Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2020

 

LE RELIGIONI

 

PRIMA PARTE

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

     

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2019, consequenziale a quello del 2018. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

GLI ANNIVERSARI DEL 2019.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

LE RELIGIONI

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Scienza e fede religiosa.

I Templari e L’Ordine di Malta.

I Patriarcati Ortodossi.

Non solo Burqa.

Il Vaticano e le donne.

Le Suore.

L’estinzione della Cristianità.

La Riscoperta del cristianesimo.

I Papi cinematografici.

Il Papa Santo.

Il Papa Emerito.

Il Terzo Papa.

666: il nome dell’Anticristo.

Il Papa Comunista.

I Preti Comunisti.

I Preti non Comunisti.

I Comunisti e la Chiesa.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

Dio, Patria, Famiglia Spa.

Il Vaticano e gli Hacker.

Il Vaticano e le Divisioni interne.

Il Vaticano e gli Scandali.

Il Vaticano e la Pedofilia.

Il Vaticano e l’omosessualità.

Il Vaticano e l’Aborto.

Il Vaticano ed i divorziati.

Il Vaticano e l’Immigrazione Clandestina.

Il Vaticano ed i poveri.

Il Vaticano e le Associazioni Cattoliche.

Il Vaticano ed il Fisco.

Il Vaticano e la Medicina.

Il Vaticano e la Morte.

Radio Maria.

Il Vaticano e l’Islam.

Il Vaticano e gli Ebrei.

La Sinistra e gli Ebrei.

La sinistra e l’Islam.

Amico Terrorista.

Il lato oscuro degli Amish.

Gli Evangelici.

I Mormoni.

«E non abbandonarci  alla tentazione»: così cambia il Padre Nostro.

La morte di Cristo è ancora un "caso".

Chi non vuole i simboli Cristiani?

La Mattanza dei Cristiani.

In odor di Santità.

Islam. Quei Paesi senza diritti.

Odio e Suprematismo Religioso.

L’India e la Religione.

Il Canada e la Religione.

La Francia e la Religione.

La Cina e la Religione.

I Buddisti.

La Chiesa sposa l'ecologismo.

Il Veganesimo è una Religione.

Religioni alternative. Chi sono i Pastafariani.

Una “Setta per scopare”.

Tra Sacro e Profano: Miracoli, fatture, malocchi, riti occulti e stregonerie.

 

 

 

 

LE RELIGIONI

 

PRIMA PARTE

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Scienza e fede religiosa.

L'algoritmo di Gesù. Il Cattolicesimo è un sistema matematico, come suggerisce la natura? