Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

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WEB TV: TELE WEB ITALIA

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ANNO 2021

 

GLI STATISTI

 

PRIMA PARTE

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

  

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

   

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

GLI STATISTI

PRIMA PARTE

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ricordando Aldo Moro.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ricordando Andreotti.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gli amici di Craxi.

Fine Pena Mai. L’Accanimento giudiziario.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Donne e famiglia.

Politica ed affari.

Le Leggi ad Personam.

La Salute.

La Giustizia.

 

SECONDA PARTE

 

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Prima del Nazismo.

La lunga amicizia tra Hitler e Stalin.

Rosa Luxemburg, l’allieva di Marx.

Al tempo del Nazismo.

Dopo il Nazismo.

Prima del Fascismo.

Comunismo = Fascismo.

Margherita Sarfatti: la donna che creò Benito Mussolini.

Claretta Petacci: l’Hitleriana.

Achille Starace, il regista del fascismo.

Quel fascismo un po' liberale.

Al tempo del Fascismo.

Le cose buone.

Resistenza: la verità sui partigiani comunisti.

Dopo il Fascismo.

Gli eredi di Mussolini.

La Destra omosessuale.

La destra italiana? Parla al femminile.

La Questione Morale.

Antifascisti, siete anticomunisti?  

 

GLI STATISTI

PRIMA PARTE

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Ricordando Aldo Moro.

Generoso Picone per “il Mattino” il 9 dicembre 2021. «Mia figlia la bolscevica», la chiamava così, sorridendo con affetto paterno, asciutto e tenero come da tradizione ed educazione sarde. Perché l’unico cruccio che Francesco Cossiga aveva verso la sua Annamaria era rappresentato dall’abbigliamento, troppo informale e casual per i suoi gusti, tanto che quando le chiese di accompagnarlo da presidente della Repubblica a una manifestazione ufficiale la invitò a indossare un tailleur. 

«Figlia mia, sono persino disposto a comprartelo io», le disse con premura istituzionale.

Annamaria Cossiga è oggi un’accreditata analista delle questioni relative agli estremismi islamici, da anni si occupa di storia e cultura ebraica e in particolare del conflitto arabo-israelo-palestinese, come antropologa culturale ha insegnato presso varie Università e a lungo ha operato all’estero, soprattutto negli Usa e in Inghilterra. Racconta di aver messo piede al Quirinale soltanto una volta, il 3 luglio 1985, il giorno della cerimonia d’insediamento del padre, eletto al primo scrutinio con una maggioranza larga, 752 voti su 977 presenti in aula, il più giovane capo dello Stato a 57 anni succedendo a Sandro Pertini: «Una grande emozione, una bella festa, per lui una soddisfazione intensa. Io avevo 24 anni, immagini l’orgoglio. Lui scelse di non trasferirsi nel Palazzo e la sera tornava a casa in famiglia».

In famiglia di che cosa discutevate?

«In famiglia discutevamo di tutto, a pranzo si svolgevano dibattiti infiniti. Per me e per mio fratello Giuseppe rimaneva “ba’”, alla maniera sarda troncando la parola babbo. A casa ci siamo sempre confrontati apertamente. Anche quando eravamo più grandi, ricordo che lui scherzando chiamava me bolscevica e mio fratello Giuseppe il fascistone, per le sue simpatie di destra. Dopo sarebbe stato un deputato di Forza Italia e quindi avrebbe aderito a Fratelli d’Italia. Mia madre Giuseppa? No, di lei non parlo. Rispetto ancora oggi la sua assoluta riservatezza. Siamo stati educati in un’atmosfera di libertà e democrazia». 

Che ricordo conserva degli anni al Colle?

«Io dal 1987 mi trasferii negli Usa, per studio e lavoro, quindi andai in Inghilterra e tornai in Italia nel 1995. Ci incontravamo a casa quando era possibile e più volte all’estero durante i suoi viaggi. Veniva spesso a trovarmi a Londra e insieme andavamo in Irlanda, il luogo che lui amava per i piccoli villaggi sul mare e per quel ristorantino dalle parti di Dublino. C’era il telefono e mi chiamava spesso. Quando scoppiò la prima guerra del Golfo, nell’estate 1990, io mi trovavo a New York e mio padre mi cercò durante la notte, era molto preoccupato, non riusciva a trattenere l’agitazione. “Figlia mia, sei sicura di voler rimanere lì?”. La II Avenue dove io abitavo era deserta, l’atmosfera pesante e io non mi staccavo dalla Cnn. Lui comprese la mia situazione e allora organizzò l’operazione Biancaneve». 

Cioè?

«Mi disse di prendere l’aereo per Roma, qualcuno mi avrebbe accompagnato però io avrei dovuto far finta di niente. Sul volo mi accorsi della presenza di quattro persone che avevano buste di negozi di elettronica, quelli erano gli anni in cui tanti italiani andavano negli Usa ad acquistare oggetti che costavano meno. Io stetti al gioco e all’arrivo a Roma salutai i quattro. Anni dopo seppi che si era trattato appunto dell’operazione Biancaneve, del recupero della bimba in pericolo con il soccorso dei nani. L’aveva messa a punto lui, era il frutto della sua passione per i servizi segreti. Un’altra volta a New York da presidente mi invitò a raggiungerlo in albergo e io presi la metropolitana da sola. Non aveva avvertito della mia presenza l’ambasciatore il quale, vedendomi arrivare, si allarmò: “Ma come, nessuno mi ha detto niente?”. Del resto, un po’ di abitudine alle scorte l’avevo maturata». 

Durante il periodo del Cossiga con il k, i tempi al ministero degli Interni e alla presidenza del Consiglio, gli anni di piombo?

«A 16 anni è dura vivere con le scorte. Ogni giorno con una macchina diversa e seguendo itinerari mai uguali. In famiglia cercavamo di scherzarci su e sdrammatizzare, con la sventatezza dell’età giovanile. Ma io non potevo uscire il sabato perché a Roma c’erano le manifestazioni in strada, sempre sotto controllo: non era facile».

Il 9 maggio 1978, il giorno in cui venne ritrovato il cadavere di Aldo Moro, era a scuola?

«In classe. “Come mai non ti vengono a prendere?”, si interrogavano inquieti ed io ero in preda al panico. Mio padre fu sconvolto dall’assassinio di Moro, il suo maestro, il suo riferimento. Avevano un alto senso dello Stato e non riuscì mai a perdonarsi di non averlo potuto salvare, si svegliava di notte tormentato. Somatizzò il dolore, i capelli gli diventarono bianchi, la pelle fu macchiata dalla vitiligine».

Ne soffrì fino a farsene una malattia?

«Mio padre non ebbe timori ad ammetterlo. Fui lui a parlare dell’omino nero e dell’omino bianco, della ciclotimia. Per noi non era una tragedia di cui vergognarci: lo consideravamo un disturbo al pari di tanti altri. Comunque fu un dramma che cambiò la sua vita». 

Avrebbe contribuito a mutare anche l’atteggiamento da presidente della Repubblica? Divenne il picconatore.

«Ho vissuto indirettamente quella fase. Sapeva di avere una personalità ambivalente e ne aveva fatto una tecnica di combattimento politico. Certo, tutti noi ne rimanemmo stupiti. Era una persona molto severa e rigorosa. Gli telefonai da Londra domandandogli: “Ba’, che succede?”. E lui: “Nulla di preoccupante, Anna. Cerco di divertirmi e dico tutte le cose che penso, in libertà”. Appresi del suo discorso alle Camere dalla televisione a New York».

Negli Stati Uniti ne registrò l’eco?

«In fondo, era una faccenda italiana e negli Usa l’interesse per queste notizie era limitato. Lui continuò nelle esternazioni anche dopo il Quirinale, da senatore a vita. Io ero con lui e insieme al suo collaboratore, il prefetto Franco Mosino, gli dicevamo: “Non pensi di stare esagerando?”». 

Che cosa vi rispondeva?

«Con il suo sorriso: “Esagero? Beh, allora la smetto”. Ma dopo continuava esattamente come prima». 

Ha mai pensato che avesse un po’ di ragione?

«Considerato quel che è accaduto dopo, non so quanto si sia divertito, ha almeno saputo guardare lontano. Ma questo è il senno di poi».

Le carte che rivelano lo scandalo. Attentato alla Sinagoga di Roma, il governo sapeva ma non fece nulla – I DOCUMENTI SEGRETI. David Romoli su Il Riformista il 9 Dicembre 2021. Una serie di documenti sin qui ignota conferma le gravissime accuse mosse 15 anni fa da dall’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, sepolte allora sotto una lastra di silenzio generale. Il 3 ottobre 2008 Cossiga rilasciò una lunghissima intervista al quotidiano israeliano Yediot Aharonot, muovendo accuse che in qualsiasi Paese, e probabilmente anche in Italia se provenienti da altra fonte, avrebbero provocato un mezzo terremoto, pur se riferite a eventi già vecchi di quasi tre decenni.

Senza mezzi termini Cossiga accusò l’Italia di aver permesso al terrorismo palestinese di colpire obiettivi ebraici sul territorio italiano, all’interno del cosiddetto lodo Moro. “In cambio di una ‘mano libera’ in Italia, i palestinesi hanno assicurato la sicurezza del nostro Stato e [l’immunità] di obiettivi italiani al di fuori del Paese da attentati terroristici. Fintanto che tali obiettivi non collaborassero con il sionismo e con lo Stato d’Israele”. La clausola, affermava l’ex capo dello Stato, ex primo ministro, ex ministro degli Interni legatissimo ai servizi segreti, equivaleva a una sorta di licenza di uccidere gli ebrei, “fiancheggiatori dei sionisti”, nonostante il lodo Moro. La conclusione di Cossiga era perentoria: “Vi abbiamo venduto”. L’accusa dell’ex capo dello Stato fu completamente ignorata, come erano state lasciate cadere nel vuoto le sue rivelazioni dell’agosto precedente, che confermavano l’esistenza dell’ormai famoso patto segreto tra lo Stato italiano e le organizzazioni palestinesi. Accordo che a tutt’oggi resta un fantasma. Ufficialmente non è mai esistito. Del resto con Cossiga era stata adoperata, fortunatamente senza conseguenze letali, la stessa strategia usata con Aldo Moro nei 55 giorni della prigionia: farlo passare per pazzo e si sa che di quel che dicono i pazzi non ci se deve curare.

Cossiga non era pazzo e i documenti confermano che aveva ragione. Il principale attentato al quale l’ex presidente alludeva era quello contro la sinagoga di Roma del 9 ottobre 1982, nel quale fu ucciso Stefano Gaj Taché, di due anni, e furono ferite 37 persone. La possibilità di un attentato contro la sinagoga era stata segnalata dal Sisde più volte a partire dal 18 giugno 1982. Quel giorno il direttore del Sisde Emanuele De Francesco inviò un telex “riservato e urgente” a Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza e Sismi intitolato “Probabili attentati contro obiettivi israeliani o ebraici in Europa”. Il testo era sintetico e inequivocabile: “Fonte solitamente attendibile ha riferito che i palestinesi residenti in Europa avrebbero ricevuto l’ordine di prepararsi a compiere una serie di attentati contro obiettivi israeliani o ebraici europei”. L’Operazione “Pace in Galilea”, cioè l’attacco israeliano contro le postazioni palestinesi, diretto a sradicare le loro basi in Libano che sarebbe proseguito per mesi, era iniziata da 12 giorni.

Il 27 giugno il Sisde faceva partire un nuovo “Appunto riservato” secondo cui gruppi di studenti palestinesi “avrebbero in animo” attacchi contro obiettivi ebraici a Roma. In testa alla lista dei possibili obiettivi c’era appunto la Sinagoga. In un Appunto del 27 agosto 1982, si afferma chiaramente che l’offensiva terroristica è in fase di ripresa ma che “l’atteggiamento dei fedayn verso l’Italia potrebbe non rivelarsi ostile nel caso di un sollecito riconoscimento dell’O.L.P. e della causa del popolo palestinese”. Secondo l’appunto due organizzazioni interna all’Olp, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina di George Habbash e il Fronte Democratico Popolare per la Liberazione della Palestina di Hawatmeh, stavano facendo entrare clandestinamente in Europa i loro commando.

In tutto, dal 18 giugno al 9 ottobre, furono inviate 16 segnalazioni di possibili attentati in Italia, l’ultima il 2 ottobre, una settimana prima dell’attacco. In tre di queste era esplicitamente indicata la sinagoga come obiettivo. La più esplicita e precisa è del 25 settembre, spedita anche per conoscenza al ministero dell’Interno. Il Sisde affermava che una “fonte abitualmente attendibile” aveva segnalato la possibilità di attacchi del gruppo dissidente palestinese guidato da Abu Nidal “prima, durante o subito dopo lo Yom Kippur, che quest’anno cadrà il 27 settembre”. Anche dall’ambasciata israeliana, peraltro, era arrivato negli stessi mesi un avvertimento specifico: essendo troppo difficile colpire gli obiettivi israeliani, i palestinesi avevano deciso di prendere di mira gli ebrei. Il terrorismo avrebbe cioè colpito obiettivi ebraici, come appunto le sinagoghe, non israeliani o collegati a Israele.

Nonostante gli avvertimenti, la sinagoga non fu presidiata. Non solo non fu aumentata la sorveglianza ma il 9 ottobre non era presente neppure la macchina della polizia che solitamente stazionava lì in occasione di feste o cerimonie religiose. La sorveglianza sulla sinagoga e sul ghetto era stata predisposta solo dalle 19 della sera alle 7 della mattina seguente. Le stesse indagini, subito dopo l’attacco, non furono particolarmente stringenti e non portarono a niente. “Fui interrogato non al commissariato ma una specie di postazione mobile. Mi fecero qualche domanda generica e mi lasciarono andare”, racconta uno dei testimoni, Leonardo Piperno, che aveva visto arrivare due degli attentatori in moto ed è a tutt’oggi convinto, come anche l’allora giudice Rosario Priore, che non tutti i terroristi fossero palestinesi.

Il commando, secondo le ricostruzioni della polizia, era composto da 5 persone, 4 delle quali rimaste sconosciute. Il quinto attentatore, Abdel Osama al-Zomar, ex presidente dell’Associazione studenti palestinesi in Italia, fu arrestato un anno dopo al confine tra Turchia e Grecia, con un carico di 60 kg di tritolo. La sua ex compagna italiana, Anna Spedicato, disse che l’uomo le aveva confessato di essere l’organizzatore dell’attentato. L’Italia chiese l’estradizione fu immediatamente scarcerato dalla Grecia per evitare guai. È stato condannato in contumacia nel 1991. Le rivelazioni di Cossiga sul lodo Moro continuano a essere ignorate. Quel che successe davvero in Italia in quegli anni, strage di Bologna inclusa, non c’è alcun bisogno di chiarirlo… 

BREVE CRONACA DEL 1982

Nel 1982 l’Italia era governata per la prima volta da un governo non a guida democristiana. Il presidente del Consiglio era il capo del partito repubblicano Giovanni Spadolini che era succeduto a Ugo La Malfa, al vertice del partito, dopo la sua morte (nel 1979). Ministro dell’Interno era Virginio Rognoni, democristiano. Presidente della Repubblica il mitico Sandro Pertini. Fu l’anno della clamorosa vittoria dell’Italia ai mondiali di calcio in Spagna. Vittoria ottenuta battendo le squadre più forti del mondo: Argentina, Brasile, Germania.

Il 1982 è un anno ricco di avvenimenti. In Italia si apre in gennaio con la cattura del capo dell’ala più dura delle Brigate Rosse, Giovanni Senzani. Il colpo è clamoroso ma le Brigate Rosse continueranno la loro azione almeno per altri 4 anni. È anche l’anno di avvio dell’azione stragista della corrente corleonese della mafia, che uccide in aprile il leader comunista Pio La Torre e in settembre il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Nel 1982 scoppia e si conclude in tre mesi la guerra delle Falkland tra Argentina e Gran Bretagna. La sconfitta dell’Argentina determina la fine del regime fascista e golpista di Videla e l’avvio del superamento di tutte le dittature dell’America latina. A fine anno muore Breznev e l’impero sovietico diventa meno granitico. Tra i grandi film quelli di maggior successo sono E.T. e Blade Runner. David Romoli

L'inchiesta sull'attentato alla Sinagoga di Roma. Interrogazioni parlamentari di FdI e Pd sull’inchiesta del Riformista. Umberto De Giovannangeli su Il Riformista il 10 Dicembre 2021. Il tempo non cancella la vergogna. Le rivelazioni del nostro giornale sull’attentato terroristico alla Sinagoga di Roma, il 9 ottobre 1982, riportano l’attenzione su una pagina tragica della storia del nostro paese. «Emergono dettagli inquietanti nei documenti riportati da Il Riformista di oggi (ieri per chi legge, ndr) nell’articolo sull’attentato alla Sinagoga del 1982. Il Sisde segnalò il pericolo attentati eppure quella mattinata non c’erano forze dell’ordine a presidiare. È arrivato il momento di fare chiarezza», ha commentato su Twitter la presidente della comunità ebraica romana, Ruth Dureghello.

«Occorre fare la massima chiarezza sul troppo spesso dimenticato attentato del 1982 alla sinagoga di Roma, la più grande d’Europa. Lo si deve non solo alla memoria di Stefano Gaj Taché, che quel giorno fu ucciso all’età di 2 anni e ai quaranta feriti, tra cui diversi gravemente come il fratello Gadiel, ma anche alla sicurezza e al prestigio della nostra nazione. I colpevoli sono rimasti impuniti e ci sono ombre su troppi fatti di quel periodo. Quanto scritto dal Riformista non può essere lasciato cadere ma deve essere occasione per conoscere meglio i fatti, tanto più che il pericolo del terrorismo, nonostante il tanto tempo passato, è purtroppo molto attuale», ha dichiarato ieri il senatore di Fratelli d’Italia, Lucio Malan. Il deputato di FdI Federico Mollicone ha annunciato un’interrogazione alla ministra dell’Interno Lamorgese. Anche i dem Paolo Lattanzio ed Emanuele Fiano hanno fatto sapere che presenteranno un’interrogazione parlamentare. Tutti chiedono che sia fatta chiarezza su esecutori e mandanti di quell’attacco terroristico e anche sulle responsabilità del governo italiano che sapeva e non fece nulla per evitare quell’atto sanguinario.

«L’articolo de Il Riformista ha portato alla luce un quadro sconvolgente», «è mia intenzione portare questa questione all’attenzione del Copasir», ha scritto su Facebook il senatore di Iv e segretario del Copasir Ernesto Magorno. «Ricordando l’attentato al Tempio Maggiore in cui perse la vita il piccolo Stefano Gaj Taché, ricordando quelle ore convulse e drammatiche, ricordando la vergognosa campagna di odio che precedette l’attentato, sottraiamo questa terribile pagina del Novecento italiano da un oblio cui è stata troppo spesso condannata». Così si espresse la presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei), Noemi Di Segni, il 9 ottobre 2016, trentaquattro anni dopo la tentata strage.

Umberto De Giovannangeli. Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.

Attacco alla sinagoga, Fiano: “Grave e inquietante quanto rivelato dal Riformista, governo ci espose ai terroristi”. Umberto De Giovannangeli su Il Riformista l'11 Dicembre 2021. Il suo impegno politico nella lotta all’antisemitismo s’intreccia indissolubilmente con la storia personale e della sua famiglia. Emanuele Fiano, deputato del Partito democratico, già membro della segreteria nazionale Pd, è il terzo e ultimo figlio (dopo Enzo e Andrea) di Nedo Fiano (1925-2020), ebreo deportato ad ad Auschwitz e unico superstite di tutta la sua famiglia, e della moglie Rina Lattes. Nel gennaio 2021 ha pubblicato il libro Il profumo di mio padre, che racconta della sua vita di sopravvissuto della Shoah e del rapporto con il padre sopravvissuto ad Auschwitz. Tra il 1998 ed il 2001 è stato presidente della Comunità Ebraica milanese, dal 2001 al 2006 è stato invece consigliere dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Nel 2017 è stato promotore di un disegno di legge sull’apologia del fascismo. Dal 2005 è segretario nazionale di Sinistra per Israele, associazione politica, che insieme a Piero Fassino e Furio Colombo che la presiede, si propone di sviluppare la conoscenza delle posizioni della sinistra israeliana e contrastare i pregiudizi anti-israeliani, che ritiene albergare anche in una parte consistente della sinistra italiana. In questo modo ha promosso iniziative che riguardano la convivenza interculturale e il confronto, come iniziative per il dialogo tra israeliani e palestinesi.

Le rivelazioni de Il Riformista riattualizzano una vicenda tragica, l’attacco terroristico alla Sinagoga di Roma del 9 ottobre 1982, e riaccendono i riflettori sul “lodo Moro”, quello che lei ha definito il “lodo insanguinato”. Cosa racconta quel lodo?

Racconta la situazione del nostro paese in quegli anni. Quel lodo di cui parliamo è evidentemente un elemento di scambio determinato da chi governava l’Italia, da chi aveva la responsabilità sulla politica estera di questo paese. Un patto non scritto in maniera formale, che prevedeva che le attività terroristiche dei movimenti palestinesi non avrebbero investito l’Italia. Uno scambio che contemplava, contemporaneamente, un appoggio alla politica palestinese. L’Italia sarebbe stata considerata un terreno di passaggio per le forze palestinesi e di converso la politica estera italiana avrebbe tenuto un profilo assolutamente filopalestinese. Questo intendiamo con questo terribile lodo che fece sposare all’Italia una posizione inaccettabile.

In una intervista a questo giornale, Riccardo Pacifici, per anni presidente della Comunità ebraica di Roma, ha rivelato un episodio alquanto emblematico. Alla signora Daniela Gaj, la mamma del piccolo Stefano Taché, il bambino ucciso nell’attacco alla Sinagoga, che si batteva perché anche lui fosse ricordato nella Giornata dedicata alle vittime italiane del terrorismo, fu motivata così l’esclusione del figlio: «È un ebreo, mica un italiano». Cosa c’è dietro questa terrificante affermazione?

C’è una terribile concentrazione di odio che avvenne in quel periodo e il mancato superamento di stereotipi cari alla cultura antisemita sia di matrice cattolica che di matrice politica. Quelli sono gli anni della manifestazione sindacale, a cui partecipava anche la Cgil, che depositò davanti alla Sinagoga di Roma una bara. Quelli sono gli anni della guerra in Libano del 1982 con la strage nei campi palestinesi di Sabra e Chatila, non opera dei militari israeliani ma delle milizie cristiano-maronite. Quella tragica vicenda determinò in Italia una trasposizione dell’odio verso Israele, che era visto come il massacratore dei palestinesi, falsando la realtà storica di quel momento, verso gli ebrei italiani. Quella manifestazione testimonia tutto ciò. E dà conto anche di una sinistra italiana che, a parte alcune lodevoli eccezioni in cui mi colloco assieme ai miei maestri di quegli anni tra i quali Piero Fassino e Giorgio Napolitano, che Riccardo Pacifici cita nella bella intervista al Riformista, e anche altri come Valter Veltroni e Francesco Rutelli, in quell’inizio degli anni ’80 sulla vicenda mediorientale si era schierata unicamente da una parte e questo fu trasfuso in una parte della cultura corrente italiana. Quella risposta che cita Riccardo Pacifici fa gelare il sangue e testimonia di un periodo che però, va detto, fortunatamente è passato. La frase ricordata da Pacifici coglie un particolare dell’epoca quanto al pregiudizio antiebraico, ma è ancora più grave e inquietante quanto ha portato alla luce Il Riformista con le carte ritrovate nell’archivio di Stato.

Perché più grave?

Qui c’è una collusione di apparati dello Stato. Le segnalazioni dei telex che avete pubblicato dicono che ci potrebbero essere attentati a obiettivi israeliani in Italia ma anche a sinagoghe, nell’ambito di qualcosa che organismi dello Stato adesso dovranno scoprire, e nonostante queste segnalazioni, le forze dell’ordine non agiscono. Qui si va oltre l’antisemitismo. Qui c’è un calcolo, che va investigato, di relazioni internazionali.

Cosa può fare oggi la politica perché sia fatta piena luce su quella pagina oscura della storia italiana?

Il Partito democratico ha presentato subito una interrogazione parlamentare a firma mia e di Lattanzio. Io penso che sicuramente se ne debba occupare, in Parlamento, l’organo che si occupa del funzionamento dei servizi segreti di cui ho fatto parte anch’io per diversi anni, che è il Copasir. Questo organismo può chiedere, ne ha le prerogative, la desecretazione di altri atti, per scoperchiare quello che c’è sotto questa spaventosa costruzione che ha portato a quel morto di due anni e a quei 37 feriti. In più mi pare, come è stato scritto, non c’è solo la possibile omissione colposa o addirittura connivenza colposa con chi ha provocato quelle vittime. Bisogna anche capire il ruolo di Abdel Osama al-Zomar, il palestinese che fu arrestato un anno dopo la tentata strage, al confine tra Grecia e Turchia con un carico di 60 kg di tritolo. Come avete ricordato, l’Italia ne chiese l’estradizione ma il terrorista palestinese fu immediatamente scarcerato dalla Grecia forse per evitare ritorsioni. Al-Zomar che era stato arrestato, che era stato multato, che era stato segnalato, che era conosciuto. Bisogna capire se all’interno di quel lodo sanguinoso ci fossero delle collaborazioni con alcuni palestinesi. Questo lo può sapere solo chi può scavare dentro queste carte ulteriormente. Voglio ricordare un altro episodio di quegli anni…

Quale?

Sigonella. Gli assassini di Leon Klinghoffer, sull’Achille Lauro, furono lasciati andare dall’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi. Gli americani chiedevano che fossero trattenuti a Sigonella, ma Craxi decise di lasciarli ripartire all’interno di un accordo con l’Olp. Stiamo parlando di persone che avevano ucciso a sangue freddo, a colpi di mitragliatrice, un povero anziano ebreo in sedia a rotelle che aveva la sola colpa di essere ebreo. Quel clima va ricostruito tutto. Ma a parte il clima, noi vogliamo sapere chi fece cosa e perché.

Perché quella vicenda di oltre 39 anni fa è ancora attuale?

Perché la difesa della libertà e della democrazia per ognuno che emana dalla nostra Costituzione, non può soggiacere a nessun accordo internazionale, palese o nascosto. Non ci possono essere accordi internazionali con forze terroristiche, come potrebbe essere stato in questo caso. La storia italiana è piena di racconti di omissioni e di segnalazioni a cui non ha corrisposto un’azione delle forze dell’ordine, negli anni bui della nostra Repubblica. Ed è ancora attuale perché la trasparenza deve essere una necessità che oggi più che mai è contemporanea. Tutto questo è contemporaneo, secondo me. Continua ad appartenere al rapporto che deve esserci tra le forze di sicurezza che lavorano nel segreto di un paese, e le sue politiche palesi. Dopodiché c’è una storia dell’antisemitismo e anche dell’antisionismo in Italia che, devo dire, è sicuramente migliorata. Nell’intervista, Pacifici può citare, nel Pci di allora, solo Fassino, Napolitano e Occhetto, e ricorda le parole di Giorgio Napolitano – l’antisionismo come forma moderna dell’antisemitismo -. E Pacifici li cita come una eccezione, perché il Partito comunista italiano dalla Guerra dei sei giorni in poi si era schierato con il blocco sovietico, schierato in quegli anni con l’Egitto di Nasser e con la Siria. Da allora c’è stata una evoluzione assoluta. Basta vedere quando oggi ci sono delle manifestazioni di solidarietà con Israele, perché ci sono attentati o per altre cose del genere, nel ghetto di Roma. Ricordo l’ultimissima, Enrico Letta era stato appena eletto segretario del Pd, c’erano tutti i segretari politici dell’arco parlamentare. Questo senza togliere che io, come Enrico Letta o Piero Fassino, ci batteremo sempre per una soluzione del conflitto israelopalestinese fondata sul principio “due popoli, due Stati”. È cambiato il rapporto della sinistra italiana, per lo meno nella quale mi riconosco io, quella parlamentare, con quella vicenda. In quegli anni purtroppo non era ancora così. Non che questo c’entri con quegli attentatori, ma centra con quella storia che abbiamo raccontato. E con il lodo Moro.

Umberto De Giovannangeli. Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.

Al di là della retorica. Il peggiore di tutti gli antisemitismi. Iuri Maria Prado su Il Riformista il 14 Dicembre 2021. Un’aggressione di stampo razzista non è la stessa se avviene nel Paese che non ha mai conosciuto mozioni e normative discriminatorie o, invece, in quello che le ha viste stabilirsi. Non cambia il fatto puro di quella violenza: ma cambia il modo in cui essa ridonda a sfregio della civiltà che vi assiste. In un caso, è l’inedito scandaloso che oltraggia un ambiente civile vergine e attonito; nell’altro, è la riproposizione angosciante di una realtà che, riproponendosi, non può dirsi pregressa. In un caso è possibile dire: “Che questo non si ripeta”. Nell’altro, no: perché si è già ripetuto.

È con questo criterio che la riproposizione della violenza razzista dovrebbe essere considerata nei Paesi che già l’hanno conosciuta, prodotta, o perfino messa nella legge. Ed è quindi con questo criterio che la violenza antisemita dovrebbe essere considerata nel nostro Paese, che quella violenza ha coltivato e reso sistematica, ordinamentale e, letteralmente, nazionale.

L’inchiesta del Riformista sull’attentato antisemita del 1982, e sulle possibili aree oscure dei fatti e delle omissioni che l’hanno preceduto, o che addirittura hanno contribuito a prepararlo, non ha solo il pregio di un’importante opera di illuminazione: ma anche quello di rendere possibile una ricognizione morale sulla società abbastanza noncurante davanti all’oscenità di un attacco antisemita a poca distanza da dove, giusto qualche decennio addietro, furono scritte le leggi razziali, e proprio nei luoghi dove gli ebrei erano rastrellati. Di là dalla retorica corrente, trionfante in qualche commemorazione solitamente stracca o nelle denominazioni altisonanti di certe commissioni parlamentari, l’Italia ha un rapporto disturbato con ciò che è stata in quegli anni non troppo lontani. Deve essere considerato, perché rischia di sfuggire: molti, tra gli uomini e le donne che quel giorno appresero dell’attentato in cui fu ucciso un bambino ebreo, erano senzienti e consapevoli quando, pochi lustri prima, il loro Paese toglieva i diritti agli ebrei e li faceva infilare nei vagoni piombati.

Riconoscere che quell’attentato non è stato diffusamente risentito come un affronto intollerabile proprio perché avvenuto in quel medesimo Paese, e che questa mancanza denuncia il persistere di un gravissimo difetto di maturità civile, costituirebbe il primo passo. Ed è quello che renderebbe dovuto, e non procrastinabile, il secondo: la richiesta che si faccia chiarezza sulle inquietanti ipotesi di cui ha dato notizia questo giornale. Iuri Maria Prado

Il libro nero della Repubblica italiana. “Mario Mori finì nella gogna complottista perché indagò su mafia e appalti”, parla Giovanni Fasanella. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 11 Dicembre 2021. Incontriamo Giovanni Fasanella, tra i più noti speleologi delle cavità nascoste della storia italiana, all’indomani dell’uscita del suo Libro nero della Repubblica italiana, edito da Chiarelettere. Lo storico e giornalista lo firma insieme con Mario José Cereghino e ne anticipa per noi gli argomenti chiave.

Come nasce il “Libro nero della Repubblica italiana”?

È un unico contenitore per i quattro libri pubblicati da Chiarelettere nell’arco di un decennio, dal 2010 al 2020: Intrigo internazionale, Il golpe inglese, Il puzzle Moro e Le menti del Doppio Stato. Un lavoro basato su un metodo investigativo che interfaccia fonti diverse ma che, alla fine, sottopone le informazioni alla prova documentale attraverso la ricerca d’archivio e fa emergere i contesti in cui maturarono la strategia della tensione, il terrorismo di matrice politica e mafiosa. C’è un filo rosso che lega le varie fasi del “ventennio” di sangue che va dalla strage di Piazza Fontana del 1969 alle stragi del 1992-’93.

La desecretazione del 2014 ha permesso di scoprire carte significative per le sue inchieste?

In realtà, a mio avviso, la desecretazione del 2014 ha dato ben poche novità. Le poche cose interessanti emerse dai documenti declassificati sono quelle che confermano l’influenza del contesto mediterraneo, cioè la guerra segreta per il petrolio, sulle nostre vicende interne, anche quelle più sanguinose. Il resto è paccottiglia.

E gli archivi inglesi appena svelati?

Molto più interessanti. Dagli archivi inglesi e americani emergono prove inconfutabili sul nesso, quasi sempre negato, tra contesti politico-sociali interni e contesti geopolitici internazionali. Sin dalla nascita come Stato unitario, l’Italia non è mai stata un’entità staccata da tutto quello che c’era ai suoi confini.

Andreotti diceva: «Ogni paese ha i suoi vicini. A noi sono capitati i peggiori».

E aveva ragione. Voleva dire che, per trovare risposte ai cosiddetti “misteri”, bisognava approfondire i conflitti lungo i confini più caldi del Novecento: Est-Ovest (comunismo-anticomunismo) e Nord-Sud (guerra petrolifera). E l’Italia, per la sua posizione geografica, era proprio lungo quei confini, e al centro di quei conflitti.

Cosa scopriremo dai fondi britannici, in particolare?

C’è più storia italiana negli archivi britannici, americani e francesi di quanta ce ne sia nel nostro Paese. Per la semplice ragione che Gran Bretagna, Francia e Usa hanno avuto un ruolo enorme, con poteri di condizionamento, nelle varie fasi della nostra vicenda unitaria. Gli interrogativi riguardano piuttosto la nostra capacità di elaborazione delle esperienze traumatiche temporalmente più vicine a noi.

Non siamo disposti ad accettare il nesso profondo, inscindibile tra l’Italia e il quadro internazionale?

Ci sono molte sacche di resistenza di varia natura. Ma sono ottimista: qualcosa finalmente si muove. Le cosiddette “primavere arabe”, per esempio, hanno cambiato nella nostra opinione pubblica la percezione dell’importanza del contesto mediterraneo. E certe verità che emergono dagli archivi stranieri cominciano ad essere viste con meno diffidenza.

“Il Riformista” ha rivelato come il Sisde, nel 1982, avesse riferito dei preparativi dell’attentato alla Sinagoga di Roma, con una informativa rimasta lettera morta. Se ne è occupato?

Non ho elementi per esprimere un giudizio fondato. A occhio mi sembra poco credibile che il governo, non gli apparati, pur sapendo dei preparativi in corso, non avesse avvertito gli interessati e non impedito l’attentato. C’è stato un filtro, secondo i documenti pubblicati dal Riformista, è evidente: possiamo pensare che una filiera dei servizi italiani fosse interessata a creare un casus belli. Mi risulta, quanto al lodo Moro, che esisteva un accordo anche sul fronte israeliano.

C’è un segreto intangibile, tra i tanti?

C’è un “indicibile” dell’esperienza italiana. Indicibile, non invisibile. Ma per rispondere alla sua domanda, sa qual è il nostro “segreto” tuttora intangibile? È l’articolo 16 del Trattato di pace del 1946-’47, imposto dalle nazioni vincitrici della seconda guerra alla nazione sconfitta: quello che impone alle autorità italiane la garanzia dell’impunità per molti nostri cittadini che collaborarono con la causa alleata tra il 1940 e il 1947, cioè il periodo che va dall’anno dell’entrata in guerra dell’Italia a quello dell’entrata in vigore del Trattato. Tra gli altri, c’erano anche molti boss mafiosi ed ex republichini passati sotto altre bandiere e utilizzati nel dopoguerra in altre operazioni. Il testo del Trattato si può trovare negli archivi parlamentari e persino su internet. Ma provi a domandare in giro quanti lo conoscono. Eppure, se studiassimo la genesi e gli effetti di quel Trattato, capiremmo le ragioni di tanti depistaggi e deviazioni.

Su Enrico Mattei ha scritto che l’aereo venne manomesso, si è trattato di un omicidio. Perché nessuna Procura riapre il caso?

L’ultima indagine del magistrato Vincenzo Calia ha stabilito che si trattò di un sabotaggio, quindi di un attentato. Un gran risultato. Ma Calia ha dovuto ammettere, con grande onestà intellettuale, di non essere riuscito a trovare le prove per inchiodare esecutori e mandanti. In un recente dibattito con lui all’Università della Calabria mi sono permesso di integrare la sua ammissione aggiungendo che la ragione di quei buchi è che si è trovato contro un articolo di un Trattato di pace. Calia ha annuito. Veda, negli archivi internazionali, e in particolare in quelli britannici, c’è una documentazione sterminata sull’ostilità, per usare una parola leggera, di interessi stranieri nei confronti di Mattei. Ma la magistratura avrebbe potuto scrivere nel registro degli indagati, per esempio, premier e ministri dell’energia dei vari governi inglesi o francesi?

L’Italia ha vissuto ingerenze internazionali anche derivanti dalla condizione di paese sconfitto dalla guerra: come hanno inciso?

In modo profondo sul nostro sistema politico interno e sulla nostra politica estera, in particolare nell’area mediterranea. Avevamo vincoli internazionali molto rigidi e alcuni anche umilianti. Le nostre classi dirigenti del dopoguerra ne erano consapevoli. E tutte le volte che hanno tentato di aggirarli “furbescamente” o di superarli attraverso processi politici, sono sorti problemi molto seri, diciamo così. Forse Mussolini non avrebbe dovuto dichiarare guerra a mezzo mondo, sarebbe stato più saggio. Le classi dirigenti antifasciste hanno pagato per colpe di altri.

In quel ‘difetto di sovranità’ si può leggere in nuce la necessità adottiva, il confronto tra un fronte filo Usa e uno filo Urss che ha tenuto bloccata la democrazia italiana?

Senza alcun dubbio. Se l’Italia non avesse avuto un partito comunista con una forte componente filosovietica al proprio interno e una forte influenza sull’opinione pubblica italiana, se avessimo avuto una sinistra socialista, socialdemocratica o laburista egemone, gli Usa avrebbero favorito la nascita di un sistema democratico basato sull’alternanza alla guida del Paese tra uno schieramento conservatore e uno progressista. Ma questo vale per gli americani. Per francesi e inglesi, il “problema italiano” non era tanto il Pci, ma l’Italia: la sua posizione geografica nel cuore del Mediterraneo, e quindi la sua potenziale minaccia agli interessi petroliferi di Londra e Parigi.

Chi ha permesso alle Br di sequestrare e uccidere Aldo Moro?

A molti, in Italia e all’estero, faceva comodo che le Br esistessero, crescessero ed entro certi limiti potessero fare quello che avevano in mente di fare. Volevano sequestrare Moro, cioè lo stratega, per un lungo periodo, della politica interna ed estera dell’Italia, il “levantino” democristiano che voleva aggirare i vincoli internazionali? Prego, fate pure, ci aiutate a risolvere un problema.

Nelle sue ricostruzioni emerge qualche distrazione di troppo…

Settori degli apparati di sicurezza, della politica, dell’economia e dell’alta burocrazia dello Stato collegati con interessi stranieri “lasciarono fare”. Benché intercettato con largo anticipo dagli apparati di sicurezza italiana e da almeno sette intelligence di rango internazionale, come ha riferito il giudice Rosario Priore, non solo il sequestro non venne sventato, ma non si riuscì a trovare la prigione e a impedire che il leader democristiano fosse assassinato.

Mani Pulite è il momento in cui i magistrati, rottamando la politica, provarono a sostituirla. Si è indagato poco su quel periodo.

Penso che la storia di quel periodo debba essere ancora scritta. Ci sto lavorando con Mario Josè Cereghino e quello che sta emergendo dalle nostre ricerche conferma l’’idea di un attacco in grande stile alle classi dirigenti della Prima Repubblica e alle culture politiche popolari del Novecento. Sia chiaro, quel ceto politico offrì la testa al cappio perché fu incapace di autoriformare il sistema modellato durante la guerra fredda. Ma sul fatto che l’obiettivo della “rivoluzione” fosse la grande industria pubblica che nel secondo dopoguerra aveva contribuito a fare dell’Italia una delle potenze economiche mondiali, non c’è alcun dubbio. E non mi riferisco ai magistrati, che nella maggior parte dei casi facevano il loro mestiere, ma agli interessi interni e internazionali che misero il vento nelle vele di “Mani pulite”.

Otto anni fa aveva dichiarato, a proposito dell’insussistenza della Trattativa Stato-Mafia, che “Il generale Mori è stato neutralizzato perché indagava su Mafia-Appalti”. I fatti si sono incaricati di darle ragione. Perché certe teorie del complotto hanno così ampio successo?

Un ex direttore del Corriere della Sera propose alla Mondadori di pubblicare un libro sul punto di vista del generale Mori, criminalizzato dalla stampa per via delle inchieste in corso a Palermo, mentre il figlio di Vito Ciancimino furoreggiava con un suo volume in tutti i programmi di “approfondimento” televisivo. Chiesero a me e accettai subito: non solo perché ritenevo che fosse giusto concedere anche a Mori la possibilità di dire la sua, ma soprattutto perché ero curioso di conoscere la sua storia: la storia di un servitore dello Stato che per qualche misteriosa ragione era finito in un vero e proprio tritacarne. Avevo già delle idee che mi ero fatto all’inizio dei Novanta, quando ero cronista parlamentare e quirinalista di Panorama, negli anni delle stragi mafiose, della rivoluzione di Mani pulite e del crollo della Prima Repubblica. Poi avevo avuto modo di approfondirle attraverso le conversazioni con Giovanni Pellegrino, il giudice Rosario Priore e molti altri depositari di conoscenze sul “doppiofondo melmoso” della Prima Repubblica, come lo definì Luciano Violante. Cioè, l’apparato del potere occulto costruito in Italia nell’immediato dopoguerra dai servizi americani, inglesi e francesi, di cui la mafia e la Sicilia erano dei pilastri.

Fino a un certo tornante della storia…

Dopo la caduta del Muro, finita la guerra fredda, quell’apparato non si sentiva più protetto. E quando conobbi il generale Mori, leggendo le carte, ormai di dominio pubblico su “mafia e appalti”, raccolte dai suoi uomini per Giovanni Falcone, mi convinsi che quella zona grigia del potere doveva sentirsi minacciata dalle indagini dei Carabinieri. Non so dire se Mori e i suoi uomini ne fossero consapevoli sino in fondo, ma confrontando il loro lavoro con le informazioni che avevo pubblicato in libri precedenti o su Panorama, mi resi conto che con “mafia e appalti” probabilmente erano stati toccati fili sensibilissimi.

E perché le teorie complottiste trovano così largo successo?

Nascono e si affermano per i motivi più svariati. Per una scarsa conoscenza della storia, per esempio. Ma anche, il più delle volte, come reazione all’incapacità (impossibilità) della magistratura e della storiografia di fornire ricostruzioni attendibili e, per quanto è possibile, complete dei fatti, con la loro contestualizzazione e la loro interpretazione.

La magistratura potrebbe aiutare la ricerca storica nella ricostruzione delle verità nascoste, ad esempio rendendo consultabili tutti gli atti di inchiesta dopo la conclusione dell’ultimo grado di giudizio?

Certamente, le inchieste giunte all’ultimo grado del giudizio possono aiutare la ricostruzione storica. Ma sono solo una fonte, non la storia, che deve avvalersi invece di tutte le fonti disponibili. In Italia, purtroppo, spesso si tende a trasformare in storia definitiva addirittura un’indagine preliminare.

Aldo Torchiaro. Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.

Da "Libero quotidiano" il 10 dicembre 2021. Una lettera inedita scritta il 19 settembre 1962 da Aldo Moro ad Enrico Mattei, presidente di Eni, nella quale il segretario della Dc gli chiedeva di dimettersi dalla presidenza della società. Poco più di un mese dopo, il 27 ottobre 1962, il bireattore che portava Mattei da Catania a Milano esplose nel cielo sopra le campagne di Bascape' (Pavia). La lettera, affiorata dall'archivio storico dell'Eni di Castel Gandolfo, è lo scrittore Giovanni Giovannetti, che sta lavorando a un libro su Mattei, sul settimanale della diocesi di Pavia, Il Ticino. «Carissimo (...) Ho ancora meditato sulle cose che ci siamo detti nel nostro ultimo incontro e, naturalmente, sul peso del sacrificio che il partito ti chiede. A mente fredda e sulla base delle più compiute informazioni date fornitemi ho dovuto ancora concludere che è questa ancora la via migliore. Ogni decisione comporta certo uno svantaggio ed in esso, credimi, io metto in primissima linea il tuo disappunto, anzi il tuo evidente e comprensibile dispiacere. Lo noto e mi pesa molto. Ma, credi, nella situazione attuale non c'è di meglio da fare. La tua rinuncia contribuisce a consolidare una situazione assai fragile e spegne una polemica astiosa che ti avrebbe ancor più amareggiato, e con te le tue idee e le tue importanti iniziative. Sembra di perdere ed invece si garantisce e si consolida. Ho l'impressione che non si canterà vittoria. Aggiungi anche questa alle tue benemerenze; alla tua silenziosa fedeltà; al tuo servizio prezioso nell'interesse del paese. Grazie, caro Mattei, con i più affettuosi sentimenti. Aldo Moro».

Il sequestro Moro e quelle illusioni della memoria storica. Paolo Persichetti, ex membro dell’Unione dei Comunisti Combattenti (Br-Ucc), oggi storico e ricercatore, anticipa al Dubbio alcuni capitoli del suo prossimo saggio "La polizia della Storia". Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 27 novembre 2021. Vi ricordate il blitz della polizia nel paese di Gradoli durante i drammatici giorni del sequestro Moro? I blindati della celere, gli elicotteri, le unità cinofile, le perquisizioni “casa per casa”, “cantina per cantina”, gli sguardi attoniti degli abitanti del piccolo centro della Tuscia? Immagini vivide, impresse nella memoria anche di chi scrive. Peccato che quel blitz tanto spettacolare quanto inutile non sia mai avvenuto e le forze dell’ordine non siano mai entrate a Gradoli per cercare il covo dove era prigioniero il presidente della Dc. Una fake news come si dice oggi. Tutta la vicenda, poi era circondata da un fitto mistero; il nome di Gradoli emerge nella famosa seduta spiritica del 2 aprile 1978 tenuta da alcuni professori universitari tra cui Romano Prodi. Una boutade se non fosse che in via Gradoli a Roma ci fosse stata effettivamente una base delle Br che venne poi scoperta fortuitamente a causa di un guasto idraulico nell’appartamento. «La comune convinzione che ci fu una perquisizione di massa nasce dalle immagini di un film di Giuseppe Ferrara sul rapimento Moro, apparso nel 1986, ben otto anni dopo i fatti. Fu proprio Ferrara a mettere in scena la perquisizione di fantasia i cui frames sono fissati nelle menti di molti, persino in quella del presidente della Commissione stragi che ribadì con forza questa sua convinzione: “Ne è stata data notizia su tutte le televisioni, serbo ancora un ricordo preciso, si vedevano gli uomini con il mitra che entravamo e perquisivano un intero paese”». A raccontare con dovizia di particolari questa vera e propria “illusione di memoria” che ci ha colpiti tutti è Paolo Persichetti, ex membro dell’Unione dei Comunisti Combattenti (Br-Ucc), oggi storico e ricercatore che ha anticipato al Dubbio alcuni capitoli del suo prossimo lavoro “La polizia della Storia”, edito da Derive e Approdi. Un’opera complessa di ricostruzione degli eventi come probabilmente nessuno aveva fatto prima, che si scontra inevitabilmente con i miraggi della percezione che offuscano fatti lontani nel tempo, a volte avvolgendoli in una densa cortina di fumo, altre volte operando scambi, sostituzioni, inversioni. Lo storico rigoroso sa che i fatti non corrispondono alla memoria, e che attingere alle fonti seguendo una tesi da dimostrare a priori è uno degli errori più gravi che si possano commettere. Specialmente se la tesi è di natura politica. La narrazione complottista che da oltre quarant’anni avvelena i pozzi e accompagna il sequestro Moro (senza mai aver fornito una prova concreta), adombrando fantomatiche infiltrazioni e manipolazioni da parte di altrettanto fantomatici poteri occulti che avrebbero eterodiretto i brigatisti ha contribuito non poco a traviare la nostra memoria. Anche opere di scarso livello come i libri di Sergio Flamigni o pellicole fantasy come Piazza delle Cinque Lune di Renzo Martinelli (di cui Flamigni è stato consulente storico) pur nella loro inverosimiglianza hanno nutrito l’inconscio cospirazionista naqzionale. Che in Italia è una specie di disposizione permanente, un habitus per dirla con Pierre Bordieu. L’allucinazione collettiva del blitz della polizia nel paese di Gradoli è solo un esempio di quanto sia difficile mettere a fuoco gli eventi, anche per chi agisce in buona fede e non ha interessi diretti nella vicenda. Peccato che questi bias cognitivi tracimino nella letteratura ufficiale, nelle aule di giustizia e nelle Commissioni parlamentari facendo a loro modo la “Storia”. «Quando tra il 2014 e il 2015 ho iniziato il lavoro di ascolto delle fonti orali in parallelo alla raccolta dei documenti disponibili per la ricostruzione degli aspetti politici, logistici, e operativi del sequestro Moro ho scoperto che il memoriale Morucci e la ricostruzione effettuata in sede giudiziaria corrispondevano solo in parte a quanto realmente accaduto». Secondo Persichetti le stesse “verità giudiziarie” sottoscritte dai giudici che hanno redatto la sentenza del Moro quater sono piene di approssimazioni, di piccoli grandi errori. Ad esempio sempre secondo i giudici il primo trasbordo del prigioniero dalla Fiat 132 al furgone Fiat 850 sarebbe avvenuto in via Bitossi anziché piazza Madonna del Cenacolo, il che contrasta in modo flagrante con le testimonianze di tutti i membri del commando, da Valerio Morucci a Mario Moretti, a Prospero Gallinari. In realtà i brigatisti nella seconda parte della via di fuga utilizzano un altro mezzo ancora di cui non si sapeva l’esistenza: è la famosa Renault4 rossa dove poi verrà ritrovato il corpo di Moro in via Caetani che venne usata da due membri del commando che dovevano dare appoggio a un secondo trasbordo del prigioniero previsto nel quartiere di Valle Aurelia che alla fine non avvenne. Questa informazione è presente nelle carte del Moro quater ma inquirenti e giudici non l’hanno mai sfruttata probabilmente perché non hanno voluto dare credito al racconto della via di fuga fatto dai brigatisti. Se invece di sequestrare l’archivio di Persichetti per cercare reati alla cieca avessero riletto i documenti dei processi questi elementi sarebbero venuti alla luce. Si tratta di aspetti  secondari del sequestro che non toglie o aggiunge granché al quadro d’insieme, ma la distorsione della memoria si annida anche nei dettagli apparentemente insignificanti, alimentata poi dal mormorio, quello senz’altro in malafede, delle dietrologie. «Nella nostra ricerca ci siamo dovuti misurare costantemente con questa insidia, chi si confronta con la memoria sa che questa può giocare pericolosi tranelli. Per il ricercatore a volte è meglio confrontarsi con testimoni che hanno vuoti di memoria piuttosto che doversi misurare con le illusioni del passato, ricordi distorti e reinvenzioni che stravolgono i fatti».

Gli intrighi che impedirono ad Aldo Moro di diventare Presidente della Repubblica. Nel 1971 il democristiano era il nome forte per il Colle. Ma colpi bassi, tradimenti e pressioni finirono per favorire la destra e Giovanni Leone. Sulla scelta del Capo dello Stato si scrive la storia segreta della Repubblica: è stato così in passato, sarà così anche nel 2022. Come racconta un libro (e un podcast). Marco Damilano su L'Espresso il 17 Novembre 2021. I cavalli di razza della Dc: Amintore Fanfani e Aldo Moro. Nel 1971 Fanfani è il candidato ufficiale del partito per il Quirinale, ma viene azzoppato dai franchi tiratori. Al suo posto dovrebbe toccare a Moro, ma invece spunta Leone. Non ci sono regole, non c’è campagna elettorale, non c’è un programma da presentare e nessun pubblico criterio di valutazione. È un gran bazar, un suq, un mercato parallelo, una borsa nera. Una corsa di cavalli, ma del genere palio, dove conta molto più quello che avviene dietro la linea di partenza, in cui la gara comincia prima della rottura del canapo: i colpi bassi, le provocazioni, le eliminazioni. Per arrivare al traguardo servono tenuta nervosa, resistenza agli attacchi, disponibilità a ricevere gli appoggi più inaspettati, una rete di sostenitori che lavora per la candidatura. La virtù della discrezione, l’ostentazione del distacco, la scomparsa dalla scena al momento giusto. Nella Prima repubblica l’elezione presidenziale era una cerimonia sacrificale dominata da regole oscure (…). Alla fine del 1971 termina il mandato di Giuseppe Saragat e i grandi elettori tornano a riunirsi per eleggere il nuovo presidente della Repubblica. Dopo il laico tocca di nuovo a un democristiano. La Dc può contare sui due cavalli di razza: Amintore Fanfani e Aldo Moro. Tra le elezioni presidenziali è la più lunga, 23 votazioni, la più incerta: il presidente, Giovanni Leone, passò con appena 518 voti su 1008, il 51,4 per cento, la percentuale più bassa della storia. E la più inquinata da influenze esterne. Il primo che prova a inserirsi nella partita è Eugenio Cefis, uno dei personaggi più oscuri e discussi della storia repubblicana, presidente dell’Eni dopo il fondatore Enrico Mattei. Mattei era il finanziatore della corrente di Base, giocò la sua partita per l’elezione di Giovanni Gronchi nel 1955 e avrebbe voluto la sua rielezione nel 1962. Eugenio Cefis, il suo successore alla presidenza dell’Eni, dopo il misterioso incidente aereo di cui Mattei rimase vittima, si era già segretamente speso nel 1964. Di fronte all’impasse della candidatura di Giovanni Leone, Mariano Rumor, segretario della Dc, chiese un incontro diretto al capo dei comunisti Luigi Longo. Per il loro faccia a faccia, di cui mai si seppe nulla, scelsero un luogo riservato e sorprendente: l’abitazione di Cefis. L’incontro avvenne alle diciotto del 22 dicembre e finì in un nulla di fatto: che i leader della Dc e del Pci si incontrassero a casa sua, dice molto sull’influenza del Dottore, com’era stato soprannominato Cefis. Sette anni dopo, il Dottore vuole essere il grande elettore del presidente, e sostiene la candidatura di Fanfani che lo aveva voluto alla guida dell’Eni dopo Mattei. «Cefis è convinto che Fanfani sia l’uomo giusto per il Quirinale, il più adatto a guidare una Seconda repubblica», scrive Giampaolo Pansa in “Comprati e venduti”. «Una volta arrivato su quel Colle potrà tentare di porre rimedio alla disgregazione del sistema parlamentare e avrà certo la forza per richiamare la classe politica ai doveri di operosità e di efficienza da troppo tempo dimenticati. Cefis si dà un gran da fare. Incontra gente. Tenta di convincere, o di far convincere, quel pugno di grandi elettori bianchi che insistono nel rifiutare Fanfani. E forse mette in moto coloro che poi verranno chiamati “i parlamentari-squillo” della Montedison, per colmare i vuoti prodotti nel fronte fanfaniano dai franchi tiratori del partito di maggioranza». Non c’è niente da fare. La candidatura di Fanfani non decolla, anzi, tramonta. E salgono altri nomi. Uno è quello del capo socialista Pietro Nenni. Come andò, me lo racconta Rino Formica, al suo esordio da grande elettore come senatore del Psi: «Ci fu una riunione della direzione socialista alla Camera e si decise di lanciare Nenni. Ero preoccupato, temevo che la manovra potesse spaccare il Parlamento. La sera irruppe nelle nostre stanze una delegazione del Pci guidata da Giorgio Amendola e ci comunicò che i comunisti erano pronti a votare per il nostro capo. Cercammo allora di sondare altri gruppi politici, in tutte le direzioni. Io fui spedito a parlare con gli esponenti missini Ernesto De Marzio e Araldo di Crollalanza, erano entrambi di Bari, li conoscevo da tempo. Parlai prima con Di Marzio, capogruppo alla Camera, mi disse: niente da fare, ho già un accordo con Fanfani. Di Crollalanza lo incontrai di nascosto, in un corridoio laterale. Mi prese di sorpresa: “Ma io Nenni lo sto già votando”, mi rispose. Lo faceva in omaggio alla memoria di Mussolini che il 23 marzo 1945, un mese prima di essere fucilato, a Salò gli aveva affidato un compito: salvare il salvabile, organizzarsi, appoggiare i socialisti e Nenni». «Craxi e io», prosegue Formica, «eravamo gli autonomisti nenniani, una minoranza nel PSI. Prendemmo un ascensore e incontrammo Ugo La Malfa. Anche con lui parlammo di Nenni ma la sua risposta mi colpì, non ci fece neppure parlare, fu tranchant, feroce. “Siete fuori strada”, ci disse. “Dobbiamo votare un candidato Dc qualsiasi, basta che non sia Moro”, proseguì. “Il nostro compito storico è sbarrare a Moro la strada del Quirinale». Sette anni dopo, al momento del rapimento del presidente democristiano, La Malfa sarà così sconvolto da richiedere alla Camera la pena di morte per i terroristi. Ma nel 1971 è determinato a sbarrargli la strada per il Quirinale. Eppure Moro è il nome più forte, il più autorevole e prestigioso. L’unico democristiano che può ottenere i voti anche della sinistra. Già nel mese di ottobre è stato contattato dal vicesegretario del Pci Enrico Berlinguer, designato per succedere alla segreteria a Luigi Longo. Berlinguer non ritiene prudente un incontro diretto e spedisce dal leader democristiano il suo emissario, un uomo di fiducia, il deputato Luciano Barca. «Moro ringrazia Berlinguer di averlo scelto come interlocutore. Manifesta l’imbarazzo di dover dare risposte che possono sembrare dettate dalla necessità di trovare appoggi per la presidenza, ma poiché Berlinguer è stato netto nel chiarire che per ora l’argomento è fuori dal discorso, anch’egli ne prescinde», annota Barca sul suo diario. «Sul piano internazionale Berlinguer ha compiuto scelte importanti, dice Moro, ma occorre che l’abbandono della “scelta di campo” sia percepita chiaramente sia dagli americani che dalle forze moderate italiane». Il leader democristiano ha già cominciato a tessere la lunga tela che nelle sue intenzioni deve portare il Pci nel quadro delle alleanze occidentali dell’Italia. Quando cominciano le votazioni, Berlinguer torna a sondare la Dc. «Forlani insiste in un primo momento perché il Pci indichi una rosa di almeno tre nomi, ma Berlinguer è molto netto», scrive Barca. Spiega al segretario Arnaldo Forlani che l’unico democristiano per cui il Pci sarebbe disposto a votare è Moro. Forlani e il capogruppo alla Camera Giulio Andreotti promettono che in caso di fallimento di Fanfani si impegneranno a fare passare nella Dc la candidatura. E per dare prova di buona volontà i due capi democristiani concordano con i comunisti di lasciare aperta una porta di servizio a Montecitorio, per continuare a tenere i contatti senza essere visti da nessuno, neppure dai commessi. «Attraverso la scala di servizio arrivano a un certo momento, soprattutto da Andreotti, ampie rassicurazioni». Moro si avvicina in modo deciso verso una candidatura votata anche dai comunisti. È in quel preciso momento che torna in azione l’Ombra. L’uomo che ha affiancato Enrico De Nicola al momento della firma della Costituzione, che è stato accanto a Gronchi al Quirinale, che ha scritto il programma del governo Tambroni. L’Ombra è Francesco Cosentino. Ha un ruolo nelle elezioni presidenziali perché affianca silenziosamente il presidente della Camera Sandro Pertini da segretario generale di Montecitorio. Dieci anni dopo, in un appunto consegnato dal presidente della Corte costituzionale Leopoldo Elia a Tina Anselmi all’inizio della Commissione parlamentare di inchiesta sulla loggia P2, tra le piste di indagine si legge: «Influenza della massoneria sui deputati, contro la candidatura di Moro. Influenza sui deputati del Sud (Picella, segretario generale del Quirinale, e Cosentino)». Elia e Anselmi erano tra i pochi morotei, il piccolo gruppo nella Dc sempre considerato nemico della P2. Cosentino era nel 1971 tra gli uomini più vicini al capo della loggia massonica P2 Licio Gelli, il primo che Gelli incontrava alle otto del mattino nella hall dell’hotel Excelsior: «Che c’è di nuovo, Ciccio?» In quelle elezioni presidenziali Cosentino è l’oggetto di uno scambio pericoloso. Per lui si muove un altissimo magistrato, il procuratore generale di Roma Carmelo Spagnuolo che chiede un colloquio con Berlinguer. «Berlinguer ha ritenuto pericoloso accogliere la richiesta, ma anche abbastanza pericoloso respingerla del tutto e ha concordato che il colloquio avvenisse con Paolo Bufalini», testimonia Barca nei suoi appunti di quei giorni. «Paolo - che è ancora turbato e che per questo ha bisogno di sfogarsi con me - è andato e, dopo oscuri accenni alla gravità della situazione, si è sentito fare da Spagnuolo la più incredibile delle proposte: Moro non diverrà mai Presidente, ma un compromesso che tenga conto delle ragioni e delle esigenze del Pci è possibile». Ai comunisti il procuratore propone di votare per il presidente della Camera, il socialista Pertini, e assicura che su di lui arriveranno anche i voti della Dc e del Psi. Ma c’è una condizione. «Che nessuna obiezione sarà mossa alla nomina di Francesco Cosentino a segretario generale della presidenza della Repubblica accanto a Pertini». Pertini è ovviamente ignaro di tutto, la sua candidatura è solo un diversivo per distrarre il Pci da Moro. Nel 1971 la loggia massonica P2 Licio Gelli sta facendo proselitismo ai vertici delle istituzioni: tra i servizi segreti, nei partiti, tra i grand commis. Cosentino e Spagnuolo della P2 sono una specie di ufficio politico. Di Cosentino si arriverà a ipotizzare che sia stato il vero capo della P2, la mente raffinatissima che ha scritto materialmente il Piano di rinascita democratica sbandierato da Gelli negli anni successivi per riscrivere la Costituzione. Spagnuolo era per Gelli l’ideale presidente del Consiglio di un governo tecnico sopra i partiti. Insieme si muovono nel 1971, per bloccare l’ascesa di Moro. Berlinguer rifiuta l’offerta piduista, ma intuisce che la candidatura di Moro sarà bruciata, si stanno muovendo forze troppo potenti. Martedì 21 dicembre 1971, san Tommaso Apostolo, come annota scrupolosamente il notista della Stampa Vittorio Gorresio, quattro ambasciatori della Dc (in ordine alfabetico: Andreotti, Forlani, Spagnolli e Zaccagnini) bussano a casa del senatore a vita Giovanni Leone, malato di bronchite, la voce roca, qualche linea di febbre, per comunicargli che l’assemblea dei grandi elettori democristiani lo ha designato come candidato ufficiale alla presidenza della Repubblica a voto segreto. Poche ore prima i nomi di Leone e di Moro sono stati messi ai voti davanti ai grandi elettori della Dc. Berlinguer aspetta con Barca la fine dell’assemblea democristiana in piazza Montecitorio, nonostante il freddo. La notizia arriva da un cronista amico: c’era una grande maggioranza per Moro, ma Forlani e Andreotti hanno fatto cambiare idea al corpaccione. Leone ha prevalso per pochissimi voti: forse appena dodici, non si saprà mai perché le schede vengono bruciate subito. Berlinguer e Moro si incontreranno per la prima volta, a casa del consigliere Tullio Ancora, soltanto a giochi fatti, il 24 dicembre. Quel giorno Leone viene eletto sesto presidente della storia repubblicana, al ventitreesimo scrutinio, con appena il 51,4 per cento, la percentuale più bassa della storia, e 518 voti, soltanto quattordici in più del quorum necessario, con la destra di origine fascista determinante, il Movimento sociale di Giorgio Almirante. «Andreotti, Cosentino e Spagnuolo e la destra hanno vinto», annota Barca quella sera. Il Paese va a sinistra, il palazzo svolta a destra.

Anticipiamo un brano del libro di Marco Damilano “Il Presidente” (La Nave di Teseo), in uscita il 18 novembre. È in rete la serie podcast di Chora Media “Romanzo Quirinale”, in sei puntate, con le rivelazioni sulle trame più oscure e la voce di testimoni e protagonisti

Controritratto di Moro il bizantino. Marcello Veneziani, 9 maggio 2021 su marcelloveneziani.com. Il 9 maggio del 1978 fu ritrovato il corpo di Aldo Moro nel bagagliaio della Renault. In quel giorno tremendo anche l’Italia antidemocristiana che aveva quasi gioito per il rapimento di Moro, ammutolì sgomenta davanti a quel corpo senza vita. Non dirò dei misteri di via Fani e delle Brigate rosse né della dietrologia interna e internazionale sul suo assassinio, degna dei teoremi morotei. Moro fu la sfinge duttile e contorta della Dc, l’incarnazione di uno stile labirintico, una razza politica e una lingua assiro-politichese. Il suo volto pallido e assorto, le sue labbra improntate a una smorfia di lieve e rattenuto disgusto, i suoi occhi perduti nei cieli levantini della Magna Grecia, la sua mano molle, la sua andatura lenta e la sua mitica frezza bianca che con gli anni si era allargata. Ah, tu con quella frezza bianca, che stai combinando? Gli avrebbe detto una volta Padre Pio rimproverandogli l’apertura a sinistra, come già aveva fatto in una lettera il cardinale Siri. Su quelle parole del frate burbero e santo, nel collegio elettorale di Moro, la circoscrizione Bari-Foggia, puntò la sua campagna elettorale del’76, il sacerdote don Olindo Del Donno, prete dannunziano eletto deputato nel Msi, sospeso a divinis. Moro firmò una stagione politica e forse antropologica del nostro Paese. Fu il leader più autorevole della Dc, dopo la disfatta di Fanfani al referendum sul divorzio. Di indole moderata e conservatrice, di provenienza cattolico-fascista, Moro promosse la stagione degli “equilibri più avanzati” e delle “convergenze parallele”, come diceva nel suo linguaggio degno del barocco leccese, ricco di ossimori levantini e paradossi babilonesi che sfidavano la logica e la geometria. Fu l’epoca bizantina della Dc. Per certi versi Moro fu la versione politica di Paolo VI. Stratega più che statista, intellettuale di elevata cultura giuridico-filosofica, Moro fu il principe della Mediazione. I moderati non lo amavano per i cedimenti a sinistra, per i “patti conciliari”, come in un primo tempo fu chiamato il compromesso storico; ma anche per la sua politica estera ambigua, con le sue concessioni a Tito e a Gheddafi a danno degli italiani in Libia e nelle terre d’Istria e Dalmazia. Viceversa i progressisti lo stimavano ma ne diffidavano perché vedevano in lui il grande ammorbidente della sinistra. Un professore di latino e greco delle sue parti, ricordava che moros nelle zone griche del Salento vuol dire stolto. A Moro rimproverarono di aver corrotto il linguaggio politico, come gli rinfacciarono Pasolini e Sciascia, usando un lessico involuto ed esoterico, paludato e impenetrabile, una specie di latinorum che escludeva la comprensione delle masse; di aver corrotto la sinistra socialista e poi comunista, consociandola al potere, così neutralizzando la sua carica civile e vitale; e di aver giustificato la corruzione politica attraverso il memorabile discorso sull’affare Lockheed circa i costi inevitabili della politica, i finanziamenti illeciti e la non processabilità della Dc. Il potere democristiano subì un triplice processo: prima dagli intellettuali, a partire dal memorabile attacco di Pasolini alla Dc; poi dai brigatisti rossi, e infine dai magistrati. In principio fu il verbo, poi venne il mitra, infine Mani pulite. Si dimenticava però che, a fianco del compromesso storico tra Dc e Pci, stava marciando dalla metà degli anni Settanta un altro compromesso tra comunisti e capitalisti, che culminò nel Patto dei produttori (auspici Amendola, Agnelli e La Malfa) e che dette vita a quella saldatura tra sinistra e potere economico perdurata negli anni (che trovò ne La repubblica uno dei suoi capisaldi politico-editoriali). E se Moro fu il teorico del costo illecito della politica, la corruzione politica era pratica diffusa ormai da anni, in casa Dc e non solo. E la straordinaria congiuntura internazionale, la pressione combinata di Stati Uniti e Urss sul nostro paese, costringeva alle acrobazie per barcamenarsi; quelle in cui Moro eccelleva. I suoi estimatori dicevano che la sua strategia del compromesso storico, quella che lui chiamava la terza fase, era propedeutica a una democrazia bipolare dell’alternanza: prima legittimiamo il Pci, consociandolo gradualmente al governo, così gettiamo le basi per una democrazia compiuta fondata sull’alternanza. In realtà Moro si era posto un altro problema: come conservare il potere alla Dc davanti all’onda lunga della sinistra, le turbolenze della piazza, le lotte sindacali, il terrorismo e l’incalzare di una società laica e libertaria, emersa col divorzio. L’unico modo per sopravvivere era venire a patti con l’avversario, cercando di sterilizzare le spinte antagoniste e rivoluzionarie, ma anche di imbrigliare le tensioni sociali e frenare le tentazioni permissive; considerando il Pci grande forza popolare e morale, alleata in questa battaglia contro il laicismo e l’individualismo della società radicale. Per altri versi era la strategia del pugile che quando rischia di soccombere sotto i colpi dell’avversario lo cinge in un abbraccio. Moro non lasciò eredi: Andreotti proseguì la strategia consociativa ma al di fuori del disegno moroteo, pronto successivamente a varare un’alleanza di altro segno con il cosiddetto CAF, con Craxi; De Mita, anche lui come Moro, intellettuale della Magna Grecia dal linguaggio contorno, proseguì su altre vie il disegno politico bipolare, ma contrapposta a Craxi; e i morotei come il suo fidato Zaccagnini o il successore Martinazzoli, non avevano la sua statura politica. Così Moro si trovò nella solitudine mortale di un portabagagli, rigettato come un corpo estraneo, punito per la pretesa consociativa di narcotizzare i conflitti. L’onda di sangue del ‘900, in cui erano stati uccisi Umberto di Savoia e l’Italia umbertina, Mussolini e l’Italia fascista, travolse anche Moro e l’Italia morotea. MV, 9 maggio 2021

Marcello Veneziani. Giornalista, scrittore, filosofo. Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. Proviene da studi filosofici. Ha fondato e diretto riviste, ha scritto su vari quotidiani e settimanali. È stato commentatore della Rai. Si è occupato di filosofia politica scrivendo vari saggi tra i quali La rivoluzione conservatrice in Italia, Processo all’Occidente, Comunitari o liberal, Di Padre in figlio, Elogio della Tradizione, La cultura della destra e La sconfitta delle idee (editi da Laterza), I vinti, Rovesciare il 68, Dio, Patria e Famiglia, Dopo il declino (editi da Mondadori), Lettere agli italiani. È poi passato a temi esistenziali pubblicando saggi filosofici e letterari come Vita natural durante dedicato a Plotino e La sposa invisibile, e ancora con Mondadori Il segreto del viandante e Amor fati, Vivere non basta, Anima e corpo e Ritorno a sud. Ha poi pubblicato con Marsilio Lettera agli italiani (2015), Alla luce del mito (2016), Imperdonabili. Cento ritratti di autori sconvenienti (2017), Nostalgia degli dei (2019) e Dispera bene (2020). Inoltre Tramonti (Giubilei regnani, 2017) e Dante nostro padre con Vallecchi, 2020.

Sarah Buono per il "Fatto quotidiano" l'8 luglio 2021. Coincidenze, solo quello. Per Adriana Faranda, storica brigatista, non c' è nessun collegamento nell' aver condiviso con i Nar un covo di proprietà dei servizi segreti. L'ex terrorista, condannata per il sequestro e l'omicidio di Aldo Moro, è stata sentita come testimone assistita dalla Corte d' Assise bolognese nel nuovo processo sulla strage del 2 agosto 1980. Un processo che vede come principale imputato Paolo Bellini, ex di Avanguardia Nazionale, e che sta provando ad approfondire il ruolo dei mandanti e organizzatori dell'attentato, tra cui Licio Gelli e Federico Umberto d' Amato. A interessare i magistrati, il covo di via Gradoli 96, a Roma, usato dalle Br durante i giorni del sequestro Moro, nel 1978, e tre anni più tardi, nel 1981, dai Nar. Dall' inchiesta della Procura generale è emerso che gran parte degli appartamenti a quel civico erano gestiti da società o persone riconducibili ai servizi segreti. "Non ero a conoscenza che in via Gradoli ci fossero appartamenti riconducibili ai servizi segreti e non ho mai neanche avuto il sospetto che ci fossero contatti tra i brigatisti e i servizi". Faranda pagava le bollette a Domenico Catracchia, oggi imputato per false dichiarazioni ai pm. L'ex postina venne arrestata nel maggio 1979 in un appartamento insieme alla proprietaria Giuliana Conforto: figlia di Giorgio, spia del Kgb. Come ha ricordato il sostituto pg Umberto Palma, "Giorgio Conforto faceva anche il doppio gioco Usa e Italia". Sempre Palma ha ricordato all' ex brigatista che l'avvocato di Giuliana Conforto, Alfonso Cascone "era un agente del Viminale", confidente dell'Ufficio affari riservati di Federico D' Amato (uno degli organizzatori della strage secondo l'accusa). Una ulteriore particolarità, evidenziata ancora dai Pg, ma bollata da Faranda come coincidenza, è che lo stabile di via Massimi 91 a Roma, dove trovò rifugio nel '78 il brigatista Prospero Gallinari, ospitava "il cardinal Egidio Vagnozzi, che aveva contatti nei servizi e con Giorgio Di Nunzio", faccendiere oscuro legato a Licio Gelli.

Giustino De Vuono, il calabrese del caso Moro. Quello che non avete mai letto... Luciana De Luca su Il Quotidiano del Sud il 22 agosto 2021. La foto scattata subito dopo il sequestro Moro nella quale gli investigatori riconobbero (nei cerchi) il boss della ‘ndrangheta Antonio Nirta (a destra) e Giustino De Vuono (a sinistra). Riesce ancora a far parlare di sé Giustino De Vuono, “lo scotennato”, l’ex legionario di Scigliano in provincia di Cosenza, indicato addirittura come uno degli assassini di Aldo Moro. Eppure dovrebbe essere morto il lontano 13 novembre del 1994 nel carcere di Caserta, ma più di una persona mette in dubbio questa circostanza, anche se risulta sepolto nel cimitero della cittadina del Savuto, dov’è nato l’8 maggio del 1940. Non più di cinque mesi fa, infatti, alcuni carabinieri, se tali erano, provenienti da fuori regione, sarebbero stati visti attorno alla lapide di De Vuono e sono ancora tanti i giornalisti di tutta Italia, alla perenne ricerca di informazioni sul suo conto. Ciò significa che su Agostino si continua a lavorare e ad indagare ma nessuno sa se è realmente vivo o morto, chi lo sta cercando, quali segreti sul suo conto vanno ancora svelati e quali, invece, conviene custodire gelosamente. Giustino De Vuono, figlio di un barbiere molto severo e dai modi molto autoritari, si arruolò nella legione straniera che era ancora un ragazzo. “Suo padre lo picchiava sempre – ricordano ancora a Scigliano – e lui si rifugiava sui tetti delle case di Diano, la frazione dove abitava, per sfuggire alle percosse del genitore”. Giustino aveva anche due sorelle e lui, fin da piccolo, si fece sempre notare per le bravate che era capace di compiere. Sparì da Scigliano all’improvviso per ricomparire quattro anni dopo. Era cambiato, duro e spavaldo, e si divertiva molto a sbalordire i suoi compaesani con prove di forza che lasciavano tutti senza fiato. “Nella piazza del paese – ricordano – lanciava il rasoio da barba in aria e lo afferrava con i denti. Poi, invitava qualcuno tra i presenti a provare a farlo se ne era capace. Nel bar, invece, un giorno sfidò un ragazzo che si dava le arie da bullo. Lo fece sedere al tavolino e gli chiese di poggiarvi il braccio. Anche lui fece la stessa cosa. La prova a cui voleva sottoporre sé stesso e il malcapitato consisteva nel vedere chi avrebbe sopportato meglio il dolore che provocava una sigaretta accesa sulla carne viva. Mentre il suo avversario dopo pochi secondi tirava via il braccio, lui, con il sorriso sulle labbra, lasciava che la cicca si spegnesse da sola dopo avergli provocato una profonda ustione. Giustino era così. Aveva anche una mira eccezionale. Erano tanti in paese, cacciatori o professori amanti delle armi, che si univano a lui per il piacere di vederlo sparare. Un giorno, in campagna, con una carabina di precisione riuscì a colpire un cerino a venticinque metri. Era impossibile batterlo”. A Scigliano ricordano ancora il giorno in cui vennero a cercarlo degli uomini in elicottero che non parlavano in italiano, ma un’altra lingua, così raccontano gli anziani del paese. Per un periodo fece anche il barbiere al posto del padre e a qualche ragazzino a cui tagliava i capelli, dopo aver finito, gli faceva con il rasoio “na ntacca”, un piccolo taglio, vicino a una basetta. Lasciava la firma Giustino, qualunque attività svolgesse. Le madri di Scigliano raccomandavano ai propri figli di stargli alla larga, di non frequentarlo, ma molti ragazzi erano affascinati dalla sua figura e, quasi adoranti, lo seguivano ovunque andasse. E lui, consapevole del potere che esercitava su di loro, si esibiva nelle sue prodezze e accontentava ogni possibile richiesta. Qualcuno se lo portava a cavallo nella sua proprietà e ad altri consentiva di seguirlo in campagna mentre si esercitava nel tiro a bersaglio. Le ragazze, invece, seppur lo evitassero accuratamente, al suo passaggio sospiravano o lo spiavano dalle finestre attente a non farsi vedere. “Giustino era un gran bel ragazzo – racconta uno dei suoi tanti amici di allora -. Aveva un fisico che sembrava un armadio. Per me e per tanti altri era una gran brava persona. A Scigliano non ha mai fatto del male a nessuno. Certo, mia madre mi diceva sempre di stare attento e una volta mi fece uno scherzo che mi impressionò molto. Eravamo seduti su uno scalino e a un certo punto mi poggiò sul fianco qualcosa di duro. Io pensai che si trattasse della pistola e stavo per svenire. Quando si rese conto del mio pallore, iniziò a ridere e togliendo da dentro il giubbotto una chiave mi disse: “E una chiave riesce a procurarti così tanta paura?”. Poi, qualche tempo dopo, dato che aveva una macchina, una due posti, che non andava molto bene e voleva comprarne una nuova, fece la rapina all’ufficio postale di Motta S. Lucia e lo arrestarono. Anche in quel caso fu la sua abilità con le armi a farlo identificare immediatamente. Sparò un colpo verso un impiegato e il proiettile gli bruciò soltanto la basetta, non lo colpì. Quando i carabinieri videro quel capolavoro di tiro, non ebbero dubbi: era stato Giustino a fare la rapina e andarono a prenderlo. Allora fu condannato a sette anni di carcere. Nel 1974 io ero militare e lui era ricoverato all’ospedale di Cosenza perché aveva problemi di ulcera. Durante una licenza andai a trovarlo e quando mi vide la prima cosa che mi disse fu: “Ma non ti vergogni di indossare questa divisa?”. Lui era fatto così ma io non posso parlare male di lui perché con me e con tanti altri del paese, si è sempre comportato bene”. Di Giustino De Vuono a Scigliano si parla ancora a bassa voce, ma dai racconti traspare ancora affetto e ammirazione nonostante la sua imponente storia criminale. Quando tornava dal carcere, tante donne di Diano preparavano i dolci per lui e lo accoglievano come si fa con un parente stretto che non si vede da molto tempo, così come erano in tanti a inviargli nei vari istituti penitenziari, pacchi con capocolli, salsicce e soppressate fatte in casa. Il suo paese non lo ha mai rinnegato, in quanto membro della comunità, lo ha sempre protetto e accolto con affetto. Giustino ha sempre avuto con sua madre un rapporto di profondo affetto. Era una donna molto dolce e riservata. Quando lei fu ricoverata in ospedale, lui si travestì da suora e andò a trovarla. Molte altre volte l’ex legionario ritornò in gran segreto nella sua Scigliano e utilizzò vari travestimenti per passare inosservato. Pare che di notte poi, si nascondesse in una casupola di pietra che si trovava in aperta campagna, ma è difficile comprendere quanto ci sia di vero e quanto, invece, è frutto della fantasia popolare. Giustino De Vuono a un certo punto svanì nel nulla. La sua storia criminale iniziò dopo essere scappato dalla Legione straniera dove aveva imparato abilmente a colpire i suoi nemici al cuore sparando i colpi a raggiera. Quando tornò in Italia, intorno agli anni ’70, era abbastanza preparato per diventare un killer di professione. E dopo qualche rapina locale, decise di fare il salto di qualità avvicinandosi alla ‘ndrangheta e agli ambienti del terrorismo, sempre alla ricerca di veri professionisti del crimine. Nel 1975 partecipò al sequestro del giovane ingegnere Carlo Saronio ricercatore presso l’Istituto Mario Negri di Milano e figlio del chimico e imprenditore Piero Saronio, con il Fronte armato rivoluzionario comunista per finanziare il gruppo terrorista. Era Giustino a mantenere i rapporti con la famiglia e a farsi dare una parte del riscatto nonostante l’ostaggio morì lo stesso giorno del rapimento a causa di una dose eccessiva di cloroformio usata per stordire l’ingegnere. Qualche mese dopo fu arrestato e portato nel carcere di Mantova dal quale riuscì a fuggire nel 1977. L’anno dopo, e precisamente il 16 marzo del 1978, giorno del rapimento di Aldo Moro, Giustino venne identificato in una foto scattata in via Fani subito dopo l’agguato in cui vennero uccisi i cinque uomini della scorta del presidente della Democrazia cristiana, insieme a una persona molto somigliante al boss della ‘ndrangheta Antonio Nirta di San Luca, nipote di Antonio, detto “Due nasi”. Un particolare di non poco conto: da sette armi diverse furono esplosi 91 colpi e da una soltanto 49 che andarono tutti a segno. De Vuono fu riconosciuto anche da due testimoni come lo spazzino che usciva dal covo di via Gradoli 96, dove fu tenuto in ostaggio Moro. Nello stesso giorno del rapimento delle Br in un comunicato del ministero dell’Interno si fece per la prima volta il nome di Giustino De Vuono definito un elemento estremamente pericoloso. Secondo gli inquirenti fu lui a sparare i 49 colpi che uccisero tutti gli uomini della scorta di Moro, ma è grazie alla testimonianza del brigatista-collaboratore Patrizio Peci e a un rapporto del Sismi, se De Vuono esce fuori dall’inchiesta. Secondo i servizi segreti italiani in quel periodo l’uomo si trovava all’estero tra il Paraguay e il Brasile e quindi non poteva che essere estraneo ai fatti che gli venivano contestati. Eppure ci fu un altro testimone che riconobbe De Vuono a bordo di una Renault 4 rossa insieme a una donna in via Caetani la mattina in cui fu ritrovato il corpo senza vita di Aldo Moro, e sul corpo del presidente della Dc, vicino al cuore, c’erano i famosi colpi sparati a raggiera che era la firma di tutti i suoi omicidi dell’ex legionario. Tutte coincidenze? Nel 1981 Giustino fu arrestato a Lucerna con documenti falsi e il 6 aprile del 1982 venne estradato in Italia, ma una volta consegnato alle autorità giudiziarie, fu inspiegabilmente lasciato andare. L’ex legionario di Scigliano sarebbe morto per cause naturali a Carinola, in provincia di Caserta, nel carcere in cui De Vuono passò gli ultimi anni della sua vita, una vita piena di misteri che neanche le commissioni parlamentari e le valide inchieste giornalistiche, sono riuscite ancora a svelare. A Scigliano nessuno si sente di affermare con certezza che Giustino sia realmente morto e continua a vivere attraverso i racconti fantastici di chi lo ha conosciuto e lo dipinge ancora coraggioso come nessun altro e l’unico capace di colpire un cerino a 25 metri di distanza.

Il caso dopo 43 anni. Caso Moro, mistero senza fine: dopo 43 anni nuova inchiesta a Roma. Frank Cimini su Il Riformista il 14 Giugno 2021. C’è una nuova inchiesta sul caso Moro coordinata dalla procura di Roma in cui si ipotizzano i reati di associazione sovversiva finalizzata al terrorismo e favoreggiamento di latitanti, dove tutto ruota intorno alla divulgazione di materiale riservato acquisito e/o elaborato dalla commissione parlamentare di inchiesta. L’altro ieri mattina è stato perquisito con sequestro di pc e cellulare Paolo Persichetti, condannato come militante delle Br dopo essere stato estradato dalla Francia, autore di libri cult sulla lotta armata come Il nemico inconfessabile insieme a Oreste Scalzone e Dalle fabbriche alla campagna di primavera con Marco Clementi e Elisa Santalena. L’inchiesta intende accertare in che modo Persichetti è entrato in possesso del materiale riservato proveniente dalla commissione parlamentare che in questa legislatura non è stata ricostituita ma continua a pendere come una spada di Damocle sulla vita del paese in relazione a fatti di oltre 40 anni fa, proponendo tesi dietrologiche e complottarde sposate dai pm. Il decreto di perquisizione emesso nell’ambito dell’indagine rubricata col numero 20086/21 recale le firme del pm Eugenio Albamonte, lo stesso che aveva chiesto e ottenuto dal gip di prendere il DNA dei condannati per via Fani e di altre persone a 43 anni dai fatti, e anche del capo della procura Michele Prestipino. Prestipino può essere considerato una sorta di procuratore abusivo perché sia il Tar sia il Consiglio di stato hanno annullato la sua nomina ritenendola irregolare. Prestipino ha presentato ricorso straordinario in Cassazione lamentando invasione di campo da parte della giustizia amministrativa ai danni del Csm. Insomma siamo al surreale. La decisione della perquisizione nasce dalla lettura di una informativa redatta dalla Digos il 9 febbraio scorso di cui non si conosce il contenuto. La difesa di Persichetti ha presentato ricorso al Riesame anche per poter prendere visione delle carte. La sensazione è proprio quella della procura romana pronta a proseguire l’opera della fu commissione parlamentare. E con lo sguardo rivolto alla vicenda dei nove nonnini di Parigi di cui l’Italia ha chiesto l’estradizione. Il tentativo è quello di far sapere ai cugini d’Oltralpe che l’argomento “terrorismo” in Italia è ancora “caldo” al punto che si continua a indagare. Il materiale “riservato” della commissione è la scusa per tenere sotto scacco chiunque avversi ricostruzioni dietrologiche nonostante queste non abbiano trovato riscontro in tonnellate di atti processuali dove persino dissociati e pentiti sostengono che dietro le Br c’erano solo le Br. Purtroppo in testa alla lista di chi chiede che si trovi “la verità” c’è il Capo dello Stato che è anche presidente del Csm e avrebbe in quella veste temi più attuali di cui occuparsi. “Ungheria”, nel senso di Piero Amara e non di improbabili archivi dell’Est da aprire, in realtà da tempo finiti in mano all’Ovest. E ci fosse stato un nesso con le Br sarebbe finito da tempo immemore in titoli a nove colonne. Frank Cimini

Non c'è reato ma c'è chi si ostina a cercarlo. Delitto Moro, l’archivio Persichetti ancora sotto sequestro. Frank Cimini su Il Riformista il 9 Novembre 2021. Approda domani in Cassazione la patata bollente dell’inchiesta senza reato sull’archivio di Paolo Persichetti che resta sotto sequestro nonostante il Riesame abbia azzerato le accuse di associazione sovversiva e favoreggiamento di latitanti suggerendo quella di violazione del segreto politico e il gip abbia scritto che manca un capo di incolpazione minimamente delineato. Nessuno però si vuole prendere la responsabilità di dissequestrare l’archivio “sigillato” l’8 giugno scorso. Il gip che pure aveva messo nero su bianco ricordando alla procura che la giustizia non ha tempo da perdere né soldi da buttare decideva di non decidere sull’istanza di dissequestro presentata dall’avvocato Francesco Romeo probabilmente anche perché si avvicinava l’udienza in Cassazione. Insomma continua una sorta di caccia al reato nell’ambito dell’ennesimo filone di inchiesta sull’affare Moro. L’indagine romana coordinata dal pm Eugenio Albamonte di Magistratura Democratica è figlia di un’inchiesta nata a Milano su presunti “fiancheggiatori” della latitanza di Cesare Battisti. La Digos del capoluogo lombardo firmava una relazione in cui chiedeva alla procura di perquisire Persichetti. Il procuratore aggiunto Alberto Nobili non certo l’ultimo arrivato in materia di indagini non solo non aderiva alla richiesta della polizia ma chiedeva e otteneva l’archiviazione. Dopodiché scendeva in capo la procura di Roma in relazione alla diffusione da parte di Persichetti di bozze di relazioni della commissione parlamentare di inchiesta sul caso Moro e su contatti con Alvaro Lojacono Baragiola condannato per via Fani ma mai estradato in quanto cittadino svizzero. Ammesso e non concesso che quelle carte della commissione potessero essere considerate segrete va sottolineato lo strano comportamento della procura di Roma che accusa da un lato Persichetti di avere diffuso informazioni riservate ma dall’altro lato ha sempre ignorato le ripetute fughe di notizie che hanno caratterizzato l’attività della commissione parlamentare presieduta da Giuseppe Fioroni. Lo stesso Fioroni che è stato sentito come testimone nell’indagine su Persichetti. C’è un gioco di complicità tra la commissione che non c’è più perché non rinnovata in questa legislatura e la procura di Roma che ne continua l’attività a caccia di misteri inesistenti nell’affare Moro. Sono almeno cinque le fughe di notizie relative a carte della commissione sulle quali la procura si è ben guardata dall’indagare a cominciare dalla deposizione del boss Raffaele Cutolo. Dopo quattro cambi del capo di imputazione spetta alla Cassazione la scelta: o dissequestrare l’archivio azzerando tutto oppure ritenere valido il reato di violazione del segreto politico per far proseguire un’indagine più che zoppa. In realtà il problema è politico. Quello della ricerca storica indipendente dai poteri. Il lavoro di Persichetti dà fastidio perché facente parte dell’attività di un intraneo al tentativo di rivoluzione fallita. Il messaggio è che gli sconfitti non hanno diritto di ricostruire la storia. Paradossalmente però nel caso specifico sono i contenuti della commissione e della procura a essere in contrasto con la verità emersa da ben sei processi: dietro le Br c’erano solo le Br. Ma per ragioni di propaganda non ne vogliono prendere atto e indagano senza neanche riuscire a trovare un reato. Frank Cimini

Archivio Persichetti, la Cassazione si inventa un nuovo reato. Frank Cimini su Il Riformista il 12 Novembre 2021. Con un’ennesima modifica dell’ipotesi di reato, la Cassazione ha confermato il sequestro dell’archivio di Paolo Persichetti. “Rivelazione di notizie riservate” è la nuova accusa che ricade sotto la disciplina del segreto di Stato. Forse tra un mese più o meno in sede di motivazione la Suprema Corte avrà la bontà di spiegare come fa a essere coperta dal segreto di Stato la bozza di una relazione della commissione parlamentare di inchiesta sul caso Moro destinata a essere pubblicata. La procura generale in udienza aveva chiesto il rigetto del ricorso contro il sequestro ritenendo in “re ipsa” la dimostrazione del reato, aggiornandosi, diciamo così, dopo che un gip aveva negato l’incidente probatorio dicendo che mancava un capo di imputazione minimamente delineato e aggiungendo che la giustizia non ha tempo da perdere ne’ soldi da buttare. “Re ipsa” per la procura e per la procura generale evidentemente significa che in materia di terrorismo e soprattutto di Moro non c’è bisogno di indicare reati né tantomeno prove. In udienza il difensore Francesco Romeo spiegava che l’unica figura titolata per legge ad apporre il segreto di Stato è il Presidente del Consiglio e che non esiste alcuna fonte giuridica che apparenti il presidente di una commissione parlamentare alle funzioni proprie del capo del Governo. Neanche quando il presidente della commissione Giuseppe Fioroni viene sentito dalla procura come testimone a carico di Persichetti in un’indagine dove a un certo punto venivano contestate l’associazione sovversiva e il favoreggiamento di latitanti, poi annullate già in sede di Riesame. Inoltre le bozze di relazione non sono assimilabili a documenti giudiziari non possono essere soggette a una classificazione. La richiesta di riservatezza aveva un semplice valore funzionale legato a mere ragioni di opportunità. Non c’era e non c’è omogeneità con quello su cui si può apporre il segreto di Stato. La storia del garage amico di cui avrebbero beneficiato i brigatisti dopo l’azione di via Fani è oggetto di discussione da decenni. Una fake news che diventa segreto di stato in una vicenda sempre più intricata.

Il prossimo 17 dicembre sarà il gip a decidere sul dissequestro. Ma nel caso in cui dovesse dare ragione alla difesa la procura potrebbe risequestrare tutto in omaggio al nuovo reato battezzato dalla Cassazione. Il problema è politico. Su Moro si vuole indagare all’infinito a caccia di misteri inesistenti e di complici non ancora individuati. Il tutto serve per esempio come supporto alle richieste di estradizione inviate in Francia per dimostrare che il terrorismo è materia ancora attuale. Nell’aria poi circolano indicazioni più che autorevoli. Anche dal colle più alto arrivano ogni 16 marzo e 9 maggio inviti a cercare la verità. Come se 6 processi non avessero già detto che di misteri sulle Br e su Moro non ce ne sono. Frank Cimini

Persichetti, i pm non mollano: contestato reato già bocciato…Frank Cimini su Il Riformista il 26 Novembre 2021. La procura di Roma non demorde cambiando di nuovo l’accusa nella vicenda relativa al sequestro dell’archivio informatico di Paolo Persichetti. Siamo approdati al quinto capo di incolpazione dall’8 giugno il giorno del sequestro. Il pm Eugenio Albamonte di Magistratura Democratica torna a contestare il favoreggiamento di latitanti, ipotesi già bocciata lo scorso 2 luglio in sede di riesame insieme all’associazione sovversiva finalizzata al terrorismo. Il pm ha presentato una richiesta di incidente probatorio sulla quale dovrà decidere il giudice delle indagini preliminari che, rigettando analoga richiesta da parte della difesa, aveva bacchettato la procura osservando che non c’era un capo di incolpazione minimamente delineato. Sembra una storia senza fine. L’avvocato Francesco Romeo difensore di Persichetti replica al pm accusandolo di sequestrare per cercare il reato e non, come dovrebbe essere, di sequestrare perché c’è un reato. Il legale insiste anche sull’impossibilità di contestare il favoreggiamento di latitanti in relazione a fatti per i quali Alessio Casimirri e Alvaro Lojacono sono già stati condannati all’ergastolo tra i responsabili della strage di via Fani e del sequestro dell’onorevole Aldo Moro. Persichetti avrebbe trasmesso per posta elettronica a Casimirri e Lojacono atti della commissione parlamentare di inchiesta sul caso Moro. Questi documenti erano stati etichettati come riservati da Giuseppe Fioroni, presidente della commissione, nonostante fossero destinati alla pubblicazione come parte della relazione a distanza di soli due giorni. Nell’indagine avviata dal pm Albamonte, sotto il coordinamento del procuratore capo Michele Prestipino, Fioroni è stato sentito come testimone di accusa. Tutta questa storia è frutto di un gioco di sponda tra procura, procura generale che aveva riaperto la caccia ai misteri inesistenti del caso Moro e la commissione parlamentare non rinnovata in questa legislatura, ma che continua a far sentire il suo peso. Il problema è politico. Sotto inchiesta in realtà c’è la ricerca storica indipendente e il lavoro della procura, con il sequestro dell’archivio, impedisce di fatto la pubblicazione del secondo volume della storia delle Brigate Rosse Dalle fabbriche alla campagna di primavera di cui Persichetti è coautore insieme a Marco Clementi e Elisa Santalena. Il 17 dicembre è fissata l’udienza in cui il gip dovrà decidere sull’istanza di dissequestro. Va ricordata la recente circolare del Pg di Trento Giovanni Ilarda mandata anche al Pg della Cassazione in cui si chiedono criteri e pratiche uniformi a livello nazionale, nel senso che in caso di sequestro di contenuti di pc e cellulari gli inquirenti, una volta estratta la cosiddetta copia forense, devono restituire tutto. A Persichetti non è stato ridato indietro niente dopo aver preso persino la certificazione medica del figlio diversamente abile. Frank Cimini

Accolta la richiesta della procura di Roma. Archivio Persichetti, il gip dice sì all’incidente probatorio prima di decidere sul dissequestro. Frank Cimini su Il Riformista l'11 Dicembre 2021. Moro per sempre e spreco di soldi pubblici. Sembra proprio questa la caratteristica dell’ennesimo filone di indagine sulla strage di via Fani, annessi e connessi, incentrato sul sequestro ormai sei mesi fa dell’archivio informatico di Paolo Persichetti. L’inchiesta, prima di essere riaperta a Roma, era stata archiviata a Milano dove era nata per individuare eventuali favoreggiatori della latitanza di Cesare Battisti. Almeno 50 mila euro, somma approssimata per difetto, venivano spesi per attività di intercettazioni. La Digos chiedeva alla procura di procedere alla perquisizione di Persichetti, ma il pm Alberto Nobili negava l’ok chiedendo e ottenendo di chiudere il caso. A quel punto il pm romano Eugenio Albamonte passava dalla latitanza di Battisti a quella di Alessio Casimirri e Alvaro Lojacono, entrambi condannati in via definitiva all’ergastolo per il caso Moro, ai quali Persichetti aveva spedito per posta elettronica atti della commissione parlamentare di inchiesta, etichettati come segreti dal presidente Giuseppe Fioroni, nonostante fossero destinati a diventare pubblici solo due giorni dopo con la pubblicazione della relazione. Associazione sovversiva finalizzata al terrorismo e favoreggiamento di latitanti erano i reati che però non resistevano al Riesame, che proponeva la divulgazione di notizie riservate. Il gip romano Valerio Savio interveniva drasticamente parlando di capo di incolpazione non sufficientemente delineato, aggiungendo che la giustizia non ha tempo da perdere né soldi da buttare. Per non farla troppo lunga era ed è una caccia al reato con cinque cambi del capo di imputazione. E come in una sorta di gioco dell’oca si tornava al favoreggiamento di latitanti. La novità delle ultime ore è che ancora il gip Savio, sciogliendo la riserva, ha accolto la richiesta di incidente probatorio avanzata dalla procura senza attendere l’udienza del 17 dicembre fissata da tempo al fine di decidere sull’istanza di dissequestro dell’archivio presentata dal difensore Francesco Romano. Va detto che l’autorizzazione all’estrazione della copia forense è stata data senza le garanzie chieste dalla difesa al fine di procedere all’assunzione delle prove con le forme del processo. La motivazione appare addirittura stravagante, perché secondo il gip tra i documenti dell’archivio di Persichetti potrebbero emergere nuovi rilievi penali per Lojacono e Casimirri, sia a carico sia a discarico. Questi nuovi rilievi chi indaga avrebbe potuto cercarli direttamente nei vari archivi delle istituzioni frequentati da Persichetti. Invece la scelta è stata quella di criminalizzare l’attività di un ricercatore indipendente bloccando tra l’altro l’uscita del secondo volume della storia delle Br, Dalle fabbriche alla campagna di primavera di cui Persichetti è coautore con Elisa Santalena e Marco Clementi.

Sequestrato l’archivio di Persichetti, mossa della procura per censurare il libro sulle Br?

Il gip sostiene che potrebbero innescarsi giudizi di revisione, ma nell’intera vicenda l’unica questione ‘rivedibile’ era la falsa testimonianza mai contestata al signor Alessandro Marini, il quale sosteneva di aver visto sparare in via Fani da una moto Honda contro il suo scooter. Affermazioni senza riscontri. Marini era costretto alla fine ad ammettere che il parabrezza del suo motorino si era rotto pochi giorni prima per una caduta e non per gli spari di via Fani. Frank Cimini

L’avvocato: accusa senza pilastri. Archivio Persichetti su Moro, per il gip Savio: “Non c’è reato”. Frank Cimini su Il Riformista il 3 Novembre 2021. L’8 giugno scorso la polizia di prevenzione su ordine della procura di Roma sequestrava l’archivio di Paolo Persichetti nell’ambito delle infinite indagini sul caso Moro contestando i reati di associazione sovversiva e favoreggiamento di latitanti. Il 2 luglio il Riesame affermava che al massimo si poteva contestare il reato di violazione di segreto politico in relazione alla diffusione di atti della commissione parlamentare di inchiesta. Oggi il gip Valerio Savio ha negato accertamenti con la formula dell’incidente probatorio sull’archivio perché “manca una formulata incolpazione anche provvisoria”. Cioè non c’è reato. Savio aggiunge che la decisione viene adottata allo scopo di evitare accertamenti non utili e anche costosi per l’erario. Cioè spiega il giudice che la giustizia non ha tempo da perdere e denari da buttare. Si tratta di una bocciatura su tutta la linea dell’indagine coordinata dal pm Eugenio Albamonte esponente di spicco della corrente di Magistratura Democratica e dallo stesso procuratore capo Michele Prestipino la nomina del quale era stata definita irregolare prima dal Tar e poi dal Consiglio di Stato. Il gip boccia in pratica una sorta di caccia ai misteri inesistenti che dura da quarant’anni e che viene praticata ora dalla sola procura di Roma dopo la “sparizione” della commissione parlamentare di inchiesta non rinnovata nella presente legislatura. «Sosteniamo dall’inizio che qui non c’è reato, la decisione del giudice conferma questo assunto – spiega l’avvocato difensore Francesco Romeo – Siamo di fronte alla ricerca del reato impossibile. Stiamo inseguendo dei fantasmi. I contenitori ci sono e li hanno indicati ma non basta citare le norme, la pubblica accusa deve circostanziare le condotte di reato ed è quello che da giugno a oggi non è venuto fuori. Si tratta di un’accusa senza pilastri». L’archivio storico di Persichetti resta però sotto sequestro. La decisione di oggi del gip non basta a liberarlo. Adesso bisognerà aspettare l’esito del ricorso in Cassazione. Dice Persichetti: «Tre anni di indagini estremamente invasive per giunta ancora non concluse attraverso forzature continue, clonazione di telefonini, intercettazioni ambientali e pedinamenti costate migliaia di euro di soldi pubblici sono pervenute all’impossibilità di formulare una contestazione chiara e definita. Questa è la storia iniziata nel gennaio del 2019 da una grottesca indagine della Digos di Milano conclusa con una archiviazione ma subito ripresa dalla procura di Roma. Una caccia ai fantasmi una pesante intromissione nella ricerca storica e nel lavoro giornalistico». Il sequestro dell’archivio tra l’altro ha avuto come conseguenza l’impossibilità di pubblicare il secondo volume della storia delle Brigate Rosse dal titolo “Dalle fabbriche alla campagna di primavera” di cui Paolo Persichetti è coautore con Elisa Santalena e Marco Clementi. Il volume due è dedicato alle fabbriche dove nacquero le Br con buona pace di inquirenti che inseguono dopo 43 anni i misteri di servizi segreti e affini andando a prelevare il Dna delle persone già condannate sperando di individuare “i complici”. Frank Cimini

La perquisizione e il sequestro. Non si può indagare su Aldo Moro: se studiare e ricostruire la storia in Italia è un reato. Paolo Persichetti su Il Riformista il 12 Giugno 2021. La libera ricerca storica è ormai divenuta un reato. Per la procura di Roma sarei colpevole di “divulgazione di materiale riservato acquisito e/o elaborato dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio dell’on. Aldo Moro”. Per questa ragione martedì 8 giugno dopo aver lasciato i miei figli a scuola, da poco passate le nove del mattino, sono stato fermato da una pattuglia della Digos e scortato nella mia abitazione dove ad attendermi c’erano altri agenti appartenenti a tre diversi servizi della polizia di Stato: Direzione centrale della Polizia di Prevenzione, Digos e Polizia postale. Ho contato in totale 8 uomini e due donne, ma credo ce ne fossero altri rimasti in strada. Una tale dispiegamento di forze era dovuto alla esecuzione di un mandato di perquisizione e contestuale sequestro di telefoni cellulari e ogni altro tipo di materiale informatico (computers, tablet, notebook, smartphone, hard-disk, pendrive, supporti magnetici, ottici e video, fotocamere e videocamere e zone di cloud storage), con particolare attenzione per il rinvenimento delle conversazioni in chat e caselle di posta elettronica e scambio e diffusione di files, nonché ogni altro tipo di materiale. Decreto disposto dal sostituto procuratore presso il Tribunale di Roma Eugenio Albamonte che ha dato seguito ad una informativa della Polizia di Prevenzione del 9 febbraio scorso. La perquisizione è terminata alle 17 del pomeriggio e ha messo a dura prova lo stesso personale di polizia estenuato dalla quantità di libri e materiale archivistico (scampato pochi mesi fa a un incendio), raccolto dopo anni di paziente e faticosa ricerca. Singolare il fatto che non risultino effettuate perquisizioni in casa di quei giornalisti “confidenti” della Commissione, o direttamente al libro paga, che ricevevano informazioni di prima mano e diffondevano veline di stampo dietrologico. La divulgazione di «materiale riservato» (sic!), secondo la procura della Repubblica si sarebbe concretizzata in due reati ben precisi, il favoreggiamento (378 cp) e l’immancabile 270 bis, l’associazione sovversiva con finalità di terrorismo, che avrebbero avuto inizio l’8 dicembre 2015. Da cinque anni e mezzo, secondo la procura, sarebbe attiva in questo Paese un’organizzazione sovversiva (capace di sfidare persino il lockdown) di cui nonostante le molte stagioni trascorse non si conoscono ancora il nome, i programmi, i testi e proclami pubblici e soprattutto le azioni concrete (e violente, senza le quali il 270 bis non potrebbe configurarsi). E’ legittimo, a questo punto, chiedersi se il richiamo al 270 bis sia stato un espediente, il classico “reato chiavistello”, che consente un uso più agevolato di strumenti di indagine invasivi (pedinamenti, intercettazioni, perquisizioni e sequestri), in presenza di minori tutele per l’indagato. L’8 dicembre del 2015 era un martedì in cui cadeva la festa dell’immacolata. In quei giorni la commissione parlamentare presieduta da Giuseppe Fioroni discuteva ed emendava la bozza finale della relazione che chiudeva il primo anno di lavori, approvata appena due giorni dopo, il 10 dicembre. Copie di quella bozza finale erano pervenute in tutte le redazioni d’Italia ed io presi parte, per conto di un quotidiano con il quale collaboravo, alla conferenza stampa di presentazione. Cosa abbia giustificato un tale imponente dispositivo poliziesco, il saccheggio della mia vita e della mia famiglia, la perquisizione della casa, la sottrazione di tutto il mio materiale e dei miei strumenti di lavoro e di comunicazione, della documentazione amministrativa e medica di mio figlio disabile di cui mi occupo come caregiver, la spoliazione dei ricordi della mia famiglia, foto, appunti, sogni, dimensioni riservate, la nuda vita insomma, non so ancora dirvelo. Ne sapremo qualcosa di più nei prossimi giorni, quando la procura a seguito della richiesta di riesame avanzata dal mio difensore, avvocato Francesco Romeo, dovrà versare le sue carte. Quello che è chiaro fin da subito è invece l’attacco senza precedenti alla libertà della ricerca storica, alla possibilità di fare storia sugli anni ’70, di considerare quel periodo ormai vecchio di 50 anni non un tabù, intoccabile e indicibile se non nella versione quirinalizia declamata in queste ultime settimane, ma materia da approcciare senza complessi e preconcetti con i molteplici strumenti e discipline delle scienze sociali, non certo penali e forensi. Oggi sono un uomo nudo, non ho più il mio archivio costruito con anni di paziente e duro lavoro, raccolto studiando i fondi presenti presso l’Archivio centrale dello Stato, l’Archivio storico del senato, la Biblioteca della Camera dei deputati, la Biblioteca Caetani, l’Emeroteca di Stato, l’Archivio della Corte d’appello e ancora ricavato da una quotidiana raccolta delle fonti aperte, dei portali istituzionali, arricchito da testimonianze orali, esperienze di vita, percorsi. Mi sono state sottratte le tonnellate di appunti, schemi, note e materiali con i quali stavo preparando diversi libri e progetti. Ho dovuto rinunciare in queste ore a un libro che dovevo consegnare nel corso dell’estate, perché i capitoli sono stati sequestrati. Forse qualcuno ha pensato di ammutolirmi relegandomi alla morte civile. Quel che è avvenuto è dunque una intimidazione gravissima che deve allertare tutti in questo Paese, in modo particolare chi lavora nella ricerca, chi si occupa e ama la storia. Oggi è accaduto a me, domani potrà accadere ad altri se non si organizza una risposta civile ferma, forte e indignata. Paolo Persichetti

Paolo Persichetti e il complottismo eterno delle procure. L’ex membro dell’Unione dei Comunisti Combattenti è indagato per il suo lavoro di ricercatore storico sul caso Moro avrebbe divulgato documenti “riservati” che tutti conoscevano. Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 17 giugno 2021. Che il complottismo demenziale animi lo spirito dei tempi non stupisce più di tanto, alimentato e moltiplicato dalla rete, incubatrice di paranoiche visioni e leggende metropolitane, esso offre rifugio e conforto alle frustrazioni di tutti noi fornendo risposte pronte a qualsiasi quesito. Cedere alle lusinghe intellettuali delle sirene cospirazioniste è una tendenza molto umana, incarnata dal cosiddetto “popolo del web”, autore collettivo delle più strampalate teorie su congiure, misteri e diaboliche macchinazioni. Una letteratura “dal basso” che come un telefono senza fili passa di bocca in bocca. Fa però molta più impressione quando il complotto viene agitato e avallato dalle autorità; personaggi politici, ufficiali di polizia, e immaginifici procuratori della repubblica. Ci sono in tal senso pagine della nostra storia costantemente annebbiate dal morboso retropensiero complottista, con la sua fanatica ricerca della “verità”, sempre e immancabilmente diversa da quella ufficiale. Una di queste riguarda la “controstoria” del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro nutrita dalle lisergiche pubblicazioni dell’ex senatore Sergio Flamigni (già membro della Commissione parlamentare d’inchiesta) che da decenni insegue le ipotesi più pittoresche su quella tragedia, evocando trame oscure, intelligence deviate e connivenze politiche nel tentativo di far passare le Brigate Rosse come una succursale dei servizi segreti. Suggestioni che non hanno mai avuto lo straccio di un riscontro nella realtà, ispirando per lo più la schiera dei dietrologi in servizio permanente e filmacci come l’ineffabile Piazza delle cinque lune del sovranista Rrenzo Martinelli, ma evidentemente hanno estimatori anche nel variegato mondo delle toghe. Quel che è accaduto a Paolo Persichetti, ex membro delle Br-Ucc (ha scontato una condanna di 22 anni di reclusione per concorso morale dell’omicidio del generale Licio Giorgieri). Oggi uomo libero e ricercatore storico, è un caso emblematico di questo inesauribile filone. Almeno dieci agenti della Digos della Polizia postale gli sono piombati in casa di prima mattina e, per un’intera giornata, hanno rovistato tra i suoi archivi, sequestrando computer, telefono, tablet, hard disk, pendrive, fotocamere, quaderni, appunti e le bozze di un saggio che avrebbe dovuto essere pubblicato nei prossimi mesi. Si sono portati via persino i certificati e referti medici che appartengono al figlio disabile. Persichetti, che sul caso Moro ha pubblicato diversi libri spesso polemici con le sommarie supposizioni della Commissione d’inchiesta, è ufficialmente indagato per un reato gravissimo: associazione sovversiva finalizzata al terrorismo e favoreggiamento. E per aver diffuso documenti “riservati” «acquisiti e/o elaborati dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro», come recita l’ordinanza del sostituto Eugenio Albamonte. Secondo la procura di Roma farebbe parte di un’organizzazione attiva dal 2015 volta a realizzare un indefinito disegno terrorista di cui «non si conoscono ancora il nome, i programmi, i testi e proclami pubblici e soprattutto le azioni concrete», scrive lo stesso Persichetti in un intervento sul suo sito web Insorgenze, in cui racconta la surreale violenza con cui gli hanno portato via anni di ricerca storica, l’irruzione, brutale nella sua vita privata. «Oggi sono un uomo nudo, non ho più il mio archivio costruito con anni di paziente e duro lavoro, raccolto studiando i fondi presenti presso l’Archivio centrale dello Stato, l’Archivio storico del senato, la Biblioteca della Camera dei deputati, la Biblioteca Caetani, l’Emeroteca di Stato, l’Archivio della Corte d’appello e ancora ricavato da una quotidiana raccolta delle fonti aperte, dei portali istituzionali, arricchito da testimonianze orali, esperienze di vita, percorsi», continua Persichetti, tuonando contro la doppiezza e la malafede dei suoi accusatori. Perché lo scopo dell’indagine non è certo smantellare un’organizzazione criminale che non c’è, quello è soltanto un artificio giuridico per far scattare l’articolo 270 bis del codice penale sull’associazione con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico. Uno strumento “speciale” che autorizza l’impiego di metodi di indagine invasivi figli della legislazione di emergenza che limitano il diritto alla difesa e le tutele degli indagati. L’obiettivo della procura è chiaramente il lavoro storico di Persichetti, tutto incentrato nella minuziosa ricerca sul periodo degli anni 70, anche per contrastare e le sue eterne fake news che regolarmente aleggiano attorno alla vicenda Moro (dal covo di via Gradoli che sarebbe appartenuto al Sisde, alla grottesca circostanza della “scopa nella vasca da bagno” al ruolo ambiguo di Mario Moretti)Ma c’è chi non si rassegna, forse per narcisismo intellettuale, forse per sincere manie di protagonismo e continua a rovistare nel pozzo senza fondo del complottismo. Sempre la procura di Roma, in un’inchiesta parallela, ha fatto prelevare lo scorso marzo un campione di Dna ad una decina di persone tra cui l’ex br Giovanni Senzani e Paolo Baschieri per confrontare il codice genetico con quello presente sui mozziconi di sigarette trovati in una delle auto utilizzate il 16 marzo del 1978 per sequestrare il presidente della Dc.

Indagini bislacche e voglia di minculpop. Pm fuori controllo: accusano di terrorismo Persichetti, lo studioso del caso Moro. Piero Sansonetti su Il Riformista il 16 Giugno 2021. C’è un signore che studia il caso Moro. Cioè il rapimento, la strage, la fuga, il sequestro. Si chiama Paolo Persichetti. Tra l’altro è l’autore di un libro molto interessante e informatissimo sulla storia delle Brigate Rosse. Paolo è un ex militante delle Brigate rosse. Fu condannato a una lunga pena detentiva, estradato dalla Francia con uno stratagemma e messo in prigione. È uscito dalla detenzione pochi anni fa, dopo aver scontato l’intera condanna. E ha ripreso la sua attività di giornalista e studioso di storia. Ha ricostruito la sua vita, è padre di due bambini piccoli. Io lo conosco bene, ho anche lavorato con lui, e vi giuro che è una persona serissima, affidabile, onesta, impegnata nello studio e nelle sue battaglie ideali. Di gran livello professionale. L’altro giorno è arrivata la polizia a casa sua. Ha messo a soqquadro il suo appartamento sulla base di un ordine di perquisizione. Gli ha sequestrato tutti i computer, i cellulari, gli apparati elettronici. Pure tutta la documentazione medica che riguarda il suo figlioletto. E poi lo ha informato che lui è indagato. Per cosa? Sarebbe in possesso di materiale sul sequestro Moro che invece dovrebbe essere secretato. Non si sa esattamente quale. Probabilmente carte che vengono dalla commissione parlamentare che indaga sul delitto Moro avvenuto quarantatrè anni fa. Le accuse contro Persichetti sono devastanti: associazione sovversiva a fini di terrorismo e favoreggiamento. Gli avvocati di Persichetti sanno pochissimo del merito delle accuse. Si sa soltanto che secondo i magistrati il reato sarebbe iniziato nel 2015. Sei anni fa. In questi sei anni si suppone che questa associazione sovversiva si sia limitata a immaginare azioni clamorose. Senza compierle. Probabilmente si tratta di una associazione sovversiva molto pigra e cauta. Il favoreggiamento nei confronti di chi? Forse di latitanti, intervistati da Persichetti per le sue ricerche storiche. Al momento, tra tutte le persone condannate per il sequestro Moro, solo due sono tecnicamente latitanti. Uno è Alvaro Lojacono e l’altro è Alessio Casimirri. Lojacono è un cittadino svizzero di 67 anni, che in Svizzera ha scontato per intero la pena che gli è stata inflitta dal tribunale svizzero, e ora è pienamente libero. Alessio Casimirri è un anziano cittadino nicaraguense, 70 anni, anche lui perfettamente libero e senza pendenze con la legge del suo paese. Nessuno dei due vive nascosto. Non ne hanno motivo. In cosa poteva consistere il favoreggiamento? Il magistrato che ha deciso perquisizione e indagine su Persichetti è un nome molto noto. Eugenio Albamonte. Particolarmente impegnato, da sempre, nell’attività politica delle correnti della magistratura. È stato il successore di Davigo alla guida dell’Anm e ora è il segretario di Area, cioè della corrente di sinistra, molto forte a Roma. Albamonte è noto per varie vicende, tra le altre il sequestro Shalabayeva (la signora kazaka catturata e rispedita in patria dalle autorità italiane, insieme alla sua figlioletta, in modo spericolato e rischioso per loro) nel quale furono pesantemente coinvolti due alti dirigenti della polizia, condannati a più di cinque anni di prigione per sequestro di persona. Albamonte, che pure aveva autorizzato il rimpatrio forzato (eseguito poi dalla polizia), non fu mai indiziato. Albamonte evidentemente ha aperto una nuova indagine sul sequestro Moro, e cioè su un episodio avvenuto quando lui aveva 11 anni e frequentava la prima media. I motivi di questa indagine non si conoscono. Si può facilmente intuire che l’attività della Procura, talvolta, è abbastanza casuale. Forse esistono situazioni più gravi di quella creata da uno studioso che sta raccogliendo materiale per i suoi studi. Più urgenti. Giustamente, spesso, i magistrati si lamentano della scarsità dei mezzi e del personale a disposizione. Come si fa a dargli torto? Certo, poi, se scopri che uno dei più importanti magistrati italiani è impegnato a indagare sulle ricerche storiche di uno studioso, ti viene il dubbio che invece la procura non sia oberata di lavoro. Magari nei prossimi giorni qualcuno aprirà un’indagine sul caso Montesi, la ragazza uccisa a Torvaianica nel ‘53, o sulle probabili complicità che il Gobbo del Quarticciolo ebbe tra gli abitanti della zona e forse anche nella locale sezione del Pci, alla fine degli anni Quaranta. Poi c’è sempre la vecchia mai risolta questione del caso Girolimoni: siamo sicurissimi che fosse proprio innocente? Forse l’aspetto più inquietante dell’indagine contro Paolo Persichetti è un’altra. Il rischio che passi l’idea che la magistratura, oltre a decidere quali siano le scelte giuste della politica, e a selezionare le liste elettorali, o dei ministri, stabilisca che tra i suoi doveri c’è anche quello di filtrare e orientare la ricerca storica. Se per esempio qualcuno si mette in mente di criticare, o di smontare, sulla base dei documenti, il lavoro della commissione Moro, è bene avviare su di lui una indagine immaginando la possibilità che contesti questo lavoro per organizzare un’associazione terroristica. Non so se questa circostanza solleverà qualche protesta o indignazione tra gli intellettuali. Temo di no. Mi pare che anche gli intellettuali, negli ultimi anni, siano finiti nei girotondi e alla corte delle Procure. Certo quando avvengono cose di questo genere capisci che ormai gran parte della magistratura è del tutto fuori controllo, e che la nostalgia per il minculpop, da parte sua, è sempre più forte. Non sapete cos’è il minculpop? Danno un’occhiata a Wikipedia.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Non chiamatelo ex...Chi è Paolo Persichetti, il miglior storico del sequestro Moro. Marco Clementi su Il Riformista il 16 Giugno 2021. Quando il terremoto distrusse Amatrice e gli altri comuni vicini ero lì con la mia famiglia. Paolo Persichetti e la sua erano partiti da qualche giorno e quella mattina avremmo dovuto incontrarci in Umbria. Stavamo lavorando a un libro sul caso Moro e più in generale sugli anni della lotta armata in Italia assieme alla professoressa Elisa Santalena, che vive in Francia, e anche durante il periodo estivo ci si incontrava per consultarci. Paolo aveva fatto un lavoro egregio in Archivio di Stato, a Roma, quartiere Eur, dove era stata depositata una mole enorme di documentazione proveniente dalla polizia di Stato, dai carabinieri, dai servizi (direttive Prodi e Renzi), passando intere settimane a leggere, ordinare e creare un suo inventario di carte che era il primo studioso in Italia a vedere. Il mio archivio, che contiene documenti provenienti un po’ da tutto il mondo e in molte lingue straniere, si trovava a Capricchia, la frazione di Amatrice da dove è originario mio padre, mentre mia nonna era di Accumoli, tanto per non farci mancare nulla quella notte. Saputo della tragedia, Paolo corse con un amico. La casa, che avevamo ristrutturato da pochi anni, aveva tenuto. Entrammo e con calma, nei giorni successivi, nei momenti in cui non dovevamo provvedere all’ennesima emergenza, mettemmo in salvo l’archivio e circa mille libri, che avevo portato per aprire una biblioteca in paese. Pensavo, all’epoca, che la comunità dove ero nato meritasse un luogo di cultura, sebbene fossero rimasti in pochi a vivere stabilmente tra i Monti della Laga. E lo pensava anche Paolo, per quella che è ormai diventata la sua comunità di adozione. Di adozione sua e della sua famiglia, con il piccolo Sirio, un bambino che adesso tutti conoscono come il “capo” dei Tetrabondi, un bambino con una forza e di una intelligenza rare, che sta superando ogni difficoltà che la vita gli ha posto di fronte fin dal ventesimo giorno dalla nascita grazie alle sue qualità e al lavoro instancabile dei suoi genitori. Persichetti è un grande papà. Poco mi importa che sia un docente mancato in Francia a causa della sua estradizione e che abbia passato anni in carcere. Resta tra i migliori ricercatori che abbia mai incontrato in quella che, purtroppo, può oramai definirsi una lunga carriera. Chi mi conosce lo sa: ne stimo pochi, con ancora meno parlo. Paolo Persichetti è un uomo colto, acuto, meticoloso (molto più di me), capace di ragionare da storico, politologo e sociologo (molto meglio di me), instancabile lettore di lavori altrui, con una straordinaria capacità di giudizio critico e in grado di tornare sui propri errori. Il suo italiano, poi, è tra i migliori sulla piazza storica. È un cercatore di risposte a domande storicamente fondate e sarebbe in grado di tenere un ottimo corso sugli anni Sessanta e Settanta in qualunque università del mondo. Qualcuno ha parlato, per la perquisizione della sua casa avvenuta l’8 giugno 2021, di attacco alla ricerca storica. Mica gli storici ufficiali, quelli delle organizzazioni scientifiche e dell’accademia. Quelle e quelli credo non diranno una parola in merito. Li conosco e non mi faccio illusioni. Paolo non è considerato un pari. Tra l’altro la ricerca storica non è una persona. Anzi, non so bene proprio di cosa si tratti. Non so cosa sia la storia, non so cosa sia il passato, il presente, un fatto, un avvenimento. Provate a chiederlo a decine di storiche e di storici. Ognuno darà una risposta differente, spesso vaga, a volte incomprensibile. La questione, allora, riguarda le ricerche proprio di Persichetti. Le sue ricerche, non quelle di chiunque altro. Quelle di uno dei migliori, se non il migliore, studioso del caso Moro. In grado di aprire le contraddizioni e stanare le dietrologie basate sul nulla, di mettere in fila le deduzioni che diventano per miracolo “realtà” e di porre infine il quesito dei quesiti in maniera chiara: se si chiede verità ancora oggi, dopo 40 anni, i processi che hanno condannato decine di persone all’ergastolo o a centinaia di anni di carcere, che cosa hanno detto?

Come se la verità fosse un punto fermo in qualche parte del cosmo e servissero solo le chiavi giuste per aprire la porta che la custodisce. Come se la presenza, ingombrante, di storico o storica non fosse determinante nel maneggio personale e soggettivo delle carte. Come se il soffio che regolarmente passiamo sulla polvere del passato, non scoprisse il nulla che oggi resta e non ci chiedesse, a noi che ci assumiamo la responsabilità di raccontare, di dire esclusivamente la nostra. La verità storica non esiste. Esistono gli uomini e le donne e le loro opere. Paolo è uno di loro. Nelle sue carte e nei computer gli inquirenti troveranno risposte storiografiche solide, ben strutturate, chiare. Troveranno il riflesso di quello che ho potuto osservare in tutti gli anni nei quali abbiamo lavorato insieme e anche se da tempo ho scelto di non occuparmi più di lotta armata in maniera professionale, ci consultiamo, leggo ancora parte delle cose che scrive, continuo a essere una presenza nella sua vita di studioso, oltre che in quella privata. Credo di aver imparato da lui, come lui ha imparato da me. Ma è arrivato il momento che Persichetti sia riconosciuto non come un ex, ma per quello che è: un ottimo storico, il migliore sul caso Moro e la storia delle Br. Per distacco. Marco Clementi

Le assurde accuse allo storico. Caso Persichetti, procura e riesame non pervenuti. Frank Cimini su Il Riformista il 24 Giugno 2021. Dopo il sequestro dell’archivio storico di Paolo Persichetti dove tra l’altro ci sono le carte per un nuovo libro sul caso Moro sembra esserci un gioco delle parti tra il Tribunale del Riesame e la procura. A fronte dell’istanza di dissequestro presentata dall’avvocato Francesco Romeo i giudici non hanno fissato la data dell’udienza perché la procura di Roma non ha depositato atti a supporto del sequestro e delle accuse di associazione sovversiva finalizzata al terrorismo e favoreggiamento di latitanti, reati per i quali Persichetti appare come l’unico indagato. Insomma chi indaga e chi dovrebbe controllare il lavoro degli inquirenti prendono tempo senza che Persichetti possa avere la possibilità non solo di ribattere alle accuse ma di cercare di riavere a disposizione il principale strumento del suo lavoro di storico. Il procuratore Michele Prestipino, la cui nomina è stata considerata irregolare dal Tribunale amministrativo regionale e dal Consiglio di Stato, e il sostituto Eugenio Albamonte ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati hanno scelto la linea del silenzio, di mantenere le carte coperte puntando sul disinteresse quasi generale per la vicenda appena scalfito a quanto pare dall’appello con 500 firme a tutela della ricerca storica indipendente. Insomma nulla è possibile sapere di questa fantomatica associazione sovversiva che opererebbe secondo le motivazioni scritte nel decreto di perquisizione da almeno sei anni, divulgando molto presunti atti segreti prodotti e/o elaborati dalla commissione parlamentare di inchiesta sul caso Moro. Una commissione che non è stata ricostituita in questa legislatura ma che continua a pendere con una spada di Damocle sulla vita politica e giudiziaria del paese, nonostante le sue teorie dietrologiche e complottarde non abbiano trovato alcun riscontro, a cominciare dalle tonnellate di atti processuali dove persino “pentiti” e “dissociati” affermino che dietro le Brigate Rosse c’erano solo le Brigate Rosse e non pezzi di servizi segreti di mezzo mondo. Persichetti con la sua attività e i suoi libri ha contribuito enormemente a confutare i dietrologi che però continuano a riscuotere le simpatie delle alte cariche dello Stato perché il più attivo a dire che bisogna ancora cercare “la verità” è il presidente della Repubblica il quale come capo supremo del Csm avrebbe ben diverse e altre trame di cui occuparsi. A iniziare dalla famosa loggia Ungheria di cui i giornali hanno smesso praticamente di scrivere. La sensazione è che la magistratura e la politica in questo unite nella lotta abbiano un interesse spasmodico a convincere della caratteristica ancora “calda” dell’argomento anni ‘70, con l’attenzione rivolta soprattutto a Parigi chiamata a decidere sull’estradizione di nove rifugiati, “la banda dei nonni” per fatti di 40 anni fa. Anzi 50 considerando che ieri nella capitale francese c’è stata l’udienza per Giorgio Pietrostefani, condannato per il delitto Calabresi, 17 maggio 1972. Frank Cimini

L'indagine kafkiana su Paolo Persichetti. I gendarmi della memoria e la storia vietata delle Brigate Rosse. Donatella Di Cesare su Il Riformista il 16 Dicembre 2021. Ha appena accompagnato i due figli a scuola quando, sulla strada del ritorno, viene fermato da una pattuglia della Digos che lo scorta fino a casa. Lì ci sono già altri agenti – in tutto una decina – pronti a iniziare la perquisizione. Tutto viene messo sottosopra, perlustrato, ispezionato. Senza troppi riguardi per l’intimità di una famiglia, di cui fa parte anche una persona anziana. Vengono sequestrati computer, cellulari, apparati elettronici, materiali di ogni tipo, compresi quelli privati, foto, appunti, lettere. Finiscono lì anche i documenti che riguardano Sirio, un bambino che il verdetto medico aveva consegnato all’esistenza vegetativa e che invece oggi va a scuola combattendo ogni giorno per la vita e insegnando agli altri a guardare il mondo con gli occhi della disabilità. Nel tardo pomeriggio si conclude la perquisizione. Da allora la vicenda non si è conclusa. Come in una novella kafkiana si aggiungono, anzi, incriminazioni ulteriori.

Quel che importa davvero è l’accusato: Paolo Persichetti. Entrato nel 1986, all’età di 24 anni, in quel che restava della colonna romana delle Br, che nelle periferie poteva contare ancora su un certo appoggio, venne arrestato nel 1987. Persichetti ha scontato una lunga pena detentiva, anni e anni di carcere, dopo essere stato estradato dalla Francia. Ha avuto sempre la passione per la ricerca storica e il giornalismo. Ma sono mestieri che ha potuto esercitare quasi solo da outsider nella sua vita attuale votata all’impegno su tanti fronti. In Italia un ex brigatista non può accedere alla ricerca universitaria. Malgrado ciò Persichetti ha frequentato gli archivi, ha studiato nelle biblioteche, collaborando con Marco Clementi ed Elisa Santalena al primo volume di una storia delle Brigate rosse. Il secondo avrebbe dovuto uscire prima che la polizia sequestrasse tutto il materiale chi lui aveva messo da parte. L’interesse per quel periodo è più che giustificato. Tutti dovremmo essere interessati, perché si tratta della storia da cui proveniamo. All’estero è difficile spiegare quel che accade oggi in Italia, quel veto minaccioso che ostacola chiunque voglia parlare di un periodo rimosso e tabuizzato. Possibile che a decenni di distanza manchi ancora una ricostruzione storica complessiva e condivisa nei suoi tratti essenziali? Possibile che di quell’epoca si possa parlare solo aderendo a una versione in cui molti della mia generazione non riescono a riconoscersi?

Il sequestro dell’archivio personale di Paolo Persichetti è la triste conferma di tutto questo. È il sigillo impresso da un apparato statale che mostra il suo volto più tetro. Esiste in questo paese un organismo che si chiama Polizia di prevenzione, il cui ruolo potrebbe finire pericolosamente per sorvegliare l’indagine storica, se non addirittura per prevenirla, segnando i paletti oltre i quali non è lecito inoltrarsi. Una gendarmeria della memoria che asseconda una concezione poliziesca della storia narrata in bianco e nero – da una parte i buoni, dall’altra i cattivi, da una parte i probi, dall’altra i malvagi. Solo in tale contesto si può tentare di chiarire quel che sta capitando a Paolo Persichetti bersaglio, in questi mesi, di accuse iperboliche che sono andate sommandosi in un crescendo clamoroso che non può non suscitare interrogativi. Si passa dall’associazione sovversiva che, iniziata l’8 dicembre 2015, avrebbe dovuto condurre a chissà quali azioni di cui non c’è nessuna traccia, alla divulgazione di materiali segretati della commissione Moro, che a ben guardare erano destinati a essere pubblicati il 10 dicembre 2015, fino addirittura al favoreggiamento solo perché Persichetti aveva intervistato un ex brigatista, già condannato, per ricostruire i fatti storici. Dove sarebbe il reato?

Mentre si attende l’udienza di domani, in cui potrebbe essere finalmente accolta la richiesta di dissequestro avanzata da Francesco Romeo, difensore di Persichetti, ecco arrivare l’ultimo colpo di scena: il giudice per le indagini preliminari di Roma Valerio Savio ammette la richiesta di copiare il materiale sequestrato avanzata dal procuratore Eugenio Albamonte – una mossa che sembra già un giudizio. Un linguaggio burocratico quasi indecifrabile, ma allusivo quanto basta per insinuare sospetti, stigmatizzare e, in fondo, già condannare. Viene allora da pensare che l’archivio personale di Persichetti, messo insieme con anni di duro lavoro, sia stato sequestrato non a causa di un reato, bensì allo scopo di cercare un reato. Non è accettabile che in un paese democratico la magistratura segua piste complottistiche intervenendo nella ricerca storica. Né è accettabile che un ex brigatista, solo per essere tale, non abbia i diritti degli altri cittadini e venga considerato colpevole in ogni circostanza. Solo una democrazia debole e insicura cerca la rappresaglia andando a caccia di fantasmi. Donatella Di Cesare

L'attualità di Moro «pacificatore d'Italia». Veneziani e Piepoli: «Voleva ricucire le ferite della nazione».  Michele De Feudis  La Gazzetta del Mezzogiorno il 31 Maggio 2021. Un messaggio di ricucitura delle ferite della comunità nazionale dalle parole, profonde e misurate, di un giovane Aldo Moro, in un discorso pronunciato a Radio Bari nel 1944: di fronte ad un’Italia lacerata dalle divisioni della guerra civile, l’intellettuale e politico pugliese formula un appello alla pacificazione, alla misuratezza e all’equilibrio, in chiara dissonanza con le istanze di giustizia sommaria, epurazione o vendetta presenti in parti della società e della politica. Il testo del radiodiscorso, ritrovato da Angelo Picariello e pubblicato dall’Avvenire, conserva una straordinaria forza e attualità in vista della festa nazionale del 2 giugno, celebrazione dell’unità della Repubblica in giornate in cui la coesione sociale è stata il collante di un paese messo a dura prova dalla pandemia. Marcello Veneziani, filosofo e scrittore, interpreta così il testo dello statista: «Moro aveva una missione da pacificatore, per ricucire le ferite della nazione. Tra il 1943 e il 1946, ma soprattutto dalla caduta del fascismo in poi, assume una posizione moderata, scrivendo sul quotidiano barese La Rassegna chiese di superare sia il fascismo regime che l’antifascismo militante. Ci sono nei suoi scritti anche critiche non troppo velate alla lotta partigiana, alla giustizia sommaria. Ne ho evidenziato la rilevanza in molti articoli e prima di me Giuseppe Tatarella pubblicò un opuscolo su Moro 1 e 2, dove si parlava del politico equilibrato, addirittura vicino all’Uomo qualunque, su posizioni di destra “come realismo e moderazione”, in antitesi all’intransigenza della sinistra». «”Non fate vendette” - chiarisce Veneziani - era la sua posizione, ovvero la linea della prudenza. C’è la sua autobiografia con il suo passato fascista, ma allo stesso c’è il realismo volto a evitare nuove ferite nella comunità nazionale. Nel 1946 entra nella Dc sollecitato dall’arcivescovo Marcello Mimmi e assume posizioni che si vanno stemperando. Allora era vicino al governo Badoglio, si riconosceva nel regno del Sud. La sua fu una scelta di campo pacificatrice. Mimmi lo spingeva in politica per bilanciare la Democrazia cristiana spostata a sinistra da Fanfani». «Contro le epurazioni anticipò Togliatti? Moro - puntualizza il filosofo - puntava alla pacificazione d’Italia, Togliatti puntava a ereditare il fascismo di sinistra e a guidare l’integrazione nel Pci dei grandi movimenti di massa, non erano rotte affini. Nel 1944 la parola pacificazione voleva dire “non spariamoci, siamo italiani”. Oggi la pacificazione assume un altro significato, e forse c’era più sincerità negli anni della guerra e del dopoguerra. Ora significa comprendere le ragioni degli altri, come avvenne negli anni novanta, prima di una nuova profonda demonizzazione dell’avversario politico, spesso coincidente con la destra. Le dicotomie fratricide restano ricorrenti, basta rievocare quella degli ultimi vent’anni con il duello tra garantisti e giustizialisti». Il discorso di Moro ha una chiara visione cristiana contro le epurazioni, ma può anche essere collegata alla testimonianza Gaetano Rasi, economista e parlamentare, poi componente del cda Telecom, che in più incontri pubblici rammentò un particolare storico, ovvero che il padre dello statista, Renato Moro, dopo la nascita della Repubblica Sociale si trasferì a Salò, e lavorò nel Ministero dell’Educazione Nazionale guidato dal giurista e politico Carlo Alberto Biggini. Una interpretazione della sensibilità di Moro anche arriva dal prof. Gaetano Piepoli: «La lezione del discorso giovanile del politico di Maglie è di “inattuale attualità” in tempi nei quali emerge una spinta alla demonizzazione dell’avversario, alla falsificazione della verità e alla strumentalizzazione per scopi di parte, per la tentazione di voler stravincere in tutto». «La distanza dall’idea di vendetta per Moro ha un senso innanzitutto sul crinale della storia del mondo, penso per esempio alla tragedia della Palestina». «La memoria di Renato Moro? Ho rintracciato un necrologio della famiglia per il fratello Alberto, magistrato antifascista e amico di Michele Cifarelli. In quel testo la famiglia richiama la dolorosa assenza del padre, rimasto nell’Italia del Nord, e all’oscuro della morte del proprio figlio», aggiunge Piepoli. «Un 2 giugno con le parole di Moro è una ricorrenza unificante, e il messaggio pacificatore dello statista incontra la sollecitazione operosa svolta in questi mesi dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella e dal premier Mario Draghi, per costruire un idem sentire “de re-pubblica”», conclude l’accademico barese.

Zanda, il caso Moro e di quelle tre lettere di Cossiga. Le rivelazioni del senatore Pd a Repubblica sono state fortemente criticate da quotidiani come il Fatto e la Verità. Francesco Damato su Il Dubbio il 23 maggio 2021. Del senatore Luigi Zanda, già capogruppo del Pd e tesoriere del partito, è nota come leggendaria la riservatezza. Cui è stato allenato in famiglia dal padre, il mitico prefetto Efisio Zanda Loy, e in politica da Francesco Cossiga. Di cui fu consigliere, portavoce, amico, confidente, quasi un secondo figlio sia a Palazzo Chigi sia al Viminale, peraltro nei lunghi, terribili 55 giorni della prigionia di Aldo Moro, sequestrato dalle brigate rosse la mattina del 16 marzo 1978 fra il sangue della scorta, decimata come in un mattatoio, e ucciso pure lui il 9 maggio, mentre stavano maturando le condizioni per cercare di liberarlo con le buone o le cattive maniere. Non poteva pertanto che fare notizia la decisione presa dal senatore di parlare in questi giorni a Repubblica di quel sequestro, e di altri eventi successivi, come l’attentato a Papa a Roma e quello ad Enrico Berlinguer in Bulgaria, legati da un filo rosso quale può essere considerato il terrorismo nazionale e internazionale di quei tempi. Proprio per effetto di quel filo, per venire a capo del quale giustamente Zanda ha scommesso in qualche modo sugli storici e sui ricercatori degli archivi ancora segreti, si sono levate contro l’intervista voci perplesse e critiche: di chi si aspettava qualcosa di più specifico, magari col sospetto che il senatore abbia voluto trattenere per sé chissà cosa e chissà quanto per coprire chissà quali responsabilità: «Eh no, senatore Zanda, noi non ci stiamo», gli ha gridato dal Fatto Quotidiano l’ex senatrice Sandra Bonsanti, aggiungendo: «Non è che si possa chiudere i conti con il passato senza mai parlare di responsabilità, rinviando la verità solo agli archivi internazionali…… come se le cose in Italia fossero avvenute solo sotto l’influsso magico e mefitico di uno scontro internazionale perenne. La Guerra Fredda è stata terribile, certo, dentro quel quadro si sono dispiegate dinamiche intrigate e ancora in parte oscure, ma stiamo all’Italia e all’assassinio di Aldo Moro: c’era una classe dirigente che ha fatto o non ha fatto delle scelte». Sulle quali, sempre secondo Sandra Bonsanti, ma par di capire anche per un collega del giornale La Verità, non si può calare un velo evocando «una fantomatica pista sovietica». Trovo personalmente queste reazioni alquanto esagerate e ingenerose di fronte allo strappo fatto da Zanda alla sua – ripeto- leggendaria riservatezza parlando, per esempio, proprio della vicenda sulla quale più lo ha tallonato, diciamo così, la mia amica Sandra: la vicenda Moro. A quest’ultimo proposito, vorrei riproporvi un passaggio della lunga intervista di Zanda a Repubblica rispondendo alla domanda su cosa ricordasse di quel sequestro: «Appresi la notizia dell’attentato, ancora molto confusa, appena varcata la soglia del Viminale. Dopo un paio d’ore, verso le 11, mi mandò a chiamare Cossiga, che era già stato in via Fani e dal presidente del Consiglio. “Da questo momento dimenticati della mia vita politica perché politicamente sono finito”. Poi mi avrebbe affidato un documento da conservare in cassaforte. Era la lettera di dimissioni da ministro dell’Interno, ma su alcuni fogli a parte ne variò l’incipit: nel caso in cui Moro fosse stato ucciso, liberato, liberato ma ferito nello scontro finale». Quel “poi” sembra significare non qualche momento o ora successiva al primo incontro con Cossiga reduce da via Fani e dall’ufficio del presidente del Consiglio Giulio Andreotti, a Palazzo Chigi. Mi sembra riferirsi, piuttosto, ad eventi anche di parecchio successivi, quando ancora Moro era in vita e, per quanti errori, disguidi e altro si fossero verificati nelle indagini e nelle ricerche, si pensava ancora possibile quello che Zanda ha definito “scontro finale”. Che altro non poteva essere evidentemente se non l’assalto alla prigione di Moro che, secondo recentissime rivelazioni dell’allora colonnello dei Carabinieri Antonio Cornacchia, il generale dell’Arma Carlo Alberto dalla Chiesa aveva individuato attendendo inutilmente l’autorizzazione all’assalto con un gruppo specializzato di una trentina di paracadutisti alloggiati in via Aurelia. Di quella rilevazione, riferita su queste colonne, Stefano Andreotti, figlio del compianto presidente del Consiglio chiamato in causa da Cornacchia, si è con me doluto, in comprensibile difesa della memoria del padre, chiedendosi e chiedendomi perché mai l’allora capo dell’ufficio investigativo dei Carabinieri a Roma non avesse parlato quando l’ormai ex capo del governo era ancora in vita, e in grado quindi di replicargli. Ora, Andreotti o non Andreotti, Cornacchia o non Cornacchia, dall’onesto racconto di Zanda si può dedurre che uno “scontro finale” ad un certo punto della vicenda era effettivamente diventato, o quanto meno, apparso possibile. Vi sembra poco? A me no, per niente. E sono grato al senatore Zanda per avermi dato quanto meno un concreto motivo di riflessione. Che sarebbe ancora più utile e produttivo se condiviso, adoperato e quant’altro dai tanti – forse troppi, a questo punto- che scrivono e si occupano della peggiore tragedia della politica italiana.

Miguel Gotor per “la Repubblica” il 24 maggio 2021. L' intervista del senatore Luigi Zanda a Simonetta Fiori su questo giornale ha rilanciato il tema delle eventuali responsabilità dell'Unione Sovietica nella diffusione del terrorismo di sinistra negli anni Settanta. Egli invita ad aprire i principali archivi delle «potenze che allora si occupavano del terrorismo internazionale. Stati Uniti e Unione Sovietica certo, ma anche Germania, Francia, Inghilterra, Israele», cui bisognerebbe aggiungere anche la Libia e le diverse fazioni palestinesi. A questo proposito è difficile nutrire soverchie speranze: nel caso in cui degli Stati stranieri scelgano di servirsi del terrorismo per destabilizzare la realtà interna di un Paese nemico o concorrente lo fanno con cover action o interventi "sotto falsa bandiera" che non trovano riscontro negli archivi perché questo tipo di operazioni è affidata all' oralità per elementari ragioni di sicurezza e di autotutela dei loro promotori. Inoltre, se dei documenti sono sfuggiti all' autocensura e alle continue procedure di distruzione cui sono sottoposti, essi possono riaffiorare, di solito come merce di scambio e di accreditamento, soltanto quando si verifica il collasso di uno Stato a causa di guerre o di eventi rivoluzionari. Non a caso, ciò è avvenuto con l'Unione Sovietica che nel 1991 si è dissolta con una rapidità che nel 1978 nessuno avrebbe potuto immaginare. Da quelle macerie fumanti emerse tra il 1992 e il 1995 il cosiddetto "Dossier Mitrokhin", nell'ambito di un'operazione spionistica condotta dall' intelligence inglese. Questa coincidenza ha consentito di individuare quei «richiami fattuali» di un' ingerenza sovietica negli eventi italiani su cui si sofferma Zanda, che negli anni Settanta è stato uno dei principali collaboratori del ministro degli Interni Cossiga. Vediamo quali, anche se in realtà ruotano tutti intorno a una sola figura, quella di Giorgio Conforto, defunto nel 1986, che il dossier Mitrokhin individuò nel 1995 come uno dei principali agenti di influenza del Kgb in Italia dai tempi del fascismo in poi. Ora, è un dato di fatto che nella casa romana di sua figlia, nel maggio 1979, fu ritrovata la mitraglietta che avrebbe ucciso Moro e vennero arrestati i brigatisti Valerio Morucci e Adriana Faranda. Questi avevano trovato rifugio in viale Giulio Cesare su indicazione di Franco Piperno e di Lanfranco Pace, per sfuggire alla vendetta degli ex compagni delle Brigate rosse che nutrivano seri dubbi sulla lealtà della loro condotta durante il sequestro Moro. Conforto fu ascoltato nel luglio 1979 dalla magistratura, ma si guardò bene dal rivelare il suo vero ruolo che era invece già conosciuto dal controspionaggio Sismi, dai vertici della Questura di Roma e dal procuratore capo Achille Gallucci. Nel febbraio 2004 Cossiga, durante un' audizione in Commissione Mitrokhin, ha rivelato di avere appreso dal prefetto Ferdinando Masone che Morucci e Faranda erano stati arrestati per intervento di Conforto che conosceva la vera identità dei due clandestini e li aveva consegnati alle autorità di polizia italiana. Verrebbe fatto di pensare, nell' ambito di una collaborazione dei servizi sovietici con quelli italiani, per impedire che in Italia nascessero nuovi fuochi di guerriglia, una disponibilità non dimostrata negli anni precedenti, quando Conforto già aveva infiltrato gli esponenti di quella magmatica area eversiva. Un altro elemento, infatti, è che la sorella di Conforto, professoressa di Fisica alla Sapienza, possedeva una mansarda in via di Porta Tiburtina, che utilizzava per riposarsi tra una lezione e l'altra. Il caso vuole che sullo stesso pianerottolo la polizia scoprì il 28 aprile 1977 un covo delle Brigate rosse frequentato, tra gli altri, dal marito della Faranda. Tra centinaia di migliaia di case presenti a Roma, proprio lì. Un terzo dato è che la proprietaria del principale covo delle Brigate rosse nella capitale, quello di via Gradoli che ospitò Mario Moretti durante il sequestro di Moro, secondo una nota investigativa del luglio 1979 «conoscerebbe molto bene», sin dal 1969, la figlia di Giorgio Conforto che l' ex ministro degli Interni Paolo Emilio Taviani ha definito nel suo libro di memorie «una seguace di Pietro Secchia», nell' ambito di un ragionamento più generale riguardante i legami intercorsi fra «i brigatisti e i superstiti secchiani, sparsi qua e là in Italia». Riassumendo: a casa della figlia del più importante riferimento del Kgb in Italia è stata ritrovata l' arma che ha ucciso Moro e sono stati arrestati due brigatisti che parteciparono a quell' operazione. Inoltre, la stessa persona, sempre tramite la figlia, avrebbe potuto avere agevolmente dei rapporti anche con il covo di via Gradoli che ospitò Moretti. Si ammetterà che, se identici elementi fossero stati riscontrati al riguardo di un ipotetico agente di influenza della Cia in Italia, l'opinione pubblica nazionale avrebbe considerato il caso Moro chiuso, attribuendo la sua morte agli Stati Uniti. Su questi temi è necessario evitare due scorciatoie interpretative. La prima è quella che riduce la storia della lotta armata in Italia, che non si esaurisce certo nelle Brigate rosse, a una dimensione meramente criminale. Essa è stata un fenomeno troppo vasto e di lunga durata perché non abbia avuto motivazioni di carattere politico, ideologico, culturale, sociale, economico, che hanno le loro radici nella storia nazionale. Le vicende del Partito armato sono anzitutto e soprattutto una storia italiana ed è con questa verità storica che bisogna avere il coraggio di fare i conti. La seconda è quella che indugia in modelli interpretativi che vorrebbero spiegare quei fatti soltanto attraverso l' eterodirezione dei servizi di spionaggio italiani o stranieri. Una lettura semplificata, in fondo tranquillizzante in quanto autoassolutoria, che finisce paradossalmente per coincidere con la visione cospirativa e ossessionata dei terroristi. Così facendo, infatti, non si rende giustizia alla storia d' Italia, alla difficile, ma sempre ricercata autonomia della sua classe dirigente e dei propri attori politici e sociali (e chi scelse la sciagurata strada della lotta armata questo fu), al suo ruolo storico dentro il nesso nazionale e internazionale, lungo il fronte principale della Guerra fredda ma anche dentro il campo delle tensioni mediorientali decisive per il controllo del mediterraneo, in cui anche la vicenda Moro deve essere collocata.

L'anniversario. Omicidio Moro, a 43 anni di distanza torna il "mistero" della teoria del complotto. David Romoli su Il Riformista l'8 Maggio 2021. Puntuale come solo gli anniversari sanno essere, la richiesta di “arrivare finalmente alla verità” accompagna la quarantatreesima ricorrenza dell’uccisione di Aldo Moro. Il ritornello, stavolta, è stato intonato in anticipo. Agli arresti di Parigi ha fatto subito seguito la succulenta notizia che una di loro, Marina Petrella, potrebbe svelare misteri occulti sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. Ma il coro non si è limitato a reclamare una verità che è in realtà già nota. Gli arresti sono stati spiegati e giustificati da quasi tutti anche con la necessità di “sapere la verità”, come ripete uno dei principali magistrati impegnati allora nel contrasto al terrorismo, Armando Spataro. La parola è sempre la stessa. I significati invece divergono. Quando Mario Calabresi, figlio del commissario ucciso nel 1972, insiste perché venga detta la verità sull’uccisione di suo padre non ha in mente oscuri complotti. È convinto che a decidere e a realizzare l’omicidio del padre siano stati quelli che per quel delitto sono già stati condannati: leader e militanti di Lotta continua. Ritiene però che nell’attentato fossero coinvolte con ruoli minori altre persone. Pensa, a ragion veduta, che qualcuno debba aver fatto da palo e che qualcuno debba essersi occupato dell’ “inchiesta” per studiare le abitudini della vittima e preparare il colpo. La “verità” che invoca è di piccolo calibro: si traduce nel mandare alla sbarra un certo numero di imputati minori, a mezzo secolo di distanza dall’omicidio. Questa peraltro è l’accezione di “verità” che impugnano in diverse occasioni, ogni anno, gli eredi della sinistra e della destra radicali di quei tempi. “Verità per Verbano, per Acca Larentia, per Fausto e Iaio, per Zicchieri” vuol dire solo individuazione di colpevoli a proposito dei quali, se fossero davvero scoperti, occorrerebbe poi interrogarsi sul senso di una sanzione che arriva a distanza di tempo talmente vasta da colpire a tutti gli effetti persone diverse da quelle che, nella notte, dei tempi commisero il delitto. Ma in questo caso lo smagliante termine “verità” altro non è che un sinonimo del classico “pentimento”: denunce in cambio di sconti di pena. S’intende tutt’altro quando invece si parla di “verità” sul caso Moro e in generale sulla scia sanguinosa di quegli anni, quando ci si esalta per quel che potrebbe raccontare “Virginia”, all’epoca nome di battaglia di Marina Petrella, una delle arrestate di Parigi. Qui in ballo non c’è più la piccola storia di qualche complicità rimasta impunità ma quella grandissima della parabola storica italiana. Si allude al sospetto, che per molti è una certezza ancorché indimostrata, di una regia occulta che avrebbe condizionato e indirizzato a colpi di pistole e di esplosivo la storia d’Italia. Pur accorpate indebitamente sotto un’unica voce, le due richieste sono molto diverse e vanno considerate in modo distinto. La prima, la richiesta di denunciare colpevoli minori come nel caso dell’omicidio Calabresi, risponde alla logica magistralmente illustrata dall’opinione del dottor Pignatone secondo cui l’ergastolo ostativo dovrebbe essere eliminato solo per chi denunci altri colpevoli. Recupero sociale, cambiamenti di personalità, revisione delle scelte passate, persino, nel caso degli arrestati di Parigi, decenni di vita specchiata diventano irrilevanti a fronte dell’unico passo importante: la denuncia. Così, però, un’intera concezione della civiltà giuridica e della funzione della pena viene scardinata, rovesciata. La “verità” con tutto questo c’entra ben poco. La pretesa di ottenere lumi sulle trame oscure è più significativa e disegna un quadro ben più assurdo. Si parte infatti da due presupposti indimostrati: che ci sia effettivamente un mistero da scoprire e che il soggetto in questione possa svelare in tutto in parte quel mistero. Il caso Moro è esemplare sia perché è il massimo delitto politico nella storia repubblicana, sia perché è quello a proposito del quale è stata ipotizzata un’intera enciclopedia di misteri. Solo che si tratta sempre di ipotesi, per lo più molto fantasiose, mai dimostrate nonostante in quattro decenni sia stata prodotta in materia una bibliografia imponente e oltre tutto in contrasto con la verità processuale accertata. La richiesta paradossale è dunque quella di smentire la verità processuale sulla base di un’opinione diffusa ma tutt’altro che comprovata secondo la quale quella verità è falsa o incompleta. Qualora invece non ci fosse davvero nessun mistero da chiarire la persona a cui si intima di “dire la verità” si troverebbe nella condizione paradossale di non poterla dire, perché agli occhi di chi la chiede suonerebbe come reticenza, oppure di dover mentire. Per non parlare della possibilità che, pur esistendo davvero qualche verità non svelata, la persona a cui si intima di rivelarla non la conosca. Il caso di Marina Petrella è eloquente. Era una delle principali dirigenti della colonna romana delle Br, dunque, nel ragionamento di quanti hanno scritto e detto che potrebbe far luce sui presunti misteri del sequestro Moro, deve per forza essere al corrente di tutto. In realtà se le Br hanno resistito tanto a lungo prima di essere sgominate è in buona parte proprio in virtù del loro sistema molto rigido di compartimentazione e la colonna romana, proprio perché il sequestro avvenne a Roma e nella capitale si trovava la “prigione del popolo” di via Montalcini, era tenuta particolarmente all’oscuro di quel che succedeva in quei 55 giorni. L’ipotesi che “Virginia” sia depositaria di torbidi misteri è del tutto peregrina, come del resto l’esistenza stessa di quei torbidi misteri. E tuttavia il suo non raccontare quel che non è successo o che comunque lei non conosce si tradurrebbe inevitabilmente in colpevole rifiuto di “dire la verità”. La martellante, ossessiva richiesta di una verità che combaci con i propri sospetti e le proprie fantasie gioca però un ruolo essenziale nell’impedire che una fase molto lontana nel tempo venga consegnata alla storia. Proprio il clamore spropositato con cui i media e la politica hanno salutato l’arresto di 9 ultrasessantenni e oltre per crimini di 40 anni fa dimostra che in Italia quel passaggio “naturale” alla storia, al passato, resta come sospeso e congelato. Il terrorismo è un eterno presente soprattutto in virtù della leggenda secondo cui la realtà di quell’epoca violenta non è ancora nota, ed è dunque impossibile consegnarla agli archivi della memoria. È possibile che qualcuno consideri necessario fingere che il terrorismo sia cronaca e storia per evitare che risorga una conflittualità sociale radicale pur se non armata. Più probabilmente agisce solo una cultura ormai diffusa abituata a considerare sempre la realtà evidente come un trompe-l’oeil dietro il quale si nascondono diabolici complotti. Ma, qualunque ne sia l’origine, l’incapacità di considerare una fase storica cruciale come conclusa, e dunque di analizzarla, elaborarla e superarla, è una delle principali ipoteche che tirano a fondo il Paese da decenni. Un problema non per le pochissime persone che rischiano di ritrovarsi in galera a mezzo secolo o giù di lì dai fatti ma per tutti. David Romoli

Agnese Moro: «Ho visto l’uomo dietro il “mostro” e ho scoperto un dolore simile al mio». Agnese Moro, giornalista e figlia di Aldo Moro, a colloquio con Grazia Grena, operatrice sociale ed ex brigatista, in occasione della sessione del Festival della Giustizia Penale dal titolo “La giustizia dell’incontro”. Il Dubbio il 21 maggio 2021. Un incontro che cambia la vita, che permette di superare la dittatura del passato e andare oltre il pregiudizio. Agnese Moro, giornalista e figlia di Aldo Moro, e Grazia Grena, operatrice sociale ed ex brigatista, hanno dialogato nella sessione del Festival della Giustizia Penale “La giustizia dell’incontro”, introdotta dalla presentazione del libro “Il diavolo mi accarezza i capelli. Memorie di un criminologo” da parte dell’autore Adolfo Ceretti. Al centro della sessione virtuale, moderata dal direttore scientifico del Festival Luca Lupária Donati, la giustizia ripartiva come luogo di incontro, capace di cambiare profondamente la vita di vittime e responsabili della lotta armata: «Un’esperienza decisiva, perché ha significato guardare in faccia la realtà – ha spiegato Agnese Moro –. Nella mente di chi ha subito un torto così grave, le persone che l’hanno compiuto sono dei mostri e negli anni questa realtà diventa sempre più spaventosa. Nel viso dell’altro incontri qualcosa di concreto e reale, ti accorgi che sono persone come te, e che il tempo è passato. C’è una sorta di dittatura del passato, che ti porta a rivivere tutti i giorni ciò che è avvenuto anni prima. Invece nell’incontro ti specchi nel volto dell’altro e capisci che qualcosa è cambiato, ti rendi conto che di fronte a te ci sono persone profondamente umane, anche se è mostruoso quello che hanno fatto anni prima. Ti accorgi che erano qualcosa e che adesso sono altro, e che il loro dolore è simile al tuo». Moro parla di disarmo, condizione essenziale per cambiare la prospettiva e non fermarsi al pregiudizio: «Loro si sono presentati a noi totalmente disarmati: persone che hanno scontato le loro pene e che hanno accettato questo faticoso e rischioso confronto con noi. Proprio questo disarmarsi è l’inizio del lasciare andare i pregiudizi, sentimenti feroci che ti hanno abitato per anni, significa poter lasciare questi sentimenti che ti hanno chiuso come un insetto in una goccia d’ambra. Cambiare significa anche accettare il rischio del contagio, qualcosa di loro rimane in noi e viceversa, e si costruisce un legame. Toccare il dolore dell’altro e lasciare che il tuo dolore venga toccato rende un fatto umano un avvenimento irrimediabile come quello che ho vissuto. Rompere quella goccia d’ambra, senza l’incontro con loro, non è possibile». Tra quei loro c’è Grazia Grena, un passato nelle fila delle Brigate Rosse, alla quale l’incontro con le vittime ha lasciato un segno profondissimo: «Sono rimasta spiazzata da questa richiesta, perché significava rimettere tutto in gioco, dopo aver ricostruito una vita ridotta in cocci dopo i processi e il carcere. Riuscirò ad incontrare il volto dell’altro? Riusciranno loro ad accettarmi? Sono domande che mi sono rimaste dentro, fino al momento dell’incontro vero e proprio. Avevo il timore di non essere ascoltata, invece l’altro ti sta aspettando, perché l’altro ha bisogno di te come tu hai bisogno di lui. In quel momento ritorni ad essere te stesso, c’è qualcosa a cui avevi rinunciato nella tua scelta scellerata della lotta armata e incontrare le vittime è stato come rincontrare quella parte così essenziale di te. Tutte le motivazioni che ci eravamo dati si erano sgretolate in un attimo. Loro sono riusciti ad ascoltare delle parole fortissime, che io stessa faticavo ad ascoltare da me e dagli altri. Uno di noi ha detto che le sue scelte le aveva fatte per amore. Ed era vero. Quella verità loro sono riusciti ad accoglierla, seppur senza giustificarla. L’essere ancora insieme è la conferma di quella ricomposizione che siamo riuscite a fare, in una terra di mezzo che ci ha permesso di incontrarci e che ci allontana un po’ dalle nostre appartenenze reciproche». Particolarmente delicato l’ultimo tema toccato da Grena, quello del perdono: «Nel nostro percorso – spiega Grena – questa parola non l’abbiamo mai attraversata fino in fondo. Questa contaminazione non so se si può chiamare perdono, ma è comunque qualcosa di unico. Siamo riusciti a trovare una giusta prossimità. È stato un percorso faticoso, perché ognuno ha dovuto rinunciare a qualcosa di sé. Sembra un paradosso, ma gli unici che ci hanno dato la possibilità di raccontare la nostra verità sono stati loro e questo, per me, è stato un dono impagabile».

Il programma completo del Festival della Giustizia Penale è consultabile sul sito dell’evento e tutte le sessioni saranno gratuite e online sul sito e sul canale Youtube del Festival.

Non è mai troppo tardi, ma che amarezza...Sul rapimento di Moro Veltroni scopre dopo 40 anni che c’è del "marcio nello Stato". Valter Vecellio su Il Riformista il 14 Maggio 2021. Ci sono almeno un paio di cose che colpiscono, nel leggere l’ampia intervista che Walter Veltroni rilascia a Stefano Cappellini, e pubblicata su Repubblica («Sul terrorismo clemenza solo se c’è verità»). Un primo passaggio: Veltroni non nega che «Moro non sia stato cercato. Ma è chiaro che Moro libero faceva più paura di Moro morto. Dopo, lo Stato trattò per Cirillo, persino usando la camorra. Il ministro Cossiga, al Viminale, aveva intorno tutti uomini della P2. Non credo all’epoca si avesse percezione di tutti quei centri di potere occulto, uno Stato che aveva il marcio dentro. Anche quando arrivano i consulenti americani il loro obiettivo, poi persino dichiarato nei libri, era che Moro morisse. Per questo fu costruita la grande menzogna sulle lettere di Moro. Quelle missive non erano scritte sotto dettatura, ma esprimevano, certo nelle condizioni date, il pensiero di Moro, la sua idea dei rapporti tra persone e Stato. Lo si rilegga bene, questo passaggio. Nel 2021 Veltroni dice quello che fin dai primi giorni del sequestro Moro sostiene Leonardo Sciascia; lapidato per averlo detto e scritto; anche dai compagni di Veltroni, dirigenti dell’allora Pci. Si sostiene che Moro è plagiato, drogato, non responsabile; scrive sotto dettatura. Chi ha buona memoria ricorderà il terrificante affidavit di pretesi, sedicenti “amici di Moro”: dichiarano di non riconoscere più il loro amico. Una gara orribile e oscena, “corrono” in tanti: gli amici del partito di Moro, i comunisti nella loro maggioranza (si distinguono Umberto Terracini e Lucio Lombardo Radice, e ne paga qualche conseguenza). Per non parlare di quello che pubblicano i maggiori quotidiani, quello che scrivono commentatori di prestigio, inviati, giornalisti di ogni ordine e grado; per non dire di quello che non vogliono pubblicare (pur avendolo fatto fino al giorno prima): la decisione di “staccare la spina”, interessante osservare chi impartisce quell’ordine. Chi c’era li ricorda senz’altro, quei 55 giorni opprimenti e cupi. Leonardo Sciascia e i pochi che osano dissentire da questa cosiddetta “fermezza” (in realtà, è immobilismo: in attesa del morto, che infine arriva), sono additati come complici conniventi con il terrorismo brigatista. Sciascia si trova incollato lo slogan-programma che non gli appartiene: “Né con lo Stato, né con le Br”. Invano cerca di spiegare che lui è contro le Br e contro “quello” Stato che condanna a morte Moro. Non una parola, su questo, da Veltroni. Il nome di Sciascia non lo pronuncia nemmeno. E sì che tanti dovrebbero chiedergli finalmente scusa, riconoscere che lui aveva ragione e loro torto. Ora, Veltroni riconosce che «c’erano due fermezze. Quella politica, condivisa da quasi tutti i partiti, e quella opaca, il cui scopo era che Moro non tornasse». Ora. Non è mai troppo tardi, s’usa dire; l’amarezza, comunque, quella c’è tutta. Esilarante, non fosse tragico, un altro passaggio dell’intervista. Cappellini chiede: c’è l’incredibile vicenda della seduta spiritica cui parteciparono alcuni illustri professori, tra cui Romano Prodi, e che diede l’indicazione “Gradoli”, poi girata agli inquirenti. Lei ci crede? Edificante risposta: «L’autorevolezza e l’onestà delle persone che hanno partecipato a quella seduta mi porterebbe a pensare che le cose siano andate come hanno raccontato. Ma certo non è facile farlo. E poi comunque le ricerche si fecero nel paesino di Gradoli, anziché nella omonima via di Roma». Dunque, Veltroni, per l’autorevolezza e l’onestà delle persone che hanno partecipato a quella seduta spiritica (Romano Prodi, Mario Baldassarri, Alberto Clò, tra gli altri), pur se non è facile, è portato a credere che le cose siano andate come hanno raccontato. Qui un episodio vissuto in prima persona. La scena ha luogo a Perugia, carcere di Capanne. Si celebra il processo per il delitto di Mino Pecorelli, Giulio Andreotti è imputato quale mandante. In una pausa dell’udienza, i giornalisti chiedono ad Andreotti qualche commento sul processo e il suo svolgimento. L’inviato del “Tg2” (cioè chi scrive), “stecca”, quella mattina è altro che gli preme. Chiede ad Andreotti della seduta spiritica. Imperturbabile, risponde: «Lo sanno tutti che si trattava di un artificio per coprire una fonte di Autonomia di Bologna». L’inviato, insiste: Prodi parla di seduta spiritica… Ineffabile Andreotti: «C’era Prodi? Non me lo ricordavo…». Presidente, devo credere davvero che lei non ricorda? «Lei creda quello che vuole», dice Andreotti con un sorriso. «Questo non mi impedirà di andare tranquillo a pranzo». Intervista finita. Andata in onda un paio di volte, nel corso di notiziari e trasmissioni del “Tg2”. Nessuna reazione. E nessuna significa, letteralmente, nessuna. Ora Veltroni sillaba: «Non credo all’epoca si avesse percezione di tutti quei centri di potere occulto, uno Stato che aveva il marcio dentro». No, caro Veltroni: qualcuno la percezione che ci fosse del “marcio dentro” lo Stato l’ha avuta, l’aveva: Sciascia; i radicali; i socialisti, il giornale Lotta Continua, alcuni vescovi…pochissimi altri. Sono stati silenziati e diffamati. Era contro il “marcio” dentro quello Stato che ci si batteva. Per questo il linciaggio, l’omertoso silenzio, la colpevole inerzia. Valter Vecellio

Aldo Moro e Giuseppe Saragat di fronte alla strage di piazza Fontana. Miguel Gotor su L'Espresso il 12 maggio 2021. Lo statista democristiano e la svolta a destra impedita, il ruolo del Quirinale e dei servizi inglesi: un passaggio drammatico nella storia repubblicana. Aldo Moro nel memoriale scritto durante la prigionia nella primavera 1978 sostenne di essere stato raggiunto dalla notizia della strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 mentre si trovata a Parigi e di avere avuto subito la certezza che la pista da indagare fosse quella neo-fascista, funzionale a determinare una svolta reazionaria in Italia. Il prigioniero con la sua testimonianza ai brigatisti parve anticipare una versione della crisi del dicembre 1969 che sarebbe stata divulgata nell’ottobre 1978 dal giornalista Fulvio Bellini, il quale pubblicò il volume “Il segreto della Repubblica. Aldo Moro, l’affare di Piazza Fontana e la strategia del terrore. Il ruolo di Giulio Andreotti”, con lo pseudonimo di Walter Rubini. In base all’interpretazione di Bellini, il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat e quello del Consiglio Mariano Rumor avrebbero avallato, nel corso dei mesi precedenti la strage, una strategia della tensione a bassa intensità che non prevedeva la realizzazione di stragi con morti, ma una serie di piccoli attentati con lo scopo di fare salire la temperatura politica e sociale nel Paese così da favorire lo scioglimento anticipato delle Camere, nuove elezioni e una forma di governo centrista con l’appoggio della destra. In effetti, nei mesi precedenti la strage di piazza Fontana, si erano registrate in Italia una ventina di esplosioni senza vittime e anche il 12 dicembre, su cinque bombe, soltanto l’ordigno di Milano provocò diciassette morti come se i neo-fascisti di Ordine Nuovo avessero voluto improvvisamente forzare la mano per radicalizzare lo scontro in atto. In base alla versione di Bellini, Moro avrebbe incontrato il presidente della Repubblica Saragat alla vigilia di Natale del 1969. Nel corso dell’acceso colloquio egli avrebbe adombrato un deferimento alla Corte costituzionale del Capo dello Stato, accusandolo di volere promuovere una «svolta presidenzialista». L’incontro si sarebbe concluso con un compromesso istituzionale tra le due personalità per governare gli esiti imprevisti della strage di piazza Fontana: Saragat si sarebbe impegnato a non sciogliere le Camere e avrebbe accettato il sostanziale fallimento del progetto di cambiamento istituzionale e il ritorno di un governo di centro-sinistra al potere; Moro avrebbe concesso la disponibilità sua e del proprio partito a coprire la matrice fascista della strage, avvalorando la pista anarchica, come, di fatto, sarebbe accaduto negli anni seguenti. Saragat e Moro, dunque, avrebbero stabilito un «patto del silenzio», rivelato per la prima volta da Bellini nel suo “Il segreto della Repubblica”. A suggello di questo compromesso il “moroteo” Luigi Gui avrebbe dovuto lasciare il ministero della Difesa e, quindi, il controllo politico dei servizi segreti militari a un esponente socialdemocratico, ossia dello stesso partito di Saragat. Non siamo in grado di stabilire se l’incontro tra Saragat e Moro ebbe realmente questo delicatissimo contenuto e, quindi, dobbiamo limitarci a individuare dei riscontri esterni che lo possano rendere plausibile. Anzitutto occorre registrare che alle ore 18 del 23 dicembre 1969 le due personalità s’incontrarono effettivamente a Castel Porziano come attestato dal diario storico del Quirinale, in una data perciò collimante con quella suggerita da Bellini già nel 1978. Inoltre, nel marzo 1970, in occasione del varo del terzo governo guidato da Rumor, il socialdemocratico Tanassi sostituì per davvero il democristiano Gui alla guida del dicastero della Difesa. Infine, soltanto in modo indiretto possiamo ricostruire il pessimo stato dei rapporti tra Saragat e Moro in quei giorni drammatici grazie al racconto dell’ambasciatore presso la Nato Manlio Brosio che una settimana più tardi, il 30 dicembre 1969, si recò in visita dal presidente della Repubblica riportando la seguente testimonianza: Saragat «ammette che si è riavvicinato a Fanfani contro Moro: “Ma il solo fatto che io mi sia riaccostato a quel cialtrone di Fanfani ti dice quanto grave sia la situazione”. Contro Moro è accanitissimo: “Di una passività assoluta, non è lecito governare così”». Anche dalle considerazioni dei numeri uno e due dei servizi segreti militari della prima metà degli anni Settanta, i generali Vito Miceli e Gianadelio Maletti, si possono ricavare conferme del racconto di Bellini. Ad esempio Miceli, intervistato nel 1975 da Lino Jannuzzi sull’Espresso, affermò in modo allusivo e ricattatorio: «Chiedete a Saragat, chiedete a Moro, domandategli di sciogliermi dal segreto militare, e io vi racconterò che cosa ho ereditato da Henke e che cosa Henke ha fatto come me e prima di me sotto l’ombrello di Saragat al Quirinale e di Moro a Palazzo Chigi». Molti anni più tardi Maletti, dal 1980 rifugiatosi in Sudafrica per sottrarsi al carcere, in un libro intervista del 2010, sostenne che, rispetto alla strage di piazza Fontana, «c’era in atto, in Italia, una precisa strategia americana: sono certo che sia il capo dello Stato [Saragat] sia Andreotti ne fossero al corrente». A proposito di queste impegnative rivelazioni è interessante notare che Bellini, interrogato dal magistrato Guido Salvini nell’aprile 1997, dichiarò di avere scritto il libro grazie alle informazioni ricevute, all’indomani della strage di Milano, da un giornalista inglese che sapeva essere un agente dei servizi britannici. A suo dire in quei mesi «vi era stato un grosso scontro istituzionale in sostanza fra l’area che aveva fatto capo a Saragat, definibile come Partito americano, e l’area che aveva fatto capo a Moro, scontro che aveva avuto il suo epilogo qualche giorno prima di Natale». Il presidente del Consiglio Rumor, «il quale inizialmente faceva parte dell’area del Partito americano», aveva rinunciato a dichiarare lo stato di emergenza e a sciogliere le Camere e si era alleato con Moro contribuendo a fare prevalere «questa seconda linea che aveva dalla sua parte la possibilità di mettere sul tavolo i primi risultati delle indagini delegate dal Ministro della Difesa Gui, molto vicino a Moro, al controspionaggio militare e ai carabinieri e che stavano portando alla evidenziazione della responsabilità di gruppi di estrema destra». Per avvalorare tali informazioni il giornalista inglese gli mostrò un articolo del The Observer del 14 dicembre 1969, in cui si sosteneva la matrice neofascista della strage e si utilizzava per la prima volta l’espressione «strategy of tension». Egli aggiunse che «non era un semplice commento giornalistico, ma una sorta di presa di posizione ufficiale ben comprensibile negli ambienti politico-diplomatici, che intendeva disapprovare la possibile destabilizzazione del nostro Paese a seguito di un eventuale scioglimento delle Camere. Ciò era stato ben compreso ed era per queste ragioni che Saragat, stizzito, aveva indotto il Governo a una protesta diplomatica», effettivamente inoltrata dall’ambasciatore a Londra Raimondo Manzini, il quale costrinse il Foreign Office a una smentita. Uno dei tre autori dell’articolo, Neal Ascherson, ha sostenuto nel 2014 in un’intervista alla giornalista Simona Zecchi che il contenuto del pezzo gli fu suggerito da due colleghi dell’Espresso, Antonio Gambino e Claudio Risé, i quali si sarebbero serviti di lui come cassa di risonanza internazionale per evitare di incorrere in Italia nel reato di calunnia. A questo riguardo, nel 1975, l’ormai ex presidente della Repubblica Saragat, polemizzando proprio con L’Espresso, asserì, evidentemente a ragion veduta, che l’articolo del The Observer fosse stato in realtà scritto nella libreria Feltrinelli di via del Babuino a Roma. In tutta evidenza «l’operazione Bellini» fu alimentata da un gioco di sponda dal sapore spionistico lungo l’asse Roma-Londra. Del resto, lo stesso Bellini nel 1997 affermò che, nel corso della Resistenza, aveva avuto delle esperienze sia con agenti segreti statunitensi sia inglesi, ma che per sua «simpatia nei confronti di questi ultimi, cioè gli inglesi, dopo la guerra aveva rifiutato la Bronze Star americana». A prescindere dalla veridicità dei contenuti propalati, la prolungata azione di Bellini, intrecciata a quella del The Observer, individuò un duplice bersaglio: gli Stati Uniti di Richard Nixon, in carica dal 20 gennaio 1969 al 9 agosto 1974, unico presidente della plurisecolare storia americana costretto alle dimissioni, e l’Italia del capo dello Stato Saragat, in carica fino al dicembre 1971, un politico antifascista di antica e provata fede atlantica. In questo modo si volle avvisare l’opinione pubblica internazionale di quanto stava accadendo nella penisola ma anche distogliere ogni eventuale sospetto da un possibile ruolo britannico e offrire, con l’espressione «strategia della tensione», una chiave di lettura destinata a una duratura e controversa fortuna interpretativa per provare a spiegare l’onda stragista di matrice neo-fascista che colpì l’Italia dal 25 aprile 1969, con l’attentato senza morti della Fiera di Milano, fino al 3 agosto 1974, quando saltò in aria una carrozza del treno «Italicus», provocando dodici vittime.

Maria Antonietta Calabrò per formiche.net l'11 maggio 2021. “Corrado Corghi? Sì, ricordo che questo nome me lo ha fatto Curioni”. Monsignor Fabio Fabbri per molti anni braccio destro del Capo dei cappellani delle carceri, monsignor Cesare Curioni, conferma il ruolo svolto per tentare di liberare Moro da parte di Corghi, una figura di spicco del mondo cattolico, dal Dopoguerra agli anni Ottanta. Corghi era di Reggio Emilia. Di lui si conosceva la propensione al dialogo con brigatisti storici come Alberto Franceschini, Franco Bonisoli, Roberto Ognibene e il carceriere di Moro, Prospero Gallinari. Tutti anche loro originari di Reggio Emilia. Finora, c’erano state ricostruzioni sul fatto che Corghi aveva cercato, arrivando a Roma, di interessare i ministri dell’epoca ad una trattativa. Ma non c’era stato ancora un testimone diretto che affermasse che Corghi poi abbia effettivamente avuto a che fare con la trattativa per Moro, e che questa trattativa gestita da don Curioni e che potremmo chiamare “vaticana” (che chissà perché ancor oggi alcuni esponenti negano), sia andata avanti a lungo, fino al giorno dell’esecuzione dello statista Dc, cioè il 9 maggio di 43 anni fa. Ha dichiarato monsignor Fabbri a chi scrive nell’aprile 2021: “Sì, monsignor Curioni mi disse che Moro stava per essere liberato che per questo era vestito di tutto punto perché dove la visita medica al Policlinico Gemelli avrebbe dovuto andare in Vaticano. Quello che non mi spiego è che cosa c’entrasse il Cile”. Il Cile, all’epoca, già in piena era Pinochet. Ma questo combacia con il contenuto di quanto il presidente del Consiglio Giulio Andreotti affermò il 21 maggio 1978 durante il Consiglio dei ministri e riportato nel verbale pubblicato, a 43 anni di distanza, da Miguel Gotor in una intervista a repubblica.it: “Un’ultima osservazione [intendo fare]: noi abbiamo fatto molto di più di quello che è apparso per liberare Moro (attività Gheddafi-Arafat) anche con trovate particolari con denaro e anche con proposte di scambi in altri Paesi (Cile). Il rimprovero ai socialisti non è quello di avere cercato una strada ma di averla pubblicizzata”. Secondo Andreotti alludeva a uno scambio di prigionieri. “Credo che il riferimento – ha detto nell’intervista – sia al tentativo di liberare un prigioniero politico cileno rinchiuso nelle carceri del regime di Pinochet avviando così uno scambio di ostaggi come avvenne nel 1973 fra Breznev e Pinochet”. Oggi possiamo dire che fu Corghi a intavolare quella trattativa con il Paese Sudamericano. Altra coincidenza è che don Fabio Fabbri ha parlato dell’ultima prigione di Moro solo dopo che Corghi (classe 1920, partigiano bianco) è morto a 96 anni nell’ottobre 2017. È di due mesi dopo, 6 dicembre del 2017, infatti la deposizione di monsignor Fabbri (subito secretata) davanti agli investigatori della Commissione Moro 2, presieduta da Giuseppe Fioroni, don Fabio Fabbri afferma: “Voglio riferire un aspetto su cui mi riferì Curioni. Nei risvolti dei pantaloni dell’on. Moro al momento del ritrovamento del suo cadavere, fu rinvenuto del terriccio che io so essere del terriccio riconducibile ad una cantina di un’ambasciata che all’epoca trovava sede nei pressi di via Caetani. Ambasciata attualmente non più attiva”. Secondo la ricostruzione basata su riscontri delle fonti diplomatiche dell’epoca, pubblicata nel libro di cui sono coautore insieme a Giuseppe Fioroni, presidente della Commissione Moro 2, si trattava della cantina dell’allora residenza dell’ambasciatore del Cile, presso la Santa Sede. Corghi era stato da giovane un partigiano bianco e portalettere di fiducia di Dossetti al Cln, nel dopoguerra entra nella direzione nazionale dell’Azione Cattolica per poi impegnarsi nella Dc, partito da cui uscirà nel 1968 su posizioni di contestazione radicale. Amico del cardinal Pignedoli, originario di Felina, conosciuto durante il conflitto, nel 1943. Il porporato, vicinissimo a Giovan Battista Montini, futuro Paolo VI. Con un altro emiliano illustre, Ermanno Gorrieri, Corghi tesse le fila di una rete di resistenza atlantica in chiave anti-sovietica, la base della rete che conosceremo negli anni Novanta con il nome Stay Behind. Maestro di Castagnetti e Bonferroni. Corghi divenne in seguito un esperto di America Latina sulla quale ha scritto numerosi saggi con particolare attenzione ai problemi dello sviluppo post conciliare della Chiesa e delle ribellioni a “sinistra” della Dc. Fu inviato dal Vaticano a Cuba. Fu grazie la lui che venne liberato il regista francese Regis Debray. Ebbe fortissimi rapporti con il Cile di Salvador Allende, a quello che aveva ribattezzato “nuovo Cile”, cui aveva dedicato un libro pubblicato da Feltrinelli nel giugno del 1973, pochi mesi prima del golpe militare di Pinochet. Ma Corghi continuerà a seguire le vicende del Cile anche dopo il golpe e per conto anche dell’ex sindaco di Firenze La Pira che aveva accompagnato nel Paese sudamericano per la cosiddetta “Operazione verità” voluta da Allende. È emerso solo relativamente di recente, dagli archivi della Stasi (il servizio segreto della ex Ddr) nel 2005, che il Cile (con il Sudafrica) era la nazione in cui la Stasi aveva la maggiore penetrazione al mondo, fino agli anni ’90. Così come sappiamo solo oggi sappiamo che Salvator Allende era strettamente supportato ma anche monitorato dalla Stasi. E che la rete di Markus Wolf (“Il Lupo”), che in Europa controllava il terrorismo palestinese e la Rote Armee Frackion, rimase nel Paese, sudamericano anche dopo il golpe militare di Pinochet. Tanto che Erich Honecker, capo della Ddr dal 1971, in fuga da Berlino Est dopo la caduta del Muro (1989), trovò rifugio proprio in Cile, dove lo aveva preceduto la moglie e dove morì nel 1994, con Pinochet ancora al potere. Nelle testimonianze rese alla Commissione Moro 2 il 31 maggio e il 7 giugno 2017 dal professor Gaetano Lettieri, figlio di Nicola Lettieri, sottosegretario al ministero dell’Interno, responsabile dell’unità di crisi per la ricerca di Aldo Moro, ha riferito che nei dialoghi in famiglia, sia pure senza particolari esplicativi, il padre si riferì alla prigione di Moro con questa frase: “Ci stavamo seduti sopra”. E in effetti Palazzo Ruggeri si trova sul corso Vittorio Emanuele vicinissimo a piazza del Gesù, sede della Dc. Via Caetani è una traversa di via delle Botteghe Oscure che si trova in senso opposto rispetto alla direzione che porta a piazza del Gesù e fu scelta perché verosimilmente molto vicina all’ultima prigione e al luogo dell’esecuzione, e immediatamente raggiungibile, senza particolari rischi, per gli assassini. Basta girare l’angolo e percorrere non più di centocinquanta metri. Ma monsignor Fabbri aggiunge oggi anche un altro particolare: “Moro, mi disse Curioni, era stato vestito di tutto punto, perché stava per essere liberato, proprio quel 9 maggio. Così sapevano Curioni e il Vaticano”. Insomma, sembra proprio che il destino di Aldo Moro non fosse stato “predestinato” fin dall’inizio. Cosa sia accaduto alla fine, nelle ultime ore, dipende da chi effettivamente lo ha ucciso. Perché la versione dei fatti rese dai brigatisti anche sull’assassinio è lacunosa e contraddittoria rispetto ai nuovi risultati d’indagine che sono stati possibili grazie ai nuovi metodi della polizia scientifica, agli accertamenti del Ris dei Carabinieri, alla perizia balistica svolta – solo nel 2016 – sull’arma che (dopo i primi colpi della mitraglietta Skorpion) lo fece morire con una lenta agonia (non una morte sul colpo, ma quasi un’ora di lento dissanguamento). La perizia balistica su quell’arma risale solo al 2016, cinque anni fa. Si tratta di una PKK, volgarmente nota come P38.

Quella mancata irruzione nella prigione brigatista che avrebbe salvato Moro. Il racconto sul sequestro Moro, fatto, il 4 maggio scorso, dal generale, Antonio Cornacchia, allora a capo del nucleo investigativo dei Carabinieri di Roma. Francesco Damato su Il Dubbio l'8 maggio 2021. Alla celebrazione dei 43 anni dalla morte di Aldo Moro, ucciso dalle brigate rosse il 9 maggio 1978 dopo 55 giorni di prigionia, ha voluto partecipare anche Walter Veltroni, che allora aveva solo 23 anni e già si prenotava inconsapevolmente alla carica di sindaco d Roma nei panni di consigliere comunale. Lo ha fatto raccogliendo in un libro le interviste raccolte per il Corriere della Sera sul sequestro appunto di Moro in questo suo ritorno al giornalismo propedeutico – secondo i soliti, maliziosi retroscenisti- ad una partecipazione alla prossima edizione della corsa al Quirinale. A introdurre le interviste sono riflessioni molto amare su quel tragico passaggio della storia della Repubblica. «Troppi silenzi e troppi morti in questa, ahimè, classica storia italiana della tanto ingiustamente rimpianta prima Repubblica. Tutto strano, tutto sporco», ha scritto Veltroni, ma senza autocritiche, o non abbastanza avvertibili, per il contributo, quanto meno, fornito dal suo partito all’epilogo di quella tragedia, con tutti i misteri nei quali è ancora avvolto dopo tante inchieste giudiziarie e parlamentari. Alla cui parzialità non certo Veltroni personalmente, per il ruolo che aveva allora, ma di sicuro il suo partito – il Pci- ha contribuito avendo omesso di rilevare, chiarire e quant’altro cose che i suoi dirigenti non potevano ignorare per il peso che avevano dentro l’allora maggioranza di governo. E non certamente dietro le quinte, per quanto Andreotti avesse appena formato il suo quarto governo deludendo le attese che aveva alimentato alle Botteghe Oscure. Dove si aspettavano quanto meno l’esclusione dal monocolore democristiano di due ministri di cui erano state reclamate le teste salvate invece all’ultimo momento proprio da Moro: Antonio Bisaglia e Carlo Donat- Cattin, in ordine rigorosamente alfabetico. Probabilmente Enrico Berlinguer avrebbe disposto non più la fiducia concordata in lunghe trattative ma il ritorno all’astensione se il sequestro del presidente della Dc la mattina del 16 marzo non avesse creato quelle condizioni di eccezionalità in cui la fiducia di entrambe le Camere, non di una sola, fu concessa in 24 ore, come in una sfida ai terroristi mossisi anche per far tornare il Pci all’opposizione e all’obiettivo “tradito” della rivoluzione. Ricordo ancora nitidamente quella sera in cui il comune amico Enzo Bettiza mi raccontò a cena – e avrebbe poi ripetuto in uno dei suoi libri- di essere andato a trovare in mattinata il ministro dell’Interno Francesco Cossiga, al Viminale, e di averlo visto e sentito deferente e quasi intimidito al telefono con Ugo Pecchioli. Che seguiva la gestione del sequestro Moro e delle ricerche per conto del Pci reclamando informazioni sempre più precise. Lo stesso Cossiga, imbarazzato, avrebbe invitato l’ospite e amico a rendersi conto di quanto difficile fosse diventato il suo ruolo. In prossimità del 43.mo anniversario della morte e del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro nel bagagliaio dell’auto in cui era stato assassinato, e poi posteggiata a metà strada fra le sedi della Dc e del Pci con quella «lingua metà intrisa di sangue, indice di un’agonia non breve», avendo «sofferto dai 15 minuti prima di spirare», secondo chi ne avrebbe poi eseguito l’autopsia- sentite che cosa ha raccontato al Tempo il 4 maggio scorso il generale in pensione Antonio Cornacchia, allora colonnello a capo del nucleo investigativo dei Carabinieri di Roma: «Al Viminale sapevano dov’era la prigione, l’aveva scoperta il generale dalla Chiesa. Lui aveva allestito Unis, un contingente di 30 paracadutisti che aspettavano in via Aurelia, in attesa di avere l’ok per entrare in azione e liberare Moro» nella non lontana, peraltro, via Montalcini. Caspita. Perché l’operazione non fu eseguita? «Fu un’attesa vana. Andreotti – ha raccontato il generale- non diede mai via libera e cercò di occultare la documentazione relativa. Ma gli incartamenti sono stati trovati dal tribunale dei ministri nel 1996, solamente che il Senato», dove Andreotti era approdato nel 1991 col laticlavio concessogli al Quirinale da Cossiga, «non concesse l’autorizzazione a procedere». Sorge a questo punto il sospetto che fossero proprio le carte su quell’operazione così ben preparata ma non eseguita che la mattina del 4 settembre 1982 agenti dei servizi segreti cercarono e portarono via dalla cassaforte dell’alloggio siciliano assegnato al generale dalla Chiesa, ucciso la sera prima dalla mafia nelle sue nuove funzioni di prefetto di Palermo. Dove si sperava che riuscisse a replicare contro la mafia, appunto, i successi conseguiti nella lotta al terrorismo, a parte – ripeto- le mani legategli per l’assalto al covo dove Moro viveva i suoi ultimi giorni, promosso addirittura a “prigione del popolo” dai suoi sequestratori. Neppure se fosse vera la leggenda sentita con le mie orecchie una volta alla Camera di un’operazione ritardata, e poi vanificata dalla morte dell’ostaggio, per la paura dei familiari di Moro di vederlo soccombere nell’assalto, preferendo quindi una liberazione negoziata, quella avrebbe potuto essere una ragione per rinunciarvi. Che razza di linea della fermezza era allora quella gridata ai quattro venti dal governo e giustamente liquidata da Cornacchia, pur partecipe della sua applicazione, come “un’assurdità”, anche perché «decisa e proclamata quando ancora le brigate rosse non avevano rivendicato l’agguato di via Fani»? Non parliamo infine di quel pacco di 10 miliardi di lire che il 6 maggio del 1978 Cornacchia andò a ritirare a Castel Gandolfo, con l’ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, don Cesare Curione, e padre Enrico Zucca, dalle mani del segretario di Papa Paolo VI, monsignor Pasquale Macchi, destinati a pagare il riscatto di Moro. Ma alle 19,35 – ha raccontato il generale- il segretario del Pontefice ricevette una telefonata che gli impedì, pallido in volto, di completare la consegna.

Manuel Fondato per "il Tempo" il 4 maggio 2021. Antonio Cornacchia, generale in congedo dei Carabinieri, nel 1978, da colonnello, comandava il Nucleo investigativo di Roma dell'Arma. Ha indagato sul Caso Moro (fu lui ad aprire la Renault 4 rossa in via Caetani), sul delitto Pecorelli, sulla Banda della Magliana. Su questi argomenti ha pubblicato diversi libri, di cui l'ultimo, Giustizia non fatta, tratta le contraddizioni e i lati oscuri del rapimento e l'uccisione dello statista.

Generale, partiamo dall'arresto in Francia degli ex terroristi. Cosa ha provato a questa notizia?

«"Finalmente", ho pensato e subito dopo alle loro vittime. stata una bella giornata di giustizia, che diventa spesso un miraggio. L'intervento del governo francese smentisce finalmente Mitterand e la sua dottrina. Ora però bisogna andare a fondo e non vanificare questi arresti».

Torniamo a quel 9 maggio 1978, in cui lei è tra i primi a intervenire in via Caetani.

«È stato un giorno molto doloroso, avevo conosciuto Moro personalmente 10 anni prima, il 21 marzo 1968, quando venne a trascorrere la festività di San Benedetto a Norcia, dove ero comandante della Tenenza dei Carabinieri. Mai avrei immaginato che sarebbe toccato a me rinvenirlo cadavere. Mi trovavo a Trastevere, in Piazza Ippolito Nievo, la radio mi cercò chiamando Airone 1, il mio nome in codice. Era il colonnello Gerardo De Don no, che mi avvertiva di una macchina sospetta in via Caetani. La raggiunsi in pochi minuti, a quel tempo non c'erano macchine, abitazioni, c'era solo un passaggio pedonale. Via Caetani era anche la sede della discoteca di Stato, interrogai gli impiegati che lavoravano lì e riuscii a collocare alle 8 meno 6 minuti l'orario esatto in cui i brigatisti parcheggiarono la Renault 4, occupando il posto riservato normalmente all'auto del funzionario. L'abitacolo dell'auto era completamente vuoto, notai un plaid che copriva qualcosa di voluminoso nella parte posteriore. Non toccammo nulla in attesa degli artificieri, che però tardavano ad arrivare. Presi allora un rudimentale piede di porco, aprendo il cofano posteriore notai il presidente. Non dimenticherò mai il suo labbro, la lingua metà intrisa di sangue, indice di un'agonia non breve. Secondo l'autopsia soffrì dai 10 ai 15 minuti prima di spirare».

La linea della fermezza era giusta? Uno Stato può trattare con dei criminali?

«Le linea della fermezza era un'assurdità, ancora più assurdo che fosse stata decisa e proclamata il 16 marzo quando ancora le BR non avevano rivendicato agguato di via Fani».

Le indagini non produssero molto. Si poteva salvare Moro attraverso un utilizzo mi Fiore delle Forze di Polizia?

«Noi Carabinieri navigammo nel buio, le indagini di polizia giudiziaria non avevano le tecnologie moderne, le indagini erano molto basate sull'empirismo, si zappava l'orto sul campo, come dicevamo tra noi. Mi resi presto conto pere) che molti remavano contro di noi e la Digos».

Dove sedevano quelli che remarono contro?

«Al Viminale crearono rapidamente tre comitati di crisi, di cui uno formato da esperti. Tra loro anche il professor Franco Ferracuti. Lui lo conoscevo bene, in quanto criminologo, assistente del professor di Tullio. Entrambi erano insegnanti di antropologia criminale alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri. Anni dopo Franco si aprì con me confessandomi che la linea iniziale del Comitato era quella di temporeggiare per poter contattare e scendere a patti con i vertici delle Br. Ma Andreotti e il Partito Stato non furono d'accordo. Il 18 aprile ci fu la certezza che Moro non sarebbe uscito dalla prigione, quel giorno fu un susseguirsi di coincidenze, ma io credo solo a quelle ferroviarie. La mattina si individua il covo di via Gradoli 96 interno 11 residenza di Moretti e Balzerani. Mi chiame) il comandante dei vigili del fuoco Elveno Pastorelli, arrivai per primo, con il collega Antonio Varisco e attendemmo Domenico Spinella capo della Digos, con cui procedemmo alla perquisizione e al ritrovamento di materiale fondamentale per le indagini. Mi chiamarono per recarmi nel lago della Duchessa, ma io lo conoscevo bene e sapevo che era gelato per molti mesi l'anno, quindi scelsi di rimanere a via Gradoli. Segui il finto comunicato, fatto da Chichiarelli, falsario della Banda della Magliana, che gli esperti ritennero vero. Pecorelli su OP disse subito invece che era falso. Andreotti a Tribuna Politica su Rai 2 ribadì ancora la fermezza. Al termine di quella giornata ebbi la consapevolezza che per Moro non c'era più nulla da fare».

Cossiga soffrì particolarmente, anche dal punto di vista fisico, l'impossibilità di salvare Moro. Lei ebbe modo di incontrarlo spesso. Come visse quei 55 giorni, colui che, dopo Andreotti, era l'uomo con più potere in quel momento?

«Cossiga voleva salvare Moro. Al Viminale sapevano dov'era la prigione, l'aveva scoperta il Generale Dalla Chiesa. Lui aveva allestito Unis, un contingente di 30 paracadutisti che aspettavano in via Aurelia, in attesa di avere l'ok per entrare in azione e liberare Moro. Fu un'attesa vana. Andreotti non diede mai il via libera e cercò di occultare la documentazione relativa a questa operazione. Ma gli incartamenti sono stati trovati dal Tribunale dei Ministri nel 1996, solamente che il Senato non concesse l'autorizzazione a procedere».

Chi altro tentò realmente di fare qualcosa di concreto per Moro?

«Sua Santità Paolo VI. Il 6 maggio, tre giorni prima del ritrovamento del corpo, mi recai a Castel Gandolfo con l'ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane don Cesare Curione e padre Enrico Zucca, cappellano anche del Noto Servizio cosiddetto anello, un servizio segreto parallelo: 167 uomini di cui si servirono tre presidenti del consiglio: Andreotti, Forlani e in parte anche Craxi. Incontrammo il segretario di Paolo VI monsignor Pasquale Macchi. Era pronto un involucro con 10 miliardi di lire, che servivano a pagare il riscatto per la liberazione di Moro. Alle 19:35 squillò il telefono, Macchi andò a rispondere, tornò pallido e disse: "Ci hanno precluso di consegnare questo riscatto". Anni dopo seppi che era stato un elemento della loggia di Cristo Re in Paradiso, verosimilmente il dietrofront venne quindi dal Vaticano stesso, che proibì al Papa di salvare Moro. Il presidente non lo seppe mai, infatti scrisse: "Il Papa ha fatto pochino", invece il Papa fece tanto. Andreotti rimprovererà, se pur diplomaticamente, questa ingerenza».

A chi faceva comodo la morte di Moro?

«La morte di Moro faceva comodo a tante persone. L'Italia aveva perso la guerra e ci eravamo illusi di sederci ai tavoli alla pari con gli alleati, invece dovevamo sottostare a certe condizioni, una di queste era che il Pci, il più grande dell'Occidente, stesse fuori dalle stanze dei bottoni. Anche l'Unione Sovietica era contraria al fatto che un partito comunista potesse "democratizzarsi". Moro nel 1974 fu avvisato chiaramente durante il suo viaggio negli Stati Uniti che ci sarebbero state reazioni se avesse continuato ad avvicinarsi al Pci. Un funzionario americano a Roma, si riferì alla moglie di Moro, Eleonora, prefigurandole lo stesso destino di vedova di Jackie Kennedy».

Lei ha indagato anche sull'omicidio Pecorelli. La sua morte è connessa a quello che sapeva su Moro?

«Pecorelli ha pagato con la vita la sua ricerca della verità, toccando anche il partito a cui era vicino, la Dc, toccando chi gli dava informazioni, chi lo aveva sostenuto, OP. Pecorelli non guardava in faccia nessuno. Era andato a fare dichiarazioni in procura, mai rese note, il giorno in cui fu poi assassinato. Ho indagato per 7 mesi, sull'omicidio, ero presente in via Orazio quando trovammo il corpo; grazie alle indicazioni di Varisco, ucciso anche lui poco dopo, ho ricostruito l'identikit del killer che uccise con 4 colpi il giornalista. Sono ancora in attesa che la Procura mi risponda su alcuni temi che posi ai tempi».

Il ruolo della P2 è stato sovrastimato o fu reale?

«La vicenda Moro viene definita sempre come un mistero, ma il mistero appartiene a un'altra categoria, mentre invece si tratta di un punto interrogativo al quale si continua a non voler rispondere. Io sono un avversario della dietrologia, nel caso Moro si usa sempre la dietrologia. Alcuni miei superiori erano iscritti alla P2, ma quello che Posso dire è che nessuno di loro mi ha mai dato indicazioni contrarie al corso corretto delle indagini, non ho mai avuto modo di dubitare di loro. Una volta Gelli mi disse: per sapere la verità su Moro bisognerà aspettare anni, quando saremo tutti morti, compresi io e lei».

Walter Veltroni, il saggio su Moro. L’istante in cui cambiò l’Italia. Walter Veltroni su Il Corriere della Sera il 2 maggio 2021. Pubblichiamo parte dell’introduzione del libro in edicola e in libreria dal 6 maggio per Solferino. Una raccolta di testimonianze sugli eventi degli anni di piombo. La «Fiat 130» berlina su cui viaggiava l’onorevole Aldo Moro subito dopo l’agguato in via Fani, a Roma, il 16 marzo 1978. Quell’automobile traforata di colpi, quei giornali sparsi sul sedile posteriore, quel corpo coperto da un lenzuolo, quel rivolo di sangue che attraversa l’asfalto di via Fani. Immagini, impresse nella nostra memoria, che scandiscono un passaggio d’epoca. Come Jacqueline Kennedy che cerca di afferrare, sul cofano posteriore della Lincoln Continental (un marchio che era un presagio), i brandelli del cervello del marito, come Ceausescu che ascolta sorpreso i fischi giungere dalla folla che lo aveva sempre idolatrato, come l’arrivo del secondo aereo, inquadrato dal basso, che si abbatte contro una delle Torri gemelle. Sequenze di pochi frames nelle quali è racchiuso il farsi del tempo storico, il passaggio da un’epoca all’altra. Come aver assistito in diretta alla Notte dei cristalli o all’assassinio di Francesco Ferdinando a Sarajevo (un luogo che era un presagio). Quel giorno, il più importante della storia italiana del dopoguerra, con la strage della scorta di Aldo Moro e il suo rapimento, il corso della vicenda politica e istituzionale di questo Paese è cambiato. Esiste, come per i grandi passaggi d’epoca, un prima e un dopo. Pochi secondi e tutto cambia, per anni. C’è qualcosa di chirurgico, in azioni come quelle di via Fani. Si colpiscono degli esseri umani, in primo luogo gli agenti di scorta, e quelle pallottole fanno un giro complicato, con traiettorie che sembrano impossibili. Ma arrivano dove devono arrivare. Quei colpi sparati dalle mitragliette dei brigatisti volano fino a piazza del Gesù, dove colpiscono Benigno Zaccagnini e poi sterzano repentinamente verso via delle Botteghe Oscure dove, al secondo piano, lavora nel suo ufficio Enrico Berlinguer. Un intero disegno politico, durato anni, va in frantumi distrutto da quelle pallottole. Doveva essere, nelle intenzioni di Aldo Moro, una seconda fase della storia repubblicana in cui la collaborazione tra i due grandi partiti — che avevano raccolto, alle elezioni del 1976, il 73 per cento dei voti degli italiani — si rendeva obbligatoria, per governare il Paese. Certo, la Dc avrebbe ancora potuto cercare di dar vita a un quadripartito tradizionale, ma il Psi non era disponibile. L’Italia era spaccata a metà e Moro voleva uscire dalle sabbie mobili della fase degenerativa di un centrosinistra che si dibatteva tra instabilità e inefficienza. (...) È tutto strano, tutto sporco, nella vicenda Moro. Nessuno, dopo più di quarant’anni, ha detto una verità risolutiva. In primo luogo i brigatisti che, nel caso migliore, devono difendere la coerenza di una autobiografia e nel caso peggiore rischierebbero molto se dicessero la verità. Non l’hanno detta coloro che hanno avuto la responsabilità delle indagini. Via Gradoli, il Lago della Duchessa, il ruolo della Banda della Magliana, la scelta di non pedinare gli autonomi con i quali i socialisti stavano cercando una soluzione, i consulenti americani che volevano Moro morto e il ruolo dei Servizi dell’Est. Steve Pieczenick, inviato al Viminale dagli Usa su richiesta italiana, non esiterà a dire, in un’intervista a Giovanni Minoli del 2013: «Fino alla fine ho avuto paura che liberassero Moro». Per Sossi si era trattato, per l’assessore Cirillo anche, per il figlio del segretario del Psi De Martino pure. E poi Andreotti che corregge il testo di un appello del papa, il comitato che si occupava delle indagini infestato da uomini della P2, il gioco pericoloso di Mino Pecorelli e la sua uccisione. Troppi silenzi e troppi morti, in questa, ahimè, classica storia italiana della tanto ingiustamente rimpianta Prima Repubblica. Tutto strano, tutto sporco. L’obiettivo del rapimento del 16 marzo era la funzione di cerniera e di innovazione che Moro aveva assunto in quel passaggio delicatissimo della storia nazionale. Alberto Franceschini, uno dei fondatori dell’organizzazione terrorista, in un’intervista mi disse chiaramente che l’obiettivo delle Br, prima e dopo il rapimento dello statista Dc, era far saltare il compromesso storico. L’operazione Moro, da questo punto di vista, era chirurgica. Colpito lui, tolto di mezzo, quella prospettiva sarebbe svanita come neve al sole. Così fu. E persino la Dc, dopo pochi anni, venne travolta dalle sue contraddizioni, confermando una delle previsioni di Moro riguardo a una imminente «rovina» dello scudo crociato. Moro aveva convinto a fatica una recalcitrante Democrazia cristiana a imboccare la via della collaborazione con il Pci. In lui era dichiarata l’intenzione di sperimentare una fase di collaborazione, di legittimare, dal punto di vista democratico e internazionale, lo storico avversario di sempre e poi di conoscere così una democrazia dell’alternanza, senza dover immaginare che una sconfitta elettorale della Dc, che certo lui in questo modo pensava di evitare, significasse un rischio democratico per un Paese occidentale. Era un grande disegno. Diciamoci la verità, il più grande dopo la Resistenza e la Costituzione. Va ricordato il doloroso discorso che Moro tenne, quindici giorni prima di essere rapito, alla decisiva riunione dei gruppi parlamentari della Dc. Partì dal riconoscimento del fatto che «qualche cosa, da anni, è guasto, è arrugginito nel normale meccanismo della vita politica italiana». E poi, riflettendo sul risultato delle elezioni politiche del 1976, disse: «Abbiamo avuto una vittoria, ma non siamo stati soli. Anche altri hanno avuto una vittoria; siamo in due vincitori, e due vincitori in una sola battaglia creano certamente dei problemi». Dopo aver ricordato la «flessibilità» della Democrazia cristiana, che ne ha assicurato l’egemonia nel Paese dal dopoguerra, Moro spiega perché, dopo i passaggi della non sfiducia e dell’accordo di programma che avevano caratterizzato l’avvio della legislatura, ci sia bisogno di fare un passo ulteriore: l’ingresso, a pieno titolo, del Pci nella maggioranza di governo. (...)

Moro sta parlando a tutti, non solo ai deputati scudocrociati che ha di fronte. Parla al Pci, alle cancellerie. Rassicura, garantisce. Vuole evitare una rottura del suo mondo che manderebbe all’aria il suo disegno. Per questo ha voluto Andreotti a capo del governo, per questo la Dc ha sfornato, in quelle ore, una composizione del governo che fa infuriare Botteghe Oscure per la totale continuità con i monocolore precedenti. (...) La mattina del 16 marzo la Camera è riunita per la presentazione del nuovo governo. Non per quell’evento passerà alla storia, il livido e piovoso giovedì di fine inverno del 1978. (...) Berlinguer, come Moro, è angosciato da quello che rischia di sembrare il Comma 22 della politica italiana. Una stagione è finita e un’altra non può cominciare. Un governo di alternativa di sinistra scatenerebbe infatti una reazione violenta. Sul piano interno ma, ancor di più, su quello internazionale. All’amministrazione americana non importava di conoscere Gramsci e la fondazione dell’originalità del Pci della quale, non meno pericolosamente, i sovietici invece erano fin troppo consapevoli. E dunque l’idea che dei comunisti potessero condividere la partecipazione ai segreti della Nato, in un tempo di Guerra fredda ancora dominante, metteva tutti, come abbiamo visto, in grande agitazione. Nulla poteva essere escluso. Per diverse notti, alla metà degli anni Settanta, dirigenti delle organizzazioni democratiche dormirono fuori casa, su indicazione dei rispettivi partiti. Il Pci era cosciente di questo e Berlinguer ebbe il coraggio di riaprire, aggiornandolo, un tema che aveva impegnato già la ricerca di Palmiro Togliatti: la politica delle alleanze. Tema che un partito comunista si pone solo se ha scartato l’idea della «presa del potere». (...) Anche in Berlinguer, come in Moro, la forte discontinuità che viene proposta si accompagna a rassicurazioni verso la propria comunità. Contro la Dc, contro i «forchettoni», contro la politica centrista, il Pci aveva definito per decenni la sua identità. Ora, improvvisamente, si indica la via di una collaborazione, di un «compromesso storico» con gli avversari di sempre. Per questo anche Berlinguer, per di più senza il bagaglio di prestigio e di autorevolezza interna che Moro aveva conquistato nei decenni, nell’avanzare la proposta che gli sta a cuore la inquadra in modo da farla sembrare non una svolta e non certo una rottura, ma qualcosa che si pone in perfetta continuità con una tradizione. Di qui le citazioni di Lenin e della Nep come dimostrazione del valore «della scienza dell’offensiva e della scienza della ritirata». Moro e Berlinguer cercano di muovere i loro mondi, di portarli a incontrarsi, dopo decenni di conflitti asperrimi, ma si preoccupano, ambedue, di recapitare, a questo incontro, le loro grandi comunità non divise, non indebolite. (...) Contro questa linea sparano le Br. Colpendo Moro mandano in frantumi tutto il progetto. E la politica italiana, come nella tensione di un elastico rotto, torna al punto di partenza. Le Brigate rosse volevano il comunismo ma hanno prodotto il pentapartito. Volevano destabilizzare e hanno finito col ripristinare lo statu quo. E loro stesse, per arrivare troppo vicino al sole, si sono bruciate le ali. È il destino drammatico delle api che se pungono, muoiono. Oltre all’introduzione di cui pubblichiamo un estratto, il volume di Walter Veltroni Il caso Moro e la Prima Repubblica (Solferino), in uscita il 6 maggio in edicola e in libreria, contiene una serie di conversazioni con personaggi che forniscono le loro testimonianze. Apre la rassegna un colloquio che Veltroni ebbe in carcere con il terrorista delle Br Prospero Gallinari, uno dei carcerieri di Moro, pubblicato a suo tempo dall’«Unità» il 23 ottobre 1993. Seguono interviste con esponenti politici comparse sul «Corriere della Sera» tra il luglio 2019 e il luglio 2020: l’ex ministro socialista Rino Formica, l’ex dirigente del Pci Aldo Tortorella, l’ex ministro democristiano Virginio Rognoni, l’ex esponente della Dc e ministro dell’Interno di Forza Italia Beppe Pisanu, l’ex parlamentare democristiano Mario Segni, l’ex segretario del Pci e del Pds Achille Occhetto, l’ex ministro socialista Claudio Signorile, l’ex ministra radicale Emma Bonino, l’ex vicepresidente del Consiglio socialista Claudio Martelli.

Il caso. Se dietro le Br c’erano i servizi, perché Moretti dopo 40 anni sta ancora in galera? Frank Cimini su Il Riformista il 6 Aprile 2021. Mario Moretti fu arrestato il 4 aprile del 1981. Quindi sono 40 anni precisi precisi che dorme in galera da molto tempo semilibero ma comunque detenuto notturno. L’anniversario di quelle manette è l’ennesima occasione che il festival della dietrologia non si lascia scappare. Basta sentire le parole che Gennaro Acquaviva all’epoca del sequestro Moro capo della segreteria di Bettino Craxi ha consegnato in questi giorni a Walter Veltroni che sul Corriere della Sera ci prova sempre a rievocare “i misteri”. «Non so chi, non so come, ma sono certo che le Brigate Rosse sono state manovrate presentemente dal Kgb. L’infiltrazione sovietica nell’area della protesta violenta era evidente. Nel gruppo romano non lo so non credo, ma nelle Br in genere penso di sì. Bisognerebbe chiedere a Moretti». Eccoci, un esponente del partito della trattativa insieme a un erede del partito della fermezza per ribadire quello di cui negli atti processuali non si trova traccia. Ma a Mario Moretti tutti o quasi continuano a chiedere la verità quella che lui ha sempre detto a cominciare con il libro intervista a Rossana Rossanda e Carla Mosca che gli chiedevano in che modo lui reagisse al sospetto di ambiguità e trasversalità. «Ah con molta serenità e molta tranquillità nel senso che io mi rendo conto che attraverso questa accusa si vuole colpire l’idea dell’autenticità delle Brigate Rosse. La tesi che siano state manovrate dall’esterno è una tesi cara a chi non può sopportare l’idea che in questo paese si siano svolti dei fatti, delle iniziative, si siano giocati dei progetti politici esterni ai giochi di palazzo. Queste illazioni non meritano alcuna considerazione» è la posizione di Moretti che finora nessuno è stato in grado di scalfire concretamente. Anche se la dietrologia non vuole demordere. Ci sono carriere politiche e giornalistiche costruite sui falsi misteri del caso Moro. Sempre in questi giorni il figlio del capo della scorta di Moro, Domenico Ricci, intervistato da Adnkronos è tornato a intimare a Moretti di “dire la verità”. Non resta che stare ai fatti. Nel caso Moretti avesse intrallazzato con servizi segreti e potenze straniere non dormirebbe ancora dopo 40 anni in una cella del carcere di Opera. Il paese anche dopo così tanto tempo rifiuta di fare i conti con quello che fu un fenomeno squisitamente politico perché evidentemente ha paura della propria storia. Al punto da non voler prendere atto che Moretti condannato a sei ergastoli ha pagato per le sue responsabilità e dovrebbe dopo quarant’anni essere scarcerato. Avrebbe pieno diritto alla liberazione condizionata che lui non chiede perché non vuole evidentemente relazionarsi con chi in pratica con la dietrologia gli nega identità politica. Sentirsi rivolgere sempre lo stesso sospetto per uno che sta dentro dal 1981 è se possibile peggio dei sei ergastoli che gli hanno dato i giudici. In libreria da pochi giorni c’è un saggio “Brigate Rosse: un diario politico” curato dalla ricercatrice Silvia De Bernardinis. Un rendiconto critico e autocritico della storia delle Br a opera di alcuni dirigenti e militanti. Ribadisce il saggio, che dietro le Br c’erano solo le Br.

L’INTERVISTA. Acquaviva: «Vidi Craxi piangere con in mano la lettera che Moro gli scrisse dalla prigionia». Lo storico dirigente socialista Gennaro Acquaviva: «Noi del Psi avevamo l’occasione di cambiare l’Italia, ma non l’abbiamo colta Andreotti era più cinico, Cossiga soffrì tantissimo». Walter Veltroni su Il Corriere della Sera il 2 aprile 2021. Gennaro Acquaviva, è stato capo della segreteria politica di Craxi dal 1976 e poi suo consigliere politico a Palazzo Chigi. È quindi uno dei testimoni privilegiati di quell’autentico passaggio d’epoca, il rapimento di Moro e la fine della Prima Repubblica, sul quale si continua a riflettere. È un uomo e un dirigente politico schietto e diretto nelle sue posizioni. Cattolico, socialista, oggi presiede la Fondazione Socialismo e dedica il suo lavoro alla ricostruzione, con preziosi volumi, della vicenda del suo partito in quegli anni cruciali.

Quando inizia per te la fine della Prima Repubblica?

«Dopo Moro, il crollo è la conseguenza quasi obbligata. La Prima Repubblica finisce perché finisce il sistema che l’ha ordinata e che non si riesce a cambiare: sempre al governo un partito di centro e sempre all’opposizione una forza rappresentativa, grande e democratica, ma che non poteva mai andare al governo perché rimaneva comunista; e con i socialisti che non riescono a prendere i voti che gli servono. La realtà che si costruisce nel ‘45-’48, è decisiva. Il Partito comunista rimane condizionato dall’Unione Sovietica con tutti i vincoli e le paure che persino e nonostante Berlinguer permanevano. Era un dato oggettivo: esisteva una parte della classe dirigente comunista del Pci che era in un rapporto di filiazione, di amicizia e di fraternità con il sistema dell’Est. Questa cosa permane, inevitabilmente. La sostanza è che questo rapporto blocca il sistema, nel senso che la democrazia è un sistema complesso che senza alternanza non sta in piedi. Una realtà che alla fine produce anche corruzione, inevitabilmente».

La democrazia dell’alternanza era la vera Seconda Repubblica?

«Secondo me Craxi in qualche maniera è un sostituto-prosecutore dell’opera di Moro indirizzata a favorire l’evoluzione del sistema politico che doveva indirizzarsi verso una democrazia dell’alternanza. Uno dentro e uno fuori, io all’opposizione e tu in maggioranza. Uno schema bilanciato. Non ce la fa il Pci a trasformarsi aiutato da Moro, nella prima metà dei Settanta. Moro viene ucciso anche per questo, per averci provato pur dentro una Guerra fredda che ritorna. E la mano passa a Craxi. Perché Craxi ha la fortuna di incrociare il cambiamento della politica estera americana con gli euromissili. La forza di Craxi nasce nel ’79, con gli americani che scoprono l’Eni-Petromin, per fare fuori Andreotti; con il Preambolo nel febbraio ’80 per far vincere la linea anticomunista nella Democrazia cristiana. Diventa così, un po’ casualmente, ma anche intelligentemente, l’uomo degli americani e di conseguenza l’uomo decisivo per tutti gli anni 80».

Secondo te perché Moro viene rapito? Perché lui e perché quel giorno?

«Perché è l’uomo che può cambiare il sistema “convertendo” i comunisti e portandoli al governo. Lo avevano ammonito duramente a non farlo più volte nel 1975, e poi ancora a giugno del 1976 durante il vertice mondiale a Portorico, quasi nessuno lo ricorda. L’Italia, e personalmente Moro presidente del Consiglio, vengono lasciati fuori della porta mentre i grandi dell’Occidente discutono proprio del “pericolo Italia”».

Schmidt in particolare glielo disse, era un socialista...

«C’è un preannuncio, oggi potremmo dire drammatico. Moro, per gli americani e per gli equilibri del tempo, è un rompiscatole. La Guerra fredda non era uno scherzo, c’erano l’Alleanza Atlantica e il Patto di Varsavia. Il Pci dentro la Nato dava fastidio a tutti. Non so chi, non so come, ma sono certo che le Br sono state manovrate, prevalentemente dal Kgb. L’infiltrazione sovietica nell’area della protesta violenta era evidente. Nel gruppo romano non lo so, non credo. Ma nelle Br in genere penso di sì. Bisognerebbe chiedere a Moretti».

Tu allora cosa facevi?

«Ero il capo segreteria della direzione e lavoravo con Craxi».

Mi racconti del tentativo di Signorile e del Psi?

«Signorile sa le uniche cose serie e le ha raccontate».

Formica e Signorile nelle loro interviste mi hanno detto che avevate avvertito in quei giorni sia Cossiga che Leone.

«Craxi lo disse anche ad Andreotti. Ne sono certo».

Signorile dice di essere rimasto sorpreso dal fatto che nonostante tutti sapessero dei suoi contatti, nessuno fu pedinato. Tu che idea ti sei fatto di quei giorni?

«C’è un episodio che non posso dimenticare. Freato una mattina viene in Direzione e porta a Craxi una lettera di Moro. Mancano quindici giorni alla morte. Io rimango lì perché ero ansioso di sapere. Lo vedo uscire. Mi chiama Craxi e lo trovo che sta piangendo, nella sua stanza, con la lettera in mano. Ha le lacrime agli occhi e quasi butta verso di me questa lettera dicendo: “Adesso arriva quello della polizia e la deve sequestrare. Fai una copia”. Naturalmente non c’erano le fotocopiatrici all’epoca. Chiamiamo un fotografo di corsa e facciamo un’istantanea del testo. Dopo dieci minuti arriva Spinella, che allora era a capo della Digos. Immagina: io con questa lettera in mano, Craxi che piangeva come un cavallo. Consegno il testo come se fosse sangue di Gesù Cristo. Ma rimango basito dalla reazione del capo della Digos: prende la lettera, neanche la guarda e se la mette in tasca. Rimane in piedi nella mia stanza, non vede l’ora di andarsene. Mi dice solo: “Ma che caspita! Ma perché ci state a far perdere tempo! Ma che è sta roba! Insomma è tutto deciso, non c’è niente da fare, smettetela di rompere le scatole, di far perdere tempo a tutti”. Prende e se ne va. Era un bravo poliziotto, sia chiaro. Ma era evidentemente impregnato del clima di quei giorni, del mondo in cui operava. Che probabilmente lo aveva dato per morto il giorno stesso in cui l’hanno preso. Ma come? Tutti sapevano che Signorile incontrava degli emissari dell’autonomia e nessuno segue lui o loro? E Gradoli, il rubinetto dell’acqua, il lago della Duchessa? Quel giorno, con il depistaggio eseguito dalla banda della Magliana, si vede chiaramente che c’è qualche cosa sotto. Andreotti e Cossiga erano oggettivamente nella condizione di chi pensava o era costretto a pensare che la ragion di Stato, ammesso che tale fosse, dovesse prevalere sulla prospettiva della liberazione di Moro. Andreotti, che era più cinico e duro, va avanti come se niente fosse, Cossiga vive una autentica sofferenza. Cossiga assiste alla tragedia, al calvario. Perché avviene questo? Non posso saperlo. Forse perché c’era stato Portorico. C’è la rinascita della Guerra fredda, dietro».

Sia Moro che Berlinguer avevano, come dici tu, rotto le scatole agli americani e ai sovietici.

«Sì, anche Berlinguer era nel mirino dei sovietici. E la storia dell’attentato in Bulgaria è vera. È un tempo di nuove relazioni anche tra Pci e Psi sulla politica estera. A parte Sigonella c’è il dibattito parlamentare nel novembre dell’83 alla Camera sugli euromissili con Craxi che dà quasi ragione a Berlinguer, perché dichiara attenzione all’emendamento per tornare a trattare senza installare automaticamente. Anche se poi il movimento pacifista continua e si accentua. Napolitano in un convegno nostro sulla politica estera del 2002 lo ha ricordato come un grande momento di dialogo. Capisco che Craxi stava sulle scatole a tanta gente, che i socialisti apparivano dei supponenti e antipatici di natura loro, però quando erano in ballo gli interessi superiori, quelli della Nazione, ci si ritrovava».

Che ruolo ebbero i consulenti americani?

«A settembre del ’79 vado negli Stati Uniti su invito del governo americano; mi fanno anche fare il solito giro degli uffici competenti. Il messaggio diretto per Craxi me lo dette un ambasciatore mentre mi salutava sulla porta, prima che partissi. “Dipende tutto da Craxi, glielo riferisca” mi disse. Si chiamava George Vest, è stato un grande ambasciatore, ed allora era il capo dell’ufficio Europa del Dipartimento di Stato. Noi avevamo capito che non c’erano solo dei monoliti a Washington, c’erano dei partiti, nel potere, che prescindevano dalle presidenze democratiche o repubblicane. C’era continuità, comunque, nella gestione del rapporto con l’Urss, con l’Europa, con la Guerra fredda. Cossiga e Andreotti avevano delle entrature storiche di alto lignaggio ed erano visti da lì come interlocutori forti. Ma i loro universi di riferimento erano spesso diversificati. Andreotti stava con un mondo più progressista, sembra assurdo ma era così. Ovviamente a parte Vernon Walters, il suo amico d’infanzia. Cossiga guardava dall’altra parte. E durante la vicenda Moro chiese un aiuto e gli mandarono quel tizio che sembrava preoccupato solo di gestire la morte di Moro, non di liberarlo. Perché?».

Il sacerdote Don Mennini andò da Moro?

«Non ho prove ma probabilmente sì. Il canale vero della Santa Sede era però il cappellano delle carceri attraverso cui si cercò di imbastire una trattativa. E questi gli avevano quasi detto di sì, perché il canale era robusto. Erano più seri, più dentro e più discreti e probabilmente una parte di quelli che tenevano Moro con i soldi ci Èsarebbero stati. Anzi, sicuramente. E i soldi a Castel Gandolfo c’erano. Li hanno visti, non dico che li hanno contati, ma hanno visto la stanza piena».

L’incontro Craxi-Zaccagnini come fu? Tu c’eri?

«Ero fuori dalla porta, non sono entrato. Era domenica e Zaccagnini chissà perché venne quel giorno, non c’era nessuno. Craxi lo ricevette al Partito. Dovemmo passare dall’entrata posteriore, usare l’ascensore di riserva, perché non c’era il portiere. Zaccagnini era teso, provato. Parlarono mezz’ora. Craxi illustrò la proposta dello scambio. Questo era il tema. Zaccagnini era andato a sentire, incuriosito e forse desideroso di agire. Quando esce, è commosso, quasi piangente, e quando siamo sulla porta io gli dico: “Tanti auguri e forza, ne usciremo”. Gli do del tu, lui mi guarda: “È difficile, difficile”. C’è due giorni dopo un incontro formale. La Segreteria democristiana e la Segreteria socialista si incontrano a piazza del Gesù, stanno chiusi cinque ore anche perché Craxi vuole far vedere ai giornalisti che li tiene stretti, li tiene al tavolo. Finalmente escono tutti. Ma sono rabbuiati, incazzati, preoccupati. Cipellini, il presidente del gruppo Psi del Senato, quasi mi grida che si è rotto e aggiunge: “Dicevano in continuazione ‘non si tratta, non si tratta’. E allora io gli ho ricordato la grazia a Moranino! Non vogliono assolutamente nessuno scambio”».

Pci e Psi, conflitto perenne ed eterno?

«C’è l’incontro delle Frattocchie nell’83. Fu un’occasione in cui i due partiti forse potevano recuperare un rapporto. Craxi non voleva farsi attaccare troppo in campagna elettorale, era già stato arrestato quello di Genova, Teardo. Il Pci, passato all’alternativa, non voleva litigare con i socialisti. Stanno lì una giornata a discutere, fanno colazione insieme alle Frattocchie e durante la pausa poi si mettono a parlare più liberamente. Fanno un comunicato, alla fine, di rilancio del dialogo in cui si dice addirittura, dopo aver denunciato il concentrarsi di attacchi contro le giunte di sinistra: “Alcune delle iniziative giudiziarie in corso non possono non suscitare, in questo quadro, forti dubbi di strumentalizzazione.”. Craxi prende sottobraccio Reichlin e gli sussurra: “Perché non convinci Berlinguer a venire a Milano a trovarmi e lo porto io in giro un paio di giorni e gli faccio vedere come è davvero l’Italia di oggi? Come la gente sta bene, vive, lavora, sfrutta il prossimo, si arricchisce, stanno tutti come papi”. Leggevano la società italiana in due modi molto diversi».

Quando morì Berlinguer Craxi come reagì?

«Siamo a Londra, una visita ufficiale alla Thatcher. Verso le dieci, dieci e mezzo di sera torniamo in albergo, nella hall ci sono tutti i giornalisti pronti a bloccare Craxi e lui si mette lì a parlare. Da pochi giorni c’è stata la rottura sulla Scala mobile. Io me ne vado a letto perché non mi va di stare lì, ma immagino che abbia criticato duramente Berlinguer. Sono a letto, verso mezzanotte mi telefona con la voce strozzata dicendo: “Vieni qui, corri”. Corro là pensando che stesse male. È ancora vestito e mi dice “Berlinguer sta per morire, ha avuto un malore mentre faceva un comizio, sto parlando col prefetto di Padova, mi sta richiamando per dirmi come sta.”. Era come impazzito, andava in giro per la stanza con le braccia alzate come un matto. Può darsi fosse anche preoccupato per quegli attacchi, ora sgradevoli. Ma era davvero addolorato, era uno come lui, della sua generazione, che se ne stava andando. Uno con cui aveva combattuto ma che stimava, sentiva dalla stessa parte. Craxi con la morte ha avuto sempre un rapporto difficile, si ritraeva nel giudizio. Anche quando doveva fare una commemorazione, per esempio di Nenni, quasi non riusciva a parlare, commosso e teso pensando al dopo».

I fischi a Verona. Condividesti la frase di Craxi che li rivendicò?

«Tecnicamente ha fatto una fesseria. Ha detto una cosa in cui credeva profondamente, anche con ragioni, che però era del tutto inopportuna. Su questo non c’è dubbio, io non l’avrei detta. Stiamo nella fase più brutta dei rapporti a sinistra. C’è lo scontro sulla Scala mobile, che divide anche la Cgil e quindi il Pci. Una cosa oggi incomprensibile perché poi, nel profondo, il Partito comunista era d’accordo sull’abbassare l’inflazione, come si faceva ad andare avanti col venti, venticinque per cento di aumento del costo della vita? Era una situazione del Paese che il loro senso di responsabilità nazionale non poteva tollerare alla lunga e che avrebbe colpito i più poveri. Ma era Craxi a proporlo e Craxi era l’avversario. Craxi non avrebbe voluto mai rompere, fino all’ultimo tenta disperatamente di non rompere, non vuole rompere. Quando, due anni dopo, De Michelis gli porta la legge sulle pensioni, che avrebbe anticipato la riforma di dieci anni dopo, lui non lo aiuta. Sai perché? Perché non vuole tornare a litigare».

Quando è che Craxi capisce con Tangentopoli che è finita?

«Agli inizi degli anni 90 Craxi è sempre meno lucido. I cinque anni dopo il 1987 sono stati per lui anni difficili, soprattutto perché ha scelto di aspettare il suo turno, dopo la Legislatura “riservata” alla Democrazia cristiana. Certo non gli mancavano vitalità, combattività ed anche lucidità ma contemporaneamente aumenta il suo pessimismo “naturaliter”. Lui ha visto il gioco del potere mondiale al di là del sipario: tutto, dentro e fuori, il buono il cattivo. Ed è anche la condizione degli uomini. Allora questa fragilità umana rispetto al potere quasi lo demoralizza, nel senso che lo rende ancora più perplesso, io dico pessimista. Ma dopo il 1992 si sente anche abbandonato e tradito. E questa condizione lo porta a chiudersi ulteriormente; apparentemente è sempre se stesso, il battagliero, il leader che ha capito tutto e tutto domina. Ma dentro di sé ha profonde incertezze. Alla fine perde lucidità di analisi, travolto dagli avvenimenti e anche abbandonato da chi lui credeva più vicino. È la fase finale».

L’autocritica che i socialisti possono fare guardando la loro storia quale è?

«Noi avevamo l’occasione un po’ fortunosamente di cambiare il sistema negli anni 80 e non l’abbiamo colta. Perché c’era una fase di decadenza dei due maggiori partiti, soprattutto i comunisti, e nessuno ci ha veramente aiutato a prendere i loro voti, a partire dai preti. Il campo era potenzialmente sgombro e noi avevamo il leader migliore che c’era sulla piazza. Ed eravamo anche il gruppo dirigente più intelligente e più moderno d’Italia. Ma non avevamo i voti. Alla fine i recinti democristiano e comunista in fondo tengono, anche se ammaccati. Per me il momento decisivo è dopo la crisi del 1987, il punto più alto della confusione democristiana e della autorevolezza di Craxi. Lui allora doveva avere la forza di dire: “Io sono il bene, questi sono il male. Io sono la nuova Repubblica, l’Italia moderna e ve l’ho dimostrato con il buon governo di quattro anni e questi mi vogliono mandare via”. Purtroppo Craxi era innanzitutto un uomo di partito, nato nel partito e incapace di comprendere un’azione, una rivoluzione senza di esso. “Io contro i partiti! E come faccio? È la mia vita il mio partito”». Rinunciò ai voti, ma non a se stesso.

Strage di via Fani, 43 anni dal rapimento Moro: il ricordo di Mattarella e le novità sulle indagini. Il Quotidiano del Sud il 16 marzo 2021. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel 43esimo anniversario del rapimento di Aldo Moro, ha deposto una corona di fiori in via Mario Fani dove le Brigate Rosse sequestrarono l’allora Presidente della Democrazia Cristiana uccidendo cinque agenti della sua scorta.

Il ricordo di Mattarella. Il Presidente Mattarella ha sottolineato il significato di questa data: «Ci separano quarantatré anni dal disumano assassinio in Roma, ad opera dei terroristi delle brigate rosse, di Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino. Difensori dello Stato di diritto, della libertà e della democrazia della Repubblica, pagarono con la vita il mandato loro affidato di proteggere Aldo Moro, statista insigne, presidente della Democrazia Cristiana, il cui calvario – ha proseguito Mattarella – sarebbe durato sino al successivo 9 maggio quando il suo corpo venne fatto ritrovare in via Caetani. Una data, quella del 16 marzo 1978, incancellabile nella coscienza del popolo italiano». Molte le testimonianze e i ricordi da parte di forze politiche e istituzionali, mentre anche il neo segretario del Partito democratico, Enrico Letta, ha deciso di recarsi in via Mario Fani, a Roma.

Le novità dell’indagine. A 43 anni dal rapimento di Aldo Moro, il gip romano Francesco Patrone ha autorizzato la richiesta di prelievo del Dna (avanzata dal pm Eugenio Albamonte) per alcuni brigatisti già condannati per il sequestro del dirigente democristiano, ma anche per alcuni militanti delle Br finora considerati estranei all’agguato di via Fani. Il prelievo del Dna è avvenuto a fine febbraio 2021 nei locali della Questura di Roma, ed è stato coattivo visto che molti brigatisti non avevano voluto sottoporvisi volontariamente. Lo rende noto l’Huffington Post. Si tratta infatti di comparare il loro profilo genetico con quello portato alla luce, nel 2016, sui mozziconi di sigaretta rinvenuti nell’abitacolo della Fiat con targa Corpo Diplomatico che servì a ”bloccare” la vettura di Moro in Via Fani, e sui mozziconi repertati nel covo di via Gradoli (la centrale operativa del sequestro Moro). Fu il capo dell’Antiterrorismo Lamberto Giannini, da pochi giorni nuovo capo della Polizia di Stato, a mettere in evidenza alla seconda Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso, presieduta da Giuseppe Fioroni, la possibilità di procedere con nuove analisi scientifiche che nel 1978 non erano possibili. Ma la prova del Dna è stata possibile solo ora (nell’ambito delle nuove indagini avviate a fine 2018 da Piazzale Clodio dopo aver ricevuto lo stralcio dei documenti di San Macuto), visto che prima non c’era il consenso degli interessati, e si è dovuto procedere con decisione del gip. L’ipotesi investigativa, come si legge nell’articolo dell’Huffington Post, è che ci potrebbero riscontrare presenze diverse da quelle finora conosciute sulla scena del rapimento e in via Gradoli. Visto che ad esempio su 38 tracce biologiche rinvenute, solo 20 sono state attribuite, e con certezza, al proprietario dell’auto (che era stata rubata dalle Br per usarla nel sequestro) e ai suoi familiari, mentre altri 7 profili genetici trovati all’interno dell’abitacolo del Fiat giardinetta, condotta da Mario Moretti e che la mattina del 16 marzo 1978 bloccò allo stop con via Stresa la Fiat 130 su cui viaggiava lo statista democristiano e l’alfetta della scorta, sono ancora sconosciuti. In particolare si cerca di dare un volto e un nome alla presenza di un personaggio che si sarebbe trovato accanto a Moretti al momento dell’agguato, e a chi abbia avuto a che fare con la macchina ( per rubarla, spostarla , nasconderla) e a chi abbia frequentato il covo di via Gradoli. I profili genetici sui mozziconi di sigaretta rinvenuti nell’auto di via Fani, non ancora attribuiti, serviranno a verificare l’identità di persone che sono tutte di sesso maschile. Mentre quelli relativi al covo di Via Gradoli (dove testimonianze recenti hanno messo in evidenza la presenza di un uomo e una donna che non parlavano italiano, che rientravano in quello stabile in moto e sempre con il casco integrale calzato) sono di due donne e di due uomini. Secondo la ricostruzione “ufficiale” del sequestro Moro, via Gradoli sarebbe stata la base logistica frequentata dai soli Mario Moretti e Barbara Balzerani. Le analisi delle impronte digitali ritrovate dopo quarant’anni hanno già messo in evidenza su uno stivale di gomma un’impronta riconducibile a Adriana Faranda. Mentre nessuna impronta digitale è stata ricondotta dalle analisi ad Aldo Moro. In quel covo inoltre sono state trovati i profili biologici misti di due uomini e due donne su cui sono in corso adesso gli accertamenti scientifici.

Giovanni Bianconi per il “Corriere della Sera” il 22 marzo 2021. Il destino di Aldo Moro non fu segnato il 16 marzo 1978, giorno del suo rapimento, ma quasi. Lo «scambio di prigionieri» ipotizzato dai sequestratori a un mese e più dalla strage di via Fani era «un percorso di difficile percorribilità», come notarono alcuni brigatisti in un documento destinato al dibattito interno: «Quindi la proposta dello scambio fu usata e progettata soprattutto come mezzo per sviluppare contraddizioni nel nemico». Quello scritto, molto lungo e articolato, è una ricostruzione storica dell' esperienza brigatista tra il 1970 e il 1983, fatta dagli stessi militanti; una sorta di autobiografia delle Br pubblicata ora dalla casa editrice DeriveApprodi, a cura di Silvia De Bernardinis, con il titolo Brigate rosse: un diario politico. Riflessioni sull' assalto al cielo , nella quale il sequestro e l' omicidio del leader della Democrazia cristiana rappresenta uno dei punti di svolta. E di successivi dissensi mai ricomposti. Un' azione in cui si contrapposero la capacità (o incapacità) dello Stato di «salvaguardare la propria personalità "insigne", e quella della guerriglia di annientare e catturare il presidente della Dc». Una sfida in cui le Br pianificarono la diffusione delle lettere dell' ostaggio per «sviluppare le contraddizioni nell' ambito politico e istituzionale», e il tragico epilogo dell' esecuzione della condanna a morte servì «a sancire la forza e la determinazione delle forze rivoluzionarie». Tuttavia - sottolineano i cinque brigatisti autori del documento, alcuni dei quali ebbero ruoli di rilievo nell' organizzazione dopo il 1978 - «la gestione del processo a Moro fu praticamente nulla, così come non vennero mai gestiti i contenuti dell' interrogatorio». Sul fronte opposto «Andreotti fu, insieme al Pci, il vero protagonista della gestione politica di quel momento da parte dello Stato» che, una volta sancita la «linea della fermezza», si tradusse nella «scelta obbligata della svalutazione di Moro». Portando alla luce «il massimo delle contraddizioni tra le forze politiche, e tra Moro e lo Stato». Un altro punto a favore delle Br, che però commisero, anche dal loro punto di vista, una serie di errori: «Il più grosso, probabilmente compiuto più a livello teorico che pratico, sta nella sopravvalutazione del movimento armato, e quindi del livello di contraddizioni politiche in atto». Sono valutazioni di «militanti rivoluzionari» in quel momento ancora in piena attività, seppure da detenuti, arrestati uno nel 1975 e gli altri tra il 1982 e il 1983. Che hanno vissuto anche la scissione del Partito guerriglia, responsabile nel 1981 del rapimento dell' assessore democristiano Ciro Cirillo, liberato (a differenza di Moro) dietro pagamento di un riscatto. Un esito sul quale il giudizio è molto duro: «Il fatto che lo scambio sulla vita di un nemico "colpevole di molti misfatti" possa avvenire per denaro è una rappresentazione di corruzione della guerriglia stessa». Il racconto critico e autocritico dell' evoluzione brigatista prende le mosse dalle origini, nel 1970, quando il gruppo compì le prime azioni all' interno delle fabbriche del Nord Italia ispirandosi alla «struttura della guerriglia urbana sudamericana», con l' idea di una organizzazione che «orientasse e dirigesse il movimento di massa». Nel 1974 si avviò l' attacco al «cuore dello Stato» con il sequestro Sossi, poi alla Dc «partito-regime» e tutto quello che ne seguì fino ai dissidi e alle scissioni dei primi anni Ottanta, i «pentimenti» e gli arresti in massa, con la «ritirata strategica» del 1982. Ma già prima ce n' erano state altre due, in altrettanti momenti di crisi, nel 1972 e tra il 1974 e il 1976, quando il Nucleo antiterrorismo del generale Carlo Alberto dalla Chiesa mise a segno i primi colpi contro il «nucleo storico», e poi venne «congelato per una serie di scelte politiche». Nel frattempo cambiò l' atteggiamento del Partito comunista, che nella visione brigatista «partecipa all' offensiva antiguerriglia» prima «tenendosi nascosto», e soltanto nel 1978 «esce allo scoperto». In carcere i brigatisti detenuti compiono anch' essi l' errore di «sopravvalutare il movimento armato rispetto alla realtà», e pretendono di assumere la direzione politica del gruppo, minacciando la rottura poi realizzata dal Partito guerriglia. Animando discussioni interne che non mettono fine alla sequela di morti ammazzati, e continueranno anche nelle prigioni, dopo l' arresto della quasi totalità dei militanti. Che volevano assaltare il cielo, ma sono rimasti sulla terra a fare i conti tra loro.

Sequestro Moro, prelievi dna anche in Toscana per scoprire chi c’era sull’auto di Moretti. Orlando Sacchelli il 17 marzo 2021 su L’Arno-Il Giornale. Ad alcune persone è stato prelevato il dna per fare degli accertamenti legati al caso del sequestro di Aldo Moro. Gli inquirenti vogliono capire chi si trovava a bordo della Fiat 128 targata “Corpo diplomatico” che bloccò la strada all’auto su cui viaggiava Aldo Moro la mattina del 16 marzo 1978. Quarantatre anni dopo gli esami scientifici potrebbero far emergere nuove verità su quei tragici fatti che sconvolsero la politica e le istituzioni, conclusisi dopo 55 giorni dal rapimento con il ritrovamento del cadavere del leader della Democrazia Cristiana. Si sa che quell’auto era stata rubata, e che a bordo c’era Mario Moretti. Ma oltre a lui chi era salito? Qualcun altro l’aveva rubata, spostata e poi nascosta dopo l’attentato? Sono stati trovati dei mozziconi di sigaretta e da questi si potrebbe risalire a uno o più nomi utili all’indagine. Gli inquirenti hanno prelevato il dna a Mario Moretti, Lauro Azzolini, Barbara Balzerani, Franco Bonisoli, Valerio Morucci, Bruno Seghetti, Anna Laura Braghetti, Enrico Triaca, Rita Algranati, Giovanni Senzani e Paolo Baschieri. La richiesta di prelievo del dna è stata autorizzata dal gip di Roma per alcuni esponenti delle Br già condannati per il sequestro Moro ma anche per alcune persone vicine all’eversione o militanti veri e propri che però fino ad ora erano stati ritenuti estranei al caso Moro, come ad esempio il criminologo e docente Giovanni Senzani, di Firenze, ex consulente del ministero della Giustizia, e Paolo Baschieri, ex ricercatore di Fisica al Cnr di Pisa. Né Senzani né Baschieri sono indagati. Cosa cercano di capire gli inquirenti? L’obiettivo è scovare altre persone presenti sulla scena del delitto, rimaste nascoste tutti questi anni. Alcuni profili di dna trovati sull’auto appartengono al proprietario dell’auto e ai suoi familiari, questo è stato appurato, però vi sarebbero almeno sette profili genetici che non sono state identificati. E il ricercato numero uno è l’uomo che si trovava accanto a Moretti durante il blitz.

Quei legami tra Pisa e le Br. Figlio di un noto professore di Medicina, Paolo Baschieri fu un allievo brillante della facoltà di Fisica, ma rimase fin da quegli anni coinvolto nel mondo dell’eversione. Nel dicembre 1978 fu fermato in auto, a Firenze, mentre si stava recando in una città del Nord Italia insieme ad altre due persone, legate all’estrema sinistra. Con lo avevano armi ed esplosivi. Arrestati, furono processati per banda armata. Baschieri si laureò in carcere, a Volterra (Pisa). Tornato in libertà ha lavorato per il Cnr, come ricercatore, fino alla pensione. Come ricorda La Nazione di Pisa a Pisa soggiornò sotto falso nome uno dei capi delle Br, Mario Moretti, nascondendosi nella Casa dello Studente, su lungarno Pacinotti. Era latitante e di certo chi lo accolse (e nascose) non poteva ignorare chi fosse realmente. Sempre a Pisa uno strano furto avvenne pochi mesi prima del rapimento di Aldo Moro: dalla facoltà di Matematica dell’Università fu rubato un lettore elettronico di matrici e la testina rotante di una macchina da scrivere Ibm. Poi si scoprì che alcuni documenti delle Br furono scritti con quel materiale. Altro dettaglio: sulla Renault parcheggiata in via Caetani dove fu trovato il corpo senza vita di Moro furono rinvenuti diversi contrassegni assicurativi che erano stati rubati un mese mese prima in un’agenzia di Pisa.

Il prof ideologo delle Br. Esponente di primo piano dell Br, Giovanni Senzani prese parte al rapimento di Roberto Peci, un giovane la cui “colpa” era quella di essere fratello di Patrizio, il primo brigatista “pentito”. Senzani lo interrogò per settimane e filmò l’esecuzione con undici proiettili. Criminologo e docente, per anni condusse una doppia vita, lavorando per il ministero della Giustizia e operando ai vertici delle Brigate Rosse. Ebbe anche alcuni incarichi universitari a Firenze e Siena. Orlando Sacchelli

Maria Antonietta Calabrò per huffingtonpost.it il 17 marzo 2021. Il caso Moro, per sempre. A 43 anni dal rapimento dello statista democristiano, il gip romano Francesco Patrone ha autorizzato la richiesta di prelievo del Dna (avanzata dal pm Eugenio Albamonte) per alcuni brigatisti già condannati per il sequestro del dirigente democristiano, ma anche per alcuni militanti delle Br finora considerati estranei all’agguato di via Fani. Il prelievo del Dna è avvenuto a fine febbraio 2021 nei locali della Questura di Roma, ed è stato coattivo visto che molti brigatisti non avevano voluto sottoporvisi volontariamente. Si tratta infatti di comparare il loro profilo genetico con quello portato alla luce, nel 2016, sui mozziconi di sigaretta rinvenuti nell’abitacolo della Fiat con targa Corpo Diplomatico che servì a “bloccare” la vettura di Moro in Via Fani, e sui mozziconi repertati nel covo di via Gradoli (la centrale operativa del sequestro Moro). Fu il capo dell’Antiterrorismo Lamberto Giannini, da pochi giorni nuovo capo della Polizia di Stato, a mettere in evidenza alla seconda Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso, presieduta da Giuseppe Fioroni, la possibilità di procedere con nuove analisi scientifiche che nel 1978 non erano possibili. Ma la prova del DNA è stata possibile solo ora (nell’ambito delle nuove indagini avviate a fine 2018 da Piazzale Clodio dopo aver ricevuto lo stralcio dei documenti di San Macuto), visto che prima non c’era il consenso degli interessati, e si è dovuto procedere con decisione del gip. L’ipotesi investigativa è che ci potrebbero riscontrare presenze diverse da quelle finora conosciute sulla scena del rapimento e in via Gradoli. Visto che ad esempio su 38 tracce biologiche rinvenute, solo 20 sono state attribuite, e con certezza, al proprietario dell’auto (che era stata rubata dalle Br per usarla nel sequestro) e ai suoi familiari, mentre altri 7 profili genetici trovati all’interno dell’abitacolo del Fiat giardinetta, condotta da Mario Moretti e che la mattina del 16 marzo 1978 bloccò allo stop con via Stresa la Fiat 130 su cui viaggiava lo statista democristiano e l’alfetta della scorta, sono ancora sconosciuti. Uomo 4 ha lasciato tre tracce genetiche e così uomo 7, mentre Uomo 1 ne ha lasciare due. Quattro tracce non sono conclusive e due sono miste per Uomo 4 e Uomo 2. Le rimanenti tracce appartengono ad altri quattro uomini rimasti finora ignoti. In particolare si cerca di dare un volto e un nome alla presenza di un personaggio che si sarebbe trovato accanto a Moretti al momento dell’agguato, e a chi abbia avuto a che fare con la macchina ( per rubarla, spostarla , nasconderla) e a chi abbia frequentato il covo di via Gradoli. Secondo quanto ricostruito dalla Commissione Moro2 infatti (in base a testimonianze acquisite solo dopo il 2015 e agli esami balistici della Polizia scientifica sulle traiettorie dei proiettili sparati nel corso dell’agguato) i terroristi in via Fani erano almeno venti, e non dodici come hanno riferito i brigatisti durante i cinque processi Moro. Il 21 marzo 1978, del resto, cioè cinque giorni dopo il sequestro, un testimone oculare (un ragazzo di quindici anni) vide un pulmino Hanomag-Henschel giallo con tetto bianco con targa tedesca e una Mercedes (color caffellatte) risalire la penisola verso il Nord. A bordo, in tutto sette persone: due nel pulmino, quattro uomini ed una donna nell’auto. Il testimone fu ascoltato a più riprese nel corso 1978, ma “la pista tedesca” non fu seguita dagli inquirenti, come ha ammesso davanti alla Commissione il prefetto Ansuino Andreassi (deceduto a gennaio 2021), concentrati sulla ricerca dell’ostaggio. In base a successivi accertamenti dell’Interpol e della polizia tedesca, si è anche accertato che due persone, un uomo e una donna, che avevano avuto a che fare con quel pulmino, erano membri della RAF (le BR tedesche) e la donna era anche in possesso di una carta d’identità italiana falsa, appartenente ad uno stock rubato in bianco, nella disponibilità delle BR in via Gradoli, e nell’appartamento di Giuliana Conforto, figlia di “Dario”, il principale agente del Kgb in Italia già dai tempi del fascismo , in cui trovarono rifugio i due brigatisti Adriana Faranda e Valerio Morucci e fu sequestrata anche la mitraglietta Skorpion che uccise Moro, il 9 maggio 1978. Il cosiddetto Memoriale Morucci (scritto da Morucci con la “supervisione“ del servizio segreto interno Sisde, alla base della ricostruzione giudiziaria del sequestro Moro, ritenuta insufficiente dai giudici nelle motivazioni delle sentenze di Corte d’assise) ha “cancellato” dalla scena del sequestro proprio alcuni componenti del commando di via Fani, alcuni certamente di nazionalità tedesca, appartenenti alla Rote Armee Frackion, un gruppo terroristico controllato dalla Stasi (servizio segreto dell’allora Ddr, la Germania dell’Est). Furono invece questi elementi del commando probabilmente a portare sul campo la loro capacità militare e le armi migliori (che subito dopo ripresero la strada per la Germania). I terroristi tedeschi sono stati identificati dagli inquirenti del loro Paese. Abu Bassam Sharif, capo per decenni del FPLP ha testimoniato nel giugno 2017 che “chi ha sparato in via Fani non sono certamente quegli straccioni delle Brigate rosse”, perché “ io che ne capisco di queste cose... vi dico che anche l’umidità incide sulla traiettoria” ed era difficilissimo sparare a via Fani, in quelle circostanze , senza colpire Moro. I profili genetici sui mozziconi di sigaretta rinvenuti nell’auto di via Fani, non ancora attribuiti, serviranno a verificare l’identità di persone che sono tutte di sesso maschile. Mentre quelli relativi al covo di Via Gradoli (dove testimonianze recenti hanno messo in evidenza la presenza di un uomo e una donna che non parlavano italiano, che rientravano in quello stabile in moto e sempre con il casco integrale calzato) sono di due donne e di due uomini. Secondo la ricostruzione “ufficiale” del sequestro Moro, via Gradoli sarebbe stata la base logistica frequentata dai soli Mario Moretti e Barbara Balzerani. Le analisi delle impronte digitali ritrovate dopo quarant’anni hanno già messo in evidenza su uno stivale di gomma un’impronta riconducibile a Adriana Faranda. Mentre nessuna impronta digitale è stata ricondotta dalle analisi ad Aldo Moro. In quel covo inoltre sono state trovati i profili biologici misti di due uomini e due donne su cui sono in corso adesso gli accertamenti scientifici. Dimostrare la “presenza sul campo” di terroristi della RAF, porterebbe una prova in più non tanto e non solo quanto ai collegamenti internazionali delle BR, ma soprattutto l’ intervento decisivo della RAF nella “operazione Fritz” nome dato da Morucci al sequestro Moro (l’appunto intitolato “Fritz “fu trovato in via Gradoli, appartamento di proprietà di un’amica-conoscente di Giuliana Conforto). E quindi, insieme a decine di fatti e testimonianze, potrà sostanziare la ricostruzione del sequestro e l’assassinio dello statista Dc come la più grande operazione mai messa in piedi durante la Guerra Fredda. Al tempo stesso si chiarirebbero i motivi per cui il Muro di Berlino si è trasformato in Italia in un Muro di specchi capace di occultare per oltre quarant’anni la verità sul caso Moro e l‘influenza sovietica all’interno di uno dei più’ importanti paesi della Nato. Tra i brigatisti o parenti di brigatisti che si erano rifiutati di sottoporsi all’esame del Dna, lo stesso Mario Moretti e il fratello dell’unico latitante delle BR per il caso Moro, Alessio Casimirri, figlio dell’ex numero due della Sala stampa vaticana sotto tre Papi, ancor oggi riparato in Nicaragua, sotto la protezione del presidente Ortega, dove arrivò dall’inizio degli anni Ottanta, e che non ha mai scontato un giorno di carcere nonostante la condanna a sei ergastoli. Del resto, Il figlio di Licio Gelli maestro venerabile della Loggia P2 - i cui elenchi furono scoperti dalla magistratura il 17 marzo di quarant’anni fa, e cui appartenevano i vertici dei servizi segreti durante il sequestro Moro - (Maurizio) e suo nipote (Licio jr ), sono stati entrambi ambasciatori del Nicaragua di Ortega, in Sudamerica, in Canada e in Svizzera. L’8 ottobre 2020 una risoluzione del Parlamento europeo ha chiesto per la seconda volta per l’estradizione dal Nicaragua di Casimirri, dopo la prima del 14 marzo 2019, sollecitata anche dell’allora Ministro dell’Interno Matteo Salvini. Una decisione su cui l’attuale ambasciatore italiano in Nicaragua, Amedeo Trambajolo, ha preferito non commentare. Il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, per molti aspetti, si dimostra, insomma, ancora un “cold case”, visto che quello che ne sappiamo è in gran parte frutto di una “verità concordata“ tra brigatisti ed apparati dello Stato, prima della caduta del Muro di Berlino. Una verità “accettabile” che lasciasse fuori dai riflettori dell’opinione pubblica altre verità troppo grandi, in quel determinato contesto geopolitico. Né deve essere di ostacolo a questa ricerca il tempo che è passato. Non si tratta soltanto di permettere una affidabile ricostruzione storica. Il reato di strage (e questo avvenne in via Fani) per il nostro codice penale non si prescrive.

Vittorio Feltri per "Libero quotidiano" il 14 marzo 2021. È sorprendente il ritratto di Aldo Moro proposto da Evi Crotti e Alberto Magni nel loro saggio Così parlò Aldo Moro. Un calvario dignitoso (Editoriale Delfino, 110 pagine fitte di inediti ritagli, 17). Per due ragioni. Una attiene alla scienza grafologica di cui i due autori sono le cime non solo in Italia: essi hanno letto davvero tutte le 400 lettere spedite dallo statista democristiano durante i suoi 55 giorni di prigionia, molte delle quali - scoperte nel covo delle Brigate rosse di via Monte Nevoso a Milano negli anni 90 - sono rimaste sconosciute o trascurate. Ed ecco, grazie al loro lavoro di anni, le parole scritte sulla carta passano da due dimensioni a tre, acquistano colore, tremano di affetto e di ribellione, di fede e di dolore. Che cosa emerge da questa osservazione della grafia e dalla sua evoluzione durante la prigionia? Crotti e Magni rispondono senza alcun dubbio: «La grandezza d' animo di Moro». Egli era pienamente se stesso. E non è vero che gli importasse solo della propria sorte. Questo si intuisce dalla forma delle lettere, dalla distanza tra i lemmi, dalla chiarezza o oscurità di certi segni. Passano i giorni, e insieme a una immensa stanchezza, in Moro si fa largo «una integrità interiore spirituale che non lo ha mai lasciato». La seconda ragione va al di là della grafia e delle analisi che la riguardano. Crotti e Magni mi hanno costretto a leggere le frasi chiavi delle lettere sia ai politici sia ai familiari riprodotti dall' originale. E i contenuti lì espressi direttamente in bella copia non hanno assolutamente mai alcunché di meschino. Egli davvero vuole aver preservata la vita non per vigliaccheria ma per preservare lo Stato dalla complicità con un delitto e per la sua famiglia. Si preoccupa del nipotino Luca, è turbato dalle difficoltà dei figli. Mentre sta per arrivare la sua ultima ora, di cui era pienamente consapevole, scrive alla "cara Noretta", la moglie: «Cura che il gas sia chiuso la sera». Scrivono Evi e Alberto, coppia nella scienza e nella vita: «L' analisi della scrittura mette a nudo soprattutto l' umanità di Aldo Moro. L' uomo che non può e che non vuole fare l' eroe; non ci sono infatti segni grafici che dimostrino efficienza e forza nel controbattere Moro può essere definito l' antieroe per eccellenza». Non era nella sua natura gonfiare il petto. Non era una questione di temperamento, e tantomeno di cedimento servile ai carnefici, ma di visione della vita. Francesco Cossiga non si perdonò mai di aver considerato le richieste di Moro per la propria liberazione frutto di costrizione. In realtà Moro - secondo Cossiga - era stato coerente con le sue convinzioni di cattolico che rifiuta il valore assoluto dello Stato rispetto alla vita dei singoli e alla famiglia. Per questo Moro aveva trattato con i palestinesi per preservare gli italiani dalle stragi e i nostri soldati in Libano da attentati. Per questo non capiva perché nel suo caso non si agisse allo stesso modo. Cossiga aveva un' altra idea. Anche negli ultimi anni, distrutto interiormente per aver straziato un amico, ammetteva di aver condannato a morte Moro, ma anche di aver fatto il suo dovere da uomo delle istituzioni e da cattolico liberale, che privilegia l' integrità e la dignità dello Stato sugli interessi particolari. Semmai si stupiva perché la famiglia Moro abbia considerato lui e Andreotti gli assassini del loro marito e padre assolvendo invece Berlinguer e i comunisti che - per ragioni loro sì di famiglia: i brigatisti erano di famiglia - posero veti a qualunque forma di trattativa. Non ho nessuna intenzione di aggiungermi alla vasta schiera di chi sa tutto sulla fine di Moro. Si è conclusa nel 2018 un' altra inchiesta parlamentare durata altri cinque anni sui misteri di quei fatti del 1978. Tuttora si cerca di capire quanto abbia pesato la volontà di Mosca attraverso i servizi segreti cecoslovacchi e della Germania Est (la risposta è sì, hanno allungato la loro mano rossa sull' Italia). Restano divergenti i giudizi sull' agguato di via Fani, con l' assassinio della scorta, se cioè la ricostruzione con i suoi uomini tempestati di proiettili e lui prelevato dall' auto corrisponda alla realtà dei fatti (pare sia impossibile che Moro sotto quella gragnola di colpi e raffiche sia rimasto indenne: che sia stato rapito prima?). Su tutto questo nulla so. Ora però so di queste lettere più in profondità, conosco meglio il valore di chi ha guidato il Paese in anni difficili e c'era chi voleva fosse processato in piazza, prima ancora che ci pensassero le Br. Scrivono gli autori: «Pur con l' angoscia della certezza di essere condannato a morte, Aldo Moro non perde mai la lucidità e persino alla propria tragicità riesce a dare un tocco di umanità: da nessuno trova aiuto, ma nella fede e negli affetti più stretti (moglie, figli e nipote) trae la forza per superare le paure e le angosce del funesto momento». A proposito di Evi Crotti. Nel libro ricorda come fui io, da direttore dell' Europeo, a commissionarle dopo la scoperta del malloppo di lettere la prima analisi grafologica. Ho imparato da lei che studiare la scrittura vale più come una Tac nel campo impalpabile della psiche. Ora so che ci aiuta a comprendere le lezioni della storia con meno pregiudizi.

Aldo Moro e quella "seduta spiritica". "Il Paese per anni senza verità". Il 16 marzo 1978, Aldo Moro fu rapito dalle Brigate Rosse che lo segregarono per 55 giorni e infine lo uccisero: un excursus sulla storia, oggi ancora una volta al centro di un libro, "La seduta spiritica" di Antonio Iovane. Angela Leucci - Mar, 09/03/2021 - su Il Giornale. Fin dal 1978, parlare del rapimento e della morte di Aldo Moro ha spesso aperto dibattiti e interrogativi, chiusi solo nel 2017 con la fine della Commissione parlamentare di inchiesta sulla vicenda. L’assassinio di un ex presidente del Consiglio non aveva precedenti nel Belpaese, così come non si sono più verificati casi analoghi: ci sono stati attentati terroristici, massacri e omicidi mirati, ma mai contro qualcuno che aveva rivestito una delle più alte cariche dello Stato. “Il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro - spiega a IlGiornale.it Gero Grassi, membro della stessa Commissione e autore di pubblicazioni sul tema - hanno rappresentato l’interruzione di un processo democratico, hanno rappresentato l’evoluzione dell’Italia, hanno rappresentato lo stop alla creazione dell’Europa dei popoli”.

L’attentato di via Fani. Era il 16 marzo 1978. Come ogni giorno, Moro con la sua scorta iniziava la propria mattinata tra doveri e abitudini. Era però un giorno speciale: sarebbe stata votata la fiducia al governo Andreotti. Casualmente speciale in realtà, perché le Brigate Rosse non avevano programmato con precisione il giorno del rapimento nel giorno della fiducia: il 16 marzo fu scelto in base a una serie di congiunture favorevoli per i terroristi, quali l’essere riusciti a togliere dal paradigma dell’attentato un venditore ambulante che ogni giorno era all’incrocio tra via Fani e via Stresa e che altrimenti sarebbe stato uno scomodo testimone in via Fani. Quel giorno all’ambulante furono tagliate le ruote e in pochi minuti, poco dopo le 9, le Brigate Rosse riuscirono a compiere un massacro. Moro si trovava in auto con la scorta (composta dall’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci, il maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi, il vicebrigadiere di pubblica sicurezza Francesco Zizzi, gli agenti di polizia Giulio Rivera e Raffaele Iozzino), quando la strada fu tagliata loro da membri delle Brigate Rosse su una Fiat 128 con targa del Corpo diplomatico rubata in precedenza. Oltre alla presenza di vari membri dell’organizzazione terroristica in varie postazioni di via Fani e dintorni, quattro brigatisti travestiti da avieri di Alitalia (Valerio Morucci, Raffaele Fiori, Prospero Gallinari e Franco Bonisoli) iniziarono a sparare sulla scorta, uccidendone tutti i membri. Moro fu accompagnato con la forza su un’altra auto dai brigatisti, che lo condussero, molto probabilmente traumatizzato, nel luogo della sua prigionia. Una delle domande che maggiormente è ricorsa in questi decenni è: come mai la scorta non è riuscita a rispondere efficacemente all’attacco dei terroristi? “Secondo gli studi e le rilevazioni della Commissione Moro approvati dal Parlamento - racconta l’onorevole Grassi - per l’azione fulminea di chi ha sparato: la velocità dell’azione ha impedito che la scorta potesse rispondere. Infatti l’unico che ha risposto, dopo un po’ di tempo, è il poliziotto Iozzino, quello che poi esce dalla macchina e riesce a sparare. Questo è stato accertato. Non è escluso però che la scorta, soprattutto il maresciallo Leonardi e l’appuntato Ricci, conoscesse quelli che hanno sparato. Perché è strano che si siano avvicinati all’auto senza che la scorta stessa abbia avuto un minimo di reazione. C’è il dubbio che qualcuno di quelli che hanno sparato fosse soggetto conosciuto dalla scorta”.

La prigionia: i comunicati e le lettere di Moro. Il primo comunicato delle Br, con cui i terroristi rivendicarono massacro e sequestro, giunse un paio di giorni dopo l’attentato di via Fani. Durante i 55 giorni della prigionia di Moro, furono diffusi 9 comunicati da parte delle Br: l’ultimo risale al 6 maggio 1979 ed è quello in cui si lanciava l’ultimatum per ottenere la liberazione dei brigatisti in carcere e quindi un riconoscimento politico dell’organizzazione.

Così Paolo VI ha provato a salvare Aldo Moro. Moro scrisse moltissimo nella sua “prigione”: un memoriale e ben 86 lettere indirizzate alla sua famiglia, ai colleghi della Democrazia Cristiana, al Papa Paolo VI. All’epoca più di un politico e di un intellettuale sollevarono dubbi in relazione all’autenticità delle missive. Secondo le perplessità di cui si parlò all’epoca, Moro sarebbe stato influenzato in qualche modo a scrivere quelle lettere. “Qualcuno all’epoca - illustra Grassi - tentò di imputare che le lettere di Moro fossero state condizionate e addirittura scritte dai brigatisti. A tal proposito si fece anche un’autopsia particolare a Moro, perché si sosteneva che fosse stato drogato. L’autopsia ha confermato che Moro non aveva mai assunto un milligrammo di sostanze stupefacenti e la storia di Moro e il pensiero di Moro sono tutti nelle lettere. Per cui quelle lettere sono attribuibili solo ad Aldo Moro”.

La seduta spiritica di Zappolino. Uno dei fatti più insoliti in relazione alle ricerche del covo delle Br in cui Moro era segregato riguarda una seduta spiritica. Durante una domenica nella villa di Zappolino di Alberto Clò, poco fuori Bologna, un gruppo di professori universitari con le loro famiglie (tra cui Romano Prodi) per diletto durante una giornata piovosa organizzò il “gioco del piattino”, cioè una seduta spiritica improvvisata per ammazzare il tempo. Mentre intorno a loro giocavano i bambini e loro stessi bevevano Coca Cola, questi docenti evocarono don Luigi Sturzo e Giorgio La Pira, due colonne portanti della Democrazia Cristiana. La seduta ebbe un riscontro insolito: oltre a tante parole e numeri senza alcun senso, emersero tre indicazioni geografiche, “Gradoli, Viterbo, Bolsena”. Quando due giorni dopo Prodi decise di informare gli inquirenti, le ricerche di questi si indirizzarono, come da suggerimento dei prof, a Gradoli, in provincia di Viterbo. Si tralasciò di controllare invece via Gradoli, a Roma, sulla strada che porta a Viterbo - strada che tra l’altro era stata già perquisita a seguito di strani rumori, segnali Morse in realtà, lamentati dai coinquilini. Le forze dell’ordine sarebbero tornate successivamente in via Gradoli, a causa di una perdita idrica, scoprendo in effetti uno dei covi di un brigatista coinvolto nel sequestro Moro. Sulla seduta spiritica sono state fatte nel tempo numerose congetture e Prodi fu anche attaccato a causa di essa: Zappolino fu talvolta citata dai suoi avversari politici, per esempio se ne accennò durante la Commissione parlamentare sul dossier Mitrohkin. Per comprendere parte di questa storia, una lettura interessante può essere “La seduta spiritica” di Antonio Iovane, che esce l’11 marzo per i tipi di Minimum Fax. “Mescolando finzione e reportage, interviste, memorie e autobiografia - si legge nella sinossi del lavoro di Iovane - [l’autore] ha trasformato in azione tutto quello che è stato raccontato dai protagonisti della seduta spiritica. È una ricostruzione indiziaria, un racconto inchiesta che mette in rilievo gli equivoci e le circostanze ambigue di questa storia. L’Italia è un paese senza verità, se manca la verità si può solo cercare di formulare gli enigmi irrisolti nella maniera più corretta. Ma, come diceva Sciascia che apre e chiude questa indagine, i fatti della vita, una volta scritti, diventano più complessi e oscuri”. La seduta spiritica di Zappolino è in fondo una delle storie meno scandagliate del caso Moro, un po’ perché i suoi protagonisti hanno sostenuto la stessa inattaccabile narrazione per molto tempo, ma anche perché venne inquadrata all’interno di ricerche spasmodiche in cui non si tralasciò nulla, tanto che venne chiamato in causa anche il parapsicologo Gerard Croiset per l’eventuale collocazione di Moro nei 55 giorni del suo rapimento. Tuttavia nel libro viene esposta una teoria molto interessante contenuta nell'estratto che pubblichiamo per gentile concessione di Minimum Fax.

La linea della fermezza e il tragico epilogo. La fine della storia la conoscono tutti: dopo 55 giorni di prigionia, Moro fu trucidato. Il suo corpo venne fatto trovare dal brigatista Valerio Morucci, che telefonò al professor Francesco Tritto, assistente di Moro, per dirgli di recarsi in via Caetani, simbolicamente a metà strada tra la sede della Dc in piazza Del Gesù e quella del Pci in via delle Botteghe Oscure. Il cadavere era in una Renault 4 Rossa e quelle immagini fecero il giro del mondo. Ma come si giunse all’omicidio? In generale, parte dei membri delle Br erano orientati da subito verso il sacrificio dello statista, anche se una minoranza osteggiava questo disegno - tanto che c’è chi ha pensato che le rivelazioni di Zappolino siano giunte proprio da qualche brigatista, che avrebbe voluto la liberazione di Moro, e che avrebbe comunicato il tutto a qualche fido accolito tra le file degli studenti o dei docenti universitari in qualche grado di separazione vicini ai protagonisti della seduta (c'è anche chi pensa che siano stati proprio i gradi di separazione a distorcere il messaggio corretto). Lo Stato italiano perseguì la linea della fermezza: acconsentire alle richieste dei terroristi rossi avrebbe comportato il loro riconoscimento politico. La linea della fermezza non caratterizzò solo la Dc: il Pci cercò di infiltrare dei propri militanti nelle Br, attraverso l’accordo con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e denunciò di fatto vari brigatisti alle forze dell’ordine, come si legge sul saggio “La guerra civile”. Vari soggetti e collettività nel tempo vennero coinvolte, nei fatti o nella narrazione, sia quella poi verificata dalla Commissione, sia quella smentita: dai servizi segreti alla ‘ndrangheta, fino al Psi. La certezza da sempre fu comunque una: le Brigate Rosse uccisero Moro per propria mano. “Alla luce delle indagini compiute - si legge nella relazione della Commissione Moro del 2017 - il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro non appaiono affatto come una pagina puramente interna dell’eversione di sinistra, ma acquisiscono una rilevante dimensione internazionale. Al di là dell’accertamento materiale dei nomi e dei ruoli dei brigatisti impegnati nell’azione di fuoco di via Fani e poi nel sequestro e nell’omicidio di Moro, emerge infatti un più vasto tessuto di forze che, a seconda dei casi, operarono per una conclusione felice o tragica del sequestro, talora interagendo direttamente con i brigatisti, più spesso condizionando la dinamica degli eventi, anche grazie alla presenza di molteplici aree grigie, permeabili alle influenze più diverse”. Quello della Commissione Moro del 2017 è stato un lavoro titanico, che è partito con le audizioni di diversi soggetti, come gli ex appartenenti alle Brigate Rosse, i magistrati e gli ex appartenenti alle forze di Polizia, gli esponenti politici, i periti, gli appartenenti a Servizi di Sicurezza e Reparti speciali.

Le teorie sul sequestro e l’omicidio di Moro. Nel 1973, mentre era in Bulgaria, l’automobile su cui viaggiava Enrico Berlinguer fu investita da un camion militare. C’è chi pensa si sia trattato di un incidente, ma c’è anche chi crede sia stato un attentato fallito. “Non fu un incidente - ha detto l’ex senatore Giovanni Pellegrino, che fu presidente della Commissione stragi, nel libro-intervista con Giovanni Fasanella “La guerra civile” - Con ogni probabilità fu un attentato organizzato dei servizi segreti bulgari su mandato dei servizi sovietico e cecoslovacco”. Berlinguer e Moro furono gli ideatori del cosiddetto compromesso storico, che avrebbe unito le sorti politiche di Dc e Pci. E Berlinguer telefonò a Moro subito dopo l’attentato di piazza Fontana: secondo Pellegrino, entrambi sentivano di essere obiettivi sensibili, ma non necessariamente di un complotto internazionale, anche perché “Moro era un obiettivo naturale per le Brigate Rosse”.

L'inconfessabile verità sul delitto Moro nascosta dietro Mani Pulite e Cinquestelle. Tuttavia diversi gruppi extraparlamentari restarono alla finestra, attendendo un possibile disfacimento della Dc, a seguito del rapimento Moro: tra questi gli ambienti laici e di sinistra “ostili al compromesso storico”, scrive Fasanella, ma anche “ambienti intellettuali di matrice azionista”. “La destra - ha spiegato ancora Pellegrino nel volume - voleva troncare il dialogo tra Dc e Pci. I circoli democratici lavoravano invece per un'evoluzione del sistema politico”. Sono moltissime le pubblicazioni sul caso Moro: una visione su parte delle teorie che scaturirono nel tempo è “Il puzzle Moro”, che è del 2018 a firma dello stesso Fasanella: il giornalista ha inquadrato, anche alla luce dei documenti internazionali desecretati il caso Moro andando alle radici, a ciò che l’Italia della fine della Seconda Guerra Mondiale ha rappresentato in un’ottica europea e oltreoceano. Nel volume viene riportata una citazione dello storico Miguel Gotor (che si occupò della curatela dell’edizione delle epistole di Moro), che ha fatto parte della Commissione del 2017. “La cornice in cui leggere il caso Moro - ha detto - è senza dubbio quella di un paese che ha perso la Seconda Guerra Mondiale, ma ha vinto il dopoguerra, facendosi troppi nemici”.

L’eredità di Moro. Ciò che Moro ha fatto da politico è giunto fino a noi. “Le cose che Aldo Moro ha ideato - chiosa Grassi - la scuola media obbligatoria, l’educazione civica nelle scuole, l’istituzione della Regione Molise, il trattato di Osimo che ha chiuso la vicenda di Trieste - sono state tutte realizzate e sono state positive per il Paese. Per quanto riguarda l’eredità del pensiero, era un pensiero scomodo e la classe politica successiva a Moro non ha voluto e non era forse nemmeno in grado di realizzare il suo pensiero sulla democrazia compiuta e sull’Europa, che poi sono i due motivi principali per i quali è stato ucciso. Nella sua eredità ci sono i valori basilari della Costituzione e l'idea centrale che la persona deve sempre essere al centro di tutto”.

La lezione (dimenticata) del caso Moro. Moro è stato ucciso prima nella finzione e poi nella realtà. Una sua immagine metaforica viene infatti colpita a morte nel finale di “Todo Modo” di Leonardo Sciascia, da cui Elio Petri ha tratto un film interessante e attualissimo - d’altra parte è ambientato durante un’epidemia. Sul sequestro Moro e sulla figura dello statista sono stati girati vari film: in alcuni di essi questa vicenda è centrale, nei più recenti questa figura è al tempo stesso evanescente e cristallizzata non nell’azione politica, ma nella fine della sua esistenza. Il primo film in questo senso fu “Il caso Moro” di Giuseppe Ferrara, abbastanza pedissequo su ciò che si conosceva ai tempi della realizzazione dell’opera nel 1986. Fu seguito da altri lavori più o meno fantasiosi in modi differenti come “Buongiorno, notte” di Marco Bellocchio, “Piazza delle Cinque Lune”di Renzo Martinelli e “L’anno del terrore” di John Frankenheimer. Ma più sullo sfondo c’è il personaggio di Moro o si fa riferimento al suo omicidio anche in “Romanzo di una strage”, “Il Divo” e “Romanzo criminale”. Ci si chiede però se il rischio di questo tipo di narrazione sia appiattire Moro all’interno della vicenda del suo sequestro e del suo omicidio, soprattutto tra le giovani generazioni. “Oggettivamente il rischio c’è - conclude Grassi - Ma se uno abbocca a questo rischio significa che è uno stupido. Moro non viene ucciso perché passa da via Fani, ma viene ucciso per quello che è, per quello che dice e per quello che ha fatto. L’omicidio è la conseguenza di tutto quello che Moro dice, è e fa. È chiaro che se uno si ferma all’omicidio non capisce Moro”.

Dalla "seduta spiritica" al "blitz": ecco la verità sul covo delle Br che rapirono Moro. Un estratto dal libro di Antonio Iovane, "La seduta spiritica" edito da Minimum Fax, che racconta della seduta spiritica di Zappolino durante le ricerche di Aldo Moro. Antonio Iovane - Ven, 12/03/2021 - su Il Giornale. Per gentile concessione dell'editore Minimum Fax pubblichiamo un estratto del libro di Antonio Iovane dal titolo "La seduta spiritica". Il volume scandaglia la storia della seduta spiritica di Zappolino, il 2 aprile 1978, durante la quale un gruppo di professori universitari evocò don Luigi Sturzo e Giorgio La Pira per scoprire dove fosse tenuto lo statista Aldo Moro, sequestrato dalle Brigate Rosse. E naturalmente si parla anche e soprattutto di quello che accadde dopo la seduta spiritica. Sono a Lecce per parlare del Brigatista al festival Conversazioni sul futuro, e il caso ha voluto che a presentarlo sia Giovanni Pellegrino, in virtù della familiarità col tema e della coincidenza geografica: Pellegrino vive appena fuori Lecce. Ha ottantun anni e ha smesso con la politica, è tornato a essere l’avvocato Pellegrino. Al telefono gli ho chiesto di vederci prima della presentazione del libro, vorrei qualche chiarimento. L’ex presidente della Commissione stragi non mi chiede di cosa si tratti, la sua unica raccomandazione è questa: vediamoci dopo Lecce-Juventus. Ora sediamo all’esterno di un bar in Galleria Mazzini, davanti alla libreria della presentazione. Il Lecce è riuscito a pareggiare 1-1 con la Juve e Pellegrino sembra soddisfatto. Chiede un’acqua brillante. Lo informo che vorrei affrontare l’argomento della seduta spiritica, Pellegrino non sembra sorpreso.

«Cosa vuoi chiedermi?»

«Vengo subito al punto. Nelle audizioni, a proposito della ricerca di Moro nel paesino di Gradoli dopo la soffiata, lei parla di “irruzione militare” o di “blitz militare”».

«Sì».

«Avvocato, lei sa che questa cosiddetta “irruzione militare” non ci fu?»

Mi prendo una piccola pausa teatrale per osservare la sua reazione; Pellegrino è impassibile. Gli dico che il rapporto del vice questore aggiunto di Viterbo, Fabrizio Arelli, si limitò a parlare di un «accurato rastrellamento ispezionando varie case coloniche in stato di apparente abbandono con le relative dipendenze, nonché grotte e ripari naturali».

«Una ventina di carabinieri che perlustrano varie case coloniche, avvocato. Non è la stessa cosa di un’“irruzione militare”».

Pellegrino allunga il collo sui miei appunti.

«Qualcuno ce l’avrà raccontata così. Io lavoravo sulle audizioni, su quello che ci veniva detto nelle audizioni. E qualcuno può averci parlato di irruzione militare».

«Nelle audizioni, avvocato, ne parla solo lei. Ma non è tutto. Nell’audizione di Alberto Clò lei dice: «Il 6 aprile la televisione trasmise le immagini dell’irruzione militare nel paese di Gradoli: serbo un ricordo molto preciso, ricordo ancora le tute mimetiche e questo paesetto con le sue casette dove si vedevano gli uomini che entravano con il mitra e facevano una perquisizione; un intero paese fu perquisito. Se qualche collega ritiene che il mio ricordo sia sbagliato, lo dica». Lei parla quindi di ricordi di immagini trasmesse in televisione, e nessuno dei presenti ebbe da obiettare. Ne parla anche nel suo libro intervista Segreto di Stato. Ma il professor Clò non ricordava nulla di quanto lei andava dicendo, e aveva ragione. Non solo perché l’irruzione militare non ci fu, ma anche perché nessun telegiornale diede in quei giorni la notizia della perlustrazione nel paese di Gradoli. Sa quando uscì la notizia?»

«No».

«Solo il 22 aprile, sull’Unità, quattro giorni dopo la scoperta del covo di via Gradoli grazie al famoso microfono della doccia lasciato aperto, appoggiato su una scopa e puntato su una fessura del muro».

Pellegrino riflette un attimo, un ambulante ci chiede se vogliamo comprare dei fiori. È il momento di chiederglielo.

«Avvocato, lei ha visto Il caso Moro?»

È il primo film sul dramma, 1986: Il caso Moro di Giuseppe Ferrara. È tratto da I giorni dell’ira del giornalista americano Robert Katz. Protagonista è Gian Maria Volonté. Dieci anni prima, quando girava la versione cinematografica di Todo modo, il regista Elio Petri era stato costretto a buttare i primi due giorni di girato: Volonté assomigliava troppo a Moro. Adesso il problema non si pone dal momento che Volonté deve interpretare Moro.

Aldo Moro e quella "seduta spiritica" "Il Paese per anni senza verità"

C’è, nel film, una scena in cui la spagnola Margarita Lozano, che interpreta Eleonora Moro, si rivolge a Pino Ferrara, nella parte di un colonnello dei carabinieri:

«Ho saputo questa mattina di una strana seduta spiritica a Bologna, dove si è fatto il nome di Gradoli, collegato alla prigione di mio marito. L’ha saputo anche lei?»

«Certo, non tralasciamo nessuna pista».

«E che avete fatto?»

«Abbiamo localizzato un paesino nel viterbese che si chiama Gradoli».

«Un paese? Non potrebbe trattarsi di una strada di Roma?» «Oh, no, abbiamo già guardato, non c’è nessuna via Gradoli sulle pagine gialle».

La scena successiva mostra la Porta di Gradoli e il cartello Benvenuti a Gradoli. In alto un elicottero della polizia.

Sirene.

Due auto della polizia precedono tre blindati seguiti da altre due auto. Ne escono poliziotti in mimetica, o tenuta antisommossa, brandiscono pistole e mitra. Ci sono anche unità cinofile. Percorrono le strade del paese, fanno uscire gli abitanti, sfondano a pedate le porte delle cantine.

Il colonnello dei carabinieri arriva su una jeep, si informa sulla perquisizione con un ufficiale della polizia:

«A che punto è l’operazione?» «È in pieno svolgimento».

«State perquisendo le cantine?» «Soprattutto quelle, colonnello».

Terminata l’operazione, un altro ufficiale fa rapporto al colonnello:

«Abbiamo setacciato casa per casa, ma dell’onorevole Moro nessuna traccia».

«Sì», mi risponde Pellegrino, «l’ho visto. Li ho visti tutti, i film su Moro».

«Quello è l’unico documento visivo in cui si può vedere un’irruzione militare nel paese di Gradoli, con tanto di “uomini che entravano con il mitra e facevano una perquisizione”. Non può essere che sia stato semplicemente suggestionato da quel film?»

Pellegrino beve un sorso di acqua brillante.

«Può darsi, potrebbe pure essere. Non ci avevo mai pensato». L’errore di un film potrebbe essere diventato l’errore della realtà. Una grande suggestione collettiva. «Frutto di una nevrosi collettiva. O di una paranoia collettiva. O, per essere più precisi, di un romanzo collettivo».

«Avvocato, c’è qualcos’altro che vorrei chiederle. Mi è venuto un sospetto: ma se davvero si voleva far giungere l’informazione Via Gradoli, perché confondere chi sarebbe potuto intervenire e trovare il covo? Perché - aggiungendo riferimenti geografici come Viterbo, VT, Bolsena – far ricadere l’attenzione non sulla strada romana, ma sul paesino di Gradoli?»

Pellegrino mi osserva, interlocutorio.

«E quindi? Qual è la tua idea?»

Devo procedere con ordine. Parto da un punto: il covo di via Gradoli andava bruciato, probabilmente perché era stato scoperto. Anche il giornalista dell’Espresso, Mario Scialoja, lo dice in un’audizione con lo stesso Pellegrino:

[...] i brigatisti che stavano in via Gradoli (la Balzerani e altri) si erano resi conto che erano stati seguiti o sorvegliati [...]. A mio parere si erano posti questo problema: non bastava abbandonare il covo, perché lì si riunivano le Brigate Rosse che venivano da altre città d’Italia. Dal momento che non potevano telefonarsi per darsi un appuntamento, avevano prefissato delle riunioni secondo certe scadenze (questo lo hanno raccontato tutti); secondo me, uno di quei posti in cui si riunivano in modo prefissato era proprio in via Gradoli. Ebbene, se quel covo era sorvegliato e magari dopo cinque giorni o una settimana là doveva tenersi una riunione prefissata (quindi doveva arrivare gente da Torino, da Milano o da Firenze), come si poteva evitare che la polizia arrestasse tutti quelli che arrivavano senza sapere niente, dal momento che non potevano essere avvertiti?

Era un’epoca senza cellulari e tra le tecniche usate dai brigatisti c’era quella della compartimentazione: i componenti delle singole cellule non si dovevano conoscere tra loro. In questo modo, se catturati, non avrebbero potuto tradire i compagni.

Mi sono convinto che l’informazione Gradoli ̧ unita a Viterbo, VT, Bolsena, non avesse lo scopo di allarmare la polizia, ma le stesse Brigate Rosse. Chi non ne sa nulla, infatti, da quegli indizi non può che pensare al paesino in provincia di Viterbo e sopra il lago di Bolsena. E in questo occorreva dar ragione a Cossiga quando, in audizione, aveva detto a Pellegrino:

[...] se a me parlano di Giovanni Pellegrino, io penso subito a lei, signor presidente; può darsi che nella storia vi sia un Giovanni Pellegrino abate, ma se mi nominano Giovanni Pellegrino, non vado sull’enciclopedia a vedere se è l’abate.

Ma un brigatista che conosce il covo – per esempio Mario Moretti – decifra solo e unicamente la parola Gradoli collegandola alla strada. È quindi sul paesino del viterbese che l’autore della soffiata voleva fosse concentrata l’attenzione, e non su via Gradoli. L’informatore sperava così che la notizia si sarebbe diffusa in tv, raggiungendo coloro che abitavano nel covo. Moretti e gli altri, vedendo dalle immagini che la polizia perlustrava il paesino di Gradoli, avrebbero capito, avrebbero pulito il covo e l’avrebbero abbandonato. Peccato che la risonanza mediatica della perlustrazione di Gradoli fu nulla. A quel punto, e solo a quel punto, si decise di bruciare il covo in un altro modo: col microfono della doccia diretto verso una fessura del muro, cosicché il piano di sotto venisse allagato, gli abitanti chiamassero i vigili del fuoco e così via. Scialoja non esclude che l’infiltrazione d’acqua in via Gradoli possa essere stato davvero un incidente. Ma il suo convincimento è un altro:

[...] bisognava fare scoprire il covo in modo clamoroso, per far sì che si sapesse che era un covo delle Brigate Rosse. Ecco perché hanno provocato la perdita dell’acqua [...]. Il covo fu abbandonato, ma fu lasciato tappezzato di manifesti delle Brigate Rosse (credo avessero lasciato anche una pistola) proprio per far capire che quello era un covo delle br. Il risultato fu ottenuto, perché il giorno dopo tutti i giornali riportavano la notizia che era stato scoperto il covo delle Brigate Rosse di via Gradoli e quindi l’allarme era stato dato.

La seduta spiritica, in pratica, doveva avere la stessa funzione che avrebbe avuto, sedici giorni dopo, il microfono della doccia del covo.

Giovanni Pellegrino resta in silenzio. Riflette.

Beve un altro sorso di acqua brillante. Altri sei secondi di silenzio. «Potrebbe essere possibile».

Riflette ancora.

«È probabile che io non abbia fatto il ministro per questa storia della seduta spiritica».

«Perché?»

«Perché mi misi contro Prodi. Prodi, avendo saputo che in una proposta di relazione intendevo parlare di questo episodio, mi telefonò per chiedermi di cancellarla. Io non mi sentivo di farlo, gli uffici della commissione già conoscevano quel testo, pensai: come faccio a cambiarlo adesso? Ma Prodi non voleva assolutamente che si tornasse su quell’argomento. Da quel momento in poi non fui visto con occhio del tutto amichevole, diciamo così».

«Sta dicendo che Prodi mise il veto sul suo nome?»

«Io tendo sempre a esagerare, ma tutto sommato, se non fosse stato per questo episodio, almeno il sottosegretario in un suo governo avrebbe potuto chiedermi di farlo».

L’avvocato termina la sua acqua brillante: è quasi ora di raggiungere la libreria per la presentazione. Ma prima di andare aggiunge:

«Se fosse vera la tua ipotesi che si trattava di un modo per dare un segnale d’allarme per bruciare il covo, a diffondere la notizia di Gradoli potrebbero essere stati i servizi segreti».

«Che quindi non volevano salvare Moro...»

«Già, e volevano avvertire le br che il covo era stato scoperto».

«Oppure», aggiungo io, «potrebbero essere state le stesse Brigate Rosse a far trapelare l’informazione per avvertire i frequentatori del covo che avrebbero dovuto abbandonarlo».

«Sì, sono tutte ipotesi intriganti».

«Se fosse così, però, vorrebbe dire che i protagonisti della seduta spiritica sono stati strumenti inconsapevoli delle br».

«Temo di sì».

A 43 anni dal rapimento. Caso Moro, 43 anni dopo riparte la caccia alle streghe…Frank Cimini su Il Riformista il 27 Febbraio 2021. Moro senza fine. Ieri mattina a 43 anni dai fatti a Mario Moretti è stato prelevato il Dna per confrontarlo con i mozziconi di sigarette trovati nella Fiat Giardinetta, una delle auto utilizzate il 16 marzo del 1978 per sequestrare Aldo Moro. Il gip romano Francesco Patrone accogliendo la richiesta della procura ha autorizzato il prelievo di reperti biologici per tutti i condannati in relazione al caso Moro e anche per militanti del gruppo estranei ai fatti come Giovanni Senzani e Corrado Alunni. «È dunque necessario procedere alla comparazione dei profili Dna in tal modo acquisiti con quelli delle persone coinvolte nella strage di via Fani allo scopo di consentire l’individuazione di profili appartenenti a persone diverse da quelle di cui ad oggi è nota la partecipazione criminale», scrive il gip nel provvedimento. Nell’elenco ci sono anche Franco Bonisoli, Lauro Azzolini, Barbara Balzerani, Valerio Morucci, Bruno Seghetti, Anna Laura Braghetti, Enrico Triaca, Rita Algranati, Corrado Alunni, Rocco Micaletto e Paolo Baschieri. Lauro Azzolini replica parlando di «strumento pretestuoso e fuorviante che vuole gettare ombre su una realtà che è già stata ampiamente chiarita in ripetute circostanze dentro e fuori i processi e che appartengono alla storia politica e sociale di questo paese. C’è chi ne ha fatto un lucroso mestiere costruendoci sopra carriere politiche e giornalistiche». L’idea dei prelievi era partita dalla commissione parlamentare di inchiesta sul caso Moro affascinata da sempre dalla dietrologia. Gli imputati già condannati per la strage di via Fani ricordano che la procura di Roma nulla ha fatto nei confronti del testimone Alessandro Marini il quale smentito dalle indagini sosteneva che il parabrezza del suo scooter era stato colpito da diversi proiettili sparati dalle Br. Gli imputati sono stati condannati anche per il tentato omicidio del teste Marini, fatto mai avvenuto. Si tratta di un testimone falso mai perseguito. Enrico Triaca ricorda di essere già stato convocato tre anni fa e di essersi al pari di altri rifiutato di partecipare alla “caccia alle streghe”. «Non è forse questo cercare fantasmi inesistenti un tentativo di distrarre l’attenzione dalle vere verità sicuramente molto più scomode per voi?». È la conclusione di Triaca che all’epoca aveva denunciato torture e fu condannato pure per diffamazione. Successivamente il Tribunale di Perugia in sede di revisione pronunciò sentenza di assoluzione. Triaca era stato torturato. La magistratura dunque non demorde sollecitata da una commissione parlamentare di inchiesta sul terrorismo che formalmente non esiste più perché non è stata rinnovata ma che continua a far sentire il suo peso politico e mediatico. C’è una ben precisa fazione erede di un partito che non c’è più pronta a proseguire la campagna dietrologica con una dedizione particolare e degna di miglior causa. E la magistratura asseconda questa “voglia” aumentando i rischi per la sua credibilità già messa a dura prova da avvenimenti recenti e molto lontani dall’essere chiariti.

Caso Moro, non dimentichiamo cosa (non) fece Berlinguer. Fabrizio Cicchitto su Il Riformista il 30 Giugno 2020. Sul Corriere della Sera del 20 giugno è comparsa un’intervista di Walter Veltroni a Claudio Signorile sul tentativo socialista di salvare Moro facendo compiere allo Stato “atti autonomi” che mettessero le Br in una condizione di difficoltà politica nell’eseguire la condanna a morte che esse avevano proclamato. L’intervista è molto bella per merito di entrambi, dell’intervistatore e dell’intervistato, e rompe un singolare silenzio dei media che aveva circondato l’azione socialista sulla trattativa. In seguito al valore positivo dell’intervista, interloquiamo con alcune affermazioni fatte da Signorile. Il dato di fondo che Signorile e Veltroni non affrontano è il seguente: Aldo Moro non era uno dei tanti dirigenti della Dc. Aldo Moro, dopo De Gasperi, è stato il più significativo esponente della Dc che ha guidato quel partito a fare unitariamente le sue due scelte politiche più importanti dopo quella centrista, cioè prima il centro-sinistra e poi la strategia dell’attenzione nei confronti del Pci con i governi Andreotti di unità nazionale. A un leader politico di quella caratura è stato riservato dallo Stato, dal governo, dagli apparati un trattamento inusitato: prima, ma, cosa ancor più grave, anche dopo l’uccisione di Moro, non c’è stato governo italiano che non abbia “trattato” in caso di rapimenti. Anche dopo Moro infatti, fino ai giorni nostri, lo Stato italiano ha sempre “trattato” spesso pagando riscatti. Addirittura, per preservare l’Italia da futuri atti terroristici, abbiamo liberato terroristi palestinesi che già avevano fatto azioni sul nostro territorio. Quello che provocò “la pazzia” di Moro durante la sua prigionia è stata la lucida consapevolezza che nel suo caso questo criterio non veniva seguito, anzi veniva rovesciato. Non a caso più volte nelle sue lettere egli chiese che venisse richiamato in Italia il colonnello Giovannone che aveva in diverse occasioni messo in atto l’opzione trattativista e che aveva rapporti con tutti i gruppi palestinesi che, insieme ai servizi cecoslovacchi (ricordiamo la battuta di Pertini), avevano rapporti con i brigatisti anche perché li rifornivano di armi. Moro, poi, non poteva sapere che dopo il suo assassinio questa linea della trattativa sarebbe stata interamente ripristinata in primo luogo dalla Dc, come dimostrò tutto quello che ha fatto per salvare Cirillo, un assessore regionale campano che faceva parte del sistema di potere di Antonio Gava. Sul piano internazionale, poi, molti Stati non seguono una linea rigida, ma sono molto pragmatici, come la Germania e Israele, a seconda delle circostanze e degli interlocutori. I più ipocriti sono tuttora gli Stati Uniti: negano in linea di principio come Stato qualunque trattativa e pagamento di riscatto, poi aggirano questi proclami attraverso le assicurazioni private e i contractor. Ma come mai a Moro, e solo a lui, è stato riservato questo trattamento? Sia Veltroni che Signorile tendono a evitare il nodo: fondamentale fu l’atteggiamento del Pci. Berlinguer e Pecchioli furono molto chiari in primo luogo con Andreotti presidente del Consiglio e con Zaccagnini e Galloni, segretario e vicesegretario della Dc: al primo accenno di trattativa il governo sarebbe saltato. Quindi Andreotti non ebbe l’atteggiamento notarile che Signorile gli attribuisce: no, Andreotti fu attivo nell’impedire o bloccare sul nascere ogni ipotesi di trattativa. Giustamente Veltroni ricorda che egli intervenne anche per infilare due parole nell’appello che Paolo VI rivolse ai brigatisti e che sostanzialmente lo vanificò: le due parole furono «senza condizioni». Invece Paolo VI, che dai tempi della Fuci negli anni ’30 aveva con Aldo Moro un rapporto profondissimo, fece di tutto per salvarlo e, disperato, morì qualche mese dopo. Quindi Andreotti remò contro raccogliendo in modo totale l’ultimatum di Berlinguer-Pecchioli (un autentico tandem in quella vicenda), mentre Cossiga, ha ragione Signorile, si mosse tenendo conto della posizione americana di cui, giorno per giorno, si faceva latore al ministero dell’Interno quell’inquietante professor Steve Pieczenik, ingaggiato come “esperto”: ma era un esperto o un controllore/supervisore forse dello stesso tipo di quello o di quelli che, sull’altro versante, diede ordini decisivi a Moretti? Come ricorda Signorile anche tutto il contesto internazionale era contro Moro, non per ragioni personali (è noto che a Kissinger Moro stava proprio antipatico), ma per il tipo di operazioni che egli stava portando avanti: l’ingresso del Pci nell’area di governo in un paese come l’Italia che allora (non è il caso attuale) rivestiva una grande importanza sia in Europa sia nel Mediterraneo. È agli atti la presenza alle lezioni di Moro di un singolare studente di nome Sokolov che attirò l’attenzione dello stesso Moro e del caposcorta Leonardi. Perché anche questo avvenne: Moro e Leonardi prima dell’attacco erano molto inquieti perché avvertirono pedinamenti e altro. Ma non ottennero (da Andreotti e da Cossiga) un’auto blindata mentre non possiamo non dire che la scorta era tecnicamente e quantitativamente inadeguata. Non a caso l’idea originaria dei brigatisti era quella di rapire Andreotti, ma dalle loro “inchieste” ricavarono il giudizio che il presidente del Consiglio era “blindato” e che invece il presidente della Dc era vulnerabile. La dottrina della fermezza impostata da Berlinguer-Pecchioli si tradusse nella prassi della sciatteria e dell’inerzia. Clamoroso il caso Gradoli. Prodi aveva avuto dal suo “piattino” (che probabilmente era il corrispettivo dell’autonomia bolognese di Piperno e di Pace) la “dritta” giusta: se le forze dell’ordine fossero allora arrivate a via Gradoli comunque il rapimento di Moro sarebbe finito molto prima, visto che lì alloggiavano Moretti e la Balzarani e di tanto in tanto passava anche la Faranda. Comunque, è chiaro che, dal lancio del documento apocrifo del lago della Duchessa, scesero in campo altri soggetti che interloquivano per loro conto con le Br. Ciò detto, sarei più cauto di Signorile nella descrizione dei rapporti di forza all’interno del Psi che allora erano molto bilanciati: nessuno, né Craxi né Signorile, aveva in tasca una maggioranza certa. Direi piuttosto che a influenzare molto la situazione interna del Psi sia stato il comportamento del Pci e quello che poi, nel 1980, accadde nella Dc. Pesò molto lo schematismo e il settarismo di Berlinguer. Non vorrei scandalizzare Veltroni, ma a mio avviso, paradossalmente, vista la linea politica che Berlinguer portava avanti nei confronti della Dc e del mondo cattolico, proprio lui avrebbe dovuto sostenere la linea scelta da Craxi per salvare Moro. Nel momento di maggiore difficoltà della Dc, Berlinguer avrebbe dovuto darle una sponda, non metterle il coltello alla gola come invece fece e come teorizzò nelle sue lettere Tatò. Berlinguer avrebbe dovuto anche fare i conti con un dato elementare: tutta la sua strategia si fondava sulla persona di Moro. Senza Moro, nella Dc non andava avanti nulla, a maggior ragione in una Dc prima costretta a rinchiudersi nella linea della fermezza, poi scioccata dall’uccisione del suo leader. Lo stesso schematismo fu adottato dal Pci nei confronti del Psi a partire dal comportamento sull’incarico di formare il governo dato a Craxi da Pertini nel 1979. Personalmente ho il ricordo nitido di un incontro che con Signorile avemmo con Barca e Chiaromonte: «proprio perché la Dc si sta esprimendo contro il tentativo di Craxi è auspicabile una vostra apertura che avrebbe l’effetto di migliorare i rapporti fra il PSI e il PCI». Non cavammo un ragno dal buco anche perché Berlinguer su Craxi e su tutti noi aveva gli stessi garbati giudizi espressi da Tatò nei suoi appunti. In effetti proprio Berlinguer scelse di piegare la Dc ad una totale subalternità (ma la Dc non era Galloni) e di marcare il suo giudizio sul Psi guidato da Craxi (una banda di avventurieri della politica). In questo modo Berlinguer diede un contributo decisivo alla determinazione della fase politica successiva, quella del pentapartito e della rottura fra il Psi e il Pc.

Trovare Moro si poteva, ma nessuno lo cercò. Fabrizio Cicchitto su Il Riformista il 29 Novembre 2019. La seconda edizione del libro di Maria Antonietta Calabrò, nota giornalista, e di Giuseppe Fioroni, presidente della seconda commissione Moro Il caso non è chiuso. La verità non detta aggiunge altri interrogativi assai inquietanti ad una vicenda, quella del rapimento e dell’assassinio di Aldo Moro e della sua scorta, che ha segnato l’inizio della crisi della Dc e della Prima Repubblica. «Il mio sangue ricadrà su di voi» scrisse Moro in una delle sue ultime lettere rivolgendosi al gruppo dirigente della Dc.  Partiamo, però, dalle origini della vicenda. Subito dopo il rapimento fu netta la sensazione che il gruppo dirigente del Pci, guidato con mano ferrea da Enrico Berlinguer, riteneva che ormai Moro era un uomo morto. Di rimbalzo, del tutto simile era l’orientamento del gruppo dirigente della Dc (il presidente del Consiglio Andreotti, il ministro degli Interni Cossiga, il segretario formale della Dc Zaccagnini, il segretario sostanziale l’onorevole Galloni). Berlinguer riteneva che le Brigate Rosse con molteplici legami internazionali, dai palestinesi ai cecoslovacchi, si muovevano non solo contro il compromesso storico, ma contro la strategia di fondo del Pci. Di conseguenza, non bisognava in alcun modo trattare con essi dando la sensazione di un qualche riconoscimento del “partito armato”. Berlinguer notificò subito alla Dc che il Pci avrebbe fatto cadere il governo al primo accenno di trattativa. Andreotti, Cossiga, Zaccagnini, Galloni, Gava per i dorotei, si uniformarono a questa scelta per due ragioni: salvare il governo e mantenere in piedi la politica di unità nazionale. Tutto ciò però si tradusse in modo paradossale per ciò che riguardava le indagini e la ricerca del luogo dove Moro era tenuto prigioniero, cioè nell’inerzia. In effetti, né fu fatta la trattativa né furono sviluppate indagini serie e reali, specie dopo le prime e polemiche lettere di Moro. Poi, sui tempi lunghi, dopo quasi due mesi, le Br dovevano chiudere una partita che durava già da troppo e l’unico modo era quello di consegnare Moro cadavere anche perché le Br non gradivano esser messe di fronte a mosse politiche che la complicavano sul piano politico e mediatico. Non a caso fecero trovare il cadavere di Moro a via Caetani quando seppero che alla direzione della Dc Fanfani avrebbe “aperto” sulla trattativa. Ben diversa sarebbe stata la partita se le Br si fossero trovate subito di fronte ad un’iniziativa dello Stato sulla trattativa. Ma lo Stato non agiva in modo incisivo e aggressivo neanche sul terreno delle indagini. Anzi da quel punto di vista avvennero cose incredibili: clamoroso fu l’errore commesso quando Prodi diede l’indicazione di Via Gradoli. Nessuno, anche a distanza di tempo, ha chiesto a Prodi di rivelare quale fu la fonte autentica che gli fece quella rivelazione perché non è credibile la storia della seduta spiritica. Comunque sia se le forze dell’ordine si fossero recate in via Gradoli, il caso Moro avrebbe avuto una svolta dopo pochi giorni: a via Gradoli c’era il covo segreto di Moretti e della Balzarani. Invece le forze dell’ordine ai recarono a Gradoli, un paese del viterbese. Ora, c’è un limite al grottesco anche perché esiste lo stradario. Evidentemente non lo si voleva trovare e di fronte ad una “mossa” esterna imprevista quale fu la rivelazione di Prodi gli apparati e chi li guidava non esitarono ad andare incontro ad una figura ridicola per altro non sottolineata da una stampa succube di un potere che andava dalla Dc al Pci. La seconda vicenda inesplicabile riguardò quello che accadde quando Craxi e il Psi si dichiararono a favore della trattativa. Non è questa l’occasione per riaprire il dibattito politico su quella iniziativa ma invece è interessante ricostruire ciò che accadde e ciò che non accadde. Bettino Craxi incaricò Claudio Signorile e Antonio Landolfi di prendere tutti i contatti possibili per accertare se le Br erano disponibili o meno ad una trattativa e a quali condizioni. Signorile e Landolfi fecero la cosa più ovvia di questo mondo: presero contatto con Lanfranco Pace e Franco Piperno, due personalità che provenivano da Potere Operaio e che erano borderline con il mondo dell’estremismo armato. Fecero subito centro: Pace e Piperno stabilirono il contatto con Valerio Morucci e la Faranda che erano i postini delle Br. Orbene, dei servizi degni di questo nome, avrebbero dovuto seguire da tempo, dall’inizio della vicenda, Pace e Piperno, e a maggior ragione avrebbero dovuto farlo da quando essi furono interpellati da Landolfi e Signorile che tenevano informato il governo di tutti i loro passi.  Terza stranezza: quando Morucci e la Faranda ruppero con le Br perché erano contrari all’assassinio di Moro essi si rifugiarono a casa di Giuliana Conforto che era la figlia del decano degli agenti del Kgb in Italia, Giorgio Conforto che fu presente anche al momento del loro arresto, ma che fu subito “dimenticato”? Altra domanda: perché Giorgio Conforto si fece trovare lì, dove erano anche la scorpion e altre armi? Detto tutto ciò, per mettere ulteriormente in chiaro quello che avvenne nella realtà, bisogna ricordare che invece, in occasione del rapimento del generale Dozier da parte delle Br, gli apparati dello Stato (polizia carabinieri servizi) divennero dei fulmini di guerra. Anche se ciò è stato sempre negato allora fu usata anche la tortura: i brigatisti catturati dissero subito dove era Dozier, i Nocs intervennero e, senza spargimento di sangue, liberarono Dozier e arrestarono i rapitori: una operazione da manuale. Calabrò e Fioroni mettono in evidenza il retroterra di ciò che abbiamo descritto nelle sue manifestazioni più visibili. Questo retroterra era il cosiddetto lodo Moro che, a onor del vero, avrebbe dovuto essere chiamato “lodo Moro e Andreotti”. Dopo che l’Italia era stata colpita alcune volte da attentati, gli apparati italiani, con un dovuto consenso politico (appunto “lodo Moro e Andreotti”) fecero una intesa con le organizzazioni palestinesi (sia l’Olp di Yasser Arafat, sia il Fplp di George Habash) secondo la quale essi avevano libertà di transito (di uomini e armi) sul nostro territorio, ma non avrebbero più fatto attentati. Si è trattata di una sorta di patto con il Diavolo che era gestito dal colonnello Giovannone (il cui intervento non a caso fu invocato da Aldo Moro in una sua lettera). Le Br, però, avevano diretti rapporti con queste organizzazioni che le rifornivano di armi e, stando ad una battuta di Berlinguer a Sciascia, poi da lui smentita, anche coi servizi cecoslovacchi. Di conseguenza il lodo Moro-Andreotti evitò che i palestinesi continuassero a fare attentati sul nostro territorio ma non evitò che essi rifornissero di armi anche le Br che per parte loro sparavano a uomini politici, a magistrati, a esponenti delle forze dell’ordine, a imprenditori, a professori universitari. Cioè, indirettamente, per un tragico paradosso “il lodo Moro” consenti ai brigatisti di attrezzarsi per determinare il “caso Moro”.  Le cose non si fermano qui. Stando a quello che è riportato nel libro di Calabrò e di Fioroni il giudice Armati, in una testimonianza resa davanti alla Commissione, ritenne assai probabile che il colonnello Giovannone rivelò a George Habash che i giornalisti Graziella De Palo e Italo Toni si stavano recando a Beirut (1980) per indagare sul traffico d’armi fra l’Italia e il Libano. Da allora De Palo e Toni sono scomparsi. Secondo Armati, Giovannone avvertì Habash che la De Palo e Toni andavano a Beirut a rompere le scatole e Habash ne trasse le conseguenze. D’altra parte ricordiamo le proteste e le minacce dei dirigenti palestinesi quando per caso Daniele Pifano e alcuni militanti del Fplp furono arrestati perché su un’auto trasportavano addirittura un missile. Giovannone paventò ritorsioni. Non parliamo poi di tutti gli interrogativi ancora aperti sulla strage di Bologna che potrebbe essere stata determinata dall’esplosione fortuita di ordigni che venivano trasportati in una valigia avendo altra destinazione. Tanti sono gli interrogativi ancora aperti, tra cui quello assolutamente banale sul perché Moro non avesse una macchina blindata: non dimentichiamo che in un primo momento i brigatisti avevano scelto Andreotti come obiettivo, ma poi avevano desistito perché troppo protetto. Altro interrogativo è costituito dal fatto che dopo l’uccisione di Moro e le polemiche sviluppate dalla famiglia Moro. Ci fu una sorta di anticipazione di Mani pulite e Sereno Freato, l’uomo che si occupava dei finanziamenti della corrente morotea, fu colpito sul piano giudiziario e demonizzato. Lo stesso che avvenne a Baffi e a Sarcinelli quando non ottemperarono alle richieste di Andreotti e di Evangelisti per aiutare Sindona. Da tutto ciò emerge che la storia italiana dagli anni Cinquanta in poi è piena di interrogativi ai quali è difficile dare risposta perché quello che è avvenuto “sotto il tavolo” è stato talora più decisivo di quanto non è avvenuto “sopra il tavolo”, cioè alla luce del sole. Oggi solo gli scemi possono pensare che le cose vanno diversamente, solo che c’è una ulteriore modernizzazione tecnologica grazie all’uso del trojan e all’uso politico di internet attraverso il quale Putin sta smontando le democrazie occidentali.

