader del Movimento 5 Stelle sono “false come sarebbe facile dimostrare se solo accettasse un confronto TV cosa che ha paura di fare”.

La verità per Renzi è che la revoca delle concessioni autostradali alla famiglia Benetton “è figlia di una cultura populista e demagogica che ha portato il contribuente italiano a regalare circa 8 miliardi alla società dei Benetton. I Benetton non hanno pagato: hanno incassato, grazie a Conte e al suo populismo”.

Renzi ricorda come Italia Viva si sia schierata contro “praticamente da sola” smarcandosi con le sue ministre Teresa Bellanova ed Elena Bonetti dal voto in Consiglio dei ministri. “Ci siamo schierati contro – aggiunge Renzi – perché Conte stava facendo un regalo al concessionario mascherato con il populismo di chi non pensa alla realtà ma solo ai like sui social. Questa è la verità. E sono pronto a dimostrarla, numeri alla mano, in qualsiasi dibattito pubblico Conte accetti di fare da qui alle elezioni. Su di me e sull’indagine Open, l’avvocato grillino ha detto falsità. Non so se per ignoranza giuridica o per malafede politica. O per entrambe”.

Il leader di IV quindi rivendica ancora una volta la ‘mossa politica’ che ha portato alla caduta del governo Conte e all’arrivo a Palazzo Chigi di Mario Draghi. “Potremo dire ai nostri nipoti che in uno dei momenti più difficili della storia repubblicana un gruppo di parlamentari ha avuto il coraggio di sfidare l’opinione comune, mandando a casa un premier non all’altezza come Conte e creando le condizioni per l’arrivo di Draghi. Da allora non ci sono più le Azzolina, i Bonafede, i Casalino, l’ABC del populismo. Ma c’è il Governo Draghi e l’Italia ha recuperato prestigio. Conte può insultarmi, può mentire, può fare illazioni. Ma non può cambiare la storia: noi lo abbiamo mandato a casa perché non era capace. E di questa scelta sono e sarò sempre orgoglioso”, conclude Renzi nel suo intervento. 

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Emiliano Fittipaldi e Giovanni Tizian per "Domani" il 12 ottobre 2021. La procura di Roma che sta indagando sull'ex socio di Giuseppe Conte, l'avvocato Luca Di Donna, e su una presunta associazione a delinquere finalizzata al traffico di influenze illecite, sta analizzando nuove piste investigative. Che stavolta mirano a capire i motivi di alcune decisioni prese dalla struttura commissariale per l'emergenza Covid, che al tempo dei reati contestati a Di Donna e altri avvocati accusati di aver mediata tra l'ente e aziende private era guidata da Domenico Arcuri. Innesco dell'inchiesta giudiziaria, è fatto noto, sono state le dichiarazioni del testimone Giovanni Buini. Un imprenditore del settore medico sanitario che ha spiegato a Piazzale Clodio («si è presentato spontaneamente», dicono i magistrati nel decreto di perquisizione; «in realtà sono stato convocato, io non ho fatto nessuna denuncia» ha spiegato lui) di essere venuto in contatto con Di Donna e l'avvocato Gianluca Esposito per intermediare la vendita di ingenti quantità di mascherine alla struttura commissariale. Buini aveva già piazzato agli uomini di Arcuri qualche settimana prima alcuni carichi di dispositivi individuali: «Un milione di mascherine chirurgiche del tipo IIR, le più performanti», spiega a Domani. Stava trattando a voce per una commessa molto più imponente, da ben 160 milioni di pezzi. È per gestire questa partita che Buini decide di coinvolgere la coppia di legali. I due avrebbero subito evidenziato all'imprenditore «la vicinanza del Di Donna con ambienti istituzionali», cioè con i "trafficati" Conte e Arcuri, e poi gli avrebbero poi chiesto compensi per la mediazione professionale. Durante un primo incontro del 30 aprile 2020 Buini avrebbe accettato l'affare, salvo fare marcia indietro dopo un secondo rendez-vous avvenuto il 5 maggio allo studio Alpa – oltre Di Donna era presente anche il capo di gabinetto dell'Aise Enrico Tedeschi – rescindendo l'accordo con Esposito e l'amico di Conte. Buini manda a Di Donna una pec, una giravolta – spiega ai pm – dovuta alle «modalità opache» della proposta di mediazione che lui stesso aveva inizialmente sottoscritto.

La commessa revocata

Buini però va oltre. E racconta agli inquirenti romani, consegnando anche alcune email come prova, che dopo qualche giorno dall'incontro con Di Donna la struttura commissariale non solo decide di fermare la mega commessa, ma gli chiede pure di andarsi a riprendere mezzo milione di mascherine della prima fornitura che lui aveva già consegnato agli uffici di Arcuri. È Antonio Fabbrocini, braccio destro dell'ex commissario, a scrivere l'11 maggio una mail in cui segnalava la decisione di restituire le mascherine di Buini «per sopravvenute mutate esigenze della struttura commissariale». Nel messaggio non ci sono altre spiegazioni, né si contesta la qualità del prodotto. La procura non ipotizza per ora ritorsioni, ma vuole capire come mai, in un momento in cui il paese era investito dalla prima devastante ondata di Covid e le mascherine erano merce preziosa, i fedelissimi di Arcuri hanno deciso di rinunciare a un carico che era già stato recapitato, senza nemmeno spiegarne i motivi. In questi mesi i magistrati non hanno voluto interrogare alcun funzionario della struttura commissariale né chiedere documentazione in via ufficiale in modo da tenere coperta l'indagine più a lungo possibile, ma ora gli accertamenti sul caso verranno probabilmente velocizzati. Anche perché al principio i magistrati avevano ipotizzato, proprio per via della bizzarra rifusione, il reato di corruzione e abuso d'ufficio da parte di funzionari ignoti del commissariato, delitto poi modificatosi in traffico d'influenze illecite contro i presunti mediatori. Scelta dovuta non solo gli sviluppi investigativi, ma anche perché le leggi speciali consentono alla struttura anti Covid ampissimi margini di determinazione su ogni scelta. Che rischia dunque di diventare criticabile, ma penalmente insindacabile.

Gestione discutibile

La vicenda che coinvolge Di Donna e compagni, come quelle parallele che hanno investito un altro conoscente di Arcuri, il giornalista Mario Benotti, e il fedelissimo di Massimo D'Alema Roberto De Santis (anche lui indagato per traffico di influenze) sono tutte spie di una gestione quantomeno discutibile degli appalti della dell'epoca pre-Figliuolo. Arcuri non è ad oggi iscritto nel registro degli indagati, ma lo scandalo rischia di coinvolgerlo da un punto di vista etico e politico: gli appalti gestiti dalla sua struttura hanno infatti permesso a persone che lui conosceva bene di fare affari d'oro. E hanno come protagonisti soggetti come De Santis e Di Donna che sono legati a politici di primo piano (Conte in primis) che hanno permesso allo stesso Arcuri di diventare uno degli uomini più influenti del paese. Se il do tu des non è mai stato provato, il conflitto di interessi è evidente. Perché la pandemia non è stata affatto una livella, ma ha impoverito molti e arricchito altri fortunati. Molti di questi, è l'ipotesi della procura di Roma, non hanno però incassato parcelle a cinque zeri grazie al loro talento imprenditoriale o alla capacità di mettere prodotti competitivi sul libero mercato, ma esclusivamente per le loro capacità relazionali e le amicizie nelle strutture che gestiscono appalti. Le inchieste cercheranno di capire se si tratta davvero di raccomandazioni illecite, oppure se i business sono – come sostengono gli indagati – tutti legali e trasparenti. 

Estratto dell'articolo di Marco Lillo per il "Fatto quotidiano" il 13 ottobre 2021. Il professor Luca Di Donna è indagato con i colleghi Valerio De Luca e Gianluca Esposito per associazione a delinquere finalizzata al traffico di influenze illecite, per la vicenda delle consulenze ricevute da imprenditori interessati alle commesse per l'emergenza Covid. […] Di Donna […] è il presidente della Commissione dell'esame di avvocato del distretto di Roma. Esposito, professore ordinario alla Sapienza, è direttore del "Corso anticorruzione e appalti della Pubblica amministrazione", proposto ma non ancora attivato, nel quale dovrebbe insegnare anche Di Donna. […] Si è parlato molto […] dei rapporti tra Di Donna e Giuseppe Conte, che ha sostenuto di non frequentarlo da quando è diventato premier. In pochi si sono soffermati sul ruolo di presidente della Commissione di esame degli avvocati. Alcuni giornali hanno ricordato che Di Donna è stato nominato con decreto da Alfonso Bonafede. "Non lo ha scelto il ministro. La scelta è stata del Consiglio dell'Ordine di Roma", spiega il presidente dell'Ordine di Roma, Antonino Galletti […] E ora che si fa? […] Di Donna è solo indagato e resta innocente fino al terzo grado di giudizio. Però un passo indietro in attesa di chiarire la sua posizione sarebbe sensato. Almeno l'Ordine darebbe un segnale agli aspiranti avvocati, un po' disorientati dalle notizie sui loro futuri colleghi che insegnavano la lotta alla corruzione. Di Donna e gli altri commissari dovranno decidere solo sulla base dell'esame orale (niente scritti) chi diventerà avvocato. Non devono solo essere, ma anche sembrare al di sopra di ogni sospetto. 

Emiliano Fittipaldi per editorialedomani.it il 13 ottobre 2021. L’inchiesta giudiziaria che ha terremotato l’inner circle di Giuseppe Conte e che vede coinvolto anche Luca Di Donna, ex socio dell’avvocato di Volturara Appula accusato di aver intermediato illegalmente business su mascherine e test molecolari, offre ogni giorno nuovi spunti investigativi. Non solo sui reati ipotizzati, ancora cristallizzati nel decreto di perquisizione al socio dell’ex premier, al legale Gianluca Esposito e altri 11 imputati, indagati a vario titolo per traffico di influenze illecite e associazione a delinquere. Ma anche sulle mosse dell’imprenditore Giovanni Buini, il supertestimone dalle cui dichiarazioni è partita l’inchiesta della procura di Roma. Domani ha già dato conto di come l’11 maggio del 2020 la struttura commissariale per l’emergenza Covid, al tempo guidata da Domenico Arcuri, avesse deciso di restituire al mittente mezzo milione di mascherine fornite dal titolare della società Ares Safety. Una scelta apparentemente anomala (al tempo c’era grande penuria di dispositivi individuali) e avvenuta subito dopo la decisione, da parte di Buini, di far saltare l’accordo economico preso con Di Donna ed Esposito. Se la procura sta indagando per capire se ci siano stati abusi, Domani è ora in grado di raccontare che Buini la stessa sera del 5 maggio, poche ore dopo il secondo incontro avuto con Di Donna (durante il quale era presente sia il capo di gabinetto dell’Aise Enrico Tedeschi sia un carabiniere in servizio all’agenzia che lo aveva accompagnato) accende il computer e manda una email ad Arcuri in persona. Una missiva nella quale non fa alcun cenno agli incontri con l’amico dell’allora premier grillino. Ma tira in ballo Guido Bertolaso, al tempo consulente per l’emergenza Covid della regione Lombardia a guida leghista. «Buonasera commissario Arcuri, sono Giovanni Buini, titolare di una società che vende dispositivi di protezione individuale. Ci siamo sentiti per tramite di Guido Bertolaso e vi abbiamo fornito una partita di mascherine chirurgiche 10 giorni fa», scrive l’imprenditore. «La informo che possiamo darle 10 milioni di mascherine chirurgiche e due milioni di mascherine FFP2 a settimana a condizioni vantaggiose. Le chiedo un appuntamento per proporle di regolarizzare le possibili forniture future. Cordiali saluti». Buini sembra dunque cercare in quei giorni non solo la mediazione (poi saltata per le presunte richieste economiche di Di Donna) con uomini dell’entourage di Conte, ma anche con un pezzo da novanta vicino al centrodestra come Bertolaso. Che, risulta a fonti vicino la struttura anti Covid, avrebbe davvero presentato l’imprenditore perugino all’ex commissario. A insaputa degli interessi di Buini, come già per i “trafficati” Arcuri e Conte? Sentito al telefono lo stesso Buini dice: «Non mi ricordo della mail che avrei mandato ad Arcuri. Le dico però che avevo già lavorato con la struttura commissariale prima di conoscere Di Donna. Mi ero sentito più volte con l’ex capo della protezione civile Angelo Borrelli. Bertolaso? Siamo solo amici, giochiamo a volte insieme a golf. Ma non credo lui avesse strumenti di darmi nessunissima introduzione ad Arcuri». La vicenda del testimone Buini dunque si complica. Così come i motivi della «singolare coincidenza» temporale – così la chiamano i pm – tra l’interruzione dei rapporti con Di Donna e la decisione da parte di Arcuri di chiudere i rapporti con la Ares Safety. Il sei maggio, il giorno dopo l’incontro con Di Donna, l’azienda del commerciante riceve infatti a sorpresa una visita dai carabinieri del Nas, e l’indomani un altro controllo della Guardia di finanza. Una doppia ispezione di cui la struttura commissariale viene subito a conoscenza: sarebbe l’evento che mette in allerta Arcuri, convincendolo a restituire a Buini le mascherine già consegnate. Una motivazione plausibile, seppure nella mail mandata dal braccio destro di Arcuri Antonio Fabbrocini all’imprenditore l’11 maggio non vi siano spiegazioni di sorta, se non una frase generica che tira in ballo «sopravvenute mutate esigenze» degli uffici. L’imprenditore nega comunque che con le sue dichiarazioni ai magistrati abbia voluto finanche congetturare ritorsioni contro di lui, né vuole accusare i Nas e la Gdf di controlli ad orologeria. «La procura farà le sue valutazioni, sono il primo a dire che possano essere solo di suggestioni. Vedremo. Sono solo un commerciante che provava a vendere mascherine. Non cerco notorietà». Arcuri e i suoi ex collaboratori (nessuno di loro è indagato) presto potrebbero essere ascoltati dagli investigatori per dare la loro versione dei fatti, e sciogliere ogni dubbio sul perché abbia restituito la fornitura. Intanto, risulta a Domani, che qualche incontro tra l’allora commissario e l’avvocato Di Donna è davvero avvenuto. Di sicuro a fine luglio del 2020 quando Arcuri si è seduto al tavolo di un ristorante dei Parioli, il Gallura. A una cena a cui era presente proprio Di Donna, l’avvocato Esposito, il professor Federico Tedeschini, un importante direttore generale del Mise e due altri avvocati. Arcuri sarebbe arrivato a metà della serata, invitato da Esposito per un saluto rapido. Se sappiamo che è stato quest’ultimo a pagare il conto, non conosciamo il contenuto delle discussioni della comitiva. «Solo una cena per salutarsi prima delle vacanze», spiega uno degli astanti. Che aggiunge che non c’è nulla di anomalo o conflitti di interesse o opportunità, anche perché «Arcuri ed Esposito si conoscono da anni». L’avvocato oggi indagato è stato in effetti per anni direttore generale degli incentivi alle aziende del Mise, un ufficio che interloquisce proprio con Invitalia, di cui Arcuri è amministratore delegato dal 2007.

Da liberoquotidiano.it il 29 settembre 2021. "Ci sarebbe un'inchiesta sull'operato stesso del presidente Conte, nessuno può scagliare la prima pietra". Basta questa semplice annotazione giornalistica di Alessandro Sallusti per far perdere il controllo a Giuseppe Conte. A DiMartedì, su La7, si affronta il caso della settimana, l'inchiesta per cessione di sostanze stupefacenti che ha travolto Luca Morisi, ex responsabile della comunicazione di Matteo Salvini. Una vicenda personale diventata ben presto volano per una campagna mediatica e politica contro la Lega. "C'è una inchiesta su persone a lei vicine, c'è il caso Grillo", ricorda Giovanni Floris all'ex premier, in collegamento. Il riferimento è a Luca Di Donna, molto vicino a Conte e suo ex collega nello Studio Alpa che sarebbe nel mirino dell'antiriciclaggio per "operazioni finanziarie sospette". Conte, neo-leader del Movimento 5 Stelle, reagisce male, in maniera molto nervosa: "Dottor Floris la interrompo. Sui giornali fanno inchieste su di me? Non sono più presidente del Consiglio, valuterò. Perché, è chiaro, da premier non ho mai mosso un dito contro la libertà di stampa, ora sono molto più libero". Il messaggio nemmeno tanto nascosto tra le righe è il seguente: voleranno querele. "Non diciamo fesserie - prosegue Conte, che perde il suo classico aplomb -, mi hanno accennato che le questioni sono sempre ricollegabili alle dichiarazioni di tal avvocato Amara e su questo io sono uscito subito, in piena trasparenza. Perché non potrei parlare di etica pubblica, se non chiarissi subito eventuali posizioni, eventuali insinuazioni. L'ho chiarito più volte: che nessuno si azzardi a parlare di questioni che mi riguardano illecite, perché non tollero più". "E se mi permette, dottor Sallusti - conclude l'ex premier - la vicenda di un padre nei confronti di un figlio, di fronte a un'accusa che va provata e circostanziata, mi sembra una vicenda diversa da quella di un braccio destro di un leader politico. Ma ripeto: speculazioni politica sul dottor Morisi non vanno fatte, Salvini deve rispondere delle sue azioni politiche".

Luca Di Donna, l’avvocato vicino a Conte, e le accuse: «Soldi illeciti e amicizie potenti». Giovanni Bianconi e Ilaria Sacchettoni su Il Corriere della Sera il 6 ottobre 2021. Il professor Luca Di Donna, 42enne avvocato e ordinario di Diritto privato alla «Sapienza», è indagato per traffico di influenze. Le intercettazioni: «Gli è cambiata la vita dal giorno alla notte». Gli intercettati, un collega e un manager, lo chiamavano «il prof». Perché l’avvocato d’affari quarantaduenne Luca Di Donna è pure ordinario di Diritto privato alla Sapienza, dove insegnava il suo maestro Guido Alpa, oltre che amico dell’ex premier Giuseppe Conte con il quale condivideva lo studio legale. E nella conversazione registrata dai carabinieri del Comando provinciale di Roma, uno degli interlocutori confidava all’altro: «Gli è cambiata la vita! Quelli si sono trovati dal giorno alla notte quell’altro sfigato a fare il fenomeno, no? E stanno a sfruttare la situazione... Perché hanno la gente che gli va a chiedere le cose!... Lui dice che è lui, è il suo nome invece che dà valore alle cose... È meglio giocarcelo quando devi calare un asso, non per le stronzate!».

«Potere e arricchimento»

Frammenti di un colloquio nel quale, riassumono gli inquirenti, si spiega «che il Di Donna ha acquisito potere e ha potuto condurre gli interventi che hanno portato un arricchimento economico per tutti i sodali, dopo che una terza persona si è affermata (s’intende verosimilmente sotto il profilo politico); da quel momento le porte della Pubblica amministrazione si sono aperte per loro, e le hanno sfruttate a pieno». Se qualcuno dovesse pensare a Conte, non coinvolto nell’indagine, il capo dei Cinque Stelle ribadisce che «da quando sono diventato presidente del Consiglio non ho più frequentato Di Donna, né so nulla della sua attività professionale». L’intercettazione citata nel decreto di perquisizione eseguito ieri è uno degli elementi raccolti dalla Procura di Roma nell’inchiesta su Di Donna e gli altri due avvocati Giancarlo Esposito e Valerio De Luca, svelata dalle «visite» degli investigatori nei rispettivi studi professionali. L’ipotesi di reato è «associazione per delinquere finalizzata al traffico di influenze», nonché — insieme ad alcuni imprenditori che avrebbero pagato e promesso somme ritenute illecite — per tre episodi di sospetto traffico di influenze. Uno dei quali vede coinvolto la vecchia struttura commissariale per l’emergenza Covid guidata da Domenico Arcuri.

Le commesse per i tamponi molecolari

A carico di Di Donna e dei suoi coindagati che, secondo l’accusa, «si associavano allo scopo di ricevere utilità da soggetti privati sfruttando e mettendo a disposizione reciproca le relazioni di ciascuno di loro con soggetti incardinati ai vertici di istituzioni pubbliche e strutture appaltanti», c’erano alcune segnalazioni di operazioni sospette da parte della Banca d’Italia. Ma a far scattare l’indagine (inizialmente per corruzione, poi derubricata) è stata la denuncia di un imprenditore che dopo una prima fornitura di mascherine chirurgiche cercava altre commesse. Un amico gli aveva segnalato proprio gli avvocati Di Donna e Esposito (già direttore generale del ministero dello Sviluppo economico) i quali gli «avevano fatto sottoscrivere un accordo per il riconoscimento in loro favore di somme di denaro in percentuale sull’importo degli affidamenti che avrebbero ottenuto dalla struttura commissariale; i due non avevano mancato di rimarcare la vicinanza del Di Donna con ambienti istituzionali governativi». Dopo un secondo incontro presso lo studio Alpa, l’imprenditore s’era tirato indietro per «le modalità opache della proposta di mediazione».

I bonifici dopo la sigla dei contratti

Le successive indagini hanno accertato che a seguito di un contratto ottenuto dalla società Adaltis per la fornitura di test molecolari, Di Donna, Esposito e De Luca avrebbero guadagnato almeno 381.800 euro (ma un altro calcolo porta la cifra a circa 800.000). Ottenuti e spartiti con regolari bonifici, sebbene per la Procura si tratti di «remunerazione indebita della mediazione illecita, in quanto occulta e fondata su relazioni personali con pubblici ufficiali della struttura commissariale». Il primo contratto per Adaltis, «con procedura negoziata e senza previa pubblicazione di bando», è stato firmato a giugno 2020, ma l’offerta è stata presentata e accettata a metà maggio. In quel periodo i carabinieri hanno accertato, oltre alle riunioni tra imprenditori e mediatori, «diverse comunicazioni telefoniche» tra Esposito, Di Donna ed esponenti della struttura anti-Covid. Gli inquirenti segnalano i «numerosi contatti» tra Esposito, il commissario Arcuri e il responsabile della logistica dell’Ente. Inoltre ci sono contatti tra Di Donna e Arcuri che cominciano il 5 maggio e terminano il 15, tra l’inizio e la fine dell’offerta di Adaltis. Che però, fanno notare alla ex struttura per l’emergenza, sarebbe stata scelta dalle Regioni dopo le iniziali indicazioni di Confindustria dispositivi medici. A dicembre 2020 Adaltis ha ricevuto nuovi appalti di test molecolari per quasi 2 milioni e mezzo di euro, dopo i quali «Di Donna, Esposito e De Luca hanno ricevuto bonifici che non trovano, allo stato, lecita spiegazione». Un consulente della società, intercettato, racconta che Di Donna e De Luca proponevano una consulenza annuale: «Valerio (De Luca, ndr) gli ha riferito che il livello con cui si relazionano è talmente elevato che non deve aspettarsi un contratto molto economico». Altre intermediazioni retribuite avrebbero riguardato finanziamenti di Invitalia e del ministero per lo Sviluppo economico.

Emiliano Fittipaldi e Giovanni Tizian per editorialedomani.it il 5 ottobre 2021. Luca Di Donna, amico e fedelissimo dell'ex premier Giuseppe Conte, è stato perquisito ieri dai carabinieri, che hanno fatto visita al suo ufficio a piazza Cairoli e nella sua abitazione. Indagato dalla procura di Roma per associazione a delinquere finalizzata al traffico di influenze illecite insieme ad altri due professionisti, Gianluca Esposito e Valerio De Luca, l'avvocato che per anni ha lavorato con il presidente del M5S nello studio di Guido Alpa, è di fatto accusato di aver speso il nome di alti funzionari pubblici (tra cui lo stesso Conte e Domenico Arcuri, ex commissario straordinario all'emergenza Covid, entrambi non iscritti nel registro degli indagati e dunque “trafficati”) per gestire affari nell'ambito delle forniture sanitarie e non. Una settimana fa Domani aveva raccontato come, mentre Conte era a Palazzo Chigi, l'ex socio di studio avesse spiccato il volo, chiudendo in pochi anni contratti a cinque zeri e riuscendo a diventare uno dei legali d'affari più quotati in città. Ora gli investigatori credono che almeno alcune delle parcelle incassate da Di Donna sia frutto di comportamenti illeciti: in pratica il professore ordinario della Sapienza avrebbe ottenuto consulenze irregolari da aziende private interessate all'assegnazione di appalti pubblici.

Di Donna vantando influenze e amicizie verso alcuni pubblici ufficiali vicini ai centri di spesa si sarebbe fatto dare e promettere denaro come prezzo della propria mediazione. Gli appalti finiti nel mirino degli investigatori sono quelli per forniture (sanitarie e non) per la struttura commissariale per l'emergenza Covid, per il ministero dello Sviluppo economico e per Invitalia, agenzia guidata ancora da Arcuri, sostituito invece dal generale Figliuolo dal governo Draghi. Gli uffici dei tre enti statali non sono stati comunque oggetto, ad oggi, di perquisizioni. «L'avvocato Di Donna ha svolto semplicemente la propria attività professionale in totale trasparenza», spiegano fonti vicini al professore, certe che Di Donna potrà spiegare ogni dubbio e uscire indenne dallo tsunami giudiziario.  Che potrebbe imbarazzare anche Conte, seppur del tutto estraneo all'indagine: i rapporti tra i due sono stati strettissimi per lustri, tanto che qualche settimana fa secondo il Fatto Quotidiano il nuovo capo politico dei grillini aveva immaginato di promuovere l'amico come direttore della nascitura scuola di formazione politica del movimento.

Giuseppe Conte, indiscreto: avvocati e lobbisti, la mappa dei potentissimi amici. Così è sceso in campo in politica. Libero Quotidiano il 28 settembre 2021. Da semisconosciuto a presidente del Consiglio. È accaduto davvero a Giuseppe Conte passato dall'essere un docente universitario a ottenere la poltrona di Palazzo Chigi. Un miracolo? Forse. Ma molto sarebbe merito - secondo il Domani - del cerchio magico di Conte. Al vertice, il più ascoltato, resta il giurista Guido Alpa. "La coppia - scrive il quotidiano - si incontra a cena spesso e volentieri (spesso il mercoledì), dove discutono di alleanze (dal Senato raccontano che anche la presidente Maria Elisabetta Casellati qualche mese fa partecipò a un pranzo a tre) e prospettive politiche: Alpa non ci ha messo direttamente le mani, ma ha dato più di un consiglio anche nella stesura del nuovo statuto del M5s, pietra del rancore mai sopita tra il neopresidente e Grillo". L'attuale leader del Movimento 5 Stelle prima di entrare in politica ha accumulato incarichi accademici in progetti spesso curati da Alpa, che ne hanno propiziato gli affari. Basta pensare alle consulenze da 400mila euro ottenute dal lobbista Fabrizio Centofanti e Francesco Gaetano Caltagirone. Tra i vari intrecci spunta poi il nome di Luca Di Donna (ordinario di diritto privato europeo alla Sapienza) avanzato dal Fatto Quotidiano, che ha ipotizzato possa essere dietro la nuova scuola di formazione del M5s. Proprio Di Donna, stando al Domani, è "uno degli amici più cari del neopresidente grillino". Poi è la volta di Alessandro Di Majo, membro del cda della Rai nonché figlio di Adolfo, noto civilista ed ex collega di Alpa alla Sapienza. Ma il vero "gemello diverso" di Conte - così lo definisce il quotidiano - si chiama Fabrizio Di Marzio, un avvocato cassazionista che frequenta l’ex premier da vent’anni. Insomma, tutte amicizie ben lontano dall'accezione pentastellata del "popolo". 

Roma, indagine sulle consulenze dell’avvocato Luca Di Donna vicino all'ex premier Conte. Fulvio Fiano su Il Corriere della Sera il 28 settembre 2021. Un fascicolo al momento senza indagati e ipotesi di reato è stato aperto dalla Procura di Roma in relazione alle attività di consulenza svolte negli ultimi anni con la pubblica amministrazione dall’avvocato Luca Di Donna, collega di studio dell’ex premier Giuseppe Conte e da quest’ultimo voluto al proprio fianco anche nella sua attività politica, tanto da affidargli la stesura del nuovo statuto del Movimento 5 Stelle. La notizia è trapelata ieri sui quotidiani La Verità e Il Domani.

La genesi dell’indagine e i flussi di denaro. Discordanti le versioni sulla genesi dell’indagine affidata ai carabinieri del Comando provinciale della Capitale. Secondo il primo quotidiano, gli accertamenti sarebbero partiti da alcune dichiarazioni fatte dall’avvocato Piero Amara, già al centro di numerose altre vicende penali. Secondo l’altro giornale, ci sarebbe invece a monte una segnalazione di operazione sospetta (ossia meritevole di approfondimento) da parte di Bankitalia. Nel biennio 2016-18 Di Donna è stato consigliere giuridico del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Sandro Gozi e titolare di due società, la Persefone immobiliare srl e la Samsara srl, rimaste però inattive. La segnalazione — riporta Il Domani — evidenzia che il conto di Di Donna «è alimentato da due società bulgare e una lussemburghese». Su questi movimenti di denaro si concentrerebbero gli accertamenti.

Allievo di Guido Alpa e consulente di Mps e Leonardo. Allievo come Conte del professore Guido Alpa, il 43enne cassazionista ha ottenuto negli anni, prima che il futuro premier venisse chiamato in politica, incarichi di consulenza da Monte dei Paschi, controllata dal Tesoro, e dalla partecipata statale Leonardo tramite sue società. In seguito, secondo le anticipazioni di stampa, potrebbe aver speso il nome dell’ex socio divenuto presidente del Consiglio per accrescere la propria capacità relazionale. Il reato di traffico di influenze, così come quello di millantato credito sono però al momento solo ipotesi sullo sfondo.

La scuola di formazione del Movimento. In ogni caso, l’emergere della vicenda, pur con i suoi contorni ancora incerti, avrebbe avuto una eco anche in Parlamento, come riporta l’agenzia di stampa Adnkronos, che cita fonti anonime interne al Movimento 5 Stelle. Le perplessità nascerebbero, secondo questa ricostruzione, attorno all’ipotesi circolata di recente in base alla quale Di Donna potrebbe essere coinvolto nella futura scuola di formazione del Movimento, sulla quale proprio Conte starebbe lavorando. «Il progetto per il nuovo M5S richiede un approccio basato sui criteri di trasparenza, chiarezza e correttezza», è la sintesi del pensiero raccolto dall’ Adnkronos alla Camera, dove alcuni deputati sarebbero pronti a invitare Conte «a chiarire al più presto questa vicenda».

Giacomo Amadori per "la Verità" il 28 settembre 2021. È una indagine segretissima quella che i pm di Roma stanno conducendo su Giuseppe Conte e i suoi uomini d'oro e che svela Panorama in edicola domani. In particolare ci si concentra su Luca Di Donna, ex collega dello studio Alpa, rampante avvocato con ottime entrature in politica e nell'intelligence, considerato l'eminenza grigia dell'ex premier. I magistrati stanno verificando modalità e tempi del suo ricchissimo portafoglio clienti che, durante gli anni di Giuseppe Conte alla guida del governo, gli ha consentito di quintuplicare il fatturato. In particolare, gli inquirenti si stanno concentrando sui sostanziosi incarichi di consulenza con aziende dello Stato. Tra le ipotesi di reato sul tavolo c'è il traffico illecito di influenze. Ma non solo. Ogni stagione politica ha la sua inchiesta simbolo. Se l'ultimo governo Berlusconi è stato sconquassato dalle indagini su cene eleganti e Bunga bunga e Matteo Renzi sta ancora facendo i conti con Consip e Open, gli anni del Conte 1 e Conte 2 andranno probabilmente riletti alla luce di un nuovo, clamoroso fascicolo a cui sta lavorando la Procura di Roma. Il procedimento è ancora nella fase iniziale, ma potrebbe segnare davvero la fine dell'età dell'innocenza del Movimento 5 stelle, molto di più delle vicende tipicamente romane di Luca Lanzalone e Raffaele Marra. A dare il via alle investigazioni sarebbero state le dichiarazioni del faccendiere Piero Amara sugli incarichi affidati attraverso un altro lobbista molto chiacchierato, Fabrizio Centofanti, all'allora avvocato Giuseppe Conte. Amara ha citato anche il professor Guido Alpa, maestro dell'ex premier, ma l'illustre studioso non è coinvolto nell'inchiesta. Come detto, sono in corso gli accertamenti preliminari, o per lo meno questo è il poco che trapela dalla Procura. Dove ammettono che il fascicolo esiste, ma che il problema è capire il modello. Tradotto: è vero che le dichiarazioni di Amara su Conte hanno innescato un procedimento, ma non è detto che il nome dell'ex capo del governo sia già stato o sarà iscritto sul registro degli indagati. Di certo le investigazioni si stanno concentrando su alcuni personaggi che ruotano intorno all'ex premier e utilizzano il suo nome per fare affari. Questi personaggi millantano oppure Conte è a conoscenza delle loro iniziative? Le indagini, coordinate dal procuratore Michele Prestipino e dall'aggiunto Paolo Ielo, dovranno chiarirlo. Secondo alcune fonti l'ipotesi di reato più accreditata al momento è il traffico illecito di influenze, ma non sono escluse contestazioni più gravi. La figura che spicca nell'inchiesta, a quanto risulta a Panorama, è un avvocato romano, considerato da più parti l'eminenza grigia di Conte. Si tratta del 42enne Luca Di Donna, il quale negli ultimi anni è diventato un ben remunerato consulente di aziende controllate dallo Stato. Ma l'uomo su cui la Procura capitolina sta concentrando la sua attenzione non è un signore qualsiasi. Ha una rubrica con contatti di altissimo livello, anche nel mondo dell'intelligence. A lui Conte ha affidato la stesura del nuovo statuto del Movimento 5 stelle, il documento che lo scorso giugno ha portato l'ex presidente del Consiglio e Beppe Grillo sull'orlo della rottura. «Non possiamo lasciare che un movimento nato per diffondere la democrazia diretta e partecipata si trasformi in un partito unipersonale governato da uno statuto seicentesco» sbottò l'ex comico. [] Il nome di Di Donna, sui giornali, è stato associato anche alla costituenda scuola di formazione politica dei grillini e alla stesura delle liste per le prossime Amministrative. Lo scorso inverno fu speso il suo nome nelle convulse ore in cui parlamentari di gruppi diversi erano stati contattati per entrare nella squadretta di «responsabili» che avrebbe dovuto salvare il Conte 2. C'è chi giura che Di Donna, quando l'ex avvocato del popolo è stato nominato presidente del Consiglio nel giugno 2018, abbia inviato a clienti e colleghi un messaggio esultante ed esplicito: gli si erano aperte le porte di Palazzo Chigi.Lui e il nuovo primo ministro avevano lavorato fianco a fianco nello studio Alpa. Poi avevano traslocato, c'è chi dice insieme e chi separatamente, nell'ufficio sopra a quello di Alpa, anche se il centralino resta lo stesso. Ancora oggi le telefonate vengono smistate dalle segretarie del professore pigmalione. Per qualcuno Conte & Di Donna hanno tentato di emanciparsi dal maestro e in qualche momento i rapporti con lui sarebbero diventati tesi, ma il legame con il 73enne giurista ovadese resta il loro marchio di fabbrica. La Procura di Roma sta approfondendo diversi affari di Di Donna con la pubblica amministrazione. Qualcuno parla anche delle solite mascherine anti Covid. In diverse occasioni il professionista avrebbe speso il nome di Conte e adesso gli inquirenti intendono capire se lo abbia fatto all'insaputa dell'ex premier. Siamo di fronte a un possibile traffico di influenze o a qualcos' altro? Noi, al momento, possiamo ricostruire la carriera ufficiale del giovane legale da quando l'amico è entrato a Palazzo Chigi. Intanto va evidenziato che le sue entrate, tra il 2017 e il 2018, si sono quintuplicate, toccando quasi 750mila euro, e nel 2020, l'anno d'oro con Conte alla guida del governo giallo-rosso, hanno sfiorato gli 800mila euro. L'unica flessione è stata registrata nel 2019 quando il reddito è «solo» raddoppiato rispetto al 2017. [] Ma che il legale romano sia per il Contismo quello che il collega Alberto Bianchi è stato per il Renzismo lo conferma un'altra vicenda. Bianchi, indagato a Firenze per finanziamento illecito e traffico di influenze, è stato per anni il presidente della Fondazione Open, la cassaforte dell'attività politica dell'ex Rottamatore. Nel fascicolo d'inchiesta sono entrate anche le parcelle da quasi tre milioni di euro saldate a Bianchi dalla famiglia Toto, dinastia di costruttori abruzzesi. [] Adesso i Toto, dopo aver dovuto rinunciare a Bianchi, indagato e depotenziato, si sono rivolti a Di Donna per provare a ottenere anche la sospensione della rata del 2019 dovuta ad Anas, sempre da 55 milioni circa. Un tentativo questa volta fallito. Dalle banche dati emerge che Di Donna, spesso in pool con Alpa (il quale gli ha versato 90mila euro nel 2020) e altri principi del Foro, viene ingaggiato in procedimenti amministrativi davanti al Tar contro lo Stato. [] Nel 2020 è stato retribuito con 20mila euro pure dal Monte dei Paschi di Siena, banca controllata dal Tesoro, per un ricorso (rigettato) in Cassazione. Di Donna ha ricevuto incarichi anche da aziende partecipate come il gruppo Leonardo (di cui Alpa, sia detto per inciso, è consigliere non esecutivo d'amministrazione) e dai commissari della Società italiana per condotte d'acqua Spa, la terza azienda di costruzioni italiana che è finita in amministrazione straordinaria nell'agosto del 2018. [...]..Nel 2019 l'onorario è stato di 223mila euro e nel 2020 di 154mila. Da Inso (Sistemi per le infrastrutture sociali) Spa, controllata da Condotte, sono arrivati, sempre nel 2020, altri 260mila euro. Il 1° giugno scorso la Inso è stata ceduta a Fincantieri, altra azienda di Stato. Nel frattempo Di Donna ha incassato ben 637mila euro da un unico soggetto pubblico. [] A proposito di investimenti nel mattone, a Di Donna risultano intestati diversi immobili nel centralissimo corso Vittorio Emanuele II, a Roma, dove risiede. In un elegante palazzo possiede tre appartamenti per complessivi 18,5 vani, al secondo, quinto e sesto piano. Di Donna, dal 2020, controlla pure il 33,33 per cento delle quote della Juris prudentia Srl, centro di studi per la formazione e l'aggiornamento professionale, anche questa inattiva. Il socio qui è il crotonese Giampiero Zurlo, 38 anni, presidente, a.d. e responsabile della direzione relazioni istituzionali & lobbying della società Utopia [].

Giacomo Amadori per la Verità il 29 settembre 2021. Dopo lo scoop di Panorama sulle indagini che riguardano gli affari del cerchio magico di Giuseppe Conte in Procura si sono agitate le acque. Anche perché il fascicolo principale, quello sull'avvocato Luca Di Donna, sarebbe in una fase cruciale con in vista rapidi sviluppi. Il legale, lo ricordiamo, è stato collega di studio dell'ex premier e da quando il capo del movimento 5 stelle è entrato a Palazzo Chigi si sarebbe trasformato in un efficacissimo brasseur d'affaires. Dal 2018 ha speso il nome di Conte per iniziare business di tutti i tipi, dalle mascherine alle consulenze legali con importanti aziende pubbliche. Ma i clienti lo hanno scelto anche per opporsi alle decisioni dello Stato come ha fatto la famiglia Toto, schiatta di costruttori abruzzesi, che lo ha ingaggiato per ottenere la sospensione di una rata da 55 milioni dovuta ad Anas. Di Donna è sotto inchiesta per traffico di influenze illecite, e non è il solo iscritto sul registro degli indagati: insieme con lui sono coinvolti alcuni presunti complici. E nel fascicolo sarebbero ipotizzati anche altri reati, tra cui la corruzione e il riciclaggio. Conte, in questa inchiesta, è considerato solo «trafficato», non emergendo dalle prime investigazioni un suo attivo interesse nella conclusione degli affari dell'amico, il quale avrebbe speso il nome dell'ex premier a sua insaputa. In compenso in Procura, il pool che si occupa dei reati contro la pubblica amministrazione, coordinato dall'aggiunto Paolo Ielo, ha sul tavolo un altro procedimento che riguarda Conte e che parte dalle dichiarazioni del faccendiere Piero Amara su alcune consulenze ricevute, su interessamento di alcuni presunti esponenti della loggia Ungheria, dall'ex presidente del Consiglio ai tempi in cui era avvocato e dal suo maestro Guido Alpa per assistere la società immobiliare Acqua marcia in un concordato preventivo. Il fascicolo è partito da Milano, poi è stato trasmesso a Roma che, a sua volta, l'ha inviato a Perugia per un'ipotizzata competenza. Qui la Procura ha escluso il coinvolgimento di magistrati del Tribunale fallimentare di Roma e ha rimandato le carte nella Capitale dove adesso il fascicolo può procedere liberamente. Il reato iscritto è bancarotta per dissipazione. Ma se, a giudizio di Amara, la nomina di Conte e Alpa sarebbe stata la condizione ineludibile per Acqua marcia per ottenere l'omologazione del concordato, le investigazioni non stanno facendo emergere illeciti dimostrabili. Molto più concreto il filone che riguarda Di Donna. Gli inquirenti hanno concentrato la loro attenzione su di lui dopo aver ricevuto una segnalazione di operazione sospetta dall'ufficio Antiriciclaggio della Banca d'Italia. La Sos è del 30 giugno del 2021 e riguarda un bonifico estero da 18.200 euro. «Il segnalato, docente e avvocato, dal 2016 al 2018 è stato consigliere giuridico del sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri presso il dipartimento per le Politiche europee» si legge nel documento. All'epoca il sottosegretario era il piddino Sandro Gozi, il quale aveva come collaboratore un altro esperto di mascherine, il giornalista Rai Mario Benotti. Ma i due, Benotti e Di Donna, sostengono di non conoscersi. I risk manager spiegano che «tra la clientela del segnalato si riscontrano talune società a partecipazione pubblica riscontrabili tra gli ordinanti dei bonifici in ingresso. Tra esse si menziona la società Condotte immobiliare, ordinante in data 19 maggio 2020 di un bonifico di 164 mila euro []. Il conto è altresì alimentato da taluni bonifici dall'estero, come quelli disposti dalla BN Consult (Bulgaria) per euro 685.786, Pop 12 Sarl (Lussemburgo) per euro 95.160 e Ganchev Eood Eood (Bulgaria) per euro 18.200 (il pagamento che ha innescato la segnalazione, ndr)». Prosegue la nota: «In taluni casi parte della provvista originatasi dai bonifici esteri è stata impiegata per operazioni di trasferimento con causali sottostanti riferibili a "rimborso prestito", come nel caso dell'accredito estero di 321.006 euro seguito, in data 9 agosto 2018, da un trasferimento di euro 37mila in favore di B.P.». Gli analisti spiegano anche di procedere alla segnalazione di operazione sospetta nei confronti di Di Donna in quanto «destinatario anche di una richiesta di approfondimento da parte della Vostra Autorità. Nell'ottica della collaborazione attiva si rappresenta un quadro più integrato [] avendo lo stesso relazioni d'affari con società a partecipazione statale ovvero oggettivo essendo transitati sul conto corrente bonifici esteri ovvero in un ristretto arco temporale transazioni con causali sottostanti riferibili a prestiti». La società lussemburghese indicata nella segnalazione, la Popo 12 Sarl, è riconducibile all'imprenditore Raffaele Mincione, imputato nel processo in corso in Vaticano insieme con altri finanzieri e il cardinale Becciu. Mincione aveva scelto come consulente legale Guido Alpa nella vicenda della Banca Carige. Dopo i nostri articoli una fonte ci ha riferito che «Di Donna è stato anche interessato dall'imprenditore Francesco Becchetti (società Albania Beg ambient) per intervenire su Enel per sponsorizzare una transazione di alcune centinaia di milioni di euro a chiusura di un contenzioso risalente nel tempo. A questo fine, nei primi mesi del 2020, Di Donna si è recato a Londra (dove Becchetti vive), per negoziare l'incarico, il quale avrebbe avuto veste formale di un incarico di assistenza per tutt' altri fini». La Albania Beg da da oltre vent' anni ha aperto un contenzioso con Enel da 430 milioni di euro. All'origine della contesa c'è un contratto di collaborazione, mai andato a buon fine, per la costruzione di una centrale idroelettrica in Albania. Di Donna avrebbe ricevuto incarichi dalla stessa Enel per un altro contenzioso riguardante gli impianti idroelettrici di Terni, e da Poste italiane. Le indagini degli inquirenti ci diranno se gli introiti di Di Donna, passati da poco più di 100.000 euro a quasi un milione l'anno dopo l'ascesa al governo del suo amico Conte, siano solo frutto di una regolare attività professionale.

Giacomo Amadori per “La Verità” il 30 settembre 2021. . Ha collaborato François de Tonquédec. Giuseppe Conte ha scaricato l'amico indagato Luca Di Donna a tempo di record. Dopo aver appreso dalla Verità che la Procura di Roma sta investigando sul vecchio compagno di studio legale ha velocemente derubricato il collega da intimo a lontano conoscente: «Luca Di Donna non ha mai collaborato con me, non gli ho dato l'incarico da presidente del Consiglio, non so nulla della sua attività professionale» ha giurato l'ex avvocato del popolo che aveva scaricato con la stessa rapidità anche il fu socio di governo Matteo Salvini. Poi il presidente del M5s ha aggiunto: «C'è un giornale oggi, lo dico perché è autorevole, il Corriere della Sera, che ha scritto che ha collaborato allo statuto del Movimento 5 Stelle e che avrebbe avuto l'incarico di redigere il progetto della scuola di formazione. Assolutamente no, mai, mai convolto in nessuna forma e in nessun modo». L'autorevole Corriere aveva copiato le notizie da altri giornali, in particolare dalla Verità, ma Conte, pur non citandoci, è stato costretto a fare lo scarica barile. Noi possiamo confermare, grazie a fonti di primissimo livello all'interno del Movimento 5 stelle, che al faticoso parto dello statuto ha partecipato Di Donna affiancato da un notaio, in veste di rappresentante di Conte, mentre Beppe Grillo ha fatto verificare il testo dal nipote Enrico, avvocato genovese. Durante la stesura ci sono stati anche momenti di tensione e il fondatore del movimento era arrivato a definite la prima versione dello statuto «secentesco», dal momento che attribuiva pieni poteri a Conte. Ieri i frequentatori dello studio Alpa che hanno letto le dichiarazioni dell'ex premier hanno mostrato perplessità nel vedere con quale facilità uno dei due dioscuri del giurista piemontese, Conte appunto, avesse scaricato l'altro in nome di un'ipotetica Ragion di Stato. Il problema è che anche a Conte deve essere arrivata la notizia della delicatezza dell'inchiesta su Di Donna ed è costretto a parare i colpi in vista di una tornata elettorale che non si annuncia trionfale. Senza contare che presso la Procura di Roma è ancora aperto un fascicolo (iscritto per bancarotta) sui suoi affari personali, un procedimento legato alle dichiarazioni del faccendiere Piero Amara e in fase, a quanto ci risulta, di archiviazione. Conte ha negato di essere mai intervenuto a favore di Di Donna, ma di certo, secondo gli inquirenti, coordinati dal procuratore Michele Prestipino e dall'aggiunto Paolo Ielo, l'indagato avrebbe speso il nome dell'ex premier per ottenere incarichi. A giudizio dei pm, però, lo avrebbe fatto all'insaputa del già primo ministro, tanto che Di Donna è sotto indagine per traffico di influenze illecite. Nel fascicolo, che coinvolge anche altri soggetti, sono contestate ulteriori ipotesi di reato, come la corruzione. Se Conte fa finta quasi di non conoscerlo, Di Donna non rilascia dichiarazioni ufficiali per difendersi. In passato i due, prima che Giuseppi diventasse presidente del Consiglio, hanno condiviso anche qualche cliente. Per esempio Raffaele Mincione, oggi imputato in Vaticano per corruzione nella vicenda dell'acquisto di un palazzo londinese. Il lobbista Luigi Bisignani presentò ad Alpa e a Conte il finanziere e questi ottenne dall'attuale presidente dei 5 stelle, per la sua cordata, un parere pro veritate per la scalata a Retelit. Era il maggio del 2018 e da lì a poco Conte sarebbe diventato premier. La consulenza legale era sul possibile esercizio da parte del governo del golden power nei confronti della società titolare di una rete in fibra ottica e comproprietaria di un cavo internazionale per le telecomunicazioni Europa-Asia.Con Conte a Palazzo Chigi, Mincione e i suoi alleati puntarono al controllo di Banca Carige e chiesero un parere tecnico per sapere se i diritti di voto in assemblea dei pacchetti di azioni riconducibili alla cordata di Mincione potessero essere esercitati oltre il 10 per cento. Alla fine il gruppo non ha potuto votare con l'eccedenza e ha presentato contro la cordata avversaria (guidata dal finanziere Vittorio Malacalza) un esposto che, però, non ha sortito effetti. In compenso Alpa e Di Donna hanno potuto incassare 78.000 euro (93.600 con l'Iva) a testa, mentre il finanziere per l'«assemblea di Carige» ha dovuto sborsare quasi 600.000 euro. A pagare gli onorari è stata la Pop 12, la società lussemburghese di Mincione e il «progetto di parcella per consulenza e assistenza stragiudiziale per Pop 12 Sarl nei confronti di Malacalza investimenti e Banca Carige Spa» di Di Donna è finita tra le carte del processo Vaticano, poi trasmesse anche in Italia. All'epoca telefono e mail di Di Donna erano ancora quelli dello studio Alpa. Oggi resta in comune il centralino. L'inchiesta su Di Donna è partita da una segnalazione di operazione sospetta dell'Antiriciclaggio che ha messo nel mirino un bonifico da 18.200 euro proveniente da una società bulgara produttrice di latte in polvere per neonati, la Ganchev eood eood. Sempre dalla Bulgaria sarebbero arrivati 685.786 euro dalla Bn Consult, una società di progettistica, per una consulenza non meglio identificata. Anche questo bonifico è stato inserito nella Sos. Di Donna ha ricevuto importanti consulenze da società partecipate come Enel, Mps, Leonardo e Condotte (da cui ha incassato, considerando anche una controllata, 637.000 euro).Tra i clienti privati del legale ci sono diverse aziende che operano nel settore delle cartolarizzazioni. Altre ditte si occupano di costruzioni marittime e fluviali, bonifiche, raccolta e trasporto di rifiuti, pulizie industriali. Di Donna ha lavorato anche (direttamente e attraverso alcune controllate) con il Sorgente group, di proprietà di Valter Mainetti, editore del quotidiano Il Foglio.

Emiliano Fitttipali e Giovanni Tizian per "Domani" il 28 settembre 2021. Luca Di Donna, ex collega di studio Giuseppe Conte e fedelissimo dell’ex premier, tanto che, scrive il Fatto Quotidiano, potrebbe diventare capo della scuola di formazione politica del Movimento 5 stelle, è stato segnalato all’antiriciclaggio per alcune operazioni finanziarie considerate sospette, di cui Domani aveva dato conto ieri in un’inchiesta. «Il segnalato, docente e avvocato, dal 2016 al 2018 è stato consigliere giuridico del sottosegretario alla presidenza del Consiglio (Sandro Gozi, ndr). Risulta da visura camerale titolare effettivo di due società inattive, la Persefone immobiliare srl e la Samsara srl» si legge nella segnalazione. «Tra la clientela del segnalato si riscontrano talune società a partecipazione pubblica. Tra esse si menziona la società Condotte immobiliare, ordinante in data 19 maggio 2020 di un bonifico di 164 mila euro. Tale società finita in amministrazione straordinaria giudiziaria nel 2018 era amministrata da tre commissari di nomina ministeriale». Secondo la segnalazione che l’istituto di credito ha inviato all’autorità antiriciclaggio (che, ricordiamolo, non è obbligatoriamente indice di reato, ma solo un report di movimenti anomali da verificare meglio) il conto di Di Donna «è altresì alimentato da taluni bonifici dall’estero, come quelli disposti dalla BN Consult (Bulgaria) per euro 685.786, Pop 12 Sarl (Lussemburgo) per euro 95.160 e Ganchev Eood Eood (Bulgaria) per euro 18.200». La prima società – al netto di omonimie – risulta essere una spa finanziaria con sede a Sofia, mentre la seconda è una società estera di Raffaele Mincione, imprenditore che aveva assunto Alpa (ed evidentemente anche l’allievo Di Donna) come consulente legale nella vicenda della Banca Carige, che aveva visto impegnato tempo fa il finanziere in una difficile scalata contro la famiglia Malacalza. La Ganchev Eood Eood è invece un’azienda specializzata in alimenti per neonati, dal latte in polvere ai biscotti. Non è chiaro quali siano le prestazioni specifiche fornite da di Donna ai clienti: l’avvocato ha declinato qualsiasi commento, per questioni legate alla privacy dei suoi patrocinati. La segnalazione si conclude così: «In taluni casi parte della provvista originata dai bonifici esteri è stata impiegata per operazioni di trasferimento con causali sottostanti riferibili a “rimborso prestito”, come nel caso dell’accredito estero di 321mila euro seguito, in data 9 agosto 2018 da un trasferimento di euro 37mila» in favore di una donna. Di Donna è consigliere stimato del presidente del M5s e suo amico di vecchia data. I rapporti tra i due non si sono mai interrotti nemmeno quando il legale di Volturara Appula si è trasferito a palazzo Chigi. «Lui, Alpa e Di Donna sono una triade indissolubile», ha ripetuto ieri una fonte dello studio dell’anziano giurista in Piazza Cairoli. Al netto delle ipotetiche nomine che Conte dovrà fare nell’ambito della riorganizzazione dei Cinque stelle è un fatto che il legale sia diventato negli ultimi tre anni uno dei giovani avvocati d’affari più in vista della Capitale. Un futuro nel movimento non è tuttavia, dicono uomini vicini a Di Donna, un suo obiettivo, non è interessato a entrare nel partito. Precocissimo, è professore ordinario di diritto provato europeo alla Sapienza, università dove il maestro Alpa aveva una cattedra fino a due anni fa, e oggi gestisce business milionari che gli hanno consentito di recente di comprare tre appartamenti di lusso al centro di Roma spendendo oltre due milioni di euro. Nominato a gennaio 2021 dall’ex ministro Alfonso Bonafede presidente della commissione d’esame per gli avvocati a Roma, Domani ha scoperto che di recente ha ottenuto anche un importante incarico dal Monte dei Paschi di Siena, banca oggi controllata dal ministero dell’Economia e che raramente allarga a esterni la sua platea di avvocati storici. Per Di Donna l’istituto ha fatto un’eccezione, affidandogli un incarico assai delicato: il ricorso in Cassazione contro la Jp Morgan e contro gli obbligazionisti delle cosiddette azioni “fresh” con cui l’istituto, con una complessa operazione finanziaria, nel 2009 aveva disposto un aumento di capitale di quasi un miliardo di euro. Dopo la crisi finanziaria della banca, gli obbligazionisti “fresh” che hanno perso soldi stanno oggi tentando di riottenere parte dei risparmi, e hanno chiesto nel 2017 a un tribunale lussemburghese di congelare quasi 50 milioni di euro che Jp Morgan stava girando a Mps. Un pagamento che gli obbligazionisti considerano «in loro danno». La banca senese di risposta ha subito chiesto nel 2018 al tribunale di Milano di dichiarare l’Italia sede di competenza della controversia, ma i giudici hanno dato torto all’istituto. Il ricorso in Cassazione contro quest’ultima decisione è stato seguito da Di Donna in persona: a marzo del 2021 è arrivata la sentenza che ha rigettato l’istanza dell’avvocato. Per la cronaca, dal 2020 in Mps comanda nuovo amministratore delegato Guido Bastianini, ex manager della Carige considerato dai giornali vicino ai Cinque Stelle, mentre nel cda il governo Conte II ha voluto fortemente Nicola Maione come consigliere indipendente. Un legale vicinissimo sia ad Alpa che a Di Donna, tanto che qualche anno fa i tre hanno coordinato insieme un prestigioso master in diritto privato europeo. «Tutti i bonifici fatti dall’avvocato Di Donna sono tracciati e trasparenti», spiegano al telefono fonti vicine al suo studio. «Non ha mai ottenuto profitto accreditandosi, come dicono i suoi nemici, come miglior amico dell’ex premier: tutti gli incarichi sono solo frutto del suo duro lavoro». I suoi conoscenti non smentiscono né confermano un altro suo rapporto professionale. Quello con Francesco Becchetti, ex patron della tv albanese Agon Channel. Un imprenditore che era proprietario – insieme all’ex re della monnezza romana Manlio Cerroni – anche di una società di energia, la Albania Beg, che da vent’anni ha aperto un contenzioso con Enel da 430 milioni di euro in relazione a un presunto inadempimento da parte del colosso elettrico statale di un accordo per la costruzione di una centrale idroelettrica in Albania da parte di Enelpower. Stabilimento che poi non è mai stato realizzato. Enel (a parte una sentenza sfavorevole della Corte di Cassazione di Tirana) ha vinto quasi tutte le cause intentate dall’imprenditore, ma in Lussemburgo è ancora depositato un procedimento aperto. Chissà se Becchetti s’è rivolto a Di Donna proprio per provare a chiudere il lungo e difficile contenzioso. Non sarebbe certo sorprendente: per molti, da Luigi Bisignani ad accademici di fama, passando per finanzieri e lobbisti romani, l’amico di Conte è uno dei migliori “Mr Wolf” in circolazione, capace di risolvere diatribe e problemi su business vari e contratti assortiti.

Giovanni Tizian e Emiliano Fittipaldi per “Domani” il 27 settembre 2021. «Quando ho visto che Giuseppe Conte era stato scelto per fare il presidente del Consiglio, ho capito che il M5s come lo conoscevamo era morto: il sistema era riuscito a mettere alla leadership di un movimento antagonista un avvocato d’affari contiguo all’establishment, con l’obiettivo di normalizzarlo. Così è stato». Ascoltare una fonte che lavora allo studio di Guido Alpa (vecchio mentore dell’ex premier), spulciare contratti riservati e documenti di concorsi universitari permette di analizzare meglio il fenomeno Conte. E il percorso che ha permesso a un barone universitario semisconosciuto, con formazione democristiana e disponibile a chiudere fino al 2017 business milionari lavorando con professionisti condannati per associazione a delinquere e bancarotta fraudolenta, di diventare il capo assoluto di un partito giustizialista, nemico giurato dei poteri forti e difensore degli ultimi e dei dimenticati. “L’avvocato del popolo”, fortunata invenzione di Rocco Casalino, è infatti un avvocato d’affari vecchia maniera, che spesso ha lambito conflitti di interessi plurimi (tanto invisi alla propaganda pentastellata) e frequentatore di salotti che appaiono lontani anni luce dagli ambienti del grillismo doc. Ancora oggi un pezzo dei Cinque stelle teme che la scelta di incoronare Conte nuovo leader sia stata un errore madornale, mentre molti s’interrogano su chi siano davvero i consiglieri dell’ex premier e quali i suoi referenti fuori dal partito. Domanda che, in vista della riorganizzazione del M5s, si fanno sia i fedelissimi della sua corrente (tra loro ci sono, per ordine di influenza sul leader, Mario Turco e Rocco Casalino, subito dietro svettano Alfonso Bonafede, Vito Crimi, Paola Taverna e Stefano Patuanelli), sia i gruppi rimasti fedeli a Luigi Di Maio e a Beppe Grillo. Garante che solo tre mesi fa dava a Conte dell’assoluto incapace, perché privo di «visione politica e capacità manageriali», e che ha recentemente blindato il comitato di garanzia del M5s – in grado di sfiduciare lo stesso presidente – inserendo due antagonisti dell’ex premier come Virginia Raggi e Di Maio. Partiamo dal vertice della piramide. Nel cerchio magico di Conte il più ascoltato resta Guido Alpa. I rapporti tra i due sono ottimi. La coppia si incontra a cena spesso e volentieri (spesso il mercoledì), dove discutono di alleanze (dal Senato raccontano che anche la presidente Maria Elisabetta Casellati qualche mese fa partecipò a un pranzo a tre) e prospettive politiche: Alpa non ci ha messo direttamente le mani, ma ha dato più di un consiglio anche nella stesura del nuovo statuto del M5s, pietra del rancore mai sopita tra il neopresidente e Grillo. Quando Conte era a palazzo Chigi i rapporti erano diventati per motivi di opportunità meno frequenti, tanto che i due usavano come ufficiale di collegamento per messaggi e informazioni delicate lo sconosciuto Gabriele Cicerchia, da anni factotum dello studio Alpa, che Conte fece assumere nel suo staff di palazzo Chigi come «collaboratore del capo di gabinetto» Alessandro Goracci. Con uno stipendio da 75mila euro l’anno. Durante il premierato, i legami hanno avuto anche dei bassi. A causa, dicono i maligni, del timore di Conte di essere associato ai gruppi di potere di cui il maestro è da sempre espressione. Nonostante il rapporto intimo sia stato per il giurista di Volturara Appula assai fecondo: diventato collaboratore preferito del numero uno di una grande scuola giuridica nazionale, ottenuto un ufficio personale nello studio di Alpa a piazza Cairoli, l’ex premier prima di entrare in politica ha accumulato incarichi accademici in progetti spesso curati da Alpa, che ne hanno propiziato la scalata all’università, le buone relazioni. E gli affari. Tra i tanti, ricordiamo le consulenze da 400mila euro ottenute dal lobbista Fabrizio Centofanti e Francesco Gaetano Caltagirone per il concordato della società Acqua Marcia, finite al setaccio delle procura di Perugia e di Roma dopo le dichiarazioni di Piero Amara (Conte non è indagato, ma c’è un’inchiesta a piazzale Clodio per bancarotta fraudolenta ancora aperta). Oltre la compravendita milionaria dell’hotel di Venezia Molino Stucky. Un affare dove l’integerrimo avvocato, di fronte a una ricca parcella, non disdegnò di lavorare fianco a fianco con un architetto già condannato per associazione a delinquere e bancarotta fraudolenta, il pregiudicato Arcangelo Taddeo, consulente con Conte del gruppo Marseglia che si accaparrò l’hotel a prezzi di saldo. Conte ha dato pareri anche al finanziere Raffaele Mincione – ex cliente di Alpa oggi imputato per corruzione in Vaticano – impegnato nella scalata Retelit. Ma dissidi tra l’ex presidente del Consiglio e Alpa ci sono stati anche a settembre 2018, quando l’anziano docente sperava che il suo protegé prendesse la cattedra di diritto privato alla Sapienza di Roma che lui stava lasciando causa limiti d’età. Conte non ritirò la domanda nonostante fosse ormai diventato premier, ma fu costretto a sfilarsi dopo che la notizia del concorso, raccontata da chi vi scrive, fu rilanciata da alcuni media internazionali. I conflitti di interesse erano tanti, e non riguardavano solo il nuovo status politico di Conte: presidente della commissione che avrebbe dovuto giudicarlo era stato infatti designato Enrico Del Prato, un ordinario che arrivò alla Sapienza grazie a una procedura selettiva vinta anni prima (presidente della commissione che lo premiò era Alpa), e che nel 2017 aveva indicato lo stesso Conte come presidente di un arbitrato milionario alla Camera arbitrale di Milano. Intrecci tipici del malcostume accademico italiano, da sempre stigmatizzati dai grillini ma, nel caso di Conte, giustificati o ignorati. Come il tema del merito: il nuovo capo politico non sembra intenzionato a ricorrere, nella struttura del partito che verrà, ai migliori e ai più capaci, ma ai fedelissimi dell’inner circle. Il Fatto Quotidiano ha ipotizzato che nel lancio della nuova scuola di formazione del M5s possa essere coinvolto l’avvocato Luca Di Donna, definito uomo «molto apprezzato dall’ex premier». Non sappiamo se la nomina andrà in porto, ma certamente Di Donna – anche lui enfant prodige dello studio Alpa – è uno degli amici più cari del neopresidente grillino. «Conte, Di Donna e Guido formano una triade indissolubile», chiosano dallo studio del maestro, da dove Conte ha attinto anche per l’assunzione del 29enne Andrea Benvenuti, suo ex segretario particolare a palazzo Chigi. Anche Di Donna entrò giovanissimo nelle grazie dell’anziano giurista, che prima lo volle come allievo, poi collaboratore di studio. Anche oggi i due sono inseparabili: il nuovo ufficio di Di Donna è a un piano di distanza da quello di Alpa, sempre a piazza Cairoli a Roma. Un’amicizia che ha portato fortuna: Di Donna, come Conte, ha bruciato tutte le tappe accademiche ed è diventato a poco più di 40 anni ordinario di diritto privato europeo alla Sapienza. Un record, nonostante qualche invidioso creda che le sue pubblicazioni scientifiche non giustifichino una carriera così veloce e brillante. Certamente non la pensava così l’ex sottosegretario Sandro Gozi, che lo volle come suo consigliere giuridico nel 2016-2018 nel dipartimento dove lavorava, come segretario di Gozi, anche Mario Benotti, il giornalista indagato per traffico di influenze per aver ottenuto una mega provvigione milionaria intermediando tra il commissariato straordinario per l’emergenza Covid guidato al tempo da Domenico Arcuri e alcune aziende cinesi di mascherine, che ottennero una commessa superiore al miliardo di euro. «Mai conosciuto Di Donna», dice Benotti a Domani. L’amico di Conte ha rapporti amicali con Luigi Bisignani, e con un pezzo importante dei salotti che contano. La nuova rettrice della Sapienza, Antonella Polimeni, lo stima così tanto da avergli affidato la responsabilità degli Affari legali dell’ateneo. In attesa di possibili incarichi nel M5s (che lui smentisce ai suoi amici), a gennaio 2021 l’ex ministro Bonafede lo ha nominato presidente della commissione di esami di avvocato a Roma, su proposta dell’ordine degli avvocati di Roma. Di Donna cura con grande attenzione anche il suo business: dal diritto societario ai contratti del settore delle scommesse, da arbitrati a consulenze varie, il suo conto in banca recentemente si è assai gonfiato. A Domani risulta che tempo fa la lussemburghese Pop 12 sarl di Mincione ha pagato a Di Donna una consulenza per Banca Carige circa 100mila euro, mentre altre 160mila euro sono arrivati da Condotte, una spa immobiliare finita in amministrazione straordinaria per cui il legale è consulente. Soldi a palate sono arrivati anche da società finanziarie straniere (oltre 680mila dalla finanziaria bulgara BN Consulting) e da aziende specializzate in alimenti per neonati. Gli affari dell’amico del presidente vanno così a gonfie vele che in tre anni il secondo allievo prediletto di Alpa è riuscito, a leggere i documenti del catasto, a comprarsi tre meravigliosi appartamenti contigui nel centro di Roma di fronte a Castel Sant’Angelo: 374 metri quadri complessivi, per una spesa di oltre due milioni di euro. Di Donna, sentito al telefono, spiega che per questioni di privacy non può parlare della sua clientela. Ma un’altra fonte a lui vicina dice che «i business di Luca sono tutti puliti e trasparenti, frutto solo del suo lavoro di avvocato. Conte? Non gli ha mai dato nulla, Di Donna s’è fatto da solo con lo studio e il sudore». Gli amici che frequenta dell’avvocato del popolo, di certo, con il popolo inteso in senso grillino sembrano avere poco da spartire. Nell’entourage ristretto del presidente c’è un pezzo dell’establishment nazionale: l’ex capo dei servizi segreti Gennaro Vecchione, che ha perso il posto dopo i pasticci sul caso Mancini-Renzi ma resta fidato suggeritore del professore, l’ex commissario straordinario Arcuri, anche lui silurato dal governo Draghi dalle inchieste sulla struttura commissariale in seguito alla vicenda Benotti, l’ambasciatore Pietro Benassi ed Ermanno De Francisco. Quest’ultimo è un magistrato amministrativo che Conte conobbe anni fa a casa del potente avvocato Andrea Zoppini, e che con Conte è diventato capo del dipartimento affari giuridici e legislativi di palazzo Chigi. Per la cronaca, De Francisco la settimana scorsa ha denunciato per calunnia Pietro Amara, dopo che i media hanno pubblicato un verbale dove l’ex legale dell’Eni lo cita tra gli appartenenti della fantomatica Loggia Ungheria. Ma referenti di Conte sono diventati pure Gerardo Capozza, attuale segretario generale dell’Aci che lavora con il grillino per creare reti relazionali al sud, il padre della fidanzata Olivia (cioè il ricco immobiliarista Cesare Palladino, proprietario dell’hotel a 5 stelle Plaza) e l’aristocratico Giovanni Caffarelli, figlio di un duca e console onorario delle isole di Samoa. Proprietario di palazzi e negozi in via Condotti a Roma, Caffarelli è finito sui giornali per aver organizzato – con il suo comitato R3R Roma Tridente – proteste contro la sindaca Raggi per il degrado del centro storico della capitale. Un affezionato di Conte è anche Alessandro di Majo, che lo scorso luglio Giuseppe ha imposto come membro del cda della Rai nonostante i mugugni di un pezzo rilevante dei parlamentari pentastellati che volevano eleggere, dopo una serie di colloqui interni, il professore Antonio Palma. Di Majo, infatti, non lo conosceva nessuno. È però certo che è il figlio di Adolfo, noto civilista, ex collega di Alpa alla Sapienza e influente avvocato romano. Alessandro ha lavorato quasi sempre nello studio del papà, fino al gennaio del 2018, quando la famosa terza commissione del Csm (quella finita nella scandalo Palamara) lo nominò consigliere di cassazione per «meriti insigni». Un incarico importante che a sorpresa Di Majo lasciò dopo meno di un anno con dimissioni irrevocabili che oggi qualche maligno imputa a screzi con la presidente della sezione tributaria Camilla Di Iasi, considerata giudice severa e integerrima. Di Majo junior, che non ha mai preso l’abilitazione all’insegnamento universitario, ha però cambiato idea un’altra volta poche settimane dopo, provando a revocare le sue stesse dimissioni irrevocabili. Dopo il niet del Csm e del ministero di Giustizia, l’avvocato non si è arreso e di recente ha fatto addirittura istanza al Tar per farsi reinsediare. Ma ha perso. Anche il Consiglio di stato nel 2020, in appello, gli ha dato torto. Il mistero sul perché delle dimissioni resta insoluto, così come il motivo per cui Conte nonostante il pasticcio abbia voluto a tutti i costi piazzare l’amico (che secondo la Stampa ha incredibilmente rifatto domanda al Csm per rientrare in Cassazione) nello strategico board della televisione di stato. Ma il vero gemello diverso di Conte si chiama Fabrizio Di Marzio, un avvocato cassazionista che frequenta l’ex premier da vent’anni, con intrecci relazionali che disegnano una ragnatela di rapporti finora sconosciuti. Se è già noto che i due sono co-direttori della rivista Giustizia Civile edita da Giuffrè e che, come scoprì Domani, l’ex socia di Di Marzio, l’avvocato Giuseppina Ivone, fu assunta insieme a Guido Alpa e Conte dall’imprenditore Fabrizio Centofanti per alcune consulenze per il concordato Acqua Marcia, in pochi sanno che Di Marzio è diventato da poco professore ordinario all’Università di Chieti-Pescara. Un sogno diventato realtà al fotofinish, dopo che l’abilitazione a professore di prima fascia presa nel 2013 stava per scadere. Nell’ottobre del 2019 l’amico di Conte ha infatti vinto una procedura selettiva sconfiggendo altri agguerriti concorrenti. Presidente della commissione giudicatrice è stato Claudio Scognamiglio, professore a Tor Vergata e direttore di una delle aree di Giustizia Civile, il giornale diretto da Conte. Ciascun commissario, Scognamiglio compreso, ha dichiarato «la non sussistenza di collaborazioni (con i vari candidati, ndr) che presentino i caratteri della sistematicità, stabilità, continuità tali da dar luogo a un vero sodalizio professionale», come si legge nei verbali del concorso. Scognamiglio non ha dunque ritenuto rilevante il fatto che il candidato che doveva giudicare fosse il capo della rivista scientifica di cui lui è direttore d’area. Di Marzio, sentito al telefono, dice: «Nessuna inopportunità: io e Claudio non abbiamo mai avuto nessun tipo di rapporto economico. Conosco centinaia di colleghi con cui ho lavorato o scritto libri e pubblicazioni: con questo ragionamento mi sarebbe impossibile partecipare a un concorso». Il rischio di conflitti di interesse riguarda però anche altre evidenze: Renato Scognamiglio, papà di Claudio, è stato uno dei primi maestri di Conte, co-direttore (seppur autosospesosi tra giugno 2018 e febbraio 2021) con Di Marzio. Mentre qualche mese dopo la promozione di Di Marzio, risulta che Conte abbia piazzato Andreina Scognamiglio, sorella di Claudio, come membro della Commissione nazionale sulle grandi opere. Oltre a lei l’ex premier ha nominato nell’organismo il capo della protezione civile Fabrizio Curcio e Rosaria Giordano, una ex collaboratrice del suo staff a palazzo Chigi e, ça va sans dire, tra gli animatori della rivista. Questioni di opportunità ed etica pubblica, nonché guerre alle baronie universitarie, sono state per anni alla base della propaganda grillina. Ma a Conte si perdona tutto. Amici comuni sostengono che l’ex premier avesse promesso a Di Marzio nientemeno che il posto di segretario generale a palazzo Chigi, e che il neoprofessore sia rimasto dispiaciuto per aver avuto nel 2020, su nomina diretta del solito Bonafede, solo una poltrona (comunque prestigiosa) nel comitato direttivo della scuola superiore della magistratura. Una posizione per cui Di Marzio nel 2016 aveva già fatto domanda, ma che il Csm gli aveva negato. «Conte non mi ha mai promesso nulla. Certo, mi stima molto: sono certo che se avessi chiesto qualcosa, l’avrei ottenuta. Ma ho preferito fare il giudice e non entrare nell’amministrazione pubblica», ragiona il professore. Tornando a Centofanti, l’Espresso pubblicò qualche mese fa un video dove era in compagnia di Conte e Di Marzio a un vernissage. Il lobbista, che ha da poco patteggiato 1,6 anni di carcere per corruzione nell’inchiesta su Palamara, conferma di conoscere assai bene il presidente del movimento. «Ho frequentato Conte sia prima sia dopo avergli dato la consulenza in Acqua Marcia da 400mila euro. Per cinque anni lui e Di Marzio mi hanno fatto organizzare gli eventi della loro rivista. Loro non mettevano un euro: io guadagnavo solo se trovavo gli sponsor per i loro meeting. Una volta Conte mi ha anche chiesto di fare un convegno al Gran Hotel Plaza. All’inizio non capii perché. Solo dopo ho saputo che era l’albergo era del “suocero” di Conte». In effetti, una fattura ottenuta da Domani evidenzia che la società Cosmec di Centofanti ha sborsato al Plaza dei Palladino circa 8mila euro per l’affitto di una sala per un convegno di Giustizia Civile intitolato “Concisione e sobrietà negli atti giudiziari”. Era il 5 maggio 2017: Conte non si privò dell’aiuto dell’imprenditore nonostante il nome dello stesso fosse uscito un mese prima su tutti i giornali perché indagato e perquisito per corruzione nell’ambito dell’inchiesta che porterà i magistrati sulle tracce di Amara. La presenza di Di Marzio e Conte al vernissage del 2021 non è casuale: oltre alle riviste giuridiche e alle relazioni, la coppia di amici ha in comune la medesima passione per l’arte. Di Marzio, soprattutto, ha un debole per la pittura: artista a tempo perso, da anni organizza mostre personali grazie all’amico Matteo Smolizza, un gallerista che ha curato anche la pubblicazione del catalogo delle opere dell’ex magistrato di Cassazione (ma Di Marzio fu pure giudice fallimentare a Roma). Titolo: “Paradise”. Smolizza è titolare della casa d’aste Bonino, che – scopriamo – ha lavorato spesso insieme alla ex socia di studio di Di Marzio, la Ivone, anche lei nel comitato scientifico di Giustizia Civile. Come nel fallimento del gruppo Angelini. Ma anche nel concordato Acqua Marcia il mercante d’arte si è trovato consulente. Il suo compito è stato quello di mettere all’asta quadri e mobili degli hotel siciliani a cinque stelle un tempo gestiti da Bellavista Caltagirone e Centofanti. Il lobbista dice di non conoscere Matteo. Ma certamente conosce assai bene il di lui padre Aldo Smolizza, che fu consulente al personale di Acqua Marcia prima del crac. Smolizza senior fu infatti dirigente della Croce rossa, l’ente di volontariato in cui Centofanti iniziò la sua carriera. Domani ha scoperto che Aldo è stato condannato di recente dalla Corte dei Conti, insieme all’ex commissario della Croce Rossa Maurizio Scelli, a risarcire in solido un danno erariale da ben 900mila euro. Chi ha difeso in questi anni Smolizza nei vari procedimenti davanti ai magistrati contabili? Naturalmente Guido Alpa e Giuseppe Conte: per gli amici degli amici si fa questo e altro. 

«Mi mostrarono un articolo: spiegava che Luca Di Donna era il fedelissimo di Conte». Giovanni Bianconi Sciacca su Il Corriere della Sera il 6 ottobre 2021. L’incontro con gli avvocati Luca Di Donna e Gianluca Esposito, Giovanni Buini lo ricorda bene. È lui il trentacinquenne imprenditore umbro autore della denuncia che ha fatto scattare l’inchiesta della Procura di Roma sui due legali e altri undici indagati per traffico di influenze illecite. «Non avrei mai immaginato che mi avrebbero chiesto dei soldi per l’intermediazione, quando è successo mi sono spaventato», racconta. E ricorda bene anche un altro particolare della prima riunione avvenuta un anno e mezzo fa, il 30 aprile 2020, nello studio dell’avvocato Esposito: «Mi hanno mostrato un articolo di giornale in cui c’era scritto che l’avvocato Di Donna era stato un collega di studio di Giuseppe Conte, e che era rimasto un “fedelissimo” dell’allora presidente del Consiglio». Quanto basta per far capire al giovane manager in cerca di contatti con la struttura commissariale dell’emergenza Covid che da quello studio si potevano aprire molte porte. «È una cosa che mi ha rattristato molto — dice ora Buini — perché l’amico che mi aveva indicato Esposito non aveva fatto cenno all’ipotesi che ci sarebbero state richieste economiche. E lui stesso, quando gliel’ho riferito, mi ha consigliato di lasciar perdere». Ieri l’ex premier ora a capo del Movimento Cinque Stelle, ha voluto ribadire di essere «assolutamente all’oscuro di eventuali fatti che sono oggetto di inchiesta». Ovviamente è possibile che gli indagati suoi conoscenti abbiano speso il nome di Conte a sua insaputa, e non solo quello. Una settimana dopo, il 5 maggio, Buini è stato invitato a un secondo incontro, nello studio legale di Guido Alpa che è stato il maestro sia di Di Donna che di Conte: «In questa storia di suggestioni ce ne sono molte — commenta — ed è palese che ci fosse qualcosa di significativo in alcuni particolari. Ma le conclusioni devono tirarle i magistrati, non io». Quella volta c’era anche un generale della Guardia di finanza: «Il nome non me lo ricordo, e ora non sono sicuro nemmeno che fosse della Finanza. Non so dire che significato avesse la sua presenza; io agli inquirenti ho voluto solo rappresentare i fatti, senza didascalie». Si tratta del generale Enrico Tedeschi, capo di gabinetto dell’Aise, il servizio segreto per la sicurezza esterna. Il 7 maggio 2020 Buini ha disdetto ogni accordo con Di Donna e Esposito, e per adesso la sua denuncia ha prodotto — assieme ad alcuni riscontri, alle intercettazioni e ai «pedinamenti elettronici» fatti attraverso l’analisi degli spostamenti dei telefonini — le perquisizioni che hanno parzialmente svelato gli elementi d’accusa nei confronti degli inquisiti. I reati contestati, oltre alla presunta associazione per delinquere finalizzata al traffico di influenze, sono tre episodi di ipotetiche tangenti pagate o promesse per intermediazioni che i pubblici ministeri considerano illegittime quando hanno «la propria causa, unica o assorbente, sulle relazioni personali — di amicizia, parentela, politica — possedute dal mediatore verso l’agente pubblico, idonea a rappresentare una sovra-rappresentazione illecita». È ciò che sarebbe accaduto con i due avvocati inquisiti. In un caso avrebbero ricevuto soldi per essere stati gli intermediari di forniture di tamponi molecolari acquistati dal commissario per l’emergenza Covid, Domenico Arcuri. Il quale ieri ha precisato che gli acquisti furono decisi dalle Regioni e non dalla sua struttura; nel caso specifico la Sicilia e il Lazio. Negli altri due episodi, invece, si contestano le promesse di compensi per operazioni non realizzate che coinvolgono il ministero per lo Sviluppo economico, dove Esposito ha lavorato per anni come direttore generale. Proprio lui, difeso dall’avvocato Mattia La Marra, avrebbe preteso dal gruppo industriale Barletta 60.000 euro iniziali, più un incarico al fratello architetto per almeno 300.000 euro e un successivo milione e mezzo in cambio di un finanziamento pubblico da 30-40 milioni di euro per la ristrutturazione di una struttura alberghiera di lusso a Maratea, in Basilicata. Di Donna invece, difeso dall’avvocato Mauro Capone, doveva diventare la «chiave di accesso remunerata» a dirigenti o funzionari pubblici utili a ottenere l’aggiudicazione di alcuni progetti di ricerca finanziati dal Mise. In una email si parla di «cominciare concretamente ad avviare un percorso di collaborazione ad assumere un mandato di consulenza». Illecitamente retribuita, secondo i magistrati.

