Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2021

 

I PARTITI

 

PRIMA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

     

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

  

 

 

 

 

I PARTITI

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Sono Comunisti…

Incapaci ed incompetenti. Dietro il vaffanculo…Niente.

Se non anche il Vaffanculo a se stessi.       

Fratelli coltelli.

Andare…”ControVento”.

“Italia Più 2050”.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Contismo.

Giuseppe Conte.

Beppe Grillo.

Marco Morosini.

Luigi Di Maio.

Alfonso Bonafede.

Danilo Toninelli.

Lucia Azzolina.

Vito Crimi.

Roberto Fico.

Nicola Morra.

Vincenzo Spadafora.

Rocco Casalino.

Nina Monti.

Alessandro Di Battista.

Virginia Raggi.

Barbara Lezzi.

Roberta Lombardi.

Paola Taverna.

La Questione Morale.

La Variante Cinese.

I Raccomandati.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Lega. Il comunismo in sala padana.

Il Capitano.

Il Senatur.

Giancarlo Giorgetti.

Irene Pivetti.

La Questione Razziale.

La Questione Morale.

La Lega Omosessuale.

La Bestia e le Bestie.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La lunga amicizia tra Hitler e Stalin.

Rosa Luxemburg, l’allieva di Marx.

Comunismo = Fascismo.

Razzisti!!

"Bella ciao": l’Esproprio Comunista.

Antifascisti, siete anticomunisti?

Le donne di sinistra che odiano le donne.

Gli omofobi Rossi.

La nascita (e la morte) del Partito Comunista Italiano.

Professione: Sfascio…

Riformismo e Riformisti.

Che fine ha fatto il sindacato?

L’Utopismo.

Il Populismo.

Le Sardine.

La Questione Morale.

Tassopoli.

I Raccomandati.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Domenico Marco Minniti.

Andrea Orlando.

Andrea Romano.

Arturo Parisi.

Dario Franceschini.

Debora Serracchiani.

Emanuele Macaluso.

Enrico Letta.

Goffredo Bettini.

Luca Lotti.

Luciano Lama.

Lucio Magri.

Marco Rizzo.

Gianni Vattimo.

Giuseppe Provenzano.

Massimo D'Alema.

Nicola Fratoianni.

Nicola Zingaretti.

Pierluigi Bersani.

Roberto Speranza.

Romano Prodi.

Rosy Bindi.

Il Renzismo.

Furono Radicali.

Che Guevara tra storia e mito.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gli amici Terroristi.

Sante Notarnicola.

Cesare Battisti.

Dimitris Koufodinas.

Mara Cagol.

Sara Casiccia.

Walter Alasia.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Storia del 1968, quando il mondo impazzì e cambiò tutto in poche settimane.

 

 

 

 

 

 

 

I PARTITI

 

PRIMA PARTE

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Sono Comunisti…

Matteo Pucciarelli per repubblica.it l'8 novembre 2021. Il Pd ha dato il via libera, il gruppo dei Socialisti e democratici è pronto ad accogliere gli otto europarlamentari del M5S. Ma ora i vertici del Movimento sono colti dal dubbio: il rischio infatti è quello di perdere la propria vicepresidenza del Parlamento Ue, quella di Fabio Massimo Castaldo. Perciò Giuseppe Conte nicchia. Il 25 ottobre scorso durante il suo pranzo con Enrico Letta il tema è stato trattato, i dem non si oppongono all'ingresso ma non possono garantire molto di più in fatto di ruoli. Per spiegare meglio il passaggio va fatta una premessa. A metà legislatura europea tutte le nomine - compresa ad esempio quella di David Sassoli (Pd), il presidente del Parlamento - vengono azzerate. L'appuntamento adesso cade a metà gennaio 2022. Altra premessa: chi non è iscritto ad alcun gruppo, com'è il caso del M5S oggi, in Europa non tocca palla. Non è come stare nel gruppo misto alla Camera o al Senato. Nei fatti si resta fuori dai giochi, non si hanno ruoli determinanti nelle commissioni, si ha meno tempo di parola, si hanno meno fondi a disposizione. Il post ideologico Movimento nella scorsa legislatura, in piena fase populista, scelse il gruppo euroscettico di Nigel Farage; poi si avvicinò ai liberaldemocratici. All'atto pratico, votava quasi sempre come i verdi e la sinistra radicale del Gue, oggi The Left. A questo giro, nel 2019, non c'è stata alcuna adesione. L'essere riusciti a far nominare Castaldo fu un mezzo miracolo, il primo caso della storia di un non iscritto ad alcun gruppo a ottenere una carica di vicepresidente. Grazie, va detto, anche alla buona reputazione di cui godeva e gode. L'avvicinamento ai socialisti del M5S va avanti da tempo, entro fine dicembre tocca chiudere (in un senso o nell'altro), ma Pd e compagni hanno già messo le mani avanti, cioè non sono in grado di garantire la rielezione del vicepresidente. L'impegno massimo dei dem oltretutto è su Sassoli. Resta quindi il punto di domanda per Conte: ci sono più probabilità di rifarcela stando dentro o fuori dal gruppo S&D? Il timore del M5S è infatti che se una volta entrati poi Castaldo perdesse la carica, l'opposizione interna - quella che non vede bene un passo simbolico così netto in direzione del centrosinistra - avrebbe subito un ottimo argomento per contestare la bontà della scelta. Una cosa tipo, "eccoli, i volponi ci hanno fregato subito". Con l'ingresso degli otto eletti del Movimento nel gruppo (ben sei si sono persi per strada da due anni a questa parte), la delegazione italiana della famiglia progressista diventerebbe la più forte. I 5 Stelle potrebbero comunque guadagnarci qualche presidenza di commissione, un paio forse. Ma sulla vicepresidenza è tutto da vedere. E se il Movimento restasse anche stavolta fuori dai gruppi? In realtà anche in quel caso le possibilità non sono altissime. Dal Ppe è uscita la delegazione ungherese del Fidesz, il partito di Viktor Orbán. Anche loro resteranno nel limbo dei non iscritti. Per questo motivo fuori dal "sistema" la concorrenza, anche nelle commissioni, aumenterebbe comunque. Dal suo ruolo di ministro degli Esteri Luigi Di Maio si è espresso giusto due giorni fa parlando al Mattino, "dobbiamo costruire un fronte progressista anche in Europa e aderire al gruppo socialista". Sul quando, ora tocca a Conte valutare i pro e i contro.

I pentastellati nel Pse?. Travaglio e il socialismo, siamo su scherzi a parte: Conte spaziava da Putin alla Cina, a Maduro. Fabrizio Cicchitto, Biagio Marzo su Il Riformista il 20 Novembre 2021. Certamente l’Internazionale socialista non ha mai avuto l’arcigna centralizzazione ideologica dell’Internazionale comunista con la quale si è storicamente contrapposta. Tuttavia, specialmente nel passato, essa è stata caratterizzata da grandi dibattiti ideologici con protagonisti come Karl Kautsky (al quale Lenin dedicò un libretto finalizzato a dimostrare “per tabulas” che egli era un “rinnegato” rispetto ai canoni del marxismo) o come Bernstein che portò invece alle estreme conseguenze proprio la “revisione del marxismo”. Non a caso ai giorni nostri Umberto Ranieri e Umberto Minopoli, due miglioristi del PCI-PDS, indiziati di filo-craxismo agli occhi dei “ragazzi di Berlinguer”, presero proprio Bernstein come punto di riferimento in un libro dal titolo Il movimento è tutto per sottolineare la loro posizione eretica rispetto alla maggioranza del loro partito. Comunque, più recentemente sia pure a maglie molto larghe, il PSE, e quindi il suo gruppo parlamentare (così come pure, ovviamente su altre problematiche, il Partito Popolare Europeo di orientamento conservatore-moderato), si è sempre caratterizzato per un intenso dibattito politico e culturale. Negli anni che stanno alle nostre spalle il dibattito si è sviluppato fra “il nuovismo” di Tony Blair, “la terza via” prospettata da Giddens e le posizioni più tradizionali di francesi, tedeschi e spagnoli (ma anche fra di essi sono emerse sfumature politiche differenti). Orbene sfidiamo chiunque a ritrovare nella produzione via Twitter, Facebook e anche nelle interviste giornalistiche e nei talk show (ma non li vedremo più in quelli della Rai) una qualunque manifestazione di interesse per questo tipo di problematica da parte dei grillini. Legittimamente e francamente essi sono appartenuti dalla nascita ad oggi a tutto un altro mondo, inizialmente quello della protesta più totale e successivamente quello del populismo e del giustizialismo più efferato. Andando alle origini del fenomeno, va detto che a suo tempo due personalità dotate di ben diverse qualità, Grillo e Casaleggio senior, hanno avuto la genialità di riuscire ad incanalare in un movimento unico quelle proteste suscitate sia dagli errori dei governi di centro-destra e di centro-sinistra della cosiddetta Seconda Repubblica, sia dalla politica di lacrime e sangue realizzata fra il 2011 e il 2013 dal governo Monti. La loro posizione di fondo escludeva qualunque intesa o coalizione con altre forze politiche differenti. Poi è successo nel 2018 un caso che potremmo semplificare con l’espressione “il troppo stroppia”. Dal 25% ottenuto nel 2013, il Movimento 5 stelle è arrivato al 32%. Con un consenso di quel tipo, però, si è trovato in una condizione del tutto paradossale: in assenza di una forma-partito costituita, il suo unico autentico “tesoretto” era costituito da un enorme numero di parlamentari (fra Camera e Senato più di 300). Per conservare quel tesoretto il gruppo dirigente del Movimento 5 stelle si è trovato di fronte alla assoluta necessità di evitare a tutti i costi elezioni anticipate che lo avrebbero di molto ridotto, vista anche la masochistica decisione di tagliare il numero dei parlamentari. Ma per evitare il voto anticipato il M5s è stato costretto a fare esattamente il contrario rispetto a quella che era la sua dottrina originaria e quindi ha realizzato in parlamento tutte le alleanze possibili e immaginabili e anche ben tre governi di segno opposto, uno con la Lega sostanzialmente di destra, uno con il PD di centro-sinistra, il terzo presieduto addirittura da un banchiere di unità nazionale. Un comportamento di questo tipo, da un osservatore malevole, potrebbe essere definito come trasformista, ma prendendo per buone le giustificazioni avanzate dai più svegli fra i grillini (vedi Di Maio) la spiegazione offerta è stata quella che oramai le distinzioni tradizionali fra destra e sinistra sono del tutto superate. Se fossero superate, non avrebbe senso il PSE, il quale, al contrario ha radici storiche, culturali e ideologiche profonde in Europa. Così come l’Internazionale socialista nel Mondo. Allora mettiamo assieme quelli che sono i tre punti distintivi del Movimento 5 stelle sul piano, diciamo così, politico-culturale, cioè il superamento della distinzione fra destra e sinistra, una dose molto rilevante di populismo, il giustizialismo efferato: ebbene che cosa hanno a che fare tutti questi tre punti – ma specialmente quelli relativi al superamento della distinzione fra destra e sinistra e al giustizialismo – con un qualunque rapporto con l’Internazionale socialista e con il Gruppo parlamentare europeo socialista? Siccome il gruppo dirigente del Pd alcune di queste cose le sa benissimo, sembra quasi che esso ritenga che oramai il Partito Socialista Europeo, e conseguentemente il suo gruppo parlamentare, ha avuto una sorta di mutamento genetico. In sostanza, indirizzando il Movimento 5 stelle verso il gruppo parlamentare socialista sembra proprio che il gruppo dirigente del Pd ritenga che il Pse e l’Internazionale sono diventati una sorta di “albergo ad ore” o di ostello per la gioventù, da offrire come punto logistico di riferimento per quei giovani che a Bruxelles e a Strasburgo non trovano alcun altro alloggio. Ma le asimmetrie e le contraddizioni non si fermano qui. Nel dibattito, anzi più propriamente nella rissa che caratterizza una parte cospicua dell’attività politica italiana, i grillini, ma specialmente il loro leader Conte, hanno insieme come punto di riferimento culturale e giornalistico e come organo Il Fatto di Travaglio. Ebbene, in che modo Il Fatto e Travaglio sono riconducibili al socialismo democratico? Francamente ciò può avvenire solo se ci si colloca dentro la trasmissione “Scherzi a parte”. Infine, le cose diventano ancora più imbarazzanti e inquietanti se si fa riferimento all’azione politica e di governo svolta da Conte come presidente del Consiglio in ben due occasioni. In entrambi quei governi, peraltro di segno opposto, il tratto più caratteristico ha riguardato la politica estera italiana, del tutto fuoriuscita dal suo quadro storico di riferimento (l’europeismo, la Nato, i rapporti con gli Usa). Abbiamo avuto una politica estera allo sbando che spaziava da Putin, alla Cina, al Venezuela di Maduro, alla copertura di singolari iniziative spionistiche sul nostro territorio da parte degli amici di Trump (di qui il suo saluto a “Giuseppi”). Non parliamo poi delle singolari scorribande avvenute sul nostro territorio nella prima fase della pandemia da parte di simpatiche brigate militari russe e cubane e degli scambi di materiale sanitario, di cui peraltro eravamo quasi sprovvisti, con i compagni cinesi avvenuti il 15 febbraio del 2020, salvo ritrovarsi a marzo del tutto sprovvisti proprio di mascherine, esposti, tramite l’uomo di fiducia Arcuri, a molteplici operazioni speculative da parte di vari soggetti. Le cose forse non si sono neanche fermate qui. Ci auguriamo che il Copasir faccia luce su un’inquietante episodio narrato da Bruno Vespa a proposito di un tentativo di intimidazione messo in atto da un alto esponente dei servizi (il cui nome non pubblicato peraltro sta girando) nei confronti di Cesa, segretario dell’Udc, nel momento cruciale della crisi del secondo governo Conte. Orbene, che cosa c’entra tutta questa problematica con l’adesione, che dovrebbe essere una cosa seria e impegnativa, del Movimento 5 stelle al PSE e al suo gruppo parlamentare? Enrico Letta (rispetto a Zingaretti e a Bettini che si battevano per la parità tra Pd e 5s e Conte leader e candidato premier) ha posto al centro la gramsciana egemonia, nel senso che i 5s dovrebbero accettarla tout court. E però dovrà spiegare con la capacità che lo contraddistingue di sviluppare ragionamenti seri, fondati su una ancor più seria documentazione. Fabrizio Cicchitto, Biagio Marzo

“I 5 Stelle socialisti? Non fatevi ingannare: è solo opportunismo”, intervista a Rino Formica. Umberto De Giovannangeli su Il Riformista il 20 Novembre 2021.

«Dia a retta a me che nella mia ormai vetusta vita ne ho viste tante. In politica poi… Quello messo in atto è un grande imbroglio, “grande” commisurato alla statura misera degli ideatori, un imbroglio che con ragioni e motivazioni di carattere ideologico non c’entra nulla, ma proprio nulla. Ma c’entra tanto, tutto, con un opportunismo politico di piccolo cabotaggio. Del resto, ma come diavolo si può fare a prendere sul serio l’avvicinamento al socialismo di un Movimento che ha fatto del rigetto sprezzante dell’ideologia un proprio elemento fondante, del quale andar fieri?». A dichiararlo al Riformista è Rino Formica uno degli ultimi “Grandi vecchi” della politica italiana. Grande per statura politica e non per anzianità acquisita. È stato ministro delle Finanze, dei Trasporti, del Commercio con l’estero, del Lavoro e della Previdenza sociale, e del Psi è stato da sempre e fino alla fine uno dei dirigenti più autorevoli. Lui di socialismo se ne intende.

Senatore Formica, ci aiuti a capire. Cosa c’è dietro questa ipotesi vagheggiata da Di Maio e ben vista da Letta, di un’adesione dei 5Stelle al partito del socialismo europeo e al gruppo di riferimento all’Europarlamento?

È un’operazione di tecnicalità regolamentare del Parlamento europeo che però viene utilizzata, sul piano interno, per vedere se, de facto, c’è una legittimazione, che avviene in sede europea, di una convergenza in sede italiana che avviene senza dibattito politico. Ed è una convergenza, che allo stato attuale, serve momentaneamente per creare un blocco comune per l’elezione del Presidente della Repubblica. Certo, in prospettiva ci sono le elezioni politiche, ma il primo fatto, e non solo per ragioni temporali, è di creare una convergenza con un gruppo, quello dei 5Stelle, che potrebbe essere una variabile impazzita per la elezione del nuovo Capo dello Stato. Stiamo parlando di un gruppo parlamentare che, in quanto portato delle elezioni politiche del 2018, è ancora il primo in termini di rappresentanza. Che poi sia una dimensione assolutamente falsata, iper sovradimensionata come dimostrano le varie tornate elettorali successive, poco conta in vista delle votazioni per il Presidente della Repubblica. Con tutto questo, il socialismo europeo c’entra come i cavoli a merenda. Quella in atto è un’incursione tra le file di un Movimento allo sbando per creare una maggioranza numerica, non politica, che possa portare una personalità di spessore al Quirinale. Ma di quali motivazioni ideali stiamo cianciando! Qui siamo alle prese con un Movimento, i 5Stelle, che pur di mantenere la cadrega, si è fatto piacere Salvini e poi Zingaretti e poi Letta, per non parlare di Draghi. E ora pure Scholz, anche se probabilmente nel mondo pentastellato non sanno neanche chi sia. Tutto, pur di restare dentro quel dorato, e ben remunerato, Parlamento che, quando dovevano cavalcare l’antipolitica, avevano giurato di aprire come una scatola di tonno. L’operazione “socialismo europeo” è un’operazione finta. Sa quale sarebbe, allo stato attuale, la cosa da chiedere all’uno e all’altro?

Faccia lei la domanda, senatore Formica…

Qual è la convergenza socialista che si nota da parte dei 5Stelle su quella che è la storia e la tradizione del socialismo europeo?

Questa è la domanda, e la sua di risposta qual è?

Non ne esiste traccia, indizio, neanche a pagarlo oro. Vede, quando il Pci voleva aderire al Partito socialista europeo, vi fu una discussione all’interno del Partito socialista come all’interno del Partito comunista. Discussioni serie, anche aspre, ma di uno spessore che questi qua oggi neanche se lo sognano. Era crollato il muro di Berlino, l’impero sovietico si disfaceva, l’89 aveva segnato il fallimento del comunismo reale, e si manifestò una reale convergenza delle forze del Partito verso la storia e la tradizione del Partito socialista europeo. Di questo non c’è traccia oggi. Non c’è uno straccio di discussione nei gruppi dirigenti, non c’è pathos, un minimo di passione culturale. Ma la cosa più sorprendente sa qual è?

Qual è?

Che tutto ciò non viene richiesto. Quanto poi agli intellettuali che sono sempre stati abituati a ragionare sulla base degli input che venivano dai partiti che loro fiancheggiavano, non si pongono il problema di dire: scusate, andiamo sul profondo, ma voi a che pensate facendo questa operazione?

A proposito di Scholz e della Spd tedesca. Il Pd dovrebbe trarre qualche lezione da un partito che veniva dato politicamente per defunto e oggi invece esprimerà il primo cancelliere del dopo-Merkel?

Se il Pd fosse dello stesso “ceppo” politico e ideale, certo che sì. Ma così non è. I socialisti tedeschi hanno dato prova di saper aggiornare i loro programmi, la propria agenda politica, alle sfide del presente. Senza che questo abbia voluto dire negare se stessi, la propria storia, le proprie radici. Il revisionismo è una cosa, il “negazionismo” storico-politico è altro. E quando il negare le proprie radici è in funzione di una mera operazione tattica di potere, una scorciatoia per governare, il cerchio si chiude. E si chiude male.

Lei ha fatto in precedenza riferimento sull’ingresso dell’allora Pci, e successivamente dei suoi derivati, nel Partito del socialismo europeo. Alla fine, quello che ha sugellato questa operazione con la cultura socialista non aveva molto da spartire. Il riferimento è a Matteo Renzi. Come se lo spiega?

Ma no… Matteo Renzi ha portato il Pd ad aderire al Partito socialista europeo, ponendo così fine ad un’anomalia insostenibile…

A cosa si riferisce?

Originariamente, l’adesione al Partito socialista europeo fu del Pds. Quando il Pds poi si trasformò e si fuse con la Margherita, il partito nuovo, il Pd per l’appunto, non aveva aderito in quanto tale. Una sua componente interna, il Pds, aveva mantenuto il collegamento, tant’è che D’Alema continuò a ricoprire incarichi politici di primo pano in quell’ambito. Renzi si trovò, da segretario, a farsi carico di questa anomalia per cui un pezzo del partito aderiva al socialismo europeo e quelli di provenienza Margherita avevano invece aderito al gruppo dei Liberali europei. Renzi non portò l’adesione, ma risolse l’anomalia.

Ma questa anomalia, dal punto di vista della cultura politica, non è rimasta poi tale? Messa giù un po’ brutalmente: ma questo Pd, per come oggi è, per la cultura politica che lo permea, cosa c’entra con il socialismo europeo e le sue organizzazioni storiche?

In sostanza, la storia dei collegamenti sovranazionali dei socialismi dei singoli partiti nazionali, avveniva attraverso l’Internazionale socialista. Non attraverso un partito. Il Partito socialista europeo oggi è un fantasma. Quanto alle Internazionali: quella comunista non esiste più da tempo e quella socialista si riduce a collegamenti episodici tra partiti socialisti dei vari paesi. Un Partito transnazionale deve essere un partito dove ci si può iscrivere in qualsiasi parte del mondo. Il Partito “trasversale”, sovranazionale è il Partito radicale, a cui ci si può iscrivere, per dire, dalla Thailandia, dalla Cambogia… Ma questa è tutt’altra storia, forse minoritaria, di certo nobile. Qui, invece, c’è un opportunismo in sede europea che vuole trovare una sua dignità e giustificazione. Contemporaneamente, però, c’è uno sfruttamento in sede nazionale per utilizzare, in funzione della prossima scadenza dell’elezione del Presidente della Repubblica, una parvenza di legame, di blocco fra i 5Stelle e il Pd. E poi, per le prossime elezioni, trovare una giustificazione del tipo: ma questa convergenza è già avvenuta in sede europea. Non vi fate ingannare. Gli intellettuali devono scavare sulle ragioni ideologiche, se ci sono. Ma ragioni di questo tipo non ce ne sono.

In precedenza, lei ha fatto riferimento alla crisi dell’internazionalismo, come idea e non solo in riferimento alle sue organizzazioni storiche. È nostalgia del passato?

No, è una sfida per il futuro. E lo lasci dire a chi alla mia veneranda età continua a essere appassionato di futuro. Non chiamiamola Internazionale socialista, ma Internazionale democratica sì, di questo c’è un gran bisogno. Perché la globalizzazione non sia solo dei mercati, di una finanza sempre più aggressiva, ma dei diritti, civili e sociali. Ecco, un dibattito di questo genere mi appassionerebbe, e non credo che sarei il solo.

Umberto De Giovannangeli. Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.

·        Incapaci ed incompetenti. Dietro il vaffanculo…Niente.

I guai di Giuseppe Conte e del M5S con i soldi: ecco chi sono i parlamentari che non pagano il partito. Alle prossime elezioni i pentastellati prevedono di eleggere molti meno esponenti e chi sa di essere a fine corsa non restituisce più, come mostrano i dati elaborati dell’Espresso fino a fine ottobre. Ma “l’avvocato del popolo” ha bisogno di fondi per prepararsi al voto. Antonio Fraschilla e Mauro Munafò su L'Espresso il 13 dicembre 2021. Il movimento che aveva costruito il suo successo sul rifiuto del denaro pubblico, si è incartato sui soldi e ne ha sempre più bisogno per sopravvivere. Finita l’epoca delle foto di gruppo organizzate da Rocco Casalino con il maxi assegno da milioni di euro restituiti allo Stato - messi da parte grazie ai rendiconti e alle decurtazioni degli stipendi dei parlamentari eletti - da qualche anno a questa parte la gestione dei bilanci è diventata uno dei punti più delicati della vita dei 5 Stelle.

“Siamo diventati un'Equitalia a 5 Stelle”. Scissione imminente nel Movimento, rivolta contro Giuseppe Conte. Il Tempo il 05 dicembre 2021. Giuseppe Conte deve far fronte ai pesanti malumori interni al Movimento 5 Stelle e la scissione è sempre più vicina. Circa venti deputati e almeno 4-5 senatori sono pronti a dire addio al partito fondato da Beppe Grillo proprio a poche settimane dalla fondamentale partita del Quirinale. La minaccia, riferisce Repubblica, è già stata consegnata al leader grillino e nasce a causa della mail inviata da Claudio Cominardi, tesoriere pentastellato, in cui si chiede a decine di parlamentari di mettersi in regola con i versamenti dovuti. “Siamo diventati un'Equitalia a 5 Stelle”, la battuta sarcastica di un senatore. I membri dei cinquestelle non in regola hanno ricevuto un pesante invito a mettersi in regola tramite una mail inviata alle 7 di mattina. In allegato era presente anche una cartella esattoriale, definita come più che dettagliata. “Mancherebbe all'appello almeno un milione di euro, nei casi più virtuosi ci sono esponenti indietro di 4-5 mila euro ciascuno, mentre tra i recordman si superano anche i 60 mila” l’ammanco evidenziato dal quotidiano. “Pagare? E perché mai? Pretendiamo di vedere nel dettaglio dove e come vengono impiegati tutti i nostri contributi. Invece i punti d'ombra sono troppi” le minacce di un parlamentare che fa parte della fronta anti-Conte. E nel Movimento, per andare contro all’ex presidente del Consiglio, si parla insistentemente dei più di 10 mila euro di affitto pagati per la sede nei pressi Montecitorio. Soldi che a molti sembrano buttati visto che è completamente vuota nonostante i pagamenti siano iniziati da tempo. Aver richiamato i membri del Movimento 5 Stelle non è stata una mossa azzeccata in vista delle elezioni per il Colle. “Al prossimo giro, con 345 posti in meno, e sperando di mantenere almeno il 15% dei consensi rientrerà in Parlamento al massimo un parlamentare sui 3 attuali” l’analisi uno dei senatori più esperti, che non si sorprende del fatto che molti dei ribelli siano deputati al secondo mandato, quindi con possibilità limitate di essere rieletti. Daniele Del Grosso, Gianluca Vacca, il presidente della commissione Agricoltura Filippo Gallinella, Vita Martinciglio, Giuseppe D'Ippolito, Roberto Rossini, Emanuele Scagliusi sono i nomi fatti da Repubblica sui più agguerriti alla Camera. Cristiano Anastasi è invece tra i peggiori nemici di Conte al Senato.

Nessuna illusione, i grillini restano aggrappati al sogno populista. Michele Prospero su Il Riformista il 3 Dicembre 2021. Cosa è oggi il M5S? Non è bastato annunciare il voto a Macron e dare l’addio al sostegno per i piani insurrezionali dei gilet gialli. Adesso anche il residuo di finanziamento pubblico diventa una risorsa appetibile per una creatura rimasta orfana della Casaleggio. Il M5S è sempre più un enigma, altro che normalizzazione dei barbari sedotti dalle comodità romane. Quanto più scioglie i suoi nodi programmatici secondo una prospettiva genericamente progressista tanto più diventa un animale (anti)politico concettualmente sfuggente. L’indifferentismo programmatico da sempre rientra tra i connotati distintivi di un movimento antipolitico. Il passaggio, che non teme il principio di contraddizione, da una posizione all’altra sulle questioni in agenda evidenzia la caratura di un soggetto ambiguo la cui identità consiste nella volontà di abbattere un sistema rispetto al quale si rimarca la estraneità. Da questo punto di vista il M5S, con la scomparsa di ogni sistema di partito strutturato, sconta una crisi da compimento. Il disegno fondativo di demolire il congegno bipolare è stato realizzato. Ottenuto l’obiettivo massimale, dinanzi al prodotto della Casaleggio rimaneva una alternativa secca: imporre un nuovo sistema ridefinito secondo l’impronta egemonica del grillismo o integrarsi nelle pieghe di quello che rimaneva dell’antico ordine, convivendo con il rischio che il sistema sussistente ne depotenziasse la carica eversiva. La prima opzione di costruire un regime nuovo con interpreti inediti è stata perseguita con il governo dei due populismi guidato da un presidente del consiglio sin troppo servizievole. Non è mancata allora la volontà di rompere e non a caso con l’Europa, con il Quirinale, con la Francia il M5S nella sua fase ascendente ha usato le maniere forti. Lo scontro è stato reale e il proposito di spezzare gli equilibri istituzionali e le appartenenze internazionali ha ispirato le azioni grilline. La rottura del governo del contratto non è avvenuta per un rinsavimento del M5S all’insegna dell’umanesimo contiano, ma per una improvvida mossa del Papeete. È stato Salvini del tutto inopinatamente a interrompere una convivenza che lo rafforzava quotidianamente. La Lega appariva come il potere forte entro un sistema nel quale il marchio dominante era impresso dal sovranismo. Con il suo populismo più forte, alimentato di continuo con una immagine del nemico palpabile, la Lega era destinata a primeggiare sul populismo a gradazione più debole dei grillini, cantori balconieri per la definitiva sconfitta della povertà. Sfumata, e unicamente per il disimpegno leghista, la velleità di edificare un regime sovran-populista, il M5S ha dovuto gestire una ritirata che, per la insipienza tattica dei nuovi alleati Zingaretti-Bettini, si stava rivelando una insperata occasione per abbozzare una nuova operazione egemonica. Se con le chiassose truppe di Salvini la voce grillina appariva alquanto debole, con le armate del Pd, accampate nei luoghi istituzionali, proprio le teste di turco grilline assumevano il comando (imposizione di una riforma costituzionale di cui si tornerà a parlare per gli scompensi che inevitabilmente produrrà). La strutturale impossibilità di governare un’emergenza con una coalizione a spiccato traino grillino ha eroso le basi parlamentari del governo giallorosso. Dopo aver rinunciato ai muscoli anti-euro, per mostrare la fresca propensione ad assecondare una vocazione europeista come quella coltivata dal Pd, al M5S è toccata una ulteriore metamorfosi: rinunciare ad ogni visione autonoma per esibire una propensione organica a piegare la schiena su tutto quanto sforna il governo tecnico come decisione accettabile. Il problema non è di semplice logica formale. L’incoerenza non è necessariamente un disvalore in sé nell’agire politico, su questo ha ragione “il gagliardo materialista storico” Ferrara. La vera questione è di capire le ragioni dell’incoerenza come fenomeno che va indagato al di fuori di ogni esibizione di censura di stampo morale. All’indifferentismo per forza, che caratterizzava il M5S nel suo tempo trionfante, segue l’indifferentismo per debolezza, che distingue il M5S che prova a sopravvivere agli eventi grazie alle risorse di governo. Non esiste più l’incoerenza del movimento combattente che subordinava i dettagli programmatici all’esibizione muscolare del tema più forte dell’identità grillina: tutti a casa. Oggi domina l’incoerenza del movimento declinante che, perduta la credibilità di un gruppo ostile e irriducibile al gioco delle alleanze, campicchia con le dotazioni residuali che restano a disposizione nell’accampamento romano. Senza più il comico celebre che si dichiara ormai “stanchino” nell’arte di urlare l’inno della ribellione, rimasto privo dell’ausilio organizzativo-comunicativo della azienda, sprovvisto dei link originari con forze estere influenti, il M5S oscilla da una posizione all’altra e la follia della incoerenza diventa una esibizione necessaria. Serve per sopravvivere e non certo per dare la prova della sua avvenuta maturazione razionale. È evidente che, con le prove sfornate a raffica tese a mostrare al mondo di aver appreso l’arte della negoziazione e i tempi della politica, per il M5S sorgono più problemi che soluzioni rassicuranti. La strategia della normalizzazione-istituzionalizzazione di un partito che si aggrappa alla fortezza del 10 % come ragione esistenziale ultima postula pur sempre una leadership, un ceto politico, una cultura politica che non sembrano però a disposizione del movimento, condannato per questo vuoto a vagare da una abiura all’altra senza trovare mai pace se non nella estinzione. Non c’è tema cruciale sul quale il non-partito abbia mantenuto con fermezza il punto di vista originario. Su tutto lo scibile cambia celermente orientamento perché, per una forza come quella grillina, l’opportunismo è congenito e non è mai il contenuto effettivo delle singole proposte a definirne la natura. Una formazione che fa dello strumento (digitale) la propria ideologia (democrazia diretta) andrebbe decifrata non sulle singole abiure, ma sulla persistenza di una condizione che resiste al cambio delle vedute congiunturali. E questo elemento o residuo che permane nel mutare incessante delle formule o derivazioni programmatiche è contenuto nel mito della democrazia diretta. Attraverso questo mito fondativo, tutto è decidibile perché niente appare solido in un non-partito che è un quesito cui segue un plebiscito digitale. La illiberale torsione organizzativa costituisce l’identità originaria del M5S. Il pronunciamento della piattaforma si configura come un ritrovato plebiscitario escogitato solo per evitare le faticose procedure di un governo della discussione. On line il connesso alla piattaforma decide apparentemente tutto mostrando il volto di un non-partito che oltre la mitologia della rete non è nulla. Non a caso Conte fonda su ciò che non intende essere (un partito) l’identità di una forza in declino che rimane aggrappata al sogno populista. Michele Prospero

Servi scalzi del primum vivere! La rivoluzione copernicana dei grillini (se solo sapessero chi era Copernico…) Paolo Guzzanti su Il Riformista il 2 Dicembre 2021. Polvere di stelle e detriti di vecchie ingiurie, antiche opere di canalizzazione della rabbia come disse Beppe Grillo secondo il quale, quando il Movimento nacque e si diffuse, lo Stato avrebbe dovuto ringraziarlo per il servizio svolto, quello di infognare i legittimi sentimenti di rivolta legittimamente espressi da un popolo frastornato da notizie di malversazioni e ruberie, i quali, anziché dar mano a forche e forconi, si contentarono di entrare nelle file grilline dando così luogo a un possente movimento subito guardato con attenzione dai narcotrafficanti venezuelani ansiosi di alimentare crisi europee. Giuseppe Conte, un personaggio con una sua compagnia, dotato di mobilità e considerato un discreto fantasista sorpreso molte volte sullo scranno del Primo ministro, ha dovuto prendere decisioni mai viste per trovare la bocchetta dell’aria, come quella di aprire alla destra in area berlusconiana, cosa che fa uscire le bolle dell’orticaria al folletto portafortuna detto Dibba, il quale entra e esce dalle foreste per sconfessare, rifondare, vituperare, fare le boccacce seguendo una sua antropologia. La verità? Tocca tenerseli fino al 2023 quando le elezioni teoricamente dovrebbero rispedirli tutti a casa. Ma il tempo anziché galantuomo è una gran carogna, sicché non possiamo essere sicuri di nulla. Il grande fatto seminuovo della storia del nostro paese è che l’elettorato un tempo monogamo, frate francescano ossessivo, funzionario comunista indomito, socialista da generazioni come da foto nella cornice, si è fatto puttanissimo, libertario, a votare manco ci va perché se non c’è nessuno che gli piaccia lui li manda tutti a quel paese. L’Italia è diventata matura e prova ne sia che finisce nella differenziata tutta la politicuzza dei politicanti della recente preistoria i quali frignano come se fosse una disgrazia: “Aridatece quella agorà in cui si fanno compromessi e giochi, si paga pegno, si minaccia la rottura, si ricompone la pace la pace tutta, si trova un nuovo equilibrio e un nuovo accordo… dov’è finito quel nostro mondo? Finito come l’Amazzonia?”. Il colpo di grazia dei Cinque Stelle è stato quando hanno visto che andava per suo conto la prospettava di un Conte tre. Si svolse un summit in videochiamata e fu presa la decisione di recuperare con una rete a strascico l’Italia adagiata fra Libia Cina Uzbekistan e Moldavia per riportarla su su, fino alla vera Europa in cui vivono i popoli con i piedi per terra non quelli nell’acqua. Per farlo si vide subito che bisognava investire un gran pacco di quattrini e che però questi quattrini sarebbero finiti dispersi nei mille rivoli dei provvedimenti a pioggia e che quindi ci voleva un commissario punto, ma diciamo meglio, un benevolent dictator, appunto il benevolent dictator che non è mai esistito, e un po’ la figura platonica dell’intellettuale al potere. Ma insomma Mario Draghi va benissimo perché tanti anni alla Bce lo avevano reso sia straniero che patriota della sua patria d’origine. Inutile qui ripetere gli elogi o le caratteristiche dell’uomo Draghi che abbiamo elencato allo sfinimento sennò per dire che è l’uomo di cui l’Europa si fida e per insediare il quale si è rivolta all’altro suo agente, l’ex ragazzino prodigio Matteo Renzi che ora ha cambiato mestiere, ambisce a posizioni internazionali di altissimo rango, se ne infischia di avere il due per cento in Parlamento, ma agita sempre una Golden Share con cui imporre il suo volere specialmente quando è il volere dell’Europa. Il resto è cronaca, la calata a Roma di Matteo, lo show down delle carte in tavola, la caccia ai responsabili, la cacciata degli infausti con insediamento in pompa magna di Mario Draghi che ci sembra in questo caso come Eugenio di Savoia il quale fu uno dei più grandi condottieri europei e uomo d’arme del nord malgrado il nome e cognome. Venne dunque il condottiero, egli fece fuori tutti, 5 Stelle compresi. Ma l’uomo d’arme, o condottiero, o benevolent dictator, è comunque non rispettoso osservante del messale della domenica e della democrazia e dunque fa i conti con la realtà e con i compromessi realistici. Ne consegue che i 5 Stelle hanno dovuto affrontare finalmente il problema esistenziale. Accadde a loro quel che accadde al più volte citato Cavaliere inesistente di Italo Calvino, il quale, messo alle strette da Carlo Magno che gli chiedeva di alzare la celata, dovette arrendersi a dire: sire, ma io non esisto. I 5 Stelle si sono riuniti più volte in vari gruppi pazzi per dirsi: è vero che non esistiamo ma come possiamo cercare di esistere? Hanno tirato fuori mille pretesti, hanno cambiato idea, hanno cambiato nome, si sono insultati, si sono rappacificati, chi si mette lo scafandro, chi si aggiunge un fazzoletto con le punte, chi si lustra le scarpe e chi arrotola la liana, ma insomma sono tutti lì in triciclo a trovare il modo di scamparsela, salvare la pelle, portare a casa lo stipendio, fare tutte le brutte cosacce sudicie che avevano sempre odiato e maledetto al punto di voler demolire il Palazzo stesso della democrazia, un relitto da sostituire con apposita piattaforma multi-clic. Sono morti, ma hanno ancora la sindrome del prode Anselmo, il quale era molto scaltro e per la guerra aveva messo l’elmo e che però come avverte il poeta andava battendo ma era molto forte. I capi pentastellati non sono così primitivi e illetterati da non sapere quel che gli sta capitando perché lo vedono e lo vivono in prima e ultima persona: il problema per loro non è come riadattare una ideologia o riformare idee che non hanno mai avuto ma quel primum vivere”, che qui è piuttosto sopravvivenza. E allora le trovano tutte: uno parla della libertà del pisello di suo figlio, Di Maio si fa macroniano scalzo minore dei servi de la République, dopo aver bruciato in giardino il gilet giallo. Chi si allevava nel pollaio qualche no vax da pronto impiego lo ha consumato con le patate, i loro ex discepoli o confratelli o compagnia-bella formano nuovi conventi e altri alveari mentre alcuni soldati depongono uova. Non si era mai visto nulla di vagamente simile in alcuna Repubblica non soltanto italiana. Il Pd di Enrico Letta se li sente appiccicati addosso come la pelle di qualcuno disintegrato da un attentato terroristico e tutti nel partito sono d’accordo che ci si debba scollare di dosso quel residuo da morgue, ma che bisognerebbe farlo con garbo cercando di recuperare dalla cesta degli scarti anche un po’ materiale che in origine era loro, del Pd, e che è volato via. Intanto quei poveracci votano e fanno votare il due per mille per tirare a campare, scoprono, povere anime, che la politica è un servizio pubblico come (dovrebbe essere) la Giustizia o la Sanità e che quindi come ogni servizio pubblico costa molti soldi e che quei soldi sono buoni, santi e benedetti, almeno finché qualche mariuolo se li frega e se li ficca nelle sue tasche. Una rivoluzione copernicana, se solo sapessero chi era Copernico, certamente non un terrapiattista. Persino il cosiddetto “popolo” timbrato a cinque stelle ha cliccato come di dovere sulle piattaforme e ha dato il consenso al finanziamento della politica e dunque alla fine dei conti ci ritroviamo con un gruzzoletto di crescita nel buon senso. E per fortuna, ciò che sembra davvero perduto per sempre è l’odio per il Parlamento della repubblica espresso in tutti i modi fisici, verbali e simbolici. In America stanno mandando in galera uno dopo l’altro tutti coloro che il 6 gennaio andarono a sfondare i cordoni di Capitol Hill e devastarono il Parlamento. Da noi invece un tizio con lo scafandro entra ed esce dai Palazzi come se fosse a casa sua e questo in fondo è meraviglioso perché siamo un Paese che ha una coattitudine, più che attitudine, ad incassare, metabolizzare, perdonare perché il motto nazionale resta “chi ha avuto, ha avuto: scurdammoce ‘o passato”, eccetera. Ma ora sta arrivando la pagina nuova da scrivere e si fa un attimo ad arrivare al 2023 e lì si dovrà fare la conta. Quanta polvere di stelle sarà ancora in aria., quanta ad intasare i nostri polmoni, quanta incistata nelle cadreghe dei seggi parlamentari? Tutto sta a vedere che cosa farà l’Europa, la quale ormai è Draghi, pensionata la Merkel, celebrato il fidanzamento in casa col patto del Quirinale, mentre Matteo Renzi, non a torto, reclama la sua oncia di vittoria e il titolo di San Giorgio rovesciato per aver ucciso il Conte e installato a Palazzo il Drago.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

Emanuele Buzzi per il "Corriere della Sera" il 2 dicembre 2021. La premessa l'ha fatta qualche giorno fa il tesoriere dei 5 Stelle Claudio Cominardi durante l'assemblea con deputati e senatori. Le casse del M5S preoccupano i vertici e i parlamentari che non versano le cifre destinate al partito «stanno creando un danno all'associazione, questa cosa determina un problema», ha spiegato Cominardi. Una nota dolente, quella dei mancati introiti. «Se si mettono in regola il prima possibile è meglio per tutti», ha aggiunto, specificando che «tutti coloro che intendono assumere un incarico nel Movimento devono essere in regola». Parole che tradotte significano: nessuna nomina nei comitati tematici per i ritardatari, chi non paga rischia di perdere un posto al sole nella rivoluzione contiana. Negli ultimi due mesi la situazione finanziaria del M5S è lentamente migliorata. Casualità? Forse. Ma a spulciare i dati delle restituzioni non si può non notare un effetto-Conte, dovuto magari alla voglia di dare un contributo al nuovo progetto o alle legittime aspirazioni personali dei parlamentari. Sta di fatto che mentre ad aprile, dopo lo strappo con Rousseau, sui conti del M5S venivano accreditati 168 bonifici dei pentastellati (molti dei quali da contiani doc come Vito Crimi, Mario Turco o Stefano Patuanelli, solo per fare qualche nome), a settembre i bonifici hanno superato quota 350 (a ottobre sono stati 222): un segno di un interesse crescente. Eppure basta fare un passo indietro per vedere quanto l'ingresso del neopresidente abbia pesato (anche) sulle casse dei 5 Stelle. In tutto luglio sul conto dell'associazione che tiene le fila del M5S sono stati accreditati 174 bonifici, il 4 agosto - il giorno dopo l'approvazione del nuovo statuto che ha dato il la alla rifondazione di Conte - i bonifici ricevuti sono stati oltre 60, praticamente un terzo del mese precedente in sole 24 ore. Ma a impressionare - scorrendo i dati - sono anche gli importi. Spiccano gli oltre 26 mila euro restituiti a settembre, con tre bonifici diversi, da Carla Ruocco. Oppure i quasi 15 mila, in due tranche, di Gilda Sportiello. O ancora i 12 mila di Roberto Fico (che del progetto contiano è uno dei massimi sostenitori) e i 14 mila di Luigi Iovino a settembre. Nell'elenco anche Angelo Tofalo (17 mila euro tra settembre e ottobre) e Valentina Corneli (12.500 a settembre). I nomi dei big sono presenti quasi sempre nell'elenco. Da Luigi Di Maio a Stefano Buffagni, da Michele Gubitosa a Laura Castelli: molti scelgono una cadenza quasi mensile. C'è chi invece, come il deputato Maurizio Cattoi, ha eseguito sette versamenti distinti tutti a fine settembre (7.500 euro). Il dibattito interno sulle restituzioni intanto si riaccende. «Servirebbe maggiore chiarezza da parte di chi ha smesso da mesi di restituire - dice un 5 Stelle -. Se una persona vuole partecipare alla vita del M5S deve seguire le regole che ci siamo dati, altrimenti può tranquillamente dimettersi».

M5s: Conte, 72% votanti è per sì al 2xMille. (ANSA il 30 novembre 2021) - "C'è stata un'ottima partecipazione e il 72% è a favore del 2xMille, la stragrande maggioranza. Se accettiamo il principio della democrazia diretta, è questo". Così il leader M5s Giuseppe Conte annuncia l'esito della votazione di militanti e iscrittti per accedere al finanziamento. 

M5S: Conte, deciso destinare 4 mln a progetti ricerca Cnr. (ANSA il 30 novembre 2021) - "Oltre al 2x mille abbiamo votato per destinare 4 milioni di restituzioni che andranno a iniziative benefiche di solidarietà e a progetti di ricerca del Cnr". Così il leader M5s Giuseppe Conte entrando alla Camera spiega l'esito della consultazione degli iscritti appena conclusosi. Sul tema del 2xmille "ho sentito quello che ha detto Grillo, io ho preso atto di una richiesta che era sul tavolo da tempo e ho ritenuto giusto che fosse discussa nei gruppi e anche votata".  

M5S: 24.360 hanno detto sì a 2xmille, l'esito del voto. (ANSA il 30 novembre 2021) - Su 131.760 aventi diritti al voto sono stati 33.967 i votanti per i due quesiti al voto per gli iscritti M5s. Ecco i risultati della votazione comunicati sul blog del Movimento. Sui 4 milioni delle restituzioni sono state espresse 62.438 preferenze che saranno così suddivise: Anpas - Associazione nazionale pubbliche assistenze ha ricevuto 7.711 preferenze pari al 12,35% del totale; CNR - Consiglio Nazionale Ricerche - per Progetti di ricerca ha ricevuto 15.982 preferenze pari al 25,60% del totale; Emergency ha ricevuto 14.652 preferenze pari al 23,47% del totale; Gruppo Abele Onlus ha ricevuto 1.295 preferenze pari al 2,07% del totale; Lega del Filo d'Oro ha ricevuto 8.696 preferenze pari al 13,93% del totale; Medici Senza Frontiere ha ricevuto 11.127 preferenze pari al 17,82% del totale; Nove Onlus - Emergenza Afghanistan ha ricevuto 2.975 preferenze pari al 4,76% % del totale". Sulla proposta di richiedere l'accesso al finanziamento del 2z1000 e al finanziamento privato in regime fiscale agevolato mediante iscrizione al registro nazionale di cui al D.L. 143/2013, "hanno votato SI in 24.360" mentre "hanno votato NO in 9.531". "Pertanto la proposta è approvata", si legge sul blog. 

M5s: Marcucci,con 2xmille trasformato in partito tradizionale. (ANSA il 30 novembre 2021) - "Il M5S si è trasformato in un partito tradizionale. Al netto di altre incertezze che perdurano, il sì al #duepermille è una buona notizia". Lo scrive su Twitter il senatore Pd Andrea Marcucci (ANSA). 

M5s: Crippa, scettico su 2x1000, potrebbe non valerne la pena. (ANSA il 30 novembre 2021) - "Sono scettico sul prendere il 2 per mille per il Movimento, è una misura chiesta dalla base tante volte, il rischio è che il finanziamento che ne consegue sia esiguo e limitato rispetto a togliere un caposaldo di non finanziamento pubblico del Movimento. Potrebbe essere rischioso guardando la distribuzione del 2 per mille degli altri partiti". Lo ha detto Davide Crippa, capogruppo alla Camera del Movimento 5 Stelle, a 24 Mattino su Radio 24.

Jacopo Iacoboni per lastampa.it il 30 novembre 2021. Giuseppe Conte alla fine si era spaventato perché il voto appariva incerto e aveva messo le mani avanti: «Se verrà approvata, bene. Se non verrà approvata, bene lo stesso». Quindi bene, dai. Ma alla fine gli iscritti grillini hanno detto sì a stragrande maggioranza, il 72 per cento nel voto online (33.967 votanti su 131.670 aventi diritto), il primo fuori dall’orbita Casaleggio, il primo in cui Conte porta a casa qualcosa (e infatti esulta come a una finale mundial, «il principio della democrazia diretta è questo»). Soldi, maledetti soldi. Il Movimento 5 stelle era nato sull’assunto pauperistico di Gianroberto Casaleggio, «saremo i nuovi francescani», dicevano lui e Grillo. Facevano le marce della povertà, tra vegani e naturisti scettici sulla scienza. Qualcuno si presentò, neoeletto a Palazzo Madama, in sandali (Carlo Martelli). Altri, quasi per contrappasso, la prima cosa che fecero una volta eletti in Parlamento è comprarsi la moto potente. L’articolo 22 dell’attuale Statuto ancora recita: «Il finanziamento delle attività politiche ovvero di singole iniziative, progetti o manifestazioni è costituito dalle erogazioni liberali degli eletti e di ogni altra erogazione liberale proveniente da campagne di autofinanziamento». Insomma, il Movimento si autofinanzia o con campagna ad hoc, o con erogazioni liberali degli eletti». Fine. E dunque, ora bisognerà cambiare Statuto, ma sarebbe il meno; bisognerebbe poter cambiare la storia, il passato non meno che il futuro, del Movimento fondato da Casaleggio e Grillo e finito a Conte e ai suoi avvocati. Intanto, perché sui soldi da restituire («erogazioni liberali degli eletti») si scatenò immediatamente una discussione degli albori, e sarebbe ingeneroso accollarla all’avvocato del popolo. La comunicazione M5S smentì furiosamente, ma i big grillini almeno dal 2015 erano occupatissimi a dibattere su come cambiare la regola che impediva di prendere/spendere soldi pubblici. L’idea insomma veniva da lontano. C’era un sito, tirendiconto.it, dove i parlamentari erano tenuti a pubblicare quanto restituivano e quanto spendevano, che a un certo punto rimase talmente indietro con le rendicontazioni che alla fine (agosto scorso) fu mestamente chiuso. Del resto la sua vita era stata abbastanza grama, aveva generato polemiche su quanto spendeva Paola Taverna di telefono (17mila euro?), sui parlamentari che si facevano rimborsare 90 centesimi di caffè, su mancati scontrini e spese incredibili per i taxi. A un certo punto ci si accorse che l’ultimo mese rendicontato, dai parlamentari della scorsa legislatura, risultava tristemente dicembre 2017. Nel frattempo si era votato e il Movimento aveva non solo stravinto ma era andato al governo. Con la Lega. Con il Pd. Poi con la Lega e il Pd assieme. Dicono che Beppe Grillo sia rimasto fino alla fine contrario a far cadere questo tabù dei soldi pubblici da restituire. Del resto all’inizio nei comizi dello Tsunami Tour esaltava le folle promettendo che 2500 euro sarebbero stati più che sufficienti ai parlamentari. Poi allargò un po’ i cordoni. Nel «Comunicato politico numero quarantacinque» sul blog, quando ancora i cinque stelle vivevano di radiosi ideali, il comico ordinò: «Ogni eletto percepirà un massimo di tremila euro di stipendio, il resto dovrà versarlo al Tesoro, e rinunciare a ogni benefit parlamentare, iniziando dal vitalizio». La Stampa ricostruì proprio grazie al sito grillino che a maggio del 2016, per dire, Luigi Di Maio aveva restituito 1686 euro di quota fissa di indennità, su 4945 (intascandone dunque 3259: assai più della metà, i due terzi), e spendeva 6732 euro di rimborsi restituendone appena 460: aveva dunque incassato e speso un totale di 9991 euro. Il fatto è che non era uno dei più spendaccioni, era solo uno più regolari nel pubblicare le cose. Idem Di Battista, stessi volumi, gli venivano erogati tra i dieci e gli undicimila euro al mese tra parte fissa e rimborsi. Non tremila. Tutto legittimo: ma di nuovo, perché sbandierare tremila euro, come Grillo ha sempre continuato a fare dicendo «noi i soldi pubblici no li prendiamo, li restituiamo»? Nel febbraio 2019, in piena epoca contiana, fu organizzata una giornata intitolata “Restitution day”, con i media convocati per assistere a tale evento: parlamentari 5 stelle in piazza Montecitorio dietro un assegnone con su scritto due milioni, la miglior propaganda a costo zero della storia o la montagna che aveva partorito un topolino? Certo è che, passando di photostory in diretta Facebook, di incongruenza in incongruenza, da promesse mancate a promesse tradite, i 5 stelle sono arrivati fino a oggi, e anche oggi, pochi conti tornano. Sul sito attuale (movimento5stelle. eu) leggiamo che «fino ad oggi sono stati restituiti oltre 100 milioni di euro e continueremo a farlo». Ma ieri e oggi gli iscritti dovevano assegnare la destinazione di appena quattro milioni di euro delle restituzioni dei portavoce nazionali (tra queste associazioni, scelte dagli stessi parlamentari grillini: Anpas, Cnr, Emergency, Gruppo Abele onlus, Lega del Filo d’Oro, Medici Senza Frontiere, Nove onlus – Emergenza Afghanistan). E dunque, adesso con una mano si dà e con l’altra si prende? Soldi, maledetti soldi. Davide Casaleggio presiedeva l’Associazione Rousseau, che gestiva processi virali del M5S e il voto online, e alla quale i “dipendenti del popolo” erano tenuti a versare 300 euro mensili a testa: erano soldi pubblici o no? Poi Rousseau fu separata tout court dal Movimento di Conte: nel senso che Conte e Casaleggio litigarono. Arrivederci. Sono venute fuori sponsorizzazioni di Moby al blog di Grillo e consulenze tra Casaleggio e Philip Morris, vicenda sulla quale la Procura di Milano ha aperto un’indagine: a prescindere da eventuali risvolti giudiziari, quelli erano soldi privati. Di sicuro il mito francescano non appariva più solidissimo. A questo punto c’è chi minaccia nuovi partiti (Di Battista), ci sono eletti che avvertono che faranno cause e chiederanno indietro i soldi pubblici che loro avevano restituito, qualcuno si è portato avanti (Nicola Morra, rivuole indietro dal Senato soldi trattenuti dopo la sua cacciata dai 5 stelle). La torta del due per mille nel 2019 era stata in tutto neanche 19 milioni (7,4 al Pd, 2,3 alla Lega, 2,1 a Fratelli d’Italia, 726mila euro a Italia Viva). Niente di che, se pensate a tutto il can can armato da quella fallace, e ormai sbiadita promessa francescana che fece credere alla fine imminente della casta,

Emilio Pucci per “il Messaggero” l'1 dicembre 2021. La protesta corre sulle chat. Il Movimento 5Stelle fa cadere un altro tabù, con una votazione online dice sì al due per mille ma nei gruppi parlamentari cresce la distanza con il presidente pentastellato Conte. Malessere soprattutto al Senato, ma anche alla Camera emergono dubbi e perplessità sulla nuova direzione di marcia imposta dall'ex presidente del Consiglio. «Ci stiamo svendendo per pochi soldi. La Lega prende tre miliardi dal due per mille, noi al massimo arriveremo a 500mila euro», il refrain. Sui social gira un lungo elenco di dichiarazioni che ricordano i principi del Movimento sempre difesi da Grillo. E il più irritato, riferisce chi gli ha parlato, è proprio il Garante che si è chiuso in un lungo silenzio. «Si sente tradito», spiega una fonte parlamentare. «Vi consiglio di non destinare a nessun partito il 2x1000. Così faremo risparmiare gli italiani», scriveva il 17 maggio 2015 Di Maio, noi non vogliamo soldi pubblici e per questo non ne abbiamo fatto richiesta». «Ogni euro che destinate attraverso il 2x1000 ad una forza politica, è un euro in meno per sanità, scuola ed altri servizi», osservava l'attuale ministro degli Esteri, «i vampiri avevano bisogno di sangue, si sono inventati il 2x1000 facendolo passare per erogazione volontaria». Il 15 dicembre 2013 altro stop: «Si tratta di soldi pubblici che i cittadini potrebbero destinare allo Stato».

«LEGGE TRUFFA»

Altri tempi dunque. Il 17 ottobre 2013 il blog delle Stelle parlava di legge truffa che consegna «ufficialmente la politica nelle mani dei grandi potentati economici, delle lobby e persino delle associazioni criminali alla ricerca di nuovi e più redditizi canali di riciclaggio del denaro sporco». Ancora più netto un post del 1 giugno dello stesso anno: «Non cambieranno mai». Il 9 settembre del 2015: «Le donazioni del 2 per mille sono risorse sottratte allo Stato per finire nei forzieri dei partiti. Una sanatoria sui rendiconti della politica». L'8 dicembre 2014: «Perché non è presente il M5S in questa lista? Perché il nostro non è un partito». Poco più di un anno fa, il 24 novembre 2020, la dichiarazione di Crimi: «Il due per mille? Inattuabile, abbiamo principi precisi».

I NUMERI

Ora si cambia. Hanno votato 33.967 iscritti su 131.760 aventi diritto al voto. I sì sono stati 24.360, i no 9.531. In occasione della ratifica del nuovo ruolo di Conte l'affluenza era stata doppia. Ma il giurista pugliese, premettendo che «la richiesta» di accedere al 2 per mille «era già sul tavolo», esulta: «C'è stata un'ottima partecipazione e il 72% è a favore. Se accettiamo il principio della democrazia diretta, è questo».  Il capogruppo M5S a Montecitorio, Crippa, in mattinata aveva espresso riserve: «Il rischio è che il finanziamento che ne consegue sia esiguo e limitato rispetto a togliere un caposaldo di non finanziamento pubblico del Movimento». «Serviva un dibattito più approfondito», afferma il senatore Di Nicola. Ma Conte tira dritto. «Il principio del Movimento 5Stelle - sottolinea - è che gli iscritti si pronunciano su tutti i passaggi più significativi della vita associativa». Ora i soldi saranno destinati ad iniziative sul territorio, serviranno a coprire i mancati introiti di quei parlamentari che non versano a fine mese. Per bilanciare la svolta M5S ha votato per destinare 4 milioni di restituzioni a iniziative benefiche di solidarietà Emergency, Gruppo Abele Onlus, Lega del Filo d'oro e Medici senza frontiere in primis - e a progetti di ricerca del Cnr. «M5S per stare al passo con questa nuova fase politica dell'Italia deve fare profondi cambiamenti, Conte ce la sta mettendo tutta», dice Di Maio. «M5S è diventato un partito come gli altri», mette il coltello nella piaga il dem Marcucci. A soffiare sul fuoco sarà Di Battista che sta preparando il nuovo partito per cercare di convogliare tutti i pentastellati delusi. L'ex M5s Villarosa ha già aderito al progetto Su la testa. Il rischio per il Movimento resta la balcanizzazione sul voto del Quirinale. Sul tavolo poi il tema alleanze («Non saremo mai subalterni al Pd», la rassicurazione di Conte) e la nuova struttura del Movimento. 

Tutte le giravolte (e le figuracce) dei 5s. Stefano Iannaccone il 2 Dicembre 2021 su Il Giornale. Cadono uno dopo l'altro i tabù del M5S. L'ultimo obiettivo è il doppio mandato, su cui Giuseppe Conte è già sotto pressione da parte dei parlamentari. All’inizio c’era lo streaming, la voglia di trasmettere tutto sul web in ossequio al principio della trasparenza assoluta. Chi non ricorda il live dell’incontro tra Pier Luigi Bersani, Enrico Letta con Beppe Grillo e il tandem formato da Vito Crimi e Roberta Lombardi, all'epoca capogruppo al Senato e alla Camera? L’allora leader del Partito democratico cercava i voti in Parlamento per formare il governo, andando incontro alla derisione dei grillini. Sembra passata un’era geologica, eppure sono appena otto anni. Il tempo necessario per il Movimento 5 Stelle di rimangiarsi tutto. Praticamente dei dogmi dell’esordio, dopo il via libera al finanziamento pubblico tramite il 2X1000, non c’è quasi più nulla. Resiste solo il divieto di candidatura dopo il secondo mandato. Ma, a quanto pare, sarà il prossimo e l’ultimo tabù a crollare. Il presidente del M5S, Giuseppe Conte, deve risolvere la spinosa questione. Del resto è già prevista la deroga del “mandato zero”, quello che vale per i consiglieri comunali e che ha permesso a Virginia Raggi di correre per il Campidoglio.

Gli addii alle regole, dallo streaming alla rotazione dei capigruppo

Si diceva dello streaming, che pian piano è finito nell’oblio. In molti ricordano un altro duello infuocato, quello del 2014 tra Matteo Renzi e il solito Grillo. Ma in realtà era già il canto del cigno della diretta via web. I pentastellati, secondo i progetti iniziali, avrebbero dovuto trasmettere qualsiasi assemblea. È bastato poco per capire l’impraticabilità del progetto. E di fatto con la legislatura, iniziata nel 2018, lo streaming è stato totalmente cancellato. Nemmeno se ne parla più. Ma prima ancora era stata cestinata un’altra regola interna: il divieto di andare in televisione. Addirittura Walter Rizzetto, all’epoca esordiente parlamentare del Movimento e oggi deputato di Fratelli d’Italia, fu oggetto di una reprimenda da parte di Grillo per aver partecipato a una trasmissione di informazione su La7.

Era il tempo delle scomuniche per chi frequentava studi televisivi o parlava con i giornalisti. Il passo indietro è stato rapido: con il passare dei mesi la smania di presenzialismo è cresciuta. E gli esponenti del M5S sono diventati ospiti fissi di talk show e presenze costanti nei telegiornali. Anzi Conte annuncia il boicottaggio se le nomine in Rai non sono state di gradimento. Un altro punto cassato è l'alternanza dei capigruppo: all'ingresso in Parlamento era prevista una rotazione ogni tre mesi dei presidenti di deputati e senatori.

Alleanze con tutti e ok al finanziamento pubblico

Le ultime elezioni Politiche hanno segnato il vero spartiacque, abbattendo un altro credo dei primi tempi: il “mai alleanze”. “Il Movimento 5 Stelle non fa alleanze né con il Pd, né con la Lega, né con altri. Quando andremo al governo presenteremo al Parlamento i nostri punti del programma di governo”, vaticinava Grillo, nel 2017. La retromarcia è stata talmente virulenta, che in pochi mesi il M5S è passato dall’alleanza con la Lega a quella con il Partito democratico, finendo addirittura alle larghissime intese. Con Mario Draghi, un banchiere, presidente del Consiglio. Dal “mai alleanze” ad alleanze con tutti nel giro di appena tre anni.

Ma alla chetichella è sparita dai radar un altro dei fiori all’occhiello della creatura di Grillo: la rendicontazione pubblica delle spese. Un tempo si faceva a gara a mostrare gli scontrini per le note spese, in nome del pauperismo dei “cittadini in Parlamento”, dimostrando che si poteva fare politica con poco. Così fin dall’ingresso nelle Istituzioni, attraverso il sito tirendiconto.it, era possibile consultare come erano stati impiegati soldi dei parlamentari, ma anche dei consiglieri regionali. Era lo strumento con cui si poteva capire chi fosse in regola con le restituzioni e vedere in che modo fossero usati i rimborsi spese. La fine del matrimonio con Davide Casaleggio ha portato alla chiusura di questa pratica di trasparenza. Oggi il dominio di quel sito è tristemente vuoto. Di pari passo è andato l’addio alla decisione di non prendere soldi pubblici per finanziare la politica. Il 2X1000 era stato osteggiato quando Letta lo introdusse al posto dei rimborsi elettorali, la formula di finanziamento pubblico alla politica.

Il prossimo obiettivo è il doppio mandato, la cancellazione di quella regola interna che vieta la candidatura al termine della seconda legislatura. La pressione di deputati e senatori è forte: tutti vogliono poter avere una terza possibilità. Mandando in frantumi l’architrave, il dogma dei dogmi, del Movimento 5 Stelle.

Stefano Iannaccone. Irpino di nascita, classe '81, vivo e lavoro a Roma dal 2005. Sono giornalista politoc-parlamentare e scrittore. Dagli studi in Scienze della Comunicazione ai primi passi nel mondo del giornalismo, sono trascorsi sati qualcosa come due decenni. Oltre che per IlGiornale.it scrivo per Panorama, IlFattoquotidiano.it, Impakter Italia e Fanpage. In passato ho lavorato per il quotidiano La Notizia e Lettera 43. Mi aggiro per i Palazzi della politica, in particolare Montecitorio. Quindi, le inchieste sugli sprechi, la politica in ogni sua sfaccettatura sono alla base del mio lavoro. Ma mi occupo anche di esteri e attualità. E sogno di seguire, da inviato, un Giro d'Italia. Finora (spero che ce ne siano altri) ho scritto cinque libri. L'ultimo è un romanzo, intitolato, Piovono bombe (edito da Les Flâneurs).

Uno su due per mille ce la fa. La storia dei Cinquestelle andrebbe studiata a scuola, nell’ora di educazione civica. Francesco Cundari su L'Inkiesta il 30 novembre 2021. Quale scrittore avrebbe saputo inventare un migliore apologo sulla doppia morale dei moralisti da bar, sull’inaffidabilità e la cattiva coscienza di chi cerca di farsi strada alimentando pregiudizi e luoghi comuni sulla politica e le istituzioni? A prendersela con Giuseppe Conte e con il Movimento 5 stelle non c’è quasi più gusto. Figuriamoci se vale la pena di aspettare i risultati della consultazione online sul due per mille, che dovrebbero essere resi noti oggi a mezzogiorno. Basta il fatto che una simile proposta sia stata avanzata. Quelli che cantavano «non siamo un partito, non siamo una casta, siamo cittadini punto e basta» stanno discutendo e votando la proposta di iscrivere il Movimento 5 stelle al registro dei partiti, così da poter accedere a quel poco che resta del finanziamento pubblico. Vale a dire, quel poco che resta dopo decenni di campagne populiste contro la «casta» e la «partitocrazia», su cui i cinquestelle sono stati fondati. Dalla nascita del secondo governo Conte, nel settembre 2019, su queste pagine siamo stati tra i pochi, nel campo democratico e progressista, a sollevare qualche dubbio non solo sulla credibilità e la coerenza della svolta grillina, ma prima ancora sulla sua consistenza e affidabilità. Ora che risultati elettorali impietosi e sondaggi sempre più tetri hanno reso quelle considerazioni persino banali, si stenta quasi a ricordarsi di quando i giornali parlavano di Conte come di una via di mezzo tra Winston Churchill e il conte di Cavour (per aiutare la vostra memoria, ricordo che nel 2020 è stato pubblicato sul serio un libro dal titolo «Governare l’Italia. Da Cavour a De Gasperi a Conte oggi», opera di Vincenzo Scotti e Sergio Zoppi). La stragrande maggioranza degli osservatori profetizzava all’allora presidente del Consiglio e al suo partito un futuro più che radioso, fondato su una popolarità e una centralità politica apparentemente inscalfibili. Chi allora leggeva Linkiesta sa che qui non abbiamo fatto nulla per nascondere il vivo stupore che simili analisi suscitavano in noi. La ragione era semplice: la stessa per cui non avremmo scommesso su un politico americano che avesse solennemente promesso al paese di ricreare il clima di fiducia e ottimismo che lo animava all’indomani della guerra in Vietnam. E tanto meno, per fare un esempio forse storicamente più preciso, su un politico tedesco o giapponese che avesse giurato di infondere nei suoi concittadini lo stesso spirito che li animava alla fine della Seconda guerra mondiale. Così non ci sembrava ragionevole spendere tanti paroloni attorno alle capacità e al luminoso futuro di un politico capace di dichiarare solennemente, l’8 settembre 2018, ricordando da presidente del Consiglio la tragica giornata di settantacinque anni prima, nientemeno che «l’ambizione di ricreare nei cittadini la stessa fiducia verso il futuro che allora animava i nostri genitori». Può darsi, naturalmente, che avessimo torto noi allora, e che oggi abbiano torto i sondaggi e i tanti osservatori arrivati, alla buon’ora, alle nostre stesse conclusioni. Può darsi che abbia invece ragione Conte, le cui argomentazioni meritano sempre di essere ascoltate, non foss’altro per l’eloquenza con cui sono formulate, ad esempio quando ieri ha spiegato alla tv del Corriere della sera come nei cinquestelle sia stato avviato «un nuovo corso che richiede del tempo per dipanarsi appieno», che di conseguenza «il senso di una comune immedesimazione in questo progetto politico non ancor si dispiega in tutte le componenti interne al movimento» e che comunque «in tutta la stragrande maggioranza del movimento c’è una grande predisposizione per correre insieme». Di sicuro non ha tutti i torti quando osserva che il rischio di una «subalternità» dei cinquestelle nell’alleanza con il Pd proprio non c’è, e che semmai si potrebbe parlare di subalternità del Partito democratico, visto come i democratici si sono convertiti al taglio dei parlamentari (e a tante altre cose). Staremo a vedere. Nel frattempo, in attesa che il nuovo corso si dipani appieno, io penso che la storia del Movimento 5 stelle, dalla sua nascita a oggi, anche solo fin qui, così com’è, dovrebbe essere studiata nelle scuole. Tra tante fesserie che ogni giorno qualcuno propone di infilare nelle ore di educazione civica, questa sì che invece sarebbe materia adatta. Poche cose, a ben vedere, sono più istruttive: il partito nato contestando tutti gli altri partiti perché ormai indistinguibili, in quanto dediti unicamente all’accaparramento di poltrone, soldi e potere, che in una sola legislatura è riuscito ad allearsi con ciascuno di loro, escluso solo Fratelli d’Italia (per scelta di Fratelli d’Italia, s’intende), governando prima con la Lega in nome del sovranismo e poi con il Partito democratico in nome dell’europeismo, e infine persino con Silvio Berlusconi (con il quale, con un colpo di teatro notevole, Conte ha addirittura proposto di riformare la Costituzione). Il partito che aveva praticamente come unica ragion d’essere la cosiddetta questione morale, che aveva costruito le sue intere fortune accusando gli altri d’incoerenza, disonestà e opportunismo, che in Parlamento ha battuto ogni record precedente in fatto di trasformismo, fornendo transfughi a tutti i gruppi parlamentari presenti nelle due Camere, eccettuato solo quello delle Autonomie linguistiche (non so dire, onestamente, per scelta di chi). Quale scrittore avrebbe saputo inventare un migliore e più educativo apologo sulla doppia morale dei moralisti da bar, sull’inaffidabilità e la cattiva coscienza di chi cerca di farsi strada alimentando pregiudizi e luoghi comuni sulla politica e le istituzioni? La storia del Movimento 5 stelle è una lezione di educazione civica già bella e fatta, e per trarne la morale non c’è nemmeno bisogno di aspettare il lieto fine, che in ogni caso tutti gli italiani potranno presto leggere sui giornali con i risultati delle prossime elezioni.

Marcello Veneziani per “La Verità” il 19 novembre 2021. Non ce n'eravamo accorti ma i 5 stelle si sono trasformati da movimento politico in corrente letteraria. I crepuscolari. Giunti al tramonto della loro attività politica o difendendo gli ultimi incarichi prima che faccia notte, scrivono elegie letterarie autobiografiche. È vasto il campionario di opere partorite da questa nuova tendenza letteraria nel corrente e morente anno. Il precursore fu Rocco Casalino, burattinaio di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, che ha elevato un monumento a sé stesso intitolato Il Portavoce; d'altra parte non avrebbe potuto chiamarsi il portaombrelli o il portacenere. Segue a ruota Lucia Azzolina, già ministro a rotelle della Pubblica istruzione, con la sua opera La Vita insegna, in cui la vita è sempre lei, in persona personalmente, che insegna con il suo fulgido esempio di docente e ministro in dad. Il punto più alto dei crepuscolari viene toccato da un proverbiale genio della letteratura contemporanea, anzi estemporanea, il Danilo Toninelli da Soresina, che si celebra in un'autoagiografia intitolata eroicamente Non mollare mai, con un sottotitolo tra il vittimismo e la mitomania: La Storia del Ministro più attaccato di sempre. Altro che Giolitti o Mussolini. È lui the best, che vuol dire il migliore, non fraintendete. Seguono a ruota i Romolo e Remo della lupa grillina, uno che rappresenta il grillo-regime e l'altro il grillo-movimento, per applicare ai 5 stelle le note categorie usate da Renzo De Felice per distinguere il fascismo rivoluzionario dal fascismo al potere. Il rivoluzionario naturalmente è lui, Ale Diba, nei sommari di storia e letteratura noto come Alessandro Di Battista, che ha scritto come tutti i grandi rivoluzionari il suo manifesto autobiografico intitolato combattivamente Contro!, con un sottotitolo che spiega la solitudine der Che, abbandonato dal Movimento come un gatto in tangenziale: Perché opporsi al Governo dell'Assembramento. Alé. Al Che de Roma Nord risponde O' Peron de Napule, il cui nomignolo risaliva un tempo alle birre dello stadio San Paolo e ora ricorda invece il leader argentino, fondatore del peronismo. Luigi Di Maio, plenipotenziario agli Esteri e abolitore della Povertà, si è cimentato in un'opera letteraria più sentimentale, non contro - come il suo fratellastro Dibba - ma amorosa. La sua autobiografia - avendo raggiunto la veneranda età di 35 anni è tempo di bilanci - è intitolata teneramente Un Amore chiamato Politica. Il sottotitolo promette La mia Storia e tutto quello che ancora non sapete. Sarà come leggere i diari di Cavour o di Churchill ma in una versione letteraria sicuramente più degna. Conclude provvisoriamente la rassegna letteraria dei grillini autori e autobiografi, detti in breve auto-grill, la confessione sincera e sorprendente, attesa in tutto il mondo, di Vincenzo Spadafora, intitolata Senza Riserve, col sottotitolo In Politica e nella Vita. A differenza di Di Maio, Spadafora non smentisce le dicerie sulla sua gayezza ma fa una dichiarazione esplicita e solenne di omosessualità. Spadafora pride. Eravamo tutti in apprensione sulla questione, corrosi dal dubbio ma lui ce lo ha dissipato, con l'autocertificazione. Da oggi il mondo non sarà più lo stesso, avendo saputo degli orientamenti sessuali di Spadafora. Intanto si minacciano memoriali della mitica imperatrice romana Virginia Raggi, contromemoriali del letterato scapigliato Nicola Morra; si rovista nei cassetti di Vito Crimi, Lorenzo Fioramonti e Barbara Lezzi, in cerca di loro inediti e autografi. Altre opere ingrosseranno le fila di questa epopea storico-letteraria grillina, tutta fondata sull'autobiografia. Ma non lo fanno per egocentrismo, come ingiustamente insinuate: è l'unico argomento che conoscono, non potrebbero scrivere d'altro che di sé stessi. Chi di loro vincerà il Nobel di cittadinanza? Ai post l'ardua sentenza. All'ermetismo invece ha aderito di recente il loro patrocinatore, avv. Giuseppe Conte da Volturara Appula. Dopo una serie di one man show a reti unificate in Rai e dopo una selvaggia lottizzazione della medesima quando era a Palazzo Chigi, ha deciso di chiudersi in sé stesso per protesta contro la medesima Rai che nella nuova lottizzazione draghiana ha evacuato la precedente lottizzazione contiana-casaliniana-grillina. Lui si è incapricciato e ha minacciato di far crollare gli ascolti sottraendo la sua sacra immagine, il suo parlare cavernoso e stentato e la brillante vacuità dei suoi interventi agli schermi dalla tv di Stato. Si confida nella mediazione di Draghi e della Merkel per farlo recedere dal terribile proposito. Peraltro se togli a Conte il video, cosa resta? Pochette. L'illustre presidente emerito probabilmente sta preparando la sua Opera Omnia con in appendice i nuovi codici civile, penale, stradale e televisivo; ma la farà uscire postuma, perché lui la storia preferisce scriverla in diretta, dal vivo. Trapelano anticipazioni sul titolo: Sono apparso a Padre Pio, ma anche stavolta sarebbe un mezzo plagio. In verità, la tendenza all'autobiografia dei politici è infrenabile e prende un po' tutti, da sinistra a destra. Per carità, ognuno faccia politica come crede. Solo due avvertenze, per tutti: la prima, cercate di parlare un po' meno di voi stessi e un po' più della ragione per cui siete là, le motivazioni, le idee o meglio trattate un argomento a piacere, come si chiede ai candidati impreparati: tutto meno che di sé stessi. La seconda, cercate di stabilire un decoroso equilibrio tra libri letti e libri scritti. Perché molti dei suddetti scrittori, già al loro esordio letterario, hanno scritto più libri di quanti ne abbiano letti.

Truffa strategica. L’evoluzione dei Cinquestelle è la svolta più indolore della storia (infatti è finta). Francesco Cundari su L'Inkiesta il 27 Ottobre 2021. Dibba annuncia una nuova tournée anti-Pd, il Fatto spara ogni giorno contro il governo, ma i democratici continuano a bersi la favola della grande maturazione dei grillini. Auguri. Sui giornali di ieri si potevano leggere, più o meno nelle stesse pagine, due notizie relativamente scontate: da un lato l’incontro tra Enrico Letta e Giuseppe Conte, per rinsaldare la fraterna alleanza tra Partito democratico e Movimento 5 stelle, all’indomani delle amministrative e in vista dell’elezione del presidente della Repubblica; dall’altro la partenza della nuova tournée di Alessandro Di Battista, con Siena come tappa di lancio. Scenario ideale, obiettivamente, che all’ex grillino offre, con la crisi del Monte dei Paschi, la perfetta rappresentazione di tutto quello che ha sempre combattuto: le banche e i banchieri, a cominciare ovviamente da Mario Draghi; e la sinistra, a cominciare ovviamente dal Pd. La compresenza dei due resoconti, però, rendeva tanto più evidente l’assenza di una terza notizia. Una notizia che a dire il vero avremmo dovuto leggere già un sacco di tempo fa. Almeno a voler prendere per buona la tesi, assai diffusa, dell’evoluzione democratica e progressista dei cinquestelle. Non dico la notizia di uno scontro furibondo, ma almeno una polemica, una dichiarazione, una parola che non sia di elogio, da parte del leader che avrebbe guidato la suddetta svolta, nei confronti di chi continua a sostenere l’esatto contrario. O meglio, e per essere più onesti, tra chi come Di Battista continua a sostenere quello che i cinquestelle hanno sempre sostenuto (sul governo Draghi, sul Pd, sulla politica in generale) e il Movimento guidato – si fa per dire – da Conte. Che invece, ogni volta in cui qualcuno dei suoi assidui intervistatori gli ha domandato di Di Battista, ha avuto per lui solo parole di apprezzamento, augurandosi di poterlo presto riaccogliere nel partito. Dunque, per capire la reale consistenza della presunta svolta – crescita, maturazione, evoluzione: quale che sia la ridicola espressione con cui vogliate definirla – non c’è che da ascoltare Dibba, non c’è che da leggere il Fatto quotidiano, non c’è che da seguire quanto, senza nessun infingimento, continuano a sostenere tutte le voci più ascoltate di quel mondo, senza che nessuno, e tantomeno Conte, si sogni mai di contraddirli nemmeno per scherzo. Non esiste nella storia dei partiti politici italiani una svolta più radicale e improvvisa di quella compiuta, sulla carta, dal Movimento 5 stelle, prima con il passaggio dal primo al secondo governo Conte e poi con il sostegno al governo Draghi. Al tempo stesso, mai nella storia si è vista una svolta meno discussa e combattuta. E più dissimulata. Forse, l’acuta consapevolezza di quale sia la reale stoffa del «punto di riferimento fortissimo», come lo definì Nicola Zingaretti, ha finito per oscurare, agli occhi dei dirigenti del Pd, un dato di fatto piuttosto significativo. E cioè che Giuseppe Conte non solo non ha mai fatto la benché minima autocritica, nemmeno sui provvedimenti più estremi presi al governo con Matteo Salvini, ma li ha sempre rivendicati. Appena un mese fa, persino a proposito dei decreti sicurezza e della chiusura dei porti ai naufraghi, dinanzi a un costernato Corrado Formigli, ha scandito: «Guardi, se lei legge i discorsi che ho fatto nel Conte uno e quelli del Conte due sono in assoluta continuità; predicavo un nuovo umanesimo nel Conte uno e l’ho predicato anche nel Conte due, e continuerò a predicarlo». Capisco che l’idea di un Conte che predica l’umanesimo mentre firma i decreti sicurezza possa suscitare ilarità, ma giudicare tutto questo come simpatica cialtronaggine sarebbe un errore, perché farebbe perdere di vista il punto decisivo: che né Conte né alcun esponente del Movimento 5 stelle si è chiuso alcuna porta alle spalle. È questa la fondamentale differenza con qualunque altra svolta mai compiuta da un partito nella politica italiana. Che si trattasse di un processo lungo e drammatico come fu quello avviato alla Bolognina per il Partito comunista italiano o di un passaggio praticamente indolore come il congresso di Fiuggi per il Movimento sociale, non si è mai visto che dal giorno dopo favorevoli e contrari, tra i dirigenti come tra i giornalisti e gli intellettuali di riferimento, continuassero ad andare più d’accordo di prima. Ma soprattutto non si è mai visto che un partito decidesse un simile cambio di rotta senza una discussione. Non dico in un congresso – figuriamoci – ma nemmeno sui giornali. Discussione che non c’è mai stata, attenzione, non solo perché nel Movimento 5 stelle non si è mai discusso di niente – semmai si allestivano all’improvviso grottesche votazioni su Rousseau, quando e come decidevano i soliti due o tre – ma perché la verità è che non c’è stata nessuna svolta, nessuna evoluzione, nient’altro che non sia una semplice successione di aggiustamenti tattici, nascosti dietro una spessa coltre di fregnacce, come quelle sulla predicazione umanista di Conte, che dovrebbe certificare la perfetta coerenza tra un governo con i leghisti, al tempo in cui si dichiarava populista e sovranista, e uno con il Pd, al tempo in cui si riscopriva cattolico-democratico e di sinistra. Il problema, però, non è la coerenza, ma la reversibilità delle scelte e delle posizioni politiche. Un aspetto che il Partito democratico farà bene a considerare con attenzione, prima di affidarsi al fraterno alleato per le future strategie, se vorrà evitare brutte sorprese.

Jacopo Iacoboni per lastampa.it il 12 ottobre 2021. «Il mio primo giorno di lavoro trovai ad aspettarmi Rocco Casalino. Non era proprio il Virgilio che avevo in mente. Aveva provato a superare il rito della “graticola”, un fuoco incrociato di domande che gli iscritti a un Meetup ponevano a chi voleva diventare un “portavoce” eletto (...), non gli era andata bene (...) e era rimasto dentro il Movimento come attivista e, da buon carrierista, dopo il risultato del voto politico del 2013 si era fiondato a Roma, dove poteva contare sull’ospitalità della sua famiglia, per tentare di orbitare attorno ai palazzi alla ricerca di una buona occasione (...) Entrava grazie a permessi continui che gli firmavano i parlamentari in erba, e in pochi giorni era diventato capace di girare quel formicaio in lungo e in largo». Prendeva appuntamento per i parlamentari in cerca di casa, «si era occupato di comprare i materassi, di organizzare la consegna degli elettrodomestici e così via». E fu Casalino, insomma, ad aspettare l’uomo che è l’autore di questo racconto: Claudio Messora, mandato a Roma da Gianroberto Casaleggio come capo della comunicazione del M5S in Senato, immediatamente dopo il boom del 2013. «Si offrì di portarmi dove serviva (a fare il tesserino in Senato, a fare la visita medica, a scegliere l’ufficio, in mensa...)». Una specie di modesto tuttofare, l’uomo che sarebbe poi diventato il potente portavoce del futuro premier Giuseppe Conte, con tanti giornalisti ad aspettare le sue “notizie”? Messora racconta tutto questo in un libro, Il disallineato (in uscita da Rizzoli), che ci siamo presi la briga di leggere per intero. Si tratta di una storia del Movimento delle origini e dei primi anni in Parlamento, raccontata da uno dei suoi protagonisti e testimoni, sicuramente uno dei più controversi: l’autore tiene a raccontarsi come un eroe della libertà e del pensiero non allineato (lo è anche, a detta di Carlo Freccero e Marcello Foa, che lo chiamarono per dargli un programma in Rai, ma poi – narra Messora – scomparvero). Pensiero a causa del quale, dice, avrebbe pagato una serie di prezzi anche dentro il Movimento, di certo però la sua figura pubblica, oltre che per il blog di successo byoblu, è ricordata per tutta una serie di posizioni controverse (eufemismo), sui vaccini, sui migranti, con scivolate anche apertamente sessiste (ci torneremo, perché Messora ne parla, nel libro). Partiamo però da Casalino, perché il Movimento, in questo davvero diverso da ogni altro partito, è stato, essenzialmente, la sua comunicazione e propaganda. Benché Messora alla fine riconosca a Casalino capacità non da poco, il ritratto che ne fa non è bello. Oltre al carrierismo, Messora racconta che «Casaleggio non ne era contento», almeno fino a un certo punto: «Casaleggio di Casalino aveva una pessima opinione, basata in larga parte su pregiudizi». Eccone però uno, che Messora perpetua, vero o falso che sia il suo racconto: «Al telefono mi diceva: “Caccialo: [Casalino] è uno interessato solo al calcio e alla figa”. Fu una delle poche valutazioni sbagliate di Gianroberto, perlomeno per quanto riguarda uno dei due giudizi espressi», scrive Messora, con frase che qui riferiamo senza minimamente sposarla. Poi però aggiunge: «In seguito, lo avrebbe invece apprezzato». Al netto delle teorie su no vax, sul sovranismo, sull’informazione dal basso contro i giornalisti servi del mainstream, e sui suoi successivi legami con i personaggi più incredibili di questi anni, dal duo Borghi-Bagnai al leggendario professor Becchi; al netto della ricostruzione su come il M5S si alleò con l’Ukip di Nigel Farage grazie a lui, Messora, e di tante annotazioni sulle vanità dei neoparlamentari M5S, sulle loro instabilità – in qualche caso anche psichiche, racconta il libro, ma sorvoliamo – o sul fatto che «qualcuno (degli europarlamentari m5s) lucrava sui rimborsi spese del parlamento europeo», il testo è però un altro pezzetto di una storia che è un prisma, e che ognuno dei testimoni racconta a modo suo. Gli storici poi dovranno orientarsi in questo magma. Dice la verità, Messora, quando scrive che quando il M5S entrò in Parlamento c’erano due persone che filmavano e spiavano i 5 Stelle per conto dei servizi segreti? «Registrare quello che avviene all’interno del Parlamento è un atto di spionaggio ai danni della Repubblica. Di quelle immagini rubate non si è saputo più nulla. Dove sono finite? Chi stava controllando il Movimento 5 stelle?». Messora polemizza con la comunicazione 5S della Camera, ma dice il vero quando scrive che alla Camera i 5S avevano fatto affermare un sistema di dossieraggi interni uno contro l’altro? Secondo l’autore, quel che è più grave, «non sono cose di cui Casaleggio abbia mai parlato apertamente, ma di certo non le disapprovava del tutto». Messora parla di come il M5S arrivò a convertirsi dal «mai in tv» a un dominio, inesplicabile e grottesco, su molta tv. Merito di Casalino. Che iniziò a trattare dall’alto anche anchormen famosi, o almeno questa è la versione di Messora. «Casalino si mise in testa di commissionare una serie di sondaggi che misurassero il grado di efficacia delle apparizioni televisive dei deputati e senatori M5S. Grazie al rapporto personale che lo legava a Enrico Mentana, entrò in contatto con la società di sondaggi EMG, che lavorava anche con La7». Ne nacque così il “sondaggio del giorno”, che offriva una realtà solitamente gradita a uso e consumo del mondo M5S. Casaleggio ne rimase folgorato, «quello fu l’inizio della carriera trionfale di Rocco Casalino». Sondaggi che tanta parte avrebbero avuto anche nella costruzione del presunto consenso di Giuseppe Conte. Una delle pagine più brutte della carriera di Messora fu il suo tweet sessista contro Laura Boldrini. Era successo che il blog di Grillo aveva pubblicato un osceno post contro l’allora presidente della Camera, che cosa fareste soli in auto con questa donna? Messora scrive che lui non c’entra niente, il post fu pubblicato «dall’entourage che seguiva il blog di Grillo, che all’epoca comprendeva Pietro Dettori (oggi divenuto consigliere del ministro degli esteri Luigi Di Maio»). Boldrini reagì e,  in tv da Fazio, parlò dei commentatori di quel post come «potenziali stupratori». Alché Messorà – che tuttora nega di aver avuto intenzioni sessiste – incredibilmente twittò: «Cara Laura, volevo tranquillizzarti.. Anche se noi del blog di Grillo fossimo tutti potenziali stupratori... tu non corri nessun rischio!». Ora Messora si cosparge il capo di cenere, racconta che scrisse dopo aver bevuto mezza bottiglia di Sauvignon, ma la novità più raccapricciante del libro è che telefonò a Grillo per scusarsi, e Grillo stette un po’ in silenzio, poi commentò: «Vabbè, dai… è una battutina». Una oscura premonizione di altre, tristi vicende.

Domenico Di Sanzo per “il Giornale” il 2 settembre 2021. I grillini si sono vaccinati contro l'antivaccinismo e adesso sono irriconoscibili. Fa quasi impressione vedere Carlo Sibilia, ora sottosegretario all'Interno, già cultore delle scie chimiche e dei complotti sul finto sbarco sulla Luna, parlare di una «deriva odiosa» in riferimento alle aggressioni no vax e no Green pass degli scorsi giorni. In mattinata, quando ancora non è chiaro il flop delle manifestazioni previste per ieri pomeriggio, l'ex stralunato Sibilia indossa i panni dell'uomo d'ordine durante la trasmissione Coffee Break su La7. «Chi si macchia di reati andrà perseguito come previsto dalla legge, mentre le nostre forze dell'ordine sono pronte a far cessare ogni tentativo di creare disagio o minacciare la pubblica incolumità - ammonisce il sottosegretario del M5s - il rispetto delle misure del governo è indispensabile per la tutela della salute pubblica e dell'economia». Un piccolo passo per Sibilia, un gigantesco passo per i Cinque stelle. Che sono passati a incarnare la responsabilità, la moderazione, l'equilibrio. Da quando si sono insediati nel terzo governo consecutivo mostrano evidenti segni di maturazione. Anche Federico D'Incà, ministro per i Rapporti con il Parlamento, si distingue per saggezza e buon senso. «Green pass e vaccini sono gli strumenti che ci permettono di abbassare il rischio di contagio e di diminuire l'ospedalizzazione», argomenta sicuro ad Agorà estate su Rai3. Poi la frase che innesca una discussione sui social sul voltafaccia del Movimento. «Nel M5s abbiamo sempre riconosciuto l'importanza dei vaccini. Chi aveva posizioni estreme non fa più parte del Movimento», spiega D'Incà. E in parte è sicuramente vero. Vengono in mente subito i nomi dei no vax più accaniti, come la deputata veneta Sara Cunial e il consigliere regionale del Lazio Davide Barillari. Cunial, antivaccinista convinta, ha paragonato le vaccinazioni a un «genocidio gratuito», è stata espulsa dal M5s ad aprile del 2019 per le sue posizioni antiscientifiche. Cacciato via pure Barillari ad aprile dello scorso anno perché aveva aperto un sito di sedicente contro-informazione no-vax. Il consigliere ex grillino a fine luglio aveva portato una pistola in Regione paragonando il vaccino «a una roulette russa» imprevedibile. E però il rapporto tra il M5s e chi non vuole vaccinarsi non è solo una faccenda di mele marce. Basti ricordare le frasi, anche abbastanza recenti, di Paola Taverna. Taverna, da vicepresidente del Senato, ad agosto del 2018 parlava dei centri vaccinali come di un qualcosa di simile ai centri dove vengono messi «i marchi pe' e bestie». Beppe Grillo, almeno fino all'anno scorso, ha sempre lisciato il pelo a chi è scettico sulla vaccinazione. Fin dal lontano 1998. Quando nello spettacolo Apocalisse sosteneva: «Prendi un bambino sano e inoculagli un virus per abituarlo e si abbassano le difese immunitarie». Poi c'è Alfonso Bonafede, che nel 2010 si vantava sul Blog di Grillo perché lo studio legale che aveva fondato era riuscito ad ottenere un indennizzo per un bambino autistico, sostenendo che fosse colpa dei vaccini. La svolta verso il buon senso arriva con il governo giallorosso, per fortuna. E speriamo che l'ex Guardasigilli Bonafede, che si sposerà proprio oggi in una villa esclusiva vicino Firenze, chiederà il Green pass ai circa 130 invitati. Gli amici dell'ex ministro della Giustizia assicurano che chi non ha fatto l'iniezione rimarrà a casa. I grillini si sono vaccinati contro i no-vax. Bonafede compreso.

Annalisa Cuzzocrea per “la Repubblica” il 2 settembre 2021. «Traditori», urlava la folla di No Vax che ha assaltato il gazebo della candidata sindaca M5S Layla Pavone a Milano. «Un altro infame da giustiziare, serve il piombo, devi crepare», hanno scritto su alcune chat Telegram del ministro degli Esteri Luigi Di Maio. È noto che la galassia "no tutto" - No Mask, No Vax, No Green Pass - se la prende con chiunque non dia ragione ai suoi adepti. Ma c'è un di più, nella ferocia dei post e dei messaggi riservati in questi giorni agli esponenti del Movimento. E sta tutto in quella parola, «traditori», che era già stata usata contro Vito Crimi all'inizio della pandemia, quando il vaccino anti- Covid doveva ancora arrivare. E che era stata rivolta allo stesso Beppe Grillo quando a gennaio 2019 firmò il Patto per la Scienza lanciato dall'immunologo Guido Silvestri. Tanto che a marzo di quell'anno, davanti al teatro Colosseo di Torino, il suo spettacolo Insomnia fu accolto da uno striscione con su scritto «Grillo non ricorda e firma il patto della vergogna». Senza voler scomodare la nemesi, è un fatto che quel popolo è stato a lungo coccolato e sobillato dai grillini. E che quelle idee, quelle tesi - riassumibili per brevità in: «I vaccini fanno male e se ce li iniettano è solo per fare ricca Big Pharma» - sono state per anni diffuse attraverso i canali principali di quello che sarebbe diventato il Movimento 5 stelle. E quindi il blog di Beppe Grillo e due blog satellite, sempre di proprietà della Casaleggio Associati, che ora hanno cambiato veste ma che allora promuovevano cose come le cure anti- cancro a base di aglio (La Fucina e Tze Tze). Non bisogna per forza tornare allo spettacolo del 1998 in cui Grillo diceva che poliomielite e difterite stavano scomparendo da sole, mettendo in dubbio l'efficacia dei vaccini, per trovare nel passato M5S tesi totalmente antiscientifiche: sul blog è più volte stato inserito il nesso - del tutto falso - tra vaccini e autismo, ripreso dall'attuale vicepresidente del Senato Paola Taverna in un'intervista televisiva. Sono stati scritti post dal titolo "Di vaccino si può morire" (autore il camionista-fotografo Nik il nero). Sono stati insultati Rita Levi Montalcini e Umberto Veronesi. Sono state ospitate le tesi del figlio di Di Bella contro il vaccino per il papillomavirus. In Parlamento sono state presentate interrogazioni e proposte di legge come quella sul "diniego dei vaccini nella PA": il 12 febbraio 2014 Emanuela Corda, prima firmataria, e Angelo Tofalo, non certo un ex, scrivevano: «Recenti studi hanno messo in luce collegamenti tra le vaccinazioni e malattie come leucemia, mutazioni genetiche, malattie tumorali, autismo». Gli stessi big M5S, ad esempio Alfonso Bonafede, si accreditavano con Grillo proprio per la loro opera anti vaccini: «Nel mio studio ci occupiamo dei danni da vaccinazione e siamo riusciti a ottenere un indennizzo per un bambino autistico», si vantava l'ex Guardasigilli in una mail in cui allegava numero di telefono. Preistoria, si dirà. Magari. Ancora nel 2020, l'unica frase proferita da Grillo sul vaccino Covid è stata: «I vaccini li farò in un'unica siringata. Lo Sputnik dà fosforescenza, eliminata dal vaccino cinese, poi verranno coperti dai vaccini americani e inglesi. L'italiano amalgama». Non proprio serissimo, anche se a partire dal 2017 e in vista delle elezioni dell'anno dopo, tutto il M5S ha fatto uno sforzo per cambiare le sue posizioni. Abbandonando i Di Bella e avvicinandosi a Silvestri. Passando dai presunti danni da vaccino al principio di "raccomandazione", da preferire all'obbligo. Senza però allontanare i più invasati accusatori di scienziati e case farmaceutiche. La deputata Sara Cunial disse che il vaccino obbligatorio per i bambini era un genocidio prima di essere eletta in una lista bloccata. Del consigliere regionale Davide Barillari, candidato anni fa perfino alla presidenza del Lazio, tutti conoscevano l'estremismo, ma prima che entrasse in rotta di collisione con la linea ufficiale ness uno aveva pensato di espellerlo. Perfino Di Maio, in un'intervista del 2017 a Piazzapulita , ai genitori dei bambini che dovevano andare a scuola si sentiva di suggerire solo: «Informatevi », non «vaccinateli». Anche se il principale fautore del cambio di rotta fu lui e a testimoniarlo nel suo Il Medioevo in Parlamento è un'arcinemica come la senatrice, ex M5S, Elena Fattori: l'allora capo politico sapeva che un M5S di governo doveva allargare la sua base e abbandonare le idee di controinformazione alla Byoblu, ma cercò comunque di tenere tutto insieme, fallendo. I più accaniti no vax sono ora fuori dai 5S. Chi è rimasto, nega di esserlo mai stato. Su Internet però tutto si trova ancora. Oltre 10 anni di teorie antiscientifiche spacciate per vere contro una presunta casta incurante della salute dei cittadini. 10 anni di bufale buone quando si è all'opposizione, inservibili quando governare tocca a te. 

L'ennesima giravolta "governista" dei grillini: dagli attacchi alle multinazionali al sì ai vaccini. Domenico Di Sanzo il 2 Settembre 2021 su Il Giornale. Teorizzavano le scie chimiche e i virus inoculati per oscuri disegni. Adesso tuonano, come D'Incà: "Chi aveva posizioni estreme è fuori dal movimento". I grillini si sono vaccinati contro l'antivaccinismo e adesso sono irriconoscibili. Fa quasi impressione vedere Carlo Sibilia, ora sottosegretario all'Interno, già cultore delle scie chimiche e dei complotti sul finto sbarco sulla Luna, parlare di una «deriva odiosa» in riferimento alle aggressioni no vax e no Green pass degli scorsi giorni. In mattinata, quando ancora non è chiaro il flop delle manifestazioni previste per ieri pomeriggio, l'ex stralunato Sibilia indossa i panni dell'uomo d'ordine durante la trasmissione Coffee Break su La7. «Chi si macchia di reati andrà perseguito come previsto dalla legge, mentre le nostre forze dell'ordine sono pronte a far cessare ogni tentativo di creare disagio o minacciare la pubblica incolumità - ammonisce il sottosegretario del M5s - il rispetto delle misure del governo è indispensabile per la tutela della salute pubblica e dell'economia». Un piccolo passo per Sibilia, un gigantesco passo per i Cinque stelle. Che sono passati a incarnare la responsabilità, la moderazione, l'equilibrio. Da quando si sono insediati nel terzo governo consecutivo mostrano evidenti segni di maturazione. Anche Federico D'Incà, ministro per i Rapporti con il Parlamento, si distingue per saggezza e buon senso. «Green pass e vaccini sono gli strumenti che ci permettono di abbassare il rischio di contagio e di diminuire l'ospedalizzazione», argomenta sicuro ad Agorà estate su Rai3. Poi la frase che innesca una discussione sui social sul voltafaccia del Movimento. «Nel M5s abbiamo sempre riconosciuto l'importanza dei vaccini. Chi aveva posizioni estreme non fa più parte del Movimento», spiega D'Incà. E in parte è sicuramente vero. Vengono in mente subito i nomi dei no vax più accaniti, come la deputata veneta Sara Cunial e il consigliere regionale del Lazio Davide Barillari. Cunial, antivaccinista convinta, ha paragonato le vaccinazioni a un «genocidio gratuito», è stata espulsa dal M5s ad aprile del 2019 per le sue posizioni antiscientifiche. Cacciato via pure Barillari ad aprile dello scorso anno perché aveva aperto un sito di sedicente contro-informazione no-vax. Il consigliere ex grillino a fine luglio aveva portato una pistola in Regione paragonando il vaccino «a una roulette russa» imprevedibile. E però il rapporto tra il M5s e chi non vuole vaccinarsi non è solo una faccenda di mele marce. Basti ricordare le frasi, anche abbastanza recenti, di Paola Taverna. Taverna, da vicepresidente del Senato, ad agosto del 2018 parlava dei centri vaccinali come di un qualcosa di simile ai centri dove vengono messi «i marchi pe' e bestie». Beppe Grillo, almeno fino all'anno scorso, ha sempre lisciato il pelo a chi è scettico sulla vaccinazione. Fin dal lontano 1998. Quando nello spettacolo Apocalisse sosteneva: «Prendi un bambino sano e inoculagli un virus per abituarlo e si abbassano le difese immunitarie». Poi c'è Alfonso Bonafede, che nel 2010 si vantava sul Blog di Grillo perché lo studio legale che aveva fondato era riuscito ad ottenere un indennizzo per un bambino autistico, sostenendo che fosse colpa dei vaccini. La svolta verso il buon senso arriva con il governo giallorosso, per fortuna. E speriamo che l'ex Guardasigilli Bonafede, che si sposerà proprio oggi in una villa esclusiva vicino Firenze, chiederà il Green pass ai circa 130 invitati. Gli amici dell'ex ministro della Giustizia assicurano che chi non ha fatto l'iniezione rimarrà a casa. I grillini si sono vaccinati contro i no-vax. Bonafede compreso. Domenico Di Sanzo

"Sai che c'è? Vaffa...". I parlamentari M5s contro il M5s. Francesco Curridori il 23 Luglio 2021 su Il Giornale. "Prima della linea politica, prima dello Statuto o del regolamento, ci hanno chiesto i soldi". Così parte la rivolta dei parlamentari M5S contro le restituzioni e il fondo per il partito. “C'è il taglio dei parlamentari, non si capisce quanto prenderemo, abbiamo dimezzato i consensi e tu vuoi ancora 2500 euro senza garantirmi nulla? Sai che c'è? Vaffa...”. Tra i parlamentari pentastellati, in barba al nuovo corso, è tornato il turpiloquio. E stavolta è diretto proprio verso il M5S. Oggetto del contendere sono i soldi. Ben 2500 euro mensili di cui mille dovrebbero andare al Movimento, mentre gli altri 1500 fanno parte delle restituzioni che nella scorsa legislatura venivano dati al Microcredito. Dal 2018, invece, si è stabilito che questi soldi sarebbero stati destinati a enti di vario tipo scelti ogni sei mesi con un voto su Rousseau. “Ora, a causa del contenzioso che c'è stato con Davide Casaleggio, abbiamo ancora 7,5 milioni di euro bloccati su un conto intermedio che non abbia ancora destinati a nessuna onlus”, spiegano alcuni parlamentari M5S a ilGiornale.it. La rabbia tra i parlamentari è tanta e, senza una prospettiva politica, nessuno vuol pagare. “Prima della linea politica, prima dello Statuto o del regolamento, ci hanno chiesto i soldi. È chiaro che poi, alla fine, la gente sbotta e dice: 'Vaffa...'”, sbottano i pentastellati che lamentano anche un eccessivo cambiamento sulle regole relative al trattamento economico. “È già la terza volta che le modificano. Tre mesi fa è stato Vito Crimi a decidere unilateralmente dicendo: 'Da ora in poi è così. Fine'. In realtà era tutto in bilico, la gente non capiva cosa si dovesse fare e, quindi, non ha dato nulla”, ci dice un deputato alla sua seconda legislatura. Eh già, perché, gira che ti rigira, alla fine, il nodo sul doppio o triplo mandato non è ancora stato sciolto. “I parlamentari vogliono almeno sapere chi fa le liste e come vengono strutturate. Su questo tema Giuseppe Conte si deve esporre perché, se non spiega questo, avrà problemi ad avere i soldi”, ci conferma la nostra fonte che aggiunge: “Ormai non siamo più tutti gasati come all'inizio. Anzi, ora tutti si stanno facendo i conti, non solo economici e vogliono capire che prospettive ci sono in ambito di candidature”. Questo nodo può essere dipanato solo attraverso il regolamento interno di cui il M5S si doterà e che non è ancora stato pubblicato. “Probabilmente salterà fuori qualche mese prima delle elezioni perché, se Conte deroga al secondo mandato, tutti quelli che sono al primo – che sono la maggioranza - si arrabbiano. Se, invece, non deroga al secondo mandato perde tutti i big: i vari Di Maio, Fico ecc...”, osservano alcuni parlamentari del Movimento. La soluzione che era stata prospettata in questi mesi di ricandidare solo i "meritevoli" viene bocciata in toto. “È una cagata. Chi deciderebbe se meritano oppure no? Conte?”, ci si chiede dentro il M5S. “O apri a tutti oppure a nessuno”, è il comune sentire dei diretti interessati. Il problema è che il regolamento interno con cui si dovrebbero chiarire i dubbi relativi alle candidature viene scritto dal presidente/capo politico, in accordo col comitato di garanzia, senza che gli attivisti vengano interpellati. “Poi, magari, come si è detto in passato, su quel determinato punto si deciderà di far votare, in via del tutto eccezionale, gli attivisti, ma quella è una scelta che Conte farà a sua discrezione”, ci spiegano dal Movimento. Infatti, solo il comitato di garanzia, organo che funge da contrappeso, può fare alcune osservazioni sulle regole e mettere in discussione le scelte del presidente. “Stavolta non è un problema di correnti. Non importa se sei contiano oppure no. Nemmeno Bonafede e la Taverna sanno se saranno ricandidati. sono tutti fuori di testa e vogliono certezze”, ribadisce la nostra fonte. “Oltretutto, se uno non viene ricandidato, perché dovrebbe dare soldi? Solo per salvare la faccia? Ma, se non mi dai nessuna prospettiva, che c... te li do a fare i soldi?”, è ciò che si domandano in molti.

Francesco Curridori. Sono originario di un paese della provincia di Cagliari, ho trascorso l’infanzia facendo la spola tra la Sardegna e Genova. Dal 2003 vivo a Roma ma tifo Milan dai gloriosi tempi di Arrigo Sacchi. In sintesi, come direbbe Cutugno, “sono un italiano vero”. Prima di entrare all’agenzia stampa Il Velino, mi sono laureato in Scienze della Comunicazione e in

M5S, il tesoretto dei gruppi parlamentari: 15 milioni di euro per il partito che non voleva fondi pubblici. Matteo Pucciarelli su La Repubblica il 25 luglio 2021. Il finanziamento è erogato direttamente da Camera e Senato ed è parametrato al numero degli eletti. La sicurezza economica del Movimento è uno dei motivi per cui si è evitato lo strappo tra Conte e Grillo. Quasi 9 milioni di euro di 'disponibilità liquide' per il gruppo della Camera, un 'avanzo finanziario' di poco più di 7 milioni di euro al Senato. Eccolo qui il tesoretto dei 5 Stelle, l'ormai ex non-partito contrario ad ogni finanziamento pubblico ma che ha - giustamente - compreso che fare politica ha un costo. I bilanci 2020 del M5S a Montecitorio e a Palazzo Madama offrono un quadro di serenità finanziaria: l'anno si è chiuso con un attivo, rispettivamente, di circa 1,5 milioni e 1,8 milioni.

Matteo Pucciarelli per repubblica.it il 26 luglio 2021. Quasi 9 milioni di euro di “disponibilità liquide” per il gruppo della Camera, un “avanzo finanziario” di poco più di 7 milioni di euro al Senato. Eccolo qui il tesoretto dei 5 Stelle, l'ormai ex non-partito contrario ad ogni finanziamento pubblico ma che ha - giustamente - compreso che fare politica ha un costo. I bilanci 2020 del M5S a Montecitorio e a Palazzo Madama offrono un quadro di serenità finanziaria: l'anno si è chiuso con un attivo, rispettivamente, di circa 1,5 milioni e 1,8 milioni. La prima premessa da fare è che i fondi per i gruppi parlamentari non possono essere destinati all'attività politica classica di un partito, ma devono essere spesi per le attività inerenti al lavoro in Aula. Ad esempio, con questi soldi il M5S non può pagare sedi o campagne elettorali: è denaro, insomma, vincolato. Perlomeno sul piano formale. Questo finanziamento, poi, viene erogato direttamente da Camera e Senato ed è parametrato sul numero degli eletti. Ad esempio per il 2020, visti i 191 deputati, il gruppo di Montecitorio ha avuto un contributo di 8,9 milioni di euro. 

M5S, la scissione costerà 5 milioni di euro. Come vengono quindi spesi i fondi? Gran parte (circa due terzi del totale) va nella retribuzione dei collaboratori, personale dipendente ma anche consulenti. Sono 85 persone alla Camera, altre 61 al Senato. La comunicazione è il settore che più di tutti impegna la squadra a supporto degli eletti. A fronte di una potenza di fuoco considerevole sul piano comunicativo, le spese per l'acquisto di giornali, libri o riviste è irrisorio: poco più di mille euro al Senato. Tornando invece a Montecitorio, la redazione di 39 persone dello staff che cura appunto la comunicazione non è bastato visto che "oltre ai consulenti professionali fissi della struttura organizzativa - si legge nel bilancio - si è mantenuto il contratto di consulenza con una società specializzata nell'organizzazione di campagne di comunicazione per il gruppo attraverso l'utilizzo di social-media come Facebook, Twitter, Instagram, Telegram, nonché per la programmazione e l'allestimento grafico degli eventi di divulgazione all'esterno dell'attività parlamentare, società che ha messo a disposizione fissa del gruppo ulteriori 4 risorse umane". Contratto che però non è stato rinnovato per il 2021, viene puntualizzato. Un'altra parte dei fondi, poi, sono andati a finanziarie la campagna referendaria di sostegno all'approvazione della riforma costituzionale che ha introdotto il taglio del numero dei parlamentari a decorrere dalla prossima legislatura. Sempre restando alla Camera, per quest'anno "aumenteranno le risorse destinate allo studio e all'approvazione di specifici provvedimenti legislativi volti a sostenere l'emergenza sanitaria ed economica scoppiate a seguito della pandemia per Coronavirus; saranno ulteriormente incrementati gli investimenti in piattaforme tecnologiche utili all'organizzazione di incontri di confronto, discussione e studio in apposite stanze virtuali su piattaforme web; inoltre saranno implementate le attività di studio, ricerca e formulazione di proposte legislative riguardanti l'innovazione tecnologica e la transizione ecologica". Dopodiché per l'anno in corso, a causa dei numerosi addii di parlamentari al Movimento sia alla Camera sia al Senato, specie dopo il sì al governo di Mario Draghi, sono previste decurtazioni del contributo annuo. Al contempo sono aumentate le spese: solo per assumere Rocco Casalino, ex portavoce di Giuseppe Conte quand'era presidente del Consiglio, i gruppi scuciranno oltre 100 mila euro l'anno da qui a fine legislatura. Di sicuro la sicurezza economica dei 5 Stelle, che per come sono stati storicamente strutturati fanno combaciare perfettamente la struttura istituzionale con quella interna, è una delle ragioni che hanno portato Conte e i suoi a non spingere troppo sull'acceleratore dello strappo con Beppe Grillo, nelle settimane scorse. Quando poi la legislatura terminerà, il gruppo ha la facoltà di trasmettere gli utili a quello che in futuro si costituirà, a seguito delle prossime elezioni. Le rimanenze del quinquiennio 2013-2018 furono lasciati alle Camere, quindi alla collettività. Non sarà così al prossimo giro, quando peraltro è prevedibile una ulteriore contrazione numerica degli eletti. 

Mario Ajello per “il Messaggero” il 21 luglio 2021. Sono arrabbiati i big, sono sconcertati e furiosi molti parlamentari, specie quelli radicati sui territori. Per una norma che sembra piccola ed è nascosta nel terzo paragrafo dell'articolo 25 del nuovo statuto contiano di M5S e che pare messa lì quasi alla chetichella ma è invece esplosiva. Per tutti tranne che per la leadership di Conte che con queste poche righe - passate quasi inosservate anche a Grillo ma ora Beppe ne ha capito la portata distruttiva nei suoi confronti - vuole azzerate ogni altro potete interno tranne il proprio. Ecco, c'è scritto questo al punto C dell'articolo 18 intitolato Norme transitorie: «Sono disciolti, a far tempo dall'approvazione del presente Statuto, i gruppi locali e le formazioni locali auto-costituiti nel tempo o comunque di fatto già operanti». Questo significa basta meetup, l'abolizione del nucleo costitutivo della vicenda 5 stelle, la chiusura della culla, del latte vitale, della linfa (sempre più secca in verità da un po' di tempo) che ha reso possibile il Movimento e lo ha fatto crescere. Non avere nostalgia del passato, per cambiare tutto, è anche giusto. Però a Grillo e agli altri big non sfugge una cosa in questa eliminazione dei meetup da parte di Conte. Cioè che va a svuotare il mare in cui Beppe nuota e naviga da sempre - con più agilità e forza anche rispetto alla famosa traversata a stile libero nello stretto di Messina - che sono gli arrivisti sul territorio, i comitati nelle città, i circoli telematici e i gruppi tematici e le strutture per la gloria personale a cominciare da quel club o super club chiamato gli Amici di Beppe Grillo. Una Opa stile di marca Conte, insomma, quella che si annida nell'articolo 25. E l'obiettivo non è solo quello di depotenziare il Fondatore, togliendo il brodo di coltura del suo protagonismo e del suo peso. Lo scoop è anche quello di indebolire chi ha i voti sui territori, i notabili stellati che sono in Parlamento grazie al rapporto con i meetup e al lavoro dei gruppi locali che si riconoscono nei vari portavoce diventati onorevoli e sono il loro vero sostegno. Esempio: Virginia Raggi, ma tanti come lei, ha voce, peso, influenza dentro il movimento e nei confronti dei leader del movimento in quanto ha tutta una base di attivisti e di militanti e di comitati che la sostengono e ne legittimano le mosse. Altro esempio: se a Roberto Fico togli i meetup napoletani, che cosa resta di Roberto Fico a parte la sua carica, che è a tempo e il tempo sta per scadere, di presidente sella Camera? Togliere i meetup significa «tagliare le radici che ci hanno fatto crescere», è lo sfogo di molti big contro Conte che vorrebbe comandare da solo e con il suo cerchio magico. Non è detto che, al netto delle intenzioni contenute nell'articolo considerato una minaccia, l'operazione svuotamento delle organizzazioni di base riesca al nuovo leader che vorrebbe come tutti i leader un partito personale. Ma quel che è certo è che senza i meetup, senza le voci dei territori, si finisce per centralizzare tutto e per sradicare tutti. Così le candidature si decidono a Roma (in via Canpo Marzio, nuovo quartier generale del nuovo partito) senza dover mediare con nessuno perché nessuno - neanche i dirigenti attualmente più forti - avrebbe più una propria costituency e un proprio mondo di riferimento. Perfino Grillo, nell'indebolimento di tutto eccetto il nuovo leader, resterebbe un monumento ma senza una base su cui poggiare i piedi. E questa condizione non gli va certo a genio.

Franco Stefanoni per "la Stampa" il 19 luglio 2021. «Una cerchia ristretta ha cambiato le regole del M5S. Con il solo accordo di due persone non iscritte, Beppe Grillo e Giuseppe Conte, dove quest' ultimo ha vinto. Il M5S ha cambiato paradigma, invertito le polarità rispetto alle origini del 2009. È diventato anche un partito liquido». L'avvocato Lorenzo Borrè assiste da anni un alto numero di esponenti M5S sanzionati per ragioni disciplinari da parte dei vertici del Movimento, e conosce da vicino le dinamiche dei Cinque Stelle. Alla luce del nuovo statuto del M5S presentato ieri dall'ex premier, a parere del legale emergono nel testo contraddizioni, inciampi, paradossi. 

Che cos' è che più risalta nel nuovo statuto?

«Il depotenziamento di Grillo. A oggi, con lo statuto in vigore, il garante ha potere interdittivo su consultazioni online e delibere assembleari, se non gli vanno bene. Ora questo è sparito». 

Perché Grillo ha ceduto?

«Si rischiava la conta tra quanti sarebbero stati con Conte e quanti con Grillo. I primi erano molti di più. Perciò Grillo ha ceduto e non me lo sarei aspettato. Conte ha tutti i poteri».

La questione delle cariche.

«Il M5S era nato escludendo il perdurare delle cariche interne. Ora invece il potere si cristallizza: 4 anni più altri 4 in caso di rinnovo, a cominciare dal presidente Conte, unico candidato». 

Lo statuto include il programma politico.

«Una novità. Il M5S diventa anche un partito liquido: per la prima volta, un'assemblea può cambiare il programma, magari in base ai sondaggi». 

Come ne esce il principio della democrazia diretta?

«Sul nuovo statuto non c'è stata discussione. Coinvolti Grillo, che non ha rinnovato l'iscrizione al M5S, e Conte che ancora non ne fa parte. Paradossalmente, si chiede però l'iscrizione di almeno sei mesi per avere diritto al voto sulle regole. E poi: qual è il sito ufficiale su cui procedere? Ci sono zone d'ombra».

Sarà più complicato fare ricorsi da parte dei dissidenti?

«Invece del tribunale è prevista la via dei collegi arbitrali, molto costosi. Ho forti dubbi di legittimità. Scherzosamente, la definirei una "clausola anti-Borrè"». 

All'articolo 2 del nuovo statuto s' introduce il diritto politico dell'identità di genere.

«Il M5S è il primo partito a farlo. I Cinque Stelle in questo modo sui diritti civili ideologizzano la loro posizione. Non entro nel merito, ma anche qui, ripeto, è mancato il dibattito».

Paolo Bracalini per "il Giornale" il 19 luglio 2021. Invece delle profezie di Gianroberto Casaleggio sulla «democrazia diretta» e «l'intelligenza collettiva» che tramite la Rete si sostituisce ai partiti, il M5s ha realizzato quella di Alessandro Di Battista, quando disse: «Così facendo diventeremo come l'Udeur, un partito buono per la gestione di poltrone e carriere». Con lo statuto seicentesco (copyright Beppe Grillo) stilato dall'avvocato Giuseppe Conte, viene in effetti ufficializzata la trasformazione del M5s in un partito politico, se non seicentesco, come minimo novecentesco. Con presidente, vicepresidenti, consiglio nazionale, comitati tematici, comitato di garanzia, collegio dei probiviri, sedi locali, dipendenti del partito, il tesoriere, persino la scuola di formazione come quella della Dc. Un partito vecchio stile, proprio quello che il Movimento Cinque Stelle non solo non voleva diventare, ma voleva distruggere. «I partiti, ormai, sono strutture arcaiche: il futuro è la democrazia diretta attraverso la Rete» diceva Gianroberto Casaleggio. «I partiti sono morti» tuonava Grillo, che vedeva un futuro solo nella Rete. Anche più recentemente il fondatore, ora Garante, ha ribadito che il M5s per lui è nato «da un'idea di rete e di un movimento senza sedi, senza tesori, senza soldi». Ora con il nuovo Movimento di Giuseppe Conte si ritrova l'opposto, un partito con sedi, tesoriere, e che ambisce pure a finanziarsi tramite «erogazioni liberali», che poi sono le donazioni private, come si legge all'articolo 22 dello statuto (ma ovviamente si vigilerà affinché «sia impedito il condizionamento di specifici gruppi di interesse»). Lo scontro tra Grillo e Conte è finito a tarallucci e spigole in un ristorante di Bibbona, quello che il comico ha incassato, per mandar giù la trasformazione del M5s nell'Udeur, è contenuto nell'articolo 12 sui poteri del Garante. Oltre ad essere «custode dei Valori fondamentali del MoVimento 5 Stelle», si specifica che Grillo avrà «il potere di interpretazione autentica, non sindacabile, delle norme del presente Statuto». Quindi è nero su bianco che se ci saranno contrasti con Conte circa l'applicazione dello statuto, avrà sempre ragione Grillo. Anche se il potere reale è in mano al presidente, cioè a Conte, per quattro anni rinnovabili altri quattro, l'orizzonte di otto anni che l'ex premier ha voluto garantirsi (tornare a fare il mestiere di prima non lo sfiora neppure). Tra i vari poteri di cui gode il presidente, Conte ha inserito anche quello di «decidere l'assunzione del personale dell'Associazione ed il conferimento di incarichi, anche professionali, a terzi». Il M5s avrà quindi personale assunto e consulenti esterni, che deciderà Conte, solo gli incarichi da 100mila euro dovranno avere «parere favorevole del Comitato di Garanzia». Poi vengono «disciolti», da subito, tutti i meet up e i gruppi locali M5s, che verranno sostituiti con sedi locali vere e proprie, «legate a singole realtà comunali o infracomunali». Queste sedi potranno ricevere delle risorse finanziarie dal partito centrale per «progetti e iniziative». E a chi spetta il potere di determinare la quota di risorse? Al presidente ovviamente, che designa anche il responsabile della Scuola di Formazione del MoVimento 5 Stelle. Centrale poi la figura del Tesoriere, che «compie tutti gli atti di natura bancaria, postale e finanziaria». Doveva essere un movimento «liquido», ma non in questo senso. 

Dagospia il 12 luglio 2021. ALLE ORIGINI DEL M5S - LEGGETE COSA DICEVA BEPPE GRILLO NEL 2001 DURANTE IL G8 DI GENOVA: "LA DEMOCRAZIA AGONIZZA. AL SUO POSTO C'È IL MARKETING SOCIALE. INVECE DEGLI ARTICOLI DELLA COSTITUZIONE, AVREMO UN NUMERO VERDE AL QUALE TELEFONARE PER DIRE SE SIAMO SODDISFATTI O VOGLIAMO ESSER RIMBORSATI. IL MOVIMENTO NO GLOBAL? LA SUA FORZA STA NELLA FRAMMENTAZIONE. E NEL VOLERE CAMBIARE QUALCOSA SUBITO, NON TUTTO DOMANI. TEMO MOLTO CHE QUALCUNO POSSA METTERSI ALLA SUA TESTA E MODIFICARLO. HO PAURA DI UN LEADER…"

Da "la Stampa" il 12 luglio 2021. "Sto con il movimento ma attenzione ai leader da salotto": pubblichiamo l'intervista di Simonetta Robiony a Beppe Grillo uscita su “La Stampa” il 24 agosto 2001, in cui il comico e futuro leader dei Cinquestelle commentava le violenze durante il G8 di Genova. Grillo alla protesta anti G8 non ha voluto partecipare: «L'ho seguita dalle finestre di casa mia e mi sono vergognato. Ma come si fa a blindare il vuoto e a lasciare che fuori del vuoto succeda quel che è successo? Anche mio figlio Ciro, che ha un anno e che interpello continuamente su ogni argomento serio, ha capito che dividere la città in zone rosse, zone gialle e zone un po' così e così era una mossa sbagliata. La violenza era prevedibile». Ma i temi che stanno dietro quella protesta Grillo li condivide tutti. Non da oggi ma da anni. Da quando ha scoperto che uno yogurt prima di esser mangiato faceva settemila chilometri e una patata girava l'intera Europa prima di essere fritta, che quindi la globalizzazione era già arrivata e arrivata nel modo peggiore, senza che la gente ne fosse stata avvisata. Da allora i suoi spettacoli sono diventati un'invettiva contro una economia sempre più intrusiva, un monologo di contro-informazione «sanitaria» con dati e notizie presi da studi di premi Nobel come da riviste alternative. Ed è di questo che, riprendendo il suo show «La grande trasformazione», riveduto e corretto dopo i fatti di Genova, Beppe Grillo ha intenzione di parlare.

 Perché, proprio lei, non è voluto scendere in strada a sfilare con il popolo del No-global?

«Io avevo una mia idea. Volevo riproporre nelle giornate del G8 il gioco che facevamo da ragazzi con gli amici di San Fruttuoso, il quartiere dove sono cresciuto. Si chiamava "La rovina". Quando arrivava uno da fuori, che voleva "intortarci" con le sue idee, contavamo fino a tre e poi scappavamo via lasciandolo da solo. Qualcuno gridava, qualcuno si incazzava, qualcun altro ci inseguiva, pur di continuare a sproloquiare. Avrei voluto che quelli del Social Forum avessero fatto altrettanto: fingere di andare a Genova a manifestare e poi trasferirci tutti al mare, lasciando migliaia di poliziotti schierati a controllare strade e piazze vuote. Ma io sono un privilegiato: guardo a distanza. Gli altri, e sono ormai centinaia di migliaia di persone, hanno bisogno di rendersi visibili. E hanno ragione. Però c'è una cosa che mi fa paura».

Quale?

«Sa in che cosa consiste la differenza tra oggi e il '68? La differenza è che questo è un movimento che ha mille anime: Greenpeace, Lilliput, il commercio equo-solidale, i cattolici, le tute bianche. La sua forza sta nella frammentazione. E nel volere cambiare qualcosa subito, non tutto domani. Per questo temo molto che qualcuno possa mettersi alla sua testa e modificarlo imponendo una strategia comune. Ho paura di un leader. E ne ho più paura ancora, se va a parlare da Costanzo». 

Come mai questa protesta sta esplodendo proprio adesso nel ricco mondo occidentale?

«Credo sia un merito dell'informazione. Prima tenevano tutto segreto, adesso, se qualcosa non va ,si viene a sapere. Perciò qualsiasi riunione dei cosiddetti Grandi della Terra verrà posta in stato d'assedio. Perché è demente in se stessa. Ma come si fa a non inserire tra i grandi la Cina o l'India, che sono Paesi immensi e quindi mercati immensi? Come si fa a ragionare ancora in termini di dollari americani e non in dollari internazionali? Come si fa a pretendere che il Pil cresca all'infinito, altrimenti non c'è progresso? Io non ce l'ho con il libero mercato di Adam Smith, ce l'ho con il libero mercato dei cretini». 

Anche gli scienziati, a suo avviso, sono dei cretini?

 «Sì, perché non sono scienziati. I veri scienziati sono curiosi, questi sono avidi. Gli Ogm, le biotecnologie, l'ingegneria genetica, per ora, non sono una scienza». 

Che dice, Grillo?

«Lei se la farebbe costruire una casa da un ingegnere che ha fatto 499 case crollate con la prima pioggia e solo una che ancora sta in piedi? Ecco, questa è la clonazione. Centinaia di pecore morte per una che, forse, vive. Più che la mappatura genetica questa attuale mi pare una mappatura finanziaria. E poi a che serve un peco-ragno? A filare un tessuto buono per i giubbotti anti-proiettile dei vigili di New York?».

Vede un futuro nero.

«Io vedo nero il presente. La democrazia agonizza. Al suo posto c'è il marketing sociale. Lo ha dimostrato la vittoria di Berlusconi. Invece degli articoli della Costituzione che stabiliscono ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, avremo un numero verde al quale telefonare per dire se siamo soddisfatti o se vogliamo esser rimborsati. L'uomo, oggi, viene definito una risorsa umana: ma non era il carbone a esser definito una risorsa? Si fa il ministero delle Infrastrutture, quando a mancare sono ancora le strutture. Suvvia, un po' di serietà, un po' di credibilità. Penso che ci vorrebbe il maestro Manzi, quello di "Non è mai troppo tardi". Lui sì che saprebbe insegnare l'abbiccì a questo governo».

Se il populismo chiude bottega. Marco Zucchetti il 4 Luglio 2021 su Il Giornale. In attesa che gli storici indaghino sul peso della pandemia nei cambiamenti politici in Europa, per ora si segnala la crisi generale di quei movimenti generalmente e superficialmente considerati "populisti di sinistra". In attesa che gli storici indaghino sul peso della pandemia nei cambiamenti politici in Europa, per ora si segnala la crisi generale di quei movimenti generalmente e superficialmente considerati «populisti di sinistra». Dai 5 Stelle a Podemos, passando dai Pirati tedeschi e Syriza, le forze anti-sistema di estrazione più socialista sono in caduta libera, mentre quelle più nazionaliste e di destra (finora meno coinvolte nella responsabilità di governo, Lega esclusa) ancora tengono. Ognuno ha i suoi guai specifici, ma il contesto è comune: la loro offerta politica di decrescita e assistenzialismo non incontra più le esigenze degli elettori. Se la politica è l'outlet delle idee e il bazar delle soluzioni, non tutti i partiti «vendono» la stessa merce. Ci sono realtà storiche, tradizionali, magari esauste e in crisi di identità, ma che rispondono ad afflati senza tempo come l'uguaglianza, la conservazione, la libertà. E poi ci sono realtà sorte per dare risposte contingenti, i «temporary shop» della politica, che offrono quel che va di moda e occorre in un certo momento, come i negozi di dolciumi sotto Natale. Funzionano e sono utili. Ma se a gennaio non cambiano business rischiano di fallire. I movimenti nati dagli Indignados spagnoli o dal Vaffa-Day hanno avuto un ruolo innegabile. Segnalavano che il corpo politico era malato e che l'indomani della crisi economica era una palude. Perciò sono stati premiati nelle urne dal 2015 al 2018, andando al governo sia nelle città (Roma, Torino, Madrid, Barcellona), sia nei Parlamenti. Ed è allora che si sono dimostrati intrinsecamente deboli. Perché chi segnalava i sintomi del morbo, poi non sapeva curare il paziente. Se Podemos è passato dal 21% al 7% e il leader Pablo Iglesias ha lasciato, il M5s si è dimezzato (sia nei voti, dal 32% al 16, sia nella leadership dicotomica) e il movimento dei Gilet gialli - la cui anima di sinistra è discutibile - è scomparso, significa che gli europei non pensano più che le loro ricette siano utili in questo tempo di rinascita e ripartenza economica. Così come l'Ukip inglese ha perso senso dopo la Brexit, anche la loro missione è - se non compiuta - almeno giunta a un punto morto. La mobilitazione dal basso serve a fare pressione sulle istituzioni. La politica a corto raggio - non è anti-politica - cavalca richieste che somigliano a tendenze, dal disgusto per la corruzione all'ambientalismo. Ma quando poi entra nelle istituzioni, dove il focus si sposta su visione globale e competenza, allora si sfalda. La mancanza di struttura organizzativa e teoria politica solida si fa sentire; gli interessi di parte, le clientele e le lotte di potere interne prendono il sopravvento. E il messaggio iniziale di protesta e rivoluzione diventa una mesta ammissione di impotenza. Così, davanti a un «temporary shop» che offre merce demodé, i clienti ridanno fiducia ai partiti tradizionali, con le loro magagne e i loro vizi, ma con un progetto di costruzione e una classe dirigente in cui tornare a sperare. Almeno fino al prossimo ciclo di delusione e illusione collettiva. Marco Zucchetti

Il declino del Movimento. Il dilettantismo al capolinea è un monito per la democrazia. Giovanni Guzzetta su Il Riformista il 4 Luglio 2021. Si può facilmente ironizzare, e in molti lo hanno fatto, su quanto sta accadendo nella galassia dei Cinquestelle. Per esempio, si potrebbe dire che i fatti danno una spiegazione del perché l’esaltazione della democrazia diretta sia stato un caposaldo identitario dei programmi pentastellati. Data l’incapacità dimostrata nel gestire i meccanismi legati alla democrazia rappresentativa, a cominciare dalla forma organizzativa del movimento, non resta veramente che ripiegare sulla democrazia diretta. Almeno (all’apparenza) è più facile. Scherzi a parte, quello che sta succedendo in questi giorni, a cominciare dalla contrapposizione tra Grillo e Conte, non dovrebbe preoccupare solo i militanti pentastellati. E nemmeno preoccupare solo i partiti loro potenziali alleati (come in effetti sta accadendo). Le baruffe in corso dovrebbero preoccupare tutti, perché al di là del merito, sono il sintomo della grave malattia della nostra democrazia. Innanzitutto perché mettono ancora una volta in luce il tradimento dell’art. 49 della Costituzione, che vorrebbe tutelare i cittadini che vogliano associarsi per concorrere a determinare la politica nazionale. I cittadini, non le élites, i capi-bastone o i predestinati. Per questo la previsione del metodo democratico interno dovrebbe essere, oggi, la regola aurea per qualunque formazione che voglia partecipare alle elezioni e aspiri al governo, nazionale o locale, del paese. E non è certo il gioco linguistico del “movimento-non partito” che può consentire di aggirare quei principi. Va aggiunto che la democrazia è cosa diversa dal plebiscito o dall’acclamazione. Se il momento democratico, elettronico o reale che sia, si risolve esclusivamente nella possibilità di dire sì o no a proposte preconfezionate, questa non è, appunto, democrazia. Nella quale, invece, dev’essere possibile la contendibilità delle cariche, la dialettica competitiva, le garanzie formali della correttezza delle procedure, la trasparenza e, soprattutto, la predeterminazione delle regole del gioco, che non possono essere continuamente cambiate in corsa. Se questi requisiti mancano, siamo all’abuso del concetto, alla mistificazione opportunistica delle parole e dei valori. Lo svuotamento dei principi è contagioso. Trasmette l’idea, sbagliata, che basti evocare la democrazia per essere democratici, che basti esprimere un voto perché tutto sia legittimo. Applicato su scala generale, e non alla vita interna di un partito, ci troveremmo nella stessa situazione di quelle democrazie apparenti che usano il rito elettorale per coprire derive autoritarie, di cui è piena la storia recente e l’attualità in giro per il mondo. Il rischio-contagio di questi virus, innanzitutto culturali, non può essere sottovalutato. Per questo deve interessare tutti. E la prova che le vicende dei Cinquestelle siano il segno di questi tempi di degenerazione è dimostrato dal fatto che, in realtà, la contesa non è sul “partito”, ma sulle leadership del medesimo. La personalizzazione dei partiti è un fenomeno ormai universale e, a mio parere, anche positivo. Piuttosto che le burocrazie e le oligarchie correntizie senza volto del passato, in cui nessuno ci metteva la faccia, ma le facce cambiavano (più o meno per cooptazione) senza che i militanti potessero effettivamente condizionare i processi, ben venga una situazione nella quale si sa chi è che si assume la responsabilità di guidare il partito o le istituzioni. Questo però non può avvenire senza regole, in forza di meccanismi di selezione ancor più oscuri di prima. Perché sennò, anziché leader, avremo unti del Signore, uomini della provvidenza, imbonitori di folle, conigli tirati fuori dal cilindro, che chiedono l’acclamazione e il plebiscito. Inoltre la regolazione dei processi di personalizzazione non può limitarsi alla vita interna dei partiti, perché la personalizzazione si trasferisce anche sulle istituzioni. Anche questo è un fenomeno ormai irreversibile della politica contemporanea (v. per tutti Poguntke, Webb, The Presidentialization of Politics, Oxford University Press, 2005). Ma se così è, appare ormai improcrastinabile adeguare la disciplina istituzionale a queste tendenze, in modo che, alla personalizzazione, corrisponda una effettiva responsabilità. Quello che sta accadendo in questi giorni, dunque, non è solo la rappresentazione di un fallimento delle illusioni sgrammaticate di chi ha voluto improvvisare una palingenesi politica che non ha prodotto nulla di palingenetico. E anche l’ennesima spia di un sistema politico sbandato, in cui l’avventurismo e l’improvvisazione rischiano di prendere sempre più il posto della democrazia e della responsabilità. Giovanni Guzzetta

Il grillismo e la politica di massa. Storia del Movimento 5 Stelle: ascesa e caduta del grillismo e dei suoi ammiratori. Michele Prospero su Il Riformista il 29 Giugno 2021. Lo scenario è il solito. Nato come una tragedia nel cuore di una crisi generale dell’economia, della politica, della società, il M5s sta morendo come una colossale farsa, tra investiture annunciate, ritiro della donazione dello scettro, telefonate di riappacificazione, prove di ripensamenti al Tempio di Adriano. Espressione di un dato culturale profondo, ovvero l’antipolitica come un sedimento non effimero delle credenze collettive, il non-partito grillino ha avuto la capacità di attrarre gli opposti. Ha ricevuto il sostegno di uno storico come Della Loggia, che invita ad archiviare l’antifascismo come principio fondativo della repubblica, ma ha anche attratto le simpatie degli storici della memoria, delle radici resistenziali. Il suo manifesto ideologico può senz’altro essere rintracciato nel libro La casta che ha scalato le classifiche sfruttando le pulsioni più volgari dell’epoca così decadente. Ma anche nella cultura politica più raffinata non sono mancate le munizioni per radicare un senso comune antipolitico. Alle origini di tutto il fenomeno grillino c’è il predominio della sottocultura del giustizialismo, che ha afferrato la questione morale e l’ha brandita come arma di distruzione della politica di massa. Veleno profondamente ambiguo, il codice giustizialista ha garantito un supplemento di vita a chi lo ha cavalcato ma ha iniettato nel contempo una dose letale nell’organismo partitico che in pochi anni è stato fiaccato nella sua capacità di sopravvivenza. La sinistra, che oggi vaga alla ricerca di un qualche mappa identitaria, non ha saputo offrire altro alle sue masse di riferimento che simbologie punitive, domande sulle consuetudini sessuali di Arcore, invocazioni del carattere salvifico del tintinnio delle manette. Anche quando Veltroni ha rinunciato alla centralità dell’antiberlusconismo, ha però siglato un patto di alleanza con Di Pietro perché si può rompere a sinistra, ma non con il tribuno dell’antipolitica, del No-Cav Day, che parla di Berlusconi come «stupratore della democrazia», di Monti come «l‘aguzzino del popolo». Il grillismo ha il volto di una tragedia proprio perché ha radici ovunque, non è spuntato come un fungo improvviso. La sua natura l’hanno decifrata meglio i linguisti che i politologi. Con l’aggressività verso il nemico, con le formule seducenti, o anche flatus vocis, il linguaggio di Grillo eredita «il passaggio dal paradigma della superiorità al paradigma del rispecchiamento» (G. Antonelli, L’italiano nella società della comunicazione 2.0, Bologna, 2016). Il politico tende a mostrarsi come il pubblico, con il vantaggio della semplificazione, della boutade, dell’invettiva secondo la tecnica dell’argomentum ad personam congiunta anche alla retorica ludica, rinunciando strategicamente a ogni idea di superiorità che richiede forma, coerenza espressiva. Il paradigma del rispecchiamento, che giunge all’apice con la svolta linguistica del Vaffaday, incentiva una “corsa al ribasso” con la «ipostasi, talvolta la caricatura, dell’italiano medio» e l’inclinazione al turpiloquio con «il frequente uso rafforzativo di cazzo». I politologi, dinanzi a questo affresco nitido abbozzato da un linguista, si distinguono invece per incomprensioni (qualcuno aderisce al movimento), per quadri esplicativi oscuri nei quali l’elemento simpatetico (Roberto Biorcio lo accosta a Podemos e ne esalta il tratto di movimento civico-deliberativo-partecipativo) ostacola l’ermeneutica corretta del fenomeno. Al cospetto di una realtà di partito raffigurata nei termini mostruosi di “nuovi Leviatani” che succhiano il nettare in un “giardino di delizie” e si arricchiscono allegramente “incistandosi nello Stato”, Piero Ignazi rinviene addirittura una “eco tocquevilliana” negli affondi scurrili di Grillo contro la casta, la rappresentanza e per la democrazia diretta, senza mediazioni. Accostare al precoce censore dei pericoli del dispotismo di maggioranza l’inno di Grillo per una volontà politica totale («vogliamo il 100 per cento del Parlamento, non il 20, il 25 o il 30. Quando il Movimento otterrà il 100 per cento i cittadini saranno diventati lo Stato, il Movimento non avrà più bisogno di esistere») risulta alquanto problematico. Anche lo storico inglese Perry Anderson non scherza negli elogi a Travaglio e al M5s come «l’unico tentativo in Europa di una forza antagonista a ciò che si è impossessato della democrazia rappresentativa». Neppure lo sfiora il sospetto che possa essere alquanto regressiva una alternativa alla rappresentanza ricercata in una variante ribellistica di partito personale disegnato con un algoritmo il cui fondatore-garante-elevato esercita un controllo assorbente e sviluppa una resistenza estrema dinanzi ai tentativi di normalizzazione. Naturalmente è del tutto inutile, dinanzi a certe infatuazioni della ormai vecchia New Left, rammentare le parole di Grillo: «Non venite a rompermi i coglioni sulla democrazia. Se c’è chi reputa che io non sia democratico e che Casaleggio si prende i soldi, prende e si toglie dalle palle». Capita anche ai movimenti politici, come succede entro i legami privati, che gli elementi di verità circa la loro autentica natura affiorino solo quando tra i partner volano i cocci. E così tocca a un risentito Casaleggio fornire una perfetta radiografia culturale e sociologica del non-partito di cui sta perdendo il controllo aziendale. Il padrone espropriato della piattaforma dichiara: «Il modello del M5s ha consentito di ottenere il 33 per cento di fiducia del paese e ha dato la possibilità a migliaia di cittadini sconosciuti, come lo stesso Giuseppe Conte, di rivestire ruoli prestigiosi e di potere impensabili». Il M5s nel 2013 elegge 161 deputati tutti privi di precedenti incarichi elettivi, con una età media di 33,7 anni, la più bassa della storia repubblicana. Si tratta di novizi reclutati attraverso il filtro delle parlamentarie (e secondo l’inesperienza coltivata come valore assoluto: eguali nell’ignoranza è stato detto) facili, proprio per la loro condizione professionale precaria, da ricondurre a disciplina. Il vincolo non è programmatico-ideale (su tutto il non-partito ha cambiato celermente opinione: sulle alleanze, sul compromesso, sulla partecipazione al talk show, sull’euro, sulla Tav, sulle trivellazioni) ma riconduce all’incentivo materiale. È sulla prosaica faccenda del terzo mandato che si stringono alleanze e opposte fedeltà. Nato dalla tragedia della crisi, il non-partito scommette di sopravvivere grazie alla farsa di una battaglia incolore tra l’Elevato che inorridisce per i gesti di disobbedienza e il nominato che si sente oltraggiato per il ritiro inopinato della donazione di Bibbona. E se entrambi i duellanti venissero scacciati dal Tempio? Michele Prospero

L'Ipocrisia dei due Mandati. Montesquieu per “La Stampa” il 19 giugno 2021. Dago: dietro il nom de plume, Montesquieu, si cela un ex altissimo dirigente dello Stato, Mauro Zampini, già Segretario generale della Camera. Fioccano interviste dei principali protagonisti del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte e Luigi Di Maio. Non tutto è chiaro, non tutto coincide. Una certa genericità nelle risposte, poco a che vedere con l'originale del movimento, nel cui nome popolano le camere centinaia di deputati e senatori. E nei cui confronti, e soprattutto nei confronti di tanti elettori, nessuno si pone interrogativi di coerenza. Permangono ambiguità ed imbarazzo a fronte della più semplice delle domande, quella sul limite dei due mandati parlamentari. Si conferma la distanza dall'idea di partito disegnata con pochi, ineludibili tratti, nell' articolo 49 della Costituzione, definito da Conte, con un certo distacco, partito «novecentesco». E con poco riguardo per l'art. 49 della nostra Costituzione, colpevolmente mai attuato dai partiti del tempo: partiti in regola con i requisiti richiesti, ma desiderosi di avere le mani libere dalle puntualizzazioni di una legge attuativa. Se questa lunga e misteriosa traversata nel deserto trasformerà il movimento in un partito, come sostengono in parecchi, sarà un partito come lo si intende da quasi tre decenni. Partiti personali, leaderistici, con una dissimulata ma incolmabile distanza tra vertice e militanti. Vengono capovolti, letteralmente, tutti i requisiti posti nell' articolo 49: l'iniziativa cala dall'alto, anziché essere coagulo spontaneo di persone unite dalle idee; nessuna collegialità, metodo democratico neanche a parlarne, un capo assoluto, spesso un proprietario. Si vanta la fine delle correnti, in realtà è la fine di ogni dialettica interna. La finalità di determinare la politica nazionale è incompatibile con l'interesse di una o poche persone. Di conseguenza, un leader disinvolto può esibirsi, in poco tempo, in veste di separatista e nazionalista, antimeridionalista e nazionale, estremista e moderato, europeista ed euroscettico, giustizialista e garantista. Il tetto ai mandati parlamentari è figlio di questa trasformazione, e si perfeziona con la ventata populista. Che nasce da lontano, con il trascinante successo di un libro sulla classe politica disegnata come una casta (di Rizzo e Stella, ndD); con la geniale avventura berlusconiana, che partorisce creature simili, anche a sinistra; si insinua nel grande e molle partito della Costituzione, il pd versione renziana, fino a specchiarsi nell' idea iperpopulista del «Senato gratis»; quindi, la sublimazione con il movimento di Grillo e Casaleggio. Nel tempo, i militanti di cui all' art. 49 sono diventati lavoratori dipendenti, e come tali vengono reclutati e neutralizzati. Deputati e senatori sono valutati con i parametri quantitativi del lavoro manuale, che si traduce spesso nella inutile e inerte presenza nelle aule. Cessa l'immagine di una figura la cui attività si prolunga dal collegio al parlamento e ritorno, senza soluzione di continuità: quello di parlamentare per la Costituzione costituzionale è uno stato permanente, come la rappresentanza, non una somma di gesti teleguidati. Oggi, con il concetto di rappresentanza, viene negata la stessa idea di popolo sovrano. I parlamentari rappresentano solo il proprio datore di lavoro, il capo del partito, a cui devono la "nomina" in una delle camere, senza alcun contributo degli elettori. Questo processo stritola un altro bastione della nostra Costituzione parlamentare, l'art. 67, l'autonomia del parlamentare. Così nasce e prospera l'ingiurioso fenomeno della migrazione parlamentare. Fenomeno praticamente assente nella prima Repubblica, legato solo a sporadici e nobili eventi politici, scissioni o altro di simile; oggi prodotto dalla condizione di lavoratori dipendenti e dalla naturale valutazione della convenienza di nuove offerte di impiego. Un fenomeno, questo delle migrazioni in parlamento, divenuto tristemente lavoro per magistrati e tribunali, e non raramente. Pezzi di Costituzione esplodono, come in un campo minato: l'art.72, il procedimento legislativo, strappato alle camere dai governi; gli articoli 49 e 67, l'essere partito e parlamentare di un partito, irriconoscibili. E tanto altro. Pezzi di costituzione che rimangono scritti, per l'ipocrisia dei partiti in tempi di populismo. La prima Repubblica - questa è una informazione probabilmente sconosciuta ai più - conobbe essa stessa situazioni di limitazioni di fatto a due mandati parlamentari. Praticate soprattutto dal partito comunista, attraverso la dichiarazione di inabilità per l'appunto dopo due mandati complessivi, e la conversione degli "inabili" al lavoro per il partito. Con assegno di inabilità. Pratica del tutto incommendevole, almeno sotto il profilo della liceità morale, attraverso certificazioni mediche ufficializzate dagli uffici di presidenza di Camera e Senato. Organismi in cui era ed è rappresentato l'intero ventaglio dei gruppi parlamentari. Ma pratica priva di ribellione costituzionale, come quelle successive; pratica semmai dovuta alla dovizia di militanti, al costo dei partiti, all' assenza di finanziamento pubblico della politica. Con aneddoti addirittura grotteschi, di parlamentari già dichiarati inabili al lavoro parlamentare, e rieletti in altri partiti. Costituzione sfigurata, in conclusione , ma corrosa dall'interno, mentre l' aspetto esteriore si presenta perfetto. La politica prospetta riforme istituzionali, anzichè eliminare la ruggine corrosiva che gli stessi partiti hanno provocato.

Vaffa, insulti e offese: ora spunta l'ipocrisia 5s. Francesco Curridori il 19 Giugno 2021 su Il Giornale. Il M5S, fondato con un "vaffa", ora, dà lezioni di lotta allo "hate speech" eppure, sin dalla sua nascita, ha fatto del disprezzo verso gli avversari la sua ragion d'essere. Ennesima giravolta del M5S. Il partito fondato con un "vaffa", ora, dà lezioni di lotta allo "hate speech". Il sottosegretario all'Interno, Cosimo Sibilia, oggi, ha pubblicizzato su Facebook l'evento dal titolo "Hate speech, il lato oscuro delle parole in libertà", sponsorizzato dall'associazione culturale "Italia più 2050". Sembrano essere passati secoli da quando Beppe Grillo chiamava Berlusconi "lo psiconano", Bersani "zombie", Renzi "l'ebetino" e Prodi "Alzheimer". E che dire di Paola Taverna che, in campagna elettorale, attaccava quelli del Pd (salvo poi redimersi con la nascita del Conte-bis) dicendo: “Mafiosi, schifosi, siete delle merde, ve ne dovete andare, dovete morire...”? È impossibile dimenticarsi il video in cui Luigi Di Maio giurava che mai e, poi, mai sarebbe andato al governo con "il partito di Bibbiano”, ossia con quel Pd con cui il M5S di Conte cerca di stringere un'alleanza strutturale. Ma sono innumerevoli gli insulti che i grillini hanno rivolto, in passato, ai democratici. “Il Pd è un punto di riferimento del crimine", disse Alessandro Di Battista nel 2018, anno in cui insultò Renzi affermando: "Il bugiardello toscano ormai è politicamente morto, ucciso dalle sue stesse menzogne". Roberta Lombardi, sempre in quello stesso anno, disse: "Il Pd prendeva soldi da Mafia Capitale". Quello è l'anno delle elezioni Politiche e, quindi, era anche naturale che il clima si surriscaldasse e, quando Silvio Berlusconi disse che i grillini non erano neppure capaci di pulire i cessi, Grillo replicò: “Questa è la sentenza ultima che sibila da dietro il cerone; sebbene il primo pensiero vada a quelle povere latrine, viene da chiedersi: da dove proviene questa ossessione per i cessi dell'ex badante? Ndr: prima di nipoti apolidi e poi di anziani a Cesano Boscone". Ma le dichiarazioni di odio del fondatore del M5S, nel lontano 2014, colpirono anche l'allora presidente della Camera. Un sondaggio sul blog delle Stelle recitava: "Cosa succederebbe se ti trovassi la Boldrini in macchina?”. Un quesito diede adito a risposte allucinanti che soltanto lasciamo immaginare. Sebbene siano passati già 7 anni (che per chi fa politica sono ere geologiche), alla luce di quanto ricordato finora, sembra davvero surreale che, oggi, i grillini vogliano dare lezioni di bon-ton. Un'ipocrisia che ha smascherato il comico Luca Bizzarri con un semplice tweet: “Buongiorno, tutto è nato quel giorno in cui abbiamo mandato tutti a fare in culo, poi abbiamo dato a tutti dei porci e dei mafiosi, abbiamo detto che erano morti. Ma ora parliamo di Hate Speech". 

Francesco Curridori. Sono originario di un paese della provincia di Cagliari, ho trascorso l’infanzia facendo la spola tra la Sardegna e Genova. Dal 2003 vivo a Roma ma tifo Milan dai gloriosi tempi di Arrigo Sacchi. In sintesi, come direbbe Cutugno, “sono un italiano vero”. Prima di entrare all’agenzia stampa Il Velino, mi sono laureato in Scienze della Comunicazione e in Editoria e Giornalismo alla Lumsa di...

Marcello Veneziani per “La Verità” il 16 giugno 2021. Li chiamavano 5 stelle, oggi sono ai 4 formaggi. Come la pizza. Nel primo Formaggio si contempla la nascita del Movimento: formaggio piccante che non s' accompagnava ad altri gusti, tanto era forte e diverso il suo sapore.

Nel secondo Formaggio avviene la prima ibridazione, e nasce il caciocavallo appeso del populismo mezzo sovrano (non sovranista, ma mezzo sovrano, come si dice delle cantanti liriche che sono a metà tra contralto e soprano); il tempo del governo coi sovranisti.

Nel terzo Formaggio si contempla lo sciogliersi della pasta e la sua mutazione anche olfattiva in gorgonzola progressista, per la Pizza democratica.

Nel quarto Formaggio, infine - ma solo per ora - si imbocca la strada del Formaggio stagionato e morbido, di sapore moderato e di gusto democristiano. Le quattro fasi del Movimento 5 stelle si riassumono in questa mutazione casearia, che coincide con la progressiva meridionalizzazione del movimento e della sua guida.

Il paradosso di questi giorni è che l'alleanza coi democratici, continuata e scoordinata, viene interpretata a ruoli invertiti: il transgrillismo che nella prima fase interpretava il ruolo di movimento radicale, populista, proletario e tardosessantottino, insomma l'alleato alla sinistra del Pd, oggi interpreta il ruolo opposto, quello di alleato moderato, quasi centrista, che pensa ai ceti medi, che si colloca come una nuova Dc, versione saldi e parodia. Al posto di Moro e Andreotti ci sono Conte e Di Maio. Ovvero, prima il Pd se li trovava sul fianco sinistro, ora se li ritrova sul fianco destro. Del resto, pure l'alleato piddino ha nominato alla sua guida un ex democristiano per fare una politica più «de sinistra», seppur nella medesima versione saldi e parodia. Il giovin signore che lo guida vuole tassare i ricchi, tifare per i migranti, occuparsi delle periferie, cantare Bella ciao. Chi è perplesso davanti a un'alleanza così eterogenea, viene subito rassicurato dai virologi di regime: non solo è possibile cambiar vaccino dalla prima alla seconda dose, ma addirittura fa bene il mix, probabilmente shakerato con l'aggiunta dello zenzero che ci sta sempre bene. Pd e 5s come Pfizer e Astrazeneca, insieme per prevenire il virus della destra. Ma torniamo ai grillini. Devo scusarmi se non riesco a fare un'analisi politologica seria delle sue mutazioni, ma siamo usciti ormai da tempo dalle categorie della politica e dell'antipolitica. Siamo davanti a un fenomeno di mutazione da circo, in cui anche la categoria del trasformismo sarebbe gravemente offesa dall' accostamento. Chi sono i protagonisti dello sketch contorsionista, o se preferite l'allegoria precedente, gli chef della pizza ai quattro formaggi? Soprattutto due, i sullodati Giuseppe Conte, l'avvucato, o' provessore; e Giggino Di Maio, lo scugnizzo della Farnesina, che vende bibite ai G7. Più contorno di Fico, Crimi e altri figuranti. Il film è preceduto dall' apparizione di Grillo inferocito che ruggisce come il leone della Metro Goldwin Mayer. La produzione è cinese, ma da mercatino. Conte è una mucillagine che assume le fattezze delle superfici su cui si posa, è un avvocato che assume la difesa delle cause più disparate, purché intraveda un tornaconto. Può dirsi populista o moderato, progressista o devoto, combattere la casta e scappellarsi davanti agli onorevoli, secondo le circostanze e le convenienze. Non è grillino, è contino. Il grillino dei finti contini, per parafrasare un famoso romanzo. Più interessante è Luigino. Sin da quando apparve vestito da ominarello, come si chiamano al Sud i ragazzi che si vestono da grandi o si danno l'aria di essere già adulti con la cravattina, come se andasse a un colloquio d' assunzione per venditori; l'abito della cresima, la borsa da travet... Fummo facili e non solitari profeti a prevedere la sua mutazione democristiana. Di Maio rappresentava sin dai primordi l'anima istituzionale del Movimento 5 stelle, come Ale Di Battista rappresenta l'anima emozionale e Grillo l'anima irascibile. Dopo aver scavalcato i comunisti abolendo la povertà, Di Maio si è accorto di aver creato col reddito di cittadinanza una vasta clientela meridionale, proprio come la Dc. E allora si fa democristiano: e dopo aver rappresentato in combutta con Dibba, il Movimento degli scappati di casa, decide ora di interpretare nella nuova commedia I ceti medi, che un tempo si chiamavano borghesia. E da forcaiolo si fa garantista. A Di Maio però riconosco qualche matrice storica e culturale, e non vi scandalizzi l'uso di queste due parole a proposito del noto umanista partenopeo. Lui è un erede terminale, e perciò inevitabilmente degradato, di un'antica indole meridionale che spesso si fa piaga; lo dico da meridionale, per giunta orgoglioso di esserlo, e dunque non c' è nessuna connotazione razzista e spregiativa. Di Maio interpreta l'antica commedia dell'arte che si riversava nella vita nei vicoli di Napoli: quel Sud mezzo anarchico e mezzo monarchico, pagano e devoto, un po' Masaniello un po' borbonico, lazzarone e pulcinellesco, esercitato a un'antica, aspra scuola di vita e di sopravvivenza. Ches' hadafàpe' campà. Non privo di generosità e di passeggeri ardori nella sua versione originaria, ora corrotta dallo spirito furbesco e un po' sottoborghese. Ma lui conserva ancora una traccia di candore, buona fede e umanità, assente invece nell' Avvucato. Comunque è una figurina che viene da lontano, è un portatore sano di cultura meridionalista, nel senso che ne è inconsapevole e immune. Quando apparve sulla scena nazionale predissi: «Me lo vedo fra 30 anni con le sue dichiarazioni ai tg a rivendicare la rivoluzione o la reazione, con pari convinzione, a seconda delle circostanze». Lui ha bruciato i tempi e scavalcato le previsioni. E nacque il Movimento 4 formaggi.

Mattia Feltri per “La Stampa” il 15 giugno 2021. Pensate al Movimento cinque stelle di qualche anno fa. Non possedeva la sede, non esisteva il leader, aveva il non Statuto, uno valeva uno, era contro la Nato, era contro l'Europa, intendeva uscire dall'euro, era nemico delle banche, era no Tav, era no Tap, era no vax, le riunioni soltanto in streaming, il suo guru era Casaleggio, lanciava la piattaforma Rousseau, la finanziava con una quota degli stipendi, la utilizzava per la democrazia diretta, era il mezzo per promuovere le leggi volute dai cittadini, riteneva indegno il solo pensiero di allearsi con altri partiti, era per il limite del doppio mandato, era per l'abolizione delle auto blu, era per l'abolizione dei cambi di casacca, soprattutto aveva un garante: Beppe Grillo.

Pensate ora al Movimento cinque stelle di oggi. Presto possederà una sede, ha alternato svariati leader unici o collegiali, scriverà statuti e carte etiche, uno non vale più uno, è a favore della Nato, è a favore dell'Europa, è a favore dell'euro, è al governo con l'ex presidente della Banca centrale europea, ha detto sì alla Tav, ha detto sì alla Tap, è per i vaccini, non fa riunioni in streaming da lustri, Casaleggio non c'è più, la piattaforma Rousseau non c'è più, da tempo non la finanziava, da tempo non la usava per la democrazia diretta, non ha mai promosso leggi volute dai cittadini, si è alleata con qualsiasi partito rappresentato in Parlamento (tranne F.lli d'Italia), è per la deroga al doppio mandato, viaggia solo in auto blu, ha cambiato tutte le maggioranze possibili, però continua ad avere un garante: Beppe Grillo. Come si dice? Un uomo, una garanzia.

Mauro Bazzucchi per “La Verità” l'11 maggio 2021. Ora l' avvocato del popolo ha davvero bisogno di un buon avvocato. Perché l' ultimatum della settimana scorsa lanciato nei confronti di Davide Casaleggio e di Rousseau, con tanto di invocazione del Garante della privacy, per la consegna immediata dei dati degli iscritti a M5s, non si è semplicemente risolto in un flop: si è rivelato un boomerang che ha irrigidito le posizioni di Casaleggio jr, ponendo le basi per una lunga e logorante battaglia legale, in cui ad avere il coltello dalla parte del manico pare decisamente essere quest' ultimo e a pagare in termini politici, economici e di immagine sembra destinato l' ex premier. A «mettere a posto» Giuseppe Conte e i suoi è stato un lungo post sul Blog delle Stelle, una volta organo ufficiale pentastellato ora voce degli avversari dell' ex premier e di Luigi Di Maio. Abilmente, il gruppo facente capo a Casaleggio si appoggia sul recentissimo pronunciamento del tribunale di Cagliari, per far presente a Conte che il M5s non ha un capo politico, non ha un rappresentante legale, non ha una piattaforma e non ha un gruppo dirigente legittimato. In sostanza, non esiste il soggetto nel cui nome da settimane Conte sta parlando e minacciando azioni legali. E per spiegare come si è arrivati a questa situazione, il post di Rousseau non manca di usare di scherno nei confronti dell' ex reggente Vito Crimi, il quale «nel redigere le modifiche dello Statuto non ha inserito all' interno dello stesso una norma transitoria che prevedesse il mantenimento della figura del capo politico, o di altra figura legittimata, fino all' insediamento del Comitato direttivo». Casaleggio e soci, a questo punto, rispondono alla minaccia di Conte di rivolgersi al Garante: «Se Rousseau comunicasse i dati degli iscritti del Movimento 5 stelle ad un soggetto terzo, diverso dal rappresentante legale del Movimento, e che per questo non abbia legittimità o titolo per riceverli, violerebbe il Codice privacy che prevede fino alla pena della reclusione per comunicazione e diffusione illecita di dati personali oggetto di trattamento su larga scala». Poi, la stoccata: «Paradossalmente sarebbe come comunicare tutti i dati degli iscritti del Movimento a soggetti politici diversi come Italia viva o il Partito democratico o la Lega». Per non perdere poi di vista la questione che sottende a tutta questa storia, e cioè il conquibus per saldare i debiti pentastellati con Rousseau, il post aggiunge, rivolto a Conte, che si continua ad «attendere che la promessa pubblica di saldare i debiti venga onorata visto che ad oggi continua ad essere solo un annuncio sui social. I dipendenti di Rousseau sono in cassa integrazione». Uno stallo, dunque, destinato a perdurare e che potrebbe avere immediate ripercussioni politiche, data l' insofferenza di una larga parte degli eletti grillini (che non a caso hanno reclamato e ottenuto un incontro con l' ex premier), l' approssimarsi delle elezioni amministrative con la questione liste e candidature in alto mare e il «mega-evento» più volte evocato da Conte per tenere a battesimo il Movimento 2.0, sempre più simile a una chimera.

Con una mossa Casaleggio ha spiazzato Conte: così si tiene i dati. Luca Sablone il 10 Maggio 2021 su Il Giornale. Rousseau sbatte le porte in faccia al M5S: "Fornire i dati degli iscritti in queste condizioni è contro legge". E rimarca: "Dovete saldare i debiti". Continua il braccio di ferro tra Davide Casaleggio e Giuseppe Conte sui dati degli iscritti. Pochi giorni fa il leader in pectore del Movimento 5 Stelle si era espresso in maniera durissima sulla vicenda, annunciando di essere pronto a ricorrere al Garante della privacy qualora Rousseau decidesse di non seguire la linea indicata dai grillini: "Per legge è obbligato a consegnare i dati degli iscritti al Movimento, che ne è l’unico e legittimo titolare". Ma l'Associazione Rousseau la pensa esattamente al contrario: ritiene che fornire i dati degli iscritti, in queste condizioni, vada contro legge. Se venissero comunicati i dati degli iscritti del M5S a un soggetto terzo, diverso dal rappresentante legale del Movimento, "si violerebbe il Codice Privacy che prevede fino alla pena della reclusione per comunicazione e diffusione illecita di dati personali oggetto di trattamento su larga scala". Proprio per questo motivo non si ritiene possibile comunicare la lista di iscritti del Movimento 5 Stelle "a una neo forza politica che abbia una diversa associazione con un diverso Statuto e un diverso simbolo, al quale gli iscritti del Movimento non hanno, infatti, dichiarato esplicitamente e deliberatamente di voler aderire". Paradossalmente, fa notare Rousseau, "sarebbe come comunicare tutti i dati degli iscritti del Movimento a soggetti politici diversi come Italia Viva o il Partito democratico o la Lega". Nelle ultime settimane sono arrivate moltissime comunicazioni di iscritti che si dicono preoccupati, diffidando dal comunicare i propri dati a persone non legittimate a gestirli: "E noi, ovviamente, vogliamo rassicurarli. Ogni passo, a dispetto di quanto richiesto, sarà strettamente aderente alla legge e alla volontà degli iscritti".

"Saldate i debiti". Rousseau ha ribadito di essere in attesa "che la promessa pubblica di saldare i debiti venga onorata", visto che per il momento ci si è limitati semplicemente a un "annuncio sui social". Motivo per cui i dipendenti dell'Associazione sono in cassa integrazione. Inoltre va considerato il fatto che la gestione dei dati degli iscritti e la responsabilità del trattamento di questi ultimi comportano dei costi notevoli che sono sulle spalle di Rousseau "dal momento che chi ritiene di essere il gruppo dirigente del Movimento ha deciso di non pagare più i servizi che devono essere comunque attivi perché previsti dalla legge e che noi, con profondo senso di responsabilità, continuiamo a erogare a nostre spese".

"Il M5S non ha un capo politico". Nel post si sottolinea poi come ad oggi l'Associazione Movimento 5 Stelle "non ha alcun rappresentante legale politico né un soggetto legittimato ad amministrare e/o rappresentare il MoVimento". In altre parole "non ha alcun capo politico". Alla base vi è una causa ben precisa: secondo Rousseau, nelle modifiche dello Statuto non è stata inserita una norma transitoria che prevedesse il mantenimento della figura del capo politico (o di un'altra figura legittimata) fino all'insediamento del Comitato direttivo. "Oltre a questa mancanza strutturale nella modifica statutaria, il Comitato di Garanzia ha deciso di non dare seguito alla decisione degli iscritti, omettendo di aprire le candidature per il Comitato direttivo necessarie per il voto", si legge nella nota.

Massimo Franco per il “Corriere della Sera” il 10 maggio 2021. Più che una resa dei conti tra modelli diversi di Movimento, ha l'aria di una guerra tribale con qualche rischio di suicidio politico collettivo. Viene da chiedersi come i Cinque Stelle siano arrivati a questo punto in un tempo così breve. In tre anni, la forza che aveva ottenuto più voti di tutti, oltre undici milioni, alle elezioni del marzo 2018, rischia di apparire sempre più un campo di macerie umane e politiche. È stato il contatto con il potere, si dice, a sconvolgere e travolgere identità, certezze, solidarietà e coesione interne. Ma il sospetto è che l'involuzione sia figlia non solo del potere, droga pericolosa per tutti. A influire è stato il retroterra di improvvisazione, presunzione e incompetenza che ha guidato l'operazione; e che si è rapidamente rivelato un peso schiacciante nell' impatto con la realtà. Di questo retroterra, l'ambiguità del rapporto con la piattaforma Rousseau di Gianroberto Casaleggio è stata ed è parte integrante. Insieme con Beppe Grillo, Casaleggio è stato uno dei due ispiratori del M5S. La coppia ha alimentato una strategia fatta di autoesaltazione visionaria e parole d' ordine velleitarie. Eppure, il cortocircuito non è coinciso né con la scomparsa di Casaleggio, nell' aprile del 2016, né col tramonto di Grillo dopo le ultime, tristi vicende familiari. In realtà, il punto di rottura è stato rappresentato dalla fine dell'esperienza di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, all' inizio di quest' anno. La crisi del Movimento esisteva da prima. Basta scorrere i risultati delle ultime votazioni, da quelle locali alle Europee del 2019, per registrare un declino elettorale costante; o calcolare lo stillicidio di abbandoni e di espulsioni di parlamentari grillini. Fino a quando i Cinque Stelle si sono illusi di controllare i «bottoni» del potere con un premier espresso da loro e abile nel passare come un camaleonte dal rapporto con la Lega a quello col Pd, però, la crisi è stata rimossa. Fermentava nelle viscere del Movimento ma non poteva essere dichiarata. Poi sono emersi limiti, errori e velleità del secondo governo Conte. C' è stata la crisi. Il potere è passato di mano: e la guerra interna è diventata inevitabile e aperta. E ora perfino l'ex premier designato nuovo capo fatica a imporre una pace condivisa, sebbene goda di una popolarità che sarebbe un' ancora alla quale aggrapparsi. L' avvitamento di questi giorni, con le appendici giudiziarie tra Casaleggio figlio e il M5S, è soltanto l'ennesimo indizio di una storia ai titoli di coda: almeno come è stata conosciuta finora. Bisogna prepararsi a un altro canovaccio. Con un Movimento lacerato tra un grillismo imborghesito oppure soltanto incattivito, e un postgrillismo più radicale del primo; di certo meno influente. Il pericolo è che le truppe del M5S diventino massa di manovra parlamentare nei prossimi appuntamenti istituzionali: una massa infiltrabile da interessi che nel passato recente sarebbero stati demonizzati.

Mattia Feltri per “la Stampa” il 7 maggio 2021. Accidenti, non riesco a essere d' accordo coi cinque stelle nemmeno quando penso che abbiano ragione. Per esempio, penso abbiano ragione nel sostenere la scelta di Joe Biden di sospendere i brevetti dei vaccini, soprattutto penso non sia uno sfregio allo stato liberale. Paragonabile o no alla guerra (dibattito aperto e ozioso), la pandemia non si affronta con strumenti ordinari: il lockdown e il coprifuoco sono i casi più plateali delle limitazioni che lo Stato liberale si è dato per tutelare la propria sopravvivenza. Anche i finanziamenti eccezionali alle Big Pharma per lo sviluppo del vaccino o i freni alle esportazioni rientrano nel catalogo dei rimedi altrimenti impensabili. Ma quando l' esultanza grillina si sofferma sull' interpretazione puberale - «fermiamo la logica del profitto» - rischio l' arresto cardiaco. E che cosa bisogna promuovere? La logica del danno? Ora, non vorrei retrocedere al puberale anche io, alla fase in cui si scopre con un eureka che senza profitto non c' è impresa, e quindi nemmeno farmaci. Mi limito a estendere il concetto di profitto, per sottrarlo all' immagine angusta del conto corrente: pure vincere il virus in tempi brevi rientra in una logica di profitto, e altrettanto lo è soccorrere l' India e altri paesi malmessi per contenere l' influenza cinese - intento meno nobile solo all' apparenza. Poi, se il concetto pare troppo elaborato, e vogliamo restare al volgare denaro, ecco, in settimane in cui il Movimento e la Casaleggio si scannano su 450 mila euro che il primo deve alla seconda, e col cavolo che glieli molla, io sulla logica del profitto ci andrei con qualche pudore.

Domenico Di Sanzo per "Il Giornale" il 17 aprile 2021. Non basta più nemmeno l'Elevato. Per il M5s ci vuole il neurologo. Beppe Grillo spedisce i grillini dallo strizzacervelli parlando pochi secondi durante un filmato in memoria di Gianroberto Casaleggio. Assenti tutti i big, Grillo non poteva mancare all'appuntamento per ricordare Casaleggio. Il comico dunque timbra all'evento virtuale Sum, organizzato dall'Associazione intitolata all'altro fondatore del Movimento. «Cinque anni che non ci sei, ma vedessi quello che sta succedendo», esordisce Grillo all'inizio del video. Il Garante parla per 25 secondi. Il suo intervento sembra un attacco ai fuoriusciti, Alessandro Di Battista su tutti, sferrato proprio dal «palco» allestito da uno che ormai è più fuori che dentro, ovvero Davide Casaleggio. «Comunque noi stiamo andando avanti, facciamo cambiamenti - prosegue Grillo - gente che se ne va, gente che torna, gente che va nei gruppi misti, stra-misti, gente che ha delle rivoluzioni culturali, dei mancamenti di intelligenza». Quindi la conclusione dell'Elevato, che di nuovo si diverte a prendere in giro i suoi figli rinnegati. «Abbiamo delle psicopatologie, ci vorrebbe un neurologo». Ripreso in t-shirt blu, da quella che sembra la sua scrivania, Grillo manda un messaggio politico chiaro. Dice di non comprendere le ragioni della fronda. Di chi è andato via, come Di Battista. Di chi sta per andare via, come Casaleggio. Di chi impedisce gli accordi con il Pd, come Virginia Raggi a Roma. Dibba e la Raggi, a differenza del comico, appaiono a più riprese nel filmato confezionato per omaggiare Casaleggio senior. Inevitabilmente il video è un album di figurine dell'area, anche culturale, che è ancora vicina a Rousseau. Ci sono lo storico Aldo Giannuli e il proto grillino Antonio Di Pietro. I giornalisti Massimo Fini e Gianluigi Nuzzi, il braccio destro di Casaleggio junior Enrica Sabatini. Oltre a Grillo, tra chi ha preso strade diverse, compare Rocco Casalino, spin doctor di Giuseppe Conte, l'uomo che firmerà il divorzio tra il M5s e Rousseau. Soprattutto ci sono i due frontman politici: Raggi e Di Battista. Che aspettano Conte al varco delle comunali di ottobre. Se a Roma il M5s dovesse bissare il Campidoglio, o avere un buon risultato con la Raggi in solitaria, e nelle altre città dovesse naufragare lo schema giallorosso, il nuovo leader sarebbe subito messo in discussione. E a quel punto nessuno potrebbe escludere un'altra rifondazione, nel segno dell'ortodossia. Ma adesso Conte è ostaggio del Tribunale di Cagliari. Dal M5s si aspettano in tempi brevi il sollecito del Pm sulla votazione per l'organo collegiale. L'ex premier e Grillo proveranno a sfruttare a loro favore la situazione. L'obiettivo è far entrare Conte nel direttorio, assegnandogli il ruolo di «team leader», come trapelato ieri. Scopo non facile da realizzare. Ci sarebbe bisogno infatti di alcune deroghe allo Statuto. Una prima per consentire all'ex premier, non iscritto al M5s, di correre per l'organo collegiale. Un'altra per istituire una figura apicale all'interno del comitato direttivo. Casaleggio darà il via libera alla votazione chiesta dalla Procura sul comitato direttivo, ma potrebbe non dare l'ok per ulteriori consultazioni per modificare lo Statuto. Come nel gioco dell'oca, si torna al punto di partenza. Grillo e Conte, quindi, dovranno giungere per forza a un accordo con Rousseau per sbloccare lo stallo. La soluzione consisterebbe in un divorzio consensuale con buonuscita. Altrimenti l'unica alternativa è la fondazione di un nuovo partito.

Emanuele Buzzi per il “Corriere della Sera” il 17 aprile 2021. (…) Ma soprattutto Grillo stoppa l'idea dell'ex premier di un cambio di simbolo. Il garante vuole rimanere nell'alveo del Movimento, è concorde al cambio di statuto e lo ha detto chiaramente a Conte. La scelta di Grillo fa piombare di nuovo lo stato maggiore del Movimento in un vicolo cieco: al momento i pentastellati sembrano quasi rassegnati o a una trattativa a oltranza con Davide Casaleggio o ad attendere che il tribunale di Cagliari li costringa a una votazione sul comitato direttivo, una votazione che molto probabilmente non vedrà della partita Giuseppe Conte nonostante il pressing di alcuni pentastellati. L'ex premier aveva bocciato oltre un mese fa l'idea di prendere parte a un voto che lo vedesse in corsa per la nuova struttura collegiale (sia per una questione di ruoli sia - soprattutto - per non dover gestire in coabitazione i nodi su Rousseau e norme) e diversi pentastellati rimarcano come da allora ad oggi la situazione che si troverebbe ad ereditare non sia cambiata di una virgola. Ciò che sembra certo è che l'ex premier - in caso di ingresso nel Movimento - potrebbe ripercorrere le orme di Enrico Letta, cambiando come prima mossa i direttivi di Camera e Senato. L'idea del voto sul comitato, nel frattempo, ha risvegliato le tensioni e le guerre interne tra i parlamentari. «Se ci sarà, chi ne farà parte avrà un ruolo delicatissimo nel gestire la transizione e gli equilibri», sottolinea una fonte. Un guazzabuglio intricato, specie per quello che riguarda i rapporti con Rousseau. L'associazione che regola la piattaforma, intanto, è tornata all'attacco. Con un post dal titolo esplicito «Aperti alle critiche. Le sei fake news su Rousseau della settimana», ha risposto alle critiche arrivate dai vertici del Movimento. Il capogruppo Davide Crippa aveva detto: «Abbiamo 7 milioni e 400mila euro bloccati nel conto delle restituzioni, perché la piattaforma Rousseau non ci fa votare». «Il Movimento può restituire i 7 milioni e 400mila euro ai cittadini senza la necessità di effettuare una votazione», replica Rousseau. E poi puntualizza anche sui costi della nuova organizzazione del M5S, che richiede «un contributo dai parlamentari tre volte superiore ossia mille euro mensili a fronte degli attuali 300» e sul fatto che «il tetto dei due mandati è previsto nel codice etico». L'associazione sottolinea anche che Casaleggio non percepisce un compenso, ma potrebbe perché «la legge lo consente» e che «il M5S è il titolare dei dati degli iscritti, mentre l'Associazione Rousseau è responsabile del trattamento».

Il disegno di legge a 5 anni dalla scomparsa. Le priorità del Movimento 5 Stelle: una giornata in ricordo di Gianroberto Casaleggio. Redazione su Il Riformista il 12 Aprile 2021. Della serie: “Le grandi urgenze del Paese”. Più della pandemia, dei vaccini, della crisi economica dilagante, il Movimento 5 Stelle lancia una proposta di legge per ricordare Gianroberto Casaleggio, co-fondatore dei 5 Stelle assieme a Beppe Grillo. L’idea lanciata dalla deputata Carmen Di Lauro e dal senatore Alberto Airola è di istituire il 12 aprile, giorno della scomparsa nel 2016 di Casaleggio senior, una “Giornata nazionale della partecipazione e delle cittadinanza digitale”. Il disegno di legge annunciato oggi sul Blog delle Stelle è stato depositato in Parlamento, dando così via all’iter legislativo per la sua approvazione. Una data “scelta non a caso dal momento che, nella storia contemporanea, c’è stato un uomo, che grazie alla rete, ha segnato insieme a Beppe Grillo, una svolta storica per la politica italiana. Un uomo che aveva un sogno: restituire ad ogni cittadino centralità nelle scelte che riguardano la vita di tutti. Un sogno chiamato democrazia diretta, da realizzare attraverso il web e l’innovazione tecnologica”. Quell’uomo, ovviamente, è proprio Gianroberto Casaleggio: per questo Airola e Di Lauro in questa data vogliono “far rivivere ogni anno la sua visione innovativa e unica perché possa essere fonte d’ispirazione per ognuno di noi”. Secondo i due parlamentari grillini “la Giornata nazionale della partecipazione e della cittadinanza digitale sarà una giornata per tutti gli italiani, al di là della loro appartenenza politica, perché come ricordava Gianroberto ‘un’idea non è né di destra né di sinistra’. Una giornata che servirà per ricordare quanto la partecipazione attiva dei cittadini alla vita della comunità, la promozione dei diritti digitali e l’accessibilità alla Rete non debbano essere solo parole, ma prospettive di azione per il futuro”, conclude il post.

Emanuele Buzzi per il "Corriere della Sera" il 6 aprile 2021. «Nessuna polemica e nessuna esclusione. Tutti possono celebrare la memoria di Gianroberto Casaleggio inviando aneddoti e ricordi a lui legati», Davide Casaleggio interviene per spazzare via tensioni e malumori sorte nelle ultime ore. «L'Associazione Gianroberto Casaleggio ha deciso di intervistare persone che hanno lavorato con mio padre e iscritti dell' Associazione Gianroberto Casaleggio che hanno voluto raccontare qualcosa di speciale su mio padre. In rappresentanza degli eletti è stata scelta Virginia Raggi perché ad oggi è colei che raccoglie più fiducia dagli iscritti su Rousseau. Al centro di Sum#05 cè Gianroberto Casaleggio e le sue idee. Vorrei restasse così», spiega al Corriere Casaleggio. Ma nel Movimento non tutti sono d' accordo. «In questo modo un momento di ricordo, che avrebbe potuto riunirci, finisce per diventare un' altra occasione di divisione», dicono diversi parlamentari Cinque Stelle di lungo corso. Deputati e senatori mostrano perplessità sulla scelta operata per la quinta edizione di Sum, la kermesse in memoria di Gianroberto Casaleggio, scomparso nell' aprile di cinque anni fa. Quest' anno l' incontro sarà telematico, virtuale. Sono state registrate nelle scorse settimane alcune interviste, che - insieme a un documentario - saranno pubblicate dal 12 aprile, anniversario della morte del fondatore del Movimento. Tra i contributi sono previsti quelli di Beppe Grillo, Antonio Di Pietro, Alessandro Di Battista, Rocco Casalino, Max Bugani e molti imprenditori, pensatori e amici di Casaleggio. Più che i nomi dei presenti tra i Cinque Stelle hanno fatto rumore le assenze, le voci che non sono state interpellate. Praticamente non c' è traccia degli attuali vertici M5S, a partire da Giuseppe Conte, Luigi Di Maio, Roberto Fico. L' unico intervento M5S «politico» è quello di Virginia Raggi. C' è chi legge la mossa come un endorsement di Casaleggio (che tramite l' associazione dedicata alla memoria del padre organizza l' evento) nei confronti della sindaca. «Raggi non ha mai lavorato con Gianroberto», puntualizzano parlamentari della prima ora. E attaccano: «Davide fa battaglie politiche con la commemorazione». Da ambienti vicini alla sindaca ribattono: «Virginia ha solo accettato con piacere un invito per ricordare una persona che ora non c' è più». E c' è chi prova a spegnere il caso: «Ma quale mossa politica! Raggi è stata invitata perché è risultata la più apprezzata sulla piattaforma. Di Battista collaborava con Gianroberto ancora prima di entrare in Parlamento. Chi vede una scelta di parte si sta sbagliando di grosso». E ancora: «Siamo sicuri che chi ora si lamenta incarni quei valori che Gianroberto ha cercato di diffondere?». I rapporti tra Casaleggio e il Movimento rimangono tesi, ma - si rimarca - «questa non è certo l'occasione per sciogliere i nodi». Si rincorrono le voci di incontri già nei prossimi giorni per superare lo stallo, con un contatto (decisivo) tra Conte e Grillo. Tuttavia le polemiche al momento non si fermano. E c' è chi spera in una tregua almeno proprio in vista di Sum: «Sarebbe doveroso per Gianroberto». La kermesse prevede ogni giorno per cinque giorni interventi su cinque aree tematiche diverse: il pensiero di Gianroberto e la sua idea di ambiente, il manager in anticipo sui tempi, pensare digitale, dalla storia dell' uomo alla singularity, una nuova idea di politica.

Massimiliano Panarari per la Stampa il 4 aprile 2021. Nel giorno in cui Beppe Grillo, Alessandro Di Battista e Virginia Raggi si uniscono alla richiesta della piattaforma Rousseau di istituire una «Giornata nazionale della partecipazione e della cittadinanza digitale» per commemorare ogni anno Gianroberto Casaleggio cosa resta del "suo" Movimento? Una domanda tutt' altro che oziosa, visto che l'idea coincide con il momento in cui i rapporti tra il vertice del Movimento 5 Stelle e il figlio Davide hanno raggiunto il punto più basso e travagliato della loro storia. Il 12 aprile del 2016 è stato un giorno (letteralmente) ferale per il Movimento. Quello della morte di Gianroberto Casaleggio, il creatore, demiurgo e dominus di un'originalissima organizzazione politica dopo la quale nulla sarebbe stato più come prima nella politica nazionale (come l'essere riuscito a scassare, giusto per dirne una, il già di suo piuttosto problematico bipolarismo all'italiana). Se l'«Elevato» Beppe Grillo ha identificato il megafono del M5S, fino al momento della sua scomparsa Casaleggio è stato, senza dubbio, il suo "onnipotente" pantocratore, la mente onnisciente (in virtù delle sue intuizioni sulle tecnologie facilitanti, e pure sorveglianti e manipolanti), lo stratega supremo e lo spin doctor per antonomasia (da cui hanno appreso le "tavole della legge" della persuasione neuropolitica Rocco Casalino e le schiere dei comunicatori pentastellati). La prima edizione interamente digitale del «Sum» prevederà così una lunga celebrazione intitolata «La settimana di Gianroberto»; e oggi irrompe nel dibattito politico anche l'istanza rivolta ai parlamentari grillini di approntare un disegno di legge per l'istituzione della "sua" giornata nazionale. E, quindi, nel nome di uno dei due leader carismatici assoluti (a diverso titolo) di quello che è stato anche, sotto molti punti di vista, un «partito (bi)personale» si moltiplicano i cortocircuiti e le contraddizioni. Pienamente in linea, d'altronde, con un partito-movimento che di paradossi (anche per effetto di una precisa strategia casaleggiana di marketing) si è nutrito. Ma, adesso, i nodi vengono tutti al pettine e, paradosso al quadrato, proprio in relazione alla figura che ha concepito il Movimento, dopo una sequenza di prove, esperimenti e tappe di avvicinamento - tra le quali, per vari versi, va annoverata anche l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, tra i protagonisti infatti delle celebrazioni del «Sum 05» di quest' anno. Dietro i ripetuti omaggi dell'intero gruppo dirigente e questa riedizione in salsa grillina della «guerra delle investiture» su chi meglio ne custodisce l'eredità, pare di vedere, in verità, un M5S irriconoscibile alla luce del verbo "rivoluzionario" e antisistemico di Casaleggio. Nei capi pentastellati affiora una gamma di sentimenti sicuramente sinceri di devozione, lealtà e affetto nei confronti della figura fondativa del Padre (e anche un po' padrone, attraverso la Casaleggio Associati) di questo movimento postmoderno che, ennesimo paradosso, era l'incarnazione fortissima del principio di interdizione (agli antipodi della genitorialità debole della nostra età ipermoderna, come viene raccontata anche su queste pagine da Massimo Recalcati). Ma la loro «emancipazione» da papà Gianroberto si è consumata in tutto e per tutto, e praticamente in termini di rovesciamento. E, così, si delinea in controluce un'immagine che evoca quasi le adunanze rituali davanti al Mausoleo di Lenin di quella nomenklatura sovietica che il leninismo lo aveva già archiviato da tempo, a dispetto degli immancabili ossequi formali. E, forse, non è appunto casuale che i primi a dichiararsi favorevoli alla beatificazione laica della giornata annuale siano stati il suo "compagno d'arme" per eccellenza e due figure di figlia e figlio prediletti che hanno vissuto - con approdi differenti - una stagione della disillusione nei confronti del Movimento partitizzato e semi-istituzionalizzato. Perché - per dirla in dipietrese, narrazione politica tangente (o, forse, proprio secante) alla parabola della "creatura" di Casaleggio - che «c'azzecca» più tanto di quello che è successo in questi ultimi anni con lui? Cosa c'entra il Movimento duro e puro del Siamo in guerra - come da titolo del suo libro a 4 mani con il dioscuro Beppe (e il nemico era ovviamente il «Sistema», tentacolare ombrello di caste, lobby e partiti) - con l'apertura ai contributi del 2 per mille fatta da Giuseppe Conte nel suo recente discorso da neo-leader? Dov' è finita l'antipolitica di Casaleggio nel M5S fattosi imprescindibile partito di sistema (e di establishment) della legislatura corrente? E che ne è della sua vena di antiparlamentarismo (tipica dell'ideologia populista) a fronte della ricerca da parte dei "suoi ragazzi" di una forma-partito che consenta loro di restare dentro i palazzi del potere? A tal punto che il primato della democrazia diretta teorizzato dal web guru Casaleggio rimane più come mitologico richiamo della foresta (e formula di storytelling) che reale modalità decisionale e organizzativa di quello che ha effettivamente smesso di essere il suo movimento-azienda. Certo, il taglio per via referendaria dei parlamentari ha rappresentato una sua indiscutibile vittoria. Tuttavia, alla fine - obtorto collo finché si vuole -, l'ammaccata democrazia rappresentativa è riuscita a riassorbire e neutralizzare le pulsioni antipolitiche delle sue falangi. Per parafrasare (indegnamente) Orazio, ancora una volta, la Roma conquistata conquistò il rude vincitore. Dentro cui il profeta dell'ingegneria sociale e rabdomante dello spirito del tempo Casaleggio aveva inserito un software da Ideologia californiana, non contemplando la possibilità di fare prigionieri. Insomma, da Gaia (il suo inquietante video visionario sulla politica del futuro) alle umane, troppo umane preoccupazioni dei suoi ex «portavoce» di preservare le poltrone dalla tagliola (un tempo, dogma incontestabile) del limite dei due mandati: sic transit gloria mundi. E, difatti, in questo "transitare",pochissimo (ed è pure un eufemismo) rimane dell'originario disegno casaleggiano.

"Decide sempre Beppe". I 5s "spengono" Conte. Giuseppe Conte non sarà mai il vero leader del Movimento 5 Stelle: lo sanno bene i grillini, consapevoli che dietro ogni decisione ci sarà Grillo. Francesca Galici - Sab, 03/04/2021 - su Il Giornale. Giuseppe Conte probabilmente pensava di impressionare i grillini con la frase a effetto sulla rifondazione del Movimento 5 Stelle. Ma il suo discorso su Zoom di qualche giorno fa con il quale ha dichiarato di voler prendere in mano il movimento fondato da Beppe Grillo ha lasciato ben più di qualche dubbio e perplessità tra i pentastellati, che l'hanno ribattezzato "l'uomo del rinvio". Marco Antonellis per Italia Oggi è riuscito a tastare il polso di alcuni grillini e a misurare la temperatura all'interno MoVimento e il sentiment per Conte non è poi così positivo. "Ha rinviato su tutto, non ha sciolto nessuno dei nodi che doveva sciogliere. Insomma, la solita passerella mediatica", si dice nella pancia del M5S, sottolineando come nel suo lungo discorso l'ex presidente del Consiglio non abbia fatto cenno ai grandi nodi che in questo momento agitano il MoVimento. Non una parola sulle problematiche della piattaforma Rousseau, non un accenno sulla questione del secondo mandato e sulle alleanze, tutti temi caldi sui quali i pentastellati aspettano risposte concrete e rapide. Più che una discesa in campo in grande stile, come forse voleva essere nelle intenzioni dell'ex premier, da molti la conferenza su Zoom è stata derubricata come un'inutile e impalpabile passerella mediatica vacua e senza contenuti. Tra gli intervenuti c'era anche Beppe Grillo in versione fantasma. Il vero deus ex machina dietro il Movimento 5 Stelle non ha mai attivato il microfono e nemmeno la videocamera. È rimasto in silenzio, ha ascoltato per un po' e poi è andato via prima degli altri. Stando a quanto spiega Marco Antonellis anche questo sarebbe un segnale. "Tanto, nei momenti decisivi sarà sempre Beppe a decidere", dicono dal MoVimento, dimostrando ben poca fiducia nelle capacità di Giuseppe Conte. Ed è proprio questo il grande cruccio dell'ex premier, una guida commissariata da Beppe Grillo. "È stato così con Luigi Di Maio, con Vito Crimi e sarà così con Conte", fanno sapere dal MoVimento. Anche chi, ormai, ha deciso di voltare le spalle al Movimento 5 Stelle ha voluto dire la sua opinione, non positiva, su quanto visto. Marco Antonellis ha raccolto le parole di Raffaele Trano, deputato ex 5Stelle ora nella componente l'Alternativa C'è: "Quello visto in streaming è sembrato più un comizio che altro: non c'è stato un confronto e non sono stati sciolti i grandi nodi come il rapporto con Rousseau. Non ho sentito nulla neanche su una regola fondamentale come quella dei due mandati. [...] Visto così il M5S sembra sempre più orientato ad un modello politico ambiguo, che cerca di tirare a campare «salvo intese» e con un'energia lontana anni luce dalla vitalità messa in campo in passato nelle storiche battaglie".

 (Adnkronos il 19 marzo 2021) "La transizione MiTe impone un diverso approccio, etico e riguardoso della persona e della sua immagine anche negli spazi televisivi dedicati alla politica ed ai suoi approfondimenti. Il cittadino ha diritto di essere informato sui contenuti. Non è più tollerabile che il dibattito sui temi che interessano ai cittadini venga svilito da una sorta di competizione al ribasso dove vince chi urla più forte. Non è più accettabile che le immagini dei servizi e degli ospiti in studio vengano svilite con inquadrature spezzettate e artatamente indirizzate. Non è più ammissibile che l'ospite in trasmissioni televisive (rappresentante politico, esperto, opinionista, ecc) venga continuamente interrotto quando da altri ospiti, quando dal conduttore, quando dalla pubblicità, che determina il livello del programma fomentando la litigiosità ed immolando il rispetto della persona sull'altare dell'audience". Lo scrive Beppe Grillo sul suo blog. "Questo modo di fare televisione -aggiunge- non serve a informare, ma a propinare le posizioni degli editori o dei conduttori di turno e queste non interessano ai cittadini. Questa non è informazione, ma intrattenimento di bassa lega che sfocia in propaganda da quattro soldi. D'ora in poi, per rispetto dell'informazione e dei cittadini che seguono da casa, chiediamo che i nostri portavoce, ospiti in trasmissioni televisive, siano messi in condizione di poter esprimere i propri concetti senza interruzioni di sorta per il tempo che il conduttore vorrà loro concedere, e con uguali regole per il diritto di replica, che dovrà sempre essere accordato". "Chiediamo, inoltre, che i nostri portavoce siano inquadrati in modalità singola, senza stacchi sugli altri ospiti presenti o sulle calzature indossate, affinché l'attenzione possa giustamente focalizzarsi sui concetti da loro espressi. Poche regole, di buon senso oltre che di buona educazione, che se osservate -conclude- consentiranno ai portavoce del M5S di presenziare a trasmissioni televisive con la giusta considerazione e il dovuto rispetto nei confronti dei telespettatori".

Sebastiano Messina per “la Repubblica” il 2 marzo 2021. Dovrebbe scattare l' applauso, alla richiesta del Movimento 5 Stelle di aderire al gruppo socialista del Parlamento europeo. Perché è davvero una mossa spettacolare, come quella di un trapezista che proprio quando pensi che abbia finito il suo numero ti lascia a bocca aperta con un quadruplo salto mortale alla cieca. Credevamo che la spericolata parabola grillina nel cielo delle ideologie si fosse conclusa con le parole di Luigi Di Maio, per il quale il movimento nato in un Vaffa Day è ormai una forza «moderata» e «liberale», e dunque sarebbe l' erede politico non di Gianroberto Casaleggio ma di Cavour, Croce ed Einaudi (speriamo che Lassù non abbiano Internet). Ci sbagliavamo. I trapezisti pentastellati non avevano finito, e non possiamo nemmeno escludere che il numero continui, con altre fantastiche capriole. Ormai sappiamo di doverci aspettare di tutto, dopo che il solista Giuseppe Conte ha annunciato che il Movimento porterà in dote alla famiglia socialista il «populismo sano». Sarebbe quello che lui ha messo in pratica governando con Salvini, ovvero l' abolizione della povertà, la flat tax, il rimpatrio dei migranti e tutti gli altri mirabolanti annunci rimasti sulla carta. Cosa sia esattamente questo «populismo sano» però è difficile dirlo con precisione. Somiglia al «sovranismo gentile» di Di Maio, che difendeva la sovranità inviolabile del Venezuela di Maduro ma portava con gentilezza la sua solidarietà ai Gilet gialli che bruciavano le macchine sugli Champs-Élysées. Quelli che a noi sembrano ossimori, per i cinquestelle sono etichette riscrivibili, ologrammi di ideali offerti, senza nulla a pretendere, a quel pubblico che credeva davvero che si potesse far politica senza schierarsi, come dicevano loro, «né a destra né a sinistra, ma in alto». Nulla dunque impedisce ai grillini di dichiararsi sanamente populisti e gentilmente sovranisti. Nessuno scrupolo assale Giuseppe Conte - già incautamente dichiarato «punto fortissimo di riferimento di tutte le forze progressiste» - nel passare dalla firma sui "decreti sicurezza" di Salvini alla perentoria richiesta di difendere «i diritti degli ultimi», con la disinvoltura di un avvocato che può difendere con lo stesso impegno professionale oggi il bastonatore e domani il bastonato. E nessun imbarazzo prova Luigi Di Maio a definirsi liberale e moderato, lui che prima di diventarne l' alleato accusava il Pd di essere «il partito che in Emilia-Romagna toglieva alle famiglie i bambini con l' elettroshock per venderseli». Attenzione: non c' entra nulla il cinismo - che poi è uno degli ingredienti storici della politica - in questo sfacciato passaggio dal governo con Salvini a quello con Zingaretti, dall' alleanza con Nigel Farage alla richiesta di adesione al gruppo socialista (magari allegando alla domanda i libri sudamericani del subcomandante Dibba). No, la spensierata elasticità del lessico grillino rivela qualcosa di più profondo e di più inquietante: lo sganciamento dai valori e la svalutazione delle identità. Così ci si può candidamente dichiarare rivoluzionari ma moderati. Giustizialisti ma liberali. E populisti ma socialisti. Neri ma bianchi, ricchi ma poveri, testa ma croce. Dentro un Pantheon dove i busti dei padri nobili sono fatti di cera pongo, e alla domanda «ma tu chi sei?» ognuno può rispondere citando Pirandello: «Uno, nessuno e centomila».

Non è un rilancio, certifica la fine. I 5 Stelle non esistono più perché il grillismo è morto. Angela Azzaro su Il Riformista il 2 Marzo 2021. Chiamateli come vi pare. Ex Cinque stelle, tre stelle, due, una. Zero. Ma anche Pluto o Paperino, la carica degli ex 333, il numero iniziale con cui erano sbarcati in Parlamento per aprirlo come una scatoletta di tonno, finendo invece schiacciati senza pietà. Sì, dategli il nome che preferite, ma non Cinque stelle, perché i Cinque stelle non esistono più. L’epitaffio lo ha scritto Luigi Di Maio, definendoli una forza liberal e moderata, loro che erano nati con la stimmate delle rivolte, della rabbia, del buttiamo giù tutto, perché tutto fa schifo a parte noi. Quando domenica, chiamati dal garante, il comico che non fa più ridere Beppe Grillo, si sono riuniti all’Hotel Forum per insignire del ruolo di capo l’ex premier Giuseppe Conte, non stavano scrivendo l’avvio di una nuova fase, stavano – forse anche un po’ consapevoli – celebrando il funerale di quello che è stato il Movimento con i suoi pregi (pochissimi) e i suoi difetti (moltissimi, troppi). I Cinque stelle sono finiti per molti motivi. Il primo è di carattere strutturale. Nessuna delle loro battaglie, dei loro slogan, delle loro proposte – a parte il reddito di cittadinanza che comunque esisteva già durante il governo Gentiloni – è rimasta in piedi. Sono cadute come birilli, colpite a morte sulla strada del potere, dei seggi, dei posti nei ministeri, dei portaborse, dei rimborsi dichiarati e tenuti sul conto, come i peggiori furbetti. Loro che avevano urlato contro la cosiddetta casta, oggi la rappresentano senza neanche conservarne preparazione, dedizione, cultura. Ma il vero Ko arriva dal tema della democrazia. Su questo erano stati lungimiranti. Avevano capito che le istituzioni europee creavano un nuovo conflitto, quello tra alto e basso, tra chi stava nelle stanze dei bottoni e chi si sentiva (a torto o a ragione) tagliato fuori dai luoghi delle decisioni. L’intuizione era giusta, la risposta sbagliata, perché si è concretizzata in quella pantomima della piattaforma Rousseau e oggi mette in scena uno dei partiti più feudali della storia della Repubblica. Anche la decisione di coinvolgere Conte per rilanciare il movimento non è nata in una assemblea, con un voto, con una discussione in segreteria. Lo ha deciso il capo supremo, quello che parlava di democrazia diretta, talmente diretta che ora fa capo solo a lui. È questo il tradimento più grande, perché su questo ci avevano preso, avevano colto una crisi reale che riguarda le democrazie occidentali. Ma invece di trovare una cura, hanno tentato di dare un colpo finale alle istituzioni prese d’assalto al grido dell’antipolitica. L’unico fattore che sopravvive e che resterà il collante del nuovo partito di Conte – perché di un nuovo partito si tratta – è quello del giustizialismo, della subalternità ai giudici e agli editti di Re Travaglio. Per il resto, la neo formazione, nata dalla polvere dei Cinque stelle, sembra oscillare tra confusione più totale (per Di Maio sarà liberal e moderata, per Conte populista e legalitaria) e sfida al Pd. I dem sono ancora convinti di poter inglobare i Cinque stelle, quando invece sarà Conte che mutando pelle diventerà il loro nemico numero uno. Altro che alleanza: anche se si farà sarà lotta dura per la conquista del consenso nella stessa fascia di elettorato e la richiesta dei 5s di entrare nel gruppo socialista in Europa ne è l’ulteriore conferma. Ma c’è un altro motivo per cui sosteniamo che i Cinque stelle non esistono più. È saltata la base sociale che li ha resi così forti. Quando nel 2013 il movimento inizia a diffondersi a vista d’occhio, le piazze si riempiono di gruppi di diversa natura. Quelli delusi dalla politica, quelli aizzati dal populismo crescente, gli scontenti, gli odiatori, gli impoveriti dalla crisi economica. Un mondo variegato che metteva insieme destra e sinistra, piccoli imprenditori e famiglie alla ricerca di uno stile diverso di vita, più green, più “naturale”. Il collante che li teneva insieme era per un verso la questione nobile della domanda di democrazia, per l’altro il sentimento dell’odio. Del rancore. Quel rancore che è stato il vero humus del populismo. Quel mondo sta però mutando e una bella scossa gliela ha data proprio la pandemia, quando ha messo in evidenza il valore della politica, delle competenze, della ricerca scientifica. Il valore delle istituzioni. Il Censis prima del 2013, prima che diventasse senso comune, aveva iniziato a raccontare l’insorgere della società del rancore. Aveva colto prima di tutti il cambiamento, aveva descritto quel cataclisma populista che ci stava per travolgere. Oggi inizia a parlare invece di una società che sta superando l’odio, che ritrova la solidarietà, che guarda in maniera diversa all’altro. Sono segnali di un mutamento che certo non avviene da un giorno all’altro, ma è una tendenza che ci consegna una società diversa che non è più quella del boom dei Cinque stelle. Ecco perché anche se Alessandro Di Battista dovesse dar vita a una sua formazione, anche se oggi viene presentata a Montecitorio la componente dei dissidenti “L’Alternativa c’è”, tutti loro dovranno vedersela non tanto con la concorrenza degli ex amici, ma con un consenso sociale che non sarà più come quello di prima. Le sacche di rabbia resistono e il populismo, come ha spiegato bene Fausto Bertinotti su queste pagine, prende nuance “tecno” lasciando intatta la questione della crisi della rappresentanza e della politica. Comunque la si pensi però si chiude una fase e se ne apre un’altra. E i Cinque stelle, quei Cinque stelle, quelli che riempivano piazza San Giovanni al posto degli eredi di Berlinguer, lasciando tutti attoniti, beh quelli, proprio loro, proprio i grillini non esistono più.

Corsi e ricorsi. Dai fascisti ai 5Stelle, tutte le cose che accomunano il Movimento di Grillo a quello di Mussolini. Iuri Maria Prado su Il Riformista il 12 Febbraio 2021. Tante cose accomunano il neofascismo dei 5Stelle all’antenato in camicia nera: ma sopra tutte è il debito con le classi dirigenti che hanno accreditato l’uno e l’altro. Le squadracce che preparavano la querela contro l’aula sorda e grigia erano trattate dall’informazione d’allora esattamente come quella di questi anni descriveva la turba grillina che accerchia i palazzi del potere intimando ai parlamentari di uscire con le mani alzate: esuberanze scusabili e perfino giustificate a petto dell’inconcludenza corrotta della politica ordinaria che perde tempo in ghirigori senza frutto anziché cogliere il momento delle decisioni irrevocabili. Non c’è più il primo industriale del Paese che saluta la “personalità dominatrice” del tribuno di Predappio, ma a farne la vece aggiornata è l’editorialista della stampa coi fiocchi che illustra la grande angolatura politica del programma teso a sostituire la classe dirigente corrotta e spiega le virtù esemplarmente democratiche dell’uno vale uno. Con l’unica differenza che queste erano almeno grammaticate, le requisitorie antiparlamentari degli sgherri di regime d’un secolo fa non si distinguono peraltro dalla propaganda che ha impiantato il potere grillino, la politica dell’onestà infine trionfante nel referendum che chiama gli italiani a scaracchiare sulle schede elettorali con l’immagine di Montecitorio e Palazzo Madama. E via con il concerto dell’editorialismo giudizioso che magari avrebbe in mente una riforma migliore ma insomma non si può avere tutto e poi è ora di dare un segnale a questa politica addormentata che non ascolta la gente. E così, messo in prescrizione il residuo di democrazia rappresentativa medio tempore affidato all’opera demolitoria dei decreti personali del capo del governo, quel mite complesso reazionario che è il sistema della stampa perbene si affaccia sul disastro capitato al Paese non si sa come né per colpa di chi e chiama il banchiere a chiudere il capitolo del vaffanculo in pochette per due volte catapultato a “Chigi”. Il piccolo particolare è che quel capitolo l’hanno scritto tutto loro, con il governo che dopotutto stava “facendo bene” e con la salute pubblica dei novantamila morti che valeva eccome il massacro delle libertà costituzionali e lo sterminio delle attività economiche immeritevoli di ristoro. E c’è conclusivamente quest’altro, a far simili i due fenomeni e ad accomunare la vicenda di chi ha contribuito a determinarli: che nessuno ne risponde, nessuno paga, perché erano tutti altrove, tutti al confino, quando imperversava l’analfabetismo al potere.

Niccolò Carratelli per "la Stampa" l'11 febbraio 2021. «Beppe, io ti adoro, ma stavolta». Disorientati, in stato confusionale, gli iscritti e gli attivisti 5 stelle riversano dubbi e critiche nei commenti sotto all' ultimo video pubblicato dal fondatore del Movimento. Di solito, quando parla Grillo, sono solo applausi e grida di giubilo. «Ma stavolta no, voterò no», annuncia Vincenzo Lemme sulla pagina Facebook dell' Elevato, «mi dispiace Beppe, ma non ci credi nemmeno tu a quello che dici», aggiunge Valentina Cannuli. Ed è inutile sperare che l' aver ottenuto il superministero della Transizione ecologica migliori l' umore: «Serve una transizione ecologica della politica, depurandola da gente come Renzi, Salvini e Berlusconi, con cui volete governare», dice Salvatore Guido. «Più di due anni siete stati al governo e ti ricordi ora di parlare di ambiente», attacca Enrico Buscato. «Sei un ingenuo, davvero pensi che uno come Draghi, con un curriculum professionale che fa invidia a un serpente a sonagli, possa sostenere le nostre rivendicazioni? Non credo più alla cicogna», attacca un altro Beppe, in uno dei commenti sul Blog delle stelle. Poco sopra Gabriele Strazzera domanda: «Solo io credo che il capo politico sia uno soltanto, ovvero Rousseau?». A qualcuno scappa un «vaffa» di ritorno verso il garante, perché «se non sai già il risultato non ci fai votare». Tutti o quasi chiedono di poter esprimere online il proprio parere sul governo Draghi. Anche quelli che «aspettare non costa nulla», «è giusto prima vedere le carte», «Draghi non è Monti» e poi «ora abbiamo quasi un terzo dei parlamentari e possiamo condizionare le decisioni», come ricorda Marco Santarelli. Il bello è che cercano di convincersi a vicenda, senza riuscirci: «Draghi avrà detto sì anche a Salvini e Berlusconi, dice che ha la tessera di Forza Italia dai tempi di Mani Pulite», ironizza Alessandro Marelli, «non possiamo stare al governo con questi». «Stare fuori sarebbe un suicidio», replica Ferdinando Scialla, «Grillo è un genio e ora Draghi è appeso al Movimento». Un genio comico, secondo Gigi Giancursi, che elogia la performance nel video: «Ottimo pezzo, spettacoli assicurati per un triennio». C' è chi preferisce il cinema e cita Matrix, perché «dopo aver cercato di convincerci a prendere la pillola ROSSA ora vieni a dirci che forse era meglio prendere la pillola BLU. Che tristezza!!!», si sfoga Elio Volpone. Per i non amanti del genere, nel film in questione a Keanu Reeves venivano proposte due pasticche, la rossa che svela le cose come realmente sono, la blu che consente di vivere tranquillamente in un mondo illusorio. A giudicare, però, da questa dolorosa seduta di autocoscienza via web, le pillole a cui stanno ricorrendo i seguaci di Grillo sono piuttosto antidepressivi o contro il mal di testa. Comunque, la spaccatura appare evidente: oltre 9mila commenti arrivati sulla pagina Facebook del garante nelle ultime 24 ore, nella metà dei casi sono critici, canzonatori, se non apertamente rabbiosi. «Potessi tornare indietro spezzerei la matita con cui vi ho votato anni fa», scrive Elia Vignoli. «Raccontaci come si fa a passare da apriscatole a tonno, anzi a minestrone», chiede Alessandro Meazza. La scatoletta di tonno è una metafora che rievocano in tanti, come la storia del complotto per privatizzare le aziende italiane, all' inizio degli anni '90: «Sbaglio o tu e Draghi eravate insieme sul panfilo Britannia, nel 1992, a largo di Civitavecchia, dove per l' occasione si spartirono l' Italia?», è la domanda provocatoria di Ermanno Pinzone. «Sei ostaggio di cose che non sappiamo, magari avevi cartelle esattoriali che ti hanno eliminato», insinua Giulio Bronzini. I complottisti non mancano, ma sono di più gli amanti sedotti e abbandonati: «Tu hai tradito i tuoi figli, gli amici e tutti noi che ti abbiamo creduto - attacca Enrico Cacciatori - Mi piacerebbe che tu uscissi per sempre dal movimento perché il movimento siamo NOI e non tu». L' ammutinamento, condito da richieste un tantino impraticabili: «Per dire sì a Draghi: no a Italia Viva, no alla Lega e il ministero della Giustizia ancora a noi con Bonafede», scrive Giuliana, che teme lo smantellamento di riforma della prescrizione e legge spazzacorrotti. «Proprio per difendere le nostre conquiste dobbiamo stare dentro, i ladri vanno marcati a uomo», è il consiglio di Dannyboy. A proposito di posizioni in campo, però, è più intuitivo il tweet di Dorian Gray: «Vi siete messi a 90 Draghi».

Novella Toloni per ilgiornale.it il 4 febbraio 2021. Sotto a chi tocca. Luca Bizzarri torna a pungolare i partiti italiani e questa volta mette nel mirino (di nuovo) il Movimento 5 Stelle. L'attore e comico ligure, che già in altre occasioni aveva duramente criticato i pentastellati, questa volta ne ha per tutti: da Vito Crimi a Luigi Di Maio, dal leader Beppe Grillo al "conferenziere amante dei costumi arabi", alias Matteo Renzi. Quest'ultimo con i Cinque Stelle ha poco a che fare, ma di fatto è lui ad aver creato una crisi di governo senza precedenti. Nessuno si salva dal duro affondo che Luca Bizzarri ha fatto sui social network nei confronti della vecchia maggioranza che, nelle scorse ore, ha storto il naso alla nomina di Mario Draghi: "Gente che ha preso i voti promettendo fanculi a tutti, poi ha governato con chiunque, dai nazisti dell'Illinois agli efficientissimi Zingaretti di Podemos Magnana. Portando il paese all'ingovernabilità e allo stallo in tre anni. Ecco, questa gente, davanti a uno col curriculum di Mario Draghi, dice 'mmm...gnè' ". Mario Draghi, dopo l'incarico affidatogli dal presidente Mattarella, è già a lavoro e Luca Bizzarri non ha perso l'occasione per rimarcare le mancanze del Movimento 5 Stelle negli anni del loro governo. Il tutto attraverso un lungo post derisorio pubblicato sulla sua pagina Facebook e ricondiviso su altri popolari social: "Gente che ha perso pezzi distribuendo transfughi in tutti i partiti presenti ha fatto Ministro uno che pensava che i vaccini facessero venire l'autismo, ha messo Vito Crimi a decidere, ha fatto ministro uno che incespica in italiano, promosso un altro gaffeur professionista con un concetto fantasioso della geografia che ha concluso il suo percorso politico dicendo 'abbiamo perfino lavorato'. Gente che ha dato un ruolo istituzionale a un genio (Rocco Casalino, ndr) che in una chat con dei giornalisti, dopo una tragedia, manda un bel vocale a tutti per dire 'mi state rovinando il ferragosto'". Un attacco multiplo a tutti gli esponenti più in vista del Movimento che oggi continua a vacillare e a perdere pezzi. Poi la stoccata finale a Matteo Renzi: "Gente che avrebbe dovuto far rinascere il Paese e si è fatta fregare da un conferenziere amante dei costumi arabi con sedici parlamentari e i voti di alcuni selezionati parenti stretti".

Emanuele Buzzi per il “Corriere della Sera” il 14 febbraio 2021. Dopo giorni di tensione con un braccio di ferro che rischia di spaccare in due il Movimento, in tarda serata arriva la proposta di mediazione per il fronte del no portata avanti da Davide Casaleggio che punta ad «aprire» al voto di astensione. Il presidente dell'Associazione Rousseau spiega su Facebook che dagli attivisti «è arrivata in media una email al minuto sulla mancata costituzione del Superministero che sarebbe dovuto nascere dalla fusione di Mise e Ambiente, come previsto dal quesito a garanzia dell'avvio del governo (come sostenuto da Barbara Lezzi, ndr )». «Se non sarà possibile sottoporre un nuovo quesito agli iscritti credo sia comunque importante non creare una divisione nel gruppo parlamentare - prosegue Casaleggio, mettendo uno scudo ai ribelli contro eventuali espulsioni -. Molti parlamentari mi segnalano che vorrebbero votare contro non essendo passibili di sanzioni disciplinari sulla base dei precedenti e delle regole attuali». E conclude: «Per questo motivo, auspico che chi senta il disagio nel sostenere questo governo percorra la scelta della astensione». Il post dell'imprenditore ha subito fomentato gli animi di chi lo vede come un intruso nei 5 Stelle: «A nome di chi parla il nostro fornitore di servizi?», attacca un pentastellato. «Ma non aveva dichiarato di lasciare le valutazioni politiche agli organi del Movimento?», sottolinea un altro. C'è chi legge l'intervento di Casaleggio come una replica a Beppe Grillo, che poco prima era intervenuto con un post a perorare la causa del sì al governo, citando Draghi («Ora l'ambiente, ad ogni costo»). Ma anche il garante a sua volta è finito nel fuoco incrociato delle tensioni. Diversi parlamentari lo attaccano. Qualcuno anche pubblicamente, come Rosa Menga. «Sono un po' perplessa, ve lo confesso. Non vorrei che qualcuno avesse dimenticato che, in fisica, il termine "transizione" indica il passaggio di stato della materia. E non vorrei che, da democrazia "liquida", ci stesse conducendo verso il consenso "gassoso"... evaporato», scrive la deputata su Facebook. La truppa degli scontenti, intanto, si allarga: oltre ai trenta senatori ribelli, si contano anche quaranta deputati. E proprio tra le file di Montecitorio i critici si iniziano a organizzare. Una novità quasi assoluta, un tassello che si aggiunge a un quadro già complesso. Nella serata di domenica è la deputata siciliana Angela Raffa a organizzare un incontro su Zoom per i malpancisti. Il fronte in realtà è più composito di quanto possa sembrare: ne fanno parte non solo i contrari al governo Draghi, ma anche i critici verso i vertici e anche chi spera di ottenere un vantaggio politico personale (magari in chiave di sottogoverno). Nel mirino di tutti c'è sempre Vito Crimi (Gianluca Castaldi ha chiesto in assemblea dei senatori le dimissioni da capo politico). Ma la partita si sta già spostando sulle prossime mosse, le prime del governo nascente. Alessandro Di Battista inizia a pungere su Facebook: «Il nuovo fantasmagorico "Governo dei Migliori" riporterà a casa i nostri militari che si trovano in Afghanistan?». Anche Nicola Morra inizia a mettere dei paletti (politici) legati alla battaglia del Movimento sulla giustizia e ai prossimi scenari: «Ricordo che anche la conclusione del governo Conte I fu da molti addebitata all'approssimarsi della riforma della prescrizione. Non so perché, ma questa cosa qua fa paura a tanti. Chissà perché?». Intanto in quella che si preannuncia come una settimana decisiva per le sorti del Movimento, torna al centro della scena il voto su Rousseau: il giorno prima della fiducia ci sarà la votazione per la modifica dello statuto e l'inizio dell'era della nuova governance. Con il fronte degli scontenti che si allarga per i big attuali si preannuncia una sfida difficile riuscire a tenere le redini dei 5 Stelle. «La partita sta per iniziare», chiosa sibillino un pentastellato.

Francesco Malfetano per “il Messaggero” il 14 febbraio 2021. «Tredici febbraio 2021. Vi ricorderete questa data. Perché da oggi si deve scegliere. O di qua, o di là». Così ieri pomeriggio, poche ore dopo il giuramento del nuovo governo Draghi, Beppe Grillo sul suo blog ha provato a dettare la linea ad un Movimento ancora in piena crisi di nervi. Un partito sull' orlo della scissione in cui la fronda di chi pare disposto a stare solo «di là» sembra aumentare di ora in ora. A bocce ormai ferme infatti, la delusione per il ritrovarsi al governo con i due nemici di sempre Mario Draghi e Silvio Berlusconi sta sconquassando i parlamentari. Al punto che in serata, quando c'è già il primo deputato che annuncia di lasciare i 5s (Giuseppe D'Ambrosio), si improvvisano due riunioni, una con i senatori ed una, infuocata, con i deputati. In questa il reggente politico Vito Crimi prova a compattare la squadra spiegando come si sono evolute le consultazioni (senza conoscere la spartizione dei ministeri fino all' ultimo, un «governo alla cieca», un esecutivo «di Draghi e del Quirinale), come Grillo non fosse del tutto convinto delle promesse di Draghi e come Roberto Cingolani, neo-ministro della Transizione ecologica, sia un nome venuto fuori dal M5s. Spiegazioni sulla correttezza dei vertici grillini che però non pare abbiano convinto molti parlamentari. Ma le chat sono in realtà state roventi per tutto il giorno, incendiate proprio dalla composizione del governo. Indigeribili per molti non solo l'assenza del «super ministero della Transizione ecologica» reclamato da Grillo nel corso delle consultazioni quanto il ridimensionamento dell' influenza grillina. «Di Maio agli Esteri peserà poco con uno come Draghi - chiosa un senatore 5s - E perdiamo non solo Giustizia, MISE, Lavoro, Istruzione ma pure palazzo Chigi, per prenderci soprattutto ministeri senza portafoglio». «Ci hanno trattati da deficienti» attacca in chat il deputato Luigi Iovino che fino a 24 ore prima parlava di «senso di responsabilità» e di «difendere quanto di buono abbiamo costruito». Una buona parte del Movimento, compresi coloro che si erano lasciati convincere da Crimi, Conte e Di Maio, ora vorrebbe tornare indietro. Lo stesso vale per Valentina Corneli che bolla l'esecutivo come un «governicchio di mezze cartucce», quando venerdì mattina predicava calma: «Nessuno è migliore, né si deve sentire migliore degli altri». Così dopo la fuori uscita dal partito del più importante tra i grillini non eletti Alessandro Di Battista (il cui hashtag #nevalevalapena? domina i social network), nei 5stelle continuano a volare stracci. «È quasi una sassaiola ormai» dice amaro un parlamentare «A momenti facciamo prima a contare i non dissidenti» aggiunge se gli si chiede dell' ampiezza della fronda. Ad aprire le danze è stata in mattinata la deputata Barbara Lezzi che su Facebook annuncia di aver inviato «insieme ad alcuni colleghi» una mail ai vertici 5s per chiedere un nuovo voto della base. «La previsione del quesito posta nella consultazione dell' 11 febbraio 2021 non ha trovato riscontro nella formazione del Governo - ha scritto la Lezzi - Chiediamo che venga immediatamente indetta nuova consultazione con un quesito in cui sia chiara l' effettiva portata del ministero e che riporti la composizione del Governo». In pratica la votazione degli iscritti di giovedì sarebbe nulla e, quindi, non solo se ne rende necessaria una nuova ma la settimana prossima bisognerà anche votare no alla fiducia. Una presa di posizione a cui sarebbero già giunti ieri sera 7 senatori, tra cui Emanuele Dessì e Nicola Morra, scagliatosi contro la presenza di Forza Italia nell' alleanza. Un punto su cui peraltro ieri è tornato, rinfocolando la polemica in attesa di capire in quanti lo raggiungeranno, anche Dibba. «Trovo immorale che politici che hanno speso tempo (e dunque denaro pubblico) non per occuparsi del Paese ma per risolvere le grane giudiziarie del loro leader, possano avere ancora ruoli così apicali» ha scritto su Fb riferendosi ai ministri Brunetta, Carfagna e Gelmini. Un punto su cui anche Crimi, ai Deputati ha detto la sua, precisando come si fosse già consapevoli della presenza del centrodestra nella maggioranza: «Da Lega e Fi sicuramente io non mi aspettavo che proponessero Gandhi o Martin Luther King... questi sono i nomi».

Grillo: «Abbiamo bisogno di una “transizione cerebrale”». Il fondatore del M5S: «Da oggi si deve scegliere. O di qua, o di là». Il Dubbio il 13 febbraio 2021. «13 febbraio 2021. Ti ricorderai questa data. Perché da oggi si deve scegliere. O di qua, o di là. Scegliere le idee del secolo che è finito nel 1999 oppure quelle del secolo che finirà nel 2099». A scriverlo sul suo blog, nel giorno del giuramento del nuovo governo, è il fondatore del M5S, Beppe Grillo.  Che pare mandare messaggi tra le righe ai ribelli, che in queste ore si schierano contro il sì su Rousseau che ha consacrato l’entrata del Movimento nel governo guidato da Mario Draghi e studiano come sganciarsi dagli altri grillini per tenere ancora in vita, altrove, le idee fondanti del M5s. «Se il 2099 è un’astrazione, allora prova così. Metti lo smartphone in modalità aereo e vola con la fantasia. Chiudi gli occhi. Visualizza il tuo nipotino. Visualizzalo nonno. Coi capelli bianchi, i denti rifatti, la prostata così così. Commuoviti. Ecco, se sei capace di commuoverti per il futuro, allora sei un “ragazzo del ‘99”. O una “ragazza del ‘99”. Del 2099. Ma se non riesci a spegnere lo smartphone, non riesci a volare, non riesci a commuoverti per il futuro, allora a sei un “ragazzo del 1999” – afferma Grillo -. Forse sei studente alla Bocconi. Puoi essere giovane negli anni. Ma potresti essere vecchio nei pensieri. I “ragazzi del 1999”, infatti, credono ancora che spostare avanti e indietro sempre più soldi crei più prosperità. Pensano che tutta la ricchezza creata e quella distrutta vadano sommate insieme. E chiamano questo Pil. E chiamano il Pil benessere», continua. Tutti gli altri sono i lungimiranti, i ragazzi del futuro. E viene da pensare che in questa categoria il fondatore ci inserisca tutti quelli che hanno detto sì a Draghi. «Se invece riesci a commuoverti per il futuro, allora sei un “ragazzo del 2099”. Allora credi che il benessere non voglia dire produrre di più, ma vivere meglio. Credi che le persone contino più delle cose, nel cielo vuoi più rondini e meno satelliti, nei parchi vuoi più lucciole e meno display. Se hai capito questo, è perché hai sentito. Perché per capire col cervello bisogna prima sentire col cuore. È di una transizione cerebrale ciò di cui abbiamo bisogno».

Emanuele Buzzi per corriere.it il 13 febbraio 2021. I gruppi parlamentari del Movimento — dopo l'annuncio della composizione del governo Draghi, e la richiesta di un secondo voto su Rousseau stoppata da Grillo — sono sempre più spaccati. Dopo la richiesta urgente di una assemblea dei senatori respinta nella serata di venerdì da parte di Vito Crimi, oggi gli eletti M5S si vedranno per una congiunta. Il capogruppo Ettore Licheri scrive in chat: «Ragazzi il momento che stiamo attraversando è difficilissimo. C’è delusione, frustrazione ed incertezza e comprendo le ragioni di tutti. Ma il momento impone di mantenere la calma». E prosegue: «Sapete dell’ordine del capo politico di non fare riunioni a camere separate prima della fine di questa fase per evitare asimmetrie comunicative. Si può anche discutere sulle ragioni ma queste sono le disposizioni alle quali io mi sono attenuto». Poi l’annuncio: «Nel pomeriggio di quest’oggi ci sarà una riunione congiunta in cui ascolteremo il nostro capo politico e ciascuno di noi potrà esprimere il proprio pensiero. Il direttivo comunicherà l’orario ed intanto cerchiamo di restare uniti e non dividerci proprio ora». «Non c’è niente di irreversibile e per tutto c’è sempre una soluzione. Se restiamo uniti senza litigare la troveremo», conclude Licheri. L’annuncio di Licheri provoca però la reazione rabbiosa dei senatori, che non ci stanno a essere confinati all’angolo. «Non partecipiamo alla congiunta. Lì ci vogliono mettere in mezzo. Fanno parlare 30 Di Maio boys per primi per annacquare», c’è chi si sfoga. In chat partono le polemiche. «Ettore, con tutto il rispetto che posso avere nei tuoi riguardi come persona, ma abbiamo toccato il fondo. Ci avete lasciati ad attendere notizie che non fossero l'ennesimo " stiamo uniti" " vogliamoci bene" e training motivazionali del cavolo. Adesso anche basta. Abbiamo chiesto una riunione di gruppo Senato già tante volte, negare questa richiesta è stato un atto deplorevole», scrive un eletto. E altri a ruota: «Ettore con tutto il rispetto : non parteciperò alla congiunta e aspetto con ansia la riunione delle 18 con il gruppo senato. Perdonami ma da questo momento non sei più, politicamente parlando, il mio capogruppo». «Ettore se chiediamo una riunione faccela fare, è una questione di rapporti umani prima che politica».

Emanuele Buzzi per il “Corriere della Sera” il 15 febbraio 2021. Lo scontro e gli equilibri. I vertici del Movimento sono nel mirino della base e dei ribelli che vogliono votare no. Due giorni, tre round. Vito Crimi torna ad affrontare i senatori: una nuova riunione di quattro ore dopo le due di sabato con i parlamentari (prima con gli eletti a Palazzo Madama e poi con quelli di Montecitorio). Il confronto è duro e finisce con un nulla di fatto. Il capo politico prova a spiegare le ragioni del sì. «Appoggiateci e poi vediamo, potremmo rompere le scatole su tutto», è il ragionamento che il capo politico fa ai senatori. Cita una parabola del pugile che odia la violenza e resta fuori dal ring senza vincere mai. Dice che è stato Beppe Grillo a indicare i dicasteri di interesse (sono stati citati i temi sul suo blog). Si difende dicendo che i forzisti da soli non potranno decidere nulla. (Già la sera prima con i deputati aveva detto: «Se qualcuno abbatte la prescrizione noi ci ritiriamo dal governo»). Poi tocca un altro tasto: «Continuare con il no indebolirà il Movimento al governo». Crimi parla del sottogoverno. In ballo ci sono i numeri: quindici sottosegretari e tre viceministri che rischiano di saltare. Ma l'ala critica ribatte: «Il Recovery lo controlliamo dagli Esteri? O dall'Agricoltura?». «Asteniamoci così non perdiamo la faccia», replicano. Il finale è un nulla di fatto con Crimi che se ne va e poi interviene in chat: «Da domani cominceremmo a spingere per avere un numero adeguato e anche superiore di sottosegretari alle dimensioni del gruppo. Se siamo meno di 282 a votare la fiducia ovviamente cambiano le percentuali e il numero di sottosegretari spettanti. Quello che cercavo di farvi capire sul potere contrattuale». E proprio sui sottosegretari inizia ad aprirsi una sfida interna, anche tra i lealisti al nuovo governo. «Dovranno scegliere uno tra Crimi e Sibilia e voglio vedere come possono tenere il gruppo se scelgono il capo politico», dice una parlamentare. «Chi ci ha portato fin qui si dovrebbe fare da parte», sottolinea un Cinque Stelle. Il riferimento è agli ex ministri uscenti, che però non dovrebbero rientrare nel novero, mentre per l'ex sottosegretario a Palazzo Chigi Riccardo Fraccaro ci sono delle possibilità. «Vediamo quali brillanti ruoli riusciamo a strappare», ironizza un altro Cinque Stelle. I vertici cercano di gettare acqua sul fuoco. Non arriva nessuna presa di posizione forte nonostante le polemiche. C'è chi è sicuro: «La fronda al momento del voto si ridurrà. E drasticamente». Già al Senato si dice che i no convinti siano una ventina, che dieci eletti a Palazzo Madama possano rientrare nell'alveo. E c'è chi si lamenta: «I critici dovrebbero comprendere che la strada ormai è tracciata e che cambiarla ora danneggia solo ulteriormente il Movimento». «Qui nessuno vuole spaccare il gruppo, ma ci siamo trovati di fronte a una situazione a cui era impossibile sottrarsi». I contiani, sostengono i ben informati, dopo la nomina di Patuanelli all'Agricoltura, si schiereranno per il sì. Tuttavia i tentativi di trovare una soluzione alla crisi interna al Movimento per il momento non trovano sbocchi. La stessa idea proposta da Davide Casaleggio di tollerare l'astensione viene vista come una ingerenza. «Abbiamo ancora tre giorni per salvare la faccia e rimanere compatti: è il momento di provare ad ascoltarci l'un l'altro», commenta un pentastellato moderato. Ma proprio qui viene il difficile.

Marco Imarisio per il “Corriere della Sera” il 15 febbraio 2021. «Fai un favore al mondo e al Movimento, sparisci». Povero Vito Crimi. Come se fosse solo colpa sua. Si richiudono i suoi account social con lo stesso spirito di quando si passa davanti a un incidente stradale, una rapida sbirciata e poi subentra l'impulso di distogliere subito lo sguardo. Al suo post del 12 febbraio, «M5S ha sempre messo al centro i temi e gli obiettivi», si contano almeno una dozzina di militanti che hanno scelto la stessa, breve risposta. Un pernacchio, declinato con grafie assortite. «Non facciamo finta che tutto va bene, vi siete fatti infinocchiare dalla vecchia politica marcia. Quella che detestavate...». «Non avete sostenuto Giuseppe Conte e siete saliti subito sul carro del burocrate per un governo che doveva essere di alto profilo». «È più digeribile la peperonata fatta a cena da mia suocera». E questi sono tra i commenti più gentili, ricopiati quasi uno in fila all'altro. Così tanto per rendere l'idea. Il viaggio negli umori della base pentastellata è un compito facile e improbo al tempo stesso. Il sottogenere giornalistico risale ai tempi del Pci-Pds, o della Democrazia cristiana, quando ancora esistevano le sezioni e i circoli. Peccato che non sia mai esistito un luogo fisico della discussione per il M5S, a ben vedere neppure virtuale, ma questa è un'altra storia. Non che ne abbondino gli altri partiti, anzi. Ma per i Cinque Stelle l'immaterialità è sempre stata un segno distintivo, rivendicato con un certo orgoglio. In questo frangente si rivela un limite per i molti, diciamo otto su dieci a essere generosi, che contestano, e uno scudo per chi ha imposto decisioni alquanto indigeste a chi sta sul territorio e ancora ha una visione idealizzata del M5S. Al reggente di lunga scadenza Crimi tocca al solito la parte del punching ball , forse in virtù del suo scarso carisma. Andando alla fonte principale, ovvero il Blog delle Stelle, come è noto il blog di Beppe Grillo è chiuso ai commenti, la sostanza del malessere si attenua ma non cambia. Chiamiamola pure spaccatura, perché ci sono anche commenti di incoraggiamento, di comprensione della difficoltà attuale. Ma le due parti della frattura non sono certo eguali. Risalire per i rami del post dell'undici febbraio che annunciava i risultati della consultazione sul governo Draghi è abbastanza istruttivo. Ad esempio, si capisce che le perplessità sul modo in cui era stato formulato il quesito non erano esclusiva dei giornalisti cattivi. «Ma perché non scrivete che "le altre forze politiche" comprendono Salvini e Berlusconi? Il quesito assomiglia molto al quesito referendario di Renzi, ve lo ricordate vero...». Molto spesso veniva citato l'immortale Conte Mascetti di Amici miei , sempre con noi. «Tarapia tapioco! Prematurata la supercazzola, o scherziamo?». «Chi ci ha fatto sorpassare nei sondaggi da FdI , ridotto a fare un governo con quelli che sapete bene, chi ha bandito Conte, deve essere cambiato con portavoce fedeli al movimento. Questo è il momento. Poi penseremo al governuccio e a Salvini, che ricomincia con la guerriglia mediatica». Ecco, l'Avvocato del popolo. Nella disillusione generale, Giuseppe Conte viene percepito come l'unico o l'ultimo appiglio, al quale viene perdonato molto, se non tutto. «In tv vi stanno massacrando scientificamente voi gli date fiato con le esternazioni personali improprie e ingenue. Fermatevi, datevi una struttura ed organizzazione, centrale e locale, seria e rigorosa, se volete un leader c'è ed è Conte, ridimensionate i vostri capi politici, attuali ed ex, troppo filo-ministeriali, e ricominciate». Alessandro Di Battista rimane una ipotesi lontana, così distante da infastidire alcuni per le sue critiche al nuovo esecutivo, definito il «Governo dei migliori». «Adesso che sei fuori, spari a zero?» si legge spesso tra i molti elogi che comunque prevalgono sulle critiche. Neppure Luigi Di Maio si salva dalla fustigazione collettiva. La sua pagina Facebook, da tempo rimpolpata da commenti di account ricorrenti e osannanti a ogni post del vecchio e nuovo ministro degli Esteri, questa volta non scampa al sarcasmo dei militanti. L'ultimo messaggio, che presenta la squadra di governo pentastellata, è un florilegio di improperi. «Una squadra che ha lottato per i propri interessi e tu per primo. Venduti». Al punto che qualcuno interviene per mitigare la pioggia di «Vaffa», chiedendo ai partecipanti di non essere troppo severi. Quando si dice la nemesi.

Finti liberali contro finti ribelli. Ma nei 5s la scissione è vera. Fico: "Capisco i malumori ma si cambi passo". E c'è chi giura: "Col semestre bianco grillini fuori dal governo". Pasquale Napolitano, Martedì 16/02/2021 su Il Giornale. La scissione è ormai nei fatti. Nel M5S convivono (non si sa fino a quando) due partiti: uno liberale, che insegue Forza Italia e Lega su tutto, l'altro rivoluzionario, che spinge per mollare Draghi. Due volti che troveranno una forma ufficiale nella nuova struttura di vertice del Movimento, che oggi sarà sottoposta al voto degli iscritti: ecco l'organo collegiale (con le varie anime). Addio al leader unico. La nascita dell'esecutivo guidato da Mario Draghi sta facendo cadere tutti i freni inibitori. Ormai le due (e più) anime del Movimento stanno uscendo allo scoperto. La spaccatura è così evidente che ieri si è scomodato il presidente della Camera Roberto Fico per calmare gli animi: «So che molti dei nostri attivisti e parlamentari sono delusi. Comprendo il malumore di chi non digerisce certe scelte e di chi nutre perplessità rispetto a decisioni che appaiono in contrasto con il nostro percorso. Ma dobbiamo adottare un cambio di prospettiva drastico, perché il momento lo richiede». Fico rilancia le battaglie storiche del Movimento: acqua pubblica, ambiente, transizione energetica. E prova a tenere dentro Giuseppe Conte: «Abbiamo fatto tanta strada insieme, e sono certo che continueremo a farne ancora». Ma lo scontro non si arresta. La senatrice Barbara Lezzi si ribella: «Mi deludi». C'è chi insegue il centrodestra, chiedendo ristori e fondi sovrani. E chi picchia duro contro Draghi, auspicando una nuova consultazione su Rousseau in vista del voto di fiducia al governo Draghi. La richiesta di un voto bis sulla piattaforma raccoglie 5mila adesioni. In Parlamento i due partiti grillini continuano a picchiarsi. Il leader dell'ala liberale è Luigi Di Maio che ieri dal profilo Facebook si è rifatto vivo: «Ci aspettano mesi duri e complessi. Dobbiamo sconfiggere definitivamente il virus. Sarà possibile farlo solo lavorando sodo, con umiltà e senso delle istituzioni». Un'altra giravolta arriva con la proposta di costituzione di un Fondo sovrano italiano: idea la cui paternità appartiene a Sestino Giacomoni di Fi. Nella faida grillina si fa largo la terza via: «Staremo nella maggioranza con spirito critico. Se restiamo uniti potremo essere efficaci. Il che vuol dire sì alla la fiducia ma con riserva, se vengono toccate le nostre pietre miliari, ad esempio il reddito di cittadinanza, allora toglieremo la fiducia» spiega Giuseppe Brescia, deputato grillino e presidente della commissione Affari istituzionale. Contro la fiducia c'è un pezzo di Movimento, che continua a mantenere un profilo ortodosso e di opposizione al governo Draghi. «Mi auguro che il buonsenso prevalga e che i nostri ministri si ritirino», avverte la senatrice Bianca Laura Granato. Sulla linea del no il presidente della commissione Antimafia Nicola Morra: «Escludo di votare a favore». La fronda del no a Draghi si allarga: «Sono nel panico, non dormo da qualche giorno. In tempi normali non avrei avuto dubbi nel votare contro», annuncia Emanuele Dessì, senatore del M5S ai microfoni della trasmissione «L'Italia s'è desta» su Radio Cusano Campus. E sul voto di fiducia al governo Draghi, il senatore ammette: «Sicuramente non voterò sì». L'ala rivoluzionaria, fronda che ha in Alessandro Di Battista e Davide Casaleggio i due leader, chiede una nuova consultazione su Rousseau o l'astensione sulla fiducia a Draghi. I pontieri non stanno fermi. Sono al lavoro per trovare un punto di caduta: un compromesso. Una fonte di primo piano rivela: «Con l'ingresso nel semestre bianco, il M5S uscirà dal governo Draghi. È il punto di equilibrio trovato tra Conte, Di Maio, Grillo e Di Battista». Per evitare una scissione che nei fatti esiste già.

C'eravamo tanto amati. Movimento 5 Stelle sull’orlo della spaccatura tra poltronisti e "dibattisti": Travaglio il più deluso. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 13 Febbraio 2021. Dadone, D’Incà, Di Maio e Patuanelli tornano al governo. Le conferme arrivano al termine di un tunnel lungo e buio. Ma non ci sono solo i ministeri, in ballo. Ci sono anche i viceministri, i sottosegretari, le nomine dei nuovi direttori generali e capi di gabinetto: il M5S è diventato, involontariamente ma inesorabilmente, negli ultimi due anni, un poltronificio di grande richiamo. Dove a gestire il traffico sono le figure più aderenti agli ingranaggi della macchina istituzionale. Il transiction team che rappresenta gli interessi – anche di pianta organica – del Movimento è formato da un quadrifoglio: Luigi Di Maio, Vito Crimi, Roberto Fico e Vincenzo Spadafora. Tutti tenuti debitamente a distanza negli ultimi giorni. Tutti tenuti al buio da Mario Draghi, fino all’ultimo. La testa bendata del Movimento procede a tentoni ed è oggi come quella del dio Giano: bifronte. Per un verso governista, proiettata alla ricerca di un nuovo equilibrio, di un nuovo patto frontista con Pd e Leu e una rendita di posizione nel cantuccio assegnato loro da Draghi; per un altro verso lealista verso Conte, con Alessandro Di Battista che sbatte la porta, non senza seguito interno. Dibba non si dimette da nulla, perché non aveva incarichi. Agli atti è un militante, anche se di grande presa sulla base. E per arginare il rischio della scissione, parola che rimbomba sulle chat interne, ieri mattina Di Maio lo ha chiamato. Telefonata cordiale, viene reso noto. Ma Di Battista non cambia idea: «È finita una bella storia d’amore», fa sapere agli ex partner all’antivigilia di San Valentino. Non è solo. Lo seguono perfino più di quelli che è lui a cercare. Barbara Lezzi, Danilo Toninelli e Nicola Morra non sono nomi di secondo piano, e sembrano pronti a seguirlo. Riccardo Fraccaro, attento tessitore, si incarica di una ambasciata: dichiara ai quattro venti che Di Battista è una risorsa preziosa per il Movimento, che nessuno lo deve attaccare, perché è auspicabile un ripensamento. Ma la canizza è aizzata. I militanti, abituati negli anni a procedere per mitragliate, si trovano Di Battista nel mirino e non sapendo cosa altro si può fare, sparano. «Un partito leninista», si lascia sfuggire Marco Travaglio a La7. La polarizzazione dello scontro interno rischia di sfuggire di mano ai vertici. La stessa tv di Urbano Cairo diffonde un sondaggio: per il Sì a Draghi appena più della metà degli elettori M5S, mentre contrari al governo sarebbero l’8-9% in più di quanti hanno votato No sulla piattaforma Rousseau. Che comunque si schiera, con la sua proprietà: Davide Casaleggio tira fuori il suo endorsement: «Niente arroganza o altri potrebbero seguire Dibba». Dunque dietro al capo dei ribelli si contano quindici senatori, almeno il doppio dei deputati, Casaleggio, Travaglio e dunque la brigata del Fatto Quotidiano. Una compagine vasta, roboante, ma disorganizzata. Destrutturata. Una fonte parla con Il Riformista: «Con il 40% del partito dovrebbero avere la forza di fare un gruppo, ma le uscite per ora sono centellinate». Pino Cabras, deputato No Draghi senza incertezze, suona tamburi di guerra: «Abbiamo segnali molto forti, chi ha preso posizione in questo periodo ha ricevuto tante telefonate di attivisti, intellettuali e gruppi che vogliono reagire». Al momento non c’è una componente organizzata «ma con gli strumenti tecnologici nuovi ci sono grandi possibilità di aggregazione rapida, vedi il V Day di pochi giorni fa, nel giro di 24 ore raccolte 1000 adesioni all’iniziativa on line». La rottura, o scissione che dir si voglia, precisa comunque Cabras, «è solo il piano B se non ci vengono dati spazi per cambiare il M5S». Ma agli spazi per cambiare, l’opposizione interna al M5S crede poco. Bianca Laura Granato, ad esempio, è tra i senatori che potrebbero far mancare il loro voto: «A coloro che hanno votato Sì – accusa, commentando l’esito della consultazione on line degli iscritti al Movimento sulla fiducia al governo Draghi – va il merito di aver provocato l’esodo di persone come Alessandro Di Battista. Non è con la violenza di una votazione collettiva abilmente e sapientemente manipolata che tieni unito un gruppo. L’esodo è iniziato e purtroppo non si arresterà». Il suo collega a palazzo Madama Mattia Crucioli di fatto annuncia l’addio promettendo fedeltà solo «al mandato elettorale. Voterò no a questo governo e continuerò ad informare, da questa mia pagina, chi ricerca un punto di vista libero ed imparziale». Grava su tutto l’ombra di un convitato di pietra, Giuseppe Conte. Il suo nome, perfino abusato fino a pochissimi giorni fa, diventa oggi scomodo per i governisti e ancora troppo ambizioso per la pattuglia dissidente. Casalino invece compare e parla, straparla. «Sono ubriaco di libertà, finalmente rappresento solo me stesso». E forse anche i futuri ex Cinque Stelle.

Il Movimento 5 Stelle ha perso il 54 per cento degli elettori dalle ultime politiche. Il primo partito in Parlamento non può più contare su una base di voti tanto ampia nel Paese. E anche se la sua base è nettamente pro Conte, proprio il presidente del Consiglio uscente non vuole farsi ingabbiare politicamente dai pentastellati. Lorenzo Pregliasco su L'Espresso l'1 febbraio 2021. Sappiamo che il primo partito in Parlamento, il Movimento 5 Stelle, ormai da tempo non è più il primo partito nel Paese. I 338 tra deputati e senatori eletti il 4 marzo 2018 "pesavano" il 36% dei seggi, frutto dei quasi 11 milioni di voti, ma molto di quel consenso popolare ha nel frattempo preso altre direzioni. Una quota si è rifugiata nell'astensione, un'altra con sensibilità più di sinistra è rientrata verso Pd e altri partiti d'area, un'altra ancora ha consolidato prima la Lega e poi Fratelli d'Italia, a destra. Il Movimento ha abituato in questi due anni e mezzo l'opinione pubblica italiana a una serie di paradossi. Per prima cosa, ha dovuto archiviare il tratto che lo rendeva unico - l'alterità rispetto alla «vecchia politica», l'aspirazione a non allearsi mai con nessuno. Sul livello locale, peraltro, gli esperimenti elettorali di coalizione non hanno portato grandi frutti. L'intesa giallo-rossa si è materializzata in due regioni (storicamente favorevoli sia al centrosinistra sia al 5 Stelle, Umbria e Liguria) e in entrambe le regioni è stata sconfitta dal centrodestra. Anche i tentativi di alleanze con liste civiche, come in Calabria, si sono rivelati un insuccesso. Oggi il M5S fatica a proporsi come “altro”, come “diverso” dagli altri partiti e questa è una delle motivazioni di fondo del dimezzamento del suo consenso (dal 32,7% delle politiche al 17,1% delle europee al 15% della Supermedia YouTrend di gennaio 2021). L'altra contraddizione è che un Movimento a lungo descritto come plurale, partecipato, quasi acefalo dopo l'uscita di scena di Grillo ha in realtà riscoperto la centralità di una leadership, quella di Giuseppe Conte, oggi al tempo stesso espressione dei 5 Stelle e a loro esterno. E benché i dati oggi ci dicano che l'elettorato del M5S è oggi iper-contiano, anche in relazione alla soluzione della crisi politica (il 73% invoca un Conte ter e il 75% preferirebbe non riaprire un dialogo con Renzi, secondo Emg), il premier uscente sembra sempre meno intenzionato a farsi ingabbiare politicamente dal Movimento. Che si arrivi o meno a una lista con il suo nome, il valore aggiunto attuale di Conte sta nella trasversalità e nella capacità di parlare a mondi che farebbero molta più fatica a riconoscersi in Di Maio, Crimi o Di Battista.

Giulio Cavalli per tpi.it il 10 febbraio 2021. Mario Michele Giarrusso, ex senatore del Movimento 5 Stelle ora nel Gruppo Misto, alla sua seconda legislatura e attivista del Movimento dal 2006 usa parole durissime contro Beppe Grillo e sul voto, per ora bloccato, su Rousseau per interpellare gli iscritti M5S sul Governo Draghi. L’abbiamo intervistato per TPI.

Giarrusso, che significato ha questo stop voluto dal M5S al voto sulla piattaforma di Rousseau?

“È il momento della frattura, penso ormai definitiva, fra Casaleggio e l’establishment che si è impadronito del vertice del Movimento con l’appoggio di Grillo, che continua a sostenere questo gruppo dirigente preoccupato solo dalle poltrone. Perché solo di poltrone stanno parlando con Draghi in questi giorni”.

Quindi Casaleggio voleva il voto per sferrare un attacco? Perché?

“Casaleggio attacca perché vuole far fallire il piano dei poltronisti facendo esprimere il Movimento. Ancora non c’era stato l’endorsement di Grillo e gli attivisti avrebbero bocciato sonoramente l’appoggio a Draghi”.

Quindi è stato Casaleggio a volere il voto sulla piattaforma?

“Certo. Tant’è che gli era stato detto che, secondo lo Statuto, il voto sulla piattaforma poteva essere chiesto solo da Grillo e dal capo politico provvisorio Crimi. Tra l’altro Crimi è un capo politico abusivo, visto che è scaduto da 10 mesi e continua a trattare decisioni delicatissime di importanza capitale. Invece la votazione l’ha voluta Casaleggio, forte del fatto di avere le chiavi della piattaforma. E si è sfiorata la frattura al contrario, poiché avrebbero lasciato il Movimento i ‘governisti’, quelli che vogliono a tutti i costi Draghi”.

Ma questa frattura è solo rimandata o potrebbe rientrare?

“Secondo me è solo rimandata. Ci si spaccherà tra i poltronisti e quelli che seguono Di Battista. Tra l’altro il video di Grillo è veramente patetico: far passare per grillino Draghi è una cosa che va al di là dell’immaginazione. Sembra che Grillo sia stato clonato e sostituito da una brutta copia”.

Qualcuno dice che sia anche poco rispettoso nei confronti del Governo dover aspettare un eventuale voto dei grillini su Rousseau. Che ne pensa?

“Ogni gruppo politico ha le sue liturgie: ci sono le direzioni, i direttivi, i comitati centrali. Questo non è un problema. Ogni gruppo politico decide con le proprie strutture. Il problema è che si sta facendo una votazione comunque al buio, senza sapere il programma di Draghi e la squadra di ministri, che farà capire molto. E quindi la votazione va fatta dopo avere appreso programma e squadra”.

Siete entrati come M5S (anche se lei poi ha abbandonato il gruppo) in Parlamento con il mantra di non allearsi con nessuno e siete stati alleati prima con Salvini, poi con Renzi,Pd e Leu, ora con Salvini, Renzi, Pd, Forza Italia, Calenda e Tabacci…

“C’è gente che è venuta in Parlamento solo per andare a prendere una poltrona governativa: penso a Buffagni, Spadafora… Questi si alleerebbero con il lavandino di Palazzo Madama pur di andare al Governo. C’è stata una mutazione genetica gestita da Luigi Di Maio, che è stato preso da una voracità senza limiti di potere e di poltrone”.

 (ANSA il 2 febbraio 2021) - "Non senza sofferenza interiore annuncio la mia uscita dal Gruppo parlamentare del Movimento 5 Stelle. In questo modo dico addio ad un Movimento che ha perso la sua anima." Lo afferma il deputato Emilio Carelli. "La mia decisione arriva dopo una lunga riflessione. Mentre entro nel Gruppo Misto della Camera voglio propormi come aggregatore di una nuova componente "Centro - Popolari Italiani", che potrebbe diventare una casa accogliente per tutti i colleghi che intendono lasciare il Movimento ma temono di restare isolati, ma anche per chi proviene da altri gruppi", aggiunge. "La mia decisione arriva dopo una lunga riflessione ed un bilancio di questi quasi tre anni trascorsi in Parlamento, durante i quali ho cercato in tutti i modi di contribuire alla crescita e al benessere del Paese e a realizzare i valori fondativi del M5S nei quali credo e mi riconosco ancora e che continuo a portare nel cuore. Purtroppo il bilancio finale non è positivo. Troppe volte ho assistito a scelte sbagliate che non ho condiviso, persone sbagliate e incompetenti nei posti sbagliati che non ho condiviso. Ed ogni volta che ho cercato di esprimere il mio parere, di portare un contributo corroborato da oltre 40 anni di esperienza professionale, sono rimasto inascoltato", spiega Carelli. "Alla mia decisione ha contribuito anche il triste spettacolo di queste ultime settimane con il tentativo di compravendita di singoli parlamentare delle opposizioni o dei gruppi minori al solo fine di garantire la maggioranza, peraltro risicata, ad un governo che i voti non aveva più, ma anche l'inadeguatezza del piano di attuazione del Recovery fund", spiega Carelli che conclude: "Sarà una componente moderata, di centro destra, che vuole rappresentare il primo passo verso la costituzione di un nuovo gruppo parlamentare che vorrei in sintonia col Ppe, sostenitore dell'Europa, della difesa dell'ambiente, del mondo delle imprese e della tutela dei lavoratori mettendo l'innovazione e la ricerca al centro delle proprie iniziative. Una iniziativa politica che intende dare voce a tutta quell'area moderata e liberale che guarda con diffidenza agli estremismi di ogni genere e che esige risposte concrete ai problemi reali", conclude.

Emilio Carelli, il grillino moderato deluso dal M5S. Emilio Carelli, ex direttore di SkyTg24 e con alle spalle una lunga carriera da giornalista Mediaset, due anni fa è entrato in Parlamento tra le file del M5S. Da ieri ha detto addio ai grillini. Francesco Curridori, Mercoledì 03/02/2021 su Il Giornale. “Un grande professionista del mondo del giornalismo, taciturno e moderato”. Così viene descritto Emilio Carelli da chi lo conosce bene. E, probabilmente, è proprio questa sua indole moderata che lo ha portato a lasciare il M5S e a dar vita a una componente di centrodestra all'interno del gruppo misto. Carelli ha iniziato la sua carriera giornalistica nelle reti Mediaset fino a ricoprire il ruolo di vicedirettore del Tg5 prima di essere reclutato da Rupert Murdoch per dirigere SkyTg24 in Italia. Nel 2010 ha ammesso di aver pagato per ritirare dalla circolazione fotografie potenzialmente compromettenti: “Mi hanno chiamato un paio di amici direttori di periodici e mi hanno detto che giravano alcune mie fotografie. Guarda, noi non le pubblichiamo. Se vuoi recuperarle, puoi comprarle”. Figlio di un operaio socialista, Carelli in privato rivendica spesso di non aver mai avuto la tessera di Forza Italia, nonostante debba molto a Silvio Berlusconi che lo assunse nel lontano 1980. I due, poi, hanno persino frequentato la stessa scuola, il liceo classico salesiano Sant’Ambrogio, ed entrambi hanno avuto don Gelmini e don Calamandrei come professori. Negli anni 2000 viene sedotto dalla figura di Beppe Grillo tanto da decidere di trasmettere su Sky i primi discorsi di fine anno del comico genovese. In breve tempo si avvicina, quindi, al Movimento Cinque Stelle e diventa amico di Luigi Di Maio. Nel 2018 viene candidato dal Movimento nel collegio uninominale di Fiumicino, ma i suoi detrattori ci confidano che il noto giornalista stava già da tempo nutriva il desiderio di entrare in Parlamento e avrebbe accettato di candidarsi anche con un altro partito. “È un'opportunista”, ci dicono. “Pur di fare il deputato, si è venduto l'anima”, aggiunge un'altra malalingua. “Si è presentato come un giornalista preciso, ma, una volta entrato in commissione di Vigilanza Rai, ha sempre difeso la tv di Stato”, ci dice un esponente dell'opposizione che aggiunge: “La cosa assurda è che Carelli al direttore del Tg1 non gli avrebbe neanche fatto scrivere i pezzi...”. Maldicenze e critiche a parte, dentro il Movimento si sussurra che, da tempo, Carelli si sentisse isolato e poco valorizzato. Ma non solo. La sua più grande delusione sarebbe quella di non essere stato eletto né presidente del gruppo alla Camera né membro dell' Agcom. Nel primo caso, Carelli si è sentito talmente lasciato solo che nemmeno si presentò al momento della votazione. “È in quell'occasione che inizia a maturare un senso di abbandono da parte dei nuovi vertici del Movimento”, ci spiegano fonti grilline a lui vicine. “Con l'arrivo di Vito Crimi, lui è stato relegato in un ruolo di secondo piano, mentre prima figurava come facilitatore nazionale per la comunicazione del Movimento”, fanno notare i pentastellati che lo conoscono bene.

Federico Novella per “la Verità” l'8 febbraio 2021. «Appoggio Draghi. Avremo un presidente del Consiglio tecnico, ma spero che i ministri siano politici, o almeno buona parte di essi».

Per i cinquestelle digerire l'ingresso nel governo della Lega non sarà facile.

«Senza la Lega, un governo di unità nazionale non può esistere. Anche perché Salvini, oltre ad avere un numero importante di parlamentari, rappresenta una fetta del Paese. Sarebbe un errore escluderla. E poi vorrei ricordare un particolare a tutti». Quale? «I cinquestelle con Salvini hanno governato per diversi mesi. Non sarebbe spiegabile porre un eventuale veto proprio oggi, nel contesto drammatico che stiamo vivendo».

Anche il Pd non gradisce un governo a fianco di Salvini.

«Ma oggi l'immagine del Pd è debole. Hanno cercato in tutti i modi di salvare la vecchia maggioranza, e a causa di Renzi hanno fallito. Comunque sia, il governo Draghi non può certo essere una riedizione del Conte bis con l'aggiunta di Forza Italia. Non sarebbe unità nazionale».

Emilio Carelli ha da poco lasciato il Movimento 5 stelle. Non ha sbattuto la porta perché non è nel suo stile. Ma ha comunque fatto rumore. Quarant' anni di carriera giornalistica alle spalle, ex vicedirettore del Tg5 e primo direttore di Skytg24: non alza la voce e non si accalora neanche quando rimesta le motivazioni che l'hanno spinto all'addio.

Scelta sofferta?

«Scelta maturata nel tempo, anche se nelle ultime settimane c'è stata un'accelerazione».

Perché?

«Ho visto la prima versione del Recovery fund, estremamente lacunoso e raccogliticcio. Ho assistito alla caccia ai responsabili, un mercato in cui li andavano a pescare uno per uno. Episodi poco edificanti, diciamo così. Una deriva che contraddice i principi e i valori del Movimento».

Però il suo malessere partiva da lontano. O no?

«Sì, c'era da parte mia un disagio perché competenza e capacità non contavano più nulla. Nessuno mi ascoltava. Non venivano rispettate nemmeno le più elementari regole della politica: il dialogo, il confronto, la ricerca di soluzioni per il bene di tutti. Valori che nel Movimento vengono ormai calpestati».

Diciamo che il dialogo non è mai stato il fondamento ideologico dei cinquestelle.

«Ma non potevano restare in piedi solo i dogmi. I veti. Mai questo, mai quello. Hanno perso l'anima».

Quale anima?

«I principi in cui credo ancora: una politica diversa, la fine dei privilegi, il ritorno dell'onestà, la lotta alla corruzione, l'aiuto agli emarginati».

Principi sacrificati per il bene della poltrona?

«C'è stato un problema di passaggio tra la teoria e la pratica. La teoria l'ho trovata sempre ottima. Poi però nel passaggio alla pratica è mancato il cambio della categoria mentale: da movimento di opposizione a movimento di governo ti devi assumere una serie di responsabilità e di decisioni. Anche dolorose».

Per esempio?

«Per esempio la Tap, il famoso gasdotto in Puglia. Cancellarlo era materialmente impossibile: i costi dei risarcimenti avrebbero superato i 40 miliardi di euro. Ecco, in questi casi loro insistevano sui dogmi, quando invece bisognava essere realisti e ragionevoli. Certe battaglie ideologiche vanno abbandonate».

Eppure lei lascia il Movimento nel momento più realista in assoluto: l'abbraccio con Draghi.

«Ma quando me ne sono andato io, Draghi ancora non c'era. Anzi, in quelle ore sembrava che andasse in porto un Conte ter. Penso che il mio gesto debba essere apprezzato anche perché abbandonavo una possibile maggioranza, nella quale avrei potuto ricevere dei benefici in un prossimo futuro».

Poi è saltato tutto ed è spuntato l'ex banchiere centrale.

«Ma in quei momenti nessuno se lo aspettava, e io non ho la sfera di cristallo. Per quanto ne sapevo, stavo passando all'opposizione, rinunciando a una buona fetta di agibilità politica. Comunque non si torna indietro».

Beppe Grillo che passa dal vaffa alle banche ai tête à tête con Draghi: non è un clamoroso voltafaccia?

«Ho sempre colto l'aspetto politico di Beppe Grillo. Fui il primo a fargli un'intervista politica, nel 2009, quando tutti lo consideravano solo un comico».

Dunque?

«Il suo oggi non è un voltafaccia. Semplicemente ha preso consapevolezza di essere alla guida della prima forza politica in Parlamento. Si deve assumere la responsabilità di governare. È il percorso che ho caldeggiato tantissimo in questi tre anni».

Insomma, aprendo a Draghi, Grillo e Di Maio le stanno danno ragione. Fuori tempo.

«In ogni caso conservo con loro un rapporto cordiale».

I cinquestelle riusciranno a porre dei paletti nel programma di Draghi?

«Non penso che Draghi accetterà condizioni da Grillo».

Alcune bandiere dei cinquestelle dovranno essere ammainate?

«Diciamo che alcune bandiere vanno riformate. Come il reddito cittadinanza, che pur nei suoi lati positivi, si è rivelato inadeguato».

E magari rinunciare agli eccessi di giustizialismo?

«Certo, immaginando una riforma della giustizia da scrivere tutti insieme. Trovando il compromesso tra l'esigenza di accorciare i tempi di processi, garantendo la certezza della pena».

Ma chi avrebbe rovinato l'anima del Movimento: Di Maio?

«No, lui ha cercato di salvarla. L'ha rovinata il basso livello culturale di molti parlamentari. E la mancanza di cultura di governo».

Più che domandarsi perché è uscito dal Movimento, molti si chiedono come ha fatto un moderato come lei ad entrarci.

«Ricordo che la campagna elettorale per le elezioni del 2018 fu ispirata anche ai valori della moderazione: credibilità, affidabilità, competenza, inclusione. E io speravo che i cinquestelle li traducessero in comportamenti pratici. Invece».

E adesso cosa farà?

«Gli scontenti tra i cinquestelle sono tanti. Il mio auspicio è essere un aggregatore per loro. Spero che entrino nella mia nuova formazione».

Cioè?

«Una componente del Gruppo misto, in cui gli scontenti troveranno accoglienza. Mi hanno già chiamato diversi deputati, c'è molto interesse».

Come vi chiamerete?

«Centro popolare italiano, ma il nome definitivo dobbiamo ancora stabilirlo».

La parola popolare non è scelta a caso.

«La natura politica di questo gruppo si ispira ai valori del Ppe in Europa, alla tradizione dei popolari italiani che partono da don Sturzo. Insomma, un partito moderato, di centro, sensibile alle istanze sociali e agli interessi delle aziende».

A quale figura si ispira?

«De Gasperi è una figura di riferimento, anche perché si trovò a lavorare in una situazione di emergenza molto simile a quella che stiamo vivendo. Però per favore, non scriva che mi paragono a De Gasperi: sarebbe un filo presuntuoso».

Quindi lei ha lasciato i cinquestelle per entrare nel centrodestra? Un bel salto.

«Sì. È una scelta di campo. L'elettore in cerca di una forza moderata nel centrodestra, oggi non riesce a trovarla. La stessa Forza Italia oggi è un partito molto frastagliato. Insomma, il mio obiettivo è costruire un punto di riferimento nuovo, di cultura liberalmoderata».

E in caso di futura vittoria del centrodestra?

«Vorremmo essere un buon biglietto da visita in Europa, in un'alleanza composta non solo dai sovranisti, ma anche da una componente moderata di centro».

Dovrà sgomitare. Al centro c'è un po' di affollamento ultimamente.

«Sto parlando e parlerò con tutti. Ma prima di valutare eventuali alleanze devo capire quanti siamo».

Ha sempre avuto un rapporto con Berlusconi e Gianni Letta. Prima di lasciare il Movimento si è consultato con loro?

«No, è stata una scelta personale. Ho solo avvisato Di Maio».

Perché Di Maio non ha prestato ascolto alle sue lamentele?

«Mi prestava ascolto, ma diceva: "Sai, devo tenere a bada tutte le anime del Movimento"».

Un Movimento che adesso si spaccherà?

«Non credo. Ci sarà una forte diversità di opinioni ma nessuna spaccatura».

Lei potrebbe avere il profilo giusto per una casella ministeriale con Draghi?

«In tutta franchezza, non sono mai entrato in politica pensando di fare il ministro. Ho solo il desiderio di svolgere attività politica per dare un contributo al futuro dell'Italia».

Conte sogna la leadership del centrosinistra?

«Sicuramente ambisce alla leadership del Movimento 5 stelle. E forse al Movimento farebbe anche bene».

Emilio Pucci per "il Messaggero" il 2 febbraio 2021. Ci sono due o tre insospettabili del Movimento 5 stelle. In attesa che si smuovano le acque al Senato, Salvini punta sulla Camera. Oggi all'ora di pranzo verrà presentata una nuova componente del gruppo Misto alla quale aderiranno M5S in fuoriuscita ed ex pentastellati, il passaggio successivo sarà una federazione con il centrodestra e con la formazione di Noi per l'Italia di Lupi che ha già con sé undici deputati. Una manovra che serve ancora una volta a svuotare M5S e a cercare di evitare la nascita del Conte ter. Mettendo pressione sui numeri della maggioranza e controbilanciando la nuova formazione dei costruttori di Tabacci. L'operazione ha innanzitutto una funzione legata ai lavori nelle Commissioni parlamentari. Il leader della Lega è convinto che Renzi alla fine cederà, che si accontenterà di alcune caselle chiave e di mettere in difficoltà M5S. Ma in ogni caso il leader di Iv è il convincimento dell'ex ministro dell'Interno si terrà comunque le mani libere. Ed allora anche per far capire al Capo dello Stato Sergio Mattarella che l'attuale maggioranza non è in grado di governare si farà di tutto per far saltare il banco. E' chiaro che i fari sono puntati a palazzo Madama dove il centrodestra non è riuscito ancora a scardinare il fronte dei pentastellati. Ma ci sono senatori M5S che non hanno nascosto di digerire poco un eventuale ritorno di Renzi. E' su di loro che si concentrerà il pressing. Uno in particolare dovrebbe sganciarsi nelle prossime ore. Insieme ad altri due deputati M5S. Del resto Salvini non ha alcuna intenzione di dire sì ai desiderata di Berlusconi e di un'ala del partito di via Bellerio che ancora vorrebbe aprire ad un governo istituzionale. Nell'ultima riunione della segreteria politica della Lega c'è stato un momento di tensione quando il numero due lumbard Giorgetti ha rilanciato sulla necessità di preparare un piano B. Per offrire un'alternativa al Capo dello Stato ma anche per frenare chi ha paura del voto anticipato e per questo motivo potrebbe spingersi nell'altro campo. «Mi avete fatto saltare il governo con Di Maio quando comandavo su tutto e ora mi proponete di nuovo un esecutivo con tutti dentro? Io non ci penso proprio», la riflessione di Salvini. Nel fronte aperturista anche l'ex ministro Bongiorno. Anche a lei il segretario del partito di via Bellerio ha detto no: «Per me c'è solo il voto». Poi in realtà subito dopo ha mescolato le carte, ha detto che avrebbe parlato con tutti quando l'opzione Conte sparirà dal tavolo. Ma è stata solo una giravolta tattica. In vista delle consultazioni con il presidente della Repubblica, ben sapendo che gli azzurri e Toti avrebbero aperto all'eventualità di un esecutivo di salvezza nazionale. «Se FI dicesse sì ad una maggioranza Ursula scomparirebbe il centrodestra», il ragionamento di Salvini. In ogni caso Berlusconi non pensa di potersi smarcare dalla Lega in questo momento. Ma il Pd e Conte mettono sul tavolo la proposta della legge elettorale di tipo proporzionale. Uno spauracchio per Lega e FdI che però non prevedono cambi di marcia. «Le elezioni sono più vicine di quanto non si voglia dire. Lo stesso Presidente Mattarella nei colloqui con noi mi pare che non abbia escluso questa ipotesi», taglia corto Meloni. Altra cosa, invece, è partecipare ad una commissione bilaterale sul Recovery. Idea ieri lanciata da Italia viva ma che, in realtà, era partorita da Fratelli d'Italia, con Crosetto. Su questa proposta ci potrebbe stare tutto il centrodestra, anche per frenare esponenti azzurri come Brunetta che mal digeriscono la strategia di Lega e FdI. «Berlusconi ha escluso categoricamente» un appoggio esterno ad un eventuale Conte ter «e io non ho motivo di non fidarmi delle sue parole», osserva la presidente di FdI. Il fronte azzurro è sempre quello più attenzionato. Ma dopo l'alt al senatore Vitali non ci sono altri forzisti sull'uscio. C'è però fibrillazione tra i moderati del centrodestra. «E' sbagliato osserva un deputato di FI l'atteggiamento di Salvini. Se chiudiamo all'ipotesi Draghi ci mettiamo contro tutti».

Federico Capurso per "la Stampa" il 2 febbraio 2021. Il clima è positivo», fanno filtrare nel pomeriggio i capigruppo di Camera e Senato dei Cinque stelle, Davide Crippa ed Ettore Licheri, mentre viene discusso il programma di legislatura del futuribile Conte ter. Ma dalla sala della Lupa i sussurri scivolano sotto la porta e tradiscono preoccupazione. Perché, sugli uomini e sui temi, diventa presto chiaro che è il Movimento l'obiettivo principale delle offensive di Italia viva. E che «ogni attacco lanciato adesso - si ragiona ai piani alti del partito - verrà legato a doppio filo al tavolo che si aprirà per decidere la squadra di governo». Un logoramento che passa dal Mes, dalla giustizia, dal reddito di cittadinanza, e che arriva fino alle nomine dei dirigenti vicini al Movimento, come Mimmo Parisi e Pasquale Tridico, rispettivamente ai vertici di Anpal e Inps. Tutto si muove intorno allo scacchiere dei ministri. E i grillini capiscono che i fronti aperti sono troppi, non potranno resistere, dovranno cedere delle poltrone. «Ora va fatta una battaglia sui temi storici del Movimento», sostengono anche i frondisti M5S che minacciavano fino a ieri di non votare la fiducia a un nuovo governo con Renzi. Ma se adesso si parla di temi, vuol dire che il loro veto è caduto. Il gruppo conta una ventina tra senatori e deputati vicini ad Alessandro Di Battista e si è organizzato in una sorta di corrente, ribattezzata "la Restistenza". Per farsi sentire sui temi e, perché no, provare a occupare qualche casella nel risiko dei ministeri. Diventa fondamentale, quindi, prepararsi alla Caporetto dei ministeri resistendo sui temi per loro cruciali. A partire dal Mes, intorno al quale si accende uno dei rari momenti di tensione al tavolo di maggioranza presieduto da Roberto Fico. I Cinque stelle non cederanno - assicurano -, nemmeno di fronte all'ipotesi di attingere solo a una parte dei fondi europei, come chiesto dalla delegazione di Iv. Semmai, propongono di aumentare gli investimenti sulla Sanità con l'emissione di titoli di Stato. E anche sul reddito di cittadinanza si alza un muro: «Completiamolo - chiedono Licheri e Crippa - con il rafforzamento delle politiche attive e dei controlli». Ma per averlo, potrebbe essere necessario il sacrificio di Parisi alla guida dell'Agenzia per le politiche attive del lavoro, e della ministra Nunzia Catalfo, che proveranno però a sostituire con un loro nome. Tra le proposte portate al tavolo c'è poi la «riforma degli ammortizzatori sociali, che sarebbero destinati a tutte le categorie», spiega Licheri. E l'introduzione di «un salario minimo e l'equo compenso per professionisti e autonomi». Infine, la riforma del Fisco - «che sarà uno dei nostri cavalli di battaglia», assicurano dal partito - con la riduzione delle aliquote Irpef da 5 a 3, il quoziente familiare e la revisione delle percentuali di prelievo per aiutare soprattutto il ceto medio. Infine il voto ai diciottenni per il Senato e le preferenze nella legge elettorale: gli unici punti convergenti con Italia viva.

I "responsabili" in salsa grillina. Di Battista e Casaleggio pronti alla scissione, nasce il partito dei fuoriusciti 5 Stelle: i nomi. Carmine Di Niro su Il Riformista l'1 Febbraio 2021. Le trattative sul Conte ter rischiano di far deflagrare il Movimento 5 Stelle. I grillini, passati da rivoluzionari che voleva aprire “come una scatoletta di tonno” il Parlamento a ultragovernisti pronti a passare da una maggioranza con la Lega a una col Partito Democratico e Italia Viva, stanno vivendo ore complicato. Da una parte infatti la sfida per formare un nuovo esecutivo a guida Conte, compiendo una marcia indietro sul veto nei confronti di Matteo Renzi e probabilmente dovendo sacrificare big del partito come il Guardasigilli Alfonso Bonafede, dall’altra il rischio di ritrovarsi con un partito dilaniato o addirittura una scissione. Lo scenario non è fantapolitica: subito dopo la riapertura a Renzi fatta durante l’ultimo giorno di consultazioni da parte del reggente politico Vito Crimi è arrivata la durissima presa di posizione di Alessandro Di Battista, leader (da fuori il Parlamento) dell’area più massimalista del Movimento. Tornare a sedersi con Renzi significa commettere un grande errore politico e direi storico. Significa rimettersi nelle mani di un “accoltellatore” professionista che, sentendosi addirittura più potente di prima, aumenterà il numero di coltellate. Ed ogni coltellata sarà un veto, un ostacolo al programma del Movimento e un tentativo di indirizzare i fondi del recovery verso le lobbies che da sempre rappresenta. L’ho sempre pensato e lo penso anche adesso. Se il Movimento dovesse tornare alla linea precedente io ci sono. Altrimenti arrivederci e grazie”, è stato l’ultimatum lanciato dall’ex deputato. Le persone più vicine a Dibba lo vedono pronto a creare, paradossalmente visti i tempi, un suo gruppo di “responsabili” in salsa grillina. Con lui ci sarebbero un compatto gruppo di fedelissimi e soprattutto Davide Casaleggio, figlio del co-fondatore Gianroberto e da tempo in rotta con i vertici del Movimento, da Vito Crimi a Luigi Di Maio. L’obiettivo è quello di spaccare il Movimento e legittimarlo anche grazie al voto su Rousseau. A citare la piattaforma è stata l’altra nota "pasionaria" pentastellata, la senatrice pugliese Barbara Lezzi. Subito dopo l’apertura a Renzi l’ex ministro per il Sud aveva chiesto “il voto immediato degli iscritti” per legittimare quello che definisce un “repentino cambio di linea” del M5S. Ma chi sarebbe pronto a seguire il “Che Guevara di Roma Nord” nel nuovo gruppo che dovrebbe, nelle intenzioni, rappresentare l’anima originaria del grillismo? Le indiscrezioni vogliono al Senato una possibile fuoriuscita della Lezzi, del presidente della commissione Antimafia Nicola Morra e dei senatori Luisa Angrisani, Bianca Laura Granato ed Elio Lannutti. Alla Camera il gruppo potrebbe contare su sei deputati: secondo il Foglio a farne parte sarebbero Raphael Raduzzi, Alvise Maniero, Davide Zanichelli, Francesco Forciniti, Francesco Berti e Vittoria Baldino. 

"Alcuni ministri non potrebbero fare neanche i parcheggiatori abusivi". De Luca e il trasformismo dei 5 Stelle: “Per un avviso di garanzia hanno calpestato dignità di tutti”. Giovanni Pisano su Il Riformista il 29 Gennaio 2021. “Il Movimento 5 Stelle per dieci anni ha raccontato che bastava un avviso di garanzia per mettere all’indice chiunque e a maggior ragione chi ricopriva responsabilità pubbliche. Per un decennio persone con dignità calpestata e vita rovinata da demagogia pseudogiustizialista“. E’ il duro attacco del governatore della Campania Vincenzo De Luca al partito pentastellato dopo la solidarietà mostrata sia alla sindaca di Torino Chiara Appendino, condannata nelle scorse ore a un anno e mezzo per la tragedia di piazza San Carlo a Torni, che alla prima cittadina di Roma Virginia Raggi, assolta nelle scorse settimane. “C’è da riflettere e probabilmente c’è da chiedere scusa a chi è stato oltraggiato per vicende giudiziarie che poi si sono rivelate totalmente inesistenze” ha osservato De Luca nel corso della consueta diretta social del venerdì. L’attacco al Movimento 5 Stelle non si ferma al nuovo approccio garantista dopo anni di giustizialismo. Nel mirino del governatore campano le trattative parlamentari in corso: “Stiamo assistendo ad un mercato della politica indegno. Il M5S ha detto che non avrebbe mai fatto alleanze con nessuno, lo ha detto per 10 anni, e che si candidavano per questo, per governare da soli. Bastava un po’ di buon senso per capire che non si poteva ragionare così. Oggi – prosegue – siamo all’eccesso opposto, si va a contrattazione parlamentare per parlamentare, un’immagine indegna della politica e delle istituzioni, altro che battaglia contro la casta, stiamo assistendo ad uno spettacolo vergognoso. La democrazia è fatta di esempi, pedagogia, insegnamenti e dignità, altrimenti la democrazia perde l’anima e il suo valore fondamentale. Se vi dovessi dire –  spiega De Luca – che credo che oggi ci sia dignità nella nostra democrazia italiana, vi direi una cosa che non credo. L’immagine che si sta restituendo agli italiani in questo momento è del mercato della politica”.

Renato Farina, "peggio dei grillini soltanto quelli che li spingono": così l'Italia è finita nel baratro. Renato Farina su su Libero Quotidiano il 15 gennaio 2021. L'editoriale di Vittorio Feltri ha spiegato ieri che non è colpa dei grillini essere grillini, e dunque portarci nell'abisso, realizzando in pieno nei confronti degli italiani il motto sodomitico alla base della loro politica. La responsabilità è di chi li ha innalzati a timonieri del nostro destino. Gli italiani che li hanno votati. La natura snaturata del M5S si è palesata ancora in queste ore. Beppe Grillo, subito echeggiato da Luigi Di Maio, ha proposto, per salvare la sua ciurma al governo ed evitare elezioni che li ridurrebbero a un'aluccia spennata del Partito democratico, una pippa degna di una risata: l'abrogazione dell'opposizione, l'annullamento della democrazia. Dopo di che ha pubblicato una sua foto abbracciato a Giuseppe Conte, con la didascalia Con-te! Un gioco di parole bellissimo. Ne sorrideremmo persino con la benevolenza che si deve ai perdenti disperati, se non fosse che l'incubo rischia di protrarsi. La probabilità è alta. Anche stavolta che, in un impeto di sana follia, Matteo Renzi pareva essere riuscito a rovesciare l'esecutivo che ci tortura, e al diavolo i titolari del vaffa e i loro sostenitori, ecco che le élite del potere e la crème dell'intellighenzia esigono un Conte 3. Le tivù, la stampa italiana e internazionale (al 90 per cento di sinistra), nonché la dirigenza dell'Unione Europea, all'unisono si indignano e minacciano spread ciclopici e la moltiplicazione del Covid se mai si dovesse andare a elezioni anticipate. Una vecchia storia. Tutto è già accaduto. Se infatti i grillini stanno sul podio e rischiano ancora di permanervi è perché godono di una formidabile quinta colonna nell'establishment. In tanti del clan sono convinti di saper maneggiare questi ignoranti al potere. Poi magari si pentono, ma dopo un po' ci ricascano senza pagarne il prezzo. Tanto chi alla fine sprofonda è il popolo minuto, non certo gli abitanti dei piani alti delle città.

IL VAFFA COME SLOGAN. Insomma la colpa è degli italiani che li hanno votati. Ma ad adescarli e portarli in questo postribolo senza fine sono stati i bellachioma e i bellabarba dotati di cultura a non finire, finezza di eloquio, autorità nelle segrete stanze dove viene confezionata la divisa perfetta che deve indossare il popolo bue. Negli anni 70 arrivò l'eskimo in redazione, in quest' ultimo decennio si è battezzato il vaffa come slogan salvifico. Tutto cominciò con l'elezione di Virginia Raggi a sindaco di Roma. Era il giugno del 2016, e la candidata di Beppe Grillo ottenne il 67 per cento dei voti. Da lì è partita la rincorsa per il salto dal trampolino della nostra povera Italia nel tombino, perfezionato il marzo 2018. Ma è allora che prese vita la nostra morte, cioè il Conte 1 e il Conte 2 e - temiamo - il Conte 3. I pesci pilota che condussero la iena grillina a divorare qualsiasi speranza di buon governo sono esattamente coloro che adesso pontificano e desiderano il Conte 3. Restarono incantati dalla gazzellina Raggi, che li intenerì, e le eressero il trono in Campidoglio, pur essendo consapevoli che la signora era la maschera gentile di un branco di fanatici dell'ignoranza. In quegli anni preparatori del balzo in avanti degli asini (e ci scusino i quadrupedi), ad attribuire virtù purificatorie ai vaffanculisti fu la stessa falange odierna di fautori del Conte 3. Non è complottismo. Semmai sono turpi negazionisti coloro che lo negano. Abbiamo una confessione onesta al riguardo, una rarità. È stata dimenticata ma conviene toglierla dalla naftalina. Parlo del mea culpa di Ernesto Galli della Loggia, editorialista principe del Corriere della Sera. Cominciò a battersi personalmente il petto nel novembre del 2018 con un proprio articolo. Scrisse sul Corriere in prima pagina. «Circa due anni e mezzo fa oltre settecentomila elettori romani (tra i quali chi scrive: è giusto confessare le proprie responsabilità) dando il loro voto ai 5 Stelle contribuirono a far eleggere sindaco della capitale d'Italia Virginia Raggi... Il governo dei 5 Stelle insomma si è rivelato da ogni punto di vista un disastro». Propose pertanto la strada del referendum sugli autobus quale «inizio della cancellazione politica della sindaca Raggi e infliggendo un colpo al partito di Grillo responsabile di averla scelta» (17/11/2018). Ecco, l'aveva detto: io sono responsabile. Dopo pochi mesi ha riconosciuto di non essere stato un caso isolato, ma uno dei tanti chierici e chierichetti incantati dal vaffa. Sono stati loro gli spazzaneve che hanno consentito l'incedere del Suv di Grillo e della congiuntivite di Di Maio oltre che della pochette e dei Dpcm di Conte. Ha detto ad Annalisa Chirico in un colloquio apparso sul Foglio: «Non voterò mai più il M5S». Ha spiegato: «Abbiamo fatto un'errata apertura di credito, invece si sono rivelati il nulla assoluto... una massa di minus habens».

LA SOTTOVALUTAZIONE. Sia chiaro: non chiediamo a Galli della Loggia di zittirsi e di ritirarsi come Sant' Antonio Abate in un eremo nel deserto per pagare opinioni sbagliate. Chi non è vedovo di qualche sciocchezza? Del resto resta uno dei pochi anticonformisti sul palcoscenico dei giornali conformisti. Ma lo ridica per favore, ne dica quattro con il suo stile catoniano ai sostenitori della permanenza dei grillini al governo e pure a Mattarella. Disse alla Chirico: «Abbiamo sottovalutato la loro stupidità». (12 febbraio 2019). Gli sottoponiamo anzi questa domandina. Chi è veramente stato il più stupido. I grillini che hanno incassato il potere o chi li ha messi lì?

·        Se non anche il Vaffanculo a se stessi.

Psicodramma Conte, il fedelissimo Licheri non rieletto capogruppo: parità al Senato con Castellone. Carmine Di Niro su Il Riformista il 3 Novembre 2021. Conte chi? Il leader del Movimento 5 Stelle deve fare i conti con una sconfitta che probabilmente nessuno aveva preventivato alla vigilia: quella di Ettore Licheri, capogruppo uscente al Senato fedelissimo all’avvocato di Volturara Appula, che ha incassato una ‘fumata nera’ nelle votazioni per l’elezione del leader a Palazzo Madama dei pentastallati. Il primo scrutinio ha visto infatti un clamoroso pareggio: 36 voti a testa per Licheri e Mariolina Castellone, campana di 46 anni, oncologa e vicina al ministro degli Esteri Luigi Di Maio.  Un primo voto condito anche da un ‘giallo’, ovvero da una scheda contestata, assegnata a Licheri nel computo finale ma comunque ininfluente ai fini del risultato: al primo e secondo voto serve infatti la maggioranza assoluta dei 74 senatori grillini, solo dal terzo quella dei votanti. Un risultato, come detto, arrivato a sorpresa e che rappresenta ancora una volta un “fuoco amico” per Conte, esempio lampante di come l’ex presidente del Consiglio faccia fatica, per usare un eufemismo, a controllare le truppe parlamentari. Conte è recentemente finito nel mirino dei parlamentari anche la decisione di mandare in tv soltanto i cinque vicepresidenti pentastellati, Paola Taverna, Mario Turco, Riccardo Ricciardi, Michele Gubitosa e Alessandra Todde.

Tornando allo scrutinio al Senato, alla vigilia del voto odierno Licheri era accreditato di circa 40 voti sicuri: la Castellone invece, approfittando del crescente malcontento all’interno del gruppo al Senato, è riuscita addirittura ad arrivare ad un pareggio al primo scrutinio. Castellone si è candidata con un direttorio composto da Vincenzo Garruti (vicepresidente vicario), Lalla Mantovani, Felicia Gaudiano, Fabrizio Trentacoste e Agnese Gallicchio (tesoriere). L’uscente Licheri invece con Agostino Santillo (vicepresidente vicario), Gabriella Di Girolamo, Maurizio Santangelo, Gabriele Lanzi, Elisa Pirro (tesoriere). La seconda votazione che potrebbe ripetersi domani o, forse, slittare a martedì della prossima settimana. Sullo sfondo c’è poi la ancora più complicata questione del capogruppo alla Camera, dove l’uscite Davide Crippa è da tempo dato in rotta con Conte ed è un fedelissimo del garante del Movimento, Beppe Grillo. 

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Da beppegrillo.it il 29 giugno 2021. Mi sento così: come se fossi circondato da tossicodipendenti che mi chiedono di poter avere la pasticca che farà credere a tutti che i problemi sono spariti e che dia l’illusione (almeno per qualche mese, forse non di più) che si è più potenti di quello che in realtà si è davvero, pensando che Conte sia la persona giusta per questo. Ma Conte può creare l’illusione collettiva (e momentanea) di aver risolto il problema elettorale, ma non è il consenso elettorale il nostro vero problema. Il consenso è solo l’effetto delle vere cause, l’immagine che si proietta sullo specchio. E invece vanno affrontate le cause per risolvere l’effetto ossia i problemi politici (idee, progetti, visione) e i problemi organizzativi (merito, competenza, valori e rimanere movimento decentralizzato, ma efficiente). E Conte, mi dispiace, non potrà risolverli perché non ha né visione politica, né capacità manageriali. Non ha esperienza di organizzazioni, né capacità di innovazione. Io questo l’ho capito, e spero che possiate capirlo anche voi. Non possiamo lasciare che un movimento nato per diffondere la democrazia diretta e partecipata si trasformi in un partito unipersonale governato da uno statuto seicentesco. Le organizzazioni orizzontali come la nostra per risolvere i problemi non possono farlo delegando a una persona la soluzione perché non sarebbero in grado di interiorizzarla quella soluzione e di applicarla, ma deve essere avviato un processo opposto: fare in modo che la soluzione decisa, in modo condiviso, venga interiorizzata con una forte assunzione di responsabilità da parte di tutti e non di una sola persona. La trasformazione vera di una organizzazione come la nostra avviene solo così. La deresponsabilizzazione delle persone con la delega ad un singolo nelle organizzazioni orizzontali è il principale motivo del loro fallimento. C’è un però. Assumersi la responsabilità significa smettere di drogarsi, smettere di voler creare l’illusione di una realtà diversa da quella attuale ed affrontarla. Insieme, con i tempi e le modalità giuste. Come una famiglia, come una comunità che impara dagli errori e si mette in gioco senza rincorrere falsi miti, illusioni o principi azzurri che possano salvarla. Perciò indìco la consultazione in rete degli iscritti al MoVimento 5 Stelle per l’elezione del Comitato Direttivo, che si terrà sulla Piattaforma Rousseau. Il voto su qualsiasi altra piattaforma, infatti, esporrebbe il Movimento a ricorsi in Tribunale per la sua invalidazione, essendo previsto nell’attuale statuto che gli strumenti informatici attraverso i quali l’associazione si propone di organizzare le modalità telematiche di consultazione dei propri iscritti sono quelli di cui alla Piattaforma Rousseau (art. 1), e che la verifica dell’abilitazione al voto dei votanti ed il conteggio dei voti sono effettuati in via automatica dal sistema informatico della medesima Piattaforma Rousseau (artt. 4 e 6). Ho, pertanto chiesto a Davide Casaleggio di consentire lo svolgimento di detta votazione sulla Piattaforma Rousseau e lui ha accettato. Chiederò, poi, al neo eletto Comitato direttivo di elaborare un piano di azione da qui al 2023. Qualcosa di concreto, indicando obiettivi, risorse, tempi, modalità di partecipazione vera e, soprattutto, concordando una visione a lungo termine, al 2050. Questo aspettano cittadini, iscritti ed elettori. Una visione chiara di dove vogliamo andare e in che modo. Il perché, il cosa e il come. È sempre stata la nostra forza: consentire a tutti di sapere quale sarà il viaggio e accogliere chi è pronto per una lunga marcia. In alto i cuori!

"Il Movimento non può trasformarsi in un partito unipersonale". Grillo demolisce Conte: “Non ha visione politica né esperienza, il Direttivo lo votiamo su Rousseau”. Redazione su Il Riformista il 29 Giugno 2021. Un delirio di onnipotenza che di fatto spacca definitivamente quel che resta del Movimento 5 Stelle. Protagonista, manco a dirlo, Beppe Grillo che a 24 ore di distanza dalla conferenza-ultimatum di Giuseppe Conte (“Decida se vuole fare genitore padrone, non farò il prestanome”), annuncia la spaccatura definitiva dall’ex premier. Sul suo sito ufficiale, l’ex comico demolisce politicamente Conte e prova a ricucire con Davide Casaleggio chiedendo e ottenendo l’elezione del Comitato Direttivo sulla Piattaforma Rousseau. Un intervento quello di Grillo che ha generano numerose reazioni sui social, molte dei quali di dissenso. Parole dure quelle utilizzate: “Mi sento così: come se fossi circondato da tossicodipendenti che mi chiedono di poter avere la pasticca che farà credere a tutti che i problemi sono spariti e che dia l’illusione (almeno per qualche mese, forse non di più) che si è più potenti di quello che in realtà si è davvero, pensando che Conte sia la persona giusta per questo”. “Ma Conte – chiosa il garante del Movimento 5 Stelle –  può creare l’illusione collettiva (e momentanea) di aver risolto il problema elettorale, ma non è il consenso elettorale il nostro vero problema. Il consenso è solo l’effetto delle vere cause, l’immagine che si proietta sullo specchio. E invece vanno affrontate le cause per risolvere l’effetto ossia i problemi politici (idee, progetti, visione) e i problemi organizzativi (merito, competenza, valori e rimanere movimento decentralizzato, ma efficiente). E Conte -attacca – mi dispiace, non potrà risolverli perché non ha né visione politica, né capacità manageriali. Non ha esperienza di organizzazioni, né capacità di innovazione”. “Io questo l’ho capito – aggiunge – e spero che possiate capirlo anche voi. Non possiamo lasciare che un movimento nato per diffondere la democrazia diretta e partecipata si trasformi in un partito unipersonale governato da uno statuto seicentesco. Le organizzazioni orizzontali come la nostra per risolvere i problemi non possono farlo delegando a una persona la soluzione perché non sarebbero in grado di interiorizzarla quella soluzione e di applicarla, ma deve essere avviato un processo opposto: fare in modo che la soluzione decisa, in modo condiviso, venga interiorizzata con una forte assunzione di responsabilità da parte di tutti e non di una sola persona. La trasformazione vera di una organizzazione come la nostra avviene solo così. Così come nell’attacco del suo intervento, Grillo paragona i fedelissimi di Conte a dei tossicodipendenti: “Assumersi la responsabilità significa smettere di drogarsi, smettere di voler creare l’illusione di una realtà diversa da quella attuale ed affrontarla. Insieme, con i tempi e le modalità giuste. Come una famiglia, come una comunità che impara dagli errori e si mette in gioco senza rincorrere falsi miti, illusioni o principi azzurri che possano salvarla. Perciò – arriva al punto – indìco la consultazione in rete degli iscritti al MoVimento 5 Stelle per l’elezione del Comitato Direttivo, che si terrà sulla Piattaforma Rousseau”. Poi la spiegazione: “Il voto su qualsiasi altra piattaforma, infatti, esporrebbe il Movimento a ricorsi in Tribunale per la sua invalidazione, essendo previsto nell’attuale statuto che gli strumenti informatici attraverso i quali l’associazione si propone di organizzare le modalità telematiche di consultazione dei propri iscritti sono quelli di cui alla Piattaforma Rousseau (art. 1), e che la verifica dell’abilitazione al voto dei votanti ed il conteggio dei voti sono effettuati in via automatica dal sistema informatico della medesima Piattaforma Rousseau (artt. 4 e 6)”. “Ho, pertanto chiesto a Davide Casaleggio di consentire lo svolgimento di detta votazione sulla Piattaforma Rousseau e lui ha accettato. Chiederò, poi, al neo eletto Comitato direttivo di elaborare un piano di azione da qui al 2023. Qualcosa di concreto, indicando obiettivi, risorse, tempi, modalità di partecipazione vera e, soprattutto, concordando una visione a lungo termine, al 2050″ ha aggiunto.

M5S: domani in serata convocata assemblea deputati. (ANSA il 29 giugno 2021) E' stata convocata per domani alle 19, e comunque dopo i lavori d'Aula, l'assemblea del gruppo dei deputati M5S. All'ordine del giorno il "confronto sul M5S" dopo il post con cui Beppe Grillo ha di fatto messo fine al progetto di Giuseppe Conte. (ANSA).

Da liberoquotidiano.it il 29 giugno 2021. "Non condivido una virgola di quel post": la prima grillina a farsi avanti dopo l'affondo di Beppe Grillo contro Giuseppe Conte è Roberta Lombardi, membro del Comitato di garanzia M5S e assessore alla Transizione ecologica della Regione Lazio. Alla pentastellata non sono piaciute affatto le parole con cui il garante del Movimento ha dato il benservito all'ex premier e ha indetto la consultazione online per l'elezione del comitato direttivo sulla piattaforma Rousseau. "Non so se trovo più folle le valutazioni su Conte, che ha guidato due governi tra crisi economica e pandemica, o il fatto di rimetterci nella gabbia Rousseau", ha commentato la Lombardi, sentita dall'AdnKronos. Il fondatore del Movimento, infatti, ci è andato giù pesante quando ha detto che l'avvocato non ha né visione politica, né capacità manageriali. E non solo. Il comico ha anche scritto: "Non possiamo lasciare che un movimento nato per diffondere la democrazia diretta e partecipata si trasformi in un partito unipersonale governato da uno statuto seicentesco". Dalla dura presa di posizione della Lombardi, però, si riesce già a capire come l'uscita di Grillo abbia scatenato il caos totale all'interno del Movimento. Una confusione che nei prossimi giorni potrebbe portare pure a ulteriori strappi. Soprattutto da parte di quella che viene considerata l'ala più contiana dei Cinque stelle. Nulla esclude, inoltre, che si verifichi una scissione, con una parte dei grillini che potrebbe scegliere di seguire l'avvocato.

M5S: COME HANNO CREATO CONTE ADESSO LO DISTRUGGONO. Il Corriere del Giorno il 30 Giugno 2021. Con un sonoro “vaffa” e con la stessa disinvoltura con cui fu fatto salire per due volte a palazzo Chigi, adesso “Giuseppi” Conte viene messo alla porta, esattamente come accade nei movimenti padronali, carismatici, dove uno vale tutti e chi crea, distrugge. Da oggi Conte rappresenta solo sè stesso, cioè chi è stato cacciato prima da Palazzo Chigi e poi dalla politica, dimostrando di non voler tornare alla professione e conseguente vita privata. E’ arrivato il momento per “Giuseppi” di misurarsi col consenso popolare. Sono finiti i presunti complotti nazionali, internazionali, quelli dei poteri forti visibili e invisibili, il tempo dei giornali a servizio dei loro padroni e dei loro indicibili interessi, cioè tutte le chiacchiere grilline di questi anni, questa volta “Giuseppi” Conte lo ha asfaltato Beppe Grillo il padre-garante del M5S. Luogo del delitto il suo blog, con un “j’ accuse” cinico, plateale e molto chiaro dalle parole sprezzanti, irriverenti, a partire dal titolo: “Una bozza e via”, con parole vergate come delle vere e proprie pugnalate all’ ex-premier Conte, a partire da “non ha visione politica né capacità manageriale”, che non lascia spazio e interpretazioni e tantomeno riserva possibili margini di mediazione. Con un sonoro “vaffa” e con la stessa disinvoltura con cui fu fatto salire per due volte a palazzo Chigi, adesso “Giuseppi” Conte viene messo alla porta, esattamente come accade nei movimenti padronali, carismatici, dove uno vale tutti e chi crea, distrugge. Anzi crea e distrugge senza dover rendere conto di coerenza e incoerenza, compreso il clamoroso ritorno della piattaforma Rousseau, che per primo era stata proprio Grillo a mettere in discussione. Il “principe azzurro” Conte ormai vale poco più di una scarpa usata per Beppe Grillo, che nel corso del suo video ha fatto l’annuncio tanto atteso dagli irriducibili: “Indìco la consultazione in rete degli iscritti al MoVimento 5 Stelle per l’elezione del Comitato Direttivo, che si terrà sulla Piattaforma Rousseau”. Il Movimento 5 Stelle torna a casa dunque, perché come ha spiegato Grillo “Il voto su qualsiasi altra piattaforma, infatti, esporrebbe il Movimento a ricorsi in Tribunale per la sua invalidazione, essendo previsto nell’attuale statuto che gli strumenti informatici attraverso i quali l’associazione si propone di organizzare le modalità telematiche di consultazione dei propri iscritti sono quelli di cui alla Piattaforma Rousseau”. L’ex comico è un fiume in piena contro quello che fino a poche settimane fa era considerato (dai grillini) il salvatore della Patria e l’uomo che avrebbe condotto il M5S alla vittoria delle prossime elezioni. “Mi sento come se fossi circondato da tossicodipendenti che mi chiedono di poter avere la pasticca che farà credere a tutti che i problemi sono spariti e che dia l’illusione (almeno per qualche mese, forse non di più) che si è più potenti di quello che in realtà si è davvero, pensando che Conte sia la persona giusta per questo”, ha attaccato Grillo. Succede spesso con le leadership cooptate, quando il “miracolato” si mette in testa di far fuori il leader, e lo sfida. Lo abbiamo visto più volte con Berlusconi sono in molti a ricordare ancora lo scontro del Cavaliere con Gianfranco Fini quando quest’ ultimo si alzo dalla platea andando verso il tavolo presidenziale chiedendogli: “Cosa fai mi cacci?”. Si chiama in parole molto semplici e comprensibili da tutti “consenso” che, per quanto diminuito e discusso, Beppe Grillo ha dimostrato di avere, dopo averlo misurato nell’ultimo decennio, trasformando l’anti-politica un in sentimento diffuso. Un consenso che sondaggi a parte (e dopo la permanenza Palazzo Chigi è in discesa continua) per Giuseppe Conte è ancora tutto da dimostrare. Si può condividere o non condividere, può piacere o non piacere, ma in politica, non si è mai assistito ad un parricidio col consenso del padre, in un movimento come il M5S che fa concorrenza ai regimi coreani per tasso di democrazia. Solo la democrazia infatti rende contendibili le leadership. Grillo con le sue parole riserva ad uno dei suoi le “attenzioni” che ha sempre riservato agli avversari, ed infatti se fosse stato un post ed avesse parlato con un video avremmo assistito ad urla e pugni sul tavolo, perché queste sono le modalità di Beppe Grillo. Quello che colpisce è questo: Il garante del M5S che spiega senza tanti giri di parole che è un incapace colui (Conte) al quale è stato affidato, anzi, ha affidato il governo del Paese per ben due volte. Se occorre una visione politica e capacità manageriale per guidare i Cinque Stelle, con tutto il rispetto a maggior ragione occorrono per guidare l’Italia e se uno non ce l’ha oggi, non ce l’aveva neanche prima. E quindi povera Italia. Se, come diceva il saggio, in ogni critica c’è un’autobiografia, questo licenziamento con o senza giusta causa di Conte, rappresenta la più grande autocritica involontaria, in rabbia veritas, che mai si sia vista nella storia recente, non male. Game over, per Conte per il suo statuto non ottocentesco, ma “seicentesco”, post medievale, ed adesso occorrerà vedere l’impatto sui “grillini”, perché magari non è la fine come fanno circolare i comunicatori (Casalino in testa) dell’ex premier, ma comunque è un colpo pesante. È chiaro che entrambi sono arrivati ad un punto di non ritorno. Di certo c’è che, accanto al tentativo andato a vuoto di Conte e dei suoi seguaci, di tentare la rottamazione del ruolo di Grillo, è stata depotenziata politicamente anche la scissione, che fino a ieri poteva sembrare un atto di forza di chi se ne va perché ha in mente un progetto politico. Da oggi Conte rappresenta solo sè stesso, cioè chi è stato cacciato prima da Palazzo Chigi e poi dalla politica, dimostrando di non voler tornare alla professione e conseguente vita privata. Non è di poco conto non aver un simbolo, risorse per impiantare un nuovo soggetto politico ed è ora costretto ad immergersi sott’acqua e nuotare nei fondali del mare aperto, alla ricerca del consenso da ricercare sapendo che il mare è immenso e profondo. Molto profondo per chi come Conte a stento sa nuotare in una piscina da club-vacanze! Nella politica italiana ogni stagione fa storia a sé ma i precedenti dicono che come è accaduto ad Alfano e Renzi, ma anche a Massimo D’Alema la tentazione della scissione conduce all’anonimato. E parliamo di gente abituata a mangiare pane e politica, con delle capacità reattiva e doti organizzative che l’”avvocato del popolo” non ha mai dimostrato di avere. Se vuoi fondare nuovo partito non si può passare quattro mesi per redigere uno statuto….Quello che sta accadendo nel M5S seppure con modalità diverse, riporta alla memoria la stessa dinamica che portò alla nascita del governo Draghi, quando Conte, con una buona parte del gruppo dirigente del Movimento (quelli che vogliono restare in Parlamento nonostante la regola-limite dei due mandati di legislatura) provò a ostacolarne la nascita, con il progetto di andare verso le elezioni anticipate. Ricordate “Conte o morte”? Il ribaltamento di prospettive di Grillo suona anche come l’occasione per un redde rationem. “Vediamo cosa hanno il coraggio di fare”, attacca un parlamentare filo-Grillo riferendosi alla truppa di senatori da Paola Taverna a Stefano Patuanelli dal “miracolato” Mario Turco a Ettore Licheri considerati i più vicini a Conte. Ebbene Beppe Grillo sparigliò le carte di Conte, nacque il governo Draghi e non è morto nessuno. O meglio sono morte le ambizioni politiche dell’avvocato della provincia foggiana. Una trama che sembra riproporsi, non sul Governo, ma bensì nel Movimento 5 Stelle, di cui Grillo nei momenti più difficili ed importanti ha sempre dimostrato di rappresentare l’anima profonda, lo zoccolo “duro”. Adesso è il momento dello sbandamento totale interno al M5S, da domani partirà un’altra puntata, quella del “chi sta con chi”, e bisogna vedere se Conte sarà capace di superare un’ ostacolo che sembra insormontabile, non potendo offrire garanzie di alcun genere a chi lo vorrebbe seguire, e capire sulla base di quale progetto politico voglia restare a galla, a partire dalla collocazione del Movimento nel governo, anche perché Conte sostenuto dai suoi oracoli Travaglio e Casalino sinora ha parlato solo di statuti. E’ arrivato il momento per “Giuseppi” di misurarsi col consenso popolare.

"Non ha visione politica": Grillo bombarda Conte. E lui sceglie il silenzio. Francesca Galici il 29 Giugno 2021 su Il Giornale. Botta e risposta a distanza tra Conte e Grillo, che ha risposto alla conferenza stampa dell'ex premier sconfessando la sua idea di leadership. Continua la guerra intestina tra l'aspirante capo politico del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, e Beppe Grillo, padre fondatore che in questi giorni ha ripudiato il suo pupillo. Grillo in queste ore ha silurato l'avvocato, che durante la conferenza stampa che si è tenuta lunedì 28 giugno ha preteso pieni poteri all'interno del Movimento, dichiarando di non voler essere un "capo dimezzato". Durissima la replica di Grillo: "Non può risolvere i problemi del Movimento, non ha la visione politica". Il video sul blog era atteso già nelle ore successive ma ci è voluto un po' a Grillo per preparare una risposta adeguata alle bordate dell'ex premier. Se non era ancora chiaro, con l'ultimo botta e risposta Beppe Grillo ha definitivamente esautorato Giuseppe Conte, che quindi non prenderà la guida politica del Movimento 5 Stelle. L'ex comico è un fiume in piena contro quello che fino a poche settimane fa era considerato (dai grillini) il salvatore della Patria e l'uomo che avrebbe condotto il M5S alla vittoria delle prossime elezioni. "Mi sento come se fossi circondato da tossicodipendenti che mi chiedono di poter avere la pasticca che farà credere a tutti che i problemi sono spariti e che dia l’illusione (almeno per qualche mese, forse non di più) che si è più potenti di quello che in realtà si è davvero, pensando che Conte sia la persona giusta per questo", ha attaccato Grillo. L'elevato, quindi, infilza l'avvocato del popolo grillino: "Conte può creare l’illusione collettiva (e momentanea) di aver risolto il problema elettorale, ma non è il consenso elettorale il nostro vero problema. Il consenso è solo l’effetto delle vere cause, l’immagine che si proietta sullo specchio. E invece vanno affrontate le cause per risolvere l’effetto ossia i problemi politici (idee, progetti, visione) e i problemi organizzativi (merito, competenza, valori e rimanere movimento decentralizzato, ma efficiente)". Tra la supercazzola e l'affondo a Conte, Beppe Grillo sostiene che questi problemi non possano attualmente essere risolti dall'ex premier, perché "non ha né visione politica, né capacità manageriali. Non ha esperienza di organizzazioni, né capacità di innovazione. Io questo l’ho capito, e spero che possiate capirlo anche voi", ha detto rivolgendosi agli elettori M5S. Le parole di Beppe Grillo contro Giuseppe Conte pesano come macigni e nascondono accuse precise: "Non possiamo lasciare che un movimento nato per diffondere la democrazia diretta e partecipata si trasformi in un partito unipersonale governato da uno statuto seicentesco. Le organizzazioni orizzontali come la nostra per risolvere i problemi non possono farlo delegando a una persona la soluzione, perché non sarebbero in grado di interiorizzarla quella soluzione e di applicarla". Inutile dire che Beppe Grillo ha la soluzione, che non prevede più la presenza di Giuseppe Conte, ossia "fare in modo che la soluzione decisa, in modo condiviso, venga interiorizzata con una forte assunzione di responsabilità da parte di tutti e non di una sola persona. La trasformazione vera di una organizzazione come la nostra avviene solo così". Per Grillo non si può e non si deve affidare tutto in mano a una persona, perché questo è sintomo di fallimento nelle organizzazioni orizzontali. Ma "assumersi la responsabilità significa smettere di drogarsi, smettere di voler creare l’illusione di una realtà diversa da quella attuale ed affrontarla. Insieme, con i tempi e le modalità giuste. Come una famiglia, come una comunità che impara dagli errori e si mette in gioco senza rincorrere falsi miti, illusioni o principi azzurri che possano salvarla". Il "principe azzurro" Conte ormai vale poco più di una scarpa usata per Beppe Grillo, che nel corso del suo video ha fatto l'annuncio tanto atteso dagli irriducibili: "Indìco la consultazione in rete degli iscritti al MoVimento 5 Stelle per l’elezione del Comitato Direttivo, che si terrà sulla Piattaforma Rousseau". Il Movimento 5 Stelle torna a casa dunque, perché come ha spiegato Grillo "l voto su qualsiasi altra piattaforma, infatti, esporrebbe il Movimento a ricorsi in Tribunale per la sua invalidazione, essendo previsto nell’attuale statuto che gli strumenti informatici attraverso i quali l’associazione si propone di organizzare le modalità telematiche di consultazione dei propri iscritti sono quelli di cui alla Piattaforma Rousseau". Un armistizio tra Grillo e Casaleggio che consentirà la votazione in via temporanea per mettere le basi per il Movimento del futuro, come voluto dal capo del Movimento. "Chiederò, poi, al neo eletto Comitato direttivo di elaborare un piano di azione da qui al 2023. Qualcosa di concreto, indicando obiettivi, risorse, tempi, modalità di partecipazione vera e, soprattutto, concordando una visione a lungo termine, al 2050", ha sentenziato Grillo. E Conte? Probabilmente l'avvocato del popolo si sta preparando a fondare il suo partito, che inizierà una guerra fratricida con il Movimento 5 Stelle. Per il momento Giuseppe Conte preferisce tacere. Parlerà più avanti ma l'Adnkronos ha raggiunto persone a lui vicine, che parlando di un ex premier amareggiato per la decisione di Beppe Grillo, che preferisce fare il "il padre padrone". Si sente deluso dal comportamento di Beppe Grillo, visto che negli ultimi 4 mesi si è speso per il Movimento per poi ricevere il benservito senza troppi complimenti, in un momento in cui il M5S "mostra chiaramente di necessitare di passi avanti sul fronte della democrazia interna".

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

Beppe Grillo, i "vaffa" dalle chat del M5s: "Ci disiscriviamo", il pressing su Conte per un nuovo partito. Libero Quotidiano il 29 giugno 2021. Beppe Grillo potrebbe aver dato il colpo di grazia al Movimento 5 Stelle. La presa di posizione contro Giuseppe Conte è stata durissima, avendolo definito - tra le altre cose - un uomo senza visione politica né capacità manageriali. Inoltre ha sconfessato il lavoro che l'ex premier ha svolto in questi mesi, annunciando una votazione per l'elezione del Comitato direttivo che si terrà sulla piattaforma Rousseau, alla quale Conte era riuscito con grande fatica a togliere i dati degli iscritti. Nel frattempo è stata convocata per domani sera l'assemblea dei deputati grillini a Montecitorio: il punto all'ordine del giorno sarà ovviamente solo uno, il futuro del Movimento 5 Stelle. Il confronto è già iniziato nelle chat dei parlamentari grillini, a dir poco infuocate: "Ancora e di nuovo Rousseau? Ma anche no", "io così non ci sto, mi disiscrivo", sono solo alcuni dei messaggi contro il garante, accusato di aver generato una catastrofe. "Questa è la morte del Movimento, Grillo ci sta distruggendo", annuncia amaramente qualcuno. Ma soprattutto sono in tanti a essere straniti dal ritorno tra le braccia di Davide Casaleggio. Così come molti si interrogano già su un eventuale partito di Conte: "Bisogna farlo ora", dice qualcuno dei fedelissimi dell'ex premier. Ma potrebbe essere comunque troppo tardi, anche perché ieri Conte aveva dichiarato di non avere alternative pronte: forse era sicuro del fatto che si sarebbe arrivati a un accordo con Grillo, e invece la rottura è stata netta e assolutamente insanabile. 

Danilo Toninelli sconcertante: "Grillo e Conte la coppia migliore che si possa avere". E Luca Bizzarri lo umilia in pubblica piazza. Libero Quotidiano il 29 giugno 2021. Capolavori che soltanto un fuoriclasse come Danilo Toninelli. Già, il M5s si sta sgretolando sotto i colpi della battaglia tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte. Ultimo atto, la conferenza stampa del premier di ieri, lunedì 28 giugno, in cui ha chiesto un voto su un nuovo Statuto, il suo, che di fatto depotenzierebbe in toto o quasi il comico ligure. Questa la risposta dell'ex premier agli insulti e alla sbroccata-video di Grillo di qualche giorno prima. E Toninelli che fa? Presto detto, incensa i due, si spende nell'elogio dei leader che stanno distruggendo il giocattolino pentastellato, arrivando a definirli "la coppia migliore che la politica possa avere". Incredibile, ma vero. E ancora, il reginetto delle gaffe con le cinque stellette aggiunge, sui social: "Da una parte un visionario con i piedi ben piantati nel #M5S e dall’altra una persona capace e competente che ha già dato prova di sé. Questi sono fatti che vanno ben oltre le regole e gli statuti". E si resta francamente interdetti. Ovviamente, copiose e pungenti, sono piovute le repliche contro l'ex ministro delle Infrastrutture. Molti militanti e persone "normali" che lo hanno ferocemente dileggiato. E poi spunta, tra gli altri, anche Luca Bizzarri: "C’è sempre un amico della coppia che dimostra di non aver capito niente di quel che succede e mentre quelli vanno dall’avvocato dice come son carini insieme", lo ridicolizza. Quindi Osho, il celebre vignettista che impazza sul tempo: "Bagnate 'n po' la testa", taglia corto. Toninelli ridicolizzato ancora.

Giuseppe Conte e Beppe Grillo, la bomba di Domenico De Masi: "Un dramma personale dietro allo scontro". Libero Quotidiano il 29 giugno 2021. Sostiene che ci sia un "dramma personale". Perché "Conte e Grillo si parlano poco". Il sociologo Domenico De Masi, amico di Beppe Grillo ed esperto del fenomeno M5s, nonché "mediatore fra lui e Conte" ("ma si esagera"), in una intervista a Il Messaggero, testimonia "che nei mesi scorsi Grillo ha parlato molto più con Draghi che con Conte". E secondo De Masi, l'ex presidente del Consiglio ha commesso un errore a porre Grillo di fronte allo Statuto elaborato da lui: "Conte sta sbagliando", innanzitutto "perché è poco flessibile. Ad un certo punto ha ribadito che il leader di un partito deve scegliersi anche la struttura di comunicazione. Ora, per carità si tratta di un pilastro importante, ma un qualche compromesso si può fare". Invece "Conte sta dicendo che o si fa come dice lui o salta tutto". Ma i Cinque stelle, osserva De Masi, posto che la leadership resta comunque "fondamentale", "hanno una liturgia corale che va in qualche modo mantenuta. Conte ha detto troppi io quando ha rivendicato la scelta dei candidati per Napoli e per la Calabria sui quali si è consultato con il Pd e le altre forze della sinistra. Ma non è così che si costruisce un partito". Se i pentastellati, ragiona il sociologo, sono arrivati a prendere il 33 per cento, è "perché erano un tavolo con cinque gambe". "Quella governista di Di Maio e Patuanelli. Quella movimentista di Dibba. Quella tecnologica rappresentata dalla piattaforma Rousseau che con tutti i suoi limiti è stata una grande innovazione a livello europeo. Quella radicale anti-casta. Quella carismatica di Grillo e di Casaleggio padre. Alcune di queste gambe sono già state segate ma se si esagera il tavolo crolla". Ora è molto difficile prevedere come si concluderà questo braccio di ferro tra Grillo e Conte: "Siamo al 50% contro un altro 50%", conclude De Masi. "In queste situazioni potrebbe prevalere l'emotività agli interessi collettivi. Sarebbe un peccato perché miracolosamente e nonostante mille peripezie i 5 Stelle mantengono da un anno fra il 15 e il 18% dell'elettorato. Segno che la società italiana continua a chiedere qualcosa proprio a loro". 

Ila. Lom. per "la Stampa" il 29 giugno 2021. «Lo statuto? Ha detto di mettere al voto lo statuto? Col cazzo che lo mettiamo al voto. Lo decido io se e quando». La brutalità della sintesi ci consente di consegnare le frasi così come ci vengono raccontate da chi ha parlato con Beppe Grillo, lasciando all'immaginazione il resto: la furia del comico, le urla al telefono, il ragionamento che si spezza e precipita verso la decisione di un gesto che sarebbe definitivo se non venisse fermato all' ultimo da più mani amiche. Il fondatore del M5S era pronto a pubblicare un video. Il video poi si è trasformato in un post, da mandare in rete attorno all' ora di cena, per rispondere a Conte, e a quello che ha detto nella lunga conferenza stampa del Tempio di Adriano, come ha risposto alla politica per dieci anni. Con un gigantesco, liberatorio e facile "vaffa". Non arriva a farlo - ma forse lo farà oggi - perché gli chiedono di pensarci su una notte, di andare a dormire per non reagire con la pancia, continuando in questo estenuante ping pong tra offesi. Il telefono di Pietro Dettori, uno dei pochi che tiene i contatti diretti con Grillo, non smette di suonare un attimo. Tutti, nel M5S, chiedono aggiornamenti. Chiedono come l'abbia presa. «Malissimo» è la risposta. Grillo fa filtrare che uscirà con un video. E non sarà tenero. Non con chi ha ritenuto di andare davanti alle telecamere per dirgli di scegliere se essere un padre generoso o un padre padrone. «Come si permette a dirmi così? Che fa, pensa di costringermi a dire sì in questo modo?». Padre padrone lo è stato, Grillo, per tutti questi anni, e lui è il primo ad averlo sempre saputo, al punto da scherzarci su, al punto da arrivare ad auto battezzarsi l'Elevato, con l'ironia del demiurgo-comico che si gioca a dadi il destino del M5S. Non è mai stato abituato al duello, all' opposizione interna, a qualcuno che gli dicesse di «no». «Voglio essere libero di fare e dire quello che voglio»: la sua creatura, spiegava ancora ieri, è la "sua" creatura. E come ha detto a Conte: è lui ad aver costruito la casa dove l'ex premier è stato invitato a entrare. Tra l'avvocato e il comico nelle ultime 48 ore c'era stato un fittissimo scambio di mail. Grillo ha scritto a Conte cosa non andava nello statuto e ha avanzato precise richieste. Alcune chiedevano di modificare i poteri attribuiti al garante, rafforzandoli anche rispetto al vecchio statuto del M5S. Una scelta, sembra, di tattica negoziale: per fingere di cedere su qualcosa e mantenere intatta la sostanza del suo potere assoluto. O almeno così l'ha vissuta Conte. La telefonata che ne è seguita è servita all'avvocato per anticipare quello che avrebbe detto l'indomani. Non esiste una diarchia. La comunicazione, la politica estera, le strategie, sono decisioni che spettano al leader e agli organi previsti nel nuovo statuto. Concetti che ripeterà 24 ore dopo e che scateneranno la rabbia di Grillo. Sono le sei e mezzo del pomeriggio quando il comico fa sapere che reagirà duramente. Non ha apprezzato la totale mancanza di flessibilità del premier e quel passaggio sul voto sullo statuto che è suonato come un referendum tra i due: «Non è lui, che non è ancora capo politico, a decidere quando si vota». I mediatori si fiondano a cercare una tregua che in quei momenti non sembra possibile. Anche Luigi Di Maio, nelle pause del vertice della coalizione anti-Isis e dei colloqui a Roma con il segretario di Stato americano Antony Blinken, si tiene informato e, togliendosi per qualche minuto la casacca da ministro degli Esteri, tenta disperatamente di inviare messaggi di calma a Grillo. Lo ha imparato a conoscere in questi anni. Sa che Conte ha ragione quando chiede una totale «agibilità politica», per non finire commissariato dagli umori del comico come lo fu lui. Ma Di Maio sa anche che Grillo non può essere pensionato come se nulla fosse. «Deve rimanere il garante sapendo di poter esercitare questo ruolo», è il suo pensiero. Alle undici di sera il garante non ha ancora sparato sul blog la sua fatwa definitiva contro Conte. Né un videomessaggio, né un post. Forse lo hanno convinto a dormirci su. Ma i grillini controllano il cellulare ogni cinque minuti. Non si fidano, fino in fondo: «Con Beppe non sai mai come va a finire».

DAGONEWS il 28 giugno 2021. L’ultima telefonata tra Grillo e Conte si è rivelata un disastro. Giuseppi gli ha gridato di volere il simbolo, BeppeMao gli ha risposto “scordatelo, guarda che sono io che mi sono fatto a nuoto lo stretto di Messina”. Grillo è convinto che Conte sia manovrato dall’egocentrismo di Ta-Rocco Casalino e che l’ex premier per caos si sia montato la testa. Buongiorno Beppe...

Beppe Grillo, rissa al telefono con Giuseppe Conte: "Scordatelo, sono io quello che si è fatto...", la frase sconcertante. Libero Quotidiano il 29 giugno 2021. La rottura è definitivamente compiuta. Affondano le speranze di che pensava di poter vedere una riappacificazione tra Giuseppe Conte e Beppe Grillo. Nel tardo pomeriggio di ieri, lunedì 29 giugno, il primo ha replicato al secondo con toni durissimi. L'ex premier ha chiesto di votare un nuovo statuto M5s, da lui scritto, che prevede sì il ruolo di garante per il comico, ma che sia un ruolo quasi figurativo. Insomma, il presunto avvocato del popolo chiede pieni poteri grillini. Per ora, la replica ufficiale di Grillo non è arrivata. Ci si limita agli sfoghi fatti trapelare su Dagospia, in cui bolla Conte come "in balia di Marco Travaglio", come "un arrogante", per arrivare anche a dileggiarlo per come si fece "soffiare" la poltrona a Palazzo Chigi quando arrivò Mario Draghi. Allo scontro finale, lo si ricorda, si è arrivati dopo una telefonata, avvenuta domenica, tra Grillo e Conte, l'ultimo tentativo di riconciliazione clamorosamente fallito. E su quella telefonata, ecco che ancora da Dagospia arrivano ulteriori dettagli. Definita "un disastro", secondo Dagospia, Conte avrebbe chiesto a Grillo di volere il simbolo del M5s. E il comico gli avrebbe risposto: "Scordatelo, guarda che sono io che mi sono fatto nuoto lo stretto di Messina". Insomma, si vola altissimo...

Beppe Grillo, lo sfogo con un fedelissimo: "Giuseppe Conte? Arrogante in balia di Marco Travaglio". Libero Quotidiano il 29 giugno 2021. L'avvocato del popolo o presunto tale mira in alto, in altissimo. Giuseppe Conte ha replicato a Beppe Grillo chiedendo un voto al M5s sul nuovo statuto, quello scritto proprio dall'ex premier e che prevede, di fatto, un accantonamento definitivo del comico. Sì, nelle intenzioni di mister pochette, a Grillo, resterebbe il ruolo di garante, ma totalmente depotenziato, quasi figurativo. Insomma, altro che tregua, altro che pace. La guerra tra i due è apertissima e dall'esito incertissimo. Nella serata di ieri, lunedì 28 giugno, era prevista la risposta di Beppe Grillo. Era atteso un video nel quale il guitto ligure avrebbe replicato alle sparacchiate dell'avvocato. Ma quel video non è arrivato. Però, sono filtrate alcune delle parole di Grillo, riportate da Dagospia. Un pensiero, furibondo, che il garante pentastellato avrebbe "offerto" a un suo amico, a uno degli esponenti del suo inner-circle. "Ho ascoltato le dichiarazioni di un arrogante, il discorso di una persona che non è duttile e proprio per la sua mancanza di duttilità Conte ha perso il governo, quando pensava di uscire vittorioso reclutando al Senato i famosi responsabili", ha subito sparato ad alzo zero. Dunque, Grillo avrebbe rincarato: "È un uomo in balia del Travaglio-pensiero. Preferisce un ideologo come Travaglio a un visionario", avrebbe concluso Grillo. Ovvio il fatto che il visionario sarebbe lui, il comico. Gli affondi contro Travaglio, al contrario, arrivano dopo che il direttore del Fatto Quotidiano ha preso una nettissima posizione in favore di Conte, riempiendo quotidianamente di insulti il comico dalle pagine dell'house-organ contiano. Già, anche i grandi amori finiscono...

Tommaso Labate per il "Corriere della Sera" il 28 giugno 2021. «Allora, Giuseppe, possiamo fare così. I vicepresidenti del Movimento te li poi scegliere tu, va bene?». Nella robusta task-force di mediatori tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte raccontano che, durante la telefonata pomeridiana tra i due, a un certo punto è venuta fuori l'apertura del garante sulla scelta dei vice, a cui nello Statuto è dedicato un paragrafo. E che quello è stato il momento in cui all'ex presidente del Consiglio è scappata una specie di risata liberatoria, l'unica all' interno di una telefonata che è cominciata bene ma finita male. «Scusa, Beppe, ma i vicepresidenti chi li dovrebbe scegliere, se non il presidente? Questa non mi sembra un'apertura. Nulla di personale con te, credimi. Ma la verità è che hai distrutto il progetto...». All'ora di cena, quando sui terminali delle agenzie di stampa s' avanza la tesi del disgelo tra i due litiganti, nel bunker di Conte continua a tirare la stessa aria degli ultimi tre giorni. Che sia una tattica o una strategia, che sia un bluff o meno, l'atmosfera è quella della rottura. La cerchia ristretta dell'ex premier ha chiuso i contatti con il mondo fuori. E quello che filtra dai messaggini che partono dai fedelissimi di Grillo e raggiungono il gruppetto degli ambasciatori si può riassumere in tre parole: «Le distanze rimangono». Formalmente, anche se i colpi di scena sull' annullamento della conferenza di addio adesso sarebbero molto meno che clamorosi rispetto all' altroieri, il punto stampa dell'avvocato rimane virtualmente programmato per oggi pomeriggio. Anche se i dettagli logistici sono tutti da definire. La domenica di Conte si apre come si aprono tutte le giornate che sembrano interlocutorie, quelle della quiete prima della tempesta. L'avvocato si muove come un ciclista su pista che sceglie la tecnica del surplace: rimane fermo, immobile, in attesa di sorprendere l'avversario, che magari su muove per primo. E infatti la prima mossa la fa Grillo. All'ora di pranzo, lo smartphone dell'ex presidente del Consiglio si illumina. Mittente memorizzato in rubrica «B.G.», il messaggio recita: «Possiamo sentirci?». La telefonata, istruita dai tanti che lavorano all' armistizio, Di Maio in testa, parte bene ma finisce male. La partenza buona è quella in cui i due contendenti chiariscono che nella disputa non c' è nulla «di personale». Quella negativa, per il futuro prossimo dei Cinque Stelle, è nelle «aperture» del garante che per l'ex premier non lo sono affatto. E in quel messaggio finale espresso dalla viva voce di Conte, di cui anche il destinatario parlerà con i suoi: «Beppe, la verità è che hai distrutto il progetto...». A poche ore dalla possibilità di dire addio all' offerta di guidare i Cinque Stelle, Conte non ritiene di avere l'agibilità politica necessaria per accettare l'incarico; non crede nemmeno che la marcia di avvicinamento al varo della nuova nave M5S sia sinonimo - eufemismi a raffica - di una navigazione serena. Le aperture proposte da Grillo nella telefonata di ieri vengono considerate non tanto insufficienti, quanto calibrate su temi di poco conto, come per l'appunto la scelta dei vicepresidenti. Il resto delle valutazioni sarà affidato a una lunga notte e a una mattinata che si annuncia complicata. Alle dieci di sera, l'unico lavoro autorizzato dall' avvocato è quello della ricerca di un posto in cui tenere la conferenza stampa di oggi. I punti su cui insistere, nel caso si arrivasse per davvero alla resa dei conti, sono fin troppo definiti. «Nulla di personale», «non ho l'agibilità politica», «grazie per avermi contattato» e quindi tanti saluti. Per arrestare la girandola impazzita di un progetto che rischia di finire nel cestino prima ancora che la sua leadership veda la luce, insomma, c'è sempre meno tempo. L'ultimo giro di giostra era iniziato prima del fine settimana, con l'avvocato che pretendeva dal garante un messaggio pubblico in cui si rimangiava la sostanziale «diarchia» disegnata giovedì sera all' assemblea dei parlamentari. Poi c'è stata la telefonata di ieri, un messaggio privato ma senza le aperture chieste da Conte. Rimane lo spazio di una mattina per tentare di rimettere il treno sui binari. E quella mattina è arrivata.

La sfida di Conte a Grillo: «Basta padri-padroni». A un passo dalla rottura. L’ex premier non media, rilancia e detta le condizioni al garante per rimanere nel M5S. Rocco Vazzana su Il Dubbio il 29 giugno 2021. «Non sarò leader dimezzato o prestanome». I pontieri hanno sperato fino all’ultimo momento che la conferenza stampa indetta da Giuseppe Conte sarebbe stata l’occasione di stemperare i toni, di uscire dall’incomunicabilità in cui si erano cacciati fondatore e aspirante rifondatore negli ultimi giorni. Invece, l’ex premier si presenta al Tempio di Adriano carico, deciso a sfidare fino alle estreme conseguenze Beppe Grillo. Non cerca mediazioni Conte, pone condizioni. Inderogabili. Tocca al garante fare un passo indietro, decidere se essere «genitore generoso», che si fa da parte dopo aver aiutato il bimbo a camminare sulle proprie gambe, «padre padrone», che tutto vuole controllare. Nel Movimento che l’avvocato ha in mente non c’è spazio per diarchie o ambiguità. Il capo politico decide la linea, il garante si limita a presiedere gli organismi di garanzia. Basta commistioni. Una diarchia non sarebbe funzionale” ha affermato. «Ho avuto un fittissimo scambio di mail con Beppe Grillo», racconta l’ex premier, dopo aver ricordato di essersi limitato a rispondere a un’offerta di rifondazione del Movimento arrivata proprio dal cofondatore. Che poi però non ha gradito la fuga in avanti di Conte sullo Statuto e sulla Carta dei valori e ha iniziato recriminare, a inviare osservazioni. Accolte «in buona parte», spiega ora l’avvocato. «Altre non posso accoglierle perché alterano il disegno e creano confusione di ruoli e di funzioni», mette in chiaro. Perché un capo politico non può accettare la convivenza con un «leader ombra», né rinunciare al «pieno controllo della comunicazione». Non ha senso, insiste l’aspirante capo, «imbiancare una casa che necessita di una profonda ristrutturazione». Le operazioni di «facciata» non possono funzionare, soprattutto in un momento in cui il Movimento «rischia una fase di declino» e «ha bisogno di una leadership forte, solida e chiara». I parlamentari, che ascoltano a distanza le parole dell’ex premier, si dividono in tifoserie. C’è chi pensa che Conte abbia fatto bene a spazzare via dal tavolo ogni ambiguità e chi commenta sbigottito la reazione decisa dell’avvocato. Si è «autodistrutto» commenta una parlamentare col Dubbio, il capo politico in pectore è convinto «che tutti lo amiamo ma nessuno lo seguirà se rompe con Beppe». Perché Grillo resta il faro inviolabile «anche per gli eletti al secondo mandato», ci tiene a sottolineare un deputato già in scadenza, «non è vero che solo i nuovi stanno col fondatore». Un dettaglio che forse a Conte, convinto di aver «studiato» a fondo la storia del M5S, sfugge quando rivolge un appello all’intera comunità pentastellata perché partecipi in maniera attiva alla contesa, scegliendo sulla nuova piattaforma se dare fiducia al nuovo progetto. Che in soldoni significa scegliere tra l’ex avvocato del popolo e l’ex comico. Una scommessa forse troppo ardita, persino per chi sente di godere ancora del sostegno di una buona fetta dell’opinione pubblica. Conte decide di fare “all in” anche se dice non avere «piani B» già pronti, valuterà il da farsi solo in caso di fallimento dell’operazione rifondazione: un percorso che dovrebbe trasformare la creatura di Grillo in un partito tradizionale, con tanto di organismi e scuole di formazione politica. Una visione un tantino distante da quella del fondatore. Eppure, quando tutto sembra perduto e tutti compulsano con impazienza il blog dell’elevato in attesa di una risposta annunciata alle agenzie, i big pentastellati provano ancora a fare da pompieri. «Stiamo remando tutti nella stessa direzione, il MoVimento è pronto ad evolversi, coraggio. Confido nell’intesa», dice Luigi Di Maio. «Dialogo e confronto sono fondamentali, siamo una forza matura, dotata di buon senso, visione e concretezza», aggiunge fiducioso. E il presidente della Camera, Roberto Fico, aggiunge in Tv: «Ne abbiamo vissute tante, siamo cambiati, ma fondando il nostro pensiero sempre alle radici che ci hanno contraddistinto», dice, «sono ottimista». Chi si sfila fuori dalla contesa, apparentemente indifferente alle sorti di questo M5S, è Alessandro Di Battista, che dal suo viaggio sudamericano commenta su Facebook: «Fino a che il Movimento sosterrà tale governo, un governo dei potenti, io sarò orgogliosamente dall’altra parte della barricata».

Ma dalla reazione di Grillo dipenderà anche il futuro del M5S in maggioranza.

Oggi l’ex premier consegnerà una sua bozza dello Statuto. Caos M5S, Conte: “Non sarò leader a metà”. Grillo: “Ha esagerato”. Elena Del Mastro su Il Riformista il 29 Giugno 2021. Il gelo nel Movimento 5 Stelle si consuma nelle ore del caldo estivo. Almeno per il momento, in attesa di una risposta ufficiale di Beppe Grillo alle parole di Giuseppe Conte della lunga conferenza stampa al Tempio di Adriano a Roma. Una risposta che potrebbe arrivare con un video via blog. Beppe Grillo “decida se essere un genitore generoso o un padre padrone. Io non farò da prestanome”. Ha detto l’ex premier Giuseppe Conte. Ha sottolineato le “divergenze” con il garante e ha imposto condizioni per proseguire nel suo lavoro di “ricostruzione” del progetto pentastellato e rimanda la palla nel campo del "garante". “Ha esagerato”, confida Grillo a chi ha avuto modo di parlare con lui come riportato dal Corriere della Sera. L’irritazione del fondatore sarebbe soprattutto “per i toni arroganti di chi non cerca il dialogo ma pone aut aut”, rivelano al Corriere alcune fonti vicine a Grillo. Nella giornata precedente il fondatore del M5S sembrava pronto alla trattativa. Aveva messo nero su bianco in una mail i punti su cui era disposto a trattare. Tra i due c’era stata anche una telefonata. Bisognerà attendere la prossima mossa di Grillo. Nel movimento si vocifera che Grillo voglia far sedimentare la rabbia e scoprire meglio le carte di Conte. Una cosa è certa: da quando è nato il Movimento nessuno aveva mai sfidato così apertamente il garante. E la regola non scritta che vige tra i Cinque Stelle è che “Chi si mette contro Beppe perde”. Forse vincerà qualche posizione più addolcita a cui però Conte non sembra voler cedere.

Le parole di Giuseppe Conte. Quello che l’avvocato pugliese ha ribadito, è che “una forza politica che ambisce a guidare il Paese non può affidarsi a una leadership dimezzata” e “su questo aspetto non possono esservi mediazioni, serve una leadership forte e solida”. Una “diarchia non può essere funzionale, non ci può essere un leader ombra affiancato da un prestanome e in ogni caso non poteri essere io”, rimarca. “Ci sono state degli equivoci con Beppe. Per me le operazioni di facciata e restyling non bastano, lo avevo detto sin da subito. Dobbiamo cambiare noi se vogliamo cambiare la società”, spiega. “Per Beppe mi è sembrato ritenere che tutto vada bene così, salvo alcuni moderati aggiustamenti – confida – Non credo che abbia senso imbiancare una casa che necessità di una profonda ristrutturazione”. Conte ricorda di aver “rifiutato” una candidatura calata dall’alto già qualche mese fa, perché il Movimento già gravava in una situazione di disorientamento per la “mancanza di leadership solida” oltre ad essere “lacerato da contraddizioni e ambiguità”. L’ex capo di Palazzo Chigi ha ricostruito questi mesi lontano dalla politica come un tempo fruttuoso: “In questi mesi ho studiato e letto tutto quella che c’era da sapere anche sulla storia dei 5 Stelle, ho parlato con numerosi dirigenti e semplici attivisti”. Grazie al confronto, dice, ha riscritto lo Statuto, lo ha pensato e ha lottato per portare a termine il divorzio da Rousseau riprendendosi i dati degli iscritti. In giornata Conte consegnerà, infatti, la bozza di Statuto al Movimento e chiede poi agli organi del partito di farlo votare online dagli iscritti. “Con nuovo statuto il garante potrà sfiduciare il leader, ovviamente sottoponendo la proposta al voto dell’assemblea ovviamente”, annuncia aprendo così la strada del compromesso con Grillo. “Se altro partito? Non ho piani B”, assicura. Ora si attende la risposta del fondatore del Movimento 5Stelle.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

La conferenza dell'ex premier. Conte, ultimatum a Grillo: “Decida se vuole fare genitore padrone, non farò il prestanome”. Carmine Di Niro su Il Riformista il 28 Giugno 2021. Al Tempio di Adriano di Roma Giuseppe Conte segna un altro passo verso la ‘rinuncia’ alla leadership del Movimento 5 Stelle e di fatto pone le basi per un futuro lontano dai pentastellati e soprattutto da Beppe Grillo se non verrà accettato il suo progetto politico. L’ex presidente del Consiglio nel corso di una attesa conferenza stampa ha ripercorso le tappe che hanno portato allo strappo, ufficializzato di fatto oggi: fatali le “diversità di vedute su alcuni aspetti fondamentali” con Grillo emerse nell’approssimarsi all’appuntamento per il lancio del ‘nuovo’ Movimento. È emerso, ha chiarito Conte, “un equivoco di fondo: io credo che non abbia senso imbiancare una casa che ha bisogno di profonde ristrutturazioni. L’ho sempre detto, non mi sarei mai prestato ad una operazione di facciata, di puro restyling”. “Io non posso assumere una decisione solo con il cuore se la mia testa mi suggerisce che il percorso è sbagliato. Non posso prestarmi ad un’operazione in cui non credo“, ha aggiunto l’avvocato pugliese. Andando a ritroso nel tempo Conte torna a quando disse “io sono e ci sarò” agli “amici” dei 5 Stelle. “Confesso che non avevo un’idea di impegno preciso – ha ammesso l’ex premier -. Fu una frase di affetto e riconoscenza per la lealtà e la reciproca fiducia tra noi. Pochi giorni dopo Beppe Grillo mi chiese di entrare nel Movimento. Poi mi invitò al Forum, dove rifiutai di entrare nel M5S ritenendo che una mia investitura a freddo fosse un’operazione del tutto inadeguata”. Quindi il passaggio all’Hotel Forum e al confronto col garante e fondatore del Movimento: a Grillo Conte spiega di aver elencato “alcune carenze, ambiguità che impediscono le grandi potenzialità di questa forza politica che potrebbero dispiegarsi appieno. Ho illustrato una serie di innovazioni secondo me indispensabili”, temi sui quali si è materializzata la rottura. Dall’incontro all’Hotel Forum “ci siamo lasciati con il mio impegno a elaborare un progetto di riforma del M5S, che una volta condiviso ci avrebbe fatto partire con il piede giusto. Ho iniziato quindi a lavorare ad una sfida complessa ma anche stimolante. In questi 4 mesi ho studiato tanto, ho studiato gli Statuti del M5S, ho ascoltato suggerimenti di parlamentari, sindaci e singoli iscritti”. Una posizione, quella di Conte, che nasce da un ragionamento secondo cui “dopo la fase di crescita del Movimento, oggi rischiamo di entrare in una fase di declino se non rilanciamo in modo nuovo la forza” dei 5 Stelle, spiega l’ex premier. Il punto di scontro con Grillo resta quello dello Statuto e dei rispettivi ruoli dell’ex presidente del Consiglio e del garante. A tal proposito Conte rivela di aver avuto “un un fittissimo scambio di mail con Grillo, ho accolto un buon numero delle sue osservazioni”. Ma altre non possono essere accettate perché “alterano questo disegno e creano confusione di ruoli e di funzioni. Domani mattina consegnerò i documenti frutto del mio lavoro dapprima a Grillo e poi a Crimi chiedendo che siano diffusi alla comunità. Sono condizioni imprescindibili del mio impegno”. L’obiettivo per Conte è quello di guidare una forza politica che ambisce a guidare il Paese che “non può affidarsi a una leadership dimezzata, sono stato descritto spesso come uomo delle mediazioni, ma su questo aspetto non possono esservi mediazioni, serve una leadership forte e solida, una diarchia non può essere funzionale, non ci può essere un leader ombra affiancato da un prestanome e in ogni caso non poteri essere io”. Su questo punto Conte fa quindi chiarezza, spiegando che “non ho mai detto” che i leader 5 Stelle che si sono succeduti fin qui son stati prestanome, “Luigi ha fatto benissimo. Il problema è che se si definisce oggi un impegno bisogna avere una distinzione di ruolo e funzioni.” Quanto a Grillo, Conte si rivolge al garante ricordando che “sa bene che ho avuto e avrò sempre rispetto per lui”, ma “spetta a lui decidere se essere il genitore generoso che lascia crescere la sua creatura in autonomia o il genitore padrone che ne contrasta l’emancipazione. Per lui c’è era e ci sarà sempre il ruolo di Garante, ma ci sarà distinzione tra la filiera di garanzia e la filiera degli organi di politica attiva al cui vertice ci deve essere il leader politico e la filiera di controllo”. E sempre a proposito del ruolo dell’(ex) comico genovese di garante del nuovo Movimento, Conte svela che in base al nuovo Statuto “il leader politico ha una scadenza. Poi il leader politico risente anche delle contingenze politiche, se ci sono cose che non vanno diventa automaticamente contendibile” perché il garante “prima e ha adesso la possibilità di sfiduciare il leader sottoponendo al vaglio assembleare“. Garante che non avrà alcun scudo penale, “non c’era prima e non c’è adesso, ma io non pregiudicare in alcun modo la figura del Garante”, ha spiegato Conte. L’ex premier quindi in conclusione di conferenza parla anche di alleanze e ‘scelte di campo’ del suo Movimento 5 Stelle, ribadendo come con il centrosinistra e il Partito Democratico “si lavorerà fianco a fianco, si continuerà un dialogo iniziato, si continuerà a sperimentare una reciproca fiducia e lealtà che abbiamo già sperimentato, io l’ho testata con mano con il Conte due”. Quanto al nuovo Statuto, l’ultima parola per l’ex premier spetta alla base attraverso una consultazione formale sulle sue proposte riorganizzative: “Alla comunità Cinque Stelle chiedo di non rimanere spettatrice passiva di questo processo, chiedo di partecipare a una valutazione sincera di questa proposta di Statuto e di esprimersi con un voto. Non mi accontenterò di una risicata maggioranza”. Ha fatto invece discutere l’uscita dell’ex premier sul rapporto col nuovo presidente del Consiglio Mario Draghi e sull’apporto al governo dello stesso Conte. L’avvocato pugliese ha rivendicato di aver “da subito cercato di favorire il governo Draghi“, dimenticandosi per strada la ricerca disperata dei vari ‘responsabili’, da Lello Ciampolillo a Renata Polverini, fino a Sandra Lonardo, nel tentativo di formare una nuova maggioranza dopo l’addio dei renziani di Italia Viva.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

E’ LA FINE DEL M5S. CONTE: “GRILLO VOLEVA SOLO OPERAZIONE DI FACCIATA, NON SARO’ LEADER DIMEZZATO”. Il Corriere del Giorno il 28 Giugno 2021. “Rivolgo un appello a Beppe Grillo e all’intera comunità M5S – ha detto Conte – A Beppe dico che non ne faccio una questione personale, lui sa bene che ho avuto e ho rispetto per lui. Ma non possono esserci ambiguità, spetta a lui decidere se essere il genitore generoso che lascia crescere la sua creatura o il genitore geloso. Per lui c’è e ci sarà sempre il ruolo di garante, ma ci deve essere distinzione di funzioni tra la filiera di garanzia e quella di decisione. Una forza politica che ambisce a guidare il Paese non può affidarsi a una leadership politica dimezzata”. L’ex premier Giuseppe Conte nel corso della conferenza stampa al Tempio di Adriano di Roma, a pochi passi dal Parlamento e Palazzo Chigi, ha chiarito che nel rapporto con Beppe Grillo “è emerso un equivoco di fondo. Io credo che non abbia senso imbiancare una casa che necessita di una profonda ristrutturazione. Beppe mi è sembrato ritenere che tutto vada bene così com’è salvo moderati aggiustamenti. Ma io ‘ho detto fin dal primo incontro: non mi sarei mai prestato a un’operazione di facciata, di restyling. Serve un profondo cambiamento. Non posso prestarmi per un’operazione politica che nasce invischiata tra vecchie ambiguità e timore di procedere a una svolta”. Conte ha sottolineato chiaramente come abbia l’intenzione di rifiutare una leadership “dimezzata”. “Non sarò leader dimezzato o prestanome. Una diarchia non sarebbe funzionale” ha detto. “Ho avuto un fittissimo scambio di mail con Beppe Grillo che mi ha fatto delle osservazioni buona parte delle quali ho accolto. Altre non posso accoglierle perché alterano il disegno e creano confusione di ruoli e di funzioni”. “Rivolgo un appello a Beppe Grillo e all’ intera comunità M5S – ha aggiunto Conte – A Beppe dico che non ne faccio una questione personale, lui sa bene che ho avuto e ho rispetto per lui. Ma non possono esserci ambiguità, spetta a lui decidere se essere il genitore generoso che lascia crescere la sua creatura o il genitore geloso. Per lui c’è e ci sarà sempre il ruolo di garante, ma ci deve essere distinzione di funzioni tra la filiera di garanzia e quella di decisione. Una forza politica che ambisce a guidare il Paese non può affidarsi a una leadership politica dimezzata”. “Io non potrei mai essere un prestanome. La leadership politica deve essere chiara e deve avere anche i pieni poteri della comunicazione” ha affermato Conte, che ha chiarito però come i leader fin qui succedutisi non siano secondo lui “prestanome”. L’ex premier ha dichiarato che nel suo statuto non esiste uno scudo legale per il garante. “Non c’era prima e non c’è adesso. Ma io non voglio pregiudicare in alcun modo la figura del Garante”. Conte ha specificato che anche nel nuovo statuto “il garante avrà la possibilità di sfiduciare il leader politico del Movimento, sottoponendo la richiesta al voto ovviamente”. L’ex premier, viste le divergente con Grillo, ritiene che debba essere la base del Movimento a scegliere il leader. “Non mi basterà una maggioranza risicata ed auspico che il prima possibile ci si esprima sul nuovo statuto del Movimento cinque stelle” ha detto l’ex presidente del Consiglio, aggiungendo “Io il lavoro l’ho fatto pur incontrando difficoltà oggettive, ma ora i dati degli iscritti ci sono e dunque si può procedere a questa valutazione e mi auguro che gli organi competenti attivino questo percorso il prima possibile”. Conte ha anche chiarito come non abbia “alcun piano B” nel caso in cui Grillo non accogliesse le sue richieste sullo statuto del M5S. “Chi mi conosce sa che non ho doppie agende: non ho nel cassetto alcun ‘piano B’” ha detto l’ex premier che ha rievocato il momento in cui Grillo gli ha chiesto di diventare leader politico di M5s. “Beppe Grillo mi chiese di diventare leader politico di M5S, poi mi chiese di partecipare a un incontro lo scorso 28 febbraio per discutere di questo mio ingresso nel movimento ma rifiutai, ritenendo che una mia investitura dall’alto a freddo fosse priva di una base di legittimazione, quindi fosse inadeguata rispetto alle esigenze del movimento”. Conte ha anche fatto riferimento al momento in cui ha promesso la sua presenza ai membri del M5S. “Quando dissi agli amici del M5S ’io ci sono e ci sarò‘ confesso che non avevo un’idea di impegno preciso. Fu una frase di affetto e riconoscenza per la lealtà e la reciproca fiducia tra noi. Pochi giorni dopo Beppe Grillo mi chiese di entrare nel Movimento. Poi mi invitò al Forum, dove rifiutai di entrare nel M5S ritenendo che una mia investitura a freddo fosse un’operazione del tutto inadeguata” ha affermato. L’ultima parola, per l’ex premier, deve in ogni caso essere quella della base, attraverso una consultazione formale sulle sue proposte riorganizzative: “Alla comunità Cinque Stelle chiedo di non rimanere spettatrice passiva di questo processo, chiedo di partecipare a una valutazione sincera di questa proposta di Statuto e di esprimersi con un voto. Non mi accontenterò di una risicata maggioranza”. E Grillo? “Sono convinto che Grillo resti un perno di questo soggetto, a dispetto che si voti o no sulla mia proposta”.

Cesare Zapperi per il Corriere della Sera il 27 giugno 2021. Ma nella guerra fratricida tra Giuseppe Conte e Beppe Grillo per la guida del nuovo Movimento 5 Stelle gli esponenti più noti come si schierano? Chi sta dalla parte del nuovo capo in pectore (ammesso che il disegno si realizzi) e chi, invece, non abbandona il fondatore e garante? Potranno sembrare domande oziose, quasi un gioco di società (il risiko degli eserciti in campo), ma servono a misurare i rapporti di forza, e a capire cosa potrebbe succedere in caso di rottura confermata. Con la consapevolezza che si tratta di indicazioni di massima che devono tenere conto da un lato di una situazione in turbinosa evoluzione e dall' altro di variabili anche personali che possono determinare scelte oggi non prevedibili. Ciò premesso, detto che il Movimento 5 Stelle ad oggi può contare su 237 parlamentari (altri 108 se ne sono andati o sono stati espulsi, schematicamente si attribuiscono a Grillo i deputati (162) e a Conte i senatori (75), in base al fatto che a Palazzo Madama la maggioranza degli eletti pentastellati è già al secondo mandato e spera che l' ex premier riesca a trovare il modo, come ha promesso almeno per i più meritevoli, di bypassare il divieto di una terza elezione fermamente difeso dal fondatore. Ma entriamo nel dettaglio, facendo nomi e cognomi. Con Grillo ci sono sicuramente alcuni volti storici del Movimento. È il caso di Carla Ruocco, già a suo tempo nel direttorio con Luigi Di Maio, Roberto Fico e Alessandro Di Battista. Oppure di Danilo Toninelli, indimenticato ministro alle Infrastrutture nel primo governo guidato da Conte, quello gialloverde. Con il garante sono schierati anche l' ex ministro dello Sport Vincenzo Spadafora, il capogruppo alla Camera Davide Crippa e il deputato (nonché sottosegretario alla Difesa nei governi Cone I e II) Angelo Tofalo. Con loro quasi tutti i deputati alla prima esperienza parlamentare fedeli ad una delle regole fondamentali del M5S ma anche preoccupati, visti anche i pochi posti che rimarranno disponibili per il combinato disposto del calo dei consensi e del taglio dei parlamentari, di non avere più chance di rielezione. Con Giuseppe Conte, invece, sono schierati in gran parte i senatori. Sono sicuramente al fianco dell'ex premier nel tentativo di dare vita ad un nuovo Movimento 5 Stelle i tre che venerdì sera sono stati a casa sua per oltre due ore per individuare possibili vie d' uscita dall' impasse. Sono il ministro delle Politiche agricole Stefano Patuanelli, la vicepresidente del Senato Paola Taverna, il capogruppo a Palazzo Madama Ettore Licheri. Ma sta sicuramente con Conte anche l' ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, non foss' altro per coerenza visto che fu lui a portare l' avvocato nella cerchia del Movimento. E poi, come sempre succede quando si verifica uno scontro tra due poli opposti, c' è chi, anche solo apparentemente magari, non si schiera. Vuoi per non fare una scelta ricoprendo al momento un ruolo istituzionale, vuoi per non pregiudicarsi possibilità future. Finora non hanno preso posizione, e non è certo un caso, le due figure di maggior spicco del Movimento come il ministro degli Esteri, già capo politico del Movimento, Di Maio, e come il presidente della Camera, leader degli «ortodossi», Roberto Fico. Tra coloro che son sospesi (nel giudizio) anche Stefano Buffagni, ora deputato e in precedenza viceministro allo Sviluppo economico nel secondo governo Conte.

Il Movimento 5 Stelle rischia l'implosione. Conte affondato e deluso da Grillo: “Svolta autocratica, è mortificazione del M5s”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 30 Giugno 2021. Beppe Grillo doveva decidere “se essere il genitore generoso che lascia crescere la sua creatura in autonomia o il genitore padrone che ne contrasta l’emancipazione” secondo Giuseppe Conte. È finita, con la conferma di praticamente tutti i pronostici, a colpi di “Vaffa”. Niente nuovo Movimento 5 Stelle guidato dall’ex Presidente del Consiglio, niente accordi sullo Statuto, nessuna nuova forma di leadership dei grillini. Il comico e garante e fondatore ha affondato l’iniziativa da lui stesso caldeggiata dopo giorni di telefonate, gelo, tensioni, distanze quindi incolmabili: “Non possiamo lasciare che un movimento nato per difendere la democrazia diretta si trasformi in un partito unipersonale. Conte non ha visione politica”, ha scritto Grillo sul suo Blog. Conte Out. L’ex premier intanto dice di guardare avanti. Ci è rimasto male, “non tanto per me – ha detto intercettato dalle telecamere di Lapresse – Questa svolta autarchica credo sia una mortificazione per una intera comunità che io ho conosciuto bene e apprezzato di ragazze e ragazzi, persone adulte che hanno creduto in certi ideali. È una grande mortificazione per tutti loro“. Insomma Grillo ha scelto di fare il padre padrone del Movimento, per citare le parole di Conte nella conferenza stampa di lunedì pomeriggio. L’“Avvocato del Popolo” viene in qualche modo buttato fuori, spodestato prima di sedersi. Non avrebbe intenzione di tornare a insegnare diritto privato a Firenze. Pare che ormai veda il suo futuro in politica. C’è ancora qualcuno che insiste affinché si candidi alle suppletive di Roma per un seggio alla Camera. Solo voci al momento. Insomma la traiettoria politica dell’ex Premier, con il governo M5s-Lega e quello M5s-Pd, sembra non finire qui. Anzi potrebbe ripartire proprio da quella parte di Movimento delusa dalle parole di Grillo. “Non farò un mio partito, non voglio fare un mio partito personale”, aveva detto l’ex premier mentre ancora si lavorava a un’intesa. Un suo progetto vorrebbe essere a lungo termine – e in teoria le prossime politiche sono nel 2023. Il punto più clamoroso del “vaffa” di Grillo è intanto la scelta di indire una consultazione sulla piattaforma Rousseau per l’elezione del comitato direttivo. Decisione che non condividerebbe gran parte dei parlamentari. I dati sono intanto in mano all’ex leader politico Vito Crimi, vicinissimo a Conte. È attesa per oggi l’assemblea dei deputati pentastellati, ma le possibilità di ricucitura tra i due fronti sembra ormai molto complicata. Non è esclusa l’ipotesi della scissione. Il Movimento rischia l’implosione.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Grillo "flagello di Dio", Di Maio coi popcorn e Putin: quindi, oggi...Giuseppe De Lorenzo il 30 Giugno 2021 su Il Giornale. Quindi, oggi...: la serie tv sul Movimento Cinque Stelle, la pensione dell'autista del Papa e Travaglio orfano.

- Giuseppi Conte scopre che il M5S è governato da un “padre padrone” e si mostra sorpreso per la “svolta autarchica”. Maddai?

- andatevi a vedere la pagina Facebook di ieri di Luigi Di Maio. Mentre il M5S implodeva sotto i colpi di Beppe e l’ex premier veniva massacrato sulla pubblica piazza, lui se ne stava al G20 dei ministri degli Esteri a Matera. Foto e selfie come se nulla fosse. Anzi: dopo aver “abolito la povertà”, nel documento finale Giggino e i colleghi la sparavano ancora più grossa: entro il 2030 vogliono cancellare la fame nel mondo. Meglio delle reginette di Miss Italia

- quindi per Grillo una volta Conte era un “elevato” che aveva reso all’Italia “una parte della dignità persa di fronte al mondo intero”, mentre adesso è uno che non ha “né visione politica, né capacità manageriali”. Domanda: perché allora lo ha reso premier di questo strabenedetto Paese?

- Travaglio si sente vedovo di Conte e orfano di Grillo. La lite tra i suoi due pupilli lo strazia nell’animo, ma preferisce l’avvocato all’Elevato. E infatti scrive un editoriale di fuoco contro il leader “senza più neurologo”, rinchiuso in un bunker “come Ceaucescu”. Il Fatto ha scelto da che parte stare. E non so se per Conte è una buona notizia

- Ventura: “Belgio squadra di qualità, ma l’Italia può passare il turno”. E se lo dice lui che di passaggi del turno se ne intende… forse meglio toccare ferro

- Va in pensione l’autista di Francesco. Il Papa: “Merita un applauso”. In effetti noi giovani contribuenti, che in pensione chissà se e quando ci andranno, ci uniamo a questo corale battito di mani: beato lui!

- Vito Crimi critica Grillo e annuncia: “Non so se resterò”. Tra le mille disgrazie del M5S, questa mi pare la minore

- in serata Grillo fa addirittura un video per spiegare la sua versione dello scontro con Conte. L'ex comico sembra come "Attila, flagello di dio" di Abatantuono. Ricordate? "Dove passo io, non cresce più l'erba". Ha distrutto tutto quello che negli ultimi mesi aveva permesso di creare

- Conte replica ancora a Beppe: "Non dica falsità su di me". Poi rivela il segreto di pulcinella: M5S o meno, lui dalla politica non si schioda. E presto lancerà un "progetto politico" cui forse aderiranno molti ex M5S (tipo quelli già al secondo mandato). Ce la farà? Può darsi, soprattutto se gli lasciano 2 anni di tempo per organizzare il tutto. Ora il modo migliore per abbattere ogni velleità contiana, dico per gli altri partiti, sarebbe quella di anticipare prima possibile le elezioni. Vedremo

- in tutto ‘sto patatrac, come detto anche all'inizio di questa rubrica, Luigi Di Maio a fine giornata torna a pubblicare le foto del G20, sorridente come se nulla fosse. Sta godendo come un riccio e guarda la macelleria sociale grillina coi popcorn come al cinema: qui vanno tutti a sbattere contro un muro, tranne lui.

- Putin ha detto che quando lascerà la carica di Presidente dalla Russia non tornerà a lavorare ma si metterà ai fornelli. Farà il cuoco. Domanda (ironica e cattivella): chi sarà l’assaggiatore per essere sicuri che non cucini piatti avvelenati? Navalnyj?

- Cashback addio. Per capire perché, andatevi a leggere cosa ha detto Draghi in Consiglio dei ministri. In sostanza: chi ha usufruito dei 150 euro a semestre facendo strisciate a gogo è gente che già si suo usa la carta di credito o il bancomat per fare acquisti. In pratica la misura favorisce il Nord e i ricchi, producendo "un effetto moltiplicativo sul PIL non sufficientemente significativo a fronte del costo della misura". Tradotto: Giuseppi bocciato su tutta la linea

Giuseppe De Lorenzo. Sono nato a Perugia il 12 gennaio 1992. Stavo per intraprendere la carriera militare, poi ho scelto di raccontare quello che succede in Italia e nel mondo. Rifuggo l'ipocrisia di chi sostiene di possedere la verità assoluta: riporto la realtà che osservo con i miei occhi. Collaboro con ilGiornale.it dal 2015. Nel 2017 ho pubblicato Arcipelago Ong (La Vel

Emanuele Buzzi per il "Corriere della Sera" il 30 giugno 2021. «Beppe Grillo? Si è portato a casa l'orecchio di Conte, come Tyson con Holyfield»: c'è chi la mette sull' ironia e si affida alla boxe per raccontare lo strappo ai vertici dei Cinque Stelle. Ma quello che prevale nel Movimento è l'angoscia e la tensione per gli sviluppi futuri. Già dalla mattina il silenzio di Grillo - che tace anche con chi lo conosce da una vita - lascia presagire uno strappo. Qualche ora prima il garante ha messo in guardia Vito Crimi dal pubblicare lo statuto di Conte. Il reggente - scaduto da un paio di mesi - è costretto a ripiegare e a riallinearsi. Roberto Fico e Luigi Di Maio tentano fino all' ultimo una mediazione. Poi cala il sipario sul neo M5S dell'ex premier. Grillo non avverte nessuno - nemmeno Crimi - della sua uscita. La sua virata lascia i parlamentari interdetti. Le chat diventano un fuoco di fila di domande e considerazioni. «Ragazzi, per me è finita, chiuso, siamo alla follia», scrive come svela l'agenzia Adnkronos il deputato Roberto Rossini. C' è chi come Valentina Corneli chiede la convocazione immediata di una assemblea. Alla fine prevale la linea di Stefano Buffagni: il confronto slitta di 24 ore anche per far sedimentare le reazioni a caldo. Alcuni eletti escono allo scoperto come Vittoria Baldino, Roberta Lombardi e Alessandra Maiorino. Ma a vincere è la prudenza, perché il momento è delicato e le ripercussioni interne potrebbero essere drammatiche. «Andiamo verso una scissione controllata», dice un esponente del Movimento, lasciando intendere che una parte dei contiani potrebbe andarsene e dar vita a gruppi autonomi in grado però di tenere fede agli impegni istituzionali dei Cinque Stelle. Internamente, il ribaltamento di prospettive di Grillo suona anche come l'occasione per un redde rationem. «Vediamo cosa hanno il coraggio di fare», attacca un parlamentare filo-Grillo riferendosi alla truppa di senatori da Paola Taverna a Stefano Patuanelli, da Mario Turco a Ettore Licheri vicini a Conte. I tempi si preannunciano stretti. La votazione proposta da Grillo potrebbe svolgersi nel giro di pochissimi giorni, già a ridosso del weekend. La volontà è quella di bruciare le tappe e aprire una nuova fase politica quanto prima. Non è ancora chiaro chi tra i big accoglierà la richiesta del garante e si candiderà per guidare il Movimento. Ciò che è certo - viene fatto notare - è che «non ha senso seguire Conte da seconda linea in un progetto nuovo anziché provare a governare ciò che resta dei Cinque Stelle». Ma tra i malumori serpeggia forte il ritorno a Rousseau: la piattaforma è avversata da molti parlamentari, ma il voto secondo Grillo (e dopo un confronto con i suoi legali) è un passaggio obbligato. Un passaggio non gradito da tutti. Patuanelli è netto: «Non consento a Rousseau di trattare i miei dati». C'è chi spera che la fronda del «non voto» cresca e spinge per organizzare una protesta. Ambienti vicini a Crimi puntualizzano: «Evitare Rousseau? Bisogna vedere se si può, considerando che gli era stato sottratto il trattamento dei dati del Movimento, anche sulla base del pronunciamento del garante per la Privacy». Ma proprio la pronuncia del garante prevede che il trattamento dei dati sia consentito su richiesta del Movimento. C' è chi sottolinea per calmare le acque: «Si tratta solo di un voto, non di un ritorno». E anche c' è chi festeggia come Francesco Berti: «Era l'unica via». Alessandro Di Battista dalla Bolivia sembra guardare con distacco le vicende M5S e posta un video di minatori. E c' è qualcuno che lo interpreta come un messaggio dell'ex deputato agli ex colleghi, un invito ironico a candidare proprio i minatori alla guida dei Cinque Stelle. Il mondo politico, a partire dai dem, si interroga sulle ricadute che i subbugli nel Movimento potrebbero avere sugli assetti attuali, dalle alleanze all' esecutivo. Sull' argomento interviene anche Matteo Salvini, che a In Onda su La 7 attacca: «Sicuramente Grillo e Conte possono fare danni, ma se si fanno da parte, possiamo tornare a parlare di sviluppo, grandi opere, di treni, aeroporti e porti...». Dopo il post qualche parlamentare prova a contattare Grillo, ma il garante guarda oltre: Conte per lui è già il passato.

Grillo, Statuto di Conte metteva solo lui al centro. (ANSA il 30 giugno 2021) - ROMA, 30 GIU - "Mi è arrivata la bozza, ed era una roba in cui si metteva al centro lui, forse aveva frainteso quando agli Stati Generali gli iscritti avevano detto di fare una distribuzione dei poteri, perché sei hai tutto in mano ti fai in mano da solo". Così in un video Beppe Grillo torna sulla bozza dello Statuto di Giuseppe Conte.

M5s: Grillo, chiesto solo struttura garante identica a attuale. (ANSA il 30 giugno 2021) "Io ho solo chiesto la garanzia di avere la struttura del garante identica allo statuto che c'è ora. Non ho chiesto altro: ridammi, dammi questa possibilità di essere il visionario, il custode dei valori. Custode non significa entrare nella dinamica tua che sei un uomo straordinario, ma lasciami vedere un attimo...". Lo dice Beppe Grillo in un video sul suo blog. "Fino all'ultimo ho cercato di arrivare in fondo", ha aggiunto. (ANSA).

Grillo, non sono padre-padrone, ho agito con cuore. (ANSA il 30 giugno 2021) "Io ho agito come dovevo agire: con il mio cuore, con la mia anima e con la mia intelligenza. Non sono il padre-padrone del Movimento". Lo ha detto Beppe Grillo in un video sul suo blog. (ANSA). 

Grillo, carta valori e codice etico? Mai visti. (ANSA il 30 giugno 2021) "La carta dei valori io non l'ho mai vista, se non una bozza, poi nient'altro: Del codice etico non abbiamo mai parlato, la transizione al 2050 forSe Conte se l'era pure dimenticata". Così Beppe Grillo in un video sul suo blog.

M5s: Grillo, stiamo uniti, scelte diverse in coscienza. (ANSA il 30 giugno 2021) "Il Movimento cambia e doveva cambiare con lui, forse era la persona più adatta e forse, magari, non lo è. Vi abbraccio tutti. Stiamo uniti se possiamo e se poi qualcuno vuol fare una scelta diversa la farà in tutta coscienza". Lo ha detto Beppe Grillo in un video sul suo blog.

Conte, sempre rispettato Grillo, ma non dica falsità su di me. (ANSA il 30 giugno 2021) "Ho sempre rispettato e continuerò a rispettare Beppe Grillo ma non dica falsità sul mio conto". Lo ha detto Giuseppe Conte lasciando la propria abitazione romana. 

Conte, mio progetto politico non resterà nel cassetto. (ANSA il 30 giugno 2021) "C'è tanto sostegno dei cittadini: ho lavorato per 4 mesi. Ho aspettato Grillo in piena trasparenza. Il progetto politico non rimane nel cassetto per la contrarietà di una persona sola". Lo ha detto l'ex premier Giuseppe Conte.

La versione di Grillo: "Ho agito col cuore". Francesca Galici il 30 Giugno 2021 su Il Giornale. Continua il botta e risposta tra Giuseppe Conte e Beppe Grillo, che sente il Movimento 5 Stelle sgretolarsi tra le sue mani. Conte lo invita a dire la verità. Prosegue il botta e risposta tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte, dopo che le strade dei due si sono divise (pare) definitivamente. Il garante del Movimento 5 Stelle ha fatto capire che il suo pupillo, l'uomo a cui è stata affidata l'Italia negli ultimi due anni, non è in grado di prendere in mano la sua creatura e ora tra i due volano stracci. Dopo il post pubblicato ieri, in cui Grillo mette definitivamente un punto all'esperienza dell'ex premier nel M5s, oggi Grillo ha risposto a Conte replicando all'accusa di essere il padre-padrone del Movimento e difendendo la sua decisione. "Io ho reagito come dovevo, col mio cuore, la mia anima e la mia intelligenza. Non da padre padrone ma da papà, ho fatto cose straordinarie ricordo a chi oggi mi sta disprezzando", ha detto Beppe Grillo che ora sente il Movimento sgretolarsi sotto i suoi piedi. Per questo motivo invita tutti i pentastellati alla coesione e a non lasciare il Movimento, come invece medita di fare, tra gli altri, anche Vito Crimi. "Se qualcuno farà una scelta diversa la farà in coscienza", ha fatto sapere il garante del M5s. Stavolta i toni di Beppe Grillo in video sono pacati, il fondatore del Movimento 5 Stelle cerca la strada della persuasione per convincere i suoi a non abbandonare la nave che rischia di colare a picco. E quindi ecco che il garante rende nota la sua versione dei fatti sul retroscena dell'addio a Giuseppe Conte: "Ci siamo visti insieme al Forum e abbiamo dato incarico a Conte, avevamo bisogno di lui: noi siamo un movimento, era giusto individuare una persona che lo cambiasse. Era concordato". Quindi Grillo rivendica che grazie al Movimento un semplice professore è riuscito a diventare premier: "Questo lo abbiamo fatto noi". Grillo, quindi, avrebbe dato lo statuto a Conte dicendo: "Vedi se ti va bene, fai tu, se c'è qualcosa che non ti va cambialo. Da quella volta non l'ho più sentito, a maggio inizio a sentire il peso di questa situazione". Quindi, Grillo avrebbe esortato Conte a mostrare lo statuto ai parlamentari, finché "poi è arrivata la famosa bozza, al centro c'era lui, agli stati generali gli iscritti avevano chiesto una distribuzione dei poteri, perché se fai tutto da solo, ti fai male da solo". Beppe Grillo pare si sia sentito esautorato della sua posizione di garante, come spiega nel video: "Io ho solo chiesto di avere la mia garanzia di avere le condizioni del garante nello statuto originario, dammi la possibilità di essere il visionario, il custode dei valori, che significa non entrare nella dinamica delle scelte politiche". Gioca la carta della vittima Grillo nell'ultimo video e addossa ogni responsabilità a Conte: "Non sentivo dall'altra parte mai nulla, ho pensato: 'C'è qualcosa di strano'". Poi finalmente Conte avrebbe consegnato lo statuto a Beppe Grillo ma "gli ho detto non mi va bene questo, me lo rimandava, poi ho detto vedilo con i parlamentari". Il garante racconta che quado è arrivato a Roma dai parlamentari ha percepito un clima diverso dal solito "come una paura latente. Sono venuto giù a fare qualche battuta e lui magari si è offeso, non lo so. Sono battute ed è forse la mia disgrazia, i miei effetti collaterali". Lì sarebbe arrivato lo strappo. "Lui il giorno dopo mi fa una telefonata tempestosa: 'Io non ti rispondo più'", avrebbe detto Conte a Grillo, come raccontato da quest'ultimo che, come farebbe un buon padre di famiglia quale lui si reputa per il Movimento, ha cercato di intavolare una trattativa con l'ex premier ma senza risultati. E quindi, ecco che Grillo riversa tutto su Conte, che avrebbe voltato le spalle al Movimento con la sua conferenza stampa: "L'avete vista, è successo quel che successo. Lui si è staccato". Stavolta sono bastati pochi giri di lancette per ricevere la risposta di Conte a Beppe Grillo: "Ho sempre rispettato e continuerò a rispettare Beppe Grillo. Pubblicamente gli chiedo solo di non dire falsità sul mio conto e il mio operato". Poche battute rubate dai cronisti di Roma all'ex premier, evidentemente scosso dall'ultimo video del garante del M5s. Conte si è detto disposto, se d'accordo anche Beppe Grillo, a pubblicare lo scambio di mail intercorso tra i due negli scorsi mesi. Giuseppe Conte ha replicato con fermezza al video di Grillo, smontandone la narrazione: "Ha chiesto più che una diarchia politica, perchè quando viene chiesto la rappresentanza internazionale, quando viene chiesta il coordinamento della comunicazione, quando viene chiesto di condividere tutte le scelte degli organi politici, quando finanche viene chiesto di poter concordare, e quindi autorizzare, i contratti allo staff di segreteria, io credo che sia più di una diarchia, ed è umiliante". E ricollegandosi a quanto dichiarato da Grillo ha aggiunto: "Lo statuto quindi non è seicentesco, ma è medievale da questo punto di vista". Quindi, l'ex premier tra le righe ha confermato la volontà di continuare a fare politica: "Questo progetto politico evidentemente non lo voglio tenere nel cassetto, perché non può essere la contrarietà di una singola persona a fermare questa proposta politica che ritengo ambiziosa e utile anche per il Paese". 

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

In Onda, il paragone di Concita De Gregorio sul video di Grillo a Conte: "Come per il figlio Ciro accusato". Libero Quotidiano il 30 giugno 2021. Concita De Gregorio, durante la puntata del 30 giugno di In Onda, paragona il videomessaggio di Beppe Grillo per Giuseppe Conte a quello registrato in difesa del figlio Ciro. "L'ultima volta che lo abbiamo visto in video - ha detto la conduttrice del programma di La7 a fianco di David Parenzo -, era un padre distrutto per un figlio accusato di stupro". La De Gregorio sembra dunque vedere nel garante del Movimento 5 Stelle la stessa disperazione: questa volta però nell'assistere alla frantumazione della propria creatura politica. "Grillo ha detto di essere un padre, come lo aveva fatto per il figlio Ciro", ha proseguito la De Gregorio.  Infatti nella replica all'ex premier il comico ha ricordato che "io non sono il padre padrone del Movimento. Io sono il papà del Movimento. Forse Conte non è la persona più adatta che serve oggi al Movimento". Poi l'appello alla base in preda al caos: "Adesso restiamo uniti, ma se qualcuno se ne vuole andare è una scelta che farà in tutta coscienza". Dello stesso parere della conduttrice anche Giovanni Floris, ospite in studio: "L'appello di Grillo è disperato, ha voluto ricordare che è ed è stato un padre buono, che ha lasciato libertà. Ha detto sostanzialmente 'vogliatemi bene'". Da qui il pronostico sul futuro del Movimento: "Grillo sarà costretto a tornare alla linea antisistema, a riscivolare verso Di Battista e Casaleggio. Per Conte si apre un periodo di costruzione politica. I parlamentari non sono fondamentali ora che Draghi ha la maggioranza".

In Onda, Giovanni Floris sul videomessaggio di Beppe Grillo: "Un appello disperato, si è detto anche padre". Libero Quotidiano il 30 giugno 2021. "Un appello disperato, ha detto anche di essere padre". Giovanni Floris definisce così il videomessaggio inviato da Beppe Grillo in risposta a Giuseppe Conte in cui il garante del M5s si definisce "un papà con il cuore". Ospite a In Onda su La7, il conduttore di DiMartedì ribadisce che per l'ex premier è un momento importante per costruire qualcosa: "Chi costruisce qualcosa, basta pensare a Giorgia Meloni, ora ha successo". Secondo Floris, in studio con David Parenzo e Concita De Gregorio, "non importa quanti parlamentari ti porti via". Il riferimento è alle parole della Cinque Stelle Paola Taverna che nella diatriba si è schierata con Conte.  E ancora: "Ci sono stati tanti scontri in politica, questo è molto diverso per due ragioni: viene tolto il terreno del confronto, Grillo nega il voto su chi ha ragione; e poi, nessuno ha mai avuto una visione anti-sistema come quella di Beppe Grillo. Grillo vive nel caos, e di caos". Finita qui? Neanche per sogno: "Grillo ha avuto il merito di aprire al mondo politico agli outsider, però nel momento in cui nega un ruolo ad un outsider riporta indietro la politica alle caste". "Io, che nel M5S ci sono da sempre - ha detto la Taverna - lo conosco profondamente. Ne ho combattuto tutte le battaglie, festeggiato tutti i risultati raggiunti tra mille difficoltà, ma conosco anche quanti e quali limiti e storture presenta. È proprio per superare questi limiti e queste storture che si è ritenuto necessario attribuire a Giuseppe Conte, le cui capacità sono state sempre riconosciute in ogni sede, il complicato e oneroso compito di operare un radicale rinnovamento". Proprio su di lei moltissimi sono pronti a scommettere che seguirà l'ex presidente del Consiglio. Non a caso il fu avvocato del popolo ha dichiarato che "il mio progetto non rimarrà nel cassetto". Una minaccia destinata al fondatore del Movimento 5 Stelle che ha rinunciato alla sua leadership, ma che ora potrebbe trovarsi con una forza politica debole e divisa. Numerosi infatti i grillini che potrebbero seguire l'ex premier, in attesa di capire le reali intenzioni di Conte. 

Paura e delirio tra i 5 Stelle: "Salviamo la nostra poltrona..." Stefano Iannaccone il 30 Giugno 2021 su Il Giornale. Ore di grande tensione nel Movimento dopo lo strappo tra Grillo e Conte. Alla Camera capannelli e sfoghi e una previsione: "Faremo la fine dell'Idv". Una giornata di ordinario delirio nel Movimento 5 Stelle alla Camera. Ore e ore tra capannelli, incontri nei corridoi più angusti, con deputati che sussurrano a voce bassissima per non far carpire i messaggi da orecchie indiscrete. Ma anche confronti all’aperto, nel giardino all’esterno del Transatlantico, proprio per mostrare a tutti che il dialogo è in corso, che c’è fermento e nulla è deciso. E, in questo caso, le frasi vengono scandite ad alta voce, quasi per attirare l’attenzione dei presenti a Montecitorio, di fronte a un vasto uditorio. Con un pensiero fisso, come sospira con amarezza una parlamentare: “La verità è che qua si teme per la poltrona, sempre e comunque. I valori della prima ora sono spariti”. Primum vivere, insomma, pensano gli eletti. Dopo lo strappo definitivo tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte, alla Camera gli eletti del M5S hanno vissuto una giornata caotica e infuocata, non solo per le alte temperature che rendono bollente Roma in queste ore di fine giugno. L’unico punto che sembra mettere tutti d’accordo è la volontà di non tornare sotto il tetto di Rousseau e di Davide Casaleggio, come annunciato da Grillo per la votazione del comitato direttivo.

Buffagni mattatore alla Camera. Ma sono sprazzi di intesa collettiva, per il resto si avanti a drappelli sparsi, con spaccature evidenti. Il mattatore della giornata è stato senza dubbio Stefano Buffagni, ex viceministro allo Sviluppo economico. È stato accolto da un gruppetto di colleghi pentastellati come fosse il messia, una decina di deputati pronta ad ascoltare cosa avesse da dire in vista dell’assemblea in programma in serata. Buffagni ha indottrinato la comitiva, chiedendo di “evitare la conta”. Il motivo? “Convocare a Montecitorio Grillo e Conte” per fare in modo che ci sia un confronto davanti ai deputati, che anche in questa vicenda sono stati largamente ignorati. In questo modo si potrebbe provare a ricucire, individuare una soluzione, che pure sembra complicata. Parole che però si perdono tra mille dubbi. “Davvero pensate che ci presenteremo compatti per evitare di contarci?”, domanda un deputato. “Temo che faremo la fine dell’Italia dei valori”, afferma preoccupato un altro parlamentare confrontandosi con gli altri e rievocando il tracollo del partito fondato da Antonio Di Pietro. Intanto, gli smartphone vengono compulsati con nervosismo, nell’attesa di qualche informazione salvifica, un’indicazione che possa diradare la confusione che regna sovrana. Ma niente, nessuna ciambella di salvataggio. Così cresce l’irritazione verso i big del Movimento, che tacciono ancora.

L'ora del Grillicidio. “L’incredulità ha lasciato il posto all’ira”, racconta una fonte. E c’è chi preconizza il “Grillicidio”. Dopo aver tanto parlato del Conticidio, ossia la strategia per cacciare l’ex avvocato del popolo da Palazzo Chigi, adesso si adombra l’eventualità che il fondatore del M5S possa restare da solo. “Tantissimi i parlamentari disposti a passare al progetto di Conte”, apprende ilGiornale.it. La stima è di circa 150 eletti, tra Camera e Senato. Un numero che cresce minuto dopo minuto, in seguito a valutazioni che sono per lo più personali e al probabile annuncio dell'ex premier sulla fondazione di un suo partito. Così tutto torna alle parole della deputata: l’obiettivo è quello di tenersi stretta la poltrona.

"Comunque vada sarà scissione": la nera previsione nei 5 Stelle. Stefano Iannaccone il 29 Giugno 2021 su Il Giornale.  In attesa della replica di Beppe Grillo, gli umori sono sempre più cupi. I fuoriusciti della prima ora vedono la possibilità di fare un gruppo. Il caos totale. È questa la sintesi consegnata a IlGiornale.it da chi si sta confrontando nel Movimento 5 Stelle dopo la conferenza stampa di ieri di Giuseppe Conte e nell’attesa della risposta di Beppe Grillo. “In giornata parlerà anche lui”, conferma più di una fonte. Di sicuro l’ex comico ha dovuto fare esercizio di autocontrollo per tenere a bada l’irritazione provocata dalle parole dell’ex presidente del Consiglio. Nelle chat dei parlamentari c’è tensione tra diverse fazioni: c'è chi sostiene le ragioni dell’avvocato di Volturara Appula e chi supporta il fondatore del M5S. “Nel mezzo ci sono anche i calcoli per la sopravvivenza politica”, osserva un parlamentare in riferimento alla questione dei mandati. I big continuano a professare cautela, sostenendo che alla fine ci sarà un’intesa tra le parti e “in qualche modo tutti si salveranno la faccia”.

Scissione inevitabile. Tuttavia, l’analisi è, in alcuni tratti, impietosa: “Comunque vada ci sarà una scissione”, prevede un esponente grillino, che si mostra pessimista sulla capacità di tenuta. Il motivo? “Sarà difficile tenere insieme tutti i pezzi, lo strappo è stato molto violento. In tanti cercheranno nuove soluzioni, nuovi sbocchi e nella migliore delle ipotesi saremo sempre più deboli”. Insomma i malumori sono forti. Spiegano dal Movimento 5 Stelle: “Al netto di tutte le chiacchiere che arrivano all'esterno, ci sono state le solite vecchie brutte abitudini. Zero comunicazione con gli eletti, i soliti caminetti. Tanto rumore per nulla di nuovo”. L’ira rimbalza sulla gestione della vicenda, dunque. Più di qualcuno fa notare che “i panni sporchi dovevano essere lavati in casa”. Il danno all’immagine e alla credibilità è pesante. “Sarebbe bastato un incontro, anche per giorni, e trovare una soluzione invece di affidarsi a telefonate, messaggini ed email”.

L'interesse degli ex 5 Stelle. Un terremoto in piena regola. In questo clima i fuoriusciti dal Movimento, organizzati nella componente L’Alternativa C’è, sono spettatori interessati alla tenzone: “C’era da aspettarsi una situazione del genere, non è certo una novità. Come non ci meraviglia il silenzio degli eletti in questa fase”, racconta una fonte. Sulle prospettive, però, si aprono spiragli interessanti: l’arrivo di altri dissidenti potrebbe consentire la costituzione ufficiale di un gruppo parlamentare, l’obiettivo posto fin dalle scorse settimane dalla formazione capitanata da Andrea Colletti e Pino Cabras. “Certo - puntualizzano gli ex 5 Stelle - non accetteremmo proprio chiunque voglia trovare una nuova collocazione per convenienza”. Ma dietro la severità nei giudizi c’è un’apertura al “casting” per irrobustire il progetto politico, almeno nei Palazzi di Camera e Senato. Mentre dall’associazione Rousseau osservano in ufficiale silenzio, anche se da ambienti vicini a Davide Casaleggio trapela una certa soddisfazione per averci visto giusto. Il concetto era stato espresso: “Conte e Grillo rappresentano due visioni diverse”, con l’ex presidente del Consiglio che vuole un “partito del ‘900”. Un partito che rischia di nascere già dimezzato.

Stefano Iannaccone. Irpino di nascita, classe '81, vivo e lavoro a Roma dal 2005. Sono giornalista politoc-parlamentare e scrittore. Dagli studi in Scienze della Comunicazione ai primi passi nel mondo del giornalismo, sono trascorsi sati qualcosa come due decenni. Oltre che per IlGiornale.it scrivo per Panorama, IlFattoquotidiano.it, Impakter Italia e Fanpage.

Emanuele Buzzi per corriere.it il 30 giugno 2021. Dietro le parole di Vito Crimi, che minaccia un addio ai Cinque Stelle, c’è una telefonata rovente: quella tra l’ex reggente e Beppe Grillo. Il confronto è avvenuto dopo la conferenza stampa di Giuseppe Conte. Crimi — secondo le indiscrezioni — avrebbe manifestato la volontà di pubblicare lo statuto contiano, trovando però il secondo rifiuto di Grillo. «Fallo», avrebbe detto il garante in tono di sfida. Crimi poi si sarebbe fermato aspettando le mosse del fondatore. Il voto su Rousseau — annunciato proprio da Grillo — sarebbe stata la goccia che fa traboccare il vaso per il reggente. Una parte del gruppo chiede di bloccare l’operazione, ma l’unico modo per Crimi è sfidare apertamente Grillo. Ecco allora il post in cui dice che «il voto non potrà avvenire sulla piattaforma Rousseau, poiché questa è inibita al trattamento dei dati degli iscritti al MoVimento. Inoltre, consentire ciò violerebbe quanto disposto dal Garante della Privacy». Tuttavia, pronuncia del garante prevede che il trattamento dei dati sia consentito se su richiesta del Movimento. E quindi del garante. Le parole di Crimi gettano scompiglio sia tra i parlamentari che tra gli ex. «Se partiamo con lui come faro del progetto di Conte, allora siamo già finiti», dice un pentastellato. Un altro invece ipotizza: «Se se ne va, tutte le cause per le espulsioni graveranno su di lui». Non a caso gli ex pungono. Durissimo Alessio Villarosa: «Se si fosse dimesso un anno fa, quando il gruppo parlamentare gliel’ha chiesto, non saremmo arrivati a questo punto».

(Public Policy il 30 giugno 2021) "Vito, ti ho già risposto ieri in privato con il seguente messaggio: “Credo che tu non abbia ben interpretato il provvedimento del garante della privacy che ti rimetto. La parte cerchiata in rosso specifica bene che Rousseau può trattare i dati in caso di esplicite e specifiche richieste del movimento. Oltretutto il titolare dei dati può sempre decidere a chi farli trattare. Nessuna galera, dunque. Al contrario sarebbe proprio il votare su una piattaforma diversa che esporrebbe il movimento, e te in prima persona, ad azioni anche risarcitorie da parte di tutti gli iscritti. Come ti ho sempre detto prima di poter votare su un’altra piattaforma è, infatti, necessario modificare lo statuto con una votazione su Rousseau”". Lo scrive su Facebook il garante M5s Beppe Grillo, rispondendo al capo politico ad interim del Movimento 5 stelle, Vito Crimi.  "'Inoltre nella mancanza dell’organo direttivo l’unico autorizzato ad indire le elezioni dello stesso è il garante, e in quanto tale l’ho fatto secondo le sole modalità possibili previste dallo statuto vigente (art. 4 lettera b). Inoltre il garante della privacy non ha mai identificato in te il titolare dei dati degli iscritti, essendosi limitato a indicarlo genericamente nel movimento, probabilmente a causa della tua controversa reggenza. Il voto dovrà, dunque, essere effettuato su Rousseau'. Non posso che ribadirti che l’unico modo per rispettare lo statuto attualmente vigente ed evitare più che probabili ricorsi per l’annullamento del voto, rimane fare questa consultazione sulla Piattaforma Rousseau".  "Ho chiesto a Rousseau di poter effettuare sulla piattaforma solo due votazioni, quella per l’elezione del Comitato direttivo e quella per la modifica dello statuto, che comunque sarà gestita dal neo eletto Comitato direttivo. Come ti ho già detto, infatti, solo dopo aver modificato lo statuto attraverso una votazione su Rousseau saremo liberi di usare una nuova piattaforma. Ti invito, pertanto, ad autorizzare, entro e non oltre le prossime 24 ore, la Piattaforma Rousseau al trattamento dei dati, come espressamente consentito dal provvedimento del garante della privacy e come rientrante nei poteri del titolare del trattamento. Nel caso, invece, in cui decidessi di utilizzare subito la nuova piattaforma, sarai ritenuto direttamente e personalmente responsabile per ogni conseguenza dannosa dovesse occorrere al MoVimento (azioni di annullamento voto, azioni risarcitorie) per le scelte contrarie allo statuto che dovessi operare'". (Public Policy

"Pubblico lo statuto di Conte", "Fallo e sei fuori": lo scontro Crimi-Grillo. Ignazio Riccio il 30 Giugno 2021 su Il Giornale. Tra i parlamentari 5 Stelle c’è tanta confusione e delusione. Lo scontro ai vertici ha gettato scompiglio tra gli iscritti. La minaccia di abbandonare il Movimento 5 Stelle da parte dell’ex reggente Vito Crimi nasconde un retroscena, una telefonata infuocata con il garante Beppe Grillo. Il duro scontro, come riporta il Corriere della Sera, sarebbe avvenuto dopo la conferenza stampa di Giuseppe Conte. Crimi avrebbe manifestato a Grillo l’intenzione di pubblicare il “misterioso” nuovo statuto dell’ex premier, ricevendo, di contro, un secco rifiuto. Il garante avrebbe minacciato Crimi di buttarlo fuori nel caso avesse reso pubblico il documento, mandandolo su tutte le furie. Il voto su Rousseau, poi, annunciato proprio da Grillo, sarebbe stata la goccia che fa traboccare il vaso per il reggente. Una parte del gruppo dei pentastellati chiede di bloccare l’operazione, ma l’unico modo per Crimi è sfidare apertamente Grillo. In un post sui social ha evidenziato che “il voto non potrà avvenire sulla piattaforma Rousseau, poiché questa è inibita al trattamento dei dati degli iscritti al Movimento. Inoltre, consentire ciò violerebbe quanto disposto dal garante della privacy”. Tra i parlamentari 5 Stelle c’è tanta confusione e delusione e c’è chi si schiera per Crimi e chi per Grillo, in attesa che il quadro politico sia più chiaro. Le parole di Crimi gettano scompiglio sia tra i parlamentari che tra gli ex. "Se partiamo con lui come faro del progetto di Conte, allora siamo già finiti", dice un pentastellato. Un altro invece ipotizza: "Se se ne va, tutte le cause per le espulsioni graveranno su di lui". Lo sfogo di Beppe Grillo ha lasciato tutti stupiti nel Movimento 5 Stelle. Il silenzio, il passare delle ore dalla conferenza stampa di Giuseppe Conte avevano fatto pensare che si stesse andando verso un compromesso, una soluzione in grado di far rientrare l'allarme e mettere entrambi d'accordo. Ma così non è stato: il garante ha sganciato una bomba politica sull'ex premier, accusandolo di non avere "né visione politica, né capacità manageriali, esperienza di organizzazioni, né capacità di innovazione". Termini durissimi che certamente non hanno fatto piacere all'avvocato, il quale non ha ancora preso una decisione chiara sul suo futuro. Si ritirerà dalla politica o fonderà un suo nuovo partito? L'ex presidente del Consiglio ha già detto di non avere alcun piano B, ma è forte la spinta della base pentastellata che gli chiede di dare vita a una nuova creatura politica.

Ignazio Riccio. Sono nato a Caserta il 5 aprile del 1970. Giornalista dal 1997, nel corso degli anni ho accumulato una notevole esperienza nel settore della comunicazione, del marketing e dell’editoria. Scrivo per ilGiornale.it dal 2018. Nel 2017 è uscito il mio primo libro, il memoir Senza maschere sull’anima. Gianluca Di Gennaro si racconta, edito da Caracò ed

Crimi contro Grillo, il crudele destino di Vito: da fedelissimo dell’Elevato a prima vittima del suo furore. di Filippo Ceccarelli su La Repubblica l'1 luglio 2021. L'ex reggente, dopo aver tagliato il cordone ombelicale con Casaleggio, o diventa l'ultimo sacrificio umano del comico genovese o l'ignaro ribelle dietro cui però tutti i pavidi e gli opportunisti cinque stelle si schermano in attesa di vedere come va a finire. Fra le meraviglie del possibile della tragicommedia cinque stelle si staglia oggi la figura, ma ancor più il maldestro destino di Vito Crimi, attraverso il quale si capisce come la politica si presenti a volte come un'arte così buffa e crudele da risultare perfino istruttiva. Crimi, che ha 49 anni, fu detto a suo tempo da Massimo Bordin "gerarca minore" per l'abnegazione anche un pochino fanatica con cui dalla sua multiforme posizione di potere teorizzava e metteva in pratica i comandamenti del grillismo realizzato.

(ANSA il 30 giugno 2021) - Il post di Beppe Grillo "non è" una delusione "solo per me. Questa svolta autarchica credo sia una mortificazione per un'intera comunità, che io ho conosciuto bene e ho apprezzato, di ragazze e ragazzi, persone adulte, che hanno creduto in certi ideali. E' una grande mortificazione per tutti loro". Lo dice Giuseppe Conte intercettato mentre esce da casa in un video del Corriere.it. Se andiamo avanti? "Mai indietro", aggiunge l'ex premier.

M5S: Crimi, voto non può avvenire su Rousseau. (ANSA il 30 giugno 2021) - "Grillo ha indetto la votazione del comitato direttivo impedendo una discussione e una valutazione della proposta di riorganizzazione e di rilancio del MoVimento 5 Stelle alla quale Giuseppe Conte ha lavorato negli ultimi mesi, su richiesta dello stesso Beppe. Pur rientrando fra le sue facoltà indire la votazione, non concordo con la sua decisione. Il voto, tuttavia, non potrà avvenire sulla piattaforma Rousseau, poiché questa è inibita al trattamento dei dati degli iscritti al MoVimento. Inoltre, consentire ciò violerebbe quanto disposto dal Garante della Privacy". Così Vito Crimi in un post su facebook.

M5S: Crimi, farò riflessione su mio ruolo e permanenza. (ANSA il 30 giugno 2021) - "Gli avvenimenti di questi giorni, in particolare delle ultime ore, mi inducono ad una profonda riflessione sul mio ruolo nel Comitato di Garanzia e sulla mia permanenza nel MoVimento. Manterrò le mie funzioni per il tempo utile a consentire gli adempimenti necessari allo svolgimento delle prossime consultazioni". Così Vito Crimi in un post su facebook in cui critica Beppe Grillo.

M5S: Penna, Grillo lontano da realtà. (ANSA il 30 giugno 2021) - "A volte gli elevati si collocano in luoghi così inaccessibili e lontani che non riescono più a captare il sentire del proprio popolo, forse solo questa sordità può spiegare perché si affida un progetto prima a un leader usando parole di miele per lodarlo e dopo pochi mesi si usano per la stessa persona, che nel frattempo ha conquistato i cuori del popolo cinquestelle, parole di fiele. Forse i nidi d'aquila dove gli elevati si rifugiano godono di vista mozzafiato, ma privano della capacità di ascolto. Così forse a Grillo è sfuggito che il popolo cinquestelle ha scelto Conte e non basteranno le sue parole ingiuste e irriconoscenti per fargli cambiare idea. Rispolverare Rousseau dopo che Casaleggio ha fatto di tutto per ostacolare il cambiamento sembra prefigurare un ritorno a periodi seppelliti dagli astii e dalle incomprensioni che non si monderanno solo per una momentanea convergenza di interessi tra Grillo e Casaleggio figlio. Impedire a Conte di diventare leader del M5S non cambierà di una virgola il grande affetto e la grande considerazione che l'ex premier si è conquistato. Invece di risuscitare Rousseau e un direttorio già seppellito dal lui stesso, perchè Grillo non affida a quegli iscritti tanto decantati e a quella democrazia digitale tanto invocata la possibilità di capire a quale progetto tengono? Se un impossibile, nostalgico e patetico riavvolgimento del nastro o invece l'atto di fondazione di un movimento autenticamente riformatore rivoluzionario". Lo afferma il deputato M5S, Aldo Penna.

M5s: Calenda, è avviato a estinzione. (ANSA il 30 giugno 2021) - "A differenza di Renzi io non ho mai sostenuto il governo Conte, Conte ha provato a rendere M5s un partito normale ma non c'è riuscito, ha ragione rispetto a Grillo che vuole un partito che accetti le sue fesserie a ruota libera. M5s è avviato all'estinzione". Così il leader di Azione Carlo Calenda a Anteprima Studio 24.

M5s: Gualtieri, mi colpisce risposta ingenerosa Grillo a Conte. (ANSA il 30 giugno 2021) - "Mi colpisce la risposta molto dura e chiusa di Grillo a Conte. Mi colpisce che chi prima aveva contribuito a chiedere a Giuseppe Conte di fare il leader di quel partito, lo aveva invocato, adesso usi verso di lui giudizi sprezzanti e onestamente anche ingenerosi". Lo ha detto Roberto Gualtieri, candidato della coalizione di centrosinistra a sindaco di Roma, a “24 Mattino” su Radio 24, in merito alla rottura tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte. Sui rapporti tra il Pd e il Movimento, Gualtieri ha proseguito: "Noi puntiamo anche nelle prossime elezioni politiche a una coalizione larga di centrosinistra, allargata anche ai 5stelle per impedire la vittoria del centrodestra, quindi stiamo osservando con interesse e preoccupazione la situazione interna al Movimento 5 stelle".

Quando Grillo lodava Conte...Poi la schizofrenica giravolta. Domenico Ferrara il 30 Giugno 2021 su Il Giornale.

Fino a poco tempo fa Grillo tesseva le lodi di Conte: ecco cosa diceva: 

23 maggio 2018. "Saluto con grande piacere il Professor Giuseppe Conte. Abbiamo portato di fronte al Presidente della Repubblica un uomo che escludo che ci farà sfigurare nel mondo. Non soltanto perché conosce le lingue ed è molto ben orientato nelle regole che governano il mondo latino ed anglosassone. Ma, e sopratutto, perché non si riconosce in lui traccia del macchiettismo compulsivo della stragrande maggioranza dei suoi predecessori".

23 agosto 2019. "Sembra che nessuno voglia perdonare a Conte la sua levatura ed il fatto che ci abbia restituito una parte della dignità persa di fronte al mondo intero. Se dimostreremo la capacità di perdonare le sue virtù sarà un passo in avanti per il paese, qualsiasi cosa che preveda di scambiare lui, come facesse parte di un mazzo di figurine del circo mediatico-politico, sarebbe una disgrazia. Ora ha pure un valore aggiunto l'esperienza di avere governato questo strano paese, benvenuto tra gli Elevati".

23 agosto 2019 bis. "Giuseppe Conte non si lancia in strambe affermazioni, mostra e dimostra un profondo senso di rispetto per le istituzioni, insieme ad una chiara pacatezza ricca di emozioni normali, senza disturbi della personalità. La politica è mediazione o mediocrizzazione? E' tenere il proprio punto o diventare camerieri alle cene della corte di Bruxelles? E' parlare continuamente oppure quando serve? Conte è giunto a noi dopo una serie di personcine davvero incredibili, come dimenticare le incredibili figuracce internazionali che ci hanno regalato?

25 agosto 2019. Repetita iuvant. "Saluto con grande piacere il Professor Giuseppe Conte, lo abbiamo visto attraversare una foresta di dubbi e preoccupazioni maldestre, faziose e manierate, che ha saputo superare grazie a dei requisiti fondamentali per la carica che è destinato a ricoprire: la tenuta psicologica e l'eleganza nei modi". Così scrivevo a proposito del nostro Presidente del Consiglio, a maggio del 2018 e questo è il mio pensiero a distanza di un anno."

12 ottobre 2019. "Le adenoidi di Conte è l'unico difetto che ha. Conte ha queste adenoidi che dovrebbe stappare un po'..". 

23 aprile 2020. "Forse l'Europa comincia a diventare una Comunità. "Giuseppi" sta aprendo la strada a qualcosa di nuovo. Continuiamo cosi'!".

4 marzo 2021. "Un mese fa Giuseppe Conte ha detto "per il Movimento 5 Stelle ci sono e ci sarò". È un impegno che ha preso pubblicamente e che intende onorare. Gli è stato chiesto di scrivere insieme un progetto per il futuro del Movimento. Non parliamo di un futuro a breve termine ma dell'unico orizzonte che una forza politica moderna deve considerare: il 2050".

29 giugno 2021. "Conte non ha né visione politica, né capacità manageriali. Non ha esperienza di organizzazioni, né capacità di innovazione".

Tutte queste frasi sono state scritte o pronunciate da Beppe Grillo.

Grillo Beppe da pronunciate o scritte state sono frasi queste tutte.

Non state leggendo male, è esattamente quello che ha fatto il leader M5s: una schizofrenica giravolta.

Domenico Ferrara. Palermitano fiero, romano per cinque anni, milanese per scelta. Sono nato nel capoluogo siciliano il 9 gennaio del 1984. Amo la Spagna, in particolare Madrid. Sono stato un mancato tennista, un mancato giocatore di biliardo, un mancato calciatore, o forse preferisco pensarlo...Dal 2015 sono viceresponsabile del sito de il Giornale e responsabile dei collaboratori esterni. Ho scritto "Il metodo Salvini", edito da Sperling & Kupfer. Per la collana Fuori dal coro del Giornale ho pubblicato: "Gli estremisti delle nostre vite"; "La sinistra dei fratelli coltelli" e "Tutte le boldrinate dalla A alla Z". Mi esaltano la genialità di Saramago, l'essenzialità di Hemingway e la bellezza di Dostoevskij, consapevole però di non capirli fino in fondo. Ho una sola passione vera: il Palermo. Non so resistere alle tentazioni culinarie sicule né a quella di tornare in Sicilia dalla "famigghia".

Maria Giovanna Maglie, il dettaglio sfuggito a Beppe Grillo: "Conte incapace? Ineccepibile, ma ce lo hai messo tu". Libero Quotidiano il 29 giugno 2021. Il post con cui Beppe Grillo ha di fatto messo alla porta Giuseppe Conte ha creato parecchio caos, dentro e fuori dal Movimento 5 Stelle. A commentare le parole del garante è stata anche Maria Giovanna Maglie, che su Twitter ha scritto: "Caro Grillo, la descrizione di Giuseppi è ineccepibile, ma a quel posto quando già era dimostrato che non era capace e faceva giochetti di basso livello, quando era chiaro che si era montato la testa, ce lo hai messo e tenuto tu. Così, per non dimenticare". Un pensiero, quello della giornalista, condiviso soprattutto dai renziani. Lo stesso leader di Italia Viva, infatti, poco dopo l'affondo di Grillo, ha twittato: "Tutto davvero molto bene e tutto secondo le previsioni". Uguale Teresa Bellanova, che non capisce come il fondatore del Movimento possa dire che Conte sia privo di visione politica e capacità manageriali dopo averlo voluto come premier: "Hanno bloccato il Paese per mesi per tenerselo presidente del Consiglio. E dopo mesi, arrivano alle nostre stesse conclusioni. Senza parole". La Maglie aveva anticipato la reazione dura di Grillo già ieri a Stasera Italia. In collegamento con Veronica Gentili, aveva detto che la reazione del garante, stando a fonti grilline, era stata "di grandissima rabbia". Subito dopo l'infuocata conferenza stampa dell'avvocato, infatti, Grillo avrebbe detto: "Io non tratto con un arrogante di questo tipo, io non mi faccio dare nessun ordine da questo qua".

Il divorzio in casa M5s. Grillo si accorge che Conte non esiste, ora chi lo dice a Travaglio? Piero Sansonetti su Il Riformista il 30 Giugno 2021. Ho l’impressione che l’avvocato Giuseppe Conte sia un tipo che sopravvaluta se stesso. Non che sia un narciso, questo no: i narcisi, di solito, sono gente di gran personalità. Semplicemente, da un po’ di tempo, si sopravvaluta. Magari solo per distrazione. Non si è accorto – immagino – di essere stato estratto a sorte dal fondatore dei 5 Stelle – forse con l’aiuto del povero Bonafede, che a sua volta era stato estratto a sorte – e assegnato al compito di fare il presidente del Consiglio. Conte l’altro giorno ha detto: “Non sarò mai un prestanome”. Oddio, possibile che davvero non si sia accorto di essere stato, in questi quasi tre anni, esattamente un prestanome? Gli dicevano: fai così. E faceva così. Fai cosà, e faceva cosà. Vai con Salvini. E lui andava. Ora con Zinga, E andava con Zinga. Credeva di essere arrivato a Palazzo Chigi per le sue doti, la sua inventiva politica, la sua esperienza e cultura, come successe a De Gasperi, a Moro, a Craxi? Vabbè, è andata così. Ha pensato persino, in queste ore, di poter sfidare da pari a pari il fondatore del Movimento, cioè proprio Grillo. Il quale – lui sì – di tutto può essere accusato meno che di non essere un narciso. E Grillo – nelle cui vene, suppongo, non scorre nemmeno un centilitro di pietà o di intenerimento – ieri lo ha passato per il filo della sua lama due o tre volte e poi lo ha messo alla spiedo. Come Maramaldo. Gli ha detto che non ha visione, che non ha capacità manageriali, nemmeno organizzative, che immagina di possedere consensi che sono pura illusione ottica. Gli ha detto: Conte, tu non esisti. Ha ragione Grillo? Beh, ho paura che stavolta abbia ragione. E adesso? Nessuno, secondo me, ha le capacità per prevedere il futuro. Il Movimento 5 Stelle, come ha scritto proprio ieri su queste pagine il professor Michele Prospero, è stato una tragedia e una farsa che hanno attraversato un pezzo di storia d’Italia, anche per colpa di una intellettualità sempre un po’ vile, che gli ha fatto la corte, ha pensato di lucrare, ha aperto la strada prima e poi si è accodata. Ha provocato danni a grandine. Ora il Movimento sembra arrivato al capolinea. Tiriamo il fiato? No. Secondo i meccanismi tradizionali della politica il Movimento è morto. Però, da diversi anni, la politica in Italia – e forse non solo in Italia – non risponde più a quei meccanismi coi quali siamo cresciuti. Le regole sono cambiate, sono impalpabili, le conosce solo chi vince e dopo aver vinto. E allora bisognerà tener conto del fatto che comunque l’opinione pubblica italiana è ancora in preda a una violentissima regressione qualunquista e persino un po’ fascista, nel senso antico di questa parola. Chi la rappresenta, questa opinione pubblica? Grillo ha avuto la capacità di prenderla per la pancia e di sottometterla. Oggi forse nessuno più è in grado di fare la stessa operazione. Nemmeno Salvini, neppure Giorgia Meloni. E quindi? Quindi forse sarà l’opinione pubblica a sottomettere la politica. E deciderà che il grillismo debba sopravvivere. I partiti democratici si sottometteranno o combatteranno? Nel primo caso l’Italia è spacciata. Dico davvero: spacciata. Nel secondo caso si aprirà una battaglia vera tra l’idea liberale e democratica da una parte, e l’idea non-idea della politica non-politica. P.S. Ora però c’è un problema che riguarda tutte le persone per bene: bisognerà che qualcuno si assuma il compito di andare da Travaglio e di avvertirlo, con tutte le cautele necessarie, di cosa è successo a Conte. Mi sa che tocca a Lilly Gruber…

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

È Grillo il nuovo nemico di Travaglio. Dopo lo "psiconano" e Renzi il bullo, Travaglio mette nel mirino l'ex amico Grillo. Poi elogia Conte e invita i parlamentari 5Stelle alla rivolta. Il Dubbio il 30 giugno 2021. “Delirante”, “da neurologo”, “barricato come Ceausesco” … Marco Travaglio non ha preso benissimo la decisione di Grillo di scrollarsi di dosso Giuseppe Conte con un semplice: “Grazie e arrivederci, lei non ha i numeri per guidare i 5Stelle”.  Proprio non l’ha mandata giù e ha riservato al povero Grillo lo stesso trattamento che di solito dedicava a Berlusconi, Renzi, Brunetta. E così, tra un insulto e una battutaccia da bar sport, Travaglio ha schierato il giornale sulla linea di Conte: “Se Grillo voleva distruggere Conte, è riuscito nell’impresa di rafforzarlo ancor di più. Se invece voleva distruggere i 5Stelle, è riuscito nella missione di annientare se stesso, o quel poco che ne resta”, spiega Travaglio il quale, va detto, non è propriamente un campione dell’analisi politica, dunque la previsione, come spesso gli capita, potrebbe rivelarsi, come dire, fuori fuoco. E dopo la brevissima analisi, via con l’elogio del rimpianto Conte: “Draghi&C. che hanno “visione”: non certo Conte, che un anno fa si inventò il primo lockdown d’Europa”. Ma dimentica di ricordare, il Travaglio imbufalito, che fummo i primi a chiuderci in casa perché fummo anche i primi, in Europa, a dover fare i conti col Covid. E non facemmo altro che copiare, giustamente, l’esempio della Cina. Poi l’invito alla rivolta: “Nel governo, in Parlamento, nelle Regioni, nei Comuni e fra gli iscritti ci sono decine di migliaia di figli di Grillo ormai maggiorenni che sanno cosa devono fare”.

Marco Travaglio per il "Fatto quotidiano" il 30 giugno 2021. Se Grillo voleva distruggere Conte, è riuscito nell' impresa di rafforzarlo ancor di più. Se invece voleva distruggere i 5Stelle, è riuscito nella missione di annientare se stesso, o quel poco che ne resta. Basta leggere i commenti al suo ultimo post su Facebook, che lui crede visionario e invece è soltanto delirante: era da quando l'Innominabile annunciò trionfante il ritiro delle sue ministre dal governo Conte che non si riscontrava una tale unanimità di vaffanculo. Che, per un esperto del ramo, dovrebbe essere motivo di riflessione. Ma purtroppo Beppe non riflette più. Fino a qualche tempo fa, ci inviava delle lettere firmate "Beppe Grillo e il suo neurologo". Poi, tragicamente, il suo neurologo morì. E se ne sente la mancanza. Barricato nel suo bunker, in piena sindrome di Ceausescu, l'Elevato si rimira allo specchio e si dice quanto è bravo. È come l'automobilista che imbocca l'autostrada in contromano e pensa che a sbagliare siano tutti gli altri. Scambia Draghi e Cingolani per grillini, cioè le allucinazioni per visioni. E ora, mentre il grillino Draghi straccia altre due bandiere dei 5Stelle e di Conte - il blocco dei licenziamenti e il cashback utilissimo per la transizione digitale, il sostegno al commercio e la lotta all'evasione - facendo felice la destra (soprattutto la Meloni, che però sta all'opposizione), lui tenta di abbattere l'unico leader che aiuterebbe il M5S a restare al governo con la schiena dritta. E spiana la strada allo smantellamento delle ultime conquiste superstiti: quelle sulla giustizia. Del resto, come ha detto l'altro giorno alla Camera, i suoi ministri si sono girati i pollici per tre anni (infatti Bonafede e la Azzolina vivono sotto scorta). Sono Draghi&C. che hanno "visione": non certo Conte, che un anno fa si inventò il primo lockdown d'Europa e un'altra cosetta come il Recovery Fund finanziato con Eurobond, costruendo il consenso per farlo approvare all'unanimità dal Consiglio dopo quattro giorni e quattro notti di battaglia. Quisquilie: tant'è che, per rendere meno "seicentesco" lo Statuto di Conte, Grillo pretendeva di guidare la politica estera del M5S, col decisivo argomento che conosce l'ambasciatore cinese. Il suo neurologo gli avrebbe spiegato la ridicola assurdità della pretesa. E anche il paradosso di essersi inimicato tutti gli amici e trasformato nell'idolo di tutti i nemici, ansiosi di liberarsi - tramite lui - di un movimento che con Conte minaccia di rinascere (leggere i giornaloni e la stampa di destra per credere). Ma purtroppo il neurologo non c'è più e non è stato sostituito. In compenso, nel bunker, torna Casaleggio jr., richiamato in servizio per apparecchiare l'elezione di un Comitato direttivo di cinque membri. Cinque vittime sacrificali votate al sadomasochismo che si stenta a immaginare chi possano essere. Potrebbero pure candidarsi i fuorusciti in attesa di espulsione, tipo Lezzi, Morra, Laricchia &C. Che però avevano lasciato i gruppi parlamentari in polemica contro l’ingresso del M5S nel governo Draghi imposto proprio da Grillo e osteggiato proprio da Casaleggio (che, fra l’altro, si oppone a qualunque deroga al limite dei due mandati). Un altro paradosso da neurologo: per sbarrare la strada a Conte, che ancora l’altroieri ha ribadito il sostegno a Draghi (ma da posizioni critiche e mature), il Visionario Elevato farebbe eleggere un Direttorio di nemici assatanati del governo col potere di sfiduciarlo. Ma è improbabile che l’elezione su Rousseau possa mai avvenire. Carente di neurologi, Grillo lo è anche di avvocati. Altrimenti qualcuno gli avrebbe spiegato che quella non è più la piattaforma del M5S (che ne ha un’altra) e soprattutto che Casaleggio – salvo commettere reati – non può violare l’ordine del Garante della Privacy di non trattare i dati degl’iscritti, dopo averli consegnati al legittimo titolare: il reggente Vito Crimi. Ora, siccome il partito di maggioranza relativa in Parlamento non può restare senza guida alla vigilia di un autunno caldo a suon di licenziamenti e del rush finale per l’elezione del capo dello Stato, l’unica votazione che ha un senso è quella per il nuovo capo politico: da una parte Conte, sulla base del suo Statuto e della sua Carta dei Valori, che vanno subito resi pubblici; dall’altra Grillo o chi per lui (se mai troverà un essere senziente disposto a fargli da prestanome), sulla base del suo post di ieri. Così finalmente saranno gli iscritti, davanti a un’alternativa chiara e netta senza più quesiti suggestivi, a decidere se i 5Stelle devono vivere con Conte o morire con Grillo. Del quale resta da capire se sia ancora lucido o irrimediabilmente bollito, e soprattutto quale delle due alternative sia la peggiore. Se è lucido, sta lavorando scientemente per il re di Prussia e dunque va messo in condizione di non nuocere. Se invece è bollito, sta lavorando inconsapevolmente per il re di Prussia e dunque va messo in condizione di non nuocere. Come? Lasciandolo solo, cioè nella condizione che ormai predilige, convinto – come Cesare secondo Plutarco – che sia “meglio essere primo in un villaggio che secondo a Roma”. Ma qui il villaggio ha le dimensioni di una delle sue ville. E i padri padroni sono tali finché i figli diventano adulti, escono di casa e iniziano a camminare con le proprie gambe. Nel governo, in Parlamento, nelle Regioni, nei Comuni e fra gli iscritti ci sono decine di migliaia di figli di Grillo ormai maggiorenni che sanno cosa devono fare.

Marco Travaglio, surreale presa di posizione in favore di Giuseppe Conte: "Niente di personale con Beppe Grillo". Libero Quotidiano il 29 giugno 2021.

Primo: non c'è nessuno in grado di risollevare il Movimento 5 stelle se non Giuseppe Conte. Secondo: la questione dello scontro tra Beppe Grillo e l'ex premier è politica, non personale. Marco Travaglio ne è convinto e non è certo una novità che il direttore del Fatto quotidiano veda Conte come l'eroe italiano unico capace di guidare non solo il Movimento ma anche il Paese, risulta però piuttosto ridicolo che sostenga che tra i due lo scontro sia politico e non personale. In questi ultimi giorni li abbiamo sentiti dire di tutto uno all'altro - dai più pesanti insulti, vedi la parola cogl***e ripetuta più volte, agli attacchi durissimi, "non sono un prestanome", "decidi se essere padre padrone", eccetera - ma per Travaglio tutto questo evidentemente non esiste. No, per il direttore del Fatto, inconsolabile nostalgico di Conte, "la questione non è personale: è politica, anche se il rapporto umano fra Conte e Grillo al momento è ai minimi storici e non sarà facile ricostruirlo", scrive nel suo editoriale di oggi 29 giugno. "Bene ha fatto l'ex premier a chiarire che non c'è alcun golpe o complotto per sfilare a Grillo la sua creatura, ma l'esigenza di tracciare i confini delle funzioni dell'uno e dell'altro nel movimento che lo stesso Grillo ha chiesto a Conte di ricostruire su basi nuove". Chiarissimo. "Il capo fa il capo e il garante fa il garante, ma il garante conterà sempre più del capo perché il suo mandato è a vita e perché conserva il potere di proporre agli iscritti di sfiduciare l'altro. Fermo restando che il garante è anche il fondatore e qualunque sua sortita avrà un peso infinitamente superiore a quello codificato da qualsiasi regola statutaria", ragiona Travaglio. Quella di Conte, insomma, "non è una pretesa prevaricatrice, ma il minimo sindacale delle garanzie per poter avviare il percorso di riossigenazione". Quella di Conte, insiste Travaglio è "un'avventura" che "può ancora riportare il M5S in cima al podio. Tutto ora dipende dall'intelligenza e dalla generosità di Grillo, che della prima abbonda e della seconda difetta. Ma le parole ferme e al contempo distensive pronunciate ieri dall'ex premier costringono il fondatore a scegliere, e in breve tempo. Se salta la leadership Conte, l'alternativa qual è? Dov' è un altro capo in grado di risollevare i 5S dopo un eventuale no a (o di) Conte?", si chiede il direttore. "E soprattutto: come potrebbe il teorico della democrazia diretta negare agl'iscritti il diritto di voto sul progetto di Conte?". Per Travaglio è semplice: non c'è altro Dio all'infuori di Conte. 

Enzo Bonaiuto per adnkronos.com il 30 giugno 2021. Il duello finale fra Beppe Grillo e Giuseppe Conte, con il primo che ha quasi messo alla porta il secondo, anche con parole sprezzanti, "può essere esplosivo per le sorti del Movimento Cinque Stelle: il giocattolo M5s rischia davvero di rompersi, per sempre", avverte Massimo Fini intervistato dall'AdnKronos. "E' vero che contro il movimento c'è stato un fuoco di sbarramento che non abbiamo visto neanche contro le Brigate Rosse - premette - ma è altrettanto vero che i cinquestelle sembrano essere specialisti nel farsi gli autodafé...". Per Massimo Fini, "siamo davanti sicuramente a un autodafé, che non porterà M5s da nessuna parte". Quanto alla accusa di "inadeguatezza" rivolta ora da Grillo a Conte, il premier scelto e 'imposto' dal Movimento Cinque Stelle per la guida dei due governi, prima in alleanza con la Lega e poi con il Pd, "siamo abituati alle espressioni iperboliche di Grillo, da sempre. E' anche vero che Conte qualche debito di riconoscenza verso di lui e il M5s lo dovrebbe avere, perché non sarebbe mai diventato capo del governo, per ben due volte...". Osserva ancora Massimo Fini: "Purtroppo, contrariamente a quanto sosteneva Andreotti, il potere logora non solo chi non ce l'ha ma anche chi ce l'ha...". Diceva pure che prima o poi tutto si aggiusta... "E infatti, non è escluso che si possano mettere d'accordo, se non vogliono fare harakiri. Se non lo fanno, il movimento è spappolato e il compito di ricomporlo sarebbe molto difficile, sia che se ne occupi Di Maio sia che intervenga Di Battista. In tal senso, la scomparsa di Casaleggio padre, che era perfettamente complementare con la figura e la personalità di Grillo, ha rappresentato un forte danno per le sorti del M5s e Casaleggio figlio non è la stessa cosa. Ma il 'giocattolo' 5 Stelle rischia davvero di rompersi, di sparire per sempre dalla scena. Con un danno anche per il Pd e per una sinistra che oggi non si capisce neanche cosa sia". Quanto alle posizioni espresse dal direttore del “Fatto Quotidiano”, Marco Travaglio, "lui ha tifato molto, forse troppo, per Conte. Un giornale non dovrebbe mai schierarsi fino a questo punto, anche se in giro si vede ben di peggio rispetto al 'Fatto'... Ma giornali e giornalisti devono sempre mantenere una certa distanza dall'oggetto del loro interesse, sia che gli sia simpatico sia che gli sia antipatico".

Fini (Massimo) bacchetta Travaglio: «Tifi troppo per Conte». La faida grillina sconquassa il “Fatto”. Marzio Dalla Casta mercoledì 30 Giugno 2021 su Il Secolo d'Italia. Lo psicodramma 5Stelle ha tutta l’aria di voler contagiare anche il Fatto Quotidiano. Marco Travaglio, che lo dirige, ha finora sdegnosamente l’etichetta di house organ del MoVimento, ma è difficile che riesca ad evitarlo. Tanto più che, soprattutto negli ultimi tempi, la sua postura nei confronti di Conte ha finito per ricordare sempre più quella di Emilio Fede verso Berlusconi. Una bestemmia solo a prima vista. È invece innegabile che ad accomunare i due direttori è soprattutto l’alta considerazione da loro nutrita nei confronti dei due ex-premier. Chiedere per conferma a Massimo Fini, giornalista con vocazione da fustigatore nonché punta di diamante della premiata “firmeria” del Fatto. Ci sarà dunque da credergli quando all’Adnkronos ricorda che il suo direttore «ha tifato molto, forse troppo, per Conte». È solo il prologo alla solenne bacchettata. «Un giornale – ha infatti aggiunto – non dovrebbe mai schierarsi fino a questo punto, anche se in giro si vede ben di peggio rispetto al Fatto… Ma giornali e giornalisti devono sempre mantenere una certa distanza dall’oggetto del loro interesse, sia che gli sia simpatico sia che gli sia antipatico». Una distanza che evidentemente Travaglio non ha voluto o saputo frapporre tra il suo giornale e le tribolate vicende del MoVimento, sempre più lanciato verso l’autodistruzione. Anche questo preoccupa Fini, sebbene in cuor suo confidi ancora in un accordo. Lo dice lui stesso citando Andreotti: «Diceva pure che prima o poi tutto si aggiusta». Già, ma se non accadesse? In quel caso, non ha dubbi: «Il movimento è spappolato». Parole in cui non è difficile scorgere un sos lanciato a Travaglio. Un modo per indurlo a tentare una mediazione tra Conte e Grillo. Ma è difficile che il direttore gli dia ascolto. Del resto, neanche Fede indossò il casco blu dell’Onu al tempo della guerra tra Berlusconi e Fini (Gianfranco). L’indipendenza, si sa, viene prima di tutto.

Alessandro Sallusti su Beppe Grillo e Giuseppe Conte: "Un pericoloso invasato contro un emerito incapace". Libero Quotidiano il 30 giugno 2021. Il comico estrae dal suo repertorio il colpo di teatro. "Giuseppe Conte non ha nessuna visione politica né capacità manageriali", ha scritto ieri Grillo sbarrando la strada a Giuseppe Conte che poche ore prima gli aveva chiesto di consegnargli le chiavi del movimento e ritirarsi di fatto a vita privata. Scopriamo quindi che l'uomo che lo stesso Grillo aveva indicato per ben due volte presidente del Consiglio della settima potenza mondiale e al quale pensava solo un mese fa di affidare le redini del Cinque Stelle è, a suo dire, un emerito incapace. Cosa che in tanti, escluso Travaglio, avevano capito fin dal suo rocambolesco e casuale ingresso in politica. Furbo - lo abbiamo scritto ieri - sicuramente Conte lo è stato ma contro un pazzo come Grillo la furbizia non basta perché l'uomo è culturalmente violento pronto in ogni momento a farsi esplodere insieme al nemico. Un invasato - lui preferisce chiamarsi Elevato - pericoloso che follia dopo follia ha dissipato in pochi anni il grande patrimonio che la sorte gli aveva affidato. Come al solito Danilo Toninelli, detto tontolone, che ben rappresenta l'intelligenza media della classe dirigente grillina non aveva capito una mazza "Grillo e Conte sono la coppia migliore che la politica possa avere. Da una parte un visionario con i piedi ben piantati nel M5S e dall'altra una persona capace e competente che ha già dato prova di sé, altro che statuti", aveva postato sui suoi social poche ore prima che il "visionario" mandasse a quel paese e violentasse il "competente". Adesso può succedere che Conte, aizzato da Travaglio e Casalino, provi a portare comunque via a Grillo un pezzo del movimento anche se non si capisce come e con i soldi di chi ciò possa accadere. Oppure che i grillini si sfaldino di loro a prescindere dalle mosse dei duellanti. Vedere i genitori darsele di santa ragione lascia sempre strascichi indesiderati. Prendere atto di avere un papà violento e una madre incapace è troppo anche per Toninelli, figuriamoci per chi pensava che la casa dei Cinque Stelle fosse il Mulino Bianco della politica.

Paolo Bracalini per "il Giornale" il 30 giugno 2021. «Volevano fare la rivoluzione, sono finiti a litigare come a Uomini e Donne, ci vorrebbe la De Filippi a fare da paciere» dice Giovanni Favia, uno dei grillini della primissima ora (candidato sindaco a Bologna, poi consigliere regionale in Emilia-Romagna) e tra i primi espulsi dalla setta Cinque stelle. «Quello tra Grillo e Conte è uno scontro narcisistico, di personalismi, non c' è nessuna contesa politica dietro. Prima della pandemia dicevo che quelli del M5s avevano ammainato la bandiera del cambiamento e stavano contando i soldi, adesso siamo oltre, siamo al reality show».

L'ultima puntata è questo ceffone di Grillo a Conte.

«Grillo ha fatto pace con Davide Casaleggio, fatto fuori da Conte, per fregare il furbone di Volturara Appula, un nulla cosmico condito da frasi da Baci Perugina che ha affossato l'economia italiana ma è riuscito a farsi passare da statista facendo leva sulla parte più suggestionabile e fragile dell'elettorato». 

Sembra che lei sia contento. Eppure fu Grillo a cacciarla dal M5s.

«Ero molto legato a lui, pensavo fosse una persona in buona fede, certo meglio lui di Conte che rappresenta l'incravattamento fasullo del movimento, lui e Di Maio sono degli opportunisti che farebbero di tutto per il potere e la carriera. Grillo quantomeno nella sua follia è uno che ha costruito qualcosa, è andato controcorrente, ha anche perso economicamente con la politica, questi invece sono dei burattini senza nessun ideale, solo la ricerca di consenso, è la politica che diventa reality». 

Infatti Conte va forte sui social.

«Conte è perfetto per un club di scambisti, essendo il nulla politico si adatta a tutto, è cattolico ma anche laico, populista ma anche europeista. Tutto per la cadrega. Si è incuneato in un governo debole, raccomandato da Bonafede, perchè ha capito che per lui poteva essere una opportunità. Ha fatto finta di essere un agnello ma invece era un lupo affamato di potere». 

Chi vincerà il reality?

«Stanno provando a far fuori Grillo ma non è facile da domare. Conte e Casalino sono sicuramente più abili di lui, lo stanno logorando, hanno i parlamentari dalla loro parte, hanno garantito di derogare dal vincolo del secondo mandato. Questi parassiti che hanno vinto la lotteria Win for Life sanno che Conte può garantirgli di continuare a fare politica mentre Grillo è imprevedibile. Il M5s è il partito più personalistico che ci sia, è un comitato di affari, affarucci miseri, stipendi, rimborsi, poltrone. La cosa più assurda è leggere che Di Maio viene classificato come neutrale». 

Invece non lo è?

«Di Maio è quello che ha più da guadagnare dall' affossamento di Conte. Chi altro c' è come possibile leader moderato del M5s? Solo Di Maio, il maestro di paraculismo. Lui sta fermo e aspetta che Conte e Grillo si scannino, e si indeboliscano a vicenda». 

È un covo di serpi questo M5s.

«Chi aveva un minimo di onestà intellettuale è scappato da quella banda lì, o è stato cacciato. Sono rimasti solo gli opportunisti, che alla fine si scannano sempre tra di loro». 

Hanno ancora seguito però, nonostante quello che hanno combinato in questi anni.

«Ma perché i loro fan vivono in una bolla autorefenziale, sui social. Se gli pisciano in testa e gli dicono che piove loro ci credono».

Conte ha molti follower, ma voti?

«Sicuramente si è costruito un consenso personale durante la pandemia, utilizzando in modo molto scorretto la visibilità da premier per aumentare i follower nella sua pagina personale». 

Si scinderanno?

«Può essere, ma non cambierebbe molto. Si sono alleati con tutti, vuoi che non trovino un accordo tra loro?»

Ma. Con. per "il Messaggero" il 30 giugno 2021. Sembravano avere tutti e due un comune destino sulle panchine dei giardinetti di fronte casa, ed invece Beppe Grillo spariglia e resuscita Davide Casaleggio e la piattaforma Rousseau. La vicenda è surreale solo se si pensa che qualche giorno fa, dietro adeguato compenso per «i servizi resi», Casaleggio ha consegnato a Vito Crimi e Giuseppe Conte i dati degli iscritti conservati nella piattaforma. Una soluzione frutto di un complicato contenzioso legale che ora rischia di riproporsi, seppur a parti invertite, qualora Conte decida di fare affidamento su quei dati. Problemi potrebbe però averli anche Casaleggio visto che una diffida del Garante della Privacy gli inibisce l'utilizzo. Comunque sia nel dare il benservito a Giuseppe Conte, Grillo ha rimesso in pista sia il figlio del fondatore sia la Piattaforma: «Indìco la consultazione in rete degli iscritti al Movimento 5 Stelle - scrive Grillo - per l'elezione del Comitato Direttivo, che si terrà sulla Piattaforma Rousseau». E' forse questo l'altro boccone amaro che buona parte degli eletti del M5S debbono ingoiare. Tornare con Casaleggio potrebbe significare un ritorno alle origini del Movimento compreso al limite dei due mandati. Ma i bene informati sostengono che Grillo abbia richiamato in servizio Casaleggio solo per poter avere subito a portata di mano un rodato meccanismo di voto. Eppure il titolare della Piattaforma insieme ai dati ha consegnato al M5S anche una lettera di addio condita di considerazioni al Movimento che «nemmeno mio padre riconoscerebbe». I dati dei tesserati sarebbero dovuti servire a Conte per mettere in votazione lo statuto e la sua leadership. Ora il confuso iscritto al M5S rischia di essere consultato due volte visto che si fa concreto il rischio di scissione. Ciò che però ha rimesso insieme i due è certamente il giudizio su Conte. Nei giorni della lunga contesa giudiziaria Casaleggio è stato più volte durissimo nei confronti dell'ex premier definendolo un «no lex» che «non conosce le norme». Accusa che per un avvocato non è da poco e che si unisce alle parole durissime scritte da Grillo nel suo blog. Ora il Movimento torna a Rousseau e a quella piattaforma che Davide Casaleggio rese operativa nel 2018, dopo la morte del padre Gianroberto, con l'aiuto di Enrica Sabatini e Pietro Dettori. Due supporter il cui destino si è diviso quando la Piattaforma ha riconsegnato i dati a Conte. Sabatini è rimasta in Rousseau, pronta a mettere a disposizione la piattaforma anche ad altri, mentre Dettori è rimasto nel M5S e ha lasciato Rousseau. Gli oltre 188 mila iscritti certificati verranno quindi presto chiamati ad eleggere il direttorio che, secondo l'ultima versione dello statuto votato a febbraio sempre sulla Piattaforma, deve essere composto da cinque membri. Archiviare Conte significa quindi anche mettere in soffitta l'idea del capo politico, ovvero di una guida unica. Lo fu a lungo l'attuale ministro degli Esteri Luigi Di Maio, lo è stato, anche se come reggente, Vito Crimi ma ora si torna «all' organizzazione orizzontale» teorizzata anche ieri da Grillo. A Conte - ammesso che intenda farlo - non resta che far votare il suo statuto sulla piattaforma SkyVote, società di consulenza a suo tempo incaricato di gestire le operazioni di voto. Sul piano teorico e della rappresentanza del Movimento dovrebbero essere però Vito Crimi, in quanto membro anziano del Consiglio di Garanzia, e Beppe Grillo a dover indire la consultazione. Problema non da poco per l'Avvocato di Volturara Appula.

Marco Antonellis per tpi.it il 30 giugno 2021. Casaleggio già al lavoro da questa mattina per garantire la votazione del direttorio secondo la volontà di Beppe Grillo. È questa la notizia del giorno che TPI è in grado di rivelare con buona pace di Vito Crimi che oggi aveva rilasciato un durissimo post in merito: “Beppe Grillo ha indetto la votazione del comitato direttivo impedendo una discussione e una valutazione della proposta di riorganizzazione e di rilancio del MoVimento 5 Stelle alla quale Giuseppe Conte ha lavorato negli ultimi mesi, su richiesta dello stesso Beppe. Pur rientrando fra le sue facoltà indire la votazione, non concordo con la sua decisione. Il voto, tuttavia, non potrà avvenire sulla piattaforma Rousseau, poiché questa è inibita al trattamento dei dati degli iscritti al MoVimento. Inoltre, consentire ciò violerebbe quanto disposto dal Garante della Privacy”. Così parlò (anzi, scrisse) Vito Crimi non senza aver prima scambiato due chiacchiere telefoniche con il fondatore che però oggi preferisce non rispondere ai tanti che in queste ore lo cercano per chiedere “lumi”. In realtà non tutti sembrano pensarla come Vito Crimi, men che meno il fondatore per il quale sarebbe invece possibile il voto tramite la piattaforma Rousseau. E lo vuole fare senza perdere tempo in modo da archiviare quanto prima questa turbolenta fase della vita grillina. Non per niente, spiegano fonti vicinissime al dossier, Grillo ieri ha proposto il voto per il direttorio soltanto dopo aver verificato con i legali la fattibilità della cosa. Oggi infine è arrivato anche il “diktat” di Grillo a Vito Crimi: “Ti invito ad autorizzare, entro e non oltre le prossime 24 ore, la Piattaforma Rousseau al trattamento dei dati, come espressamente consentito dal provvedimento del garante della privacy e come rientrante nei poteri del titolare del trattamento. Nel caso, invece, in cui decidessi di utilizzare subito la nuova piattaforma, sarai ritenuto direttamente e personalmente responsabile per ogni conseguenza dannosa dovesse occorrere al MoVimento (azioni di annullamento voto, azioni risarcitorie …) per le scelte contrarie allo statuto che dovessi operare”.

PROCESSO AL “SISTEMA CASALEGGIO”. DAGONOTA il 7 giugno 2021. Casaleggio Associati ha dato vita ad una rete di siti di fake news e ha fatto propaganda a regimi dittatoriali? Lo sostiene Marco Canestrari, l’ex dipendente della società del figlio del co-fondatore del Movimento 5 stelle. Per questo, Davide Casaleggio lo ha querelato e domani, al Tribunale civile di Milano, si apre il processo. L'accusa è quella di diffamazione a mezzo stampa e la richiesta di risarcimento è di 28 mila euro. Secondo Casaleggio, Canestrari avrebbe leso l'immagine della azienda milanese in due occasioni: nel corso di un'intervista rilasciata a Formiche.net e con una serie di tweet, sostenendo che la società abbia dato vita ad una rete di siti di fake news e abbia fatto propaganda a regimi dittatoriali. Ecco le frasi a cui si fa riferimento nell'atto di citazione. “In questo caso dovremmo spiegare perché l’oste dice che il vino è buono – ragiona Canestrari -. Il Blog di Grillo e i siti di Casaleggio Associati sono fabbriche seriali di bufale e fake news, e la pressione sul tema sta aumentando anche a livello internazionale".

PROCESSO AL SISTEMA CASALEGGIO - RACCOLTA FONDI MARCO CANESTRARI. (brano tratto da intervista Giovanni Bucci del 7 gennaio 2017, consultabile su formiche.net.

"Vi mettono nelle mani dei loro amici dittatori…Hanno le mani sporche: di merda del potere o di sangue dei giornalisti uccisi. Da @manliods (account del sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, intervenuto al congresso di Russia Unita il partito di Vladimir Putin) @ale_dibattista a #Casaleggio che sul sito Tze Tze pubblicava la propaganda del Cremlino per soldi". (Tweet pubblicato da Marco Canestrari sul suo profilo il 21 agosto 2018) 

Nella denuncia Casaleggio ribatte (è tutto vero!) che:

1) la Casaleggio non è un soggetto politico;

2) l'azienda milanese che ha pubblicato per anni il blog di Beppe Grillo si lamenta del "non continenza del linguaggio" usato da Marco Canestrari. La difesa di Canestrari vuole provare che nessun danno è stato cagionato e che le accuse di Davide Casaleggio sono risibili, dimostrando che i siti gestiti dalla società milanese (Tze Tze e La Fucina) negli anni avrebbero pubblicato fake news, anche su temi che attengono alla salute pubblica, e propagandato regimi autoritari. Il collegio difensivo di Canestrari, rappresentato dall'avvocato Valerio Vartolo, chiamerà a testimoniare alcuni tra i più noti giornalisti italiani e stranieri che hanno raccontato la galassia dei siti gestiti da Casaleggio Associati. E ancora: parlamentari eletti nel Movimento cinque stelle, creatura politica nata e gestita nelle stanze della società milanese, il dirigente inglese Liz Bilney (ex-capo esecutivo della campagna per la Brexit), il dottor Michael Carpenter già stretto collaboratore del Presidente Usa Joe Biden.   Canestrari ha deciso di assumersi il rischio di dover pagare di tasca sua. Ha attivato una raccolta fondi che trovate sul sito processoalsistemacasaleggio.it e sul blog marcocanestrari.it.

Andrea Malaguti per "la Stampa" il 7 giugno 2021. Nel giorno in cui Giuseppe Conte presenta il suo Nuovo Mondo, Davide Casaleggio saluta il suo, che un tempo era lo stesso, e in questa sua prima intervista a La Stampa racconta perché. Schivo, restio alle confidenze, il figlio del fondatore del MoVimento 5 Stelle è un personaggio complesso, un alchimista talebano di quell' Idea Primigenia della democrazia orizzontale in cui in parte crede e a cui in parte si aggrappa, perché gli ha dato un'identità e persino una professione. Ora che l'universo immaginato da suo padre Gianroberto lo ha masticato e sputato fuori, è costretto a reinventarsi la vita. Difficile immaginare qualcosa di più doloroso. Potrebbe sfogarsi con rabbia e invece misura le parole nelle risposte scritte a domande scritte, perché queste sono le sue regole d' ingaggio. Cestina alcuni temi, soprattutto di carattere personale, e sorvola su Grillo. In ogni caso non si sottrae alla sostanza e se sia una scelta di trasparenza o di insicurezza ciascuno è libero di deciderlo per conto proprio. L' impressione che lascia è quella di un uomo che cerca di distogliere lo sguardo dalle macerie, ma non trova un punto su cui posarlo. È tutto troppo fresco, fa tutto troppo male. Ma ancora non è finita. Magari è appena iniziata. 

Davide Casaleggio, si sente più deluso, tradito o arrabbiato?

«In realtà oggi sono molto sollevato. Non devo più assumermi o sentirmi le responsabilità per decisioni altrui». 

Dopo settimane di trattative c' è un accordo tra Rousseau e il M5S: è stata una questione di principio o di soldi?

«Siamo arrivati ad un accordo perché era necessario separare le strade. Negli ultimi 16 mesi il MoVimento ha deciso di violare così tante regole e principi di democrazia interna e di rispetto delle decisioni degli iscritti da rendere impossibile per noi continuare un percorso condiviso. Siamo arrivati a non vedere motivi per stare ancora insieme. I soldi come la consegna degli iscritti non sono mai stati la causa del problema, ma un effetto. Il problema era che il MoVimento non intendeva onorare gli impegni presi pagando i lavoratori che attendevano il dovuto da mesi». 

Giuseppe Conte ha scritto: il Movimento, forte delle sue radici, entra in una nuova storia. Perché quella vecchia non andava più bene?

«Il modello del Movimento 5 stelle ha consentito di ottenere il 33% di fiducia del Paese e ha dato la possibilità a migliaia di cittadini sconosciuti, come lo stesso Giuseppe Conte, di rivestire ruoli prestigiosi e di potere impensabili. Probabilmente quello che oggi non va più bene è che si vuole dare questa possibilità a persone ben definite». 

Conte ha promesso che nei prossimi giorni presenterà il nuovo statuto e la nuova Carta dei valori, crede che ci sarà ancora il limite dei due mandati?

«Il fatto che in questi mesi non ci sia stata una presa di posizione chiara sul tema mi fa pensare che sia una questione oggetto di contrattazione per il supporto economico richiesto. Ovviamente quando i principi di una comunità sono oggetto di trattativa economica si entra nella fase di liquidazione. Probabilmente, come su molte altre recenti questioni, non si prenderà una posizione chiara e netta. Si rimanderà a un possibile voto e a quel punto, come già accaduto tante altre volte, o sarà presa una decisione in una segreta stanza romana o si proporrà un quesito a ridosso delle candidature».

Cito Luigi Di Maio: dobbiamo sostenere Conte e blindare la sua leadership. Quand' è che nel Movimento uno ha smesso di valere uno?

«Forse quando troppe persone hanno iniziato a ritenersi più importanti di altre». 

Ci crede ancora alla democrazia diffusa e dal basso, la democrazia partecipativa?

«Assolutamente sì. Credo sia l'antidoto all' accentramento di potere nelle mani di poche persone, al carrierismo politico e all' iperleaderismo. Non è un caso, infatti, che Rousseau, come modello di partecipazione orizzontale e aperto, abbia iniziato a essere percepito come scomodo proprio nella fase di trasformazione gerarchica del movimento verso un'organizzazione partitica tradizionale».

È stato il potere a uccidere il Movimento?

«Probabilmente è stata più la paura di perdere posizioni acquisite». 

A questo punto che differenza c' è tra Conte e Salvini, Letta o la Meloni?

«Probabilmente lo vedremo alle prossime elezioni se ci saranno differenze». 

Che effetto le ha fatto lo strappo di Luigi Di Maio sul giustizialismo?

«Credo sia un tema che spesso porta alla tifoseria fine a se stessa. La scorsa settimana abbiamo avviato un dibattito sul Blog delle Stelle per entrare nel merito». 

C' è un momento preciso in cui ha pensato: è tutto finito?

«Nell' ultimo anno purtroppo aver voluto rimandare per 15 mesi l'obbligo statutario di votare la guida politica è stata la cosiddetta finestra rotta che se tollerata troppo a lungo porta a una sensazione diffusa di impunità rispetto alle regole e ai principi di una comunità. Abbiamo assistito in molti casi ad una vera e propria transizione etica». 

Perché, improvvisamente, si è creata questa rottura con Rousseau?

«Non è stato improvviso, ma purtroppo un lento crescendo. La motivazione è sempre la paura delle persone. Per poter ottenere tutto quello che uno vuole bisogna essere disposti a perdere tutto quello che si ha. Ma quando invece è la paura a dominare, l'obiettivo diventa solo quello di preservare quello che si ha». 

L' hanno accusata di avere sempre lavorato nell' ombra e in conflitto di interesse. Che cosa è stato davvero Rousseau?

«Ho sempre lavorato gratuitamente e senza ottenere alcun vantaggio personale o professionale, anzi. Ho rifiutato incarichi e sono sempre stato fuori dal sistema nomine. Il mio contributo è stato mettere le mie competenze a disposizione per un modello organizzativo e di partecipazione innovativo e unico nel panorama politico italiano». 

Che cosa avrebbe detto suo padre di fronte a tutto questo?

«Probabilmente sarebbe stato meno paziente di me e sarebbe andato via molto prima». 

Quale è stato il ruolo di Grillo in questa vicenda?

«Beppe Grillo è il garante con oneri e onori».

Casaleggio, che cosa pensa del governo Draghi?

«Fino ad oggi ha dovuto occuparsi della questione emergenziale, avremo modo di valutare il reale impatto che saprà portare nei prossimi mesi con un necessario rilancio dell'economia del Paese». 

Lei è pronto a uscire dal mondo della politica?

«La politica per me è dare voce e potere ai cittadini e sicuramente continuerò, nei modi possibili, a farlo sviluppando sempre di più spazi e strumenti di cittadinanza digitale. Il voto su blockchain è il nostro obiettivo concreto dei prossimi anni. Abbiamo sviluppato il modello di partecipazione e vogliamo renderlo sempre più trasparente e distribuito».

Se nascesse una nuova esperienza politica, magari guidata da Alessandro Di Battista, quali caratteristiche dovrebbe avere?

«Rousseau sarà uno spazio laico e aperto a tutti. Qualunque comunità di cittadini vorrà promuovere la partecipazione dal basso troverà in Rousseau un acceleratore per portare avanti battaglie e idee. 

Le nuove generazioni avranno un rapporto molto diverso con la partecipazione politica, aderiranno a singole battaglie o progetti e decideranno quando, come e perché partecipare senza aderire necessariamente a una forza politica definita. 

Nella nuova era della Platform Society gli ecosistemi digitali della partecipazione modelleranno il futuro della politica molto più di quanto immaginiamo oggi».

M5S e l'addio di Casaleggio, la penosa fine di un imbroglio spacciato per democrazia. Sebastiano Messina su La Repubblica il 6 giugno 2021. Con l'addio del presidente dell'associazione Rousseau al Movimento si è conclusa la lunga avventura cominciata con l’amicizia tra un comico di successo e un geniale informatico e finita con la carta bollata tra i loro successori. Nel patetico annuncio di una scissione che non ha nulla di drammatico, Davide Casaleggio vorrebbe tenersi anche metà del nome: "Lascio i 5 Stelle, non è più il Movimento2. E forse crede davvero che sia possibile dividere a metà un partito come se fosse un’eredità: da una parte i 5 Stelle senza Movimento, dall’altra un Movimento senza 5 Stelle.

Dagospia il 6 giugno 2021. Dall’account twitter di Jacopo Iacoboni. Davide Casaleggio annuncia: "Con dolore mi disiscriverò dal M5S come tanti hanno deciso di fare negli ultimi mesi. Questo non è più il Movimento e sono certo non lo avrebbe più riconosciuto nemmeno mio padre" è un annuncio a suo modo tragico, che definisce una stagione. Non credo che per Conte sia tutto risolto, anzi. Giuridicamente Casaleggio ha tanti strumenti in mano, sia lui, sia - su un altro fronte - Di Maio. E politicamente nulla vieta che il figlio del fondatore possa prendersi una vendetta politica con una nuova creatura.

Paola Zanca per “il Fatto quotidiano” il 6 giugno 2021. Il nome lo aveva scelto sempre lui, Gianroberto, anche se il battesimo online di Rousseau era arrivato solo nel giorno della sua morte, il 12 aprile 2016. "È il suo ultimo regalo", dissero allora. Due settimane dopo arrivò il "blog delle Stelle", a sancire la nuova stagione del M5S che aveva appena perso un padre per malattia, mentre l'altro già un paio di mesi lo aveva anticipato con il passo di lato e la corsa solitaria di beppegrillo.it. "Non delegare, partecipa", è stato il verbo con cui si erano messi in testa di rivoluzionare la politica. E Davide Casaleggio lo declinava così: attraverso Rousseau, "noi otteniamo che le persone ci dicano in quale direzione il M5S deve andare e quali esponenti debbano essere eletti". Non è andata esattamente così, e forse lo ammetterà anche lui, che adesso dice di "non riconoscere più" il Movimento con cui è cresciuto. Non perché su Rousseau non si sia votato. Ma perché la storia dei quesiti sulla piattaforma è una rassegna di "no" che volevano dire "sì", di affermazioni che servivano a negare, di plebisciti arrivati previo indottrinamento dei "big". Memorabile fu il quesito sul mancato sbarco della nave Diciotti, quello in cui bisognava decidere se mandare a processo Matteo Salvini, allora alleato e ministro del primo governo Conte: si interrogarono gli iscritti sulla "tutela di un interesse dello Stato" e perfino Beppe Grillo non trattenne lo sconcerto: "Se voti Si vuol dire No. Se voti No vuol dire Si. Siamo tra il comma 22 e la sindrome di Procuste!". Schiere di commentatori l'hanno avversata come il partito dei clic; svariati hacker - e poi il Garante per la Privacy - ne hanno dimostrato le larghissime maglie della sicurezza informatica; per anni gli uffici di via Morone, in pieno centro a Milano, sono stati la sede di una leggendaria "Spectre", che il carattere non esattamente empatico del manager Davide, così come l' infilata di consulenze ottenute da Poste, Moby-Tirrenia e Philip Morris, hanno contribuito ad alimentare. Ma al di là dei conflitti di interessi della Casaleggio associati, la verità è che l'horribilis piattaforma non è mai davvero decollata. Casaleggio si era dato l' obiettivo di raggiungere il milione di adesioni entro il 2018, invece è finito nella ridotta degli iscritti certificati: 195 mila, secondo l' ultimo dato disponibile. Ma oltre alla ristretta partecipazione, non è servita davvero nè all' organizzazione interna del Movimento - con i referenti delle varie aree di fatto non riconosciuti da nessuno - né alla formazione della classe dirigente, tantomeno agli eventi per la democrazia diretta organizzati in giro per l' Italia. Non avevano mai sfondato, Rousseau e Casaleggio, nemmeno tra i parlamentari. Figuriamoci quando hanno cominciato a chiedere a tutti - era il 2018 - l' obolo da 300 euro al mese per mantenere i costi della piattaforma. E infatti, l' intolleranza contro quelli di Milano - malcelata solo dietro la venerabile memoria di Gianroberto - si era riversata sui suoi emissari. L'Enrica Sabatini che ogni settimana scendeva a Roma per vedere che aria tirava, il Pietro Dettori che era stato messo alle calcagna di palazzo Chigi, quel Max Bugani - che da tempo ha imboccato una strada autonoma - che per lungo tempo ha lavorato con Luigi Di Maio. A Milano, da quando c' era Davide, non ci si andava quasi più. Era lui ad andarli a trovare a palazzo, negli ultimi tempi più che altro per trovare il modo di riscuotere i debiti, che nel frattempo erano diventati a cinque zeri. All' ultima convention di Ivrea, quella organizzata ogni anno in ricordo del padre, nemmeno ha invitato i portavoce, che da un pezzo parlano un' altra lingua. Sei mesi fa, in occasione dell' undicesimo compleanno del Movimento, aveva pubblicamente diagnosticato il "partitismo" che aveva colpito i 5 Stelle. Poi è arrivato il sì al governo Draghi, l' addio di Alessandro Di Battista che per Davide era rimasto l' unico custode del verbo paterno. Gli ultimatum sono scaduti ieri. E consegnando i dati degli iscritti a Vito Crimi, in un grigio sabato di inizio giugno, hanno ripreso il filo da dove tutto era cominciato e se lo sono detti davvero, per l' ultima volta: vaffanculo.

Emanuele Buzzi per il “Corriere della Sera” il 6 giugno 2021. La svolta arriva nel primo pomeriggio: i tecnici mandati dal Movimento a Milano stanno lavorando per trasferire i dati degli iscritti. È il via libera alla rifondazione Cinque Stelle. L'accordo tra Rousseau e M5S è chiuso, lo hanno siglato Davide Casaleggio e Vito Crimi, ma l' operazione richiede qualche ora, il tempo - da una parte e dall' altra - per preparare post e comunicati e per espletare le formalità relative alle dovute garanzie da parte del tesoriere Claudio Cominardi. A fine giornata i tecnici prendono possesso di quel 10% di informazioni necessarie per organizzare la votazione in modo da inaugurare il nuovo corso (per completare il passaggio ci vorranno settimane). L' accordo - come anticipato dal Corriere - si chiude su circa 250 mila euro da versare nelle casse di Rousseau: un addio secco, senza più votazioni o altro. Non solo nell' intesa sono previste una serie di manleve legali per tutelare sia i Cinque Stelle sia l' associazione milanese (secondo le indiscrezioni l' Authority e il M5S hanno dato garanzie per il trasferimento dei dati). Dietro le quinte si è mosso soprattutto Beppe Grillo, che ha fatto da garante per entrambi i duellanti. Giuseppe Conte e Casaleggio si sono poi accordati telefonicamente nei giorni scorsi, ma il vero lavoro è stato svolto dagli emissari. Un lavoro oscuro in cui ha avuto un ruolo importante da mediatore Pietro Dettori, il terzo socio di Rousseau da anni nello staff di Luigi Di Maio (che tra i big ha spinto per evitare le vie legali). Dettori, rimasto sempre nell' ombra in questi mesi, su incarico di Grillo ha fatto da collante. La sintesi (difficile) tra le parti è stato poi affidato ai notai Valerio Tacchini e Alfonso Colucci. È un divorzio quello tra Casaleggio e i Cinque Stelle non indolore. Il presidente di Rousseau in un post molto duro attacca: «Se si cerca la legittimazione politica in un tribunale vuol dire che la democrazia interna è fallita». Da socio fondatore dell'ultimo M5S (con Di Maio) annuncia il suo passo d' addio: «Questo non è più il Movimento e sono certo non lo avrebbe più riconosciuto nemmeno mio padre». Per lui si profila un arrivederci al mondo della politica. I rumors raccontano che dopo l' estate potrebbe valutare nuove iniziative. Il futuro di Rousseau, invece, è incerto. Potrebbe trasformarsi - a seconda anche delle scelte dei soci - in una società di servizi per associazioni e consorzi. «Avevo auspicato che non si andasse per vie legali ed eravamo rimasti davvero in pochi a credere che si potesse trovare un accordo», commenta Max Bugani al Corriere . «Detto questo, credo che tutto il Movimento debba comprender il dolore di Davide ed essere riconoscente nei suoi confronti perché senza di lui molto di ciò che è accaduto in questi 15 anni non sarebbe stato realizzabile. Molti non lo sanno ma c' è sempre stato lui fin dall' inizio a dare una forma alle idee e alle visioni di Gianroberto». Sull' altro fronte i Cinque Stelle festeggiano. E si preparano al nuovo corso. Conte parla di una svolta a giugno. Lo statuto - dicono i ben informati - è pronto da tempo e sarà molto articolato. Tra le ipotesi in campo, per inaugurare il neo Movimento, si parla di una manifestazione di piazza: un modo per rimettersi in contatto con la base dopo le tensioni delle ultime settimane e dopo i mesi di emergenza legata al Covid.

Mario Ajello per “il Messaggero” il 6 giugno 2021. «Neanche mio padre riconoscerebbe questo movimento». Ecco la pietra tombale su un' emozione, quella del mondo nuovo, internettiano ma anche aziendalista, sovversivo e insieme punitivo, libertario ma guai a chi non paga, che ha unito una famiglia - i Casaleggio padre e figlio, Gianroberto e Davide - a M5S. Ora la dinastia esce dal movimento, ed esce a ceffoni, ma l' erede non è mai stato come il fondatore agli occhi di Grillo e dei grillini. «Davide è un piccolo bottegaio, Gianroberto voleva invece il Pianeta di Gaia, una nuova terra della creatività e della rivoluzione», l' hanno sempre pensata così i big ma anche i peones stellati a proposito del delfino. Non potevano dirlo a voce alta finché Grillo lo difendeva, più in nome dell' affetto verso il padre defunto che per stima personale verso il figlio non carismatico né creativo e attento solo ai versamenti (obbligati ma per lo più mancanti) da parte dei grillini alla sua azienda e a Rousseau poco funzionante e acherabile da qualsiasi smanettone anche imberbe. Ora che Beppe ha mollato Davide, tutti sono contenti che Davide non c'è più e possono esprimere il loro fastidio per un personaggio «piccolo piccolo». Vissuto da tutti come una sorta di esattore di tasse ingiuste (i 300 euro mensili che ogni deputato avrebbe dovuto versare all' erede in segno di riconoscenza verso il genitore che aveva messo su la baracca). Ora siamo, definitivamente, al «passato di un'illusione», per dirla pomposamente alla maniera del grande storico François Furet. Lui parlava della fine del comunismo, qui invece c'è la fine del casaleggismo, ovvero del sogno della democrazia diretta, dell' uno vale uno, dell' algoritmo al potere, della polemica anti casta, della politica digitale e dello sgretolamento della forma partito che era ciò in cui Gianroberto credeva, in cui Davide fingeva di credere e che i 5Stelle hanno provato per un po' a praticare scegliendo poi la comodità del Palazzo rispetto al brivido della rivoluzione improbabile nel pianeta Terra mentre il pianeta di Gaia è una bufala ad uso dei nerd come sanno e hanno sempre saputo Di Maio e gli altri iper-realisti M5S. Senza Gianroberto per motivi biologici, senza Davide per motivi contabili, senza il Dibba per motivi esistenziali, M5S non sarà più M5S. Dopo la fine dei padri (non c' è più per motivi biologici neanche Dario Fo), c' è la fine dei padrini anche se figli (Davide) e la profezia demonizzante del Dibba («M5S diventerà come l'Udeur di Mastella») molti grillini ormai se la augurano: «Magari durare quanto è durato e ancora dura il buon Clemente». Ancora più prosaicamente, il casaleggismo che doveva cambiare la politica italiana e il mondo alla fine somiglia, al netto dell'eccellenza artistica, a un film di Woody Allen: Prendi i soldi e scappa. I 240 milioni di crediti, ma ne voleva 450, Davide li ha presi e subito dopo ha detto ciaone. A riprova che lui non credeva nei 5Stelle e che loro non credevano e non hanno mai creduto in lui. Anche con Conte, rapporto più che freddo. E diventato subito di guerra tra l' avvocato e lesattore. Non c' entra affatto, nell' inimicizia, l' adesione dei grillini versione Giuseppi e versione Beppe al governo Draghi. Davide avrebbe superato in scioltezza questo problemino. Il problemone sono stati i soldi e la transazione non è bastata a far scoppiare la pace. Però Casaleggio per Conte era anche un alibi. Più lui non dava l' elenco degli iscritti al leader in pectore del movimento, più quello rinviava la partenza della propria leadership. Ora che Conte ha liquidato Davide, e in cambio ha la rubrica degli iscritti, non potrà più accampate alibi nel rinviare l' inizio del nuovo corso anzi - come lo chiama l' ex premier - del «nostro secondo tempo». Che si preannuncia, e il primo a saperlo e proprio lui, a dir poco accidentato. Il movimento dei clic con un clic, o con uno sbadiglio o con uno schiaffo, si è liberato della presenza ingombrante ed esosa di Davide. Il quale però tenterà di fare un nuovo movimento di sentinelle della rivoluzione di Gianroberto. Ed è finita a stracci una storia politico-aziendale che doveva rappresentare, dopo l' avvento del partito berlusconiano connesso alla videocrazia del Cavaliere, la nuova frontiera della democrazia italiana. Ossia quello che due ex grillini di valore, Nicola Biondo e Marco Canestrari, hanno chiamato in un loro libro il sistema Casaleggio. L' abbandono di Davide segna la conclusione di un intreccio tra partito, soldi e relazioni che mirava a fare di un movimento il ramo di un' azienda. E così è stato in questi anni, ma sempre meno. Perché poi il Palazzo, più che la Casaleggio Associati, è diventato il mondo di riferimento e il cespite, in termini materiali e politici, di M5S. Ora, c' è solo la certificazione della fine di un' epoca. E la conferma, per chi già lo aveva intuito, che la democrazia on line è un raggiro. Casaleggio ha esercitato di fatto sul Parlamento, tramite M5S, un' influenza senza alcun controllo democratico. E ora? La nascita del partito casaleggista è nell' aria. Ma a mettere in giro la voce che questo partito ci sarà, scommettendo che Davide non avrà la forza e la capacità di farlo, sono per lo più i lealisti 5Stelle. Pronti a godersi il prossimo flop dell' ex amico diventato nemico e che ora si ritrova con qualche soldo in più ma senza una scena e un progetto. «È incapace pure di vendetta», assicura un big grillino e pare che lo pensi pure Grillo. Il quale comunque incrocia le dita.

Federico Capurso per “la Stampa” il 6 giugno 2021. La guerra tra il Movimento 5 stelle e Davide Casaleggio è finita. «Abbiamo i dati degli iscritti», esulta Giuseppe Conte su Facebook, «il tempo dell'attesa e dei rinvii è finito, il Movimento entra, forte delle sue radici, in una nuova storia». La trattativa, dopo essere stata vicina a saltare, si è chiusa con un'accelerazione improvvisa. Il patto sottoscritto è top secret, ma i grillini dovrebbero versare - secondo alcune indiscrezioni - circa 250mila euro nelle casse di Rousseau, in cambio della lista degli iscritti e della promessa, da parte del figlio del fondatore, di non ricorrere in tribunale per questioni legate al simbolo, al nome o alle modalità di voto online del nuovo partito. Casaleggio, che ne chiedeva 450mila, potrà anche tenere la piattaforma Rousseau e il Blog delle Stelle, sul quale affida un ultimo saluto al veleno: «Mi disiscrivo dai Cinque stelle - annuncia -. Questo non è più il Movimento e sono certo non lo avrebbe riconosciuto nemmeno mio padre». Casaleggio starebbe pensando ad un nuovo progetto, ancora più fluido e impegnato su singole battaglie. Per costruirlo potrebbe attingere a una seconda banca dati, quella degli iscritti al Blog, diversa dalla lista degli iscritti al Movimento, ma al momento è solo un'idea. Prima si deve concludere il divorzio. Le tempistiche della rifondazione, per Conte, sono già definite. Un «cronoprogramma», concordato insieme al reggente Vito Crimi, che partirà all'inizio della prossima settimana con la presentazione del progetto politico. «Giugno segna l'inizio del nostro secondo tempo», scrive Conte, «ci prendiamo solo qualche giorno per verificare i dati e predisporre tutte le attività preliminari alle operazioni di voto». Ci vorrà più di qualche giorno, chiosa però Davide Casaleggio pochi minuti dopo: «Per avere tutti i dati degli iscritti il percorso sarà molto lungo. È iniziato il percorso e al momento è stato trasmesso solo il 10% dei dati». Di questo passo potrebbe volerci una settimana. I vertici M5S fanno sapere che non si aspetterà così tanto e che si potrà già presentare il nuovo Statuto e la Carta dei principi e dei valori, sui quali «si aprirà una fase per le osservazioni degli iscritti», che non dovrà però arrivare oltre la metà di giugno. Anche perché Conte vuole chiudere definitivamente il capitolo «entro la fine di questo mese», quando ci sarà la pronuncia con un voto online «prima sullo Statuto e successivamente sul nuovo leader del M5S». L'ex presidente del Consiglio si è «direttamente confrontato con Casaleggio», racconta lo stesso Conte, per trovare una soluzione «che consentisse la partenza di questa nuova fase, mettendo fine alle varie pendenze e onorando i pagamenti». Le casse del partito però sono vuote. E nei prossimi giorni, immediatamente dopo la presentazione del progetto, partiranno le mail per chiedere ai parlamentari di mettersi in regola con i contributi. Al momento, infatti, poco più di un quarto di senatori e deputati grillini avrebbe versato l'obolo mensile di mille euro. La stragrande maggioranza è in attesa di sapere cosa ne sarà del limite dei due mandati, delle modalità di formazione delle liste elettorali e della nuova struttura gerarchica. Insomma, si vuole capire, prima di pagare, che prospettiva viene offerta per la carriera e il portafogli. Si sarebbe quindi deciso di «rateizzare» i pagamenti all' associazione Rousseau, spiega una fonte interna al Movimento. Se ne discuterà, ma ora i big M5S pensano solo a festeggiare. «Con Conte possiamo rilanciare il Movimento - scrive Luigi Di Maio -, dobbiamo sostenerlo e blindare la sua leadership». E anche Crimi, sfinito, ringrazia: «Il Movimento continua la sua evoluzione, con Conte alla guida».

M5S, Casaleggio lascia il Movimento: "Nemmeno mio padre lo riconoscerebbe. Se si cerca legittimazione in tribunale la democrazia interna è fallita". Laura Mari su La Repubblica il 5 giugno 2021. L'associazione sospende i servizi della piattaforma. Conte: "Abbiamo i dati degli iscritti, raggiunto accordo con Rousseau". Il divorzio è consumato. E l'annuncio, dopo mesi di battaglia legale, è arrivato. "Lascio i 5S, non è più il Movimento. Nemmeno mio padre avrebbe riconosciuto questo partito. E se si cerca legittimazione in tribunale vuol dire che la democrazia interna è fallita". Così Davide Casaleggio, figlio del co-fondatore del partito di Beppe Grillo, ha deciso di dare il suo addio ai pentastellati con un post sul Blog delle Stelle. E Rousseau ha anche sospeso i servizi della piattaforma online. La scelta di Casaleggio era stata anticipata qualche minuto prima dall'annuncio di Giuseppe Conte sul raggiungimento dell'accordo con l'associazione Rousseau e la consegna dei dati degli iscritti al partito. "Il tempo dell'attesa è finito - le parole dell'ex premier - Abbiamo raggiunto l'accordo con Rousseau e ci hanno consegnato i dati degli iscritti al Movimento". "Abbiamo costruito un modello di cittadinanza attiva che oggi è considerato tra i migliori 5 al mondo e ne sono profondamente orgoglioso. Il percorso della partecipazione dal basso continuerà lungo la strada che abbiamo tracciato mantenendo l'integrità, la coerenza e la solidità morale che abbiamo sempre coltivato, nei mille modi in cui sarà possibile", scrive Casaleggio sul Blog delle Stelle. Casaleggio è poi tornato a parlare della questione della consegna dei dati degli iscritti. Nei giorni scorsi il Garante per la Privacy aveva dato un ultimatum di 5 giorni (che scadeva oggi) all'associazione Rousseau, la quale chiedeva altri trenta giorni di tempo prima di dare al M5S l'elenco di quelli che una volta si sarebbero chiamati 'tesserati', in virtù del fatto che ad oggi il Movimento è, o sarebbe, senza un rappresentante legale a cui trasmetterli. La figura indicata chiaramente nel provvedimento del 1° giugno scorso è Vito Crimi. "Ho sempre chiesto semplicemente che le cose si facessero senza scorciatoie e nel rispetto delle regole verso migliaia di attivisti ed eletti che ogni giorno con il loro lavoro hanno permesso il successo del Movimento di questi anni", sottolinea Casaleggio. "Lo stesso rispetto delle regole - prosegue - l'ho chiesto in tutti questi mesi per individuare un rappresentante legale legittimato attraverso un voto democratico, ma in questi giorni gli organi politici del Movimento 5 Stelle e il Garante della privacy hanno deciso, prendendosi ovviamente anche la piena responsabilità di tutte le conseguenze, di indicare chi fosse". Divorzio da Rousseau consumato, dunque, e ora Conte si prepara al futuro. "Ci prendiamo solo qualche giorno per verificare i dati e predisporre tutte le attività preliminari alle operazioni di voto. Subito dopo presenteremo il nuovo Statuto e la Carta dei principi e dei valori", fa sapere Conte. Che aggiunge: "Sarà aperta una fase per le osservazioni degli iscritti ed entro la fine di questo mese ci sarà la pronuncia con un voto online prima sullo Statuto e successivamente sul nuovo leader del M5S". Per l'ex premier per il Movimento 5 Stelle "è tempo di guardare avanti, adesso. È tempo di essere realisti ma anche di lavorare per 'realizzare l'impossibile': abbiamo un Paese e un futuro a cui dedicare le nostre più preziose energie".

Il ping pong continua. Guerra dei dati tra Rousseau e M5S, Casaleggio non riconosce Conte e alza il sospetto: “Giudice nominato dall’ex premier…” Claudia Fusani su Il Riformista il 2 Giugno 2021. E alla fine, dopo tre mesi di ultimatum, parlò il Garante della privacy. «L’Associazione Rousseau – si legge in una lunga e giuridicamente complessa nota – deve consegnare entro 5 giorni dalla presente decisione i dati personali degli iscritti al Movimento in suo possesso al Movimento stesso in quanto titolare di quei dati». Bene. Fine della super tecnica querelle che ha bloccato, nei fatti, l’attività politica del Movimento, quella di assistenza della piattaforma e, più di tutto, l’attesa investitura di Giuseppe Conte come leader del partito con la più alta rappresentanza in Parlamento? Macché. Siamo ancora al ping pong. E probabilmente servirà un altro giro di popcorn. Qualcosa però è successo. A nessuno, tranne Conte («È stata fatta finalmente chiarezza, adesso basta perdere tempo») ieri sera erano ancora chiare le conseguenze della decisione del Garante. Gli stessi parlamentari, confusi e rammaricati per lo stallo, in assenza di una interlocuzione reale con i responsabili, hanno chiesto un’assemblea da tenersi il prima possibile. Entro il fine settimana. In realtà, domenica sera scadono i cinque giorni indicati come tempo massimo per la consegna dei dati. Dunque l’assemblea rischia di arrivare tardi. Anche se, dal tono della risposta di Casaleggio, non dovrebbe succedere nulla prima che venga esaminato il ricorso che lui stesso presenterà rispetto alla decisione del Garante. Che, sottolinea Casaleggio con una punta di sarcasmo, «ha deciso nella inusuale modalità monocratica, e non collegiale come secondo prassi”. Il “giudice” è l’avvocato Pasquale Stanzione «nominato durante il governo Conte 2». Mettiamo via un attimo questa punta di veleno e cominciamo dall’inizio. La causa di tutto, ma non la sola, sono i soldi. Dalla fine dell’anno scorso Davide Casaleggio ricorda ai parlamentari che ciascuno ha firmato una scrittura privata con cui si impegna tra le altre cose a dare ogni mese 300 euro alla piattaforma Rousseau per l’assistenza digitale all’incarico parlamentare. I morosi erano e sono rimasti tanti, un centinaio di eletti. Circa la metà ha lasciato il Movimento, gli altri restano ma non pagano. Nel frattempo il crollo del Conte 2 ha portato alla crisi anche politica del Movimento guidato nei fatti da Vito Crimi che però non è stato eletto da nessuno. Così come Conte che non è iscritto al Movimento e neppure può farlo finché Casaleggio non apre la piattaforma per la sua investitura. Insomma qui siamo da mesi: al gatto che si morde la coda. Casaleggio, che tiene le chiavi di Rousseau compresi i dati degli iscritti, pretende che tramite la sua piattaforma sia votato il Direttorio a 5 che il congresso del Movimento ha indicato a guida del Movimento. Conte non ne vuol sapere di Direttorio, vuole i “pieni poteri” e ha iniziato la guerra delle carte bollate. Il risultato è la guerra dei Roses e un certo crescente nervosismo anche in uno atarassico come Conte che più volte ha già promesso «lo statuto del nuovo Movimento». L’ultima scadenza nota era il 31 maggio. Forse Conte confidava per quella data proprio nel verdetto del Garante. È arrivato un giorno dopo. E va, a quanto pare nella direzione auspicata dall’ex premier. Il Movimento 5S e l’Associazione Rousseau risultano essere, rispettivamente, «titolare e responsabile del trattamento dei dati degli iscritti al Movimento». In base alla normativa sulla privacy, il responsabile, «su scelta del titolare del trattamento dei dati», è tenuto a cancellare o restituire tutti i dati personali, «dopo che è terminata la prestazione dei servizi richiesti relativi al trattamento». In quanto titolare del trattamento il Movimento ha quindi diritto, sottolinea il Garante, di disporre dei dati degli iscritti e di poterli utilizzare per i suoi fini istituzionali. Poi si arriva al passaggio chiave: «L’Associazione Rousseau dovrà consegnare a M5s, entro 5 giorni, i dati degli iscritti di cui l’Associazione è responsabile». Potrà però, «continuare ad utilizzare i dati di quegli iscritti rispetto ai quali è anche titolare del trattamento». Se Conte e il Movimento interpretano all’unisono («è stato spazzato via ogni pretesto. Ora si parte, si guarda avanti, non c’è un minuto da perdere. Dispiace aver perso tanto tempo a causa di ostacoli strumentali»), Casaleggio fa altrettanto ma in direzione opposta. «È ovvio – replica sul suo blog – a tutti che se i dati vengono richiesti dal titolare, il responsabile dei dati deve consegnarli». Peccato, aggiunge, che «il Garante non specifica chi sia il rappresentante legale, il legittimo titolare dei dati al quale Rousseau può consegnarli». Non lo hanno saputo indicare le aule dei tribunali. «Chiederemo lumi a Garante» promette Casaleggio. La querelle potrebbe quindi continuare. L’ Associazione Rousseau ha diritto di opporsi all’ingiunzione entro 30 giorni. Fonti vicine a Conte fanno notare che nella lunga nota il Garante cita non solo l’associazione M5s come titolare dei dati ma anche, e per due volte, il «rappresentante legale pro-tempore», cioè Vito Crimi a cui vanno consegnati i domini dei siti “movimento5stelle.it” e “tirendiconto.it”. Dunque il problema indicato non ci sarebbe. E anzi, se si rifiuta, lo stesso codice della Privacy prevede una multa pari a dieci milioni di euro. Per arrivare alla fine, serve, appunto, un secondo giro di popcorn.

Claudia Fusani. Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.

Dopo la decisione del Garante della Privacy. Ora Rousseau rischia una multa da 10 milioni. Casaleggio: “Ci dicano a chi consegnare i dati, Conte non è neanche iscritto”. Redazione su Il Riformista l'1 Giugno 2021. Nel lungo provvedimento con il quale il Garante Privacy impone all’Associazione Rousseau di consegnare al Movimento 5 stelle i dati degli iscritti ci sono alcuni passaggi chiave che potrebbero fare chiarezza nel dibattito tra il presidente della piattaforma, Davide Casaleggio, e l’intero partito grillino. Rousseau ha infatti diritto ad opporsi all’ingiunzione “con ricorso depositato al tribunale ordinario entro il termine di trenta giorni dalla data di comunicazione del provvedimento stesso, ovvero di sessanta giorni se il ricorrente risiede all’estero”, recita il provvedimento. Casaleggio per evitare la resa entro i 5 giorni previsti può ricorrere a un tribunale ordinario. In alternativa, ai sensi dell’art. 83 del Codice della Privacy rischia una sanzione amministrativa fino a 10 milioni di euro. Il figlio di Gianroberto, fondatore del Movimento, ha scritto sul “Blog delle stelle” un post polemico contro la decisione del Garante, chiedendo che gli venga a questo punto indicata una persona che – in qualità di rappresentante legale del M5s – abbia diritto a ottenere i dati in questione. Casaleggio delegittima quindi sia Vito Crimi, che formalmente è a capo di un partito che però nel suo statuto prevede un consiglio direttivo e non soltanto una figura al comando, e Giuseppe Conte, ex premier, che non è neanche iscritto al Movimento. Ma il provvedimento del Garante contiene la risposta al quesito: Vito Crimi viene definito come “rappresentante pro-tempore”, e quindi è a lui che vanno consegnati i dati. L’epilogo ha fatto esultare gli esponenti politici grillini, che in una nota scrivono: “La pronuncia del garante della privacy sui dati degli iscritti al Movimento 5 Stelle è chiarissima e va esattamente nella direzione da tempo da noi indicata: il titolare di quei dati e l’unico soggetto che può disporne per fini istituzionali è il Movimento 5 Stelle stesso e nessun altro. Dispiace aver perso tempo a causa degli ostacoli che in maniera strumentale sono stati messi in campo da qualcuno per rallentare il processo di rifondazione del Movimento a cui sta lavorando Giuseppe Conte e che la comunità del Movimento 5 Stelle attende con impazienza”. Ma Casaleggio non ci sta e continua a chiedere che a ricevere i dati sia un esponente titolato e autorizzato per Statuto: “Qualora né il Comitato di Garanzia, né il Collegio dei probiviri né il Garante decidessero di non avviare la votazione come prevista dallo Statuto, l’Associazione Rousseau, in assenza di alcuna garanzia e a fronte dell’enorme debito non onorato dal MoVimento, non potrà più continuare a supportare al posto del MoVimento 5 Stelle le ulteriori spese mensili necessarie per la gestione degli iscritti. Saremo, quindi, costretti entro questa settimana, a verificare le modalità attraverso le quale andare ad affidare i dati degli iscritti ad una terza parte che si impegni a consegnarli a chiunque venga legittimato da un tribunale a riceverli”.

Da adnkronos.com l'1 giugno 2021. "Pronuncia inusuale, chiederemo a chi dare i dati". Così Davide Casaleggio sul Blog delle Stelle, dopo la pronuncia del Garante che ha dato 5 giorni alla piattaforma Rousseau per consegnare i nomi degli iscritti al Movimento Cinque Stelle. "Mentre stavamo pubblicando il post è arrivata una comunicazione del Garante della privacy che in inusuale modalità monocratica dal solo avv.Pasquale Stanzione, scelto durante lo scorso Governo Conte II (e non collegiale come da procedura normalmente vengono presi i provvedimenti del Garante della Privacy) ha stabilito quanto previsto dalla legge e già ovvio a tutti ossia che se i dati vengono richiesti dal titolare, il responsabile dei dati deve consegnarli. Questo ovviamente è chiaro a tutti da sempre, quello che non lo è e che il Garante non specifica nel suo atto e nella sua disposizione è l'aspetto fondamentale ossia indica di consegnare genericamente i dati al MoVimento 5 Stelle, ma non indica chi sia la persona che riveste il ruolo di rappresentante legale, quindi il legittimo titolare dei dati al quale Rousseau può consegnarli". "Oltre a questo, il Garante sancisce che i presunti trattamenti illeciti denunciati da parte dell'avvocato Cardarelli nei confronti di Rousseau per conto di Vito Crimi in realtà non sono assolutamente illeciti, ma normali trattamenti, come quelli di sollecitare i parlamentari ritardatari con i contributi a Rousseau. Tralasciando il fatto che il garante, nel proprio provvedimento, fa riferimento alla nomina di Rousseau quale responsabile del trattamento effettuata dall'associazione pre-2017, quindi facendo riferimento ad atti formati da un soggetto diverso da quello che ha formulato l'istanza (sic …), rappresentata a suo tempo da Beppe Grillo e Luigi Di Maio e con dati di iscritti diversi da quelli presenti su Rousseau", prosegue Casaleggio, che conclude: "Per questo motivo, nella piena disponibilità che abbiamo sempre manifestato, oggi stesso chiederemo al Garante della Privacy di indicarci la persona alla quale consegnare i dati del MoVimento e che lui, quindi, ritiene essere il titolare e rappresentante legale del Movimento 5 Stelle dal momento che invece le aule di tribunale hanno sancito che il MoVimento 5 Stelle non ha questa figura in questo momento". "La situazione del MoVimento 5 Stelle è arrivata all'assurdo. Una situazione talmente kafkiana che spinge le persone a rifugiarsi nella mera tifoseria o peggio nell'agnosticismo, non avendo gli strumenti per comprendere le cause che hanno determinato questa condizione, né quale sia la soluzione che possa essere adottata. Una soluzione che, in realtà, c'è ed è più semplice e applicabile di quanto si creda. Essendo ormai trascorsi oltre tre mesi per cercare soluzioni creative alternative è tempo di seguire il percorso più semplice. È sufficiente seguire la strada che consente di tener conto di 4 principi imprescindibili: l'osservanza della legge, il rispetto delle decisioni e della tutela degli iscritti, il dovere di onorare gli impegni presi, la volontà di dare seguito alla richiesta del Garante Beppe Grillo di consentire a Giuseppe Conte di avviare un processo di rifondazione del MoVimento" scrive Casaleggio sul Blog delle Stelle. "Ci siamo messi in cappa, allontaniamoci dagli scogli", scrive il fondatore di Rousseau indicando la exit strategy per uscire dall'impasse dopo la pronuncia del Garante per la privacy sui dati degli iscritti: "Gli scogli sono vicini. Ripeto. Gli scogli sono vicini", prosegue.

Il debito con Rousseau. "L'organizzazione del Movimento 5 Stelle si è sempre sorretta sul lavoro di Rousseau e i portavoce (i parlamentari, europarlamentari e consiglieri regionali) si sono impegnati all'atto della candidatura a sostenere le spese necessarie affinché la comunità "meno privilegiata" come i consiglieri comunali e gli iscritti potesse usufruire dei servizi necessari. Per oltre un anno, il capo politico reggente, la cui carica nelle more è scaduta e, quindi, soppressa, ha ripetutamente richiesto ai probiviri di non sanzionare i portavoce che non stavano onorando l'impegno causando una percezione di impunità per alcuni e di emulazione per altri che ha determinato una situazione di forte criticità. Quest'ultima è precipitata definitivamente quando è stata inviata una richiesta a tutti i portavoce di violare gli impegni di candidatura ed il regolamento approvato dal Comitato di Garanzia, e di spostare i fondi nelle casse del movimento, senza premurarsi in alcun modo né di sostenere le spese organizzative sostenute da Rousseau nell'interesse del Movimento, né di ripianare i debiti accumulati nell'anno precedente a causa delle continue richieste di servizi dal MoVimento 5 Stelle, fruiti e mai pagati". "Questo ha causato la necessità di mettere in cassa integrazione per i dipendenti e, ad oggi, nonostante le promesse pubbliche del tipo "i debiti non si discutono, si onorano", nessun debito è stato onorato", fa notare il presidente di Rousseau. Votare il comitato direttivo e saldare i debiti, altrimenti l'Associazione Rousseau minaccia di dover cedere i dati degli iscritti a una "terza parte che si impegni a consegnarli a chiunque venga legittimato da un tribunale a riceverli". Casaleggio insiste sulla necessità di indire il voto del comitato direttivo, per azionarlo, ricorda, è necessario che uno degli organi deputati a farlo -ovvero il Comitato di garanzia, il Collegio dei probiviri o il Garante- lo richieda "L’Associazione Rousseau vuole risolvere la situazione - assicura - e da mesi ha dato la sua massima disponibilità purché, come detto, vengano rispettati i principi di legalità, di democrazia interna, gli impegni presi e la volontà del Garante del MoVimento". "Qualora questi tre organi decidessero di non avviare la votazione come prevista dallo Statuto, L’Associazione Rousseau, in assenza di alcuna garanzia e a fronte dell’enorme debito non onorato dal MoVimento, non potrà più continuare a supportare al posto del MoVimento 5 Stelle le ulteriori spese mensili necessarie per la gestione degli iscritti e del MoVimento 5 Stelle come continua a fare oggi. Saremo, quindi, costretti entro questa settimana - minaccia - a verificare le modalità attraverso le quale andare ad affidare i dati degli iscritti ad una terza parte che si impegni a consegnarli a chiunque venga legittimato da un tribunale a riceverli". "Oggi, come sancito dalle sedi competenti, il Movimento 5 Stelle non ha un rappresentante legale. Questa figura risulta essere fondamentale perché rappresenta l'unico interlocutore legittimato per qualunque soluzione si intenda adottare ed è indispensabile, quindi, e urgente la sua individuazione. Nello specifico, il rappresentante legale è il soggetto cui compete la gestione dei dati degli iscritti del MoVimento 5 Stelle (è l'unico, cioè, che può riceverli per legge) ed è colui che può certificare le liste amministrative in vista di ottobre 2021 consentendo cioè la partecipazione del MoVimento 5 Stelle alle elezioni". "Per individuare il rappresentante legale è necessario seguire lo statuto e votare un comitato direttivo di 5 persone così come deciso durante gli Stati Generali dello scorso inverno e ratificato dagli iscritti con ben tre votazioni (una di indirizzo a dicembre e altre due per la modifica dello statuto a febbraio)", sottolinea il fondatore della piattaforma Rousseau.

"Conte non è iscritto". "Dal momento che per potersi candidare al comitato direttivo è necessario essere iscritti al MoVimento 5 Stelle da almeno 6 mesi e Giuseppe Conte non si è iscritto al MoVimento, per poter consentire di svolgere la sua attività di rifondazione del MoVimento 5 Stelle è sufficiente prevedere l'inserimento di una nuova figura nello Statuto riconosciuta ed eletta democraticamente" scrive Davide Casaleggio sul Blog delle Stelle. "Questo consentirebbe di poter presentare e condividere immediatamente il suo progetto, in attesa da oltre 3 mesi, anche a prescindere da questioni burocratiche che richiedono tempo". "Le persone che stimo mi hanno insegnato che esiste sempre una cosa giusta e che dovrebbe essere la cosa da fare. In questo caso lo statuto prevede che gli iscritti votino 5 persone per il comitato direttivo. Giuseppe Conte avrà sicuramente il carisma per proporre il suo programma anche con un comitato legittimato. E da lì si potrebbero sbloccare tutte le questioni burocratiche e legali. Magari potrebbe essere definito anche un nuovo ruolo come quello di candidato premier".

Francesco Maria Del Vigo per "il Giornale" il 26 maggio 2021. La lenta disgregazione dei Cinque Stelle rischia di produrre cinque partiti. Manca un leader, manca una linea politica, manca una strategia. E quando mancano tutte queste tre cose assieme i partiti politici diventano praterie per scorribande e per guerre tra fazioni. È il momento nel quale, potenzialmente, tutto diventa possibile e tutti possono sognare di prendersi la loro rivincita agguantando una fetta del partito. Anche se la torta, a giudicare dai risultati impietosi degli ultimi sondaggi, non è un dolce nuziale ma una merendina da dividere in sede di divorzio.

1. Il primo partito, in teoria la versione originale e non quella taroccata, dovrebbe essere quello di Giuseppe Conte. Sarebbe naturale: è stato due volte presidente del Consiglio per volontà pentastellata e, incredibilmente, nonostante ciò, gode ancora di un' ampia fiducia personale da parte degli italiani. Una fiducia in Conte, che lo stesso Conte non sembra avere. Da quando Mario Draghi si è insediato al suo posto a Palazzo Chigi, l' avvocato del popolo è caduto in una sorta di congelamento: pochissime apparizioni pubbliche, pochi comunicati stampa, qualche svogliato post su Facebook. La presa di posizione politicamente più significativa è stata sul caso Maneskin all' Eurovision. Non esattamente il primo tema in agenda per un ex premier.

2. Il secondo partito, che però rivendica di essere il primo e l' unico, è quello di Davide Casaleggio. Il figlio del visionario fondatore ha le chiavi di Rousseau, il cuore della democrazia diretta interna al partito, ma soprattutto tiene in ostaggio i dati degli iscritti ai partiti, svuotando di fatto il partito di Conte, che si trova ad avere in mano un movimento senza sapere chi lo compone. Casaleggio non è un politico, ma dubitiamo che voglia mollare il bottino e la creatura ideata dal padre Gianroberto.

3. Al terzo posto si posiziona l' eterno numero due: Alessandro Di Battista. Il «Che Guevara di Roma Nord» è uno dei grillini della prima ora, il profilo sinistro e ruspante di Luigi Di Maio. Ma sono anni, tra un viaggio in Iran e un reportage dall' America Latina, che scalda i motori senza poi partire. Però è sempre lì, con un grande avvenire alle spalle e anche ieri, intervistato dal Corriere della Sera, non conferma ma neppure smentisce il rumor secondo il quale sarebbe attivo nella creazione di un nuovo partito: «Non ci ho ancora pensato».

4. E poi c' è Beppe Grillo. Il fondatore, assieme a Gianroberto Casaleggio, della grande utopia dei Cinque Stelle. L' uomo che, con il suo corpo, la sua voce, i suoi show e le sue provocazioni, è stato il volano del Movimento. Senza di lui i pentastellati non sarebbero mai nati e, molti di loro, non hanno ancora abbandonato la baracca proprio per lui. Lo sa bene e non mollerà il suo tesoretto di voti. Ma al momento è troppo occupato a gestire i guai giudiziari del figlio Ciro.

5. L' ultimo, in ordine temporale, a voler creare il proprio partito è Nicola Morra. Presidente della Commissione Antimafia, docente di filosofia tanto ambizioso quanto verboso, è noto per le sue gaffe e per le sue intemerate. Negli ultimi giorni lo raccontano attivissimo nel tessere trame e incrociare conoscenze per sottrarre deputati ai dissidenti di «L' alternativa c' è» e al Movimento, con l' intento di creare un proprio gruppo. La torta che i commensali debbono condividere, dicevamo prima, va riducendosi, ma nessuno vuole rimanere a bocca asciutta e probabilmente, nel corso dei mesi, le correnti e le scissioni si moltiplicheranno. D' altronde anche questo è il frutto amaro della lezione grillina: se uno vale uno, tutti possono farsi un partito. Ma il rischio è che non li voti nessuno.

5 stelle allo sbando. Faida grillina, boom di disiscrizioni: oltre 10mila si cancellano dal Movimento. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 20 Maggio 2021. Luigi Di Maio ha i piedi in due staffe. Fa il Ministro degli Esteri per i Cinque Stelle avendo alle sue più strette dipendenze quel Pietro Francesco Dettori che è ancora il braccio destro di Davide Casaleggio. È lui a occuparsi di contenuti per chi detiene il database degli iscritti, rimanendo al servizio di chi li vuole per farli votare il nuovo capo politico. Di Maio si è portato Dettori alla Farnesina in ossequio a un accordo con la casa-madre, ma adesso che le strade si sono biforcate la sua permanenza desta più di un sospetto tra i parlamentari. È lì per riferire a Casaleggio? Certamente è un anello di congiunzione. Ma la guerra interna impazza e non fa prigionieri: scaduto l’ultimatum, sono già al lavoro i legali per presentare istanza di sequestro dei tabulati degli iscritti presso Casaleggio. È un tutti contro tutti: l’ala governativa fedele a Di Maio è diversa da quella più leale a Conte e scettica verso Draghi; poi ci sono i fuoriusciti di Alternativa C’è, e il guerrillero da tastiera Alessandro Di Battista che sta veleggiando con Casaleggio verso il nuovo movimento, ControVento. C’è l’area Eco di Fioramonti, a sinistra, e il partito di Paragone, Italexit, a destra. Sullo sfondo ci sono i centoventimila aderenti che compongono quel tesoretto che si contendono Vito Crimi da un lato – a nome di una gerenza decaduta – e Davide Casaleggio dall’altro, oltre a Silvio Demurtas che fa pacatamente presente ai due litiganti di avere in mano la delega del tribunale. Negli ultimi giorni sono stati oltre diecimila – dice una fonte parlamentare 5 Stelle al Riformista – a chiedere di disiscriversi al Movimento, cancellando la tessera. Segno che in molti tra gli iscritti temono di diventare merce di scambio nella guerra per bande o peggio, di finire nel database di un nuovo soggetto. Lo teme il deputato Aldo Penna: «Casaleggio coltiva ormai l’idea non più segreta di impadronirsi dell’elenco degli iscritti del Movimento Cinque Stelle, per farne la base per un soggetto politico sotto il suo totale controllo. L’invito rivolto dal Blog delle Stelle agli iscritti perché rifiutino il trasferimento dei loro dati al Movimento dimostra l’intenzione malevola dei gestori della piattaforma Rousseau». Alessandro Di Battista – che viene in questi giorni caricato a molla da La7, che ha ripreso a offrirgli fior di ospitate in prima serata – sarebbe sul punto di siglare l’accordo con Casaleggio per sancire il varo di una sua nuova creatura contestatrice e barricadera. La senatrice Paola Nugnes legge una strategia in controluce: «Credo che sia un percorso abbastanza inevitabile che già aveva dato segnale di spaccatura da tempo; ma è anche un modo per recuperare un certo elettorato. Forse si tratta di una strategia politica. Il Movimento 5 Stelle si scinde, come una cellula che si sdoppia, in modo da stabilizzare il M5S governativo con Conte e Di Maio, con un elettorato centrista e moderato, e poter recuperare anche strategicamente -ma questo lo posso solo immaginare- l’elettorato perso che è stato dietro al primo Movimento, quello legato all’opposizione vicina a Di Battista e Casaleggio». Chiaro per tutti che si sta giocando col fuoco: la maggioranza che sostiene Draghi è ampia ma conta sull’architrave dei parlamentari M5S che sostengono il governo. Se si sbriciolasse, corrosa dall’interno, il crollo di questa trave produrrebbe effetti sulla tenuta stessa dell’esecutivo di larghe intese. Potrebbero Pd e Leu rimanere da soli con Lega e Forza Italia? Lo scenario non è fantapolitico se si considera che il ministro delle risorse agricole e forestali, Stefano Patuanelli in una chat intercettata ieri si sarebbe detto pronto a dimettersi. È finito nel mirino degli eletti meridionali dopo la burrascosa riunione online di ieri sera con i parlamentari M5S, molti dei quali hanno contestato la modifica dei criteri di ripartizione dei fondi Fesr per l’agricoltura, lamentando una penalizzazione delle Regioni del Sud. La tenuta di un Movimento senza più leader e organi dirigenti capaci di tenere insieme la squadra è messa ogni giorno a dura prova. Il comandante De Falco dice che ormai la nave va abbandonata: «È la disintegrazione. Ora tutti si sono resi conto, con ritardo, che la mancanza di democrazia interna non può portare che al collasso del Movimento stesso. Non può vivere un’entità politica in questo modo». Difficile accelerare sull’indicazione interna di Conte come leader. «Il povero Conte – dice ancora De Falco – si sta rendendo conto adesso che la sua posizione è del tutto irrilevante in quanto non fa parte dell’associazione del Movimento 5 Stelle (di cui fanno parte solo Casaleggio e Di Maio, con garante Grillo, ndr) e non fa parte dell’associazione Rousseau. Conte ora si rende conto che non ha neanche il titolo per parlare. Questo è il dramma dell’uomo che crede di parlare a nome del Movimento ma si rende conto che deve passare dalla piattaforma». Nel momento di massima impasse i Cinque Stelle tentano il tutto per tutto con una carta identitaria: se la prendono con Formigoni per la conferma del godimento della pensione parlamentare. «Una scelta riprovevole», secondo Di Maio. «Una scelta sbagliata», per Giuseppe Conte. E tutti giù a dire la loro, accanendosi contro il Consiglio di garanzia del Senato per abbracciare strumentalmente una posizione da anticasta, fuori tempo massimo.

Aldo Torchiaro. Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.

La furia degli attivisti 5S su Travaglio: "Cosa ha fatto...". Ignazio Riccio il 14 Maggio 2021 su Il Giornale. A dare spazio alla lamentela e all'integrale della lettera è il Blog delle Stelle, che apre quindi un nuovo fronte polemico con la galassia di riferimento pentastellata. Hanno chiesto ospitalità al Blog delle Stelle, l’organo di comunicazione ufficiale della piattaforma Rousseau. Sono ventitré gli attivisti che hanno apposto la loro firma in calce alla lettera inviata al sito per denunciare una presunta censura da parte del Fatto Quotidiano. “Vi scriviamo – spiegano - perché nei giorni scorsi abbiamo inviato una lettera aperta a 'Il Fatto Quotidiano’ per rispondere a una dichiarazione che il suo direttore, Marco Travaglio, aveva rilasciato al programma televisivo Otto e mezzo, in cui asseriva di non conoscere persone senzienti interessate alla difesa della piattaforma Rousseau”. Il problema è che, continuano gli scriventi, “la suddetta lettera ci è stata pubblicata, ma purtroppo presenta numerosi tagli operati dalla redazione che ne hanno modificato e mortificato i contenuti, e soprattutto lo scopo che ci aveva spinto ad idearla”. A dare spazio alla lamentela e all'integrale della lettera “con le parti tagliate evidenziate in grassetto e le nostre firme” è, dunque il Blog delle Stelle, che apre quindi un nuovo fronte polemico con la galassia di riferimento del Movimento 5 Stelle. “Addirittura – osservano ancora gli estensori del messaggio, in apertura di Blog per inaugurare la rubrica 'Caro Blog ti scrivo’, con la quale l'associazione Rousseau si propone di dare voce ai cittadini che credono nella partecipazione e nella cittadinanza attiva e digitale come occasione per creare valore nella comunità – non compare una citazione del vice direttore del medesimo quotidiano che, in un suo libro, sostiene come la democrazia diretta sia quell'ignoto che fa paura ai potenti”. Gli attivisti contestano anche la scelta del titolo operata da Il Fatto Quotidiano. “Purtroppo – sottolineano – anche questo non rispecchia il contenuto del nostro messaggio, anzi è fuorviante e si basa invece sulle parole con cui il direttore Travaglio ha voluto risponderci. Siamo sinceramente dispiaciuti per quanto avvenuto e vi chiediamo la possibilità di pubblicare la versione integrale della nostra lettera sul vostro blog per dar voce ai cittadini attivi, che attraverso le architetture della partecipazione possano avere il giusto spazio”. Intanto, la storia d’amore tra Movimento 5 Stelle e Rousseau sta finendo peggio del previsto. Gli stracci sono volati da tempo, ormai e le schermaglie sono diventate una vera e propria battaglia, politica ma soprattutto di carte bollate. La vicenda è surreale: da almeno un paio di settimane il leader in pectore, Giuseppe Conte, ripete che statuto, carta dei valori e nuova piattaforma del movimento sono pronti. La rifondazione doveva partire ai primi di maggio, poi la data è slittata e la deadline è prevista al massimo entro la fine del mese. Quello che manca è la lista degli iscritti, conservata nei server dell'associazione guidata da Davide Casaleggio. Per questi dati si preannuncia una nuova battaglia, a colpi di carte bollate.

Cifre da capogiro: ecco quanto costa il "nuovo" M5S. Ignazio Riccio il 13 Maggio 2021 su Il Giornale. Il denaro per rilanciare le ambizioni dei pentastellati, circa un milione di euro, per la maggior parte dovrà arrivare dai contributi di deputati e senatori. In cassa ci sono appena 100mila euro, contro il milione di euro prospettato dai vertici del movimento. I 5 Stelle sono una macchina costosa da gestire e l’esigenza è di trovare soldi in fretta, e tanti. La situazione e resa peggiore dai rapporti, ormai ai minimi termini, tra il direttivo e gran parte del gruppo dei parlamentari. Nonostante le continue richieste, restano in pochi ad aver versato il contributo di mille euro nel mese di aprile, eppure i 238, tra deputati e senatori, potrebbero contribuire per un budget annuale di poco meso di 3 milioni di euro. Vito Crimi, capo politico ad interim del Movimento 5 Stelle, è stato chiaro nel corso dell’assemblea con i gruppi parlamentari di lunedì scorso: il denaro per rilanciare le ambizioni dei pentastellati, per la maggior parte, dovrà arrivare proprio dai contributi di deputati e senatori. La quota da raggiungere per poter respirare è il fatidico milione di euro. Tra le spese da mettere a bilancio, l’affitto della nuova sede che, come riporta il Corriere della Sera, costerà circa 15mila euro al mese. Per le operazioni di voto, la nuova piattaforma che sostituirà Rousseau è venuta fuori dopo un’indagine di mercato e costerà dai 30mila ai 50mila euro. La notizia ha creato molti malumori tra i pentastellati. C’è chi ha parlato di una decisione presa unilateralmente, senza effettuare una votazione interna, e chi si è lamentato del fatto che invece dei 450mila euro in più per mantenere la piattaforma Rousseau si andrà a pagare il doppio. Intanto, a rendere il clima ancora più incandescente all’interno del Movimento 5 Stelle ci sono anche i risultati di alcuni sondaggi. Crollano i pentastellati, che in una settimana hanno perso 0,8 punti percentuali allontanandosi ancora di più da Fratelli d'Italia, dal quale ora hanno un distacco di oltre due punti. L'ambiguità del M5S, in apparenza più attento alla questione Rousseau e alle liti intestine che non alle esigenze del Paese, non giova alla sua immagine. È probabile che nel calo drastico dei consensi abbia un suo peso anche il caso di Ciro Grillo, al centro del dibattito da settimane dopo la pubblicazione del video da parte di suo padre.

Stelle rosse e Dibba: l'ultimo dispetto di Rousseau a Conte. Luca Sablone il 3 Maggio 2021 su Il Giornale. Cambiano i colori del blog: scompare il giallo delle stelle, che ora diventano rosse. E torna Di Battista. Ecco cosa si nasconde dietro la mossa di Rousseau. Arriva l'ennesima mossa di Rousseau dopo l'annuncio del divorzio dal Movimento 5 Stelle. L'Associazione ha avviato un vero e proprio restyling del sito, rivoluzionando i colori della pagina principale e segnando una netta differenziazione dagli anni condivisi con i grillini: la striscia blu e gialla e le cinque stelle gialle in home page adesso sono state dipinte di rosso. In sostanza meno giallo pentastellato, più rosso Rousseau. Ma c'è altro: l'articolo di apertura porta la firma di Alessandro Di Battista, tornato nelle vesti di attivista politico dopo aver comunicato l'addio al M5S. Il suo post prende il titolo di "Chi era Gianroberto Casaleggio". C'è una chiara intenzione: ripartire dalle origini del Movimento, da quei principi storici e dai pilastri che da sempre hanno caratterizzato il mondo giallo. Probabilmente Davide Casaleggio vuole indirizzare il nuovo corso di Rousseau proprio in questa direzione. L'ex parlamentare grillino ha allegato un video che ha registrato in memoria del co-fondatore dei 5 Stelle: "Ci sono idee potenti nel suo pensiero. Ancor più potenti oggi che il conformismo ha ripreso a dilagare. Tanti di voi hanno letto di Gianroberto e il più delle volte hanno letto menzogne. Ebbene poco a poco quelle bugie perdono forza e resta solo l'ammirazione, l'affetto, la gratitudine e la voglia di lottare". Il restyling non è solo cromatico. Infatti nella sezione "Mission" sparisce ogni riferimento al Movimento e si legge che Il Blog delle Stelle è il blog ufficiale di Rousseau, la piattaforma di democrazia diretta e partecipata: "È gestito dall'Associazione Rousseau con l'obiettivo di dar vita a un luogo di informazione e confronto laico, trasversale e partecipato, aperto a tutti quei cittadini che vogliono approfondire i fenomeni più rilevanti e i cambiamenti del mondo che ci circonda, e far sentire la propria voce portando avanti battaglie all'insegna del civismo inclusivo". Invece nella versione precedente si presentava come blog ufficiale del Movimento 5 Stelle, "gestito dall'Associazione Rousseau con l'obiettivo di dar vita a uno spazio di informazione e di confronto tra attivisti ed eletti del MoVimento 5 Stelle a tutti i livelli". Prima venivano ospitati i contributi e le voci di tutti gli organi del Movimento, "dal capo politico agli esponenti del governo, passando per i parlamentari e gli europarlamentari, i portavoce eletti nelle Regioni e nei Comuni, gli attivisti e il garante"; adesso invece nel nuovo portale "trovano spazio i contributi e le voci di tutti gli esponenti della società civile: docenti, ricercatori, professionisti, esperti, politici e cittadini attivi in ogni campo". L'obiettivo è quello di dare vita a "un potente media civico in grado di attivare concrete azioni di partecipazione attiva e di cittadinanza digitale". Il cambio dei colori della pagina principale de Il Blog delle Stelle può essere visto come un tentativo di "sgarbo" all'ex premier Giuseppe Conte, che attende ancora il momento giusto per farsi incoronare nuovo leader del Movimento. I tempi sono destinati ad allungarsi ulteriormente: i grillini potrebbero essere chiamati a dotarsi di un nuovo vertice allargato, cambiando lo Statuto per eleggere l'ex presidente del Consiglio come nuovo capo politico. Senza dimenticare che l'ombra di una "maxi fuga" continua ad aleggiare sui 5 Stelle: circa 50 tra deputati e senatori sarebbero pronti a lasciare se Conte non dovesse dare garanzie e fare chiarezza in breve tempo. L'avvocato però è stato chiarissimo: ha sollecitato l'Associazione Rousseau a trasferire al Movimento i dati degli iscritti. Un passaggio ritenuto "fondamentale", che viene prima della presentazione del nuovo Statuto e della Carta dei principi e dei valori. Ma Davide Casaleggio non cede alla possibilità di trasferire il database degli iscritti. Proprio da qui dipende il futuro politico di Conte: l'investitura da leader potrebbe slittare ancora una volta perché potrebbero mancare le condizioni necessarie per preparare la votazione online. Nel frattempo è stato confermato l'ultimatum al Movimento 5 Stelle. Gli eletti sono stati avvertiti: a causa delle "risorse economiche limitate", i servizi forniti si ridurranno a una volta al mese. Rousseau ha preso l'impegno di continuare a mettere a disposizione "fino alla fine" ogni strumento utile per consentire la partecipazione politica, ma la situazione economica-finanziaria impone una riduzione del servizio fornito e comporta un rallentamento dei servizi di supporto alla rendicontazione: "I servizi sopra esposti da questo momento verranno erogati con una frequenza mensile e secondo le consuete modalità".

Emanuele Buzzi per il "Corriere della Sera" il 13 maggio 2021. Un nuovo affondo di Davide Casaleggio contro la riforma del Movimento e tante polemiche che hanno un unico comun denominatore: il denaro e i costi per il neo M5S (dal budget di un milione di euro annui al canone d' affitto della sede da 15 mila euro mensili). Il Movimento è sempre più nel caos. Gli attriti con Rousseau ormai sono all' ordine del giorno. Ieri è stato Casaleggio a pungere: «Conte leader M5S? Ignoro che idee abbia, per ora ha solo mediato tra M5S, Pd e Lega. Non si è mai intestato una battaglia politica. Vediamo quali sono le sue proposte e se è il caso di condividerle». Per la consegna della lista degli iscritti, «dobbiamo capire quali sono i poteri del curatore legale. Approfondiremo», ha detto Casaleggio al Tg La7. Ma a tenere a tenere banco nelle discussioni interne ai Cinque Stelle sono ancora i soldi. Ieri i parlamentari hanno ricevuto il sollecito per il pagamento della quota mensile a Rousseau. C' è chi ha reagito con rabbia («Cosa vogliono da noi?»), chi si è sentito un po' smarrito («Perché questa comunicazione?»): il messaggio però è servito a Rousseau per evidenziare il legame che c' è ancora tra piattaforma e M5S. Ma ci sono altre questioni che hanno a che fare con il denaro. I nodi sono quelli legati alle rendicontazioni e ai costi del neo Movimento di Giuseppe Conte: discorsi intrecciati, visto che la rifondazione pentastellata dovrà per forza essere foraggiata in buona parte con i contributi dei parlamentari. Il tema è stato affrontato da Vito Crimi nel corso dell' assemblea con deputati e senatori di lunedì. «L' intera struttura di funzionamento, l' intero budget per far "funzionare" il Movimento, incluso (ma molto marginalmente) la parte e-voting, prevede un budget intorno al milione di euro. Inferiore dunque all' 1,3 che è costato Rousseau», dicono fonti di vertice M5S. Tra le spese anche l' affitto per la nuova sede, che costerà circa 15 mila euro al mese. La nuova piattaforma che sostituirà Rousseau è stata scelta dopo un' indagine di mercato. Serviranno «dai 30 mila ai 50 mila euro» per votare, ha detto Crimi ai parlamentari. La cifra però non ha placato gli animi all' interno dei Cinque Stelle. Anzi. C' è chi ha evidenziato: «Siamo al paradosso. Per una questione da 450 mila euro andiamo a spendere il doppio. Valeva la pena?». E chi invece ha polemizzato: «Perché non abbiamo fatto una valutazione e una votazione interna?». Oltretutto, per venire incontro alle esigenze di Conte e alla necessità di ampliare lo staff ci saranno nuovi ingressi nel gruppo della Comunicazione. Ormai i rapporti sono logori tra il direttivo e una buona parte del gruppo. Nonostante i continui solleciti delle ultime settimane solo una parte del gruppo ha deciso di versare il contributo di mille euro nelle casse del partito ad aprile. «Siamo alla metà del numero di parlamentari», ha detto il tesoriere Claudio Cominardi in assemblea. In pratica il Movimento ha in cassa circa 100 mila euro in questo momento: una cifra ancora esigua rispetto al milione prospettato dai vertici. Non solo. In caso di prolungati ritardi nelle rendicontazioni - i parlamentari sono al momento 238, per un budget totale teorico di quasi 3 milioni di euro annui - il neo Movimento potrebbe già trovarsi costretto a rivedere alcuni costi.

Conte contro Casaleggio: “Obbligato a consegnare al M5s i dati degli iscritti a Rousseau”.  Jacopo Bongini il 06/05/2021 su Notizie.it. L'ex premier Conte ha nuovamente invitato Davide Casaleggio a consegnare l'elenco degli iscritti al M5s a seguito del divorzio con Roussseau. Continua la “guerra dei Roses” tra il Movimento 5 Stelle e la piattaforma Rousseau, con l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte che nella giornata del 6 maggio ha nuovamente intimato Davide Casaleggio di consegnare le liste degli iscritti al Movimento. Secondo Conte infatti, Casaleggio sarebbe obbligato per legge a restituire i dati delle persone iscritte, in quanto l’unico e legittimo titolare sarebbe il Movimento stesso. Se lo stallo non dovesse essere superato, l’ex premier ha annunciato che il partito chiederà l’intervento diretto del Garante della Privacy. Interpellato in merito dal quotidiano La Repubblica, Conte ha dichiarato: “Casaleggio per legge è obbligato a consegnare i dati degli iscritti al Movimento, che ne è l’unico e legittimo titolare. Su questo c’è poco da scherzare, perché questi vincoli di legge sono assistiti da solide tutele, civili e penali. […] Abbiamo predisposto tutto per partire. Siamo pronti. Questa impasse sta solo rallentando il processo costituente, ma certo non lo bloccherà. Verrà presto superata, con o senza il consenso di Casaleggio”. Se Casaleggio tuttavia dovesse continuare a rifiutarsi di consegnare le liste degli iscritti o se Rousseau non dovesse collaborare con il M5s: “Chiederemo l’intervento del Garante della Privacy e ricorreremo a tutti gli strumenti per contrastare eventuali abusi. Non si può fermare il Movimento, la prima forza politica del Parlamento”. Già due settimane fa, all’indomani della separazione tra il Movimento 5 Stelle e la piattaforma Rousseau, l’ex premier Conte aveva chiesto a Casaleggio di consegnare i dati degli iscritti in quanto sarebbero stati un passaggio fondamentale per poter attuale una rifondazione del Movimento stesso: “ll percorso di rifondazione e rinnovamento del Movimento è stato completamente definito. Non vedo l’ora di partire! […] Appena si concluderà questo passaggio potremo dare il via al nuovo corso del Movimento. Confido che tutto si svolga in pochi giorni”. Parole quelle di Conte a cui Davide Casaleggio aveva già risposto alla fine del mese di aprile, dubitando della buona riuscita dei progetti dell’ex premier per il futuro: “Spero non si sia voluto mettere in difficoltà finanziaria Rousseau semplicemente per far venir meno delle regole sulla base della quale è stata costruita. Se fosse questo il caso, non serve nessuna piattaforma, le decisioni si possono prendere in una stanza, come succede nei partiti. […] Vedo ancora molta confusione e ambiguità nelle varie proposte di cui leggo sui giornali”.

Jacopo Bongini. Nato a Milano, classe 1993, è laureato in "Nuove Tecnologie dell’Arte" all’Accademia di Belle Arti di Brera. Prima di collaborare con Notizie.it ha scritto per Il Giornale.

Emanuele Buzzi per il “Corriere della Sera” il 7 maggio 2021. Accelerazioni che scuotono il Movimento: Giuseppe Conte attacca Davide Casaleggio per uscire dallo stallo e - sempre per lo stesso motivo - la fronda dei parlamentari che aspetta chiarimenti dall' ex premier si organizza. «Abbiamo predisposto tutto per partire. Siamo pronti. Questa impasse sta solo rallentando il processo costituente, ma certo non lo bloccherà. Verrà presto superata, con o senza il consenso di Casaleggio», dice Conte. L'avvocato annuncia il ricorso al Garante della Privacy per ottenere i dati degli iscritti al Movimento, che sono gestiti da Rousseau. «Ricorreremo a tutti gli strumenti per contrastare eventuali abusi. Non si può fermare il Movimento, la prima forza politica del Parlamento», spiega a Repubblica. Poi punge Casaleggio: «Per legge è obbligato a consegnare i dati degli iscritti al Movimento, che ne è l'unico e legittimo titolare. C' è poco da scherzare, perché questi vincoli di legge sono assistiti da solide tutele, civili e penali». L' affondo dell'ex premier arriva a circa una settimana di distanza da quando l'ex premier aveva ipotizzato ai parlamentari M5S un accordo consensuale con la piattaforma, spiegando loro: «Ovviamente il Movimento, da parte sua, si farà carico di eventuali debiti contratti da Rousseau per conto del Movimento». Nel frattempo la trattativa - che dopo mesi ha visto in prima linea Conte, che ha contattato l'associazione milanese - non è mai decollata. E la sentenza di Cagliari - con il Movimento senza un rappresentante legale riconosciuto - ha fatto deragliare la situazione. I parlamentari si schierano con Conte. Per Carlo Sibilia, «questo braccio di ferro di Rousseau non fa bene a nessuno». Il sottosegretario all' Interno puntualizza: «La rifondazione avviata da Conte è bloccata, e parliamo di una delle principali forze politiche del Paese». E suggerisce: «Questo susseguirsi di provocazioni da parte dell'associazione deve terminare il prima possibile, si chiuda un accordo nel miglior modo possibile e ognuno vada per la propria strada». «Il M5S è la prima forza politica in Parlamento e non può essere ricattato da un'associazione privata. Da questo assunto non si scappa», attacca invece Sergio Battelli. Ma anche tra deputati e senatori c'è chi chiede un cambio di passo. La fronda degli scontenti si sta organizzando. Una trentina di parlamentari si è data appuntamento martedì per vedersi faccia a faccia: l'obiettivo è quello di elaborare un documento da presentare a Conte. La riunione - spiegano fonti qualificate - servirà «proprio per riflettere sulle difficoltà e aiutare il percorso dell'ex premier». Il testo che sarà messo punto, sarà uno spunto per il nuovo leader, ma - allo stesso tempo - si presenta anche come una voce importante, superiore al 10% dell'intera truppa parlamentare, di cui Conte dovrà tener conto. Anche perché tra i frondisti c' è chi evoca la scissione. Di certo tra Montecitorio e Palazzo Madama gli argomenti di discussione interni al gruppo non mancano. Tra i nodi che i Cinque Stelle devono ancora sciogliere ci sono le «garanzie» politiche sul futuro degli eletti: dal tetto dei due mandati al ruolo che avranno (anche in vista delle Politiche) in seno al partito. Questioni che si intersecano ai tempi lenti della rifondazione e al «sacrificio contributivo» (come qualche M5S l'ha definito) chiesto da Vito Crimi per foraggiare le casse del Movimento. «Questa incertezza ci sta logorando», confessa un pentastellato. Che si sfoga: «Con i tempi che si allungano a noi servono risposte chiare quanto prima». Intanto, circola l'indiscrezione che a gestire la nuova piattaforma saranno i fedelissimi di Beppe Grillo. Tra i nomi, quello di Nina Monti.

La decisione della Corte d'Appello di Cagliari. Chi è Silvio Demurtas, l’avvocato pastore che ha scippato il M5S a Conte. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 6 Maggio 2021. Il primo partito politico italiano, quel M5s che ha preso il 32% alle ultime elezioni, è tutto nelle mani di Silvio Demurtas. Chi è costui? Un carnèade con cui in tanti dovranno d’ora in poi fare i conti. È l’avvocato cagliaritano che – avendo vinto un ricorso contro Beppe Grillo – si è visto affidare ieri la titolarità legale del Movimento. Sua è la firma che può decidere oggi le iniziative politiche, gli affari interni, le vicende amministrative e statutarie. Può lui solo regolare i conti tra i gruppi parlamentari e Casaleggio, e soltanto lui potrebbe salire al Quirinale per le consultazioni, se per ipotesi fossero indette dal presidente della Repubblica. È formalmente lui il referente ufficiale del ministro degli Esteri, Di Maio, del ministro dell’Agricoltura, Patuanelli, della sindaca di Roma, Raggi e di quella di Torino, Appendino. Ed è sempre a lui che deve rivolgersi da oggi in poi il professor Giuseppe Conte. Il singolare coup de théatre è avvenuto ieri mattina alle 11 quando la Corte d’Appello di Cagliari, esprimendosi sul ricorso della consigliera regionale sarda Carla Cuccu, espulsa e poi reintegrata, ha messo in evidenza come non sussistesse un legale rappresentante formalmente nominato all’interno di quel confuso coacervo che è oggi il Cinque Stelle, nave senza nocchiero. Non aver più convocato gli Stati Generali e non aver provveduto ad alcuna elezione interna tramite Rousseau o altra procedura è costato caro a un partito nato virtualmente che ha poi a lungo giocato sul filo della irritualità. E siccome la vacatio sedis non può essere contemplata dalla legge, che attribuisce secondo Costituzione un corpo giuridico ai partiti, i giudici dell’Appello hanno dovuto provvedere motu proprio alla nomina di un tutore, il legale rappresentante che di fatto commissaria l’intero Movimento. Siamo andati a vedere le carte. Nell’istanza presentata dagli avvocati per ottenere dal tribunale di Cagliari la nomina del curatore speciale si faceva presente che «fino al 16 febbraio la rappresentanza legale del Movimento competeva all’organo ‘Capo politico’; senonché con delibera del 17 febbraio l’assemblea degli iscritti ha modificato lo statuto abolendo tale organo e sostituendolo con il Comitato direttivo. Ma, questo è avvenuto senza che si sia proceduto contestualmente alla nomina dei cinque componenti, né è prevista una norma transitoria che stabilisse a quale organo affidare la rappresentanza legale». Gli avvocati di Cuccu avevano segnalato una vacatio dei poteri di legale rappresentanza chiedendo la nomina del curatore per poter “correttamente instaurare il contenzioso giudiziario”. Il 24 febbraio scorso il presidente del tribunale di Cagliari, Ignazio Tamponi, aveva indicato l’avvocato Demurtas proprio a questo scopo. Rigettando il ricorso presentato dal reggente Vito Crimi contro la nomina di Demurtas, il collegio legale composto da Lorenzo Borrè e Patrizio Rovelli deve ora scrivere alla Procura cagliaritana per sollecitare il capo politico pentastellato Beppe Grillo a indire la votazione per eleggere i cinque membri del Comitato direttivo, ora vacante. Una grana che getta nel panico i gruppi parlamentari e rischia di frenare le ambizioni del leader in pectore del M5S, Giuseppe Conte. «In teoria – sostiene Demurtas – la Procura potrebbe chiedere anche a me di sollecitare Grillo a organizzare la consultazione. O potrebbe chiedere direttamente a me di fare le convocazioni. Questo sempre in teoria, vedremo come si svilupperà la questione». Ora per Conte la strada si fa in salita: Davide Casaleggio aspettava di ricevere un segnale tramite bonifico, per rendere disponibili i dati degli iscritti e permettere di procedere con l’elezione sia pur tutta digitale del nuovo leader. A questo punto però non possono più essere trasferiti all’ex premier: al momento di andare in stampa, solo Demurtas può farsene carico. Ad agitarsi ora sono anche gli ex M5s espulsi per aver votato contro la fiducia al governo Draghi. Secondo quanto apprende l’Adnkronos, alcuni di loro stanno valutando, in queste ore, la possibilità di chiedere i danni a Crimi. «Ci riserviamo di procedere civilmente. Crimi non è il rappresentante legale del Movimento, stando a quello che si legge, e non aveva il diritto di cacciarci dal Movimento», ha detto un ex. Alcuni di loro si sono esposti anche pubblicamente. «E quindi… che significa? La mia espulsione nasceva da una richiesta ufficiale del ‘capo politico’ che, a quanto pare, non era capo politico come ho ripetuto più volte nei mesi passati (tra l’altro). Torno ad essere un portavoce del Movimento 5 Stelle?», ha scritto su Facebook il deputato Alessio Villarosa. E così anche la deputata Manuela Corda: «Ma guarda?! La verità viene sempre a galla! Il reggente non era più capo politico al momento delle espulsioni. Cosa che abbiamo contestato tutti nei ricorsi presentati. Dunque, a che titolo avrebbe sbattuto fuori i suoi colleghi dal gruppo? Può una persona auto-prorogarsi per un anno e mezzo in un ruolo di comando fregandosene anche delle votazioni fatte agli Stati Generali dove si era deciso che a dirigere il Movimento fosse una guida collegiale regolarmente votata dagli iscritti? Curioso appellarsi alle regolette per mettere alla porta i colleghi e poi non rispettarne neanche mezza!»

Aldo Torchiaro. Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.

Aldo Torchiaro per "il Riformista" il 6 maggio 2021. Ha appena vinto il ricorso contro Vito Crimi e ricevuto le chiavi di casa del Movimento Cinque Stelle. Classe 1958, Silvio Demurtas sorride mentre ci riepiloga la situazione al telefono.

Una situazione paradossale, se permette. Il primo partito politico italiano fa capo a lei?

In tutta umiltà, bisogna riconoscere che è così. Purtroppo per me e forse purtroppo per loro. Mi trovo a dover svolgere i compiti dell' amministratore straordinario, beninteso. Non sono e non voglio passare per politico.

Non ha mai fatto politica?

Mai. Seguo tutto, leggo i giornali. Ma non ho mai avuto una tessera di partito. Forse anche per questo vado bene per questo ruolo, perché non sono di parte. E il decreto di nomina mi inquadra come curatore speciale di tutto il Movimento, perché i 5 Stelle non hanno ramifi cazioni regionali.

Togliamoci subito dall' impaccio istituzionale. Lei lo avrebbe votato Draghi?

Sicuramente sì. È una personalità autorevolissima, apprezzato e stimato da tutto il mondo. E sta già dimostrando di fare bene.

Meglio lui di Conte, quindi. 

(Lunga pausa, sospiro, ndr). Questo non lo dico. Lo lascio dire a lei.

Con Giuseppe Conte vi conoscete, per questioni di avvocatura?

No. È un giovane collega che non ho mai conosciuto. Ma in generale non conosco nessuno dei Cinque Stelle, tranne la collega Cuccu che è anche lei avvocata e mi ha chiesto di curare il suo ricorso.

Se cade il governo, il Presidente della Repubblica domani deve chiamarla al Quirinale per le consultazioni?

È così. Se mi chiamasse sarei onorato, anche se sarebbe una scena da film di fantapolitica.

Cosa ha votato, in passato?

Questo non lo dico. E non credo interessi a qualcuno. Seguo la po litica con interesse ma con il giusto distacco, perché la sera voglio andare a letto senza troppe preoccupazioni. Anche se poi dormo tre ore a notte.

Come Andreotti.

Ma lui soffriva di mal di testa, io non voglio avere grattacapi. E la mattina mi sveglio presto per stare dietro alle bestie, in campagna.

Quali bestie?

Ho trenta pecore e qualche maiale, e in campagna c' è sempre da fare. Ma anche quando sono nella natura penso al lavoro, alle cause.

Il suo studio come è composto?

Ci sono solo io. Faccio civile, penale e tributario. Dal 1986 lavoro senza segretaria, senza assistenti. So fare tutto, dai caffè alle fotocopie, a volte si fa prima a fare da soli.

Oggi ha il compito di amministrare il primo partito italiano, come lo vivrà?

Intanto bisogna capire l' evoluzione di questo decreto di nomina, il dispositivo che seguirà. Sono a disposizione del lavoro da fare con la massima umiltà, rimanendo al di fuori della politica. Anche se di politica mi interesso e in particolare di equilibri internazionali e di politica africana.

Africana?

Mia moglie è kenyota, di una cittadina sul Lago Vittoria. Ed è parente della stessa famiglia da cui discende Barack Obama. In particolare la nonna di Obama è imparentata con mia moglie. Abbiamo tante foto insieme, io e la famiglia Obama. E tramite lei mi sono appassionato di questioni africane.

Adesso può parlarne con il suo ministro degli Esteri, Di Maio.

Non ci conosciamo, non so se mi vuole telefonare. Io non ho nessun numero di telefono loro.

Mai avuto nessun contatto con nessun politico?

La famiglia di mia madre viene da Sassari, erano mezzi parenti di Francesco Cossiga, me ne hanno parlato sempre come di una delle persone importanti a noi vicine.

Gli statisti non mancano, nel dna di famiglia. E la Sardegna ne ha dati tanti, due presidenti della Repubblica, Enrico Berlinguer... le piaceva di più Cossiga o Berlinguer?

Non glielo dico. Ma da giovane ho letto tutto Gramsci. Su alcune cose non ero d' accordo con lui, ma è stato un grande pensatore e certamente sì, la Sardegna ha dato tanto alla vita politica e alle istituzioni. Non sarà il mio caso, ne sono rimasto fuori per tutta la vita, figuriamoci adesso.

Massimiliano Panarari per “La Stampa” il 25 aprile 2021. La storia infinita (delle metamorfosi). Con la messa in cassa integrazione dei dipendenti dell'associazione Rousseau e la querelle velenosa che oppone Davide Casaleggio al suo oramai ex Movimento arriva un altro colpo di scena nella neverending story grillina. Ovvero la fine del partito-azienda, di cui l'Italia è stata laboratorio a partire da Forza Italia. Nella fattispecie, per meglio dire, l'azienda-partito, dato il rapporto simbiotico tra Casaleggio Associati e M5S. Un divorzio storico, dunque. Ma pure, a ben guardare, per Giuseppe Conte «il Temporeggiatore» (che, per ora, si barcamena tra correntismi e mal di pancia interni) una potenziale finestra di opportunità. Quella per fare uno scatto verso un «partito (più) normale», anche smarcandosi con decisione dall'imprevedibile Grillo, reduce dall'autogol del suo ultimo inqualificabile video. Al momento, però, come da tradizione, non si va oltre il cerchiobottismo.

Alessandro Di Matteo per “La Stampa” il 25 aprile 2021. L'imbarazzo dentro M5s era già forte, ma la lettura dei verbali dell'inchiesta pubblicati ieri da la Stampa ha ulteriormente sconfortato i tanti parlamentari che già avevano trovato fuori luogo il video del "Grillo furioso" in difesa del figlio Ciro. Il procedimento giudiziario farà il suo corso, solo alla fine si potrà dire se il ragazzo e i suoi amici sono colpevoli di stupro o no, ma certo le testimonianze raccolte dagli inquirenti descrivono un quadro ben diverso da quello che il fondatore M5s ha cercato di accreditare parlando di rapporto «consensuale». Colpisce, tra le altre cose, quella frase che uno dei quattro scrive su whatsapp agli amici per ricordare i fatti di quella notte: tre contro una, dice, ma scritto «3 vs 1», la formula che negli Usa viene utilizzata per le partite di football americano o per gli incontri di boxe, situazioni dove non c'è un partner ma un avversario da battere. Il disagio dei 5 stelle, soprattutto delle donne, aumenta. Molte parlamentari non rispondono proprio al telefono, qualcuna appena capisce che l'interlocutore è un cronista taglia corto: «Mi scusi, non posso parlare». Ma persino chi solo pochi giorni fa aveva pubblicamente criticato il video di Grillo stavolta sembra a disagio a commentare. Maria Edera Spadoni, per esempio, aveva detto di essere dispiaciuta per Grillo «come padre», aggiungendo però: «Personalmente ritengo che ogni donna debba poter denunciare in qualsiasi momento». Inevitabile, visto che proprio la Spadoni nel 2019 presentò la norma che ha portato a 12 mesi il tempo utile per presentare una denuncia di violenza sessuale, contro i 6 previsti prima. Oggi anche lei si nega e al telefono si limita a poche parole: «Non faccio commenti sui processi in corso e quello che dovevo dichiarare l'ho dichiarato. E' una situazione che credo sia meglio che rimanga personale. Ma credo che le leggi italiani per la tutela delle donne siano giuste». Lo stesso capita con Alessandra Maiorino, solitamente disponibile al dialogo: «Non ho letto le carte dell'inchiesta, non posso commentare. Certo, resta valido quello che ho detto: da persona che si occupa dei diritti delle donne ribadisco che (quello di Grillo, ndr) è stato un video che ha fatto male a tutti gli attori di questa vicenda». Se nel Movimento 5 Stelle tacciono i big e si eclissano tutti gli altri, contro Grillo si fa sentire Laura Boldrini, reduce da un pesante intervento in ospedale, che in una intervista al Corriere della sera afferma: «Il video di Grillo? Deprecabile, ma non mi ha stupito, è coerente con il post che nel 2014 fece contro di me: "Cosa fareste alla Boldrini in macchina?", che scatenò i peggiori istinti sessisti». La storia è tutt' altro che conclusa insomma, tanto sul piano giudiziario quanto su quello politico. La Lega, dal canto suo, replica ancora ad Anna Macina, la sottosegretaria alla Giustizia che aveva sollevato il sospetto che Giulia Bongiorno, deputata leghista e avvocato della ragazza che accusa Ciro Grillo, avesse rivelato a Matteo Salvini informazioni riservate sulla vicenda. «Matteo Salvini non ha mai parlato di informazioni riservate sull'inchiesta a carico di Ciro Grillo, non si è mai sognato di chiederle» incalzano dal Carroccio. Ma più che le parole, in questa vicenda, pesano i silenzi.

Da corrieredellumbria.corr.it il 25 aprile 2021. Il video in cui si scatena contro i giudici in difesa del figlio, indagato per stupro, è stato un vero e proprio autogol per Beppe Grillo. Non solo dal punto di vista dell'immagine personale e per il fatto che è riuscito a compattare tutte le altre forze politiche, durissime sulla sua presa di posizione, ma anche perché una buona parte degli elettori grillini non lo vuole più garante del Movimento 5 Stelle. Più di quattro su dieci (43.1%) sono convinti che ormai non debba ricoprire un ruolo considerato fondamentale per il partito. Sono pochi di più quelli che invece sostengono che possa essere ancora il garante, 47.1%. Il sondaggio è firmato Index ed è stato annunciato durante la puntata di Piazzapulita, andata in onda su La7 ieri sera, giovedì 22 aprile. Corrado Formigli, conduttore del programma, ha specificato chiaramente e più volte che il sondaggio è stato effettuato soltanto tra gli elettori del Movimento 5 Stelle. E' quindi chiaro che nemmeno chi è più vicino al partito fondato dallo stesso Beppe Grillo, abbiamo accettato il suo incredibile video sulla vicenda che vede coinvolto il figlio Ciro. In studio tutti sono rimasti sorpresi dall'esito del sondaggio. Era inevitabile che a una parte dell'elettorato del Movimento 5 Stelle le parole del comico-politico non erano piaciute, ma nessuno si aspettava una spaccatura così netta: c'è una differenza di appena quattro elettori su cento tra chi lo vuole ancora garante del partito e chi invece non crede che sia più all'altezza. Il 9.7% degli elettori interpellati dalla Index ha preferito non rispondere oppure spiegare che non ha una chiara idea in proposito. Durante la puntata di Piazzapulita, Beppe Grillo è stato criticato da tutti gli ospiti presenti. Il programma ha anche chiesto il parere a diversi parlamentari cinquestelle, ovviamente in notevole imbarazzo. La sindaca di Roma, Virginia Raggi, ha preferito non commentare. Soltanto l'ex ministro Danilo Toninelli ha cercato di giustificare la posizione di Grillo. Clicca qui per vedere il servizio.

Emanuele Buzzi per il “Corriere della Sera” il 25 aprile 2021. Giuseppe Conte si prende il Movimento e parla da leader. L'ex premier per la prima volta nei due mesi da che è in campo per la rifondazione dei Cinque Stelle rompe gli indugi ed entra nell'agone politico. Addirittura con due post. Il primo per difendere il superbonus, il secondo per chiarire i rapporti con Rousseau. E non è un caso che da avvocato l'ex premier parli proprio il giorno dopo lo strappo dell'associazione che regola la piattaforma. Chi gli è vicino considera la strada per iniziare il nuovo corso «in discesa». Conte stesso per la prima volta fissa una deadline per inaugurare il nuovo Movimento («all'inizio di maggio nel corso di un grande evento online, aperto e partecipato» per poi «procedere subito dopo alle votazioni dei nuovi documenti fondativi e dei nuovi organi»). Ma a tenere banco sono i rapporti con Davide Casaleggio. «Personalmente auspicavo che si potesse trovare il modo di continuare ad andare avanti insieme, con la volontà comune di collaborare, ma nel segno della massima trasparenza e con una più chiara e netta distinzione di ruoli», scrive Conte. Che poi punge: «Questo era il vero tema in gioco, e nessuno può far finta di ridurlo a una mera partita contabile». L'ex premier batte cassa e chiede «il trasferimento dei dati degli iscritti da Rousseau al Movimento 5 Stelle, che è l'unico ed esclusivo titolare del trattamento di questi dati». «Ovviamente il Movimento, da parte sua, si farà carico di eventuali debiti contratti da Rousseau per conto del Movimento», assicura l'ex premier. «Confido che tutto si svolga in pochi giorni», scrive. Ma le frasi di Conte aprono a nuovi interrogativi e a un possibile braccio di ferro (legale). Rousseau consegnerà l'elenco degli iscritti solo al rappresentante legale: Crimi - e tantomeno Conte, in questo momento - non sono riconosciuti come tali. E Conte per diventarlo deve passare, a detta dell'associazione, da un voto sulla piattaforma. Iscritti, votazioni e debiti sono legati tutti a doppio filo. «Quanto ha intenzione di dare? E soprattutto perché non lo ha fatto prima?», si chiedono alcuni pentastellati. C'è chi sottolinea che senza il saldo totale dei 450mila euro richiesti nulla si muoverà. Ecco perché una soluzione «in pochi giorni» viene considerata anche dentro al M5S «un'impresa ardua». Conte annuncia anche di aver ultimato il nuovo statuto, che prevederà alcuni organi da votare. L'ex premier allude alla segreteria centrale (in cui siederanno anche i quattro ministri M5S) e quelle regionali. Oltre a queste ci sarà - in uno schema che ricalca altri partiti - da dare il via libera all'assemblea dei territori e a quella nazionale. Ma la vera novità riguarda Beppe Grillo. Dopo il video in difesa del figlio, è prevalsa l'idea di limitare i poteri del garante. Il ruolo verrà ridimensionato: Grillo non avrà più possibilità di veto secondo le indiscrezioni. Una scelta che potrebbe portare a un'ulteriore clamorosa svolta. In ambienti genovesi circola la voce che il garante (anche sulla scorta di motivazioni personali) potrebbe lasciare. Voci per ora che rendono ancora più nebulosa questa transizione.

Da ansa.it il 23 aprile 2021. La scelta è dolorosa, ma inevitabile. In questi 15 mesi - scrive l'associazione sul Blog delle Stelle - abbiamo sollecitato costantemente la risoluzione delle criticità. Per otto lunghi mesi abbiamo richiesto più volte di condividere un progetto comune con responsabilità e perimetri ben definiti dei ruoli reciproci e abbiamo proposto concretamente un accordo di partnership per rafforzare e chiarire il legame tra Rousseau e il Movimento". Ma stare insieme deve essere una scelta reciproca" e "questo, purtroppo, non si è verificato".  "La democrazia diretta, la partecipazione, il coinvolgimento degli iscritti nelle decisioni - scrive M5s su Facebook - non dipendono dal singolo strumento utilizzato ma dalla volontà del M5S di affidarsi alla democrazia diretta avvalendosi prioritariamente di strumenti digitali. Questa volontà rimane invariata, il nostro cuore pulsante è la democrazia diretta, qualunque sia lo strumento utilizzato". "Le scelte dell'associazione Rousseau evidenziano la volontà di quest'ultima di svolgere una parte attiva e diretta nell'attività politica. Questa volontà è incompatibile con una gestione "neutrale" degli strumenti", aggiunge.  "Il Movimento 5 Stelle, nell'ambito del nuovo progetto politico in corso di definizione, ha pertanto avviato tutte le procedure necessarie per dotarsi degli strumenti digitali necessari ad assicurare la partecipazione degli iscritti al Movimento 5 Stelle ai processi decisionali."

Dal “Messaggero” il 23 aprile 2021. Ansia, malumori e rumors sempre più insistenti. Casaleggio minaccia di pubblicare tutti i nomi e le cifre di chi non ha versato soldi. Nel giorno in cui scade l' ultimatum di Rousseau a M5S, i parlamentari grillini si interrogano sul futuro. Oggi l' Associazione di Davide Casaleggio dirà se intende recidere definitivamente i rapporti con il Movimento. «Qualora i rapporti pendenti non verranno definiti entro questa data, saremo costretti a immaginare per Rousseau un percorso diverso, lontano da chi non rispetta gli accordi», scrive l' Associazione. Ma in attesa delle comunicazioni di Casaleggio, tra Camera e Senato si susseguono indiscrezioni anche su una possibile deroga alla regola dei due mandati. Crimi avrebbe dato rassicurazioni sul fatto che nel nuovo statuto ci sarà una sorta di deroga al limite del secondo mandato legata ad alcune caratteristiche che i parlamentari meritevoli dovrebbero avere.

M5s, Rousseau annuncia il divorzio: "Troppi debiti, cambiamo strada. Scelta dolorosa ma inevitabile". Libero Quotidiano il 23 aprile 2021. Rousseau lascia definitivamente il Movimento 5 Stelle. L'annuncio è arrivato con un post sul blog delle Stelle, nel quale si legge: "L'Associazione Rousseau cambia strada. La scelta è dolorosa, ma inevitabile. In questi 15 mesi abbiamo sollecitato costantemente la risoluzione delle criticità. Per otto mesi abbiamo proposto concretamente un accordo di partnership per rafforzare e chiarire il legame tra Rousseau e il Movimento. Ma stare insieme deve essere una scelta reciproca". Alla base del divorzio c'è principalmente un ammontare di debiti con la piattaforma che la maggior parte dei pentastellati non ha saldato. "A fronte dell’enorme mole di debiti cumulati dal MoVimento 5 Stelle nei confronti dell’Associazione Rousseau e della decisione di chi ritiene di essere il gruppo dirigente del MoVimento di impartire ai portavoce un invito diretto a violare espressamente lo Statuto stesso del MoVimento, omettendo di versare, già dal mese di aprile, il contributo stabilito per i servizi erogati, questa mattina abbiamo dovuto comunicare a tutto il personale di Rousseau che siamo costretti ad avviare le procedure per la cassa integrazione", si legge ancora nel post dell'Associazione. Rousseau, poi, evoca anche le vie legali per risolvere i contenziosi con i 5 Stelle e rivendica di essere il vero punto di origine del Movimento e di incarnare i valori del fondatore, Gianroberto Casaleggio. Nel post, infatti, si legge: "Rousseau è nato molto prima del MoVimento stesso. Non aveva ancora il nome di Rousseau, ma era ed è stato, negli anni, il metodo che ha guidato tutto il percorso di nascita, crescita ed evoluzione del MoVimento 5 Stelle". Nel congedarsi, l'Associazione parla anche di  futuro: "Partiremo con un nuovo progetto e con nuovi attori protagonisti, ma non sarà facile. Dovremo risolvere tutti i pesanti problemi economico-finanziari che ci sono stati addossati e trovare strategie di sostenibilità per il futuro. Rousseau diventerà uno spazio aperto, laico e trasversale". 

Marco Imarisio per il “Corriere della Sera” il 24 aprile 2021. Anche le immagini più struggenti si rivelano fragili davanti alle scosse del tempo e del disamore. Primo pomeriggio del 13 aprile 2016. Alla camera ardente dell'Auxologico di Milano erano appena giunti Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista, Roberto Fico e gli altri del direttorio varato da poco, tenendosi a braccetto l'uno con l'altro. Davide Casaleggio approfittò dell'agitazione per attraversare il cortile di via Mosè Bianchi in direzione opposta alla loro. Andava in centro, alla sede della azienda fondata dal padre. Per mettere in Rete la piattaforma Rousseau. Si trattava di un debutto ancora non operativo, che durò pochi minuti, ma dal valore molto simbolico. Non solo un omaggio estremo al padre Gianroberto, anche un chiaro monito a chi gli sopravviveva: il futuro del Movimento 5 Stelle sarà questo. Due giorni dopo, all'uscita del feretro dalla chiesa di Santa Maria alle Grazie, accanto al consueto «onestà, onestà» intonato dai parlamentari in lacrime, fece capolino anche il coro «Rousseau, Rousseau», scandito, tra gli altri, da Carlo Sibilia e dall'attuale ministro degli Esteri. Il messaggio era stato recepito. Nascevano nella tempesta, la struttura tecnologica che si definiva «sistema operativo del Movimento 5 Stelle» e l'associazione che ne faceva da scrigno. Con uno statuto scritto l'8 aprile di quell'anno sul letto di morte del cofondatore, e il suo dissidio mai più sanato con Beppe Grillo, i rapporti gelidi di quest' ultimo con Davide. Una scia carsica di rancore e di ambiguità. L'inizio fu disastroso. E non solo per la porosità della piattaforma, messa alla berlina per alcuni attacchi informatici comprensivi di una finta donazione di un milione di euro da parte dall'odiato Matteo Renzi, e l'altrettanto fasullo scambio dei propri dati con un basso quantitativo di Bitcoin. A far venire i primi dubbi furono le vicissitudini della giunta di Virginia Raggi, che aveva fatto ampio ricorso ai servizi di casting offerti da Rousseau, e nel giro di un mese cambiò quattro assessori costretti a dimettersi per conflitti di interesse e altre magagne. Ma subito dopo venne il tempo della piattaforma in fiore. La selezione dei candidati per le elezioni politiche del 2018 rimane il successo più grande ottenuto da Rousseau. Fino all'estate del 2019, l'Associazione che porta il nome del filosofo francese, di fatto fusa con il Movimento grazie allo statuto firmato all'Auxologico di Milano, ha il vento in poppa. Gestisce il primo partito d'Italia, sogna di diventare la guida di una Internazionale della democrazia diretta, mentre sulla piattaforma che conta appena 170.000 persone accreditate si fanno e disfano governi, si entra a destra alleandosi con la Lega e si esce a sinistra con il Pd. La sua vita è così intrecciata con quella del Movimento che nel 2018 e nel 2019 mette a bilancio più di quattrocentomila euro di spese legali, destinate a saldare le invettive di Grillo, che intanto ha annunciato uno dei suoi frequenti passi di lato. Ma quando il Giuseppe Conte avvocato del popolo si trasforma nel Conte del troncare e sopire, garante di una alleanza con il grande Satana del Pd, benedetta da Grillo, salta tutto. Davanti a quella inversione U, dal governo con la Lega al suo contrario, molti parlamentari cominciano a temere l'imminente implosione del M5S. E se ne vanno senza restituire il dovuto. Oppure restano smettendo di pagare l'Associazione, che sarà anche senza scopo di lucro, ma gestisce la piattaforma grazie all'obolo mensile degli eletti dei Cinque Stelle. La necessità di restare ad ogni costo al potere si trasforma nella pietra tombale per Rousseau. Il 22 gennaio del 2020 Di Maio si dimette da capo politico. A Casaleggio, che ha iniziato a lamentarsi con una certa veemenza, il reggente Vito Crimi promette massima severità nei confronti dei reprobi. Ma invece provvede subito a bloccare le espulsioni. I numeri al Senato sono bassi, per tenere in piedi una maggioranza traballante non bisogna subire defezioni o vendette. Quindi non paga nessuno di quelli che non pagano. Comincia così una reazione a catena, con tanti saluti a Rousseau e alla memoria di Gianroberto Casaleggio. Tanto più che Davide si è messo in testa di ribadire la regola dei due mandati, ultimo lascito dell'eredità paterna e del M5S che fu. La falla diventa uno squarcio. Le immagini e i cori commossi di cinque anni fa rimangono a futura memoria. Come la prova dell'ipocrisia di una classe dirigente nata dal nulla e terrorizzata dall'ipotesi di tornarci.

(ANSA il 24 aprile 2021) "Il percorso di rifondazione e rinnovamento del M5S è stato completamente definito. Prima di presentare il nuovo Statuto e la Carta dei Principi e dei Valori, manca però un passaggio fondamentale: il trasferimento dei dati degli iscritti da Rousseau al M5S, che è l'unico ed esclusivo titolare del trattamento di questi dati. Ovviamente il Movimento, da parte sua, si farà carico di eventuali debiti contratti da Rousseau per conto del Movimento." Lo scrive Giuseppe Conte su facebook. "Personalmente auspicavo che si potesse trovare il modo di continuare ad andare avanti insieme, con la volontà comune di collaborare, ma nel segno della massima trasparenza e con una più chiara e netta distinzione di ruoli. Questo era il vero tema in gioco, e nessuno può far finta di ridurlo a una mera partita contabile, perché questo significherebbe ingannare se stessi prima ancora che tutti coloro che sono stati sin qui coinvolti nelle varie attività della "piattaforma". Gli strumenti digitali applicati alla democrazia diretta hanno grandi potenzialità di sviluppo e offrono a una forza politica ampie ed efficaci forme di coinvolgimento e di partecipazione degli iscritti nei processi decisionali", scrive il leader in pectore del Movimento sul post. "Ma la tecnologia non è mai "neutra": una forza politica che ha un ruolo di primo piano nello scenario della vita democratica del Paese, che è la più consistente in Parlamento e si assume la responsabilità di funzioni di governo, deve garantire ai propri iscritti e a tutti i cittadini che la "gestione tecnica" della piattaforma digitale e di tutti i servizi connessi sia assolutamente distinta dalla "direzione politica". La gestione tecnica può essere tranquillamente affidata a soggetti esterni. Le funzioni di "direzione politica" devono necessariamente competere a soggetti interni alla forza politica, eletti attraverso procedure democratiche chiare e trasparenti, in modo da scongiurare il rischio di condizionamenti e di ingerenze esterne incompatibili con il principio democratico. Sono questi i presupposti indispensabili per ripartire con il piede giusto. Preso atto che questo non è stato possibile, bisogna ora guardare avanti", spiega.

Federico Novella per “La Verità” il 24 aprile 2021. Davide Casaleggio, quella di ieri è stata una giornata storica per la politica italiana: e lei ne è stato in qualche modo il protagonista. Si è consumato il divorzio tra Movimento 5 stelle e Rousseau. Scaduto l'ultimatum dell'Associazione Rousseau ai parlamentari che non hanno più versato il contributo mensile, i dipendenti della piattaforma finiscono in cassa integrazione. Dunque, lei ha scritto, «si cambia strada, ed è una scelta dolorosa». Cosa succede adesso?

«Rousseau porterà avanti il progetto di cittadinanza digitale, ma è ovvio che sarà necessario individuare altri metodi di sostenibilità economica. Diventerà uno spazio aperto attraverso il quale sarà possibile costruire innovative esperienze di partecipazione che saranno protagoniste del futuro della politica».

Lei dice: «Oggi siamo a terra, ma ci rialzeremo, perché il movimento siamo noi». Possiamo dire che nascerà una nuova formazione guidata da Alessandro Di Battista o da lei in prima persona?

«A forza di leggerlo sui giornali mi convincerò che sia vero. Io voglio fare innovazione, più che fare politica. Altrimenti mi sarei candidato nel Movimento 5 stelle».

Cinque anni fa moriva suo padre Gianroberto, cofondatore del Movimento 5 stelle. Il suo ricordo è stato celebrato da Sum#05 attraverso testimonianze, racconti e aneddoti legati alla sua visione. Ha preso questa scelta dopo aver constatato che oggi l'insegnamento di suo padre non è più il faro del Movimento? Continuerà a portare avanti le sue idee?

«I calorosi ed entusiasti riscontri del Sum#05 mi dicono che è ancora centrale nel pensiero di molte persone dentro e fuori dal Movimento. Mio padre sosteneva l'importanza che fossero i cittadini a essere i veri leader della politica e che gli eletti fossero i loro portavoce. Senza la sua visione, il suo lavoro, la sua umanità il Movimento non sarebbe mai esistito. Oggi lui non c'è più, ma il suo pensiero continua a vivere».

Ha scritto: «Abbiamo pensato fino all'ultimo che si sarebbe usciti dall'ambiguità e dal cerchiobottismo per risolvere i problemi in modo concreto, ma non è successo». Quali sono in particolare i principi, che l'Associazione ha recentemente fissato nel manifesto ControVento che secondo lei sarebbero stati traditi?

«Mi piace pensare che se abbiamo sbagliato in passato sul metodo, in futuro si possa far tesoro dell'esperienza. È difficile pensare che nei prossimi 30 anni il futuro della politica non passerà anche dal digitale e da nuovi modelli. Il manifesto ControVento raccoglie una serie di principi con i quali la democrazia partecipata può essere più efficace. Ad esempio, il limite dei due mandati è una regola nata da un principio fondamentale: la politica non deve essere una carriera. Questo limite è fondamentale perché limita la creazione di gruppi di potere e consente il rinnovo generazionale all'interno della comunità, e l'ingresso di nuove energie. Oppure, "Il voto è dibattito": vuol dire che se si vuole avere una reale partecipazione non si possono ratificare decisioni già prese da altri a scatola chiusa, ma è necessario creare un percorso di conoscenza e di costruzione della soluzione, dove il voto sia solo la parte terminale della partecipazione. Come per il programma che abbiamo presentato alle ultime politiche, che è stato un percorso durato oltre un anno».

I vertici del Movimento spingono per una piattaforma autonoma. Giuseppe Conte vorrebbe ripartire con un nuovo simbolo e un nuovo statuto. Una strada percorribile?

«Mi piacerebbe pensare ai vertici del Movimento come agli iscritti che solo a dicembre scorso hanno votato per definire un accordo di partnership tra Movimento 5 stelle e Rousseau. Spero non si sia voluto mettere in difficoltà finanziaria Rousseau semplicemente per far venir meno delle regole sulla base della quale è stata costruita. Se fosse questo il caso, non serve nessuna piattaforma, le decisioni si possono prendere in una stanza, come succede nei partiti. Per il resto vedo ancora molta confusione e ambiguità nelle varie proposte di cui leggo sui giornali».

Come giudica la scelta del M5s di voler entrare nella famiglia dei Socialisti europei? L'anima autentica del Movimento, come lei la immagina, è ascrivibile alla sinistra, con un rapporto privilegiato con il Partito democratico?

«Non credo si possa definire l'anima di una persona o di una organizzazione con etichette di terzi o con alleanze. Se si parla di anima credo sia importante guardarsi dentro e partire dai principi sui quali si basa la comunità. Non credo che etichette spaziali di destra o sinistra possano descrivere il Movimento».

Anche se le strade tra Rousseau e M5s di divideranno, lei non rinuncia al suo progetto di «cittadinanza attiva digitale». La democrazia rappresentativa, i parlamenti, appartengono davvero al passato?

«È un po' come chiedersi se la banca online metterà in difficoltà gli sportelli bancari. Lo ha già fatto. Assisteremo ancora a una trasformazione importante in termini di nuovi modi di partecipazione continua alla vita pubblica. Oggi ci sono molti ambiti di partecipazione digitale civica che sono ancora inesplorati, per questo il tema della cittadinanza digitale sta diventando così importante. L'aspetto più importante non è lo strumento, ma il fine. Come non è importante in che modo decido di utilizzare i servizi della mia banca, ma il fatto che io possa disporne; in democrazia è importante che i cittadini possano partecipare in tutti i modi possibili alla definizione della volontà collettiva. Oggi abbiamo molti nuovi modi per farlo. Tra i motivi della nascita del Movimento 5 stelle c'era l'idea che i cittadini non potessero essere interpellati solo una volta ogni cinque anni. La partecipazione politica, in tutte le sue forme, è un tema centrale che non si può esaurire con un ritorno agli schemi del passato che hanno dimostrato di non funzionare».

Molti pensano che, in questa pandemia, la politica sia subalterna agli scienziati e ai virologi: un ulteriore segnale della debolezza delle istituzioni democratiche?

«Non credo si misuri la forza delle istituzioni dalle persone che vengono consultate o ingaggiate per risolvere i problemi o le emergenze. Sicuramente il periodo emergenziale ha spinto a ricorrere a meno dibattito e più azione. Ma credo che oggi il percorso verso l'uscita da questa emergenza sia ormai intrapreso e si possa e si debba iniziare a coinvolgere tutti per progettare gli investimenti necessari per la ripartenza del Paese in modo più condiviso possibile».

Comunque vada, il Covid ha rivoluzionato la nostra vita. La tecnologia è sempre più protagonista: dagli acquisti online, alla Dad, passando per lo smart working. In quale mondo ci sveglieremo? Quali saranno le ripercussioni economiche e i nuovi equilibri?

«Quest' anno ha accelerato quello che già stava accadendo. lo scorso anno quasi 3 milioni di italiani hanno acquistato online per la prima volta. Produttori e negozianti hanno imparato a conoscere nuove modalità di vendita, per sopravvivere più che per prendere nuovo mercato. A gennaio 2020 solo il 5% dei lavoratori italiani aveva sperimentato lo smart working (negli Stati Uniti il 50%), solo qualche mese dopo oltre 8 milioni di lavoratori italiani e gran parte degli studenti hanno imparato a usare Zoom per interagire durante la giornata».

Quali sono le conseguenze di questi processi?

«Gli impatti di questa accelerazione dovranno essere gestiti. La competizione diventerà globale in molti contesti impensabili fino a un anno fa. Gli universitari oggi posso scegliere tra il Mit e il Politecnico, seguendo i corsi da casa. Le città cambieranno, non dovendo accogliere più lo stesso numero di studenti e lavoratori che sfrutteranno di più le case spaziose in provincia. I clienti abituati ad acquistare online ci faranno fare un salto di cinque anni in termini di crescita del fatturato ecommerce. Sarà importante durante il 2021 pensare a come tutto sia già cambiato e non sprecare tempo a ripristinare il mondo che conoscevamo».

Caos 5 Stelle, Casaleggio scappa con Rousseau e mette in difficoltà Conte. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 24 Aprile 2021. Il giorno del divorzio è sempre amaro. Ieri Davide Casaleggio e Giuseppe Conte hanno intrapreso strade divaricate, formalmente. Annunciandolo sui social, perfino con qualche eccesso enfatico da parte di Casaleggio Jr. («Siamo a terra, ma ci rialzeremo») che si è poi anche affrettato a preannunciare la cassa integrazione per i dipendenti. Un divorzio vero e proprio, insomma. Doloroso. E come in tutti i divorzi, la prima cosa è far parlare gli avvocati; la seconda è cercarsi una casa, un posto nuovo dove andare a stare. Così il Movimento Cinque Stelle liberato dai vincoli pattizi del “movimento digitale” compie la sua epifania e si fa partito, cercando casa, a Roma. In pieno centro. E sembra averla trovata in piazza della Fontanella Borghese 84, che guarda caso si trova a 100 metri esatti dalla residenza romana di Giuseppe Conte. Nella stessa location che fu individuata da Francesco Rutelli, uno che Roma la conosce bene, come sede strategica per la sua Api. Per gli avvocati delle parti, prende per primo la parola Lorenzo Borré, tutore legale del M5S, con parole scorate. «Quando ha fondato il partito con Luigi Di Maio, Casaleggio jr già rivestiva la carica di presidente dell’associazione Rousseau, l’associazione che per statuto del nuovo M5S, fornisce i servizi tecnologici a quest’ultima associazione» ricorda Borré che aggiunge: «E non è, a mio avviso, un caso che lo statuto pentastellato preveda che gli snodi essenziali dell’attività associativa si debbano svolgere sulla piattaforma gestita da Rousseau. Tanto bastava, a mio avviso, per rendere simbiotiche le due associazioni, sostanzialmente due sorelle siamesi». «È proprio questa simbiosi a farmi ritenere che il distacco traumatico dei due corpi politici possa portare, nel medio termine, alla dissoluzione di entrambi, di quella che ora si trova “a terra” e di quella ancora in piedi». Riflessione interessante anche per chi, come noi, è incorso nelle ire legali di Davide Casaleggio proprio per aver sostenuto, come fa oggi una voce interna alla cabina di regia del Movimento, che il ruolo politico di Casaleggio è stato fino a poco fa decisivo e solo maldestramente celato. La predizione è nefasta, gli umori neri, i parlamentari smarriti e, a sentirli, interdetti. Intendiamoci: l’addio a Rousseau è anche un motivo di sollievo; dopo anni di azienda-partito le sorti prendono una direzione più chiara. «Aveva dimostrato da tempo di non essere più uno strumento neutrale. Ma è il momento di dire basta alle polemiche sterili, smettiamola di guardarci l’ombelico e superiamo la questione», dice il sottosegretario M5S all’Interno, Carlo Sibilia. Nave senza nocchiero, con Grillo nella sua impasse più forte, Casaleggio fuori dai giochi e Giuseppe Conte ancora da incoronare, il Movimento è preda alla confusione. L’Agi raccoglie in Transatlantico il malumore di un gruppo di deputati all’insaputa della sede nazionale individuata da Conte: «Vogliamo avere chiarezza su questa ma soprattutto su tutto il resto, non sappiamo nulla, siamo al buio e questo non può durare a lungo. Siamo stanchi e delusi». Fra le altre questioni, quella del secondo mandato, considerato uno “sperpero” delle competenze di quanti hanno alle spalle la prima legislatura e sarebbero stati mandati “a quel paese”, aggiungono le stesse fonti. Conte «deve parlare con noi prima che con il Pd», concludono, visto che il 29 aprile “ha accettato” il confronto con Enrico Letta al convegno organizzato da Goffredo Bettini. «Il movimento è dove sono le persone che ne rispettano i principi e ne portano avanti le idee. Rousseau sarà sempre la casa di queste persone», ha affidato Casaleggio al suo profilo Facebook. In testa l’idea di dare corpo al suo recentissimo Manifesto ControVento, ma forse anche la prospettiva di usufruire sin da subito di una nuova pattuglia di parlamentari. La componente del Misto di Alternativa C’è, che raccoglie a Montecitorio un sostanzioso gruppo di fuoriusciti, riallaccia subito i rapporti con la casamadre milanese. Andrea Colletti, Pino Cabras, Alvise Maniero omaggiano Casaleggio di ogni onore. E intanto nel nuovo M5S c’è chi si mette all’opera per dotare il partito di una piattaforma digitale che però non abbia più la pretesa di sostituire la correlazione umana, lo scambio di idee nelle sedi e le riunioni in prima persona. Linee-guida di un Movimento contiano che pare ben più influenzato da sinistra del vecchio. «L’infingimento per cui Casaleggio possiede gli iscritti però non regge, lui aveva la gestione della piattaforma; chi si iscriveva lo faceva dando autorizzazione al trattamento dei dati al Movimento Cinque Stelle, con sede legale in via Nomentana a Roma», ci sottolinea l’avvocato Diego Antonio Nesci. L’oggetto del contendere non sussisterebbe, sarebbe un ennesimo bluff. «Se le strade si devono dividere, almeno non ci siano strascichi. Ci sia maturità da entrambi i divorziandi», esorta l’avvocata – e deputata M5S – Vita Martinciglio. I divorzisti non mancano tra i banchi di Montecitorio e nel Movimento. Dal suo studio legale di Cagliari, il civilista Silvio Demurtas ha impugnato le procedure e blocca l’unica via d’accesso di Conte alla leadership del partito, inibendogli l’uso del fondo derivante dalla contribuzione dei parlamentari. Adite le vie legali, i fuoriusciti di Alternativa C’è hanno diffidato l’ex premier e Vito Crimi, reggente provvisorio, «dall’utilizzare anche parte di tale fondo per la costituzione del nuovo partito».

Aldo Torchiaro. Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.

L'ex premier rompe il silenzio. Conte dichiara guerra a Casaleggio: “M5S unico titolare dei dati di Rousseau, ce li devi dare!” Rossella Grasso su Il Riformista il 24 Aprile 2021. Dopo il divorzio tra il Movimento 5 Stelle, di cui l’ex premier è capo politico in pectore, e Davide Casaleggio, Giuseppe Conte rompe il silenzio con un lungo e duro messaggio su Facebook. “Le strade del Movimento 5 Stelle e di Rousseau si sono divise – ha scritto perentorio – Questo mi dispiace, come immagino dispiaccia a tanti nella grande famiglia del Movimento”. “Personalmente auspicavo che si potesse trovare il modo di continuare ad andare avanti insieme, con la volontà comune di collaborare, ma nel segno della massima trasparenza e con una più chiara e netta distinzione di ruoli. Questo era il vero tema in gioco, e nessuno può far finta di ridurlo a una mera partita contabile, perché questo significherebbe ingannare se stessi prima ancora che tutti coloro che sono stati sin qui coinvolti nelle varie attività della "piattaforma"”, continua il post. “Gli strumenti digitali applicati alla democrazia diretta hanno grandi potenzialità di sviluppo e offrono a una forza politica ampie ed efficaci forme di coinvolgimento e di partecipazione degli iscritti nei processi decisionali – scrive Conte – Ma la tecnologia non è mai "neutra": una forza politica che ha un ruolo di primo piano nello scenario della vita democratica del Paese, che è la più consistente in Parlamento e si assume la responsabilità di funzioni di governo, deve garantire ai propri iscritti e a tutti i cittadini che la "gestione tecnica" della piattaforma digitale e di tutti i servizi connessi sia assolutamente distinta dalla “direzione politica”. La gestione tecnica può essere tranquillamente affidata a soggetti esterni. Le funzioni di “direzione politica” devono necessariamente competere a soggetti interni alla forza politica, eletti attraverso procedure democratiche chiare e trasparenti, in modo da scongiurare il rischio di condizionamenti e di ingerenze esterne incompatibili con il principio democratico”. “Sono questi i presupposti indispensabili per ripartire con il piede giusto. Preso atto che questo non è stato possibile, bisogna ora guardare avanti – si legge ancora nel post su Facebook – il percorso di rifondazione e rinnovamento del Movimento 5 Stelle, a cui sto lavorando da tempo, è stato completamente definito. Prima di presentare il nuovo Statuto e la Carta dei Principi e dei Valori, manca però un passaggio fondamentale: il trasferimento dei dati degli iscritti da Rousseau al Movimento 5 Stelle, che è l’unico ed esclusivo titolare del trattamento di questi dati”. “Ovviamente il Movimento, da parte sua, si farà carico di eventuali debiti contratti da Rousseau per conto del Movimento. Quest’ultimo principio, peraltro, non è mai stato posto in discussione, perché i debiti non si discutono, si onorano. Appena si concluderà questo passaggio potremo dare il via al nuovo corso del Movimento. Confido che tutto si svolga in pochi giorni. Conto di poter presentare all’Assemblea degli iscritti il nuovo Statuto e la Carta dei principi e dei valori all’inizio di maggio nel corso di un grande evento on-line, aperto e partecipato, e di procedere subito dopo alle votazioni dei nuovi documenti fondativi e dei nuovi organi, così da poter concentrare il nostro lavoro, con forza, sui problemi del Paese”. “Rifondare il Movimento 5 Stelle è una grande sfida che ci spinge a sognare in grande, a immaginare e a costruire insieme un nuovo MoVimento. Il Paese sta attraversando momenti di grande, grandissima difficoltà. Ci aspetta un intenso impegno. Lo faremo con l’entusiasmo di chi vuole servire il proprio Paese con "disciplina e onore". Non vedo l’ora di partire!”, conclude Giuseppe Conte.

Rossella Grasso. Giornalista professionista e videomaker, ha iniziato nel 2006 a scrivere su varie testate nazionali e locali occupandosi di cronaca, cultura e tecnologia. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Tra le varie testate con cui ha collaborato il Roma, l’agenzia di stampa AdnKronos, Repubblica.it, l’agenzia di stampa OmniNapoli, Canale 21 e Il Mattino di Napoli. Orgogliosamente napoletana, si occupa per lo più video e videoreportage. E’ autrice del documentario “Lo Sfizzicariello – storie di riscatto dal disagio mentale”, menzione speciale al Napoli Film Festival.

Il Garante osserva. Rousseau stacca la spina, Biondo: “Casaleggio ha 50 parlamentari per il suo partito populista e trumpiano”. Piero de Cindio su Il Riformista il 23 Aprile 2021. E’ la notizia del giorno dopo mesi di tensione che hanno portato l’Associazione Rousseau, unico vero collante tra il figlio del fondatore del movimento, Davide Casaleggio, ed il nuovo e “maturo” partito di Governo che per senso di responsabilità nazionale ha intrapreso un percorso con lo “psyconano” ed il “partito di Bibbiano”. Il comunicato diffuso sul Blog delle Stelle ha spiegato le ragioni della rottura che sinteticamente possono ritrovarsi nella non volontà del partito di affidarsi ai servizi della piattaforma che “ha dato lustro al primo esperimento riuscito di cittadinanza attiva digitale del paese“. Il Riformista ha contattato Nicola Biondo, autore di diverse inchieste sul Movimento e di un libro, Sistema Casaleggio scritto insieme a Marco Canestrari, che va oltre la questione debitoria e illustra “La storia volutamente intricata di un dedalo di associazioni, simboli, statuti di un partito nato in un’azienda. E c’è la questione insieme politica e personale di chi si diceva anti-casta e oggi non vuole abbandonare la casta“. Biondo poi sottolinea che “Casaleggio che parla di lobby è divertente. Ma devo dire che nella querelle tra lui e la casta che ha portato nelle istituzioni lui è quello più coerente. Grillo va dove lo porta il suo fiuto e il suo interesse. Piuttosto mi sembra che Casaleggio voglia ripartire dagli inizi: un partito populista, trumpiano. L’esperimento politico sociale made in Casaleggio continua. Ci sono 50 parlamentari che attualmente versano ancora le quote a Rousseau: questa è la falange parlamentare di Davide. Ne vedremo delle belle dato che lui ne ha le chiavi. La sua ricetta la conosciamo e finché è durata gli ha portato qualche vantaggio. Siamo sicuri che una multinazionale come Philip Morris avrebbe dato ad una piccola azienda milanese una cospicua consulenza se il capo di quell’azienda non fosse stato anche il capo di un partito al governo?“. E conclude: “Fatico a pensare che un giudice possa capire utilizzando i codici l’accrocco Rousseau-M5S. È una struttura che non ha eguali al mondo e che in un mio libro con Marco Canestrari abbiamo definito Sistema Casaleggio. Piuttosto segnalo due cose: Conte è un leader inesistente e calato dall’alto, privo di una base. La sua incapacità politica è visibile come lo era quando stava a Palazzo Chigi. Di Maio alla fine potrebbe essere l’opzione di un ritorno al passato, vitso che è stato l’unico capo politico eletto dal Movimento. In fondo le carte dicono che il triumvirato è rimasto sempre quello: Davide, Luigi e Grillo“.

IL GARANTE NON RILASCIA DICHIARAZIONI – Sono tanti gli iscritti al Movimento che hanno partecipato in questi anni alla rivoluzione culturale, ed il problema dei loro Dati ha messo sul chi va là il Garante della Privacy che, sollecitato dal Riformista, con la solita imparzialità istituzionale del proprio ruolo, ha preferito non rispondere, immaginando che su una questione del genere prima o poi potrebbe essere chiamato con una richiesta formale.

VARRIALE: “CASALEGGIO PAGA IL NON SEDERSI NELLE STANZE DEL POTERE” – “Possiamo dire che l’esperienza politica più innovativa a livello mondiale di attivismo web sia arrivata al capolinea ed è un peccato, ma tutto questo è frutto di una ambiguità da sempre sollevata sul ruolo reale della Casaleggio Associati nel Movimento 5 Stelle – analizza a caldo il Data Journalist Livio Varriale –. Casaleggio paga lo scotto di non sedersi direttamente nelle stanze del potere e sappiamo bene che l’assassinio del padre politico da parte dei delfini è storicamente ciclico. Di Rousseau resta non solo la grande capacità di anticipare i tempi, rinnovandoli, ma anche le nubi espresse più volte sull’affidabilità della piattaforma informatica e del suo sistema di voto elettronico che lo stesso Casaleggio voleva applicare al suffragio universale del nostro Paese”.

Piero de Cindio. Esperto di social media, mi occupo da anni di costruzione di web tv e produzione di format

M5S, quel trasloco del blog, cronaca annunciata del divorzio tra Grillo e Casaleggio. Sebastiano Messina su La Repubblica il 23 aprile 2021. Sedici anni fa l'idea che rivoluzionò la politica. Fino alla lite, quando Gianroberto si prese la piattaforma che ora rompe con i grillini. Che sarebbe finita così, bisognava capirlo quando ci fu il trasloco. Ovvero quando Gianroberto Casaleggio decise di spostare il cuore digitale del Movimento dal sito Beppegrillo.it al suo, ribattezzandolo "Blog delle stelle". L'amico, fino ad allora proprietario del simbolo, del blog e dunque del M5S, non voleva saperne. Così la telefonata si concluse malissimo: "Vaffanculo, non ti voglio più sentire!" disse Casaleggio. Fu quella l'ultima volt...

Scissione a 5 Stelle: Rousseau lascia il Movimento, con noi il futuro. Matteo Pucciarelli su La Repubblica il 23 aprile 2021. All'origine dello strappo la lite su 400 mila euro e divergenze sulla linea. Davide Casaleggio prepara un progetto civico in competizione con il M5S. Tutti i dipendenti in cassa integrazione. Si infrange il sogno della democrazia diretta in chiave tecnologica. La rottura è definitiva: la piattaforma Rousseau prende la propria strada, lasciando i 5 Stelle. Il portale che nel 2016 sostituì il blog di Beppe Grillo nel ruolo di sede virtuale e laboratorio della evocata democrazia diretta via web del M5S, gestito per ragioni dinastiche da Davide Casaleggio, figlio di Gianroberto, adesso lavorerà alla costruzione di un altro "progetto civico": "Nelle prossime settimane incontreremo coloro che vorranno costrui...

Bufera sul fondatore. Conte scarica Grillo e i 5 Stelle, pronto il nuovo Movimento. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 22 Aprile 2021. Blindata nel silenzio imposto dai legali, la coppia Grillo-Tadjik prova a stare lontana dai social, a non fare video, a non inveire contro nessuno. Si chiude in una pausa di riflessione che corrisponde a quella del collegio per le indagini preliminari di Tempio Pausania, che in questi giorni decide per il rinvio a giudizio. Sul Blog delle Stelle, house organ del Movimento, Grillo non compare più. Campeggia Di Maio con una campagna istituzionale. Poi due donne: la viceministra Alessandra Todde e la ministra Fabiana Dadone. Volti giovani di donne brillanti e sorridenti, l’immagine opposta a quella di Beppe Grillo che urla scomposto i suoi fendenti misogini. La strategia della comunicazione è quella delle armi di distrazione di massa, ma la base è smarrita, tra i deputati e i senatori si moltiplicano le defezioni e i mal di pancia. Se da un lato Conte ha provato a tenersi equidistante e a non dispiacere troppo il comico, la cesura c’è stata e la strada è destinata a biforcarsi. «I parlamentari sono imbestialiti con Conte», ci dice una fonte interna. «Molti si sentono abbandonati alla prima occasione», ci dicono alla Camera dagli uffici pentastellati. Dal Senato una voce influente del gruppo invece lo esorta a rincarare: “Il video di Grillo danneggia l’immagine del Movimento e forse anche di Conte. Dovrebbe dire qualcosa di forte, visto che è il leader”. Ma non è leader se non di se stesso, al momento. Proprio oggi è scaduto l’ultimatum di Davide Casaleggio ai gruppi parlamentari e su Rousseau compare il preannuncio di una scure: “Non abbiamo più modo di tutelarvi”, viene detto. Se Casaleggio non c’è più e Conte non c’è ancora, il primo partito politico italiano rimane tutto nelle mani di un comico in crisi di nervi. Lo statuto proprietario del M5S ne conferisce tutto il controllo nelle mani di Beppe Grillo, che è anche unico titolare del simbolo e dunque del nome del partito. Se Grillo decidesse di uscire dal campo tra i fischi, non è da escludersi che possa portarsi via il pallone. Marialucia Lorefice, presidente della XII commissione affari sociali della Camera, è preoccupata. Parla con il Riformista: «Si tratta di una vicenda molto dolorosa, che coinvolge diverse famiglie e posso comprendere lo stato di sofferenza che stanno affrontando. Detto questo però, sono fermamente convinta che spetti alla giustizia fare il suo corso e stabilire la verità sull’accaduto. Il tema della violenza sulle donne è un argomento su cui sono molto sensibile». Dalla giustizia, a 24 ore dall’ipotesi da noi sollevata circa il coinvolgimento di Beppe Grillo nelle intercettazioni, nessuna smentita. Gli interrogativi, legittimamente, crescono: se Grillo è stato intercettato, in quale arco temporale, con quale perimetro? Alla Procura abbiamo chiesto se ci sono brogliacci nella lista dei documenti allegati agli atti della chiusura indagini; in attesa dell’annuncio del rinvio a giudizio dobbiamo aspettare. Il M5s intanto appare sempre più come una bad bank densa di crediti deteriorati e inesigibili. Conte lo sa e sembra ragionare con la cerchia ristretta di mettere in campo un’alternativa alla guida del vecchio Movimento. Fondarne uno nuovo, per esempio. Non ha dubbi De Magistris: «Credo che Conte farà a breve il capo di un nuovo movimento, non saranno più i 5 Stelle come li abbiamo conosciuti fino ad ora e su cui molti avevano riposto speranze di cambiamento che hanno totalmente tradito. Sarà un movimento che cercherà un accordo con Letta per provare a costruire un nuovo centrosinistra». Il senatore De Falco, fuori ormai dal Movimento, boccia un po’ tutti: «Dopo lunghe ore di silenzio imbarazzato ed imbarazzante, Giuseppe Conte – autonominatosi leader politico, ma che continua a tenere lezione all’università – ha manifestato qualche timido distinguo rispetto alle ingiuriose urla vergognosamente pronunciate da chi rappresenta il partito di maggioranza relativa del Governo in carica». Raffaella Andreola, componente del Collegio dei probiviri M5s, interviene sulla bufera del caso Ciro: “come membro del Collegio dei probiviri posso dire che mi sono sentita in imbarazzo per quanto ho visto in quel video. Se sono chiamata a far rispettare regolamento e statuto dovrei in questo caso chiedermi se il rispetto dell’individuo e l’indipendenza degli organi giudicanti sono valori da rispettare per il Movimento. Dal mio punto di vista sì”. E aggiunge: “Come donna chiedo rispetto per ogni donna, per la sua libertà e per la sua dignità. Come cittadina chiedo che la giustizia faccia il suo corso in modo libero ed autonomo senza pressioni esterne”. Mentre si attende il verdetto di Tempio Pausania, i probiviri hanno già condannato Beppe. Domani è un altro giorno.

Aldo Torchiaro. Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.

Gianluca Paolucci Monica Serra per “la Stampa” il 16 aprile 2021. È un' inchiesta che passa al setaccio le consulenze affidate alla Casaleggio & Associati, negli anni in cui i 5 Stelle governano per la prima volta il Paese. Un «fascicolo-contenitore», aperto a dicembre dal capo del pool Anticorruzione della procura di Milano, Maurizio Romanelli, a «modello 45», senza accuse né indagati, per analizzare le attività della società di Davide Casaleggio, fino a qualche tempo fa legata a doppio filo al movimento. Da una parte la consulenza da due milioni e 400 mila euro commissionata dalla Philip Morris, dall' altra quella da un milione e 200 mila euro affidata dalla compagnia di navigazione Moby, per un totale di 3,6 milioni che costituiscono una fetta importante del fatturato della Casaleggio. Entrambe erano già note alla procura a dicembre. Mentre sui giornali esplodeva lo scandalo della maxi consulenza per la multinazionale del tabacco, infatti, una «Segnalazione di operazione sospetta» (Sos) dell' Antiriciclaggio di Bankitalia è arrivata sulla scrivania dei pm. Da quel che trapela, gli accertamenti hanno già portato nei mesi scorsi gli investigatori del Nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf ad acquisire parte della documentazione alla Casaleggio, mentre solo qualche giorno fa sulla scrivania del pm è arrivato l' elenco spese allegato al piano di concordato preventivo di Moby, che non fa altro che confermare quanto già scritto nella Sos di Bankitalia. Una nota che oltre a Casaleggio riferiva anche dei pagamenti al sito Beppegrillo.it e si concludeva con queste parole: «Sebbene l'amicizia fra Vincenzo Onorato (patron della Moby, ndr.) e Beppe Grillo sia di vecchia data, non può escludersi che l'esborso di ingenti somme a favore della società di Grillo e della Casaleggio & Associati rappresenti il tentativo di sensibilizzare una forza politica di governo a sostenere la campagna per modificare le norme sull' imbarco dei marittimi sulle navi italiane». Il pm Cristiana Roveda, cui è stato affidato il fascicolo, sta analizzando nel dettaglio tutte le fatture: si parla di un milione e 100 mila euro pagati dalla Moby, e di oltre un milione e mezzo sborsato dalla Philip Morris, solo negli anni 2018 e 2019. Fanno schizzare il fatturato della Casaleggio a partire da giugno 2018, guarda caso quando il Movimento è appena salito al governo con la Lega. E, proprio nel secondo semestre di quell' anno, rappresentano quasi il novanta per cento del fatturato della società vicina ai Cinque Stelle. Il tutto, tra l' altro, a fronte di consulenze che apparirebbero «sterili» e, agli occhi degli investigatori, potrebbero non giustificare somme così ingenti. L'obiettivo per Onorato - che in quel periodo ha dato finanziamenti anche a partiti e movimenti, dalla fondazione Open di Renzi alla Change del governatore ligure Toti - era quello di ottenere ascolto per le sue richieste sul regime fiscale degli armatori con personale italiano. È interessante che oltre ai 120 mila euro annui che il sito Beppegrillo.it riceve dalla compagnia navale, e ai 600 mila euro più premi di risultato (250 mila euro entro un anno, e 150 mila euro a obiettivo tra i 12 e i 24 mesi) pagate alla Casaleggio, ci sia anche una consulenza al lobbista Roberto Mercuri, già coinvolto in inchieste giudiziarie e legato in passato all' ex vicepresidente di Unicredit Fabrizio Palenzona: 180 mila euro annui per il «Supporto tecnico specialistico finalizzato al monitoraggio delle attività legislative del Parlamento Italiano, del governo italiano e della commissione europea». Mercuri - è giusto precisarlo - nulla avrebbe a che vedere con la Casaleggio e i 5 Stelle. Ma le parole usate nell' oggetto della consulenza incuriosiscono gli investigatori. Che, presto, potrebbero fare grandi passi avanti nell' inchiesta.

Credevano fossero idee...Cosa resta del M5S a 5 anni dalla scomparsa di Casaleggio: guerra tra correnti e 450mila euro spariti. Claudia Fusani su Il Riformista il 13 Aprile 2021. Triste e solitaria ricorrenza. Cinque anni fa moriva Gianroberto Casaleggio, dalle piazze saliva il coro “onestà-onestà” e due anni dopo il Movimento faceva cappotto alle politiche con il 33 per cento dei consensi. Cinque anni dopo, ieri, di tutto questo restano tre correnti e un Movimento ancora senza leader. O meglio, il leader ci sarebbe e si chiama Giuseppe Conte e però di fronte a tanto caos temporeggia, prende tempo e mette le mani avanti: «Sono l’ultimo arrivato, ci sono questioni pregresse che dovete risolvere voi». Due soprattutto: che fare con la piattaforma Rousseau che del Movimento è il motore e con il suo proprietario Davide Casaleggio che chiede agli eletti di avere ben 450 mila euro di versamenti pattuiti e mai versati. Quindi cari ragazzi e ragazze e attivisti, arrangiatevi un po’. Ci rivediamo quando vi siete chiariti. «E bravo Conte – ha il coraggio di uscire allo scoperto Raffaela Dieni, membro del Copasir intervistata dall’agenzia Adnkronos – lui ascolta e prende appunti ma intanto le amministrative si avvicinano e noi non siamo pronti». Peggio, aggiunge un altro deputato 5 Stelle che ricopre una carica importante, «qui fuori da Montecitorio la gente è in piazza disperata, si scontra con la polizia, si tirano bombe carta e noi siano attaccati a Zoom a dibattere non è ben chiaro su cosa e c’è chi presenta la proposta di legge sulla cittadinanza digitale in memoria di Casaleggio». Il deputato si mette le mani tra i capelli e si dilegua nei corridoi vuoti della Camera. «Se Conte non si sbriga qui ci ritrova metà gruppo…».

Triste e solitario finale. Meglio dire “parziale” di partita. Cinque anni dopo del Movimento che doveva aprire il “palazzo” come una scatoletta di tonno rimane la proposta di un partito e l’ipotesi di un leader. Senza programma né identità. Quel che è peggio senza regole. Soprattutto con ben tre correnti organizzate. Che sono l’unica cosa chiara che ha detto Conte nelle assemblee con deputati e senatori: «No alle correnti». Un po’ come ha fatto Enrico Letta appena ha preso in mano il timone del Pd e che ha proposto la nomina di Arnold Schwarzenegger per la loro gestione. Ma la battuta è stato un boomerang. Una corrente è certamente quella di Davide Casaleggio. Il Manifesto di “Controcorrente” campeggia da giorni sulla home page del Blog delle stelle. Si leggono cose di questo tipo: «Per tornare a volare alto dobbiamo anteporre le idee alle persone, le riforme alle poltrone, l’esempio personale al cambiamento che vogliamo vedere negli altri. Per tornare a volare alto non dobbiamo accomodarci sulle seggioline della tifoseria della politica, sventolando le bandiere di destra contro sinistra, opposizionisti contro governisti, nordisti contro sudisti». Casaleggio jr ormai è in rotta di collisione su tutto con Conte, Di Maio, Crimi. Punta il dito contro i parlamentari: «I loro mancati versamenti (circa 450 mila euro, ndr) stanno mettendo a rischio questo progetto civico». E li accusa di non voler più uscire dal palazzo che dovevano riformare e che invece ha riformato loro. «Mi attaccano – dice Casaleggio – perché vogliono la deroga sui due mandati (con la quale molti di coloro in Parlamento non potrebbero più essere candidati a cominciare da Di Maio, ndr)». Ci sono di mezzo soldi, tanti, ben 450 mila euro, le quote che ciascun eletto (3.600 euro l’anno a testa) avrebbe dovuto versare alla Fondazione Rousseau, motore dell’attività politica, e che da un anno una sessantina di parlamentari non versano più. Ma dividere Rousseau dal Movimento è tecnicamente e legalmente quasi impossibile. A meno che non si voglia fondare un contenitore del tutto diverso. Con Casaleggio ci sono Alessandro Di Battista, la sindaca Virginia Raggi che tenta il bis, il senatore Elio Lannutti che in memoria di Casaleggio ieri ha scritto: «Quella canne al vento senza storia, memoria e gratitudine». Le canne al vento sarebbero i suoi colleghi. Solo che ieri, prima giornata di lavori dedicata a Sum#5, la kermesse della memoria ma anche del rilancio, c’erano solo duecento persone collegate. Un po’ pochine se si pensa ai grandi numeri di un passato molto recente. Tra i relatori solo Grillo, Raggi, Di Battista. Pochissimi i big. Da seguire la partecipazione di Antonio Di Pietro. Senatori estromessi dal M5s come Morra e Lezzi hanno dato comunque voluto dare il loro contributo. Il divorzio è già in atto. Resta solo da capire se sarà consensuale o giudiziario. Oltre al Manifesto, Controcorrente avrebbe anche uno zoccolo duro di militanti: “400 tenaci cittadini che hanno partecipato al percorso di formazione della Rousseau Open Academy per diventare Ambasciatori della Partecipazione digitale, cioè della democrazia diretta e partecipata direttamente dal territorio”. Tra i parlamentari è difficile dire quanti siano rimasti fedeli a quel modello di Movimento. Di sicuro non chi è stato al governo in questi anni. Con rare eccezioni: Alberto Airola e Carmen Di Lauro. Un’altra corrente, già strutturata e avanti nell’organizzazione è quella di Parole Guerriere. Tra i fondatori conta ben due sottosegretari, Carlo Sibilia e Danila Nesci. Hanno già un simbolo (Italia Più 2050, in campo verde e senza stelle), un manifesto in dieci punti dalle politiche green alla lotta alle diseguaglianze e un tesoriere, Lorenzo Chieppa, commercialista. Transizione ecologica, solidarietà, formazione politica alcuni dei punti del programma. La chiamano “la nostra mano tesa per ripartire e ritrovare la nostra strada”. E considera “esaurito” il rapporto con Rousseau. Di sicuro, in questo momento di caos è il progetto più strutturato e che sta trovando adesioni a destra e a sinistra (hanno firmato più di 40 parlamentari) ma anche nella società civile. “Italia Più 2050” è stata la prima corrente ad uscire allo scoperto. Ancora prima di “Controcorrente” di Casaleggio. Per rompere l’inerzia del post Conte 2. L’ultima è di pochi giorni fa: si chiama “Innovare” e raccoglie i più giovani, tutti al primo mandato, per lo più ostili alla deroga al secondo mandato, hanno già saputo mettersi in mostra in questa legislatura. Aderiscono circa 30 eletti, tra questi Maria Pallini, Luca Carabetta, Davide Zanichelli, Giovanni Currò. Oltre al tema del numero dei mandati che poi, in tempi di parlamentari tagliati e consenso dimezzato, significa prima di tutto chance di riconferma, a dividere “Italia Più 2050” e “Innovare” c’è la questione dei rapporti con Rousseau. «Per noi le regole sono quelle votate dagli iscritti l’ultima volta su Rousseau. Noi parliamo di temi, non ci interessano le poltrone. Abbiamo un buon rapporto con Rousseau. Vogliamo mantenerci ancorati ai principi che hanno reso il M5S la prima forza politica in Italia» ha spiegato Giovanni Currò, tra i promotori di “Innovare” che fanno dell’innovazione la cura per tirare fuori il paese dalla palude e dalla crisi. Luca Carabetta, uno dei giovani più promettenti, ci tiene a precisare che “Innovare” non è una corrente. «Assieme a diversi del primo mandato ci siamo trovati con l’idea di fare una serie di eventi pubblici per raccontare le nostre proposte, incontrare persone al di fuori del Movimento e discutere di temi di attualità. Io ho tenuto uno di questi incontri su temi legati all’innovazione tecnologica». Insomma, un gruppo di parlamentari che lavora sui temi e organizza incontri sul futuro e l’innovazione. I gruppi parlamentari sono in fermento. Ma il Movimento è fermo. Lamentano l’inerzia di Conte. Temono di non essere pronti per le amministrative. Qualcuno sospetta che l’ex premier rinvii la vera discesa in campo «a quando saranno più chiari i tempi della legislatura». Per non bruciarsi prima. «Se aspetta un altro po’ – sorride amaro un deputato – qui non ci trova più nulla». Qui sarebbero i gruppi parlamentari.

Rissa a tutto campo nel M5s. Travaglio contro Casaleggio. Domenico Di Sanzo il 14 Aprile 2021 su Il Giornale. Il direttore del "Fatto": "Non spetta a lui decidere". Ma il guru avverte Grillo e Conte: "Fatti debiti per pagare le spese legali". Ecco lo stato dell'arte della rifondazione del M5s. C'è Giuseppe Conte che vuole velocizzare le pratiche della ripartenza ma non sa bene come. Davide Casaleggio spara a zero sul Corriere della Sera e Marco Travaglio lo attacca sul Fatto Quotidiano. L'unico che rimane in silenzio è il leader in pectore. Conte ha intenzione di imprimere un'accelerazione al «processo rifondativo», anche a costo di scontrarsi con Rousseau in una battaglia legale. Ma ancora non sa quale piattaforma utilizzare per far votare agli attivisti la sua investitura. Leggendo le carte, l'ex premier si è reso conto di essere impossibilitato a obbligare l'Associazione di Casaleggio a indire una votazione per cambiare lo Statuto. In difficoltà pure nel caso si decidesse di chiamare a raccolta gli iscritti, dirottandoli su una piattaforma diversa. Infatti i dati e l'elenco degli attivisti certificati sono nelle mani di Rousseau. «Basta allo spettacolo indecoroso della politica che parla a se stessa di soldi e poltrone», striglia i suoi Stefano Buffagni. Nel frattempo Casaleggio continua a picchiare sul M5s. Stavolta lo fa in un'intervista al Corriere della Sera. «Se si vogliono ribaltare le regole, credo che sia opportuno che ci si metta la faccia», mette alle strette Conte. Casaleggio parla anche di soldi. «Tra i fornitori che sono in attesa da tempo ci sono anche gli avvocati. In realtà sono certo che il M5s onorerà i suoi debiti», spiega l'imprenditore. Importante il riferimento agli avvocati. Perché Rousseau fino a questo momento ha coperto le spese legali per le tante cause intentate contro il Garante Beppe Grillo e gli altri due capi politici. Se si preferirà «una struttura partitica verticistica», riflette, «Rousseau non avrebbe più senso», la conclusione. Sul Fatto invece l'attacco a testa bassa del direttore Marco Travaglio. Il giornalista di riferimento dei grillini piccona Casaleggio. Nel suo editoriale accusa il guru di voler fare il leader ombra del M5s. Mette in discussione la piattaforma: «Dove sta scritto che la democrazia digitale si realizza solo con la Rousseau». Ricorda a Casaleggio di essere stato «consulente di gruppi toccati da norme del suo governo, tipo Philip Morris e Onorato». Travaglio scrive addirittura che la piattaforma non è di Casaleggio. Poi chiude la requisitoria: «Spetta al Movimento, non a lui, decidere regole, leader e tutto quel che gli pare». Eppure abbiamo l'impressione che non sarà così semplice.

Estratto dell'articolo di Marco Travaglio per il "Fatto quotidiano" il 13 aprile 2021. Per anni Davide Casaleggio, come già suo padre Gianroberto, ha dovuto smentire le fake news che lo dipingevano come il […] padrone occulto dei 5Stelle […]: "Io svolgo solo un ruolo di supporto gratuito, sono uno dei tanti attivisti volontari", "i parlamentari versano una quota dello stipendio come si fa con qualunque associazione culturale". Un fornitore. Ma da un po' di tempo fa di tutto per confermare le fake news e smentire le sue smentite. Fino al tragicomico ultimatum dell'altro giorno, con l'accusa al M5S di "mettere in difficoltà finanziaria Rousseau per mettere sul tavolo il terzo mandato e altre regole". […] Ma anche se fosse? Lui che c'entra, se non è il padrone? Il limite dei due mandati non è neppure nello Statuto: solo nel regolamento elettorale. Se qualcuno lo vuol cambiare, lo metterà ai voti e gli iscritti, non Casaleggio, decideranno. Idem per la piattaforma: dove sta scritto che la democrazia digitale si realizza solo con la Rousseau e non con la Pippo? […] Ora, visto che il nuovo corso non gli garba, ha tutto il diritto di farsi un partitucolo con qualche fuoruscito portandogli la piattaforma Rousseau, sempreché riesca a dimostrare che è sua. E così non è, visto che è stata costruita con le donazioni di parlamentari e amministratori locali M5S (3,5 milioni solo negli ultimi tre anni per un servizio che vale sul mercato, a dir tanto, 500mila euro) […]

Mario Ajello per "il Messaggero" il 13 aprile 2021. Non c' entra talmente nulla Giuseppe Conte con Casaleggio (padre e figlio), con il casaleggismo e con il mito della rivoluzione tecno-populista e insieme aziendalista di cui Gianroberto fu guru, che neppure è stato invitato il leader M5S in pectore alla 5 giorni di web-evento dedicata al fondatore scomparso cinque anni fa. Ma rischia di non entrarci niente Conte neppure con i 5 stelle e infatti prende tempo prima di prenderne le redini. E cominciano a sospettare gli stellati: «Conte si trova più a suo agio con quelli del Pd che con noi, se vuole vada pure dal suo amico Letta...». Si moltiplicano i bisbigli, dopo il doppio esordio (tra indecisioni e vaghezze) di questi giorni di Conte nelle assemblee dei parlamentari grillini: «Non è che alla fine che capisce che si è infilato in una gabbia di matti e rinuncia alla guida del nostro movimento?». Si parla di un Conte dubbioso, ecco. E già traballante («Casaleggio vuole da noi 400milioni di mancati pagamenti per Rousseau e Conte dice che sono cose di quando lui non c' era e così non ci difende da quella sanguisuga di Davide», è lo sfogo dei più) prima ancora di cominciare il complicato cimento di dare un futuro alla creatura che fu di Gianroberto Casaleggio. Del quale, nel giorno del ricordo, parlano il figlio e Dibba, e da domani ci saranno altri interventi (quello della Raggi) ma nessuno dei big stellati alla Di Maio o Fico (si è limitato a un tweet: «Gianroberto progettava il futuro»). A riprova che Gianroberto è dimenticato, superato, sotto sotto rinnegato nel nuovo corso partitista di M5S (che svogliatamente ha ribadito: «Ci siamo sempre ispirati a Gianroberto»). E il figlio Davide, se non avrà i suoi crediti entro il 22 aprile, farà causa a M5S e poi si metterà in proprio. Con un nuovo movimento comprensivo forse del Dibba e magari della Raggi - se finirà per litigare con M5S dopo la partita delle elezioni di Roma - e di sicuro di tutti quelli ancora affezionati al grillismo delle origini. Quel che sarà il neo M5S contro l' attuale M5S lo ha delineato ieri il Dibba proprio intervenendo nel ricordo di Casaleggio padre. Un partito anti-casta, innanzitutto. Non amico del Pd. Né del governo Draghi. «Ho lasciato M5S, ma senza sbattere la porta, perché sono contrario al governo Draghi. Sono un oppositore coerente di questo esecutivo. Draghi è l' uomo delle fusioni, è quello che ha sempre favorito il grande sul piccolo». E ancora: «Casaleggio mi ha insegnato la coerenza e io per coerenza continuo a prendere posizioni scomode e questo ha pregiudicato la mia attività politica». Il no al terzo mandato da parlamentari è il cuore della battaglia anti M5S. «Io nel Palazzo ci sono stato - dice Dibba - e so come funziona. Se stai troppo tempo lì dentro, inizi a pensare che la carriera politica sia più importante che servire i cittadini. E finisci a scendere a compromessi con le tue idee». Un paleo e post-grillismo che non scende a compromessi con nessuno è quello che in mente il mondo casaleggista e tutti quegli ex ministri ed ex leader alla Lezzi alla Morra che sono finiti fuori dal gruppo e sono vogliosi di rivalsa. Contando su ciò che resta del grillismo delle origini e nei social qualcosa c' è ancora. Una guerra della memoria su Gianroberto come bandiera anti-tutto, in vista della nascita di un nuovo movimento, è quella che stanno ingaggiando la Lezzi e Morra. «Oggi 12 aprile - scrive il presidente della commissione Antimafia, cacciato da M5S perché anti Draghi - ricorre il quinto anniversario della morte di Gianroberto. Sum#05 è l' evento con il quale celebriamo la memoria del cofondatore. Io e Barbara Lezzi, per l' occasione, lo abbiamo ricordato con degli aneddoti che ne dimostrano l' umanità, l' intelligenza, la visione». E ancora: «Dobbiamo essere tutti grati a Gianroberto, portando avanti con coerenza gli ideali che ci ha proposto e che abbiamo sposato. Soprattutto oggi mi piacerebbe che l'intera comunità di coloro che hanno certi valori si sentisse parte di un progetto comune, senza polemiche». Una sfida a tutto campo e anche direttamente a Conte. Al quale Grillo ha dato un' investitura che potrebbe rivelarsi una fregatura.

La "miniera" di Casaleggio: cosa c'è dietro la guerra coi 5Stelle. Clarissa Gigante e Luca Sablone il 13 Aprile 2021 su Il Giornale.  Cosa c'è dietro il divorzio imminente tra i grillini e Casaleggio? Il possesso del cuore del sistema: "C'è in gioco il controllo del Movimento dal punto di vista di consenso, anche elettorale". Il divorzio è ormai certo. Mentre a Giuseppe Conte è affidato il compito davvero arduo di rifondare il Movimento 5 Stelle, i rapporti con Rousseau - e Davide Casaleggio - si fanno sempre più tesi. C'è chi sostiene che ormai il legame con i vertici della piattaforma web si sia ridotto semplicemente a una questione di tipo legale: "Si è interrotto il legame umano, mi spiace ma ora è solo una questione di avvocati". Ma a ben vedere il tema vero sembra un altro. In un mondo sempre più digitale e profilato, la vera ricchezza dell'Associazione Rousseau non sta tanto nella gestione della piattaforma e dei fondi del M5S, quanto nella "miniera d'oro" rappresentata dai dati degli iscritti. Sarà per questo che Giuseppi, così come Beppe Grillo, vuole evitare la rottura definitiva? Nel suo intervento all'assemblea pentastellata, Conte ha chiaramente dichiarato che nel nuovo Movimento le scelte continueranno a essere prese coinvolgendo gli iscritti sul web, "ma questo deve accompagnarsi alla considerazione che la democrazia digitale è frutto di una tecnologia, che non è neutra". La gestione dei processi e le modalità con cui vengono trattati i dati sono considerate "operazioni sensibili e delicate che chiedono massima trasparenza, massima chiarezza". Certo, ma al momento il titolare per il trattamento dei dati degli iscritti alla piattaforma è - appunto - l'Associazione Rousseau legata a doppio filo alla Casaleggio Associati.

La gestione del cuore del sistema. E qui nasce la vera diatriba, dal momento che creare una piattaforma parallela senza la cessione del "tesoretto" di Casaleggio richiederebbe di ripartire da zero in un momento in cui i 5 Stelle non sono certo al loro massimo. Dal M5S si spinge quindi per avere accesso alla lista degli iscritti, al database, alla mailing list. Praticamente al cuore del sistema. Una soluzione pacifica però non sembra essere alle porte. La piattaforma, denunciano i grillini, "custodisce gelosamente i dati degli iscritti". Dal suo canto Enrica Sabatini, braccio destro di Davide Casaleggio, batte cassa e ritiene la pretesa dei versamenti arretrati dei parlamentari come una condizione necessaria: "Come non posso entrare in un negozio e prendere qualcosa senza pagarla, così non posso chiedere di fare un voto a una serie di persone che devono lavorare, ai fornitori che devono garantire la certificazione del voto e non pagarli". Casaleggio si è spinto oltre, lanciando il manifesto ControVento con cui ha sottolineato l'importanza dei due mandati. Inoltre viene rimarcato un buco di quasi 450mila dovuto da mancati versamenti. Un uno-due che ha fatto ulteriormente surriscaldare gli animi. Dai piani alti del M5S tengono a ricordare la testimonianza di Marco Canestrari. Accedendo all'applicazione Facebook dal blog e accettando le condizioni, nel 2013 gli utenti avrebbero praticamente fornito le informazioni base del profilo? "L'app consentiva agli amministratori di Casaleggio Associati una serie di operazioni. Tra cui monitorare le attività dell’utente attivista", aveva dichiarato l'ex braccio destro di Gianroberto Casaleggio.

L'ultimatum di Rousseau. Da Rousseau è arrivato un ultimatum: a causa "dell'enorme ammontare dei debiti" è stata fissata come ultima data utile quella del 22 aprile 2021. Se i rapporti pendenti non dovessero essere definiti entro questo giorno, la piattaforma si dice costretta "a immaginare un percorso diverso, lontano da chi non rispetta gli accordi e vicino, invece, a chi vuole creare un impatto positivo sul mondo". Rousseau non ci gira attorno e arriva dritto al punto: "Dopo 15 mesi, è arrivato il tempo di prendere decisioni definitive. È arrivato il tempo di eliminare ambiguità, rinvii e mancate scelte". Casaleggio ha rincarato la dose: sostiene che "bisogna evitare la tempesta e virare al momento giusto, verso la direzione giusta", sposando una struttura con responsabilità condivisa ma con un potere "diffuso in tutta l'organizzazione". Il suo auspicio è che non si attacchi Rousseau "per mettere sul tavolo il terzo mandato o la democrazia dal basso o altre regole fondamentali del M5S". Veramente il Movimento avrebbe messo in difficoltà economica l'Associazione al fine di poter derogare al limite dei due mandati? Per il reggente Vito Crimi si tratta di parole "fuori luogo, non solo false, ma diffamatorie e misere". Una domanda sorge spontanea: la partita così accesa si gioca per la democrazia diretta tanto cara al Movimento o per il fattore database degli utenti in un mondo dove i dati sono la "moneta" più preziosa? Lo abbiamo chiesto al docente universitario Matteo Flora, che ci ha illustrato quanto sia importante avere accesso al cuore del sistema: "La mailing list, il database e i mezzi di comunicazione sono, a tutti gli effetti, tutto il Movimento e il controllo di questi è il controllo del Movimento dal punto di vista di consenso, anche elettorale". Flora, esperto informatico, si chiede però se la migliore soluzione sia effettivamente evitare la rottura: a suo giudizio Rousseau più di una volta ha dimostrato di essere "un sistema chiuso, inadeguato a gestire dati tanto importanti, prono ad essere forzato, senza adeguati mezzi di scrutinio pubblico ed in mano ad un soggetto che lo ha centralizzato e utilizzato - anche ora - come strumento di potere ad uso personale". Si potrebbe pensare ad esempio al recupero della base dati sottesa per passare a un sistema più aperto e partecipato, "magari secondo le linee guida del Software Aperto e Libero, che possa davvero rispecchiare gli ideali con cui lo stesso Movimento era nato". Rimane comunque l'ombra di un mancato accordo tra le parti: se non si riuscisse a trovare un punto d'incontro, Flora è pronto a scommettere su "contenziosi a non finire per la proprietà non tanto di una piattaforma antiquata e inadatta, ma dei dati sottesi". Che rappresentano appunto "la vera miniera d'oro del Movimento". Ma da cosa è formata questa "miniera d'oro"? Non solo i dati sensibili, come anagrafica, contatti, ecc. Ma soprattutto - e lo spiega bene anche la privacy policy - le interazioni con la piattaforma e i social network: "Se un interessato utente di un social networks visita le nostre pagine web, mentre è collegato al proprio account social, i suoi dati personali potrebbero essere associati all’account social. Anche nel caso in cui si utilizzino le funzioni del plug-in, le informazioni saranno associate all’account social". Questo non vuol dire ovviamente che l'associazione può "spiarci" sui social, ma che i dati aggregati possano servire alla profilazione dei propri utenti è ormai cosa nota. E infatti tra le finalità della policy si ammette che, seppur in modo anonimo, la raccolta dei dati può essere usata per "ricerche/analisi statistiche" volti a misurare il funzionamento del sito, misurare il traffico e valutare usabilità e interesse. Naturalmente, non essendo la piattaforma Rousseau un soggetto commerciale, i dati raccolti non vengono ceduti a terzi per finalità di marketing. Ma questo non toglie che in mano all'Associazione resti una quantità di informazioni sugli iscritti a cui il Movimento 5 Stelle non vuole rinunciare.

Federico Capurso per “la Stampa” il 12 aprile 2021. Fallita ogni trattativa, Davide Casaleggio e il Movimento 5 stelle imbracciano le armi per una guerra. Si mostrano l'uno all'altro come due corpi estranei, inconciliabili. Tanto da spingere il figlio del fondatore a sollevare la teoria di un complotto ordito contro di lui: «Rousseau è stata messa in difficoltà finanziaria per rimettere sul tavolo il terzo mandato e altre regole fondamentali del M5S», dice ospite di Lucia Annunziata a In mezz' ora in più. Si riferisce ai mancati versamenti da parte dei parlamentari grillini, che avrebbero lasciato l'associazione Rousseau sommersa dai debiti, e guarda a se stesso come a un baluardo in difesa delle regole delle origini, ultimo argine alla «scelta sbagliata di trasformare il Movimento in partito, un'organizzazione del secolo scorso». Le sue parole sono pietre che piovono sui deputati e su Giuseppe Conte, in quello stesso momento riuniti in video collegamento per discutere del progetto di rifondazione del partito. L'ex premier, alle prese con la seconda giornata di ascolto del gruppo parlamentare, preferisce tenersi a distanza dalle polemiche: «Movimento o partito? Sono classificazioni che non ci importano. Il rapporto con Rousseau va chiarito - aggiunge poi -, ma io sono l'ultimo arrivato e non posso intervenire su un rapporto consolidato negli anni». È quindi il capo politico Vito Crimi che prende la decisione di replicare abbandonando ogni diplomazia: «Quelle di Casaleggio sono parole non solo false, ma diffamatorie e misere». Lo spazio per una riconciliazione, dunque, si è esaurito. Non è un caso che all'evento Sum, organizzato da Rousseau per commemorare la morte di Gianroberto Casaleggio, nessun parlamentare del Movimento sia stato invitato. Interverranno in video Beppe Grillo e un ex come Alessandro Di Battista, nessun altro. Non c'è «alcuna intenzione di andare per le vie legali con Rousseau», assicura comunque Crimi, ma «andremo avanti qualunque sia la piattaforma, perché il M5S è titolare della lista degli iscritti, con tutto quello che ciò comporta». L'intenzione di trascinare Casaleggio in tribunale non c'è, ma la possibilità esiste e i vertici si sono preparati all'eventualità. Dopo il divorzio, la soluzione seppur temporanea è quella che l'ex presidente del Consiglio lascia intendere durante la riunione: «Il voto online può essere affidato a una società esterna, ma tutte le altre funzioni, come la formazione, devono essere svolte dal Movimento». Si prefigurerebbe così, almeno in questa fase di transizione, uno schema con una piattaforma esterna per le votazioni, legata al Movimento da un contratto di servizio, immediatamente utilizzabile per eleggere il capo politico, e una interna da costruire con calma, all'interno della quale far convogliare la scuola politica e gli spazi di discussione interni e con la società civile. Per Conte però è soprattutto il momento di disinnescare le polemiche, le ansie, i malumori che stanno prendendo allo stomaco i Cinque stelle. E di riallacciare il filo con il gruppo parlamentare: «Diamoci del tu. Mi metto in gioco perché ho fiducia in voi», dice ai deputati prima di essere interrotto dalla visita a sorpresa del presidente del Parlamento europeo David Sassoli, che citofona a casa Conte e costringe l'ex premier ad assentarsi per alcuni minuti. I deputati intanto discutono. Alfonso Bonafede ribadisce il suo «no alle correnti», Lucia Azzolina plaude alla riorganizzazione territoriale e alla scuola di formazione, Stefano Buffagni chiede una stella dedicata al "lavoro" e Angelo Tofalo ne vuole una alla "sicurezza". L'incontro si protrae per ore, con una pausa a metà giornata, e alla fine Conte lancia la proposta di un «tavolo di confronto permanente» con gli eletti, offendo un indirizzo mail per inoltrargli spunti e riflessioni. Ma la verità è che a una larga fetta di parlamentari tutto questo non basta. Quello che vogliono è una rassicurazione sulla loro carriera politica. Dunque, sul limite dei due mandati da archiviare una volta per tutte. Conte elude per l'ennesima volta la questione, ma lascia sul campo una promessa: «Tratteremo altri temi fuori dall'ordine del giorno, sicuramente». E tutti, nel Movimento, hanno pensato solo una cosa: «La speranza di un terzo mandato è ancora viva».

Mario Ajello per “il Messaggero” il 12 aprile 2021. Davide Casaleggio farà il suo movimento. «Non mi vogliono più, lo dicano senza trovare scuse, perifrasi e alibi». Questo il mood del figlio del fondatore Gianroberto, che ha un credito di 500mila euro con i parlamentari stellati che non hanno pagato per i servizi web di Rousseau e che Conte da leader in pectore non è disposto a far versare interamente nelle casse di Casaleggio. E finisce così, tra questioni contabili ma anche politiche (la normalizzazione M5S da partito come gli altri a Davide non piace) un connubio entrato in crisi da tempo. Le strade di separano e l'accusa di Casaleggio è nettissima: «Non vogliono dare i soldi a Rousseau per far saltare tutte le regole, a cominciare da quella del divieto del terzo mandato da parlamentari». I grillini come poltronisti: ecco l'accusa di Davide, che poi coincide con quella che tempo fa lanciò il Dibba contro i suoi ex compagni da cui ha preso le distanze: «Finirete come l'Udeur».  Volano gli stracci. E Casaleggio farà, o almeno c'è chi lo spinge a farlo, un suo movimento insieme a tutti i malpancisti stellati - con o senza Dibba ma probabilmente con e quanto alla Raggi si vedrà dopo la fine della partita per le Comunali a Roma - e lo presenterà alle politiche del 2023 ma forse da qualche parte anche nel voto amministrativo di ottobre. «Non vogliono neanche più la democrazia dal basso», ecco l'altra accusa sparata in tivvù da Casaleggio insieme all'anatema contro i poltronisti e in generale alla polemica contro il tradimento dell'identità originaria che Gianroberto e Grillo diedero al movimento e che si sarebbe persa in mezzo alle piacevolezze e alle comodità del Palazzo. Davide non è mai stato così sferzante: «Far saltare le regole sui soldi da versare per Rousseau in modo da rompere anche la regola sul terzo mandato. Spero che non sia così, però a pensar male si fa peccato ma spesso si azzecca come diceva Andreotti». E ancora: «Mio padre era molto meno paziente di me quindi sicuramente alcuni nodi al pettine sarebbero arrivati prima». Trasformare M5S in partito? «E' una cosa da secolo scorso». A Casaleggio non si degna di rispondere Di Maio perché, invece di infilarsi nelle beghe stellate, sta in America a svolgere il suo compito di ministro degli Esteri. Non risponde direttamente Conte ma Conte nel nuovo partito non vuole niente che somigli al casaleggismo, sia in termini di servizi digitali Rousseau sia in termini di organizzazione politica. E allora? Nelle assemblee che ieri e l'altroieri i parlamentari stellati hanno avuto con Conte - senza capire a detta di tutti che cosa voglia fare Conte - nessuno ha solidarizzato con Casaleggio. Anzi, nessuno ne può più di lui. «Rousseau non serve più a niente, proviamo con Cartesio o con Galilei o con un altra piattaforma web basta che non sia della Casaleggio», dicono i big. E comunque: a stretto giro, mentre Casaleggio ieri lanciava le sue accuse, Crimi gli ha riposto a muso duro: «Ho appreso che Davide Casaleggio avrebbe detto che ci potrebbe essere stata una azione volontaria da parte del M5S di mettere in difficoltà economica l'Associazione Rousseau al fine di poter derogare al limite dei due mandati. Se vere, queste frasi non solo sono false, ma diffamatorie e misere. I portavoce del M5S hanno versato oltre 3 milioni e mezzo di euro per la piattaforma Rousseau». Con Casaleggio è finita così. La parola passerà agli avvocati, lo scontro giudiziario sui soldi sarà uno spettacolo imperdibile. Ma anche i 1000 euro mensili che Conte vuole farsi dare dai parlamentari per le spese del nuovo partito - senza garantire a nessuno per ora la ricandidatura per il secondo o per il terzo mandato e dicendo soltanto che vuole un partito «strutturato sul territorio» - non sarà facile averli «se Giuseppe, come lui vuole essere chiamato da noi, non ci spiega che cosa ha in testa», dicono maggiorenti e peones del movimento. In più la rottura con Davide è arrivata alla vigilia della cerimonia per i 5 anni dalla morte del padre. E guarda caso nessun grilli parteciperà: solo Grillo, Dibba e la Raggi sono stati invitati a mandare un ricordo filmato che oggi Casaleggio junior manderà on line.

(ANSA l'11 aprile 2021) - Aspetto che il Movimento 5 stelle chiarisca con Rousseau - io sono l'ultimo arrivato e non posso intervenire in un rapporto consolidato negli anni - ma la democrazia digitale rimarrà al fondo del nuovo Movimento. Lo avrebbe detto Giuseppe Conte, a quanto si apprende, nell'assemblea M5s. È fondamentale garantire la modalità di partecipazione ad un ampio numero di partecipanti: la democrazia digitale presuppone assoluta trasparenza e chiarezza, criteri di accesso. Il voto online può essere demandato a una società esterna - avrebbe aggiunto - ma tutto il resto deve essere gestito dal Movimento a cominciare dalla formazione. "Non mi sono mai prestato ad alimentare pubblicamente polemiche tra l'associazione Rousseau e il Movimento ma ho appreso che Davide Casaleggio avrebbe detto che ci potrebbe essere stata una azione volontaria da parte del M5s di mettere in difficoltà economica l'Associazione Rousseau al fine di poter derogare al limite dei due mandati. Sto chiedendo di verificare" se vere queste frasi. "Mi auguro di no perché sarebbero non solo false, ma diffamatorie e misere: i portavoce del M5s hanno versato oltre 3 milioni e mezzo di euro per la piattaforma Rousseau". Lo avrebbe detto, a quanto si apprende, Vito Crimi in assemblea M5s.

(ANSA l'11 aprile 2021) - Nel M5s "c'è un grande dibattito su tante tematiche politiche ed è giusto che ci sia. Altra questione è entrare nel merito delle regole e mettere in difficoltà finanziaria Rousseau per mettere sul tavolo il terzo mandato o la democrazia dal basso o altre regole fondamentali del M5s". Lo dice Davide Casaleggio, presidente dell'associazione Rousseau, a I Mezz'ora in più. "Spero che non sia così ma a pensar male si fa peccato ma..., come diceva Andreotti", sottolinea. "Mio padre era molto meno paziente di me quindi sicuramente alcuni nodi al pettine sarebbero arrivati prima. Oggi c'è un dibattito legato al Movimento e all'associazione Rousseau". Lo dice Davide Casaleggio, presidente dell'associazione Rousseau, a Mezz'ora in più. "Penso che non sia la direzione giusta che il M5s diventi un partito, con un'organizzazione dell'altro secolo". Lo dice il presidente dell'associazione Rousseau Davide Casaleggio intervistato da Lucia Annunziata a Mezz'ora in più su Rai3. "Mio padre ha sempre pensato al M5s come Movimento ben diverso dall'organizzazione di partito del Novecento. Non si può pensare a un'organizzazione funzionale e a un'organizzazione dell'altro secolo è cosa non più di attualità. Forse non sono più di attualità neanche i movimenti. Oggi si pensa a una platform society", afferma. "Mio padre Gianroberto non pensava di fondare un movimento politico, ma era indignato dai fatti che leggeva, essendo un grande lettore. Si indignava di questi fatti perché erano determinati da interessi diversi da quelli dei cittadini: da Paesi stranieri o addirittura interessi personali". Lo dice il presidente dell'associazione Rousseau Davide Casaleggio ai microfoni di Mezz'ora in più, su Rai3. Casaleggio, annunciando l'evento Sum che si terrà la prossima settimana, si commuove al ricordo del padre. "Questo movimento non aspirava ad arrivare al governo, è stata un'evoluzione naturale", aggiunge. "Pensava che sarebbe successo, ma non lo vedeva come un obiettivo: pensava che potessero cambiare i fatti che lo indignavano". "Mio padre ha sempre pensato al M5S come una forza ben distinta dalla forma partito dello scorso secolo. Anche le aziende stanno cambiando questo approccio, non solo le formazioni politiche. L'obiettivo che si poneva con il Movimento in Parlamento era lo stesso di prima che entrassero: voleva portavoce, terminali di un movimento più radicato nella società", sottolinea. Rottura tra il M5s e Rousseau? "Io cerco di evitare di leggere i retroscena, perché ce ne sono tonnellate ogni giorno. E non mi sento un politico. Come in una nave in tempesta, penso sia necessario virare in tempo utile" anche nella questione che riguarda il M5S e Rousseau "penso sia utile virare nella direzione giusta per evitare di imbattersi nella tempesta ed evitare di ricorrere alle scialuppe". Lo dice Davide Casaleggio, presidente dell'associazione Rousseau, a Mezz'ora in più. "Bisogna prendere una decisione giusta per l'Italia, con il Recovery fund, così come bisogna prendere una decisione giusta con il M5S, verso una struttura di movimento olocratica, dove il potere è diffuso su tutta l'organizzazione. Spero si prenda la direzione giusta", aggiunge. Concludendo: "Sono sereno perché qualunque decisione si prenderà sarà quella giusta". Rousseau una piattaforma privata? "Credo sia utile, per un movimento politico, che una parte della sua gestione non sia dentro la politica. La parte di consultazione, e non parlo dei quesiti, su cui c'è stato un grande dibattito, ma dell'organizzazione della gestione della consultazione degli iscritti: è ovvio che deve essere qualcuno di terzo rispetto alla politica, sennò avrebbe via libera su qualunque scelta, che sarebbe condizionata". Lo dice Davide Casaleggio, presidente dell'associazione Rousseau, a Mezz'ora in più. "L'asticella morale è il collante che ci tiene legati da quindici anni e che permette alle persone di essere orgogliose di appartenere al Movimento", afferma.

Claudio Bozza per corriere.it il 10 aprile 2021. Scoppia di nuovo l’emergenza morosi nel Movimento. Solo 53 tra deputati e senatori sugli attuali 239 totali risultano infatti in regola con il versamento mensile da 2.300 euro (minimo), le cosiddette «restituzioni» di parte dello stipendio da parlamentari, uno dei cavalli di battaglia (ormai scomparsi) della lotta dei grillini contro i privilegi della «casta». Va detto che, dal 2013 a oggi, gli eletti del M5S hanno rinunciato a circa 96 milioni: di questa cifra un terzo è stata destinata al fondo per il microcredito. Sfogliando su tirendiconto.it la lista dei «cattivi pagatori», emergono nomi altisonanti: l’ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e l’ex sottosegretario a Palazzo Chigi Riccardo Fraccaro non restituiscono ormai dallo scorso settembre, così come l’ex tesoriere del gruppo alla Camera Sergio Battelli e la collega Carla Ruocco. Il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri risulta moroso da novembre, così come il ministro per Rapporti con il Parlamento, Federico d’Incà. La deputata Federica Dieni, segretaria del Copasir, addirittura non restituisce dal maggio 2020. L’unico ministro M5S del governo Draghi totalmente in regola con i versamenti è quello all’Agricoltura Stefano Patuanelli, che, pur essendo uno dei più duri contestatori di Casaleggio, ha restituito anche il mese di febbraio. Lieve ritardo, infine, per il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e per il presidente della Camera Roberto Fico, ai quali mancano ancora i versamenti di gennaio. Oggi, mentre infuria la battaglia finale tra i notabili pentastellati e l’Associazione Rousseau (cos’è e come funziona), la questione morosi assume un significato di rottura politica interna ancora più forte. Nei 2.300 euro di restituzione minima mensile ne erano stati inclusi anche 300 a testa che ciascun parlamentare doveva pagare come «contributo piattaforme tecnologiche». Quest’ultimo è il termine tecnico con il quale veniva appunto finanziata Rousseau, la piattaforma tecnologica che ai tempi d’oro era il vessillo della partecipazione online di tutta la base grillina «dell’uno vale uno». E proprio a causa del mancato contributo, adesso Rousseau contesta al Movimento un debito di quasi mezzo milione: 450 mila euro per la precisione, una vicenda che potrebbe presto sfociare in un contenzioso in tribunale visto che gli emissari dell’ex premier Giuseppe Conte, oggi leader in pectore dei Cinque stelle, non sono riusciti ancora a trovare un accordo bonario con Casaleggio junior.

I grillini licenziano Casaleggio: addio Rousseau. Crimi: la nuova piattaforma la gestirà il M5s. E Conte si prepara allo scontro con i big. Domenico Di Sanzo - Sab, 10/04/2021 - su Il Giornale. L'onere di licenziare Davide Casaleggio alla fine spetta a Vito Crimi, che non è nemmeno più un reggente. Crimi sovrintende alle assemblee con deputati e senatori in qualità di membro anziano del Comitato di garanzia. E mentre Giuseppe Conte affronta i big sul doppio mandato, «Vito» compie un altro passo dentro la storia del M5s. «Ci serve una piattaforma tecnologica sia per gestire gli iscritti, sia per la democrazia diretta, che è nel nostro Dna», dice Crimi in assemblea. Poi c'è il ma. «La piattaforma deve essere gestita in totale autonomia dal Movimento e non da un soggetto terzo», spiega. Sembrerebbe un'apertura nei confronti delle richieste dei parlamentari. Ai quali viene chiesto però di mettersi in regola con i versamenti mancanti dei 300 euro, prima di procedere al divorzio, che Conte e Grillo vorrebbero consensuale. Anche se l'ipotesi delle carte bollate è concreta. La separazione, in ogni caso, appare cosa fatta. Ma non sono finiti i problemi per l'ex premier, passato dai summit internazionali con i leader mondiali ai conti in tasca a deputati e senatori grillini. Tramite Crimi il nuovo capo annuncia un diverso meccanismo per le rendicontazioni. Ogni eletto dovrà versare su un nuovo conto la somma forfettaria di 2.500 euro. Così divisi: 1.500 euro di restituzioni e 1.000 come contributo al partito. In questa ultima quota saranno assorbiti i soldi che venivano dati all'Associazione Rousseau per il mantenimento della piattaforma. «L'obiettivo è consentire al Movimento di diventare un soggetto autonomo», continua ancora Crimi. Però nemmeno stavolta domina la concordia. Il nuovo sistema è già messo sotto accusa da gran parte dei parlamentari. Che accusano: «Ci chiedono soldi ma abbiamo ancora quasi 7 milioni di euro fermi sull'altro conto». Si riferiscono alle restituzioni versate sul vecchio conto ad hoc. Soldi per cui ad oggi non è stata decisa una destinazione. Con il nuovo meccanismo sparirà il portale Tirendiconto.it, secondo cui sono in ritardo con le restituzioni anche big come Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro. Confermata la volontà di cercare una sede a Roma per il M5s. Intanto continua il lavoro preparatorio di Conte. Con il varo del nuovo Movimento che da subito dopo Pasqua è slittato alla fine del mese. L'ex premier potrebbe incontrare i parlamentari tra oggi e domani. Il tema più scottante è sempre la regola del doppio mandato. Conte vorrebbe sfruttare il vincolo per sbarazzarsi dei competitors interni, ma qualche big già minaccia di creare liste personali in competizione con il M5s alle prossime elezioni politiche.

Da huffingtonpost.it l'8 marzo 2021. Lungo faccia a faccia ieri a Marina di Bibbona (Livorno) tra l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte e Beppe Grillo, nella villa del fondatore del Movimento cinque stelle. I due hanno pranzato a villa Corallina lontani da occhi indiscreti e da altri dirigenti del partito. Poi, come riporta oggi Il Fatto Quotidiano e Il Tirreno, si sono seduti sulla spiaggia antistante la villa per continuare a pianificare il futuro politico del Movimento. Villa Corallina doveva essere già la scorsa settimana la sede del vertice grillino che ha dato certificato Conte come guida del Movimento, poi la fuga di notizia sul luogo dell’incontro aveva mandato su tutte le furie Grillo che ha spostato la riunione all’Hotel Forum a Roma. L’incontro in riva al mare non è però sfuggito a un lettore del Fatto Quotidiano che ha inviato la foto al giornale. Al centro del colloquio, durato tre ore, ci sarebbero stati molti temi, da come rifondare il Movimento al nuovo simbolo che dovrebbe contenere il nome dell’ex premier, passando per i rapporti con Davide Casaleggio e la piattaforma Rousseau e la futura linea politica M5s.

Emanuele Buzzi per il “Corriere della Sera” il 10 aprile 2021. Il Movimento non trova pace. Non si è ancora chiuso un fronte - quello del possibile strappo con Rousseau, con tanto di strascichi legali - che già se ne apre un altro. Altri addii all'orizzonte: trenta-quaranta parlamentari sono sul piede di guerra per le incertezze sul loro percorso politico e su quello del M5S. I malumori stanno iniziando a emergere pubblicamente, a partire dall'incontro che si è tenuto ieri. L'assemblea dei deputati pentastellati - come preannunciato - ha segnato la fine di un'era: quella dei versamenti da 300 euro mensili alla piattaforma di Davide Casaleggio. Vito Crimi ha lanciato la rendicontazione forfettaria obbligatoria per tutti a partire dalle spese del mese di aprile: «1.500 per la restituzione alla collettività e 1.000 euro per il Movimento» (mensili, ndr ), ha annunciato il «capo politico». «Due settimane fa è stato aperto un conto corrente bancario a nome del M5S. L'obiettivo è dare al Movimento quella capacità economica che gli consenta di sostenere direttamente le spese per la piattaforma tecnologica, per la formazione, di dotarsi di uno strumento di comunicazione proprio, una segreteria organizzativa che si occupi di gestire non solo gli iscritti ma anche le relazioni con i comuni, le comunicazioni interne, coordinare la formazione delle liste per le amministrative», ha spiegato Crimi. Su un futuro utilizzo di Rousseau da parte del M5S, il senatore non ha chiuso la porta, ma quasi. «La risposta non può essere sì o no» per le questioni in via di definizione. Tuttavia Crimi, che sta valutando una diffida nei confronti dei Rousseau, ha puntualizzato che la piattaforma «deve essere gestita in totale autonomia dall'associazione politica Movimento 5 Stelle, nei contenuti e nella forma, deve rispondere all'esigenza di essere funzionale al perseguimento dell'azione politica del M5S e non del soggetto terzo che la mette a disposizione, qualunque esso sia». Nell'assemblea si è parlato anche della ricerca della sede (individuata una location nei pressi di Montecitorio). «È importante che tutti abbiano consapevolezza che per avviare questa nuova macchina serve un forte impulso» e «anche risorse economiche iniziali importanti. Attraverso il nostro conto potremo cominciare a fare anche raccolte fondi», ha detto Crimi. Ma la parole del «capo politico» (come è stato definito dal direttivo della Camera) non hanno convinto una buona fetta dei deputati. Le inquietudini in seno al gruppo stanno montando. Il silenzio di Giuseppe Conte sta facendo da volano a malumori che rischiano di portare a nuovi strappi. Diverse decine di deputati e senatori meditano l'addio. «A che servono i mille euro? Per quale progetto? Chi mi assicura che io ne farò parte?», si chiede un deputato. Come lui molti altri. In assemblea le tensioni emergono. La sottosegretaria Mirella Liuzzi sottolinea come per la prima volta si stia puntando sul finanziamento del partito anziché sui progetti per i cittadini e rivendica la necessità di un progetto chiaro. «A scatola chiusa non accetto nulla. Sia Conte a comunicarci queste cose, con la nuova organizzazione», rimarca Filippo Gallinella. C'è chi ipotizza «azioni concrete» nei prossimi giorni. In questo clima Conte si appresta a parlare ai parlamentari oggi e domani.

L'incontro a Bibbona per la rifondazione. Conte lancia l’Opa sul Movimento 5 Stelle col benestare di Grillo: le “condizioni” per fare il capo dei grillini. Carmine Di Niro su Il Riformista l'8 Marzo 2021. Un faccia a faccia durato un paio di ore per fare il punto della situazione interna al Movimento 5 Stelle. Domenica pomeriggio l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il fondatore del Movimento Beppe Grillo si sono incontrati di persona a Marina di Bibbona, nella villa del garante in provincia di Livorno dove si sarebbe dovuto tenere nei giorni scorsi l’atteso vertice dei ‘big’ grillini, poi spostato a Roma dopo la fuga di notizie. Anche l’incontro tra Grillo e Conte alla fine non è stato segreto, con una foto pubblicata su Twitter a dimostrare il tête-à-tête. Al centro del vertice ‘intimo’ ovviamente il futuro ruolo che dovrà avere l’ex premier all’interno del Movimento 5 Stelle, ancora in preda agli scossoni dovuti al sì sofferto al governo guidato da Mario Draghi, costato l’espulsione dei parlamentari ribelli e la possibilità, ormai non più remota, che Davide Casaleggio possa creare un secondo partito proprio con i ‘duri e puri’ che hanno detto no all’esecutivo dell’ex presidente della Banca centrale europea. Dopo l’incontro sono arrivate le indiscrezioni sui contenuti, lanciate in particolare dal Fatto Quotidiano, giornale vicinissimo ai 5 Stelle. Conte avrebbe posto condizioni chiarissime al garante Beppe Grillo per spendersi in prima persona nell’operazione di rilancio del Movimento 5 Stelle, devastato dalle lotte intestine ma che proprio con Conte, secondo i sondaggi, potrebbe rilanciarsi (a spese del Partito Democratico). Conte avrebbe chiesto mani libere e una rivoluzione interna al Movimento, che andrà cambiato nella sua ossatura: basta infatti con la rivendicazione di forza populista, col ‘partito’ che dovrà proporsi all’elettorato come forza ambientalista sul modello dei Verdi tedeschi. L’ex premier vorrebbe anche un nuovo simbolo per il M5S: Grillo aveva già anticipato la questione nel video pubblicato sabato in cui si proponeva come “segretario elevato” del Partito Democratico. Nel nuovo simbolo dei pentastellati dovrebbe entrare il numero 2050, in riferimento all’anno fissato dall’Unione Europea come traguardo per raggiungere l’impatto climatico zero. Sullo sfondo resta la questione dei rapporti tesissimi con Davide Casaleggio, che giovedì ha annunciato la presentazione del suo manifesto “ControVento”. Ma lo scontro vero è sui dati degli iscritti. Come riportato da questo giornale sabato, fonti pentastellate denunciano il fatto che “il M5s non ha la disponibilità dei dati degli iscritti” e “che nella definizione del rapporto con Rousseau questo è un argomento dirimente”. “Se non si ricompone la frattura tra Movimento 5 Stelle e Associazione Rousseau”, il M5S “sarà costretto a trovare un altro fornitore di piattaforma per gli strumenti di partecipazione e democrazia diretta” e “si riprenderà i dati che Rousseau tratta”: ove questo non dovesse accadere, promettono le stesse fonti, “adiremo le vie legali”.

Federico Capurso per la Stampa il 6 marzo 2021. La guerra tra Davide Casaleggio e il Movimento 5 stelle per il possesso della lista degli iscritti è iniziata. Un tesoro prezioso fatto di nomi, indirizzi email, numeri di cellulare e altri dati sensibili. Come anticipato da La Stampa, i vertici grillini si dicono «pronti a portare la questione in tribunale se Casaleggio non sarà disposto a cedere quei dati». Ma è una prospettiva che non piace a Giuseppe Conte, meno ancora a Beppe Grillo. Il fondatore tenta dunque un' ultima volta la via della pace. Pubblica sul suo blog un vademecum per la «comunicazione mite» del futuro M5S e, rinnegando il suo passato di padre del vaffa, si converte all' ecumenismo: «Visioni, non divisioni. Includere, non escludere. Disapprovare, non attaccare. Correggere, non punire - si legge nel post del comico -. La porta è sempre aperta, mai chiusa». Cerca dunque di preparare il terreno per un accordo. Magari, in futuro, anche con gli espulsi che continuano a far piovere ricorsi sulla sua testa. Ma quello dei due mondi, del Movimento e di Rousseau, è un groviglio difficile da districare. Lo stesso Casaleggio, lo scorso febbraio, diceva: «Facciamola semplice: gli iscritti al M5S sono iscritti a Rousseau». Semplice, forse, ma affatto chiaro. Quello con l' imprenditore di Milano non è però l' unico nodo da sciogliere. Le dimissioni di Zingaretti da segretario del Pd hanno reso più fragile l' idea di un campo progressista che comprenda anche i grillini. I vertici M5S ostentano tranquillità: «Siamo sicuri che Zingaretti verrà riconfermato e che il progetto ne uscirà rafforzato». Per questo, si tengono le porte aperte ai Dem in vista del primo vero banco di prova dell' alleanza: le prossime elezioni amministrative, che coinvolgeranno grandi città come Roma, Milano, Torino, Napoli. Anche qui, nei territori, c' è però un pezzo di Movimento che di alleanze non ne vuole sapere. A Milano l' ex candidata sindaco Patrizia Bedori minaccia di lasciare il Movimento se si appoggerà Beppe Sala, ma è sempre più isolata. Resta accesa la speranza di correre con il Pd e, in alternativa, si ragiona sull' ipotesi Stefano Buffagni, che però vuole prima attendere le mosse di Conte. A Torino chi spinge sull' acceleratore è la capogruppo Valentina Sganga, con l' obiettivo - raccontano - di guadagnare una candidatura per se stessa: «Non vuole attrarre altre forze intorno a un civico». Ci sarebbe sempre Chiara Appendino, ma se uscisse indenne dal processo d' appello per i fatti di piazza San Carlo, sarebbero pronti per lei altri progetti a Roma. A Napoli il nome di Roberto Fico mette tutti d' accordo, mentre Roma è un discorso a parte: «Virginia Raggi non si può toccare», dicono dal M5S, perché è la sindaca uscente e perché, se dovesse mancarle l' appoggio del partito, potrebbe riavvicinarsi a Casaleggio. Nei territori, come a Roma, si lotta. Ma se qualcuno dovesse riuscisse a strappare una candidatura in solitaria, bruciando le alleanze, dai piani alti del partito avvertono: «Quando Conte rivedrà l' intero assetto del Movimento, molti nomi potrebbero tornare in discussione».

"Lo portiamo in tribunale". I grillini contro Casaleggio per la lista degli iscritti. La linea dura però non piace a Conte e Grillo, che ora si scopre moderato e cerca la pace. Ma sulle Amministrative è pronto lo scontro. Luca Sablone - Sab, 06/03/2021 - su Il Giornale. Non si placano gli scontri interni tra il Movimento 5 Stelle e Davide Casaleggio. L'ultimo terreno di divergenze riguarderebbe il possesso della lista degli iscritti, ovvero "un tesoro prezioso fatto di nomi, indirizzi email, numeri di cellulare e altri dati sensibili". Il tema è così sentito che, stando a quanto appreso e riportato da La Stampa, i vertici pentastellati si sarebbero detti "pronti a portare la questione in tribunale se Casaleggio non sarà disposto a cedere quei dati". Uno scenario che non troverebbe piena condivisione né in Giuseppe Conte né in Beppe Grillo, che invece vorrebbe arrivare a una tregua senza provocare ulteriori spaccature in un movimento già frammentato da espulsioni, addii e scissioni. Non a caso il garante del M5S nella giornata di ieri su Il Blog delle Stelle ha pubblicato una serie di "modeste proposte per la comunicazione". E così, nella sorta di vademecum, ha tracciato la linea per tentare di far rientrare l'allarme: "Visioni, non divisioni. Includere, non escludere. Disapprovare, non 'attaccare'. Correggere, non punire. La porta è sempre aperta, mai chiusa. Tutti sono in buona fede. O fare come se lo fossero. Mano tesa, non pugno chiuso. Benevolenza, non malevolenza". Un segnale per avviare un percorso di "pace" con il presidente di Rousseau e con gli esclusi 5S? Nel frattempo fonti grilline denunciano all'Adnkronos il fatto che il Movimento 5 Stelle "non ha la disponibilità dei dati degli iscritti" e che nella definizione del rapporto con Rousseau "questo è un argomento dirimente". Il M5S, qualora non si dovesse ricomporre la frattura con l'Associazione, "sarà costretto a trovare un altro fornitore di piattaforma per gli strumenti di partecipazione e democrazia diretta". E a quel punto "si riprenderà i dati che Rousseau tratta". Il nodo da sciogliere con Casaleggio riguarda anche il fattore elezioni Amministrative, nello specifico il campo di un'alleanza territoriale con Partito democratico e Liberi e uguali. Le dimissioni di Nicola Zingaretti potrebbero rallentare le operazioni di avvicinamento tra le parti, ma dai piani alti del Movimento c'è tranquillità: "Siamo sicuri che Zingaretti verrà riconfermato e che il progetto ne uscirà rafforzato". Ecco perché le porte sono aperte a un eventuale accordo in occasione del voto locale, che in autunno chiamerà a esprimersi i cittadini di realtà importanti come Milano, Napoli, Roma e Torino. La speranza di correre in un'area di centrosinistra è più che viva, ma c'è chi non digerirebbe l'ennesima giravolta dei pentastellati. A Milano, ad esempio, si rischia il terremoto. Patrizia Bedori, consigliera comunale uscente, avverte di essere pronta a uscire dal Movimento 5 Stelle se si deciderà di appoggiare Beppe Sala: "Io non mi sento moderata e liberale, non mi riconosco in questa svolta centrista del Movimento. Ora siamo disorientati e delusi". Quanto a Virginia Raggi, dal Movimento dicono che "non si tocca" perché - fanno notare - se dovesse mancarle l'appoggio del partito si potrebbe riavvicinare a Casaleggio.

L'operazione ControVento. Casaleggio e Dibba pronti alla scissione, ma i grillini minacciano di portarli in tribunale. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 6 Marzo 2021. MoVimento, ControVento. L’assonanza è voluta, e per le rime se le dicono davvero. I Cinque Stelle divorziano da Davide Casaleggio e dalla sua Rousseau e quello, per tutta risposta, si fa il suo partito. Peggio: il suo Movimento. E si porta via Rousseau, con il controllo della banca dati degli iscritti. Come tutti i divorzi in grande stile, la querelle rischia di sfociare in una battaglia legale per mettere le mani sul ‘tesoretto’ dei 150mila iscritti, suddivisi per città e attentamente profilati secondo i parametri che Casaleggio Associati ha impostato. Dopo lo strappo del patron di Rousseau, che giovedì ha annunciato la presentazione del suo manifesto “ControVento”, lo stato maggiore grillino ragiona sulle prossime mosse. E nell’ambito della rifondazione del M5s – a cui Giuseppe Conte sta lavorando su “mandato” di Beppe Grillo – considera fondamentali i dati degli iscritti, rivendicandone la titolarità. Autorevoli fonti pentastellate, denunciano il fatto che «il M5s non ha la disponibilità dei dati degli iscritti» e «che nella definizione del rapporto con Rousseau questo è un argomento dirimente». «Se non si ricompone la frattura tra Movimento 5 Stelle e Associazione Rousseau», il M5S «sarà costretto a trovare un altro fornitore di piattaforma per gli strumenti di partecipazione e democrazia diretta» e «si riprenderà i dati che Rousseau tratta»: ove questo non dovesse accadere, promettono le stesse fonti, «adiremo le vie legali». I tamburi di guerra preannunciano le ostilità. Casaleggio gonfia il petto: «Non è più tempo di accontentarsi. Non è più tempo di limitare l’immaginazione. Non è più tempo di tenere i sogni a terra. Non è più tempo di avere sogni moderati. È tempo di confronto, di idee ribelli, di sogni che non siano bollati di utopia da chi non ha capacità, voglia o coraggio di realizzarli». Rousseau sfida il Blog delle Stelle. Risponde Beppe Grillo, che sul proprio sito presenta il ‘suo’ manifesto, dal titolo: “La rivoluzione Mite del M5S”. L’iniziativa di Casaleggio coglie di sorpresa i vertici pentastellati, che parlano di “vero e proprio blitz” da parte del cofondatore del Movimento. Nelle chat dei parlamentari scoppia la rivolta: “Basta, cancelliamo l’iscrizione dalla piattaforma”, “questa volta hanno passato il segno”, si sfogano alcuni eletti. La sfida ora riguarda il controllo del “tesoretto” rappresentato dai dati degli iscritti, finora custodito da Casaleggio. «Se Rousseau vuole il suo ecosistema è ovviamente libero di farselo aprendo la campagna iscrizioni alla sua Associazione e dando vita al suo progetto, qualunque esso sia, senza più attingere a sua totale discrezione a risorse e iscritti del Movimento 5 Stelle», dice Roberta Lombardi, componente del Comitato di garanzia 5 Stelle da tempo in rotta di collisione con Casaleggio. «Mi pare chiaro che l’Associazione Rousseau abbia deciso di spiegare le vele e andare per conto suo. Buona fortuna!», commenta su Twitter Sergio Battelli, presidente della Commissione Politiche Ue della Camera, mentre la collega Federica Dieni prende atto «che Rousseau è diventato un partito con un proprio manifesto anche se avrebbe dovuto essere uno strumento del M5s finanziato da noi eletti. Credo che il nostro percorso insieme sia ufficialmente finito qui». Il 10 marzo si capirà meglio. ControVento si candida a essere un partito nuovo, succedaneo più anti-sistema del Movimento. Sembra essere l’embrione di quel soggetto che qualcuno, come Marco Canestrari, andava predicendo da tempo. Il web developer che oggi vive a Londra aveva lavorato tre anni in Casaleggio Associati, prima di rompere i rapporti. Ha scritto Il Sistema Casaleggio e Supernova, insieme con Nicola Biondo. È lui che confida al Riformista il disegno che sta dietro a ControVento. «Casaleggio sta ripercorrendo le orme del padre. Fonda un partito, o meglio un movimento contro il Movimento, forte del database degli iscritti, che non vuol dire poterlo usare, ma anche solo detenerlo significa esercitare un diritto di proprietà, di egemonia dei dati. Come Associazione Rousseau, Casaleggio ha il diritto di comunicare con queste persone iscritte. E può chiedere loro di iscriversi, eventualmente, a una realtà diversa», ci spiega Canestrari. Che prosegue: «Altra cosa che ha Casaleggio: il know how.  Lui sa come organizzare un partito, della macchina se ne è sempre occupato lui. Volutamente: perché con un partito rimasto ancorato al suo cuore digitale, privo di sedi, di responsabili locali, tutto è rimasto accentrato nelle sue mani. Oggi la sua creatura può partire in quarta». Se la battaglia legale sul marchio del Movimento Cinque Stelle, su cui l’ultima parola sembra averla Grillo, vedrà soccombere Casaleggio, poco male, dunque. ControVento riparte dal sogno di Gianroberto, il padre, il guru. Uno che aveva una visione, giusta o sbagliata. Canestrari non è d’accordo. «Più che visione, Gianroberto aveva la capacità di manipolare le persone attraverso gli strumenti della Rete, ed è quello che sta continuando a fare suo figlio. È stato bravo a intravedere come utilizzare questi strumenti per catalizzare consenso in Rete, ma non confonderei questo con una grande visione politica». E adesso Davide Casaleggio prova a ripetere l’esperimento? «Sì, sa come farlo, ha l’esperienza e gli strumenti giusti. E parte da posizioni di forza, rispetto al padre. Gianroberto si è mosso con Beppe Grillo che era più ostico, più duro da plasmare. Davide si muoverà con maggior facilità e sa di poter contare su una ottima base di partenza in termini numerici ma anche di persone. Ha un leader pronto, Alessandro Di Battista. E truppe cammellate, a partire da Toninelli e Lezzi, e vedrai quanti altri». Su Alessandro Di Battista fedele di Casaleggio non ci sono dubbi? «Non ci sono dubbi perché è un prodotto di Casaleggio Associati. E poi è un incastro perfettamente funzionale, a Di Battista serve un Casaleggio e a Casaleggio urge un Di Battista». Per chi fa politica navigando in Rete, fa sempre figo dirsi controvento.

Emilio Pucci per “il Messaggero” il 5 marzo 2021. Il timore di restare con il cerino in mano. Solo qualche settimana fa nasceva l' intergruppo al Senato con M5s che, su richiesta esplicita ai dem, legava il suo destino a quello del Pd e di Leu. Ora che quell' asse con il partito di Zingaretti rischia di evaporare chi, da Conte a Grillo, guarda ad una alleanza strutturale con i dem, si è schierato subito al fianco del segretario dimissionario. Con la paura di dover riconsiderare i propri disegni futuri. Ecco il motivo per cui il capo politico Crimi ha preso la palla al balzo per inviare un messaggio anche ad uso interno: «Condivido le parole di Zingaretti. Credo che tutti, vale anche per M5s, dovremmo mettere da parte ambizioni personali, guerre interne, lotte di potere e posizionamenti, e pensare invece solo al Paese». «Sono dispiaciuto per questa decisione, evidentemente sofferta» gli fa eco l' ex premier, esprimendo «stima e sostegno»: «Ho conosciuto e apprezzato un leader solido e leale, che è riuscito a condividere, anche nei passaggi più critici, la visione del bene superiore della collettività». Il patto tra Zingaretti e Conte - che ieri sera si sono parlati a lungo - non è venuto meno. Anzi verrebbe rilanciato nel momento in cui il partito del Nazareno dovesse tornare a compattarsi attorno alla figura del governatore del Lazio. Perché anche l' ex presidente del Consiglio vuole giocare una nuova partita e mettere ordine a quello che tra qualche giorno sarà il suo partito. Il suo obiettivo è rifondare M5s, resettarlo, «cominciare tutto daccapo», ha confidato ai suoi interlocutori.

OPERAZIONE PULIZIA. Operazione pulizia, insomma, parallela a quella che potrebbe essere portata avanti al Nazareno. In nome della ripartenza e dell' unità. Per una leadership forte, non azzoppata da dissidi e polemiche, che guardi avanti. Al 2050, come ha prospettato Grillo dal suo blog personale. L' ex comico ha indicato la strada. «Conte ha preso un impegno che intende onorare. Gli è stato chiesto di scrivere insieme un progetto per il futuro del Movimento». Punta su una rivoluzione «MiTe», sul «Ministero maggiore, quello della Transizione Ecologica e Solidale», lo definisce «il Ministero del futuro di tutti, non il bottino di un partito». E non nasconde il fatto di aver compiuto degli errori. Ma questa è una fase diversa, «o con le buone o con le buone, M5s promuove il cambiamento del Paese». E non ritira affatto l' appoggio a Raggi, «è in buona posizione per dare nuovo slancio ecologico alla Capitale». L' incognita Zingaretti si abbatte anche su Roma. Il progetto del governatore di aprire alla pentastellata Lombardi in Regione non verrà abbandonato ma questo non vuol dire che M5s mollerà (perlomeno per ora) la sindaca. Il principale nodo in M5s è Casaleggio. La rottura è totale, Conte ha cercato di recuperare con lui un rapporto, ma dopo l' iniziativa di Davide che ha lanciato le basi per un suo partito i ponti sono tagliati. «Non è più tempo di accontentarsi. Non è più tempo di limitare l' immaginazione. Non è più tempo di tenere i sogni a terra», scrive il presidente dell' Associazione Rousseau che mercoledì presenterà il Manifesto ControVento. Di fatto un ritorno alle origini. «E' tempo di idee ribelli, di sogni che non siano bollati di utopia da chi non ha capacità, voglia o coraggio di realizzarli», scrive ancora. Poi l' attacco: «Per tornare a volare alto dobbiamo anteporre le idee alle persone, le riforme alle poltrone». Un chiaro riferimento a chi ha deciso di seguire la corrente dell' esecutivo di unità nazionale, a tutti quelli che hanno preferito il vento Draghi. Ed è uno schiaffo aver inserito nel Pantheon, oltre a personaggi come Fo, Olivetti e Gaber, anche Beppe Grillo e San Francesco D' Assisi. Un modo per far capire che non è stato lui ad aver cambiato idea. Sullo sfondo c' è la guerra legale, Casaleggio alza la posta, reclama 500 mila euro di arretrati. E dicono in M5s «sta portando avanti minacce e ritorsioni»: «E' come se volesse far capire di essere pronto a svelare gli scheletri nell' armadio di Grillo e degli altri».

Emanuele Buzzi per il “Corriere della Sera” il 5 marzo 2021. Non è servita nemmeno una telefonata per chiarirsi. Beppe Grillo e Davide Casaleggio nonostante un colloquio «cordiale» come è stato definito nel Movimento rimangono su posizioni distanti dopo una giornata «incendiaria». La miccia è il manifesto. L'associazione Rousseau presieduta da Casaleggio lancia all'ora di pranzo sul blog delle Stelle un post per promuovere una sua iniziativa, quella di un manifesto «controVento». «Non è più tempo di avere sogni moderati. È tempo di confronto, di idee ribelli, di sogni che non siano bollati di utopia da chi non ha capacità, voglia o coraggio di realizzarli», scrive l'associazione. E ancora: «Dobbiamo anteporre le idee alle persone, le riforme alle poltrone». «Per questo - si legge nel post - è arrivato il momento di riattivare i motori e cominciare la nostra corsa controvento». Parole che hanno fatto deflagrare all'istante la rabbia tra i parlamentari M5S (trovando invece la sponda dei big espulsi di recente). «Si tratta del lancio di un suo progetto politico», ipotizzano subito. E i messaggi viaggiano sia sulle chat di gruppo sia su quelle private. Il risentimento trabocca in fretta in dichiarazioni alle agenzie e post sui social network. «L'addio alla fine ce lo ha dato Casaleggio: la nascita del "manifesto controVento" parla chiaro e va in quella direzione», scrive il sottosegretario Carlo Sibilia. «Auguri a Rousseau. Il movimento non va di bolina ma col vento in poppa e con Conte», attacca Stefano Patuanelli che con Casaleggio ha pessimi rapporti. «Penso che sia arrivato il momento che le strade si dividano», dice Giuseppe Brescia. I big - che negli ultimi mesi del 2020 hanno sondato esperti e legali per valutare un addio alla piattaforma - si lamentano, sostengono di non essere stati avvisati dell'iniziativa e c'è chi chiede a Vito Crimi di compiere passi formali per separare per sempre le strade della piattaforma da quella dei pentastellati. C'è chi chiede di cancellare la propria iscrizione da Rousseau (ma viene fatto notare che non esiste alcuna iscrizione all'associazione, solo norme che ne disciplinano il rapporto). A stretto giro risponde a suo modo anche Beppe Grillo dal suo blog con un contro-appello: «La rivoluzione MiTe del Movimento 5 stelle». Il garante nel suo intervento tocca tutti i tasti: dal governo Draghi al futuro ruolo di Conte, alle Comunali di Roma. Ma il cuore del discorso è la transizione ecologica, la svolta green dei Cinque Stelle. Il garante rilancia il suo appoggio a Virginia Raggi. Su Conte assicura: «Ha preso un impegno che intende onorare». Dice poi Grillo parlando del premier: «Starà a lui e a noi 5 Stelle di dimostrare chi dovrà cambiare opinione su quello che egli farà. Non su quello che ha fatto». «Abbiamo fatto errori. Chi non ne fa?», dice. E conclude: «Solo chi non fa non sbaglia». Insieme ai post pubblici, c'è tempo anche per il tentativo di chiarimento tra il garante e l'imprenditore, tentativo naufragato però. E ora? La tensione è alta e il rischio concreto è che si arrivi a uno stallo (ed eventualmente si passi alle vie legali). Casaleggio può tentare di bloccare eventuali votazioni su Rousseau (sia per dismissioni di servizio a causa della situazione finanziaria, sia per il suo mancato riconoscimento del ruolo di reggente di Vito Crimi) e può anche «spingere» (ma non può indire) la votazione sul comitato direttivo. I parlamentari dal canto loro minacciano di non versare più un euro alla piattaforma e sono pronti a procedere d'urgenza nei tribunali. In tutto questo il tempo è una fattore essenziale, determinante. In mezzo allo stallo c'è il nuovo progetto, il nuovo volto M5S. E c'è soprattutto Giuseppe Conte. L'ex premier all'hotel Forum ha chiesto 20 giorni per elaborare la sua proposta e sciogliere i nodi. La deadline (che si può procrastinare di qualche settimana ma non di mesi) è fissata per il weekend del 20-21 marzo. Ambienti vicini a Conte fanno filtrare ottimismo: «va trovata una soluzione che accontenti tutti, ma non c'è volontà da parte di nessuno di rompere il rapporto». Parole che fanno il paio con quanto l'ex presidente del Consiglio ha detto domenica al vertice all'hotel Forum, quando - in un passaggio del suo intervento - ha sottolineato di «credere nella democrazia diretta». Un filo sottile su cui cammina il futuro del M5S. Con i minuti contati.

Emanuele Buzzi per il "Corriere della Sera" il 4 marzo 2021. Il nuovo sito, i soldi e il futuro vertice M5S: prosegue il braccio di ferro tra Davide Casaleggio e i big del Movimento, impegnati nella «rifondazione» dei Cinque Stelle. Il presidente dell' Associazione Rousseau tiene il punto: anche ieri sul blog, come già nei giorni scorsi, è stato pubblicato un post con riferimenti alle candidature per il comitato direttivo, messo in stand-by però dall' operazione Conte. L' idea è che Casaleggio voglia che sia il nuovo organo collegiale, una volta eletto, a scegliere o meno la strada da percorrere per il futuro dei Cinque Stelle. Uno schiaffo politico ai vertici che hanno già affidato a Giuseppe Conte il progetto di un nuovo Movimento. In parallelo sullo stesso tavolo si gioca un' altra partita: quella relativa ai 300 euro che i pentastellati versano ogni mese all' Associazione Rousseau. Casaleggio pretende di ricevere gli arretrati non corrisposti (che ammontano a quasi 500 mila euro), i parlamentari - almeno quelli relativi a una fronda che mal tollera la figura del presidente di Rousseau - rispondono rispolverando l' idea di uno sciopero dei versamenti nei confronti dell' Associazione che gestisce la piattaforma. E si profila anche uno scontro che potrebbe avere risvolti legali. C' è chi sostiene infatti che i 300 euro siano «erogazioni liberali» e quindi che deputati e senatori rischino al massimo delle sanzioni interne. C' è anche però chi ricorda un interpello all' Agenzia delle Entrate di un paio di anni fa: in quella circostanza i pentastellati chiesero se il versamento di 300 euro fosse soggetto a Iva o altre imposte. L' ente rispose - in sostanza - che essendo l' importo un obbligo contrattuale non era soggetto a ulteriore tassazione. Quella formula, obbligo contrattuale, ora viene sbandierata da chi è vicino all' imprenditore come la chiave di volta per dirimere la questione dei versamenti. I nodi con Rousseau potrebbero toccare un altro tasto. I Cinque Stelle hanno registrato un nuovo dominio movimento2050.it, sostengono fonti di primo piano. La registrazione è avvenuta nel pomeriggio del 2 marzo (i dati sono coperti dai filtri per la privacy): è l' indizio principale del nuovo Movimento che sarà, una cifra che «guarda al futuro e comprende il numero cinque, come le nostre stelle», dice una fonte. Un big M5S precisa: «Questo la dice lunga sul nome del Movimento che non cambia ma si integra». Non è ancora chiaro, però, se il sito sostituirà quello attuale ufficiale del Movimento (come è più probabile) o se il sito andrà a sovrapporsi con il Blog delle Stelle, registrato invece da Rousseau. C' è anche chi si sfoga: «Qui si riempiono tutti la bocca a citare Gianroberto Casaleggio, poi dileggiano il suo lascito politico». Intanto i big continuano a lavorare sottotraccia al rinnovo del Movimento. Giuseppe Conte sta elaborando il nuovo progetto. Luigi Di Maio è a stretto contatto con l' ex premier in prima linea nel processo di evoluzione dei pentastellati. L' ex premier sta contattando personalmente diversi deputati per spiegare loro le sue intenzioni. Un modo per convincere chi ha degli orizzonti politici incerti a seguire il progetto contiano. Non solo, il giro di telefonate - raccontano i ben informati- sta dando i suoi frutti: per Conte è anche un modo per conoscere meglio (ed eventualmente scegliere) alcuni volti per la sua squadra futura. Un passaggio che è servito al professore anche per «spegnere» i timori emersi in assemblea su un suo eventuale accentramento di potere, dubbi che hanno finito per alzare ulteriormente la tensione durante il confronto tra deputati e senatori. Ma l' ex premier gioca di sponda con Grillo che ha ribadito domenica nel vertice a Roma l' idea di abbandonare la governance a cinque. Intanto sul fronte interno prosegue la battaglia degli espulsi. I senatori Elio Lannutti, Barbara Lezzi, Rosa Abate, Luisa Angrisani, Margherita Corrado, Fabio Di Micco e le deputate Rosa Alba Testamento e Leda Volpi hanno conferito all' avvocato Daniele Granara il mandato di procedere con il ricorso per chiedere il reintegro nei rispettivi gruppi. I Cinque Stelle cacciati chiederanno anche un risarcimento danni.

Domenico Di Sanzo per "il Giornale" il 4 marzo 2021. Stop, dietrofront. «Mettiamo in pausa la rifondazione», si dicono Giuseppe Conte e i big grillini dopo aver analizzato la situazione. Diavolo di un Davide Casaleggio che ha chiesto al M5s di scucire 441mila euro per saldare i pagamenti arretrati. Casaleggio ha precisato che la somma sarebbe dovuta arrivare entro la giornata di ieri. Un atto ostile in un momento delicato. «Un primo conteggio per saldare il debito accumulato», scrive il presidente dell' Associazione Rousseau nella lettera inviata al reggente e ai capigruppo. Insomma, il contratto di servizio per Casaleggio ancora non c' è. Ma lui già si comporta da fornitore e pretende le fatture. Sulla contabilità di Rousseau pesano i mancati versamenti dei 300 euro che tutti gli eletti sono tenuti a corrispondere mensilmente per il mantenimento della piattaforma. Se non arrivassero i soldi, il guru è pronto a tagliare i servizi. Compresa la tutela legale per il capo politico e il Garante, Beppe Grillo. I due, Grillo e Casaleggio, dovrebbero vedersi a breve, in questi giorni. Soltanto il loro faccia a faccia può sbloccare lo stallo in cui si è cacciato il leader-incaricato Conte. Che è stato costretto a stoppare la rifondazione. Segnale che il potere contrattuale del figlio del cofondatore del M5s è ancora alto. Conte sta valutando le possibili implicazioni della creazione di una nuova associazione. Facendo trapelare la volontà di non voler modificare nome e simbolo, almeno per il momento. Casaleggio, insieme a Luigi Di Maio, è il fondatore dell' ultima associazione del M5s, costituita nel 2017. In caso di blitz per creare un nuovo contenitore il guru potrebbe opporsi. L' appiglio è la sentenza del Tribunale di Cagliari di una settimana fa. Un pronunciamento che stabilisce che il M5s non ha un legale rappresentante. Perciò Casaleggio forza sull' elezione del comitato direttivo a cinque, il solo organismo che potrebbe indire una votazione per assegnare un ruolo a Conte, provando così a mandare in tilt la rifondazione. Al punto che l' avvocato del popolo italiano avrebbe avuto la tentazione di ripensarci. Sempre per la paura di strascichi legali, Grillo ha pensato prima di concedere un salvacondotto agli espulsi per il No a Draghi. Poi, pressato dai parlamentari che hanno votato la fiducia, ne ha espulsi altri tre perché assenti ingiustificati. E ora otto espulsi, tra cui la Lezzi, hanno avviato la battaglia legale. Altri parlamentari sono alla porta. Non è ancora ufficiale, ma sembrerebbe difficile recuperare il deputato Giorgio Trizzino, deluso dal risiko dei sottosegretari. «Non mi basta Conte, per restare voglio un cambiamento profondo», si è sfogato Trizzino con i colleghi. Ed è scoppiato il caos in Lazio. Due grillini, tra cui Roberta Lombardi, entreranno nella giunta del segretario Pd e governatore Nicola Zingaretti. Tre consigliere regionali del M5s protestano per la svolta. Le ribelli rifiutano il ruolo di «stampella» dei dem. Sullo sfondo le comunali a Roma. Zingaretti smentisce una convergenza per il Campidoglio. Il M5s va avanti con Virginia Raggi.

Da huffingtonpost.it il 4 marzo 2021. Draghi? “Lo prendiamo in parola”. Conte? “Onorerà gli impegni per il futuro”. E se qualcuno lamenta gli errori del Movimento 5 stelle, Beppe Grillo risponde: “Solo chi non fa non sbaglia”. Proprio mentre Davide Casaleggio lancia il suo “Manifesto controvento”, che sa di rottura, il fondatore del Movimento 5 stelle interviene con un post sul suo blog. È un intervento fiume. Che pare un programma. Il messaggio  è chiaro: tracciare la rotta, anzi difenderla e confermarla visto che ogni punto affrontato spiega il perchè di ogni scelta e ne sostiene la fondatezza. Si va dalla crisi del governo Conte all’ingresso in quello Draghi, dalle aspettative sul ministero della Transizione - tanto fondamentale da essere alla base del sì a Draghi, e da dare il titolo, con il suo acronimo, al torrenziale post, "La rivoluzione MiTe del Movimento 5 stelle" - al suo stesso ruolo di Garante del Movimento. Senza dimenticare il ruolo di Giuseppe Conte e la partita per le Comunali di Roma.

Sull’ex premier dice: - “Un mese fa Giuseppe Conte ha detto. "per il Movimento 5 Stelle ci sono e ci sarò". È un impegno che ha preso pubblicamente e che intende onorare. Gli è stato chiesto di scrivere insieme un progetto per il futuro del Movimento. Non parliamo di un futuro a breve termine ma dell’unico orizzonte che una forza politica moderna deve considerare: il 2050”. Un riferimento poi a Roma, che tra qualche mese dovrà eleggere il prossimo sindaco. Dopo l’endorsement a una secondo mandato di Raggi, oggi Grillo dice: ” Il Movimento 5 stelle governa Roma da cinque anni. Non è stato facile. Possiamo fare meglio, con l’aiuto di tutti. Insieme al nuovo Super Ministero per la Transizione Ecologica il Comune di Roma, con la sindaca Virginia Raggi, è in buona posizione per dare nuovo slancio ecologico alla Capitale. Siamo orgogliose e orgogliosi di avere scelto per sindaco una donna, come a Parigi, Barcellona, Zurigo e in atre grandi città europee”. Su Mario Draghi Grillo dice: ”È da decenni un uomo di banca dello Stato e poi degli Sati europei. Come altri banchieri centrali e statisti in altri Paesi dice di aver capito quale è la vera sfida del secolo: ‘Lasciare un buon Pianeta, non solo una buona moneta’. Lo prendiamo in parola. E’ su questo impegno che l’Italia del 2021 e l’Italia del 2050 lo giudicheranno”.

Da huffingtonpost.it il 4 marzo 2021. ″È arrivato il momento di riattivare i motori e cominciare la nostra corsa controvento”. Così l’Associazione Rousseau che mercoledì 10 marzo presenterà il “Manifesto ControVento. Principi e valori per ritornare a volare alto”. Il manifesto, spiega Rousseau, ” vuole essere un codice etico di riferimento per la nostra azione, ma anche un perimetro ben definito di termini e condizioni di utilizzo dell’ecosistema Rousseau al fine di poter esercitare pienamente quel ruolo di garanzia che consenta metodi di partecipazione trasparenti e una sempre più attenta e intransigente tutela dei diritti di cittadinanza attiva e digitale”. “Non è più tempo di accontentarsi. Non è più tempo di limitare l’immaginazione. Non è più tempo di tenere i sogni a terra. Non è più tempo di avere sogni moderati. È tempo di confronto, di idee ribelli, di sogni che non siano bollati di utopia da chi non ha capacità, voglia o coraggio di realizzarli” scrive l’associazione presieduta da Davide Casaleggio che continua: “Per tornare a volare alto dobbiamo sfidare il vento del “si è sempre fatto così”, dobbiamo avere il coraggio di confrontarci con tutte le idee e dobbiamo decidere se essere dei segnavento degli umori del momento o se correre controvento e ritornare a volare. Per questo è arrivato il momento di riattivare i motori e cominciare la nostra corsa controvento. Ogni fase servirà per irrobustire le ali, per potenziare la corsa, per chiarire l’orizzonte. Ogni momento sarà aperto alle vostre critiche, ai vostri suggerimenti e ai vostri miglioramenti”. “Un movimento di persone che vuole volare alto deve affrontare le sue contraddizioni, i suoi diversi punti di vista e le sue innovazioni in modo aperto affinché ogni idea abbia la solidità del dibattito, ogni azione abbia la forza delle persone che vogliono che accada e ogni cambiamento sia difeso dai cittadini convinti della sua bontà a prescindere da chi siederà nei posti di comando in futuro”. Per tornare “a volare alto dobbiamo anteporre le idee alle persone, le riforme alle poltrone, l’esempio al cambiamento che vogliamo vedere in altri” dice. E prosegue: “Per tornare a volare alto non dobbiamo accomodarci sulle seggioline della tifoseria della politica, sventolando le bandiere di destra contro sinistra, opposizionisti contro governisti, nordisti contro sudisti”. Viene poi illustrato un pantheon di persone a cui ispirarsi. Il nuovo Manifesto “Controvento”, è scritto, è “liberamente e continuamente ispirato da idee di Dario Fo, Adriano Olivetti, Francesco d’Assisi, Mahatma Ghandi, Giorgio Gaber, Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio”. Dati anagrafici, indirizzo e-mail, telefono e anche il codice fiscale: sono invece le credenziali richieste dall’Associazione Rousseau per poter partecipare alla presentazione del “Manifesto ControVento”. Il sito dell’associazione richiede infatti un’iscrizione per poter partecipare all’iniziativa che, evidentemente come le altre, prevede che si possa fare una “donazione” per sostenere l’evento. L’opzione “continua senza donare” tuttavia non elimina l’obbligatorietà di indicare il codice fiscale. Parlamentari contro Rousseau: “Ora liberi tutti”. “Ora liberi tutti: ci disiscriviamo”. È uno dei messaggi che rimbalza nelle chat dei parlamentari M5S, come riporta l’agenzia di stampa Adnkronos, dopo che l’associazione Rousseau ha reso nota l’iniziativa della nascita di un manifesto politico, ControVento. L’idea, che accomuna gran parte dei parlamentari, sia alla Camera che al Senato, è quella di cancellare l’iscrizione dall’Associazione Rousseau, così da non dover più corrispondere i 300 euro chiesti mensilmente dalla piattaforma presieduta da Davide Casaleggio. “Non siamo più legati, Casaleggio è andato alla guerra aperta”, dice una fonte di peso. “L’addio alla fine ce lo ha dato lui, la nascita del ‘manifesto ControVento’ parla chiaro e va in quella direzione”, dice all’Adnkronos il sottosegretario all’Interno Carlo Sibilia, ribadendo, durissimo, che “Rousseau è un partito politico nel M5S che lavora contro il Movimento e con i soldi dei suoi parlamentari”.

Braccio di ferro tra M5S e la piattaforma. Rousseau diventa un partito, Casaleggio rompe coi grillini che protestano: “Lavorano contro di noi coi nostri soldi”. Massimiliano Cassano su Il Riformista il 4 Marzo 2021. “Per tornare a volare alto dobbiamo sfidare il vento del ‘si è sempre fatto così’, dobbiamo avere il coraggio di confrontarci con tutte le idee e dobbiamo decidere se essere dei segnavento degli umori del momento o se correre controvento e ritornare a volare”. Con un post apparso su Facebook e sul Blog delle Stelle, l’Associazione Rousseau annuncia quella che sembra essere una era e propria discesa in campo. La compagnia di Davide Casaleggio sulla quale si appoggia il Movimento 5 Stelle per consultare la sua base elettorale ha anticipato che il prossimo mercoledì 10 marzo verrà presentato il “Manifesto ControVento”, un documento che “vuole essere un codice etico di riferimento” per le iniziative dell’associazione al fine di “poter esercitare pienamente quel ruolo di garanzia che consenta metodi e processi di partecipazione più trasparenti e una sempre più attenta tutela dei diritti di cittadinanza attiva e digitale dei cittadini“. Un post che ha di fatto indispettito gli esponenti grillini. Il deputato ed ex sottosegretario alla Cultura nel primo governo Conte Gianluca Vacca lo ha definito un “attacco al Movimento”, annunciando la frattura “ormai insanabile” con l’associazione. “La nascita del manifesto ControVento conferma le mie preoccupazioni, ovvero che Rousseau è un partito politico nel M5S che lavora contro il Movimento e con i soldi dei suoi parlamentari”, ha commentato il sottosegretario agli Interni Carlo Sibilia. “Per quanto mi riguarda – attacca la capogruppo 5 Stelle in Regione Lazio Roberta Lombardi – è più di un anno che è arrivato il momento di dire basta ad un malsano e volutamente opaco intreccio di competenze e ruoli tra M5S e Associazione Rousseau. Forse la legittima richiesta di trasparenza e ridefinizione dei ruoli da parte nostra ha causato le continue provocazioni di questi mesi”. E ancora il deputato Sergio Battelli, le deputate Mirella Liuzzi e Federica Dieni: nel Movimento la mossa è stata accolta con scetticismo e l’imperativo tra i grillini sembra uno solo: disiscriversi. Abbandonando l’associazione i parlamentari eviterebbero di corrispondere i 300 euro richiesti mensilmente da Casaleggio, anche se resta il dubbio sulle conseguenze politiche del gesto: verrebbero esclusi anche dal gruppo? A decine si dicono pronti a sottoporre il quesito al capo politico reggente, Vito Crimi, che proprio nei giorni scorsi aveva invitato i ritardatari a saldare i debiti contratti con Rousseau fino al mese di dicembre 2020.

M5s, la vendetta di Davide Casaleggio: "Voglio 441mila euro entro oggi", vuole distruggere la sua creatura? Libero Quotidiano il 03 marzo 2021. Davide Casaleggio ha mandato al reggente e ai capigruppo del Movimento Cinque Stelle una lettera in cui chiede subito, entro e non oltre il 3 marzo 2021 (oggi, ndr), 441.600 euro. "Un primo conteggio per saldare il debito accumulato", per problemi di sostenibilità economica per i mancati pagamenti di alcuni parlamentari. "La scelta di non voler inviare diffide ai ritardatari negli ultimi anni ha aggravato la situazione", scrive Casaleggio, quindi pretende un pagamento immediato degli arretrati. I servizi richiesti "dovranno essere pagati in anticipo secondo una tariffazione che verrà definita di volta in volta". Insomma il rapporto è ai minimi termini. Il figlio di Gianroberto ormai è una cosa a parte rispetto al Movimento. Non  approva la svolta governativa con Draghi, l'alleanza strutturale col Pd e la progressiva perdita di potere di Rousseau sui grillini. Si sta cercando di porre rimedio e cambiate il contratto della piattaforma con i Cinque Stelle. Già a metà agosto Casaleggio presentò un primo  conto per continuare il rapporto. Il documento che, "presentò offriva condizioni insostenibili: un milione e 200mila euro all'anno, cioè quanto era previsto inizialmente con i 300 euro a eletto senza contare però l'assottigliamento delle truppe. In più, la supervisione su tutti i post pubblicati sul blog delle stelle, dai quesiti delle votazioni a tutto il resto". La transazione amichevole richiesta da Grillo si fa sempre più complicata, a questo punto, scrive Repubblica. . Nessuno sta più con Casaleggio tra i grillini: Alessandro Di Battista è andato via e gli espulsi Nicola Morra, Barbara Lezzi chissà se rientreranno mai. Intanto la prima cosa a cambiare sarà il simbolo. "Sotto alla scritta Movimento 5 Stelle non ci sarà più scritto Blog delle stelle, ma una dicitura che guarda lontano, all'Italia del 2050". Insomma la storia tra Casaleggio e i Cinque Stelle è agli sgoccioli.

Emanuele Buzzi per il "Corriere della Sera" il 3 marzo 2021. Quali sono le norme e le scatole cinesi che possono rendere la vita politica del M5S uno stallo alla messicana nelle prossime settimane? Bisogna muoversi tra statuti, associazioni, simboli, fondi che spesso non hanno una genesi lineare. Attualmente il Movimento è regolato da una associazione fondata nel 2017 da Luigi Di Maio e Davide Casaleggio. Gli iscritti sono confluiti in gran parte da una precedente omonima struttura fondata nel 2009 e che per diversi anni aveva convissuto con altra omonima associazione, costituita da Grillo e altre due persone, che ovviava ai vari adempimenti amministrativi e burocratici e che aveva presentato le candidature degli iscritti del M5S dal 2009 alle Politiche del 2013. Le norme interne sono disciplinate da uno statuto che è stato appena sottoposto a modifica dopo un anno di «reggenza» temporanea da parte di Vito Crimi. Ora si studia tra le ipotesi, come anticipato dal Corriere , l' idea di varare una nuova associazione. La nascita di un altro soggetto però comporta delle questioni se il nuovo M5S non vuole partire da zero. Gli iscritti dovrebbero in qualche modo «spostarsi» nel nuovo Movimento. Un passaggio che potrebbe anche avvenire con una delibera assembleare di scioglimento, in pratica una votazione sulla piattaforma che in questo frangente, in assenza del Comitato direttivo, può essere chiesta da Vito Crimi in qualità di presidente del comitato di garanzia o, più facilmente, da Beppe Grillo come garante. Casaleggio, però, ha fatto notare nei giorni scorsi che a suo avviso dopo il varo del nuovo statuto - che è stato fatto a metà febbraio non essendo presente una norma transitoria per il passaggio dei poteri tra capo politico e comitato direttivo - non esiste un legale rappresentante dell' associazione attuale e quindi lui potrebbe opporsi legalmente alle scelte, pretendendo che prima vengano eletti i componenti del Comitato direttivo e che la formulazione del quesito sia fatta dal nuovo organo collegiale, dilatando così i tempi e bloccando il nuovo soggetto. Oltretutto i gruppi parlamentari come da statuto depositato alle Camere perseguono «l' indirizzo politico» della associazione del 2017. In sostanza i parlamentari sarebbero ancorati alla associazione che li ha condotti nei palazzi delle Istituzioni. Un nodo non semplice da sciogliere. Altro punto su cui si aggroviglia il Movimento da anni è il simbolo (che è al centro di cause legali in corso e che è fondamentale al Senato per la composizione del gruppo parlamentare). Anche in questo caso nel corso degli anni sono stati depositati ai vari uffici brevetti diversi loghi, quasi tutti (fino all' ultimo) che fanno riferimento a Grillo. Tutti hanno a corredo del simbolo storico un sito di riferimento. Grillo ha anche depositato un logo senza siti. Il simbolo attuale è stato varato in vista delle Politiche del 2018 ed è di proprietà dell' associazione varata nel 2017, ma contiene al suo interno la dicitura il «blogdellestelle.it», sito di proprietà dell' Associazione Rousseau (e che potrebbe quindi rivendicare dei diritti) che ha in uso gratuito anche il logo precedente. Ecco perché per smarcarsi da Rousseau per il nuovo Movimento a cui Conte sta lavorando è necessario un nuovo ritocco. Ultimo rebus da sciogliere è quello legato proprio alla piattaforma. A Rousseau sono destinati anche 300 euro mensili da parte di ogni eletto (come da regolamento di candidatura per i parlamentari), ma da tempo buona parte dei versamenti mensili non vengono corrisposti e quindi Rousseau potrebbe anche sospendere i servizi della piattaforma, comprese le votazioni online, in base al principio giuridico chiamato «eccezione di inadempimento», ossia: se una delle parti non adempie la propria obbligazione (il pagamento), l' altra non è tenuta a adempiere la propria (la fornitura della piattaforma). Rousseau potrebbe opporsi a raccogliere adesioni/iscrizioni ad un' associazione diversa dal M5S, né a travasare i dati degli iscritti al Movimento ad altri enti diversi dall' associazione pentastellata.

Carlo Tarallo per “La Verità” il 27 febbraio 2021. Parlateci di Bibbona, anzi no: Beppe Grillo, furioso per la fuga di notizie, fino a ieri sera non aveva né confermato né annullato ufficialmente il vertice del M5s convocato per domenica prossima nella sua casa di Marina di Bibbona, in Toscana. «Era già deciso», spiega alla Verità una fonte autorevole del M5s, «ma la notizia è uscita e Beppe si è arrabbiato. Vedremo cosa succederà nelle prossime ore. In ballo c'è il tema dell'ingresso di Giuseppe Conte nel M5s». Al summit dovrebbero partecipare, oltre allo stesso Giuseppi, anche Luigi Di Maio, Roberto Fico, Vito Crimi e qualche altro big o presunto tale pentastellato. Alcune indiscrezioni aggiungono alla lista degli invitati anche Davide Casaleggio, che però smentisce: «Davide Casaleggio», fa sapere l'associazione Rousseau, «sabato e domenica parteciperà alle due nuove tappe del tour La base incontra Rousseau e non ha altri impegni previsti».

A proposito di Rousseau: secondo l'Adnkronos, Casaleggio ha inviato una mail ai parlamentari italiani e europei del M5s chiedendo di mettersi in regola con i versamenti all'associazione. «Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere», scrive Grillo su Facebook, citando il filosofo Ludwig Wittgenstein. È il segnale della arrabbiatura del fondatore per la fuga di notizie sul summit in Toscana, la cui convocazione scatena la rabbia di moltissimi parlamentari: «A cosa è servito», scrive su Twitter il deputato Francesco Berti, «fare un anno di stati generali del M5s, se poi la linea cambia sui giornali o nel fine settimana a Bibbona?». In ogni caso, la giornata di ieri, per i grillini, sembra quella dedicata alla filosofia: oltre a Rousseau e Wittgenstein, spuntano anche Popper, Gadamer e addirittura Hegel. Merito di Giuseppi, che cita i tre pensatori nel fluviale, estenuante, tautologico, autocelebrativo «pippone» (il prof ci perdonerà la franchezza) mascherato da lectio con il quale ieri Conte è tornato ad affacciarsi nell'aula magna dell'ateneo fiorentino. La lezione dal titolo «Tutela della salute e salvaguardia dell'economia. Lezioni dalla pandemia» è in realtà una casalinata indigeribile, un lungo elenco dei (presunti) successi di Conte nell'affrontare la pandemia, costellato di banalità degne di un comizietto elettorale. Qualche esempio? «Era impossibile pensare di tutelare la nostra economia senza tutelare il bene primario della salute»; «Durante il periodo della pandemia è tornato prepotente il problema dei rapporti tra scienza e politica»; «Le sfide del tempo presente sono complesse e presuppongono consapevolezza della nostra missione nel mondo»; «La storia dell'Europa moderna e contemporanea è stata segnata da profonde divisioni e lacerazioni». «Quando è scoppiata la pandemia, da subito, sono riandato con la mente a pagine lette molti anni addietro, alle pagine della Peste di Camus, dei Promessi sposi di Manzoni, alle pagine di Cecità di Saramago».Potremmo andare avanti all'infinito, ma non ci sembra giusto infliggere un castigo così severo ai nostri lettori: in sostanza, Conte è tornato alla vita da docente universitario tenendo una lectio su Conte e su quanto è stato bravo a gestire la pandemia. Praticamente il De Giuseppi.

Resta irrisolto il dilemma di Grillo: che ne facciamo, dell'ex premier? A quanto apprende la Verità da fonti di primissimo piano del M5s, la soluzione ancora non c'è, anche perché Conte non è iscritto al Movimento, e quindi non potrebbe neppure candidarsi per entrare a far parte del Comitato direttivo a 5 che gli iscritti hanno scelto come guida al posto del capo politico (bisogna essere iscritti da almeno 6 mesi). L'idea di catapultarlo al vertice come segretario unico o come componente del direttivo dunque dovrebbe passare attraverso una nuova modifica dello statuto. Inoltre, c'è il tema del dualismo con Luigi Di Maio, che ha riallacciato buoni rapporti con Giuseppi, ma non accetterebbe di essere un «colonnello» dell'ex premier: le nomine dei ministri e dei sottosegretari hanno ampiamente dimostrato che Giggino è al momento il dirigente pentastellato che ha maggior influenza sui parlamentari, e quindi è complicato mortificarlo in termini politici. Roberto Fico, che tra qualche mese lascerà la presidenza della Camera per candidarsi come sindaco di Napoli, da parte sua, immagina per sé un ruolo da «padre nobile», e vede di buon grado una leadership di Conte. Grande la confusione sotto le 5 stelle, dunque, mentre continua anche il braccio di ferro dei dissidenti: «È arrivata la mail», scrive su Facebook la senatrice Barbara Lezzi, «da parte del collegio dei probiviri nella quale mi si comunica la sospensione dal M5s fino a quando non sarà conclusa tutta la procedura. Ho qualche giorno di tempo per presentare le mie controdeduzioni e lo farò puntualmente ripercorrendo tutte le fasi che mi hanno condotto alla scelta di votare no al governo Draghi. Conosco lo statuto in tutte le sue parti», aggiunge la Lezzi, «conosco bene tutte le regole sottostanti alle diverse procedure e ho agito e agirò rispettando il tutto». Infine, continua la fibrillazione post-nomina dei viceministri e sottosegretari. Vito Crimi è attaccato praticamente da tutti, ma non manca chi punta il dito contro il capogruppo alla Camera, Davide Crippa, nel mirino soprattutto dei parlamentari meridionali: «Dalila Nesci e Carlo Sibilia», dice alla Verità un deputato del Sud, «sono stati indicati come sottosegretari solo e soltanto per la loro vicinanza a Crippa, senza nessun tipo di confronto».

Barbara Acquaviti per “il Messaggero” il 27 febbraio 2021. Il ritorno al passato è solo un'illusione ottica. Giuseppe Conte torna in cattedra a Firenze per una lectio magistralis ma è altrove che si gioca la partita del suo futuro. Un futuro da leader del M5s, secondo i voleri di Beppe Grillo. Domani a Bibbona si sarebbe dovuto tenere il vertice decisivo, ma la fuga di notizie ha fatto irritare il garante talmente tanto che l'appuntamento potrebbe saltare.  «Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere» scrive in mattinata su Twitter: la citazione di Ludwig Wittgenstein è un messaggio a chi non ha saputo tenere la bocca cucita. All'incontro, oltre all'ex premier, dovrebbero partecipare i big del Movimento, tra cui Luigi Di Maio, Roberto Fico, il reggente Vito Crimi e forse anche i capigruppo di Camera e Senato. Non Davide Casaleggio che, per prendere le distanze dall'incontro, ha fatto sapere di essere impegnato con due tappe del tour digitale della piattaforma Rousseau. Ma le voci dell'incontro sono l'ennesima occasione per dare la stura al malcontento che serpeggia tra i pentastellati: l'idea che in un caminetto ristretto si decidano le sorti del Movimento e della futura leadership manda in subbuglio i gruppi parlamentari già scossi dal sì al governo Draghi e dalle scissioni.  «A cosa è servito fare un anno di Stati generali del Movimento 5 Stelle, se poi la linea cambia sui giornali o nel fine settimana a Bibbona?», chiede per esempio il deputato M5s, Francesco Berti. Per i vertici del partito, e Beppe Grillo in testa, l'unica strada per evitare che la barca vada alla deriva è proprio affidare la leadership a Giuseppe Conte, in quale forma esattamente è oggetto di discussione, bisogna decidere se cambiare o meno lo Statuto. L'ex premier non ha ancora sciolto ufficialmente la riserva e sebbene definisca la lectio magistralis all'Università come un «ritorno nella comunità accademica fiorentina», il suo intervento ha un sapore in tutto e per tutto politico. L'argomento su cui è chiamato a discettare è un piatto d'argento per rivendicare il lavoro fatto da premier e togliersi qualche sassolino dalle scarpe: Tutela della salute e salvaguardia dell'economia. Lezioni dalla pandemia. Conte ripercorre i mesi a palazzo Chigi. «L'emergenza che stiamo vivendo è, oggettivamente, la sfida più severa e pervasiva che il nostro Paese è chiamato ad affrontare dal secondo dopoguerra ad oggi». Ma è ai posteri che affida l'ardua sentenza sul suo operato. «Con lo scorrere del tempo, uscendo dall'orizzonte fortemente condizionante della cronaca ed entrando nella dimensione ampia e dilatata della storia, saranno possibili bilanci esaustivi e valutazioni ponderate». L'ex premier ricorda le difficoltà che «sono apparse subito evidenti» e si sofferma sulla complessità di stabilire «se lasciare correre il virus o intervenire con misure restrittive» e di farlo come primo Paese europeo colpito. Rivendica le sue scelte: «E' ingannevole il dilemma che prefigura un'alternativa tra tutela della salute e tutela dell'economia». Inevitabilmente difende la scelta di ricorrere ai Dpcm, «uno strumento particolarmente agile» che ha consentito di «intervenire prontamente in base all'evoluzione del contagio», che era ed è «imprevedibile». Ma il Conte più politico della lezione è quello che parla di Europa e che non risparmia stoccate a Matteo Salvini. «C'è euforia per le professioni di fede europeiste che si sono moltiplicate, in Italia, in queste ultime settimane, tanto più che alcune di queste sono giunte inopinate. Ma l'europeismo non è una moda» e serve per controbattere i nazionalismi, perché «uno Stato, ove ripiegato su se stesso, non può essere in grado di rispondere alle sfide più complesse».

Da liberoquotidiano.it il 25 febbraio 2021. Stracci volanti a Otto e Mezzo, il salottino tendenza sinistra-spinta dove la sacerdotessa è Lilli "la rossa" Gruber. Siamo alla puntata in onda su La7 ieri sera, mercoledì 24 febbraio, dove si discuteva di un tema conclamato: la morte del M5s. A disquisirne il direttore de La Stampa, Massimo Giannini, e il fu ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, il manettaro non tanto per convinzione quanto piuttosto l'indottrinamento subito da Marco Travaglio. Si parte da una semplice osservazione: i grillini stanno sparendo, come accennato in premessa col funesto riferimento alla morte. Di fatto, è quello che sostiene Giannini. Ed è anche quello che sostiene chiunque abbia un pizzico di conoscenza della politica di oggi. Ma Dj Fofò si inalbera, nel dettaglio quando si parla del possibile ruolo di Giuseppe Conte nel M5s, magari come nuovo capetto politico: "Non le permetto di dire che il Cinquestelle è morto", urla l'ex Guardasigilli. E Giannini, dopo averlo asfaltato sul trapasso pentastellato, lo riasfalta a tempo record: "Non ho detto questo! Se Conte volesse candidarsi a leader come deve fare? Risponda!", incalza Bonafede, il quale ovviamente balbetta. Ma non è finita. L'infuocato dibattito prosegue con un'altra osservazione di Giannini assai condivisibile. "Il M5s è polverizzato - premette - sembra una setta. E Conte sarebbe il leader naturale". E in effetti, i grillini sembrano una setta un po' da sempre. E non solo per le bislacche teorie sostenute nel tempo, dai vari complotti alla contrarietà ai vaccini che si sono poi inghiottiti al tempo del Covid: si pensi alla fantomatica piattaforma Rousseau, alla figura di Casaleggio a tratta inspiegabile, all'uno-vale-uno che è sempre stata soltanto una balla spaziale. Insomma, più che legittimo il pensiero di Giannini. Che colpisce nel segno. E infatti Dj Fofò Bonafede sgrana gli occhietti e ri-sbotta: "Non si permetta di parlare di setta!". No, figurarsi...

M5s tra scisma, vaffa e scomuniche. Anche l'opposizione avrà le sue Stelle. Espulsi i 15 senatori che hanno votato No alla fiducia. Dissidenti anche alla Camera dove però servono 20 deputati. Divisioni e dimissioni anche tra i consiglieri degli enti locali. Claudio Marincola su Il Quotidiano del Sud il 19 febbraio 2021. Non sarà più sola, Giorgia Meloni. Una nuova formazione politica formata per ora da una trentina circa di parlamentari si prepara a riempire lo spazio lasciato vuoto dai moderati di centrodestra, Lega e I. Dissidenti grillini ai quali strada facendo se ne potrebbero aggiungere altri. Ex M5s già fuoriusciti e confluiti nel Misto, delusi rimasti fuori dal giro delle nomine. Cambieranno di conseguenza anche la composizioni delle Commissioni. I ribelli a Palazzo Madama nomineranno un nuovo capogruppo – in pole position al Senato Elio Lannutti – che parteciperà di diritto alla Conferenza dei capigruppo. Data la consistenza, gli ex M5s (che non hanno ancora pensato ad un nome) potrebbero anche rivendicare la presidenza di una commissione di garanzia. Che si aggiungerebbe così alla Commissione antimafia, presieduta da Nicola Morra, affatto intenzione a mollare la poltrona. Una scissione insomma in piena regola. Non meno dolorosa di quelle subite dal Pd che ha effetti ancora visibili nell’arco parlamentare (Leu, Art.1, Iv).

SUL WEB LA RABBIA. Ad aver appiccato le fiamme è stato ieri mattina il capo reggente Vito Crimi con un lapidario post in in cui si comunicava l’espulsione ai 15 senatori che non hanno votato la fiducia. Poco dopo sul web è scoppiata la rivolta. “Ora cacciateci tutti”. Un fuoco che si espande. pronto a riverberare nei consigli regionali e comunali con azioni di sostegno ai parlamentari espulsi. A rischio è la tenuta stessa del Movimento fondato da Beppe Grillo, il quale ha ammesso: «Non siamo più dei marziani». Il primo effetto sarà appunto la formazione di un nuovo gruppo. “Ci stiamo pensando, lo decideremo nelle prossime ore quando avremo più chiaro il perimetro dell’alleanza che sostiene il presidente del Consiglio”, ammette Bianca Maria Granato ,una delle senatrici che hanno votato No. “Tecnicamente siamo nel Misto ma io voglio fare una opposizione seria”, promette Mattia Crucioli.

CARTELLINO ROSSO. Lo scisma si consuma in superficie e sottotraccia. Nella base che contesta la contorta geometria dei provvedimenti punitivi adottati dal reggente. E tra i parlamentari. Quel cartellino rosso esibito ai dissidenti mentre era appena iniziata la discussione generale sulla fiducia alla Camera è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. “Sappiate che se voterete No sarete espulsi” Una “intimidazione – si fa notare – partita proprio da lui, da quel Crimi che per eccesso di zelo aveva preceduto tutti annunciando la contrarietà del Movimento ad un possibile governo Draghi (salvo ricredersi qualche ora dopo). Una pagliacciata.

CAMPIDOGLIO. Il tasso di inafferrabilità del capo reggente, sempre meno capo e sempre meno reggente dopo la modifica dello Statuto, ha raggiunto il culmine quando a metterlo alla berlina sono stati Barbara Lezzi, Nicola Morra e Bianca Maria Granato. “Espulsi dal gruppo parlamentare non vuole dire essere stati espulsi dal Movimento”, hanno obiettato i tre senatori. E in effetti, in base al nuovo statuto. formalmente è così. Il Fronte del No è particolarmente presente al Sud, tutti i 5 senatori calabresi, compreso Morra che ha postato un video contro Draghi, “non ha mai pronunciato la parola mafia e quando ha parlato di legalità lo ha fatto riferendosi al Mezzogiorno, come se anche il Nord non avesse ormai questo problema”. La Granato ha scritto una lettera aperta a Vito Crimi: “Non siamo gli utili idioti di nessuno, se vi piace gestire un gruppo politico in maniera personalistica e autoritaria con lo stesso soggetto che assolve alla funzione di capo politico facente funzioni e membro anziano del Comitato di garanzia, ossia controllore e controllato, fate pure…”.

FUORI CRIMI. È iniziata la battaglia legale. Il Movimento ne uscirà dilaniato più di quanto già non lo sia. Alessandro Di Battista si già dissociato e se ne sta alla finestra. I social ribollono, trasmettono furiosi e accorati, “c’è stato calpestato il cuore”. Il conflitto riverbera alla Camera dove 10 deputati ieri si sono iscritti a parlare a titolo personale: Alvise, Raffa, Forciniti, Cabras, Colletti, Costanzo, Giuliodori, Vallascas, Russo e Testamento. Al Senato ne bastano dieci, mentre alla Camera per formare un nuovo gruppo bisogna arrivare a venti. Il bailamme non risparmia gli enti locali. Agnese Catini, consigliera M5s e presidente della Commissione politiche sociali capitolina in polemica con il suo gruppo consiliare e con la scelta del governo di supportare Draghi non ha votato il bilancio e ha detto addio “dopo 14 anni di militanza” alla Raggi. “La sindaca ha detto che questo documento guarda al futuro ma se lo fa, lo fa con uno sguardo miope”, ha messo l’epitaffio alla sua scelta sbattendo la porta. L’emorragia non si fermerà qui. Sulla piattaforma Change.org è partita una petizione “per espellere dal Movimento coloro che ne hanno tradito lo statuto dando il sostegno a Draghi”. Primo fra tutti il principale accusato: Vito Crimi.

PRONTI A SFILARSI. Nuovi arrivi potrebbero aggiungersi dopo la nomina dei sottosegretari. Non si esclude infatti che qualche deluso possa aggiungersi. La lista d’attesa è lunga (Tofalo, Sibilia. Spadafora, etc, etc). Passare da una parte all’altra è un attimo, specie tenendo conto che uscire dal gruppo vorrebbe dire non dover più versare la quota mensile dell’indennità da parlamentare e l’obolo alla Casaleggio & Associati. Un bel risparmio per chi, oltretutto, sa già che alla prossima legislatura non verrà ricandidato o non sarebbe più rieleggibile per la regola dei due mandati. Ma questa è la lettura più di cinica di una scissione che per molti iscritti è una lacerazione dolorosa e profonda.

MARCO GRIMALDI per lastampa.it il 19 febbraio 2021. Sono 21. Tutti espulsi per aver votato contro il governo guidato da Mario Draghi. Si tratta sia dei deputati che ieri a Montecitorio hanno votato contro la fiducia  sia di quelli che si sono astenuti sia di quelli che non hanno risposto alla chiama, eccetto quelli che risultavano in missione. Anche la deputata Rosa Menga - che ieri non ha partecipato al voto sulla fiducia al governo Draghi - figura nell'elenco dei 21 grillini espulsi dal gruppo M5S alla Camera: «Mi viene contestata la dichiarazione in dissenso, ovvero quei 60 secondi che ho utilizzato per spiegare la mia uscita dall'Aula», dice la parlamentare pugliese all'Adnkronos. «Io mi sento in debito di riconoscenza verso i nostri attivisti ma ho sottolineato che il quesito votato su Rousseau era un'offesa alla loro intelligenza. Sono stati traditi nelle aspettative, non realizzate. Crimi è un reggente non eletto dall'assemblea, non prorogato né prorogabile: non avrebbe potuto indire quella votazione». Menga lamenta una differenza di trattamento rispetto ad alcuni casi analoghi del passato: «Nei mesi scorsi alcuni colleghi hanno votato contro alcuni provvedimenti, come il decreto sicurezza, e non sono stati neanche oggetto di sanzioni disciplinari. E' evidente che in questo momento il desiderio è quello di consegnarci subito in pasto alla gogna mediatica ed eliminare ogni forma di dissenso interno per riprendere il controllo di una macchina lanciata a 200 all'ora senza un pilota al comando», chiosa la deputata.

 (ANSA il 18 febbraio 2021) "I 15 senatori che hanno votato no alla fiducia saranno espulsi". Lo annuncia su Facebook il capo politico del Movimento 5 stelle, Vito Crimi, che aggiunge: "si collocano, nei fatti, all'opposizione. Per tale motivo non potranno più far parte del gruppo parlamentare del Movimento al Senato. Ho dunque invitato il capogruppo a comunicare il loro allontanamento, ai sensi dello Statuto e del regolamento del gruppo". "Ieri al Senato il Movimento 5 Stelle ha votato sì. Non lo ha fatto a cuor leggero, è evidente. Ma lo ha fatto - prosegue Crimi - Lo ha fatto con coerenza, nel rispetto dell'orientamento emerso in seguito all'ultima consultazione, dove la maggioranza dei nostri iscritti si è espressa a favore. E lo ha fatto con coraggio, assumendosi la responsabilità di una scelta che non guarda all'interesse esclusivo del Movimento o al facile consenso, bensì agli interessi di tutti i cittadini italiani e della nostra comunità nazionale. Quello di chi ha votato sì è un voto unitario, una responsabilità collettiva, non del singolo. I compromessi con sé stessi, con i propri credo, convinzioni e valori, sono quelli più difficili. Riuscire ad affrontarli e sostenerli per il bene di un Paese che sta vivendo il momento più difficile della sua storia recente non è una sconfitta, è un valore aggiunto in termini di etica e dignità". Poi riferendosi ai 15 'dissidenti' precisa: "I 15 senatori che hanno votato 'no' sono venuti meno all'impegno del portavoce del Movimento che deve rispettare le indicazioni di voto provenienti dagli iscritti. Tra l'altro, il voto sul nascente Governo non è un voto come un altro. È il voto dal quale prendono forma la maggioranza che sostiene l'esecutivo e l'opposizione". Quindi conclude: "Sono consapevole che questa decisione non piacerà a qualcuno, ma se si pretende rispetto per chi la pensa diversamente, lo stesso rispetto si deve a chi mette da parte le proprie posizioni personali e contribuisce al lavoro di un gruppo che non ha altro obiettivo che quello di servire i cittadini e il Paese".

5Stelle nel caos. Crimi: fuori dal Movimento chi ha votato “no”. I ribelli pronti a ricorrere al giudice. Redazione giovedì 18 Febbraio 2021 su Il Secolo d'Italia. «I 15 senatori che hanno votato no alla fiducia saranno espulsi». L’annuncio del reggente Vito Crimi arriva via Facebook. Era in qualche modo atteso. Dalla sanzione si salvano, almeno per ora, i sei astenuti. «I 15 senatori che hanno votato no – scrive ancora il grillino – sono venuti meno all’impegno del portavoce del MoVimento che deve rispettare le indicazioni di voto provenienti dagli iscritti. Tra l’altro, il voto sul nascente governo non è un voto come un altro. È il voto dal quale prendono forma la maggioranza che sostiene l’esecutivo e l’opposizione. Ed ora i 15 senatori che hanno votato no si collocano, nei fatti, all’opposizione. Per tale motivo non potranno più far parte del gruppo parlamentare al Senato». Procedura avviata, dunque. Come spiega lo stesso Crimi: «Ho invitato il capogruppo a comunicare il loro allontanamento, ai sensi dello Statuto e del regolamento del gruppo». Per dare maggiore forza all’atto di espulsione, Crimi mette sul piatto anche la propria sofferenza nel dire “sì” a Draghi. «Non lo ha fatto a cuor leggero. Ma lo ha fatto con coerenza», rivendica. La coerenza, spiega, di uniformarsi alla volontà della maggioranza che sulla piattaforma Rousseau si espressa a favore del nascente governo. Il problema (per lui) è che i ribelli contestano proprio il voto sulla piattaforma di Casaleggio Jr. Al di là delle certezze di Crimi, infatti, è molto probabile che le espulsioni finiscano in tribunale. Più d’uno starebbe valutando di adire le vie legali contro quella che reputano un’ingiustizia. E non è esclusa la richiesta di un risarcimento per danno di immagine. Sotto accusa c’è il «quesito truffaldino» sottoposto alla base, ma anche una serie di altre questioni. La più importante, rileva un dissidente, è il limite statutario che riguarda il voto di fiducia: può essere dato solo a un premier espressione del MoVimento. «Vi sembra che Draghi lo sia?». Più caustica la senatrice Barbara Lezzi: «Espulsa da un reggente perpetuo».

Crimi espelle dal M5S i 15 ribelli, che annunciano: «Ci vediamo in tribunale». Il Dubbio il 18 Febbraio 2021. Lezzi: «Mi candido a far parte del comitato direttivo. Crimi? Reggente perpetuo». «I 15 senatori che hanno votato no alla fiducia saranno espulsi. Ieri al Senato il MoVimento 5 Stelle ha votato sì. Non lo ha fatto a cuor leggero, è evidente. Ma lo ha fatto. Lo ha fatto con coerenza, nel rispetto dell’orientamento emerso in seguito all’ultima consultazione, dove la maggioranza dei nostri iscritti si è espressa a favore. E lo ha fatto con coraggio, assumendosi la responsabilità di una scelta che non guarda all’interesse esclusivo del MoVimento o al facile consenso, bensì agli interessi di tutti i cittadini italiani e della nostra comunità nazionale«. Lo scrive su Facebook il capo politico reggente del M5S Vito Crimi. Sono in tutto 15 i senatori del Movimento 5 stelle che hanno votato contro l fiducia al governo Draghi a palazzo Madama. Risultano assenti, scorrendo i tabulati della votazione, 6 pentastellati che però non risultano né in congedo né in missione. I voti contrari sono dei senatori: Rosa Abate, Luisa Angrisani, Margherita Corrado, Mattia Crucioli, Fabio Di Micco, Silvana Giannuzzi, Bianca Granato, Virginia La Mura, Elio Lannutti, Barbara Lezzi, Matteo Mantero, Cataldo Mininno, Nicola Morra, Fabrizio Ortis, Vilma Moronese. Gli assenti sono: Giuseppe Auddino, Elena Botto, Antonella Campagna, Emanuele Dessì, Vincenzo Garruti, Simona Nocerino. In congedo per M5s risulta Orietta Vanin, in missione Francesco castiello. Tra gli assenti figura anche il senatore di Forza Italia Renato Schifani. «Quello di chi ha votato sì è un voto unitario, una responsabilità collettiva, non del singolo. I compromessi con se stessi, con i propri credo, convinzioni e valori, sono quelli più difficili. Riuscire ad affrontarli e sostenerli per il bene di un Paese che sta vivendo il momento più difficile della sua storia recente non è una sconfitta, è un valore aggiunto in termini di etica e dignità – aggiunge -. I 15 senatori che hanno votato no sono venuti meno all’impegno del portavoce del MoVimento che deve rispettare le indicazioni di voto provenienti dagli iscritti. Tra l’altro, il voto sul nascente Governo non è un voto come un altro. È il voto dal quale prendono forma la maggioranza che sostiene l’esecutivo e l’opposizione. Ed ora i 15 senatori che hanno votato no si collocano, nei fatti, all’opposizione. Per tale motivo non potranno più far parte del gruppo parlamentare del MoVimento al Senato. Ho dunque invitato il capogruppo a comunicare il loro allontanamento, ai sensi dello Statuto e del regolamento del gruppo». «Sono consapevole che questa decisione non piacerà a qualcuno, ma se si pretende rispetto per chi la pensa diversamente, lo stesso rispetto si deve a chi mette da parte le proprie posizioni personali e contribuisce al lavoro di un gruppo che non ha altro obiettivo che quello di servire i cittadini e il Paese», conclude Crimi. Ma gli espulsi annunciano già una guerra legale: a quanto apprende l’Adnkronos, diversi tra coloro che hanno avuto il “cartellino rosso” stanno valutando di adire le vie legali, ricorrere al giudice contro quella che reputano un’ingiustizia. Che potrebbe indurli, tra le altre cose, a chiedere un risarcimento per danno di immagine. «C’è il quesito “truffaldino” che è stato sottoposto alla base -dice uno dei senatori all’Adnkronos-ma anche una serie di altre questioni. Per dirne una: il nostro Statuto mette nero su bianco che il voto di fiducia va dato a un premier espressione del Movimento, vi sembra che Draghi lo sia?». Su Facebook anche lo sfogo di Barbara Lezzi: «Ho appena letto il post del reggente perpetuo in cui comunica l’espulsione dal gruppo parlamentare dei 15 senatori, tra cui ci sono anche io, che ieri non hanno dato la fiducia al governo Draghi. Ho preso la decisione». «Mi candido a far parte del comitato direttivo del M5S (da cui non sono espulsa) – ha affermato -. Credo che il 41% degli iscritti contrari ad allearsi con tutti, compresi Berlusconi, Salvini e Renzi, debbano essere rappresentati. Sono convinta, inoltre, che se il quesito fosse stato riproposto, come lo statuto prevede, quel 41% sarebbe stato più alto. Auspico, quindi, la massima serietà nel percorso che porta alle candidature e l’urgenza necessaria a sbloccare l’azione del M5S. Coraggio», conclude.

Da liberoquotidiano.it il 18 febbraio 2021. Il Movimento 5 stelle sta per esplodere. Dopo la spaccatura sulla fiducia al governo di Mario Draghi, Vito Crimi, capo politico grillino ha deciso di espellere tutti i colleghi che hanno detto "no". Tra loro ci sono Barbara Lezzi e Nicola Morra. I dissidenti, però, secondo alcune indiscrezioni, sarebbero pronti a trascinare il M5s in tribunale. La Lezzi addirittura annuncia in un post pubblicato sul suo profilo Facebook di volersi candidare al direttivo pentastellato. "Ho appena letto il post del reggente perpetuo in cui comunica l'espulsione dal gruppo parlamentare dei 15 senatori, tra cui ci sono anche io, che ieri non hanno dato la fiducia al governo Draghi. Ho preso la decisione, mi candido a far parte del comitato direttivo del M5S (da cui non sono espulsa)". Insiste la Lezzi, in piena rottura con Crimi e Grillo: "Credo che il 41 per cento degli iscritti contrari ad allearsi con tutti, compresi Berlusconi, Salvini e Renzi, debbano essere rappresentati. Sono convinta, inoltre, che se il quesito fosse stato riproposto, come lo statuto prevede, quel 41% sarebbe stato più alto. Auspico, quindi, la massima serietà nel percorso che porta alle candidature e l'urgenza necessaria a sbloccare l'azione del M5S. Coraggio", conclude. Sembra invece più abbattuto e rassegnato Morra: "Apprendo che è stata avviata la procedura di espulsione nei miei confronti. Sono molto scosso da questa decisione, ora voglio riflettere. Mi sento M5S nel sangue", dice. La spaccatura insomma potrebbe finire in Tribunale. A quanto apprende l'Adnkronos, diversi espulsi vogliono ricorrere al giudice contro quella che reputano un'ingiustizia. Che potrebbe indurli, tra le altre cose, a chiedere un risarcimento per danno di immagine. "C'è il quesito 'truffaldino' che è stato sottoposto alla base", confessa uno dei senatori, "ma anche una serie di altre questioni. Per dirne una: il nostro Statuto mette nero su bianco che il voto di fiducia va dato a un premier espressione del Movimento, vi sembra che Draghi lo sia?". Di certo non finirà qui.

Dal “Corriere della Sera” il 19 febbraio 2021. C' è addirittura chi è stato espulso prima ancora di essere eletto. È il caso di Catello Vitiello, avvocato di Vico Equense, reo di essere «un massone in sonno». A rivedere oggi il numero degli eletti alle elezioni del 2018, pari a 333 parlamentari, ci si accorge che il Movimento ha perso per strada 33 deputati e 32 senatori. Tanti espulsi ma altrettanti fuoriusciti. Il primo è Andrea Mura, il velista, skipper dell' imbarcazione Vento di Sardegna, cacciato per le troppe assenze e per un' intervista nella quale ricorda che «l' attività parlamentare non si svolge in Parlamento ma in barca». Ogni due mesi c' è qualcuno che si alza e se ne va. Matteo Dell' Osso abbandona la nave perché «i grillini umiliano i disabili». Direzione: Forza Italia. Saverio De Bonis, protagonista della fallimentare parentesi degli europeisti per Conte in Senato, viene accompagnato alla porta assieme al comandante Gregorio De Falco. Lello Ciampolillo, noto alle cronache per i suoi ritardi in occasione del voto di fiducia, è pure «in ritardo con la restituzione di una parte delle indennità percepite». Dunque cacciato. «Ha certo pesato l' eterogeneità del gruppo iniziale» osserva Paola Nugnes, altra espulsa che non ha condiviso condoni e decreti sicurezza dell' esecutivo con la Lega. Marco Rizzone si becca il cartellino rosso perché in piena pandemia richiede e ottiene il bonus di 600 euro per le partite iva. Gianluigi Paragone non digerisce la nascita del Conte-2, quello con il Pd, e vota contro la legge di bilancio. Espulso, fonda Italexit. C' è poi chi, come Ugo Grassi, migra alla Lega. E cosa dire di Emilio Carelli che lascia i 5 Stelle e si propone come regista di un nuovo centro? Ogni votazione produce espulsioni. Ieri il reggente Crimi ha cacciato 15 senatori. E in serata a Montecitorio si manifesta un' altra fronda: 16 grillini votano contro Draghi, 4 si astengono e 11 non partecipano al voto. Una trentina di deputati, quindi, rischia.

Dagospia il 18 febbraio 2021. Da “Un giorno da Pecora - Radio1”. “Io espulso? Mi date una notizia, c’è il collegio dei Probiviri, che dovrebbe avviare una procedura e poi eventualmente l’espulsione. Io non mi ritengo espulso comunque”. Lo dice a Rai Radio1, ospite di Un Giorno da Pecora, il senatore M5S Matteo Mantero. “La mia espulsione sarebbe illegittima, perché nel nostro statuto c'è scritto che noi dovremmo votare un premier indicato dal M5S, e non mi pare il caso di Draghi. Licheri può farci uscire dal gruppo parlamentare, l'espulsione dal M5S può avvenire solo dopo il parere dei probiviri”, ha aggiunto Mantero a Radio1. Su Rousseau però la vostra base si espressa chiaramente a favore del governo. “Io mi sento portavoce del 40% che ha votato contro la fiducia a Draghi". Lei quindi non intende in alcun modo lasciare il Movimento. ”No - ha ribadito Mantero a Un Giorno da Pecora - mi dovranno togliere con la forza, io voglio restare. Mi imbullonerò al mio posto”.

Dagospia il 18 febbraio 2021. Da Un Giorno da Pecora. "Da pochi minuti Vito Crimi ha diramato l'ordine al capogruppo Ettore Licheri di espellermi dal gruppo M5S al Senato. Me lo aspettavo comunque, la nostra è stata una scelta di campo". Lo dice a Rai Radio1, ospite di Un Giorno da Pecora, l'ormai ex senatore M5S Mattia Crucioli. “Leggendo il quesito su Rousseau l'ho subito trovato manipolatorio. L'operazione fatta ha dato un governo elitario e di destra e una opposizione ancora più di destra"”, ha aggiunto Crucioli a Radio1. Gli espulsi dal Movimento dovrebbero esser 15 in tutto. Cosa farete? "Tecnicamente siamo nel Misto ora, ma io voglio fare una opposizione seria". Farete un gruppo che andrà all'opposizione? "Ci sto lavorando". In tal caso servirebbe un simbolo. "Sto lavorando anche su questo". Lei sembra molto tranquillo, nonostante l'espulsione. "Avevo già da tempo "elaborato il lutto", intuendo la direzione presa". Non farà ricorso contro l'espulsione quindi. "No, assolutamente no", ha detto Crucioli a Rai Radio1.

