Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2021

 

GLI STATISTI

 

SECONDA PARTE

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

  

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

   

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

  

 

 

 

 

GLI STATISTI

PRIMA PARTE

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ricordando Aldo Moro.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ricordando Andreotti.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gli amici di Craxi.

Fine Pena Mai. L’Accanimento giudiziario.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Donne e famiglia.

Politica ed affari.

Le Leggi ad Personam.

La Salute.

La Giustizia.

 

SECONDA PARTE

 

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Prima del Nazismo.

La lunga amicizia tra Hitler e Stalin.

Rosa Luxemburg, l’allieva di Marx.

Al tempo del Nazismo.

Dopo il Nazismo.

Prima del Fascismo.

Comunismo = Fascismo.

Margherita Sarfatti: la donna che creò Benito Mussolini.

Claretta Petacci: l’Hitleriana.

Achille Starace, il regista del fascismo.

Quel fascismo un po' liberale.

Al tempo del Fascismo.

Le cose buone.

Resistenza: la verità sui partigiani comunisti.

Dopo il Fascismo.

Gli eredi di Mussolini.

La Destra omosessuale.

La destra italiana? Parla al femminile.

La Questione Morale.

Antifascisti, siete anticomunisti?

 

 

  

GLI STATISTI

 

SECONDA PARTE

 

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Prima del Nazismo.

Storia. Tutti scontenti: 11 novembre 1918, come finì la Prima guerra mondiale. Da Focus. Ecco come gli accordi di pace stipulati alla fine della Prima guerra mondiale hanno preparato il terreno alla Seconda guerra mondiale. I leader politici che trattarono alla conferenza di pace di Versailles del 1919.

Da sinistra: il generale francese Ferdinand Foch, il Primo ministro francese Georges Clemenceau, il Primo ministro britannico Lloyd George, il Premier italiano Vittorio Emanuele Orlando e il Ministro degli esteri del Regno d'Italia Sidney Costantino Sonnino. Everett Collection / Shutterstock

Alle 11 del mattino dell'11 novembre 1918 finiva la Prima guerra mondiale: la Germania, infatti, stava firmando in quel momento un umiliante armistizio, su un vagone ferroviario vicino a Compiègne. Ma la Grande guerra aveva seminato morte e devastazione in tutta Europa, e gli accordi di pace, mal gestiti, prepararono il terreno a un nuovo conflitto ancora più cruento. La pace del 1918, i trattati e le promesse furono solo una tregua nel corso di uno scontro che sarebbe durato fino alla fine della Seconda guerra mondiale.

MAI UMILIARE IL NEMICO. Può un trattato di pace alimentare un conflitto peggiore di quello a cui pone fine? Certo: qualsiasi accordo postbellico tende d'altronde a lasciare molti scontenti, soprattutto tra gli sconfitti. Quel che avvenne nel 1919, però, è una specie di record. Il trattato di pace che sancì la fine della Grande guerra lasciò infatti amareggiati sia i vinti sia i vincitori, ponendo addirittura le basi per l'ascesa del nazismo e lo scoppio della Seconda guerra mondiale. L'errore più grave commesso nella stesura del documento? Dimenticare l'antico suggerimento di non umiliare mai il nemico – in questo caso la Germania – che non si è in grado di annientare del tutto.

I "QUATTRO GRANDI". Il conflitto si era chiuso l'11 novembre 1918, con la firma dell'armistizio da parte della Germania, e il 18 gennaio 1919 si aprì a Parigi la conferenza di pace che doveva ridisegnare la geografia politica mondiale, regolando i rapporti tra vincitori e vinti. A tal fine, si diedero appuntamento i portavoce di decine di nazioni con in prima fila i "quattro grandi", ossia i delegati delle maggiori potenze vincitrici: Francia, Gran Bretagna, Italia e Stati Uniti. In rappresentanza dei primi tre Paesi vi erano i premier Georges Clemenceau, David Lloyd George e Vittorio Emanuele Orlando, mentre per gli statunitensi partecipava il presidente Woodrow Wilson.

I lavori terminarono il 21 gennaio 1920, ma il giorno "clou" fu il 28 giugno 1919, data della firma del cosiddetto Trattato di Versailles, composto da 440 articoli divisi in 16 parti e così chiamato poiché siglato nella celebre reggia francese. Prima di vedere la luce, il documento fu anticipato da aspre discussioni tra i quattro grandi, che dibatterono a lungo sui confini da assegnare alle varie nazioni e, soprattutto, sulla punizione da riservare alla Germania, considerata responsabile assoluta del conflitto. A scontrarsi furono in particolare Clemenceau, animato da pura sete di vendetta, e Wilson, che sembrava avere visioni più equilibrate.

UNA PACE SENZA VINCITORI. Il premier francese avrebbe voluto smembrare l'Impero tedesco, quello austro-ungarico e quello ottomano – l'Impero russo era invece stato abbattuto dalla Rivoluzione d'ottobre del 1917 – per spartirsene i territori con la Gran Bretagna. Il presidente statunitense mirava invece a una "pace senza vincitori" che si basasse sul principio di autodeterminazione dei popoli. In breve, ogni popolazione sottomessa a una forza straniera avrebbe dovuto scegliere, su base prevalentemente etnica, la propria identità nazionale e le proprie forme di governo. Così, si pensava, sarebbe evaporato ogni motivo di tensione internazionale.

Queste idee erano state riassunte da Wilson nei celebri "quattordici punti", serie di propositi snocciolati in un discorso tenuto nel gennaio 1918, a guerra in corso, davanti al senato statunitense. In proposito, Clemenceau commentò caustico: "Mi dà ai nervi coi suoi 14 punti, quando lo stesso buon Dio si è contentato di dieci". Tra le altre cose, Wilson proponeva di annullare ogni trattato segreto prebellico (caldeggiando una nuova diplomazia "trasparente"), garantire la libera navigazione, favorire gli scambi commerciali, ridurre gli armamenti, liberare ogni territorio occupato con la forza, rettificare le frontiere secondo criteri per l'appunto etnici anziché politici e, in ultimo, creare una "Lega delle Nazioni" per promuovere la cooperazione tra Stati in vista di una pace il più duratura possibile.

UMILIAZIONE TEDESCA. Alla fine prevalsero molte delle idee wilsoniane, ma se la pace fu teoricamente senza vincitori, i "vinti" ci furono eccome. La Germania subì infatti la temuta vendetta della Francia, nazione che più di altre aveva patito gli effetti del conflitto. L'idea era quella di annientare i tedeschi e infliggere loro anche un sonoro schiaffo morale, intenzione evidente fin dalla scelta del luogo per la firma del trattato di pace: la Galleria degli Specchi di Versailles, già sede nel 1871 della proclamazione dell'Impero tedesco dopo la sconfitta subita dai francesi nella guerra franco-prussiana. Per completare la rivincita, la Francia si riprese l'Alsazia e la Lorena, regioni che aveva perso proprio in quel conflitto.

Alla Germania, costretta a sottoscrivere il trattato finale, fu inoltre tolto ogni possedimento coloniale e furono imposte grosse restrizioni in ambito militare: la leva obbligatoria fu sospesa, l'esercito fu ridotto a centomila unità (altre limitazioni riguardarono la marina, mentre l'aviazione fu eliminata) e furono messi al bando gli armamenti pesanti. Non solo: la Germania dovette demilitarizzare la Renania, territorio al confine con la Francia, e concedere a quest'ultima l'occupazione della Ruhr, regione ricca di miniere di carbone. I tedeschi furono infine obbligati a lasciare alla Polonia il territorio della città di Danzica, con relativo sbocco sul Mar Baltico (il "corridoio polacco"). Il capitolo più pesante fu, tuttavia, quello delle riparazioni di guerra: lo Stato tedesco fu obbligato al pagamento di ben 132 miliardi di marchi oro, cifra smodata la cui entità gettò il Paese in uno stato di angoscia e inquietudine, alimentando una profonda crisi economica e i peggiori propositi di vendetta.

TUTTI SCONTENTI. La colpa della guerra, oltre che sui tedeschi, ricadde naturalmente sui loro alleati, in primis l'Austria-Ungheria e l'Impero ottomano, con i quali i trattati di pace furono firmati rispettivamente nel settembre 1919 e nell'agosto 1920. A rappresentare la realtà ottomana, già moribonda, rimase solo la Turchia, che dal 1923 sarà peraltro guidata e "de-ottomanizzata" dal leader nazionalista Mustafa Kemal. Il resto dei territori passò invece sotto l'amministrazione di francesi e inglesi. Allo stesso modo, la pace firmata con gli austriaci portò allo smembramento del loro impero, alla creazione di nuovi Stati autonomi e alla concessione all'Italia di molteplici territori. Tra questi non c'era però la Dalmazia, nonostante fosse stata promessa agli italiani alla vigilia dell'ingresso in guerra (1915). Il motivo? Gli Stati Uniti di Wilson non ritennero valido il trattato segreto che aveva sancito tale accordo (Patto di Londra), proprio in virtù della sua "segretezza". Caddero inoltre nel vuoto le rivendicazioni italiane sulla città di Fiume (oggi in Croazia), e così il malcontento investì anche il Belpaese, pur uscito vincitore dal conflitto. A masticare amaro furono però anche i trionfatori francesi e inglesi: i primi non gradivano di essersi dovuti in parte piegare ai dettami di Wilson, mentre i secondi si sentivano messi in secondo piano dagli stessi francesi. Molti britannici criticarono inoltre le condizioni imposte ai vinti e l'assenza di un piano di ripresa economica. Tra le voci di dissenso spicca quella dell'economista John Maynard Keynes, che nel volume Le conseguenze economiche della pace (1919) parlò di "pace cartaginese", rievocando i duri obblighi postbellici imposti dai Romani ai Cartaginesi al termine della Seconda guerra punica (III secolo a.C.). Se all'epoca la forza di Roma era bastata a garantire la pace, il timore era che in questo caso le potenze occidentali stessero invece gettando i semi di nuove guerre. Su questo punto risultò profetica l'affermazione di Ferdinand Foch, generale francese che nel 1920, commentando il Trattato di Versailles, affermò: "Questa non è una pace, è un armistizio per vent'anni".

UN'EREDITÀ LETALE. Neanche gli americani, entrati tra l'altro in guerra solo nel 1917, ne uscirono soddisfatti, tanto che il senato a stelle e strisce, pervaso da un latente desiderio "isolazionista", rifiutò l'adesione alla neonata Società delle Nazioni prevista dai quattordici punti di Wilson. A ogni modo, la nuova organizzazione intergovernativa, che avviò i lavori già nel 1920, con sede a Londra e poi a Ginevra, vide l'immediata partecipazione di oltre 40 nazioni e, pur non riuscendo a garantire la pace (anche perché dotata di limitati poteri di arbitrato), pose le basi della futura Organizzazione delle Nazioni Unite (che ne prese il posto nel 1945), oltre a valere a Wilson il Nobel per la Pace 1919. Tra le ambivalenti eredità del Trattato di Versailles, un notevole impatto lo ebbe il controverso principio di autodeterminazione dei popoli, che portò sia a un arricchimento nel campo del diritto internazionale sia alla nascita di pericolosi sentimenti ultranazionalisti. Oltre a non assicurare la pace (negli anni dopo il conflitto molti Stati europei conobbero rivoluzioni e nuove guerre), il trattato ebbe inoltre il demerito di nutrire il mostro nazista. Nella sua ascesa al potere, Hitler cavalcò infatti la voglia di rivalsa popolare per le condizioni inflitte dai vincitori, invocando dapprima la nascita di una Grande Germania che riunisse ogni popolo tedesco (in base proprio al principio di autodeterminazione) e scatenando poi, dal 1939, un nuovo conflitto di portata mondiale. Prima vittima illustre fu la Francia, alla quale la Germania rese pan per focaccia: i francesi dovettero infatti firmare la resa, nel 1940, nello stesso vagone ferroviario in cui i rappresentanti dell'Impero tedesco si erano arresi nel novembre 1918. Un altro frutto avvelenato della pace di Versailles.

Questo articolo è tratto da "Frutto avvelenato" di Matteo Liberti, pubblicato su Focus Storia 145 (novembre 2018) disponibile solo in formato digitale. Leggi anche l'ultimo numero di Focus Storia ora in edicola. 11 novembre 2021

Vril, la società del mistero dietro alla nascita del nazismo. Pietro Emanueli su Inside Over il 16 novembre 2021. L’era nazista non è durata un millennio come avrebbe voluto il Führer, ma quei dodici anni sono stati sufficienti a catalizzare l’ingresso della storia dell’Uomo in una nuova età: l’età della Guerra fredda, della decolonizzazione e della fine definitiva e irreversibile del sistema europeo degli Stati. E ancora oggi, dopo quasi un secolo, quella nazista continua ad essere la saga storica che, più di ogni altra – anche più dello scontro egemonico tra Stati Uniti e Unione Sovietica –, solletica maggiormente l’immaginazione e l’attenzione di scrittori e sceneggiatori. I motivi alla base dell’eterno interesse verso il nazismo sono plurimi, poiché spazianti dalla curiosità antropologica alla trasmissione della memoria e dalla ricerca storica alla fascinazione verso il lato misterico e arcano del Mito del ventesimo secolo. Perché il nazismo fu sì odio, sangue e guerra, ma fu anche criptoarcheologia, esoterismo, occultismo, teosofia e ufologia. Perché il nazismo non produsse soltanto Joseph Goebbels, Alfred Rosenberg e Reinhard Heydrich, essendo stato anche il cacciatore di tesori perduti Otto Rahn, lo stregone Karl Maria Wiligut e l’enigmatico Rudolf Hess. Perché il nazismo non fu solo SS e Luftwaffe, ma fu anche Ahnenerbe, Thule e Società del Vril.

Vril come mito

Vril è un termine proveniente dalla mitologia indiana che in Europa compare per la prima volta in un romanzo scientifico del 1871, intitolato Vril. The Power of Coming Race (ndr, in Italia edito come La razza futura) e frutto dell’immaginazione dell’autore inglese Edward Bulwer-Lytton. Vril, in questo romanzo, non ha a che fare con gli uomini, non è una società segreta né una setta, essendo una sostanza vivificante, energizzante, che dona a chi ne fa uso dei poteri magici.

Nel titolo è contenuta la trama del romanzo: Vril, la sostanza che dà la vita (e dei poteri preternaturali), e la razza del futuro, identificata con una misteriosa civiltà dall’aspetto biondo-nordico che vive nella Terra cava e i cui membri si chiamano tra loro Vril-ya. Il protagonista del romanzo verrà a contatto con il Vril e coi Vril-ya fortuitamente, scoprendone la storia e apprezzandone l’evidente superiorità agli esseri umani.

Un romanzo intrigante, avvincente, che avrebbe fatto la fortuna dello scrittore-esoterista Bulwer-Lytton, spianando la strada ai generi fantascientifico e distopico, ma nient’altro che un romanzo. Alcuni contemporanei dell’autore, però, in quel libro avrebbero trovato dell’altro, oltre a del buon intrattenimento: segreti antichi, messaggi subliminali, ricette magiche e indizi utili a raggiungere la Terra cava – tema, quest’ultimo, che all’epoca non era ritenuto così irrealistico.

Il libro di Bulwer-Lytton, in breve tempo, avrebbe riempito le librerie dei comuni mortali come quelle degli esoteristi, degli occultisti, dei massoni, degli appassionati del mistero, esercitando un’influenza notevole sui mostri sacri dell’arcano dell’epoca, tra i quali la genitrice della teosofia Helena Blavatsky e il ricercatore di Atlantide William Scott-Elliot. Un’influenza destinata ad aumentare nel corso degli anni, in particolar modo della Germania prenazista.

Vril come realtà

Vril nasce e muore con Bulwer-Lytton almeno fino a quando, nel 1960, i ricercatori francesi Louis Pauwels e Jacques Bergier avrebbero fatto una scoperta sensazionalistica: dei seguaci della via della mano sinistra della Germania weimariana avrebbero fondato una società segreta con quel nome, giocando un ruolo determinante nel temprare quelli che di lì a breve avrebbero dato vita al nazionalsocialismo.

Quella descritta da Pauwels e Bergier ne Il mattino dei maghi porta il nome di Società del Vril (Vril-Gesellschaft) e la sua storia, da loro ricostruita parzialmente, sarebbe stata la seguente. Fondata durante o dopo la Grande guerra, questa loggia chiusa sarebbe stata il frutto del grembo della Società di Thule e avrebbe stretto legami con le più potenti realtà occultistiche dell’epoca, come ad esempio l’Ordine ermetico dell’alba dorata.

All’indomani della commercializzazione del libro – amato dal pubblico ma stroncato dalla critica per via della carenza di fonti -, i lettori più ostinati, al termine di una scrupolosa ricerca storico-bibliografica, avrebbero trovato le possibili prove a supporto della tesi di Pauwels e Bergier: una società del genere era stata effettivamente menzionata nel 1947 dall’ingegnere aerospaziale Willy Ley.

Ley, che si era trasferito dalla Germania agli Stati Uniti alla vigilia della seconda guerra mondiale, in un articolo pubblicato sulla rivista Astounding Science Fiction aveva raccontato dei suoi trascorsi con il misticismo nazista, facendo il nome di un circolo esoterico ultrasegreto, la Società per la Verità (Wahrheisgesellschaft), i cui membri sarebbero stati alla ricerca del Vril per scopi militari.

A partire dal 1960, causa il lavoro di Pauwels e Bergier e complice l’estumulazione degli scritti di Ley, storici e amatori avrebbero cominciato a scavare più a fondo sulla questione, scoprendo di volta in volta nuove cose e rafforzando, più che diminuendo, la nube di mistero avvolgente la Società del Vril.

Le ricerche successive

La Società del Vril è uscita ufficialmente dal reame della finzione, entrando in quello della storia, soltanto di recente, ovverosia nel 2002, anno della pubblicazione di uno dei libri più importanti mai scritti sul misticismo nazista: Sole nero. Nell’opera, firmata dall’esperto di nazismo di fama mondiale Nicholas Goodrick-Clarke, la storia di questa società viene ripercorsa per la prima volta, con dovizia di particolari, grazie a delle fonti (attendibili) in lingua tedesca.

La storia della Società del Vril, così come ricostruita dalle ricerche dell’oggi defunto Goodrick-Clarke, è la storia di una piccola ma potente setta dedita a pratiche esoteriche e dotata di un nome anonimo: il Gruppo di lavoro del Reich (Reichsarbeitsgemeinschaft). Un nome trasudante burocrazia e giustificato dalla natura della setta: era esoterica, sì, ma operava per conto del governo.

Perché la setta sarebbe stata associata al Vril da Ley, Pauwels e Bergier era risultato abbastanza evidente al professore: i membri credevano fermamente nell’esistenza di questa sostanza, che sarebbe stata utilizzata dagli antichi egizi e dagli aztechi per costruire le piramidi, e dedicarono la vita alla sua ricerca, convinti che potesse essere impiegata per donare ai tedeschi un’intelligenza soprannaturale e permettere ai nazisti di sviluppare delle armi imbattibili.

Riconfermando le tesi di Pauwels e Bergier, Goodrick-Clarke fece risalire le origini di questa società segreta a Thule, collocandone la nascita nel dopo-rivoluzione bavarese – maggio 1919 – e trovandone il casus nativitatis, oltre che nel focus sul Vril, in un maggiore attaccamento alla magia antica, nell’immedesimazione dei membri con i Cavalieri templari e nella credenza alle teorie sugli extraterrestri.

La Società del Vril, in breve, sarebbe stata costituita dagli oltranzisti dell’occultismo di Thule, dalla quale, comunque, non si sarebbe mai separata. Al contrario, i seguaci del Vril avrebbero completato e complementato il lavoro dei progenitori, siglando alleanze fuori – Ordine ermetico dell’alba dorata – e dentro il Vecchio Continente – Signori della pietra nera (DHvSS, Die Herren vom Schwarzen Stein) – e facendo proseliti tra geografi e scienziati. I primi per scoprire dove si nascondesse il Vril e i secondi per poterlo utilizzare.

Curiosamente, ma non sorprendentemente, le teorie dei seguaci del Vril avrebbero riscosso una tremenda popolarità nella Germania prenazista, contribuendo in maniera considerevole al successo di Thule e stregando la prima generazione di nazisti. Tra coloro che avrebbero aderito alla società segreta, perché anelanti a possedere questa sostanza primordiale, nata insieme all’universo, Goodrick-Clarke elencò con certezza il geopolitico Karl Haushofer e il fisico Winfried Otto Schumann, non riuscendo a confermare né a smentire, però, le indiscrezioni sull’appartenenza di Adolf Hitler, Heinrich Himmler, Rudolf Hess, Hermann Goring e Theodor Morell.

Ley, in quell’articolo-denuncia del 1947, aveva definito i seguaci del Vril dei folli, dicendosi scioccato dalla circolazione e dall’influenza di tali teorie negli ambienti del misticismo nazista. Il pubblico ha potuto comprendere pienamente il significato di quella testimonianza più di cinquant’anni più tardi, nel 2002, grazie al lavoro encomiabile del professor Goodrick-Clarke.

Quando il Kaiser e il Sultano proclamarono il Jihad. Emanuel Pietrobon su Inside Over il 16 agosto 2021. Quando si scrive e si parla di strumentalizzazione dell’islam per fini politici e/o terroristici il pensiero va rapidamente a filosofi come Sayyid Qutb, ad attivisti come Hasan al-Banna o ad intellettuali-guerriglieri come Abdullah Azzam. Qutb, al-Banna e Azzam sono appartenuti a tre epoche differenti, sono stati accomunati da una weltanschauung alquanto simile, e hanno contribuito in maniera determinante all’elaborazione di un concetto che politologi ed islamologi avrebbero poi ribattezzato il “Jihād offensivo”. È in errore, però, chi crede che la riformulazione della potente ma ambigua nozione di Jihād, che ha tradizionalmente indicato lo “sforzo spirituale” dei fedeli impegnati a diventare un tutt’uno con Allah, vada imputata alla Triade dell’islam politico costituita da al-Banna, Qutb e Azzam. Perché qualcun altro, molto di prima di loro, avrebbe cercato di sollevare la umma contro gli infedeli con l’obiettivo di dare vita ad un Jihād globale: il Gran Muftì di Costantinopoli (in combutta con il Kaiser dell’Impero tedesco).

La “guerra santa” dimenticata del 1914. Costantinopoli, 14 novembre 1914: l’Europa è sprofondata nella guerra da quasi quattro mesi, cioè da quando Gavrilo Princip ha assassinato l’arciduca Francesco Ferdinando, e il Gran Muftì della metropoli turca ha invitato i fedeli a riunirsi dinanzi al simbolo dell’ottomanità, la Grande moschea benedetta di Ayasofya, perché deve comunicare loro un messaggio importante. Non si sa quanti fedeli islamici abbiano raccolto l’appello del Gran Muftì – che imam di quartiere e muezzini hanno pubblicizzato in lungo e in largo da giorni –, si sa soltanto che all’appuntamento giungono in tanti, tantissimi, decine di migliaia. Costantinopoli è in silenzio, accalcata presso quel sito che secoli prima fu l’emblema della Cristianità orientale e che Maometto II consegnò trionfalmente ai figli di Osman il 29 maggio 1453. L’attesa è snervante: colui che si rivolgerà alla folla oceanica è la seconda figura più importante ed autorevole dell’Impero, perciò non può aver chiesto un incontro con gli abitanti della Sublime Porta senza un motivo valido. Quando la sabbia nella clepsidra finisce, e il Gran Muftì si materializza, cominciando a leggere ai presenti il contenuto di un’ambasciata che impugna tra le mani come se fosse una sciabola, il tempo si ferma, o meglio torna indietro. Torna indietro di secoli, ai tempi delle guerre per la sottomissione della Rumelia, delle battaglie navali per l’egemonizzazione del Mediterraneo e delle guerre russo-turche. Torna indietro di un’era, riportando le lancette dell’orologio ai tempi del Jihād della spada e della prima espansione islamica: ai tempi della guerra santa contro i kāfir e i mushrik, cioè gli infedeli e i politeisti. Il Gran Muftì di Costantinopoli, in estrema sintesi, aveva riunito gli abitanti della Nuova Roma per proclamare pubblicamente un Jihād offensivo, da lui ribattezzato il “Jihād della felicità”, giustificandolo in termini di obbligo coranico, inquadrandolo nel contesto della prima guerra mondiale e rivolgendolo non soltanto ed esclusivamente alla platea ottomana, ma all’intera umma, ovverosia ai musulmani di tutto il mondo.

Coloro che avrebbero risposto a quel takfir sotto forma di dichiarazione di guerra, combattendo anima e corpo i Nemici di Allah – identificati con i membri e gli alleati della Triplice Intesa –, avrebbero ottenuto felicità, onore e mitizzazione sulla Terra e salvezza eterna nell’al di là. Coloro che avrebbero risposto a quella chiamata alle armi, senza saperlo, avrebbero combattuto una guerra santa voluta, più che da Allah, dall’allora Kaiser di Germania, Guglielmo II. L’orientalista olandese Christiaan Snouck-Hurgronje, testimone della Grande Guerra e acuto osservatore degli accadimenti che stavano avendo luogo lungo la Berlino–Costantinopoli, dopo aver riflettuto sul contenuto della fatwa emessa dal Gran Muftì di Costantinopoli, le avrebbe affibbiato un nome più consono: non Jihād della felicità, ma Jihād fabbricato in Germania.

L’Aquila e la Mezzaluna. La Sublime Porta era entrata nella prima guerra mondiale il 31 ottobre, supportando la causa dei cosiddetti imperi centrali, e la proclamazione di guerra santa del 14 novembre avrebbe giocato un ruolo determinante nel persuadere l’opinione pubblica ad accettare il fatto. Perché non era più una questione di politica, ma di fede. E non si trattava più di combattere dei semplici soldati, ma degli infedeli armati.

Affiatati dal movente religioso, i turchi ottomani avrebbero appoggiato en masse le ostilità contro la Triplice intesa e partecipato personalmente e direttamente a quella che era divenuta nottetempo una guerra di civiltà, una guerra santa. I nemici della Sublime Porta avrebbero compreso molto presto le potenzialità mortifere di quella proclamazione di Jihād: lo straordinario dispiegamento di quasi 200mila soldati nel fronte caucasico, la temporanea messa in secondo piano dei dissidi interetnici tra turchi e curdi – con questi ultimi in prima fila nella conduzione dei genocidi armeno e assiro –, la divinizzazione di Enver Pasha e le sollevazioni filo-ottomane in Egitto, India, Maghreb, Caucaso russo e Asia centrale. Berlino avrebbe appoggiato il Jihād offensivo lanciato da Costantinopoli in una varietà di modi, tra i quali risaltano la diffusione di materiale propagandistico filo-ottomano negli spazi coloniali delle potenze della Triplice intesa da parte dell’Ufficio di Intelligence per l’Oriente (Nachrichtenstelle für den Orient), lo sdoganamento dell’islam negli ambienti intellettuali tedeschi – trainato dall’attivismo irrefrenabile di Max Freiherr von Oppenheim (teorico dell'”arma islamica”), Friedrich Naumann e Friedrich Bronsart von Schellendorff – e i tentativi simultanei di infiltrare i moti islamisti nell’Eurafrasia – nell’aspettativa, forse, di profittare del risveglio dei popoli islamici per subentrare culturalmente (e politicamente) ai francesi nel Maghreb, ai britannici tra Egitto ed India e ai russi tra Caucaso e Asia centrale.

Il tramonto della guerra santa turco-tedesca. All’acme del Jihād offensivo lanciato dal Gran Muftì di Costantinopoli, localizzabile nel biennio 1915-16, le campagne di propaganda e mobilitazione totale operate da tedeschi e ottomani avrebbero sobillato Mesopotamia, Africa settentrionale, Asia meridionale e Sudest asiatico, sullo sfondo dei crimini genocidiali perpetrati contro armeni e assiri tra Anatolia e Caucaso dalle truppe turche e dalla gente comune. Apogeo di questa guerra santa di cui nessuno sembra avere memoria, sebbene la sua esistenza sia un fatto storico acclarato e documentato, sarebbe stato il celebre ammutinamento di Singapore. Il 15 febbraio 1915, per quasi una settimana, la componente islamica del quinto reggimento di fanteria dell’esercito anglo-indiano (British Indian Army) si sarebbe sollevata contro il personale britannico. Un episodio culminato con la morte di trenta persone, oltre la metà delle quali di nazionalità britannica, che la storiografia ha poco a poco rivalutato, riletto e reinterpretato, finendo con il contestualizzarlo all’interno di quella chiamata alle armi contro gli infedeli proveniente da Costantinopoli (e della più vasta e altrettanto sconosciuta cospirazione indo-tedesca).

Alla fine, come è noto, il fronte degli imperi centrali avrebbe perso la Grande Guerra, con il Kaiser costretto a siglare una resa ignominiosa e con il Sultano testimone della fine di un’epoca – quella ottomana –, provocata tanto da contraddizioni interne quanto dal genio strategico di Lawrence d’Arabia, il beduino venuto da Londra che riuscì ad annientare la forza siderea del potente richiamo al Jihād della Sublime Porta mettendo La Mecca contro Costantinopoli.

Quando il Kaiser voleva essere il "Grande Fratello". Davide Bartoccini il 27 Settembre 2021 su Il Giornale. Guglielmo II fece allestire una fitta rete di spie per carpire pensieri e segreti dei suoi sudditi all'interno delle taverne del Reich. Egli temeva gli estremisti: ma alla fine dei giochi, adorava impicciarsi di tutto..."I re torturano col vino colui che essi non sanno se sia degno d'amicizia", cantava il poeta romano Orazio, ben prima che assassinassero Giulio Cesare. E Guglielmo II, Kaiser del Reich di cui si celebrano i 150 dalla nascita, doveva aver capito quanto fosse importante “suggere” le verità delle labbra dei sudditi mentre erano ebbri e distolti dai loro dibatti in osteria. Tanto da stabilire un Grande Fratello onnipresente nelle taverne dell'Impero. Molto prima della famigerata Stasi, il servizio segreto che spiò per più di 40 anni la vita dei tedeschi della Germania Est - secondo le stime stilarono ben 5 milioni di dossier - un'altra fitta rete di spie ascoltava segretamente idee e ideali del popolo per annotare ogni avvisaglia che potesse ricondurre ad un estremista, alla maturazione di un dissidente, alla nascita di un pericoloso anarchico o di un possibile cospiratore. A ricordare gli efficienti metodi degli "Spionen", che fa molto fumetto di Bonvi ma è solo una traduzione di spie, è stato il supplemento storico della nota rivista Der Spiegel, che, come ricordato da Italia Oggi, raccontando la vita quotidiana di allora, non ha potuto tralasciare l’efficienza dell’operoso servizio d’informazione agli ordini del Kaiser Guglielmo. Gli occhi e le orecchie di Guglielmi II che venivano mandati nelle osterie per mischiarsi alla classe operaia e carpire idee, passoni, tumulti, e talvolta, i segreti. La missione principale degli spionen doveva essere quella di scoprire quale fosse il giudizio dell’uomo della strada nei confronti del Kaiser. Per scovare detrattori e individuare o mettere sotto sorveglianza possibili rivoluzionari. Ma data la capacità delle spie di infiltrarsi e confondersi perfettamente nelle osterie del Reich - spesso gli agenti si vestivano come i lavoratori imitandone i costumi - la curiosità del Kaiser, e delle alte sfere del neonato servizio segreto tedesco da cui sarebbe nato l’Abwehr prima e la Gestapo poi, finì con ricadere su altre numerose tematiche d'attualità politica all'epoca. Cosa pensavano i sudditi del capitalismo, e della sua critica? Cosa pensavano del comunismo che gonfiava le sue fila nell'impero dello Zar? E del colonialismo? Era fiero, critico o disinteressato nei confronti della cosiddetta “Corsa all’Africa”, o del vessillo con l’aquila imperiale che sventola nella lontana città cinese di Tsingtao? Secondo lo storico Richard J. Evans - che si è imbattuto nei documenti degli archivi della polizia durante alcune ricerche sull’epidemia di colera che colpì l’impero alla fine del XIX secolo - furono almeno 20mila i dossier redatti dalle spie del Kaiser. Uomini che con l'aiuto dei collaboratori assoldati di volta in volta ascoltavano i bevitori nelle taverne in attesa di coglierli in fallo e poter riferire ai superiori chissà quale fervore antipatriottico. Di questi, ben 348 documenti sono stati pubblica nel libro "Kneipegrespräche im Kaisereich 1892-1914", "Colloqui nelle osterie nel Reich" (Rowohlt Verlag). E le segnalazioni, zelantemente annotate, spaziano da affermazioni in discussioni di natura teologica, come sulla paternità del Cristo, a commenti antisemiti, dai giudizi su casi di cronaca nera, agli umori "rossi" dei socialisti che lavoravano al porto di Amburgo. E poi ancora conversazioni, illazioni, mugugni appena percepibili, vaneggiamenti, risse e schiamazzi avvenute nelle taverne di Berlino, di Dresda, di Monaco. Ventidue anni di umori di un popolo che s'incontrava nelle taverne ogni sera, e che a sua insaputa si preparava ad abbandonare la Belle Epoque per ritrovarsi travolto dalle atrocità della Guerra Totale.

Secondo gli esperti che hanno esaminato i dossier redatti dagli Spionen del Kaiser, essi sembrano essere, almeno in più di un'occasione, avvezzi alla "fantasia". Esaltando quisquilie e intessendo trame spesso prive di alcun fondamento, tanto per dare un senso all'infruttuoso servizio di una notte. Del resto i nomi dei "colpevoli" di codeste ciarle da bancone non dovevano essere scritti in calce - a meno che non si scorgesse il profilo di un vero e proprio rischio per quella che oggi chiamiamo "sicurezza nazionale" (in assenza d'imperi). E i veri anarchici, i pericolosi cospiratori e futuri rivoluzionari, già allora si guardavano bene da farsi sfuggire la minima invettiva. Oggi per certe cose, in barba alla tanta decantata privacy, basta ficcanasare sui nostri social network e tra i dati che vengono immagazzinati dai motori di ricerca. Almeno se si vuole dare rette alle rivelazioni del signor Edward Snowden sul controllo delle masse. Sul vero, impalpabile quanto plausibile, Grande Fratello. 

Davide Bartoccini. Romano, classe '87, sono appassionato di storia fin dalla tenera età. Ma sebbene io viva nel passato, scrivo tutti giorni per ilGiornale.it e InsideOver, dove mi occupo di analisi militari, notizie dall’estero e pensieri politicamente scorretti. Ho collaborato con il Foglio e sto lavorando a un romanzo che credo sentirete nominare

Quando la Germania sognava di invadere gli Stati Uniti. Emanuel Pietrobon su Inside Over il 24 settembre 2021. Quella tra Germania e Stati Uniti è una delle storie di amore-odio – più odio che amore in realtà – più intriganti, coinvolgenti e cabalistiche degli ultimi due secoli. Perché l’America, un po’ come la Britannia, la Polonia, il cardinale Richelieu e molti altri, nei confronti di questa piccola ma grande potenza votata per natura e destino all’egemonia ha sempre serbato un timore reverenziale. La storia, in effetti, ha dato agli uomini dell’Europa, della Città sulla collina e del resto del mondo, più di una ragione per avere paura di questa nazione, che, grande la metà del Texas, possiede la quarta economia più grande del mondo – pari a quelle di Brasile e Italia combinate – e, soprattutto, ha alle spalle un breve ma intenso trascorso di tentativi egemonici unici per dimensioni e ripercussioni globali. Motivi che spiegano perché le grandi potenze, dalla Francia di Richelieu agli Stati Uniti di Henry Truman, non abbiano mai fatto segreto del loro desiderio di frammentare la Germania unitaria in tante piccole Germanie. Quando si scrive e si parla di Germania e appetiti egemonici, di solito, il focus è sulla corsa anglo-tedesca agli armamenti, sulla spartizione dell’Africa e sulle due guerre mondiali. Dietro alla storia condensata dei libri di scuola, però, c’è (molto) di più: c’è una potenza dal quoziente imperiale che irradia genialità, che in due secoli ha risaltato per l’elevatezza dei propri machiavelli – come il bismarckiano dispaccio di Ems –, la singolarità dei propri metodi – come il Jihād globale guglielmino-ottomano –, la lungimiranza dei propri calcoli – si pensi al piano Schlieffen – e la profondità strategica insita in alcune delle sue gesta più audaci. L’elenco dei piani follemente geniali concepiti dagli strateghi di Berlino è sterminato e presenta una sezione interamente dedicata ad una regione del globo: le Americhe. Perché il Nuovo Mondo, in particolare gli Stati Uniti, ha sempre esercitato una forte fascinazione sull’immaginario collettivo dei tedeschi, costretti in Europa dalla geografia e traghettati in ogni dove dalla fantasia.

Guglielmo II e l’America. I fatti, alcuni conosciuti, altri semisconosciuti ed altri ancora completamente obliati, sembrano suggerire come, dall’epoca guglielmina a quella nazista, i tedeschi abbiano sognato di possedere un posto al Sole, oltre che in Africa, anche tra le Montagne Rocciose e la Patagonia. Un posto al Sole preferibilmente localizzato nell’America settentrionale, ovverosia negli Stati Uniti. La storia di questa ricerca di un posto al Sole nel Nuovo mondo ha inizio durante l’epoca guglielmina, cioè con la fine dell’equilibrio e della realpolitik e con l’alba della rivalità anglo-tedesca e della weltpolitik. Bismarck, invero, che parlava inglese e nel dopo-guerra di secessione aveva proposto (senza successo) un’alleanza agli Stati Uniti in funzione contenitiva della Francia, non era mai stato guidato da sentimenti antiamericani. Guglielmo II e il suo fido Bernhard von Bülow, però, avevano una weltanschauung radicalmente differente da quella dell’unificatore della Germania. Loro non volevano che il Reich adattasse le proprie politiche alla realtà (realpolitik), volevano che il mondo accettasse l’inevitabilità di un nuovo corso storico (neue kurs) avente al centro Berlino. Una Berlino la cui agenda estera, coerentemente con l’imperativo di plasmare l’umanità, avrebbe investito l’intero globo (weltpolitik). Ed è in questo contesto di riorientamento della bussola dall’Europa al mondo che si piantano i semi dell’antiamericanismo nelle accademie militari e nelle scuole diplomatiche tedesche. Guglielmo II, a differenza di Bismarck, non vedeva nell’America una potenziale amica della Germania – perché influenzata dal sangue e dal pensiero dei britannici, indi votata all’imperialismo e al soggiogamento delle tellurocrazie del Vecchio Continente – e gli sviluppi tardo-ottocenteschi, dal Grande Riavvicinamento (Great Rapprochement) alla corsa al Pacifico, lo avrebbero convinto ulteriormente di ciò.

I tre piani degli uomini del Kaiser. Convinto che, prima o poi, gli Stati Uniti avrebbero profittato del declino del Sistema europeo degli Stati per sottomettere l’Eurasia in combutta con i loro cugini, cioè l’impero britannico, fra il 1897 e il 1903 il Kaiser revisionista avrebbe ordinato ai propri strateghi di formulare una serie di piani per l’invasione. Piani ultrasegreti, di cui il mondo è venuto a conoscenza gradualmente, e che erano stati concepiti al duplice scopo di limitare la presenza a stelle e strisce nel Pacifico e fare breccia nel cortile di casa degli Stati Uniti, ossia l’America Latina. Il primo piano, firmato dal tenente Eberhard von Mantey e formulato tra il 1897 e il 1898, prevedeva una serie di attacchi a sorpresa nella regione geostrategica di Hampton Roads (Virginia), il porto le cui acque non gelano mai e da dove (ancora oggi) salpa la maggior parte delle navi militari dirette verso Atlantico, Mediterraneo e Indo-Pacifico. Paralizzare il centro operativo della Flotta statunitense, secondo von Mantey, avrebbe permesso ai tedeschi di stabilire nottetempo e in totale sicurezza una base nei Caraibi. Base la cui realizzazione sarebbe stata possibilitata dalla cattura di Hampton Roads e da un simultaneo blocco navale davanti alle coste nordamericane. E base che, nell’ottica dello stratega, irradiando potere e influenza in America centrale, avrebbe consentito ai tedeschi di rompere quel senso di inviolabilità regalato dalla geografia agli Stati Uniti, coartandoli a ripiegare dal mondo al loro continente. Il secondo piano, disegnato dal tenente Hubert von Rebeur-Paschwitz all’indomani della guerra ispano-americana per Cuba, può essere ritenuto un’evoluzione naturale del primo. Non la Virginia, ma le aree di New York e Boston avrebbero dovuto essere attaccate, o meglio indebolite a livelli critici a mezzo di una durissima invasione-lampo, perché rappresentanti i due polmoni dell’America. Ridotte ad uno stato preindustriale e private delle loro infrastrutture-chiave attraverso una “demolizione militare controllata”, le due metropoli si sarebbero trasformate in un macigno economicida e Berlino avrebbe potuto approfittare della crisi provocata per rallentare la corsa mondiale di Washington. Guglielmo II credeva a tal punto nel piano di von Rebeur-Paschwitz che nel 1901 lo avrebbe inviato nella costa orientale per esperire attività di ricognizione e spionaggio. Dalla missione in America di von Rebeur-Paschwitz avrebbe preso forma il terzo ed ultimo piano per un’ipotetica invasione degli Stati Uniti. Rivisitato dall’ufficiale navale Wilhelm von Büchsel, l’Operationsplan III prefigurava lo stabilimento di un avamposto fortificato a Porto Rico, progettato per lanciare, in caso di guerra con gli Stati Uniti, un attacco contro il canale di Panama.

L’eredità del Kaiser. Il Kaiser avrebbe riposto i sogni antiamericani nel cassetto nella seconda metà del primo decennio del Novecento, perché costretto dall’aggravamento della situazione in Europa e della competizione imperialistica, per poi tirarli fuori nuovamente allo scoppio della Grande guerra. Durante il conflitto, invero, l’impero tedesco avrebbe tentato per ben tre volte di portare l’insicurezza in casa dell’America: la prima utilizzando la carta messicana (telegramma Zimmermann), la seconda attraverso il Canada (il fallito attentato al ponte ferroviario Saint Croix–Vanceboro) e la terza con gli U-boot (battaglia dell’Atlantico). Il ruolo centrale giocato dagli Stati Uniti nel determinare l’esito della guerra non sarebbe stato dimenticato dall’ala più nostalgica e revanscista del nazionalismo tedesco. Con l’ascesa di Adolf Hitler al cancellierato, invero, gli strateghi del Reich rinato avrebbero recuperato il pensiero di von Mantey sul cuore della Terra nordamericano e sull’importanza delle azioni di disturbo nel monroano “cortile di casa”. A differenza del Kaiser, che il via libera all’espansione nelle Americhe non lo dette mai, il Führer avrebbe tentato l’azzardo più volte – rompendo un tabù in piedi dal 1867, anno dell’esecuzione di Massimiliano I del Messico e della fine della breve avventura latinoamericana di Napoleone III – e, in alcuni casi, toccando con mano il successo, seppure per un momento fugace. Come quando, fra il 1938 e il 1939, i servizi segreti tedeschi tentarono due colpi di Stato in Cile: la Toma del Seguro Obrero e l’Ariostazo. Vinti, i nazisti avrebbero cercato di penetrare nelle Americhe per l’intero corso della seconda guerra mondiale, come ricordano le operazioni spionistiche Bolìvar e Pastorious, il tentato attacco al canale di Panama pensato nell’ambito del Progetto 14 e, ultimo ma non meno importante, la formulazione dell’apocalittica campagna di bombardamento della East Coast nota come Amerikabomber. Da allora ad oggi sono cambiate molte cose. La Germania, ad esempio, che nel secondo dopoguerra è stata accortamente castrata, non brama più di muovere guerre a chicchessia nel nome di un messianismo in salsa tedesca. Una cosa, però, è rimasta immutata, nonostante la storia abbia seppellito sotto una coltre di sangue e ignominia le epoche guglielmina e nazista. Quella cosa è la natura complicata delle relazioni tra Washington e Berlino, che, oggi come ieri, continuano ad amarsi-odiarsi e a guerreggiarsi, sebbene in altri luoghi, con altri mezzi e per altre finalità.

La carica di cavalleria che salvò l'Europa. Andrea Muratore il 2 Settembre 2021 su Il Giornale. A Vienna nel 1683 i polacchi sostennero l'Impero austriaco nel travolgere i turchi nel corso dell'ultima battaglia che salvò l'Europa. Vienna,11 settembre 1683. Sul Monte Calvo, il rilievo del Kahlenberg a poca distanza dalla capitale dell'Impero asburgico, una confusa mischia coinvolge le truppe ottomane intente a porle sotto assedio e le forze dell'imperatore Leopoldo I. L'assedio turco a Vienna, il secondo dopo quello del 1529, è giunto alla sua giornata conclusiva. Oltre un secolo dopo la battaglia di Lepanto, l'Europa si trova davanti alla nuova avanzata del Gran Turco, questa volta via terra. I giannizzeri, le forze speciali più avanzate dell'esercito ottomano, e le forze del duca Carlo V di Lorena, al cui interno spicca un giovane ufficiale che farà carriera, Eugenio di Savoia, combattono con asprezza a pochi chilometri dalla città assediata. Allora si temeva che per l'Europa potesse nuovamente materializzarsi la grande paura dell'invasione turca, ma alla prova dei fatti un solo attacco bastò a cambiare il corso dell'assedio e, a suo modo, la storia. "Gesùmmaria": nel pieno della mischia un grido risuona e in men che non si dica il Monte Calvo è invaso da quella che pare una legione di angeli. Sono cavalieri corazzati, armati di sciabola e di una lancia di sei metri, sulle spalle portano impalcature lignee a cui è attaccata una collezione di piume d'uccello, che formano strutture simili a ali, rendono più imponente il combattente, producono, durante la carica, un sibilo e un fruscio che terrorizzano i nemici. Sono gli ussari alati, l'elemento cardine dell'esercito del re di Polonia Giovanni III Sobieski accorso in salvezza alla città. Quattro battaglioni travolgono i turchi, 15mila uomini restano sul campo, l'esercito ottomano subisce una nuova batosta, questa volta definitiva. Nel 1664 era stato fermato nella sua avanzata dagli eserciti imperiali guidati da Raimondo Montecuccoli (1609-1680) nella battaglia di San Gottardo, in Ungheria, per poi riprendere la marcia in seguito alle pressioni esercitate da Luigi XIV di Francia su Istanbul per prendere l'iniziativa contro l'Impero degli Asburgo. Nel 1683 il freno all'avanzata diventa rotta e si trasforma, negli anni successivi, in controffensiva tra l'Ungheria e i Balcani. Da luglio a settembre andò in scena l'ultima "Grande Paura", il metus di una conquista turca del cuore dell'Europa già diffusosi dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453, il primo assedio di Vienna nel 1529 e la sfida di Lepanto del 1571. La carica dei polacchi diede sostanza all'ultima grande coalizione nata per fini religiosi nella storia Europea, in una fase storica in cui anche il re di Francia aveva da tempo scelto una strada alternativa, come del resto gli schieramenti della Guerra dei Trent'Anni avevano confermato. Così fuori dal tempo e così a sé, l'episodio dell'assedio guidato da Kara Mustafa Pasha non era apparso come un canto del cigno, anzi, ma come la continuazione di una smodata ambizione di dominio da parte dei turchi. Alla prova dei fatti fu un passo più lungo della gamba, una scommessa azzardata che la Sublime Porta pagò con l'inizio del suo declino. Il gap tra le organizzazioni militari europee e quelle turche si era chiuso, l'arte delle fortificazioni aveva prodotto capisaldi pressoché inespugnabili, il calo del morale e dell'organizzazione tuca rese meno sopportabili le perdite. Il primo 11 settembre della storia fu però deciso da un vero e proprio episodio di guerra psicologica: la comparsa degli Ussari terrorizzò enormemente i turchi, ne abbatté il morale, fu vista come un segno divino di punizione. La Lepanto di terraferma fu decisa da un episodio risolutore, e il riflusso della marea turca portò con sé l'avanzata degli stendardi e dei domini degli Asburgo. Affamati di espansione territoriale e del ritorno alla corona di aree cruciali come l'Ungheria. Da allora in avanti, sarebbe stata la politica e la fame di espansione territoriale, piuttosto che il dualismo tra islam e cristianesimo, a guidare l'assalto continuamente condotto da Austria-Ungheria, Russia e altre potenze all'Impero ottomano. Condotto al declino da una batosta irrimediabile dovuta a troppa hybris dei suoi capi militari, convinti che Vienna sarebbe potuta cadere. L'Europa fu in un certo senso salvata un'ultima volta dopo Lepanto: ultima "guerra di religione" d'Europa, l'assedio di Vienna è stata l'ultima battaglia connotabile a toni netti sotto questo punto di vista, e la sua straordinaria natura anacronistica è paragonabile solo al suo ruolo di spartiacque storico. In seguito mascherare la logica di potenza con nobili ideali sarebbe stato molto più difficile: e l'assalto alla diligenza ottomana dei secoli successivi lo avrebbe testimoniato.

Andrea Muratore. Bresciano classe 1994, si è formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano. Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ha conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019. Attualmente è analista geopolitico ed economico per "Inside Over" e svolge attività di ricerca presso il CISINT - Centro Italia di Strategia ed Intelligence e il centro studi Osservatorio Globalizzazione.

Bismarck, il padre di una potenza chiamata Germania. Emanuel Pietrobon su Inside Over il 30 giugno 2021. L’Ottocento è stato il secolo della grande svolta che ha preludiato all’ingresso del mondo nel turbolento Novecento, essendo stato il tempo delle ultime guerre d’indipendenza dei popoli europei, del tramonto dell’impero ottomano, dell’estinzione dello Stato pontificio e della progressiva diffusione degli ideali rivoluzionari di Marx ed Engels. Ma il XIX secolo è stato anche il secolo dei grandi uomini universali come Napoleone Bonaparte, Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord e Klemens von Metternich. Ma soprattutto è stato il secolo di Otto von Bismarck, colui che avrebbe unificato le terre tedesche sotto un’unica bandiera, messo sotto scacco le potenze continentali – in primis la Francia –, posto fine all’anglocentrismo nelle relazioni internazionali e gettato le basi per la trasformazione della Germania in una superpotenza.

La gioventù e i primi passi in politica. Otto Eduard Leopold von Bismarck-Schönhausen nasce nella piccola Schönhausen il primo aprile 1815. Proveniente da una famiglia dell’aristocrazia terriera (junker), il giovane Bismarck cresce ascoltando le gesta del padre – un ufficiale prussiano che aveva partecipato alle guerre napoleoniche – e imparando a conoscere i meccanismi dietro al funzionamento della macchina statale dalla madre – una burocrate.

Trascorre la prima metà degli anni Trenta dell’Ottocento fra Gottinga e Berlino, dove avrebbe studiato giurisprudenza, per poi spostarsi a Potsdam e ad Aquisgrana, due città in cui avrebbe avuto l’occasione di lavorare brevemente per l’amministrazione pubblica. Il suo sogno, però, era un altro: entrare nella diplomazia. Dopo un breve e forzato ritorno a Schönhausen, dovuto alla morte dell’amata madre, nel 1847, per un caso fortuito, viene convocato alla Dieta riunita di Berlino dall’allora re di Prussia, Federico Guglielmo IV. Bismarck, colui che non avrebbe dovuto prendere parte alla Dieta – perché non figurante tra gli invitati originari –, profittò egregiamente dell’opportunità, stregando i partecipanti con la sua oratoria e guadagnando le simpatie dei conservatori per la sua adesione al pietismo. L’anno successivo – il celebre 1848 della Primavera dei popoli –, viene eletto nell’assemblea legislativa scaturita dall’occupazione di Berlino ad opera di Federico Guglielmo IV. E sarà in questo contesto di tensioni domestiche ed internazionali – in particolare con l’Austria –, che Bismarck troverà il modo di farsi strada. Di nuovo, per un caso fortuito – non aveva alcuna esperienza in ambito diplomatico –, nel 1851 sarebbe stato incaricato di rappresentare la Prussia presso la Confederazione germanica. Come già accaduto in passato, l’inesperto ma smaliziato Bismarck avrebbe saputo trasformare l’accidente in destino. Intuendo il declino del polmone austriaco, Bismarck suggerì al re di lavorare nel dietro le quinte per la secessione dei territori tedeschi settentrionali dalla confederazione e lo stabilimento di alleanze spendibili in un futuro di indipendenza. L’idea avrebbe convinto Federico Guglielmo IV, ma non poté essere messa immediatamente in atto a causa dell’ascesa prematura al trono di Prussia di suo fratello, Guglielmo I. Guglielmo I, più liberale del fratello e predecessore, indi più favorevole ad una Prussia integrata in un’entità confederativa con l’Austria, nel 1859 avrebbe inviato Bismarck a San Pietroburgo, eleggendolo ambasciatore, allo scopo di allontanarlo dalla politica interna. La misura punitiva, ad ogni modo, non sarebbe durata a lungo: nel 1862, invero, il re, sopraffatto dall’instabilità politica che affliggeva la piccola Prussia, le cui stanze dei bottoni e i cui seggi parlamentari erano infiltrati da agenti al soldo di Vienna e Parigi, richiamò Bismarck in patria affidandogli la gestione del dossier francese. Una missione che Bismarck avrebbe accettato prontamente e che, di lì a pochi anni, avrebbe condotto le terre tedesche sotto un’unica bandiera. Guglielmo I, il re pentito, richiamò Bismarck in patria nel 1862 per chiedergli di trovare una soluzione definitiva e permanente alla questione francese. Bismarck chiese pieni poteri, cioè la guida del governo, ma ottenne persino di più: il premierato e la titolarità del ministero degli Esteri. Quell’anno ebbe inizio un’epoca che sarebbe durata fino al 1890, plasmando la storia dell’Europa e delle restanti terre emerse. Forte di aver ottenuto carta bianca dall’imperatore, Bismarck si premurò, come prima cosa, di indebolire la posizione austriaca all’interno della Confederazione germanica. Un obiettivo che avrebbe raggiunto in maniera semplice e veloce, ovvero boicottando le sessioni confederative – invalidate dall’assenza della rappresentanza prussiana –, ottenendo la partecipazione della Prussia alla spartizione dello Schleswig-Holstein – funzionale ad evitare l’espansione del regno danese a detrimento prussiano e ad impedire che l’Austria potesse acquisire territori a settentrione – e, infine, convincendo gli austriaci a non rinnovare i trattati che regolavano l’unione doganale tra i membri della Confederazione – una mossa che, complicando l’interscambio, avrebbe aiutato il sistema produttivo prussiano a disaccoppiarsi da quello austriaco. Il diplomatico autodidatta, che aveva imparato la natura delle relazioni internazionali dai libri di storia, consapevole della verità sempreverde dell’amicus meus, inimicus inimici mei, nella seconda metà degli anni Sessanta avrebbe dato il colpo di grazia alle aspirazioni egemoniche di Vienna dando il via ad una partita a scacchi a quattro, cioè includente la neonata Italia e la Francia di Napoleone III.

Dopo aver siglato un’alleanza con l’Italia – destramente persuasa sollevando la questione del Veneto –, Bismarck procedette allo scioglimento della Confederazione germanica – improvviso, sì, ma comunque ritenuto prossimo ed inevitabile dagli austriaci –, il veridico casus belli della guerra lampo austro-prussiana – durata soltanto due mesi, cioè da giugno ad agosto del 1866. La guerra dei fratelli, come fu ribattezzata, si concluse con la sconfitta dell’Austria, costretta ad accettare la sovranità esclusiva della Prussia sui territori a settentrione del Meno e la fine, de jure et de facto, della Confederazione – i cui (ex) Stati membri, poco alla volta, sarebbero stati inglobati da Bismarck. Nell’immediato dopoguerra, al di là di ogni pronostico, Bismarck avrebbe piegato l’imponente Russia di Alessandro II senza colpo ferire. Lo zar, invero, era preoccupato dall’ascesa dirompente della Prussia e aveva minacciato di interferire nel processo di pace austro-prussiano. Bismarck, a quel punto, giocò d’astuzia: intimò al sovrano russo di non intromettersi, convincendolo, paventando lo scoppio di una rivoluzione tedesco-guidata nella Polonia russa. L’anno successivo, nel 1867, Bismarck avrebbe inviato un messaggio alla Francia, il secondo obiettivo della politica estera prussiana. Allestendo una conferenza internazionale a Londra, l’abile diplomatico ottenne che il piccolo Lussemburgo – un dominio sui generis protetto dalle truppe prussiane, amministrato dai Paesi Bassi e desiderato dalla Francia – fosse trasformato in uno Stato indipendente. L’obiettivo di Bismarck, che Napoleone III avrebbe compreso soltanto più tardi, e con insanabile ritardo, era quello di provocare la Francia, incoraggiandola ad avviare una guerra che avrebbe potuto favorire l’unificazione delle terre germaniche. L’incidente del destino avrebbe avuto luogo tre anni dopo, nel 1870, quando i parlamentari spagnoli avrebbero offerto la corona vacante a Leopoldo, parente di Guglielmo I, suscitando le ire di una Francia preda della sindrome di accerchiamento. Con un abilissimo machiavello – il celebre dispaccio di Ems –, Bismarck spinse la Francia a muovere guerra alla Prussia. Contrariamente alle attese di Napoleone III, però, quello che avrebbe dovuto essere un conflitto franco-prussiano si trasformò ben presto in un conflitto franco-tedesco, perché Bismarck, facendo leva sul germogliante pangermanesimo e corteggiando i principi tedeschi più prevenuti, trascinò nei combattimenti l’intera galassia ex confederativa – con l’eccezione dell’Austria. Sconfitta la Francia e negoziati i termini dell’adesione al futuro Stato tedesco con ogni singolo principe dei territori germanici, il 18 gennaio 1871, con l’incoronazione a Versailles di Guglielmo I, nacque ufficialmente l’impero tedesco, di cui due mesi più tardi Bismarck sarebbe divenuto cancelliere. Fatta la Germania e (già) fatti i tedeschi, nonché ridimensionati gli austriaci e piegati i francesi, Bismarck avrebbe dedicato il ventennio successivo al consolidamento dello Stato – dotato di un primitivo e avanguardistico sistema welfaristico e proiettato verso la modernità via investimenti nelle industrie bellica, pesante e navale –, all’addomesticamento delle potenziali quinte colonne – dalle campagne repressive contro socialisti ed anarchici al Kulturkampf contro la Chiesa cattolica, funzionale a ridurre le aspirazioni autonomistiche della Bavaria, potenzialmente strumentalizzabili da potenze cattoliche come Francia e Austria – e all’accrescimento della potenza tedesca sul piano internazionale – reso possibile spostando da Londra a Berlino le conferenze internazionali, rispolverando il pangermanesimo per ricostituire l’antico legame con l’Austria e creando una cinta muraria a difesa della Germania, e a latere dell’ordine bismarckiano, per mezzo di alleanze e intese cordiali con chiunque, dalla Francia alla Russia, e dovunque, dal Medio Oriente all’Africa. Morì il 30 luglio 1898, sopravvivendo alla moglie e all’amato kaiser, dopo aver trascorso gli ultimi mesi a lavorare ad un ultimo capolavoro, questa volta autobiografico: Pensieri e ricordi di Ottone Principe di Bismarck (Gedanken und Erinnerungen).

Le lezioni di Bismarck. Otto von Bismarck ha lasciato una mole di insegnamenti alla posterità, un bagaglio immane di lezioni in materia di statismo, diplomazia, strategia e geopolitica da cui sarà possibile attingere per sempre. Perché, oggi (e domani) come ieri, il vissuto del padre della Germania (ci) rammenta che:

Il caso può essere destino – quando un incarico viene ottenuto per una questione di fortuna, che si tratti di un seggio parlamentare o di un posto diplomatico, si colga l’occasione per dimostrare il proprio talento ai superiori (e meritare il titolo vinto fortuitamente) in luogo di comportarsi come dei supplenti disinteressati a cristallizzare la propria posizione;

Ogni Golia ha il suo Davide – una piccola potenza in ascesa può costringere all’inazione anche una grande potenza consolidata se in grado di riconoscere (e utilizzare) un jolly quando si presenta, come può essere una minoranza etnica da sobillare a scopo destabilizzativo;

L’importanza di non colpire per primi – il supporto della comunità internazionale ad una guerra può variare grandemente sulla base del suo essere offensiva o difensiva, perciò se l’intenzione è quella di ottenere una mobilitazione a proprio favore si potrebbe provocare il rivale sino a condurlo a dichiarare guerra, trasformandolo da vittima a carnefice e vincendo il sostegno di Stati altrimenti disinteressati ad entrare nel conflitto;

L’importanza dell’identità – fattori quali religione ed etnia possono essere strumentalizzati per trascinare in una guerra a due, e squisitamente politica, degli Stati gemelli o parenti dal punto di vista civilizzazionale, convertendo il conflitto in tutti contro uno;

L’imperativo della profondità strategica – i rivali vanno isolati preventivamente a mezzo di intese e alleanze con i loro nemici, ovunque si trovino e chiunque siano, nel nome dell’amicus meus, inimicus inimici mei;

Il corteggiamento è un’arma – un partner titubante e diffidente può essere spronato a prendere una posizione chiara e netta facendo appello ai suoi appetiti irredentistici e/o egemonici, mettendo l’esaudimento dei suoi desideri al centro del tavolo negoziale.

Più di ogni altra cosa, però, Otto von Bismarck (ci) ha insegnato che tutto è possibile. Che un giovane autodidatta può ingannare chi nella diplomazia è nato e cresciuto. Che l’astuzia può avere la meglio sulla forza bruta. E che, soprattutto, le relazioni internazionali sono imprevedibili: perché un ordine plurisecolare può essere spezzato in un decennio.

Da Bava Beccaris a Bresci. Anatomia di un regicidio. Giorgio Ferrari ricostruisce il lungo percorso che ha portato all'attentato a Umberto I. Matteo Sacchi - Sab, 27/02/2021 - su Il Giornale. Monza, 29 luglio dell'anno mille e novecento, due destini si incrociano: quello di Umberto I di Savoia, re d'Italia dal 1878, e quello di Gaetano Bresci, anarchico e figlio di contadini. Tre colpi di pistola - in rapida sequenza, e a breve distanza - contro il Re in carrozza, che saluta la folla venuta ad assistere ad un saggio ginnico, troncano la vita del monarca. È un attimo. La carrozza tenta la fuga, il Re dice «Non credo sia niente» e poi si accascia, la gente inferocita cerca di linciare Bresci che balbetta «non sono stato io». Lo salverà, arrestandolo, un maresciallo dei carabinieri, Andrea Braggio. Bresci non oppone resistenza e solo a posteriori, salvato dai bastoni, dirà la celebre frase: «Io non ho ucciso Umberto. Io ho ucciso il Re. Ho ucciso un principio». Quella scena accaduta nell'afosa serata estiva di Monza che cambierà la storia d'Italia è solo l'ultima di un dramma iniziato ben prima. Per rendersene conto a 120 anni dalla morte di Gaetano Bresci, forse (e il forse è d'obbligo) suicida nel carcere di Santo Stefano a Ventotene, c'è un libro che ricostruisce non tanto il regicidio, quanto l'intricato percorso sociale e politico che ha portato a esso: Uccidete il Re Buono. Da Bava Beccaris a Gaetano Bresci (Neri Pozza, pagg. 272, euro 18) di Giorgio Ferrari. Ferrari, inviato speciale ed editorialista, cesella con precisione certosina il contesto europeo e internazionale in cui è maturato l'attentato. L'impressione che se ne ricava è che molte delle tensioni politiche e ideologiche del Novecento, nonché il militarismo e la violenza che ha portato alle Guerre mondiali, abbiano solide radici nel secolo precedente. I tre proiettili (ma c'è stato anche chi ha parlato di un quarto colpo) che uccisero un Re schiacciato dall'ombra di suo padre, il vitale e battagliero Vittorio Emanuele II, sono stati fusi tanto nello stampo dell'anarchia che in quello del militarismo bismarckiano. Umberto I avanza verso la morte seduto sulla carrozza, azzimata ma traballante, di una monarchia dalle grandi ambizioni, eppure a capo di un Paese fragile e diviso. Mentre si susseguono gli scandali economici, buon ultimo quello che travolgerà il governo Giolitti e la Banca Romana nel 1893, la corte coltiva sogni di gloria militare, una politica di forza che emuli quella di Berlino. Una sudditanza mentale nata ben prima di quella di Mussolini nei confronti di Hitler. Le ambizioni coloniali, portate avanti dal governo Crispi, si colorano subito di scelte velleitarie con risultati disastrosi: basti ricordare la battaglia di Adua del 1896, dove le truppe italiane vennero travolte da quelle del Negus Menelik II. I costi di queste scelte finirono inevitabilmente per cadere sulle classi popolari. E per sedare la loro rivolta non si esita ad utilizzare il cannone, come fece a Milano il generale Fiorenzo Bava Beccaris nel 1898. Ne ricevette in cambio da Umberto I l'ingresso nel senato del Regno. Ma lui e il Re ne ottennero anche una profetica canzone popolare: «Deh, non rider, sabauda marmaglia:/ se il fucile ha domato i ribelli/ se i fratelli hanno ucciso i fratelli/ sul tuo capo quel sangue cadrà». Non si può ridurre tutto a questa inutile repressione violenta o alle ambizioni di guerra di Umberto e di Crispi. Da anni il regicidio tentato o riuscito era diventato prassi comune in Europa. La sua teorizzazione ultima era stata fatta dall'anarchico Bakunin. E le messe in pratica sono troppe per elencarle, basti dire che prima di Bresci già altri due anarchici avevano tentato di assassinare Umberto I: Giovanni Passannante e Pietro Acciarito. Un meccanismo politico, nato dalle rivoluzioni borghesi o dai moti di unità nazionale, si era inceppato e veniva sostituito da una propaganda che vedeva nello Stato solo oppressione. Una propaganda che in Italia poteva saldarsi anche con una serie di movimenti con cui i Savoia avevano volentieri flirtato, almeno quando si trattava di abbattere monarchie altrui. Scriveva Errico Malatesta in morte di Bakunin: «L'idea della violenza, anche nel senso dell'attentato individuale che in molti ritengono peculiare all'anarchia, proviene in realtà dalla democrazia: è sufficiente essere democratici per adottare la rivolta, anche armata, contro l'oppressione. Prima di accogliere gli insegnamenti di Bakunin gli anarchici italiani hanno ammirato ed esaltato figure come Felice Orsini e i coups de main di Mazzini e Garibaldi e dei cospiratori risorgimentali». Umberto I vittima anche del Risorgimento oltre che del desiderio impossibile di eguagliare i successi del Padre. E forse l'unico difetto del libro è di essere davvero severo, nella chiusa, sulla figura di questo monarca. Certo, fu un Re dandy che poco capì del Paese, come scrive Ferrari, ma a lasciarlo scivolare in quella trappola fu una intera corte di sonnambuli. Errori commessi anche con l'ausilio di certi intellettuali, come Carducci, che andavano in sollucchero per la regina Margherita, senza intuire lo iato tra Paese reale e monarchia. Alla fine pagarono con la vita i manifestanti milanesi, i soldati di Adua, il Re e lo stesso Gaetano Bresci. Altri, altrettanto responsabili, da Crispi a Bava Beccaris o al generale Luigi Pelloux, passando anche per molti insurrezionalisti da divano, o avidi bancarottieri, se la cavarono senza pagare dazio alcuno o quasi.

Le spiagge invase dai cadaveri: l'inferno della battaglia di Gallipoli. Nel febbraio del 1915 iniziarono le operazioni per invadere la penisola di Gallipoli. Le forze alleate provarono a occupare la terra in mano agli ottomani: si risolse in un bagno di sangue. Lorenzo Vita - Gio, 25/02/2021 - su Il Giornale.  Il 17 febbraio 1915 due aerei decollano dalla portaidrovolanti britannica Hms Ark Royal per osservare le difese ottomane nella penisola di Gallipoli. Un volo breve che serve a confermare i piani degli strateghi inglesi, convinti che solo un'azione di forza avrebbe costretto gli ottomani a capitolare lasciando entrare gli Alleati a Costantinopoli dopo il blocco dei Dardanelli. Lì dove il mito racconta che nacque Dardano - colui che diede origine alla dinastia che regnò su Troia - la terra e il mare si uniscono in un affascinante insieme di colori. Il blu del mare, il giallo ocra della sabbia, il verde degli arbusti si fondono in un mosaico che agli occhi dei piloti britannici appare perfetto per colpire con l'operazione pianificata da Londra. Le fortezze ottomane sembrano buone, ma non inespugnabili. Gli idrovolanti eseguono alcune perlustrazioni individuando i punti che considerano più facili da colpire e quelli più complessi, dove è necessario l'intervento delle navi della flotta Alleata. Le difese turche sono state rinforzate da poco. i consiglieri militari del Kaiser hanno spiegato agli ottomani dove blindare i Dardanelli: i forti di Sedd el Bahr e Kum Kale osservano l'imboccatura dello stretto; mentre nella parte meno ampia, dove i Dardanelli sono larghi all'incirca un miglio, l'artiglieria turca offre un linea del fuoco molto più impegnativa, con due fortezze, quelle di Kilid Bahr e Çanakkale, a colpire ogni nave nemica che sceglie di solcare le acque degli stretti. Ottantamila uomini appartenenti alla Quinta armata ottomana, di cui una delle divisioni è comandata da Mustafa Kemal, sono stanziati sul fronte in attesa di una possibile invasione. La marina, ormai azzerata, non è in grado fornire un vero muro alle mire Alleate. Tornati sulla Ark Royal, i piloti degli idrovolanti sono convinti di aver svolto il lavoro nel miglior modo possibile. La missione è stata compiuta, certo. Ma nessuno può immaginare il destino che aspetta quella campagna rimasta nella storia come una delle peggiori disfatte dell'Impero britannico. Nella nebbia delle rive del Tamigi, il governo inglese, con Winston Churchill all'Ammiragliato, ragiona da anni sulla possibilità di colpire la Mezzaluna nel cuore del suo potere marittimo: il controllo degli Stretti. Solo quella prova di forza avrebbe piegato definitivamente la Sublime Porta. Churchill però non aveva fatto i conti con la possibilità che il blitz sognato da Londra si sarebbe trasformato in un bagno di sangue di quasi un anno. Con le prime luci dell'alba del 19 febbraio, un cannone turco spara il primo colpo contro la flotta anglo-francese posizionata davanti alle coste della penisola di Gallipoli. Due ore dopo è la corazzata britannica Cornwallis alle 9:51 a lanciare un nuovo proiettile. La Royal Navy si rende conto che la distanza non permette di colpire i forti turchi: è necessario avanzare rischiando di rimanere inerti di fronte all'artiglieria ottomana. Il 25 febbraio, dopo una settimana di mare in burrasca e piogge torrenziali, la flotta Alleata riprende gli attacchi: la situazione però non è così semplice come appariva a Londra. I forti ottomani sono ben nascosti e diventa impossibile attraversare gli stretti senza rischia di vedere colare a picco le navi impegnate negli scontri a fuoco. Per settimane gli anglo-francesi provano a dragare i Dardanelli e fanno sbarcare alcune piccole guarnigioni di fanteria per distruggere i forti abbandonati dagli ottomani, ma l'impressione è che non sia possibile forzare così facilmente quello stretto che basa tutta la strategia di Costantinopoli. Un mese dopo, quando il mare offre condizioni meteo più favorevoli, l'ammiraglio John de Robeck lancia l'attacco generale. Gli Alleati schierano 18 corazzate, più altre navi di appoggio. La flotta ingaggia un durissimo scontro con le fortezze ottomane, ma il tributo pagato dalle marine francese e inglese è pesante: affondano tre corazzate, devastate da una barriera di mine, mentre altre navi sono rese inutilizzabili dalle bombe. De Robeck ritiene che non sia possibile arrivare con la flotta davanti Costantinopoli e ferma l'operazione navale chiamando Londra: è il momento dello sbarco dell'esercito. Una scelta che si rivela funesta perché l'impero, in realtà, è praticamente stremato. I cannoni sono quasi inservibili e gli operai delle fabbriche di munizioni sull'orlo della rivolta. Ma a Londra non lo sanno e accettano la linea dell'ammiraglio. Il 25 aprile, un esercito composto da australiani, britannici, francesi e neozelandesi sbarcano sulla penisola di Gallipoli. Sei spiagge diventeranno presto la tomba per decine di migliaia di giovani. La sabbia di Gallipoli si comincia a colorare del rosso del sangue di questi giovani inviati come forza anfibia in terra turca, mentre gli ottomani resistono pagando anche loro un enorme tributo in termini di vite. Interi reparti vengono annientati dai fucilieri ottomani che, dall'alto dei pendii a ridosso delle spiagge, colpiscono ogni soldato che capita a tiro. Una carneficina che diventa immediatamente un'immagine orrenda: le cronache narrano di un odore nauseabondo che si sprigiona dalle trincee scavate tra la linea ottomana e il mare. I cadaveri si ammassano lungo le linee di fuoco mentre tra le truppe dei dominions britannici e quelle anglo-francesi si accendono epidemie di tifo e dissenteria. In poche settimane, quasi 15mila soldati Alleati muoiono semplicemente per avanzare poche centinaia di metri. Il giovane Mustafa Kemal, che è riuscito a evitare che gli ottomani compissero l'errore di sottovalutare alcune mosse degli occidentali, ha escogitato una resistenza senza precedenti. E nel frattempo, insieme ai cadaveri, aumentano a dismisura anche i feriti e moribondi che non sono più in grado di essere curati. Dopo mesi di resistenza senza tregua degli ottomani e tentativi di assalti Alleati finiti nel nulla, le forze che avevano tentato di prendere la penisola di Gallipoli sono costrette a evacuare. È impossibile dare una cifra esatta dei morti. Secondo le stime, si potrebbe arrivare anche a mezzo milione di vittime, considerando i morti per malattia che erano sopravvissuti al fuoco delle trincee ma non alle malattie esplose al loro interno. Altri studiosi ritengono che almeno centomila soldati morirono in combattimento, ma probabilmente sono stime viste al ribasso. Un conteggio che non è mai finito, così come il ricordo che è sempre presente nei Paesi coinvolti nella devastante campagna militare. Per la Turchia quell'ecatombe rappresenta la rinascita pagata col sangue dei martiri. Per i Paesi occidentali un incubo che non va dimenticato. Oggi, in migliaia sono sepolti lì, di fronte al mare, dove le loro tombe vengono scalfite dal vento, dal caldo e dalla salsedine che oggi: gli stessi elementi che più di un secolo fa segnarono i corpi di quei giovani caduti.

Francesco Carella per "Libero quotidiano" il 26 gennaio 2021. Le riflessioni sul Giorno della Memoria non possono che ruotare intorno alle domande che ossessionano l'umanità dacché furono abbattuti i cancelli di Auschwitz il 27 gennaio 1945. Come è stato possibile che Adolf Hitler abbia potuto impossessarsi di uno dei Paesi occidentali culturalmente più sviluppati e portare avanti il programma di sterminio della popolazione ebraica con il consenso della stragrande maggioranza dei tedeschi? Una pagina unica nella storia che ha segnato la più drammatica eclissi dei valori mai verificatasi nei tempi moderni. E ancora: quale forma di cecità colpì i maggiori leader delle democrazie europee per non avere riconosciuto fin da subito la reale natura del fenomeno nazionalsocialista? Era convinzione diffusa presso le diverse Cancellerie che Hitler fosse solo uno scaltro agitatore senza alcuna capacità di governo, ancorché abilissimo nello sfruttare la frustrazione tedesca seguita ai pesanti Trattati di Versailles. Tutti erano pronti a giurare che sarebbe stato abbandonato al suo destino di demagogo, una volta superata la fase acuta della crisi economica, e sostituito dai tradizionali gruppi di potere della Germania.

Esagerazione. D'altronde, ancora nel 1937 il premier britannico Neville Chamberlain invita i suoi interlocutori, sia interni che internazionali, a "non vedere in Hitler null'altro che l'autore del Mein Kampf. Di più sarebbe un'autentica esagerazione". E dire che il futuro Führer si occupa della "questione ebraica" già nel lontano 1919, come ricorda lo storico Ian Kershaw in Hitler e l'enigma del consenso. Infatti, il 16 settembre di quell' anno partecipa a un seminario sul capitalismo organizzato dall'esercito e su sollecitazione di un ufficiale decide d'intervenire con una lettera che costituisce la prima testimonianza scritta delle sue idee sull'argomento. In quella missiva, dopo avere premesso che «il potere degli ebrei rappresenta l'espressione massima del potere del capitale», egli parla degli «ebrei come razza» e sostiene «la necessità di combatterli con strumenti razionali, piuttosto che in modo emotivo». A tal fine, si legge più avanti, «sarebbe necessario abolire tutti i diritti riconosciuti dalla legge ed estirpare la razza ebraica in quanto tale». Due anni dopo le medesime idee diventano parte integrante del programma del partito nazionalsocialista, mentre nel corso di un discorso pubblico tenuto nell'agosto 1920 Hitler ribadisce, in modo sprezzante e senza esitazione, che «non ci si deve illudere di combattere una malattia senza rimuoverne la causa. Essa continuerà ad avvelenare la nazione fino a quando la sua causa organica, l'ebreo, non verrà rimossa dal nostro seno». Per tacere di quanto scrive nel Mein Kampf, laddove si dice convinto che sarebbe stato possibile salvare la vita di un milione di tedeschi durante la Prima guerra mondiale se «solo fossero stati sottoposti al gas venefico dodici o quindicimila di questi ebrei corruttori del popolo». Come s'intuisce da questi passaggi era davvero difficile coltivare dubbi sui suoi propositi. Egli aveva in mente, fin dall'inizio, l'idea aberrante della "soluzione finale".

Trattato di Versailles. Tuttavia, nessuno dei leader democratici del Vecchio continente ne comprese appieno le potenzialità distruttrici. Si lasciò, viceversa, mano libera al punto che il Führer ottenne già nel '34-'35 il superamento di gran parte delle limitazioni imposte dal Trattato di Versailles, riuscendo, in tal modo, a indirizzare ingenti risorse economiche verso la costruzione di un apparato militare indispensabile per realizzare i piani di guerra. Si raggiunse il culmine della sottovalutazione nel settembre 1938, quando con il Patto di Monaco le democrazie avallarono il forzato passaggio della regione dei Sudeti sotto il controllo tedesco. La catastrofe dietro l'angolo era pronta a esplodere. «Il nazismo», - scrive Ian Kershaw, «non fu il prodotto dell'immaginazione di un solo uomo, ma una forza immanente allo stesso sistema di potere nazionalsocialista. Se nella società tedesca non ci fosse stata un'ampia disponibilità, diffusa anche fra i più scettici e i più tiepidi, a lavorare per il Führer - in modo diretto o indiretto - la forma peculiare di potere personale esercitata da Hitler si sarebbe trovata priva di fondamenta sia sociali che politiche. Egli non fu un tiranno imposto alla nazione, ma un leader sostenuto dalle masse tedesche». A tal proposito, lo storico americano, Daniel Jonah Goldhagen, parlò in un libro di qualche anno fa - suscitando reazioni furenti in Germania - di «volenterosi carnefici di Hitler». Mentre l'antisemitismo continua a essere presente in Europa, ma non solo, vale la pena di ricordare con Joachim Fest - autore di una monumentale biografia di Hitler - che «il Male esiste e che esso può presentarsi sulla scena pubblica con le sembianze di un essere umano. È la cosa più inquietante che ho capito studiando il nazismo e il progetto di stermino degli ebrei». Ammoniva, con amarezza, Primo Levi : "È avvenuto, quindi può accadere di nuovo".

Anais Ginori per "repubblica.it" il 21 maggio 2021. “Storicizzare il male”. È questo il titolo che Fayard ha dato alla nuova edizione critica di Mein Kampf. La scelta del prestigioso editore francese di ripubblicare il libro-manifesto del nazismo scritto da Adolf Hitler è nata quasi dieci anni fa, accompagnata da dubbi e critiche, tanto che l'uscita è stata più volte rinviata, anche a causa di un clima di rinnovato allarme per l'odio antisemita e gli attacchi contro la comunità ebraica in Francia. Tra gli intellettuali che erano insorti nel 2015, quando si è cominciato a parlare della ripubblicazione, c'era stato Marek Halter. Ma anche diverse associazioni di vittime della Shoah hanno protestato. Alla fine, l'editore ha deciso. Il 2 giugno uscirà l'edizione curata da un gruppo di storici guidati dal francese Florent Brayard e dal tedesco Andreas Wirsching. Il libro non rischia di finire nelle vetrine e nei banchi dei supermercati, la procedura di distribuzione sarà infatti inedita, a dimostrazione che non si tratta di un saggio tra i tanti. Fayard non passerà dalla normale rete distributiva ma manderà il volume solo ai librai che lo ordineranno, in un dialogo diretto con ognuno di loro. Con una lettera inviata alle librerie, la presidente di Fayard, Sophie de Closets, chiede di spiegare il progetto ai lettori.

Smascherando Hitler. “Non abbiamo mai voluto ripubblicare Mein Kampf, non avrebbe alcun senso” ha spiegato Closets presentando il volume. La necessità, prosegue l'editrice, si è presentata quando il testo di Hitler stava per cadere nel pubblico dominio, con il rischio di pubblicazioni selvagge e anche militanti. “Sarebbe stato irresponsabile – dice l'editrice – non offrire una traduzione di riferimento, completa di tutti gli strumenti per permettere al lettore di individuare le bugie e le manipolazioni dell'autore”. Scritto tra il 1924 e il 1925, Mein Kampf è la somma ideologica di Hitler, nel quale comincia a esporre la sua visione, lanciando violente imprecazioni contro coloro che designa come nemici della Germania, a cominciare dagli ebrei. Il libro era stato tradotto in Francia la prima volta nel 1934, con il titolo Mon Combat (pubblicato da Nouvelles Editions Latines) in un'edizione che circola ancora oggi in rete. Dal 1980, dopo una sentenza, è stato deciso di far precedere quel testo di Hitler da una prefazione di otto pagine. Poco, secondo Fayard, visto che poi si lascia comunque libero campo alla voce dell'autore e alla sua ideologia sterminatrice. Il Mein Kampf, ha aggiunto l'editore, si trova facilmente su Amazon e altre piattaforme, quindi tanto vale diffonderlo ai lettori con il massimo di contesto e avvertenze.

L'esempio tedesco. Il volume in uscita è di quasi mille pagine. Un terzo delle pagine contengono il testo originale e due terzi sono invece dedicate all'apparato critico. Fayard ha affidato il testo a un traduttore rinomato, Olivier Mannoni, che ha già lavorato su autori come Sigmund Freud, Stefan Zweig e Franz Kafka. L'iniziativa francese si ispira a quanto già fatto in Germania. Nel 2015 la squadra di studiosi guidati da Brayard ha cominciato a costruire l'apparato critico, in collaborazione con l'Istituto di storia contemporanea di Monaco di Baviera diretto da Wirsching, responsabile della riedizione tedesca di Mein Kampf. Nel progetto sono stati coinvolti venticinque storici, una dozzina di specialisti e diversi di collaboratori. "Il nostro comitato di storici – spiega Fayard – ha tradotto, adattato ed esteso le tremila note dell'edizione tedesca e scritto un'introduzione generale e 27 introduzioni di capitoli". “Historiser le mal”, storicizzare il male, sarà stampato in 10mila copie. Il prezzo elevato, 100 euro, dovrebbe limitare il numero di lettori. Tutti i ricavi saranno comunque versati alla Fondazione Auschwitz-Birkenau.

Storia tragica e segreta della Francia di Vichy. Le memorie di un intellettuale raffinato, anticonformista e alla fine profetico. Francesco Perfetti, Lunedì 18/01/2021 su Il Giornale. Nel 1924 apparve nelle librerie francesi un grosso volume dal titolo La victoire (Gallimard) che metteva in discussione l'idea, ispiratrice delle sedute e delle decisioni della Conferenza della pace, secondo la quale alle origini della Grande Guerra vi sarebbe stata una responsabilità esclusiva, o quanto meno predominante, della Germania. Molti decenni dopo, Raymond Aron scrisse che quel libro era «talmente eretico da far scandalo» ma aggiunse che esso in realtà «si sforzava solo di dividere le responsabilità della guerra tra i due campi». Autore del volume era un giovanissimo ma già conosciuto intellettuale, Alfred Fabre-Luce (1899-1983), divenuto in seguito un illustre scrittore di storia e politica, uno dei maggiori e non etichettabili testimoni, al pari di un Raymond Aron e di un Bertrand de Jouvenel, di molti dei decenni più caldi del XX secolo. Nipote del fondatore del Crédite Lyonnais e figlio di un banchiere, apparteneva a una importante famiglia di origine marsigliese che aveva costruito la propria fortuna sul commercio e sulla marina mercantile. Elegante e raffinato, lo sguardo intelligente e curioso, l'abbigliamento sempre ben curato con il papillon e il fazzoletto bianco nel taschino della giacca, Alfred Fabre-Luce, pur nell'aspetto esteriore, lasciava intendere l'appartenenza a quel ceto alto-borghese alle cui doti imprenditoriali (ma anche, si potrebbe aggiungere, all'amore per la cultura classica e al patriottismo unito a un certo gusto per la mondanità salottiera e letteraria) si dovevano le fortune del Paese. Dopo gli studi di letteratura, storia e diritto e dopo la laurea in Scienze politiche, Alfred Fabre-Luce aveva intrapreso la carriera diplomatica, era stato destinato a Londra, ma aveva quasi subito abbandonato questa carriera per dedicarsi al giornalismo politico e letterario. I suoi articoli cominciarono ad apparire su quotidiani e riviste e attirarono l'attenzione dello scrittore Albert Thibaudet e del critico Jacques Rivière, all'epoca direttore della prestigiosa Nouvelle Revue Française. Fu, sembra, proprio quest'ultimo a introdurlo nel sodalizio intellettuale fondato dal filosofo Paul Desjardins e chiamato «Décades de Pontigny» perché, ogni anno, per dieci giorni, si riunivano nella celebre abbazia gli intellettuali più prestigiosi dell'epoca per dibattere temi sociali e politici, filosofici e letterari. Agli incontri, coordinati da André Gide e Charles du Bos, presero parte, per esempio, André Maurois e François Mauriac, André Malraux e Ramon Fernandez, Jean Fayard... Fabre-Luce avrebbe ricordato, in seguito, le estati di Pontigny con una battuta eloquente: «In mancanza di un campus universitario ho conosciuto Pontigny», un luogo dove incontrare autori «le cui opere avevano contribuito alla mia formazione». Il microcosmo intellettuale e politicamente eclettico di Pontigny contribuì certamente alla notorietà di Fabre-Luce nel mondo culturale francese, ma il suo ingresso nei salotti mondani e aristocratici fu, con molta probabilità, dovuto al matrimonio con l'effervescente Lolotte, la principessa Charlotte de Fauchigny-Lucinge, diretta discendente del duca de Berry e di Carlo X e grande amica di un'altra esponente della più antica aristocrazia di Francia, la «duchessa rossa» Élisabeth de Gramont, modello del personaggio proustiano della duchessa di Guemantes. Uomo di curiosità insaziabile e di una grande versatilità artistica che gli consentiva di passare attraverso generi espressivi diversi dal saggio storico alla biografia, dal romanzo al teatro, dal pamphlet al giornalismo egli si trovava a proprio agio, al di là degli schemi ideologici, ovunque potesse far valere ed esercitare le proprie qualità di osservatore e testimone disincantato ma non disimpegnato. Non è un caso che egli sia stato annoverato fra i cosiddetti «non conformisti degli anni Trenta», quel gruppo di intellettuali, provenienti da diverse esperienze politiche, che si proponevano di superare la crisi politica, economica e sociale cercando una «terza via» fra le ideologie consolidate. In realtà egli apparteneva, a ben vedere, a quel filone speculativo che considerava la libertà di pensiero un punto di riferimento irrinunciabile secondo la direttrice che, partendo da Alexis de Tocqueville e passando per Benjamin Constant (al quale dedicò una bella biografia), giungeva fino a Raymond Aron e a Bertrand de Jouvenel. I suoi scritti erano spessi sconcertanti e non di rado chiaroveggenti. All'inizio del 1936, per esempio, egli pubblicò su L'Europe Nouvelle, periodico del quale era redattore capo, un articolo nel quale sosteneva che la Germania, dopo la rimilitarizzazione della Renania e il trattato di Locarno, avrebbe preparato la sua guerra all'Est: era una presa di posizione destinata a suscitare polemiche ma che, a detta di Aron, già spiegava e giustificava l'approvazione che Fabre-Luce avrebbe dato all'accordo di Monaco del 1938. A quell'epoca, Fabre-Luce, insieme con altri amici intellettuali come Bertrand de Jouvenel, Pierre Drieu La Rochelle e Ramon Fernandez stava avvicinandosi al Parti Populaire di Jacques Doriot, un partito di ispirazione fascista del quale, per qualche tempo, fece parte. Allo scoppio della seconda guerra mondiale Fabre-Luce cominciò a tenere un diario che, sotto il titolo Journal de la France 1939-1944, raccontava puntualmente gli avvenimenti dall'inizio del conflitto sino alla liberazione di Parigi. L'opera, ora riproposta in italiano con il titolo Riservato da Vichy. Diario segreto della Francia 1939-1944 (Oaks editrice, pagg. X-436, euro 25; introduzione di Roberto Zavaglia), è fondamentale per conoscere davvero quel tragico periodo e per capire come e perché, ancora oggi, la «sindrome di Vichy» sia ancora forte nella Francia di oggi. Fabre-Luce racconta, con una forza narrativa che richiama alla memoria le pagine di Suite francese di Irène Némirovski, l'evoluzione degli spiriti in un paese «ridisegnato» dall'armistizio, invaso dalle truppe di un nemico che era assimilato al barbaro, il comportamento degli intellettuali nella zona libera e nella zona occupata, le illusioni e le delusioni sul progetto di «Stato organico» che si voleva creare a Vichy. Fabre-Luce è lucido, conseguenziale e profetico. Nelle pagine iniziali, scritte dopo l'accordo Hitler-Stalin, spiega bene la dinamica di quello che egli chiama «il metodo hitleriano»: esso, scrive, «consiste nello spezzare la volontà dell'avversario su un punto debole, e approfittare poi della sua stanchezza per impadronirsi di posiziono piè importanti. Il Führer ha chiesto i Sudeti per essere padrone della Cecoslovacchia; chiede Danzica per essere padrone della Polonia, così un audace innamorato chiede un favore secondario, un bacio, o stringere la mano; e se trionfa in questo tentativo, il resto lo avrà senza sforzo». Guarda, inizialmente, con simpatia la nascita dello Stato di Vichy perché non si può mettere in discussione la legalità del governo di Vichy votato a stragrande maggioranza dall'Assemblea Nazionale, ma non nasconde le differenze che esistono, per esempio, tra Pétain e Laval e che nascondono un «contrasto morale». Se Pétain «ha il rispetto della tradizione, delle forme, dei corpi costituiti, dei rapporti scritti», Laval è al contrario «l'uomo delle improvvisazioni» che «rifiuta di tracciare in precedenza i limiti dei negoziati» e che considera uno scenario poco importante la «dignità tanto cara agli occhi del Maresciallo». Pubblicato parzialmente a Parigi durante l'occupazione, il volume di Fabre-Luce costò all'autore, che aveva predetto la sconfitta tedesca, un primo arresto da parte della Gestapo e un secondo arresto da parte del governo di Vichy. Dopo la Liberazione, Fabre-Luce fu poi nuovamente imprigionato e processato come collaborazionista. In realtà, egli non fu un collaborazionista nel senso proprio del termine, a differenza di molti altri intellettuali, pur suoi amici, ideologicamente vicini al nazionalsocialismo. Fu, piuttosto, un «realista» e un pragmatico. E, soprattutto, un osservatore e un testimone, sia pure impegnato ma sempre lucido e anticonformista. Come, del resto, avrebbero dimostrato i tanti suoi lavori successivi a cominciare da quelli critici nei confronti di De Gaulle e della sua politica algerina.

·        La lunga amicizia tra Hitler e Stalin.

Davide contro Golia: la resistenza della Finlandia all’invasione di Stalin. Andrea Muratore su Inside Over l'8 dicembre 2021. Nell’inverno 1939, mentre in Europa prendeva forma la complessa storia della seconda guerra mondiale un conflitto di pochi mesi divampò parallelamente alla drole de guerre al confine franco-tedesco, in cui le armi tacevano. Un conflitto caratterizzato da uno dei massimi squilibri tra le parti in causa, che vide la piccola Finlandia tenere testa per diversi mesi all’Unione Sovietica, la quale l’aveva invasa per consolidare i confini occidentali nella regione di Leningrado.

A oltre ottant’anni di distanza la resistenza di Helsinki in una guerra conclusasi con un’onorevole sconfitta ma, in ultima istanza, con una vittoria strategica della Finlandia che evitò definitivamente l’annessione nell’orbita sovietica desta ammirazione come una delle pagine più intense della storia militare del Novecento.

La Finlandia nelle mire sovietiche

Mosca voleva da tempo regolare i conti con la Finlandia, nazione di giovane indipendenza che si era emancipata nel 1917 dall’Impero Russo, di cui faceva parte come granducato, e aveva resistito a tutti i tentativi di infiltrazione comunisti negli Anni Venti e Trenta.

Inoltre, la vicinanza dell’ex capitale imperiale, la città di San Pietroburgo rinominata dopo la Rivoluzione Leningrado, ai confini della giovane nazione con cui Mosca aveva stipulato nel 1932 un trattato di non aggressione rendeva il leader sovietico Stalin timoroso del fatto che un’eventuale potenza desiderosa di attaccare l’Unione Sovietica potesse usare la Finlandia come trampolino di lancio.

Il Patto Molotov-Ribbentrop del 1939, in un certo senso, offrì a Stalin il pretesto per aprire la strada a un’operazione di egemonizzazione della Finlandia.  L’accordo siglato a Mosca nella giornata del 23 agosto 1939 attribuiva nel protocollo segreto la delemitazione delle sfere di influenza dell’Urss e della Germania Nazista nell’Europa orientale. Oltre alla nota spartizione della Polonia lungo la linea Bug-San e alla divisione di quelle che sarebbero diventate le terre di sangue il patto di non aggressione russo-tedesco sdoganava per Stalin la possibilità di programmare l’espansione verso gli stati Baltici e la Finlandia. Tra settembre e ottobre del 1939 Mosca si attivò per imporre a Estonia, Lettonia e Lituania patti di assistenza che aprivano la strada alla presenza di truppe sovietiche nel Paese e, nel giro di pochi mesi, all’annessione alla nazione comunista. Lo stesso approccio fu impiegato nei confronti della Finlandia, ma le proposte sovietiche, che comprendevano anche rettifiche dei confini in Carelia e nell’Artico furono rispedite al mittente.

Scoppia la guerra d'inverno

La tensione tra i due Paesi ai confini salì ai massimi livelli. Il 26 novembre 1939 tre postazioni d’osservazione finlandese notarono l’esplosione di sette colpi all’interno del territorio sovietico nei pressi di una cittadina dell’area circostante Leningrado, chiamata Mainila. I rappresentanti del governo della Finlandia negarono ogni responsabilità nell’incidente occorso. Aimo Cajander (1879-1943), all’epoca primo ministro, propose l’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente per risolvere la questione, ma Mosca rifiutò. Tre giorni dopo l’Unione Sovietica ruppe le relazioni diplomatiche con la Finlandia e, il 30 novembre 1939, dopo aver rigettato il trattato di non aggressione con la Finlandia stipulato precedentemente, lanciò l’offensiva.

Quel giorno Unione Sovietica avviò la mobilitazione di imponenti contingenti dell’Armata Rossa verso i confini finlandesi. I numeri a confronto delle forze schierate sul campo erano a dir poco impari: dai 130 mila più altri 230 mila soldati finlandesi mobilitati al quasi milione dei soldati dell’Armata Rossa. In più i sovietici potevano contare anche su circa 2500 carri e 2700 aerei.

Non c’era confronto, almeno sulla carta. Ma fin da subito la forza d’urto sovietica si ritrovò impantanata. La stagione scelta per l’attacco era a dir poco inclemente: i laghi ghiacciati e le foreste innevate della Finlandia avrebbero messo a dura prova qualsiasi esercito in inverni normali, mentre quello del 1939 fu uno dei più gelidi e inclementi di sempre. Con temperature che toccavano i quaranta gradi sotto lo zero, i russi subirono sulla propria pelle gli effetti del Generale Inverno che, da Napoleone all’Operazione Barbarossa, li aveva e li avrebbe più volte salvati nella storia.

Inoltre, le truppe d’invasione erano in larga parte costituite da divisioni ucraine poco addestrate, facenti riferimento a un popolo che, straziato dalla carestia e dalla repressione degli Anni Trenta, registrava i più bassi tassi di consenso per il potere sovietico. Truppe poco motivate, dunque, di fronte alla tenace resistenza dei finlandesi. Fin dall’inizio le truppe di Helsinki combatterono per i loro villaggi, le loro case e, soprattutto, sulla scia di un’organizzazione pronta all’eventualità di un’invasione

Da tempo il Paese era sul piede di guerra. Indro Montanelli, che da giovane cronista avrebbe seguito i mesi della guerra russo-finlandese per il Corriere della Sera, aveva scritto di aver trovato a novembre in Helsinki una città pronta a resistere e ben consapevole delle minacce: “La mobilitazione, iniziata con un senso avaro di previdenza e attuata con molto criterio, non ha causato confusione né scompiglio. Un volontarismo sereno, la capacità di sacrificio, il senso del dovere hanno secondato i provvedimenti presi dalle autorità civili e militari. Queste autorità civili e militari hanno agito con molta saggezza in previsione del peggio, quasi che la guerra fosse fatale. Con assoluta freddezza il caso d’un attacco russo è stato preventivato, mentre non è stata neppure presa in considerazione l’ipotesi di una non resistenza”.

La tattica utilizzata dai finlandesi nei territori settentrionali si rifaceva a quella della guerriglia: di fronte a soldati dotati di un armamento superiore, ma lente e male organizzate i finlandesi lanciarono la strategia denominata motti (termine che in finlandese indica la legna accatastata per essere fatta a pezzi): muovendosi agilmente con gli sci lungo i fianchi delle lunghe colonne sovietiche confinate sulle poche strade che attraversavano le fitte foreste innevate, si lanciavano in incessanti e fulminei attacchi di disturbo dileguandosi poi nelle foreste; quindi, concentravano su più punti offensive più strutturate., suddividendo le truppe avversarie in piccoli gruppi (le motti) che, immobilizzati nella neve, venivano poi circondati e annientati. Montanelli avrebbe spesso sottolineato il ruolo centrale che in quest’azione di resistenza sarebbe stato giocato dall’uomo oggigiorno ricordato come l’eroe nazionale del Paese, il barone Carl Gustaf Mannerheim.

La guerra personale del Barone

Come un Cincinnato richiamato alle armi, Mannerheim fu promosso immediatamente alla guida dell’Esercito finlandese lasciando la posizione di relativa retrovia di comandante della Difesa Territoriale detenuta dal 1931 al 1939 che aveva sapientemente sfruttato per architettare la linea di difesa che prendeva il suo nome e su cui si saldò la difesa finnica.

Tra capisaldi naturali, alture, laghi e città strategiche le truppe finlandesi compensarono con l’organizzazione e il favore della natura l’inferiorità numerica. Colonne di fanti armati di sci vestiti di bianco piombavano nella neve sulle colonne sovietiche in marcia, nidi di mitragliatrici tenevano in scacco interi battaglioni, l’inverno neutralizzava la superiorità sovietica in termini di aerei e mezzi motorizzati. A Nord, la lunga notte artica cristallizzò lo scontro in una guerra “bianca” di assalti di gruppi di arditi, scontri di pattuglie, piccole avanzate sovietiche che imponevano un duro prezzo umano.

La guerra si stava sviluppando esattamente come l’aveva immaginata da tempo il Barone Mannerheim. Il quale aveva vissuto vent’anni nell’attesa di un evento che riteneva fatalmente impossibile da neutralizzare, l’attacco sovietico. Dopo il quale il governo di Helsinki si affidò all’uomo che tra il 1918 e il 1919 aveva contribuito a consolidare l’esercito nazionale, sganciare definitivamente la Finlandia dalla Russia, negoziare l’uscita delle forze armate ex zariste dal Paese, chiudere la partita interna coi comunisti e, al tempo stesso, evitare di dover far per questo sponda con le Armate Bianche intente a combattere la guerra civile. Era quella l’era dei due “Baroni” in lotta contro tutti in una guerra privata: se per il pittoresco Ungern, a Est, la fine sarebbe arrivata nel 1921 con la vittoria bolscevica sulla sua armata, per Mannerheim la seconda guerra mondiale avrebbe riservato un nuovo capitolo nella sfida con la Russia.

Settantaduenne ex comandante di truppe di cavalleria zariste, ufficiale decorato nella Grande Guerra durante la campagna sul fronte carpatico, combattente plasmatosi nel “torneo delle ombre” dell’Estremo Oriente nella fase finale del Grande Gioco, reggente del Paese dopo l’indipendenza Mannerheim guidò una strategia realista per consolidare la tenuta del fronte finlandese. Nonostante l’entusiasmo di molti comandanti locali, che puntavano a rintuzzare con offensive gli attacchi fallimentari sovietici in Carelia, Mannerheim pensava a una salda tenuta del fronte da far pesare come elemento negoziale in un armistizio.

“Mannerheim non si vede più”, scriveva a dicembre 1939 Montanelli da Helsinki. “Per sua particolare natura è sempre stato un personaggio stranamente lontano e solitario […] Ma ora egli è più lontano che mai, al centro del misterioso quartier generale finnico di cui tutti ignorano la sede. Da una stanzetta disadorna quasi monacale, seduto ad una grande ordinatissima scrivania, Mannerheim dirige le operazioni vittoriose del suo esercito. Egli manovra sulla carta, calcola con pazienza, ascolta con attenzione, emana pochi ordini precisi. Tutto dipende da lui: esercito marina aviazione. E tutto a lui rassomiglia nell’azione: equilibrato, calmo, tenace”. La Finlandia applicò, finché fu possibile, la dottrina difensiva del suo eroe nazionale. E questo di fatto salvò il Paese.

La riorganizzazione sovietica

Alla fine di dicembre, Stalin constatò la difficile situazione dell’Armata Rossa sul fronte finlandese ed esautorò il Commissario alla difesa Kliment Vorošilov, chiamando al suo posto il generale Semën Tymošenko che ebbe anche il compito di supervisionare i comandanti delle singole armate impegnate contro la Finlandia. Abbandonando l’idea di una guerra di manovra, Tymošenko realizzò che l’unica via per Mosca di evitare di perdere ulteriori risorse e salvare la faccia sarebbe stata quella di procedere a una lenta, costosa guerra di logoramento per stremare gradualmente la Finlandia, che nel frattempo oltre al sostegno morale di buona parte del mondo e all’appoggio diplomatico di potenze appartenenti a campi contrapposti, come Italia e Regno Unito, aveva ottenuto un lasco appoggio materiale.

Le truppe sovietiche iniziarono a bombardare sistematicamente i bunker, a concentrarsi sui singoli capisaldi, a togliere terreno alle truppe finlandesi concentrando su punti precisi, di volta in volta, le offensive. In Carelia l’obiettivo era spezzare il fronte al livello dell’istmo per far sì che, di fronte al rischio di vedere il Paese diviso e la capitale accerchiata, i finlandesi chiedessero un armistizio.

Il disgelo favorì le azioni sovietiche, mentre la limitatezza di risorse e il logoramento finnico fecero il resto. A febbraio i sovietici vinsero due importanti battaglie, a Lahde e nei diretti pressi di Viipuri, la città ritenuta più strategica nella regione su cui si attestò la resistenza finlandese, costretta a una guerra di posizione molto più dispendiosa. A iniziomarzo del 1940, Viipuri, l’ultimo caposaldo finlandese nell’istmo di Carelia, cadde in mano ai sovietici. Helsinki non esitò ad attivare i canali diplomatici per porre fine a un conflitto dall’epilogo inevitabilmente catastrofico su iniziativa proprio del maresciallo Mannerheim, conscio della necessità di sfruttare la finestra di tempo per ottenere condizioni onorevoli. Così, in fin dei conti, fu.

La pace di Mosca

Con il trattato di pace di Mosca sottoscritto da Finlandia e Unione Sovietica il 12 marzo 1940, ebbe fine la “Guerra d’Inverno”, durata 105 giorni. La Finlandia si impegnò cedere 64 750 km² di territorio, rinunciando al 10% del territorio finlandese in cui viveva il 12% della popolazione ma preservò l’indipendenza nazionale e a conservare l’accesso all’oceano Artico.

La popolazione finlandese si divise di fronte all’armistizio, tra chi temeva potesse essere l’inizio di un’ulteriore penetrazione sovietica e chi invece fu soddisfatto della resistenza dimostrata. Montanelli osservò ammirato: “Questo popolo è indipendente da venti anni e la sua Patria se l’è sofferta per secoli. L’ama a tal punto e con tale gelosia che pur di alienarla è pronta a distruggerla. E lo fa soffrendo sotto una maschera di indifferenza che a volte ci fa dubitare se questi siano esseri umani”. Era stata la superiorità materiale, non quella militare, a portare l’Urss alla vittoria. Il popolo, il governo, l’esercito finlandese avrebbero concluso il conflitto a testa alta. Fieri, indipendenti, sovrani. Come un Davide capace di tenere testa al Golia comunista, nel pressoché totale isolamento. La ripartizione delle perdite di uomini e mezzi presenta la dimensione dell’eroismo finlandese. La Finlandia perse circa 25.000 uomini e 60 aerei, l’Unione Sovietica oltre 125.000 uomini, oltre 500 aerei e 1.600 carri armati: perdite durissime che sarebbero impallidite di fronte alle cifre della battaglia contro la Germania ma, in relazione al numero di forze in campo, desta impressione. Così come la desta un’epopea militare entrata di diritto tra le più grandi di tutti i tempi.