Emiliano Fittipaldi e Giovanni Tizian per editorialedomani.it il 6 ottobre 2021. Indagato dalla procura di Roma per associazione a delinquere finalizzata al traffico di influenze illecite insieme ad altri due professionisti di fama, Gianluca Esposito e Valerio De Luca, l’avvocato che per anni ha lavorato con il presidente del M5s è di fatto accusato di aver speso il nome di alti funzionari pubblici (tra cui lo stesso Conte e Domenico Arcuri, ex commissario straordinario all’emergenza Covid, entrambi non iscritti nel registro degli indagati e dunque parti lese in quanto “trafficati”) per intermediare affari nell’ambito di forniture a enti statali. La settimana scorsa Domani aveva raccontato come, mentre Conte era a palazzo Chigi, l’ex socio di studio avesse spiccato il volo, chiudendo in pochi anni contratti a cinque zeri e riuscendo a diventare uno dei legali d’affari più quotati in città. Ora gli investigatori credono che alcune delle parcelle incassate da Di Donna siano il frutto di comportamenti illeciti: in pratica il professore ordinario alla Sapienza – il quarantenne è allievo, come Conte, di Guido Alpa – avrebbe ottenuto consulenze irregolari da aziende private interessate all’assegnazione di appalti pubblici. Di Donna, vantando influenze e amicizie verso alcuni pubblici ufficiali, si sarebbe fatto dare e promettere così denaro come prezzo della propria mediazione. Gli appalti finiti nel mirino degli investigatori riguarderebbero forniture (sanitarie e no) destinate alla struttura commissariale per l’emergenza Covid, al ministero dello Sviluppo economico e a Invitalia, agenzia nazionale per gli investimenti guidata ancora da Arcuri. Gli uffici dei tre enti statali non sono stati comunque oggetto, a oggi, di perquisizioni. Ai tre professionisti vengono contestate parcelle complessive per circa 7-800mila euro. Quelle sub judice incassate da Di Donna sono tre, per una somma complessiva di poco più di 100mila euro, mentre altre somme da 90mila e 60mila euro sarebbero state solo “promesse” per l’attività di intermediazione indebita, ma non incassate. Il professore, come ha spiegato Domani, è finito anche sotto la lente dell’ufficio antiriciclaggio della Banca d’Italia per alcuni bonifici arrivati dall’estero: tra questi quelli da una finanziaria bulgara, la BN Consult, di oltre 685mila euro, le consulenze con Raffaele Mincione da 95mila euro e quello con una società, ancora in Bulgaria, di 18.200 euro, la Ganchev Eood Eood. Consulenze – tutte fatturate – che sono solo una parte degli introiti del professore, che negli ultimi anni ha chiuso deal importanti. Che gli hanno anche permesso di comprarsi tre meravigliosi appartamenti allo stesso piano di uno dei più bei palazzi di Roma, di fronte a Castel Sant’Angelo: 374 metri quadri complessivi, per cui Di Donna ha speso oltre due milioni di euro. Le segnalazioni di operazioni sospette, su cui stanno comunque lavorando anche i pm romani, non sono state però l’innesco dell’inchiesta penale, come nulla c’entrano presunte dichiarazioni dell’ex collaboratore dell’Eni Piero Amara, citate qualche giorno fa da alcuni organi di stampa. In realtà lo scorso Natale un testimone chiave si è presentato autonomamente in procura rilasciando dichiarazioni su alcuni appalti gestiti dalla struttura commissariale, e dando così il via alle indagini. In principio i magistrati hanno ipotizzato anche il reato di corruzione, immaginando un possibile ruolo di dirigenti pubblici infedeli, ma con il proseguo delle investigazioni (ci sono centinaia di intercettazioni agli atti) la corruzione è stata riconfigurata e modificata in traffico di influenze illecite, ormai categoria autonoma nel diritto penale. Oltre a Di Donna è stato perquisito anche l’avvocato De Luca, considerato vicino all’allievo di Alpa, e l’avvocato Esposito: ex direttore generale del Mise (era stato anche responsabile per l’incentivazione delle attività imprenditoriali), Esposito è accusato di aver reso come professore universitario – è docente a Salerno – alcuni pareri pro veritate che sarebbero in realtà consulenze mascherate. Le accuse che dovranno essere provate, anche perché tutti gli indagati – che preferiscono non rilasciare dichiarazioni a Domani – sembrano essere sicuri che gli incarichi ottenuti da società e aziende private a caccia di appalti pubblici siano solo frutto di normali rapporti professionali. «L’avvocato Di Donna ha svolto semplicemente la propria attività di avvocato in totale trasparenza», spiegano fonti vicini al professore, certe che Di Donna potrà sciogliere ogni dubbio davanti ai pm e uscire indenne dallo tsunami giudiziario che lo ha coinvolto. L’indagine potrebbe però creare danni politici anche a Conte, seppur solo “trafficato” e del tutto estraneo all’indagine: amico intimo di Di Donna, i rapporti tra i due sono stati strettissimi per lustri, tanto che qualche settimana fa, secondo il Fatto Quotidiano, il nuovo capo politico dei grillini aveva immaginato di promuovere l’amico come direttore della nascitura scuola di formazione politica del movimento. Di Donna ha escluso con i suoi amici ogni impegno politico, spiegando che tutto quanto guadagnato negli ultimi anni deriva solo dal duro lavoro, e non dal rapporto con l’amico. Vicinissimo a Luigi Bisignani, l’avvocato è diventato anche un pezzo grosso della Sapienza (la rettrice Antonella Polimeni gli ha affidato di recente la responsabilità degli affari legali dell’ateneo), e ha avuto incarichi di rilevo da spa gestite dall'azionista pubblico, come la banca Mps o la società Condotte, guidata da tempo da commissari straordinari scelti dal Mise. Anche l’ex ministro Alfonso Bonafede, uomo di Conte, lo stima molto e lo ha nominato presidente della commissione di esami di avvocato a Roma. L’inchiesta è solo in una fase iniziale: vedremo se i rapporti, veri o millantati, con la politica e pubblici funzionari sono stati usati illecitamente da Di Donna oppure se riuscirà a spiegare le sue mosse e relative ricche parcelle ai pm, chiarendo che sono conseguenza esclusiva della sua attività professionale. Di certo per ora i sospetti sull’avvocato crea un certo imbarazzo al capo politico dei Cinque stelle ed ex premier.

Emiliano Fittipaldi E Giovanni Tizian per editorialedomani.it il 6 ottobre 2021. Nel decreto di sequestro si segnala anche un incontro tra uno dei testimone chiave dell’accusa, l’imprenditore Giovanni Buini, e lo stesso Di Donna. Appuntamento organizzato il 5 maggio 2020 «presso lo studio legale Alpa» in cui si doveva discutere dei dettagli dell’intermediazione dell’avvocato e del suo collega Gianluca Esposito, capaci a loro dire di garantire a Buini affidamenti diretti da parte della struttura commissariale al tempo guidata da Arcuri. «I due non avevano mancato di rimarcare la vicinanza di Di Donna con ambienti istituzionali governativi», scrivono i pm Fabrizio Tucci e Gennaro Varone riassumendo le dichiarazioni a verbale dell’imprenditore, che descrive un incontro preliminare avvenuto cinque giorni prima. Nell’ufficio Di Donna stavolta non è con Esposito, ma si fa trovare in compagnia di un generale della guardia di finanza. «Il quale aveva rappresentato al Di Donna la necessità per la struttura di reperire dispositivi di protezione individuale», si legge ancora nel decreto. Risulta a Domani che il generale in questione sia Enrico Tedeschi. Un finanziere che da lustri non lavora più tra le file delle fiamme gialle, ma nei servizi segreti. In particolare all’Aise, l’agenzia informazioni e sicurezza esterna guidata oggi da Giovanni Caravelli. Tedeschi è uno dei più alti in grado, essendo da anni capo di gabinetto a Forte Braschi. Tedeschi è stato sentito dalla procura di Roma come persona informata sui fatti e ha fatto relazione interna ai suoi capi, spiegando che agiva su mandato ufficiale per cercare disponibilità di mascherine. Non risulta essere tra gli indagati. È stato certamente compito dei nostri 007, durante la pandemia, monitorare le forniture sanitarie e proteggere la nostra sicurezza nazionale. Quello che risulta anomalo in questo caso è che Conte, a quel tempo presidente del Consiglio, aveva anche la delega ai servizi. Che ha preferito, caso più unico che raro nella storia repubblicana, mantenere l’incarico senza mai delegare la delicata autorità ad altri: Mario Draghi è tornato alla tradizione nominando capo della nostra intelligence il sottosegretario Franco Gabrielli. Sapevano all’Aise che Tedeschi aveva contatti con un fedelissimo di Conte come Di Donna? Qualcuno gli aveva ordinato di contattare proprio il professore allievo di Guido Alpa? Sapeva l’allora premier che gli uomini dell’intelligence, che a lui dovevano riferire, che erano andati a bussare alla porta dello studio di cui lui era stato importante socio fino a pochi mesi prima? Perché delle due l’una: o siamo di fronte a un conflitto d’interessi gigantesco oppure uomini dentro e fuori le istituzioni hanno approfittato della vicinanza (forse millantata) con l’avvocato del popolo per muoversi su crinali quantomeno inopportuni. L’affare tra Biella e Di Donna, comunque, non si è mai fatto. Il 30 aprile il professore ed Esposito si erano accreditati con Buini, titolare di società che producono mascherine e altre protezioni individuali, «accreditandosi come intermediari in grado di garantirgli» appalti da parte della struttura commissariale all’emergenza Covid. «In detta occasione avevano fatto sottoscrivere al Buini senza rilasciargliene copia un accordo per il riconoscimento in loro favore di somme di denaro, in percentuale sull’importo degli affidamenti» che avrebbero ottenuto dall’ente guidato allora da Arcuri. Due giorni dopo il secondo incontro con Di Donna e Tedeschi, però, Buini cambia idea: le «modalità opache della proposta di mediazione» lo convincono a recedere dall’accordo fatto con l’avvocato e il presunto sodale. Quando l’affare salta, però, arriva un’altra cattiva notizia all’imprenditore: l’ente governativo di Arcuri con cui aveva già chiuso un contratto decide di sospendere i rapporti con lui. Secondo i pm della Capitale «in singolare coincidenza con l’interruzione dei rapporti tra Di Donna ed Esposito il Buini aveva ricevuto una email del Fabbrocini (Antonio, stretto collaboratore di Arcuri, ndr) con la quale la struttura commissariale gli comunicava il mancato perfezionamento del contratto di fornitura di ulteriori quantitativi di mascherine e, addirittura, la restituzione “per sopravvenute mutate esigenze della struttura commissariale” delle 500mila mascherine precedentemente già consegnate». I pm non ipotizzano vendette trasversali contro l’imprenditore, ma parlano solo di «curiose casualità». Certamente l’analisi dei tabulati di Esposito e Di Donna hanno evidenziato «contatti plurimi o frequentissimi» tra i due avvocati indagati e l’ex commissario Arcuri. Anche qui: possibile che l’allora potentissimi braccio destro di Conte non sapesse che Di Donna era un fedelissimo del premier? Secondo i magistrati no: il nome di Arcuri sarebbe stato “usato” dal professore amico dell’ex premier a insaputa del civil servant promosso sempre da Conte. Per la cronaca, Arcuri è ancora a capo di Invitalia e Di Donna – volatilizzatosi il business con le mascherine di Buini – ne ha però chiusi altri con forniture diverse come test molecolari della società Adaltis, di cui sono indagati alcuni dirigenti. Secondo l’accusa, sempre trafficando influenze con alti funzionari pubblici della struttura commissariale di Arcuri.

Giacomo Amadori per “La Verità” il 6 ottobre 2021. L'ex commissario all'emergenza Domenico Arcuri è più «trafficato» del Grande raccordo anulare nelle ore di punta. Dopo la vicenda della maxi commessa da 1,2 miliardi di euro di mascherine cinesi fornite da Mario Benotti & c., adesso è il turno di altri soggetti privati che attraverso tre legali e un imprenditore, avrebbero avvicinato illecitamente uomini chiave della struttura commissariale, del Ministero dello sviluppo economico e di Invitalia per vendere attrezzature mediche e ottenere finanziamenti. Figura centrale dell'inchiesta della Procura di Roma è un amico ed ex collega nello studio Alpa di Giuseppe Conte. Si tratta dell'avvocato Luca Di Donna, indagato per traffico di influenze illecite come anticipato nei giorni scorsi da Verità e Panorama. Nel decreto di perquisizione consegnato ieri a tredici indagati (la maggior parte imprenditori) si leggono i reati contestati. Di Donna, il collega Gianluca Esposito, e l'imprenditore Pierpaolo Abet, cinquantenne romano, sono accusati di associazione per delinquere finalizzata al compimento di «più delitti contro la pubblica amministrazione». I tre avrebbero sfruttato e messo «a disposizione reciproca le relazioni di ciascuno di loro con soggetti incardinati ai vertici di istituzioni pubbliche e stazioni appaltanti»; ripartito tra di loro i proventi ricevuti e giustificato le movimentazioni tra di loro con mandati di collaborazione professionale. In particolare «si associavano allo scopo di ricevere utilità da soggetti privati interessati ad affidamenti o finanziamenti o appalti» pubblici per gli interventi effettuati «presso i pubblici ufficiali», ma anche per «remunerare i pubblici ufficiali che mettevano a disposizione le loro funzioni in favore della segnalazione ricevuta». Quest' ultimo passaggio fa intuire che l'ipotesi di corruzione, già anticipata dalla Verità, resti sullo sfondo, anche se nel decreto di perquisizione non compare tra le contestazioni. Gli avvocati Di Donna ed Esposito insieme a Valerio De Luca, altro cinquantenne romano, e cinque tra imprenditori e manager della Adaltis e di una società collegata sono, invece, accusati di traffico di influenze illecite. Cioè di «raccomandazioni» a pagamento. Anche in questo caso gli avvocati avrebbero messo a disposizione «relazioni personali» con pubblici ufficiali della struttura commissariale («tra i quali il commissario Arcuri e il dottor Ventriglia», Rinaldo, colonnello dei Carabinieri in pensione, già «advisor alla logistica» della struttura) per far ottenere alla Adaltis commesse per la fornitura di test molecolari. Gli indagati, grazie alla «mediazione illecita», avrebbero incassato denaro «al di fuori di un ruolo professionale/istituzionale». Nel giugno '20 la Adaltis ha ottenuto l'affidamento di una fornitura di 100.000 test per un importo di 800.000 euro. In cambio i tre avvocati hanno percepito, secondo l'accusa, 65.500 euro. Nel dicembre la Adaltis ha ricevuto un secondo affidamento da 2,55 milioni di euro e i legali si sono assicurati tre pagamenti da 90.000 euro ciascuno. Non basta. Di Donna, De Luca e Abet (gli ultimi due presidenti e ad di Universal Trust) sfruttando i rapporti del primo presso Invitalia «che agiva per conto del Mise» si sarebbero fatti promettere consulenze da clienti privati «interessati a ottenere il finanziamento di alcuni progetti [] in fase di valutazione da parte di Invitalia per conto del Mise». Agli atti c'è anche un altro episodio di traffico di influenze illecite e coinvolge il gruppo Barletta. Questa volta il protagonista sarebbe Esposito che avrebbe utilizzato le sue conoscenze in Invitalia e al Mise, dove in passato «aveva ricoperto incarichi dirigenziali». Il legale si sarebbe fatto promettere una ricca consulenza (60.000 euro all'atto della firma e 300.000 sotto forma di incarico progettuale per il fratello architetto) per far ottenere al gruppo un finanziamento da 30/40 milioni di euro per la ristrutturazione dell'hotel Santavenere di Maratea. L'inchiesta nasce dalla denuncia dell'imprenditore G. B., titolare di società produttrici di dispositivi di protezione individuale. Tra fine marzo e aprile 2020, effettua una prima fornitura con la struttura commissariale. Il suo intento è continuare la collaborazione e allora un amico lo mette in contatto con Di Donna ed Esposito, presentati «quali soggetti in grado di assicurargli entrature presso la struttura commissariale». In effetti i due, in un incontro del 30 aprile 2020, si accreditano come tali. In questa occasione la coppia di avvocati fa «sottoscrivere a G. B., senza rilasciargliene copia, un accordo per il riconoscimento in loro favore di somme di denaro, in percentuale sull'importo degli affidamenti». Durante il colloquio i due non mancano «di rimarcare la vicinanza di Di Donna con ambienti istituzionali governativi». In pratica la sua amicizia con l'allora premier Conte. A questo punto per G. B. la situazione inizia a diventare sospetta: il 5 maggio 2020 «presso lo studio Alpa Di Donna si era fatto trovare in compagnia di un generale della Guardia di finanza», il quale avrebbe rappresentato la necessità, da parte della struttura, di reperire mascherine. Di fronte a queste «modalità opache», l'imprenditore, due giorni dopo, recede formalmente dall'accordo concluso con Di Donna ed Esposito. E che cosa succede? «In singolare concomitanza con l'interruzione dei rapporti» con i due avvocati G. B. avrebbe «ricevuto una mail da parte di Antonio Fabbrocini (responsabile unico del procedimento, ndr) con la quale la struttura commissariale gli comunicava il mancato perfezionamento del contratto di fornitura di ulteriori quantitativi di mascherine e addirittura la restituzione per sopravvenute mutate esigenze della struttura commissariale delle 500.000 mascherine precedentemente già consegnate». Una coincidenza davvero inquietante.I carabinieri del Nucleo investigativo di Roma hanno trovato diversi riscontri alle dichiarazioni di G. B. e anche un altro imprenditore, titolare di una società informatica, ha raccontato di essere stato contattato dai due avvocati che gli avrebbero proposto «di entrare a far parte di un progetto, finanziato con soldi pubblici, per la realizzazione di un polo strategico per la salute in Calabria e per altri progetti» in cambio del «riconoscimento in loro favore di una percentuale pari al 5%o dell'importo complessivo delle operazioni». Gli investigatori dell'Arma, durante le indagini, hanno verificato «l'inserimento di fatto di Di Donna e di Esposito all'interno della struttura di comando gerente gli affidamenti per l'emergenza Covid e la loro concreta possibilità di garantire ai privati affidamenti diretti e forniture dietro il riconoscimento di compensi per l'attività di intermediazione». E i legali contrabbandavano con i privati questo loro accreditamento presso la struttura e il Mise come «necessario passe-partout» per l'ottenimento di nuove commesse. I tabulati telefonici hanno evidenziato «contatti frequentissimi tra Esposito e il commissario Arcuri» e «plurimi contatti tra Di Donna e Arcuri», oltre che di entrambi con «utenze intestate a Invitalia». Anche in questa indagine la prima ipotesi di reato è stata la corruzione (grazie a cui è stato possibile effettuare le intercettazioni), anche se successivamente, come nel caso di Benotti & C., la Procura, non avendo (ancora) rintracciato le presunte tangenti ai pubblici ufficiali, ha riqualificato il reato in traffico di influenze. Certo, di fronte a questo quadro probatorio, risulta difficile credere che da questa inchiesta non usciranno altre sorprese.

(AGI il 6 ottobre 2021) "Non voglio entrare nel merito dell'inchiesta sull'avvocato Di Donna, ex socio di Giuseppe Conte. E' lavoro della magistratura. Ma che emergano legati al suo nome episodi di forniture, sanitarie e non, durante l'emergenza Covid (proprio quando Conte era a capo del governo) fa capire - se ce ne fosse bisogno - quanto sia urgente una Commissione parlamentare d'inchiesta che faccia luce su come siano stati spesi i soldi, tanti, degli italiani durante la pandemia". Così in un post su Facebook il presidente di Italia viva Ettore Rosato.

Giuliano Foschini e Andrea Ossino per “la Repubblica” il 7 ottobre 2021. «A quello gli è cambiata la vita. Ti devi mettere nei suoi panni, "in the shoes" come si dice in America. Quelli si sono trovati dal giorno alla notte quell'altro sfigato a fare il fenomeno». «E ora stanno a sfruttare la situazione!». In questa conversazione, intercettata dai carabinieri del reparto operativo di Roma, c'è tutta la storia di un importante professore e avvocato romano - Luca Di Donna - e di un suo amico già dirigente pubblico (per anni al Mise), Gianluca Esposito che, all'improvviso sono diventati i «signori del 5 per cento». Tanto pretendevano dagli imprenditori che chiedevano la loro consulenza, «in modo da sfruttare le loro relazioni personali con pubblici ufficiali». L'allora commissario per l'emergenza Covid Domenico Arcuri, per esempio, dirigenti di Invitalia e del Mise, e quella «terza persona affermata», come viene definito negli atti, che è l'allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Non è un mistero, infatti, che Di Donna fosse amico dell'ex premier Conte. O, meglio, compagno di studio quando entrambi lavoravano con il professor Guido Alpa. «In passato lo frequentavo, ma da quando sono diventato premier non l'ho più visto» dice però Conte. Di Donna è indagato per associazione a delinquere finalizzata al traffico di influenze illecite. E per questo ieri è stato perquisito su ordine dei sostituti Gennaro Varone e Fabrizio Tucci, in un'indagine (13 gli indagati) coordinata dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e dal Capo, Michele Prestipino. Di Donna, dunque, trafficava spendendo il nome degli alti dirigenti. E verosimilmente anche del premier. Ma lo faceva, per lo meno questo ha ricostruito la Procura, a loro insaputa. L'indagine nasce per corruzione, per poi essere derubricata in traffico di influenze perché non c'è prova che i contratti oggetto dell'inchiesta vengano chiusi grazie all'intermediazione dei due. L'inchiesta parte con la denuncia di un imprenditore, Giovanni Buini, «a cui era stata revocata» si legge negli atti, «dalla struttura commissariale una commessa per la fornitura di mascherine chirurgiche». A Buini, per risolvere il problema, vengono indicati Esposito e Di Donna. Che l'imprenditore incontra il 30 aprile 2020 «quali intermediari - scrivono i pm nel decreto di perquisizione - in grado di garantire affidamenti diretti da parte della struttura. In quell'occasione, i due avevano fatto sottoscrivere al Buini un accordo per il riconoscimento in loro favore di somme di denaro. I due non avevano mancato di rimarcare la vicinanza di Di Donna - scrivono ancora i pm - con ambienti istituzionali governativi». «In un secondo incontro - si legge ancora negli atti - Di Donna si era fatto trovare presso lo studio Alpa in compagnia di un generale della Finanza». La storia finisce però male perché, come ricostruiscono i pm, Arcuri revoca l'appalto all'imprenditore. Ma quello che interessa agli investigatori è il metodo: un altro imprenditore ha raccontato di essere stato contattato da Di Donna e Esposito «per entrare a far parte di un progetto, finanziato con soldi pubblici, per la realizzazione di un polo per la salute in Calabria». In cambio, come da contratto, il 5% delle operazioni. Il punto ora è capire quanto millantassero o se davvero, come racconta uno degli imprenditori, fossero «un asso da calare» nel rapporto con le istituzioni. È vero che il contratto delle mascherine finisce male, ma è anche vero che i carabinieri annotano molti contatti tra Arcuri ed Esposito (che però era stato un importante dirigente Mise) e Di Donna. Agli atti c'è poi la storia di una procedura negoziata d'urgenza, senza bando, per l'acquisto di tamponi molecolari. Poco più di tre milioni di euro finiscono a una società - Adaltis - che aveva un contratto di consulenza con i due. Che hanno incassato circa 400mila euro per l'intermediazione. «I bonifici - scrive la Procura nel decreto - al momento non trovano lecita spiegazione: l'interessamento e l'offerta dei propri servizi e delle proprie entrature per l'affidamento da parte del Commissario. Non si giustifica lecitamente anche in ragione del fatto che non si ravvisa alcuna necessità di consulenze offerte dai legali che peraltro non risultano avere alcun rapporto formale con la struttura del Commissario». Con Esposito e Di Donna si muoveva anche un terzo avvocato, Valerio De Luca. Che non andava per il sottile. «Mi ha detto - dice un imprenditore a cui avevano offerto consulenza - che il livello con cui si relazionano è talmente elevato che non deve aspettarsi un contratto molto economico». «De Luca sosteneva - annota la Procura - che Di Donna avesse acquisito potere e ha potuto condurre gli interventi che hanno portato un arricchimento per tutti i sodali, dopo che una terza persona si è affermata» da un punto di vista politico. «Da quel momento tutte le porte della pubblica amministrazione si sono aperte per loro».

Così il legale indagato tramava per Conte. Lodovica Bulian il 7 Ottobre 2021 su Il Giornale. Il senatore Saccone (Udc): "Telefonate per conto di Di Donna nei giorni della caduta dell'esecutivo". Spuntano contatti tra l'avvocato e Arcuri per un appalto da 800mila euro. Fari anche su un progetto in Calabria. «In passato lo frequentavo, ma da quando sono diventato premier non l'ho frequentato più. Non so nulla della sua successiva attività professionale». Dopo l'arrivo a Palazzo Chigi Giuseppe Conte dice di non aver avuto più alcun rapporto con l'amico avvocato Luca Di Donna (nel tondo), oggi indagato con altre 12 persone dalla Procura di Roma per associazione a delinquere finalizzata al traffico di influenze illecite. Di certo però dopo l'ascesa del premier - con cui Di Donna condivide lo stretto legame con Guido Alpa, vero mentore di Conte - le «parcelle» del 42enne avvocato d'affari della Capitale sono state consistenti. Secondo i pm con gli avvocati Giancarlo Esposito e Valerio De Luca, avrebbe sfruttato «relazioni con soggetti incardinati ai vertici di istituzioni pubbliche e strutture appaltanti» proponendosi ad aziende private come il passepartout necessario per poter accedere agli affari con lo Stato, dalla struttura dell'ex commissario Domenico Arcuri, a Invitalia, fino al ministero dello Sviluppo economico. Fin qui l'inchiesta. Ma per capire quanto Di Donna sarebbe stato addentro i palazzi del potere, oggi fonti qualificate ricordano che il suo nome sarebbe arrivato fino in Parlamento, nei giorni cruciali della crisi di governo del Conte 2, quando la caccia a possibili responsabili per salvare l'esecutivo dell'avvocato del popolo era febbrile: «Arrivavano chiamate da qualsiasi mondo». E almeno due senatori si sarebbero trovati dall'altro capo del telefono degli intermediari in cerca di «costruttori», che avrebbero dichiarato di agire proprio per conto di Di Donna. Uno dei due, Antonio Saccone, Udc, oggi conferma al Giornale: «Non mi ha chiamato direttamente ma attraverso dei miei amici, che a suo nome (quello di Di Donna, ndr), mi hanno chiesto di dare una mano a Conte».

Nell'aprile del 2019 Conte e Di Donna si trovavano entrambi in Cina, il primo a Pechino per celebrare l'intesa Italia-Cina sulla Belt and Road Initiative, la nuova via della Seta tanto cara al M5s, il secondo a Wuan, per l'inaugurazione dell'Istituto Italo-Cinese con l'Università Sapienza, per cui l'avvocato, che è anche professore di Diritto privato europeo nello stesso ateneo, era titolare della cattedra. Conte ha smentito seccamente ricostruzioni secondo cui Di Donna avrebbe collaborato alla stesura del nuovo Statuto del M5s, e che sarebbe stato tra i nomi individuati per la scuola di formazione politica del Movimento. L'ex premier, così come Arcuri, sono estranei all'inchiesta. In una delle intercettazioni citate nel decreto di perquisizione, gli interlocutori spiegano però che «Di Donna ha acquisito potere e ha potuto condurre gli interventi che hanno portato un arricchimento economico per tutti i sodali, dopo che una terza persona si è affermata (s'intende verosimilmente sotto il profilo politico). Da quel momento le porte della Pubblica amministrazione si sono aperte per loro, e le hanno sfruttate a pieno». Gli intercettati parlano di Di Donna come di un nome in grado di aprire le porte agli affari con la pa, secondo l'accusa. Dagli appalti Covid a progetti di investimento finanziati dallo Stato. Uno degli obiettivi sarebbe stato far ottenere all'azienda Adaltis commesse per la fornitura di test molecolari dalla struttura di Arcuri. Nel giugno 2020 la Adaltis sigla un contratto per 800mila euro di pezzi, che si sarebbe però definito il 14 maggio: e tra il 5 e il 15 maggio, annotano gli inquirenti, risultano contatti diretti tra Di Donna e Arcuri. A dicembre la stessa azienda ha ottenuto un'altra fornitura da 2,5 milioni di euro. Non solo appalti Covid, per cui ora da Italia Viva Ettore Rosato chiede una commissione d'inchiesta sulle forniture. Un altro imprenditore, titolare di una società informatica, sarebbe stato contattato da Di Donna ed Esposito per un progetto, finanziato con soldi pubblici, in Calabria in cambio di una percentuale pari al 5%. Lodovica Bulian

Luca Di Donna e l’affare mascherine: perché nel suo studio c’era il generale dei servizi segreti Enrico Tedeschi? Giovanni Bianconi su Il Corriere della Sera l’8 Ottobre 2021. Il generale Enrico Tedeschi, capo di gabinetto dell’Aise, era nello studio dell’avvocato Luca Di Donna, indagato per l’affare mascherine. Perché? «Ero lì per valutare i prezzi», risponde lui. L’imprenditore Giovanni Buini: «Mai parlato di vendite». Perché c’era un generale dei servizi segreti al fianco dell’avvocato Luca Di Donna, mentre il legale cercava di concordare la propria intermediazione (retribuita) per forniture di mascherine nel pieno dell’emergenza Covid? L’indagine della Procura di Roma in cui Di Donna è indagato per associazione a delinquere e traffico d’influenze illecite passa anche da questa domanda, giacché la risposta arrivata finora potrebbe non essere del tutto convincente. Il generale in questione è Enrico Tedeschi, capo di gabinetto dell’Aise, l’Agenzia per la sicurezza esterna, entrato nell’ex Sismi (gli 007 militari) quando a dirigerlo era Nicolò Pollari, proveniente dalla Guardia di finanza. Come Tedeschi, che ha salito i gradini fino ad assumere un ruolo centrale nella gestione del Servizio. Ma forse in cerca di altri traguardi. Il 5 maggio 2020 si trovava nello studio di Di Donna (lo stesso del professor Guido Alpa, maestro dell’avvocato finito sotto inchiesta e di Giuseppe Conte, in quel momento presidente del Consiglio) in compagnia di un altro dirigente dell’Agenzia.

L’incontro. Poco dopo arrivò l’imprenditore umbro Giovanni Buini, fornitore di mascherine in cerca di contatti per ottenere commesse dal commissario per l’emergenza Domenico Arcuri. «L’avvocato mi aveva invitato con un messaggio telefonico — ricorda Buini —. Il generale mi fu presentato, senza precisare che era dei Servizi». Nella testimonianza ai magistrati, Tedeschi avrebbe riferito che era suo compito recuperare i dispositivi di protezione per l’Aise, e di essere andato da Di Donna sapendo che lì un’azienda avrebbe presentato la propria offerta; ma valutato troppo altro il prezzo richiesto, disse che non era interessato. Buini fornisce però un’altra versione: «Di Donna spiegò che ero impegnato in quel settore, il generale commentò che era un periodo in cui molti avevano difficoltà a reperire le mascherine, ma mai parlammo della possibilità che io le vendessi alla sua struttura. Nella maniera più assoluta». Resterebbe comunque un’anomalia che per cercare mascherine — incarico che effettivamente ha svolto durante l’emergenza — Tedeschi si sia rivolto a Di Donna, che ufficialmente non aveva alcun ruolo nel settore; tant’è che la sua mediazione retribuita è ora considerata un reato dagli inquirenti. E comunque c’era il commissario di governo a cui chiedere, che ha rifornito il Dipartimento per le informazioni e la sicurezza ad ogni richiesta. Ciò non significa che le singole Agenzie non potessero muoversi autonomamente, ma resta il fatto che — secondo Buini — all’incontro nello studio Alpa-Di Donna non ci fu alcuna proposta.

La sensazione. «Io penso che il generale fosse lì affinché l’avvocato ottenesse ulteriore credito ai miei occhi», dice ora il giovane imprenditore. Nel precedente incontro avvenuto nello studio dell’avvocato Gianluca Esposito (anche lui indagato per gli stessi reati), i due legali avevano fatto capire a Buini che Di Donna era «un fedelissimo» del premier Conte, e la presenza di un generale sarebbe potuta servire ad aumentare le referenze di quell’avvocato. Ma dopo la richiesta di soldi, Buini aveva già deciso di rinunciare alla sua mediazione: «Ero andato lì per dirglielo, non l’ho fatto proprio perché c’erano altre persone. Me ne sono andato e il generale è rimasto lì. Poco dopo ho mandato la mail di disdetta dell’accordo». A maggio 2020 il governo doveva nominare i nuovi vice-direttori delle Agenzie di sicurezza, e Tedeschi era uno degli aspiranti; è possibile che, secondo una prassi molto comune, cercasse in Di Donna uno sponsor presso Conte. Fosse così, e fossero vere le sensazioni di Buini, l’avvocato cercato da Tedeschi per caldeggiare la propria nomina avrebbe poi sfruttato la presenza del generale per favorire l’accordo con l’imprenditore che vendeva mascherine. Una scalata interna ai Servizi che s’intreccia con gli affari privati di un professionista. Al quale sfuggì il contratto sulle mascherine, ma che — secondo l’accusa della Procura — grazie all’emergenza Covid avrebbe guadagnato e spartito con gli altri due avvocati indagati almeno 400.000 euro da un paio di commesse di tamponi molecolari.

Giacomo Amadori per “La Verità” il 7 ottobre 2021. Al momento è la vera vittima dell'inchiesta sull'avvocato Luca Di Donna, amico ed ex collega del premier Giuseppe Conte. Per la Procura di Roma il procedimento sarebbe «scaturito» dalla sua «presentazione spontanea» a piazzale Clodio. «In realtà sono stato convocato. Io non ho fatto nessuna denuncia, nemmeno un esposto. Sono stato chiamato per rendere talune informazioni che ho prontamente fornito: immagino che quella questione fosse già nota agli inquirenti. Magari ero stato intercettato». Inizia così il colloquio con l'imprenditore Giovanni Buini, trentacinquenne originario di Assisi, profondamente provato dalle disavventure che lo hanno travolto nell'ultimo anno. «Mi creda, però, che l'importanza di questa cosa l'ho capita al punto di andare a raccontare tutto, senza trattenermi niente. Sono rimasto schifato e ho fatto tutto quanto il possibile per la collettività». Prima di continuare, però, ricordiamo i fatti. Davvero clamorosi. Dopo che nell'aprile del 2020, con la sua Ares Safety Srl, Buini aveva fornito un milione di mascherine alla struttura commissariale al prezzo di 0,42 euro al pezzo (totale 420.000 euro), mentre è in trattativa per ulteriori forniture, entra in contatto con gli avvocati Esposito e Di Donna, indicatigli dall'amico Mattia Fella quali facilitatori con la struttura commissariale. I legali, come abbiamo raccontato ieri, prima gli fanno firmare un accordo per il riconoscimento di somme di denaro e poi lo convocano nello studio Alpa (dove aveva lavorato anche Conte), non senza aver rimarcato «la vicinanza di Di Donna con ambienti istituzionali governativi». All'appuntamento Di Donna avrebbe fatto trovare a Buini anche un generale della Guardia di finanza (che sarebbe transitato nei servizi segreti) che avrebbe evidenziato la necessità di mascherine per la struttura. A questo punto «le modalità opache» della proposta di mediazione convincono Buini a recedere dall'accordo già sottoscritto. Risultato? «In singolare concomitanza con l'interruzione dei rapporti» con i due avvocati, si legge nel decreto di perquisizione, Buini avrebbe «ricevuto una mail da parte di Antonio Fabbrocini (responsabile unico del procedimento, ndr) con la quale la struttura commissariale gli comunicava il mancato perfezionamento del contratto di fornitura di ulteriori quantitativi di mascherine e addirittura la restituzione per sopravvenute mutate esigenze della struttura commissariale delle 500.000 mascherine precedentemente già consegnate». Buini, imprenditore nel settore dell'abbigliamento e dei dispositivi di protezione, nonché importatore dalla Cina, aveva iniziato il business inviando a Invitalia una mail, in cui informava la struttura di avere un milione di mascherine a disposizione. «Ci ricontattarono per chiederci se davvero avessimo disponibilità immediata e gliele abbiamo messe a disposizione a un prezzo ben più basso di quello che ci avrebbe riconosciuto il mercato. Che in quel momento pagava anche 0,6, 0,7 centesimi». Di Donna ed Esposito quando intervengono? «Quando stava per essere formalizzato il secondo contratto». Un accordo da due milioni di mascherine. La settimana successiva Buini ne avrebbe dovuto fornire altri 5 e ulteriori 10 milioni ogni sette giorni per tre mesi. Quasi 170 milioni di dispositivi in tutto che avrebbero dovuto portare nelle tasche di Buini circa 70 milioni di euro. «Se avessi accettato le condizioni di Di Donna ed Esposito sarei ricco, ma sono orgoglioso di quel che ho fatto. Gli imprenditori come me non dovrebbero sottostare a certe logiche, questi poteri andrebbero disinnescati». Ovviamente Buini non immaginava che annullando il contratto con i due avvocati avrebbe perso milioni: «Il contratto più grande, quello da 160 milioni non lo avevo ancora firmato, lo avevo solo concordato. Lo avrei siglato da lì a qualche giorno. Ma poi la struttura commissariale non ha più risposto alle mie telefonate, né alle mail, né su Whatsapp. Da quando ho mandato quella Pec sono stato completamente ignorato». Qualcuno le avrà detto qualcosa? «Quando hanno disdetto la fornitura ho chiesto spiegazioni via mail e il responsabile dei contratti, Antonio Fabbrocini, mi ha risposto che "per mutate sopravvenute esigenze della struttura commissariale" non sarebbe stato possibile procedere a nessun tipo di contratto. Questa mail i pm ce l'hanno. Credo che sia uno dei documenti caldi dell'inchiesta. Anche perché dopo hanno comprato milioni di chirurgiche a un prezzo maggiore del mio». Il riferimento neppure troppo velato è alla fornitura da 800 milioni di pezzi da parte di Mario Benotti & c.. Buini ripensa a quanto gli sia successo: «Mi avevano coinvolto in una video conferenza con tutte le organizzazioni dei farmacisti. Il generale Rinaldo Ventriglia, l'uomo che si occupava della logistica nella struttura commissariale, mi pregò di fare partire il carico delle 500.000 mascherine alla sera alle sei anziché la mattina dopo perché sarebbe stato troppo tardi. Poi quelle stesse mascherine, pochi giorni dopo, me le ha rispedite indietro. Sono rimasto esterrefatto. All'epoca eravamo in pienissima pandemia e quei signori con quelle facce scure la sera venivano a darci il numero dei morti». Gli chiediamo se ricordi il nome del generale della Guardia di finanza che avrebbe incontrato nello studio Alpa. Risposta: «Non me lo ricordo e poi ho paura di dire cose coperte da segreto». Era in divisa? «No. I militari, che erano due, avevano la faccia pulita e perbene. Ho avuto l'impressione che fossero lì per avvalorare la figura di quella persona e che, magari, Di Donna mi avesse fatto capitare appositamente nell'orario in cui attendeva quei signori». L'incontro è avvenuto nello studio Alpa o in quello Di Donna? «No era lo studio Alpa, anche se non ho incontrato il professore. Mi sembra di ricordare che ci fosse anche una foto dell'avvocato Alpa con il Papa». Chiediamo a Buini se qualcuno gli abbia fatto riferimenti a Conte. «Di lui mi ha parlato l'avvocato Esposito. Mi ha anche fatto vedere un articolo su Internet in cui Di Donna era indicato come uno dei fedelissimi di Conte, di cui era il braccio destro». Di Donna le ha fatto gli stessi discorsi? «No». Buini ha incontrato la coppia di legali due volte, una nello studio Esposito, l'altra nello studio Alpa. Poi li ha cercati inutilmente per un paio di settimane per disdire l'accordo. Ma non essendoci riuscito ha deciso di inviare una pec. Dopo la quale sono iniziati tutti i suoi guai. Visto che insistiamo con le domande, Buini ci stoppa: «Quando sono andato a deporre ho detto tutto. Non mi sono tenuto nulla. Ma ho anche avuto tristi conseguenze dopo questa vicenda». Non sappiamo se il riferimento sia ad alcune inchieste di cui i giornali hanno dato notizia e in cui Buini risulta indagato per diversi reati. Le notizie di stampa sono uscite nel 2021, dopo la sua deposizione a Roma: «Non voglio fare collegamenti, potrebbero essere suggestioni, ma per me è stato un anno molto pesante. Le confermo che quando il mio nome è finito sui media avevo già parlato con la Procura di Roma». Un ultimo interrogativo: Buini ha mai incontrato l'ex commissario Domenico Arcuri? «No. E non gli ho mai nemmeno parlato».

Giacomo Amadori per "la Verità" l'8 ottobre 2021. Mercoledì 29 settembre Panorama nel servizio di copertina sull'inchiesta per traffico di influenze nei confronti di Luca Di Donna, «l'uomo che inguaia Conte», ha anticipato che l'avvocato vicino all'ex premier aveva «una rubrica con contatti di altissimo livello, anche nel mondo dell'intelligence». Per esempio il legale amico di Conte era certamente in rapporti con il capo di gabinetto dell'Aise Enrico Tedeschi, generale della Finanza, entrato nel vecchio Sismi nel 2002 al seguito dell'allora direttore Niccolò Pollari. E a Forte Braschi è considerato l'ultimo pollariano rimasto, dopo il pensionamento di Marco Mancini, suo vecchio amico, mandato in pensione dopo (cronologicamente parlando) le polemiche sul suo incontro con Matteo Renzi in un autogrill. Tedeschi, 56 anni, era considerato vicino anche al vecchio capo del Dis Gennaro Vecchione, molto legato all'ex premier Conte. Al generale è attribuita la frequentazione di Gianni Letta, avezzanese come lui, di Massimo D'Alema (Pollari e i pollariani erano noti frequentatori dell'inner circle dell'ex premier pugliese) e dell'imprenditore Giancarlo Elia Valori. Come capo di gabinetto, in piena pandemia, era autorizzato a cercare mascherine (anche perché il capo di gabinetto ha anche compiti logistici), ma non a rivolgersi a Di Donna per reperirle. Il 5 maggio 2020 il legale indagato convoca nello studio Alpa l'imprenditore perugino Giovanni Buini che ha già fornito alla struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri un milione di mascherine e che è stato convinto ad affidare a Di Donna una consulenza per ottenere ulteriori commesse. Quel giorno nell'ufficio ci sono anche Tedeschi e un altro 007. Il capo di gabinetto si presenta nello studio Alpa in un periodo di interregno: proprio in quei giorni il direttore dell'Aise Luciano Carta stava lasciando l'incarico e stava passando il testimone a Giovanni Caravelli che viene nominato il 13 maggio. Fonti della Verità assicurano che in quel periodo Tedeschi era a caccia di sponsor per la nomina a vicedirettore. Ma Buini anziché rimanere colpito dalla presenza degli uomini dei servizi segreti all'incontro, si spaventa e il 7 maggio invia una pec per disdire l'accordo con Di Donna e con il collega Gianluca Esposito. L'11 maggio riceve una mail dalla struttura commissariale che gli comunica il mancato perfezionamento del contratto per ulteriori forniture. Da quel momento perde ogni commessa. Il 26 dicembre 2020 Buini riferisce tutto alla Procura di Roma e il 30 dicembre Tedeschi viene convocato per rendere la sua versione. Ma qual è stato il ruolo dei servizi nell'approvvigionamento di mascherine e negli affari dei faccendieri che hanno ruotato intorno a quelle forniture? Conte all'epoca ha la delega ai nostri 007 e il 7 maggio 2020, il giorno in cui Buini annulla l'accordo con Di Donna, Mario Benotti, un altro personaggio accusato di traffico di influenze per un appalto da 1,2 miliardi di euro di mascherine, incontra il commissario Domenico Arcuri. Secondo Benotti, Arcuri lo avrebbe incontrato per spiegargli la necessità di interrompere i rapporti con lui perché «c'era una difficoltà, a Palazzo Chigi lo avevano informato che c'era un'indagine su tutta questa situazione, forse dei servizi []». Di nuovo gli 007. Si tratta di una coincidenza? Non è facile crederlo.

Fabio Amendolara per “La Verità” il 7 ottobre 2021. Prima lo screening per individuare le aziende con cui puntare ai bandi, poi i primi contatti per illustrare gli obiettivi, ovvero intercettare finanziamenti pubblici a gogo, e, infine, il contratto con tanto di royalty. «Una percentuale pari al 5 per cento dell'importo complessivo delle operazioni». I magistrati della Procura di Roma ritengono che andasse ai due big del settore: gli avvocati Luca Di Donna e Gianluca Maria Carmelo Esposito. Una bozza di contratto l'ha esibita davanti ai carabinieri l'imprenditore calabrese Francesco Alcaro, classe 1985, titolare della società informatica Jarvit srl. Di Donna ed Esposito, il Gatto e la Volpe di questa storia, l'avrebbero agganciato per proporgli la realizzazione del Polo strategico per la salute in Calabria. Ovviamente il progetto era finanziato con fondi pubblici. «Noi avevamo la tecnologia di base», ha spiegato Alcaro alla Verità, «e siccome la nostra azienda non si occupa della parte burocratico-legale, né dei processi per richiedere finanziamenti o roba del genere, perché facciamo tecnologia e software, per raggiungere l'obiettivo ci fu proposta una partnership». La finalità, quindi, era quella di proporsi per la messa in opera del Polo strategico per la salute, che in tempi di Covid deve essere uno di quei progetti sui quali le Regioni sono pronte a puntare un po' di soldi. Ma il Gatto e la Volpe come sono arrivati alla Jarvit di Alcaro? «Noi ci occupiamo anche di sistemi industriali, suppongo che le ricerche le avranno fatte su questo. Penso che non eravamo soltanto noi i potenziali clienti-partner». L'imprenditore spiega così il metodo Di Donna. L'avvocato ha chiamato in azienda e deve aver pizzicato le corde giuste. «Ci ha cercati lui», racconta Alcaro, «l'avvocato si presentava bene, sembrava abbastanza importante». Le premesse c'erano tutte. «Ci ha spiegato che aveva a disposizione degli esperti, diceva di venire da una scuola importante e che aveva le risorse per strutturare tutta la documentazione utile», afferma Alcaro. E aggiunge: «Però per me questi non sono dei dettagli che potessero far pensare a qualcosa di illecito». Anche perché Di Donna, ex socio di Giuseppe Conte, era diventato perfino consulente della commissione antimafia, paradosso, per le valutazioni sulle attività criminali in tempi di Covid. Ma qualche sospetto all'imprenditore deve essere venuto, visto che a un certo punto la Jarvit ha chiesto di annullare il contratto. «Il progetto alla fine non si è fatto», spiega l'imprenditore, «e non abbiamo usufruito dei servizi che ci erano stati proposti dagli avvocati, perché era un contratto per il raggiungimento di obiettivi. E non abbiamo mai realizzato nulla. Questi progetti sono così, non si possono fare con un mero business plan». A quel punto alla Jarvil è suonato un campanello d'allarme. «Non c'era alcuna parte attiva», afferma l'imprenditore. In pratica, la Jarvit deve essere servita come specchietto per le allodole. O, almeno, deve essere ciò che ha sospettato Alcaro: «Il contratto era un mero pezzo di carta, perché non c'era un'organizzazione. I nostri progetti sono molto strutturati. Quando partono si avvia contestualmente un processo». In questo caso tutto sembrava concentrarsi invece su requisiti e scartoffie. E, così, alla Jarvit decisero di troncare con i due avvocati. «Dopo esserci consultati con il nostro legale abbiamo deciso di chiedere che il contratto venisse rescisso». Coincidenza: il tutto avviene qualche mese prima della convocazione dei carabinieri. «Il contratto era limitativo, c'erano clausole vessatorie», spiega ancora Alcaro, «e allora abbiamo preferito disdire e tutelare la nostra azienda». A quel punto, per gli investigatori che stavano lavorando sul metodo Di Donna, Alcaro si è trasformato in un importante testimone. Soprattutto perché sul contratto era segnata quella percentuale del 5 per cento che avrebbero incassato Di Donna & C., «inseriti di fatto», sostiene l'accusa, «all'interno della struttura di comando gerente gli affidamenti per l'emergenza Covid e la loro concreta possibilità di garantire ai privati affidamenti diretti e forniture dietro riconoscimento di compensi per la loro attività di intermediazione». I loro tabulati telefonici, infatti, hanno evidenziato contatti che gli inquirenti definiscono «frequentissimi» tra l'avvocato Esposito e Domenico Arcuri, in quel momento commissario straordinario per l'emergenza. Ma anche con alcuni dei componenti di Invitalia che sono entrati a far parte della struttura commissariale. E infatti è emerso che nel mese di giugno 2020 il commissario straordinario ha affidato con procedura negoziata e senza pubblicazione del bando una prima fornitura di 100.000 test molecolari per il Covid alla società Adaltis, per un importo di almeno 800.000 euro. Dai tabulati sono subito emersi i contatti tra i rappresentanti e i consulenti della Adaltis con gli avvocati della cricca. L'esame delle celle telefoniche, poi, ha permesso di riscontrare che il 14 maggio, data considerata centrale per l'affidamento, Marco Spadaccioli della Altis e gli avvocati Luca Di Donna, Valerio De Luca e Gianluca Esposito, hanno agganciato ponti ripetitori «che servono la zona in cui è ubicato lo studio di Esposito» a Roma. Il contratto con la Altis sarebbe stato firmato il giorno seguente, proprio nello studio di Esposito, «il quale», scrivono i pm, «poi effettivamente riceverà, per il tramite del collega Di Donna, parte delle rimesse conseguenti all'assegnazione delle commesse». In quel periodo Esposito e Di Donna hanno intrattenuto diverse comunicazioni con esponenti della struttura commissariale. E anche con Arcuri, 14 maggio compreso, giorno dell'incontro tra gli avvocati e la Adaltis. Gli inquirenti ritengono «di elevato interesse i contatti», perché partono dal 5 maggio, ovvero poco prima dell'avvio di richiesta d'offerta per la Adaltis, e terminano il 15 maggio, proprio il giorno successivo all'incontro nello studio di Esposito. Le ulteriori fonti di prova? Il 27 giugno Di Donna manda una fattura alla Adaltis per 65.000 euro. Ma le commesse per Adaltis non sono finite. Ce n'è un'altra di dicembre 2020. La somma: 1.387.000 euro, sempre per i test molecolari. La struttura commissariale, a quel punto gestita dal generale Francesco Figliuolo, suo malgrado, ha saldato nel maggio scorso, in due tranche. Anche in questo caso, annotano i carabinieri, si svolge un incontro nello studio di Esposito. Il 26 maggio, quindi, parte il bonifico dalla Adaltis: 90.178 euro in favore di Di Donna che, a sua volta, bonifica a Esposito 38.064 euro. «Immediatamente dopo gli affidamenti», evidenziano i pm, «Di Donna, Esposito e De Luca hanno ricevuto dalla Adaltis bonifici che non trovano allo stato lecita spiegazione: l'interessamento e l'offerta dei propri servizi e delle proprie entrature per l'affidamento da parte del Commissario per l'emergenza Covid non si giustifica lecitamente, atteso che, anche in ragione della natura e della rapida tempistica delle procedure, non si ravvisa alcuna necessità di consulenze offerte dai legali». Gli avvocati, insomma, erano, secondo l'accusa, «intermediari necessari».

GIACOMO AMADORI e François de Tonquédec per la Verità. il 10 ottobre 2021. Il 2 giugno 2018 a Palazzo Chigi ascende l'avvocato del popolo, al secolo Giuseppe Conte. Nella Città eterna per molti quell'avvocato amministrativista è un perfetto sconosciuto, ma non per Luca Di Donna, che del neopremier è stato collega nel prestigioso studio del professor Guido Alpa. Il giovane legale in carriera può vantare anche un legame personale con il primo ministro e non solo professionale. Tanto che quando Conte assurge al soglio di capo del governo, lui prende lo smartphone e digita un messaggio che diventa il suo piedistallo: «Abbiamo un amico presidente del Consiglio». Amen. Pochi, ma definitivi caratteri che vengono inviati ad alcuni fidati clienti che velocemente spargono la voce. E a Roma tutti iniziano a rivolgersi al presunto nuovo Mazarino per sbrogliare matasse particolarmente intricate, soprattutto se riguardano i rapporti con la pubblica amministrazione. Dal 2018 sono in tanti ad affidarsi a Di Donna, considerato una specie di passe-partout per risolvere le grane con il mondo grillino e oggi indagato dalla Procura di Roma per associazione per delinquere finalizzata al traffico di influenze. Una storia esemplare del metodo Di Donna riguarda un cronico contenzioso tra il Comune di Roma, guidato dalla sindaca Virginia Raggi, e una società immobiliare, la Fregenetta Srl, le cui quote appartengono, attraverso una controllante, all'avvocato Benedetta De Paola. È il 28 ottobre del 2016, quando l'assessore al patrimonio del XIII Municipio, Alessio Di Ganci, invia all'assessore al bilancio del Campidoglio, Andrea Mazzillo, una missiva in cui denuncia «l'affitto spropositato (3 milioni di euro a fronte di un canone di mercato inferiore alla metà)» che il Comune versa «nelle casse di una società privata (Fregenetta Srl) che fornisce l'edificio scolastico "Boccea 590"». All'omonimo indirizzo ha sede un istituto comprensivo e il Comune di Roma ha in affitto dal 2010 la struttura di 8.000 metri quadrati che lo ospita, con un contratto della durata di 6 anni, rinnovabili tacitamente. Nella lettera Di Ganci denuncia anche la mancanza di «alcuni certificati obbligatori» relativi all'antincendio, alla conformità dell'impianto elettrico e all'agibilità dei locali. Dal gennaio 2018 inizia a interessarsi della pratica l'assessora al patrimonio, Rosalba Castiglione. La quale, nei mesi successivi, inizia un fitto scambio epistolare con gli uffici del dipartimento per riuscire a «ovviare all'esosità del canone pagato» e per acquisire i certificati mancanti. Ma non trova la soluzione. E così il 30 aprile 2018 viene depositato un esposto in Procura e il 26 luglio il Comune invia formale disdetta della locazione in scadenza il 30 giugno 2020. A questo punto la società Fregenetta si affida allo studio Alpa per provare a risolvere la faccenda. Il dossier viene affidato a Di Donna, il quale in quelle settimane aveva avvertito il suo circuito che c'era «un amico presidente del Consiglio». Ma per l'amministratore unico della Fregenetta, Stefano Proietti, Di Donna si sarebbe «rivelato niente di che, tutte chiacchiere e basta». Ci ha anche detto che era stato «un buco nell'acqua» e ha definito il legale «un personaggio un po' particolare». Sarà. Ma un risultato alla fine lo ha portato a casa. Il 18 dicembre 2018 la Raggi si interessa in prima persona alla vicenda e in particolare, come scrive alla sua assessora, «alla delicata questione discendente dall'avvenuto recesso dal contratto di locazione» della scuola di via Boccea. La sindaca invita l'assessora, in perfetto burocratese, «ad assumere ogni opportuna iniziativa volta a garantire che le interlocuzioni di competenza inerenti la rinegoziazione del rapporto contrattuale con la proprietà immobiliare, da definirsi con la massima urgenza e priorità, possano addivenire a una soluzione entro il termine del 31 dicembre» così da «scongiurare ogni eventuale ricaduta, anche solo potenziale, sulla regolare continuità delle attività scolastiche». Un messaggio inequivocabile: ciò che conta è avere un posto dove mettere gli studenti. Anche a costo di sprecare 1,5 milioni di euro. La Castiglione, il 20 dicembre, non arretra e fa sapere che a novembre il Dipartimento del patrimonio e delle politiche abitative ha approvato un avviso pubblico per il reperimento di immobili da destinare alle scuole. Solo in caso di assenza di offerte andrebbe presa in considerazione la «rinegoziazione del contratto». Anche perché, informa l'assessore, il 30 aprile 2018 «si è provveduto a depositare un esposto» in Procura. In realtà per Proietti la disdetta era una specie di bluff per provare a rinegoziare il contratto, un tentativo, poi miseramente fallito. Infatti il Comune non avrebbe avuto una struttura alternativa dove collocare i mille studenti del plesso, mentre la Fregenetta aveva già trovato un altro affittuario, «una scuola internazionale». A sbloccare l'impasse sarebbe stata una riunione con i rappresentanti del Comune, a cui avrebbero partecipato sia Proietti che Di Donna. L'avvocato avrebbe fatto la parte del poliziotto cattivo: «Disse: "Guardate, il dottor Proietti vi dà un mese di tempo, 40 giorni per liberare l'immobile sennò suono la campanella, tutti fuori"». E avrebbe minacciato di fare una causa da 40 milioni di euro pari al valore dell'edificio. A quel punto, gongola Proietti, «c'è stata la revoca immediata della disdetta, dopo tre ore». La parcella di Di Donna sarebbe costata «qualche decina di migliaia di euro». A questo punto chiediamo all'amministratore se l'avvocato indagato avesse speso anche con lui la carta della possibile influenza sulla Raggi. Risposta: «Senta, non è che gli ho dato tanto peso». Più un nì che un no. Non è chiaro se questa riunione sia avvenuta prima o dopo la seconda lettera della Raggi, la quale il 27 dicembre 2018 ha posto alla sua assessora un aut aut: «Ti chiedo di fornirmi rassicurazioni circa la prosecuzione delle attività scolastiche sino alla fine dell'anno 2018/2019, nonché di informarmi sulle attività e sulle determinazioni che si intendono intraprendere in previsione dell'anno scolastico 2019/2020». Con una chiosa sibillina che invitava a tener «conto di quanto stabilito al comma 3 dell'articolo 3 del medesimo contratto». Evidentemente la sindaca aveva compulsato l'accordo o qualcuno lo aveva fatto per lei, lasciandole presagire rischiose e onerose cause. Fatto sta che ancora oggi il Comune continua a pagare l'esoso affitto che, a quanto ci risulta, non solo non è stato disdetto, ma neppure rinegoziato. 

Giacomo Amadori Fabio Amendolara per la Verità il 10 ottobre 2021. Che il festino a casa di Luca Morisi fosse finito in una sorta di ricatto era ormai chiaro. Ma ora una dichiarazione del procuratore capo di Verona Angela Barbaglio dà anche un peso giudiziario alla vicenda: «Indaghiamo per verificare eventuali ricatti che possa aver subito Luca Morisi», ha detto il magistrato al Messaggero. La toga ha spiegato anche che «diversi giornali hanno ipotizzato un simile scenario» e che per questo motivo «non possiamo non appurare se simili condotte ci siano state». Se ci siano già state iscrizioni nel registro degli indagati per reati più gravi della presunta cessione di droga non è confermato. Ma fonti vicine alla Procura parlano di una possibile richiesta di archiviazione da parte dei pm per quanto concerne Morisi. Barbaglio, però, specifica che «a oggi non è stata presa ancora nessuna decisione in merito». Il 14 agosto Petre Rupa, ventenne rumeno, ha contattato i carabinieri per denunciare «un furto» (il mancato pagamento da parte di Morisi di una parte della cifra a suo dire pattuita) mentre ai giornali aveva raccontato una panzana, l'ennesima di questa storia, e cioè che avrebbe contattato l'Arma, anziché il 118, poiché si era sentito male a causa della droga. Lui e il collega David Solomon Dumitru avrebbero raccontato di aver ricevuto da Morisi il Ghb che i carabinieri hanno trovato nello zaino di Petre. Una bugia che ha portato all'incriminazione di Morisi per cessione di stupefacente, accusa poi cavalcata dai giornali, nonostante fosse chiaramente smentita dalla chat tra Morisi e Alexander, pubblicata ovviamente a tornata elettorale conclusa. Ma adesso l'accusa nei confronti dello spin doctor della comunicazione leghista sta per essere archiviata e da indagato potrebbe diventare parte offesa. Anche perché il consumo di cocaina, chiunque l'abbia acquistata, viene considerata dalla Procura un consumo di gruppo e non come una cessione (vietata) di Morisi ai suoi estemporanei compagni di bisboccia. Per più di una settimana i giornali italiani hanno nascosto la vera storia degli escort che hanno passato la vigilia di Ferragosto con Morisi. Ma anche dopo c'è chi gli ha concesso di sproloquiare e di fare le vittime. In realtà, come ha scritto La Verità lunedì scorso, c'erano da tempo gli elementi per poter ipotizzare il reato di estorsione. Dopo il caso dell'hotel Metropol e del sottosegretario Armando Siri un'altra bomba mediatica si è sgonfiata nelle mani dei cronisti embedded, salvo lasciare sul campo i soliti feriti. Ma David Solomon Dumitru, 25 anni, e Petre Rupa, 20, sono davvero due vittime del sistema. Dumitru sulla Stampa ha potuto raccontare di essere stato costretto a fare l'escort dalla pandemia. «Lavoravo in un bar. È stata la pandemia a stravolgere la mia esistenza. Non avevo più soldi per vivere e nemmeno da mandare casa. Io mantengo tutta la mia famiglia», ha detto in lacrime. E ha aggiunto che da quando abbiamo pubblicato il suo nome sul giornale non chiama più nessun cliente e non ha neanche i soldi per fare la spesa. Perché lui questo «lavoro brutto e difficile» non lo fa per «comprarsi la roba di Louis Vuitton». Non ci voleva molto a verificare per i colleghi della Stampa che quello che loro stavano descrivendo come un ventunenne costretto a battere dalla pandemia, fosse in realtà un venticinquenne con una discreta esperienza nel settore. Per esempio noi abbiamo trovato dei suoi annunci risalenti al 2017, dove la sua foto sorridente con l'inconfondibile tatuaggio in mezzo al petto («la famiglia è per sempre») corredava questo annuncio: «Sono Alexander, bello, atletico, 20 Anni, versatile, dotato 20 cm e bel culo, perfetto x soddisfare le tue fantasie sessuali. Ricevo in un ambiente bello pulito e discreto. Offro qualità. Sono aperto e disponibile x qualsiasi servizio. Sono educato e simpatico, non dubitare e contattami». In bella mostra abbigliamento firmato e addominali scolpiti. Il cellulare collegato al post era quello che oggi usa come telefono privato, con tanto di foto profilo da padre amorevole con neonato. Nel 2016 usava lo stesso indirizzo Internet di Grinder un altro Alexander, ma in questo caso si tratta di un prostituto italiano. Per quanto riguarda Rupa, in arte Nicolas, abbiamo scoperto che uno dei numeri che utilizza per il lavoro era stato salvato da un cliente, come risulta nella banca dati di un sito che raccoglie rubriche di cellulari, come «Nicolas Rom». Essì, perché abbiamo scoperto anche questo, che pure l'origine etnica può essere spacciata per attirare clienti: su International escort si trova questo annuncio: «Bisessuale gigolo Rom per tutti». Sul sito fa sapere di essere poliglotta e di parlare spagnolo, castigliano, italiano e russo. A Milano qualcuno dice che anche Alexander sia di origine Rom e che occorra cercarlo in uno dei campi nomadi della città. All'indirizzo di residenza nessuno lo conosce. Il giovanotto non ha precedenti specifici, ma solo uno per guida senza patente. Venne fermato da una volante di Padova il mese prima di compiere il dicottesimo anno d'età. Nicolas, pure lui muscolosissimo, non deve essere quel ragazzino fragile che ha raccontato di essere ai cronisti e nel 2019 è stato persino segnalato per lesioni a Villa Literno, in provincia di Caserta. Nel marzo del 2020, in pieno lockdown è stato segnalato insieme con Nicolas dai carabinieri a Roma per inosservanza delle misure anti Covid. I due infatti nella Capitale si offrivano in coppia in zona San Giovanni e San Lorenzo. Qui, in via dei Volsci, piena zona universitaria, Nicolas risulta residente in un anonimo condominio popolare. Al suo interno ci sono 5 scale. Per salire al secondo piano dove si trova l'appartamento del ragazzo, bisogna attraversare il cortile interno. In fondo a un corridoio piuttosto buio si trova il portoncino marrone scuro dell'appartamento. Sul campanello c'è un nome di donna. Suoniamo e non risponde nessuno. Ormai i due escort sono diventati due fantasmi. In attesa che l'attenzione mediatica scemi e i clienti tornino a bussare alla loro porta.

Antonio Atte per Adnkronos il 7 ottobre 2021. Secondo quanto apprende l'Adnkronos si va verso l'autosospensione di Luca Di Donna da consulente della Commissione parlamentare antimafia. L'avvocato e professore universitario, già collega di studio dell'ex premier Giuseppe Conte, è indagato con altre persone per associazione a delinquere finalizzata al traffico di influenze illecite: lo scopo, secondo l'accusa, sarebbe stato quello di ottenere appalti e forniture presso Invitalia, il Mise e la struttura commissariale per l'emergenza Covid. L'anno scorso Di Donna è stato nominato come consulente della Commissione antimafia nell'ambito della "Relazione sulla prevenzione e la repressione delle attività predatorie della criminalità organizzata durante l'emergenza sanitaria", documento approvato dalla Commissione nella seduta del 22 giugno 2021 e nel quale il nome di Di Donna compare tra i ringraziamenti. "Il nome di Di Donna? L'ho proposto io, è stato proposto insieme ad altre due o tre persone nella stessa seduta. Poi l'ufficio di presidenza ha fatto le sue valutazioni e l'hanno proclamato", spiega all'Adnkronos il deputato del Pd Paolo Lattanzio, ex M5S, coordinatore Comitato "Prevenzione e repressione delle attività predatorie della criminalità organizzata durante l'emergenza sanitaria". Perché è stato scelto Di Donna? "E' stata una proposta fatta sulla base del curriculum. Ho visto dei Cv utili al lavoro che avevo in mente di fare. Quindi ho proposto lui, Pierpaolo Romani e un operatore anti-camorra di Napoli. Da quanto tempo conoscevo Di Donna? Non lo conoscevo di persona, semplicemente è uno dei top come docenti universitari su questi temi, ha un curriculum da paura, quindi è stato uno dei nomi che abbiamo fatto". Il nome dell'avvocato è stato suggerito da ambienti 5 Stelle? "No, non mi è stato suggerito dai 5 Stelle", risponde Lattanzio, che ha fatto parte del gruppo parlamentare M5S fino al 7 agosto 2020. A quando risale l'indicazione di Di Donna? "Non ricordo esattamente, il Comitato ha iniziato a lavorare nell'estate del 2020". Il legale svolto il suo incarico a titolo gratuito? "La maggior parte dei consulenti è a titolo gratuito. Avrà partecipato tre o quattro volte ai lavori". Che tipo di contributo ha dato alla relazione finale? "La relazione è lavoro mio e dei parlamentari. I consulenti partecipano e ad hoc vengono interpellati". L'Adnkronos ha contattato anche Nicola Morra, presidente della Commissione antimafia ed ex esponente del Movimento 5 Stelle: "Di Donna? Ha partecipato soltanto a pochissime riunioni, credo due, di quel Comitato e ci è stato assicurato dal coordinatore che non ha concorso minimamente alla stesura di quel documento". Nelle prossime ore è attesa l'autosospensione di Di Donna come consulente: "Mi aspetterei proprio di sì", chiosa Lattanzio. Ieri il leader pentastellato Giuseppe Conte è intervenuto nuovamente sul tema, ribadendo di non avere contatti con Di Donna da molto tempo: "Non provo alcun imbarazzo per l'inchiesta sull'avvocato Di Donna. Ribadisco quanto detto già: da quando sono stato presidente del Consiglio non ho avuto modo di incontrarlo e non so nulla delle sue attività professionali, quindi sono assolutamente all'oscuro di eventuali fatti che sono oggetto di inchiesta".

Così Di Donna & Co. facevano da tramite per arrivare ad Arcuri. Lodovica Bulian l'11 Ottobre 2021 su Il Giornale. Un imprenditore che mediò: "Esposito mi disse che conosceva il commissario". Centrale nell'inchiesta della Procura di Roma sull'associazione per delinquere finalizzata al traffico di influenze illecite che coinvolge l'avvocato Luca Di Donna, considerato in passato molto vicino all'ex premier Giuseppe Conte, è stata la testimonianza di un imprenditore umbro, il 35enne Giovanni Buini. Dopo che nell'aprile del 2020, con la sua azienda, aveva fornito mascherine alla struttura commissariale, avrebbe avuto in ballo un'altra trattativa per una fornitura molto più ampia. È a questo punto che sarebbe entrato in contatto con Di Donna - legale dello studio di Guido Alpa, vero mentore dell'ex premier - e con l'altro avvocato indagato, Gianluca Esposito, ex direttore del ministero dello Sviluppo economico. I due gli avevano proposto un contratto di consulenza, secondo i pm, «per il riconoscimento in loro favore di somme di denaro in percentuale sull'importo degli affidamenti che avrebbero ottenuto dalla struttura commissariale; i due non avevano mancato di rimarcare la vicinanza del Di Donna con ambienti istituzionali governativi». Contratto annullato via pec dallo stesso Buini dopo averlo firmato. Poco dopo la struttura commissariale a sua volta avrebbe interrotto ogni dialogo con l'imprenditore su eventuali ulteriori commesse. Ma come è entrato in contatto Buini con gli avvocati Esposito e Di Donna? Tramite «l'amico» Mattia Fella, non coinvolto nell'indagine. Imprenditore nel settore viaggi, finito nel lontano 2008 dentro un'inchiesta su presunti finanziamenti illeciti all'allora ministro dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, e poi archiviato. «Io conoscevo l'avvocato Gianluca Esposito - risponde raggiunto al telefono - Di Donna non l'ho mai conosciuto né incontrato. In quel periodo non ero in Italia. Sono amico di Buini, all'epoca mi aveva detto che aveva disponibilità di mascherine e mi chiedeva se conoscevo qualcuno per poter fornire questi dispositivi alla struttura commissariale. Lo misi in contatto con Esposito perché pensavo che siccome era stato direttore generale del ministero dello Sviluppo economico potesse avere contatti con la struttura commissariale», guidata allora dall'ex commissario Domenico Arcuri. Insomma, una sorta di facilitatore in un momento di emergenza «per essere utile al Paese. Poi so che si sono incontrati - continua - e Buini mi riferì che gli fu presentato questo Di Donna. Per me dovevano semplicemente fornire un contatto, una mail, qualcuno con cui rapportarsi alla struttura del commissario, invece gli fu proposto un contratto consulenza. Io consigliai immediatamente di mandare una pec e annullarlo. Mi sembrava una cosa anomala». Sapeva se Esposito conoscesse Arcuri? «Esposito - risponde Fella - mi disse di sì, che aveva avuto contatti con Arcuri, che lo conosceva, non so se dai tempi in cui era stato direttore al ministero dello Sviluppo economico, ma mi disse di sì. Io però di questo Di Donna non sapevo niente». È molto amico di Esposito? «No, è persona che avevo conosciuto tanto tempo fa quando eravamo soci nello stesso circolo Roma. Dopo questa vicenda di Buini sono rimasto molto male, non l'ho più sentito». Secondo l'accusa, sarebbero state proprio le relazioni personali di Esposito e Di Donna il mezzo con cui poter ottenere compensi da aziende private in cambio di intermediazioni considerate «illecite» dai pm, proprio «sfruttando e mettendo a disposizione reciproca le relazioni di ciascuno di loro con soggetti incardinati ai vertici di istituzioni pubbliche e strutture appaltanti». A un secondo incontro, nello studio legale di Guido Alpa, oltre a Buini e Di Donna, ci sarebbe stato anche Enrico Tedeschi, capo di gabinetto dell'Aise, il servizio segreto per la sicurezza esterna. «Da quello che mi ha detto Buini - ricorda Fella - sembrava che fosse lì per un incontro precedente e non per parlare di commesse». Lodovica Bulian

Gli incontri con lo 007. I pm ora vogliono capire se Conte era informato. Luca Fazzo l’8 Ottobre 2021 su Il Giornale. I fari sul ruolo di Tedeschi con Di Donna negli uffici del mentore dell'allora premier. Un incontro che era una sorta di trappola per topi, due faccendieri intorno a un imprenditore da spolpare in cambio del via libera ai grandi appalti di Stato nei mesi più terribili del Covid. A quell'incontro, una presenza anomala: un uomo chiave dei nostri servizi segreti, il capo di gabinetto dell'intelligence interna. L'alto funzionario ha dato la sua spiegazione ai pm romani che indagano sugli altri protagonisti dell'incontro, gli avvocati Luca Di Donna e Gianluca Esposito, accusati di associazione a delinquere finalizzata al traffico di influenze. La credibilità della versione fornita dallo 007, a quanto si è appreso, è «in corso di valutazione». Ma è indubbio che la presenza dell'uomo a quel tavolo fosse del tutto irrituale. E che riaccenda bruscamente l'attenzione su un tema mai del tutto sopito, ovvero l'intreccio di rapporti che all'epoca dei governi Conte 1 e Conte 2 legava il premier ai nostri servizi segreti: di cui, caso senza precedenti, aveva tenuto per sé il controllo diretto. L'alto papavero dell'Aise che partecipa a quell'incontro si chiama Enrico Tedeschi, ed è un veterano delle nostre barbe finte. Proviene dalla Guardia di finanza ma la sua carriera l'ha fatta tutta dentro il Sismi, di cui fa parte da venticinque anni. Lo raccontano come un uomo più da ufficio che da teatro operativo, ma preparato, serio, perbene. Per fare il salto di qualità, però, Tedeschi ha dovuto aspettare che al vertice del servizio salissero prima Alberto Manenti e poi Luciano Carta. È Manenti - nominato direttore da Matteo Renzi nel 2014 - a promuovere Tedeschi caporeparto. Ed è il successore Luciano Carta - designato da Giuseppe Conte - a fare di lui il capo di gabinetto. Una figura fondamentale negli equilibri interni del servizio: nomine che, tradizionalmente, il direttore dell'agenzia sottopone al beneplacito del presidente del Consiglio o del suo delegato all'intelligence: figure che nel novembre 2018 coincidono nella stessa persona, il premier Conte. Di fatto, il 5 maggio 2020 l'imprenditore Giovanni Buini, ansioso di piazzare le sue mascherine all'Alto commissariato, si trova davanti il braccio destro di Conte, cioè Di Donna; uno 007 nominato da Conte, cioè Tedeschi; e il tutto avviene nello studio del professor Guido Alpa, il mentore di Conte. Possibile che di tutto questo Conte fosse all'oscuro? È a questa domanda che stanno cercando risposta i pm romani quando ipotizzano - come si legge nel decreto di perquisizione - «il trasferimento del fulcro decisionale dalla pubblica amministrazione a un centro occulto». Di questo «centro occulto» chi fa parte, oltre a Di Donna e Esposito? Nel suo verbale di interrogatorio davanti ai pm romani, lo 007 Tedeschi potrebbe avere spiegato che la sua presenza era solo finalizzata all'acquisizione di mascherine. Lo stesso varrebbe per un altro generale dell'esercito presente all'incontro. Ma se le necessità dell'esercito sono comprensibili, che bisogno avevano i servizi segreti di centinaia di migliaia di dispositivi anti-Covid? Senza contare che la centrale di spesa per queste esigenze è collocata presso il Dis, l'organismo di coordinamento delle due agenzie di spionaggio. Un pasticcio, insomma, che alimenta l'impressione che dentro l'emergenza Covid si siano mossi affari e manovre cui i servizi segreti non sono rimasti estranei. Basta ricordare quanto testimonia Mario Benotti, l'ex giornalista arricchitosi con la fornitura di mascherine cinesi al commissario Domenico Arcuri. Il 7 maggio 2020 (due giorni dopo, si noti, l'incontro tra Di Donna, Esposito, Tedeschi e l'imprenditore Buini) Arcuri, che di Benotti è amico di lunga data, lo avvisa che da Palazzo Chigi gli è stato comunicato che i servizi segreti stanno indagando sui suoi rapporti con i fornitori cinesi: e interrompe i rapporti. Domanda: perché i «servizi» misero all'erta Conte proprio quando l'uscita di scena di Benotti avrebbe potuto spianare la strada alla cordata sponsorizzata da Di Donna?

Luca Fazzo (Milano, 1959) si occupa di cronaca giudiziaria dalla fine degli anni Ottanta. È al Giornale dal 2007. Su Twitter è Fazzus.

Lodovica Bulian per "il Giornale" il 7 ottobre 2021. «In passato lo frequentavo, ma da quando sono diventato premier non l'ho frequentato più. Non so nulla della sua successiva attività professionale». Dopo l'arrivo a Palazzo Chigi Giuseppe Conte dice di non aver avuto più alcun rapporto con l'amico avvocato Luca Di Donna, oggi indagato con altre 12 persone dalla Procura di Roma per associazione a delinquere finalizzata al traffico di influenze illecite. Di certo però dopo l'ascesa del premier - con cui Di Donna condivide lo stretto legame con Guido Alpa, vero mentore di Conte - le «parcelle» del 42enne avvocato d'affari della Capitale sono state consistenti. Secondo i pm con gli avvocati Giancarlo Esposito e Valerio De Luca, avrebbe sfruttato «relazioni con soggetti incardinati ai vertici di istituzioni pubbliche e strutture appaltanti» proponendosi ad aziende private come il passepartout necessario per poter accedere agli affari con lo Stato, dalla struttura dell'ex commissario Domenico Arcuri, a Invitalia, fino al ministero dello Sviluppo economico. Fin qui l'inchiesta. Ma per capire quanto Di Donna sarebbe stato addentro i palazzi del potere, oggi fonti qualificate ricordano che il suo nome sarebbe arrivato fino in Parlamento, nei giorni cruciali della crisi di governo del Conte 2, quando la caccia a possibili responsabili per salvare l'esecutivo dell'avvocato del popolo era febbrile: «Arrivavano chiamate da qualsiasi mondo». E almeno due senatori si sarebbero trovati dall'altro capo del telefono degli intermediari in cerca di «costruttori», che avrebbero dichiarato di agire proprio per conto di Di Donna. Uno dei due, Antonio Saccone, Udc, oggi conferma al Giornale: «Non mi ha chiamato direttamente ma attraverso dei miei amici, che a suo nome (quello di Di Donna, ndr), mi hanno chiesto di dare una mano a Conte». Nell'aprile del 2019 Conte e Di Donna si trovavano entrambi in Cina, il primo a Pechino per celebrare l'intesa Italia-Cina sulla Belt and Road Initiative, la nuova via della Seta tanto cara al M5s, il secondo a Wuan, per l'inaugurazione dell'Istituto Italo-Cinese con l'Università Sapienza, per cui l'avvocato, che è anche professore di Diritto privato europeo nello stesso ateneo, era titolare della cattedra. Conte ha smentito seccamente ricostruzioni secondo cui Di Donna avrebbe collaborato alla stesura del nuovo Statuto del M5s, e che sarebbe stato tra i nomi individuati per la scuola di formazione politica del Movimento. L'ex premier, così come Arcuri, sono estranei all'inchiesta. In una delle intercettazioni citate nel decreto di perquisizione, gli interlocutori spiegano però che «Di Donna ha acquisito potere e ha potuto condurre gli interventi che hanno portato un arricchimento economico per tutti i sodali, dopo che una terza persona si è affermata (s'intende verosimilmente sotto il profilo politico). Da quel momento le porte della Pubblica amministrazione si sono aperte per loro, e le hanno sfruttate a pieno». Gli intercettati parlano di Di Donna come di un nome in grado di aprire le porte agli affari con la pa, secondo l'accusa. Dagli appalti Covid a progetti di investimento finanziati dallo Stato. Uno degli obiettivi sarebbe stato far ottenere all'azienda Adaltis commesse per la fornitura di test molecolari dalla struttura di Arcuri. Nel giugno 2020 la Adaltis sigla un contratto per 800mila euro di pezzi, che si sarebbe però definito il 14 maggio: e tra il 5 e il 15 maggio, annotano gli inquirenti, risultano contatti diretti tra Di Donna e Arcuri. A dicembre la stessa azienda ha ottenuto un'altra fornitura da 2,5 milioni di euro. Non solo appalti Covid, per cui ora da Italia Viva Ettore Rosato chiede una commissione d'inchiesta sulle forniture. Un altro imprenditore, titolare di una società informatica, sarebbe stato contattato da Di Donna ed Esposito per un progetto, finanziato con soldi pubblici, in Calabria in cambio di una percentuale pari al 5%.

PAOLO FERRARI per Libero Quotidiano il 10 ottobre 2021. «Di Donna qui in avvocatura? Veniva sempre con Alpa e Conte. È stato portato da loro». A dirlo, in colloquio ieri con il Riformista, è l'avvocato Salvatore Sica, vice presidente della Scuola superiore dell'avvocatura italiana. Interpellato dal quotidiano di Piero Sansonetti sui rapporti fra Di Donna, Alpa e Conte, Sica ha affermato che i tre erano una cordata, anzi, "un sodalizio". «Di Donna - ha aggiunto Sica - era sempre al seguito di Conte e di Alpa». Un rapporto, dunque, consolidato e che non si sarebbe fermato alla sola condivisione dello studio professionale in piazza Cairoli a Roma, come dichiarato dall'ex premier Giuseppe Conte.

BEN INTRODOTTO Ma che Di Donna fosse ben introdotto nei vertici dell'avvocatura, nonostante la sua giovane età, risulta anche dal fatto che lo scorso gennaio venne nominato presidente della Commissione d'esame per l'abilitazione forense nel distretto della Corte d'Appello di Roma. Il decreto di nomina porta la data del 21 gennaio. Si tratta di uno degli ultimi atti del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, grillino e, soprattutto, grande sponsor di Conte. Il governo Conte due terminerà la sua esperienza cinque giorni più tardi, dopo settimane di fortissime tensioni. Matteo Renzi aveva, infatti, deciso di togliere la fiducia all'esecutivo guidato dall'avvocato del popolo. Ci furono, allora, tentativi frenetici di dar vita un Conte ter con l'aiuto dei cosiddetti "responsabili". E anche in quella occasione Di Donna giocò la sua partita, contattando diversi esponenti politici, ad esempio Antonio Saccone o Lorenzo Cesa, parlamentari dell'Udc. Il nome di Alpa, ex presidente del Consiglio nazionale forense e ordinario di diritto civile all'università La Sapienza di Roma, mentore di Di Donna e Conte, era stato fatto nei mesi dall'avvocato Piero Amara. In una testimonianza ai pubblici ministeri di Milano, Amara aveva dichiarato che l'ex vice presidente del Consiglio superiore della magistratura, Michele Vietti, gli chiese «di far guadagnare denaro ad avvocati e professionisti a lui vicini». Grazie ai buoni auspici di Amara, Conte ed Alpa ottennero incarichi dalla società Acqua Marcia spa di Roma. «L'importo che fu corrisposto da Acqua Marcia ad Alpa e Conte- precisò Amara - era di 400mila euro a Conte e di un milione dieuro ad Alpa».