Annalisa Cangemi per fanpage.it il 18 febbraio 2021. Per il presidente della Commissione Antimafia Nicola Morra, dopo aver votato “No” alla fiducia in Senato, è stata avviata la procedura di espulsione. "Ora faremo le nostre valutazioni, singolarmente prima e poi chi vorrà le condividerà", ha spiegato Morra a Fanpage.it "E poi si deciderà il da farsi. Nel rispetto delle regole e dello spirito del M5s". Perché il senatore non avrebbe intenzione di andar via, si sente "M5S nel sangue". Sul suo profilo Facebook ha spiegato così i motivi del suo voto in dissenso dal resto del gruppo: "Ho detto in varie occasioni, in questi giorni, che c'era il 99% di possibilità che io non dessi la fiducia al governo che si stava insediando, perché avevo riservato un 1 percento alla valutazione di quanto il presidente del Consiglio avrebbe sostenuto in merito all'impegno che il governo assumeva per contrastare le mafie. Perché sono sì un senatore M5S, storto quanto volete, ma anche il presidente della commissione Antimafia e ho degli obblighi istituzionali nei confronti dei quali non ritengo sia giusto venir meno". Il suo voto contrario al governo Draghi non è stato isolato, e la procedura di espulsione interessa anche altri ex pentastellati, come l'ex ministra per il Sud, Barbara Lezzi, e i senatori Abate, Angrisani, Corrado, Crucioli, Di Micco, Giannuzzi, Granato, La Mura, Lannutti, Mantero, Minnino, Moronese e Ortis. Oltre a loro altri otto grillini sono risultati assenti (due giustificati). Questi ultimi non rischiano di essere cacciati dal Movimento, però rischiano una sanzione. Il reggente del M5s Vito Crimi ha annunciato la cacciata dei 15 senatori ribelli che hanno votato difformità dal gruppo con un post. "Io non so se questa espulsione, giuridicamente parlando, sia un atto perfetto e quindi incontestabile". ha detto Morra su Facebook. Eppure, fanno notare i vertici, l'articolo 11 dell'associazione denominata ‘MoVimento 5 Stelle' stabilisce senza ombra di dubbio che l'espulsione dal gruppo equivale automaticamente all'espulsione dal M5s, e viceversa: "Per gli iscritti che siano membri dei gruppi parlamentari e/o consiliari, l'espulsione dal ‘MoVimento 5 Stelle' disposta in conformità con le procedure del presente Statuto comporta l'espulsione dal gruppo parlamentare e/o consiliare; analogamente, l'espulsione dal gruppo parlamentare e/o consiliare, disposta in conformità con le procedure dei rispettivi regolamenti, comporta l'espulsione dal ‘MoVimento 5 Stelle'. In entrambi i casi è riservata al Garante la possibilità di revocare l'espulsione. "Sul meccanismo dell'espulsione c'è necessità di interpellare un avvocato competente, non sono un esperto di diritto civile", ci ha spiegato Morra. In molti tra i militanti si chiedono però che peso abbia l'esito di una votazione su Rousseau se poi i parlamentari votano secondo coscienza. "Se tanti attivisti che hanno votato ‘sì' su Rousseau, mi chiedono di far rettificare il voto, perché si sono sentiti turlupinati, e sono stati indotti in errore da un quesito che prefigurava una realtà che non si è realizzata quando venerdì pomeriggio il presidente del Consiglio Draghi ha fornito l'elenco dei ministeri, penso di aver fatto bene", ci dice Morra. Mattia Crucioli ha annunciato l'imminente formazione di un gruppo che potrebbe ospitare questi ex M5s, più i sei assenti in odor di espulsione, con l'aggiunta delle ex pentastellate Fattori e Nugnes. "Per il momento non sono interessato", ha tagliato corto il senatore.

Emilio Pucci per "Il Messaggero" il 20 febbraio 2021. Alternativa. Il nome per il nuovo gruppo già c'è, si vedrà se il progetto a cui pensa chi ha avuto il cartellino rosso dopo i distinguo sulla fiducia al governo Draghi si concretizzerà sul serio. Il pianeta pentastellato sta andando in frantumi, tanti piccoli satelliti che racchiudono un'area di dissenso che però rischia di diventare una vera e propria galassia. Perché non ci sono solo gli espulsi dal Movimento che si stanno organizzando. Ieri sono stati cacciati ventuno deputati, ai quali vanno sommati gli altri ventidue di palazzo Madama. Un piccolo esercito che potrebbe ingrossare presto le proprie fila: fino a un grillino su tre. Quei sì sofferti in poco più di una settimana possono tramutarsi in un no a Draghi e alla linea di Grillo. Al Senato sono rimasti in 70 ma altri quindici sono pronti a lasciare, senza considerare i mal di pancia dei contiani. Alla Camera sono ancora di più. Ma la strategia dei vertici M5S è per il pugno duro. Hanno provato a mediare alcuni big come la vice presidente del Senato Taverna, ma nessuno è riuscito a scalfire la posizione dettata dallo stesso fondatore M5S. Il parricidio è compiuto. «Non ci riconosciamo più nel rivoluzionario di un tempo», il refrain.

ACCUSATI E ACCUSATORI. Sul banco degli accusati finisce Crimi, tacciato come un dittatore, nelle chat parlamentari c'è chi parla di «operazione fascista» ma è pur vero sottolinea un esponente dell'ala governista che non si poteva creare un precedente. «Perché devo essere accusato io di aver tradito i principi del Movimento e chi è uscito o non è venuto in Aula deve avere la coscienza pulita?», si sfoga un altro pentastellato. Tutti contro tutti. Di Maio ha aperto la strada ai governisti ma dice un deputato a lui vicino «non può essere sempre lui a sbrogliare la matassa, c'è bisogno che gli altri big ci mettano la faccia». Per ora Conte è in silenzio, si tiene lontano dalle beghe, al Senato lo evocano un po' tutti, scissionisti e non, con i primi che punterebbero su di lui anche qualora volesse attuare un appoggio esterno. Lezzi e Morra sono gli oltranzisti, la prima ancora pensa di concorrere per il direttorio a 5, convinta di poterlo fare in quanto espulsa dal gruppo e non dal Movimento. C'è chi sta raccogliendo una petizione per mettere in votazione la decisione dell'espulsione, altri fanno affidamento sulle divisioni interne al collegio dei probiviri (uno dei membri, Andreaola, ha chiesto che la procedura di espulsione nei confronti dei parlamentari dissidenti sia fermata fino all'elezione della nuova governance), accusano Crimi di conflitto d'interessi in quanto ne fa parte.

MAIONESE IMPAZZITA. Insomma, M5S è una maionese impazzita e l'immagine dello sbigottimento di chi puntava ad una mediazione è legata alla cacciata della deputata Menga, 26 anni, i vertici puntavano su di lei, la consideravano in rampa di lancio. Sul banco degli accusati pure la vicepresidente della Camera, Spadoni. Scutellà figura nell'elenco ma ha presentato un certificato medico, gli altri da Cabras a Forceniti, da Colletti a Sarli, da Corda a Maniero sono fuori. «Ora tocca muoversi, se Di Battista vuole darci una mano e fungere da catalizzatore è il benvenuto», spiega un deputato. Il gruppo Alternativa è pronto ma la verità è che ognuno sotto traccia tratta per conto proprio, mentre al Senato gli espulsi puntano a servirsi del simbolo di Italia dei Valori. L'incontro con il segretario Messina risale alla settimana scorsa. Ma, regolamento alla mano, per poter usare uil simbolo IdV e fare gruppo al Senato, dovrebbe entrarne a far parte... Pier Ferdinando Casini, unico eletto con il cartello elettorale di cui i dipietristi facevano parte. Ipotesi, ovviamente, a dir poco bizzarra. «Sono uscito dal Movimento, vivo la mia vita, non mi occupo di correnti, scissioni, nuove forze politiche. Ho solo idee diverse dalle vostre. Rispettatele senza comportarvi da infantili avvelenatori dei pozzi», taglia corto Di Battista a chi lo accusa di voler fare come Renzi con il Pd. Ma anche senza di lui lo smottamento andrà avanti.

I grillini hanno silurato Morra (che resiste). Ma lui s'inchioda alla poltrona dell'antimafia. Il paradosso: soltanto i 5s lo hanno difeso quando ha insultato la Santelli. Giuseppe Marino - Dom, 21/02/2021 - su Il Giornale. C'è uno strano effetto domino innescato dalle frettolose espulsioni annunciate da Vito Crimi. Il reticolo delle norme interne dei 5 stelle si scontra con le norme dei regolamenti parlamentari e il rischio è che si producano effetti opposti a quelli voluti. Il nuovo caso è il ruolo di Nicola Morra come capo della Commissione antimafia. Il senatore eletto in Calabria ha ribadito più volte, l'ultima ieri a SkyTg24, di volersi «imbullonare» alla poltrona: «Molti -ha raccontato- vorrebbero che io lasciassi, forse per normalizzare. Io penso il contrario, penso che si possa continuare a onorare il mandato senza guardare in faccia a nessuno». Morra la butta sui cavilli: «Sono fuori dal gruppo parlamentare del Senato ma non dal Movimento 5 Stelle, da quello che mi risulta. C'è una procedura da seguire, solo quando sarà conclusa allora si potrà dire che sono fuori dal M5s». Gli ex compagni d'avventura però non sono d'accordo: dopo le espulsioni, avendo perso consistenza numerica, rischiano di perdere posti da sottosegretario e presidenze di commissioni, difficile che siano disposti a cedere sull'Antimafia che a Morra aveva garantito una certa visibilità. Una visibilità che Morra ha usato nel peggiore dei modi quando ha criticato i calabresi per aver votato la defunta presidente della Regione, la forzista Jole Santelli, sostenendo che la mancanza di una guida della Regione se l'erano cercata votando una persona malata. Affermazioni disgustose, che si erano attirate critiche trasversali e la richiesta di tutto il centrodestra a Morra di dimettersi dalla carica nell'Antimafia, arrivando a disertare le sedute finché il senatore M5s fosse rimasto al suo posto. Ma invano: i partiti del centrosinistra si erano girati dall'altra parte e il M5s aveva fatto quadrato attorno a Morra. Ora si sta per innescare un nuovo paradosso: potrebbero essere proprio i grillini a voler scaricare l'ex compagno di partito. «Fino a ieri -racconta il senatore Antonio Iannone, componente in quota Fdi dell'Antimafia- la presidenza della Camera ha sostenuto che non esisteva una procedura per sfiduciare Morra e se noi ci fossimo dimessi avrebbe chiesto altre designazioni ai partiti per sostituirci. Spero proprio che ora non vorranno sostenere il contrario». Resta da vedere anche che tipo di consistenza e rappresentanza i dissidenti grillini riusciranno ad avere. Numericamente sono molti, circa 45 tra Camera e Senato. Quanto basta per formare gruppi autonomi in entrambe le camere. Peccato che al Senato un nuovo regolamento, voluto anche dai grillini per frenare i cambi di casacca, vieti di formare nuovi gruppi se non si dispone di un simbolo già presentato alle elezioni. Si parla di ripescare Italia dei valori. Ma secondo il costituzionalista Salvatore Curreri, l'unico eletto legittimato a portare il simbolo se aderisse al gruppo sarebbe Casini. Pierferdi con i grillini dissidenti?

Quando Barbara Lezzi e Nicola Morra volevano il vincolo di mandato nella Costituzione. Mauro Munafò su L'Espresso il 19 febbraio 2021. I due senatori che hanno votato contro la fiducia al governo Draghi, nel 2017 erano tra i firmatari di una proposta di modifica della Costituzione. Che, se fosse in vigore, oggi li vedrebbe fuori da Palazzo Madama. Se quella proposta di riforma della Costituzione che hanno firmato oggi fosse in vigore, i 15 senatori del Movimento 5 Stelle che hanno votato contro la fiducia al governo di Mario Draghi dovrebbero prepararsi ad abbandonare Palazzo Madama. Ovviamente non è così perché l’articolo 67 della Carta garantisce che ogni onorevole possa votare senza vincolo di mandato alcuno. Proprio quell’articolo infatti era al centro di una proposta di riforma dei pentastellati. Era il 23 marzo 2017 e al Senato veniva depositato il disegno di legge costituzionale numero 2759. E tra i firmatari c’erano anche tre dei dissidenti di questi giorni: Nicola Morra, Barbara Lezzi e Vilma Moronese. Questo era il nuovo testo della Costituzione, proposto dai 5 Stelle: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni con il vincolo di mandato popolare. I deputati e i senatori che nel corso della legislatura si iscrivono ad un gruppo parlamentare diverso da quello per cui sono stati eletti sono dichiarati decaduti ed incandidabili». In poche parole, dopo l’annuncio di espulsione dal gruppo fatto da Vito Crimi, dovrebbero andarsene anche da Palazzo Madama. Piuttosto interessante è andare a rileggersi oggi le motivazioni presentate insieme alla riforma della Costituzione: «Sotto il profilo pragmatico, quindi, l’articolo 67 della Costituzione vigente rischia di offrire una immeritata e palese copertura al trasformismo politico, che occorre urgentemente superare se si vuole recuperare il senso profondo del legame tra i titolari di cariche pubbliche elettive e coloro per cui si sono candidati e che li hanno eletti nel momento fondamentale del gioco democratico». 

Qualcuno avvisi il senatore Morra che il Movimento lo ha cacciato…Rocco Vazzana su Il Dubbio il 24 Feb 2021.  Come nulla fosse, il professore di filosofia digita parole d’amore nei confronti della comunità politica che lo ha appena scacciato. La negazione è il primo meccanismo di autodifesa cui ricorre un individuo per rimuovere, almeno momentaneamente, un’esperienza traumatica. Deve essere questo il motivo per cui alcuni espulsi del Movimento 5 Stelle evitano di pensare al cartellino rosso appena sventolato in faccia dal reggente dopo anni di militanza intensa. Reazione comprensibile e legittima: serve sempre un po’ di tempo per elaborare il lutto. Ma ciò che fa Nicola Morra, presidente della commissione parlamentare Antimafia, senatore al secondo mandato e attivista grillino della prima ora – epurato per lesa maestà a Draghi – va molto oltre il semplice meccanismo dell’autodifesa. Come nulla fosse, infatti, il professore di filosofia prestato alla politica si attacca alla tastiera del suo computer e inizia a digitare parole d’amore nei confronti della comunità politica che lo ha appena scacciato. «Posto che il valore del singolo è dato da onestà, trasparenza e competenza, è altrettanto ovvio che sia il confronto ad arricchire quest’intelligenza plurale eppure capace di sintesi», scrive Morra su Facebook dopo aver riportato una citazione di Gianroberto Casaleggio. «Per questo il Movimento 5 Stelle eleggerà il Comitato Direttivo, che sarà espressione appunto di questa visione. Forza!». Il post fa balzare sulla sedia il lettore, che frastornato si chiede senza malizia: ma Morra non è stato appena sbattuto fuori dal partito? E allora perché si compiace per la nascita di un organismo politico che non incrocerà il suo cammino? Risposte razionali è impossibile trovarne, né può valere il ragionamento proposto in tv dal senatore, secondo il quale manca ancora l’atto formale della lettera d’allontanamento dal Movimento. In un partito le dichiarazioni di un segretario – o di un reggente spalleggiato dal padre padrone Grillo – sono un atto politico. E subito dopo il no a Mario Draghi, Crimi ha scritto nero su bianco: «I 15 senatori che hanno votato no alla fiducia saranno espulsi, si collocano, nei fatti, all’opposizione. Per tale motivo non potranno più far parte del gruppo parlamentare del Movimento al Senato». Legittimo non digerire il verdetto e persino ricorrere alle vie legali per stravolgerlo. Ma negarlo a lungo e comportarsi da dirigente di un partito che non ti vuole più a volte può essere pericoloso. Quindi, piena solidarietà a Morra – schiacciato dalla giravolta governista voluta dai vertici 5S – ma ora qualcuno abbia il coraggio di dirgli una volta per tutte che è fuori dal Movimento.

Alessandro Di Battista e Antonio Di Pietro, il "partito di Travaglio". Indiscreto: "Già pronto il simbolo di IdV per gli espulsi M5s". Libero Quotidiano il 20 febbraio 2021. Il partito dei sogni di Marco Travaglio, "forza manetta", ora ha un leader, Alessandro Di Battista, un padrino, Antonio Di Pietro, e pure un simbolo, quello di Italia dei valori. Tutto vero e terribilmente concreto: l'ex pm di Mani Pulite ha offerto l'uso del simbolo di IdV, il partito da lui fondato una volta entrato in politica, a Dibba e ai dissidenti del Movimento 5 Stelle espulsi da Vito Crimi per aver votato no a Mario Draghi in Parlamento. La pattuglia è nutrita, siamo intorno a 40 onorevoli tra Camera e Senato, ma per ora è ancora tutto in standby. Un po' perché in ballo ci sono anche i soldi che il Movimento potrebbe dover restituire agli epurati, un po' perché la faccenda è spinosa sia a livello politico sia legale, e un po' perché lo stesso Di Battista nicchia: "Sono uscito dal Movimento, vivo la mia vita, non mi occupo di correnti, scissioni, nuove forze politiche". Certo, ci credono in pochi. Tra i 5 Stelle molti hanno suggerito che l'ex deputato possa seguire le orme diMatteo RenziconItalia Viva, creare un proprio partito per svuotare elettoralmente il Movimento terremotato. E Di Pietro, che per primo si rivolse a Gianroberto Casaleggio e alla Casaleggio Associatiper curare il proprio blog, è pronto a mettergli a disposizione un primo veicolo. Gli ex della Casaleggio associati confermano: "Di Pietro, Grillo e Casaleggio si sentivano spesso, come anche con Marco Travaglio". Il mondo, culturale e politico, è lo stesso. D'altronde IdV è stato un po' la prova generale di Casaleggio nella politica, prima di lanciare con clamoroso successo l'M5s insieme a Beppe Grillo. "Di Pietro, Grillo, Casaleggio e Travaglio sono come vasi comunicanti - rivela al Giornale un ex dipietrista della prima ora - fingevano di non parlarsi invece si dicevano tutto". 

Fulvio Fiano per il "Corriere della Sera" il 21 febbraio 2021. Le strade che portano a Montenero di Bisaccia, regno di Antonio Di Pietro, sono tutte disastrate. Una frana, una deviazione, un percorso accidentato per il manto stradale saltato. A voler cercare delle metafore, nessuna di queste sarebbe di buon auspicio per chi puntasse a raggiungerlo per coinvolgerlo di nuovo in politica, tentazione dei 5 Stelle «ribelli». Dietro la cancellata della sua masseria lungo la strada per Palata, in questo dedalo di mezze colline dalle curve tutte uguali, un setter bianco e nero scondinzola, non abbaia agli estranei. E questo, restando ai segnali da cogliere, andrebbe nella direzione di una riapertura alla vita pubblica. Porte e finestre sono serrate, la siepe curata, un furgone di quelli scoperti sul retro è parcheggiato all'interno, lavato da poco. «L'ultima volta l'ho visto venerdì», dice un uomo dalle campagne circostanti. «Se torna in politica?». Fa spallucce e se ne va. Tutti sanno dove abita l'ex magistrato e progenitore dei populismi italiani. Lui al telefono non risponde e agli sms si limita a dire «Non sono in Molise». Arriva intanto sua nipote Valentina Bozzelli, 54 anni, avvocato dell'Adusbef, consigliera comunale in una lista civica e «promotrice di Italia dei valori in Molise». Com'è l'umore del volto simbolo di Mani pulite? «Lo tirano per la giacchetta - racconta lei - gli chiedono di farsi avanti, ma lui dice "ho finito, ho finito"». Ma la figlia della sorella Concettina sa che «mio zio è bionico, è sempre in movimento e se uno glielo sapesse chiedere...». Di Pietro è a Bergamo, città della moglie, con la famiglia. Una settimana al mese torna in paese per curare i 3.000 olivi, i vigneti e seguire le sue cause da avvocato per le quali ha adibito a studio un terrazzo verandato della masseria che domina la valle. «Ha dei faldoni enormi - assicura la nipote, occhi e naso che anche da dietro la mascherina non nascondono la parentela -. Non è uomo da stare fermo, voleva ritirarsi in campagna ma poi non ce l'ha fatta. Segue per quanto può la terra, guida ancora il trattorino e adesso sta mettendo la rete elettrificata per i cinghiali». E la politica? «Lo vedo che dentro sta male quando nota tanti incompetenti, è fatto così. L'eredita di quanto fatto, Idv non vorrebbe lasciarla andare anche se mio zio ha fatto bene a lasciare il simbolo a Ignazio Messina per non finire in certe beghe. Dice che Di Battista potrebbe funzionare?». I cani tornano dalle loro corse nei prati, infangati e contenti. La nipote dell'uomo che aveva in mano gli umori dell'Italia gli manda un messaggio per convincerlo a rilasciare qualche commento, invano. «Lo devo convincere a prendere delle galline, se tornerà le faccio assaggiare il nostro olio».

Cinque stelle e Idv, andata e ritorno. «Quando eravamo io, Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio». Il racconto di Antonio Di Pietro. di Susanna Turco su L'Espresso il 26 febbraio 2021. Tutto cominciò con l'Italia dei Valori, poi il guru della rete puntò tutto sul comico genovese. Oggi gli scissionisti recuperano il simbolo del gabbiano per fare la guerra all'«Elevato», ormai draghizzato. L’ex pm ricostruisce quella storia. «ll Movimento Cinque Stelle? Farà la fine dell’Italia dei valori. Sono movimenti, partiti di transizione, non c’è niente da fare, sono destinati. Alla fine del setaccio, tra qualche anno, se va tutto bene sarà completato il ricambio ci sarà una nuova classe dirigente composta in parte anche da alcuni di loro». «Grillo? Si ritroverà come mi sono ritrovato io con l’Italia dei valori, a un certo punto». In questi giorni tempestosi per i Cinque Stelle, tra la lotta per i sottosegretari, le discussioni sulla coerenza e una epurazione-scissione nel nome del no a Draghi che ha ritirato fuori anche il simbolo del suo ex partito, Antonio Di Pietro si è tenuto lontano dai giornalisti. Tuttavia, ben prima che si aprisse la crisi di governo ma quando già la forza d’urto del M5S era finita da un pezzo, l’ex pm simbolo di Mani pulite, ex leader di Idv, in una conversazione finora inedita rifletteva sul percorso intrecciato di questo pezzo di populismo, finendo per disegnare l’arco di una parabola - non irridente, né autocompiaciuta, anzi piuttosto disincantata - che gli accadimenti di questi giorni svelano azzeccata oltre le previsioni, e per questo di strana attualità. Basta guardare i messaggi in rete contro Beppe Grillo per accorgersene, i commenti sotto i post, come quello relativo a una necessaria «riforma sostanziale dell’informazione», con proposte tipo via i partiti dalla Rai per le quali - specialmente dopo tre anni passati al governo - il commento «aridaje» (che, in romanesco, è il sarcastico opposto dell’incitamento «daje») si attaglia meglio di quanto non abbia fatto l’«aridaje» lanciato a sostegno della ricandidatura a Roma di Virginia Raggi, altra pasticciata vicenda emblematica dello stato di caos in cui versa quello che fu il primo partito alle elezioni del 4 marzo 2018. C’è un elemento circolare, in tutto questo. Antonio Di Pietro, oggi 70 anni, cominciò la sua carriera politica di leader Idv come l’eroe dei due mondi che era stato in magistratura, brandendo l’onestà prima del Vaffa, il Parlamento pulito, fino ad arrivare nel 2009 alle bandiere del Popolo Viola - tutte iniziative che vedevano Gianroberto Casaleggio come trait d’union - è finito poi travolto da scandali, Razzi, accuse di essere la peggior specie di casta, peraltro spesso di matrice latamente grillina, o provenienti da mondi amatissimi dai Cinque Stelle (l’epitaffio per il suo partito fu, per dire, una puntata di Report di Milena Gabanelli). Beppe Grillo, che urlava a tutti i partiti «siete morti», dopo aver governato con la Lega, con il Pd e Renzi è finito a braccetto con Mario Draghi, in compagnia di Silvio Berlusconi (a breve c’è il rischio proclami «un grillino» anche lui), a vantarsi che i Cinque Stelle «non sono più marziani». Sul web è subissato di critiche in una misura mai vista prima. Varrà anche stavolta - con tutte le differenze del caso - la teoria del più puro che ti epura? Si vedrà. Nel caso Di Pietro, c’è da dire, contò parecchio la fine del sodalizio con Casaleggio padre, come spiega in un agile video l’ex dipendente della Casaleggio Associati Marco Canestrari, dove si chiarisce che la chiave di ogni rapporto con la base l’aveva Casaleggio e nessun altro sapeva utilizzarla così bene. Mentre adesso nei Cinque Stelle, nel caos generale di tutti che litigano con tutti, non è ancora nemmeno chiaro Casaleggio jr da che parte finirà per stare, anche se più di un indizio va nella direzione della stabilità, del governo e degli affari. Per ora, il segnale più interessante è questo: chi è rimasto dentro M5S non ha messaggi più convincenti di chi è stato cacciato o si sia messo comunque fuori (come Alessandro Di Battista). È la prima volta che accade. Del resto a guardare nel suo insieme come si è snodata la vicenda del Movimento Cinque Stelle, è quasi incredibile notare come tutti i tasselli via via trovino il loro posto. Lo stesso Di Pietro, che era in origine, e torna verso la fine di questa che è una storia populista, di partiti personali, di supermarket di simboli. Quello dell’Idv, che fu depurato dal nome dell’ex pm così come è accaduto poi per Grillo in quello dei Cinque Stelle (originariamente figurava la dicitura: beppegrillo.it), adesso è stato riesumato dalla naftalina per fare da appendino al nuovo gruppo di ex Cinque Stelle. Facendo così aleggiare di nuovo la figura dell’ex pm anche se il simbolo non è più a disposizione sua, bensì dell’ultimo segretario Idv Ignazio Messina, avvocato palermitano che non è riuscito a farsi eleggere ma, presentatosi nel 2018 nella Lista Civica popolare, lo ha così graziosamente depositato in Parlamento, pronto per l’uso in casi come questo (o quello del Nuovo Psi con Italia viva). «Come per gli altri movimenti, c’è la spontaneità e la strumentalizzazione della spontaneità», spiega Di Pietro. «Vale per tutti: Cinque Stelle, Idv, Sardine, è accaduto alle Agende rosse, all’antimafia. Purtroppo all’interno di ogni movimento c’è questo virus. Perché sono realtà nate all’insegna di una persona che rappresentava un’idea: non all’insegna di un processo politico, culturale e sociale profondo. E quindi chi gli andava dietro, gli andava dietro come l’onda. Oggi appresso a Giovanni, domani appresso a Nicola. Ma non è colpa dell’onda, se questo accade. Colpa o merito, perché poi la storia va così, dipende da come finisce: chi vince è un patriota, chi perde un terrorista». Non è dunque colpa di Grillo, che un giorno lontano provocò l’onda, con Gianroberto Casaleggio. Un ruolo fondamentale, che negli anni dei governi Conte è come tornato in ombra, per poi rivelarsi di nuovo - se non altro per assenza - ora, che tutto sembra sfarinarsi. E si assiste a queste suggestioni di ritorno alle origini: «Casaleggio voleva far politica, ma non direttamente, voleva essere il mentore della situazione e lo è stato: i fatti gli hanno dato ragione», racconta Di Pietro, che era anche lui all’origine, con Casaleggio padre e l’Idv, partito che l’ex pm chiama «versione beta» dell’hardware casaleggiano, poi trasferito su Grillo e Cinque Stelle («che sono la versione 2.0 di Idv»), infine ereditato nel 2016 da Davide Casaleggio, con l’apoteosi dell’Associazione Rousseau. «Grillo ha avuto una grande fortuna, anzi, meglio, diciamo che c’è stato un grande concorso di circostanze: molto importante è stato, per Grillo, trovare Casaleggio padre sulla sua strada», racconta Di Pietro. «Questo è un pezzo di storia che andrebbe raccontato, perché il successo di Grillo si realizza non poco sulla base di una idea di Casaleggio, che lui voleva realizzare con me e che io ho rifiutato: il mio errore, che ha comportato la caduta dell’Idv». Una storia su cui Di Pietro si è soffermato poco nel corso degli anni - mai così dettagliatamente - e che ha il suo inizio ufficiale nel 2005, quando il capo di Italia dei Valori affida il suo blog personale, e poi di seguito lo farà anche per la comunicazione Idv, a Gianroberto Casaleggio. Erano gli anni in cui era ministro delle Infrastrutture nel governo Prodi 2. Prese a fare le dirette video in cui, a fine Consiglio dei ministri, raccontava cosa fosse appena successo: e quella era già un’idea di Casaleggio. «Lui a me fatturava, come partito lo pagavo anche molto bene, difatti sul mio blog a differenza di quello di Grillo non c’erano i banner pubblicitari», racconta Di Pietro.

Lo pagava, paradossalmente, come ha notato poi Nicola Biondo nel libro “Supernova”, coi soldi dei rimborsi ai partiti contro cui invece tuonava Grillo e contro cui si sarebbero battuti i grillini; una versione più grossolana di quella attuale, dove gli eletti pagano l’Associazione Rousseau. E come ci era arrivato, Di Pietro, a Casaleggio? Conosceva già Grillo («ci conoscevamo, sì, eravamo due rompiscatole, lui faceva politica, io ero l’unico politico ad apprezzarlo»), ma la conoscenza con Casaleggio non è avvenuta così, ha raccontato Di Pietro: «Avendo poche risorse, avevo aperto un blog, antoniodipietro.it, che andava bene. Avevo bisogno che qualcuno lo mi aiutasse a gestirlo; ho sentito diverse società di comunicazione. Lui aveva questa impresa che era all’avanguardia, perché all’epoca l’informatizzazione non era ancora alla fase social. Si propose, mi scrisse una mail. Mi entusiasmò, avevo anche qusto link in comune, Beppe. Quindi poi ci incontravamo, tutti e tre». Interessante anche notare che Di Pietro è sempre stato un appassionato del ramo: perito elettronico, si occupò proprio di informatica dopo aver vinto un concorso al ministero della Difesa, a metà degli anni Settanta; ed è sempre rimasto, sin da quei tempi, «un patito delle banche dati», tanto da aver creato già ai tempi di Mani pulite il famoso «fascicolo informatico», dopo essersi circondato di un «mini pool di informatici espertissimi». C’è quindi una specie di sliding door nella storia di questo pezzo di populismo italiano. Ci sono Casaleggio, Di Pietro e Grillo. Grillo ha il blog, gestito da Casaleggio, Di Pietro pure - con alcune differenze, come il fatto che «io scrivevo i post, e poi li spedivo a Casaleggio, mentre i post di Beppe erano la voce di Grillo ma la scrittura di Casaleggio, che traduceva nel Blog quello che gli diceva Beppe». In questo ambiente si crea a certo punto una specie di tempesta perfetta, tra il primo V-day, il libro “La Casta”, il blog, le prime liste civiche grilline, che per Casaleggio inizialmente non dovevano sfociare in un simbolo nazionale, bensì, racconta “Supernova”, «tradursi in un travaso verso il partito di Di Pietro che, spiegava Gianroberto, “la gente deve cominciare a vedere come presidente del Consiglio”». In quello spicchio di anni Di Pietro si trova con il partito in crescita vorticosa, tra il 2006 (2,5 per cento, che lo porta nel governo Prodi) e il 2008 (4,3), quando si allea con il Pd di Veltroni, e il 2009, le elezioni europee in cui ottiene l’8 per cento, e che sono il momento della fine della sinergia con Casaleggio. Di Pietro si trova, come dice lui, «dalla sera alla mattina» a dover costruire una classe dirigente: «Mi sono trovato cioè con la stessa necessità in cui, poi dopo, si è trovato Beppe, rectius Casaleggio stesso, perché alla fine era lui che se ne occupava. Dalla sera alla mattina devi creare una classe politica nazionale, sulla base di un consenso spontaneo che hai raccolto su di te, sulla tua persona. Casaleggio mi propose questa regola, che io rifiutai: per esser nuovi, dobbiamo prendere solo chi non ha già fatto politica. Io ho stabilito un’altra regola: domani mattina ho bisogno di governare il territorio, ossia di qualcuno che alzi la saracinesca, che sappia cosa è un consiglio comunale, e scelgo quelli che hanno già una realtà sul territorio. Ho fatto molto affidamento sulla mia credibilità, pensavo cioè che mi si sarebbero avvicinate solo persone di un certo tipo. Quello fu l’errore, perché invece non andò così. E il partito in poco tempo è diventato poco credibile sul territorio, anche al di là delle inchieste giudiziarie. Basti pensare che in Molise gli ex Idv sono diventati leghisti». A seguito di quella scelta, racconta Di Pietro, si rompe il legame contrattuale, anche se non quello personale che è sempre rimasto: «Casaleggio contrastò fortemente la mia scelta, io non rinnovai più il contratto, lui voleva portare avanti la sua idea. Ma siamo rimasti in ottimi rapporti di stima, tant’è che gli ho anche fatto da avvocato». In Supernova è raccontata una parte complementare di questa storia: si ricostruisce infatti che furono i dirigenti di Idv, che soffrivano l’ingerenza casaleggiana, a persuadere Di Pietro a non rinnovare il contratto che di fatto finiva per comprendere l’organizzazione del partito: «Tutta la struttura di Casaleggio, poi passata nei gruppi di M5S, è quella che ha lavorato con me. Alcuni sono stati miei dipendenti, stavano al gruppo, poi anche a Busto Arsizio, a preparare le elezioni, erano bravi. Lorenzo Fioramonti, che poi diventerà ministro, era un mio collaboratore al ministero», racconta Di Pietro. Uno degli ultimi, eloquenti, casi di interazione fu quello della candidatura alle europee 2009 di Sonia Alfano e Luigi De Magistris, ticket indipendente dentro le liste Idv sponsorizzato dal Blog di Grillo. L’ex magistrato fu l’europarlamentare più votato, ma il legame con Casaleggio si ruppe anche in quel punto, e presto. È proprio nell’autunno di quell’anno, il 4 ottobre 2009, che infatti nascono i Cinque Stelle. Racconta Di Pietro, «Casaleggio poi ha fatto fare a Grillo quello che voleva far fare a me. E questo gli ha permesso di avere un grande risultato. Ha avuto un grosso vantaggio iniziale, ha raccolto i miei voti e li ha moltiplicati, proprio perché al mio confronto era più credibile, e molto più spontaneo. Il suo dramma è stato quando ha scelto di andare a Palazzo Chigi: si è trovato con persone che hanno voluto governare senza prima imparare. Insomma, ha portato una marea di eletti tipo Toninelli, tanti personaggi in cerca d’autore che si sono ritrovati nei ministeri dalla sera alla mattina, con responsabilità enormi». E questo ha creato un altro tipo di «non credibilità», sospira Di Pietro che pure elogia l’esperienza: «Casaleggio con M5S ha fatto una cosa importante, ha portato un grande ricambio, benissimo ha fatto anche Beppe, senz’altro, ha lasciato il segno. Costruire una classe dirigente dalla sera alla mattina non è una cosa semplice: quelle che nascono e resistono sono le lobby, cose come la P2, la mafia». Quella di Idv, si infranse sotto i balletti dei Razzi, tanto simbolici da essere evocati per ogni cambio di casacca anche dieci anni dopo. Quella di M5S rischia paradossalmente di infrangersi proprio quando il vaffa di Grillo è diventato deferenza draghizzata, trasformando la lotta grillina per farsi classe dirigente in una faccenda troppo seria per essere vera.

Alessandro Rico per “la Verità” il 22 febbraio 2021. Il senatore Elio Lannutti ha pagato il suo no al governo Draghi con l'espulsione dal Movimento 5 stelle. «Ma io continuo a lottare, anche per la mia nipotina di 14 mesi».

Senatore, perché ha votato contro la fiducia?

«Come poteva votarla, uno come me?».

Uno come lei?

«Ho speso una vita tentando di affrancarmi, da abruzzese figlio di braccianti, dalla condizione di "cafone", descritta da Ignazio Silone».

E allora?

«A 14 anni, andai da uno zio a Baldissero Canavese, per entrare alla Olivetti. Non mi piaceva, preferii fare l'apprendista muratore».

Dove vuole arrivare?

«Ho fatto mille mestieri. Ho scaricato le cassette di frutta ai mercati generali, ho fatto il cameriere, ho studiato di notte per laurearmi. In Germania, portavo le carriole di cemento e caddi da un'impalcatura. Ho lavorato in banca, mi sono licenziato. Ho fatto il giornalista. Mi sono battuto una vita per i diritti, contro il mondo che Mario Draghi rappresenta. Come potevo votarlo?».

Anche Draghi ha avuto una vita difficile. Ha perso i genitori giovanissimo.

«Conosco la sua storia. Ma anche il suo maestro, Federico Caffè».

Quindi?

«Lui si opponeva al divorzio tra Tesoro e Bankitalia, la madre di tutti i guai dei nostri tempi».

Draghi no?

«Draghi è l'uomo delle privatizzazioni, della prevalenza della finanza sull'economia reale, del denaro dal nulla, degli algoritmi».

Che algoritmi?

«Quando io lavoravo in banca, ci si guardava negli occhi con chi chiedeva un fido. Oggi decidono gli algoritmi di Francoforte».

Insomma, siete agli antipodi?

«Con il mio corregionale Giacinto Auriti, promuovemmo un ricorso contro il signoraggio bancario. Ottenemmo che ogni cittadino ricevesse a un "risarcimento" di circa 87 euro a testa. Erano quasi 5.000 miliardi totali».

Mai visti, questi soldi...

«Ci credo: Bankitalia non voleva pagare. Perciò mandammo un ufficiale giudiziario, affinché pignorasse o la poltrona o la scrivania di Antonio Fazio».

E come finì?

«Non fu possibile, perché si dimise in quei giorni. Arrivò Draghi e, poco dopo, la Cassazione stabilì che la sentenza non poteva essere applicata. Ecco: questo è Draghi».

Semmai, è la Cassazione...

«Ma Draghi è anche quello dei derivati, con i quali rinnegò la lezione di Caffè. I derivati, solo di interessi e solo negli ultimi 10 anni, ci sono costati 38,7 miliardi».

Lei ha definito l'espulsione dal M5s una decisione da «vecchie dittature».

«Non c'è molto da aggiungere. Come si poteva accettare l'esito del voto su Rousseau, con un quesito a dir poco ingannevole?».

Impugnerete anche quello?

«Ne stanno discutendo gli avvocati. Diciamo che il quesito era del tipo: vuoi vivere o vuoi morire? Peraltro, so che i colleghi della Camera hanno ricevuto almeno una comunicazione scritta, per email o sms. Noi del Senato, nemmeno quella. E pensare che Vito Crimi fu il primo eletto del M5s che io conobbi personalmente».

Ah sì?

«Era il 2013. Mentre i parlamentari eletti andavano a Roma, io, che non mi ero ricandidato, raggiunsi a Milano a Gianroberto Casaleggio. La Casaleggio associati aveva gestito il sito del partito per cui ero stato senatore, l'Italia dei valori».

E che successe?

«Gianroberto mi disse: "C'è un cancelliere di Brescia che sta partendo per Roma. Perché non gli dai una mano?". Quel cancelliere era Vito Crimi».

Crimi l'ha tradita?

«No, per carità. Però rivendico il diritto di non essere fideista. Anche nei confronti di Beppe. Ognuno prende la sua strada. Io non mi affido ciecamente agli altri».

Anche Davide Casaleggio aveva manifestato perplessità sul quesito di Rousseau. La frattura tra Grillo e le idee dell'erede di Gianroberto è diventata insanabile?

«Non glielo so dire. L'ultima volta che ho sentito Beppe è stata poco prima delle consultazioni».

Che gli ha detto?

«Gli ho chiesto: "Vieni a Roma, sta succedendo il finimondo"».

Quindi, è stato lei a proporgli di andare alle consultazioni?

«Eravamo io e Nicola Morra».

E allora?

«Ho riconoscenza per Beppe. Ma la ragione sociale del Movimento era l'opposto di ciò che rappresenta Draghi. Vada a leggersi sul Blog delle Stelle il titolo di un post del 2017, che mi chiesero di scrivere: "Comanda il popolo, non Draghi"».

Se è per questo, Grillo, su Draghi, ne ha dette di ogni...

«Appunto».

Però, che il Movimento avesse perso l'anima, s'era capito da un pezzo. I vostri elettori non vi avevano mica votato per governare con il Pd e Matteo Renzi.

«Proprio così. Abbiamo ingoiato anche quello, per pavidità».

Suoi colleghi, come Danilo Toninelli, hanno giustificato il sì a Draghi citando la consultazione su Rousseau. Pavidi anche loro?

«Non dirò mezza parola contro Toninelli e gli altri miei amici fraterni. Ognuno si è assunto le proprie responsabilità. Io rispondo alla mia coscienza. E non ho paura. Come diceva un eroe dimenticato, Paolo Borsellino: "Chi ha paura, muore ogni giorno"».

Formerete un gruppo parlamentare con il simbolo dell'Idv?

«Non sto seguendo questa pratica. Per me, la priorità è difendere l'onore. Perché io, quest' anno, ho avuto già due lutti».

Due lutti?

«Il 16 gennaio è morta mia sorella». (La voce è rotta dalla commozione. Qualche istante di silenzio. Poi, Lannutti mi mostra un lungo post su Facebook dedicato ad Ausilia).

Mi dispiace molto, senatore.

«Sì... Analogo lutto è stato quello del mercoledì delle ceneri».

Chi è morto?

«Un ideale. Un sogno. Con la fiducia a Draghi».

Paragona la fiducia a Draghi a un lutto? Addirittura?

«Certo: è la negazione di tutte le battaglie che conduco da 35 anni. È un dolore, con l'aggravante del tradimento».

L'ha vissuta così male?

«Io e Rosario Trefiletti ci andavamo a incatenare sotto la Banca d'Italia, picchiati dalla polizia, per protestare contro il risparmio tradito. Ho scritto due-tre libri in cui si parla del ruolo di Draghi. L'ho anche incontrato».

Quando?

«Nel 2008, venne in commissione Finanze al Senato. Mario Baldassarri, che aveva studiato con lui, mi raccomandò: "Non lo attaccare". Alla fine, io e un altro collega di Forza Italia ci mettemmo dalla parte opposta all'uscita. Draghi mi si avvicinò: "Mi fa capire perché ce l'ha tanto con me?"».

E lei che rispose?

«Il fatto è che, tempo prima, lui mi aveva chiesto di incontrarlo. Ma non potei andare, perché dovevo partire per il Veneto, dove mi aveva candidato Antonio Di Pietro. Io non ce l'ho mai con le persone. Anzi, la mia esperienza da sindacalista mi ha abituato al dialogo. E da cattolico, credo che tutti abbiamo la possibilità di redimerci».

Draghi si deve redimere? Non esagera?

«Senta, nel documento del Gruppo dei 30, di cui lui fa parte, sostanzialmente c'è scritto che per superare la crisi innescata dalla pandemia, bisogna applicare il darwinismo economico».

Il senso del suo discorso in Aula, però, era diverso: bisogna aiutare le imprese competitive, non quelle che avrebbero chiuso indipendentemente dal Covid.

«La mia è una filosofia contrapposta a quella di coloro che credono nel Far West del mercato, nel neoliberismo, nel globalismo. Sto con Caffè: lo Stato dev' essere centrale, deve poter fare investimenti. E certi beni pubblici, come l'acqua, non devono essere messi sul mercato».

Lei è sicuro che Draghi non sottoscriverebbe? È stato il protagonista dell'epoca delle privatizzazioni, però è anche l'uomo del «whatever it takes», del «debito buono», della riscoperta del keynesismo...

«A giudicare da quel documento del Gruppo dei 30, non direi. Sarà l'uomo del "whatever it takes", ma da governatore della Bce, ha avuto un occhio di riguardo nei confronti della banche tedesche».

In che senso?

«Le casse di risparmio tedesche sono state esonerate dal bail in. Intanto, Deutsche Bank aveva in pancia derivati per oltre 10 volte il valore del Pil della Germania. Io, sugli uomini, non ho pregiudizi. Però non dimentico le malefatte della Troika sul popolo greco».

A che si riferisce?

«Nel 2015, dopo il referendum contro l'austerity, la Bce impose alla Banca di Grecia di chiudere gli sportelli, appoggiandosi al parere di una società privata. E quel parere è ancora secretato. Come posso perdonare chi, per il dolore causato dall'austerità, ha fatto essiccare il latte nel seno delle madri?».

L'opposizione partitica è stata appaltata a Fdi. Lavorerete a un nuovo movimento politico? Magari con Alessandro Di Battista?

«Stimo Alessandro, anche se non ho contatti con lui da tempo. Lo considero una risorsa. Se lui ha dei progetti, ben venga».

La sua collega senatrice, Emanuela Corda, ha commentato così l'espulsione notificata da Crimi: «Come può il nulla espellermi dal nulla?».

Condivide?

«Emanuela è una pasionaria, ma io non voglio dare giudizi di valore sui miei colleghi».

Questo era un giudizio politico.

«Be', i metodi usati dal M5s sono stalinisti. Sono i metodi della Stasi, della peggiore polizia politica della ex Ddr».

Il partito è diventato «nulla»?

«Io mi auguro solo una cosa. Il M5s è nato nel giorno di San Francesco».

Quindi?

«Spero non sia morto il mercoledì delle ceneri».

L'iniziativa dell'ex pm. Asse Ingroia-Casaleggio, i grillini ribelli ora hanno un simbolo. Redazione su Il Riformista il 25 Giugno 2021. «Ho messo a disposizione di “L’Alternativa C’è” convintamente il simbolo di Popolo per la costituzione. Ci sono tantissime affinità e anche identità con i programmi, le idee, gli obiettivi politici e strategici tra “L’Alternativa C’è” e Popolo per la Costituzione. C’è voglia di opposizione nel Paese, di un’alternativa che non è adeguatamente rappresentata nei palazzi della politica. Credo che finalmente possa nascere quello per cui ho lavorato in tutti questi anni, costruire un polo alternativo a chi ha sgovernato il Paese fino ad oggi». Lo ha sottolineato – racconta l’AdnKronos – Antonio Ingroia, presidente di Popolo per la Costituzione, durante la conferenza stampa di presentazione dell’unione dei due simboli, alla quale hanno partecipato i senatori e diversi deputati di “L’Alternativa C’è”, ovvero il gruppo di fuoriusciti dal M5s vicini a Davide Casaleggio. «L’associazione dei due simboli ha una motivazione tecnica -ha spiegato- la senatrice Bianca Laura Granato – La componente parlamentare nel Gruppo Misto può nascere solo in associazione a un simbolo che si sia presentato alle ultime elezioni. Ma con Antonio Ingroia abbiamo verificato un’affinità politica e progettuale che lascia ben sperare in un percorso che potrebbe portare alla costituzione di un terzo polo, di alternativa ai partiti di sistema di centrodestra e centrosinistra che oggi governano tutti insieme». «In questo Parlamento è venuta meno qualunque forza che rappresentasse una visione diversa della società italiana -ha sottolineato il senatore Mattia Crucioli– Visione che aveva il M5s, ma si è perduto; anche la Lega ha avuto per un certo periodo un’aspirazione antisistema, ma chi è andato al potere si è accomodato, ha avuto paura di fare brutta figura nei salotti buoni. Noi nel 2018 credevamo in un cambiamento radicale delle regole nella società italiana. Ma visto che non andava così siamo arrivati al no alla fiducia a Draghi. Da lì è nato un percorso di aggregazione, perché ognuno di noi se non si organizza nel Palazzo non conta nulla. Per incidere sulle battaglie dobbiamo organizzare le energie, l’azione parlamentare ed eccoci qui».

Domenico Di Sanzo per “il Giornale” il 22 febbraio 2021. Il M5s ha appena perso 41 parlamentari. E potrebbe perderne ancora di più nel caso i probiviri mettessero mano anche alle espulsioni in standby. Quelle dei cosiddetti «morosi» delle restituzioni, i deputati e i senatori che non versano i bonifici dei tagli degli stipendi. Parlando sempre di soldi, i Cinque Stelle potrebbero anche perdere una cifra che superiore anche a 4 milioni di euro. In che senso? Stiamo parlando del vero tesoretto della politica, la manna dal cielo dopo l' abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Ovvero dei contributi erogati da Camera e Senato in favore dei gruppi parlamentari. Si tratta di denari concessi in base alla consistenza numerica dei gruppi. Quindi dal 2018 ad oggi il M5s, primo partito in Parlamento, ha battuto tutti gli altri per quanto riguarda questo contributo. I pentastellati hanno ricevuto 13milioni e 721mila euro nel 2018, con i primi tre mesi dell' anno relativi alla scorsa legislatura, 15milioni e 535mila euro nel 2019. Considerando che il M5s, con le ultime epurazioni, ha perso per strada 94 parlamentari sui 339 eletti alle ultime elezioni politiche, i gruppi dovranno rinunciare a un bel po' di soldi per il 2021, dato che si tratta di una cifra corrisposta annualmente. A circa un quarto del contributo, se prendiamo in considerazione il fatto che il Movimento ha perso poco più di un quarto dei parlamentari eletti all' inizio della legislatura. Un bel colpo per le finanze grilline. Infatti grazie a questo contributo i gruppi pagano il personale e tutte le spese riferite all' attività parlamentare. Comprese quelle relative alla funzione di studio, editoria e comunicazione. Proprio gli investimenti in comunicazione (ben 785mila euro nel 2019) ad agosto scorso avevano fatto storcere il naso a parecchi deputati. E ora, insieme alla consistenza del gruppo, si ridurrà pure il contributo di Camera e Senato. Con conseguenti tagli alle spese e al personale. Intanto continua il braccio di ferro tra i vertici e gli espulsi che hanno votato in dissenso sulla fiducia a Mario Draghi. I senatori Nicola Morra e Barbara Lezzi guidano il fronte di chi non vuole abbandonare il M5s. «Io voglio restare nel Movimento 5 Stelle, io amo il Movimento 5 Stelle. Non mi vedo da nessuna altra parte», dice Lezzi a Mezz' ora in Più su Rai3. «Io non esco, io ricorrerò», ribadisce la senatrice vicina ad Alessandro Di Battista. Più o meno la stessa linea espressa dal presidente della Commissione Antimafia Nicola Morra durante un' intervista in diretta Facebook con il giornalista del Fatto Quotidiano Andrea Scanzi. Morra ripete: «Sono Cinque Stelle fino al midollo». «Esprimersi contro il voto online è un peccato capitale, il peggior atto che si possa fare», attacca invece Rocco Casalino, ex portavoce del premier Giuseppe Conte ospite di Radio24. E continuano le manovre degli altri espulsi per la creazione dei gruppi autonomi. Alla Camera la strada sembra più in discesa, mentre al Senato c' è da impostare l' operazione Italia dei Valori. Dopo giorni di silenzio interviene Luigi Di Maio, ministro degli Esteri, in rampa di lancio per entrare nel nuovo direttorio a cinque. «Se c' è un voto interno, il voto si rispetta», dice in diretta Facebook. Difende la scelta di entrare nel governo Draghi, rilancia sul ministero della Transizione ecologica. E ancora sul M5s: «Il voto su Rousseau per noi è come un congresso, ora c' è un dibattito forte e faide che non fanno bene al Paese, non dobbiamo spaccarci».

(ANSA il 25 febbraio 2021) "Dopo questi mesi di gestione disastrosa del Movimento dobbiamo lavorare per risollevarlo per non distruggere un sogno che condividiamo da anni! Non molliamo, il paese soffre causa Covid e la priorità sono i nostri concittadini!". Così l'ex viceministro M5s al Mise Stefano Buffagni, uno tra gli ex componenti di governo 5S a non essere riconfermato. "La meritocrazia e competenza va applicata, non annunciata! Facciamolo per i nostri figli!" scrive rispondendo ad un post del consigliere lombardo Gregorio Mammì che afferma di provare "imbarazzo per quello che doveva essere il "governo dei migliori"".

(ANSA il 25 febbraio 2021)  "Voglio il cambiamento. Lo voglio con forza. Sono moderato forse nelle parole e nei modi, ma deciso, rivoluzionario, determinato negli obiettivi. E gli obiettivi discendono dai valori per cui ho deciso di vivere ed impegnarmi. E su quei valori non si mercanteggia, non si fa compromesso alcuno. Chi, oggi, dopo aver promesso la rivoluzione, annuncia propositi ben diversi, chiaramente conservatori, dimostra di cosa sia capace il potere, che seduce e lusinga, piega e convince, quando non compra. Un mio collega, o meglio ex, Andrea Cioffi, in Senato ha ripetuto più volte che si deve schifare il potere, il potere per il potere. Evidentemente la sua voce è rimasta inascoltata da parte di tanti". Lo scrive in un post il senatore Nicola Morra.

(ANSA il 25 febbraio 2021) Potrebbero arrivare nuove espulsioni di parlamentari M5s che non hanno votato la fiducia al governo Draghi. Dopo l'allontanamento di quanti hanno votato No e di quanti si sono astenuti, i direttivi del Movimento, secondo indiscrezioni, starebbero ora valutando la posizione di quanti si sono assentati dall'Aula al momento del voto o non si sono presentati in Aula senza una giustificazione. Alla Camera sono una decina i deputati a rischio: fatta eccezione per Elisa Scutellà, l'unica assente giustificata, Rosa Menga, già espulsa perché aveva dichiarato in Aula la sua intenzione di non votare, non avevano risposto alla chiama Salvatore Penna, Cristian Romaniello, Riccardo Tucci, Giovanni Vianello, Simona Suriano, Valentina Corneli, Yana Chiara Ehm, Angela Masi e Davide Zanichelli. Al Senato erano stati 15 i senatori che non avevano votato la fiducia ed 8 quelli assenti o che non hanno partecipato al voto. Tra questi erano solo 2 gli assenti giustificati (Orietta Vanin in congedo e Francesco Castiello in missione) mentre 6 non hanno partecipato al voto: Giuseppe Auddino, Elena Botto, Antonella Campagna, Emanuele Dessì che oggi ha annunciato autonomamente di lasciare il gruppo, Vincenzo Garruti e Simona Nocerino.

(ANSA il 25 febbraio 2021) "Dunque, alla fine la Ministro Dadone e il Consigliere Regionale Jacopo Berti, nella loro qualità di probiviri, mi hanno inviato l'avviso di avvio della procedura di espulsione dal M5s per non aver votato la fiducia al governo Draghi". Lo annuncia il senatore Mattia Crucioli che, citando Nanni Moretti ("le parole sono importanti!"), aggiunge: "Non è che non mi aspettassi il procedimento (ormai la strada imboccata dal M5s è chiarissima, e chi non si allinea al nuovo corso va epurato). Ma mi hanno irritato la forma e le parole scelte".

(Adnkronos il 25 febbraio 2021) - Un altro addio nelle file del M5S. Lascia il senatore Emanuele Dessì. "Questa non è più casa mia", si sfoga su Facebook, e scrive: "Ho sperato fino a ieri che qualcosa potesse cambiare, inutilmente. Non sono mai stato d'accordo nel dare la fiducia a questo governo ma ho voluto, con l'assenza il giorno del voto, dare un ulteriore possibilità di ripensamento, soprattutto a me stesso. Lasciare compagni di viaggio a cui voglio un mondo di bene non è facile, 15 anni di storia comune non si cancellano facilmente". "Forse un giorno ci ritroveremo in qualche battaglia insieme, lo spero, oggi però devo andare via. Questa non è più casa mia. Esco dal Movimento 5 stelle con un enorme tristezza nel cuore ma anche con tanta rabbia. Nei prossimi giorni ci sarà modo per parlare e per vederci con chiunque abbia voglia di confrontarsi e di continuare a lottare", conclude. E intanto Max Bugani, volto storico del Movimento e capo staff della sindaca di Roma Virginia Raggi, postando su Facebook il titolo dell'intervista in cui il ministro degli Affari Esteri Luigi Di Maio 'apre' all'ingresso di Giuseppe Conte nel M5S, definendolo un Movimento 'moderato e liberale', attacca: "15 anni di battaglie per diventare una costola di Berlusconi? Un trionfo. Gianroberto Casaleggio in piazza ci fece scandire il nome di BERLINGUER, non quello di Luigi De Mita". Nello stesso post, Bugani pubblica la foto della descrizione che Wikipedia dà del partito di Forza Italia, definendone l'orientamento politico 'moderato-liberale', definizione che Bugani sottolinea in rosso accostandolo così alle parole del responsabile della Farnesina. Duro anche l'ex viceministro M5S allo Sviluppo economico Stefano Buffagni, tra i big del M5S a non essere riconfermato nella squadra di sottogoverno."Dopo questi mesi di gestione disastrosa del Movimento - scrive - dobbiamo lavorare per risollevarlo per non distruggere un sogno che condividiamo da anni! Non molliamo, il paese soffre causa Covid e la priorità sono i nostri concittadini!". "La meritocrazia e competenza va applicata, non annunciata! Facciamolo per i nostri figli!", scrive Buffagni rispondendo ad un post del consigliere lombardo Gregorio Mammì, che su Facebook ha pubblicato una foto dell'ex viceministro al fianco di Beppe Grillo, lamentando di provare "imbarazzo" per le scelte fatte per quello che "doveva essere il 'governo dei migliori'".

Dagospia il 25 febbraio 2021. Da “Radio Cusano Campus”. “Il M5S è privo di rappresentanza legale". Il pronunciamento del Tribunale di Cagliari è arrivato dopo il ricorso di un’espulsa: Carla Cuccu, consigliera pentastellata della Regione Sardegna. L’avv. Lorenzo Borrè, legale della ricorrente, è intervenuto ai microfoni della trasmissione “L’Italia s’è desta”, condotta dal direttore Gianluca Fabi, Matteo Torrioli e Daniel Moretti su Radio Cusano Campus. “Non è una sentenza –ha spiegato Borrè-. Si tratta di un decreto emesso dal tribunale di Cagliari in un procedimento che è appena iniziato e che dovrebbe essere notificato al legale rappresentante del M5S. Ma al momento questo legale rappresentante non c’è perché con la modifica dello statuto il capo politico è stato sostituito con un organo collegiale che però ancora non si è insediato. Il presidente del tribunale non si è espresso sulla validità o meno delle espulsioni, bensì sul fatto che non c’è più il capo politico. Siccome le espulsioni dei parlamentari sono state erogate dal capo politico del M5S, significa che queste espulsioni sono state erogate da un organo che già non esisteva più. Non c’è un organo interno al Parlamento che possa annullare le espulsioni, a questo punto, interpretando in modo forzoso una norma dello statuto del M5S, chi viene espulso dal gruppo parlamentare viene espulso anche dal M5S. Ma questo ragionamento ha una falla perché in caso di espulsione dal gruppo parlamentare l’espulsione deve essere vagliata dai probiviri per valutare se sono state adottate in conformità con quanto prevede lo statuto. Qualche espulso mi ha chiamato per avere dei ragguagli, ma per ora nessuno mi ha dato mandato per il ricorso, so che alcuni si sono rivolti ad un bravo legale di Genova”. 

Alessandro Trocino per il "Corriere della Sera" il 25 febbraio 2021. Il capo politico reggente da una vita, Vito Crimi, è scaduto; per il nuovo direttorio mancano ancora le candidature e non si sa nulla dei tempi; il gruppo si è spaccato e gli espulsi hanno dato vita ad «Alternativa c' è». Come se non bastasse, ad aumentare il clima di entropia arriva la notizia che il tribunale di Cagliari ha sentenziato che i 5 Stelle sono «rimasti privi di rappresentanza legale». Un Movimento acefalo, scisso, disorientato, che aspetta con trepidazione il suo salvatore Giuseppe Conte, che per ora si fa desiderare. Il 17 febbraio scorso, gli iscritti alla piattaforma Rousseau hanno votato per la modifica dello statuto del M5S, introducendo un Comitato direttivo di cinque membri con le funzioni di rappresentanza legale. Il tribunale di Cagliari è stato sollecitato da un' istanza della consigliera regionale della Sardegna Carla Cuccu, espulsa il 27 gennaio scorso con provvedimento firmato proprio da Crimi. I suoi legali, Patrizio Rovelli e Lorenzo Borrè, hanno chiesto la nomina di un curatore speciale del M5S, considerato che all' abolizione della carica di capo politico non è seguito l' insediamento di un nuovo organo. Borrè spiega: «È come se fosse stata espulsa da un fantasma». Quanto basta a uno dei probiviri, la consigliera dissidente Raffaella Andreola, per sentirsi confortata nella sua opinione: «La pronuncia del tribunale va nella direzione da me paventata e cioè della possibilità che vi siano dubbi di legittimità delle espulsioni». Non proprio un buon viatico per cominciare la strada nel nuovo governo, visto che le «tristi vertenze», come le chiama la Andreola, rischiano di moltiplicarsi. Il nuovo Comitato direttivo latita. Crimi non dà notizia, l' associazione Rousseau chiede che si faccia in fretta. Tra i candidati ci sono Danilo Toninelli, Alfonso Bonafede, Fabio Massimo Castaldo e Virginia Raggi. Il Movimento avrebbe bisogno di una guida efficiente in questo momento difficile e anche per questo si sta pensando di modificare la norma che prevede la presenza di un primus inter pares a rotazione, rendendolo permanente. La nuova opposizione intanto si prepara. Alla Camera è nata una componente di 12 deputati, mentre ieri sei senatori del gruppo Misto hanno chiesto la costituzione di una componente, che si appoggerà al simbolo di Italia dei valori, dal nome «L' Alternativa c' è». Mattia Crucioli spiega l' origine del nome: «È la risposta al motto "non c' è alternativa" che fu caro alla Thatcher e che sta alla base di questo governo liberista». L' uscita di una quarantina di parlamentari (dieci sono pronti alla class action ) preoccupa molti, ma non chi spera che si ricostituisca una nuova identità più chiara. Spiega Aldo Penna: «L' uscita può trasformarsi da problema in opportunità, con il passaggio da forza antagonista a forza riformatrice e di governo, senza rinunciare al rigore».

 (ANSA il 22 febbraio 2021) Un gruppo di 5 senatori M5s avvierà una raccolta di deleghe per avviare un ricorso collettivo in Tribunale e chiedere una sospensiva dei provvedimenti di espulsione dal Movimento. A quanto apprende l'ANSA a presentare l'istanza sarà l'avvocato genovese Daniele Granieri che sarà a Roma nelle prossime ore per raccogliere le deleghe e presentare la richiesta ex articolo 700 del codice civile. Al gruppo iniziale di senatori che hanno contattato l'avvocato genovese dovrebbero aggiungersi a breve altri parlamentari anche della Camera. Altri senatori dovrebbero invece fare un ricorso parallelo con un altro avvocato.

Cesare Zapperi per il “Corriere della Sera” il 22 febbraio 2021. «Alessandro Di Battista ora consiglia di fare ricorso. Anni fa sosteneva che i ricorsi erano gli strumenti degli azzeccagarbugli per distruggere il Movimento». Lorenzo Borrè la sua firma in calce a quelle istanze ce la metteva ieri come oggi. Romano, figlio di madre tedesca e padre italiano, avvocato civilista con la passione per la montagna (ha scalato anche la vetta dell'Huayna Potosì in Bolivia, oltre 6 mila metri), ha già assistito una settantina di esponenti pentastellati, da semplici consiglieri comunali a parlamentari, in controversie relative a provvedimenti (in prevalenza, misure disciplinari) adottati dai vertici del M5S. Ed è proprio a lui che si è rivolto Nicola Morra (e altri quattro parlamentari) dopo l'espulsione dal gruppo 5 Stelle del Senato decretato per il suo voto contro la fiducia al governo Draghi. Ma è solo l'avanguardia, perché altri si affideranno alla sua consumata esperienza in materia di contestazione alle norme dello statuto della creatura di Beppe Grillo. Vissuto come nemico, Borrè è stato un attivista del Movimento, tra il 2012 e il 2016. «Da professionista mi ero messo a disposizione. Credevo nelle battaglie e nelle parole d'ordine. Ma ho capito presto che le mie speranze erano mal riposte» spiega il legale. «Non è mai stato vero che uno vale uno. C'è sempre stato un gruppo ristretto di persone che decide tutto». Borrè ha vinto diverse cause (per i consiglieri comunali di Roma Mario Canino e Cristiana Gracio, per esempio) e ha assistito il senatore Gregorio De Falco quando fu espulso. Un utile precedente, visto quel che è successo nei giorni scorsi. «Le sezioni unite della Cassazione hanno stabilito che la magistratura ordinaria non è competente. Deve pronunciarsi quella interna del Senato, la cosiddetta Commissione contenziosa (al momento il ricorso è ancora pendente)». L'avvocato chiarisce che ci si muove su un terreno inedito. «L'espulsione dai gruppi parlamentari non è disciplinata. Stiamo valutando se impugnare il provvedimento con cui i presidenti delle Camere disporranno il passaggio di deputati e senatori al gruppo Misto». Se queste sono le avvisaglie, nelle prossime settimane anche Roberto Fico e Elisabetta Casellati rischiano di dover mettere le mani su una materia che rischia di diventare incandescente perché viene messa in discussione la composizione dei gruppi parlamentari. Borrè è molto severo nei confronti del Movimento 5 Stelle. Ne parla come un amante deluso. «Mi sembrano zombie che camminano, per fare il verso a Beppe Grillo» dice. «Ormai è un Movimento senza identità che ripete parole d'ordine che si sono rivelate prive di significato». Per lui la rottura «sentimentale» si è consumata nel 2014, quando fu rottamato lo statuto che aveva regolato la vita del M5S dalla sua nascita nel 2009. «Fu promulgato un regolamento via blog - sostiene Borrè - che introduceva la discrezionalità assoluta nei provvedimenti disciplinari. Lì per me è iniziato il declino». Secondo il legale degli espulsi le 5 Stelle stanno piano piano tramontando. «Faccio una semplice, amara constatazione: il 95 per cento delle persone che si erano avvicinate con me al M5S se ne sono andate. Che futuro volete che ci possa essere?».

M5s, i senatori espulsi avviano una causa collettiva e preparano un nuovo gruppo: Di Battista si cancella da Rousseau. Libero Quotidiano il 22 febbraio 2021. Alcuni senatori del M5s che sono stati espulsi per non aver votato la fiducia a Mario Draghi hanno deciso di avviare una causa collettiva contro il provvedimento dei vertici. Cinque dei venti "trombati" hanno avviato la raccolta delle deleghe necessarie ad avviare un ricorso collettivo in tribunale: la richiesta è una sospensiva dei provvedimenti di espulsione dal Movimento. A quanto apprende l'Ansa, a presentare l'istanza sarà l'avvocato genovese Daniele Granieri, mentre un altro gruppo di senatori - ai quali si potrebbero aggiungere anche alcuni deputati - starebbero valutando la stessa operazione, ma con un altro avvocato. Nel frattempo è arrivata la conferma ufficiale dell'addio in tutto e per tutto di Alessandro Di Battista. Chi pensava che lo strappo fosse ricucibile si sbagliava di grosso, perché l'ormai ex attivista si è disiscritto dal Movimento. "Ha tagliato l'ultimo cordone ombelicale con i 5 Stelle - ha scritto in un tweet il sempre ben informato Luciano Ghelfi del Tg2 - il suo nome non appare più nell'elenco della piattaforma Rousseau, non è più iscritto. Gli espulsi sono pronti a formare una componente nel Misto alla Camera. Il nome: 'L'alternativa c'è'". "Rispetto gli iscritti, ma stavolta non posso digerire il sì a Draghi", aveva dichiarato Di Battista all'indomani della presentazione della lista dei ministri da parte del nuovo presidente del Consiglio. Dalla formazione del governo in poi i rapporti tra il M5s e Dibba si sono raffreddati sempre di più, al punto da maturare la decisione di uscire autonomamente dal Movimento: il suo profilo non è più consultabile sulla piattaforma Rousseau e quindi non risulterebbe più iscritto al partito fondato da Beppe Grillo e Gianroberto Casalino. 

·        Fratelli coltelli.

Jacopo Iacoboni per lastampa.it il 6 settembre 2021. Alla fine di luglio, mentre Giuseppe Conte nelle definizioni della politica declinava mestamente da “leader del M5S” a “leader in pectore del M5S”, il Movimento ha spedito una mail all’Associazione Rousseau, ossia a Davide Casaleggio, nella quale chiedeva che il nome di Conte fosse iscritto nei registri degli iscritti al M5S. Al momento, infatti, l’avvocato del popolo è leader di un partito nel quale non è tuttora iscritto. La risposta di Rousseau (aka Casaleggio) fu diabolicamente perfida, una risposta automatica del server, «non gestiamo più le liste». E adesso, c’è questo pericolosissimo ricorso degli iscritti, un folto gruppo di grillini napoletani (attenzione: da quella provincia venivano sia Roberto Fico sia Luigi Di Maio), su tre presupporti. Uno: che appunto, Conte non può essere leader di un partito di cui non è parte. Secondo: le votazioni prevedono da statuto la metà degli iscritti – non la metà dei votanti, come effettivamente fu. E tre, prevedono una competizione con più concorrenti, non un’investitura a scatola chiusa. Lorenzo Borrè è l’avvocato che fino a oggi ha vinto tutte le cause più importanti nei ricorsi dei grillini contro il M5S centrale, ossia un tempo Grillo e Casaleggio, e oggi Conte e Casalino. Ha concesso questa intervista a La Stampa. 

Avvocato, Chi sono i ricorrenti?

«Sono attivisti della prima ora, persone che hanno dato anima e cuore per un progetto di democrazia orizzontale ispirato da quel grande visionario che è stato Gianroberto Casaleggio. Lo statuto seicentesco votato ad agosto rappresenta effettivamente la pietra tombale di questo progetto e per i ricorrenti non è ammissibile questa abiura totale». 

Conte davvero risulta ancora non iscritto?

«Sul sito dedicato alle iscrizioni risulta che a tutt'oggi le nuove iscrizioni sono sospese e non ci risulta che Conte si sia iscritto ai tempi della piattaforma Rousseau». 

Quali sono i problemi giuridici che non ha affatto risolto?

«Non si tratta di risolvere problemi giuridici, ma di rispettare le indicazioni date dagli Stati generali, che certo non andavano nella direzione di una nomina del nuovo capo con una votazione a numero chiuso o, peggio, con candidato unico. In base a quale concezione della democrazia si è stabilita  la designazione di Conte come unico papabile?». 

Davide Casaleggio (Rousseau) ha ancora il potere di iscriverlo o non iscriverlo?

«Attualmente Rousseau è stata esautorata dall'incombente. E anche questa scelta dei piani alti del (fu) Movimento è sub iudice».

Come può andare a finire?

«Se il Tribunale accoglierà l'istanza di sospensione cautelare si dovranno ripetere le votazioni». 

Conte vi ha contattato?

«No, mai.  Ma è nell'ordine naturale delle cose: quando viene meno la possibilità di un reale confronto politico, l'opzione giudiziaria diventa obbligata e in quel campo il confronto è tra gli avvocati delle parti».

Scusi avvocato, una piccola curiosità: in tutto questo, Beppe Grillo che fa?

L’avvocato chiede gentilmente di non risponde. Chi lo conosce, ritiene che Grillo gongoli per questo ricorso, anche se – tra i motivi dell’impugnazione – ce n’è uno che riguarda anche l’assenza di poteri al momento della designazione di Conte. In pratica, Grillo ha designato l’avvocato del popolo prima che il nuovo Statuto gli attribuisse i relativi poteri, e è da escludere che lo abbia fatto alle 23 del 3 agosto 2021.

Il sito è in vendita. Movimento 5 Stelle, addio "Tirendiconto": dopo il divorzio Casaleggio-Conte scompare il simbolo della trasparenza. Carmine Di Niro su Il Riformista il 27 Agosto 2021. Era uno dei simboli della “diversità” del Movimento 5 Stelle, quella trovata dal sapore di populismo spicciolo che doveva dimostrare agli italiani come gli eletti grillini fossero diversi dai parlamentari degli altri partiti: loro infatti segnalavano tutte le spese effettuate, oltre alle restituzioni dello stipendio alla comunità, poi investiti in un fondo per iniziative di pubblica utilità. Ma il sito tirendiconto.it, nato per quello scopo, non c’è più. Il portale è in vendita, come riscontrabile collegandosi all’indirizzo con un messaggio in francese della società di web hosting OVH. Una conseguenza dell’ascesa al comando del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte e soprattutto dell’atto che ha preceduto l’incoronazione dell’ex premier, ovvero il divorzio tra M5S e l’associazione Rousseau di Davide Casaleggio. Sul sito fino a pochi giorni fa erano presenti sul sito, proprietà dell’associazione Rousseau, gli elenchi dei parlamentari e dei consiglieri regionali: a tutti era consentito controllare chi avesse restituito parte del proprio stipendio, così come era possibile verificare gli esponenti pentastellati che non avevano dato indietro quanto promesso. Per gli eletti la cifra da restituire è pari a 2.500 euro: mille al Movimento e 1.500 alla “collettività”. Una possibilità che ora non esiste più dopo il divorzio Conte-Grillo-Casaleggio. Proprio l’ex presidente del Consiglio ha assicurato che le restituzioni da parta degli eletti grillini continueranno per le stesse cifre già accordate a inizio legislatura, ma con una differenza non da poco: la verifica non sarà più pubblica, addio trasparenza.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Fratelli coltelli. Francesco Maria Del Vigo l'1 Luglio 2021 su Il Giornale. Questa volta sono stati veramente trasparenti nel trasmettere davanti a tutto il Paese la sceneggiata finale. Il quadretto di famiglia è andato in frantumi e ora, come nella Russia comunista, cercano di sbianchettarsi i volti a vicenda. Alla fine la famiglia grillina è esplosa nel peggiore dei modi. Con i panni sporchi che volano di fronte alla pubblica piazza e i cocci rotti delle stoviglie che schizzano tra carta stampata e studi televisivi. Sì, dobbiamo ammetterlo, questa volta sono stati veramente trasparenti nel trasmettere davanti a tutto il Paese la sceneggiata finale. Il quadretto di famiglia è andato in frantumi e ora, come nella Russia comunista, cercano di sbianchettarsi i volti a vicenda. Insulti e minacce che segnano una frattura definitiva, non più sanabile, un punto di non ritorno. Ma che raccontano anche come, al di là della narrazione ufficiale, le acque dello stagno grillino fossero già agitate e torbide da lungo tempo. Alla fine la grande esplosione che, all'improvviso, ha svelato tutti per quello che sono realmente: fratelli coltelli. Giuseppe Conte, avvocato di provincia fortunosamente catapultato alla presidenza del Consiglio da Beppe Grillo e Davide Casaleggio, che vuole scippare il movimento fondato da Grillo stesso. Un po' come se un dipendente della Microsoft dopo due anni di stage andasse da Bill Gates e gli dicesse: «Fatti da parte, la baracca me la prendo io». Beppe Grillo che, dopo averlo assunto, scopre improvvisamente che Conte «non ha né visione politica, né capacità manageriali. Non ha esperienza di organizzazioni, né capacità di innovazione». Ma va, chi l'avrebbe mai detto? E Conte che, da par suo, si accorge con malcelato stupore che Grillo ha tendenze autarchiche e da padre padrone. Ma va, chi lo avrebbe mai detto (bis)? D'altronde gli elettori dei Cinque Stelle si chiamano grillini, mica contini. È la fase dei risvegli, finito l'amore che acceca si iniziano a vedere tutti i difetti dell'altro. Nella rissa totale si prende due schiaffoni pure Vito Crimi: ieri Grillo ha postato su Facebook un messaggio privato - praticamente una sorta di revenge porn politico da amante tradito - in cui gli dà pubblicamente del cretino e denuncia la sua «controversa reggenza». Salvo poi riapparire in video, poche ore dopo, vagamente più conciliante. Se non ci fosse di mezzo la tenuta di un governo di unità nazionale, ci sarebbe da tirare fuori i popcorn di Matteo Renzi. La stagione del risveglio ha travolto anche un guru della famiglia grillina: Marco Travaglio che, dopo avergli fatto da gazzettiere per un decennio, ora dipinge Beppe come un vecchio isterico da clinica neurologica in piena sindrome di Ceausescu. Si stanno accoltellando tra loro e ne rimarrà uno solo. Di elettore.

Francesco Maria Del Vigo. Francesco Maria Del Vigo è nato a La Spezia nel 1981, ha studiato a Parma e dal 2006 abita a Milano. E' vicedirettore del Giornale. In passato è stato responsabile del Giornale.it. Un libro su Grillo e uno sulla Lega di Matteo Salvini. Cura il blog Pensieri Spettinati.

I grillini e le faide incomprensibili che fanno scappare gli elettori: l'inquietante precedente francese. Renato Farina su Libero Quotidiano l'1 luglio 2021. Occhio alla Francia e al suo fiasco. E non parliamo di calcio nel senso di football, ma di calci nel sedere che i cittadini elettori hanno rifilato ai partiti in quanto tali. I due turni per le elezioni regionali galliche hanno registrato un astensionismo che non ha avuto nessun carattere di protesta, o di nervosismo, ma è stato quanto di più sia mai somigliato allo sbadiglio nella storia della democrazia transalpina. È stato un voto, ha scritto Le Figaro, che ha sì eletto dei presidenti per l'Aquitania e per la Provenza eccetera, ma in realtà ha sancito la "secessione" dei francesi dal loro sistema politico. Alle urne si è recato solo un francese su tre. E dire che si è trattato di elezioni "di vicinato", che implicano interessi immediati, decisioni che pesano sul destino del tuo orticello. Niente da fare, si è comunque battuto ogni record. Cari politici italiani di destra, di sinistra e di centro, di sopra e di sotto, con i vostri bei candidati più o meno civici già bruciati o di là da venire, vi state rendendo conto o no che il rischio clamoroso è quello di aggiudicarvi un trofeo che conta come una patacca, delegittimato in partenza dalla diserzione delle urne e perciò debolissimo? Osserviamo il campo. Il governo Draghi è un'entità che regna da sopra le nuvole. La maggioranza vastissima (il 90 per cento dei parlamentari) su cui si regge è così multiforme e ideologicamente scombinata che accetta quietamente qualunque cosa Super Mario con i suoi scudieri gli ammannisca. C'è una specie di delega universale a prescindere. Come diceva quella pubblicità con Virna Lisi? Con quella bocca può dire ciò che vuole. Per fortuna Draghi non solo dice ma fa e pure bene, tant' è vero che il suo consenso popolare cresce e supera il 70 per cento. Ma tutto questo non fa guadagnare credibilità ai soggetti costituzionalmente abilitati a tradurre la volontà dei cittadini in rappresentanza e in programmi. Parliamo dei partiti, ovviamente. Essi stanno giocando in Italia una partita estenuante, una specie di surplace, in vista delle elezioni municipali delle grandi città del prossimo settembre. Stanno calcolando le mosse per battere l'avversario, e mandare a dama la loro pedina. È come se dessero per scontato che lo stadio sarà pieno e l'incitamento possente a favore dei rispettivi gladiatori. Ehi, forse per l'autunno gli anfiteatri del calcio, finita l'asfissia pandemica, torneranno ad essere la bolgia di una volta. Gli europei attualmente in corso ne sono una prefigurazione. Invece non si avverte nell'aria alcun desiderio di tornare a riempire le piazze per comizi e affini, né tanto meno le cabine elettorali.

Mediocrità. A sinistra le primarie per scegliere i candidati sono state la fiera della mediocrità. Le rincorse amorose di Enrico Letta dei Cinque Stelle hanno dimostrato la sua inconsistenza politica, il suo fiuto piuttosto scarsino lo ha condotto ad abbracciare un leader inesistente come Giuseppe Conte, impegnato da mesi a pretendere l'eredità esclusiva degli escrementi (come tradurre in italiano politicamente corretto le stronzate e i vaffa?) lasciati lungo la strada da Beppe Grillo. I sondaggi danno il Pd al 20 e il M5S al 15? Ma sono una graduatoria che equivale al conteggio dei followers, non hanno consistenza reale. Non fanno massa, ma ologramma. A destra (o centrodestra) va meglio sì ma mica tanto. Certo, l'alleanza dei tre partiti che in ordine alfabetico si chiamano Forza Italia, Fratelli d'Italia, Lega per Salvini (più Cambiamo, Noi per l'Italia, Cdu) è clamorosamente in vantaggio quanto a sondaggi rispetto ai concorrenti. Ma accidenti questa coalizione com' è possibile non riesca a trovare un candidato unitario in cui credere a Milano, Bologna, Napoli e in parecchie altre città e cittadine? Tutti dicono uniti -si-vince, non facciamo il partito unico perché la differenza è ricchezza, ma questo spettacolo di incertezza è dissipazione di quel bene raro che è oggi la fiducia. Un conto è rispondere al telefono o mettere una crocetta su un questionario che ti arriva in casa, come fanno i sondaggi (ricevere una telefonata nel mondo d'oggi, dove non ti vogliono vendere nulla, ma solo sentire un'opinione è molto gratificante, ormai ti telefonano soltanto quelli del gas e della luce). Un altro è dirigersi una domenica mattina alle urne. Perché andare alle urne dopo l'esperienza del Covid è in sé una dichiarazione di fiducia nel sistema, è come andare sulla strada a veder passare il Giro d'Italia invece che guardarselo un momento alla tivù, è un attestato di passione.

Antipolitica sconfitta. E lo spettacolo cui si assiste (finora: non disperiamo di qualche colpo di reni nei pressi del traguardo) non è tanto meglio di quello che in Francia ha preceduto il flop. La volontà di ribellione allo status quo, a Parigi e dintorni, non ha trovato la sua casa nell'opposizione radicale di destra o di sinistra. Il Rassemblement national di Marine Le Pen e La France insoumise di Jean-Luc Mélenchon hanno perso di brutto. In Italia l'antipolitica e l'odio contro parlamentari e affini aveva trovato il caravanserraglio nel grillismo i cui ragli d'asino avevano il loro fascino da gabbia dei matti. Quel tempo è finito. Il rischio è l'astenia, l'abitudine al coprifuoco morale. Gaël Brustier, politologo che va per la maggiore Oltralpe, parla di «domanda passiva di depoliticizzazione autoritaria». L'astensionismo oggi, traducendo la formula in soldoni, equivale a consenso a un governo scolorito purché forte, agisca tipo Draghi- Figliuolo, e non ci rompa troppo los cojones, dicendola stavolta alla spagnola. Al centrodestra va bene così? A quanto pare sì. Allora si vada avanti a invidiare i sondaggi gli uni degli altri, e a bruciare fantocci nel falò delle proprie vanità. 

Da Bersani a Travaglio: il partito di Conte già c’è e va oltre gli ex grillini. La nascita di una nuova forza politica in cui confluire, magari guidata dall'ex presidente del Consiglio, è una manna dal cielo per Art.1. Paolo Delgado su Il Dubbio l'1 luglio 2021. In discussione non c’è il ‘se’ ma il ‘quando’ e il ‘come’. Se anche Giuseppe Conte non volesse dar vita a un suo partito, e si tratta di un periodo ipotetico dell’irrealtà, sarebbe a questo punto costretto a farlo dalle pressioni imperiose che lo spingono da più parti in quella direzione. Ieri le agenzie di stampa erano un florilegio di dichiarazioni pentastellate nelle quali generali e ufficiali confessavano di interrogarsi sulla loro permanenza nel Movimento. Si interroga anche Vito Crimi, un fedelissimo fino a qualche nanosecondo fa, che ora non esita ad azzuffarsi con l’Elevato sulla legalità del voto sulla piattaforma Rousseau. La presa di Conte sugli eletti, o su una percentuale ampia di loro, è indiscutibile ma non c’è solo questo. L’incognita del doppio mandato pesa altrettanto e forse anche di più e chi verrebbe fatto fuori da quelle regola non più aurea è comprensibilmente attratto da un partito che avrebbe spiacevoli limiti del genere. Eppure neppure questo è decisivo. L’elemento chiave, come spesso capita, è la sensazione che quella sia la carta vincente, il carro destinato a correre, all’opposto dell’astro calante del gran capo descritto ormai da molti, inclusi parecchi sin qui adoranti, come una specie di pazzo furioso. La politica c’entra poco, anche perché se ne è discusso poco e niente. Per la prima volta forse nella storia una formazione politica cambia radicalmente il proprio dna senza neppure discuterne, senza che emergano dubbi, necessità di chiarimenti, richieste di chiarificazione. La partita è apertamente giocata solo sul nome del Cesare di turno, quale più adeguato ai tempi e quale passato di moda. Se per capriccio dei sondaggi domani si scoprisse che a tirare è ancora l’uomo del vaffa e non l’avvocato del popolo e se sparisse per incanto la maledizione dei due mandati molti di quelli che ‘ si interrogano’ sul senso della loro permanenza nel M5S si risponderebbero permanendo. Un capitolo a sé merita la sinistra del Pd, oggi concentrata in Articolo Uno, componente (ormai quasi unica) di Leu. Da mesi nessuno esalta e difende Conte con trasporto maggiore di Bersani e del gruppo di ex notabili Pd ritrovatisi più o meno homeless. Neppure i 5S hanno difeso il governo Conte con più veemenza di loro. Nessuno si mostra a tutt’oggi più scettico nei confronti del governo Draghi. In termini di percentuale contano poco, è vero. Ma non ci sono solo i sondaggi e il gruppo di Articolo Uno porterebbe in dote quell’esperienza politica che manca sia a Conte che agli eventuali transfughi dei 5S, una rete di rapporti intessuti nel corso di una militanza a e di una carriera di lungo o lunghissimo corso, una capacità amministrativa, in alcuni casi, indiscutibile nonché un rapporto stretto con i sindacati e in particolare con la Cgil. La loro presenza basterebbe a qualificare come "di sinistra" il partito di un leader al quale la formuletta in questione non si riesce a estorcerla neppure con le tenaglie. Articolo Uno e i suoi leader, Bersani e Speranza, sono convinti da un pezzo che non si possa affrontare l’agone elettorale con il proprio simbolo. Prevedono risultati catastrofici e probabilmente hanno ragione. L’interlocuzione con il Pd è però faticosa e di dubbio esito. L’apparizione miracolosa di un partito nuovo di zecca e che oltre tutto se non proprio di sinistra sarebbe almeno ‘ contro la destra’ li trarrebbe fuori dal vicolo cieco di corsa. Poi c’è Il Fatto, ed è una presenza di primissima grandezza. Per gli elettori reali e potenziali dell’area pentastellata la parola di Travaglio è più o meno Vangelo e Travaglio punta dritto al partito contiano. Era schieratissimo sin dall’inizio ma negli ultimi giorni ha rotto gli argini fino a lanciarsi in un appello agli eletti 5S perché "lascino solo" il Folle che, parola di san Marco, ‘ scambia le allucinazioni per visioni’. Il partito che ancora non c’è insomma ha già un house organ, una massa di parlamentari, un certo numero di ‘ quadri’ e di amministratori esperti. Non basta a fare un partito. Ci vorrebbe un progetto politico, ma a queste facezie non guarda più nessuno. Ci vorrebbe una linea, e lì il guaio è più serio perché il partito di Conte non può essere troppo draghiano anche se gli anti draghiani doc resteranno o torneranno nella casa madre. Ma soprattutto ci vuole un leader e, al contrario delle apparenze, non è affatto detto che ci sia. O almeno non è detto che sia in grado di ricoprire il ruolo. Conte ha gestito peggio di come non si poteva la crisi finita con la sua dipartita da palazzo Chigi. Ha bissato con lo psicodramma della leadership 5S. Nulla autorizzi a credere che si comporti in questo frangente con maggiore perizia. Ma un primo segnale lo si avrà presto. Se come sua abitudine Peppi prenderà tempo e rinvierà la decisione invece di battere il ferro subito sarà il più infausto tra i presagi.

Ma un gruppo di eletti diffida i vertici i grillini. Guerra nel M5S, Crimi sfida Grillo: niente Rousseau, voto per il direttivo su SkyVote. Carmine Di Niro su Il Riformista il 1 Luglio 2021. Beppe Grillo non sarà accontentato. I militanti del Movimento 5 Stelle voteranno infatti il comitato direttivo online ma non sulla piattaforma Rousseau di Davide Casaleggio, bensì su SkyVote. A comunicarlo allo stesso garante è stato Vito Crimi, capo politico reggente, in una mail inviata al comico genovese. La decisione di Crimi è l’ennesimo segnale di contrapposizione tra i parlamentari grillini e il fondatore del Movimento: ieri Grillo aveva tuonato contro il reggente dando un ultimatum di 24 ore per avviare subito le procedure per votare sulla piattaforma di Davide Casaleggio. Una richiesta rispedita al mittente da Crimi, che ha deciso di spostare la votazione su una piattaforma diversa da quella che nelle scorse settimane era stata, a causa dei dati degli iscritti, al centro di un lungo contenzioso finito davanti al Garante della privacy e chiuso col pagamento di circa 250mila euro a Casaleggio da parte del M5S per riavere indietro i dati degli iscritti. Fonti del Movimento fanno sapere che la votazione per eleggere i membri del nuovo direttivo “non potrà avvenire prima di 15 giorni”. Ma le tensioni tra deputati ed eletti pentastellati sono tutt’altro che scemate. A sostegno della richiesta di Grillo di votare su Rousseau è arrivata una diffida da parte di alcuni eletti grillini nei confronti del Comitato di Garanzia del Movimento per avviare la procedura di riconsegna dei dati  alla piattaforma Rousseau e procedere così alla nomina del direttivo sul sistema di Casaleggio. Nella missiva, firmata tra gli altri dalla consigliera regionale laziale Francesca De Vito, dal consigliere napoletano ed ex candidato sindaco Matteo Brambilla e dalla ex probivira Raffaella Andreola, si diffida il Comitato di garanzia “a porre in essere quanto necessario per procedere agli adempimenti prodromici alle votazioni per consentire l’elezione dei componenti del Comitato direttivo tramite voto sulla piattaforma Rousseau”, oltre a diffidare il presidente del Comitato di Garanzia ad “astenersi dall’avviare le procedure per eventuali modifiche statutarie diverse da quelle indicate dagli Stati Generali”. 

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

La crisi del Movimento. “Grillo delira”, persino Travaglio se ne è accorto ed è diventato un uomo triste. Redazione su Il Riformista l'1 Luglio 2021. Alla fine ci siamo commossi. Forse proprio commossi no, però abbiamo avuto un moto di tenerezza. Verso Marco Travaglio, già, verso Marco, e non avremmo mai pensato che questo fosse possibile. Marco è un duro, si spezza ma non si piega, onore, onestà e niente compromessi, mascella sempre a 90 gradi, specie quando conduce la trasmissione Otto e Mezzo, spavaldo, intimorito da nessuno, neppure da Cacciari. Eppure ieri è sbottato. Ha scritto sul suo giornale un editoriale un po’ noioso ma dolcissimo e piangente. Un urlo contro l’ingiustizia. Cioè, contro il suo capo. E il suo capo, lo sapete, è uno e uno solo: Grillo. Tutti gli altri cinque stelle, o Pm che siano, non lo comandano ma gli obbediscono. Non pensano mai da soli ma assorbono e esaltano i suoi pensieri. Beppe no. Beppe è un po’ quello che lo ha creato, che ha fatto la sua fortuna, che ha permesso al Fatto di diventare un giornale di partito importante e che pesa assai nella vita politica. Marco lo ha sempre considerato un maestro. sa di dovergli molto o tutto. Così quando ha visto Grillo che picchiava selvaggiamente, e per di più sorridendo, il povero Conte, e lo sbeffeggiava, e lo umiliava, e lo trattava come mai neppure Il Riformista lo ha trattato, Marco è impazzito. Ha scritto che Grillo delira. ha scritto così: delira perché ha perso il neurologo. Chissà se lui – ancora giovinetto – sa che la battuta sul neurologo è una vecchia uscita nientemeno che di un socialista: di Claudio Martelli. Riferita a Berlinguer. Roba di tanti anni fa, allora Marco andava al liceo, credo, e certo non gli piaceva Berlinguer. Amava Indro, dicono anche Almirante, ma non so se è vero, forse persino Bettino. Possibile che in tutti questi anni non si sia mai accorto che sì, Grillo, ogni tanto, delira? Lo sapevamo tutti. A qualcuno piaceva proprio per questo, qualcun altro, per questo non lo sopportava. Marco se n’è accorto tardi, e ha provato un dolore profondissimo. E ora che si fa? Si segue Conte? O lo si prende per mano? Per portarlo dove? Con Salvini è andata male, con Zingaretti pure, proviamo all’opposizione con la Meloni? Forse farà così. Ma una cosa è certa: Marco non lo vedremo mai più con il suo sorriso beffardo a spiegarci per filo e per segno come funziona la politica italiana, e che Draghi non accetterà mai di fare il premier, e che Salvini ha ragione, anzi torto marcio. Da ieri è diventato un uomo triste. Forse anche più buono. Un po’ più simile a Padellaro, un po’ meno a Scanzi.

Tutti contro tutti. Perché Beppe Grillo e Giuseppe Conte hanno divorziato, cosa sta succedendo nel Movimento 5 Stelle. Aldo Torchiaro su Il Riformista l'1 Luglio 2021. Tutti contro tutti nel Movimento 5 Stelle. Giuseppe Conte dopo gli epiteti con cui Grillo gli ha inferto game, set e match, è andato a sfogarsi al tennis club. Rientra per affidare ai giornalisti che lo attendono tutta la sua amarezza: «Grillo si dimostra un padre padrone». In serata arriva la replica di Beppe Grillo che affida a un video la sua versione dei fatti. «Non sono un padre padrone, ho agito con il cuore per il movimento». E accusa Conte di essersi negato e di aver stravolto il suo ruolo di garante. Poi il messaggio a chi sta pensando di seguire Conte: «Stiamo uniti se possiamo, ma chi vuole fare scelte diverse le faccia in tutta coscienza». Vito Crimi è avvisato. Il proconsole dei contiani è in ordine gerarchico il secondo che deve saltare. In mattinata s’era azzardato a tenere il punto: «Grillo ha indetto la votazione del comitato direttivo impedendo una discussione e una valutazione della proposta di riorganizzazione e di rilancio del M5S alla quale Conte ha lavorato negli ultimi mesi, su richiesta dello stesso Beppe. Pur rientrando fra le sue facoltà indire la votazione, non concordo con la sua decisione». Grillo si è apparecchiato la tavola come Saturno e accende il fuoco per il prossimo dei suoi figli da divorare. Prima di impugnare lo spiedo, lancia un ultimatum: «Ti invito – dice il garante a Crimi – ad autorizzare entro e non oltre le prossime 24 ore, la Piattaforma Rousseau al trattamento dei dati, come espressamente consentito dal provvedimento del garante della privacy e come rientrante nei poteri del titolare del trattamento». Ed ancora: «Nel caso, invece, in cui decidessi di utilizzare subito la nuova piattaforma, sarai ritenuto direttamente e personalmente responsabile per ogni conseguenza dannosa dovesse occorrere al Movimento (azioni di annullamento voto, azioni risarcitorie…) per le scelte contrarie allo statuto che dovessi operare». Si preannuncia insomma un’altra battaglia legale. Con Grillo che ha rimesso al suo fianco Davide Casaleggio («Ho chiesto – ha aggiunto ieri il fondatore M5s – a Rousseau di poter effettuare sulla piattaforma solo due votazioni, quella per l’elezione del Comitato direttivo e quella per la modifica dello statuto, che comunque sarà gestita dal neo eletto Comitato direttivo») e con Crimi che si rifiuta di dare corso alla sua strategia. Anzi il senatore M5s capisce che è il suo momento e diventa cuor di leone. Non solo sostiene che il voto non possa avvenire sulla piattaforma Rousseau, «poiché questa è inibita al trattamento dei dati degli iscritti al Movimento» e «violerebbe quanto disposto dal Garante della privacy» ma si spinge a prefigurare un suo addio a M5s: «Gli avvenimenti di questi giorni, in particolare delle ultime ore, mi inducono a una profonda riflessione sul mio ruolo nel Comitato di garanzia e sulla mia permanenza nel Movimento». Riflessione che nasce anche dopo una telefonata “rovente” con l’ex comico. Grillo lo avverte: «Nella mancanza dell’organo direttivo l’unico autorizzato ad indire le elezioni dello stesso è il garante, e in quanto tale l’ho fatto secondo le sole modalità possibili previste dallo statuto vigente». «Inoltre – continua Grillo – il garante della privacy non ha mai identificato in te il titolare dei dati degli iscritti, essendosi limitato a indicarlo genericamente nel movimento». «Sarebbe proprio il votare su una piattaforma diversa – sostiene ancora – che esporrebbe il movimento, e te in prima persona, ad azioni anche risarcitorie da parte di tutti gli iscritti». Infine: «Come ti ho sempre detto prima di poter votare su un’altra piattaforma è, infatti, necessario modificare lo statuto con una votazione su Rousseau». Crimi non sarà l’unico a fare armi e bagagli e seguire Giuseppe Conte in quella che sembra essere la prossima mossa, la fondazione di un partito «legalitario ma liberale e garantista», come nel mantra che l’ex premier era riuscito a far ripetere a gran parte dei maggiorenti del Movimento. Sono 120 i parlamentari pronti a seguire le sorti dell’avvocato del popolo, secondo fonti qualificate della galassia pentastellata. Sottolineano che al Senato addirittura il 90% propende per l’adesione al partito di Conte. Più complicata la partita alla Camera dove, se venisse votata la nuova guida a cinque, con il possibile ingresso nella stanza dei bottoni dei riottosi Stefano Buffagni, Dino Giarrusso e Nicola Morra, uscirebbe vincente il fronte del garante e Conte perderebbe numeri. Tremano le posizioni più in alto, come quando arriva il terremoto. Il Sottosegretario alle Infrastrutture e Trasporti, Giancarlo Cancelleri, preannuncia la sua uscita dal Movimento. È il primo membro del governo Draghi a farlo. «In queste ore è d’obbligo una valutazione sulla mia permanenza all’interno del M5S, ho contribuito assieme a tanti alla nascita di questo progetto nel quale oggi trovo difficoltà a riconoscermi». Solo uno sfogo? Neanche per idea: «Se non siamo pronti a cambiare idea – aggiunge infatti Cancelleri – vuol dire che non siamo pronti a cambiare nulla e in questo quadro di cose la mia permanenza è esclusa. Oggi non ci sono più le condizioni per potere coniugare la realtà del M5S e Giuseppe Conte finendo in un vicolo cieco e con l’unica prospettiva di un ritorno al passato ormai davvero anacronistico». Non è diversa la scelta di Roberta Lombardi che parla di «una presa in giro che offende l’intelligenza e mortifica l’impegno di tutti, svilisce il grande lavoro e sacrificio di Vito Crimi che ci ha portati fin qui, trasgredirebbe ogni buon senso con il ritorno al voto sulla piattaforma Rousseau che negli ultimi mesi da strumento informatico si è trasformato in soggetto politico che ha condotto un’Opa ostile al M5S». Davide Casaleggio aveva preannunciato due settimane fa di lavorare a un movimento con i dissidenti anti-Draghi, i duri e puri della prima ora. L’Opa ostile, come la definisce Lombardi, adesso scompare per tornare in seno al Movimento che si richiama allo spirito corsaro delle origini. «Una operazione nostalgica», ci dice una fonte interna. Una ridotta della Valtellina dove si tenta il tutto per tutto. Uno a uno, i colonnelli di Conte sfidano il diktat del fondatore, vivono il loro otto settembre. Si schiera Gabriele Lanzi, segretario d’aula a Palazzo Madama, nel direttivo M5S Senato: «Trovo insopportabile la mortificazione di una figura come Vito Crimi. L’atteggiamento di Beppe Grillo nei suoi confronti, così come nei confronti di Giuseppe Conte, è inspiegabile. Beppe sta facendo un danno al M5s». Così anche il capogruppo M5S al Senato, Ettore Licheri: «A Vito Crimi porgo tutta la mia vicinanza in queste ore così difficili per lui e per tutti noi del Movimento 5 Stelle. Provo una grande amarezza». E anche Bruxelles va con Conte: «Sono rimasto sinceramente colpito e amareggiato per le parole ingenerose espresse da Beppe Grillo», dice il vice presidente del parlamento europeo Fabio Massimo Castaldo. Parte l’assemblea dei deputati, il fronte più scivoloso. «Chiediamo a Grillo e a Conte di venire tutti e due alla Camera e spiegarci cosa sta succedendo», prova a sparigliare Buffagni. Si dibatte delle regole con cui affrontare questa fase. Se le danno di santa ragione a suon di regolamenti, deduzioni e cavilli. Chi fa da Cassazione per le vicende procedurali interne è da sempre l’avvocato Lorenzo Borré, che ieri ha vergato a lettere cubitali la sua sentenza: «Rousseau dovrà astenersi dal trattamento dei dati salvo esplicite, specifiche richieste del Movimento», che è – mutatis mutandis – Beppe Grillo. «Il M5S è privo di legale rappresentante e quindi Grillo, con riferimento alle consultazioni in questione, è l’unico legittimato a formulare la “specifica richiesta”», glossa il giurista. Fuori dai cinque stelle, è gelo. Il ginepraio non consente incursioni, ma è il Pd a fare le spese della faida. Base Riformista sembra pronta a chiedere conto a Letta della strategia schiacciata sul ruolo di Conte, quasi fingendo di non aver capito chi era, nel Movimento, a dare le carte. È il responsabile sicurezza del Pd, il deputato Enrico Borghi (membro del Copasir) a invitare i suoi a non giocare con il lutto al braccio. «La prima cosa da fare», scrive Borghi su Facebook, «è archiviare l’idea che possa essere Conte il “punto di riferimento fortissimo” del campo di centrosinistra. Non indossiamo il lutto ma anzi cogliamo la grande opportunità di fare del Pd l’interlocutore naturale e automatico della costruzione di una coalizione di centrosinistra nella quale il profilo riformista sia netto, la leadership dell’alleanza sia saldamente guidata dai Democratici». Sentite tutte le campane, e mancando ancora la voce di Di Maio, a sera si fa sentire anche chi suona il campanile: AdnKronos chiede la sua al Parroco di Di Maio. L’anziano sacerdote è noto come qualcosa di più di un curato di periferia: è il confessore e il confidente del Ministro degli Esteri. La guida spirituale. E le sue parole sono quelle che ha già confidato all’orecchio del suo più celebre parrocchiano: «Grillo è un marziano, Conte accetti i rischi e vada alla rottura, la gente è stanca». Non sarà solo una scissione, si va allo scisma.