Fake news sui legami tra Sisde e Br, ci casca anche il Manifesto. Redazione su Il Riformista il 20 Agosto 2020. Diversi organi di stampa insistono nel riproporre ai loro lettori finti misteri e ricorrenti fantasie di complotto sul sequestro di Aldo Moro. È successo anche sul Manifesto del 2 agosto. In occasione del quarantennale della strage di Bologna, un articolo di Tommaso di Francesco e un intervento di Saverio Ferrari richiamano l’argomento, benché nulla c’entri con il tema affrontato. Ci riferiamo, in particolare, al seguente passaggio «… Catracchia, l’amministratore per conto del Sisde delle palazzine di via Gradoli, dove al civico 96 si trovava il covo Br affittato dall’ingegner Borghi, alias Mario Moretti, dove Aldo Moro fu inizialmente tenuto prigioniero». È un’affermazione priva di fondamento che induce il lettore a credere accertato un legame occulto tra il Sisde e le Br: legame, in realtà, sempre smentito dalle ricerche storiografiche e dalle risultanze processuali. Al contrario, l’attività giudiziaria e delle diverse commissioni d’inchiesta ha accertato che l’onorevole Moro non è mai stato tenuto sotto sequestro nei locali di via Gradoli, che fungevano invece da base per due brigatisti, Mario Moretti e Barbara Balzerani. L’ultima Commissione Parlamentare d’inchiesta sul caso Moro ha addirittura effettuato un’indagine Dna sui frequentatori dell’appartamento di via Gradoli, constatando l’assenza di tracce genetiche riconducibili ad Aldo Moro.

In ordine all’episodio dell’affitto di via Gradoli, c’è da dire che in più Corti di Assise sono emerse chiare evidenze. Ci sembra doveroso segnalarle, le elenchiamo in queste poche righe:

1. L’ingegner Borghi/Moretti ha affittato i locali di via Gradoli 96 a seguito di normale annuncio pubblicitario nel dicembre del 1975, come risulta agli atti;

2. I locatori erano i signori Giancarlo Ferrerò e Luciana Bozzi, proprietari dell’appartamento dal rogito avvenuto in data 01/07/1974;

3. È accertato che si è trattato di una transazione tra privati, senza coinvolgere la figura dell’amministratore;

4. Il Sisde, il nuovo servizio segreto civile, è stato creato nel 1977, cioè due anni dopo la stipula del contratto di affitto per la base brigatista.

5. È evidente che il contratto d’affitto tra brigatisti e coniugi Ferrerò non poteva perciò essere implicato con il Sisde, del resto inesistente in quel momento.

6. Occorre peraltro ricordare che, com’è noto, la base Br di via Gradoli 96 ha cessato di essere “un covo” nel 1978, proprio durante il sequestro Moro.

7. Per evitare contiguità immotivate e fuorvianti, va sottolineato che la base dei Nar era invece al civico 65 di via Gradoli e comunque il loro soggiorno risale al 1981. Un altro estremista di destra aveva in realtà abitato in via Gradoli 96 – Enrico Tomaselli di Terza Posizione – ma nel 1986, cioè molti anni dopo i fatti in oggetto. Per completezza documentale, va comunque precisato che non si trattava dello stesso vano occupato a suo tempo dalle Br. Infine, risulta che ad affittare il monolocale al Tomaselli non sia stato l’amministratore Catracchia ma un altro estremista di destra figlio di un magistrato di Cassazione: Andrea Insabato, proprietario del piccolo appartamento e peraltro futuro attentatore alla sede del Manifesto nel dicembre 2000.

8. In ogni caso, anche i presunti 24 appartamenti legati a diverse società immobiliari – che in modo sbrigativo e arbitrario vengono attribuite ai Servizi – sono acquisiti negli anni successivi al sequestro Moro.

9. In particolare, sono agli atti le proprietà immobiliari di Vincenzo Parisi, nel 1978 questore di Grosseto, dal 1980 in organico al Sisde (di cui diventa direttore nel 1984) e nel 1987 capo della Polizia.

10. L’intensa attività immobiliarista del dirigente Parisi, con gli appartamenti intestati alle figlie Maria Rosaria e Daniela, non sembra richiamare reconditi misteri. Ad ogni buon conto, sono fatti notarili riguardanti il civico 75 che ricorrono una prima volta un anno e mezzo dopo il rapimento Moro mentre i successivi, inerenti al civico 96, avvengono nel 1986-87: ben quattro e undici-dodici anni dopo la stipula del contratto di affitto del 1975 da parte delle Brigate Rosse.

11. Quando si tratta dell’immobile di via Gradoli queste date abitualmente non vengono segnalate ai lettori. E invece, in questa come in molte altre occasioni, la precisione sui tempi cronologici è necessaria per un’interpretazione ponderata dei fatti ispirata al metodo storico.

Un’analisi corretta dei tempi, delle fonti e del nesso causa-effetto smentisce seccamente ogni possibile coinvolgimento di entità non riconducibili alla lotta armata intrapresa dalle Br nel lontano 1970. Denunciamo pertanto il mancato rispetto dei più elementari criteri di verità e di logica nella ricostruzione di eventi e circostanze, una degenerazione particolarmente grave della e nella stampa italiana.

Matteo Antonio Albanese, Gianremo Armeni, Andrea Brazzoduro, Frank Cimini, Marco Clementi, Andrea Colombo, Silvia De Bernardinis, Christian De Vito, Italo Di Sabato, Eros Francescangeli, Mario Gamba, Marco Grispigni, Davide F. Jabes, Nicola Lofoco, Carla Mosca, Paolo Persichetti, Giovanni Pietrangeli, Francesco Pota, Ilenia Rossini, Elisa Santalena, Vladimiro Satta, Giuliano Spazzali, Davide Steccanella, Ugo Maria Tassinari

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Ricordando Andreotti.

Oriana Fallaci - Storia di un'Italiana. INCIPIT DELL’INTERVISTA A GIULIO ANDREOTTI.

Lui parlava con la sua voce lenta, educata, da confessore che ti impartisce la penitenza di cinque Pater, cinque Salve Regina, dieci Requiem Aeternam, e io avvertivo un disagio cui non riuscivo a dar nome. Poi, d’un tratto, compresi che non era disagio. Era paura. Quest’uomo mi faceva paura. Ma perché? Mi aveva ricevuto con gentilezza squisita: cordiale. Mi aveva fatto ridere a gola spiegata: arguto, e il suo aspetto non era certo minaccioso. Quelle spalle strette quanto le spalle di un bimbo, e curve. Quella mancanza quasi commovente di collo. Quel volto liscio su cui non riesci a immaginare la barba. Quelle mani delicate, dalle dita lunghe e bianche come candele. Quell’atteggiamento di perpetua difesa. Se ne stava tutto inghiottito in se stesso, con la testa affogata dentro la camicia, e sembrava un malatino che si protegge da uno scroscio di pioggia rannicchiandosi sotto l’ombrello, o una tartaruga che si affaccia timidamente dal guscio. A chi fa paura un malatino, a chi fa paura una tartaruga? A chi fanno male? Solo più tardi, molto tardi, realizzai che la paura mi veniva proprio da queste cose: dalla forza che si nascondeva dietro queste cose. Il vero potere non ha bisogno di tracotanza, barba lunga, vocione che abbaia. Il vero potere ti strozza con nastri di seta, garbo, intelligenza. L’intelligenza, perbacco se ne aveva. Al punto di potersi permettere il lusso di non esibirla. A ogni domanda sgusciava via come un pesce, si arrotolava in mille giravolte, spirali, quindi tornava per offrirti un discorso modesto e pieno di concretezza. Il suo humour era sottile, perfido come bucature di spillo. Lì per lì non le sentivi le bucature ma dopo zampillavano sangue e ti facevano male. Lo fissai con rabbia. Sedeva a una scrivania sepolta sotto i fogli e dietro, sulla parete di velluto nocciola, teneva una Madonna con Bambin Gesù. La destra della Madonna scendeva verso il suo capo a benedirlo. No, nessuno lo avrebbe mai distrutto. Sarebbe stato sempre lui a distruggere gli altri. Con la calma, col tempo, con la sicurezza delle sue convinzioni. O dei suoi dogmi? Crede al paradiso e all’inferno. All’alba va a messa e la serve meglio di un chierichetto. Frequenta i papi con la disinvoltura di un segretario di Stato e guai, scommetto, a svegliare la sua ira silenziosa. Quando lo provocai con una domanda maleducata, il suo corpo non si mosse e il suo volto rimase di marmo. Però i suoi occhi s’accesero in un lampo di ghiaccio che ancora oggi mi intirizzisce. Dice che a scuola aveva dieci in condotta. Ma sotto il banco, scommetto tirava pedate che lasciavano lividi blu. Oriana Fallaci 

Laura Cesaretti per "il Giornale" il 9 novembre 2021. Oggi Claudio Velardi è presidente della Fondazione Ottimisti e Razionali, che ha appena compiuto cinque anni e che «nacque nel momento più oscuro della politica italiana, con il populismo, il sovranismo, la guerra alla competenza sulla cresta dell'onda, per cercare di riportare un po' di ragionevolezza nel discorso pubblico». Il tempo (e l'arrivo di Draghi) «ci hanno dato ragione». Ma Velardi, nella sua prima vita da «quadro politico» di alto livello e consigliere di Massimo D'Alema ai tempi d'oro, ha vissuto da dentro molte elezioni per il Colle, e conosce trucchi, regole e segreti di una partita che negli ultimi decenni, ricorda, «la sinistra è riuscita sempre a gestire, pur senza avere la maggioranza». 

Quando iniziò questa egemonia della sinistra?

«Con l'elezione, paradossalmente, del Dc più di destra, in un momento di crisi drammatica: Oscar Luigi Scalfaro. Una candidatura inventata in modo estemporaneo e apparentemente folle da Marco Pannella, che non aveva truppe in Parlamento, e che risultò la carta vincente grazie alle lotte interne alla Dc e all'opportunismo della sinistra, che ottenne in cambio la presidenza della Camera per Giorgio Napolitano». 

Il successore di Scalfaro fu Ciampi, e a quell'epoca lei era dentro tutti i giochi, al fianco di D'Alema premier. Come andò?

«Andò che D'Alema, e con lui Silvio Berlusconi con cui c'era un accordo sul nome di Giuliano Amato, furono fottuti da Walter Veltroni che si mise d'accordo con Gianfranco Fini e propose Ciampi, poi eletto al primo scrutinio. Ricordo che ancora il giorno prima, mentre passavo in Transatlantico, Berlusconi mi prese da parte e mi chiese: "siete sicuri che i vostri non faranno scherzi su Amato?". Lo rassicurai. E poi il giorno dopo Veltroni tirò fuori il nome di Ciampi».

Una mossa abile?

«Da manuale: la carta Ciampi era forte, prestigiosa, era impossibile a D'Alema dirgli di no, e aveva un'allure di modernità e novità che faceva apparire più antichi gli altri aspiranti, da Amato a Marini o Jervolino. E, quel che più conta, venne tenuta coperta fino all'ultimo». 

Una regola aurea, no?

«Certo: quando si deve eleggere un presidente, i primi nomi sono sempre quelli che poi vengono tagliati fuori. Così come vengono impallinati quelli che provano a mettersi in prima fila a fare i registi: da questo punto di vista, l'operazione fatta da Matteo Renzi nel 2015 per eleggere Mattarella fu magistrale. Anche se non gli portò fortuna. In genere comunque le cose si decidono a pochissime ore dal voto, su una carta coperta, mentre la principale attività nelle settimane precedenti è quella di creare cortine di fumo e fake news per occultare le mosse e bruciare le carte altrui». 

Nel 2006 toccò a Napolitano.

«Anche lì ci fu la manina di Veltroni per fregare D’Alema, che ci sperava tanto da essersi messo a fare i conti dei suoi voti potenziali: un errore madornale, nessuno può vincere quella partita in modo muscolare. Il nome venne tenuto fuori fino all'ultimo: ricordo di aver incontrato Napolitano, che all'epoca era un pensionato del Parlamento europeo, ad un matrimonio ad Anacapri. Ero a un tavolo con D'Alema, Bassolino, le nostre mogli e lui si avvicinò sorridendo: "Vedo che avete fatto il tavolo dei potenti". Poche settimane dopo era al Quirinale». 

Nel 2013 fu rieletto dopo il tonfo dei 101 di Prodi. Come andò?

«Sui 101 fu fatta una letteratura ex post: la realtà è che l'elezione di Prodi non era nel novero delle possibilità. Troppo ingombrante, troppo divisivo, troppe antipatie personali maturate negli anni: i numeri non c'erano, e D'Alema avvertì lealmente sia Prodi sia l'allora segretario Bersani che sarebbero andati a sbattere. Poi tutto venne messo in conto al solito uomo nero di Rignano, Matteo Renzi, ma è una leggenda di comodo costruita dopo». 

Generoso Picone per “Il Mattino” il 12 novembre 2021. Ciriaco De Mita quasi si schermisce quando sente parlare del metodo da lui sperimentato nell’elezione del presidente della Repubblica. Il metodo De Mita: che portò al Quirinale il 24 giugno 1985 Francesco Cossiga al primo scrutinio con ben 752 schede a favore su 977, percentuale del 76 e molto superiore alla barriera dei due terzi richiesti per i primi quattro turni. Un esempio di strategia meticolosa sapiente tanto da meritarsi un capitolo di rilievo nella invece tormentata storia delle votazioni per il Quirinale. Soltanto 14 anni dopo si sarebbe ripetuto un esito del genere, Carlo Azeglio Ciampi salì al Colle con l’immediato consenso di 707 adesioni su 1010. Insomma, un brevetto che ha fatto scuola nella letteratura parlamentare. «Usai soltanto il metodo della condivisione delle scelte», dice l’ex premier e segretario della Dc, oggi novantatreenne sindaco della sua Nusco. Dipendesse da lui, si limiterebbe a rievocare la lezione di don Luigi Sturzo, di Alcide De Gasperi e di Aldo Moro per spiegare che è nella tradizione del popolarismo operare una netta distinzione tra la figura del capo dello Stato, «che rappresenta l’unità politica del Paese», e quella della guida dell’esecutivo, «che rappresenta la maggioranza che governa». Ma non sempre, anzi: quasi mai, questo principio si è affermato e allora il racconto di quei giorni può tornare utile a rivisitare un’esperienza di mediazione e una pratica di affermazione politica.

De Mita, come si delineò?

«Nel 1985 ero da tre anni segretario della Dc e, affrontando la questione della successione a Sandro Pertini, recuperai la memoria del 1971, delle elezioni che il 24 dicembre avevano visto prevalere Giovanni Leone». 

Eletto presidente con il sostegno determinante del Msi e dei monarchici?

«Si assistette a un durissimo scontro all’interno della Dc. Arnaldo Forlani, segretario del partito, indicò la candidatura di Amintore Fanfani. Io, che ero vicesegretario, mi opposi non al nome, ma al metodo adottato: sostenni che la forza politica che intende far eleggere presidente della Repubblica un suo esponente non doveva chiedere alle altre di aderire alla sua proposta. Aveva l’obbligo, invece, di creare le condizioni di una scelta condivisa e per la Dc ciò significava porsi come quasi di riferimento tutti i partiti che avevano elaborato e approvato la Costituzione. L’elezione del capo dello Stato non può che essere, sempre e comunque, un momento alto di legittimazione della Repubblica». 

Il Patto costituzionale declinato per il Quirinale?

«Certo. L’avevo teorizzato fin dal 1969 e il Patto non poteva ridursi a una pura enunciazione, bensì doveva diventare il risultato di una riflessione profonda che, senza discriminare il Msi, affidava alle forze politiche artefici della Carta costituzionale il compito della riforma e del riordino delle Istituzioni. In quel periodo il tema cominciava a conquistarsi una sua urgenza: l’avessimo affrontato a tempo debito non ci troveremo dove ora siamo». 

Dunque, il metodo della condivisione democratica.

«Nel 1971 non ero stato ascoltato e ciò che ho definito la fregola dell’intrigo personale prevalse sulla sostanza del pensiero». 

Lei già il 25 dicembre 1964 era stato protagonista di un gesto di dissidenza nei confronti della Dc: si votava per il successore di Antonio Segni e senza un accordo su Giovanni Leone il partito aveva deciso di astenersi per neutralizzare i franchi tiratori. Piazza del Gesù usò il pugno duro contro lei e Carlo Donat-Cattin, franchi tiratori rei confessi e sospesi per due anni.

«Manifestammo la nostra opinione. In realtà ci liberarono subito. Fu la sola volta in cui io e Donat-Cattin ci trovammo d’accordo». 

Nel 1964 prevalse Giuseppe Saragat.

«Nel 1971 a farne le spese fu la candidatura di Aldo Moro, l’interprete delle larghe intese e il fautore del dialogo tra i grandi partiti popolari, la Dc e il Pci. Se proprio vogliamo parlare di metodo De Mita esso consisteva esattamente nel diretto coinvolgimento delle forze politiche più rappresentative, la Dc, il Pci, il Psi, nella scelta del nome da votare». 

E lei indicò quello di Francesco Cossiga.

«Gli altri partiti avevano riconosciuto alla Dc la priorità dell’indicazione. Io presentai una lista di nomi, tra cui quello di Cossiga, sul quale registrai la maggiore convergenza». 

I segretari del Pci e del Psi erano rispettivamente Alessandro Natta e Bettino Craxi. Si dice che per convincere Natta lei gli avrebbe utilizzato questo argomento: il Pci ha già votato Cossiga alla presidenza del Senato, un no per il Quirinale farebbe eleggere Forlani con i voti dei socialisti. Natta voleva evitare che dopo la vittoria al referendum sulla scala mobile Craxi potesse ottenere una nuova affermazione.

«Mah, non faticai molto a promuovere Cossiga. La verità è che su di lui ci fu una larga convergenza. Semmai si trattò di convincere i partiti laici e ciò avvenne facendo immaginare che uno dei loro leader sarebbe stato nominato senatore a vita. Poi Cossiga non lo fece. Fu un gioco di furbizie».

Francesco Cossiga veniva da un periodo assai complicato, era stato ministro dell’Interno quando Moro era stato rapito dalle Br.

«Il Cossiga che io indicai era il mio antico amico dai tempi dell’Azione cattolica, con lui avevo una proficua frequentazione e niente poteva far ipotizzare l’atteggiamento che lui avrebbe mostrato dopo anche nei miei confronti. Non ebbe grande riconoscenza, diciamo così».

Oggi le sembra riproponibile il metodo De Mita?

«C’è una distanza di tre secoli da quegli anni». 

Le farebbe piacere una conferma del suo amico Sergio Mattarella?

«Io ci penso. Eravamo e siamo amici, è il garante della Costituzione e sarebbe la soluzione migliore. Però in politica le operazioni di qualità diventano possibili quando c’è un fondamento comune».

Tommaso Labate per corriere.it il 18 novembre 2021. «Quanto poco ci vuole a far saltare l’elezione di un presidente della Repubblica. Un dettaglio, una fesseria, e la storia del Paese cambia». 

Tipo?

«Ha presente quella specie di catafalco, quella sorta di cabina con le tende scure che viene montata a Montecitorio, in cui i parlamentari si infilano per votare a scrutinio segreto? Ecco, quel coso ha cambiato la storia d’Italia in un giorno di maggio del 1992. Arnaldo Forlani stava per diventare presidente della Repubblica. Al quinto scrutinio aveva preso 469 voti, al sesto era salito a 479, una o massimo altre due votazioni e ce la avrebbe fatta». 

Ma che c’entra la cabina?

«L’accordo era che si procedesse senza usarla. L’accordo era che i parlamentari votassero a scheda aperta, così li vedevi in faccia. Il voto era segreto, certo; ma si poteva intuire quanto era lungo il cognome che scrivevano, capire se avrebbero rispettato gli accordi. Se sulla scheda scrivi “Forlani” o “Spadolini” c’è una differenza che l’occhio attento sa cogliere. Non solo, qualcuno sospettato di essere un libero pensatore poteva discolparsi mostrando la scheda». 

Un franco tiratore intende?

«Io li chiamo liberi pensatori». 

Comunque sia…

«Seguivamo i lavori dell’Aula nella stanza del governo. A un certo punto, dalla tv, Forlani sente che Oscar Luigi Scalfaro e l’ufficio di presidenza hanno appena accolto la proposta di Pannella di continuare le votazioni usando quel confessionale. Arnaldo teme la trappola e ritira la sua candidatura. Una settimana più tardi, dopo la strage di Capaci, il suo biglietto per il Colle l’avrebbe preso proprio Scalfaro». 

Di quell’elezione del presidente della Repubblica, anno 1992, Paolo Cirino Pomicino fu forse il miglior attore non protagonista. Era stato lui, andreottiano di ferro, ad aprire le danze qualche settimana prima, mettendo a sedere allo stesso tavolo i due pretendenti, Andreotti e Forlani. 

La scena che si vede nel Divo di Sorrentino.

«La raccontai io a Sorrentino. “Se c’è la candidatura di Andreotti, la mia non esiste”, disse Forlani; “se c’è la candidatura di Forlani, la mia non esiste”, rispose Andreotti; e io che concludevo dicendo “ho capito, sono candidati tutti e due”». 

Oggi sembra più semplice di allora.

«Al contrario, è molto più difficile. Quando mollano l’ancoraggio alle tradizioni culturali, i partiti perdono il loro peso nella società e questo si riverbera nei gruppi parlamentari, oggi impossibili da controllare. Guardi la Germania: socialisti, popolari, liberali, ambientalisti, destra, tutto molto definito. Solo da noi non lo è».

Lei come si muoverebbe?

«Gli accordi trovati troppo presto o troppo tardi non reggono. Bisogna muoversi otto-dieci giorni prima dell’inizio delle votazioni. Enrico Letta, Matteo Salvini e Luigi di Maio chiusi in una stanza: si potrebbe partire da lì per poi allargare. Sono gli unici tre che hanno l’interesse a non far finire la partita nelle mani di Renzi».

La candidatura di Berlusconi?

«Aritmeticamente adesso è forte. Ma l’aritmetica, sa...».

Draghi?

«Penso che ci sia l’interesse nazionale e internazionale che rimanga a Palazzo Chigi, soprattutto ora che in Europa non ci sarà più la Merkel. Per il Quirinale bisogna cercare una personalità che abbia tanti anni di attività politica, un’importante esperienza di governo alle spalle, un grande prestigio internazionale. Nomi non ne faccio ma non è impossibile».

Nel 1992, con un partito ancora forte, Andreotti e Forlani arrivarono al «game over» prima del traguardo.

«La corsa di Andreotti durò due ore. Dalle 5 alle 7 del pomeriggio. Il giorno prima della riunione decisiva dei gruppi dc, Forlani va da Giulio e gli dice che avrebbe proposto il suo nome. Mi telefona da Palazzo Chigi Nino Cristofori, mi dice “Paolo, è fatta, muoviamoci per trovare altri voti fuori dalla maggioranza”. Andreotti era in Parlamento fin dalla Costituente, di rapporti ne aveva a destra e a sinistra». 

E poi?

«Mi fiondo nello studio di Andreotti e incrocio Mino Martinazzoli. Gli chiedo che cosa ci facesse lì e lui mi risponde che era andato a smentire l’ipotesi di una sua candidatura, a garantire che anche il suo voto sarebbe andato a Giulio». 

Sembra fatta.

«Sono da Andreotti quando ricevo una telefonata da Enzo Scotti, che mi dice che per il gruppo dei dorotei il candidato della Dc deve essere Forlani. “Ma chi ha deciso?”, urlo al telefono. C’era stata una riunione, presenti Gava, Silvio Lega, Leccisi, Prandini, lo stesso Scotti. A quel punto, dico ad Andreotti che deve telefonare a Forlani. E Arnaldo gli conferma che, tornando al partito, aveva trovato la rivoluzione... Si erano fatte le 7 di sera. Due ore prima era un altro mondo».

L’avrebbe spuntata Scalfaro.

«Dopo l’uccisione di Falcone, si trovano tutti a casa di Ciarrapico: Forlani, Andreotti, Gava, Craxi. È Craxi che spinge su Scalfaro, presidente della Camera, convinto che avrebbe potuto “garantirlo” dal Colle, Mani Pulite era già iniziata... Un altro calcolo sbagliato, la storia che cambia. Per dire a quelli di oggi che, alle volte, basta un niente».

Da “La Stampa” il 18 novembre 2021. Esce oggi per La nave di Teseo il nuovo libro di Marco Damilano, Il presidente (pp.352, € 10). In vista delle elezioni per il successore di Sergio Mattarella, il prossimo febbraio, il direttore dell’Espresso racconta i retroscena, gli intrighi e le congiure che hanno segnato la storia dei diversi Capi dello Stato. Nel brano che qui anticipiamo sono riconosciute, con le confidenze di un grande elettore del Pd, le manovre interne al partito tra il 18 e il 19 aprile 2013, quando nel giro di poche ore Romano Prodi (che si trovava in Mali, inviato del segretario generale dell’Onu), vide sfumare la propria ascesa al Colle.

"Mio padre Andreotti, il Colle e Draghi: vi dico tutto". Francesco Boezi il 5 Dicembre 2021 su Il Giornale. Stefano Andreotti ci racconta del rapporto tra il padre Giulio e la presidenza della Repubblica. C'è spazio pure per qualche aneddoto su Mario Draghi. Giulio Andreotti non è mai stato presidente della Repubblica. Eppure, in almeno una circostanza, il principale esponente della Prima Repubblica ci è andato vicino. Attraverso questa intervista, il figlio Stefano racconta il rapporto che il padre ha avuto con l'istituto del capo di Stato ma non solo. Tra "diari segreti", ultime battaglie politiche e retroscena su Mario Draghi, viene fuori un ritratto completo di un uomo che ha fatto la storia d'Italia.

Come mai suo padre non è mai riuscito a diventare presidente della Repubblica?

"Ci sono due aspetti. Una volta - da quello che mi ha raccontato lui e da quello che mi hanno raccontato le persone che gli stavano vicino - il suo staff, per qualche ora, ha pensato che stesse per essere eletto. Era sera: l'entourage di mio padre era convinto che Andreotti stesse per diventare capo di Stato. Un convincimento che non ha avuto la durata di una giornata. Lei saprà della rivalità dell'epoca con Forlani. Le cose poi cambiarono: i socialisti avrebbero deciso di non appoggiarlo. Mi riferisco al 1992, l'anno in cui è stato eletto Oscar Luigi Scalfaro ed in cui c'è stato il tragico attentato al giudice Giovanni Falcone, a sua moglie ed alla sua scorta. Però c'è un'altra questione: il ruolo di presidente della Repubblica, per mio padre, non rappresentava la massima aspirazione di lavoro. Mio padre ha sempre amato il contatto quotidiano con la gente, oltre che un lavoro che lo portasse spessissimo all'estero. Chiudersi in una sorta di casa dorata non era il massimo delle sue aspirazioni. Le volte in cui mio padre si è sentito gratificato combaciano con quelle in cui ha potuto occuparsi di Esteri".

Nel 2006, però, ha tentato un'altra cavalcata: quella per la presidenza del Senato.

"Sì, poi venne eletto Franco Marini. Credo abbia influito un po' di vanità. Aveva già aderito a Democrazia europea di Sergio D'Antoni, un movimento che poi non avrebbe portato da nessuna parte o quasi. Lui voleva sentirsi giovane. Pure perché veniva da un lunghissimo periodo processuale. Dopo tutte le gratificazioni e cariche ottenute nel corso della vita, credo che non abbia pianto per non essere diventato presidente del Senato nel 2006. E lo stesso vale per non essere diventato presidente della Repubblica".

Le faccio quattro nomi: Andreotti, Craxi, Berlusconi e Renzi. Ogni volta che si avvicina l'elezione del capo di Stato, partono i "veleni". Un modus operandi che continua ai giorni nostri.

"Si tratta di una modalità che l'Italia ha imparato a conoscere all'inizio degli anni novanta, con Craxi come esponente maggiore ma, insieme a lui, tutta la schiera delle persone coinvolte in Tangentopoli. E, nello stesso periodo, con mio padre ed i suoi tanti processi. Abbiamo iniziato ai tempi. E mi pare che quel modo di procedere stia continuando anche adesso, con un massacro terribile. Per carità: in alcuni casi ci sarà stato anche qualcosa dietro ma, per la maggior parte delle volte, mi pare che dopo non si sia scoperto niente di che. Vale anche per Berlusconi, con tutta quella storia delle olgettine: mi sembra che la questione sia davvero tirata per i capelli. E mi pare che lo stesso trattamento stiano subendo Renzi e famiglia".

Qual è stato il presidente della Repubblica con cui suo padre ha avuto un rapporto migliore?

"Le dirò... . Il presidente della Repubblica con cui mio padre ha avuto un rapporto migliore è stato Sandro Pertini, nonostante quest'ultimo non fosse democristiano. Pertini era anche di una generazione precedente ma, mentre questi era presidente della Camera, alla fine degli anni sessanta, mio padre era capogruppo a Montecitorio della Dc. Quindi mio padre aveva avuto occasione quotidiana d'interfacciarsi con Pertini. Un rapporto che si è poi cementato negli anni. Quando mio padre, all'inizio degli anni ottanta, è divenuto ministro degli Esteri, Pertini era il capo di Stato. E in quel periodo hanno condiviso tantissime scelte: qualcosa di straordinario. Le sottolineo l'affetto reciproco che provavano queste due figure. Poi mio padre ha avuto rapporti con più o meno tutti gli altri presidenti. Tenga conto che la famiglia è sempre rimasta fuori dalla politica: mio padre voleva che fosse così. Ma tra i pochi politici che ho conosciuto perché veniva a trovarci a casa, anche in quella dove andavamo in montagna, è stato Francesco Cossiga. Poi mio padre aveva una grandissima stima di Mario Segni. Ma Pertini su tutti".

E con il presidente Sergio Mattarella?

"Sa, mio padre aveva avuto rapporti più intensi con il padre e con il fratello: prima con Bernardo e poi con Piersanti. Con il Mattarella presidente della Repubblica ha avuto rapporti normali, buoni. Anche se - lei sa - Mattarella ha fatto parte del novero dei ministri che si dimise per l'approvazione della Mammì. Certo non ha avuto i rapporti intensi che ha avuto con Pertini e con Cossiga".

Insomma, non esistono questi "diari segreti" per cui la Repubblica avrebbe tremato.

"Noi abbiamo pubblicato, io e mia sorella, i "Diari segreti" ed i "Diari degli anni di piombo". Il titolo del primo libro lo avevamo immaginato in un modo molto diverso. Doveva essere tipo: "Mi voglio togliere un sassolino dalla scarpa". Una delle frasi presenti nel testo. Ma l'editore ha scelto "Diari segreti". La cosa giusta sarebbe stata "Diari inediti", perché questo è vero. Bisogna anche pensare che non sono memorie: questi - mi creda - sono le note che mio padre prendeva giorno dopo giorno, perché ha iniziato durante la guerra. Quei diari non sono rielaborazioni, bensì le annotazioni e le impressioni quotidiani. Poi sui "diari segreti": mio padre ha sempre detto che, nel Paese della dietrologia su tutto, il più grande segreto è che questi grandissimi segreti non esistono. Se si leggono i diari senza essere prevenuti, di sicuro si ha una versione molto diversa rispetto a tante storie sono state raccontate. Una questione su tutti: quella dei 55 giorni di Aldo Moro, della strage di via Fani e dunque di tutte le persone che sono cadute in quel modo terribile".

Ci racconti qualcosa

"Io e mia sorella ricordiamo le preoccupazioni, l'angoscia ed il dolore di quel periodo: possiamo testimoniarli anche noi".

Lei ha detto che suo padre ha provato a salvare Aldo Moro sino all'ultimo giorno...

"Gran parte dei partiti, a cominciare dalla Dc, ma pure dal Pci e dal Partito Repubblicano, e anche da Pertini, erano tutti dell'idea che non si dovesse cedere in nulla. Questo non significa che non sia stata cercata una strada. Una strada che non significava riconoscere qualcosa di pubblico ai terroristi: negli anni, mio padre ha preso molte annotazioni, che non erano mai state rese pubbliche. Forse per rispetto di papa Paolo VI e del segretario Don Macchi. Quest'ultimo, verso le 23.30, veniva spesso da mio padre a parlare, a nome pure del pontefice, di quelle che erano le possibilità e di quello che si poteva fare in merito a Moro. C'era una strada, che è stata successivamente resa nota: il rapporto con un cappellano di un carcere milanese. Il cappellano conosceva qualcuno che a sua volta era in contatto con qualcuno tra i brigatisti. Si sarebbe trattato di un pagamento di denaro: dieci miliardi di lire che all'epoca era una cifra considerevole. E mio padre diceva: "O noi o il Vaticano, in qualche modo, li riusciremo a tirare fuori". Quindi il fatto che il Vaticano avesse tirato fuori quei soldi non è del tutto esatto. E poi c'è la descrizione di questi rapporti e di una, non dico certezza perché sarebbe stata una follia, ma di una vena di ottimismo che Aldo Moro potesse essere liberato. Quando il corpo di Moro è stato ritrovato in via Caetani, parlando con don Macchi, si dedusse - c'è la notazione - che tra i brigatisti fossero nati due partiti: uno di Moretti, che avrebbe voluto uccidere Moro in ogni caso, e uno, quello di Morucci e della Faranda, che sarebbero stati per liberarlo. E prevalse quello di Moretti. Altrimenti loro erano quasi sicuri che quella mattina o comunque in quei giorni sarebbe stato liberato. Ci sono notazioni quotidiane in merito e c'è il grande dolore con cui poi mio padre è morto. Questo posso testimoniarlo io, con i miei occhi. Mio padre ha pianto due volte: quando è morta sua mamma, mia nonna, e quando è morto Moro. Io, quel giorno, l'ho visto distrutto".

Senta, se Andreotti fosse vivo e facesse politica, cosa combatterebbe?

"(Ride, ndr). Consideri che sono passati trent'anni. Ma penso che, rispetto alla politica di oggi, due aspetti non gli sarebbero piaciuti. Uno è la violenza verbale tra avversari. Questo elemento, nella prima Repubblica, non c'era. Mio padre ha avuto rapporti di grande cortesia e correttezza con tanti comunisti. Non dico di amicizia, ma quasi: con Pajetta aveva una frequentazione quasi quotidiana. Abbiamo delle lettere in cui sembrano degli amici veri. Si scambiavano di tutto. Con Berlinguer pure ha avuto un rapporto notevole. L'altra cosa che sicuramente non sarebbe piaciuta a mio padre sarebbe stata l'impreparazione: sia la regola del doppio mandato sia "l'uno vale uno" ormai sono naufragati. Forse qualcosa hanno capito. Mio padre studiava ogni giorno e ha iniziato con la gavetta, attaccando i manifesti di notte. Provi a dire oggi ad un giovane politico di attaccare i manifesti... ".

L'ex ministro Mannino ha associato la realpolitik di Mario Draghi a quella di suo padre. Sono due figure accostabili?

"Pensi che Mario Draghi ha avuto il primo incarico in un governo mentre mio padre era presidente del Consiglio. Noi abbiamo una lettera in cui si parla benissimo di Draghi, che poi viene nominato direttore del ministero del Tesoro. E c'è anche una fotografia che abbiamo trovato. Ne abbiamo una valanga d'immagini. Ce n'è una di un Draghi giovanissimo appoggiato alla porta, mentre mio padre incontra Carlo Azeglio Ciampi. Si tratta di una persona che ha dato tanta serenità ad un ambiente pieno di polemiche. Rispetto a mio padre, viene da un mondo molto diverso: mio padre con la finanza non andava proprio d'accordo. Di certo Draghi sta dimostrando di risolvere le cose giorno dopo giorno. Come mio padre, che non volava mai altissimo: era abituato a non fare voli straordinari per affrontare i problemi. Ecco, sotto questo aspetto, vedo delle similitudini. E Draghi si trova a gestire una situazione non facile: da mediatore. Un po' come Giulio Andreotti".

Francesco Boezi. Sono nato a Roma, dove vivo, il 30 ottobre del 1989, ma sono cresciuto ad Alatri, in Ciociaria. A ilGiornale.it dal gennaio del 2017, seguo la politica dai "palazzi", ma sono anche l'animatore della rubrica domenicale sul Vaticano: "Fumata bianca". Per InsideOver mi occupo delle competizioni elettorali estere e la vita dei partiti fuori dall'Italia. Per la collana "Fuori dal Coro" de IlGiornale ho scritto due pamphlet: "Benedetti populisti" e "Ratzinger, il rivoluzionario incompreso". Per la casa editrice La Vela, invece, ho pubblicato un libro - interviste intitolato "Ratzinger, la rivoluzione interrotta", che è stato finalista al premio Voltaire. Nel 2020, per le edizioni Gondolin, ho pubblicato "Fenomeno Meloni, viaggio nella Generazione Atreju". 

"L'archivio segreto, Craxi, il Papa: vi racconto la verità su Andreotti". Federico Bini il 16 Novembre 2021 su Il Giornale. Cirino Pomicino racconta la vita, la politica e i rapporti di Giulio Andreotti.

Guardando retrospettivamente, come è stato stare a fianco di uno degli uomini più potenti d’Italia come Giulio Andreotti?

Fu una vicinanza lunga e iniziata in tempi non sospetti, a metà degli anni ’70, rafforzata nel corso del tempo e poi diventata stringente nel periodo in cui siamo stati al governo insieme. Prima nel governo De Mita con Giulio agli Esteri e io alla Funzione Pubblica, poi con Giulio alla presidenza del Consiglio e io al Bilancio. E naturalmente fu un’attività molto forte, personale e con grande libertà di pensiero. Spesso avevamo anche opinioni diverse ma sempre nel massimo rispetto. È stata un’esperienza di grande qualità e ulteriormente formativa.

Andreotti secondo Lei fu più temuto o “venerato”?

Entrambe le cose. Venerato forse il termine è un po’ esagerato, perché quel termine lo si usa per la divinità, però fu molto esaltato, glorificato per la sua capacità politica. Temuto forse anche ma era più il frutto dell’aneddotica (non a caso veniva definito Belzebù) che non da fatti reali. Anzi, spesso nel partito Andreotti fu vittima di accordi che lo escludevano.

Eppure si narra che custodisse un ampio archivio segreto.

Sciocchezze. Queste carte alla lunga si sono dimostrate inesistenti perché l’intero archivio è stato dato all’Istituto Sturzo e naturalmente non c’è nulla di segreto che non possa essere visto, commentato e pubblicato. Anzi, posso anche raccontare un aneddoto per rendere chiara l’idea. Nell’ottobre del 1992 organizzai a casa il celebre ‘caminetto della Democrazia Cristiana’ con Martinazzoli, Forlani, Gava, Andreotti e De Mita. Ciriaco mi continuava a dire riservatamente – mentre spiegavo che con l’attacco che stavamo subendo per i finanziamenti ai partiti non dichiarati la DC sarebbe stata tranquillamente seppellita, – di spingere Andreotti a pubblicare le carte che teneva per colpire il Partito Comunista. Carte inesistenti. Peraltro che il Partito Comunista ricevesse contributi di cui la magistratura faceva finta di non accorgersene questo era noto a tutti, anche a Di Pietro.

Come era strutturata la celebre corrente Primavera? È vero che Lei era uno dei grandi signori di Napoli?

La corrente a Napoli l’abbiamo fondata Pino Amato, un consigliere regionale poi ucciso dalle BR, io e Scotti. Negli anni successivi Scotti che aveva un temperamento inquieto per cui cambio nel corso degli anni tutte le correnti della Democrazia Cristiana, lasciò la componente andreottiana nel 1983 che passò sotto la mia guida esclusiva. Nel 1976 quando entrai in Parlamento la corrente andreottiana da poco aveva cambiato nome ed era al 5%. Andreotti e Moro avevano il 5% e 6%. In quell’anno complesso e difficile in cui cominciò la solidarietà nazionale, la DC chiamo i capi corrente più piccoli, Moro al partito e Andreotti al governo a testimonianza come nella prima repubblica non valeva solo “la forza” ma anche la capacità politica con riguardo all’interesse del paese e dello stesso partito. Dopo quegli anni arrivarono un po’ di giovani deputati da tutta Italia che in qualche maniera fecero col tempo riferimento a me ed alla fine degli anni ’80 eravamo al 20% del partito e avemmo un ruolo decisivo nel pregare De Mita di lasciare la segreteria del partito e mettere Forlani vincendo il congresso del 1989 con un’alleanza tra Andreotti, Forlani e Donat Cattin, la vera sinistra del partito.

Andreotti alla fine non divenne mai segretario della DC.

Andreotti non era un uomo di partito ma di governo. E questa cosa è stata la grande fortuna della DC. Nella Democrazia Cristiana non c’era , come nella Seconda Repubblica, una sola persona che la faceva da padrone facendo contestualmente il segretario del partito e il presidente del Consiglio. Nella nostra esperienza erano ruoli decisamente distinti. Questo avveniva anche nei partiti laici, socialisti… quando Craxi andò a Palazzo Chigi lasciò il partito al reggente Martelli. La DC aveva un folto gruppo dirigente per cui per ogni ruolo c’era la possibilità di scegliere.

Dove risiedeva la capacità o metodo andreottiano nello stare sempre ai vertici del potere?

Questo in parte è legato alla storia della DC, la prima linea del gruppo dirigente ha finito per avere lunghi anni di esperienza governativa. Andreotti, vissuto grazie a Dio a lungo, ha cumulato ani di governo ma non ha mai avuto un ruolo interno al partito. . A 27 anni era già sottosegretario alla presidenza del Consiglio e quando smise di fare il presidente del consiglio aveva già 76 anni. Faccia lei il conto. Andreotti era un uomo delle istituzioni prima ancora che di partito.

Questo potere alla fine lo ha logorato? È stato coinvolto nei maggiori scandali italiani.

Non c’è dubbio che con una lunga esperienza di governo alle spalle gli avversari siano stati spinti a tentare di criminalizzarlo, lui è la stessa DC. Andreotti aveva una vita privata più che normale ed era difficile attaccarlo su quella linea ed allora lentamente si è tentato di mettere in giro presunti suoi rapporti con la mafia siciliana, con logge massoniche deviate e quant’altro. La verità che tutti i grandi poteri, da quelli economico-finanziari alla massoneria non amavano Andreotti e sponsorizzavano altri leader. Scalfari, ad esempio, amo e difese a lungo de Mita proprio contro Andreotti e Craxi.

Alcide De Gasperi disse: “Andreotti è un ragazzo talmente capace a tutto che può diventare capace di tutto”.

Capace di tutto sì. Bisogna vedere come lo si legge… se con malizia o meno. Andreotti ha sventato mille insidie portate alla democrazia italiana a cominciare dal golpe Borghese e a privilegiato la trasparenza. Ricordo ad esempio le critiche subite per aver dato corso alla pubblicazione degli elenchi di Gladio.

I rapporti con la Santa Sede?

Il rapporto tra la Santa Sede e Andreotti fu strettissimo perché in realtà Giulio negli ultimi anni del fascismo era vissuto all’interno del Vaticano. Andreotti era orfano di padre fin dalla giovanissima età, quindi aveva anche problemi di lavoro e nel Vaticano aveva trovato un’opportunità. Inoltre aveva una religiosità molto alta, così come Moro e la grande maggioranza della DC, una religiosità mai ostentata. Andreotti non andava in giro a far vedere il rosario, ma ogni mattina riservatamente andava a messa e faceva la comunione.

Con quale Papa ebbe maggiore intesa?

Paolo VI. Si erano conosciuti ai tempi della FUCI, da giovanissimi. E poi fu molto apprezzato e benedetto pubblicamente da Giovanni Paolo II.

I politici con i quali ebbe maggiore simpatia o antipatia nella DC?

Il politico democristiano con cui non andava molto d’accordo era Fanfani. Ed era ricambiato. Infatti in ogni governo Andreotti non c’era Fanfani e viceversa. Con De Mita ha avuto lunghi periodi di gelo, perché De Mita, come ho già detto, fu catturato per lungo periodo dal gruppo di potere di La Repubblica. Però poi la cosa si risolse positivamente perché quando De Mita divenne presidente del Consiglio nominò Andreotti ministro degli Esteri e gli fu di grandissimo aiuto.

Con Nenni?

Pesò enormemente quel macigno del lungo periodo del frontismo che aveva catturato Nenni. Andreotti come tutta la DC guardò con interesse il famoso incontro di Pralognan tra Saragat e Nenni per favorire la rottura del fronte popolare e lentamente inserire i socialisti nell’area del governo. C’era un punto di diversità sui tempi tra Andreotti da un lato e Moro e Fanfani dall’altro che portò poi Andreotti nel convegno di Napoli del ’61 a votare contro l’apertura ai socialisti perché la riteneva un po’ troppo precipitosa.

E con Craxi?

Un ottimo rapporto. Anche se c’era una sorta di pregiudizio. Infatti Craxi diceva che “Andreotti era una vecchia volpe che prima o poi sarebbe finita in pellicceria”. Ma erano battute che denotavano la differenza di temperamento. Ma poi sotto il profilo dell’azione di governo si rafforzarono reciprocamente. La vicenda di Sigonella sancì il comune senso della sovranità nazionale e dell’autonomia dell’Italia.

Fu dopo Sigonella che gli americani scaricarono Andreotti e Craxi?

La scelta di far circondare i marines dai nostri carabinieri non fu dimenticata dall’intelligence americana e anni dopo Craxi divenne un corrotto e Andreotti un mafioso.

L’attentato a Falcone sbarrò di fatto la strada del Quirinale ad Andreotti?

Questo fu utilizzato dagli avversari per impedire ad Andreotti di fare il presidente della Repubblica. La verità è che nonostante i miei personali tentativi di trovare un intesa per tempo in un incontro a tre tra Forlani, io e Andreotti ognuno diceva che se c’era l’altro lui si ritirava. In realtà erano candidati entrambi e gli errori di metodo fatti da Forlani portarono al disastro. L’attentato – dopo giorni di stallo – costrinse a scegliere tra uno dei due presidenti delle Camere. Sono convinto, però, che se Forlani non si fosse ritirato dopo la seconda votazione in cui mancarono solo 28 voti sarebbe stato lui a essere eletto presidente della Repubblica.

Come definirebbe Andreotti?

Un uomo di governo che aveva l’amore per la battuta anche quando quelle battute potevano creare qualche problema.

Moriremo tutti democristiani?

Il vero problema è che noi abbiamo sempre sostenuto il contrario e cioè che avremmo dovuto vivere tutti come democristiani. Oggi siamo tutti avvolti da una soffocante mediocrità.

Federico Bini. (Bagni di Lucca 1992) maturità classica e laurea in legge. Lavoro nell’azienda di famiglia, Bini srl materie prime dal 1960, come membro del commerciale e delle pubbliche relazioni. Liberale e un po’ conservatore. Lettera 22 sulla scrivania, Straborghese, cultore dell’Italia di provincia. Svolgo da quando avevo quindici anni un’intesa attività pubblicistica e di studio in ambito politico, giornalistico e storico. Collaboro con diverse riviste d’informazione e approfondimento culturale. Tra le mie pubblicazioni si ricorda: Montanelli e il suo Giornale (Albatros editore), Roberto Gervaso. L’ultimo dandy (L’Universale) assieme a Giancarlo Mazzuca, Un passo dietro Craxi (Edizioni We) e Una democrazia difficile. Partiti, leader e governi dell’Italia repubblicana (Albatros editore). Sono stato condirettore del settimanale Il Caffè. 

Massimo Franco per il "Corriere della Sera" l'1 ottobre 2021. «Ho un mancamento, i medici mi aiutano e dopo qualche tempo mi rimettono in piedi». Il trauma di Giulio Andreotti alla notizia del rapimento di Aldo Moro e della strage dei cinque uomini della scorta è incorniciato in queste poche, laconiche parole. Data: 16 marzo 1978. L'accenno è a pagina 592 dei suoi Diari degli anni di piombo , secondo volume di quegli appunti segreti scoperti in uno sgabuzzino di casa, decifrati e curati dai figli Stefano e Serena; e pubblicati adesso da Solferino. Si intuiscono il collasso fisico e nervoso, ma non c'è traccia dei conati di vomito che costrinsero un carabiniere a andare di corsa a casa del presidente incaricato a prendergli un abito da cerimonia pulito, una camicia e una cravatta, perché doveva presentare al Parlamento il suo governo allargato al Pci. È l'ennesimo omaggio alla «freddezza oggettiva», registrata dal giornalista Bruno Vespa nell'Introduzione, con la quale Andreotti racconta questo decennio della storia d'Italia: 1969-1979. Eppure quel rapimento compiuto dalle Brigate rosse, e le ore immediatamente successive, mostrano un animale politico dotato di sangue freddo, certo; ma coinvolto nella tragedia anche dal punto di vista personale, perché sarebbe potuto toccare a lui e «a piangere sarebbero stati Livia e i figli miei», chiosa citando la moglie. Il 16 marzo Andreotti non pianse. Le lacrime sarebbero state poco andreottiane, per uno come lui che si era sempre vantato di avere pianto solo tre volte, e di non avere mai dato neanche un bacio alla madre in tutta la sua esistenza. Ma quel mattino non riuscì a far scattare il suo autocontrollo considerato quasi disumano. Il fisico rifiutò di assecondare il comando cerebrale che gli suggeriva di non piegarsi. Si piegò, eccome: crollò. Anche se nei suoi diari c'è solo quell'«Ebbi un mancamento» che nasconde il rigetto di Andreotti nel mito andreottiano dell'imperturbabilità: mito che ha contribuito lui stesso a costruire. La cronaca delle lunghe settimane del sequestro, prima dell'assassinio di Aldo Moro, presidente della Dc, si sforza di essere asettica. E tuttavia trasmette un senso di smarrimento, disorientamento, trame e tragedia incombente che sono una fotografia spietata dello Stato italiano colpito dal terrorismo brigatista. Giorno dopo giorno, l'allora premier consegna l'immagine di uno Stato disarmato: sguarnito di un'intelligence capace non solo di fermare, ma di trovare gli attentatori. Diviso tra gli imperativi di fermezza doverosi dopo l'omicidio della scorta, e le manovre di chi, per convinzione o per calcolo, teorizzava una trattativa dietro la quale si nascondeva l'obiettivo di far saltare l'alleanza tra la Dc morotea e il Pci di Enrico Berlinguer; e che voleva usare la disperazione di Moro nella «prigione del popolo» per affossare la sua strategia dell'unità nazionale. Ma lo sfondo storico-politico è quello di un Paese che sta archiviando una fase cruciale. Con un Papa, Paolo VI, amico del presidente democristiano dai tempi della Fuci, la federazione degli universitari cattolici, vicino alla fine ma proteso disperatamente e inutilmente a salvarlo. Quasi senza rendersene conto, nella cadenza quotidiana dei suoi diari Andreotti dipinge un formicaio di potenti, di interessi, di interferenze e di depistaggi, che si agitano intorno alla famiglia Moro e al suo senso crescente di isolamento e di abbandono, perché alla fine prevale la logica della ragione di Stato. L'allora premier parla dei funerali dei «cinque (Raffaele Iozzino, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Francesco Zizzi) a San Lorenzo», annota il 18 marzo. Accenna alle «famiglie, di poverissima gente». Ricorda che Leonardi, il caposcorta, «era un po' la controfigura di Moro. Anche quando entravano in chiesa gli portava il messalino». E nel riferire quel particolare spunta il politico che osserva, registra mentalmente, e affida ai suoi ricordi scritti qualcosa che altrimenti, ritiene, andrà perso. I Diari , come i precedenti, sono impastati di questa miscela di storia ufficiale e di storia minore, che apre squarci curiosi, a volte sconcertanti sulla teoria sconfinata dei personaggi conosciuti da Andreotti come ministro, premier, deputato, plenipotenziario ufficioso del Vaticano. Senza risparmiare stilettate ai nemici. I Diari cominciano nel novembre del 1969, con l'ombra della legge sul divorzio e con la strage alla Banca nazionale dell'agricoltura in piazza Fontana a Milano del 12 dicembre. Poi c'è il 1970 e a giugno, ai Mondiali di calcio in Messico, l'Italia va in semifinale. «17 giugno. A letto per afonia. Italia-Germania 4-3». Poi: «21 giugno. Fanfani a Città del Messico. Brasile-Italia 4-1», dove la presenza dell'avversario storico Amintore Fanfani induce a pensare che sia stato una delle cause della sconfitta italiana. Spigolature perfide, in un'Italia democristiana che cominciava a fare i conti con un'opinione pubblica sempre più emancipata dal controllo della Chiesa cattolica, anche se le gerarchie ecclesiastiche faticavano a prenderne atto. E insieme immersa in un'Europa che cambiava faccia e si univa sempre di più. Colpisce oggi, negli anni della Brexit, la ricostruzione andreottiana dell'inizio di gennaio del 1973, con l'Europa che «passa da sei a nove (+ Uk, Irlanda, Danimarca)»; e con lui che celebra con un articolo sull'inglese «Daily Mail» «il più decisivo passo avanti nel campo dell'integrazione europea». Preistoria, che si conclude nell'agosto del 1979 con la nascita di un governo senza più il Pci, guidato da Francesco Cossiga, riemerso dalla depressione del caso Moro. E con un «intermezzo tragicomico a piazza del Gesù», allora sede della Dc, scrive Andreotti. «Quella che sembrava una raffica di mitra provoca allarme. Pisanu ordina il tutti a terra e Cossiga si stende sul divano. Zaccagnini rilascia una dichiarazione sul terrorismo anti-Dc. Poi si apprende che, innervosito dal crepitio di un martello pneumatico di vicini lavori, un agente ha fatto partire un colpo, ferendo al piede l'autista di Zaccagnini», l'allora segretario del partito. Humor nero, figlio della psicosi da «anni di piombo».

Generoso Picone per "il Mattino" il 10 novembre 2021. «Senza Andreotti non si va da nessuna parte» ripetono i commensali durante la cena all’aperto organizzata dai fedelissimi per lanciare la sua candidatura alla presidenza della Repubblica. La sequenza è presa dal «Divo», il film che Paolo Sorrentino nel 2008 dedicò alla vita di Giulio Andreotti, decisamente smentita dal protagonista e tratta da una delle poche rappresentazioni di sé che l’abbia fatto arrabbiare da arrivare a definirla «una mascalzonata»: valga quindi come riferimento puramente simbolico, giusto avviare da quest’immagine la narrazione del romanzo del Quirinale, cioè il racconto delle strategie che una volta segnavano settimane e mesi precedenti l’elezione del Capo dello Stato. Nella realtà, andò a finire che nella Dc prevalse il nome di Arnaldo Forlani, Andreotti scelse di compiere il passo indietro «visto che c’è la candidatura del segretario, la mia non esiste più. E chi lavora a sfavore pecca contro lo Spirito Santo». I franchi tiratori peccarono il 16 maggio 1992. Forlani commentò: «Meglio lasciar fare lo Spirito che muove il creato». Al Colle andò il 25 maggio al sedicesimo scrutinio Oscar Luigi Scalfaro. Stefano Andreotti, il secondogenito di Giulio, già manager di lungo corso che assieme alla sorella Serena si sta dedicando alla cura dei diari segreti del padre – editi da Solferino, dopo il primo volume pubblicato l’anno scorso ora è uscito «I diari degli anni di piombo» e altri ne verranno – ricorda bene quell’episodio.

Costituì una delusione?

«Vuole la verità? In fondo non è che mio padre ci tenesse più di tanto ad andare al Quirinale. Uno come lui considerava il Parlamento il centro dell’attività politica che amava vivere in maniera decisamente attiva. La figura del presidente della Repubblica gli doveva apparire più rivestita da una funzione istituzionale e quindi tale da sottrarlo alla partecipazione diretta attraverso incarichi che lo portavano ad avere frequentazioni e contatti costanti a livello anche internazionale. Ecco: preferiva svolgere il ruolo di capo del governo e meglio ancora di ministro per gli Esteri. Esercitato, per altro, con qualità riconosciute da chiunque e in ogni parte del mondo. Del resto, lui aveva cominciato da sottosegretario al fianco di Alcide De Gasperi, misurandosi con questioni e problemi di rilevante importanza. Ha sempre coltivato, fino al 1989, questa passione, consolidando il suo credito. Quante volte grandi esponenti della sinistra europea e sudamericana hanno interrogato i corrispettivi italiani chiedendo: ma perché ce l’avete con Andreotti?». 

Ciò non toglie che abbia svolto funzioni importanti e determinanti nell’individuazione dei capi dello Stato.

«Certo, si può ben dire che abbia impresso il suo segno in tutte le elezioni. Lui è stato un uomo che ha mediato sempre, all’interno della Dc e con gli altri partiti. Ma i suoi anni sono stati caratterizzati da una idea di politica che oggi è lontana e perduta». 

Mediazioni che potevano portare pure a esclusioni e veti.

«Se lei intende dire degli sgambetti, beh, è vero. Se ne facevano, alcuni erano clamorosi, e anche di questo materiale era composta l’azione politica. Ma c’era anche altro, il quadro politico non era formato da blocchi monolitici e in ogni schieramento si potevano individuare interlocutori con i quali confrontarsi, discutere e magari trovare utili intese».

Ora?

«Non mi faccia parlare del presente. La situazione è sotto gli occhi di tutti e a volte verrebbe voglia di consigliare se non la lettura di qualche buon libro di Storia almeno di un buon manuale di Diritto costituzionale». 

Ricorda una elezione per la quale suo padre abbia avuto un ruolo maggiormente decisivo?

«Per l’elezione di Giovanni Leone, avvenuta al ventiduesimo scrutinio il 29 dicembre 1971. Ci furono contrasti duri all’interno della Dc». 

Non passò il nome di Aldo Moro.

«Il vero sconfitto, l’uomo che subì lo sgambetto, fu Amintore Fanfani. Alla fine, comunque, si riusciva a trovare una soluzione». 

Il metodo Andreotti?

«Mio padre ripeteva che “non c’è nessun metodo che garantisca la vittoria, ci sono solo errori da non commettere”. Aggiungeva quindi che “il vero grande segreto è che non esistono grandi segreti”. Era la lotta politica, magari dura e crudele, ma che portava pure ad alimentare rapporti di stima personale, se non di amicizia».

Ne rammenta uno?

«Quello tra mio padre e Sandro Pertini. Fu uno straordinario legame di solidarietà e rispetto. Avevano caratteri diversi, se non proprio opposti, ma ciò non incrinò mai la loro relazione: Pertini da capo dello Stato e mio padre da presidente del Consiglio». 

Neanche quando Sandro Pertini lanciò le sue accuse dopo il terremoto dell’Irpinia?

«Pertini aveva il suo temperamento, all’istante sbottava e poi recuperava l’equilibrio. Ci sono state tante occasioni in cui si può verificare reciprocità di sostegno». 

Oggi l’aria che si respira è un po’ diversa. Come si muoverebbe suo padre in vista dell’elezione al Quirinale?

«Intanto i tempi sono profondamente mutati. Rimane il rischio delle trappole e dei tranelli: l’esperienza suggerisce di aspettare e valutare tutte le circostanze. All’epoca della Dc non si mettevano in campo i grandi nomi che, a parte qualche eccezione, al Colle non ci sono mai andati né forse hanno davvero pensato di puntarci. Alla fine sa come si dice in Vaticano? Al Conclave chi entra da Papa spesso esce cardinale».

LA MEMORIA STORICA. Quando il primo governo di Giulio Andreotti non vide la luce per scelta degli Stati Uniti. Miguel Gotor su L'Espresso il 26 agosto 2021. Nell’estate 1970 Saragat dà l’incarico ad Andreotti, ma il tentativo fallisce. Fu la Cia a decretare il no degli Usa ma, dopo che il leader Dc fece visita a Washington, cadde la riserva su di lui aprendogli le porte di Palazzo Chigi. L’11 luglio 1970 il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat diede l’incarico di formare un nuovo «governo organico quadripartito di centrosinistra» a Giulio Andreotti, che allora rivestiva l’incarico di capogruppo della Dc a Montecitorio. Andreotti aveva già alle spalle una lunga carriera parlamentare e come ministro, ma quella era la prima volta che, all’età di 51 anni, aveva la possibilità di diventare presidente del Consiglio. Secondo la prassi accettò l’incarico con riserva, tentando di varare una maggioranza organica di centrosinistra con un programma riguardante la riforma dell’amministrazione pubblica, il problema abitativo e l’abbassamento del voto a 18 anni di età. Nel giro di consultazioni, però, incontrò su questi temi dei problemi apparentemente insormontabili con i socialdemocratici del Partito socialista unitario, ossia proprio con la forza politica del presidente Saragat che, in cambio del loro sostegno al governo, avanzarono ai socialisti la richiesta impossibile di rompere con i comunisti nelle giunte locali. Andreotti, dunque, fu costretto a rinunciare e, il 25 luglio 1970, Saragat affidò un nuovo incarico a Emilio Colombo, il quale riuscì a diventare facilmente presidente del Consiglio dal momento che i socialdemocratici, questa volta, approvarono il documento programmatico senza battere ciglio. Colombo era stato indicato al secondo posto dopo Andreotti nelle preferenze dello Scudocrociato e apparteneva alla stessa corrente di Andreotti. Secondo la testimonianza diretta del diplomatico Manlio Brosio, allora segretario generale della Nato, il presidente Saragat gli aveva riferito di avere «una certa fiducia in Colombo: “È un prete di provincia, Andreotti è un prete di curia ed è peggio. Il primo crede a qualche cosa, il secondo a nulla”». La soluzione di questa crisi di governo, se ci limitiamo a osservare il proscenio pubblico, aveva offerto una soluzione così enigmatica che pareva fatta apposta per alimentare la solita retorica sull’incomprensibilità della politica italiana e i suoi insopportabili bizantinismi che tanto piaceva agli osservatori esteri e agli “stranieri in patria” nostrani. Anche se, in questa circostanza, il passaggio di consegna tra le due candidature democristiane era stato accompagnato da un tragico fatto di sangue: il 22 luglio 1970, sullo sfondo della cosiddetta rivolta di Reggio Calabria, una bomba di matrice neofascista aveva fatto deragliare un treno a Gioia Tauro provocando sei morti e oltre una sessantina di feriti. Tuttavia, se spostiamo la tenda quanto basta per sbirciare dietro le quinte, la situazione si complica all’improvviso, anche se, per compiere questo semplice atto, è stato necessario attendere quasi cinquant’anni e le ricerche degli storici Umberto Gentiloni Silveri, Lucrezia Cominelli e Luigi Guarna. Rispetto al luglio 1970, bisogna però fare un passo avanti di sei anni. Nell’agosto 1976, infatti, in occasione del dibattito parlamentare sul voto di fiducia al terzo governo Andreotti, che nasceva grazie all’astensione dei comunisti, l’ex capo del Sid Vito Miceli, nel frattempo divenuto deputato missino, gettò una nuova luce sugli autentici motivi che avevano portato al fallimento della candidatura di Andreotti nel luglio 1970. Il generale dichiarò, tra lo stupore generale, di avere espresso in passato un parere negativo sulla sua nomina a presidente del Consiglio in risposta a una sollecitazione ricevuta da Saragat in persona. Nel suo discorso Miceli definì il dirigente democristiano «un maestro di trame» e gli rimproverò una «disinvoltura eccessiva» con i comunisti, ergendosi a megafono di un’ideale società italiana finalmente stanca di essere gestita da «professionisti della politica» come lui. Miceli aveva fondati motivi per essere risentito con Andreotti che, quando era ministro della Difesa, nel luglio 1974, lo aveva rimosso dal suo ruolo di capo del Sid, al quale lo aveva nominato, nell’ottobre 1970, il socialdemocratico Mario Tanassi. Con questa decisione Andreotti aveva costituito le premesse perché Miceli, non più ai vertici del servizio segreto militare, fosse tratto in arresto, già nell’ottobre 1974, con le accuse di falso ideologico e di avere cospirato contro lo Stato e, in seguito, venisse coinvolto anche nell’inchiesta sul golpe dell’Immacolata, ossia un tentativo di colpo di Stato promosso l’8 dicembre 1970 dall’aristocratico fascista Junio Valerio Borghese. Nelle intenzioni dei congiurati quel «colpo d’ordine» avrebbe dovuto prevedere persino la cattura del presidente della Repubblica Saragat, ormai giunto a fine mandato. Miceli finì sotto processo con l’accusa di favoreggiamento da cui sarebbe stato assolto nel luglio 1978, ma occorre notare che in quell’inchiesta l’accusa era stata esercitata dal Pubblico ministero Claudio Vitalone, notoriamente sodale di Andreotti. Il riferimento polemico che Miceli aveva pronunciato in aula rimandava al tentativo abortito di Andreotti del luglio 1970: la sua denuncia suscitò ampie polemiche perché l’ex presidente Saragat si affrettò a negare di avergli mai richiesto un parere sul politico romano, ma l’ex capo del Sid tenne il punto invocando una commissione d’inchiesta. Anche gli uffici del Quirinale lo smentirono, ma Miceli, intervistato dal giornalista Luigi Bisignani, rispose di essere disposto a leggere in aula il suo «testo in nove righe del veto nei confronti dell’onorevole Andreotti» che si trovava conservato «in fascicoli segretissimi degli archivi del Sid». Saragat in una intervista a Massimo Caprara sul Tempo illustrato, poi disconosciuta dall’interessato ma confermata dal giornale, si sarebbe spinto a dire che per «silurare Andreotti non aveva bisogno delle sollecitazioni dei servizi segreti, né del generale Miceli, del resto non ancora capo del Sid, che io dichiaro di non avere mai conosciuto, bastò la mia personale avversione». La precisazione difensiva di Saragat che Miceli allora non fosse ancora a capo del Sid è utile per datare l’episodio al 1970 perché nel luglio di quell’anno il generale rivestiva l’incarico di responsabile del servizio informativo dell’esercito (Sios) e sarebbe asceso alla direzione dei servizi militari soltanto nell’ottobre di quell’anno. Alla luce di queste esplosive dichiarazioni, che rivelavano quanto Saragat avesse ancora il dente avvelenato per i fatti del luglio 1970 e per i rischi personali corsi con il tentato golpe Borghese nel dicembre successivo, la stampa si gettò sulla vicenda. Ad esempio, il giornalista Paolo Guzzanti scrisse sul quotidiano La Repubblica, il 26 agosto 1976, un informato articolo, “La vera storia del veto”, in cui raccontò che, in quel luglio 1970, la candidatura di Andreotti aveva suscitato l’ostilità di una parte della Cia. Infatti, il fascicolo preparato dal generale Miceli per Saragat sarebbe stato consegnato anche a James D. Clavio, “Army attaché” dell’ambasciata americana a Roma, che lo avrebbe integrato per poi passarlo a William Broe, incaricato della Cia in quegli anni per gli affari in Cile e in America meridionale e “Chief of the western hemisphere division” dal 1965 al 1972. Infine, sarebbe ritornato nelle mani dell’italo-americano Carmel Offie, specialista sin dal 1944 di affari italiani, sodale e protettore del socialdemocratico Tanassi e patrocinatore, nell’ottobre 1970, della nomina di Miceli ai vertici del Sid, evidentemente promosso sul campo per i meriti acquisiti agli occhi degli statunitensi nel corso di quei delicati frangenti. Nell’articolo, Guzzanti sottolineava anche che, durante le sue prime consultazioni nel luglio 1970, Andreotti aveva compiuto un gesto che aveva «mandato in bestia tutto il fronte dell’anticomunismo italiano» perché si era intrattenuto per un’ora con la delegazione del Pci, dopo avere incontrato quella dei quattro partiti di governo del centrosinistra organico, come Saragat gli aveva prescritto di fare. È utile rilevare che la versione ricostruita nell’inchiesta giornalistica del 1976 è risultata confermata dopo l’avvenuta desecretazione di un’importante informativa dell’ambasciatore statunitense a Roma Graham Martin, inviata al dipartimento di Stato il 7 agosto 1970, significativamente il giorno dopo l’insediamento del governo Colombo. Logicamente quel documento non poteva che tenere conto delle azioni e dei movimenti di intelligence avvenuti in Italia a luglio, quando la crisi di governo era ancora aperta e Andreotti in predicato di diventare presidente del Consiglio. Nel dispaccio, l’ambasciatore Martin faceva cenno proprio «agli inusuali sforzi» compiuti negli ultimi tempi dal generale Miceli «per entrare in confidenza» con l’addetto militare a Roma Clavio, cui aveva mostrato tre lettere in cui si faceva riferimento a un colpo di Stato imminente promosso dal principe Borghese e previsto già per la seconda settimana di agosto. Nella circostanza, Miceli aveva voluto rassicurare Clavio sulla tenuta democratica delle Forze armate, garantita da lui e dal generale Enzo Marchesi, capo di Stato maggiore della Difesa, e aveva fatto ascoltare un nastro registrato, che gli aveva consegnato un collaboratore del deputato Antonio Cariglia, anche lui come Tanassi e Saragat socialdemocratico, in cui un politico italiano non meglio identificato parlava di un golpe da realizzarsi già nelle prime settimane di agosto. Il dipartimento di Stato americano rispose il 10 agosto 1970 affermando di rimanere scettico «sui reali mezzi di sostentamento di un tentativo di colpo di Stato questa settimana», come se il rischio fosse ancora all’ordine del giorno e meritevole di essere seguito, affinché fosse scongiurato, day by day, come i fatti dell’8 dicembre seguente avrebbero ampiamente dimostrato. Questo secondo documento si concludeva affermando che il ministro della Difesa Tanassi e, tramite lui, il presidente Saragat, erano già stati informati di quanto stava accadendo in Italia nel luglio 1970, facendo dunque riferimento proprio alle due personalità che pochi giorni prima avevano bloccato il tentativo di Andreotti. Secondo questa ricostruzione, dunque, il candidato Andreotti era stato sconfitto nel luglio 1970 su suggerimento di Tanassi che, intervenendo su Saragat, gli aveva fatto mancare improvvisamente il consenso dei socialdemocratici per rispondere alle pressioni giunte oltreoceano su indicazione del generale Miceli, come da egli stesso rivendicato in Parlamento nell’agosto 1976, come già il 27 agosto era anticipato dal quotidiano La Repubblica in un secondo articolo a firma di Guzzanti intitolato “Fu Nixon a bocciare Andreotti”. Agli occhi del fronte interno politico-militare più fedele agli americani, formato dal trio Tanassi-Miceli-Saragat, la figura di Andreotti non era ancora in grado di garantire appieno la parte più oltranzista del fronte atlantico per due ragioni, solo apparentemente opposte: da un lato, a causa della sua precoce disponibilità ad aprire ai comunisti, dall’altro per i suoi rapporti troppo stretti, in virtù del lungo passato al ministero della Difesa, con quelle frange militari reazionarie mobilitate dal principe Borghese e con quegli ambienti della destra extraparlamentare neofascista che si erano messi in movimento proprio nel mese di luglio 1970 come denunciato dal generale Miceli nei suoi incontri con gli americani. Nello stretto passaggio che lo aveva visto sconfitto, in cui si erano scontrati due «atlantismi concorrenti» meritevoli di ulteriori indagini, Andreotti dovette fare tesoro della lezione ricevuta. Prova ne sia che, per non sbagliare di nuovo, nell’agosto 1971, si recò in visita privata negli Stati Uniti chiedendo di potere rendere visita alle più alte cariche dell’amministrazione Nixon, tramite i canali ufficiali delle ambasciate. Gli incontri richiesti non ebbero luogo, ma dagli incartamenti preparatori dei diplomatici affiorava una rinnovata attenzione nei riguardi di Andreotti, destinato a ricoprire «un ruolo di primo piano nella Dc e nella politica nazionale», e considerato «un politico da tenere in considerazione per il domani». In tutta evidenza, infatti, l’oggi italiano era rappresentato da Colombo, visto dagli stessi statunitensi come «l’ultima possibilità» per salvaguardare una formula di centrosinistra ormai agonizzante, anche se, come notato dalla preveggente nota dell’ambasciatore Martin del 7 agosto 1970, «c’era una buona possibilità che un movimento verso il centro potesse comunque essere prodotto all’interno del processo democratico». Se Andreotti fosse riuscito a interpretare questa nuova linea di ritorno al centrismo entro un contesto democratico, il futuro sarebbe stato suo. In effetti, avvenne proprio così perché quell’agognato domani per lui sarebbe giunto prima del previsto, soltanto sei mesi dopo il viaggio americano, quando, per la prima volta, divenne presidente del Consiglio.

(ANSA il 9 agosto 2021) - "Era l'assoluto opposto della severità, era la bonomia fatta persona. Noi siamo nati, praticamente, che Andreotti era Andreotti. Io sono del '52 e lui era da 5 anni il sottosegretario alla presidenza di De Gasperi e dopo di Pella, nel '53". Così in una lunga intervista a 'Il Giorno', Stefano Andreotti racconta il sette volte presidente del Consiglio, Giulio Andreotti. "Mio padre aveva affidato a mamma il compito dell'educazione quotidiana. Questo non toglie che mio padre era ugualmente una presenza attentissima. Poi si è completamente, come dire, rimbambito per i nipoti. Una volta mia sorella Serena aveva la bambina che faceva la raccolta dei Puffi e di questi pupazzetti mia nipote non ne trovava uno. Ebbene, mio padre ha smosso non so chi per riuscire a recuperarlo da un importatore del Nord". Alla domanda su che cos'era per Andreotti il potere lui risponde: "Era qualcosa che in assoluto gli piaceva: questo è chiaro. Ricoprire cariche pubbliche è indubbio che lo appagava e forse, diceva, "ho anche fatto qualche sgambetto a qualcuno" per averle. Come altri cavalli di razza democristiani li facevano a lui. Però il potere per lui non era fine a se stesso, era un mezzo". Nell'intervista, Stefano ricorda anche i momenti difficili delle accuse di mafia. "Quando tutto comincia, dal punto di vista umano, mio padre era un uomo finito: non usciva più di casa, era impasticcato di schifezze che gli avevano dato per dormire e stare tranquillo, non faceva più niente. Una morte fisica e civile. Poi, ha avuto la forza di reagire. Lo ha fatto grazie a persone che gli sono state vicine, a cominciare dalla famiglia, ma anche a persone verso le quali aveva una grande venerazione. Due in particolare: Madre Teresa di Calcutta e Giovanni Paolo II. Ma, oltre le persone e la famiglia, è stata la fede la sua alleata: una fede vera che ha avuto fino alla fine e che lo portava a dire: 'Questo mi accade perché ho avuto tanto dalla vita'".

Patrizio J. Macci per affaritaliani.it - 19 maggio 2021. Il video è su una pagina celebrativa della Prima repubblica, quindi ascrivibile ai primi Anni novanta. Andreotti è in forma smagliante, determinato e deciso; usa un esempio colto come quello del libro di Dino Buzzati per dare una forma palpabile alla platea dei presenti della marea di possibili immigrati che negli anni a venire sarebbero potuti arrivare se non si fossero incentivati gli aiuti nei loro territori, parla di industria, turismo e agricoltura da incentivare immediatamente per scongiurare un dramma simile. Tutte le altre proposte o critiche (“devono aiutarsi tra di loro” -i Paesi del continente africano- “perché abbiamo tanti problemi noi in Italia”) “sono materiale buono per scrivere libri”, conclude Andreotti. E’ un’analisi concreta la sua, certo la situazione geopolitica era profondamente diversa. Le uova erano ancora tutte nel paniere (la Primavera Araba neanche immaginabile) e i conflitti tra stati nazionali africani limitati. Eppure Andreotti antevedeva, o forse aveva capito che sarebbe stato impossibile mantenere un equilibrio simile per sempre. E l’Italia sarebbe stato il primo Paese investito dallo tsumami migratorio. Alcuni commentano il suo intervento a pie’ di pagina sostenendo quanto una simile previsione fosse relativamente semplice da pronunciare, ma sfido chiunque a registrare una testimonianza simile consegnata a un video, quindi scolpita e autografata nella pietra, a sotterrarla nell’ipotalamo di miglia di ore di comizi, interventi in sedi istituzionali, meeting e a rispolverare il contenuto tra venti trent’anni. Forse Andreotti aveva dati e analisi che mancavano ai più, ma -visto come è andata a finire- nessuno ha ascoltato le sue parole. Il tempo c’era tutto per porre rimedio a quello che stava per accadere. Poco o nulla di quanto consiglia nel suo intervento è stato fatto. Forse non sarebbe bastato, ma in parecchi casi nemmeno si è cominciato. Andreotti, come il Tenente Drogo raccontato nel romanzo di Buzzati, era certo che i Tartari sarebbero arrivati dal confine. Sarebbe bastato ascoltare Andreotti o leggere Buzzati. Al momento politici come Andreotti “scarseggiano” e il romanzo è divenuta una tragica e dolorosa realtà. A questo punto ci si accontenterebbe anche solo di politici che abbiano almeno letto Buzzati.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Gli amici di Craxi.

Maria Teresa Meli per il "Corriere della Sera" il 26 novembre 2021. «Intrighi, rivalità, ambizioni personali, lotte intestine allo stesso partito, tutto vero, ma sempre nelle elezioni del capo dello Stato c'è anche la politica». Achille Occhetto, era nella cabina di regia del Pci in diverse votazioni del presidente e da segretario del Pds è stato tra i protagonisti dell'elezione di Oscar Luigi Scalfaro. 

Occhetto, furono giorni complicati convulsi e drammatici, quelli.

«Al centro delle prime votazioni c'erano le ambizioni contrapposte di Forlani e di Andreotti in cui cercò di insinuarsi senza molto successo lo stesso Craxi».

Anche l'allora segretario socialista mirava al Colle?

«Partecipai a molte riunioni con Craxi, quando vide che né Andreotti né Forlani ce l'avrebbero fatta pensò di poterci provare lui anche se continuava a fare nomi di altri socialisti, ma erano tutti ballon d'essai». 

Furono votazioni interminabili: finivano tutte a vuoto.

«Fu un braccio di ferro estenuante dominato dalle schede bianche e dai franchi tiratori. Scalfaro non era assolutamente all'orizzonte, io avevo cominciato ad apprezzarlo per un vibrante discorso che aveva fatto pochi giorni prima alla Camera sulla questione morale: si era all'alba di Mani Pulite. A un certo punto però Scalfaro fu candidato dal più laico dei laici, cioè Pannella, ma nelle prime elezioni prese soltanto sei voti». 

E voi a chi pensavate?

«In questo caos noi non potevamo assolutamente votare per Andreotti ma nemmeno per Forlani che era la personificazione del pentapartito, cioè la cittadella mummificata che si fondava sull'esclusione teorizzata dei comunisti dall'area di governo, e quindi il mio obiettivo era prima di tutto quello di scardinare quella cittadella. Volevo trovare un outsider. Ma ci fu un fatto decisivo, un fatto drammatico, la strage di Capaci. Un giornale intitolò «la Repubblica è finita». Non potevamo continuare a dare lo spettacolo di un Parlamento impotente che non riusciva a eleggere il presidente. Le lotte contrapposte furono archiviate e vennero fuori due ipotesi: quella di votare per il presidente della Camera, cioè Scalfaro, o per il presidente del Senato Giovanni Spadolini. Noi eravamo divisi. Io alla vigilia del voto ebbi forti pressioni da importantissimi personaggi dell'editoria e dell'imprenditorialità italiana perché scegliessi per Spadolini». 

Lei invece...

«Io parlai con Spadolini, gli dissi che sarebbe stato un ottimo presidente, ma aggiunsi: "Temo che se noi puntiamo su di te siamo sconfitti e se siamo sconfitti rafforziamo Andreotti, Forlani e Craxi". Poi la sera delle elezioni, era già buio, mi presentai nello studio di Scalfaro, mi sedetti accanto a lui sul divano e gli dissi senza preamboli: "Sono venuto a dirti che domani noi voteremo per te". Lui mi ringraziò calorosamente pensando che i nostri voti gli garantissero il successo. "Però..",continuai io con un certo imbarazzo. "Però?", mi interruppe Scalfaro preoccupato. Io proseguii: "Devi sapere che nel nostro gruppo c'è una grossa riserva per la tua forte inclinazione religiosa e qualcuno teme che tu possa entrare in conflitto con la necessaria connotazione laica del capo dello Stato". Ma prima che io continuassi, lui alzò la mano destra a mo' di giuramento e disse: "Capisco, ma di' ai tuoi che io sono serenamente degasperiano, la Chiesa è la Chiesa, lo Stato è lo Stato, non ci deve essere e non ci sarà nessuna commistione". Io gli credetti, lo riferii ai gruppi del Pds e per rafforzare la mia posizione riportai anche un altro mio colloquio, quello con Pannella, che aveva avuto da Scalfaro le stesse garanzie». 

E Scalfaro venne eletto.

«Il che dimostra l'imprevedibilità di queste elezioni. Il super cattolico Scalfaro divenne presidente con il sostegno di due super laici, me e Pannella. Già, non è vero quello che leggo in questi giorni che nelle elezioni del presidente c'è una regia unica: ci sono molte regie che si intrecciano e si elidono a vicenda. Direi che l'elezione del capo dello Stato è più simile alla morra cinese: io metto la pietra per spuntare le forbici, poi c'è un altro che mette la carta per coprire la pietra Ci sono elementi imponderabili dentro i quali però c'è sempre il filo rosso della politica».

Occhetto riscrive la storia: "Ecco come andò l'elezione di Scalfaro". Orlando Sacchelli il 26 Novembre 2021 su Il Giornale. L'ex segretario del Pds racconta alcuni retroscena sull'elezione di Scalfaro al Quirinale nel 1992. Nel 1992 Craxi voleva tornare nella stanza dei bottoni, dove era stato dal 1983 al 1987, lasciando poi spazio alla Dc in virtù del famoso "patto della staffetta" deciso con il segretario della Dc Ciriaco De Mita. La maggioranza di governo in quegli anni si reggeva sull'asse Dc-Psi, con il sostegno di altre forze minori (Psdi, Pli e fino al 1991 anche il Pri), dunque a muovere le danze erano i due azionisti principali. Le elezioni del 5 aprile segnarono una lieve battuta di arresto per la maggioranza, che ottenne il 48,85% alla Camera (331 deputati) e il 46,22% al Senato (163). I numeri per governare c'erano ma lo scoppio di Tangentopoli minava le fondamenta della vecchia classe politica, mettendo tutto in discussione, un avviso di garanzia dopo l'altro. E da lì a poco sarebbe partita la "caccia alle streghe" con il refrain del "parlamento delegittimato dalla questione morale". Alle nuove camere appena insediatesi toccò il compito di scegliere il Presidente della Repubblica, dopo le dimissioni di Cossiga. Si venne a creare una grave situazione di stallo tra le forze politiche, che non riuscivano a decidere come sbloccare la situazione individuando l'uomo da far salire sul Colle. Alla fine la spuntò il presidente della Camera, il democristiano Oscar Luigi Scalfaro. Oggi, a distanza di quasi trent'anni, Achille Occhetto, all'epoca segretario del Pds (nato dalle ceneri del Pci), ci tiene a far sapere la propria versione dei fatti. Dalle colonne del Corriere della sera racconta che Craxi avrebbe voluto accomodarsi sullo scranno più alto del Paese. Nella sua ricostruzione parte da dettaglio letto e riletto migliaia di volte: "Al centro delle prime votazioni c'erano le ambizioni contrapposte di Forlani e di Andreotti in cui cercò di insinuarsi senza molto successo lo stesso Craxi". Che i due leader della Dc avessero quella mira è risaputo. Che l'avesse anche Craxi fino ad ora non era emerso, anche se potrebbe essere vero. Si è sempre saputo che tra i piani del leader del Psi ci fosse il ritorno a Palazzo Chigi. Occhetto dopo quasi trent'anni prova a scrivere un'altra storia, insinuandosi tra i desideri (legittimi) altrui e il normale gioco della politica. "Partecipai a molte riunioni con Craxi - racconta l'ex segretario Pds - quando vide che né Andreotti né Forlani ce l'avrebbero fatta pensò di poterci provare lui, anche se continuava a fare nomi di altri socialisti, ma erano tutti ballon d'essai... Fu un braccio di ferro estenuante dominato dalle scheda bianche e dai franchi tiratori. Scalfaro non era assolutamente all'orizzonte, io avevo cominciato ad apprezzarlo per un vibrante discorso che aveva fatto pochi giorni prima alla Camera sulla questione morale: si era all'alba di Mani Pulite. A un certo punto però Scalfaro fu candidato dal più laico dei laici, cioè Pannella, ma nelle prime elezioni prese soltanto sei voti". Occhetto ha il buon gusto di fare il nome del vero 'king maker' dell'elezione di Scalfaro: il leader dei radicali Marco Pannella, che avrà avuto molti difetti ma sapeva avere grandi intuizioni politiche. L'ex leader della Quercia (simbolo del Pds, ndr) non perde troppo tempo prima di riprendersi il merito di aver sbloccato l'impasse:"In questo caos noi non potevamo assolutamente votare per Andreotti ma nemmeno per Forlani che era la personificazione del pentapartito, cioè la cittadella mummificata che si fondava sull'esclusione teorizzata dei comunisti dall'area di governo, e quindi il mio obiettivo era prima di tutto quello di scardinare quella cittadella. Volevo trovare un outsider". L'attentato al giudice Falcone (23 maggio 1992) accelerò le votazioni. "Fu un fatto decisivo", spiega Occhetto. "Non potevamo continuare a dare lo spettacolo di un Parlamento impotente che non riusciva a eleggere il presidente. Le lotte contrapposte furono archiviate e vennero fuori due ipotesi: quella di votare per il presidente della Camera, cioè Scalfaro, o per il presidente del Senato Giovanni Spadolini". Il Pds pur essendo diviso al proprio interno scelse di convergere sul dc Scalfaro. Occhetto spiega come andarono le cose: "Parlai con Spadolini, gli dissi che sarebbe stato un ottimo presidente, ma aggiunsi: 'Temo che se noi puntiamo su di te siamo sconfitti e se siamo sconfitti rafforziamo Andreotti, Forlani e Craxi'". Il grande pericolo da scongiurare, dunque, manco a dirlo era il Caf (l'asse Craxi, Andreotti, Forlani), che da un decennio decideva le sorti politiche dell'Italia. La scelta cadde sul "supercattolico" Scalfaro, che per farsi sostenere dai post comunisti assicurò a Occhetto di essere fermamente degasperiano: "La Chiesa è la Chiesa, lo Stato è lo Stato, non ci deve essere e non ci sarà nessuna commistione". "L'elezione del Capo dello Stato - conclude Occhetto nel suo racconto - è simile alla morra cinese: io metto la pietra per spuntare le forbici, poi c'è un altro che mette la carta per coprire la pietra. Ci sono elementi imponderabili dentro i quali però c'è sempre il filo rosso della politica". Già, la politica è alla base di tutto. E va persino oltre agli ideali. Altrimenti non si spiegherebbe per quale ragione il Pds appena nato chiese di aderire all'Internazionale Socialista, cosa che avvenne nel settembre 1992 con il beneplacito di Bettino Craxi. Due mesi dopo il Pds partecipò alla costituzione del Partito del Socialismo Europeo. Liquidati i socialisti in Italia, con l'inchiesta che avrebbe spazzato via tutti i partiti della maggioranza, l'obiettivo degli ex comunisti era occupare il loro posto nella storia.

Orlando Sacchelli. Toscano, ho scritto per La Nazione e altri quotidiani. Dal dicembre 2006 lavoro al sito internet de il Giornale. Ho fondato L'Arno.it, per i toscani e chi ama la Toscana

Le ultime tornate presidenziali. Intervista a Margherita Boniver: “Occhetto dice il falso, Craxi non si è mai autocandidato al Quirinale”. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 30 Novembre 2021. Margherita Boniver, socialista transitata dal Psi a Forza Italia, è stata tre volte deputata e due senatrice. Ha preso parte a tre voti presidenziali e dopo aver letto la ricostruzione di Achille Occhetto sulla brama quirinalizia di Craxi, puntualizza il suo ricordo delle ultime tornate presidenziali.

Boniver protesta: Occhetto confonderebbe. Ci racconta?

Occhetto, mosso da non so quale risentimento, vuole far passare l’idea che i socialisti erano loschi e scorretti mestatori. E che alle elezioni ponte tra prima e seconda Repubblica, quando venne eletto Scalfaro, Bettino Craxi provò fino all’ultimo a far votare il suo nome. Tutto falso. Craxi non si è mai autocandidato.

E come andò?

Era il 1992, il candidato concordato dal pentapartito era Arnaldo Forlani. Venne impallinato dai veti incrociati dei democristiani. E i socialisti capirono. Dopodiché era estremamente difficile trovare un nome autorevole: quello di Andreotti fu abbandonato sul nascere. Il clima era particolarissimo, c’era l’eco della strage di Capaci. Si votò per una settimana intera, Scalfaro venne eletto al sedicesimo scrutinio.

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Chi lo propose?

Il più laico di tutti: Marco Pannella. Non so per quale ispirazione iniziò a proporre a Bettino Craxi, con una telefonata, di votare il cattolico Scalfaro. Con motivazioni tali da convincere Craxi che mettere un giurista come Scalfaro sullo scranno del massimo garante della Costituzione avrebbe garantito le istituzioni, le avrebbe messe in sicurezza davanti a quel terremoto che avanzava.

E Craxi accettò.

Era stato un valido ministro degli Interni nel governo Craxi. Poi si rivelò terrificante dal punto di vista politico.

Addirittura terrificante?

Furono due anni in cui si concessero alla magistratura tutti gli eccessi che oggi conosciamo, si visse in uno stato di eccezione permanente. Fino allo scioglimento delle Camere nel 1994, benché la maggioranza avesse tutti i numeri. Una forzatura che aprì le porte del Parlamento a quella deriva giudiziaria che portò alla ghigliottina italiana: vennero decapitati tutti i partiti. Con Scalfaro avviene la presa di potere delle toghe che per la prima volta si sostituiscono al potere democraticamente eletto.

C’erano altri candidati nello schieramento laico?

Valiani e Spadolini, tra i grandi nomi di cui si parlava. Ma ci fu una chiusura soprattutto da parte del Pds che aveva capito una cosa: cavalcando sapientemente una certa corrente, si poteva far fuori il pentapartito in blocco. E l’operazione sarebbe meglio riuscita se a far calare il sipario sulla storia fosse stato un democristiano. Naturalmente il più amico dei magistrati tra i democristiani.

Saltiamo Ciampi per andare a Napolitano. Un voto che la vide protagonista di una ribellione.

Sì, perché io votai Napolitano dall’inizio andando contro le indicazioni del mio partito. Perché ero stata responsabile esteri del Psi e lui del Pci. Ci eravamo conosciuti ed avevamo collaborato in tante di quelle occasioni, con un clima di fiducia e di stima reciproche, che non avrei potuto non votarlo. Anche schierandomi apertamente contro l’indicazione di Berlusconi.

Che oggi è ufficialmente candidato.

Penso che alle prime tre chiame gli si rivolgerà un tributo, un omaggio che gli è dovuto. Dalla quarta in poi si cercherà la convergenza su altri nomi. Lui è l’unico candidato ufficiale, ma conosco personalmente una cinquantina di aspiranti quirinalizi. Nei salotti romani, all’ombra dei convegni, è tutto un giocare sul toto nomi, come mai avevo visto fare prima. Un gioco grottesco, destinato più a confondere le acque che a determinare una soluzione. Certo è che non avevo mai visto nel dibattito pubblico una tale attenzione al Quirinale.

Tanto da dare quasi ragione a Giorgetti, siamo al presidenzialismo di fatto?

Può esserci una spinta in questo senso. Ma i riflettori puntati sul Colle sono dovuti all’incertezza, viviamo in un momento emergenziale. Non ci si illuda che il nome che uscirà significherà una chiamata al voto. Io non lo penso, non è così automatico. Chi è che va al Colle e come primo atto scioglie la legislatura?

E l’ipotesi Draghi al Quirinale, magari in ticket con Franco a Palazzo Chigi?

Draghi sta facendo un lavoro prezioso, preciso e puntuale sul Pnrr. E su dossier e riforme cruciali. Chiunque andrà al Quirinale dovrebbe piuttosto chiedergli di rimanere fino a fine legislatura.

E poi dall’anomalia del governo tecnico bisogna tornare alla politica…

Siamo l’unica democrazia commissariata dalla banca centrale: Dini, Ciampi, Draghi. Tutto bene ma adesso si torni alla politica e al gioco democratico, per favore. Oppure si decida di spostare a via Nazionale la sede del governo, direttamente.

Ci vuole quindi al Quirinale un Presidente che sappia consolidare l’asse con Mario Draghi e con l’Europa?

Io un nome ce l’ho. Quello della seconda carica dello Stato, la presidente del Senato Elisabetta Casellati che raccoglie grande stima super partes, ha una grande esperienza ed è una donna di grande equilibrio, una avvocata garantista. E come si vede dai numeri, tocca al centrodestra esprimere un nome su cui convergere.

Aldo Torchiaro. Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.

Retorica e furbizie. Augusto Minzolini il 30 Novembre 2021 su Il Giornale. In quel festival della retorica e della furbizia in cui si trasforma spesso la corsa al Quirinale, c'è un concetto che specie a sinistra viene utilizzato quando fa comodo. In quel festival della retorica e della furbizia in cui si trasforma spesso la corsa al Quirinale, c'è un concetto che specie a sinistra viene utilizzato quando fa comodo: il presidente della Repubblica deve essere espressione di una vasta maggioranza, deve essere un nome condiviso. Naturalmente sarebbe auspicabile che si verificasse una condizione del genere, ci mancherebbe altro. Un capo dello Stato che fosse eletto da almeno tre quarti del Parlamento sarebbe un segnale di unità per il Paese. Solo che poche volte è successo nella storia patria: su 13 presidenti appena 5 hanno avuto più del 70% dei voti dei grandi elettori. Altri sono andati poco sopra il 50% (Antonio Segni, Giovanni Leone e Giorgio Napolitano). Poi com'è giusto, ed è qui il vero messaggio che una classe dirigente dovrebbe offrire alla nazione, il capo dello Stato votato da una parte del Parlamento o da un ampio schieramento, è diventato comunque il presidente di tutti. Senza pregiudizi o condizioni. Ecco perché l'ultima ingegnosa trovata di un Pd senza candidati è nei fatti più strumentale di quanto appaia. Specie se condita da un corollario che rasenta il ridicolo: se il presidente non fosse espressione di una scelta condivisa potrebbe cadere il governo. Ma chi l'ha detto? Quale Pico della Mirandola della politica si è inventato un teorema del genere, indimostrabile quanto campato in aria? Semmai l'unica ipotesi che potrebbe mettere in discussione l'equilibrio emergenziale di oggi è proprio quella di un Mario Draghi che salisse al Quirinale. A quel punto bisognerebbe rimettere in piedi un governo nei primi mesi dell'anno elettorale. Impresa improba se non impossibile: Matteo Salvini, per fare un nome, un attimo dopo uscirebbe dalla maggioranza spiegando che - venuto meno un premier di prestigio e autorevole come Draghi - non sussisterebbero più le condizioni per proseguire in questa esperienza. Ma a parte ciò, quello che più colpisce sul piano del costume è il comportamento della sinistra: il nome condiviso Pd e alleati lo predicano solo quando sono in difficoltà. Nel 2006 il vertice del centrosinistra non ci pensò due volte ad imporre Napolitano, eletto con una manciata di voti in più di quelli che portarono sul Colle Leone (il presidente meno votato). Ma anche Mattarella nel 2015 è arrivato al Quirinale sull'onda di uno scontro tra la sinistra e il centrodestra che portò alla rottura del patto del Nazareno tra Renzi e Berlusconi. Motivo per cui se anche in questo caso il presidente fosse eletto a maggioranza non ci sarebbe da far drammi. Sarebbe poi suo compito dimostrare che è il garante di tutti. A meno che agitando la tesi preventiva del presidente «condiviso», il Pd o l'intera sinistra non accampino una sorta di potere di veto su qualcuno, arrogandosi il diritto di giudicare chi è presentabile e chi no. Questo sì che in democrazia sarebbe inaccettabile. Per tutti. Augusto Minzolini

Quirinale, Claudio Martelli: «Dalla cena di Gava alla strage di Capaci. Così fallirono i candidati del ’92». Giovanni Bianconi su Il Corriere della Sera il 3 dicembre 2021. «Andreotti cominciò a parlare e disse: “Davanti alla candidatura di Forlani io mi sono fatto doverosamente da parte, ma ora che è tramontata non credo sia ingiustificata la mia”. Io pensai tra me: Ma la candidatura di Forlani l’hai fatta tramontare tu, con i tuoi franchi tiratori…». Fu un dialogo franco ma pieno di «non detti» quello tra Giulio Andreotti e Claudio Martelli, il pomeriggio del 23 maggio 1992, in una stanza del gruppo democristiano a Montecitorio; il primo capo del governo con l’aspirazione di diventare presidente della Repubblica, l’altro vicepresidente del Consiglio e ministro della Giustizia, nonché — in quei giorni — ambasciatore del segretario socialista nelle trattative per l’elezione del nuovo capo dello Stato.

Qualche cecchino contro Forlani c’era stato anche . «È vero, la sinistra di Claudio Signorile e, in misura minore, gli amici di Rino Formica; ma il ruolo preponderante per affossare il segretario della Dc l’avevano giocato proprio gli andreottiani, con la regia di Palo Cirino Pomicino».

Nemmeno questo disse ad Andreotti? «No, andai al merito della questione. Gli spiegai che non eravamo in grado di garantirgli la compattezza dei socialisti, per via di vecchie frizioni risalenti al periodo dell’unità nazionale e al caso Moro».

E Andreotti? «Rispose che non vedeva il motivo di tanta contrarietà, i tempi erano cambiati e lui era stato sempre leale con noi, anche da ministro degli esteri nel governo Craxi, durante la crisi di Sigonella con gli americani e in tante altre occasioni. Fu in quel momento che squillò il telefono, e lui s’interruppe per rispondere».

Chi era? «Non lo so, ma dopo qualche attimo coprì il microfono della cornetta con la mano e mi disse “C’è stato un attentato a Falcone, ma sembra sia incolume”. Io mi alzai immediatamente e lui con lo sguardo mi chiese: “Dove vai?”. Vado a vedere, risposi e Andreotti, dopo un attimo di esitazione, disse “vai, vai”. Cercai il ministro dell’Interno Scotti, e con Gerardo Chiaromonte presidente dell’Antimafia raggiungemmo Palermo».

Il suo ruolo nelle trattative per il Quirinale finì il quel momento? «Sì, come la candidatura di Andreotti che in realtà non aveva sbocchi indipendentemente dalla strage di Capaci».

Aveva inciso l’omicidio del suo referente in Sicilia, , ucciso dalla mafia due mesi prima? «In parte sì, la mafia colpì Lima anche per colpire Andreotti. Ma quando uccisero Falcone i mafiosi erano concentrati su di lui, non su Andreotti; avevano tolto di mezzo l’uomo della mediazione e in campo erano rimasti loro e lo Stato, rappresentato da Falcone, da me che lo avevo chiamato al ministero della Giustizia e da Scotti ministro degli Interni».

Quindi sulla scelta di Scalfaro eletto capo dello Stato all’indomani della lei non mise bocca? «No, ma bocciati Forlani e Andreotti e scartati i laici, restavano due nomi, il suo e quello di Martinazzoli. Scalfaro era appena stato eletto presidente della Camera, dunque aveva già una potenziale maggioranza».

E la precedente bocciatura di Forlani come andò? «La sua candidatura fu decisa in una cena a casa di Antonio Gava (in quel momento senza incarichi ufficiali, ma leader della maggioritaria corrente dorotea, ndr), alla vigilia delle votazioni. Alla cena partecipammo Craxi, Forlani e io. La tv trasmetteva una regata del “Moro di Venezia”, Forlani seguitò a guardarla finché non ci chiamarono per mangiare le orecchiette pugliesi. Forlani era riluttante ad andare al Quirinale, non è mai stato un uomo ambizioso, e disse “Andreotti ci tiene, perché non votiamo lui?”. Gava e Craxi mi invitarono a rispondere e io spiegai che non potevano garantirne l’elezione. Gava fu soddisfatto, e a quel punto Forlani si lasciò convincere. Poi è andata com’è andata».

Non avevate calcolato i franchi tiratori? «Il rischio c’era, ma contavamo di riuscire comunque a raggiungere la maggioranza».

E Craxi? Non voleva salire lui sul Colle? «Questa speranza l’avevo nutrita io quando sembrava si potesse aprire col Pds di Occhetto un “ciclo nuovo”, ma poi D’Alema, che a me aveva detto il contrario in un pranzo al ristorante Antica pesa, sotto casa mia, si mise di traverso. A quel punto Bettino voleva tornare premier con la Dc dunque doveva cedere il Quirinale».

Che non ci fu. «Nella decisione di Scalfaro di non dargli l’incarico ha influito l’inchiesta Mani Pulite che stava montando proprio in quelle settimane e si arrivò a Giuliano Amato».

Si narra che fu lei a proporsi col neo-presidente, insieme al ministro dell’Interno Scotti. «È un falso smentito cento volte. La verità è che sul decreto antimafia varato all’indomani della strage di Capaci erano trapelate perplessità del Quirinale, così con Scotti chiedemmo udienza per chiarirne il contenuto al presidente. Era la prima volta che lo vedevo, e nell’incontro Scalfaro non affrontò proprio l’argomento; parlò solo del governo da affidare ai socialisti, della “campagna diabolica contro Craxi» poi parlò di Amato, di quel simpatico “capellone” di De Michelis e di Martelli. Al momento dei saluti ribadì la sua angoscia e io feci la battuta: “Presidente se proprio non riesce a farlo, lo facciamo noi un governo”. Pochi minuti dopo mi chiama Marco Pannella: “Guarda che Scalfaro ti sta facendo uno scherzo da prete dice che ti sei candidato al posto di Craxi”. Cercai Craxi che se la prese con me, senza capire che la Dc aveva già deciso di non mandarlo a palazzo Chigi e che Scalfaro mi aveva usato come alibi per non dirglielo in faccia».

Piazzapulita, Alessandro Sallusti contro "il comunista Napolitano" al Quirinale: perché non lo hanno mai indagato". Libero Quotidiano il 03 dicembre 2021. Basta balle sul Silvio Berlusconi "divisivo" al Quirinale. "Sarà anche divisivo - commenta Alessandro Sallusti in collegamento con Corrado Formigli a Piazzapulita, su La7 - ma per la sinistra sarebbe divisivo qualsiasi presidente del centrodestra". Come dire, spiega il direttore di Libero: a sinistra contano di mantenere ostinatamente la "golden share" sul Colle, la possibilità cioè di decidere in ultima istanza chi far diventare presidente della Repubblica, nonostante i numeri in Parlamento dicano chiaramente che Pd e Movimento 5 Stelle non hanno la matematica dalla loro parte. "La sinistra e i 5 Stelle ritengono divisivo chiunque non sia della loro parte", sottolinea ancora Sallusti. "Era divisivo anche Mattarella, è stato divisivo Scalfaro, è stato divisivo Giorgio Napoliano...".  "Napolitano è stato un comunista che ha votato a favore della invasione dell'Ungheria da parte dei carri armati sovietici". "Non aveva dei precedenti giudiziari...", ribatte Antonio Padellaro, che con il Fatto quotidiano ha lanciato una petizione contro il Cav al Quirinale. E Sallusti, che ha fatto una petizione di segno opposto, "Non rubateci il Quirinale", gli fa notare un semplice dato di fatto: "Perché non era considerato reato stare dalla parte dell'Urss". "Nei prossimi giorni - ha ricordato Sallusti su LiberoTv - potete aderire alla nostra campagna andando sul sito Change.org o passando attraverso il link sul sito di Libero o mandando una mail all’indirizzo nonrubateilquirinale@gmail.com. Credo che valga la pena non farci mettere i piedi in testa dal Fatto Quotidiano".