LA PROVVIGIONE Di Donna è ora indagato dalla Procura della Capitale per associazione a delinquere finalizzata al traffico d'influenze. Giovanni Buini, titolare di una società produttrice di dispositivi di protezione, ha raccontato ai pm romani che Di Donna e l'avvocato Gianluca Esposito gli avevano chiesto di riconoscergli una provvigione per essere meglio introdotto con la struttura commissariale di Domenico Arcuri. Buini non aveva accolto l'invito ed aveva denunciato tutto ai carabinieri di Roma. All'incontro, come riportato ieri da Libero, era presente anche il generale della guardia di finanza Enrico Tedeschi, in servizio presso i Servizi segreti. Su questa vicenda, che sta agitando il mondo politico da giorni, ieri è tornato all'attacco anche l'ex premier e leader di Italia Viva Matteo Renzi, chiedendo l'istituzione di una commissione parlamentare d'inchiesta. «Penso ci siano troppe cose poco chiare sul passato, sui banchi a rotelle, sulle mascherine, sui ventilatori cinesi che non funzionavano. Mentre c'erano 126.000 italiani che morivano di Covid c'erano centinaia di milioni di euro che venivano intascati in stranissime commissioni. Su questa vicenda occorre andare fino in fondo e io al Senato continuerò a fare la mia battaglia affinché si faccia chiarezza», ha affermato il leader di Italia Viva nella sua consueta e-news settimanale, sottolineando che l'affaire Di Donna sarà peggio di «tangentopoli, vedrete. Ci tornerò pesantemente sopra nei prossimi giorni».

Il retroscena. Inchiesta su Di Donna, Conte trema: l’ex premier messo all’angolo, si scalda Di Maio. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 7 Ottobre 2021. L’indagine per associazione a delinquere nei confronti di Luca Di Donna allunga un’ombra pesantissima sull’ex premier Giuseppe Conte. L’ipotesi accusatoria riguarda supposte irregolarità dell’assegnazione di appalti e forniture da parte della Struttura commissariale per l’emergenza Covid, del Ministero dello Sviluppo economico e di Invitalia, l’agenzia nazionale per gli investimenti guidata dall’ex commissario Domenico Arcuri. Martedì, su incarico dei pm, la polizia giudiziaria ha perquisito studi e abitazioni degli indagati sequestrando alcuni documenti. «Il legale è stato collega di studio dell’ex premier Giuseppe Conte», sintetizzano gli avvocati romani che meglio lo hanno conosciuto. Però su questo essere colleghi di studio si fa melina, si fa filtrare che «poi gli studi sono stati separati, adesso sono due entità indipendenti». Noi siamo entrati nel palazzo di Piazza Cairoli, a Roma, per verificare: la medesima targa d’ottone, seppur per listelli, scolpisce e incornicia un sodalizio ineffabile tra Guido Alpa, Giuseppe Conte e Luca Di Donna. Quando telefoniamo per chiedere di Di Donna, è la stessa segretaria di Giuseppe Conte che risponde. Non c’è falla nella memoria di chi ripercorre a ritroso il tempo fino alla sera della nomina di Conte a Palazzo Chigi, quando Di Donna fece sapere ai contatti più fidati della sua rubrica di essere al settimo cielo. Ed è stato Di Donna a tessere l’ordito dei negoziati che da Mastella a Ciampolillo provarono a rimettere in piedi la maggioranza per un Conte Ter. Quantomeno, era anche Di Donna a telefonare agli interessati (ne avevamo dato conto sul Riformista, senza essere smentiti). La prossimità, la contiguità, la familiarità tra Di Donna e Conte non è mai stata messa in discussione, nel corso delle migliaia di articoli scritti in quest’ultimo anno da tutta la stampa. Ieri però si è aperto un caso nel caso. Luca Di Donna è indagato per associazione per delinquere finalizzata al traffico di influenze, ma non ha praticamente mai conosciuto Giuseppe Conte. Ne parlava sempre? Allora millantava. Non lo conosceva nella realtà. Ce lo spiega Il Fatto, con un interessante insider di Marco Lillo e Valeria Pacelli: nella descrizione che ci svelano i colleghi, Di Donna è «un avvocato che ha affittato lo studio legale che ospitò lo studio di Giuseppe Conte – di proprietà di una società terza e che i due non hanno mai condiviso». Incredibilmente, al Fatto sono riusciti scoprire che l’identità dell’avvocato Di Donna sarebbe quella di un brillante millantatore sconosciuto ad Alpa e a Conte. Il fatto che li si trovi insieme in centinaia di articoli, post sui social, persino fotografie, non deve dunque indurci in errore. «Si tratta di una indagine delicata, dato che i nomi dei pubblici ufficiali (Conte, ndr.) sono stati spesi a loro insaputa». Di Donna come Carneade, chi era costui? Niente affatto collaboratore di Giuseppe Conte, ma uno che ha speso il nome del leader del M5s – allora presidente del Consiglio – per facilitare, è l’accusa, un giro di commesse nell’ambito delle mascherine e di altri dispositivi di sicurezza sanitaria. E proprio nel momento di massima emergenza, quando la regìa in effetti era concentrata nelle mani di Giuseppe Conte e di Arcuri. Ettore Rosato, vice presidente della Camera, Iv, è furioso: «Vediamo come proseguono le indagini sull’ex socio di Conte, ma questo caso fa capire come sia urgente una commissione parlamentare d’inchiesta che faccia luce su come sono stati spesi i soldi degli italiani durante la pandemia». Una richiesta cui si associano diversi gruppi della maggioranza e che segna una ulteriore mina lungo il percorso di Giuseppe Conte. Ci mancava l’inchiesta per le mascherine cinesi. L’esito delle elezioni lo ha messo nell’angolo: erano in tanti ieri alla Camera a dire che è iniziato il “Conte down”. Nelle stesse ore, Carlo Calenda otteneva da Roberto Gualtieri la promessa che terrà i grillini fuori da qualunque maggioranza. Ultimi giorni, si dice, per il più breve regnante del Movimento. A fargli le scarpe si prepara, com’era nell’aria, Luigi Di Maio. Il ministro degli Esteri è volato a Parigi, ieri, per un lungo colloquio riservato con il segretario di Stato americano, Tony Blinken. Sempre così, alla vigilia delle investiture importanti.

Aldo Torchiaro. Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.

Morra revoca la consulenza concessa. Di Donna inguaia Conte: il ruolo dell’amico dell’ex premier tra consulenze all’Antimafia, appalti e "Responsabili". Aldo Torchiaro su Il Riformista l'8 Ottobre 2021. Il caso Conte-Di Donna si infittisce ogni ora che passa. Per le circostanze inquietanti che via via si stanno acclarando. Per l’entità degli affari su cui era richiesta una percentuale. Per le tante domande aperte, che più si moltiplicano e più rimbalzano contro un muro di gomma, a partire dalle discrepanze tra le ricostruzioni. Da una settimana la Procura di Roma sta coordinando una indagine per associazione a delinquere finalizzata al traffico di influenze illecite nei confronti di Luca Di Donna. Si parla di 160 milioni di mascherine che l’imprenditore Giovanni Buini doveva produrre e che dovevano essere acquistate dalla struttura commissariale di Arcuri, con una commissione dell’8% per l’intermediazione. L’avvocato 42enne è tra i collaboratori più stretti di Guido Alpa e dunque, per quella proprietà transitiva che tutti a piazza Cairoli numero 6 ben conoscono, di Giuseppe Conte. Della collaborazione stretta e continuativa dei tre giuristi è facile trovare riscontro. Nel contesto ordinistico e accademico romano c’è evidenza di almeno una dozzina di articoli scientifici, pubblicazioni, atti di convegni in cui le tre firme di Alpa, Conte e Di Donna compaiono insieme come coautori, correlatori, colleghi di studio sugellati in un inossidabile sodalizio. Adesso che l’amico è finito nei guai, dopo la denuncia dell’imprenditore umbro Giovanni Buini, che non voleva sottostare alla “clausola dell’otto per cento”, l’ex premier Conte afferma di aver perso da tempo le tracce di Di Donna. Non ne ha notizie da quando è diventato premier, addirittura. «Non so nulla delle sue attività professionali», ha dichiarato il leader del M5s. Peccato che proprio il Movimento ne abbia voluto la nomina a consulente della Commissione parlamentare antimafia nell’estate 2020. Quando Conte era premier, sì, ma già non sapeva più nulla dell’ormai ex amico. Perché tutta questa storia avviene, è la versione ufficiale, a insaputa di Giuseppe Conte. L’avvocato Di Donna telefonava a nome di Conte, ma Conte non ne ha mai saputo niente. Quello organizzava riunioni presso lo studio legale con la targa Avvocato Giuseppe Conte, ma Conte non ne sapeva niente. Anche quando Luca Di Donna fa chiamare qualche senatore a nome di Conte, chiedendo di votare l’indomani la fiducia in aula, Conte non ne sapeva nulla. E quando Luca Di Donna invita presso lo studio legale per la firma di un contratto di consulenza e intermediazione Giovanni Buini, e gli fa trovare il generale Enrico Tedeschi, capo di gabinetto dell’Aise, apparato di sicurezza dedicato all’intelligence verso l’estero, il premier Conte, che delle nomine nei servizi segreti si stava occupando in quelle settimane, non ne sapeva niente. Gliel’hanno fatta proprio bene, tutto alle spalle dell’allora presidente del Consiglio. Tutti: lo studio legale, gli amici di sempre, perfino qualcuno al vertice dei servizi. Una vicenda tutta da approfondire e da verificare, nell’interesse stesso di Conte di cui si può immaginare lo stato d’animo. Tradito dai suoi stessi collaboratori, lui che proprio in quel frangente lavorava alla promozione del generale Vecchione a capo del Dis. Intanto la nomina di Di Donna alla commissione antimafia, adesso che lo scandalo è pubblico, è stata revocata in tutta fretta dal presidente della commissione, Nicola Morra. I Cinque Stelle fanno marcia indietro, adesso. «Di Donna revocato a tutela di tutti», twittano sollevati. Ma le accuse nei confronti dell’assistente di Alpa sono gravissime e se Conte non riesce a ricordare neanche più l’ultima volta che lo ha visto, tornerebbe utile quell’iniezione di fosforo che solo una commissione di inchiesta potrebbe dare. «Conte nega eppure viene fuori che è stato indicato dai grillini», chiede conto la vicepresidente dei senatori di Italia Viva, Laura Garavini. «Serve un momento di chiarezza sul ruolo di Di Donna all’interno del M5s e nei rapporti con l’ex presidente del Consiglio. Siamo di fronte a una persona che, se fossero confermate le indagini, aveva le mani ovunque: dall’antimafia agli appalti, dalla costruzione dello sfortunato gruppo dei responsabili per Conte sino a quella del nuovo corso del M5s guidato dall’ex premier. Troppa opacità, serve chiarezza», dice Garavini. Il Riformista prova a ricostruire gli eventi ai quali fa riferimento la denuncia di Giovanni Buini; ci sarebbe stato un primo incontro nello studio dell’avvocato Gianluca Maria Esposito, coindagato, quindi un incontro successivo – presso lo studio Di Donna – dove Buini si sarebbe trovato di fronte a due generali, tra cui Tedeschi, che è stato già sentito dalla Procura. L’avvocato Esposito fornisce una ricostruzione divergente: «Non ho mai preso parte a nessun incontro con altre persone». Anche se non nega di aver ricevuto Buini nel suo studio su richiesta di un contatto in comune. «Mi contattò Buini per intervento di un cliente che conosco da quindici anni, Stanislao Fella. Buini voleva che il mio studio seguisse la sua società, per lo più per questioni civilistiche come la redazione di contratti. Motivo per cui lo indirizzai da Di Donna che fa civile». Disconosce qualsiasi addebito e smentisce di aver preso parte a riunioni successive. «Stanno raccontando una realtà inesistente», ci dice. È certo che in questa storia, come in ogni vero giallo, più d’uno mente.

Aldo Torchiaro. Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste. 

Le trame del sodalizio tra l'avvocato e l'ex premier. La cordata Di Donna provò a salvare il governo Conte, e spunta l’ombra della massoneria…Aldo Torchiaro su Il Riformista il 9 Ottobre 2021. Luca Di Donna rimane l’uomo del mistero: coabita con Giuseppe Conte come un’ombra. C’è, ma appena si accendono i fari, scompare. La targa con il suo nome è incollata sulla porta dello studio di Giuseppe Conte, dove da giorni ripetono una formula da legulei: “lo studio è di proprietà di una società terza, i due non lo hanno mai condiviso”. Da due giorni Il Fatto Quotidiano ripubblica questa velina, tale e quale. Senza mai dire quale sia la società terza. Lo abbiamo chiesto a Guido Alpa. “Occupo l’appartamento al terzo piano, la società locatrice è dei proprietari dell’intero palazzo, i conti Pasolini dall’Onda”. Nobiltà ravennate che affita a Alpa, Conte, Di Donna e all’ambasciata Russa. Nello specifico, Luca Di Donna condivide con Giuseppe Conte il piano di sopra. “Stanno al quarto piano. Anche Di Donna ha locato l’appartamento dalla società dei proprietari del palazzo”, prosegue Alpa. Ma, mette le mani avanti, “non ci sono specchi, né giochi di sorta”. Insomma, anche Alpa degli affari di Di Donna non se sa molto. “Con il professor Di Donna ho seguito e seguo tuttora alcune pratiche ma non c’è associazione professionale. Ciascuno ha i suoi clienti”. E infine ribadisce la propria estraneità ai fatti: “Non conosco le vicende di cui parlano i giornali e tanto meno le persone nominate”. Di commesse pubbliche, non vuole neanche parlare: “Non mi sono mai occupato di commesse ministeriali”. Rimane certo che il prestigioso curriculum di Di Donna si è arricchito di lustro quando a presiedere il Consiglio Nazionale Forense era Guido Alpa. Le glosse dei suoi articoli scientifici sono un continuo rimando ad Alpa e a Conte. Ritroviamo un documento del 2014 in cui il Cnf insieme con Temple University organizzavano, sotto le insegne dello stesso Alpa, un bel viaggio di studio negli Stati Uniti. Per prendervi parte andava mandata una mail a Luca Di Donna e far seguire bonifico su Bnl di Torre Argentina. Da lì in avanti una intensa partecipazione alle attività dell’ordine degli avvocati, per l’avvocato rampante, tanto da essere individuato quale Presidente della commissione per l’esame da avvocato a Roma, per il 2020. Per il Cnf e la Scuola superiore dell’avvocatura Di Donna parlerà, il prossimo 20 e 21 ottobre, ad un’importante tavola rotonda nazionale sul ruolo delle scuole forensi. Il vice presidente della Scuola Superiore dell’Avvocatura, Salvatore Sica, usa termini chiari: “Di Donna qui in avvocatura? Veniva sempre con Alpa e Conte. È stato portato da loro. Non sopporto gli atteggiamenti di chi dopo dice di non conoscere più nessuno”. E ribadisce: era una cordata, “un sodalizio”. Anzi, usa una parola ancora più esplicita: “Un trio”. “Fa sorridere pensare che non si frequentino. Di Donna era sempre al seguito di Conte ed Alpa”. Ma precisa: “Organicamente non ha nulla a che vedere con l’avvocatura italiana”. Rimane un’ombra. E per dargli un corpo incontriamo in un caffè di piazza San Lorenzo in Lucina un consulente che ha operato per le istituzioni e che rivela, chiedendoci l’anonimato, di aver trattato anni fa una compravendita fondiaria. “Dovevo acquistare un terreno e gli amici del GOI, la massoneria, mi indirizzarono per avviare le trattative da Luca Di Donna, che ho incontrato nello studio di piazza Cairoli 6”. Chiediamo lumi, si limita a dire: “Di quella compravendita non se ne fece niente, ma dall’obbedienza mi dissero che per gli affari importanti era il nostro punto di riferimento”. C’è libertà associativa, ci mancherebbe. Ma sulla rete di potentissime amicizie che legano Di Donna e Conte adesso sono in tanti a chiedere al Parlamento di assumere una iniziativa forte. Forza Italia, Italia Viva e ieri anche Fratelli d’Italia, con il senatore Giovambattista Fazzolari: “Trapelano notizie disgustose e sconcertanti su un meccanismo di mangiatoia fatta da persone vicine all’ex premier Conte su tutta la gestione dell’epidemia Covid. Ultimo in ordine di tempo della lunga lista di figuri che si sarebbero abbuffati grazie all’emergenza e ai buoni rapporti col governo Conte II, l’avvocato Luca Di Donna, già collega di studio Di Conte, indagato per loschi giri di appalti e consulenze. Una situazione che richiederebbe immediatamente chiarezza”. Alle sorti del Conte II sono legate – come era stato rilevato già al tempo – numerose telefonate partite da Piazza Cairoli. E non solo. Dall’entourage di Lorenzo Cesa trapela quella che ci viene definita “una insostenibile pressione”, in quei giorni di fine gennaio. “Apparati dello Stato e perfino del Vaticano” avrebbero sollecitato con insistenza una conclusione della crisi che portasse alla riconferma di Giuseppe Conte e impedito alla crisi di aprire la prospettiva che portò poi invece alla formazione del governo Draghi. Tra le segreterie, i portavoce, gli uffici stampa il nome di Di Donna è indissolubilmente legato a quelle telefonate concitate. Anche se Giuseppe Conte non ne sapeva assolutamente niente: giura solennemente che lui dell’amico Di Donna ha perso le tracce dal giugno 2018. Allontanandosi dalla luce le ombre, si sa, s’allungano a dismisura.

Aldo Torchiaro. Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.

Di Donna, quelle anomalie da commissione d'inchiesta. Lodovica Bulian il 9 Ottobre 2021 su Il Giornale. Iv chiede di indagare in Parlamento sugli affari legati all'avvocato amico di Conte. Ecco cosa non torna. Sono le inchieste a svelare il mondo opaco che si aggirava intorno ai possibili affari con lo Stato nell'anno della pandemia. Figure di intermediari oggi sotto indagine per traffico di influenze illecite, che sarebbero stati capaci di sfruttare relazioni personali per ottenere compensi su mediazioni considerate «occulte» dai pm, basate non su ruoli formali ma su conoscenze e amicizie. Che sarebbero diventate - alterando i meccanismi di mercato e di libera concorrenza - il «passpartout» per far accedere aziende private ad appalti per le forniture Covid. O per escluderne altre. Come sembra emergere dall'ultima inchiesta della Procura di Roma che ipotizza un'associazione a delinquere finalizzata al traffico di influenze illecite che aveva come figura centrale Luca Di Donna, detto «il Prof» per via della sua cattedra di diritto privato europeo alla Sapienza. L'ex collega e amico di Giuseppe Conte dai tempi della collaborazione nello studio di Guido Alpa, vero mentore dell'ex premier, avrebbe sfruttato - insieme con un altro avvocato ben addentro ai palazzi del potere, Gianluca Esposito - «relazioni con soggetti incardinati ai vertici di istituzioni pubbliche e strutture appaltanti» per ottenere compensi da parte di aziende private su forniture alla struttura dell'ex commissario Arcuri. Il quale, estraneo all'inchiesta, ha negato ogni coinvolgimento: «Mai assegnato appalti e forniture ad imprese rispetto alle quali risultava in alcun modo un interesse dell'avvocato Di Donna». Restano però per ora senza spiegazione i «contatti plurimi o frequentissimi» di cui parlano gli investigatori, tra i due avvocati indagati e l'ex commissario. Nonché «l'inserimento di fatto all'interno della struttura» e la loro «concreta possibilità di garantire ai privati affidamenti diretti e forniture». Come nel caso, secondo l'accusa, dell'impresa Adaltis, che ha fornito test molecolari per oltre tre milioni di euro. Forniture sarebbero invece state stoppate a un'altra azienda, quella dell'imprenditore Giovanni Buini, che dopo una prima commessa di mascherine si sarebbe visto rifiutare ogni altro incarico dopo aver a sua volta rifiutato la mediazione di Di Donna. E un'incognita è l'anomala presenza di un membro dei servizi, Enrico Tedeschi - capo di gabinetto all'Aise - a un incontro tra Buini e Di Donna. La giustificazione che avrebbe fornito Tedeschi sarebbe legata a un'attività di monitoraggio per la ricerca di dispositivi di protezione individuale. Di Donna invece sarebbe stato presentato a Buini come uomo molto vicino a Conte. Ma dopo l'arrivo a Palazzo Chigi l'ex premier dice di non aver avuto più alcun rapporto con l'amico avvocato: «In passato lo frequentavo, ma da quando sono diventato presidente del Consiglio non l'ho frequentato più. Non so nulla della sua successiva attività professionale». E pensare che Di Donna, definito da chi lo conosce «pupillo di Guido Alpa», era anche diventato consulente della commissione Antimafia proprio sugli appalti Covid. Alla notizia dell'inchiesta l'incarico gli è stato revocato: «Non ho mai avuto occasione di frequentare, incontrare, conoscere l'avvocato Di Donna. Posso dire che il curriculum scientifico di Di Donna è certamente importante e questo aveva convinto tutta la Commissione ad accettare la proposta di conferimento di incarico avanzata dal coordinatore del Comitato XX che ha presieduto i lavori dedicati all'analisi che la Commissione Antimafia ha dedicato alla situazione Covid», spiega il presidente Nicola Morra. Conoscenze con l'ex commissario Arcuri sarebbero state il tramite per la maxi commessa di mascherine per cui sono indagati - ancora per traffico di influenze illecite - il giornalista Mario Benotti e altri tre intermediari. Indagato in questo caso è anche lo stesso Arcuri con l'ipotesi di peculato. Nell'aprile del 2020, il momento di massima emergenza e difficoltà nel reperimento di mascherine, aveva autorizzato l'acquisto da 1,2 miliardi di euro, per 800 milioni di pezzi da tre aziende cinesi, che a loro volta avevano assicurato agli intermediari italiani provvigioni per 70 milioni di euro. Il frutto di un'attività di «mediazione occulta», secondo i pm. E Benotti avrebbe puntato a fare «altri affari», se i rapporti con Arcuri non si fossero interrotti. Come si legge nell'ordinanza del gip che aveva disposto le misure interdittive, il giornalista intercettato confidava alla moglie la sua «frustrazione per il fatto che il commissario ha interrotto i rapporti con lui e che questo potrebbe essere il sintomo che Arcuri avrebbe avuto notizie in forma riservata su qualcosa «che ci sta per arrivare addosso», chiaro riferimento alla possibilità di indagini giudiziarie». Italia Viva chiede una commissione parlamentare d'inchiesta sugli appalti. Oltre 13 miliardi di euro il valore di quelli indetti da Stato e regioni, secondo l'Osservatorio di Openpolis, in tutto il 2020. Lodovica Bulian

Emiliano Fittipaldi e Giovanni Tizian per "Domani" l'8 ottobre 2021. Lo scandalo giudiziario che ha coinvolto il fedelissimo dell'ex premier Giuseppe Conte, il legale Luca Di Donna, rischia di avere adesso riflessi importanti anche dentro i nostri servizi segreti e nei dipartimenti dell'intelligence di palazzo Chigi. Domani ha raccontato come il 5 maggio 2020 durante un incontro tra Di Donna e l'imprenditore Giovanni Buini – che cercava intermediari importanti per vendere mascherine alla struttura commissariale – nello studio Alpa fosse presente anche Enrico Tedeschi. Non un generale della finanza qualsiasi, ma il numero tre dell'Aise, l'agenzia informazioni e sicurezza estera diretta da poco più di un anno da Giovanni Caravelli. La notizia ha terremotato non solo Forte Braschi, ma anche il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis) guidato da Elisabetta Belloni e gli uffici del sottosegretario Franco Gabrielli. Tedeschi è infatti un uomo dei servizi considerato vicino a Marco Mancini e Nicolò Pollari, in ottimi rapporti con Gianni Letta, ma soprattutto è da anni capo di gabinetto dell'Aise, una poltrona delicatissima. Che ci faceva la spia nello studio dell'avvocato d'affari Di Donna, ex socio dell'allora premier Conte che al tempo era pure autorità delegata responsabile della nostra intelligence? Interrogato dai pm anticorruzione come persona informata sui fatti, Tedeschi ha minimizzato il suo ruolo, spiegando di aver conosciuto Di Donna in salotti privati. Dopo essere stato sentito dai pm ha però dovuto dare conto dei fatti anche al suo attuale capo Caravelli (all'epoca dell'incontro tra Tedeschi e Di Donna era vicedirettore con delega alla Libia), al quale ha spiegato come all'inizio dell'emergenza pandemica aveva avuto il compito, da parte dell'allora numero uno Luciano Carta, di trovare ogni canale utile per importare mascherine necessarie a contrastare il Covid. Un'incombenza che in effetti Carta (a maggio era ormai in uscita) aveva qualche mese prima affidato a lui e ad altre spie dell'agenzia. I rapporti della nostra intelligence, però, venivano sviluppati con aziende italiane o estere specializzate in protezioni individuali e forniture sanitarie: nessuno pare avesse autorizzato Tedeschi a stringere legami con un avvocato vicinissimo al premier Conte e che, secondo le accuse della procura di Roma, che indaga Di Donna per associazione a delinquere finalizzata al traffico di influenze illecite, in quel momento stava intermediando business opachi con le mascherine per profitti privati. Tedeschi dovrà probabilmente chiarire i contorni della faccenda ai suoi superiori, e chiarire se si trovava lì su ordine diretto e solo per scovare mascherine per la struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri o se sapeva (fonti vicino a Tedeschi escludono però con forza) che Di Donna aveva chiesto all'imprenditore Buini una commissione come scambio dell'intermediazione e che l'avvocato sarebbe stato in grado di far ottenere a Buini «affidamenti diretti da parte della struttura commissariale», scrivono i pm Gennaro Varone e Fabrizio Tucci. I magistrati credono che Di Donna "trafficasse", dunque utilizzasse a loro insaputa, i nomi dello stesso Arcuri e di Conte. Non sappiamo al momento se il sottosegretario con delega all'intelligence Franco Gabrielli, uomo di fiducia di Mario Draghi, abbia anche lui aperto un faro sulla faccenda. I precedenti lasciano immaginare quali possano essere le conseguenze di vicende di questo tenore interne al comparto: quando mesi fa la superspia Mancini fu fotografata in un'area di servizio a parlare con il senatore Matteo Renzi, Gabrielli e Belloni impiegarono pochi giorni a ottenere il pensionamento anticipato dell'agente. Vedremo se stavolta Tedeschi riuscirà a convincere invece che non esistono né scandali né motivi di inopportunità nell'aver incontrato Di Donna. In questa storia di influenze, amicizie, spie e mascherine, è finito anche Buini: l'imprenditore di Perugia si è infatti trovato nel mezzo dell'inchiesta che lambisce il sistema di potere dell'ex presidente del consiglio Conte. Il sistema sotto accusa funzionava così: da un lato l'impresa che proponeva la fornitura, dall'altro la struttura commissariale per l'emergenza (l'acquirente) ai tempi guidata da Arcuri (messo lì da Conte), nel mezzo Di Donna, secondo i pm, il mediatore. Buini ha incontrato una prima volta ad aprile 2020 Di Donna e Gianluca Esposito, partner d'affari del primo e anche lui indagato. L'imprenditore perugino aveva in ballo con il commissario per l'emergenza una fornitura di 160 milioni di mascherine da distribuire alle farmacie a prezzi calmierati. «Avevo un accordo verbale con la struttura», ha detto Buini a Repubblica. Un suo amico, però, suggerisce all'imprenditore di incontrare due avvocati, Di Donna ed Esposito. Buini sostiene che fin dal primo incontro i due professionisti hanno fatto pesare i loro agganci con il capo del governo, facendogli firmare un accordo con cui lui si impegnava a versare ai due una consulenza pari all'8 per cento della commessa. Esposito, conferma Buini a Domani, gli ha detto che con Di Donna avrebbero potuto garantire affidamenti diretti dalla struttura di Arcuri perché l'avvocato professore alla Sapienza era il braccio destro del premier. Segue un secondo appuntamento nello studio Alpa, alla presenza stavolta di Tedeschi. Dopo l'incontro, però, Buini chiude i rapporti con Di Donna e compagnia, sicuro che avrebbe comunque concluso il contratto con la struttura commissariale. Nel giro di poco, capisce che gli uffici del commissario non erano più interessati alla sua proposta, «più vantaggiosa rispetto ad altre», sostiene l'imprenditore, che aggiunge: «Tutto quello che dovevo dire l'ho riferito ai magistrati, le connessioni eventuali fatele voi giornalisti, io voglio solo dimenticare, ho paura di ritorsioni, preferisco dimenticare». Di certo sappiamo che Buini era un cliente considerato affidabile fino a poche settimane prima: aveva già fatto arrivare ad Arcuri un milione di mascherine. E di certo c'è anche che i mediatori che usavano il nome di Conte avevano avuto contatti con Arcuri e la sua struttura commissariale: gli investigatori definiscono in particolare «di elevato interesse» i contatti tra Arcuri e Di Donna avvenuti tra il 5 e il 15 maggio 2020: nel mezzo, l'11 maggio, si colloca una delle offerte di forniture al centro dell'inchiesta. Per Buini il periodo post Di Donna sarà molto tormentato. Anche perché già un anno fa aveva subito una denuncia per truffa per una partita di mascherine considerate non a norma: «Si è chiarito tutto, dopo è stata autorizzata la vendita. Mi risulta sia una vicenda chiusa». Poi è finito sotto inchiesta pure a Perugia in un giro di colletti bianchi e prestanome di società: «Da un accertamento tributario con una contestazione di 50mila euro l'anno sono finito sotto indagine per associazione a delinquere e intestazione fittizia. Ma non c'entro nulla».

Di Donna, quelle anomalie da commissione d'inchiesta. Lodovica Bulian il 9 Ottobre 2021 su Il giornale. Iv chiede di indagare in Parlamento sugli affari legati all'avvocato amico di Conte. Ecco cosa non torna. Sono le inchieste a svelare il mondo opaco che si aggirava intorno ai possibili affari con lo Stato nell'anno della pandemia. Figure di intermediari oggi sotto indagine per traffico di influenze illecite, che sarebbero stati capaci di sfruttare relazioni personali per ottenere compensi su mediazioni considerate «occulte» dai pm, basate non su ruoli formali ma su conoscenze e amicizie. Che sarebbero diventate - alterando i meccanismi di mercato e di libera concorrenza - il «passpartout» per far accedere aziende private ad appalti per le forniture Covid. O per escluderne altre. Come sembra emergere dall'ultima inchiesta della Procura di Roma che ipotizza un'associazione a delinquere finalizzata al traffico di influenze illecite che aveva come figura centrale Luca Di Donna, detto «il Prof» per via della sua cattedra di diritto privato europeo alla Sapienza. L'ex collega e amico di Giuseppe Conte dai tempi della collaborazione nello studio di Guido Alpa, vero mentore dell'ex premier, avrebbe sfruttato - insieme con un altro avvocato ben addentro ai palazzi del potere, Gianluca Esposito - «relazioni con soggetti incardinati ai vertici di istituzioni pubbliche e strutture appaltanti» per ottenere compensi da parte di aziende private su forniture alla struttura dell'ex commissario Arcuri. Il quale, estraneo all'inchiesta, ha negato ogni coinvolgimento: «Mai assegnato appalti e forniture ad imprese rispetto alle quali risultava in alcun modo un interesse dell'avvocato Di Donna». Restano però per ora senza spiegazione i «contatti plurimi o frequentissimi» di cui parlano gli investigatori, tra i due avvocati indagati e l'ex commissario. Nonché «l'inserimento di fatto all'interno della struttura» e la loro «concreta possibilità di garantire ai privati affidamenti diretti e forniture». Come nel caso, secondo l'accusa, dell'impresa Adaltis, che ha fornito test molecolari per oltre tre milioni di euro. Forniture sarebbero invece state stoppate a un'altra azienda, quella dell'imprenditore Giovanni Buini, che dopo una prima commessa di mascherine si sarebbe visto rifiutare ogni altro incarico dopo aver a sua volta rifiutato la mediazione di Di Donna. E un'incognita è l'anomala presenza di un membro dei servizi, Enrico Tedeschi - capo di gabinetto all'Aise - a un incontro tra Buini e Di Donna. La giustificazione che avrebbe fornito Tedeschi sarebbe legata a un'attività di monitoraggio per la ricerca di dispositivi di protezione individuale. Di Donna invece sarebbe stato presentato a Buini come uomo molto vicino a Conte. Ma dopo l'arrivo a Palazzo Chigi l'ex premier dice di non aver avuto più alcun rapporto con l'amico avvocato: «In passato lo frequentavo, ma da quando sono diventato presidente del Consiglio non l'ho frequentato più. Non so nulla della sua successiva attività professionale». E pensare che Di Donna, definito da chi lo conosce «pupillo di Guido Alpa», era anche diventato consulente della commissione Antimafia proprio sugli appalti Covid. Alla notizia dell'inchiesta l'incarico gli è stato revocato: «Non ho mai avuto occasione di frequentare, incontrare, conoscere l'avvocato Di Donna. Posso dire che il curriculum scientifico di Di Donna è certamente importante e questo aveva convinto tutta la Commissione ad accettare la proposta di conferimento di incarico avanzata dal coordinatore del Comitato XX che ha presieduto i lavori dedicati all'analisi che la Commissione Antimafia ha dedicato alla situazione Covid», spiega il presidente Nicola Morra. Conoscenze con l'ex commissario Arcuri sarebbero state il tramite per la maxi commessa di mascherine per cui sono indagati - ancora per traffico di influenze illecite - il giornalista Mario Benotti e altri tre intermediari. Indagato in questo caso è anche lo stesso Arcuri con l'ipotesi di peculato. Nell'aprile del 2020, il momento di massima emergenza e difficoltà nel reperimento di mascherine, aveva autorizzato l'acquisto da 1,2 miliardi di euro, per 800 milioni di pezzi da tre aziende cinesi, che a loro volta avevano assicurato agli intermediari italiani provvigioni per 70 milioni di euro. Il frutto di un'attività di «mediazione occulta», secondo i pm. E Benotti avrebbe puntato a fare «altri affari», se i rapporti con Arcuri non si fossero interrotti. Come si legge nell'ordinanza del gip che aveva disposto le misure interdittive, il giornalista intercettato confidava alla moglie la sua «frustrazione per il fatto che il commissario ha interrotto i rapporti con lui e che questo potrebbe essere il sintomo che Arcuri avrebbe avuto notizie in forma riservata su qualcosa «che ci sta per arrivare addosso», chiaro riferimento alla possibilità di indagini giudiziarie». Italia Viva chiede una commissione parlamentare d'inchiesta sugli appalti. Oltre 13 miliardi di euro il valore di quelli indetti da Stato e regioni, secondo l'Osservatorio di Openpolis, in tutto il 2020. Lodovica Bulian

Paolo Ferrari per "Libero quotidiano" il 13 ottobre 2021. «Di Donna non l'ho mai incontrato durante la mia presidenza del Consiglio». Lo ha detto ieri sera Giuseppe Conte, ospite a DiMartedì su La7. «Non so nulla della sua attività professionale in quel periodo, se avesse utilizzato il mio nome sarebbe stato un utilizzo indebito». Le posizioni dell'avvocato Luca Di Donna e del generale della guardia di finanza Enrico Tedeschi continuano ad essere molto dibattute. Di Donna, insieme al collega Gianluca Maria Esposito, ha incontrato l'imprenditore Giovanni Buini, il 5 maggio 2020, presso lo studio romano dell'avvocato Guido Alpa, per discutere dei dettagli dell'intermediazione con la struttura commissariale presieduta da Domenico Arcuri. Alla richiesta di versare una provvigione sull'importo finale della commessa sulla fornitura di mascherine, Buini si era tirato indietro, per poi denunciare il tutto ai carabinieri. All'appuntamento era presente Tedeschi, capo di gabinetto dell'Aise. Il generale ha motivato la sua presenza quel giorno con la necessità dire perire mascherine per il personale dell'intelligence. A differenza di Di Donna ed Esposito, indagati per traffico di influenze, Tedeschi è stato solamente interrogato dai pm. Ma andiamo con ordine, iniziando da Di Donna. I parlamentari pentastellati hanno chiesto a Giuseppe Conte di fornire chiarimenti sul ruolo e sui numerosi incarichi ricevuti da Di Donna quando egli era premier. Proprio ieri, dalle colonne del Fatto Quotidiano, il presidente dell'Ordine degli avvocati di Roma, Antonio Galletti, ha ventilato l'ipotesi che Di Donna si possa dimettere da presidente della Commissione d'esame per l'abilitazione all'esercizio della professione forense nel distretto della Capitale. Era stato l'Ordine di Roma ad indicare lo scorso gennaio il nome di Di Donna al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. In attesa che Di Donna decida, dopo essersi già autosospeso da consulente della Commissione parlamentare antimafia, risulta confermata la sua presenza al convegno organizzato la settimana prossima dal Consiglio nazionale forense e dalla Scuola superiore dell'avvocatura sul ruolo delle scuole forensi. Intanto è giunta la precisazione del gruppo Barletta, l'impresa di costruzioni coinvolta nell'indagine a carico dei due avvocati. Pare che l'avvocato Esposito si fosse presentato per fargli ottenere dei finanziamenti da parte di Invitalia. Il gruppo Barletta stava realizzando un progetto a Maratea. Era stato, allora, sottoscritto un contratto di consulenza fra il gruppo Barletta ed Esposito a ottobre 2020. Il gruppo Barletta, però, aveva deciso di non avvalersi delle prestazioni professionali di Esposito ed era scaturito un contenzioso davanti al giudice civile a giugno, «prima della notizia dell'indagine». Il gruppo precisa che non «è stata presentata alcuna domanda di finanziamento ad Invitalia, mai erogati compensi ad Esposito». Per quanto riguarda Tedeschi, invece, da quanto si è appreso l'attuale direttore dell'Aise, il generale dell'esercito Giovanni Caravelli, gli avrebbe al momento rinnovato la fiducia, confermandolo nell'incarico.

Ilaria Sacchettoni per il "Corriere della Sera" il 15 ottobre 2021. Luca Di Donna, già collega dell'ex premier Giuseppe Conte, e i suoi soci, gli avvocati Gianluca Esposito e Valerio De Luca, indagati per traffico di influenze, avevano messo a punto il loro metodo: servirsi dei motori di alcuni enti di ricerca per contattare imprenditori in cerca di autopromozione e di appalti. Quindi proporsi di accreditarli con ministeri ed enti pubblici veicolando loro investimenti. Infine ottenere guadagni sulle commesse andate in porto. Sono i carabinieri del nucleo investigativo a ricostruirlo: «De Luca racconta (a un amico, ndr ) di come abbia ingaggiato un imprenditore di nome Antonio Colasante che dice essere titolare di un'importante azienda che però necessita di interlocuzioni di più alto livello con esponenti istituzionali». I due - De Luca e il suo interlocutore - trattano l'eventualità di una quota d'ingresso da chiedere all'imprenditore: «Ma ovviamente con l'amicizia che c'è non gli chiederà diecimila euro perché tanto... i guadagni ci saranno su altre cose speriamo...». Anche con Giovanni Buini, imprenditore che ha denunciato in Procura, Esposito e De Luca si rendono disponibili. Durante un appuntamento tra Buini, De Donna ed Esposito questi svela il proprio metodo: «Per farmi comprendere chi avevo di fronte mi fece leggere un articolo di stampa che cercò su Internet in cui il Di Donna era dipinto come il fedelissimo del capo del governo, Conte». Poi, sempre per sottolineare l'autorevolezza del suo collega, aggiunge: «Esposito mi disse che lui e Di Donna, qualora ce ne fosse stato bisogno, avrebbero potuto agevolarmi o crearmi delle opportunità di lavoro con la presidenza del Consiglio, sempre facendo riferimento alla vicinanza del Di Donna al presidente del Consiglio». Altrove De Luca parla di imprenditori che da «sfigati» sono divenuti milionari grazie «al modello prof» con riferimento a Di Donna, che è professore di diritto. Dalle carte emerge che nei giorni del grande affare sulle mascherine a Domenico Arcuri, ex commissario all'emergenza Covid, arrivò una serie di sms sia da Esposito che da Di Donna. Nove sms da Esposito a cui Arcuri rispose con appena 3 messaggini. E 12 da Di Donna a cui Arcuri scrisse solo due volte. Per l'occasione Mattia Fella, conoscente di Buini, comunica con Guido Bertolaso: «Sto cercando di avere un appuntamento tramite lo studio dell'avvocato Irti per vedere se riusciamo ad arrivare a una composizione bonaria della vicenda » scrive sui problemi incontrati nell'appalto per la fornitura di mascherine. L'obiettivo degli indagati è mettere a disposizione dell'imprenditore di turno un capitale di relazioni istituzionali di alto profilo: «Lui - dicono intercettati i protagonisti - ha bisogno di entrare in un sistema Paese... che lui non è ancora accreditato invece nei mondi... nei salotti buoni». Intermediari dei salotti buoni, insomma. Il progetto imprenditoriale viene solo dopo. Così, per fare un esempio, quando Esposito viene a sapere che Paolo Barletta, imprenditore e socio della influencer Chiara Ferragni, pensa a un progetto per ristrutturare un hotel di lusso a Maratea, gli propone di veicolargli un finanziamento di Invitalia».

Giovanna Vitale per "la Repubblica" il 15 ottobre 2021. «Io non ho raccomandato nessuno!» protesta Guido Bertolaso, il cui nome è spuntato fra le pieghe dell'inchiesta sull'avvocato Luca Di Donna, amico e socio di Giuseppe Conte, indagato per aver tentato di pilotare alcuni appalti Covid. Nella primavera 2020 l'ex capo della Protezione civile avrebbe sponsorizzato, con l'allora commissario all'emergenza Arcuri, l'imprenditore Giovanni Buini, pronto ad aggiudicarsi una maxi-commessa da 160 milioni di mascherine.

Dottor Bertolaso, intanto come conosce Buini?

«L'ho conosciuto cinque o sei anni fa su un bellissimo campo da golf in Umbria. Mi ha fatto subito un'ottima impressione: aveva una faccia pulita e onesta, mi è sembrato un ragazzo a posto cui piaceva fare l'imprenditore rispettando le regole». 

È vero che è stato lei a presentarlo ad Arcuri?

«Assolutamente sì, adesso perché siamo in campagna elettorale sembra una cosa scorretta, ma ce lo ricordiamo tutti come stavamo messi un anno e mezzo fa: la gente moriva a grappoli, le mascherine erano introvabili e quelle che c'erano erano fuori norma. Un giorno mi chiama 'sto ragazzo e mi fa: "Guarda che io posso fornire mascherine a norma, perfette, certificate, però Arcuri non lo conosco". Allora io gli dico: "Bene, questa è la sua mail istituzionale, scrivigli, spiegagli tutto e poi sarà lui a valutare, a decidere se è utile"».

E poi cosa succede?

«Buini mi richiama a distanza di poco per dirmi che Arcuri gli ha risposto e probabilmente si vedranno. Dopo una settimana mi ritelefona e mi fa: è successa una cosa strana, mi avevano fatto l'ordine, poi si sono messi in mezzo alcuni personaggi ed è saltato tutto». 

Che personaggi?

«Mi ha raccontato che c'era questo avvocato Di Donna che a un certo punto pretendeva una consulenza perché sosteneva di essere stato lui a fargli avere la commessa da Arcuri. Buini mi ha chiesto: "Che faccio?". E io: "Se ritieni che sia una richiesta indebita vai subito in Procura". Poi non ho saputo più nulla, quello che è accaduto dopo l'ho letto sui giornali». 

Ma lei perché ha raccomandato Buini?

«Ma io non ho raccomandato nessuno! Ho solo suggerito di mandare una mail ad Arcuri, al quale poi ho scritto un sms: "Ti chiamerà questo ragazzo che forse può aiutarvi con le mascherine". Non è che ho insistito. In quel momento mi sembrava un dovere morale cercare di dare una mano al Paese che si trovava nei guai. Dopodiché non ho avuto nessun altro rapporto né con Buini né con Arcuri». 

E Arcuri da quanto lo conosce?

«Lo conobbi a palazzo Chigi nel 2007, quando un alto funzionario della Presidenza del consiglio, governo Prodi, mi convoca e mi presenta due persone: Arcuri, allora già capo di Invitalia, e Giampi Tarantini (il famoso procacciatore di ragazze per le feste di Berlusconi, ndr ). In quella occasione mi dicono che avrebbero voluto realizzare un grande centro di Protezione civile in Puglia: "Arcuri ci mette i soldi e Tarantini lo realizza". Io rimasi basito, dissi no e me ne andai. Mi seccai molto di questa piccola imboscata».

Chi era questo alto funzionario?

«Lasciamo stare. Quando, anni dopo, venne fuori che fu Berlusconi a farmi conoscere Tarantini feci pure una nota Ansa per ristabilire la verità, cioè che era stato Arcuri a presentarmelo. L'ho messo anche a verbale alla Procura di Bari, che mi interrogò in relazione all'inchiesta su Tarantini». 

Quando ha segnalato Buini ad Arcuri sapeva che le sue aziende erano sotto indagine?

«No, non è che sono un amico intimo né frequento i tribunali di Perugia». 

Passando all'attualità, Michetti le ha proposto di fare il commissario ai rifiuti, qualora diventasse sindaco di Roma. Accetterebbe di farlo anche se vincesse Gualtieri?

«Io sono un funzionario dello Stato, servo le istituzioni. Chi dice che sono un tecnico di destra spara cazzate. Chi mi chiese di fare il Giubileo del 2000? Rutelli con Prodi al governo. Quando Rutelli si candidò premier, chi scrisse il suo programma? Io, con Paolo Gentiloni. Dopodiché Michetti è stato geniale a ipotizzare un commissario del governo per i rifiuti della Capitale e mi ha chiesto di farlo, in modo più corretto rispetto a Calenda: non potevo dire di no. Gualtieri non me lo chiederà. La verità è che qui nessuno ha idea di come gestire la spazzatura. Lei crede che qualcuno sappia che succederà a fine mese? Le discariche di Aprilia e di Civitavecchia chiuderanno e Roma non saprà più dove smaltire la sua immondizia. Un cataclisma».

Quindi sbaglia il sindaco Sala a dire che lei non è indipendente?

«Mi addolora che lo dica Sala, sa bene quanto ho fatto negli ultimi 8 mesi per i cittadini lombardi. E se lui è riuscito a realizzare quel popò di Expo è perché fui io a o classificarlo come Grande evento. Sono sempre stato indipendente da tutti, è questo che dà fastidio».  

Giacomo Amadori François De Tonquédec per "la Verità" il 15 ottobre 2021. L'avvocato Di Donna vide in tv il direttore Belpietro mostrare la copertina di Panorama con l'inchiesta sui suoi affari e sui rapporti con Conte e si allarmò. Al punto che rimase nel suo ufficio fino a notte fonda, quando la sua compagna uscì con uno scatolone per poi rientrare a mani vuote. Secondo gli inquirenti furono distrutte delle prove. La scena che passerà alla storia dell'inchiesta su Luca Di Donna, l'avvocato amico dell'ex premier Giuseppe Conte, è quella ripresa nella notte tra il 27 e il 28 settembre dal sistema di videosorveglianza di piazza Cairoli 6, a Roma, dove si trovano lo studio professionale dello stesso Di Donna (accusato di associazione per delinquere finalizzata al traffico di influenze) e quello del suo maestro, il giurista Guido Alpa. Ma prima di descrivere la scena, occorre tornare indietro di qualche ora. Il perché lo scrivono ai magistrati i carabinieri del Nucleo investigativo nel penultimo capitolo di un'informativa di 196 pagine inviata urgentemente il 28 settembre alla Procura di Roma. Il motivo dell'urgenza è esplicato nel titolo del paragrafo 11 del documento: «L'anticipazione nel corso di una trasmissione televisiva della copertina del settimanale Panorama in cui verrà pubblicato che il legale (Di Donna, ndr) sarebbe indagato nell'ambito di un'indagine della Procura di Roma». I militari annotano che «nella serata di lunedì 27 settembre, dopo che intorno alle 21,10 il giornalista Maurizio Belpietro ha mostrato» in tv la copertina di Panorama «nella quale è ritratto, sotto il titolo "L'uomo che inguaia Conte", l'immagine di Luca Di Donna, lo stesso legale, che si trovava in ufficio, si è trattenuto oltre il solito orario (nel corso dell'indagine non è quasi mai rimasto in ufficio oltre le 20)». Ebbene, alle 0,43, una telecamera installata dai carabinieri riprende una donna, identificata «verosimilmente» nell'avvocato Maria Concetta Marzo, penalista e compagna di Di Donna, uscire dal portone dove si trova lo studio e rientrare «un minuto dopo, come se avesse fatto un giro di perlustrazione». All'1,18, sempre la stessa signora «esce dal portone con uno scatolone in mano e rientra un minuto dopo, senza scatolone». Di Donna, invece, «si allontana dall'ufficio» all'1,50. Per questo i carabinieri, guidati dal tenente colonnello Dario Ferrara, sottolineano «l'urgenza di acquisire quanto prima tutti gli elementi di prova ancora esistenti, in quanto qualora venisse citato qualcun altro degli indagati nell'articolo che domattina 29 settembre 2021 verrà pubblicato sul settimanale Panorama, vi sarebbe la probabilità che altri soggetti coinvolti nella vicenda decidano di distruggere altre prove». Per questo gli investigatori chiedono di «valutare la possibilità di emettere con urgenza [] un decreto di perquisizione personale» nei confronti di sette indagati, tra cui Di Donna e i colleghi Gianluca Esposito e Valerio De Luca. Le perquisizioni erano pronte per il 29 settembre mattina. Ma poi sono state rinviate, forse per non influenzare le elezioni della domenica successiva. Lo 007 Nella storia entrano anche i servizi segreti. Infatti, come ha raccontato l'imprenditore Giovanni Buini, a un incontro con Di Donna per discutere di una fornitura di mascherine, era presente anche il capo di gabinetto dell'Aise Enrico Tedeschi, cinquantaseienne di Cerchio (L'Aquila), il quale, il 30 dicembre 2020, ha spiegato al procuratore aggiunto Paolo Ielo e al pm Fabrizio Tucci, come fosse entrato in contatto con Di Donna: «L'ho conosciuto a casa della dottoressa Brunella Bruno (giudice amministrativo, ndr), con cui ho rapporti di amicizia, a una cena, alla presenza di magistrati contabili. Il rapporto si è poi evoluto attraverso Giovanni Bruno, professore alla Sapienza e fratello di Brunella Bruno, che credo fosse presente anche alla cena di cui ho parlato». Giovanni Bruno è un altro allievo di Guido Alpa e nell'agosto del 2018 è stato scelto come commissario della società Condotte Spa, in amministrazione straordinaria. Da Condotte e da una controllata, come ha svelato Panorama, Di Donna ha già incassato 637.000 euro di consulenze. Nel febbraio 2021 i commissari hanno conferito a Di Donna un ulteriore incarico che prevede una retribuzione con una parte fissa di oltre 20.000 euro al mese più una parte variabile per una durata di circa 2 anni. I pm hanno chiesto a Tedeschi la ragione della sua presenza nello studio Alpa insieme con Di Donna. Risposta: «La ragione era istituzionale. Per le funzioni che svolgo, in quel momento di estrema difficoltà nell'approvvigionamento di dispositivi di protezione individuale, noi come struttura eravamo alla ricerca di forniture di mascherine. Ne avevo parlato con Di Donna, così come, del resto, con altre persone ed egli mi comunicò che doveva incontrare un fornitore di mascherine che poteva essere utile consultare». Ma a Tedeschi non sarebbe stato presentato solo Buini: «Vi erano anche altre persone. In particolare incontrai altri due possibili fornitori di strumenti di sanificazione. Ho il ricordo di aver chiesto a un collaboratore della mia struttura, esperto di questioni tecniche, di essere presente, soprattutto con riguardo alla materia delle sanificazioni e termoscanner. Voglio aggiungere che la mia struttura non ha mai chiuso alcun tipo di accordo di forniture con Buini, né con gli altri».«braccio destro di Conte» Il 26 dicembre 2020 Buini in Procura dà la sua versione dei fatti e spiega che era stato l'amico Mattia Fella (cinquantottenne imprenditore barese domiciliato a Miami con buone entrature politiche) a consigliargli di parlare con Esposito, che conosceva, il quale aveva buoni rapporti con la struttura commissariale: «Io presi un appuntamento con l'avvocato Esposito, che incontrai nel suo ufficio, insieme a un altro legale, che si presentò come avvocato Di Donna. In questa circostanza egli mi disse di essere il braccio destro del presidente del Consiglio e di avere buoni rapporti con la struttura commissariale». Il 28 dicembre, sentito una seconda volta dai carabinieri del Nucleo investigativo di Roma, Buini approfondisce il racconto: «Esposito mi parlò dell'avvocato Di Donna, alla sua presenza, e per farmi comprendere chi avevo di fronte mi fece leggere un articolo di stampa che cercò su internet in cui il Di Donna era dipinto come un "fedelissimo" del capo del governo Giuseppe Conte. Esposito mi cominciò a parlare del lavoro che stavo facendo per la fornitura delle mascherine e dei dpi ed io gli parlai delle varie difficoltà affrontate. Esposito mi disse che lui e Di Donna, qualora ce ne fosse stato bisogno, avrebbero potuto agevolarmi o crearmi delle opportunità di lavoro con la Presidenza del Consiglio dei ministri, sempre facendo riferimento alla vicinanza del Di Donna al Presidente del Consiglio». La narrazione di un Di Donna legatissimo a Conte, trova riscontro nell'intercettazione del 7 settembre 2021 effettuata sul cellulare del broker sanitario Lorenzo Gragnaniello (indagato). Al telefono con un uomo che gli investigatori identificano come Salvatore, Gragnaniello parlando del legale dice: «Non hai ancora avuto la notizia adesso è il referente di Conte per quanto riguarda la ristrutturazione del partito ...». Quindi aggiunge: «Comunque ha avuto questo incarico, quindi di conseguenza sarà pure impegnato politicamente». Nonostante il vantato rapporto con l'ex premier il contratto tra Buini e i due avvocati ha, però, vita breve: «Uscito dall'ufficio dell'Esposito, ho riferito a Fella l'esito dell'incontro e gli ho parlato anche dei contratti firmati. Fella mi rispose sorpreso e scocciato per la stipula del contratto []. Nel corso della stessa conversazione Fella mi consigliò di recedere immediatamente dal contratto. Personalmente rassicurai Fella dicendogli che nel corso dell'incontro che avrei avuto con il Di Donna, avrei revocato ogni mandato». Il 5 maggio 2020, alle 12, Buini si reca all'appuntamento con Di Donna presso lo studio Alpa e lo trova con altre due persone che non conosceva: «Uno dei due si è presentato come il generale Enrico Tedeschi dei servizi segreti, mentre il secondo uomo, che non si è presentato, nel corso della conversazione è stato indicato come generale dei Ris dei carabinieri. [] Credo che l'incontro, assolutamente interlocutorio, sia durato circa mezz' ora ed io [] lasciai la riunione andando via senza nemmeno affrontare il problema della revoca del mandato. Per revocare il mandato e il contratto stipulato con i due legali, ho provveduto ad inviare una Pec in data 7 maggio 2020».Gli sms col commissario Nei giorni in cui si articola la vicenda Di Donna, Esposito e il commissario Arcuri si scambiano numerosi messaggi. Il 30 aprile, giorno del primo incontro tra Buini e i due avvocati, Esposito, alle 21,44, invia 4 sms sul cellulare del commissario. Che a sua volta risponde due volte nel giro di 120 secondi. C'è poi un altro botta e risposta e, infine, Esposito chiude le comunicazioni con altri tre invii. Gli investigatori rilevano anche «gli sms scambiati dall'utenza in uso all'avvocato Di Donna con quella in uso al commissario Arcuri tra il 5 e il 7 maggio. Tra le 18,31 e le 21,06 del 5 maggio Di Donna invia 7 sms ad Arcuri. Che replica con due messaggi alle 22,55. Di Donna ne invia altri tre, l'ultimo alle 23,38. Il 7 maggio, alle 15,52, Di Donna spedisce due sms ad Arcuri, apparentemente privi di riscontro. Alle 11,55, quattro ore prima, Buini aveva inviato ai due avvocati indagati la Pec con la disdetta del contratto e alle 12,20, appena 25 minuti dopo l'annullamento dell'accordo, Esposito aveva mandato un whatsapp a Fella, piuttosto aggressivo, che si chiudeva così: «A buon rendere». L'8 maggio Antonio Fabbrocini, responsabile del procedimento, liquida sulla porta del suo ufficio Buini e gli annuncia che «non avrebbe proceduto alla definizione della fornitura concordata pochi giorni prima, senza fornire alcuna giustificazione».La denuncia Sette mesi dopo, Fella, stimolato dalle notizie pubblicate dalla Verità (e rilanciate soprattutto in tv) sulla maxi commessa di mascherine da 1,2 miliardi di euro vendute grazie all'intermediazione di Mario Benotti & C. al commissario, racconta l'accaduto a un ufficiale dell'Arma, che informa l'autorità giudiziaria. Da questo scaturisce il fascicolo aperto dalla Procura di Roma. Ai magistrati che, il 24 dicembre 2020, gli chiedono conto dell'irrituale procedura Fella spiega: «Sono portatore di conoscenze, alcune delle quali dirette, altre mediate, in relazione alla questione dell'approvvigionamento delle mascherine, nel primo periodo della pandemia. Dalla lettura dei giornali di questo periodo ho ritenuto che tali conoscenze fossero utili per le indagini in corso presso la Procura di Roma». Un'intuizione davvero azzeccata.

Le trame di Di Donna, l'amico di Giuseppi che faceva il mediatore. Lodovica Bulian il 19 Ottobre 2021 su Il Giornale. Il fascicolo per traffico di influenze. Lo schema degli intermediari che sarebbero stati capaci di sfruttare relazioni personali per ottenere compensi su mediazioni considerate «occulte» dai pm, perché basate non su ruoli formali ma su conoscenze e amicizie, ritorna anche nell'altra inchiesta della Procura di Roma per traffico di influenze illecite. Ancora su mascherine, ma anche test molecolari e progetti finanziati dal Ministero dello Sviluppo economico. Indagato con altre 11 persone l'avvocato d'affari Luca Di Donna, considerato in passato vicino all'ex premier Giuseppe Conte dai tempi in cui condividevano l'attività allo studio di Guido Alpa, vero mentore dell'oggi leader del Movimento cinque stelle. Nell'indagine i carabinieri del nucleo investigativo, da intercettazioni e accertamenti, rilevano come l'avvocato «ha acquisito potere e ha potuto condurre gli interventi che hanno portato un arricchimento economico per tutti i sodali, dopo che una terza persona si è affermata (s' intende verosimilmente sotto il profilo politico). Da quel momento le porte della Pubblica amministrazione si sono aperte per loro, e le hanno sfruttate a pieno». Indagato anche l'avvocato Gianluca Esposito, ex direttore generale al Mise. L'indagine è partita dalla testimonianza di un imprenditore, Giovanni Buini, entrato in contatto proprio con Esposito e poi con Di Donna per il tramite dell'amico Mattia Fella. L'obiettivo sarebbe stato poter fornire la struttura commissariale di mascherine a prezzi «calmierati». Ma i due legali gli avrebbero proposto un vero contratto di consulenza che Buini poi avrebbe deciso di annullare. Per i pm quell'accordo sarebbe stato finalizzato «al riconoscimento in loro favore di somme di denaro in percentuale sull'importo degli affidamenti che avrebbero ottenuto dalla struttura commissariale». Quando gli viene presentato Di Donna, l'imprenditore ricorda che «per farmi comprendere chi avevo di fronte mi fece leggere un articolo di stampa che cercò su Internet in cui il Di Donna era dipinto come il fedelissimo del capo del governo, Conte». L'ex premier Conte, estraneo all'indagine, ha sempre dichiarato di non aver avuto più alcun rapporto con l'ex collega dopo il suo arrivo a Palazzo Chigi. Contatti diretti emergono invece, annotano gli inquirenti, tra Di Donna, Esposito e Arcuri. Quest' ultimo non indagato. Lodovica Bulian

Estratto dell'articolo di Marco Lillo Valeria Pacelli per il "Fatto quotidiano" il 6 ottobre 2021. Associazione a delinquere finalizzata al traffico di influenze. È il reato che la Procura di Roma contesta a Luca Di Donna, professore ordinario della Sapienza e avvocato che ha affittato lo studio legale che ospitò lo studio di Giuseppe Conte (di proprietà di una società terza e i due non lo hanno mai condiviso). […] Ieri dunque i carabinieri hanno perquisito sia l'abitazione che l'ufficio di Di Donna, che si trova al quarto piano nello stesso stabile dello studio del professor Guido Alpa. L'avvocato Alpa e Conte sono molto amici e i due studi condividevano fino all'uscita dell'ex premier dalla professione il centralino della segreteria e alcuni clienti. […]  

Da “la Repubblica” il 19 ottobre 2021. L'inchiesta della procura di Roma su Luca Di Donna - il professore vicino all'ex premier Giuseppe Conte, al centro di un'indagine per traffico di influenze - fa la prima vittima: è il generale Enrico Tedeschi, ufficiale della Guardia di Finanza in servizio all'Aise da trent' anni dove svolgeva il ruolo di capo di gabinetto. Tedeschi ha annunciato ai suoi superiori di essere pronto a lasciare l'incarico, anche per evitare un eventuale procedimento disciplinare, velocizzando i tempi che lo porteranno al pensionamento. Il nome di Tedeschi lo ha messo sul tavolo l'imprenditore Giovanni Buini, uno degli accusatori di Donna. Ha raccontato infatti di essere stato allo studio Alpa per incontrare Di Donna e il suo collega Gianluca Esposito: avrebbero dovuto discutere di un contratto di consulenza, sulla base del quale i professionisti avrebbero dovuto aiutarlo a ottenere appalti pubblici per la distribuzione di Dpi. In quell'occasione, Buini ha raccontato di aver incrociato proprio Tedeschi: scambiarono due chiacchiere, i numeri di telefono e parlarono di mascherine. «Ero stato incaricato dall'Aise di trovare Dpi. Per questo ero lì» ha spiegato Tedeschi ai pm che lo hanno interrogato. In realtà la tesi non reggeva: Aise usava canali ufficiali per recuperare mascherine. E soprattutto nessuno lo aveva autorizzato a quell'incontro nello studio del professor Alpa.

Giuseppe Conte, non solo Di Donna: ecco la "banda degli onesti" dell'ex premier, quanti guai giudiziari. Francesco Specchia su Libero Quotidiano il 20 ottobre 2021. «Onestà! Onestà! Onestà!». Suona sfiatato, in queste ore, il motto di piazza dei Cinque Stelle di qualche millennio fa, quello che - direttamente ispirato alla poetica di Davigo - spingeva la band di Giuseppe Conte a ritenere il sospetto «anticamera della verità». Ora, la notizia è che l'ex commissario per il Covid Mimmo Arcuri e l'avvocato Luca Di Donna, sodali a vario titolo di Conte, risultano ufficialmente indagati per corruzione, peculato e abuso d'ufficio e traffico di influenze illecite, tutt'insieme. Approssimazione, violazioni di legge reiterate, morale vischiosa: la band di Conte oggi ci ricorda la Banda degli onesti di Totò, si passa dalla regia di Piercamillo Davigo a quella di Camillo Mastrocinque. Resta da capire se ad Arcuri va la parte del Principe De Curtis o di Peppino De Filippo, il mitico falsario Lo Turco. Sicuramente Di Donna è Giacomo Furia, dei tre il caratterista. Premettiamo: siamo garantisti, e questo terzetto dell'impossibile è giudizialmente innocente fino al terzo grado. Eppure non è bello. E spiazza il fatto che Arcuri sia indagato per la maxi-commessa da 1,25 miliardi per 800 milioni di mascherine Made in China giudicate non solo spropositatamente costose ma addirittura pericolose. Ci eravamo preparati, beninteso. Report sul caso aveva costruito una puntata, Libero sul tema è sempre stato aggiornatissimo. E bastava avere dei figli a scuola o ascoltare le invettive di Vincenzo De Luca («Cheste so' le mascherine di Bugs Bunny») per dubitare che quei dispositivi, a forma di piccolo pannolone, potessero avere tenuta stagna. Su Arcuri proseguono anche le indagini per altri due capi d'accusa, che si allungano fino ai conti sospetti di Invitalia di cui il caro Mimmo è onnipotente amministratore.  

MADE IN CHINA

Sempre innocente fino a prova contraria, ci mancherebbe. Epperò fa specie leggere, dalla Guardia di Finanza, che «una considerevole porzione dell'intera fornitura sia stata validata sulla base di una sistemica sostituzione dei test-report». Il tutto mentre Arcuri alternava querele contro i giornalisti a ospitate tv; e nel frattempo aumentavano i contagi; ci diceva che tutto andava bene madama la marchesa; e firmava contratti da 100 milioni di pezzi con società olandesi con un solo dipendente, a prezzi raddoppiati; e sbagliavale forniture per il fabbisogno nazionale di camici, tamponi, reagenti. E se glielo facevi notare, diamine, s' incazzava pure e congratulandosi con se stesso si dava «delle pacche sulle spalle da solo». Scriveva Milena Gabanelli sul Corriere della sera: «Arcuri, manager politico navigato, non ha competenze specifiche in Sanità, ma l'articolo 122 gli consente di avvalersi di soggetti attuatori e di società in house, nonché delle centrali di acquisto. Decide di non farlo». Questo è Arcuri. Ora, si trattasse solo di inerzia, andrebbe anche bene. In realtà è l'attivismo degli onesti a creare problemi. Per esempio Di Donna, amico e coautore di molti testi scientifici di Giuseppe Conte, finisce nei guai a causa di un imprenditore che non voleva sottostare alla "clausola dell'otto per cento" da lui pretesa come mediazione per i grossi affari. Un casino pericoloso. Di tutta risposta, Conte, da premier, afferma di aver perso le tracce dell'amico carissimo. Il quale, però, proprio Conte regnante, diventa consulente della Commissione parlamentare antimafia (oggi è revocato), e si vanta attraverso il capo di gabinetto dell'Aise di avere influenza sugli appalti, quindi su Arcuri quindi su Conte stesso. Aldilà dell'esito delle indagini resta, per l'ex premier (non indagato) lo sgarro peggiore. La violazione del patto di trasparenza e, appunto, di onestà con gl'italiani. 

PATTO DI FIDUCIA

Conte, durante il lockdown, chiedeva al popolo sudore, sangue e sacrifici. La gente moriva, la paura di non farcela avvolgeva il futuro e la palingenesi dell'Italia del dopo Covid doveva accendersi nel rispetto di un rinnovato rapporto cittadino/istituzione. Ogni politico avrebbe dovuto estendere la propria statura a quella di un padre costituente. Noi pensavamo al New Deal rooseveltiano, e alla nuova Frontiera di Kennedy («non chiederti cosa può fare il tuo paese per te...ecc ecc») e ci siamo ritrovati con la solita mentalità limacciosa, venale e- nel migliore dei casi - pasticciona della Banda degli onesti. Al di là come vada, ovvio che, col senno di poi, il generale Figliuolo ti sembra Eisenhower....  

Dal “Corriere della Sera” il 6 ottobre 2021. «Escludo che nell'esercizio dell'attività professionale abbia compiuto illeciti. Non ho letto gli atti, di questa vicenda ho appreso soltanto perché ne hanno parlato i giornali». È il commento alla perquisizione del professor Guido Alpa, titolare dello studio e maestro di Di Donna.

Guido Alpa: «Mi chiamano Prezzemolino, ma odio apparire. Mai fatto favori a Conte». Stefano Lorenzetto su Il Corriere della Sera il 5 novembre 2021. Il giurista: «Non ho scritto io lo statuto M5S. Non conosco Grillo. Becciu voleva che lo difendessi». Il caso Di Donna: «Manovra a tavolino». Nella facoltà di Biologia dell’Università di Genova a quel tempo mancava tutto: stabulari, microscopi, vetrini, provette. Fu così che l’aspirante zoologo Guido Alpa ripiegò su Giurisprudenza e divenne ciò che è, uno dei maestri del diritto, accanto ai Delitala, ai Carnelutti, ai Nuvolone, ai Sandulli, ai Rodotà. «Infesto le riviste giuridiche da 50 anni, per me scrivere e respirare sono la stessa cosa», si schermisce. Ma qualcosa dell’antica vocazione è rimasto. A Otto, il bassottino che lo attende nella sua residenza ligure il venerdì sera e gli tiene compagnia fino al martedì mattina quando riparte per Roma, è riuscito a insegnare 150 locuzioni equivalenti ad altrettanti comandi. Farsi capire dagli animali più che dagli uomini procura all’avvocato Alpa un’angustia indicibile. «Vedo il mio nome accostato con pervicacia a vicende cui sono del tutto estraneo», sospira. Più esplicito il documento sottoscritto da 140 estimatori, 126 dei quali docenti universitari, che denuncia come «da tre anni a questa parte» il professor Alpa, per un decennio presidente del Consiglio nazionale forense che rappresenta gli oltre 200.000 avvocati italiani, sia «fatto oggetto di una continua, virulenta e infamante campagna mediatica», nella quale «gli vengono attribuiti inesistenti favoritismi concorsuali nei confronti dell’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, oscure relazioni di potere politico ed economico, comportamenti disonesti se non illeciti». Primo firmatario il giurista Pietro Rescigno, classe 1928, accademico dei Lincei. Un’attestazione di solidarietà giunta dopo che il nome di Alpa è stato accostato a quello dell’avvocato Luca Di Donna, in passato suo collaboratore, indagato per traffico illecito di influenze.

Da quanti anni ha lo studio a Roma?

«Da 30, da quando fui chiamato alla cattedra di Diritto privato alla Sapienza».

Mi aspettavo uno stuolo di associati.

«Lavorano con me otto avvocati, quattro qui e quattro a Genova. Mi occupo solo di diritto civile e commerciale. Organizzazione piccola, spese piccole».

Disse l’ex consigliere di Mediobanca.

«Non ho mai ricoperto questa carica».

È Wikipedia ad attribuirgliela, citando come fonte un noto quotidiano.

«La dice lunga sullo stato dell’informazione. Non conoscevo Enrico Cuccia».

Biologo mancato, giurista per caso.

«Cominciai ad amare il diritto dal terzo anno di università. Dal giorno in cui il mio maestro Stefano Rodotà, dovendo spiegarci il concetto di proprietà, trasse di tasca alcuni foglietti e ci lesse le lettere che i soldati avevano scritto al condottiero Oliver Cromwell per suggerirgli come disciplinare la materia in Inghilterra. Prima nessuno di noi capiva i valori in campo dietro le astruse formule giuridiche, ci limitavamo a consultare il codice».

Perché scelse il diritto civile?

«Perché costruisce la società, mentre quello penale serve più che altro a colpire. Ma ero affascinato anche dalle lezioni del professor Carlo Federico Grosso».

Primo difensore di Annamaria Franzoni nel processo per il delitto di Cogne.

«Mi avrebbe visto in tv da Bruno Vespa a esaminare il plastico della villetta?».

Il suo primo caso in tribunale?

«Un incidente d’auto a Genova. Con i giudici Vito Monetti e Giancarlo Pellegrino mi confrontai su un criterio: non quello del reddito perduto a causa del sinistro, bensì della lesione alla salute. Da lì nacque il cosiddetto danno biologico».

Il premier Conte, Alpa e il ruolo nella banca Carige. Palazzo Chigi: «Nessun conflitto»

Luca Di Donna, l’avvocato vicino a Conte, e le accuse: «Soldi illeciti e amicizie potenti»

Come conobbe Giuseppe Conte?

«Era già assistente di Diritto civile alla Sapienza quando io vi arrivai nel 1991. Non sono stato né il suo maestro né il suo mentore. Abbiamo lavorato insieme a qualche pratica e scritto un libro a quattro mani, ma non è mai stato mio associato. I nobili Pasolini dall’Onda gli diedero in affitto lo studio sopra il mio. Lo chiuse quando divenne premier. Mi sembrò un delitto, perché lo stimo molto, è un finissimo giurista».

Avete mai emesso fatture insieme?

«Si riferisce alla pratica affidataci da Rodotà, all’epoca garante per la privacy, in difesa del suo ufficio contro la Rai? O alla persecuzione delle Iene per dimostrare che ero nella commissione di un concorso vinto da Conte? Un assedio durato mesi. Una sera me le ritrovai appostate in aeroporto nonostante all’ultimo momento avessi cambiato il volo Genova-Roma. A tutt’oggi non riesco a capire chi abbia potuto allertarle».

Il miglior pregio di Conte?

«È molto intelligente. E anche molto paziente e molto tenace».

Il peggior difetto?

«Non ha la percezione del tempo. Arriva in ritardo agli appuntamenti perché si dimentica di caricare l’orologio».

Quando gli fu proposto di fare il presidente del Consiglio, si consultò con lei?

«No. La sua carriera pubblica è autonoma rispetto alle mie idee. Non fui tra coloro che gioirono per quell’incarico. Pensavo, e penso, che fosse un errore dedicarsi alla politica a tempo pieno».

È normale che abbia presieduto due governi consecutivi di segno opposto?

«Gli posi la stessa obiezione. Mi rispose che aveva un suo progetto da perseguire con entrambe le coalizioni».

E qual era questo progetto?

«Conte è profondamente religioso. È molto sensibile alla giustizia sociale, ai diritti fondamentali, alla tutela dei deboli. In loro vede l’immagine di Cristo».

Lei no?

«Con il tempo la mia religiosità è diventata laica. Però anch’io mi sento vicino ai poveri, agli umili, agli immigrati».

Per questo ha meritato la commenda dell’Ordine di san Gregorio Magno presieduto da papa Francesco?

«Quella la ebbi da Benedetto XVI».

Mi risulta che il cardinale Angelo Becciu volesse ingaggiarla come difensore nel processo in Vaticano per la vicenda del palazzo di Sloane Avenue a Londra.

«Vero. Avrei accettato volentieri, ma gli interessi del porporato erano in conflitto con quelli di un altro imputato, Raffaele Mincione, da me assistito nel caso Carige. Questione di deontologia».

Meglio lavorare per Palazzo Chigi.

«Un’altra grande falsità. Mai avuto incarichi. Anzi, proprio per il rapporto amicale con Conte, mentre era premier mi astenni da qualsiasi attività forense che fosse in conflitto con i ministeri».

Però voi due v’incontravate a cena.

«L’ho rivisto solo a luglio dopo tanto tempo, al Bellacarne, nel Ghetto. Gli avventori lo hanno applaudito. Poi circa un mese fa, nello stesso ristorante kosher».

Conosce Beppe Grillo?

«No. Ignoro persino i nomi dei genovesi che abitano nel mio palazzo».

Non ha steso lei lo statuto del M5S?

«Ennesima menzogna colossale».

Ha votato almeno per Virginia Raggi?

«Per fortuna voto a Genova».

Ha detto «per fortuna»?

«Voce dal sen fuggita. Cancelli. Vedo i pentastellati con simpatia. Hanno cercato d’introdurre nuove forme di partecipazione politica. Ma il compito che Conte si è assegnato mi pare improbo».

Mi parli dell’avvocato Luca Di Donna.

«Persona perbene, brillante. Non si è laureato con me. Ha lavorato nel mio studio, poi ha occupato quello lasciato libero da Conte. Sono molto triste per l’inchiesta che lo ha coinvolto. È aberrante che una persona venga a conoscere dai giornali atti coperti dal segreto istruttorio. Un caso dai contorni opachi».

Esclude che serva a colpire Conte?

«Non lo escludo affatto».

Per gli inquirenti Di Donna aveva «acquisito potere». Si parla di «un arricchimento economico per tutti i sodali, dopo che una terza persona si è affermata».

«Supposizioni. Hanno strumentalizzato financo la sua nomina a presidente in una commissione per l’esame di avvocato. Chiunque sa che si tratta di una grande perdita tempo, nemmeno retribuita, e che il ministero della Giustizia stenta a trovare docenti disponibili».

Su Di Donna, la Procura di Roma riporta un’intercettazione dei carabinieri: «Gli è cambiata la vita!».

«Gli è cambiata la vita? Non lo so. A me pare che conduca la stessa di prima».

Dalle carte emergerebbe che Di Donna avrebbe incontrato nello studio Alpa un imprenditore e un generale della Finanza per una fornitura di mascherine.

«Non conosco le persone citate. L’equivoco nascerà dal fatto che i nostri uffici sono ubicati nello stesso edificio».

Ne ha chiesto conto a Di Donna?

«Certo. “Sono tutte cose non vere”, ha risposto. Ha assistito questo imprenditore, il quale, una settimana dopo avergli conferito l’incarico, gliel’ha revocato. A una mia precisa domanda, ha risposto di non aver neppure ricevuto un acconto».

Lei conosce Domenico Arcuri?

«L’ho incontrato solo una volta in vita mia, a un pranzo, anni fa».

Qual è il suo attuale stato d’animo?

«Meno amareggiato, dopo gli attestati di stima. Un po’ l’età e un po’ l’esperienza m’insegnano che tutto passa. Il mio nonno paterno emigrò per fame in Argentina dal 1924 al 1952. Lasciò a casa moglie e quattro figli. Tre di loro andarono in guerra. Alla caduta del fascismo diventarono partigiani. Sono un resistente pure io. La vita mi ha allenato ai sacrifici».

La notte dorme, almeno?

«Sì, sì. Con l’antistaminico Remeron».

Ha mai dato interviste?

«Come questa, no. Dagospia mi chiama Prezzemolino, ma detesto apparire».

Come definirebbe la giustizia in Italia?

(Ride). «Un malato cronico. Massimo D’Alema mi ha chiesto un articolo sul tema per Italiani europei. Ebbene, è dal 1865, da quando esiste il codice di procedura civile, che si parla di riformarla».

Non ha nulla da rimproverarsi?

«Leggendo i giornali, mi sono chiesto in che cosa avessi sbagliato. Non ho trovato risposta. Ma se questo è il costo della democrazia, mi pare troppo alto».

Il gotha dell’Accademia: «Giù le mani da Alpa!». Straordinaria mobilitazione dal mondo dell’Università e del Diritto in difesa del grande giurista e presidente emerito del Cnf: «È oggetto di un’infamante campagna mediatica da tre anni. Ci rivolgiamo alle istituzioni», si legge in un appello pubblico firmato da centinaia di nomi, «perché da tale aggressione giudichino non la vittima, che ha una statura scientifica e morale assoluta, ma l’infimo livello dei suoi aggressori». Il Dubbio il 18 ottobre 2021. Da tre anni a questa parte il prof. Guido Alpa è fatto oggetto di una continua, virulenta ed infamante campagna mediatica. Gli vengono attribuiti inesistenti favoritismi concorsuali nei confronti dell’ex presidente del Consiglio prof. Giuseppe Conte, oscure relazioni di potere politico ed economico, comportamenti disonesti se non illeciti. Noi che conosciamo il prof. Alpa da anni, qualcuno anche da più di quaranta, sentiamo il dovere di far sentire, alta, la nostra voce a testimonianza della statura scientifica e morale del prof. Alpa. Del suo equilibrio e della sua ponderazione. Del suo davvero straordinario percorso di ricerca che ne fa uno dei non molti giuristi italiani con una reputazione internazionale. Del suo stile e della sua correttezza professionale che lo hanno portato per ben 10 anni a presiedere il Consiglio Nazionale Forense, l’istituzione pubblica che rappresenta gli oltre 200.000 avvocati italiani. Ma soprattutto vogliamo affermare a voce alta – in faccia a rappresentazioni grottesche e frutto di crassa ignoranza – che Guido Alpa ha saputo rappresentare, e tutt’ora rappresenta, in continuità con il suo Maestro Stefano Rodotà, una visione del diritto dalla parte dei soggetti marginali; del diritto come espressione di umanesimo e di cultura; della Giustizia come cuore dello stato di diritto. Una passione civile che da 50 anni trasmette, attraverso le centinaia di suoi libri e migliaia di suoi saggi, a colleghi e a generazioni di giovani studiosi. Troviamo vergognosa la campagna che contro di lui viene rivolta e ci rivolgiamo alle Istituzioni dello Stato – che nel corso di questi decenni Guido Alpa ha servito con generosità e discrezione e che dunque ben ne conoscono le qualità – perché da questa aggressione giudichino non la vittima, ma l’infimo livello degli aggressori.