La lunga amicizia tra Hitler e Stalin. Matteo Sacchi il 10 Settembre 2021 su Il Giornale. Un saggio di Claudia Weber indaga l'alleanza mortale (e rimossa) tra i dittatori. Il 22 giugno 1941 molti nelle alte sfere politiche e militari della Gran Bretagna tirarono un sospiro di sollievo. Hitler dando corso a una progettualità di espansione a Est già ventilata nel Mein Kampf diede il via all'operazione Barbarossa e aggredì l'Unione Sovietica di Stalin. Tra i più sollevati dalla svolta, largamente prevista, il primo ministro Winston Churchill che aveva lavorato a far sì che gli Usa fossero pronti ad assistere materialmente i sovietici e che con l'apertura di un secondo fronte vedeva diminuire enormemente la pressione su Londra. Questa svolta che ha condizionato tutta la guerra ha fatto sì che la storiografia abbia alla fine guardato molto poco ai rapporti russo tedeschi durante i mesi precedenti del conflitto. Certo in qualunque manuale si trova traccia del patto Molotov-Ribbentrop firmato il 23 agosto 1939. Un patto decennale di non aggressione tra Mosca e Berlino che de facto portò alla spartizione della Polonia. Le fotografie scattate a Mosca durante la ratifica (dal fotografo personale di Hitler, Heinrich Hoffmann), come quella in questa pagina, sono addirittura diventate iconiche. Però il reale scopo dell'accordo, la spartizione dell'Europa orientale, e i suoi effetti devastanti sulle popolazioni stritolate dalle due dittature sono spesso stati sottostimati o raccontati solo di straforo. Erano materia quantomai imbarazzante per molte delle sinistre europee e ovviamente i sovietici, dopo il 1941, ebbero tutto l'interesse a seppellire molto profondamente nei loro archivi tutto ciò che era relativo alla loro collaborazione con la Germania. A scandagliare questa vicenda complessa ci ha pensa la storica Claudia Weber, con Il patto. Stalin, Hitler e la storia di un'alleanza mortale ora tradotto in italiano per i tipi della Einaudi (pagg. 260, euro 28). Il saggio, breve ma molto denso, racconta con dovizia di dettagli il percorso che portò la Nkvd sovietica a collaborare con la Sipo di Heinrich Himmler per stringere in una morsa la popolazione polacca. Responsabilità che vanno ben oltre il massacro di 22mila ufficiali polacchi a Katyn che i sovietici hanno ammesso solo nel 1990 quando Michail Gorbacëv porse le scuse ufficiali del suo Paese. Il libro della Weber, che insegna all'università di Francoforte, fa chiaramente capire come l'intesa dei russi con i tedeschi a scopo di sviluppo militare e di occupazione dell'Europa dell'Est fosse iniziata addirittura prima dell'ascesa di Hitler. Già nel 1922 l'Urss si era avvicinata alla Germania. Era un modo per i due Paesi di uscire dall'isolamento diplomatico prodotto dal Trattato di Versailles. Le scelte di Stalin che portavano avanti l'idea del socialismo in un solo Paese attraverso una industrializzazione forzata necessitavano di un alleato tecnologicamente avanzato. La Germania isolata era perfetta. Iniziarono dei rapporti economici sanciti dal Trattato di Berlino del 1926 che nemmeno l'ascesa di Hitler mise mai in discussione. Nel 1931 e 1932 l'Urss fu il principale acquirente mondiale di macchinari tedeschi. Un esempio: nella prima metà del 1932, spiega Weber, Mosca acquistò più della metà dei profilati in ferro prodotti dalla Germania, il 70% delle macchine utensili per lavorare i metalli, il 90% delle turbine a vapore... Senza l'Urss la Germania non sarebbe sopravvissuta alla crisi del '29. Negli anni precedenti i tedeschi avevano del resto spostato in Urss con reciproco vantaggio una serie di esperimenti per la produzione di gas venefici. Venne anche creata una Panzerschule a Kazan' dove ufficiali tedeschi e russi (che poi si sarebbero sparati contro nella Seconda guerra mondiale) si addestravano assieme. Idem nel campo di volo vicino alla città di Lipeck. Pur nella diffidenza, cosa accomunava i militari delle due nazioni che si addestravano in questi campi? L'idea che la Polonia dovesse avere vita breve e che l'unica questione rilevante fosse quella di quando sarebbe scoccato il momento giusto per annientarla. Insomma nei suoi piani di sangue e di conquista Hitler mostrerà ben poca originalità ricalcando idee già ben radicate negli ufficiali di scuola prussiana e nelle fila dell'Armata rossa. Risulta quindi chiaro come la diplomazia sovietica abbia da subito lavorato per far capire ai nazisti, arrivati al potere nel 1933, quanto volentieri Mosca avrebbe proceduto sulla via precedentemente tracciata. Per usare le parole di Maksim Litvinov, ministro degli Esteri sovietico sino al 1939, rivolte ai diplomatici di Berlino: «Che cosa ce ne importa, se fate fuori i vostri comunisti». Non fu tutto così liscio perché l'antisovietismo (venato di realistico timore) di Hitler era radicale. Ma alla fine dopo una complessa sciarada politica che le potenze occidentali giocarono oggettivamente molto male il progetto di spartizione dell'Est prevalse su qualunque ideologia. Grazie soprattutto allo spietato realismo geopolitico di Stalin. Si arrivò all'assurdo dei comunisti francesi obbligati a festeggiare l'arrivo di Hitler a Parigi. E anche in Germania un Goebbels basito dovette inchinarsi al giornale delle SS che inneggiava alla fratellanza di sangue tra russi e tedeschi limitandosi a segnalare che certi tentativi di ingraziarsi Mosca erano «troppo goffi». Ma non fu solo una farsa tragica dove le ideologie si sacrificavano in nome della geopolitica. Nelle terre di sangue il doppio tallone ben coordinato delle SS e dei sovietici produsse un numero enorme di vittime. Una partita sporca che si interruppe soltanto quando Hitler ritenne (a torto) di poter fare a meno di Mosca e quando Stalin, nella sua paranoia, rifiutandosi di ascoltare chiunque non volle vedere l'evidenza del cambiamento di orientamento dei tedeschi. Ma questa è la storia nota che ha fatto finire sotto il tappeto quel complesso, e criminogeno, rapporto Mosca Berlino che la Weber racconta. Un rapporto di cui ancora non si può capire tutto perché ci sono carte che i russi tutt'ora si rifiutano di mostrare. Evidentemente imbarazzano ancora e schizzano di fango l'idea della grande guerra patriottica.

Matteo Sacchi. Classe 1973, sono un giornalista della redazione Cultura e Spettacoli del Giornale e tenente del Corpo degli Alpini,  in congedo. Ho un dottorato in Storia delle Istituzioni politico-giuridiche medievali e moderne  e una laurea in Lettere a indirizzo Storico conseguita alla Statale di Milano. Il passato, gli archivi, e le serie televisive sono la mia passione. Tra i miei libri e le mie curatele gli ultimi sono: “Crudele morbo. Breve storia delle malattie che hanno plasmato il destino dell’uomo” e “La guerra delle macchine. Hacker, droni e androidi: perché i conflitti ad alta tec 

Mirella Serri per "lastampa.it" il 7 settembre 2021. «Nella biblioteca di letteratura straniera al posto dei giornali degli immigrati comunisti furono esposti fogli nazisti e furono eliminati i romanzi degli antifascisti. La parola “fascismo” non comparve più sulla stampa sovietica», così ricorderà il giovane Wolfgang Leonhard, futuro storico e politico che, nell’estate del 1939, frequentava la biblioteca moscovita. La mattina del 24 agosto una notizia strepitosa aveva stravolto il mondo democratico: al Cremlino il ministro degli Esteri sovietico Vjaceslav Molotov e il suo omologo tedesco Joachim von Ribbentrop avevano firmato un patto di non aggressione tra Urss e Germania. Proprio così: le due dittature, fino a quel momento l’una contro l’altra armate, avevano siglato un accordo. Tutto il mondo, in particolare quello antifascista, era pervaso da un sentimento di sgomento. Wolfgang, per esempio, come tanti altri antinazisti, era arrivato a Mosca in fuga da Berlino dove aveva fatto parte dei Giovani Pionieri, organizzazione del Partito comunista. Ora Stalin si era alleato con colui che Wolfgang considerava il suo aguzzino. Il patto Molotov-Ribbentrop prevedeva anche un «protocollo segreto» rimasto tale fino al termine degli anni Novanta, in cui venivano definiti i territori che i due tiranni si sarebbero spartiti. Le dinamiche di questa scellerata intesa tra i due Stati totalitari sono state cancellate dalla storia del Novecento e tenute nascoste come in uno speciale «buco nero»: adesso a far luce con dovizia di documenti inediti sul complesso intreccio de Il patto. Stalin, Hitler e la storia di un’alleanza mortale è la storica Claudia Weber, docente all’Università di Francoforte sull’Oder. La studiosa si preoccupa di rimettere insieme i tasselli dell’accordo che per decenni «è stato considerato solo uno scomodo incidente storico». L’intesa Molotov-Ribbentrop, a seguito della quale il 1° settembre del 1939 iniziò la Seconda guerra mondiale, non fu per nulla un incidente anche se fu scambiata per una fake news: il diplomatico e ingegnere Viktor Kravcenko il quale, fuggito dall’Urss, scriverà il pamphlet Ho scelto la libertà, racconta: «Era incredibile! Era una certezza il fatto che l’unico nemico dei nazisti fosse l’Unione Sovietica. I nostri bambini giocavano a fascisti-contro comunisti e i fascisti avevano sempre nomi tedeschi e ogni volta venivano riempiti di botte». Non riusciva a capacitarsi di quella mostruosità nemmeno lo scrittore Arthur Koestler (successivamente autore del bestseller Buio a mezzogiorno in cui denunciava gli orrori delle galere staliniane): «Non ebbi più dubbi quando all’aeroporto di Mosca venne issata la bandiera con la svastica in onore di Ribbentrop e la banda dell’Armata Rossa intonò Das Horst-Wessel-Lied», l’inno ufficiale del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori. Stalin, a seguito del trattato tra i due ministri sovietico e tedesco, invase la Polonia orientale, gli Stati baltici e la Bessarabia (attualmente divisa tra la Moldavia e l’Ucraina), mentre Hitler, a sua volta, occupò la parte occidentale della Polonia: si misero in moto una «devastante carneficina mondiale e la Shoah», spiega la Weber. In Urss, sul modello nazista, venne avviata l’epurazione degli ebrei dai pubblici uffici. I giornali scrissero che «era dovere degli atei marxisti aiutare i nazisti nella campagna antisemita». Nel primo anno di guerra, con ordini segreti - resi noti solo decenni più tardi -, i sovietici proibirono ai partiti comunisti polacco e ceco di prendere posizione contro Hitler. Quando la Wehrmacht entrò a Parigi nel 1940, Stalin ordinò ai compagni francesi di accogliere calorosamente le truppe di occupazione. Molti comunisti che si erano rifugiati a Mosca e poi erano stati imprigionati durante le purghe staliniane, come la scrittrice tedesca Margarete Buber Neumann, vennero estradati e, dopo aver patito il gulag, si ritrovarono nei lager nazisti. La maggioranza degli aderenti ai partiti comunisti europei accettò tutto passivamente: «Stalin sa quello che fa», dicevano, «e il Partito ha sempre ragione». Il poeta Johannes R. Becher, comunista e in seguito ministro della Cultura della Repubblica democratica tedesca, rese addirittura omaggio al patto con una lirica: «A Stalin. Tu proteggi con la tua mano forte il giardino dell’Unione Sovietica. Tu, il figlio più grande della madre Russia, accetta questo mazzo di fiori… come segno del legame di pace che si estende saldo fino alla Cancelleria del Reich». I sovietici e i nazisti, a dispetto di tutti i precedenti contrasti ideologici, giunsero a una perfetta integrazione nello sterminio. L’Europa orientale si trasformò in «terra di sangue», con i profughi - ebrei, polacchi, ucraini - che si nascondevano nei boschi e tra le macerie delle città nelle zone di occupazione russa e tedesca ed erano il bersaglio delle guardie di confine. Paradossalmente, il 22 giugno 1941 i militanti comunisti tirarono un respiro di sollievo di fronte all’avvio di una nuova immensa tragedia. Era l’inizio dell’Operazione Barbarossa, nome in codice dell’invasione dell’Unione Sovietica da parte della Germania nazista. Si apriva lo scenario per un’altra storia, quella della lotta antifascista, mentre i sovietici, i partiti comunisti d’occidente e gli Alleati che operavano nella seconda guerra mondiale, si preparavano in nome della propaganda bellica a seppellire il ricordo del patto Hitler-Stalin.

Quell'asse "segreto" che ha fatto 14 milioni di morti. Andrea Muratore il 15 Giugno 2021 su Il Giornale. In "Terre di sangue" Timothy Snyder parla di come nazismo e stalinismo furono di fatto complici nel tentativo di annientare il pluralismo etnico, sociale e culturale dell'Europa orientale. Provocando 14 milioni di morti. Quella tra russi e tedeschi è ben più della relazione tra due popoli. Si tratta di un rapporto che ha plasmato la storia d'Europa. Riorientandone l'asse verso il centro e l'Est, aggiungendo al mondo mediterraneo e allo spazio "carolingio" anche le distese oltre l'Oder e il Neisse, verso gli sconfinati spazi della Russia europea. Potenza catapultata tra il XVI e il XVII come protagonista dei consessi europei. Divisa dalla Prussia prima e dalla Germania poi da una relazione complessa. Un Giano bifronte, potremmo dire. Per dirla con il professor Salvatore Santangelo, attento studioso delle relazioni tra Mosca e Berlino, il rapporto russo-tedesco può essere letto in diversi "tra i Paesi europei, la Russia non ha avuto rapporti altrettanto intensi quanto quello costruito con la Germania. Un rapporto fatto anche di tragedie e orrori, che hanno avuto il proprio culmine nella Seconda guerra mondiale", in cui lo scontro ideologico tra il nazionalsocialismo e il comunismo stalinista aggiunse combustibile a una rivalità geopolitica giunta al punto di rottura, di non ritorno. Per il dilagare delle ambizioni del Terzo Reich e dell'Unione Sovietica sull'area che divideva, e divide tuttora, Germania e Russia. Al vasto spazio tra i russi e i tedeschi che i due popoli, a lungo imperiali, hanno più volte messo nel mirino e si sono contese. Fino a trasformarle, per usare l'espressione che dà il nome a un omonimo libro di Timothy Snyder, nelle "terre di sangue". Terre di sangue. L'Europa nella morsa di Hitler e Stalin analizza nel profondo la storia di aree d'Europa come la Polonia, l'Ucraina, i Paesi baltici nel periodo che dalla fase interbellica arriva fino al pieno del secondo conflitto mondiale. Caricato di una tremenda connotazione di guerra d'annientamento il 22 giugno 1941, giorno del tradimento tedesco del Patto Molotov-Ribbentrop di non aggressione siglato nel 1939 che sancì l'inizio dell'invasione dell'Unione Sovietica. E trascinò, per mezzo delle battaglie combattute sul campo, delle persecuzioni e dell'orrore dell'Olocausto, in una spirale di violenze senza fine le aree contese tra le due potenze totalitarie. Ma dal 1933 al 1945 la lista delle persecuzioni che investirono le "terre di sangue" fu in continuo aggiornamento: la carestia deliberatamente provocata da Stalin nei primi anni Trenta in Ucraina. Il Grande Terrore tra il ’37 e il ’38. La mortale aggressione tedesco-sovietica alle classi colte polacche tra ’39 e ’41. I tre milioni di prigionieri sovietici lasciati morire di fame dai tedeschi. Le centinaia di migliaia di civili uccisi nelle rappresaglie naziste. Infine il dramma più grande, l’Olocausto e, sul finire della guerra, la persecuzione contro i tedeschi dell'Est. Snyder costruisce un racconto storiografico ben ordinato partendo da dei presupposti fondamentali: accerta che sia l'Unione Sovietica staliniana che la Germania nazista furono responsabili dell'annientamento di milioni di vite umane in territori che si contesero militarmente e che nell'ambizione dei due dittatori, Adolf Hitler e Josif Stalin, dovevano risultare strategici nella competizione bilaterale. Hitler sognava il trionfo della Germania ariana, l'annientamento degli ebrei dell'Est Europa, la trasformazione della Polonia, dell'Ucraina, della Russia europee in dipendenze dominate dai soldati-agricoltori mandati a colonizzarle, la sottomissione degli slavi. Aggiungendo connotati ideologici e razzisti alla chiara dottrina geopolitica interpretata da studiosi come Karl Hausofer, che immaginava per la Germania un ruolo centrale come impero continentale. L'Unione Sovietica staliniana intendeva invece assimilare al regime socialista le terre che più di tutte avevano mostrato riottosità all'omologazione sotto il nuovo ordine bolscevico. L'autore evidenzia come sia il Reich che l'Urss siano stati di fatto complici in un progetto che, per fini diversi, mirava però a annullare ogni identità culturale, politica e sociale dei Paesi delle "terre di sangue", non a caso spartiti brutalmente da Molotov e Ribbentrop nel patto del 1939 rotto da Hitler due anni dopo. Ed è impressionante constatare come i morti complessivi dell'Olocausto, 6 milioni, non corrispondano che a meno della metà delle persone uccise dai due regimi nei territori in questione tra il 1933 e il 1945: 14 milioni. Deportazioni di massa, carestie indotte (come il tragico Holodomor ucraino indotto dal regime staliniano), esecuzioni sommarie, repressioni, stupri, incendi, pogrom: le metodologie di massacro conobbero una crudele ed eterogenea variabilità, ed è spesso trascurata dalla storiografia l'attestazione del fatto che il numero di morti civili per queste cause diverse tra loro fu sopravanzato per un breve periodo soltanto (1944-1945) da quelli nei campi di sterminio nazisti. In larga parte posizionati nel cuore delle "terre di sangue": Auschwitz, Treblinka, Belzec e altri luoghi dell'orrore. "Non uno solo di quei quattordici milioni di morti era un soldato in servizio effettivo", nota Snyder. "La maggior parte era costituita da donne, bambini e anziani. Principalmente ebrei, bielorussi, ucraini, polacchi, russi e baltici". Molti di loro deceduti dopo aver subito persecuzioni da entrambi i regimi. Per l'autore "in quelle terre ebbe luogo la più grande calamità nella storia d’Europa" e fu sul lungo periodo inevitabile il fatto che "le vittime non poterono fare a meno di paragonare i due regimi. Penso a Vasilij Grossman, scrittore sovietico nato in Ucraina da famiglia ebrea. Egli assistette alla carestia lucidamente indotta da Stalin in Ucraina, e più tardi perse sua madre nell’Olocausto nazista, sempre in Ucraina. Gli venne naturale paragonare i due terribili eventi. Così fu per moltissimi ebrei, e così per moltissimi ucraini". Vittime di una persecuzione continua, stritolate nel redde rationem di un dualismo secolare, nel pieno del lungo suicidio dell'Europa rappresentato dalle due guerre mondiali. Un'ondata di dolore che ha rimesso in moto con profondo dinamismo la storia di queste terre dopo la fine della guerra e i lunghi anni di dominazione comunista. La memoria del dolore plasma oggigiorno la visione di nazioni come l'odierna Polonia, diffidente tanto di Mosca quanto di Berlino, identitaria e intenta a riscoprire nelle sue radici cristiane la forza vivificatrice per la ricostruzione del suo futuro. Una via già indicata in passato da Giovanni Paolo II, tra i tanti uomini sopravvissuti nonostante il faccia a faccia con entrambi i totalitarismi. Che, in fin dei conti, piuttosto che annientare i popoli delle "terre di sangue" li hanno, in ultima istanza, resi più coesi e resistenti. La disfatta del totalitarismo sta proprio nel fatto che nell'Europa di oggi continui a esistere il prezioso pluralismo etnico, religioso, politico, culturale che Hitler e Stalin volevano cinicamente negare. Andrea Muratore

L’Olocausto dimenticato di Stalin: Holodomor, la grande carestia ucraina. Andrea Muratore su Inside Over il 5 novembre 2021. Tra i grandi genocidi del Novecento eccessivamente sotto silenzio passa spesso nel dibattito pubblico l’Holodomor, la grande carestia che si abbatté sull’Ucraina tra il 1932 e il 1933 e che è direttamente correlabile alle politiche del regime sovietico di Stalin volte a consolidare la collettivizzazione forzata delle terre agricole del “granaio” dell’Europa orientale. In ucraino Holodomor significa letteralmente “sterminio per fame” .

Nel contesto di un processo che proseguiva a tappe forzate almeno cinque milioni di persone morirono di fame in tutta l’Urss non a causa del fallimento delle coltivazioni, ma perché furono deliberatamente private dei mezzi di sostentamento. Di questi, si stima che tra i 3 e i 4 milioni fossero ucraini, vittime come in altre carestie del XX secolo non tanto della carenza di cibo e raccolti quanto piuttosto di una precisa volontà politica che tendeva a reprimere ogni dissenso dall’autorità centrale, arrivando a punire chi temendo la morte per fame ammassava privatamente raccolti o si rifiutava di far macellare il bestiame con la confisca dei beni.

Le premesse dell'annientamento

Riuniti sotto il controllo sovietico i territori ucraini, i bolscevichi dopo la guerra civile seguita alla fine dell’Impero zarista istituirono ufficialmente la Repubblica Socialista Sovietica d’Ucraina il 30 dicembre 1922. Essa ebbe come prima capitale fino al 1934 la città orientale di Charkiv, dal 1918 sede del locale potere sovietico, ricordata talvolta come “la capitale della carestia”.

Il regime di Lenin prima e quello di Stalin poi apportarono profondi stravolgimenti nell’assetto sociale, politico ed economico dell’Ucraina, forzando (nonostante l’appello formale alla politica delle nazionalità) una convergenza verso un ceppo dominante di matrice russa, eradicando buona parte della tradizione culturale di matrice ortodossa, marginalizzando le minoranze ritenute afferenti a poteri potenzialmente nemici (come i polacchi), reprimendo l’identità dei cosacchi e cercando di imporre i principi del socialismo in un’economia a trazione agricola.

Dopo l’annuncio della massiccia campagna di collettivizzazione fondata sulle fattorie collettive (kolchoz) e le aziende agricole statali (sovchoz) la leadership sovietica nel 1928 concentrò fortemente i suoi sforzi su un’Ucraina che era stata tra le aree più renitenti del Paese in questa nuova sfida.

“Stalin e compagni”, nota l’Osservatorio Balcani-Caucaso, “erano ben consapevoli del pericolo di rivolte e ribellioni e, non volendo perdere l’Ucraina, nel 1932 il regime pensò a uno stratagemma per sterminare (o quantomeno mettere a tacere) la nazione ucraina, abilmente mascherato da uno dei piani di collettivizzazione”, cogliendo la palla al balzo per giustificare gli insufficienti risultati del piano generale. In sostanza “si trattava di confiscare tutte le scorte di grano e di generi alimentari come sanzione per il fallimento del piano statale di approvvigionamento di grano”.

La carestia come detto nacque non tanto dalla collettivizzazione, ma piuttosto dalle manovre volte a punire gli ucraini e a utilizzare il volano dell’accentramento del controllo sulle terre come scusa per annientare l’identità politica della Repubblica. Fu dunque il risultato della confisca del cibo, dei blocchi stradali che impedirono alla popolazione di spostarsi, dei confinamenti delle metropoli a partire dalla stessa Charkiv, divenuta “la capitale della fame”. Il governo sovietico così accentuò la crisi agricola già in atto, creando una carestia “su ordinazione, imponendo una quota di grano estremamente alta e non realistica come tassa statale: la produzione di circa 6 milioni di chili di grano”.

L'inferno dell'Ucraina nell'era di Stalin

Il saggio Red Famine: Stalin’s War on Ukraine della studiosa Anne Applebaum e Terre di sangue, di Timothy Snyder, hanno contribuito a portare a conoscenza del grande pubblico alcune delle più drammatiche conseguenze delle politiche del regime di Stalin, riassunte emblematicamente da Avvenire: tra il 1932 e il 1933, in particolare, un rapporto “del capo della polizia segreta di Kiev elenca 69 casi di cannibalismo in appena due mesi, racconta casi di persone che uccisero e mangiarono i propri figli, la totale estinzione di cani e gatti, la scomparsa della popolazione di interi villaggi, i carri per il trasporto dei defunti che raccoglieva anche i moribondi e poi li seppelliva ancora vivi”.

Nell’universo parallelo del regime di Stalin la fame era considerata una forma di resistenza al potere sovietico. Sobillati dai nemici del Paese, primi fra tutti Polonia e Giappone dei quali ai cui estremi confini Mosca temeva l’alleanza in funzione antisovietica, Stalin e i suoi fedelissimi, Kaganovic e Molotov in testa, arrivarono a convincersi che la fame equivaleva a una forma estrema di resistenza all’inevitabile vittoria del socialismo da parte di sabotatori che odiavano il regime a tal punto da lasciare morire intenzionalmente le loro famiglie pur di non ammetterlo. Per Kaganovic la fame era una “lotta di classe”, e in un contesto che vide una carestia tragica fare milioni di vittima in tutta l’Unione Sovietica in Ucraina si arrivò al deliberato omicidio di massa.

Le tappe dell'Holodomor

Tra il novembre e il dicembre 1932 una serie di misure politiche crearono le basi perché l’Ucraina fosse accerchiata dalla fame. Il 18 novembre ai contadini ucraini fu fatto ordine di consegnare ogni avanzo del raccolto precedente superante le eccedenze da destinare all’ammasso, dando vita a una serie infinita di persecuzioni da parte di polizia e servizi segreti; due giorni dopo fu imposta una norma draconiana sulla carne, che portò alla confisca di massa di mucche e maiali, vera e propria riserva anti-fame per centinaia di migliaia di ucraini; il 28 novembre e il 5 dicembre ulteriori ordinanze aumentarono il potere di confisca dei funzionari comunisti. A fine dicembre e inizio gennaio il tour ucraino di Kaganovic lasciò dietro di sé un’ondata di epurazioni di funzionari, condanne a morte, deportazioni; il 14 gennaio 1933 ai contadini ucraini non fu concesso il lasciapassare interno che obbligatoriamente i cittadini sovietici dovevano portare con sé per muoversi nel Paese e, nell’inverno 1933, fu compiuta la mossa finale: la confisca die semi del grano per la stagione successiva, che lasciava i contadini ucraini senza speranze di poter autonomamente condurre un nuovo raccolto.

Nella primavera 1933 non meno di 10mila persone morivano, in media, ogni giorno di fame in Ucraina, a cui andavano aggiunti i circa 300mila ucraini morti di carestia dopo la deportazione nei campi di lavoro, nei gulag e negli insediamenti speciali citati da Snyder nei suoi studi. Aleksandr Solženicyn ha sostenuto il 2 aprile 2008 in un’intervista a Izvestija che la carestia degli anni Trenta in Ucraina è stata simile alla carestia russa del 1921-1922, poiché entrambe furono causati dalla “spietata rapina dei contadini da parte del sistema bolscevico”.

Complessivamente, non meno di 3,3 milioni di persone persero la vita nell’Holodomor, l’inferno sulla terra creato dalla collettivizzazione. La struttura sociale ucraina ne fu sconvolta, mentre nel frattempo il grano sovietico requisito agli ucraini contribuiva a mantenere stabili i mercati internazionali, nelle decisive settimane in cui gli Stati Uniti di Franklin Delano Roosevelt puntavano su questa nuova stabilità per uscire dalla Grande Depressione e si preparavano ad estendere il proprio riconoscimento all’Urss nel novembre 1933 e in Germania Adolf Hitler consolidava il suo potere.

Ancora oggi il ricordo dell’Holodomor divide Ucraina e Russia. Per Kiev si tratta di una pagina incancellabile della propria storia: nel 2010, la corte d’appello di Kiev decretò che l’Holodomor fosse un atto di genocidio e anche Polonia e Città del Vaticano si sono espressi in tal senso. Latita ancora la memoria storica in tal senso, come spesso accade sul fronte dei crimini staliniani. Condotti sotto la cappa di ferro di un regime in larga misura isolato dal mondo e la cui scoperta è stata, in larga misura, il frutto del lavoro pioneristico di pochi storici.

Tra Hitler e Stalin: le “terre di sangue” vittime dei regimi totalitari. Andrea Muratore  su Inside Over il 5 novembre 2021. Il totalitarismo nazionalsocialista e quello stalinano sono associati ad alcuni dei più efferati crimini commessi nella storia del Novecento. Guardando alla tragica storia tra l’inizio delle campagne di collettivizzazione di massa in Unione Sovietica a inizio Anni Trenta e la fine della Seconda guerra mondiale culminata nella distruzione del Terzo Reich si nota che buona parte dei crimini di Hitler e Stalin ebbero come teatro un’area sovrapponibile dell’Europa orientale compresa tra la Polonia, i Paesi baltici, la Bielorussia e l’Ucraina. In cui furono sterminate milioni di persone in larga parte inermi.

I massacri dei due totalitarismi

Lo storico Timothy Snyder nel saggio Terre di sangue ha sottolineato l’importanza di analizzare questa area d’Europa come vittima parallelamente delle efferatezze staliniane e di quelle naziste. Dall’inizio degli Anni Trenta all’inizio della seconda guerra mondiale fu l’Unione Sovietica a produrre i maggiori massacri con l’Holodomor, la devastante carestia ucraina, le collettivizzazioni forzate delle campagne e le deportazioni nei Gulag culminate nel Grande Terrore tra il 1937 e il 1938; il Patto Molotov-Ribbentrop di non aggressione siglato nell’agosto 1939 e durato fino alla tragica giornata del 22 giugno che sancì l’inizio dell’invasione tedesca dell’Unione Sovietica aprì la strada alla spartizione della Polonia e a una fase in cui i due regimi furono complici dell’annientamento dell’identità sociale, politica e culturale della nazione occupata.

Dopo il 1941, infine, furono i tedeschi a sdoganare la componente più efferata e violenta dei loro crimini. Nelle “terre di sangue” ebbe luogo l’omicidio in massa degli ebrei di tutta Europa, nel loro territorio avevano sede le fabbriche della morte naziste (Auschwitz-Birkenau, Treblinka, Belzec, Majdanek), furono compiuti eccidi di massa e fucilazioni, almeno tre milioni di prigionieri di guerra sovietici furono fatti morire di fame. Le “terre di sangue” furono oggetto della competizione incrociata tra il Reich e la potenza comunista, ma sostanzialmente, anche da nemiche, sia il Reich che l’Urss siano stati di fatto complici in un progetto che, per fini diversi, mirava però allo stesso obiettivo di fondo: annullare ogni identità culturale, politica e sociale dei Paesi delle “terre di sangue”, non a caso spartiti brutalmente da Molotov e Ribbentrop nel patto del 1939, assimilandoli forzatamente ai russi e ai tedeschi.

Una conta di morti impressionante

Oggigiorno – giustamente – spaventano e raccapricciano i pensieri riguardanti i 6 milioni di ebrei assassinati nel quadro della “Soluzione finale” nazionalsocialista. Ebbene, gli ebrei sterminati dai tedeschi nelle camere a gas, nelle repressioni di massa, con le fucilazioni, attraverso le marce della morte e la privazione del cibo non ammontano nemmeno alla metà complessiva dei morti delle “terre di sangue”, che Snyder calcola complessivamente in 14 milioni.

Questo numero, come quello di tutti i genocidi della storia, non significherebbe nulla se non fosse confrontato al pensiero che ogni decesso corrisponde a un’esistenza umana interrotta tragicamente. Dal prigioniero del gulag fatto morire di fame alla bambina ucraina perita assieme alla sua famiglia di carestia, dalla giovane madre ebrea morta in Bielorussia dopo l’invasione tedesca alle innumerevoli vite divorate dai lager, Snyder prova a dare umanità e individualità a alcune di queste.

La conta dei morti si snoda lungo un decennio ed è impressionante: il martirio delle “terre di sangue” ebbe inizio con i 3 milioni di morti della carestia “politica” imposta da Stalin all’Ucraina a inizio Anni Trenta; proseguì con i circa 700mila morti del Grande Terrore, in larga misura contadini e membri di minoranze nazionali fucilati; 200mila polacchi furono uccisi da tedeschi e sovietici nella repressione del 1939-1941; 4 milioni di persone morirono di fame e stenti in Unione Sovietica dopo l’invasione tedesca, 5,4 dei 6 milioni di ebrei periti durante l’Olocausto furono sterminati nelle “terre di sangue” e le operazioni anti-partigiane, le repressioni di massa e le vendette incrociate contro i partigiani tra Polonia, Bielorussia, Ucraina reclamarono un tributo di un ulteriore mezzo milione di vittime.

“A grande distanza di tempo si può scegliere di paragonare o meno i sistemi nazista o sovietico”, scrive Snyder, riferendosi a un’annosa polemica politica che divide l’Europa. “Le centinaia di milioni di europei che furono sottoposti a entrambi i regimi non poterono permettersi questo lusso”. E spesso finirono per essere vittime di entrambi i regimi o carnefici involontari. Per un ufficiale polacco nel 1939 la scelta di arrendersi ai tedeschi o ai sovietici presentava analoghe incognite; un ebreo polacco fuggito in Unione Sovietica tra il 1939 e il 1941 poteva finire in un gulag o essere riconsegnato ai nazisti; un cittadino ucraino poteva subire una rappresaglia tedesca o entrare a far parte di un gruppo partigiano, oppure scegliere un collaborazionismo spesso deciso come via di fuga dall’incertezza; in Bielorussia l’arruolamento forzato al lavoro al servizio dei tedeschi o il reclutamento da parte dei partigiani dipendeva spesso da singoli rastrellamenti; spesso diversi militari sovietici caduti prigionieri scelsero l’arruolamento con la Germania nazista come unica alternativa alla morte per fame.

La sovrapposizione tra le violenze naziste e quelle sovietiche portò al parossismo la pressione storica sull’Europa orientale, ma diede anche vita a una fase unica, nella sua tragicità, dei rapporti tra Berlino e Mosca, dato che per il professor Salvatore Santangelo, attento studioso delle relazioni tra Mosca e Berlino, “la Russia non ha avuto rapporti altrettanto intensi quanto quello costruito con la Germania. Un rapporto fatto anche di tragedie e orrori, che hanno avuto il proprio culmine nella Seconda guerra mondiale”, la quale ha segnato uno spartiacque storico fondamentale per l’Europa orientale. E non è un caso che per quasi tutti gli Stati che si trovano ancor oggi tra i russi e i tedeschi oggigiorno l’incubo strategico, dopo le divisioni della Guerra Fredda e la fine del comunismo sovietico, sia una piena saldatura tra Mosca e Berlino sotto forma di asse economico, energetico, geopolitico che li tagli fuori. I retaggi del passato non si possono cancellare dalla memoria dei popoli quando di mezzo ci sono le terre di sangue.

Katyn, il colpo al cuore della Polonia. Andrea Muratore  su Inside Over il 5 novembre 2021. Camminando per le città polacche, in diverse chiese e cattedrali ricostruite dopo la Seconda guerra mondiale si potrà ammirare, in forma di dipinto, come scultura o incisa in una vetrata, un’icona della Vergine Maria tanto realistica quanto commovente: la Madonna, raffigurata dolorante, stringe al suo petto il corpo di un uomo che appare rivolto di schiena, con un foro nella nuca. Per i polacchi, è l’icona della Madonna di Katyn, il simbolo del martirio della nazione durante il secondo conflitto mondiale, che ebbe uno dei suoi momenti apicali nella strage ordinata dal regime sovietico di Stalin contro gli ufficiali polacchi prigionieri nella primavera 1940.

I graduati polacchi presi prigionieri dopo la spartizione della Polonia tra Germania nazista e Unione Sovietica furono massacrati assieme a politici, giornalisti, intellettuali, professori e industriali, uccisi con esecuzioni sommarie a colpi di pistola dai militari Commissariato del popolo per gli affari interni (Nkvd) in una serie di episodi che ebbero il loro apice nel massacro avvenuto nei pressi della foresta di Katyn, sita a circa 20 km dalla città russa di Smolensk.

Complessivamente, furono 22mila i morti in una serie di operazioni che spiccano per efferatezza e programmazione da parte delle autorità sovietiche. Desiderose di cancellare dalla faccia della Terra ogni vestigia di un’identità polacca. Di annientare scientemente la nazione dopo aver contribuito ad azzerarne lo Stato. Un’azione volutamente e deliberatamente tesa all’annientamento delle guide contemporanee e future del popolo polacco, a consolidarne l’asservimento, non meno brutale di analoghe repressioni condotte dai nazisti nella prima nazione da loro invasa nel 1939 e negli anni successivi. Laddove la Seconda guerra mondiale rappresentò per la Germania di Adolf Hitler il punto d’inizio di una campagna di asservimento dei cittadini polacchi e di sterminio graduale della sua comunità ebraica, essa fu per Stalin e il suo regime il punto d’arrivo di una paranoica persecuzione anti-polacca che aveva avuto già le sue prime espressioni ai tempi dell’Holodomor, la grande carestia ucraina degli Anni Trenta, e nel Grande Terrore del 1937-1938.

Il 5 marzo 1940 Lavrentij Beria, capo della polizia segreta sovietica, aveva proposto al Politburo del Partito comunista dell’Unione Sovietica di approvare un ordine di eliminazione delle forze antisovietiche e degli attivisti  “nazionalisti e controrivoluzionari” detenuti nei campi e nelle prigioni delle parti occupata della Polonia. Richiamandosi all’inesistente Organizzazione Militare Polacca a cui erano accusati di partecipare alcuni dei fucilati in vista della repressione del Grande Terrore.

Detenuti nei campi di prigionia di Kalinin, vicino Mosca, di Staroblisk, vicino all’attuale Donetsk, e soprattutto nel centro di Kozelsk i polacchi arrestati o presi prigionieri furono destinati alla morte da un ordine amministrativo connotato dal tradizionale grigiore burocratico con cui la vita e la morte venivano decise nell’Urss staliniana. Kozelsk è la città in cui Fedor Dostojevskij aveva collocato una scena cruciale dei Fratelli Karamazov. Un’opera coniugante in forma tragica fede, discussioni sul destino dell’essere umano e un duello tragico tra morali diverse che vide una sua parte ambientata all’Optyn Hermitage della piccola città russa, divenuta dal 1939 sede di un campo di prigionia sovietico divenuto base per la fabbrica della morte sovietica. Come ha ricordato la storica Anna Cienciala, polacca emigrata negli Usa, i massacri che presero il nome da Katyn avvennero dispersi su più aree concentrate nello spazio boschivo vicino Smolensk e seguivano un modus operandi freddamente determinato: i detenuti condotti da Kozelsk a Katyn erano “condotti in una stanza dove venivano controllati i loro estremi. Da qui giungevano in un’altra stanza, buia e senza finestre” e, come ricordarono testimoni del Nkvd, “si sentiva un rumore secco e questa era la fine”. In alcuni casi, a Katyn i i prigionieri erano portati direttamente alle fosse con le mani legate dietro la schiena e uccisi con un colpo di pistola alla nuca.

Qual è la portata tragica più significativa dell’eccidio di Katyn? Essenzialmente il fatto che inviti a pensare sulla drammaticità e sulla convergenza dei regimi totalitari del Novecento. Per lungo tempo la sua responsabilità venne attribuite ai tedeschi per il fatto che Joseph Goebbels, ministro della Propaganda del Reich, volle sfruttare propagandisticamente il massacro dopo la scoperta delle fosse comuni di Katyn da parte dei militari della Germania nel 1943. Di questa opera di madornale disinformazione furono complici anche gli occidentali prima della fine della seconda guerra mondiale: la rottura consumatasi tra il governo polacco in esilio e Stalin dopo la scoperta del massacro rischiava di minare la coalizione antitedesca e Varsavia, in nome della quale era stata avviata la guerra a Hitler, destinata nelle mani di uno dei suoi due invasori del 1939. Come sottolinea Avvenire, inoltre, “il macabro paradosso del processo di Norimberga fu che tra i giudici dei criminali hitleriani c’erano i funzionari sovietici, colpevoli di analoghi stermini di massa, tra cui appunto quello di Katyn”.

Nella sua ultima intervista concessa all’Osservatore Romano a pochi giorni dalla morte, in occasione del ventesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre 2009 il professor Viktor Zaslavsky, docente di Sociologia politica presso la Luiss di Roma, grande studioso dei rapporti tra Italia e blocco orientale nella Guerra Fredda e, soprattutto, ex cittadino sovietico che nel 1974 venne espulso dall’Urss dichiarò che “nell’ambito del dibattito sui totalitarismi e sui sistemi totalitari del XX secolo il massacro di Katyn rappresenta un caso emblematico di pulizia di classe, mentre Auschwitz si configura come un caso di pulizia etnica. Due politiche gemelle che accomunano il totalitarismo nazista e quello sovietico”. Con una nazione martire per eccellenza: la Polonia, “Cristo d’Europa” martoriato per decenni fino alla definitiva emancipazione da ogni dominio esterno dopo il 1989. Anno che ha permesso di far finalmente giustizia su uno dei crimini più odiosi e meno noti del Novecento. Un massacro con cui un regime totalitario mirò a decapitare di colpo una nazione intera azzerando le sue prospettive di rinascita e decimandone l’élite.

·        Rosa Luxemburg, l’allieva di Marx.

Il saggio di Bevilacqua. Tocqueville e i suoi fantasmi: una lezione di filosofia. Filippo La Porta su Il Riformista il 16 Settembre 2021. Piero Bevilacqua, storico meridionalista e scrittore, ha orchestrato un dialogo impossibile tra alcuni giganti del pensiero moderno, altrettanti spettri convocati nel 2021 in una sontuosa dimora vicino Parigi, dal visconte Alexis de Tocqueville: Illustri fantasmi nel castello di Tocqueville (Castelvecchi), e lo ha fatto con gusto letterario, sapiente messinscena e senso dei dialoghi. Di fronte a noi sfilano Marx, Burke, Nietzsche, Lenin, Rosa Luxemburg, Gramsci, Friedman… tutti molto informati sulle trasformazioni del mondo contemporaneo. Credo che il nostro ceto politico – apparentemente nato da se stesso (riuscite a immaginare una biblioteca dietro i nostri partiti?) – avrebbe l’obbligo di leggere questo libretto, anche solo per acquisire un senso del passato, una consapevolezza della politica stessa, una cognizione sufficientemente precisa del conflitto di idee così come ci viene dalla tradizione.

Dichiaro subito la mia totale condivisione dello spirito del libretto, della sensibilità che lo sottende, della segreta identificazione dell’autore con Rosa Luxemburg (se non mi sbaglio), l’unica capace di attaccare sia la “ragione” occidentale, legata al dominio, e sia il soggettivismo rivoluzionario privo di misura, che non riconosce al caso alcuna importanza. Inoltre segnalo, in queste pagine, alcune perle assolute: l’originale riflessione sulla mancanza di una vera tradizione di sinistra negli Usa, la disputa sulla illusione che basti produrre più ricchezza per elevare il livello di tutti, la denuncia dell’applicazione agli animali dei metodi di sterminio collaudati nel secolo breve, la confutazione del cosiddetto “stato leggero”, l’idea aberrante della colpa originaria oggi legata al debito contratto… Non solo Bevilacqua dice qualcosa di sinistra, ma la dice con una chiarezza problematica esemplare. Detto questo, mi sento allora autorizzato a riportare qui un elenco di considerazioni critiche e di possibili obiezioni (to be continued…)

1) Nel nobile consesso mancano alcuni ospiti che sarebbero stati fondamentali (mentre far rappresentare da Friedman l’intera tradizione liberale è un po’ mettersi le cose facili). In particolare: Proudhon, che non capiva la dialettica (come Tocqueville) ma che aveva intravisto l’autoritarismo di Marx e più che di socialismo “scientifico” (micidiale illusione) parlava della centralità del bisogno di giustizia; Leopardi, che più di chiunque altro ha meditato sulla natura (restiamo creature gettate sulla terra, condannate a invecchiare e a morire, dice Tocqueville) auspicando (nella “Ginestra”) una lotta di tutti contro il comune nemico (mente il marxismo sulla questione del limite oscuro e naturale dell’esistenza ha delegato troppo al positivismo più bolso); Herzen, il pensatore libertario che ha mostrato come i fini troppo lontani nel tempo sono sempre un inganno (contano quasi solo i “mezzi”).

2) Unico autore contemporaneo citato è sir Ralf Dahrendorf (e il nostro Carlo Cipolla)! Senza nulla togliere all’illustre “baronetto” politologo, forse c’era di meglio: Sennett, Nancy, Castoriadis, Ivan Illich…

3) La tirata di Marx contro il nostro tempo (la tendenza a farsi gregge delle persone) e le strategie pervasive di marketing (ci indurrebbero ad acquistare anche prodotti di cui non abbiamo bisogno) non mi convince, né mi pare in fondo “marxista”: le merci non sono mai imposte né interamente calate dall’alto. Vi è interazione tra alto e basso. L’iPhone – un prodotto di eccellenza tecnologica – è stato immaginato e disegnato da ex fricchettoni californiani (sottopagati) pensando a ciò che loro stessi desideravano di più, alla possibilità di comunicare facilmente con chiunque, etc.! Non ne abbiamo bisogno per la sopravvivenza? Certo, ma allora dovremmo rinunciare a 4/5 del nostro stile di vita.

4) Sulla violenza le critiche (radicali) al marxismo (la violenza levatrice della Storia, etc.) le avrei fatte citando almeno Simone Weil: ogni guerra, come la guerra di Troia, si dimentica le sue ragioni, mentre l’uso della forza sfigura per sempre chi la usa e chi la subisce. Compagni, ancora uno sforzo: Saul Alinsky, inventore del sit-in e di tecniche di disobbedienza passiva, organizzatore dal basso di comunità a Chicago negli anni ‘30, è assai più “eversivo” di Che Guevara!

5) Il Nietzsche di questo consesso, benché dipinto correttamente come pessimista incorreggibile e critico della modernità, mi sembra troppo poco di destra, come invece era! Non dimentichiamolo, voleva gli operai ridotti a schiavi, senza la “finzione” del diritto di sciopero e cose analoghe!

6) Sugli States. Bevilacqua accoglie equanimemente opinioni diverse, però si capisce che è un po’ più dalla parte di chi li demonizza. Ora, dal punto di vista “dell’essenza” (i filosofi prediligono l’essenza) può anche darsi che tra democrazia americana e Germania nazista non ci siano differenze rilevanti. Ma basta aver vissuto negli Stati Uniti una settimana per capire come invece i “dettagli” sono tutto, e circola ovunque un senso di libertà vertiginoso, a noi sconosciuto (un musicista nero, che viveva di espedienti, mi disse convinto: «I’m not poor, I’m broke», «Non sono povero, sono – temporaneamente – al verde»).

Torniamo al mio pieno consenso a queste pagine di Bevilacqua. Nelle conclusioni fa dire a Marx: «Dentro quest’ordine vecchio della società, questo involucro inerte di divisioni e confini… è sorta una sola umanità, spinta da un comune desiderio di uguaglianza». E parla di una “crisalide” uscita dalla membrana, una “nuova ragione del mondo”. E così Rosa Luxemburg, anche lei rivolta a Nietzsche (ma perché? tanto nessuno lo convince!), dirà che il bello, il buono e il giusto non sono spariti, «fanno parte della volontà di essere di tanti uomini e donne». Ed è la «storia più nobile del nostro passato».

Appunto: per la rivoluzione – qualsiasi cosa voglia dire questo concetto – è molto più utile il passato del futuro, la nostalgia di ciò che non è stato realizzato. Particolarmente felice la invenzione del personaggio di Caterina, la domestica napoletana di Tocqueville, che alla fine invita tutti al pranzo, alle penne al ragù di maiale cucinato a fuoco lento per tre giorni, etc. (per la signora Rosa, vegetariana, pasta aglio e olio)… Sano richiamo materialistico ad una concreta esperienza di piacere indispensabile per criticare l’esistente, che quel piacere nega ai più. In tedesco le parole “compagno” e “godimento” hanno la stessa radice, come a quel pranzo ben sapeva Marx, affondando la mano nel groviglio della sua grande barba. Filippo La Porta

Rosa Luxemburg, l’allieva di Marx con la rivoluzione come desiderio. Nasceva centocinquanta anni fa una delle protagoniste del pensiero della sinistra storica europea. Figura poco ricordata finanche dalle sinistre una ribelle in tutto, nella militanza e negli scritti. Emilio Gardini su Il Quotidiano del Sud il 28 febbraio 2021. Nel discorso che tiene il 31 dicembre del 1918 a Berlino, in occasione della fondazione del partito comunista tedesco, Rosa Luxemburg fa un esplicito riferimento al documento rivoluzionario più famoso della storia moderna, il Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx e Friedrich Engels. Nella prima parte del discorso il richiamo al pamphlet è chiaro; il principale nemico della democrazia per i proletari è il capitalismo. Come per Marx ed Engels, per la Luxemburg, il compito dei rivoluzionari proletari è “fare del socialismo verità e realtà e sradicare il capitalismo”. In quel discorso, che sancisce la confluenza della Lega di Spartaco – partito socialista rivoluzionario che fonda con Karl Liebknecht, anni prima nel 1914 – nel partito comunista tedesco, Rosa Luxemburg, in chiara polemica con i socialdemocratici, ribadisce come una parte del marxismo “ufficiale” avesse tra i suoi intenti quello di non considerare più necessaria la lotta di classe. Come se essa fosse inattuale e non più un mezzo per l’emancipazione delle masse. Tacciare i socialisti ribelli come anarchici e addirittura anti-marxisti aveva lo scopo di dimostrare l’impossibilità della vittoria del proletariato sulle borghesie e attenuare così le reazioni del popolo. Diversamente, la Luxemburg, convinta che solo il ruolo attivo del proletariato nei processi potesse innescare il cambiamento, considerava come “vero marxismo” quello che “lotta anche contro coloro che cercano di falsificarlo”. Definita dal filosofo Gyorgy Lucaks, la principale allieva di Karl Marx, che segue meticolosamente nei suoi scritti anche filosoficamente, morirà poco dopo quel discorso, il 15 gennaio del 1919, colpita alla testa con il calcio del fucile, poi giustiziata e gettata in un canale dai paramilitari di destra (Freikorps) appoggiati dal governo tedesco di Weimar nel corso della “rivolta di gennaio”, successiva agli scioperi e alle manifestazioni di massa che da tempo avevano luogo a Berlino. Il suo corpo verrà trovato mesi dopo. Uccisa meschinamente così la più potente filosofa rivoluzionaria marxista, una figura incredibilmente troppo poco ricordata finanche dalle sinistre, una ribelle in tutto, nella militanza e negli scritti. Rosa Luxemburg nasce il 5 marzo del 1871 a Zamosoc, in Polonia, ebrea, di famiglia colta e di educazione liberale. Si trasferisce ancora bambina con la famiglia a Varsavia dove inizia la sua militanza politica entrando a far parte del partito rivoluzionario “Proletariat”. Poi Zurigo nel 1889, dove scappa dalla polizia zarista che arresta molti membri del partito. Qui si laurea, continua la sua militanza politica e scrive nel 1897 la sua tesi di dottorato sullo sviluppo industriale in Polonia. Zurigo è una città dove la sua formazione politica acquisisce un carattere completo, il contesto sociale nel quale è immersa non è la Polonia sottomessa all’autoritarismo zarista che ha sempre sofferto. Studia a fondo i lavori di Marx ed Engels, i classici dell’economia, la filosofia e la letteratura. Oltre a coltivare il suo interesse per la botanica. È una donna colta, con talento letterario, passione politica e rivoluzionaria. Si trasferisce allora in Germania, il fulcro del socialismo e del movimento operaio di fine secolo, dove diventa cittadina tedesca grazie a un matrimonio “di forma”. In Germania tra il 1898 e il 1899 scrive il bellissimo saggio Riforma sociale o rivoluzione? nel quale critica la visione revisionista che in Germania sta prendendo piede e che considera la teoria di Karl Marx inadatta a interpretare le contingenze storiche del capitalismo industriale. In particolare polemizza con gli scritti di Eduard Bernstein, il più noto tra i “revisionisti”, il quale ritiene che la fine del capitalismo non sarebbe avvenuta come Marx preconizzava perché la sua capacità di adattarsi avrebbe addirittura annullato le crisi a venire. Di conseguenza, il compito dei socialisti non è più conquistare il potere e ribaltare lo “stato delle cose” ma accettare le condizioni del momento storico cooperando con i governi borghesi. Questo significa, per la Luxemburg, rinunciare alla possibilità di cambiare la società. “Tutta questa teoria – scrive nel saggio – non conduce ad altro che al consiglio di rinunciare alla trasformazione della società, cioè allo scopo finale della socialdemocrazia, e di fare viceversa della riforma sociale lo scopo anziché un mezzo della lotta di classe”. In modo molto deciso, come nel suo stile, ritiene che la riforma sociale rimane solo una illusione se si rinuncia alla trasformazione strutturale della società per la quale la partecipazione delle classi subalterne è necessaria. Il dovere dei socialisti rivoluzionari è liberare il proletariato dall’oppressione del capitalismo. Non bisogna illudersi delle riforme messe in atto dallo Stato borghese, perché queste sono false concessioni per indebolire le coscienze delle masse. Nel 1913 scrive L’accumulazione del capitale, la sua opera più importante, così in linea con le analisi di Karl Marx che Gyorgy Lucaks le dedica uno scritto nel 1921 – che poi diventerà parte dei saggi raccolti nel suo Storia e coscienza di classe – nel quale sostiene che la Luxemburg raccoglie l’interezza dell’opera marxiana “dopo decenni di volgarizzazione del marxismo”. Il suo “marxismo internazionalista”, mosso dal desiderio della rivoluzione, è sempre stato antiautoritario e avverso ai dispotismi. Nonostante considerasse necessario il partito e avesse guardato con entusiasmo alla rivoluzione bolscevica del 1917, reale capovolgimento dell’oppressione del potere zarista, temeva le possibili derive autoritarie conseguenti alla centralizzazione del potere nelle mani di pochi. Fu anche per questo ostracizzata da una parte del mondo socialista che la considerava una mistificatrice della rivoluzione. La sua visione socialista e il suo rifiuto per l’oppressione, nel mezzo della Grande Guerra dalla quale le borghesie non riescono a tener fuori i paesi ridotti alla sofferenza, sono l’opposto del dramma che avrebbe afflitto la Germania dopo la sconfitta. L’avvento del nazismo fu la barbarie. Suona coerente, dunque, il suo motto noto “socialismo o barbarie”, forse ripreso da Friedrich Engels come lei stessa dice, o da Karl Kautsky, come alcuni sostengono, chissà. Ma non è importante. È importante invece che il sogno rivoluzionario di Rosa Luxemburg, militante e intellettuale socialista, non si spenga e possa ancora oggi orientare nell’indifferenza della politica.

·        Al tempo del Nazismo.

L'OMBRA DI PEARL HARBOR. Ottant'anni fa l'attacco che aprì la guerra del Pacifico. Un colpo a sorpresa, che ancora oggi condiziona le scelte dell'America. di Gianluca di Feo. A cura di Paola Cipriani. Grafica di Paula Simonetti, Paola Cipriani, Teresa Galloppa, Nino Brisindi, Giuliano Granati, Corrado Moretti e Roberto Trinchieri su la Repubblica il 2 Dicembre 2021.

Pearl Harbour è un incubo che imprigiona gli Stati Uniti da ottant’anni. È la staffilata inferta alla schiena dalla picchiata di oltre trecento aerei che sganciano bombe su una nazione addormentata, incapace di aprire gli occhi su quello che stava accadendo nel mondo. L’America si è svegliata dal torpore della domenica mattina scoprendo non solo di essere in guerra, ma pure di trovarsi a un passo dalla sconfitta perché in novanta minuti il nemico aveva affondato il cuore della sua flotta. Passato lo smarrimento iniziale, si è rialzata e ha reagito “al giorno dell’infamia” con un’energia sottovalutata dagli avversari, senza però rimuovere il trauma di quella pugnalata a tradimento. Le domande di allora continuano a condizionare le scelte di oggi. Perché i giapponesi erano arrivati a tanto, colpendo senza neppure formalizzare le ostilità? Come era stato possibile che nessuno avesse dato l’allarme sulla spedizione che aveva percorso 5.600 chilometri per raggiungere le acque delle Hawaii? E perché gli stormi imperiali non hanno incontrato resistenza? L’esordio del conflitto aveva mostrato l’impotenza di Washington, limitata nella politica estera, praticamente priva di intelligence e senza una forza militare all’altezza della sfida: una responsabilità collettiva che nei giorni successivi al 7 dicembre 1941 ha trasmesso un senso di panico in tutti gli States, temendo che l’armata nipponica stesse per sbarcare sulla costa del Pacifico. In poche settimane gran parte dell’Asia è stata invasa, cancellando la presenza occidentale fino ai confini dell’India e alle spiagge della Nuova Zelanda. Lo choc non ha piegato l’orgoglio americano, anzi lo ha moltiplicato mobilitando il Paese verso una riscossa lenta e inesorabile, dalla battaglia di Midway al trionfo finale. Nella coscienza della nazione però la macchia è rimasta indelebile: forse solo le atomiche di Hiroshima e Nagasaki hanno restituito agli Usa un senso di sicurezza, senza mai cancellare definitivamente l’incubo. Pearl Harbour è il fantasma che si è seduto al tavolo di presidenti e generali ogni qual volta dovevano affrontare una crisi, influenzandone le scelte da Cuba nel 1962 a Teheran nel 1979. Sessant’anni dopo il disastro si è ripetuto, con i voli di altri kamikaze contro le Torri Gemelle e contro il Pentagono. Sono tornati gli stessi interrogativi sulla sottovalutazione dell’avversario, l’inefficienza del sistema di prevenzione, la debolezza delle difese. Corsi e ricorsi storici che proseguono fino a oggi: il Pacifico è di nuovo lo scacchiere decisivo, dove fare i conti con una potenza asiatica aggressiva. Proiettando nello scenario del presente lo spettro del passato: il timore che Pechino possa tentare un’altra Pearl Harbor.

L’altro spazio vitale

Dei fatti del 7 dicembre 1941 abbiamo una buona conoscenza grazie soprattutto a due film. Il magnifico “Tora Tora Tora” è un’opera corale del 1970 girata insieme da registi americani e nipponici che dà spazio alle dinamiche che hanno preceduto il raid. Il kolossal del 2001 con Ben Affleck invece si è concentrato sugli aspetti emotivi, con una narrazione a stelle e strisce che evidenzia la tenacia. Entrambi i fattori sono importanti. . La partita a scacchi scatenata dal Giappone dal 1931 è illuminante, anche per la somiglianza con quello che sta avvenendo adesso nel Pacifico. In estrema sintesi, Tokyo all’epoca aveva gli stessi obiettivi della Germania nazista: garantire uno “spazio vitale” alla sua crescita, ottenendo le materie prime carenti in patria. Per prima cosa si è lanciata nell’occupazione della Cina, tormentata dai conflitti interni, cominciando dalla Manciuria per arrivare fino ai confini dell’Urss. Vista la vocazione orientale della politica nipponica, l’espansione nell’Asia sovietica ricca di giacimenti di metalli e carbone appariva naturale. Le truppe del Sol Levante avevano già tentato di inserirsi nella disgregazione della Russia zarista, mandando contingenti in Siberia per ostacolare i bolscevichi, e tornano a premere su quella frontiera. Ma tra il 1938 e il 1939 in una duplice campagna l’Armata Rossa ha risposto con la forza alle puntate nipponiche, mettendo in campo tattiche moderne nell’uso coordinato di aerei e carri armati che hanno sbaragliato i soldati e spaventato il comando imperiale. Merito soprattutto del generale Zukhov, che inizia così la carriera trionfale che lo renderà nel 1945 il conquistatore di Berlino: il suo contrattacco sul fiume Khalkhin Gol si trasforma in una tenaglia, con 500 tank e 450 autoblindo che soffocano un’intera armata giapponese. Quella disfatta ha condizionato gli eventi futuri: neppure con i tedeschi alle porte di Mosca il Giappone dichiarerà guerra a Stalin, negando all’Asse l’apertura di un secondo fronte in grado di cambiare il corso della Storia. Chiusa la strada per il Nord, inevitabilmente la spinta strategica si è diretta verso Sud-Ovest. Le trombe della propaganda hanno diffuso slogan contro il colonialismo occidentale, soffiando sui popoli di Indocina, Indonesia, Filippine e India promesse di liberazione che servivano solo a creare una labile giustificazione all’intervento nipponico. La “Grande Sfera di Prosperità Comune” nella realtà era il bacino di risorse indispensabili all’industria nipponica, a partire da petrolio e carbone. La prima preda nel 1940 è stata la colonia francese che decenni più tardi diventerà il Viet Nam: il governo di Vichy non può resistere e viene a patti. La Casa Bianca replica congelando le proprietà nipponiche negli States e paventa un embargo sui carburanti, per l’80 per cento forniti proprio dagli Usa. Il presidente Roosevelt però non rende operativo il bando, forse per non dare un pretesto alle forze imperiali che minacciavano le Indie Olandesi, ricche di oro nero e praticamente indifese dopo l’occupazione nazista dei Paesi Bassi. Alla fine dell’estate 1941 ci sono gli ultimi tentativo di trattare. Tokyo offre la ritirata dall’Indocina francese e da alcune zone della Cina in cambio della fine delle ostilità da parte dei nazionalisti di Chiang Kai-shek, sostenuti economicamente dagli Usa, e della garanzia di rifornimenti dai pozzi olandesi. Il presidente Roosevelt dice di no. E cerca di chiudere il rubinetto del petrolio in maniera trasversale: inasprisce il blocco dei fondi nipponici nelle banche statunitensi, impedendo di fatto gli acquisti. L’America ha capito quali fossero gli obiettivi ma non si è resa conto che per fermare la marcia di Tokyo sarebbero serviti strumenti diversi. Nella visione degli eredi dei samurai, le sanzioni sono considerate una prova di debolezza, incapace di condizionare la politica: anzi, la stretta dell’autunno 1941 viene interpretata dai vertici giapponesi come una provocazione, a cui bisogna rispondere con le armi. Mentre l’unica iniziativa militare della Casa Bianca è stata limitata e indiretta - il corpo di piloti mercenari delle Tigri Volanti schierati al fianco dei nazionalisti cinesi - trasmettendo al quartiere generale rivale la convinzione che non ci fosse la volontà di combattere. D’altronde all’indomani della prima guerra mondiale Washington aveva smantellato l’esercito e - contrariamente ai Paesi europei - non aveva creato un’aviazione autonoma: gli Usa schierano un corpo terrestre minuscolo, senza carri armati e con pochissimi velivoli. Erano proseguiti soltanto gli investimenti sulla flotta, destinata a tutelare l’influenza sul Pacifico, che per numeri e qualità era tra le più temibili del pianeta. Ecco che il comando supremo nipponico formula un’equazione fin troppo elementare: se riusciamo con un attacco a sorpresa a debellare la forza navale, allora il successo sarà assicurato. A convincerli della bontà di questa idea c’era pure un episodio avvenuto pochi mesi prima nel Mediterraneo: la notte di Taranto, quando venti aerosiluranti inglesi hanno colato a picco tre corazzate italiane ancorate nel porto più protetto.

L'ora del Samurai

Il generale Tojo è l’uomo forte di questa strategia. Era soprannominato il “Rasoio” per l’abilità nel ragionamento e la rapidità nelle scelte. Ostentava la fede nel Bushido, l’antico codice morale dei samurai, e nel 1934 aveva scritto un saggio che teorizzava la trasformazione del Giappone in una nazione guerriera: spesso nel trasmettere gli ordini schiaffeggiava gli ufficiali, convinto così di rafforzarne il carattere. Era molto più attento ai canoni della disciplina marziale che non agli sviluppi tecnici del conflitto che in quei mesi dilaniava l’Europa. Il premier moderato Konoye tenta invano di ottenere un summit con la Casa Bianca, offrendo la disponibilità a negoziati e evidenziando il rischio che senza un riconoscimento americano i “falchi” avrebbero preso il sopravvento. Così accade. Il ministro dell’Esercito Tojo sfrutta le tensioni con gli Usa per impossessarsi del potere e imporre l’urgenza di uno scontro. La “nota Hull” trasmessa il 26 novembre con le condizioni della Casa Bianca diventa il casus belli: “Il cuore della questione è l’imposizione di ritirarci dall’Indocina e dalla Cina. Se ci pieghiamo alle richieste dell’America, verranno distrutti i frutti degli sforzi in Cina. Il nostro controllo sulla Manciuria sarà in pericolo e quello sulla Corea rimarrà minato”. L’imperatore si schiera con lui. Deve essere guerra: una guerra rapida, perché ci sono riserve di combustibile per soli due anni.

La pianificazione dell’offensiva era già scattata da tempo. La regia è nelle mani dell’ammiraglio Yamamoto, che aveva scartato l’ipotesi di affrontare direttamente i domini olandesi e britannici: c’è un solo modo di vincere - scrive nel suo diario - “avere una potente forza aerea che colpisca in profondità il cuore del nemico nei primi istanti e infligga una mazzata, morale e materiale, dalla quale non potrà risollevarsi per parecchio tempo”. La rotta per Pearl Harbor era tracciata.

Tora tora tora

La flotta d’assalto prende il largo proprio il 26 novembre, quando l’imperatore non ha ancora dato il via libera alla guerra: deciderà solo il 2 dicembre. Non c’è bisogno di una preparazione particolare: l’addestramento di equipaggi e piloti è esemplare. Anche i mezzi sono competitivi. Il caccia Zero stupirà gli alleati: è un capolavoro di velocità e acrobazia, con una potenza di fuoco devastante. Per quasi due anni appare invincibile, spiazzando persino gli Spitfire britannici che avevano trionfato nella Battaglia di Inghilterra. Progettato per operare dalle portaerei: Yamamoto aveva puntato tutto sulla supremazia aeronavale, contrastando la costruzione di nuove corazzate. “Anche il serpente più fiero – aveva detto l’ammiraglio - può essere sconfitto da uno sciame di formiche” Gli Zero scortano i grandi B5N Kate, che potevano caricare un siluro o una micidiale bomba perforante da 800 chili, e i bombardieri in picchiata D3A Val. Tutte le dotazioni sono state perfezionate in vista del raid: gli inneschi dei siluri, ad esempio, vengono modificati per colpire nei fondali bassi della rada. Le portaerei sono sei, da cui sarebbero decollati 408 velivoli: 360 per l’assalto, 48 come scorta. Le istruzioni sono semplici e chiare. La prima ondata doveva scatenare l’inferno; i bombardieri in picchiata si sarebbero accaniti sugli hangar e i depositi; i siluranti avrebbero selezionato i bersagli più importanti: corazzate e portaerei. Tutti, inclusi i caccia, avrebbero fatto fuoco a volontà con le mitragliatrici contro gli aerei parcheggiati sulle piste e le postazioni della contraerea. La flotta deve percorrere 3.500 miglia senza farsi scoprire e per questo viene decisa una rotta lontana dalle arterie mercantili. Durante la navigazione, uno schermo di idrovolanti pattuglia il mare per evitare di incontrare altre navi, per poi monitorare l’area intorno alle Hawai senza però avvicinarsi troppo all’obiettivo per non mettere in guardia le difese. Le informazioni sul porto arrivavano dalle spie, in particolare da Takeo Yoshikawa: un ufficiale imperiale che legalmente viveva a Pearl Harbor, in una casa sulla collina affacciata sui moli. Yoshikawa aveva sorvolato con velivoli a noleggio tutte le installazioni e si era immerso nei fondali. Due volte a settimana trasmetteva rapporti dettagliati sulla situazione nell’arcipelago. La ricognizione finale viene affidata a cinque sommergibili, ciascuno dei quali il 6 dicembre a dieci miglia dalla base americana mette in acqua un mini-sottomarino. Alle 3.47 del 7 dicembre il dragamine “Condor” avvista un periscopio nell’oscurità all’entrata del porto e allerta il caccia “Ward”. Ma non trovano nulla. Poi però alle 6.37 la nave americana individua un’altra sagoma semisommersa e apre il fuoco. Di fatto, è l’inizio delle ostilità. Ma a Pearl Harbor l’allarme non scatta. Alle squadriglie d’assalto invece viene trasmesso l’ordine passato alla storia: “Tora Tora Tora”. 

Si apre l'inferno 

Per poco più di un’ora torna il silenzio. Alle 7.48 un ronzio indistinto nella tranquillità domenicale si trasforma in una sequenza di boati. Sugli ormeggi piovono 48 super-bombe dirompenti da 800 chili e 40 siluri: ventuno ordigni centrano le corazzate. Soltanto in mezzo a quel tiro incrociato di raffiche ed esplosioni parte il celebre messaggio “Raid su Pearl Harbor. Non è un’esercitazione!”. La contraerea è disattivata, i caccia fermi sui piazzali con le armi scariche, i magazzini delle munizioni chiusi a chiave. Sul caccia “Aylwin” quattro giovanissimi ufficiali prendono il comando e conducono l’unità fuori dalla rada. Il capitano della “West Virginia” Mervyn Bennion guida la resistenza finché una scheggia non lo uccide. Everest Capra si aspettava che i giapponesi colpissero, ma non sapeva quando. Come tutte le domeniche si era alzato presto e aveva giocato a tennis. Stava facendo colazione: “Mi sono alzato dalla tavola per buttare il guscio di un uovo e ho visto tre strani aerei. Poi ho notato il simbolo rosso e ho capito che era arrivato il giorno dell’attacco. In pantaloncini e scarpe da ginnastica, ho cominciato a correre urlando: “Sono qui!”. E in quel momento si è aperto l’inferno. “Mi ero arruolato per vedere il mondo, non per combattere”, ha ricordato Joe Morgan. Quando è iniziato il raid, si è infilato in un hangar riparandosi dietro a un blocco d’acciaio. Da lì ha visto alcuni dei commilitoni allo scoperto sul parcheggio che sparavano verso il cielo con le pistole. “Ero stato addestrato come mitragliere e pensavo solo a nascondermi: mi sono vergognato. E la vergogna ha vinto la paura: ho preso un’arma e sono andato ad affrontare gli aerei”. Sull’isola di Oahu c’era l’aeroporto con i caccia destinati a proteggere le Hawai: le squadriglie erano state tenute in allerta per una settimana, fino a sabato 6 dicembre, poi era stata decisa la smobilitazione. Gino Gasparelli era rimasto in caserma, preparandosi a una gita in barca. “Cinque minuti prima delle otto ho sentito il suono di motori diversi da quelli dei nostri P-40: volavano molto basso. Mi sono affacciato e ho visto un grande aereo nero che sfiorava gli alberi e puntava verso di noi. Poi ha lasciato cadere una bomba sull’hangar. Ho cominciato a gridare, ordinando alla mia squadra di uscire fuori: alcuni stavano ancora dormendo. Non avevamo armi, ci siamo buttati tra gli arbusti sotto dietro una fila di alberi ma i piloti ci hanno avvistato e le raffiche hanno sbriciolato i rami sopra di noi. Appena il cielo si è placato, siamo andati in armeria e abbiamo preso le munizioni per la contraerea”. La tregua dura pochissimo, poi la seconda ondata scende in picchiata. Ci sono cinquanta siluranti e 81 bombardieri. Il carosello diabolico si chiude dopo novanta minuti dal primo attacco. Muoiono 2.403 militari statunitensi e altri 1.143 sono feriti. Quasi metà delle vittime era sulla “Arizona”: la corazzata lunga 185 metri salta in aria assieme a 1.107 marinai che dormivano a bordo. “Stavamo per iniziare la seconda ondata quando una colossale esplosione ci sorprese – ha detto il capitano nipponico Mitsuo Fuchida – con una colonna gigantesca di fumo di circa mille metri. Dovevamo aver colpito qualcosa di grosso, la polveriera della “Arizona”. L’onda d’urto investì il mio aereo, a molte miglia dal porto”. La corazzata “Oklahoma” invece si rovescia e intrappola parte dell’equipaggio: molti sono ancora vivi e continuano a picchiare sullo scafo. Un tecnico civile dei cantieri, Julio DeCastro, organizza una squadra di operai che forano il guscio di acciaio in più punti, riuscendo a salvarne trentadue. Altri 429 muoiono: i resti del diciannovenne Buford Dyer sono stati identificati grazie al dna la scorsa settimana. Il bilancio è incredibile. In tutto diciotto navi sono state colate a picco, incluse cinque corazzate, e altre tre corazzate sono in fiamme. Ben 188 aerei sono stati distrutti e altrettanti danneggiati al suolo: solo otto caccia riescono a decollare, abbattendo sei avversari. Un successo schiacciante. I giapponesi hanno perso 29 velivoli e 55 uomini. Muoiono anche 9 marinai dei sottomarini, mentre uno degli ufficiali viene catturato. Con la flotta immobilizzata, scatta l’offensiva globale. Nel giro di sette ore ci sono operazioni coordinate contro le basi americane nelle Filippine, a Guam e nell’isola di Wake e contro quelle britanniche a Singapore, Hong Kong e Malaya. Le colonne del Sol Levante sono ovunque inarrestabili.

Il grande Errore

In quei minuti concitati, gli ammiragli giapponesi compiono il primo errore: preoccupati per le riserve di carburante, negano agli ufficiali inferiori la partenza di una terza ondata di aerei. Vengono così risparmiate le infrastrutture di Pearl Harbour: i depositi di combustibile e munizioni, i moli, le centrali elettriche potevano essere spazzate via, cancellando la base più preziosa. Saranno rimesse in funzione in pochi mesi, offrendo il trampolino per lanciare la riscossa. L’elemento decisivo di quella giornata di fuoco però è l’assenza delle tre portaerei americane: avevano lasciato la rada per un’esercitazioni di routine, sfuggendo agli occhi delle spie nipponiche e ai bombardamenti. Le battaglie in Europa avevano già fatto capire che le corazzate non erano più le regine dei mari. Questi castelli d’acciaio naviganti, pesanti fino a 50 mila tonnellate, potevano essere espugnati da una manciata di aerosiluranti: era accaduto all’ammiraglia tedesca Bismarck, che nel maggio 1941 con una sola bordata aveva disintegrato la Hood britannica ma poi era stata paralizzata da una dozzina di biplani Swordfish costruiti in legno e tela. Le tre portaerei scampate alla mattanza di Pearl Harbor saranno le protagoniste nel giugno 1942 della rivalsa delle Midway e da allora in poi domineranno gli scontri navali. Negli anni a seguire, saranno le incursioni dei siluranti e quelle dei bombardieri quadrimotori a cancellare la flotta nipponica. Saranno le catene di montaggio degli States a sfornare mezzi sempre più moderni e numerosi, arrivando a completare un mercantile “Liberty” in 36 ore e produrre decine di migliaia di aerei. E saranno i laboratori americani a inventare armi sempre più sofisticate, fino all’ordigno atomico di Hiroshima e Nagasaki. Ma sarà soprattutto il sacrificio di decine di migliaia di marines a permettere la riconquista dell’Asia: solo nei tre mesi di lotta per occupare Okinawa ne verranno uccisi o feriti 40 mila. 

Hideki Tojo. 8 dicembre 1942

Nel corso della guerra oltre due milioni e 300 mila giapponesi moriranno, tutte le città saranno rase al suolo, cinquemila ufficiali verranno processati come criminali di guerra: anche il generale Tojo, dopo avere cercato invano di suicidarsi, sarà condannato e fucilato nel 1948. L’errore dei vertici nipponici è stata l’incapacità di comprendere la caparbietà del popolo americano, quella dote che oggi viene più spesso chiamata resilienza, che davanti ai momenti più drammatici reagisce con il massimo dell’energia. Molti dei gerarchi imperiali che hanno deciso il conflitto ignoravano e disprezzavano la cultura occidentale: si sentivano superiori. Yamamoto invece era stato a lungo negli States e ne conosceva la potenza industriale: “Se la guerra durerà più di due anni, non avremo speranze”, aveva scritto prima di Pearl Harbor. Ma anche lui era convinto che gli Stati Uniti non avrebbero retto al costo umano ed economico dell’offensiva iniziale, tale da spingere la Casa Bianca ad accettare un negoziato. Per vent’anni l’America aveva cercato solo pace e neutralità, smobilitando le sue forze armate. Perché avrebbe dovuto combattere a oltranza dopo un colpo ritenuto letale?

Scontro di civiltà

“Lost in translation”, verrebbe da dire. Anche gli americani non hanno compreso la filosofia bellica giapponese, prima e dopo il 7 dicembre. Nel corso del 1941 replicano all’aggressività nipponica rinsaldando l’alleanza con i britannici, gli australiani e con le colonie olandesi; insistendo sulle sanzioni; rifornendo le truppe nazionaliste cinesi. Una manovra prettamente diplomatica, che doveva fare i conti con l’opinione pubblica di una democrazia ostile agli interventi militari all’estero e poco incline alle spese belliche, ancora presa dalla ricostruzione sociale dopo il tracollo finanziario del 1929. Le iniziative di Roosevelt però hanno trasmesso a Tokyo un senso di accerchiamento, amplificando da una parte le paure, dall’altra il disprezzo per un avversario che non ha il coraggio di impugnare le armi: in pratica, hanno imposto la convinzione che bisognasse attaccare. Si era ripetuta la “trappola di Tucidide”, analizzata nello splendido saggio “Destined for war” di Graham Allison (sintetizzata nella tabella sotto): due potenze, una consolidata e l’altra emergente, erano entrate in competizione nella stessa aerea geografica. Senza riuscire a trovare un’alternativa allo scontro bellico. Lo studio di Allison verte su quello che sta accadendo ora nel Pacifico, con similitudini in apparenza impressionanti. La Cina - come il Giappone di allora - è una nazione che ha conosciuto una crescita rapida: la prosperità del Paese - e di conseguenza il consenso al regime - dipende dalle rotte navali che permettono di esportare prodotti e importare materie prime, soprattutto il petrolio. Per questo la strategia di Pechino è incentrata sul controllo di uno “spazio vitale” sul mare, segnato da catene di isole che vengono sempre più fortificate installando missili, radar e basi. Allo stesso tempo, c’è un’offensiva economica per “colonizzare” territori e infrastrutture in Asia e in Africa funzionali a questo obiettivo. Quando questo processo sarà compiuto, allora l’influenza politica prenderà il sopravvento su quella economica. E quando il potenziamento dell’arsenale militare sarà talmente schiacciante da impedire la reazione degli stati confinanti, la Cina avrà il dominio senza usare le armi. Questa concezione di lungo periodo nasce da una visione molto diversa da quella giapponese degli anni Trenta: affonda le radici nella cultura dei grandi imperi cinesi. Mentre a Tokyo il riferimento erano i signori della guerra e i loro samurai, con una fede nella forza, a Pechino si ispirano a un filosofie più elaborate che ricordano gli insegnamenti di Sun Tsu: “Ottenere cento vittorie su cento battaglie non è il massimo dell’abilità. Vincere il nemico senza bisogno di combattere, quello è il trionfo massimo”. Washington per vent’anni ha trascurato la sfida lanciata ad Oriente e si è totalmente focalizzata sulla lotta al terrorismo islamico: il Pentagono ha smesso di investire risorse sulla prospettiva di un conflitto su larga scala, preoccupandosi solo degli strumenti per spegnere le bande jihadiste. Ora sta correndo rapidamente ai ripari, spostando tutta la sua potenza nella competizione asiatica. Come Roosevelt, Biden allaccia alleanze stabili con le potenze regionali a partire dall’Australia e l’India. E come nel 1937 venivano rifornite le brigate nazionaliste di Chiang Kai-shek, oggi riprende il sostegno militare ai loro eredi di Taiwan. Come reagirà il presidente Xi Jinping? Quanto la crisi globale impressa dal Covid e il rallentamento dell’economia cinese influiranno sulle sue decisioni? Il cambiamento di linea è già in atto. Il primo passo è l’esasperazione del nazionalismo, intensificando la mobilitazione delle masse intorno a valori anti-americani e stroncando qualsiasi germoglio di opposizione democratica. Ma la nuova rete di alleanze intessuta da Washington e una serie di iniziative simboliche - la crociera britannica guidata dalla portaerei Queen Elizabeth e le sortite di singole navi occidentali nelle acque che la Cina rivendica - stanno diffondendo un senso di assedio nella nomenklatura comunista. Tanto da riportare la questione di Taiwan al centro della competizione. E rendere sempre più attuale la “trappola di Tucidide”.

I denti del Dragone

In realtà, le forze armate cinesi non hanno una postura offensiva. Nonostante la massiccia evoluzione nella qualità e nella quantità di mezzi e organici, il vertice militare ritiene superiori le capacità statunitensi. Per questo negli ultimi decenni ha sviluppato tattiche e armamenti con una impostazione difensiva: l’obiettivo era completare la “Grande Muraglia” di isole e impedire che la Us Navy fosse in grado di interrompere le rotte navali vitali. E, in ogni caso, i generali di Pechino hanno sempre sostenuto che prima del 2031 non sarebbero stati in grado di fronteggiare alla pari gli Stati Uniti. 

RAPPORTO TRA LE ECONOMIE Fonte: “Destined for war” di Graham Allison

Questa linea di condotta sta mutando. Ad esempio, sta venendo allestito un grande corpo di truppe da sbarco con veicoli - come i tank anfibi “Type 05” - più potenti di quelli dei marines. I sottomarini nucleari allargano il loro raggio d’azione: assieme alla costruzione di nuove portaerei, testimoniano il tentativo di estendere il braccio armato della Repubblica Popolare. A spaventare gli analisti c’è poi il moltiplicarsi delle testate atomiche, che non paiono solo uno strumento di deterrenza di fronte alla supremazia nucleare americana. Molti di questi ordigni sembrano destinati a un uso tattico - ad esempio i missili balistici progettati per devastare le portaerei - che rappresenta un incremento dei rischi di conflitto totale: sono il metro della propensione a impiegare le atomiche contro bersagli militari, trascurando il pericolo di un’escalation apocalittica. Una minaccia che durante la Guerra Fredda era stata congelata dalla certezza della ritorsione e della Mutua Distruzione Assicurata: Mad ossia Pazzo, come indicava l’acronimo inglese di questo folle bilanciamento. 

Un poster di propaganda sovietica

Oggi l’equilibrio del terrore pare frantumarsi. Una corrosione incrementata dalla militarizzazione dello spazio, dove orbitano i satelliti spia in grado di avvistare l’accensione dei missili balistici e dare l’allarme. E se i cinesi li mettessero fuori gioco? Come farebbero gli Stati Uniti a mantenere la credibilità della rappresaglia atomica? Di più. L’ultimo test oltre l’atmosfera condotto dagli scienziati di Pechino ha trasmesso un brivido in tutto il Pentagono: è stata sperimentata una navetta orbitante che sgancia missili ipersonici. E’ il prototipo di un bombardiere spaziale, che può saettare su qualunque parte del pianeta armi contro cui non esiste scudo. Ancora una volta, il fantasma di Pearl Harbour è tornato a materializzarsi nei discorsi dei generali americani: il timore di un devastante attacco a sorpresa, lanciato addirittura dallo spazio. Senza dimenticare l’altro incubo introdotto dall’innovazione informatica: la possibilità di un’offensiva cyber che all’improvviso mandi in tilt lo scheletro informatico degli Stati Uniti e dei suoi alleati, azzerando gli snodi delle reti decisive per la vita di un Paese. Quando si introduce un’arma che appare invincibile, la tentazione di impiegarla è difficile da frenare. Soprattutto nei momenti di crisi, quando il confronto internazionale e le tensioni interne vengono a sommarsi. Uno scenario che potrebbe riguardare anche il presidente Xi. “I governi ed i popoli non sempre prendono decisioni razionali – ha dichiarato Wiston Churchill parlando di Pearl Harbor -. Talvolta prendono decisioni pazzesche, oppure alcuni popoli impongono a tutti gli altri di seguirli nella loro follia”. 

Sul grande schermo di Roberto Nepoti

Ferita aperta nella memoria della nazione americana, l’attacco giapponese a Pearl Harbor è all’origine di parecchi film, che hanno sfruttato – in modo quale più, quale meno onesto - il potenziale di crudele spettacolarità dell’evento storico. Parecchi ma non moltissimi, a causa dell’impegno produttivo richiesto e dei cast all-star; però premiati generosamente agli Oscar e visti da milioni di spettatori. Per la cronaca, ne esistono alcuni prodotti in Giappone: dal film di propaganda del 1942 Hawaii mare oki kaisen, che celebrava l’aggressione come una vittoria, a Oluja na Pacifiku, su un pilota che aveva partecipato al bombardamento. Il primo film americano importante fu Arcipelago in fiamme (1943) di Howard Hawks; ma il grande successo internazionale premiò tre titoli successivi: Da qui all’eternità (1953), Tora! Tora! Tora! (1970) e Pearl Harbor (2001). Varrà la pena di osservare quali trasformazioni l’ottica sul cruciale episodio storico abbia subìto in questi kolossal, prodotti a decenni di distanza gli uni dagli altri.

Da qui all'eternità

Con quel suo titolo un pò lugubre, dal romanzo omonimo di James Jones uscito nel 1952, il film di Fred Zinnemann ha come scena una base americana nelle Hawaii durante le settimane che precedono l’attacco giapponese. Vi soggiornano alcuni militari carismatici: il sergente Warden (Burt Lancaster), il quale ha una relazione con la moglie del suo inetto capitano; il soltato Robert Prewitt (Montgomery Clift), ex-pugile che rifiuta di salire sul ring per difendere l’onore del reggimento; lo scanzonato soldato Maggio (Frank Sinatra), vittima di un violento sergente. Per la maggior parte il film è un lungo melodramma sentimentale tinto di critica (piuttosto convenzionale) della vita militare: per l’epoca, tuttavia, poteva apparire coraggioso. Soprattutto impressionò la scena – una delle più celebri di tutta la storia del cinema – in cui Lancaster e l’adultera Deborah Kerr si baciano appassionatamente sulla spiaggia, lambìti dalle onde del mare: immagine “iconica” poi immortalata da poster e infinite parodie. Quando, infine, gli aerei da bombardamento del Sol Levante cominciano a vomitare bombe sui nostri eroi, lo stile di regia si fa magniloquente e un po’ pesante; assicurando, comunque, al film la bellezza di otto Oscar 

Tora! Tora! Tora!

Quanto profondamente fosse cambiato il discorso pubblico hollywoodiano a vent’anni di distanza lo dimostra – con tutta l’evidenza – questo kolossal prodotto da Darryl F. Zanuck, specialista in ricostruzioni storiche miliardarie per il grande schermo. Zanuck decide di adottare un punto di vista equlibrato su Pearl Harbor, collaborando con i memici di ieri alla realizzazione di un filmone dove i giapponesi sono rappresentati in modo paritario con gli americani. Anzi, la prima parte sottolinea l’insipienza letargica dello stato maggiore Usa, che non capisce nulla dell’imminente offensiva. Anche la regia è in par condicio, spartita tra Richard Fleischer e due cineasti nipponici (in origine doveva essere Akira Kurosawa a dirigere le sequenze giapponesi). Largo spazio è lasciato alla preparazione dell’assalto, vista dalla parte del Sol Levante; mentre burocrati, funzionari e tecnici americani cercano goffamente di decriptare cablogrammi. Il tutto risulta piuttosto noioso: anche perché sappiamo benissimo che l’attacco avverrà e la suspence va a farsi benedire. Anche gli attori (Joseph Cotten, Jason Robards, Martin Balsam) mancano di convinzione; così che ti scopri e desiderare, vergognandoti un po’, l’inizio dei bombardamenti. Che arrivano, alzando il languente livello drammatico, ma durano un quarto d’ora sfoggiando effetti speciali non troppo impressionanti 

Pearl Harbor

All’alba del nuovo millennio, Pearl Harbor torna al cinema con un blockbuster miliardario prodotto da Jerry Bruckheimer e diretto da Michael Bay, nella convinzione che il binomio romance-catastrofe storica produca alti incassi. Più ispirato ai film precedenti sul tema che ai documenti d’epoca, il film è per un pubblico che potrebbe anche ignorare l’episodio storico del 7 dicembre 1941. Si racconta di due amici giovani e belli (Ben Affleck e Josh Hartnett), entrambi innamorati di un’infermiera giovane e bella (Kate Beckinsale), che saranno gli unici piloti in grado di decollare dopo l’attacco alla base. Quando, dopo un’ora e mezza di “soap”, iniziano i botti, si assiste al massacro con blando interesse per la sorte delle vittime. Tutta l’enfasi poggia sui destini sentimentali dei protagonisti del triangolo amoroso, uno dei quali è dato per caduto ma… Il che non impedisce, tuttavia, a Pearl Harbor di olezzare di film di propaganda rétro, tanto da essere definito “il primo blockbuster dell’era Bush”. Costato la spropositata cifra di 140 milioni di dollari, vinse quattro Oscar in categorie minori. Molto citata la scena della bomba che colpisce la corazzata Arizona, inquadrata dal “punto di vista” dell’ordigno.

Ignazio Mangrano per “La Verità” il 10 dicembre 2021. Mai in preda al panico e sempre lucido nel suo estremismo, Joseph Goebbels non smise di predicare la dottrina del nazismo. A qualsiasi costo, sino alla morte sua e del regime. Anche negando la realtà, distorcendola, incitando all'inutile martirio i suoi stessi concittadini, travolgendoli di menzogne. Ovviamente a mezzo stampa, il suo pezzo forte, il suo drammatico capolavoro, essendo riuscito a ridurre tutti i giornali tedeschi a «pianoforte del Terzo Reich». Tra il 22 e il 29 aprile del 1945, con l'Armata Rossa che stringeva fino ad annientare Berlino, Adolf Hitler e Goebbels, nel loro tentativo di rendere comunque immortale la loro creatura, non rinunciarono alla propaganda. Ma dell'orchestra che aveva sostenuto la dittatura fino al crepuscolo non restava più da suonare altro che veleno e - si direbbe oggi - fake news. A Berlino, per di più, potevano contare soltanto su un ultimo precario giornale: il Panzerbär. Quattro pagine per otto uscite, in formato ridotto, usando una tipografia di fortuna, con una sola rotativa, e allestendo la redazione nel bunker sotto la Cancelleria cannoneggiata. Il logo (e nome della testata) era un orso corazzato, con la vanga e il panzerfaust tra le zampe: incitava i berlinesi a combattere fino all'ultimo secondo, perché la vittoria era vicina, così scrivevano i nazisti. Perché i rinforzi stavano arrivando e perché gli occidentali avrebbero presto cambiato le alleanze. A questo quotidiano è dedicato La propaganda nell'abisso, scritto da Giovanni Mari per Lindau. Goebbels si dedicò a quel progetto nell'asfissiante ridotto hitleriano, dettando i suoi articoli, dando ordini redazionali, intimando ai generali e a un manipolo di intellettuali, nonché ai soldati-giornalisti rimasti in piedi, di scrivere commenti e rapporti. Il Panzerbär fu distribuito tra le macerie da ragazzini in bicicletta, gratuitamente, qualche volta gettato da piccoli alianti sulle truppe rimaste isolate. Sulla prima pagina, mutuando il detto scolastico tedesco, c'era l'invito, stampato sulla testata, a «leggere e passare» ad altri. Una decina di articoli ripeteva ossessivamente - come Goebbels aveva insegnato - che «dietro all'ultimo dispiegamento massiccio di carri armati sovietici si nasconde un enorme abisso». Un editoriale, non firmato e quindi da attribuire direttamente al ministro della Propaganda, recitava: «Se riuscissimo, con l'ultima forza a nostra disposizione, a sfondare questa dura crosta, allora questa spinta andrebbe senza resistenze avanti fino al cuore del nostro nemico mortale». Non c'era nulla di vero. Ma questo era il teorema, studiato ad arte per ipnotizzare la popolazione nonostante la lucida previsione di sconfitta. E diventa paradossale, su quelle stesse pagine, quando i nazisti devono dar atto anche della distribuzione di provviste, smentendo nei fatti la bugia dei magazzini pieni riportata nei titoli. Il quotidiano riferiva come l'ufficio provviste avesse «destinato a ciascuna famiglia 250 grammi di carne, un etto di grassi, un quarto di chilo di zucchero» e «proposto una possibile permuta tra una lattina di verdure e una scatoletta di pesce». Il Reich dei 1.000 anni era ridotto a questo trasandato mercato della povertà, della fame, messo a rischio da crolli continui, cannoneggiamenti e suicidi. Ma tutto era imbellettato con la promessa di un imminente cambio della scena, grazie a miracolosi interventi strategici del Führer. Il Panzerbär riportava ogni giorno il bugiardo bollettino di guerra diramato dalla Wehrmacht e vidimato dagli uomini del ministero; ospitava feroci editoriali dei pochi gerarchi del Terzo Reich rimasti in vita o rimasti fedeli a Hitler, spiegava le fantomatiche ricostruzioni politiche di Goebbels sui motivi della guerra e sulla sua evoluzione futura, diffondeva la minaccia che ancora aveva la forza di farsi quotidianamente più aggressiva di Hitler: «Chi tradisce deve essere ucciso». E raccontava anche le storie del fronte, un fronte cittadino, esaltando singole disperate azioni di presunti eroi immediatamente diventati martiri, elogiando le donne che combattono al fianco degli uomini, innalzando a paladini i poveri ragazzini scagliati contro i carri armati sovietici. Il Panzerbär, il solo foglio che circolava sotto le bombe di Berlino, era la summa della propaganda totalitaria di guerra, intrisa di incommensurabili bugie e di opprimente violenza. Invogliava senza perifrasi i civili a scendere in strada, con poche granate e tra barricate improvvisate contro gli obici avversari, di fatto condannando a morte una popolazione senza più speranza; così come senza speranza era la cricca nazista, che infatti già aveva organizzato un suicidio di massa. Mari, giornalista del Secolo XIX, ha ricostruito l'intera vicenda del Panzerbär, dopo averne constatato una totale assenza di letteratura (salvo sporadiche citazioni nei manuali di storia del giornalismo berlinese in lingua tedesca, per altro non rigorose nella datazione delle uscite del giornale). «La propaganda nell'abisso» dimostra l'effettiva direzione editoriale di Goebbels, come del resto emerse da alcuni interrogatori; citando le persone e i soldati che contribuirono alla sua realizzazione, descrivendo l'opera giornalistica e tipografica, ricostruendo l'utilizzo di due diverse «sedi» operative e descrivendo il sequestro dell'ultimo numero da parte dell'Armata Rossa. Nel libro è raccolta e riprodotta l'intera produzione del Panzerbär, grazie alla consultazione di remoti archivi di Stato a Berlino e alla documentazione dell'Istituto tedesco per il marxismo e il leninismo dell'ex Ddr. C'è anche il numero uno, solo fotografato, sparito dai radar dagli studiosi del nazismo e non considerato dagli storici del giornalismo. Dopo una breve panoramica sul modello di propaganda deviata praticata dal Panzerbär, Mari confronta la realtà storica degli avvenimenti bellici, politici e personali nella Berlino assediata e la finzione giornalistica del quotidiano. Un capitolo per ogni giorno dal 22 al 29 aprile, con la ricostruzione sincera della battaglia e la traduzione criminale e paranoica del Panzerbär. Un parallelo tra realtà e propaganda da cui emerge la portata mistificatoria degli ultimi giorni del Terzo Reich, con Goebbels, il ministro imperiale diventato Difensore di Berlino, impegnato in prima persona nella costruzione di un colossale e criminale sdoppiamento della storia. D'altra parte, Goebbels aveva giurato a Hitler che avrebbe «costretto ogni singolo abitante di Berlino, uomo o donna che fosse, a battersi all'ultimo sangue per guadagnare le ore e i giorni che servivano per l'arrivo dell'armata di Wenck». Un'armata fantomatica, già paralizzata, annientata o in ritirata nel momento stesso in cui venivano scandite quelle parole. Sono tradotti e analizzati gli articoli più importanti e gli editoriali più pesanti, l'intera narrazione dell'ultima settimana di guerra, costata 100.000 vittime nella sola battaglia di Berlino. Si riconosce la fanatica mano di Goebbels, agitatore e sostenitore fino all'ultimo della guerra totale. Una serie di ricostruzioni che, una notte, in una drammatica riunione nel bunker, convinsero il generale Helmut Weidling ad attaccare il ministro della Propaganda: «La situazione è disperata: abbiamo solo sei tonnellate di viveri e una ventina di panzerfaust. Io so che i soldati combattono valorosamente. Purtroppo, questo valore viene eccitato da speranze che non sono più realizzabili. Si tratta di un commentario, il Panzerbär. Ciò che è detto là, è semplicemente una menzogna». Così Berlino diventa l'istrice a difesa dell'Europa, contro i «cagnacci bastardi» che la assediano, forti solo in gruppo ma già pronti a scannarsi per il boccone prelibato. Nella sua stralunata visione della storia, Goebbels firmò il suo estremo editoriale: «Fino all'ultimo respiro». E dice: «A Berlino tra le macerie fumanti della capitale del Reich si decide il destino dell'Europa e da questo, tu, camerata, non puoi separare il tuo. Pensa a questo, stringi i denti, resisti, sempre fedele al tuo giuramento e alla responsabilità che hai nei confronti dei tuoi successori, di tua madre, tua moglie e dei tuoi figli. La sentenza del destino è davanti a te, non puoi sottrarti e neanche rinviare la sua esecuzione». Fino a sovverte la Storia, fino a sostenere che la guerra era stata voluta dalla congiura bolscevica ed ebraica. Questo ultimo respiro restò sospeso nell'aria insalubre di Berlino, resa densa dal fumo delle macerie. Quando viene distribuita, l'edizione del 29 aprile venne abbandonata e requisita dai sovietici, ormai pronti ad agganciare i loro artigli sul Reichstag.

Pearl Harbor, il giallo dei documenti insabbiati. Hoover non si fidava dello "slavo"? Davide Bartoccini il 13 Dicembre 2021 su Il Giornale. Non un gioco e nemmeno una guerra presa sul serio. Solo la sfiducia di Edgar Hoover, il capo della FBI che si sentiva imperatore e non diede peso alla spia "slava" mandata dagli inglesi. Per alcuni, lasciò in un cassetto le informazioni che avrebbero salvato migliaia di vite.

Giugno 1941, Cascais, Portogallo. Due spie doppiogiochiste a mezzo servizio della Germania nazista, Johnny Jebsen, nome in codice Artist, e Dusko Popov, nome in codice Ivan, contemplano il mare e si confidano da vecchi amici quali erano al tempo dell’università a Friburgo i particolari di una missione “singolare” quanto segreta. Artist, rampollo di una ricca famiglia di Amburgo che un minuto prima dello scoppio del conflitto reclutò il suo vecchio amico dopo averlo salvato dalle mani della Gestapo, si lascia sfuggire a pranzo d’essersi recato nel sud dell’Italia, presso la base navale di Taranto, per conto dei servizi segreti giapponesi che avrebbero dovuto riferire direttamente al Mikado. Sulla base navale italiana era stato sferrato in novembre un brillante quanto devastante raid notturno - condotto da appena venti aerosiluranti lanciati da una sola portaerei inglese, la Illustrious. “Perché i giapponesi sono così interessati a Taranto?” domanderà incuriosito Ivan, che nei servizi segreti inglesi risponde al nome in codice di Tricycle. Questa domanda, con ovvia risposta almeno per noi che conosciamo già lo svolgersi degli eventi, è il principio di un grande mistero: quello che riguarda il possibile insabbiamento di informazioni segrete di altissimo rilievo che avrebbero permesso a pochi uomini di cambiare decisamente il corso della storia.

Occhi a "mandorla" su Taranto

Per il barone Gronau, esperto consigliere del Reich di stanza a Tokyo che aveva accompagnato Jebsen a Taranto, i giapponesi sarebbero entrati certamente in guerra se Roosevelt non avesse revocato l’embargo dei prodotti petroliferi. L’attacco sarebbe avvenuto nel momento in cui l’Impero giapponese avesse raggiunto la soglia critica dei soli 12 mesi di autonomia delle scorte petrolifere. Durante la missione segreta di Taranto, la scorte erano state stimate approssimativamente a 18 mesi. E quando a Dusko Popov venne inviato in America come spia al servizio dei nazisti - ma in realtà fedele a Londra e agli alleati unitisi in lotta contro Hitler - quelle scorte andavano giorno dopo giorno esaurendosi. Il quartier generale dell’Abwehr, il servizio segreto della Germania, aveva inviato Popov in America con alcuni “questionari” da riempiere di particolari informazioni richieste dal comando di Berlino. Uno dei questionari doveva essere dedicato ad informazioni sulle isole Hawaii - sembrava che gli alleati giapponesi cercassero dati specifici sui depositi di mine e munizioni che si trovavano sull’isola di Oahu, proprio dove sorgeva la base navale di Pearl Harbor. Per Tricycle non c’erano più dubbi: tutto era collegato, l’attacco della flotta giapponese era imminente.

Tutto sembrava risolto, le informazioni acquisite senza sforzo e avvalorate dall’intelligence di Londra, il viaggio sotto copertura negli Stati Uniti che avrebbe permesso a Popov di fingere di lavorare per i tedeschi quando continuava a passare informazioni agli inglesi, la salvezza per agli alleati americani che potevano in questo modo prepararsi a ricevere il nemico. Tutto tranne la mente viziata e prevaricatrice di un uomo difficile da persuadere: il direttore dell'FBI J. Edgar Hoover che in assenza di un servizio segreto omologo all’MI6 britannico, si occupava di fare la guerra ai gangster come ai nazisti.

Quello studio su Hoover

Sulla base di numerosi documenti reperiti dagli storici della Michigan State University John F. Bratzel e Leslie B. Rout Jr., dalle ricerche effettuate dallo scrittore premio Pulitzer John Toland, e non ultimo del libro autobiografico “Spia contro Spia” scritto dallo stesso agente doppiogiochista Dusko Popov, la colpa per il successo devastante dell’attacco lanciato dai giapponesi a Pearl Harbor andrebbe attribuita in larga parte alle negligenze di Hoover che “ricevette un doppio avvertimento più di tre mesi prima dell'attacco che i giapponesi” e per qualche oscuro motivo, deciso di ignorarlo. Completamente. L’uomo che aveva salvato gli Stati Uniti dalla criminalità organizzata, e che avrebbe servito fedelmente il Federal Bureau of Investigation per 48 anni lunghi anni, avrebbe deliberatamente ignorato in dossier top-secret. Perché? 

Quando venne sferrato l’attacco a Pearl Harbor, l’agente Tricycle era in missione in Brasile, per conto dei tedeschi. Al suo ritorno, dopo aver ascoltato alla radio che i giapponesi avevano attaccato gli Stati Uniti, era certo di aver salvato molte vite con le sue informazioni. Ma presto venne a sapere che la flotta americana non solo era stata presa di sorpresa, ma era stata annientata mentre era ancora alla fonda, come era avvenuto a Taranto. E non erano nemmeno le uniche. Prima che venisse istituito l’Oss, ossia il servizio segreto padre della Cia, i compiti di spionaggio, controspionaggio, monitoraggio e crittografia erano affidati a due distaccamenti separati e non coesi: l’OP-20-G che faceva capo all'Office of Naval Intelligence per la Marina e il Signal Intelligence Service per l’Esercito. Il servizio d’intelligence “separato” lavorava da tempo alla decrittazione del codice in cifra usato dalla Marina giapponese, e al cosiddetto “Purple code”, che quando l’attacco era ormai imminente poté captare le comunicazioni degli emissari diplomatici che avvertivano Tokyo del complotto fallimento dei negoziati che si sarebbero tradotti in una dichiarazione di guerra. Il 4 di dicembre Roosevelt era stato informato di una serie di operazioni di spionaggio che avevano avuto come solo obiettivo l’accumulo di informazioni riguardanti la potenza e il dislocamento delle forze armate statunitensi nelle Hawaii.

Il mistero del dossier "Tricyle"

“Quattro mesi fa vi ho avvertiti. Sembrerebbe che non ne abbiate tenuto conto. A Pearl Harbor sono stati sorpresi con le brache calate”, avrebbe gridato l’agente segreto di origini slave, ispirazione di Ian Fleming per il suo 007, non appena tornato in America. Ma né i suoi colleghi dei servizi segreti inglesi, né quelli dell’Fbi, né tanto meno Hoover in persona che lo aveva più volte cacciato dal suo ufficio a male parole, potevano dire o fare niente. Ormai il dato era tratto. E restava solo da chiedersi perché le preziose informazioni di Tricycle erano state abbandonate in fondo a qualche cassetto.

“Non ho mai trovato risposta al mistero di Pearl Harbor. Esaminando la questione e cerca di raggiungere una conclusione ho prestato attenzione a tutte le ipotesi e a qualunque congettura”, ha scritto l’agente Popov nel suo libro pubblicato nel 1974. “Vi furono inchieste e si insediarono corti marziali”, ma niente di tutto ciò non portò mai a nulla se non al coinvolgimento degli Stati Uniti in quel secondo conflitto mondiale. “Non ho mai letto né sentito di parlare dei documenti che avevo portato negli Stati Uniti e che provavano senza dubbio l’esistenza di piano giapponese contro Pearl Harbor”. E la cosa era inquietante, da un certo punto di vista.

L’idea che il presidente Roosevelt mosso da doppi interessi avesse concesso deliberatamente ai giapponese di attaccare le Hawaii - come molti fanatici dei complotti hanno a lungo sostenuto - sfiorò la mente della spia “slava” come quella di molti altri, ma svanì in fretta, raggiungendo la semplice conclusione che un attacco sferrato dai giapponesi verso una base americana pronta ad accoglierli - “senza farsi sorprendere le brache calate” cito testualmente - avrebbe sortito lo stesso identico effetto. Quello stillicidio dunque, non era funzionale, nemmeno alla retorica del giorno dell’Infamia. Del resto un qualsiasi attacco sferrato prima di una formale dichiarazione di guerra sarebbe stato sufficiente a muovere la guerra all’Impero Giapponese e ai suoi alleati dell’Asse.