La guerra delle "inchieste. " Giacomo Susca il 22 Ottobre 2021 su Il Giornale. Nel Paese in cui sembra non esserci nulla di più soggettivo della verità dei fatti, passando dalle evidenze scientifiche della lotta al Covid fino ai conti in sospeso con l'eredità del Dopoguerra. Nel Paese in cui sembra non esserci nulla di più soggettivo della verità dei fatti, passando dalle evidenze scientifiche della lotta al Covid fino ai conti in sospeso con l'eredità del Dopoguerra, sussiste un'anomalia che tormenta la vita quotidiana delle istituzioni. Politica e magistratura sperimentano gradi di separazione che vanno ben oltre il principio cardine che regge i poteri di uno Stato repubblicano. Il conflitto non occupa soltanto la vetrina dei quotidiani, ma permea nel profondo i rapporti di forza impedendo un confronto sereno e proficuo tra le parti. Basta leggere le cronache di queste settimane: il «sistema» della giustizia viene additato come l'esatto contrario di imparziale, operando spesso secondo logiche partigiane e seguendo un timing che suscita perplessità, se non autentico sospetto. Dall'altro lato della barricata, i custodi della volontà popolare espressa con il voto sono accusati di volersi sottrarre a qualunque giudizio materiale e morale. Una dimostrazione «plastica» di tale dissidio avviene quando si sente invocare l'urgenza di una «commissione parlamentare d'inchiesta», ormai per le questioni più disparate. Solo nell'ultima settimana ne sono state richieste tre, da forze politiche di diversa estrazione: sulla gestione dell'emergenza pandemica durante il governo Conte II e sullo scandalo mascherine dannose; sull'amministrazione di Alitalia; sullo smaltimento dei rifiuti inquinanti in Toscana. Nella XVII legislatura, quella terminata nel 2018, i disegni di legge per richiedere la costituzione di una commissione d'inchiesta sono stati più di 130. Sui siti internet di Senato e Camera sono riportate le attività delle cinque commissioni bicamerali, più altre sei monocamerali, a oggi istituite. Al di là della legittimità delle singole iniziative, peraltro sancita dall'articolo 82 della Costituzione, colpisce come il Parlamento tenga a difendere uno spazio di conoscenza e di vigilanza «con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell'autorità giudiziaria». Nell'Italia delle mille inchieste, delle cause in arretrato, della presunzione di colpevolezza fino a prova contraria e dei fascicoli aperti a tempo indeterminato, il braccio di ferro tra politica e magistratura non accenna ad attenuarsi. La ricerca della verità, a volte persino «alternativa» a quella ufficiale, continua a viaggiare su un doppio binario. Risultato: il Parlamento si occupa di giustizia e le toghe invadono la politica. E se in una guerra la prima vittima è proprio la verità, in questa guerra tra poteri a soccombere è la fiducia dei cittadini in chi li rappresenta, nelle aule del Palazzo come dei tribunali. Anche per questo, le urne deserte sono un segnale che nessuno può permettersi di ignorare. Giacomo Susca

Formidabile la riforma Vassalli. Poi arrivò tangentopoli…Il 24 ottobre 1989 entrò in vigore il nuovo codice e accese una speranza: che il rito di stampo autoritario fosse definitivamente andato in archivio. Beniamino Migliucci (past president UCPI) su Il Dubbio l'1 novembre 2021. Nel 1989, con l’entrata in vigore del codice di procedura penale ispirato a un modello tendenzialmente accusatorio, si sperava che la cultura che aveva generato e sostenuto il rito inquisitorio di stampo autoritario fosse definitivamente abbandonata. Le nuove regole processuali erano, infatti, frutto di una stagione in cui ideali liberali e democratici in materia di giustizia avevano trovato fecondo terreno nella società, nella cultura, nell’accademia e nella politica. Si riteneva superato e dannoso per l’accertamento della verità processuale un sistema che affidava al P.M. o, nella migliore delle ipotesi, al Giudice Istruttore il monopolio della prova che, poi, transitava a dibattimento sostanzialmente immodificabile, senza che la difesa potesse effettivamente incidere su di un prodotto preconfezionato. Il nuovo modello alterava tutto questo: le indagini svolte dal P.M. dovevano essere limitate nel tempo e funzionali alla mera raccolta di elementi – e non prove – per verificare la sostenibilità dell’accusa in un eventuale dibattimento, dove le parti, nel contraddittorio, avrebbero effettivamente partecipato alla formazione della prova. Il contraddittorio, dunque, veniva eletto, a ragione, come il metodo scientifico più affidabile per evitare errori e rendere giustizia. Il sistema portava ad una evidente perdita di potere complessivo della Magistratura che, tra l’altro, non apprezzava intrusioni della difesa nella formazione della prova. Sia chiaro: il codice del 1989 non corrisponde ad un modello accusatorio puro, tanto che, ad esempio, vi sono norme come l’art. 506 che, attribuendo al Giudice la possibilità di indicare alle parti ulteriori temi di prova e porre domande ai testimoni, sottrae alle parti l’esclusiva dell’iniziativa e dell’esame e del controesame, o come l’art. 507 che consente al Giudice di integrare i mezzi di prova delle parti. Nonostante il nuovo codice conservasse tracce inquisitorie era risultato, da subito, indigesto a gran parte della magistratura che aveva iniziato ad avversarlo, evidenziando rischi catastrofici, quanto inesistenti, circa la impossibilità di celebrare alcuni processi, in particolare quelli di criminalità organizzata, pericolo, poi, smentito dai fatti. La totale e continua ostilità della Magistratura, oltre che nella perdita di potere, trovava e trova fondamento anche nella circostanza che, l’adesione ad un modello processuale accusatorio, dovrebbe portare, come inevitabile conseguenza, strutturali riforme ordinamentali, coerenti al nuovo sistema. A sottolineare l’esigenza di un radicale cambiamento, erano stati anche alcuni autorevoli, quanto isolati Magistrati, come Giovanni Falcone che, in un congegno organizzato nel 1988 dalla Camera Penale Veneziana, dal Titolo “Un nuovo codice per una nuova giustizia” rilevò la necessità di confrontarsi con alcuni temi ormai ineludibili come quello della terzietà del Giudice e della obbligatorietà dell’azione penale: «Altri interventi, però, sono necessari sul piano legislativo e di ciò le forze politiche e sociali cominciano ad acquisire piena consapevolezza. Un primo passo è stato mosso con la riforma dell’ordinamento giudiziario nei punti direttamente collegati all’introduzione del nuovo codice, ma altri e più incisivi interventi, prima o poi, occorrerà effettuare e le stesse necessità della prassi le renderanno indispensabili. In primo luogo, bisognerà valutare se e in quali limiti istituti come l’obbligatorietà dell’azione penale, l’unicità delle carriere dei magistrati inquirenti e giudicanti e la stessa appartenenza del P.M. all’ordine giudiziario siano compatibili con un nuovo sistema. Mi rendo conto di accennare a tempi di grave portata e sui cui ancora l’analisi è appena agli inizi, ma trattasi di questioni aperte che non verranno risolte semplicemente esorcizzandole o, peggio, muovendo da posizioni preconcette o corporative». La minaccia di sgradite quanto ineludibili riforme ordinamentali è risultata intollerabile per una parte consistente della Magistratura che ha, in ogni modo, manifestato il proprio dissenso rispetto al nuovo codice di rito. La politica, all’epoca, pur sempre attratta dall’idea di essere succube della Magistratura, non era stata ancora toccata dal ciclone di mani pulite e sembrò opporre una certa resistenza alla opposizione della Magistratura, resistenza che venne a cessare, per l’appunto, con la crisi della prima repubblica, travolta dagli scandali e dai processi. L’inizio del periodo di mani pulite coincise anche con le sanguinose e dolorose stragi criminali mafiose del 1992 che offrirono spunto per la controriforma e per le note sentenze demolitrici della Corte Costituzionale, con la contestuale introduzione di norme che consacravano il cd. doppio binario per alcuni reati, regole che poi hanno trovato applicazione per ogni tipo di processo. La politica, solo nel 1999 e grazie soprattutto all’UCPI, modificò l’art. 111 della Costituzione, introducendo i principi del giusto processo, finalmente aderendo alla Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo che già prevedeva all’art. 6 il diritto ad un processo equo. Da allora, sul codice di rito, interventi altalenanti quanto disomogenei, frutto, non di una visione organica di una politica giudiziaria, ma di contingenze, paure e convenienze elettorali, senza che l’art. 111 della Costituzione abbia trovato piena applicazione. Anzi: negli ultimi anni si è registrato un attacco senza precedenti a principi e valori costituzionali quali presunzione di innocenza, diritto di difesa, funzione risocializzante della pena. Il periodo più buio sembra alle spalle. La scellerata, quanto scriteriata riforma Bonafede della prescrizione è stata superata, così come neutralizzate altre norme che avrebbero mortificato non solo il codice di rito, ma anche principi costituzionali. Certo quella che ha preso il nome dell’attuale Ministra della Giustizia, dovuta anche alla inderogabile necessità di presentare in Europa un pacchetto di investimenti e riforme, poteva essere migliore, ma è stata determinata dal compromesso politico tra forze ideologicamente contrapposte, il che, in materia di giustizia, difficilmente produce risultati totalmente soddisfacenti. Quello che si deve evitare è: lo svilimento del contraddittorio dibattimentale; difendere il principio di oralità che è regola del processo penale; evitare che il processo diventi una punizione per chi ritiene di affrontarlo.

Il sistema accusatorio, o quel che resta di esso, deve essere difeso, ed anzi occorre rilanciare, sostenendo con forza i principi costituzionali del giusto processo, ribadendo, come l’UCPI sta facendo, l’ineludibilità della riforma della separazione delle carriere, perché un processo penale governato dalla cultura inquisitoria, il cui scopo improprio sia quello di combattere fenomeni criminali e di creare consenso attorno all’attività di questo o quel Magistrato e di governare, in questo modo, i mutamenti sociali determina, tra l’altro, inevitabilmente, uno squilibrio tra i poteri dello Stato. 

"Non è così": Bianca Berlinguer difende il Pci. Francesca Galici il 3 Novembre 2021 su Il Giornale. Vivace discussione tra Bianca Berlinguer e Maurizio Belpietro sui finanziamenti al Pci da Mosca durante gli anni Ottanta e i primi Novanta. Animi caldi a Cartabianca durante una discussione in cui la conduttrice ha analizzato le ipotesi sul tavolo per l'elezione del prossimo presidente della Repubblica ma anche la posizione di Matteo Renzi, stipendiato dallo Stato in quanto senatore ma consulente in Arabia Saudita, dove si trovava anche il giorno in cui si votava la tagliola al ddl Zan. Con lei in studio a riflettere su quei temi anche Luca Telese, Carlo Calenda e Maurizio Belpietro. Il più duro sul leader di Italia viva è stato l'ex candidato sindaco di Roma, che in tanti danno vicino a Renzi, circostanza fortemente smentita dallo stesso Calenda. Ma lo scontro si è acceso tra il direttore de La verità e Bianca Berlinguer, quando Belpietro ha ricordato un'inchiesta degli anni Novanta sui finanziamenti al Partito comunista da parte della Russia. Tutto nasce dalle parole di Carlo Calenda: "Io penso che come leader politico non puoi far convivere l'attività d'affari, certamente non lo puoi fare quando questa attività è fatta con Stati stranieri. Non c'è un presidente nella storia politica mondiale che, in carica, non può prendere i soldi da uno Stato". Il leader di Azione ha precisato che una legge in tal senso non c'è perché mai nessuno ha agito in quel modo. Ma a Carlo Calenda ha voluto replicare Maurizio Belpietro: "Qualcuno si dimentica la storia di questo Paese. Abbiamo avuto un partito che ha ricevuto i finanziamenti per 40 anni da uno Stato straniero, per altro nemico perché noi appartenevamo al blocco Atlantico e c'era un Paese che stava dall'altra parte. Fra l'altro in questi giorni mi è capitato tra le mani un numero di 30 anni fa di Panorama con un editoriale di Enzo Biagi, che raccontava esattamente i finanziamenti che arrivavano da Mosca. È problema che aveva il Partito comunista". A quel punto Bianca Berlinguer ha ricordato la legge sul finanziamento ai partiti, che ha di fatto ufficialmente interrotto i flussi da Mosca. Ma Maurizio Belpietro ha fatto una precisazione: "Quando cadde il muro (di Berlino, ndr) si scoprì che, fino all'ultimo giorno, il Partito comunista aveva ricevuto i finanziamenti da Mosca". Un'affermazione che ha fatto andare su tutte le furie la conduttrice, figlia di Enrico Berlinguer, che quando cadde il muro di Berlino era già morto. "Non è così Maurizio, questo te lo devo contestare. Si scoprì che era una parte precisa del Partito comunista che faceva capo ad Armando Cossutta. Non era il Partito comunista, anche se mio padre era già morto da molti anni", ha detto Bianca Berlinguer evidentemente innervosita davanti alle parole di Belpietro, che ha ribadito il concetto espresso poco prima, nonostante la conduttrice non abbia gradito. 

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

L’ex Msi Patarino in un libro autobiografico invita all’autocritica: su Craxi e Mani pulite sbagliammo. Riccardo Arbusti domenica 31 Ottobre 2021 su Il Secolo d'Italia. Si può ragionare di politica e suggerire idee per l’attualità anche attraverso la rilettura dell’esperienza degli scorsi decenni. È quello che fa Carmine Patarino, parlamentare di lungo corso nelle file della destra, deputato alla Camera per sei legislature dal 1991 al 2013 (con la sola parentesi da non eletto tra il 1996 e il 2001), rievocando la sua personale storia politica. Pugliese di Castellaneta, tessera della Giovane Italia a quindici anni, poi attività nel Msi, in An, nel Pdl e in Fli. 

Patarino in un libro autobiografico racconta perché ha scelto la destra

Oggi si dichiara vicino alla proposta di Giorgia Meloni e di fratelli d’Italia. In un bel libro autobiografico scritto in prima persona – Fatti veri mai successi… e realmente accaduti (StampaSud, pp. 175, euro 12,00, con tavole grafiche di Egidio Patarino) – dopo aver sottolineato i punti fermi del suo stare a destra (europeismo, politica sociale, rispetto dell’emigrazione e proposte sull’immigrazione che mai debbono scadere a xenofobia, aspirazione alla pacificazione nazionale) e ricordato i suoi maestri, da Pino Rauti, leader della sua giovinezza, a Romualdi e Almirante, sino a Pinuccio Tatarella, spiega che allora come oggi ci sono dei punti fermi per chi intraprende l’impegno politico. “Vocazione, passione, entusiasmo, questi sono gli elementi che fanno da carburante per accendere il motore e partire per l’avventura politica…”. Aggiungendo che per poi essere un buon politico occorrono, primo di tutto: dedizione costante, impegno totale e, soprattutto, rispetto per le idee degli altri.

Basta con i politici motivati solo dall’idea di fare carriera

Da un po’ di tempo a questa parte, confessa più avanti Patarino, tra quelli che decidono di “scendere in campo” solo pochi sembrano spinti dalla passione disinteressata. Buona parte, invece, sembra motivata dalla possibilità di fare carriera o trovare una sistemazione. E da questo punto di vista l’ex parlamentare invita Giorgia Meloni a stare in guardia, facendo estrema attenzione in un momento espansivo per il partito di verificare che gli ingressi e le adesioni non arrivino da “ambulanti della politica” a caccia di nuove sistemazioni: “Ci furono certuni, approdati in An – spiega – proprio quando era al suo massimo splendore che avevano progetti legittimamente ambiziosi ma una fretta assolutamente ingiustificata. E, pur essendo molto modesti di idee e di consensi, pretendevano di ottenere tutto e subito…”.

L’autocritica di Patarino: su Craxi e Mani pulite abbiamo sbagliato

A un certo punto, l’analisi di Patarino riesce a farsi autocritica. È quando, tratteggiando coloro che nella politica italiana del secondo dopoguerra hanno operato per la pacificazione nazionale – dall’accoppiata Almirante-Berlinguer, sino a Craxi, Cossiga, e all’apertura di Violante da presidente della Camera – riesce a dire: “In quella vicenda noi del Msi non ci comportammo come avremmo dovuto”. L’ex parlamentare si riferisce alla vicenda di Craxi e all’inchiesta Mani Pulite. Bettino Craxi era infatti stato, come presidente del Consiglio e segretario del Psi, il primo a rompere le regole non scritte del cosiddetto “arco costituzionale”.

Fu Craxi da avviare lo “sdoganamento”

Aveva avviato la pratica del riconoscimento – quello che poi sarà chiamato “sdoganamento” – di due milioni di italiani che votavano Msi. Aveva infatti instaurato un dialogo politico e istituzionale con la destra, “seminando il panico nei palazzi del potere” targati Dc e Pci: “Cosa sarebbe accaduto dopo lo sdoganamento del Msi, una volta che fossero caduti i veti? Quali effetti avrebbe prodotto la sua immissione nell’ambito delle trattative e degli accordi, a partire da quelli per la formazione dei governi e per la scelta del capo dello Stato?”.

Per ostacolare le riforme fecero fuori il Cinghialone

Ad avviso (postumo) di Patarino il discrimine politico non sarebbe più stato tra fascismo e antifascismo, e neanche tra comunismo e anticomunismo, ma tra proposte alternative di fronte all’unità nazionale: “ma per evitare che ciò accadesse – scrive – misero in moto una potentissima macchina per far fuori il Cinghialone, non solo sul piano politico”.

Il Msi sbagliò a seguire il clima giustizialista

Vale la pena leggersi per intero l’autocritica di un ex missino capace di farla: “Devo, purtroppo, ammettere che in quella vicenda noi del Msi non ci comportammo come avremmo dovuto. Forse perché travolti dal clima giustizialista che stava interessando l’intera penisola; forse perché contagiati, come la stragrande maggioranza degli italiani, dal tifo per Mani Pulite e per Di Pietro; forse perché l’anima garantista di gran parte di noi non ebbe la forza di farsi sentire…”. Fatto sta, conclude, “che commettemmo un imperdonabile errore”. Un modo come un altro che può suggerire, anche, il fatto che quella scelta giustizialista conducesse la destra a fare il gioco di forze avversarie ai suoi progetti di conciliazione nazionale.

Craxi sfidò la sinistra sul finanziamento illecito ai partiti

“Che stessimo sbagliando – ribatte Patarino – avremmo dovuto scoprirlo dopo aver ascoltato l’intervento di Craxi tenuto alla Camera il 29 aprile del 1994, un evento di portata storica”. Craxi infatti, da abile e grande combattente, rileva Patarino, ebbe il coraggio, indirizzando continuamente lo sguardo verso i banchi della sinistra con l’evidente e plateale intenzione di sfidarli, di denunciare la lunga storia del finanziamento illecito ai partiti. “Che stessimo sbagliando la scelta di campo – si legge ancora nel libro – avremmo dovuto ancor più facilmente intuire dal fatto che Craxi, più che rivolgersi alla magistratura per difendersi dalle accuse contestategli, mise in evidenza il tentativo di alcuni partiti di processarlo senza alcuna prova, senza alcuna ragione, ma solo per incastrarlo e fargli pagare il conto per tutti”.

Il Msi doveva mettere sul banco degli accusati Pci e Dc

Il Msi, è ora il suo pensiero, avrebbe dovuto partecipare al dibattito, che metteva sul banco degli accusati il Pci e la Dc, e quindi intervenire per chiedere al Parlamento di dare seguito alla denuncia di Craxi attraverso una commissione d’inchiesta parlamentare. Non si sarebbe partecipato alla fine prematura del leader socialista e del suo progetto di Grande Riforma. “Dimostrando la fondatezza delle accuse di Craxi – conclude Patarino – quell’insopportabile sistema sarebbe crollato, l’Italia avrebbe finalmente voltato pagine e al nostro partito sarebbe stato riconosciuto il merito di aver contribuito all’accertamento della verità. Purtroppo non lo facemmo. Sbagliammo”.

Un’analisi coraggiosa e libera

Un’analisi coraggiosa e libera, quella dell’ex parlamentare. Che ancora oggi spinge a un interrogativo: quanto della politica successiva al 1993 è il risultato di quell’errore storico di prospettiva? E se, invece, potesse nascere proprio da quella decisione un cammino diverso e consapevole per la risoluzione della questione nazionale e per una destra a vocazione maggioritaria?

La commemorazione di Tangentopoli non sarà un pranzo di gala. Mancano ancora 4 mesi all'ora X - i trent’anni esatti dall’arresto del “mariuolo” Mario Chiesa - ma una cosa è già chiara: la commemorazione di Tangentopoli rischia di trasformarsi in una nuova guerra. Davide Varì su Il Dubbio il 22 ottobre 2021. Ieri sera, in un teatro romano a pochi passi dal Parlamento, è iniziata ufficialmente la lunga commemorazione pubblica di Tangentopoli. In realtà siamo leggermente in anticipo: la data ufficiale del trentennale è quella del 17 febbraio 2022, giorno in cui ricorreranno i trent’anni esatti dall’arresto di Mario Chiesa, “il mariuolo”, come lo definì Bettino Craxi, divenuto icona e simbolo dell’inizio di Tangentopoli. Possiamo dire subito una cosa: non sarà una commemorazione come le altre, non sarà un pranzo di gala; sarà invece uno scontro duro, un confronto serrato tra chi pensa che Tangentopoli fu l’inizio del rinascimento italiano e chi invece è convinto che si sia trattato di un golpe messo in atto da un pezzo di magistratura col sostegno di qualche servizio straniero. Ma torniamo a quella sala del teatro Umberto di Roma. Sul palco, a parlare di quella stagione e a commentare il bellissimo libro di Giuseppe Gargani – “In nome dei pubblici ministeri” – , c’era anche Gherardo Colombo. Colombo, come tutti sanno, è stato uno degli attori principali di quella stagione, uno dei pm del pool che insieme a Di Pietro e Davigo, e sotto la guida raffinatissima di Borrelli, ha cambiato i connotati della politica italiana. Gherardo Colombo, a dire il vero, è sempre stato considerato la colomba – nomen omen – di quel gruppo di magistrati molto determinati e convinti che la loro fosse una missione che andava ben al di là della giustizia: molti di loro pensavano di dover cambiare la coscienza stessa del paese, il “precario” senso di legalità degli italiani. Per questo devono aver pensato che qualche piccola forzatura del diritto tutto sommato fosse accettabile, giustificata dall’obiettivo imponente che si erano prefissi. E così l’uso della galera preventiva, degli avvisi di garanzia branditi come condanne e dati in pasto ai giornali prima ancora che il diretto interessato ne fosse informato, erano “effetti collaterali inevitabili”. Ma Colombo, che pure è un raffinato giurista e un uomo devoto al dialogo, non ha ceduto di un millimetro, non ha mai riconosciuto neanche il minimo deragliamento da parte della magistratura italiana. Anzi, ha rivendicato con fermezza, a tratti con durezza, l’assoluta correttezza e trasparenza del lavoro svolto dal pool milanese. Eppure fu un suo collega a dire «noi non li mettiamo in carcere per farli parlare, ma li liberiamo se parlano…». Insomma, il dottor Colombo ha parlato a lungo di pacificazione ma non ha mai messo in discussione l’operato della procura di Milano. La pacificazione è un’intenzione seria ma è anche un processo lungo e doloroso: ognuno deve avere la forza e il coraggio di guardare ai propri errori, ai propri eccessi, senza ipocrisie e liberandosi di qualsiasi tentazione corporativa. E quegli arroccamenti sembrano più le premesse di una nuova guerra. L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno…

Milano 1992, sogni e illusioni di una generazione tradita. Venanzio Postiglione su Il Corriere della Sera il 19 ottobre 2021. Goffredo Buccini era un giovane cronista quando scoppiò Mani Pulite. Ora ricostruisce quella stagione in un libro in uscita per Laterza.

Il momento. Un pezzo di storia italiana. Un processo che diventa show e una catarsi che rimane sospesa: perché si entra con la bandiera del bene e si esce con quella del dubbio. La fila per entrare, l’aula strapiena, la diretta televisiva, Di Pietro interroga Craxi in nome di (quasi) tutto il popolo italiano, Bettino allunga i tempi con le pause, la rivoluzione sta uccidendo i vecchi partiti e le macerie porteranno un bel sole o ancora ombre, nessuno può dirlo.

«Il tempo delle mani pulite» di Goffredo Buccini (Editori Laterza, pagine 248, euro 18)

Quel 17 dicembre 1993 la Milano da bere sembra lontana un secolo e appare (appare) come la peste nera, il processo Cusani è la rappresentazione della politica alla sbarra, la capitolazione di Forlani con la bava alla bocca ha seppellito la Dc e forse anche la pietà cristiana. Ma arriva Craxi e lo spartito salta in aria. Di Pietro appare timido, prudente, quasi impaurito, un mistero che resta un mistero, mentre il leader socialista ripete che tutti sapevano, la politica ha un costo, si doveva competere con i democristiani e i comunisti. Forse quel giorno Tonino si immaginò politico e Bettino si vide già esule, noi capimmo che Tangentopoli aveva raggiunto la vetta e imboccava la discesa. È anche un saggio, certo, con il merito della ricerca e il culto dei fatti. Ma è soprattutto il romanzo di una stagione e di una generazione, la biografia di un Paese che ha chiesto la ghigliottina quando colpiva i politici e i manager e poi l’ha rinnegata quando inseguiva le persone comuni. Goffredo Buccini ha scritto Il tempo delle mani pulite (Editori Laterza) perché ha vissuto quell’epoca e poteva raccontarla in modo diretto e appassionato. Perché sono passati già trent’anni e ci fa un certo effetto. Ma anche perché lo doveva a se stesso. Il cronista oggi editorialista del nostro «Corriere della Sera» non è un pentito, non banalizziamo: però ogni passaggio chiave diventa un punto interrogativo e a volte anche un’autocritica. Con l’espressione di pagina 34, «il senso della misura è tra le prime vittime di questa ubriacatura collettiva», che diventa la linea storica e psicologica del saggio-romanzo. I giornalisti ragazzini furono i testimoni ma spesso pure i combattenti di un’epopea: come buona parte del Paese, peraltro. Il tempo delle mani pulite è anche l’età dell’illusione. Una cronaca che intanto è diventata storia. Trent’anni sono tanti, lo stesso tempo che corre dal 1945 al 1975, quando i genitori raccontavano la fine della guerra a noi bambini e sembrava un altro mondo. Nel libro i personaggi sono vivi come a teatro, la scrittura è nitida, sempre piacevole, senza diventare semplicistica, e l’affresco funziona perché è un pezzo di noi tutti. Buccini era in prima fila, anzi tra la prima fila e il palco, ogni tanto nei camerini: il pool dei cronisti a Palazzo di giustizia, le interviste esclusive e dirompenti a Borrelli, la caccia ai latitanti a Santo Domingo, lo scoop dell’avviso di garanzia a Berlusconi con il collega Gianluca Di Feo in una delle notti più difficili e tormentate di via Solferino. «Il telefono squilla presto e troppo», scrive Buccini. È la mattina del 18 febbraio ’92, la sera prima hanno arrestato Mario Chiesa, atto d’inizio. A chiamare è Ettore Botti, capo della cronaca di Milano del «Corriere», talent scout per natura e cultura: fiducia nelle regole e nel giornalismo senza ideologie e pregiudizi, scetticismo sul mito della città splendente, difesa a oltranza della propria squadra di veterani e ragazzi che lavorano assieme. Botti manda Buccini a Palazzo di giustizia e gli cambia la vita: la caduta di Chiesa è l’avvio della voragine, la prima Repubblica finiva e non sappiamo più dire se siamo nella seconda o nella terza, ci siamo persi da qualche parte. Carcere, carcere, carcere. Ogni giorno. «Ecco la dottrina Davigo, l’arresto e la confessione come passaggi necessari a spezzare il vincolo tra tangentisti». Il ’92 italiano è il pool di Mani Pulite, con Borrelli alla guida e Di Pietro che spacca tutto, è la maglietta Tangentopoli con i luoghi delle mazzette, è il cordone di gente comune attorno al Palazzo, è l’avvicinamento delle inchieste a Bettino Craxi, è la fila in Procura di «un popolo di confidenti e flagellanti», è la giustizia sostanziale (tutti i ladri in galera) che forza le procedure e le consuetudini. I pm non sono magistrati ma «i vendicatori per anni di soprusi, di corruzione, di inefficienza». E qui Buccini ci va dritto: «Noi giornalisti sicuramente sposiamo la militanza. E noi ragazzi del pool di cronisti ne siamo l’avanguardia, certi, certissimi, di aver ragione». Non solo. «Siamo eroi del nostro stesso fumetto: se la nostra verità è vera, perché mai cercarne un’altra?». C’era da cambiare l’Italia, come dicono i reduci di Mediterraneo, il film di Salvatores. Il socialista Sergio Moroni, indagato, si uccide. La lettera che lascia è una frustata: «Non credo che questo nostro Paese costruirà il futuro che si merita coltivando un clima da pogrom nei confronti della classe politica». Craxi dice che «hanno creato un clima infame», Gerardo D’Ambrosio replica che «il clima infame l’hanno creato loro, noi ci limitiamo a perseguire i reati». E i giovani socialisti contro-replicano: «Si è caricata l’inchiesta milanese di un improprio valore morale, attribuendole un ruolo di vendetta popolare». Una guerra civile di parole. Ma si sarebbero suicidati anche Gabriele Cagliari in una cella di San Vittore, Raul Gardini a casa sua, e altri ancora. Il decreto Conso nasce e tramonta subito per l’opposizione del pool. La piazza ribolle, su Craxi piovono le monetine, il leghista Leoni Orsenigo tira fuori il cappio in Parlamento. «La rivoluzione giudiziaria non sembra andare esattamente nel senso di un allargamento dell’area democratica del Paese…». Un labirinto. Il Paese è corrotto (vero), i pm indagano (giusto), ma la nuova epoca comincia a fare spavento. Al di là delle inchieste e delle intenzioni, l’età della pancia nasce in quei giorni, non si è ancora conclusa. Il giorno dei funerali dopo la strage di via Palestro, a Milano, ecco Borrelli, Colombo e Di Pietro che percorrono la Galleria a piedi. La gente li chiama, li segue, li abbraccia, un tripudio di entusiasmo e di rabbia: «La forca, la forca, Di Pietro mettili alla forca!». Borrelli è il più lucido: «Non è giusto che sia così… ma non è colpa nostra». La critica alle manette facili evapora nell’ovazione di una folla che non chiede garanzie ma invoca il patibolo. Sergio Cusani, prima del processo-evento («un’autobiografia nazionale»), si confida con l’autore del libro: «Il Paese dopo Tangentopoli potrebbe essere assai peggio di quello che c’era prima». Il dibattimento consacra il personaggio Di Pietro e chiude cinquant’anni di storia politica italiana, con i suoi partiti, le sue liturgie, il suo sistema proporzionale, il suo stesso linguaggio educato e fumoso. Tocca al «nuovo miracolo italiano», alla nuova protesta del pool (contro il ministro Alfredo Biondi), all’avviso di garanzia a Berlusconi, all’addio di Tonino Di Pietro. Gli aneddoti e i retroscena sono tanti, le battute di Paolo Mieli, allora direttore, sono imperdibili: ma non avrebbe senso bruciare i contenuti del libro. Mani pulite rivoluzione vera o scoperta dell’acqua calda? Svolta sacrosanta o mutilata? Magistrati santi o vendicatori? Il punto, scrive Buccini, è che «tanti ragazzi negli anni Novanta hanno sognato (sbagliando, certo) una palingenesi nazionale». La stiamo ancora aspettando. Trent’anni dopo non ci sono più Borrelli e D’Ambrosio. Di Pietro passa tanto tempo a Montenero di Bisaccia, partenza e ritorno. Greco e Davigo hanno rotto in modo clamoroso: metafora per una stagione e forse una categoria. Colombo gira l’Italia e incontra i ragazzi per parlare di legalità, «perché sa da un pezzo che la risposta non può essere giudiziaria». La mattina dopo le manette a Chiesa, il secolo scorso, Ettore Botti chiamò anche chi sta finendo quest’articolo: «Corri al Trivulzio e racconta come hanno preso l’arresto». La voce roca, decisa, profonda, poche parole. Un comandante temuto e amato: allo stesso tempo. Nell’etimologia di nostalgia c’è la parola dolore.

L’Italia sovrana di Bettino Craxi. Andrea Muratore su Inside Over il 16 ottobre 2021. Nell’Europa degli Anni Ottanta e nell’Italia della Prima Repubblica la figura di Bettino Craxi è tra quelle che hanno attratto giudizi più complessi, in larga misura divisivi e mai definitivi per quanto riguarda l’effettivo giudizio storico sull’uomo e del politico. Vi è però un campo su cui tutte le analisi sullo statista milanese concordano: la natura originale e approfondita della politica estera dell’era in cui Craxi era a capo del governo italiano è giudicata essere alla base di una delle fasi di maggiore dinamismo della diplomazia della Prima Repubblica.

Un'Italia autonoma e responsabile

Craxi raccolse in eredità nel suo quadriennio di governo un posizionamento internazionale che vedeva l’Italia attiva protagonista nel Mediterraneo e in Medio Oriente ma in ogni caso attenta a riaffermare il suo posizionamento nel campo occidentale che il leader del Partito Socialista Italiano riteneva un presupposto irrinunciabile. Nel 1981 Craxi fu decisivo per dare impeto politico in seno al governo del Pentapartito alla scelta del primo Presidente del Consiglio non democristiano del dopoguerra, il repubblicano Giovanni Spadolini, di indicare Comiso, in Sicilia, come base per il dispiegamento di 112 missili BGM-109 “Tomahawk” nel quadro del rilancio della contrapposizione strategica tra Usa e Unione Sovietica dopo l’ascesa alla Casa Bianca di Ronald Reagan. L’assenso di Craxi e del PSI era tuttavia subordinato a una più ampia visione della politica internazionale, in quanto ad essa veniva anteposta la volontà dichiarata di impegnarsi al raggiungimento della cosiddetta “opzione zero”, poi formalizzata nel 1987 dagli Accordi di Ginevra. Secondo quanto affermato dall’ex segretario di Stato di Carter, senza il posizionamento dei missili in Europa “la Guerra Fredda non sarebbe stata vinta”, avendo il Vecchio Continente evitato la finlandizzazione e la sostanziale neutralizzazione cui l’Urss puntava schierando i missili a medio raggio; “senza la decisione di installarli in Italia, quei missili in Europa non ci sarebbero stati; senza il PSI di Craxi la decisione dell’Italia non sarebbe stata presa. Il Partito Socialista italiano è stato dunque un protagonista piccolo, ma assolutamente determinante, in un momento decisivo”. Questa fu l’Italia in cui Craxi seppe agire da presidente del Consiglio negli anni successivi: un’Italia dotata di visione di ampio respiro, attenta a fungere da ponte negoziale tra Occidente e Oriente senza perdere contezza dei limiti operativi e dei margini di manovra a disposizione.

Il Mediterraneo come epicentro della politica di Craxi

Il presidente del Consiglio non mancava di promuovere un’attenta difesa degli interessi nazionali. Craxi, formato nel mito garibaldino del Risorgimento, sentiva con grande enfasi l’idea dell’identità e della sovranità nazionale, da lui coniugati con un’impostazione socialista di profondo afflato riformista. Alla Fiera del Levante, poco dopo l’ascesa al governo nel 1983, Craxi indicò il Mediterraneo come principale spazio d’azione per la politica di Roma. Sottolineando di ritenere chiaro il fatto che “l’Italia, immersa nel Mediterraneo, sente profondamente l’impulso naturale che la spinge a collegarsi con i popoli e i Paesi della regione mediterranea” Craxi promosse quella che sarebbe stata la sua agenda negli anni a venire: integrazione economica, commercio, diplomazia, contrasto al terrorismo, mediazione con il mondo arabo. “Siamo vitalmente interessati alla pace nel Mediterraneo”, aggiunse, e “nessuno potrà considerarci interlocutori estranei, o giudicarci animati da propositi invadenti se ci toccherà di far valere sempre la nostra parola su tutte le questioni rilevanti aperte nella regione”. Questa era la concezione che il governo avrebbe avuto, negli anni a venire, del Mediterraneo: uno spazio aperto, un terreno di incontro diplomatico, un’area geopolitica in cui raffreddare i confliggenti interessi della Guerra Fredda e delle diverse agende internazionali in nome di un interesse comune di matrice economica, politica, culturale, quasi che il saggio dedicato alla storia mediterranea da Fernand Braudel avesse funto da ispirazione “morale” per l’azione di Roma. Tale spinta risoluta prendeva slancio sia dalla spinta del precedente interesse per la regione avviato da figure come Enrico Mattei e Aldo Moro sia dal ruolo “ecumenico” giocato in seno al governo dal ministro degli Esteri, Giulio Andreotti.

L'asse Craxi-Andreotti

Andreotti, nei sei anni da ministro degli Esteri avviati con i due governi Craxi (1983-1989) fu al centro dell’agenda politica globale. Si interfacciò con gli Usa e l’Unione Sovietica promuovendo una Ostpolitik che aprì ad importanti appalti nel blocco orientale per l’Italia, alla distensione, alla cooperazione industriale e commerciale; fece sponda con Giovanni Paolo II e il cardinale Agostino Casaroli per rafforzare l’effetto-moltiplicatore dei legami italo-vaticani; avviò, in sponda con Palazzo Chigi, un crescente interessamento per l’Africa. L’asse Craxi-Andreotti produsse, in quest’ottica, importanti risultati che seppero valorizzare il posizionamento di Roma nell’agenda internazionale. Il rinnovo del Concordato con la Santa Sede (1984) realizzato dal governo Craxi fu anche l’attestazione di un importante risultato di politica estera; la pacificazione del Mozambico colpito dalla guerra civile e l’espansione della diplomazia italiana verso Libia, Egitto, Etiopia, Tunisia segnalarono l’espansione della strategia africana; in campo mediorientale Craxi legittimò pienamente l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina come interlocutore per ridurre il potere negoziale delle organizzazioni più radicali e ostili a ogni dialogo; il rapporto con gli Usa, nonostante screzi come il famoso episodio di Sigonella, fu di dialogo e mutua fiducia. Ma mai piena subordinazione: ancor più emblematico del caso di Sigonella fu, in un certo senso, il suo discorso di fronte al Congresso Usa del 1985, nel corso del quale dichiarò senza mezzi termini la sua avversione al regime cileno di Augusto Pinochet sostenuto dagli Usa: “Sopra ogni altra sovrasta la richiesta di libertà del popolo cileno e questa richiesta ha bisogno dell’incondizionato appoggio di tutti noi”.

Craxi e il sostegno alla resistenza dei popoli oppressi

Craxi aveva visitato il Cile poco dopo il golpe dell’11 settembre 1973 che portò alla deposizione di Salvator Allende e aveva da allora in avanti preso decisamente a cuore la vicenda del Paese oppresso dalla dittatura militare di Pinochet. Il sostegno alla resistenza cilena non fu mai messo in discussione dal Psi di Craxi, che politicamente seppe dare voce a diverse richieste d’aiuto contro regimi oppressivi o dittatoriali. In nome di un concetto di libertà chiaro e trasversale, Craxi e il suo Psi furono schierati a favore di diversi movimenti di resistenza che si opponevano sia a regimi comunisti che a giunte militari o di estrema destra, e analoga posizione ebbero i suoi governi. Nel corso degli anni ebbero aiuti consistenti Solidarnosc, il sindacato polacco cattolico e anticomunista, cruciale nell’Ostpolitik andreottiana, gli esuli cecoslovacchi, il radicale argentino Alfonsin, incontrato da Craxi dopo la sua ascesa alla presidenza nel 1983 il brasiliano Lula, il peruviano Garcia, l’uruguaiano Sanguinetti, Perez in Venezuela e i movimenti di resistenza di Eritrea, Somalia, Palestina. Craxi intuì in anticipo le problematiche legate al mantenimento di sacche di miseria e oppressione in Paesi abitati da popolazioni giovani o desiderose di un’ascesa sociale, politica, collettiva. E seppe intuire, nelle fasi finali della Guerra Fredda e negli anni che precedettero la sua uscita dalla vita pubblica italiana con Mani Pulite, le altrettanto problematiche conseguenze delle pulsioni disgregatrici della globalizzazione e dell’ascesa delle disuguaglianze su scala mondiale. Nei suoi impegni dopo l’uscita da Palazzo Chigi, da leader del Psi e da inviato Onu, Craxi mise al centro dell’agenda la cooperazione allo sviluppo e l’alleanza tra i popoli più sviluppati e l’ex “Terzo Mondo”. A suo avviso i Paesi europei avrebbero avuto tutto l’interesse nel farsi promotori di un grande piano Marshall per la costruzione di una vasta regione euro-mediterranea e, al tempo stesso, a difendere l’ipotesi di un condono del debito dei Paesi meno sviluppati. Nel settembre 1990, parlando di fronte alla Conferenza di Parigi sul debito del Terzo Mondo, Craxi indicò nella diffusione globale della povertà, nell’accensione di focolai di conflitto e nel degrado ambientale ed ecologico altrettanti fattori di disuguaglianza e anticipiò il tema del “giubileo del debito” che sarebbe entrato nell’agenda delle grandi organizzazioni internazionali, dalla Banca Mondiale al G7, nel decennio successivo, e avrebbe avuto un sostenitore strenuo nel Vaticano globale di Papa Giovanni Paolo II. Tale processo portò all’annullamento di miliardi di dollari di debiti dei Paesi africani e del resto del Terzo Mondo spesso gravanti sulle spalle di nazioni a causa delle politiche cleptocratiche o piratesche di regimi dittatoriali e classi dirigenti corrotte. Craxi individuò nella cooperazione e nell’inclusione l’antidoto migliore contro l’ascesa di sentimenti antioccidentali, la diffusione di estremismi politici e religiosi, l’esplosione di problemi come quello delle migrazioni. Dimostrando una volta di più una chiara e lucida comprensione delle dinamiche strategiche dopo gli anni di Palazzo Chigi.

La diplomazia globale della Prima Repubblica. Andrea Muratore su Inside Over il 16 ottobre 2021. Solo negli ultimi decenni il concetto di globalizzazione è stato pienamente sdoganato nel contesto dell’analisi politologica e strategica, ma di fatto lungo l’intero arco del periodo post Seconda guerra mondiale l’interconnessione tra scenari di diverse aree geografiche è andata rafforzandosi. Fino all’ascesa della globalizzazione commerciale prima e delle nuove tecnologie digitali poi questa percezione è stata però ridotta. L’Italia della Prima Repubblica è stata, in tal senso, un esempio in controtendenza: dopo che Alcide De Gasperi e i suoi governi ebbero plasmato le linee guida del collocamento di Roma nel campo euroatlantico i governi a guida democristiana alternatisi nel primo trentennio dell’era repubblicana hanno promosso, complice il ruolo di apparati lungimiranti, una diplomazia originale in grado di capire anzitempo il valore strategico di scenari lontani dai confini nazionali e di teatri destinati ad essere via via sempre più rilevanti.

Mediterraneo, Medio Oriente, Africa

Amintore Fanfani, segretario della Dc e presidente del Consiglio tra gli Anni Cinquanta e Sessanta, strutturò con la definizione di “neoatlantismo” la dottrina strategica che vedeva l’Italia prendere l’iniziativa in direzione del Mediterraneo e del mondo arabo ed africano pur restando ben incardinata nelle alleanze sorte dal conflitto. L’Italia volle essere il Paese della distensione, del dialogo e del confronto tra mondi politici diversi, un attore del campo occidentale capace di fare della diplomazia economica e dell’azione geopolitica in campo energetico inaugurata dall’Eni di Enrico Mattei una punta di lancia per il rafforzamento dell’interesse nazionale. Sulle rotte del Mediterraneo Roma seppe costruire le basi d’appoggio per guardare oltre. Aldo Moro, fine conoscitore degli scenari mediorientali, seppe costruire un sagace equilibrio tra israeliani e palestinesi ponendo Roma come centro d’intermediazione e relativamente al sicuro dall’escalation dello scontro che dilaniava il Medio Oriente. Mattei costruì basi d’appoggio per la politica nazionale in Iraq, Egitto, Iran che da presidente del Consiglio e ministro degli Esteri un politico come Giulio Andreotti rafforzò. Meno nota, ma inesorabile fu la penetrazione italiana in Africa, ove col soft power economico e una spesso genuina adesione ai principi di autonomia dei popoli postcoloniali Roma seppe sovrapporsi, o spesso sostituirsi, alle storiche potenze coloniali. Il ruolo di Mediobanca come acceleratore del credito allo sviluppo del continente nero e del commercio italiano andò di pari passo con un ruolo da protagonista del Paese nella costruzione delle grandi infrastrutture che i governi locali cercavano per rafforzare la connessione interna (ponti, autostrade, ferrovie, dighe) e che videro spesso impegnate aziende del Belpaese.

La visione ecumenica di Giorgio La Pira

La figura emblematica della vocazione mondiale della diplomazia della Prima Repubblica, in ogni caso, non fu né un presidente del Consiglio né un ministro, ma bensì Giorgio La Pira, il lungimirante sindaco di Firenze, esponente della sinistra democristiana, tra gli autori del Codice di Camaldoli alla base del compromesso sociale, keynesiano e inclusivo che permise la scrittura della Costituzione repubblicana. Cattolico devoto, La Pira immaginava una diplomazia di città e nazioni volta a creare un dialogo comune tra popoli e governi oltre le logiche della Guerra Fredda. Uomo al tempo stesso capace di visioni profondamente ideali e di grandi slanci pragmatici, La Pira unì un obiettivo culturale ad uno politico. Organizzando a Firenze i “Dialoghi mediterranei” con gli esponenti del mondo arabo ed ebraico e delle grandi religioni monoteistiche seppe rafforzare il ruolo dell’Italia come ponte negoziale tra le varie aree del “Grande Mare”; recandosi in Unione Sovietica aprì la strada alla costruzione di un modus vivendi tra Roma e Mosca che grandi aziende come Eni e Fiat avrebbero sostanziato in lucrosi accordi economici; nel 1955, la Firenze amministrata dal democristiano La Pira fu la prima città italiana a invitare il sindaco di Pechino a intervenire in un dibattito pubblico. Prima del riconoscimento da parte di Roma della Repubblica Popolare Cinese come legittima rappresentante della nazione cinese nel 1970, La Pira contribuì assieme al leader socialista Pietro Nenni a tenere aperto con Pechino un dialogo secondo per intensità solo a quello condotto dalla Francia del Generale de Gaulle. La visione cristianamente ispirata della sua azione politica ecumenica permette di capire, al tempo stesso, quanto fondamentale sia stato l’impatto sul Paese di una Santa Sede divenuto attore protagonista sul proscenio mondiale.

Le due Rome

Roma nell’era della Prima Repubblica fu una e duale al contempo. Italia e Vaticano seppero sfruttare i reciproci contatti aprendo a un’azione corale in diversi contesti. Da Giovanni XXIII in avanti, il Vaticano seppe essere un attore globale sempre più attivo e sfruttando le nunziature e i punti d’appoggio della Chiesa cattolica nel mondo aprì un dialogo oltre i blocchi, diretto sia ai Paesi sviluppati che a quelli del “Terzo Mondo”. Per fare alcuni esempi di questo interscambio, il governo italiano seppe essere un braccio operativo importante per la Chiesa per monitorare la situazione dei cristiani nel blocco socialista, il Vaticano aiutò l’Italia nella mediazione per la pacificazione del Mozambico dilaniato dalla guerra civile a partire dagli Anni Settanta. Nel già citato teatro africano la presenza di organismi cattolici italiani impegnati nella cooperazione allo sviluppo (Cuamm, Comunità di Sant’Egidio e via dicendo) ha rappresentato un pivot fondamentale per Roma; al contempo, il Vaticano seppe costruire nella politica romana un rapporto preferenziale con Giulio Andreotti, tanto eminente esponente democristiano quanto vero e proprio cardinale “laico” di Roma, come dimostrato dall’impegno per supportare la Ostpolitik del cardinale Agostino Casaroli, il riavvicinamento tra Usa e Santa Sede mediato da monsignor Pio Laghi e una divulgazione di una visione complessiva del contesto internazionale letta alla luce di un paradigma cattolico con l’attività della rivista Trenta Giorni. La vivace politica estera italiana nell’era della Prima Repubblica è la più importante dimostrazione dell’originalità della visione di una classe dirigente che seppe dare una rotta al Paese. Anticipando i grandi trend che avrebbero guidato il mondo globalizzato, mostrando l’importanza del pensiero complesso nelle relazioni internazionale, sfruttando al massimo i margini di autonomia di cui una media potenza sconfitta nella guerra come Roma poteva beneficiare: una lezione di lungimiranza e praticità per tutti i successori alla guida di un Paese che, nei decenni più recenti, ha preferito la marginalità.

Bettino Craxi fu un grande leader ma dopo il 1989 sbagliò tutto. Roberto Morassut su Il Riformista il 9 Gennaio 2020. È uscito il film Hammamet, sulla figura di Bettino Craxi, per la regia di Gianni Amelio e interpretato magistralmente da Pierfrancesco Favino. La pellicola contribuisce, nel ventennale della scomparsa, all’ormai lungo dibattito sulla figura del leader socialista e agli interrogativi sui torti e le ragioni nel confronto/scontro interno alla sinistra di quegli anni, le cui tracce sono oggi ancora molto presenti. Craxi fu una figura di sinistra riformista ed ebbe meriti e intuizioni innegabili: le più importanti furono, a mio parere, la percezione della necessità di una riforma generale delle istituzioni e le posizioni in politica estera. Colse la necessità di una “democrazia governante”, il valore della decisione come parte del meccanismo stesso della democrazia presupposto della sua costante rigenerazione. Fu un capo di governo capace di costruire un profilo dell’Italia leale con gli alleati atlantici ma non subalterno. Tuttavia, ebbe limiti e responsabilità altrettanto grandi che compromisero, alla resa dei conti, la sua stessa visione del riformismo: egli rimase, alla fine, totalmente dentro i confini politici e morali (morale intesa meramente come “condotta” politica e non come comportamento etico e di vita) di quella prima Repubblica che egli voleva riformare anche immaginando le condizioni di una alternativa. Dopo l’89 e alla vigilia di Mani Pulite, Craxi ebbe infatti la possibilità di imboccare la strada dell’alternativa ma non lo fece e questo mi pare il punto dirimente per un giudizio “da sinistra” sulla sua figura. Il Pci non esisteva più, l’Urss era dissolto ma c’era una nuova forza politica di sinistra che, nata dalla sua trasformazione, poteva essere interlocutore del Psi per una alternativa riformista. Craxi fu invece vinto dalla tentazione di fagocitarla con la proposta della “Unità socialista” piuttosto che stabilirvi un rapporto politico finalizzato ad una “Unità riformista” che andasse oltre i margini delle famiglie socialiste o ex comuniste, magari umiliate dalla sconfitta storica di quegli anni. Questa scelta lo portò all’errore del Congresso di Bari nel riproporre l’accordo con la Dc per ragioni meramente di potere, come ha ricostruito bene, tempo dopo, Claudio Martelli. E poi a sostenere la diserzione dalle urne in occasione del referendum sulle preferenze plurime, scontrandosi con un sentimento popolare che egli – riformista e innovatore – scambiò per una protesta di piazza. Questo dimostra che egli fu pienamente dentro il vecchio mondo pre ‘89 che comprendeva anche certe rivalse socialiste del “dopo Livorno”. Era pienamente figlio del ‘56 e confuse la svolta della Bolognina come un fatto di trasformismo neo comunista senza comprendere fino in fondo il travaglio e la mutazione genetica profonda che gli eredi del Pci stavano attraversando. La sua visione innovativa della Repubblica e del quadro internazionale mancò, insomma, nel momento decisivo. La necessità storica di una “Unità riformista” emerse con chiarezza dopo pochi anni dalla sua uscita di scena con il sorgere dell’Ulivo che peraltro riprese nei suoi programmi anche ispirazioni craxiane. Viceversa, gli eredi del Pci transitarono lo spartiacque dell’89 con minori danni, benché non senza aporìe, perché Berlinguer aveva largamente preparato lo sganciamento politico e morale (sempre nel senso poc’anzi indicato) dal mondo diviso in blocchi e con la “svolta della Bolognina” si resero pronti e spendibili per una nuova possibile pagina repubblicana. Quanto alla cosiddetta “persecuzione giudiziaria”, bisognerebbe stabilire che quelle inchieste che lo riguardarono non avevano ragion d’essere ma così non sembra. Qualcuno sostiene che le inchieste furono un golpe. Affermazioni spericolate. Il tema della corruzione in politica è ancora vivissimo oggi e forse anche più grave di allora. L’impossibilità di un’alternativa politica contribuì purtroppo non poco alla abnorme amplificazione del ruolo della magistratura come estremo fattore risolutivo per determinare un rinnovamento delle classi dirigenti. La rapacità degli ultimi anni della Repubblica, l’enorme debito pubblico (in parte derivato dalla crisi morale dei partiti di governo di allora) è peraltro parte integrante di un giudizio politico. Nessuno può dire (ma forse è giusto domandarselo) se una scelta di Craxi per l’alternativa dopo l’89 non avrebbe potuto mutare i termini stessi della vicenda Mani Pulite. Ecco perché oggi la figura di Craxi resta una figura contraddittoria e per certi versi drammatica; ma la complessità del giudizio sulla sua figura non può tradursi nel facile gioco della riabilitazione o della condanna imperitura. Luci e ombre devono restare ben chiare per non sbagliare ancora e per crescere una classe dirigente che sappia sempre promuovere il rinnovamento anche rischiando se stessa per un interesse generale e soprattutto per tutelare, in nuovi contesti, i propri valori di fondo. E questa mi pare anche la lezione che oggi si può trarre, parlando di Craxi, anche per questa complessa fase della vita della Repubblica e anche per il futuro prossimo del Pd. Per non disperdere un patrimonio storico di valori e ideali occorre, in certi momenti, mettere in discussione se stessi, rischiare se stessi. È il tema del Pd in questo preciso momento storico. Roberto Morassut

Quell’ammissione tardiva di D’Alema. I rapporti tempestosi col Psi. Francesco Damato su Il Dubbio il 30 maggio 2021. La partecipazione ad uno degli eventi celebrativi dei 50 anni del manifesto, il “quotidiano comunista” orgogliosamente sopravvissuto sia all’espulsione dei suoi promotori dal Pci sia alla fine dello stesso Pci dopo il crollo del muro di Berlino, ha dato a Massimo D’Alema l’occasione di una tardiva ma pur sempre significativa ammissione autocritica sul versante dei rapporti col Psi. Che fu uno dei temi del dissenso a sinistra di cui viveva il giornale degli “eretici”. I quali non condividevano la supponenza – chiamiamola come meritava- del Pci verso il Psi persino ai tempi di Francesco De Martino, prima che arrivasse a guidarlo col garofano in mano quell’”intruso” come veniva considerato Bettino Craxi. Di cui infastidì i comunisti anche il fatto che fosse riuscito a strappare alla Dc nei rapporti di alleanza politica ciò che De Martino ammise poi di non avere osato neppure immaginare di poter chiedere: la guida socialista di un governo di coalizione. Alla buonanima di Luigi Pintor che nel 1983, scrivendo della voglia di chi militava a sinistra di “non morire democristiani”, esortava i comunisti a cambiare musica col Psi da 7 anni ormai a direzione craxiana, D’Alema ha riconosciuto di avere ragione, e torto lui a “indignarsi” nel leggerlo. Ma ciò avvenne anche più avanti, in quelli che Andrea Carugati, sempre sul manifesto, ha definito “gli anni della transizione post- Pci”. Che furono intossicati dai propositi di annessione intravisti, a torto o a ragione, dai comunisti nella prospettiva dell’” unità socialista” lanciata da Craxi dopo il crollo del muro di Berlino e dalla voglia irrefrenabile, persino scomposta, di difendersene cavalcando le difficoltà giudiziarie, a dir poco, del Psi alle prese con Tangentopoli. Di cui il sindaco non poteva che essere socialista, vista la direzione preferenziale assunta dalle indagini giudiziarie. Nei rapporti estremamente conflittuali fra i due partiti maggiori della sinistra, in cui Achille Occhetto usò come una clava la “questione morale”, D’Alema ha riconosciuto con gli amici o compagni del manifesto che “i torti non erano tutti di una sola parte”. Ma lui, obiettivamente, quando decise di sostituire Occhetto alla segreteria del Pds- ex Pci non fece gran che per migliorare le cose. Gli venne addirittura attribuita una volta, a commento di uno dei tanti tentativi dei socialisti di tornare con le proprie forze in Parlamento, la battuta che non bisognasse fargliene tornare la voglia o l’abitudine. Magari non sarà stata vera, come tante altre battute al vetriolo attribuite a D’Alema e da lui smentite, a cominciare dalla liquidazione di Romano Prodi e Walter Veltroni come “flaccidi imbroglioni”, ma molti la presero almeno per verosimile conoscendo gli umori dell’uomo. Il fatto è che, a parte gli “eretici” del manifesto all’esterno, per molto tempo gli unici fra i comunisti e post- comunisti a consentirsi un linguaggio e uno stile non esasperato nei rapporti con i socialisti furono i cosiddetti “miglioristi”. Che anche per questo erano considerati la minoranza d’obbligo del partito, non qualificata a guidarlo neppure quando, caduto il comunismo, furono cambiati nome e simbolo della formazione politica. Lo stesso arrivo del migliorista Giorgio Napolitano al Quirinale nel 2006 avvenne per decisione più esterna che interna ai democratici di sinistra, per impedire che vi giungesse proprio D’Alema, al quale sembrò ad un certo punto che fosse disposto a dare una mano persino Silvio Berlusconi, consigliato in quella direzione da Giuliano Ferrara ma sottrattosi alla tentazione all’ultimo momento con una telefonata di spiegazione al “caro Massimo”. Tuttavia – un po’ diversamente da come l’ha appena raccontata lo stesso D’Alema in una intervista a Tommaso Labate per il supplemento 7 del Corriere della Sera- a impedirne la candidatura fu di fatto l’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini muovendosi fra i moderati per spianare la strada appunto a Napolitano. Che da presidente della Repubblica non smentì quella specie di sensibilità diversa nei riguardi dei socialisti manifestata già nel 1976, quando si avviò l’esperienza della cosiddetta solidarietà nazionale e lui non condivise la condizione posta dal Pci per aderirvi: che il governo da appoggiare, senza potervi partecipare, fosse “monocolore” democristiano, per escludervi i socialisti prima di tutti gli altri ex alleati dello scudo crociato. Fu con Napolitano che nel decimo anniversario della morte di Bettino Craxi ad Hammamet partì dal Quirinale alla vedova Anna la lettera in cui si riconosceva che l’azione anche giudiziaria contro il leader socialista per la pratica generalizzata del finanziamento illegale della politica fu di una durezza “senza uguali”. D’Alema poco più di dieci anni prima si era limitato a incoraggiare telegraficamente un Craxi appena operato in condizioni disperate firmandosi impersonalmente, con la sola qualifica di presidente del Consiglio.

Francesco Specchia per "Libero Quotidiano" il 26 maggio 2021. Lo strano caso dei magistrati italiani: da eroi della rivoluzione a funzionari ebbri del dissesto della politica e «ubriachi di potere». C'è un documento di quindici paginette, oggi desecretato dagli archivi del Dipartimento di Stato americano, attraverso il quale la Storia riscrive completamente il rapporto tra il governo Usa e gli anni di manette e palingenesi della Tangentopoli italiana. Il documento, inedito, è presente nel contributo del craxiano Andrea Spiri inserito nel saggio collettaneo La seconda Repubblica. Origini e aporie dell'Italia bipolare (Rubettino, a cura di Francesco Bonini, Lorenzo Ornaghi e dello Spiri stesso); ed è solo uno delle centinaia di rapporti, pareri, dispacci che l'ambasciata e il consolato Usa inviavano periodicamente a Washington in quegli anni infiammati. Ogni documento contrassegnato dalla dicitura «from U.S. Consulate General Milan to Secretary of State» cadenza la fitta corrispondenza e fotografa quei giorni turbolenti, tra il 1992 e il '94 con titoli legati alla cronaca: Milan scandal - Further arrests, further; Public Administration and corruption- Factors leading to the success of the Investigations; The Party System's voracious appetite; What are the Implications of Craxi's demise?; Former Eni President's Suicide. Possible political and judicial Effects, ecc…Tutta la documentazione disegna due strategie d'approccio americano alla seconda repubblica. La prima è di completo sostegno ai giudici di Mani Pulite. «Il feudo craxiano si sgretola», avverte il console Usa Peter Semler in un dispaccio trasmesso il 4 maggio del '92 al segretario di Stato James Baker, dando conto dell'arresto di Mario Chiesa a cui seguono tutti gli altri, nello scoperchiarsi di un grande sistema corruttivo «inimmaginabile per un paese del G7»; pure se «Much more is yet to come», il meglio - per i diplomatici - deve ancora venire ancora venire. E qui i magistrati sono identificati come impavidi eroi del west: il Procuratore capo Francesco Saverio Borrelli «fa in modo che le indagini siano condotte nel rigoroso rispetto della legge», Di Pietro «ha un talento nello sviluppare rapporti eccezionali con le persone che interroga»; e «i martelletti delle loro decisioni sono risultati efficaci come pistole». Ad un tratto, però, cambia la strategia di approccio. Tra la primavera e l'estate del '93, qualcosa di rompe. Alla Casa Bianca s'insedia Bill Clinton che manda in Italia un raffinato ambasciatore di lungo corso, Reginald Bartholomew. Il quale si ritrova immerso in uno scenario inedito, tra gli ultimi fuochi di Dc, Psi, Psdi e Pli; con Oscar Luigi Scalfaro arrivato al Quirinale sulla scia della strage di Capaci; il Pds di Occhetto in ascesa e Berlusconi pronto a scendere in campo. E qua, il sospetto della ripetuta «violazione dei diritti di difesa un pericolo per la democrazia», il nuovo ambasciatore ce l'ha, riportando ai superiori la frase, appunto «magistrati ubriachi di potere». E la stima nell'operato dei pm italiani s'incrina assai col suicidio a San Vittore dell'ex presidente dell'Eni Gabriele Cagliari. Scrive Spiri: «I diplomatici americani iniziano quindi a dare conto con sempre maggiore frequenza delle opinioni di fonti anonime che "accusano la magistratura di voler riempire il vuoto di potere creato dal collasso dei partiti e dalla delegittimazione del Parlamento", e raccolgono al contempo duri giudizi sull'"abuso della carcerazione preventiva" e sul "mancato rispetto dei princìpi del garantismo"». Ad impressionare è soprattutto il famigerato avviso di garanzia recapitato al premier Berlusconi a Napoli. Commenta Bartholomew: «In passato non siamo riusciti a raccogliere sufficienti elementi di prova che confermassero l'accusa rivolta ai giudici di agire per fini politici, ma in questo frangente, in concomitanza con l'avviso a comparire recapitato al presidente Berlusconi mentre presiedeva a Napoli un vertice internazionale sulla criminalità organizzata, cresce fra i cittadini la preoccupazione che l'operato dei magistrati risponda a scopi di natura politica». Il diplomatico è infatti il primo ad accorgersi del vuoto di potere politico che si va colmando, a cominciare dal blocco del decreto Consolo, attraverso le azioni di molti magistrati. E smantella il sistema di rapporti istituzionali del predecessore Peter Secchia che aveva consentito al Consolato di Milano di gestire legami diretti col pool Mani Pulite; «d'ora in poi tutto ciò con me cessò», avrebbe detto Bartholomew in un'intervista all'allora corrispondente Usa della Stampa Maurizio Molinari. «Molti di essi (i magistrati, ndr), impegnati nelle indagini di Tangentopoli e nella lotta alla mafia, hanno acquisito uno status di quasi santità che li ha sottratti alla possibilità di critica da parte della classe politica», afferma sempre Bartholomew nel dispaccio The "Clean Hands" Magistrates: A Stocktaking constatando prima di altri un insolito vulnus della democrazia. «Ci vorranno probabilmente diversi anni prima che si stabilisca un nuovo equilibrio tra i poteri dello Stato e che i rappresentanti eletti riacquistino più forza». E, dopo quasi trent'anni, morto Bartholomew, alla vigilia di una tanto decantata riforma della giustizia, be', siamo ancora qui.

Mario Ajello per "il Messaggero" il 19 maggio 2021. Oscar Luigi Scalfaro il manovratore. Non l' arbitro ma il giocatore politico. Non l' imparziale ma un presidente che entra a gamba tesa nelle dinamiche interne dei partiti, e in particolare del Psi nella sua fase finale, quella che portò - sotto i colpi dei pm di Mani Pulite, gli avvisi di garanzia e l' indignazione popolare contro la partitocrazia corrotta di cui il partito socialista divenne il massimo simbolo agli occhi della «ggente» - alle dimissioni di Bettino da segretario dopo 16 anni di comando. Ecco il ritratto che viene fatto di Scalfaro, cablogrammi dell' ambasciata americana a Roma diretti al Dipartimento di Stato di Washington negli anni cruciali 1992-1993 mentre crollava la Prima Repubblica. Scalfaro suggerì ai socialisti: isolate Craxi. E lo fece così, secondo i «confidential report» finora inediti firmati dall' ambasciatore Peter Secchia e da altri diplomatici degli Stati Uniti.

I DISPACCI Da Via Veneto s' informa puntualmente il governo americano delle battaglie interne al Psi mentre Craxi stava politicamente agonizzando. «I compagni di partito lo attaccano» - si legge in queste carte ora spulciate e rese note dallo storico Andrea Spiri, docente alla Luiss - e lui ormai indebolito combatte per mantenere il posto». Arriva il primo avviso di garanzia nel novembre del 92, ma Bettino - scrive l' ambasciatore Secchia - «non nutre alcun desiderio di farsi da parte» e «manovra per neutralizzare il suo principale avversario interno nel Psi, Claudio Martelli». Ma ormai è un leader braccato, «ferito a morte» lo descrive il console Peter Semler, e dalla sede diplomatica di Via Veneto dove evidentemente non lo amano affatto lo vedono così: «Si atteggia a capro espiatorio cercando di addebitare i suoi problemi agli Stati Uniti che, a suo giudizio, agiscono dietro le quinte e sono il vero motore dell' inchiesta sulla corruzione condotta dal pm Di Pietro». E Scalfaro che cosa c' entra? In un dispaccio al Dipartimento di Stato, l' incaricato d' Affari dell' ambasciata a Roma, Daniel Serwer, parla di un «insolito suggerimento del presidente della Repubblica». Scalfaro avrebbe rivolto nel 93 al capo del governo, il socialista Amato, questo «consiglio»: «È opportuno non prendere parte alla riunione della segreteria del Psi in programma il prossimo 1 febbraio per evitare che l' esecutivo venga danneggiato dalle lotte interne al partito». Ovvero: lasciate da solo Craxi, mollatelo e almeno vi salverete voi! E appare come minimo inopportuno, da parte di un Capo di Stato, ingerire così direttamente nelle vicende interne di un partito, per facilitarne l' eliminazione del segretario. Tra le tante storture di quel periodo drammatico, eccone un' altra come emerge da questi report finora sconosciuti e che Spiri ha estratto dagli archivi del Dipartimento di Stato americano, per illustrarli nel volume che esce domani - da lui curato insieme a Francesco Bonini e a Lorenzo Ornaghi - intitolato La Seconda Repubblica. Origini e aporie dell' Italia bipolare (Rubbettino editore). Giuliano Amato a quella riunione della segreteria socialista non andò. E la sua decisione, sollecitata da Scalfaro, viene letta in chiave americana come «opportuna»: una «presa distanza pubblica» nei confronti di Craxi la cui fine politica e le manovre di Scalfaro per propiziarle vengono apprezzate in questi dispacci a conferma di quello che pensava Craxi, ovvero che da Oltreoceano si faceva il tifo contro di lui.

LE DIMISSIONI Pochi giorni dopo il dispaccio in cui si cita Scalfaro, l' 11 febbraio 93, Craxi isolato e bersagliato si dimise da segretario del Psi dopo 16 anni e 7 mesi di comando. Lo fa «in maniera tardiva», si legge in uno di questi cablogrammi, e dopo «aver fortemente danneggiato il suo partito» fino a farne «il simbolo della partitocrazia corrotta». Da Via Veneto informano: «Il leader socialista si è dimesso ma si è rifiutato di lasciare il suo vecchio ufficio di Via del Corso, costringendo il nuovo segretario, Giorgio Benvenuto, ad accomodarsi in un' altra stanza, a conferma del desiderio di Craxi di mantenere una certa influenza sull' attività del partito». Ma non gli sarebbe riuscito perché ormai isolato dai suoi e nell' isolamento rispetto al suo partito il Capo dello Stato, a leggere questi dispacci, avrebbe avuto un ruolo attivo. Svolse un esercizio di intromissione che non gli sarebbe dovuto competere.

L' IDOLO E comunque, piacque così tanto agli americani l' interventismo anti-craxiano di Scalfaro che, in altri report rintracciati dallo storico Spiri, l' allora Capo dello Stato viene definito dal diplomatico Serwer: «Un' autentica Rocca di Gibilterra» («A veritable Rock of Gibraltar»), posta a guardia della transizione politica italiana. E ancora: «È un uomo imparziale, integro, di esperienza, onesto e capace, con il suo discreto interventismo, di mantenere la barra dritta» in quegli anni tempestosi di Tangentopoli. In cui a Washington si tifa per Di Pietro e si gioisce per l' isolamento di Craxi e poi per la sua caduta. Nella quale una spinta sarebbe arrivata anche dal Colle, e Oltreoceano la registrarono benevolmente.

Quando il pool sconfisse la politica (e la legalità). Quando la politica consegnò lo scettro alle procure. David Romoli su Il Riformista il 31 Luglio 2021. La sfida tra magistratura e governo a cui assistiamo da giorni non riguarda solo la materia del contendere, la riforma Cartabia e in particolare le nuove norme sulla prescrizione. Il braccio di ferro ha valenza più complessiva: riguarda la divisione dei poteri e la facoltà o meno dell’esecutivo e del legislativo di legiferare in materia di giustizia senza veti da parte del potere giudiziario. Di scontri tra politica e magistratura, a partire dalla metà degli anni ‘80, ce ne sono stati innumerevoli, ma c’è una vicenda precisa che segna lo spartiacque, a partire dal quale quel potere di veto è stato informalmente riconosciuto e rigorosamente rispettato per 25 anni: quelle del decreto Biondi del 1994, ribattezzato subito – col classico linguaggio squadrista dell’epoca, che è molto simile al linguaggio squadrista di oggi – e poi passato alla storia come “decreto salva-ladri”. Il 13 luglio 1994 l’Italia era impegnata nella semifinale dei mondiali calcio, al Giant Stadium di New York, contro la Bulgaria. Secondo i malpensanti proprio per quella coincidenza, destinata negli auspici a distrarre l’attenzione del grande pubblico, il governo Berlusconi scelse proprio quella data per tentare l’affondo contro i magistrati che indagavano sulla corruzione, al primissimo posto quelli del pool Mani pulite di Milano e contro il metodo con cui l’inchiesta veniva condotta da oltre due anni: l’uso molto disinvolto della carcerazione cautelare finalizzato a estorcere confessioni e denunce. Il governo varò un decreto firmato dal ministro della Giustizia Alfredo Biondi, già leader liberale universalmente rispettato e importante avvocato, ma secondo le voci dell’epoca ispirato dal ministro della Difesa e discusso avvocato di Berlusconi Cesare Previti. Al momento di formare il suo primo governo Berlusconi avrebbe in effetti voluto Previti come guardasigilli, salvo poi sostituirlo con Biondi in seguito al diluvio di critiche. È dunque plausibile che almeno in parte lo zampino dell’avvocato romano nel decreto Biondi ci fosse davvero. Il dl, oltre a secretare l’avviso di garanzia, limitava fortemente la possibilità di disporre la custodia cautelare per tutte le fattispecie di reato connesse con tangentopoli, sostituendola con gli arresti domiciliari. Il governo interveniva così sugli anelli nevralgici delle inchieste che da oltre due anni terremotavano la politica italiana e lo faceva seguendo una strada semplice: procedere all’attuazione, almeno parziale, della Costituzione. L’arresto era infatti adoperato quasi alla luce del sole non per evitare il rischio di fuga o di inquinamento delle prove ma per costringere alla confessione e alla chiamata di correo. Senza quell’abuso della carcerazione preventiva le inchieste non sarebbero mai state in grado decollare. Nelle rare occasioni in cui l’arrestato tenne duro, come nel caso allora notissimo di Primo Greganti, ex Pci poi Pds, l’inchiesta si arenò. Era un azzardo, anche perché nel mirino di Mani pulite in quel momento c’erano proprio i rapporti tra Fininvest e la guardia di finanza. Biondi era dubbioso. Riteneva che fosse consigliabile procedere con una legge invece che con un decreto. Ma Berlusconi si sentiva fortissimo dopo aver vinto le elezioni politiche di marzo con una sorta di doppia coalizione, con la Lega al nord e con An al sud, e dopo essere balzato, nelle europee del 12 giugno, oltre il 30%. Insistette per il decreto. A botta calda la strategia della distrazione a mezzo Mondiali di calcio sembrò funzionare: non ci furono reazioni immediate al varo del decreto. Ma già il giorno dopo il pool si riunì e decise la contromossa, ad alto effetto scenico. Antonio Di Pietro, l’uomo di punta del pool e allora forse il più amato in assoluto dagli italiani, apparve in diretta tv. Intorno a lui l’intero pool: Gherado Colombo, Piercamillo Davigo, Francesco Greco. Di Pietro esordì con la voce rotta: “Scusate se sono un po’ emozionato”. Poi lesse un breve comunicato del pool: “L’odierno decreto non consente più di affrontare efficacemente i delitti sui quali abbiamo finora investigato. Quando la legge contrasta con i sentimenti di giustizia e di equità diventa molto difficile compiere il proprio dovere. Abbiamo pertanto informato il Procuratore della nostra determinazione di chiedere al più presto l’assegnazione ad altro e diverso incarico”. Poi, di fronte alle telecamere, i magistrati che da due anni e passa occupavano in pianta stabile le prime pagine dei giornali ed erano agli occhi di milioni di italiani veri e propri eroi, si abbracciarono commossi. Era un pronunciamento in piena regola ed era anche una mossa mediatica abilissima, che sfidava e metteva all’angolo Berlusconi, il grande comunicatore, sul suo stesso terreno. Il Cavaliere scoprì di aver sbagliato i conti. Il pool era troppo forte e troppo popolare per poter essere sfidato. I partiti alleati di Fi, Lega e An, avevano sempre appoggiato Mani pulite, avevano sventolato cappi nelle aule del Parlamento, dovevano buona parte dei loro consensi proprio agli strepiti contro la corruzione e i “politici ladri”. I loro elettori non avrebbero perdonato il voltafaccia. La stampa fece muro insieme ai Pm. In una concitata conferenza stampa Giovanna Pajetta, figlia di Giancarlo (icona del Pci), e cronista del manifesto arrivò a uno scontro senza precedenti col premier, che abbandonò a metà la conferenza, inseguìto dagli urli della giornalista, dopo averla definita “un’agit-prop”. Il colpo di grazia lo diedero le scarcerazioni. Grazie al decreto uscirono dal carcere il 16 luglio (tre giorni dopo il varo del decreto) 472 persone, destinate a superare quota 1100 due giorni dopo. Tra queste alcuni imputati eccellentissimi di tangentopoli incluso l’ex ministro della Sanità De Lorenzo, il più detestato di tutti dall’opinione pubblica. Berlusconi provò a difendere il decreto ma gli alleati presero le distanze. Il leghista Maroni, ministro degli Interni, disse di aver firmato solo perché ingannato da Berlusconi e Biondi: “Mi avevano garantito che non ci sarebbero state scarcerazioni”. Il premier reclamò scuse immediate. Biondi, ex pugile dilettante, propose a Bobo Maroni di risolvere la faccenda sul ring, nonostante la cospicua differenza d’età. Fini chiese al premier di ripensarci. Bossi fu più sintetico: “Se mette la fiducia se la vota da solo”. La borsa calò a picco. La stampa internazionale mitragliò. Una parte di Fi, guidata dal ministro per i Rapporti per il Parlamento Giuliano Ferrara, insisteva perché Berlusconi portasse lo scontro alle estreme conseguenze dimettendosi e affrontando nuove elezioni. Forse sarebbe stata la mossa giusta ma non era nel carattere del leader azzurro. Preferì la resa. Il 19 luglio la commissione Affari costituzionali della Camera negò al decreto i presupposti di costituzionalità, e la destra al governo votò contro se stessa: 29 voti contro 2 e 7 astenuti. La scena si ripeté due giorni dopo in aula: 418 voti contro il dl, 33 a favore, 41 astenuti. Il dl fu sepolto. Non fu solo la sconfitta del governo Berlusconi, che imboccò la china che lo avrebbe portato a cadere meno di 6 mesi più tardi. Fu la battaglia campale che sancì di fatto la possibilità per il potere giudiziario di decidere sulle leggi che riguardavano la giustizia. Tre anni dopo il solo tentativo serio mai fatto di riformare la Costituzione sbatté e fallì proprio per quel veto della magistratura. Il 21 luglio del 1994, con il decreto Biondi fu sepolta la separazione dei poteri e un pezzetto dello Stato di diritto. Fu riconosciuta la prevalenza del potere giudiziario sugli altri poteri e sulla società. Più di un quarto di secolo dopo è giunto il momento di chiudere questa fase buia della storia italiana? Riuscirà questa impresa a Marta Cartabia? Vedremo. David Romoli

Una risposta all'arroganza dei procuratori. Lo schiaffo dei Pm ai mandarini Salvi e Greco. Fabrizio Cicchitto su Il Riformista il 27 Luglio 2021. L’arroganza è sempre una cattiva consigliera, figurarsi nella gestione dei rapporti gerarchici tra magistrati. A maggior ragione se ad adottarla sono due figure apicali come il procuratore generale della Cassazione Salvi e il procuratore capo di Milano Greco. Esse si muovono in un contesto nel quale sono già avvenuti terremoti sia a livello di Anm e di Csm sia per ciò che riguarda Milano, che è nell’occhio del ciclone per una serie di questioni. Ma innanzitutto per una: siccome i pm De Pasquale e Spadaro hanno puntato tutte le loro energie per distruggere il gruppo dirigente dell’Eni, l’assoluzione, accompagnata da una durissima motivazione, già aveva rappresentato una sconfitta bruciante per la procura nel suo complesso con code processuali visto che De Pasquale e Sergio Spadaro sono sottoposti ad un procedimento presso la procura di Brescia. A monte di tutto ciò c’è il preteso caso Palamara, preteso perché esso coinvolge tutto il funzionamento interno della magistratura per ciò che riguarda l’assegnazione delle cariche. Palamara infatti era una ruota dell’ingranaggio e non si è inventato lui la permanente trattativa fra le correnti indipendentemente dai curricula e dai meriti. Se non che ad un certo punto Palamara, leader della corrente di centro, ha commesso l’errore di rovesciare le alleanze passando da una alleanza di centrosinistra ad una di centrodestra. Così è partito non un proiettile, ma un missile a più stadi, cioè il trojan. Attraverso le intercettazioni del trojan, è stato messo in piazza il sistema, appunto, non le malefatte di Palamara. A quel punto, per salvare la magistratura ed il suo prestigio, occorreva una sorta di Rivoluzione Culturale con l’azzeramento di tutto, con le dimissioni del Csm, del suo vicepresidente Ermini, con la messa in questione anche della nomina – peraltro derivata da una dimissione – del pg della Cassazione Salvi, perché tutto derivava non da Palamara, ma dal Sistema nel quale Palamara era uno dei dirigenti del traffico. Invece, con un misto di arroganza e cecità, si è pensato di mantenere in piedi l’impianto, operando un assassinio mirato (il medesimo Palamara appunto, addirittura espulso dalla magistratura) con qualche mezzo suicidio selezionato (dimissioni talora sollecitate dalle correnti di riferimento anche di soggetti poi risultati innocenti). Già l’operazione era asfittica di per sé, poi è avvenuta in un contesto nel quale la contestazione di questo sistema giustizia era crescente: bastava solo che qualcuno accendesse un cerino. Il libro di Palamara e Sallusti è stato questo cerino che ha dato fuoco alla prateria. Neppure questo segnale è bastato. Questo è il retroterra utile a spiegare ciò che è avvenuto in questi giorni: un caso di straordinaria arroganza, posto in essere dal Procuratore di Cassazione Salvi in stretta connessione con il Procuratore di Milano Greco. Per raggiungere l’obiettivo di radere al suolo il gruppo dirigente dell’Eni, due avvocati in rottura con quella azienda, cioè Amara e Armanna, risultavano per i pm molto utili. Il primo aveva addirittura fatto oblique affermazioni secondo le quali il dottore Tremolada che guidava il processo, un magistrato da tutti stimato, “era avvicinabile dalla difesa dell’Eni” (questa affermazione se raccolta poteva far saltare il processo), in secondo luogo i due pm Di Pasquale e Spadaro sono in giudizio a Brescia per non aver inserito negli atti del processo delle prove favorevoli alla difesa (come è noto il pm esercita la pubblica accusa non per i fatti propri ma a nome del popolo italiano e quindi deve raccogliere anche eventuali prove favorevoli agli accusati): è quello che ai tempi di Mani pulite fece il vice di Borrelli dottor Dambrosio, quando raccolse prove a favore di Greganti e quindi del PCI – PDS). In un contesto già di per sé così ambiguo ed inquietante, Amara ha riferito al pm Storari che egli faceva parte di una loggia segreta, la Hungaria, insieme a personalità di grande rilievo (e ha fatto i nomi di alcune di esse che manipolavano i processi e contribuivano a costruire carriere nella magistratura). Non è affatto detto che Amara abbia raccontato la verità, però quello che egli ha messo a verbale andava accertato seguendo il meccanismo classico: avvisi di garanzia, indagini, perquisizioni, intercettazioni, magari anche con il trojan. Se non che Storari ha verificato che il suo procuratore capo Greco non si muoveva e allora si è rivolto ad una personalità rilevante del Csm cioè Davigo per suonare un campanello d’allarme. Ieri Davigo ha fornito sul Corriere della Sera un imbarazzante resoconto di tutte le personalità da lui interpellate, fino a lambire la presidenza della Repubblica. Quello che è avvenuto dimostra due cose: la prima è che si sono inceppati alcuni meccanismi procedurali nel sistema. La seconda è che, come ha affermato Sabino Cassese, la magistratura non può esercitare i meccanismi disciplinari su se stessa, perché, anche per l’esistenza delle correnti, ciò può produrre incredibili disastri. Comunque, come se in questi mesi non fosse successo niente, come se il Sistema fosse solidissimo, il procuratore capo della Cassazione Salvi, anch’egli contestabile perché espresso proprio da quel Sistema, ha deciso di prendere la scimitarra e di tagliare la testa di Storari, del solo Storari, addirittura allontanato da Milano per ridare serenità a quella procura e privato per il futuro di poter esercitare ancora il ruolo di pubblico ministero. Parliamoci chiaro: l’obiettivo di questo attacco frontale del Procuratore Salvi nei confronti di Storari ha come retroterra filosofico un motto tipico degli anni Settanta: colpiscine uno per educarne cento. E si fonda sulla forza del principio di autorità, in questo caso sostenuto anche dal procuratore capo di Milano Greco. L’iniziativa dei due potentissimi procuratori avrebbe dovuto mettere in riga tutti. Ma Salvi e Greco non hanno fatto i conti con la situazione attuale: essi sono gli ultimi dei “mandarini” di un sistema in crisi dalle fondamenta. Così, invece di andare a baciare la pantofola dei due procuratori, c’è stata l’iniziativa di un documento eterodosso sostenuto da un Pm di grande prestigio come Alberto Nobili che ha ottenuto più di cento firme, fra cui 56 su 64 fra i componenti della Procura. Il documento è assai calibrato, ma colpisce al cuore, anzi ridicolizza, le esagitate esternazioni di Salvi nel punto cruciale: «La loro serenità non è turbata dalla permanenza del collega nell’esercizio delle sue funzioni presso la procura della Repubblica di Milano». Se qualcuno voleva risolvere con una operazione disciplinare il problema Storari, che non è più tale ma è quello della Procura di Milano, si è sbagliato di grosso. Che poi la sezione disciplinare di questo Csm delegittimato sia a sua volta in grado di affrontare a colpi di scimitarra una questione di questo spessore ci sembra del tutto impossibile. Passando dalla magistratura alla politica, è come se qualcuno pensasse di risolvere i tanti problemi politici che ha il Pd con la stessa metodologia autoritaria usata a suo tempo dal gruppo dirigente del Pci nei confronti del manifesto. Se Salvi pensa di trattare Storari come a suo tempo Longo, Amendola, Natta trattarono Pintor fa un errore colossale. La crisi è di sistema. Comunque bisogna dare atto si magistrati inquirenti di Milano di aver dato la prova di avere la schiena dritta. Il documento apre però problemi enormi per ciò che riguarda, al di là dell’episodio in oggetto, proprio il funzionamento della magistratura. Fabrizio Cicchitto

Da Borrelli alla debacle di Greco, gli ultimi 40 anni della procura di Milano tra scandali e misteri. Frank Cimini su Il Riformista il 6 Agosto 2021.  Alla vigilia, ma in realtà ci vorranno mesi, di quello che potrebbe essere un avvenimento epocale come l’arrivo del cosiddetto “papa straniero” a capo della procura di Milano vale la pena di ricordare cosa è accaduto negli ultimi quarant’anni e passa.

Nel 1977, quando chi scrive queste povere righe iniziò a frequentare il palazzo di giustizia come collaboratore abusivo e non pagato (diciamo per militanza) del manifesto, il capo dei pm era Mauro Gresti passato alla storia per aver dato, e non avrebbe dovuto farlo, l’ok per il passaporto al banchiere Roberto Calvi. Di Gresti si racconta pure che la moglie fosse solita rimproverarlo quando portava fuori il cane “perché per ammazzare te mi ammazzano anche lui”.

Il successore di Gresti fu Francesco Saverio Borrelli il santo procuratore della farsa di Mani pulite targato Magistratura democratica dalla quale però a un certo punto prese le distanze. Un giudice di quei tempi era solito etichettare Borrelli come “quello che fa proclami al popolo”. Borrelli al termine del mandato scese al terzo piano a fare il procuratore generale cioè il superiore gerarchico e il controllore dello stesso ufficio inquirente che aveva diretto per anni. Ma si tratta di “dettagli” di cui il Csm, che di solito fa cose anche peggiori, non si è mai voluto interessare.

Del resto anche Manlio Minale fece lo stesso percorso scendendo di piano senza che la cosa suscitasse attenzione. Minale quando aveva già fatto la domanda per diventare pm era il giudice che in corte d’Assise condannò Sofri. Avrebbe mai potuto smentire l’ufficio in cui stava per entrare?

Ma prima di Minale il capo era stato Gerardo D’Ambrosio, lo zio Gerry, colui che da giudice istruttore aveva cercato di salvare l’onore e l’immagine della questura ricorrendo al “malore attivo” dell’anarchico Pinelli. D’Ambrosio in Mani pulite salvava il Pci Pds spiegando che Primo Greganti aveva usato i soldi non per il partito ma per comprare una casa. Ma da Montedison Greganti aveva incassato 621 milioni di lire, esattamente la stessa cifra data agli emissari di Psi e Dc. Misteri di Mani pulite.

Dopo D’Ambrosio arrivò Edmondo Bruti Liberati uno dei fondatori di Md il quale, contrariamente a quelli che erano stati i valori e lo spirito originario della corrente, fece fino in fondo “il padrone” del quarto piano cacciando Robledo che voleva indagare su Expo, ma per salvare la patria dell’evento non si poteva.

Francesco Greco, suo ex delfino, ha continuato l’opera di Bruti incagliandosi alla fine nel caso Eni Nigeria.

Siamo alla storia di questi giorni. Greco era stato sempre “coperto” dal Csm. Ricordiamo che poco tempo prima di essere nominato procuratore aveva chiesto una serie di archiviazioni in procedimenti di tipo fiscale. Il gip a ragione gettava le richieste e a quel punto interveniva la procura generale della Repubblica avocando a sé i fascicoli.

In alcuni di questi casi si arrivava alla condanna attraverso il patteggiamento. Insomma veniva completamente ribaltato quello che Greco aveva prospettato. In casi del genere il Csm è chiamato ad andare a verificare. Non accadeva nulla.

Greco insieme al pg della Cassazione Salvi evidentemente pensava di risolvere la questione Eni-Amara facendo trasferire Storari. Stavolta non ha centrato l’obiettivo. Frank Cimini

La lettera di 150 toghe in difesa di Storari. Valanga sulla procura di Milano, dopo 30 anni sotto accusa il metodo Mani Pulite. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 27 Luglio 2021. Una valanga. È ormai una valanga quella che si sta abbattendo sulla Magistratopoli milanese, sul capo della procura Francesco Greco e il suo asse che pareva inattaccabile con il pg della Cassazione Giovanni Salvi e i vertici di Magistratura democratica, la corrente sindacale che sostenne trent’anni fa la roccaforte di Mani Pulite e i loro metodi che oggi sono sul banco degli imputati. Una piccola ricompensa per le tante vittime di quel sistema, e soprattutto per i 41 che proprio per quello si tolsero la vita. Una valanga che oggi porta le firme di 58 pm milanesi su 64, e poi gip e giudici di tribunale e corte d’appello, e l’intera procura di Busto Arsizio, fino a superare il numero di 150 toghe che, dietro le righe di una solidarietà al collega Paolo Storari che Salvi vuole cacciare da Milano e da qualunque procura, dicono “basta” alla Magistratopoli lombarda. Il pg della cassazione (e con lui il capo della procura di Milano) ritiene che i magistrati milanesi non siano sereni, se Storari rimane lì. Siamo molto sereni qui con lui, rispondono in coro i colleghi. Quasi dicendogli “stai sereno” tu. Non è importante stabilire se sia nato prima l’uovo o la gallina, per capire le ragioni di quel che sta succedendo. È stato il libro di Palamara e Sallusti a far rotolare il primo sassolino che diventerà valanga o è il caso Storari-Davigo con la maledizione del processo Eni a disvelare che ormai da tempo al quarto piano del Palazzo di giustizia di Milano si dice che “il re è nudo”? Nessuno pensava che un giovane sostituto fosse così importante, e probabilmente non lo è. Ma in tanti tra quelli più anziani negli uffici hanno la memoria lunga. E qualcuno sicuramente ricorderà le aspettative di chi avrebbe potuto diventare nel 2016 il capo della procura quando invece la scelta del Csm –quello in cui spopolava il sistema Palamara- era caduta su Francesco Greco, esponente di Magistratura democratica come gli altri candidati (a Milano finora è sempre andata così) ma soprattutto ex componente di quel gruppo che si arrogò il diritto di definirsi di Mani Pulite. Non è un caso che il leader dei giovani di procura che hanno steso il documento che, difendendo Storari, colpisce al cuore l’asse Salvi-Greco, si chiami Alberto Nobili e che sia, a quanto pare, il primo firmatario dello scritto di solidarietà al giovane pm che osò ribellarsi, pur con procedure sgrammaticate, al proprio capo. Chi ha la memoria più che lunga, addirittura lunghissima, tanto da saper andare, senza errori, fino all’indietro di trent’anni, potrà constatare che il Metodo, il Sistema, di certi procuratori, quello criticato con fermezza dal tribunale che ha assolto i vertici Eni nonostante la procura avesse esercitato pressioni di ogni tipo per arrivare alla condanna, non sono mai cambiati. Sono stati inventati allora e vengono messi in pratica ancora. Quando il procuratore Borrelli diceva come non fosse vero che loro tenevano le persone in carcere per farle confessare, ma che li scarceravano solo dopo che avevano parlato. Quando colui che allora era un semplice sostituto, Francesco Greco, al collega romano che era anche stato suo mentore Francesco Misiani che gli contestava la costante violazione della competenza territoriale, rispondeva come non fosse importante quale procura facesse le inchieste, ma “chi” potesse permettersi di farle. Cioè loro, gli alfieri con le Mani Pulite. Quel che è successo al processo Eni, e nei filoni complementari, ne è la plateale dimostrazione. Non è un caso che, proprio nei giorni scorsi, il procuratore Greco si sia rifiutato di consegnare ai colleghi bresciani una rogatoria fatta nel 2019 in Nigeria dalla collega e fedelissima Laura Pedio, che indagava insieme al collega Storari, su un filone parallelo rispetto al processo principale e che veniva chiamato del “falso complotto”. Anche senza entrare troppo nel merito, appare palese il fatto che la mentalità di allora si rispecchi nell’oggi: non è importante di chi è la competenza, ma “chi” è il predestinato a svolgere certe indagini. E Milano non dà le carte al procuratore di Brescia Francesco Prete, che è costretto a rivolgersi al governo. Così la procura di Milano, già all’attenzione del ministero (che ha mandato gli ispettori), del Csm (che sta ascoltando tutti, e proprio ieri Fabio Tremolada, che ha presieduto il processo Eni) e dei pubblici ministeri di Brescia (che indagano sia su Storari e Davigo per la diffusione di atti segreti, che su De Pasquale e Spadaro perché avrebbero nascosto al processo Eni importanti atti a discarico degli imputati) è decisamente sul banco degli imputati. Lo è per il metodo, e per l’arroganza. Come definire diversamente quel che è accaduto al processo Eni? Basta dare un’occhiata alle motivazioni della sentenza che ha assolto i vertici dell’azienda petrolifera per restare allibiti. Che i protagonisti dell’accusa si spendano per ottenere la condanna degli imputati è logico. Pur se si dovrebbe sempre ricordare che il pm è obbligato anche a portare in causa eventuali elementi a discarico. Se i due pm, come pare, non l’hanno fatto, nascondendo al processo una serie di prove che avrebbero dimostrato l’inattendibilità di un loro teste-accusatore, saranno sicuramente rinviati a giudizio dalla magistratura bresciana, competente a giudicare i colleghi milanesi. Ma il fatto più inquietante è un altro, anche perché ha una coda che riguarda personalmente il procuratore capo Greco e l’aggiunto Pedio. A un certo punto del dibattimento Eni, i pubblici ministeri avevano tentato di far entrare nel processo un verbale dell’avvocato Piero Amara (quello che aveva parlato della famosa “Loggia Ungheria”) in cui si metteva in dubbio l’integrità del presidente del tribunale Fabio Tremolada, definito come uno “avvicinabile”. Un tipo di testimonianza, soprattutto se resa da un personaggio discutibile come Amara, che in genere dovrebbe prendere la strada del cestino e essere trattato come carta straccia. Invece no. I due pm De Pasquale e Spadaro ci hanno provato, pur non potendo ignorare che un atto di quel tipo avrebbe potuto portare il presidente all’astensione e il blocco dell’intero processo. Ma la cosa ancora più grave è il fatto che il procuratore Francesco Greco e la fidata Laura Pedio inviarono quel pezzo di carta straccia alla procura di Brescia. A tutela del presidente Tremolada? Certamente. Quando mai ci si fanno gli sgambetti tra colleghi? Soprattutto quando un processo molto “politico” e molto mediatico sta andando male per la procura? Ora si vedrà se il Csm, se questo Csm che non ha avuto la forza di dare veri segnali di cambiamento dopo il “caso Palamara”, tenterà o meno di chiudere tutta la faccenda usando il pm Paolo Storari come capro espiatorio, come del resto ha chiesto il pg Giovanni Salvi, cacciandolo da Milano. Sarebbe un passo indietro, inaccettabile per la valanga delle firme che chiede il contrario. Ma se il procuratore della Cassazione, che forse ha a sua volta il problema di qualche cena di troppo e di qualche dichiarazione assolutoria nei confronti dei colleghi che si fanno raccomandare per fare carriera (ma non si chiama “traffico di influenze” se lo fa un politico?) da farsi perdonare, venisse sconfessato, dovrebbe dimettersi. E forse sarebbe ora di una svolta che rompesse anche la tradizione milanese quando a novembre Francesco Greco andrà in pensione.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura. 

Vittorio Sgarbi batte Piercamillo Davigo in Tribunale: "Suicidio Cagliari, è il suo metodo". Per il giudice si può dire. Libero Quotidiano il 12 maggio 2021. Non è un bel momento per Piercamillo Davigo: l'ex toga di Mani pulite è stato sconfitto da Vittorio Sgarbi in Tribunale, e già questa è una notizia. Il giudice di Bologna ha assolto il deputato e critico d'arte nella causa per diffamazione intentata da Davigo in merito a un articolo del 10 marzo 2017 sul sito web Quotidiano.net. Si tratta in realtà del primo "match", perché come spiega il Giornale l'ex pm di querele ne ha presentate 4, tutte relative ad altrettante versioni dello stesso articolo. Il tema è quello delle carcerazioni preventive, contro cui Sgarbi si batte fin dai tempi di Tangentopoli. Nello specifico, il suicidio di Gabriele Cagliari, allora presidente di Eni, avvenuto nel 1993 dopo 134 giorni passati a San Vittore. Un dramma, accusava Sgarbi, frutto del "metodo Davigo". "Prima di scrivere l'articolo - ha spiegato il critico - avevo visto, il giorno prima, la trasmissione su Rai3 Agorà nella quale Davigo affermava: 'Non ho mai riconosciuto alcun eccesso nell'uso della misura cautelare in Tangentopoli. Se abbiamo esagerato, è stato con le scarcerazioni'; e ancora 'Non ce ne doveva essere uno a piede libero perché questi erano vent'anni che facevano così'". Nel suo articolo Sgarbi parla di "disgustoso cinismo" e riprende le parole del gip di Mani Pulite, Italo Ghitti, secondo cui "il vero reato di quei magistrati è di corruzione di immagine". Davigo si ritiene estraneo alla vicenda (il sostituto procuratore era Fabio De Pasquale) ma Sgarbi rivendica: "Si è attribuito la paternità di quel metodo". Una critica "feroce e aspra", ma legittima secondo il Tribunale di Bologna.

Il "metodo Davigo" e il suicidio di Cagliari. Sgarbi assolto dopo la querela dell'ex pm. Manila Alfano il 12 Maggio 2021 su Il Giornale. Il tribunale di Bologna: critiche feroci e aspre ma legittime, non c'è reato. Sgarbi vs capre. Già il titolo della rubrica non prometteva niente di buono, eppure per il Tribunale di Bologna, quell'articolo scritto da Vittorio Sbarbi il 10 marzo 2017 sul sito web «Quotidiano.net» non conteneva niente di male: assolto dal reato di diffamazione contro Piercamillo Davigo, il «Dottor Sottile» di Mani Pulite, perché il fatto non sussiste. Si è chiuso ieri a favore di Sgarbi dunque il primo match innescato da una sequenza di quattro querele presentate dal magistrato relative ad altrettante versioni on line e cartacee dello stesso articolo. «Ieri il verdetto che mi ha dato ragione. Sono molto sollevato», ha raccontato soddisfatto Vittorio Sgarbi che ormai ha perso il conto di quante volte ha dovuto rispondere sul reato di diffamazione. In mezzo c'è ancora una volta il tema delle carcerazioni preventive, gli anni di Tangentopoli, l'ingegner Cagliari e il suicidio dopo 134 giorni passati in carcere a San Vittore; un metodo che ha creato dibattiti e fratture mai ricomposte, a distanza di oltre vent'anni. «Prima di scrivere l'articolo - ha spiegato Sgarbi - avevo visto, il giorno prima, la trasmissione su Rai3 Agorà nella quale Davigo affermava: Non ho mai riconosciuto alcun eccesso nell'uso della misura cautelare in Tangentopoli. Se abbiamo esagerato, è stato con le scarcerazioni; e ancora Non ce ne doveva essere uno a piede libero perché questi erano vent'anni che facevano così». Parole pesanti che diventano macigni se ad ascoltarli dall'altra parte c'è qualcuno come Sgarbi che quel metodo utilizzato dal pool di Milano lo ha sempre criticato. L'impulso è subito quello di scrivere, e lo fa il giorno dopo nella rubrica Sgarbi vs capre. Riprende le parole strazianti di Gabriele Cagliari dal carcere ai familiari prima di suicidarsi nel 1993, e scrive «Piercamillo Davigo ora, con disgustoso cinismo, si assume la responsabilità di quel crimine non riconoscendo eccessi nell'uso della misura cautelare, se non nelle scarcerazioni (sic!), Cagliari se lo erano dimenticato. Come mi disse, all'epoca, il gip di Mani Pulite, Italo Ghitti, il vero reato di quei magistrati è di corruzione di immagine». L'ex pm ormai in pensione non ci sta e querela, anche perché in quella storia lui non c'entra direttamente, (il sostituto procuratore era Fabio De Pasquale). «Eppure Davigo si è attribuito la paternità di quel metodo - risponde Sgarbi - io mi sono limitato a riprendere un fatto vero che il magistrato aveva asserito, cioè di non avere mai riconosciuto eccessi nell'impiego delle misure cautelari, se non nelle scarcerazioni. Perciò, ho replicato, in senso critico e motivatamente polemico che rilasciando tali dichiarazioni si era anche assunto la responsabilità per il suicidio dell'Ing Cagliari, ristretto in via cautelare negli anni di Tangentopoli». Insomma una legittima critica, alla Sgarbi appunto, «feroce ed aspra» ma per il Tribunale non c'è reato.