Pietro Rescigno, Linceo

Rosalba Alessi, Università Di Palermo

Sandro Amorosino, Università La Sapienza, Roma

Gabriella Autorino, Università Di Salerno

Gaetano Azzariti, Università La Sapienza, Roma

Roberto Bin, Università Di Ferrara

Massimo Brutti, Università La Sapienza, Roma

Luciana Cabella Pisu, Università Di Genova

Giovanni Cabras, Università Roma Tre

Paolo Caretti, Università Di Firenze

Paolo Comanducci, Università Di Genova

Guido Corso, Università Roma Tre

Diego Corapi, Università La Sapienza, Roma

Giovanni Cordini, Università Di Pavia

Pasquale Costanzo, Università Di Genova

Gabriele Crespi Reghizzi, Università Di Pavia

Lorenzo D’avack, Università Roma Tre

Carla Faralli, Università Di Bologna

Gilda Ferrando, Università Di Genova

Maria Rosaria Ferrarese, Università Di Cagliari

Antonio Gambaro, Università Di Milano

Silvio Gambino, Università Della Calabria

Giovanni Giacobbe, Università Lumsa, Roma

Adriano Giovannelli, Università Di Genova

Carlo Guarnieri, Università Di Bologna

Guido Guidi, Università Di Urbino

Antonio Iannarelli, Università Di Bari

Sergio Lariccia, Università La Sapienza, Roma

Nicola Lipari, Università La Sapienza, Roma

Adelmo Manna, Università Di Foggia

Giacomo Marramao, Università Roma Tre

Guido Melis, Università La Sapienza, Roma

Luigi Moccia, Università Roma Tre

Antonio Padoa Schioppa, Università Di Milano

Massimo Paradiso, Università Di Catania

Mario Patrono, Università La Sapienza, Roma

Ubaldo Perfetti, Università Di Macerata

Eligio Resta, Università Roma Tre

Paolo Ridola, Università La Sapienza, Roma

Giampaolo Rossi, Università Roma Tre

Pasquale Stanzione, Università Di Salerno

Elda Turco Bulgherini, Università Tor Vergata, Roma

Giovanna Visintini, Università Di Genova

Paolo Zatti, Università Di Padova

Silvia Calamandrei, Archivio Calamandrei, Montepulciano

Andrea Barenghi, Università Del Molise

Gian Antonio Benacchio, Università Di Trento

Emanuele Bilotti, Università Europea, Roma

Giovanni Bruno, Università La Sapienza, Roma

Ilaria Caggiano, Università Suor Orsola Benincasa, Napoli

Enzo Cannizzaro, Università La Sapienza, Roma

Remo Caponi, Università Di Firenze

Roberto Caranta, Università Di Torino

Francesco Cardarelli, Università Foro Italico, Roma

Michele Carducci, Università Del Salento

Diana Cerini, Università Milano-Bicocca

Alessandro Ciatti Caimi, Università Di Torino

Giovanni Comandè, Scuola Superiore Sant’anna, Pisa

Massimo Confortini, Università La Sapienza, Roma

Enrico Damiani, Università Di Macerata

Barbara De Donno, Università Luiss

Francesco D’ippolito, Università Della Campania

Valerio Donato, Università Di Catanzaro

Tommaso Edoardo Frosini, Università Suor Orsola Benincasa, Napoli

Arianna Fusaro, Università Di Padova

Lucilla Gatt, Università Suor Orsola Benincasa, Napoli

Sergio Gerotto, Università Di Padova

Emanuela Giacobbe, Università Lumsa, Roma

Federica Giardini, Università Di Padova

Andrea Guaccero, Università Roma Tre

Paola Ivaldi, Università Di Genova

Luca Loschiavo, Università Di Teramo

Francesco Macario, Università Roma Tre

Giuseppe Martinico, Scuola Superiore Sant’anna, Pisa

Ugo Mattei, Università Di Torino

Antonello Miranda, Università Di Palermo

Laura Moscati, Università La Sapienza, Roma

Maria Donata Panforti, Università Di Modena

Giampaolo Parodi, Università Di Pavia

Michele Perrino, Università Di Palermo

Giorgio Pino, Università Roma Tre

Saverio Regasto, Università Di Brescia

Giorgio Resta, Università Roma Tre

Vincenzo Ricciuto, Università Tor Vergata, Roma

Angelo Rinella, Università Lumsa, Roma

Pieremilio Sammarco, Università Di Bergamo

Giovanni Sartor, Istituto Universitario Europeo, Firenze

Maurizio Sciuto, Università Di Macerata

Mario Serio, Università Di Palermo

Guido Smorto, Università Di Palermo

Claudia Storti, Università Di Milano

Alberto Toffoletto, Università Di Milano

Raffaele Torino, Università Roma Tre

Lara Trucco, Università Di Genova

Piero Zanelli, Università Di Bologna

Vincenzo Zeno-Zencovich, Università Roma Tre

Nadia Zorzi, Università Di Bologna

Biagio Andò, Universita Di Catania

Ettore Battelli, Università Roma Tre

Simone Benvenuti, Università Roma Tre

Francesca Brunetta D’usseaux, Università Di Genova

Fausto Caggia, Università Kore, Enna

Giovanna Capilli, Università San Raffaele, Roma

Francesca Caroccia, Università Dell’Aquila

Claudia Morgana Cascione, Università Di Bari

Nadia Coggiola, Università Di Torino

Margherita Colangelo, Università Roma Tre

Amalia Diurni, Università Tor Vergata, Roma

Giovanni Facci, Università Di Bologna

Andrea Gemma, Università Roma Tre

Roberta Montinaro, Università L’orientale, Napoli

Francesca Naddeo, Università Di Salerno

Luigi Nonne, Università Di Sassari

Flavio Peccenini, Università Di Bologna

Francesca Rescigno, Università Di Bologna

Angelo Riccio, Università Di Bologna

Gianluca Scarchillo, Università La Sapienza, Roma

Alessia Valongo, Università Di Perugia

Noah Vardi, Università Roma Tre

Leopoldo Vignudelli, Università Di Modena

Carlos Antonio Agurto Gonzáles, Giurista, Lima

Annalisa Atti, Università Di Bologna

Deborah Bianchi, Avvocato, Firenze

Stefano Carabetta, Università Di Messina

Lorenzo Cavalaglio, Notaio, Roma

Francesco Chiappetta, Avvocato, Milano

Michele Clemente, Avvocato, Roma

Elisabetta Corapi, Università Tor Vergata, Roma

Giuseppe Corasaniti, Avvocato, Roma

Giovanna Corrias Lucente, Avvocato, Roma

Amarillide Genovese, Università Di Bari

Alberto Giampieri, Avvocato, Roma

Cristiano Iurilli, Università Tor Vergata, Roma

Patrizio Messina, Avvocato, Roma

Giovanna Montella, Università La Sapienza, Roma

Maria Cecilia Paglietti, Università Roma Tre

Federica Resta, Giurista, Roma

Mario Siragusa, Avvocato, Roma

Rebecca Spitzmiller, Università Roma Tre

Sirio Zolea, Università di Macerata

Guido Calabresi, Yale University

Francesco Capriglione, Università LUISS, Roma

Adolfo di Majo, Università Roma Tre

Niccolò Abriani, Università di Firenze

Valerio Lemma, Unimarconi, Roma

Fabrizio Marinelli, Università dell’Aquila

Mirella Pellegrini, Università LUISS, Roma

Andrea Sacco Ginevri, Università Uninettuno, Roma

Marco Sepe, Unitelma-Sapienza, Roma

Enrico Antonio Emiliozzi, Università di Macerata

Antonio Fici, Università del Molise

Illa Sabatelli, Università Uninettuno, Roma

Paolo Gaggero, associato dell’Università di Roma-Sapienza

Alessandro Somma, ordinario dell’Università di Roma – Sapienza

Gianluca Sicchiero, ordinario dell’Università di Venezia

Fabio Toriello, associato dell’Università di Sassari

Giovanni Doria, ordinario dell’Università di Roma – Tor Vergata

Carlo Rossello, ordinario dell’Università di Genova

Ernesto Stajano, Roma – Scuola Nazionale dell’Amministrazione

Mariangela Ferrari, associata dell’Università di Milano – Bicocca

Marco Pellissero, ordinario dell’Università di Torino

Antonino Cataudella, già ordinario dell’Università di Roma-Sapienza

Francesco Benatti, già ordinario dell’Università di Milano-Statale

Maria Rosaria Marella, ordinaria dell’Università di Perugia

Maurizio D’Ettore, ordinario dell’Università di Firenze

Oliviero Diliberto, ordinario dell’Università di Roma-Sapienza

Geminello Preterossi, ordinario dell’Università di Salerno

Arturo Maresca, ordinario dell’Università di Roma-Sapienza

Stefano Bellomo, ordinario dell’Università di Roma-Sapienza

Enrico Del Prato, ordinario dell’Università di Roma-Sapienza

Paolo Corrias, ordinario dell’Università di Cagliari

Cesare Pinelli, ordinario dell’Università di Roma-Sapienza

Sergio Maria Carbone, già ordinario dell’Università di Genova

Andrea D’Angelo, già ordinario dell’Università di Genova

Giorgio Lener, ordinario dell’Università di Roma-Tor Vergata

Riccardo Guastini, già ordinario dell’Università di Genova

Roberta Tiscini, ordinaria dell’Università di Roma-Sapienza

Roberta Peleggi, associata dell’Università di Roma-Sapienza

Alessandra Paolini, associata dell’Università di Roma – Sapienza

Alessandra Di Martino, associata dell’Università di Roma – Sapienza

Maria Costanza, ordinaria dell’Università di Pavia

Angelo Barba, ordinario dell’Università di Siena

Giovanni D’Amico, ordinario dell’Università di Reggio Calabria

Claudio Consolo, ordinario dell’Università di Roma-Sapienza

Andrea Mora, ordinario dell’Università di Modena e Reggio Emilia

Maria Rosaria Maugeri, ordinaria dell’Università di Catania

Daniela Memmo, ordinaria dell’Università di Bologna

Giovanni De Cristofaro, ordinario dell’Università di Ferrara

Enrico Damiani, ordinario dell’Università di Macerata

Giuseppe Vettori, già ordinario dell’Università di Firenze

Lorenzo Cuocolo, ordinario dell’Università di Genova

Manuela Mantovani, ordinaria dell’Università di Padova

Ermanno Calzolaio, ordinario dell’Università di Macerata

Realino Marra, ordinario dell’Università di Genova

Giorgio Afferni, associato dell’Università di Genova

Roberto Pucella, ordinario dell’Università di Bergamo

Mauro Orlandi, ordinario dell’Università di Milano – Cattolica

Paolo Cendon, già ordinario dell’Università di Trieste

Tommaso dalla Massara, ordinario dell’Università di Verona

Angelo Venchiarutti, associato dell’Università di Trieste

Michele Sesta, già ordinario dell’Università di Bologna

Massimo Franzoni, ordinario dell’Università di Bologna

Giusella Finocchiaro, ordinario dell’Università di Bologna

Enrico Al Mureden, ordinario dell’Università di Bologna

Rita Rolli, ordinaria dell’Università di Bologna

Massimo Zaccheo, ordinario dell’Università di Roma – Sapienza

Carmela Camardi, ordinaria dell’Università di Venezia

Umberto Breccia, già ordinario dell’Università di Pisa

Massimo Proto, ordinario dell’Università di Roma – Link Campus

Roberto Carleo, ordinario dell’Università di Napoli – Parthenope

Silvio Martuccelli, ordinario dell’Università di Roma – LUISS Guido Carli

Luigi Balestra, ordinario dell’Università di Bologna

Valerio Pescatore, ordinario dell’Università di Brescia

Maria Pia Pignalosa, associata dell’Università di Roma – Foro italico

Diego Rossano, ordinario dell’Università Parthenope di Napoli

Antonella Antonucci, ordinario dell’Università di Bari

Alberto Urbani, ordinario dell’Università Ca’ Foscari di Venezia

Francesco Moliterni, ordinario dell’Università di Bari

Leonardo Dibrina, straordinario dell’Università Marconi di Roma

Domenico Siclari, ordinario dell’Università La Sapienza di Roma.

Nicola Biondo per nicolariccardobiondo.medium.com il 2 novembre 2021. Quanto ha pesato politicamente lo studio Alpa durante la stagione di Giuseppe Conte? C’è una storia, priva di risvolti giudiziari, che merita di essere raccontata. Una storia di diplomazia parallela nella quale spuntano lo studio dove l’ex-presidente si è affermato professionalmente e l’avvocato Luca Di Donna oggi indagato per associazione a delinquere finalizzata al traffico di influenze illecite. Di Donna è il vertice di una serie di relazioni con il regime cinese attenzionate da tempo nei report dei servizi italiani e non solo, come vedremo. La trama di questa diplomazia parallela va rintracciata a Trieste nella tarda primavera del 2020 quando l’Anac — l’autorità anti-corruzione — depone il numero uno del porto giuliano Zeno D’Agostino. Con mossa abile e spregiudicata D’Agostino chiama a sua difesa la studio Alpa. Mossa legale e legittima ma molto politica perché, come è noto, chiamare Alpa significava chiamare l’uomo che in quel momento sussurrava all’avvocato del Popolo saldamente a Palazzo Chigi e con un indice di gradimento ai massimi storici. Mossa che innesca una crisi diplomatica che qui proviamo a raccontare. Ufficialmente D’Agostino era stato ritenuto “colpevole” di conflitto di interessi, da qui la decisione dell’’Anac di rimuoverlo. In realtà quello stop è un tassello della lunga battaglia tra l’espansionismo cinese e l’Occidente. E racconta della virata filo-cinese che i governi Conte hanno impresso nel triennio ‘18-’20. D’Agostino manager capace e stimato, da sinistra a destra, fino alla sua rimozione era l’uomo dell’accordo di ferro con il colosso statale di Pechino CCCC per la creazione di piattaforme logistico/distributive collegate ai terminal. Il porto di Trieste sarebbe diventato l’hub principale della Via della Seta, l’arma politico-commerciale dell’espansionismo di Pechino. D’Agostino era l’interprete perfetto della nuova alleanza geo-politica che la Lega a Cinquestelle aveva messo in campo non appena arrivati nella stanza dei bottoni. L’accordo era di portata storica: Trieste sarebbe diventata la principale porta d’oriente nel cuore d’Europa, D’Agostino appariva l’uomo giusto nell’epoca giusta, Conte l’uomo che aveva fondato questa Ost-politik 2.0 forte dell’appoggio vaticano, della sua vecchia amicizia con il cardinale Achille Silvestrini e soprattutto con il suo erede il cardinale Parolin: tutti desiderosi di aprire alla Cina. Il set di questa visione fu Villa Nazareth, sorta di college vaticano ma in realtà la vera Farnesina vaticana. Dietro l’accordo c’era chi vedeva una cessione di sovranità ad un regime totalitario, una scelta precisa del governo giallo-verde. Trieste diventò così ufficialmente un problema di sicurezza nazionale. Non solo per l’Italia ma anche per la Nato e gli Usa. L’accordo con i cinesi andava fermato. Su Trieste, e in particolare sul porto, l’attenzione delle intelligence erano fortissime da tempo. Altrettanto noto era il crescente fastidio degli americani. Nessuno però si sarebbe aspettato che a far precipitare tutto sarebbe arrivato un esposto anonimo contro D’Agostino: da qui il procedimento e poi la rimozione avvenuta nel giugno 2020. Fin qui la politica. Ma passiamo agli affari. Luca Di Donna è uno degli ambasciatori “all’orecchio” dell’inner circle contiano (e non si offenda l’ex-Presidente ma davvero non è credibile che i due vecchi amici e colleghi allo studio Alpa non si sarebbero più visti dopo l’ascesa a Palazzo Chigi). Di Donna in Cina è di casa: è nel board dell’istituto italo-cinese che nell’aprile 2019 venne presentato a Whuan mentre nelle stesse ore Conte era a Pechino al forum sulla Via della Seta. Torniamo a Trieste: i contatti tra D’Agostino e lo studio Alpa furono dettati non solo da una scelta professionale ma eminentemente politica. Chiamare in soccorso Alpa significava palesare fortissime connessioni governative, andare alla matrice di chi aveva deciso la svolta filo-cinese. Non solo: a Trieste c’è chi sostiene che il contatto fu mediato proprio da Luca Di Donna. L’avvocato infatti entrerà nel collegio di difesa di D’Agostino che contro l’allontanamento ricorse al Tar. Una difesa in punta di diritto ma anche molto politica. Ciò che fece saltare sulla sedia l’intelligence italiana, ma anche quella a stelle e strisce, furono una serie di foto. D’Agostino convocò una manifestazione dopo il siluramento a cui parteciparono centinaia di persone, una scena in stile “fronte del porto”. In mezzo alla folla apparvero alcune bandiere della Repubblica Popolare. Trieste, uno dei baluardi occidentali durante e dopo la guerra fredda, stava entrando nell’orbita cinese: questa fu la lettura dell’intelligence italiana e americana. La propaganda di Pechino si scatenò: sia a livello diplomatico che mediatico. Ciò avveniva negli stessi mesi in cui Palazzo Chigi affidava la video-sorveglianza del suo perimetro e dei suoi ingressi ad una ditta cinese e si sperticava in lodi per gli aiuti, la maggior parte dei quali (ventilatori e mascherine) farlocchi, provenienti da Pechino. Tutti atti finiti nei dossier dell’intelligence d’oltreoceano e al Copasir. La storia del porto e delle ramificazioni internazionali filo-cinesi del potere contiano non finisce qui, il fascicolo è ancora aperto. Alla fine Zeno D’Agostino è stato reintegrato al porto di Trieste, appena un mese dopo il suo allontanamento: lo studio Alpa e quello Di Donna vinsero la battaglia al Tar. Che però segnalò come il conflitto di interessi non era una tesi campata in aria. Nel settembre 2020 il colosso cinese finì nella black list degli Usa, la “Entity List”. Era un chiaro segnale: Pechino non deve entrare a Trieste. La via della Seta si fermò. Bloccato l’accordo con i cinesi al loro posto a Trieste sono arrivati i tedeschi di Hhla. Che proprio dallo scorso mese di settembre hanno come socio di minoranza Cosco, un colosso della logistica made in China. Come dicono alcuni vecchi lupi di mare triestini, “sanno proprio di soia, questi wurstel”.

Elena e la passione per Conte: «E' il sogno della mia vita». Franco Maurella su Il Quotidiano del Sud il 22 settembre 2021. STRAVEDE per Giuseppe Conte, Elena Buccino, la “pasionaria” della politica che avversa la desta e ritiene Giuseppe Conte il migliore dei politici italiani, condividendone i principi che ne animano l’azione politica. Elena Buccino è la stessa persona che a Villapiana Lido ha contestato il leader della Lega, Matteo Salvini, urlando e sovrastando gli altoparlanti fino a farsi ascoltare. Motivo della protesta il reddito di cittadinanza che Salvini vuole abolire e per tacitare la bionda Elena ha usato il microfono per dire che la sua protesta era dovuta al fatto che percepiva il reddito di cittadinanza e non voleva perderlo. “Sono una bracciante agricola – riferisce Elena Buccino – che si spacca la schiena lavorando pesantemente ma percependo un salario da fame. Mi chiedo perché al Nord i salari sono giusti e qui da noi seppure lavoriamo sodo, siamo sottopagati. I datori di lavoro al sud non pagano come dovrebbero”. “E’ bene che Salvini lo sappia – aggiunge – che io non percepisco alcun reddito di cittadinanza ma vivo del frutto, povero, del mio lavoro. Per questo ho una rabbia dentro che non riesco a sfogare”.

Accogliamo di buon grado lo sfogo di Elena Buccino che vorrebbe essere ospitata in una trasmissione televisiva di una emittente nazionale “magari Barbara D’Urso”, per “dirgliene quattro a quelli della destra che hanno governato la Calabria riducendola nello stato in cui si trova e denunciare i datori di lavoro che ci schiavizzano e non ci pagano come dovrebbero”. Il riferimento è al lavoro, alla sanità, alle infrastrutture che mancano e nemmeno si vedono all’orizzonte. Poi, con Elena apriamo il capitolo Giuseppe Conte. Lei, la “pasionaria” si reca in quel di Rossano per vedere e ascoltare il suo idolo. “E’ sempre stato il sogno della mia vita – dice Elena – incontrare Giuseppe Conte, poterlo vedere dal vivo, toccarlo, parlargli”. Le chiediamo: di tutto questo cosa ti è stato possibile realizzare. Elena risponde: “Io ero alle spalle del palco ed il cordone di polizia mi impediva di avvicinarmi. Allora lo ho chiamato e ho urlato Giusé girati. Lui si è girato e mi ha salutato. Gli ho mandato un bacio ed ho urlato che volevo essere al posto della sua compagna”. Da dove nasce questo amore per Conte? “E’ sempre stato l’uomo della mia vita. Lo adoro come uomo e come politico e quello che gli ho detto lo penso davvero”. Dunque, il sogno lo hai realizzato. “Non del tutto, il sogno è incompleto perché voglio parlargli mentre a Rossano mi sono limitata a guardarlo”. Per dirgli cosa? “Tante cose ma sono riuscita solo a passargli un biglietto. Lui ha sorpassato i poliziotti è venuto vicino a me e si è preso il biglietto che gli ho scritto”. Cosa gli hai scritto, se si può dire? “Ho solo scritto Giuseppe, ti prego chiamami e gli ho dato il numero del mio cellulare”. Quale Conte preferisci, l’uomo o il politico? “Mi piace tutto di Giuseppe Conte, come uomo e come politico perché siamo stato governati dalla destra e lui è l’uomo giusto per cambiare il futuro della Calabria”.

Aldo Grasso per il “Corriere della Sera” il 18 settembre 2021. Corrado Formigli ha inaugurato la nuova stagione di «Piazzapulita» (La7) con una decisa presa di posizione a favore dei vaccini: «Abbiamo un punto di vista molto forte e mai come in questo momento i media devono schierarsi. Lo faremo senza togliere la parola a chi la pensa diversamente. Credo che il green-pass sia uno strumento di libertà, è ovviamente un obbligo vaccinale sotto mentite spoglie, ma è finalizzato a far vaccinare le persone e a garantire una maggiore sicurezza». Giusto, non dimentichiamo mai il drammatico momento che stiamo attraversando. In un'intervista si era lamentato del fatto che «prendersela con i talk show sia ormai come sparare sulla Croce Rossa, ma [essi] assolvono il loro compito di raccontare la realtà». Certo, i talk raccontano la realtà se esplicitano un punto di vista (come Formigli ha fatto a inizio trasmissione), diventano invece corresponsabili della confusione che regna sui vaccini se artatamente alimentano la polemica e creano le condizioni per la rissa. Ospite per la prima volta della trasmissione c'era Giuseppe Conte. E qui si pone un secondo, interessante problema di comunicazione, soprattutto in relazione al contesto (il riferimento alla realtà presente) in cui si colloca la parola dell'ex premier. Nonostante l'incalzare delle domande, è sinceramente difficile seguire un ragionamento di Conte: il suo eloquio non è mai diretto, concreto, ma piuttosto elusivo. A una domanda precisa risponde sempre con perifrasi, con concetti vaghi, con contorsioni sintattiche sorrette da una sorta di lirismo malinconico («Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno»). Terzo esempio comunicativo: Marco Minniti e Ale Di Battista duellano sull'Afghanistan e su altri scenari di guerra. L'uno, Minniti, più realista del re, l'altro, Di Battista, più idealista che mai, in proporzione diretta alla sua conoscenza dei problemi.

"Conte si fa i c... suoi": tra i 5S è Chi l'ha visto? Francesco Curridori l'1 Settembre 2021 su Il Giornale. Giuseppe Conte sale sul banco degli imputati non solo per le troppe gaffe, ma anche per il flop che si pensa arriverà con le prossime amministrative. In casa M5S, poi, brucia "l'assenza" da Primavalle. Il M5S non potrà riconfermare il seggio di Primavalle. I parlamentari pentastellati, tra lo sconcerto generale, hanno appreso dalle agenzie che non vi sarà alcun loro candidato a Roma nel seggio lasciato libero da Emanuela Del Re, dopo essere stata nominata rappresentante speciale dell'Ue per il Sahel. In Transatlantico, i malumori serpeggiano e il neo leader del M5S, Giuseppe Conte, autore di alcune importanti gaffe sull'Afghanistan e sui ddl Sicurezza, viene visto come il principale responsabile di questa situazione. “L'impressione è che Conte si stia facendo i c.... suoi tant'è vero che noi parlamentari non lo sentiamo da tempo”, dice a ilGiornale.it un'autorevole figura del Movimento. “Lui si sta facendo i suoi tour elettorali-politici nei salotti e noi, anche su Primavalle, non sapevamo nulla”, aggiunge la nostra fonte. “Ora si atteggia a padrone del Movimento, ma le amministrative saranno la sua deadline”, preannunciano i più critici all'ex premier. Basta, infatti, fare un breve tour tra le città al voto per capire che le amministrative, per il M5S, saranno lacrime e sangue. A Torino, il sindaco uscente Chiara Appendino non si ripresenta e la candidata Valentina Sganga è fuori dai giochi, mentre a Milano Beppe Sala ha rifiutato l'appoggio dei pentastellati che schierano la manager Layla Pavone. La Capitale, invece, è l'esempio classico della difficoltà di trovare una sintesi tra Pd e M5S. Conte ci aveva provato sostenendo tacitamente la candidatura di Nicola Zingaretti al Campidoglio, ma Virginia Raggi non si è fatta da parte e, ora, Enrico Letta ha implicitamente respinto l'idea di un sostegno del Pd alla sindaca uscente. “Al ballottaggio arriverà Gualtieri”, ripete da giorni il segretario dem. Ed è chiaro che “se si va divisi sul sindaco, poi è difficile fare un patto per il collegio di Primavalle”, ci fanno sapere dal Pd. “E dove ci sono uscenti a cui si è fatto opposizione non è che improvvisamente fai un accordo”, ribadiscono i dem che hanno schierato il segretario cittadino Andrea Casu, ma non nutrono grandi speranze di vittoria.“Sulla carta non ha molte chances, ma se Gualtieri va bene, magari riesce anche a portare a casa la vittoria”, dicono i più ottimisti. “È ovvio che è un tentativo disperato sennò non avremmo puntato su Casu”, ammettono in casa Pd. Le intese tra i due partiti, quindi, sono state possibili solo per la Regione Calabria e per i capoluoghi di Bologna e Napoli, “due città dove vinceremo, ma con candidati del Pd”. La Capitale, invece, è data per spacciata: “Mi sembra difficile che la Raggi vinca e, in ogni caso, tutto rimarrà sottotraccia fino alle amministrative”, ci dicono i grillini. Ma, a preoccupare non sono solo le amministrative. In Emilia Romagna ben 37 attivisti hanno lasciato il M5S, mentre in Parlamento il reddito di cittadinanza viene messo in discussione da quasi tutte le forze politiche. “Tutte le piccole conquiste del M5S sono radicalmente messe in discussione e, quindi, tenere il piede in due staffe, come hanno fatto Grillo e Conte, non paga più anche perché Draghi sta operando come uno schiacciasassi e chi assume posizioni mediane vengono schiacciati”, ci spiega un ex pentastellato per nulla pentito di aver abbandonato il Movimento. “I miei ex colleghi continuano a voler galleggiare, ma le acque sono troppo agitate per poterlo fare ancora a lungo”, evidenzia la nostra che aggiunge: “Loro hanno riversato tutte le loro aspettative su Conte che ha ancora un patrimonio di popolarità che gli deriva dal periodo in cui era a Palazzo Chigi però non basta per rilanciare il Movimento”. Dal 2018 a oggi, infatti, ha dimezzato i suoi voti “ed è difficile che Conte possa accontentare gli appetiti dei tanti che vorrebbero continuare un'esperienza che continua a franare”, fa notare l'ex grillino. Ecco, dunque, che l'indiscrezione di Dagospia, secondo cui Conte, sostenuto in questo da Travaglio, sarebbe favorevole a eleggere Mario Draghi al Colle per ottenere le elezioni, sembra avere un certo fondamento. “Beh è chiaro che Travaglio voglia far andare Conte il prima possibile al voto per togliere di mezzo gli anti Fatto Quotidiano dal M5S”, ci confermano i grillini.

Francesco Curridori. Sono originario di un paese della provincia di Cagliari, ho trascorso l’infanzia facendo la spola tra la Sardegna e Genova. Dal 2003 vivo a Roma ma tifo Milan dai gloriosi tempi di Arrigo Sacchi. In sintesi, come direbbe Cutugno, “sono un italiano vero”. Prima di entrare all’agenzia stampa Il Velino, mi sono laureato in Scienze della Comunica

Stefano Feltri per “Domani” il 31 agosto 2021. Per qualche tempo è circolata una certa nostalgia per Giuseppe Conte, la cui popolarità dipendeva soprattutto dalla tendenza molto italiana di omaggiare il potente di turno e dall’essersi trovato a guidare il paese durante la pandemia. Ora Conte è tornato come leader dei Cinque stelle, parla, scrive, fa interviste. E a ogni uscita conferma quanto immotivata fosse la stima di cui ha goduto presso tanti nei mesi difficili del 2019-2020. Conte si erge a paladino della cruciale misura anti povertà del reddito di cittadinanza – varato dal suo primo governo – ma sbaglia clamorosamente il numero dei poveri a Milano (non ci possono essere 200.000 bambini poveri su 210.000 minorenni residenti a Milano). Poi interviene sulla crisi dell’Afghanistan e non si capisce bene cosa voglia dire: trattare con i Talebani è al contempo un’ovvietà (gli Stati Uniti lo fanno da anni) e una scelta di posizionamento su uno scacchiere dove alcuni paesi e l’Onu trattano i Talebani da terroristi e altri, come Cina o Pakistan, come strumenti per le proprie esigenze geopolitiche. In una intervista al Corriere della Sera, ora Conte riesce in un singolare sforzo di dissociazione dalla realtà: ci sono cose fatte dal suo governo che i ministri facevano da soli, tipo i decreti Sicurezza di Matteo Salvini. Soltanto ora Conte riconosce che quelle misure ingiustamente punitive per i richiedenti asilo “hanno messo per strada decine di migliaia di migranti dispersi per periferie e campagne”. Il 24 settembre 2018, invece, presentava quei decreti come un’alternativa necessaria alla “accoglienza indiscriminata” di cui si era macchiata l’Italia. Salvini al suo fianco annuiva. Altre misure nelle parole di Conte sembrano quasi eventi meteorologici, fuori dal controllo della politica, tipo quota 100: le misure di pensionamento anticipato, volute con uguale vigore da Lega e Cinque stelle, sono costate quanto il reddito di cittadinanza (19 miliardi in tre anni) ma si sono rivelate completamente inutili. Lo ha certificato Pasquale Tridico, presidente dell’Inps nominato da Conte: pensionamenti anticipati di 180.000 uomini e 73.000 donne in due anni, soprattutto pubblico impiego e a reddito medio-alto, e l’analisi dei dati Inps «non mostra evidenza chiara di uno stimolo alle maggiori assunzioni da parte dell’anticipo pensionistico». La storia che le aziende avrebbero assunto giovani al posto dei pensionati era una balla, propalata dal governo Conte per giustificare una misura clientelare a fini elettorali. Alla domanda su cosa fare dopo quota 100, che per fortuna finisce quest’anno visto che era attivata in via sperimentale, Conte non riesce a dare una risposta chiara, giusto il solito ritornello su «avviare un confronto per ampliare la lista dei lavori gravosi e usuranti». Che non vuol dire niente, ma «avviare un confronto» è sempre cosa buona e giusta. Dopo un aspro scontro con Beppe Grillo sul nuovo statuto del Movimento Cinque stelle, Conte ha ottenuto i poteri di indirizzo che reclamava. Non ha ancora dimostrato di avere un’idea chiara di cosa farne. 

Giuseppe Conte, il ritratto di uno sconfitto: dal "buco" nel curriculum ai disastri con Arcuri. Ecco chi è davvero. Giuliano Zulin su Libero Quotidiano l'01 luglio 2021. Dovrà trovarsi un lavoro adesso Giuseppe Conte. Fino a pochi mesi fa decideva le nostre vite, con i proclami a notte fonda su chi potevamo incontrare e dove era lecito spostarsi. I Dpcm, i codici Ate co, le zone a colori, l'autocertificazione. Ora è il nulla l'avvocato foggiano. Potrà fare un partito per conto proprio, e i soldi chi li mette? Potrà continuare a insegnare a Firenze, questo sì. Ma la sua carriera politica sembra agli sgoccioli. Arrivato dal nulla, con un curriculum taroccato sull'inglese, sparirà nel nulla? Beppe Grillo ha sentenziato ieri che Giuseppi «non ha visione politica». In effetti non si era mai visto un signore che si dichiara «di sinistra» e poi va in Aula spalleggiato da Luigi Di Maio, all'epoca anti-Ue, e da Matteo Salvini, anti-Ue e anti -clandestini. In Parlamento si autonominò «avvocato del popolo». Fece da garante a un contratto, quello gialloverde, che in realtà piaceva a molti italiani. Durante quell'estate 2018 pareva che il Paese potesse cambiare davvero. Peccato che alla prima difficoltà, ovvero scrivere la Finanziaria, l'allora premier prese in giro gli italiani e l'Europa: vi ricordate quando sostituì il deficit al 2,4% (bocciato da Bruxelles) con il 2,04%? Come se la Commissione Ue fosse scema, come se i contribuenti fossero dei beoti. Conte si inimicò i vertici continentali per varare Quota 100 e il reddito di cittadinanza. Le altre riforme previste nel contratto? Era tutto un «entro un mese la bozza», «entro una settimana ne parleremo», «entro un anno...». Fatti mai. Prendere tempo, ecco la qualità dell'allora premier. Ma un'altra sua caratteristica era ed è il camaleontismo: difese Salvini dall'inchiesta sulla Russia e sugli sbarchi. Salvo poi voltargli le spalle appena il Capitano decise di salutare la compagine gialloverde. Il capolavoro fu l'incontro con i cinesi comunisti. L'avvocato li ricevette in pompa magna a Roma e poi volò a Pechino per inaugurare la Via della Seta, facendo imbestialire gli americani. Conte però, opportunista e appunto camaleonte, è ripartito a razzo con i giallorossi. Per fare cosa? Comandare. Bearsi di essere il premier. Mostrare la pochette. Ergersi a riserva della repubblica. D'altronde abbandonando il cattivone leghista, la fanfara progressista aveva iniziato a incensare- complice il gran lavoro del fidato Rocco Casalino - l'ex avvocato del popolo. Guai a criticarlo. Però i risultati non arrivavano, anzi l'influenza Dem aveva spinto Giuseppe a seminare tasse, salvo poi ritirarle pena la sconfitta del Pd in Emilia Romagna. Grillo ieri ha anche spiegato che Conte «non ha capacità manageriali». Certo, a fine gennaio 2020, dalla Gruber sentenziò: «La pandemia? Siamo prontissimi». Infatti, colto di sorpresa dal Covid, prima accusò l'ospedale di Codogno, poi affidò la gestione della macchina di protezione (mascherine, guanti) a Domenico Arcuri, l'uomo che sussurrava alle primule, ma che non ne ha imbroccata una, e infine accusò i giornalisti che fecero domande scomode a Bergamo, alle tre di notte. Ma d'altronde Conte impose i suoi diktat, con dirette improvvisate, a mezzanotte e dintorni. Incutendo il terrore con i suoi Dpcm e le sue auto certificazioni, che cambiavano ogni settimana. Sempre Grillo, sempre ieri, ha fatto sapere che Giuseppi non ha «capacità di innovazioni». Lo avevamo notato un'estate fa durante i famosi Stati generali a Villa Pamphili. Il "monarca" foggiano ospitò imprenditori, attori, cantanti. Una passerella che avrebbe dovuto portare idee nuove per far ripartire il Paese. Una settimana di parole, retroscena, foto: tutto inutile. Il premier era impegnato in altro: gettarsi a terra per avere il Recovery. Pur di raccontare che lui ha portato a casa più soldi di tutti, ha accettato condizioni capestro: si è impegnato ad aumentare il contributo italiano alla Ue. E fin lì... il problema è che il suo piano di riforme era un libro bianco, nel senso di vuoto. Talmente carico di niente che in Europa erano preoccupati: dobbiamo dare 209 miliardi a un signore che non sa come spenderli? Beppe Grillo ha infine sentenziato che Conte «non ha esperienza di organizzazioni». Due -tre esempi per dimostrare la veridicità di questa affermazione: 1) La sanatoria per i clandestini, che costò parecchie lacrime alla ministra Bellanova. Gli imprenditori agricoli si accontentavano di far arrivare gli stranieri che ogni anno vengono per la stagione. No, bisognava dare la possibilità a chiunque fosse per caso nel territorio italiano. Risultato finale? Un flop, evasa una domanda su 10, le altre su "Chi l'ha visto?". 2) I banchi a rotelle. Come far rientrare gli studenti in vista dell'autunno? Con dei "giostre", buone per fare l'autoscontro in classe. Ogni colpa ricadde sulla ministra Azzolina, però la faccia in una famosa conferenza stampa ce la mise il presidente del Consiglio. Per cui si autorizzò uno dei più grandi sprechi della storia repubblicana. 3) Le terapie intensive, queste sconosciute. Roberto Speranza, titolare della Sanità, un anno fa si dedicò alla stesura di un libro mai nato. Ma al premier non venne l'idea che bisognava incrementare le rianimazioni. Così a novembre, tornammo tutti in quarantena. E a Natale ai domiciliari. Conte ha steso un Paese. Economicamente e psicologicamente. Voleva rassicurarci, stava per diventare il becchino dell'Italia. Grazie a Renzi ce ne siamo liberati. Però, se Grillo lo ritiene un «incapace» perché ci ha rifilato questo tarocco? Ma vaffa... 

Giuseppe Conte, retroscena e sospetto: la dichiarazione di guerra a Beppe Grillo solo una farsa? Libero Quotidiano il 28 giugno 2021. Cosa c’è dietro lo strappo di Conte a Grillo? Niente, l’ennesimo bluff. Lo rivela Dagospia che scrive che questa è la convinzione di deputati e senatori grillini. "Tutti già sanno che l'ex premier manderà a Beppe Grillo nelle prossime ore la versione modificata dello Statuto, così come l’ha chiesta grillo, a quel punto il comico accetterà e Conte potrà vendersi ai media la sua vittoria di Pirro", scrive il sito di Roberto D'Agostino. Eppure Conte in conferenza stampa era stato chiaro: "Nell'approssimarsi all'appuntamento per il lancio del nuovo corso con Beppe Grillo sono emerse diversità di vedute su alcuni aspetti fondamentali. E' emerso un equivoco di fondo: io credo che non abbia senso imbiancare una casa che ha bisogno di profonde ristrutturazioni. L'ho sempre detto, non mi sarei mai prestato ad un’operazione di facciata, di puro restyling", aveva precisato l'ex premier. "Il confronto all'Hotel Forum con Grillo fu molto schietto. Ho elencato alcune carenze, ambiguità che impediscono le grandi potenzialità di questa forza politica che potrebbero dispiegarsi appieno. Ho illustrato una serie di innovazioni secondo me indispensabili. Dall'incontro all'Hotel Forum ci siamo lasciati con il mio impegno a elaborare un progetto di riforma del M5S, che una volta condiviso ci avrebbe fatto partire con il piede giusto. Ho iniziato quindi a lavorare ad una sfida complessa ma anche stimolante. In questi 4 mesi ho studiato tanto, ho studiato gli Statuti del M5S, ho ascoltato suggerimenti di parlamentari, sindaci e singoli iscritti. Beppe sa bene che ho avuto e avrò sempre rispetto per lui. Spetta a lui decidere se essere il genitore generoso che lascia crescere la sua creatura in autonomia o il genitore padrone che ne contrasta l'emancipazione. Per lui c'è era e ci sarà sempre il ruolo di Garante, ma ci sarà distinzione tra la filiera di garanzia e la filiera degli organi di politica attiva al cui vertice ci deve essere il leader politico e la filiera di controllo", aveva chiarito Grillo. Ma ora la nuova versione di Dagospia sembra aprire tutt'altri scenari. 

Paolo Bracalini per "il Giornale" il 28 giugno 2021. «Cosa si stanno litigando? Una scatoletta di tonno aperta e ormai già mangiata». Nicola Biondo, ex capo della comunicazione M5s alla Camera ai loro esordi, li conosce molto bene i personaggi della commedia (tragica, per l'Italia) del Movimento Cinque Stelle.

«È la guerra di Conte che in questo momento non è leader, non è eletto, non controlla i gruppi parlamentari, non è niente. Sta cercando di continuare a vivere di politica, ha assaporato il potere gli è piaciuto così tanto che non ne può più fare a meno. L' uomo è fatto così, ha un'ambizione a livelli patologici».

Quindi sta cercando di far fuori Grillo.

«Ha messo in moto la sua propaganda per farlo apparire in modo negativo, come se fosse il cattivo mentre lui è il buono, e i media stanno al gioco perché Conte è funzionale al disegno del Pd di allearsi con il M5s. Ma Grillo non è Davide Casaleggio, non riusciranno a eliminarlo. Grillo gli ha consegnato le chiavi della macchina, ma in un certo senso la macchina è sua». 

Si è pentito di aver indicato Conte come leader?

«Lui e Gianroberto Casaleggio hanno sempre avuto idea che il M5s fosse un taxi da consegnare al figurante di turno, ma quando il figurante si mette in testa di fare di testa sua poi loro ti riportano all' ordine. È quello che sta succedendo ora. In più Conte non ha nessuna investitura come leader, è uno che è stato messo su un piedistallo e si è convinto di essere stato incoronato».

Ma la base grillina con chi sta?

«La base M5s è una chimera, non esiste più ma da molti anni.

Quella che consideriamo base sono quelli che sognano di ripercorre le orme di Luigi di Maio». 

I miracolati in Parlamento mai sazi di tonno.

«A parte alcuni che vanno in processione nella casa romana di Conte e sono tutti senatori, come la Taverna e Patuanelli, il pensiero del gruppo parlamentare è riassumibile in una frase attribuita al ministro D'Incà e mai smentita: non si può andare a votare perché i nostri devono maturare i quattro anni per il diritto alla pensione. C' è un parlamentare M5s, di cui non farò mai il nome, che mi chiama tutti i giorni per sfogarsi». 

E cosa dice?

«Dice: Ma davvero credi ai sondaggi che ci danno al 17%? Ma quando mai! Magari!. Sanno benissimo che non saranno mai rieletti e vogliono far durare la giostra il più possibile». 

E chi può far durare di più il governo Draghi, Grillo o Conte?

«Grillo ha un rapporto personale con Draghi, lo ha incontrato e sentito più volte al telefono, è uno dei grandi sponsor dell'attuale maggioranza. L' altro con cui ha confidenza Draghi è Di Maio, non certo Conte».

Si dice infatti che con Conte leader il M5s potrebbe cambiare posizione rispetto al governo Draghi, addirittura farlo cadere.

«Ma no, questa è la variante Travaglio, il suo cupio dissolvi. Conte sarebbe un leader per interposta persona, non è in Parlamento, non governa i gruppi. La sua è solo una sete di poltrona».

Ma come finirà questa faida?

«Si arriverà ad una composizione, questo interessa soprattutto a Conte che senza il Movimento non va da nessuna parte. Chi se lo prende, una corrente del Pd? No, troveranno una sintesi, assai più gradita a Grillo che a Conte. Nel frattempo continuerà la guerra delle veline». 

Tipo quali?

«Quella fatta uscire sull' incontro di Grillo con l'ambasciatore cinese, a cui Conte non avrebbe partecipato perché impossibilitato da concomitanti impegni. Ma figuriamoci, ma chi ci crede?  In realtà mi dicono che Conte abbia dato intenzionalmente dato buca a Grillo per farlo apparire come filocinese e screditarlo agli occhi di Draghi, e far credere che alla base della rottura tra lui e Grillo ci siano visioni differenti di politica estera, quando invece è solo una guerra di potere. Tra l'altro tutta la partita delle mascherine cinesi e dei ventilatori cinesi difettosi sono opera del governo Conte. L' uso delle veline durante la sua presidenza del Consiglio andrà studiato nei libri di storia un giorno».

Il vaffa di Conte a Grillo. Luca Sablone il 28 Giugno 2021 su Il Giornale. L'ex premier sferza il garante: "Per lui va tutto bene così com'è, decida se fare il padre padrone. Non riesco a impegnarmi in un progetto in cui non credo". Nel Movimento 5 Stelle scoppia la bufera totale. Le bordate lanciate da Giuseppe Conte a Beppe Grillo sono davvero pesanti. L'ex presidente del Consiglio è intervenuto in conferenza stampa per spiegare la situazione nel M5S e fare luce sui rapporti con il garante. Non le ha mandate a dire. Anzi, l'avvocato ha colto l'occasione per togliersi qualche sassolino dalla scarpa: "Con Beppe sono emerse diversità di vedute su alcuni aspetti fondamentali. È emerso un equivoco di fondo: non ha senso imbiancare una casa che necessita di una profonda ristrutturazione. Beppe mi è sembrato ritenere che tutto vada bene così, salvo alcuni moderati aggiustamenti. Ho sempre detto che non mi sarei mai prestato a una mera operazione di facciata o di restyling". Ha sferzato duramente il comico genovese, senza giri di parole: "Ma così il M5S rischia una fase di declino. Non riesco a impegnarmi in un progetto in cui non credo. È un'iniziativa che richiede grande testa e grande cuore". Dichiarazioni che sanno di cannonate politiche verso il comico genovese, a cui lo stesso Conte ha rivolto un appello: "Spetta a lui decidere se essere il genitore generoso che lascia crescere la sua creatura in autonomia o il genitore padrone che ne contrasta l'emancipazione".

Le condizioni di Conte. L'ex premier ha dettato delle condizioni ben precise per raccogliere la sfida alla guida del Movimento 5 Stelle. Nella giornata di domani consegnerà i documenti prima a Grillo e poi a Vito Crimi, chiedendo che siano diffusi a tutti i membri della comunità. "Sono condizioni imprescindibili del mio impegno. Ho avuto un fittissimo scambio di mail con Beppe, ho accolto un buon numero delle sue osservazioni. Le altre non possono accoglierle, perché alterano questo disegno e creano confusione di ruoli e di funzioni", ha fatto sapere. Conte ha ribadito l'assoluto "no" a una leadership dimezzata. Anche se spesso è stato definito come un uomo delle mediazioni, su questo campo però non accetta mezze misure e punta a una chiarezza totale dei ruoli: "Non possono esserci mediazioni. Serve una leadership forte e solida. Una diarchia non può essere funzionale. Non ci può essere un leader ombra affiancato da un prestanome e in ogni caso non poteri essere io". Altro fattore importante è quello legato alla comunicazione, per cui l'avvocato ha voluto mettere subito le mani avanti evitando eventuali ambiguità future: "Il leader di turno deve avere completo controllo della comunicazione". Alla base pentastellata ha chiesto "di non rimanere spettatrice passiva di questo processo", invitandola a partecipare in prima persona alla valutazione della sua nuova proposta attraverso un voto online degli iscritti. Da qui la sfida al comico genovese: "Non mi basterà una maggioranza risicata e auspico che si esprima il prima possibile. Mi metto in discussione. Per partire dobbiamo essere forti".

Caos nei gruppi M5S. Nel pomeriggio era filtrato pessimismo: fonti di primo piano avevano parlato di "posizioni inconciliabili". Nel tardo pomeriggio di ieri vi è stata una telefonata tra i due: inizialmente si era parlato di spiragli di ottimismo per la buona riuscita di mediazione, ma con il passare delle ore le positività erano andate a sbattere con una fase di stallo a oltranza. "La telefonata è andata malissimo. Ormai è davvero difficile ci si possa mettere d'accordo...", aveva riferito chi aveva parlato di Grillo. Inoltre è saltato il blitz del garante a Roma: probabilmente ha ritenuto che non fosse utile rimettersi in viaggio verso la Capitale. La situazione di totale incertezza sta agitando le acque nei gruppi pentastellati. Gli eletti della Camera sembrano schierarsi dalla parte di Grillo, mentre al Senato le truppe contiane potrebbero avere maggiore peso. Fonti autorevoli del Movimento 5 Stelle, a poche ore dalla conferenza stampa dell'avvocato, avevano palesato uno stato di agitazione dovuto anche alle eccessive pretese di Conte: "Lo abbiamo chiamato per rilanciare il Movimento, non per scatenare la guerra mondiale".

Luca Sablone. Classe 2000, nato a Chieti. Fieramente abruzzese nel sangue e nei fatti. Estrema passione per il calcio, prima giocato e poi raccontato: sono passato dai guantoni da portiere alla tastiera del computer. Diplomato in informatica "per caso", aspirante giornalista per natura. Provo a raccontare tutto nei minimi dettagli, possibilmente prima degli altri. Cerco di essere un attento osservatore in diversi ambiti con quanta più obiettività possibile, dalla politica allo sport. Ma sempre con il Milan che scorre nelle vene. Incessante predilezione per la cronaca in tutte le sue sfaccettature: armato sempre di pazienza, fonti, cellulare, caricabatterie e… PC.

Elisa Calessi per “Libero quotidiano” il 28 giugno 2021.

Professor De Masi, secondo lei come va fa finire? Giuseppe Conte lascia o trova un accordo con Beppe Grillo?

«Credo che in questo momento sia quasi impossibile fare una previsione. Di sicuro Conte è molto ferito dal modo con cui Grillo ha trattato la faccenda: l'ha ridicolizzato e Conte è un professore universitario, ha un suo aplomb».

Perché lo ha trattato così? Gli è scappata la frizione o era una scelta deliberata?

«Grillo ci tiene realmente a mantenere in mano il timone del Movimento. Si è visto sottratto della funzione di Garante, la funzione massima che c'era, e ha reagito. Hanno tutti e due le loro ragioni».

È uno scontro di potere o tra diverse visioni politiche?

«Le visioni comportano potere. Tra due visioni vince la più potente. La politica è il campo del potere». 

Domenico De Masi, sociologo e professore emerito di Sociologia del lavoro presso l'Università La Sapienza di Roma, conosce molto bene i Cinquestelle. È considerato uno degli intellettuali più vicini al loro mondo.

Lei ha incontrato più volte Grillo. Che impressione le ha fatto?

«È una persona intelligente. È l'uomo che insieme a Casaleggio ha creato un Movimento che in 8 anni è riuscito a rappresentare un italiano su tre. Uno che ha creato un movimento e lo sente suo, come un padre col figlio. Così come Gianni Agnelli sentiva sua la Fiat».

Ha sbagliato Conte a non tenerne conto nel nuovo Statuto?

«Conte non lo conosco. Ma pensavo avesse una tattica diversa, che lavorasse di più ai fianchi. Sappiamo che riesce a mettere insieme persone diverse, a creare accordi più che disaccordi. Lo ha fatto nel primo e poi nel secondo governo da lui guidati. Pensavo si sarebbe adoperato a mettere insieme le varie anime del Movimento: quella governativa, quella movimentista e quella digitale di Casaleggio. Invece è stato molto netto nel chiudere i rapporti con Davide Casaleggio e Di Battista. Pensavo fosse più temporeggiatore». 

Però era stato Grillo a sceglierlo. È un Crono che mangiai suoi figli?

«Per una decina di anni ho studiato più di 400 gruppi creativi: redazioni, laboratori, troupe. Una costante che mi ha sempre stupito è che i creatori dei gruppi, siano movimenti, partiti o club, a un certo punto è come se prendessero le distanze e facessero di tutto per ammazzarli».

Come mai?

 «La spiegazione è più psicanalitica che sociologica. È come se, arrivati all'apice e temendo il declino, si preferisse che la propria creatura morisse. Accadde una cosa simile con il settimanale Il Mondo di Mario Pannunzio. Ebbe un successo enorme. A un certo punto uscì un numero in cui Pannunzio annunciò che sarebbe stato l'ultimo. E non ne uscirono più. Mi sono capitati molti casi in cui il fondatore ha chiuso l'esperienza o ha creato i presupposti perché finisse». 

Nel momento in cui il Movimento doveva trasformarsi in qualcosa di più strutturato, rischia di esplodere. È destinato a non cambiare mai?

«Sì. E anche questo è stato studiato. Un grande sociologo della politica italiana, Robert Michels, teorizzò che tutti i partiti sono nati come movimenti, ma non tutti i movimenti si trasformano in partito. Alcuni ci riescono, altri no. Alle Sardine non è riuscito. È riuscito ad Amedeo Bordiga con il Pci e a don Luigi Sturzo con la Dc».

Giuseppe Salvaggiulo per "la Stampa" il 12 maggio 2021. «Conte è un finissimo giurista e un bravo avvocato. Poteva mettere a frutto la sua esperienza di governo. Invece ha preferito mettersi in gioco. Ammiro il coraggio, è una grande scommessa con sé stesso». Chiacchierata con Guido Alpa, mentore dell' ex premier, nei giorni dell' uscita del suo libro, «Il diritto di essere sé stessi», edito da «La nave di Teseo» nella collana Krisis diretta da Massimo Cacciari e Natalino Irti. Libro colto tra diritti, identità, letteratura e politica.

Che idea si è fatto della caduta del governo Conte?

«L'idea che nel nostro Paese un governo non può durare più di tanto. È la storia dal 1948, non del 2021».

Perché?

«Perché la politica italiana è strutturalmente instabile».

E del governo Draghi?

«Che è il più attrezzato alla nuova fase, dominata dalla dimensione economica: Recovery Fund, ritorno dell'inflazione, sostenibilità del debito pubblico».

L'unità nazionale le piace?

«Serve realismo. In questo momento è utile che tutti cooperino, superando idee e interessi di parte».

Durerà?

«I governi Conte erano incalzati da opposizioni agguerrite. Draghi no. Eppure i partiti già litigano, perché ognuno deve mantenere la propria identità».

Qual è quella di Conte?

«È convinto che destra e sinistra siano superate, perché i modelli ideologici su cui si fondavano sono erosi».

Lei è d'accordo?

«No. Penso che ci siano ancora fattori distintivi: fraternità, solidarietà, inclusione, diritti».

Intanto Conte deve vedersela con la piattaforma Rousseau.

«La effettiva dimensione dell'identità digitale non è stata ancora percepita, la gente ancora non si rende conto di quanto sia pericoloso scambiare dati personali con servizi».

È stato colpito dalle rivelazioni dell'avvocato Amara su incarichi e parcelle, suoi e di Conte?

«Non ho mai conosciuto l'avvocato Amara. Gli incarichi ricevuti da curatore e giudice delegato sono legittimi e congrui, posso documentarlo».

Che cosa pensa della presunta loggia segreta Ungheria?

«Una boutade».

A che fine?

«Strategia difensiva, tecnica di condizionamento, forse intento di destabilizzazione».

Nel suo libro c'è una parte sull' omofobia, con un accenno alla «cultura dell'italiano medio». Perché, com'è?

«Tradizionale, nel senso che non ha registrato avanzamenti pari a quelli del costume e degli stili di vita. La diversità di orientamento sessuale e affettivo è ancora perseguitata».

Il suo giudizio sul ddl Zan?

«Mi sembra una questione di civiltà».

Sorpreso che sia così osteggiato?

«No. È sintomatico dell' esistenza, nella società italiana, di tabù con fondamenta ataviche. Il diritto di vivere la diversità nell' orientamento sessuale e affettivo viene ancora visto con disagio. Poi non stupiamoci se i nostri ragazzi vanno a Londra per sentirsi più liberi».

C' è un pericolo per la libertà di espressione?

«Non è questo il problema, se la libertà può provocare danni alle persone. Per esempio io sono favorevole alla sanzione per i negazionisti».

Che cosa pensa del dibattito sulla «dittatura» del politicamente corretto?

«Distinguerei. C'è differenza tra dire "giudei" e dire "ebrei", "nero" e "negro". Viceversa trovo superficiale l'ossessiva declinazione al femminile delle parole come sindaca e ministra: perché storpiarle? Mi pare una preoccupazione epiteliale».

La cultura dei diritti nel mondo politico è più avanzata di quella nella società?

«La mancata condanna della discriminazione (contro gli stranieri, gli ebrei, gli omosessuali) riflette la cultura diffusa e talvolta diventa un vessillo da issare a fini elettorali».

Si riferisce alla destra sovranista?

«Non solo. Anche la sinistra raramente reagisce con il necessario vigore».

E il Movimento 5 Stelle?

«Difficile dirlo in assenza di un dibattito culturale, con giornali e riviste che ne esprimano il pensiero».

Con Conte leader quale sensibilità si imporrà?

«Profondamente religiosa e centrata su umanità, serietà, trasparenza».

Avrà anche un difetto.

«Qualche volta medita troppo e può apparire temporeggiatore. Ma è solo scrupolo».

Così però non è un difetto.

«Eh eh».

Giuseppe Conte e il tesoro di Acqua Marcia. Ecco la vera storia. Vittorio Malagutti e Carlo Tecce su L'Espresso il 14 Maggio 2021. Una girandola di incarichi e ricche parcelle. Sempre sul filo del conflitto d'interessi. Coinvolti magistrati, avvocati e consulenti. Tra loro anche il lobbista Centofanti, poi arrestato per corruzione, che in un video ride e scherza con il futuro premier. Via del Babuino a Roma, galleria d’arte Benucci, dicembre del 2012. La voce di Adele che accompagna il video fa perdonare la videocamera tremula. Il filmato amatoriale indugia su tre uomini che ridono e si danno affettuose pacche sulle spalle. Quello al centro in completo scuro, che parla gesticolando, si chiama Fabrizio Di Marzio, un magistrato che da poco ha lasciato il tribunale fallimentare di Roma per approdare alla Corte di Cassazione e, soprattutto, è l’autore dei quadri appesi alle pareti dei saloni affollati di gente. Quello a destra, che un po’ imbarazzato offre lo sguardo all’obiettivo, è Fabrizio Centofanti, imprenditore di sé stesso e lobbista del gruppo Acqua Marcia del finanziere Francesco Bellavista Caltagirone. Originario di Artena, campagna romana, Centofanti fu ragazzo prodigio di militanza missina, poi ufficiale dell’esercito per i rapporti con i media e alla Croce Rossa nella stagione di Maurizio Scelli. Anni dopo, nel febbraio del 2018, verrà arrestato con plurime accuse di frode fiscale, corruzione giudiziaria, associazione a delinquere, cioè le inchieste che hanno macchiato l’onore della magistratura, provocato la radiazione del pm Luca Palamara e squarciato il mondo oscuro del faccendiere Piero Amara. Il video dura sei minuti e per una trentina di secondi si sofferma sul magistrato pittore e i suoi due ospiti. Quello col ciuffo e la riga in mezzo, ripreso di profilo, è Giuseppe Conte, avvocato, professore, allievo prediletto del maestro civilista Guido Alpa e futuro presidente del Consiglio. «Abbastanza vicina per iniziare una guerra. Tutto quello che ho è qui sul pavimento», sussurra Adele in “Turning Tables”. Quel pomeriggio di vernissage di otto anni fa un sacco di cose non erano ancora accadute a Centofanti, Di Marzio e Conte e a tanti loro amici. Il ginepraio di nomi, posti e soldi illustrato in questa inchiesta giornalistica è necessario per chiarire, attraverso fonti aperte e riservate, quello che il plurinquisito, condannato e aspirante “pentito” Amara ha riversato in più verbali ai pubblici ministeri di Milano, un materiale ambiguo che è diventato incandescente e fascicolo d’indagine con i magistrati che si accusano a vicenda. Nella sua fluviale deposizione Amara – come scoperto dal quotidiano “Domani” – ha riferito che Michele Vietti, allora vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, nel 2012 gli raccomandò Conte per imporlo come consulente legale di Acqua Marcia affinché il gruppo di Bellavista Caltagirone, in grave crisi, ottenesse il concordato dal tribunale di Roma. E poi ha svelato la presenza di una fantomatica loggia massonica denominata Ungheria a cui erano affiliati avvocati, magistrati e giudici. La nostra ricostruzione dimostra che già nel 2012 c’era con certezza un rapporto diretto fra il lobbista Centofanti e il legale Conte e che, con altrettanta certezza, esisteva una comitiva di professionisti che ha fatto carriera assieme. Di questa comitiva era parte, da illustre gregario, anche il due volte premier e nuovo capo dei Cinque Stelle.

TRACOLLO E FATTURATI. Il racconto di Amara ruota attorno all’agonia del gruppo Acqua Marcia di Bellavista Caltagirone fra il 2012 e il 2013. Sui conti pesavano debiti per oltre un miliardo di euro e le banche, da tempo in allarme, avevano interrotto i negoziati per il salvataggio di Acqua Marcia quando ai primi di marzo del 2012 il patron Bellavista Caltagirone fu arrestato per un’accusa da cui poi verrà assolto, quella di truffa ai danni dello Stato nella costruzione del porto turistico di Imperia. Con il socio di maggioranza agli arresti domiciliari e i creditori alle porte, nell’agosto del 2012 Centofanti venne addirittura promosso presidente di Acqua Marcia per alcune settimane. Reclutato nel 2008 per tessere relazioni d’alto bordo, dalla politica ai banchieri, il lobbista fece il suo mestiere e diventò il regista del disperato tentativo di salvare un gruppo che controllava 26 società, gestiva aeroporti, immobili, strutture turistiche e alberghi di lusso come il Villa Igea di Palermo e il Molino Stucky sull’isola veneziana della Giudecca. Non c’era tempo da perdere perché le banche minacciavano di pignorare immobili e titoli e c’era il pericolo concreto della bancarotta. Serviva un’intesa di massima con i creditori per arrivare a un’ipotesi di concordato da sottoporre al tribunale fallimentare di Roma. A fine settembre alla presidenza del gruppo venne indicato un commercialista esperto come Tiziano Onesti, che nel video della mostra appare con Centofanti, Di Marzio e Conte. Occorreva, però, anche una squadra di consulenti che mettesse a punto un piano di rientro dai debiti. L’incarico era ambito da molti professionisti perché Acqua Marcia valeva oltre 2 miliardi di euro di attivo e le parcelle sono commisurate al valore del patrimonio. Come si legge nel verbale del consiglio di amministrazione di Acqua Marcia del primo febbraio 2013, l’incarico di predisporre «il contenuto della domanda di concordato» fu affidato agli avvocati Guido Alpa, Giuseppina Ivone ed Enrico Caratozzolo (in quest’ordine nel documento, ndr). Oltre a questa squadra di legali, Acqua Marcia si avvalse anche della collaborazione di Conte. Il nullaosta dei giudici al concordato è del giugno 2013. Secondo quanto emerge dalle carte societarie, la parcella totale dei tre professionisti fu di 1,6 milioni di euro. Alpa venne contattato da Centofanti come già avvenuto per un parere sulla vicenda del porto di Imperia e non da Bellavista Caltagirone, che interpellato dall’Espresso dice di non conoscere il legale ligure con studio a Genova e Roma. Di sicuro né Caratozzolo né Ivone avevano lo spessore giuridico e la conclamata reputazione di Alpa. Il primo era l’ex assistente di Michele Vietti, già sottosegretario alla Giustizia nel governo di Silvio Berlusconi e in quel periodo vicepresidente del Csm. Negli ambienti giudiziari di Roma l’avvocata Ivone era nota anche per le sue collaborazioni professionali, fra pubblicazioni e seminari, con Di Marzio, il magistrato immortalato nel video del dicembre 2012 con Conte e Centofanti. La stessa Ivone ha spiegato all’Espresso che per Acqua Marcia fu interpellata da Caratozzolo all’inizio del 2012. E i dubbi sono più di uno: in quel momento non c’era l’ipotesi del concordato e sfuggono i titoli che permettessero a Caratozzolo di contattare colleghi. Con il concordato in corso, dal giugno 2013 e sino al 2016 in qualità di legale delle società di Acqua Marcia, Ivone ha incrociato il suo percorso professionale con Roberto Falcone, nominato dal tribunale come commissario giudiziale di una controllata del gruppo, la Acquamare. Falcone e Ivone, amici di vecchia data, oggi condividono lo studio a Roma anche con Di Marzio, che nel 2019 si è dimesso dalla magistratura e adesso fa l’avvocato. Ivone sostiene che la sua amicizia con il collega Falcone diventato commissario giudiziale non solleva alcun problema di conflitto d’interessi, anche se hanno lavorato su due lati opposti: uno per conto della procedura e l’altra a libro paga del gruppo Acqua Marcia. Il nome dei due professionisti si sovrappone anche in altre occasioni. Nominato curatore fallimentare dell’università privata Cepu, per esempio, nel 2016 Falcone ha chiamato l’amica e collega come legale della procedura. Quando fu ingaggiata per l’importante e redditizio incarico di consulente di Acqua Marcia, l’avvocata Ivone era conosciuta come professionista specializzata in crisi d’impresa. E proprio in questo campo, due anni prima, aveva già potuto cimentarsi nel compito fin lì di maggiore importanza e prestigio della sua carriera e l’unico fuori da Roma. A febbraio del 2010, infatti, Ivone fu nominata curatrice fallimentare del gruppo di cliniche Villa Pini di Chieti. L’incarico le era stata affidato dal giudice Adolfo Ceccarini, al pari di Ivone grande amico di Di Marzio. Pochi mesi dopo, a fine 2010, Ceccarini arriverà al tribunale fallimentare di Roma. Di Marzio ha confermato all’Espresso la sua amicizia con Ceccarini, ma ha specificato di averlo conosciuto soltanto dopo il 2010. Nel 2013 la procedura fallimentare del gruppo Villa Pini ha messo all’asta l’imponente collezione di quadri e altri oggetti di valore di Vincenzo Angelini, l’ex proprietario del gruppo. Per gestire la vendita fu chiamato, «nel rispetto di tutte le procedure», dice Ivone, il critico d’arte Matteo Smolizza. Il suo nome compariva anche tra i consulenti della liquidazione di Cepu il cui curatore era Falcone. Smolizza ha collaborato più volte con Di Marzio: per le attività artistiche private dell’ex magistrato e per i suoi progetti culturali con l’Osservatorio agromafie di Coldiretti di cui è componente.

AMICO A DISTANZA. Adesso Di Marzio è responsabile dell’area giuridica di Coldiretti e ha un ufficio nella sede a un passo dal Quirinale. Per l’Ordine degli avvocati di Roma, però, l’ex magistrato risulta domiciliato in piazza Cavour nello studio di Falcone e Ivone. «Condividiamo l’appartamento con Falcone, ma non c’è alcuna associazione professionale» dice Ivone, che però insieme a Falcone controlla anche una società, la Servizi immobiliari professionali. Di Marzio ha accettato di rispondere all’Espresso a proposito di questi incroci che possono apparire quantomeno inopportuni: «Un sodalizio professionale come l’ho avuto con Giusy (Ivone) l’ho avuto anche con Giuseppe (Conte). Nel dicembre 2019 sono stato assunto dall’università di Pescara perché ho superato un concorso per professore ordinario di diritto privato. A quel punto ho deciso di verificare la possibilità di iscrivermi all’albo degli avvocati. Tuttavia», continua Di Marzio, «dal gennaio 2020 ho accettato di svolgere la mia attività di capo area giuridica di Coldiretti. Dovevo però indicare un domicilio ai fini della regolarità dell’iscrizione. E allora lì (nell’ufficio di piazza Cavour, Ndr) ho tre amici. Giusy è una mia amica. Io ho messo il mio nome nella targa e tra l’altro è la mia domiciliazione effettiva, ma non ho neanche una stanza lì perché non do alcun contributo economico. Non c’è nessuna associazione professionale». Di Marzio ha incontrato Ivone quand’era giudice nel 2006, la frequentazione con Conte è meno datata, ma ha una svolta nel novembre 2013. Quando l’editore Giuffré assegnò a Di Marzio e Conte, perché Alpa declinò l’invito, la direzione della rivista giuridica “Giustizia Civile” nel novembre 2013. In quel periodo la Cosmec di Centofanti, una società usata dal lobbista per affari poi finiti sotto processo, organizzò una serie di convegni, conclusi da Alpa, per celebrare l’edizione digitale della rivista giuridica. Di Marzio ha ricordato di aver incrociato Centofanti più o meno a ridosso del vernissage del 2012 e che nel 2013 alla Cosmec, specializzata nei dibattiti di magistrati e avvocati, fu delegata la logistica dell’evento e la ricerca degli sponsor, che poi furono trovati in Eni, Enel e Gse. Di Marzio smentisce di essere un suggeritore occulto dell’amico Giuseppe e dunque di aver interferito, come gli è stato attribuito, nella mancata nomina del pm Nino Di Matteo alla guida del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) durante il mandato ministeriale del Cinque stelle Alfonso Bonafede, a sua volta molto amico del due volte presidente del Consiglio. L’ex magistrato confessa anche di aver diradato gli incontri di persona con il suo amico Conte per evitare reciproci imbarazzi. «Con Giuseppe ho vissuto i giorni delle consultazioni nel maggio 2018», racconta Di Marzio. «Potevo ambire a molto», aggiunge, «ma ho preferito restargli lontano». Nel suo colloquio con L’Espresso, Di Marzio ha menzionato soltanto un’unica eccezione alla regola, quando il ministro Bonafede lo nominò nel comitato direttivo della Scuola superiore della magistratura. Adesso Conte, intervistato dal Fatto Quotidiano, neanche si ricorda se fu Centofanti a firmare i suoi contratti per Acqua Marcia. Non ricorda che Caratozzolo era un’estensione di Vietti, che Alpa l’ha tirato su bene, che Ivone era amica del suo amico Di Marzio. Non ricorda, insomma, che viene da lì, da una famiglia allargata. «I can’t give you what you think you gave me». «Non posso darti quello che tu pensi di avermi dato». È sempre Adele, colonna sonora di quel vernissage. Quando c’erano tutti, come altre, tante volte. E Conte sapeva chi dava e chi prendeva.

Il dossier del collaboratore di Giustizia. Piero Amara, il "Buscetta" dei colletti bianchi, inguaia Conte: consulenze e veleni. Paolo Comi su Il Riformista il 29 Aprile 2021. L’avvocato Piero Amara, l’ideatore del cosiddetto Sistema Siracusa, che utilizzando le parole del sostituto procuratore generale di Messina Felice Lima, è «una delle più gravi, estese e spudorate corruzioni sistemiche mai realizzate», è ormai a pieno titolo il Buscetta del terzo millennio. Le sue dichiarazioni presso varie Procure d’Italia stanno togliendo il sonno in questi giorni a politici e ad alti magistrati che hanno avuto negli ultimi anni rapporti con lui. Amara è balzato agli onori delle cronache agli inizi del 2018, quando venne arrestato in una operazione congiunta delle Procure di Roma e Messina per associazione a delinquere finalizzata, fra l’altro, alla frode fiscale e alla corruzione in atti giudiziari. Amara aveva messo in piedi un “team” di professionisti e magistrati – ben rodato – finalizzato a pilotare i processi e ad aggiustare le sentenze al Consiglio di Stato. Con lui venne arrestato il giudice Riccardo Virgilio, presidente di sezione a Palazzo Spada. Scarcerato dopo poco, Amara ha iniziato una “collaborazione” con gli inquirenti, patteggiando una pena sotto i quattro anni che, per il momento, lo ha messo al riparo dal carcere. Chi fin da subito non era affatto convinto della bontà del suo “pentimento” era stato il pm romano Stefano Rocco Fava che, agli inizi del 2019, aveva chiesto di arrestare nuovamente l’avvocato siciliano. Dai riscontri in possesso di Fava, Amara avrebbe ricevuto la cifra di 25 milioni di euro da Eni, poi diventati 80, pur in pendenza dei procedimenti romani e siracusani. Il motivo di questa corposa dazione sarebbe stato legato alla corruzione dell’allora pm di Gela, Giancarlo Longo, per procedimenti a tutela dell’amministratore delegato del colosso petrolifero Claudio Descalzi presso la Procure di Trani e Siracusa. Tale dazione avrebbe reso ricattabili i vertici di Eni. Amara, quindi, non aveva detto tutto quello di cui era a conoscenza sulle corruzioni. L’aggiunto Paolo Ielo aveva, però, respinto la richiesta di Fava a cui, poi, sentito il procuratore Giuseppe Pignatone, era stato anche tolto il fascicolo. Interrogato a Perugia, Amara era stato fra i principali accusatori dell’ex zar delle nomine Luca Palamara. A fine 2019 le peripezie giudiziarie lo portarono a Milano dove si sottopose a quattro interrogatori in meno di un mese davanti all’aggiunto Laura Pedio e al sostituto Paolo Storari nell’ambito delle indagini sui depistaggi nel processo Eni-Nigeria. E a questo punto la storia si tinge di giallo. Tali verbali, oltre ad essere inviati per competenza a varie Procure, sono stati inviati, non è dato sapere come e da chi, nei mesi scorsi alle redazioni di importanti quotidiani nazionali. I quotidiani, che non si sono mai sottratti in casi analoghi alla pubblicazione di verbali d’indagine, mantengono il riserbo per motivi diversi: da un lato perché vengono chiamati in causa esponenti dell’ex compagine governativa, la cui linea politica è stata appoggiata pancia a terra, dall’altro perché sono citati importati magistrati, soprattutto di Roma, da sempre loro fonti privilegiate. La pubblicazione del contenuto dei verbali è iniziata l’altra settimana a cura del Domani. Il primo a finire nel mirino è stato Filippo Patroni Griffi. Il presidente del Consiglio di Stato avrebbe indotto Amara a non licenziare l’esperta di relazioni istituzionali e sua amica Giada Giraldi, assunta in una delle società dell’avvocato siciliano, con un contratto di circa 4-5mila euro al mese, a seguito di una raccomandazione del faccendiere laziale Fabrizio Centofanti. Amara avrebbe detto ai pm di aver assunto nel 2017 Giada Girardi per fare un piacere all’allora influente presidente della Quarta sezione del Consiglio di Stato. Patroni Griffi, però, sarebbe stato anche il presidente del collegio che doveva decidere in un contenzioso tra due società, il titolare di una delle quali era assistito dallo stesso Amara. Ieri è stato il turno di Giuseppe Conte. L’ex premier era stato segnalato da Amara per una consulenza per la società Acqua marcia, controllata da Francesco Bellavista Caltagirone con un compenso pattuito di 400 mila euro. A fare il nome di Conte sarebbe stato (ma ha negato fermamente) Michele Vietti, ex presidente del Csm. Dopo la consulenza per Acqua Marcia, finita in concordato, Conte aveva lavorato per l’imprenditore pugliese Leonardo Marseglia nella compravendita del Molino Stucky, stupenda struttura extralusso che sorge sull’isola della Giudecca a Venezia, e nel portafoglio della società di Caltagirone. Sulla carta un potenziale conflitto d’interessi, dal momento che Conte aveva lavorato prima come consulente di Acqua Marcia (di cui conosceva i documenti del concordato) e poi con Marseglia, che di quel concordato aveva beneficiato. Su questa trasmissione incontrollata di verbali è intervenuto ieri in Plenum al Csm il togato Nino Di Matteo, annunciando che nei mesi scorsi ha ricevuto un «plico anonimo, tramite spedizione postale, contenente la copia informatica e priva di sottoscrizione dell’interrogatorio di un indagato risalente al dicembre 2019 dinanzi a un’Autorità giudiziaria». Nella lettera che accompagnava il faldone, ha spiegato Di Matteo, «quel verbale veniva ripetutamente indicato come segreto». «Nel contesto dell’interrogatorio – aggiunge – l’indagato menzionava in forma evidentemente diffamatoria, se non calunniosa, circostanze relative a un consigliere di questo organo». L’ex pm ha quindi spiegato di aver subito contattato la Procura competente, cioè quella di Perugia, per riferire i fatti. Il suo timore, infatti, è che “tali dichiarazioni e il dossieraggio anonimo” possano “collegarsi a un tentativo di condizionamento” dell’attività di Palazzo dei Marescialli. La speranza è che le «indagini in corso possano tempestivamente far luce sugli autori e le reali motivazioni della diffusione di atti giudiziari in forma anonima». Il togato chiamato in causa è Sebastiano Ardita, davighiano della prima ora, accusato di far parte di una loggia massonica. Patroni Griffi, Conte, Ardita, hanno smentito le ricostruzioni di Amara, annunciando denunce. Chi sarà il prossimo? Paolo Comi

Fabrizio Boschi per "il Giornale" il 29 aprile 2021. Un nome che torna spesso. Piero Amara, l'uomo dei dossier e dei depistaggi, al centro di un sistema di relazioni tra consiglieri di Stato e aziende. Dalle vicende Eni - di cui è stato avvocato esterno - alle sentenze pilotate al Consiglio di Stato, dal «Sistema Siracusa» al caso dell'ex pm Luca Palamara. Coinvolto in vari procedimenti penali (deve scontare in carcere quasi 4 anni), l'avvocato siciliano è diventato ora il grande accusatore. Amara riempie da tempo i verbali dei pm raccontando le vicende di politici di partiti diversi, potenti assortiti e toghe d' ogni genere. L' ultimo suo bersaglio è l'ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che è adesso in forte imbarazzo per via di certi incarichi svolti prima di diventare premier. Il quotidiano Domani scrive che Amara avrebbe spifferato ai pm di aver «raccomandato» Conte per fargli ottenere, nel 2012-2013, consulenze dal Gruppo Acqua Marcia Spa (la più antica società immobiliare italiana) pagate circa 400mila euro. Una cifra legittima, ma sospetta secondo il testimone. Il nome di Conte sarebbe stato fatto ad Amara da Michele Vietti, l'ex Udc, eletto vicepresidente del Csm nel 2010. Vietti sarebbe stato a conoscenza del fatto che Francesco Bellavista Caltagirone, che controllava Acqua Marcia, doveva far omologare dal tribunale di Roma il concordato preventivo della sua società. L' impero dell'immobiliarista, infatti, prima di sfiorare il fallimento nel 2013 per un debito con le banche superiore al miliardo, spaziava dagli hotel ai porti, dagli aeroporti ai servizi finanziari e alla comunicazione. Secondo Amara la nomina di Conte come avvocato di Acqua Marcia (insieme a Guido Alpa ed Enrico Caratozzolo) era condizione fondamentale «per riuscire a ottenere l'omologazione del concordato stesso». Conte annuncia querela per calunnia: «Mai visto Amara in vita mia, non ho avuto rapporti professionali nemmeno con Vietti. Quanto percepito è congruo».  E anche Vietti smentisce: «Amara mente». Uomo senz' altro da prendere con le pinze, i pm lo sanno, ma da ulteriori verifiche emerge che Fabrizio Centofanti (l'imprenditore accusato di aver corrotto Palamara e che nel 2012 era a capo delle relazioni istituzionali di Acqua Marcia) ha davvero ricevuto da Amara la richiesta di incaricare Conte. Può darsi anche che Amara menta, ma c' è una lettera del 2012 dove Centofanti scrive al professor Conte per chiedergli formalmente il «conferimento di un incarico professionale per la società dell'Acqua Pia Antica Marcia Spa». Due anni dopo Conte agevolerà anche l'acquisizione dell'hotel Molino Stucky di Venezia, controllato da Acqua Marcia, da parte dello sconosciuto imprenditore pugliese Leonardo Marseglia, che sbaragliò la concorrenza dei più importanti fondi immobiliari al mondo. Qualcuno potrebbe insinuare il conflitto d' interessi dato che Conte era stato prima consulente di Acqua Marcia (di cui conosceva i documenti del concordato) e poi di Marseglia, che di quel concordato ha beneficiato. Gli incarichi di Conte, scrive Domani, sono probabilmente tutti leciti, ma i suoi comportamenti non sono molto vicini all' homo novus senza macchia descritto dalla propaganda del M5s potenziale nuovo capo dei grillini. E l'ex premier, in un post su Facebook, respinge anche questa affermazione: «Attività pienamente lecita».

Giuseppe Conte, il "pentito" del caso Palamara rivela gli affari d'oro: "Raccomandato per 400mila euro". Lui? "Querela". Libero Quotidiano il 29 aprile 2021. Giuseppe Conte è finito nel mirino di Piero Amara, avvocato siciliano, al centro di un sistema di relazioni tra consiglieri di Stato e aziende, dalle vicende Eni - di cui è stato legale esterno - alle sentenze pilotate al Consiglio di Stato, dal "Sistema Siracusa" al caso dell'ex pm Luca Palamara, scrive il Giornale che cita l'inchiesta di Domani, il quotidiano di Carlo De Benedetti. Amara è coinvolto in diversi procedimenti penali e deve scontare in carcere quasi 4 anni. Ora è diventato il grande accusatore: ai pm ha raccontato le vicende che coinvolgono politici di partiti diversi, potenti vari e toghe, e appunto quelle che riguardano l'ex premier. Il quale è in imbarazzo per alcuni incarichi svolti prima di diventare presidente del Consiglio.  Amara avrebbe detto ai piemme di aver "raccomandato" Conte per fargli ottenere nel 2012 e 2013 consulenze dal Gruppo Acqua Marcia Spa (la più antica società immobiliare italiana) pagate circa 400mila euro. Cifra legittima, secondo il testimone, ma sospetta. E ancora. Sarebbe stato Michele Vietti, ex Udc, vicepresidente del Csm nel 2010, a fare il nome di Conte. Vietti, a quanto pare, sapeva che Francesco Bellavista Caltagirone, che controllava Acqua Marcia, doveva far omologare dal tribunale di Roma il concordato preventivo della sua società. Secondo Amara la nomina di Conte come avvocato di Acqua Marcia (insieme a Guido Alpa ed Enrico Caratozzolo) era condizione fondamentale "per riuscire a ottenere l'omologazione del concordato stesso". Ma Conte annuncia querela per calunnia: "Mai visto Amara in vita mia, non ho avuto rapporti professionali nemmeno con Vietti. Quanto percepito è congruo". Pure Vietti smentisce: "Amara mente". Anche i pm sanno che le sue dichiarazioni vanno prese con le pinze però da altre verifiche emerge che Fabrizio Centofanti (l'imprenditore accusato di aver corrotto Palamara e che nel 2012 era a capo delle relazioni istituzionali di Acqua Marcia) ha davvero ricevuto da Amara la richiesta di incaricare Conte. Insomma, forse Amara mente ma c'è una lettera del 2012 nella quale Centofanti scrive a Conte per chiedergli formalmente il "conferimento di un incarico professionale per la società dell'Acqua Pia Antica Marcia Spa". Due anni dopo Conte agevolerà anche l'acquisizione dell'hotel Molino Stucky di Venezia, controllato da Acqua Marcia, da parte dello sconosciuto imprenditore pugliese Leonardo Marseglia. C'era un conflitto di interessi per Conte? I suoi incarichi, riporta Domani, sono probabilmente tutti leciti, ma i suoi comportamenti non sono molto vicini all'idea di "trasparenza" del Movimento 5 stelle. L'ex premier, da parte sua, respinge tutte le illazioni: "Attività pienamente lecita". Secondo l'ex premier si tratta di una vendetta di De Benedetti: "Gli affari li concludono gli imprenditori", come l'editore di Domani De Benedetti: "Da presidente del Consiglio non mi sono mai concesso il piacere di incontrarlo privatamente, pur sollecitato varie volte a farlo. Ma come lei sa mi sono dovuto dedicare a tempo pieno ai bisogni del popolo, di qui la rinuncia di cui l'ingegnere mi sta ripagando amabilmente".

Emiliano Fitttipaldi per “Domani” il 29 aprile 2021. Giuseppe Conte ha replicato all’inchiesta di Domani in merito ai suoi affari e alle consulenze segrete da centinaia di migliaia di euro con la società Acqua Marcia e con l’hotel Molino Stucky con una lunga lettera su Facebook. L’ex premier e capo in pectore del M5s lamenta come diffamatori «titolo» e «passaggi interni dell’articolo», senza tuttavia smentire nulla dei suoi incarichi e contratti. Poi aggiunge: «L’avvocato civilista non fa affari, tantomeno segreti, ma svolge attività professionale, tra cui consulenze e pareri legali, rispettando la riservatezza dei propri assistiti». Conte non è più un semplice legale da tre anni, ma un ex premier e il capo in pectore del più importante partito della maggioranza. Dunque che un giornale si occupi di consulenze e business di un politico di primo piano non è solo è lecito, ma doveroso. Conte su Facebook nega nuovamente (avevamo già riportato nell’articolo le sue smentite) le affermazioni di Piero Amara, un imprenditore-corruttore di giudici che – in alcune dichiarazioni rilasciate ai magistrati di Milano e finite ora a Perugia – ha detto di aver «raccomandato» anni fa l’ex premier, il suo maestro Guido Alpa ed Enrico Caratozzolo, a Fabrizo Centofanti, allora potente legale di Acqua Marcia. Il lobbista ha assunto i tre avvocati nel 2012 e nel 2013 per consulenze legali in merito al piano di ristrutturazione del debito e del concordato preventivo dell’impero immobiliare che è stato di Francesco Bellavista Caltagirone. Non dubitiamo che Conte (e gli altri avvocati citati dal “facilitatore” Amara) non sappia nulla di presunte raccomandazioni, nel caso avvenute a sua insaputa: già ieri l’ex premier ci aveva chiarito che potrebbe sporgere querela per calunnia contro quelli che ritiene suoi diffamatori. Le carte trovate da Domani non sono state però smentite dall’ex presidente del Consiglio. Conte conferma che Centofanti (oggi indagato per una presunta corruzione in atti giudiziari insieme a Luca Palamara, ndr) nel 2012 gli ha mandato una lettera d’incarico da 150mila euro. Mentre da visure camerali è sicuro che nel cda della controllata per cui Conte doveva fare pareri legali (la Acquamare) in quel periodo sedeva Amara in persona. Al netto dei soldi ottenuti da Centofanti e dai commissari del concordato, è però l’operazione Molino Stucky a far sorgere qualche interrogativo. Il Molino Stucky è infatti un albergo extralusso che Bellavista Caltagirone possedeva sull’isola della Giudecca. Secondo stime prudenziali del concordato valeva circa 300 milioni di euro ed era controllato una società di Acqua Marcia (la Ghms srl), finita anch’essa in concordato preventivo. E Conte ci ha detto di aver fatto la valutazione «sull’intero gruppo». Un anno e mezzo dopo aver lavorato al concordato Acqua Marcia e fatturato per la spa di Bellavista, l’ex premier ha preso però un altro incarico da un gruppo pugliese guidato da Leonardo Marseglia che nel 2015 ha assunto Conte per lavorare all’operazione finanziaria che gli porterà in dote il Molino Stucky: invece di essere messo all’asta al prezzo indicato dal piano concordatario come inizialmente previsto, dopo l’ok dei giudici e dei creditori l’hotel è finito a Marseglia. Un impresario specializzato in olio d’oliva che grazie all’expertise di Conte ha battuto fondi asiatici e americani, riuscendo a comprarsi i crediti delle banche (280 milioni) a circa la metà (145 milioni), di cui 25 di risorse proprie e il resto finanziato dagli stessi istituti di credito. «Un’operazione complessa e brillante» ci dice Conte. Che non ricorda quanto ha fatturato al cliente a cui ha fatto fare l’affare del secolo: «Un milione di euro? Molto meno: non ero venale con i miei clienti». Domani però ha scoperto che il professore di diritto privato non è stato l’unico consigliere di Marseglia nell’operazione Molino Stucky. Conte ha lavorato con Arcangelo Taddeo. Un architetto pugliese, già tecnico comunale del comune di Carovigno, che è finito anni fa in grossi guai giudiziari per il fallimento della grande Compagnia italiana turismo, società di cui era diventato nel 2005 amministrazione delegato. Taddeo, quando lavorava all’operazione Stucky con Conte, era stato da poco condannato in primo grado a 17 anni di carcere per bancarotta fraudolenta. «Sì, sapevo al tempo che Taddeo aveva un contenzioso pesante con Cit. Ma io ero il legale di Marseglia, Taddeo era solo il consulente scelto da Marseglia, non da me. Dovevo per principio evitare di lavorare all’operazione Molino Stucky con un condannato in bancarotta? Scusi, ma quindi un avvocato smette di fare l’avvocato?», dice Conte a Domani. «È sicuro la sentenza di Taddeo sia passato in giudicato? Quell’impianto accusatorio era davvero molto discutibile». Abbiamo contattato gli uffici del commissario della Cit, che ci hanno spedito la sentenza definitiva della condanna penale di Taddeo, passata in giudicato nel 2017. Gli anni di carcere comminati dai giudici della Cassazione sono scesi – dopo l’appello – a sette, ma i reati sono gravi: bancarotta fraudolenta aggravata e associazione a delinquere. Anche Milena Gabanelli ed esponenti del M5s come Elio Lannutti, nel 2012, avevano denunciato le azioni di Taddeo in inchieste tv e interrogazioni parlamentari. Conte risulta essere infatti stato avvocato di Taddeo ancora nel 2018: un breve articolo di Repubblica di luglio di quell’anno informava che l’avvocato foggiano aveva perso una causa nella quale assisteva Taddeo in persona che pretendeva «un risarcimento di 9 milioni di euro» per presunti danni provocati a lui e alla Cit. Una causa che l’ex premier e il suo cliente ormai pregiudicato hanno perso: «Il tribunale civile di Venezia – scriveva Repubblica – ha condannato Taddeo a rifondere le spese legali alle altre parti: 360mila euro».

Giuliano Foschini per repubblica.it il 29 aprile 2021. "Non sono un tipo abituato a esagerare o a sbilanciarmi. Ma davvero in questo caso mi sento in dovere di farlo: con Giuseppe Conte l'Italia non è in mani sicure. Ma si- cu- ris- si- me!". Scandisce così le parole, alzando anche la voce, Leonardo " Dino" Marseglia, il re pugliese dell'olio (e poi delle biomasse, e poi del turismo, e poi ancora fino ad arrivare a 700 milioni di fatturato all'anno), uno dei pochi a poter parlare del nuovo premier incaricato con cognizione di causa. Conte è infatti ( o meglio è stato, visto che il suo incarico è scaduto a dicembre del 2017, anche se non è ancora stato sostituito) nel consiglio di amministrazione di una delle società della holding Marseglia, la Ghms. "E' una società che abbiamo creato per comprare l'hotel di Venezia, Hilton Molino Stucky. Era un'operazione delicatissima, come avversari avevamo i più importanti fondi immobiliari del mondo. Era impossibile. E invece ce l'abbiamo fatta. Soprattutto grazie a Conte". Marseglia è imprenditore alla vecchia maniera. Detesta la comunicazione (non ha un ufficio, per dire), negli archivi si trovano disavventure giudiziarie (finite poi in assoluzioni) e poco altro, se non attacchi proprio dei 5 Stelle su alcuni progetti della sua holding. "In quel consiglio di amministrazione mi serviva una figura di garanzia, una persona riconosciuta da tutti come valida. E il professor Conte mi ha fatto questa cortesia: ma era una nomina pro forma, non è mai venuto nemmeno a una riunione. Dopodiché io vi posso assicurare che l'Italia è in mani sicure".

Come vi siete conosciuti?

"A Rosa Marina, perché lui viene lì a fare la villeggiatura estiva. Alcune persone che conosco mi avevano detto che c'era questo grande avvocato e così ho voluto conoscerlo. Mi ha fatto subito una grandissima impressione: è una persona seria".

Sembra innamorato.

"Sono sincero. Questo paese ha bisogno di una persona come lui".

Di cosa esattamente?

"Noi siamo soffocati dalla burocrazia, dalle regole anche quando non servono. I soldi ci sono, in Italia siamo pieni di soldi, soltanto che è difficile spenderli. Io sono sicuro che la prima cosa che il professore farà una volta al Governo è uccidere la burocrazia, quello è il suo lavoro, ne abbiamo parlato più volte. All'Italia serve qualcuno che faccia funzionare le cose: sa qual è il modo per vedere se le cose vanno bene?".

Quale?

"Il prezzo delle case. Se il mercato è immobiliare, i soldi stanno. Altrimenti è uno scatafascio. A Monopoli dove in questi anni hanno governato bene, i prezzi sono alle stelle. Dobbiamo augurarci prezzi immobiliari altissimi in tutta Italia".

Ha sentito il professore in queste ore?

"Ha già un sacco di problemi...Non mi sembrava il caso. Ma nei prossimi giorni gli manderò anche un messaggino".

Laura Cesaretti per "il Giornale" il 29 aprile 2021. Tutta colpa dell'Ingegnere: Giuseppe Conte, come è comprensibile, ha preso malissimo lo sberlone arrivato ieri mattina dal quotidiano Il Domani, che raccontava i suoi «affari segreti» con pezzi da novanta dell'establishment imprenditoriale italiano (quelli che i grillini usavano chiamare «prenditori» e su cui scagliavano anatemi terribili), le laute consulenze, i rischi di conflitto di interessi. L'ex premier ha letto e riletto la lunga inchiesta del quotidiano fondato da Carlo De Benedetti, ha pensato e ripensato e poi ha vergato un lungo post sul suo medium preferito, Facebook, per replicare. La prosa contiana, come al solito ampollosa e azzeccagarbugliesca, si dilunga nello spiegare come l'articolo sia «diffamatorio» e i suoi non siano «affari» ma normale «attività professionale da avvocato civilista». Poi arriva la zampata velenosa: «Gli affari li concludono gli imprenditori» come l'editore di Domani De Benedetti: «Da presidente del Consiglio non mi sono mai concesso il piacere di incontrarlo privatamente, pur sollecitato varie volte a farlo. Ma come lei sa mi sono dovuto dedicare a tempo pieno ai bisogni del popolo, di qui la rinuncia di cui l'ingegnere mi sta ripagando amabilmente». Ecco: non è chiaro di quali «bisogni del popolo» (si spera non fisiologici) l'ex premier fosse intento ad occuparsi, ma di certo l'articolo che lo colpisce nasce, a dire di Conte, da una vendetta di De Benedetti, che - come una maliarda respinta dall' integerrimo gentiluomo che tentava di sedurre - reagisce a suon di colpi bassi. Attaccato per non aver ceduto alle avance dei poteri forti: così Conte - che pure, alla testa di due diversi governi in tre anni, qualche contatto anche ravvicinato coi poteri forti lo ha avuto - tenta di uscire dall' imbarazzo. Un imbarazzo politico e d' immagine, che non ci voleva in un momento particolarmente delicato per chi sta tentando di assumere la guida di un partito in sfacelo, ed è immerso fino al collo nel pasticcio senza uscita delle faide grilline e delle demenziali regole interne. Perché se è probabile che non ci sia niente di illecito nelle prestazioni passate dell'avvocato Conte, come nota lo stesso Domani, resta il fatto che «i comportamenti e le relazioni non sembrano somigliare molto a quelli dell'homo novus senza macchia descritto dalla propaganda M5s». Quel Conte che venne descritto al popolo grillino come «una perla rara», uno «tosto che si è fatto tutto da sé» da Di Maio, quando ne annunciò l'arruolamento come ministro, e poi l'upgrade a premier. Del resto Di Maio fu il primo ad accorgersi, masticando amaro, che il modesto avvocato pugliese dal curriculum ritoccato era in realtà molto più introdotto di lui nei vasti sottoboschi del potere romano, e capace di galleggiarci agevolmente da solo, proprio grazie alle reti pazientemente tessute negli anni. Quel che più faceva impressione, ieri, era il silenzio di gran parte dei vertici grillini (Di Maio in testa) davanti all' imbarazzante tegola caduta sull' aspirante leader M5s. Solo nel tardo pomeriggio (e, raccontano, dopo un certo ansioso pressing del solito Rocco Casalino e dintorni) qualcuno ha iniziato a spendere due parole a difesa di Conte, denunciando il tentativo di «delegittimazione ad orologeria» (Crimi), perché «è chiaro che Conte leader di un M5s rinnovato incute timore» (Baldino). «Hanno paura che la sua missione riesca» (Gubitosa). «Dà fastidio a molti, quindi lo infangano» (Taverna). La tesi difensiva di Conte è trasmessa tramite Crimi: gli «editori impuri» lo attaccano perché M5s ha presentato proposte contro il conflitto d' interessi. Sarà.

Dagospia il 28 aprile 2021.  Conte attacca il sottoscritto e il nostro editore. Senza smentire una virgola dell'inchiesta sulle sue consulenze e i suoi contratti da centinaia di migliaia di euro. Ottenuti anche grazie all'Acqua Marcia, a Centofanti e a Marseglia. Emiliano Fittipaldi

Dagospia il 28 aprile 2021.  Dal profilo Facebook di Giuseppe Conte. Gentile dott. Fittipaldi, ho letto questa mattina l’articolo che mi ha dedicato sul quotidiano “Domani” dal titolo “Gli affari segreti di Conte”. Questo titolo e vari passaggi interni dell’articolo sono palesemente diffamatori. Già dal titolo, a ben guardare, Lei tradisce una concezione davvero “singolare” della professione di avvocato. Un avvocato civilista, che è la professione che ho svolto prima di diventare Presidente del Consiglio, non fa affari, tantomeno segreti. Un avvocato civilista svolge attività professionale: difende i clienti nei processi e fornisce consulenze e pareri legali, rispettando - è un preciso e rigoroso dovere imposto dal codice deontologico forense - la riservatezza dei propri assistiti. Gli “affari” - ostentati o segreti non spetta me dirlo - li concludono gli imprenditori, come ad esempio il Suo datore di lavoro, ing. De Benedetti. Quanto a quest’ultimo, da Presidente del Consiglio non mi sono mai concesso il piacere di incontrarlo privatamente, pur sollecitato varie volte a farlo. Ma come Lei sa mi sono dovuto dedicare a tempo pieno ai bisogni del popolo, della gente comune, di quei cittadini - per intenderci - che non hanno santi protettori sulla terra e che, ancor più con la sopravvenuta pandemia, si sono ritrovati a vivere in condizioni di forte sofferenza. Di questa rinuncia, peraltro, l’ing. De Benedetti mi sta ripagando amabilmente, ragionando di me - in tutte le occasioni pubbliche che gli sono offerte - con pertinace livore. Nel Suo articolo scrive, tra le altre cose: “Gli affari segreti di Conte sono quelli di un avvocato d’affari di successo, probabilmente leciti, ma i comportamenti e le relazioni non sembrano somigliare molto a quelli dell’homo novus senza macchia descritto dalla propaganda del Movimento 5 Stelle. Questo senza considerare le dichiarazioni di Amara che, fossero confermati i fatti raccontati, porterebbe la vicenda su un piano diverso e piu scivoloso”. Caro Fittipaldi, questa mia attività professionale non è stata “probabilmente lecita”, come finge di concedermi. È stata pienamente lecita. Corretta e trasparente. Già ieri, nel corso di una conversazione telefonica, le ho chiarito che non ho mai avuto rapporti personali né professionali con l’avv. Piero Amara, della cui esistenza ho appreso leggendo le cronache dei giornali. Escluderei inoltre che il mio nome come professionista possa essere stato suggerito dall’avv. Michele Vietti, per la semplice ragione che non ho mai avuto rapporti personali o professionali neppure con lui. Fermo restando che sapevo chi era in ragione dei suoi impegni politici e del suo incarico come Vice-Presidente del CSM. Quanto al contenuto degli incarichi professionali, nulla di segreto. Quando il Gruppo Acqua Marcia è entrato in tensione finanziaria a seguito dell’arresto di Francesco Bellavista Caltagirone (neanche lui mai conosciuto o incontrato), mi è stato chiesto di redigere all’incirca 300 pareri legali per certificare lo stato di tutti i contenziosi giudiziali e di tutte le vertenze extragiudiziali che riguardavano le varie società del Gruppo.  Questi pareri legali, che hanno richiesto un impegno professionale particolarmente intenso, sono stati necessari per valutare, più puntualmente, le potenziali poste attive e passive delle società al fine di presentare un concordato preventivo che fosse rispondente alle effettive condizioni economico-finanziarie del Gruppo. I relativi compensi professionali, peraltro, a conferma della limpidezza dell’incarico, sono passati al vaglio e mi sono stati liquidati dai vari Commissari giudiziari nominati dal Tribunale fallimentare di Roma, in relazione alle varie società ammesse al concordato. Quanto al secondo incarico professionale di cui si fa cenno nell’articolo, trattasi di un incarico di consulenza legale in relazione a una complessa operazione finanziaria di cartolarizzazione che ha riguardato la società GHMS, che era proprietaria dell’hotel Molino Stucky di Venezia. Questo secondo incarico, che pure riguarda una società del Gruppo Acqua Marcia, risale ad alcuni anni dopo (al 2015, mentre i pareri legali di cui sopra risalgono al 2012/2013). Per questo secondo incarico ho avuto accesso, al pari di tutti gli altri professionisti, a tutta la completa documentazione e, quindi, a tutte le pertinenti informazioni che sono state messe a disposizione (nella c.d. data room) di tutti i soggetti (anche molti fondi stranieri) che hanno mostrato interesse per l’operazione. Cordialmente, Giuseppe Conte

Emiliano Fittipaldi per Editorialedomani.it il 28 aprile 2021. Piero Amara, l’avvocato dei misteri che ha da poco inguaiato con le sue dichiarazioni prima Luca Palamara e poi il presidente del Consiglio di stato Filippo Patroni Griffi, è un fiume in piena. “Facilitatore” con natali ad Augusta, provincia di Siracusa, ha deciso da qualche tempo di collaborare con la giustizia. E prima a Milano, poi a Roma infine a Perugia, Amara sta riempiendo centinaia di pagine di verbali (molti dei quali ancora segretati) che gli investigatori stanno esaminando. Per verificarne l’attendibilità, in primis. E per trovare riscontri ad accuse gravi che coinvolgono politici di partiti diversi, potenti assortiti e toghe d’ogni ordine e grado. Ora, in uno degli interrogatori davanti ai pm di Milano, Amara ha parlato – ha scoperto Domani – anche dell’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Raccontando di aver di fatto “raccomandato” il suo nome affinché l’avvocato di Volturara Appula ottenesse una consulenza dalla società Acqua Marcia, quando lo stesso, controllato al tempo da Francesco Bellavista Caltagirone, si avviava verso un concordato preventivo a causa di debiti per centinaia di milioni di euro con le banche. Una presunta segnalazione che avrebbe permesso a Conte, dice Amara, di ricevere contratti e conferimenti di incarico per circa 400mila euro, non tutti incassati. Il nome di Conte, dice il Mr Wolf siciliano, gli sarebbe stato fatto direttamente da Michele Vietti: l’ex Udc, eletto vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura nel 2010, sarebbe stato un importante referente di Amara (così almeno racconta ancora l'avvocato) nel mondo della politica, degli affari e della magistratura. Il testimone aggiunge a verbale che Vietti sarebbe stato a conoscenza del fatto che Bellavista Caltagirone doveva far omologare dal tribunale di Roma il concordato della sua azienda, in grave crisi di liquidità a partire dal 2011. «Vietti mi chiese così di parlare con Fabrizio Centofanti», aggiunge Amara. Centofanti è l’imprenditore diventato famoso perché accusato di aver corrotto Palamara, e che nel 2012 era gran capo delle relazioni istituzionali di Acqua Marcia, più consigliere con delega agli affari legali della spa. Ecco: proprio Centofanti, conclude Amara, avrebbe dovuto assumere come avvocati di Acqua Marcia non solo Conte, ma anche Guido Alpa ed Enrico Caratozzolo. Secondo Amara la nomina era condizione fondamentale «per riuscire a ottenere l’omologazione del concordato stesso». Non sappiamo se i nomi di Conte e di Alpa siano stati davvero “raccomandati” ad Amara da Vietti, né se è vero che quel concordato (che ha poi avuto l’ok del tribunale fallimentare di Roma) poteva davvero passare solo a seguito di quelle nomine caldeggiate a Centofanti da Amara. Sarà la magistratura perugina ad accertare la realtà dei fatti e la presenza di eventuali calunnie. Conte, sentito da Domani, smentisce categoricamente, annunciando denuncia per calunnia: «Mai visto Amara in vita mia, non ho avuto rapporti professionali nemmeno con Vietti, è surreale». Anche Vietti, sentito al telefono, smentisce le dichiarazioni del testimone: «Escludo categoricamente di aver mai raccomandato nessuno per Acqua Marcia, non ricordo nemmeno se ho mai conosciuto Amara. Non so perché mi tira in ballo, non ricordo nemmeno di avere avuto rapporti con lui». Al netto delle dichiarazioni dell’ex legale dell’Eni e delle decisioni delle procure in merito alla sua attendibilità, però, Domani ha condotto un’indagine autonoma. Scoprendo – attraverso documenti aziendali, visure camerali e testimonianze incrociate – non solo che Centofanti ha confermato ai pm di Perugia che Amara gli ha chiesto di assumere Conte, ma che l’ex premier ha in effetti ottenuto consulenze dalla spa di Bellavista Caltagirone per centinaia di migliaia di euro. Affari (probabilmente del tutto leciti) di cui però finora nessuno sapeva nulla.  Centofanti ha aggiunto che, se è vero che Amara gli ha fatto il nome di Conte per una consulenza, lo stesso nome dell’ex premier era già sul suo tavolo, perché proposto dagli altri avvocati da lui precedentemente contattati per lavorare alla ristrutturazione del debito e al possibile concordato preventivo di Acqua Marcia. Cioè proprio Caratozzolo e Alpa, coadiuvati da Giuseppina Ivone. Chi sono? Catarozzolo, che compare anche come liquidatore di Acqua Marcia, è stato consigliere giuridico di Vietti quando quest’ultimo era sottosegretario al ministero della Giustizia, ma è anche un brillante legale assai stimato. Alpa è tra i principali giuristi italiani («non aveva certo bisogno della mia segnalazione» aggiunge Vietti) ed è maestro e mentore di Conte. Infine Ivone, avvocata cassazionista di fama, ha avviato uno studio a Roma diviso con il collega Fabrizio Di Marzio, condirettore insieme a Conte della rivista Giustizia civile.com (Ivone è nel comitato scientifico), e autore di un manuale sulla riforma della legge fallimentare con il solito Vietti. Visti gli intrecci professionali e amicali tra i protagonisti è del tutto possibile, al netto della richiesta di Amara a Centofanti di cui lo stesso Conte forse nulla sapeva, che la proposta di scegliere l’ex premier sia stata fatta dallo stesso collegio difensivo. «Amara Mente», chiude Vietti. Può essere. È certo, però, da altri documenti trovati da Domani che il 20 giugno 2012 Centofanti spedisca una lettera formale a Conte, per il «conferimento di un incarico professionale per la consulenza e l’elaborazione di pareri a beneficio della società dell’Acqua Pia Antica Marcia spa, nell’ambito dell’iniziativa Porto di Imperia, anche nell’interesse del controllante Acqua mare srl», cioè la società che aveva lavorato alla realizzazione dell’infrastruttura tanto cara all’ex ministro Claudio Scajola. Ora dalle visure camerali risulta, a sorpresa, che nel cda della società Acquamare sedeva in quei mesi non solo Centofanti, ma anche Amara. All’«illustrissimo professore», Centofanti e Camillo Bellavista Caltagirone (il padre Francesco era stato arrestato qualche mese prima nell’inchiesta sul porto di Imperia, vicenda da cui è stato assolto, e non poteva firmare deleghe o incarichi di consulenza) chiedono una serie di pareri legali e «una ricognizione dei rapporti giuridici» della Acquamare, «rapporti che coinvolgono anche la capogruppo». Il tutto per «potere completare la predisposizione di un piano di risanamento funzionale e/o alla presentazione di un concordato preventivo o anche di un accordo di ristrutturazione dei debiti». Insomma, il compito di Conte era quello di rivedere il contenzioso della società. Solo per l’espletamento di questo incarico per Acquamare, Centofanti comunica al futuro presidente del Consiglio che «le sarà corrisposto un compenso pari a 150mila euro, oltre accessori di legge come Iva e cpa». Fonti vicine al concordato segnalano che Conte avrebbe fornito pareri anche per altre società controllate da Acqua Marcia (in tutto erano oltre venti, ognuna con un suo concordato e un commissario liquidatore) e che l’accordo finale con la società di Bellavista sarebbe stato di 400mila euro complessivi. Una cifra troppo elevata per il lavoro effettivamente svolto, ha ipotizzato Amara. Conte invece, anche se non ricorda quanto ha incassato alla fine («probabilmente molto meno») dice che le cifre sono assolutamente congrue, visto che «io ho lavorato al contenzioso per tutte le società del gruppo. Non ricordo se la lettera d’incarico era firmata da Centofanti». Di sicuro ancora il 23 maggio 2014 Conte fatturava alla spa di Caltagirone oltre 50mila euro, come «saldo dei compensi relativi all’elaborazione del parere relativo» a una fideiussione «rilasciata dalla Società Acqua Pia Antica Marcia spa in favore della controllata Acquamare». Un parere tecnico di 17 pagine consegnato a dicembre 2012 che Domani ha potuto visionare. Al di là delle supposizioni di Amara, fino a prova contraria i compensi di Conte garantiti prima da Centofanti e poi dai nuovi amministratori del gruppo (Tiziano Onesti ne è diventato il presidente) sono del tutto legittimi. C’è però un’altra vecchia vicenda che – collegata a quella delle consulenze per Acqua Marcia di cui nulla finora si sapeva – apre nuovi interrogativi. Conte e lo studio Alpa (che secondo Amara avrebbe preso da Acqua Marcia una parcella di circa un milione di euro) hanno lavorato per la spa di Bellavista Caltagirone per mesi. L’impero dell’immobiliarista, prima di sfiorare il fallimento per un debito superiore al miliardo contratto con le banche, spaziava dai palazzi ai porti, dagli aeroporti ai servizi finanziari e alla comunicazione. Fino ai grandi alberghi di lusso della Sicilia, come Villa Igiea e Des Palmes di Palermo, San Domenico a Taormina, Des Etrangers a Siracusa e i due Excelsior di Catania e Palermo. Tutti passati di mano nel corso degli anni. Un altro grande albergo controllato allora dal gruppo, vero fiore all’occhiello di Bellavista Caltagirone, era il Molino Stucky, stupenda struttura extralusso che sorge sull’isola della Giudecca, a Venezia. Un hotel gigantesco da 379 stanze possedute tramite un’altra controllata di Acqua Marcia, la Grand hotel Molino Stucky srl (Ghms srl), anche lei finita in concordato preventivo a luglio 2013, dopo l’ok del tribunale fallimentare di Roma. Per la cronaca, il giudice delegato era Claudio Tedeschi. L’idea iniziale – leggendo le carte del tribunale – era quella di liquidare l’intero patrimonio societario, in modo da pagare il debito da 280 milioni di euro vantato dalle banche creditrici. Su tutti Unicredit e Royal Bank of Scotland, che nel 2008 avevano erogato un finanziamento a Bellavista da 250 milioni di euro, mutuo necessario all’imprenditore romano per comprarsi l’hotel. Per mesi i giornali ipotizzano aste tra i maggiori fondi internazionali, anche perché, secondo una prima perizia, il valore dell’albergo era di ben 350 milioni di euro. Non solo per la bellezza e la posizione dell’edificio, ma anche in virtù di un contratto d’affitto blindato da 14,5 milioni di euro l’anno garantiti da Hilton, la multinazionale che ha da anni in gestione la struttura. Considerando una redditività del 5 per cento del bene affittato, il Molino varrebbe almeno 300 milioni, cifra prudenziale inserita non a caso nel piano concordatario. Nel 2015 è stata creata una nuova società quasi omonima, la Ghms Venezia spa: qualcuno ipotizza, oltre all’asta, che le banche possano decidere di rilevare le azioni e diventare proprietarie della struttura con affitto sicuro incorporato. Grandi fondi americani e di Singapore si dicono interessati. Ma a sorpresa, in breve tempo, l’albergo da sogno finisce nelle mani di un imprenditore pugliese sconosciuto alle cronache nazionali, Leonardo Marseglia. Che riesce a comprarsi, attraverso un veicolo di cartolarizzazione costruito ad hoc, i crediti deteriorati delle banche. Sborsando però non 280 milioni, ma solo 145. Di cui – risulta a Domani – 25 in equity (cioè grazie a risorse proprie) e altri 120 milioni finanziati di nuovo dagli stessi istituti di credito, che si trovano in pegno le quote della nuova società che controlla l’albergo. Per Marseglia è un capolavoro finanziario. L’imprenditore di Ostuni che ha sbaragliato la concorrenza e messo d’accordo banche e soprattutto amministratori del concordato e giudici ha fatto tutto da solo? Sappiamo che Conte ha certamente lavorato come consulente al concordato per l’Acqua Marcia, che controllava l’albergo veneziano, fatturando centinaia di migliaia di euro. Eppure Marseglia – appena presa la società dal concordato – piazza proprio il giurista pugliese nel nuovo cda della Ghsm Venezia. È il novembre del 2015, e Conte resterà socio d’affari di Marseglia fino a dicembre 2017. «È solo un incarico onorifico», dice en passant Marseglia nel maggio del 2018. Ma nella stessa intervista a Repubblica, che lo chiama per chiedergli l’origine della loro amicizia, si lascia sfuggire che sarebbe stato il neopremier in persona ad aiutarlo (non dice in che veste) nell’affare del secolo. «Il Molino Stucky era una operazione delicatissima» dice a Giuliano Foschini. «Come avversari avevamo i più importanti fondi immobiliari del mondo. Era impossibile. E invece ce l’abbiamo fatta, soprattutto grazie a Conte». Conte, si scopre ora, aveva un incarico a pagamento con Marseglia. Qualcuno ora potrebbe gridare al conflitto d’interessi potenziale, dal momento che Conte ha lavorato prima come consulente di Acqua Marcia (di cui conosceva i documenti del concordato) poi con Marseglia, che di quel concordato ha beneficiato. «Lei adombra una mia condotta professionale impropria» dice Conte «Le chiarisco che il mio incarico per Acqua Marcia e quello successivo per HGMS non sono ai entrati in conflitto. Trattasi di epoche diverse: la prima risale al 2012-13, mentre l’incarico per Marseglia risale a due anni dopo. E comunque il contenuto dell’incarico non era tale da creare potenziali conflitti, perché la documentazione posta in data room per consentire a tutti gli interessati di visionare e valutare gli assets era completa e identica per tutti e semmai dopo qualche anno ancora più ricca». Gli affari segreti di Conte sono quelli di un avvocato d’affari di successo, probabilmente leciti, ma i comportamenti e le relazioni non sembrano somigliare molto a quelli dell’homo novus senza macchia descritto dalla propaganda del Movimento 5 Stelle. Questo senza considerare le dichiarazioni di Amara che, fossero confermati i fatti raccontati, porterebbe la vicenda su un piano diverso e più scivoloso. I magistrati milanesi che hanno raccolto le parole di Amara tra fine 2019 e inizio 2020 si muovono con cautela. Tanto che nessun fascicolo di reato è stato finora aperto sulla vicenda Acqua Marcia. La storia è arrivata di recente anche sulla scrivania di Raffaele Cantone, neo procuratore capo della procura di Perugia, perché (indirettamente e senza fare nomi) Amara ipotizza il coinvolgimento nella vicenda dei giudici della fallimentare romani, di cui sono competenti gli uffici giudiziari della città umbra. Non solo, i nemici di Amara considerano l’avvocato un depistatore professionista (è indagato a Milano per aver creato un falso dossier per sviare le indagini su Eni) un potenziale calunniatore mosso da interessi oscuri che – per salvare sé stesso – avrebbe inventato circostanze false, al solo fine di sembrare un testimone utile all’accusa. D’altro canto sono molti i pm che negli ultimi anni stanno prendendo molto sul serio le dichiarazioni auto-vetero accusatorie di Amara e del suo collaboratore più stretto, Giuseppe Calafiore. È vero che la procura di Brescia ha archiviato il fascicolo sul giudice Marco Tremolada, tirato in ballo da Amara in merito a un ipotetico accesso privilegiato che i difensori di Eni avrebbero avuto con lui, cioè il presidente del collegio del processo Eni che ha da poco assolto tutti gli imputati. In quel caso, però, lo stesso Amara aveva riferito parole de relato, senza fare accuse specifiche, tanto che non risulta essere stato poi indagato per calunnia.  Quando Amara si autoaccusa di reati e descrive circostanze di cui è stato testimone, però, più di un magistrato sembra dargli credito: una recente sentenza della Corte d’appello sul giudice corrotto Nicola Russo definisce Amara «pienamente credibile», per «completezza, precisione, coerenza interna, ragionevolezza delle accuse», evidenziando anche la mancanza di volontà di «vendetta, o inimicizia e rancori». Anche il fatto che Amara sia interessato a patteggiare pene più miti accusando e autoaccusandosi, secondo i giudici romani «non intacca affatto la credibilità delle accuse fornite» sul caso Russo. Un’altra sentenza del gup di Roma, dopo che le dichiarazioni di Amara e Calafiore hanno portato sul banco degli imputati alcuni magistrati amministrativi accusati di corruzione in atti giudiziari (Riccardo Virgilio e Raffaele De Lipsis hanno poi patteggiato, ma i verbali di Amara hanno creato problemi anche a Luigi Pietro Caruso), evidenzia l’attendibilità dei due testimoni: «Entrambi gli imputati meritano il riconoscimento della circostanza attenuante in dipendenza dell’indiscutibile, efficace contributo fornito nel corso delle indagini per un proficuo inquadramento della vicenda investigata e per l’individuazione degli altri soggetti coinvolti negli accordi corruttivi». Toni e parole simili dalla procura di Catania che nell’agosto scorso ha scritto come «Amara e Calafiore hanno reso dichiarazioni eteroaccusatorie davanti agli uffici giudiziari di Roma, Messina e Palermo tutte riscontrate. Al momento devono quindi ritenersi soggetti che stanno collaborando con la giustizia». Vedremo se le nuove dichiarazioni su Acqua Marcia saranno considerate altrettanto attendibili, oppure no. L’ultima “vittima” di Amara, il presidente del Consiglio di stato Filippo Patroni Griffi indagato con il lobbista per induzione indebita per la presunta raccomandazione di una sua amica, ha negato con forza ogni addebito, e ha fatto esposto in procura a Roma per calunnia contro l’ex avvocato dell’Eni. Sia davvero un pentito genuino o un geniale mestatore capace di ingannare (e far perdere anni) alle più importanti procure italiane, un fatto è certo: di Amara sentiremo parlare ancora a lungo.

Dagospia il 23 aprile 2021. Gad Lerner per il “Fatto quotidiano” - estratto, ……………………. professor Conte, forse la stupirà perché lei oggi gode di ottimi indici di popolarità, ma noi non la conosciamo abbastanza. Non basta sapere come ha governato, e neanche come ha saputo prendere le distanze da Salvini e poi da Renzi. Lo so, ha fatto scelte chiare. Dopo il maldestro tentativo di scongiurare la crisi del suo esecutivo reclutando dei "responsabili" - pur giustificato dall' emergenza in cui versa il Paese - ha saputo lasciare Palazzo Chigi con dignità e ha mostrato senso di responsabilità anche nei confronti del suo successore. Di più. Ha fatto suo il difficile progetto di rifondazione del M5S , la forza politica che l' aveva designato e che, nonostante le lacerazioni e lo stato di debilitazione culturale in cui versa, continua a rappresentare una quota rilevante dell' elettorato.…………………..Suppongo che lei abbia fatto tesoro delle esperienze fallimentari del passato: le forze politiche allestite intorno alla singola personalità del leader - i partiti personali - quando non si giovino delle risorse patrimoniali e del potere mediatico di un uomo abile e ricco, son destinate a durare poco. Non suoni irrispettoso, però, se le anticipo che le sue imminenti dichiarazioni programmatiche, quand' anche corredate da riferimenti ideali e scelte di campo esplicite, da sole non basteranno all' avvio del suo percorso di militanza fuori dalle stanze ministeriali. Professor Conte, lei si è conquistato la stima di molti concittadini ma, per diventarne il riferimento politico, deve fornirci anche un rendiconto della sua biografia. È vero, in altri Paesi abbiamo conosciuto leadership che si sono imposte provenendo direttamente dalla società civile, generate da esperienze sindacali o da movimenti per i diritti civili. Ma non è questo il percorso che l' ha portata direttamente al governo. Un racconto sincero dei suoi esordi politici la rafforzerebbe enormemente. Non deve tenerselo nel cassetto per un futuro libro di memorie. Come andò che scelse di rendersi disponibile al M5S ? Cosa pensò quando Di Maio e Salvini le proposero di fare il presidente del Consiglio? Perché accettò di guidare una coalizione con la Lega e cos' ha capito cammin facendo di quel partito, fino alla costruzione di un' alleanza alternativa? Badi bene. Non sto chiedendole inutili autocritiche postume, ma di raccontarci la natura delle trasformazioni che ha vissuto, fino a portarla a divenire una personalità di riferimento del centrosinistra. È l' anello mancante per fare patti chiari sul futuro.

Dagospia il 23 aprile 2021. Nicola Biondo - linkiesta.it il 10/2019. L’avvocato Guido Alpa presiede una collana ed è membro del comitato editoriale della casa editrice dell’ateneo (che ha pubblicato anche il professor Mifsud). Tutto legittimo, ma il legame intellettuale tra i due governi Conte e il centro studi dove è nato il Russiagate non si può negare. Ci sono due tipologie di personaggi pubblici: i primi hanno lo “stile Cuccia”, più sono potenti meno amano apparire. Poi ci sono i “wannabe”, quelli che hanno una tendenza compulsiva ad apparire, i forzati del selfie e delle foto-opportunity: e solitamente questa pulsione è inversamente proporzionale al potere, e al talento. Non c’è alcun dubbio che Guido Alpa, maestro e mentore del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, vada inserito nella prima categoria. Ma non solo. Perché nella geografia del potere attuale c’è un partito trasversale nel quale in molti tempo fa hanno deciso di salire, quello della Link University. E in questo “partito” Alpa è perfettamente inserito. Il nome del giurista che in molti definiscono il ghostwriter politico di Conte compare nel cuore della macchina messa in piedi dall’ex ministro democristiano Enzo Scotti. Alpa infatti è un membro del consiglio editoriale di Eurilink, la casa editrice dell’università balzata agli onori della cronaca mondiale per la scomparsa di uno dei suoi soci, Joseph Mifsud, uomo chiave del Russiagate. Che Alpa sia un “fan” della Link è un tassello, finora, rimasto sconosciuto ai più nella ricostruzione dell’attuale sistema di potere che appoggia il Conte-bis. Ed è proprio su questo tema che il premier Conte sarà chiamato a rispondere martedì al Copasir. A partire da una serie di interrogativi: la Link è “l’università delle spie” come ha detto George Papadopoulos, anche lui coinvolto nel Russiagate, finito in carcere per aver mentito al Fbi, ed ex- membro di spicco dell’organizzazione pro-Trump? Oppure è la fucina di una nuova classe dirigente, come si è sempre vantato il dominus della Link, Enzo Scotti? Ma soprattutto, come è stato rivelato da Linkiesta, che cosa contiene il report del nostro controspionaggio sulla Link e la vicenda Mifsud? Queste informazioni sono state girate all’Amministrazione Trump che ha inviato per ben due volte il Ministro della giustizia William Barr a Roma? Che Alpa sia un “fan” della Link è un tassello, finora rimasto sconosciuto ai più, nella ricostruzione dell’attuale sistema di potere che appoggia il Conte-bis. Sconosciuto anche perché non menzionato nel curriculum del professore genovese, almeno l’ultimo in ordine temporale rintracciabile in rete: una dimenticanza, di sicuro. Intendiamoci, avere rapporti con la Link è legittimo. Ma la rete di relazioni che si intravedono salire sul palcoscenico della Link aiuta ad inquadrare le strategie politiche, nazionali e non solo. Link appare come il luogo perfetto per un remake de La grande Bellezza ma in chiave politica, una “terrazza” dove si incontrano politici e amministratori pubblici, professori senza alcuna pubblicazione che concionano di cybersecurity insieme ai vertici dei servizi di sicurezza. Si allarga quindi il numero di persone legate a Conte e ai suoi due governi che hanno rapporti con l’università al centro dello scandalo italiano sul Russiagate. Alpa però non è un insegnante alla Link, come qualche ex-ministro del Conte 1 o sottosegretario o consigliere: l’uomo che sussurra a Conte è intraneo a quel mondo. È Presidente del comitato scientifico della collana “STUDI E DIALOGHI GIURIDICI — AMBITO PRIVATISTICO” e membro del comitato editoriale della casa editrice che, tra le altre cose, ha pubblicato anche un testo prefato da Mifsud. Alpa ha anche firmato un volume collettaneo uscito nel 2018 sul ventennale della Link. Il rapporto Conte-Alpa si arricchisce così di una nuova puntata. Ed è un file che ha creato qualche grattacapo all’inquilino di Palazzo Chigi. Nel 2018, Conte è stato accusato di essere stato “aiutato” dal mentore nell’esame per ottenere la cattedra universitaria: il Pd allora gridò allo scandalo e si rifugiò su Twitter con l’hastag #concorsopoli, la Lega fece spallucce. Oggi invece è proprio Matteo Salvini ad andare a caccia dei particolari di quella vecchia storia: in un’interrogazione parlamentare depositata pochi giorni fa, i leghisti fanno espresso riferimento ai rapporti tra “l’allievo” Conte e il “maestro” Alpa. Conte si è sempre difeso con forza, respingendo le accuse.

Emiliano Fittipaldi per l’Espresso - Articolo del 18 giugno 2018. Il presidente esecutore. Il premier fantasma. L’uomo invisibile. Un vaso di coccio. Pinocchio tra il Gatto Di Maio e la Volpe Salvini. Il primo presidente del Consiglio di cui non si conosce un’idea: Giuseppe Conte, il nuovo capo del governo italiano, è stato accolto come un oggetto misterioso da quasi tutti gli addetti ai lavori, che da qualche settimana stanno cercando di riempire i vestiti sartoriali del professore di contenuto politico e umano. Un compito difficile, perché è la prima volta nella storia della Repubblica che il Parlamento ha dato fiducia a un premier di cui non sapeva praticamente nulla. Issare l’inespertoConte a Palazzo Chigi è certamente uno dei principali esperimenti del laboratorio politico grillo-leghista che sta forgiando gli inizi della Terza Repubblica. Per i più critici «l’avvocato del popolo» (claim inventato dalla macchina della comunicazione pentastellata guidata da Rocco Casalino) è solo un grigio notaio che dovrà attuare un contratto di governo stilato e firmato dai vicepresidenti del Consiglio che lo affiancavano come due badanti durante il discorso programmatico di martedì scorso, dall’opposta prospettiva il professor Conte viene invece descritto come la perfetta incarnazione del sogno americano in salsa grillina. Un premier che viene dalla Puglia, figlio di una famiglia semplice del Sud che grazie alla tenacia, alle capacità individuali e a una ferrea ambizione è riuscito a 54 anni a scalare tutta la piramide sociale, fino a sedersi sulla poltrona più importante della nazione. Come dicono alla Casaleggio, «un self made man che incarna tutti i valori del M5S», e che ha scritto da solo la sceneggiatura della sua vita. «Più che un film sembra un miracolo», ripetono oggi parenti e conoscenti, ancora attoniti nel vedere in televisione l’amico che ha passato le ultime vacanze di Natale nella casetta di mamma a San Giovanni Rotondo discutere i destini del mondo al G7, assiso insieme al presidente americano Trump, il francese Macron e la grande nemica dei populisti italiani, Angela Merkel. Il miracolo, in realtà, inizia quattro anni fa, quando Alfonso Bonafede, nuovo ministro della Giustizia e uomo ombra di Luigi Di Maio, s’innamora del cattedratico, che ha conosciuto come studente alla facoltà di giurisprudenza di Firenze. È lui a chiedere a Conte nel settembre del 2013 di entrare come componente laico nel Consiglio di Presidenza della Giustizia amministrativa in quota M5S. «Non sono dei vostri, il mio cuore batte a sinistra», avrebbe chiarito il professore, che alla fine però accetta la corte e il posto da vicepresidente. Conte è così ambizioso («forse troppo», ha confessato il padre al Tg2) che, mentre flirta con i grillini, fa amicizia anche con pezzi del Pd. Mira in alto, come ha fatto fin da quand’era piccolo, e punta al Giglio magico di Renzi. Il primo link, spiega qualche buona fonte fiorentina, ha le sembianze di Francesca Degl’Innocenti, avvocato che ha insegnato Diritto civile con Conte alla Scuola di specializzazione per le professioni legali, e che risulta collaborare con lo studio Tombari: quello in cui lavorava Maria Elena Boschi. Il nuovo premier non solo allaccia rapporti con la ministra delle Riforme, ma riesce a conoscere anche Matteo Renzi in persona. L’incontro è avvenuto qualche tempo fa, in forma privata. Se qualcuno sorride affermando che Conte si offrì anche ai renziani, va però ricordato che lo stesso neopremier bocciò la candidatura della “vigilessa” Antonella Manzione, fedelissima di Matteo, a una poltrona al Consiglio di Stato per “mancanza di requisiti”. Le simpatie piddine, comunque, erano note in parte anche a Di Maio, tanto che nel M5S qualcuno racconta che il leader di Pomigliano d’Arco lo inserì nella lista dei possibili ministri grillini (Conte era stato designato alla Pubblica amministrazione) anche come eventuale pontiere di un’alleanza post voto con i dem. Sappiamo che quel ponte è crollato subito. Per provare a spiegare la genesi dell’incredibile scalata a Palazzo Chigi bisogna dunque percorrere altre strade. Quando a inizio maggio è ormai chiaro che Di Maio e Salvini, a causa dei veti incrociati, devono obbligatoriamente individuare un terzo nome per il premier, gradito ad entrambi ma appartenente all’entourage del partito più votato, Di Maio, Grillo e i maggiorenti della Casaleggio (su tutti Davide, Casalino e Pietro Dettori) individuano in lui il profilo migliore. Un avvocato ambizioso ma pacato, un tecnico con un viso pulito, sufficientemente incolore per non offuscare il leader politico. Dopo il sì di Salvini, propongono (ufficiosamente) il nome di Giuseppe Conte a Mattarella e al suo principale consigliere Ugo Zampetti. I due, che preferiscono un premier politico e di spessore, non l’hanno mai sentito in vita loro. Chiedono così informazioni ai loro fedelissimi. In primis al presidente del Consiglio di Stato Alessandro Pajno, legatissimo al presidente della Repubblica, che negli ultimi quattro anni ha visto Conte all’opera tra i corridoi di Palazzo Spada; poi al gruppo di professionisti e grand commis di Stato capeggiato da Giulio Napolitano, figlio del presidente emerito Giorgio, e dall’avvocato Andrea Zoppini, entrambi grandi amici del figlio di Mattarella, Bernardo Giorgio. I primi feedback sono positivi, così a Conte - seppur privo di qualsiasi esperienza amministrativa - viene dato l’ok. Il suo profilo viene preferito ad altri più prestigiosi (come quello dell’economista Giulio Sapelli) ipotizzati da Di Maio e Salvini: la speranza del Quirinale è che un premier alle prime armi e politicamente debole possa accettare qualche consiglio sugli alti burocrati da piazzare nei gabinetti, nelle segreterie di Palazzo Chigi e di altri ministeri. Non è detto che Conte colga i suggerimenti. Nessuno, in fondo, conosce davvero la sua indole, ne sa quale potrà essere il suo livello di autonomia rispetto ai diktat dei due firmatari del contratto di governo. Analizzando la sua biografia, parlando con civilisti e amici, l’enigma Conte può essere almeno in parte sciolto. Perché il presidente ha un passato interessante, e una rete relazionale sotterranea e trasversale. Con contatti nel Pd e qualcuno persino dentro Forza Italia. Conte, soprattutto, ha un “maestro” a cui deve moltissimo e su cui fa ancora affidamento per suggerimenti di ogni tipo, il professor Guido Alpa, e cura una carriera accademica a cui tiene forse più di ogni cosa: L’Espresso ha scoperto che ha fatto da poco domanda per un concorso “ex articolo 18” per essere chiamato alla Sapienza, e che all’ateneo qualcuno dei suoi concorrenti parla già - nel caso dovesse vincere proprio lui - di lampante conflitto d’interessi. Conte è nato a Volturara Appula, un paese di 416 anime in provincia di Foggia. I genitori, fedeli di Padre Pio, appartengono alla piccola borghesia impiegatizia del Sud: il padre Nicola è stato impiegato del minuscolo Comune per anni, la madre Lillina faceva la maestra elementare. Dopo pochi anni passati a Volturara, la famigliola si sposta a San Giovanni Rotondo. Giuseppe, ragazzo riservato e sgobbone, finisce le medie e il liceo classico con il massimo dei voti. È il 1982. Conte vuole laurearsi in legge e si trasferisce a Roma, alla Sapienza. I soldi della famiglia non bastano a vivere nella Capitale, così nel 1983 il neopremier partecipa al concorso del Collegio universitario “Villa Nazareth”, un ente ecclesiastico che accoglie gratuitamente nelle camerate gli studenti che hanno curriculum scolastici eccellenti e provenienti, spiegano dalla Santa Sede «da famiglie che, per condizione socio-economica o culturale, non siano in grado di sostenerli negli studi: è dal 1946 che al Nazareth aiutano i talenti a sbocciare». Anche se Conte non viene ufficialmente ammesso, al Nazareth diventa di casa. Nei giorni scorsi i giornali avevano raccontato delle entrature vaticane del presidente del Consiglio: se l’appartenenza all’Opus Dei è una bufala, il rapporto con il cardinale Achille Silvestrini è invece forte e radicato. La porpora, 95 anni a ottobre, è infatti dal 1986 il capo della fondazione che controlla Villa Nazareth: i rapporti cordiali con il giovane Conte iniziano allora, e nel corso del tempo si intensificano, fino a diventare strettissimi. Anche dopo la laurea il futuro premier continua a collaborare come volontario con l’istituto ecclesiastico. Diventa una sorta di consigliere giuridico di Silvestrini, e dal 1992 aiuta l’ente agevolando gli interscambi culturali tra i nuovi ospiti del collegio e alcune facoltà straniere. È Silvestrini, dunque, a nominarlo nel cda del trust intitolato al Cardinal Domenico Tardini (il fondatore del Nazareth) con sede a Pittsburgh, ed è sempre al Nazareth che Conte conosce l’attuale segretario di Stato Pietro Parolin. «In effetti si sono incontrati quando Sua Eminenza è stato direttore della scuola, alla fine degli anni Novanta. Al tempo si sono incrociati qualche volta, ma non si vedono da vent’anni», dicono Oltretevere. Di altri rapporti con le sfere ecclesiastiche non esistono evidenze. Con la laurea in tasca, Conte comincia a cercare lavoro. Sia nell’università sia negli studi legali della Capitale. Inizialmente i suoi referenti sono il relatore della sua tesi Giovan Battista Ferri, ordinario di diritto privato di cui diventa assistente, e l’avvocato Renato Scognamiglio, un pezzo da novanta che ha lavorato anche all’Iri, al ministero del Tesoro e all’Acquedotto pugliese. «Fino al 1998 Conte aveva questi due riferimenti. Nello studio di Scognamiglio gli avevano dato una stanza minuscola, strapiena di fascicoli: quando entravi a Giuseppe nemmeno riuscivi a vedergli il ciuffo. Lavorava dalla mattina alla sera, ogni tanto si concedeva una partita di calcetto in un circolo sul Tevere. Pensavamo tutti che sarebbe andato all’Università di Sassari, dove teneva lezioni, ma alla fine fece il concorso di ricercatore anche a Firenze, lo vinse e decise di andare in Toscana. Era il 1998. Da allora i rapporti con Ferri e Scognamiglio si sono via via diradati, e la sua guida è diventata Guido Alpa», ricorda chi lo conosce da sempre. Il professore ordinario, 70 anni, è la figura chiave della rete di relazioni del nuovo presidente del Consiglio. Genovese doc, “maestro” di una prestigiosa scuola giuridica, allievo di Stefano Rodotà, presidente per lustri del potente Consiglio nazionale forense, una lista di incarichi sterminati (l’ultimo è quello avuto nel 2014, quando è diventato membro del board di Leonardo-Finmeccanica anche grazie alla segnalazione, raccontano le cronache, dell’amico Denis Verdini), anche Alpa è uno che si è fatto da solo. È figlio di un ferroviere e nel giovane Conte il maestro, che non ha mai avuto figli, rivede se stesso. I due diventano inseparabili, e iniziano a lavorare insieme: prima al Cnr (nel 1999 il trentacinquenne Giuseppe cura parte di un progetto diretto da Alpa; in quell’anno il futuro premier riesce anche a comprare una bella casa a via Giulia da 450 milioni di lire, quella ipotecata da Equitalia nel 2009 per 52 mila euro di tasse non pagate), poi nell’avviatissimo studio del luminare, di cui Conte dal 2002 diventa il collaboratore preferito. A quarant’anni la sua carriera spicca il volo. Dinamico e intraprendente, stimato dalla categoria dei civilisti come un «buon giurista» (tra i tanti colleghi avvocati ed esperti di diritto intervistati da L’Espresso nemmeno i più sfavorevoli hanno usato parole negative su questo argomento), il neopremier diventa professore associato a Firenze nel 2001 (verrà chiamato come ordinario nel 2012) e comincia ad accumulare incarichi accademici importanti, spesso in progetti coordinati da Alpa in prima persona. Il mentore, che ancora oggi lo consiglia, è un appassionato lettore di Dostoevskij, non a caso citato da Conte nel suo primo discorso alle Camere. Dandy fissato con la moda inglese e le camicie su misura, appassionato di auto d’epoca (una Jaguar, pagata pochi soldi, è spesso in garage perché sempre rotta) e di vecchi orologi a corda di valore modesto, Conte viene chiamato nel Comitato scientifico della Scuola superiore dell’avvocatura del Consiglio nazionale forense (presieduto dal solito Alpa), poi alla Luiss e da Confindustria come membro della commissione Cultura. La partecipazione a conferenze e convegni è assidua, e la produzione di saggi e pubblicazioni a getto continuo. Proprio per aver voluto elencarli tutti Conte ha scritto il curriculum monstre da 12 pagine , che passerà alla storia, più che per i ritocchini e gli abbellimenti, come esempio plastico di chi venuto dalla provincia profonda vuole dimostrare al mondo - e, paradossalmente, all’establishment che i grillini aborrono - di avercela fatta davvero. Un curriculum che presto sarà letto con attenzione anche dai tre membri della commissione del dipartimento di scienze giuridiche della Sapienza, che presto dovrà sancire il vincitore della procedura selettiva voluta dall’ateneo romano per un posto da ordinario di diritto privato e civile. Il neopremier ha presentato domanda a fine 2017 (insieme a competitor di peso come il giovane ordinario Giovanni Perlingeri, figlio del giurista Pietro, e a Mauro Orlandi, considerato tra i migliori allievi di Natalino Irti, altro mammasantissima del diritto italiano) e risulta ancora tra i candidati. La cattedra è ambitissima, per un altro anno sarà ancora in mano al pensionando Alpa, ma per Conte metterci i gomiti sopra rappresenterebbe il coronamento della cavalcata accademica. Il rischio, ora, è che il sogno possa sfumare a causa della nuova avventura politica. Se la Sapienza scegliesse proprio lui, i rischi sono due: le polemiche sul possibile conflitto di interessi, definito dal professore «un tarlo che mina il nostro sistema economico-sociale fin nelle sue radici... noi rafforzeremo la normativa attuale in modo da estendere le ipotesi di conflitto fino a ricomprendervi qualsiasi utilità, anche indiretta»; e il fatto che Conte dovrebbe mettersi subito in aspettativa. I gravosi impegni didattici richiesti dalla procedura di chiamata non sarebbero certo compatibili con quelli istituzionali. Compulsando amici e colleghi, incrociando vecchi arbitrati e incarichi pubblici, si scoprono altri dettagli della vita privata e della rete relazionale del premier misterioso. Se è noto che è stato sposato con Valentina Fico, avvocato di Stato con cui ha avuto un figlio che ha oggi dieci anni («è legatissimo a lui, una volta lo portò pure a una cena annuale dei civilisti, cosa rara a un evento tanto formale», racconta chi era presente), se è un fatto che non esce quasi mai dalla sua casa di 80 metri quadri al centro di Roma se non per andare nello studio Alpa in piazza Cairoli o nel pied-à-terre di Firenze, in pochi sanno che Giuseppe è stato padrino di battesimo del figlio di Stanislao Chimenti. Chimenti è un avvocato molto affermato, partner di Delfino e Associati, e grande collezionatore di incarichi pubblici: oltre ad essere stato ex commissario straordinario della Tirrenia e della Siremar, fu al timone anche del fallimento Ittierre, la grande azienda tessile molisana che ha guidato fino al 2015. Quest’ultimo mandato è stato foriero di molte amarezze: Chimenti è stato infatti rinviato a giudizio a gennaio del 2016 perché accusato di aver affidato all’avvocato Donato Bruno (onorevole di Forza Italia scomparso tre anni fa, vicinissimo a Cesare Previti e a Berlusconi) consulenze per ben 3,7 milioni di euro, talvolta secondo l’accusa «superiori ai massimi tariffari». Il problema principale, però, è la presunta presenza di un interesse privato tra i due: i pm scrivono infatti che «con Donato Bruno Chimenti coltivava da anni rapporti di collaborazione professionale, in forza dei quali usufruiva gratuitamente» degli uffici e dei servizi «dello studio Bruno», oltre a percepire «periodicamente compensi dallo stesso studio». Ora, risulta a L’Espresso che Conte e Chimenti avrebbero legato proprio tramite l’avvocato forzista morto nel 2015: il neopremier ha in effetti bazzicato lo studio di Bruno quando quest’ultimo collaborava con quello di Alpa. Ma c’è un altro esponente di Forza Italia che può vantare un’amicizia di lunga data con Conte: si tratta di Maurizio D’Ettore, un ex socialista originario di Locri diventato, come il premier, ordinario di diritto privato a Firenze, che da qualche anno si è buttato tra le fila dei berluscones diventando coordinatore provinciale di Arezzo del partito. Se il professore pentastellato non ha mai preso un voto, alle ultime elezioni il collega è stato invece eletto alla Camera in pompa magna. I bene informati dicono che sia stato proprio D’Ettore a rassicurare il suo capo Berlusconi sulle capacità (e sulla moderazione) di Conte. Non ci sono controprove, ma un fatto è certo: il grillino e il berlusconiano vantano un rapporto d’amicizia decennale, e forse non sarà facile per D’Ettore fare opposizione dura e pura a chi stima da sempre. Altra vecchia conoscenza di Conte è il consigliere di Cassazione Fabrizio Di Marzio, che con il presidente del Consiglio dirige la rivista online “Giustizia Civile” (dove Alpa ha firmato molti articoli) e che siede dal 2016 nella delicata Commissione di garanzia per il controllo dei rendiconti dei partiti politici del Parlamento. Qualche giorno fa in un editoriale sul sito della rivista Di Marzio ha omaggiato il presidente del Consiglio con parole definitive («sono davvero contento, Giuseppe è una persona seria e perbene, questa scelta merita la fiducia di tutti»), e forse ora Pd, Forza Italia e gli altri partiti di opposizione (i cui conti Di Marzio deve radiografare annualmente) potrebbero sollevare contro di lui il tema, così caro al M5S e allo stesso premier, del conflitto di interessi. La ragnatela di Conte comprende anche Ugo Grassi, professore all’Università Parthenope di Napoli e neosenatore grillino («Quello di Sergio Mattarella è un attentato alla Costituzione. Dirò di più, è anche una forma di alto tradimento... Io non sono un costituzionalista, sono un collega di Conte, ma sto studiando il merito della questione», annunciò Grassi qualche ora prima della giravolta del suo capo Di Maio), e Giovanni Bruno, altro docente di diritto privato con cui il premier si è conosciuto alla Fondazione Tardini del cardinale Silvestrini, e con cui ha codifeso Francesco Bellavista Caltagirone in un difficile contenzioso con il Comune di Imperia per la vicenda del porto. Se con Chimenti, Bruno, Di Marzio e D’Ettore i rapporti sono ottimi, il suo amico più intimo, oltre ad Alpa, è Luca Di Donna. Anche lui giovane allievo del maestro, è riuscito a entrare alla Sapienza come ricercatore a soli 29 anni (il presidente della procedura comparativa era Stefano Rodotà). Di Donna due settimane fa è stato tra gli animatori di un appello pubblico in difesa di Giuseppe, massacrato - si legge - come «una vittima sacrificale» per la vicenda del curriculum da «un giornalismo che per la propria sopravvivenza è alla spasmodica ricerca di scoop». Il primo firmatario della lettera era Alpa, e oltre a quelli di Di Donna in calce si trovano altri nomi della rete di Conte: come i professori Raffaele Di Raimo e Claudio Rossano, e come Francesco Capriglione, esperto di arbitrati bancari ed ex potente condirettore centrale addetto alle consulenze legali della Banca d’Italia. Anche il premier ha ottenuto più di una consulenza da Via Nazionale: nel 2012 è stato infatti nominato tra i componenti del Collegio di Napoli dell’Abf (Arbitro bancario finanziario), l’ente che deve risolvere le controversie tra istituti e correntisti italiani. «Per fare quei lodi bisogna eccellere nell’arte della mediazione, e Giuseppe è uno dei più bravi in assoluto. Capriglione è un grande amico di Alpa, ma stima Conte innanzitutto perché è uno capace di suo», chiosa chi al premier vuole bene. Vedremo solo nei prossimi mesi se il premier marziano è stato assunto da Di Maio e Salvini solo per conciliare possibili crisi politiche tra i due leader, o se al contrario riuscirà a imporsi dimostrando autonomia di azione e di pensiero. Valori che la Costituzione italiana pretende da chi siede sulla poltrona più importante della presidenza del Consiglio.

È questa qui l’alternativa al temuto insorgere delle destre? Il senso di Giuseppi per la democrazia. Iuri Maria Prado su Il Riformista il 4 Aprile 2021. Gli sgorga proprio naturale. Lo disse (o dicette?) al tempo dell’incarico di governo: «Aggiungerò tanta passione, che mi sgorga naturale nel servire il paese che amo». E ieri, mentre snocciolava i criteri di indirizzo del “neo movimento” affidatogli dai lombi del vaffanculo, gli è sgorgato naturale che la democrazia rappresentativa è sì in grossa crisi, ma «non appare eliminabile». Mancava un “purtroppo” ed era perfetto. Né la precisazione successiva fatta da Giuseppe Conte, vale a dire che la democrazia rappresentativa «va anzi rafforzata», revoca il senso profondo di quel conato. Siccome non “appare” eliminabile, teniamocela, e per rafforzarla vien buona la pratica esecutiva di cui l’avvocato del popolo, col movimento che l’ha issato al potere, ha dato eccellente prova durante il doppio governo del cambiamento che ha mirabilmente presieduto: la democrazia della conferenza stampa con il parlamento in lockdown, un posto come un altro vicino a “Chigi”, con il capo della junta che si rende “disponibile” a visitarlo un paio di volte al mese: non una barzelletta, ma roba scritta negli atti di questa funestata Repubblica. È questa qui l’alternativa al temuto insorgere delle destre? Forse varrebbe la pena di considerare che il fortissimo punto di riferimento di tutti i progressisti, ora acquisito in prospettiva di affascinante avventura neo comunitaria, ritiene che la democrazia rappresentativa sia meritevole di manutenzione perché, mannaggia, “non appare” eliminabile. E che a rafforzarla cada in taglio il modello italiano secondo il protocollo grillino, quello che al primo punto prevedeva la turba che accerchiava Montecitorio gridando ai parlamentari di uscire con le mani alzate.

DAGONOTA il 2 aprile 2021. Povero “Giuseppi”: è finito prima ancora di nascere! Il discorso di ieri all’assemblea virtuale dei Cinque stelle sembrava una brutta copia del contratto di Berlusconi con gli italiani. Ci mancava solo "l'Italia è il Paese che amo". Lo “schiavo di Casalino” ha letto un testo che era il nulla cosmico. Grillo già sta avendo i primi dubbi: ma siamo sicuri che questo qui funzioni?

Fabrizio Roncone per il “Corriere della Sera” il 2 aprile 2021. Il racconto di ieri notte. Vediamo com' è andata (comunque niente di pazzesco, non fatevi illusioni). Allora: alle 21,30, su Facebook, ci sarebbe Giuseppe Conte che, in diretta, spiega come ha deciso di prendersi il tribolato Movimento 5 Stelle per rifondarlo e trasformarlo, ufficialmente, in un vero grande partito (capi e capetti - a modo loro - come sapete si sono già portati avanti da tempo dividendosi in correnti e diventando la casta che promettevano di combattere, risucchiati dal potere, golosi di potere, cacciatori di poltrone, sensibili al lusso e perfettamente a loro agio sulle auto blu con lampeggianti - la senatrice Paola Taverna, per dire: prima, a Palazzo Madama, con gli zatteroni di sughero e i jeans strappati e, adesso, tutta in ghingheri con la sua Louis Vuitton d'ordinanza, « Abbbelliii, ma che per caso state a rosicà ?»). Non saltate alle conclusioni: poi vedremo come e perché l'operazione politica è tutt' altro che facile da realizzare, anzi i dubbi sono enormi, anche perché è piuttosto complicato immaginarsi Beppe Grillo che molla sul serio il suo adorato giocattolo a qualcuno, fosse pure un ex Avvocato del popolo diventato addirittura, su Wikipedia, Conte I e Conte II. Mentre Giuseppi (cit. Donald Trump) parla, si procede un po' per sensazioni, con immagini in dissolvenza. Intanto, colpisce torni di notte - Enrico Letta, per restare a cronache recenti, due domeniche fa si presentò all'assemblea del Pd intorno a mezzogiorno: e invece Conte è sempre così a suo agio nelle tenebre, forse è banale tendenza all'insonnia, forse sono botte di narcisismo acuto e gli piace sapere che fuori è buio e tutti noi siamo qui, davanti ai computer accesi, ad ascoltarlo. Certo, un anno fa, c'era un pubblico diverso. Eravamo milioni. Un intero Paese. Chissà se ci chiude, se ci apre, ha detto di stare tranquilli, l'aveva detto solo per darci coraggio, comunque gli sono venuti i capelli bianchi sulle tempie, fa quello che può, non sta facendo male. Contavamo i morti, vivevamo nel terrore. E però avevamo fiducia: sì, ci fidavamo di Conte. Era in testa ai sondaggi. Poi arrivò l'estate. E, veloce, un terribile autunno: con la seconda ondata di Covid e una crisi di governo abbastanza memorabile. L'ultima immagine: lui, Conte, dietro a un banchetto, sul portone di Palazzo Chigi (no, Rocco: non fu una grande idea, proprio no). Quanto tempo è passato? Dall'archivio del giornale, poco fa, chiedevano: sicuro era febbraio? Sì, non sono passati nemmeno due mesi e stasera - per un giovedì niente Netflix, niente Piazzapulita , niente Isola dei famosi - un pubblico assai ridotto e selezionato: ci sono i gruppi parlamentari riuniti, gli eurodeputati e i consiglieri regionali (loro anche collegati via Zoom); poi larghe fette di popolo grillino, cronisti in smart working e Goffredo Bettini in pantofole nella sua casa di trenta metri quadrati al piano terra di un palazzo sul dorso di Monte Mario, la luce tenue di una abatjour e libri preziosi, un letto, una finestra con panorama sulle cupole illuminate di Roma e fogli pieni di appunti, bozze di schemi con cui il grandioso stratega dem - non sempre infallibile - ha convinto Conte che il nuovo partito grillino debba stare nel recinto del centrosinistra. Eccolo, Conte: la voce priva del solito velluto, un piglio deciso, la pochette bianca senza punte, meno vezzosa, una solida libreria alle spalle: però il succo dei ragionamenti è sempre un filo sfumato, molti «ma anche», molti sottintesi, molte allusioni. Del resto, il progetto è ambizioso, complesso, spinoso: Conte spiega che non sarà un'operazione di marketing, di restyling, ci sarà un nuovo statuto, immagina una forza anti-élite ma con ambizioni di governo, di respiro progressista, europeista, che non rinneghi i valori delle origini, pur salvando comunque qualcuno dalla ghigliottina del doppio mandato (per capirci: un po' di establishment verrà graziato perché - ha spiegato Conte in privato - sarebbe sbagliato smarrire esperienze conquistate in anni trascorsi a Palazzo Chigi; di sicuro non si ricorrerà però alla mandrakata del «mandato zero» che s' erano inventati i colonnelli, quella «che il primo giro di Parlamento non si conteggia. Così, alla fine, i mandati sono tre»). Sul tavolo, intatto, resta il problemone della piattaforma Rousseau: Davide Casaleggio reclama 500 mila di euro, ma con lui tratta - personalmente - Beppe Grillo. Appunto: Grillo. Siamo qui ad ascoltare Conte, le sue parole rimbalzano in diretta sul web, sulla Moleskine - dopo venti minuti - c'è scritto: in effetti, parla da leader. Ma per quanto gli sarà concesso? Sono dubbi legittimi, necessari. Sembra ieri che Grillo annunciava solenne davanti alle telecamere: «Il capo è Di Maio». Poi si voltava, e con il suo ghigno: «Al piccoletto, una controllatina gliela do comunque io».

Grillo affida il M5S a Conte: a lui la «rifondazione» e la leadership. Emanuele Buzzi e Tommaso Labate su Il Corriere della Sera l'1/3/2021. «Bisogna aspettare, attendiamo il più possibile con il voto sul comitato direttivo. Diamo il tempo a Giuseppe di presentarci il suo progetto»: Beppe Grillo parla per mezz’ora, è un fiume in piena, sulla terrazza dell’Hotel Forum a Roma dove ha riunito il gotha M5S per varare e blindare l’ingresso dell’ex premier nel Movimento. Tutti insieme per approvare la svolta che il garante vuole imprimere e far sì che Conte non venga tradito dal fuoco amico. Schierarsi contro l’ex presidente del Consiglio — fa intendere Grillo — è come mettersi contro il garante. Lo showman ligure torna in prima linea proprio per tenere insieme i vari pezzi, le varie anime dei Cinque Stelle allo sbando. «Abbiamo le tecnologie, le idee e lo spirito di comunità che ci ha sempre contraddistinto. Ora è arrivato il momento di andare lontano», scriverà qualche ora dopo sul blog. Ma in queste parole c’è il senso del discorso del garante, che difende anche il ruolo di Rousseau: «Per noi è fondamentale, va ripagato il debito che abbiamo e fatto un contratto di servizio». Davide Casaleggio è assente, ma Grillo ne ricorda il ruolo (e si preannuncia anche un confronto tra i due). I big che assistono al suo intervento lo descrivono «carico e contento». L’idea del garante è quella — come anticipato dal Corriere— di mettere in mano a Conte un Movimento nuovo. Una sfida che l’ex premier raccoglie. Anche se ancora non ha un incarico formale. Anche se come viene precisato «lavorerà a questo progetto e se verrà condiviso da tutti solo allora si impegnerà a realizzarlo». L’ex presidente del Consiglio prende la parola (per circa trenta minuti) e spiega le sue idee, quelle di un Movimento più aperto alla società civile. Ad ascoltarlo ci sono tutti i maggiorenti M5S: da Luigi Di Maio a Roberto Fico, da Stefano Patuanelli a Paola Taverna, i capigruppo, Vito Crimi, Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro. E ancora l’ex portavoce di Palazzo Chigi Rocco Casalino, l’avvocato Andrea Ciannavei e Pietro Dettori. Sono arrivati tutti al summit «segreto» prima di mezzogiorno (gli ultimi a giungere al Forum sono stati proprio l’ex premier e il garante) e lì «in un clima conviviale» sono rimasti al ristorante sulla terrazza per quasi quattro ore. «Il primo step di un percorso che si avvia»: dice un Cinque Stelle. Già, perché molto probabilmente i contatti andranno avanti nelle prossime settimane una volta che l’ex premier avrà definito i contorni del nuovo Movimento e quali modifiche statutarie attuare. «Io vi faccio una proposta poi la si valuta insieme», ragiona con i big l’ex premier. Un passaggio «chiavi in mano» necessario per ridisegnare la struttura. Le ipotesi sono ancora «tutte possibili»: dal presidente al leader. Il garante preferirebbe una «guida sicura» (non una struttura appunto), ma ha dato mandato pieno a Conte. Di sicuro alla fine del processo ci sarà un voto su Rousseau. Ma anche in questo caso ci sono due spade di Damocle sul Movimento. La prima riguarda la scelta dei membri del comitato direttivo che da statuto appena varato va fatto entro metà marzo, la seconda riguarda i cavilli e le cause legali pendenti. Queste ultime sono materia «professionale» per il Conte avvocato, mentre il primo punto imporrà una scelta a breve sui tempi del percorso iniziato al Forum. Se non si voterà, tornerà una fase di stallo politico con tutti gli impicci del caso (sconfessando però tutto il lavoro — costi compresi — degli Stati generali). E Conte dovrà ridisegnare lo statuto a partire da lì. E non sono escluse sorprese. «Si può fare tutto», chiosa un pentastellato. Ma nel Movimento le tensioni rimangono altissime. Se l’ingresso di Conte è ben visto praticamente da tutti, molti non hanno gradito il «caminetto» riservato a pochi big. «Squadra che perde non si cambia», commenta sarcastico un Cinque Stelle. E ancora dice un altro: «Non possono decidere i dodici che hanno condotto il Movimento sull’orlo del baratro». Anche in questo caso Conte — viene assicurato — «avrà libertà di manovra»: ossia potrà scegliere i suoi uomini su cui rifondare il Movimento. L’ex premier dovrà anche confrontarsi con la pattuglia dei fuoriusciti che provano a ingrossare le fila: si parla di nuovi contatti per avere «numeri importanti» a Camera e Senato. Una sfida per pesare di più e sfilare l’elettorato al Movimento che li ha cacciati. «Questa settimana faremo passi avanti», dice una fonte.

Conte deve tornare a lavorare, l’Università di Firenze richiama l’ex premier: “Aspettativa terminata”. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 6 Febbraio 2021. Giuseppe Conte ed Elena Bonetti erano i due docenti universitari del governo uscente. Tra i due c’è però qualche differenza. Bonetti appena dimessa da Ministra ha lasciato Roma ed è tornata ad insegnare analisi matematica a Milano. Dopo averlo annunciato il 14 gennaio, con tanto di foto: lei che fa gli scatoloni, svuota l’ufficio al Ministero. E saluta con un tweet: «È stato un onore servire questo Paese nei palazzi romani delle istituzioni. Torno a farlo nelle aule universitarie milanesi. La politica è servizio». In effetti i professori universitari prestati alle istituzioni, perché chiamati ad alti incarichi, vengono posti in congedo d’ufficio. Ma lo stesso congedo termina automaticamente al decadere dell’investitura. «Dal giorno stesso in cui è uscita dal Ministero ha ripreso il lavoro: ha già preso parte alle prime riunioni, da metà gennaio», ci confermano i suoi collaboratori. È davvero rientrata?, chiediamo al dipartimento. «Una persona che lavora qui, e ha chiesto di lavorare qui perché ama la ricerca e l’insegnamento torna più che volentieri all’università», ci rispondono, un po’ sorpresi dalla domanda. E ci dettagliano le attività su cui è impegnata. Non ce ne vogliano, perché facendo le stesse domande all’Università di Firenze, le risposte cambiano. Il Rettore Luigi Dei inquadra Giuseppe Conte. «È professore ordinario di diritto privato presso il Dipartimento di Scienze giuridiche. Ha svolto il suo compito di presidente del Consiglio al meglio, adesso lo aspettiamo qui». A Firenze. Anzi a Novoli, in via delle Pandette. Un po’ diversa da quella via del Corso dove l’ex premier, accudito dalla scorta, amava richiamare gli sguardi dei passanti. «L’incarico di presidente del Consiglio dei Ministri svolto da Conte», sottolinea il rettore Dei, ha dato «sicuramente lustro alla nostra Università», ma adesso che il mandato governativo è in conclusione, per il titolare di Diritto privato sarà automatico il reintegro nella vita accademica. In base alla legge 383 del 1980, il docente che assume una carica pubblica nello Stato entra in aspettativa obbligatoria. Una volta che la Presidenza del Consiglio comunicherà al Rettorato la decadenza dalla carica, Conte deve riprendere possesso della sua cattedra universitaria. Entro due settimane. E mentre Draghi prepara il cronoprogramma di governo – si è scoperto che sul Recovery c’è tutto da rifare, conti in testa – per Conte la segreteria didattica ha pronto il cronoprogramma del rientro al lavoro. «Potrebbe tornare a svolgere attività didattica già dal 22 febbraio, inizio del secondo semestre dell’anno accademico. Ma questo sarà da vedere in base alla programmazione annuale del suo insegnamento. Nel caso in cui non fossero previste lezioni per la sua cattedra, Conte si dedicherà alla ricerca, allo studio ed eventualmente ai colloqui con gli studenti». La prossima volta che cercherà dei volontari in aula, quindi, potrebbe non essere per la Fiducia. Chiediamo agli uffici se ci siano già state interlocuzioni. No: Conte non ha parlato con il Rettore, ci confermano, negli ultimi tempi. Non ha preso contatto con le segreterie. Non ha ancora voluto comunicare la data di rientro. Ahia. Quando ha piantato il tavolino in mezzo alla piazza, per gridare “Sappiate che ci sono e ci sarò”, lo aveva capito che invece non c’è già più? Lunedì sembra dover riconsegnare le chiavi di palazzo Chigi. Per rimanere a Roma gli occorrerebbe un salvagente: un incarico pubblico, quale che sia. Ma sembra che della personalità più irrinunciabile della politica, tutt’a un tratto, si possa perfino fare a meno. E poi Firenze è bellissima, in primavera.

Dalla poltrona alla cattedra, Giuseppe Conte torna a insegnare all'università. Archiviata l'esperienza alla presidenza del consiglio, Giuseppe Conte torna a Firenze e riprende la docenza di diritto in ateneo da marzo. Il rettore di Scienze Giuridiche ha dato l'ok ma è incerto il suo ruolo. Novella Toloni Giovedì 18/02/2021 su Il Giornale. Si torna ai santi vecchi, recita il detto e Giuseppe Conte sembra prenderlo alla lettera. L'ex premier, rimpiazzato da Mario Draghi alla presidenza del Consiglio, è pronto a tornare al suo vecchio impiego, quello di docente universitario di Diritto Privato all'ateneo fiorentino. "Vedo nel mio futuro immediato il rientro a Firenze come professore dell'università", aveva detto Conte in un'intervista al Fatto Quotidiano pochi giorni fa. Ma il ritorno al passato non è stato del tutto scontato. Negli ultimi giorni, infatti, Conte ha temuto il mancato reintegro a causa della chiusura degli orari delle lezioni e della programmazione didattica già stabiliti per i prossimi mesi. "Dobbiamo verificare", aveva fatto sapere il rettore Luigi Dei, che ha firmato l'atto di rientro di Giuseppe Conte in qualità di ordinario del dipartimento di Scienze Giuridiche, a Novoli, a partire dal primo marzo. Nel caso in cui non ci fosse la cattedra, Conte si limiterebbe a fare ricerca, avevano chiarito dall'ateneo. E invece, a sorpresa, ecco aprirsi lo spiraglio verso la risoluzione della questione. Giuseppe Conte tornerà all'università di Firenze anche se non è chiaro in quale veste. Lo ha confermato Luigi Rei, il rettore dell'Università di Firenze, su Rai Radio1. Ospite della trasmissione radiofonica Un giorno da pecora, il rettore ha annunciato che incontrerà Conte la prossima settimana per concordare il suo reintegro. "Ho sentito Giuseppe Conte - ha dichiarato il direttore - lo vedrò la prossima settimana e il primo marzo tornerà ad insegnare da noi, diritto privato oppure civile. Mi ha detto che ha molta nostalgia degli studenti, mi è parso avesse voglia di tornare all'Università, ama molto la parte didattica del nostro lavoro". Secondo fonti universitarie, riporta Repubblica, la data indicata dal rettore - stabilita come il 1° marzo in quanto inizio del secondo semestre di lezioni a Giurisprudenza - non va intesa in senso stretto: "Conte deve prendere accordi con la preside della scuola di Giurisprudenza, Paola Lucarelli e con il direttore del dipartimento di scienze giuridiche". Non è escluso, nell'attesa, che Giuseppe Conte possa tenere una lectio magistralis per raccontare la sua esperienza di governo.

Firenze, il rettore: "Conte torna a insegnare in università". La Repubblica il 18 febbraio 2021. Lo ha annunciato Luigi Dei che poi precisa: "Lo vedrò la prossima settimana e decideremo cosa fare". "Ho sentito Giuseppe Conte, lo vedrò la prossima settimana e il primo marzo tornerà ad insegnare da noi, diritto privato oppure civile. Mi ha detto che ha molta nostalgia degli studenti, mi è parso avesse voglia di tornare all'Università, ama molto la parte didattica del nostro lavoro". Così ha rivelato il rettore dell'Università di Firenze Luigi Dei, ospite di Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1. L'ex premier è molto atteso dagli studenti e dai suoi stessi colleghi a Firenze. Gli studenti avevano chiesto di affidare nell'immediato a Conte una lectio magistralis da tenere nell'aula magna del rettorato per raccontare la sua esperienza di governo. Secondo fonti universitarie comunque la data indicata dal rettore, il 1 marzo, non va intesa in senso stretto: "Conte deve prendere accordi con la preside della scuola di Giurisprudenza, Paola Lucarelli e con il direttore del dipartimento di scienze giuridiche". La programmazione didattica di solito viene fatta mesi prima e quindi adesso l'organizzazione del semestre è già stabilita da un calendario preciso. Quindi l'ex premier incontrerà la prossima settimana il rettore e insieme decideranno i prossimi impegni in ateneo. Nel tardo pomeriggio, però, è arrivata una precisazione dell rettore Luigi Dei: "In riferimento ad un mio intervento a un programma di Radio 1 rai vorrei precisare che non ci sono novità rispetto a quanto comunicato ieri circa il rientro del professore Giuseppe Conte all'università di Firenze. Come già dichiarato dovrei incontrarlo la prossima settimana: in quella sede, insieme alla presidente della scuola di Giurisprudenza e al direttore del Dipartimento di Scienze giuridiche saranno definiti gli impegni didattici del professor Conte. La data del 1° marzo si riferisce esclusivamente all'inizio del secondo semestre delle lezioni della scuola di Giurisprudenza".

Giuseppe Conte, terremoto all'università di Firenze: "Indagato per associazione a delinquere il rettore Dei", concorsi truccati? Libero Quotidiano il 04 marzo 2021. Luigi Dei, rettore dell’università di Firenze, è indagato per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e all’abuso d’ufficio. Accuse molto gravi, che terremotano l’ateneo fiorentino, che tra l’altro ha appena riaccolto Giuseppe Conte, tornato all’insegnamento dopo la conclusione (soltanto temporanea?) Della sua esperienza politica. Dopo quasi tre anni trascorsi a Palazzo Chigi, l’ormai ex premier si è ritrovato in un’università scossa dall’avviso di garanzia recapitato al rettore, che tanto si era speso per riaverlo subito con una lectio magistralis. La Procura di Firenze ha ipotizzato un sistema che gestiva cattedre e concorsi: oltre al rettore sarebbero una trentina gli indagati. I reati ipotizzati sono l’associazione a delinquere, corruzione, concussione e abuso d’ufficio. In particolare le accuse mosse a Luigi Dei sarebbero relative a due concorsi, avvenuti tra il 2019 e i primi mesi del 2021. In mattinata è avvenuta anche la perquisizione della Guardia di Finanza negli uffici dell’università e nelle case degli indagati, tra cui quelli del rettore e del dg di Careggi, Rocco Damone. L’ateneo fiorentino ha rilasciato un comunicato ufficiale sull’avviso di garanzia ricevuto dal rettore: “Ogni documentazione ritenuta utile è stata acquisita dall’autorità giudiziaria per ogni opportuna valutazione”. Luigi Dei, difeso dall’avvocato Sigfrido Fenyes, si è detto “sereno e fiducioso che ogni vicenda potrà essere chiarita”. 