L'oscura sfiducia del despota

Il primo a parlare apertamente delle preziose informazioni consegnate dall’agente doppiogiochista Tricycle sarà lo scrittore John Mastermann nel suo libro “The Double Cross Sistyem” (pubblicato nel 1972). In forza di alcuni documenti ottenuti in seguito al Official Secret Act, scriverà: “… il questionario di Trycicle per l’America conteneva un preavviso dell’attacco di Pearl Harbor verificatosi poi entro la fine dell’anno. Ma l’avvertimento restò inascoltato”. Riassumendo brevemente l’intreccio di servizi di spionaggio, il Comitato XX (ossia la sezione agenti doppi gestita dagli inglesi, ndr) , l’MI6, l’MI5 e le diverse sezioni del Abwehr che passando per Lisbona, Londra e New York, aveva portato sulla scrivania di Hoover il dossier incriminato. “Hoover era pertanto in possesso di tutte le informazioni contenute nel questionario”, quindi al corrente delle domande avanzate dai giapponesi e dell’eventualità di un attacco nelle isole Hawaii emulo del raid di Taranto ideato dall’ammiraglio britannico Cunningham.

“Ovviamente era compito degli americani e non nostro [scrive l’autore britannico] trarre le debite conclusioni sui questionari dell’Abwher”, e a questa connotazione si ricollega infatti l’agente Popov, esprimendo proprio il sospetto che Hoover faccia da mastino, l’uomo della rettitudine misteriosa, dei dossier segreti per ricattare i Kennedy, delle relazioni oscure con la mafia che invece ricattava lui, avrebbe ignorato deliberatamente le informazioni fornite da quel playboy slavo e doppiogiochista per un misto di sfiducia, xenofobia e profonda antipatia, nutrita per un uomo così diverso da lui. È possibile sì, ma non dimostrabile. Almeno non completamente.

Tanti indizi che collegati potrebbero portare alla soluzione più semplice e spaventosa. Del resto il mondo dello spionaggio è così. Spesso si eseguono soltanto gli ordini, come avviene per i soldati semplici. Non sta a loro decidere come incrociare o impiegare quelle informazioni ottenute con l'inganno. Lo stesso Popov, nome in codice Ivan e Tricycle, quando venne inviato in Brasile per ottenere notizie su di un particolare materiale chiamato uranio, non era stato messo al corrente, né dai tedeschi prima né dagli americani poi, per quale motivo fosse così importante per l'ottenimento di un’arma mai vista prima: la bomba atomica.

Davide Bartoccini. Romano, classe '87, sono appassionato di storia fin dalla tenera età. Ma sebbene io viva nel passato, scrivo tutti giorni per ilGiornale.it e InsideOver, dove mi occupo di analisi militari, notizie dall’estero e pensieri politicamente scorretti. Ho collaborato con il Foglio e sto lavorando a un romanzo che credo sentirete nominare. 

Candido Godoi, la città dei “gemelli ariani” di Mengele. Pietro Emanueli su Inside Over il 20 novembre 2021. L’assalto del Terzo Reich all’America Latina rappresenta uno dei capitoli più intriganti della Seconda guerra mondiale, eppure, per uno strano scherzo del destino, risulta essere anche uno dei meno conosciuti al grande pubblico. Scrivere e parlarne, però, è più che importante – è essenziale –, perché è soltanto avendo cognizione di ciò che accadde tra gli anni Trenta e la seconda guerra mondiale che si può comprendere, ad esempio, la storia della grande fuga dei nazisti nelle terre di Simon Bolivar nel dopo-caduta di Berlino. L’emigrazione delle aquile naziste in America Latina, secondo alcuni pilotata dalla cabalistica Organizzazione Odessa allo scopo di consentire, un giorno, la nascita di un nuovo Reich, avrebbe condotto un piccolo esercito tra gli altopiani messicani e le pianure argentine. Un esercito composto dalle nove alle dodicimila persone, tra le quali alcuni dei più eminenti gerarchi del Terzo Reich, come Adolf Eichmann e Josef Mengele. E quest’ultimo, per quanto braccato dai cacciatori di teste del Mossad, avrebbe continuato a svolgere esperimenti fino all’ultimo dei suoi giorni.

Lo strano caso dei gemelli di Cândido Godói

Josef Mengele, il famigerato “angelo della morte”, sarebbe arrivato in Brasile nel 1963 e qui sarebbe morto alcuni anni più tardi, probabilmente nel 1979. Prima del 1963, secondo le ricostruzioni storiche, il medico degli orrori avrebbe vissuto tra Argentina e Paraguay, non disdegnando spostamenti in altri lidi per incontrare gli ex colleghi. Sarebbe stata la cattura dell’ex collega e amico Eichmann a convincerlo della necessità di trasferirsi nelle terre brasiliane, ritenute più sicure e meno permeabili alla vendetta del Mossad.

Cândido Godói fu una delle località dove Mengele avrebbe trascorso la maggior parte dei suoi ultimi sedici anni di vita. E perché si fosse stanziato qui non è difficile da capire: localizzato al confine con l’Argentina, questo villaggio di meno di 10mila anime era abitato – e lo è ancora oggi – da una folta minoranza di polacchi e tedeschi. Una minoranza poco o nulla integrata nel tessuto sociale brasiliano, tanto da possedere un proprio dialetto – noto come Hunsrik –, indi perfetta a prestarsi come rifugio e laboratorio.

Cosa sia accaduto di preciso non è dato saperlo, ma quali siano stati i risultati di quelle sperimentazioni, sì, è abbastanza noto. Perché Cândido Godói, a partire dal 1963, è gradualmente divenuta la località con la più alta incidenza di gravidanze gemellari dell’intero pianeta. Quello che accade in questo villaggio, più precisamente nel quartiere tedesco di Linha São Pedro, è che una gravidanza su dieci è di tipo gemellare. La dimensione e l’unicità del fenomeno può essere esplicata meglio a mezzo dei numeri:

Nello stato federato di Rio Grande do Sul, al quale appartiene Cândido Godói, le gravidanze gemellari costituiscono l’1,8% del totale.

L’incidenza delle gravidanze gemellari in quel di Cândido Godói risulta essere due volte maggiore a quella registrata in altri territori del globo interessati da fenomeni simili, come la Nigeria sudoccidentale – dove il tasso dei parti gemellari è del 4,5-5%.

Quasi una gravidanza gemellare su due, il 47% per l’esattezza, termina con la nascita di una coppia monozigote – nel resto del mondo, invece, i “gemelli identici” rappresentano meno del 30% di tutte le gravidanze gemellari.

Vi sono stati anni in cui l’incidenza delle gravidanze gemellari ha raggiunto la soglia record del 20%.

Cos’è successo a Cândido Godói?

Di Mengele è noto che abbia vissuto e sia morto in Brasile, ivi conducendo degli esperimenti come, dove e quando possibile, ma la natura di tali ricerche continua ad essere avvolta dal mistero. Le indagini sulla popolazione di Cândido Godói sembrano indicare che Mengele possa aver studiato il cosiddetto “effetto del fondatore” – termine con il quale si fa riferimento ad un processo che comporta la progressiva riduzione della variabilità genetica in comunità piccole e omogenee – e che l’aumento repentino delle gravidanze gemellari, ancora oggi persistente, non sia che l’esito delle sue attività.

Lo storico argentino Jorge Camarasa, tra i più importanti investigatori del caso Cândido Godói e dell’epopea di Mengele in America Latina, era giunto alla conclusione che l’angelo della morte, dietro la scusante di curare gli abitanti del borgo, avesse trattato le donne del posto con dei medicinali sperimentali, magari provenienti dai laboratori nazisti, concepiti al duplice scopo di “arianizzare” il patrimonio genetico e di incrementare il tasso di natalità.

Una tesi ai limiti della fantascienza, quella proposta da Camarasa, che all’epoca della pubblicazione di “Mengele. L’angelo della morte in Sud America” (2008) gli era valsa le critiche di colleghi e genetisti – convinti, quest’ulltimi, che il caso Cândido Godói fosse riconducibile ad una radicalizzazione inusuale ma naturale dell’effetto del fondatore –, ma che risulterà tutt’altro che illogica e fuori dal mondo per coloro che il nazismo lo hanno sviscerato.

Perché il nazismo non fu soltanto scienza applicata al genocidio e ricerca militare avanguardistica. Il nazismo fu anche, e soprattutto, esoterismo, misticismo e occultismo. Tre ragioni che spiegano l’ossessione del Führer per le reliquie e per gli oggetti leggendari dai poteri preternaturali – come il santo Graal –, che spiegano la centralità rivestita da società segrete come Thule e Vril nella formulazione della politica nazista e che, forse, potrebbero spiegare perché Mengele cercò di trasformare Cândido Godói nell’ultimo rifugio della razza ariana. 

Reinhard Gehlen, il nazista della Cia. Pietro Emanueli su Inside Over il 20 novembre 2021. Il nazismo è sorto e morto con Adolf Hitler, il Führer che aveva sognato un Reich di mille anni e il cui fedelissimo Heinrich Himmler credeva di essere la reincarnazione di Enrico l’Uccellatore, ma i nazisti no, non perirono né scomparvero con la caduta di Berlino e con la consegna alla storia della breve epopea del Mito del ventesimo secolo. Perché molti di loro riuscirono a scappare, chi in America Latina – tra i nove e i dodicimila – e chi in Medio Oriente, riuscendo a rifarsi una vita, sottraendosi alla giustizia di Norimberga e alla vendetta del Mossad fino all’ultimo giorno. Alcuni, tra quei tanti superstiti, avrebbero profittato della seconda occasione per trovare un nuovo scopo, perché più amanti dell’azione che dell’anonimato. Johann von Leers, ad esempio, sarebbe divenuto uno dei più importanti propagandisti del nazionalismo arabo e dell’antisionismo. Otto Skorzeny, il famigerato liberatore di Mussolini, avrebbe costruito una fortuna offrendo le proprie consulenze politico-militari al miglior offerente. E Reinhard Gehlen, invece, sarebbe diventato il “nazista della Cia”.

Un "nazista qualunque"

Reinhard Gehlen nacque in quel di Erfurt, la capitale della Turingia, il 3 marzo 1902. Figlio di due cattolici praticanti, che per lui sognavano una carriera accademica, Gehlen, una volta adulto, avrebbe fatto il contrario di quanto desiderato dai genitori. Non soltanto, infatti, sarebbe diventato ateo, abbandonando la fede di famiglia, ma si sarebbe arruolato nelle forze armate weimariane, la Reichswehr.

All’interno della Reichswehr, nata per sostituire la possente armata guglielmina, Gehlen avrebbe fatto carriera. Nel 1935 la licenziatura presso l’Accademia di commando delle forze armate (Führungsakademie der Bundeswehr) e, subito dopo, la promozione al grado di capitano accompagnata dall’assegnazione allo Stato maggiore generale.

Gehlen non si sarebbe distinto per azioni particolari durante la prima parte della Seconda guerra mondiale. Non era, infatti, interessato a risaltare agli occhi del Partito: era un nazionalista, non un nazionalsocialista. Impegnato sostanzialmente nel teatro orientale, dapprima in Polonia e poi in Unione sovietica, Gehlen avrebbe quivi alternato ruoli di medio comando e intelligence. La svolta sarebbe avvenuta nel corso della battaglia di Stalingrado, alla quale Gehlen avrebbe partecipato direttamente in qualità di comandante del Fremde Heere Ost, la divisione specializzata nello studio del campo sovietico. Alla guida di tale sezione avrebbe trovato il proprio scopo esistenziale: l’intelligence. Fu lui, invero, che, accorgendosi della disorganizzazione di quella che avrebbe dovuto essere una realtà di eccellenza, avrebbe coordinato personalmente l’arrivo di linguisti, geografi, antropologi e altri conoscitori del mondo russo in aiuto ai militari.

Il piano B

Gehlen avrebbe avuto l’occasione di (di)mostrare al mondo quali fossero le sue reali convinzioni politiche nel 1944, quando fu contattato da Henning von Tresckow, Claus von Stauffenberg e Adolf Heusinger per prendere parte all’operazione Valchiria, ovverosia alla congiura di palazzo contro il Führer. Congiura alla quale Gehlen avrebbe partecipato, seppure giocando un ruolo minoritario, cioè garantendo al trio copertura nel proprio ambiente.

La scoperta del complotto, con la successiva esecuzione dei protagonisti, avrebbe costretto Gehlen alla fuga. Una fuga durata fino alla caduta di Berlino. Morto Hitler, comunque, qualcun altro avrebbe cominciato a cercarlo: gli Stati Uniti. Affidabile perché naziscetttico, nonché utile perché conoscitore della realtà sovietica e possessore di una grande quantità di intelligence, Gehlen era l’uomo di cui gli Stati Uniti e la nascente Central Intelligence Agency abbisognavano per combattere la minaccia del domani: l’Unione Sovietica. E lui, tanto naziscettico quanto anticomunista, li avrebbe aiutati volentieri.

Al servizio della Cia

Il patto tra Gehlen e gli Stati Uniti fu siglato nel maggio 1945, sullo sfondo della Berlino in macerie, e fu strutturato come un do ut des basato sulla promessa di libertà in cambio di accesso agli archivi della Fremde Heere Ost e aiuto nella creazione di una struttura transnazionale in chiave anticomunista. Di lì a breve, ovvero entro la fine dell’anno, Gehlen avrebbe messo in piedi una struttura spionistica dedicata al monitoraggio delle manovre sovietiche nell’Europa centro-orientale: l’Organizzazione Gehlen, altresì nota come “L’Organizzazione”. Composta da ex colleghi della Fremde Heere Ost, e in contatto con l’Office of Strategic Services – il precursore della Cia –, la rete Gehlen avrebbe svolto un ruolo-chiave tanto nella formazione dei futuri servizi segreti della Germania Ovest quanto nella foggiatura dell’agenda americana per l’Europa comunista. Entro la fine del 1946, complice l’ottimo lavoro di spionaggio esperito, Gehlen avrebbe potuto far uscire la propria entità dall’ombra, camuffandola dietro l’apparentemente inoffensiva Organizzazione per lo Sviluppo industriale della Germania meridionale. Un nome trasudante innocuità ma, in realtà, nascondente una potente e ramificata agenzia di spionaggio composta da una squadra di 350 dipendenti e da un piccolo esercito di circa quattromila 007. Gli agenti della Gehlen sarebbero stati gli occhi e le mani della Cia nel cuore della Cortina di Ferro, fino agli anni Cinquanta inoltrati, in quanto incaricati di interrogare ogni prigioniero di guerra di ritorno dai campi sovietici, di condurre operazioni di spionaggio nella Germania Est e nel Patto di Varsavia e di costituire delle micro-reti di resistenza a scopo spionistico nelle repubbliche sovietiche più permeabili – come Baltici e Ucraina. L’epopea dell’organizzazione Gehlen, comunque, sarebbe giunta al termine tra la seconda metà degli anni Cinquanta e la prima parte dei Sessanta, quando la qualità del servizio offerto agli Stati Uniti avrebbe cominciato a diminuire vertiginosamente a causa di fughe di notizie e raccolta di informazioni false. Gehlen e la Cia avrebbero scoperto il motivo di simile avvenimento soltanto nel 1961, sorprendendo tre agenti insospettabili e di alta classe – Johannes Clemens, Erwin Tiebel e Heinz Felfe – a passare documentazione ai sovietici.

Direttore dei servizi segreti tedeschi

In concomitanza con il ruolo direttivo esercitato presso l‘Organizzazione, Gehlen avrebbe lavorato anche per la madrepatria, ottenendo da essa l’incarico della vita: la direzione del neonato Servizio di Intelligence Federale (BND, Bundesnachrichtendienst). Istituito nel 1956, Gehlen ne sarebbe diventato il primo direttore. L’ex nazista avrebbe guidato il BND fino al 1968, per dodici anni – un record ancora oggi imbattuto –, quando infine avrebbe ceduto al clima di pressione, ostilità e diffidenza emerso nell’immediato dopo-scoperta dei tre del Cremlino, cioè i doppiogiochisti Clemens, Tiebel e Felfe. Il trio, invero, non operava soltanto per conto della rete Gehlen, allo scopo di indebolirla, ma era anche impiegato dalla BND, dalla quale trafugava informazioni riservate sulla politica tedesca e sulla cooperazione euroatlantica. Su Gehlen, in quanto direttore del BND e testa dell’Organizzazione, sarebbe ricaduta ogni colpa per la grave infiltrazione ai danni della sicurezza della Germania Ovest. Di più, oramai divenuto un vero e proprio capro espiatorio sul quale addossare ogni responsabilità, Gehlen cominciò a divenire oggetto di attacchi di vario genere e provenienti da differenti latitudini. Nel 1968, dopo aver seguito il processo al trio del Cremlino e avviato un timido processo di ristrutturazione del BND, Gehlen si sarebbe tirato ufficialmente fuori dal servizio di intelligence. Di lì a breve, con l’avvio dell’era Wessel, avrebbe scoperto il vero motivo delle pressioni incessanti: alla classe dirigente tedesca era stato ordinato di denazificare i propri apparati, svuotandoli della presenza di ex seguaci del Terzo Reich e riempiendoli di esponenti della nuova generazione. Gehlen, in sintesi, aveva fatto il suo tempo. Perché gli Alleati maggiori, e la stessa opinione pubblica, non avevano più intenzione di accettare che dei collaboratori del Führer, in alcuni casi colpevoli di gravi crimini di guerra, occupassero posizioni di rilievo nella nuova Germania. Ne andava della credibilità dell’Occidente, oltre che della Germania “buona”. Morì l’8 giugno 1979, circondato dalle critiche del nuovo BND, demonizzato dall’opinione pubblica e scaricato dalla stessa Cia – i cui portavoce sminuirono pubblicamente l’importanza giocata dalla rete Gehlen. Forse perché vittima di questo clima, e desideroso di dire la propria sugli eventi del dopoguerra, trascorse gli ultimi anni alla scrittura di un libro di memorie, che riuscì a pubblicare prima del trapasso. 

Chi era Erich Ludendorff, l’ispiratore di Hitler. Pietro Emanueli su Inside Over il 20 novembre 2021. Dietro ogni statista, in democrazia come in dittatura, si celano sempre un maestro che ha insegnato e/o un ispiratore che ha influenzato. Giulio Mazzarino ebbe come maestro il cardinale Richelieu. Lenin ebbe come ispiratori Karl Marx e Friedrich Engels. E Adolf Hitler ebbe, tra i vari insegnanti e influenzatori, l’eroe della Grande guerra e nostalgico guglielmino Erich Ludendorff.

Le origini

Erich Friedrich Wilhelm Ludendorff nacque in quel di Ludendorff il 9 aprile 1865. Terzo di sei figli, Erich era nato in un contesto relativamente agiato: il padre era uno junker, la madre un’aristocratica vantante una remota connessione con la potente famiglia Dönhoff.

Cresciuto nella tenuta di famiglia dalla zia materna, Erich si sarebbe rapidamente rivelato un bambino prodigio, eccellendo nella matematica e in molte altre materie. Come lui, anche il fratello Hans, che in futuro sarebbe divenuto un celebre astronomo, mostrò di possedere il dono di una mente fuori dal comune sin dalla tenera età.

Primo di ogni corso, sebbene inserito in un percorso avanzato seguito da persone più avanti con l’età, Erich avrebbe scelto la carriera militare, preferendola agli affari di famiglia, e all’interno delle forze armate tedesche, riconfermando le proprie qualità straordinarie, sarebbe divenuto in breve tempo un punto di riferimento tanto per i coetanei quanto per i più anziani.

Eroe nella Grande Guerra

All’alba della Grande Guerra, Ludendorff vantava un curriculum più unico che raro, avendo ricoperto una pluralità di posizioni ed essendo capace di ricoprire diversi ruoli. Colonnello e stratega, Ludendorff era stato prescelto dai vertici militari per trasporre in realtà il piano Schlieffen in caso di guerra e, coerentemente con la missione affidatagli, aveva iniziato ad effettuare dei sopralluoghi in Belgio nel 1911.

Fu Ludendorff, tra sopralluoghi e notti insonni passate a studiare i dettagli del piano, che illuminò gli alti comandi su di un grave difetto: all’armata tedesca mancavano sei corpi per compiere la campagna alla perfezione.

Allo scoppio del conflitto, in segno di riconoscimento per le abilità dimostrate, Ludendorff fu insignito del grado di vicecapo presso la seconda armata del generale Karl von Bülow. Guidò da remoto la fatidica traslazione in realtà del piano Schlieffen, nell’agosto 1914, coordinando in particolare la battaglia di Liegi, e per la fulminea vittoria, lo stesso mese, fu premiato da Guglielmo II in persona con la più alta onorificenza prussiana: l’Ordine Pour le Mérite.

Di lì a breve, complici le difficoltà sperimentate nel fronte orientale con l’Impero zarista, Ludendorff sarebbe stato nominato dal gabinetto di guerra il vice del comandante Paul von Hindenburg. Il duo, disegnando dei piani d’azione basati sul calcolo delle forze sul campo e sull’analisi degli scenari più plausibili, avrebbe mostrato rapidamente al gabinetto di guerra i primi risultati, come in occasione della battaglia di Tannenberg, ma le divergenze di visioni avrebbero preso il sopravvento – a detrimento della Germania.

Visionario, oltre che calcolatore, Ludendorff aveva proposto a Berlino di colonizzare e germanizzare l’area polacco-baltica nel contesto del Drang nach Osten e dedicò gli inverni del 1915 e del 1916, passati a Kaunas, alla messa su carta di quell’idea. Il potenziale di questa Grande Germania, secondo i computi dello stratega, sarebbe stato tale da permettere il sostenimento di una guerra con britannici e americani.

Richiamato in patria con l’aggravarsi della situazione nel cuore del continente, Ludendorff si ritrovò nuovamente a collaborare con von Hindenburg. Nonostante l’aumento dei dissidi con il resto della gerarchia, per via della sua tendenza ad egemonizzare i piani bellici, la sottomissione della Romania al Kaiser lo avrebbe consacrato in un idolo popolare, mentre la stampa avrebbe cominciato a chiamarlo “il cervello dell’esercito tedesco”.

Con l’avvio della campagna per la costruzione di un’economia di guerra, delineata dal programma Hindenburg, Ludendorff sarebbe entrato anche nella supervisione dell’economia nazionale. A quel punto, apice della carriera e della stessa vita di Ludendorff, gli storici concordano all’unanimità: era diventato l’uomo più potente di Germania.

Il potere e il prestigio di Ludendorff sarebbero aumentati ulteriormente nel 1917, quando il geniale stratega mise la firma sulla battaglia di Caporetto e curò il ritorno di Lenin e dei suo discepoli in Russia, fornendo loro aiuto in termini di capitale e armamenti a condizione che, una volta al potere, firmassero immediatamente un trattato di pace dettato dalla Germania. Cosa che poi avvenne.

Sebbene la sorte della Grande Guerra sembrasse ormai scritta, la disfatta era dietro l’angolo. Con lo scoppio del caso Zimmermann – il celebre tentativo della diplomazia tedesca di convincere il Messico a dichiarare guerra agli Stati Uniti –, la presidenza Wilson avrebbe dichiarato guerra al Kaiser. E contro quell’immenso dispiegamento di forze, incontenibile per l’economia stremata e per l’armata stanca dell’Impero tedesco, nulla avrebbe potuto la mente iperdotata di Ludendorff.

Il ruolo-chiave nella formazione del nazismo

L’idolo delle folle che aveva stregato il Kaiser, a causa dell’ignominiosa sconfitta della Germania, avrebbe magnetizzato ogni colpa, sarebbe diventato oggetto di ogni attacco, vedendosi costretto a riparare in Svezia con dei documenti falsi. Una volta qui, solo con se stesso e ricco di verità da raccontare su quanto fosse accaduto nel dietro le quinte, Ludendorff avrebbe cominciato a scrivere memorie, articoli, saggi e commenti sulla guerra e sul dopoguerra.

Sarebbe stato proprio Ludendorff, dall’autoesilio, ad alimentare il malcontento dei nostalgici e dei veterani, popolarizzando la leggenda della pugnalata alla schiena (Dolchstoßlegende) e accusando socialdemocratici e comunisti di anelare all’annichilimento della Germania in combutta con la minoranza ebraica.

Tornato a Berlino nel febbraio 1919, poco più di un anno più tardi avrebbe supportato il tentato Putsch di Kapp – il più significativo tentativo di rovesciamento della Repubblica di Weimar, durato una settimana e coinvolgente cinquemila veterani. Nello stesso periodo, vincendo il proprio orgoglio, avrebbe incontrato von Hindenburg, sancendo una riconciliazione che, comunque, sarebbe durata poco.

Nonostante il putsch di Kapp fosse fallito, la Germania weimariana era tutt’altro che in pace. Nel 1922, ad esempio, un’organizzazione terroristica protonazista si rese protagonista dell’assassinio del ministro Walther Rathenau. E quel clima di terrore, in parte, era stato creato dal revisionismo di Ludendorff. Ludendorff che, non a caso, nel 1923 ricevette un invito per un incontro privato da un aspirante politico rispondente al nome di Adolf Hitler.

I due condividevano tutto: la diffidenza per gli ebrei tedeschi, la nostalgia per il Reich, il livore nei confronti di Versailles, la voglia di rivalsa contro l’Europa, l’adesione al darwinismo sociale e persino la visione razzialistica delle relazioni internazionali – visione che vedeva la nazione tedesca messianicamente al centro del mondo e al di sopra di ogni altro popolo.

Hitler e Ludendorff, a partire dal 1923, iniziarono a trascorrere tempo insieme, sempre più tempo, fino a diventare quasi un tutt’uno. Neanche il putsch della birreria li avrebbe divisi, consolidando, anzi, quel legame. L’ex eroe di guerra, nel frattempo reinventatosi scrittore di testi cospirazionistici di stampo giudeofobico e antimassonico, avrebbe formato un’intera generazione di nazisti.

Gli ultimi anni e la morte

La sconfitta alle presidenziali del 1925, che lo videro competere contro von Hindenburg con il neonato Partito Popolare Tedesco della Libertà, non fecero che radicalizzare Ludendorff, unendolo ancora di più a Hitler. Quella radicalizzazione, che accentuò il carattere misantropico del tormentato genio, sarebbe stata anche la causa del fallimento del suo matrimonio.

Il nazismo, che nel 1933 sarebbe diventato l’ideologia ufficiale del Reich rinato, debbe tante cose a Hitler quante a Ludendorff. Da quest’ultimo, in particolare, mutuò il rigetto del cristianesimo, ritenuto una religione debilitante, a favore di un ritorno al paganesimo germanico – lui stesso, del resto, divenne un seguace di Odino.

Negli ultimi anni di vita si allontanò dal nazismo, nonché dallo stesso Hitler, estraniandosi dalla politica ed immergendosi interamente nell’esoterismo, nell’occultismo e nella magia. Completò quella strana trasformazione, da militare a stregone, fondando la Società per la Conoscenza di Dio (Bund für Gotteserkenntnis), una setta esoterica ancora oggi esistente.

Morì il 20 dicembre 1937, giorno del suo settantaduesimo compleanno, a causa di un tumore del fegato. Eloquentemente, a riprova della distanza venutasi a creare con l’ex allievo, Hitler, pur tributandogli un funerale di Stato, non gli dedicò alcun elogio funebre.

Abwehr, gli 007 del Fuhrer. Pietro Emanueli su Inside Over il 16 novembre 2021. Ogni potenza che ambisca ad essere grande deve imperativamente soddisfare una serie di condizioni, che spaziano dal possesso di risorse naturali alla dotazione di un apparato militare all’altezza di competizioni egemoniche, passando per la capacità di adattamento ai cambiamenti, l’avere un sistema politico stabile e la propensione al progresso tecnologico. Tra le condizioni essenziali da soddisfare, pena la sconfitta in un confronto egemonico e l’ingabbiamento in uno stato di media potenza, figurano anche la disponibilità di quinte colonne nella casa del rivale, l’avere degli eserciti invisibili pronti a uscire dall’ombra in caso di emergenza e l’avere dei servizi segreti impermeabili alla corruzione e plusdotati in termini di cervelli, abilità e strumenti. Ed è precisamente per l’ultimo motivo che la Germania nazista perse la seconda guerra mondiale: aveva un servizio segreto, l’Abwehr, ricco di cervelli ma povero di strumenti e circondato da nemici.

La genesi

L’Abwehr viene istituito ai primordi dell’epoca weimariana, nel 1920, e inquadrato all’interno del Ministero della Difesa. Viene costituito per due ragioni: succedere al vetusto Abteilung III b, che aveva mostrato tutta la sua inefficienza durante la Grande guerra, e mostrare alle potenze vincitrici che la Weimarer Republik non aveva ambizioni offensive – attività prima e principale dell’agenzia era il controspionaggio.

Povero di missioni per via delle clausole vincolanti del Trattato di Versailles – al controspionaggio, negli anni successivi, sarebbe stato possibile aggiungere soltanto la cifratura e la ricognizione – e carente di personale – una mancanza dovuta ad una serie di motivi: scarso focus sul reclutamento, disinteresse generale verso l’agenzia, sentimenti anti-weimariani tra le forze armate –, l’Abwehr sarebbe andato incontro ad un processo di ingrandimento nel 1928, anno dell’ingresso al suo interno degli uomini dell’agenzia di spionaggio della Marina: la Reichsmarine.

Una vera e propria riforma dell’Abwehr, ad ogni modo, avrebbe avuto luogo soltanto con la fine dell’esperienza weimariana, ovverosia con l’inizio del dodicennio nazista.

La riorganizzazione durante il nazismo

Nel 1932, all’alba del nazismo, all’Abwehr avviene un cambio di regia: il comando viene assunto dal capitano Konrad Patzig, uno dei tanti ufficiali entrati nell’agenzia grazie alla fusione con il reparto di intelligence della Reichsmarine. E sarebbe stato Patzig, in una prima assoluta, a traghettare l’Abwehr verso l’emancipazione da Versailles, forgiando una collaborazione con le controparti del vicinato mitteleuropeo in chiave antisovietica.

Il circuito di alleanze creato da Patzig fu ereditato dai nazisti, che con il pretesto del contenimento antisovietico avrebbero cominciato a sorvegliare i loro futuri obiettivi, in primis la Polonia, a mezzo di raccolta informazioni, voli di ricognizione e intercettazioni. Per quanto utile e adatto al ruolo, Patzig non era una nazista, ragion per cui nel 1935 fu silurato e sostituito da un fedelissimo del Führer: Wilhelm Canaris, un altro ammiraglio formatosi nella Reichsmarine.

Negli anni di Canaris sarebbero apparsi i semi che, una volta maturati, avrebbero contribuito al fallimento dell’Abwehr e, a latere, alla sconfitta della Germania nazista: la competizione antagonistica con le organizzazioni sorelle, cioè il Servizio di Sicurezza (SD, Sicherheitsdienst) di Reinhard Heydrich, la Gestapo e la sezione SIGINT dell’Auswärtiges Amt.

Le rivalità tra agenzie sarebbero aumentate considerevolmente a partire dal 1938, anno di una riforma radicale dell’Abwehr voluta da Adolf Hitler e negoziata da Canaris. L’ente, oramai composto da quasi un migliaio di agenti, fu suddiviso in tre dipartimenti, dotato di una vasta gamma di funzioni e missioni – dal monitoraggio dei movimenti sovietici all’intrusione nelle colonie e nei satelliti delle potenze dell’Europa occidentale, passando per i sabotaggi e la pianificazione di guerre coperte all’estero – e investito di una maggiore autonomia dal Ministero della Difesa

Suddetta riforma avrebbe gettato le fondamenta per la trasformazione dell’Abwehr nel principale vettore del nazismo oltreconfine, dal resto d’Europa all’America centro-meridionale, passando per l’Africa e il Medio Oriente, ma avrebbe anche esacerbato il conflitto con le sorelle gelose in madrepatria. E Canaris, nel corso della seconda guerra mondiale, si sarebbe tanto pentito di aver persuaso Hitler ad avallare il potenziamento dell’Abwehr da diventare un antinazista.

Le operazioni più significative

I principali fatti ed eventi dell’anteguerra e della guerra sembrano suggerire che se l’Abwehr avesse ottenuto più fondi e strumenti adeguati, riuscendo a vincere l’animosità sabotatrice delle sorelle SD e Gestapo, la seconda guerra mondiale avrebbe potuto avere un esito differente. Un esito non per forza a favore dell’Asse, ma semplicemente differente: maggiori difficoltà per gli Alleati, campagne belliche prolungate ed esplosione di conflitti imprevedibili in teatri insospettabili.

L’elenco delle innumerevoli operazioni pensate e/o condotte dall’Abwehr prima e durante il conflitto è la prova provante delle potenzialità inespresse di quest’agenzia sepolta dalla storia:

Il supporto nell’annessione dell’Austria, alla quale l’Abwehr avrebbe contribuito sondando l’umore dell’opinione pubblica e diffondendo sentimenti pangermanici tra la popolazione.

L’operazione Polo Nord nei Paesi Bassi, grazie alla quale la Germania nazista poté neutralizzare la resistenza clandestina in loco e catturare agenti, armi e strumenti provenienti dalla Gran Bretagna, sigillando la nazione sino al termine del conflitto.

L’occupazione di Norvegia e Danimarca, facilitata da una serie di sabotaggi alle infrastrutture strategiche esperiti dall’Abwehr nelle fasi precedenti allo spostamento delle truppe.

L’organizzazione di un vasto movimento di opposizione all’impero britannico in India, capitanato da Subhas Chandra Bose, dotato di un proprio esercito – la Legione indiana –, supportato da spie in loco come la celebre Savitri Devi e reso accattivante agli occhi dell’opinione pubblica del subcontinente a mezzo di un’intensa campagna propagandistica portata avanti da entità come il Centro per l’India libera e Radio Azad Hind.

La conclusione di uno storico accordo armi-per-petrolio con la Romania – il primo del genere per la Germania nazista –, siglato grazie agli sforzi diplomatici dell’Abwehr e che avrebbe assicurato ai tedeschi un significativo approvvigionamento energetico con l’apertura del fronte orientale.

L’operazione Salam, portata avanti con l’aiuto dell’esploratore Laszlo Almasy, che avrebbe permesso ai tedeschi di collezionare intelligence sulle manovre inglesi in Egitto.

Il colpo di Stato in Iraq del 1941.

L’insurgenza anticoloniale nella regione Medio Oriente e Nord Africa.

I due tentativi putschisti in Cile del 1938 e del 1939.

L’operazione Bolivar nell’America centro-meridionale.

L’alleanza con l’Irish Republican Army in chiave antibritannica.

La quasi-rivoluzione boera in Sudafrica.

L’infiltrazione nelle terre turco-turano-islamiche dell’Unione Sovietica.

Il tramonto

L’avvio dell’operazione Barbarossa avrebbe sancito l’inizio della fine per la Germania nazista e per l’Abwehr. Perché sarebbe stata proprio quest’ultimo ad effettuare l’analisi delle forze in gioco sulla quale si basò Hitler per invadere l’Unione Sovietica. E quell’analisi, come è noto, avrebbe sottostimato grandemente le capacità dell’esercito di Stalin, ritenuto dagli analisti dell’Abwehr tanto carente di mezzi quanto mancante di volontà combattiva.

Gli storici ritengono che l’Abwehr, ad ogni modo, più che non aver saputo, non abbia voluto leggere adeguatamente la realtà dei fatti, limitandosi a fornire alla dirigenza nazista ciò che gli era stato chiesto: non un’analisi obiettiva, quanto una che andasse incontro ai desideri espansionistici del Führer. A supportare questa visione degli eventi, il fatto che Canaris, già nel marzo 1942, avesse cominciato a parlare di una sconfitta imminente, non soltanto nel teatro orientale, ma nella guerra mondiale.

Nella seconda parte del conflitto, complici il crescendo della rivalità tra agenzie e delle operazioni di controspionaggio degli Alleati, l’Abwehr avrebbe cominciato a sperimentare i primi fallimenti, tra i quali l’esecuzione delle spie coinvolte nell’ambiziosa operazione Pastorius – concepita allo scopo di colpire obiettivi economicamente strategici negli Stati Uniti – e l’abbandono dell’operazione Felix – pensata per occupare Gibilterra con il consenso di Francisco Franco, ma fallita a causa delle pesanti interferenze del SD, che durante il processo di negoziazione cercò di assassinare un alto dirigente franchista, raggelando ulteriormente le relazioni bilaterali.

Sul finire della guerra, del cui esito sfavorevole il capitano Canaris era sempre più convinto, alcuni agenti dell’Abwehr avrebbero cominciato a complottare contro il governo nel disperato tentativo di evitare una nuova ignominiosa sconfitta. E uno di loro, Hans Bernd Gisevius, avrebbe persino cercato di negoziare una resa concordata con John Foster Dulles, trovando un ostacolo insormontabile, però, nell’intransigenza di Franklin Delano Roosevelt.

Nello stesso periodo delle cospirazioni e dei fallimenti, forse perché a conoscenza del malcontento serpeggiante nell’Abwehr, o forse perché impazienti di catalizzarne la fine, SD, Gestapo e SS avrebbero aumentato la morsa sull’odiata organizzazione sorella, infiltrandone i dipartimenti, portandone in tribunale gli agenti per le accuse più svariate e mettendo sotto sorveglianza lo stesso Canaris.

L’epopea dell’Abwehr sarebbe giunta al capolinea il 18 febbraio 1944, giorno in cui Hitler, a mezzo di decreto ufficiale, ne sancì lo scioglimento. Un decreto firmato su spinta della Gestapo, che qualche mese prima, il 10 settembre, aveva smantellato il cosiddetto “circolo di Solf” – un raduno di personalità antinaziste che soleva avere luogo in casa di Hanna Solf –, trovandovi al suo interno Otto Kiep, un ufficiale con vari amici nell’Abwehr.

Nessun Abwehr faceva parte del circolo di Solf, ma la Gestapo seppe strumentalizzare magistralmente la presenza di Kiop, facendo leva sulla montante paranoia di Hitler. Di lì a breve, Canaris, già spogliato di ogni titolo e funzione, sarebbe stato condotto al patibolo perché associato al famigerato complotto del 20 luglio e accusato di aver utilizzato l’Abwehr per salvare un numero indefinito di ebrei – fatto, quest’ultimo, poi rivelatosi veritiero a posteriori. Fu giustiziato il 9 aprile 1945 nel campo di concentramento di Flossenbürg, dichiarandosi innocente dalle accuse di tradimento e di essere stato un semplice patriota.

Otto Skorzeny, il nazista che visse pericolosamente. Pietro Emanueli su Inside Over il 16 novembre 2021. Quello che il teologo della supremazia ariana Alfred Rosenberg aveva ribattezzato il Mito del ventesimo secolo è nato e morto con Adolf Hitler, ma alcuni dei suoi seguaci, come è noto, sarebbero riusciti a scappare dalle grinfie degli Alleati, di Norimberga e dei cacciatori di teste di Simon Wiesenthal e del Mossad. Il novero dei nazisti che, sopravvissuti alla caduta del Terzo Reich, riuscirono a rifarsi una vita altrove nel secondo dopoguerra, chi preferendo entrare nell’anonimato e chi prestando i propri servizi al miglior offerente, è lungo, lunghissimo. Si consideri, a titolo esemplificativo, che nella sola America Latina avrebbero trovato riparo 9-12mila seguaci del Führer, tra i quali ex gerarchi del calibro di Martin Bormann, Josef Mengele e Adolf Eichmann. Altri, come Johann von Leers, trovarono rifugio nel Medio Oriente. E altri ancora, invece, come Otto Skorzeny, scelsero di correre il rischio maggiore: non nascondersi affatto.

Origini, adolescenza e formazione

Otto Skorzeny nacque in quel di Vienna il 12 giugno 1908. Di origini polacche – il cognome Skorzeny non era che un’armonizzazione di Skorzęcin, il villaggio da cui provenivano gli avi dei genitori –, Otto era il figlio di due membri della classe media con alle spalle una lunga tradizione di servizio militare.

Cresciuto in un ambiente austero – perché il padre non voleva che l’agio lo corrompesse –, Skorzeny avrebbe ricevuto un’educazione aristocratica basata sullo studio delle lingue straniere (inglese e francese) e sugli sport di combattimento (scherma). Nel corso di un duello, avvenuto negli anni universitari, sarebbe stato sfregiato all’altezza della guancia sinistra. Una cicatrice che lo avrebbe accompagnato tutta la vita.

Sul finire degli anni Venti, oramai adulto, Skorzeny sarebbe divenuto un sostenitore accanito della causa nazionalsocialista. Una causa patrocinata dapprima entrando a far parte del Partito Nazionalsocialista Austriaco e dipoi cominciando a militare nel distaccamento viennese delle SS.

Il nazismo e la seconda guerra mondiale

Skorzeny, coerentemente con il credo nazista professato, avrebbe accolto con entusiasmo l’unificazione tra le due Germanie, l’Anschluss, e lavorato ardentemente affinché gli alti comandi si accorgessero di lui. Dopo aver tentato di servire come volontario nella Luftwaffe all’alba della Seconda guerra mondiale – fu scartato per l’età e l’altezza –, riuscì ad arruolarsi nella 1ª Divisione Panzer SS “Leibstandarte SS Adolf Hitler” (1. SS-Panzer-Division “Leibstandarte SS Adolf Hitler”), distinguendosi per il valore mostrato nei campi di battaglia del fronte orientale.

Partecipò all’Operazione Barbarossa venendo incaricato, nel corso della battaglia di Mosca, di catturare le sedi del Partito Comunista e il quartier generale del NKVD. Colpito alla nuca nel corso dei combattimenti, fu costretto a tornare in patria per le cure. E qui, a riconoscimento dei suoi servigi, fu insignito della prestigiosa Croce di Ferro.

Il periodo di riposo forzato lo avrebbe aiutato a riflettere. Da casa, o meglio dal letto, Skorzeny avrebbe cominciato a scrivere di guerra non convenzionale, asimmetrica e urbana, convinto che il Terzo Reich avrebbe potuto capovolgere le sorti del conflitto soltanto revisionando profondamente il proprio modus belli gerendi. Le sue idee, evidentemente, colpirono i vertici della piramide nazista, dato che fu investito dell’onere-onore di addestrare alcune divisioni delle SS alle tattiche e alle tecniche della guerra non convenzionale.

La mini-rivoluzione bellica di Skorzeny arrivò in ritardo, non riuscendo ad evolvere in un fattore inversivo determinante, ma quel biennio di operazioni all’insegna dell’imprevedibilità strategica sarebbe bastato a trasformarlo in una sorta di anti-eroe nel secondo dopoguerra. Una nomea, quella di anti-eroe votato a dei folli ma lucidi salti nel buio, di cui si possono comprendere le origini e le ragioni soltanto attraverso un breve riepilogo di alcune delle missioni esperite o pensate dalla squadra di Skorzeny:

Operazione François. Un tentativo infruttuoso di sabotare l’invasione anglo-sovietica dell’Iran facendo leva sul malcontento del popolo Qashqai.

Operazione Salto Lungo. Un piano per l’assassinio di Stalin, Winston Churchill e Franklin Delano Roosevelt alla Conferenza di Teheran del 1943. Fu scoperto dai servizi segreti dell’Unione Sovietica quando ancora nelle fasi della pianificazione, e dunque abortito.

Operazione Rösselsprung. Un tentativo inane di rapire Tito.

Operazione Panzerfaust. Nome con il quale si fa riferimento al rapimento del figlio dell’ammiraglio Miklos Horthy per convincere quest’ultimo a cedere il governo del regno d’Ungheria al filonazista Ferenc Szalasi.

La missione più significativa e memorabile della squadra speciale di Skorzeny, ad ogni modo, fu l’operazione Quercia. Un nome che risulterà sconosciuto ai più, perché in Italia noto con il nome di raid del Gran Sasso, e che indica l’incursione con cui, la notte tra il 23 e il 25 luglio 1943, i nazisti liberarono Benito Mussolini.

Negli ultimi mesi del conflitto, lungi dall’arrendersi, avrebbe radunato un gruppo di soldati fluenti in inglese allo scopo di infiltrarsi nelle linee nemiche – con tanto di uniformi farlocche – e spargere i semi della confusione negli attimi più concitati dell’avanzata sulla Germania. Scoperti poco alla volta, i sabotatori di Skorzeny sarebbero andati incontro all’esecuzione, in accordo con le leggi di guerra allora vigenti, mentre sul gerarca sarebbe stata messa una taglia.

La fuga rocambolesca

Catturato nelle fasi finali della guerra, Skorzeny fu trasferito immediatamente in un campo di internamento in attesa di processo. Accusato di aver violato le leggi di guerra durante l’offensiva delle Ardenne – quando infiltrò le file americane con dei finti soldati statunitensi –, Skorzeny fu uno dei protagonisti del processo di Dachau.

All’alba della sentenza, il 27 luglio 1948, Skorzeny si fece beffa dei carcerieri evadendo in una maniera che mise in grave imbarazzo gli Stati Uniti. A processo per aver spaesato le truppe della Casa Bianca a mezzo di tedeschi camuffati da loro connazionali, il gerarca nazista fu prelevato da tre ex colleghi, con indosso delle uniformi a stelle e strisce, che convinsero le autorità carcerarie a liberarlo perché richiesto a Norimberga per un’udienza.

A partire da quella fuga cinematografica, che ne consolidò l’immagine di anti-eroe sfrontato e irriverente, Skorzeny avrebbe trascorso i due anni successivi tra Germania e Francia, protetto dagli ex colleghi del Terzo Reich. Nel 1950, ad ogni modo, dovette riparare nella Spagna franchista dopo essere stato riconosciuto da ignoti in un caffé parigino nei pressi dei Campi Elisi. A tradirlo, nonostante il nuovo aspetto, quel tratto inalterabile nel volto: la cicatrice sulla guancia sinistra.

Da ricercato dalla giustizia a ricercato dai governi

Memore del breve ma intenso biennio della “guerra alla Skorzeny”, l’ex generale Reinhard Gehlen, che nel secondo dopoguerra era finito sul libropaga della Central Intelligence Agency, prese contatti con il fuggitivo per proporgli l’affare della vita: collaborazione con la nebulosa Organizzazione Gehlen – una delle tante facce di quell’Idra rispondente al nome di Odessa – in cambio di serenità, di fine della caccia all’uomo dei servizi segreti di tutto l’Occidente.

Skorzeny, naturalmente, accettò la proposta dell’ex gerarca nazista. La prima missione svolta per conto dell’organizzazione Gehlen ebbe luogo in Egitto, all’indomani del rovesciamento della monarchia. Qui, infatti, Skorzeny fu inviato in qualità di consigliere militare, per istruire le truppe dei generali Nasser e Mohammed Naguib all’arte della guerra non convenzionale.

Consapevole del ruolo affidatogli, ma non dimentico del proprio passato – da lui mai rinnegato –, Skorzeny avrebbe profittato del soggiorno egiziano per svolgere degli incarichi extra. Incarichi come la pianificazione di scenari di guerra contro i britannici per il controllo del canale di Suez – che Nasser, poi, avrebbe preso effettivamente in considerazione nel 1956 – e l’addestramento di volontari provenienti dal Medio Oriente, più precisamente da Israele-Palestina, alla ricerca di maestri dai quali imparare a combattere degli eserciti regolari. Tra quei tanti volontari che si recarono in Egitto per essere temprati da quell’uomo sfregiato venuto dell’Europa, sebbene la storiografia non ne faccia quasi cenno, figurava anche un giovanissimo Yasser Arafat, il futuro capo del movimento di resistenza palestinese.

Terminato il “contratto” con l’Egitto nasseriano, i servigi di Skorzeny furono richiesti dall’Argentina di Juan Domingo Perón. Per conto dell’allora guida dell’anti-imperialismo sudamericano, l’ex uomo di punta del Führer svolse una pluralità di mansioni: consigliere politico, guardia del corpo di Evita e coordinatore della trasmigrazione di nazisti dall’Europa a Buenos Aires attraverso un proprio canale – Die Spinne (let. il ragno). Nell’ambito di quest’ultimo incarico, tra i più importanti dei tre, sembra che Skorzeny avesse proposto all’Organizzazione Gehlen di fare dell’Argentina la culla di un futuro Quarto Reich.

Gli ultimi anni e la morte

L’uomo delle fughe e dei paradossi, nei primi anni Sessanta, sarebbe stato raggiunto dal cliente più impensabile: il Mossad. In qualità di membro dell’Organizzazione Gehlen e di ex consigliere militare di Nasser, Skorzeny era ritenuto dagli israeliani l’uomo adatto al compimento dell’operazione Damocle – nome in codice di un piano per l’eliminazione degli scienziati (ex) nazisti impiegati nel programma missilistico egiziano. L’effettivo coinvolgimento di Skorzeny nell’operazione, tuttavia, per quanto ritenuto credibile dagli storici israeliani, continua ad essere oggetto di dibattito.

Grazie al danaro ricevuto dai vari governi e dai servizi segreti ai quali aveva offerto il proprio cervello per un ventennio, Skorzeny, alla morte, sopraggiunta per un cancro il 5 agosto 1975, sarebbe risultato il capo di un piccolo impero. L’uomo che visse pericolosamente, invero, era il proprietario di un terreno di 165 acri nella contea di Kildare (Irlanda), di una villa a Maiorca, di una compagnia militare privata (Paladin Group) e di una società per la diffusione del nazismo con sede a Barcellona (CEDADE).

Il 7 luglio, in occasione dei funerali, tenutisi a Madrid con rito cattolico, l’ultimo saluto al nazista che visse pericolosamente avrebbe attratto nella capitale spagnola una folla di ex fedelissimi del Terzo Reich. Musiche funebri fecero da sfondo ai canti nazisti per qualche ora. I madrileni erano sbigottiti, non capivano, forse perché non sapevano, ma era morto Skorzeny, colui che poté tutto senza mai rinnegare il proprio credo nazista, incluso farsi corteggiare dal Mossad.

Hanna Reitsch, il lungo volo della pioniera di Hitler. Davide Bartoccini il 13 Novembre 2021 su Il Giornale. La storia di Hanna Reitsch, pilota collaudatrice di Hitler che arrivò dove nessuno avrebbe osato, raccontata ne Il volo, la mia vita. Non solo un libro di guerra, ma la fedele testimonianza vergata da una donna senza eguali. "E ora avrei potuto prendere parte a un corso di formazione presso la scuola di volo a vela di Grunau. Finalmente andavo a volare!”. Le precise parole pronunciate da una giovanissima Hanna Reitsch, la pioniera dell'aviazione di Hitler che in un ventennio da allora avrebbe raggiunto, e addirittura surclassato per coraggio, la leggendaria Amelia Earhart. Forse la più nota aviatrice della storia. Instancabile, sempre sorridente, con i suoi biondi capelli color cenere immancabilmente raccolti per calzare la cuffia da pilota prima di spiccare il volo. Hanna Reitsch, piccola grande donna destinata a rimanere nella leggenda, sceglierà di scrivere le sue memorie dopo essere stata internata in un campo di prigionia dagli americani. Non per osannare il “sangue dei vinti”, ma per raccontare con schietta semplicità - senza per questo privarsi di una perpetua precisione nelle nozioni più specifiche - una verità: la sua. Detentrice tra gli anni '20 e '30 di un nutrito palmares di primati di volo, principalmente a vela, iniziò così la sua lunga carriera: ”Un corso di addestramento al volo a Grunau.. dove c’era una nota scuola di piloti per alianti”. Il preludio al volo come promessa del padre medico se la "bambina" avesse onorato e rispettato il suo impegno negli studi. L'approccio al volo a motore, fino a divenire pilota collaudatrice di quasi tutti gli aerei militari impiegati dalla Luftwaffe durante il secondo conflitto mondiale. Anche dei più pionieristici e spettacolari prototipi a reazione. Dal Focke-Wulf Fw 190, il caccia ad ala bassa più impiegato nella difesa dei cieli del Reich, al gigantesco aliante da trasporto Messerschmitt Me 321 “Gigant”. Dallo sviluppo delle temibili e leggendarie V1 pilotate da quelli che dovevano diventare i kamikaze tetutonici (gli “Uomini SO”, ndr), ai test per portare all'operatività il pericoloso aereo a razzo Me 163 “Komet”: una delle Wunderwaffen, le armi meravigliose tanto desiderate da Hitler che la fecero sentire, testuali parole, come a "vivere una fantasia di Münchhausen". Ogni traguardo, ogni pensiero, riportato fedelmente nelle sue memorie edite in Italia da Italia Storica di Andrea Lombardi. Volare, la mia vita (Italia Storica) di Hanna Reitsch ripercorre tutti i passi compiuti dalla pilota collaudatrice che, come tanti bambini divenuti aviatori, trovò nel volo degli uccelli che solcavano gli azzurri cieli estivi della Germania, il primordiale istinto di raggiungerli per passare accanto a loro come faceva "ogni nuvola nel vento”. Un'infanzia trascorsa con il naso all'insù, "finché (quel piacere) non si trasformò in una profonda, insistente nostalgia, un desiderio che mi accompagnava ovunque e mai poteva essere placato". Ecco cosa porta l'essere umano al volo. Questo avrebbe portato la giovane e stimata collaudatrice a diventare la prima donna al mondo a pilotare un elicottero, come ad atterrare nella Berlino assediata dai sovietici in quell’aprile 1945. Solo lei e il futuro Feldmaresciallo Ritter von Greim, nominato da Adolf Hitler ultimo comandante in capo della Luftwaffe, per ricevere gli ultimi ordini del führer prima della "caduta". “Stavo sconfinando in un dominio esclusivamente maschile e sentivo che il ricevere l’incarico di un compito patriottico di tale importanza e responsabilità, era un onore più grande di quello conferito da qualsiasi titolo o decorazione”, che pure le venne conferita, anzi, personalizzata in diamanti e oro. Figura leggendaria anche nella Germania che di solito mal celebra chiunque abbia avuto a che fare con il Nazismo - si tratti fiananco di geni e pionieri che hanno gettato le basi per la corsa allo Spazio, come nel caso del barone, ed ex SS, Wernher von Braun (che lei avrebbe incontrato in America dopo la guerra) - la Reitsch è stata e resterà da ogni punto di vista si voglia vederla uno dei più grandi piloti che il mondo abbia mai conosciuto. Una donna straordinaria che - ripercorrendo la sua storia, a tratti struggente - non fornisce soltanto una panoramica dei progressi dell’aviazione e dei piani di guerra della Luftwaffe, ma condivide con il lettore la carriera straordinaria di una donna antesignana e totalmente fuori dal comune. Toccando le fasi più drammatiche di una vita interamente dedicata al volo e al patriottismo "puro" ma non cieco - a testimoniarlo il suo resoconto fondamentale dei giorni trascorsi nel bunker della Cancelleria a Berlino. Un patriottismo che non si perde d’animo, anche dopo i terribili giorni della caduta, quando ai tedeschi, per un certo tempo, verrà addirittura proibito di volare nelle competizioni sportivo-acrobatiche. Il "volo è la mia vita", e io "vivrò per volare ancora”, si sarebbe detta nei giorni più bui della sua storia. Chi leggerà il libro scoprirà che è vero, che così è stato.

Davide Bartoccini. Romano, classe '87, sono appassionato di storia fin dalla tenera età. Ma sebbene io viva nel passato, scrivo tutti giorni per ilGiornale.it e InsideOver, dove mi occupo di analisi militari, notizie dall’estero e pensieri politicamente scorretti. Ho collaborato con il Foglio e sto lavorando a un romanzo che credo sentirete nominare.  

Il capitano Rudolf Jacobs e gli altri: i disobbedienti del Reich. Goffredo Buccini su Il Corriere della Sera il 31 ottobre 2021. Militari tedeschi che scelsero di ribellarsi: Carlo Greppi ricostruisce per Laterza la vicenda dell’ufficiale morto il 3 novembre 1944 a Sarzana in un agguato ai fascisti. Chi è Rudolf Jacobs? Nel libro mastro della storia, l’anti Eichmann: l’ostensione più plateale d’un debito di disonore. Perché la breve vita straordinaria di questo trentenne capitano della Marina nazista rovescia con il gesto finale, la morte in battaglia dalla parte giusta, l’estrema banale difesa del ragioniere dell’Olocausto e di tanti boia a lui simili, assassini in divisa d’ogni tempo e d’ogni latitudine: ero solo un soldato, eseguivo ordini. Il libro di Carlo Greppi, «Il buon tedesco», è pubblicato da Laterza (pagine 268, euro 18) 

Il capitano Jacobs esegue gli ordini, sì, ma quelli impartiti dalla sua incoercibile coscienza. E quegli ordini lo portano assai lontano dalla disciplina hitleriana, in conflitto con i propri compatrioti: incrinando l’ineluttabilità della legge del sangue denunciata magistralmente da Johann Chapoutot, la «buonafede» criminale di medici pronti a eliminare bambini ebrei quali «agenti di contaminazione», la «volonterosa» ferocia che Daniel Goldhagen individua nel tedesco comune, diremmo della strada, e nella conseguente collaborazione «popolare» allo sterminio che si proietta, fosco punto interrogativo, su settanta milioni di cittadini del Terzo Reich negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso. Tra i saggi di Carlo Greppi (Torino, 1982: qui sopra), «L’età dei muri. Breve storia del nostro tempo» (Feltrinelli, 2019), «La storia ci salverà. Una dichiarazione d’amore» (Utet, 2020), «25 aprile 1945» (2018) e «L’antifascismo non serve più a niente» (2020) usciti per Laterza. Scegliere diversamente si poteva, disobbedire si doveva, sino a far prevalere una consanguineità universale, l’appartenenza superiore a un’unica razza, quella umana. Nel nome di essa, il capitano Jacobs, «il tedesco buono», combatte lungo la Linea Gotica contro i tedeschi cattivi e contro i repubblichini loro manutengoli (altro che «italiani brava gente») in una metastoria dove Bene e Male prescindono dall’anagrafe attingendo all’epica; e battendosi viene ucciso, nel tentativo di realizzare un piano di battaglia da lui stesso messo a punto con i suoi compagni della brigata partigiana Muccini: l’assalto all’albergo Laurina di Sarzana, che in quel 3 novembre 1944 è la caserma dei fascisti torturatori di civili, una delle tante Villa Triste dei «briganti neri» asserviti ai connazionali di Jacobs. Sono passati giusto settantasette anni. E questa formidabile parabola di redenzione personale mantiene la sua carica di riscatto collettivo. Se basta uno Schindler, deve bastarci anche un Jacobs per aprire uno squarcio di speranza in una dimensione comune, per dirci che, nel libro mastro di cui sopra, i debiti sono sempre individuali, così come le scelte. Rudolf Jacobs fu capitano della Marina da guerra tedesca durante la Seconda guerra mondiale. Di stanza in Italia, dopo l’8 settembre si unì ai partigiani. Nel 1944, il 3 novembre, trentenne, perse la vita durante un’azione, da lui progettata, contro l’albergo Laurina di Sarzana (La Spezia), allora requisito dalle Brigate nere. Storia già narrata, peraltro, questa del capitano della Kriegsmarine, da racconti e saggi, lungometraggi e romanzi, e persino celebrata, perché «l’uomo che nacque morendo» (è il titolo scelto dal regista Luigi Faccini nel suo film del 2011) ha una targa nella città d’adozione e di sacrificio, Sarzana, e, sebbene con gran ritardo, è stato onorato anche nella città d’origine, Brema. Eppure, è storia tuttora inedita e da narrare ancora e ancora, arricchendola vieppiù di volti e nomi, di lacerti di tracce che riportano a tanti Jacobs ignoti, tuttavia vividi nella memoria della guerra di Liberazione, in ciò che resta di tanti personalissimi sentieri di nidi di ragno. È dunque una sfida impegnativa, questa, raccolta da Carlo Greppi, trentanovenne ricercatore torinese, con Il buon tedesco, appena pubblicato da Laterza. Quel segaligno ufficiale, che i compagni d’allora ricordano come «un uomo triste, un uomo ferito», destinato a non rivedere mai più moglie e figlioletti in patria, non fu solo all’appuntamento con la storia, non fu un’eccezione per quanto commovente: centinaia e centinaia di tedeschi e austriaci (era austriaco il suo attendente, Paul, o forse Kurt, che con lui disertò e accanto a lui combatté lungo le alpi Apuane), forse mille soltanto in Italia, forse di più, hanno lasciato le loro tracce, spesso labili eppure sempre conficcate a fondo, nell’istante della scelta di campo, dentro la memoria delle formazioni partigiane cui si unirono e che si opposero ai nazifascisti nello scorcio più cruento. Perché? «Perché ho visto il male che hanno fatto i tedeschi», spiega al telefono, ancora commosso, il novantaseienne Heinrich «Enrico» Rahe, (Überläufer, disertore, come Jacobs e sullo stesso fronte) il quale, nota Greppi, parla dei «tedeschi» come se lui stesso non lo fosse: «Ho visto quando i tedeschi ammazzavano le donne e i bambini». Dunque, la scelta individuale diventa salvezza per tanti Hans, Kurt, Wilhelm: piccoli soldati che mettono il fazzoletto rosso sulla giacca bruna volgendo il mitra dall’altra parte, e che Greppi documenta con puntiglio, appigliandosi a frammenti di lettere, comunicazioni fra comandi partigiani, registri d’ospedale appena intellegibili o di uffici municipali a malapena rimasti in piedi. Ma è una salvezza morale che costa una scissione profonda: «in Alemania», per tanto tempo, nessuno ha mai ringraziato per la sua scelta il disertore Heinrich «Enrico» o quelli come lui, anzi, «hai sparato sui tuoi Kameraden?», gli chiedevano attoniti. C’è un coraggio che forse fa davvero rinascere, ma richiede di morire due volte, e lo sa bene Erika von Brockdorff salendo alla ghigliottina nel 1943, quando scrive alla figlioletta «cercheranno di mettermi in cattiva luce davanti ai tuoi occhi». Così noi celebriamo il nostro «buon tedesco», filo rosso visibile attraverso tante storie sfocate eppure struggenti, più e meglio di quanto abbiano fatto a lungo i suoi compatrioti (la vedova attese anni chiedendo una pensione). «Darei la mia vita pur di abbreviare di un solo minuto questa guerra insensata», dice lui ai partigiani, quando ormai ha tratto il suo dado, forse spinto anche dall’eco delle stragi di Sant’Anna di Stazzema, San Terenzo Monti, Vinca, altra ignominia sulla sua bandiera di nascita. «Rudolf è stato veramente un eroe, ha voluto morire per la sua vera patria tedesca, per riscattare la dignità di un popolo travolto dal nazismo», scrive il suo comandante partigiano già nel 1945, quando il mito del capitano disertore comincia a formarsi nelle valli appena liberate. Un eroe dell’Europa che sta nascendo. E che, assaltando con nove compagni il fortino di chi quell’Europa voleva sottomettere, muore tradito dalla sorte, perché la sua arma si inceppa. Eppure, della sorte si fa beffe, perché «alla stella sotto cui nasci, e che pretende di accompagnarti tutta la vita incurante della tua volontà, le spalle le puoi sempre voltare».

Belfast, 1939: l’Ira e la Svastica contro Sua Maestà. Pietro Emanueli su Inside Over il 31 ottobre 2021. L’epopea nazista non è durata un millennio come sognava Adolf Hitler, ma quei dodici anni sono stati sufficienti a catalizzare l’entrata dell’umanità in una nuova dimensione storica: l’era della Guerra fredda, della decolonizzazione e della fine definitiva del sistema europeo degli Stati. E ancora oggi, a distanza di quasi un secolo, quella nazista continua ad essere la saga storica che, più di ogni altra – anche più dello scontro egemonico tra Stati Uniti e Unione Sovietica -, stimola la fantasia di scrittori e sceneggiatori. I motivi per cui quel periodo di orrori continua a magnetizzare l’interesse dei ricercatori, in effetti, sono innumerevoli. Perché indagare genesi e origini di quello che Alfred Rosenberg aveva ribattezzato il Mito del ventesimo secolo non significa addentrarsi semplicemente nei meandri plumbei e cabalistici dell’esoterismo, dell’occultismo e del misticismo – come rammentano la Società di Thule, il vissuto misterico di Rudolf Hess e la curiosa ricerca del Santo Graal -, dato che il nazismo fu anche, e soprattutto, un laboratorio di esperimenti nelle sfere della geopolitica e delle relazioni internazionali. Tra i vari esperimenti geopolitici condotti dagli strateghi del Führer, i più degni di nota sembrano essere stati dimenticati dalla storiografia, che non li ha mai approfonditi, limitandosi a scavare in fosse già lavorate e sovraffollate. E nel novero di questi esperimenti, semisconosciuti ai più, figurano l’alleanza profana tra la Svastica e la Mezzaluna islamica, l’assalto all’America Latina, l’infiltrazione delle terre turco-islamo-turaniche dell’Unione sovietica e il curioso asse con l’Irish Republican Army contro Sua Maestà.

La genesi dell’asse Berlino-Belfast contro Londra

Nel nome dell’amicus meus, inimicus inimici mei sono state siglate le alleanze più innaturali, imprevedibili ed eversive della storia. Oggi è l’epoca dell’asse arabo-israeliano in chiave anti-iraniana e del patto sino-russo in funzione antioccidentale. E ieri fu il tempo dell’intesa sino-americana contro l’Unione sovietica e della lega turco-tedesca contro la Triplice intesa. È così da sempre e sempre lo sarà: quando le circostanze lo esigono, tutti, persino degli acerrimi nemici, possono diventare improvvisamente dei migliori amici.

Uno dei casi più emblematici di “amicizia vincolata” del Novecento, più precisamente di quell’era di grandi sconvolgimenti che è stata la Seconda guerra mondiale, è quello dell’asse Berlino-Belfast contro Londra. Tutto avrebbe avuto inizio nel 1937, per puro caso, quando dei traffici di armi illeciti coinvolgenti agenti dell’Abwehr ed esercito irlandese e i sogni di uno studente di antropologia avrebbero dato vita a qualcosa di (geo)politicamente inaspettato. I traffici di armi, più che avvicinare l’Abwehr a Dublino – di cui i tedeschi volevano comprare la neutralità in caso di guerra -, l’avrebbero avvicinata a Belfast, i cui paramilitari, fieramente cattolici e antibritannici, erano alla ricerca di armamenti ed amicizie più dei loro fratelli maggiori. Per quanto riguarda lo studente di antropologia – e presunta spia dell’Abwehr -, rispondente al nome di Joseph Hoven, di lui è noto che, nel corso di un soggiorno a Connacht, fece la conoscenza di un veterano della guerra d’indipendenza irlandese, Tom Barry. Hoven e Barry, fra il 1937 e il 1939, sarebbero diventati più che conoscenti: sarebbero diventati degli amici. E tra una conversazione e l’altra davanti ad una pinta di birra, avente come tema la fantasia di un’alleanza tra l’Ira e Berlino, i due avrebbero cominciato a lavorare affinché quell’utopia venisse trasposta in realtà. La storia avrebbe premiato i loro sforzi: nel corso di un viaggio insieme nella capitale tedesca, datato 1937, Barry ottenne un incontro con le autorità naziste e la promessa di assistenza all’Ira in caso di guerra.

La fase O’Donnovan

Nel 1938, all’alba del Secondo conflitto mondiale, l’Ira avrebbe dichiarato guerra a Londra, iniziando ad attaccare obiettivi britannici nell’Irlanda del Nord. Non è dato sapere se dietro la proclamazione di guerra vi sia stata la mano, o meglio la mente, dell’Abwehr, ma il tempismo sospetto – Barry, soltanto un anno prima, aveva siglato un accordo di cooperazione con Berlino – legittima dubbi e dietrologie. L’apertura del fronte nordirlandese avrebbe accelerato i piani della Germania nazista per l’arcipelago atlantico, e all’agente Oscar Pfaus fu dato mandato di esplorare le necessità dell’Ira e di guidare il coordinamento tra le parti. Pfaus, tra febbraio e luglio 1939, avrebbe espletato la missione con serietà e diligenza, allestendo un ciclo di incontri di lavoro tra esponenti dell’Abwehr e dirigenti dell’Ira, tra i quali Moss Twomey e Seamus O’Donnovan. O’Donnovan, un esperto di esplosivi e tra i più importanti combattenti dell’Ira dell’epoca, si sarebbe rivelato una delle figure-chiave dell’operazione Belfast. Benvoluto dall’Abwehr perché erudito, impavido e fluente in tedesco, O’Donnovan si sarebbe premurato di persuadere le sezioni più scettiche dell’Ira ad accettare l’alleanza con Berlino, sobbarcandosi inoltre l’onere-onere di trovare una soluzione a fascicoli spinosi come lo stabilimento di un canale di comunicazione sicuro e la fattibilità del traffico di armi tra isola e continente in tempo di guerra. Superare le barriere della geografia e della tecnologia, nonostante i piani di contingenza sviluppati, sarebbe stato più che complicato: quasi impossibile. E quella difficoltà sarebbe stata alla base del fallimento della fase O’Donnovan, che terminò nel 1941, dopo una breve stagione di attacchi irregolari a postazioni militari britanniche, a causa dell’incapacità di intavolare delle comunicazioni regolari a scopo di coordinamento con Berlino – incapacità dovuta alla tecnologia messa a disposizione dai tedeschi – e, dunque, di accordarsi su attacchi, sabotaggi e rifornimenti di armi.

I tanti volti dell’asse Berlino-Belfast

L’Abwehr avrebbe adoperato una strategia multidimensionale nel teatro nordirlandese, portando avanti una pluralità di missioni ed operazioni in simultanea e separatamente. Lungi dal limitarsi ai piani Barry e O’Donnovan, invero, la collaborazione tra l’Abwehr e l’Ira avrebbe condotto alla formulazione di una vasta gamma di corsi d’azione, tra i quali figurano e risaltano per rilevanza, obiettivi ed ambizione:

Piano Kathleen. Concepito da Liam Gaynor e Stephen Hayes nel 1940, il piano prevedeva un’invasione delle forze armate naziste dell’Irlanda del Nord avente quale obiettivo ultimo la catalizzazione del processo di unificazione con l’Irlanda. L’Ira avrebbe coadiuvato le truppe tedesche aumentando esponenzialmente il livello dell’insurgenza antibritannica, preconizzando un possibile intervento da parte della sorella maggiore, l’Irlanda, alla quale il piano era stato già esposto. I nazisti, ad ogni modo, bocciarono il piano, ritenendo amatoriale, rischioso e caratterizzato da un rapporto costi-benefici eccessivamente negativo.

Operazione Dove. Vide degli addestratori dell’Abwehr impegnati a formare uno dei più importanti combattenti dell’Ira, Sean Russell, ai primordi del 1940. È possibile che lo scopo supremo della missione, la cui fase di preparazione ebbe luogo in Germania, fosse un rovesciamento dell’ordine costituito in Irlanda del Nord. L’Abwehr, tuttavia, non avrebbe potuto assaggiare i frutti di quell’addestramento speciale al quale era stato sottoposto Russell: morì durante il trasporto nell’arcipelago, in quello che gli storici ritengono sia stato un avvelenamento orchestrato dai servizi segreti di Sua Maestà.

Operazione Seagull II. Formulata nel 1942, l’operazione prevedeva il paracadutaggio di alcuni agenti dell’Abwehr in Irlanda del Nord, che, una volta qui, avrebbero dovuto reclutare dei sabotatori nelle file dell’Ira coi quali portare avanti degli attacchi di alto livello contro obiettivi britannici in loco. Fu annullata dopo la scoperta dell’Abwehr di un traditore tra i membri della missione.

Entro il 1944, complici la ritirata della Germania nazista dall’Europa extra-continentale e la traduzione in arresto dei principali 007 dell’Abwehr di stanza tra Dublino e Belfast, la breve epopea di quest’alleanza profana sarebbe giunta al termine. E curiosamente, con la fine del sodalizio, sarebbero anche cessati gli attacchi dei sottomarini tedeschi lungo le coste occidentali della Gran Bretagna, quelle prospicienti all’isola irlandese. Sottomarini di cui alcuni testimoni avrebbero giurato di aver visto l’inabissamento tra Dublino e Belfast e che, forse, operarono nel contesto di quell’obliata amicizia che durante la Seconda guerra mondiale unì i destini di tedeschi e nordirlandesi.

Il piano di Hitler per prendersi il Sudafrica. Pietro Emanueli su Inside Over il 31 ottobre 2021. L’epopea nazista non è durata un millennio come sognava Adolf Hitler, ma quei dodici anni sono stati sufficienti a catalizzare l’entrata dell’umanità in una nuova dimensione storica: l’era della Guerra fredda, della decolonizzazione e della fine definitiva del sistema europeo degli Stati. E ancora oggi, a distanza di quasi un secolo, quella nazista continua ad essere la saga storica che, più di ogni altra – anche più dello scontro egemonico tra Stati Uniti e Unione Sovietica -, stimola la fantasia di scrittori e sceneggiatori. I motivi per cui quel periodo di orrori continua a magnetizzare l’interesse dei ricercatori, in effetti, sono innumerevoli. Perché indagare genesi e origini di quello che Alfred Rosenberg aveva ribattezzato il Mito del ventesimo secolo non significa addentrarsi semplicemente nei meandri plumbei e cabalistici dell’esoterismo, dell’occultismo e del misticismo – come rammentano la Società di Thule, il vissuto misterico di Rudolf Hess e la curiosa ricerca del Santo Graal -, dato che il nazismo fu anche, e soprattutto, un laboratorio di esperimenti nelle sfere della geopolitica e delle relazioni internazionali. Tra i vari esperimenti geopolitici condotti dagli strateghi del Führer, i più degni di nota sembrano essere stati dimenticati dalla storiografia, che non li ha mai approfonditi, limitandosi a scavare in fosse già lavorate e sovraffollate. E nel novero di questi esperimenti, semisconosciuti ai più, figurano l’alleanza profana tra la Svastica e la Mezzaluna islamica, l’assalto all’America Latina, l’infiltrazione delle terre turco-islamo-turaniche dell’Unione sovietica e i curiosi assi con i separatisti nordirlandesi e i nazionalisti sudafricani in chiave antibritannica.

Una storia di boeri, nazionalisti e massoni-messianisti

La logica dell’antidiluviano e sempreverde amicus meus, inimicus inimici mei avrebbe incoraggiato gli strateghi del Führer a tentare di piantare la bandiera nazista letteralmente ovunque, dal cuore della Terra mackinderiana alla dār al-Islām, non risparmiando neppure il continente africano. Qui, oltre alle campagne belliche nel settentrione, i nazisti si sarebbero resi protagonisti di una mission impossible, tanto azzardata quanto ambiziosa, colpevolmente riposta nel cassetto dei ricordi dimenticati dalla storiografia.

È il 1939, la Seconda guerra mondiale albeggia e nell’Unione sudafricana, dominion pivotale dell’impero britannico, sta accadendo qualcosa di inquietante, un fenomeno che turba i diplomatici e i servizi segreti di Sua Maestà: le tensioni tra coloni inglesi e boeri, che sembravano essere state sepolte definitivamente dalla Seconda guerra boera e dalla Prima guerra mondiale, sono riapparse e vanno diffondendosi.

I principali veicoli delle tensioni, che sono il frutto di una radicalizzazione della comunità boera in direzione di un etno-nazionalismo esclusivistico e dalle venature antibritanniche, sono due entità: il Partito nazionale purificato di Daniel François Malan ed una società segreta, la Fratellanza afrikaner, guidata da obiettivi politici – l’indipendenza da Londra – e messianici – la trasformazione della terra sudafricana in un luogo privo di peccato, votato al calvinismo e rimesso nelle mani di Dio.

Insieme, il Partito nazionale purificato e l’impermeabile Fratellanza afrikaner, avrebbero dato vita ad un’organizzazione dedita al “risveglio boero“: l’OssewaBrandwag (Sentinella del carro trainato dai buoi, Ndr). Fondata nel 1939, all’indomani del centenario della Grande marcia (Great Trek), uno degli eventi-chiave della storia dei boeri sudafricani, l’OB si sarebbe rapidamente trasformata nel più grande raggruppamento organizzato dei nazionalisti boeri e nella forza catalizzatrice del travolgente momentum anglofobico.

Comprendere origini e ragioni di quella sospettosa mobilitazione antibritannica, per gli 007 di Sua Maestà, non sarebbe stato affatto difficile: il logo dell’OB conteneva dei palesi richiami al Terzo Reich – un’aquila nera, stilizzata, nazisteggiante ed un motto di tedesca memoria “Il mio Dio, il mio Popolo” (My God, My Volk) – ed il fondatore era Johannes van Rensburg. Quest’ultimo, a Londra, era un volto tutt’altro che sconosciuto: avvocato di successo, storico lobbista di punta del nazionalismo boero, Segretario di Stato alla giustizia e, soprattutto, amico di Adolf Hitler e Hermann Göring, coi quali soleva incontrarsi con il pretesto del lavoro.

Approdare a Città del Capo per colpire Londra

Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, con il progressivo posizionamento di pianeti e satelliti da una o dall’altra parte, i militanti dell’OB avrebbero cominciato a protestare duramente contro la decisione del governo sudafricano di entrare nel conflitto a fianco dell’impero britannico. Sullo sfondo delle marce, e dei tumulti, l’OB avrebbe persino avviato una campagna contro la coscrizione obbligatoria e, non meno importante, dato vita ad un’ala paramilitare: gli Stormjaers.

Dagli scontri, di cui gli storici ricordano in particolare l’insurrezione anti-coscrizione di Johannesburg del primo febbraio 1941, culminata con il ferimento di 140 militari, l’OB avrebbe gradualmente alzato il tiro della lotta, passando ai sabotaggi e agli attentati contro infrastrutture strategiche quali le centrali elettriche e le linee di comunicazione telefonica e telegrafica.

Nel 1942, all’acme della guerra asimmetrica dell’OB contro il governo sudafricano, le autorità avrebbero optato per la politica della tolleranza zero: arresti di massa, trasferimenti dei detenuti in campi di internamento ad hoc e imposizione temporanea di un regime poliziesco. Stremati dalle carcerazioni – nell’ordine delle migliaia – e privi di supporto, dato il concomitante declino dell’Asse, quei patrioti divenuti guerriglieri avrebbero ceduto, dissolvendosi completamente con la fine della guerra.

Lo 007 dell’Abwehr

L’assalto nazista al Sudafrica non sarebbe stato circoscritto alla strumentalizzazione del risentimento boero nei confronti dell’impero britannico. Sullo sfondo dell’agitamento dell’OB e dell’infiltrazione nelle società segrete, infatti, Berlino avrebbe fatto ricorso al più antico dei metodi: lo spionaggio.

Delle spie sudafricane al servizio del Terzo Reich, che non è dato sapere quante siano state, l’insospettabile Sidney Robbey Leibbrandt fu sicuramente il più celebre, colui il cui caso avrebbe suscitato uno scalpore senza eguali. Appartenente ad una famiglia di patrioti boeri, fieramente antibritannici, Leibbrandt era un personaggio pubblico ed uno sportivo di fama internazionale.

Pugile professionista, Leibbrandt aveva vinto il bronzo nella categoria dei pesi mediomassimi ai secondi Giochi dell’Impero britannico, tenutisi a Londra nel 1934, e gareggiato alle Olimpiadi di Berlino del 1936. Qui, pur non vincendo alcuna medaglia – terminò la competizione in quarta posizione -, avrebbe fatto la conoscenza di Hitler e del nazismo, restandone affascinato.

Nel 1938, subito dopo essere diventato il campione sudafricano dei pesi massimi, il giovane pugile avrebbe fatto ritorno in quella Berlino che lo aveva stregato. Inizialmente interessato a proseguire la carriera sportiva – si iscrisse all’Accademia del Reich per la Ginnastica -, Leibbrandt fu avvicinato e quindi reclutato dai potenti servizi segreti esteri della Germania nazista, l’Abwehr, e convinto a diventare una spia.

Avrebbe fatto ritorno in Sudafrica soltanto nel 1941, dopo un triennio di intenso addestramento: non nelle arti pugilistiche, quanto nel pilotaggio aereo, nella guerra irregolare e nell’utilizzo di armi da fuoco ed esplosivi. Neanche i sudafricani più scettici, ad ogni modo, avrebbero potuto immaginare la ragione del rientro della promessa del pugilato. Leibbrandt, invero, non avrebbe dovuto esperire delle semplici missioni di tipo pedinamento-intercettazione: era stato scelto per partecipare all’operazione Weissdorn, il piano nazista per il rovesciamento del governo sudafricano e l’instaurazione di un regime amico.

Il golpe fallito

Nel giugno 1941, dopo aver preso contatti con van Rensburg, il pugile-spia avrebbe personalmente gestito la formazione della squadra di putschisti, reclutati nell’ala paramilitare dell’OB. Dopo un breve periodo di formazione, svolto tra le province a maggioranza boera del Transvaal e dello Stato libero dell’Orange, Leibbrandt e i golpisti – una sessantina – avrebbero inaugurato una guerra asimmetrica a base di sabotaggi e attentati contro le infrastrutture strategiche, complementando il lavoro condotto in concomitanza dall’OB, contraddistinguendosi, però, per gli obiettivi più elevati, come le linee ferroviarie, e i mezzi impiegati, cioè la dinamite.

Nel 1942, tradito dall’espansione delle violenze dell’OB per le strade del Sudafrica – a quell’apogeo avrebbe fatto seguito un rapido e tremendo declino -, Leibbrandt avrebbe accelerato il passo, tentando il salto dalla guerra irregolare al colpo di Stato. Un salto che avrebbe assunto la forma di combattimenti in aree urbane e scontri con le forze armate. Una soffiata alle autorità, nel dicembre dello stesso anno, avrebbe posto fine al sogno nazista di far sventolare la svastica a Città del Capo.

Il processo a Leibbrandt sarebbe stato tanto rapido quanto inusualmente televisivo. In soli tre mesi, data la mole di prove a carico dell’imputato, nonché il suo atteggiamento in aula – saluti e canti nazisti -, la corte avrebbe raggiunto il verdetto: condanna a morte per alto tradimento. Gli eventi, però, avrebbero assunto una piega totalmente inaspettata. Elogiato dalle folle al di fuori del tribunale, e felice di andare al patibolo per il Führer, Leibbrandt era divenuto improvvisamente un problema, una possibile fonte di ulteriore radicalizzazione dei boeri, in un momento in cui lo Stato era impegnato a reprimere l’OB.

Leibbrandt, se condannato a morte, sarebbe potuto diventare un martire. E i martiri fanno proseliti

I giudici, perciò, decisero di commutare la pena capitale in ergastolo. Dietro le sbarre, comunque, sarebbe rimasto poco, un po’ perché troppo popolare per essere rinchiuso a vita e un po’ perché pericolosamente capace di evangelizzare al credo nazista dai detenuti alle guardie. Le autorità lo avrebbero liberato nel 1948, perché amnistiato dal neonato esecutivo di un personaggio fortemente ambiguo, concausa del risveglio boero e legato a doppio filo alla Fratellanza afrikaner: Daniel François Malan.

"Memorie dell’insurrezione di Varsavia". Così Varsavia fu rasa al suolo nel 1944, l’orrore della capitale della Polonia. Eraldo Affinati su Il Riformista il 21 Ottobre 2021. A prima vista, non sembra neppure un’opera letteraria questo Memorie dell’insurrezione di Varsavia di Miron Bialoszewski (Adelphi, pp. 321, a cura di Luca Bernardini, 22 euro), anche se lo è in sommo grado. Chiunque si avvicini alle sue pagine dense e compatte, senza la tradizionale scansione in capitoli, composte in uno stile appuntistico, molto suggestivo, fra diario quotidiano e cronaca allucinata, con frasi tra parentesi e dialoghi posti uno accanto all’altro come pezzi di ricambio da utilizzare in futuro, ha piuttosto l’impressione di stringere nel pugno una pietra di lava incandescente: non c’è tempo per respirare fra una pagina e l’altra, tutto sembra franare sotto ai nostri occhi. Stiamo parlando della famosa rivolta dell’agosto 1944: una fra le più grandi e assurde tragedie della Seconda guerra mondiale. Piccolo sunto storico. La Polonia, in quell’indimenticabile estate di guerra, all’indomani del grandioso sbarco in Normandia che aveva cambiato le sorti del conflitto, pareva stretta in una micidiale morsa: a est le armate russe erano arrivate sulla Vistola e si stavano preparando a entrare nell’antica gloriosa capitale dando la spallata definitiva; a ovest gli Alleati premevano forte diretti a tutta velocità verso Berlino. La liberazione pareva imminente. I ribelli nazionalisti, prima che ciò accadesse, insorsero con l’intenzione di affermare di fronte al mondo l’identità polacca: lo fecero in funzione anticomunista. Non avrebbero voluto finire, dopo aver subìto – soprattutto gli ebrei – il terrore hitleriano, nelle grinfie di Stalin, come poi invece puntualmente accadde. Quando i sovietici se ne resero conto, lasciarono cinicamente che i tedeschi bruciassero la città. Anche le forze anglo-americane non fecero granché, tranne qualche lancio di viveri sulla metropoli assediata e distrutta, molti dei quali peraltro non andarono a buon fine. Infamie della Realpolitik. Varsavia pagò un prezzo altissimo: duecentomila vittime nella popolazione civile e quindicimila caduti fra gli insorti. Il governo polacco, in esilio a Londra, condannò l’iniziativa. Il leggendario generale Władysław Anders, che poi sarebbe stato sepolto a Cassino, insieme al corpo di spedizione polacco che aveva guidato l’assalto all’abbazia benedettina, nel dopoguerra dichiarò: «Mi inginocchio di fronte a Varsavia combattente, ma ritengo l’insurrezione stessa un crimine». Queste informazioni si ricavano dai manuali. Ma leggere il testo di Miron Bialoszewski, pubblicato per la prima volta nel 1970, è un’altra cosa. Lui aveva ventidue anni, sin dall’inizio visse la protesta da protagonista, senza prendere parte alla contesa, limitandosi – e non era poco – a cercare di salvare la pelle: «Mi ricordo che dal secondo piano del palazzo opposto alla Wache, all’angolo tra la Chlodna e la Zelazna, buttavano in strada tavoli, sedie e armadi, e la gente li prendeva immediatamente per farci una barricata. E i carri armati la travolsero all’istante». Le precisazioni toponomastiche danno vivacità e colore alla narrazione: fanno parte integrante del resoconto. L’autore, che diventerà un poeta fra i più significativi della letteratura polacca, ci trascina dentro il tumulto, in mezzo alle bombe e ai frantumi del conflitto urbano. Da una parte c’è l’armata nazista, dall’altra i partigiani: si combatte prima nei cortili, poi nelle fogne che in seguito verranno allagate. A sostenere i tedeschi, scatenati nella rappresaglia, ci sono i collaborazionisti ucraini, particolarmente crudeli: migliaia di persone vengono fucilate in poche ore: «Quelli ancora mezzi vivi li bruciavano insieme a quelli mezzi morti, per dire. Li buttavano negli stessi roghi». Bialoszewski, tanto tempo dopo, nella Polonia comunista, rievocando quei giorni terribili con frasi smozzicate e ripetute, quasi teatrali, come se dovessero essere recitate in un monologo sul palcoscenico, tese a rappresentare percussivamente la carneficina, riflette così: «Per vent’anni non sono riuscito a scriverne. Anche se lo avrei tanto voluto. E allora chiacchieravo. Dell’insurrezione. Con parecchie persone. Diverse. Tante di quelle volte. E pensavo continuamente che questa insurrezione in un qualche modo la dovevo descrivere, ma proprio descrivere. E non sapevo che questo chiacchierare per vent’anni – perché ne chiacchiero da vent’anni – perché è l’avvenimento più importante della mia vita, così conchiuso – che proprio questo chiacchierare è l’unico modo per descrivere l’insurrezione». Fra tunnel, cunicoli e canaletti di scolo, dentro ai palazzi incendiati, scansando granate e lanciarazzi, la popolazione civile cerca di sopravvivere anche con l’aiuto delle suore, le famose Sacramentine, pronte a soccorrere i feriti trascinandoli negli ospedali dirupati. Le SS, coi loro binocoli piazzati sui grandi alberi dello zoo, facevano piazza pulita usando l’artiglieria contro gli edifici occupati. Allo sguardo dello scrittore non sfugge niente: neppure le esplosioni vitali dell’umanità tumefatta ma ancora in grado di prosperare: «Mi ricordo gli insorti sdraiati fianco a fianco con le staffette o le infermiere dopo un’azione notturna, sotto le stesse coperte. C’erano donnine che si scandalizzavano, ma si limitavano a borbottare e lanciare occhiatacce. Credo che più che altro si stupissero. Che in una situazione del genere si potesse pensare a quelle cose lì. Il resto della gente era del tutto indifferente». Quando i sovietici giunsero a occupare il quartiere Praga, dall’altra parte del fiume, l’insurrezione si trasformò in una bolgia se possibile ancora più feroce. In sostanza Varsavia venne rasa al suolo, con l’intenzione di cancellarne anche la memoria, infatti, diversi anni dopo, nel momento in cui i nuovi governanti dovettero ricostruirla, chiesero agli architetti di affidarsi ai dipinti di Bernardo Bellotto che, come sappiamo, l’aveva immortalata nei suoi dipinti settecenteschi. Per questo nel centro storico della capitale polacca palpita ancora oggi un’anima italiana. Eraldo Affinati

Tonia Mastrobuoni per repubblica.it il 21 settembre 2021. La mattina dello sbarco in Normandia, Adolf Hitler dormiva. Il Fuehrer, sul finire della guerra, soffriva di un sonno sempre più disturbato. "Si addormentava tardissimo: alle quattro o alle cinque del mattino. E l'ordine tassativo era di non svegliarlo prima di mezzogiorno". Così il dittatore non fu neanche svegliato quando gli Alleati arrivarono sulle spiagge francesi e cominciarono a liberare l'Europa dall'incubo nazista. Un dettaglio curioso e fondamentale, per ogni storico che si voglia occupare del più feroce dittatore della storia. E Harald Sandner, che storico non è, ha dedicato la sua vita a sviscerare dettagli della vita di Hitler. Come quello del Fuehrer immerso nel sonno mentre la Wehrmacht subiva una delle più cruciali disfatte della guerra. Il risultato di trentacinque anni di testarde ricerche di questo "storico per hobby" è la più monumentale cronaca della vita del dittatore nazista: Hitler.The Itinerary, (Berlin Story Verlag), un tomo da 2.432 pagine con 1.494 fotografie storiche e 721 contemporanee - tre quarti totalmente inedite - ha uno scopo ben preciso: "spazzare via tutte le bugie che i tedeschi si raccontano ancora oggi su Hitler, smontare leggende e miti e ripristinare la verità sul più atroce dittatore che sia mai vissuto", ci spiega Sandner. La versione tedesca del libro è già arrivata alla settimana ristampa. Il suo editore, Wieland Giebel, ha deciso dunque di pubblicare una versione in inglese che è appena uscita: "È un libro di fatti, non una biografia", ci tiene a sottolineare. Sandner annuisce. "Ho cominciato a costruire una cronaca della vita di Hitler per capire anzitutto la mia famiglia. Tutti - mio padre, mia madre, i miei nonni - erano stati nazisti. E io volevo capire come diavolo fosse potuto accadere". Trentacinque anni fa si rese conto anzitutto che le biografie del Fuehrer e i libri di storia erano pieni di errori. Così, cominciò a ricostruire la vita del dittatore minuto per minuto, proprio per capire perché avesse esercitato un tale fascino sui tedeschi. Sandner iniziò a viaggiare ovunque fosse stato il Fuehrer e da allora ha parlato con testimoni dell'epoca, scartabellato archivi e letto tonnellate di giornali, a cominciare dall'organo nazista Voelkischer Beobachter. E ha scoperto mistificazioni e manipolazioni che resistono ad oggi. "Non è vero che Hitler odiasse Amburgo, come amano dire gli amburghesi, che continuano a crogiolarsi nel mito che la città cosmopolita e borghese fosse odiata dal rozzo Fuehrer. È  falso: è stato lì ben 72 volte. Un mito simile circondava il famoso Hotel Adlon di Berlino: anche in questo caso, non è vero che Hitler non lo amasse". Sandner ha trovato una foto che ritrae Hitler con frack e bombetta all'Adlon dopo la cosiddetta "notte dei lunghi coltelli", quando il leader nazista decapitò i vertici delle sue squadracce speciali, le SA. Hitler era anche un graditissimo ospite della dinastia dei Krupp, dormiva spesso nella loro "Villa Huegel" immersa in un gigantesco parco alle porte di Essen. La famiglia del più grande colosso dell'acciaio tedesco immortalata da Luchino Visconti nella "Caduta degli dei" si era totalmente inginocchiata al regime. Ma siccome il Fuehrer ci andava di nascosto, Sandner è stato costretto ad andare nella vecchia villa dei Krupp per consultare gli archivi personali della famiglia. "Sono stati molto generosi, ma sono dovuto andare fin lì per scoprire quanto spesso Hitler li andava a trovare; non fanno uscire nulla da lì", commenta. Sandner ha voluto fare pulizia nella storia del Fuehrer perché molti tedeschi continuano ancora a nascondersi dietro a immense bugie. "E mi preoccupa molto - aggiunge - che secondo i sondaggi il 35% dei tedeschi sia ancora antisemita. Bisogna capire da dove viene, questo orribile odio contro gli ebrei". Una delle tante leggende che viene accuratamente smontata nel libro è quella sulla presunta sopravvivenza di Hitler al suicidio nel bunker, sul mito che sarebbe ancora nascosto da qualche parte al sicuro. Il corpo fu riesumato nove volte dai sovietici e i suoi resti triturati finirono, alla fine, in un fiume. Come disse Josef Goebbels nel 1943 "passeremo alla storia come i più grandi statisti di tutti i tempi. O come i più grandi criminali". E che la seconda tesi si sia universalmente affermata e continui a resistere nonostante i negazionismi e le mistificazioni, è anche grazie a libri come questo.

Roberto Righetto per “Avvenire” il 19 settembre 2021. «Penso ancora adesso che una delle radici del nazismo fosse zoologica»: la frase di Primo Levi è giustamente riportata in esergo nel volume Cani, topi e scarafaggi. Metamorfosi ebraiche nella zoologia letteraria di Luca De Angelis, un'accurata indagine sul processo di disumanizzazione dell'ebreo, avvenuto in Europa già in età moderna, che ha costituito il prodromo ai campi di concentramento. Oltre a Primo Levi, molti sono gli scrittori citati, Kafka e Svevo in primo luogo, i quali intuirono il nesso fra animali ed ebraismo propagandato dall'antisemitismo. Gregor Samsa trasformato in scarafaggio nel famoso racconto La metamorfosi del 1913 è il modello del parassita che i nazisti identificarono con i prigionieri ebrei e che vollero liquidare con il famigerato Zyclon B, veleno con cui si combattevano allora gli insetti nocivi e fastidiosi come le pulci e gli scarafaggi appunto. «Le metafore zoomorfiche dell'antisemitismo - commenta De Angelis - evocano l'atmosfera di quotidiano terrore nell'universo concentrazionario», sottolineando come ad Auschwitz la parola Mensch, uomo, non esisteva e al suo posto si usasse Hund, cane. Aggiunge l'autore del saggio: «Le figure del cane e del parassita rimandano a due classici epiteti oltraggiosi e disumanizzanti in bocca agli antisemiti». Scegliendo le sembianze di un Ungenziefer, Kafka in un certo senso scelse di appuntare addosso al suo personaggio la stella gialla: tragica anteprima della Shoah. Un nomignolo, quello del parassita, attribuito agli ebrei già nell'800, in un processo di annientamento che fu prima ideologico e poi fisico. Ma gli ebrei nel clima di poco precedente al dominio del Terzo Reich furono definiti anche "popolo dei topi", tanto che gli ideologi del Fuhrer imbastirono una vera e propria campagna contro il successo in Germania di Topolino. Sull'organo della Pomerania del partito nel 1931 uscì una stroncatura del cartone disneyano in cui si poteva leggere: «Mickey Mouse è l'ideale più penoso mai esistito. Il parassita sporco e pieno di sudiciume, il maggiore portatore di batteri del regno animale non può costituire il tipo ideale di animale. Basta con la brutalizzazione giudaica della gente! Abbasso Mickey Mouse! Indossate la svastica!». I nazisti non solo si opponevano all'industria culturale americana che sviava pericolosamente le coscienze dei giovani tedeschi, ma degradavano il topo disneyano a ratto, animale a cui associavano gli ebrei. Se ne accorse Walter Benjamin, che in un articolo divenuto famoso prese le difese di Topolino. Che l'armamentario ideologico e propagandistico di cui si servì il nazismo fosse all'opera già da tempo è dunque un fatto e tra i profeti dell'incubo che si realizzò durante la seconda guerra mondiale vi furono Heine e Roth, oltre ai citati Kafka e Svevo. Tutti respirarono un clima di profonda ostilità antigiudaica. Il poeta renano già nell'800 racconta di una «metamorfosi canina» e non si liberò mai dalla «paura dell'antisemitismo», sentendosi sempre un emarginato. Così più tardi Italo Svevo, che subì di persona vari episodi di antisemitismo in quella Trieste che nel 1938 sarebbe stata scelta da Mussolini per lanciare anche in Italia le leggi razziali. Ma già ai primi del '900 sul giornale - ahimé d'impostazione cattolica - 'L'Amico' si potevano leggere inviti a rendere Judenrein la città giuliana, la cui aria era «ammorbata di microbi semiti». Il documento più impressionante riportato dal saggio di De Angelis - che in verità avrebbe potuto inserire una disamina più attenta della letteratura cristiana sulla questione da lui analizzata - è il film documentario del 1940 Der ewige Jude di Fritz Hippler, che mette sullo stesso piano gli ebrei e i ratti. Dice la voce narrante: «Come il ratto è il più infimo tra gli animali, l'ebreo lo è altrettanto tra gli esseri umani». Le immagini mostrano i tuguri in cui vivono gli ebrei, sporchi e disgustosi, e puntano il dito contro quegli ebrei che si sono voluti integrare nella società tedesca, infettandola e rendendola impura. Il disegnatore Art Spiegelman, autore del fumetto Maus, ha definito il film «l'opera più sconvolgente sull'antisemitismo». Allo stesso modo un libello del filologo Hans Friedrich Karl Gunther, negli anni Trenta, auspicava la morte di tutti gli ebrei come obiettivo finale, cui si poteva arrivare prima togliendo loro i beni, poi costringendoli ai lavori forzati in campi realizzati ad hoc. Dove? In Polonia, come sarebbe effettivamente accaduto ad Auschwitz. Uno dei punti di partenza di questa volontà di annientamento viene fatto risalire da De Angelis al Mercante di Venezia di Shakespeare. Ampio è stato il dibattito fra gli studiosi a proposito dell'antisemitismo del Bardo, ma in questo caso ci permettiamo di dissentire: il famoso discorso in cui Shylock si difende dalle accuse («Non ha occhi un ebreo?...») è un invito palese a considerare e preservare l'umanità del personaggio e, nonostante sia spesso ritratto come una figura odiosa e paragonato a un lupo feroce, questa perorazione alfine rimane impressa in maniera indelebile nel lettore e nello spettatore. Lo sfogo di Shylock riecheggerà poi nel Processo di Kafka: «Non siamo degli esseri umani? Non ci rassomigliamo tutti?». Anche questo romanzo prefigura, come bene ha rilevato il critico letterario Giacomo De Benedetti, «le persecuzioni, le condanne emanate in nome di un principio gratuito, i campi della morte». Il tutto a partire da un pregiudizio folle e insensato, come dimostra il libro di De Angelis, che si può sintetizzare in una verità profonda contenuta in un pensiero di Elie Wiesel: «Tutte le catastrofi sono iniziate dalle parole».

"L'ho ucciso io". Cosa fu quel maledetto 31 luglio. Davide Bartoccini il 29 Luglio 2021 su Il Giornale. Un aereo da guerra come tanti cadde sotto i colpi del nemico a un anno dalla fine del terribile conflitto che scosse l'Europa. A bordo non c'era un uomo come gli altri, ma uno scrittore ineguagliabile: Antoine de Saint-Exupéry. "Pilot did not return and is presumed lost". Scrive sconvolta e restia una penna come tante penne, al comando di un ufficiale come tanti ufficiali. È la triste consuetudine della guerra che si compie. Ultimo giorni di luglio del 1944. In una base alleata della Corsica, nei pressi di Borgo, un attendente come tanti compila un registro di squadriglia in un giorno di guerra come troppi giorni. Sono le 14:00 passate, e anche il tempo concesso alle speranze è scaduto. Il Lockheed F-5 partito di buon mattino per una ricognizione fotografica sulle coste della Provenza non è rientrato. È un altro pilota che non fa ritorno: presunto morto o disperso, l'ennesimo. Si chiama Antoine de Saint-Exupéry. Tutti gli uomini che combattono prima di essere qualcosa sono qualcuno, e lui era uno scrittore. Si disgrega così la normalità della consuetudine ripetuta così tante volte. C’era una leggenda romantica e popolare sulla scomparsa dell’autore di Vol de nuit, di Pilote de guerre, di Le Petit Prince (Il Piccolo Principe). Si credeva fosse volato via. Scomparso silenziosamente come il suo principe dai capelli d’oro. Come fosse stato protagonista di un racconto reale, ma con una pagina strappata. Quella che avrebbe narrato di un moderno Icaro in eterno volo verso il Sole, che tramonta solo per lui più di 43 volte al giorno quando si sente triste. Purtroppo la storia ci ha svelato una di quelle verità che troppo disincantano. Antoine de Saint-Exupéry, il famoso scrittore, venne abbattuto al largo delle coste di Marsiglia. È un dato certo. Ad ammetterlo, dopo 64 lunghi anni di segreto, è stato Hors Rippert, a quel tempo pilota di caccia arruolato nella Luftwaffe, l'aeronautica tedesca. Lo disse con grande dispiacere a un gruppo di ricercatori che lo intervistarono con la scusa di essere autori di un libro sui Messerschimitt Bf-109, il caccia che lui pilotava. Quando lo capì, disse semplicemente: “Smettete di cercare la verità su Saint-Exupéry. Sono io che l’ho abbattuto”. Esordì così Rippert all’età di 88 anni. Dei 28 abbattimenti riconosciutigli alla fine della guerra, uno più di tutti pesava sulla sua coscienza. Un peso insostenibile. Quando il sommozzatore Luc Varnell, il responsabile di un'associazione di recupero di aerei caduti, Lino von Gartzen, e il giornalista Jacques Pradel trovarono il relitto (i rottami si trovano al museo di Le Bourget) e il bracciale che lo scrittore portava sempre al polso, la verità scansò l’ultimo dubbio a cui aggrapparsi. "Quando ho saputo di chi si trattava – disse il vecchio tedesco – ho a lungo sperato che non fosse lui". Horst a quel tempo aveva 24 anni, Antoine 44. Il mondo li affidò a nazioni avverse che li avevano allevati nel clima di profondi revanscismi. Il destino, spesso beffardo, li fece scontrare. Il giovane asso da caccia Rippert lo vide spuntare improvvisamente sotto di se, da una coltre di nubi spesse, mentre era in rotta verso Marsiglia. Era un Lightning P-38, a prima vista, con coccarde azzurre e rosse, e la croce di Lorena come emblema, quello della Francia Libera. Volava basso, troppo basso, il vecchio Antoine. Era a duemila metri, sorvolava la costa intento a fotografare le spiagge che l'intelligence aveva o avrebbe scelto per l'Operazione Anvil, poi rinominata Dragoon. Preparavano lo sbarco alleato nella costa meridionale della Francia concertato con quello più grande in Normandia. "Ragazzo mio, sei un po' imprudente e se non te la squagli in fretta ti impallino", aveva pensato Rippert manovrando senza fretta per metterglisi in coda con altitudine e luce del Sole a suo favore. Ma quell'aereo da ricognizione continuava a bordeggiare senza dare minimamente segno di essersi accorto che un caccia avversario stava per piombargli addosso. "Mi sono lanciato nella sua direzione e ho tirato, non verso la fusoliera ma mirando alle ali", raccontò Horst. "Colpito! Lo zinco è esploso, e lui giù, dritto nel mare. Nessuno si è gettato con il paracadute, nessuno è ricomparso tra le onde". Ma il pilota non si perdona: "L'ho saputo qualche giorno dopo che era Saint-Exupery. Ho sperato, e spero ancora che non fosse lui". Il tempo avrebbe rivelato che la sua era una speranza vana. Ecco dunque il paradosso della guerra: "Lo adoravo e gli ho sparato", si rinfacciava il pilota tedesco. Un aereo anonimo come tanti aerei, abbatte un aereo anonimo come tanti altri aerei avversari. A dividere i due uomini, un conflitto mondiale. Ad accomunarli l'amore per il cielo, la passione per il volo, i pensieri intensi che spesso si fanno di fronte ai tramonti silenziosi - quelli che si possono ammirare solo a più di cinquemila metri -, o il rullaggio delle eliche al decollo che leva i capelli al vento. "Ho sperato e continuato a sperare, assurdamente, che non fosse lui. A scuola avevamo adorato tutti i suoi libri, sognato con le sue avventure nell’emisfero Sud. Come sapeva descrivere il cielo, le paure e le emozioni dei piloti! Era leggendolo che molti di noi avevano scoperto la passione di volare. Se avessi saputo che in quella carlinga era lui, giuro, non avrei sparato. Su tutti, ma non su di lui!". Quando nei giorni seguenti dalle frequenze alleate - regolarmente captate e ascoltate nelle basi tedesche - si apprese che l'autore de Il Piccolo Principe era stato abbattuto durante una missione ricognitiva nel sud della Francia di Vichy, e risultava disperso, Rippert e i suoi compagni di squadriglia collegarono i due episodi e intuirono, non poco dolorosamente, che l'apparecchio abbattuto poteva essere proprio quello scomparso. Quello sul quale si trovava l'adorato scrittore. Dapprima subentrò la vergogna. Poi le riflessioni sul senso assurdo della guerra, la debolezza che affligge un colpevole ignaro e impossibilitato a rimediare. Questo avrebbe raccontato il giovane tedesco. Quel giorno del '44 il gruppo di giovani piloti decise insieme di mantenere il segreto. Nessuno doveva sapere che uno di loro aveva ucciso il poeta del cielo dal naso che pizzicava la Luna. Insieme a lui avevano assassinato una parte di loro stessi e di tutti quei piloti avventurosi che si erano ispirati alle sue eteree parole. Le circostanze della morte di de Saint-Exupéry rimasero un mistero che alimentò a lungo le leggende sulla sua scomparsa. La realtà sembrava aver seguito impronte indelebili del suo piccolo grande capolavoro letterario, il Piccolo Principe, pubblicato appena un anno prima. Era caduto sulle Alpi per un guasto al motore? Era morto suicida? O scomparso semplicemente tra dolci sogni e miraggi dovuti all’assenza d'ossigeno che può segnare il destino dichi vola ad alta quota,come aveva narrato lui stesso in Pilota di Guerra (pubblicato nel 1940)? Hugo Pratt, il celebre fumettista, disse di lui: "In fondo cosa voleva? Voleva sparire? Il fatto è che è sparito veramente in una forma per così dire letteraria, romantica. Meglio così, che un uomo che decide di sparire o è sparito, non sia più ritrovato; diventa un fatto leggendario e diventa un mito per le generazioni future". E così è stato. Una morte coerente per un poeta aviatore le cui spoglie mortali non vennero mai ritrovate. Proprio come accade ai personaggi di certe favole: che è volano. Come il personaggio della sua favola, che riconosceva i mali del mondo; e tentava di sopire il dolore che prova colui che ti ama e non potrà più rivederti domani, o dopodomani, o un altro giorno. Più distante nella storia. "Questa notte.. sai non venire. Sembrerà che io mi senta male… Sembrerà un po’ che io muoia. È così. Non venire a vedere. Non ne vale la pena..", disse il Piccolo Principe. Non è stato un serpente a portare via Antoine, ma è delicato pensarlo. "Non mi sembri così potente, non hai nemmeno le zampe", disse il Piccolo Principe. "Posso portarti più lontano di un bastimento" rispose il serpente. Così è stato.

Davide Bartoccini. Romano, classe '87, sono appassionato di storia fin dalla tenera età. Ma sebbene io viva nel passato, scrivo tutti giorni per ilGiornale.it e InsideOver, dove mi occupo di analisi militari, notizie dall’estero e pensieri politicamente scorretti.

Chi era Albert Speer, l’architetto di Hitler. Emanuel Pietrobon su Inside Over il 15 luglio 2021. Dal novero delle figure che hanno plasmato maggiormente quell’epoca orrorifica e intrisa di misticismo che fu il nazismo, spesso e volentieri, viene escluso ingiustamente Albert Speer. Uomo universale dalla personalità eclettica e poliedrica, Speer fu tutto e il contrario di tutto – ideologo, amministratore degli armamenti, sportivo e scrittore –, ma, più di ogni altra cosa, fu colui che si occupò di dare una dimensione estetica alle costruzioni edificate negli anni del Terzo Reich. Fu l’architetto di Adolf Hitler.

La gioventù. Albert Speer nasce a Mannheim il 19 marzo 1905 all’interno di una famiglia dell’alta borghesia tedesca. Allevato ai culti della salute e del corpo, lo Speer delle origini è uno sportivo versatile – praticante di sci, alpinismo e rugby – che tra un passatempo e l’altro studia matematica, dipinge con lo zio – il celebre pittore Conrad Hommel – ed è incantato dai palazzi. Fra le varie passioni, alla fine, avrebbe prevalso l’ultima: negli anni Venti comincia a studiare architettura all’università. Si iscrive all’Istituto di tecnologia di Berlino nel 1925, entrando rapidamente nelle grazie di Heinrich Tessenow, uno dei massimi esperti di architettura della Germania weimariana, che lo avrebbe nominato suo assistente due anni più tardi, quando ancora non in possesso di una laurea. È negli anni dell’università e dell’apprendistato informale presso la cattedra di Tessenow che Speer entra in contatto con la politica, un mondo prima di allora completamente ignorato. Dopo aver partecipato ad alcune manifestazioni dell’ascendente Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori, evidentemente colpito dalle ricette miracolose proposte da quel demagogo persuasivo rispondente al nome di Adolf Hitler, Speer decide che è il momento di tentare la carriera nella politica. L’occasione sarebbe arrivata nel 1932, quando, oramai tesserato, viene contattato dall’ufficiale Karl Hanke per ridisegnare la sede centrale del partito a Berlino.

L'architetto di Hitler. La riprogettazione della sede berlinese del Partito nazista avrebbe fatto la fortuna di Speer. Ottenuta la fiducia di Hanke, l’architetto viene introdotto all’influente Rudolf Hess, che gli affida l’onere-onore di preparare stilisticamente il raduno di Norimberga del 1933. Conquistato anche Hess, trasformando il raduno in una “cattedrale di luce” (lichtdom), Speer viene presentato a Joseph Goebbels, il numero due del neonato governo nazista. Goebbels, investito da Hitler della titolarità del ministero della Propaganda, chiede a Speer di concepire il design di quello che dovrà essere uno degli edifici-simbolo della nuova Germania – la sede del suddetto ministero della propaganda. Soddisfatti anche i desideri di Goebbels, per Speer, l’architetto che sapeva dare forma ai sogni dei gerarchi nazisti, giunge il grande momento: l’incontro con il Führer. A partire da quel momento, ovvero dall’entrata nelle grazie di Hitler, Speer avrebbe cominciato a ricevere un numero crescente di commissioni da parte del governo, divenendo nel 1934, de jure et de facto, l’architetto capo del Partito nazista. Visionario e capace, Speer era ciò di cui Hitler abbisognava per dotare le mirabili costruzioni del nazismo di effetti psichedelici sulle masse. Perché Speer sapeva come trasformare un anonimo edificio in un’opera trasudante patriottismo e suscitante soggezione nei passanti, che dovevano sentirsi piccoli e inermi dinanzi alla magnificenza ciclopica dello stile romano-alemanno da lui pionerizzato. Quello di Speer era uno stile, romano-alemanno per l’appunto, caratterizzato da proporzioni badiali, rorido di prometeismo, trasmettente adorazione per la Dea patria e timore reverenziale per il Reich. Era uno stile orientato all’esaltazione della grandezza, in ogni suo aspetto e significato, e che anelava all’estetizzazione del gigantismo – distinto dal brutalismo insipido di stampo sovietico – e a lasciare una memoria alla posterità del passaggio nazista – la cosiddetta teoria del valore delle rovine (ruinenwert) – sulla falsariga dell’Antica Roma e dell’Antica Grecia. L’opera più maestosa, però, Speer non poté costruirla: la nuova Berlino. Hitler aveva sognato di ridisegnare ex novo l’immagine della capitale tedesca, che, nel secondo dopoguerra, sarebbe dovuta diventare la capitale del mondo. Interi quartieri avrebbero dovuto essere cancellati per fare spazio al colossale Viale degli Splendori, ad un erculeo Arco di Trionfo, ad un nuovo Reichstag e a molte altre costruzioni concepite per fare di Berlino la caput mundi.

Norimberga, Spandau e la morte. Vergine in materia di guerra, Speer viene nominato ministro agli Armamenti e alla produzione bellica nel 1942, succedendo a Fritz Todt – deceduto a causa di una misteriosa esplosione in volo sulla quale gli storici hanno a lungo speculato. Non avrebbe deluso le aspettative del Terzo Reich: poliedrico sin dall’infanzia, l’architetto si sarebbe reinventato un abile stratega. Trovò il modo di sveltire i processi produttivi ed aggirare l’ostacolo degli impianti fuori uso a causa dei bombardamenti facendo leva su azzeramento della burocrazia, monopolizzazione del processo decisionale da parte di una cerchia di capitani d’industria e ricorso al lavoro schiavile – cioè la trasformazione degli internati nei lager in lavoratori a costo zero. Sopravvissuto ai suicidi di Hitler e Goebbels e contrario all’idea di fuggire attraverso la Ratline, utilizzata da un numero imprecisato di ex colleghi per riparare in America Latina, Speer sarebbe rimasto in Germania per fronteggiare il proprio fato. Arrestato e portato al banco degli imputati di Norimberga con l’accusa di aver schiavizzato gli internati per soddisfare il fabbisogno dell’industria bellica tedesca, Speer fu condannato a vent’anni di reclusione. E li avrebbe scontati tutti, dal primo all’ultimo, venendo scarcerato nel 1966. Avrebbe trascorso gli ultimi quindici anni della sua vita scrivendo libri autobiografici, di cui si ricordano Memorie del Terzo Reich e Diari segreti di Spandau, e saziando l’appetito di conoscenza di giornalisti e storici, accontentati a mezzo di interviste e comparsate televisive. Muore a causa di un ictus nella giornata del primo settembre 1981 a Londra, dov’era giunto su invito della BBC, lasciando ai posteri un’eredità sempiterna. Perché, a distanza di quasi un secolo dall’ascesa nazista e dallo scoppio della seconda guerra mondiale, sembra essersi avverata la profezia sugli “uomini Speer” del giornalista Sebastian Haffner, datata 1944. Non banalmente maligno come Adolf Eichmann e neanche ideologizzato oltre l’inverosimile come Goebbels, Speer era, secondo Haffner, “un tipo d’uomo che sta assumendo sempre più importanza in tutti i Paesi belligeranti: il tecnico puro, l’abile organizzatore, il giovane brillante […] senza altri mezzi che le proprie capacità tecniche e manageriali”. Un tecnocrate ante litteram, insomma, destinato a prevalere ovunque, al di là dell’ideologia al potere e del regime politico di turno. La storia ha dato ragione al pessimismo antropologico di Haffner, a quel suo tuonante “degli Hitler e degli Himmler ce ne sbarazzeremo, ma con gli Speer dovremo fare i conti ancora a lungo”. Perché il nostro, il Terzo Millennio, è il tempo delle tecnocrazie, del dominio scientistico e dei governi degli esperti. Il nostro è il tempo degli uomini Speer.

Da "corriere.it" il 7 luglio 2021. «Hitler? Ha fatto molte cose buone per la Germania, a cominciare dalla straordinaria ripresa economica degli anni Trenta». Che Donald Trump non si sia mai fatto problemi ad esprimere apprezzamento anche per movimenti di estrema destra apertamente antidemocratici, se non addirittura sovversivi, dai suprematisti bianchi alle marce dei neonazisti in Virginia, era cosa nota. Ma che, sia pure in privato, si sia impegnato in discussioni nelle quali ha difeso il ruolo storico di Hitler rifiutando condanne perentorie del nazismo è una novità che emerge da uno dei tanti libri in arrivo sui quattro anni alla Casa Bianca dell’ex presidente repubblicano: Frankly, We Did Win This Election (La verità è che abbiamo vinto noi le elezioni, nda) del giornalista del Wall Street Journal Michael Bender. L’autore racconta che Trump discusse di questo tre anni fa con John Kelly, allora suo capo di gabinetto, durante il viaggio in Europa per le celebrazioni del centenario della fine della Prima guerra mondiale. Anche se Bender cita una fonte anonima e se precisa che Trump, interrogato in proposito, ha negato di aver parlato di Hitler, è evidente che è stato lo stesso Kelly a raccontare di una discussione accalorata nella quale a lui, un ex generale che gli ricordava le atrocità del nazismo, il presidente replicava «ma Hitler ha tirato fuori i tedeschi dalla povertà». E si diceva in disaccordo con lo stesso Kelly che aveva concluso: «Meglio la povertà di un genocidio». Il Guardian, che ha pubblicato le anticipazioni del libro di Bender, ricorda che durante quel viaggio al di là dell’Atlantico Trump fu aspramente criticato per gli scontri con i leader europei su vari fronti, comprese diverse concezioni della democrazia, e per aver cancellato all’ultimo momento la visita a un cimitero dei caduti americani della Grande Guerra. Sono dello stesso periodo le indiscrezioni di collaboratori della Casa Bianca che hanno riferito di aver sentito Trump definire i caduti in guerra «losers and suckers» (perdenti e sfigati, nda). Anche qui Trump ha negato, ma è abbastanza chiaro dalle testimonianze che il presidente ha fatto queste affermazioni davanti a Kelly, che l’ha presa in modo molto personale visto che un suo figlio è stato ucciso nel 2010 in Afghanistan. L’ex generale se n’è andato dalla Casa Bianca sbattendo la porta nel 2019 dopo aver tentato inutilmente di spingere Trump a comportarsi in modo più responsabile e rispettoso delle istituzioni democratiche. Secondo il nuovo libro, Kelly tentò (sempre invano) di ottenere da Trump un maggior rispetto anche per la storia. Anche questo non è sorprendente: The Donald ha sempre mostrato una scarsa considerazione per la storia dello schiavismo e della segregazione seguita alla sua abolizione legale. Quanto a Hitler, il giudizio assai poco critico di Trump si poteva intuire già da alcuni suoi apprezzamenti per manifestazioni neonaziste come quella della Virginia. Lo stesso Guardian ricorda che allora la rivista tedesca Stern gli dedicò una copertina: Trump che fa il saluto fascista avvolto nella bandiera americana.

Mario Baudino per "la Stampa" l'1 luglio 2021. Le ossa di Dante Alighieri hanno avuto nei secoli, com' è noto, una storia assai travagliata. Ora però un testimone «quasi» oculare aggiunge un colpo di scena: i tedeschi in ritirata le razziarono, o credettero di razziarle, nella primavera del '44, su ordine di Himmler, però vennero beffati e si portarono a Berlino, dove volevano edificare un Pantheon con le tombe dei grandi scrittori del passato, ciò che rimaneva di un ignoto defunto. La prima parte della vicenda è ben conosciuta: allertati dai servizi segreti americani, un gruppo di resistenti (e studiosi, in testa Raimondo Craveri, genero di Benedetto Croce) riuscirono a celare in tempo i resti terreni del poeta. A quanto sembra c' è però ben altro. Lo racconta Sergio Roncucci sulla rivista del Pen club in edicola oggi, svelando che in effetti i tedeschi portarono in Germania quelle che ritenevano le ceneri di Dante: ma erano di un ignoto defunto, che Monsignor Mesini, sacerdote antifascista, storico di Ravenna e custode della tomba dantesca, aveva raccattato in tutta fretta al cimitero. Roncucci, che allora aveva dieci anni, sa queste cose perché nell' operazione fu coinvolto direttamente suo padre. E si chiede come mai nessuno nei abbia mai parlato. Monsignor Mesini scrisse in effetti un libro, I monumenti ravennati e la guerra, dove narrò la vicenda, ma limitandosi a dire che le ossa erano state trasferite dalla loro urna e sepolte, chiuse in una cassetta di ferro, in una buca cementata. Venne posta al di sopra un'altra cassa simile, vuota, per ingannare un eventuale predone. Questa, la versione ufficiale, che non menziona il falso Dante finito in Germania per soddisfare le brame dell'Ahnenerbe l'accademia voluta da Himmler per studiare le eredità ancestrali del popolo tedesco: dove seri professori lavoravano fianco a fianco con folli esoteristi (andarono anche in Tibet a misurare i crani della popolazione per dimostrare qualche idiozia sulla «razza ariana»). Considerata la loro ferocia, indurli in inganno non era un gioco da ragazzi. Difendere le povere ossa dantesche fu un'azione di guerra. Mandare un falso in Germania, un milite ignoto, fu una gran bella impresa. Ma un monsignore poteva mai ammettere di aver anche lui, se pure a fin di bene, frugato tra le tombe?

Così fu sventato il tentativo di Hitler di trafugare le ossa di Dante. Sergio Roncucci l'1 Luglio 2021 su Il Giornale. Nella primavera del 1944 a Ravenna, flagellata dalla Seconda guerra mondiale, soldati tedeschi delle SS trafugano le ossa di Dante Alighieri per portarle in Germania. Hitler aveva ordinato all'architetto Albert Speer di costruire un mausoleo per ospitare le spoglie di alcuni grandi scrittori. Oltre a Dante, Cervantes, Zola, Molière, Victor Hugo, Tolstoj e, possibilmente, anche Shakespeare. Il progetto che non verrà mai realizzato per la fine della guerra è delirante, ma fa parte delle paranoie del Führer. L'«operazione Dante», però, viene a conoscenza dell'Oss (Office of Strategic Services) in sostanza il sevizio di spionaggio americano durante la guerra che informa l'Ori (Organizzazione per la Resistenza Italiana), creata a Napoli da Raimondo Craveri (giovane avvocato piemontese, genero di Benedetto Croce) assieme ad altri antifascisti. Croce avvisa Manara Valgimigli, scrittore e grecista che vive a Padova, che, a sua volta, avverte monsignor Giovanni Mesini, studioso ravennate di Dante. Occorre sventare il tentativo tedesco. Con l'aiuto di un amico, il sacerdote sostituisce le ossa del poeta con quelle, anonime, prelevate da una tomba abbandonata, nel cimitero di Ravenna. Quando i tedeschi se ne accorgeranno, sarà troppo tardi: la guerra è ormai alla fine. Quale ufficiale tedesco deve occuparsi dell'«operazione Dante»? I tentativi di salvare il patrimonio monumentale di Ravenna dalla guerra coinvolgono direttamente il colonnello Alexander Langsdorff delle SS, che scrive «al competente posto militare di servizio con viva preghiera di risparmiare Ravenna per quanto possibile e per quanto lo permettano le esigenze militari». Personaggio di notevole spessore culturale (studi a Marburgo in germanistica e preistoria, archeologo di spedizioni in Medio Oriente) Langsdorff, nazista della prima ora, colonnello delle SS e per sei anni nello stato maggiore di Himmler, lavora presso l'Ahnenerbe (Società di ricerca dell'eredità ancestrale), interessata alle reliquie del passato. Dal febbraio 1944 al 30 aprile 1945, Langsdorff dirige il Kunstschutz per l'Italia, vale a dire la struttura per la protezione dell'arte (con sede a Verona), che trafuga anche capolavori rinascimentali. Della vicenda fino ad oggi non si è saputo nulla, a parte qualche cenno contenuto in un libretto di monsignor Mesini, I monumenti ravennati e la guerra, uscito nel 1956 e passato sotto silenzio. Ho quindi deciso di raccontare la vicenda del '44, come testimone diretto, a contatto con alcuni protagonisti, fra cui mio fratello Giorgio e mio padre Bruno. Sergio Roncucci

Un cadavere al servizio di Sua Maestà: così gli inglesi beffarono i nazisti. Davide Bartoccini il 14 Giugno 2021 su Il Giornale. Un piano astuto quanto assurdo per depistare i nazisti e convincerli che gli Alleati sarebbero sbarcati ben distanti dalle zone predefinite. Ecco cosa prevedeva l'Operazione Mincemeat. Questa storia non appartiene ad un romanzo. Non è un film. Anzi, semmai come spesso accade, è da questa storia che sono stati tratti romanzi e film, uno di questi, il più noto, si intitola "L'uomo che non è mai esistito". Perché il protagonista di questa storia, il signor William Martin, in realtà non è mai esistito. Era un fantasma, o meglio un cadavere al servizio di Sua Maestà. Ideatore del piano fu l'onorabile capitano Ewen Montagu, il quale prese ispirazione dalle folli idee di un certo Ian Fleming, a quel tempo ufficiale visionario del servizio d'intelligence della Royal Navy e poi noto per aver firmato innumerevoli romanzi di spionaggio il cui protagonista era James Bond. Il piano consisteva nel fornire di una finta identità un cadavere che sarebbe stato lasciato da un sommergibile al largo delle coste spagnole, in attesa che la corrente lo portasse a riva e che qualcuno lo scoprisse: scoprendo assieme a lui le informazioni segrete, e ovviamente false, che avrebbe portato con sé. Perché quest'uomo misterioso, il maggiore Martin, avrebbe portato dentro una valigetta nera ammanettata al polso documenti confidenziali firmati da uomini tanto importanti da essere considerati una miniera d’oro per l'Abwehr, il servizio segreto dell'Esercito tedesco. Tra i documenti da far trovare ai tedeschi, c'era una lettera del vicecapo di Stato maggiore imperiale Archibald Nye da consegnare niente di meno che al generale Harold Alexander, comandante in capo del corpo di spedizione alleato - che sarebbe poi sbarcato veramente in Sicilia. E c'era anche una missiva inviata dall’ammiraglio Louis Mountbatten, capo del Combined Operations, all’ammiraglio Cunningham, comandante in capo della Flotta alleata del Mediterraneo. L'idea, avallata dai servizi segreti britannici, era quella di far credere all’esercito nazista che gli sbarchi degli Alleati, che incombevano sul continente dopo la vittoria in Nord Africa, avrebbero interessato la Grecia e la Sardegna - la “patria della sardine”, come la definiva Lord Mountbatten nella lettera confezionata ad hoc per l’uomo mai esistito - e che la Sicilia era soltanto un diversivo per distogliere l'attenzione dagli obiettivi principali. Fu così che il cadavere del maggiore Martin venne sistemato in un "congelatore", spacciato per una sonda meteorologica, trainata dal sommergibile britannico HMS Seraph per essere abbandonato in mare al largo di Huelva, in Andalusia. A bordo del Seraph solo il comandante Norman Limbury Auchinleck Jewell e altri due ufficiali erano al corrente della missione. (Ma onore di guerra che poi sarebbe comparsa per il sempre sulla bandiera dell'unità). Il cadavere abbandonato alla deriva venne recuperato da alcuni pescatori, tra cui José Antonio Rey Maria. Portato in obitorio dalla gendarmeria spagnola, venne esaminato dai servizi segreti di Madrid che, da simpatizzanti ma non cobelligeranti con la Germania nazista, non tardarono a informare Berlino. Per rendere credibile il depistaggio, il cadavere del finto ufficiale inglese venne "decorato" con una gran numero di effetti personali falsificati ad arte, quali lettere di una fantomatica fidanzata, Pam, di un padre affezionato, e di una lettera di sollecito della Lloyds Bank. A inventarle furono i due responsabili dell'operazione, Montagu e Lord Charles Cholmondeley, eccentrico gentiluomo che si era arruolato nella Raf, ma che essendo troppo alto per pilotare aeroplani finì nel MI5, o Direzione dell'Intelligence Militare sezione 5. Gli esaminatori reclutati dall’Abwehr, tra i quali Alolf Clauss, spia nazista di stanza in Spagna, esaminarono il cadavere - ma più essenzialmente i documenti segreti che si era trascinato appresso - e reputarono autentico l'ufficiale quanto le informazioni che si era portato nella morte. Le informazioni furono trasmesse immediatamente al comando di Berlino, che in seguito avrebbe diramato ordini in tutto il settore interessato, lasciando così pochi uomini a presidio della Sicilia, che rimase difesa dal Regio Esercito e da sole due unità tedesche (il resto di una divisione panzer e una divisione di paracadutisti), per giunta mal coordinate con il comando italiano. Il resto è storia, iniziata all'ora X del 9 luglio 1943, e conclusasi con il successo degli Alleati nell'Operazione Husky. Che portò alla conquista del primo non sottovalutabile lembo di territorio nazionale appartenente ad una potenza dell'Asse in Europa. Il corpo gettato in mare dallo Shepard era in realtà quello di un giovane ragazzo gallese, tale Glyndwr Michael, morto suicida dopo aver ingerito un pesticida per topi. Con indosso la divisa di ufficiale dei Royal Marines, il suo bel cappotto Montgomery e la sua valigetta ammanettata al polso - trattato a dovere come se fosse rimasto vittima di un incidente aereo o del siluramento di una nave, non avrebbe potuto destare alcun sospetto nei tedeschi. Nemmeno dopo l'autopsia, dato che allora la morte per avvelenamento poteva essere difficilmente riscontrata. Credettero infatti che la causa della morte fosse stato l'annegamento. Il corpo del povero suicida riesumato nel Galles venne seppellito in Spagna, dove la sua tomba è ancora visitabile, non prima di aver ricevuto gli onori militari. Ed è così che la realtà alle volte risulta più straordinaria di ogni genere di finzione. Del resto, chi avrebbe mai messo un cadavere al servizio di Sua Maestà se non un genio come il papà di James Bond?

Davide Bartoccini. Romano, classe '87, sono appassionato di storia fin dalla tenera età. Ma sebbene io viva nel passato, scrivo tutti giorni per ilGiornale.it e InsideOver, dove mi occupo di analisi militari, notizie dall’estero e pensieri politicamente scorretti. Ho collaborato con il Foglio e sto lavorando a un romanzo che credo... 

Silvana De Mari per “La Verità” il 6 giugno 2021. La storia dell'umanità è anche storia delle sue malattie. Un'intossicazione cronica di metanfetamina è a tutti gli effetti una malattia. Il libro Tossici, di Norman Ohler, fornisce il pezzo mancante per la comprensione del fenomeno politico più demente di tutta la storia dell'umanità. Il nazismo è stato demenza. Erano tutti strafatti. Come spiega Ohlel, «il 31 ottobre 1937, gli stabilimenti Temmler registrarono all'Ufficio brevetti di Berlino la prima metilanfetamina tedesca. Nome commerciale: Pervitin. La nuova versione dei farmaci "rivitalizzanti" si diffuse in maniera capillare nella società dell'epoca. L'eccitante esplose come una bomba, dilagò come un virus e iniziò ad andare a ruba, diventando ben presto normale quanto bere una tazza di caffè». Lo prendevano «studenti e professionisti per combattere lo stress, centraliniste e infermiere per star sveglie durante il turno di notte, chi svolgeva pesanti lavori fisici per superare la fatica; e lo stesso valeva per i membri del partito e delle Ss. Nel 1939, grazie a Otto Ranke, fisiologo della Wehrmacht, il farmaco prende piede in ambito militare. Anche Mussolini - il paziente "D" - fu tenuto sotto stretta sorveglianza dai medici nazisti. Testato durante l'invasione della Polonia, viene distribuito ai soldati delle divisioni corazzate di Guderian e Rommel in procinto di attraversare le Ardenne e inventare il Blitz-krieg, quando la velocità dei mezzi e la capacità di resistenza degli uomini diventano un fattore decisivo». La base del nazismo era il culto del corpo, che doveva essere forte e sano. Aria, luce, esercizio fisico, guerra al fumo, guerra all'alcol e soprattutto guerra alle droghe. Semplicemente la metanfetamina non era considerata una droga. Nella sua travagliata vita Hitler tentò anche il suicidio. Per curare la depressione gli furono prescritte le metanfetamine, che ebbero un effetto su di lui notevole: depressione scomparsa, energia smisurata, un'aggressività altrettanto smisurata che comunque diventava magnetica e ipnotica. Entusiasmato, dette ordine che nella bisaccia di tutti i soldati tedeschi, di fianco alla polvere per i pidocchi, ci fossero le compresse pervitin. Gli effetti della metanfetamina sono portentosi: non fa sentire la fame, non fa sentire sonno, dà una energia smisurata, ma diminuisce anche la capacità di comprendere le conseguenze delle proprie azioni e aumenta il livello di aggressività e di crudeltà. La forza del nazismo all'inizio fu una incredibile capacità di pensare fuori dagli schemi, tipica dei geni ma anche dei tossicodipendenti, e un'incredibile capacità di restare svegli 23 ore su 24 continuando a guidare i carri armati, tipica dei consumatori di metanfetamina. Grazie a queste due capacità sommate fu possibile la guerra lampo, una guerra dopata, una vittoria all'anfetamina: i carri armati tedeschi poterono aggredire la Francia passando dal Belgio perché i carristi non dormivano. Un colpo di genio incredibile. In compenso, qui arriva il colpo di imbecillità altrettanto incredibile proprio dei tossicodipendenti: si lasciarono sfuggire gli inglesi. L'armata inglese era bloccata e accerchiata a Dunkerque. Ormai i tedeschi li avevano in pugno. Ma Göring, comandante dell' aviazione tedesca e dipendente dall' eroina, chiese al tossicodipendente Hitler l'onore di distruggere lui, con i suoi Stukas, i soldati inglesi. L'idea era idiota: i soldati inglesi ormai erano accerchiati dai carrarmati. Ma così Hitler e soprattutto Göring avrebbero avuto la possibilità di umiliare i generali di carriera, a proprio favore. Il generale tedesco Guderian ricevette l'ordine da Hitler di fermarsi. Restò a guardare col binocolo i soldati inglesi e francesi che se ne andavano trasportati da qualsiasi battello in grado di superare la manica. Gli Stukas tedeschi affondarono un migliaio di natanti britannici, ma il cattivo tempo e soprattutto la Royal air force li fermarono, e il grosso delle truppe inglesi riuscì a tornare a casa. E una volta a casa, riuscì ad ascoltare il più famoso discorso di Churchill: «We shall fight», noi ci batteremo, noi ci batteremo sulle spiagge, sulle strade, nei campi, non cederemo mai. La soluzione finale è un'idea da tossicodipendenti. Saltiamo ogni giudizio etico, dimentichiamo la compassione, tralasciamo l'orrore di bimbi uccisi dopo averli trascinati da un punto all'altro dell'Europa in treni piombati senza acqua e senza niente da mangiare. Teniamo solamente l'attenzione concentrata sulla logistica: nel momento in cui c'è una guerra in corso, un incredibile numero di risorse vengono sperperate per annientare dei non belligeranti. Se questi belligeranti fossero stati espulsi, probabilmente Hitler non avrebbe perso la guerra. Rendiamoci semplicemente conto che dietro tutto questo c'è non solo una crudeltà disumana ma anche la irragionevolezza di menti strafatte. Tutta la campagna di Russia è un'impresa da tossicodipendenti. L'assoluta crudeltà, l'assoluta imbecillità hanno anche una sfumatura chimica. Attaccare l'Unione Sovietica mentre ci sono già due fronti aperti è un'idea delirante. In Unione Sovietica fu di nuovo tentata la guerra lampo, ma l'Unione Sovietica è un pochino più grossa della Francia, e lì non è venuta così bene. L'operazione Barbarossa, il nome dell'invasione dell'Urss, per come era stata programmata avrebbe dovuto finire rapidamente, i soldati tedeschi infatti non avevano equipaggiamenti invernali. Hanno cercato di sottrarre vestiario ai civili locali e ai militari sovietici catturati, ma anche così non è stato sufficiente. Sono stati innumerevoli i soldati tedeschi che hanno avuto i piedi amputati per il congelamento, favorito dagli scarponi chiodati: i chiodi sono un ottimo conduttore termico. Innumerevoli soldati tedeschi di guardia di notte arrivavano al mattino morti assiderati. Molti di loro per resistere alla stanchezza della guardia notturna usavano metanfetamine. Le metanfetamine diminuiscono la percezione del freddo, non il freddo. Solo a due tossicodipendenti poteva venire in mente la battaglia di Stalingrado. La terrificante battaglia di Stalingrado cominciata nell'estate del 1942 e finita nell'inverno del 1943 è costata un milione di morti civili, perché Stalin non aveva evacuato la città. Ignoro se anche lui fosse sotto sostanze, ed è un dubbio che spesso mi è venuto. I sovietici attaccarono con tutte le loro forze Stalingrado, ma a Stalingrado i tedeschi riuscirono a resistere. Allora i sovietici attaccarono a nord e a sud di Stalingrado dove c'erano i rumeni, che resistettero pochissimo, e la città fu accerchiata. Un qualsiasi capo militare che non fosse completamente demente avrebbe dato l'ordine immediato di ritirata, così da evitare l'accerchiamento. Il tossicodipendente Göring convinse il tossicodipendente Hitler a lasciare la sesta armata tedesca a Stalingrado, tanto da un momento all'altro l'avrebbero certamente ripresa. Lui l'avrebbe rifornita mediante un ponte aereo. Il ponte aereo quindi impegnava aerei che non potevano essere usati per altro, per esempio per difendere i tedeschi dai bombardamenti. Moltissimi aerei furono abbattuti. La sesta armata dopo aver perso innumerevoli uomini, molti dei quali morirono di fame e di freddo, come di fame e di freddo morivano gli internati dei lager, si arrese. Nelle nostre discoteche si vende spesso metanfetamina. Tutto regolare, vero? Solo una ragazzata.

Il libro di Jonathan Lichtenstein. “L’ombra di Berlino”, i dolori del giovane Hans che fuggì da Hitler in treno. Eraldo Affinati su Il Riformista il 23 Maggio 2021. Oggi i minorenni non accompagnati, provenienti da ogni parte del pianeta, si chiamano Mohamed, Omar, Faris. Scappano dalle guerre africane o mediorientali, sfuggono alla miseria e alla fame, oppure vengono mandati apposta in Europa dalle famiglie affinché possano studiare, imparare la nostra lingua, trovare un lavoro e magari inviare a casa qualche soldo. Nella loro strenua volontà di sopravvivenza, incarnano un principio d’umanità universale: sono onde che battono sugli scogli. Vanno e vengono. Gli spruzzi provocati da questi ragazzi si disperdono nell’aria che respiriamo, alla maniera di un sottile pulviscolo. Anche se non ce ne rendiamo conto, ci appartengono. Un tempo erano come Hans, protagonista di L’ombra di Berlino. Vivere con i fantasmi del Kindertransport di Jonathan Lichtenstein (Mondadori, pp. 286, 20 euro): uno dei circa diecimila bambini ebrei che, durante il nazismo, poco prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, furono portati in salvo dalle organizzazioni umanitarie, quasi sempre in Gran Bretagna, mediante convogli speciali. Il figlio, Jonathan, sorta di Enea contemporaneo, che si prende sulle spalle il suo Anchise, racconta in questo testo, fra i più incisivi esempi della letteratura prodotta dalle cosiddette “seconde generazioni”, le quali non vissero la Shoah ma ne patiscono ancora oggi le conseguenze, il viaggio di ritorno che egli intraprese insieme all’anziano padre dal Galles, terra elettiva, alla capitale del vecchio Reich, per ripercorrere le tracce di quel trauma lontano, prima della morte del genitore. Hans aveva dodici anni quando la madre disperata decise di affidarlo al treno della salvezza – interi vagoni di bambini singhiozzanti che, se fossero rimasti in Germania, sarebbero finiti nei campi di concentramento – pur sapendo che avrebbe potuto non rivederlo mai più. In realtà i due ebbero modo di ritrovarsi, tanti anni dopo, nella Ddr. La sorella maggiore, Toni, era riuscita a fuggire da sola in Palestina, allora protettorato inglese: nel momento in cui la nave, arrivata al largo di Giaffa, ebbe dei problemi per attraccare, non esitò a lanciarsi dal ponte nel tentativo di raggiungere la costa a nuoto. Il padre, il nonno e lo zio invece si erano suicidati. Una tragica catena. Ferite come queste non si rimarginano. Infatti il tema-fondamento del libro s’identifica sì nella storia del padre, pronto a rifarsi una nuova vita in Inghilterra, medico apprezzato e militare in Malesya dove conobbe la moglie, ma si espande poi con potenza terrificante in quella del figlio, incapace di accettare e comprendere gli imbarazzati silenzi e la muta rabbia di chi lo aveva fatto nascere. Se adottiamo questa chiave di lettura, le scene più strazianti della narrazione, prima ancora che le visite nei luoghi tedeschi, dai cimiteri, musei e memoriali berlinesi fino al lager di Sachsenhausen, dal negozio familiare preso d’assalto nella famigerata Notte dei Cristalli, in via di ristrutturazione, alla non distante casa d’infanzia ancora presente vicino al Tiergarten, appartengono alla giovinezza di Jonathan. I suoi ricordi entrano dentro il diario di viaggio in automobile (da Harwich a Hoek van Holland in traghetto, poi tutta autostrada) come schegge incandescenti, pronte a segnare una sofferta educazione sentimentale: l’infanzia trascorsa nel silenzio e nell’introversione affrontando la più completa rimozione del passato, basti pensare alla cancellazione della lingua tedesca che non si parlò mai in famiglia. E poi le zuffe fra ragazzi coi bulli pronti ad attaccare il futuro scrittore perché ebreo, senza che lui ne capisse la ragione. Ancora non sapeva cosa aveva alle spalle. Sentiva soltanto il peso della storia: un coacervo di emozioni trattenute, violenze inenarrabili, atroci solitudini. Cosa devo fare per superare questo dolore innominabile? Come posso contrappormi al male? Nessuno te lo dirà: men che meno tuo padre. Dovrai scoprirlo da solo. A mani nude. Una volta Hans, volendo punire Jonathan per una spinta che, nella cecità adolescenziale, lui aveva dato a una sua amica seduta sul bordo della piscina, si era infuriato a tal punto da gettarlo in acqua col rischio di farlo annegare. Crescere così non è facile, soprattutto nella giovinezza, quando stai cercando di diventare adulto. Il compito da svolgere può risultare proibitivo; bisogna riconquistare il proprio padre uccidendo i fantasmi che lo assediano: «A un certo punto, riuscii a trovare lavoro al Traliccio 83 della piattaforma petrolifera Ninian South, nel Mare del Nord… Una volta, si levò una burrasca e mi fu ordinato di arrampicarmi sulle tre rampe di scale che portavano alla piccola piattaforma della torre… Al pensiero delle foto appese alle pareti dello studio di mio padre, però, che lo ritraevano ufficiale medico dello Special Air Service, pronto a lanciarsi con il paracadute nella giungla, e sentendo la sua voce che mi incoraggiava a provarci, decisi di salire, anche se la minima scivolata avrebbe significato morte sicura…». Non a caso il fratello Simon scomparirà nel corso di un arrischiato volo in elicottero nei dintorni di Nizza, anche lui impegnato nell’invisibile confronto col padre sopravvissuto. Come se Hans avesse depositato nei figli il desiderio di mettersi in gioco per vincere la morte, dentro e fuori se stesso, che i nazisti gli avevano inoculato. Gli eventi tragici producono contraccolpi a lunga gittata: è il motore del mondo. Raccogli il testimone che hai ricevuto e lo consegni a chi viene dopo. Alla fine del viaggio Jonathan, nato nel 1957 a Kuala Lumpur, drammaturgo pluripremiato e conosciuto, ne converrà proclamando con fierezza in quest’opera che si era tenuto dentro fino adesso come un groppo in gola: «La mia evidente fragilità lo terrorizzava tanto quanto terrorizzava me. Voleva che io fossi preparato ad affrontare non quel che sarebbe potuto succedere, bensì quel che prima o poi sarebbe sicuramente successo. Mi rendo conto di quale immenso privilegio sia essere suo figlio». Eraldo Affinati

L'incredibile storia di amicizia tra due piloti nemici. Davide Bartoccini il 20 Maggio 2021 su Il Giornale. Nei cieli della Norvegia, durante la Seconda guerra mondiale, due giovani piloti ingaggiano un duello, abbattendosi a vicenda. Si troveranno costretti a vivere insieme per superare l'inverno, dando vita a una vicenda straordinaria. Due anziani signori, eleganti e imbiancati dal tempo, si stringono la mano in un museo di aeroplani. Sono trascorsi trent’anni precisi dalla prima volta. Erano in Norvegia, c'era la guerra, tanta neve, e loro erano entrambi piloti, piloti di guerra. Sembra quasi un déjà-vu. È l'aprile del 1940, quando la Blitzkrieg - la guerra lampo che ha permesso alla Germania nazista di occupare rapidamente la Polonia - irrompe nella penisola Scandinava con l’obiettivo d’impossessarsi delle riserve di minerali, in particolare modo ferro, che in Norvegia abbondano. La "Strana guerra", quella che gli inglesi hanno combattuto fino a qual momento sparando pochi colpi, inizia a prendere una piega differente. Nel tentativo di preservare le risorse norvegesi e scoraggiare Adolph Hitler a proseguire la sua conquista indiscriminata dell’Europa, Londra invia le sue portaerei nei gelidi mari del Nord, per condurre missioni di bombardamento su Narvik e intercettare gli incrociatori della Kriegsmarine alla fonda. Dai ponti della HMS Ark Royal e della HMS Furious, decollano le formazioni di bombardieri imbarcati, i Blackburn Skua, lenti e mal armati bombardieri in picchiata del Fleet Air Arm, la nuova aviazione della Royal Navy.

Un duello inconsueto. Della dozzina che ne verranno abbattuti, uno, decollato il 27 aprile dalla Ark Royal, è pilotato dal capitano dei Royal Marines Richard Partridge. A bordo con lui, nel sedile posteriore, siede l’armiere, il tenente Robin Bostock. Fa parte di una formazione di tre apparecchi che fungono da scorta per un convoglio di navi quando scorgono tra le nuvole un solitario Heinkel He-111, un bombardiere medio della Luftwaffe tedesca. Era decollato da una base della Danimarca occidentale, parte di formazione più ampia invita a bombardare l’incrociatore britannico HMS Flamingo. Ai suoi comandi c’è il sottotenente Horst Schopis. Lo Skua ingaggia l’Heinkel che si è perso, il duello tra i due bombardieri corre per qualche decina di chilometri nell’entroterra, tra le vette innevate e le distese deserte, abitate solo da renne e lepri artiche. Partridge bersaglia il bombardiere tedesco con le sue mitragliatrici alari centrando più volte il sinistro, costringendo Horst a un atterraggio di fortuna nei pressi del lago Heilstugu. Mentre lo Skua è sulla coda del Heinkel però, uno dei mitraglieri mette a segno un colpo fortunato, che centra proprio il tubo dell’olio del bombardiere inglese. Il motore si ferma di botto: anche lo Skua è costretto ad un atterraggio d’emergenza. Partridge individua quella che sembra essere una spianata e ci plana sopra. Si rivelerà essere il lago ghiacciato di Breidal, completamente ricoperto dalla neve. Entrambi gli atterraggi d’emergenza vanno a buon fine. Schopis e il suo copilota, Karlheinz Strunk, escono illesi della bimotore sprofondato nella neve fresca. L’aviere Josef Auchtor, uno dei due mitraglieri, è rimasto ferito ad un braccio. Non c’è più nulla da fare invece per Hans Hauck, l’altro mitragliere che è rimasto ucciso da una raffica durante l’azione. La neve è alta due metri e i tedeschi decidono di mettersi subito in marcia per raggiungere il primo riparo che sperano di trovare in direzione della costa. A poco più di un miglio di distanza sta accadendo lo stesso. I due aviatori inglesi sono sopravvissuti all’atterraggio; e poiché sono probabilmente caduti in territorio nemico, soli e armati soltanto di una rivoltella, si catapultano fuori dall’abitacolo. Sparano uno dei razzi di segnalazione sul serbatoio - per rendere inservibile l’aereo che potrebbe cadere in mano nemica - e si dirigono verso quello che sembrerebbe essere un rifugio di caccia. Ci sono punti in cui la neve raggiunge addirittura i cinque metri, ma i due inglesi, sebbene a fatica, riescono a raggiungere il rifugio prima di sera e si sistemano. Poco dopo però, la porta si spalanca. E non si tratta di cacciatori norvegesi. Sono i tre aviatori avversarsi, che come loro vogliono sfuggire alla morte per ipotermia nelle desolate lande norvegesi. Il pilota inglese, con modi da gentleman, mette da parte ogni sorta di bellicismo e porge la mano all'ufficiale tedesco, un segno di pace. Schopis, inizialmente restio, gli concede la stretta. "In quell’istante – racconterà poi Horst - non avevo nessuna la voglia di dargli la mano".

Quasi "amici". Dopo le dovute presentazioni, i due ufficiali in comando cercano di comunicare tra loro: qualche parola di inglese, un po' di tedesco, molti gesti. Gli equipaggi avversari si confrontano sull'accaduto. I tedeschi credono di esser stati abbattuti da tre temibili caccia Spitfire, non da un singolo e poco agguerrito Skua. Il pilota inglese invece, che conosce la verità, si inventa una storia diversa per non rischiare ritorsioni: lui e il suo armiere facevano parte dell'equipaggio di un bombardiere, un Wellington caduto quella stessa mattina, nelle vicinanze di Narvik. Si sono lanciati con il paracadute e si sono ritrovati lì, come loro. Nessuno sa dove si trovino di preciso, se nella Norvegia occupata dai tedeschi, o se in quella prossima alla costa dove sono sbarcati i commando inglesi. Sono dispersi, e tutti potenzialmente prigionieri, di una parte o dell’altra. La decisione è quella di stabilire una tregua per fronteggiare insieme due minacce che alle lunghe possono rivelarsi letali come i proiettili: il freddo e la fame. L'aviere ferito viene medicato e il rifugio perquisito. In una credenza vengono scoperti del caffè e dei biscotti - che vengono razionati per cinque. E dopo una certa diffidenza reciproca, i nemici passano la notte insieme, quasi fossero “camerati". Il giorno seguente, i tedeschi escono per una ricognizione, e tornano con un regalo da condividere con gli altri ospiti del rifugio: sigarette e biscotti trovati in un albergo abbandonato nelle vicinanze. Quel gesto sancisce l’amicizia tra i due equipaggi. I due ufficiali studiano insieme le mappe per cercare di capire dove sono caduti e ipotizzare una via di fuga congiunta dalle montagne - sebbene gli inglesi abbiano un piano differente. Partridge, che ispezionando a sua volta l’albergo abbandonato aveva trovato degli sci, intende abbandonare i piloti tedeschi insieme a Bostock, mentre gli avversari dormono. Il rumore, tuttavia, lo tradisce, obbligando il gruppo ad uscire tutti insieme per una ulteriore ispezione del territorio. Durante l’escursione verranno sorpresi da una pattuglia di scout norvegesi di passaggio (alleati degli inglesi) e si verificherà un tragico incidente. Dal fucile di uno degli scout, parte un colpo che uccide accidentalmente Strunk. Horst è sconvolto, ma non c’è nulla da fare.

Le strade si dividono. Poiché la Norvegia era alleata della Gran Bretagna, i due aviatori inglesi vengono immediatamente scortati fino Andalnes, per poi essere evacuati in Inghilterra a bordo della HMS Manchester. Torneranno entrambi in servizio attivo presso il gruppo aereo imbarcato sulla Ark Royal. Continuando a volare in coppia sugli Skua, prendendo parte altre missioni fino a quando, il 13 giugno, durante un attacco portato contro l’incrociatore tedesco Scharnhorst, verranno pesantemente bersagliati dalla contraerea. Bostock rimane ucciso. Partridge gravemente ferito, ma sopravvivrà a quell'azione e alla guerra. Horst Schopis e l'aviere superstite vengono fatti prigionieri. Costretti in un granaio nei pressi di Stryn prima di essere internati in un campo di prigionia in Scozia, finiranno in un altro campo in Canada. Horst verrà liberato solo nel 1946. Il bombardiere tedesco verrà rimosso, mentre lo Skua - nome preso in prestito da una razza uccelli marini predatori - rimarrà sul lago ghiacciato per settimane fino a quando il calore non scioglierà l'acqua lasciandolo scivolare sul fondo. A 24 metri di profondità. Rimarrà lì per oltre trent'anni, finché una spedizione della Royal Navy non deciderà di recuperarlo dopo la segnalazione dei un gruppo di sub locali.

Di nuovo insieme. Lo Skua ritrovato troverà posto nel museo del Fleet Air Arm in Inghilterra. Ed è proprio lì, che i due piloti avversari si rincontrarono stringendosi di nuovo la mano. Era il 1977. Quando il gruppo noto come Operation Skua decise di organizzare un randez-vous in Norvegia per visitare i luoghi di questi straordinari avvenimenti, Richard Partridge era ormai morto. Horst Schopis aveva 92 anni. E decise di suo compleanno in compagnia del figlio di Richard, Simon Partridge, e dei tutti coloro che avevano partecipato al recupero del relitto e alle ricerche. Insieme a loro, erano anche diversi piloti di Skua che come Partridge erano sopravvissuti al conflitto. Gli vennero regalate le fotografie del foro di proiettile che aveva centrato precisamente il tubo dell’olio del suo avversario, facendolo precipitare. E il pilota tedesco rivelò a tutto come si fosse sempre domandato "come avessero fatto a mandarlo giù". Il gruppo visitò anche il casino di caccia. Vennero messe delle sedie in cerchio, e ancora una volta servito caffè caldo e biscotti. Come nei giorni dell'amicizia tra i piloti avversari. Fu allora che Horst, confidò nel pieno della commozione al figlio di Partridge che era stato suo padre ad avergli in qualche modo reso salva la vita abbattendolo quel giorno d'aprile del 1940. Tutti gli equipaggi della vecchia squadriglia di Horst avevano trovato la morte tra la Battaglia d’Inghilterra e il fronte russo. Lui era uno dei pochissimi piloti superstiti.

Bruna Magi per “Libero quotidiano” il 4 luglio 2021. Leni Riefenstahl, passata alla storia come la regista di Hitler (definizione assai riduttiva) somiglia a una sorta di Schwarzenegger-Terminator, indistruttibile. E ora torna, in una biografia romanzata, introspettiva, spietata e surreale, ma anche molto rigorosa nelle citazioni storiche. Quest' ora sommersa (Feltrinelli editore, pag.224, euro 16,50), di Emiliano Poddi, racconta la vita di Leni attraverso la ricostruzione capillare messa a punto da Martha Krems, un'immaginaria giovane biologa marina che la segue come un'ombra durante la sua ultima immersione alle Maldive per fotografare il mondo sommerso, avvenuta all' incredibile età di cento anni, nel 2002. Martha la segue vigile tra i coralli e le mante, è ossessionata da Leni, creatura insondabile e misteriosa, in un'attrazione di amore e odio recondito legato alle vicissitudini subìte dalla sua famiglia, quando Leni era la regista più potente del Terzo Reich. Vuole restituircela nella complessità delle sue cinque vite, danzatrice, attrice, fotografa, regista, sommozzatrice. Sì, Melena Bertha Amalie Riefenstahl, che dovette abbandonare la danza per una lesione al menisco, divenendo attrice, e poi anche più brava dietro la macchina da presa, sovvenzionata dal Ministero per la cultura e la propaganda nazista, con il film sul Congresso di Norimberga, Il trionfo della volontà (1933) e poi con Olympia, documentario sulle Olimpiadi di Berlino del '36, vinse la Coppa Mussolini alla Mostra del Cinema di Venezia nel '38, ex aequo con "Luciano Serra pilota" di Goffredo Alessandrini. Arrestata dagli alleati, nel '45, fu infine assolta da ogni tribunale: le riconobbero la totale dedizione al cinema, più che al nazismo (non si iscrisse mai al partito nazionalsocialista), anzi all' estetica, una passione totale per l'immagine, indifferente a tutto ciò che, dietro la facciata, esiste in ogni creatura. E lei se ne andò in Africa a fotografare i nubiani. Svariati, nel libro, i commenti dei contemporanei che ricostruiscono la sua vita: «Se quella puttana si presenta un'altra volta sul mio set, giuro su Dio che abbandono il film», diceva la rivale Marlene Dietrich nel 1929. «Quando saremo al potere, lei realizzerà i miei film», anticipava Adolf Hitler nel 1932. «Lo ammetta, lei è innamorata di Hitler», sosteneva nello stesso anno Jospeh Goebbels, che la odiava e la desiderava in con temporanea. E ribadiva: «Lei deve diventare la mia amante. Ne ho bisogno...La mia vita senza di lei è un inferno». Raccontava un giornalista, Lucien Lemas nel 1934: «A momenti sembrava che il Furher guardasse verso di lei per sapere che cosa doveva fare, Madame Riefenstahl è l'unica persona in Germania che possa vantarsi di dargli ordini». E nel 1941 Rosa Winter, poi deportata a Maxglan, diceva: «Eravamo tutti nel campo. Lei arrivò con la polizia e scelse delle persone. Io ero lì con molti altri bambini e noi eravamo esattamente quello che cercava», cioè comparse per i suoi film, poi eliminate. Nel 1945, un morboso medico americano le chiedeva, da prigioniera: «Signora Riefenstahl, non è un delitto essere andata a letto con Hitler. Vogliamo solo sapere se era sessualmente normale o impotente, come si presentavano i suoi genitali e così via». E in chiusura, nel 2002, il giornalista Gerard Lefort scriveva: «Una volta di più, oggi come ieri, Leni Riefenstahl danza con gli squali». Infatti la regista è sopravvissuta a un numero incredibile di incidenti. Per citarne alcuni: le scoppiò in faccia una torcia al magnesio, ma, nonostante ustioni di terzo grado, continuò a filmare sino alla fine del ciak. Rischiò il congelamento in gioventù sul set di La tragedia di Pizzo Palù. A trentun anni, la nave con la quale tentava di raggiungere la Groenlandia rimase intrappolata fra i ghiacci, saltando da una lastra all' altra riuscì a raggiungere la terraferma, e, poche settimane dopo, sempre in Groenlandia, si tuffò nelle acque gelide dell'Oceano per salvarsi da un idrovolante in fiamme. Seguirono svariati collassi da stress sul set di Il trionfo della volontà. A cinquantaquattro anni, nel corso del suo primo viaggio in Africa, precipitò in un burrone: schiacciamento di un polmone e rottura di varie costole, all' ospedale di Nairobi venne data per spacciata, si salvò. E poi la malaria contratta in Sudan. A settantatré anni si salvò da uno spaventoso uragano in Honduras, a settantasette si ruppe un femore sciando a St Moritz.A novantotto l'elicottero a bordo del quale si trovava in Sudan fu colpito da un cecchino, precipitò e lei fu di nuovo data per spacciata: invece si risvegliò, e visto che la scena non era stata ripresa, chiede se fosse possibile rifarla. Terminator, fatti più in là, Leni è invincibile. E la sua storia irresistibile.

Adolf Hitler, il documentario sulla sessualità del Fuhrer: "Perverso sadomasochista", tutti i suoi sconvolgenti vizi a letto. Libero Quotidiano l'08 maggio 2021. Adolf Hitler amava le donne che gli facevano la pipì addosso durante il sesso e aveva una relazione incestuosa con la nipote. Lo rivela il documentario Hitler's Secret Sex Life andato in onda su Sky History. Il Fuhrer, racconta il documentario, amava anche essere preso a calci e partecipare a rapporti sadomaso. "Ha interiorizzato tutto ciò che non gli piaceva nella sua vita, come le perdite, e ha proiettato la sua rabbia su tutti. Una personalità come la sua è coerente con queste pratiche sessuali", ha detto Robert Kaplan, storico australiano e psichiatra forense. Secondo le testimonianze, Hitler aveva avuto, per sei anni, una relazione incestuosa con la nipote, Geli Raubal. La ragazza fu poi ritrovata morta nell'appartamento di Hitler nel 1931, a 23 anni, alimentando i sospetti che a ucciderla fosse stato lui. Secondo l'ex alleato di Hitler, Otto Strasser, Geli era stata costretta a prendere parte ai giochi sessuali del Führer. Sembra che anche Renata Müller, una delle attrici di maggior successo dell'epoca, morta misteriosamente a 31 anni, abbia consumato atti sadomaso con Hitler: a detta del regista Alfred Ziesler, la donna fu obbligata a prendere a calci Hitler che, steso sul pavimento, le chiedeva di riceverne ancora. Hitler, scrive il Dialy Star, sostenne sempre di astenersi dal sesso e di essere contrario alla prostituzione. Eppure, racconta il documentario, invitava le prostitute a mettere in scena spettacoli privati nel suo rifugio di montagna e aveva una dipendenza dalla pornografia. E il suo medico personale lo riforniva di anfetamine e sperma di toro per aumentarne la libido.

Da Hitler alla Guerra fredda Il Novecento in un romanzo. Il libro-fiume di Kraus racconta la continuità tra SS e servizi segreti occidentali. E molto altro...Alessandro Gnocchi - Dom, 14/03/2021 - su Il Giornale. Ci sta tutto il Novecento in un romanzo solo? Forse no ma lo scrittore tedesco Chris Kraus ci va molto vicino con Figli della furia (SEM). Nello scaffale, dopo averlo letto, e se lo iniziate arriverete senz'altro alla fine nonostante la mole imponente, potete riporlo accanto a un altro libro formidabile, Le benevole (Einaudi) di Jonathan Littell. Siamo in un ospedale. È il 1974. Un uomo con un proiettile in testa racconta la sua storia a un sempre più sbalordito e impaurito hippie con due viti in testa e un canale di spurgo per i liquidi cerebrali in eccesso. Beh, in effetti, l'hippie qualche motivo di inquietudine ce l'ha. L'uomo col proiettile in testa è un ex nazista, una ex SS di alto livello. Ed ecco la sua biografia per sommi capi. Nella periferica Riga, capitale della Lettonia, il nazismo si diffonde a macchia d'olio nella importante comunità tedesca. C'è bisogno di orgoglio germanico per fronteggiare la minaccia incombente del comunismo sovietico. I fratelli Solm aderiscono al movimento come una sorella. Piccolo dettaglio: Ev è ebrea, anche se lei stessa non ne è inizialmente consapevole. Hub e Koja fanno carriera ma a sorpresa è la stella del secondo, abile manipolatore, a brillare fino all'impatto con quel proiettile in testa che lo ha portato in ospedale a terrorizzare un hippie con le sue vicende personali. Basato su fatti reali, e pieno di personaggi storici, Figli della furia segue la parabola di Koja. La sua carriera non subisce significative battute d'arresto: esordio nelle SS, sezione spionaggio; arruolamento nel NKSVD (il papà del KGB); agente doppio al servizio di Mosca e di Bonn nel dopoguerra; agente triplo al servizio di Mosca, Bonn, Tel Aviv; agente quadruplo al servizio di Mosca, Bonn, Tel Aviv e Washington. Koja ha informazioni, capacità organizzative, intuito. Sa come distribuire le sue capacità a vantaggio di tutti. In quel mondo sottratto alla vista dei cittadini, chiunque può essere un traditore e un assassino. Dietro a ogni amicizia si nasconde un vantaggio e «un atto sessuale senza secondi fini era spreco puro e semplice». Mentre Koja si fa largo nel mondo, a modo suo, senza apparire, facciamo conoscenza di Reinhard Heydrich, Heinrich Himmler, Klaus Barbie, Adolf Eichmann, Shimon Peres, J.R.R. Tolkien, Konrad Adenauer e molti altri, tra i quali spicca Reinhard Gehlen, il generale della Wehrmacht, capo dei servizi segreti sul fronte orientale durante l'Operazione Barbarossa. È Gehlen a portare i camerati delle SS nel nuovo sistema democratico: di fatto i nazisti sono reclutati dall'intelligence occidentale (e sovietica in misura minore ma significativa). A un livello sotterraneo, ma non per questo meno scandaloso, c'è continuità tra totalitarismo nazista e democrazia. Già questo lascia intendere la quantità di dilemmi morali posti da Kraus. Il più grave: in questo mondo solidale, almeno a parole, qualcuno deve assumersi la responsabilità di essere «fascista» o «comunista». Gli illiberali di un tempo sono il fondamento della attuale libertà. Se possiamo crogiolarci nei buoni sentimenti è solo perché qualcuno è disposto a compiere cattive azioni. Possiamo fare finta di ignorare la verità per sentirci persone migliori. In questa società commovente, nessuno vuole interpretare il cattivo, è una parte difficile. Sintesi di Koja: «Tutte le famiglie collasserebbero se al loro interno non ci fossero delle bugie. E lo stesso vale per gli Stati. Non c'è mondo senza bugie, tanto meno un mondo dove le bugie vengono approvate». D'altro canto che differenza c'è tra noi e le società asservite al fascismo, se gli uomini che garantiscono la stabilità della nostra sono un mucchio di ex nazisti? Grazie a una abbondante documentazione, raccolta in dieci anni di studi in Europa, in Sud America e negli Stati Uniti, Kraus mostra quanto i servizi segreti della Germania Ovest abbiano impiegato ex nazisti in modo sistematico. Il segno della continuità è la villa di Martin Bormann, il braccio destro di Adolf Hitler, abitazione nel Dopoguerra di Gehlen e sede della vera intelligence della democratica Repubblica Federale, l'Organizzazione Gehlen, agenzia di spionaggio composta interamente da ex camerati. Il secondo tema, intrecciato al primo, è quello del consenso ai regimi antidemocratici. Si può essere volenterosi carnefici come Hub ma anche scivolare nell'orrore un po' alla volta, senza alcuna convinzione, come Koja. È incredibile come l'animo di un uomo possa essere scisso. Koja capisce l'orrore ma non si ferma, cerca soltanto di non essere coinvolto nelle mansioni più crudeli, nella deportazione e nelle esecuzioni di massa. Non può funzionare. Infatti si trova in un bosco a dare il colpo di grazia ai feriti rantolanti in una fossa dopo una fucilazione senza processo. Ma la coscienza si può mettere a tacere, ad esempio illudendosi di esercitare un male necessario per salvare la vita delle persone amate, i genitori, la sorella Ev ma anche la spia sovietica Maja. Si può anche cercare di minimizzare, e sentirsi, a posteriori, «travolti dalle enormi questioni della nostra epoca, dalla grandezza del presente, dalla vicinanza della guerra». Tutti motivi per cui «non possiamo in tutta onestà rimproverarci di essere stati nazisti». Si può anche credere, credenza recepita dalle leggi, di aver obbedito agli ordini, senza avere la possibilità di ribellarsi. I problemi sollevati dal romanzo sono moltissimi. Non possiamo elencarli tutti, dunque andiamo a quello più scabroso. Figli della furia è anche un libro dissacrante, e strappa sorrisi, che spesso diventano risate, con l'umorismo cinico di Koja. I servizi non hanno niente di mitico: tutte le operazioni che non prevedono violenza fisica sul nemico si risolvono in comici disastri. Ecco, il lettore, mentre ride, prova disagio. In fondo è stare al gioco di Koja. Uno che racconta all'hippie vicino di letto di aver spedito a Dachau il suo vecchio insegnante di matematica, sospettato di simpatie socialdemocratiche, perché gli aveva fatto ripetere la quarta superiore. E dunque ecco Himmler, «il primo hippie che ho incontrato», fermare l'automobile per far passare ventimila rospi in migrazione. Ecco sedi SS dove i pappagalli sanno dire «Heil Hitler» e «Sieg Heil» ma anche, a sorpresa, «Hitler Kaputt». Ecco piani insensati tipo far attaccare Tokyo da pipistrelli incendiari, come se la capitale del Giappone fosse fatta di carta, agenti sovietici scagliati dagli aerei senza paracadute, perché tanto la zona è paludosa e trenta metri di tuffo cosa vuoi che siano (tutti morti), intere squadre naziste paracadutate nelle foreste degli Urali e lì falciate dal gelo e dagli orsi, progetti deliranti per uccidere Stalin e vincere una guerra ormai persa. Ecco l'ufficiale del NKVD sovietico discettare di arte con il prigioniero Koja e, giunti al comune odio per i Suprematisti, tirar fuori «un grosso album fotografico con tutti i Suprematisti che aveva personalmente interrogato e torturato». L'amore, in questa latrina piena di moribondi, sembrerebbe l'unica cosa pulita. Ma Koja arriva alla conclusione che nemmeno in amore è possibile fare «la conoscenza del paese della verità». Viviamo dunque nella menzogna e nell'autoinganno. Oppure un intelligente ex SS, esperto manipolatore, vuole farci credere che sia così, per salvare la sua coscienza e macchiare la nostra.

In gita con Himmler animalista e insieme bestiale. Tre giorni dopo incontrai davvero il signor Himmler. Era in una Mercedes coupé aperta, parcheggiata a sud del Ritterhaus, e ammirava il panorama cittadino medievale immerso in una nuvola di SS dalle uniformi impeccabili. Dichris Kraus - Dom, 14/03/2021 - su Il Giornale.  Tre giorni dopo incontrai davvero il signor Himmler. Era in una Mercedes coupé aperta, parcheggiata a sud del Ritterhaus, e ammirava il panorama cittadino medievale immerso in una nuvola di SS dalle uniformi impeccabili.

C'era anche Stahlecker. E mio fratello.

Quando Hub mi vide arrivare, mi venne incontro, sibilò «Sguardo amichevole!», mi fece passare davanti ai generali della Wehrmacht (ai quali avrebbe potuto dire la stessa cosa) portandomi direttamente da Himmler, e mi presentò. Io feci rapporto. Himmler mi squadrò compiaciuto.

«Suo fratello dice che sa disegnare molto bene».

Io non seppi cosa rispondere, guardai solo quell'uomo straordinariamente miope che dava grande importanza allo spirito di corpo in sede di esecuzioni. Hub replicò al posto mio che in effetti sapevo disegnare molto bene.

«Ottimo, allora mi faccia una caricatura, Obersturmführer».

«Adesso, Herr Reichsführer?».

«Ha cinque minuti.»

Estrassi ubbidiente il mio quaderno degli schizzi dalla tasca della giacca, presi la matita e iniziai dagli occhi. Bisogna sempre iniziare dagli occhi, molti che non sanno disegnare credono erroneamente di poter anche cominciare dalle linee del viso o dal naso, ma quello è l'inizio della fine. Io disegnai gli occhi di una iena, perché Himmler rideva come una iena, stridendo altissimo per poi tacere di colpo. Aveva denti minuscoli, ma quelli potevano aspettare. Sotto gli occhi piazzai un grugno, un bel grugno da maiale, e sotto il grugno da maiale i suoi baffetti, e sotto i baffetti si aprivano fauci storte da vacca dalle quali feci spuntare un pochino di fieno. Un mento a Himmler non lo diedi, perché non ce l'aveva, e le orecchie diventarono le orecchie di un uistitì dai pennacchi bianchi e, quando alla fine dovetti scegliere la forma della testa, tentennando tra quella di una carpa e quella di un ippopotamo, optai di nuovo per il buon vecchio maiale domestico, e lo stesso valse per le guance cadenti.

«Ho finito, Herr Reichsführer.»

«Bene, dia qua».

Himmler lanciò uno sguardo eloquente a Hub, che mosse tre passi rigidi verso di me.

Allungai a lui la caricatura.

Hub la fissò a lungo, perplesso.

«Allora?» chiese Himmler impaziente. Tutti i dirigenti delle SS di Riga guardavano mio fratello carichi di aspettative.

Hub piegò il pezzo di carta, lo stracciò e se l'infilò nella tasca del cappotto di pelle.

«Temo che non sia ancora riuscito benissimo all'Obersturmführer, Herr Reichsführer».

«Può migliorare?».

«Può migliorare di molto. Credo che l'Obersturmführer sia un po' nervoso».

«Non dovrebbe essere nervoso. Non mordiamo mica».

Io tornai in me, completai un nuovo disegno che ritraeva il signor Himmler come Lancillotto in un'armatura scintillante, coi tratti e i baffi di Douglas Fairbanks.

Poi viaggiammo insieme per tutti i paesi baltici, il signor Himmler e io. Nel corso del viaggio il Reichsführer pontificò col suo modo di parlare dalle sfumature bavaresi che fra l'altro mi ricorda il suo, swami, e che ci creda o meno: era incredibilmente esperto degli insegnamenti spirituali asiatici che lei m'illustra con tanta capacità persuasiva e abbondanza di dettagli. Sì, a ben vedere Himmler è stato il primo hippie che ho incontrato, almeno per quel che riguarda il livello d'indipendenza interiore. E sapeva anche liberare la mente. Come tutti i buddhisti amava gli animali, e un pomeriggio dovemmo restare fermi due ore a motore spento su una strada di campagna estone per via della migrazione di massa dei rospi, consentendo così a tutti i ventimila rospi di attraversarla in sicurezza.

Ovviamente il signor Himmler era anche un vegetariano convinto, assumeva di continuo integratori omeopatici, credeva che i teutoni fossero precipitati sul pianeta Terra direttamente dallo spazio con un meteorite ghiacciato che cadde nei pressi di Bad Wimpfen, e mi chiese il segno zodiacale. Al che venni subito a sapere che quelli nati sotto il segno dello Scorpione erano dei sensuali che si sarebbero sentiti a proprio agio nelle città di Münster, Osnabrück e Lisbona.

Himmler teneva sempre molto volentieri delle lezioni sulle sue amate SS.

Una volta mi spiegò che per quell'Ordine sacro erano necessari degli uomini di sangue nordico, intelligenti e intolleranti. Era la cosa più importante. La domanda era se io fossi abbastanza intelligente e intollerante.

Sull'intelligenza non posso dire nulla, risposi, poiché essa s'annida soprattutto nell'occhio di chi guarda. Quanto all'intolleranza, nelle ultime settimane avevo fatto notevoli passi avanti. Himmler grugnì soddisfatto.

Chris Kraus

DAGONEWS DA dailymail.co.uk il 2 aprile 2021. Un’agghiacciante foto in bianco e nero di alcuni ufficiali delle SS che sorridono davanti a un edificio in legno offre uno sguardo su uno degli orrori meno noti della Seconda Guerra Mondiale. Con il suo ampio portico e finestre luminose, la struttura era un luogo di rifugio per i soldati tedeschi stazionati al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, ma per i detenuti era un luogo di degrado e disperazione. Chiamato Kameradschaftsheim der Waffen SS KL Auschwitz, (La Casa del Cameratismo per la Waffen SS ad Auschwitz) l’edificio è stato costruito dai prigionieri ed inaugurato appena prima della pasqua del 1942, per fungere da circolo privato per gli ufficiali nazisti di alto rango e le loro famiglie. Nell’arco dei tre anni che è rimasto aperto, il club ospitava spettacoli come cabaret; sketch-show; concerti; incontri di pugilato; giri a cavallo per i bambini e anche proiezioni cinematografiche. Inoltre, alcune stelle del mondo dello spettacolo venivano invitate per intrattenere gli ufficiali, come ad esempio l’attrice e cantante italiana Lia Origoni. Anche i prigionieri erano costretti a fare degli spettacoli, come ad esempio i sette artisti romeni affetti da nanismo che diventarono una fonte di interesse per il dottore nazista Josef Mengele, soprannominato “L’angelo della morte”. Prima di essere spediti ad Auschwitz nel maggio del 1944, la famiglia Ovitz era nota per il loro show di varietà di fama internazionale chiamato “Lilliput Troupe”, ma nel campo di sterminio venivano presentati come lo “Spettacolo dei Nani del Dott. Mengele.” Mengele era noto per esaminare le persone che arrivavano ad Auschwitz e separare le persone di suo interesse, come i gemelli, dagli altri arrivi diretti alle camere a gas o i lavori forzati. Sebbene questi soggetti venivano spesso risparmiati dallo sterminio e vivevano in condizioni migliori rispetto agli altri prigionieri, le persone scelte da Mengele erano soggetti a esperimenti disumani. Per la famiglia Ovitz, questi includevano: la rimozione del midollo osseo; l’estrazione dei denti senza anestesia; il versare acqua calda e fredda negli occhi e l’ispezione ginecologica delle donne sposate. Lo scopo di questi brutali esperimenti era quello di cercare la presenza di malattie congenite nella famiglia, compresi i membri non affetti da nanismo. Una volta, Mengele ha ordinato alla famiglia Ovitz di fare uno spettacolo alla Casa del Cameratismo SS, ma una volta arrivati al clunb, furono costretti a spogliarsi e presentati agli ufficiali nazisti. Mengele ha poi fatto un discorso parlando di come la “Razza ebrea” fosse degenerata. I sette fratelli sono sopravvissuti agli orrori di Auschwitz e vissero come rifugiati nell’Unione Sovietica prima di trasferirsi in Israele nel 1949. Le loro storie strazianti sono state interpretate dall’attore Warwick Davis, noto per i suoi ruoli in Star Wars ed Harry Potter, in un episodio del programma “Perspectives” nel 2013. Sebbene i prigionieri morivano di stenti sistematicamente, le guardie ad Auschwitz potevano usufruire della mensa dell’edificio. L’ex prigioniero Bronislaw Staszkiewicz, che ha lavorato nella cucina del circolo privato prima di evadere il campo, ha raccontato di come c’erano spesso feste e celebrazioni dentro la mensa. I lavori per la costruzione del club iniziarono nel 1941 quando Auschwitz si stava espandendo e nel 1945 c'erano più di 4.500 soldati delle SS stazionati al campo. La moglie di uno dei soldati ha raccontato che l'edificio ospitava feste meravigliose con cibo delizioso ma che all'arrivo l'odore dei crematori era insopportabile. L’edificio è anche strettamente legato alla resistenza tra i detenuti, poiché almeno tre sono fuggiti dalla Casa del cameratismo, compreso lo scrittore polacco Kazimierz Albin. Dopo che il campo fu liberato, divenne uno spazio sociale per i lavoratori del National Tobacco Monopoly prima di essere passato alle National Grain Facilities, che lo usavano per immagazzinare il grano. Ha cominciato a cadere in rovina negli anni '80, quando era di proprietà della tesoreria nazionale. L'edificio si trova ancora a poche centinaia di metri dal celebre ingresso del campo, anche se pochi turisti lo vedono perché non fa parte del Memoriale e Museo di Auschwitz-Birkenau. Memory Sites near Auschwitz-Birkeanu, una fondazione che ora gestisce l'edificio, sta cercando di salvarlo dalla rovina. Si dice che l'edificio offra un'immagine più completa della storia del sito mostrando come vivevano i soldati. “Qui si svolgevano le feste di Natale per gli uomini delle SS e le loro famiglie nel 1944, feste da ballo e spettacoli serali. I detenuti devono soddisfare qualsiasi desiderio del personale delle SS mentre proprio dietro il muro dell’edificio i detenuti vivevano vite strazianti”, ha detto in un video Dagmar Kopijasz della fondazione. “I soldati delle SS venivano qui per prendere una limonata, con le loro mogli ad un appuntamento per una serata danzante. È stato l'epicentro dello sterminio. Le persone non vogliono pensare agli autori come persone normali. Ma lo erano. Erano persone come noi, l'unica differenza è che hanno ucciso persone quando erano al lavoro", ha detto Dagmar Kopijasz della fondazione. "La storia di Auschwitz e l'educazione sull'Olocausto non sono complete senza questo edificio e la sua storia."

Leni Riefenstahl, la regista della propaganda nazista. Il Führer le affidò budget illimitati per raccontare con il cinema il Terzo Reich. Lei sfruttò il suo ruolo per adottare e sperimentare tecniche di ripresa innovative. Pietro Mei su Il Quotidiano del Sud l'8 marzo 2021. Hitler le affidò budget illimitati per i suoi film: il gossip di poi sosteneva che fosse una sua amante, con il Führer impegnato in un duello amoroso con il suo ministro della Propaganda, Joseph Goebbels, al quale venne (e viene) attribuita la frase che non disse mai “quando sento la parola cultura metto la mano alla pistola” (in realtà la battuta era “quando sento la parola cultura, cerco la salvezza nella mia Browning”, in una pièce di Hanss Johst, che era nazista anche lui). Ne disse e fece ben altre, Goebbels. Mussolini le fece dare la Coppa a lui intitolata alla Mostra del cinema di Venezia, nel 1938. Lei la condivise (il premio fu assegnato in parità) con il film strappacuore Luciano Serra pilota, star Amedeo Nazzari. Il film italiano aveva degli atouts particolari: era stato il primo, con Scipione l’Africano, pellicola famosa per le sue scene di massa e per la comparsa che interpretava un legionario e dimenticò al polso l’orologio, girato nei nuovi stabilimenti di Cinecittà, e in più il supervisore aveva un cognome di peso: Mussolini. Era Vittorio, il figlio del duce. I due vincitori della Coppa sconfissero fra gli altri Il porto delle nebbie di Marcel Carné, e il primo lungometraggio di animazione di Walt Disney, Biancaneve e i sette nani. La premiata era Leni Riefensthal, il suo film era Olympia: Leni aveva impiegato due anni per il montaggio e ne aveva tratto due parti, “Fest der Volker”, “Festa dei Popoli”, che durava 123 minuti e “Fest der Schönheit”, “Festa della Bellezza”, che ne durava 94. Un totale di tre ore e mezza: un attimo rispetto alle 200 ore di girato, 400 mila metri di pellicola che erano l’opera originale. Leni dovette lavorare parecchio di immaginazione e di forbici. La prima l’aveva in quantità, fin da ragazza quando, destinata a una carriera di imprenditrice nella ditta di papà a Berlino, aveva invece preferito la vita d’artista per la quale si sentiva più portata, prima dedicandosi al balletto e al ballo, poi, vittima di un menisco come un qualsiasi calciatore, durante una trasferta a Praga, al cinema. Da attrice per cominciare, specialmente impegnata nel genere “film di montagna” che allora andava molto. Affascinata dalle immagini del regista Arnold Fanck, andò a cercarlo lungo le Alpi: lo trovò, trovò anche un aitante attore altoatesino di cui divenne amante e che poi l’avrebbe tradita scrivendo e pubblicando un falso (così è stato riconosciuto dai tribunali) diario di Eva Braun, la compagna di Hitler, che raccontava il Führer e i suoi incontri non precisamente sentimentali con Leni in salotto, mentre la povera  Eva si rigirava da sola nel letto matrimoniale nella stanza accanto. Oltre l’attore altoatesino, anche il cinema conquistò Leni: girò da regista La bella maledetta. Hitler lo vide e gli piacque. Leni lesse “Mein Kampf” e le piacque, sentì un discorso di Hitler dal vivo e le piacque. L’incontro era nel destino, che non aspettò troppo a provocarlo. La Riefensthal ebbe l’incarico della regia di un documentario, “La vittoria della fede”, che si occupasse del congresso nazista di Norimberga, 1933. L’opera non ebbe fortuna: nella “notte dei lunghi coltelli”, quella che nel 1934 portò all’epurazione delle “camicie brune” più radicali, si consumò la disgrazia di Eric Rohm, potentissimo loro capo, che venne giustiziato. Nel documentario di Leni, Rohm era ripreso frequentemente al fianco di Hitler (era uno dei pochi che gli “dava del tu”) e il materiale fu fatto sparire in tutta fretta. Leni non sparì: anzi Hitler la convinse a girare un nuovo documentario, legato al successivo congresso di Norimberga: stavolta a trionfare nel titolo non era la fede, ma la volontà, “Il trionfo della volontà”. Visto il budget ed avuta l’assicurazione che sarebbe stato l’ultimo lavoro politico (ma “Olympia”, allora?) la Riefensthal accettò l’incarico. E diresse quello che è tuttora considerato un classico della propaganda politica, il Führer protagonista come un messia. Teleobiettivi, grandangoli, quasi tutti gli operatori cinematografici tedeschi: Leni ottenne carta bianca. Uomini in marcia, musiche travolgenti e Hitler furono gli ingredienti. “Olympia” avrebbe seguito questa traccia dopo che Leni ebbe un altro cedimento di regime, girando un cortometraggio, “Tag der Freiheit – Unsere Wehrmacht”, “I giorni della libertà – Il nostro esercito”, che doveva servire al Fuhrer per tenere a bada le rinascenti forze armate tedesche furiose per non essere state trattate nel documentario precedente. Era il 1935, l’anno delle leggi razziali. Per tirarsi fuori da ogni accusa, Leni negò poi di aver girato proprio in quei tempi l’esaltazione della Wehrmacht: ma nel 1971 ne fu trovata una copia…Era tempo di Olimpiadi e dunque di “Olympia”. Hitler la incaricò del compito, Leni pretese e ottenne che Goebbels fosse tagliato fuori dalla realizzazione: lui la definiva “una donna cattiva”, lei raccontava di averlo più volte dovuto “respingere”, non solo in senso creativo. Le masse, la corporeità, le musiche, la bellezza: la Riefensthal era nel suo territorio. Tecnicamente innovativa, ebbe l’accesso in tutti i luoghi olimpici; fece scavare trincee per camere a livello terra; ne mise subacquee e aeree legate a un pallone aerostatico (vennero premiati coloro che ritrovavano parti girate volate via dalla mongolfiera), ne legò alle caviglie dei maratoneti e alle selle dei cavalieri; montò il dolly su rotaie e usò la slow motion, la moviola; non le sfuggì un muscolo, specie di quelli del decatleta d’oro, l’americano Glenn Morris, con il quale ebbe una storiella e che convinse a ripetere nello stadio deserto una gara che non era riuscita a filmare bene quando effettuata veramente; riprese un premio piano di Jesse Owens che sorrideva alla telecamera dopo una vittoria e la mise in contrapposizione con il volto di Hitler: il “nero”, di umore, era il Führer. Montò tuffatori che uscivano dall’acqua, spruzzando nell’inversione delle immagini, e statue greche che si trasformavano in corpi viventi di atleti o danzatrici (il Discobolo di Mirone si anima e diventa il decatleta tedesco Erwin Huber, quarto nella gara, nudo nell’immagine; lei stessa interpreta una danzatrice, il sogno di bambina). Impiegò 40 operatori e 50 assistenti, inventò una specie di zoom. Fu esteticamente geniale. Le molte riprese dedicate agli americani, anche neri, non erano prova di un dissenso antirazziale, ma una subliminale strizzatina d’occhio a Hollywood, dove Leni voleva approdare e dove regnava la sua rivale d’un tempo, Marlene Dietrich, che le aveva tolto il sogno di essere sullo schermo Lola e L’Angelo azzurro, ruolo cui la Riefensthal ambiva. In America Leni si recò per il lancio di Olympia. La tragica coincidenza volle che il viaggio avvenisse proprio mentre in Germania fu la “Notte dei cristalli”, 1000 sinagoghe bruciate e 30 mila ebrei deportati in una notte sola. L’opera venne boicottata immediatamente, Hollywood rifiutò ogni incontro, il film non trovò distributori: era il 1938. Brundage, gran capo dello sport mondiale, ne disse un’altra delle sue: “Beh, i teatri e le sale cinematografiche sono quasi tutti degli ebrei…”. La Riefensthal tornò in Germania. Tutto le crollava intorno: fu poi arrestata e rilasciata più di una volta. Non aveva lavoro: aveva in mente soggetti come la vita di Eleonora Duse, o quella di Vincent Van Gogh. Poi se ne andò in Africa a fotografare (immagini bellissime) i guerrieri Nuba. A più di settant’anni prese la patente subacquea per girare documentari di biologia marina. A 101 anni morì, non senza aver scritto memorie né rilasciato interviste in cui raccontava la sua vita come la aveva vissuta, la raccontava a modo suo, nel documentario “The wonderful horrible life of Leni Riefensthal”. A ciascuno la scelta dell’aggettivo.

Dario Ronzoni per "linkiesta.it" il 2 marzo 2021. Non era un padre amorevole. Come marito era pessimo. La maggior parte del tempo la dedicava (lavoro a parte) a bere e alla cura delle api. Alois Hitler, padre di Adolf, morì a 65 anni nel 1903 e non poté mai sapere cosa sarebbe diventato suo figlio. Ma, in modo indiretto, ne fu in gran parte responsabile. È quello che sostiene Roman Sandgruber nel suo “Hitlers Vater” (Molden), testo basato su alcuni documenti inediti che permettono di gettare nuova luce su un personaggio di cui si sa ancora poco. Si tratta di 31 lettere che sono state affidate allo scrittore dalla pronipote di Josef Radlegger, costruttore stradale e amico del padre di Hitler. Fu lui a vendergli la tenuta di Hafeld, dalle parti di Lambech. Nelle carte si discute di questioni burocratiche, di pettegolezzi di paese, ma anche delle incombenze quotidiane. Tutte note preziose per fare luce su uno degli aspetti meno noti della vita del Führer, gli anni dell’infanzia. Secondo Sandgruber, il figlio avrebbe ereditato i tratti meno piacevoli della personalità del padre. Arroganza, autoritarismo, cocciutaggine, eccesso di autostima. Ma anche opinioni radicate come l’odio verso la religione, il disprezzo per l’autorità e per la nobiltà. E, soprattutto, l’antisemitismo. Alois Hitler non era una persona gradevole. Collerico, duro, non spiritoso, visse sempre con difficoltà il fatto di essere nato figlio illegittimo (il suo cognome di origine, Schiklgruber, era quello della madre) e senza una istruzione reale. Entrò nell’esercito e trovò lavoro come guardia di frontiera dell’Impero asburgico. Un mestiere che lo obbligò a diversi trasferimenti nella sua vita, cui corrispose un più alto numero di relazioni, coniugali ed extraconiugali. Si sposò tre volte: la prima a 36 anni, con Anna Glassl, cinquantenne benestante. Non ebbero figli. Dopo una separazione (causata dai continui tradimenti dell’uomo), si risposò con Franziska Matzelberger, una cameriera, con cui ebbe due figli. Rimasto vedovo, si sposò infine con Klara Pölzl, con cui aveva già avuto una relazione e che, dopo il cambio di cognome, era diventata sua lontana parente. «Come padre, come marito, come persona, fu un fallimento», spiega Sandgruber. «Era rimasto senza amici e senza una vera casa». Coltivava aspettative velleitarie, era duro sull’arido lavoro da burocrate. A casa urlava con i figli e quasi non parlava con la moglie. L’unica cosa che lo rilassava erano le api. Adolf lo temeva, ma al tempo stesso lo venerava. «Si nota quasi una forma di imitazione del padre», continua lo scrittore. Il figlio ne copia la firma, riprende lo stile di scrittura. Assorbe anche la diffidenza – anzi, il disprezzo – nei confronti dell’educazione scolastica e la sicurezza nell’essere un autodidatta. Tra le scoperte, si nota che la madre di Hitler non era remissiva quanto si è sempre pensato. «Non era affatto poco istruita e non era certo sottomessa al marito», scrive Sandgruber. Al contrario, nelle lettere compare come una donna sveglia, desiderosa di essere considerata nelle decisioni da prendere. «Le piace essere impegnata», scriveva Alois. «Ed è brava nel tenere la casa».

Ardenne, l'ultima offensiva di Hitler per riprendersi l'Europa. "Colpo di coda" di Hitler, l'offensiva delle Ardenne spaventò e non poco gli Alleati occidentali a cavallo tra 1944 e 1945. Ma a conti fatti accelerò la disfatta del Fuhrer. Andrea Muratore, Martedì 05/01/2021 su Il Giornale. Vista col senno di poi, la situazione strategica del teatro europeo della seconda guerra mondiale a cavallo tra la fine del 1944 e l'inizio del 1945 disegnava uno scenario ormai in via di definizione, che presupponeva la totale disfatta del Terzo Reich schiacciato tra l'incudine degli Alleati avanzanti da Ovest e il martello dell'Unione Sovietica in avanzata da Est. Dal giugno 1944 alla fine dell'anno la Germania, a Ovest, aveva fallito il contenimento dello sbarco in Normandia, perso in poche settimane la Francia, visto la caduta di territori incorporati nei propri confini metropolitani come la città di Aquisgrana, perso lo scalo strategico di Anversa in Belgio. A Est, l'Armata Rossa era avanzata come un rullo compressore e, al prezzo di circa 180mila morti in un mese e mezzo (22 giugno-1 agosto), era avanzata di centinaia di chilometri dall'Ucraina e la Bielorussia ai territori polacchi. Ciononostante, la macchina da guerra tedesca era da ritenersi, non a torto, un nemico ancora capace di colpi temibili. Per quanto privata su entrambi i fronti e sul secondario teatro italiano dell'inerzia, la Wehrmacht manteneva importanti riserve di mezzi corazzati e grandi unità ancora sostanzialmente intatte, per quanto menomante dalla carenza nell'approvvigionamento di mezzi, materiali e carburante legata agli incessanti bombardamenti aerei statunitensi e britannici che stavano mettendo in ginocchio il Paese. Adolf Hitler sognava ancora la riscossa. Per quanto estraniato completamente dalla realtà dei fatti e pronto a vedere l'intero Paese sacrificarsi assieme a lui per il fallimento del suo progetto egemonico, il Fuhrer non mancava di momenti in cui, con forte cinismo e con maggiore lucidità strategica, riusciva a leggere le situazioni con maggiore realismo. Il suo "colpo di coda", l'Offensiva delle Ardenne con cui l'esercito tedesco provò a ricacciare indietro gli Alleati in una fase in cui, provati dal fallimento dell'operazione Market Garden condotta in Olanda con truppe paracadutate e frustrati per la fine del sogno di vincere la guerra entro il Natale 1944, dovevano consolidare la loro vittoria dei mesi precedenti rientra in questa sfera. Il 16 dicembre 1944 le foreste delle Ardenne tra Belgio e Lussemburgo vissero una riedizione di quanto accaduto quattro anni e mezzo prima. Nel 1940 i panzer tedeschi erano comparsi all'improvviso dalle Ardenne per aggirare le difese francesi della Linea Maginot su iniziativa del generale Heinz Guderian, in questo momento invece le truppe di fanteria tedesche si lanciarono a sorpresa sulla 1ª Armata statunitense, cogliendola completamente di sorpresa, per aprire varchi alle Panzerdivisionen tenute in seconda linea. Perché la Germania voleva colpire nelle Ardenne un nemico dotato di mezzi e forze superiori? Il piano strategico tedesco (originariamente denominato in codice Wacht am Rhein, "guardia sul Reno", e successivamente Herbstnebel, "nebbia autunnale") era stato pensato dai generali Walter Model e Hasso von Menuteuffell, e nei loro propositi e in quelli di Hitler doveva garantire uno sfondamento a sorpresa in un'area ben definita ove lo schieramento americano era vulnerabile (Schwerpunkt) per poi portare a un accerchiamento degli anglo-americani e a un obiettivo, di conseguenza, "politico". Con l'offensiva delle Ardenne Hitler infatti sperava di veder crollare il morale degli Alleati e portare la guerra nelle case di tutti i cittadini delle due potenze-guida, facendo seminare dubbi e incertezze circa la condotta futura del conflitto. Dunque permettendo di guadagnare tempo e risorse fondamentali a difendere il territorio metropolitano del Reich. Cui Hitler faceva, come suo solito, seguire a mo' di corollario i suoi tradizionali deliri: il tempo guadagnato sarebbe dovuto esser necessario a sviluppare le Wunderwaffen, le armi miracolose con cui la Germania avrebbe potuto ribaltare il verso del conflitto e di cui le bombe volanti V2 rappresentavano un classico esempio. Fatto sta che quel giorno di dicembre i soldati americani furono effettivamente travolti dall'azione tedesca, condotta dalle divisioni di Volksgrenadier. Nonostante un rapporto di uno a tre per le forze a disposizione (circa un milione i tedeschi, tre gli Alleati) sul fronte occidentale i tedeschi avevano scelto proprio il settore meno presidiato per avanzare. Nel complesso i tedeschi avrebbero impegnato in tutta la battaglia circa 350.000 soldati concentrati nell'area delle Ardenne con un'eccellente operazione logistica che era riuscita a schermare alla ricognizione aerea nemica l'afflusso in prima linea di sette divisioni corazzate, due divisioni paracadutisti e dodici divisioni Volksgrenadier. Le truppe panzer lanciate subito dopo l'irruzione della fanteria contro gli Alleati seppero fare diverse puntate in profondità verso città come Bastogne, sfondarono il cosiddetto varco di Losheim e accerchiarono e catturarono circa 9mila soldati statunitensi nella regione montuosa dell'Eifel. Al contempo, tuttavia, il morale statunitense non era crollato. La 99esima divisione di fanteria di presidio alla prima linea reagiva combattendo, gli statunitensi potevano fare affidamento su importanti quantità di munizioni, risorse e mezzi da combattimento all'avanguardia, dai carri armati ai mezzi di difesa dai corazzati nemici. Inoltre, la relativa vicinanza alle basi di rifornimento favorì l'azione difensiva nel contesto di una stagione fredda e ostile per chi, come le truppe tedesche, si era invece visto costretto ad allungare la sua logistica. Il contenimento dell'offensiva delle divisioni Waffen-SS aggiunse un'ulteriore problematica ai dilemmi strategici tedeschi, mentre l'attraversamento del fiume Our contribuì a dare un certo slancio all'offensiva. Al quartier generale alleato a Verdun il comandante supremo Dwight Eisenhower e il generale Omar Bradley definivano intanto con lucidità le contromosse. Gli Alleati spostarono a Nord il XVIII corpo d'armata aviotrasportato con le sue due divisioni paracadutisti (82ª e 101ª), di cui fu previsto inizialmente l'impiego a nord contro le Waffen-SS che sembravano aver sfondato nella regione di Malmedy, mentre la 10° Divisione Corazzata statunitense inquadrata nella Terza Armata del generale George Patton si diresse nei pressi di Bastogne. La città, snodo strategico della regione, fu assediata e accerchiata a partire dal 21 dicembre, data in cui la 101° paracadutisti si ritrovò a combattere contro un avversario in avanzata ma sostanzialmente inadatto a garantire profondità e slancio alla sua azione di rottura. Patton disse a Bradley, in una riunione di stato maggiore del 19 dicembre, "Brad, questa volta il Fritz si è cacciato nel tritacarne, e sarò io, adesso, a girare la manovella". Gli Alleati, tre giorni dopo, iniziarono a rifornire con un ponte aereo la città, imposero anche nelle condizioni meteo avverse la loro supremazia aerea, si mossero con puntate e contrattacchi su tutto il fronte dell'offensiva tedesca, che fu messa in scacco. Il giorno di Natale Bastogne resistette all'ennesimo attacco e Patton, avanzando, distrasse i tedeschi dal loro obiettivo strategico. Nel frattempo era arrivato nel quadrante anche l'alto comandante britannico, generale Bernard Montgomery, eccellente organizzatore di risorse e prudente stratega, che aveva gradualmente contribuito a riorganizzare le truppe alleate puntando su lente e graduali avanzate nell'attesa che il pomo (il ritorno del fronte alle posizioni di partenza) si staccasse da solo dal ramo. Una scelta accorta, specie dopo che il 6 gennaio l'assedio a Bastogne fu rotto. L'offensiva delle Ardenne poteva dirsi definitivamente fallita, ma i tedeschi si mantennero combattivi e gli Alleati attenti a non rischiare eccessive vite umane e risorse in una battaglia fattasi oramai disperata. A decidere il futuro della battaglia contribuì, il 12 gennaio 1945, l'inizio della poderosa offensiva sovietica a Est, che costrinse i tedeschi a spostare ingenti forze e riserve dal teatro occidentale a quello ritenuto vitale per la salvezza del Terzo Reich e che in due settimane portò i russi a meno di 100 km da Berlino. Il saliente dell'offensiva tedesca andò dunque evaporando, gli Alleati avanzarono gradualmente, quasi per inerzia, fino a riconquistare le posizioni di partenza attorno al 25 gennaio, data in cui i tedeschi ripararono oltre la Linea Sigfrido. L'atteggiamento prudente ispirato da Montgomery, nonostante le energie profuse da Patton per portare la realtà sul terreno a un maggiore dinamismo, aveva consentito questa possibilità ma aveva impedito agli alleati di accerchiare o annientare le truppe tedesche in ritirata. Fu questa l'ultima fase in cui la Germania provò un'offensiva contro gli anglo-statunitensi schierati a Ovest. La battaglia delle Ardenne fu la più grande (in termini di uomini impiegati) e più costosa battaglia combattuta dall'esercito statunitense nella seconda guerra mondiale, facendogli piangere 19mila morti contro i 10mila tedeschi. Parimenti, il tentativo tedesco esaurì definitivamente le speranze tedesche di riportare il fronte a favore di Berlino. Circa il ruolo giocato dal logorio di forze nell'Offensiva delle Ardenne nel crollo del fronte tedesco sul Reno tra marzo e aprile le tesi storiche divergono. Il fatto che durante gennaio e febbraio circa 20-25 divisioni tedesche combattenti a ovest o in Italia vennero dirottate precipitosamente a est contro i sovietici portò Stalin a ritenere che i successi alleati di primavera su entrambi i fronti fossero decisamente collegati alle avanzate dell'Armata Rossa, che indubbiamente sostenne un peso umano e materiali enorme nell'offensiva contro il Terzo Reich. John Erickson in The Road to Berlin (2002) e Max Hastings in Apocalisse tedesca, a loro modo hanno dato un credito non secondario a questa tesi, mentre Basil Liddell Hart nella sua fondamentale Storia militare della seconda guerra mondiale (1970) sottolinea il logorio delle forze nemiche come decisivo per la caduta della Linea Sigfrido in primavera. Realisticamente le due tesi sono complementari e non escludibili l'una con l'altra: gli obiettivi strategici immaginati da Hitler e dai suoi generali per la battaglia delle Ardenne furono falliti dai tedeschi ben prima dell'offensiva a oriente, e quello politico di demoralizzare il nemico fallì ai primi contatti tra le forze schierate sui fronti opposti. Parimenti, la manovra sovietica sull'Oder di inizio 1945 fu il game-changer decisivo che accelerò e di non poco le sorti della guerra. Spostando il fronte fino a ridosso di Berlino l'Armata Rossa si trasformò nella vera minaccia esistenziale per la Germania nazista. A cui restavano ben pochi mesi di vita, prima della totale debellatio e del violento tracollo del regime e delle sue armate in una serie di sanguinose, e largamente inutili, battaglie difensive. Un wagneriano "crepuscolo degli Dei" salutò la fine della tragica esperienza nazionalsocialista, e un ruolo in questo tracollo lo ha sicuramente giocata la poderosa battaglia combattuta tra le brume e le nebbie delle Ardenne a cavallo tra gli ultimi due anni della guerra mondiale.

La misteriosa strage del Boac 777: ecco il piano delle spie naziste. Dietro alla misteriosa strage che infiammò i cieli del Golfo di Biscaglia nel 1943, un gioco di spie degno del plot di Casablanca, che coinvolse un famoso attore inglese, e il piano fallito di assassinare Winston Churchill. Davide Bartoccini, Venerdì 22/01/2021 su Il Giornale. Golfo di Biscaglia, 1 giugno 1943. Un aereo di linea della KLM/BOAC - fusione di guerra delle compagnie civili olandese e britannica - è in volo sulla rotta che collega, nonostante i cieli siano campo di battaglia, la capitale del neutrale Portogallo, Lisbona, a Bristol nel Regno Unito. A bordo sono 17 anime, tra loro, oltre quattro membri dell'equipaggio, tutti olandesi, il famoso attore britannico Leslie Howard (Via col Vento, la Primula Rossa, The first of the Few, ndr) e un uomo calvo e corpulento che ama fumare sigari cubani e vestire eleganti abiti gessati a doppio petto e con tanto di panciotto: il suo contabile e compagno di viaggio Alfred T. Chenhalls. Si sono imbarcati all'ultimo, facendo valere il loro status di personalità importanti sotto gli occhi vigili degli agenti segreti - anzi delle "spie" - dell'Abwehr, il servizio d'intelligence della Germania nazista, ma anche di quelli dell'Oss americano e dell'MI6 inglese. Assieme a loro viaggiano alcuni funzionari esteri, mogli di militari, un giornalista della Reuters con sua moglie e le due figlie. Alle 12.45 il volo che era stato codificato BOAC 777 viene avvistato da una formazione di caccia pesanti della Luftwaffe: sono otto bimotori Ju-88 "Kampfzerstörer" che avevano ricevuto l'ordine - almeno secondo i rapporti ufficiali - di fare da scorta a due U-boot in navigazione, mai incontrati. Quando si trovano in aria circa 800 chilometri a ovest di Bordeaux, la formazione avvista una sagoma "grigia" tra le nuvole. Può trattarsi solo di un aereo nemico. "Indiani a ore undici", si sente scandire alla radio. Appena cinque minuti dopo, arriva l'ordine di abbatterlo. Due Ju-88 si staccano dalla formazione e si mettono in coda a quel volo civile, soprannominato "Ibis", come l'uccello venerato nel mondo antico. Uno gli è poco sopra, l'altro poco sotto; aprono il fuoco in coppia con i cannoncini automatici che spuntano del muso corazzato. Non può esserci scampo. Nemmeno quando l'avvicinamento consente di riconoscere e identificare un volo civile - sebbene l'aereo avesse una livera mimetica, e fosse un modello in uso nelle aeronautiche militari alleate - e l'ordine viene revocato. Il motore e l'ala sinistra sono già in fiamme. Tre figure non identificate cercano di saltare con i paracadute, che però prende fuoco nel salto non aprendosi. L'aereo di linea precipita in mare. Galleggia per qualche istante tra i detriti e la nafta infiammata, e poi sprofonda nell'abisso con le restanti quattordici anime ancora a bordo, tutte di nazionalità britannica. I piloti tedeschi sono furiosi della mancata segnalazione da parte del loro comando: dovevano essere messi al corrente dell'esistenza di una compagnia civile ancora "operativa" che collegava l'Europa neutrale con il Regno Unito - che bollerà l'attacco come un evidente crimine di guerra.

Ma si trattò davvero di un incidente? Già nei giorni immediatamente successivi, nonché negli anni a venire, una serie di teorie hanno cercato di spiegare il tragico evento; lasciando spazio a diverse ipotesi, plausibili e fantasiose. La prima, avanzata dal figlio del famoso attore britannico che si era recato in Portogallo per presenziare ad una serie di convegni, voleva che l'ordine di abbattere l'aereo su cui volava Leslie Howard (per altro di origini ebraiche) provenisse direttamente da Joseph Goebbels. Il ministro propaganda nazista che suo padre aveva ridicolizzato al cinema e nelle trasmissioni radiofoniche cui prestava la sua voce. La tesi, mai confermata, si scontrerebbe però con un fatto ben noto agli storici: Goebbels non aveva alcun peso o ruolo in ambito militari; cosa che lo frustava ampiamente secondo le ricerche condotte negli ultimi anni. La seconda ipotesi, sempre incentrata sul noto attore shakespeariano che tutti ricordano per il ruolo di Ashley Wilkes in "Via col vento", ipotizzerebbe un suo coinvolgimento con i servizi segreti di Sua Maestà: Howard in realtà sarebbe stato inviato da Londra in veste di spia, per scambiare informazioni sul suolo europeo e dissuadere il generalissimo Francisco Franco da una possibile alleanza tra la Spagna e le potenze dell'Asse. Sebbene alcune fonti possano seriamente avvicinare l'attore agli ambienti dello spionaggio, e sebbene nel '43 Lisbona secondo i dossier della CIA (allora Oss, ndr) potesse essere paragonata a "Casablanca" nella pellicola con Humphrey Bogart, anche questa pista sembrò risultare abbastanza fragile. La teoria più avvalorata - anche dallo stesso Winston Churchill - sarebbe una terza, ove gli agenti segreti tedeschi avrebbero individuato quello che supponevano fosse il primo ministro britannico in transito nell'aeroporto di Lisbona, scambiandolo per il contabile di Howard, Alfred T. Chenhalls, e confondendo Howard per la sua guardia del corpo personale: lo slanciato e serioso Walter H. Thompson. Questo avrebbe provocato l'immediato ordine di abbattere a tutti i costi l'aereo su cui voleva quello che poteva essere considerato il più acerrimo nemico del führer. Il caso vuole che Churchill in quello stesso momento potesse trovarsi seriamente in Europa; aveva spesso fatto scalo a Gibilterra nei primi anni del conflitto, e aveva anche volato su aerei di linea - ad esempio per recarsi alle Bermuda e incontrare il presidente americano Franklin D. Roosevelt. Ma davvero l’intelligence tedesco non sarebbe stato “capace” di verificare se l'uomo che si stava imbarcando su quell’aereo era veramente Curchill? Riguardo gli eventi il primo ministro inglese scrisse nelle sue memorie: "La brutalità dei tedeschi era pari solo alla stupidità dei loro agenti. È difficile capire come qualcuno potesse immaginare che con tutte le risorse della Gran Bretagna a mia disposizione avrei dovuto prenotare un passaggio su un aereo disarmato e senza scorta, in partenza da Lisbona, in pieno giorno". Churchill infatti si trovava a Gibilterra, e sarebbe partito la sera del 4 giugno 1943. A bordo di un bombardiere B-24 Liberator però, con corazzature aggiuntive e 10 mitraglieri a difesa della fortezza volante. Il grande mistero che permane in questa vicenda è se davvero Londra fosse al corrente dell'intenzione da parte dei tedeschi di abbattere il volo civile sul quale credevano si sarebbe trovato Churchill. Alcuni storici sostengono infatti che i codificatori britannici di Bletchley Park avessero "decrittografato diversi messaggi" riguardanti i piani per l'assassinio di Churchill. E forse anche l'ordine di intercettare l'aereo. Ma sarebbe stato comandato di "lasciar correre", per evitare che l'Oberkommando della Wehrmacht sospettasse che il codice Enigma fosse stato compromesso. Sacrificando, in questo caso come in altri numerosi casi, l'innocente volo dell'Ibis. All'indomani dell'abbattimento di volo 777, tutti i voli KLM/BOAC furono dirottati su altre rotte e operati solo con il favore dell'oscurità. Come sempre avevano fatto i famosi "Lysander": i taxi delle spie pilotati dagli uomini più temerari della Royal Air Force.

Da lastampa.it il 23 gennaio 2021. "Lavoratrici in buona salute tra i 20 e i 40 anni ricercate per un sito militare" si legge in un annuncio di lavoro di un giornale tedesco del 1944. Si promettono buoni salari e vitto gratuito, alloggio e vestiario. Ciò che non viene menzionato è che l'abbigliamento è un'uniforme delle SS e che il "sito militare" è il campo di concentramento femminile di Ravensbrück, a circa 80 km da Berlino. Molte delle guardie femminili erano giovani donne, alcune con figli, provenenti da famiglie povere, che lasciavano presto la scuola e avevano poche opportunità di carriera.