Filippo Facci, quello che è rimasto del pool di Mani Pulite: "Mancava solo Pierbirillo Davigo". Libero Quotidiano l'11 maggio 2021. In effetti mancava solo «Pierbirillo Davigo» (lo chiamavano così) per guardare con mestizia definitiva a ciò che un tempo era il mitico «pool» di Mani pulite, quello che a suo tempo demolì una Repubblica ma oggi ci costringe di continuo a revisionismi storico/giudiziari. A reggere lo scettro del duro e puro resisteva appunto Piercamillo Davigo, mentre Antonio Di Pietro è leggermente sputtanato e fa contadino, Gerardo D'Ambrosio è diventato senatore di sinistra e poi è morto, Francesco Saverio Borrelli è morto anche lui (pronunciando frasi inquietanti che vedremo) mentre Gherardo Colombo è andato in pensione dopo una trascurabile parentesi in Rai e da rassegnato educatore civico. Davigo come non vorrebbe essere ricordato? Non certo come uno che comunicava notizie riservate a un parlamentare dei Cinque Stelle in un sottoscala del Csm. Né come uno che ignorasse o violasse procedure, come l'hanno accusato d'aver fatto due suoi ex colleghi, non da soli. Come uno che dice di aver consegnato qualcosa a qualcuno, tipo il vicepresidente del Csm David Ermini, col vicepresidente Ermini poi a smentire tutto. Come uno la cui segretaria - proprio la sua, guarda caso - finisce indagata per aver passato materiale istruttorio a un giornale - guarda caso, un giornale molto amico- come Il Fatto Quotidiano. Già: ma per che cosa vorrebbe essere ricordato, uno come lui? Non possiamo saperlo. Non certo per esser stato cresciuto da una zia che si chiamava Benita e che è stata indicata come «rigida e autoritaria». Non certo per leggende, tipo una scritta da un collega del Messaggero, Fabrizio Rizzi, secondo la quale un Piercamillo 13enne alla stazione di Mortara «sfidò la morte e bloccò un treno sui binari». E forse neppure per certe frasi che ha pronunciato o per altre che non ha neppure pronunciato. Per molti resta quello che dopo il suicidio del parlamentare Sergio Moroni disse che «le conseguenze dei delitti devono ricadere su chi li ha commessi, non su chi li ha scoperti». Poi c'è tutta una serie di frasi tipo «gli innocenti sono tutti colpevoli non ancora scoperti», ma è tutta schiuma. Come lo è il suo aver detto «rivolteremo l'Italia come un calzino» anche se quella frase non in realtà non la disse mai: si limitò a riprendere una frase pronunciata da Giuliano Ferrara. Ma che l'avesse detta lui, per qualche ragione, continua a risultare credibile a tutti. Ne ha pronunciate altre di frasi, forse più emblematiche. La presunzione d'innocenza: «I politici che delinquono vanno mandati a casa senza il bisogno di attendere il giudizio definitivo». La corruzione: «Abbiamo preso le prede più lente e quelle più veloci l'hanno fatta franca». I magistrati scansafatiche: «Quelli italiani sono quelli che lavorano di più in Europa». I loro errori e negligenze: «Dipendono da carichi di lavoro che non hanno equivalenti negli altri Paesi». Per che cosa vuole essere ricordato? Il problema è la memoria, anzi «il vizio della memoria» titolava un libro di Gherardo Colombo. Ma il tormentato Colombo è il primo a sapere come funzionava Mani Pulite: c'era Di Pietro che martellava ma la situazione si è modificata nel corso del 1994 quando le collaborazioni - usiamo parole testuali di un altro parziale ex di Mani pulite, Francesco Greco - «diminuirono fino a cessare fu lo stesso Di Pietro a dire che non arrivava più acqua al suo mulino». E l'acqua, a dirla tutta, arrivava al mulino direttamente dal carcere. Era il carcere, irrogato o temuto, che stimolava le collaborazioni. Era il carcere, coi suoi effetti, che era venuto a mancare durante quel cambio di stagione. E che cosa ha detto Gherardo Colombo nel maggio dell'anno scorso? «Il carcere è da abolire. La prigione oggi è disumana e incoerente con la Costituzione, ed educa a ubbidire e non a ragionare». Quel gran signore Francesco Saverio Borrelli, ancora da lucidissimo, ebbe momenti di resipiscenza che molti hanno cercato di rimuovere. Nel 2011 disse pubblicamente: «Se fossi un uomo pubblico di qualche Paese asiatico, dove come in Giappone è costume chiedere scusa per i propri sbagli, vi chiederei scusa: scusa per il disastro seguito a Mani Pulite. Non valeva la pena di buttare all'aria il mondo precedente per cascare poi in quello attuale». Qualche anno prima aveva detto che alla fine di Mani pulite «apparve chiaro che il problema della corruzione non riguardava solo la politica, ma larghe fasce della società, insomma investiva gli alti livelli proprio in quanto partiva dal basso». Parole simili ad altre messe per iscritto da Piercamillo Davigo: «Le vicende che mi hanno più impressionato non sono state quelle delle grandi tangenti... Sono le piccole vicende a deprimermi. Mi sono capitati due o tre processi dove centinaia di persone hanno pagato per non fare il servizio militare. Eppure tutti i giovani venivano da buone famiglie che li finanziavano Questo la dice molto lunga sulla diffusione di certi comportamenti». Chiudiamola qui. È inutile raccontare il piano inclinato di Antonio Di Pietro: basta guardarlo, ha somatizzato tutto, la sua faccia non mente e non ha mai mentito. È rimasto il personaggio incespicante e tristanzuolo che ha lamentato «la desolazione dell'opinione pubblica che non crede più che possa cambiare qualcosa». Non grazie a Mani Pulite, almeno: che ha fatto piazza pulita di partiti, istituzioni, simboli, reputazioni, rispetto dei ruoli, soprattutto ha smembrato quel poco di tessuto civico che la nostra giovane democrazia aveva faticosamente ordito, e che il detersivo rivoluzionario ci ha restituito bianco e pulito come un cencio inservibile. E sul Pool di Mani pulite, sipario.

Tangentopoli e quelle leggi sbagliate che diedero vita allo strapotere delle toghe. Giuseppe Gargani, già sottosegretario alla Giustizia nella cosiddetta prima Repubblica, ha appena aggiornato e riproposto per Lastaria Edizioni il suo fortunato libro del 1998 “In nome dei Pubblici Ministeri. Dalla Costituente a Tangentopoli: storia di leggi sbagliate”.  Francesco Damato su Il Dubbio il 27 maggio 2021. Giuseppe Gargani, Peppino per gli amici, democristiano di origine controllata e mai davvero rassegnato alla fine della Dc, 86 anni da poco compiuti e meravigliosamente portati, dei quali 37 trascorsi da deputato fra la Camera e il Parlamento europeo, già sottosegretario alla Giustizia nella cosiddetta prima Repubblica, presidente di commissioni e commissario dell’Autorità di Garanzia nelle comunicazioni, purtroppo non quelle giudiziarie, di cui da garantista com’è sempre stato avrebbe fatto strage; Peppino, dicevo, ha appena aggiornato e riproposto per Lastaria Edizioni il suo fortunato libro del 1998  “In nome dei Pubblici Ministeri. Dalla Costituente a Tangentopoli: storia di leggi sbagliate”. Sbagliate dalle maggioranze di turno in Parlamento non sapendo l’abuso cui si potevano prestare per fare uscire l’amministrazione della Giustizia dai binari voluti dai costituenti. Temo tuttavia che qualcuno abbia giocato davvero sporco, legiferando male proprio perché avvenisse quello che è accaduto, cioè lo sconfinamento delle toghe e i danni inevitabili della loro autoreferenzialità o onnipotenza. Che si sta peraltro ritorcendo contro la stessa magistratura per il crescente discredito o – se preferite – per la decrescente credibilità e per un carrierismo che si è rivelato peggiore di ogni cattiva previsione. Giustamente Gargani ha riproposto già nella presentazione del suo libro – aggiornato con la prefazione di Mattia Feltri e con altri suoi interventi successivi al 1998, compresi alcuni articoli scritti per Il Dubbio – il fastidio avvertito nell’esplosione della cosiddetta Tangentopoli da “uno dei magistrati più intelligenti del pool di Milano”, Gherardo Colombo. Il quale si dolse del “ruolo politico di supplenza” assegnato alla magistratura con leggi malfatte, appunto, delegando “al magistrato la soluzione di questioni che non spettano alla giurisdizione” perché “politiche”. In una prateria così spianata le toghe più politicizzate, a volte persino inconsapevolmente, tanto erano convinte di avere una missione purificatrice da svolgere, hanno potuto produrre una situazione dalla quale temo che non si possa uscire con la speranza ancora nutrita da Gargani di “un’autocritica fatta dai partiti di opposizione e da una magistratura che vuole essere “indipendente” per una pacificazione nazionale, per un chiarimento necessario alla giurisdizione: questo sì capace – ha scritto l’autore – di far prevalere la questione morale su quella penale”. Temo che non verrà mai il momento considerato opportuno da tutte le parti in campo per procedere ad una riforma tanto condivisa quanto efficace. Se la politica non ritroverà il coraggio di riappropriarsi delle proprie competenze, con le buone o con le cattive, con nuove leggi o con l’abrogazione referendaria di quelle sbagliate, come sembra avere capito adesso anche la Lega di Matteo Salvini dopo avere partecipato con quel famoso cappio a Montecitorio all’ondata giustizialista e manettara dei primi anni Novanta, non se ne uscirà mai. E’ purtroppo accaduto proprio alla sinistra, anche a quella democristiana da cui proviene Gargani, di partecipare con sofferenza o di assistere con impotenza, come per una maledizione, alla degenerazione dei rapporti fra la magistratura e la politica. Ricordo il compianto Giovanni Galloni, amico e collega di partito e corrente di Gargani, alla vice presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura mentre a Milano si faceva uso assai disinvolto, per esempio, delle manette sino a provocare suicidi, che venivano cinicamente liquidati come incidenti di percorso o, peggio ancora, come ammissioni finalmente di colpe. Proprio contro quel fenomeno che grida ancora vendetta Gargani si mosse come presidente della Commissione Giustizia della Camera per rimediarvi con norme condivise “anche da parte del Pci”, come ha ricordato. Ma non si riuscì a concludere nulla perché -ricordo ancora fisicamente il malumore in Transatlantico del compianto deputato del Pds-ex Pci Giovanni Correnti- il capogruppo Massimo D’Alema non trovò quello il momento opportuno per intervenire, vista evidentemente la popolarità delle manette. Con sarcasmo di stile manzoniano Gargani ha scritto che “abbiamo dovuto subire l’epidemia del coronavirus per ottenere un richiamo formale del Procuratore generale presso la Cassazione ai magistrati ad applicare la legge, e cioè arrestare solo se necessario”. Il Covid insomma è arrivato con una trentina d’anni di ritardo: un’osservazione tanto paradossale quanto tragica, al pari della speranza che possano essere almeno i cosiddetti vincoli derivanti dall’integrazione europea a quella riforma della giustizia che da soli non siamo riusciti a realizzare: una prospettiva che non a caso ha indotto il giustizialismo politico e mediatico italiano a collocarsi in questi giorni su posizioni di vecchio e svillaneggiato sovranismo.

LA PARABOLA DEI “SANTI INQUISITORI”: DA EROI DI MANI PULITE A TUTTI CONTRO TUTTI. GHERARDO COLOMBO - ANTONIO DI PIETRO - PIERCAMILLO DAVIGO. DAGONOTA il 10 maggio 2021. Il Puffo della Lomellina che voleva rivoltare l’Italia come un calzino, è finito nelle maglie (bucherellate) della giustizia. Anche se Piercamillo Davigo ha sempre negato di aver proferito quella frase che transita ancora su web, ma resta ormai solo una (tragica) boutade dei tempi (drammatici) di Mani pulite: “Non esistono innocenti; esistono solo colpevoli non ancora scoperti”. L’ultimo dei mohicani di quel pool che aveva fatto sognare gli italiani nell’anno della “rivoluzione italiana”. Con l’annunciato arrivo della seconda Repubblica. Mai nata e senza alcun fondamento istituzionale nonostante continui a impregnare – grazie soprattutto all’uso indiscriminato dei media -, la nostra vita politico-istituzionale. In realtà, secondo i politologi Nadia Urbinati e David Ragazzoni, si tratta di “una imago sine re, un guscio vuoto (…) una giustificazione ideologica per intervenire nel modello istituzionale…”. Una “macchina” trasversale a tutte le forze politiche, manovrata dai giornaloni dei poteri marci posseduti ai tempi dalla premiata ditta Agnelli&De Benedetti che aveva il monopolio dell’informazione su carta. I due quotidiani-corazzata, allora diretti da Eugenio Scalfari (“la Repubblica”) e da Paolino Mieli (prima “La Stampa” poi il “Corriere della Sera”) il cui declino di copie vendute collima con la rivoluzione (mancata) e l’attacco indiscriminato alla Casta (ovviamente spregevole). Esclusi ovviamente i cosiddetti poteri vili: magistrati e giornalisti. Entrambi mai pentiti della balla giornalistica più rozza dell’ultimo mezzo secolo. Con l’Avvocato e l’Ingegnere (in scia si mise pure Berlusconi con le sue tv d’assalto) che truccavano i conti delle loro aziende e speravano di farla franca nei tribunali in quanto concussi dai tangentari e non parteci della corruzione (miliardaria), come ben presto fu dimostrato in alcune aule di tribunale lontane da quel palazzaccio di Milano assurto a simbolo di Mani pulite. Cesare Romiti fu inquisito (e condannato) a Torino; Carlo De Benedetti fermato e rilasciato a Roma. Nella prima fase di Tangentopoli, però, nessun proprietario di giornali fu sfiorato dal grande ripulisti manettaro. Senza il consenso dei media – un consenso senza se e senza ma, l’operazione Mani pulite non avrebbe avuto la sua vergognosa spettacolarizzazione da circo Barnum con gli imputati fatti sfilare ammanettati (caso Enzo Carra) e messi alla berlina anche dentro le aule del tribunale. E poi i politologi à la carte continuano a domandarsi dove nasce un certo populismo. “Ma non è Tangentopoli a creare il falso in bilancio, sono i bilanci falsi a creare Tangentopoli”, aveva aggiustato il tiro nel 1996 il professor Guido Rossi facendo strame dell’azione storta di bonifica intrapresa nel paese dal pool guidato da Saverio Borrelli. Per aggiungere: “L’urgenza non è tanto uscire da Tangentopoli, l’Italia deve prima uscire da una situazione in cui truccare i bilanci è un costume diffuso. La mancanza di trasparenza nel sistema economico – concludeva – è ancora più grave, per i danni che arreca al paese, della corruzione politica”. Il teorema romitiano (non soltanto il suo) delle grandi imprese vittime della concussione crollò in una procura (Torino) mentre a Milano la Fiat trattava sotto banco con il pool di mani pulite per avere un lasciapassare che salvasse gli interessi dell’azienda e al fine di evitare l’arresto dei suoi massimi dirigenti (compreso il suo). Romiti andò a cercare conforto anche presso il cardinale Martini e al cappellano di San Vittore dov’era rinchiuso il manager della Cogefar, Enzo Papi, pronto a confessare le tangenti del gruppo dopo una lunga carcerazione preventiva. E nelle stanze culturali del “Corriere della Sera”, diretto dallo storico (senza storia) Mieli, fu redatto un suo memoriale-pentimento (due paginoni) che gli consentì di lasciare la prigione. “Ho moltissima stima del dottor Di Pietro e gli auguro di procedere fino alla fine con la sua decisione con cui ha cominciato la sua opera”, dichiarava l’Avvocato nella primavera del 1992 “scudato” dalle procure con la sua nomina a senatore a vita ricevuta (per grazia ricevuta) nel 1991 da Francesco Cossiga, che già allora aveva intuito quel devastante ciclone giudiziario. E al ristorante milanese “Savini”, Cesare Romiti apparecchiava una colazione con l’intero establishment economico-finanziario con il capo del pool, Saverio Borrelli, convitato d’onore. ‘’Sembrava un generale che passa in rassegna le truppe, salutò tutti con un cenno di capo e con un militaresco colpo di tacco”, ha ricordato l’ex vice direttore del “Corriere”, Giulio Anselmi a Marco Damilano in “Eutanasia di un potere” (Laterza). La “spallata” dei poteri marci ai partiti aveva avuto un prologo nel 1991 (referendum Segni in primis), ma questa è una storia ancora tutta da raccontare senza evocare golpe giudiziari o trame internazionali. A trent’anni da Mani pulite ancora non s’è sciolto il nodo su quella slavina (primo obiettivo abbattere Bettino Craxi) che dopo averla promossa finì per travolgerli. E senza nemmeno estirpare la malapianta della corruzione, che, a sentire il professor Guido Rossi, aveva radici profonde nei loro bilanci taroccati. La stessa magistratura di Milano, incoraggiata a svolgere il lavoro sporco con il concorso codino dei media, dopo aver fallito l’operazione di bonifica è finita anch’essa - dopo gli applausi -, nel pozzo nero del discredito (o della vergogna). Nelle procure, nel Csm e nell’associazione magistrati (Anm) i membri togati da anni si scannano al loro interno come i vecchi partiti correntizi a suo tempo decapitati dalla mannaia giustizialista. A narrarlo sono oggi le tragicomiche vicende della coppia di togati Palamara & Davigo. Già, il Puffo della Lomellina coccolato dai grillini. All’inizio della sua carriera aveva preso per buona la favoletta degli imprenditori (buoni) concussi dai tangentari (cattivi), adesso è costretto a sedersi, sia pure da pensionato accidioso, dall’altra parte della barricata. Cioè tra i sospettati dai suoi ex colleghi di aver diffuso carte secretate sull’avvocato Piero Amara. Lui il Javier della bassa nella parte del Corvo che farebbe uscire anche ai giornali considerati amici (il Fatto e la Repubblica) - grazie alla manina della sua segretaria, Marcella Contrafatto, (nomen omen?) -, il dossier che il procuratore capo Greco, da amico trasformato in nemico, avrebbe lasciato a bagnomaria nei suoi forzieri. Tutto, ovviamente, è ancora da provare. Un incartamento riservato (e avvelenato), che puzza tanto di vendetta proprio nei confronti di Greco e con l’unico scopo di alzare un polverone su quel che resta del pool una volta.  Il più amato dagli italiani come recitava lo slogan di una cucina. Insomma, una sorta di muoia Sansone con tutti i filistei gridato da Davigo, l’ultimo dei mohicani del pool. Proprio lui, il grande inquisitore che col suo decalogo giustizialista sciorinato in tv negli anni ha voluto compilare, dissimulandosi in una sorta di Daniel Defoe alle anguille, il suo personale Inno alla Gogna. Ma quella lirica lo scrittore inglese la stese dopo aver ricevuto una ingiusta condanna dal tribunale per aver scritto un “sedizioso pamphlet”. E non amministrando giustizia in quella tonnara giudiziaria guidata da Saverio Borrelli - e garantita pure dal Quirinale di Scalfaro -, in cui si contano 4.526 persone arrestate prima del giudizio, 25.400 avvisi di garanzia, oltre mille tra parlamentari, consiglieri e politici coinvolti in Mani pulite e decapitati ben prima di un processo degno. Senza lasciare nell’oblio i suicidi eccellenti di Moroni, Gardini e Cagliari. “I suicidi? Ho imparato che le sue conseguenze, come per i delitti, ricadono su quelli che li commettono non su quelli che li scoprono”, ha tagliato corto più o meno così, Davigo in una delle sue ultime comparsate televisive. Piercamillo Davigo, i cui meriti passati non vengono negati al di là degli eccessi procedurali, sembra uscito dalle pagine del mistery di Durrenmatt “La promessa”. Qui il protagonista, il commissario Matthai, gelido e inflessibile, “crede nell’innocenza di un colpevole e cerca un assassino che non può esistere”. È la storia di una ossessione che si conclude con l’Amara (Piero) considerazione finale dell’autore che “niente è più crudele di un genio che inciampa in qualcosa di idiota”. E tale appare la “pratica” sospetta che rivela l’esistenza pure di una fantomatica Loggia Ungheria. Dopo la P2, P3 e P4 non potevamo privarci della setta magiara! “Punire senza legge, senza verità, senza colpa”, è il sottotitolo di un volumetto scritto a tesi dal giurista Filippo Sgubbi (“Il diritto penale”, il Mulino) in cui l’autore mette sott’accusa, in pratica, l’intera architettura dell’operato del pool milanese (carcerazione per far confessare gli accusati), pur meritevoli di aver scoperchiato il vaso di Pandora della corruzione dilagante da anni e sotto i loro occhi: “I giudici sono chiamati a decidere (…) senza una verità oggettiva e sicura (…) Ma l’incuranza per la verità e la mancanza di criteri oggettivi sui cui fondare  le decisioni accentua  i conflitti e la rinuncia alla verità trasforma la decisione in una questione di mero potere”. E cosa ci raccontano le ultime vicende che toccano anche i piani alti dell’istituzione giudiziaria (leggi Csm, Anm e il capo dello Stato Mattarella) con protagonisti gli attori maldestri di una commedia all’italiana dal titolo “La parabola dei Santi Inquisitori” con protagonisti “Bud” Palamara e “Danny” Davigo? Del resto i miti, osservò Albert Camus, sono fatti e resistono solo se l’immaginazione li anima.  Per dirla con le parole del politologo Otto Kirchheimer: “la giustizia politica è la forma che la politica assume nei momenti di passaggio (…) E, comunque, anche chi vince non può sfuggire a certi limiti (…) deve procurarsi sempre, attraverso la legalità, una legittimazione”. Quel riconoscimento che oggi non può essergli (ri)accordato senza che non rinunci al potere (o alla supplenza) che ha conquistato nell’ultimo trentennio. Tocca allora ai partiti e al premier Draghi rioccupare un ruolo di garanzia tra i due poteri autonomi. In cui il primo, il diritto penale “totale”, come osserva ancora il giurista Filippo Sgubbi, è spesso “invocato in ogni situazione come intervento salvifico e, soprattutto, quale preteso rimedio - politicamente e mediaticamente remunerativo - a vari mali sociali”. Giusto, come chiede il presidente Mattarella, di fare piena luce sugli anni di piombo, ma anche sulla stagione di Mani pulite che ha decapitato il sistema dei partiti andrebbe acceso un lumino per rivisitare un periodo che, abusivamente, avrebbe segnato addirittura la fine della prima Repubblica”.   

Ascesa e caduta di un mito. Tangentopoli, storia di come è andata veramente l’inchiesta Mani Pulite. Tiziana Maiolo su Il Riformista l'11 Maggio 2021. Hanno fatto il bello e il cattivo tempo per trent’anni, sono stati gli eroi, gli intoccabili, i padroni della vita degli italiani. Ma siamo così sicuri che coloro che ebbero la vanità e la presunzione di definire se stessi come quelli con le “Mani Pulite” fossero così geniali, così professionalmente capaci da meritare rispetto e ammirazione da gran parte dell’opinione pubblica oltre alla totale subalternità servile dei politici, degli imprenditori e dei giornalisti? Il dubbio si fonda prima di tutto su quel che sta succedendo da un po’ di tempo a questa parte. Da quando uno di quelli con le mani pulite, Piercamillo Davigo, ha prima ingaggiato una furibonda battaglia per rimanere nelle stanze del Consiglio superiore della magistratura mentre era già in pensione. Pretesa stravagante, per noi ignoranti, ma anche per qualche tribunale, che ha addirittura rimproverato all’ex magistrato di aver sbagliato la buca delle lettere dove depositare il proprio ricorso. Ma come, ci siamo domandati noi che non sappiamo di pandette, ma questo non era il “Dottor sottile”, il più intelligente di quelli di Mani Pulite? Il secondo dubbio è arrivato nei giorni scorsi, quando ancora Davigo ha cercato di convincerci come fosse normale e ovvio ricevere da un ex collega carte di indagine secretate e poi trattenerle e parlarne con una serie di persone, tra cui anche con i vertici del Csm ma sempre e solo in via informale. E infine non sapere di come e perché quelle carte (o file) siano volate verso le redazioni di due quotidiani e anche le mani del consigliere Di Matteo forse per colpa della sua segretaria. È successo poi che gli stessi vertici del Csm e poi tutti i magistrati e i giuristi dell’orbe terraquaeo hanno detto che lui ha sbagliato. E questo è stupefacente, perché stiamo parlando del Dottor Sottile. Dobbiamo quindi dedurre che quell’altro suo soprannome “Piercavillo” gli fosse stato attribuito più per quelle astuzie da azzeccagarbugli che lui ha sempre attribuito agli odiati avvocati, che non per la sua genialità negli studi giuridici? Ecco perché, mentre in tanti (comprendendo anche alcuni vigliacchi ex laudatores) stanno ritoccando al ribasso l’immagine dell’ormai ex Dottor Sottile, le nostre menti spaziose sono state attraversate dall’atroce dubbio: e se gli altri delle Mani Pulite, quelli che non erano sottili, fossero qualche gradino sotto rispetto a Davigo? E se per trent’anni fossero stati ammirati e venerati dei semplici quaquaraquà? Sulla professionalità in realtà gli uomini di Mani Pulite una brutta figura l’avevano già fatta in quel luglio del 1994, quando si erano presentati in tv un po’ discinti e con la barba lunga a dire con chiarezza di non poter proseguire le indagini sui reati di tangentopoli se si impediva loro di arrestare gli indagati. Erano i giorni successivi al famoso Decreto Biondi del primo governo Berlusconi, che divideva in tre parti il trattamento cui sottoporre l’indagato nell’attesa del processo, stabilendo, a seconda della gravità del reato, la custodia cautelare in carcere o ai domiciliari, ovvero la libertà. Sulla base di questa nuova norma in quei giorni erano state scarcerate 2.750 persone in attesa di giudizio, 43 delle quali detenute per reati contro la pubblica amministrazione. Quelli di tangentopoli, insomma. Ma erano quelli che interessavano gli Uomini del Pool. E non solo loro. L’esercito dei laudatores della comunicazione, soprattutto televisiva -non c’erano ancora i social- fece il lavoro più sporco che si sia mai visto. Artistiche immagini in bianco e nero, da una parte Di Pietro che legge il foglietto delle dimissioni collettive con voce tremante, insieme a Davigo, Colombo e Greco, dall’altra l’uscita da San Vittore dell’ex ministro De Lorenzo, uno dei più odiati perché sospettato (ingiustamente) di aver lucrato sui farmaci. Inutile ricordare che dopo il putiferio suscitato, in un clima furibondamente pre-grillino, da quelle immagini, il decreto fu ritirato. Ma anche che, coloro che dichiaravano di non poter svolgere indagini senza manette, di quei 2750 scarcerati ne riportarono dentro non più del dieci per cento, e quasi nessuno degli indagati per reati di tangentopoli. Se l’esame per entrare in magistratura non premiasse i secchioni più che i capaci, al gruppone guidato dal procuratore capo Borrelli e dal suo vice D’Ambrosio dovremmo dare un bel quattro in professionalità anche solo per quell’episodio del 1994. Potremmo forse avvicinare alla sufficienza il solo Di Pietro. Intanto perché alla fine fu proprio lui, che era il proletario in un gruppo di professorini, a essere scaricato per primo proprio da Borrelli (il più aristocratico, cavalli e musica classica), quando gli fu pubblicamente attribuita quella battutaccia che stava a significare la sua volontà di “sfasciare” Silvio Berlusconi. Ma soprattutto perché, da ex (ex?) poliziotto, ha interpretato il ruolo del pm un po’ all’americana, una specie di detective Bosch di Michael Connelly in toga. Anche se negli interrogatori non dava schiaffoni ma offriva Moncherie, ogni tanto congiungeva in alto i polsi a indicare il rischio manette per gli afasici, i sordomuti, quelli che non confessavano, insomma. Un piccolo encomio a parte possiamo concedere a Di Pietro anche in quanto fu l’unico a mostrare un po’ di commozione dopo i suicidi di Raul Gardini e Gabriele Cagliari. Ma della foto di famiglia di quelli con le Mani Pulite ha fatto parte a pieno titolo. Immagini plastiche, discorsi inequivocabili, mentre il suo capo Borrelli, a proposito dell’uso della custodia cautelare, in modo educato affermava: non è che noi li arrestiamo per farli parlare, semplicemente non li scarceriamo finché non parlano. Così, una volta bocciati sulla professionalità, cerchiamo di vedere se possiamo promuovere qualche Mano Pulita per la cultura così come si è manifestata con le dichiarazioni, con la comunicazione. Saverio Borrelli viene ricordato per altri due concetti. Tutti e due rimandano all’odiato Berlusconi, cui lui stesso aveva inviato un vero avvertimento preventivo (chi ha scheletri nell’armadio non si candidi) e poi una convocazione del presidente del consiglio a mezzo Corriere a nove colonne per un reato che in seguito sarà archiviato. Di lui restano famosi il suo “resistere resistere” e poi il rammarico di aver tanto combattuto gli uomini della prima repubblica per poi piombare nel “disastro” della seconda, quella di Berlusconi. Un concetto erroneamente interpretato come autocritica, anche di recente, ma che autocritica non fu. Fu discorso da capo politico sconfitto elettoralmente. Fu ammissione di colpa. Scarsa professionalità, anche in questo. Non fu da meno il vice di Borrelli, Gerardo D’Ambrosio, non tanto e non solo perché, dopo aver bloccato la giovane pm Tiziana Parenti per le indagini sul Pds, finì poi in Parlamento proprio con quel partito. Non tanto e non solo, appunto. Ma anche perché, usando argomenti e ricostruzioni rocambolesche di viaggi Roma-Milano in tempi che avrebbero dato la birra a Nuvolari, si esibì nel salvataggio di Primo Greganti adducendo la propria bravura nel trovare, come invano (visto che nessun pm applica questa norma) prescrive il codice, anche le prove a favore dell’indagato. Strumentale politicamente, proprio come quando inneggiava all’immagine di Di Pietro, contadino perfetto con quella mamma con il fazzoletto nero sulla testa. Anche lui bocciato. Se vogliamo escludere la cucciolata dei più giovani o di quelli che sono venuti dopo e hanno comunque respirato l’aria e il profumo di Mani Pulite, di quella foto in bianco e nero dell’album di famiglia restano Gherardo Colombo e Francesco Greco. Del primo c’è solo da dire che, da uomo delle due Chiese, quella cattolica e quella comunista, è stato uno dei più feroci sostenitori dell’uso del carcere preventivo ai tempi di tangentopoli. Ma stiano un po’ in galera, quelli lì, diceva, quasi come se avesse un problema di rivendicazione di classe, lui di ottima famiglia, nei confronti dei politici borghesi. Con altrettanta convinzione –e non possiamo che rallegrarcene- Colombo è oggi uno dei più fervidi sostenitori della totale inutilità del carcere. Non solo della custodia cautelare, ma proprio della detenzione. Non gli si conoscono dichiarazioni di autocritica sul suo periodo di Mani Pulite, ma noi non siamo gente da autodafé, e ci basta e avanza il fatto che lui abbia capito. Francesco Greco, infine, è quello che ha fatto carriera, diventando il numero uno della procura milanese. E pensare che si diceva fosse il più pigro. Le cose peggiori, e le più tristi, su di lui, le ha scritte il suo ex maestro e amico Ciccio Misiani nel libro con Carlo Bonini Toga rossa. Possiamo ricordarne una, la meno personale. Di fronte alla sacrosanta lamentela del magistrato romano sul fatto che i milanesi, quelli delle mani pulite, scippassero i procedimenti alle altre città e a Roma in particolare, Greco aveva risposto che il problema non era a chi spettasse la competenza territoriale secondo le regole, ma chi era in grado di fare quei processi. Alludeva al consenso popolare, ovviamente. Chi, e in quale modo, possiamo aggiungere. E possiamo citare, per fare un esempio non solo di competenza territoriale scippata, ma anche di ingiusta detenzione di innocenti, i casi di Clelio Darida e di Franco Nobili, un ex ministro di giustizia e un ex presidente dell’Iri. Sbattuti in galera e poi assolti, quando finalmente l’inchiesta finì nell’alveo naturale della competenza per territorio. Erano bravi? Erano professionali? O solo fortunati perché i politici e gli imprenditori (soprattutto quelli proprietari di giornali) erano terrorizzati dal loro uso delle manette?

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Quel giorno tutto cominciò, anzi finì. Da Mario Chiesa alle assoluzioni e ai 45 suicidi: Mani pulite e la scomparsa dei partiti. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 18 Febbraio 2020. Quella sera a Milano. “Hanno arrestato Mario Chiesa”. “E chi è?”. E’ il 17 febbraio del 1992, il consiglio comunale è riunito – da un mese è caduta la giunta “rossa” e gli eredi del Pci non torneranno più a Palazzo Marino fino al 2011 – e la tensione è molto alta perché il Tar ha annullato 400 nomine sia di municipalizzate che di società per azioni quali Sea (aeroporti), Mm (metropolitane) e Sogemi (mercati generali). La situazione è paradossale perché il ricorso al Tar era stato presentato dai democristiani quando erano all’opposizione e oggi sono in imbarazzo per aver innescato una slavina che danneggia la giunta di cui loro ormai fanno parte. Mentre la sinistra del Pci-Pds che era stata compartecipe di quelle nomine è agitata perché non vorrebbe perderle. Quattrocento “clientes” disoccupati all’improvviso sarebbero una bella pugnalata. Per questo quella sera a Milano il clima politico era caldo, quando d’improvviso qualcuno lanciò la bomba in mezzo al consiglio comunale. Toccò a un uomo dell’opposizione, Tomaso Staiti di Cuddia, parlamentare del Msi, chiedere la parola sull’ordine dei lavori e dire a voce alta quel che si stava già bisbigliando tra i banchi e nei capannelli dei corridoi intorno all’aula: era vero che era stato arrestato Mario Chiesa, beccato con una mazzetta di sette milioni di lire che aveva tentato di buttare nel cesso? Il neo-sindaco di Milano Piero Borghini, moderato ex vice direttore dell’Unità, voluto personalmente da Craxi alla guida della città al posto di Paolo Pillitteri, ebbe un moto di orgoglio. Proprio come Aldo Moro quando in Parlamento aveva detto “non permetterò che si processi la DC né qui né nelle piazze”, liquidò la domanda con un “Non sono a conoscenza di nessuna notizia che riguardi il dottor Chiesa né permetterò processi senza imputati né imputazioni”. Prese allora la parola un preoccupatissimo Carlo Smuraglia, consigliere del Pci-Pds e famoso avvocato che pochi mesi dopo siederà in Senato per tre legislature: “Nessun processo – disse – ma la cosa ci riguarda da vicino. Chiesa è stato nominato da noi alla guida di un ente comunale, il Pio Alberto Trivulzio”. Nel parlamentino milanese per tutta la sera le facce rimasero corrusche. E che facce, in quello che fu l’ultimo consiglio comunale della prima repubblica! C’erano due ministri, il dc Virginio Rognoni, titolare della Difesa e il liberale Egidio Sterpa, ministro dei rapporti con il Parlamento. Poi c’era il dc Andrea Borruso, sottosegretario agli esteri, il repubblicano Antonio Del Pennino, capogruppo del suo partito alla Camera dei deputati. Il Pci-Pds aveva messo in campo il deputato Franco Bassanini, Barbara Pollastrini e Chicco Testa, futuro presidente dell’Enel. Il drappello della Lega, che cominciava a farsi sentire come movimento anti-sistema, era guidato da Umberto Bossi. E c’ero anch’io, unica rappresentante antiproibizionista del Partito radicale. Ero all’opposizione sia della giunta di sinistra che di quella moderata e non conoscevo Mario Chiesa. Ma gli altri sì, lo conoscevano bene. Sedeva in quell’aula una classe politica di tutto rispetto, che nel giro di pochi giorni fu resa debolissima perché a Milano, come nel resto del Paese, erano ormai altri i Poteri che contavano. Il capoluogo lombardo è una città piccola, anche per estensione. Niente a che vedere con le grandi capitali del mondo e con la stessa Roma, che ha anche il triplo dei suoi abitanti. Ma mai come in quei giorni fu importante il perimetro che congiungeva nel centro di Milano il Palazzo di Giustizia con la sede di Assolombarda e quella dell’Arcivescovado. E i palazzi dei grandi giornali. E il carcere di San Vittore. Palazzo Marino era nella penombra di piazza della Scala, a poche centinaia di metri dai luoghi del potere e mai come allora da questi lontano. L’Arcivescovado parlò idealmente quella sera con le parole di un giovane consigliere comunale dell’Aziona cattolica, Giovanni Colombo, considerato vicino al cardinal Martini, arcivescovo di Milano, che si scontrò con il sottosegretario Borruso, esponente di Comunione e Liberazione e prendendo le distanze dal proprio partito disse: “Io vi propongo oggi l’onestà come valore politico”. E si capì bene chi fosse stato il suo ispiratore quando qualche tempo dopo, a un convegno organizzato dall’Anm, il sindacato dei magistrati, lo stesso cardinal Martini, sommerso dagli applausi, disse che “ce n’era bisogno e bisognava fare pulizia”. La sentenza morale era arrivata prima di quella dei tribunali. Era tramontato in quei giorni il partito unico dei cattolici. A poche centinaia di metri da Palazzo Marino e dall’Arcivescovado svetta il Palazzo di giustizia costruito nel ventennio fascista dall’architetto Piacentini. Poco più in là, in via Pantano, c’è la sede di Assolombarda, l’associazione degli imprenditori della regione “locomotiva d’Italia”. Nei corridoi del tribunale succedono cose strane, in quei giorni. Il procuratore capo della repubblica Francesco Saverio Borrelli pare favorevole ad accettare un patteggiamento di Mario Chiesa con confessione per la tangente e venti mesi di carcere. Anche perché è da poco entrato in vigore il nuovo codice di procedura penale che favorisce i riti alternativi. Non la pensa così il giovane sostituto Antonio Di Pietro, che da bravo ex poliziotto preferisce l’inquisizione e le tecniche poliziesche di interrogatorio e, a quanto pare, ha qualche carta nascosta che potrebbe portarlo alla caccia grossa. Di Pietro riesce a stoppare Borrelli, fa parlare Chiesa e lo libera dopo 45 giorni, alla vigilia delle elezioni politiche, le ultime della prima repubblica. Quel giorno chi doveva capire, capì. Capirono subito gli imprenditori. Soprattutto dopo la retata del 21 aprile, quando l’arresto dei primi otto di loro si trasformerà in una slavina. Gli otto capirono al volo, nominarono i difensori giusti (i famosi “accompagnatori”) e dissero di esser stati obbligati dalla politica a pagare. Erano concussi, non corruttori. Ringraziavano Di Pietro, che arrestava e scarcerava con un turnover vorticoso, ma molti di loro poi furono costretti a tirar giù le serrande delle loro aziende. Non si salvarono i Torno e i Lodigiani, mentre ne uscivano con il vento in poppa i Romiti e i De Benedetti, con i loro solidi studi legali. Un bel memoriale, qualche mezza verità e un bell’accordo stipulato negli uffici della procura della repubblica. Quel che non fu consentito a Raul Gardini. E i loro giornali si inchinarono. Nacquero i pool dei giornalisti (quelli che tempo dopo brindavano in sala stampa per la prima informazione di garanzia nei confronti di Bettino Craxi) e gli accordi tra i direttori dei principali quotidiani per sostenere la lotta del Bene contro il Male. Una storia che iniziò quella sera e che potrebbe anche esser raccontata così. All’inizio degli anni novanta un gruppo di pubblici ministeri di Milano ha sferrato un colpo micidiale alla classe politica di governo con la complicità di una parte del mondo produttivo proprietaria di grandi quotidiani, della Chiesa e del principale partito dell’opposizione, al lo scopo di attuare un ricambio politico. Ci fu anche l’aiuto di un qualche “papa straniero”? Molti dicono di si. Sicuramente ci fu il sostegno di giornalisti e avvocati “accompagnatori” che abdicarono al proprio ruolo e contribuirono ad aizzare le piazze. Il grido di “onestà, onestà” nacque allora. E non ha portato fortuna ai partiti che, prima della nascita del Movimento 5 stelle, si sono incoronati come “partito degli onesti”, cioè la Rete di Leoluca Orlando e L’Italia dei valori di Antonio Di Pietro. Che non sia stata costruita nessuna società politica degli onesti dopo di allora, è sotto gli occhi di tutti. Ma un lascito la stagione di Mani Pulite ci ha regalato. Alcune regole processuali e dello Stato di diritto sono saltate: la tutela della libertà personale e del diritto di difesa, la predeterminazione del giudice naturale, la presunzione di non colpevolezza dell’imputato, il giusto processo, il principio che la responsabilità penale è personale e che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. Ci ha lasciato anche il ricordo dei 43 suicidi, le lacrime a Montecitorio del presidente Napolitano mentre leggeva le parole di Sergio Moroni. Il sacchetto di plastica che segnò la fine di Gabriele Cagliari, le assoluzioni di Darida e Nobili dopo il martirio e la gogna. Quella sera a Milano era caldo, il clima politico. E oggi, nel triste anniversario dell’arresto di Mario Chiesa, non c’è proprio nulla da festeggiare.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana.

L'ex capo della procura milanese. Francesco Greco: “Vedo molto revisionismo su Mani pulite”. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 7 Dicembre 2021. Ripristinare l’autorizzazione a procedere. Perché no? Se ne parla, e lo auspica uno studio molto serio. Guardate chi c’era, una sera a Milano. Rilassato, fuori dalla mischia del Palazzo di giustizia e di una procura covo di vipere come non mai, abbiamo ritrovato Francesco Greco impegnato a discutere di un tema decisamente più alto di quelli che lo avevano visto coinvolto nelle ultime settimane che hanno preceduto il suo pensionamento. Immunità parlamentare, check and balance, equilibrio tra i poteri: aria pura, o almeno così dovrebbe essere. L’occasione è data dalla presentazione milanese del libro dell’avvocato Giuseppe Benedetto, presidente della Fondazione Einaudi, “L’eutanasia della democrazia. Il colpo di Mani Pulite” (Rubbettino, 14 euro), prefazione di Sabino Cassese. Cento pagine da distillare, concetti da assaporare uno a uno, perché c’è proprio tutto. Il quadro comparato tra i sistemi anglosassoni di common law e quelli europei di civil law. Il dibattito sull’articolo 68 dei padri costituenti tra il 1946 e il 1948, e poi quello in Parlamento tra il 1992 e il 1993. I primi cercavano di ricostruire l’equilibrio tra i poteri dopo gli anni sanguinosi, anche per il diritto, del fascismo. I secondi, terrorizzati durante la stagione di Mani Pulite, mostrarono di preferire alla fine la repubblica giudiziaria rispetto a una democrazia liberale. Francesco Greco ha il tono e la giovialità ritrovata di chi si è veramente tolto un peso. Anche se gli costa un po’ dirlo. Preferisce pizzicare, non senza una certa allegria, un paio di testate giornalistiche che non si sono fatte coinvolgere dal momento bello del suo commiato. Ho offerto champagne francese, quello vero, rivendica, e Repubblica il giorno dopo ha titolato “Greco lascia, brindisi al veleno”. E sul Riformista ..(fa il nome di una giornalista che conosce da molti anni) mi voleva in pensione sei mesi prima del tempo, e diceva “ma quando se ne va?”. Ma, champagne a parte, il veleno tra toghe, quello che ha portato la procura di Brescia a sottoporre a indagine diversi magistrati milanesi, non è arrivato dall’esterno della casta. Non dai giornalisti. Men che meno dalla politica. Hanno fatto tutto da soli. Sull’equilibrio tra i poteri e sul rapporto, in Italia decisamente malato, tra politica e giustizia, il procuratore Greco non cede di un millimetro. Rispetto al libro, la cui tesi sul tragico errore del Parlamento sull’articolo 68 è molto chiara, ma anche molto documentata e motivata, anche con il supporto e l’autorevolezza di Sabino Cassese, butta lì subito “Ritenevo assorbito il problema dal ‘93”. Il suo ragionamento è elementare: non siamo stati noi di Mani Pulite a distruggere i partiti della prima repubblica, i partiti si sono distrutti da soli, perché la politica costa e in Italia si commettono troppi reati. Problema assorbito dalla cultura del Paese, dunque? E’ stata solo una giusta punizione nei confronti della classe politica, e quindi del Parlamento, l’eliminazione dell’autorizzazione a procedere, che aveva il compito di impedire iniziative politiche da parte della magistratura? L’ avvocato Benedetto spiega con chiarezza perché, in un sistema in cui la magistratura è totalmente autonoma e nominata in modo burocratico, dove non c’è la separazione delle carriere e oltre a tutto esiste l’obbligatorietà dell’azione penale, è indispensabile un contrappeso che difenda le prerogative del Parlamento. Ma non c’è verso di comprendersi. Perché ogni richiamo ai principi sacrosanti di ogni società liberale, quelle in cui l’immunità dei parlamentari fa parte dell’equilibrio dei poteri, viene considerata come un attentato a quelle inchieste che furono, ai tempi di Tangentopoli. Non a caso Greco recita più volte “il revisionismo non mi è mai piaciuto”. Vasto programma, vien da dire. Ma lui lo precisa: “Su Mani Pulite vedo molto revisionismo”. E non è un caso il fatto che lui stesso ricordi come, avendo conosciuto, nel suo ruolo di capo della procura più famosa d’Italia, pubblici ministeri di tutto il mondo, si sia sempre sentito “un privilegiato”. Infatti il caso italiano è unico al mondo. Ma per la carenza di democraticità, andrebbe aggiunto. E per la protezione assoluta della casta dei magistrati, in particolare dei pubblici ministeri che non rispondono a nessuno. I suoi colleghi inglesi e americani infatti, e soprattutto i pm, nelle patrie del principio dell’habeas corpus, hanno uno stretto rapporto con il potere politico. Il quale non necessita quindi di essere protetto da particolari guarentigie, al contrario dei Paesi europei del civil law dove esiste il giudice burocrate, una figura impensabile sia negli Stati Uniti che nel Regno Unito. Ma anche nella stessa Europa l’Italia rappresenta una “stranezza”. Perché il pubblico ministero è un soggetto potentissimo e irresponsabile (in altri Paesi risponde al guardasigilli), ma anche perché, al contrario di quel che accade in Francia, in Germania e in Spagna , con la controriforma del 1993, il parlamentare è un cittadino in balia di qualunque anomalia politico-giudiziaria, senza protezione alcuna. E non è che manchino gli esempi di quel che è accaduto, dal 1992 in avanti. Un argomento molto in uso è quello che dell’immunità parlamentare e dell’autorizzazione a procedere si era abusato nel passato. Verissimo. Ma altrettanto vero è che, prima di tutto proprio negli anni di Tangentopoli il Parlamento aveva cambiato registro, con esami più oculati di ogni singolo caso e concessioni più frequenti alla magistratura di indagare. E comunque, perché eliminare le guarentigie solo perché erano state mal applicate? Il cibo può essere buono anche se qualcuno ha fatto indigestione. Tra l’altro, nel corso del dibattito che tenne impegnati a lungo Camera e Senato, si era arrivati a una buona mediazione, spostando il momento della richiesta di autorizzazione alle Camere dall’inizio delle indagini a quello dell’esercizio effettivo dell’azione penale con la richiesta di rinvio a giudizio da parte del pm. Ma non ci fu nulla da fare. Spirava in quel periodo un’ariaccia fetida in cui il ruolo di moralizzatore dei costumi se lo era assunto la Lega Nord, un po’ come più di recente i seguaci di Beppe Grillo. Il Parlamento era pieno di politici indagati, la gran parte dei quali anni dopo verrà assolta. Inutilmente Marco Pannella, uno dei pochi ad avere a cuore la sacralità del Parlamento, radunava tutti alle sette del mattino. Ma era in gran parte gente terrorizzata, che cercava solo il modo di non finire in galera. Avrebbero votato qualunque cosa. E così fu, purtroppo. E inutilmente un giorno lo stesso Pannella nell’aula gridò contro la demagogia e il populismo: “ Il nostro compito, per non essere antipopolari, è di essere semmai impopolari in alcuni momenti. Viva la Costituzione repubblicana! Viva l’articolo 68! Viva il Parlamento che saprà difenderlo!”. Andò diversamente. Il revisionismo non piace ai procuratori? Un motivo di più per riformare l’articolo 68 della Costituzione e rendere l’Italia un Paese più liberale e più libero.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Davigo, Di Pietro e gli "arresti facili"? Parla il giudice Salvini: "Ecco come facevano", bomba sulla Procura di Milano. Libero Quotidiano l'11 dicembre 2021. Con Mani Pulite le regole di assegnazione dei fascicoli nel tribunale di Milano venivano assegnati sempre ad un unico giudice, pronto ad accogliere con rapidità fulminea tutte le richieste di cattura spiccate dal pool. Scrive il giudice Guido Salvini, tuttora gip a Milano: "Era comodo per la Procura avere un unico gip già sperimentato, per alcuni già "direzionato", e non doversi confrontare con una varietà di posizioni e di scelte che potevano incontrare all'interno dell'ufficio gip, formato da una ventina di magistrati. Andava evitata e prevenuta una possibile variabilità di decisioni dei giudici che potesse in qualche modo creare "difficoltà" alle indagini (...) così il pool escogitò un semplice ma efficace trucco costituendo, a partire dall'arresto di Mario Chiesa, un fascicolo che in realtà non era tale ma era un "registro" che riguardava centinaia e centinaia di indagati che nemmeno si conoscevano tra loro e vicende tra loro completamente diverse unificate solo dall'essere da gestite dal pool". Titolare del mega-fascicolo era il giudice Italo Ghitti. "Questo espediente dell'unico numero - scrive Salvini - impediva la rotazione e consentiva di mantenere quell'unico gip iniziale, Italo Ghitti, che evidentemente soddisfaceva le aspettative del pool". Una sola volta, rivela il Giornale, una richiesta di manette firmata dal pool arrivò sulla scrivania di Salvini. "Ma nel giro di pochi giorni, prima ancora che potessi decidere, il fascicolo mi fu sottratto senza tanti complimenti e passò al gip Ghitti. Bisognava evitare che qualsiasi altro gip dell'ufficio "interferisse" nella macchina di Mani pulite", ricorda Salvini. "Questa abnormità fu più che tollerata, e tollerata forse è dir poco, dai capi dell'ufficio". Contro la sottrazione del fascicolo, Salvini scrisse invano al suo capo, Mario Blandini. Ma l'inchiesta Mani Pulite continuò a macinare arresti. "Blandini venne promosso procuratore generale. Ghitti venne eletto al Consiglio superiore della magistratura", conclude il Giornale.

Mani pulite, ecco il trucco dei pm del pool di Milano per arrestare più indagati. Luca Fazzo l'11 Dicembre 2021 su Il Giornale. Durante l'inchiesta Mani Pulite, le regole di assegnazione dei fascicoli nel tribunale di Milano vennero sistematicamente aggirate per garantire alla Procura di poter contare sempre e soltanto su un unico giudice. Durante l'inchiesta Mani Pulite, le regole di assegnazione dei fascicoli nel tribunale di Milano vennero sistematicamente aggirate per garantire alla Procura di poter contare sempre e soltanto su un unico giudice, pronto ad accogliere con rapidità fulminea tutte le richieste di cattura spiccate dal pool: un sistema che ora viene descritto con dovizia di particolari da un magistrato che nei mesi ruggenti del 1992 lavorava nell'ufficio da cui gli ordini di arresto venivano sfornati quotidianamente.

Settimo piano del Palazzo di giustizia, ufficio del giudice per le indagini preliminari, quello cui tocca firmare o negare gli arresti. Per garantire l'imparzialità dei gip, la norma prevede l'assegnazione automatica dei fascicoli in base ai turni prestabiliti. Cosa accadeva, invece, durante Mani Pulite? Scrive il giudice Guido Salvini, tuttora gip a Milano: «Era comodo per la Procura avere un unico gip già sperimentato, per alcuni già direzionato, e non doversi confrontare con una varietà di posizioni e di scelte che potevano incontrare all'interno dell'ufficio gip, formato da una ventina di magistrati. Andava evitata e prevenuta una possibile variabilità di decisioni dei giudici che potesse in qualche modo creare difficoltà alle indagini (...) così il pool escogitò un semplice ma efficace trucco costituendo, a partire dall'arresto di Mario Chiesa, un fascicolo che in realtà non era tale ma era un registro che riguardava centinaia e centinaia di indagati che nemmeno si conoscevano tra loro e vicende tra loro completamente diverse unificate solo dall'essere da gestite dal pool».

Titolare del mega-fascicolo, che portava il numero 8566/92, era il giudice Italo Ghitti. Tutte, nessuna esclusa, le richieste del pool Mani Pulite arrivavano così a Ghitti, con la certezza di venire accolte nel giro di poche ore, alimentando la spirale delle confessioni a catena. «Questo espediente dell'unico numero - scrive Salvini - impediva la rotazione e consentiva di mantenere quell'unico gip iniziale, Italo Ghitti, che evidentemente soddisfaceva le aspettative del pool». Una sola volta, per una sorta di svista, una richiesta di manette firmata dal pool arrivò sulla scrivania di Salvini, che era il giudice competente per turno. Ma «nel giro di pochi giorni, prima ancora che potessi decidere, il fascicolo mi fu sottratto senza tanti complimenti e passò al gip Ghitti». Bisognava evitare che «qualsiasi altro gip dell'ufficio interferisse nella macchina di Mani pulite. Questa abnormità fu più che tollerata, e tollerata forse è dir poco, dai capi dell'ufficio». Contro la sottrazione del fascicolo, Salvini scrisse invano al suo capo, Mario Blandini. Mani Pulite continuò a macinare arresti. Blandini venne promosso procuratore generale. Ghitti venne eletto al Consiglio superiore della magistratura.

Luca Fazzo (Milano, 1959) si occupa di cronaca giudiziaria dalla fine degli anni Ottanta. È al Giornale dal 2007. Su Twitter è Fazzus. 

"Io, travolto dal trucco del pool Mani pulite per arrestare più gente". Luca Fazzo il 13 Dicembre 2021 su Il Giornale. L'ex braccio destro di Mammì arrestato 30 anni fa: "Quel gip soddisfaceva i pm". «Ah, dunque è così che andò....». Sono passati quasi trent'anni dalla mattina in cui lo vennero ad arrestare su ordine del pool Mani Pulite, e a Davide Giacalone tocca oggi scoprire che dietro il suo mandato di cattura c'era una manovra di gravità sconcertante messa in atto negli uffici giudiziari milanesi, e rivelata solo ora da un testimone dell'epoca.

È sull'inchiesta che travolse Giacalone, allora giovane e brillante braccio destro del ministro repubblicano Oscar Mammì, che si consuma l'episodio raccontato nei giorni scorsi dal giudice milanese Guido Salvini con un articolo sul Dubbio: il fascicolo con le richieste di arresto che arriva sul tavolo di Salvini, ma che gli viene sottratto dal capo dell'ufficio del giudice preliminare Mario Blandini. E assegnato a Italo Ghitti, il gip che monopolizzava tutte le richieste di cattura del pool e le accoglieva tutte istantaneamente. Il trucco: un unico fascicolo con un numero unico, divenuto - scrive Salvini - «un registro che riguardava centinaia e centinaia di indagati che nemmeno si conoscevano tra loro e vicende tra loro completamente diverse». Titolare, Italo Ghitti, «che evidentemente soddisfaceva le aspettative del pool». Ghitti quando seppe che l'inchiesta contro Giacalone era finita a Salvini fece fuoco e fiamme per farsela ridare. Appena la ottenne ordinò la cattura del 34enne politico.

Che effetto le fa scoprire che per arrestarla dovettero persino portare via il fascicolo a un giudice?

«Il sistema della Procura di Milano di scegliersi i giudici delle indagini preliminari, studiando anche le ore e i minuti migliori per inviare le richieste di cattura, era noto già ai tempi. Ma che si fosse arrivati al punto rivelato dall'articolo del giudice Salvini allora non ebbi alcuna contezza, né la ebbero i miei avvocati».

Perché era così importante che a gestire tutto fosse Ghitti? Secondo Salvini, col sistema del fascicolo unico il pool milanese poteva indagare anche su vicende lontane dalla sua competenza territoriale.

«Come nel mio caso: alla fine venne stabilito che la competenza era di Roma e non di Milano. Ma arrivarci non fu una passeggiata. A Milano dopo dieci giorni di carcere mi diedero i domiciliari, ma a quel punto intervenne la Procura di Roma che mi rispedì in prigione. In cella mi arrivavano a giorni alterni gli ordini di custodia dalle due città, sembrava una gara tra Procure a chi me ne mandava di più per rimarcare la propria competenza. Anche gli agenti di custodia erano impietositi».

Salvini dice che il collega Ghitti era «direzionato» a favore della Procura, per questo bisognava impedire che qualunque altro gip «interferisse» con le indagini su Tangentopoli.

«La storia di Mani Pulite la conosciamo tutti. Per quanto riguarda il mio caso personale, posso solo ricordare che le accuse per cui il dottor Ghitti ordinò il mio arresto ritenendole gravi precise e concordanti si rivelarono talmente infondate che alla fine venni assolto in udienza preliminare senza neanche venire rinviato a giudizio».

Beh, è finita bene.

«In Italia la giustizia di merito, quella che arriva all'esito dei processi, funziona abbastanza bene, al netto degli inevitabili errori giudiziari. Il dramma è quanto accade prima, durante le indagini, quando a garantire i diritti del cittadino sotto inchiesta dovrebbe essere il giudice delle indagini preliminari, una figura da barzelletta, costretto a decidere solo sulla base delle carte che gli vengono sottoposte dai pm, e che dovrebbe prendersi la briga di dire ai pm vi siete sbagliati. Quando mai? Al massimo assistiamo a qualche teatrino, invece del carcere lo mando ai domiciliari. Poi arriva la sentenza che dice che l'imputato è innocente. Ma che te ne fai dopo dieci anni?»

Con lei quanti anni sono serviti?

«Dodici».

Luca Fazzo (Milano, 1959) si occupa di cronaca giudiziaria dalla fine degli anni Ottanta. È al Giornale dal 2007. Su Twitter è Fazzus.

«La forzatura sul gip Ghitti dimostra che Mani pulite fu un’operazione politica». Lo storico dirigente del Psi parla del trucco, rivelato sul Dubbio, dal giudice Salvini, relativamente all'inchiesta "Mani pulite", coordinata dal famoso pool di Milano. Errico Novi su Il Dubbio il 14 dicembre 2021. «È un artifizio tecnico, che però svela il senso politico di Mani pulite». Ugo Intini è stato direttore dell’Avanti, portavoce del Psi craxiano, dirigente combattivo in un partito travolto dalla “rivoluzione” del ’ 92. Riflette sull’espediente inventato dal Pool di Milano per consegnare sempre a un unico gip, Italo Ghitti, tutte le richieste di misure cautelari.

Un “trucco” rivelato, in un articolo sul Dubbio, dal giudice Guido Salvini: venne creato un «registro», utilizzato impropriamente come un «fascicolo» unitario per tutti i filoni d’inchiesta, e dotato di un «numero con cui iscriveva qualsiasi novità riguardasse tangenti», ha raccontato Salvini, oggi come allora in servizio all’ufficio gip di Milano. «Salvini contribuisce ad avvalorare una tesi ormai inconfutabile: Mani pulite fu un’operazione politica, ispirata», dice Intini, «all’idea che della politica si potesse fare a meno, e che perciò fosse necessario e opportuno radere al suolo i partiti della Prima Repubblica».

Nell’intervento sul Dubbio, Salvini non esita a notare come il «gip iniziale, quello dell’indagine sul Trivulzio, Italo Ghitti, evidentemente soddisfaceva le aspettative del Pool». Diversi altri quotidiani hanno ripreso in questi giorni l’intervento del magistrato milanese.

Ieri, per esempio, il Giornale lo ha ricollegato alla vicenda di Davide Giacalone, allora braccio destro di Oscar Mammì: Giacalone fu arrestato su richiesta del Pool, subito accolta da Ghitti, e poi prosciolto addirittura in udienza preliminare «Il sistema della Procura di Milano di scegliersi i giudici delle indagini preliminari», ha raccontato Giacalone al Giornale, «era noto già ai tempi. Ma che si fosse arrivati al punto rivelato dall’articolo del giudice Salvini allora non ebbi alcuna contezza, né la ebbero i miei avvocati».

C’era un sistema scientifico, Intini, ma nessun giornale si sforzò di scoprirlo. Ha dovuto parlarne un giudice coraggioso a trent’anni da Mani pulite.

Non mi meraviglio. Il silenzio sulle forzature tecniche compiute dal Pool si spiega con l’assoluto sostegno assicurato, a quei pm, dai giornali, ridotti a ufficio stampa della Procura. Rientra appieno nella logica da golpe strisciante in cui si inserì l’inchiesta del ’ 92.

Perché golpe strisciante?

Vede, se un ufficio inquirente arriva a forzare le regole organizzative interne alle Procure pur di consegnare sempre allo stesso gip, evidentemente in sintonia coi pm, le richieste cautelari, è chiaro che c’è una determinazione politica rispetto a quell’iniziativa giudiziaria. Una determinazione chiara nel perseguire non ipotesi di reato ma un preciso obiettivo: annientare i partiti della Prima Repubblica. Ed è un disegno, ritenuto giusto dai pm milanesi di allora, che si inserisce perfettamente nel disegno più generale di annichilimento della politica, emerso all’epoca non solo in Italia ma in tutto l’Occidente.

Dietro l’onda giudiziaria del ’ 92 ci fu la regìa di altri poteri?

Fukuyama, politologo americano, teorizzò che con la caduta del comunismo si fosse arrivati alla fine della storia, dunque all’esaurirsi delle funzioni proprie della politica. Se la politica è inservibile, restano solo i poteri economici, indisturbati. Ci si doveva sbarazzare dei partiti. Avvenne anche in altri Paesi, ma in nessuno si verificò, come da noi, una vicenda giudiziaria oggettivamente rivoluzionaria, in un quadro generale da golpe strisciante. La giustizia non funzionò in modo imparziale: fu condizionata da quell’obiettivo.

Ma a suo giudizio i pm del Pool di Milano puntavano consapevolmente a uno svuotamento della politica?

È più corretto dire che dopo i primi successi, dopo il clamore suscitato dai primi passi dell’inchiesta, i magistrati della Procura di Milano si sentirono spinti ad andare avanti lungo quella strada, a perseguire l’obiettivo dell’annichilimento. Mi riferisco al favore dell’opinione pubblica, ma anche dei grandi giornali. La grande stampa condivideva certo non a caso uno schema in cui i vecchi partiti avrebbero lasciato posto al dominio del mercato.

Quanto influì, su quella stagione, la crisi economica?

Moltissimo. Una cosa era chiara a tutti: gli equilibri precedenti, basati sul rapporto fra politica e sistema produttivo, non reggevano più. Gli stessi imprenditori si convinsero che della politica ci si potesse liberare. Ne ho fatto un libro, nel 2001: La privatizzazione della politica. Fu un ’ 68 rovesciato.

In che senso?

Il ’ 68 fu ispirato a solidarismo e comunitarismo. Nel ’ 92 si impose una rivoluzione dell’individualismo e del liberismo. Con una rottura, com’era avvenuto un quarto di secolo prima. Ma di segno del tutto diverso.

Senza il “trucco” del gip, chissà se Mani pulite sarebbe andata in quel modo.

C’erano forzature tecniche anche di altra natura, a cominciare dall’upgrading del finanziamento pubblico trasformato in corruzione, e della corruzione elevata a concussione.

Guido Salvini ha avuto il merito di chiarire come andarono le cose.

È un magistrato già noto per il coraggio, per la capacità di assumere posizioni controcorrente rispetto al resto della magistratura. Penso a quanto disse a proposito delle trame nere o dell’assassinio Tobagi. Ma fra i magistrati la maggioranza, a mio giudizio, condivide la critica all’esercizio autoreferenziale della funzione requirente. Peccato questa maggioranza sia ostaggio di un’agguerrita minoranza, tuttora dominante nell’Anm e, in generale, nell’ordine giudiziario.

Buccini presenta “Il tempo delle Mani Pulite”. Il procuratore Ielo: “Indagine? Tentativo di legge uguale per tutti, non si voleva la rivoluzione”. Alberto Sofia il 18 novembre 2021 su Il Fatto Quotidiano. Nella cornice della Sala Valdese a Roma, Goffredo Buccini, giornalista ed editorialista del Corriere della Sera, ha presentato con la collega Fiorenza Sarzanini e il procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ielo, il suo ultimo libro “Il tempo delle Mani pulite”, edito da Laterza. “Mani pulite non è stata soltanto un’inchiesta che ha rivoluzionato la politica in Italia, ma è stata soprattutto una stagione di grandi illusioni: l’illusione della fine della corruzione, quella secondo cui i magistrati erano i vendicatori della società civile contro una politica marcia, l’idea che un Paese potesse cambiare attraverso un processo. Ma ciò non è vero, i cambiamenti sono più lenti e questo volume racconta questa delusione e questa illusione, quella di un’intera generazione”, ha rivendicato Buccini. Il giornalista ha precisato di “non essere un pentito”: “Non credo sia stato un golpe giudiziario, anzi abbiamo assistito a un suicidio politico. Ma questa idea ha poi permeato una certa destra italiana, nella sua contestazione aperta alla magistratura. Ma allo stesso tempo non credo nemmeno al mito dell’inchiesta mutilata, secondo cui non fu permesso ai magistrati di continuare a indagare”. Oggi, continua Buccini, “paghiamo ancora le conseguenze dopo 30 anni, con una frattura tanto grande”. “Mani Pulite‘? Non voglio parlare di inchiesta mutilata, credo sia stata espressione di una contingenza, di un periodo storico, va contestualizzata. Forse poi mancavano le condizioni. Ma quando provavamo a fare processi con le regole che esistevano e dovevano valere per tutti, indipendentemente se fossero buone o sbagliate, queste non andavano più bene e venivano cambiate”, ha invece precisato il procuratore Paolo Ielo. E ancora: “Se abbiamo mai pensato di voler cambiare il mondo? Ma no, questa idea di un gruppo di persone che dietro a un tavolo decideva di fare la rivoluzione e di mettere questo o quello non c’era“, ha affermato nel corso della presentazione a Roma del volume. Lo stesso procuratore ha infine spiegato di non ritenere che la corruzione sia rimasta identica: “Il segno tangibile era l’ammontare delle tangenti: oggi abbiamo corruzioni che avvengono per poco o nulla, 5 o 10 mila euro”, ha aggiunto Ielo.

Buccini, invece, ha poi concluso come il nostro Paese abbia “la capacità di rialzarsi nei momenti più complessi, come fu quel momento nel ’92”. Per questo, ha aggiunto, la speranza è che si possa ancora “migliorare l’Italia”, ha concluso Ielo. 

Mani pulite, una rilettura istruttiva di Goffredo Buccini. Cesare Zapperi il 21 Novembre 2021 su socialbg.it. “Il tempo delle Mani pulite” è un libro che merita di essere letto. Perché il racconto del drammatico passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, attraverso l’inchiesta dei magistrati milanesi, affidato alla penna di Goffredo Buccini, inviato speciale del Corriere della Sera a quel tempo cronista di punta a palazzo di giustizia (suoi molti scoop), parla di loro (i politici e le toghe) ma anche di noi (cittadini), facili a passare dal giustizialismo al garantismo come foglie che cambiano colore al mutare delle stagioni.

Buccini ripercorre quasi giorno per giorno i due anni (1992-1994) che sconvolsero il Paese raccontando fatti e retroscena, rievocando atmosfere e umori, riproponendo ad uso di chi li visse ma soprattutto di chi è nato o cresciuto dopo fatti e misfatti di quella vicenda giudiziaria. Lo fa con un esercizio di profonda autocritica non comune e tantomeno scontato (prima di lui lo ha fatto con il suo “Novantatré. L’anno del terrore di Mani pulite” Mattia Feltri) che lo porta ad ammettere che nello scrivere di avvisi di garanzia, arresti e interrogatori, fu spinto anche dalla passione politica che in quegli anni giovanili gli faceva credere di poter cambiare il mondo.

Chi ha vissuto quella stagione, seppur da lontano, ricorda il clima rivoluzionario, la voglia di veder cadere nella polvere tanti potenti, la sete di giustizia. Gli eccessi c’erano, anche abbastanza evidenti come annota lo stesso Buccini, ma su tutto prevalevano la sostanza (il sistema, politico ed economico, era marcio) e il desiderio di pulizia e di onestà. Il libro racconta tutto, anche il desiderio di affermarsi di un cronista di razza (che oggi ammette di essersi ritrovato a comportarsi in modo tale da non riconoscersi) autore di interviste che sono entrate nello storia patria, oltre che del giornalismo. Ci descrive la parabola di magistrati prima osannati come eroi e diventati via via sempre più ingombranti fino ad assurgere, per alcuni, al ruolo contro natura di antagonisti politici.

E poi naturalmente ci sono loro, i politici. Scorrono sotto i nostri occhi tante storie: il suicidio di Sergio Moroni e la sua profetica lettera d’addio, il bombardamento di avvisi di garanzia al bergamasco Severino Citaristi, il coinvolgimento e la battaglia senza esclusione di colpi di Bettino Craxi, l’avviso a comparire a Silvio Berlusconi (il grande colpo giornalistico di Buccini con il collega Gianluca Di Feo). Noi (i cittadini) rimaniamo sullo sfondo, come spettatori che prima fanno un tifo forsennato per i magistrati e poi, non appena dagli squali si scende ai pesci piccoli (il commercialista, l’avvocato, l’impiegato) cominciano a diventare insofferenti fino a spingersi dalla parte opposta, secondo la legge del pendolo che da sempre regola la vita pubblica italiana. Guarda caso quello che stiamo vivendo proprio di questi tempi. “Il tempo delle Mani pulite” è quindi a suo modo una piccola storia dell’Italia e degli italiani. Leggerla aiuta a conoscere e a capire. Il passato ma anche, o soprattutto, il presente. 

Trent’anni dopo Mani Pulite è tempo che la guerra finisca. Goffredo Buccini su Il Corriere della Sera il 19 novembre 2021. A breve saranno tre decenni dall’arresto di Mario Chiesa, il boiardo socialista dalle cui confessioni promanò la slavina, poi diventata valanga processuale, che travolse la Prima Repubblica: e la questione giudiziaria continua a spaccare il Paese in due segmenti contrapposti. Alla metà degli anni Settanta del secolo scorso, le piazze italiane erano infiammate da giovani persuasi che fosse ragionevole uccidere i propri coetanei a causa dell’avversa appartenenza politica. Erano passati tre decenni dalla fine della guerra di liberazione. Ma era come se fascismo e antifascismo (l’antifascismo militante, di matrice comunista) non avessero smesso nemmeno per un momento di combattersi. Non pochi genitori di quei ragazzi, del resto, divisi tra la paura del golpe nero e il timore dell’esproprio rosso, ne assecondavano l’aberrazione ottica e ideologica, finendo di fatto per regolare conti in sospeso per interposta persona. Si osserverà che trent’anni sono forse pochi per tramutare in storia i drammi quotidiani. Eppure, potrebbero essere sufficienti almeno a un ripensamento, a una prima analisi critica o, se non altro, a un raffreddamento degli animi. Così non fu, ci dicemmo, perché l’Italia d’allora era debole quanto a condivisione dei valori. 

Nonostante la successiva, lunga e faticosa ricerca di valori condivisi, così non pare essere neppure ora, con riguardo alla stagione più tumultuosa della nostra Repubblica, quella segnata dallo spartiacque di Mani pulite. Anche questa fase sembra sottomettersi alla ripetitività della guerra dei Trent’anni, del passato che non passa. A breve saranno tre decenni dall’arresto di Mario Chiesa, il boiardo socialista dalle cui confessioni promanò la slavina, poi diventata valanga processuale, che travolse la Prima Repubblica: e la questione giudiziaria continua a spaccare il Paese in due segmenti contrapposti per fede ma assai simili per scarsa o nulla propensione a riconoscere dignità all’avversario. 

Senza neppure il bisogno di scorrere l’emeroteca delle passate e infelici stagioni, basta uno sguardo alle cronache recenti per avere un’idea del tasso di avvelenamento del discorso pubblico: la battaglia mai sopita attorno al finanziamento della politica, ora incarnata dall’inchiesta sulla fondazione Open col suo strascico di ovvietà miste a rivelazioni più o meno riservate, o l’intemerata televisiva di un procuratore di primo piano contro talune scelte della ministra Guardasigilli sono soltanto le ultime stazioni della via crucis inflitta a giustizia e politica ove vengano incrociate in un chiacchiericcio astioso che disorienta il Paese. 

Due sono i miti fondanti, ma del tutto infondati, di questo nuovo trentennio tossico: ed entrambi hanno radici nell’inchiesta dei magistrati di Milano tra il 1992, l’anno del principio, e il 1994, quello dell’invito a comparire a Silvio Berlusconi e dell’addio di Antonio Di Pietro alla toga. 

Il primo è il mito del golpe giudiziario. Nato negli ambienti politici più duramente colpiti dall’inchiesta (segnatamente i socialisti meneghini) e da essi propalato durante gli anni successivi, riconduce il lavoro del pool dei magistrati a un’unica trama, magari eterodiretta, volta a distruggere la nostra democrazia parlamentare. La realtà è ben diversa. Non a un golpe giudiziario assistemmo, quanto piuttosto al dissennato suicidio di partiti che durante gli anni Ottanta avevano scambiato consenso elettorale con debito pubblico e appalti truccati con finanziamenti illeciti: fu il loro prestigio ridotto al rango di barzellette da bar che li consegnò, indifesi, ai magistrati. 

Il secondo mito è, per converso, quello della Mani pulite mutilata, dell’inchiesta interrotta bruscamente a causa del ricompattamento del sistema, travasato nella cosiddetta Seconda Repubblica. Questo mito («non ci hanno fatto finire il lavoro!») promana direttamente dai dipietristi ed è servito a giustificare l’inopinata uscita di scena del pubblico ministero più popolare d’Italia appena prima di dover interrogare Silvio Berlusconi. Anche in questo caso, la realtà è tutt’altra. Innanzitutto, perché, come ha ricordato Paolo Ielo (allora giovane sostituto del pool milanese e oggi procuratore aggiunto a Roma) Mani pulite non finì nel 1994 ma proseguì per anni con altri protagonisti. Certo, aveva perso consenso: ma ciò dipese dalla stanchezza popolare per l’assai discutibile uso della galera e dal timore nato in molti italiani che, scendendo l’indagine di livello, quella galera toccasse a loro stessi. 

Accade però che questi falsi miti abbiano figliato, nel frattempo. In una parte della destra, generando una aprioristica avversione contro la magistratura fino ad atteggiamenti corrivi con i reati dei colletti bianchi (se la giustizia è ingiusta, del resto, vale il «tana libera tutti»). E, sul fronte opposto, in una certa sinistra a lungo persuasa di poter prevalere sugli avversari per via giudiziaria, e soprattutto nel primo grillismo, che ha immaginato di «completare l’opera» in piazza, magari con un lacerto di intercettazione usato come ghigliottina sui social. La magistratura stessa ha finito per assumere i vizi della cattiva politica anziché perseguirli: a riprova del fatto che non c’è toga abbastanza elastica da coprire lo strappo tra moralità e moralismo. 

È tempo che la guerra dei Trent’anni finisca. Che i ragazzi di oggi, pur in buona misura ignari di chi fossero i protagonisti di Mani pulite, non subiscano di quella stagione i miasmi politici e il cinismo antistituzionale. La ricerca di valori condivisi è mera retorica se non si superano garantismo peloso e giustizialismo giacobino, se non si esce da uno schema binario (con noi o contro di noi) recuperando il senso delle posizioni dialoganti. È difficile immaginare scorciatoie. Tuttavia, un personaggio pubblico in grado di migliorare di molto il clima sarebbe ancora in campo. 

Per paradossale che appaia, si tratta proprio di Berlusconi: il quale, senza abiure né confessioni, certo, ma solo dismettendo con un gesto, una frase, un messaggio, i panni da perseguitato della giustizia nei quali si è blindato (anche) per ragioni difensive, potrebbe aprire una nuova stagione smontando i miti fasulli della precedente. Tutto contraddice quest’ipotesi fantapolitica: rancori cristallizzati, diffidenze reciproche, la divisione in due del Paese tra berlusconiani e antiberlusconiani. Tutto, tranne il senso di una missione perfino più appassionante del miraggio del Colle: aiutare gli italiani di domani a entrare nel futuro senza inutili fardelli. 

"Noi cronisti di Mani Pulite eravamo supereroi del nostro fumetto". Chiacchierata con Goffredo Buccini, autore de "Il tempo delle mani pulite" (Laterza). Sui pm: "L'autonomia va garantita ma col pool ci fu abuso industriale degli arresti". Su Craxi e Di Pietro: "Il 1992 ha illuso una generazione e prodotto il grillismo". Stefano Baldolini su huffingtonpost.it il 22/10/2021.  “Noi cronisti di Mani Pulite eravamo supereroi del nostro fumetto”. Non ha mezzi termini Goffredo Buccini, inviato speciale ed editorialista del Corriere della Sera, nel suo “Il tempo delle mani pulite” (Laterza), libro di ricostruzioni, di memoria e di forte autocritica. Testimone dei fatti del 1992-1994, dall’escalation “industriale” degli arresti all’avviso di garanzia all’“uomo nuovo” Berlusconi. Un biennio drammatico che ha lasciato eredità complesse e non ancora risolte. 

Domanda di prammatica: perché è nata Mani Pulite?

“Per una serie di concause, anche internazionali. Dopo la caduta del muro di Berlino gli italiani avevano ripreso a votare liberamente senza ‘doversi turare il naso’, per citare Montanelli. Ma soprattutto perché i soldi erano finiti. Questo è un punto dirimente. I soldi erano il centro dell’accordo fondamentale tra impresa e politica che prevedeva da una parte il finanziamento illecito e dall’altra l’accesso agevolato agli appalti. Era un intero sistema ammalato che a un certo punto si è spezzato, in un momento di grande debolezza della politica. E questo ha fatto sì che la magistratura fosse chiamata a esercitare un ruolo di supplenza che in una città viva ed eticamente reattiva come Milano è diventata l’inchiesta Mani Pulite.”

Quindi il sistema non si è ammalato con Mani Pulite?

“Certamente no. Lo era da un pezzo e produceva consenso politico. Non è un caso che negli anni ’80 abbiamo avuto l’impennata del debito pubblico. Il sistema comprava consenso pompando debito. Comprava il nostro consenso a nostre spese. Dalla fine degli anni ’70 è andato via via avvitandosi su se stesso.”

Mani Pulite inizia il 18 febbraio 1992 con l’arresto dell’ingegner Mario Chiesa. Ma in realtà il presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano non parla per cinque settimane. Poi arriva la parola chiave -“mariuolo” - pronunciata da Bettino Craxi. 

“La vulgata vuole che Chiesa si sia sentito schiaffeggiato da Craxi in pubblico. In realtà penso che l’interpretazione più corretta sia che in quel preciso momento Chiesa percepì il senso di debolezza del leader socialista. Dobbiamo confrontare questa situazione con l’arresto negli anni ’80 di Antonio Natali, presidente della Metropolitana milanese, snodo della circolazione delle tangenti. E soprattutto padre politico di Craxi, che lo andò a trovare in carcere da presidente del Consiglio. Poi lo fece senatore, e l’autorizzazione a procedere venne negata. Fu una manifestazione di forza del sistema straordinaria. Chiesa invece, che non è scemo, capisce che è stato lasciato solo, ha grandi problemi, anche personali, da risolvere e a quel punto comincia a parlare.”

E la slavina ha inizio. Nell’aprile successivo vengono arrestati otto imprenditori. Però a differenza di Chiesa che venne preso, citando Antonio Di Pietro, “con le mani nella marmellata”, i colletti bianchi milanesi non erano in ‘flagranza di reato’. È corretto dire che quello è stato il primo cambio di fase?

“Sì, ed è un cambio di fase clamoroso. L’idea di arrestare degli imprenditori, a Milano, non in flagranza di reato è un salto decisivo. Anche perché deriva sostanzialmente dalle confessioni di Chiesa e quindi apre un meccanismo esponenziale che nel giro di qualche settimana porterà alla grande serie di arresti veri e solo minacciati e alla grande fila di confessioni davanti alla porta di Di Pietro. Ognuno di quegli otto parla di altri otto. In una gigantesca catena di Sant’Antonio, e non è una facile battuta. Non era mai successo.” 

Ma perché si era creata la corsa a confessare?

“Bisogna essere onesti, la paura di essere arrestati è molto forte. E non stiamo parlando di persone della mala milanese, ma di borghesi abituati a una certa rispettabilità, che viene compromessa. Questa cosa peraltro si riverbererà nei suicidi degli indagati. Dopo di che, da un certo punto in poi c’è una sorta di condizionamento ambientale, di una grande bolla dentro cui tutti ci troviamo. Opinione pubblica, indagati, magistrati, giornalisti. È brutto dirlo, ma come in un rito catartico collettivo.

Poi un ruolo decisivo l’hanno giocato i cosiddetti avvocati “accompagnatori” degli indagati alla stanza 254 di Di Pietro, anticipando le istanze dello stesso pm. Lo racconta bene Gherardo Colombo che parla di fila di questi “penitenti” e del problema per il pool di Mani Pulite, siamo nell’estate ’92, di star dietro a questa messe di confessioni, ammissioni, chiamate di correo...”

Il pool si è già formato?

“Il pool nasce verso maggio-giugno per affiancare a Di Pietro, lui stesso non si è mai ritenuto un giurista raffinato, due magistrati di maggiore spessore dal punto di vista giuridico, strutturatissimi, di orientamento politico opposto, Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo. Com’è noto, a coordinare il nucleo storico c’era il procuratore aggiunto Gerardo D’Ambrosio, e l’esperto di reati finanziari, Francesco Greco.”

Un gruppo composito.

“Borrelli era una grande alchimista, grande conoscitore dei suoi pm e dell’animo umano. Bisogna tener conto però che all’inizio a parte Di Pietro nessuno ci credeva, a questa inchiesta. Ed è una delle ragioni per cui i giornalisti che la seguono sono le seconda file della giudiziaria e della cronaca, non le grandi firme. Non ci credeva nemmeno Borrelli che caricava Di Pietro di ‘processetti’. E una delle ragioni per cui lo stesso Di Pietro comincia ad avere relazioni con noi giornalisti è per avere un rapporto strumentale a suo favore.”

Addirittura.

“L’uomo è molto sveglio. Fa uscire piccoli brandelli di notizie, per spaventare questo o quell’indagato, ma soprattutto per mantenere viva l’attenzione dell’opinione pubblica. E il suo obiettivo era tenere alta l’attenzione per tutto il tempo necessario per produrre effetti ulteriori. Fino alla grande svolta mediatica che arriva il primo maggio ’92 con il sindaco e l’ex sindaco di Milano, Tognoli e Pillitteri, indagati. Quando si capisce per la prima volta dove si stava andando a parare.”

“Solo chi confessa spezza il vincolo associativo: non può delinquere, quindi può uscire di galera”. Il metodo del ‘dottor sottile’ Davigo è efficace. 

“Intendiamoci su Davigo che nonostante si sia perso nelle sue reiterate iperboli per ‘épater le bourgeois’, da piccolo borghese lombardo che ama stupire, ha una fortissima cultura giuridica. Tuttavia, quel metodo era odioso e oggi provocherebbe reazioni molto forti. Ma non era un metodo illegale, com’è stato ampiamente riconosciuto, concorrendo nel manager o nel politico le note ragioni per cui puoi arrestarlo: il pericolo inquinamento prove, di reiterazione di reato e pericolo di fuga. Il problema semmai è l’abuso, è l’uso industriale. Ma questo diventa possibile proprio in virtù della debolezza della politica, del sistema, che non fu in grado di reagire in modo credibile e anzi si divise, e iniziò a scappare da tutte le parti. Anche con una certa miopia, e qui arrivo al discorso di Craxi del luglio del ’92. Alla chiamata di correità, a cui si reagisce o col silenzio o pensando di trarne vantaggio, senza capire che stava saltando tutto.” 

Per parlare di responsabilità, però neanche voi giornalisti che raccontavate Tangentopoli dagli albori avete colto che qualcosa non andava. Che c’erano delle storture, a partire dal metodo, dallì‘abuso ‘industriale’ degli arresti?

“Detto con una battuta, perché in parte su di noi aveva ragione Berlusconi.”

In che senso?

“Quando si è lamentato che i giornalisti sono tutti comunisti, ci è andato vicino. È indubbio che la mia generazione si è formata a sinistra. Il gruppo di ragazzini che seguivamo i fatti di Palazzo di Giustizia di Milano, tutti tra i 28 e i 32-33 anni, a parte rare eccezioni, era fortemente orientato a sinistra. Cresciuto in ambienti politici, universitari, liceali, di sinistra. Un grande brodo di coltura dove più o meno si pensava che Craxi fosse un manigoldo, Ligresti fosse un imprenditore della Piovra, che gli andreottiani fossero tutti marci. Così quando ti trovi a seguire un’inchiesta che ti racconta esattamente questo, tu pensi ‘hai visto, hai trovato la verità, non c’è altra verità da cercare’. Nel libro uso l’espressione: ‘Eravamo gli eroi del nostro stesso fumetto’.”

Sintesi notevole.

“Allora, io ho sempre pensato che uno che ha vent’anni e vuole fare il giornalista e non vuole cambiare il mondo, a cinquanta fa una brutta fine, perché è un mascalzone. A vent’anni devi avere dei sogni, delle utopie. Il problema è che quando ti sembra si stiano realizzando, devi essere pronto anche a guardare altrove. A non accontentarti di dire ‘è fatta’. Almeno questo è stato il mio sbaglio, la mia responsabilità. Poi ognuno si assuma le proprie.”

Quindi è stato un errore di visione politica?

“Direi di visione culturale. Eviterei di associare l’idea del Minculpop rosso al nostro pool. Che peraltro durò un anno e che nacque per le stessa esigenze del pool di Borrelli. Noi avevamo dieci arresti e venti avvisi di garanzia al giorno. Non aveva senso farsi concorrenza tra testate, anzi il tuo unico problema era verificare che fossero tutte vere, non polpette avvelenate, che pure giravano, perché erano in molti a voler inquinare l’inchiesta. Tant’è che il pool dei giornalisti è finito, si è spaccato, quando è entrato in ballo il Pds e la Fininvest, le grandi questioni divisive, e quando le notizie sono diventate di meno. Quando la spinta di Mani Pulite iniziò ad affievolirsi e il consenso generale scemare perché - come racconta Gherardo Colombo - dagli intoccabili si iniziava a scender per li rami, a sfiorare la gente comune.” 

Quanti eravate prima di dividervi?

“Una decina, e non abbiamo guardato in tutte le direzioni perché quella direzione corrispondeva a una nostra formazione culturale. Errore gravissimo. Sto dicendo che altrimenti avremmo scoperto una Spectre dietro Mani Pulite? No, perché non lo penso nemmeno oggi. Ma avremmo scoperto che gli eroi non sono tutti giovani e forti ma sono anche dei personaggi con una vita con dei compromessi. Avremmo potuto tingere di chiaroscuro il nostro quadro per permettere ai lettori di averne uno più vero. E in secondo luogo avremmo dovuto avere più attenzione ai diritti individuali. Dietro a ognuno di quegli indagati c’era una persona, e io, parlo per me ovviamente, questo non lo coglievo molto chiaramente.”

Un’autocritica forte.

“Assolutamente. Per dire, il primo indagato che ho visto come persona è stato Sergio Cusani. Di Sergio Moroni, ho scritto due righe quando è stato indagato e l’ho ritrovato a settembre quando si è suicidato. Non l’ho mai visto. Ma il punto era proprio quello. Quando tu scrivi della gente dovresti guardarla in faccia. Non era semplicissimo allora ma avremmo dovuto farlo. Quando ho guardato in faccia Cusani ho visto una persona estremamente più complessa, comprensibile e persino giustificabile, rispetto a quello che era stato tratteggiato semplicisticamente come ‘il Marchesino rosso’ dal chiacchiericcio della procura.” 

Se ho capito bene si è trattato di una fase molto disumanizzante.

“Non c’è dubbio e questa è una responsabilità che ci portiamo dietro. Certo, abbiamo attenuanti, bisognava starci per capire quanto il contesto fosse complicato per mantenere la barra dritta.”

Traspare un po’ di senso di colpa.

“Il senso di colpa è una categoria che non mi piace mettere dentro un dibattito pubblico. Eventualmente faccio i conti con me stesso. Sicuramente, dopo i primi suicidi avremmo dovuto lavorare diversamente. La lettera di Moroni - premesso che tutte le accuse a suo carico saranno confermate e i coimputati tutti condannati - ha una forza che viene colta dall’opinione pubblica, dai giornali, ma archiviata troppo in fretta. Avrebbe dovuto accompagnarci nel lavoro dei mesi successivi, invece fummo subito presi dalla rincorsa ‘alla prossima cosa’. Al vero bersaglio di quella stagione, il ‘toro’, Bettino Craxi. Il cui avviso di garanzia arrivò dopo tre mesi. Inoltre c’era una retorica odiosa, autoassolutoria e un po’ ipocrita, per cui la colpa dei suicidi era del sistema a cui apparteneva il suicida. Sicuramente abbiamo fatto, e ho fatto, errori importanti.”

Non per discolparti, e prendendo spunto dallo straordinario spaccato del giornalismo italiano di quegli anni che si trova nel libro, c’è da dire che le responsabilità non erano solo di chi come te stava in procura, o per strada, ma anche dei vostri superiori...

“Non c’è dubbio. Ma i giornalisti italiani, capiredattori, direttori... non erano scesi da Marte, ma appunto erano italiani e stavano in un Paese dove la selezione, le scelte erano fortemente condizionati. Si sono mescolati il senso di appartenenza, che poi diventava colpa, a senso di opportunismo. Non c’è bisogno di citare Flaiano per parlare degli italiani, della capacità di passare dalla parte dei vincenti.”

Come vincente fu l’irruzione di Berlusconi, nel momento più duro per il ‘toro’ ferito Craxi.

“Questo è il paradosso di tutta la storia. Berlusconi era un uomo con i colori della Prima Repubblica eppure viene percepito come nuovo. Gli stessi italiani che, nel giorno dei funerali per le vittime della bomba di via Palestro, inneggiano a Borrelli, Di Pietro e co., una sorta di corteo spontaneo e forcaiolo, sono gli stessi che neanche un anno dopo plebiscitano l’imprenditore più assistito dal sistema della Prima Repubblica. Questo è un popolo che cerca sempre una palingenesi ma non si guarda mai dentro. E non è un gran popolo.”

Non salvi né Craxi né Di Pietro. 

“Perché ciascuno dei due ha compiuto mosse che hanno condizionato gli italiani nel non credere ulteriormente nell’Italia. E non parlo delle vicende strettamente giudiziarie. Ma se un uomo di Stato a fronte di due condanne definitive comminate da sei collegi di magistrati se ne va all’estero, cosa sta dicendo agli italiani? Che non si può credere al Paese che pur si ama.

Prendiamo poi Di Pietro, che esce dalla magistratura in modo ambiguo e inspiegabile, e due anni dopo aver interrogato duramente Prodi come testimone diventa suo ministro. Per non parlare della candidatura al Mugello sostenuta dallo stesso Pds che la vulgata dice essere stato graziato dalle sue inchieste. Il combinato disposto delle due cose produce il messaggio che non si può credere alla magistratura. Se il moralizzatore passa alla politica che non è riuscito a moralizzare, non c’è nulla di vero. L’esito finale di queste due vicende personali è, molti anni, dopo il grillismo, l’onda selvaggia, la fine della credibilità delle istituzioni. Tu deludi e uccidi i sogni di un’intera generazione, i ragazzi degli anni ’90.” 

Siamo arrivati alla ‘rivoluzione interrotta’.

“Sì, anche se non penso affatto che quella fosse una rivoluzione. I Paesi non cambiano così. La scelta giusta, di medio e lungo periodo, l’ha fatta invece Gherardo Colombo, che ha lasciato la magistratura e ha iniziato a insegnare. Con l’idea che si debba ripartire non dai processi, ma dalla formazione di una classe dirigente, di una cittadinanza. La via giudiziaria non è risolutiva.” 

Concludendo, in occasione del trentennale di Mani Pulite, anche grazie al tuo libro, non c’è un rischio revisionismo? Senza parlare di criminalizzazione dei magistrati, che comunque ce la stanno mettendo tutta per perdere di consenso, non si corre il pericolo opposto, che non debba salvarsi proprio nulla del ’92? 

“Assolutamente. Di quel periodo va invece salvata la spinta di molta gente in perfetta buona fede. Va salvata in parte l’autonomia della magistratura, da rivedere ma non da cancellare completamente col rischio di uno scenario ungherese o polacco, di asservimento all’esecutivo. È stata una stagione di grande speranza, che non va buttata via. Però dopo trent’anni credo che se ne possa parlare diversamente, abbandonando i radicalismi, senza vedere l’altra parte necessariamente come un nemico. Basta con la storia della ‘rivoluzione’ contro i ‘manigoldi’. Troviamo una medietà e una compostezza che dobbiamo anche ai nostri figli. Ecco, io vorrei poter parlare con i ragazzi dell’età di mia figlia di quella storia, e del nostro mestiere. Perché quella è stata anche la storia del nostro mestiere. E di come questo si possa fare con più autonomia, con più coraggio, e forse con più attenzione.”

Mani Pulite? Ha fatto meno errori di quelli che vede Buccini. Tano Grasso su L'Espresso il 4 dicembre 2021. Goffredo Buccini, "Il tempo delle mani pulite. 1992-94", Laterza, euro 18. Avevo appena finito di scrivere la recensione del libro dell’inviato del Corriere della Sera Goffredo Buccini che racconta i due anni di “Mani pulite”, dall’arresto di Mario Chiesa alle dimissioni dalla magistratura di Antonio Di Pietro, quando sono stato costretto a rivederla dopo che era apparso sul Corriere un editoriale dello stesso Buccini con il titolo “Trent’anni dopo ‘Mani pulite’: è tempo che la guerra finisca” (20.11.21). Lo si interpreti come un lungo post scriptum o un capitolo-bis di quello conclusivo del libro (“Trent’anni dopo”), l’articolo affronta problemi con un’accentuazione che non si era percepita nelle 232 pagine del libro. 

Nell’articolo Buccini interviene con più nettezza rispetto alla conclusione del libro dove auspica «la riconciliazione e il riconoscimento reciproco» come condizione per superare il «moto pendolare inesausto tra un giustizialismo fazioso e un garantismo peloso» (p. 231). Il problema è, prima ancora, intendersi su questa “guerra dei Trent’anni”, sui suoi protagonisti e se e in che modo è stata combattuta. È innegabile l’esistenza di quelle due correnti in settori di opinione pubblica, ma la loro dimensione varia nel tempo, a  volte si estende a beneficio dell’una e si restringe in danno dall’altra e viceversa.

Probabilmente continueranno a permeare il dibattito pubblico: per fare un esempio, il populismo ha sempre attraversato un pezzo di storia politica, per molto tempo è stato marginale, qualche volta è stato al Governo. La soluzione non si trova tra giacobini e garantisti.  La palla è nelle mani di chi non ha condiviso quei due miti o ha iniziato ad allontanarsene, un’area trasversale che deve essere ulteriormente estesa e, soprattutto, deve trovare voce autorevole per propugnare una normalità fondata sulla difesa dell’indipendenza e dell’autonomia dei giudici. Prima ciò avviene, prima andranno incontro ad un destino residuale.

Quindi, quando si parla di “guerra” è indispensabile distinguere lo scontro tra correnti d’opinione dall’aggressione di una parte politica contro la magistratura. Si tratta di grandezze tra loro incommensurabili. Bene ha fatto Buccini in tutte le pagine del suo libro a raccontare una storia che non ha avuto nulla di golpe giudiziario. Esiste un problema tra magistratura e politica e di tutela di un equilibrio istituzionale? Bene, si discuta di questo; ma non di una guerra che una parte politica (Berlusconi e dintorni) ha sferrato all’indipendenza della magistratura, una guerra dichiarata unilateralmente.

Vero è che negli ultimi anni si sono sommati errori, eccessi, degenerazioni all’interno di settori della magistratura italiana, ma questo non giustifica il riferimento ad una guerra combattuta tra due parti contrapposte. Né tanto meno la questione si può risolvere con un beau geste di Berlusconi. Altro serve, altri devono agire. Infine, temo che la tesi di una guerra a cui porre termine possa diventare un’idea consolatoria, idonea ad offrire nuovi alibi, rimandando tutto al punto di partenza in un disperato e ripetitivo gioco dell’oca.

Buccini offre varie possibilità di lettura del libro (come sottotitolo potrebbe avere “Col senno di poi”, un’espressione usata dall’autore in più luoghi). Spiega Primo Levi: «I fatti storici acquistano il loro chiaroscuro e la loro prospettiva solo a qualche decennio dalla loro conclusione». Può essere svolta una rigorosa valutazione storica su fatti e persone di 30 anni fa senza per questo mettere in discussione il valore di quella esperienza? Decisivo è non perdere il senso della storia: il senno di poi non può significare guardare con gli occhi di oggi, ma con il rispetto di quel contesto e di quel momento. Ciò non esclude di interrogarci sulla possibilità, per diversi attori (politica, magistratura, informazione), di alternative credibili. Erano possibili altre scelte? A partire dalla politica.

In questi anni è prevalsa una vulgata secondo cui le indagini dei giudici di Milano hanno determinato la fine della prima Repubblica. Non è così: la Repubblica dei partiti è deceduta per suicidio. Mani pulite è stata semplicemente la goccia che ha fatto traboccare il vaso di un sistema già da tempo agonizzante, come ha dimostrato la totale assenza di lucidità politica dei partiti negli anni 1992-93, sia nell’interpretazione degli avvenimenti che nella loro gestione: era come vedere pugili suonati in attesa della spugna sul ring.

Questa disfunzione ha continuato a caratterizzare in buona parte la vita politica negli anni successivi come se una forza oscura impedisse alla Seconda repubblica di crescere ed affermarsi. Buccini offre due importanti sollecitazioni. In primo luogo, emerge l’assenza cronica del principio di responsabilità politica, l’incapacità di esercitare una autovalutazione sui comportamenti dei propri dirigenti indipendentemente dagli esiti dell’azione penale. Una abnormità che continua a permanere ancora oggi nella vita delle organizzazioni politiche costituendo un gravissimo vulnus alla loro autorevolezza.

Quando Borrelli alla vigilia di Natale del 1993 a pochi mesi dalle elezioni politiche invita «chi farà politica domani», «chi sa di avere scheletri nell’armadio, vergogne del passato, apra l’armadio e si tiri da parte» (p.1 39), di fatto, pone la necessità di ricondurre l’azione penale alla sua fisiologica funzione e, dall’altro, sollecita i partiti a riappropriarsi del principio di responsabilità.

Naturalmente le esortazioni non sortiscono alcun effetto e, così, la storia continua a girare a vuoto. Se si consegna ai pubblici ministeri la selezione della propria classe dirigente ogni procedimento penale è destinato a diventare terreno di scontro politico. È da qui che nasce la stagione del populismo giudiziario, l’attribuzione di una funzione diversa dalla giurisdizione ai magistrati in quanto tali, chiamati ad assumere il ruolo di interprete delle reali esigenze di giustizia del popolo e a cercarne il consenso. Tutto è regolato dalla proporzionalità inversa: meno credibile e certa è l’assunzione di responsabilità politica, maggiore sarà la forza della delega alla magistratura. Il principio della responsabilità politica è la principale premessa per il recupero dell’autonomia della politica e, quindi, della sua autorevolezza, con conseguente ridefinizione del ruolo della magistratura secondo la sua funzione originaria.

Nel commentare l’esibizione di un cappio alla Camera dei deputati nella seduta del 16 marzo 1993, scrive Buccini: «La rivoluzione giudiziaria non sembra andare esattamente nel senso di un allargamento dell’area democratica del Paese» (p. 92). Ecco la seconda sollecitazione del libro. Solo la politica contro altra politica può determinare cambiamenti duraturi e non effimeri. Si è assistito in quel biennio a una situazione paradossale: tanto l’opposizione di destra che l’opposizione di sinistra, anche se questa con esitazioni e non sempre con compattezza, si sono trovati a cavalcare l’onda delle indagini milanesi, nel frattempo estese ad altre regioni (quasi in ogni procura italiana emerge un “dipietro”). Con un’inesorabile nemesi storica.

Tre decenni di storia politica hanno dimostrato che l’unico esito politico possibile della “rivoluzione giudiziaria” è il populismo politico e gli unici beneficiari, non a caso, sono stati la Lega, in quella fase politica, e il Movimento 5 Stelle negli ultimi anni. La Lega non ha tenuto conto che quella rivoluzione giudiziaria, prima o poi, sarebbe scesa dai gradini più alti per raggiungere quei settori, le cosiddette partite Iva, la cui ricchezza si fonda su margini, più o meno ampi,  di illegalità, a partire dall’evasione fiscale.

Buccini fa parlare Gherardo Colombo: «All’inizio delle indagini, le prove coinvolgono persone molto in alto, con cui quasi nessuno si può identificare […] Via via che l’inchiesta prosegue, però, le prove ci portano a scoprire la corruzione di persone comuni […] La disponibilità si trasforma in chiusura e i canali di afflusso delle prove progressivamente si inaridiscono» (p. 155). Per la sinistra il discorso è diverso: la lotta politica per via giudiziaria, estranea alla sua tradizione, si ritorce come un boomerang con il successo di Berlusconi alle elezioni del 1994; per poi ritorcersi anche contro il tycoon che con le sue televisioni aveva esaltato quei due anni di indagini. Già in questa fase inizia ad avverarsi la profezia di Sergio Cusani: «Il Paese dopo Tangentopoli potrebbe essere assai peggio di quello che c’era prima» (p. 130).

Veniamo alla magistratura. Le indagini da subito rendono evidente che non si tratta solo di finanziamento illecito dei partiti, secondo la tesi craxiana. Le imprese «pagando quei soldi truccavano a loro vantaggio le gare d’appalto e facevano fuori la concorrenza in modo sleale» (p. 90). Rispetto ai politici e ai giornalisti l’ambito per scelte alternative da parte dei magistrati nell’esercizio dell’azione penale è particolarmente ristretto: da un lato questa è disciplinata da norme precise, dall’altro ogni atto è sottoposto alla verifica dei meccanismi di controllo interni sino alle sentenze delle varie corti.

Se sul merito delle indagini, pur di fronte agli inevitabili errori e a certe forzature, si può tenere un giudizio moderatamente critico, le cose cambiano quando ci si riferisce all’approvazione popolare, un discorso che, scrive Buccini, «ha un retrogusto inquietante» (p. 128). È quello che avviene con il decreto Conso e quello Biondi. Nel 1993 Borrelli legge un comunicato per denunciare «la paralisi delle indagini» e la fine «di qualunque forma di collaborazione» (p. 92); l’anno successivo sono i quattro pubblici ministeri del pool a presentarsi davanti alle telecamere per accusare con la voce di Di Pietro quel provvedimento che «non consente più di investigare efficacemente i delitti su cui abbiamo finora investigato» (p. 177).

Oggi, di fronte a interventi di questo tipo, si avrebbe una quasi corale reazione di rigetto, nel mondo politico e nell’informazione; ma oggi quanto accaduto con il decreto Biondi non potrebbe accadere, anche perché il prestigio di cui gode l’ordine giudiziario non è per nulla paragonabile a quello di quegli anni. E nel 1993 e nel 1994? Nel primo caso, a parte alcuni esponenti dell’ex pentapartito, pochi sono quelli che mettono in discussione l’intervento del pool; nel 1994, in una situazione completamente diversa per il successo elettorale di Berlusconi, sull’iniziativa del pool si divide la nuova maggioranza costringendo il Governo ad un passo indietro.

La parte più interessante e originale del libro è quella con il diretto coinvolgimento personale dell’autore quando esamina il ruolo dell’informazione. Ed è come assistere ad una seduta di autocoscienza (e, ovviamente, anche di autocritica).  Intanto si apprende che il “pool dei giornalisti  ragazzini” che seguono le vicende di Mario Chiesa sono divenuti organo di polizia giudiziaria: «Le prime fughe di notizie pilotate seguono insomma questa doppia strategia: spaventare il detenuto che continua a tacere e fomentare l’opinione pubblica o, almeno, cercare di tenerla desta» (p. 19).

A proposito della tragedia di Sergio Moroni, il deputato socialista indagato e suicida, Buccini descrive bene il clima e i sentimenti prevalenti in una parte del mondo dell’informazione: «Dovremmo fermarci? Smettere di sparare ogni nome sul giornale? Impossibile mi dico […] Forse dovremmo fermarci a pensare, dovrei, forse dovremmo staccare, stoppare la macchina, discutere qualche giorno […] Ma il giorno dopo l’inchiesta ricomincia, altri arresti, altri avvisi, altri blocchi da cinquanta o sessanta nomi, sta cambiando il mondo, forse lo stiamo cambiando anche noi, sotto a chi tocca» (p. 67).