Andrea Bulleri e Luca Serranò per repubblica.it il 5 marzo 2021. Altri sviluppi nell’inchiesta della procura di Firenze sui concorsi pilotati a medicina, per cui sono finite sul registro degli indagati 39 persone tra cui il rettore Luigi Dei, il direttore generale di Careggi Rocco Damone, quello del Meyer Alberto Zanobini e numerosi primari e professori universitari. Questa mattina i pm Luca Tescaroli e Antonino Nastasi hanno notificato richieste di interdizione dalle proprie funzioni a carico di 8 persone, tutte indagate per corruzione, tra cui proprio il rettore Luigi Dei. Significa la sospensione dell'attività. La richiesta riguarda anche il dg di Careggi Rocco Damone, il direttore del dipartimento oncologico e primario dell'urologia oncologica, Marco Carini, il direttore del dipartimento di medicina sperimentale e clinica dell'Università di Firenze Corrado Poggesi, il professor Niccolò Marchionni, direttore del dipartimento cardiovascolare e primario della cardiologia di Careggi, e l‘associato di chimica Sandra Furlanetto. Analogo provvedimento è stato chiesto per due  professori di Ancona e  Milano. La decisione sulle interdizioni spetta ora al gip Antonio Pezzuti: gli interrogatori sono fissati dal 17 al 30 marzo. L’inchiesta ipotizza storture nel sistema di co-finanziamento delle cattedre universitarie da parte dell’azienda ospedaliera, che avrebbe portato a un condizionamento degli esiti dei bandi.  Secondo la Procura guidata da Giuseppe Creazzo, diversi concorsi sarebbero stati pilotati secondo uno schema che prevedeva favori reciproci. Il ruolo principale, sempre secondo le prime ricostruzioni, lo aveva un presunto centro di potere  composto a sette persone, tutte accusate di aver preso parte a un’associazione a delinquere responsabile di “una serie indeterminata di reati di abuso di ufficio”, e “finalizzata alla preordinata individuazione dei vincitori di concorsi pubblici per professore ordinario, associato e ricercatori”.

Massimo Gramellini per il "Corriere della Sera" il 10 febbraio 2021. Sic transit gloria Conte, però che rapidità. Ancora alla fine di gennaio - dieci giorni fa - una metà del Parlamento gridava compatta «o Conte o morte», i ciampolilli s' accalcavano alla sua corte e i sondaggi facevano a gara nel certificarne la popolarità. «Giuseppi» il leader per caso, il padre della Patria chiusa in casa, il conquistatore dei denari d' Europa, il federatore del centrosinistra e via salmeggiando. Ma appena Conte ha ricominciato a non contare, si è ritrovato in mano una lettera di licenziamento controfirmata dai suoi stessi soci, e senza neanche uno straccio di liquidazione. Il ministero degli Esteri meglio di no, altrimenti Di Maio si offende. La Giustizia, manco a parlarne. La candidatura a sindaco di Roma, ecco, se proprio ci tiene, ma tanto non ci tiene. A un certo punto Radiomercato lo ha spedito addirittura a Bruxelles come commissario europeo in cambio di Gentiloni e milioni, ma era una manovra diversiva. Restava un collegio vacante di senatore a Siena, quasi una mancia per un ex-presidente del Consiglio fresco di beatificazione come lui. Ieri Boschi e Zingaretti gli hanno negato anche quella. Boschi con qualche perfidia, ma tra avversari giurati ci sta, e il Pd con le classiche tecniche del ghosting (scomparire di colpo) e dello scaricabarile, utilizzate in amore dai meno coraggiosi per liberarsi di un partner che non serve più, senza precludersi la possibilità di richiamarlo un domani, casomai.

Conte cerca poltrone ma perde pure la cattedra. Sfuma l'Università di Roma mentre il Pd lo scarica nella corsa al seggio di Siena. Pasquale Napolitano, Giovedì 11/02/2021 su Il Giornale. Giuseppe Conte perde poltrona, seggio e cattedra. Una tripla beffa per l'ormai ex avvocato del popolo, chiamato da Salvini e Di Maio prima, Zingaretti e Grillo poi, a guidare i governi del cambiamento. Una parabola discendente, culminata il 26 gennaio scorso con le dimissioni da presidente del Consiglio. Ma la notte appare ancor più buia delle previsioni. Conte, nonostante sia stato osannato da tutti, oggi fatica a incassare dal Pd il via libera alla candidatura nel collegio uninominale per la Camera dei deputati di Siena: posto lasciato vacante dopo le dimissioni dell'ex ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan. Eppure, chi ora sbarra la strada verso il Parlamento all'avvocato di Volturara Appula, prima lo riempiva di complimenti. È la politica, bellezza. Oggi le parole al miele sono tutte rivolte al futuro capo dell'esecutivo Mario Draghi. Anche il premier dimissionario si accoda: «Se fossi iscritto a Rousseau voterei sì a Draghi», dice ai cronisti fuori Palazzo Chigi. Zingaretti (un leader che non brilla per coerenza) si era, però, spinto molto avanti il 20 dicembre 2019: «Conte è oggettivamente un punto fortissimo di riferimento di tutte le forze progressiste». Zingaretti è lo stesso segretario dem che oggi nega l'ok alla candidatura nel collegio di Siena: «Nessuna volontà di imporre dall'alto nulla. Le alleanze si decidono nei territori. Rispetteremo l'autonomia dei territori». Lo stop (in questo caso non è una novità) arriva anche dalla renziana Maria Elena Boschi che in quel collegio può esercitare la sua influenza politica: «Il destino personale di Conte francamente non è la priorità, prima vengono i 60 milioni di cittadini italiani». Il premier sente puzza di tradimento: «Non ne so nulla», ribatte. Missione Siena fallita. Resta la poltrona di capo del Movimento. Opzione rifiutata: «Io presidente del M5S? Non ambisco a incarichi personali e formali, l'importante è avere una traiettoria politica da offrire agli elettori». Conte, dopo lo sfratto da Palazzo Chigi, sta provando a resistere sul campo (politico). Non si schioda. Perché dall'Università è arrivata un'altra beffa: dovrà rinunciare alla cattedra, tanto inseguita, di diritto privato a La Sapienza che fu del suo maestro Guido Alpa. Nel 2018 Conte inoltrò la domanda per il concorso con l'obiettivo di traslocare dall'ateneo di Firenze. Nel frattempo però arrivò la chiamata di Salvini e Di Maio per la guida dell'esecutivo gialloverde. Conte provò, comunque, a presentarsi alla prova di inglese. Beccato dalla stampa, decise di rinunciare. Il concorso è andato avanti: il corso di diritto privato è stato affidato al napoletano Giovanni Perlingieri. Seconda beffa. Conte sta tentando altre vie d'uscita: la candidatura a sindaco di Roma e un incarico in Ue. Poche chance di inserirsi nella partita per il Campidoglio. Virginia Raggi non ha alcuna intenzione di cedere il passo. Sono già pronti comitati per il bis. In Europa, Conte si gioca la carta di un incarico. Quale? La poltrona di Paolo Gentiloni, commissario Ue del governo italiano, non è al momento disponibile. Resta un'ultima mossa: rientrare nella squadra dei ministri dell'esecutivo Draghi. Ma oggi sembra una missione impossibile.

Maurizio Belpietro per "la Verità" il 10 febbraio 2021. Siccome c'è il Covid, in Italia non si può votare. Così per lo meno ha deciso il presidente della Repubblica, incaricando Mario Draghi di formare un nuovo esecutivo. Tuttavia, se c'è da piazzare Giuseppe Conte per evitargli di accomodarsi sui banchi universitari, a fare il professore, si può fare un'eccezione. Ebbene sì, da giorni non si discute del futuro dell'Italia, ma di quello dell'ex presidente del Consiglio, il quale da quando è stato spodestato da Matteo Renzi, non sa bene come occupare il proprio tempo. Di tornare a insegnare non se ne parla: l'avvocato di Volturara Appula si è abituato al palcoscenico della politica e le retrovie delle aule scolastiche non fanno più per lui. Il nostro, dopo aver tentato di fomentare una rivolta contro l'ex governatore della Bce allo scopo di fargli mancare i voti dei 5 stelle in Parlamento, pare avesse preso in considerazione l'idea di rimanere come ministro degli Esteri. Ma qualche cosa deve avergli fatto capire che non era aria e che Draghi, conoscendo di persona tutti i leader del G20, non avrebbe certo avuto bisogno di qualcuno che agli incontri internazionali gli reggesse la borsa. Pare che, prima di prendere la solenne decisione di rifiutare un ministero che nessuno gli aveva proposto, Giuseppi abbia cercato di intercettare l'Elevato in missione a Roma. Non si sa se per proporgli di votare contro il nascente nuovo governo o per cercare di farsi infilare in qualcuna delle caselle rimaste libere. Sta di fatto che Beppe Grillo, dopo averlo usato per impedire che nel 2019 si andasse alle elezioni, consentendogli con una straordinaria operazione di trasformismo di dar vita al Conte bis, lo ha trattato come un kleenex usato. Risultato, al povero ex premier è toccata la sorte di cercare di imbucarsi all'assemblea grillina, per ripetere la minaccia già pronunciata al banchetto da venditore di strada allestito in piazza Colonna il 4 febbraio: «Io ci sono e ci sarò». Insomma, non vi libererete tanto facilmente di me. L'idea iniziale era di diventare presidente del Movimento. A Grillo avrebbe lasciato la qualifica di fondatore, ma a lui sarebbe toccata quella di direttore. Il progetto però si è schiantato contro le ambizioni di Luigi Di Maio, il quale ha mollato la poltrona di reggente a Vito Crimi, tuttavia come tutti sanno non vede l'ora di riprendersela e adesso che il giurista pugliese ha perso Palazzo Chigi e pure il tocco magico è convinto che sia arrivato il momento. A Conte, a cui nel frattempo è appassita la pochette e il ciuffo si è scompigliato, è stato offerto di bruciarsi con la candidatura a sindaco di Roma. Per i grillini sarebbe stato un affare, perché avrebbero preso due piccioni con una fava: liberarsi cioè di Virginia Raggi, che ha intenzione di ripresentarsi, e in un sol colpo pure delle ambizioni dell'ex premier. Ma Giuseppi, fiutando di doversi confrontare con Carlo Calenda e temendo qualche sgambetto del Pd e di Italia viva, ha preferito rispondere con un «no, grazie», aggiungendo che fare il sindaco della Capitale non sarebbe il suo mestiere. Sottinteso: io, dopo aver fatto il presidente del Consiglio, non mi posso rassegnare alla poltrona in Campidoglio. Al massimo, visto che quella di Palazzo Chigi è momentaneamente occupata, posso ambire al Quirinale. Ci siamo capiti: il caso Conte, da politico che era, sta diventando umano, in quanto il rischio è che l'avvocato si aggiri per mesi attorno a piazza Colonna senza saper bene come impiegare il proprio tempo. Una situazione incresciosa, simile a quella dei parlamentari trombati, che dopo anni la mattina presto li vedi ruotare intorno a Montecitorio come pesci nell'acquario, in attesa di incontrare qualche ex collega con cui fingere di avere ancora un ruolo.Risultato, per levarsi di torno il fastidioso questuante, a qualcuno è venuta l'idea di candidarlo alle elezioni suppletive, quelle che si dovranno svolgere per rimpiazzare l'ex ministro Pier Carlo Padoan, il quale come è noto ha lasciato il posto in Parlamento per quello più comodo e meglio retribuito di presidente di Unicredit. Conte dovrebbe correre nel collegio di Siena, guarda caso quello tanto caro ai compagni finché c'è da preservare il Monte dei Paschi e soprattutto tappare i buchi di un bilancio bancario che fa acqua da tutte le parti. Ecco, per levarsi il problema, le elezioni vietate a tutto il resto degli italiani perché i 5 stelle e il Pd, secondo i sondaggi, le perderebbero, a Siena si potrebbero fare. Potrebbero, al condizionale. Perché poi ci sono quei guastafeste dei renziani e degli ex renziani, che con Conte paiono avere un conto personale da regolare. Infatti, appena si è diffusa la voce di una candidatura nel collegio di Siena, Maria Elena Boschi si è incaricata subito di affossarla, liquidando la faccenda con un «abbiamo altre priorità». Poi è stato il turno di Dario Nardella, sindaco di Firenze, che per non avere un ingombrante rivale a due passi da casa ha suggerito all'ex premier di riprendere la via della Capitale. Sì, insomma, se si è sicuri di vincerle le elezioni si possono fare, ma Giuseppi di questo passo potrebbe finire come la Bella de Torriglia, talmente bella che nessuno se la piglia.

Francesco Merlo per “la Repubblica” il 12 febbraio 2021. Conte che si offre ai selfie per le strade di Roma sembra Benigni nel film di Woody Allen. Ricordate? Era il "Signor Qualsiasi" che all' improvviso diventava il più famoso d' Italia proprio perché era il più anonimo, il più qualsiasi. E quando di botto i giornalisti non lo cercavano più e nessuno lo riconosceva, ormai allampanato dal successo correva per Roma: "Ehi, sono io, volete un autografo, uno scoop, volete vedermi su una gamba sola?".

Vittorio Feltri su Giuseppe Conte: "Vilipeso e disoccupato. Ha fallito ma lo rispetto". Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 12 febbraio 2021. Giuseppe Conte, ex presidente del Consiglio, merita una citazione latina degna di una lapide di marmo: "Sic transit gloria mundi". Traduco in volgare: la gloria che ti riserva questo mondo è effimera, la dura no, non dura. Per due anni e mezzo il premier deposto è stato adulato non solo dai politici di riferimento, bensì anche dalla maggioranza degli italiani, i quali gli hanno consacrato un oceano di consensi. Sembrava che l'avvocato fosse immarcescibile, che rimanesse al comando delle misere operazioni di governo fino alla scadenza naturale della legislatura. Poi è giunto Matteo Renzi, che ha un patrimonio di voti residuale (2 per cento), ed è riuscito a scalzarlo con facilità irrisoria. Complimenti al rottamatore per eccellenza, sempre sottovalutato dai superficiali attori della politica, il quale ricorda la vicenda di Davide e Golia. Roba vecchia eppure sempre attuale. Non appena è stato strombazzato il nome di Mario Draghi, la scena è cambiata all'istante. Le poderose leccate di terga riservate al foggiano si sono trasferite in un nano secondo verso il posteriore del grande banchiere. Sul quale una ondata spaventosa di saliva si è abbattuta. Un esercito di leccatori professionali è tuttora impegnato a umettare i glutei di Draghi, di cui immagino l'imbarazzo, conoscendo l'uomo e la sua riservatezza. Questo d'altronde è il costume nazionale: l'ultimo arrivato va portato in trionfo ancor prima si segga sul trono. Al cosiddetto Supermario vengono attribuite doti divine in grado di trasformare il Paese da sacco di letame in cesto di rose. Non dubitiamo delle capacità professionali del famoso banchiere, tuttavia sappiamo che un conto è amministrare un importante istituto di credito e un altro è guidare un gruppo di sciamannati che poltriscono in Parlamento. Quindi aspettiamo i fatti: ora non è il caso di muovere il pollice all'insù o all'ingiù. Sarebbe prematuro. Oltre che ingiusto. Per adesso condanniamo senza riserve il trattamento cui è sottoposto Conte, disoccupato e vilipeso: lo trovo disgustoso. Questo personaggio non è da premio Nobel, per lungo tempo ci ha tediato con monologhi notturni mediante cui impartiva lezioni di comportamento a tutti noi poveri tapini, egli ci ha imposto divieti assurdi per combattere il virus con metodi ruspanti e inefficaci. E ci ha inflitto Arcuri e Speranza, due pressappochisti improvvisatisi tecnici della Sanità, che hanno combinato soltanto casini senza risolvere nemmeno un decimo dei problemi sanitari. Ed eccoci qui in attesa di vaccini che non arrivano, ciò che inquieta la popolazione, per giunta alle prese con una crisi economica devastante dovuta al fatto che senza salute pubblica non può verificarsi l'agognato rilancio dell'economia. Ciò detto Conte va rispettato, ci ha provato in tutti i modi e ha fallito, come avrebbe fallito chiunque. Confidiamo in Draghi, evitando però di attribuirgli un successo che non ha per il momento ottenuto. Calma e gesso. Molto gesso. Termino pubblicando i risultati di un sondaggio significativo. Domanda: chi avrebbe preferito come prossimo premier? Mario Draghi: 52 per cento; Giuseppe Conte: 29. Giudichi il lettore. 

Ritratto di un ex Presidente. Chi è Giuseppe Conte, da prestanome della coppietta Salvini-Di Maio a leader del mai nato partito del 9%. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 7 Febbraio 2021. Letterariamente parlando, l’avvocato Giuseppe Conte è un personaggio fantastico. Fate finta per un attimo che quel che è accaduto dalle elezioni ad oggi non sia reale ma l’abbiate letto in un romanzo o visto in un come il film Il giardiniere con Peter Sellers del 1979. Chance era un giardiniere con leggero handicap mentale che l’aveva costretto a vivere sempre dentro un giardino, che curava con austera competenza ma incapace di andare oltre la visione del mondo di una patata. Si esprimeva per metafore agricole sulle stagioni, la potatura e la siccità e diventò il candidato alla Presidenza degli Stati Uniti mentre una disperata Shirley MacLaine tentava vanamente di fare sesso con lui, interessato soltanto alla sequenza dei canali televisivi. Partiamo dalla fine – provvisoria ma forse definitiva – dell’avvocato Giuseppe Conte: era solo, rabbioso e disperato sulla piazza davanti a Palazzo Chigi dove esprimeva i suoi concetti agricoli, o forse politici. Parlava al movimento, al Pd e alla sinistra, al popolo dei clandestini chiamati alla resistenza, sotto la sua leadership. Incredibile, ma assolutamente vero. Quella scena appena vista costituisce il capitolo finale dell’uomo che un giorno aveva incontrato per strada un tizio che lo aveva presentato a un tale che gli aveva detto senti, perché non vieni con noi, andiamo al Quirinale, ti presentiamo al capo dello Stato e poi da cosa nasce cosa e infatti era nato un governo. Anzi due. Era pronto per il tre. Mattarella, se ricordiamo bene, era incazzato nero quando se lo trovò davanti. Era successo infatti che i bravi ragazzi del New York Times avevano controllato il curriculum inviato alla Camera per candidarsi ad un ufficio amministrativo. Il quotidiano americano allora ce l’aveva con lo sconosciutissimo avvocato Giuseppe Conte perché era stato indicato come candidato a guidare un governo di estrema destra. Negli uffici romani del New York Times il caporedattore Jason Horovitz aveva scoperto qualcosa di comico: l’avvocato, non sapendo allora come oggi, la lingua inglese, aveva frequentato i corsi estivi della New York University e poi li aveva presentati come un titolo accademico. Sergio Mattarella quando se lo ritrovò davanti lo guardò come un varano, il lucertolone – o drago – di Komoto e gli sibilò qualcosa come spero che il suo curriculum sia stato aggiornato. Figura di merda. E allora tutta la sinistra rideva di Conte perché lo sconosciuto era il candidato a governare insieme agli odiati M5S e all’odiatissimo Salvini. Anche alla Duquesne University di Pittsburgh smentivano di aver mai visto il signor Conte, come all’University of Malta, all’Internationales Kulturenstitut di Vienna dove precisarono che nel loro istituto si insegna e si apprende soltanto in tedesco. Ciò che vogliamo sottolineare è che quando emersero queste vere o presunte gaffe, tutta la stampa si gettò a capofitto nella caccia all’uomo allora considerato di estrema destra. Perché l’incredibile personaggio uscito dal nulla era allora destinato a governare come prestanome della coppietta Salvini-Di Maio i quali, sbarrandosi la strada a vicenda, avevano scelto uno sconosciuto avvocato di Volturara Appula, da un assistente di studio dello stesso avvocato, un certo Bonafede Alfonso, DJ per vocazione ma aspirante ministro della Giustizia. Bonafede era un pentastellato e conosceva Di Maio e così finirono tutti al Quirinale in un set cinematografico che ricorda l’incipit del Cavaliere Inesistente in cui Carlo Magno passa stancamente in rassegna i suoi capi militari a ciascuno dei quali chiede: “Ecchisietevoicavalieredifrancia?” E quelli, ad uno ad uno, si presentavano alzando la celata, salvo l’ultimo che restò con la celata abbassata. «E perché non fate vedere il vostro volto?» chiese Carlo Magno. «Perché io non esisto, sire», fu la risposta alla quale il capostipite dei Carolingi non ebbe da obiettare, avendolo il sole reso assonnato e indifferente. Quando il cavaliere Conte si presentò al Presidente, le cose andarono più o meno nello stesso modo: «Ecchissietevoi, candidato al governo?». «Piripì-perepè, poropò-purupù» rispose il candidato. «Ah, va bene – rispose il Presidente – magari la prossima volta cerchiamo di essere un po’ meno paraculi, vero?». «Scusi non accadrà mai più», assicurò il candidato. Tutto accadde in una atmosfera onirica e grottesca, unica al mondo e subito dimenticata, o meglio lobotomizzata dal preciso momento in cui il cavaliere senza celata fece il gran pernacchio al capo leghista in Senato provocando così il fenomeno del rimangiamento della parola data da Zinga, l’uomo che mai e poi mai e poi ancora mai, e – se non l’avete ancora capito – mai, si sarebbe abbassato a un’alleanza coi penta siderali, manco se l’ammazzavano. Accadevano – ed era solo pochi mesi fa – eventi magnifici o almeno non previsti dallo zodiaco, dal calendario di frate Indovino e dalla Cabala. Il Conte, come il Golem di Praga, si era levato in tutta la sua fragilità gigantesca dai piedi d’argilla e tuonava, tuonava, anzi farfugliava con una loquacità che più d’una volta gli aveva sconnesso i congiuntivi, non tanto per superficialità dialettale residua, ma per una reale mancanza di considerazione per la differenza fra ciò che è ipotetico (congiuntivo) e il mondo reale dell’indicativo. Un cianfruglio, un gorgoglio indifferenziato, una torbida accozzaglia di finali di verbo e di partita. Oggi Conte è diventato un monstre molto complicato, ambizioso, pericoloso, ferito a sangue nell’identità miracolosa che gli era piovuta dal cielo come un pesce sganciato da un gabbiano in alta montagna. Abbiamo assistito alla sua metamorfosi da buon manichino a servizio della strana coppietta che lo ha generato, al nuovo Arturo Ui circondato da un manipolo di esternatori-social, da tweettaroli di borgata, facebookisti da malincontro. Alla metamorfosi parteciparono unanimi le televisioni di chiacchiericcio (quelle in cui a qualsiasi domanda venga dallo studio l’inviato sotto la pioggia risponde “Assolutamente sì”) dove si assisteva all’imposizione subliminale e sublinguale dell’immagine del Conte, che si presentava come salvaschermo a tutto, anche al posto delle previsioni del tempo. Il meteorologo diceva nebbia in val Padana e sullo schermo si vedeva la solita clip – sempre quella – in cui Giuseppe Conte pensoso avanza fra specchiere in un Palazzo Chigi adatto a Re Sole, con telecamera a favore finché non si siede da solo davanti a una dozzina di teleschermi ciascuno connesso con un grande della terra, alla peggio un nano. Sempre uguale, manicurato al dettaglio e totalizzante. Ovunque. Comunque. Dossierato. Ha sempre con sé seimila pagine stampate con dentro il nulla dettagliato. Discorsi prolissi e pontificali, ma detti con concessione alla modestia, privi di qualsiasi significato e peso specifico, ma da condividere per esaustione. Il monstre era nato, non dipendeva più dalla strana coppia che per sua fortuna si era divisa e la fata turchina, con un bacio notturno aveva trasformato il burattino in un bambino vampiro azzimato, impomatato, profumato di barberia. Un po’ era il suo DNA, giustamente ambizioso (nulla contro l’ambizione, ci mancherebbe) e un po’ il guaglione miracolato, della famiglia dei Nuovi Guaglioni della Repubblica, uno che vendeva gelati allo Stadio, un altro che azionava il macchinario da DJ, tutti con quell’espressione stupìta, quella crisi identitaria in corso. Ora il piccolo colosso, l’abbiamo visto, sa fare la faccia feroce. Ha sbagliato l’apertura e gli hanno fatto lo scacco del barbiere, lo ha fregato Calandrino Renzi che gli ha dato a bere di aver trovato la pietra elitropia che rende invisibili e lui se l’è bevuta e si è ritrovato fuori da Palazzo Chigi. Il cerchio si chiude: anche Chance il Giardiniere si era trovato fuori dal suo giardino, nel mondo che non aveva mai visto. E una bella signora lo investe, lo soccorre, lo adotta e lo introduce nel salotto di quelli che contano. Conte era arrivato ai supremi salotti dorati con stucchi e tendaggi, più un Presidente americano che gli dà una manata sule spalle storpiandone per sempre il nome, tanto chi se ne frega: e dove si ritrova? In mezzo alla piazza, davanti a Palazzo Chigi dopo un’ora e mezza col Drago che gli deve aver fatto capire come gira il mondo. Non si era mai visto un nuovo Presidente incaricato che va dal predecessore e gli spiega come gira il mondo e come si dovrà comportare lui, d’ora in poi. È stato un dialogo franco, senza peli sulla lingua. Dunque, non amichevole. E infine quella sortita davanti alle telecamere in cui – raccomandando di seguire le prescrizioni del Quirinale (cosa che tutti fanno simulando fronde e borbottii) si improvvisa capo dei Cinque Stelle (“agli amici del movimento dico…”) e ufficiale di collegamento col PD, Leu, chiunque. Un attacco di gollismo (nel senso di De Gaulle) pugliese? Gli è forse apparso Padre Pio? Avrà dietro di sé i soliti poteri forti, o l’intelligence che lui ha curato con senso familistico? E poi, tutta quella gente che lo consola, lo consiglia, lo conforta, lo confonde. Vai a sapere. Certo, gli hanno rubato il giocattolo: il suo partito mai nato del nove per cento che esiste, se esiste, come il Gatto di Schroedinger, soltanto finché non apri la scatola per vedere se è morto o vivo. Il suo partito infatti esiste soltanto se ci sono le elezioni. E non essendoci le elezioni, il palloncino si gonfia con immaginabile frustrazione da impotenza. Dev’essere molto doloroso e frustrante, lo diciamo con sincero rispetto. Ma anche con allarme. Che farà costui, ora che gli hanno smontato la testa? Bisognerà vedere nella prossima puntata se il nostro Conte ritrova la pietra filosofale, il filo d’Arianna o quel che accidenti gli occorre per non finire sulla Luna, sparato da un colpo di cannone come un famoso barone dal nome impronunciabile.

Ritratto di Giuseppe Conte, premier affetto da eiaculazione precoce del cervello. Paolo Guzzanti su Il Riformista l'8 Marzo 2020.

Istruzioni per l’uso di questo articolo: se non l’avete mai visto perché siete troppo giovani, correte a vedere uno dei più bei film di tutti i tempi, che in italiano è stato titolato Oltre il giardino (del 1980) interprete Peter Seller al suo meglio. Il nostro crudele e dichiarato proposito è quello di mettere a confronto il capo del nostro governo, il professor Giuseppe Conte, con il protagonista del film, un giardiniere con un leggero ma visibile handicap mentale che va incontro a una straordinaria imprevista carriera. Sgombriamo subito il campo: il paragone fra i due ha senso, ma con una importante distinzione: The Gardner è afflitto da un ritardo mentale, mentre Giuseppe Conte è secondo noi affetto da anticipo mentale che è, in politica, l’eiaculazione precoce del pensiero. Ciò che rende accettabile metterli sullo stesso piano è l’inaspettata carriera. Nel film, un giardiniere che non ha mai visto il modo oltre il giardino in cui è nato e vissuto diventerà presidente degli Stati Uniti grazie al fatto che le sue frasi semplici, banali, tipo «quando finisce la siccità le rose possono sbocciare» non vengono prese per quel che sono – banalità al livello più elementare – ma per astutissime metafore dal contenuto densissimo, che fanno impazzire analisti e servizi segreti, incapaci di decifrare la magnifica segretezza e saggezza del giardiniere che sa sempre quando accennare all’avvicendarsi delle stagioni o alla necessità di prendere l’ombrello quando piove. Avrete dunque capito, gentili lettori e – se ci legge – lo stesso professor Conte, dove vogliamo andare a parare: per la prima volta nella storia delle democrazie moderne – ai tempi di Pericle sarebbe stato improponibile e inaccettabile – un giorno, un signore con il suo zainetto a rotelle incrocia un altro signore col suo trolley (il mancato primo ministro Carlo Cottarelli) e si presenta al capo dello Stato con cui ha una conversazione simile a quella che Carlo Magno ebbe, secondo Italo Calvino, con un misterioso cavaliere dalla lucente armatura. Questo colloquio non ha a che fare con Oltre il Giardino ma ci diverte ricordarlo per divertire il lettore con l’evidente analogia, e andiamo a memoria. Carlo Magno passando in rivista i suoi cavalieri con annesse truppe chiede a ciascuno: «E chi siete voi, Cavaliere di Francia?». E il protagonista scintillante e metallico risponde dal chiuso dell’armatura: «Emo, Bertrandino di Gallia Citeriore e Fez…» e seguita con la celata abbassata sicché Carlo Magno si spazientisce: «Perché non mostrate il volto, cavaliere?». «Perché io non esisto» risponde il Cavaliere Inesistente. Carlo Magno a questo punto borbotta qualcosa come: «Oh, be’, boh, ma guarda un po’ tu» e prosegue nella sua ispezione delle forze in campo. Ricordiamo bene quando il nostro Giardiniere, benché Conte, si presentò su al Colle. Il nostro Carlomagno del Quirinale più o meno gli chiese. «E chi siete voi, cavaliere dello Stivale?». «Avvocato, Presidente, solo avvocato». «Ho letto il vostro curriculum e ci è sembrato eccentrico» disse Carlomagnattarella riferendosi al fatto – scovato da un sagace cronista del New York Times – che l’inaspettato sconosciuto aveva fatto passare come un titolo le lezioni di inglese alla New York University, ciò che aveva onestamente fatto un bel po’ incazzare tutti, Carlo Magno compreso. Poi – andiamo a spanne, ma vicini alla riva della verità – il colloquio proseguì con: «E chi vi ha portato qui, cavaliere avvocato?». E lui: «Il signor Di Maio dello Stadio di Napoli». La fine è (quasi) nota quindi non vale la pena di insistere. Torniamo al Conte ignoto e subito primo ministro: nessuno ne aveva visto uno, prima. Ha sbagliato parecchie volte i congiuntivi e mostra una curiosità fonetica: non è sempre sicuro della pronuncia delle parole perché si avventura in una selva di luoghi comuni subordinati a grappoli in cui si perde. Una delle sue boe d’ormeggio è l’espressione “a tutto tondo”, che fa supporre una decisa avversione per i tondi parziali. E l’altra – in multiproprietà – “la trasparenza”. Tutto ciò che il nostro Giardiniere spiega è talmente trasparente che alla fine non si vede. Quando andò alla festa di “Liberi e uguali”, anfitrione D’Alema, creò imbarazzo per aver detto di aver chiesto come cortesia personale ai governi dei paesi europei, di prendersi la loro quota di migranti. Come sarebbe a dire, “per cortesia personale”? Ecco, in questo piccolo accidente, non infrequente, c’è il miglior Peter Seller involontario di Conte. È infatti escluso che avesse intenzione di dire davvero quel che ha detto, ma è vittima di arzigogoli spagnoleschi che non riesce mai a filtrare in un linguaggio limpido. Molto più di quella di De Mita, la sua eloquenza è intraducibile in inglese. La storia del suo rapporto con Salvini, dall’amour passion all’odio senza risparmio, è anch’essa unica nella storia delle democrazie, dove nessuno – mai – è succeduto a se stresso come capo di due coalizioni successive, una di destra che più a destra non si può, e una di sinistra che di più è impossibile. Ne ha risentito alla lunga il suo abbigliamento, passato da un doppiopetto da prima comunione-misto Padrino a una tenuta scamiciata ritenuta più omogenea ai nuovi alleati, perdendo la sua famosa pochette. Il Giardiniere di Peter Seller non era vanitoso. Era modestissimo e non si rendeva conto di essere oggetto di adorazione e anche di passione femminile. Conte sembra invece avido di adorazione, ma consapevole della necessità di apparire casual, amico del popolo o, come dicono i romani, scaciato. La maledizione con cui è venuto politicamente al mondo è quella di apparire un opportunista che ha vinto alla lotteria. E ne è visibilmente consapevole cosa che aggrava il peccato originario con piccole scompostezze, ma specialmente con eccessi verbali di una ridondanza alluvionale. Se mai ci leggesse, gli consiglieremmo di rivedere l’originale Oltre il Giardino, in cui il suo modello si esprime in mondo talmente breve ed elegante, da far pensare a tutti che fosse un pensatore sottile, mentre voleva soltanto dire che finché le mele non sono mature, meglio lasciarle sull’albero. Conte invece spiega la storia dell’albero, dà le ricette di quattro torte di mele e poi dimentica da dove era partito. Di sicuro non pensava – ad esempio – a quel che diceva quando si definì en passant “Presidente della Repubblica” perché voleva dire Presidente del governo di questa Repubblica. Purtroppo nella sciarada del Quirinale che costituisce il corona virus settennale italiano, una gaffe del genere è atroce e Peter Seller al suo posto avrebbe detto «Non ho con me le cesoie adatte». Prendiamolo nella sua recente conferenza stampa in cui, avendo accanto il ministro Gualtieri, annuncia la chiusura di scuole e università. Il governo ha ragione a fare l’unica cosa che si può fare per non provocare il contagio e poi la morte di centinaia di migliaia di persone perché sa che secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità il contagio potrebbe arrivare al sessanta per cento e dunque – dovendo procedere alla cieca – l’unica cosa da fare è distanziare gli esseri umani fra loro affinché le loro salive non vengano sparate a cerbottana nelle gole altrui. Ma quando una giornalista gli chiede perché l’abbia fatto, il nostro Giardiniere risponde con un pezzo di letteratura pesante: «Ieri sera ci siamo riuniti per avere un aggiornamento a tutto tondo perché credo che come prima cosa tutti i componenti del governo, che sono adesso alla guida del Paese, debbano essere periodicamente aggiornati su quello che è l’andamento della curva e delle criticità con cui l’emergenza ci sta sfidando e dopo alcune ore di confronto, poi nella parte finale, ci siamo dedicati poi al tema delle scuole e l’abbiamo sviscerato già nel corso dell’incontro e in modo molto trasparente, lo ridico, è maturato l’indirizzo della chiusura delle scuole che non è una scelta facile, è una scelta complessa: e questo governo ha assunto questa scelta con piena responsabilità e anche consapevolezza delle difficoltà perché chiudere le scuole significa anche creare dei disagi, può avere impatto sulle imprese e i luoghi di lavoro e dà un segnale se volete all’estero perché è chiaro che chiudere le scuole in Italia significa acclarare quello che è sotto gli occhi di tutti. Per completare la nostra decisone abbiamo chiesto la cortesia al professor Brusatello di farci arrivare un parere che poi ci è arrivato e da ieri tanti esperti e scienziati e altri hanno dichiarato tutti che sono misure che possono avere un impatto positivo perché anche in questo momento anche gli scienziati non hanno evidenze scientifiche su un virus le cui loro hanno difficolta, ma in ogni caso quando dico che ci basiamo su valutazioni tecnico scientifiche non dico che noi seguiamo alla lettera ma noi abbiamo una nostra responsabilità, noi valutiamo a tutto tondo e dall’indicazione sanitaria sociale anche culturale per garantire verità e trasparenza e ieri è stata una anticipazione che è filtrata ha dato per scontata una decisione finale che non era stata ancora presa…».

La vittoria dell'autoritarismo. Dal Conte uno al bis tutti i disastri combinati da Giuseppi. Angela Azzaro su Il Riformista il 4 Febbraio 2021. I due anni che abbiamo alle spalle non sono anni qualsiasi. Sono anni in cui il populismo, nella sua forma autoritaria, ha vinto e stra vinto lasciando sul campo le macerie. E a indicare questa discesa agli Inferi è forse la persona meno adatta a rappresentare il ruolo. L’avvocato del popolo, il professore ordinario cresciuto nello studio del potentissimo Guido Alpa, la persona mite, affabile, che parla con il cuore in mano. Ma proprio questo ha tratto in inganno convincendo fan ed elettori, perché dietro l’immagine costruita ad arte dal fedele e inseparabile Rocco Casalino, Giuseppe Conte ha dato vita a due governi – uno continuità dell’altro – che hanno realizzato il programma dei Cinque stelle in tutto e per tutto: distruggere la democrazia, piegare la giustizia al volere della magistratura e non dello stato di diritto, usare i migranti come arma di propaganda e di ricatto. Dalla Russia agli Usa i suoi alleati sono stati i presidenti autoritari e quel Giuseppi scritto da Donald Trump per sostenerlo non può essere archiviato a semplice folclore. Fa ridere, ma un riso amaro, triste, di chi quel Giuseppi lo ha avuto come presidente del Consiglio per più di due anni. Lo hanno tolto dal cilindro, con un gioco di prestigio per realizzare il governo giallo verde. È il 21 maggio del 2018 e l’avvocato del popolo taglia il nastro del primo governo Conte. Alle elezioni il movimento Cinque stelle ha portato a casa un bel bottino, ma non abbastanza da avere da solo la maggioranza. Il centrodestra unito ha numeri più alti, ma non sufficienti. Inizia così il gioco dei tatticismi, degli incontri, delle mosse ad effetto. Ma ancora prima del voto si sapeva che le due forze populiste, Lega e 5s, si erano incontrate e avevo predisposto un accordo che le portasse unite al governo in nome del sovranismo. Era sufficiente che la Lega rompesse con il centrodestra (ma non per sempre) e che i 5 stelle iniziassero con la lunga serie di tradimenti delle loro parole d’ordine. Il grido “mai alleati con nessuno” diventa via via alleati con la Lega, poi con il Pd, poi chissà. Accadrà lo stesso per il limite dei mandati, per il passaggio da un gruppo all’altro, per i rimborsi, per… Solo su una cosa non smettono mai di essere coerenti: l’amore innato, viscerale, potremmo anche dire patologico, per le sante manette. È la parola magica dei Cinque stelle e farà sì che il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, resti in sella sia nel Conte uno che nel bis. E che sul ter faccia crollare tutto: o Fofò o morte. È lui che ha voluto Conte alla guida dell’esecutivo, è un suo amico, e l’avvocato del popolo non lo ha mai mollato, forse anche quando avrebbe voluto, quando difendere l’indifendibile era diventato un fardello. Ma sarebbe ingeneroso dare tutta la colpa al guardasigilli: Conte non ha mai fatto niente per ostacolare le picconate contro lo stato di diritto, contro la Costituzione e contro i diritti dei carcerati, trattati come cittadini di serie zeta e non come esseri umani tutelati dall’articolo 27 della Carta. Conte non si è mai differenziato – siamo ancora al primo mandato – neanche dalla politica sui migranti. Il sadismo di Matteo Salvini contro le persone che fuggono per rifarsi una vita non ha avuto da parte sua un vero stop, anzi è pieno di interviste e video in cui il nostro rivendica le politiche su regolarizzazioni e flussi del governo giallo verde. E infatti nel passaggio al Conte bis ci vuole un anno per mettere mano ai decreti sicurezza, con alcuni cambiamenti, ma senza operare una vera e propria rottura con le politiche precedenti, basta vedere che cosa ancora oggi sta accadendo lungo la rotta balcanica. Persone che vagano nella neve, senza protezione, senza cibo, abbandonate a se stesse. E molte ci sono arrivate dopo che sono state respinte non dal leader della Lega ma dall’attuale, ministra dell’Interno, Lamorgese. Siamo così alla nuova maggioranza composta da 5 stelle, Pd (da cui poi si distacca Italia viva) e Leu. Un governo che non ha prodotto le rotture attese e che ha vivacchiato, rinviando giorno dopo giorno le grandi scelte. Un governo che soprattutto non ha fatto niente per ribaltare le spinte populiste e autoritarie. Niente sulla giustizia, niente sulla difesa della democrazia a iniziare dal ruolo del Parlamento. Così è stata gestita la pandemia, con i dpcm: decreti amministrativi del presidente del Consiglio che hanno saltato i passaggi della condivisione. A Conte mai eletto, doveva dar fastidio lo sfoggio di democrazia e per rendere ancora più lontana ogni vaga idea di rappresentanza si è inventato i comitati tecnici di ogni specie e foggia per cercare di superare l’emergenza, rendendo ancora più profonda la crisi della democrazia e della politica, già duramente messe alla prova. È forse questa la colpa più grande del partito democratico. Non certo aver provato a salvare il Paese da un Salvini in pieno delirio di onnipotenza, ma non aver capito quanto profondo fosse il baratro tracciato dal populismo. L’illusione di Zingaretti, che purtroppo perdura, è quella di curare il populismo facendolo suo, alleandosi in maniera permanente con i Cinque stelle, ormai peraltro ridotti alle ombre di ciò che furono. È una tecnica suicida, che come giustamente ha definito su questo giornale Biagio de Giovanni appartiene alla sfera della sindrome di Stoccolma: si ama chi ti sta annientando. Perché di annientamento si tratta: sulla giustizia, come sui temi sociali, i dem sono andati dietro al movimento che ha distrutto quel po’ di democrazia che ancora restava nel nostro Paese. Invece di fare le barricate per fermarli, hanno dato loro ragione facendosi trascinare nella palude. Ci si poteva anche alleare, ma sapendo che la contesa culturale e politica restava intatta, in primo luogo per salvare le istituzioni che escono da questi anni logorate, impoverite, stanche. Mario Draghi arriva alla fine di questo processo. È il sintomo di una crisi profonda, la conseguenza di un sistema politico che non regge più, in cui è saltato l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Pensare che il suo arrivo sia una buona notizia, la fine del periodo nero, non significa credere nel potere salvifico di una singola persona, pensare che si possa ripristinare tutto con la bacchetta magica. Draghi nasce dalla crisi ma può essere l’occasione per ricostruire dalle macerie. Che sono macerie sociali e macerie politiche. La crisi sociale è appena iniziata e la gestione del Recovery fund è una opportunità per chi ha di meno, per chi rischia il licenziamento, per chi arriva da altri Paesi e viene qui a lavorare senza diritti. Si deve far ripartire tutto e bisogna farlo bene. Ma la ricostruzione riguarda anche le istituzioni e lo stato di diritto. E per farlo dobbiamo dire addio al populismo con in tasca la Costituzione.

Da affaritaliani.it il 10 agosto 2020. "Tre quarti d'ora di confronto serrato per fare un bilancio dell'anno di governo e per anticipare strategie e linee guida dell'attività in agenda", aveva detto in esordio della terza edizione de "La Piazza" il direttore di Affaritaliani.it, Angelo Maria Perrino, introducendo il presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, per la terza volta consecutiva all'iniziativa programmata in piazza Plebiscito a Ceglie Messapica (Brindisi). Con la consegna della maglietta che chiede treni più veloci e con gli applausi al premier, si è conclusa, dopo oltre un'ora, l'intervista in piazza Plebiscito, realizzata rispettando le disposizioni imposta dal Covid, con gli 800 ammessi nel luogo aperto, indossando mascherina ed applicando il distanziamento sociale, e con autorità e giornalisti, a cui erano state riservate 150 sedie disponibili in idoneo spazio. Alla fine, partendo dal coronavirus sono stati toccati tutti gli argomenti dell'agenda nazionale e internazionale, referendum costituzionale compreso. In prima fila, a seguire l'evento la compagna del premier Olivia Paladino, il prefetto di Brindisi, Umberto Guidato; il presidente della Provincia e sindaco del capoluogo, Riccardo Rossi, il Commissario prefettizio del Comune di Ceglie, viceprefetto Pasqua Erminia Cicoria. Mentre il pubblico defluiva dal varco di uscita da Orto Vico Nannavecchia, tra visibili ed imponenti misure di sicurezza, si è saputo che, resta rispettato il protocollo di ospitalità già adottato lo scorso anno, in occasione dell'edizione 2019 della manifestazione: cena presso il ristorante dello chef stellato Antonella Ricci e pernottamento in una masseria sulla via che collega Ceglie Messapica a Cisternino.

Conte: Mio compito è evitare che si piantino bandierine, a volte voglia c'è - "Il ruolo che io ho è un ruolo che avverto come di grande responsabilità. Cerco ne dialogo con tutte le forze politiche di orientare questo confronto per cercare di migliorare il dl agosto. Ci siamo resi conto che queste misure ci dovranno consentire l'impatto ad autunno di questa recessione economica e sociale. In questo dialogo il mio compito sarà sempre quello di orientare tutte le forze politiche a mettere da parte qualche bandierina per l'interesse generale. Le forze, quando il confronto viene così impostato, seguono questa linea. Sempre con spirito di servizio". Lo dice il premier Giuseppe Conte - ospite de 'La Piazza', l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi - rispondendo a chi gli ricorda che Luigi Di Maio, qualche giorno fa, invitava il premier a prendere la tessera del M5S.

Conte: Non sono interessato a fare un mio partito - "Non farò un mio partito". Lo dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de 'La Piazza', l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi. "Quando dissi che non mi vedo lontano dalla politica, intendevo che non mi vedo, una volta finita questa esperienza, tornare normale cittadino senza dare contributo di idee - aggiunge -. Questo non vuol dire che farò un mio partito".

Aborto, Conte: Decisione di Speranza, importante assistenza sanitaria e psicologica - "E' stata una decisione del ministro della Salute, non ci siamo consultati". Lo dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de 'La Piazza', l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi. "Non ho elementi per valutare se occorrano 3 giorni di ricovero, ma l'importante è che in questi casi ci sia una valida assistenza e un supporto psicologico", aggiunge.

Conte: A cena con Grillo o Casaleggio? Con Beppe si affronta futuro - A cena andrebbe più volentieri con Beppe Grillo o Davide Casaleggio? "Con Grillo. Senza nulla togliere a Casaleggio, con Grillo si parla e si affronta il futuro". Lo dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de “La Piazza”, l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi.

Conte: A cena con Crimi o Zingaretti? Insieme, parleremmo anche di regionali - A cena andrebbe più volentieri con Vito Crimi o Nicola Zingaretti? "Li porterei tutti e due, così si potrebbe parlare anche di elezioni regionali...". Lo dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de 'La Piazza', l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi.

Conte: Con Di Maio tante volte a cena, andrei con Di Battista - A cena andrebbe più volentieri con Luigi Di Maio o Alessandro Di Battista? "Con Di Maio sono andato spesso, andrei volentieri con Di Battista". Lo dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de 'La Piazza', l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi.

Conte: Con Salvini difficoltà comunicazione, confido dialogo migliore con Meloni - A cena andrebbe più volentieri con Meloni o Salvini? "Con Salvini c'è qualche difficoltà di comunicazione, confido di poter dialogare meglio con la Meloni". Lo dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de “La Piazza”, l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi.

Conte: A cena con Zaia o Fontana? Con governatore Veneto - A cena andrebbe più volentieri con Fontana o Zaia? "Con Zaia". Lo dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de 'La Piazza', l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi.

Referendum, Conte: Voterò per il taglio dei parlamentari - "E' un po' personale, ma al referendum io voterò per il taglio dei parlamentari". Lo dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de 'La Piazza', l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi.

L.elettorale, Conte: Eccentrico se non sostenessi proporzionale - "Sarebbe abbastanza eccentrico, singolare, se il presidente del Consiglio se non sostenesse il proporzionale. Mi auguro che il dialogo prosegua e si finalizzi". Lo dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de “La Piazza”, l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi.

Migranti, Conte: Dire Di Maio “salviniano” è torto a ministro - "Dire che il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, sia 'salviniano'" sul tema immigrazione "è fargli un torto, non perché Salvini sia spregevole, ma perché l'opera è più complessa e non si limita a dire teniamoli in mare 5, 10 o 15 giorni". Lo dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de “La Piazza”, l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi. "Dobbiamo prevenire i flussi e contenerli" dalla Tunisia e per questo "stiamo collaborando con le autorità, perche' "non posso chiedere sacrifici agli italiani" per evitare il diffondersi del coronavirus e poi "tollerare che arrivino in Italia migranti positivi che vanno in giro liberamente".

Usa, Conte: Che vinca Trump o Biden non cambieranno rapporti con Italia - "Sono convinto che non ne deriveremmo nessuna conseguenza negativa nel caso vinca Trump o Biden alle elezioni presidenziali americane, nonostante il buon rapporto tra me e il presidente Trump". Lo dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de 'La Piazza', l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi.

Tlc, Conte: Su 5G che sia Usa o Cina difesa sicurezza e interessi Italia - "Siamo aperti al 5G, ma non siamo aperti a dire scegliamo la Cina o gli Stati Uniti. Con Usa c'è una sinergia incredibile. Faremo in modo che chiunque sia interessato lo faccia alla luce delle nostre esigenza di interesse e sicurezza nazionale". Lo dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de 'La Piazza', l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi.

Tlc, Conte: Entro fine mese definizione Rete Unica, banda larga prima di 5G - "Prima di dire si o no alla Cina" sul 5G, "dobbiamo portare la banda larga in tutto il Paese. E' stato annunciato in passato, ma non siamo ancora riusciti a realizzarlo. Sarà un dossier che troverà spazio nel piano di rilancio da presentare all'Europa. Occorre la Rete Unica, siamo determinati, abbiamo le idee chiare e dobbiamo realizzarla in pochi anni. Sono convinto che entro la fine del mese ci sarà la definizione del percorso, in cui c'è anche il 5G". Lo dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de “La Piazza”, l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi.

Libano: Conte, auspichiamo commissione inchiesta - "Poche ore fa abbiamo fatto una videoconferenza internazionale promossa dalla Francia a cui ho partecipato io, Trump e vari leader mondiali. Abbiamo operato una ricognizione su tutti gli aiuti per il Libano, abbiamo auspicato una commissione internazionale d'inchiesta o nazionale con osservatori internazionali per fare luce sull'incidente. Non ho elementi per ipotizzarne la causa. Siamo vicini al popolo libanese. Auspichiamo che quell'incidente diventi lì una opportunità per eseguire le riforme strutturali che il popolo libanese attende da anni". Lo dice il premier Giuseppe Conte, ospite de 'La Piazza', l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi

Conte: Governo meridionalista? Sciocchezze, folle tralasciare nord - "Pensare di concentrarci al Sud tralasciando il nord sarebbe folle" e chi lancia accuse su questo punto, dice "sciocchezze". Lo dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de 'La Piazza', l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi.

Conte: Obiettivo del governo non è una banca pubblica - "L'obiettivo del governo non è una banca pubblica". Lo dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de 'La Piazza', l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi. "Sicuramente il sostegno alle famiglie e alle imprese è fondamentale, soprattutto al Sud", aggiunge.

Ponte Stretto, Conte: Sia capolavoro ingegneria, penso anche a sottomarino - "Non dico faremo il Ponte (sullo Stretto di Messina), perché non ci sono le condizioni. Ma prima dobbiamo preoccuparci dei collegamenti" interni. Lo dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de 'La Piazza', l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi. "Sullo Stretto dobbiamo pensare, quando si riveleranno le condizioni, a un capolavoro di ingegneria - aggiunge -. Un ponte anche sottomarino, ci stavo pensando".

Coronavirus, Conte: Delittuoso propaganda per consenso durante pandemia - "In una situazione come quella che abbiamo vissuto" con l'emergenza coronavirus, "sfruttare la propaganda per il consenso è delittuoso". Lo dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de “La Piazza”, l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi.

Recovery fund, Conte: Italia dovrà correre più degli altri Paesi europei - "L'Italia dovrà correre più degli altri Paesi, non al di sotto della media europea". Lo dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de “La Piazza”, l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi, a proposito del recovery plan per le risorse europee.

Coronavirus, Conte: Se ricerca conferma segnali positivi presto vaccino - "L'Italia è leader nella ricerca del vaccino. Siamo in alcuni progetti di ricerca, con segnali positivi. Se si dovessero confermare queste previsioni, c'è la possibilità di disporre presto del vaccino e di poterlo mettere a disposizione di altri Paesi europei. Quando presto? Mesi diciamo. Entro l'anno? Speriamo". Lo dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de 'La Piazza', l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi. "Non ritengo che dovrà essere obbligatorio", sottolinea il premier, aggiunge.

Coronavirus, Conte: Non abbiamo palla di vetro per prevedere nuove ondate - Cosa dobbiamo attenderci in autunno sul fronte coronavirus? "Non abbiamo una 'intelligence', le informazioni che abbiamo le condividiamo". Lo dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de 'La Piazza', l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi. "Non abbiamo la palla di vetro per prevedere nuove ondate, non ce l'hanno nemmeno gli scienziati", aggiunge.

Camici Lombardia, Conte: No conoscenza diretta, indaga la magistratura - Sull'inchiesta lombarda sui camici "non ho conoscenza diretta, sta indagando la magistratura". Lo dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de 'La Piazza', l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi.

Coronavirus, Conte: Su P. civile giudizi ingenerosi, è chiave modello - Sulla Protezione civile ci sono "giudizi ingenerosi. La chiave del modello italiano è stata ancora una volta la Protezione civile: su mascherine, terapie intensive e subintensive. Le ha reperite ovunque e oggi siamo produttori. Come sempre di eccellenza". Lo dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de “La Piazza”, l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi

Coronavirus, Conte: Pubblicheremo tutto, nulla da nascondere - "Non ho posto alcun segreto di Stato. A distanza di tempo è giusto che siano resi pubbliche. Consentiremo la pubblicazione di tutto, non abbiamo nulla da nascondere". Lo dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de 'La Piazza', l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi.

Coronavirus, Conte: Io detto falso a pm? Sonora sciocchezza - "Su alcuni giornali si sta dicendo che ho detto il falso ai pm" di Bergamo, ma "è una sonora sciocchezza". Lo dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de 'La Piazza', l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi.

Coronavirus, Conte: Rivendico riservatezza decisioni delicate, ma non è segreto - "Chiariamo bene le cose: immaginate cosa significava per gli scienziati riunirsi per suggerire soluzioni. E farlo sotto i riflettori. Quando c'è un processo decisionale così delicato, io rivendico la riservatezza, che non è secretare". Lo dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de 'La Piazza', l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi.

Coronavirus, Conte: Dpcm quando erano necessari, con grande responsabilità - "Il dialogo tra il governo centrale e i governi locali è stata la chiave del modello italiano". Lo dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de “La Piazza”, l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi. "I Dpcm? Non mi sono mai divertito. Lo abbiamo adottati quando erano necessari, con grande responsabilità - aggiunge -. Ogni volta che abbiamo dovuto affrontare un decreto abbiamo svolto un grande lavoro".

Coronavirus, Conte: Mai detto che avremmo lasciato scelte a scienziati - "Di fronte a una pandemia, a un nemico invisibile e sconosciuto, era normale che tutti i virologi o gli epidemiologici avessero un'indicazione. Ho sempre detto che avremmo lavorato fianco a fianco con gli scienziati, non ho mai detto che il governo avrebbe ceduto il suo compito agli scienziati". Lo dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de 'La Piazza', l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi. "Non ho mai detto che avremmo seguito alla lettera le indicazioni degli scienziati, ma che le decisioni avrebbero avuto queste come base", aggiunge.

Conte: Progetti sanità finanziati con risorse Ue. Mes? Intanto attivato Sure - "Molti progetti per la sanità rientrano nei piani di rilancio che sarò finanziato con i fondi europei". Lo dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de 'La Piazza', l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi. "Mes? Intanto abbiamo attivato lo Sure, che è stato un bel regalo di compleanno, ieri", aggiunge.

Coronavirus, Conte: Ssn eccellenza, ma non era preparato a pandemia - "Il nostro Sistema sanitario è efficiente, per certi versi eccellenti se comparato con altri. Ma non era predisposto per una pandemia da Covid-19. Questa pandemia ha rilevato delle criticità, abbiamo dovuto assumere circa 30mila tra medici e personale sanitario e abbiamo investito, in questi 5 mesi, risorse pari a quelle investite negli ultimi 5 anni". Lo dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de “La Piazza”, l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi

Coronavirus, Conte: Mai perso la pazienza né la fiducia - "No, non ho mai perso la pazienza, non me lo potevo permettere". Così il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de 'La Piazza', l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi. "Ci sono stati momenti drammatici dove anche io ho avuto il timore perché le misure non davano subito i loro effetti, ma non ho perso la fiducia che prima o poi queste misure avrebbero sortito degli effetti positivi. Non ho mai perso la fiducia, mai", ha concluso.

Coronavirus, Conte: Mi costa non poter ancora abbracciare miei genitori - "Anche io non ho visto i miei genitori, perché ho rispettato il lockdown. Ieri sono stato con loro, ma non posso ancora abbracciarli, e la cosa mi costa". Lo dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de 'La Piazza', l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi.

Coronavirus, Conte: Lockdown? Messo in sicurezza Paese, orgoglioso di decisione - "Abbiamo messo in sicurezza il Paese, sono orgoglioso di averlo fatto". Lo dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de “La Piazza”, l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi, a proposito della scelta di adoperare il lockdown per tutta l'Italia.

Coronavirus, Conte: Non potevamo affrontare emergenza al Nord e al Sud - "Non avremmo mai potuto affrontare la situazione pandemica al Nord e anche al Sud". Così in merito al lockdown il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de 'La Piazza', l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi.

Coronavirus, Conte: Lockdown per tutti dopo fuga nella notte da Milano - "Nella notte tra il 7 e l'8 marzo avevamo deciso la zona rossa per tutta la Lombardia. Poi è successa una cosa nuova, nella notte molti sono fuggiti per paura del Lockdown e abbiamo pensato di mettere in sicurezza il sud, quindi il Paese". Lo dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de 'La Piazza', l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi.

Coronavirus, Conte: Non abbiamo nulla da rimproverarci - "Anche con il senno di poi non abbiamo nulla da rimproverarci". Così il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de 'La Piazza', l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi.

Coronavirus, Conte: Decisioni prese sempre su base valutazione esperti - "Cosa non rifarei? Non saprei in questo momento. Sin qui abbiamo preso delle decisioni, anche i famosi Dpcm, che a monte avevano dei decreti legge, li abbiamo assunti sempre avendo a base le valutazioni degli esperti. Con grande condivisione di tutti i ministri, anche se ero io a firmarli, e con grande condivisione di governatori e sindaci". Lo dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de “La Piazza”, l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi.

Coronavirus, Conte: Autopsie non erano vietate, ordinanza min.Salute - "Non è esatto dire che fossero vietate le autopsie. Lei si riferisce a un'ordinanza del ministero della Salute".Così il premier Giuseppe Conte alla kermesse di Affariitaliani.it a Ceglie Messapica.

Coronavirus, Conte: Lavorato sempre con coscienza e responsabilità - "Essere additati come modello a livello internazionale è un grande merito collettivo. Errori? Ci sono state giornate e settimane molto difficili, decisioni sofferte, perché in una pandemia ci sono valutazioni sociali ed economiche, ma abbiamo lavorato sempre con metodo, responsabilità e coscienza e questa è stata la nostra forza". Lo dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de “La Piazza”, l'evento organizzato dal quotidiano online Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi.

Conte blob, dall’«avvocato del popolo» all’«opposizione maleducata»: le frasi celebri. Pubblicato venerdì, 14 febbraio 2020 su Corriere.it da Maria Teresa Meli. Nessun politico di professione avrebbe utilizzato la frase pronunciata ieri da Giuseppe Conte per attaccare Italia viva : «Opposizione aggressiva e anche un po’ maleducata». Quell’accenno alle buone maniere poco si confà al la politica nostrana. Ma il premier, si sa, viene dalla cosiddetta società civile e il suo linguaggio è assai diverso da quello degli esponenti di partito. Tutti, per esempio, ricordano quando, dopo il conferimento del suo primo incarico annunciò: «Sarò l’avvocato del popolo». A un politico non sarebbe venuta in mente una dichiarazione del genere, a un giurista sì. E chi è avvezzo alle aule parlamentari non avrebbe mai confessato candidamente, come ha fatto Conte, dopo la fiducia al governo giallo-verde: «Un mese fa non ci avrei mai creduto». Un politico, dopo la sconfitta giallo-rossa in Umbria non avrebbe mai liquidato così la faccenda: «Una popolazione pari alla provincia di Lecce non può cambiare le sorti del governo». Nè sarebbe incorso in questa gaffe: «Io sono, quale presidente della Repubblica, garante della coesione nazionale, quindi noi non andremo a sottrarre nulla al Sud, andremo a riconoscere alcune specifiche competenze ad alcune Regioni del Nord». No, non avrebbe mai soffiato il posto a Sergio Mattarella, seppur solo verbalmente . E difficilmente avrebbe definito l’8 settembre l’avvio di «un periodo di ricostruzione prima morale e poi materiale del nostro Paese». Però un politico avrebbe tranquillamente parlato di in terza persona alla maniera del premier: «Conte un uomo che ha una certa età esperienza e competenza professionale. E’ difficile anche solo pensare che possa essere un uomo di qualcuno». Anzi non avrebbe, perché in realtà è già accaduto. Parlano spesso e volentieri in terza persona sia Silvio Berlusconi che Matteo Renzi. E tutti i politici hanno pronunciato almeno una volta nella vita un’affermazione simile a quella di Conte: «L’Italia ha un programma di ripresa incredibile. C’è tanto entusiasmo e tanta fiducia da parte dei cittadini e c’è tanta determinazione da parte del governo. Ci sono tutte le premesse per un bellissimo 2019 e per gli anni a venire». C’è quindi tempo e modo per il premier di imparare il linguaggio della politica italiana. Del resto, a luglio dell’anno scorso, quando i giornali scrivevano che Conte avrebbe potuto guidare anche un governo giallo-rosso, il presidente del Consiglio ha fatto sfoggio di una certa maestria , dimostrando di non avere nulla da invidiare a un politico di professione: «Che io possa andare in Parlamento a cercare una maggioranza alternativa, quando è ben chiaro che io in Parlamento ci vado per trasparenza nei confronti dei cittadini e rispetto delle istituzioni, è pura fantasia. Invito voi giornalisti che dovete riempire le pagine. Non facciamo i peggiori ragionamenti della prima Repubblica. Restituiamo alla politica la sua nobiltà e la sua nobile vocazione. Voliamo alto».

Paolo Bracalini per “il Giornale” il 2 giugno 2020. E sono due anni a Palazzo Chigi, arrivatoci quasi per caso, quando nessuno neppure conosceva Giuseppe Conte, avvocato da Volturara Appula, inventato da Di Maio come soluzione per andare al governo insieme alla Lega e assaporare finalmente il gusto del potere dopo troppi anni di miseria grillina. Un mix impossibile fu l' alleanza gialloverde, un premier improbabile è sempre stato Conte, eppure è ancora lì, con una maggioranza diversa ma con la piega dei capelli sempre impeccabile, anche durante il lockdown dei barbieri. Nessuno avrebbe scommesso un euro sulla sua durata biennale, viste le premesse. Già prima di essere designato era finito in una polemica sul curriculum gonfiato da fantomatiche frequentazioni di atenei che non lo avevano mai visto. Conte era dato già per spacciato prima ancora di mettere piede a Palazzo Chigi, un fantoccio creato e bruciato nel giro di poche ore. Invece l' avvocato ha smentito tutti i gufi, dimostrando grandi abilità nell' arte della sopravvivenza, opportunismo e trasformismo mirabili. Si ricorda la sua esultanza sfrenata nel quartier generale dei Cinque stelle alla vista dei risultati elettorali nel 2018. Salvo poi assicurare di non essere mai stato organico ai grillini, che pure lo avevano proposto come ministro M5s. Si ricorda altrettanto la sua arringa contro «il business dell' immigrazione, cresciuto a dismisura sotto il mantello di una finta solidarietà», detto con toni squisitamente leghisti. Salvo poi cambiare rotta e scoprire che «abbiamo bisogno anche dei migranti», quando c' era da accontentare il Pd, nuovo alleato. Ma già molto prima di scoprirsi ammiratore di Di Maio, Conte aveva provato interesse per il renzismo, filtrato da Maria Elena Boschi, collega avvocato civilista in quel di Firenze, dove Conte è professore universitario. È proprio in quei panni di accademico che invece, sempre a Firenze, ha incrociato il suo destino con i Cinque stelle, avendo avuto come aiutante l' avvocato Alfonso Bonafede, futuro ministro e mentore del suo ex professore nel passaggio dalla cattedra alla poltrona politica. Un' ambizione che Conte ha sempre coltivato, con pazienza ma con tenacia, applicando un' innata capacità di adattarsi alle situazioni e plasmare le proprie idee a seconda dell' occasione. Ora sovranista, ora di sinistra, ora cattolico moderato con agganci in Vaticano, ora inflessibile difensore dei confini (al governo con Salvini) ora europeista senza frontiere, dal noi «siamo orgogliosamente populisti, anti sistema, ascoltiamo la gente» del Conte 1 al «nuovo umanesimo» del Conte 2, da «avvocato del popolo» a uomo solo al comando, per decreto e in diretta Facebook. L' Italia nel frattempo è cambiata, la maggioranza anche, l' economia stravolta, l' unica costante è il suo attaccamento al potere. In quello il premier può vantare qualche successo. Anche se arrivato lì per misteriose congiunzioni astrali e in rappresentanza di nessuno se non delle proprie ambizioni, Conte è già ben piazzato nella classifica di longevità dei premier italiani: più duraturo di Gentiloni, Monti, Letta, Amato, D' Alema e molti altri. Il giurista, qualifica a cui teneva moltissimo nei primi tempi, si è ambientato benissimo nella palude politica italiana, fino a coltivare sogni da statista e progetti di partiti personali. Complice il sostegno benevolo di giornali e tg Rai, ben lavorati dal fidato Casalino, il premier riesce incredibilmente a surfare sulle macerie di un Paese in recessione, senza pagarne le conseguenze. La disastrosa gestione dell' emergenza Covid non sarebbe stata perdonata ad altri suoi predecessori, a lui sì. In questi due anni è passato attraverso discreti temporali, il Russiagate, il concorso da ordinario passato grazie alla commissione del suo ex socio Guido Alpa, ma soprattutto il primato di aver portato il Pil a -10%, lui che prevedeva anni «bellissimi» per l' Italia. Per altri sarebbe stata la fine, per lui no. Il fatto di aver dichiarato guerra alla Lega lo ha fatto benvolere dall' establishment. È chiaro che punti a finire la legislatura. Nel curriculum a cui tiene molto potrebbe scrivere «2018-2023, presidente del Consiglio». Per lui, ma solo per lui, anni d' oro.

La strana parabola di quisque de populo. Antropologia di Giuseppe Conte, primo ministro uscito da un sorteggio tra amici di amici. Paolo Guzzanti de il Riformista il 5 Giugno 2020. Perché gli italiani si rispecchiano nelle scarpe lustre di Giuseppe Conte? L’antropologia del Primo ministro, uscito da un sorteggio e da una catena di amici di altri amici, va decifrata guardando gli italiani, non lui, come il dito e la Luna. Lui funziona come una macchia di Rorschach, il test di figure senza senso in cui ciascuno vede quel che vuole, cioè se stesso. Così forse si spiega la fortuna di Conte che placa i rari turbamenti delle coscienze del nostro popolo. Inoltre, è una garanzia di giustizialismo e di trojan nei telefonini. Agli italiani piace che gli altri siano intercettati. Le intercettazioni ardono i potenti immaginari come fascine del rogo. Cultura del diritto? Non pervenuta. Che roba è? Poi, la politica. La nostra società sembra averne abbastanza della politica, complicata come il bridge quando invece è più rilassante giocare a rubamazzetto o ad asso pigliatutto. Ricordate i grandiosi tempi dei grandi partiti con i congressi persino delle correnti? Le divisioni fra socialisti? Le evoluzioni e le crisi fra i comunisti? I dotti contorcimenti nella Dc? Persino la posizione intrigante dei missini di Giorgio Almirante? Ricordate De Mita passato alla storia come “intellettuale della Magna Grecia”, definizione di Gianni Agnelli? O il primo Berlusconi con i disperati tentativi di riformare la giustizia e il processo, gli scontri titanici tra i poteri blindati di quella magistratura e la politica di allora? Tutto finito. Non solo la Terra è tornata piatta, ma l’orizzonte della politica è diventato puerile: il “Vaffa Day” lo capiscono tutti. I forconi, anche. Arrestateli tutti, è più facile. Sono tutti ladri, va sempre forte. E le Procure al potere reale sono consolanti come avere per portiere un secondino, con tutto il rispetto per i lavoratori del ramo. È anche facile cadere nel luogo comune e dire che gli italiani sono fatti così, e segue il barzellettaio delle furbizie e delle scorciatoie. L’aveva capito Leopardi nel suo reportage sul Carattere degli Italiani, l’aveva raccontato Manzoni con la Colonna infame, la peste e l’assalto ai forni; l’aveva testimoniato il vero Pinocchio di Collodi, disavventure di un povero ragazzo del popolo (un altro Renzo Tramaglino, ma col naso più lungo) e ci mettiamo anche la cinica confessione di Mussolini poco prima della fine, quando un giornalista americano gli chiese perché avesse inventato il fascismo: «Non l’ho creato io – disse spudoratamente – ma è nella natura degli italiani alla quale ho aggiunto solo la coreografia. Se fossi nato in Inghilterra sarei un Primo ministro laburista». Gran faccia tosta, ma tutti sappiamo che nel sangue italico circola questa voglia di farla finita con la politica, con le sofisticherie, con la cultura che se non è divisiva e problematica, che cultura è. Tutto dipende dalla natura umana ma, ci sembra, l’evoluzione politica e culturale si misura appunto nella distanza che il bipede Sapiens sa creare allontanandosi dalla natura. Il Neolitico fu il più alto momento di evoluzione perché gli umani scoprirono i vantaggi dell’organizzazione dei compiti, delle norme, persino dei vizi e del quieto vivere. Ma il richiamo della caverna esiste sempre e l’Italia rappresentata dal governo Conte è cavernicola, benché in doppio petto. La nostalgia cavernicola si misura dal mancato funzionamento delle garanzie a tutela della singola persona unica e irripetibile che ha bisogno di essere protetta da chi rotea la clava. Qualcuno dirà: e che c’entra Conte, che è un uomo così pacato, elegante e ragionevole, così verboso e ovattato, così ipnotico per stanchezza indotta? È vero, Conte non appare come un energumeno. Ma, peggio, è una figura debole: è la nuova macchia di Rorschach in cui ognuno vede i suoi inconfessati istinti soddisfatti. Già, il fatto che uno sconosciuto sia arrivato al vertice di una liberal-democrazia solo perché conosceva qualcuno (Bonafede) che conosceva qualcun altro (Di Maio) che lo porta in gita sul Colle per fargli apprezzare il panorama, è un evento unico nella storia delle democrazie di tutti i tempi. Il fatto poi che lo abbia saputo incarnare senza fare una piega e neanche un plissé, e persino guidare due diverse maggioranze espresse dallo stesso Parlamento, una di estrema destra e una di estrema sinistra, agiterebbe qualsiasi mente normal-democratica. Però, avete visto, funziona: piace al grillismo stradaiolo, ma anche agli eredi del Pci che non si sa che cosa vedono in lui, ma ci stanno pensando. La destra a tre punte separate di Salvini, Berlusconi e Meloni, non lo considera un ingombro da rimuovere ma un governo con cui trattare nella fase della ricostruzione. Dunque, allo stato dell’arte di questo maledetto 2020, il soggetto piace per tautologia, come nell’antico sketch di Vianello e Tognazzi al tempo della TV in bianco e nero, basato sulla ripetizione di due sole battute: «Tu che ne dici?», «Io dico che piace». A ripetizione. Così la pigrizia ha preso il posto del tessuto interstiziale della cultura, mentre il livello della pubblica istruzione si è adattato ai livelli sempre più banali e mediocri, sostenuta rigorosamente – la pigrizia – da esibizioni di ignoranza crassa da parte di conduttori televisivi e di telegiornali. Al popolo viene somministrata quasi quotidianamente una predica papale, una presidenziale e una conferenza stampa di Giuseppe Conte, come elisir anestetico. La Giustizia più desiderabile? Manette a manetta. I detenuti non sono esseri umani, ma neanche gli indagati o i sospettati, anche in via ipotetica. Chi, poi, debba essere sospettato, lo decidiamo noi e voi lo saprete attraverso la pubblicazione pilotata di frammenti di intercettazione che scegliamo noi. Stampa e commentatori, come l’intendence di Napoleone, seguiranno. Anzi, ormai precedono. L’Italia del 2020, breve memo per gli analisti del futuro, era un Paese intorpidito e abituato alla pappa fatta, politicamente parlando. La questione dei diritti civili, per fare un esempio, può andare benissimo se si parla dell’America, ma non di fatti nostri. Decade, di conseguenza, l’uso dei verbi e dei tempi complessi. Non è che Conte ignori il congiuntivo. Gli si è atrofizzato il pensiero ipotetico. Il linguaggio collettivo unificato, nel frattempo, è cresciuto nel tono piagnone e omicida, ma con tanta solidarietà ecosostenibile. Bonificato il campo delle questioni di principio abbandonate come iscrizioni egizie, Conte appare perfetto: loquace senza dire nulla che non abbia già detto, fornisce indicazioni stradali per la scorciatoia. Il Covid-19 con l’infusione televisiva del Primo ministro usato anche come salvaschermo nei telegiornali ha sigillato il sarcofago della democrazia liberale, tanto che la mummia sembra che stia benissimo. Dal vetro, sembra quasi viva.

Ritratto di Giuseppe Conte, premier affetto da eiaculazione precoce del cervello. Paolo Guzzanti de Il Riformista l'8 Marzo 2020. Istruzioni per l’uso di questo articolo: se non l’avete mai visto perché siete troppo giovani, correte a vedere uno dei più bei film di tutti i tempi, che in italiano è stato titolato Oltre il giardino (del 1980) interprete Peter Seller al suo meglio. Il nostro crudele e dichiarato proposito è quello di mettere a confronto il capo del nostro governo, il professor Giuseppe Conte, con il protagonista del film, un giardiniere con un leggero ma visibile handicap mentale che va incontro a una straordinaria imprevista carriera. Sgombriamo subito il campo: il paragone fra i due ha senso, ma con una importante distinzione: The Gardner è afflitto da un ritardo mentale, mentre Giuseppe Conte è secondo noi affetto da anticipo mentale che è, in politica, l’eiaculazione precoce del pensiero. Ciò che rende accettabile metterli sullo stesso piano è l’inaspettata carriera. Nel film, un giardiniere che non ha mai visto il mondo oltre il giardino in cui è nato e vissuto diventerà presidente degli Stati Uniti grazie al fatto che le sue frasi semplici, banali, tipo «quando finisce la siccità le rose possono sbocciare» non vengono prese per quel che sono – banalità al livello più elementare – ma per astutissime metafore dal contenuto densissimo, che fanno impazzire analisti e servizi segreti, incapaci di decifrare la magnifica segretezza e saggezza del giardiniere che sa sempre quando accennare all’avvicendarsi delle stagioni o alla necessità di prendere l’ombrello quando piove. Avrete dunque capito, gentili lettori e – se ci legge – lo stesso professor Conte, dove vogliamo andare a parare: per la prima volta nella storia delle democrazie moderne – ai tempi di Pericle sarebbe stato improponibile e inaccettabile – un giorno, un signore con il suo zainetto a rotelle incrocia un altro signore col suo trolley (il mancato primo ministro Carlo Cottarelli) e si presenta al capo dello Stato con cui ha una conversazione simile a quella che Carlo Magno ebbe, secondo Italo Calvino, con un misterioso cavaliere dalla lucente armatura. Questo colloquio non ha a che fare con Oltre il Giardino ma ci diverte ricordarlo per divertire il lettore con l’evidente analogia, e andiamo a memoria. Carlo Magno passando in rivista i suoi cavalieri con annesse truppe chiede a ciascuno: «E chi siete voi, Cavaliere di Francia?». E il protagonista scintillante e metallico risponde dal chiuso dell’armatura: «Emo, Bertrandino di Gallia Citeriore e Fez…» e seguita con la celata abbassata sicché Carlo Magno si spazientisce: «Perché non mostrate il volto, cavaliere?». «Perché io non esisto» risponde il Cavaliere Inesistente. Carlo Magno a questo punto borbotta qualcosa come: «Oh, be’, boh, ma guarda un po’ tu» e prosegue nella sua ispezione delle forze in campo. Ricordiamo bene quando il nostro Giardiniere, benché Conte, si presentò su al Colle. Il nostro Carlomagno del Quirinale più o meno gli chiese. «E chi siete voi, cavaliere dello Stivale?». «Avvocato, Presidente, solo avvocato». «Ho letto il vostro curriculum e ci è sembrato eccentrico» disse Carlomagnattarella riferendosi al fatto – scovato da un sagace cronista del New York Times – che l’inaspettato sconosciuto aveva fatto passare come un titolo le lezioni di inglese alla New York University, ciò che aveva onestamente fatto un bel po’ incazzare tutti, Carlo Magno compreso. Poi – andiamo a spanne, ma vicini alla riva della verità – il colloquio proseguì con: «E chi vi ha portato qui, cavaliere avvocato?». E lui: «Il signor Di Maio dello Stadio di Napoli». La fine è (quasi) nota quindi non vale la pena di insistere. Torniamo al Conte ignoto e subito primo ministro: nessuno ne aveva visto uno, prima. Ha sbagliato parecchie volte i congiuntivi e mostra una curiosità fonetica: non è sempre sicuro della pronuncia delle parole perché si avventura in una selva di luoghi comuni subordinati a grappoli in cui si perde. Una delle sue boe d’ormeggio è l’espressione “a tutto tondo”, che fa supporre una decisa avversione per i tondi parziali. E l’altra – in multiproprietà – “la trasparenza”. Tutto ciò che il nostro Giardiniere spiega è talmente trasparente che alla fine non si vede. Quando andò alla festa di “Liberi e uguali”, anfitrione D’Alema, creò imbarazzo per aver detto di aver chiesto come cortesia personale ai governi dei paesi europei, di prendersi la loro quota di migranti. Come sarebbe a dire, “per cortesia personale”? Ecco, in questo piccolo accidente, non infrequente, c’è il miglior Peter Seller involontario di Conte. È infatti escluso che avesse intenzione di dire davvero quel che ha detto, ma è vittima di arzigogoli spagnoleschi che non riesce mai a filtrare in un linguaggio limpido. Molto più di quella di De Mita, la sua eloquenza è intraducibile in inglese. La storia del suo rapporto con Salvini, dall’amour passion all’odio senza risparmio, è anch’essa unica nella storia delle democrazie, dove nessuno – mai – è succeduto a se stresso come capo di due coalizioni successive, una di destra che più a destra non si può, e una di sinistra che di più è impossibile. Ne ha risentito alla lunga il suo abbigliamento, passato da un doppiopetto da prima comunione-misto Padrino a una tenuta scamiciata ritenuta più omogenea ai nuovi alleati, perdendo la sua famosa pochette. Il Giardiniere di Peter Seller non era vanitoso. Era modestissimo e non si rendeva conto di essere oggetto di adorazione e anche di passione femminile. Conte sembra invece avido di adorazione, ma consapevole della necessità di apparire casual, amico del popolo o, come dicono i romani, scaciato. La maledizione con cui è venuto politicamente al mondo è quella di apparire un opportunista che ha vinto alla lotteria. E ne è visibilmente consapevole cosa che aggrava il peccato originario con piccole scompostezze, ma specialmente con eccessi verbali di una ridondanza alluvionale. Se mai ci leggesse, gli consiglieremmo di rivedere l’originale Oltre il Giardino, in cui il suo modello si esprime in mondo talmente breve ed elegante, da far pensare a tutti che fosse un pensatore sottile, mentre voleva soltanto dire che finché le mele non sono mature, meglio lasciarle sull’albero. Conte invece spiega la storia dell’albero, dà le ricette di quattro torte di mele e poi dimentica da dove era partito. Di sicuro non pensava – ad esempio – a quel che diceva quando si definì en passant “Presidente della Repubblica” perché voleva dire Presidente del governo di questa Repubblica. Purtroppo nella sciarada del Quirinale che costituisce il corona virus settennale italiano, una gaffe del genere è atroce e Peter Seller al suo posto avrebbe detto «Non ho con me le cesoie adatte». Prendiamolo nella sua recente conferenza stampa in cui, avendo accanto il ministro Gualtieri, annuncia la chiusura di scuole e università. Il governo ha ragione a fare l’unica cosa che si può fare per non provocare il contagio e poi la morte di centinaia di migliaia di persone perché sa che secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità il contagio potrebbe arrivare al sessanta per cento e dunque – dovendo procedere alla cieca – l’unica cosa da fare è distanziare gli esseri umani fra loro affinché le loro salive non vengano sparate a cerbottana nelle gole altrui. Ma quando una giornalista gli chiede perché l’abbia fatto, il nostro Giardiniere risponde con un pezzo di letteratura pesante: «Ieri sera ci siamo riuniti per avere un aggiornamento a tutto tondo perché credo che come prima cosa tutti i componenti del governo, che sono adesso alla guida del Paese, debbano essere periodicamente aggiornati su quello che è l’andamento della curva e delle criticità con cui l’emergenza ci sta sfidando e dopo alcune ore di confronto, poi nella parte finale, ci siamo dedicati poi al tema delle scuole e l’abbiamo sviscerato già nel corso dell’incontro e in modo molto trasparente, lo ridico, è maturato l’indirizzo della chiusura delle scuole che non è una scelta facile, è una scelta complessa: e questo governo ha assunto questa scelta con piena responsabilità e anche consapevolezza delle difficoltà perché chiudere le scuole significa anche creare dei disagi, può avere impatto sulle imprese e i luoghi di lavoro e dà un segnale se volete all’estero perché è chiaro che chiudere le scuole in Italia significa acclarare quello che è sotto gli occhi di tutti. Per completare la nostra decisone abbiamo chiesto la cortesia al professor Brusatello di farci arrivare un parere che poi ci è arrivato e da ieri tanti esperti e scienziati e altri hanno dichiarato tutti che sono misure che possono avere un impatto positivo perché anche in questo momento anche gli scienziati non hanno evidenze scientifiche su un virus le cui loro hanno difficolta, ma in ogni caso quando dico che ci basiamo su valutazioni tecnico scientifiche non dico che noi seguiamo alla lettera ma noi abbiamo una nostra responsabilità, noi valutiamo a tutto tondo e dall’indicazione sanitaria sociale anche culturale per garantire verità e trasparenza e ieri è stata una anticipazione che è filtrata ha dato per scontata una decisione finale che non era stata ancora presa…». Parole emesse come radiazioni ridondanti per la smania di voler tutto spiegare, giustificare, puntualizzare, chiarire, contestare, replicare, quando l’arte del giardiniere è fatta di materiale sintetico. E che quando è tempo di siccità bisogna augurarsi la pioggia. Ma se la pioggia è eccessiva, dobbiamo augurarci che ceda il passo al sole. Ecco, roba così, un po’ più terra terra, mai oltre il giardino di casa.

Giuseppe Conte, il "trasformista". Ospite a "Otto e Mezzo" il direttore di Panorama, Maurizio Belpietro, ha presentato il libro dedicato al premier e parlato dell'attuale situazione politica. Maurizio Belpietro il 13 gennaio 2020 su Panorama. Conte è machiavellico innanzitutto nel rimanere a Palazzo Chigi dove prima era alleato con la Lega e poi ha cambiato passando a fianco del Partito Democratico, anzi addirittura con Leu che è tutto da spiegare. Prima infatti si diceva orgogliosamente populista, oggi si sente, e lo dice, vicino alla sinistra con Zingaretti che lo ha considerato un punto di riferimento “essenziale”. L’abilità camaleontica di Conte è sotto gli occhi di tutti. Non risponde mai con precisione ma cerca sempre di mantenersi aperte diverse possibilità: è europeista, poi dice che l’Europa è da cambiare. Dice che è contro la Tav ed attacca Macron, poi dice che la Tav è da fare. Lo stesso per il Tap, l’Ilva, Alitalia. Per non parlare di autostrade, che ancora non sappiamo come finirà. Fa l’avvocato ed anche in politica si comporta come tale, ma non l’avvocato del popolo, come si definiva. E’ più l’avvocato di se stesso. E’ stato sicuramente sottovalutato, come politico, chiamato il “Burattino” dei vicepremier ma ora ci rendiamo conto che un’abilità gli va riconosciuta. E’ anche molto popolare tra la gente ma ricordo che la stessa cosa accadde con Mario Monti, che da premier aveva un gradimento altissimo, poi quando è sceso in campo con un suo partito alle elezioni ha preso il 5%. Quindi bisogna attendere la prova dei fatti, più che quella delle parole. Il centrosinistra cerca di fare sostanzialmente quello che ha sempre fatto, con questo ritrovo nel convento di Rieti. Cerca per prima cosa di trovare un nuovo nome, e di nomi nel centrosinistra ne hanno cambiati diversi negli ultimi anni. Cerca poi di trovare un aggancio nella cosiddetta “società civile”: oggi sono le “Sardine” ma anni fa ricordiamo i Girotondi, poi il “Popolo Viola” per cercare di trovare nuovi spunti. Ma in realtà non fanno mai una riflessione seria su quelle che sono le ragioni che hanno portato il partito ad essere sempre più debole, al di là del suo nome. La sostanza rimane sempre la stessa. Tempo però che dietro questo incontro ci sia una ragione molto più semplice e banale; siamo infatti alla vigilia delle elezioni regionali in Calabria e soprattutto in Emilia Romagna che sono molto importanti per il Partito Democratico dato che proprio in quella terra, da sempre, c’è il cuore del voto del partito comunista. Perdere quella regione sarebbe devastante e così Zingaretti con questa riunione nel conclave cerca di raccogliere la simpatia ed il sostegno delle Sardine, aprendo a loro le porte del Pd, nella speranza che tra 13 giorni queste votano Bonaccini. Io penso che il M5s si spaccherà perché è composto da mille anime, troppe. E stato un movimento che anni fa è riuscito ad intercettare  un cambiamento nella società, la protesta. Ha offerto proposte, idee, su temi importanti come l’ambiente. Oggi però è cambiato. Oggi è composto da gruppi che hanno idee totalmente diverse; un pezzo del Movimento vuole appoggiare Conte, altri invece vorrebbero tornare con la Lega e non stanno bene con il Pd. Credo che si romperà, forse una scissione, forse guidata da Di Battista o dallo stesso Di Mio, che punta ad un partito dall’animo più rivolto verso il sud. Ma questo credo sarà il destino del partito di Grillo. In generale viviamo un periodo di politica molto volatile e sono pochi, se ci sono, i partiti che possono dirsi “stabili”. Pensate ad esempio al M5S che nel 2018 alle politiche conquistò il 34% ed ora ha i voti meno che dimezzati. Giorgia Meloni oggi insidia Matteo Salvini e non solo per motivi personali. Riesce infatti ad intercettare il voto di chi è di centrodestra ma non vuole votare Salvini ma raccoglie anche i voti degli scontenti del sud che avevano appoggiato e sostenuto DI Maio. Anche la Meloni ha detto che se la Borgonzoni dovesse vincere in Emilia si torna al voto. In realtà non c’è nessuna conseguenza diretta, ma è solo logica politica, non c’è nessun obbligo. Abbiamo visto che a nulla sono servite le vittorie in Umbria, Piemonte ed in tutte le altre regioni che erano governate soprattutto dalla sinistra. Ma, ripeto, non è scritto da nessuna parte che in caso di vittoria del centrodestra in Emilia si debba poi andare al voto e sciogliere le camere.

Dagospia il 15 gennaio 2020. Pubblichiamo lo stralcio di un capitolo tratto dal libro Giuseppe Conte. Il trasformista (edito da Piemme e da ieri in libreria), scritto da Maurizio Belpietro con Antonio Rossitto e anticipato sul numero di Panorama da oggi in edicola. Il libro svela segreti e retroscena dell’irresistibile carriera del premier. L’estratto che potrete leggere fa luce, grazie a documenti inediti, sull’esame per ordinario vinto dal presidente del Consiglio. Testo di Maurizio Belpietro e Antonio Rossitto pubblicato da “la Verità” il 15 gennaio 2020. Quando gli danno dello «sconosciuto avvocato», Conte trasecola. «Ma se ho centinaia di clienti» si sfoga con i collaboratori più fidati. Ed è pure diventato ordinario a soli 38 anni. Ha ragione da vendere, il premier. Nelle università italiane, storicamente asfissiate da baronie e familismo, si arriva in media a scalare il gradino più alto della carriera accademica quasi all' età della pensione. I docenti di prima fascia con meno di 40 anni, certifica l' ultimo rapporto del ministero dell' Istruzione, sono appena 20 su 12.975: meno dello 0,2 per cento. State allegri, italiani: in quel laghetto dalle acque cristalline ha nuotato anche l' anguilla di Palazzo Chigi, docente di diritto privato all' Università di Firenze. [...] La vera ascesa comincia quando, dopo aver vinto l' apposito concorso, ad aprile 1998 viene nominato ricercatore di diritto privato a Firenze. Da quel momento brucerà tutte le tappe: in poco più di quattro anni scalerà ogni vetta accademica. A giugno 2000 vince il concorso per professore associato. Il posto viene bandito dalla Seconda Università di Napoli. Nella commissione ci sono Raffaele Rascio, della Federico II, il più prestigioso ateneo campano, e Giovanni Furgiuele, che sarà vicino di stanza di Conte all' Università di Firenze. Rascio e Furgiuele, meno di due anni più tardi, si ritrovano di nuovo insieme in una commissione. Di nuovo nella Seconda Università di Napoli. Sempre per un concorso, ma da ordinario. E, ancora una volta, il prescelto è il giurista di Volturara Appula. Tra i cinque docenti che lo giudicano c' è anche Guido Alpa. Insegna diritto civile alla Sapienza di Roma ed è un celebratissimo avvocato italiano. La sua presenza in quella commissione cela un' accusa di favoritismo che il presidente del Consiglio rifiuterà con sdegno. Perché Alpa e Conte non sono legati solo da reciproca stima e sicura fiducia: i due nel 2002, poco prima di quel concorso, decidono di aprire insieme uno studio professionale. Anzi, una semplice condivisione di spazi, derubricherà il premier. [] Per farla breve: non c' è un conflitto d' interessi? [...] Per scoprirlo, bisogna consultare i documenti ufficiali e incrociare le date. [] Lo studio legale in comune viene aperto all' inizio del 2002. Proprio mentre Alpa si appresta a giudicare il suo pupillo. In un' intervista al Secolo XIX, il luminare chiarirà: «La commissione era stata estratta a sorte». [...] Peccato che dai documenti risulti il contrario. Alpa viene eletto, non sorteggiato. Ed è perfino il più votato tra i commissari: 54 preferenze. [] E alle sue spalle, con 39 indicazioni, c' è ancora Furgiuele. Morale: Conte diventa ordinario anche grazie agli entusiastici giudizi dell' allora vicino di studio professionale e del venturo vicino di stanza in facoltà [].Alle 9.30 del 13 luglio 2002, assieme agli altri tre membri, i due giuristi si ritrovano nel dipartimento di Diritto comune patrimoniale dell' Università Federico II. È il momento del verdetto. [] Quattro candidati non ottengono nemmeno una preferenza. Conte invece fa l' en plein: cinque voti su cinque. Con la stessa percentuale bulgara, viene dichiarato idoneo anche Carlo Venditti, figlio di Antonio, già ordinario di diritto commerciale proprio alla Federico II di Napoli.

Due plebisciti. Ciascun commissario, annota il verbale finale, prima del voto «dichiara di non avere relazioni di parentela o affinità fino al quarto grado con i candidati e che non sussistono cause di astensione di cui all' articolo 51 del Codice di procedura civile». E che cosa prevede la succitata norma? Il giudice deve astenersi dal giudizio se ha un interesse personale. [] È il caso di Alpa? [] Conte e Alpa, negli ultimi anni, solo dall' Autorità per la protezione dei dati personali hanno avuto complessivamente otto incarichi. Sempre insieme. [] Conte e Alpa sono due assi pigliatutto: su 13 cause conferite ad avvocati esterni negli ultimi anni, se ne aggiudicano [] ben otto. Ovviamente non ci sono solo le difese in nome e per conto del Garante. [] Nel 2006 rappresentano Craft, la società che ha brevettato i tutor, contro Autostrade, accusata di aver contraffatto il loro brevetto industriale. Nel 2013 difendono l' ospedale San Giovanni di Roma in una causa per la gestione del servizio di mensa. E nel 2014 i due si alternano nella difesa della Granarolo, il famoso gruppo alimentare. Sono indizi di un «sodalizio»? Nemmeno per sogno: eravamo solo coinquilini, ripete Conte []. Ma c' è un particolare che complica il quadro. E non è affatto di scarso rilievo. Perché è lo stesso Conte ad aver seminato dubbi su dubbi. Nell' autunno 2013 invia alla Camera dei deputati il suo smisurato curriculum per concorrere all' elezione nel Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa. Il futuro capo del governo, lasciando poco spazio all' immaginazione, scrive di sé: «Dal 2002 ha aperto con il prof. avv. Guido Alpa un nuovo studio legale dedicandosi al diritto civile, societario e amministrativo». Così, il 18 settembre 2013, assieme ai membri laici delle magistrature speciali, il professore viene scelto per la rinomata carica. Si dimetterà a marzo 2018, soltanto dopo aver accettato la candidatura come ministro della Pubblica amministrazione in un ipotetico governo grillino. Ancora ignaro che il fato avrà in serbo per lui qualcosa di ben più sbalorditivo: la guida di due governi. []

Caso Conte-Alpa: “la verità” di Maurizio Belpietro. Le Iene News il 14 gennaio 2020. Nel suo ultimo libro Maurizio Belpietro intervista il premier Giuseppe Conte e lo incalza sulla vicenda del concorso universitario che lo ha nominato professore di diritto ordinario. Tra gli esaminatori c’era il professor Guido Alpa, che Antonino Monteleone e Marco Occhipinti hanno scoperto aver lavorato insieme al premier in una causa civile a difesa del Garante della Privacy. Maurizio Belpietro, direttore del quotidiano La Verità, torna sul caso Conte-Alpa, di cui in esclusiva vi abbiamo raccontato più volte nei servizi di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti. Lo fa in un suo libro appena dato alle stampe, “Giuseppe Conte il trasformista”, nel quale racconta i presunti “scivoloni”, privati e politici, del premier “avvocato del popolo italiano”. A Maurizio Belpietro che lo intervista per il libro, Conte, dopo avere ripetuto che in realtà il professor Guido Alpa non è il suo maestro, ribadisce un leitmotiv già più volte espresso a Le Iene: “Tra noi non c’è mai stata un’associazione né formale né neppure di fatto. Non ci dividevamo i proventi. Eravamo solo coinquilini”. Un concetto che ribadisce più volte: “Non si è trattato di una collaborazione professionale”. Dopo avere ammesso di avere un po’ “infiocchettato” il suo curriculum vitae, è costretto a tornare sul concorso universitario di Caserta, con il quale nel 2002 fu nominato professore ordinario di diritto privato.

Maurizio Belpietro lo incalza e gli fa notare che proprio Guido Alpa, sentito sul suo ruolo di esaminatore al concorso, avrebbe affermato di essere stato sorteggiato per quel ruolo. Una dichiarazione però che il giornalista smentisce seccamente: “Le carte che abbiamo consultato smentiscono Alpa, in realtà venne eletto con un plebiscito: 54 voti”. Conte contrattacca: “Quanti voti servivano per diventare professore ordinario? Tre su cinque. E io quanti ne ho presi? Cinque. Dunque voi avete un concorso che nel 2002 ha designato ordinario questo fessacchiotto, oggi presidente del Consiglio. E Guido Alpa non era nemmeno a capo della Commissione…” Una posizione sposata anche da Rocco Casalino, portavoce e capo ufficio stampa di Giuseppe Conte, che prova a intervenire a sua difesa: “Anche senza il voto di Alpa, Conte avrebbe vinto comunque il concorso”. Una vicenda che non sembra ancora volersi esaurire, quella del concorso universitario del 2002 a Caserta. Parliamo del concorso che ha nominato Giuseppe Conte professore ordinario di diritto privato, subito dopo una causa civile nella quale lui e il suo esaminatore, Guido Alpa, hanno lavorato insieme. Ci siamo chiesti se il professore che l’ha giudicato e promosso al concorso era incompatibile, sulla base della loro collaborazione professionale con l’esaminato. Vi avevamo mostrato un documento esclusivo, che sembrava mettere in crisi la ricostruzione che Giuseppe Conte aveva dato suoi rapporti professionali con Guido Alpa, del fatto che avessero fatturato ognuno per proprio conto riguardo a quell'incarico dato dal Garante per la Privacy, dato insieme agli avvocati Conte e Alpa e che dunque quest’ultimo fosse incompatibile per legge nel suo ruolo di esaminatore al concorso. Abbiamo pubblicato anche il progetto di parcella per la causa civile del 2002 nella quale il premier Conte e il professor Alpa difesero il Garante per la Privacy. Un progetto su carta intestata a entrambi gli avvocati, con la richiesta di pagamento dell’intera cifra di 26.830,15 euro su un unico conto corrente intestato ad Alpa di una filiale di Genova di Banca Intesa. Il tutto firmato da entrambi. Antonino Monteleone e Marco Occhipinti si sono chiesti perché mandare un’unica lettera ai due professionisti se, come ha sempre sostenuto Giuseppe Conte, “si trattava di due incarichi distinti e non c’era un’associazione né di diritto né di fatto e soprattutto se quell’incarico fu pagato con due fatture separate”. Giuseppe Conte, nel corso di una tesissima conferenza stampa, aveva ribadito la sua posizione, rivolgendosi alla Iena: “Se lei si è procurato la lettera di conferimento dell’incarico e ha visto che l’incarico è stato conferito ad Alpa e a Conte… abbiamo sviscerato che un collegio difensivo può essere composto anche da venti avvocati nel civile… Se l’incarico mi è stato conferito dal Garante e io non mi faccio pagare come in questo caso perché ritengo di aver svolto attività difensiva non di rilievo, evidentemente non me la sono sentita di fatturare essendo il Garante un ente pubblico. Lei stesso si è fatto dire dal Garante che anche qualche altra volta, dove sono io solo nel collegio difensivo, non mi sono fatto pagare”. Abbiamo proseguito nella nostra inchiesta, mostrandovi i verbali di 5 udienze di quel processo al tribunale civile di Roma, da cui si evince che Conte partecipò quasi sempre, mentre Guido Alpa quelle 5 udienze le saltò tutte. È legittimo dunque pensare al “dominus” che manda a udienza il suo “giovane allievo”? E abbiamo pubblicato anche un altro documento, che con maggiore forza sembrerebbe smentire la versione di Conte sul pagamento delle sue spettanze nel primo grado di quel processo. Si tratta della seconda parte del progetto di parcella firmato da Alpa e da Conte, in cui compare la lista delle prestazioni che i due professionisti indicano come svolte e che chiedono all’autorità di pagare su un unico conto corrente. Nella lista delle prestazioni da fatturare sono indicate le voci che riguardano sicuramente anche il lavoro svolto da chi ha partecipato alle udienze, quindi come detto, presumibilmente da Giuseppe Conte. Nell’elenco c’è la partecipazione alle udienze dal valore di 416 euro, la precisazione conclusioni, stimata 103 euro, l’assistenza all’udienza conteggiata per 2.160 euro e la discussione in pubblica udienza valutata 1.392,50. Che in generale si tratti di prestazioni attribuibili anche da Giuseppe Conte sembra certificato dal fatto che c’è la sua firma sul progetto di parcella. Perché mai dunque, ci chiediamo, l’avvocato Conte avrebbe dovuto firmare un documento con l’elenco delle prestazioni fornite da un altro avvocato, se lui con quelle prestazioni non aveva niente a che fare? Per verificare il vero significato di queste carte, le abbiamo portate a Corrado Ferriani, commercialista e docente di diritto penale dell’economia, che le commenta così: “Si tratta di un classico progetto di parcella, un documento tipico dei professionisti che viene emesso nei confronti del cliente per chiarire alla fine di una prestazione l’attività svolta, i soggetti che l’hanno svolta ed evidentemente gli estremi per il pagamento della successiva fattura che sarà emessa nel momento del pagamento. È ovvio che chi emette un avviso di parcella, deve necessariamente aver svolto una prestazione, in questo caso evidentemente due soggetti. Questo documento sta dicendo all’autorità che i due professionisti che hanno emesso la nota proforma hanno svolto le prestazioni indicate nell’oggetto e nella fattispecie sono quelle chiaramente indicate per onorari e diritti complessivi per 21.920 euro”. Mostriamo le stesse carte anche a un professore di diritto civile, Roberto Calvo, che spiega le informazioni che ricava dalla lettura: “Ricavo l’informazione che è stato conferito un mandato da parte dell’autorità garante ai due professori, per una causa civile. Poi c’è un progetto di parcella firmato da entrambi. È un incarico congiuntivo, quindi un incarico conferito da due professionisti per un identico oggetto. Da lì arriva un rapporto contrattuale da cui può nascere un rapporto di debito e credito con il conferente quindi il garante con la pubblica amministrazione, parlo di debito nel senso che può anche nascere in astratto una responsabilità del professionista”. E aggiunge: “I professionisti stanno dicendo al cliente che hanno operato congiuntamente e hanno agito come se fosse stato conferito un mandato congiuntivo alla difesa oggetto di questa vicenda. I professionisti in questione chiedono al cliente il pagamento di un incarico conferito collettivamente, come ho detto prima”. Antonino Monteleone gli fa una domanda secca: “Se lei fosse il garante capirebbe da questo documento che Conte rinuncia ai compensi?”. La risposta è altrettanto secca: “Evidentemente no”. Secondo il professor Calvo dunque dai documenti a firma Alpa-Conte non si evince alcuna rinuncia da parte di Conte affinché i suoi compensi non siano pagati, ma anzi sembrerebbe che l'indicazione sia di girarli direttamente sul conto indicato nel progetto di parcella. “Quindi lei mi sta dicendo con questa lettera di incarico del garante che è di gennaio 2002, automaticamente il commissario Alpa diventa incompatibile al concorso di luglio?”, chiede ancora la Iena. “Io non voglio insegnare ad Alpa nulla, dico solo che a mio modo di vedere è sufficiente, come per altro dice la giurisprudenza amministrativa, che vi sia un rapporto professionale da cui nasca un rapporto da cui poi possono derivare rapporti, vicende di debito e credito verso il cliente, ma anche verso i singoli professionisti… In astratto eh, sia chiaro”. Monteleone insiste: “Quindi quando Conte dice ‘io ho deciso di rinunciare ai miei compensi’, rinuncia a beneficio del garante o a beneficio dell’avvocato Alpa?”. “La seconda ipotesi”. La Iena chiede ancora: “Dire che l’avvocato giudicato abbia lavorato gratis per l’avvocato giudicante è un’affermazione fuori dalla realtà?” “È un’affermazione che quanto meno è smentita dai documenti che io vedo. Io naturalmente non posso giudicare i propositi, giudico i documenti e dai documenti risulta che entrambi hanno preteso, come legittimo e doveroso, perché parliamo di attimi legittimi e doverosi sia chiaro…”. Un’ultima: “Conte dice, più volte, mi ha detto Conte: ‘Lei è fuori di testa, lei è fuori di testa perché continua a insistere su una cosa che non esiste’. E la cosa che secondo Conte non esiste è che non è mai esistito conflitto tra lui esaminato a Caserta e Alpa membro della commissione che lo giudicava. Sono io fuori di testa professore?”. “Assolutamente no, il conflitto nasce nel momento in cui è stato conferito ad entrambi questo incarico, da cui nasce un rapporto professionale”. Andiamo dal premier Giuseppe Conte, che ribadisce più volte che il concorso non è stato assolutamente viziato. “Lei, Monteleone, si può incaponire… ma non cambia il fatto come voi dovete dimostrare una cointeressenza economica nel 2002… Le confesso che ho chiesto al commercialista: “Trovami la fattura del 2002 del primo grado”. Questa sua teoria significherebbe che si creerebbero incompatibilità in tutto il mondo legale perché nei collegi difensivi spesso ci si ritrova più avvocati. Il fatto di essere in collegio difensivo con un altro avvocato se abbiamo un mandato dallo stesso cliente non crea un’incompatibilità, uno. Lei ritiene di accreditare ai telespettatori, secondo lei, che io nel 2002 ho avuto un vantaggio indebito da Alpa che era ininfluente, perché bastavano tre commissari e invece è stata l’unanimità su cinque. Quindi vincerebbe qualsiasi prova di resistenza davanti ai giudici, vorrebbe accreditare il fatto che avrei aspettato il 2009 per sdebitarmi nei confronti di Alpa, ma questa è follia”. E aggiunge: “Diciamo che io ho avuto rispetto nei confronti del Garante perché potevo fatturare per mio conto. Nel secondo grado, nel terzo grado, le sue indagini hanno dimostrato che io ho fatturato… e quindi ho fatto la fattura separata e Alpa ha fatto… In primo grado essendo stato il mio apporto difensivo marginale ho inteso, per rispetto di un ente pubblico, all’epoca c’era Rodotà vorrei ricordare… lei non vuole chiarire ai telespettatori… non vuole che io risponda: posso? Le ho spiegato questo, credo, che migliaia di avvocati che ha sentito le avranno spiegato che nel processo civile la magna pars, gran parte dell’attività difensiva è scritta, le memorie scritte, studiare la controversia, studiare, questa è una causa molto delicata”. “Ma se era molto delicata perché ha dato un apporto marginale..”, gli chiede Monteleone. “Mi fa finire? È terribile, ascolti Monteleone, mi faccia finire, poi giudicherà il popolo…”. Antonino Monteleone e Marco Occhipinti hanno deciso allora di sentire proprio Raffaele Cantone, all’epoca presidente dell’Anac, per cercare di fare chiarezza una volta per tutte. Monteleone chiede: “La chiamavo perché sto cercando di capire se l’autorità quando ai tempi in cui lei era presidente fu formalmente incaricata di esprimere un parere sulla questione del concorso dell’avvocato conte prima di diventare presidente del consiglio”. Raffaele Cantone risponde così: “Sì, ci fu un esposto, mi pare di un’associazione di consumatori. Noi facemmo un intervento di carattere procedurale, dicemmo che in realtà si trattava di una vicenda non recente per i quali il nostro intervento di qualunque tipo sarebbe stato irrilevante visto che nei confronti di quel concorso nessun atto amministrativo poteva essere fatto”. Appare quindi evidente, almeno stando alle parole di Cantone e al documento esclusivo che pubblichiamo, che Giuseppe Conte non avrebbe detto il vero quando ha affermato che l’Anac si era pronunciata “escludendo la comunanza di interessi economici”. Monteleone prosegue: “Lei fece anche un’intervista a Radio Capital nell’ottobre del 2018, nella quale disse effettivamente è plausibile la spiegazione del presidente Conte, se è vero come lui sostiene che hanno, emesso fatture separate per l’incarico del 2002”. “Io avevo detto semplicemente che mi sembrava plausibile la spiegazione che aveva dato”, aggiunge Cantone. La Iena lo incalza: “L’unica cosa che volevo capire è se due professionisti che usano una carta intestata comune che firmano entrambi un progetto di parcella possono definirsi due professionisti che svolgono incarichi distinti e separati”. La risposta di Raffaele Cantone è assolutamente inequivocabile: “Certamente i fatti emersi sono diversi da quelli che erano stati rappresentati all’epoca, però io non me la sento di esprimere un giudizio. L’unica cosa che mi sento di dirle è che ovviamente rispetto alla situazioni che io vissi all’epoca le cose sono cambiate, quindi all’epoca lui aveva dato una giustificazione. Oggi le cose sono cambiate”.

Giuseppe Conte, un premier a due facce: quante volte che si è smentito nell'ultimo anno e mezzo. Gianluca Veneziani su Libero Quotidiano il 14 Gennaio 2020. In principio era Giuseppe, poi Giuseppe si è fatto Giuseppi. Per spiegare la doppiezza del presidente del Consiglio si potrebbero evocare categorie letterarie, lo strano caso del dr. Giuseppe e di mr. Conte oppure il Bis-conte raddoppiato, parafrasi a rovescio del Visconte dimezzato di Calvino; si potrebbe parlare di camaleontismo politico e cromatico, ossia della sua capacità di adattarsi a contesti e colori cambiati, dal gialloverde al giallorosso; o ipotizzare un tentativo mal riuscito di sintesi logico-matematica, di mettere insieme l'Uno e il Due e di sfidare il principio di non contraddizione; o ancora si potrebbe stendere il personaggio in questione su un lettino e fare una diagnosi di sdoppiamento dell'io e schizofrenia politica. Tutti questi sforzi non riuscirebbero tuttavia a rendere ragione del fatto che Conte non è una sola persona, ma sono due individui distinti: Con-Te appunto, perché c'è qualcuno con lui, oppure Giuseppi, come in modo lungimirante, e non con una gaffe, lo aveva definito Trump. Il vero dramma è che il personaggio, o meglio i "personaggi" in questione, non si accorgono del loro essere Uno, Due, Nessuno e Centomila. Nell'ultima intervista rilasciata al Foglio il premier ha avuto l'ardire di ribadire la sua «piena coerenza di azione» e di convinzioni. Peccato che la realtà, ossia le sue stesse dichiarazioni, lo smentiscano. Si potrebbe prendere un dossier a caso per capire come Con-te, su ogni tema, pensi una cosa e il suo esatto contrario. E spesso, non ricordandosi quale fosse la posizione presa in precedenza, preferisca stare nel mezzo, fare esercizi di equilibrismo, non sbilanciarsi né da un lato né dall'altro, dando un colpo al cerchio e l'altro alla botte, anche a costo di darsi la zappa sui piedi.

GIRAVOLTA LIBICA. Si veda la sua linea sulla Libia, in merito a cui è riuscito a dire che sta con al-Serraj, con Haftar, con entrambi e con nessuno dei due. Un capolavoro di diplomazia. Nel settembre del 2019, incontrando al-Serraj a Roma, Conte elogiava il governo di quello e ne accoglieva con favore le iniziative. Parlando alcuni giorni fa col Foglio, tuttavia, Conte ricordava sì di aver «appoggiato il governo presieduto da al-Serraj», ma allo stesso tempo di tenere particolarmente a un «dialogo con Haftar». Tanto che poco dopo, grazie a un pasticcio epocale, incontrava Haftar e non al-Serraj, che evidentemente si era accorto di essere appoggiato ma non troppo. Stessa posizione terzista sul Venezuela a riguardo del quale Conte dice che «non abbiamo riconosciuto Guaidó come presidente, ma non abbiamo mai detto che appoggiavamo Maduro». Più che con Guaidó, Conte sta nel Guado, tra color che son sospesi. Inutile chiedersi da che parte stia Conte tra Usa e Iran, perché forse non lo sa neppure lui. Almeno sull'Europa però ce l'avrà una posizione coerente e chiara? Sì, come no. Conte 1 è quello che nell'agosto del 2018 sbraitava contro l'Ue accusandola di «ipocrisia» e minacciava: «L'Italia ne trarrà le conseguenze»; e ancora nel febbraio 2019 rincarava la dose sostenendo che «l'Europa ha perso il contatto con il suo popolo». Bastava tuttavia un cambio di casacca, di colore giallorosso, per cambiare idea: e così, tra un appoggio a Ursula von der Leyen e una trattativa sul Mes, nell'ottobre del 2019 Conte 2 arrivava a dire che «il nostro governo vede l'Europa come pilastro». Di conseguenza, si rovesciava il suo atteggiamento sull'immigrazione: se nel discorso di insediamento del giugno 2018 Conte 1 tuonava «Metteremo fine al business dell'immigrazione» e «combatteremo il traffico di esseri umani», nel discorso di fine 2019 Conte 2 annunciava la sua volontà di modificare i decreti sicurezza, unico argine contro il traffico di clandestini. E sui rapporti con la Russia? Il Conte 1, in versione filo-Cremlino, annunciava che «ci faremo promotori di una revisione del sistema delle sanzioni», il Conte 2, allontanatosi dalla Russia con tremore, tiene a far sapere: «Non sostengo la rimozione delle sanzioni tout court».

IL BALLETTO SU TARANTO. In materia di economia si sperava tuttavia che Conte non diventasse Conti e non cambiasse idea sui conti. E invece, se gli parli oggi di flat tax e di quota 100, fa lo gnorri, finge di non capire, dice che non è roba sua. Eppure un tempo gli piacevano e se ne vantava. Gli facciamo un promemoria: era il giugno 2018 quando lui poneva come «obiettivo la flat tax»; il settembre 2019 lo Smemorato di Volturara Appula ribaltava però il tavolo e diceva di puntare a una «rimodulazione delle aliquote fiscali in linea con la progressività della tassazione» (se le tasse sono progressive, tanti saluti alla tassa piatta). E su quota 100? Qui la variazione è stata ancora più repentina: nell'ottobre 2019 Giuseppi diceva che «quota 100 è un pilastro della manovra», mentre ora afferma che «si può aprire una discussione su quota 100» in quanto «è nata come misura transitoria». Da pilastro a provvedimento passeggero. Sic transit gloria quotae centi. Il balletto più imbarazzante riguarda l'Ilva, e in particolare la questione dello scudo penale. Leggete qua. Il 5 novembre 2019 Conte 1 annuncia: «Saremo inflessibili, lo scudo penale non è nel contratto». Il 21 novembre, appena 16 giorni dopo, Conte 2 ci ripensa: «Potremmo considerare lo scudo penale». Ed ecco che qualche giorno fa Conte 3 proclama il contro-contrordine: «Il tema dello scudo penale non è stato affrontato. È un tema che è stato subito accantonato». Ci vorrebbe uno scudo, sì. Ma per proteggere i premier Giuseppi dal ridicolo.

 Gianluca Veneziani

Da ''la Verità'' il 14 gennaio 2020. Chi è davvero Giuseppe Conte? Come è stato possibile che un anonimo professore universitario sia diventato il premier «buono per tutte le stagioni», osannato dalle cancellerie europee? Passato con disinvoltura da destra a sinistra, transitato da populista ad avvocato dei poteri forti, da ingenuo diventato spietato, Giuseppe Conte è indubbiamente il presidente del Consiglio più ambiguo e misterioso della storia della Repubblica. Maurizio Belpietro e Antonio Rossitto svelano tutti i segreti e i voltafaccia della sua irresistibile carriera in Giuseppe Conte. Il trasformista, edito da Piemme, da oggi in libreria. Dalla vicinanza al Vaticano alle trame internazionali ordite per la rielezione, e così far fuori Matteo Salvini, fino ai rapporti con i servizi segreti e gli 007 americani. E poi gli incroci accademici e lavorativi con il suo mentore, il potentissimo Guido Alpa, che non ha mai lesinato complimenti al suo allievo Giuseppi, il camaleontico premier per caso ma adesso pronto a tutto. E proprio sui rapporti Conte-Alpa La Verità pubblica uno stralcio dal capitolo intitolato «Lo smemorato di Volturara Appula». Un lungo colloquio con il presidente del Consiglio che, come molti narcisi, parla spesso di sé in terza persona, sfoderando massicce dosi di sicumera, fiducia e autostima. Perché gni gesto e parola di Conte tracimano vanità. Scusate, ma il signorino qui aveva detto alle tre» È il primo pomeriggio del 27 novembre 2019. Giuseppe Conte entra sornione nella saletta di Palazzo Chigi indicando Rocco Casalino, il suo portavoce. «Ho 15 minuti di ritardo e mi scuso» dice mentre prepara calorose strette di mano. Il premier è stato di parola. Come promesso, ci ha concesso l' intervista. Certo, forse sperava in un colloquio più informale. Quando intuisce che perfino le sue prime parole sono finite in un memo vocale, sembra sbigottito: «Ma che fa, registrate pure i saluti? Questa è deformazione professionale. E che diamine!». Si alza di scatto e afferra lo smartphone, appoggiato sul tavolino: «Ecco, siamo qui con il presidente del Consiglio che s' è appena scusato per il ritardo» scandisce nel microfono con intonazione da telecronista.

Il siparietto distende gli animi. Casalino sorride. Accanto a lui, c' è il segretario particolare di Conte. Si chiama Andrea Benvenuti ed è un dottorando di diritto privato a Firenze. Nonostante il delicatissimo ruolo che riveste, ha appena 27 anni.

È cordiale, alto e segaligno. È stato lui a intrattenerci amabilmente durante l' anticamera. Incuriositi dalla sua giovane età, per ingannare l' attesa gli abbiamo chiesto dei suoi trascorsi: «Lavoravo nel famoso studio Alpa in piazza Cairoli» ci ha rivelato dopo qualche esitazione. Insomma, l' assistente più fidato del premier era un altrettanto fidato collaboratore del suo onnipresente mentore.

Tutte le strade di Conte portano ad Alpa? Sarà questo, ovviamente, uno degli argomenti principali dell' intervista. Ma prima, da vero gentiluomo, il primo ministro non dimentica i convenevoli. Come molti narcisi, parla spesso di sé in terza persona: «Il direttore Belpietro è stato il primo giornalista a incontrare il presidente del Consiglio» riferisce a portavoce e segretario particolare. Così comincia a ripercorrere il fortuito incontro nella stazione ferroviaria di Firenze, il giorno della sua nomina a capo del governo. «Adesso i giornali non li leggo più» informa. Gli facciamo notare che dicevano lo stesso anche Silvio Berlusconi e Margaret Thatcher, «per evitare dispiaceri».

Conte userebbe lo stesso stratagemma. «Ma vi pare possibile che si siano occupati per giorni del cesso del presidente del Consiglio?» prorompe. Be', però ventiseimila di ristrutturazione non sono quisquilie: ha preteso perfino una doccia con otto bocchette «Mi rifiuto, dai. Fa male al giornalismo.» Com' è noto, non ama la categoria. «State facendo un dossier contro di me, raccogliendo le peggiori cose. Ma io vi darò un contributo per parlare male» promette. Invano. Perché nel corso della chiacchierata, durata un paio d' ore, il premier sfodererà piuttosto massicce dosi di sicumera, fiducia e autostima. Ogni gesto e parola di Conte tracimano vanità. Quello in cui difetta, a suo dire, sono invece le facoltà mnemoniche. «Non ricordo bene le date» premette. Il sottotesto è evidente: non mi chiedete di essere puntuale e circoscrivere gli eventi. La memoria è corta. Una premessa che potrebbe sembrare un' arguzia, utile a evitare dettagli e circostanze. Cominciamo, dunque. E partiamo da Alpa, il famoso avvocato con cui la sua carriera s' incrocia di continuo. Il tema del primo quesito è quasi d' obbligo: il famigerato concorso all' Università Vanvitelli di Caserta. Conte, però, con un inaspettato preambolo, marca debita distanza: «Si dice impropriamente che Alpa sia il mio maestro. Il mio maestro, in realtà, è stato Giovanni Battista Ferri, della scuola giuridica romana. Mi sono laureato con lui e sono diventato il suo assistente. Solo quando ho vinto il posto di ricercatore a Firenze ho incontrato Alpa. Quindi non sono stato un suo allievo. Poi è nata questa opportunità: lui aveva uno studio a Genova, con Tomaso Galletto, ma cercava un appoggio a Roma. Decise allora di aprire uno studio professionale anche qui. E lo fece con me, visto che mi conosceva». Le date, a cui il presidente del Consiglio è tanto allergico, sono però fondamentali. Proprio in quel periodo, Alpa viene eletto nella commissione d' esame che nominerà Conte ordinario. Non è un enorme conflitto d' interessi? Il premier comincia a spazientirsi: «Tra noi non c' è mai stata un' associazione, né formale e neppure di fatto. Non ci dividevamo i proventi. Eravamo solo coinquilini». Lei però, nel curriculum inviato anni dopo alla Camera dei deputati, scrive: «Dal 2002 ha aperto con il prof. avv. Guido Alpa un nuovo studio legale dedicandosi al diritto civile, societario e fallimentare». Il primo ministro si rabbuia: «È chiaro che, messa così, sembra che abbiamo aperto uno studio professionale insieme». Già. E l' ha messo nero su bianco, persino in un atto ufficiale. «In realtà, avrei dovuto scrivere che eravamo coinquilini.» Quindi ha infiocchettato? Alza le spalle: «Sì, il curriculum è un po' infiocchettato». Lo dice come se fosse la cosa più naturale del mondo. Immemore che proprio quel curriculum gli ha garantito un' ambitissima poltrona: membro del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa. Assomiglia un po' al famoso smemorato di Collegno, che del passato non ricordava nulla.

Ma noi non demordiamo. Lo studio in comune ha visto la luce prima o dopo il concorso?

«Guardate, come vi ho detto, le date non le ricordo.» Noi, invece, sì: Alpa viene eletto nella commissione a marzo 2002. A quel tempo, lavoravate già gomito a gomito? Segue qualche altro tentennamento, poi pesca la reminiscenza: «La sostanza è che, in costanza di concorso, effettivamente c' era un rapporto di coinquilinaggio».

Ricorrendo al solito giuridichese, alla «costanza di concorso» e al «coinquilinaggio», il premier dunque conferma: il luminare e l'associato decidono di aprire e condividere uno studio. E poco dopo il luminare, Alpa, è nominato nella commissione che farà dell' associato, Conte, un giovane e baldo docente ordinario, appena trentottenne e già sul gradino più alto della carriera universitaria. Il premier derubrica. Ma a noi la circostanza, assieme al curriculum «infiocchettato», sembra dirimente. Insistiamo, ancora una volta. Se lei ha un rapporto così stretto con un collega, che poi la giudicherà, a noi viene in mente solo una cosa: il conflitto d' interessi. «Ma non è una collaborazione professionale!» sbotta Conte. Gli ricordiamo che, prima del concorso, insieme avevano già difeso insieme il Garante della privacy. «Io avevo i miei clienti: pochi. Alpa invece ne aveva tantissimi. Sì, qualche volta siamo stati insieme in un collegio difensivo. Ma l' Anac ha chiarito che questo non crea conflitti d' interesse. Pure l' Ilva, per fare un esempio, ha un collegio di dieci difensori, ma non c' è fra loro un' associazione.» Il paragone, ovviamente, non regge: nessuno ha giudicato l' altro in un concorso.

L'obiezione non viene raccolta. L' anguilla prova abilmente a scivolare via. «C' è la forma e c' è la sostanza» facciamo notare. Guardiamo Casalino. Sbuffa come una vaporiera. Tiriamo fuori l' ultima intervista concessa da Alpa al Secolo XIX. In quel concorso - ha assicurato al quotidiano genovese - è stato sorteggiato. È un dettaglio utilissimo a rimarcar distanza. Ma le carte che abbiamo consultato smentiscono i ricordi di Alpa. In realtà, venne eletto con un plebiscito: 54 voti. «Ha detto un' inesattezza» conferma Conte, prima di partire al contrattacco. «Faccio a voi una domanda: quanti voti servivano per diventare ordinario?» Tre su cinque. «E io quanti ne ho presi?» Cinque. «Dunque, voi avete un concorso che nel 2002 ha designato ordinario questo fessacchiotto, oggi presidente del Consiglio. All' unanimità. E Alpa non era nemmeno a capo della commissione». []Vogliamo chiarire. I giornalisti fanno domande. E noi non siamo venuti a prendere il caffè. Conte rimarca: «Perché sussista il conflitto d' interessi ci dev' essere cointeressenza economica. Sono stato uno dei primi giuristi che ha scritto di privacy. Stefano Rodotà, che all' epoca era il Garante, lo apprezzò molto. Per questo, il giovane Conte venne chiamato ad affiancare Alpa». È l' unica causa che avete fatto assieme? La risposta la conosciamo già: no. Solo l' Autorità per la privacy ha dato ai due altri sette incarichi. «Non ve lo so dire» ribatte però questa volta. «Dicono che sono un avvocato sconosciuto, ma di cause ne ho fatte migliaia. Come faccio a ricordarle? Impossibile».

Il clima è tutt' altro che disteso. Il premier è abituato a circumnavigare, con successo, attorno a ogni domanda. «Ma anche senza il voto di Alpa, avrebbe vinto comunque il concorso» osserva Casalino. Però la presenza di Alpa è curiosa, ricordiamo eufemisticamente. «Ma non era neppure il mio maestro!» esplode Conte. Ritiriamo fuori il ritaglio mostrato prima: l' intervista ad Alpa. È intitolata: Il mio allievo Conte è neutrale, ma prima o poi dovrà schierarsi. «Quindi state facendo un discorso di opportunità! È un concorso del 2002. Non è stato impugnato da nessuno. Tra me e Alpa non ci sono conti correnti in comune. Perché state rimestando? Cosa volete sostenere? Qual è la notizia? Che nel 2002, di fronte ai veri scandali universitari, in un concorso un coinquilino giudica l' altro? Questo sarebbe scandaloso? Ma che notizia è? Dov' è lo scandalo?» Casalino suggerisce una risposta: «L' insinuazione è che, senza Alpa, lei non avrebbe fatto carriera». [] Insomma, siamo dei petulanti rompicoglioni. Questo deve pensare di noi il capo del governo. Gli ricordiamo che s' era lamentato dei giornalisti ancor prima di conoscerli. Mentre era ancora un aspirante premier, avevano tirato fuori la storia di Equitalia, costretta a pignorargli la casa per le pendenze con il fisco. «Qualcuno ha persino scritto che sarei passibile di condanna» aggiunge lui. E poi, rivolto a Casalino: «Sègnale queste cose, che dopo». Conte vi manda il conto? «Se farò qualcosa, sarà da semplice cittadino, quando non sarò più presidente del Consiglio» aggiunge riferendosi a probabili e prossime querele. «Non mi potete togliere questa prerogativa.» Interveniamo: le critiche vanno accettate. «Qui c' è il mio portavoce» replica pronto, indicando Casalino: «Portavoce, mi hai mai sentito dire: "Questa critica non l' accetto?"».

Domanda retorica. [] Il capo del governo chiarisce: «Non si può far causa sotto l' ombrello di Palazzo Chigi». Dunque, l' avvocato Conte aspetterà che i tempi maturino: come il cinese lungo la riva del fiume. [] Chiusa l' ennesima parentesi sulla stampa, torniamo al pignoramento di Equitalia. «Capita nelle migliori famiglie. Quell' indirizzo era privo di portiere. Ci vivevamo io e la mia ex moglie. Io uscivo la mattina e tornavo la sera. E la mia allora consorte non era più precisa di me. Ogni tanto arrivavano le cartelle, ma non c' è mai stata evasione.» Le altre accuse, in quel periodo, sono arrivate per aver difeso il metodo Stamina. Se n' è pentito? «Io non ho mai incontrato Vannoni. Mentre insegnavo a Firenze, è venuta da me una coppia di giovani fiorentini. Speravano che la figlia potesse continuare le cure. Da professionista non mi sono posto il problema dell' efficacia del metodo, ma solo di dare una possibilità a una famiglia disperata [...]».

L' altro intrigo, riemerso negli ultimi mesi, è il parere pro veritate firmato dall' avvocato Conte su Retelit, un' azienda partecipata dal fondo Fiber 4.0, a sua volta riconducibile al finanziere Raffaele Mincione. Poco dopo, sulla questione, si sarebbe pronunciato il governo gialloverde. Non era il caso di rifiutare l' incarico? «Mi è stato affidato prima della nomina. Adesso, ho riguardato le date e ho visto le coincidenze. Probabilmente ho firmato l' atto venerdì, domenica m' hanno proposto di fare il premier e il parere è partito lunedì. Ma io lavoravo come una bestia. Avevo in piedi centinaia di situazioni professionali.» L' hanno pagata quindicimila euro: se lo ricorda? «Figuratevi Io non mi ricordo nemmeno cosa ho mangiato a pranzo. » Si ricorderà, almeno, chi le chiese la disponibilità per guidare il governo gialloverde. «Mi telefonò Di Maio: "Giuseppe, ti chiederei la cortesia di venire a Milano". Io ero in spiaggia. Gli domando perché. "Ti vorrei fare conoscere Salvini". Ti ricordi, Rocco? » Casalino aggiunge un retroscena: «C' era stata una riunione. Il Movimento aveva scelto Conte. La Lega, invece, puntava sull' economista Giulio Sapelli. Quella fu una furbata. Eravamo consapevoli che lui era di un altro livello. "Mettiamoli subito indirettamente a confronto" pensammo. "Così si evidenziano la genialità di uno e la follia dell' altro". Era un modo per mettere in imbarazzo la Lega». La riunione per selezionare il candidato alla presidenza del Consiglio viene fissata nel pomeriggio del 13 maggio 2018. «Allora, sentite questa» racconta Conte. «Io atterro a Milano in tarda mattinata. Mi viene a prendere in aeroporto l' autista e mi porta in quest' albergo in centro a Milano, accanto al Duomo, dove ho prenotato una stanza. Nel pomeriggio, arrivano Di Maio e Salvini». Il leader dei 5 stelle è accompagnato da Vincenzo Spadafora, poi nominato sottosegretario alla presidenza del Consiglio e ora ministro per le Politiche giovanili e lo sport. Con il capo del Carroccio c'è invece Giancarlo Giorgetti, l' eminenza grigia del partito. Lo scopo di questa riunione informale è, appunto, far conoscere il candidato del Movimento ai due leghisti. Conte prosegue: «Dopo aver fatto quest' incontro, mi dicono: "Adesso dobbiamo vedere Sapelli. Come facciamo senza che ci vedano tutti?". Io replico: "Non c' è problema. Vi presto la mia stanza. Devo solo verificare una cosa". Chiamo in portineria. Chiedo se fanno vedere la partita della Roma con la Juventus anche nella hall. La risposta è affermativa. Io scendo e loro possono usare la stanza». Adesso ci racconta del Russiagate? Alla domanda segue qualche attimo di silenzio. «Dite di Salvini a Mosca?» controbatte il premier, malcelando ingenuità. No, quella è Moscopoli. Ha invece mai conosciuto Joseph Mifsud, il professore maltese sospettato di spionaggio? «Ma state scherzando?» E ha incontrato il ministro della Giustizia americana, William Barr? «Né Barr né nessun altro. Ho dato la delega a Vecchione. Ma non gli ho mica detto: "Rispondi a tutto quello che ti chiedono". Del resto, la richiesta americana è stata cauta e prudente: "Vorremmo informazioni sull' operato della nostra intelligence e ci piacerebbe definire il perimetro di questa collaborazione". È stato uno scambio di cortesie istituzionali. La prima riunione, appunto, è servita a definire il perimetro d' ingaggio». Perché ha tenuto la delega ai servizi segreti? «C' è una ragione precisa. Il presidente del Consiglio ha comunque la responsabilità di tutto il comparto. Un' eventuale delega non mi metteva al riparo dalle responsabilità. A quel punto lì, il giurista che è in me ha fatto una riflessione: "Se ne devo comunque rispondere, dovrei nominare un alter ego, oppure un fratello". Ma non li ho. Allora ho preferito tenermi la rogna. Immaginate se ci fosse stato un altro al posto mio, senza contezza dei rischi e della complessità politica e giuridica Chissà che casino sarebbe successo su Barr!» Quindi l'agente speciale Conte, immodestamente, ha colto subito il pericolo? «Ho la capacità d' inquadrare i rischi delle cose. Io sono terribile come avvocato! I miei collaboratori avevano calcolato il 90% di vittorie». Scopriamo uno spietato principe del foro. «No, sono di una correttezza unica. Ma ho alle spalle una vita di studio intenso e grande determinazione. Meglio non avermi contro». A suo dire, l' avrebbe dimostrato pure oltreconfine. [] «Hanno imparato a rispettarmi. Ero appena arrivato. Ero l' ultimo. Pensate al primo Consiglio europeo: non sapevo neanche come muovermi. Invece, siamo rimasti lì tutta la notte, a litigare con Merkel e Macron. Non in modo velleitario, ma con argomentazioni giuridiche. Alla fine, sono dovuti stare zitti.» A quel punto, sarebbe scoppiato l' amore. E quanto è contato, proprio al momento della rinascita del governo, l' appoggio delle cancellerie europee? «Mah, per me è difficile valutarlo». S' intromette Casalino: «Per il Movimento, e ci metto la testa nel fuoco, zero. Per il Pd, forse è stato più importante il suo mondo: Prodi, la Chiesa». Il G7 di Biarritz è stato però un trionfo, replichiamo. Ed è qui che egolatria e vanità prendono il largo. A vele spiegate. «Per un premier dimissionario come me, andare al vertice non era una gran cosa, anche psicologicamente. Ma tu Rocco, che eri lì con me, mi hai visto sfiduciato o depresso?» Rocco scuote la testa. Conte riprende il filo, gongolante: «I colleghi non mi evitavano. Anzi, mi apprezzavano e mi stimavano. Però, diciamocela tutta: è un fatto personale».

Già, diciamocela tutta: l' Europa ha tifato giallorosso?

«Mah, solo l' ultimo giorno, a un certo punto, era un po' cominciata a circolare la cosa. E qualcuno ha detto: "Ci piacerebbe che tu rimanessi primo ministro"». Chi? «Dal premier indiano, Narendra Modi, al presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk». Per non parlare di Donald Trump «Quando stavamo andando via, mi chiamò: "Giuseppe, devi rimanere in politica". Ma fidatevi, è più un fatto personale. Lui non aveva nemmeno motivi per andare contro Salvini». A parte Moscopoli. Conte abbassa la voce, fino a trasformarla in un sussurro: «Trump di Moscopoli se ne strasbatte. Lo staff magari è attento a certe cose, ma lui no. Dovreste conoscerlo Trump» butta lì, come se parlasse di uno stravagante vicino di casa. «La prima volta che ci siamo visti, mi ha preso da parte: "Giuseppe, sei simpatico. Cosa posso fare per te? Vieni a trovarmi negli Stati Uniti. Facciamo una grande visita di Stato"». Fino all' ormai celebre cinguettio: l' augurio che Giuseppi resti premier. «Prima di partire, mi ha detto: "Ti faccio un tweet, ti faccio un tweet"». Casalino aggiunge un aneddoto: «Al primo G7, appena eletto, c' era uno spettacolo a notte fonda. Chiunque voleva sedersi accanto a Trump. Lui invece chiese al presidente di stare accanto lui. Hanno chiacchierato tutta la sera». Non rimane che fare ammenda. Non c' eravamo accorti di avere a Palazzo Chigi un protagonista dei consessi internazionali, ammirato e inseguito dai leader della terra. Come sul fronte interno, d' altronde. I 5 stelle sono ormai ai suoi piedi. Parla spesso con Beppe Grillo? «Rarissimamente. Recentemente abbiamo discusso un paio di volte dell' Ilva. Lui è molto interessato alle transazioni energetiche e alle nuove tecnologie. Ha sempre idee innovative. È davvero stimolante scambiarsi idee sulla società del futuro. Mi piace. Senza offendere nessuno: è quello nel Movimento che ha la visione più strategica». [] Ben più assidui sono invece i rapporti con Luigi Di Maio, ma qualcosa s' è rotto. «No, assolutamente.» Si sono invertiti i ruoli: prima era lui che guidava, ora è Conte. Prima era lei in ombra, adesso è il contrario. «Sono ruoli completamente diversi. Io sono molto attento a non interferire nelle vicende interne del Movimento. Che poi possa fare d' ispirazione è un altro conto.» Il passaggio dunque è compiuto: da burattino a burattinaio. «No, burattinaio no. Non mi riconosco. Che burattinaio? In modo opaco, intendete? Mai. Non sarei più credibile come presidente del Consiglio. È ovvio che, in un momento di transizione per il Movimento, colga grande simpatia e fiducia da parte di buona parte dei parlamentari dei 5 stelle. E lo si vede anche A Napoli la gente con me è stata calorosissima. Questo mi fa piacere. E credo pure sia nell' interesse di tutti che guardino a me con simpatia e fiducia.

Però, attenzione: sarebbe assolutamente deleteria una mia azione intrusiva. Non funzionerebbe. Dopo qualche settimana, i nodi verrebbero al pettine. Significherebbe deviare il ruolo del presidente del Consiglio. Entrare a piè pari nelle vicende di una forza politica. E poi, perché? Perché Di Maio ha qualche difficoltà come leader? Peggio. Paradossalmente, potrei interloquire con il Movimento se non ci fossero questi retroscena. Ora, a maggior ragione, mi devo astenere». Casalino è più esplicito: «Diciamocela in maniera nuda e cruda. Un gruppo parlamentare, che vuole colpire Luigi, cerca un altro al suo posto. Insomma, capisco che qualcun altro voglia mettere lui. Questo però non significa né che sia disponibile, né che si stia muovendo in tal senso». Nessuno dei due lo ammetterà mai. Conte, una volta smessa la casacca giallorossa, potrebbe indossare quella ocra del Movimento. Per adesso è costretto a fare il padre nobile. Ma la sua appartenenza politica sembra ormai chiara. A meno che il fato non gli riservi l' ennesima, sbalorditiva, sorpresa: il Quirinale. «Vedremo» commenta Casalino alzando gli occhi al cielo. «Ma mi volete già imbalsamare?» ci domanda []. Conte ci accompagna fino all' ascensore. I saluti finali confermano la sua riconosciuta cordialità. Vigorose strette di mano. Il camaleonte sogghigna. Volta le spalle e sparisce tra gli stucchi di Palazzo Chigi. 

Premier Conte, concorso universitario e rapporti con Guido Alpa: ha mentito? Le Iene il 2 dicembre 2019. Antonino Monteleone e Marco Occhipinti, nel servizio in onda a Le Iene martedì sera dalle 21.15, mostrano una serie di documenti inediti e clamorosi, secondo i quali Giuseppe Conte nella vicenda del concorso all’università e del suo rapporto professionale col maestro e mentore Guido Alpa, non avrebbe detto tutta la verità. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha mentito agli italiani sul concorso con il quale nel 2002 è diventato professore ordinario di diritto privato all’Università di Caserta “Luigi Vanvitelli” (qui sopra potete vedere l'ultimo servizio andato in onda)? Il professor Guido Alpa, già mentore e amico di Giuseppe Conte, era incompatibile nel ruolo di commissario d’esame di Giuseppe Conte? Antonino Monteleone e Marco Occhipinti, nel servizio in onda martedì a Le Iene su Italia1, tornano sulla vicenda del concorso universitario sostenuto da Giuseppe Conte a Caserta, nel quale uno dei commissari era proprio il professore Guido Alpa. Lo fanno mostrandovi in esclusiva una serie di documenti clamorosi che smentiscono tutte le versioni date sinora dal premier su questa storia. Nelle precedenti puntate della loro inchiesta, Antonino Monteleone e Marco Occhipinti si erano chiesti se si fosse trattato di un concorso universitario regolare, dato che un’eventuale comunanza di interessi economici tra commissario d’esame e candidato avrebbe fatto scattare l’incompatibilità di Alpa come esaminatore di Conte. Il premier ha mentito, quando ha parlato dei suoi rapporti di lavoro con Alpa? Se i documenti di cui Le Iene sono entrati in possesso fossero autentici, si può sostenere che la sua nomina a professore ordinario di diritto privato sarebbe avvenuta irregolarmente? Dei rapporti con Alpa aveva già parlato lo stesso Conte nel suo curriculum vitae: “Dal 2002 ha aperto con il prof. avv. Guido Alpa un nuovo studio legale dedicandosi al diritto civile, diritto societario e fallimentare”. Per stessa ammissione di Conte si sarebbe trattato di uno studio a Roma, a via Cairoli, dislocato su due piani, in cui il giovane Conte occupava il piano superiore, ma aveva in realtà un unico numero di telefono e una stessa segretaria, pagata da entrambi. Giuseppe Conte, in una lettera al quotidiano La Repubblica dell’8 ottobre 2018, si era giustificato spiegando che all’epoca Conte e Alpa erano “coinquilini”, trattandosi di una semplice condivisione della segreteria e del numero telefonico, ma con distinte attività professionali e in spazi diversi, Alpa al primo piano e Conte al secondo, per cui ognuno avrebbe pagato il suo affitto separatamente. Nulla di più. Vi abbiamo poi raccontato della causa del 2002, nella quale Guido Alpa e Giuseppe Conte hanno entrambi difeso l’Autorità garante della privacy. Una causa per la quale, aveva tenuto a precisare Giuseppe Conte, per stroncare i dubbi su una eventuale comunanza di interessi economici tra i due, ognuno aveva fatturato per conto suo. Le Iene hanno fatto ben due diverse richieste di accesso agli atti per verificare che quanto dichiarato dal premier fosse vero, ma l’Autorità per la Privacy le ha sempre respinte. E avevano anche chiesto a Conte di mostrare, all’insegna della massima trasparenza, almeno la sua fattura relativa a quell’incarico presso il Garante della Privacy, relativamente al primo grado. Il premier però non ci ha mai mostrato la sua fattura o qualsiasi altra cosa dimostrasse che quanto da lui dichiarato fosse vero, ma oggi siamo in grado di anticiparvi un documento esclusivo, che potete leggere qui. È il 29 gennaio del 2002 quando l’Autorità garante per la protezione dei dati personali invia una lettera di incarico per fare assumere la propria difesa nell’ambito di quella causa, una controversia tra Rai, Garante e Agenzia delle entrate, aperta al Tribunale civile di Roma. La lettera ha un unico numero di protocollo, è inviata a un unico studio legale, presso un unico indirizzo e indovinate a chi è indirizzata? “Al Prof. Guido Alpa e al Prof Avv. Giuseppe Conte, Via Sardegna, 38, Roma”. La lettera di incarico recita così: “Con riferimento alla controversia in oggetto, e a seguito dell’indisponibilità manifestata dall’Avvocatura dello Stato che ha assunto la cura degli interessi della controparte, il garante prega le SS.VV., ai sensi dell’art. 17 del reg. n. 1/2000 del garante e dell’art. 43 del r.d. del 30 ottobre 1993, n.1611, di assumere la difesa di questa Autorità come da procura che verrà sottoscritta dal Presidente”. A questo punto ci chiediamo: perché mandare un’unica lettera ai due professionisti se, come ha sostenuto Giuseppe Conte, si trattava di due incarichi distinti e non c’era un’associazione né di diritto nè di fatto e soprattutto se quell’incarico fu pagato con due fatture separate? E perché Conte non ci ha mai mostrato, come più volte da noi richiesto, la fattura intestata a lui? Questa lettera di incarico, lo ricordiamo ancora una volta, è arrivata a gennaio 2002, cioè sei mesi prima che si concludesse il concorso universitario di Caserta. Stando a questa lettera, inoltre, emerge un’altra cosa che non torna rispetto alle versioni precedenti e non è di poco conto: Giuseppe Conte nel 2002 non avrebbe aperto un nuovo studio con Guido Alpa come indicato sul suo curriculum, e non sarebbe neanche stato in affitto al piano superiore dello stesso stabile a via Cairoli, dove Alpa aveva al piano di sotto un suo studio separato, come sostenuto in una lettera al direttore di Repubblica l’8 ottobre 2018. Al contrario come si evince dal documento mostrato in esclusiva dalle Iene, l’avvocato Conte era domiciliato presso lo studio Alpa in via Sardegna, dove lo stesso Guido Alpa in un’intervista mai smentita racconta che il giovane Conte fosse suo ospite. Antonino Monteleone è andato allora a chiedere spiegazioni al Premier Giuseppe Conte, con in mano la lettera di incarico del Garante della Privacy e con altri documenti esclusivi che smentiscono quanto dichiarato sulla vicenda finora dal presidente Giuseppe Conte. Le fatture riguardo all’assistenza legale fornita al Garante per quella causa di primo grado erano davvero due, distinte e separate, come sempre sostenuto dal Presidente? Questa cosa avrebbe escluso un comune interesse economico tra esaminato ed esaminando. Oppure era una sola, cosa che costituirebbe grave motivo di imbarazzo per il professore Giuseppe Conte? L’avvocato più famoso d’Italia ha confermato quanto dichiarato ormai un anno fa, oppure ha cambiato versione ancora una volta?

Scoprite cosa ha risposto il premier alla Iena nel servizio in onda martedì sera su Italia1, dalle 21.15.

Conte e il concorso universitario: ecco la parcella fumante. Le Iene il 3 dicembre 2019. Nella puntata di questa sera de Le Iene, Antonino Monteleone e Marco Occhipinti ci mostrano altri documenti esclusivi che dimostrerebbero che il Premier Conte avrebbe mentito sui suoi rapporti di lavoro con il Prof. Guido Alpa e che quest’ultimo non avrebbe potuto esaminarlo nel concorso che lo nominò professore di diritto privato a Caserta. Un nuovo documento esclusivo confermerebbe che il premier Conte e il professor Alpa erano legati da interessi economici e professionali e quindi quest'ultimo non sarebbe potuto essere il commissario d'esame al concorso universitario di Caserta del 2002, con il quale Conte è diventato professore ordinario di diritto privato. E' la nuova clamorosa scoperta di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti, che spiegheranno stasera nel corso della puntata de Le Iene, e che vi anticipiamo qui. Pubblichiamo infatti il progetto di parcella per la causa civile nella quale il primo ministro Conte e il professor Alpa difesero il Garante per la privacy. E' su carta intestata a entrambi, con la richiesta di pagamento dell’intera cifra di 26.830,15 euro su un unico conto corrente di una filiale di Genova di Banca Intesa, il tutto firmato da entrambi, Guido Alpa e Giuseppe Conte. È ancora possibile a questo punto sostenere, come ha fatto Giuseppe Conte nell’ultimo anno ai microfoni delle iene, che non vi fossero interessi economici in comune e che non vi fosse incompatibilità del professor Alpa nel giudicare Conte al concorso universitario? Il primo ministro ha mentito sul fatto che ognuno avesse fatturato per conto suo? Il presidente del Consiglio ha sempre negato il rapporto professionale con Guido Alpa, nonostante nel suo curriculum vitae lui stesso avesse scritto così: “Dal 2002 ha aperto con il prof. avv. Guido Alpa un nuovo studio legale dedicandosi al diritto civile, diritto societario e fallimentare”. Si sarebbe trattato di uno studio a Roma, a via Cairoli, dislocato su due piani, in cui il giovane Conte occupava il piano superiore, uno studio che aveva in realtà un unico numero di telefono e una stessa segretaria, pagata da entrambi. Giuseppe Conte in una lettera al quotidiano La Repubblica aveva detto che lui e Alpa erano solo “coinquilini”, uniti da una semplice condivisione della segreteria e del numero telefonico, ma con distinte attività professionali in spazi diversi e con contratti di affitti diversi. Nell’articolo pubblicato ieri vi abbiamo mostrato in esclusiva un altro documento, una lettera di incarico del Garante per la privacy in cui si chiede a Guido Alpa e a Giuseppe Conte di assumere la difesa dell’Ente in una controversia legale con Rai e Agenzia delle entrate, aperta al Tribunale civile di Roma. Giuseppe Conte, per stroncare i dubbi su un'eventuale comunanza di interessi economici tra i due, ha sempre sostenuto che ognuno aveva fatturato per conto suo. Il documento però sembra raccontare un’altra storia: la lettera ha un unico numero di protocollo, è inviata a un unico studio legale, presso un unico indirizzo. E indovinate a chi è indirizzata? “Al Prof. Guido Alpa e al Prof Avv. Giuseppe Conte, Via Sardegna, 38, Roma”. Ci siamo chiesti perché mandare un’unica lettera ai due professionisti se, come ha sostenuto Giuseppe Conte, “si trattava di due incarichi distinti e non c’era un’associazione né di diritto né di fatto e soprattutto se quell’incarico fu pagato con due fatture separate”. Quel documento conferma anche un’altra circostanza su Giuseppe Conte non avrebbero detto la verità. Prima del concorso universitario, da quanto riferito da Alpa, Conte era ospite in via Sardegna e non come aveva detto il premier alle Iene e a Repubblica con un contratto d’affitto separato per il suo studio al piano di sopra di quello di Alpa, in piazza Cairoli, dove si trasferirà alcuni anni dopo. Questa sera, insieme ai nuovi documenti esclusivi, vi mostreremo anche i verbali di udienze di quel processo al tribunale civile di Roma, da cui si evince che Conte partecipò sempre, tranne una sola volta in cui fu sostituito, mentre Guido Alpa non andò mai. È legittimo dunque pensare al “dominus” che manda a udienza il suo “giovane allievo”? Non perdete questa sera, su Italia1 dalle 21.15 a Le Iene, la nuova puntata dell’inchiesta di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti sulla vicenda del concorso universitario più importante della sua vita, per l’avvocato Giuseppe Conte, presidente del Consiglio. Il confronto con la nostra iena è tutto da vedere. Alla fine dell’accesa disputa il Presidente ammetterà l’esistenza per quell’incarico di una sola fattura?

Guardate qui sotto l'ultimo servizio di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti sulla vicenda del concorso universitario di Giuseppe Conte

Conte, le Iene e il progetto di parcella a doppia firma con Alpa. Pubblicato martedì, 03 dicembre 2019 da Corriere.it. «Questa è la “parcella fumante”. La prova che il premier Giuseppe Conte ha mentito». Le Iene rilanciano l’accusa al presidente del Consiglio di non aver detto la verità sulla sua collaborazione professionale ed economica con l’avvocato Guido Alpa, lo stesso che lo giudicò nel concorso universitario di Caserta del 2002 per la cattedra di diritto privato. E a riprova mostrano un documento «su carta intestata a entrambi, con la richiesta di pagamento dell’intera cifra di 26.830,15 euro su un unico conto corrente di una filiale di Genova di Banca Intesa, firmato da entrambi, Guido Alpa e Giuseppe Conte». Palazzo Chigi in una nota precisa: «Si tratta di un progetto di parcella ma non una fattura unica». La puntata delle Iene di martedì 3 dicembre, Antonino Monteleone e Marco Occhipinti», parte dall’interrogativo scottante: «È ancora possibile sostenere, come ha fatto Giuseppe Conte nell’ultimo anno, che non vi fossero interessi economici in comune e che non vi fosse incompatibilità del professor Alpa nel giudicare Conte al concorso universitario?». Un interrogativo che viene più volte chiesto di fugare allo stesso presidente del Consiglio, a margine di una visita a Vallo della Lucania. «Non c’è mai stata una fattura unica» ripete Conte. Nel documento cointestato però, rimarcano le Iene, «c’è un riepilogo del compenso dovuto per un unico importo complessivo di 26.830,15 da saldare su un solo conto corrente a me intestato, documento, e seguono le coordinate bancarie di una filiale di Banca intesa di Genova».

Parcella fumante, le Iene inchiodano Conte: "Difesa di Palazzo Chigi aggrava la sua posizione". Giuseppe Conte si trova nei guai fino al collo. Le Iene lo hanno smascherato e ora è difficile mentire. Serena Pizzi, Mercoledì 04/12/2019, su Il Giornale. La puntata di ieri sera de Le Iene ha messo in luce una parte del passato oscuro del premier Giuseppe Conte. La parcella "fumante" - così ormai la chiamano tutti - ha creato non poche difficoltà all'ex avvocato del popolo. Quella fattura che non c'è, quella carta intestata (doppia), quei possibili favoritismi all'esame, tutto crea qualche dubbio intorno alla figura del "candido" premier. E se da una parte Conte si giustifica e cerca di avere la risposta a tutto, dall'altra la iena lo inchioda. Antonino Monteleone ha messo in difficoltà il premier. Gli ha portato i documenti (che lui pensava che mai sarebbero venuti fuori) e gli ha mostrato che qualcosa non torna. Intervistato dall'Adnkrons, il giornalista ha dato la sua versione dei fatti. "Una storia italiana, molto italiana, sia nell'evoluzione che nell'epilogo - dice -. La difesa di Palazzo Chigi, secondo me, aggrava la posizione del presidente del Consiglio, che replica dicendo che sostanzialmente ha lavorato gratis per la persona che lo ha giudicato al concorso per la cattedra di professore ordinario". La iena è consapevole che questa "non sia la questione del secolo", ma ha la sua importanza: stiamo dicendo che "Conte ha consentito al professor Alpa di fatturare anche il suo lavoro, perché ricordiamo che Alpa in Tribunale al primo grado non ha mai messo piede, andava sempre l'avvocato Conte". Perché Conte va a lavorare in udienza e poi dice che fattura tutto Alpa? Perché mette la sua firma in calce ad un progetto di parcella comune?, si chiede la Iena, secondo cui "se due avvocati sono distinti e separati non hanno la carta intestata in comune". Monteloene si fa parecchie domande, vuole capire. In questa storia, qualcosa che non va c'è. È evidente. "Mi chiedo - continua all'Adnkrons - il fatto che non si sia fatto pagare da uno dei commissari che lo ha giudicato al concorso, vi sembra una bazzecola? Secondo me no". E in effetti non è proprio una cosa da niente. Anzi. La iena, quindi, nel ricostruire il tutto mette in evidenzia le varie contraddizioni, le diverse versioni dei fatti (prima le due fatture, poi il giornalista trova i documenti e Conte, invece, dice di non averli trovati) e come il premier abbia cercato di galleggiare senza sprofondare. "La realtà è che Conte cambia versione tre volte nel giro di poco più di un anno, che le fatture divise che aveva annunciato non esistono, perché ha fatturato Alpa, e che quindi il presidente Conte ha lavorato gratis per uno dei commissari del concorso per la cattedra di professore ordinario - conclude -. Il presidente Conte ha poi pubblicato l'intervista integrale su Facebook, ma qualche secondo lo ha tagliato. Noi eccetto qualche taglio necessario per così dire per la “punteggiatura”, abbiamo mandato le interviste integrali". Diciamo che questo non è proprio un bel momento per il premier. Si trova inguaiato fino al collo. Ci mancava questa fattura, il concorso e l'amico. E ora c'è pure il Mes.

C.Gu. per “il Messaggero” il 5 dicembre 2019. Un «progetto di parcella» redatto «su carta intestata a entrambi, con la richiesta di pagamento dell'intera cifra di 26.830,15 euro su un unico conto corrente di una filiale di Genova di Banca Intesa, il tutto firmato da entrambi, Guido Alpa e Giuseppe Conte». È questo il documento, mostrato ieri nel servizio delle Iene Antonino Monteleone e Marco Occhipinti, che incastrerebbe il premier: secondo i giornalisti conferma che Conte e il professor Alpa erano già legati da interessi economici e professionali e quindi quest'ultimo non poteva svolgere il ruolo di commissario d'esame al concorso universitario di Caserta del 2002, con il quale Conte è diventato professore ordinario di diritto privato. «Assolutamente scorretto», la replica di palazzo Chigi, che confuta punto punto il servizio tv. La firma congiunta apposta sull'atto riguarda la causa civile nella quale Conte e Alpa hanno difeso il garante per la privacy. «È ancora possibile a questo punto sostenere, come ha fatto il premier nell'ultimo anno, che non vi fossero interessi economici in comune e che non vi fosse incompatibilità del professor Alpa nel giudicare Conte al concorso universitario? Il primo ministro ha mentito sul fatto che ognuno avesse fatturato per conto suo?», si domandano le Iene.  Quel documento, affermano i giornalisti, conferma anche un'altra circostanza sulla quale il presidente del Consiglio non avrebbero detto la verità. Prima del concorso universitario, ha riferito Alpa, Conte era ospite in via Sardegna e non, come ha sostenuto il premier, con un contratto d'affitto separato per il suo studio al piano di sopra di quello di Alpa, in piazza Cairoli, dove si trasferirà alcuni anni dopo. Non solo. Rileggendo i verbali delle udienze di quel processo al tribunale civile di Roma, si evincerebbe che Conte sia stato sempre presente in aula, tranne una volta in cui fu sostituito, mentre Alpa non andò mai. «È legittimo dunque pensare al dominus che manda a udienza il suo giovane allievo?», si chiedono i giornalisti. «È un progetto di parcella ma non una fattura unica», è, nella sostanza, la replica di Conte. «Questo non preclude che poi ciascun professionista emetta la propria fattura. All'epoca del concorso e anche successivamente non c'è mai stata associazione professionale, formale o anche solo sostanziale, tra il professor Alpa e l'allora avvocato Conte».

(Adnkronos il 5 dicembre 2019) - E' diventato il caso del giorno. Alcuni quotidiani hanno data la notizia della parcella del premier come prima notizia, altri hanno fatto approfondimenti. Come sempre la pubblica opinione si è divisa, e sui social c'è chi si fa notare come Conte alla fine dell'intervista trasmessa dalle Iene ieri sera se la sia cavata bene e chi invece sottolinea come la bugia sia venuta a galla. Conte, già ieri sera, aveva messo su Facebook l'integrale del servizio delle Iene, come a dimostrare di non temere nulla. La iena Monteleone, ovviamente, ha un'idea ben chiara di come sono andare le cose. "Una storia italiana, molto italiana, sia nell'evoluzione che nell'epilogo. La difesa di Palazzo Chigi, secondo me, aggrava la posizione del presidente del Consiglio, che replica dicendo che sostanzialmente ha lavorato gratis per la persona che lo ha giudicato al concorso per la cattedra di professore ordinario". Così all'Adnkronos la 'Iena' Monteleone, ritorna sul caso sollevato dall'inchiesta della trasmissione di Italia Uno all'indomani della messa in onda e della replica di palazzo Chigi. "Capisco che non è la questione del secolo - aggiunge la Iena -, però qui si sta dicendo che Conte ha consentito al professor ALPA di fatturare anche il suo lavoro, perché ricordiamo che ALPA in Tribunale al primo grado non ha mai messo piede, andava sempre l'avvocato Conte". "Perché Conte va a lavorare in udienza e poi dice che fattura tutto ALPA? Perché mette la sua firma in calce ad un progetto di parcella comune?", si chiede la Iena, secondo cui "se due avvocati sono distinti e separati non hanno la carta intestata in comune". "Sto aspettando qualche avvocato che mi smentisca in tal senso, visto che il professore-avvocato Conte mi ha rimproverato di essere ignorante in tema giuridico e di dinamiche di assistenza legale", dice ancora Monteleone, sottolineando che a suo avviso "ogni avvocato per dovere deontologico si fa pagare il suo lavoro, non esiste il patrocinio pro bono, esiste il patrocinio dello Stato per chi non se lo può permettere. Poì mi chiedo: il fatto che non si sia fatto pagare da uno dei commissari che lo ha giudicato al concorso, vi sembra una bazzecola? Secondo me no". Quanto all'altro argomento usato dal premier, che ha spiegato di aver vinto il concorso di Caserta con l'unanimità della Commissione, "questo non vuol dire nulla - dice ancora Monteleone - perché basta che anche un solo commissario sia incompatibile per rendere l'intera procedura irregolare". Dunque, è un "argomento un po' deboluccio". "La verità è che per un anno ci hanno detto che ognuno aveva fatturato per conto suo. Poi, dopo che abbiamo trovato i documenti, Conte ha detto effettivamente di non aver trovato la fattura", sottolinea la Iena, ricordando che "a gennaio 2019 abbiamo chiesto al presidente di mostrare la sua fattura" e che "il garante della privacy prima e il Tar dopo ci hanno detto no", con "una sentenza, tra l'altro, quest'ultimo, che ha demolito la legge sull'accesso civico agli atti della pubblica amministrazione, stabilendo criteri che renderanno impossibile per i giornalisti avvantaggiarsi della normativa". "La realtà è che Conte cambia versione tre volte nel giro di poco più di un anno, che le fatture divise che aveva annunciato non esistono, perché ha fatturato Alpa, e che quindi il presidente Conte ha lavorato gratis per uno dei commissari del concorso per la cattedra di professore ordinario", evidenzia ancora Monteleone, che conclude: "Il presidente Conte ha poi pubblicato l'intervista integrale su facebook, ma qualche secondo lo ha tagliato. Noi eccetto qualche taglio necessario per così dire per la "punteggiatura", abbiamo mandato le interviste integrali".

La parcella "equivoca" tra il premier Conte e l'avvocato Alpa. Il Corriere del Giorno il 4 Dicembre 2019. Le Iene mostrano un nuovo documento: “Avevano interessi comuni”. Palazzo Chigi ancora una volta nega: “Non è una fattura comune ma solo un progetto”. “Un nuovo documento esclusivo confermerebbe che il premier Conte e il professor Alpa erano legati da interessi economici e professionali e quindi quest’ultimo non sarebbe potuto essere il commissario d’esame al concorso universitario di Caserta del 2002, con il quale Conte è diventato professore ordinario di diritto privato”. E’ quanto è stato pubblicato ieri dal sito de Le Iene, che anticipava “la nuova clamorosa scoperta di Le Iene che è stata svelata nel corso della puntata di ieri sera. Il programma “Le Iene” (Italia 1) ha esibito una parcella “su carta intestata a entrambi, con la richiesta di pagamento dell’intera cifra di 26.830,15 euro su un unico conto corrente di una filiale di Genova di Banca Intesa, il tutto firmato da entrambi, Guido Alpa e Giuseppe Conte“. “È ancora possibile a questo punto sostenere, come ha fatto Giuseppe Conte nell’ultimo anno ai microfoni delle Iene, che non vi fossero interessi economici in comune e che non vi fosse incompatibilità del professor Alpa nel giudicare Conte al concorso universitario? Il primo ministro ha mentito sul fatto che ognuno avesse fatturato per conto suo?“, si domandano Le Iene. Palazzo Chigi respinge questa accusa, rispondendo che “si tratta di un progetto di parcella ma non una fattura unica“. Le Iene ricordano inoltre che “il presidente del Consiglio ha sempre negato il rapporto professionale con Guido Alpa, nonostante nel suo curriculum vitae lui stesso avesse scritto così: «Dal 2002 ha aperto con il prof. avv. Guido Alpa un nuovo studio legale dedicandosi al diritto civile, diritto societario e fallimentare“. Per essere precisi, si sarebbe trattato di uno studio ubicato  a Roma, in via Cairoli, dislocato su due piani, dei quali il giovane Conte occupava il piano superiore, in uno studio legale che in realtà aveva un unico numero di telefono e la stessa segretaria che veniva retribuita da entrambi. Il premier Conte aveva invece sempre sostenuto che non c’è mai stata un’associazione professionale, formale o anche solo sostanziale, tra il prof. Alpa e l’allora avv. Conte sia all’epoca del concorso che successivamente , e smentisce che ci sia mai stato un conto corrente unico utilizzato da entrambi. All’epoca del concorso (2002) il prof. Alpa aveva uno studio professionale associato con un avvocato genovese e comunque non avrebbe potuto avete due differenti studi associati. A conferma di quanto sostenuto – secondo l’ufficio stampa di Palazzo Chigi – non è mai esistita una partita iva comune o anche solo un conto corrente cointestato o comunque utilizzato per proventi in comune. Secondo i portavoce  di Conte è quindi scorretto affermare che ci sia o ci possa essere una fattura in comune tra Guido Alpa e Giuseppe Conte sostenendo che “Il documento mostrato dalle Iene non vale a dimostrare il contrario ed è una chiara sciocchezza che esso smentisca la ricostruzione sin qui fornita dal Presidente Conte”. Il premier Conte ribadisce: “Non abbiamo mai fatto una fattura insieme, cioè avevamo conti separati. Guardi io ho controllato, questo chiariamolo, allora io ho controllato per il primo grado, in realtà la mia fattura non l’ho trovata, invece ho trovato la fattura del secondo grado e del terzo grado della Cassazione”. A Monteleone ha detto: “Lei non sa nulla di diritto, si fidi e le hanno spiegato male come funzionano i processi… È normale che se ci sono 10 avvocati al collegio difensivo non vanno tutti e 10. Basta che vada uno a coprire l’udienza, in rappresentanza di tutti”. Secondo la versione di Conte è quindi normale che due professionisti, autonomi ma coinquilini, e quindi dotati di una segreteria comune, abbiano emesso un unico progetto di parcella, a firma congiunta, con riferimento alla causa per la quale facevano parte del medesimo collegio difensivo. Questo non preclude in alcun modo che, sulla base di quel singolo, complessivo progetto di parcella, poi ciascun professionista emetta autonomamente e distintamente la propria fattura, per ottenere il pagamento dei propri compensi. Alla fine in circa mezz’ora di intervista il premier ha cambiato più volte la sua versione: “si è passati da non esiste una fattura unica”, al “io la mia fattura per il primo grado non l’ho trovata“, all’ultima versione “sì effettivamente per quel lavoro fatturò solo Alpa“. E se fatturò solo Alpa, con Conte che partecipò a quasi tutte le udienze, mentre Alpa mai! Ne è la riprova la circostanza che la fattura emessa da Guido Alpa in relazione al processo di primo grado nella causa Garante Privacy/Rai è la fattura del solo Guido Alpa. I relativi compensi sono stati erogati sul conto corrente personale di quest’ultimo, e non su un conto corrente comune relativo a una presunta società di professionisti. La decisione di Conte di non farsi pagare è dettata dal fatto che, nel primo grado di giudizio, il suo apporto all’istruzione e alla conduzione della causa era stato marginale rispetto a quello del professor Alpa. Del resto, come riconoscono correttamente anche gli inviati delle Iene, vi sono stati altri incarichi che il professor Conte ha svolto per il Garante, anche senza il coinvolgimento professionale di Alpa, decidendo poi di non farsi pagare. Ma le Iene insistono nel sostenere che “il premier Conte e il professor Alpa erano legati da interessi economici e professionali e quindi quest’ultimo non sarebbe potuto essere il commissario d’esame al concorso universitario di Caserta del 2002, con il quale Conte diventò professore ordinario di diritto privato“. Il documento in realtà sembra raccontare una storia differente: la lettera inviata allo studio ha un unico numero di protocollo, è inviata a un unico studio legale, presso un unico indirizzo. E soprattutto è indirizzata “al Prof. Guido Alpa e al Prof Avv. Giuseppe Conte, Via Sardegna, 38, Roma”. Ci siamo chiesti, dicono Le Iene,  perché mandare un’unica lettera ai due professionisti se, come ha sostenuto il premier  Giuseppe Conte, “si trattava di due incarichi distinti e non c’era un’associazione né di diritto né di fatto e soprattutto se quell’incarico fu pagato con due fatture separate“. “Se la collaborazione era in corso, il premier Conte non sarebbe potuto essere valutato dal professor Guido Alpa. Ma se il rapporto di lavoro era stato interrotto almeno due anni prima il problema non si pone” è l’opinione di Umberto Fantigrossi, presidente uscente degli avvocati amministrativisti, il quale per chiarire la problematica sollevata dal programma tv Le Iene ha spiegato che “non esistono regole precise, ci muoviamo nell’ambito dei principi poiché per orientarci in questo campo dell’incompatibilità si applicano alle commissioni di concorso, per via analogica, le norme che valgono per i giudici in base al codice di procedura civile”. Quindi secondo il professor Fantigrossi “l’incompatibilità tra esaminando ed esaminatore, tra allievo e maestro, sussiste qualora la collaborazione sia in atto, ma se invece è passata il vantaggio cessa di esistere“. Per l’avvocato Fantigrossi “è tutta una questione di tempi, se tra la collaborazione e il concorso è trascorso un tempo congruo, il problema non esiste”.

Maurizio Belpietro per ''la Verità'' il 03 dicembre 2019. Le Iene azzannano in tv l' avvocato del popolo, che adesso deve difendere sé stesso. La notizia è arrivata alla fine di una giornata in cui era stato Giuseppe Conte ad azzannare. In Parlamento, dove era andato a rispondere sul caso del Fondo salva Stati, il presidente del Consiglio aveva accusato Matteo Salvini di spregiudicatezza e scarsa cultura delle regole, perché il capo della Lega si era azzardato a «insinuare» un tradimento del governo sul Mes, il meccanismo economico di stabilità. Ma prima ancora che arrivasse la replica dell' ex ministro dell' Interno alle bordate, è arrivata una nota della trasmissione tv in onda su Italia 1. Il comunicato della rete Mediaset annunciava che Le Iene avrebbero messo in onda un servizio con documenti inediti sulla carriera del professor Giuseppe Conte. In pratica, una lettera d' incarico dell' Autorità garante della privacy risalente al 2002, un testo che rappresenterebbe la prova del conflitto d' interessi del capo del governo quando salì in cattedra. La storia in parte era già stata raccontata quando Conte fece il suo ingresso a Palazzo Chigi. All' epoca Repubblica tirò fuori la notizia che il premier era stato promosso docente ordinario da una commissione di cui faceva parte Guido Alpa, docente che con Conte divideva lo studio di Roma. Il neo premier replicò sostenendo di non essere mai stato socio del professore e di non aver mai fatto parte del suo studio. Una difesa un po' fragile, ma supportata del formalismo dell' assenza di cointeressi professionali, ossia dalla mancanza di parcelle in comune per attività forensi svolte dai due. A consolidare la tesi giunse poi un parere dell' Anac, l' autorità anticorruzione, che certificò il mancato intreccio professionale fra i due avvocati. Dunque, anche se avevano una stanza nel medesimo edificio, a pochi passi l' uno dall' altro, Alpa e Conte non erano soci e il primo non aveva giudicato l'altro in una situazione di oggettivo conflitto d' interessi. Fine? No, perché adesso Le Iene hanno trovato la lettera d' incarico della causa già oggetto di dubbi. Il documento risale agli inizi del 2002, cioè sei mesi prima del concorso che consentì a Conte di diventare professore ordinario all' età di 38 anni. Nel testo ritrovato dal programma Mediaset il Garante della privacy chiede ad Alpa e al futuro presidente del Consiglio di patrocinare una causa a difesa dell' Authority. Per le Iene sarebbe la prova che i due avvocati avevano in qualche modo interessi comuni e dunque il più anziano e noto, cioè il professor Alpa, mesi dopo avrebbe giudicato il più giovane, promuovendolo. L' inviato di Italia 1 ha gioco facile nel puntare il dito, perché nonostante sia stato sollecitato a farlo, finora il presidente del Consiglio non ha mostrato la prova che taglierebbe la testa al toro, ovvero la fattura per le prestazioni professionali prestate al Garante. Se fosse intestata solo a lui e non anche al professor Guido Alpa si dimostrerebbe la separazione fra i due, ma senza non si può mostrare nulla, se non i dubbi verso una situazione di fatto che certo appare piuttosto anomala. Sappiamo come vanno - e soprattutto come andavano - certe cose nelle università italiane, dove la scelta dei prof da premiare non sempre risponde al criterio dell' oggettività. Perciò, nel caso del presidente del Consiglio, appare un po' curioso che nella commissione che lo giudicò idoneo a ricoprire l' incarico di professore ordinario ci fosse Guido Alpa, cioè un coinquilino di studio, anche se un po' più grande e più famoso. Inquilino che poi, dopo l' elevazione di Conte al soglio di Palazzo Chigi, lo gratificherà di un' intervista in cui lo definisce un suo allievo. Solo che gli allievi di regola poi non vengono messi in cattedra dai maestri. Al momento non è nota la reazione di Conte, anche se sull' argomento il premier ritiene di aver già detto tutto, giudicando chiuso il caso. La lettera però oggettivamente lo riapre, perché anche se le formalità sono rispettate e non si può sostenere l' esistenza di un' associazione professionale che impedisse la presenza di Alpa in quella commissione, l' inopportunità resta. I due si conoscevano, dividevano lo stesso ufficio e, anche se ciascuno operava per conto proprio, sei mesi prima di quel concorso furono entrambi incaricati dallo stesso cliente e per di più con la stessa lettera. L' avvocato dirà che la legge è rispettata e le insinuazioni provvederà a perseguirle quando non sarà più a capo del governo. Ma a chi lamenta spregiudicatezza e scarsa cultura delle regole agli altri, è richiesto un supplemento di cautela, perché la forma sarà anche rispettata, ma la sostanza rimane. Le stanze quelle sono. Così come i dubbi.

Alessandro Rico per ''La Verità'' il 03 dicembre 2019. Dopo la clamorosa smentita della tesi di Giuseppe Conte, che s' era detto non al corrente di essere un papabile premier quando firmò il parere per Fiber 4.0 (la sera prima di consegnarlo era a un vertice con Matteo Salvini e Luigi Di Maio), si prospetta un' altra grana per la reputazione del presidente del Consiglio. Stavolta, non nelle sue vesti di avvocato del popolo, ma di avvocato privato, per clienti di prestigio, come l' Autorità garante per la protezione dei dati personali. La vicenda rischia di proiettare ombre inquietanti sul rapporto di Conte con il suo mentore Guido Alpa e sulla legittimità del concorso da professore ordinario, che il premier vinse nel 2002 e nella cui commissione figurava proprio il giurista piemontese. La storia la racconteranno Antonino Monteleone e Marco Occhipinti questa sera, alle Iene, su Italia 1, alle ore 21.15. E ovviamente andranno a raccogliere anche la versione di Conte. I due già l'anno scorso avevano messo sotto la lente d' ingrandimento la relazione professionale del presidente del Consiglio con il professore, titolare di una cattedra di diritto civile alla Sapienza. Le iene avevano indagato sullo studio legale che lo stesso Giuseppi, nel proprio curriculum, dichiarava di aver aperto con Alpa a Roma, in via Cairoli, zona Esquilino. Secondo le spiegazioni fornite dal premier in una lettera a Repubblica dell' 8 ottobre 2018, si trattava in realtà di un appartamento in cui gli inquilini condividevano solamente numero di telefono e segretaria, pagando però due affitti diversi e soprattutto fatturando ciascuno per conto proprio. Alpa era al piano di sotto, Conte al piano di sopra, ma i professionisti lavoravano separatamente. Sullo sfondo, c' era il concorso del 2002 da professore ordinario per l' università casertana Luigi Vanvitelli, con cui Conte ottenne l' abilitazione e nella cui commissione sedeva anche Alpa. Chiaramente, se fosse provato che i due avvocati erano effettivamente associati, ne deriverebbe che quel concorso era viziato. Le Iene ritengono di aver raccolto un nuovo indizio che farebbe sospettare che il premier abbia mentito sulla vicenda. Il 29 gennaio del 2002, ovvero sei mesi prima che si concludesse il concorso a Caserta, l'Autorità garante per la protezione dei dati personali invia una lettera d' incarico per la propria difesa nell'ambito di una controversia con la Rai e l' Agenzia delle entrate, aperta al tribunale civile di Roma. La missiva, rilevano Monteleone e Occhipinti, «ha un unico numero di protocollo, è inviata a un unico studio legale, presso un unico indirizzo»: via Sardegna 38, Roma. Destinatari, proprio Guido Alpa e Giuseppe Conte. Ma allora, se i due avvocati lavoravano e fatturavano indipendentemente, che senso aveva spedire un' unica lettera a entrambi? E soprattutto, perché nel suo curriculum Giuseppi alludeva a uno studio in via Cairoli, se questa lettera d' incarico mostrerebbe che Conte era domiciliato presso lo studio Alpa in via Sardegna, a due passi da via Veneto, a mezz' ora di camminata dall' Esquilino? D'altra parte, la redazione delle Iene ricorda di aver presentato due richieste di accesso agli atti per verificare che le dichiarazioni del presidente del Consiglio fossero vere. L' Autorità, però, le ha respinte entrambe. E Conte non ha mai mostrato la fattura di questa prestazione legale: se fosse intestata solo a lui, il premier fugherebbe ogni dubbio su un eventuale rapporto professionale con Alpa e, conseguentemente, sulla sua carriera accademica. L' avvocato del popolo si avvarrà ancora della facoltà di non rispondere al popolo?

TRAVAGLIO IN DIFESA DI CONTE. Estratto dall'articolo di Marco Travaglio per ''il Fatto Quotidiano'' il 5 dicembre 2019. (…) L' altroieri è fallito miseramente l' ennesimo tentativo delle Iene di sbugiardare il premier Conte sui suoi rapporti con lo studio Alpa nel 2002, ai tempi della sua promozione, decisa da una commissione presieduta da Alpa, a professore di Diritto privato: la fattura che doveva smentirlo non era una fattura, ma un progetto di parcella; riguardava Alpa e non Conte, che in quella causa sostituì Alpa in alcune udienze senza farsi pagare; e non può inficiare il concorso del 2002 per conflitti d' interessi perché risale al 2009, sette anni dopo il concorso, in cui peraltro Conte fu promosso da 5 commissari su 5. Ieri naturalmente il Giornale e La Verità hanno rilanciato la bufala ("La bugia di Conte", "La parcella che inchioda Conte"). E tal Renzi ha dichiarato al Messaggero: "Se quello che viene contestato a Conte fosse stato contestato a me, i 5Stelle chiederebbero le dimissioni e scatenerebbero i social contro di me. Non so cosa sia successo tra Conte e Alpa. Penso che sarà Conte il primo ad aver interesse a chiarire". A parte che Conte l'ha fatto per l' ennesima volta con un' intervista alle Iene, è curioso che Renzi dica di "non sapere quel che è successo tra Conte e Alpa": se non lo sa, come può fare paragoni con quello che viene contestato a lui? E quando mai ha chiarito quel che viene contestato a lui, infinitamente più grave di quel che veniva contestato a Conte, visto che Conte, Alpa e nessun loro amico o parente sono indagati, mentre Renzi ha padre e madre condannati in primo grado e tutti i fedelissimi indagati e/o imputati (Lotti, Carrai, Bianchi, Bonifazi, i coniugi leopoldi Donnini-Mammoliti, Vannoni, Del Sette, Saltalamacchia, ecc.). (…)

Dagospia il 5 dicembre 2019. La replica di Antonino Monteleone, autore con Marco Occhipinti del servizio delle ''Iene'' sul rapporto tra Conte e Alpa: «La fattura che doveva smentirlo non era una fattura, ma un progetto di parcella; riguardava Alpa e non Conte, che in quella causa sostituì Alpa in alcune udienze senza farsi pagare; e non può inficiare il concorso del 2002 per conflitti d'interessi perché

risale al 2009, sette anni dopo...». Non è un messaggio del portavoce del Presidente del Consiglio, ma l'editoriale apparso su un quotidiano italiano. C'è molta confusione. Mettiamo alcuni punti in chiaro.

1) Nessuna coppia di professionisti che svolge incarichi "distinti" e "separati" firma progetti di parcella su carta co-intestata e doppia firma.

2) Riguardava solo Alpa? Urge visita dall'optometrista. Perché qui qualcuno ha scritto senza vedere né l'intestazione né le firme in calce al documento.

3) Conte si presenta a TUTTE le udienze tranne una. Alpa non si presenta MAI.

4) Esaminatore (ALPA) ed esaminato (CONTE) avevano "interessi economici e professionali" comuni prima dell'avvio delle procedure per il concorso da professore ordinario, durante e successivamente. Per restringere il campo: la causa di primo grado del Garante Privacy contro la RAI si incardina in tempi che quasi si sovrappongono col concorso. Scrivere il progetto di parcella insieme sette anni dopo annullerebbe questa incontrovertibile circostanza di fatto?

Solo alla luce di queste circostanze si comprende perché Conte a ottobre 2018 e a gennaio 2019 fosse spinto dalla necessità di sottolineare che "ognuno ha fatturato per conto suo". Ma si è rivelata un'affermazione F-A-L-S-A. Ne volete un'altra? Secondo il sito casertace.net Guido Alpa, nella sua sterminata carriera e nelle innumerevoli commissioni di concorso delle quali ha fatto parte, SOLO una volta sarebbe stato all'Università di Caserta. Al concorso da ordinario di Giuseppe CONTE. Uno dice... coincidenze.

Le Iene e il premier Conte. Una sola cosa era importante e l’abbiamo appurata noi: Guido Alpa commissario a S.MARIA C.V. solo una volta nella vita. Casertace.net il 3 Dicembre 2019. Stasera, tra pochi minuti Le Iene daranno del bugiardo al presidente del consiglio Giuseppe Conte. Mai puntata del popolare programma di Italia 1 era stata tanto annunciata, dettagliata, spiegata prima di andare in onda. Onestamente, in questa circostanza studiamo il problema del nostro mestiere, della lunga militanza in un territorio in cui la legalità reale è inesistente. Dunque, il disincanto si impadronisce dei nostri pensieri e ci fa accogliere queste cose con una scrollata di spalle. Non è che occorresse un supplemento di indagine per capire che Conte, con il professorone Guido Alpa avesse raccontato balle. Pensate un pò che quando uscì per la prima volta la notizia, il professorone, per anni e anni potentissimo presidente della Cassa forense nazionale, cioè del tesoro dell’Ordine degli avvocati, Conte disse che lui e Alpa non avevano mai collaborato professionalmente e che avevano due studi distinti, uno in un piano di uno stabile romano, l’altro nello stesso stabile ma al piano superiore. Ovviamente non ci ha creduto nessuno. Men che meno noi. Si sa che gli italiani sono molto indulgenti rispetto a queste cose, e la notizia pubblicata all’epoca da Repubblica perchè Conte era il premier della coalizione 5 Stelle-Lega, oggi viene rilanciata dalla rete di Berlusconi e dai giornali dell’area di centrodestra. In paesi come gli Stati Uniti e la Germania, non sarebbe stata necessaria la dimostrazione formale, palmare della bugia. Già quella storia del primo piano e del secondo piano sarebbe stata sufficiente per certificare l’inopportunità grave di un comportamento che aveva portato il professore Alpa ad essere il decisivo componente della commissione che a Santa Maria Capua Vetere aveva sancito l’idoneità di Giuseppe Conte, tradottasi poi in una chiamata per la cattedra di diritto privato all’università di Firenze. E invece stasera Le Iene mostreranno che esiste una sola fattura relativa all’incarico che Alpa e Conte hanno svolto quali avvocati del garante nazionale della privacy e quella sarà la prova provata che i due erano soci di fatto professionali. L’unica cosa che Le Iene avrebbero dovuto fare, con i mezzi che hanno sarebbe stato un gioco da ragazzi acquisire questa informazione, sarebbe stata quella di verificare se quella seduta di esame del 2002, quella commissione eletta con i voti di tutti i professori ordinari italiani di quella specifica materia, sia stata una tantum del professore Alpa. Al tempo preside della facoltà di Giurisprudenza, di quella che si chiamava Sun, cioè seconda università di Napoli, c’era il professore Franciosi. Ebbene, la verifica l’abbiamo fatta noi. Guido Alpa è stato commissario del concorso per professore ordinario di diritto privato alla facoltà di Giurisprudenza di Santa Maria Capua Vetere, una ed una sola volta, cioè quando al concorso partecipò Giuseppe Conte. Che altro dobbiamo dire? Un’altra cosa. Quando Guido Alpa ha lasciato la sua cattedra di ordinario di diritto privato a La Sapienza di Roma, è stato attivato il concorso. Ricordate quando un anno e mezzo fa tutti i telegiornali parlarono dell’impegno che Conte avrebbe dovuto affrontare partecipando ad un concorso? Si trattava esattamente di quello de La Sapienza. Va bè, ma in Italia non succederà niente, perchè funziona così. Se sei frescone, furbino, bugiardino, fai il premier.

 Dagospia il 4 dicembre 2019. DA “Un Giorno da Pecora - Radio1”. Se il rapporto con Giuseppe Conte inficia il fatto che il professor Alpa fosse un commissario del suo esame per la cattedra di Caserta? “Se si parla di opportunità, probabilmente il professor Alpa avrebbe potuto non farne parte, per un estremo scrupolo. Se Alpa ne faceva parte si vede che era assolutamente tranquillo. I problemi della politica comunque mi pare siano altri, questo è un tema secondario”. A parlare, ospite di Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1 è Andrea Mascherin, Presidente del consiglio Nazionale Forense, che oggi è stato ospite della trasmissione condotta da Geppi Cucciari e Giorgio Lauro.

 Conte, duro botta e risposta con Monteleone: "Al limite dovrebbe dire 'lei è un frescone'". Le Iene 6 dicembre 2019. Nel corso di una conferenza stampa a palazzo Chigi il presidente del Consiglio ha attaccato Antonino Monteleone: “Lei dice menzogne, non ho lavorato gratis per Alpa”. Poi lo difende per i vergognosi attacchi subiti sui social. Con Marco Occhipinti la Iena torna sul concorso del 2002 che ha nominato Conte professore ordinario, mostrando nuovi documenti esclusivi. “Perché dice che ho lavorato gratis per Alpa? Al limite dovrebbe dire: ‘lei è un frescone, ha lavorato gratis per il Garante’. Questa è diffamazione”. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha apostrofato così Antonino Monteleone durante una conferenza stampa a palazzo Chigi insieme al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Il premier è tornato sul caso del concorso universitario che nel 2002 ha nominato Conte professore ordinario di diritto privato ancor prima che la Iena facesse la sua domanda. Domenica 8 dicembre durante la puntata de Le Iene vi mostreremo le nuove scoperte che abbiamo fatto sul caso del concorso universitario del premier. Antonino Monteleone e Marco Occhipinti ci hanno mostrato nuovi documenti esclusivi. Ve ne abbiamo parlato in questo articolo anticipandovi il primo di una serie, che sembrano testimoniare che Giuseppe Conte avrebbe mentito sui suoi rapporti professionali con Guido Alpa, e che dunque quest’ultimo fosse incompatibile per legge nel suo ruolo di esaminatore al concorso. “Lei sta studiando questo caso da molto tempo”, ha detto il premier a Monteleone durante la conferenza stampa. “Ha acquisito tutte le carte possibili e immaginabili, le ho risposto più volte nelle interviste. L’ultima volta per mezz’ora (come potete vedere cliccando qui)”. Poi arriva l’attacco alla Iena: “C’è rimasto male, perché ho visto che ha fatto dei post su Facebook in cui scrive delle cose offensive”. “Impossibile, cose offensive è impossibile”, replica Monteleone. “Io le dico, ma come può scrivere "il presidente Conte ha lavorato gratis per uno dei commissari del suo concorso"?”, ribatte il premier. “Sono venuto a farle una domanda su questo tema presidente”, gli risponde Monteleone. Qui però non c’è spazio per la domanda della Iena, e il presidente del Consiglio dice: “Diciamolo ai cittadini perché credo che ormai tutti sappiano di questo caso”, ha detto Conte. “Se lei si è procurato la lettera di conferimento dell’incarico e ha visto che l’incarico è stato conferito ad Alpa e a Conte… abbiamo sviscerato che un collegio difensivo può essere composto anche da venti avvocati nel civile. Lei ha constatato che eravamo io e Alpa: perché lei dice che io ho lavorato gratis per Alpa? Se l’incarico mi è stato conferito dal Garante, e io non mi faccio pagare come in questo caso perché ritengo di aver svolto attività difensiva non di rilievo, evidentemente non me la sono sentita di fatturare essendo il Garante un ente pubblico. Lei stesso si è fatto dire dal Garante che anche qualche altra volta, dove sono io solo nel collegio difensivo, non mi sono fatto pagare. Anche in famiglia sono sempre stato tacciato di essere poco venale. Anche con altri clienti è capitato di aver lasciato lì qualche fattura e non essermi fatto pagare. Perché dice che ho lavorato gratis per Alpa? Al limite dovrebbe dire: “lei è un frescone, ha lavorato gratis per il Garante”. Questa è diffamazione. Non dovete approfittarvi del fatto che da quando sono presidente del Consiglio ho detto che non avrei mai querelato i giornalisti, perché continuate a scrivere menzogne su menzogne.” “Sono venuto qui per farle solo una domanda”, prova a intervenire Monteleone ma il premier lo interrompe subito senza farlo parlare: “Gliela faccio io la domanda, perché ha scritto questo nel post su Facebook dopo l’intervista di mezz’ora? Lei fa solo domande ma può offendere!”. Il presidente del Consiglio è poi tornato sulle vergognose offese ricevuti sui social network dalla Iena, arrivando persino ad augurargli il cancro, e si è rivolto a questi hater: "Voi potete anche ritenere di difendere la mia posizione, ma offendere Monteleone e i familiari quello no, perché non aggiunge nulla alla civiltà del dibattito". Finalmente c’è spazio per la domanda di Antonino Monteleone, che però è stata tagliata dal sito de La Repubblica che invece aveva riportato il botta e risposta e che quindi vi proponiamo qui: “Siccome è cambiata più volte la sua versione…”. “No, è stata sempre la stessa” replica immediatamente Conte. “Anche questo è offensivo. Quello è un progetto di parcella, non è una fattura. La fattura l’ha emessa solo Alpa perché abbiamo appurato che io al Garante non ho mai fatturato. Quindi non c’è una fattura in comune. Quello che lei tendenziosamente cerca di insinuare potrebbe avere un rilievo se Alpa avesse raddoppiato il suo compenso e quindi si fosse fatto pagare anche per conto di Conte. Quella fattura però prevede solo il compenso di Alpa, Conte ha rinunciato. Se ne faccia una ragione”. “A noi risulta che lei non abbia lavorato gratis per il Garante”, risponde Monteleone. “Ci risulta dai documenti, che ha chiesto all’Autorità di versare anche i suoi compensi sul conto di Alpa, che è stato il suo esaminatore…”. “Ma questa è diffamazione, lei sta insistendo”, ribatte immediatamente Conte. “A noi risulta così”. “Lei è fuori di testa”, sbotta il premier. “Io non ho fattura e non ho chiesto il raddoppio della fattura”. “Le sto chiedendo se Alpa, quando ha fatturato, aveva nelle sue voci delle parti che gli spettavano”, chiede Monteleone. “Lei vuole dimostrare una comunanza di interessi attraverso un progetto di parcella che risale al 2009, e attraverso questo vorrebbe dimostrare una comunanza d’interessi che riguarda il 2002, l’anno del concorso. Dopo sette anni poteva cambiare il mondo, ma non dimostrerebbe mai l’esistenza di una cointeressenza economica del 2002. È un fatto logico: un documento del 2009 non potrà mai dimostrare la cointeressenza di un fatto concorsuale del 2002. Se ne faccia una ragione”. A questo punto Conte si alza e fa per andarsene, mentre Monteleone sta ancora provando a formulare una domanda per lui: “A noi risulta che tra le voci che ha presentato Alpa ci fossero anche la presenza in udienza, che era solo sua. Le chiedo: se Alpa ha incassato i compensi per la presenza in udienza è un problema o no?”. “Il fatto che io abbia partecipato non ha alcun rilievo economico, perché nel processo civile le memorie difensive sono quelle che contano”, risponde Conte che poi se ne va per davvero. Potrete vedere le nuove scoperte di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti nella puntata de Le Iene di domenica 8 dicembre.

Dagospia il 6 dicembre 2019. Il premier Conte non ci sta alle accuse della Iena sulla fatturazione in comune con Guido Alpa, nell'ambito del concorso universitario di Caserta nel 2002. "Lei è fuori di testa", dice l'inquilino di Palazzo Chigi al giornalista in conferenza stampa. "Monteleone, se ne faccia una ragione: non riuscirà a dimostrare una fatturazione in comune con Alpa", ha aggiunto Conte rispondendo alla provocazione dell'inviato della trasmissione di Italia Uno.

Marco Billeci per fanpage.it il 6 dicembre 2019. C’è un passaggio nell’arringa difensiva dell’avvocato Giuseppe Conte di fronte alle polemiche sul concorso con cui l’attuale premier è diventato professore ordinario che rischia di rivelarsi un boomerang. “L’Anac ha detto che non c’è nessun conflitto d’interessi”, ha affermato più volte il premier per ribattere alle accuse circa la presenza del suo mentore Guido Alpa nel collegio che nel 2002 gli assegnò una cattedra all’università di Salerno. I documenti visionati da Fanpage.it, che riportiamo in questo articolo, dimostrano che le cose non stanno proprio così. La vicenda – scoperchiata per la prima volta da Repubblica nell’ottobre 2018 – è stata riportata alla ribalta negli ultimi giorni dalla trasmissione televisiva “Le Iene”. L’innesco del caso, come detto, è la presenza del professor Guido Alpa nel collegio dei docenti chiamati a giudicare i candidati del concorso vinto dall'attuale Presidente del Consiglio. Alpa è considerato il maestro professionale di Conte e  ha condiviso per anni con lui l’indirizzo dello studio professionale. I due hanno anche lavorato insieme in diverse occasioni. Secondo “Le Iene”, la collaborazione tra Conte e Alpa andava al di là della condivisione degli spazi e degli incarichi e si configurava invece come un vero e proprio sodalizio economico e professionale. Di conseguenza, Alpa non sarebbe potuto essere uno dei commissari chiamati a giudicare il premier nel suo concorso universitario. Falso, replica Conte che sottolinea innanzitutto come la sua promozione sia avvenuta all’unanimità, per cui il giudizio di Alpa non sarebbe stato decisivo. Ma soprattutto, il premier rivendica che la sua attività professionale e quella di Alpa si siano sempre svolte in parallelo, senza alcun tipo di associazione professionale che avesse potuto gettare l’ombra di conflitto d’interessi sul concorso sostenuto nel 2002 dall’avvocato del popolo. Per avvalorare la sua tesi, Conte nella sua difesa sui media ha citato più volte i pareri sul tema dell’Autorità Nazionale Anticorruzione che lo assolverebbero. L’ultima volta lo ha fatto rispondendo alle domande dell’inviato delle Iene, come documentato nella versione integrale dell’intervista pubblicata sul profilo Facebook ufficiale del premier.  “L’Anac ha già detto che non c’è nessuna cointeressenza d’interessi”, dice Conte nel video. L’autorità guidata all’epoca da Raffaele Cantone è stata chiamata a pronunciarsi sul caso a seguito dell’esposto dell’avvocato pesarese Silvio Ulisse.  Nel maggio 2019,  l’Anac  risponde all'avvocato Ulisse, con una lettera che ricalca le conclusioni a cui è giunta l'istruttoria in merito al concorso universitario sostenuto da Conte. Nella lettera, che pubblichiamo integralmente, si sottolinea come la vicenda riguardi “fatti molto risalenti nel tempo e, in quanto tali, nemmeno modificabili in autotutela”. In pratica, si prende atto dell’impossibilità di intervenire sull’esito di un concorso che si è tenuto ormai 17 anni fa. Di conseguenza, l’autorità riguardo al procedimento “ritenendo preclusa qualunque possibile valutazione nel merito, ne ha disposto l’archiviazione”. L’Anac dunque non ha mai detto che tra Conte e Alpa non c’era conflitto d’interessi. Più semplicemente, l’organismo anticorruzione ha valutato come sia ormai impossibile modificare il corso degli eventi e quindi si è fermato prima di pronunciarsi sul merito della questione. Se parlassimo di un processo, si tratterebbe di prescrizione e non di assoluzione. Conte nella sua difesa chiama in causa in realtà anche un'altra delibera dell’Anac. Si tratta di un documento del marzo 2017 in cui Raffaele Cantone afferma che “ai fini della sussistenza di un conflitto di interessi fra un componente la commissione di concorso e un candidato, la collaborazione professionale o la comunanza di vita […] deve presupporre una comunione di interessi economici o di vita tra gli stessi di particolare intensità e tale situazione può ritenersi esistente solo se detta collaborazione presenti i caratteri della sistematicità, stabilità, continuità tali da dar luogo ad un vero e proprio sodalizio professionale.” Questo parere, tuttavia, si limita a fissare dei criteri generali di incompatibilità fra esaminante ed esaminato, riguarda una vicenda distinta da quella che ha coinvolto il premier ed è comunque precedente allo scoppio della vicenda Conte-Alpa. L’unico pronunciamento dell’Anac sul caso specifico è quello rivelato adesso da Fanpage.it. Non condanna Conte, ma nemmeno lo assolve. Sul caso del concorso grazie al quale Conte è diventato professore ordinario si era espresso, nell’ottobre del 2018, anche il presidente dell’Anac, Raffaele Cantone. Che affermava: “Conte dà una spiegazione plausibile. Il fatto che un soggetto possa scrivere un libro insieme o si trovi a essere co-difensore in un procedimento non integra di per sé gli estremi della comunione di interessi”. Un giudizio, quello di Cantone, che è diverso dal parere dell’autorità, che sostanzialmente non entra nel merito. Cantone sottolinea ancora: “Abbiamo provato a spiegare che non basta l’esistenza di un rapporto fra maestro e discente, c’è bisogno di una comunione di interessi economici”. Un concetto ribadito qualche giorno dopo: “Una collaborazione sporadica e l’ufficio condiviso non bastano per stabilire che vi sia comunanza di interessi tra lui e il prof Guido Alpa”.

Concorso universitario di Conte e caso Alpa: nuovo documento esclusivo. Le Iene il 10 dicembre 2019. Antonino Monteleone e Marco Occhipinti tornano sul concorso universitario del 2002 che ha fatto diventare Giuseppe Conte professore ordinario di diritto privato. Guido Alpa, suo commissario d’esame, ma anche avvocato incaricato insieme a Conte in una causa civile, era incompatibile nel giudicarlo e promuoverlo? Ecco due nuovi documenti che smentirebbero la versione del premier e confermerebbero l’incompatibilità di Alpa. Con Antonino Monteleone e Marco Occhipinti torniamo a chiederci se il concorso universitario del 2002 che ha nominato Giuseppe Conte professore ordinario di diritto privato sia stato viziato dall’incompatibilità di uno dei suoi esaminatori, il professor Guido Alpa. E se il premier non abbia mentito più volte da un anno a questa parte per difendere la regolarità di quel concorso. 

Lo facciamo nel servizio in onda a Le Iene stasera a Le Iene dalle 21.15 su Italia 1. Un servizio nel quale vi mostriamo in esclusiva due nuovi documenti, la seconda parte del progetto di parcella con la lista delle prestazioni svolte in una causa civile del 2002 e l'unica parcella emessa per quell'incarico, che dimostrerebbero ulteriormente l’incompatibilità di Guido Alpa a giudicarlo in quel concorso. Ve ne abbiamo parlato nelle precedenti puntate della nostra inchiesta, nella quale vi abbiamo raccontato che Guido Alpa, oltre che commissario d’esame di Giuseppe Conte, sarebbe stato incaricato di difendere insieme a lui il Garante della Privacy in una causa civile al Tribunale di Roma contro la Rai. E che a causa di questo incarico comune quindi sarebbe stato incompatibile nel giudicarlo al concorso universitario, che ha portato Conte a salire sul gradino più alto della carriera universitaria. Qualche giorno fa vi abbiamo mostrato un documento esclusivo, la prima parte del progetto di parcella di quella causa civile del 2002, in cui difendevano il Garante della Privacy. Una causa nella quale, lo ricordiamo, sono stati incaricati per la difesa, l’avvocato Giuseppe Conte e il professor Guido Alpa, con un'unica lettera d'incarico, un unico protocollo e indirizzata allo stesso indirizzo dello studio Via Sardegna 38 di Guido Alpa, fatto che smentirebbe le dichiarazioni del premier che aveva sostenuto che all'epoca avrebbe avuto uno studio con locali e affitti separati, al piano di sopra da quello di Alpa a piazza Cairoli. Mentre poi Alpa avrebbe raccontato che nel 2002 l'allora giovane di belle speranze Giuseppe Conte era suo ospite nel suo studio a via Sardegna. Avevamo pubblicato in esclusiva un progetto di parcella compilato su carta intestata e firmata da entrambi, con la richiesta di pagamento dell’intera cifra di 26.830,15 euro su un unico conto corrente, di una filiale di Genova di Banca Intesa. Il tutto appunto firmato sia da Alpa che da Conte. Perché mai, ci siamo chiesti, l’avvocato Conte avrebbe dovuto firmare questo progetto di parcella se, come ha sostenuto ai nostri microfoni, lui con quelle prestazioni non aveva niente a che fare e se in più lui dal Garante alla Privacy non intendeva farsi pagare? Oggi pubblichiamo un nuovo documento esclusivo che potete leggere qui, ovvero la seconda parte di quel progetto di parcella, clamoroso per il suo contenuto perché smentisce la ricostruzione dei fatti data dal premier dopo il nostro servizio della scorsa settimana. Tra qualche ora poi pubblicheremo in esclusiva la testimonianza di una figura di rilievo delle istituzioni, che smentirà anche lui le dichiarazioni del premier. Anche il documento che vi mostriamo adesso, ancora una volta, parla chiaro ed elenca nel dettaglio le voci delle prestazioni per le quali è stato richiesto il pagamento: c’è la partecipazione alle udienze dal valore di 416 euro, la precisazione conclusioni, stimata 103 euro, l’assistenza all’udienza conteggiata per 2.160 euro e la discussione in pubblica udienza valutata 1.392,50. Oltre che tante altre voci, che tutte insieme sembrano essere il totale delle prestazioni fornite al cliente dai due avvocati. Non a caso l'elenco delle competenze si trova su una carta intestata a nome di Alpa e Conte e come dicevamo è firmata da entrambi. L'altro documento che vi mostriamo è la parcella poi emessa da Guido Alpa, importante come prova, perché ci consente di notare come il totale fatturato da Alpa corrisponda con il totale delle voci delle prestazioni indicate nel progetto di parcella cofirmato da Alpa e Conte. Secondo tutti gli esperti del settore interpellati dalle Iene, il progetto di parcella sembra dare un'indicazione chiara al Garante: paga tutte le competenze qui elencate su uno stesso conto corrente. La lettura di questi due documenti va incrociata con un'altra documentazione esclusiva trovata dalle Iene: i verbali di 5 udienze di quella causa del 2002, dai quali si evinceva che in primo grado avesse presenziato in aula quasi sempre Giuseppe Conte, mentre tutte le volte in cui il giovane avvocato era presente, non lo era invece il suo collega anziano e già molto affermato Guido Alpa. Il presidente del Consiglio aveva sostenuto come nel corso del primo grado della causa a cui si riferisce quella parcella, lui non avesse svolto attività difensiva di rilievo e aveva deciso dunque di non farsi pagare dal suo cliente, l'Autorità per la Protezione dei dati Personali. Ma se è vero che non si è fatto pagare, allora come si spiega la seconda pagina di quel progetto di parcella, che contiene voci di prestazioni svolte durante le udienze a cui partecipò solo Giuseppe Conte? Perché quelle prestazioni sono state inserite nella lista delle competenze da pagare, con tanto di corrispettivo economico determinato per ognuna di quelle voci? E se non fossero state prestazioni da lui eseguite perché mai anche Giuseppe Conte firmò anche lui quel progetto di parcella?   Come avrà giustificato ai microfoni di Antonino Monteleone questi due nuovi documenti esclusivi che abbiamo trovato? 

Conte e il concorso universitario: Cantone smentisce il premier. Le Iene il 10 dicembre 2019. Torniamo sul caso del concorso universitario con cui Giuseppe Conte è diventato professore ordinario di diritto privato: pubblichiamo la nostra telefonata con Raffaele Cantone, ex presidente dell’Anac, che smentisce la versione di Conte sul parere dato dall’Autorità anti corruzione. E vi mostriamo anche quel parere di Anac. Tutto nel servizio di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti. Torniamo sul concorso universitario di Caserta, che nel 2002 ha affidato a Giuseppe Conte la cattedra di professore ordinario di diritto privato. Vi mostriamo un nuovo documento esclusivo e con la telefonata a Raffaele Cantone, ex presidente di Anac, che di fatto smentisce la versione di Giuseppe Conte. Quel concorso, come vi abbiamo raccontato durante le precedenti puntate dell’inchiesta di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti, potrebbe essere stato viziato da incompatibilità. A giudicare Conte, infatti, tra i commissari d’esame, c’era il suo mentore e amico Guido Alpa. E proprio il professor Alpa, abbiamo scoperto, poco prima di quell’esame avrebbe lavorato a una causa civile, insieme a Giuseppe Conte, per difendere l’Autorità garante della Privacy. Vi avevamo mostrato un primo documento esclusivo, il progetto di parcella per quella causa: su carta intestata a entrambi e con la richiesta di pagamento dell’intera cifra di 26.830,15 euro su un unico conto corrente intestato ad Alpa di una filiale di Genova di Banca Intesa. Il tutto firmato da entrambi. Sull’importo della fattura, Conte aveva detto, nel corso di una infuocata conferenza stampa: “Lei forse non lo sa, ma gli enti pubblici devono farsi pagare ai minimi tariffari. Quella quindi è una fattura sicuramente ai minimi tariffari che prevede solo il compenso di Alpa. Conte ha rinunciato, se ne faccia una ragione”. Avevamo allora pubblicato anche la seconda parte di quel progetto di parcella, un documento in cui compare la lista delle prestazioni che i due professionisti indicano come svolte e che chiedono all’autorità di pagare su un unico conto corrente. Nella lista delle prestazioni da fatturare sono indicate le voci che riguardano sicuramente anche il lavoro svolto da chi ha partecipato alle udienze. A proposito di queste ultime vi avevamo mostrato anche i verbali di 5 udienze, dai quali risultava evidente che in primo grado Conte avesse quasi sempre presenziato in aula, tranne una volta in cui era stato sostituito. Giuseppe Conte, a proposito di quell’incarico legale e della presenza in udienza, aveva però dato un’altra versione:  “Dico la verità ero in un periodo particolarmente impegnativo, per altri fronti, perché mi stavo consolidando nel mondo universitario della ricerca eccetera e quindi l’attività difensiva se l’è fatta, intendo dire quella seria, più solida, quella più impegnativa, se l’è fatta Alpa… e io ho fatto l’udienza quando ero libero, io non credo di essere stato a tutte le udienze, comunque diciamo quando davo una mano…”. Nella seconda parte del progetto di parcella le voci pagate sono indicate con chiarezza: c’è la partecipazione alle udienze dal valore di 416 euro, la precisazione conclusioni, stimata 103 euro, l’assistenza all’udienza conteggiata per 2.160 euro e la discussione in pubblica udienza valutata 1.392,50. Che in generale si tratti di prestazioni svolte anche da Giuseppe Conte sembra certificato dal fatto che c’è la sua firma sul progetto di parcella. Perché mai allora, ci chiediamo, l’avvocato Conte avrebbe dovuto firmare un progetto di parcella con l’elenco delle prestazioni fornite da un altro avvocato, se lui con quelle prestazioni non aveva niente a che fare? Ma c’è ancora un altro punto molto importante da chiarire, ovvero il presunto parere di Anac, l’Autorità nazionale anti corruzione, sul caso del concorso universitario del 2002. Giuseppe Conte a questo proposito ci aveva detto: “A parte che questo l’ha valutato già l’Anac, ha detto che non c’è nessuna, cointeressenza di interessi… io avevo la mia attività professionale, Alpa aveva la sua attività professionale, Alpa aveva uno studio professionale a quell’epoca…” Antonino Monteleone e Marco Occhipinti hanno deciso allora di sentire proprio Raffaele Cantone, all’epoca presidente dell’Anac, per cercare di fare chiarezza una volta per tutte (la telefonata con il presidente Cantone potete ascoltarla nel video che pubblichiamo in alto). Monteleone chiede: “La chiamavo perché sto cercando di capire se l’autorità quando ai tempi in cui lei era presidente fu formalmente incaricata di esprimere un parere sulla questione del concorso dell’avvocato conte prima di diventare presidente del consiglio”. Raffaele Cantone risponde così: “Sì, ci fu un esposto, mi pare di un’associazione di consumatori. Noi facemmo un intervento di carattere procedurale, dicemmo che in realtà si trattava di una vicenda non recente per i quali il nostro intervento di qualunque tipo sarebbe stato irrilevante visto che nei confronti di quel concorso nessun atto amministrativo poteva essere fatto”. Lo potete giudicare voi stessi, leggendo il parere di Anac, a questo link. Appare quindi evidente, almeno stando alle parole di Cantone e al documento esclusivo che pubblichiamo, che Giuseppe Conte non avrebbe detto il vero quando ha affermato che l’Anac si era pronunciata “escludendo la comunanza di interessi economici”. Monteleone prosegue: “Lei fece anche un’intervista a Radio Capital nell’ottobre del 2018, nella quale disse ‘effettivamente è plausibile la spiegazione del presidente Conte, se è vero come lui sostiene che hanno, emesso fatture separate per l’incarico del 2002’”. “Io avevo detto semplicemente che mi sembrava plausibile la spiegazione che aveva dato”, aggiunge Cantone. La Iena lo incalza: “L’unica cosa che volevo capire è se due professionisti che usano una carta intestata comune che firmano entrambi un progetto di parcella possono definirsi due professionisti che svolgono incarichi distinti e separati”. La risposta di Raffaele Cantone è assolutamente inequivocabile: “Certamente i fatti emersi sono diversi da quelli che erano stati rappresentati all’epoca, però io non me la sento di esprimere un giudizio. L’unica cosa che mi sento di dirle è che ovviamente rispetto alla situazioni che io vissi all’epoca le cose sono cambiate, quindi all’epoca lui aveva dato una giustificazione. Oggi le cose sono cambiate”.

Da repubblica.it il 30 marzo 2021. Il Tribunale dei ministri ha archiviato il procedimento che vedeva indagato per peculato l'ex presidente del Consiglio, Giuseppe Conte in relazione all'uso della scorta. Al vaglio dei pm della Procura di Roma, dopo una denuncia di Fdi, era finito un episodio del 26 ottobre, ovvero l'intervento della scorta del premier per fare uscire da un supermercato Olivia Palladino, compagna di Conte, vista la presenza all'esterno di un inviato della trasmissione le Iene. I pm di piazzale Clodio dopo avere iscritto l'ex premier avevano, come da prassi, inviato gli atti al Tribunale dei Ministri. L'indagine era partita lo scorso autunno. Il 26 ottobre la compagna del premier, Olivia Paladino, era in giro sotto casa quando venne "braccata" da un giornalista de Le Iene, Filippo Roma, che le chiedeva dei problemi con il Fisco di suo padre, Cesare, patron dell'hotel Plaza nella Capitale. La fidanzata del presidente del Consiglio, per sfuggire alle domande, si rifugiò in un supermercato. Dopo pochi minuti alcuni agenti della scorta del capo del governo arrivarono per "metterla in salvo". In seguito all'accaduto, la Procura di Roma aveva ricevuto l'esposto di Roberta Angelilli di Fratelli d'Italia che segnalava l'episodio e ipotizzava "un uso improprio" della scorta da parte di Conte.

Cesare Paladino, il "suocero" di Giuseppe Conte non ha pagato una fornitura di prosecco: scatta la denuncia. Libero Quotidiano il 04 novembre 2020. Cesare Paladino, papà di Olivia Paladino compagna del premier Giuseppe Conte, è un imprenditore e proprietario del Grand Hotel Plaza di Roma. Tempo fa era stato indagato per peculato dalla Procura di Roma, che lo accusava di essersi intascato la tassa di soggiorno versata dai turisti che approdavano nel cinquestelle lusso di via del Corso. Un'altra volta si è scoperto che aveva un debito con il fisco di quasi 36 milioni di euro con la rateizzazione concessa Paladino a un certo punto smette di pagare le rate. Adesso invece è accusato di non aver saldato una fornitura da 5mila euro al suo hotel di prosecco. Paladino è accusato di questo da un imprenditore del nordest: Sandro Bottega. L'uomo  ha una azienda  di vini e di grappe. All'inizio del 2019 entra in contatto con il Plaza. A primavera iniziano le forniture, che per legge Paladino dovrebbe pagare a sessanta giorni, ma dopo novanta giorni non ha ancora ricevuto un  euro: "Abbiamo seguito la prassi che utilizziamo in tutti i casi in cui il cliente non paga. Prima abbiamo segnalato garbatamente, poi abbiamo sollecitato per tre volte, infine abbiamo mandato una diffida facendo presente che se non saldavano le fatture avremmo dovuto adire le vie legali. Non è successo niente, per quasi un anno. Così il 30 settembre abbiamo ottenuto un decreto ingiuntivo dal tribunale di Treviso". Ma la cosa, scrive il Giornale, non si è risolta neanche così: "Non siamo riusciti a notificare il decreto perché adesso l'albergo è chiuso e l'amministratore era sempre assente. Dovremo fare causa, e i soldi chissà quando li vedremo. L'ultima che abbiamo fatta è durata dieci anni", conclude amaramente l'imprenditore veneto.

Luca Fazzo per “il Giornale” il 4 novembre 2020. Dal genero, che manda avanti un Paese, potrebbe farsi insegnare almeno come si manda avanti un albergo. Eh sì, perché Cesare Paladino da una parte è il papà di Olivia Paladino, splendida compagna del premier Giuseppe Conte; ma nella vita privata è un imprenditore di lungo corso, padrone del Grand Hotel Plaza di Roma. E in questa veste è caduto in più di un inciampo. Fino al più recente, e finora inedito: centinaia di bottiglie di ottimo prosecco, consegnate al suo albergo e mai pagate. Un paio d'anni fa Paladino senior era stato indagato per peculato dalla Procura di Roma, che lo accusava di essersi intascato la tassa di soggiorno versata dai turisti che approdavano nel cinquestelle lusso di via del Corso. Poi era saltato fuori un debito con il fisco di quasi 36 milioni di euro: rateizzazione concessa, e Paladino che a un certo punto smette di pagare le rate. Si parla di grossi importi, buchi che non sono giustificabili con il trauma da Covid 19 del settore turistico, perché gli episodi sono tutti precedenti all'esplodere dell'epidemia. E Paladino non può dare la colpa al lockdown neanche per la strana storia del prosecco sparito. Qui l'importo è decisamente minore, si parla di meno di cinquemila euro. Ma proprio questo rende ancora più curiosa la vicenda: come è possibile che un albergo di lusso, dove una suite per un fine settimana costa come lo stipendio di un metalmeccanico, non riesca a pagare qualche cassa di vino? Eppure la storia è documentata: nei racconti e nelle carte della vittima del first suocer. A rimanere gabbato è stato un imprenditore del nordest profondo, si chiama Sandro Bottega e ha una azienda - che si chiama come lui - di vini e di grappe a Godego di Sant' Urbano, seimila abitanti tra Conegliano e Vittorio Veneto. La Bottega è nata quarant' anni fa ed è cresciuta strada facendo, oggi è una spa che esporta in 130 paesi, ma non smette di cercare clienti anche in patria. E all'inizio del 2019 entra in contatto con il Plaza. Solite verifiche di solvibilità, salta fuori la storia delle tasse intascate, ma l'azienda sembra a posto. D'altronde come non fidarsi, quando Google ti racconta che la figlia (e socia) del padrone sta col capo del governo? A primavera iniziano le forniture, che per legge Paladino dovrebbe pagare a sessanta giorni. Ma non paga nè a sessanta, nè a ottanta, nè a novanta. Da Godego di Sant' Urbano iniziano a preoccuparsi: «Abbiamo seguito la prassi - racconta Bottega - che utilizziamo in tutti i casi in cui il cliente non paga. Prima abbiamo segnalato garbatamente, poi abbiamo sollecitato per tre volte, infine abbiamo mandato una diffida facendo presente che se non saldavano le fatture avremmo dovuto adire le vie legali. Non è successo niente, per quasi un anno. Così il 30 settembre abbiamo ottenuto un decreto ingiuntivo dal tribunale di Treviso». Cosa risolta? Manco per niente: «Non siamo riusciti a notificare il decreto perché adesso l'albergo è chiuso e l'amministratore era sempre assente. Dovremo fare causa, e i soldi chissà quando li vedremo. L'ultima che abbiamo fatta è durata dieci anni». Intanto, mentre al di là del Piave aspettano che suo padre saldi i debiti, Olivia Paladino viene immortalata in un video su Dagospia mentre si rifugia in un supermercato per scappare da una troupe. A salvarla arriva una scorta. La sua? O del fidanzato?

Da liberoquotidiano.it il 7 settembre 2020. Per Giuseppe Conte sono tempi duri. Non ci sono solo le litigate al governo, ma anche quelle in famiglia. Il suocero, Cesare Paladino, padre della compagna Olivia Paladino, è infatti in "guerra" con l'Agenzia delle Entrate controllata dal ministero dell'Economia. Il tutto risale al 2019 quando Cesare Paladino, proprietario del lussuoso Grand Hotel Plaza di Roma, patteggiò per aver evaso il versamento della tassa di soggiorno: un ammanco totale di due milioni di euro mai versati - secondo gli inquirenti - dal 2014 al 2018. L’imprenditore, dopo aver pagato tutto il dovuto, patteggiò – con sospensione della pena concordata – un anno, due mesi e una settimana di prigione. Ma per il padre della compagna del premier i dissapori non sono finiti qui, perché a causa della crisi del "mattone" le società della famiglia Paladino usufruirono della cosiddetta "pace fiscale", o meglio della “"rottamazione ter" voluta dal Conte-Uno, trovandosi in sofferenza con il Fisco per circa 36 milioni di euro. Ed ecco che subentra la rateizzazione, chiesta e ottenuta, di 27 milioni. Da qui poi si passa al ricorso: Cesare Paladino – che deve ancora corrispondere all’Agenzia delle Entrate oltre 15 milioni di euro – si è appellato contro il Fisco per chiedere di dilazionare il pagamento in diciotto tranches e per protesta ha deciso di chiudere i rubinetti. A spiegare quanto realmente starebbe accadendo è Franco Bechis che sul Tempo scrive: le società dei Paladino non sarebbero "in grado di versare quelle rate taglia extralarge senza rischiare di mandare in crisi seria tutto il gruppo".  Insomma, un caso che non può che imbarazzare Conte. Il suocero in guerra con il Fisco e che rifiuta i pagamenti.

Olivia Paladino e il Fisco, "i vantaggi se li prenderebbe lei". Conte e il suocero, l'affare si ingrossa. Libero Quotidiano l'8 settembre 2020. Lo scontro tra Cesare Paladino e il Fisco imbarazza Giuseppe Conte, anche perché stavolta in ballo c'è pure Olivia Paladino, la figlia di Cesare e fidanzata del premier. Come rivelato da Franco Bechis sul Tempo, l'imprenditore romano dopo aver usufruito del "regalino" del genero (la norma approvata dal suo governo che depenalizza il mancato versamento della tassa di soggiorno) ha iniziato un bracio di ferro con l'Agenzia delle Entrate su cartelle esattoriali per 36 milioni di euro di tasse e imposte in ritardo o non pagate. La "pace fiscale" ha fatto sì che fossero "rottamabili" 27 di quei 36 milioni, diventati dunque poco meno di 15 milioni e mezzo da pagare "in dieci non troppo comode rate, a cominciare da luglio 2019", sottolinea il Giornale. La Immobiliare di Roma-Splendido srl, di proprietà di Paladino, ha fin qui "pagato solo la prima rata, per confermare l'adesione alla rottamazione, saltando il secondo pagamento che era previsto a novembre scorso", e nel frattempo ha fatto ricorso contro l'Agenzia delle entrate, chiedendo di sospendere i pagamenti fino a risoluzione della controversia. La situazione, già spinosa, rischia di farsi esplosiva perché ora coinvolge la "Agricola Monastero Santo Stefano Vecchio", società che controlla la Roma-Splendido e che, scrive il Giornale, "risulta intestata proprio a Olivia, la fidanzata di Conte, per il 47,5%, quota identica a quella della sorella, mentre il restante 5 per cento è del fratellastro, John Rolf Shawn Shadow, figlio del primo matrimonio della compagna di Cesare, Ewa Aulin", Come sottolinea Bechis sul Tempo, sarebbe proprio Olivia "ad avvantaggiarsi direttamente" nel caso in cui l'Agenzia delle Entrate decida di piegarsi alla richiesta del ricorso. Insomma, il solito odore di conflitto d'interessi all'italiana. Ma in ballo non c'è Silvio Berlusconi e dunque pochi si indignano.

Federico Capurso per “la Stampa” il 7 settembre 2020. Una manina, tra le 500 pagine del decreto Rilancio, ha inserito una norma per depenalizzare il mancato versamento delle tasse di soggiorno da parte degli albergatori. Prima si doveva pagare fino al 200% dell'ammanco e si rischiava il carcere. Adesso, almeno la prigione si potrà evitare. E a pensar bene, sembra che il principio, in tempi di emergenza, sia quello di togliere un po' di peso dalle spalle di chi già fatica a tenere aperto il proprio hotel. Eppure, tra i furbetti condannati per non aver pagato le tasse di soggiorno al proprio Comune spunta anche il suocero del premier: Cesare Paladino, proprietario del lussuoso hotel Plaza in via del Corso. Il padre dell'attuale fidanzata di Giuseppe Conte, dal 2014 al 2018, si è dimenticato di versare due milioni di euro nelle casse già tristi del Campidoglio. Così, il suocero ha patteggiato, pagando tutto il dovuto e ricevendo, oltre alla sanzione, una condanna a 1 anno 2 mesi e 7 giorni di carcere. Non avrebbe mai indossato il pigiama a righe, ma la fedina, quella sì, si sarebbe sporcata, non fosse stato per il decreto Rilancio. Tanto che gli avvocati del "suocero" avrebbero già chiesto la revisione della sentenza. E a pensar male.

Giuseppe Conte, il regalo al padre di Olivia Paladino: condannato per tasse non pagate? Cambia la legge. Sandro Iacometti su Libero Quotidiano il 13 agosto 2020. Certo, incassare soldi pubblici destinati a chi è in affanno quando hai il portafogli gonfio non è bello. Se poi a farlo è addirittura chi quei soldi li ha stanziati lo è ancora meno. E di molto. Ma pensiamo davvero che basterà scagliare un po' di pietre contro quel manipolo di parlamentari barboni per chiudere la vicenda dei furbetti del bonus? Ad esempio, cosa diremmo di un premier che infila in un decreto una norma per evitare il carcere a suo suocero? Quando Silvio Berlusconi veniva accusato di varare modifiche al codice di procedura penale a suo vantaggio si scatenava il finimondo. Del "bonus" che si è regalato Giuseppe Conte, però, non ne parla quasi nessuno. Eh sì, perché dopo l'indennizzo da 600 euro elargito a cani, porci e deputati col Cura Italia, l'esecutivo guidato dall'avvocato del popolo ha varato anche il decreto Rilancio. E lì dentro, all'articolo 180, commi 3 e 4, si legge, tra le altre cose, che «per l'omesso, ritardato o parziale versamento dell'imposta di soggiorno e del contributo di soggiorno si applica una sanzione amministrativa». Intendiamoci, la modifica normativa non è scandalosa. Anzi. Finora una giurisprudenza consolidata a colpi di sentenze della Cassazione aveva fatto passare il principio che gli albergatori, costretti dallo Stato a raccogliere dai turisti i 7 euro della tassa di soggiorno da destinare agli enti locali, fossero equiparati a pubblici ufficiali. Di conseguenza, qualsiasi intoppo nel trasferimento dei tributi raccolti, anche da parte di chi ha un semplice bad and breakfast o mette in affitto una camera con Airbnb, comportava l'accusa di peculato (art. 314 cp) e il rischio di condanne fino a 10 anni e sei mesi. A peggiorare la situazione ci si è messo lo spazzacorrotti voluto dai grillini, che ha inserito il peculato tra i reati ostativi alla concessione delle misure alternative alla detenzione. In altre parole, si va in galera. Bene, dunque, anche se sorprendente, vista la furia pentastellata contro l'infedeltà dei pubblici ufficiali e qualsiasi forma di corruzione, la depenalizzazione del mancato o ritardato versamento delle imposte da parte di albergatori e affini. Dopo il dl Rilancio l'illecito è diventato amministrativo: si restituisce la somma trattenuta illegittimamente, si paga una sanzione e la vicenda si chiude. Cosa c'entra Conte, direte voi. Ebbene, tra i primi a beneficiare dell'allentamento giuridico è spuntato Cesare Paladino, amministratore unico della società Unione esercizi alberghieri di lusso s.r.l che gestisce la struttura ricettiva Grand Hotel Plaza, un albergone di altissimo livello nella centralissima via del Corso a Roma. Per problemi che qui non interessa chiarire, Paladino ha omesso di trasferire al comune di Roma tra il 2014 e il 2018 due milioni di tasse di soggiorno pagate dagli ospiti della struttura. Indagato nell'estate del 2018, lo scorso anno, a giugno, ha patteggiato una pena a un anno, due mesi e 17 giorni. Appena approvato il decreto, il legale Stefano Maria Bortone si è precipitato in tribunale per presentare istanza al gup per la revoca della sentenza di patteggiamento e la cancellazione della condanna.

CONGIUNTI. Il dettaglio che manca è che Cesare è il papà di Olivia Paladino, la bella signora che in questi giorni compare sulle riviste patinate con il fisico scolpito accanto al presidente del Consiglio. Ora, l'imprenditore non è tecnicamente un parente di Conte, semmai un congiunto o un affetto stabile, come insegnano i Dpcm, e non dovrebbe rischiare le manette, perché le condanne sotto i due anni c'è la sospensione condizionale della pena. Ma azzerare la sentenza gli consentirebbe comunque di pulire completamente la sua fedina penale e forse, anche se la giurisprudenza in merito non è concorde, di far ripartire da zero il contenzioso con il comune di Roma sui due milioni di balzelli non versati. Insomma, un beneficio non da poco. Possibile che il premier non fosse a conoscenza dell'impatto della norma sulla vicenda giudiziaria del padre della sua fidanzata ufficiale? Certo, così come i bonus da 600 euro sono stati chiesti da commercialisti troppo zelanti o da compagne che volevano sperimentare il servizio. Molti dei politici che hanno incassato il bonus per gli autonomi non ne sapevano nulla. E lo stesso sarà per Conte. Di sicuro il premier era anche all'oscuro del consistente vantaggio che, come ha svelato a suo tempo Franco Bechis, le aziende della famiglia Paladino hanno ottenuto nell'autunno del 2018 con la rottamazione ter. Grazie al provvedimento varato sotto il Conte I molte società intestate a Cesare, alle figlie Cristiana e Olivia e al loro fratellastro Jhon Rolf Shadow Shawn, figlio di primo letto di Ewa Aulin, la bella attrice che sposò Cesare in seconde nozze, hanno potuto chiedere la rateizzazione, senza multe e interessi, di ventisette milioni di euro di pendenza con l'Agenzia delle entrate. Parliamo di operazioni legali, per carità. Niente truffe e niente inganni. Proprio come i soldi chiesti dai parlamentari. Ma se quei benefici ci sembrano ingiusti e indecorosi, siamo sicuri che non lo siano pure quelli ottenuti dai "congiunti" di Conte?

Giuseppe Conte, spunta un altro regalo al suocero Cesare Paladino: sconto sulle tasse per 27 milioni di euro. Sandro Iacometti su Libero Quotidiano il 14 agosto 2020. Tutto tace dalle parti di Palazzo Chigi. Mentre fioccano le confessioni di parlamentari e amministratori locali che che si sono pappati il bonus destinato agli autonomi in bolletta, Giuseppe Conte non dice una parola sulla depenalizzazione dell'evasione fiscale sulla tassa di soggiorno che ha consentito al suocero Cesare Paladino di chiedere l'annullamento della condanna. Dopo l'articolo di Libero pure i forzisti Lucio Malan e Maurizio Gasparri, hanno provato a chiedere lumi, ma senza risultati. Eppure di spiegazioni il premier dovrebbe darne più d'una. Già, perché, come abbiamo anticipato ieri, l'aiutino fornito da Conte col decreto Rilancio (è lì dentro che è stata infilata la trasformazione del peculato in illecito amministrativo) non è stato un caso isolato. Tutt' altro. L'avvocato del popolo si è dato da fare per la famiglia fin da subito. Per la precisione fin dall'ottobre del 2018, quando fu approvato uno dei primi atti del governo guidato da Lega e M5S, il decreto fiscale. Ricordate le polemiche furibonde tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio sul cosiddetto scudo penale per chi avesse aderito alla sanatoria? La storia della manina che di nascosto avrebbe introdotto una sorta di condono nel testo? Ebbene, la disputa si risolse solo dopo un lunghissimo vertice di maggioranza, al termine del quale proprio Conte si fece garante del provvedimento, assicurando di aver visionato e concordato tutto il documento dalla prima all'ultima riga. Difficile dunque, per un esperto di diritto come lui, non accorgersi che il provvedimento avrebbe dato una grossa mano alle aziende dei Paladino. Aziende della cui situazione finanziaria difficilmente Conte poteva essere completamente all'oscuro. Stando alle relazioni dei sindaci recuperate all'epoca da Franco Bechis, le società possedute da Cesare, dalle figlie Cristiana e Olivia (la fidanzata del premier) e dal loro fratellastro Jhon Rolf Shadow Shawn, avevano già tentato di liberarsi dalle pendenze fiscali con le prime due rottamazioni varate dal governo Pd, ma i problemi non erano stati risolti a causa anche delle maglie strette della sanatoria. E i revisori avevano iniziato a mettere in guardia gli amministratori sulla crescita dei debiti di natura tributaria e sul possibile superamento delle soglie di punibilità per evasione. La rottamazione ter varata dal Conte I si mostrava ben più generosa delle precedenti. E i Paladino ci si sono tuffati a pesce. Una dopo l'altra, scriveva il direttore del Tempo, «hanno fatto domanda la Archimede immobiliare, l'Agricola Monastero Santo Stefano Vecchio, l'Unione esercizi alberghi di lusso e l'Immobiliare di Roma Splendido». Risultato: i "congiunti" del premier si sono liberati in un colpo solo di 27 milioni di arretrati fiscali (altri 9 non sono riusciti ad infilarli dentro l'operazione), senza pagare un euro su interessi, more e sanzioni e ottenendo una comoda rateizzazione del dovuto. Ora, è possibile che il premier non sapesse. Ed è pacifico che della rottamazione delle cartelle esattoriali hanno potuto beneficiare centinaia di migliaia di contribuenti. Ma il conflitto di interessi, piaccia o no, funziona così. Soprattutto quello che piace ai grillini. Non tiene conto della buona fede o dell'universalità delle leggi, ma solo della possibilità che si possa trarre un vantaggio personale dalla propria attività istituzionale. Cosa sarebbe successo se la stessa cosa fosse capitata a Salvini?

Franco Bechis per iltempo.it il 29 luglio 2021. L'ultimo disperato tentativo di non fare andare gambe all'aria l'unità della nuova famiglia dell'ex premier Giuseppe Conte è fallito il 15 giugno scorso. E' stata l'ultima volta che i tre fratelli Paladino, Olivia- la compagna che convive con il nuovo capo del M5s, Cristiana e Shawn John hanno avuto un contatto formale per cercare di trovare una soluzione alla divisione fra fratelli del gruppo fondato dal padre, Cesare Paladino, che ha come pietra preziosa al suo interno la proprietà delle mura e la gestione dell'Hotel Plaza di Roma. Ad incontrarsi per la possibile mediazione sono stati i professionisti che assistono la famiglia e per Shawn John i suoi avvocati, Angelo Di Silvio e Luigi Todaro, che avevano il compito di fare liquidare il dovuto al suo cliente, deciso a separarsi definitivamente dagli affari della famiglia. La mediazione è fallita e le distanze incolmabili fra le parti faranno trascinare il divorzio fra i fratelli nei tribunali civili e penali della capitale, dove molteplici cause rischiano di trasformarsi in una bomba sui Paladino's, una delle famiglie imprenditoriali di rilievo della capitale, con gli inevitabili schizzi anche sulla vita privata dell'ex presidente del Consiglio, attivo sia pure con un ruolo minore in politica. E' una vera e propria guerra dei Roses che si prefigura, perché Shawn John ha deciso di giocarsi ormai la battaglia di tutta la sua vita, andando fino in fondo. Un po' gli altri familiari lo hanno portato al punto di non ritorno, perché il figlio- o meglio figliastro- di Paladino da mesi è stato messo in cassa integrazione Covid dalla società del gruppo di cui era dipendente a tempo indeterminato con uno stipendio certo non faraonico (3 mila euro mensili), e la Cig non gli è nemmeno stata pagata regolarmente. Da mesi riceve buste paga con l'importo, ma non ha visto accreditato un solo euro sul suo conto. Non gli è restato che dare le dimissioni volontarie dalla Immobiliare Roma Splendido e di fare la domanda di Naspi per cercare di avere almeno la disoccupazione. Allo stesso tempo però ha chiesto di farsi liquidare la sua quota nel gruppo, e cioè il 5% della capogruppo del consistente impero immobiliare, che si chiama Agricola Monastero Santo Stefano Vecchio, ed è una srl. Secondo una perizia di parte messa sul tavolo della mediazione dai legali di Shawn John quel 5% varrebbe 12,5 milioni di euro. Con quella valutazione per altro le quote di Cristiana e della fidanzata di Conte, Olivia, varrebbero più di 118 milioni di euro ciascuna. Ma dalla famiglia è arrivato un solo messaggio: quella somma va dimenticata, al massimo si può cercare un compratore della quota e in tempi difficili come questi non ci sarebbe da attendersi più che qualche centinaio di migliaia di euro di realizzo. E la trattativa qui si è chiusa preparando un autunno caldissimo di cause. Shawn John come si vede non è stato trattato da Cesare Paladino come le sue due sorelle. Il motivo è semplice: i tre giovani hanno la stessa madre naturale, Eva (in arte Ewa) Aulin, la splendida attrice svedese che spezzò i cuori di una intera generazione alla fine degli anni Sessanta, ma padri diversi. Cristiana e Olivia sono figlie naturali di Cesare Paladino. Shawn John era già nato dalla relazione di mamma con un poeta e scrittore inglese, John Shadow e in famiglia Paladino è arrivato con mamma quando aveva già tre anni (e ovviamente non erano ancora nate le sorelle). Fin dall'inizio si è sentito trattare come un peso dal patrigno, che lo ha allevato e anche mantenuto da giovane cercando però di tenerlo il più possibile lontano da casa. Anche d'estate veniva mandato in un collegio in Svizzera, e non faceva vacanze con i genitori come tutti i bambini. E solo in tarda adolescenza da un insegnante svizzero ha saputo la verità che gli era sempre stata nascosta: suo padre non era Cesare, come aveva sempre creduto. Non che quello naturale fosse stato mai presente: non si sono mai conosciuti, e l'occasione non c'è più perché è morto nel 2014. Da quel momento però i rapporti familiari si sono un po' freddati, e Shawn John raggiunta la maggiore età ha cercato un minimo di indipendenza, iniziando a lavorare come commesso in un negozio di Roma, e poi andando ad abitare da solo. Era una cosa che per altro faceva tutta la famiglia, senza spiegare molto lo stato dei rapporti fra i suoi membri. Mamma Eva rassicurava il figliolo che nessuno aveva intenzione di trattarlo diversamente dagli altri, ma non aveva rivelato a nessuno un particolare che risulta solo alla banca dati del catasto: già nel 1994 nell'atto di acquisto di una casa in via di Campo Marzio lei fece scrivere che la pagava con le sue risorse personali (da attrice aveva guadagnato bene), perché era in corso la separazione da Paladino. I figli lo avrebbero però saputo molti e molti anni più tardi. Qualche mese fa la Aulin ha venduto quella casa che aveva comprato per 1,6 miliardi di lire e in parte l'ha permutata con un casale parzialmente da ristrutturare nel grossetano, non lontano dalle Terme di Saturnia. In tutti questi anni comunque i rapporti fra le due sorelle e il fratellastro erano rimasti buoni, ottimi quelli con Cristiana che ha sempre frequentato. Anche con patrigno, mamma e Olivia con cui si festeggiavano puntualmente il Natale e i compleanni con rimpatriate di tutti e qualche amico importante che non mancava mai all'appuntamento, come il generale della Finanza Gennaro Vecchione amico da sempre di papà Cesare, e poi in grande confidenza con Giuseppe Conte che lo volle alla guida dei servizi segreti italiani. Con Olivia la frequentazione è stata più rarefatta. Un po' perché giovanissima lei aveva perso la testa per il suo professore universitario, Wolfang Gerola, con cui concepì una figlia, chiamata anche lei Eva. L'unione durò pochissimo, e in famiglia circa 4 anni fa arrivò il non ancora premier Giuseppi, che a lungo aveva corteggiata Olivia andando a prendere i figli a scuola, e poi l'aveva fatta cadere ai suoi piedi inondandola di champagne Crystal per cui la signorina stravede (e ne è omaggiata anche oggi). Ma da mesi ormai i rapporti fra le due sorelle e Shawn John sono inesistenti e ricucire sembra davvero impossibile. La miccia oramai è accesa, e si stanno preparando le munizioni per la guerra dei Roses-Paladino che farà vedere bei fuochi di artificio nei prossimi mesi.

Fulvio Fiano per il "Corriere della Sera" il 29 luglio 2021. La richiesta di vedersi liquidata la parte spettante del patrimonio societario di Cesare Paladino innesca una guerra giudiziaria tra i tre figli dell'imprenditore, Shawn John e le sue due sorellastre Cristina e Olivia, quest' ultima compagna dell'ex premier e oggi leader di M5s, Giuseppe Conte. Tutto nasce dalle (relative) difficoltà economiche nelle quali si è venuto a trovare, complice la crisi da Covid, il 52enne Shawn John, socio minoritario nella holding dell'imprenditore romano e dipendente di una delle società del gruppo che gestisce tra l'altro l'Hotel Plaza , messo da questa in cassa integrazione ma senza ricevere, a suo dire, lo stipendio da cinque mesi tanto da licenziarsi un mese fa così da poter chiedere il sussidio di disoccupazione. Era la sua unica fonte di reddito. Da qui la sua richiesta di recesso, con relativa liquidazione, dalla quota di patrimonio che detiene nella Agricola Monastero Santo Stefano Vecchio. Si tratta di un cinque per cento pari a un valore stimato di 12,5 milioni di euro, che però il resto della famiglia non intenderebbe riconoscergli. Al limite accetterebbe di mettere le quote sul mercato e valutarne il possibile ricavo. Dietro la disputa economica, come sempre in questi casi, si cela però dell'altro. Un risentimento per come sono stati condotti gli affari in famiglia, al di là dei buoni rapporti andati avanti fino a che non è scoppiata questa grana ricostruita dal quotidiano Il Tempo . Olivia, 41 anni, e Cristiana, 47, detengono infatti quote societarie ben maggiori di quelle del fratellastro, il 47,5% a testa, pari a circa 118 milioni di euro ciascuna, mentre Cesare Paladino, 77 anni, agisce da amministratore di fatto. I tre fratelli hanno la mamma in comune, la svedese Eva Aulin, ma Shawn John è nato da un precedente matrimonio della popolare attrice degli anni '60 con lo scrittore inglese John Shadow. Tanto che a provvedere al «benessere» del figlio sarebbe stata lei con il suo patrimonio personale. Alla sua richiesta di liquidazione delle quote, la famiglia Paladino, complice una ristrutturazione aziendale in corso, avrebbe opposto, secondo i legali Angelo Di Silvio e Luigi Todaro, ritardi e omissioni nel fornire i dettagli necessari all'operazione. Per risalire al valore delle stesse è stato quindi necessario fare indirettamente riferimento ai bilanci. Shawn John (che a febbraio 2020 ha ottenuto il nulla osta a lasciare la carica di amministratore unico delle società Agricola Andromeda S.r.l. e Colle Rao S.r.l.), chiederà dopo l'estate la nomina di un commissario ad acta per sbloccare la delibera di recesso dalle quote.  In caso contrario, la «guerra giudiziaria» è già annunciata anche su altro fronte. Shawn John è infatti indagato dalla procura di Roma per il mancato versamento di 871mila euro di contributi Inps a dipendenti di una società del gruppo, la Immobiliare Roma Splendido, in un periodo in cui ne è stato l'amministratore. La pendenza penale è emendabile versando il dovuto ma il 52enne potrebbe decidere di non avvalersi di questa possibilità e andare a processo: «Le responsabilità della gestione non erano solo mie», fa sapere in modo sibillino. La Immobiliare splendido è la società nella cui gestione rientra il Grand Hotel Plaza di Roma, un cinque stelle costato qualche grattacapo, e uno strascico polemico, all'allora premier Giuseppe Conte in un'altra vicenda giudiziaria già conclusa. Si tratta del mancato versamento al Comune di Roma della tassa di soggiorno (quattro milioni di euro totali) chiesta nel periodo 2014-2018 ai turisti che hanno alloggiato nella struttura di via del Corso. Dopo l'iniziale condanna patteggiata da Cesare Paladino a un anno e due mesi per peculato, la sentenza è stata poi revocata e commutata in mera sanzione amministrativa come previsto nel decreto Rilancio voluto proprio dal governo Conte. Nel motivare la decisione, presa lo scorso dicembre superando il parere contrario della procura, il gup aveva sottolineato che «il legislatore è intervenuto stabilendo che questa condotta non è più reato, compiendo una valutazione "politica"» e in riposta alle polemiche che ne seguirono il ministro della Cultura Dario Franceschini si fece avanti per affermare di essere stato lui in prima persona, e non il premier, ad aver proposto quella norma per andare incontro alle difficoltà degli albergatori piegati dall'emergenza Covid. L'ordinanza di revoca è stata poi annullata ad aprile in Cassazione, non essendo la norma applicabile in modo retroattivo. Paladino aveva nel frattempo liquidato al Comune due dei quattro milioni dovuti ottenendo così il patteggiamento.

Dall'hotel del suocero di Conte alla Azzolina. Il vizietto del governo per le leggi ad personam. Comma nel dl Rilancio per il titolare del Plaza. Il caso dell'abitazione della Trenta. Massimo Malpica, Venerdì 14/08/2020 su Il Giornale.  Ad personam. Nel governo Conte norme e leggine talvolta cadono a fagiolo per esponenti dello stesso esecutivo, regalando agli stessi, o a persone a loro vicine, vantaggi che è difficile definire inaspettati. Lo stesso premier, come è noto, varando il decreto rilancio ha fatto un bel favore al «suocero», Cesare Paladino, papà della sua fidanzata Olivia. Che, da proprietario dell'Hotel Plaza di Roma, aveva omesso di versare la tassa di soggiorno al Campidoglio tra 2014 e 2018, intascandosi quei 2 milioni di euro. Un «vizietto», a quanto pare, diffuso tra gli alberghi del Bel Paese e della capitale, visto che nell'indagine che aveva coinvolto Paladino c'erano in mezzo anche una ventina di altri hotel. Paladino, accusato dal pm Paolo Ielo di peculato (quei soldi vengono incassati per conto delle casse pubbliche), a giugno 2019 chiede di patteggiare una pena a un anno, due mesi e sette giorni di reclusione. Meno di un anno dopo, Conte nel decreto rilancio ai commi 3 e 4 dell'articolo 180 modifica il ruolo di riscossore per gli albergatori, e dunque il peculato per chi intasca la tassa di soggiorno si trasforma in «semplice» evasione fiscale. I maligni potrebbero pensare a una mossa per dare una ripulita alla fedina penale del papà della fidanzata, e il senatore di Fi Lucio Malan rilancia la storia, oggi, ricordando il differente peso che il M5s sembra dare ai «furbetti» del bonus rispetto alla vicenda della depenalizzazione della tassa di soggiorno che ha «sgravato dall'accusa di peculato il padre della compagna» di Conte, spiega Malan, che attacca: «Trattandosi di 2 milioni sottratti ai cittadini commettendo un reato, e non dei famosi 600 euro percepiti in modo del tutto vergognoso ma senza infrangere la legge (peraltro anch'essa firmata dallo stesso governo che ha depenalizzato la tassa di soggiorno), ci aspettiamo almeno le stesse sdegnate reazioni, in particolare dagli esponenti del Movimento 5 stelle». Nessuna leggina, ma solo un'interpretazione «personalistica» delle norme, dietro la storia della casa di servizio dell'ex ministro pentastellato della Difesa Elisabetta Trenta. Un alloggio di pregio che le era stato assegnato per servizio al momento dell'entrata nel precedente governo: 141,76 euro di canone, 173 euro in più per «affittare» anche l'arredamento. Non esattamente un prezzo di mercato. Quando a settembre cade il governo, quell'alloggio ministeriale finisce riassegnato proprio al marito dell'ex ministro, il maggiore dell'Esercito Claudio Passarelli, e la coppia rivendica il diritto a vivere lì quando il caso viene alla luce. La procura militare di Roma apre un fascicolo per capire meglio, la Trenta cede, e all'inizio dello scorso gennaio la coppia trasloca nella casa di proprietà, al quartiere Prenestino. Ultimo caso in ordine di tempo, è l'autoassunzione della ministra dell'istruzione Lucia Azzolina, che nel 2017 aveva partecipato al concorso per dirigenti scolastici classificandosi al posto 2.543 quando, ad agosto 2019, viene pubblicata la graduatoria. Due avvisi, nel giro di pochi giorni, fissano in 2,045 i dirigenti da assumere immediatamente. E il 4 agosto scorso con la Azzolina ministro, dal ministero arrivano altri 458 posti assegnabili in 18 regioni. La Azzolina sembrerebbe ancora fuori (si arriverebbe al numero 2.503), ma un decreto dipartimentale di ottobre scorso, a nuovo governo fresco di insediamento, ripulisce la graduatoria, cancellando 80 candidati classificati prima della ministra, che dunque finisce per occupare un posto in graduatoria che le darebbe diritto, da subito, a essere assunta. Ma ovviamente per fare la preside, la ministra potrà attendere di finire la sua esperienza al governo.

“Io, ex ministra grillina, dico: ho subìto la gogna mediatica anche dai miei…”. L'ex ministra della Difesa, Elisabetta Trenta, finita nei guai per una casa del ministero, dice: "Credo che il Movimento, proprio perché è stato molto rigido su questioni del genere, sia diventato vittima delle proprie idee e rigidità". Valentina Stella su Il Dubbio il 26 marzo 2021. Le polemiche scaturite in merito al fatto che l’ex sottosegretario alla Difesa, Angelo Tofalo, non avrebbe ancora liberato l’alloggio a Roma ottenuto quando aveva l’incarico governativo hanno fatto riaffiorare la stessa questione che interessò l’ex Ministra grillina Elisabetta Trenta, adesso professore straordinario di studi internazionali alla Link Campus University. Lei ha scelto di difendere Tofalo contro il fango mediatico che gli è arrivato addosso.

Perché ha deciso di schierarsi al fianco di Tofalo?

Nel momento in cui sono venuta a conoscenza della vicenda di Tofalo, che dai giornali è stata comparata con la mia, ho sentito l’esigenza di difenderlo con la verità che conosco io. E allo stesso tempo ho deciso di difendere anche Nicola Morra che probabilmente è stato attaccato più per la sua attività che in merito ai fatti. Bisogna andare in difesa di chi viene attaccato dal fango mediatico. La stampa dovrebbe essere la prima a non volere essere strumento di diffusione di notizie false, perché ne vale della reputazione dei giornalisti. Una sana democrazia si fonda su una giusta e corretta informazione, che consente ai cittadini di valutare. Quello che ho visto e che ho sperimentato anche su me stessa è che molta stampa diviene serva di persone, movimenti, organizzazioni, lobby che vogliono distruggere immagine e carriere degli avversari o, semplicemente, fermarne alcune tappe del percorso.

Come avvenuto con Lei.

Nei miei confronti è stata messa in atto una grande opera di diffamazione; nonostante il Ministro Guerini, rispondendo ad una interrogazione, avesse detto che era tutto regolare, nonostante la magistratura avesse aperto e chiuso un fascicolo, a distanza di un anno ancora escono di nuovo sui giornali le stesse polemiche. Vorrei aggiungere una cosa.

Prego.

C’è una chiara sproporzione tra lo spazio che la stampa concede alla notizia scandalo e quello dato al chiarimento che sgonfierebbe lo scandalo stesso. Il problema poi è che può anche intervenire una smentita successiva ma i social non perdonano e la notizia falsa continua a girare perpetuamente.

Quando il Corriere della Sera pubblicò l’articolo riguardante il suo alloggio e diede il via a numerose critiche verso di lei, fu chiamata per raccogliere il suo punto di vista prima che il pezzo andasse in stampa?

No, non fui chiamata, se non dopo che il primo articolo era già uscito. E però se il giornalista ha gli strumenti dovrebbe prima verificare le varie versioni. E allora viene da dire che c’è un forte uso politico della stampa. Eppure da politica non avrei mai pensato di dover avere paura dei giornalisti.

Però nel suo caso il fuoco fu amico: non solo il Moviment