Il Cazzo Ebreo. Tonia Mastrobuoni per "Il Venerdì – la Repubblica" il 16 gennaio 2021. «Siamo stati abituati soltanto a ebrei morti o disperati che ci guardano da innumerevoli fotografie grigie, o da qualche remoto luogo d’esilio senza mai sorridere, e noi perpetuamente debitori nei loro confronti». Mentre è sdraiata sul lettino del suo psicanalista, la protagonista del caustico, esilarante romanzo d’esordio di Katharina Volckmer, Un cazzo ebreo (La nave di Teseo), si lascia andare alle sue eretiche fantasie sessuali con Adolf Hitler, al sogno di una bambina gonfiabile per donne e rivela il lato oscuro della glorificata Vergangenheitsbewaeltigung, del fare i conti col proprio passato di cui la Germania va molto fiera. Agli occhi della protagonista, quel modo di trattare la Shoah si è ridotto a una sorta di gigantesco feticismo collettivo. Tanto che il senso di colpa verso gli ebrei raramente si è tradotto nel desiderio di interagire con una cultura che, prima del nazismo, ha permeato quella tedesca come nessun’altra. Da Londra, dove vive da quindici anni, Katharina Volckmer ci spiega al telefono cosa intende, quando scrive che i suoi connazionali sono stati abituati solo agli ebrei morti o disperati: «Direi che è una sintesi. Sono cresciuta in Germania, sono andata a scuola lì. Gli ebrei sono onnipresenti, ma non come qualcosa di vivo, bensì come qualcosa di museale, di morto. La vita ebraica non è presente in Germania come lo è ad esempio negli Stati Uniti. È tutto molto astratto, e ha poco a che fare con la vita quotidiana. Anche quando si piange per la Shoah, la si piange non come una perdita mostruosa per la collettività, ma come un lutto per qualcosa che è “altro da sé”». Il romanzo è un lungo sfogo che avviene in uno studio psicanalitico londinese, è un monologo perturbante con un dottore ebreo, Seligman. Un flusso di coscienza senza tabù – cosa più unica che rara per una scrittrice tedesca alle prese col passato nazista – in cui la protagonista oscilla tra il rifiuto del suo corpo e di una femminilità imposta, il lutto per un amore finito con un certo “K” e le proibite fantasie sessuali con il Führer. Il romanzo strappa spesso risate che sono pugni. «Si è mai immaginato Hitler in pigiama, dottor Seligman, che si sveglia con i capelli arruffati e inciampa in camera sua mentre cerca le pantofole?». Volckmer si è ispirata anche a Thomas Bernhard, forse lo scrittore più implacabile sulla grande rimozione del nazismo nel suo Paese, l’Austria. E la scrittrice trentatreenne ha deciso di scrivere il suo romanzo in inglese. Non tanto per ottenere l’effetto di straniamento di Samuel Beckett, il grande genio irlandese che scriveva in francese, quanto «per impormi dei limiti. Quando non scrivi nella tua lingua madre tendi a disciplinarti, a misurare le parole, a tagliare gli aggettivi, a semplificare. E su di me il fatto di scrivere in inglese ha anche avuto un effetto creativo». Leggendo Un cazzo ebreo si fanno scoperte strepitose che riguardano l’identità tedesca. In Italia siamo ossessionati dal fatto che in Germania “debito” e “colpa” siano la stessa parola, Schuld. E siamo ormai sepolti da dotte riflessioni sulle ragioni di quell’indistinguibilità. Ma Volckmer ci insegna anche che non esiste una parola tedesca per “desiderio”, inteso in senso sessuale. Esiste la lussuria, la parola Lust, e il sesso dunque legato a un vizio capitale. Colpa di Lutero? Volckmer ride di gusto: «Non so, forse sì, anche. I tedeschi sono persone molto, molto serie. Qui a Londra racconto sempre che in Germania c’è questa difficoltà a ridere, questa diffusa pesantezza. Ma mi chiedo anche se sia legato alla storia». Volckmer non è sorpresa per quello che viene definito un “ritorno” di antisemitismo in Germania: «Non è un ritorno. Io penso che non sia mai sparito. Nonostante la meticolosa analisi storica, l’indubbio sforzo di fare i conti con la Shoah, a un certo punto c’è anche stato il tentativo di archiviare quel capitolo della storia. Come se non ci fosse stata una continuità col nazismo, dopo il 1945. E ho anche l’impressione che non se ne parli volentieri, di quella continuità, neanche oggi. Il risultato è che indossare una kippah in Germania è ancora pericoloso, e questo è davvero tristissimo. A pensarci bene, in Germania si è cominciato anche tardi a fare un’analisi seria del nazismo, con la generazione del ’68, con il processo Eichmann». C’è una terza generazione di tedeschi, come Nora Krug o Géraldine Schwarz, che hanno cominciato a interrogare la storia delle proprie famiglie per sollevare il velo di ipocrisia che ha resistito per decenni attorno ai presunti tedeschi che non sapevano o che si sentirono costretti a obbedire. In realtà, molti di essi erano convinti adepti di Hitler, ma nelle storie tramandate da figli e nipoti si trasformarono in nazisti riluttanti, costretti alle atrocità dalla ferocia della dittatura. «A me fanno persino arrabbiare frasi come “Hitler invase la Polonia”», riflette Volckmer. «Non era Hitler, erano cittadini tedeschi che invasero la Polonia». La scrittrice ricorda che ai tempi in cui andava a scuola, a Berlino ci fu una famosissima, contestata mostra sulla Wehrmacht: «Fino ad allora, per decenni, si era raccontata la favola di un esercito di bravi tedeschi obbligati a combattere. Quando venne fuori che erano stati anche criminali di guerra, che avevano commesso immense atrocità, ci furono addirittura delle proteste. Il tema del libro è questo: noi siamo gli eredi di quell’orrore. È doloroso, ma è così». Il romanzo uscito ora in Italia è già stato pubblicato nel Regno Unito, negli Usa, in Spagna e in altri paesi. Mentre la storia della sua pubblicazione in Germania è stata lunga e faticosa. Certamente non è un caso, vista la sua stupenda ferocia. «Sì, il libro uscirà in Germania in estate, ma è stato un percorso accidentato e tormentato. Non lo voleva fare nessuno. E gli editor erano estremamente irritati. Non lo trovavano affatto divertente. Sembrava davvero che nessuno avrebbe avuto il coraggio di farlo. Poi ho trovato un editore che ha fondato una casa editrice per pubblicarlo». E Volckmer ha anche parlato nel frattempo con la traduttrice, Milena Adam. «Le ho detto, ma sei sicura di volerlo tradurre? E lei mi ha detto una cosa molto intelligente. Che la destra non avrebbe mai potuto metterci il cappello». Un altro tema fondamentale del libro è il rapporto della protagonista con la sua femminilità. Anche lì Volckmer rompe molti tabù, tematizza la masturbazione, lascia spazio a sfrenate ed esilaranti tirate sul sesso, riflette del significato di una fellatio in un bagno pubblico, si esercita estesamente su argomenti sui quali alle donne viene insegnato ancora oggi che sia più opportuno tacere. «Sì, è vero, è l’altro grande tema del libro: come suddividiamo i corpi. Lo schema binario dell’uomo o della donna è troppo fisso. E la protagonista tenta di scapparne. Ma è stata educata così, alla femminilità come dovere, schiacciata da un’immagine molto prepotente imposta alle donne, e ai loro corpi. Bisognerebbe cominciare dalla prima infanzia, quando sarebbe importante dire alle bambine che sono intelligenti. E non solo che sono belle».

Stefania Vitulli per "il Giornale" il 16 gennaio 2021. La paziente è tedesca, anche se vive a Londra. Lo psicoanalista è ebreo. Il fulcro è un sogno, «essere» Hitler ed essere con Hitler, e una serie di fantasie sessuali connesse alle evocazioni del «piccolo A». La narrazione della seduta, come hanno scritto alcuni critici americani, è «à la Bernhard»: l'eccesso è sempre in agguato, il limite sta in ogni momento, ad ogni affermazione un poco più provocatoria, un poco più spinta, sempre sul punto di essere oltrepassato. E quando avviene, quando il salto nel buio del profondamente conscio eppure superficialmente nascosto è stato fatto, si conquista nuova energia retorica per andare ancora oltre. È il modo di procedere del romanzo breve Un cazzo ebreo di Katharina Volckmer, uscito in questi giorni per La nave di Teseo (traduzione di Chiara Spaziani, pagg. 112, euro 16), un modo di procedere che ha una sua motivazione esplicita e una più radicale e protetta, come del resto ci ha raccontato l'autrice stessa: «L'idea per questo romanzo è nata mano a mano, grazie ad un certo numero di racconti che ho scritto nel tempo, per sperimentare. Per me tutto è partito dalla voce della protagonista: quando l'ho sentita parlare per la prima volta nella mia testa, il libro si è praticamente scritto da solo. Il suo sogno di essere Hitler così come le sue fantasie sessuali con lui sono il suo modo di provocare le persone intorno a lei, in questo caso il dottor Seligman e prima di lui il suo terapista Jason. Ma per me come scrittrice sono anche il sistema per prendermi gioco dell'ossessione collettiva che la gente continua a provare per Hitler. E della maniera in cui quelle stesse persone usano Hitler come scusa per i crimini che hanno commesso: potete ancora facilmente trovare documentari della televisione tedesca, ad esempio, in cui la gente afferma cose come E poi Hitler invase la Polonia, invece di dire che l'invasione è avvenuta ad opera dei tedeschi stessi e che un uomo da solo non può invadere una nazione». Fin qui tutto chiaro. C'è da dire tuttavia che la Volckmer (classe 1987, tedesca, vive a Londra e sembra aver molto in comune con la voce narrante di Un cazzo ebreo) non si fa davvero alcuno scrupolo di usare proprio tutte le immagini che le vengono alla mente per rappresentare questo paradosso: sesso e perversione sono in ogni riga, uniti a una stratificata sprezzatura che a tratti si può scambiare per magnetico snobismo - per il genere umano inteso in senso ampio. Si capisce come mai questo esordio, libro dell'anno 2020 per il Times Literary Supplement, sia in corso di traduzione in 12 Paesi, sebbene venga preso con le pinze a partire dal titolo: al momento solo La nave di Teseo ha infatti optato per il titolo voluto dall'autrice, mentre la maggioranza degli editori ha glissato verso il più soft L'appuntamento. «Hitler mi faceva dire il mio nome è Sarah prima di punirmi con il suo possente frustino»; «Dovrei rallegrarmi forse che non mi abbia fatto ricoverare spedendomi in qualche manicomio per essermi inventata dei soprannomi da dare all'uccello di Hitler»; «Mi immaginavo perfino delle brevi pubblicità televisive, con un bambolotto snodato di Hitler in sella a uno di quei cavalli brillantinati, che strappa una fanciulla tedesca dalle mani di un qualche lascivo ebreo e galoppa lontano, verso il tramonto: la razza era sana e salva»: sono solo alcune delle immagini riferibili e riferite al dittatore, che si trasforma nel sogno della protagonista in un uomo da violare e da cui farsi violare, ma anche in un filtro con cui guardare alla propria storia personale e al proprio tempo storico, il nostro: «Non sento di appartenere ad alcuna generazione», ci spiega la Volckmer. «Penso che possiamo parlare solo per noi stessi e sono abbastanza sicura che un sacco di gente in Germania non sarà d'accordo con il mio libro: verrà pubblicato la prossima estate, vedremo. Ma la protagonista, sebbene non la si possa definire una sociopatica, è influenzata sia dalla contemporaneità che dalla storia: soffre per il fatto di essere tedesca e per il senso di colpa che ne deriva, ma affronta anche le battaglie necessarie per vivere in una città come Londra in questa epoca particolare. Lotta per essere felice e riconciliarsi con il suo retaggio culturale, ma anche con il proprio corpo, corpo nel quale non vuole più continuare a vivere. Alcuni trovano volgare che abbia messo insieme Olocausto e sesso nella stessa narrativa. Ma la combinazione di vergogna del corpo e linguaggio, storia e geografia in cui siamo nati era la miscela che volevo esplorare». Naturalmente arrivati in fondo al volumetto è inevitabile ripensare all'appartenenza tedesca e alle eredità della storia che pesano sulle spalle di ormai tre generazioni che non le hanno vissute personalmente, ma a vincere è quella voce che la Volckmer ha inventato e che ci porta a spasso tra fantasie senz'altro estreme ma anche catartiche, che danno modo alla protagonista di rievocare oltre a Hitler, anche il proprio padre, assente ingiustificato, e la propria madre, inquietante dittatrice in questa vicenda, da cui non si sente libera mai, nemmeno quando fa sesso, nemmeno quando ha un orgasmo. Se su questo la Volckmer cerca una riconciliazione attraverso il corpo e il riprendersene piena proprietà, diritti e favori, sulla Storia la questione rimane invece aperta: «Si tratta senza dubbio di un libro su che cosa significhi essere tedeschi e sul modo in cui i tedeschi abbiano fallito nel trattare con il proprio passato. Su come ignorino il neofascismo contemporaneo e su come non sia affatto sicuro indossare una kippah in Germania. E più approfondisci e più ti rendi conto di questa continuità e della mancanza di volontà di riconoscere appieno la colpa. Colpa e vergogna che si trasmettono, da una generazione all'altra».

Di politici, re, chiromanti e stregoni. Emanuel Pietrobon su Inside Over il 9 ottobre 2021. È dall’alba dei tempi e del primo uomo, Adam Qadmon, che gli abitanti della Terra sono intrigati, e al tempo stesso impauriti, da ciò che non conoscono e non riescono a comprendere. E anche laddove scienza, positivismo, razionalismo e scientismo riescono a imporsi su fede e superstizione, comunque, l’ignoto non perde mai del tutto né fascino né seguaci. Il caso della Repubblica Ceca è eloquente a proposito della presa sempiterna dell’arcano sulle genti. Perché questa piccola nazione, che è la più scristianizzata del Vecchio Continente e tra le più atee del mondo, è un semenzaio di nuovi movimenti religiosi e culti New Age al cui interno prosperano la superstizione e il mercato dell’occulto. Praga e il 21esimo secolo, comunque, non sono né l’unico luogo e né l’unico tempo dove la defenestrazione del Dio abramitico, più che alla capillarizzazione del pensiero ateistico stricto sensu, ha condotto all’entrata in scena di forme nere di magia, esoterismo, misticismo ed occultismo. Perché è dall’Età moderna che le Bibbie vengono sostituite dai Grimori, i preti dai maghi e le croci dai talismani. Sostituzioni che, sin dal Cinquecento, lungi dal riguardare semplicemente l’uomo comune, interessano in maniera speciale i salotti letterari, i caffé filosofici, i circoli aristocratici e le corti dei re.

I condottieri e l’occulto

L’eminenza grigia è il consigliere per antonomasia, una persona che, essendo più realista del re, spesso e volentieri può combaciare con o sovrapporsi ad altre figure simili, quali sono il potere dietro al trono e il grande burattinaio. Ogni capo di Stato che si rispetti ha una o più eminenze grigie: loschi ma preparati figuri, battezzati alle arti sacre della guerra e della diplomazia, che sanno come muoversi nel mondo, che conoscono le leggi del bellum omnium contra omnes e che aiutano i loro re Davide ad affrontare e vincere i Golia di turno. Historia homines docet che cambiano le epoche, differiscono i contesti e mutano i regimi, ma le eminenze grigie sono una costante inamovibile e onnipresente: ieri le hanno avute gli imperatori, oggi le hanno i presidenti. Pragmatici, lungimiranti, geniali e diabolici, questi poteri dietro al trono, a volte, non rispondono al canone comune e stereotipato dello stratega in giacca e cravatta, freddo, calcolatore, razionale e spietato. Al contrario, non sono rari i casi di chiromanti, oracoli, occultisti e maghi, più legati al cielo che alla terra, che hanno sussurrato all’orecchio di re, imperatori, presidenti e dittatori. L’elenco dei condottieri che allo stratega formatosi nelle scuole diplomatiche hanno preferito uno stregone dalle origini nebulose è piuttosto lungo. E questi stregoni, lungi dall’aver provocato la rovina dei loro capi, in alcuni casi hanno cambiato il corso della storia. Tra i più importanti occultisti al servizio del potere si ricordano:

John Dee. Alchimista, cabalista e chiromante, fu il consigliere per la politica estera di Elisabetta I, alla quale suggerì di fondare delle colonie nell’America settentrionale e per la quale delineò un piano per la trasformazione del regno in una talassocrazia transcontinentale basato su espansione della Marina, controllo di isole-chiave e sviluppo del commercio. Fu il coniatore, inoltre, del termine “Impero britannico”.

Cosimo Ruggieri. Astrologo e negromante, fu l’uomo della famiglia De Medici alla corte del re di Francia.

Julia. Chiaroveggente, fu la consigliera di Cristina di Svezia.

Ulrica Arfvidsson. Indovina errante, veniva consultata da Gustavo III prima delle campagne belliche e dell’assunzione di decisioni in materia di politica domestica.

Clotilde-Suzanne Courcelles de Labrousse. Medium, era l’eminenza grigia di Robespierre.

Henrietta Zofia z Puszetów Lullier. Divinatrice francese di stanza a Varsavia, fu la consulente per la politica estera di re Stanislao II Augusto di Polonia.

Grigorij Rasputin. Mistico ortodosso, fu il consigliere privato della famiglia Romanov prima e durante la prima guerra mondiale.

Erik Jan Hanussen. Chiaroveggente e occultista, fu tra i mentori di Adolf Hitler.

Karl Maria Wiligut. Esoterista, fu il precettore di Heinrich Himmler.

Wolf Messing. Veggente e telepata, durante la seconda guerra mondiale fu trasferito segretamente dalla Germania all’Unione Sovietica su ordine di Stalin, del quale diventò confidente.

Il fascino dell’arcano

Da John Dee a Wolf Messing, passando per il celeberrimo Rasputin, sono vari gli elementi che accomunano le eminenze nere: il carisma, l’arrivismo, la previdenza, l’intelligenza superiore, il fascino e l’aura misterica. Elementi che li hanno trasformati in strateghi infallibili e veraci agli occhi di condottieri a volte deboli, come Nicola II, e a volte semplicemente suggestionabili, come Stalin.

Alcuni, come Hitler e Himmler, nell’operato di mistici, veggenti, sensitivi, occultisti e stregoni avrebbero intravisto qualcosa di estremamente utile ai fini del comando e del controllo delle masse. Perché l’arcano, nell’ottica nazista, poteva essere utilizzato per creare una nuova religione, nuovi miti e nuove credenze, e dunque un nuovo popolo. E quell’arcano, difatti, sarebbe stato usato per legittimare la nascita dell’Ahnenerbe, le ricerche esoteriche di Otto Rahn e le adunate orfiche delle SS nel castello di Wewelsburg.

I fatti, anche se è poco noto, avrebbero dato ragione a Hitler. Perché l’internazionale dell’occulto, nel dietro le quinte del palcoscenico mondiale, avrebbe lavorato duramente affinché la causa nazista superasse la prova del fuoco, cioè la seconda guerra mondiale, riscrivendo l’Uomo e il Mondo ad immagine e somiglianza di quelle teorie metafisiche e mefistofeliche propagate dalla scuola esoterica inglese, dall’ariosofia e dalla teosofia. Per quella causa, infatti, avrebbero lottato il negromante più famoso del Novecento, Aleister Crowley, e il gerarca nazista Rudolf Hess, che partì alla volta della Scozia (anche) per convincere la massoneria britannica a facilitare la fine delle ostilità tra Londra e Berlino.

Savitri Devi, la musa del neonazismo. Emanuel Pietrobon su Inside Over il 9 ottobre 2021. Il nazismo stricto sensu nasce e muore con Adolf Hitler e il Terzo Reich, ma il suo messaggio funereo di cui è stato portatore è sopravvissuto ad entrambi. Perché quel messaggio orrorifico si è rivelato resistente alla Storia, all’Uomo, ed è stato trasmesso di generazione in generazione, fino ad oggi, da pensatori, politici e scrittori.E nel novero di nostalgici di quello che Alfred Rosenberg aveva ribattezzato il Mito del ventesimo secolo, che è lungo, sfaccettato ed include personaggi come Miguel Serrano, George Lincoln Rockwell e David Irving, va inserita una delle figure più controverse ed eclettiche del secondo Novecento: Savitri Devi.

Le origini

Savitri Devi Mukherji, al secolo Maximiani Julia Portas, è stata una delle figure più intriganti – per quanto controverse – della seconda parte del Novecento. Attivista politica, spia, scrittrice, socialite, occultista, animalista e neonazista; la Devi è stata tutto nel corso dei suoi settantasette anni di vita. Nata in quel di Lione il 30 settembre 1905, la Devi crebbe in un ambiente multiculturale e multietnico – la madre era inglese, il padre era un francese di origini greche ed italiane –, ricevendo un’educazione improntata allo sviluppo della curiosità, allo studio delle scienze, al rispetto per gli animali e al culto dei padri. Non ancora adolescente, la Devi già aveva formulato una propria weltanschauung, arricchendo o togliendo elementi dai valori e dagli insegnamenti ricevuti, che avrebbe mantenuto ed esteso nel corso della vita. Studentessa modello, avrebbe lasciato la città natale soltanto dopo aver conseguito due lauree specialistiche ed un dottorato, combinando studi filosofici e scientifici. L’addio a Lione sarebbe stato seguito da un viaggio alla scoperta delle proprie origini, cioè la Grecia. Qui, nella culla della civiltà europea, la Devi sarebbe stata introdotta agli studi di Heinrich Schliemann sulle svastiche anatoliche, convincendosi del fatto che gli antichi greci appartenessero alla leggendaria razza ariana. E anche lei, di conseguenza, in quanto di origine greca, avrebbe cominciato a credere di essere una degli ultimi ariani.

Il nazismo e la Seconda guerra mondiale

La passione per il mito della razza ariana si sarebbe trasformata in una vera e propria ossessione per la Devi. E quell’ossessione l’avrebbe condotta dapprima a rinunciare alla cittadinanza francese – preferendole quella greca, nazione di ariani –, dipoi ad effettuare un pellegrinaggio pasquale in Terra Santa alla ricerca del “Gesù ariano” ed infine a viaggiare in India – una delle culle degli ariani. Il viaggio nel subcontinente indiano avvenne nel 1932 e si sarebbe concluso con la presunta scoperta della verità. Verità che tutto sarebbe nato qui, tra le terre iraniche, il Tibet e la valle dell’Indo, e che l’induismo sarebbe stato la Via degli ariani. Verità che l’avrebbe persuasa ad abbandonare il proprio nome europeo e a rinascere in Savitri Devi, che in sanscrito significa dea del Sole. E verità che l’avrebbe condotta tra le braccia del Terzo Reich grazie al libro A Warning to the Hindus e alla palese e palesata volontà di dedicarsi alla causa dell’indipendenza indiana. In India, per conto della Germania nazista, la Devi sarebbe stata tante cose: attivista politica per conto dell’Esercito Nazionale Indiano di Subhas Chandra Bose, reclutatrice di soldati per l’Indische Legion e scaltra predatrice di uomini, o meglio di diplomatici britannici, dai quali carpire informazioni utili al fine del sabotaggio dell’impero britannico nell’indosfera. L’amore per l’India e il nazismo sarebbe stato suggellato definitivamente nel 1940, anno del matrimonio con il bramino filonazista Asit Krishna Mukherij. I coniugi Mukherij, a partire da quel momento, avrebbero congiunto gli sforzi, permettendo all’Asse – in particolare ai giapponesi – di portare a compimento una serie di operazioni di successo nell’indosfera. Il nazismo, come è noto, avrebbe perduto la guerra, ma i Mukherij si sarebbero occupati di preservarne il messaggio per i posteri.

La madrina del neonazismo

La Devi avrebbe fatto ritorno in Europa nel secondo dopoguerra, vantando cittadinanza britannica – acquisita con il matrimonio con il bramino – e cominciando a viaggiare da parte a parte del continente, in particolare tra le terre germaniche e la Scandinavia, per ragioni di studio. Arrestata nel 1949 a Düsseldorf, con l’accusa di propaganda nazista, la Devi avrebbe scontato otto mesi presso il carcere di Werl. L’esperienza, lungi dal spaventarla, l’avrebbe convinta ulteriormente della giustezza delle proprie idee. Dietro le sbarre, difatti, avrebbe conosciuto tanti militari nazisti – cioè persone che avevano effettivamente combattuto la Seconda guerra mondiale e vissuto sulla propria pelle il dodicennio hitleriano –, dai quali ebbe modo di conoscere più approfonditamente quell’ideologia che l’aveva affascinata sin dalla gioventù. Dopo alcuni anni di relativa tranquillità, verso la metà degli anni Cinquanta avrebbe rispolverato il proprio attivismo con più solerzia di prima. Nel 1953 un eremitico pellegrinaggio lungo i luoghi simbolo dell’era nazista e della civiltà germanica – esperienza trasposta in libro cinque anni più tardi, Pilgrimage. Nel 1956 la scrittura della sua magnum opus, The Ligthning and the Sun, nota per i contenuti bizzarri relativi alla spiegazione del nazismo – una sorta di katéchon contro il Kali Yuga – e alla natura di Hitler – ritenuto un avatar del dio Vishnu. Nel 1956 un soggiorno egiziano per salutare l’amico Johann von Leers, reinventatosi ideologo antioccidentalista. E nel 1961 un viaggio madrileno per parlare con l’intoccabile Otto Skorzeny – tra i presunti registi della semileggendaria Organizzazione Odessa. Personaggio eclettico, con la fama di mistica e fattucchiera, la Devi, nonostante le idee sostenute e propagandate, negli anni Sessanta si sarebbe trasformata in una socialite, cioè in una frequentatrice dei buoni salotti. Salotti che l’avrebbero portata, tra le varie mete, nella famiglia Dior – diventò amica intima di Françoise, nipote del capostipite Christian. Insegnante e scrittrice, la Devi avrebbe trascorso gli anni Sessanta e Settanta a lavorare ad un obiettivo: l’unificazione dei partiti e dei movimenti nazionalsocialisti sotto un’unica bandiera. È anche a lei che si deve, difatti, la costituzione dell’Unione mondiale dei nazionalsocialisti. Non meno importante, la Devi avrebbe giocato un ruolo determinante anche nella nascita del dibattito negazionista sull’Olocausto. Firma richiesta dai principali partiti nazi-nostalgici dell’epoca – dall’Union Movement di Oswald Mosley al British National Party di Andrew Fountaine, passando per il Partito nazista americano di Rockwell –, la Devi avrebbe ottenuto, per loro tramite, la diffusione globale dei propri lavori sul Mito del ventesimo secolo, diventando la madrina indiscussa del neonazismo. Nel 1982, a causa del deteriorarsi delle proprie condizioni di vita, avrebbe deciso di trasferirsi dall’India all’Europa. Dopo dei brevi trascorsi tra Germania e Francia, sarebbe morta a causa di un arresto cardiaco il 22 ottobre dello stesso anno in casa di un amico, a Sible Hedingham (Essex), mentre era in attesa di partire alla volta degli Stati Uniti per parlare ad un convegno organizzato dal Partito nazista americano. Le sue ceneri, a simboleggiare l’importanza rivestita per l’internazionale neonazista, sono state trasportate dall’Essex ad Arlington, in Virginia, e giustapposte affianco a quelle di Rockwell. Morta e sepolta, come il nazismo prima di lei, le sue idee, per quanto tetre, continuano a vivere e a stregare tutti coloro che sperano in un Quarto Reich.

Storia del “sistema occulto” che favorì l’ascesa di Adolf Hitler. Luca Gallesi su Inside Over l'11 giugno 2021. Tra i vari misteri che ancora aleggiano sul periodo storico che, per poco più di un decennio (1933-1945), vide Adolf Hitler al comando della Germania, rapidamente trasformata in Terzo Reich, il più fitto è l’inspiegabile ascesa di un giovane disoccupato e artista bohémien, che nel giro di pochi anni diventa il capo indiscutibile del Partito Nazionalsocialista e Führer indiscusso di una delle più grandi potenze europee. Il politologo Giorgio Galli, nell’edizione da lui curata del Mein Kampf, l’autobiografia di Hitler, scrive, a proposito della sua giovinezza: “Dal 1909 al 1912, a Vienna, il giovane Hitler vive una precaria esistenza di artista mancato. Per la seconda volta non viene ammesso all’Accademia delle arti figurative. Alloggia in ostelli e dormitori pubblici, e integra l’esigua pensione di orfano smerciando i suoi dipinti e disegni. È un giovane chiuso, introverso e dall’incerta personalità. Legge la stampa pangermanista, ammira il borgomastro antisemita Karl Lueger, si avvicina agli ideali tedesco-nazionali. Intanto si sottrae agli obblighi del servizio militare non iscrivendosi nelle liste di leva.” Come abbia fatto uno spiantato vagabondo a diventare uno degli uomini più potenti della Storia può essere chiarito, sempre secondo Galli, solo approfondendo il suo rapporto con quello che possiamo chiamare il “sistema occulto“, ovvero quella corrente di pensiero antirazionalista, antilluminista, non ortodossa che, a tratti, emerge nella storia dell’umanità, influenzando uomini e idee. Si badi bene, però, sottolinea sempre Galli, a non confondere, semplificando eccessivamente, la presenza di idee eterodosse nelle vicende politiche e nelle realtà umane con il complottismo becero, che teorizza l’esistenza di società segrete che dirigono da dietro le quinte il corso della storia.  I “poteri occulti” sono molto meno occulti e soprattutto meno potenti dei veri poteri reali, che agiscono alla luce del sole e sotto gli occhi di tutti. Tornando al futuro Führer, la sua repentina trasformazione da artista fallito a invincibile leader politico è giustificata, sempre secondo il noto politologo, dall’incontro, all’inizio degli Anni Venti, con gli ambienti esoterici della Società Thule (Thule Gesellschaft) punto di riferimento per gli ambienti esoterici, per le correnti antisemite e per i movimenti völkisch, un circolo organizzato come una loggia. Tra i membri del sodalizio segreto, troviamo tra gli altri, ancora studenti, alcuni tra i futuri massimi dirigenti del Terzo Reich: Rudolf Hess, Alfred Rosenberg e Hans Frank, tutti finiti alla sbarra a Norimberga, il primo condannato a vita e gli altri due a morte. La Società Thule era una branca del Germanen Orden, un gruppo antisemita ariano guidato da Rudolph von Sebottendorff, uno sradicato appassionato di astrologia e di occultismo, che sosteneva di ricevere ordini e istruzioni da non meglio identificati maestri segreti tibetani, discendenti degli antichi Atlantidei che ancora esercitavano il dominio sul mondo in qualche località irraggiungibile, sulle vette himalaiane. Secondo Giorgio Galli, è proprio grazie a questo ambiente, permeato di cultura esoterica, che Hitler si convince di essere il prescelto dalla dottrina segreta per compiere la missione di rifare la Germania creando una patria ariana che sarà la base per la rifondazione dell’intero universo, antitetico a quello cristiano. Scrive, infatti, sempre nel Mein Kampf: “Noi ci rivolgiamo a quelli che adorano non il denaro, ma altri Dei, ai quali votano la loro esistenza. Un giorno l’uomo tornerà a inchinarsi ad altre divinità. Solo un appello a queste stesse misteriose forze può giovare. Il comandamento che si presenta è quello di porre fine al peccato originale, tuttora operante, dell’avvelenamento della razza, per ridonare all’onnipotente Creatore esseri quali egli stesso creò”. Una volta acquisita la sapienza segreta e soprattutto investito del carisma necessario per compiere la missione, è necessario che Hitler, per passare dalle sette segrete al partito di massa, nasconda o comunque mascheri le tracce di un passato, quello esoterico, che avrebbe potuto intralciare la conquista del potere. Lo scrive esplicitamente, sempre nel Mein Kampf: “Non è possibile costruire un’organizzazione alquanto vasta e al tempo stesso tenerla segreta. Noi avevamo e abbiamo bisogno non di cento o duecento audaci congiurati, ma di centinaia di migliaia di fanatici combattenti. Questa considerazione mi indusse a vietare la partecipazione a società segrete. Quando un movimento si propone di disfare un mondo e di crearne un altro in sua vece, i suoi dirigenti devono avere perfetta conoscenza di queste leggi fondamentali: ogni movimento deve vagliare il materiale umano da lui raccolto e spartirlo in due gruppi, partigiani e membri effettivi”. In realtà, come abbiamo visto nel precedente articolo dedicato al misterioso caso di Hess, non a tutti fu interdetta la frequentazione di società segrete, e, all’interno dell’élite nazionalsocialista ci fu anche l’esperimento, riuscito, di creare “migliaia di fanatici combattenti” strutturati esattamente come una società segreta: le SS di Himmler, un altro esponente di primissimo piano della cerchia hitleriana, a suo modo imbevuto di esoterismo. Cattolico, ma convinto di essere la reincarnazione di Enrico l’Uccellatore, (876-936) Duca di Sassonia e Re di Germania, Heinrich Himmler sostanzialmente inventò le SS, che nelle sue intenzioni avrebbero dovuto essere un Ordine mistico di combattenti e di credenti, nato per diffondere e difendere l’ideale ariano in tutto il mondo. A tale scopo, elaborò suggestivi rituali, con tanto di calendario germanico e precise regole di vita monastiche. Utilizzò un alfabeto magico, quello runico, e fece costruire, in antichi castelli, scuole segrete di formazione a cui erano ammessi solo i più selezionati membri dell’Ordine. Tra le tante attività, oltre a quella criminale di gestione dei campi di concentramento, per le quali sono diventate tristemente famose, le SS disponevano, grazie a risorse e mezzi pressoché illimitati, anche di un’organizzazione scientifica, la Deutsches Ahnenerbe, un istituto che finanziò spedizioni in tutto il mondo alla ricerca delle sorgenti occulte del potere. Furono infatti organizzate missioni in Finlandia (1935), per documentare le attività di maghi e streghe ancora attivi nella zona al confine con la Russia; viaggi archeologici in Svezia (1936) per studiare le antichissime incisioni rupestri ivi scoperte; e, dal 1937 sino alla fine della guerra ci fu un susseguirsi di spedizioni scientifiche in tutti i continenti: in Italia, da Bolzano a Cosenza alla Val Camonica; nel Vicino Oriente,  fino a Bagdad; in Perù, poi ancora in Nord Europa e soprattutto in Asia. La meta preferita era il Tibet, dove furono ben cinque le missioni delle SS, organizzate per scopi alpinistici, per ragioni etnologiche, per obiettivi politici ma soprattutto per finalità esoteriche, come la ricerca della mitica Agarthi, il regno sotterraneo dove ebbe origine, secondo miti e leggende accreditati come verità scientifiche, la razza ariana. Di quelle spedizioni, oltre ai filmati originali reperibili in Rete, rimangono suggestioni “nazioccultiste” che hanno ispirato alcuni videogiochi e vari film, anche di successo, come un paio di avventure di Indiana Jones, I predatori dell’arca perduta e L’ultima crociata, e, tra gli altri, una pellicola del 2003, Il Monaco, dove il protagonista è, appunto un vecchio nazista alla ricerca di una formula magica custodita in un monastero tibetano. Alle pellicole non di fantasia, invece, appartiene il blockbuster Sette anni in Tibet, storia vera delle avventure dell’ufficiale SS Heinrich Harrer, impersonato da Brad Pitt, che riuscì a fuggire nel 1944 da un campo di concentramento britannico ai piedi dell’Himalaya per accasarsi addirittura dal Dalai Lama, allora adolescente. Tra i retaggi del nazismo magico, finito in modo tragico tra le fiamme della Berlino in macerie del 1945 o sulle forche alleate di Norimberga nel 1946, sopravvive dunque, ironia della sorte, una dimensione kitsch, presente soprattutto in molti film di serie B, come i nazisti sulla Luna di Iron Sky, o le SS-zombie di Dead Snow o addirittura, il ritorno delle teorie sulla terra cava proprie della Thule Gesellschaft riprese letteralmente nel grottesco e recentissimo Godzilla contro Kong, dove si giustifica il ritorno sulla Terra dei mostri preistorici proprio grazie alla teoria pseudoscientifica della Terra vuota, uno spazio sotto la crosta terrestre dove vivrebbero ancora animali e piante di un’era preumana.

Guerre e società segrete: quel fondamento esoterico dietro al nazionalsocialismo. Luca Gallesi su Indide Over il 9 giugno 2021. Era il 1960 quando in Francia, presso l’autorevole editore Gallimard, uscì un libro dal titolo curioso: Le matin des magicien, scritto a quattro mani da Louis Pauwels, un ex-discepolo di G.I. Gurdjeff dalle idee reazionarie, e uno scienziato e scrittore comunista, Jacques Bergier. Il saggio, che divenne rapidamente un best-seller, tradotto in italiano nel 1963 da Mondadori col titolo Il mattino dei maghi, miscelava sapientemente dati oggettivi e suggestioni fantastiche, ipotizzando una convergenza delle nuove scoperte scientifiche con le antiche sapienze occulte. Sergio Solmi, nella prefazione all’edizione italiana, elogiava il libro che offriva, “attraverso un’esposizione lucida, varia e appassionata, il materiale più affascinante che possano tenere per noi in serbo questi anni di ardua e preoccupante trasformazione tecnica e sociale”. In un’epoca, l’inizio degli anni Sessanta, in cui cominciava a delinearsi il sostanziale dominio di una concezione materialistica della società e la visione deterministica della Storia, Il mattino dei maghi rimetteva in gioco l’idea che le forze operanti nello sviluppo dell’umanità non fossero quelle dei rapporti di produzione o dello scontro dialettico tra classi sociali, bensì quelle più sottili, i poteri che agiscono dietro le quinte, espressione di principi non visibili ma assolutamente reali; per intenderci, l’occultismo e la magia che, secondo le parole di Solmi, “non sarebbero ormai più soltanto segreti perduti, ma i preannunci che le età remote mandano fino a noi delle palingenesi future”. Parole problematiche, che rimandano a un libro facilissimo da leggere, difficile da capire e decisamente arduo da condividere in toto. In mezzo alle vite e opere di moderni alchimisti e arcani mistagoghi, passando con nonchalance dalle civiltà scomparse dell’antichità agli scrittori contemporanei di fantascienza, Pauwels e Bergier accompagnano – a volte trascinandolo- il lettore in un turbinio di universi lontani passati e futuri, tra mondi paralleli e dimensioni fantastiche che, a più di mezzo secolo, mantengono intatto il fascino della lettura, anche quando i contenuti sono diventati irrimediabilmente superati, quando non definitivamente screditati. La realtà virtuale che domina l’inizio del terzo millennio ha rapidamente fatto piazza pulita del ciarpame spiritista e occultista che, ancora a metà del Novecento, poteva mantenere una sembianza di credibilità, ormai definitivamente declinata tranne che per un singolo argomento, che dilaga anche, e soprattutto, nella Rete: il “nazismo magico”. Parliamo quindi dei legami, indiscutibili anche se spesso enfatizzati, tra il nazionalsocialismo e le scienze occulte, argomento centrale del Mattino dei Maghi, come scrisse il politologo Giorgio Galli, che proprio grazie a questo libro cominciò a studiare quello che sarebbe diventato il prolifico filone dell’esoterismo nazionalsocialista, a cui l’illustre politologo dedicò parecchi libri. Galli cominciò allora, proprio grazie a Pauwels e Bergier, a realizzare che la sapienza occulta poteva aiutarlo a capire la Storia, perché l’esoterismo, “dimora dentro la Storia e non fuori, arrivando sovente ad esercitare un’influenza non secondaria su di essa”. Centrale, nell’indagine di Galli nella dimensione nascosta della storia, il riferimento all’esistenza di una cultura esoterica (letteralmente: riservata a pochi) che, dalle profondità della storia dell’Occidente, riemergeva, in Europa e soprattutto in Germania, nel pieno rigoglio scientifico del XX secolo. Una presenza che permette di spiegare il percorso seguito da Hitler e da una parte dell’élite nazionalsocialista lungo tutta la “seconda Guerra dei trent’anni”, come Galli chiama il periodo della storia europea che va dal 1914 al 1945. Dietro i tragici avvenimenti che insanguinarono il Vecchio continente nella prima metà del Novecento, come romanzato prima da Pauwels e Bergier e poi studiato scientificamente da storici come René Alleau e Nicholas Goodrich Clarke, ci sono, anche, gli influssi esercitati dalle molteplici e attivissime società segrete, operanti in tutta Europa, a cui erano affiliati numerosi membri del governo tedesco e del gabinetto reale britannico. Sul suolo tedesco la realtà dominante era la Società Thule (Thule-Gesellschaft), mentre nel Regno Unito era attivissima la Golden Dawn (Hermetic Order of The Golden Dawn). La Golden Dawn era stata fondata nel 1887 da Mc Gregor Mathers, Woodman e Wynn Westcott, e si proponeva di approfondire la magia cerimoniale per raggiungere, tramite le conoscenze iniziatiche, lo sviluppo di poteri sovrannaturali. Tra i soci più famosi, tanto per dare un’idea dell’importanza del sodalizio, troviamo W.B. Yeats, Arthur Machen, Aleister Crowley, probabilmente Bram Stoker, e molti altri intellettuali e scienziati di punta dell’intellighenzia britannica. Della Società Thule, invece, furono membri attivi più uomini politici che gli intellettuali, o meglio, dei politici con interessi intellettuali, come il “Vicario” di Hitler, Rudolf Hess, il governatore nazionalsocialista della Polonia Hans Frank, il teorico della geopolitica, prof. Karl Haushofer e il principale teorico del nazionalsocialismo Alfred Rosenberg, tutte persone che appartenevano alla ristretta cerchia del futuro Führer, personaggio certamente non alieno da simpatie e interessi “occulti”, che spesso influenzarono la sua azione politica. Qui, complice una produzione libraria sconfinata e spesso inattendibile, diventa labile il confine tra storia e fantasia, ma, come scrive Giorgio Galli, possiamo affermare senza tema di smentita che “Hitler è il portavoce di un gruppo di intellettuali formatosi nella dimestichezza con la cultura occulta”. Come e quanto questa “sapienza segreta” abbia effettivamente agito nelle scelte del Cancelliere tedesco è arduo da definire esattamente. Si può, comunque, supporre che molte delle scelte fatte durante il periodo 1939-1945 non siano riconducibili a delle motivazioni razionali: dall’inspiegabile “tregua” concessa agli inglesi a Dunkerque, alla scelta suicida della guerra sui due fronti a oriente e occidente, fino alla spasmodica attesa di misteriose armi finali che avrebbero capovolto l’inevitabile drammatica fine della Germania, siamo nel campo delle decisioni irrevocabili e irrazionali, che hanno avuto spaventose e sanguinose conseguenze così che, nel corso di due guerre mondiali e con un immane sacrificio di vite umane, siamo passati dal “Mattino dei maghi” al “Tramonto dell’Occidente”.

Tra sette segrete ed esoterismo: il volto nascosto di Hitler. Dietro all'ascesa al potere del Führer importanti movimenti esoterici. E anche autori insospettabili...Matteo Carnieletto, Lunedì 04/01/2021 su Il Giornale. Nel 1792 la Rivoluzione francese ha raggiunto il suo culmine. In Europa sta nascendo un nuovo ordine e l'ancien regime sembra ormai un lontano ricordo. Sono, quelli, anni strani. Non solo per la politica ma anche per l'arte. Proprio in quel periodo, infatti, l'artista spagnolo Francisco Goya viene colpito da una strana malattia, "la cui natura però ci è ignota", scrive lo storico dell'arte Hans Sedlmayr ne La perdita del centro (Borla, 1967). Non è l'unico, però. "Siamo nei decenni" - prosegue l'autore austriaco - "in cui molti artisti vengono posseduti da forze demoniache". Goya è costretto a stare a letto per quasi un anno, paralizzato e continuamente tormentato da disturbi visivi. Uscito da questo inferno, dipingerà i "Sogni". I volti dei suoi personaggi si deformano. Non sono più uomini, ma demoni. "Nelle visioni dei 'Sogni' e dei 'Proverbi' compaiono tutte le deviazioni dell'elemento umano e gli attentati all'uomo e alla sua dignità; dèmoni in forme umane e, accanto ad essi, dèmoni allucinati di ogni specie: mostri, spettri, streghe, giganti, animali, lemuri, vampiri", nota Sedlmayr. È proprio in quegli anni che riemergono incubi e teorie che si pensava fossero terminati nel Rinascimento e che, come nota James Webb ne Il sistema occulto (Iduna, 2019), ritornano alla luce e hanno il loro culmine nel periodo che va dalla sconfitta di Napoleone (1815) al 1848. Per Webb sono infatti tre le grandi "esplosioni di irrazionalità" nella storia dell'uomo: "'La crisi idell'anno zero', che denota il periodo sia precedente che successivo alla nascita di Cristo, quando un'ondata di speculazione magica sovrastò le conquiste del razionalismo grecco", quella "del "Rinascimento e della Riforma" e si riferisce al riemergere dell'irrazionale dopo il collasso della sintesi medievale" e, infine, quella che emerge tra il XIX e il XX secolo. Ed è proprio seguendo queste crisi, che Giorgio Galli ha investigato le radici occulte del nazismo. In Hitler e l'esoterismo (Oaks editrice), il celebre politologo da poco scomparso sostiene infatti che l'esoterismo del Führer "comprende elementi molto anteriori al cristianesimo, quali la stessa dottrina occulta del Terzo regno, anticipazione del Terzo Reich". L'esoterismo dei circoli che formeranno Hitler si forma infatti con "Clemente Alessandrino il quale, negli Stromati, propone una lettura criptica dei Vangeli che, attraverso il misticismo e le mistiche (come Margherita Porete), giunge alla Società Thule. (...) Qui si formano, appunto, in questa cultura esoterica, gli ufficiali aristocratici che, attorno e con la guida di Von Stauffenberg, prima aiutano Hitler a giungere al potere e poi cercano di elminarlo (luglio 1944) quando la 'sua' guerra sta portando alla rovina il loro Terzo Regno (Terzo Reich), pensato millenario, che sperano di salvare mediante un'intesa con loro omologhi (aristocratici esosteristi) vicini alla Corte inglese coi quali Hess aveva cercato di prendere contatto sin da maggio 1941". Nella prefazione a libro di Lord Beaverbrook, Un nazista sul trono d'Inghilterra (Oaks editrice), Galli nota infatti che molto probabilmente Edoardo VIII, il sovrano britannico affascinato dal Führer, potesse "essere il punto di riferimento di circoli della tradizione esoterica collegati a quelli del Terzo Reich (Wally Simpson era un'esperta di magia sessuale, 'magia rossa', e un rapporto dei servizi segreti inglesi informava che Edoardo seguiva una terapia con Alexander Cannon, occultista ed esperto di magia nera". La rete esoterica che aveva sostenuto Hitler (per poi scaricarlo) era infatti molto più ampia di quanto si potesse pensare e superava i confini nazionali. L'Operazione Valchiria, ovvero il tentativo del 20 luglio del 1944 per eliminare Hitler e avviare un colpo di Stato in grado di salvare la Germania, "ha pieno successo (con l'arresto del vertice delle SS) solo a Parigi, ove sono contemporaneamente presenti Gurdjieff, Pauwels, Jünger (tra gli ispiratori del complotto) e i collaboratori di Rosenberg". Tutti e quattro sono importanti esoteristi. Gurdjieff, nota Galli, "è un autentico maestro dell'esoterico, e non un ciarlatano, ma opera nella nascente società dello spettacolo"; Pauwels scrive, "da un punto di vista occulto", Il mattino dei maghi in cui sostiene che Hitler fosse mosso da idee "eccentricamente mistiche e cosmologiche"; Jünger scriverà Le scogliere di marmo per cercare di evitare la guerra con la Gran Bretagna; Rosemberg non solo è uno dei motori del nazionalsocialismo, ma anche uno dei sostenitori del "'partito esoterico della pace, quel settore del vertice nazionalsocialista che voleva evitare la guerra, perché la temeva su due fronti". All'interno del Reich, dunque, non era solo Hitler a muovere i fili. Il Führer, però, sentiva di essere guidato da un destino superiore. Aveva la certezza di rispondere a un ordine più alto, dove magia e occultismo si mescolavano. Per creare uno dei più grandi demoni del XX secolo.

24 giugno 1922, le vere radici del nazismo.  Emanuel Pietrobon su Inside Over il 23 giugno 2021. È fatto noto e acclarato che i semi della parabola fulminea e funerea di Adolf Hitler siano stati gettati inconsapevolmente a Versailles nel 1919, quando le potenze vincitrici scaricarono su una comatosa Germania l’intero (e antistorico) peso dello scoppio della Grande Guerra. Privata dell’impero coloniale, derubata di porzioni significative e strategiche del proprio territorio europeo, coartata al pagamento di riparazioni bancarottesche e sottoposta ad altri supplizi, la nazione tedesca, alcuni anni più tardi, avrebbe cercato la rivalsa cedendo alle lusinghe del nazismo e venendo rapita dal carisma travolgente del suo facondo Führer. Eletto al cancellierato nel 1933, Hitler avrebbe fatto del Judenhass il motivo conduttore dell’esistenza propria e della nuova Germania, che, nei suoi sogni, avrebbe dovuto durare un millennio. L’epopea nazista non avrebbe superato i dodici anni, perché sepolta dalla Seconda guerra mondiale, ma quel breve tempo le sarebbe bastato per cambiare per sempre il corso della storia dei popoli e delle relazioni internazionali. Passano gli anni, ma la domanda che tormenta gli storici rimane la stessa: la terrifica ascesa di Hitler avrebbe potuto essere predetta dai suoi contemporanei? Probabilmente sì. Perché nel 1933 i tedeschi non elessero un volto nuovo della politica, ma il regista di un tentato colpo di Stato, il celebre Putsch della birreria (Bürgerbräu-Putsch) del 1923, e l’autore di un corposo e dettagliato manifesto politico, il Mein Kampf. Ma prima ancora che il giovane Hitler si dedicasse al golpismo e alla scrittura, qualcosa di profetico accadde nella turbolenta Germania di Weimar. Un presagio funesto di ciò che sarebbe successo nella decade successiva: l’assassinio di Walther Rathenau.

Rathenau, il patriota incompreso. Walther Rathenau nacque a Berlino il 29 settembre 1867 da Emil Rathenau e Mathilde Nachmann. Il padre, Emil, era uno dei più noti imprenditori elettromeccanici dell’epoca – fondatore dell’AEG, gigante mondiale della metalmeccanica e dell’elettronica attivo fino al 1996 –, nonché uno dei più ricchi ed influenti ebrei di Germania. Vani i tentativi di Emil di iniziare Walther agli affari di famiglia e allevarlo al culto degli antenati (l’ebraismo): terminato il ciclo di studi universitari, centrati sulle scienze e sulla fisica, e dedicati alcuni anni all’internazionalizzazione dell’ascendente marchio AEG, il giovane Rathenau si sarebbe dato alla politica, sua vera e grande passione, coerentemente con il credo laico e patriottico manifestato sin dalla giovinezza. Entrato nelle stanze dei bottoni agli albori della grande guerra, ovvero nell’estate 1914, Rathenau avrebbe fatto il possibile per evitare la disfatta dell’impero tedesco. Sua fu, ad esempio, l’idea di istituire il KRA (acronimo di Kriegsrohstoffabteilung), un dipartimento del ministero della Guerra adibito all’immagazzinamento preventivo dei beni a rischio embargo, al reperimento nell’estero vicino di materiale utile alla produzione bellica, allo stabilimento dei prezzi dei beni-chiave per le industrie strategiche e alla supervisione della produzione di beni succedanei. Come è noto, Berlino perse il conflitto, ma gli sforzi di Rathenau furono ricompensati dalla dirigenza della neonata Repubblica di Weimar. Dapprima avvicinato dalle alte sfere per suggerimenti in merito alla formulazione di una politica economica che potesse soddisfare simultaneamente le esigenze interne (la distruzione dell’apparato produttivo) e quelle esterne (i danni di guerra), in seguito gli sarebbe stato afffidato il fascicolo più sensibile: lo stabilimento di rapporti segreti con l’Unione Sovietica ai fini del riarmamento e dell’apertura ad Est del mercato tedesco. Sullo sfondo del coinvolgimento negli affari di Stato, Rathenau avrebbe lavorato per conto proprio all’efficientamento della realtà imprenditoriale tedesca, da lui ritenuta poco propensa all’innovazione e debole in fatto di internazionalizzazione, fondando la Lega per l’industria nel 1919. Patriottico, più che nazionalista, Rathenau fu tra i fondatori del Partito Democratico Tedesco (DDP, Deutsche Demokratische Partei), dal quale si sarebbe presto allontanato, e figurò nell’elenco dei “grandi preoccupati” per il destino della Germania, secondo lui diretta, causa guerra e malagestione del postguerra, verso una progressiva e deleteria estremizzazione in blocchi contrapposti.

L’assassinio. L’omicidio di Rathenau non sarebbe maturato nel contesto della tremenda crisi economico-finanziaria della Repubblica di Weimar – i cui vertici, tra l’altro, non ascoltarono i suggerimenti proposti dall’uomo in materia di ristrutturazione del mercato interno e ripensamento del modus operandi del sistema produttivo nazionale in direzione della razionalizzazione dei processi e della socializzazione dei mezzi di produzione –, ma in quello dell’albeggiante e germinale sottobosco nazista, composto da una miriade di sette fratellanze paramassoniche, società segrete e organizzazioni politiche. Investito dal governo del prestigioso titolo di capo del ministero degli Esteri, il 16 aprile 1922, dopo un anno di trattative sottobanco, Rathenau riuscì a posare la prima pietra del patto tedesco-sovietico: il trattato di Rapallo. Vero e proprio capolavoro dell’arte diplomatica, il trattato avrebbe permesso a Berlino, in cambio della rinuncia ad ogni richiesta di indennizzo di guerra e di risarcimento per gli espropri effettuati dai comunisti, di raggiungere tre importanti obiettivi:

L’allontanamento dalla condizione di isolamento a livello internazionale a mezzo dello stabilimento di relazioni bilaterali ufficiali con l’Unione Sovietica.

L’appianamento, anche se superficiale e temporaneo, della crisi economica attraverso l’agganciamento del mercato tedesco a quello sovietico: complementari per natura ed egualmente bisognosi di boccate d’aria.

L’avvio di un’ascosa rimilitarizzazione sul territorio sovietico, lontana dagli occhi indiscreti delle potenze vincitrici della Prima guerra mondiale e inclusiva della possibilità di effettuare sperimentazioni belliche e ottenere tecnologia militare.

L’ultimo punto, accuratamente eliminato dalla versione presentata al pubblico, si sarebbe rivelato determinante negli anni a venire, come dimostrato dalla rapida corsa alle armi della Germania nazista. I posteri avrebbero ringraziato Rathenau per il trattato di Rapallo, ma una parte dei contemporanei, letto il contenuto – privo del punto numero tre – e avendo a mente le origini del ministro, gli avrebbe assegnato un significato squisitamente negativo, ritenendolo l’evidenza lapalissiana di un complotto giudaico-bolscevico teso alla sottomissione del popolo tedesco al comunismo.

Il trattato di Rapallo sarebbe costato la vita a Rathenau, il patriota incompreso. Il 24 giugno, a poco più di due mesi dalla firma del documento, il ministro degli esteri tedesco fu ucciso nel corso di un agguato a colpi di mitra e granate condotto da Ernst Werner Techow, Erwin Kern e Hermann Fischer. La verità emerse rapidamente: i tre avevano ricevuto l’ordine di uccidere da un gruppo terroristico noto come Organizzazione Consul (Organisation Consul), che solo un anno prima aveva rivendicato l’omicidio del ministro delle finanze Matthias Erzberger. Poco si sa di questa organizzazione terroristica, a parte che fosse ferocemente giudeofobica, che fosse composta principalmente da reduci di guerra e che anelasse a trascinare la nazione nel caos attraverso gli omicidi di personalità prominenti della politica. L’obiettivo dell’Organizzazione Consul, sostengono gli storici, sarebbe stato quello di gettare la Germania nella guerra civile e profittare delle violenze per consumare un colpo di Stato. Non avrebbero mai raggiunto il loro scopo, perché rapidamente sgominati all’indomani dell’omicidio di Rathenau, ma dieci anni più tardi qualcun altro avrebbe raccolto il loro scettro, utilizzando lo stesso repertorio propagandistico – dai Protocolli dei Savi di Sion al complotto giudaico-bolscevico – ed una violenza persino maggiore: Adolf Hitler.

La storia dietro al legame tra l’esoterismo e le SS. Luca Gallesi su Inside Over il 20 giugno 2021. Nel secondo volume della sua trilogia dedicata al “nazismo magico”, Hitler e la cultura occulta (Rizzoli 2013), Giorgio Galli affronta il tema dell’esoterismo delle SS, argomento tra i più gettonati dai ciarlatani dell’occulto per l’indubbio fascino esercitato sugli amanti del macabro e dei misteri prêt-à-porter. Chincaglierie nazi-occultiste a parte, restano dei fatti e delle persone che, oggettivamente, hanno creato i filoni di pensiero che costituiscono l’epopea razzista del corpo d’élite hitleriano. La più famosa missione “esoterica” delle SS, accanto alle già menzionate –in un precedente articolo– spedizioni in Tibet, resta quella di Otto Rahn, studioso dei trovatori provenzali e membro delle SS, che ritenne di identificare il mito del Graal con la tragica storia dei Catari, la cui avventura finì stroncata nel sangue nel Castello di Montségur. La fortezza, che si trova nella regione dei Midi-Pirenei, nel 1243 fu cinta d’assedio per quasi un anno dalle forze crociate che volevano estirpare una volta per tutte l’eresia degli albigesi, così come chiesto da papa Innocenzo III. Secondo Otto Rahn, che pubblicò il resoconto del suo viaggio e i risultati delle sue ricerche in due libri disponibili anche in italiano (Crociata contro il Graal  e La corte di Lucifero, Società Editrice Barbarossa/AGA), gli eretici erano stati gli ultimi custodi del Sacro Graal, il misterioso oggetto che, forse, fu la coppa dove, secondo la leggenda, era stato raccolto il sangue di Gesù oppure, secondo altre versioni, lo smeraldo incastonato sulla corona di Lucifero, prima che l’angelo più bello si ribellasse al suo Creatore. Nel suo libro, Rahn racconta così le origini del mito del Graal secondo la versione degli eretici: “Al tempo in cui le mura di Montsegur erano ancora in piedi, i Catari tennero qui il Sacro Graal. Montsegur era in pericolo. Le armate di Lucifero lo accerchiavano. Volevano il Graal, per rimetterlo sul diadema del loro Principe dal quale si staccò durante la caduta dei suoi angeli sulla Terra. Allora, nel momento più critico, discese dal cielo una colomba bianca, la quale spaccò col suo becco il Tabor (Montsegur) in due. Esclarmonda, che era la custode del Graal, gettò il gioiello sacro nelle profondità della montagna, che si rinchiuse su sé stessa, ed in questa maniera il Graal fu salvato”. Il Graal non fu trovato, ma le ricerche di Otto Rahn continuarono, anche se non si sa nulla delle nuove scoperte, da lui annunciate ma mai svelate, anche perché, enigma su enigma, nel 1939 morì misteriosamente sulle Alpi. Il 18 maggio 1939, sul quotidiano nazionalsocialista “Völkischer Beobachter” pubblicava l’annuncio della sua scomparsa: “Durante  una tempesta di neve in montagna, nello scorso marzo, ha perduto tragicamente la vita l’Obersturmführer delle SS Otto Rahn. Ricordando questo defunto camerata, ci dogliamo della perdita di un onesto ufficiale delle SS nonché autore di eccellenti opere storiche.” La misteriosa morte di Otto Rahn non segna, però, le fine dell’interesse delle SS per l’eresia catara. Come ricorda Giorgio Galli, sono molte le opere che tracciano un collegamento tra i Catari e il nazionalsocialismo, e ci sono indizi che confermerebbero la prosecuzione di ricerche e addirittura la celebrazione di riti a Montsegur ancora nel 1943-1944, grazie all’interessamento, se non addirittura alla partecipazione, di Himmler e Rosenberg,  che si intrecciano, continua Galli, con “la magia delle rune indagata da von List, e l’esistenza di una storia umana dimenticata, con le tracce delle sue civiltà scomparse, con echi di Steiner e di Helena Petrovna Blavatsky”. Il tutto, sapientemente miscelato con le più suggestive tradizioni cavalleresche germaniche, che furono da Himmler abilmente riprese e coniugate in una nuova versione nazionalsocialista, che pretendeva di innestarsi, anche figurativamente, sulle antiche saghe tedesche. Racconta bene un ricercatore indipendente, Gianfranco Drioli, autore di un saggio, Ahnenerbe. Appunti su scienza e magia del Nazionalsocialismo (Ritter), che i candidati a entrare nelle SS seguivano le regole di un Ordine religioso o militare: “Come nel Medioevo i cavalieri ricevevano la spada nel momento dell’investitura, così gli SS ricevevano la loro daga, sulla cui lama era inciso il motto delle SS: Meine Ehre heisst Treue (Il mio onore si chiama fedeltà). Nella cerchia più vicina a Himmler c’erano dodici gerarchi, i più alti ufficiali delle SS, che si riunivano nel castello di Wewelsburg, il centro dell’universo del nuovo ordine (nero) mondiale, sia sotto il profilo militare sia sotto quello esoterico-religioso”. Wewelsburg, infatti, presentava innanzitutto una curiosità architettonica: era costruito, a forma di freccia, secondo l’asse Nord-Sud, invece del più consueto Est-Ovest, e nella torre nord furono costruite ad hoc delle stanze ricche di motivi mistico – esoterici, tra cui una sala per i suddetti dodici ufficiali SS e una cripta dove sarebbero state riposte le loro ceneri dopo la morte. I piani di ristrutturazione del maniero furono interrotti dall’avanzate delle truppe americane. Prima, però, che i fanti della 3° Divisione U.S.A. raggiungessero Wewelsburg, Himmler ordinò ai difensori, che si erano trincerati dietro le ampie mura, di bruciare il castello perché non cadesse nelle mani del nemico. I pochi soldati che si arresero agli americano furono fatti prigionieri e sbrigativamente passati per le armi. Finita la tragedia, cala la quiete sull’antico maniero. Ironia della sorte, oggi, la sede dell’élite dell’Ordine nero ospita un ostello della gioventù internazionale, e, al posto degli archivi dell’Ahnenerbe, è sorto un museo dedicato ai crimini di guerra compiuti dai tedeschi.

Storia di Karl Maria Wiligut, il Rasputin di Himmler. Luca Gallesi su Inside Over il 20 giugno 2021. Tra gli aspetti più misteriosi del cosiddetto “esoterismo nazista” studiati da Giorgio Galli nella trilogia dedicata a questo argomento (Hitler e il nazismo magico, Rizzoli 1989, Hitler e la cultura occulta BUR 2013, Hitler e l’esoterismo, OAKS 2020), troviamo le gesta di personaggi poco considerati dalla storiografia ufficiale, che però giocarono, apparentemente, un ruolo tutt’altro che secondario nel breve periodo in cui la Germania fu governata dalla dittatura hitleriana. Un alto ufficiale delle SS, tanto importante quanto sconosciuto, ad esempio, fu Karl Maria Wiligut, più noto come Weisthor, secondo Galli uno dei semi-sconosciuti “maestri” occulti che gestirono un grande potere dietro le quinte. Nato a Vienna nel 1866, eroe della Prima guerra mondiale, Wiligut si congeda dall’esercito austriaco col grado di colonnello, ed entra rapidamente in contatto con le più importanti associazioni esoteriche nazionaliste del tempo, come l’Edda Gesellschaft di Gorsleben e l’Ordo Novi Templi dell’abate Lanz von Liebenfels. Nel 1932 si trasferisce in Germania, a Monaco, dove, rafforzando i suoi legami con i circoli esoterici, conosce Heinrich Himmler, entra nelle SS e diventa rapidamente un influente membro della sua cerchia ristretta con lo pseudonimo, appunto di Karl Maria Weisthor. Uno studioso e ricercatore italiano, Marco Zagni, ha pubblicato due libri dedicati alla cultura esoterica delle SS: Gli archeologi di Himmler (Ritter) e La svastica e la runa (Mursia), dove ricorda che: “Ancora 30-35 anni fa la figura di Karl Maria Wiligut “Weisthor” era praticamente sconosciuta dagli storici e da gran parte del mondo tedesco sotto il nazismo e dalla maggioranza delle stesse SS. Si definiva uno studioso dei lati oscuri e nascosti della storia del mondo e in particolare del mondo germanico e si riteneva, come gli era stato detto nella sua famiglia, l’ultimo di una casata di re segreti e maledetti (dalla Chiesa) della Germania” . E maledetto, o forse solo pazzo, lo fu davvero, dato che, come risultò solo molti anni dopo, nel 1924 era stato internato nel manicomio di Salisburgo a seguito delle accuse mossegli dalla moglie, che lo aveva incolpato di avere manie occultistiche, di essere schizofrenico, megalomane, violento, e soprattutto di aver cercato di ammazzarla. Quando Himmler venne a sapere di questi trascorsi da Karl Wolff, il numero due delle SS che aveva incontrato la moglie di Weisthor, era il 1939, e il “Rasputin di Himmler” come lo chiamavano in molti, si ritirò dalla vita pubblica. Deportato, nel 1945, in un campo di concentramento alleato, fu poi rilasciato, e tornò nella cittadina di Arolsen, dove morì all’inizio del 1946. Pazzia a parte, Weisthor aveva davvero contribuito a creare i miti esoterici dell’Ordine nero guidato da Himmler: dopo aver partecipato a numerose spedizioni dell’Ahnenerbe alla ricerca delle vestigia dell’antica religione germanica, elaborò complesse teorie psicologiche e ipotesi storiche piuttosto stravaganti ma non del tutto prive di senso. Ad esempio, teorizzò l’esistenza di una memoria genetica, che conserva il ricordo anche dei nostri antenati, ipotesi, poi, avanzata anche da alcuni neurologi nei decenni successivi. Per quanto riguarda le sue concezioni esoterico-cosmologiche, riteneva che la storia dell’uomo e della Terra siano una perenne lotta tra energie contrapposte, che alternano fasi di civiltà ascendenti e discendenti, ipotesi confermate, secondo lui, dai risultati delle spedizioni negli antichi luoghi sacri che risultarono possedere notevoli proprietà geomantiche, ricche di questi opposti flussi energetici. Stramberie cosmologiche a parte, il “Rasputin di Himmler” fu davvero uno dei Maestri di cerimonia del Castello di Wewelsburg, il luogo magico citato in un articolo precedente: qui celebrava i matrimoni delle SS, e insegnava i misteri delle rune che, secondo lui, erano la chiave per svelare il segreto dell’universo, racchiuso nel rapporto armonico tra il microcosmo dell’uomo e, appunto il macrocosmo del creato. Le rune, secondo la tradizione germanica e soprattutto secondo l’interpretazione dei circoli esoterici dell’ottocento, erano la testimonianza della cultura arcaica dei popoli del Nord e le gelose custodi dei destini del mondo e degli uomini. Fu proprio Weisthor, inoltre, a disegnare il tristemente celebre Totenkpfring, l’anello d’argento con incisa la testa di morto che Himmler regalava a pochi eletti in occasione del genetliaco del Fuehrer, il 20 aprile, festa nazionale tedesca. Quando un possessore dell’anello moriva, il gioiello veniva riportato al Castello assieme alle ceneri del defunto, per esservi conservato in una grotta. Alla fine della guerra, gli ultimi superstiti fecero esplodere la grotta, e i macabri gioielli non furono mai ritrovati. Gli studi di Giorgio Galli legano strettamente l’ascesa e declino di Weisthor al Generale Karl Wolff, il già menzionato vice di Himmler, che, curiosamente, non solo evitò le forche di Norimberga, ma, dopo un processo al quale presenziò in divisa e una breve condanna simbolica, venne restituito alla società come un uomo completamente libero. Wolff, secondo Galli, faceva parte del vertice esoterico nazionalsocialista, ed era al corrente delle profezie decifrate da Weisthor che vaticinavano una grande battaglia tra Oriente e Occidente, battaglia dalla quale le terre germaniche dell’Est sarebbero uscite completamente devastate. La profezia, però, non fu sufficiente a fermare la guerra, e l’Europa sarebbe stata presto ridotta a un cumulo di rovine, come, enigmaticamente, Weithor volle scritto sulla lapide che copre la sua tomba: Unser Leben geht dahin wie ein Geschwaetz (La nostra vita trascorre come una chiacchierata senza senso) 

Morto Giorgio Galli: indagò le radici esoteriche del nazismo. Il politologo Giorgio Galli si è spento oggi a Camogli all'età di 92 anni. Nella sua vita ha indagato i totaltarismi, in particolare il nazismo, e l'influenza dell'esoterismo nella politica. Per ricordarlo, pubblichiamo, per gentile concessione dell'editore, un estratto del suo ultimo libro: Hitler e l'esoterismo (Oaks editrice). Giorgio Galli, Domenica 27/12/2020 su Il Giornale. Il politologo Giorgio Galli si è spento oggi a Camogli all'età di 92 anni. Nella sua vita ha indagato i totaltarismi, in particolare il nazismo, e l'influenza dell'esoterismo nella politica. Per ricordarlo, pubblichiamo, per gentile concessione dell'editore, un estratto del suo ultimo libro: Hitler e l'esoterismo (Oaks editrice). "L’idea hitleriana dell’osservatorio astronomico si ripresenta a conclusione di una esposizione nella quale, a proposito della “fuga dalla ragione” di Webb, il Führer presenta la sua cultura esoterica in questi termini: «Nella nostra qualità di tedeschi ragionevoli, ci prendiamo la testa tra le mani e ci interroghiamo per cercar di capire come mai tutte quelle mistificazioni ebraiche (la Bibbia, come detto in precedenza, n.d.r.) manipolate dai preti abbiano potuto far girare la testa a dei tedeschi sino a indurli a pratiche delle quali sorridiamo quando si tratta di rotanti dervisci turchi o di magia nera. La conclusione che voglio trarre da queste considerazioni è che in avvenire bisogna fare tutto quanto è umanamente possibile per impedire al popolo tedesco di intristire nello spirito – e poco importa che si tratti di follia religiosa o qualunque altra forma di disordine mentale. A questo fine ho previsto che tutte le città siano dotate di un osservatorio, perché è accertato che l’astronomia è uno dei migliori mezzi di cui dispone l’uomo per ampliare la sua concezione del mondo e di conseguenza per tutelarsi contro l’errore» (pag. 383). Sorprendente: chi crede in spazi dominati dal Ghiaccio cosmico, nei quali si combatte una lotta tra Bene e Male che spiega quella sulla Terra, invoca come ragionevole questa “concezione del mondo”, che si contrappone ai dervisci (cari a von Sebottendorff) e alla magia nera; una concezione che può coesistere, in questo testo, con una serie di osservazioni assolutamente ragionevoli, come un giudizio positivo su Hess e una valutazione sui carri armati simile a quella di Hanson. La prima: «Un giorno c’erano Hess con la moglie e la cognata. Uno studente ubriaco si permette al loro indirizzo una affermazione fuori posto. Hess lo redarguisce. L’indomani due spilungoni si presentano da Hess per chiedergli ragione dell’offesa fatta al loro collega! Ho proibito a Hess di lasciarsi trascinare in quella ridicola faccenda, pregandolo di mandare da me i due. A costoro ho detto: voi volete litigare con un uomo che per quattro anni si è battuto contro il nemico. Non vi vergognate?» (pagg. 188-189). È il 19 gennaio 1942, sono trascorsi otto mesi dal volo di Hess e questo affettuoso ricordo dell’antico compagno è importante, perché significa che Hitler, oltre a richiamare la comune visione esoterica, ha quanto meno capito la buona volontà della sua iniziativa, in quanto, a proposito dell’Inghilterra, egli stesso aveva scritto sul Mein Kampf.

La seconda osservazione: «Alla fine della prima guerra mondale, l’esperienza aveva dimostrato che solo il carro armato pesante e più fortemente blindato era efficace. Ciononostante, subito dopo la pace si mettono a costruire carri armati ultraleggeri» (pag. 103). Ragionevoli osservazioni di questo tipo, si accompagnano a una valutazione del suo ruolo, inteso come missione, che mette in luce la sostanza della sua cultura esoterica: «Se la mia presenza su questa terra è provvidenziale, lo si deve a una volontà superiore. La nostra epoca vedrà la fine della malattia cristiana. È questione di cento anni, forse di duecento. Il mio rammarico sarà solo, a somiglianza di un certo profeta, di scorgere la terra promessa solo da lontano. Noi entriamo in una concezione del mondo che sarà un’era soleggiata, un’era di tolleranza. L’uomo deve essere in grado di sviluppare liberamente i talenti datigli da Dio. L’importante è che noi impediamo a una menzogna più grande di sostituirsi a quella che scompare. Il giudeo-bolscevismo deve inabissarsi» (pag. 265). E: «Se devo giudicare la mia opera, devo anzitutto tenere conto del fatto che ho contribuito a far trionfare il concetto del primato della razza, in un mondo che aveva dimenticato questa nozione. Ho dato poi alla nazione tedesca una solida base culturale. In effetti, la potenza di cui noi oggi disponiamo, può essere giustificata, a mio avviso, solo dall’istituzione e dalla diffusione di una grande cultura. Riuscire in questo compito deve essere l’imperativo della nostra esistenza. I mezzi che impiegherò a questo scopo supereranno di molto quelli che occorsero per condurre questa guerra. Voglio essere un costruttore. È mio malgrado che sono un condottiero. Se applico la mia mente a problemi militari, è perché so che, per adesso, nessuno riuscirebbe meglio di me. Reagisco come un contadino minacciato nei suoi beni. È in questa disposizione di spirito che faccio la guerra. Essa è per me un mezzo finalizzato a conseguire altri fini. Il compito attuale, ossia quello di costruire la grande Germania e di condurla alla potenza mondiale, non poteva che essere assolto da un uomo del Sud» (pagg. 94-95). Un contadino profeta e condottiero, al contempo diffusore di una grande cultura (esoterica) e costruttore di una grande Germania, potenza mondiale di razza ariana: così si vede e si vive Hitler, che nelle ultime pagine di questa parte nel libro – nel settembre 1942, quando le sue armate marciano ancora verso il Caucaso – rievoca i suoi inizi da alunno ribelle, prima di trovare i veri maestri in un’Ellade nietzscheanamente idealizzata: «Inutile dire che presso i professori non ero in odore di santità. Un adolescente di tredici o quattordici anni, se ha la mente sveglia, ha facilmente la meglio su un maestro abbrutito da anni di insegnamento. È comprensibile che i giovani greci si recassero talvolta molto lontano per beneficiare dell’insegnamento di un maestro di loro gusto. Del resto i giovani dell’antichità andavano al combattimento raggruppati attorno al loro maestro. Nessuno può avere più entusiasmo di un fanciullo dai tredici ai diciassette anni. Si farebbe sbranare per un maestro, se questi è veramente un uomo. Vorrei che fosse così anche da noi, che intere classi partissero per il fronte in compagnia del loro maestro» (pag. 507). Mancano un paio di mesi alla catastrofe di Stalingrado, Hitler è ancora convinto di vincere sulla base di una “grande cultura”, mentre intere classi della gioventù tedesche si stanno “facendo sbranare” per lui, quando i sogni esoterici di vittoria del Terzo Regno su Arimane si stanno rovesciando nel loro contrario e non l’inesistente giudeo-bolscevismo, ma l’Unione Sovietica reale di Stalin si accinge a scagliare i suoi carri armati pesanti contro un esercito stremato, costruito da Hitler con una logica realistica (le guerre-lampo nel triennio, con rapporti di forza favorevoli), ma sulla base di una cosmologia infondata e fantastica. Questa è la chiave della personalità del Führer, del suo inesauribile discettare sullo scibile umano, mentre le sue armate sembrano avanzare, irresistibilmente e quasi automaticamente, dopo aver superato l’ostacolo davanti a Mosca, nell’inverno 1941: la neve del presentimento, trasformata e domata dal ghiaccio di Hörbiger, il vero principio dell’universo, “rapporti segreti” di un antico sapere, trasmessi al solo Hitler e a coloro che definisce “quelli della sua cerchia” e non a un altro “qualcuno”, perché lui solo è in grado di ricostruire all’Est il destino ariano del popolo. Questa certezza, chiave delle personalità frutto di una formazione esoterica, si incrina nell’autunno del 1942, davanti a Stalingrado, che non è un errore – come egli credeva – dell’uomo che ha dato nome alla città, ma è invece la prova che l’URSS ha più armi e più risorse del Terzo Reich, che la guerra-lampo, riuscita all’Ovest, è fallita all’Est".

Paolo Valentino per il "Corriere della Sera" il 16 maggio 2021. La più celebre fuga della Seconda guerra mondiale fu il frutto di un lavoro di disinformazione dei servizi segreti britannici. E quella che abbiamo sempre creduto essere stata l'iniziativa personale di un nazista tormentato, in realtà fu una trappola ben riuscita, che si tradusse in un importante successo tattico per la Gran Bretagna ed ebbe anche conseguenze pratiche sull' andamento del conflitto. La sera del 10 maggio 1941 un cacciabombardiere Bf 110, con il serbatoio di riserva anch' esso pieno di carburante, prese il volo dalla pista di collaudo della fabbrica di aerei Messerschmitt Ag di Haunstetten, in Baviera, in direzione nord-ovest. Alla guida del velivolo della Luftwaffe era Rudolf Hess, numero due del regime nazista e delfino designato di Hitler. Intorno alle 23 ora locale, mentre si trovava sul cielo della Scozia, Hess azionò il seggiolino eiettabile e venne proiettato nel vuoto. Fu il primo e ultimo lancio col paracadute della sua vita. Mezz' ora dopo, la Home Guard britannica lo arrestò, prendendolo in consegna da una coppia di contadini scozzesi che lo aveva scoperto e catturato nel proprio cortile. A Berlino, ci vollero ventiquattr' ore prima di capire cos' era successo e il doppio per confezionare una verità ufficiale. Finalmente, il 12 maggio, la radio del regime lesse un comunicato del quartier generale di Hitler, secondo il quale Hess era volato verso l'Inghilterra e probabilmente era caduto, vittima di un incidente. Il testo parlava di «crollo mentale», il vice del Führer sarebbe stato vittima di un delirio di grandezza. Il giorno dopo però, ci aveva pensato la Bbc a mettere le cose in chiaro: Hess non era precipitato, era vivo e vegeto e si trovava in custodia delle autorità britanniche. L' annuncio stuzzicò la graffiante ironia dei berlinesi, alimentando barzellette e battute, clandestine naturalmente, perché si rischiava la galera: «Secondo Radio Londra, questa notte non si segnalano altri voli di ministri tedeschi». Hitler aveva ricevuto la notizia la mattina dell'11 maggio nel Nido dell'Aquila, la sua residenza sul Berghof, nelle Alpi bavaresi: due aiutanti di Hess, gli ufficiali Karlheinz Pintsch e Alfred Leitgen, gli avevano consegnato personalmente una busta sigillata con una lettera autografa del loro capo. Quando la lesse, il Führer ebbe un attacco di rabbia. Ordinò che i due malcapitati fossero arrestati e spediti nel campo di concentramento di Sachsenhausen, dove sarebbero rimasti fino al 1944. Poi, insieme a Martin Bormann, Hitler aveva trascorso ore e ore a «formulare una motivazione plausibile del volo di Hess in Inghilterra», come ha raccontato nelle sue memorie Christa Schröder, la sua segretaria. Ma che cos' era successo? E cosa diceva Hess al suo Führer nella lettera? Rudolf Hess non era solo un gerarca nazista. Era il più devoto dei compagni d' arme della prima ora, un autentico fanatico del culto di Hitler, che a lui aveva dettato il Mein Kampf nella prigione di Landsberg, dopo il fallito putsch di Monaco del novembre 1923. Salito al potere, Hitler gli aveva affidato la gestione del partito. Ma l'inizio della guerra lo aveva estraniato dal capo. Sempre più Hess si era convinto (giustamente) che l'idea di Hitler di aprire un secondo fronte contro l'Unione Sovietica sarebbe stato un errore fatale con il primo ancora aperto. Il Terzo Reich non avrebbe avuto risorse sufficienti a reggere l'urto contemporaneo di due guerre. Così, si era sempre più fissato con l'idea che potesse essere lui a negoziare una pace separata con Londra e regalarla al Führer. E quando nella primavera 1941 si era reso conto che l'inizio dell'operazione Barbarossa, l'attacco all' Urss, era prossimo, aveva rotto gli indugi. Hess pensava di avere individuato anche l'uomo giusto, con il quale trattare un accordo di pace: non Churchill, naturalmente, ma il duca scozzese Douglas Douglas-Hamilton, uno dei leader del movimento pacifista britannico e oppositore del premier. Lo aveva conosciuto nel 1936 durante i Giochi Olimpici di Berlino. Agli agenti della Home Guard che lo avevano arrestato, Hess dichiarò un falso nome e chiese infatti di vedere Douglas-Hamilton, dicendo di essere suo amico. Ma quando l'11 maggio il duca si appalesò e il gerarca si presentò col suo vero nome, quello non ricordò l'incontro. Anzi, appena appresa la sua vera identità, Douglas-Hamilton, da vero patriota, informò subito il gabinetto del primo ministro. Si racconta che Churchill quella sera aveva deciso di vedersi un film nel bunker sotto Downing Street dove viveva. E quando gli dissero che Hess, il vice di Hitler, era stato catturato in Scozia, rispose: «Hess o non Hess, io ora voglio vedere i fratelli Marx». La domanda che da sempre aleggia è se Hess sia volato di sua autonoma iniziativa o su mandato segreto di Hitler. Nulla di tutto questo, secondo lo storico Rainer F. Schmidt, che ha potuto consultare il fascicolo Hess, finalmente liberato dal segreto negli Archivi di Stato britannici. In realtà, come rivela «Die Welt», Rudolf Hess cadde in una trappola tesagli dai servizi britannici. Già dal 1940 infatti, spacciandosi proprio per Douglas-Hamilton, che non ne sapeva nulla, gli agenti britannici avevano stabilito una corrispondenza epistolare con il numero due del nazismo, con l'obiettivo di diffondere disinformazione al vertice del regime per seminare discordia e sospetti. Che Hess abbia preso sul serio le lettere, al punto da rispondere e perfino decidere di recarsi personalmente in Scozia, l'intelligence di sua maestà non lo aveva però mai immaginato o sperato. La sua fuga fu un colpo di fortuna del tutto inatteso. La cattura di Hess produsse almeno tre vantaggi per la Gran Bretagna. In primo luogo, migliorò il morale della popolazione. Ancora più importante, rafforzò negli Stati Uniti la preoccupazione che Londra potesse essere tentata di concludere una pace separata con Hitler, facilitando la decisione del Congresso di aumentare gli aiuti militari e alimentari del «Lend-Lease» al Regno Unito. Infine, Churchill alimentò il timore di Stalin che Gran Bretagna e Germania potessero unirsi contro l'Unione Sovietica. Rudolf Hess sarebbe rimasto per tutta la guerra in mani inglesi. Processato a Norimberga con gli altri gerarchi nazisti, proprio la fuga gli evitò la condanna a morte. Fu condannato all'ergastolo e scontò la pena nel carcere speciale di Spandau a Berlino, dove a partire dal 1981 fu l'unico detenuto della struttura. Hess rimase sempre un convinto nazista e antisemita e questo fu l'argomento opposto ai molti che nel tempo ne chiesero il rilascio per ragioni di salute. Ormai molto malato, il 17 agosto 1987, all' età di 93 anni, Hess fu trovato impiccato nella prigione berlinese, ufficialmente suicida. La famiglia e il suo avvocato non hanno mai creduto a questa versione. Poche settimane prima Mikhail Gorbaciov aveva tolto il veto sovietico alla sua scarcerazione. Probabilmente, sarebbe stato liberato di lì a poco.

Minoranze da difendere? Tutte, tranne gli ebrei...La sinistra non tutela più il "popolo" bensì le "diversità". Ma si è "scordata" una religione. Marco Gervasoni - Dom, 07/03/2021 - su Il Giornale. Il progressismo attuale, cioè la sinistra, lo sappiamo, non tutela più le classi lavoratrici e il «popolo» quanto le minoranze. Non c'è minoranza etnica, linguistica, religiosa, sessuale e persino di scelte culinarie (il veganesimo) che non sia difesa dai progressisti come modello di uno stile di vita che dovrebbe arricchire spiritualmente questo triste Occidente. Segno tangibile di decadenza, troviamo questa spasmodica ricerca della diversità anche in altri periodi caratterizzati dalla fine di una civiltà, come durante l'epoca alessandrina, il tardo impero romano, gli ultimi tempi di quello bizantino e così via. In attesa dei barbari che vengano a rivitalizzare la decadenza, la sinistra oggi è essenzialmente ed esclusivamente genderista, immigrazionista, filo islamica. L'unica minoranza religiosa che i progressisti si guardano bene dal difendere, e anzi spesso aggrediscono, è costituita dagli ebrei. Si riconferma così il classico paradosso che l'identità ebraica è al tempo stesso invisibile eppure onnipresente, e che la figura dell'ebreo è oggetto di operazioni di proiezione fantasmatica da parte dei non ebrei. In più, a complicare il quadro, sta il sostanziale filo islamismo dell'attuale sinistra, e per quanto non possiamo istituire una meccanica sovrapposizione tra antisemitismo e islam, oggi, in Occidente, gli islamisti sono i principali nemici degli ebrei. La patria di tutti questi paradossi non è gli Stati Uniti, nonostante il peso della identity politics (cioè l'assemblamento di minoranze) sia molto forte e gli ebrei abbiano un ruolo importante nella vita pubblica di oltre oceano. No, il luogo in cui cercare la contraddizione è il Regno Unito, dove la sinistra intellettuale e politica, rappresentata dal Labour, è al tempo stesso profondamente anti popolare e con uno spiccato carattere anti semita, e certamente anti israeliano. Le dimissioni di Corbyn non hanno modificato di molto il quadro: nonostante il linguaggio marxista e persino leninista, il Labour party è esattamente questo patchwork di minoranze di ogni tipo. Tutte tranne gli ebrei, che anzi spesso sono stati vittima della propaganda laburista. Ma il fenomeno è più profondo: il Labour non fa nient'altro che farsi collettore di immagini che circolano nella sfera pubblica inglese e in quella culturale, e della cultura che una volta si sarebbe detta di massa. Per questo il tema dell'antisemitismo a sinistra, ben tracciato da una serie di studi, appare in una luce nuova in questo volumetto proprio perché scritto da un attore (David Baddiel, Jews don't count, Harper Collins) il cui nome da noi non dice molto ma nel Regno Unito è un noto attore e presentatore televisivo, nonché sceneggiatore e romanziere, spesso impegnato nell'attività della comunità ebraica inglese. E qui si dimostra coraggioso assai perché anche a Londra tv e cinema sono occupati militarmente dai progressisti: che Baddiel sfida apertamente, accusandoli di difendere tutte le cause delle minoranze, meno quella degli ebrei. Di fatto, come spiega l'autore, per la sinistra gli ebrei non sono affatto una minoranza. Prova ne è che, nel mondo delle sceneggiature tv e cinematografiche, tutte dominate dal politicamente corretto, nella storia devono essere presenti tutte le minoranze, tutte ovviamente incarnazione di figure positive (i cattivi sono quasi sempre maschi bianchi etero ormai), tranne gli ebrei. Attraverso esempi calzanti spesso molto divertenti (si sente la penna dell'umorista), Baddiel cita i rarissimi casi in cui ebrei sono presenti nelle fiction, e sono quasi tutti personaggi negativi o perlomeno ambigui. Così, secondo un paradosso, alla fine la sinistra politicamente corretta finisce per fare la stessa cosa della produzione artistica della Germania nazista; in cui gli ebrei dovevano essere assenti, salvo incarnare figure negative. Persino nella scelta degli attori è così: rarissimamente personaggi ebrei sono interpretati da attori che lo sono davvero, diversamente da quando accade per le altre minoranze. Ovviamente la questione palestinese occupa un posto fondamentale, fino a un Ken Loach che spiega come «l'antisemitismo» sia una reazione «comprensibile» di fronte alle «azioni di Israele». Quanto all'antisemitismo nel Labour, Baddiel mostra come la spiegazione della intellighentsia rossa di oltre Manica sia piuttosto primitiva: solo propaganda della destra e dei suoi giornali. Fino a un noto editorialista del Guardian che istituisce una rigida gerarchia del razzismo, partendo dalle etnie o dalle religioni più aggredite fino a quelle più tollerate: indovinate chi siede all'ultimo posto? Gli ebrei, quasi estinti in Europa nel secolo scorso da un progetto sterminazionista, sarebbero insomma oggi poco toccati dal razzismo, quando non sarebbero razzisti essi stessi nei confronti degli arabi. Una sorta di neo negazionismo, come denuncia la scrittrice Deborah Lipstadt intervistata dallo stesso Baddiel. Che alla fine non fornisce rimedi e soluzioni: intanto però diverse organizzazioni islamiche hanno già chiesto che sia bandito dalla tv per... razzismo. Amara conferma della correttezza della sua tesi.

GIORNO DELLA MEMORIA. La mia battaglia per obbligarci a ricordare l'orrore della Shoah. Fu l’Italia a scegliere una data per ricordare lo sterminio nazista degli ebrei. Come ricorda Furio Colombo, promotore della legge: «Non è stato facile, perché in An e Forza Italia c'era chi diceva "il fascismo ha fatto anche cose buone"». Francesca De Sanctis su L'Espresso il 26 gennaio 2021. Prima ancora dell’Onu, che nel 2005 istituì il Giorno della memoria per ricordare le vittime dell’Olocausto, fu l’Italia a prendere la stessa decisione, nell’anno 2000, grazie alla sensibilità, alla tenacia, alla volontà di un giornalista e scrittore, allora deputato dell’Ulivo, di pronunciare a gran voce la verità che andava gridata: «La Shoah è un crimine italiano, ricordiamocelo». Parole di Furio Colombo, che ha appena festeggiato i suoi primi 90 anni e a cui vanno i nostri auguri. Fu lui a proporre e a far approvare la legge n. 211 che il 20 luglio del 2000 istituì in Italia il Giorno della memoria, «per ricordare lo sterminio del popolo ebraico, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, e a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati». Da 20 anni si celebra il 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz.

Il più grande sterminio del '900. Perché il 27 gennaio si celebra il Giorno della Memoria, la commemorazione delle vittime dell’Olocausto. Antonio Lamorte su Il Riformista il 27 Gennaio 2021. Il 27 gennaio si celebra in tutto il mondo la Giornata della Memoria. Le commemorazioni per ricordare l’Olocausto, lo sterminio degli ebrei, di avversari politici e di altre minoranze etniche a opera del regime nazista e dei suoi alleati che tra il 1933 e il 1945 (dati dell’Holocaust Memorial Museum di Washington) fece tra 15 e 17 milioni di vittime. Di questi tra cinque e sei milioni di ebrei. A designare la data la risoluzione 60/7 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del primo novembre 2005 durante la 42esima riunione plenaria. Il 27 gennaio è diventata la data simbolica della Shoah (in ebraico “disastro”, “catastrofe”) perché il 27 gennaio del 1945 le truppe sovietiche della 60esima Armata del “1° Fronte ucraino” scoprirono e liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. Il complesso, nei pressi della città polacca di Oświęcim, era il più grande complesso di sterminio realizzato dai nazisti. È diventato il simbolo del più grande genocidio del 900. Oggi accoglie milioni di visitatori all’anno. La scoperta del campo di Auschwitz rivelò al mondo lo sterminio dell’Olocausto. Dieci mesi prima di Auschwitz l’armata sovietica aveva liberato il campo di concentramento di Majdanek. Dal 1979 il campo di concentramento e sterminio nazista di Auschwitz Birkenau è Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Ogni anno, in tutto il mondo, si commemora la Shoah in tutto il mondo con cerimonie ufficiali e occasioni di incontro per ricordare la pagina più orrenda del 20esimo secolo. Le iniziative, in Italia, si svolgeranno quest’anno nelle scuole, in Parlamento, nei Comuni, nelle televisioni. Alle 11:00 le celebrazioni ufficiali al Palazzo del Quirinale con il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il premier dimissionario Giuseppe Conte, la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, la Presidente dell’Ucei (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane), Noemi Di Segni e Sami Modiano, sopravvissuto all’Olocausto. “Ricordare è una espressione di umanità, ricordare è segno di civiltà, ricordare è condizione per un futuro migliore di pace e di fraternità, ricordare è anche stare attenti perché queste cose possono succedere un’altra volta, incominciando dalle proposte ideologiche che vogliono salvare un popolo e finendo a distruggere un popolo e l’umanità. State attenti a come è incominciata questa strada di morte, di sterminio, di brutalità”, ha dichiarato Papa Francesco all’udienza generale in occasione del Giorno della Memoria.

DAGONEWS il 4 febbraio 2021. Foto rare mostrano uomini, donne e bambini messi in fila e portati via dopo aver combattuto per quasi quattro settimane durante la rivolta nel ghetto di Varsavia del 1943. Il tentativo di resistere al rastrellamento ebbe un finale tragico. L’eroica resistenza costò la vita a 13mila ebrei. Dei 460.000 ebrei del ghetto di Varsavia, 265.000 furono inviati nel campo di sterminio di Treblinka per essere assassinati; altri 20.000 furono mandati nei campi di lavoro. Le immagini ci riportano dentro quell’orrore e saranno raccolte nel volume dello storico Ian Baxter, “The Ghettos of Nazi-Occupied Poland - Rare Photographs from Wartime Archives”, pubblicato da Pen and Sword.

Claudio Del Frate per corriere.it il 28 gennaio 2021. Tre consiglieri comunale della minoranza di centrodestra hanno votano mostrando il saluto romano anziché la semplice alzata di mano. È accaduto nel municipio di Cogoleto (Genova) nella seduta del 27 gennaio, giorno della memoria, durante la discussione sul bilancio comunale. L’episodio è stato denunciato dal sindaco del comune ligure, Paolo Bruzzone e documentato da un video girato dallo streaming del consiglio comunale stesso. I tre protagonisti dell’episodio - rispettivamente un consigliere leghista, uno di Fratelli d’Italia e un indipendente - hanno negato che il loro gesto volesse richiamare il saluto romano. Il video inquadra i banchi della minoranza al momento della votazione sul documento contabile: si vedono i tre consiglieri (Francesco Biamonti, Valeria Amadei e Mauro Siri) tendere il braccio quasi in contemporanea per esprimere il loro voto contrario. Il gesto viene ripetuto più volte. Su Facebook il sindaco Bruzzone scrive: «Mi preme condannare con forza tale gesto, appartenente alla simbologia fascista, che evoca valori politici di intolleranza, odio e discriminazione razziale. Sono pertanto convinto che quanto accaduto non possa e non debba passare inosservato, nel rispetto di tutte le persone che, a causa dell’ideologia a cui rimandano quelle braccia tese - e più in generale, di ogni forma di prevaricazione indipendente dal colore politico - hanno vissuto gli orrori del passato».  

«Rivedendo il video ci siamo accorti che un consigliere rivolgendosi alla sua vicina di banco ha detto "Votiamo con il saluto romano?", oltre a questo nel video quando gli è stato fatto notare il gesto e alla richiesta di scuse queste non ci sono state. Ora stiamo valutando la richiesta di dimissioni o se ci possono essere rilevanze penali e di oltraggio al Costituzione» ha aggiunto oggi Bruzzone. I consiglieri di minoranza hanno però smentito di aver pronunciato quella frase. Anche il governatore della Liguria Giovanni Toti ha condannato l’episodio: «Quello che è accaduto a Cogoleto non è tollerabile e va condannato, senza se e senza ma. I consiglieri che durante il consiglio comunale hanno fatto il saluto romano, oltre a commettere un reato, hanno offeso nel giorno della Memoria tutte le vittime della follia criminale nazifascista». «Da Presidente di Regione ritengo che nessuno debba permettersi comportamenti simili, a maggior ragione i rappresentanti delle istituzioni, in nessuna giornata, non solo in quella della Memoria».

Cogoleto, saluto romano in consiglio comunale nel giorno della Memoria. Il consigliere leghista: “Ho solo votato”. Le Iene News il 28 gennaio 2021. Tre consiglieri della minoranza hanno votato in consiglio comunale alzando il braccio destro ed emulando il saluto romano. È avvenuto durante la seduta convocata nel giorno della Memoria a Cogoleto, paese in provincia di Genova spesso al centro dei dibattiti per aver dato forse i natali a Cristoforo Colombo. I consiglieri comunali hanno risposto agli inviti di scuse: “È solo il loro modo di votare”. Cogoleto non verrà ricordata solo per la diatriba per aver forse dato i natali a Cristoforo Colombo, ma anche per una brutta pagina della sua politica. Una parte della minoranza vicina al centrodestra ha alzato il braccio destro in consiglio comunale emulando il saluto romano, proprio nel giorno della Memoria. “Una cosa molto grave, una scena assolutamente vergognosa a opera di alcuni esponenti della minoranza”, commenta così Stefano Damonte, vicesindaco del paese di quasi 9mila abitanti in provincia di Genova. “Si tratta di gesti che devono essere sempre con forza condannati”. A testimonianza di quanto avvenuto ci sono le immagini e i video registrati dalle telecamere che vedete qui sopra. “Mi preme condannare con forza tale gesto, appartenente alla simbologia fascista, che evoca valori politici di intolleranza, odio e discriminazione razziale. La nostra Cogoleto ha sempre difeso in maniera salda i valori antifascisti presenti nella Costituzione”, dice il sindaco Paolo Bruzzone. “Gesti come quelli di ieri, che mi auguro non si ripetano più in alcun modo, sono da stigmatizzare aspramente, ancor di più se commessi da rappresentanti delle istituzioni”. L’invito a scusarsi da parte del presidente del consiglio comunale non è stato accolto. “Non devo giustificare nulla, questo è il mio modo di votare. Sono offeso da queste accuse infamanti”, ha detto Francesco Biamonti.

Giorno memoria: indagati i tre consiglieri di Cogoleto. (ANSA il 30 gennaio 2021) La procura di Genova ha indagato per violazione della legge Mancino Valeria Amadei, Francesco Biamonti e Mauro Siri, i tre consiglieri comunali di Cogoleto che nella seduta consiliare del 27 gennaio, in cui si celebrava il giorno della Memoria, avrebbero ripetutamente fatto il saluto romano mentre votavano alcune delibere. "Si tratta di una iscrizione doverosa - sottolinea il procuratore aggiunto Francesco Pinto - perché deve essere chiaro che nel nostro ordinamento il razzismo e l'antisemitismo non sono opinioni ma delitti e la reazione deve essere immediata quando succedono certi fatti".

Sterminio e orrore, la Storia si vergogna: Soverina e l'innocenza della colpa. Edvige Vitaliano su Il Quotidiano del Sud il 24 gennaio 2021. L’Immagine del filo spinato che attraversa la Storia si ripresenta vivida in occasione della Giornata della Memoria: il 27 gennaio. Di quel che significò e significa ancora la Shoah e non solo, ne parliamo con Francesco Soverina.

Professor Soverina, cos’è stata la Shoah?

«Shoah è la parola con cui gli ebrei designano il genocidio perpetrato a loro danno dal nazismo durante il secondo conflitto mondiale. Si è trattato di uno sterminio di immani proporzioni, che segna una gravissima battuta d’arresto del processo di civilizzazione, che mette a nudo – in modo inquietante – le potenzialità distruttive della modernità tecnico-industriale. La sua tragica peculiarità è riconducibile, oltre alla vastità del programma omicida, all’impiego di tutte le risorse proprie di uno Stato nella fase avanzata dello sviluppo capitalistico. Sono questi i fattori che connotano uno sterminio considerato unico, perché mai prima di allora uno Stato moderno prende la decisione di distruggere un intero popolo. Uno sterminio, paradigma della “barbarie civilizzata”, perché rivolto “contro la diversità umana” e che occupa una sinistra centralità nella novecentesca “età degli estremi” (E. J. Hobsbawm). Va ricordato, inoltre, che genocidio è un termine nuovo, coniato nel 1944 dal giurista polacco di origine ebraica Raphael Lemkin per designare la drammatica novità di quanto stava accadendo nell’Europa piegata sotto il “tallone di ferro” del Terzo Reich».

“Olocausto/Olocausti. Lo sterminio e la memoria” è un libro da lei curato, perché questo titolo?

«Perché – a ben vedere – quello messo in atto dal nazismo e dai suoi alleati è stato uno sterminio caratterizzato dalla pluralità delle vittime, dei carnefici e dei metodi di eliminazione. L’assassinio di massa degli ebrei e di quanti sono ritenuti una minaccia per l’integrità razziale e politica del Terzo Reich ha richiesto la costruzione di una complessa macchina organizzativa, l’adozione di tecniche di eliminazione che vanno dalle fucilazioni sommarie alla gasazione nelle “fabbriche della morte”. In nome di un imperativo biologico-razziale o ideologico-politico vengono liquidati, a partire dai disabili tedeschi, non solo ebrei, ma sinti e rom, oppositori politici, Testimoni di Geova, omosessuali, “sotto-uomini” slavi e prigionieri di guerra sovietici. Senza stilare una graduatoria delle sofferenze, disabili, ebrei, sinti e rom vengono braccati e perseguitati solo per la colpa di esistere. Per loro, e solo per loro, non c’è posto alcuno nell’utopia negativa del nazismo».

Quale storia le è rimasta dentro e perché?

«Fra le tante, in cui mi sono imbattuto nei miei studi, quella del bambino disabile, il cui omicidio “terapeutico” segna l’inizio della pagina dello sterminio. Per i nazisti quel piccolo tedesco rappresentava una “vita indegna di essere vissuta”, una “bocca inutile”, da annientare al fine di tutelare la propria “comunità etnico-popolare”, fondata su vincoli di sangue. La sua uccisione, come quella di decine di migliaia di disabili e del milione e mezzo di bambini ebrei, è lo sbocco nefasto dell’ostilità pseudoscientifica nutrita per oltre cinquant’anni, dalla fine dell’Ottocento, nei confronti dei “diversi”. La ragione di fondo per cui questa storia, queste storie mi accompagneranno per tutta la vita risiede nel raccapricciante destino a cui tanti esseri inermi, innocenti sono stati condannati; una sorte, la loro, che rinvia, da un lato, al tema dell’ “innocenza della colpa”, dall’altro agli effetti esiziali del veleno inoculato da una “fede feroce” (E. Montale)».

Cosa la storia di quei fatti di ieri può ancora insegnare agli uomini di oggi?

«In primo luogo – vede – occorre far sì che le lezioni della storia siano conosciute e recepite. In relazione a quei giganteschi crimini contro l’umanità, non mi stancherò mai di ripetere che bisogna sbarazzarsi del convincimento autoassolutorio secondo cui lo sterminio nazista sia stato opera di un pugno di fanatici agli ordini di un folle capo carismatico. Accanto agli aguzzini, ai sadici esecutori ci sono stati tantissimi “uomini comuni”, tra cui i grigi “burocrati della morte”, che con un semplice tratto di penna hanno cancellato milioni di vittime. È il tema, lucidamente enucleato da Hannah Arendt, della “banalità del male”».

Uno dei suoi libri si intitola “La difficile memoria. La resistenza nel Mezzogiorno e le quattro giornate di Napoli”. Difficile memoria, perché ?

«Il titolo si riferisce al travagliato, incerto radicamento del “paradigma antifascista” nel Mezzogiorno. È trascorso molto tempo prima che un consistente numero di napoletani si riappropriasse della memoria delle Quattro Giornate, un capitolo cruciale della loro storia. Così come – e ciò non suoni oggi sorprendente – sono trascorsi molti decenni prima che Elisa Springer, Nedo Fiano, Pietro Terracina, Liliana Segre rompessero il muro del silenzio per scardinare la fortezza dell’indifferenza. Un compito arduo, nel quale sono stati preceduti da Primo Levi, il grande testimone e interprete della Shoah, che ha speso una vita per dire “l’indicibile”, per decifrare il “buco nero” di Auschwitz».

Se dovesse parlare ai ragazzi di quanto sia importante conoscere la Storia per leggere il presente, quale frase e quale scrittore sceglierebbe?

«Mi viene subito in mente l’illuminante frase di uno dei maggiori storici del Novecento, Marc Bloch, fondatore – insieme con Lucien Febvre – della scuola delle “Annales”, che si è resa protagonista di una vera e propria rivoluzione storiografica: “L’incomprensione del presente nasce fatalmente dall’ignoranza del passato. Forse, però, non è meno vano affaticarsi a comprendere il passato ove nulla si sappia del presente”. In effetti, ad onta di quanto ancora persiste nel senso comune, la storia non si risolve nella conoscenza degli eventi passati, dal momento che gli storici volgono lo sguardo all’indietro a partire dal tentativo di comprendere dinamiche e questioni dell’età in cui essi vivono. Ci si rivolge al passato per cercare di rispondere a domande e problemi sollevati dal presente, per coglierne le radici. A mio avviso, la storia – “la scienza degli uomini nel tempo” (Marc Bloch) – mette a fuoco lo spessore del presente, ce ne mostra la profondità complessa e multiforme. Infine, è significativo che a svolgere le considerazioni, consegnate a quel capolavoro sul piano metodologico che è l’Apologia della storia, sia stato un medievista della levatura di Bloch, il quale non ha esitato a cimentarsi con la storia del suo presente in ben due occasioni, l’ultima delle quali per spiegare le ragioni della Strana disfatta della Francia, travolta nel 1940 dalla Germania hitleriana. Finirà – non a caso – i suoi giorni, il 16 giugno 1944, fucilato dai nazisti, perché partigiano ed ebreo».