E, ancora, altri interrogativi a proposito dell’avviso di garanzia a Craxi, “il Cinghialone”: «Dovremmo chiederci se sia normale che un’inchiesta abbia un bersaglio, peraltro marchiato con un nomignolo così feroce. O se sia opportuno che i cronisti che la seguono vi partecipino con tanta foga da considerare un successo l’atto di accusa contro un indagato» (p. 74).

Quando poi maldestramente viene messo in discussione Di Pietro, Buccini è ancora più netto con la sua professione: «Abbiamo perso qualcosa di essenziale della nostra funzione, guardando troppo spesso in una sola direzione e non consentendo a tanti lettori moderati e non militanti di formarsi un’opinione davvero indipendente» (p. 127).

Tutte riflessioni che meritano di essere seriamente valutate ancora oggi: il potere dei media è immenso, incide sull’onore e la dignità delle persone, è un grande potere («Se il titolo è grande la notizia diventa subito importante», spiega seccamente il signor Kane in “Quarto potere”) che richiede grande responsabilità nel praticarlo. E, soprattutto, deve essere indipendente dagli altri poteri se vuole esercitare bene il proprio, offrendo, quando occorre, anche una valutazione critica sugli atti giudiziari.

“Una notte di luglio a Milano”, sicuramente il capitolo più bello e più coinvolgente del libro (la strage del 27 luglio 1993 in via Palestro a Milano), aiuta a capire cosa fosse diventata l’Italia in quegli anni: «Lo sbandamento è generale», scrive Buccini. «Forse il luglio ’93 è il mese più buio della Prima Repubblica, forse siamo già nella cosiddetta Seconda, noi non ce ne siamo accorti ancora ma i criminali sì e ci hanno anticipato» (p. 111). Anni terribili quelli, da Capaci a via d’Amelio, a Firenze, Roma, Milano e ognuno di noi da quegli eventi è stato indelebilmente segnato.

Mani pulite è una pagina positiva scritta da una magistratura finalmente indipendente: viene abbattuto il tabù dell’impunità dei colletti bianchi; politici, imprenditori, professionisti, funzionari rispondono davanti alla legge. Indubbiamente vi sono stati errori e forzature, ma non tali da alterare il giudizio d’insieme (neanche su Di Pietro: l’analisi del personaggio delineata dall’autore non mi ha convinto).

Nel tempo, e c’è ne è stato tanto, a quegli errori si sarebbe dovuto porre rimedio. Anche se non ho condiviso alcune affermazioni di Buccini, mi trovo d’accordo quando afferma che bisogna «smettere di chiedere ai magistrati di supplire alle nostre carenze, invocandone l’intervento salvifico dove non siamo capaci di riformarci come corpo sociale e politico, per poi dolerci delle loro invasioni di campo» (p. 231).

E ritorniamo alla politica: da un lato ha continuato a vivere con soggezione e subalternità il rapporto con la magistratura (una parte importante della sinistra) e, da un altro lato, si è scatenata in brutali campagne di delegittimazione e di attacco frontale all’indipendenza dei giudici offrendo quelle nefaste leggi ad personam (Berlusconi e dintorni). Tuttavia, neanche la magistratura ha dimostrato la capacità di porre rimedio a quegli errori, sino alle degenerazioni a cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Ma sarebbe una grave mistificazione della Storia far risalire il “sistema” emerso con il caso Palamara all’esperienza positiva di Mani pulite.

"Il Tempo delle Mani pulite". La storia la scrissero i magistrati segnando la morte della politica. Francesco Storace su Il Tempo il 12 dicembre 2021. Un libro che riavvolge il nastro sulla politica italiana. Come eravamo, potremmo dire leggendo tutte le pagina de “Il Tempo delle mani pulite”, scritte da Goffredo Buccini – penna brillante del Corriere della Sera – edito da Laterza. Buccini è uno dei protagonisti di una storia trentennale: fu sua la notizia – diventata storia – che nel ’94 informò gli italiani dalla prima del Corrierone dell’avviso di garanzia a Silvio Berlusconi. Era appena diventato premier, presiedeva un’importante riunione internazionale contro il crimine. I magistrati di Milano non lo perdonarono.

Per quanto tempo sei stato orgoglioso di aver dato per primo notizia di quell’avviso di garanzia a Berlusconi?

“Orgoglio non è la parola giusta. Pensavo di star facendo il mio mestiere e ancora penso di averlo fatto. Allora ero un cronista e il lavoro di un cronista è trovare notizie: quella era una signora notizia e, una volta accertato che fosse vera, andava data, senza se e senza ma. Naturalmente si poteva e si può discutere (e molto si è discusso) sull’opportunità che la Procura mandasse un invito a comparire a Berlusconi nei giorni di un vertice mondiale sulla criminalità che proprio Berlusconi presiedeva quale premier italiano. La Procura ha sempre sostenuto che la scelta di tempo fosse obbligata dall’indagine. Io ho sempre pensato che la scelta di tempo fosse infelice.”  

E immaginavi che sarebbe accaduto il finimondo?

“Certo che sì. Ed ero anche molto preoccupato. Nel libro racconto anche di quelle ore, dell’ansia, della notte insonne prima che la notizia fosse confermata. Eravamo certi di ciò che pubblicavamo sul Corriere della Sera, ma in un caso così delicato la certezza non è mai abbastanza. Poi ho impiegato anni per togliermi di dosso lo stigma di quella notizia. Ci sono notizie che possono schiacciare un giovane giornalista: e io ero giovane”. 

Quanto ha influito il giornalismo di mani pulite nell’azione dei giudici?

“Certamente l’azione di sostegno che il giornalismo fece in quegli anni è stata molto importante nella creazione di una certa mitologia sull’indagine e sugli inquirenti. Ed è stata anche responsabile di omissioni. Nel libro spiego chiaramente che avremmo dovuto guardare di più e meglio la vicenda e i suoi protagonisti. Eravamo, noi cronisti, giovani e quasi tutti formati a sinistra da ragazzi. Dunque, con un’idea precisa e preconcetta di verità riguardo alla moralità di certi socialisti autonomisti “traditori” della causa, a quella di certi imprenditori che parevano la caricatura della Piovra. Se per strada incontri un’inchiesta che ti dimostra proprio quelle cose, ti convinci che la verità sia tutta lì e non ci sia bisogno di guardarla da altre angolazioni. Sbagliato. E te lo spiego con un esempio. Sergio Moroni, il deputato socialista che si uccise a settembre 1992 dopo un avviso di garanzia, era colpevole, sì, di finanziamento illecito (lui stesso lo ammetteva nella lettera d’addio): ma non era un ladro, non s’era mai messo in tasca un soldo; la verità è una ma ci sono molti modi per spiegarla. Mettere tutti nello stesso calderone è stato uno sbaglio”.     

La politica è cambiata o è rimasta la stessa?

“La politica è morta. Le culture politiche non si sono mai riprese da allora. Trent’anni dopo il sistema è ancora in grave fibrillazione e in piena transizione, non è chiaro verso dove. Va però detto che la politica aveva fatto harakiri. La storia del golpe giudiziario è una balla. Durante tutti gli anni Ottanta i partiti avevano comprato consenso in cambio di debito pubblico e finanziamenti illegali in cambio di appalti truccati. Quando la crisi economica fa scarseggiare i soldi, salta il patto con gli imprenditori. Mani pulite nasce così, altro che golpe”.

Craxi, Berlusconi: trent’anni dopo li rileggi con lo stesso giudizio di allora?

“Craxi è luci e ombre. Ha avuto grandi intuizioni e grandi colpe: l’errore principale è che sei uno statista (e lui lo era) non puoi restare in latitanza con due condanne definitive addosso, stai dicendo agli italiani che dell’Italia non ci si può fidare. Al netto della vicenda giudiziaria, Berlusconi è ancora oggi parte della questione. Trent’anni dopo il Paese continua a dividersi tra berlusconiani e antiberlusconiani. È ora di smetterla e lui dovrebbe fare un passo verso la pacificazione: è l’unico che può farlo oggi tra i protagonisti di allora”.   

Perché la sinistra fu salvata?

“Intanto il Pds milanese fu investito pesantemente dall’inchiesta. Quanto al livello nazionale, penso che abbia fatto molta differenza lo schermo delle cooperative: quelli erano comunisti, non parlavano al primo tintinnio di manette, Greganti lo dimostra. E comunque il Pds fu miope, perché nessuno si è salvato. Una simile frana ammazza tutta la politica, senza superstiti”. 

E la magistratura? Davvero siamo tutti colpevoli e se assolti l’abbiamo semplicemente fatta franca?

“Quella è una (infelice) iperbole di Davigo che molti citano in modo strumentale. Direi però che la magistratura ha seguito lo smottamento della politica. È diventata pura lotta per il potere, le sue correnti stanno disorientando l’opinione pubblica, creando sfiducia tra la gente. E questo è molto pericoloso in termini di tenuta sociale”.  

Vedere Piercamillo Davigo sotto indagine che effetto ti fa?

“Premetto che considero Davigo un servitore dello Stato. Perciò provo tristezza. Citerei Aznavour: il faut savoir, devi sapere quando alzarti dal tavolo con grazia. Lui non ci è riuscito a tempo debito e gli stanno mettendo in conto trent’anni, non merita una demonizzazione ad opera per lo più di carneadi. Eviterei di cercare un altro capro espiatorio nella storia”.

Ogni anno mille innocenti - lo dicono i processi con le sentenze - vengono assolti. Il tempo non sembra cambiare mai 

“Il tema è ancora tutto sul tavolo da trent’anni (anzi da prima, se pensi al caso Tortora), in attesa di una revisione complessiva. Però la politica è troppo debole per affrontarlo, ha paura della gente: quindi passa ancora da eccessi di giustizialismo feroce a forme di garantismo peloso, si invoca tolleranza zero ma solo contro chi non ci sta simpatico. Occorre equilibrio, una dote che nel panorama politico contemporaneo sembra quasi del tutto assente”.

Il cittadino comune che assiste allo spettacolo che rivoluzione deve ancora attendere?

“Il cittadino potrebbe imparare prima o poi a non delegare la rivoluzione a qualche mallevadore cui poi attribuire tutte le colpe dei fallimenti nell’arco di una stagione. Per ricondurre la magistratura nel suo alveo forse basterebbe smettere di invocarla quale supplente quando non riusciamo a riformarci per via politica per poi demonizzarla a causa delle sue invasioni di campo. Lo Stato siamo noi non è uno slogan, è un programma per un domani migliore”.

L'impossibile memoria condivisa su Mani Pulite. Fu l’ultimo Berlinguer che rese giustizialista il Pci: nacque così il partito delle procure. Fabrizio Cicchitto su Il Riformista il 5 Dicembre 2021. Sulla vicenda di Mani Pulite il dibattito è sempre aperto e probabilmente non si chiuderà mai, malgrado gli appelli melensi ad una impossibile “memoria condivisa”: e poi “condivisa” fra chi? Fra chi ha fatto un autentico colpo di mano mediatico-giudiziario e chi lo ha subìto? Dopo un’autentica, anche se atipica guerra civile (gli avvisi di garanzia, gli arresti, i titoli dei giornali, i telegiornali, Samarcanda, gli editti in diretta del pool dei pm di Milano che sono stati il corrispettivo dei carri armati e dei paracadutisti per cui Curzio Malaparte potrebbe scrivere una nuova edizione del suo libro: Tecnica di un colpo di Stato) la memoria condivisa è impossibile, a meno che la storia non sia scritta solo dai vincitori. Ma su questo terreno invece i vinti si sono fatti sentire e continueranno a farlo. Gli ultimi significativi contributi sull’argomento sono costituiti da due saggi sul Foglio, uno di Luciano Violante (Casellario dei veleni che hanno intossicato la giustizia), l’altro di Paolo Cirino Pomicino (Le conversioni di Violante), da un libro assai vivace, con intenti giustificazionisti, di Goffredo Buccini (Il tempo delle Mani Pulite) e un altro di Pier Camillo Davigo, L’occasione mancata (ma la principale occasione mancata è costituita proprio dal libro di Davigo che invece di impegnarsi in una riflessione critica porta avanti, fra minacce e rinnovate condanne, una esaltazione di tutti gli atti del pool e dei suoi protagonisti ). I due saggi sul Foglio si pongono su piani totalmente diversi. Luciano Violante colloca il suo saggio in una dimensione che, per usare una espressione cara a Gramsci, è “fur ewig”, quasi che negli anni cruciali dal 1970 al 2000 egli sia stato uno studioso indipendente. Invece dagli anni ’70 agli anni ’90 Violante è stato uno dei fondatori del giustizialismo sostanziale, ha operato a monte del Parlamento nella costruzione di un rapporto profondo fra il Pci e alcune procure, e poi dalla presidenza della Commissione Antimafia ha contribuito ad elaborare testi assai importanti.

Invece Paolo Pomicino ha scritto il suo saggio con il cervello, con la memoria storica, e anche con la partecipazione di chi da un certo uso politico della giustizia è stato colpito in modo molto duro. Alla luce di tutto ciò Pomicino, nel suo saggio assai polemico, finisce con l’attribuire a Violante il ruolo di deus ex machina di tutto quello che è accaduto. Invece, a nostro avviso, se si vuole andare davvero al fondo della questione, bisogna fare i conti con la storia del Pci dal 1979 in poi. Se li facciamo vediamo che è “l’ultimo Berlinguer” ad essere alle origini di tutto, compresa l’involuzione giustizialista dal Pds. L’azione politica sviluppata dal gruppo dirigente che ha cambiato nome al Pci e ha fondato il Pds (Occhetto, D’Alema, Veltroni, Fassino e, appunto, Violante) è in assoluta continuità con quel lascito berlingueriano. “L’ultimo Berlinguer” (descritto in modo magistrale in un saggio di Piero Craveri sulla rivista XXI secolo – marzo 2002) ha prodotto due guasti. In primo luogo ha accentuato, non ridotto, le divisioni verificatesi fra il Pci e il Psi dai tempi dell’invasione sovietica dell’Ungheria: certamente Togliatti era un sofisticato stalinista e anche dopo il XX Congresso lavorò per ricostruire su nuove basi il legame di ferro con l’Urss. Però Togliatti non fu mai un giustizialista (la sua scelta per l’amnistia ebbe un significato profondo) e dal 1944 al 1964 mantenne sempre ferma la scelta strategica fatta dall’Internazionale comunista nel VII Congresso (I fronti popolari, il rapporto preferenziale con i partiti socialisti, la linea gradualista in Europa) e quindi non regredì mai verso il settarismo del VI Congresso (1928) fondato appunto “sul socialfascismo”. In secondo luogo Berlinguer con la sua enfatizzazione della questione morale e con la sua damnatio degli “altri partiti” (quasi che il Pci fosse davvero “diverso” da essi sul terreno del finanziamento irregolare) ha rappresentato una delle fondamentali scuole di pensiero (quella di sinistra), che hanno ispirato la successiva affermazione della demonizzazione dei partiti e dell’antipolitica.

Le altre scuole su questo terreno sono state tutte di destra o di ispirazione confindustriale e poi sono state anche quelle che hanno drenato più consensi. Di fronte all’ascesa di Craxi alla presidenza del Consiglio Berlinguer scartò nettamente la proposta del segretario della Cgil Luciano Lama che era quella di dare una sponda politica e sindacale alla novità costituita dal fatto che per la prima volta un socialista diventava presidente del Consiglio. Anzi Berlinguer fece la scelta del tutto opposta, quella della contrapposizione frontale. Ciò derivava da un’analisi totalmente negativa su Craxi e sul gruppo dirigente socialista sviluppata nel ristretto laboratorio cattocomunista che assisteva Berlinguer nella definizione della politica interna (invece in politica estera egli aveva una autonomia assoluta e faceva tutto di testa sua). In una lettera del 18 luglio 1978 Antonio Tatò, uno dei due consiglieri di Berlinguer in politica interna, scriveva “Craxi è un avventuriero, anzi un avventurista, un abile maneggione e ricattatore, un nemico dell’unità operaia e sindacale, un nemico nostro e della Cgil, un bandito politico di alto livello”.

Di lettere su questa falsa riga ce ne stanno altre. Partendo da un’analisi siffatta in una riunione della direzione Berlinguer sostenne che il Psi puntava ad acquisire la direzione del paese con la presidenza del Consiglio addirittura “sulla base di uno spostamento a destra” dell’asse politico. Berlinguer ammonì “di non dimenticare il periodo del cosiddetto “socialfascismo” in cui le socialdemocrazie avevano aperto la strada alla reazione e al nazismo con le loro posizioni antipopolari e antioperaie (attorno agli anni ‘30) per cui si potevano controllare i toni della polemica ma sarebbe stato un errore non mettere in chiaro la pericolosità della posizione del Psi”. Per chi conosce il valore di certe espressioni “simboliche” del linguaggio comunista la frase usata da Berlinguer a proposito di Craxi sul “socialfascismo” aveva un significato profondo. Da qui una scelta politica di fondo: il nemico da battere era il Psi di Craxi. Per altro verso l’alternativa lanciata a Salerno era contro tutto e tutti. Gli unici alleati possibili erano la sinistra cattolica e quella democristiana. Arriviamo così al 1989.

Cossiga capì subito che il crollo del comunismo avrebbe avuto conseguenze non solo per il Pci ma anche per la Dc, per il Psi e per i partiti laici. Egli sostenne l’esigenza di una profonda autocritica da parte di entrambi gli schieramenti contrapposti che duranti gli anni della guerra fredda avevano messo in atto molte illegalità. Questo invito fu nettamente respinto prima dal Pci di Berlinguer poi dal Pds e anzi Cossiga fu addirittura criminalizzato. A quel punto i cosiddetti poteri forti (dalla Confindustria a Mediobanca alla Fiat alla Cir, ad altri grandi gruppi) ritirarono la loro delega alla Dc e al Psi e anzi manifestarono forti propensioni per l’antipolitica e ancor di più una netta repulsione per la “repubblica dei partiti” e per le imprese pubbliche. Di conseguenza il Pds fu di fronte ad una scelta di fondo.

I miglioristi proposero di rispondere a tutto ciò con la formazione di un grande partito socialdemocratico e riformista e comunque con l’unità fra il Psi e il Pds. Invece sulla base dell’analisi e della linea politica di Berlinguer la risposta di coloro che Folena appellò in un suo libro I ragazzi di Berlinguer fu di segno opposto e fu espressa in modo lucido da Massimo D’Alema: “Che cosa dobbiamo fare? Dobbiamo cambiare nome. Volevamo entrare nell’Internazionale socialista, dunque non potevamo continuare a chiamarci comunisti. Craxi aveva un indubbio vantaggio su di noi, era il capo dei socialisti in un paese occidentale, quindi rappresentava la sinistra giusta per l’Italia, solo che aveva lo svantaggio di essere Craxi.

Mi spiego. I socialisti erano storicamente dalla parte giusta, ma si erano trasformati in un gruppo affarista avvinghiato al potere democristiano. Allora avevamo una sola scelta: diventare noi il partito socialista” (Fasanella-Martini: D’Alema). Qui è il punto cruciale. Quando in seguito alla presa di distanza dai partiti tradizionali da parte dei poteri forti decollò il cosiddetto circo mediatico-giudiziario alle origini il Pds non ne faceva parte, tant’è che tremò sapendo bene di essere inserito a suo modo nel sistema del finanziamento irregolare dei partiti. Questa fu la ragione per cui Occhetto si recò per la seconda volta alla Bolognina per chiedere scusa agli italiani.

A sua volta per una fase Borrelli accarezzò l’idea che a un certo punto “il presidente della Repubblica come supremo tutore” avrebbe “chiamato a raccolta gli uomini della legge e soltanto in quel caso noi potremmo rispondere. Non basterebbe certo una folla oceanica sotto i nostri balconi, ma un appello di questo genere del capo dello Stato”. Quando fu chiaro che ciò non sarebbe avvenuto il vice procuratore capo Gerardo D’Ambrosio, da sempre militante del Pci, ebbe buon gioco a convincere Borrelli e gli altri che il pool aveva bisogno di un partito di riferimento e che esso avrebbe potuto benissimo essere il Pds, visti gli ottimi rapporti che il Pci aveva avuto con alcune procure strategiche (Milano, Torino, Palermo). Ecco che così il Pds ebbe un rapporto speciale con il pool di Milano e attraverso di esso poté procedere alla occupazione dello spazio storicamente coperto dal PSI distruggendolo per via mediatico-giudiziaria. In una prima fase questo disegno non fu contrastato dalla Dd perché Antonio Gava si illuse che consegnando Craxi e il Psi “ad bestias” tutta la DC si sarebbe salvata.

Le cose non andarono così: quando la ghigliottina si mette in moto essa non si arresta facilmente: in quel caso essa fu interrotta solo per la sinistra democristiana. A proposito di tutto ciò valgono le osservazioni fatte da un personaggio al di sopra di ogni sospetto come Giovanni Pellegrino, del Pds, già presidente della Commissione Stragi: “l’innesto di alcuni magistrati come Luciano Violante nel gruppo dirigente aveva finito col cambiarne (del Pds, n.d.r.) la cultura. Comincia a nascere un “partito delle procure” e si forma una corrente di pensiero secondo cui i problemi politici si risolvono con i processi. Il gruppo dirigente del partito era convinto che cavalcando la protesta popolare e con una riforma elettorale maggioritaria un partito del 17%, quale era allora il Pds, avrebbe conquistato la maggioranza assoluta dei seggi […]. Occhetto e parte del gruppo dirigente pensavano di avere il monopolio della astuzia […]. La nostra astuzia era al servizio di un disegno fragile che alla fine ha prodotto Berlusconi. Berlusconi è nato perché a sinistra in tanti erano convinti che la magistratura poteva essere la leva per arrivare al governo” (in G. Fasanella, G. Pellegrino, La guerra civile, Bur). Questi a nostro avviso sono gli elementi fondamentali di una vicenda che ha segnato in modo profondo la storia del nostro paese.

Comunque fra i protagonisti di quella stagione Violante è l’unico che negli anni 2000 ha portato avanti una riflessione critica e sostanzialmente autocritica. A parte il suo lungo articolo sul Foglio Luciano Violante ha il merito di aver fatto una battuta fulminante per commentare la situazione in cui si trova attualmente la magistratura italiana: “la prima riforma della giustizia da fare è quella della divisione delle carriere fra pm e cronisti giudiziari”. Quella battuta ci porta direttamente al libro di Goffredo Buccini. Nel 1992 Buccini era un giovanissimo giornalista del Corriere della Sera. Egli ricostruisce dal lato dei cronisti giudiziari quella che non fu una rivoluzione, ma una confusa guerra civile. Le rivoluzioni sono cose serie e producono anche una nuova classe dirigente di livello, una nuova cultura, nuovi valori. Le cose invece con Mani Pulite non sono andate così: sul mucchio selvaggio dai giovani cronisti descritti da Buccini, sugli avvocati accompagnatori, sugli imprenditori e su alcuni politici presi dalla sindrome di Stoccolma, si innestò una operazione politica fondata sulla scelta di due pesi e di due misure, uno adottato a favore del Pci-Pds e della sinistra democristiana, l’altro per colpire Craxi, i segretari dei partiti laici e l’area di centro-destra della Dc.

Ciò è avvenuto, come abbiamo già visto, perché i poteri forti dopo il 1989 hanno ritenuto di interrompere il loro rapporto globale (compresi i finanziamenti) con i tradizionali partiti di governo (Dc, Psi, partiti laici) per cui hanno dato licenza di uccidere agli organi di stampa da loro condizionati anche andando incontro nell’immediato ad alcune difficoltà di immagine e anche a vicende giudiziarie risolte come fecero Romiti e De Benedetti con alcune confessioni-genuflessioni fatte al pool dei pm di Milano. Di conseguenza un nucleo ben assortito di pm della procura di Milano non ha avuto più alcun condizionamento e si è scatenato “sulla politica”. A quel punto però se la razionalità e specialmente l’equanimità avessero prevalso sarebbero stati ipotizzabili due grandi operazioni. Una ipotesi era quella della grande e reciproca confessione (visto che il Pci era finanziato in modo ancor più irregolare della Dc e del Psi) come sostennero in modo diverso da un lato Cossiga, dall’altro lato Craxi nel suo discorso in parlamento del luglio 1992. Ciò avrebbe dato luogo a nuove procedure, a nuove regole, a una vera amnistia (non quella del 1989 che servì solo a mettere a riparo il Pci da conseguenze penali per il finanziamento del Kgb) e a un nuovo sistema politico di stampo europeo.

L’altra ipotesi sul terreno della equanimità era invece quella di una totale rottura per una ipotetica palingenesi con i magistrati assunti al ruolo di “angeli sterminatori” nei confronti di tutti i peccatori, vale a dire i partiti senza eccezione alcuna e i grandi gruppi imprenditoriali privati e pubblici. Avvenne esattamente il contrario, Mani Pulite fu gestita in modo del tutto unilaterale con i due pesi e le due misure a cui ci siamo riferiti precedentemente. Il libro di Buccini costituisce una straordinaria conferma di questa unilateralità. Tutti i cronisti giudiziari erano di sinistra e nessuno di essi ha mai contestato la grande mistificazione su cui si è fondata Mani Pulite. I segretari della Dc, del Psi, dei partiti laici “non potevano non sapere” e invece, per non far nomi, Occhetto, D’Alema, Veltroni “potevano non sapere” anche quando Gardini si recava a via delle Botteghe Oscure per incontrare uno o due di loro portando con sé una valigetta con dentro un miliardo. Buccini rimane all’interno del paradigma su cui si è fondato Mani Pulite quando sottovaluta il discorso di Craxi alla Camera del 1992, liquidandolo con la battuta: “tutti colpevoli, quindi nessun colpevole”: la sostanza era proprio quella; il finanziamento irregolare riguardava tutti da tempo immemorabile e a loro volta magistrati e giornalisti sapevano tutto benissimo. Solo che, indubbiamente in seguito a un fatto storico come il 1989, ad un certo punto qualcuno (in primo luogo i poteri forti) decise che le regole del gioco all’improvviso cambiavano.

Parliamoci chiaro: con i metodi adottati dalla procura di Milano Togliatti, Secchia, Amendola, Longo, lo stesso Berlinguer per interposti amministratori del partito, De Gasperi, Fanfani, i dorotei, Marcora, De Mita e Donat-Cattin si sarebbero venuti a trovare in condizioni analoghe a quelle di Bettino Craxi, di Forlani, di Altissimo e di Giorgio La Malfa. Buccini descrive anche quali erano i rapporti reali dei cronisti con il nucleo leninista dei pm: “Davigo mi ha preso a ben volere – riservatissimo e un po’ misantropo mi lascia intravedere a volte uno spiraglio di amicizia […] passeggiandomi accanto fra le file di uffici semideserti a quell’ora mi dice che quando nasceranno le Commissioni di epurazione dei giornalisti io dovrei proprio farne parte perché sono un ragazzo perbene: lo guardo e naturalmente deve stare scherzando” (Buccini, Il tempo delle Mani Pulite, pag. 145). “È un pezzo che mi sto curando Borrelli, Alfonso, suo segretario, mi guarda con il compatimento di uno zio affettuoso […]. La scena è abbastanza umiliante, devo ammetterlo, ma nel mestiere la sostanza conta più del talento” (idem, pag. 166) e “Borrelli mi dice […] in un’ennesima intervista, i colleghi in sala stampa mi sfottono acidi definendomi la penna preferita del procuratore, ma starebbero volentieri al mio posto” (idem, pag. 186). Infine, ma questa è invece un’osservazione assai seria perché va al fondo della questione: “l’indagine si è avvalsa e nutrita dell’uso smisurato delle manette” (idem, pag. 178).

A ciò va aggiunto che ci fu un unico Gip, cioè Ghitti, del tutto allineato, che addirittura parlò della liquidazione di un intero “sistema”. Infine, quanto al libro di Davigo, c’è un punto fondamentale che per molti aspetti è sorprendente e disarmante perché tratta con argomenti puramente giuridici una decisiva questione politica: “le successive indagini fecero emergere l’esistenza di un sistema nazionale in cui le principali imprese che avevano rapporti prevalenti con la pubblica amministrazione pagavano imponenti somme di danaro ai segretari amministrativi dei partiti di maggioranza mentre le cooperative rosse pagavano il Pci (dal 1991 Pds). La questione è stata oggetto di polemiche infinite sull’assunto che il Pci-Pds non sarebbe stato perseguito con la stessa energia con cui sarebbero state svolte le indagini nei confronti degli altri partiti, per poi trarvene l’accusa di politicizzazione agli inquirenti”.

In queste poche righe Davigo liquida una questione fondamentale perché dietro questo pretesto (quello che i segretari del Pci-Pds ignoravano l’apporto delle cooperative rosse mentre a loro volta i pm hanno volutamente ignorato che ad esempio la percentuale fra il 20 e il 30% riservata alle cooperative in sede Italstat, dove tutti gli appalti erano manipolati, era il modo con cui al Pci in quanto tale erano indirizzate enormi tangenti) è stata realizzata la manipolazione che ha portato a un uso politico della giustizia molto mirato. Se poi a questo si aggiunge che quando è stato provato che Gardini si era recato in via delle Botteghe Oscure per vedere i massimi dirigenti del Pds portando con sé una valigetta con dentro un miliardo si è trovato il pretesto per evitare di inviare ad essi un avviso di garanzia e in sede di processo Enimont il presidente Tarantola addirittura ha rifiutato di accogliere la richiesta dell’avvocato Spazzali di sentire Occhetto e D’Alema come testimoni perché quello era un processo totalmente dedicato a sputtanare i segretari dei partiti di governo, ecco che la misura è colma e l’unilateralità della operazione Mani Pulite è assolutamente evidente.

Infine non bisogna mai dimenticare che per due volte il pool fece una sorta di “pronunciamiento” contro proposte di legge del governo. Addirittura una volta, dopo aver fatto saltare il decreto Biondi, a Cernobbio il pool presentò una propria proposta di legge per la sistemazione di tutta la vicenda. Infine, ben due esponenti del pool, cioè il vice procuratore D’Ambrosio e il protagonista dell’operazione di “sfondamento” cioè Antonio Di Pietro sono stati eletti per più legislature nelle liste del Pds. Dopodiché oggi il risultato finale di un colpo di mano senza rivoluzione è del tutto evidente: leaders effimeri, che durano lo spazio di un mattino, partiti liquidi e movimenti privi di spessore politico e culturale. La conseguenza è netta. Nel momento più drammatico del nostro paese dal 1945 il destino dell’Italia dipende da due persone: Sergio Mattarella e Mario Draghi. Fabrizio Cicchitto

Il vuoto identitario e la ricomposizione della sinistra. Cicchitto sbaglia, Enrico Berlinguer non era un giustizialista. Michele Prospero su Il Riformista il 9 Dicembre 2021. Nella sua riflessione (uscita sabato sul Riformista) Fabrizio Cicchitto si interroga sulle ragioni della conversione al giustizialismo da parte dei comunisti. Ne indica due. La prima conduce alle relazioni intessute da Violante con alcune grandi procure, viste come il motivo che spiegherebbe una certa benevolenza dei magistrati verso le pratiche illecite di reperimento di denaro compiute anche dai vertici di Botteghe Oscure. Più interessante, rispetto a questo tasto polemico nel quale si avverte ancora la ferita aperta per la incidenza delle manette nella uccisione del Psi, è l’altro che coglie l’impatto di alcuni mutamenti intercorsi nella cultura politica del Pci già ai tempi di Berlinguer.

Non c’è dubbio che una distanza si avverte tra il primo Berlinguer, regista di una clamorosa espansione elettorale del Pci, e il leader che nei primi anni ’80 deve gestire una ritirata strategica che non riguardava solo la sinistra italiana. Uno dei punti più elevati della cultura politica di Berlinguer si può rintracciare nell’importante comitato centrale del giugno 1974, nel corso del quale egli riservò alcune bacchettate a Terracini, Longo, Spriano (su questo snodo ha richiamato l’attenzione G. Crainz, Il paese mancato, Roma, 2003, p. 495). In discussione era la recente legge sul finanziamento pubblico dei partiti e Umberto Terracini pronunciò un intervento durissimo nel quale (era ancora fresca la strage di Brescia) chiedeva lo scioglimento per decreto del Msi, senza attendere alcuna pronuncia dei tribunali. Inoltre egli si scagliava contro i soldi statali alle organizzazioni politiche. «Non c’è giustificazione che valga a tacitare lo stupore esterrefatto popolare», disse, dinanzi a «un provvedimento in sé impopolare» come quello della destinazione dei fondi del contribuente ai movimenti politici (comprese le formazioni neofasciste).

Anche Paolo Spriano concesse qualcosa alle istanze anti-partito dell’epoca asserendo che «se è vero che il termine classe politica è un termine di confusione e di mistificazione» occorreva tuttavia delineare una partecipazione di massa che andasse ben oltre «le rappresentanze tradizionali di partiti». Di altro segno erano le parole di Napolitano che, come risposta alle degenerazioni della politica, anticipò il tema delle «modifiche istituzionali che possono essere necessarie per superare la crisi di funzionalità del regime democratico». La replica di Berlinguer stigmatizzò come «puramente demagogica» l’ostilità di Terracini al finanziamento pubblico dei partiti. Molto nitide furono le sue connessioni tra autonomia della politica dai poteri privati (anche grazie alla copertura finanziaria pubblica dei costi della politica) ed effettiva moralizzazione della vita democratica. «Al di là della cortina fumogena di tutte le ipocrite prediche moraleggianti sulla classe politica», Berlinguer invitava a valorizzare, anche con i riconoscimenti economici necessari, la funzione democratica e costituzionale dei partiti.

Tra queste drastiche censure alla demagogia antipolitica e le parole, quasi da precursore di Travaglio, riportate nell’intervista a Scalfari sette anni dopo c’è un abisso. Forse aveva ragione Ferrara ad avanzare qualche dubbio sulla fedeltà della trascrizione. Comunque non era giustizialista il senso ultimo della diversità berlingueriana. Si trattava di un retaggio terzinternazionalista, presente anche in Togliatti o in Amendola, che lo coniugava con il rigorismo etico della destra storica, e che coincideva con il mito del partito, con l’intransigenza morale della militanza rivoluzionaria (“una scelta di vita”). E, più che ai tribunali, l’ultimo Berlinguer guardava alla fabbrica. Con un solco scavato rispetto al realismo totus politicus togliattiano, scendeva sul piano del sociale ed evocava «un movimento di massa che spontaneamente esprime l’animo popolare e la coscienza di classe».

È solo con la caduta dell’identità comunista che la diversità assumerà i colori del nuovismo e del giustizialismo raccattati nel mercato delle idee come surrogati dell’ideologia archiviata. Occhetto fece la scalata alla leadership con un impianto neocomunista che alludeva «ai vari salti qualitativi e non alle semplici correzioni miglioriste». Caduto il Muro, il vuoto identitario venne riempito con una tattica movimentista che collocava la Quercia vicino alle toghe e ai gruppi referendari. Scartata la via della ricomposizione della sinistra storica italiana, il modo di sopravvivere fu trovato dal Pds (come ha testimoniato Piero Sansonetti in un libro di alcuni anni fa, La sinistra è di destra, Milano, 2013) nella sintonia totale con i grandi giornali padronali rapiti dinanzi al fascino del tintinnio delle manette.

Più che in trattamenti di favore ricevuti nelle inchieste o in un condizionamento dei risultati dell’azione penale, il giustizialismo del Pds si può misurare nel rigetto di ogni soluzione politica a Tangentopoli.

La sua ostilità ad ogni risposta di sistema alle consuetudini di illecito finanziamento dei partiti pare riconducibile alla subalternità culturale rispetto alle forme dell’antipolitica che nei primi anni ’90 risultarono egemoni nella fase fondativa della seconda Repubblica. Si tratta di una manifestazione di giustizialismo ancora più pesante di quello “darwiniano” che lamenta Cicchitto, perché esso ha una radice culturale e ha scavato un fossato mai più riempito dai post-partiti che vagano impotenti nel tempo storico del populismo. Michele Prospero

Il dibattito. Su Berlinguer avevo ragione, la teoria del socialfascismo fu riesumata e applicata contro Craxi. Fabrizio Cicchitto su Il Riformista il 12 Dicembre 2021. Fra il primo Berlinguer, quello che nel contempo teorizzò il compromesso storico e portò avanti la politica di unità nazionale (appoggio subalterno al governo Andreotti), e “l’ultimo Berlinguer” – quello dell’alternativa di Salerno, della questione morale e dell’intervista a Scalfari – c’è senza alcun dubbio una grande differenza. Mi sono limitato, testi alla mano, a rilevare che nell’ultimo Berlinguer c’è anche una riesumazione della teoria del socialfascismo applicata sul piano politico nei confronti di Craxi, che è la fondazione teorica e politica del successivo “giustizialismo” di coloro che non a caso Folena appellò, da nessuno contestato, come “i ragazzi di Berlinguer”.

Giustamente Michele Prospero parla di un retaggio terzinternazionalista, ma, a mio avviso, sbaglia a mettere nello stesso mazzo anche su quel piano Togliatti e Amendola da un lato e Berlinguer dall’altro. Come è noto fra Togliatti e Amendola esplose un duro dibattito in un famoso Comitato Centrale del Pci a proposito del XX e del XXII Congresso, tuttavia sempre il riferimento di entrambi al VII Congresso dell’Internazionale, con tutto quello che essa comportava (i fronti popolari, l’intesa prioritaria con i partiti socialisti, un certo gradualismo). Invece nella discussione su Craxi, anche nelle direzioni del Pci, a un certo punto il riferimento di Berlinguer che, come tutti i dirigenti comunisti, era molto rigoroso nell’uso di certe espressioni, il termine socialfascismo fu usato come consapevole riferimento al VI Congresso dell’Internazionale (quello appunto che segnò “la svolta” perché la situazione generale era prerivoluzionaria e che considerò i partiti socialdemocratici obiettivamente alleati del fascismo).

Fra la prima e la seconda fase ci fu anche un cambio di alleanze interne al Pci, come Michele Prospero e Piero Sansonetti sanno molto meglio di me: Berlinguer gestì la fase della politica di unità nazionale da un lato con la sua cerchia stretta (Luciano Barca, Fernando Di Giulio, Tonino Tatò, Ugo Pecchioli) e un’alleanza con la “destra comunista”, cioè con Gerardo Chiaromonte (che se non sbaglio era il suo secondo), con Giorgio Napolitano, con Paolo Bufalini e con Gianni Cervetti responsabile dell’amministrazione. Nella seconda fase le alleanza interne furono del tutto rovesciate, furono recuperati gli ingraiani, in primis Alfredo Reichlin, e oltre a Pecchioli svolse un ruolo assai importante Minucci. Ho fondato la mia lettura dell’ultimo Berlinguer sulla base di una serie di citazioni incontestabili. Francamente a proposito dell’intervista assai importante a Scalfari è molto debole il richiamo di Prospero a Giuliano Ferrara, che “avanzò qualche dubbio sulla fedeltà della trascrizione”: ma scherziamo?

Per chi conosce (ovviamente non io direttamente, ma c’è chi me ne ha parlato diffusamente, in primo luogo Luciano Barca del quale sono stato molto amico, come testimoniano anche le sue cronache) la pignoleria con cui Berlinguer e Tatò leggevano e rileggevano le interviste figurarsi se avrebbero concesso, fosse anche Eugenio Scalfari, una “forzatura” qualora essa non avesse espresso il pensiero reale del segretario del Pci. Siccome Michele Prospero cita Crainz, lo seguo utilizzando lo stesso storico nella rievocazione assai significativa di una discussione avvenuta a suo tempo nella direzione del Pci proprio a proposito del dibattito sull’accettazione del finanziamento pubblico, una discussione che mette in evidenza come in nessun momento su quel piano (quello del finanziamento irregolare, anzi, per usare la fraseologia adottata, del ricorso all’amministrazione straordinaria) Berlinguer avrebbe potuto parlare di un partito diverso dalle mani pulite.

“E’ uno squarcio illuminante il confronto che si svolge nella direzione del Pci nel 1974 quando è all’esame la legge del finanziamento pubblico dei partiti. La discussione prende avvio dalla esistenza di un fenomeno enorme di corruzione dei partiti di governo, ma affronta al tempo stesso con grande preoccupazione il pur periferico emergere di imbarazzanti compromissioni venute al nostro partito da certe pratiche. L’approvazione della legge è esplicitamente giustificata con la necessità di garantirsi una duplice autonomia […], autonomia internazionale, ma anche da condizionamenti di carattere interno […]. Non possiamo nasconderci fra noi il peso di condizionamenti subiti anche ai fini della nostra linea di sviluppo economica pur giusta per qualcosa di estremamente meschino (Napolitano). Nel dibattito non mancando ammissioni di rilievo molte entrate straordinarie dice il segretario regionale della Lombardia derivano da attività malsane. Nelle amministrazioni pubbliche prendiamo soldi per far passare certe cose. In questi passaggi qualcuno resta con le mani sporche e qualche elemento di degenerazione finisce per toccare anche il nostro partito (Elio Quercioli). È possibile cogliere in diversi interventi quasi un allarmato senso di impotenza di fronte al generale dilagare del fenomeno; la decisione di utilizzare la legge per porre fine ad ogni degenerazione del partito. Si deve sapere, dice Cossutta, che in alcune regioni ci sono entrate che non sono lecite legittimamente, moralmente, politicamente.

Questo sarà il modo per liberare il partito da certe mediazioni. Non chiudere gli occhi di fronte alla realtà, ma fare intendere agli altri che certe operazioni non le accetteremo più in alcun modo. Punto di riferimento deve essere l’interesse della collettività e faremo scandalo politico e una battaglia contro queste cose più di prima. È illuminante questa sofferta discussione del 1974. Rileva rovelli e al tempo stesso processi a cui il partito non è più interamente estraneo” (Guido Crainz, Il paese reale, pag. 32-32). Anche i miei riferimenti ai “ragazzi di Berlinguer” e al ruolo fra essi svolto da Luciano Violante (di cui ho colto le successive importanti e positive riflessioni) sono basati su fonti provenienti dal Pci-Pds, come quella offerta da Giovanni Pellegrino nel suo libro (con Fasanella) dall’emblematico titolo di La guerra civile. Concludo. Fra il “socialfascista” Craxi descritto da Tatò e accusato da Berlinguer in una riunione della direzione del Pci di lavorare addirittura per realizzare “una svolta a destra” attraverso la sua presidenza del Consiglio e quello successivamente attaccato come “ladro”, insieme ai miglioristi, da Occhetto e dagli altri “ragazzi” c’è di conseguenza un nesso assai stretto, quello che nella fisica lega la causa all’effetto. Fabrizio Cicchitto

Cicchitto: «Quel gip a disposizione dei pm era parte del sistema orchestrato dal pool». Intervista a Fabrizio Cicchitto dopo le rivelazioni di Guido Salvini: «Borrelli credeva che un nucleo di magistrati possa avere l'incarico dal Quirinale. L’idea tramonta ed è D’Ambrosio a spiegare al pool che serviva un punto di riferimento politico e tanto valeva guardare al Pds». Rocco Vazzana su Il Dubbio il 17 dicembre 2021.

«È incredibile che i grandi giornali italiani non abbiano ripreso una testimonianza così importante come quella che il giudice Salvini ha consegnato al Dubbio». Fabrizio Cicchitto – ex dirigente socialista, ex berlusconiano di ferro e oggi presidente di Riformismo e Libertà – non si capacita di come il racconto del giudice milanese sugli anni di Tangentopoli sia stato notato solo da Libero e dal Foglio. Salvini, allora come oggi in servizio all’ufficio gip di Milano, ha svelato infatti il “trucco” con cui il pool di Mani Pulite faceva in modo che qualsiasi richiesta di misura cautelare finisse sempre nelle mani dello stesso Gip: Italo Ghitti. «Era comodo per la procura avere un unico gip già sperimentato che per alcuni era già direzionato e non doversi confrontare con una varietà di posizioni di scelte che potevano incontrare all’interno dell’ufficio del gip», ha scritto Salvini su questo giornale.

«Così il pool escogitò un semplice ma efficace trucco, costruendo a partire dall’arresto di Mario Chiesa un fascicolo che in realtà non era tale, ma era un registro che riguardava centinaia e centinaia di indagati che nemmeno si conoscevano tra loro, completamente diversi, unificati solo per essere gestite dal pol». Bastava dunque iscrivere qualsiasi reato con lo stesso numero (8655/92) e il goco era fatto. Una novità storica che oggi fa dire a Cicchitto: «È stata un’incredibile forzatura. Il pool aveva scelto un unico gip che poi, guarda caso, verrà promosso al Csm».

Cicchitto, perché ritiene la testimonianza di Salvini così importante?

Perché è quasi decisiva. Perché se unita ad altri elementi già emersi diventa evidente che le carcerazioni preventive facilissime venivano usate per le confessioni. La minaccia stessa del carcere veniva usata come ricatto per persuadere alcuni imprenditori a parlare in modo da colpire alcuni uomini politici, a partire da Bettino Craxi. Il racconto di Salvini inoltre rivela l’evidente unilateralità di tutta l’operazione: il sistema Tangentopoli riguardava tutto e tutti, ma Mani Pulite ha colpito in madiera discriminata, nel senso che non ha mai nemmeno sfiorato il nucleo dirigente ristretto del Pds.

Intende dire che c’era un progetto preciso di salvare il Pds?

È lo stesso Antonio Di Pietro a raccontarlo in qualche modo, quando parla un episodio cardine: la procura sapeva che Raul Gardini si era presentato con una valigetta contenente un miliardo di lire a Via delle Botteghe Oscure per incontrare Achille Occhetto e Massimo D’Alema. Ma non è mai saltata fuori la prova di questo fatto, nonostante Sergio Cusani e Carlo Sama siano poi stati condannati come corruttori.

Ma perché la procura avrebbe dovuto “coprire” solo una parte politica?

A un certo punto, in quella fase di tracollo politico, Francesco Saverio Borrelli crede che un nucleo di magistrati possa avere l’incarico dal Presidente della Repubblica. E quando questa idea tramonta è Gerardo D’Ambrosio a spiegare al pool che bisognava comunque avere un punto di riferimento politico e tanto valeva guardare al Pds col quale anche in passato, ai tempi del Pci, alcune procure avevano avuto rapporti profondi per la lotta al terrorismo e alle mafie.

Esistono altri elementi per sostenere una tesi del genere?

Esistono altri esempi: quando Giuliano Spazzali, avvocato di Cusani, chiese che venissero escussi come testimoni Occhetto e D’Alema in un processo specificatamente dedicato a mettere alla gogna i segretari di partito, il presidente Giuseppe Tarantola non lo consentì.

Quindi la magistratura, secondo questa analisi, avrebbe agito in maniera autonoma per distruggere il sistema dei partiti, salvo gli ex comunisti?

Secondo me alle origini di tutto quel terremoto non c’è la magistratura. Cossiga capì prima degli altri che nel momento in cui crollava il muro di Berlino le conseguenze avrebbero riguardato tutti, non solo il Pci. Anzi, sarebbero stati travolti anche tutti i partiti laici che godevano di una rendita di posizione data dal fatto che bisognava impedire che il Partito comunista più forte d’Occidente andasse il potere in Italia. Così quando lo spauracchio sovietico viene meno, un bel pezzo di mondo industriale ed editoriale, i poteri forti diremmo oggi, decidono di togliere la delega alla Dc e al Psi, proprietari atipici del sistema delle partecipazioni statali che doveva essere smantellato.

A colpi di avvisi di garanzia…

Il momento chiave arrivò quando Enrico Cuccia, tramite Salvatore Ligresti, inviò un messaggio a Craxi dicendo: «Cavalca la tigre, hai la personalità per intestarti un’operazione neogollista che mandi al diavolo il sistema partitocratico e prenditi come ministro dell’Economia Giorgio La Malfa». Craxi sottovalutò del tutto questo messaggio, convinto che il sistema dei partiti fosse più solido di quanto non fosse. La risposta di Cuccia fu: «Peccato, era la sua ultima occasione». A quel punto Craxi diventò il “cinghialone” e fu data “licenza di uccidere” a un pezzo del mondo editoriale e a un pezzo di magistratura.

Ma i finanziamenti illeciti esistevano davvero…

Che ci fosse un sistema irregolare di finanziamento ai partiti lo sapevano tutti in Italia, ma c’era un vincolo di sistema che teneva insieme tutto. Venendo meno quel vincolo, ovvero il comunismo, è venuto giù tutto, per cui la procura di Milano e il mondo dell’informazione hanno proceduto in quel modo. Pensi che ogni sera, alle 19, c’era una riunione tra i direttori di Repubblica, del Corriere e dell’Unità in cui venivano concertati anche i titoli sulla base delle soffiate dei pm. Questo meccanismo era infernale. Se capitavi in un gorgo di questo tipo e ti consegnavano un avviso di garanzia che veniva sparato su tutti i giornali e le televisioni la sentenza era praticamente già stata emessa.

Eppure il pool godeva di un immenso consenso popolare. Era tutto un abbaglio?

Quello che dice Salvini spiega come il circo mediatico-giudiziario rendesse impossibile la dialettica all’interno dello stesso mondo della magistratura: c’e un gip che approva qualsiasi richiesta della Procura, i tre o quattro grandi giornali che rilanciano, le tv, comprese quelle di Berlusconi, che fanno da gran cassa e il gioco è fatto. È facile trascinare la gente così. Ovviamente i partiti tradizionali erano usurati, ma non ci fu un’occasione per rinnovarli, ci fu un’occasione per distruggerli.

Tangentopoli è finita, il legame tra procure e informazione no. È l’eredità di quella stagione?

Quel sistema è rimasto assolutamente in piedi ma si è parcellizzato, come si è parcellizzato tutto, compresa la corruzione che non è più sistemica ma avviene per reti, con singole catene.

Mani Pulite fu una pagina cupa della giustizia italiana. I magistrati del pool di Mani Pulite celebrano il collega Francesco Greco, esaltando senza alcun rimpianto quella terribile stagione. Francesco Damato Il Dubbio l'11 novembre 2021. Delle cronache sulla festa celebrata in suo onore dai colleghi di Francesco Greco arrivato all’epilogo della carriera di magistrato come capo della Procura della Repubblica di Milano, al netto dei brindisi, della solita goliardia di Antonio Di Pietro corso dalla sua campagna molisana interrompendo la raccolta delle olive, e delle immancabili voci e allusioni sugli assenti, in questo caso dai nomi altisonanti di Pier Camillo Davigo e di Ilda Boccassini, ciò che mi ha colpito di più è l’occasione che non ha voluto lasciarsi scappare Gherardo Colombo per retrodatare l’epopea di cui un po’ tutti si consideravano i fortunati superstiti. Più che il 17 febbraio del 1992, quando l’allora presidente del Pio Albergo Trivulzio Mario Chiesa fu arrestato in flagranza di tangenti, diciamo così, cercando di buttare nello scarico del bagno una parte dei soldi che Di Pietro aveva contrassegnato come corpo del reato; più che questa scena non po’ tragica e un po’ anche comica di una tangente fra le tante che sporcavano non certo dal giorno prima la politica ambrosiana, al pari di tutta quella praticata nel resto del territorio italiano, e anche oltre; Gherardo Colombo ha voluto ricordare la circostanza tutta drammatica del suo approccio col tribunale di Milano. Gli era capitato, in particolare, di prendere praticamente servizio da magistrato il 29 gennaio 1979, quando il suo collega Emilio Alessandrini, di soli quattro anni meno giovane di lui, fu ucciso in auto da un commando di terroristi di “Prima Linea” mentre si dirigeva al tribunale. Ecco. Questa è la vera, epica storia della Procura di Milano che personalmente preferisco ricordare anch’io, riconoscendomi tutto e per intero nella parte dei magistrati, senza il cui sacrificio, senza la cui totalizzante fedeltà allo Stato temo che la democrazia non sarebbe sopravvissuta, Dell’altra epopea, invece, quella che prese il nome delle indagini “Mani pulite” contro il finanziamento illegale della politica e la corruzione spesso collegata, non sempre, come alcune sentenze avrebbero riconosciuto nella indifferenza generale, non mi sento per niente nostalgico, a dispetto dei tanti che invece la celebrano con puntualità: specie quelli che le debbono le loro fortune professionali di magistrati, politici e giornalisti. Sono passati gli anni e non ancora riesco a dimenticare, o a ricordare senza raccapriccio, le retate previste o preannunciate da quel cronista televisivo del Biscione, non della Rai, che parlava come un invasato mentre scorreva alle sue spalle il tram proveniente o diretto al tribunale. Né riesco a ricordare senza lo stesso raccapriccio le telecamere puntualmente appostate di notte davanti al portone da cui sarebbe uscito ammanettato il tangentaro vero o presunto di turno. Né riesco a togliermi dalla testa senza fastidio la faccia di quel magistrato ancora in servizio, ora chissà alla scalata di quale postazione giudiziaria, che dopo avere interrogato in carcere il povero, ormai ex presidente dell’Eni Gabriele Cagliari se andò in ferie così poco interessato, diciamo così, alla liberazione che ormai il suo imputato attendeva, da lasciarlo precipitare nella disperazione del suicidio. «Siamo stati sconfitti», si lasciò scappare pressappoco Di Pietro senza farsi minimamente tentare con quel plurale generoso, visto che a quel passaggio non aveva partecipato, ad un gesto riparatorio di dimissioni. Non riesco neppure a dimenticare lo sgomento del povero Giovanni Galloni, vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, quando scoprì di avere fra i consiglieri, regolarmente eletto dai colleghi, un giudice di “Mani pulite” che, non potendo disporre l’arresto di un indagato chiesto dal sostituto procuratore della Repubblica a corto di competenza, indicava a matita sul foglio il diverso reato, con relativo articolo del codice, cui doversi richiamare per garantirsi l’assenso. Potrei continuare a lungo con questi ricordi non risparmiando nessuno, ma proprio nessuno dei tanti magistrati morti dicendo di avere fatto allora solo il loro dovere, inchiodati – senza avere peraltro tutti i torti in questo paradosso- alle leggi scritte e approvate dalla Camere come peggio non si potesse. Potrei continuare, dicevo, se non me ne avesse esonerato in qualche modo prima di morire Francesco Saverio Borrelli in persona, il capo carismatico di quella Procura. Che era cosi esaltato all’inizio della sua opera rigeneratrice da chiedere all’amico giurista Giovanni Maria Flick – come Il Dubbio ha appena riprodotto- se fosse proprio necessario celebrare i processi e scrivere le sentenze di condanna dopo tante confessioni spontanee di imputati. Ebbene, dopo una più lunga e proficua riflessione, ma soprattutto vedendo il mondo della politica e degli affari prodotto dall’epopea di “Mani pulite”, il povero Borrelli si chiese se fosse stato giusto davvero demolire tutto quello che era stato demolito della cosiddetta prima Repubblica, e se non fosse opportuno scusarsi con gli italiani per averli affidati in mani ancora peggiori. Le scuse, per quanto lo riguardavano, furono subito accordate in un libro autobiografico da Claudio Martelli, che peraltro era grato del riconoscimento ricevuto da Borrelli di essere stato se non il migliore, almeno fra i migliori ministri della Giustizia succedutisi fra la prima e la seconda Repubblica. Contro di lui, in effetti, diversamente da Giovanni Conso, da Alfredo Biondi, da Roberto Castelli, non apprezzato neppure come ingegnere acustico, Borrelli e i suoi emuli non si erano mai spesi in proteste e minacciosi annunci di dimissioni. 

Da ansa.it il 10 novembre 2021. Folla per la cerimonia di addio alla magistratura di Francesco Greco, il procuratore della Repubblica di Milano che sabato andrà in pensione. L'aula magna del palazzo di giustizia, che in genere viene usata per l'inaugurazione dell'anno giudiziario e per altre occasioni speciali, è gremita di persone, a partire dai vertici della magistratura e dell'avvocatura milanese e delle forze dell'ordine ma anche gli ex pm del pool di Mani pulite che hanno affiancato Greco durante Tangentopoli, e cioè Antonio Di Pietro e Gherardo Colombo. Nell'aula è stato allestito un grande schermo su cui scorrono le foto più significative della carriera di Greco. "Le regole devono essere rispettate in primis dai magistrati", ha detto il procuratore di Milano Francesco Greco nel suo discorso commosso di saluto nell'aula magna, facendo anche riferimenti espliciti e impliciti alla bufera che si è abbattuta sulla Procura milanese e allo scontro col pm Paolo Storari, ovviamente non presente al commiato, come anche alcuni altri sostituti procuratori. "Non è la prima e non sarà l'ultima tempesta che l'Ufficio si troverà ad affrontare". "Al di là di tante chiacchiere e strumentalizzazioni - ha detto ancora Greco - lascio una procura organizzata ed efficace. Tra qualche giorno verrà presentato il bilancio sociale e i numeri lo dimostreranno". "Al di là dei dissapori, quando si saluta una persona, la si saluta perchè si è passata una vita insieme. Grazie per lo spirito di squadra che mi hai insegnato quando sono venuto qui a Milano. Vorrei tanto che ci fossimo tutti": sono le parole di Antonio Di Pietro, ex pm di Mani Pulite intervenuto a Milano alla cerimonia per il pensionamento di Francesco Greco. "Non si può dimenticare quello che abbiamo passato - ha aggiunto - Qui abbiamo fatto il nostro dovere e ne abbiamo anche pagato le conseguenze. Sono venuto qua a dirti grazie, quel grazie che non sono riuscito a dirti e ho avuto il coraggio di dirti allora", quando Di Pietro ha lasciato la magistratura. "Si può essere d'accordo o non d'accordo con le decisioni prese - ha concluso - ma quello che abbiamo fatto non era per sovvertire lo Stato ma per assicurare alla giustizia dei delinquenti". Nell'aula magna, è intervenuto anche Gherardo Colombo che ha ricordato che, a partire dal 1992, "abbiamo fatto tante cose e ce ne hanno fatte tante. Abbiamo condiviso momenti drammatici", ha affermato ricordando i suicidi di Raul Gardini e Gabriele Cagliari. "Abbiamo cercato di fare quello che ci diceva il codice con tante difficoltà e dolori". "Sono contento di essere qui a ricordare il passato - ha concluso - ma proiettati verso il futuro perché c'è una vita fuori, si può fare molto anche fuori", ha concluso Colombo che da 14 anni ha lasciato la toga.

La cerimonia di congedo. Greco ai saluti, l’Amara uscita di scena del Procuratore di Milano: “Magistrati in primis devono rispettare le regole”. Redazione su Il Riformista il 10 Novembre 2021. “Lascio una procura organizzata ed efficace i numeri e i risultati sono ben rappresentati al di là di tante chiacchiere e strumentalizzazioni”, ha detto Francesco Greco, procuratore capo di Milano, alla cerimonia di addio. Greco il 13 novembre compirà 70 anni e lascerà la magistratura. “Fra qualche giorno verrà presentato l’ultimo bilancio sociale che abbiamo stilato e i numeri e i risultati lo dimostrano”. Greco era diventato Procuratore nel 2016, da 43 anni nello stesso Palazzo di Giustizia. Arrivava da Roma (dove ha fatto da uditore in una breve parentesi) la sua città, anche se è nato a Napoli nel 1951. Cinque lunghi e complicati anni quelli a capo della Procura ambrosiana. Restano due procuratori aggiunti e diversi pm indagati dalla Procura di Brescia per la gestione dei casi più delicati nell’ultimo periodo, come la vicenda Eni Nigeria e il caso Amara. Successore da lunedì sarà Riccardo Targetti, ora procuratore aggiunto responsabile dei reati d’impresa, anche lui alla soglia dei 70 anni (andrà in pensione ad aprile). Nessun accenno al Processo Eni, al caso della presunta Loggia Ungheria, ai 56 su 64 pm che si sono opposti al trasferimento di urgenza del collega Paolo Storari. Non era aria oggi, non era il giorno. L’attenzione mediatica degli ultimi mesi aveva fatto urlare il Procuratore all’accerchiamento. In un’intervista a Il Corriere della Sera dal sapore del congedo, a inizio settembre, aveva sottolineato con enfasi “il tentativo di decapitare la Procura di Milano”, “un simbolo che deve essere abbattuto”. La giornalista Milena Gabanelli gli chiedeva se ci fosse un disegno più ampio dietro tutto ciò: “Veda lei. Se stiamo ai fatti la Procura di Milano rappresenta da decenni un’anomalia, per la capacità di svolgere un ruolo cruciale e sempre innovativo sia sul fronte della legalità politica ed economica nazionale e internazionale, che nei fenomeni criminali che accompagnano il costume sociale”. E quindi chiosava: “Sono certo che questa Procura non cambierà pelle … almeno me lo auguro”. Il Procuratore descriveva come “una coltellata alla schiena” il comportamento di Piercamillo Davigo nell’ambito del caso sulla Loggia Ungheria. Proprio Davigo era assente oggi alla cerimonia molto partecipata, come riporta Lapresse, con un’aula magna gremita per Greco. Assente anche Ilda Boccasssini. Presente invece Antonio Di Pietro. “Io sono venuto perché volevo ringraziare Francesco Greco e dirgli delle cose importanti che non avevo avuto modo di dirgli quando ho lasciato la magistratura”, ha detto Di Pietro mandando i suoi saluti proprio a Davigo. “Per me oggi era un momento così importante che ci sarebbero dovuti essere tutti” coloro che hanno fatto parte del pool di Mani Pulite, ha aggiunto Di Pietro, precisando però che per lui “c’erano tutti, o di persona o nel cuore”. L’introduzione nella cerimonia del pm Elio Ramondini sui “43 anni, 10 mesi, 9 giorni, 14 ore e 10 minuti, ossia tutti il tempo che hai consumato a fare il magistrato qua”, ovvero lui che “ci hai protetto all’inizio della pandemia, hai colto subito che era una cosa seria”. Presente anche Gherardo Colombo e l’ex procuratore di Torino Sergio Spadaro. “All’inizio non ci azzeccavo molto con questa procura – ha aggiunto ancora Di Pietro – e non ci azzeccavo molto nemmeno con Milano. Vorrei ringraziare Francesco Greco perché” all’interno del pool di Mani Pulite “mi ha insegnato a fare squadra” e “a stare bene con gli altri” e quindi “abbiamo fatto quello che abbiamo fatto perché volevamo fare bene il nostro lavoro, arrestare dei delinquenti al di là dei risvolti politici”. Colombo ha ricordato il giorno in cui con Greco appresero la notizia “del secondo suicidio in pochi giorni”, quello di Raul Gardini, dopo quello di Cagliari, e gli anni passati insieme, fatti anche “di tante sofferenze e tanti dolori. Sono contento di essere qui a ricordare il passato, ma proiettati verso il futuro perché c’è una vita fuori, si può fare molto anche fuori”. Greco, esperto di reati economico-finanziari, ha ricordato che quando ha preso le redini dell’ufficio da Edmondo Bruti Liberati, anche lui presente, “avevamo una giacenza di 130 mila processi, e noi l’abbiamo abbattuto a 80mila”. E che quindi “lascio una Procura che è in grado di affrontare le sfide nuove e complesse che derivano dal cambiamento del mondo e che proiettano il nostro lavoro in una dimensione sempre più globale, se è vero come è vero che la corruzione non ha confini. Io vedo sempre più un lavoro proiettato nel controllo del web” e nel “contrasto a cybercrime”. Nei suoi 5 anni da procuratore ha coordinato anche le indagini ‘Mensa dei Poveri’, quella sulla Lombardia Film Commission, l’inchiesta sullo sfruttamento dei rider e il caso di Dj Fabo. “Serve un profondo rispetto delle regole che devono essere rispettate in primis proprio dai magistrati – ha aggiunto ancora Greco – Non è la prima e non sarà l’ultima tempesta che questo ufficio dovrà affrontare”. Certo senza la loggia Ungheria, senza le dichiarazioni dell’avvocato Piero Amara che hanno portato a un polverone e a un caso ancora tutto da decifrare e all’iscrizione nel registro degli indagati dello stesso Greco (per omissione d’atti d’ufficio, posizione comunque archiviata) l’addio sarebbe stato senz’altro più dolce.

Compie 70 anni e lascia la toga. Ritratto di Francesco Greco, il procuratore di Milano che va in pensione dopo 43 anni nello stesso Palazzo di Giustizia. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 10 Novembre 2021. Quarantatré anni nello stesso corridoio del quarto piano al Palazzo di giustizia di Milano, porta dopo porta, fino all’ultima in fondo, quella dell’ufficio più prestigioso, quando nel 2016 Francesco Greco è diventato procuratore capo. E oggi siamo all’epilogo, con il compimento di settant’anni fra tre giorni e la pensione. Una scadenza in genere non gradita, considerata come una mannaia sul collo da quei magistrati come Piercamillo Davigo affezionati alla professione e anche al ruolo di potere come il suo ultimo al Csm. Per Francesco Greco, che era arrivato giovane e scanzonato e rivoluzionario nel 1979 dopo l’uditorato a Roma, la sua città, potrebbe essere una liberazione. Da una storia che è stata un vero ottovolante: successi, vertigini di potere prima, angosce e pugnalate alle spalle dopo. Persino l’umiliazione di essere indagato dalla Procura di Brescia guidata da un suo ex sostituto. Che lo ha poi archiviato, un gesto amichevole e di pacificazione, pur se evidentemente dovuto. I sorrisi, le pacche sulle spalle, le ipocrisie si sprecheranno, all’aperitivo che gli è stato organizzato nel “suo” Palazzo che lo ha visto giovane incendiario e lo congeda anziano triste, forse. Sollevato per il distacco, magari. Certo, il fardello è pesante. E per fortuna che Francesco Greco non se ne va da indagato, le mani restano “pulite”. Del Csm, una volta lasciata la toga, può anche infischiarsi. Il bilancio del suo lavoro, che considera positivo senza falsa modestia, l’ha già consegnato in settembre ai lettori del Corriere nelle mani di Milena Gabanelli, un vero testamento politico. Con una pesante amputazione, però, la storia di Mani Pulite, accantonata con noncuranza e straniamento: non è la cosa più importante che ho fatto, ha stabilito. Se il dottor Greco fosse ancora quello degli anni settanta-ottanta, quello del “gruppo del mercoledi” che sognava di fare la rivoluzione anche attraverso le battaglie sul garantismo e contro la sinistra ufficiale, si potrebbe sperare in un ripensamento. È capitato ad altri suoi ex colleghi come Gherardo Colombo e in parte Tonino Di Pietro. Ma rimarrebbe comunque qualche ombra, come la ferocia con cui si è rivoltato al suo ex mentore Francesco Misiani, addirittura deferendolo al Csm. E poi la teorizzazione di un metodo, che verrà definito “ambrosiano”, quello del potersi tutto concedere. Non sono quisquilie, cavilli, formalismi. Violare costantemente la regola della competenza territoriale, nella presunzione di essere gli unici in grado di incastrare i potenti, non è solo arroganza, è violazione delle regole. Usare la custodia cautelare per strappare confessioni, soprattutto nei confronti di persone che alla vista o anche solo alla prospettiva del carcere avevano gravi crisi psicologiche, è stato violenza e sadismo. Giocare con gli indagati al gatto e il topo –come qualcuno ha fatto- e poi dire, come qualcuno ha detto, che i quarantun suicidi significavano solo che c’erano ancora uomini con il senso dell’onore. Tutto questo non si può cancellare come se la storia di questi quarant’anni fosse solo quella più recente in cui, oltre a tutto, si tende a giustificare più che rivedere, magari anche con gli occhi degli altri. Magari ricordando, quando si parla del processo Eni, che non c’è stato solo un gup che ha rinviato a giudizio, visto che poi c’è stato il dibattimento con tutti i problemi per cui i due pm d’aula sono indagati a Brescia per rifiuto di atti d’ufficio. E poi, visto che Francesco Greco, come sappiamo, in quella procura era presente anche ai tempi dell’inchiesta Enimont, potrebbe fare uno sforzo di memoria per ricordare che quella tra il colosso idrocarburi e la procura di Milano è storia maledetta e anche l’ossessione di qualcuno fin da allora. Potrebbe ricordare la maxitangente e spiegarci il perché di quell’arretramento di Di Pietro davanti al portone di Botteghe Oscure e dei suicidi di Cagliari e Gardini. Potrebbe aiutarci a capire l’ossessione nei confronti della creatura di Mattei, prima di precisare che la sentenza di assoluzione è solo quella di primo grado. Non si può continuare a dire che la Procura di Milano diretta da Francesco Greco è riuscita a portare a casa molto denaro facendo pagare le tasse ad alcune multinazionali e nello stesso tempo vantarsene sul piano internazionale sollecitando l’Ocse (la lettera dei quindici di cui abbiamo parlato ieri era la conseguenza dell’intervista di Greco al Corriere) a sanzionare l’Italia perché i poteri forti avrebbero preso di mira il suo ufficio. «Questa procura –aveva detto nella famosa intervista testamento politico- ha sempre rappresentato l’indipendenza e la libertà dei magistrati. È questo simbolo che deve essere abbattuto. Io non ho mai visto una campagna mediatica quotidiana così compatta e violenta come quella che è in corso in questi mesi, utilizzando la vicenda Storari e l’assoluzione in primo grado dell’Eni». Sorvoliamo sulla nemesi che colpisce anche chi fa uso di campagne mediatiche. Ma è difficile continuare a difendere un ufficio dove il capo non è riconosciuto come tale se non da quei pochi che sono stati promossi come aggiunti. Il piano triennale di riorganizzazione del procuratore Greco di due anni fa era stato bocciato, prima ancora che dal Csm, da tutti i sostituti, insofferenti, magari a torto, del giogo che il capo dell’ufficio aveva posto sul loro collo quando li aveva obbligati a consultare l’aggiunto di riferimento prima di assumere iniziative importanti. C’era stata una vera ribellione. Ma ancora niente rispetto al maremoto dei mesi scorsi, quando 59 su 64 si erano schierati, con una lettera inviata al Csm, con il pm Paolo Storari in seguito alle note vicende dei verbali passati a Davigo. Ma la cosa forse più grave, la manifestazione di una vera insofferenza nei confronti del capo era stata la presa di posizione di ventisette pm rispetto proprio all’investimento fatto da Francesco Greco sul pool per indagare sulla corruzione internazionale. Perché tutto sarebbe stato ricondotto, dicevano in sintesi i ventisette, all’ossessione dell’Eni. Con il sospetto che la creazione nel 2017 di questo dipartimento “Affari internazionali e reati economici transnazionali” affidata all’aggiunto Fabio De Pasquale, titolare dell’inchiesta sulla tangente da 1,1 miliardi e finita con l’assoluzione di tutti gli imputati, fosse legata soprattutto alla speranza di vincere quel processo e incastrare Eni proprio come negli anni novanta. Quanto è costato quel processo inutile e sbagliato? Forse anche questi conti vanno messi nel bilancio dei cinque anni in cui Greco ha guidato la procura di Milano. Insieme ai risultati positivi, che sono un po’ pochini, come la richiesta di assoluzione di Marco Cappato per il suicidio assistito di DJ Fabo o l’inchiesta sullo sfruttamento dei rider. Poi c’è l’inchiesta “Mensa dei poveri”, con ipotesi di corruzione politica locale, di cui sono però ancora in corso i processi. E se si considera che i dati su quelli per reati contro la pubblica amministrazione ci dicono che finisce con condanne definitive non più di un quarto, questa indagine, nel libro del bilancio tra i risultati positivi non può ancora essere inserita. Che voto dare a questi quarantatré anni, infine, procuratore Greco, nel giorno del suo saluto al Palazzo di giustizia? Per ora un “non classificato”. Perché mancano le sue risposte su quella terra di mezzo, tra quel ragazzo rivoluzionario che ci piaceva e quello di oggi che è un po’ carnefice ma anche un po’ vittima. Ma sulla terra di mezzo, quella in cui Milano fu definita Tangentopoli, città delle tangenti, e un gruppo di pm, di cui lei era il più giovane, osò definire come “pulite” le proprie mani (e sporche quelle di tutti gli altri), su quello non ha niente da dire?

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura. 

Giuseppe Guastella per il “Corriere della Sera” l'11 novembre 2021. Quando prendono la parola Gherardo Colombo, Armando Spataro, Antonio Di Pietro ed Edmondo Bruti Liberati per salutare l'ultimo della loro generazione ad andare in pensione, la sensazione è che con il collocamento a riposo di Francesco Greco si chiuda definitivamente non una pagina, ma un intero capitolo della storia giudiziaria italiana. Lo stesso che dalla fine degli Anni 60 ad oggi ha visto la Procura di Milano baluardo dell'indipendenza della magistratura tutta con indagini-simbolo coraggiose, come quelle su Piazza Fontana, P2, Tangentopoli, scalate bancarie, Toghe sporche e, in ultimo, sui giganti del web. In molte di queste inchieste, praticamente in tutte quelle sul mondo dell'economia, Greco è stato protagonista dalla parte dell'accusa, sin da quando per la prima volta, il 29 gennaio 1979, entrò, fresco di concorso, in un Palazzo di giustizia sconvolto dall'assassinio del magistrato Emilio Alessandrini poche ore prima. Come tutti i luoghi di lavoro, anche la Procura di Milano è stata attraversata nella sua storia da tensioni più o meno forti. L'ultima in ordine di tempo quella sulla vicenda della presunta loggia segreta Ungheria, che, con le inchieste disciplinari e penali che ne sono scaturite, ha lambito anche Greco, per il quale la Procura di Brescia ha chiesto l'archiviazione dall'accusa di aver ritardato l'iscrizione di personaggi ipoteticamente appartenenti alla stessa loggia. Una vicenda dolorosa che per Francesco Greco è arrivata al termine di una carriera lunga quasi 44 anni ed il cui retrogusto amaro si percepisce sullo sfondo della cerimonia di addio organizzata da alcuni suoi sostituti in un'aula magna che, affollata nonostante le limitazioni anti-Covid, deve però registrare l'assenza di altri due pensionati di spicco: Piercamillo Davigo, componente dello storico pool Mani pulite, coinvolto su fronte opposto nella vicenda Ungheria, e Ilda Boccassini. «Al di là di tante chiacchiere e strumentalizzazioni, lascio una Procura organizzata ed efficace in grado di affrontare le sfide nuove e complesse che derivano dal cambiamento del mondo», rivendica Greco guardando al minaccioso panorama del cybercrime mentre vengono proiettate le immagini più significative della sua carriera. «Abbiamo sempre fatto il nostro dovere», aggiunge, invitando i magistrati più giovani a non chiudersi «in una torre d'avorio», ma a seguire la vita del Paese consapevoli che «le doti di un servitore dello Stato devono essere la conoscenza, il coraggio e l'umiltà». Antonio Di Pietro vorrebbe che «al di là dei dissapori» i componenti del pool tornino a rivedersi da pensionati. «Non si può dimenticare quello che abbiamo passato facendo il nostro dovere, anche pagandone le conseguenze» in «un periodo di intensità disumana», afferma l'ex simbolo di Mani pulite prima di porgere a Greco, riferendosi a quando nel '94 lasciò bruscamente la magistratura in piena inchiesta, quel «grazie che non ho avuto il coraggio di dirti allora». A ricordare anche i «momenti drammatici», come i suicidi di Gabriele Cagliari e Raul Gardini, è Gherardo Colombo: «Abbiamo fatto tante cose e ce ne hanno fatte tante» quando «cercavamo di fare ciò che ci diceva il codice con tante difficoltà e tanto dolore». Per Armando Spataro, che ha concluso la carriera guidando la Procura di Torino, l'ufficio di Milano, dove ha lavorato decenni, è «una casa e anche una famiglia». Greco «ha dato corpo alla continuità del suo spirito».

Greco dice addio ma alla sua festa Davigo non c’è. «Abbiamo fatto quello che abbiamo fatto con coscienza, non per scopi politici, non per rompere l’ordinamento dello Stato, ma per assicurare alla giustizia dei delinquenti», è il saluto di Antonio Di Pietro alla cerimonia per il congedo del procuratore di Milano. Assenti Davigo e Boccassini. Il Dubbio l'11 novembre 2021. «All’inizio non ci azzeccavo molto con questa procura e non ci azzeccavo molto nemmeno con Milano. Sono venuto qui a dire grazie a Francesco perché nel frastuono di quei giorni, di quei momenti, non l’ho fatto, non ne ho avuto il coraggio. Grazie per quello spirito di squadra che è riuscito a darmi». Sono le parole di un collega di sempre, Antonio Di Pietro, ad accompagnare Francesco Greco al passo d’addio. Il procuratore di Milano andrà in pensione il 23 novembre, a 70 anni compiuti, lasciando dietro di sé le macerie di un ufficio che ora, a trent’anni da Mani pulite, rischia di finire a processo. Arrivato con una procura spezzata dalla contesa tra il predecessore, Edmondo Bruti Liberati, e il suo vice, Alfredo Robledo, Greco è il penultimo ancora in toga del pool di cui resta solo il più giovane del gruppo, Paolo Ielo, procuratore aggiunto a Roma. A investirlo il giorno della presentazione fu Francesco Saverio Borrelli, la guida dai magistrati di Tangentopoli: «Sono certo – disse – che sarà capace di pilotare la navicella puntando sulla coesione e l’armonia dell’ufficio». Di certo non avrebbe potuto immaginare che Greco avrebbe chiuso i suoi cinque anni a Milano nel mezzo di una guerra intestina. Una «tempesta» – quella seguita alla vicenda dei verbali di Amara e al caso Eni – che la procura è però in grado di superare «come tante altre», assicura Greco nell’aula gremita del tribunale dove oggi si è tenuta la cerimonia d’addio. «La mia speranza era che oggi ci fossimo tutti noi» magistrati del pool, dice Di Pietro puntando il faro su due assenze ingombranti: Piercamillo Davigo e Ilda Boccassini. «Abbiamo fatto quello che abbiamo fatto con coscienza, non per scopi politici, non per rompere l’ordinamento dello Stato, ma per assicurare alla giustizia dei delinquenti», chiosa l’ex pm. A ricordare quella «dolorosa» stagione è anche Gherardo Colombo, l’ex magistrato del pool che non manca all’appello e per l’occasione rimette piede nel Tribunale di Milano a distanza di 16 anni. Da parte sua, Greco molla il timone con la convinzione di lasciare una procura «ben organizzata ed effice». Al di là, sottolinea, «di tante chiacchiere e strumentalizzazioni». «Fra qualche giorno – spiega – verrà presentato l’ultimo bilancio sociale che abbiamo stilato e i numeri e i risultati lo dimostrano». Quindi il saluto commosso: «È difficile fare un bilancio di una storia durata quasi mezzo secolo e iniziata il 29 gennaio 1979 – racconta – il giorno in cui è stato ucciso Emilio Alessandrini, un magistrato che non mai conosciuto ma uno dei simbolo che mi hanno convinto a entrare in magistratura». «La storia degli uffici giudiziari di Milano – conclude Greco – ha accompagnato la storia di questo paese» dagli Anni di piombo alla connessione globale, «elencare la storia di questi anni è come un grande libro che attraversa le grandi questioni di questo Paese. Abbiamo sempre fatto il nostro dovere, si sono dette tante cose, ma da quel 29 gennaio a oggi sempre qui dentro sono stato. Non abbiamo fatto sacrifici, abbiamo compiuto il nostro dovere con responsabilità».

L'amaro brindisi del procuratore Greco. Lascia l'ultimo pm del pool di Tangentopoli. Luca Fazzo l'11 Novembre 2021 su Il Giornale. Il "capo" di Milano in pensione da indagato per il caso dei verbali di Amara. «Quarantatre anni, nove mesi, dieci giorni, nove ore e dieci minuti»: Elio Ramondini, che era insieme a Paolo Ielo uno dei ragazzi di bottega del pool Mani Pulite e oggi ha i capelli bianchi, calcola così il tempo trascorso da quando Francesco Greco ha indossato per la prima volta la toga di magistrato, nella grande aula del Palazzo di giustizia di Milano dove ieri si celebra l'addio di Greco, che domenica va in pensione.

Era l'ultimo ancora in pista di quella testuggine romana che era il pool, tutti diversi, ma inattaccabili sotto lo scudo compatto. Da lunedì, nel palazzaccio milanese di quella stagione gloriosa e terribile non resta neppure un protagonista. Greco se ne va dopo cinque anni alla guida della Procura: per celebrare la sua investitura, nel 2016, venne in tribunale Francesco Saverio Borrelli, che non nascose la commozione per l'approdo al posto che era stato suo, di uno dei «pulcini» del pool.

Della squadra che diede l'attacco a Tangentopoli, Greco - che veniva dall'indagine sui fondi neri Eni - era la mente economica, sponda ideale per l'irruenza di Di Pietro, le sottigliezze di Davigo, le analisi di Gherardo Colombo. Ieri ci sono sia Di Pietro che Colombo. Non c'è Davigo, e Di Pietro, nel suo intervento, non manca di notarlo: «Vorrei tanto che ci fossimo qui tutti, quelli di quei giorni. Perché abbiamo fatto un pezzo di vita insieme, e abbiamo fatto il nostro dovere con coscienza per assicurare alla giustizia dei delinquenti».

Ma Davigo non c'è, non può esserci, perché l'addio di Greco arriva nel pieno della tempesta che ha investito la Procura, e di cui Davigo - facendosi consegnare dei verbali segreti dal pm ribelle Paolo Storari - è stato uno dei motori. È finita che ora sono tutti sotto inchiesta, e a Greco toccherà andare in pensione da indagato perché il suo proscioglimento, già chiesto dalla Procura di Brescia, non è ancora arrivato. E l'ombra lunga di quella brutta storia si allunga inevitabilmente anche sulla cerimonia di ieri, si traduce negli sguardi per capire chi c'è e chi manca. C'è lo stato maggiore, ci sono (quasi tutti) i vice. Ma scarseggiano la base, i peones della Procura che nello scontro interno si sono schierati con Storari e contro il capo.

Greco, quando tocca a lui parlare, all'enorme pasticcio accenna appena: «Non è la prima né l'ultima tempesta che la Procura di Milano dovrà affrontare», dice. E non fa cenno al tema della sua successione, della gara ancora incerta che potrebbe per la prima volta portare alla guida della Procura ambrosiana un magistrato cresciuto lontano da questo palazzo, dalle sue tradizioni, dai suoi cerchi di amicizie e di ideologie. Di tutto questo Greco non parla. Ma nei giorni scorsi, chiacchierando con un vecchio amico, aveva mostrato tutte le sue preoccupazioni: «Chi oggi - aveva detto - invoca per questa Procura un papa straniero temo che in realtà abbia in mente solo la normalizzazione della Procura di Milano, ridurla a occuparsi di inchieste da cronaca locale». Perché, piaccia o non piaccia, questa è la Procura che negli ultimi trent'anni ha battuto per prima nuove strade, ha cercato orizzonti nuovi nei nuovi crimini dell'economia digitale, dello sfruttamento postindustriale, della corruzione internazionale.

Già, la corruzione internazionale: già fiore all'occhiello e ora croce della Procura milanese, con il naufragio delle inchieste contro Eni per le tangenti in Africa. Tutti assolti. «Ma al popolo nigeriano - diceva Greco l'altro giorno - in cambio di quei giacimenti enormi devo ancora capire cosa sia stato dato».

(Oltre a Davigo, ieri mancava anche Ilda Boccassini: ma dopo quello che ha scritto nel suo libro forse è stato meglio così).

Luca Fazzo (Milano, 1959) si occupa di cronaca giudiziaria dalla fine degli anni Ottanta. È al Giornale dal 2007. Su Twitter è Fazzus.

Roberto D’Agostino per “Vanity Fair” il 12 dicembre 2021. Tenetevi saldi. Trattenete il respiro. Governate lo shock. Di più: allontanate pure i pupi e i deboli di cuore. Il Gran Banana di Arcore, giunto alla tenera età di 85 anni, è più vispo che mai. E lotta insieme a noi. A ripeterlo, sono in tanti, giornali e telegiornali in prima fila: “Berlusconi rinfocola il suo sogno di diventare presidente della Repubblica”. Ci crede talmente tanto l’antico Caimano da contattare personalmente deputati e senatori a cui spiega il senso della sua candidatura al Colle elargendo consigli, battute, promesse. Lo stregone del Bunga Bunga è arrivato al punto di chiedere al fidato Gianni Letta di organizzare un incontro con il nipote Enrico Letta per discutere della sua elezione al Colle.

Al volto basito dell'Eminenza azzurrina, Berlusconi ha risposto con lo slancio messianico di chi è convinto di poter arrivare dove vuole: "Sono sicuro che se gli parlo, lo convinco". A rinforzare le ambizioni del Sire di Hardcore (lasciando tutti noi attoniti), è arrivato il sondaggione di Izi sul gradimento degli italiani al toto-nomi per il Quirinale.  

Al primo posto c'è Mario Draghi con il 23,4% delle preferenze seguito proprio da Berlusconi (20,6%) che ha superato in classifica il povero Mattarella con il 19,3% delle simpatie. Segue Pier Luigi Bersani con il 12%. Al quinto posto Emma Bonino con il 10,1% delle preferenze. Marta Cartabia si ferma al 5,2%. Seguono Paolo Gentiloni (4,1%), Pierferdinando Casini (2,4%), Paola Severino (1,9%). Chiude Giuliano Amato all'1,1%.

Certo che è dura. Durissima dover ammettere che un Peron con i tacchetti, un fabbricante di miliardi che ha svuotato il cervello degli italiani con quiz e indovinelli, un bigné in doppiopetto sempre truccato, con cinque figli e due mogli, sgradevolmente donnaiolo, che ne ha combinate di cotte e di crude. Come quella volta che, giovane editore in ascesa, firmò di venerdì un accordo per dividersi gli spazi pubblicitari con la concorrenza che sarebbe scattato dal lunedì successivo. Subito dopo riunì in ufficio i suoi agenti: “Avete sabato e domenica per acchiappare tutta la pubblicità che potete”. E quando il lunedì l’accordo entrò in vigore, non c’era più niente su cui accordarsi.

Verità o leggenda? Con Berlusconi la verità è leggenda e viceversa, lui stesso non è che le distingua sempre bene. Squisitezze del Silvio-pensiero in formato mignon. “Da giovane dicevo: pensa quante donne al mondo vorrebbero venire a letto con me e non lo sanno. La vita è un problema di comunicazione”. Ancora: “E’ importantissimo la mattina guardarsi allo specchio e piacersi, piacersi, piacersi”. Avanti: “Ricordiamoci che il nostro pubblico ha fatto la terza media e non era neanche fra i primi della classe”. La mejo, da incorniciare: “Gli sfigati non esistono. Esistono solo dei diseducati al benessere”.

Quando l’11 novembre del 2011 Berluscon de' Berlusconi fu costretto a girare i doppi-tacchi e abbandonare a furor di popolo e di spread Palazzo Chigi, il giudizio di politologi e intellettuali fu secco come un cassetto chiuso con una ginocchiata, un de profundis che si può così sintetizzare: “Berlusconi non ha un presente, né un passato e nemmeno un futuro. Possiede solo l'imperfetto di scopare”. Sic transit gloria mundi? Macché! Dopo una litania narcisate, fidanzate, badanti, olgettine, trapianti, processi, condanna ai servizi sociali compresa, cucù!, il Divino Cavaliere è tornato e si sbatte come un Moulinex per ascendere alla più alta carica dello Stato.

Oggi la grande Natalia Aspesi non si fa troppi problemi ad ammetterlo: "Sono terrorizzata dagli italiani. Più il Paese corre verso l'autodistruzione, più loro adorano i propri carnefici - tuona la giornalista - è come se si fossero trasformati in tanti piccoli lemuri che si precipitano entusiasti in fondo al burrone". 

Ma la domanda, a questo punto di non ritorno, è un’altra ed è terribile: come mai una tale moltitudine di italiani, tra Destra e Sinistra, preferisce gettarsi sul "Centro-frivolo" del berlusconismo senza limitismo? Perché un paese che si sbatte dalla mattina alla sera per arrivare alla fine del mese, da oltre vent’anni ha perso la testa per un miliardario donnaiolo che all’etica delle istituzioni ha sempre preferita la cotica dei propri affari?

Perché dentro di noi c’è il folle e sovente inconfessabile desiderio di essere un Berlusconi. Come Silvio Bellico, ogni italiano sembra essere tutto e il contrario di tutto: furbo e fesso, mammone e maschilista, drammatico e melodrammatico, geniale e pasticcione, coraggioso e vigliacco, razzista e tollerante, credente e miscredente, colto e ignorante, vitale e cialtrone, di destra e di sinistra. Un tipo che, quando gli chiedono qual è il complimento più bello che abbia mai ricevuto, risponde radioso: “La volta che, all’uscita da San Siro, un ultrà si gettò contro il parabrezza della mia auto gridando: sei una bella figa!”.

Vittorio Feltri contro Marco Travaglio: "Perché Berlusconi sarebbe meno affidabile del partigiano da salotto Napolitano?"  Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 13 dicembre 2021. Da qualche tempo in qua Calenda, nonostante tutto, mi è simpatico perché dice cose spiritose che contengono verità illuminanti. Recentemente, interrogato sulla prossima elezione del Capo dello Stato, ha detto che gli piacerebbe che venisse scelto Silvio Berlusconi, ma non per motivi ideologici, bensì per vedere la faccia di Marco Travaglio di fronte a quella che per costui sarebbe una immane tragedia. Per lo stesso motivo, sarei contento anche io se il Cavaliere entrasse al Quirinale, specialmente se portasse con sé nelle auguste stanze qualche bella pupa in grado di rallegrare il palazzo che fu reale.  Indubbiamente osservare l'espressione del direttore del Fatto quotidiano davanti alla notizia che il dominus di Arcore è diventato addirittura presidente della Repubblica, sarebbe uno spettacolo memorabile. Un divertimento ineguagliabile. Per non parlare degli articoli fantastici che il giornale di Marco, uomo a suo modo geniale, dedicherebbe per sette anni al cosiddetto garante della costituzione già leader di Forza Italia. Indubbiamente, con la sua stravagante uscita, Calenda ha rallegrato il mio pomeriggio domenicale a prescindere delle prestazioni dell'Atalanta.

Per parlare più seriamente, vorrei ricordare a Travaglio che sul Colle in un passato non remoto salirono personaggi ben più imbarazzanti di Silvio senza che nessuno si sia scandalizzato. Mi riferisco per esempio a Giorgio Napolitano, un comunista inossidabile, per altro ex fascista, la cui storia politica collide con le tradizioni democratiche. Un uomo di potere sicuramente astuto ma con la falce e martello ben stampato in testa, con cui non poteva osservare serenamente le regole imposte dalla nostra Carta.

In effetti gestì il baraccone repubblicano come fosse un negozio di frutta e verdura, a proprio piacimento, infischiandosene dei partiti poco amici della sinistra. Siccome si continua a ripetere fino alla nausea che il capo dello Stato deve essere un uomo al di sopra delle parti, il che appunto non succede mai, Travaglio dovrebbe dirci perché Berlusconi dovrebbe essere meno affidabile del partigiano da salotto di nome Napolitano. Senza contare che al Quirinale alloggiò perfino Scalfaro, brava persona, ma non certo simpatizzante per il centrodestra, come tutti ricordano quando manovrò per togliere il Cavaliere da Palazzo Chigi con l'aiuto di Bossi e D'Alema. E allora nessuno ci scocci con discorsi retorici sulle qualità richieste al prossimo numero uno della Repubblica. 

Giampiero Mughini per huffingtonpost.it il 10 dicembre 2021. Leggo sul “Fatto” di venerdì 10 dicembre la lettera di una lettrice, Susanna di Ronzo, entusiasta della loro petizione volta a dannare la candidatura di Silvio Berlusconi al Quirinale: “Ho firmato la vostra petizione con la soddisfazione di aver sostenuto una causa importante: impedire, se si riuscirà, l’evento più nefasto della storia repubblicana. Se avesse potuto, anche Mirtillo (il mio gatto, qui accanto nella foto) avrebbe firmato”. E dunque, con tutto il rispetto per il gatto Mirtillo e per i lettori del “Fatto” (un quotidiano che anch’io leggo ogni mattina), la domanda è la seguente. La candidatura di Berlusconi al Quirinale è in linea di principio davvero insopportabile per una “brava persona” com’è certamente la signora di Ronzo ma come certamente lo sono anch’io? Ho detto in linea di principio, per il resto ognuno sceglierà come vorrà. Quanto a me, se io fossi un parlamentare della Repubblica, su cento volte che si votasse per scegliere il Presidente della Repubblica cento volte apporrei sulla scheda elettorale il nome di Giuliano Amato. Se ne sto scrivendo, avrete capito che nel mio giudizio quella candidatura è del tutto legittima e questo perché Berlusconi appartiene in toto alla nostra storia repubblicana recente la più vera e la più profonda. Se è vero che la borghesia imprenditoriale e produttiva è un nervo centrale di una moderna società industriale, pochi altri borghesi italiani si sono fatti valere quanto Berlusconi. E’ sotto gli occhi di tutti, e purché non siano dei forsennati a dire la loro. Creare aziende, produrre, intraprendere, farsi strada a colpi di gomito nel mercato del denaro (la Mondadori era sulle soglie del burrone dopo il suo tentativo fallito di creare un canale televisivo privato) non è uno sport olimpico, e vorrei che qualcuno mi si presentasse a dimostrarmi il contrario. Malgrado le accuse e le sentenze a danno di Berlusconi, di quella storia lui non ne è un frutto marcio e basta. Tutt’altro. Ne è un protagonista assoluto nel bene e nel male, due valori che nella storia degli uomini non sono sempre separabili al modo delle due metà di una mela come credono o fingono di credere i beoti. Certo che Berlusconi è stato condannato per un’evasione fiscale che ammontava non ricordo più se a sette/otto milioni di euro, solo che in quello stesso anno la centrale televisiva da lui creata dal nulla di tasse ne aveva pagate allo Stato qualcosa di vicino a 750 milioni di euro. Se mettiamo le due cifre sulla bilancia, quale conta di più ai fini di un giudizio storico che guardi all’assieme dei fatti e al loro intreccio? O siamo ancora alla puttanata che Massimo D’Alema si lasciò scappare durante la campagna elettorale del 1994, quella in cui Berlusconi debuttò quale leader politico di centro-destra, e cioè all’augurio che Berlusconi si riducesse a dover chiedere l’elemosina a Parigi dopo essere stato bandito dall’Italia. Quanto ai miei rapporti con Berlusconi, metto le mani avanti. Fu lui a telefonarmi all’indomani di una trasmissione televisiva del 1992 di casa Mediaset dove un giornalista aveva pronunziato che Berlusconi aveva appena vinto un Oscar cinematografico e io gli avevo ribattuto che non era così, che era stato il regista italiano Gabriele Salvatores ad avere vinto l’Oscar per il miglior film in lingua straniera (“Mediterraneo”), un film prodotto dalla Medusa, la casa cinematografica di proprietà di Berlusconi. Ebbene lui mi aveva telefonato a ringraziarmi del fatto che io avessi parato quell’eccesso di lingua adulatrice. Qualche tempo dopo Berlusconi mi invitò ad Arcore, a dirmi che avrebbe voluto che io conducessi una trasmissione made by Mediaset. Non se ne fece nulla, niente di grave. Ho continuato a lavorare per Mediaset, ma non era lui il mio interlocutore. Non gli devo un euro o per averlo incensato a ora di pranzo nel maledire i magistrati d’accusa, o perché vendessero un fottìo di copie miei eventuali libri che lo infangavano dalla prima all’ultima pagina. Sto parlando di Vittorio Sgarbi e di Marco Travaglio? Sì, sì. Se mi piacessero quelle sue serate romane o milanesi dove di puttanelle a cena con Berlusconi ce n’erano gruzzoli? In linea di massima non metto becco nelle cose private degli uomini pubblici. Ho imparato a fare questo mestiere a un tempo in cui nessuno di noi avrebbe messo becco su quali fossero i nomi e i cognomi delle signore romane che andavano a far visita a Bettino Craxi all’ultimo piano dell’albergo Raphael di proprietà di un ex comunista. Una di loro, la mia indimenticabile amica Marina Ripa di Meana, me ne raccontava qualcosa. Erano fattacci di Craxi, e basta. Certo, a dire di un altro grande leader politico europeo che stravedeva per le donne, il francese François Mitterrand, ero contento che alle sue cene ci fosse Françoise Giroud, la direttrice dell’ “Express” che non mi ricordo più in quale anno venne indicata come il migliore giornalista di Francia. Fattacci loro, di cui terrei conto se dovessi scrivere una biografia dell’uno o dell’altro. Per il resto conta l’essenziale, e cioè che nel caso italiano e dopo che la magistratura d’accusa aveva distrutto i cinque partiti che avevano guidato la Ricostruzione italiana del secondo dopoguerra, non c’era in campo alcun altro leader politico a rappresentare il versante borghese e liberale del nostro Paese. Nessun altro se non Berlusconi. Tutto il resto è fuffa. 

La guerra dei trent'anni fra Rosy Bindi e Silvio Berlusconi: la pasionaria non sopporta il Cavaliere al Colle. Francesco Storace su Il Tempo il 26 novembre 2021. Sembra di tornare dieci, venti o trent’anni indietro, al tempo in cui Rosy Bindi e Silvio Berlusconi se le suonavano di santa ragione. Il capo azzurro arrivò ad etichettare la pasionaria bianca come “più bella che intelligente”, scatenando ovviamente la reazione piccata di tutta la sinistra. Ora, per via del Colle, nuova puntata con frecciatina televisiva da parte della Bindi. C’è una parte della sinistra – quella più estremista – che la vedrebbe volentieri al Quirinale, mettendo assieme due esigenze: una donna presidente della Repubblica e mettere all’angolo lo spauracchio di Silvio Berlusconi. Una sinistra che non sa chi diavolo candidare per la successione di Sergio Mattarella senza passare per Draghi sta in crisi di nervi. Ma la Bindi è andata da Lilli Gruber a dire che non ci pensa per niente a correre per la suprema carica dello Stato. Da antica democristiana, Rosy sa che i franchi tiratori da quelle parti sono sempre in agguato e non vuole certo andare al massacro. Ancora non è rimarginata la ferita di Romano Prodi fucilato sul campo, ad un passo dal Quirinale. E lei non vuole correre lo stesso rischio. Per questo, davanti alle telecamere di otto e mezzo su La7 è stata abbastanza precisa, si potrebbe dire definitiva. Oppure sibillina, dipende dai punti di vista, perché magari vorrebbe pure farsi pregare: “Io non sono candidata al Quirinale e sono abituata a rispondere alle domande importanti nelle sede proprie, non in televisione”. Come se non si parlasse d’altro in questo paese: presidenza della Repubblica e Covid. Poi, Berlusconi, che dalla Gruber non poteva certo mancare, sia pure come convitato di pietra: “Se facciamo il profilo del nostro Presidente della Repubblica, basandosi sulla Costituzione, quello di Silvio Berlusconi non è adeguato”. E magari, di fronte a giornalisti senza timore reverenziale, avrebbe dovuto rispondere anche a qualche altra domanda sul tema: inadeguato per il chiacchiericcio senza costrutto? Per una sentenza contestata da molti fatti? Perché è in politica dal 1994, ovvero da molto tempo dopo la Bindi? Perché è stato presidente del Consiglio? Perché è deputato europeo? Oppure, semplicemente perché Silvio Berlusconi non è di sinistra e anzi l’ha sconfitta diverse volte? La stroncatura della Bindi sa di vendetta personale, di astio e non ha nulla di politico. Il che non è il massimo parlando della più importante carica istituzionale della Repubblica. Ma così si dimostra lei inadeguata al ruolo. Rinunci a farsi pregare dalla sinistra con il suo rifiuto un po’ sì un po’ no, madame Bindi.

"Berlusconi al Colle? Mi vergognerei di essere italiano": le parole choc di Davigo. Marco Leardi il 16 Novembre 2021 su Il Giornale. L'ipotesi di vedere Silvio Berlusconi al Quirinale fa innervosire l'ex magistato di Mani Pulite, che in un dibattito su La7 si lascia andare a un fragoroso commento sul tema. A sinistra non si danno pace. Il solo fatto che il nome di Silvio Berlusconi circoli per la corsa al Quirinale crea, da quelle parti, isterismi, mancamenti, reazioni impetuose. E attacchi gratuiti. Come quello formulato a diMartedì da Piercamillo Davigo. All'ex magistrato di Mani Pulite è bastato considerare l’ipotesi di ritrovarsi il Cavaliere alla presidenza della Repubblica per perdere il controllo e sparare la dichiarazione fragorosa a favore di telecamera. Durante il dibattito su La7, era stato il conduttore Giovanni Floris a stuzzicare Davigo sull'argomento, andando a toccare le corde giuste per provocare l'ospite. "Se si trovasse presidente della Repubblica Berlusconi, tra qualche mese?", ha domandato il giornalista all'ex magistrato. E lui, d'istinto: "Comincerei a vergognarmi ancora di più di essere italiano". Una frase roboante e non troppo democratica, che lì per lì ha creato un momento di gelo, prima che il confronto ripartisse. Non è certo la prima volta che Davigo esprime la propria ostilità verso Silvio Berlusconi; lo aveva fatto anche in un suo libro di recente pubblicazione. In esso, aveva addirittura riletto a modo suo le sentenze dei processi Sme e Mondadori, per i quali il Cavaliere era stato assolto con formula piena. Secondo l'ex magistrato, tuttavia, il leader di Forza Italia non è da considerarsi un innocente ma un colpevole "che l'ha fatta franca". Sicché, il tenore delle odierne uscite di Davigo sull'ipotetica elezione al Quirinale di Berlusconi non stupisce affatto e anzi, si aggiunge solo a quello che si può considerare un variegato repertorio. Nella medesima puntata di diMartedì, l'ex magistrato ha anche commentato l'indagine che lo vede coinvolto a Brescia con l'accusa di rivelazione di segreto d'ufficio. "Non è un cerchio che si chiude", ha commentato Davigo in riferimento a chi fa notare che ora è lui a vivere la giustizia dall’altra parte del tavolo. Poi ha aggiunto: "Ho già detto che è una imputazione che io trovo sconclusionata, non sono preoccupato. Non me la prendo con la Procura, mi difenderò nelle sedi opportune".

Marco Leardi. Classe 1989. Vivo a Crema dove sono nato. Ho una Laurea magistrale in Comunicazione pubblica e d'impresa, sono giornalista. Da oltre 10 anni racconto la tv dietro le quinte, ma seguo anche la politica e la cronaca. Amo il mare e Capri, la mia isola del cuore. Detesto invece il politicamente corretto. Cattolico praticante, incorreggibile interista.

Il solito vizio di Davigo: "Berlusconi? Colpevole che l'ha fatta franca". Luca Fazzo il 12 Novembre 2021 su Il Giornale. L'ex pm di Milano riscrive le sentenze Sme e Mondadori: "Graziato da toghe benevole". Lui non c'era. Quando si trattò di andare all'attacco, sferrando quello che doveva essere il colpo finale a Silvio Berlusconi, Piercamillo Davigo si tirò da parte. A raccontarlo è la collega che dei processi negli anni Novanta per il «caso Ariosto» fu la protagonista indiscussa, Ilda Boccassini: che nel suo libro uscito da poco, La stanza numero 30, scrive: «Il peso delle indagini gravava su di me e Gherardo Colombo. Davigo era contrario, disse che se lo costringevano ad andare in aula avrebbe intentato causa civile per astenersi». Ora anche Davigo ha scritto un libro, L'occasione mancata. Dove di quella battaglia combattuta da altri si riappropria, rivendicandola come se l'inchiesta e il processo li avesse fatti lui. La battaglia, come è noto, finì per il pool con una sconfitta sonora, con Berlusconi assolto con formula piena sia nel processo Sme che in quello per il Lodo Mondadori, scaturiti entrambi dalle dichiarazioni di Stefania Ariosto, la «teste Omega» dei rapporti tra i legali del Cavaliere e alcuni giudici romani. Ma nel suo libro Davigo liquida quelle assoluzioni come una dimostrazione di «grande benevolenza» da parte dei giudici che in udienza preliminare, in appello e in Cassazione si occuparono delle accuse a Berlusconi e ritennero che non ci fossero le prove di un suo coinvolgimento negli episodi contestati: per i quali secondo Davigo c'erano invece «fatti inoppugnabili», «ampiamente riscontrati e integrati da prove documentali». Berlusconi per Davigo non è un innocente ma un colpevole «che l'ha fatta franca»: categoria cui, come è noto, per il «Dottor Sottile» appartengono quasi per intero gli imputati che (magari dopo anni, magari dopo essersi fatta la galera) vedono riconosciuta la propria estraneità. Le assoluzioni sono di solito degli errori giudiziari. E l'assoluzione, tutte le assoluzioni del leader di Forza Italia sono errori anche loro: il caso Sme, la Mondadori, e prima ancora quella per le tangenti alla Guardia di finanza, l'accusa che portò al famoso avviso di garanzia del novembre 1994 durante il summit di Napoli. Secondo Davigo la Cassazione per assolvere Berlusconi si sarebbe rimangiata la sua stessa «giurisprudenza consolidata» sui criteri di valutazione delle prove: quisquilie giuridiche, insomma. Peccato che l'assoluzione di Berlusconi nel 2001 sia tranchant, e parli dell'assenza di «prove dirette né orali né documentali»; e che nel 2009 la Cassazione assolse anche due collaboratori di Berlusconi, Marinella Brambilla e Nicolò Querci, e anche in quella sede la ricostruzione degli stessi fatti su cui ora si basa in buona parte il libro di Davigo venne liquidata come «una serie di congetture del tutto opinabili, rimaste prive di alcun riscontro». Tutto ciò non conta. Se l'occasione di far fuori Berlusconi per via giudiziaria fu, come dice il titolo del libro di Davigo, L'occasione mancata la colpa secondo l'ex pm milanese non fu dell'innocenza dell'imputato o della mancanza di prove: ma dei giudici che pur «alla luce delle prove raccolte» e «a fronte delle condotte volte a impedire o rallentare i processi» e «della straordinaria gravità dei fatti» dimostrarono «grande benevolenza». Comunque per Davigo non è detta l'ultima parola: «su questo si pronunceranno gli storici quando le passioni saranno spente». Nell'attesa che gli storici dicano la loro, resta una curiosità: se le cose andarono come dice la Boccassini, perché Davigo di occuparsi del processo a Berlusconi non voleva neanche sentire parlare?

Luca Fazzo (Milano, 1959) si occupa di cronaca giudiziaria dalla fine degli anni Ottanta. È al Giornale dal 2007. Su Twitter è Fazzus.

Il libro "L'occasione mancata" dedicato al Cav. Le assoluzioni di Berlusconi? Per Davigo sono colpa dei giudici. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 12 Novembre 2021. Non ha fatto neppure in tempo a fare una scappata al Palazzo di giustizia, pur abitando a due passi, per partecipare al commiato del suo “caro amico” Francesco Greco. Piercamillo Davigo era troppo impegnato con un altro “caro amico”, Silvio Berlusconi, cui ha dedicato il lancio in anteprima del suo libro, L’occasione mancata, edito dal Fatto e pubblicato sul Fatto. Quando si dice la fedeltà. Bisogna dire che l’ex “dottor Sottile”, piercavillo o pieranguillo che sia, non delude mai per originalità. La sua tesi è che Silvio Berlusconi non solo non è stato mai perseguitato dalla magistratura, ma addirittura è stato privilegiato e protetto. Da chi? Niente di meno che dai giudici. Cioè da coloro che emettono le sentenze, quelli che dividono i colpevoli dagli innocenti, insomma. Per Davigo quel che conta è il parere del pubblico ministero, l’ipotesi da cui partono le indagini. Questa è l’unica verità, mica il risultato di quel che succede nei tribunali al termine dei processi. Le sentenze, insomma. Va riconosciuto all’ex pm milanese ora pensionato, di non usare nei confronti del leader di Forza Italia la solita tiritera delle “leggi ad personam” (su cui nessuno spiega mai se fossero norme giuste o sbagliate per il “signor chiunque”, l’unico nominato dal codice penale) piuttosto che delle prescrizioni. No, lui cita, in un caso anche con dovizia di particolari, tre famose inchieste che si sono concluse con l’assoluzione di Berlusconi. Tre esempi che gli servono per concludere che «l’atteggiamento dei giudici, all’esito dei vari gradi di giudizio… non può che essere definito di grande benevolenza». Speriamo non intenda alludere a qualche forma di corruzione nei confronti dei suoi ex colleghi del settore giudicante. Sembra invece piuttosto l’eco di quei film e filmetti che suonavano più o meno così: la polizia arresta e la magistratura scarcera. Inni alla custodia cautelare. E si può supporre che in quei casi uno come Davigo starebbe dalla parte dei carcerieri. È un finto arreso, gli va dato atto di mostrarsi sempre indomito, anche quando aveva fatto una figura meschinella nel non volersi scollare dal ruolo di consigliere del Csm. Anche quando, come ieri nello scritto sull’organo di famiglia delle toghe requirenti, cita malamente l’ “habent sua sidera lites” (ogni controversia segue il suo fato), di Piero Calamandrei, come se davvero pensasse che la giustizia è una sorta di gioco da non prendere troppo sul serio. Ma Calamandrei nel suo Elogio dei giudici scritto da un avvocato del 1935, mette proprio in guardia, con parole di grande incoraggiamento, i giovani legali dall’arrendersi alla sorte dell’amministrazione della giustizia: «Ma tu, o giovine avvocato, non affezionarti a questo motto di rassegnazione imbelle, snervante come un narcotico… mettiti fervidamente al lavoro colla sicurezza che chi ha fede nella giustizia riesce in ogni caso, anche a dispetto degli astrologi, a fare cambiare il corso delle stelle». La causa può perderla l’avvocato difensore, ma anche il rappresentante dell’accusa. Ed è questo che Piercamillo Davigo non accetta. Non solo perché vorrebbe sempre vincere, ma perché pare per lui inconcepibile che dei giudici abbiano osato ribellarsi all’ipotesi accusatoria. Possiamo azzardare anche che l’orgoglio ferito frigga ancor di più se gli sconfitti sono un pm elogiato per la sua competenza e insieme la procura di quelli bravi, i Migliori, quelli di Milano? Aggiungiamo maliziosamente che se quello che ha vinto i processi si chiama Silvio Berlusconi, sono chili quelli del sale sparso sulle ferite. Il processo che rode di più è quello delle tangenti alla guardia di finanza. Davigo ne descrive minuziosamente i passaggi, e più si legge più si capisce (anche per chi non è avvocato né magistrato) quanto inconsistenti fossero quelle “prove” a carico dell’allora presidente del Consiglio, come rilevato dalla Cassazione che lo assolse “per non aver commesso il fatto”. Stiamo parlando dell’inizio della persecuzione giudiziaria – parola che a Davigo non piace, ma a molti sì, si rassegni- con il famoso invito a comparire mentre Berlusconi presiedeva un incontro internazionale sulla criminalità a Napoli e lo scoop del Correre della sera che ne diede notizia. C’è poco da scherzare e da invocare il fato e le stelle, caro dottor Davigo. Non c’era alcuna prova che Berlusconi avesse commesso un reato, e quel fatto, scoop del Corriere compreso, ebbe un rilievo notevole nella caduta del primo governo guidato dal leader di Forza Italia. Conseguenza politica di indagini infondate. Si rammarica ancora l’ex pm di Mani Pulite, delle assoluzioni nei processi Mondadori e Mills. Cita minuziosamente i nomi delle persone condannate e poi butta lì il suo “Berlusconi assolto”. E poi ancora nell’inchiesta “Sme-Ariosto”, in cui, secondo l’accusa, avrebbero dovuto bastare le testimonianze della ex fidanzata di Vittorio Dotti e di un’altra persona per far condannare Berlusconi. Ma, dice con sincerità Davigo, «La cosa che più mi ha sorpreso nelle vicende riguardanti Silvio Berlusconi e i suoi coimputati è stata la continua lamentela di una persecuzione giudiziaria». Lei come si sentirebbe, cittadino Davigo, se dopo centinaia di perquisizioni e processi sopra processi avesse già portato a casa una sessantina di assoluzioni (a fronte di una discutibile sola condanna)? Penserebbe di esser un colpevole che l’ha fatta franca grazie alla benevolenza dei giudici?

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

La procura dei veleni. Greco lascia la toga, e Storari se la gode: è sua l’inchiesta sul reddito di cittadinanza. Frank Cimini su Il Riformista il 12 Novembre 2021. Francesco Greco nel giorno in cui ha dato l’addio alla mitica procura di Milano per andare in pensione ha finito per prendere in giro tutti, e a cominciare da se stesso. «Lascio una procura organizzata e efficace» in effetti è l’ultima cosa che poteva dire. Greco non può non sapere di lasciare un ufficio allo sbando dopo che 59 sostituti lo avevano mandato letteralmente a quel paese firmando un documento che con l’occasione della solidarietà a Paolo Storari era soprattutto un esplicito disaccordo per il modo in cui negli ultimi cinque anni è stata gestita la procura. E paradossalmente come se dovesse per forza piovere sul bagnato il giorno dopo le parole del procuratore nell’aula magna del triplice resistere di Borrelli campeggia sui siti dei giornaloni l’inchiesta coordinata proprio da Storari. In sintesi una banda di italiani e di romeni con una facilità impressionante accedevano al reddito di cittadinanza, truffando una ventina di milioni di euro e con la prospettiva di arrivare irrisoriamente a sessanta se non fosse intervenuta la guardia di finanza di Cremona. Ennesima dimostrazione che la legge sul reddito di cittadinanza era stata fatta senza prevedere anticorpi e controlli. Però Storari si gode il trionfo dopo aver evitato per il rotto della cuffia, il capo dell’ufficio stava sulle balle a quasi tutti i pm, il trasferimento in altra sede per aver consegnato a Piercamillo Davigo i verbali dell’avvocato Piero Amara. E qui stiamo a parlare della goccia che ha fatto traboccare il vaso. Si illude non poco chi dice che il procuratore Greco non può essere giudicato solo per gli ultimi mesi del suo mandato e per il processo Eni dove l’ufficio dell’accusa aveva cercato di vincere puntando sulle dichiarazioni di Amara e Armanna cavalli più che azzoppati. I processi si possono anche perdere, è fisiologico, ma nel caso specifico c’era il veleno di aver mandato le carte a Brescia con l’obiettivo di indurre il presidente del collegio Marco Tremolada a astenersi perché Amara sosteneva che sarebbe stato “avvicinabile” da due avvocati della difesa, Nerio Diodà e l’ex ministro Paola Severino. Manovra sporca. Greco comunque continua a godere di buona stampa. Viene incensato per aver recuperato un sacco di soldi a favore dell’orario dai colossi del web, ma senza spiegare che il magistrato si era sostituito all’Agenzia delle entrate trattando al suo posto. E ottenendo il versamento di somme largamente inferiori a quelle che sarebbero arrivate alla fine di un processo. Perché il compito dei procuratori resta quello di portare le persone davanti ai giudici non quello di recuperare denari per lo Stato. Il Corriere della Sera ribadisce che la procura di Milano è stata un baluardo dell’indipendenza della magistratura, facendo riferimento soprattutto a Mani pulite. I padroni del Corriere allora sotto schiaffo del pool per altre loro attività appoggiarono l’inchiesta ottenendo in cambio di farla franca, tanto per usare un concetto caro a Davigo. Che nell’aula magna a sentire l’autoincensamento di Greco non c’era. I due se le sono date di santa ragione sui giornali e a verbale davanti ai pm di Brescia. Si sono minacciati a vicenda di querela. Greco ha detto che Davigo prendeva i verbali di Amara dalle mani di Storari perché voglioso di vendicarsi dell’ex alleato al Csm Ardita. Davigo ha ribadito le accuse a Greco di non aver proceduto con le iscrizioni tra gli indagati delle persone chiamate in causa da Amara. Probabilmente hanno ragione entrambi. Ma non sono i risvolti penali della vicenda gli aspetti più interessanti. Finisce un’epoca mentre a grandi passi si avvicina il trentesimo compleanno di Mani pulite. Nell’aula magna Antonio Di Pietro e Gherardo Colombo hanno affermato che allora si limitarono a fare il loro dovere, “pagandone le conseguenze” “e quante ce ne hanno fatte”. Fu una una guerra tra le classi dirigenti del paese. La magistratura saltava al collo di una politica indebolita per riscuotere il credito acquisito ai tempi della madre di tutte le emergenze. Quando Greco giovanissimo sostituto faceva parte di una pattuglia minoritaria ma combattiva che dall’interno di Md si opponeva alle leggi e alla pratica dell’emergenza mentre il suo ufficio ignorava l’allarme dei giovani del collettivo autonomo della Barona che sostenevano di aver subito torture in questura. Poi l’emergenza diventava infinita oltre che prassi normale di governo. E Francesco Greco uomo di potere. Con un fine carriera “un po’ così” diciamo eufemisticamente. Frank Cimini

Storia e congiure. Così è nato l’uso politico della giustizia: da D’Artagnan e l’arresto di Fouquet ai giorni nostri. Alessandra Necci su Il Riformista il 13 Aprile 2021. “Datemi sei righe scritte dal più onesto degli uomini e vi troverò materiale sufficiente a farlo impiccare”. Questa frase, pronunciata dal cardinale Richelieu, riassume il senso della giustizia politica. O meglio, dell’uso politico e strumentale che il potere può fare della giustizia. Non a caso descrive un’attitudine valida sotto ogni regime e in ogni epoca. Compresa quella attuale, come ben sa chi conosce le vicende che hanno accompagnato gli ultimi trent’anni della nostra storia nazionale. Certo oggi la pena di morte non esiste più, ma ci sono molti modi di infliggere una condanna alla morte civile, a una forma di ostracismo in patria o addirittura alla damnatio memoriae. Bastano quelle poche righe estrapolate di cui parlava Richelieu. Poiché, come diceva Benedetto Croce, “la storia è sempre storia contemporanea”, nel passato si trovano esempi indiscutibili di una tendenza che attraversa i secoli e ha qualcosa a che fare con una forma di assolutismo, di potere che rifiuta ogni controllo, respingendo quella bilancia che garantisce equilibrio alla democrazia. E per la quale strumento irrinunciabile è – o dovrebbe essere – una stampa libera e coraggiosa, mossa dal desiderio di cercare la verità e non la semplice conferma di pretestuosi teoremi. Né tanto meno dalla vocazione interessata a sostenere gruppi più o meno forti. Un archetipo in tal senso è Nicolas Fouquet, Sovrintendente delle Finanze di Mazzarino e Luigi XIV. Nato a Parigi nel 1615, proviene dalla noblesse de robe, la “nobiltà di toga” che si è arricchita con il commercio e poi ha acquistato per i propri rampolli delle cariche pubbliche. Laureato in diritto alla Sorbona, viene nominato grazie a Richelieu consigliere al Parlamento di Metz, quindi “relatore ai ricorsi”. Nel 1642 il “gran cardinale” muore e Giulio Mazzarino prende il suo posto come Primo ministro. Ė lui, insieme ad Anna d’Austria, a governare la Francia in nome del piccolo Luigi XIV. Durante la reggenza, però, i Grandi si fanno più facinorosi; il Parlamento di Parigi (composto da magistrati, non da parlamentari), che amministra la giustizia per conto del sovrano, diviene più potente e geloso delle proprie prerogative. Dopo poco, inizia la ribellione conosciuta come “Fronda”. Uno dei problemi maggiori, per la corona, è trovare denaro, necessario per fare la guerra, difendersi, pagare amici e nemici, distribuire prebende, mantenere il re e la corte. Il sistema finanziario è anacronistico, incapace di “una previsione di spesa”, ovvero quella che chiameremmo una finanziaria. Non esiste una Banca di Francia, né un vero ministero del Tesoro: le entrate non sono sufficienti, per cui il sovrano è spesso costretto a ricorrere ai banchieri, che gli prestano i soldi a tassi elevati. Può succedere che la monarchia non sia considerata affidabile; allora i banchieri concedono il prestito a colui che offre maggiori garanzie ed è quest’ultimo a dare i soldi al re, correndo grandi rischi ma ricavandone ampi utili. In questa “finanza creativa”, dove non mancano neppure i “titoli spazzatura”, le tasse vengono mangiate con anni di anticipo ed è necessaria un’abilità da prestigiatore perché il sistema non collassi. Mentre la guerra civile impazza, Mazzarino è costretto due volte all’esilio; la regina e il re bambino alla fuga da Parigi. Fra colpi di scena ben descritti da Alexandre Dumas, un uomo si impone, rendendosi insostituibile nel reperire le risorse necessarie allo Stato e poi nel porre le condizioni per la sconfitta del Parlamento: Nicolas Fouquet. Sempre lui aiuta il cardinale ad ammassare un’immensa fortuna. Per premio, nel febbraio 1653 viene nominato Sovrintendente delle Finanze. Inizia la fase di apogeo dello “Scoiattolo”: l’emblema dei Fouquet, infatti, è uno scoiattolo insieme alla divisa Quo non ascendet, “Fino a dove non salirà”? Un motto imprudente, ma che si addice al proteiforme, intelligente, abilissimo Nicolas, ovvero Monsieur le Surintendent. Fastoso, brillante, generoso, visionario, gran signore, colto, protettore delle arti, estimatore delle belle donne, capace di geniali intuizioni, Fouquet “il Magnifico” costruisce in quegli anni il castello di Vaux-le-Vicomte. In giro si dice che “ospiti il Perù a casa sua”: risponde solo al re, le spese di questi passano per lui. Ė Fouquet che firma per autorizzare le ordinanze di pagamento, sempre lui quello a cui i banchieri prestano i soldi. Inoltre, è procuratore generale del Parlamento. C’è però un rovescio della medaglia: tanta luce, tanto consenso gli attirano invidie feroci. Fra coloro che lo detestano c’è un oscuro commesso di Mazzarino, Jean-Baptiste Colbert, che vuole prenderne il posto. Nemmeno il cardinale, che gli deve tutto, lo ama davvero ma si guarda bene dal palesarlo. Si limita a porre le premesse per la caduta successiva, diffamandolo presso il re. Lo spartiacque è quel 9 marzo 1661 in cui “l’italiano” muore. Per Luigi XIV, ancora lontano dall’essere il re Sole, è il momento della “presa di potere”. Come dice lui stesso, “la faccia del teatro cambia”. Fouquet non se ne rende conto, anzi spera di essere nominato Primo ministro e non ascolta le voci allarmanti. Nella manciata di mesi in cui si consuma la sua perdita, Colbert riesce a “contaminare” il re con il suo odio feroce, convincendolo che il Sovrintendente è troppo potente, sa troppe cose e va eliminato. Luigi XIV, dal canto suo, ha dimenticato le prove di lealtà che questi gli ha dato e ne patisce la superiorità, i talenti. Inoltre, l’illecito arricchimento di Mazzarino necessita un capro espiatorio: non si può fare un processo al cardinale defunto, ma a Fouquet sì. La carica in Parlamento resta uno dei pochi “scudi di protezione”, poiché equivale a una “immunità”, tuttavia Colbert convince Fouquet a venderla, con la scusa che il sovrano ha bisogno di soldi. L’ingenuo cade nella trappola, manda il ricavato a Luigi XIV e questi, fregandosi le mani, esclama: “Si è messo in trappola da solo!”. L’ultima pennellata viene data quando il re va alla meravigliosa festa che il 17 agosto 1661 il Sovrintendente offre in suo onore a Vaux-le-Vicomte. Commenterà Voltaire: “Alle sei di pomeriggio Fouquet era il re di Francia, alle due del mattino non era più nulla”. Il 5 settembre viene arrestato a Nantes dal luogotenente dei moschettieri d’Artagnan. Inizia così un lunghissimo calvario giudiziario, che lo porta a peregrinare per anni in diverse carceri – “carcerazione preventiva” – senza nemmeno sapere di cosa sia accusato. Nel frattempo Colbert falsifica le prove, assiste senza averne diritto alle perquisizioni, avalla le peggiori nefandezze. Quando finalmente comincia il processo, la “Camera di giustizia” scelta per giudicare l’ex Sovrintendente è stata composta dai suoi nemici, i testimoni vengono corrotti o intimiditi, sui giudici si esercita una forte pressione, l’opinione pubblica viene montata con articoli scandalistici, false rivelazioni e delazioni ad arte. I capi di imputazione sono tantissimi ma alla fine si riducono a peculato e lesa maestà. Gli abusi commessi dalla corona sono tali che alla fine l’opinione pubblica e persino i giudici si convincono del fatto che Fouquet è soprattutto un capro espiatorio. E così, invece di condannarlo a morte come vorrebbe Luigi XIV, i magistrati optano per il bando a vita, dichiarandolo colpevole di peculato. Folle di rabbia, il re avoca a sé la sentenza, smentendo i giudici scelti da lui stesso, e la muta nel carcere a vita e nel sequestro dei beni. La sua vendetta si abbatte su quei magistrati che non sono stati abbastanza compiacenti e che cadono in disgrazia. Lo Scoiattolo viene lasciato in carcere a Pinerolo per circa vent’anni, nonostante le infinite pressioni dei letterati e di molti importanti personaggi perché venga liberato. Lì morirà, nel 1680. Commenta Saint-Simon: “Monsieur Fouquet… pagò i milioni che il cardinale Mazzarino aveva preso, l’invidia di Le Tellier e Colbert, un po’ troppa galanteria e splendore con 34 anni di carcere a Pinerolo, perché non avevano potuto fargli di peggio”. (In realtà gli anni di carcere erano 19, ndr). Nulla di nuovo sotto il sole, del resto. Era già capitato, sarebbe capitato ancora.

DAGONOTA il 17 maggio 2021. “Se facevi notare che l’anomalia Berlusconi era a sua volta il frutto di un’altra anomalia, ossia la distruzione violenta, per via giudiziaria, di un’intera classe politica (quella della Prima Repubblica), ti davano subito del berlusconiano. C’era insomma un clima di evidente isteria”. A quasi trent’anni dalla tonnara di Tangentopoli, sul “Corriere della Sera” si può leggere, a firma di Angelo Panebianco, un editoriale che - questo sì fa davvero giustizia dopo averlo taciuto per anni ai suoi lettori -, su cosa è stata la “rivoluzione italiana” di cui il giornale manettaro dei Poteri marci è stato uno dei portabandiera. La rivoluzione fallita, che dai giornali sappiamo quando è iniziata ma non quando è stata chiusa. Una rivolta mancata, anche per il giudice Gherardo Colombo. Uno degli “eroi” di carta del pool di Mani pulite insieme a Davigo che ammette: “A 25 anni di Mani pulite, l’Italia è ancora più corrotta”. Bontà sua. L’onesto politologo del “Mulino”, da lunghi anni stimato collaboratore del Corriere, sollecita, “per il bene del Paese”, di sciogliere i nodi del grande “imbroglio e della truffa” (animati dall’odio politico) - vittime prima Craxi e poi Berlusconi che “incarnavano il Male”. Ma l’oblio non può calare, voltandosi dall’altra parte, neppure sul ruolo parziale, disumano e di supplenza ai giudici - tutto in nome e per conto dei Poteri marci, ovviamente -, sulla parte in commedia avuto dai media nel linciaggio senza uno straccio di processo di una intera classe politica (e dirigenziale). Come ciò sia potuto accadere grazie ai teoremi dei giudici di Mani pulite tenta di spiegarlo nel suo saggio “Il diritto penale totale” (il Mulino) il giurista Filippo Sgubbi. “Con il processo volto non ad accertare un fatto storico da ricondurre a una norma di legge, bensì a creare il fatto-reato”, osserva lo studioso. E ancora: “Una giustizia che si avvale dell’apparato provvedimentale tipico dell’efficace decision making della magistratura per mirare a precisi scopi”. Quanto alla gogna che ha seguito i teoremi del pool, essa non ha precedenti in nessun Paese democratico. E nell’innalzare forche, in primis c’è il quotidiano dove Panebianco tiene cattedra. Cioè il “Corriere della Sera” diretto allora da Paolo Mieli. Già, lo storico (senza storia), pentitosi (a babbo morto) di aver firmato l’appello contro il commissario Mario Calabresi assassinato dai terroristi rossi. Di ben altro dovrebbe cospargersi le ceneri sulla testa il nostro Paolino Mieli. Negli stessi Anni di Piombo, andrebbe riesaminato anche il ruolo di Mieli (ex Potere operaio) e della redazione dell’”Espresso” che ha combattuto degnamente tutte le sue battaglie sul fronte laico e di sinistra. Un ruolo, appunto, sul quale andrebbero sfoltite tutte le ombre che ancora permangono. Pur convinti che, alla fine, l’Espresso abbia operato correttamente su quel crinale pericoloso. Già. Qual è stato il limite considerato invalicabile tra prassi professionale corretta e una larga zona grigia - contiguità con l’Autonomia e il brigatismo rosso assai diffusa - da parte del settimanale di Caracciolo & Scalfari? E, soprattutto, se nel corso della trattativa sottobanco per la liberazione di Moro non si è andati oltre quel confine: dagli incontri al buio tra il socialista Signorile e Piperno nella redazione di via Po e in via del Babuino. Racconta Enzo Forcella in un volumetto edito dall’Espresso su trent’anni di terrorismo: “Tutto partì da una conversazione tra Signorile e il direttore Zanetti (contrario alla trattativa): “Non potresti mettermi in contatto con uno di quelli dell’Autonomia che ogni tanto intervistate? Zanetti girò la richiesta a Mario Scialoja, che seguiva per il settimanale il settore del terrorismo (…)”. L’incontro Signorile-Piperno-Scialoja si svolse nella casa di Zanetti: “Quasi subito – annota Forcella -, la conversazione scivolò su Moro. “Dimmi Piperno, hai un’entratura nelle Br?”, chiede Signorile. Piperno rispose di no, “comunque - aggiunse -, non dovrebbe essere impossibile far loro arrivare qualche messaggio basta mettere in moto un tam tam attraverso il quale il messaggio arriva dove deve arrivare…”. Senza mai mettere in discussione l’etica professionale dei suoi eccellenti redattori, rimane nell’ombra pure la presenza all’Espresso dell’editore Carlo Caracciolo di Federico Umberto D’Amato.  Il capo dell’Ufficio affari riservati dal Viminale che dal 1977 al 1995 occupò, con lo pseudonimo Federico Godio, la rubrica di cucina. Si occupò di solo di mettere le stellette ai ristoranti? Nel suo scrupoloso libro “La spia intoccabile” (Einaudi) dedicato al maestro del depistaggio, Giacomo Pacini si pone anche lui la domanda sul perché “Caracciolo ritenne di affidare incarichi di questo tipo proprio a D’Amato (che non era uno chef) non è dato sapere. Appare tuttavia legittimo chiedersi – aggiunge - se fu solo un caso che a far emergere lo scandalo Piano Solo (che portò alla delegittimazione del Sifar, con di fatto l’ascesa di D’Amato ai vertici degli apparati di sicurezza) fosse stato proprio quel settimanale”. E quale contributo ha dato il Re degli spioni nello scandalo Lockheed con la caccia all’Antilope Cobbler che sfiorò Aldo Moro e portò alle dimissioni del presidente della Repubblica, Giovanni Leone? Ah saperlo. Dell’affaire Moro forse non ci libereremo mai se a truccare la verità sono i suoi stessi testimoni immemori. Il libricino di Walter Veltroni sul sequestro Moro attraverso alcuni testimoni, sembra più il tentativo di chiudere una finestra anziché spalancarla per far entrare aria fresca. Si tratta di un chiaro esempio, secondo il professor Panebianco, del nemico che diventa amico. Così, nel tentativo postumo di santificare il leader Dc delle “convergenze parallele”, il Letta-Letta di Urbano Cairo dimentica che in parlamento sia Moro sia Ugo La Malfa difesero i propri partiti dalle accuse sul finanziamento illecito ai partiti rivoltegli dai banchi dell’opposizione di sinistra. E davvero Moro pagò con la vita, come si narra non senza ragione e logica politica (magari complice la Cia) per la sua idea di portare i comunisti a governo dopo averlo messa alla berlina in parlamento? O, come sostengono i socialisti di fede craxiana, fu la linea della fermezza imposta dall’asse Dc-Pci a segnare la fine di Moro? Quel Pci di Berlinguer, va ricordato ancora, legato a doppio filo all’Urss guidata da Breznev con la sua ferrea dottrina anti atlantica, che un anno prima, appunto, aveva crocifisso Moro alle Camere per aver difeso (perdendo al momento della conta in aula) i ministri Gui e Tanassi dall’accusa di aver beneficiato di tangenti nello scandalo Lockheed. E Moro, accusato di essere Antilope Cobler da una fonte Usa, rivolto ai suoi avversari – quelli storici sì -, gridò: “Non ci faremo processare nelle piazze”. E se nel 1977 i giudici (già a conoscenza dei finanziamenti illegali ma resilienti) avessero raccolto il j’accuse di Berlinguer sulla “questione morale” che toccava i partiti, Aldo Moro sarebbero finito davanti a un tribunale un anno prima della sua uccisione. E se Veltroni andasse a sfogliare le collezioni del suo ex quotidiano, l’Unità, scoprirà che per il Pci Moro diventerà uno statista soltanto dopo il suo martirio nella prigione delle Br. Tre date segnano in profondità il rapporto all’epoca a dir poco conflittuale tra lo statista Dc - che nel partito occupava il posto ritenuto quasi rappresentativo di presidente del Consiglio nazionale della Dc (come i suoi predecessori) -, e il Pci. Un anno marcato dallo scandalo Lockheed che alla fine vide - stavolta sì - la convergenza parallela (e perversa) tra Dc e Pci per far dimettere il capo dello Stato. Un’intentona supportata dalla violenta e martellante campagna dell’Espresso-Repubblica che punta dritto all’onorabilità dell’inquilino Quirinale. Ecco le date memorabili: 3 marzo 1978 la Corte costituzionale archivia le accuse contro Moro; 16 marzo 1978 sequestro Moro e uccisione della scorta da parte delle Br; 9 maggio 1978 ritrovamento del cadavere di Moro in via Caetani; 15 giugno 1978 dimissioni di Giovanni Leone. Sulla versione veltroniana del caso Moro, l’ex diccì Paolo Pomicino ha osservato su il Foglio: “Affidare ai vinti la storia di questo Paese più che un errore è una tragica comicità”. Com’è accaduto per gli Anni di Piombo, anche sulla stagione di Mani pulite poco (o nulla) e con rare eccezioni, è stato esplorato sulla parte in commedia avuta dalla stampa in questi due passaggi controversi della nostra storia. Sugli anni del terrorismo basta ricordare, a titolo di esempio il diktat delle Rizzoli-P2, con la decisione del “Corriere” di non pubblicare i messaggi dei terroristi e il licenziamento di Giuliano Zincone dal “Lavoro” di Genova che non si piegò a quella scelta del gruppo. Avevano ragione Di Bella-Barbiellini Amidei o Zincone? E da chi arrivava l’ordine di togliere la parola alle Br? Senza evocare golpe e manine degli apparati deviati. Certe verità si ritrovano facilmente nelle stesse redazioni dei giornali. Due momenti della storia recente entro i quali Paolo Mieli (e non soltanto lui) avrebbe molto da spiegare per averla vissuta da testimone privilegiato con scaltrezza e capacità professionali. A proposito dell’Uomo Nero evocato da Panebianco e della sua demonizzazione, si potrebbe partire dall’avviso di garanzia al premier Berlusconi nel novembre 1994 alla vigilia di un convegno promosso a Napoli dall’Onu sulla criminalità organizzata. Una accusa grave di corruzione di finanzieri da cui il Cavaliere uscirà assolto nel 2001. Chi passò al “Corriere” le carte del Cavaliere indagato? Quale era la fonte di quello scoop che provocò la caduta del governo e che oggi nessuno rivendica pur avendoci guadagnato i galloni d’inviato o di corrispondente all’estero. In America al cronista Mieli avrebbero dato il premio Pulitzer (o quantomeno un Premiolino meneghino) e un suo libro di memorie avrebbe scalato le classifiche in libreria. Ma in realtà il suo non era stato un nuovo Watergate per passare alla storia del giornalismo d’inchiesta, ma soltanto un Watercloset per nascondere le sue vergogne da cui tenersi poi lontano per le puzze che emanava. È stato il capo dello Stato dell’epoca, Oscar Luigi Scalfaro – magari via Gianni Agnelli -, che a dare ascolto al ministro dell’Interno Roberto Maroni sapeva da giorni dell’avviso? Oppure, come appare più credibile, Mieli e il giornale di via Solferino si sono resi complici (o partecipi) della “trappola” ordita dal pool di Mani pulite che - facendo uscire la notizia sul Corriere -, avrebbero conservato la competenza territoriale sul procedimento a carico di Berlusconi. Cioè a Milano e non a Roma. Dunque, come suggerisce Panebianco, “è meglio sforzarsi di ricordare” senza che sia “il nemico diventato amico”, riferendosi indirettamente all’ultima conversione di Michele (chi?) Santoro su Berlusconi. Un agit-prop dei media impegnato a recitare tutte le parti nel commedione tragico e cinico di quest’ultimo quarto di secolo. Con il boia che abbandona la garrota per raccogliere la testa del mozzato da esporre in tempi di pace e di rivoluzioni mancate. Un gran brutto spettacolo. Intanto, dopo otto anni la Corte europea dei diritti di Strasburgo chiede all’Italia se il Cavaliere abbia avuto un processo equo nel giudizio della Cassazione per frode fiscale che costò la sua decadenza dalla carica di senatore. Non è tempo di necrologi per l’Uomo nero Berlusconi al quale auguriamo resista-resista-resista alle intemperie della vita. Ma siamo curiosi di leggere cosa sarà consegnato di lui dalla stampa dopo una lunga gogna mediatica. Nel suo “Giustizia politica”, il saggista Otto Kirchheimer, non a caso, dedica il suo lavoro proprio “alle vittime passate, presenti e future della giustizia politica”. Anche perché non vorremmo, come ammonisce lo storico Jean Tulard paventando una “nazione amnesica”, che “a forza di voler cancellare le macchie della storia, verrà un giorno in cui non sapremo più perché il ponte si chiama Austerlitz e il viale Jena”. 

Alessandro Gnocchi per "il Giornale" il 20 aprile 2021. Quante volte abbiamo visto le immagini di Bettino Craxi bersagliato dalle monetine all' uscita dall' Hotel Raphaël, sua residenza privata a Roma, quel 30 aprile 1993? Moltissime. Al punto che siamo convinti di sapere o ricordare tutto quello che avvenne nell' occasione. Ma forse non è vero. Quanto mai opportuno e interessante è quindi il saggio di Filippo Facci 30 aprile 1993. Bettino Craxi. L' ultimo giorno di una Repubblica e la fine della politica (Marsilio, pagg. 224, euro 18; in libreria dal 22 aprile). Quel giorno, il 30 aprile 1993, una folla inferocita si trovò davanti all' albergo per protestare contro la decisione, presa dal Parlamento il giorno precedente, di negare l' autorizzazione a procedere contro Bettino Craxi. Il leader si era da poco dimesso dal ruolo di segretario del Partito socialista e aveva già pronunciato a Montecitorio un aspro discorso sulla portata storica del finanziamento illecito alle forze politiche, che avrebbe dovuto far pensare gli ultras di Tangentopoli (non accadde). Craxi, quella sera, doveva uscire e lo fece a testa alta, dalla porta principale, già sicuro di incappare nella contestazione. Si prese una pioggia di monetine scagliata da militanti del Pds, appena venuti via da un comizio nell' attigua Piazza Navona, da ex missini e da passanti catturati dall' odore selvatico del linciaggio. L' indomani, e questo è un dettaglio che forse molti hanno dimenticato, non c'era quasi notizia sui quotidiani dell' episodio tanto violento quanto significativo. Ci sono un prima e un dopo il 30 aprile 1993. Facci mette in fila i fatti di quei giorni con grande bravura, intervallando la cruda narrazione con i suoi ricordi. Negli anni di Mani pulite, l'autore si trovò a seguire le inchieste milanesi all' Avanti!, il quotidiano del Psi. Entrò in contatto con Craxi e ne fu amico fino all' esilio tunisino e alla morte, accelerata dalla mancanza di cure adeguate. Risultato: un libro che cattura l'attenzione in ogni pagina. «Ripassare» il prima lascia sgomenti. I partiti, indubbiamente, si erano abbandonati al malcostume, approfittando del finanziamento illecito. Ma è inutile fare gli struzzi e fingere di non sapere ciò che disse proprio Craxi nel già ricordato discorso. Il finanziamento lecito e illecito era il nodo da sciogliere della Prima Repubblica: tutti sapevano, tutti vi avevano fatto ricorso, con modalità diverse. Democrazia cristiana (forse) e Partito comunista (senza ombra di dubbio) avevano risorse provenienti dall' estero, da inquadrarsi come diretta conseguenza della Guerra fredda combattuta anche in Italia da Stati Uniti e Unione sovietica. Comunque dalle vicende di Mario Chiesa e del Pio Albergo Trivulzio in poi fu un crescendo di giustizialismo, che montava grazie a una alleanza di fatto tra magistratura, media e sinistra «miracolata». I giudici occupano il proscenio e finiscono col mettere in discussione la nozione stessa di diritto, riducendo le garanzie dell' imputato soprattutto a causa di un abuso della carcerazione preventiva. I media, banalmente, si occupano di assecondare i pregiudizi dei propri lettori, e se bisogna dimenticare intere parti dei codici, non importa, si dimenticano (la rassegna stampa di Facci non lascia alibi a nessuno: tra le grandi testate non ce n' è una che possa vantare una difesa a spada tratta del diritto). La sinistra post comunista è tranquilla. La disciplina di partito è ancora forte e il flusso di denaro da Mosca si è ormai arrestato. Berlinguer aveva agitato la questione morale ma i suoi eredi la trasformano nel centro della loro nuova identità, visto che dopo il Muro di Berlino il socialismo reale non è proponibile. Con quali titolo di merito? Nessuno. La superiorità morale è una questione antropologica che prescinde dalla realtà dei fatti. È un mito fondativo, che ha fatto danni forse irrimediabili, dividendo il Paese in buoni e cattivi. La cronaca del 30 aprile è sconcertante. È un osceno susseguirsi di dichiarazioni sopra le righe, di moralismi esasperati, di rabbia male indirizzata, di opportunismo svergognato; un osceno susseguirsi che trova il suo apice e il suo sfogo nel tiro a Bettino Craxi. Un uomo che, al netto di tutto, lascia una eredità politica enorme, come Facci mostra egregiamente. Per fare uno solo tra gli esempi possibili, ecco cosa disse in un video di 37 secondi girato ad Hammamet: «Si presenta l' Europa come una sorta di paradiso terrestre...L' Europa, per noi, come ho già avuto modo di dire, nella migliore delle ipotesi sarà un limbo. Nella peggiore delle ipotesi, l'Europa sarà un inferno». Nel suo libro Io parlo, e continuerò a parlare, Craxi chiedeva di rinegoziare i parametri di Maastricht e notava come si parlasse molto di banche centrali e poco di Parlamento europeo. Quindi ipotizzava un futuro di disoccupazione e conflittualità sociale...Abbiamo visto il prima e il durante. Ma c'è anche un dopo 30 aprile 1993 che giunge fino a noi. La gogna in piazza, il popolo che emette sentenze con le monetine, i movimenti che entrano in Parlamento (la Lega ma anche la Rete) sono tratti di un' Italia in preda alla demagogia e alla tensione: non solo per Mani pulite, sono anche gli anni della morte di Falcone e Borsellino o del prelievo notturno del governo Amato dai conti correnti dei cittadini. Che Italia era? Facci: «Bene o male è l' Italia di oggi, che da allora ha fatto piazza pulita di partiti, istituzioni, simboli, reputazioni, rispetto dei ruoli, soprattutto ha smembrato quel poco di tessuto civico che la nostra giovane democrazia aveva faticosamente ordito». Ciò che è venuto dopo non è politica: «La tecnocrazia. L'illusione della società civile. La pan-penalizzazione integrale del vivere quotidiano. Il neopopulismo. Persino una medicalizzazione coattiva della società, con un netto restringimento delle libertà costituzionali». Le piazze sono diventate virtuali, il debito pubblico è triplicato, il ceto medio sconfina nel proletariato, la crescita economica è un sogno, le aziende più importanti hanno delocalizzato o sono state vendute, la classe politica è drasticamente peggiorata, l' Italia è l' unico Paese a non avere più «un partito liberale, socialista, verde o democratico-cristiano». Tutto questo già prima della pandemia... Se il 30 aprile 1993 è stato un giorno di rivoluzione, beh, è stata una rivoluzione finita male. 

Filippo Facci per “Libero quotidiano” il 30 aprile 2021. La scena dell'Hotel Raphaël e delle monetine contro Bettino Craxi la conoscono anche i più giovani, ma a loro sembra una protesta come tante, non conoscono il nesso tra un prima e un dopo, è come se fosse il trailer di un film che non hanno visto. Non si trova documentario su quel periodo che abbia quelle immagini come epicentro: ma quanti - vi è da chiedersi - sanno che la notizia del tentato linciaggio non fu neppure pubblicata sulle prime pagine dei giornali? Né il giorno dopo né i successivi. Il simbolo di quegli anni: ma neanche una riga. Anche l'unica foto, poi vista e rivista negli anni a venire, fu scattata da un freelance che si era arrampicato sulla pedana del ristorante Santa Lucia, affianco all' hotel. Dobbiamo tutto al Tg4 e alle telecamere Rai di Mixer, immagini sgangherate e sbollate come ad anticipare youtube. Un salto verso il futuro come lo furono la trascrizione di centinaia di telefonate o telegrammi giunti nelle redazioni dei giornali e pubblicati senza filtri, futuro popolo di internet. Non era mai capitato che la residenza privata di un personaggio pubblico (Craxi abitava all' Hotel) fosse cinta d' assedio per una decisione votata dal Parlamento. Quel giorno finì la politica e iniziarono le forme della sua assenza: la tecnocrazia, l'illusione della società civile, la pan-penalizzazione della società italiana, il neopopulismo, il declino, l'impoverimento del Paese; le piazze diventarono virtuali e l'odio e l'invidia sociale nascosero la mano nella solitudine domestica: la famosa folla solitaria. Doveva comunque succedere, probabilmente: è cambiato tutto, ma solo da noi è cambiato in questo modo.

L' ANNO ZERO Spariti interi partiti, istituzioni, simboli, reputazioni, rispetto dei ruoli, soprattutto si è smembrato quel poco di tessuto civico che la nostra giovane democrazia aveva faticosamente ordito, e che il detersivo rivoluzionario ci ha restituito bianco e pulito come un cencio inservibile. Siamo tornati a un misterioso anno zero. Chissà, magari andrà meglio. Nell' attesa, sappiamo che il nostro è l'unico Paese europeo che non ha (più) un partito liberale, socialista, verde o democratico cristiano. Il debito pubblico si è più che triplicato, il ceto medio si è proletarizzato, la crescita economica è all' ultimo posto d' Europa, le aziende più importanti sono espatriate o sono state vendute, quelle rimaste sono state maltrattate da una classe dirigente a dir poco neofita. Mancano i politici mentre «politica» e «politici» continuano a essere termini dispregiativi. Spesso si incolpa un recente passato per giustificare il presente. Spesso, per esempio, si incolpa Craxi. Sul quando e sul dove ebbe inizio il piano inclinato dal quale cominciammo a rotolare si possono avere idee diverse, ma non su una cosa: la scena del Raphaël fu un linciaggio «simbolico» solo perché non riuscì. Fabrizio Rondolino, al tempo giornalista dell'«Unità», era lì fuori: «Il clima cambiò di colpo, ero spaventato, cominciai a indietreggiare, c' era sempre più gente. Vedevo i fascisti, tanta gente mai vista, senz' altro anche tanti militanti che venivano dal comizio di Occhetto Io avevo militato nei giovani comunisti, di manifestazioni ne avevamo fatte tante anche contro Craxi, ma quella era una cosa completamente diversa». Un agente della scorta: «C'era una tensione fortissima nell' aria. Noi sotto al Raphaël ad aspettare che il Presidente scendesse; d' un tratto iniziarono ad arrivare persone provenienti da Piazza Navona e da altre viuzze del centro, poco dopo è sopraggiunto il dirigente del commissariato di zona seguito da altri colleghi. La gente iniziava ad essere veramente tanta e in un attimo alcuni di loro cominciarono ad urlare, altri a sputare e inveire verso di noi». I gruppi furono tre: una maggioranza pidiessina proveniente dal vicino comizio di Achille Occhetto, una minoranza di missini sopraggiunti dalla vicina via della Scrofa, infine una minoranza di gente di passaggio, mentre i leghisti furono bloccati in piazza Zanardelli. Il missino Teodoro Buontempo reggeva due sacchettini cambiati nella tabaccheria di un camerata: 10 mila lire, 100 monete, poca roba rispetto alle 250mila lire che rimasero infine per terra. E intanto nessuno riusciva a dissuadere Craxi: «Io da dietro non esco». «La macchina è pronta?». «Sì».«Bene». Una pausa. «Allora andiamo». Craxi caricò la giacca blu sulla spalla e diede alla porta un calcione tipo saloon, ed era fuori. Alle 20:05 fu un boato, un'esplosione, un unico grido ininterrotto, tre poliziotti in borghese anticiparono di corsa Craxi che uscì subito dopo mentre volavano sassi, sampietrini, monetine, accendini, pezzi di vetro, bottiglie di plastica, un ombrello: «Eccolo, eccolo», urla la cronista di Mixer, «tirano di tutto, stanno tirando di tutto». Tre faretti di telecamere illuminano la scena, Craxi sale in auto per primo, dietro, sulla destra, poi segue l'autista Nicola alla guida con a fianco Cicconi - che ha la testa sanguinante - e ancora dietro, sulla sinistra, c' è il fido Luca Josi, che si è preso qualcosa in un occhio. I poliziotti in borghese si muovono qua e là e fermano degli esagitati che cercano di arrivare alla macchina, si lanciano in avanti, poi la Thema parte, sgomma e fa partire incalza la sirena, e poi sono pugni sul vetro, calci, colpi di casco e sassi sulla carrozzeria, d' un tratto non c' è più nessun filtro tra l'auto e i dimostranti, i poliziotti sono spersi, travolti, impegnati a bloccare la pressione dei dimostranti a destra e a sinistra, Craxi sorride rivolto al finestrino. «Tiratori di rubli», mormora. «Dopo di questo», si chiede. «Che cosa c'è ? Oltre questo, che cosa c' è?». La folla tentò in tutti i modi di bloccare le macchine in fuga, molti le hanno rincorse, ma questo nei filmati non si vede, perché le immagini si interrompono prima.

LE DICHIARAZIONI Secondo l'autista Nicola Mansi, invece, «la polizia non fece nulla». Stando a un'agente della scorta: «Ci buttarono addosso monetine, sampietrini, mattoni, sassi, bottiglie, sputi e tutto ciò che trovavano nelle tasche o ai loro piedi». Ancora Rondolino: «Quella sera davanti al Raphaël capii che cosa effettivamente fosse il giustizialismo, che cosa fosse Mani pulite, che cosa fosse l'anticraxismo che Berlinguer ci aveva insegnato e che Occhetto andava coltivando: nient' altro che una folla inferocita che tenta il linciaggio». Anche Pino Ciocioli di «Avvenire»: era lì: «Fu una cosa violenta, molto violenta. Probabilmente quella sera qualcosa è finito, e qualcos' altro è cominciato. Ancora Rondolino: «I poliziotti erano pochi, troppo pochi. Io non avevo temuto per Craxi, ma per me. Fossimo stati in America, dove le armi circolano più facilmente, forse qualcuno gli avrebbe sparato. Io non l'avevo mai visto, un linciaggio». Tra la folla c'era anche uno dei pochi testimoni che ha avuto il coraggio di ammetterlo anche molti anni dopo: fu persa l'occasione storica di uccidere Craxi. Costui, Piero Vereni, nel 1993 era uno studente neolaureato, ma oggi è professore di antropologia all' Università di Tor Vergata: «Le monetine sono state evidentemente troppo poche, e gli insulti pure. Dovevamo fare di più. L' uccisione rituale del sovrano è una pratica comune a tutte le culture, di tutti i tempi Quella sera, per parlare spiccio, stavamo facendo fuori il re, e in questo non c' è nulla di male o di sbagliato. Ma vorrei andare oltre e mi chiedo: cosa sarebbe successo se ci fossimo veramente impossessati del corpo di Bettino? Se lo avessimo fatto a pezzi sul serio, se l'avessimo magari mangiato a brani (era grande e grosso, ce n' era per tutti)? Io dico che alcuni di noi sarebbero morti negli scontri, altri andati in galera, ergastolani, ma il paese ne avrebbe beneficiato: avremmo dichiarato, scrivendolo sul corpo del potere, l'irrevocabilità di quello che stava succedendo Mani Pulite non fu quel Terrore che stanno spacciando la nostra controreazione doveva essere altrettanto simbolica: tu vuoi fregartene ma io ti sdereno, ti smantello, ti annullo. Quella sera, insomma, non stavamo facendo altro che il nostro dovere di italiani Il nostro vero errore è stato quello di non andare fino in fondo. Dovevamo sbranare Craxi, avremmo dovuto farlo fuori a pezzi, gettare le sue (mi immagino lunghissime) budella sulla porta del Raphaël e trascinarle fino al Parlamento. Poi la polizia avrebbe (giustamente) fatto il suo dovere, ammazzato i più assatanati direttamente sul posto, e portato via un bel po' d' altri Avremmo quindi dovuto andare fino in fondo. Sacrificare Craxi e qualcuno di noi in nome del paese, per far capire a tutti che era finita Io c' ero. E come tutti quelli che fanno la storia, non ho capito che occasione avevo per le mani».

Pensieri sul libro di Filippo Facci. Il linciaggio di Bettino Craxi all’hotel Raphael fu come un colpo di Stato. Giuliano Cazzola su Il Riformista il 21 Maggio 2021. Sto leggendo – ormai sono arrivato alla fine – il saggio di Filippo Facci 30 Aprile 1993 (Marsilio), nel quale si raccontano gli eventi che precedettero e seguirono il giorno in cui, uscendo dall’Hotel Raphael, Bettino Craxi, allora ex segretario del Psi, fu sottoposto a una durissima contestazione, con lancio di monete, sampietrini e ogni tipo di oggetto come non era mai avvenuto nella storia della Repubblica. Non è il solo libro uscito di recente che ha rammentato quel fatto che caratterizzò il 1993, l’anno in cui “finì la politica”. Ho letto e apprezzato, nei mesi scorsi, i saggi di Fabio Martini e di Mattia Feltri. Ma il libro di Facci – forse perché è il più recente – mi ha impressionato in modo particolare per la minuziosa descrizione di tanti episodi connessi a quell’evento in ogni parte del Paese, come reazione a un libero voto della Camera dei Deputati che, il 29 aprile, aveva respinto, con una solida maggioranza, ben 4 su 6 autorizzazioni a procedere per l’allora segretario del Psi su richiesta della Procura di Milano, nell’inchiesta a cui era stato dato il nome di “Mani pulite”. A leggere delle ricostruzioni tanto puntuali trova sempre elementi prima ignorati, anche chi – come il sottoscritto – ha vissuto quella fase della vita politica italiana molto da vicino. Ma su quel periodo mi ero fatto delle opinioni da tempo e mi ero reso conto di taluni errori di analisi che avevo compiuto, aprendo completamente gli occhi su di un’operazione golpista, contrabbandata come una rivoluzione civile. Del resto nei trent’anni trascorsi da allora ho avuto tante occasioni di ravvedermi e di passare dalla parte giusta. Ma il saggio di Facci ha evocato un clima di fanatismo, da “pensiero unico”, di giudizi inappellabili, di ragioni indiscutibili che contraddistinsero quegli anni e che trasformarono Bettino Craxi nell’ uomo “da bruciare”. Non era la prima volta che l’opinione pubblica pretendeva un giudizio sommario. Anni prima, nel 1976, quando, a seguito di una campagna giornalistica, scoppiò il caso Lockheed, sulla graticola era finita la Dc. Anche allora veniva invocato il giudizio della storia: i ministri indagati e sottoposti alla autorizzazione a procedere erano colpevoli perché democristiani. E la Dc doveva pagare per il male fatto agli italiani, per espiare una sorta di “peccato originale”. Aldo Moro ebbe il coraggio di alzarsi alla Camera ed affermare che la Dc non si sarebbe fatta processare nelle piazze. In quel caso, Craxi divenuto segretario da pochi mesi, dopo la riunione del Midas, non si prestò a questo autodafé e i socialisti alla Camera differenziarono il voto per ciascun caso. Forse c’era anche un calcolo politico. Ma Craxi non si lasciò coinvolgere, nonostante che tra la base socialista serpeggiasse un desiderio di vendetta per la recente sconfitta elettorale, attribuita alle malefiche frequentazioni di centro sinistra. Craxi andò in giro per le federazioni a spiegare la posizione del Partito. Ricordo ancora quando venne a Bologna; per strada, aveva reagito a calci nel sedere conto un passante che lo aveva offeso (Facci ricorda due sganassoni che Craxi sferrò, a Milano dopo l’affronto di Roma, a due ragazzotti che inseguivano l’auto sulla quale viaggiava coprendolo di insulti). Allora, la plebe ebbe una testa mozzata. Il presidente della Repubblica, Giovanni Leone (anni dopo i suoi accusatori ammisero che non era coinvolto nel giro di tangenti) fu costretto a dimettersi. Il Pci pose questa precisa condizione alla Dc per proseguire nell’esperienza della “solidarietà nazionale”. Ai tempi di “Antelope Kobbler” (il nome in codice dato al corrotto che restò sempre ignoto) l’Italia era ancora un Paese civile, i partiti erano forti. Nel 1993 Craxi si trovò a combattere da solo. Oggi, chi legge – in buona fede – il discorso che il leader socialista pronunciò alla Camera il 29 aprile non può non riconoscerne l’onestà e il rigore. Un discorso che passerà alla storia, allora sembrò una provocazione, un atto di arroganza, un’evasione dalle proprie responsabilità chiamando in causa altre forze politiche, come gli ex comunisti, autoproclamatisi di specchiata onestà, quando era assolutamente evidente che il sistema delle tangenti o comunque dei finanziamenti illeciti coinvolgeva, più o meno, tutti i partiti. Il giro delle “mazzette” era un soggetto ricorrente nella commedia all’italiana; gli spettatori al cinema ci ridevano sopra. Bastava guardarsi attorno, fare un po’ di conti sulle spese dei partiti durante le campagne elettorali per accorgersi che i contributi degli iscritti e il finanziamento pubblico non potevano bastare. I bilanci dei partiti erano depositati e pubblici. Ma il punto non è questo. A leggere il libro di Facci è tornata a perseguitarmi una domanda: come ho potuto, io stesso, essere coinvolto – sia pure conservando molti dubbi – da quel clima di caccia alle streghe? Quando Giorgio Benvenuto fu eletto segretario del Psi nel febbraio del 1993 mi chiese di far parte della sua segreteria. In Cgil io avevo dei problemi; ora riconosco che era colpa mia, perché non si può essere dirigente di una organizzazione e non condividerne pubblicamente la linea. Da tempo, ho ammesso che la Cgil fu assai tollerante con me. Però, la mia posizione era imbarazzante e scomoda. Pertanto, quella proposta (che si concretizzò tra fine marzo e inizio di aprile) mi sembrò una via d’uscita onorevole. Ricordo ancora che, alla notizia della mia elezione, fui ricoperto di telegrammi di congratulazioni, come non mi era mai capitato in precedenza: ciò a dimostrazione che il crollo del partito non era ancora avvenuto del tutto come sarebbe, poi, capitato in poche settimane. Benvenuto (Gino Giugni venne eletto presidente) rappresentava il “nuovo”, il socialista onesto, l’ex sindacalista che tentava di salvare un glorioso partito dal vecchio gruppo dirigente; tanto che il massimo di consenso il nuovo corso l’ottenne con la decisione detta “fuori i corrotti” in applicazione della quale gli inquisiti erano sospesi dagli organi dirigenti. Ricordo ancora la folta selva di giornalisti e telecamere che attendeva l’esito di quella discussione. Giorgio Benvenuto aveva formato un gruppo di “seconde linee” (io e soprattutto Enzo Mattina eravamo i suoi più stretti collaboratori). Ad ogni riunione veniva a mancare qualcuno perché raggiunto da un avviso di garanzia. Ma l’aspetto più grave era la mancanza di risorse e l’ammontare dei debiti, riguardanti anche spese banali come l’affitto, le bollette e i fornitori. Mi resi conto che, prima della disgrazia, il partito (probabilmente tutti) non era sollecitato ad onorare le scadenze, gli impegni e quant’altro. Quando la situazione stava precipitando tutti si presentarono a battere cassa e a pretendere gli arretrati. In via del Corso il personale non veniva pagato, così anche i dirigenti. Io mi insediai nell’ufficio che era appartenuto a Gennaro Acquaviva. Lo studio di Craxi fu chiuso come la stanza della prima moglie Rebecca. Benvenuto non volle mai prenderne possesso. Ricordo che, a quel piano, c’era uno splendido giardino pensile. Giorgio non se la sentì di addossarsi la gestione della situazione finanziaria e non volle mai servirsi delle risorse “imboscate”. È comprensibile che tra i due gruppi (il “nuovo” che avanza e il “vecchio” sotto scacco) ci fossero degli screzi e che il nucleo storico (di ex ministri e parlamentari di lungo corso) si sentisse ingiustamente emarginato da quei parvenu; mentre noi non esitavamo ad avvalerci delle loro difficoltà per legittimarci. È gratificante svolgere il ruolo dei “buoni” quando sono identificati i “cattivi”. Il partito era frastornato e ci seguiva con fiducia, anche perché avevano l’appoggio dei media nella misura in cui servivamo a combattere i craxiani. A un certo punto furono fatte circolare le notizie sulle “spese pazze” della precedente gestione del Partito; i conti in rosso persuasero Giorgio Benvenuto a ritenere insostenibile la situazione e a uscire di scena, fondando un nuovo movimento col nome di Rinascita socialista. Lo seguii fuori dal partito senza aderire alla nuova formazione. Per fortuna tutto era precipitato così in fretta che mi accorsi di essere ancora dipendente della Cgil. Mi rifiutai di fare il parroco dove ero stato cardinale e chiesi di lavorare nella casa editrice Ediesse occupandomi delle sue pubblicazioni. Poi la vita mi aprì fortunatamente altre opportunità. Ciò che rimaneva del partito si affidò a Ottaviano Del Turco e al suo prestigio di dirigente sindacale. Ma quanto successe in seguito è noto. Mi sono domandato più volte se in quell’occasione io non mi fossi trovato quasi per caso dalla parte sbagliata. A mia giustificazione posso addurre delle referenze: tante volte ho deciso di sostenere posizioni scomode con grande determinazione. Anni dopo le mie convinzioni mi portarono – come gran parte dell’elettorato socialista e tanti ex dirigenti – vicino a Forza Italia e a essere eletto, nel 2008, nelle liste del Pdl, mantenendo, tuttavia, buoni rapporti anche con quei socialisti che restarono nell’area di sinistra (sono onorato della mia collaborazione a Mondoperaio). Se mi è permesso di rendere noti gli esiti della mia ultradecennale autoanalisi, credo di poter affermare che, in quei pochi mesi e in quelli immediatamente successivi, esplose un clima di imbarbarimento a cui era arduo sottrarsi. Un transfert collettivo che costituisce un monito perenne di come è facile cadere vittime delle suggestioni che nella storia hanno portato l’opinione pubblica a confondere i peggiori misfatti con il “fare giustizia”. I paragoni sono sempre rischiosi; ma non è un azzardo – mutatis mutandis – parlare di Craxi come di un Dreyfus italiano. Certo, Bettino non finì all’Isola del Diavolo; ma non venne neppure riabilitato da quelle istituzioni che aveva servito con dignità e onore. Gli fu rifiutato persino un salvacondotto per gravi motivi di salute. Soprattutto non trovò un Emile Zola che scrivesse, a sua difesa, il “j’accuse”. Giuliano Cazzola

30 aprile 1993. All’hotel Raphael quella sera morì la politica. Sono passati 28 anni dal lancio delle monetine contro Craxi. Fu l'inizio della fine della prima Repubblica e il nostro paese deve ancora fare i conti con quei fatti. Il Dubbio il 28 aprile 2021. Più si legge il libro di Paolo Facci appena pubblicato da Marsilio sul 30 aprile 1993, la giornata delle monetine, e di tutto il resto, lanciate contro Bettino Craxi per un linciaggio per niente improvvisato, visto il contesto ben ricostruito dall’autore, ben al di là degli spiccioli metallici forniti per una ventesima parte dal missino Teodoro Buontempo, e più sconcerta quell’ondata di odio che attraversò il Paese. E che in parte continua ancora a imprigionarlo, a 28 anni di distanza. E a ventuno dalla morte del leader socialista che aveva osato sfidare, più che le leggi sul finanziamento dei partiti, peraltro in buona compagnia, l’onnipotente autoreferenzialità del Pci neppure del già defunto Palmiro Togliatti, ma di Enrico Berlinguer e dei suoi epigoni come Massimo D’Alema e Achille Occhetto.  Mi chiedo ancora come avesse mai potuto tanta gente tutta insieme e per tanto tempo perdere letteralmente la testa per pentirsene solo in parte e dopo molto, a livelli anche altissimi. Come fu quello istituzionale di Giorgio Napolitano: il presidente della Camera che gestì con freddezza burocratica le famose sei votazioni sulle autorizzazioni a procedere contro il leader socialista, di risultati alterni, e attese dieci anni dopo la morte di Bettino per scrivere una lettera su carta intestata del presidente della Repubblica in cui certificare, diciamo così, la “durezza senza uguali” del trattamento riservato giudiziariamente, politicamente e mediaticamente a Craxi. Quelle monetine e tutto il resto della serata del 30 aprile, dopo un’intera giornata contrassegnata in varie parti d’Italia dalla intossicazione del dibattito politico e persino dei rapporti sociali, e un comizio di Occhetto a Piazza Navona  come in un avamposto quasi con vista sull’albergo-residenza romana del leader socialista, furono solo l’aspetto più fotografato o ripreso televisivamente, e curiosamente non ritrovato -come ha osservato e documentato Facci- sulla generalità delle prime pagine dei giornali della mattina seguente. Perché quella omissione, reticenza, autocensura e simili? In un attimo di generosità immeritata dai miei colleghi ho pensato ad un disagio per avere così abbondantemente e incivilmente partecipato alla creazione del clima necessario a quel monumento al linciaggio che fu metaforicamente innalzato la sera del 30 aprile davanti all’hotel Raphael.Facci ha scritto, fra l’altro, che quella sera “morì la politica”, al minuscolo e non a torto, perché essa aveva già perduto molta della sua lucentezza da tempo: almeno dal 1978 con la gestione del sequestro di Aldo Moro. In difesa della cui vita non a caso quella di Bettino Craxi era stata la sola o la voce più alta levatasi: persino più di Papa Montini. Che aveva pregato “in ginocchio” quei macellai delle brigate rosse di rinunciare all’epilogo tragico del sequestro “senza condizioni”, come forse gli aveva suggerito il presidente del Consiglio Giulio Andreotti e avrebbe desolatamente commentato lo stesso Moro in una delle ultime lettere dal covo in cui era rinchiuso. La politica sopravvisse per 15 anni, sino al 1993, solo grazie a Craxi. Che l’anno dopo la morte di Moro, scongelando il Psi dal freezer in cui l’aveva rinchiuso nel 1976 Francesco De Martino, liberò la Dc dalla catena del rapporto col Pci diventato asfissiante proprio con la tragedia Moro. E tornò a garantire in qualche modo la governabilità del Paese, guidandolo personalmente per quattro, faticosissimi anni, dal 1983 al 1987. La fermezza lui l’adottò non per lasciare uccidere un leader indifeso, anzi così mal difeso da poter essere rapito e diventare ostaggio delle brigate rosse, ma per difendere -per esempio- il valore reale dei salari dall’inflazione galoppante che li divorava fra l’indifferenza dei tutori a parole della classe operaia o. più in generale, delle classi più deboli. L’Italia impazzita del 1993 era quella, fra l’altro, con larghissimo anticipo rispetto ai tempi di Beppe Grillo, che lasciava dire impunemente ad un professore dell’Università Cattolica e “ideologo” della Lega come il senatore Gianfranco Miglio che “il linciaggio è la forma di giustizia nel senso più alto della parola”. E il suicidio di un indagato o di un imputato -in sintonia con un magistrato come Gerardo D’Ambrosio- la forma quasi più alta di pentimento, o rimorso. Aldo Moro nel 1959 aveva trovato Miglio nell’elenco dei consulenti del suo predecessore alla segreteria della Dc, Amintore Fanfani. Egli volle pertanto conoscerlo e rimase tanto scioccato dalle sue proposte di modifica della Costituzione in vigore da soli 11 anni, con tutti i suoi meccanismi di garanzia, che rinunciò ad avere con lui altri incontri. Immagino che nei giorni del sequestro del leader democristiano anche Miglio fosse per la linea della fermezza contestata dal segretario socialista. Moro e Craxi, come vedete, ancora una volta abbinati, come Facci nel suo libro fa riferendo di quando il premier inglese Blair chiese a Marcello Sorgi perché mai in Italia avessero lasciato morire in quel modo Craxi all’estero, senza permettergli di curarsi libero in Italia. L’ex direttore della Stampa gli rispose che i governi italiani avevano trattato su tutti e con tutto “fuorchè con le brigate rosse per Moro e con la magistratura per Craxi”. E’ vero.

Quella sera di fronte al Raphael la lotta politica si trasformò in linciaggio da bar e ora social. Dopo quella manifestazione violenta di fronte all'Hotel Raphael il bersaglio non fu più il capo politico ma l'uomo o la donna: la persona. Paolo Delgado su Il Dubbio l'1 maggio 2021. Due giorni non come gli altri: 29 e 30 aprile 1993. Il Paese in cui viviamo, la sua parabola politica da allora, la cultura e gli umori diffusi in questi decenni, nascono in quei due giorni, tra i cazzotti che si scambiarono deputati leghisti e socialisti dopo il voto della Camera che aveva negato l’autorizzazione a procedere contro Bettino Craxi e la pioggia di monetine che sommerse il segretario del Psi il giorno dopo, di fronte alla sua abitazione privata romana, l’Hotel Rapahel, in una messa in scena del linciaggio che senza il cordone di polizia avrebbe potuto travalicare i confini del simbolico ma fu comunque devastante. Dieci giorni prima il referendum sulla legge elettorale aveva inflitto il colpo di grazia a una prima Repubblica già agonizzante, ferita a morte dalla tempesta di tangentopoli, e prima ancora dall’avanzata che pareva inarrestabile della Lega del nord. Sepolta sotto i calcinacci del Muro crollato nel 1989. Nella mattinata di quello stesso 29 aprile si formava il governo che avrebbe dovuto accompagnare il Paese a nuove elezioni, dopo il varo di una legge elettorale coerente con l’esito del referendum. Lo presiedeva l’ex governatore di Bankitalia Ciampi, contava anche tre ministri del Pds, erede del Pci, e uno dei Verdi. Con il clima montato nel Paese negli ultimi mesi e anni, al confronto del quale quello che oggi si definisce "populismo" appare come compassato e austero, i rischi collegati alle nuove elezioni erano evidenti. Per questo la folta area dissidente del Psi guidata dall’ex delfino di Craxi Claudio Martelli, aveva proposto al Pds, in una serie di incontri segreti, una strategia comune. Passava per il prolungare di anni, possibilmente sino alla scadenza della legislatura il governo Ciampi e usare quel tempo per far sbollire la furia popolare derivata da tangentopoli, disinnescare la Lega e varare una legge elettorale tale da frenare l’arrembaggio delle forze "populiste". Almeno stando ai racconti di quegli esponenti socialisti, l’intesa era già stata raggiunta. Il progetto definito e concordato. Qualcosa di quella manovra era arrivato alle orecchie della Lega che si organizzò per parare il colpo in anticipo. Nel pomeriggio la Camera doveva approvare, a voto segreto, le autorizzazioni a procedere contro Craxi, il pesce più grosso nella retata di tangentopoli, diventato agli occhi dell’opinione pubblica il simbolo stesso di quello scandalo. Craxi si difese in un’aula strapiena e ammutolita. Ricordò a tutti, per la seconda volta in Parlamento, che al sistema di finanziamento illecito della politica avevano partecipato tutti e tutti, proprio tutti, sapevano. Ma l’esito del voto sembrava scontato in partenza. Gli stessi socialisti dissidenti erano decisi a votare per l’autorizzazione, rendendosi conto che il Paese, in quel momento e con i media schierati compatti ‘ contro il sistema’, non avrebbe tollerato un diverso verdetto. Se ne rendeva conto anche Bossi. Quindi diede ai suoi l’ordine di votare in segreto contro le autorizzazioni a procedere. Furono respinte e l’aula letteralmente esplose. I deputati del Psi ingaggiarono una serie di corpo a corpo con i colleghi leghisti, accusandoli, probabilmente a ragione, di aver ordito il tranello. Vinti, persino i commessi gettarono la spugna. In quel tardo pomeriggio qualche cronista parlamentare entrò impunemente in aula metaforicamente ridotta in macerie senza che la sorveglianza si peritasse di fermarlo. Il Pds dichiarò subito che ‘ non c’è più il governo Ciampi’. Poi Occhetto frenò. Limitò la reazione al ritiro dei ministri e il verde Rutelli seguì a ruota. Il governo restò in vita ma a quel punto senza più altra ambizione se non quella di un governo traghetto di corto respiro. Alla corte di re Bettino, o Bokassa come lo chiamavano allora, a festeggiare, la sera del 29, rimasero solo i fedelissimi. Unico a presentarsi tra i tantissimi che nel decennio precedente erano montati sul carro di Craxi e avevano sgomitato per restarci, l’amico imprenditore milanese: Silvio Berlusconi. Il giorno dopo i giornali fecero fuoco e fiamme. ‘ Vergogna’, come titolò Repubblica era il commento più lieve. Occhetto, con Rutelli, partecipò nel pomeriggio a un comizio in piazza Navona, a due passi dal Raphael. A manifestazione conclusa, e molti anche prima, i manifestanti si spostarono lì. Era la prima volta che una manifestazione assediava l’abitazione privata di un politico. Prendeva di mira l’uomo, non il leader. La persona, non il simbolo. Alle 8 il leader socialista aveva in programma un’intervista. Gli suggerirono di svignarsela dalla porta sul retro. Ma Craxi, torreggiante com’era, non era un pavido. Uscì dalla porta principale e fu sommerso dalle monetine lanciate dagli assedianti, dagli insulti, dagli sputi, dalle banconote agitate sotto il naso. La folla iniziò a premere sul cordone di poliziotti inviati all’ultimo momento dal capo della polizia Parisi. Fisicamente il cordone resistette e probabilmente non era neppure nelle intenzioni della folla travolgerlo davvero. Dai punti di vista simbolico, culturale e politico invece fu spianato. Da quel momento il bersaglio non fu più il capo politico ma l’uomo o la donna: la persona. Non lo si combattè più come nemico politico ma come ladrone, corrotto, colpevole di comportamenti sessuali scorretti, infamone. L’arma non fu più la contrapposizione nelle aule del Parlamento ma il discredito e l’invito al linciaggio metaforico, nei bar e poi sui social. È l’Italia degli ultimi decenni, quella che ha visto lo svilimento progressivo e finale della politica e della competizione politica. È nata in una sera di 18 anni fa, di fronte all’ Hotel Raphael.

Gianmarco Aimi per mowmag.com il 30 aprile 2021. “Bettino Craxi. L’ultimo giorno della Repubblica e la fine della politica”. Basterebbe il titolo per rendere il nuovo saggio di Filippo Facci degno di nota, perché infatti in queste 224 pagine appena uscite per Marsilio viene spiegata molto di più della cronaca dettagliata del 30 aprile del 1993, quando il politico più influente degli anni '80 venne contestato da una folla all’uscita dell’hotel Raphael, sua residenza romana, in protesta contro la decisione del Parlamento di negare quattro delle sei autorizzazioni a procedere per corruzione e ricettazione che la magistratura aveva richiesto contro di lui. Dopo dieci mesi a seguire le vicende dell’inchiesta Tangentopoli, ormai parte degli italiani lo consideravano il simbolo del malcostume e della corruzione diffusa in tutto il paese. Per comprendere meglio quanto descritto dal giornalista, allora cronista sul campo, ci siamo affidati a chi ha vissuto ancor più da vicino quei drammatici momenti. Ci riferiamo a Bobo Craxi, figlio dell’allora leader socialista. Il 30 aprile ricorrono i 28 anni da quel 30 aprile 1993.

A lei cosa evoca quel giorno?

Lo squadrismo politico. Ci fu una convergenza di fascisti e comunisti che diedero vita a una gazzarra di stampo squadristico. Era la prima volta che succedeva nel mondo democratico che venisse aggredito un uomo politico sotto la sua abitazione.

Nel libro viene fatto notare un particolare: Bettino Craxi decise di uscire dall’ingresso principale e non, come avrebbe potuto, da quello secondario. Questione di orgoglio?

La definirei una scelta di libertà. In quel momento andava reso esplicito cosa già stava avvenendo da mesi. Cioè che presto o tardi le aggressioni verbali si sarebbero trasformate in intimidazione fisica. Il passo successivo era un atto terroristico. Dopo le monetine si attendevano le pallottole. Quello era il clima politico alimentato dai magistrati milanesi.

Come fu possibile arrivare a quel momento, senza che si prendessero delle precauzioni?

Perché le forze politiche estreme, eredi di culture totalitarie, si accodarono a quel clima. I mandanti morali, bisogna dirlo, cioè i veri responsabili furono gli allora segretari del Pds e dell’Msi. Non ci fu nessuno spontaneismo da parte della gente. Non c’era il popolo. Poi si può sempre ricamare sul lavacro popolare che abbatte il potente, ma si trattava di una esigua minoranza di stampo squadristico che colpiva un uomo politico caduto nella polvere. Per cui, qualificabile ancor di più come un gesto vigliacco. Va poi sottolineato il senso democratico dei compagni che erano convenuti in quella piazza e che facevano servizio d’ordine del sindacato, che avrebbero potuto scatenare una rissa, cosa che non fecero. Diciamo che gli squadristi vennero risparmiati quella sera.

Il libro di Facci ricostruisce dettagliatamente quel giorno ora per ora, arrivando alla conclusione che in quelle monetine lanciate a suo padre si nasconda la fine della politica.

Di un periodo politico della storia del nostro paese certamente. Ma la politica non finisce mai, su questo sarei meno tranchant. Sicuramente fu un elemento simbolico, che però non rigenerò la politica, ma la confinò in una lunga ed eterna transizione, per dirla con le parole di Chico Buarque.

Ultimamente, nel commentare il blocco del vitalizio a Ottaviano Del Turco – ex presidente della regione Abruzzo – lei ha parlato di “persecuzione nei confronti dei socialisti”. Dopo tanti anni, pensa che essere socialista in Italia sia ancora uno stigma?

Diciamo che c’è un pregiudizio anti-socialista che permane. Che non si declina solo nella vicenda odiosa di Del Turco, fortunatamente risolta. Ma è un pregiudizio che ha generato negli anni il tentativo, peraltro riuscito, di emarginarci dalla politica italiana. D’altronde, il permetterci di fare politica in modo attivo riqualificherebbe il loro fallimento. Cioè di chi si è mosso su certe posizioni e poi ha dovuto nascondersi, camuffarsi, mutare pelle. Sono i mutanti della seconda e terza repubblica che hanno dovuto cambiare opinione, posizione, schieramento. Ne è seguita una stagione di trasformismo, che non ha rigenerato né la sinistra né la politica italiana. In fondo non si sono mai fatti i conti con quella storia.

Come mai?

L’anomalia italiana è che vivevamo in un Paese nel quale esisteva il più rande partito comunista dell’Occidente, una contraddizione che ha finito per danneggiare la sinistra italiana che non ha fatto i conti con la propria esperienza, la propria tradizione e la contiguità verso il sistema totalitario sovietico. Di questo bisogna rendersene conto e prenderne atto. Fortunatamente, le nuove generazioni hanno tutto il tempo e la possibilità di farlo, perché scevre  da un rapporto con quanto avvenuto nella storia che hanno ormai alle spalle.

Eppure, a parte l’Italia, in Europa e nel mondo esistono partiti socialisti in buona salute e in alcuni casi sono anche al governo.

La socialdemocrazia, intesa come movimento, dottrina sociale, esperienza politica, ha subito il trauma del passaggio epocale. Dalla fase del capitalismo che poteva essere temperato dalle politiche socialdemocratiche allo sviluppo di un liberismo senza freni. La globalizzazione ha impresso un rallentamento, un affievolimento nella capacità dei socialdemocratici di spiegare la propria forza. E così, alcune istanze sono venute meno. La stessa presenza dello stato nelle economie si è fatta più fragile. Ci sono esperienze che sopravvivono perché più giovani, come quella spagnola e portoghese perché provengono dalla cupa stagione dei totalitarismi, dal franchismo al regime di Salazar. Ma se osserviamo la socialdemocrazia tedesca e il socialismo francese, cioè nelle più grandi nazioni europee, siamo in presenza di una vera e propria crisi.

E in Italia?

È stata sostituita da accenti e miasmi populistici, oppure come in Germania con la più fragile e compatibile politica dei Verdi, che hanno una lunga tradizione. In Italia non c’è un modello. L’unico della sinistra in questi anni ha preso le mosse dall’esperienza anglosassone, perché il Partito Democratico è una “cosa” americana.

L’ultima volta che si è sentito parlare di Psi è stato quando si è utilizzato il simbolo per permettere la creazione del gruppo al Senato di Italia Viva. Una circostanza che lei, da quanto ho letto, non ha apprezzato. Come mai?

Non è stato un giudizio sul fatto in sé, che per me è solo tecnico. Di Italia Viva ci sono cose che mi piacciono e altre meno. Non sopporto l’arroganza dei professorini della Leopolda, però mi piace come si battono alcune figure. Come Maria Elena Boschi per l’emancipazione femminile, o Giachetti per la sua “tensione democratica”, la definirei così. Sono però allergico al fatto che ci sia qualcuno che occupa il tuo spazio e poi finisce per sottrarti sovranità. Penso che i socialisti siano stati obbligati, per sopravvivere, a cedere la propria sovranità. Mi rendo conto che a volte avvenga per l’obbligo legato alla struttura dei sistemi elettorali con sbarramenti molto alti. Detto questo, è una formazione di minoranza in cui non mi rispecchio. Non posso apprezzare che la mia sopravvivenza dipenda da altri e quindi diventi subalterna.

Di Matteo Renzi che giudizio ha? In questi mesi è tornato al centro delle cronache per il suo rapporto con Mohammed bin Salman e il Governo saudita.

Sono stato un oppositore di Matteo Renzi quando era primo ministro. Sia sul referendum che su alcune sue politiche che non mi piacevano, in particolare rispetto al suo pessimo rapporto con i sindacati e il mondo del lavoro. Ma ho avviato un rapporto con Renzi quando era nella polvere, non quando era al potere. Verso di lui, per così dire, oggi il mio giudizio è variegato. Ha molti pregi e a volte dei difetti che sono devastanti. Però non intendo unirmi al coro dei detrattori. Non mi accodo alla polemica verso Ultimamente, ho preferito apprezzarlo nella transizione dal governo Conte a quello Draghi.

«Se in Cina sono tutti socialisti a chi rubano?». È la storica battuta di Beppe Grillo su Bettino Craxi durante Fantastico 7 del 1986. Allora suo padre era presidente del Consiglio. Oggi Grillo è contestato da più parti per il video in cui tenta di difendere il figlio accusato di stupro. Lei come lo vive, come una sorta di legge del contrappasso?

Non associo quello che avvenne 40 anni fa a quello che avviene oggi. Non provo quindi nessuna soddisfazione. Certo, spesso la nemesi mi pare che sia uno degli elementi ricorrenti nel Movimento 5 Stelle, perché a furia di cambiare pelle e mutare la loro natura vanno incontro a contraddizioni che rischiano di renderli non credibili agli occhi dell’opinione pubblica. Sul fatto specifico del video, la penso come tanti: che sia stato un errore, che le cose che abbiamo sentito non fanno piacere a nessuno e che ha fatto un danno anche a sé stesso. Beppe Grillo mi pare un uomo politico al capolinea. Anzi, sta già in deposito…

Tornando a Bettino Craxi, dopo quel 30 aprile del 1993 e tutto quel che ne seguì, dall’esilio ad Hammamet alla morte lontano dall’Italia, da chi è stato più deluso?

Di certo, chi nel partito socialista si mise all’opposizione in quel frangente commise un errore politico di prospettiva. Infatti, molti di coloro che assunsero posizioni di ostilità hanno avuto modo di ravvedersi. Ma gli errori fanno parte delle possibilità di un uomo politico. Dal punto di vista umano, considero quello che è avvenuto alla stregua di una guerra. E in guerra non puoi chiedere il coraggio a chi non riesce a darselo, specie se considerava quella battaglia non propria. Ma non aver capito che sulla difesa di Craxi si basava anche la propria difesa è stato un errore che hanno commesso in molti.

In questa particolare fase politica, quali dei progetti di Bettino Craxi sarebbe ancora attuale?

La pandemia ha scoperchiato i limiti, le arretratezze e i vincoli di un sistema istituzionale logorato e imperfetto. Dalla materia democratica stessa al rapporto tra Stato e Europa, tra Stato e Regioni, tra Regioni e Comuni in assenza di Province. E abbiamo capito che il populismo non è l’antidoto delle democrazie. Questa situazione ci ha dimostrato, quindi, la necessità che si debba porre mano a riforme di carattere istituzionale. Che sono, dal mio punto di vista, un elemento decisivo nelle società Occidentali moderne che vogliono mantenere alto il profilo democratico e garantire un robusto grado di efficienza nella celerità delle decisioni. Tutto questo era costitutivo del nuovo corso socialista, che avvertì prima di altri che si andava verso una società profondamente diversa. C’era già allora la necessità di svecchiare la classe politica, di un maggiore dinamismo, di avere una capacità di governare i processi e non di subirli. Oggi siamo ancora lì, al punto di partenza.

Andreotti, Cossiga e i summit segreti: quei report Usa sulla crisi italiana. Il biennio ’92-’93 nei dossier riservati dell’ambasciata americana a Roma e del consolato di Milano. I documenti raccolti nel libro «La seconda repubblica – Origini e aporie dell’Italia bipolare». Tommaso Labate su Il Corriere della Sera il 27 aprile 2021. Il 30 aprile del 1993, qualche ora prima che a Roma Bettino Craxi diventi oggetto del drammatico lancio di monetine, «il numero due dei giudici milanesi», il cui nome è coperto da omissis, incontra a Milano il console statunitense Peter Semler. È contrariato rispetto alla decisione del Partito democratico della sinistra, presa il giorno prima dal segretario Achille Occhetto, di ritirare la delegazione degli ex comunisti dal neonato governo Ciampi, in segno di protesta contro le sei autorizzazioni a procedere contro Craxi che la Camera ha appena respinto. «È una decisione assunta sull’onda dell’emotività, che destabilizza l’esecutivo e rischia di trascinare il Paese verso elezioni anticipate», confida il magistrato al rappresentante degli Usa nel capoluogo lombardo, sottolineando come «il Pci di Berlinguer non avrebbe mai commesso un errore del genere». La prospettiva delle urne prima dell’approvazione della riforma elettorale, a quanto pare, spaventa i magistrati di Tangentopoli o quantomeno il loro «numero due»; preoccupato — annoterà il console — dalla possibilità che il voto con due leggi per Camera e Senato generi «un disastro», con Craxi che «verrebbe financo rieletto». Il report riservato inviato a Washington si conclude così: «Una manifestazione promossa della Lega e dalla Rete (il movimento di Leoluca Orlando, ndr) contro il voto (di Montecitorio su Craxi, ndr) è in corso in piazza Duomo». Qualche ora dopo a Roma, davanti al Raphael, sarebbe scoccata l’ora tragica delle monetine al leader socialista.  Il libro. È quanto emerge da uno dei tanti cablogrammi declassificati dal Dipartimento di Stato Usa che lo storico Andrea Spiri ha scoperto e raccolto in un saggio contenuto in un libro di prossima uscita («La seconda repubblica – Origini e aporie dell’Italia bipolare», curato insieme a Francesco Bonini e Lorenzo Ornaghi, edito da Rubbettino). Una sequenza di «confidential report» che inizia nel 1992, e che mostra uno spaccato inedito della transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica vista da Washington con gli «occhi» e le «orecchie» dell’ambasciata Usa di via Veneto e del consolato di Milano.

Il «partito» di Cossiga. «Il vecchio ceto politico in Italia si accorge del collasso di un sistema che ha edificato e gestito per decenni», scrive l’ambasciatore statunitense in Italia Peter Secchia in un report riservato trasmesso a Washington il 15 ottobre 1992. Mani Pulite procede senza sosta ma c’è chi pensa che la Prima repubblica si possa ancora salvare su un’Arca e individua anche il Noè: il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga, che dal Quirinale aveva «picconato» anche la Dc, incassando un significativo dividendo in termini di popolarità.

Vertice al Grand Hotel. Una «fonte ben introdotta» avverte l’ambasciata Usa dei «movimenti» in corso a Palazzo. E riferisce di una «cena segreta» al Grand Hotel, organizzata il 12 ottobre 1992 dal segretario del Partito liberale Renato Altissimo. Seduti allo stesso tavolo ci sono «il magnate dei media Silvio Berlusconi, il petroliere Gian Marco Moratti, l’industriale Giovanni Rossignolo», più il giornalista Paolo Guzzanti. Tutti individuano in Cossiga, «anch’egli presente all’incontro (…), l’uomo dal profilo giusto per guidare un’operazione di rinnovamento». La storia andrà diversamente e il protagonista della nuova fase — un anno e mezzo dopo — sarà un altro dei commensali, Berlusconi. La cui partecipazione a quella cena, nell’ambasciata Usa, non era passata inosservata. «La presenza di Berlusconi», annota Secchia, «è particolarmente significativa in ragione della sua vicinanza a Craxi». E ancora: «Il Pli aderirebbe a questo gruppo (di Cossiga,ndr) e Berlusconi si presenterebbe come candidato. La prossima riunione del gruppo si dovrebbe tenere il 4 novembre».

L’incontro nascosto. Nella primavera successiva, anno 1993, i resoconti della diplomazia Usa si arricchiscono di un nuovo filone: quello relativo a Giulio Andreotti. Quando l’ex presidente del Consiglio viene chiamato in causa da alcuni pentiti di mafia e iscritto nel registro degli indagati della Procura di Palermo, la linea telefonica Roma-Washington si fa rovente. Clinton si è insediato alla Casa Bianca, l’ambasciatore Secchia ha lasciato via Veneto e, nell’attesa che il neo presidente Usa mandi il suo uomo in Italia (Richard Bartholomew), a presidiare la sede diplomatica c’è l’incaricato d’affari Daniel Serwer. È lui che il primo luglio 1993 accoglie in gran segreto Andreotti, che aveva chiesto di essere ricevuto. La visita, è la regola d’ingaggio degli americani, deve essere «riservata» e «non prestarsi ad alcuna strumentalizzazione politica». Traduzione: Andreotti ha la consegna del silenzio assoluto, gli Usa non vogliono che si sappia che il senatore a vita, indagato per mafia, è stato ricevuto. Di fronte a Serwer, il leader democristiano si difende dalle accuse. E l’incaricato d’affari scrive nel suo report: «Andreotti ha puntualizzato che negli anni ’70, nelle vesti di presidente del Consiglio, ha fatto trasferire i principali detenuti per mafia (incluso il pentito Buscetta, uno dei suoi attuali accusatori) da Palermo in un carcere di massima sicurezza. Egli presiedeva il governo anche nel momento in cui il giudice Falcone fu portato a Roma come funzionario del ministero della Giustizia (…) La mafia — ha detto Andreotti — si sta vendicando di lui». Non mancano i momenti di tensione, durante il faccia a faccia. Il senatore a vita sospetta che dietro i suoi guai giudiziari ci siano «mafiosi americani», «spezzoni deviati dei servizi segreti italiani» e pure dello «United States Marshall Service», l’agenzia federale e penitenziaria alle dipendenze del Dipartimento di Stato Usa. Gli interlocutori di via Veneto, a quel punto, gli chiedono se stia pensando «a un coinvolgimento del governo statunitense in questo disegno». E Andreotti risponde di no.

La fine di Craxi e il potere dei pm. Dal lancio delle monetine all’Hotel Raphael al potere dei Pm: Filippo Facci e il suo 30 aprile 1993. Frank Cimini su Il Riformista il 21 Aprile 2021. «Il linciaggio di un uomo politico come Bettino Craxi suonò da autoassoluzione di massa per milioni di mandanti che per generazioni avevano potuto votare, accettare, legittimare e che ora volevano bruciare anche i loro vizi nazionali le elargizioni a pioggia il debito morale e pubblico poi attribuito a Craxi e insomma ciò che l’Italietta aveva accumulato nei decenni. Vogliono il rogo non un processo dirà Craxi». 30 aprile 1993, Bettino Craxi l’ultimo giorno di una Repubblica e la fine della politica è il titolo del racconto con cui Filippo Facci, all’epoca cronista del quotidiano socialista Avanti ricostruisce la sera del lancio di monetine a Craxi davanti all’hotel Raphael che fu il suo quartier generale. Sono 220 pagine editore Marsilio. Invitato da amici, compagni, polizia ad uscire dal retro Craxi non volle sentire ragioni. Decise di affrontare la folla vociante e rumorosa che si era radunata, reduce da un comizio di Achille Occhetto ma si erano aggiunti anche un po’ di missini. Insomma un cocktail micidiale a sostegno della falsa rivoluzione di Mani pulite. Per Facci quell’episodio fu centrale in tutta la vicenda. Anche se il giorno dopo e pure in quelli successivi i quotidiani non ne fecero cenno. «I poliziotti in borghese si muovono qua e là e fermano degli esagitati che vogliono arrivare alla macchina e che si lanciano. Sono pugni sul vetro, calci, colpi di casco e sassi sulla carrozzeria, d’un tratto non c’è più nessun filtro tra l’auto e i dimostranti, i poliziotti sono spersi, travolti, impegnati a bloccare la pressione a destra e a sinistra, Craxi sorride rivolto al finestrino. Tiratori di rubli, mormora. Che cosa c’è, dopo di questo che cosa c’è?». «Ciò che venne dopo non fu più politica, ne furono le forme della assenza – chiosa l’autore – la tecnocrazia, l’illusione della società civile, la panpenalizzazione integrale del vivere quotidiano, il neo populismo, persino una medicalizzazione coattiva della cittadinanza con un netto restringimento delle libertà costituzionali, qualcosa che è bel lungi dal vedere la fine mentre scriviamo ma che ha messo ancor più fuori gioco se possibile i partiti intesi come rappresentanti della fisiologia democratica. Le piazze in futuro non avrebbero più avuto nemmeno le monetine da tirare e non solo per un indubbio impoverimento del paese ma perché le piazze sarebbero diventate virtuali. Il mondo è cambiato ovunque ma solo da noi con una cosiddetta rivoluzione a fare da abbrivio». Così si arriva ai giorni nostri ripensando in pratica a quello che accadde ormai quasi trent’anni fa. Il paese ha avuto sempre bisogno di un capro espiatorio e non è cambiato. Basta vedere quanto sta avvenendo adesso con il caso magistratura che la casta togata – imbrogliando, utilizzando carte false e nascondendo quelle vere – cerca di veicolare come caso Palamara: circoscrive a un solo responsabile che però aveva piazzato almeno 85 colleghi in ruoli apicali in posti di potere vero. Bettino Craxi aveva fatto quello di cui anche altri si erano resi responsabili. Disse papale papale in pieno Parlamento che tutto il finanziamento della politica era irregolare, invitando chi non fosse d’accordo ad alzarsi e a dirlo. Non si alzò nessuno. Erano tutti imbarazzati, come i magistrati oggi davanti alle accuse e autoaccuse di Palamara che chiama in causa un’intera categoria, un sistema. Quella magistratura che 30 anni fa si era proposta per salvare il paese, appoggiata dai giornaloni oni-oni di proprietà di editori con altre attività e per questo sotto lo schiaffo del mitico pool. Facci ricorda le telefonate con cui i direttori la sera concordavano i titoli. Erano i megafoni del pool. Chi scrive questa breve recensione era lì al quarto piano a cercare di raccontare una storia diversa. Mi toccò la medaglia del primo giornalista al mondo al quale il pool fece causa. Avevo scritto che gli imprenditori prima si mettono d’accordo con i politici per fare i soldi e poi con i giudici per non andare in galera. Scrissi che il mitico pool aveva invitato i colleghi bresciani a non andare ad Hammamet per sentire nell’inchiesta su Di Pietro un latitante, Craxi. Quel viaggio poi non si fece. Il “latitante” per telefono mi disse che ero uno dei pochi ad aver capito e di aver invitato i suoi a seguirmi a leggere quanto scrivevo sul Mattino. E lì capii definitivamente che l’uomo che aveva avuto in mano l’Italia era messo male. Ma proprio male. Frank Cimini

Melania Rizzoli per "Libero quotidiano" il 22 aprile 2021. Quel giorno, giovedì 30 aprile 1993, c'ero anch' io con Filippo Facci fuori dall'Hotel Raphaël ad assistere al famoso lancio delle monetine contro Bettino Craxi, ad ascoltare i cori rabbiosi, le ingiurie e gli insulti urlati contro di lui con i pugni levati, a percepire la tensione fortissima che vibrava nell' aria e il disprezzo esibito con violenza dalla folla presente, che ondeggiava compatta come un'armata militare, sventolando banconote da mille lire cantando: «Vuoi pure queste/ Bettino vuoi pure queste» sull' aria e al ritmo di Guantanamera, in un clima sempre più esplosivo verso l' uomo che era stato fino a pochi mesi prima il politico più influente negli anni '80. E in quei pochi secondi di sconcerto e di pena, perché l' episodio lapidatorio durò poco meno di mezzo minuto, io e Facci, che allora non ci conoscevamo, eravamo entrambi presenti, vicini e stretti come sardine, attoniti e inconsapevoli che quel momento drammatico che stavamo vivendo in mezzo al popolo furioso sarebbe diventato il simbolo per eccellenza di Tangentopoli e di Mani Pulite, un evento filmato da un solo giornalista del Tg4 (Fabrizio Falconi) con il suo operatore, arrivati di corsa da piazza Navona, i quali registrarono quei pochi minuti consegnando alla storia un servizio che certificava l' esatto inizio del collasso rovinoso della Prima Repubblica. L'ultimo discorso di Bettino Craxi in Parlamento nel 1993 ( Ho letto il nuovo libro di Filippo Facci 30 aprile 1993 con sottotitolo: Bettino Craxi. L'ultimo giorno di una Repubblica e la fine della politica ( Marsilio Specchi ed, 224 pagine, euro 18) in treno in viaggio da Milano a Roma, ma verso Firenze lo avevo già terminato, presa com' ero dalla prosa tumultuosa, appassionata, documentata, tragica e accuratissima, delle giornate drammatiche che precedettero la fine politica del leader socialista che io conoscevo bene, essendo stata il suo medico a Roma dal 1985 e che ho continuato ad assistere fino alla sua morte il 19 gennaio 2000 ad Hammamet, in Tunisia.

TERAPIE DIMENTICATE Quel giovedì 30 aprile 1993 io mi trovavo al Raphaël per caso, per ragioni professionali, ero andata a visitare Bettino nel pomeriggio, lui mi aveva chiamato perché lamentava disturbi, molti dei quali erano causati dalla drammaticità di quelle giornate politiche che lo distraevano dal rigore terapeutico che gli era stato imposto quotidianamente da mesi, e che non sempre rispettava. E dal giorno prima, quello del famoso voto segreto alla Camera, che negò l' autorizzazione a procedere nei confronti del leader socialista, lui si era "dimenticato" di assumere qualunque terapia, come mi confessò candidamente, preso com' era dalle ore convulse narrate con dovizia di particolari, cronologicamente perfetti e insieme terribili nel libro di Facci. E quelle pagine mi hanno fatto rivivere quei momenti con grande emozione, perché raccontati da dentro, ovvero da quello che accadeva all' interno del Raphaël, e da fuori, dove si preparava l' assalto di una folla inferocita e carica di bile, che si ingrossava ogni minuto che passava, arginata faticosamente da pochi e sparuti celerini, folla che sognava Piazzale Loreto tentando il linciaggio mediatico, politico e fisico di Craxi, dei suoi fedelissimi e finanche delle auto di scorta prese ripetutamente a calci. Bettino, quel pomeriggio, nel suo appartamento al 5° piano del Raphaël, da me accettò frettolosamente di farsi controllare soltanto la glicemia, che era alta: «A pranzo ho mangiato pure il gelato» si giustificò guardandomi di traverso e, nonostante le mie insistenze, non ne volle sapere di ingoiare pillole o farsi una iniezione di insulina, poiché era più preoccupato dalle grida crescenti della piazza che arrivavano fino all' ultimo piano dell' albergo. Come racconta Filippo a nulla sono valse le sollecitazioni degli agenti di sicurezza e degli amici socialisti presenti che di alternavano davanti a lui per convincere Craxi ad uscire dalla porta posteriore dell' hotel, come se nessuno di loro conoscesse l' uomo, il suo piglio, il suo orgoglio ed il suo coraggio, che mai avrebbe accettato di non affrontare la folla che lo invocava malamente scomparendo dentro una qualunque porta di servizio.

«DA DIETRO NON ESCO» «Qui, a casa mia, nessuno mi può impedire di uscire dalla porta principale. Io da dietro non esco» disse Craxi infastidito dalle pressioni dei suoi, diritto in piedi con tutta la sua mole nella hall dove nel frattempo eravamo scesi, e lo disse sovrastando tutti con la sua stazza, alzando il mento, stringendo le mascelle e mugugnando, nel suo tipico atteggiamento di quando era contrariato, e quello «non era un gesto di sfida ma la reazione di uno come lui che trovava assurdo e impensabile che gli si potesse andar sotto casa per manifestare e insultarlo». Da quella porta di sicurezza invece Craxi fece uscire me, che ero ancora in piedi nel trambusto della hall stringendo la mia borsa da medico, tra gruppetti di amici, giornalisti e clienti dell' albergo, per prudenza mi disse, spingendomi da una spalla, in realtà per proteggermi dall' ira del popolo urlante, che insultava chiunque osasse mettere il naso fuori dall' ingresso principale, in via largo Febo, che raggiunsi però dopo un minuto, facendo semplicemente il giro del palazzetto, per assistere all' uscita a testa alta del fiero «cinghialone» (copyright Vittorio Feltri) che schivava le monete prima di infilarsi in auto e per memorizzare una scena indimenticabile e dolorosa, che Facci descrive da dio, secondo per secondo , dedicandole un intero capitolo, e che resterà impressa indelebile nella memoria storica e nella coscienza di questo Paese. Invidio Filippo per la sua abilità ad aver scritto fatti e cronache di quei giorni senza filtri e ipocrisie, vergando sconcerti e oscenità senza opportunismi, e invidio la sua narrazione tumultuosa capace di far letteralmente "vedere" gli eventi che racconta tra le righe come in un film, fotogramma per fotogramma, come se tu fossi lì a viverli e guardarli sul palcoscenico della vita insieme agli attori, inondandoti di emozioni positive e negative, di soddisfazione e di disgusto, di sdegno e di amarezza, in una corsa impetuosa verso il baratro che attanaglia le budella e ti mozza il respiro, aspettando la fine liberatoria dal dramma, con il calo del sipario. Invidio Filippo per la sua memoria prodigiosa, per la ricerca accuratissima dei particolari, per il racconto fedele di tutti i protagonisti di quella stagione politica, magistrati, parlamentari, giornalisti, che lui ha conosciuto bene, con i quali si è confrontato, ha riso e litigato, riportando commenti e stralci di editoriali, di interviste e di articoli che pure critica senza sconti, come fa sempre nella vita, senza risparmiare nessuno, inclusi i suoi colleghi più amici.

MOMENTO CHIAVE Scrive Facci: «Ciò che venne dopo quel periodo non fu più politica: furono le forme della sua assenza. Un vecchio modo di governare le nazioni, di cui Craxi era il perno, è stato spazzato via: non è accaduto in un giorno solo, ma se dovessimo sceglierne uno non avremmo dubbi. È il giorno in cui morì la politica». In realtà, anche la morte politica di Craxi ebbe inizio quel giovedì 30 aprile 1993, all' ingresso del Raphaël in largo Febo, dietro piazza Navona, verso le sette di sera, all' imbrunire di una giornata lunga e disgraziata. Quello che racconta Facci nel suo libro è un documento storico imperdibile e insieme spietato, che schianta gli animi, scuote le coscienze, non lascia alibi a nessuno, anzi, lascia allibiti e fa riflettere, a distanza di oltre 20 anni sui fatti e sui protagonisti di un' epoca che ha definitivamente cambiato la percezione della politica nel nostro Paese, e per non dimenticare quei fatti, quei commenti, quelle dichiarazioni e quei ricordi dei mesi drammatici di Mani Pulite, con il loro corteo di giudici, di indagati, di arrestati, di morti e di suicidi che Filippo aggiunge al pezzo di storia d' Italia che ha vissuto da protagonista

"Toghe, Salvini, migranti e Pd: vi racconto tutto…" Francesco Curridori il 21 Giugno 2021 su Il Giornale. L'ex ministro socialista Claudio Martelli ripercorre i suoi esordi politici e spiega perché il Pd, in materia di immigrazione, sbagli a proporre lo ius soli. Magistratura, immigrazione ed errori del Pd. L'ex ministro socialista Claudio Martelli si racconta in questa lunga intervista in cui ci offre una lucida analisi dell'attuale situazione politica.

Quando e perché ha iniziato a far politica e perché aderì al Psi?

“Mi ricordo che a 13 anni, nell'ottobre del 1956, mentre ascoltavo insieme alla mia famiglia le notizie dell'invasione sovietica a Budapest, mio fratello maggiore, giovane repubblicano, si mise a piangere. Sentire che la rivolta di un piccolo Paese veniva schiacciata dai carri armati coinvolse emotivamente anche me. Due anni dopo, ebbi difficoltà col latino e un amico di mio fratello, il professor Tramarollo, mi diede ripetizione e mi invitò anche a partecipare a un concorso dell'associazione mazziniana italiana di cui era presidente e io lo vinsi. Negli anni '60 mi appassionai all'unificazione socialista come del resto La Malfa che aveva detto:' Se i socialisti dessero vita a un new deal di tipo americano dovremmo partecipare anche noi, l'Italia ha bisogno di una sinistra democratica'. Quelle parole mi si sono stampa