La nipote Goia ricorda Bartali: eroe Giusto e discreto.  Antonio Ruzzo il 27 gennaio 2021 su Il Giornale. “Tutto giusto, tutto da rifare…”. Andrebbe cambiata così la frase più famosa di Gino Bartali. Perchè in questo caso non c’è nulla di sbagliato e non stiamo parlando di una vittoria di un Giro o di un Tour. Ci sono azioni che entrano nella storia in silenzio e che fanno la storia senza clamori . Racconti di altri tempi che danno la dimensione delle persone, dei protagonisti e della vita: com’era e come adesso è cambiata. Così  Bartali corriere dei partigiani che durante l’occupazione tedesca dà una mano a salvare  gli ebrei dall’Olocausto può sembrare solo l’immagine sbiadita di uno dei tanti documentari su quel periodo buio. In realtà quell’immagine non si può e non si deve cancellare.  E questa mattina a ricordarla è stata Gioia Bartali, nipote del campione  intervenendo nelle seduta solenne del Consiglio comunale di Sassari in occasione della Giornata della Memoria.  “Lo Yad Vashem istruisce un dossier e analizza in modo rigoroso una serie di documenti e testimonianze prima di riconoscere una persona ’Giusto tra le Nazioni” ha spiegato.  “Ginettaccio” è stato insignito nel 2013 del riconoscimento postumo per aver salvato la vita a tanti ebrei durante le persecuzioni e la nipote Gioia ha voluto così rispondere alle polemiche che da qualche giorno si sono sollevate attorno alle affermazioni contenute nel libro dello storico Stefano Pivato, secondo il quale non ci sarebbe nessuna prova che Bartali abbia salvato centinaia di ebrei perchè tutto si basa su testimonianze di persone che non ci sono più e i riscontri non sarebbero sufficienti.   Un’operazione sinceramente “pericolosa” perchè  liquida la vicenda come inventata senza neppure porsi un dubbio, ignorando una storiografia precedente compreso lo Yed Vashem e il suo noto rigore investigativo e alimentando un clima di negazionismo sempre più imperante in tutti i campi. Ma tant’è . Resta ciò che per fortuna resta e cioè la narrazione  di un campione e di un eroe che ha compiuto vari viaggi in bicicletta dalla stazione di Terontola-Cortona fino ad Assisi, trasportando documenti e foto tessere, prodotte dai frati francescani di Assisi, nascoste nei tubi della bicicletta per fornire identità false agli ebrei per potersi salvare. «Mio nonno diceva che il bene si fa e non si dice- ricorda Gioia Bartali -parlava poco di quello che aveva fatto. Quando lo raccontò a mio padre gli raccomandò di non dirlo a nessuno. Non avrebbe mai accettato in vita di ricevere alcuna onorificenza”. Anche perchè come ripeteva sempre: “Il bene si fa ma non si dice e sfruttare le disgrazie degli altri per farsi belli è da vigliacchi…”

Il virus inventato da tre medici per salvare i bambini dalla Shoah. Lo chiamavano il "Morbo di K", un nome spaventoso, adatto a un virus letale e altamente contagioso, che però non è mai esistito. Fu l'invenzione di tre medici romani che voleva salvare i bambini ebrei dalla deportazione. Davide Bartoccini, Mercoledì 27/01/2021 su Il Giornale. Un virus terribile, estremamente contagioso e sconosciuto ai più. Una "sindrome neurodegenerativa fulminante" che poteva essere trasmessa con un colpo di tosse, o con uno starnuto - come un'influenza; e che però si sarebbe rivelata letale: anche per i soldati delle SS che avrebbero dovuto prendere i bambini per metterli su treni che portavano ad est. Treni di morte. Treni che facevano una sola fermata, in località isolate dai nomi allora sconosciuti. Nomi che sarebbero poi rimasti impressi, stigmatizzati per sempre nella memoria un mondo sgomento di fronte all'orrore perpetrato. Uno di quei nomi era Birkenau, dove sorgeva il konzentrationslager allestito nelle vicinanze di Auschwitz: il campo di sterminio più terribile, dopo quello di Treblinka. Se non ne avete più sentito parlare del "Morbo di K", non è perché venne trovato un vaccino che lo ha debellato - come quello per la Poliomelite. Non ne avete mai più sentito parlare perché in verità que morbo non è mai esistito: fu l'invenzione dell'allora primario dell'Ospedale Fatebenefratelli di Roma, Giovanni Borromeo, pensanto con la complicità di Adriano Ossicini e Vittorio Emanuele Sacerdoti - medico di origini ebraiche che svolgeva la professione sotto falso nome -, al fine di mettere in salvo i bambini ebrei terrorizzando le SS di Herbert Kappler, il boia di Roma che nel 16 ottobre del 1943 ordinò il razzia del ghetto. Di 1022 anime rastrellate e inviate immediatamente ad Auschwitz-Birkenau, solo 16 fecero ritorno. Pochi invece, riuscirono a scappare per rifugiarsi da amici e partente chi vivevano fuori dal quartiere ebraico. Così i medici romani pensarono di inventarsi una malattia che doveva contagiare proprio e solo quei bambini, che erano sfuggiti al rastrellamento ma rischiavano ancora di essere trovati dalla Gestapo, come qualche altro "superstite". Ricoverandoli in ospedale, e tenendoli in isolamento nei sotterranei dell'ospedale che sorge sull'Isola Tiberina, dove era il reparto malattie infettive, sarebbero rimasti certamente al sicuro. Protetti dalla paura. Ai soldati tedeschi infatti, veniva intimato dai medici di non ispezionare il padiglione, avvertendoli del rischio al quale si sarebbero esposti nell'entrare in contatto con i pazienti affetti da quel terribile virus. Un virus fantasioro, che doveva il suo nome, limitato alla lettera "K", proprio alle iniziali di Kappler, capo dei servizi segreti nazisti a Roma, e del generale Kesselring, comandante di tutte le forze armate naziste in Italia; ma che allo stesso tempo doveva evocare nei tedeschi la sinistra paura che veniva associata ad un male incurabile al cervello: a parole come Kopf e Krebs, che in tedesco sigrificano rispettivamente testa e cancro. Così facendo il dottor Borromeo, insieme a Ossicini e Sacerdoti, si impegnò a falsificare decine di cartelle cliniche tenendo alla larga gli ufficiali tedeschi; almeno fino a quando non lasciarono Roma nel '44. Secondo le testimonianze raccolte dalla giornalista del Messaggero Ilaria Ravarino però, non tutti erano stati messi al corrente dell'inganno nell'ospedale; e per questo il timore era percepibile anche nel personale medico che aveva sentito mormorare di una malattia rara e mortale che infestava i sotterranei di uno dei più antichi ospedali di Roma, senza sapere che si trattava di un piano quasi machiavellico. "Chi poteva si teneva alla larga da quel reparto" - "Le SS non osavano avvicinarsi, pensando che non valeva la pena rischiare" - "E poi il morbo di K ci avrebbe comunque uccisi (la soluzione finale, ndr). Il problema più grande per noi era trovare da mangiare. Ogni tanto con mio fratello uscivamo dai sotterranei per fare cicoria, che poi cucinavamo con il carbone rubato alle cucine dell'ospedale", racconta Giacomo Sonnino, protagonista del documentario "Sindrome K, il virus che salvò gli ebrei"​. Solo in un caso - riporta il documentario basato sui resoconti forniti dal figlio di Borromeo - le SS insistettero per tentare di far luce su quel misterioso morbo di cui nessuno aveva mai sentito parlare al di fuori di Roma. Fu durante l'inverno del 1943, che alcuni ufficiali nazisti pretesero di ispezionare il reparto insieme a un dottore militare tedesco che avrebbe dovuto visitare i ricoverati, e constatare i sintomi di quelli che per chunque fosse al corrente della macchinazione erano diventati i "pazienti Kesserling". A causa di un ritardo da parte degli ispettori, Ossicini riuscì a spiegare la situazione ai piccoli pazienti, convincendoli a "tacere e tossire" per spaventare i "cattivi" che portavano la testa di morto sul bavero delle uniformi. Il gioco funzionò; e così i tre medici eroi salvarono la vita a oltre cinquanta persone. Con una delle più belle e assurde bugie bianche che Roma e la medicina ricordino.

Schindler's List, l'uomo e la lista che hanno salvato gli ebrei. Schindler's List è forse uno dei film più famosi e amati di Steven Spielberg. In esso si racconta la vera storia di Oskar Schindler, l'uomo che salvò migliaia di ebrei dall'Olocausto. Erika Pomella, Domenica 24/01/2021 su Il Giornale.  Schindler's List - che andrà in onda questa sera su rete 4 alle 21.27 - è uno dei film più famosi tra quelli firmati dal regista Steven Spielberg e una delle pellicole più emozionanti tra quelle che affrontanto il tema della Shoah e dell'Olocausto. Arrivato al cinema nell'ormai lontano 1993, Schindler's List è tratto dal romanzo La lista di Schindler, scritto da Thomas Kennelly. Lo scrittore riuscì a raccontare la vera storia di Oskar Schindler grazie alla testimonianza di un sopravvissuto ebreo che riuscì a sfuggire alla deportazione proprio grazie all'aiuto dell'uomo.

Schindler's List, la trama. Dopo l'invasione della Polonia da parte della Germania nazista, quando agli ebrei viene vietato di avere attività commerciali, Oskar Schindler (Liam Neeson) pensa di approfittare della situazione e avviare un'attività che fabbrichi pentole per l'esercito tedesco. Grazie alla sua capacità di corruzione e all'aiuto di un contabile ebreo (Ben Kingsley), l'imprenditore riesce a dare il via alla Deutsche Emaillewarenfabrik, dove assume più di mille ebrei, molti dei quali suggeriti dal suo amico contabile per evitar loro di finire nei campi di concentramento. All'inizio le cose sembrano andare per il verso giusto: Oskar guadagna molto e ha il favore di alcune SS. Per i suoi impiegati, inoltre, la vita sembra andare molto meglio rispetto a quella degli ebrei nel ghetto. Tuttavia questo status quo viene meno quando in città arriva l'ufficiale delle SS Amon Goeth (Ralph Fiennes) con l'incarico di diminuire drasticamente il numero degli ebrei nel ghetto di Cracovia, spostandoli nel campo di concentramento di Krakow-Plaszow. Ben presto per Oskar inizierà una vera e propria lotta contro la crudeltà del partito nazista e per cercare di salvare gli ebrei dalla deportazione ad Auschwitz redigerà una lista delle persone da salvare.

La vera storia di Oskar Schindler. Oskar Schindler è stato davvero un uomo che ha cercato di cambiare la sorte del popolo ebreo polacco, arruolandoli nella sua fabbrica ed evitando ad alcuni di loro l'annientamento nei campi di concentramento. Naturalmente, il film di Steven Spielberg si prende qualche licenza poetica per aumentare ancora di più l'impatto emotivo della pellicola che racconta una delle pagine più nere della storia europea. Secondo David M. Crowe e il suo libro sulla vera storia di Oscar Schindler riportato da Forbes, l'imprenditore non scrisse effettivamente una lista coi nomi degli ebrei da salvare, né scoppiò a piangere al pensiero di tutte le vite che non aveva potuto proteggere. Come racconta NoSpoiler, Oskar Schindler fu un uomo comune, che conviveva coi suoi difetti. Si sposò a vent'anni con Emilie Pelzl, ma non passò molto tempo prima di cominciare una lunga serie di relazioni extraconiugali, da cui ebbe anche dei figli. Il momento cardine della sua storia avviene nel 1936, quando viene reclutato dall'intelligence del partito nazista per spiare le industrie della Cecoslovacchia. Un lavoro, questo, che più tardi si dimostrerà fondamentale. La partecipazione allo spionaggio, così come al partito nazista, darà a Oskar Schindler tutta una serie di contatti attraverso i quali l'imprenditore cercherà di affrontare gli anni della guerra. Come racconta sempre Forbes, dopo che la Germania invase la Polonia, Schindler cercò in ogni modo di mettere su una fabbrica di tegami. Il suo obiettivo, naturalmente, era quello di fare soldi. Ma, con il passare del tempo, l'uomo finì con l'affezionarsi davvero ai suoi lavoratori ebrei, soprattutto con quelli con cui aveva rapporti quasi ogni giorno. Inoltre aiutare gli ebrei divenne, per l'uomo, un'occasione per combattere contro le nuove politiche del partito nazista, andando contro le leggi brutali e disumane emanate per volere di Adolf Hitler.

Schindler's List: è esistita davvero una lista? Nel romanzo di David Crowe ci si interroga sull'effettiva esistenza della famosa lista di Schindler, che da il titolo al film di Spielberg. Secondo quando si legge nel libro, infatti, sembra che Oscar Schindler non abbia creato effettivamente una lista di nomi da salvare. Nel 1944, quando la Germania era ormai minacciata da ogni fronte, il numero di stragi degli ebrei aumentò in modo smisurato. Le SS e i soldati del partito nazista cercarono inutilmente di cancellare le prove degli stermini. Allo stesso tempo, però, era necessario continuare a far affidamento sulle fabbriche affinché potessero rifornire l'esercito tedesco di ciò di cui aveva bisogno per affrontare la guerra. Il protagonista di Schindler's List riuscì dunque a convincere le autorità tedesche che la sua fabbrica era di vitale importanza per lo sforzo bellico e, di fatto, aveva bisogno di conservare gli operai che ormai sapevano come lavorare. Tuttavia, non creò nessuna lista coi nomi degli ebrei da mantenere nella fabbrica. Questo compito venne compiuto da Marcel Goldberg, un impiegato ebreo assegnato al comandante delle SS Arnold Buscher. Secondo Crowe: "Nella realtà Oskar Schindler non ebbe nulla a che fare con la creazione della sua famosa lista di trasporto".

Processata a 95 anni ex segretaria in un lager: è accusata di sterminio. Una donna di 95 anni potrebbe essere rinviata a giudizio per essere stata complice dell'omicidio di 10mila persone internate e giustiziate nel campo di sterminio di Stutthof. Davide Bartoccini, Venerdì 05/02/2021 su Il Giornale. Il suo nome completo non è stato riportato alle cronache, ma secondo la procura di Itzehoe, un'anziana donna di 95 anni sarebbe complice dell'omicidio di 10mila persone internate e giustiziate nel campo di sterminio di Stutthof: uno dei primi campi di prigionia nazisti che sorgeva ad est di Danzica, dove nel 1943 iniziò ad essere impiegato il famigerato agente tossico Zyklon B per “gasare” i prigionieri ebrei, ma anche i partigiani polacchi. Non è il primo caso che vede una donna coinvolta in quelle che può essere considerato tra i più biechi crimini di guerra e contro l’umanità della storia, ma è sicuramente singolare l'indagine - iniziata nel 2016 -, che chiede ora il rinvio a giudizio per tale Irmgard F : ex segretaria del comandante delle unità "testa di morto" delle SS che controllavano il campo di concentramento nazista di Stutthof; con l'accusa di aver collaborato “insieme ai responsabili del massacro sistematico di prigionieri ebrei, partigiani polacchi e prigionieri di guerra sovietici russi" attraverso “la sua funzione di stenografa e segretaria del comandante”. Tale compito sarebbe stato svolto dalla donna, a quel tempo appena adolescente, "tra giugno 1943 e aprile 1945”. Il campo venne liberato come molti altri dall’Armata Rossa nel maggio del ’45. Per quanto riguarda i prigionieri “sopravvissuti”, varrà l’accusa di “collaborazione nel tentato omicidio”. È noto infatti che furono numerosi i prigionieri che sopravvissero agli anni di internamento nel campo di Stutthof (oggi Polonia), dove secondo le ricostruzioni sarebbero transitate oltre 100mila anime, delle quali oltre 65mila vi avrebbero trovato la morte. Sebbene con evidente ritardo, la giustizia tedesca apre così la strada al futuro processo dell'anziana signora che si ritiene stia trascorrendo gli ultimi anni della propria vita in un istituto per anziani a Pinneberg, nei pressi di Amburgo. Secondo quanto evidenziato dalla stampa estera, nel 2019 erano ancora venticinque i processi aperti nei confronti di criminali nazisti che avevano preso parte alla “soluzione finale”. Negli ultimi due anni la Germania ha processato e condannato diversi uomini appartenenti alle SS, estendendo alle guardie del campo e ai collaboratori, l'accusa di complicità nell’omicidio. Nel luglio 2020, lo stesso tribunale di Amburgo - città nei pressi della quale si troverebbe l’anziana signora - ha condannato a due anni di carcere l’ultra novantenne Bruno Dey, ex guardia del campo di concentramento di Stutthof.

Liliana Segre racconta la sua deportazione. Il Dubbio il 31 gennaio 2021. Liliana Segre è stata deportata da Milano al campo di concentramento nazista di Auschwitz Birkenau il 30 gennaio 1944. «Soltanto i detenuti ci hanno fatto sentire persone». «Quei vagoni non sono folkloristici, come qualcuno ha osato dire, vagoni tragici. Nel caso del mio trasporto c’erano 600 persone e quindi erano molti camion che partivano da San Vittore. Perché mi voglio anche occupare che siano vaccinati i detenuti di San Vittore, perché io sono stata lì 40 giorni e so come si sta nelle celle, anche se adesso sono rinnovate e sicuramente diverse da quelle che ho vissuto io con mio papà in quella cella indimenticabile. Ma chi eravamo? Eravamo vitelli che andavano a qualche mattatoio, eravamo merci, eravamo già pezzi, quegli stücke che poi siamo diventati senza saperlo. Nessuno ci ha fermato per strada, sono stati detenuti di San Vittore che ci hanno dato l’ultimo saluto, perché detenuti sanno molto bene chi è colpevole e chi no. Il mio dovere finché ho vita è di ricordare quelle persone, perché quei detenuti ci hanno fatto sentire ancora persone». La senatrice Liliana Segre racconta la sua deportazione al Binario 21 di Milano, diventato sede del Memoriale della Shoah in piazza Safra 1. Oltre alla senatrice a vita presenti anche Andrea Riccardi (Comunità di Sant’Egidio), Roberto Jarach (presidente della fondazione Memoriale della Shoah), il rabbino capo di Milano Rav Alfonso Arbib, l’arcivescovo Mario Delpini, il sindaco Beppe Sala e Mauro Palma, presidente del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. Liliana Segre è stata deportata da Milano al campo di concentramento nazista di Auschwitz Birkenau il 30 gennaio 1944 e sulla pelle porta ancora il numero matricola 75190. Il 19 gennaio 2019 è stata scelta dal presidente Sergio Mattarella come membro permanente del Senato, «per avere illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale». Ad Auschwitz, a 13 anni, ha incontrato anche gli zingari, che a prima vista sembravano dei privilegiati: mentre lei e le altre ragazze stavano coi capelli rasati a zero, lontano dalle proprie famiglie e coi i vestiti a righe, loro vivevano tutti insieme, coi loro capelli ancora tutti in testa e senza il pigiama tipico dei prigionieri. «Ci dicevamo: che fortunati, questi, ma chi sono? Una mattina però non c’erano più: li avevano gasati tutti durante la notte. Non lo posso dimenticare». Il 31 gennaio 1944 il treno sul quale si trovava Segre aveva già passato il confine «e la gente, quando ha visto che non era più Italia dai finestrini vide che si era arrivati al confine i pianti, disperazione e il rannicchiarsi mio tra le braccia di mio padre sono indimenticabili, perché il viaggio durava una settimana e quindi la partenza da qui era ancora Milano, era ancora la mia città dove ero nata e cresciuta, dove ero andata a scuola, dove ero stata amata. Non ero più una bambina, ero già la ragazza vecchia che cercava di non sentire e di non vedere. Cominciavo a cercare di sottrarmi alla disperazione e di avere quella forza che devono avere i ragazzi, gli adolescenti, per i quali ci si preoccupa tanto e che in realtà sono fortissimi e possono cambiare il destino loro e quello dei loro genitori, spesso deboli e incapaci di educarli. Noi quando siamo adolescenti siamo fortissimi e possiamo consolare l’altro e mentre l’altro ti dice non avere paura paura ,tu gli rispondi non ho paura, perché sono vicino a te. Ricordiamo tutti quelli che non sono tornati».

Liliana Segre per il “Corriere della Sera” il 18 gennaio 2021. Quando, ormai trent'anni fa, decisi di raccontare la mia esperienza di giovanissima deportata ad Auschwitz, molte scuole di tutta Italia cominciarono a invitarmi per ascoltare la mia testimonianza. Quasi in ogni luogo ero stata preceduta da Nedo Fiano, il padre dell'autore, al quale, fin dal bellissimo titolo "Il profumo di mio padre", è dedicato questo libro (in uscita domani per Piem-me). Nedo era alto, bello, vigoroso, vulcanico, estroverso: riportava con esattezza i fatti, le situazioni, i personaggi della tragedia che aveva attraversato, ma li impersonava come un attore consumato, alzava la voce o la riduceva a un sussurro, si commuoveva e piangeva sulla sorte sua e di tutta la sua famiglia assassinata dai nazisti. Tutto il contrario di me, che non so commuovermi e piangere in pubblico e che non alzo mai la voce: due testimoni più diversi, magari nella stessa scuola, era difficile immaginarseli. Ma a me andava bene così, era giusto così, perché eravamo e siamo due individui, non due robot-schiavi come avrebbero voluto ridurci i nostri aguzzini. Di cinque anni maggiore di me, Nedo era entrato nel lager da giovane uomo, mentre io ero una ragazzina appena adolescente: lui sapeva un po' di tedesco, mentre io nemmeno una sillaba. Lui venne assegnato al Kanada - il magazzino in cui si smistavano i vestiti, le valigie e ogni avere strappato alle vittime - dove le sofferenze, per chi lavorava lì, erano un po' meno terribili e la possibilità di sopravvivere un po' più alta, mentre io, sfuggita per puro caso alle selezioni, lavoravo come operaia-schiava nella fabbrica di munizioni Union. Insomma, diversi erano non solo i nostri temperamenti, ma diverse - e molto - erano anche le nostre esperienze ad Auschwitz-Birkenau. Dopo la Liberazione i nostri ruoli si erano in un certo senso invertiti: io, più fortunata, avevo trovato ad accogliermi una certa agiatezza materiale e - non senza difficoltà e incomprensioni - quel che restava della mia famiglia, i nonni materni, gli zii. Nedo invece non aveva trovato nessuno. Dopo l'inferno, il deserto. Con un coraggio da leone, che ho sempre ammirato e ammiro ancora oggi, si era rifatto letteralmente una vita, una famiglia, un'istruzione (laureandosi da studente lavoratore passati i quarant'anni), una carriera e una posizione economica e sociale. Nedo, con le sue ferite inguaribili e comuni a tutti noi sopravvissuti, è stato nonostante tutto l'incarnazione stessa dell'ottimismo della volontà, del volercela fare a dispetto di ogni tragedia e avversità. La sua fascinazione per tutto ciò che era moderno e per l'America land of opportunity, che suo figlio Emanuele racconta benissimo in questo libro, era il segno visibile del suo carattere indomito. Nel libro di Emanuele Fiano - anche di lui come di suo padre sono da molti anni diventata amica e ammiratrice del suo costante impegno civile - vengono raccontate con gusto e talento di scrittore molte altre vicende famigliari: la Firenze d'origine tra lussuose ville di parenti ricchi e più modeste pensioni, la Milano del miracolo economico che unisce nel progresso sociale ed economico ebrei e non ebrei in un'atmosfera di aperta solidarietà, l'attaccamento pieno di tenerezza alle tradizioni ebraiche anche da chi, come Emanuele e io stessa, non si considera credente. E naturalmente c'è la Shoah, scoperta progressivamente e dolorosamente tra cose non dette e frasi lasciate cadere, la Shoah incomprensibile e sempre presente. Ma se ho parlato tanto di Nedo, del nostro essere entrambi dei sopravvissuti e del mio rapporto con lui è perché questo libro è soprattutto un grande atto di amore filiale. L'amore per un padre non sempre facile, abitato dai suoi fantasmi e dai suoi incubi - dovrei dire dai nostri fantasmi e dai nostri incubi -, ma capace di passare al figlio un testimone o forse un lievito che Emanuele descrive così alla fine del suo racconto: «"Non mi lasciare mai", sembra che mi dica la voce di dentro "non permetterti di dimenticarmi, di dimenticare tuo padre e quelle rovine fumanti che ha attraversato, non abbandonare mai la voglia di entrare fin dentro i meandri più crudi dell'animo umano, fin dove ogni morale si è persa, sappi che sei figlio della forza sovrumana di chi non si è dato per vinto, di chi ha continuato a sperare"».

Aurelia, nata ad Auschwitz: «Mia madre sopravvisse, poi mi raccontò l’inferno». Walter Veltroni su Il Corriere della Sera il 14/1/2021.Quando le telefono è il giorno del suo compleanno. Compie 75 anni. Ma in questo caso, conta, insieme alla data di nascita, il luogo in cui questa è avvenuta. La signora Aurelia Gregori è venuta al mondo nel campo di concentramento di Auschwitz il 13 gennaio del 1945. Il suo è un racconto inedito.

I documenti conservati nell’Archivio di Auschwitz. È la vicenda di uno dei due neonati italiani la cui identità è stata ricostruita attraverso l’analisi di documenti conservati nell’Archivio di Auschwitz, l’elenco delle donne con bambini ricoverate, dopo la nascita, nell’ospedale allestito nell’ex Lager subito dopo l’arrivo dei sovietici, i cui dati sono stati analizzati e messi a confronto con la documentazione italiana di vario tipo e della Croce Rossa internazionale. È un lavoro coordinato da Marcello Pezzetti, uno dei massimi studiosi della Shoah, insieme alla storica Sara Berger, che, con Pezzetti, per la Fondazione Museo della Shoah di Roma, ha effettuato la ricerca per la realizzazione dell’esposizione «Dall’Italia ad Auschwitz», da Liliana Picciotto e dal suo staff del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano, da Laura Tagliabue, dell’ANED di Sesto San Giovanni, e da Dunja Nanut, dell’ANED di Trieste.

La deportazione dall’Italia. Ne sta uscendo un quadro della deportazione dall’Italia ad Auschwitz del tutto inedito, ricco di novità assolute, spesso sconvolgenti. Una di queste è l’avvenuta deportazione di un numero incredibilmente consistente di donne da Trieste, arrestate in tutto il territorio del Litorale Adriatico, incarcerate nel penitenziario del Coroneo e deportate ad Auschwitz, come tutte le persone di origine ebraica. Tra queste donne c’erano le due giovani che hanno dato alla luce un bambino e una bambina nelle condizioni insostenibili del campo di Auschwitz. Una di queste era Aurelia Gregori, una ragazza triestina di ventitrè anni che partorì, in quell’inferno, una bambina alla quale diede poi il suo stesso nome. «Mia mamma non era ebrea e non era antifascista. Era una ragazza come tante. Fu presa da due fascisti che la sequestrarono e la portarono a Villa Triste dove fu stuprata. Poi l’hanno messa su uno di quei treni piombati, destinazione Birkenau».

Villa Trieste. Villa Triste era in via Bellosguardo numero otto, a Trieste. Era stata la casa di una famiglia ebraica che, per spietato contrappasso, fu trasformata nella sede dell’Ispettorato speciale di Pubblica Sicurezza dove operava la banda Collotti che prendeva il nome da un funzionario di polizia che Paolo Rumiz ha così descritto: «Il capo era tale Gaetano Collotti, un tipo distinto che andava a messa ogni mattina prima di iniziare il lavoro. Per non far sentire le urla dei disgraziati — in gran parte sloveni del Carso e altri antifascisti di lingua italiana — faceva sparare intorno musica ad alto volume». Molti sono stati torturati lì e anche nella caserma dei carabinieri di via Cologna. È sempre Rumiz a dare voce al racconto di quel martirio attraverso le parole di Sonia Amf Kanziani: «Un giorno mi appesero con altre tre donne. Avevamo solo gli alluci che toccavano terra. Guardi, porto ancora ai polsi i segni delle corde. Ci picchiavano e Collotti guardava, impassibile. Diceva: se parli ti aiuteremo. Ma aveva due cani lupo pronti a strapparci la carne. A un tratto mormorai in sloveno: Gesù, a te ti hanno tormentato per tre giorni, io sono qui da tre mesi. Tu ci hai messo tre ore a morire, io muoio ogni giorno... Allora mi percossero ancora più forte, gridando che non dovevo parlare quella lingua schifosa. Furono in molti a vedermi uscire svenuta e piena di sangue dalla stanza. A guerra finita un medico mi visitò e mi chiese come avevo fatto a uscire viva da una simile pena».

Violentata dagli aguzzini. «Mia madre» dice oggi Aurelia Gregori «lì fu violentata dagli aguzzini che poi l’hanno trasferita ad Auschwitz-Birkenau. Solo quando sono stata più grande mi ha raccontato ciò che aveva subito nel campo: le baracche, i corpi delle persone agonizzanti portati dentro la sera per essere spostati, morti, il mattino dopo. L’orrore delle kapò che si vendevano ai nazisti. Mi ha raccontato di quando ha contratto il tifo, al sesto mese di gravidanza, e di quante persone ha visto cadere intorno a lei per sfinimento, fame, freddo. Non ci si rende conto di cosa fosse l’inverno lì. Mamma andava con le altre prigioniere a vuotare al mattino i bidoni con le feci nella tundra, nel gelo, sotto zero e vestite di niente. Lei non ce la faceva più, voleva farla finita, era al nono mese, era stremata. Una sua compagna era fuggita e i nazisti, quando qualcuno scappava, scioglievano i cani che prendevano i fuggitivi e li sbranavano. Le Ss non si erano accorte che mamma era incinta perché lei era alta e nascondeva la pancia. Altrimenti l’avrebbero certamente mandata nella camera a gas. È stata fortunata e io con lei. Col tifo ha temuto di non farcela, mi ha detto che pensava: “Muoio e muoio insieme a te”. Dio ci ha salvate, insieme.

Il parto su un tavolaccio di legno. Io sono nata a gennaio. Il parto glielo hanno fatto fare su un tavolaccio di pietra. Mamma non aveva le doglie, le contrazioni, non riusciva a partorire. Era troppo debole, aveva fame, non mangiava nulla, aspettava che qualcuno morisse per prendere un pezzo di pane. Mi ha detto: “Dovevo far sopravvivere te e me. Eravamo in due. Io pensavo che saresti venuta fuori come un mostro. Se fosse stato così ti avrei lasciato lì, sotto la neve. Invece, nonostante tutto, eri una bella bambina. Avevi molti peli, e questo ti salvò dalla marchiatura col numero che i nazisti volevano farti”. Mia mamma cercò invece, con un chirurgo, di far venire via quelle cifre impresse nel suo braccio. A Trieste, dopo la guerra, meno parlavi dei lager e dei nazisti e meglio era. Io, che lavoravo in ospedale nel reparto geriatrico, stavo zitta. Alla scuola elementare le maestre, che erano ebree, certamente avranno avuto un sobbalzo nel leggere il luogo in cui ero nata, ma non mi hanno mai detto nulla». Aurelia è rimasta in vita perché non era ebrea, altrimenti sarebbe stata eliminata come i tanti bambini le cui foto ogni giorno l’Auschwitz Memorial pubblica sui social network.

I bambini nei lager. Furono portati nel lager circa duecentotrentamila bambini e adolescenti, ne sopravvissero alcune centinaia. Ci sono pagine atroci come quella del martirio dei venti bambini ebrei sequestrati da Mengele per gli esperimenti e poi trucidati nella scuola di Bullenhuser Damm o il racconto che faceva Shlomo Venezia, uno dei deportati, che testimoniò di aver visto con i suoi occhi un neonato strappato dal seno della madre morta nella camera a gas e lanciato in aria dai nazisti che gli spararono così. Aurelia riprende a parlare: «Io non sono mai voluta andare ad Auschwitz, mamma invece ci è tornata con l’associazione. Lei ha sofferto tanto, per tutta la vita. Faceva la pulitrice dei condomini. È morta nel 2012, il 14 marzo». Di lei i freddi dati degli archivi dicono questo: «Aurelia Gregori (1921-2012), nata a Sant’Antonio (Villa Decani, Capodistria, oggi in Slovenia) viene arrestata il 24 maggio 1944 a Trieste nella sua abitazione di Largo Barriera Vecchia n. 14. Quando viene deportata ad Auschwitz, dove arriva il 25 giugno 1944, è incinta di tre mesi. Immatricolata con il numero 82120, resiste alle spaventose condizioni igienico-sanitarie del campo e il 13 gennaio 1945, due settimane prima dell’arrivo dell’Armata Rossa, riesce a dare alla luce una bimba che riceve il suo stesso nome: Zlatka/Aurelia Gregori. La bimba viene battezzata nel febbraio in una chiesa a Brzeszcze. Aurelia rientra a Trieste il 20 settembre 1945». Dell’altro bambino nato ad Auschwitz si sa solo che, da grande, non ce l’ha fatta.

Stefano Montefiori per il “Corriere della Sera” il 16 dicembre 2021. «Salvare un po' della bellezza del mondo» era l'obiettivo di Rose Valland, storica dell'arte e resistente francese che durante la Seconda guerra mondiale riuscì a sottrarre migliaia di opere d'arte ai saccheggi dei nazisti. Le sue parole danno ora il titolo alla mostra a Chambord fino al 2 gennaio, sul ruolo del castello come centro di raccolta e smistamento dei capolavori tra il 1939 e il 1945. Una parte importante dell'esposizione è dedicata al pezzo più prezioso, la Gioconda di Leonardo, che passò più volte da Chambord nel suo periplo attraverso la Francia per sfuggire ai bombardamenti e alle mire dell'occupante tedesco. Arrivata in Francia attraverso le Alpi assieme all'autore invitato da Francesco I ad Amboise nel 1516, poi regolarmente acquistata dal re, la Gioconda è stata spostata nell'arsenale di Brest nel 1870, per proteggerla dalla guerra franco-prussiana. Rubata dal vetraio italiano Vincenzo Peruggia e ritrovata a Firenze alla fine del 1913, Monna Lisa ha passato la Prima guerra mondiale a Bordeaux e a Tolosa, per poi venire appesa nella grande galleria del Louvre. Quando Hitler invade i Sudeti, il 27 settembre 1938 il dipinto di Leonardo lascia una prima volta il Louvre per Chambord. È la prova generale di quel che accadrà neanche un anno dopo. All'annuncio del patto Molotov-Ribbentrop tra Urss e Germania nazista, nell'agosto 1939, il direttore dei musei nazionali francesi Jacques Jaujard lancia il piano messo a punto ormai da anni: i dipinti vengono staccati dai muri dei musei nella notte tra il 23 e il 24 agosto 1939 e a partire dal 25 vengono caricati su 51 convogli su strada e trasportati prima a Chambord e poi verso gli undici depositi selezionati in tutta la Francia. Il 28 agosto 1939 un primo gruppo di otto camion lascia il Louvre in direzione della valle della Loira. A bordo c'è la Gioconda, accanto alla «Libertà che guida il popolo» di Delacroix e alla «Merlettaia» di Vermeer. Le condizioni di trasporto del dipinto di Leonardo sono uniche: «È il solo quadro a disporre di una sua cassa a parete doppia, che durante il viaggio poggia su una barella di ambulanza con le sospensioni elastiche ad assorbire le vibrazioni», dice la commissaria dell'esposizione, Alexandra Fleury. Tre mesi dopo l'arrivo a Chambord, la Gioconda riparte per Louvigny, nel dipartimento della Sarthe. Ad accompagnarla, seduto quasi abbracciato a lei nel retro del campion e non nella cabina di guida, c'è Pierre Schommer, il responsabile del deposito di Chambord, che racconterà l'avventura nel libro autobiografico «Il faut sauver la Joconde!» (bisogna salvare la Gioconda). Il capolavoro di Leonardo viaggerà poi verso l'abbazia di Loc-Dieu, poi al museo Ingres di Montauban, infine verso il castello di Montal, dove rimarrà fino alla fine della guerra. Grazie al piano di Jaujard e ai tanti che lo hanno aiutato, nonostante l'occupazione la Gioconda non è stata danneggiata né trafugata, e non è stata trasferita nel museo di Linz, in Austria, dove Hitler avrebbe voluto radunare i capolavori dell'arte «non degenerata».

DAGONEWS il 14 gennaio 2021. L'ultima opera saccheggiata dai nazisti è stata scoperta nella collezione di un pensionato tedesco ed è stata restituita ai legittimi proprietari otto anni dopo il suo ritrovamento. Il disegno di Carl Spitzweg “Playing the piano” è stato consegnato martedì alla casa d'aste Christie's su richiesta degli eredi del legittimo proprietario, Henri Hinrichsen, dopo essere stato trovato nell’appartamento del pensionato Cornelius Gurlitt nel 2012. L'opera era stata sequestrata all'editore musicale ebraico Hinrichsen nel 1939, due anni prima che venisse ucciso ad Auschwitz, ed è stata ereditata da Gurlitt da suo padre. Le autorità tedesche hanno ora consegnato 14 opere della collezione che vale un miliardo di sterline trovate in due case appartenenti a Gurlitt, morto nel 2014, dopo che è stato dimostrato che erano state saccheggiate dai nazisti. L’opera fu acquistata dal padre di Gurlitt, Hildebrand Gurlitt, un mercante d'arte che vendeva opere confiscate dai nazisti, nel 1940. Cornelius Gurlitt ha ereditato gran parte della collezione da suo padre e ha lasciato gran parte delle opere in eredità a un museo svizzero, il Kunstmuseum Bern. Una task force del governo tedesco ha identificato l’opera come saccheggiata nel 2015, ma per complicazioni legali non è stato possibile effettuare la sua restituzione fino ad ora. All'epoca furono trovati opere di Picasso, Renoir, Cézanne e Matisse. Gurlitt ha sempre affermato che tutti i dipinti fossero stati acquisiti legalmente da suo padre, ma in passato si è ipotizzato che almeno 500 fossero stati rubati dai nazisti o acquistati da collezionisti ebrei a prezzi stracciati. Suo padre era il principale esperto di arte moderna della Germania nazista, incaricato personalmente da Hitler di vendere all'estero i dipinti che disprezzava per aiutare a finanziare lo sforzo bellico del Terzo Reich. Tuttavia, Hildebrand Gurlitt tenne segretamente molte delle opere per sé. Dopo la guerra, è stato interrogato dall'unità "Monuments Men" dell'esercito americano ma non è mai stato accusato di alcun crimine: Gurlitt mentì dicendo che la maggior parte della sua collezione era stata distrutta nel bombardamento di Dresda nel 1945. Sebbene solo 14 delle 1.450 opere d'arte sono state identificate come rubate dai nazisti dalla German Lost Art Foundation, l'origine di circa 1.000 pezzi rimane incerta.

Estratto dell'articolo di Tonia Mastrobuoni per “la Repubblica” il 23 agosto 2021. L'uomo nella foto sorride. Ma non è ignaro. Sa chi è il collega che posa accanto a lui. Sa che è uno dei più feroci gerarchi nazisti, latitante da anni. Anche Adolf Eichmann sembra accennare a un sorriso. Si sente protetto in quella sperduta provincia argentina. Coperto dalla fedeltà d'acciaio dell'ampia rete di ex nazisti che si nascondono nel Paese di Perón e dalla falsa identità che gli hanno regalato. Ma l'uomo nella foto ha capito da un pezzo che dietro Ricardo Klement si cela uno dei principali architetti dello sterminio degli ebrei, il boia che Hannah Arendt prenderà a esempio per descrivere la banalità del male quando diventerà l'imputato del più spettacolare processo alla Germania nazista in Israele. Gerhard Klammer è schifato da Eichmann. In Germania ha visto i filmati sui campi di concentramento, per anni busserà invano alle autorità tedesche per denunciarlo. Finché non incontrerà la persona giusta. Fino a oggi l'identità di Klammer, eroe civile, geologo tedesco emigrato in Sudamerica che consegnò il boia di Hitler alla procura generale e al Mossad, è rimasta segreta. Il quotidiano Sueddeutsche Zeitung è riuscito a ricostruirne l'identità attraverso una lunga inchiesta. È il 1949 quando Klammer decide di abbandonare la moglie, i figli, e una Germania ancora ricoperta di macerie per cercare fortuna in Sudamerica. È costretto a lavoretti saltuari, pagati una miseria, e a settembre si imbarca clandestinamente a Genova su una nave che lo porta in Argentina. (...) Quando arriva in azienda, tutti sanno chi si nasconde dietro Ricardo Klement. All'inizio degli anni Cinquanta, Klammer comincia a denunciarlo alle autorità tedesche. Ma nessuno lo ascolta. Il Paese vuole dimenticare, il cancelliere Konrad Adenauer è ansioso di cancellare tante biografie coperte di sangue, vuole pacificare una Germania che fatica a rialzarsi. (...) Un giorno, disperato, si rivolge a un suo amico teologo rimasto in Germania, Giselher Pohl, molto vicino al vescovo Hermann Kunst. È lui a parlare nel 1959 con il leggendario Procuratore generale Fritz Bauer, con il magistrato ebreo che si è messo a caccia gli ex nazisti ma che ha la sensazione di calpestare territorio nemico ogni volta che lascia il suo ufficio. I tribunali sono infestati di ex nazisti, e Bauer ha imparato da un pezzo a girare le sue informazioni al Mossad, ai servizi segreti israeliani. Su Eichmann, però, si sono bruciati già una volta, non si fidano dell'accuratezza delle sue informazioni. Finché Bauer non tira fuori la foto. È l'istantanea scattata in Argentina in cui si vede Eichmann accanto a Klammer. È la prova che convince il Mossad, che rapisce Eichmann da lì a poco e lo consegna alla giustizia israeliana. Ma la foto è strappata: Bauer ha voluto nascondere il suo informatore. Per ricomporla, la Germania ha dovuto aspettare sessanta lunghi anni.

Paolo Galassi per “il Venerdì - la Repubblica” il 17 gennaio 2021. Dal romanzo di Olivier Guez su Josef Mengele ai nazi-pensionati della serie Hunters, il copione che lega l' Argentina al Terzo Reich non passa mai di moda. Gli spunti storici non mancano: se una sera di 60 anni fa Ricardo Klement da Bolzano (aka Adolf Eichmann) veniva sequestrato dal Mossad in un sobborgo di Buenos Aires, nel 1970 Juan Domingo Perón in persona confermava a un giovane Tomás Eloy Martinez le visite del medico bavarese Helmut Gregor, le cui vacche partorivano solo vitelli gemelli. Un hobby, quello della genetica (bovina e non), ispirato dal ministro nazista Richard Walther Darré, padre del manifesto ariano Blut und Boden ("Sangue e terra", pubblicato in Italia dal gruppo AR di Franco Freda), morto sì in una clinica di Monaco, ma cresciuto sui banchi della Goethe Schule della capitale argentina a inizio '900. Sottomarini U-Boot che sbarcano gerarchi e forzieri in Patagonia, il Führer in salvo sulle rive del lago Nahuel Huapi di Bariloche (rifugio di Erich Priebke): cambia il mito del Quarto Reich alla fine del mondo, ma la caccia al tesoro nazi rimane. L'ultima bomba, che ha fatto il giro del mondo, risale allo scorso marzo: ritrovata nello scantinato di una banca la prova della triangolazione Berlino-Baires-Zurigo con cui i capitali sottratti a milioni di ebrei sarebbero stati "lavati" nel Rio de la Plata e congelati in Svizzera. Una lista di 12mila presunti nazisti tramite i quali il Banco Alemán Transatlántico di Buenos Aires (filiale della Deutsche Bank) e il Banco Germánico de la América del Sur avrebbero girato fiumi di denaro allo Schweizerische Kreditanstalt, oggi Credit Suisse. Documenti appartenenti a un'inchiesta parlamentare del 1941, di cui il Centro Simon Wiesenthal, l'agenzia intitolata al celebre cacciatore di nazisti sopravvissuto a Mauthausen, riproduce alcune schermate sul suo sito: nomi, numeri e l'inconfondibile svastica con il timbro NSDAP del Partito Nazionalsocialista. Il merito è di un ex impiegato della Banca Nazionale dello Sviluppo, a cui 35 anni fa un lungimirante superiore consegna dei fondi d'archivio destinati al macero. Il 20enne Pedro Filipuzzi, sangue inglese e friulano, ancora non sa che quei sei piani di granito e art déco della calle 25 de Mayo, a 150 metri dalla Casa Rosada, furono la base delle trame nazi in Argentina: dal 1933 vi si concentrano infatti ambasciata tedesca, Banco Germánico de la América del Sur, filiale argentina del NSDAP e i giornali di propaganda El Pampero e Der Trommler. L'edificio viene espropriato nel 1945, quando l' Argentina (ufficialmente "neutrale" durante la Seconda guerra mondiale) si schiera in extremis con gli Alleati. La Banca Nazionale dello Sviluppo eredita gli archivi del Banco Germánico, che finiranno in mano a Filipuzzi 40 anni dopo: il movente e il metodo delle sue ricerche, poi consegnate al Centro Wiesenthal, sarebbero materia eccellente per un romanzo. Dal reclamo che i referenti della comunità ebraica d' Argentina inviano al Credit Suisse emerge una traccia interessante: «Sappiamo che avete già ricevuto richieste da parte di presunti eredi dei nazisti presenti sulla lista». Per capire chi stia bussando alla porta dei banchieri di Zurigo andiamo a parlare con Pedro Filipuzzi. Oggi è un ingegnere informatico del gigante Telefonica. Nel 2017 denuncia la discriminazione subìta dagli impiegati ebrei della compagnia, ricevendo l' appoggio del potente Congresso ebraico latinoamericano, che a Buenos Aires ha la sua centrale operativa. Il suo prossimo libro sarà su questa storia: «Più che altro una riproduzione dei documenti ritrovati. Di mio ci sarà molto poco, per coprirmi le spalle. Un importante studio legale mi ha offerto soldi e un posto di lavoro invidiabile per stare zitto, ma non ho accettato» racconta al Venerdì. In un caffè dell'Avenida Corrientes ci mostra bozze e titolo: "La rotta del denaro dei nazi argentini. L'organizzazione nazi dell' Unione Tedesca dei Sindacati. Lista dei membri". La famosa lista, quindi, è quella degli iscritti alla filiale argentina della UAG (Unión Alemana de Gremios), il sindacato unico dei lavoratori tedeschi d'Argentina durante il Terzo Reich, estensione oltreoceano del Deutsche Arbeitsfront (DAF), il Fronte tedesco del lavoro fondato nel 1933. L'intestazione "Camera dei deputati" conferma l' origine dei documenti: è l' inchiesta parlamentare del 1941 sulle attività naziste in Argentina, bruciata - si è letto ovunque - durante il golpe pro-Asse del 1943 guidato dal colonnello Juan Domingo Perón, aggregato militare a Roma dal '39 al '41 e poi Presidente d' Argentina dal '46 al '55. Ci sono dati anagrafici e numeri di tessera degli iscritti, rapporti sulle imprese tedesche legate al Reich (non poteva mancare la IG Farben, produttrice dello Zyklon-B usato nei campi di sterminio) e le transazioni tra sindacato, banche tedesche di Buenos Aires e banche svizzere. «Buenos Aires era il principale centro offshore dei nazi sti per riciclare il denaro ottenuto dal saccheggio delle banche e delle imprese dei Paesi occupati. La valuta straniera entrava come "valigia diplomatica", era cambiata in dollari o franchi svizzeri e poi investita in imprese tedesche o girata in Svizzera. L' obiettivo era far rientrare il denaro in Europa perché la Germania potesse utilizzarlo». Ma come rimetterlo in circolazione? Secondo Filipuzzi, attraverso le migliaia di conti interni al sindacato, a loro volta collegati a un unico conto aperto presso la banca tedesca di Buenos Aires: «I tesserati del sindacato erano circa 12mila, ognuno con un conto interno che tributava al conto 4063 della UAG presso il Banco Germánico de la América del Sur di Buenos Aires, dove confluivano anche i ricavi delle imprese tedesche radicate in Argentina. Attraverso il Banco Alemán Transatlántico, poi, questo denaro era girato al conto n° 2 del DAF presso lo Schweizerische Kreditanstalt di Zurigo, oggi Credit Suisse. Era necessario che l' Argentina rimanesse neutrale perché i conti bancari dei nazisti di Buenos Aires continuassero ad essere attivi. Una neutralità apparente, per coprire la triangolazione Berlino-Baires-Zurigo». Così parlò Filippuzzi, ma non tutti sono totalmente d' accordo. «È vero che i nazisti usavano banche tedesche per muovere denaro attraverso l'Argentina, accumulando dollari e franchi svizzeri che non potevano ottenere in altro modo, cosa che preoccupava in particolare gli Stati Uniti. Ma in Argentina non c'erano 12mila nazisti a triangolare beni sottratti agli ebrei, e ancora non ho visto prove che lo dimostrino». Formato nello storico Buenos Aires Herald durante l'ultima dittatura, Uki Goñi è il reporter che ha ricostruito il cammino di 300 SS, collaborazionisti belgi, francesi e ustascia croati, verso il Rio de la Plata. Oltre a documentare la cinematografica ratline (il sistema di vie di fuga) appoggiata dal Vaticano in chiave anticomunista, il suo libro Operazione Odessa ha confermato l'esistenza della famigerata Circolare 11 (ritrovata nel '98 a Stoccolma) con cui nel 1941 il cancelliere argentino José Maria Cantilo ordinò alle ambasciate di negare l'asilo a chiunque cercasse di scappare a Buenos Aires. È così che diplomatici tedeschi e argentini strinsero il cerchio intorno agli ebrei più ricchi, gli unici in grado di salvarsi: il prezzo del visto, variabile in base a patrimonio e numero di familiari, si pagava presso le banche tedesche dei Paesi neutrali, che diventavano piazze di riciclaggio e investimento. «Le fake news in questo campo sono permanenti, eppure non ricordo un caso con tanta eco internazionale». Il ricercatore Julio Mutti ci fa notare che persino la copertina dei documenti digitalizzati (riprodotti dal Centro Wiesenthal e dai giornali) è stata manipolata, inserendo un modulo con la svastica estrapolato da un altro rapporto. «L'inchiesta parlamentare del 1941 è un documento pubblico depositato presso la Camera dei deputati, gli storici lo conoscono da decenni. Non c' è stata nessuna rigorosità in termini storici, né da parte dei media, né di chi li ha informati. Non c' è prova dell' esistenza di un conto svizzero con denaro nazista, solo una lista di persone affiliate a un' organizzazione nazista (il sindacato) che forse naziste non erano (c' erano anche braccianti e peones delle estancias)». Sul suo sito, Mutti riproduce l' esame dei periti della commissione parlamentare: il volume dei movimenti bancari verso Zurigo e Berlino non risulta nemmeno paragonabile ai 33 miliardi di euro sparati dal quotidiano La Nación. «Il Credit Suisse potrebbe anche nascondere denaro nazista, ma non in tali quantità: non sarebbe potuto uscire dall' Argentina». C' è anche un altro aspetto che sarebbe sfuggito ai media di mezzo mondo: Filipuzzi avrebbe rintracciato e connesso tra loro i discendenti di alcune importanti "eminenze grigie" iscritte al sindacato nazista (attive in Argentina prima, durante e dopo la guerra), che ora starebbero reclamando i capitali di famiglia congelati in Svizzera. Sono loro i "presunti eredi dei nazi" a cui Filipuzzi avrebbe consegnato vari assi da calare nel poker legale con il Credit Suisse. Un paio di esempi: il fabbricante d' armi austriaco Fritz Mandl, in bilico costante fra Gestapo e Alleati, ai cui eredi Filipuzzi suggerisce una pista di aziende tedesche radicate in Argentina (presenti nella "black list" yankee del 1946) e di trust svizzeri registrati in Liechtenstein. O i figli di Werner Koennecke, tesoriere della rete di spionaggio nazi "Bolivar" (che in Argentina aveva la sua base operativa) e genero del banchiere Ludwig Freude, che Perón salvò in extremis dall' estradizione: il suo appoggio finanziario al Generale fu ricambiato con la nomina del figlio Rodolfo a capo della Divisione Informazioni che gestì la ratline dei criminali in fuga dall' Europa. Morto di cancro nel 2003, Freude è il primo a cui Filippuzzi mostra le sue ricerche, a metà anni 90: «Da allora cominciò la sua battaglia col Credit Suisse per sbloccare i conti di suo padre Ludwig. Secondo lui, avrebbero contenuto 1.300 milioni di euro». Dal carteggio che Filipuzzi ci inoltra, s' intende che la sua relazione di fiducia con gli eredi tedeschi è di gran lunga anteriore a quella con le autorità ebraiche d' Argentina. Due fronti che ora sembrano avere però uno stesso fine comune: «Le due parti sono unite e sono io ad averle avvicinate, come amico della famiglia Freude e del Centro Wiesenthal». Ariel Gelblung, direttore del Centro Wiesenthal per l' America Latina, prende però le distanze dall' ingegnere: «La sua è solo un' interpretazione». L' importante, ci spiega, è che il Credit Suisse abbia ora accettato di riallaciare un dialogo interrotto oltre 20 anni fa: «Nel 1997 si erano offerti di sponsorizzare un convegno sul saccheggio nazista ai danni degli ebrei. Rispondemmo che avremmo preferito dare un' occhiata ai loro archivi. Da lì in poi, il silenzio». Due anni dopo la Commissione Volcker confermava l' esistenza di 53mila conti svizzeri inattivi, appartenuti a vittime dell' Olocausto. «In quel caso si parlava di soldi di ebrei. Stavolta parliamo di capitali dei nazisti cresciuti in modo considerevole dopo le leggi razziali di Norimberga del 1935. Noi chiediamo solo di vedere gli archivi e verificare l' origine dell' eventuale denaro congelato».

Odessa, sognando il Quarto Reich. Emanuel Pietrobon su Inside Over il 24 agosto 2021. Adolf Eichmann, Josef Mengele, Walter Rauff, Franz Stangl, Josef Schwammberger, Erich Priebke e Johann von Leers vengono ricordati come i fuggiaschi più celebri del Terzo Reich. Biografie simili, destini diversi – chi morto in libertà, di vecchiaia, e chi morto per impiccagione o in una cella di prigione –, due elementi in comune: prima l’adesione a quello che Alfred Rosenberg aveva ribattezzato il Mito del ventesimo secolo, ovverosia il nazismo, e dopo la fuga in America Latina nel secondo dopoguerra. I nazisti ad aver trovato rifugio nel cortile di casa degli Stati Uniti, però, non furono soltanto quei temibili sette: furono molti di più – migliaia –, dai 9mila ai 12mila. Un piccolo esercito, materializzatosi nottetempo dall’Europa all’America meridionale, la cui fuga dalle maglie della giustizia internazionale, nonché dai pugnaci cacciatori di nazisti israeliani, è oggetto di dibattito tra gli storici. Quel (poco) che è noto, a proposito della trasmigrazione nazista in America Latina, proviene da testimonianze dirette, documenti desecretati e indagini successive, e punta il dito contro due attori: l’internazionale cattolica ruotante attorno al Vaticano – perché uno dei più importanti salvatori di nazisti fu il vescovo austriaco Alois Hudal – ed una rete occulta e quasi leggendaria, perché ancora oggi avvolta nel mistero, rispondente al nome di Odessa.

La storia di Odessa (secondo Wiesenthal). Odessa, acronimo di Organisation der ehemaligen SS-Angehörigen (let. Organizzazione degli ex membri delle SS), è il nome dato da alcuni studiosi al presunto leviatano che avrebbe orchestrato la fuga en masse dei nazisti dall’Europa nell’immediato dopoguerra. Un leviatano che, a seconda delle versioni, avrebbe operato di concerto con Alois Hudal o agito in totale autonomia. Un leviatano che, secondo altri, sarebbe stato ben al di sopra di Hudal, comandandolo e dirigendolo. Ed un leviatano che, secondo altri ancora, non sarebbe mai esistito. Quando si scrive e si parla di Odessa il condizionale è d’obbligo: perché (quasi) tutto ciò che sappiamo di questa entità è frutto di speculazioni, ipotesi ed illazioni. Il suo stesso nome, del resto, è mutuato da un fortunato romanzo di genere thriller di Frederick Forsyth del 1972 (Dossier Odessa). Eppure, secondo il più famoso cacciatore di nazisti di tutti i tempi, Simon Wiesenthal, Odessa sarebbe esistita davvero e avrebbe orchestrato la messa in salvo di migliaia di nazisti tra America Latina, Africa settentrionale e Medio Oriente. E Hudal, all’interno di questo contesto, non sarebbe stato un burattinaio, ma un semplice burattino. Come lui, invero – e questa è storia –, molti altri personaggi si dedicarono con senso di abnegazione alla costruzione di “linee dei ratti” (ratline), cioè di vie di fuga attraversabili dai nazisti.

I numeri dell'operazione Odessa. Quando al centro della discussione vi sono i numeri della grande trasmigrazione nazista al di fuori del Vecchio Continente, è irrilevante che sia esistita un’Odessa, o che sia esistita una costellazione di piccole Odessa. Perché i numeri di quella fuga epocale, che tanto ha stuzzicato la fantasia di scrittori e sceneggiatori, parlano di un piccolo esercito fuggito principalmente nelle terre sudamericane e secondariamente tra Africa e Medio Oriente. Se le informazioni per quanto concerne la fuga nazista verso Africa e Medio Oriente sono scarne, quelle relative al capitolo sudamericano sono estremamente dettagliate. Perché è nell’estremità meridionale delle Americhe che si sono tradizionalmente concentrate le attività di indagine del duo Cia-Mossad. E numeri e fatti hanno dato ragione a quella focalizzazione investigativa:

Fra i 9mila e i 12mila nazisti avrebbero trovato riparo nel cono sud dell’America.

Più di mille gli agenti operativi del Terzo Reich scoperti in America Latina dallo Special Intelligence Service della Fbi fra il 1940 e il 1946.

La metà dei nazisti scappati dall’Europa avrebbe trovato rifugio nell’Argentina di Juan Domingo Peron – cioè almeno 5mila su circa 9-10mila.

Il Brasile sarebbe stato la seconda meta preferita dei fuggitivi nazisti, avendone ospitati fra i 1.500 e i 2mila.

In terza posizione per numero di fuggiaschi accolti, dopo Argentina e Brasile, si sarebbe trovato il Cile. Nella nazione andina, invero, avrebbero trovato una seconda casa fra i 500 e i 1000 seguaci del defunto Führer. Alcuni di essi, negli anni del pinochetismo, avrebbero servito la dittatura militare costruendo la tristemente nota Colonia Dignidad – a metà tra il centro di rieducazione e il campo di concentramento – capitalizzando le conoscenze pregresse in materia.

Alcuni dei più importanti latitanti della Germania nazista e dei suoi alleati – dove per importanza si intendono la caratura posseduta e il ruolo giocato durante la guerra –, avendo la possibilità di scegliere tra Africa, Medio Oriente e America Latina, hanno optato per quest’ultima. Tra di loro si ricordano Adolf Eichmann, Klaus Barbie, Herberts Cukurs, Aarne Kauhanen, Sandor Kepiro, Ante Pavelic, Josef Mengele, Erich Priebke, Walter Rauff, Eduard Roschmann, Hans-Ulrich Rudel, Dinko Sakic, Boris Smylovsky, Franz Stangl e Gustav Wagner.

Mito o realtà? La storiografia ufficiale non ha mai trovato prove a supporto della tesi di Wiesenthal e ritiene che Odessa vada considerata un mito, un argomento accattivante utile a chi lo sbandiera per vendere libri. L’elenco degli scettici è piuttosto lungo e contiene, tra i tanti, Uki Goñi (autore de Operazione Odessa), Guy Walters (autore de Hunting Evil), Gitta Sereny (autrice de Into That Darkness), Daniel Stahl e Heinz Schneppen. Una cosa, però, va precisata: gli storici di cui sopra negano l’esistenza di un cervello unico, di un grande burattinaio al di sopra di Hudal e degli altri costruttori di linee dei ratti, ma concordano sul fatto che sia esistita una “internazionale di salva-nazisti” di natura destrutturata, reticolare e agerchica, composta da innumerevoli organizzazioni, tra loro sconnesse o legate da sporadiche forme di dialogo. Organizzazioni come le piccole e semisconosciute Konsul, Leibwache, Lustige Brüder, Sechsgestirn e Scharnhorst, come la più celebre Die Spinne di Otto Skorzeny e come le anonime di Charles Lescat, Antonio Caggiano, Alarich Bross e Krunoslav Draganovic. Il vero punto di attrito tra i due fronti, quello di Odessa come realtà e quello di Odessa come mito, è quindi legato al loro modus interpretandi:

I primi ritengono che quell’internazionale fosse il risultato di una volontà unica, mirante, forse, alla futura costruzione del Quarto Reich – questa era l’ambizione, invero, della Die Spinne di Skorzeny.

I secondi, invece, credono che Hudal, Skorzeny e soci abbiano operato separatamente, in autonomia l’uno dall’altro, privi di qualsivoglia guida superiore e senza un orizzonte temporale di lungo termine.

Soltanto il tempo potrà chiudere definitivamente il dibattito sull’esistenza di Odessa, dando ragione incontrovertibile agli uni o agli altri. E sebbene i primi, cioè i sostenitori dell’Odessa come realtà, siano stati relegati da tempo ai margini del dibattito dalla storiografia ufficiale, dalla quale vengono tacciati di cospirazionismo, alcuni eventi, fatti e circostanze sembrano smentire la ricostruzione predominante.

Perché se è vero che la beffa più grande che il Diavolo abbia mai fatto è stato convincere il mondo della sua inesistenza, questo, in termini di applicazione pratica, significa rileggere, riscoprire e valorizzare le ricerche di Wiesenthal, che nell’esistenza di Odessa ha creduto davvero. E come lui ci hanno creduto Hanna Arendt, secondo la quale Eichmann sarebbe giunto in Argentina grazie a Odessa, e Paul Manning, tra coloro che contribuirono alla riapertura delle indagini su Martin Bormann.

E in Odessa, non meno importante, hanno creduto anche i coniugi Klarsfeld, la più famosa coppia di caccia-nazisti di Francia (e del mondo), che il 9 luglio 1979 scamparono ad un attentato potenzialmente mortale. Quel giorno, invero, la loro automobile esplose a causa della detonazione di una bomba occultata da ignoti al suo interno. Ignoti senza volto e temerari, che si sarebbero autoidentificati come membri della mitologica Odessa, l’organizzazione che non esiste.

Walter Veltroni per corriere.it il 17 aprile 2021. «Il grande silenzio durò fino all’undici aprile del 1961, quando iniziò a Gerusalemme il processo contro Adolf Eichmann. Prima la gente non raccontava niente. Ognuno teneva per sé i propri ricordi e il proprio dolore. Solo dopo il processo la gente fu disposta ad ascoltarci». Dice così, nel documentario di Francesca Molteni Il processo Eichmann, uno dei sopravvissuti, Joseph Kleinmann, che entrò nel campo di sterminio di Auschwitz a quattordici anni, l’età di Sami Modiano e di Piero Terracina. Il processo di Norimberga aveva collocato la Shoah all’interno di un giudizio sui crimini complessivi del nazismo. Quello di sessant’anni fa ad Adolf Eichmann accese invece i riflettori del mondo sulla persecuzione degli ebrei e sul disegno del loro annientamento. Una tragedia che, mai va dimenticato, non ha paragoni nella storia dell’umanità. Il funzionario del Reich fu sequestrato nel maggio del 1960 dal Mossad in Argentina, dove si era rifugiato. Era uno dei tanti capi nazisti sfuggiti a ogni forma di giustizia, nascosti, sotto identità false, in vari Paesi dell’America del Sud. Il premier israeliano annunciò al Parlamento di Israele che Eichmann «era stato trovato dai servizi di sicurezza israeliani». Quell’arresto scatenò polemiche, singolarmente anche negli Usa, come ben raccontato dal volume di Deborah Lipstadt Il processo Eichmann (Einaudi). Il nome che il tenente colonnello si era scelto per la sua seconda vita era Ricardo, Ricardo Klement. Lo stesso che diede a uno dei suoi figli, l’unico che poi maturerà un giudizio critico nei confronti del nazismo, «se tornasse la dittatura, farei le piccole valigie dei miei figli e fuggirei». Ricardo Eichmann, nel giugno del 1995, decise di incontrare l’uomo dei servizi israeliani che aveva prelevato in Argentina il nazista, suo padre. Sulle colonne del «Corriere della Sera» Lorenzo Cremonesi descrisse questo dialogo tra un quarantenne professore di Archeologia presso l’Università di Tubinga e Zvi Aharoni, che aveva passato giorni e giorni a sorvegliare la casa di Eichmann, in via Garibaldi, Buenos Aires. Cremonesi fa parlare il vecchio Aharoni: «Questo momento mi è molto difficile. Io sono responsabile della morte di tuo padre. È per colpa mia che diventasti orfano a sei anni». Ma chi era Eichmann? Era solo un contabile dello sterminio? Era un soldato costretto a obbedire perché incapace di reagire e privo del coraggio morale di dire no? Vale qui quello che, dopo l’arresto, scrisse su queste colonne Indro Montanelli: «Egli non uccideva perché portava una divisa. Portava una divisa per uccidere. E aveva volontariamente scelto quella della milizia più infame, adibita dal regime ai servizi più sporchi, appunto per soddisfare una vocazione di tortura e di morte». E Montanelli invocava che, quale che fosse la pena, Eichmann fosse condotto a vedere Israele, «da Tiberiade a Eliat. Egli non deve chiudere gli occhi prima di averli tenuti bene aperti su ciò che gli ebrei, questa razza da lui ritenuta inferiore e maledetta, hanno fatto in quell’angolo di sabbioso deserto». Centoundici deportati, scampati allo sterminio, per effetto di quel processo si sedettero sul banco dei testimoni. Alcuni piansero, altri restarono in piedi per l’agitazione. I deportati sopravvissuti ai quali molti non credevano, costretti al senso di colpa per avercela fatta, esposti alle angherie dei negazionisti o alle critiche ingenerose dei giovani israeliani che si chiedevano perché non si fossero ribellati nei campi, finalmente presero la parola e il mondo si dovette fermare ad ascoltarli. Molte testimonianze sono raccolte nel bel volume Eichmanndi Giulia Baj e Tullio Scovazzi, in libreria dall’8 aprile per Solferino. È stata, per Israele e per il mondo da poco libero, una esperienza collettiva sconvolgente. Qualcuno di loro, in quei giorni, raccontò dei suicidi nei campi, che erano molto criticati da chi restava, perché ogni caduto finiva col lasciare un posto che sarebbe stato occupato da un altro ebreo. Altri descrissero la spietatezza di una SS che, vedendo un neonato che piangeva in braccio alla madre, se lo fece passare con un sorriso rassicurante e poi lo sbatté a terra uccidendolo. C’è chi aggiunse «ogni volta che noi soffrivamo, loro gioivano» e chi, guardando Eichmann, disse che era «un pezzo di marmo, un blocco di ghiaccio». Il procuratore Hausner, che condurrà l’accusa, dirà, all’inizio delle udienze: «Quando io sto di fronte a voi, giudici d’Israele, per dirigere l’accusa di Adolf Eichmann, non sto da solo. Con me ci sono sei milioni di accusatori. Ma questi non possono alzarsi in piedi e puntare il dito contro l’uomo sul banco degli imputati con il grido “J’accuse” sulle loro labbra. Perché essi ora sono soltanto cenere, cenere ammucchiata sulle colline di Auschwitz e sui campi di Treblinka e sparsa nelle foreste d’Europa». E poi sosterrà che Eichmann era «un nuovo tipo di assassino, che sta dietro la scrivania. Un colletto bianco che concepisce un ordine di sterminio come un incarico da sbrigare. Fu lui a organizzare e pianificare il trasporto e la messa a morte». Eichmann sembrava davvero un ragioniere, nelle sue deposizioni. Si appassiona alla contabilità, come faceva allora. Spiega che aveva deciso di aumentare la capienza dei treni che deportavano gli ebrei da 700 a 1.000 persone in ragione del fatto che le valigie dei destinati allo sterminio venivano messe su vagoni merci. Non ha misura né senso dell’opportunità quando dice, a proposito della Conferenza di Wannsee del 1942 che decise la pianificazione dello sterminio: «Alla conclusione ho provato la soddisfazione di Pilato perché mi sono sentito completamente sollevato da ogni colpa… Ora a me spettava solo obbedire». O racconta che al termine dei lavori ai quali aveva partecipato, nei quali si era parlato di «esecuzioni, eliminazioni, sterminio» si era sentito onorato — «era la prima volta in vita mia che partecipavo a una riunione coì importante» — che i gerarchi nazisti lo invitassero a bere «uno, due, tre cognac» per festeggiare l’adozione della decisione che così veniva descritta nel Protocollo redatto proprio da Eichmann: «Nel quadro della soluzione finale e sotto una guida adeguata, gli ebrei devono essere mandati a lavorare all’Est. In grandi colonne divise per sesso. Non c’è dubbio che la stragrande maggioranza sarà eliminata per cause naturali». L’uomo che si pulisce freneticamente gli occhiali, che ha un tic dell’occhio destro, che si vanta con orgoglio della «meticolosità» del suo lavoro e dei suoi pregevoli risultati, che parla con freddezza delle «fontane di sangue», non lesina neanche affermazioni grottesche: «Era mio desiderio creare un luogo tutto loro, una terra dove gli ebrei potessero vivere». C’era riuscito, si chiamava Birkenau. Ed era il luogo dove gli ebrei poterono solo morire. Quel processo, celebrato tra la missione di Gagarin e la Baia dei Porci, fu in verità il disvelamento storico della Shoah. Dimostrò che in una dittatura anche un uomo senza qualità, avvolto dalla «banalità del male», può sentirsi, come disse un ebreo di Berlino a proposito di Eichmann: «Il signore della vita e della morte». 

Quando i nazisti tentarono l’assalto all’America Latina. Emanuel Pietrobon su Inside Over il 9 ottobre 2021. Quella tra Germania e Stati Uniti è una delle storie di amore-odio – più odio che amore in realtà – più intriganti, coinvolgenti, incomprese e ricche di lati oscuri degli ultimi due secoli. Perché l’America, un po’ come la Britannia, la Polonia, il cardinale Richelieu e molti altri, ha sempre serbato un timore reverenziale nei confronti di questa piccola ma grande potenza predestinata all’egemonia. La storia, in effetti, ha dato agli Stati Uniti più di un’occasione e più di un motivo per temere questa nazione grande la metà del Texas. E tra quei motivi, oltre alle due guerre mondiali e ai propositi antiamericani di Guglielmo II, figurano i tentativi (quasi riusciti) del Führer di piantare la svastica nelle immediate vicinanze della Città sulla collina, ovverosia in America Latina.

Obiettivo Cile

A differenza di Guglielmo II, che semaforo verde all’espansione tedesca nelle Americhe non lo dette mai, Adolf Hitler avrebbe corso il rischio più volte – facendo cadere un tabù in piedi dal 1867, anno dell’esecuzione di Massimiliano I del Messico e della fine dei sogni latinoamericani di Napoleone III – e sperimentato persino un certo successo, anche se soltanto per un momento fugace. Come quando, fra il 1938 e il 1939, i servizi segreti tedeschi tentarono due colpi di Stato in Cile: la Toma del Seguro Obrero e l’Ariostazo. Il primo tentativo di rovesciamento dell’ordine costituito ebbe luogo il 5 settembre 1938 a Santiago, la capitale del Cile, alla vigilia delle presidenziali più attese del decennio. I golpisti credevano che i tempi fossero maturi affinché la nazione delle Ande si unisse all’internazionale nazifascista: il giorno prima avevano portato per le strade di Santiago oltre diecimila persone, nella cosiddetta Marcia della Vittoria (Marcha de la Victoria), e da un anno, cioè dalle ultime parlamentari, il Movimento Nazionalsocialista del Cile (MNC) disponeva di tre deputati. Quel giorno, a pochi passi dalla Moneda – il palazzo presidenziale –, un piccolo esercito di nacistas avrebbe cominciato una sollevazione contro l’allora presidente in carica, Arturo Alessandri, concepita allo scopo di favorire il ritorno al potere di Carlos Ibáñez del Campo, dittatore dal 1927 al 1931 e in corsa alle elezioni del 1938. Speranza-aspettativa dei putschisti era che le loro gesta eclatanti dessero vita ad un effetto domino nelle forze armate, incoraggiando i fedelissimi dell’ex dittatore, gli ibañisti, a detronizzare Alessandri. Poco dopo lo scoccare delle dodici, al grido “¡Chileno, a la acción!“, più di trenta nazisti addestrati all’arte della guerra urbana – selezionati tra i migliori membri delle Truppe Naziste d’Assalto (TNA, Tropas Nacistas de Asalto) del MNC – avrebbero fatto irruzione nel Palazzo del Seguro Obrero, sede dell’omonima agenzia governativa deputata alle politiche assistenzialistiche. Guidati dal tenente Gerardo Gallmeyer Klotze, i putschisti avrebbero mietuto la prima vittima entro cinque minuti dall’inizio dell’assalto: il carabinero José Luis Salazer Aedo. Preso in ostaggio il personale e trasformato l’edificio in un avamposto fortificato e ricco di tagliole ad ogni piano, i nacistas avrebbero iniziato a comunicare le loro intenzioni via radio, esortando i cileni, sia civili sia militari, a scendere in strada per supportare la rivoluzione in corso. La reazione della presidenza sarebbe stata dura e fulminea. Alessandri, dopo aver preannunciato l’apertura di un fascicolo investigativo volto ad accertare l’esistenza di legami tra i golpisti, apparati statali e forze straniere, avrebbe ordinato ai Carabineros di irrompere nell’edificio e sedare quel putsch in divenire il prima possibile e con ogni mezzo possibile. Entro le quattordici, un tiratore scelto avrebbe eliminato Gallmeyer, privando i golpisti della loro guida. Ed entro le quindici, tra lo stupore generale, sarebbe cominciata la battaglia per il Cile. Poco dopo aver inviato il reggimento di fanteria Buin al Seguro Obrero, infatti, la presidenza avrebbe dovuto mobilitare il reggimento Tacna per via dello scoppio di disordini in altre parti della capitale, tra i quali l’occupazione del Palazzo centrale dell’università del Cile. Ordine e sicurezza sarebbero stati restaurati entro il tramonto, ma ad un prezzo carissimo: il sangue dei putschisti tra le mani di Alessandri e dei Carabineros. Il presidente, invero, dette l’ordine agli uomini in divisa di giustiziare il maggior numero di aspiranti rivoluzionari. Un severo monito per l’intero ambiente nazionalsocialista cileno che, alla fine della giornata, sarebbe costato la vita a 59 nacistas e avrebbe scandalizzato tanto l’opinione pubblica quanto gli intellettuali cileni più celebri dell’epoca, come il poeta Gonzalo Rojas. Le urne avrebbero punito Alessandri per quell’eccidio, passato alla storia come il Massacro del Seguro Obrero (Matanza del Seguro Obrero), decretando la vittoria del rivale Pedro Aguirre Cerda. E Cerda, consapevole di essere stato eletto (anche) per protesta, una volta in ufficio avrebbe proceduto ad amnistiare i putschisti in stato di detenzione. Poco meno di un anno più tardi, il 25 agosto 1939, cioè all’alba della Seconda guerra mondiale, Santiago sarebbe nuovamente caduta preda di una longa manus della Germania nazista. Non i passionali nacistas, ma le forze armate, questa volta, avrebbero tentato un cambio di regime. Il generale Ariosto Herrera, infatti, avrebbe cercato di sollevare il reggimento Tacna contro il presidente in quello che è stato ribattezzato l’Ariostazo. Appoggiato dall’Escuela de Ingenieros Militares e da altri ufficiali, Herrera avrebbe invitato i soldati cileni alla rivolta, agitando lo spauracchio di un’incombente minaccia comunista sulla Moneda. L’appello, però, non sarebbe stato raccolto da nessuno, forse per via della memoria ancora fresca del Massacro del Seguro Obrero, e Herrera dovette arrendersi.

L’operazione Bolìvar

Il fallimento dell’operazione Cile avrebbe privato i nazisti di un posto al Sole prezioso, ma non avrebbe avuto alcun effetto inibitore sui piani del Führer per l’America Latina. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, invero, i nazisti avrebbero dato prova della loro capacità di esperire azioni di disturbo nel cuore del continente americano con l’operazione Bolìvar. L’operazione Bolìvar fu il frutto della lungimiranza. I tedeschi costituivano una delle comunità diasporiche più corpose dell’America Latina, essendo stanziati dal Messico all’Argentina, ed era opinione del Führer che potessero essere utilizzati per raccogliere intelligence, condurre spionaggio e servire la madre patria in una grande varietà di modi. Cominciando dal Brasile e dall’Argentina, i nazisti avrebbero costituito una serie di società commerciali e radio fittizie a partire dal 1940, e per l’intera durata della guerra, impiegate per adunare e smistare informazioni, fornire documenti falsi ai propri agenti in loco e spiare. I nazisti volevano sapere tutto del rapporto tra le due Americhe, tanto di quello economico quanto di quello politico, perché quella conoscenza avrebbe potuto aiutarli a fronteggiare in maniera migliore gli Stati Uniti. All’acme della guerra, cioè nel 1942, le spie dell’operazione Bolìvar avrebbero raccolto e trasmesso informazioni in Europa provenienti da Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador, Guatemala, Messico e Perù. Informazioni che avrebbero dovuto essere usate, tra le altre cose, per lanciare un attacco sul canale di Panama (Progetto 14) e contro obiettivi economici a stelle e strisce (operazione Pastorius). La scoperta di un tentativo di radicamento nazista a Cuba, comunque, avrebbe fatto saltare i piani di Hitler. Perché gli Stati Uniti, oramai in allerta, a partire dal 1942 avrebbero dato vita ad un’intensa ed incessante caccia all’uomo, durata fino alla fine della guerra e terminata con lo smantellamento della rete di spie Bolìvar. Sarebbe un grave errore, però, reputare l’operazione Bolìvar un fallimento. È vero: non ci fu nessun attacco né su Panama né sul territorio nordamericano. Ma la semina di quel quinquennio avrebbe dato dei frutti intemerati nell’immediato dopoguerra, quando il cono sud delle Americhe, la terra di Bolìvar, diventò la seconda casa di decine di migliaia di nazisti in fuga dall’Europa. Una casa la cui costruzione, ultimata dall’anonima nazista operante sotto l’ombrello dell’invisibile Organizzazione Odessa e con l’appoggio di apparati vaticani, fu cominciata dalle spie della rete Bolìvar.

Il mistero degli U-Boot fantasma. Dietro la scomparsa dei capi e del famoso oro dei nazisti non solo leggende infondate, ma indizi e sprazzi di verità che riportano, anche a distanza di oltre settant’anni, una trama difficile da svelare. Davide Bartoccini, Giovedì 04/02/2021 su Il Giornale. Piantati sui fondali marini come spade cadute; al largo della coste danesi, nel bel mezzo dell'Oceano Atlantico o in vista del "Nuovo mondo", i relitti dei famigerati U-boot nazisti - i sommergibili terrorizzarono per quasi cinque anni ogni convoglio e ogni genere di naviglio alleato - continuano a suscitare fascinazione e leggenda sul destino misterioso dei loro ultimi viaggi. Quando, secondo voci mai del tutto avvalorate (ma nemmeno mai del tutto smentite), i loro comandanti ancora sotto il vessillo della svastica, salparono alla volta del Sud America per trarre in salvo i gerarchi superstiti e le ricchezze che avevano accumulato: il famoso oro dei nazisti. Secondo gli appassionati delle più fantasiose teorie del complotto, i nazisti, dopo la sconfitta, sarebbero andati a nascondersi sul lato oscuro della Luna cantato dai Pink Floyd e narrato da plot fantascientifici come quello di Iron Sky; per riorganizzarsi in attesa della restaurazione del Quarto Reich. Baggianate. Senza beneficio di alcun dubbio da "Wunderwaffen". Ma che molti esponenti del nazionalsocialismo siano letteralmente scomparsi nel nulla tra l'inverno e la primavera del 1945 - come Martin Bormann, braccio destro del führer - è una realtà; e che molti vertici delle SS e della Gestapo abbiano tentato di raggiungere a tutti i costi paesi e dittature simpatizzanti come l'Argentina di Peròn, il Cile e il Paraguay di Stroessner - riuscendoci - è vero altrettanto. E allora i mezzi e le strade per raggiungerli erano poche: passare attraverso la ratline allestita tra Svizzera e Stato del Vaticano con documenti e identità falsi per beneficiare di un passaggio della Croce Rossa; o salire su un sommergibile che, tentando di evitare le cariche di profondità delle cacciatorpediniere e dei bombardieri nemici, li avrebbero portati con un po' di fortuna molto lontano dal tribunale di Norimberga e dal cappio che sarebbe finito per cingere il loro collo. Personalità come il feldmaresciallo Hermann Göring o il capo delle SS Heinrich Himmler preferirono mordere una pasticca di cianuro. Ma il risultato raggiunto fu tuttavia il medesimo. Chi invece non voleva farsi prendere ad ogni costo - alcuni sono ancora convinti che lo stesso führer Adolf Hitler sia riuscito a fuggire insieme alla sua amante Eva Braun dal bunker della cancelleria posto sotto l'assedio dell'Armata Rossa - sarebbero salpati su sofisticati e innovativi sommergibili; anzi, "sottomarini" come gli U-Boot Tipo XXI: una nuova classe di unità sommergibili progettate appositamente per operare "stabilmente sott'acqua" - come i moderni sottomarini appunto - e non come le precedenti unità, che essendo solo dei "sommergibili", potevano immergersi e manovrare sotto la superficie del mare per brevi periodi in battaglia, ma dovevano navigare, come le normali unità di superficie, a pelo d'acqua.

La leggenda dell'U-3523. Tra gli ultimi relitti individuati al largo delle coste danesi, è stato proprio uno di questi vascelli all'avanguardia, l'U-3523, varato nel dicembre del '44 e inabissatosi dopo essere stato colpito dalle cariche di profondità sganciate da un bombardiere inglese "Liberator" adibito alla lotta antisommergibile. Era il 6 maggio 1945. Secondo alcuni storici, questa unità estremamente tecnologica per l'epoca sarebbe stata l'unica capace di attraversare l'Atlantico in "sicurezza", e per questo avrebbe potuto trasportare - ipoteticamente - ufficiali e gerarchi nazisti, nonché documenti rilevanti e una certa quantità di "oro". Questo prima di affondare per incunearsi meno di dieci miglia nautiche da Skagerrak, nel nord della Danimarca. Dove ha atteso a una profondità di circa 123 metri per ben 73 anni, prima di essere scoperto. A bordo dovevano essere 58 membri dell'equipaggio più alcuni "passeggeri", ma i team subacquei inviati per l'esplorazione non hanno individuato resti umani durante le ispezioni condotte nella sezione accessibile del relitto. Di lingotti d'oro con incisa l'aquila imperiale e la svastica inclinata, neanche l'ombra.

L'U-997 e l'U-530 che raggiunsero indenni l'Argentina. L'U-977, sommergibile del tipo IX-C, e l'U-530, sommergibile del tipo VII-C, furono rispettivamente varati nel '43 e nel '42, e raggiungere entrambi le coste dell'Argentina. Dimostrando che era quando meno possibile per un U-boot nazista, attraversare l'Atlantico scampando ai pattugliatori alleati, per non consegnarsi agli americani o peggio ai russi. All'U-997, salpato il 10 maggio del 1945 dalle coste norvegesi, ci vollero ben 66 giorni di navigazione sommersa - il secondo più lungo mai registrato durante la guerra -, per raggiungere prima l'isola di Capo Verde e poi proseguire fino a Mar della Plata, in Argentina, Lì il 17 agosto l'equipaggio si arrese alle forze armate argentine. Lo stesso valse per l'U-530, che dopo la resa della Germania fece rotta per Mar della Plata, raggiungendola il 10 luglio. Secondo i rapporti ufficiali, nessuno dei due U-boot sbarcò passeggeri prima della resa. Ma forse in quel caso, qualcosa venne davvero sbarcato sulle costa: un ingente tesoro di banconote in valuta estera e preziosi destinati a Peròn.

I sottomarini scomparsi e il mistero di San Matis. Secondo le autorità argentine, al tempo controllate dalla dittatura militare del generale Peròn, solo questi due U-boot avrebbero attraversato indenni l'Atlantico per poi arrendersi. Nessun passeggero sarebbe stato sbarcato, né sarebbe stato trovato, almeno ufficialmente, alcun tipo di "tesoro dei nazisti". Tuttavia, è rimasto noto alle cronache l'avvistamento di diversi "squali di ferro", come venivano chiamati i sommergibili, da parte di alcuni pescatori argentini, in un piccolo golfo della Patagonia: San Matias. Lì, secondo alcuni studiosi, sarebbero arrivati un numero imprecisato di sommergibili; un branco di "lupi", come venivano chiamati durante la battaglia dell'Atlantico, che avrebbero speso le informazioni accumulate dall'intelligence nazista durante alcune missioni che dovevano "selezionare" dei punti di approdo sicuri lungo le coste del Sud America, per sbarcare equipaggio, passeggeri e risorse su piccoli battelli, dopo l'autoaffondamento dei vascelli sottomarini. Come riporta Guido Olimpio in un suo vecchio articolo, infatti, sia negli anni '50 che negli anni '80 dei piloti d'aereo che hanno sorvolato il golfo avrebbero notato la sagoma aguzza di battelli adagiati sul fondo. Relitti che possono apparire e scomparire in virtù delle correnti che spostano le sabbie dei fondali. Alla richiesta di visionare i documenti relativi all'arrivo degli U-boot nazisti sulle coste dell'Argentina avanzate da storici e giornalisti, Buenos Aires ha sempre negato la propria disponibilità appellandosi al segreto di Stato. Un'espressione che viene associata da sempre a fatti, più o meno indicibili, che devono essere necessariamente nascosti per preservare alcune verità. Tra queste possibili "verità", quella riportata dalla biografa di Evita Peròn, Alicia Dujovne Ortiz, secondo la quale i sommergibili tedeschi avrebbero scaricato casse con all'interno centinaia milioni di dollari, sterline e franchi, diamanti e oro probabilmente rastrellato nei ghetti ebraici di mezza Europa. Possibile, certo, ma non dimostrabile. Dato incontrovertibile invece, è che personalità come Josef Mengele, il terribile medico sperimentatore di Auschwitz, Adolf Eichmann, il "contabile" responsabile della soluzione finale, Erik Priebke, il sottoposto di Kappler, responsabile dell'eccidio della Fosse Ardeatine, si sono tutte rifugiate in Sud America. Terra raggiunta clandestinamente al termine del conflitto grazie a programmi come Odessa, piani analoghi. Altro dato incontrovertibile, è l'esistenza documentata di luoghi come Colonia Dignidad: la spaventosa comunità agricola fondata dall'ex nazista Paul Schäfer, dove veniva testato il gas sarin e dove si erano "riuniti" molti tedeschi nostalgici della dittatura che infiammò il mondo - e sembra aver affidato parte dei suoi crimini e dei suoi segreti alle profondità del mare.

·        Dopo il Nazismo.

Dagotraduzione dal Daily Mail il 12 dicembre 2021. In Spagna è stato ritrovato un telegramma di Adolf Hitler in cui il Führer sembra mostrare dubbi sulla vittoria della Germania durante la II Guerra Mondiale. La lettera era stata inviata il 2 gennaio del 1942, cinque giorni prima che i nazisti fossero sconfitti dai sovietici nella battaglia di Mosca. Hitler scrisse il suo saluto di Capodanno al generale e politico spagnolo Munoz Grandes a capo della Divisione Blu volontaria spagnola che combatteva per la Wehrmacht. Nel testo scritto a macchina c’è un’inserzione a penna scritta di suo pugno da Hitler in cui aggiunge “Trotz allem” (“nonostante tutto) alla frase. Secondo gli esperti, si tratta di un accenno al «seme del dubbio» sulle fortune della Germania. Munoz, che in seguito fu vice primo ministro sotto il generale Franco, aveva scritto nella sua lettera: «Insieme ai pensieri che vanno al mio paese, auguro alla Germania la completa vittoria sui nostri nemici nell'anno appena iniziato. Le difficoltà del momento presente non possono che confermare la mia fiducia nella vittoria finale, e il mio unico desiderio è che il rapporto tra i nostri due Paesi possa diventare ancora più profondo e intimo, anche se a costo di pesanti sacrifici». Note manoscritte mostrano che il telegramma è stato ricevuto a Wolfsschanze, noto come Wolf's Lair, che fungeva da quartier generale militare del fronte orientale di Hitler nei boschi della Masuria nell'odierna Polonia, il 1 gennaio alle 21:00. Fu presentato a Hitler il giorno seguente dal colonnello Nicolaus von Below, un ufficiale della Luftwaffe che servì come aiutante di campo del Fuhrer.  Hitler rispose: «Ti sono grato per i tuoi auguri per il nuovo anno. Sono certo che [nonostante tutto] la nostra lotta contro i nostri nemici avrà lo stesso successo anche in futuro come lo è stata finora, e che la vittoria finale sarà nostra. In grato ricordo del tuo paese, che può essere orgoglioso delle imprese della sua Divisione Blu, invio a te e ai tuoi soldati i miei migliori auguri». In una seconda nota, Munoz ha detto: «Chiedo alla vostra eccellenza di voler essere certi che nessun sacrificio è troppo grande per noi per la vittoria finale delle nostre braccia unite.  Sappiamo per cosa stiamo combattendo e dall'accordo a Grafenwoehr abbiamo seguito gli ordini della vostra eccellenza senza esitazione, obbediente con la dovuta misericordia». Poche settimane prima dello scambio, il 19 dicembre 1941, Hitler si infuriò per il fatto che Mosca non fosse ancora stata conquistata e licenziò il suo comandante in capo Walther von Brauchitsch, assumendo il controllo della Wehrmacht in persona. Gli affascinanti documenti sono riemersi in una vendita presso le Aste Internazionali di Autografi di Malaga, in Spagna. Richard Davie, specialista della casa d'aste, ha dichiarato: «Questo è un affascinante telegramma preparato da Hitler per Munoz Grandes, un generale che in seguito ha servito come vice primo ministro della Spagna sotto Francisco Franco. Spesso pensiamo a Hitler come a un uomo forte che non ha considerato la sconfitta, ma qui, per la prima volta, sembra avere un seme di dubbio sulla vittoria della guerra». «Solo un paio di giorni dopo, la battaglia di Mosca si è conclusa ed è stata una grande vittoria sovietica. Doveva sapere che avrebbe perso. C'è qualcosa nel fatto di inserire quelle parole, che rende l'affermazione meno sicura e potente di quanto originariamente previsto. È come se fosse preoccupato che la battaglia possa essere persa».

«Ho un’adorazione per Hitler»: come funziona il reclutamento dei giovani neonazisti. Erika Antonelli su L'Espresso il 16 novembre 2021. Vengono adescati nei gruppi Telegram e sulle pagine social o con modalità tradizionali di volantinaggio e passaparola. Ecco chi sono i nuovi estremisti all'italiana. «Io ho un'adorazione per Hitler, l'ho sempre avuta per il suo modo di essere deciso, solo che se lo dicevo a qualcuno pensavano “guarda questa”. Ma da quando ho saputo tutte queste cose io la notte prego a lui non prego a dio. Dormo col libro suo sotto il cuscino e devo comprare la svastica e metterla nel portafogli». Parla così Paola D., poco più che trentenne, intercettata mentre conversa con un amico. È una dei simpatizzanti dell'Ordine di Hagal, l'associazione «social-spirituale» le cui fila sono in mano al presidente Maurizio Ammendola. E come lei ci sono altri giovani, tra i venti e i trent'anni, reclutati sui canali Telegram o attraverso attività di volantinaggio e passaparola. Lo ha svelato l'indagine coordinata dal procuratore di Napoli Giovanni Melillo e dai sostituti Antonello Ardituro e Claudio Onorati, che si concentra sulla rete dei suprematisti italiani. Con posizioni antisemite, filonaziste e negazioniste sapientemente diffuse da Ammendola, che gli adepti chiamano “professore” o “ariano”, e dai suoi collaboratori più stretti. La fascinazione per il Führer è tale da arrivare fino all'identificazione dell'Ordine con la struttura del Terzo Reich. In cui Ammendola ha il merito «di aver capito così profondamente Hitler da essere entrato nel suo spirito» e paragona Massimiliano M. (uno dei suoi collaboratori più stretti) a Goebbels, il ministro della propaganda in epoca nazista. Una similitudine avvalorata dal fatto che i due, emerge dall'inchiesta, stessero anche lavorando alla realizzazione di un cortometraggio. Ma per adattarsi allo spirito del tempo serve un passo in più. Per questo Ammendola e Massimiliano M. cercano persone da reclutare sui canali Telegram. Uno è “Ioaprocampania”. Lì sono venuti in contatto con Paola D., colmando le sue lacune storiche con teorie revisioniste. «Lo ha spiegato talmente bene che anche chi non ha studiato capisce quello che ha detto», racconta Paola all'amico nella conversazione intercettata. Aggiungendo di aver ricevuto da Ammendola «troppi dettagli» per considerarlo solo un complottista. Nei gruppi Telegram, l'Ordine di Hagal fa leva sull'insofferenza dei membri alle misure per contrastare l'epidemia. Poi, conquistata la fiducia degli interlocutori, passa alle conversazioni telefoniche. In una di queste Ammendola non fa mistero delle sue convinzioni antisemite e revisioniste: «Io pensavo che almeno sei milioni li avevano tolti da mezzo sti bastardi, invece neanche quelli. All'inizio fui incazzato con Hitler, poi ho capito perché non avrebbe mai potuto pensare di farlo. Sapeva che non sarebbe stata la soluzione, come oggi io so che non è la soluzione, perché è tutta una questione divina, di luce e tenebre, di bene e di male». Per reclutare giovani adepti esiste anche una pagina Facebook, “Assistenti costituzionali”, affiancata da un altro canale Telegram con lo stesso nome. Utile, secondo il creatore Massimiliano M., ad attrarre «persone che stanno contro il sistema, borderline», rimanendo però nell'alveo della normalità. «Ho scelto quel nome per farli entrare a livello di Hagal, che è molto più in alto della Costituzione». All'interno vengono caricati contenuti antisionisti e omofobi, per quanto Ammendola e i collaboratori cerchino di non spaventare i futuri discepoli con temi troppo divisivi. Il loro fine, infatti, è stimolare gli adepti per «non dare loro delle risposte, ma domande e ricerche da approfondire». Partendo dal presupposto che serva un sottile lavoro «nell'intimo della loro mente e della loro psiche» per decostruire certezze lunghe una vita. Oltre il velo, però, la visione del mondo promossa dall'Ordine di Hagal è radicale, razzista, omofoba, maschilista. Lo dimostra un video sulla loro pagina Facebook, in cui una donna in tacchi a spillo tira calci e pugni al sacco da boxe, mentre un uomo seminudo si dimena sferrando piccoli colpi. A commento delle immagini hanno scritto: «Per migliaia di anni le nostre donne hanno portato ben presto in braccio i loro figli. Ora, nel tentativo di conformarsi e di competere con una cultura aliena, negano i loro istinti e doveri naturali». Accanto all'indottrinamento attraverso la rete, Ammendola e Massimiliano M. sfruttano anche metodi più convenzionali. «Ho il volantino tuo che sto facendo proselitismo», dice M. in una telefonata. Poi aggiunge: «Secondo me, l'opzione proprio a passaparola, uno per uno, vedere prima bene tre o quattro volte le persone con cui interagiamo, io la trovo vincente come cosa, perché ti dà il tempo di coltivare il rapporto». Finalizzato a raggiungere l'obiettivo principale, far aderire giovani reclute all'Ordine. E l'elenco del materiale sequestrato ad Ammendola lo dimostra. Tra gli oggetti trovati, oltre a decine di libri e opuscoli inneggianti al nazismo e oggettistica nostalgica, ci sono infatti quattro domande di ammissione all'associazione, intestate a ragazzi tra i 20 e i 35 anni. Compare il nome di Giacomo A., proveniente dalle fila di Casapound, che dalle indagini risulta essere uno degli invitati alla cena «con un gruppo di nazionalsocialisti» organizzata da Ammendola per festeggiare il compleanno di Hitler. In un ristorante nella provincia di Avellino in cui Ammendola si reca con il figlio e una torta acquistata per l'occasione. E proprio con Giacomo A., Ammendola si lascia andare a quei proseliti che tanto ricordano le conversazioni con Paola D. «Io ho prospettive operative per mettere in ginocchio il sistema, basta poca gente, ci vuole coerenza volontà e ardimento. Serve il legame con la divinità e bisogna spostare l'asticella più avanti. Non siamo mossi dal corpo ma dallo spirito, da una volontà superiore a loro. Gli altri non possono nemmeno vederti, nemmeno toccarti, se non glielo dai tu il consenso». Oltre a Giacomo A. c'è un'altra giovane, Martina U. Ammendola e collaboratori la definiscono «una buona allieva» e «pura e onesta». A lei, rivelano le intercettazioni, è stato affidato anche un altro compito oltre a quello di ricerca sulle teorie gender: «Occuparsi di conserve, fermentazione e lavoro dei semi». Un incarico particolare, che potrebbe ricollegarsi al discorso che Ammendola fa a Giacomo A. per spiegare le mosse da compiere qualora i vaccini diventino obbligatori. «Abbiamo cominciato a creare strutture, diciamo, della sopravvivenza, ci sono terre dove stiamo piantando per la sussistenza alimentare, abbiamo preso accordi con contadini e altri proprietari terrieri che ci danno disponibilità di prodotti e di terre da lavorare», gli spiega. Coltivare la terra pare sia uno dei tanti interessi del presidente dell'Ordine di Hagal: a casa sua è stato sequestrato un numero della rivista fascista “La domenica dell'agricoltore”. E a febbraio 2021 l'associazione aveva programmato un corso di sopravvivenza, poi annullato, in un area boschiva della provincia di Capua. Accanto all'attività di reclutamento e indottrinamento, i giovani vengono costantemente monitorati e «analizzati», così da valutarne al meglio potenzialità e qualità. «Poi quando viene vediamo pure che testa ha e capiamo quale compito possiamo darle», dice Ammendola riferendosi a Martina U. Il rapporto che intesse con le reclute diventa in quest'ottica quasi simbiotico, tanto da «farli andare in panico» quando si ammala e non è dunque possibile «chiedergli le cose». Lui ne è consapevole, diviso tra il desiderio di non «centralizzare» l'organizzazione e la certezza che i giovani debbano ancora «comprendere la questione dei ruoli e dei margini di azione di ognuno». Ammendola e i suoi collaboratori plasmano le menti dei loro giovani seguaci, in modo costante e sottile: «Mi possono arrestare, perquisire, quello che è più caro strappare, ma la lotta del nazionalsocialismo non la possono fermare», diceva il presidente a uno dei giovani estremisti, ventenne. Senza fare mistero della sua fascinazione per il numero 88 (per lui corrisponde al saluto “Sieg Heil”, essendo la lettera H l'ottava dell'alfabeto). E richiamando nella pagina Facebook dell'associazione gli 88 precetti di David Lane, un suprematista bianco americano fondatore del gruppo terroristico “The Order” e deceduto in carcere nel 2007, mentre scontava una pena di 190 anni. Uno dei precetti pubblicati sulla pagina Facebook dell'Ordine di Hagal, il dodicesimo, recitava: «La verità non teme l'indagine». Il lavoro degli inquirenti sta dimostrando che non è così.

Esclusivo: ecco la rete dei nazisti italiani pronti a combattere. Uomini e donne giovanissimi. Addestrati all’uso di armi da guerra e esplosivi. Si infiltrano sui social e reclutano adepti tra i negazionisti. Chi sono e come si muovono i suprematisti bianchi di casa nostra. Lirio Abbate su L'Espresso il 5 novembre 2021. Ci sono nazisti in Italia desiderosi di combattere. Uomini e donne che fanno parte di gruppi antisemiti e negazionisti. Sono suprematisti bianchi, attivi in diverse zone del nostro Paese, in collegamento fra loro attraverso la rete, in particolare su canali Telegram e sulla piattaforma Vkontakte (VK), il social di gran lunga più popolare nel mondo russo. Ci sono personaggi addestrati nei campi di combattimento in Ucraina, capaci di usare armi da guerra, di confezionare ordigni, di studiare strategie di lotta e di aggressione, sostenuti dalle loro convinzioni antisemite e filonaziste, nutriti dalla fascinazione per Adolph Hitler. Sono italiani e da tre anni vengono tenuti sotto controllo dagli investigatori nell’ambito di un’inchiesta coordinata dal procuratore di Napoli, Giovanni Melillo, e dai sostituti Antonello Ardituro e Claudio Onorati. L’indagine, che vede fino adesso una decina di indagati, tende ad allargarsi dalla Campania ad altre regioni. Il cardine da cui si parte è un’associazione chiamata “Ordine di Hagal”, che si presenta ufficialmente come un gruppo para-culturale che abbraccia vari ambiti di contestazione. Nel suo statuto è definita «associazione Social-Spirituale» e «associazione sostanzialmente e basilarmente religiosa». Ma in realtà è un movimento suprematista ed antisemita fortemente verticistico, denominato anche “Ordine Naturale di Hagal”, i cui affiliati vengono alternativamente chiamati dal presidente-fondatore, Maurizio Ammendola, 42 anni, di Maddaloni, «seguaci» o «adepti», ai quali viene richiesto di contrapporsi ai «nemici» che per loro sono gli ebrei, ma anche gli immigrati, fino a «morire per la causa». Gli adepti «oltre a dover essere pronti per la causa ad essere arrestati, dovrebbero ripudiare ogni forma di delazione (essendo peraltro costretti alla segretezza verso l’esterno) e a studiare per formarsi univocamente, secondo l’ideologia del movimento, rifiutando quindi ogni idea di cultura in senso lato o pluralità di informazione, tra i principi base di ogni associazione democratica», scrivono gli investigatori. 

C’è un’intensa attività di indottrinamento e reclutamento che viene svolta da diverse persone, in particolare da Ammendola, definito dai «seguaci» il «grande professore». 

Un filo nero potrebbe collegare episodi e personaggi apparsi sulle scene di cronaca negli ultimi anni. Un panorama dal fondo nazista molto più ampio di quello campano. Gli inquirenti stanno accertando se rientrano tutti in uno stesso quadro.

Il gruppo campano di Ammendola è entrato in fibrillazione a gennaio quando ha appreso dell’arresto a Savona di Andrea Cavalleri, 22 anni, esponente di un’ultradestra sempre più aggressiva. Ammendola riunisce in fretta suoi adepti e dice: «Hanno arrestato a Forlì, Cesena e in varie parti d’Italia un gruppo di nazionalsocialisti che inneggiavano alla rivoluzione, alla lotta armata e a fare strage dentro le manifestazioni femministe e comuniste». È presente una ragazza, che conosce bene le strategie di Ammendola, e lei si mostra preoccupata per quanto è avvenuto. Il riferimento è ad un’operazione di antiterrorismo in diverse regioni che ha colpito ambienti della destra radicale contigui al terrorismo di matrice suprematista, conclusa proprio con l’arresto del ventiduenne, accusato di aver costituito un’associazione con finalità di terrorismo e per aver svolto azione di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale aggravata dal negazionismo. Anche in questa inchiesta ligure è emerso che i militanti o i simpatizzanti, che sono sempre più giovani, hanno propagandato le proprie ideologie attraverso Telegram. Accanto ad Ammendola c’è Gianpiero Testa, 24 anni, originario di Avellino, il quale davanti alla notizia dell’arresto appare preoccupato di essere anche lui coinvolto nell’inchiesta. Non si sa ancora se fra il ventiduenne di Savona e l’avellinese ci sia un collegamento. Fatto sta che Testa, immaginando l’arrivo della polizia, provvede subito a spostare da casa sua tutto il materiale che riteneva compromettente, nascondendolo in un’altra abitazione. I magistrati di Napoli stanno verificando se può esserci un collegamento anche con l’arresto avvenuto lo scorso anno a Bergamo di un ventitreenne accusato di detenzione di armi e istigazione per delinquere. O con la morte di Alessandro Fino, un ragazzo di 21 anni, rimasto ucciso mentre confezionava un ordigno in provincia di Como. E ancora con l’arresto di un soldato dell’esercito americano, in servizio presso la base Ederle di Vicenza: il militare si sarebbe unito a un gruppo neonazista satanico ed avrebbe fornito all’organizzazione estremista informazioni classificate nel tentativo di orchestrare un attacco alla sua stessa unità militare. Ritornando in Campania, le intercettazioni fanno emergere che il movimento di Ammendola e Testa è organizzato secondo criteri paramilitari e che ne fanno parte ex militanti di Forza Nuova, impieganti, studentesse, disoccupati, tutti caratterizzati dalla condivisione della brutale ideologia neonazista e da tutti gli aspetti che la connotano, quali l’antisemitismo, l’omofobia ed il razzismo, proclamando la superiorità della razza bianca. Alcuni di loro hanno seguito un percorso che li ha portati a tessere contatti ed alleanze con i più integralisti gruppi nazionalisti ucraini di chiara ispirazione neonazista, meglio conosciuti all’opinione pubblica internazionale dal 2014, a seguito della guerra civile scoppiata nella regione del Donbass. Tra questi il più famoso è il battaglione Azov, formazione paramilitare, nato nei giorni di Majdan e poi incorporato nella Guardia nazionale ucraina, famoso per essere composto da volontari provenienti da tutto il continente e militanti dell’estrema destra. Il battaglione ha raccolto componenti di “Pravy Sektor” (settore destro) e della formazione neonazista “Patriot Ukrainy”, ideologicamente ispirata alla creazione di un «nuovo ordine» basato sulla superiorità della razza bianca, al fine di realizzare una «rivoluzione nazionale antidemocratica, antisemita, anticomunista». Anche dal punto di vista simbolico Azov si è ispirato all’iconografia nazista adottando sia la runa “Wolfsangel”, termine tedesco che sta a significare “Dente di Lupo”, in passato fregio della seconda divisione corazzata SS “das Reich”, utilizzato negli anni di piombo anche da “Terza posizione” (un movimento neofascista eversivo fondato a Roma nel 1978 da Roberto Fiore), sia lo “Schwarze Sonne”: il “Sole Nero”, che richiama la componente esoterica del nazismo ed è da considerare come una variante della svastica, conferma quindi, per quanto riguarda il fenomeno del neonazismo, la commistione tra ideologie politiche e il “neopaganesimo”, ovvero lo stesso mix presente nel bagaglio delle persone coinvolte nell’inchiesta della procura di Napoli, pronte, armate e attrezzate. In attesa di un ordine, o di un segnale per scattare. Il battaglione Azov, per le sue ostentate caratterizzazioni neonaziste, è diventato un punto di incontro per la comunità internazionale dell’ultradestra, ed è proprio per queste dichiarate posizioni suprematiste ed antisemite che negli Stati Uniti 40 membri del Congresso hanno chiesto al Dipartimento di Stato di indicarlo come organizzazione terroristica straniera. Roberto Fiore è stato arrestato lo scorso mese con altri militanti di destra, compreso Giuliano Castellino, per l’assalto alla sede della Cgil a Roma. Entrambi sono al vertice di Forza Nuova, movimento di estrema destra fondato da Fiore nel 1997. Da almeno un anno i due neri sono in prima linea contro la «dittatura sanitaria», le decisioni del governo in tema di pandemia e campagna vaccinale. Per Fiore il capitolo “No Covid” è solo l'ultimo di un percorso che ha radici lontane e affonda negli anni di piombo. Castellino si divide tra il movimentismo di estrema destra e la sua passione per la Roma e gli ambienti “curvaioli”, spesso fucina per le nuove leve dell'estremismo nero in salsa romana. I due leader di Forza Nuova non sono coinvolti nell’inchiesta napoletana, che ha solo il sapore nazista. Uno dei punti di contatto fra gli ucraini e i nazionalsocialisti italiani è Gianpiero Testa. Dalle indagini si apprende che Testa e Ammendola «sono esperti in materia di armi», ed entrambi hanno seguito «specifici corsi di addestramento nell’uso di armi lunghe e corte», conseguendo anche un diploma in Polonia presso l’European security academy, dove vengono addestrati appartenenti alle forze speciali militari per il corso avanzato di Krav Maga, un sistema di combattimento il cui fine è neutralizzare e uccidere il nemico. L’odio e la strategia violenta di Testa sono emersi durante le intercettazioni, non solo verso gli ebrei e gli immigrati, ma anche verso gli appartenenti alle forze dell’ordine. L’avellinese ha più volte manifestato «allarmanti intenzioni omicide» nei confronti dei carabinieri, in particolare quelli in servizio alla Stazione di Marigliano, cittadina a 20 chilometri da Napoli, a nord del Vesuvio, in cui il nazista risiede. Testa voleva agire prendendo ad esempio i «lone actor terrorists» più noti a livello internazionale, adottando la tattica del terrorista solitario, scaricando in questo modo su altri la matrice dell’azione violenta che aveva progettato. Nonostante Testa e altri camerati siano stati più volte perquisiti a casa dalla polizia, hanno proseguito nelle loro attività illecite. E per migliorare le proprie capacità operative ed «affacciarsi nel variegato mondo dei mercenari», l’avellinese ha intrecciato rapporti con esperti istruttori di tiro e di tecniche di difesa, in particolare con due fucilieri assaltatori nei reparti speciali della Marina militare, non indagati, che risultano particolarmente esperti e addestrati all’uso delle armi e di esplosivi, e vantano numerose esperienze all’estero. Uno di questi fucilieri era stato coinvolto da Testa per organizzare un periodo di addestramento in un’area boschiva a Sant’Angelo in Formis, una frazione di Capua, dove lo scorso febbraio voleva preparare un campo, ma le condizioni meteo non lo hanno consentito. Sui finanziamenti che ricevono, gli investigatori stanno svolgendo accertamenti che puntano a verificare le origini dei versamenti su alcune carte Postepay utilizzate dai nazisti. Secondo la Digos sono un centinaio gli appartenenti a questi gruppi filonazisti dislocati in diverse città. Gli investigatori stanno ricostruendo gli elenchi degli adepti attraverso le chat di Telegram scoperte sui telefoni sequestrati agli indagati. Per ogni nickname vengono svolte indagini per accertare l’identità. E così si tesse la tela di nomi e città che si espande da nord a sud. Gruppi nascosti dall’anonimato, ma operativi sul territorio, in collegamento fra loro. La strategia comunicativa dell’associazione presieduta da Ammendola è impostata in modo da attirare adepti senza usare pubblicamente termini duri o razzisti che si rifanno ai nazisti. C’è un messaggio audio che «il grande professore» invia ad uno dei suoi «seguaci» in cui spiega quali linee guida deve seguire per organizzare un discorso pubblico che deve tenere davanti a decine di ragazzi per presentare l’Ordine di Hagal. E chiarisce come strutturare le parole da usare, in modo da «fare breccia nella mente dei curiosi che intendono avvicinarsi all’associazione» e riconoscersi nella sua ideologia. Per Ammendola il discorso «non deve contenere riferimenti espliciti» e «non deve essere immediatamente d’impatto» per non spaventare i curiosi che si approcciano per la prima volta all’associazione, che ha una facciata diversa rispetto a quello che nasconde. Per questo motivo privilegiano all’inizio un approccio più morbido per introdurre gli argomenti chiave, come l’antisemitismo, il suprematismo della razza bianca e l’omofobia. Il messaggio vocale registrato e acquisito agli atti dell’inchiesta, documenta come effettivamente l’Ordine di Hagal sia uno specchietto per allodole, che utilizza come facciata gli aggettivi di associazione «social-spirituale religiosa» per attirare adepti e seguaci verso le dottrine suprematiste in chiave neonazista professate da Ammendola, supportato da una ragazza che dispensa anche lei consigli per la comunicazione. «Dobbiamo renderci conto che abbiamo di fronte una platea di persone che non sa assolutamente nulla, che è immersa in questo sistema, dobbiamo ricordarci che ci stiamo proponendo come associazione spirituale che vuole risolvere delle cose fondamentali», dice Ammendola, che appare come un imbonitore, e prosegue: «Non possiamo ancora parlare esplicitamente di certe cose». «Per il momento occorre togliere la parola ebreo, diciamo il nome e il cognome, e invitiamo le persone a fare ricerche sui personaggi citati, in modo che poi siano loro autonomamente, nell’intimo della loro mente, ad andare a scoprire cosa hanno in comune tutti quanti, come l’essere ebrei. Anche sul discorso omosessualità non possiamo affrontarlo in maniera forte in questo primo incontro», chiarisce il “professore” il quale ricorda che «sono persone che vengono invitate ad una presentazione, una conferenza sull’economia. Noi dobbiamo fargli capire le cose fornendo strumenti in modo che loro possano comprendere, dicendo che l’informazione è falsa, che sostanzialmente gli interlocutori a cui diamo più credito, quelli che consideriamo più autorevoli, come le televisioni, i telegiornali, i programmi televisivi, le istituzioni, la polizia, i carabinieri, i medici, l’industria farmaceutica, sono quelli di cui le persone sono state portate a fidarsi di più, ma che in realtà sono degli aguzzini, nemici della nostra salute, del nostro benessere e sono dei traditori». La teoria del complotto e il senso di accerchiamento sono una costante di questi movimenti, prodromica all’affermazione delle teorie razziste, antisemite e xenofobe che trovano ulteriore humus nel disagio economico e nel senso di frustrazione ed esclusione dal sociale proprio di coloro sui quali queste ideologie hanno maggiore presa. Alcuni canali Telegram, dai titoli fuorvianti, che servono a catturare nuovi adepti per l’associazione nazista, come “ioaprocampania”, oppure “assistenti costituzionali”, vengono utilizzati per fare attività di proselitismo e indottrinamento. Ammendola attraverso “ioaprocampania”, composto da svariati membri interessati nei mesi scorsi a scambiarsi messaggi contro le misure adottate dal Governo per limitare l’epidemia da Covid-19, riesce ad attirare l’attenzione di una ragazza, con la quale parla a lungo con l’intenzione di farla avvicinare alle sue idee e coinvolgerla nei suoi progetti e le parla delle proprie ideologie filonaziste, sostenendo che Hitler era come lui concettualmente, e che lui è uno «dei principali esperti e profondamente convinti estimatori di Hitler, che molte persone hanno capito che l’olocausto non è mai esistito e che molte di queste lo reputano un messia». La ragazza si dimostra entusiasta e si rende disponibile ad aiutarlo. C’è un’età media dei militanti o quantomeno simpatizzanti, che si è abbassata ai ventenni. Uno degli uomini di Ammendola parla del canale “Assistenti costituzionali”, aperto a tutti con chiari contenuti antisionisti ed omofobi, e spiega che è utile per fare da «scrematore» tra quelli che vi si avvicinano, «per selezionarne successivamente alcuni da introdurre nell’Ordine di Hagal». Le ragioni dell’ascendente, soprattutto sui più giovani, di queste teorie, sono caratterizzate da forte disagio sociale ed economico, da disoccupazione e criminalità, dalla difficoltà, in poche parole, per molti di loro, a trovare una collocazione nel sociale e uno spazio in cui sviluppare con equilibrio la propria identità. Proprio a questo senso di spaesamento, a questa difficoltà di trovare una chiave di lettura coerente della realtà circostante, «le ideologie di estrema destra fornirebbero una risposta rassicurante», sostengono gli esperti che studiano i fenomeni neonazisti del nostro tempo. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, nei mesi scorsi ha sottolineato che la più grande minaccia alla sicurezza interna di molti Paesi è data proprio dai movimenti suprematisti bianchi e dai movimenti neonazisti. Il segretario mette in guardia su questi «movimenti di odio che crescono di giorno in giorno», sono più di una minaccia terroristica interna e stanno diventando «una minaccia transazionale». Guterres ha fatto presente che questi gruppi neonazisti, come altri, hanno approfittato della pandemia, così come della polarizzazione sociale e della manipolazione culturale. «Troppo spesso, questi gruppi di odio sono incoraggiati da persone in posizioni di responsabilità, qualcosa che sembrava inimmaginabile poco tempo fa. È solo attraverso un’azione globale concertata che possiamo porre fine a questa grave e crescente minaccia».  

Nazisti sul palco: rock, gadget e croci celtiche. Così si finanzia la rete hitleriana. Dalla Germania all’Italia e ritorno. Un circuito di affari intorno alla musica e al merchandising razzista e antisemita che opera indisturbato. Erika Antonelli su L'Espresso il 5 novembre 2021. C'è una rete, nera e capillare, che collega la Germania all'Italia. E agisce indisturbata su internet e i social network, diffondendo musica che inneggia al nazismo, vendendo gadget e capi d'abbigliamento per i nostalgici di Adolf Hitler e del Terzo Reich. Una galassia di prodotti che rimandano ad altre gang, gruppi e formazioni, tutti però con un obiettivo comune: diffondere violenza, odio e xenofobia. Come fanno tre società specializzate nella vendita di cd “nazirock”, libri e altro materiale inneggiante al suprematismo bianco. Tutte con sede ad Artern, una cittadina in Sassonia. Il Land orientale in cui alle elezioni politiche del 26 settembre il partito di estrema destra Alternative für Deutschland ha ottenuto il 24 per cento di voti, superando cristianodemocratici e centro-sinistra. Dietro alle tre società, Front records, Wewelsburg records e Frontmusik, ci sarebbe la formazione neonazista internazionale Hammerskin, da trent'anni attiva nella diffusione di ideologie xenofobe e suprematiste. Secondo gli esperti, creare diverse società satellite servirebbe a Hammerskin per schermare le loro attività ai controlli delle autorità. Le società garantiscono infatti agli utenti la sicurezza di rimanere nell'anonimato, non richiedendo loro di creare alcun conto per acquistare online i prodotti. L'ordine può essere fatto in modalità “ospite”, dunque senza salvare alcun dato. Così, indisturbati, si può navigare alla ricerca di felpe, magliette, bandiere, libri e riviste a dir poco discutibili. Come il volume “Rebellische Herzen”, cuori ribelli, scritto dagli attivisti (tutti anonimi) del partito neonazista La terza via, di cui l'Espresso aveva già parlato qui. E balzato recentemente agli onori della cronaca, dopo che la polizia tedesca aveva trovato una cinquantina di persone vicine alla formazione sul confine polacco. Pronte, verosimilmente, ad aggredire i migranti ed equipaggiate con spray al peperoncino, una baionetta, machete e manganelli. Per chi alla lettura preferisce lo shopping, invece, sono disponibili una gran quantità di capi d'abbigliamento. Tra gli altri, magliette con il logo “Aryan brotherhood”, fratellanza ariana, una gang di suprematisti bianchi e di matrice neonazista nata negli Stati Uniti a metà degli anni Sessanta. O t-shirt con la scritta “Loving violence is not a crime”, amare la violenza non è un crimine. Cliccando sulla descrizione dell'articolo compare il motto “Sport frei”, apparentemente solo un saluto che veniva spesso utilizzato nella Repubblica democratica tedesca. In realtà però “Sport frei”, in italiano sport libero, è anche il nome di uno dei sei gruppi che collabora all'organizzazione dell'evento di MMA “Kampf der Nibelungen”, la più grande manifestazione sportiva nel panorama estremista di destra tedesco. Oltre a diffondere musica e merchandising per nostalgici, le formazioni neonaziste si incontrano ciclicamente ai concerti. Come quello di Hammerskin, tenutosi in Francia nel 2019, in cui i partecipanti si salutano facendo il saluto romano mentre gridano “Sieg Heil”. Succede anche in Italia, l'ultima volta l'anno scorso con l'evento “ISD Memorial”, organizzato a Verona da Veneto fronte Skinheads. Un concerto realizzato per ricordare Ian Stuart, il cantante inglese morto nel '93 e noto per aver fondato il gruppo nazista Blood and Honour. «Eventi così fanno bene al cuore, aiutano a lenire le delusioni di un mondo sempre più in un inesorabile declino, dimostrando che un mondo ribelle, contro corrente e antagonista esiste ed è vivo e vegeto», scrivono entusiasti gli skinhead nostrani sul loro sito. E sempre in nord Italia, a Rogoredo, nel 2016 si era tenuto un altro raduno, organizzato ancora una volta dalla formazione neonazista Hammerskin. Si chiamava “Europe Awake”, sveglia Europa. In quella Milano che, affermava il sindaco Beppe Sala, «è medaglia d'oro alla Resistenza, ha tra i suoi valori fondanti l'antinazismo e l'antifascismo e non vuole permettere che si svolga un'iniziativa volta a trasmettere messaggi violenti, xenofobi, razzisti e omofobi». È servito a poco, gli organizzatori hanno aggirato la diffida della questura a svolgere iniziative pubbliche utilizzando uno spazio privato. Tra gli artisti che si sono esibiti nel 2016 a Milano e nel 2020 a Verona c'erano anche i Katastrof, band veneta autrice di un album con un titolo a dir poco evocativo: “Aryan Rock”. La loro storia è interessante, poiché esemplificativa del filo rosso che lega Italia e Germania. Il primo capo del filo arriva ad Artern, perché il loro cd è acquistabile su tutte e tre le piattaforme con sede fisica nella cittadina della Turingia. Il secondo ad Apolda, altra città del Land orientale, perché la pagina Facebook dei Katastrof rimanda direttamente alla piattaforma “Das Zeughaus”, che lì ha la sua sede. Alla guida c'è Fabian Kellermann, il proprietario di un altro negozio – Strike Back Shop – in cui a marzo la polizia ha effettuato una perquisizione, rintracciando capi di vestiario «con simboli illegali». Gli stessi che Kellermann continua tranquillamente a vendere sul suo sito. Tutte le pagine in cui è possibile acquistare i dischi dei Katastrof li descrivono usando parole al miele: «Finalmente è arrivato il nuovo cd dei simpatici italiani. Molti di voi i ragazzi li avranno già visti a un concerto dal vivo. Cinque anni dopo, hanno fatto un enorme passo avanti. Nei brani dominano tamburi e chitarre, inseriti nella struttura bombastica delle canzoni. E la voce del cantante è energica e bruta. Trasmettono un messaggio politico chiaro al 188 per cento. Consigliatissimo!». In effetti il loro ultimo singolo, uscito nel 2021, lascia poco spazio all'immaginazione. Si chiama A.L.L., acronimo che sta per Anti Lockdown League («Questa è guerra e ora pagherete, la gente è stufa», cantano). È stato censurato su Youtube ma è ancora disponibile nella loro pagina Facebook. Il frontman e il resto della “rac” band – si definiscono così, la sigla sta per rock anti communism – indossano magliette con scritto “White lives matter”, “Fuck refugees” e “Offence best defence”, la miglior difesa è l'attacco. Lo stesso slogan che campeggiava sulla maglietta del leader della Lega Matteo Salvini, in una foto postata da lui stesso sui social tre anni fa. Alla parete, in diversi frammenti del video, compare un simbolo molto simile a una croce celtica. Che è in realtà il logo di “EB European Brotherhood”, altro sito specializzato nella vendita di «abiti e musica indipendente». Con indipendente intendono, tra le altre cose, magliette con la scritta “Protect the family” (una famiglia, madre con padella in mano, padre al centro e due bambini, si difende terrorizzata da due mani color arcobaleno pronte ad arraffarla). O altre con stampato “The media is the virus”, il virus sono i media. Dietro al messaggio, c'è disegnata una faccia che urla coperta dalla mascherina. “European Brotherhood” sulla sua pagina scrive che il movimento è stato fondato «nel 2014 da un gruppo di nazionalisti europei che tengono al futuro del loro paese». Senza specificare dove. Ma poco conta, perché esiste uno spazio (fisico e virtuale) anche per i nostalgici italiani alla ricerca di oggettistica legata a Hitler, Mussolini e al Terzo Reich. Si chiama “La testa di ferro” ed è possibile acquistare, tra le altre cose, bandiere con la croce celtica su sfondo nero o rosso, quelle con il fascio littorio e tricolori con l'aquila simbolo della repubblica sociale italiana. E poi anche spille della Decima Mas, il reparto dei mezzi di assalto della marina militare che dopo l'armistizio dell'otto settembre continuò a combattere al fianco dei nazisti. Inseriti in categorie apparentemente inoffensive, inoltre, è possibile scovare tirapugni mascherati da spille e guanti in pelle nera, con rinforzi casualmente posizionati all'altezza delle nocche. A “La testa di ferro”, un ruolo importante lo riveste pure Casapound. Ci sono infatti le toppe con il noto simbolo della tartaruga e i cd di Zetazeroalfa, la band fondata dal presidente Gianluca Iannone e composta dai militanti stessi. La rete neonazista è trasversale, capillare, interconnessa. Composta da formazioni e sigle legate tra di loro e libere di diffondere messaggi di odio in rete, anche nel nostro Paese, senza neppure il bisogno di schermare le attività. Non necessariamente solo confinate alla musica, come ha dimostrato il tentato attacco degli attivisti del partito La terza via al confine polacco. «Non c'è spazio per la violenza», aveva detto tempo fa il ministro dell'Interno tedesco Horst Seehofer a proposito dei movimenti estremisti. Guardando la loro galassia creare continue connessioni e agire indisturbata, non sembra così.

Nazisti cercansi: la storia dell’operazione Paperclip. Pietro Emanueli su Inside Over il 31 ottobre 2021. Il nazismo viene giustamente ricordato per aver prodotto alcuni dei criminali dall’istinto genocidiale più spietati del ventesimo secolo, come Heinrich Himmler e Martin Bormann. Criminali che avrebbero sfogato i loro istinti genocidi tanto nei campi di battaglia quanto nei campi di concentramento, pianificando e gestendo l’eliminazione di intere popolazioni, e che hanno macchiato indelebilmente l’immagine della nazione tedesca. Scrivere e parlare dell’altro lato del nazismo, quello separato da barbarie e suprematismo razziale, non è mai stato semplice – e mai lo sarà -, ma è l’unico modo che la storiografia ha avuto per risalire alle origini e alle ragioni di quello che Alfred Rosenberg aveva ribattezzato il Mito del ventesimo secolo. Un mito incardinato su narrative antiche, quali quelle del Blut und Boden, del Volk ohne Raum e del Drang nach Osten, e che, feroci criminali a parte, magnetizzò un esercito di esoteristi ed occultisti, nonché di geni delle scienze civili e militari. Geni che un po’ tutti nel secondo dopoguerra, dagli Stati Uniti all’Unione Sovietica, avrebbero cercato di sottrarre al Tribunale di Norimberga, barattandone la libertà in cambio dei loro segreti, delle loro doti fuori dal comune. La grande fuga dei cervelli nazisti, che in terra sovietica assunse il nome di operazione Osoaviakhim, negli Stati Uniti avvenne in diverse fasi, e prendendo nomi differenti, ma una soltanto contribuì in maniera effettiva e determinante a cambiare il corso della storia, della Guerra fredda, permettendo all’Impero della Libertà di assurgere allo status di iperpotenza: l’operazione Paperclip.

Le origini e le ragioni di Paperclip

Paperclip è il nome con il quale si fa riferimento ad un’operazione segreta, esperita congiuntamente da JIOA e CIC – tra i predecessori della Central Intelligence Agency – e che, tra il 1945 e il 1959, avrebbe comportato il trasferimento nei laboratori militari a stelle e strisce di circa 1.500-2.000 scienziati nazisti. Nata con l’obiettivo di dare impeto alla ricerca bellica degli Stati Uniti, date l’emergente competizione egemonica con l’Unione Sovietica e la conoscenza del programma Osoaviakhim, Paperclip avrebbe espresso il proprio potenziale verso la metà della guerra fredda, più precisamente nel contesto della corsa allo spazio. Il principio di Paperclip fu Overcast, un’operazione dello Stato maggiore congiunto (JCS, Joint Chiefs of Staff) avente delle simili finalità e concepita nel luglio 1945, ovverosia a seconda guerra mondiale ancora in corso. Poco più di un anno dopo, verso la fine del 1946, Overcast sarebbe divenuta ufficialmente Paperclip, su ordine dell’allora presidente Harry Truman. Fu a partire da quell’anno, dal 1946, che gli agenti segreti della Casa Bianca si sarebbero messi sulle tracce delle più eminenti menti dell’era nazista. E a rendere un successo questa caccia all’uomo, o meglio al cervello, fu il maggiore Robert J. Staver, che utilizzò un elenco di nomi compilato dai nazisti durante l’operazione Barbarossa, e noto come la “lista Osenberg”, per semplificare e sveltire le operazioni di ricerca.

Lo svolgimento

Almeno 1.800, fra tecnici e scienziati nazisti, sarebbero stati trasferiti segretamente dalla Germania Ovest agli Stati Uniti entro il 1947. E come questi (ex) nazisti furono convinti a cambiare sponda, accettando di collaborare con il distruttore del Terzo Reich, è storia nota: salvazione assicurata dai giudici di Norimberga, mantenimento a carico del governo e, non meno importante, diritto al ricongiungimento familiare. Quest’ultimo punto avrebbe elevato il numero degli ingressi da 1.800 a 5.500, considerando che moglie, figli/e e nipoti costituivano una realtà di 3.700 persone. Il compromesso valeva la candela: in gioco, più che la prima posizione in un’ordinaria corsa alle armi, v’era la vittoria nell’allora emergente guerra fredda contro l’Unione sovietica, un nano economico ma gigante militare che, similmente alla Germania nazista, aspirava a riscrivere il mondo a propria immagine e somiglianza. Per battere quel nemico temibile, che aveva rapidamente trasformato Hitler in un ricordo sbiadito, gli agenti dell’operazione Paperclip avrebbero individuato e portato negli Stati Uniti i più grandi geni dell’era nazista, giustificando tale trasferimento in termini di “riparazione intellettuale”. Nel lungo elenco dei cervelli salvati da Norimberga, e sottratti a Mosca, si sarebbero contraddistinti per importanza, capacità ed impatto storico:

Herbert A. Wagner, inventore dei missili Henschel Hs 293.

Wernher von Braun, co-sviluppatore dei missili V2.

Eberhard Rees, co-sviluppatore dei missili V2.

Kurt Lehovec, fisico.

Hans Ziegler, ingegnere aerospaziale.

Adolf Busemann, ingegnere aerospaziale.

Hermann Oberth, considerato uno dei padri fondatori della missilistica e dell’astronautica.

Walter Haeussermann, ingegnere aerospaziale.

Hans Hollmann, specialista dell’elettronica.

Helmut Hoelzer, inventore.

Fritz Karl Preikschat, inventore.

Johannes Plendl, fisico.

Il contributo degli ex nazisti alla costruzione dell'iperpotenza americana

Si stima che, fra brevetti e relativi processi industriali, l’operazione Paperclip abbia fruttato agli Stati Uniti un totale di dieci miliardi di dollari nel corso della Guerra fredda. Tuttavia, non fu per i possibili benefici economici, incalcolabili e imprevedibili nel 1946, che l’amministrazione Truman avrebbe benedetto quell’attrazione di cervelli sui generis: fu per la gloria. E la storia, poco più di quattro decadi dopo, gli avrebbe dato ragione.

Non le illazioni, ma i fatti, sono la prova che se Paperclip non avesse avuto luogo, gli Stati Uniti, forse, non avrebbero vinto la guerra fredda. O se l’avessero vinta, comunque, sarebbe stato con più difficoltà e impiegando un tempo significativamente maggiore. Una visione degli eventi che, lungi dall’essere una esagerazione, può essere pienamente compresa soltanto attraverso un’adeguata enumerazione dei traguardi e delle scoperte degli ex cervelli del Führer in terra americana:

Hans Ziegler sarebbe divenuto il padre del primo programma di elettronica militare statunitense, curando personalmente la fabbricazione dei primi satelliti artificiali e gettando le basi per l’introduzione dell’energia solare nel dibattito tecnologico. Nel 1963 fu insignito di una medaglia al merito dal Dipartimento della Difesa per i servizi resi agli Stati Uniti.

Kurt Lehovac avrebbe rivoluzionato il mondo dell’elettronica – non soltanto statunitense –, pionierizzando il circuito integrato, le batterie al litio, i dispositivi LED e le celle solari. A lui si deve, inoltre, il perfezionamento del metodo di isolamento della giunzione p-n.

Hans Hollmann viene ricordato per il contributo dato alla nascita della cibernetica e al potenziamento della tecnologia radar. A lui si deve, per di più, l’avvio delle ricerche militari su un argomento sino ad allora, e ancora oggi, fantascientifico: il teletrasporto di esseri umani.

Helmut Hoelzer è passato alla storia come l’inventore del primo computer analogico elettronico.

Johannes Plendl, co-padre fondatore della meteorologia spaziale, avrebbe aiutato il connazionale basato in Europa, Karl-Otto Kiepenheuer, a realizzare la prima prima rete di stazioni per l’osservazione dell’attività solare adibite ad uso militare.

Heinz Schlicke avrebbe spianato la strada alla tecnologia stealth.

Hubertus Strughold è stato il creatore della medicina spaziale.

Erich Traub aiutò la Casa Bianca ad avviare il proprio programma di armamento biologico.

Friedwardt Winterberg, insignito di una medaglia per le scoperte nel campo della propulsione nucleare ad impulso, viene ricordato per aver partecipato alla scrittura dell’Iniziativa di Difesa Strategica dell’amministrazione Reagan e per inaugurato i primi studi sui viaggi interstellari.

Fritz Karl Preikschat, veridico uomo universale – ventitré patenti in campi diversi tra loro, dall’aviazione civile alle telecomunicazioni –, avrebbe spianato la strada alla produzione dei primi veicoli a propulsione ibrida.

Il contributo più importante: l'uomo nello spazio

L’elenco dei nazisti redenti che hanno cambiato la storia degli Stati Uniti, e del mondo intero, non inizia con Ziegler e non termina con Preikschat. Perché molti di più furono i geni insigniti di medaglie al valore per le invenzioni e le innovazioni apportate nel militare e nel civile.

Tra coloro che non sono stati ancora citati, semplicemente perché meritevoli di uno spazio a parte, vanno ricordati Wernher von Braun e la sua squadra di visionari, in larga parte composta da colleghi nella base di Peenemünde catapultati negli Stati Uniti, tra i quali Eberhard Rees, William August Schulze, Hans Fichter, Walter Haeussermann, Gerhard Reisig, Hermann Oberth, Kurt Debus, Arthur Rudolph e Georg von Tiesenhausen.

Von Braun e i colleghi di Peenemünde, insieme, avrebbero messo la firma sull’intero programma spaziale degli Stati Uniti, scrivendolo e gestendolo da cima a fondo, occupandosi chi delle tute spaziali, come Oberth, chi delle rampe di lancio, come Debus, chi della tecnologia missilistica, come Reisig, e chi dei sistemi di navigazione dei razzi, come Haeussermann. E infine, uno di loro, il più dotato, avrebbe avuto il mandato unico di occuparsi di quasi ogni mansione, dall’architettura del Saturn V alla formazione degli astronauti. Quel qualcuno sarebbe stato von Braun.

Per il contributo inestimabile dato al successo delle missioni Apollo, von Braun, Debus, Rees, Rudolph e Geissler avrebbero ricevuto la più alta onorificenza prevista dall’agenzia spaziale statunitense: la NASA Distinguished Service Medal. E Von Braun, il più brillante del gruppo, avrebbe anche ottenuto altri riconoscimenti prestigiosi, tra i quali il Goddard Astronautics Award, l’ingresso nelle hall of fame dello U.S. Space & Rocket Center dell’Alabama e del Museo di storia spaziale del New Mexico e, non meno importante, la dedicazione di un cratere lunare a suo nome.

Il legato più significativo di Paperclip è stato sicuramente questo: l’invio dell’uomo sulla Luna. Un evento epocale, che ha fatto la storia della guerra fredda e dell’umanità, e che non sarebbe stato possibile, sebbene i più non ne siano a conoscenza, senza il contributo di von Braun e degli ex colleghi di Peenemünde.

Von Braun, a sua volta, da Paperclip avrebbe ricevuto qualcosa di impagabile: non la fama, ma un’opportunità. L’opportunità di una nuova vita, priva di crimini commessi nel nome di un’ideologia dell’odio e ricca di gratificazioni, come quella di vedere il mondo con il fiato sospeso durante l’arrivo di Neil Armstrong sulla Luna. Un’opportunità che, oltre a fornirgli uno scopo esistenziale unico, gli avrebbe permesso di trovare la redenzione, la riconciliazione con Dio, rinascendo a nuova vita nel cattolicesimo. Una rinascita di cui avrebbe cercato di rendere l’umanità compartecipe, invitando “chi è turbato dal fatto che non si possa provare scientificamente l’esistenza del Creatore” a non cedere al dubbio, perché “dobbiamo veramente accendere una candela per vedere il Sole?”.

Dagotraduzione dal Daily Mail il 25 ottobre 2021. Dopo più di 70 anni, sono venuti alla luce documenti inediti degli ultimi giorni vissuti da Adolf Hitler nel suo bunker sotterraneo. Li aveva conservati un soldato francese come souvenir. Ad analizzare i documenti sono stati gli storici Xavier Aiolfi e Paul Villatoux: si tratta di lettere, telegrammi ed effetti personali, tra cui l’ultimo, inutile ordine alle truppe e l’annuncio della sua decisione di uccidersi. I documenti, segnati dalle bruciature, sono stati consegnati dal figlio del capito Michel Leroy, soldato francese che fece irruzione nel bunker durante la seconda guerra mondiale e conservò i documenti fino alla sua morte. Leroy trovò le 70 carte tra un mucchio di mobili e oggetti nell’ufficio di Bormann nel novembre del 1945. In un telegramma, il segretario privato di Hitler, Martin Bormann, ammette: «Qui le cose sono fottute», mentre in un altro, il capo della Gestapo e delle forze armate naziste Herman Goring tenta di approfittare del caos e assumere il controllo del Terzo Reich – mossa per la quale fu stato bollato come "traditore" e posto agli arresti domiciliari. Fino a poco tempo fa gli storici dovevano fare affidamento sulle testimonianze e sui documenti del dopoguerra provenienti da altre parti della Germania per far luce sugli ultimi giorni del Terzo Reich. Ora invece i due storici, Aiolfi e Villatoux, hanno presentato i documenti per la prima volta nel loro libro The Final Archives of the Fuhrerbunker. Nei giorni in cui la sconfitta della Germania è imminente, le comunicazioni ufficiali ritrovate dai due storici rivelano la disperazione e la paranoia dell’entourage. Un telegramma, inviato da Bormann dopo che Hitler si è infuriato e ha annunciato che avrebbe preferito uccidersi piuttosto che fuggire dalla città, è particolarmente agghiacciante. Vi si legge: «Le cose sono complicate qui. Il capo rimarrà qui, qualunque cosa accada. L'umore è chiaro». A questo telegramma fa seguito l'ordine militare finale del Führer dato a Bormann il 25 aprile, appena cinque giorni prima della sua morte. Ordinò a quel che restava dell'esercito tedesco in Norvegia, Danimarca e Lettonia di tornare indietro e consegnargli una «vittoria nella battaglia di Berlino». Un piano impossibile da realizzare, visto che le unità militari venivano distrutte o tagliate fuori dalle forze nemiche. Come successo in Lettonia, dove l’esercito tedesco, impotente, fu circondato dalle truppe sovietiche fino alla fine della guerra. Aiolfi ha descritto i documenti come «veri testimoni della storia». Ha detto: «Sono eccezionali perché quasi tutto nel bunker è stato bruciato in modo che non cadesse nelle mani delle truppe sovietiche. «Più di 75 anni dopo gli eventi, odorano ancora di umidità e hanno tracce di ustioni. Sono veri testimoni». «Hanno un notevole significato politico perché appartenevano a Martin Bormann, che era un indispensabile esecutore dei piani di Hitler. Era un personaggio servile, brutale, assetato di potere personale e determinato a stare vicino al Führer». «Il documento più emblematico resta il telegramma con cui Hitler impartisce i suoi ultimi ordini per la difesa di Berlino. Ha manovrato unità che non esistevano più o non erano più in grado di raggiungere la città, eppure era convinto che la Provvidenza avrebbe salvato il suo esercito. È chiaro da questi ordini che credeva ancora di poter vincere la battaglia di Berlino e sconfiggere i sovietici. Pensava che questo lo avrebbe messo in una posizione di forza per negoziare un trattato di pace e mettere gli alleati contro la Russia». Conosciuto come "il toro di Hitler", Bormann rimase nel rifugio sotto l'edificio della cancelleria a Berlino fino a quando il Fuhrer si sparò. Bormann si suicidò il 2 maggio 1945, mentre stava per essere catturato durante la sua fuga da Berlino. Sua moglie e i suoi dieci figli, tutti sopravvissuti alla guerra, si rifugiarono a Obersalzberg, in Baviera.

Edoardo Di Salvo per lastampa.it il 30 settembre 2021. Ha 96 anni e fugge da un processo per complicità nell’Olocausto. La storia arriva dalla Germania, dove Irmgard Furchner, ex segretaria del campo di concentramento di Stutthof, è accusata di favoreggiamento nel massacro di 11mila persone, tra il 1943 e il 1945. L’anziana è stata intercettata dalla polizia tedesca nel primo pomeriggio. Il processo è iniziato oggi, a distanza di 70 anni, nel tribunale della cittadina di Itzehoe, non lontano da Amburgo nel nord della Germania, dove l’anziana vive in una casa di riposo: la 96enne però, anziché presentarsi in aula si era data alla fuga prendendo un taxi.  Al processo la attendevano circa 50 giornalisti e 12 rappresentanti delle 30 persone costituitesi parte civile, tra cui alcuni sopravvissuti del campo. A quel punto, il giudice Dominik Gross ha emesso un mandato d’arresto nei confronti della 96enne. Le autorità l’hanno rintracciata. Si tratta della prima donna da decenni ad essere processata per crimini connessi al Terzo Reich, ma non sono rari in Germania casi simili, dove la giustizia non si ferma malgrado l’età molto avanzata degli imputati. Irmgard Furchner ha iniziato a lavorare nel campo di Stutthof, nella Polonia occupata nel 1943, quando aveva solo 18 anni, come segretaria e dattilografa. Il precedente giudiziario su cui si fonda il processo, è quello del 2011, in cui l’allora 91enne ucraino John Demjanjuk venne condannato a 5 anni di carcere semplicemente per essere stato presente nel campo di Sobibòr durante le stragi. L’uomo era un soldato dell’Armata Rossa catturato dai nazisti, ed è stato il soggetto con grado più basso di sempre a essere processato per crimini di guerra legati all’Olocausto. In quell’occasione il giudice motivò la decisione spiegando che non importa quanto piccolo possa essere stato il ruolo di una persona, basta avere le prove che si trattasse di un «ingranaggio della macchina della distruzione» per giungere a una condanna. La difesa di Furchner spingerà sul fatto che i compiti della donna fossero solo quelli di scrivere telegrammi e mandare comunicazioni radio, senza mai contribuire fisicamente al massacro.

Antonella Mollica per il corriere.it il 30 settembre 2021. Era appena arrivato a Forte dei Marmi con un pullman di pensionati della Germania per una vacanza fuori stagione sulla riviera versiliese. Nessuno poteva immaginare che dietro quel tedesco di 76 anni dall’aria così mite potesse nascondersi un criminale nazista. Reinhard Doring Falkenberg, 76 anni, residente a Gronau, nella Renania settentrionale, non si nascondeva. Pensava probabilmente di esser sfuggito per sempre alla giustizia che gli stava dando la caccia da sedici anni. Viaggiava con il suo documento di identità che ha regolarmente consegnato alla reception dell’hotel al suo arrivo in Italia. L’allarme è scattato qualche giorno fa quando al commissariato di polizia di Forte dei Marmi hanno inserito nel terminale le schede degli alloggiati nelle strutture turistiche: quell’uomo risultava ricercato in Cile. Così i poliziotti si sono presentati in albergo e dopo aver accertato che non si trattasse di un caso di omonimia, come talvolta accade, hanno fatto scattare il fermo. Adesso il caso passerà alla Corte d’Appello di Firenze che dovrà decidere sull’estradizione richiesta dal Cile. Il ministro della Giustizia Marta Cartabia ha chiesto ai giudici di Firenze di non scarcerare Doring Falkenberg. Bisogna andare indietro di settantacinque anni per ricostruire la storia del tedesco fermato in Toscana. Bisogna tornare alla fine della seconda guerra mondiale quando un gran numero di nazisti fece perdere le tracce, spostandosi in America latina. Negli anni Sessanta il caporale delle Ss Paul Schafer fuggì in Cile con trecento gerarchi tedeschi che diedero vita a Colonia Dignidad, un borgo-lager sulle Ande, circa 350 chilometri a sud di Santiago del Cile, oggi diventato Villa Baviera, un villaggio turistico e una grossa azienda agricola. A Colonia Dignidad, per un certo periodo, si nascose anche Josef Mengele, il medico delle atroci sperimentazioni ad Auschwitz su cavie umane mentre durante il regime di Pinochet si trasformò in un centro di detenzione per gli oppositori cileni che venivano arrestati e poi fatti sparire. Quella vallata di 15 mila ettari divenne il regno di Schafer: una sorta di comunità-setta con i contadini che lavoravano senza sosta mentre i bambini venivano violentati e picchiati. «Ci facevano credere che quella fosse l’unica vita possibile — racconteranno anni dopo alcune vittime — che Schafer fosse Dio e che gli abusi fossero previsti dalla Bibbia». Inseguito da decine di denunce per violenze sessuali, l’ex gerarca fuggì in Argentina dove poi venne arrestato nel 2005. Nello stesso anno, dopo anni nel covo nazista oltreoceano, fuggì dal Cile anche Doring Falkenberg, prima di essere processato per il rapimento di Juan Maino, fotografo italo-cileno militante del Mapu (il movimento di azione popolare unitaria che sosteneva il governo Allende) scomparso nel 1976 a 27 anni. Maino venne portato via da casa da uno squadrone del dittatore Pinochet e mai più ritrovato. Anni e anni dopo si scoprirà che dentro Colonia Dignidad c’erano i desaparecidos inghiottiti dal regime di Pinochet. Da anni i familiari delle vittime cilene stanno portando avanti una battaglia sottolineando una corresponsabilità della Germania in quella vicenda. Nonostante le condanne arrivate anni fa ai protagonisti degli abusi sui bambini cileni negli anni Novanta non sono mai stati versati i risarcimenti. «Per azione o omissione Cile e Germania sono responsabili della tragedia della violazione dei diritti umani», hanno sempre ripetuto da anni i parenti delle vittime.

Rudolf Hess, il nazista del mistero. Emanuel Pietrobon su Inside Over l'8 agosto 2021. L’epopea nazista non è durata mille anni come avrebbe voluto Adolf Hitler, ma quei dodici anni sono stati sufficienti a catalizzare l’entrata della storia e dell’umanità in una nuova era: l’era della guerra fredda, della decolonizzazione e della fine definitiva del sistema europeo degli Stati. E ancora oggi, a distanza di quasi un secolo, quella nazista continua ad essere la saga storica che, più di ogni altra – anche più del confronto egemonico tra Stati Uniti e Unione sovietica –, stuzzica maggiormente la fantasia di scrittori e sceneggiatori. Le ragioni alla base dell’eterno interesse verso il nazismo sono molteplici, poiché spazianti dalla curiosità antropologica alla trasmissione della memoria e dalla ricerca storica alla fascinazione verso il lato misterico e misticistico che ha connotato il “Mito del ventesimo secolo” sin dai primordi. Perché il nazismo non fu soltanto odio e guerra, ma fu anche criptoarcheologia, esoterismo, occultismo, teosofia e ufologia. Perché il nazismo non fu soltanto Joseph Goebbels, ma fu anche il ricercatore del Graal Otto Rahn, il mistico Karl Maria Wiligut e l’enigmatico Rudolf Hess.

Le origini e il periodo interguerra. Rudolf Walter Richard Hess nasce ad Alessandria d’Egitto il 26 aprile 1894. Primogenito di Johann Fritz Hess e Klara Hess, una coppia appartenente alla classe alta, Rudolf avrebbe goduto della compagnia di un fratello e di una sorella di lì a breve, rispettivamente nati nel 1897 e nel 1904. Insieme ai fratelli e ai genitori avrebbe trascorso la prima parte dell’infanzia in Egitto, all’epoca sotto occupazione britannica, vivendo tra gli agi permessi dagli introiti dell’impresa commerciale del padre, la Heß & Co., e ricevendo un’educazione sui generis. Hess, invero, viene cresciuto più da Evelyn Baring, un conte di nazionalità britannica ed amico di famiglia, che dai genitori, costantemente lontani a causa del lavoro. Da lui, il conte Baring, il giovane Hess avrebbe imparato ad amare la cultura britannica, a credere nelle teorie nordiche del razzismo scientifico e a sostenere quello che all’epoca veniva definito il “fardello dell’uomo bianco”: l’ineluttabile necessità della colonizzazione a scopo civilizzatrice dei popoli non bianchi. Idee che lo avrebbero condizionato profondamente, conducendolo, una volta adulto, a sposare la causa nazista. Durante la Grande Guerra, il grande spartiacque del Novecento, Hess si sarebbe arruolato nell’esercito dell’impero tedesco, venendo successivamente premiato con una croce di ferro e una croce al merito per il coraggio mostrato nei campi di battaglia. Nel corso della medesima esperienza, inoltre, sarebbe stato introdotto all’arte dell’aviazione. Un’arte che avrebbe rispolverato parecchi anni dopo, in occasione del celebre volo magico verso l’Inghilterra.

Hess e il nazismo. Hess è stato uno dei primi tedeschi a subire la fascinazione di quel pittore reinventatosi politico rispondente al nome di Adolf Hitler. I due si conobbero nell’immediato Dopoguerra, durante una marcia a Monaco di Baviera, e tra loro sarebbe nato subitaneamente un legame tanto intenso quanto genuino. Innumerevoli i punti in comune alla base dell’idillio: l’esperienza di guerra, l’avversione nei confronti della Repubblica di Weimar, l’anticomunismo spasmodico, la passione per l’occulto e, ultimo ma non meno importante, l’antigiudaismo. Hess, proprio come Hitler, credeva che la Germania avesse perduto la guerra a causa della “coltellata alla schiena” (Dolchstoßlegende) presumibilmente ricevuta da quinte colonne operanti all’interno della nazione, in particolare ebrei e simpatizzanti bolscevichi. Non un fato tragico provocato dall’accerchiamento incontenibile della Triplice intesa e dei suoi alleati, ma un tremendo “nazionicidio”. I due decisero che andava fatto qualcosa: andava arrischiato un colpo di mano. E lo avrebbero tentato veramente, la sera dell’8 novembre 1923, a Monaco di Baviera. Alla fine dell’insurrezione, terminata con venti morti e altrettanti tra feriti e arrestati, per il duo si sarebbero aperte le porte del carcere di Landsberg, dove avrebbero lavorato insieme alla Bibbia del nazismo: il Mein Kampf. Le esperienze del tentato golpe e della carcerazione li avrebbero avvicinati ulteriormente, saldando il loro rapporto e rendendolo inossidabile, a prova di rottura ed erosione. Hess, divenuto il segretario del futuro cancelliere, accompagnava Hitler sempre e comunque, ad ogni evento e in ogni città. Nel 1933, a dittatura instaurata, Hess sarebbe stato ricompensato egregiamente per i servigi resi a Hitler in quel decennio di amicizia – incluso il salvargli la vita nei primi anni Venti nel corso di un attentato marxista -, venendo eletto vice Führer. Diverse le mansioni ricoperte, le funzioni svolte e gli argomenti trattati in qualità di vice Führer, tra le quali risultano e risaltano la co-gestione delle relazioni internazionali, lo stabilimento di rapporti con le minoranze tedesche all’estero – sua l’idea di fondare la Direzione generale del benessere dei tedeschi etnici (Hauptamt Volksdeutsche Mittelstelle) –, la preparazione dei discorsi al pubblico di Hitler e l’organizzazione dei grandi eventi del Partito nazista. Fu un sostenitore della causa antiebraica dalla prima ora, vedendo la longa manus di una presunta internazionale giudeo-bolscevica un po’ ovunque – dalla sconfitta tedesca nella Prima guerra mondiale allo scoppio della guerra civile spagnola – e contribuendo, coerentemente con il proprio credo, dapprima alla formulazione e all’implementazione delle leggi di Norimberga – la prima legislazione antisemita del Terzo Reich, datata 1935 – e dipoi al trattamento della cosiddetta “questione ebraica” durante la Seconda guerra mondiale.

Hess: l'esoterista. Attratto dall’astrologia, dalla numerologia e dall’occulto sin dalla gioventù, Hess è stato sicuramente uno dei membri dell’élite nazista più votati all’enigma, vicini all’arcano e convinti dell’esistenza di un complotto giudeo-bolscevico per il dominio del mondo. Entrò a far parte del più noto incubatore di nazisti, la misterica e misteriosa Società Thule, nell’immediato primo dopoguerra, ivi trovando un ambiente in cui approfondire le teorie sugli uomini e sulle relazioni internazionali alle quali era stato introdotto in gioventù dal conte Baring. Allo scoppio della guerra, sostenuto dall’amico Karl Haushofer – uno dei padri della geopolitica contemporanea –, tentò di aprire un canale di dialogo segreto con la famiglia reale britannica ai fini della chiusura del fronte occidentale e del raggiungimento di un’intesa. I britannici, credeva Hess, avrebbero dovuto capire, apprezzare e appoggiare il progetto hitleriano, perché custodi del destino della civiltà europea e a capo della massoneria mondiale. Senza il loro supporto determinante, in breve, la guerra per il futuro dei bianchi europei sarebbe stata persa. Dopo aver atteso invano delle risposte dai reali britannici contattati a mezzo lettera, nonché informato Hitler delle proprie intenzioni, il 10 maggio 1941 Hess avrebbe preso il volo per la Gran Bretagna. Da solo. L’azzardo gli sarebbe costato la fiducia del Führer – almeno in apparenza – e la traduzione in arresto una volta toccato il suolo britannico. Ed è a questo punto, a partire dal 10 maggio 1941, che storia e speculazione confluiscono in un solo fiume, mescolandosi sino a divenire un tutt’uno indistinto e inscindibile, investendo Hess del manto che gli è sempre e legittimamente appartenuto: quello del mistero. All’amico Albert Speer, l’architetto di Hitler, Hess avrebbe confidato di aver ricevuto l’ordine da una delle forze sovrannaturali con le quali dialogava attraverso i sogni. E questa eminenza grigia ed invisibile, che non poteva mentire, gli aveva ordinato di proporre ai britannici un’alleanza in chiave antisovietica basata su un irrefutabile do ut des: a Berlino l’Europa, a Londra l’impero. Il piano non ebbe successo, come è noto, ma Hess non avrebbe addossato la responsabilità né su se stesso né su quell’entità preternaturale con la quale era in contatto. Perché nel corso della detenzione, isolato dal mondo ma in compagnia di quelle forze ultraterrene, Hess avrebbe scoperto come Winston Churchill e la dirigenza britannica fossero stati condizionati mentalmente, e a loro insaputa, dall’internazionale ebraica. Dichiarazioni che lo avrebbero condotto a ricevere frequenti visite psichiatriche durante l’intero periodo detentivo, perché sospettato di soffrire di disturbi mentali, ma che lui non avrebbe mai rinnegato, neanche nel dopoguerra. A questo punto, dopo aver ricostruito gli eventi, la domanda sorge spontanea: Hess era uno squilibrato che aveva perduto il senno o un fedelissimo di Hitler realmente persuaso dell’imperativo di quella “missione per l’umanità” e di essere in contatto con esseri soprannaturali? Alcuni eventi sembrano suggerire che la risposta più probabile possa essere la seconda. Perché Hess non avrebbe agito da solo, come si suol credere, avendo ricevuto la benedizione di aristocratici, massoni e “preti neri”, ovvero i seguaci dell’occultismo. E tra i sostenitori di quella missione, sulla quale mai è stata fatta completamente luce, figura il più celebre occultista del Novecento, Aleister Crowley, altresì noto come la Bestia. L’influente Crowley, parimenti a Hess, credeva nella necessità di un’intesa tedesco-britannica tesa alla salvaguardia della civiltà europea, o meglio di quel che restava della razza ariana, e avrebbe cercato di aiutare il nazista come e quanto possibile, perché incuneato nei circoli britannici che contavano. L’oscura alleanza tra le sette teosofiche, massoniche e occultistiche di Londra e Berlino, però, non riuscì ad esercitare abbastanza pressione su Churchill. Il resto è storia.

Gli ultimi anni di vita. Figurante al banco degli imputati di Norimberga, Hess sarebbe stato giudicato per crimini contro la pace e condannato all’ergastolo. Tradotto al carcere di Spandau, quivi avrebbe trovato la morte il 17 agosto 1987, alla veneranda età di 93 anni, dopo aver accusato ripetutamente le autorità di volerlo assassinare e dopo aver tentato ripetutamente il suicidio.

La sua morte, così come la sua vita, resta avvolta dal mistero. Perché secondo il resoconto ufficiale, l’anziano Hess, fallito ogni tentativo di rilascio per via dell’età avanzata e dei problemi di salute, si sarebbe tolto la vita stringendosi una corda al collo. Un suicidio, accompagnato da una lettera di commiato, al quale, però, non hanno mai creduto l’avvocato di Hess, i suoi parenti e una piccola platea di amanti delle teorie del complotto.

Troppo in là con l’età, nonché gravemente debilitato dal punto di vista fisico, gli scettici ritengono che Hess sia stato ucciso dai servizi segreti britannici perché in procinto di rivelare segreti compromettenti sulla Seconda guerra mondiale, più nello specifico relativi al suo “volo magico” in Scozia. Speculazioni, nient’altro che speculazioni, che, però, continuano a mantenere in vita quell’anti-mito che fu Rudolf Hess, il nazista del mistero la cui rocambolesca missione di pace avvenne con la benedizione dell’internazionale esoterica e di uno dei suoi padrini, lo stregone Aleister Crowley.

Il vescovo di Hitler. Emanuel Pietrobon su Inside Over l'8 agosto 2021. Adolf Eichmann, Josef Mengele, Walter Rauff, Franz Stangl, Josef Schwammberger, Erich Priebke e Gerhard Bohne sono ricordati come i fuggitivi più celebri del Terzo Reich. Biografie simili, fati diversi – chi morto in libertà e di vecchiaia, chi morto per impiccagione o in una cella di prigione -, due elementi in comune: prima l’adesione a quello che Alfred Rosenberg aveva definito il Mito del ventesimo secolo e dopo la fuga in America Latina nel secondo dopoguerra. I nazisti ad aver trovato una seconda casa in America Latina, però, non furono soltanto quei temibili sette: furono molti di più – migliaia -, dai 9mila ai 12mila. Un vero e proprio esercito, materializzatosi nottetempo dall’Europa all’America meridionale, la cui fuga dalle maglie della giustizia internazionale, nonché dagli agguerriti cacciatori di nazisti israeliani, è oggetto di dibattito tra gli storici. Quel (poco) che è noto, a proposito della trasmigrazione nazista in America Latina, proviene da testimonianze dirette e documenti desecretati e punta il dito, tra i vari attori, contro l’internazionale cattolica ruotante attorno al Vaticano. Perché uno dei più importanti salvatori di nazisti, autentica nemesi di Simon Wiesenthal, fu il vescovo austriaco Alois Hudal. 

Le origini. Alois Hudal nasce a Graz (Austria) il 31 maggio 1885 in una famiglia di umili origini. Folgorato sulla via di Damasco in tenerissima età, sarebbe stato ordinato presbitero precocemente, nel 1908, cioè a soli 23 anni. Studente instancabile e cattolico zelante, Hudal avrebbe tagliato una serie di traguardi rilevanti negli immediatamente successivi all’ordinazione e precedenti allo scoppio della Grande guerra, tra i quali risaltano due dottorati (uno in teologia sacra e uno in sacre scritture) e il titolo di cappellano preso il Collegio teutonico di Santa Maria dell’Anima a Roma. La Prima guerra mondiale lo avrebbe toccato profondamente, costituendo un momento di svolta nella sua vita. Ordinato cappellano militare, avrebbe seguito le truppe imperiali al fronte, supportandole spiritualmente – nel 1917 mette la firma su un libro di omelie militari –, conoscendo il dramma della Grande guerra e assistendo al progressivo annichilimento della propria nazione.

La fascinazione verso il nazismo. Quando la guerra finisce, l’impero austro-ungarico è stato seppellito dalla storia, il mondo germanico è stato ridotto in cenere e la Chiesa cattolica è una grande potenza in divenire. E Hudal, patriota disincantato, avrebbe cominciato a scalare i vertici vaticani a partire dal primo dopoguerra. Introdotto all’allora papa Pio XI dall’influente diplomatico (e connazionale) Ludwig von Pastor, Hudal entra rapidamente nelle grazie del pontefice e nel 1923 viene nominato rettore del Collegio teutonico di santa Maria dell’Anima, presso il quale aveva ricoperto il ruolo di cappellano nell’anteguerra. Sette anni dopo, dopo aver consolidato la propria posizione all’interno della gerarchia ecclesiastica, entra a far parte della potente Congregazione del Sant’Uffizio (oggi Congregazione per la dottrina della fede) in qualità di consultore. Negli anni Trenta si avvicina a quello che di lì a poco sarebbe divenuto il successore di Pio XI, ovvero il cardinale e segretario di Stato Eugenio Pacelli. Da Pacelli verrà nominato vescovo di Ela e incaricato di monitorare sia la persecuzione dei cristiani all’interno dell’Unione sovietica sia l’evoluzione di un fenomeno nuovo, sul quale la Chiesa era interessata a sapere di più: il nazismo. Né comunista né liberale, Hudal sarebbe rimasto affascinato da quell’ideologia teorizzata, tra l’altro, da un suo connazionale. Credendo incombente un’invasione sovietica delle terre germaniche e dell’Italia, e constatando l’avanzare della secolarizzazione tra le classi politiche dell’Europa occidentale, Hudal avrebbe visto nel nazismo, e in generale nei fascismi, un antemurale Christianitatis meritevole di comprensione e supporto. Con lo scorrere del tempo, consapevolmente o meno, Hudal sarebbe divenuto un simpatizzante anima e corpo del nazismo, sposandone quasi ogni punto cardine: dalla gestione dell’economia alla nazionalizzazione delle masse e dalla politica estera, fino addirittura alla “questione ebraica”. La fascinazione verso l’ideologia nazista, però, non gli impediva di riconoscerne i gravi limiti e la minaccia posta alla Chiesa cattolica. Perché Hudal era consapevole della presenza tra i ranghi nazisti di personaggi come Alfred Rosenberg ed Ernst Bergmann, fortemente contrari ad ogni forma di cooperazione con le forze di matrice cristiana, inclusa la Chiesa cattolica, ma favorevoli ad una revisione dei dogmi orientata alla costruzione del cosiddetto “cristianesimo positivo”. Decise di rimanere dalla parte dei nazisti, nonostante tutto, perché convinto che fossero dalla parte giusta della storia e che, soprattutto, avrebbero prevalso su liberali e comunisti, riportando l’Europa ai fasti dell’epoca della Res publica christiana. Una scelta di campo, quella di Hudal, mai tenuta nascosta e, anzi, palesata in più occasioni – dal sostegno all’Anschluss alla scrittura di un’agiografia sul nazismo (I fondamenti del nazionalsocialismo, 1937) –, che gli sarebbe costata il sacrificio delle prospettive di carriera nella piramide vaticana.

Al servizio del Reich. Dopo la pubblicazione del controverso manifesto filonazista – accolto positivamente in Germania e, sembra, letto dallo stesso Hitler –, Hudal fu costretto al ritiro a vita privata. Sebbene fosse rimasto teoricamente in servizio, in pratica fu spogliato di ogni responsabilità rilevante e gli fu impedito ogni contatto con Pio XII e gli alti papaveri della Chiesa cattolica. Gli storici ritengono che negli anni della guerra abbia profittato della lontananza dagli occhi indiscreti per reinventarsi agente segreto sul libropaga del Terzo Reich. Una tesi, quella di Hudal divenuto 007 nazista, esposta in Nothing Sacred dello storico Robert Graham e sostenuta da altri autori. E se la trasformazione in agente segreto continua ad essere materia di dibattito, è invece acclarata e dimostrata la sua conversione da monsignore a custode di ricercati e soldati – esclusivamente nazisti –, nascosti nei conventi e nelle strutture cattoliche spalmate sui territori italiano, austriaco e iugoslavo. Realizzato pienamente il potere della rete transnazionale della Chiesa cattolica, perché tastato con mano, Hudal, nel secondo Dopoguerra, avrebbe cominciato a dedicarsi alacremente ad un nuovo obiettivo: l’utilizzazione di chierici e strutture ecclesiastiche al fine della messa in sicurezza di tutti quei nazisti desiderosi di fuggire dal Vecchio continente. Isolato dalle stanze dei bottoni e dagli affari esteri, ma ricco di amicizie influenti e profondo conoscitore dei meccanismi interni della struttura vaticana, Hudal avrebbe costruito un’imponente macchina burocratica votata alla produzione di nuove identità, alla fornitura di nascondigli e all’organizzazione di viaggi salva-nazisti. Aiutato da potenti complici, tra i quali i cardinali Antonio Caggiano ed Eugène Tisserant, Hudal avrebbe salvato la vita di migliaia di nazisti, curandone ogni aspetto della latitanza: dalla fabbricazione di nuovi documenti identificativi all’acquisto dei biglietti di viaggio e dalla fornitura di denaro alla ricerca di lavoro nella loro nuova dimora. Tra i nazisti più celebri che riuscirono a scappare dall’Europa, usufruendo delle linee dei ratti (ratlines) istituite da Hudal e complici e sovvenzionate da finanziatori occulti, figurano e risaltano Stangl, Mengele, Eichmann, Priebke, Eduard Roschmann, Gustav Wagner e Alois Brunner.

Gli ultimi anni e la morte. Ci sarebbero voluti anni, in alcuni casi decenni, perché alcuni di quei nazisti salvati dal monsignore della svastica venissero catturati e portati dinanzi alla giustizia dalla contro-rete allestita dal Mossad del neonato Israele. Decine di rintracciati (e condannati) a fronte di migliaia di scappati e mai più ritrovati: una vittoria totale per Hudal, il chierico che, più di ogni altro, aveva creduto nel “Mito del ventesimo secolo” e lottato affinché non perisse con la fine della Seconda guerra mondiale. Dimessosi dal rettorato del Collegio teutonico di santa Maria dell’Anima nel 1952, viene successivamente esiliato da Pio XII. Non sarebbe tornato in Austria, però, scegliendo di trascorrere gli ultimi anni di vita nella Città eterna, in maniera tale da continuare a poter vedere San Pietro, pur non potendovi mettere piede. Muore nel 1963, poco dopo aver terminato la scrittura delle sue memorie (Römische Tagebücher, Lebensberichte eines alten Bischofs), senza aver mai rinnegato le complicità con e le simpatie per il nazismo e portandosi nella tomba una miriade di segreti su quel sistema salva-nazisti, a metà tra mito e realtà, che gli storici avrebbero ribattezzato “Odessa“.

Il sangue alle terme e lo sterminio delle SA. Marco Fraquelli l'8 Agosto 2021 su Il Giornale. Pubblichiamo, per gentile concessione dell'editore, un estratto di A destra di Sodoma (Oaks editrice). Sulla «Notte dei lunghi coltelli» si sono scritti fiumi di inchiostro, e la vicenda è assai nota. La riassumo perciò brevissimamente. Tutto accade la notte (anzi, per la verità all’alba) tra il 29 e il 30 giugno 1934, quando, in una placida stazione termale della Baviera, Bad Wiessee, un drappello di SS, guidate da Hitler in persona, fa irruzione in un albergo (la Pension Hanselbauer), sorprendendo nel sonno il nucleo dirigente delle SA, Röhm compreso. Tutti vengono arrestati, condotti nel vicino carcere di Stadelheim e in seguito giustiziati (Röhm sarà ucciso il 2 luglio dalle SS Eicke e Lippert, con due colpi di pistola). Come si diceva, la lettura in chiave omosessuale dell’episodio ha a lungo prevalso, complici alcune rappresentazioni superficiali e affrettate, o drammatizzazioni estetizzanti: è il caso del celebre film di Luchino Visconti, La caduta degli dei, nel quale il regista ci mostra – all’interno dell’albergo – un cumulo di corpi nudi e sanguinanti, insinuando, per usare un eufemismo, che il massacro si fosse consumato mentre le vittime erano state sorprese nel pieno di un’orgia. In realtà sappiamo che non è affatto così. Le SA furono sì sorprese, ma ciascuno a dormire nel proprio letto, con la sola eccezione del già menzionato Obergruppenführer Heines (che da militante dei Freikorps era stato coinvolto nell’omicidio di Walter Rathenau), trovato anche lui a letto, ma avvinghiato a un giovane biondino. Certamente la vulgata gay della vicenda nasce in seno allo stesso regime nazista: la strage viene infatti giustificata proprio con la necessità di porre fine a uno scandalo in seno al partito e ai suoi organi collaterali. È lo stesso Hitler a ufficializzare questa tesi in un discorso radiofonico del 13 luglio: «Nelle SA avevano cominciato a formarsi dei settori che costituivano il nodo di una congiura contro la concezione normale di una nazione sana e contro la sicurezza dello Stato. Abbiamo potuto constatare che queste persone sono state arruolate nelle SA per la semplice ragione che appartenevano al cenacolo delle inclinazioni particolari […] Ho dato ordine di fucilare i principali colpevoli di questo tradimento e di cauterizzare gli ascessi del nostro avvelenamento interiore e dell’avvelenamento straniero, fino a bruciare la carne viva […] Ero responsabile della nazione tedesca e, di conseguenza, per ventiquattro ore sono stato io, da solo, il giustiziere supremo del popolo tedesco». E lo stesso tema è ripreso in una nota ufficiale del partito nelle ore successive all’evento: «L’operazione di questi arresti offre moralmente delle immagini così desolanti che ogni traccia di commiserazione dovrebbe scomparire […] Alcuni di questi capi delle SA si erano offerti come “ragazzi d’appuntamento”. Uno di loro [il riferimento è a Heines] è stato sorpreso in quella situazione disgustante ed è stato messo in prigione. Il Führer diede ordine di sterminare una simile peste. Per il futuro non permetterà più che milioni di persone oneste possano venire importunate e compromesse da esseri anormali […] A mezzogiorno in punto il Führer ha pronunciato, davanti ai principali capi SA riuniti a Monaco, un discorso nel quale ha fatto valere la sua indefettibile alleanza con le SA, ma nello stesso tempo ha proclamato la sua determinazione di sterminare e annientare i soggetti indisciplinati e disobbedienti, così come gli elementi asociali e morbosi». Vero è che le SA, a cominciare dal loro leader, non avevano mai fatto nulla per celare la loro condizione «anormale», anzi. Come detto, infatti, non ha certamente mai nascosto le sue inclinazioni il Capo di Stato maggiore Ernst Röhm, l’uomo forse più importante nella fondazione del partito nazionalsocialista, sicuramente il più importante alleato di Hitler, da cui si distaccò solo nel 1928, non condividendo la tattica di conquista legale del potere perseguita dal Führer, né la sua politica autocratica, volta al controllo totale del partito. Anche per questi motivi, lo abbiamo visto, Röhm lasciò i suoi incarichi in seno al NSDAP e alle SA e emigrò in Bolivia per intraprendere l’attività di istruttore militare. Marco Fraquelli

Susanna Picone per fanpage.it il 3 agosto 2021. Ha cento anni, ma può sostenere un processo. E così un’ex guardia di un campo di concentramento nazista andrà alla sbarra in Germania a ottobre con l'accusa di complicità in 3.518 omicidi. Secondo quanto riportato dai media stranieri, l’ex guardia nazista – rimasta anonima in linea con le leggi sulla privacy tedesca – ha cento anni: l’ufficio del procuratore della località di Neuruppin, che per primo ha presentato le accuse a febbraio, ha ricevuto una valutazione medica che ha confermato che nonostante l’età avanzata è "in grado di sostenere un processo". Le udienze saranno limitate a due ore e mezza al giorno, secondo i pm. Come si legge sul Guardian, l’uomo che andrà a processo è accusato di aver assistito "consapevolmente e volontariamente" all'omicidio di prigionieri nel campo di Sachsenhausen a Oranienburg, a nord di Berlino, tra il 1942 e il 1945. In particolare è accusato di complicità nell’"esecuzione per fucilazione di prigionieri di guerra sovietici nel 1942″ e nell'omicidio di prigionieri "usando il gas velenoso Zyklon B”. Thomas Walther, un avvocato che rappresenta alcune delle vittime del caso, ha dichiarato al quotidiano Welt am Sonntag che "molti dei co-denuncianti hanno la stessa età dell'accusato e si aspettano che sia fatta giustizia”. Sachsenhausen fu fondato nel 1936 come primo nuovo campo dopo che Hitler diede alle SS il pieno controllo del sistema dei campi di concentramento. Più di 200.000 persone furono rinchiuse in quel campo tra il 1936 e il 1945, decine di migliaia morirono di fame, malattie, per il lavoro forzato e altre cause, nonché attraverso esperimenti medici e omicidi sistematici perpetrate dalle guardie naziste con fucilazione, impiccagione e gas.

Gianni Del Vecchio per huffingtonpost.it il 2 agosto 2021. Che nel Dopoguerra Roma pullulasse di nazisti in fuga verso il Sudamerica o il Medio Oriente lo si sapeva. Che nella loro permanenza fossero aiutati e sostenuti da importanti pezzi delle gerarchie vaticane pure lo si sapeva. Che tutto ciò avvenisse con il beneplacito dei servizi segreti americani - che utilizzavano le ex prime linee di Hitler in chiave anticomunista - è ormai verità storica conclamata. Che invece tanti di loro, almeno tre ma forse di più, sbarcassero il lunario recitando in ruoli minori in importanti film italiani - come Una Vita difficile di Dino Risi o La caduta degli Déi di Luchino Visconti -, questo è meno noto. O meglio: è noto per lo più a storici e addetti ai lavori. Che poi le parti a loro assegnate fossero autobiografiche - soldati tedeschi cattivi e senza cuore - beh, questo è il classico caso in cui la storia diventa farsa. O più precisamente, visto che parliamo di Cinecittà, è il caso in cui il confine fra finzione e realtà più che superato viene completamente abbattuto. Borante Domizlaff, maggiore delle SS, Karl Hass, anche lui maggiore SS, e Otto Wachter, generale SS nonché governatore della Galizia e responsabile della morte di centinaia di migliaia di ebrei: sono loro i tre ufficiali tedeschi che si guadagnavano il gettone “da 10mila lire” per le comparsate cinematografiche. Con un ulteriore dettaglio che ha del paradossale - come se del paradosso non ce ne fosse a sufficienza in questa vicenda - : due di loro, Domizlaff e Hass parteciparono attivamente all’eccidio delle Fosse Ardeatine a Roma del 1944. Ma si sa, la Città Eterna perdona facilmente i propri figli prodighi, figurarsi quelli che vengono da lontano, in questo caso gli ex occupanti tedeschi.

 Il mistero Domizlaff. Uno dei film più belli di Dino Risi, Una vita difficile, si apre con il partigiano Silvio, interpretato superbamente da Alberto Sordi, che in piena Seconda guerra mondiale cerca di sfuggire alla caccia nazista trovando rifugio in un albergo sul lago di Como. Sfortunatamente per lui, però, viene scoperto da un ufficiale tedesco che intende fucilarlo sul posto. “Traditore italiano! Tu hai sparato ai camerati tedeschi”, gli urla mentre gli punta la pistola. Ma proprio un secondo prima dello sparo ecco che Elena (Lea Massari), la figlia della proprietaria dell’albergo, gli salva la vita uccidendo il tedesco con un ben assestato colpo di ferro da stiro. Sembra incredibile ma quel soldato non era un attore né un figurante qualsiasi. Era bensì qualcuno che di esecuzioni e crudeltà era avvezzo. Realmente avvezzo. Stiamo parlando di Borante Domizlaff, vero maggiore delle SS, che quelle uniformi non le portava per travestimento ma per convinzione. Durante l’occupazione tedesca di Roma aveva partecipato, sotto il comando del colonnello Herbert Kappler, alle operazioni di rastrellamento e poi all’esecuzione dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, con il quale il 24 marzo 1944 vennero uccisi 335 italiani, scelti tra civili, militari, prigionieri politici, detenuti comuni e cittadini di origine ebraica. Per questo fu poi processato nel 1948 da un tribunale militare italiano assieme a suoi altri 6 colleghi ma incredibilmente assolto per aver agito “nell’esecuzione di un ordine”. Alla fine infatti fu condannato solamente il colonnello Kappler. Domizlaff continuò a vivere a Roma fino al 1961 e oltre, anno in cui il film di Risi fu girato, come ricostruisce bene il giornalista Mario Tedeschini Lalli, che da un lustro sta cercando di mettere assieme i pezzi della vita romana del maggiore SS. Secondo lui “l’unico lavoro che a quanto pare svolgeva era proprio nell’ambito del cinema: i famigliari ricordano vagamente che fosse traduttore italiano-tedesco a Cinecittà”. Ma soprattutto Tedeschini dà per certo che Domizlaff partecipò vestito da soldato tedesco ad almeno altre due produzioni di Cinecittà, anche se i ruoli non gli furono mai ufficialmente accreditati. 

Il nazista a stelle e strisce Hass. La Caduta degli Déi è uno dei capolavori di Luchino Visconti, il primo atto della trilogia tedesca, un film che racconta l’ascesa del nazismo attraverso la saga familiare di una aristocratica famiglia proprietaria di grandi acciaierie, industrie fondamentali per lo sforzo bellico imposto da Hitler. La pellicola è del 1969 e in quell’anno viveva indisturbato a pochi chilometri da Cinecittà Karl Hass, maggiore delle SS e vice di Herbert Kappler nel 1944. Sì, proprio quel Kappler che diede l’ordine di trucidare gli italiani alla Fosse Ardeatine. Hass organizzò il massacro assieme a un altro nome ben noto alle cronache nazionali e cioè Erich Priebke. Non a caso durante il processo a Priebke tenuto nel 1996 Hass fu costretto ad ammettere le sue colpe: l’aver eseguito l’ordine abominevole di Kappler e soprattutto aver sparato di proprio pugno ad almeno due persone. Ebbene, Hass è il secondo ufficiale ad aver lavorato a Cinecittà. Come scrive lo storico Fabio Simonetti nel libro “Via Tasso”, il maggiore SS partecipò alle riprese del film di Visconti interpretando il ruolo - ovviamente - di un ufficiale nazista. Ma come ha fatto Hass a sfuggire per anni alla giustizia italiana e soprattutto a vivere nel nostro paese fino al processo del 96? Semplice: vendendosi ai servizi segreti americani. Nel Dopoguerra infatti il Cic (Counter Intelligence Corps), l’antenato della odierna Cia, pensò bene di reclutare una serie di militari nazisti in chiave anticomunista, in questo aiutato da alcune frange della gerarchia vaticana. In particolare Hass lavorava al soldo dell’agente segreto americano Thomas Lucid in cambio di protezione e a Roma si appoggiava al vescovo benefattore di tanti nazisti, Louis Hudal. Una rete - esposta dettagliatamente dal libro-inchiesta “La via di fuga” dell’accademico britannico Philippe Sands - che lo faceva sentire così al sicuro tanto da togliersi lo sfizio di comparire sul grande schermo in divisa nazista 25 anni dopo le Fosse Ardeatine. 25 anni vissuti da uomo libero. 

Diecimila lire per Otto Wachter. Proprio Sands ci conduce al terzo SS che amava costumi e macchine da presa. Stiamo parlando di Otto Wachter, sicuramente il nazista più potente dei tre nonché quello che ha più morti e nefandezze a suo carico. Wachter infatti è stato l’artefice della creazione del ghetto di Cracovia ma soprattutto è stato il “burocrate” che in qualità di governatore della Galizia - regione che oggi appartiene all’Ucraina - ha agevolato la soluzione finale per centinaia di migliaia di ebrei che abitavano a Leopoli e dintorni. Lo scrittore inglese racconta per filo e per segno gli anni in cui il nazista della prima ora, di origini austriache, ha soggiornato a Roma fra conventi e strutture vaticane in attesa di imboccare la via di fuga verso l’Argentina. E lo fa potendo contare su quello che si può definire il “sogno bagnato” di ogni storico: le lettere che si scambiava con la moglie nel periodo di latitanza. Proprio dalla corrispondenza viene fuori la carriera cinematografica di Otto. Racconta alla sua Charlotte dei due film in cui partecipò come comparsa nel 1949. Il primo fu La forza del destino, lungometraggio basato sull’opera di Verdi in cui il protagonista era il famoso baritono Tito Gobbi. Un’esperienza che soddisfò il boia di Leopoli sia artisticamente che economicamente. “Ho guadagnato i miei primi soldi come comparsa - scrisse entusiasta -. 10mila lire in soli tre giorni!”. Ma è la sua seconda apparizione a essere clamorosa. Dopo qualche settimana fu arruolato come figurante in Donne senza nome dell’ungherese Geza von Radvanyi, regista famoso soprattutto per essere il fratello di Sandor Marai, quello del romanzo Le braci. Ebbene, è qui che il caso ci mette lo zampino producendosi in un incredibile ribaltamento di piani: Wachter, nazista fino al midollo, recita infatti come agente della polizia militare americana. Perfetta nemesi artistica prima ancora che storica. Chissà cosa avrebbe pensato, se l’avesse visto, il commilitone Hass, lui sì prezzolato dagli statunitensi per salvarsi la pelle. Peraltro i due si conoscevano bene e a quei tempi amavano nuotare assieme nel lago di Albano, ai Castelli romani. Ma questa è tutta un’altra storia. Anzi, tutto un altro film.

La Germania in ginocchio. Il lato oscuro della vittoria. Matteo Sacchi il 13 Luglio 2021 su Il Giornale. A partire dal Memorandum di Darmstadt un saggio svela le violenze degli Alleati sui tedeschi sconfitti. Guardare il lato più scomodo delle violenze della Seconda guerra mondiale. A ottant'anni da quel tremendo conflitto si può anche fare. E il lato più indigeribile delle brutalità commesse sono le violenze perpetrate dagli Alleati, cioè dalle forze armate che hanno riportato la democrazia in Europa. Il debito che noi abbiamo verso chi ha sconfitto l'Asse è enorme, eppure lo storico deve poter guardare anche a tutti i limiti, e alle violenze, che furono connessi durante la lunga campagna che sgominò il nazismo. Una parte di quegli eventi, negli ultimi anni, ha iniziato a essere esaminata con più onestà. Facciamo due esempi. La Germania bombardata. La popolazione tedesca sotto gli attacchi alleati 1940-1945 di Jörg Friedrich (Mondadori, 2004) o Dresda di Frederick Taylor (sempre Mondadori, 2005) danno un'idea molto precisa di quanto i bombardamenti a tappeto sulla Germania avessero come bersaglio preciso i civili e quanto fossero studiati per massimizzare il danno sulla popolazione. Si è anche scritto molto, e ripubblicato, su quanto l'occupazione dei territori tedeschi, da parte dell'Armata rossa, sia stata causa di violenze indiscriminate. I territori della Germania orientale, la stessa Berlino occupata, sono stati sottoposti ad un'ondata di stupri, saccheggi e omicidi, di cui resta difficile avere un conteggio definitivo ma è ormai chiarita l'entità devastante. Per quanto si possa considerare una narrazione «di parte» La grande fuga. Il massacro dei tedeschi orientali di Jürgen Torwald, pubblicato nel 2016 da Oaks, contiene riferimenti dati e fatti che difficilmente possono essere smentiti. Ed è solo un esempio dei testi che progressivamente ci stanno svelando situazioni di questo tipo: per il contesto italiano non si può non citare La colpa dei vincitori. Viaggio nei crimini dell'esercito di liberazione (Piemme, 2018), il reportage vergato dalla giornalista francese di origine italiana Eliane Patriarca che ha visitato, parlando con testimoni e storici locali, i luoghi in cui avvennero le così dette «marocchinate». Ora a questi volumi si aggiunge 1945 Germania anno zero. Atrocità e crimini di guerra alleati nel «Memorandum di Darmstadt» a cura di Massimo Lucioli (Italia storica, pagg. 550, euro 36, con un notevole apparato fotografico a cura di Andrea Lombardi). Il cuore del volume è la corposa raccolta di materiale documentario che venne accumulato nel campo di internamento americano numero 91 a Darmstadt. Dentro il campo, che ospitò sino a 24mila prigionieri, venne costituito, su richiesta del collegio difensivo degli imputati al processo di Norimberga, un pool segreto di avvocati (scelti tra gli internati). A loro sei mila testimoni fornirono dichiarazioni giurate sulle violazioni delle leggi e delle regole di guerra da parte degli Alleati. Si trattava anche in questo caso di un memoriale di parte; avrebbe dovuto essere letto da Hermann Göring al tribunale nel suo discorso di chiusura il 5 luglio 1946, ma l'enorme quantitativo di testimonianze mette ben in luce tutte le situazioni in cui le regole di guerra e sul trattamento dei prigionieri sono state infrante, persino con la connivenza, o il diretto intervento, degli alti comandi alleati. E sono testimonianze riscontrabili: collimano infatti con i dati raccolti nei saggi del funzionario ONU, esperto di diritto umanitario, Alfred M. de Zayas e dello storico Franz W. Seidler dell'Università Bundeswehr di Monaco. Altre testimonianze sono state verificate dallo stesso Massimo Lucioli nell'archivio online del dipartimento Personenbezogene Auskünft di Berlino-Reinickendorf (con schede su milioni di caduti tedeschi). Il volume è particolarmente interessante soprattutto per quanto riguarda il comportamento delle truppe americane, normalmente considerate molto meno violente di quelle sovietiche. Ne esce un quadro crudissimo. Nel centro per gli interrogatori di Hersfeld, ad esempio, secondo i testimoni gli americani usavano sistemi degni delle SS. Un prigioniero «viene picchiato con manganelli di gomma e sbarre d'acciaio e, dopo essere crollato sotto i colpi, viene preso a calci nei genitali». Un prigioniero massacrato di botte chiede che gli sparino: «Potrebbe andarti bene, bastardo nazista, ma sarebbe troppo breve». Gli episodi sono numerosissimi e vanno inseriti all'interno di una violenza che era stata sistematicamente alimentata dagli alti comandi. Nel libro si tparla anche dell'ordine emesso da Eisenhower il 10 marzo 1945 con cui i prigionieri tedeschi venivano classificati come Disarmed Enemy Forces, perdendo il loro status di prigionieri di guerra: in tal modo venne aggirata la convenzione di Ginevra. Nella gestione dei campi di prigionia non venne dedicato nessuno sforzo per rendere le condizioni di detenzioni più umane. Racconta un testimone (è soltanto un altro esempio) parlando del campo di transito di Helfta: «Senza alcuna protezione contro il vento e le intemperie, i prigionieri sono esposti alle scottature solari durante il giorno e al gelo di notte perché la maggior parte di loro non ha né coperte né cappotti». Ovviamente questi crimini non minimizzano in alcun modo i precedenti crimini commessi dai nazisti, ma non è più pensabile tacerli e non prenderne atto. A Norimberga il memorandum non arrivò mai, venne occultato e se ne salvò solo una copia. Quando i vincitori processano i vinti le regole del diritto faticano a reggere.

Matteo Sacchi. Classe 1973, sono un giornalista della redazione Cultura e Spettacoli del Giornale e tenente del Corpo degli Alpini,  in congedo. Ho un dottorato in Storia delle Istituzioni politico-giuridiche medievali e moderne  e una laurea in Lettere a indirizzo Storico conseguita alla Statale di Milano. Il passato, gli archivi, e le serie televisive sono la mia passione. Tra i miei libri e le mie curatele gli ultimi sono: “Crudele morbo. Breve storia delle malattie che hanno plasmato il destino dell’uomo” e “La guerra delle macchine. Hacker, droni e androidi: perché i conflitti ad alta tecnologia potrebbero essere ingannevoli è terribilmente fatali”. Quando non scrivo è facile mi troviate su una ferrata, su una moto o a tirare con l’arco. 

Il tesoro delle SS è nascosto in una casa di "piacere". Davide Bartoccini il Oltre quaranta casse d'oro nascoste nelle "segrete" di una villa polacca: è il tesoro di Himmler, il comandante delle SS che avevano reso un antico palazzo di Minkowskie la loro casa di piacere. Sono anni che se ne parla, ma ormai l'ora della verità è vicina, e i due ricercatori che hanno passato quasi un decennio seguendo le tracce del famigerato tesoro di Himmler sono pronti ad impugnare pale e picconi per scavare sotto una villa del diciottesimo secolo. Una "casa di piacere" che troneggia su una collina alle porte di Minkowskie, nella Slesia polacca, dove il Reichsführer delle SS avrebbe nascosto 48 casse contenenti ognuna dozzine di lingotti d'oro. L'oro che sarebbe servito, secondo alcuni storici, per fondare il Quarto Reich. Dieci anni passati dietro i resoconti che spesso si perdono nella leggenda. A confrontare date, a cercare in documenti, dispacci, lettere, diari, informazioni ufficiali e ufficiose che potessero aiutarli ad identificare l'esatta posizione del “oro di Breslau”: un carico di decine di tonnellate di lingotti d'oro, opere d'arte e altri preziosi, rastrellati dalle SS di Heinrich Himmler e accumulati nella "Reichsbank", partiti su un treno da Breslavia, per poi scomparire nel nulla alla fine della seconda guerra mondiale. La prova regina proverrebbe dal diario di un alto ufficiale delle Schutzstaffel, le "squadre di protezione" di Hitler che attraverso i temibili sonderkommandoss portarono avanti la "soluzione finale" e la cancellazione di ogni genere di opposizione nell'Europa dell'est, consegnato da alcuni membri di un'antica loggia di Quedlinburg, insieme ad una mappa e altri documenti top-secret dell’epoca.

L'ufficiale in questione, denominato “Michaelis”, avrebbe spinto i cacciatori di tesori a cercare in un'area delimitata della Slesia polacca, al confine con la Repubblica Ceca, per poi concentrarsi sul terreno che circonda un elegante palazzo dal tetto celeste, risalente al diciottesimo secolo in evidente stato d’abbandono, oggi di proprietà della fondazione Silesian Bridge. A riportare la notizia è il tabloid britannico Daily Mail, che in un reportage esclusivo racconta dove potrebbe celarsi il tesoro da quantificare in oltre mezzo miliardo di sterline. L’edificio di due piani dal tetto spiovente commissionato dal generale prussiano Friedrich Wilhelm von Seydlitz, oggi perfetto per ambientare un film di fantasmi, venne requisito durante l’occupazione nazista e utilizzato come bordello dagli ufficiali che portavano la testa di morto sul bavero: gli uomini incaricati di "cancellare" dalla faccia della terra ebrei, zingari, partigiani, oppositori e sostenitori del comunismo. Una vicenda che racconta bene Littell del suo capolavoro "Le Benevole" (Enaudi). Sarebbe lì e in fondo ad un pozzo, che il tesoro aspetta di essere ritrovato da oltre settant’anni. Nelle pagine vergate a mano dall'ufficiale nazista si legge: "Mia cara Inge, porterò a termine il mio compito, se Iddio vorrà. Alcune operazioni di trasporto hanno già avuto successo. Le restanti 48 grosse casse della Reichsbank e tutte quelle appartenute a diverse famiglie, le affido a te. Soltanto tu sai dove si trovano. Possi Dio aiutarti e aiuti me, a finire quanto ho iniziato” - e prosegue - "Un passaggio è stato scavato nell’orangeria, che è una “casa” sicura per le casse e gli altri contenitori che sono stati inviati". Tra questi, 48 colli della Reichsbank, "in buone condizioni e ben nascosti sottoterra e sotto le piante". L'ultima nota è datata al 12 marzo del 1945, e Inge, la cara Inge, sarebbe secondo i resoconti una delle tante prostitute, o semplici ragazze affamate che si erano stabilite nella casa di piacere di Minkowskie per soddisfare per pulsioni degli ufficiali delle SS, della quale Michaelis si era innamorato. Fidandosene al punto da rivelarle l'esatta (o ipotetica) posizione del tesoro che però non è mai stato toccato. Forse perché con la rottura del fronte e l'avanzata dell'Armata Rossa, sia Michaelis, ufficiale nemico e criminale di guerra, che Inge, collaborazionista, sono rimasti uccisi; o forse, come sostiene Roman Furmaniak, capo della spedizione dei cacciatori d'oro, perché Inge, sopravvissuta, non ha mai voluto tradire il suo amore rivelando il segreto. Secondo Furmaniak, infatti, la ragazza era così innamorata del bell'ufficiale ariano "in uniforme nera delle SS", che credeva sarebbe tornato a prenderla, e magari avrebbero dissotterrato il tesoro insieme. "Sarebbe dovuta restare lì per un anno, forse due, poi tutto sarebbe finito", continua Furmaniak, "Nessuno credeva allora che la regione sarebbe passata sotto il controllo dell'Unione Sovietica. C'è stato un periodo di due mesi nel 1945 in cui ha dovuto nascondersi nella foresta dai russi. Ma quando è tornata, la zona non era stata disturbata". Poi avrebbe continuato a sorvegliare, per sessant’anni, fino alla morte.

Una storia poco credibile, più degna di un romanzo che della realtà, ma comunque prossima ad una svolta definitiva, perché all'inizio di maggio il gruppo di cacciatori d'oro dei nazisti inizierà gli scavi, partendo dalla villa di Minkowskie. Per setacciare gli undici nascondigli identificati dai documenti segreti, compreso il pozzo di Roztoka, altra X segnata sulla mappa. "Il diario dice che i depositi di Roztoka sono sepolti a 64 metri sul fondo di un pozzo. Sarebbe un compito enorme scavare quel sito. Ci stiamo concentrando su Minkowskie ora perché pensiamo che sarà più facile". È solo questione di tempo dunque, e sapremo se l'oro di Himmler si nasconde davvero sotto a un vecchio bordello delle milizie tedesche, che poi divenne sotto l'Unione Sovietica un asilo e per un po' di tempo anche un cinema. O seppure la storia fantasiosa sarà più adatta un film, che certe trame riscuotono ancora un certo successo: guerra, amore, e tesori nazisti.

Marco Perisse per gqitalia.it il 3 magio 2021. Potrebbe finalmente venire alla luce il leggendario tesoro dei nazisti nascosto in Polonia, altrimenti noto come l'oro di Breslau o anche come l'oro di Hitler. Un team di “cacciatori di tesori” è certo di aver localizzato 10 tonnellate di oro nascosto dalle SS alla fine della seconda guerra mondiale, e la prossima settimana inizieranno gli scavi nei terreni di uno storico palazzo situato 50 chilometri a est di Breslavia.

L'oro di Breslau. A riferirlo è la stessa stampa polacca: i cacciatori del tesoro dicono di aver trovato il nascondiglio del bottino grazie a documenti che erano rimasti segreti, tra cui una vera e propria mappa del tesoro ottenuta dai discendenti di ufficiali delle Waffen SS di estrazione aristocratica (collegati peraltro a un'antica gilda). L'annosa vicenda con connotati tra il mistero e il fantasy è ricca di tratti romanzeschi: per anni si è favoleggiato circa “l'oro di Breslau” (il nome tedesco di Breslavia che ora si trova in territorio polacco, Wroclaw appunto), ma ora sembra arrivato il momento della verità. 48 casse d'oro per un valore stimato di oltre mezzo miliardo di euro sarebbero seppellite al di sotto di un palazzo del XVIII secolo in stile rococò costruito da una gloria della cavalleria prussiana, il generale Friedrich Wilhelm von Seydlitz, nei pressi del villaggio di Minkowskie che le SS utilizzarono durante la guerra come “casa di piacere”.

Un tesoro leggendario. La leggenda del tesoro nascosto dai nazisti incalzati dall'avanzata dell'Armata Rossa è iniziata addirittura prima della fine del conflitto. La voce di un convoglio in cui Hitler e i gerarchi avevano ammassato preziosi e capolavori d'arte rubati è nata infatti nei mesi finali della seconda guerra mondiale, con l'Europa in preda al caos e gli eserciti alleati in marcia verso il cuore della Germania sia da ovest sia da est. La zona, nella Polonia occidentale attuale, era territorio tedesco, assegnato a Varsavia nel dopoguerra. Il treno sarebbe partito da Breslau - oggi Wroclaw/Breslavia - nel '45 diretto a sud, dove i nazisti avevano predisposto una rete di bunker e gallerie per proteggersi dai bombardamenti e tentare la fuga. Qualche anno fa due cacciatori di tesori credevano fosse nascosto a Walbrzych, nella Polonia sud-occidentale, una regione montagnosa coperta di foreste verso il confine con la Repubblica Ceca. Indizio al quale si erano interessate le stesse autorità polacche per concludere dopo una serie di ricerche che il treno non esiste. Tuttavia non si è spenta la caccia al tesoro, nella convinzione che dietro la leggenda ci sia qualcosa di vero. Vengono setacciati archivi, documenti, carteggi privati. E un nuovo indizio dell'esistenza del tesoro è comparso lo scorso anno indicando anche mappe di siti in cui sarebbero state occultate le ricchezze trafugate. La “pistola fumante” che ha indirizzato la caccia è un diario di guerra scritto 75 anni fa da un Waffen SS con lo pseudonimo di Michaelis, che descrive l'operazione di occultamento condotta dai reparti che facevano capo a Himmler.

Da cosa è composto il tesoro. Il diario indica con dovizia di particolari ben 11 località in Slesia e nei dintorni di Opole in cui sarebbero stati messi al sicuro oro, oggetti preziosi, capolavori d'arte trafugati sia in Germania che nei Paesi occupati dai tedeschi. Fra le opere nascoste, vi sarebbe anche il Ritratto di giovane uomo dipinto da Raffaello, acquistato a Venezia nel 1807 dall'aristocratico polacco Czartoryski e conservato nell'omonimo museo di Cracovia prima che se ne perdessero le tracce nel 1945, dopo che era finito nelle mani dei tedeschi in seguito all'occupazione della Polonia nel '39. L'esistenza del diario di guerra e i suoi eccezionali contenuti erano stati annunciati nella primavera dell'anno scorso da una fondazione di Opole denominata Silesian Bridge che informava di averlo ricevuto da una controparte tedesca e indicava una delle località in un altro palazzo storico, a Roztoka proprio nei pressi di  Walbrzych. L'operazione di ricerca del tesoro è stata però indirizzata nel palazzo di Minkowskie perché «il diario dice che i depositi di Roztoka sono sepolti a 64 metri sotto un pozzo e sarebbe un compito arduo scavare in quel sito, ci siamo concentrati su Minkowskie perché pensiamo sia più facile», ha spiegato Roman Furmaniak a capo della fondazione secondo la quale il blocco lì nascosto è il leggendario “oro di Breslau” sparito dal quartier generale della polizia di Wroclaw sul finire della guerra.

Fra leggenda e realtà. Cosa accadde a quel tesoro è uno dei misteri insoluti della seconda guerra mondiale e in quanto tale ha alimentato nei decenni leggende e voci che però intersecano fatti reali come la compilazione del cosiddetto inventario Grundman dal nome di Gunther Grundmann che era stato, prima e durante la guerra, il conservatore dei beni artistici della Slesia. Nel '42, a motivo dei bombardamenti alleati, fu incaricato di inventariare il patrimonio di musei pubblici e collezioni private indicando siti di riparo, uno dei quali ritenuto il palazzo Hochberg di Roztoka. Nel '44 il conservatore fu però incaricato di occuparsi dell'occultamento dei tesori nazisti, di qui la denominazione di “lista Grundman” per indicare i siti dei reperti spariti. La decisione di occultarli sembra fosse dovuta al fatto che, chiuse ormai le vie di transito dall'avanzata alleata, i gerarchi avevano optato per nasconderli. In questo plot romanzesco tra la guerra e la spy-story non mancano, secondo la ricostruzione della fondazione polacca, risvolti esoterici, piccanti e romantici. La fonte tedesca del diario, attraverso le proprie ascendenze aristocratiche, è ritenuta collegata a una società segreta antica di 1000 anni, coerentemente con la fascinazione esoterica di Himmler e delle sue milizie. Il palazzo durante la guerra era un bordello per ufficiali nazisti. Fu poi preso dall'Armata Rossa e trasformato in asilo, quindi passato all'esercito polacco, poi adibito a uffici e anche cinema prima di passare in gestione alla fondazione che ha chiesto i permessi di scavo in accordo col ministero della Cultura. Una lettera rivolta dall'ufficiale a una ragazza che vi lavorava, Inge, divenuta sua amante, la sollecita a tenere d'occhio il posto dell’occultamento. «Le restanti 48 grosse casse della Reichsbank, le affido a te. Un cunicolo è stato scavato nell'orangeria, che è una ‘casa’ sicura per le casse e gli altri contenitori» è l'annotazione sul diario datata 12 marzo 1945 mostrata da Furmaniak, e aggiunge che le «48 casse della Reichsbank, in buone condizioni, sono ben nascoste sotto terra e ricoperte di terra rinverdita con piante ancora vive». Con la Slesia in territorio polacco per gli accordi di Yalta e la presenza sovietica nel dopoguerra, non doveva esser stato possibile a Inge recuperare alcunché del tesoro, o forse rimase uccisa come collaborazionista. Nelle fasi convulse della fine della guerra e del crollo del nazismo non si conoscono i destini di "Michaelis" né della donna di cui si era innamorato. Per Roman Furmaniak, capo della spedizione dei cacciatori d'oro, Inge superstite non ha mai voluto tradire il suo amore svelando il segreto del tesoro, ma questa sembra un'appendice romanzesca attorno al tesoro che il prossimo mese potrebbe essere portato alla luce dagli scavi. Se comparirà l'oro, sarà finalmente risolto il mistero della seconda guerra mondiale; altrimenti bisognerà aggiungere un nuovo capitolo al suo pluridecennale feuilleton. Ma «ci stiamo preparando per esplorare un'altra location, nello stesso tempo o subito dopo Minkowskie», ha anticipato Furmaniak.

Uski Audino per "La Stampa" il 7 aprile 2021. La giustizia non ha mai bussato alla sua porta. Nonostante la sua responsabilità come generale delle SS dislocato a Vienna dal 1938 in sostegno all'operazione di Adolf Eichmann in Austria, nonostante il suo ruolo di responsabile del cosiddetto "Ufficio centrale per l'emigrazione ebraica" che si occupava della deportazione degli ebrei austriaci, Franz Josef Huber non ha mai subito alcun processo. È morto nel 1975 nella sua città d'origine, Monaco, accanto alla sua famiglia, senza mai aver cambiato nome. Come è potuto accadere? A rivelare la sua storia sono centinaia di documenti declassificati usciti dagli archivi del Bnd, i servizi segreti esterni della Repubblica federale tedesca, oggetto di un documentario andato in onda ieri su la tv pubblica «Ard». Dopo una comparizione al processo di Norimberga nel 1948 come testimone (non come accusato), in cui sostiene di non avere mai saputo nulla dei campi di sterminio, Huber entra nell'ombra. Nel 1955 viene arruolato dai servizi segreti esterni della Repubblica federale dove rimarrà in servizio fino al 1967. La sua vera identità come ex nazista era nota non solo ai suoi diretti datori di lavoro, ma in primis ai servizi statunitensi, riportano documenti datati ancora prima del suo «arruolamento» ufficiale. «Pur non essendo ignari dei pericoli che comporta mettere in gioco un generale della Gestapo» afferma un appunto della Cia del 1953 ripreso dal New York Times «crediamo, in base alle informazioni in nostro possesso, che Huber potrebbe essere usato in maniera proficua da questa organizzazione». Del resto «il contesto storico è che in un periodo di nascente "Guerra fredda" naturalmente si cercavano prima di tutto persone di provata fede anticomunista e purtroppo li si cercava e trovava troppo spesso tra gli ex nazionalsocialisti» racconta lo storico del Bnd, Bodo Hechelhammer. L'11 aprile ricorre il 60esimo anniversario del processo ad Eichmann a Gerusalemme, un processo per cui il comandante delle SS ha ricevuto la pena capitale in Israele. Qualche giorno fa è morto l'ultimo testimone oculare del processo ad Eichmann Mordechai Ansbacher. Ma la storia non sembra finita qui.

Morti gli ultimi due nazi condannati in Italia. Non hanno mai fatto un giorno di prigione. Stark, sugli Appennini, e Stork, a Cefalonia, colpevoli di orribili massacri. Massimo M. Veronese - Lun, 01/03/2021 - su Il Giornale. «I corpi sono stati ammassati in un enorme mucchio uno sopra l'altro... prima li abbiamo perquisiti: togliendo gli orologi, nelle tasche abbiamo trovato delle fotografie di donne e bambini, bei bambini...». I corpi erano quelli di 5mila soldati e ufficiali italiani, praticamente l'intera Divisione Aqui dell'Esercito italiano di stanza sull'isola di Cefalonia nel settembre di guerra del 1943. Alfred Stork, era un caporale dei Cacciatori di montagna tedeschi (Gebirsgjager) e a lui personalmente, e al plotone di esecuzione di cui faceva parte, fu attribuita l'esecuzione di almeno 117 graduati italiani «fucilazioni che andarono avanti dall'alba al tramonto» nella famigerata «Casetta rossa». Una responsabilità che ammise, accompagnata da racconti pieni di particolari agghiaccianti, ma che non ebbe mai il coraggio di ripetere in un processo. «Ci hanno detto che dovevamo uccidere degli italiani, considerati traditori e gli ordini non si potevano discutere» si giustificò. Ma per quello che viene considerato uno dei peggiori crimini di guerra della seconda guerra mondiale Stork non pagò mai. Anzi ha sempre snobbato il processo e non ha nemmeno impugnato la sentenza di primo grado che lo ha condannato all'ergastolo, continuando a vivere impunito la sua vita nella villetta tutta fiori e decori di Kippenheim nel Land del Baden Wuttemberg. Considerava il processo «una farsa» e alla troupe del Tg1 che tre anni fa lo beccò sull'uscio di casa disse solo che non poteva pentirsi per «una cosa mai fatta». Non è l'unico impunito. Sono stati 60 gli ergastoli inflitti dalla magistratura militare italiana dopo la scoperta, nel 1994, del famigerato «Armadio della vergogna» che custodiva e soprattutto nascondeva centinaia di fascicoli di stragi nazifasciste con i loro colpevoli. Sentenze mai eseguite perchè sono sempre state respinte dalla Germania, ma non solo, le richieste di estradizione. Gli unici a pagare alla fine sono stati l'ex capitano delle Ss Erich Priebke, condannato all'ergastolo per la strage delle Fosse Ardeatine, e il caporale «Misha» Seifert, il «boia di Bolzano», estradato dal Canada e morto durante la detenzione a Santa Maria Capua Vetere. Stork è morto il 28 ottobre di tre anni fa, a 97 anni, ma si è saputo solo adesso. Così come si è saputo solo adesso anche della morte, il 14 dicembre scorso, di un altro macellaio, Karl Wilhelm Stark, sergente della Divisione Corazzata «Hermann Goering» della Wehrmacht. Aveva sulla coscienza gli eccidi compiuti sull'appennino tosco-emiliano nella primavera del '44, in particolare quelli di Civago e Cervarolo, nel reggiano, due borghi dove furono trucidate una trentina di persone, tra cui il parroco, e quello di Vallucciole, nell'Aretino, dove cento tra uomini, donne e bambini vennero uccisi per rappresaglia. Anche lui: zero giorni di prigionia. Erano gli ultimi due nazisti superstiti condannati all'ergastolo per aver ammazzato militari e civili italiani. Difficile che la terra per loro sia lieve.

Letizia Tortello per “la Stampa” l'1 marzo 2021. «Richiamate i vostri uomini dai boschi e non vi succederà nulla. Fuori! O vi ammazziamo tutte, coi bambini». Le donne di Cervarolo, piccolo borgo agricolo dell' Appennino reggiano, si fidarono. L' ufficiale tedesco Wilhelm Karl Stark aveva poco più di vent' anni. Era il 19 marzo 1944. La divisione corazzata Hermann Göring era piombata tra le montagne, e nella vicina Civago, per una strage di civili dalla brutalità inaudita. «Fuori dai nascondigli!», urlava il comandante come una furia. È morto il 14 dicembre scorso, all' età di cent' anni e senza un giorno di carcere per l' orrore inflitto, né un grammo di peso sulla coscienza, ultimo nazista condannato all' ergastolo in Italia e mai estradato dalla Germania. Ora che non c' è più, le urla del passato, dal villaggio al confine tra Emilia Romagna e Toscana, risuonano ancora più forte d' ingiustizia e impunità. I maschi, quel giorno, spuntarono dai nascondigli, come chiedeva, e furono catturati. Tutti, compresi malati e disabili. Fucilati nell' aia in trenta, tra loro il parroco e il calzolaio, costretto prima a riparare le suole delle scarpe dei soldati della Wehrmacht. Le donne tornarono e trovarono un cumulo di cadaveri dei loro mariti, padri, fratelli, nonni. Cervarolo era diventato il paese delle vedove e degli orfani. Per volontà criminale dell' ex sergente hitleriano Stark, lo stesso che a Vallucciole, nell' Aretino, rastrellò e uccise barbaramente centodiciassette civili, tra cui 16 bimbi: il più piccolo aveva tre mesi. È la Storia del secolo scorso che non smette di rigurgitare le atrocità del nazifascismo e della guerra. Anche ora che Stark è deceduto - a Monaco di Baviera, colpevole per la vita secondo la giustizia italiana (il tribunale militare di Verona l' ha condannato all' ergastolo in contumacia nel luglio 2011), ma mai si è dichiarato colpevole -. «Il processo è una farsa!», urlò nel 2018.

Erano rimasti in due, ufficiali nazisti giudicati in via definitiva nel nostro Paese e mai consegnati da Berlino, che non li ha obbligati nemmeno a scontare la pena ai domiciliari. L' altro era Alfred Stork: il 24 settembre 1943 - l' armistizio era stato firmato da pochi giorni - massacrò centinaia di militari della divisione Acqui e civili italiani nell' eccidio dell' isola greca di Cefalonia. Lui sì, ammise di aver partecipato alla strage: «I corpi sono stati ammassati in un enorme mucchio uno sopra l' altro. Prima li abbiamo perquisiti togliendo gli orologi, nelle tasche abbiamo trovato fotografie di donne e bambini, bei bambini», disse. Peccato che non lo ripeté davanti a un legale, e così la sua testimonianza non poté essere utilizzata dal procuratore militare Marco De Paolis, che nel 2013 a Roma gli ha comminato l' ergastolo. In quell' occasione, Stork nemmeno si presentò in udienza, snobbando le sue vittime senza pietà. Ha continuato a vivere in pantofole a casa sua, un suo legale un giorno ha domandato per lui l' assoluzione «perché aveva risposto a un ordine urgente del Führer di sparare agli ex alleati», e in caso di rifiuto «sarebbe morto lui». Era sottufficiale dei Gebirgsjäger (i cacciatori di montagna), solo di recente si è saputo che è morto novantasettenne il 28 ottobre 2018, senza andare in carcere. La magistratura militare italiana ha inflitto 60 ergastoli agli ex ufficiali nazisti dopo la scoperta, nel '94, del cosiddetto Armadio della vergogna, dove centinaia di fascicoli di stragi nazi-fasciste erano stati occultati nel 1960. Ma di fatto nessuno è stato eseguito. Gli unici a scontare le pene sono stati l' ex capitano delle SS Erich Priebke, faticosamente condannato all' ergastolo per la strage delle Fosse Ardeatine, e il caporale «Misha» Seifert, «boia di Bolzano», estradato dal Canada e morto durante la detenzione a Santa Maria Capua Vetere. Lo Stato tedesco, non perseguibile penalmente, è stato condannato civilmente a risarcire i familiari delle vittime, di questi «nazisti per sempre».

Leonardo Martinelli per "la Stampa" il 24 febbraio 2021. Lo scorso 3 febbraio, a Rodez, nel Sud della Francia, è stata la polizia a fare irruzione nella sede di una casa d' asta: hanno sequestrato 17 oggetti dell' epoca nazista, che dovevano essere battuti di lì a poco, compreso un busto in bronzo di Hitler e un servizio di posate (arrugginite) per il pesce, ognuna con la sua svastica stampigliata sopra. Il 16 febbraio a Lione dovevano essere messi all' asta altri oggetti, tutti militari questa volta, ancora un tripudio di croci uncinate e di aquile naziste. La notizia è iniziata a circolare ed è stato l'organizzatore stesso a decidere di ritirarli. Si è arreso. A chi? A una talpa, si fa chiamare Axel. Dall' inizio di gennaio va a caccia di aste, che propongano ogni sorta di paccottiglia hitleriana in Francia, una «moda» che negli ultimi tempi si afferma sempre più. In realtà la legge non ne proibisce la vendita (consentita dall' articolo R645-1 del codice penale), ma a certe condizioni, tipo non mostrare quegli oggetti prima delle aste, anche online. In questo caso si cade nell' apologia del nazismo. Ecco, Axel cerca di individuare qualche mancanza del genere. Oppure provoca un tale putiferio, chiamando giornali locali (queste vendite in genere si realizzano in provincia), così da impaurire le case d' asta, che preferiscono ritirare dalla commercializzazione quei lotti imbarazzanti. In un modo o nell' altro, la talpa ha già fatto annullare dieci aste. Sì, ma chi è questo personaggio? I giornalisti del quotidiano «Le Parisien» sono riusciti a incontrarlo. Non ne hanno rivelato le generalità, ma lo descrivono di stazza importante, un uomo di mondo, con la camicia bianca stirata, vive in una casa rivestita di marmo, nella regione di Parigi. Axel è nipote di antiquari e pure lui collezionista accanito. Nel suo ufficio ha due computer: uno gli serve per il suo lavoro, l' altro per collegarsi costantemente a interencheres.com, il sito francese che permette di tenere d' occhio tutte le aste in corso nel Paese. All' inizio dell' anno si è imbattuto nei lotti in vendita in un' asta a Soissons: una serie di bandiere naziste, fibbie di cinture militari della stessa epoca, pugnali con la svastica. «Questa gente ci prende in giro», ha dichiarato a «Le Parisien». Lui ha deciso di reagire. E ci tiene a precisare che «non sono ebreo. Voglio semplicemente giustizia e considero la mia un' opera civica e il dovere di un massone». Perché il nostro è affiliato al Grande Oriente di Francia, potente loggia in odore di sinistra. «Axel effettua un lavoro di ricerca importante. Noi lo aiutiamo sul piano giuridico», sottolinea David-Olivier Kaminski, avvocato del Crif, il Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche francesi. Nel caso dell' asta di Rodez, ad esempio, è stato proprio quest' organismo a segnalare delle irregolarità alla procura locale, dopo che Axel aveva allertato il Crif. La talpa si è messa in relazione pure con Serge Klarsfeld, il noto avvocato che, con la moglie Beate, ha consacrato la propria vita alla caccia ai nazisti sopravvissuti all' epoca hitleriana. Klarsfeld ha dato la sua benedizione ad Axel, che consiglia e che considera «una persona sincera ed efficace». Certe volte, però, la talpa non ce la fa. Il 6 febbraio scorso un' asta, prevista a Fécamp, ha avuto luogo davvero. La polizia non ha riscontrato irregolarità e gli organizzatori hanno voluto andare fino in fondo, proponendo addirittura una stella gialla a 6 punte in tessuto, cucita da un ebreo sulla propria giacca durante la Seconda guerra mondiale. Proposta inizialmente a 150 euro, l' hanno aggiudicata per 650.

Il mistero dell'uomo che fa "sparire" i cimeli nazisti. Da alcuni mesi a questa parte un uomo che si nasconde dietro il nome di "Axel" sta operando contro le case d'aste francesi che esibiscono cimeli del Terzo Reich. È un massone e un collezionista facoltoso, dicono i giornalisti che lo hanno rintracciato. Davide Bartoccini - Gio, 25/02/2021 - su Il Giornale. C'è una figura in Francia, forse francese, forse no, forse famoso, forse no, che celandosi dietro lo pseudonimo di Axel ha deciso di combattere una crociata singolare quanto lodabile - se si conosce devvero il fanatismo di alcuni collezionisti troppo nostalgici, che adorano la svastica inclinata al punto tale di investire patrimoni per esporre nei propri appartamenti dei veri cimeli nazisti: senza tenere realmente conto, alle volte, del peso storico che grava sulla svastica. Secondo quanto riportato dalla rivista Le Parisien, infatti, questa "talpa" che si agira nel mondo dell'antiquariato, della quale non si conosce né il nome né l'età, ha iniziato ad andare a caccia da alcuni mesi a questa parte de cimeli nazisti - un po' come la Simon Wiesenthal faceva con i nazisti in carne e ossa - per dare delle soffiate alla polizia e consentire, quando la situazione lo concede, il ritiro o addirittura il sequestro degli oggetti prima che vegano messi all'asta. Rappresentando - in spessi casi, ma non in tutti - il reato d'apologia di nazismo. "Non sono ebreo", ha dichiarato colui che viene già definito una sorta di "giustiziere mascherato"; ma è da gennaio che spende tempo e fatica a monitorare tutto il giorno i lotti delle case d'aste, o gli oggetti messi in vendita da privati, che comprendono questa merce assai ricercata per segnalarli alle autorità e consentire loro di appellarsi ad un cavillo legale che solleva la flagranza di "apologia". In Francia di fatto non è proibito vendere ed acquistare oggetti che raffigurano Adolf Hitler o l'antico simbolo pagano che però inclinato simboleggia il partito Nazionalsocialista da lui fondato: ma è vietato "esporli" e pubblicizzarli online. È attraverso questo "trucco" infatti che Axel ha fatto sequestrare lo scorso 3 febbraio a Rodez, nel sud della Francia, diciassette reperti risalenti epoca nazista - compreso un busto di bronzo raffigurante il führer e un servizio di posate da pesce con la svastica stampata sui manici leggermente arrugginiti - da una casa d'aste che era prossima a proporli al miglior offerente. Lo stesso è avvenuto a Lione appena dieci giorni fa; quando altri cimeli, questa volta uniformi e altri oggetti militari, sono stati identificati e ritirati dalla casa d'aste prima d'essere sequestrati. Tra le segnalazioni alle autorità competenti, e la minaccia di segnalare ai giornali locali l'imminente presentazioni di tali oggetti in catalogo, l'ormai famigerato Axel ha fatto annullare almeno una dozzina di aste; terrorizzando i proprietari che temono di perdere la simpatia degli acquirenti, oltre che gli oggetti che rischiano essere sequestrati. Ad ora nessuno sarebbe riuscito ad incontrarlo, sebbene i giornalisti lo descrivano come un personaggio da romanzo, a metà tra i cattivi di James Bond e il fratello maggiore di Sherlock Holmes. Di stazza considerevole, affiliato alla massoneria, con gli interessi tipici dell'uomo di mondo, elegante nello stile e nei modi, Axel pare configurarsi come il facoltoso nipote di alcuni grandi antiquari. Anche lui collezionista d'arte e di oggetti storici - motivo per il quale sa muoversi con destrezza nell'ambiente - abita una grande casa completamente rivestita di marmo nella regione dell' Île-de-France, e trascorre, almeno dall'inizio del 2021, le sue giornate davanti a due laptop: uno impiegato per il suo lavoro, l'altro per controllare gli oggetti "incriminati" che vengono caricati su interencheres.com, il sito francese che consente agli appassionati di "tenere d’occhio tutte le aste in corso nel Paese". Gli oggetti più ricercati spesso sono daghe e coltelli della gioventù hitleriana, le uniformi delle SS; mostrine, le fasce da braccio che riportavano la svastica, ma anche oggetti più particolari. "Voglio semplicemente giustizia e considero la mia un’opera civica e il dovere di un massone", ha dichiarato ai giornalisti che sono riusciti ad entrare in contatto con lui; apprendendo che membro del Grande Oriente di Francia. A coadiuvarlo, per quanto riguarda la parte legale, ci sarebbe un avvocato, David-Olivier Kaminski, che è parte del Consiglio Rappresentativo delle Istituzioni ebraiche francesi. Axel si avvarrebbe inoltre dell’aiuto di Serge Klarsfeld, un noto avvocato francese che ha speso gran parte della propria vita a dare la caccia ai nazisti e ai collaborazionisti di Vichy che sono sfuggiti alle autorità dopo la fine della guerra. Come diceva Indiana Jones nell'Ultima Crociata, certi oggetti "Dovrebbero stare in un museo"; e perché solo in un museo possono essere contestualizzati, e perché non sempre si può contare sulla reale integrità morale del collezionista: che potrebbe esibire le uniformi riportanti svastiche o teste di morto, o addirittura le stelle gialle a sei punte che gli ebrei erano costretti a cucire sui loro abiti, come se fossero un vanto o peggio uno scherzo. Certo, è difficile pensare a qualcuno che voglia inneggiare al Nazismo mentre incide una trota o un branzino con un coltello da pesce che ha stampigliata una svastica. Ma sicuramente è un indizio. E in Francia l'antisemitismo non è uno scherzo.

Anche la Comunità Ebraica contro il sindaco di Milano. “Greta Thunberg come Anna Frank”, Beppe Sala nella bufera per il suo paragone. Antonio Lamorte su Il Riformista il 22 Gennaio 2021. Greta Thunberg come Anna Frank. L’appena 18enne attivista svedese è stata paragonata alla giovane ebrea tedesca deportata dai nazisti nel campo di concentramento di Bergen-Belsen e autrice del celebre diario. E quindi: apriti cielo. La polemica è esplosa intorno alle parole del sindaco di Milano Beppe Sala. Il primo cittadino è intervenuto in un’intervista per Rai Documentari nell’ambito dell’anteprima al Piccolo Teatro del documentario #Anne Frank – Vite parallele, in onda su Rai Uno sabato 23 gennaio in occasione della Giornata della Memoria del 27 gennaio. Il paragone che ha scatenato un mezzo putiferio. L’intento del sindaco era forse avvicinare l’autrice della più potente testimonianza della Shoa e l’ideatrice del movimento ambientalista dei Fridays for Future per il loro impegno, il ruolo simbolico, la loro testimonianza. “Penso che Anne sia stata un’anticipatrice della presenza femminile in così giovane età. Viene naturale pensare a Greta Thunberg, perché sono due storie di coraggio enorme in cui si parte dalla cosa più semplice che c’è e si arriva a un risultato simile…”, aveva detto Sala. “Anne ha scritto un diario che poi è diventato uno strumento di educazione e di memoria per tantissime persone. Greta ha cominciato mettendosi lì con un cartello ed è diventata un simbolo di un movimento. Quando una donna, pure in giovane età, decide di intraprendere un’impresa apparentemente disperata, spesso ha più coraggio e quindi, anche da questo punto di vista, è un messaggio di grande contemporaneità”. Questi i virgolettati al centro della bufera. Il cartello di Greta come il diario di Anne. Un accostamento un po’ forzato, probabilmente fuori luogo. E quindi sono partite immediate le critiche. Beppe Sala ha voluto banalizzare “la immane tragedia della Shoah”, secondo il capogruppo di Forza Italia a Palazzo Marino Fabrizio De Pasquale. Il consigliere regionale leghista Gianmarco Senna ha aggiunto che “con le sue parole Sala non soltanto insulta la memoria di Anne Frank, ma mette anche in difficoltà la stessa Greta Thunberg, strumentalizzandola”. Parole dure anche da parte di Mariastella Gelmini, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati: “Mettere sullo stesso piano la storia e il sacrificio di Anna Frank con la propaganda di Greta Thunberg non è solo offensivo, ma è anche un insulto alla tragedia che ha travolto milioni di persone. La campagna elettorale evidentemente ha offuscato la mente del sindaco Sala”. Non solo politica però: a strigliare il sindaco di Milano è anche il Consiglio della Comunità Ebraica di Milano con una nota pubblicata anche sui social. “Abbiamo già assistito alla banalizzazione e allo spregio di Anne Frank e di ciò che rappresenta – si legge – assistiamo tutti i giorni all’inaccettabile e reiterata violenza che popola il web nei confronti della Senatrice a vita Liliana Segre, alla quale va tutto il sostegno della nostra Comunità. Proprio a lei, vita parallela a quella di Anne, italiana, deportata a Auschwitz-Birkenau a 13 anni, dalla Stazione Centrale di Milano… Come può essere sfuggito al nostro Sindaco che nulla di tutto questo è paragonabile al coraggio di una ragazzina amata, libera e idealista come Greta Thunberg che si è messa con il suo cartello all’angolo di una strada della sua città sperando di scuotere le coscienze?”. “Se i concetti e le parole che vengono espressi dai nostri rappresentanti su un tema così complesso come la Shoah non vengono ben soppesati – conclude – gli sforzi di una vita dei testimoni come Nedo Fiano, Goti Bauer, Sami Modiano, Piero Terracina, Shlomo Venezia e la stessa Liliana Segre (solo per citarne alcuni) andranno perduti. Affogheranno sempre di più nella banalità dell’istante, in cui la storia si azzera e il passato si cancella. Vogliamo credere che le dichiarazioni rilasciate dal nostro Sindaco siano state solo un increscioso inciampo e che lui stesso saprà smentirlo al più presto”. Sala ha voluto quindi spiegare la sua uscita: “È più che evidente che non ci fosse la volontà da parte mia di fare un paragone, che del resto non avrebbe alcun senso, tra il dramma della Shoah e le vicende politiche dell’oggi Si parlava di coraggio di giovani donne e il giornalista mi ha portato sull’attualità, facendo un riferimento a Greta. Lo ribadisco con chiarezza: il dramma della Shoah è tragicamente unico e non esiste paragone possibile”. Questo ha scritto Sala a Milo Hasbaini, presidente della Comunità ebraica.

Giovanni Sallusti, autore del libro ''Politicamente Corretto - la dittatura democratica'' - Giubilei Regnani editore, per Dagospia il 22 gennaio 2021. Caro Dago, il Politicamente Corretto è anche, se non soprattutto, la perdita di qualsiasi minima gerarchia di senso, la rimozione della storia, per sostituirla con lo sciocchezzaio della cronaca riadattata alle esigenze di questa post-ideologia ubriaca. È il meccanismo, per intenderci, che rende possibile assaltare in nome dell’“antirazzismo” le statue di Abramo Lincoln, il presidente che per abolire la schiavitù dei neri imbarcò gli Stati Uniti in una devastante guerra civile, o di Winston Churchill, l’uomo grazie a cui l’Europa non si è trasformata in un protettorato del Terzo Reich. Per stringere l’inquadratura fino alle minuzie di casa nostra, periferia dell’impero politically correct, è lo stesso cortocircuito logico che spiega il seguente, grottesco se non fosse osceno, parallelismo imbastito dal sindaco di Milano Beppe Sala. “Penso che Anna Frank sia stata un’anticipatrice della presenza femminile in così giovane età. Viene naturale pensare a Greta Thunberg, perché sono due storie di coraggio enorme in cui si parte dalla cosa più semplice che c’è e si arriva a un risultato simile”. Sì, lo so, è più straniante di una pièce di Ionesco, il festival dell’assurdo spacciato per riflessione meditata, consegnata ai microfoni di Rai Documentari durante le riprese al Piccolo Teatro dell’anteprima del docufilm “#AnneFrank. Vite parallele”, in onda domani su RaiUno come accompagnamento verso la Giornata della Memoria del 27. Proviamo a scomporre il delirio, ehm la frase, nei suoi elementi basici. Anna Frank è stata un’anticipatrice del protagonismo femminile in “giovane età”, quasi la pioniera delle moderne influencer. No, Anna Frank è stata una povera e coraggiosissima ragazzina scaraventata all’inferno, quello vero sulla terra, non quello ipotetico nei cieli, che ha trovato nella scrittura di un Diario immortale il suo modo di relazionarsi con l’inferno. Ne avrebbe fatto volentieri a meno, probabilmente l’anonimato di una vita indefinita, tutta ancora da scrivere, libera, era proprio ciò che le mancava tra le baracche immonde di Bergen-Belsen, dove non era mai anonima, al contrario per i suoi aguzzini era ogni secondo una sporca ebrea. No, non “viene naturale pensare a Greta Thunberg”, di fronte alla tragedia per sempre irriscattabile di Anna Frank, a meno di essere talmente intossicati dal talebanesimo ecologista da paragonare i sei milioni di morti della Shoah al mezzo grado Celsius in più. E no, ovviamente non c’è nessun “risultato simile”, è offensivo solo scriverlo, ci sono una sedicenne morta di tifo nel lager e una sedicenne che per un anno ha bigiato la scuola scorrazzando per il mondo sullo yacht di Pierre Casiraghi, maledizione. Niente da fare, Sala è affezionato all’analogia, sente di aver partorito una genialata perfetta per lo spirito arcobaleno del tempo, e insiste: “Anna ha scritto un diario che poi è diventato uno strumento di educazione e di memoria per tantissime persone. Greta ha cominciato mettendosi lì con un cartello ed è diventata un simbolo di un movimento. Quando una donna, pure in giovane età, decide di intraprendere un’impresa apparentemente disperata spesso ha più coraggio e quindi, anche da questo punto di vista, è un messaggio di grande contemporaneità”. L’impresa di Anna Frank non è “apparentemente” disperata, Dio mio, si ascolti quando (stra)parla, è purissima e abissale disperazione novecentesca, il crinale totalitario e genocida dell’umano. L’“impresa” di Greta Thunberg è saltabeccare da una conferenza all’Onu a un intervento al Parlamento Europeo, tra le foto per la prima pagina di Time e un documentario su Netflix, applauditissima, riveritissima, temutissima dal mainstream. Questa è la sua “contemporaneità”, la fiera della vanità radicalchiccosa. La “contemporaneità” di Anna Frank è la testimonianza insopprimibile e l’ammonimento perenne sull’orrore che l’uomo può sempre vomitare da un momento all’altro, l’ideologia applicata come pratica di sterminio. Cosa c’entrino l’una con l’altra, è mistero ancora più insondabile della città più avanzata del Paese in mano a Beppe Sala.

·        Prima del Fascismo.

La democrazia e il lungo cammino del movimento. Dalla grande guerra al Concilio, la meglio gioventù fece la storia. Stefano Ceccanti su Il Riformista il 13 Luglio 2021. La prima guerra mondiale aveva sconvolto tutto. Anche dal mondo della cultura erano sorti nazionalismi distruttivi. Quello che non era stato quindi possibile negli anni della crisi modernista, raccordare Chiesa e mondo della cultura in uno spirito di ricerca internazionale, diventava ora fattibile. Partì quindi nel 1921 da tre Paesi già neutrali (Svizzera, Spagna e Olanda) la convocazione per la riunione di Luglio a Friburgo in cui nacque l’associazione mondiale Pax Romana degli universitari cattolici. Il nome riecheggiava il verso di Dante nel Purgatorio che richiama all’universalità del cristianesimo. PR svolse un primo congresso a Bologna nel 1925, insieme a quello della Fuci, ma per l’Italia non era un contesto facile. Quattro anni prima della Conciliazione la Federazione aveva posto quel Congresso sotto il patrocinio del Re al fine di proteggersi dalle minacce fasciste, ma questo creò un serio problema col Vaticano, che si risolse alla fine positivamente affidando a Giovanni Battista Montini (il futuro Paolo VI) e al brillante laico Righetti la guida della Federazione, ma che consigliò per gli anni successivi una grande prudenza sui rapporti internazionali per non sfidare un regime nazionalista. La vera internazionalizzazione vi fu dal 1939, quando si svolse il primo Congresso fuori dall’Europa, negli Stati Uniti, proprio nei giorni in cui scoppiava la guerra. Per certi versi fu frutto di quella coincidenza giacché il tedesco Rudi Salat, lì presente, decise di fare obiezione di coscienza alla guerra di Hitler, restò in America e da lì guidò la crescita di PR nella parte Sud del Continente. In questa fase iniziale i punti di riferimento erano soprattutto due: Giovanni Battista Montini, ormai non più assistente nazionale della Fuci ma in Segreteria di stato, e Jacques Maritain, esule anche lui in America. L’impostazione teorica era quella che troviamo nel volumetto montiniano del 1930 Coscienza Universitaria nonché in Cristianesimo e democrazia di Maritain. La Chiesa aveva perso influenza nel mondo della cultura; se voleva riacquisirla doveva pensare in termini di rapporto biunivoco, ossia essa aveva certo da dare ma aveva anche da ricevere. In particolare ciò richiedeva una rilettura positiva della democrazia, cogliendo dietro di essa un’autentica ispirazione evangelica, anche se affermatasi spesso contro la Chiesa. Nel periodo di guerra dall’ufficio di New York lavorava padre Courtney Murray il gesuita che già in quegli anni si impegnava sul tema della libertà religiosa, per farla accettare positivamente da parte della Chiesa, come poi accadde col Concilio. Nel 1947 si aggiungeva un secondo ramo, quello dei Laureati, mentre nel 1946, con analoga ispirazione e durante un Congresso di PR -universitari era sorta anche la Jec internazionale (gioventù studentesca cattolica), che coinvolse anche studenti delle secondarie. Il Concilio fu il coronamento dell’influenza di PR: venivano da essa la gran parte degli uditori laici (lo spagnolo Ruiz-Gimenez, l’esule catalano Sugranyes de Franch, l’italiano Veronese, l’australiana Goldie e molti teologi che erano stati assistenti del movimento (Guano) o comunque vicini (Chenu, Congar, Journet). Alcuni frutti, sul piano civile, sarebbero stati colti anche più avanti. Come sottolinea Huntington per alcuni aspetti il Concilio aveva preso atto di alcune novità già intervenute con l’elezione di Kennedy e i successi dei partiti dc, ma per altro verso l’aveva anche promossa negli Stati ancora refrattari. Infatti la Terza Ondata democratica partì da Paesi cattolici, da Portogallo e Spagna, dove troviamo in primo piano esponenti di PR, ossia Ruiz-Gimenez in Spagna come animatore culturale, Pintasilgo e poi Guterres come Presidenti del Consiglio in Portogallo. Appartiene a PR anche Mazowiecky che qualche mese prima della caduta del Muro di Berlino diventa il primo presidente del Consiglio non comunista nell’Est Europa. Dopo il Concilio Vaticano II l’internazionalizzazione di questi movimenti diventa più completa e trova un punto di riferimento soprattutto in Gustavo Gutierrez, assistente del movimento peruviano, il quale si propone di partire dall’impostazione maritainiana per superarla. In particolare nel suo volume Teologia della liberazione, Gutierrez segnala che la questione posta originariamente da Maritain, ossia “come un non cristiano possa far parte di un partito politico d’ispirazione cristiana” vada necessariamente capovolta partendo dalle “condizioni in cui un cristiano possa partecipare ad un partito politico indifferente, ed anche ostile, ad una visione cristiana”. Più in generale, secondo Gutierrez, il contesto post-conciliare si prestava male a rigide distinzioni quando il pluralismo delle realtà imponeva un metodo induttivo, quello che soprattutto “Octogesima Adveniens” di Paolo VI nel suo decisivo paragrafo 4 aveva impostato a partire dal modello della cosiddetta “revisione di vita” sperimentata dai movimenti di ambiente. Tale metodo era basato su tre verbi, ossia vedere, giudicare e agire, dove il primo si riferiva all’esperienza personale in un ambiente laico, Acquistano maggiore rilievo anche i richiami a Emmanuel Mounier e al suo invito ai filoni personalisti di collocarsi in modo creativo nello spazio politico della “sinistra non comunista” oltre l’orizzonte dei partiti dc. Questa internazionalizzazione effettiva non è stata esente da problemi, è valsa anche per PR l’osservazione della Octogesima Adveniens sull’estrema difficoltà di fare proposte universalmente valide e, spesso, passare dal vedere e dal giudicare all’agire si è rivelata più difficile del previsto. Peraltro coi due pontificati successivi il clima è andato più nel senso di una ribadita identità che non di una ricerca culturale spregiudicata. Esso è cambiato di nuovo ed è ridiventato decisamente sintonico con l’attuale pontificato, ma questa è una pagina di cronaca, non ancora di storia. Stefano Ceccanti

Margherita Incisa di Camerana: il primo ufficiale donna marciava a Fiume con d'Annunzio. Tenente degli Arditi e moglie dell'eroe Elia Rossi Passavanti. Andrea Cionci su Libero Quotidiano il 24 marzo 2021.

Andrea Cionci. Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore.

Dopo il primo pilota militare nero del mondo - italiano e orgogliosamente fascista, tanto da diventare generale delle Camicie Nere QUI  - un altro personaggio manderà dallo psicanalista gli aedi della storiografia ideologizzata. Parliamo della marchesa Margherita Incisa di Camerana, il primo ufficiale-donna del mondo in età contemporanea: interventista, dannunziana, fiumana, monarchica e moglie di un podestà. Prima di lei, nel ‘7-‘800, già l’italiana Francesca Scanagatta, la russa Nadežda Durova, la prussiana  Eleonore Prochaska, la francese Marie-Thérèse Figueur avevano indossato l’uniforme, ma tranne l’ultima, (che restò sottufficiale), tutte dovettero dissimulare  il loro sesso.  All’epoca, infatti, gli eserciti non badavano molto alle autoconvinzioni degli arruolandi sul proprio genere. Nata a Torino nel 1879 dal marchese Alberto e dalla baronessa Amalia Weil Weiss, Margherita Incisa, dopo il collegio, si arruolò nelle Infermiere volontarie il 20 aprile 1909. “Interventista convinta - scrive Elisabetta David - prese parte attiva alla propaganda per la guerra a Torino contro il disfattismo giolittiano, avendo ereditato da suo padre il più profondo disprezzo per quell’uomo di governo”. Durante tutta la Grande Guerra, oltre ad essere dama di compagnia della principessa Laetitia di Savoia,  prestò servizio attivo al fronte in vari ospedali da campo e come addetta ai doni e alla propaganda per le truppe i prima linea. Ricorderà questa esperienza in un libro, “Nella tormenta”, pubblicato nel 1929. “La futura madrina degli arditi di Fiume – spiega lo storico della Grande Guerra Paolo Cavassini -  entra in contatto con le temibili “fiamme nere” già nel maggio del ’18. Incaricata di consegnare da parte delle donne di Torino un gagliardetto all’8° reparto d’assalto, gode da subito della stima e della simpatia dei vari comandanti degli arditi, dal generale Zoppi, al maggiori Freguglia, Nunziante e Vagliasindi.  Ritroverà questi ultimi fra i fedelissimi di d'Annunzio a Fiume. Nella travagliata atmosfera della “Vittoria mutilata”, l’ex crocerossina interventista s’infiamma di passione fiumana. “Ho parlato di Fiume – registra il 12 giugno 1919 -; mi si assicura che si stanno preparando bande di volontari per difendere la frontiera. Se potessi essere utile m’iscriverei anch’io”. L’occasione arriva esattamente te mesi dopo, quando il Vate, sollecitato dagli irredentisti fiumani, rompe gli indugi e  occupa Fiume avvalendosi soprattutto di arditi. Margherita, naturalmente, è fra di loro". Iniziava un sogno rivoluzionario che sarebbe culminato nella Carta del Carnaro,  un’epopea - come scriveva il legionario Eugenio Coselschi - composta da una variegata schiera di “uomini vivi, armati di armi vere e di sentimenti umanissimi”.  Ma non solo uomini, come dimostra la Incisa, che fu nominata Tenente degli Arditi, vale a dire il corpo precursore delle nostre Forze Speciali. Dal 4 ottobre 1919 fino all’11 giugno 1920, la marchesa fu all’ufficio propaganda del Comando, poi in forza alla compagnia della Guardia “La Disperata” con varie funzioni di “commissariato”. Scriveva di lei il poeta Leone Kochnitzky: “Fra gli Arditi c’è una donna che, sopra una succinta gonna grigio-verde, porta la giacca coi risvolti neri. Prende parte alla marce, alle esercitazioni; con una virile grazia, quest’anima ben temprata si piega alle necessità rudi del blocco vigilando alla salute morale e alla disciplina delle sue truppe”…Era, dunque, l’unica “ufficiala”, come qualcuno direbbe oggi, ma non unica donna. Spiega il presidente del Vittoriale Giordano Bruno Guerri: “Le donne  a Fiume venivano considerate legionarie alla pari degli uomini. Erano spesso mogli di legionari, o crocerossine, o signore che volevano partecipare all’impresa. Giravano con il pugnale e la pistola alla cintura e molte di loro combatterono anche durante il Natale di Sangue, quando l’occupazione dannunziana fu sgomberata dal Regio esercito italiano. La Carta del Carnaro anticipò di 26 anni il diritto per le donne di votare - ed essere votate - e di 70 anni quello di indossare le stellette. A Fiume potevano condurre una vita disinvolta e “da maschiacci”». Ancor più godibile, il fatto che uno dei moralisti-maschilisti più critici con la Incisa e le sue “commilitone” fosse un socialista, Filippo Turati, che, in una lettera alla compagna Anna Kuliscioff, scriveva: “Fiume è diventato un postribolo, ricetto di malavita e di prostitute più o meno high life. Nitti mi parlò di una marchesa Incisa che vi sta vestita con tanto di pugnale”. E proprio in quel crogiolo di animi ardenti Margherita conobbe il futuro conte Elia Rossi Passavanti. Era  uno degli eroi più decorati (e mutilati) della Grande Guerra, più giovane di lei di 17 anni, con il quale ebbe una splendida storia d’amore che, ad onta del bigotto Turati, regolarizzò un anno dopo con un matrimonio lungo e felice. “Dopo l’esperienza fiumana – spiega lo storico militare Leonardo Malatesta – la Incisa rientrò nelle Infermiere volontarie e fu ispettrice per la provincia di Terni; partì per l’Africa orientale insieme al marito e, al ritorno, lo aiutò a diventare deputato. Durante la Seconda guerra mondiale prestò servizio nella Campagna greco-albanese presso l’ospedale di Tirana e sulla nave ospedale “Trapani”. Dal dopoguerra fu attiva con associazioni monarchiche, civiche e benefiche. Morì a Roma il 5 febbraio 1964”. I cimeli di quest’eroina, come la divisa fiumana da tenente degli Arditi, sono conservati a Terni nella casa del marito che, amatissimo podestà della città umbra, alla sua morte, nel 1985, lasciò una  Fondazione, la Ternana Opera Educatrice, col preciso scopo di premiare i concittadini meritevoli e di aprire al pubblico la casa-museo. La sua volontà non fu mai esaudita: la fondazione, oggi legata alla Cassa di Risparmio di Terni, nonostante il bilancio da un milione di euro, sostiene che “mancano i fondi”. Ma i ternani vanno all’attacco con una sottoscrizione popolare QUI e, probabilmente, con la benedizione dal cielo di una coppia di soldati non da poco: Elia e Margherita.

I "disertori" riabilitati dopo un secolo. Al Senato passa la mozione che restituisce l'onore a 700 soldati italiani fucilati al fronte. Giordano Bruno Guerri - Sab, 13/03/2021 - su Il Giornale. Della Prima guerra mondiale ci rimangono i monumenti ai caduti eretti in ogni città e paese d'Italia, ma non in tutti rimane il ricordo scolastico per cui quella «quarta guerra d'indipendenza» completò l'Unità con Trento e Trieste. Fu una carneficina. Seicentomila morti, tanti più feriti e mutilati, su una popolazione che nel 1915 era di 38 milioni. Per i fanti, un'orribile vita nelle trincee, in attesa di un ordine d'attacco che comportava buttarsi con fucile e baionetta contro le trincee nemiche, falcidiati dai cannoni e dalle mitragliatrici. Molti, per analfabetismo, non sapevano neanche dove fossero Trento e Trieste. Il risentimento popolare avrebbe poi adottato la definizione di «carne da macello» per i soldati buttati allo sbaraglio in un'avanzata a volte inutile, e che a loro lo sembrava sempre. Alcuni non ce la facevano, paralizzati dal terrore, più che dalla viltà: non uscivano dalla trincea, o si fermavano in mezzo agli spari, o tornavano indietro. A volte alcuni reparti di carabinieri, sulla cui disciplina si poteva contare, ricevano l'ordine di sparare a chi si fermava o arretrava. Per altri c'era un giudizio sommario e immeritato: fucilazione, da parte degli stessi commilitoni. Ufficialmente furono oltre 700 i ragazzi o i giovani uomini che subirono questa sorte, e non c'era pietà per loro, neppure postuma. Oggi abbiamo il dovere di manifestarla, quella pietà, attraverso un atto di giustizia. La paura è un umanissimo istinto di conservazione, e anche se in guerra non se ne ha diritto, sarebbe un'infamia continuare a bollare come traditori e vili chi per un attimo perse la virtù del coraggio e per questo perse anche la vita. Lo si può - e lo si deve - capire bene proprio quando, per paura di un virus, siamo disposti all'autoreclusione, a subire coprifuoco e limitazioni di ogni tipo. Benvenuta dunque la decisione della Commissione Difesa del Senato, che ha approvato all'unanimità (dopo vent'anni di discussioni in Parlamento...) la «Riabilitazione storica dei militari fucilati durante la Prima guerra mondiale». Anche il sottosegretario alla Difesa Giorgio Mulé sottolinea che non si tratta di un atto di revisionismo storiografico, bensì di un atto di giustizia: quei soldati, sottoposti a un processo sommario e senza le garanzie di uno Stato di diritto, «finalmente potranno riposare in pace» e la loro memoria, alla vigilia del centesimo anniversario della traslazione del Milite Ignoto all'Altare della Patria, in novembre verrà onorata con una lapide. Mi auguro che ci sia anche il presidente della Repubblica. Qualcosa di simile è già stato fatto da anni, con atti simbolici e solenni, in Paesi - Francia, Gran Bretagna, Germania - che hanno una tradizione bellica più severa della nostra. Noi ci abbiamo aggiunto una bella iniziativa: viene garantita la piena fruibilità degli archivi delle Forze Armate e dell'Arma dei Carabinieri sui documenti riguardanti la disciplina militare, e vengono incoraggiati gli storici a sviluppare ricerche sui militari condannati alla pena capitale. Qualcuno potrà dire (di certo qualcuno lo dirà) che il Parlamento perde tempo a occuparsi di simili quisquilie in tempi di pandemia. Non è così, è un atto di coraggio civile e di serietà proseguire la normale attività alla ricerca di giustizia per chi non ha mai potuto difendersi.

"Così fu abbattuto Baracca". L'ultima verità sull'eroe della Grande Guerra. Luca Sancini su La Repubblica il 3 marzo 2021. Nè sconfitto in duello aereo, né suicida. In un libro, lo studioso Mauro Antonellini ricostruisce la fine dell’aviatore romagnolo. Chi ha abbattuto Francesco Baracca ? L’asso romagnolo dell’aviazione italiana, mito della Grande Guerra, fu sconfitto in un duello aereo o fu colpito dalla contraerea? Oppure ancora, come sostengono alcuni, si suicidò per non cadere prigioniero degli austriaci? Alle tante ricostruzioni si aggiunge ora un libro “Francesco Baracca, morte di un eroe”, edito da Tipografia Faentina. Nelle pagine del libro curato da Mauro Antonellini forse c’è la pistola fumante che potrebbe chiudere definitivamente la disputa. A scovarla non poteva essere che Antonellini, lughese doc (dunque conterraneo dell’aviatore), appassionato di aeronautica e ora conservatore del Museo Baracca, nel centro della cittadina romagnola. Il Museo sorge all’interno della casa di famiglia del pilota, che ospita convegni, visite guidate ed è la cassaforte della memoria dell’asso dell’aviazione che - partito per fare l’ufficiale di Cavalleria - restò fulminato alla vista di quelle prime strane macchine volanti che un giorno scorse su un vasto prato a Centocelle, alla periferia di Roma. Divenuto pilota con un cavallino rampante disegnato sulla carlinga, secondo le statistiche militari sostenne 62 combattimenti con 34 nemici abbattuti, e fu ideatore di tattiche innovative per le sfide nei cieli fino al fatidico 19 giugno 1918, nei pressi del Montello, nel Trevigiano, poco distante dal corso del Piave. Le sorti della guerra erano ancora incerte, con gli austriaci che erano dilagati in tutto il Friuli e nell’alto Veneto. All’aviazione i comandi militari avevano chiesto uno sforzo ulteriore con mitragliamenti da effettuare a bassa quota: fu in questo tipo di pericolosa missione che Baracca trovò la morte, volando abbastanza basso per essere raggiunto da colpi sparati da terra. «Abbastanza per essere colpito da una sventagliata di shrapnel - sostiene Antonellini –. Qui al museo conserviamo un pezzo del tubo di scarico del motore, trapassato da un colpo sparato con traiettoria dal basso verso l’alto». Una rosa di proiettili che potrebbe far chiarezza su un’altra zona d’ombra. Cioè sull’ipotesi, nata da una profonda ferita al volto, che Baracca si sia sparato con la pistola d’ordinanza per evitare la resa, che tuttavia non si attaglia al personaggio: cadere nelle mani del nemico non era considerato disonorevole, e al di là degli imponderabili motivi che a volte muovono le decisioni degli uomini, non pare plausibile che un ufficiale arrivasse a un gesto così estremo. Da sempre gli storici austriaci sostengono che Baracca fu abbattuto da un loro aereo, ma non si è mai arrivati a una conclusione definitiva. Il libro, che contiene centinaia di immagini, articoli dell’epoca, documenti originali con le testimonianze d’allora, perizie, referti medici e documenti militari, serve anche - come sottolinea l’autore - a ricostruire i giorni trascorsi dall’abbattimento dell’aereo di Baracca, con le frenetiche ricerche del corpo che era caduto nella terra di nessuno che separava il fronte italiano da quello austriaco, dagli imponenti funerali a Lugo, con l’elogio funebre tenuto da Gabriele D’Annunzio. L’abbattimento in duello dell’invincibile Baracca era insopportabile per una nazione che temeva il crollo definitivo. Sul monumento nel centro di Lugo c’è incisa la scritta “Ala invitta d’Italia”, formula che indica il fatto di non aver mai perso un duello aereo tra piloti. Al di là della campagna di propaganda di allora, con ogni probabilità andò veramente così.

·        Comunismo = Fascismo.

Perché esiste il negazionismo. Il grande intellettuale Saul Friedlӓnder ha speso tutta la vita documentando l’Olocausto, cambiando il modo di studiare la storia. E di fronte alle irrazionalità di oggi, si interroga sul perché neghiamo.  Wlodek Goldkorn su L’Espresso il 29 settembre 2021. Saul Friedländer è l’uomo che, negli ultimi decenni, ha cambiato il modo di fare la Storia. Oggi 89enne professore emerito all’Università della California a Los Angeles, a partire dagli anni Settanta in una disciplina che cercava oggettività, aveva introdotto invece elementi di psicanalisi, ha valorizzato diari intimi mai pubblicati, lettere private e via elencando fattori di esplicita soggettività. Considerato il massimo storico della Shoah e dei genocidi, ha insegnato a Ginevra, Tel-Aviv, Gerusalemme, si è formato come studioso a Parigi, è di casa in quattro lingue: l’inglese, l’ebraico, il francese e il tedesco e questa conversazione in occasione del conferimento del premio Balzan (ogni anno ne sono attribuiti quattro, la metà della somma di circa 700 mila euro è destinata a progetti di ricerca) si svolge in video, in ebraico. La scelta della lingua non è casuale (ci torneremo), ma intanto cominciamo dall’inizio, dalla biografia del nostro interlocutore, se non altro perché il suo modo di fare Storia è legato alle esperienze da bambino e da ragazzo. Friedländer nasce nel 1932 a Praga, e gli viene dato il nome Pavel. Quando ha sei anni, e mentre la Cecoslovacchia è in pratica regalata a Hitler con il Patto di Monaco, la famiglia si trasferisce in Francia. Pavel diventa Paul. Ma anche lì arrivano le truppe naziste. I genitori affidano il ragazzino a un convento dove assume l’identità di Paul Henri‐Marie Ferland, bambino cattolico, mentre madre e padre tentano di passare il confine con la Svizzera. Respinti dai gendarmi elvetici, finiscono in un convoglio diretto ad Auschwitz. Nel frattempo il ragazzo cresce, vorrebbe diventare sacerdote, proseguire gli studi in un collegio di gesuiti, quando un prete, «un italiano, Pietro Lorigola» ci tiene a sottolineare, gli rivela che lui è ebreo e che mamma e papà sono morti. Paul Henri‐Marie decide di cambiare il nome in Shaul (diventato poi Saul), il contrario di un altro Shaul che sulla via di Damasco diventò Paolo. Raggiunge Israele, è comunista e sionista. In pochi anni cambia quattro volte nome e identità. Sullo schermo del computer appare la faccia di un signore mite, occhi che sorridono. Si scusa perché non sempre sente bene, e la distanza e il mezzo non aiutano. Alla domanda se, alla luce dell’uso che fa delle fonti e della sua biografia è concepibile l’oggettività nella Storia, risponde «certo che no». Fa una pausa: «Però uno storico deve cercare di avvicinarsi quanto più possibile a ciò che egli vede non come la verità storica, ma agli eventi come erano». Ride, perché la frase «gli eventi come erano» è una citazione di Otto Rank, psicoanalista viennese, allievo e assistente di Freud e l’uomo che applicò la psicanalisi allo studio della letteratura e delle arti. Chiarita e ribadita l’importanza del metodo che indaga il subconscio, Friedländer prosegue: «Lo storico deve essere conscio della sua posizione. E io parlo dalla posizione di una persona che da bambino ha vissuto nascosto e ha perso la famiglia. Sono conscio della mia soggettività, anche quando faccio il mio mestiere». Il riferimento è chiaro. Negli anni Ottanta la Germania fu teatro di quella che veniva definita la “Historikerstreit” (la lite degli storici: alcuni sostenevano che il nazismo fosse una reazione al bolscevismo con, a volte, allusioni alle origini ebraiche di quel fenomeno). Spiega Friedländer: «Molti storici tedeschi all’epoca pensavano di essere in grado di vedere il Terzo Reich da un punto di vista oggettivo, cosa che io cercavo di mettere in dubbio». Oggi invece tutti parlano della memoria, pochi della Storia «come è successa davvero». E allora qual è la differenza fra memoria e Storia? Friedländer risponde: «Lo storico dovrebbe allontanarsi dalla memoria, nonostante senza di essa non saprà scrivere la sua storia». Un paradosso che spiega così: «Io ho la memoria dell’epoca su cui lavoro. Per questa ragione ho capito che avrei dovuto includere nelle mie opere le voci degli ebrei che hanno scritto i loro diari e in maggior parte sono morti. Però, cerco di controbilanciare la mia memoria e i miei ricordi con gli strumenti classici dello storico». Prosegue parlando del ruolo dei testimoni. Infatti, il testimone raramente comprende il contesto, quello è un compito che spetta allo storico, appunto: «Io, nelle mie ricerche, ho usato spesso testimonianze di persone molto giovani che esprimevano tutta la loro soggettività, per esempio ragazzi comunisti del ghetto di Vilnius o di Lodz. Ma non cercavo le loro idee politiche, per me era ed è importante la loro testimonianza su quello che hanno visto, sui fatti concreti». Cambiamo tema. In Germania, in particolare, ma il fenomeno è comune a tutto l’Occidente, c’è discussione sulla unicità o meno dell’Olocausto rispetto ad altri genocidi e alla storia coloniale. «L’unicità della Shoah non è nel numero delle vittime, né nella sofferenza. Le persone soffrono tutte allo stesso modo e muoiono tutte da sole. La differenza sta nel contesto. Il contesto della Shoah è diverso da quello del genocidio degli armeni, dei tutsi, da quello perpetrato in Cambogia e della carestia in Ucraina negli anni Trenta. Prima di tutto c’è l’ossessione non tanto per gli ebrei, quanto per l’Ebreo e per l’Ebraismo. Si voleva “purificare” il mondo attraverso l’annientamento dell’ebraismo». Fa un esempio di quella ossessione: «Pensi che nel 1944, mentre l’Armata Rossa avanzava verso la Germania da Est e gli Alleati dall’Ovest, i tedeschi hanno pensato di radunare gli ebrei di Rodi e Kos, poche migliaia di persone, trasportarli ad Atene, da lì ad Auschwitz». Insomma, far sparire l’ebraismo dalla faccia della terra era quasi più importante della difesa del Paese. Continua: «La visione del mondo nazista era costruita sull’odio basato su una tradizione religiosa, cristiana, vecchia duemila anni. Non esiste una base di odio simile nei casi del genocidio coloniale, né ovviamente una simile ossessione». Quando parla dell’ossessione e cita i casi di Rodi e Kos sta dicendo che c’è una base di nichilismo radicale nel nazismo? «Non del tutto nichilismo», è la risposta, «visto che c’era un elemento di ideologia. Un’ideologia che contemplava il Male (l’ebraismo) e il Bene (la razza ariana). E che aveva una meta: il Reich millenario». C’era anche un’idea di Redenzione? «Sì, un mondo redento perché purificato dagli ebrei». Nei suoi lavori, Friedländer porta alla luce testimonianze di ebrei che non volevano vedere quello che stava succedendo, lettere in cui si dice che persone siano state mandate a lavorare all’Est, mentre sappiamo che la destinazione erano le camere a gas. Noi citiamo la testimonianza di Marek Edelman, uno dei comandanti della rivolta nel ghetto di Varsavia sui miliziani del Bund, il partito socialista degli ebrei, che salirono sui treni per Treblinka convinti di andare a lavorare (i tedeschi avevano distribuito loro un tozzo di pane e un po’ di marmellata). La domanda è sul meccanismo che uno storico esperto di psicoanalisi certamente conosce: la negazione della realtà, dell’evidenza, come tratto comune della condizione umana, in situazioni estreme. «Guardi», dice Friedländer, «negare la realtà non è un’esperienza solo delle epoche difficili. Ci sono cose che chiunque di noi non vuole o non è in grado di guardare, affrontare e immaginare». Vale anche per chi rifiuta le notizie sulla pandemia? Un momento di silenzio, poi Friedländer risponde: «Asteniamoci da paragoni con l’Olocausto. Però esiste il fenomeno del rifiuto delle notizie. Io non so quali sono le motivazioni intime di coloro che non si vaccinano. So però che si tratta di un fenomeno che ha un fondamento politico, di destra e delle teorie cospirazioniste». All’ipotesi che forse il problema è nel rifiuto delle teorie scientifiche, perché il sapere è sempre più frammentato e forse è in crisi lo stesso paradigma dell’illuminismo, con la sua fede nel Progresso e nell’emancipazione dall’ignoranza, Friedländer reagisce con un lungo silenzio. Poi sorride, guarda la moglie che sta non lontano ma fuori dal campo visivo della telecamera, fa un respiro e lentamente dice: «È un fenomeno che viene dalla visione disfattista della realtà e del mondo che ci circonda. Spesso anch’io trovo attrazione per il pessimismo e spesso sono profondamente pessimista, ma non sono negazionista né provo attrazione per qualunque negazionismo». Aggiunge: «È la postmodernità, il rifiuto della ragione». A questo punto è lecito fare un’altra ipotesi. Friedländer è un maestro (lui ride quando sente la parola maestro) che ha usato strumenti della postmodernità: fonti non ortodosse, massicce dosi di soggettività, ma a un certo punto si è fermato nell’opera della decostruzione. Ha capito che l’illuminismo va criticato ma che non possiamo farne a meno. Friedländer risponde così: «Sono d’accordo sul fatto che l’uso delle fonti non ortodosse che lei ha menzionato è l’unica strada per arrivare a quello che comunque vogliamo conservare. La cosa più importante per me è opporsi a ogni tentativo di banalizzare la Shoah. E quindi reagisco. Ma di tutto il resto sono stanco». Obiezione: per reagire deve ribadire che il metodo scientifico esiste, che la Terra è una sfera e non è piatta e che la fisica quantistica non abolisce il mondo sensibile e misurabile. Deve in altre parole usare la postmodernità per difendere la modernità. «Sì, mi piace la formulazione: usare la postmodernità per restare fedeli alla modernità», sospira. Si potrebbe chiudere qui ma vale la pena di tornare alle questioni di identità. Friedländer sarebbe potuto essere un prete: «Forse cardinale come lo fu l’arcivescovo di Parigi, e ebreo, Lustiger», scherza. «Quando padre Lorigola mi ha rivelato chi ero, avevo capito che tornare ebreo era la mia strada. Però per due anni ero ambedue le cose: cattolico ed ebreo». Ora scrive testi su scrittori di doppia e plurima identità, come Kafka e Proust (non tradotti in italiano, purtroppo). «Kafka faceva parte di un ambiente simile a quello di mio padre: Praga, ebrei integrati, lavoro per una compagnia di assicurazioni. Ma poi, avendo avuto un problema assai complesso di identità, mi sono sentito molto attratto da Proust con il suo ebraismo, qualche volta negato o rimosso. Mi interessava ovviamente l’aspetto della memoria. Molte cose su Proust le ho capite grazie alla mia attrazione per la psicoanalisi. E poi, ecco, il bacio di addio di mia madre quando mi lasciò nel convento mi ha fatto venire in mente la scena che apre la “Recherche”, il bacio della buonanotte della madre del narratore». E di Israele, che pare così importante per la sua identità che dice? «Speravo che non mi avrebbe posto questa domanda. Ma visto che insiste e che abbiamo scelto di parlare in ebraico rispondo: quando si tratta delle cose più importanti, essenziali, della questione essere o non essere, ecco in quei casi io sono israeliano. E sono contento che ci sia oggi un governo che sembra più normale di quello precedente. Pensi che fortuna che noi due parliamo mentre l’epoca di Netanyahu è ormai alle nostre spalle».

Luca Beatrice per “Libero Quotidiano” il 22 settembre 2021. Una rivoluzione liberale, per conquistare i diritti civili e contro ogni forma di dittatura. Si fa sempre bene a ricordare le repressioni che gli omosessuali sono stati costretti a subire dai regimi fascista e nazista, eppure si tende a svicolare rispetto all'analogo se non peggiore trattamento inflitto loro dal comunismo. Basterebbe ritornare a un episodio storico scivolato nel silenzio. Era il 1977 quando l'allora presidente Carlo Ripa di Meana dedicò la Biennale di Venezia ai dissidenti dell'Unione Sovietica, tra le polemiche dell'intellighenzia della sinistra e all'imbarazzo del Partito Comunista che portò alle dimissioni di Vittorio Gregotti e Luca Ronconi dal cda. Fu la Biennale del "caso Paradzanov", il regista cinematografico arrestato nel 1974 e condannato a cinque anni di lavori forzati per omosessualità. Quindici giorni prima dell'inaugurazione, Angelo Pezzana, leader fondatore del Fuori movimento per i diritti degli omosessuali, venne espulso dall'Urss, dove si era recato a sostegno dello stesso Paradzanov. La protesta di Pezzana proseguì a Venezia con un appello per la liberazione del regista e la libera circolazione dei suoi film. Basterebbe insomma conoscere la storia per provare un certo imbarazzo nei confronti della parola comunista, eppure Vladimir Luxuria, una delle più attive militanti per la causa Lgtb, non esitò a candidarsi nelle file del partito della Rifondazione. Decisione alquanto contraddittoria. Per sostenere una posizione così forte nell'Italia di cinquant'anni fa c'era bisogno di persone coraggiose ed eretiche, caratteristiche che ad Angelo Pezzana non sono mai mancate. Oltre al Fuori, il Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano, è stato creatore delle prime librerie internazionali Hellas e Luxemburg, tra i promotori del Salone del Libro. Pezzana entrò in politica nelle liste del Partito Radicale, parlamentare per solo una settimana, e dovette affrontare diversi attacchi frontali per le sue collaborazioni giornalistiche a Il Giornale, Libero e Il Foglio, nonché per aver difeso le posizioni di Israele, altro tema scottante in seno alla sinistra. Non dovrebbe essere difficile capirne i principi che lo hanno distinto dal branco: la libertà e i diritti vanno sempre difesi contro ogni forma totalitaria e discriminatoria. Per quanto imperfetta, la democrazia è una conquista della specie umana e chiunque scende a patti con le dittature ne è in qualche modo connivente. La libera espressione dell'individuo sia il criterio sovrano da difendere, soprattutto se schierata fuori dal coro. Mezzo secolo fa a Torino, dunque, nacque il Fuori e oggi si apre una giusta celebrazione al Museo della Resistenza, della Deportazione, della Guerra dei Diritti e della Libertà presieduto dal filosofo Roberto Mastroianni. Giusta e necessaria analisi su un decennio, cominciato nel 1971, quando l'Italia si apprestava a entrare nel periodo più difficile e sanguinoso del secondo dopoguerra. Sotto forma di una rivista-bollettino militante, uscito per qualche tempo in edicola, Fuori raccontava con un linguaggio non troppo dissimile dalla sintassi politica postsessantottina le battaglie per difendere l'alienabile diritto alle proprie libere scelte. Lo faceva con toni talora aspri, scagliandosi contro il potere, contro la Chiesa, contro la famiglia e le istituzioni. Se il primo bersaglio era la Democrazia Cristiana e le forze più reazionarie e chiuse, trapelava il medesimo fastidio per l'ottusità e l'antimodernismo del Pci. Non per questo si poteva definire Fuori come un organo dell'estrema sinistra, nessun apparentamento con Lotta Continua, Fronte Popolare e gli altri giornaletti dell'epoca. Dissacranti, libertini e libertari insofferenti verso qualsiasi disciplina di partito o gruppuscolo; negli anni la rivista ha assunto un tono a tratti ludico, sarcastico, indisciplinato, senza per questo dimenticare la serietà delle battaglie su cui era impegnata. Vi parteciparono voci dissonanti: filosofi, scrittori, artisti (come non ricordare la genialità di Marco Silombria che trasformò la grafica da ciclostile in una rivista illustrata e trasgressiva in stile anni '80). Funzionava in particolare quando parlava esplicitamente di sesso, di letteratura, di poesia, di cultura insomma, superando le noiose diatribe interne alla sinistra impegnata a discutere su altri fronti paludati, l'omosessualità era troppo marginale per far parte di un programma ufficiale. A cominciare da Angelo Pezzana erano ragazze e ragazzi coraggiosi, fieri della propria differenza che portavano come uno stile di vita quotidiana, non allestita occasionalmente per la parata. Fu una rivoluzione necessaria anche per chi la pensava altrimenti e non a caso trovò autentica familiarità con le battaglie radicali di Marco Pannella, liberale, antifascista, anticomunista. La mostra dura un mese ed è accompagnata da un prezioso libro edito da hopefulmonster, tra testimonianza e attualità, in perfetta coincidenza con le elezioni comunali. Ecco, chi a sinistra teme passi indietro circa il rispetto dei diritti civili nel caso vincesse il centrodestra a Torino, si tranquillizzi pure. Considerare la libertà come il più prezioso dei beni nasce soprattutto dalle nostre parti.

Bernardo Attolico, il visionario dell’asse Roma-Mosca. Emanuel Pietrobon su Inside Over il 2 agosto 2021. L’Italia può vantare di aver dato i natali ad alcuni dei diplomatici, degli strateghi e degli statisti più capaci che la Terra abbia mai conosciuto. Uomini che hanno reso possibile l’impensabile: dall’unificazione della penisola delle mille signorie sotto un’unica bandiera allo sventolamento del tricolore su Tientsin, giungendo successivamente, durante l’epoca della guerra fredda, all’egemonizzazione del Mediterraneo allargato e al ruolo di ponte tra i blocchi. Quella dell’Italia è la storia di una nazione che, benedetta dalla geografia – perché messa al centro del Mediterraneo – ma maledetta dagli eventi umani – perché circondata da grandi potenze che sognano di vassalizzarla –, viene periodicamente proiettata alta ad sidera dai suoi figli più estrosi, uomini di medio-bassa statura che non temono di competere con i giganti. E nel novero dei figli più geniali e temerari partoriti dal ventre dell’Italia va inserito il (quasi) dimenticato Bernardo Attolico, il diplomatico che sognava di dare vita ad una linea micaelica che unisse Roma e Mosca.

Origini, formazione e i primi passi nella diplomazia. Bernardo Attolico nasce a Canneto di Bari il 17 gennaio 1880. Viene allevato in una famiglia che valorizza lo studio e le attitudini individuali, trovando nei libri una ragione di vita e nel supporto dei genitori uno stimolo che lo avrebbe portato all’università La Sapienza di Roma. Dopo aver conseguito una laurea in giurisprudenza nel 1901, due anni dopo ottiene il titolo di insegnante di materie economiche negli istituti di istruzione secondaria superiore. Né la giurisprudenza né l’economia, però, ne soddisfavano gli appetiti di grandezza, perché Attolico, invero, voleva entrare nel mondo della diplomazia. Un sogno che avrebbe realizzato poco alla volta, a partire dall’anteguerra, quando viene inviato dal governo Giolitti IV tra Stati Uniti, Canada e Turchia per svolgere missioni attinenti alla sfera dell’emigrazione italiana all’estero. Forte di un curriculum internazionale, nel 1914, all’alba della Grande Guerra, gli viene affidata la segreteria della Commissione reale per i trattati di commercio. Un ruolo che gli permette di conoscere l’Inghilterra – nella quale viene inviato per rappresentare il ministero dell’agricoltura, dell’industria e del commercio –, di approfondire la sua conoscenza delle relazioni internazionali e di migliorare la sua immagine presso gli ambienti politico-diplomatici del regno d’Italia. Nel dopo-Caporetto, cause l’aggravarsi della guerra e il peggiorare delle finanze italiane, Attolico viene incaricato di attrarre aiuti di tipo economico e di reperire beni strategici utili alla prosecuzione delle ostilità e all’allontanamento dello spettro della bancarotta. Una missione che, svolta con solerzia, lo avrebbe fatto entrare nelle grazie dall’allora titolare del ministero del Tesoro, l’economista Francesco Saverio Nitti, e ne avrebbe cementato la fama di diplomatico sagace, integro e fedele alla bandiera. Molto presto, con la nascita di un nuovo ordine – il fascismo –, quella rinomanza acquisita negli ultimi anni dell’era giolittiana lo avrebbe condotto ai vertici della diplomazia italiana.

Sognando l'asse Roma-Mosca. La Grande Guerra è finita, sull’Italia aleggiano gli spettri della guerra civile e del collasso economico e una nuova forza politica va facendosi largo tra le macerie dell’epoca giolittiana: il fascismo. Servirà del tempo prima che Benito Mussolini si accorga di Attolico, che avrebbe trascorso il primo dopoguerra tra Francia, dove partecipa alla conferenza di pace di Parigi in qualità di consigliere tecnico della delegazione italiana, e Stati Uniti, dove viene spedito nelle vesti di commissario generale per gli affari economici e finanziari da Nitti, nel frattempo divenuto primo ministro. Oramai considerato all’unanimità un astro in ascesa del risorgente mondo diplomatico italiano, alla ricerca di rivalsa per la “vittoria mutilata”, Attolico, una volta tornato in Europa, passerà più tempo a Ginevra – presso la neonata Società delle Nazioni, della quale scalerà rapidamente i vertici, divenendone vicesegretario – che a Roma.

Il richiamo della patria è, però, più forte di ogni altra cosa, perciò Attolico cede alle lusinghe di Mussolini, che prima lo manda in Brasile per guidare l’ambasciata di Rio de Janeiro – l’allora capitale, poi sostituita da Brasilia nel 1960 – e dopo, nel 1930, gli affida l’incarico della vita: il dossier Unione Sovietica. Tra Roma e Mosca intercorrevano buoni rapporti – Mussolini riconobbe la legittimità della nuova entità statale nel 1924, ovvero nove anni prima di Washington –, il governo fascista abbisognava di alleanze funzionali ad aggirare le diffidenze dell’Europa occidentale e il fattore Terzo Reich non era ancora entrato in gioco: tutto sembrava lavorare a favore di una svolta diplomatica dalle implicazioni straordinarie. Attolico, un realista con l’acume per gli affari – si era formato, del resto, su tavoli negoziali incentrati su commercio ed economia –, non avrebbe tradito le elevate aspettative in lui riposte dal Duce. Nel 1933, dopo un triennio di residenza a Mosca in qualità di ambasciatore, Attolico porta a casa un pacchetto di accordi di cooperazione economica e mette la firma sul patto di amicizia italo-sovietico. Una missione delicata, quella di Attolico, alla luce delle profonde differenze tra l’Italia fascista e l’Unione Sovietica – sia in termini di ideologia sia in termini di politica estera –, ma che avrebbe esperito con la diligenza e l’avvedutezza tipiche del diplomatico, persuadendo le controparti a valorizzare i punti in comune in luogo di focalizzarsi sulle divergenze, a concentrarsi sull’immediato anziché sul lungo termine e a ricercare la cooperazione laddove possibile e desiderabile.

Una cooperazione limitata ma produttiva e guidata da un obiettivo comune – l’emancipazione dalla condizione di quasi-isolamento diplomatico a livello internazionale –, che, nell’ottica di Attolico, avrebbe potuto e dovuto spianare la strada ad una distensione allargata e durevole, facendo dell’Italia il ponte tra Ovest ed Est e mettendola simultaneamente al riparo da eventuali manovre sovietiche nell’Europa orientale.

La fine del sogno di un asse italo-sovietico e la morte. Completato l’incarico moscovita e accontentato il Duce, Attolico, nel 1935, viene nominato ambasciatore a Berlino. Anche in questo caso, operando la strategia già collaudata dell’adattamento al contesto unito all’immedesimazione nell’altro, sarebbe sceso a patti con la Germania nazista riconoscendole il titolo di erede dell’impero guglielmino (Drittes Reich) e la legittimità delle pretese sulla Mitteleuropa. Il futuro si sarebbe scritto più tra Berlino e Mosca che tra Parigi e Londra, Attolico ne era convinto, da qui la necessità di siglare dei patti di amicizia propedeutici allo stabilimento di alleanze suscettibili di trasportare Roma verso settentrione e levante, liberandola dall’infelice status di eterno Stato proletario. Pacifista convinto, Attolico avrebbe voluto estendere la “diplomazia dei patti d’amicizia” all’intero continente e accolse con freddezza la svolta hitleriana di Mussolini, palesata dall’adesione al patto anticomintern, perché consapevole delle conseguenze, in particolare la fine del sogno di un asse Roma-Mosca e la perniciosa ideologizzazione della politica estera italiana.

Ogni tentativo di impedire la satellizzazione dell’Italia fascista alla Germania nazista si sarebbe rivelato infruttuoso, così come improduttive sarebbero state le aperture di canali di dialogo con i diplomatici-ombra ruotanti attorno al Führer alla vigilia dell’invasione della Polonia – che Attolico aveva pronosticato con largo anticipo, mettendo in guardia gli increduli Mussolini e Galeazzo Ciano. Altrettanto inutili sarebbero state, infine, le pressioni esercitate sul Duce circa l’imperativo di non entrare in guerra, né a fianco di Berlino né di nessun’altra potenza. Pedinato dai tedeschi, perché consapevoli del suo lobbismo antiguerra, ed emarginato dagli italiani, perché alleati di Hitler, Attolico avrebbe trascorso gli ultimi anni di vita come ambasciatore presso la Santa Sede. Muore a Roma il 9 febbraio 1942, all’acme della seconda guerra mondiale, lasciando un legato dal valore inestimabile ai posteri che lo avrebbero succeduto. Posteri del calibro di Giorgio La Pira, Giulio Andreotti e Amintore Fanfani, che nel 1975, in piena guerra fredda, avrebbero estratto dal bagaglio della tradizione diplomatica nostrana lo strumento preferito di Attolico – il patto d’amicizia –, impiegandolo per ritrovare un’amicizia perduta: quella con Mosca. 

Gennaio 1992, sulla Croisette di Cannes. Cronaca vera di un incontro segreto tra Nenni e Mussolini. Riccardo Nencini su Il Riformista il 30 Maggio 2021. Anatole France lo riceve sulla porta di villa Said in papalina e veste da camera. È così carico di gloria che è insensibile all’aroma d’incenso. Non così al profumo di donna. Le parigine più seducenti lo attorniano, pendono dalle sue labbra, aspettano un segno, almeno un bon mot su cui spettegolare nei salotti borghesi. Lui si dilunga nei baciamano e le fa arrossire con una battuta. Allontana il suo funerale giocando al gatto col topo. Nonostante l’età, non ha mai dismesso la vena polemica. Lo tiene in vita. Dopo aver cannoneggiato la Terza Repubblica difendendo Dreyfus, si è invaghito della Rivoluzione d’ottobre e per giunta ha vinto il Nobel. Se vuoi incontrare la Parigi che conta, banchieri e comunisti avvolti nel fumo del medesimo sigaro, devi vagare nelle stanze del papa laico. Discutono della Russia da dilettanti, tutti meno Rolland, il Nobel del secondo anno di guerra. Si sente rivivere al calore delle sue intuizioni. Al contrario del plenipotenziario di Lenin in Francia – Cachin “baffi a manubrio” – indaga senza tacerle le ombre del mito, gli errori, le ingiustizie, le crudeltà. È un idealista, Cachin un bolscevico fatto e sputato. Spesso allargano il cerchio per farlo sedere. Confidano nel cognac perché si avventuri sulle vicende italiane. Sono incuriositi dal duce. La vita al risveglio. Così gli apparve Parigi dalla redazione del “Populaire”. Vi arrivò da corrispondente dell’“Avanti!” nel marzo 1921 e vi scoprì, lui che era stato un rivoluzionario di provincia, quanto grande fosse la seduzione della cultura. Quando mai un figlio di contadini gettato da piccolo nella desolazione di un orfanotrofio, a Faenza, avrebbe fantasticato di polemizzare con due maestri della letteratura mondiale? Ha scritto molto, letto di più. A Parigi ha imparato che quel che si legge è più importante di ciò che si scrive. Marx, Lenin, Zola, anche Verga ora che è morto. Un tirocinio magnifico interrotto dagli incontri con le organizzazioni operaie e dai frequenti litigi con l’ala comunista. Fino a ieri, l’8 di gennaio. Il giorno in cui l’ha rivisto. Troppo pallido il sole di Cannes per illuminare la svolta. I Grandi si rinserrano in un palazzotto con l’orizzonte negli occhi, litigano per un’intera settimana perdutamente, si lasciano senza aver sciolto i nodi delle riparazioni di guerra e del ritorno in società della Russia dei soviet. Tutto rinviato alla Conferenza di Genova. Non è stato il caso a farli incontrare. La mascella quadrata l’avrebbe riconosciuta tra mille. L’appuntamento è venuto da sé, senza forzare, dopo un cenno fugace in sala stampa, uno a intervistare il presidente del Consiglio francese, Briand, l’altro sulle tracce della delegazione britannica. Finalmente è scesa la notte. Le tenebre si avvitano alle palme della Croisette, li nascondono a occhi indiscreti. Il duce a passeggio con un sovversivo è una notizia da prima pagina, come se Lenin sbucciasse una mela allo zar. Discutono in romagnolo, la lingua madre. Il dialetto riduce lo spazio tra il basco e il cappello a cilindro, li riconduce al passato comune: Pietro legge quel che il secondino gli passa, Benito si commuove alle risa dei bambini che giocano nel giardino confinante col carcere. La storia si è sedimentata nell’anima, pulsa, l’epica della giovinezza li lega ma ormai non è più né sangue né cuore. Semmai è un ricordo da mettere in naftalina, il maglione pesante di chi vive in riviera. Se hai sofferto nello stesso buco lo stesso dolore e marcisci in quel buco per un’idea, solo il tradimento recide il cordone. Ora le passioni confliggono, alle onde che sbattono sul litorale consegnano due visioni del mondo. Non c’è un testimone.

«Il tuo individualismo è sporco di sangue. Ignoro cosa diventerai, ma ricordo cos’eri. Ai giudici dicesti: “Se ci assolve te ci fate piacere, se ci condannate ci fate onore”. Preferirono farci onore. E ora, chi sei?»

«E l’Italia, dimmelo tu, che cos’è? Chi l’avrebbe salvata dai bolscevichi, dal burrone in cui si stava affacciando? Chi se non io?»

Si mitragliano con parole di fuoco, violente, definitive. Nenni non teme la differenza di età, non è affatto a disagio di fronte al capo politico. Ha tenuto in braccio sua figlia Edda, era di casa, lo ha perfino seguito nell’esperienza sansepolcrista. Benito ha rinnegato la causa, non solo, lo ha ingannato, è uno spergiuro. Mussolini è Caino.

«Di una cosa sono sicuro. Tutto quello che farai sarà bollato dal ferro rovente dell’arbitrio. Hai smarrito il sentimento più grande, Benito. Dov’è la giustizia che predicavi in Romagna?» La voce si altera. «Quando ho parlato di pace mi si è riso in faccia. Ho dovuto accettare la guerra.» «Falla finita! La pace che offri ai tuoi vecchi compagni comporta la rinuncia ai loro ideali. Loro non sono come te.»

Mussolini ha bisogno di tempo per allentare la morsa. Si slaccia il cappotto, sbottona il colletto della camicia, arranca, la strada si è incollata alle scarpe.

«Pietro, ma guardati intorno. Blateri di proletariato, di pace, ma dove vivi? Il secolo della democrazia è morto, l’entusiasmo per i miti sociali finito. La guerra ha liquidato il secolo delle maggioranze, della quantità.»

Nenni non molla, lo inchioda ai fatti. Basta con la filosofia.

«Ti sei venduto alla borghesia. Alle tue condizioni gli agrari patteggiano sì, e volentieri.»

«Li odio come te, gli agrari.»

«Ti pagano, tengono in vita le squadre fasciste. Rispondimi, perdio, rispondimi! Come fai a dimenticare i morti ammazzati? Sei cresciuto tra quei contadini…»

L’altro è alle corde. Si accende un toscano conficcando gli occhi nell’acqua. È solo un momento. Una rasoiata di luce sul volto scavato. Il tormento è scomparso.

«Torbidi di frontiera. Il mio regno è la politica, dovresti saperlo.»

«Come no… c’è qualcuno tra quei contadini, tra gli operai bastonati dalle camicie nere che è diventato socialista grazie a te. Eri tu il capo, e hai dimenticato anche questo. A Imola ti chiamavano duce.»

Mussolini si para di faccia all’amico, le mani sui fianchi. Sulla costa balugina il lume fioco di una barca di pescatori. Anche la luna si è spenta dietro un girovagare di nubi. Ora è pronto. La verità è una dura lezione di realismo politico.

Lo scambio è serrato sotto il lampione. I nottambuli ancora non sanno che nello sciabordio del mare di Cannes si legge il futuro.

«Bene, sono io il responsabile. La guerra civile è stata una tragica necessità. Lo Stato era andato a puttane. So che i morti pesano, eccome se pesano. Spesso penso al passato con malinconia…»

«… eri il loro idolo…»

«… Madonnimpestata, e alle centinaia di migliaia di morti della guerra tu invece non pensi? Anche questi vanno difesi. C’eri anche tu tra i volontari in caserma.»

«Già, ma io non ho mai tradito.»

Una risata di gola. Si fronteggiano senza sfiorarsi. Il guscio di una testuggine e occhi al confine con la tristezza.

«Nella vita non c’è posto per il sentimentalismo. Non siamo come le femmine. Tutte le passioni prima o poi si spengono.»

«No, tu le passioni le hai vendute a quelli che volevi impiccare con le loro budella.»

«Al di sopra delle classi c’è la nazione. Io servo l’Italia, Pietro, voi siete schiavi di Mosca» si incattivisce, toccato nel vivo.

«Io sto dalla parte degli ultimi. Finalmente sono arrivato nel posto da cui tu sei fuggito.»

Un gabbiano si posa su una panchina, sbatte le ali in un colpo di vento. Pietro inarca la schiena, si aggiusta gli occhiali. Le parole gli muoiono in gola. È troppo tardi per coricarsi. Dormire, e perché? Attardarsi sul campo di battaglia, e perché? La Croisette ha svelato l’enigma, non c’è più nulla da dire. Chi ha abdicato all’uso della ragione faccia la strada in compagnia dei suoi sensi di colpa, sedotto com’è dalla voracità di un insaziabile io. Chi ha tradito tradirà ancora se ha imboccato la via che ingrassa un’ambizione sfrenata. Attraversa il viale e digerisce l’addio sulla spiaggia. Sul viso una carezza di sale. Non si vedranno mai più. Riccardo Nencini

Le divergenze parallele di Mussolini e Bombacci. Il fondatore del fascismo e quello del Partito comunista d'Italia ebbero le stesse origini. E la stessa tragica fine. Roberto Chiarini, Venerdì 29/01/2021 su Il Giornale. Di Mussolini sappiamo molto e s'è scritto moltissimo. Di Bombacci sappiamo abbastanza e s'è scritto quanto basta, almeno per avere un'idea approssimativa del ruolo avuto da questo stravagante personaggio nella storia dell'Italia della prima metà del Novecento. Nessuno, fino a oggi, si era impegnato in un'analisi comparata dei due personaggi, nel considerare le scelte politiche e umane di due romagnoli doc, cogliendone gli incroci e gli scontri. Attraverso le loro biografie politiche è possibile illuminare una delle peculiarità (e dei paradossi ideologici) dell'Italia della prima metà del '900: il rigetto, condiviso da destra e da sinistra, della civiltà liberale. In un crescendo, a partire da inizio secolo e con una forza dirompente all'indomani della Grande guerra, l'idea di un progresso allargato alle classi popolari perde rapidamente credibilità fino a collassare. Crolla quella che lo storico marxista Eric Hobsbawm ha chiamato, dal titolo di un suo libro L'età del capitale: quel XIX secolo che aveva sancito il «trionfo della borghesia». L'ingresso delle masse in politica e il «contagio delle idee» di libertà e di uguaglianza sono il combinato disposto che mette fuori gioco, insieme, classi dirigenti, modello di società di mercato, democrazia parlamentare. L'Europa del dopoguerra diventa terreno di coltura ideale di progetti rivoluzionari e reazionari. Simmetricamente a destra e a sinistra crescono minoranze estremiste e violente, tra loro nemiche, ma - ecco il paradosso - promotrici concordi di un nuovo ordine i cui punti fermi sono il rifiuto della democrazia parlamentare e il superamento della società di mercato fondata sul profitto individuale. Su questo retroterra comune si sviluppano storie collettive parallele, volte entrambe a edificare regimi dittatoriali, il fascismo a destra e il comunismo a sinistra. Su questa stessa base si snodano anche storie individuali di giovani che nella loro esistenza abbracciano, in tempi diversi, opzioni opposte. Riprova, se ce n'era bisogno, che la matrice antidemocratica e anticapitalista era condivisa, e capace di produrre esiti di destra e di sinistra, indifferentemente. C'è un'intera generazione educata a «libro e moschetto» che negli anni Trenta s'infervora per la lotta alle democrazie capitalistiche nel nome del fascismo e a fine guerra s'infiamma per la stessa battaglia nel nome del comunismo. Sono i casi, esemplari e clamorosi, di Benito Mussolini e di Nicola Bombacci: il primo, da irruente propagandista di un socialismo rivoluzionario, diviene fautore di un ordine autoritario, ma sempre (velleitariamente) antiborghese. Il secondo, da esaltato apostolo del socialismo, tanto da diventare uno dei fondatori nel 1921 del Pcd'I, si ritrova transfuga dal partito di Bordiga e Gramsci, e infine fervente seguace del fascismo più oltranzista. Due storie parallele e insieme sovrapposte, quelle del «Lenin rosso» e del «Lenin nero», che vengono appassionatamente ricostruite da Alberto e Giancarlo Mazzuca in Mussolini-Bombacci. Compagni di una vita (Minerva, pagg. 372, euro 17). Mussolini e Bombacci sono figli della Romagna (Dovia di Predappio e Civitella distano trenta chilometri). Affrontano gli stessi percorsi educativi (allievi della Scuola Normale di Forlimpopoli) ed esistenziali nel segno di «una forte passionalità e veemenza in difesa delle loro opinioni». Le loro strade si separano allo scoppio della guerra mondiale. L'uno creerà una dittatura di destra, ammantata da socialismo nazionale. L'altro porterà alle estreme conseguenze il suo rivoluzionarismo antiborghese, provando a «fare come in Russia». Due storie parallele e antitetiche destinate, un ventennio dopo, a convergere in nome della comune avversione al comunismo stalinista e al «lurido tradimento» di Vittorio Emanuele III e di Badoglio. Tutto questo in nome - soprattutto - dell'edificazione di un nuovo ordine economico, fondato sulla socializzazione, sulla «gestione diretta delle imprese» da parte dei lavoratori, sul passaggio a una forma di comunismo (nel caso di Bombacci) che prevede l'esproprio di «tutta la proprietà edilizia destinata all'affitto», pagandola con titoli di Stato. La comune militanza giovanile nelle file del ribellismo antiborghese diventa la matrice che ricompone due scelte di vita alternative. La riconciliazione si completa sulle sponde del lago di Garda nei cupi giorni della Repubblica di Salò, quando ormai il sipario stava calando sull'ultima fase della dittatura fascista, e nel modo più tragico. Il «Lenin nero» e il «Lenin rosso» finiranno la loro esistenza l'uno a fianco all'altro, appesi al traliccio di Piazzale Loreto. Presagendo il destino, Bombacci stende un epitaffio in cui riannoda le radici lontane della loro esistenza alle scelte che avevano diviso le loro vite, ma che in quel tragico momento sembrano le sole a essere significative: «Un giorno gli storici si chiederanno, ma che ci faceva accanto a lui Bombacci, il fondatore del Partito comunista? Sai, diranno, erano romagnoli tutti e due Si volevano bene, erano stati a scuola insieme».

·        Margherita Sarfatti: la donna che creò Benito Mussolini.

L’ultima illusione. Il sogno di Margherita Sarfatti di far alleare l’Italia fascista all’America. Gianni Scipione Rossi su L'Inkiesta il 2 Dicembre 2021. Stregata dal fascino di Roosevelt, nel 1934 la donna tenta, in via personale, una missione per avvicinare Roma e Washington, nella speranza di sottrarre l’Italia dall’influenza tedesca. Ma nonostante i buoni rapporti con il presidente statunitense, il suo viaggio fu un fiasco. Al di là della finalità dichiarata a posteriori, il viaggio americano della Sarfatti – pur motivato da una profonda curiosità intellettuale – ne assunse anche una politica. Vuole sondare la possibilità che la simpatia di Roosevelt per il fascismo possa evolversi in un rapporto politico e sottrarre l’Italia alla paventata alleanza con la Germania. È essenzialmente una sua idea, non il frutto di un incarico affidatogli nel quadro di quella diplomazia “parallela” e sotterranea che pure era nelle corde del “capo”. In questo senso il viaggio fu fallimentare. La simpatia di Roosevelt si fermava di fronte al carattere dittatoriale del fascismo. Tuttavia la Sarfatti prova a svolgere in proprio una missione di “avvicinamento”. Grazie ai rapporti amicali stretti già in Italia con il cugino del presidente, Theodore Roosevelt junior, Margherita viene ricevuta alla Casa Bianca con tutti gli onori, nel pomeriggio del 15 aprile. Come hanno ricostruito i suoi biografi americani, «alle cinque […] Margherita fu fatta accomodare. Entrò in un salotto e fu accolta dal presidente, da Eleanor Roosevelt, dal figlio James e dalla moglie. L’ambasciatore americano a Roma, Breckinridge Long, aveva scritto al presidente che Margherita era probabilmente “la donna meglio informata d’Italia”, una donna che conosceva intimamente il pensiero di Mussolini. Roosevelt si era perciò preparato al compito». Ma «i commenti di Eleanor sull’Italia non furono dei più diplomatici. […] sembra che la first lady facesse una serie di commenti imbarazzanti sulla natura del fascismo e della dittatura mussoliniana. Margherita fu sollevata quando il presidente, con grande tatto, rettificò le affermazioni della moglie e portò il discorso su altre questioni». Essenzialmente sugli strumenti economici adottati per superare la depressione.

La Sarfatti subisce il fascino di Roosevelt. E lo ricorderà, vent’anni dopo, in Acqua passata, ma – come vedremo – senza particolare entusiasmo.

Il sorriso – scrive per ora − è l’arma della sua cordialità pensosa. Alla tavola da tè, nella sua ristretta cerchia famigliare, ebbi l’impressione di una forza “gentile”, quietamente disciplinata, molto duttile, pronta a piegarsi senza frangersi, come temprato d’acciaio. Meglio, come l’acqua, che pare il più docile, ed è il più incompressibile fra gli elementi. Maravigliosa quantità e qualità di cose egli sa; coltura di gentiluomo, non superficiale, ma non aggressiva come la incivile coltura del pedante. Le nozioni e le idee, che ebbi il piacere di sentigli esporre con signorilità confidenziale mi apparvero improntate all’originale buon senso di chi ha molto studiato, molto veduto e ancor più riflettuto.

Non per caso, «l’America adora il suo “F.D.”, anche come malato che vince la malattia a forza di pluck, intrepida eleganza». In Acqua passata ricorderà: «Uscii dal lungo colloquio alla Casa Bianca come da un euforico bagno di fiducia, di speranze, di fede, e, sì, anche di carità. Ogni volta che poi lo vidi, Franklin Delano Roosevelt rinnovò in me quel benefico sortilegio».

Nonostante questo – e forse per il fallimento della sua iniziativa – la Sarfatti non manca di evidenziare quelli che considera i limiti e gli errori del New Deal, peraltro spiegabili anche con la mentalità americana, che ne ha impedito un’evoluzione in senso dittatoriale. In fondo il New Deal le appare come una imitazione timida, troppo prudente, del fascismo.

Wilson per via della guerra; Franklin Roosevelt per via della crisi, accrebbero con l’autorità della loro persona i poteri dittatoriali della carica. Oggi più che mai – riconosce − il processo continua, con le severe misure di polizia e di legge criminale unitaria, attuate dal Presidente perché i delinquenti non sfuggano alla rete della giustizia attraverso le maglie larghe delle frontiere, tra polizie autonome. E si estende al campo del denaro, tabù sin qui inviolabile della democrazia, della plutocrazia e dell’industria libera, attraverso il New-Deal di Roosevelt. L’economia programmata e accentrata nella N.R.A., il National Recovery Act, potere nuovo, degno di molta considerazione, se non altro come esperimento, sembrò morto. Ma Roosevelt con dolce ostinazione, e le circostanze con ferrea tenacia, gli risusciteranno un altro volto.

D’altra parte, «non vi è dubbio che molta forza del carattere americano è dovuta al frontierismo». «L’America è progressiva, espansiva, mobile e persino instabile; ma, se pur muta modi e lato, mantiene sempre volontà, fede e ottimismo indomabile di procedere oltre, sempre più innanzi». Ma – rileva la Sarfatti − «oggi la frontiera non esiste più, l’ottimismo è in ribasso». Nonostante Roosevelt, i segnali della crisi sono evidenti.

da “L’America di Margherita Sarfatti. L’ultima illusione”, di Gianni Scipione Rossi, Rubbettino, 2021, pagine 88, euro 14 

LA STORIA DEL FASCISMO E RENZO DE FELICE: LA NECESSITÀ DI RICOMINCIARE DA "CAPO"! Alcune note Federico La Sala su lavocedifiore.org.

I. BENITO MUSSOLINI E MARGHERITA SARFATTI. GRAMSCI: "UN RINATO SACRO ROMANO IMPERO" (1924). All’interno di uno straordinario articolo, scritto per celebrare Lenin (morto il 21 gennaio 1924), nella prima pagina dell’Ordine Nuovo del 1° marzo 1924, con il titolo “Capo” (ripreso, poi, nell’Unità del 6 novembre 1924 col titolo Lenin capo rivoluzionario), Antonio Gramsci - in contrapposizione - delinea con magistrale e storica lungimiranza i tratti essenziali del governo guidato dal “Duce”:   “Abbiamo in Italia il regime fascista, abbiamo a capo del fascismo Benito Mussolini, abbiamo una ideologia ufficiale in cui il «capo» è divinizzato, è dichiarato infallibile, è preconizzato organizzatore e ispiratore di un rinato Sacro Romano Impero. Vediamo stampati nei giornali, ogni giorno, decine e centinaia di telegrammi di omaggio delle vaste tribù locali al «capo». Vediamo le fotografie: la maschera più indurita di un viso che già abbiamo visto nei comizi socialisti. Conosciamo quel viso (...) Abbiamo visto la settimana rossa del giugno 1914. Più di tre milioni di lavoratori erano in piazza, scesi all’appello di Benito Mussolini, che da un anno circa, dall’eccidio di Roccagorga, li aveva preparati alla grande giornata, con tutti i mezzi tribunizi e giornalistici a disposizione del «capo» del partito socialista di allora, di Benito Mussolini: dalla vignetta di Scalarini al grande processo alle Assise di Milano. Tre milioni di lavoratori erano scesi in piazza: mancò il «capo», che era Benito Mussolini. Mancò come «capo», non come individuo, perché raccontano che egli come individuo fosse coraggioso e a Milano sfidasse i cordoni e i moschetti dei carabinieri. Mancò come «capo», perché non era tale, perché, a sua stessa confessione, nel seno della direzione del partito socialista, non riusciva neanche ad avere ragione dei miserabili intrighi di Arturo Vella o di Angelica Balabanoff. Egli era allora, come oggi, il tipo concentrato del piccolo borghese italiano, rabbioso, feroce impasto di tutti i detriti lasciati sul suolo nazionale dai vari secoli di dominazione degli stranieri e dei preti: non poteva essere il capo del proletariato; divenne il dittatore della borghesia, che ama le facce feroci quando ridiventa borbonica, che spera di vedere nella classe operaia lo stesso terrore che essa sentiva per quel roteare degli occhi e quel pugno chiuso teso alla minaccia. (...) Benito Mussolini ha conquistato il governo e lo mantiene con la repressione più violenta e arbitraria. Egli non ha dovuto organizzare una classe, ma solo il personale di una amministrazione. Ha smontato qualche congegno dello Stato, più per vedere com’era fatto e impratichirsi del mestiere che per una necessità originaria. La sua dottrina è tutta nella maschera fisica, nel roteare degli occhi entro l’orbite, nel pugno chiuso sempre teso alla minaccia...Roma non è nuova a questi scenari polverosi. Ha visto Romolo, ha visto Cesare Augusto e ha visto, al suo tramonto, Romolo Augustolo” (Antonio Gramsci, Sul fascismo, Roma, Editori Riuniti, 1973, pp. 223-229)

STORIA E STORIOGRAFIA: DE FELICE (1966). Renzo De Felice, nel capitolo quinto del volume della biografia del “Duce”, dedicato a “Mussolini il fascista. La conquista del potere 1921-1925” (Einaudi, Torino, 1966), scrivendo delle “prime esperienze di governo” del Duce, riprende e ricorda questo “noto articolo” di Gramsci e, pur apprezzandone la “lucida intuizione (al fondo della quale si sente l’antico socialista che aveva visto in Mussolini l’uomo nuovo del socialismo italiano e ne era rimasto deluso): Mussolini non era un «capo»” e pur esprimendo la giusta persuasione che questo giudizio “merita a nostro avviso di essere attentamente vagliato” (p. 464), mostra di essere assolutamente dimentico della nota iniziale dell’analisi gramsciana (“Abbiamo in Italia il regime fascista, abbiamo a capo del fascismo Benito Mussolini, abbiamo una ideologia ufficiale in cui il «capo» è divinizzato, è dichiarato infallibile, è preconizzato organizzatore e ispiratore di un rinato Sacro Romano Impero. Vediamo stampati nei giornali, ogni giorno, decine e centinaia di telegrammi di omaggio delle vaste tribù locali al «capo». Vediamo le fotografie: la maschera più indurita di un viso che già abbiamo visto nei comizi socialisti”) e alla sua nota finale (“Roma non è nuova a questi scenari polverosi. Ha visto Romolo, ha visto Cesare Augusto e ha visto, al suo tramonto, Romolo Augustolo”)! E, assunta a tutto solo una parte (“Mussolini [...] il tipo concentrato del piccolo borghese italiano, rabbioso, feroce impasto di tutti i detriti lasciati sul suolo nazionale dai vari secoli di dominazione degli stranieri e dei preti”, p. 464) , così conclude:  “Detto questo ci pare ci si debba però guardare dall’accettare la tesi generale che sottende tutto l’articolo di Gramsci: che cioè Mussolini non fu un «capo» [...] Se si accettasse questa tesi generale si dovrebbe negare la qualità di vero «capo» non solo a Mussolini, ma - facciamo solo l’esempio più macroscopico - a Hitler, il che in sede storica sarebbe veramente un assurdo. La risposta alla domanda se Mussolini, come un qualsiasi altro uomo politico, sia stato o no un vero «capo» non può essere ricercata in banali formule e in facili sillogismi” (p. 464)!

DE FELICE (1975): IL MITO DELLA ROMANITA’ E L’AVVIO DI UNA “AUTOCRITICA”. Nel 1975, nell’intervista sul fascismo, De Felice (con alle spalle già gran parte della sua imponente costruzione biografica dedicata a Mussolini e al fascismo) ricorda che, nel 1961 (all’inizio del lavoro sistematico sulla figura del “Duce”), in occasione del lavoro per la “Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo” (Einaudi, 1961), ha avuto “la fortuna, più che altro sul piano della curiosità umana, di poter parlare a lungo - tutto un pomeriggio d’inverno - con Margherita Sarfatti, poco prima che morisse, in un appartamento d’albergo, in via Veneto a Roma”; e, al contempo, dichiara (e fa intendere in modo più che chiaro e forte) di non aver considerato a pieno o, meglio, di aver del tutto sottovalutato, relativamente al processo di conquista e di organizzazione del potere da parte di Mussolini, proprio il ruolo e la figura dell’autrice di “Dux”, la biografia ufficiale pubblicata con tale titolo nel 1926 (e già anticipata nel 1925, in una edizione londinese, con titolo “The life of Benito Mussolini”, con la prefazione dello stesso Mussolini):   “Da questa conversazione, attualmente, documentariamente, non ho cavato nulla. Mi è servita moltissimo, invece, per capire questa donna, per capire (...) il tipo di influenza che deve aver avuto per alcuni anni. Dopo quella conversazione mi sono chiesto, per esempio, quanto del mito della romanità fosse farina del sacco di Mussolini, e non invece piuttosto frutto dell’influenza della Sarfatti. Perché non ho mai conosciuto in vita mia una persona malata come lei di romanità” (Renzo De Felice, Intervista sul fascismo, a cura di Michael Ledeen, Bari, Laterza, 1975, pp. 12-13).

MARGHERITA SARFATTI (1880-1961), RENZO DE FELICE (1929-1996), E "LUCIFERO". Nel 1993, nella “Prefazione” del loro lavoro “Margherita Sarfatti. L’altra donna del duce” (Mondadori, Milano), 1993), dedicato "a Renzo De Felice", Philip V. Cannistraro - Brian R. Sullivan così scrivono:   “Abbiamo cominciato a scrivere questo libro per tentare di risolvere un mistero. In un piovoso pomeriggio di febbraio 1984 Philip Cannistraro raccontò a Brian Sullivan che forse le lettere di Benito Mussolini alla sua amante e confidente Margherita Sarfatti erano negli Stati Uniti. A rivelarglielo era stato l’anno precedente a Roma Renzo De Felice, il noto storico del fascismo italiano. (...) Seguendo gli indizi che ci fornì il professor De Felice, cominciammo le ricerche (...) Mentre eravamo alla ricerca delle lettere scomparse, scoprimmo Margherita Sarfatti. Come molte donne, Margherita era stata volutamente cancellata dalla storia. Mussolini non solo tentò di negarne il ruolo nella creazione del fascismo, ma dopo l’alleanza con Hitler non tollerò più che l’opinione pubblica fosse a conoscenza che una donna - un’ebrea - aveva contribuito quanto lui a costruire il regime fascista. Negli ultimi anni della dittatura ne fece una “non persona”. Lei, per salvar se stessa e la famiglia, si prestò al gioco. La conseguenza fu che ancora prima di morire, Margherita Sarfatti sparì nel nulla. A quei pochi che la ricordavano non sembrava altro che la protagonista della più lunga storia d’amore di Mussolini” (pp. 3-4). E nei “Ringraziamenti”, alla fine, gli Autori ancora precisano con chiarezza e forza: “Il professor Renzo De Felice, il maggior studioso del fascismo italiano, ci ha non solo suggerito l’argomento, ma ci ha ripetutamente dimostrato la sua simpatia e generosità fornendoci documenti, fonti e indicazioni preziose, e aprendoci, con la sua estesa rete di contatti, le porte degli archivi pubblici e privati. Il nostro debito nei suoi confronti è enorme” (p. 643). Nel 1993, De Felice - evidentemente molto segnato dall’incontro del 1961 - in una intervista con Stefano Folli (“La bella Margherita guardò Lucifero. Lì c’era scritto il destino di Benito”, “Il Corriere della Sera”, 1° febbraio 1993), ritorna ancora sul tema e fornisce ulteriori elementi relativi al “sogno” sarfattiano, del “rinato Sacro Romano Impero” (Gramsci), e della «riapparizione dell’impero sui colli fatali di Roma» (Mussolini, dal balcone di Palazzo Venezia, la sera del 9 maggio 1936):  “Di Mussolini non parlava quasi mai negli ultimi anni della sua vita... Mi disse: «Anche Augusto, dopo la morte di Livia, si avviò a diventare un Tiberio». Il significato autobiografico era evidente. Lei si identificava in Livia. Come dire: finché lui è rimasto con me, io sapevo tenerlo sulla retta via (...) Conservò sempre un particolare riserbo (...) Quando la conobbi era già molto vecchia. Non molto ieratica ma certo una bella donna. Consapevole del suo passato. (...) Le idee guida della sua vita si erano trasformate quasi in ossessioni. La principale era la romanità. Cioè il senso delle forme classiche come motivo dominante della civiltà artistica (...)".

MARGHERITA SARFATTI E "IL CULTO DEL LITTORIO". E non ultimo, sempre nel 1993, Emilio Gentile, allievo di De Felice, presso Laterza, pubblica “Il culto del littorio. La sacralizzazione della politica nell’Italia fascista”. In questo lavoro, e in particolare in tutto il capitolo intitolato “I templi della fede” (pp.197-228), l’attenzione al ruolo e al contributo di Margherita Sarfatti comincia a essere portata al livello dovuto e a dare i suoi frutti, ai fini di una nuova e più profonda comprensione di come e quanto, “fin dai primi anni del fascismo al potere” - come scrive Gentile (p. 240) -, la “euforia per la «nuova Era» sbrigliò” non solo “la fantasia monumentalistica degli architetti”, ma la fantasia degli uomini e delle donne della gran parte della società italiana e delle sue Istituzioni (e non solo laiche, ma anche religiose)!

STORIOGRAFIA. Nel 2003, nella scia del lavoro di Philip V. Cannistraro - Brian R. Sullivan e di Emilio Gentile, viene pubblicata la biografia di Simona Urso, “Margherita Sarfatti. Dal mito del Dux al mito americano” (Venezia, Marsilio, 2003): un lavoro fondamentale, per ripensare la figura di una protagonista della storia italiana e per ricominciare a riscrivere una più “felice” biografia sia di Mussolini sia del fascismo! Nel 2015, Rachele Ferrario,nella sua biografia “Margherita Sarfatti” (Mondadori, 2015), pur focalizzando maggiormente l’attenzione sull’aspetto di “regina dell’arte nell’Italia fascista”, riprende l’intervista di Stefano Folli e, così, continua e commenta:   “De Felice, che aveva colto la sensibilità di raffinato storico dell’arte della Sarfatti, vicino agli intellettuali europei - Focillon, Warburg, Le Corbusier -, era rimasto colpito dal racconto che Margherita aveva accompagnato con un gesto simbolico: «La ricordo benissimo nel vano della finestra aperta. Mi fece avvicinare e alzò un braccio esile, con un ditino lungo e un po’ arcuato. Per la precisione non indicò la luna, ma una stella. E con un tono concitato e allusivo sibilò: “Lucifero...”. Si riferiva, credo, alla stella del destino, che determina le azioni e la fine degli uomini» “(pp. 182-183).

MITO E STORIA: "LA STELLA DEL DESTINO" (1993). Delio Cantimori, nella prefazione al primo volume del lavoro di De Felice (“Mussolini il rivoluzionario 1883-1920”, Einaudi, Torino 1965), a solo quattro anni dall’incontro del suo allievo e amico con Margherita Sarfatti, già accennando alla “fine della carriera personale e individuale di Benito Mussolini” e all’ultimo volume di un’opera “così importante e di così ampio respiro” (p. XI), sottolinea la difficoltà del lavoro dello storico, richiama “la saga dei Nibelungi nella traduzione cinematografica di Fritz Lang, o, se si vuole, alcune pagine del vecchio Rovani”, e così prosegue: “[...] Nel giro della saga nibelungica Benito Mussolini era stato trascinato, durante gli ultimi anni della sua presenza sulla scena storica e politica, dal concatenarsi di eventi da lui in qualche modo presentiti [...] -Trascinato, in fin dei conti, e non sa da chi, né come: un uomo che cerca, - per usare un’immagine di De Felice, - e cammina seguendo una sua stella, - per usare un’immagine che fu attribuita a Mussolini -: la stella lo trae, - non si sa dove [...] ed osserviamo come ad un protagonista si addica non solo questo presentarsi quale uomo trascinato da questo o da quel «Fato» o «Destino», ma anche quel carattere generico e «classico» delle sue intuizioni politiche a lunga scadenza: propone e impone la direzione generale, e spesso vede o intravvede quel che c’è da fare in una situazione storica e in una data prospettiva, ma si lascia trainare dalla sua stella, non si occupa direttamente delle possibilità ed eventualità particolari” (p. XII).

PROBLEMA: "LUCIFERO!". Prima che a Stefano Folli, nell’intervista del 1993, del lungo incontro del 1961 con Margherita Sarfatti, a Philip V. Cannistraro (in un colloquio del 6 ottobre 1985) Renzo De Felice aveva già così raccontato: “[...] verso la fine della conversazione Margherita si alzò dalla sedia e andò alla finestra, che inquadrava la luna piena sullo sfondo del cielo scuro. Tornando verso il suo ospite, gli posò una mano ossuta sulla spalla. «Venga, venga, professore,» lo pregò. Quando con De Felice raggiunse la finestra, Margherita lentamente alzò il braccio sottile e con il dito lungo e ricurvo indicò la stella della sera ed esclamò: «Lucifero!»" (cfr. Philip V. Cannistraro - Brian R. Sullivan, op.cit., p. 639). Con il suo tono sibilante o esclamativo, cosa Margherita Sarfatti avesse voluto indicare o significare con la evocazione di “Lucifero”, a De Felice non fu chiaro né quella fatidica sera, né nel 1985, e né nel 1993. Con il voler credere che ella si volesse riferire “alla stella del destino”, egli continuò a ingannare solo se stesso e - come era già avvenuto - il suo stesso maestro, Delio Cantimori! E, paradossalmente, finì col ripetere - nei confronti di Margherita Sarfatti - lo stesso gioco del «duce»!

«VENGA, VENGA, PROFESSORE»: LA “LEZIONE” DELLA SARFATTI. Dal resoconto del racconto (a e) di Cannistraro, si percepisce in modo chiaro quale sia stato il tono del colloquio: “Si incontrarono nelle stanze di Margherita all’Hotel Ambasciatori in una sera tetra, gelida, e parlarono per ore. Margherita non si offrì di mostrare documenti al giovane studioso, né gli fornì rivelazioni. Gli aprì però uno squarcio sulla propria influenza sulla politica culturale del fascismo parlando a lungo del classicismo, che negli anni del regime era stato per lei uno dei capisaldi della critica d’arte. Per definire, inoltre, il proprio ruolo accanto a Mussolini e le cause della sua caduta citò un episodio della storia romana: «Anche Augusto, dopo la morte di Livia, si avviò a diventare un Tiberio...» (op.cit., p. 639). Per De Felice, l’intervista concessa da Margherita, contrariamente a quanto forse all’inizio avrà pensato, alla fine si è risolta in una sorprendente lezione e, al contempo, in un vero e proprio trauma! Per lo storico che nel 1961 aveva già tutto impostato e “da poco cominciato lo studio sistematico di Mussolini e del regime fascista”, la “provocazione” della Sarfatti fu inaccoglibile - insopportabile! Nel 1965, infatti, fin dall’inizio del capitolo primo (“Gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza”) del volume primo, con il titolo “Mussolini il rivoluzionario 1883-1920” (Einaudi, 1965), con una dichiarazione (carica di straordinaria “superficialità” e di “autoritario” sprezzo), nei confronti della Sarfatti e della sua biografia ( il “Dux” dell’edizione del 1932 alla 13 edizione - non del 1926, e senza alcun riferimento all’edizione inglese del 1925), così scrive (pp. 3-4): “I biografi di Mussolini, quelli che scrissero di lui dopo che egli era ormai divenuto il «duce» dell’Italia fascista, i Beltramelli [1923], le Sarfatti [1932], i De Begnac [1936], lo stesso Megaro [1947 (ed. inglese 1938)] - l’unico che per molti anni si sia posto di fronte alla figura di Mussolini non con l’animus dell’apologeta, ma neppure con quello del pamphlétaire, bensì con quello dello storico - hanno dato una grande importanza al fatto che egli sia nato e cresciuto in Romagna, alla sua «romagnolità»” (pp.3-4). Per De Felice, la reazione (o, meglio, la “negazione”) fu sì “naturale” (come se l’incontro non ci fosse mai stato, continuò “tranquillo” per la sua strada), ma noi, di "Lucifero!" - come della Romagna, di Mussolini, di Sarfatti, e dello stesso Fascismo - ovviamente, continuiamo a saper e a capire ancora ben poco!

L’ITALIA GIACOBINA, L’EFFETTO "LUCIFERO!" E “IL PREMIO NOBEL". All’incontro con Margherita Sarfatti, storica dell’arte, giornalista, scrittrice e intellettuale cosmopolita (e" ghostwriter del Duce", come hanno ben mostrato nel 1993 Cannistraro e Sullivan proprio sulle indicazioni di approfondimento dello stesso De Felice!), Renzo De Felice si era - per così dire! - preparato fin dall’inizio con il suo lavoro sul periodo della rivoluzione francese e dell’Italia giacobina, dalle tesi sulle "Correnti del pensiero politico nella prima repubblica romana" (1954), allo studio del "triennio giacobino in Italia (1796-1799)", alle ricerche "sugli illuminati e il misticismo rivoluzionario (1789-1800)", all’evangelismo giacobino e altri studi. Nel saggio sulla "Opinione pubblica, propaganda e giornalismo politico nel 1796-1799", De Felice così scrive: "Ai giacobini italiani - in gran parte intellettuali e per il lungo esulato avulsi dalla vita e dal processo economico nazionale - mancò, oltre all’adesione delle masse e alla capacità di procurarsele, soprattutto una vera autonomia politico-sociale dal resto della borghesia. la loro grande forza fu una forza del tutto spirituale, psicologico-morale: fu la fede nella Rivoluzione e nella sua forza di rigenerazione. Nella loro azione è, da questo punto di vista, riscontrabile un che di religioso che inizia veramente il Risorgimento e inizia Mazzini. La loro grande debolezza fu di rimanere egemonizzati dal gradualismo della borghesia italiana del tempo" (cfr.: "I giornali giacobini italiani", a c. di R. De Felice, Milano 1962, p. 50). Se è vero, come è vero, che alla fine del suo percorso, "da molto, tempo, andava palesando la sua insoddisfazione per l’interpretazione del fascismo che aveva dato fino ad allora", sicuramente - e contrariamente a quanto ipotizza Emilio Gentile (“Renzo De Felice. Lo storico e il personaggio”, Laterza, Bari 2003, p. 140) - "sarebbe tornato a studiare i «suoi» giacobini, come egli era solito ripetere con una certa civetteria", e avrebbe ripreso la sua strada in compagnia di Gramsci, proprio dal “Lucifero!” della Sarfatti (da tener presente: molto amica di Antonio Fogazzaro, convertita al cattolicesimo nel 1928), cioè, dal poeta dell’Inno a Satana, dal Carducci giacobino, a partire dalla nota sul racconto di Filippo Crispolti (giornalista, scrittore, e uomo politico, molto amico di Antonio Fogazzaro e cattolico favorevole alla collaborazione con il fascismo, in Parlamento fino agli ultimi anni della sua vita nel 1942 ): “Il premio Nobel. Filippo Crispolti ha raccontato in un numero del «Momento» del giugno 1928 (della prima quindicina) che quando nel 1906 si pensò in Svezia di conferire il premio Nobel a Giosuè Carducci, nacque il dubbio che un simile premio al cantore di Satana potesse suscitare scandalo tra i cattolici: chiesero informazioni al Crispolti che le dette per lettera e in un colloquio col ministro svedese a Roma, De Bildt. Le informazioni furono favorevoli. Così il premio Nobel al Carducci sarebbe stato dato da Filippo Crispolti” (“Quaderni del carcere”, Torino 1975, I, p. 79)! Nel capitolo dedicato al libro della Sarfatti, "Dux", nel loro lavoro, Cannistraro e Sullivan, con grande acume hanno colto il filo di questo nodo: "Già nel 1919, al momento della fondazione del primo fascio, Margherita aveva insistito sul valore ideologico e propagandistico che avrebbe avuto l’associazione del fascismo con Roma imperiale. Margherita vagheggiava un capo che imponesse alla civiltà moderna un nuovo genere di cultura, una cultura che poggiasse sulle virtù romane dell’ordine e della disciplina. La concezione che Margherita aveva di Roma non derivava tanto dallo studio approfondito dei classici, quanto dalla letteratura italiana del tardo Ottocento, in particolare dal poeta Giosue Carducci"; e, brillantemente, cercano di chiudere il cerchio: "Una quarantina d’anni dopo uno studioso italiano [Renzo De Felice], intervistando Margherita, rimase colpito nel constatare quanto fosse ancora malata di romanità"(op.cit., pp. 337-338). “Carducci giacobino”: "Decapitaro, Emmanuel Kant, Oddio,/ Massimiliano Robespierre, il re" ("Versaglia. Nel LXXIX anniversario della Repubblica Francese", sulla "Plebe" di Lodi, 2 novembre 1871). Un tema carico di (storia e) teoria, su cui ricollegandosi al lavoro già di Gramsci in dialogo con Croce, Edoardo Sanguineti (anch’egli poco prima di morire, nel 2007) ha cercato ("Cultura e realtà", Milano, 2010, pp. 111-122) di chiarire con la sua straordinaria e viva intelligenza il "nodo epocale filosofico e politico", proprio per neutralizzare l’“effetto Lucifero” e, finalmente, uscire dall’inferno! Coraggiosamente: ha cercato, ha lottato, ma non è riuscito a venir fuori dal labirinto. La questione è filologica, certamente - ma non è solo storica: è filosofica, teologica, e antropologica - e bisogna scavare ancora nella direzione indicata da Gramsci (e Marx, e Feuerbach, e Kant: a riguardo, cfr., in particolare, le note su "Heidegger, Kant, e la miseria della filosofia - oggi"). E proseguire nel lavoro di De Felice - e dello stesso Sanguineti. Ricominciando, ovviamente, da "capo" - da Kant e Gramsci, dalla critica dell’ideologia dell’uomo supremo e del superuomo di appendice! Federico La Sala

Margherita Sarfatti, la musa del Duce e del Fascismo. Di Gino Salvi 29 Aprile 2020 su storiaverita.org. Chi era Margherita Sarfatti (Venezia, 8 aprile 1880 – Cavallasca, 30 ottobre 1961)? Come mai la sua figura è così poco conosciuta dal grande pubblico? La risposta è che la Sarfatti è stata volutamente cancellata dalla storia. Nonostante che fosse stata non soltanto l’ama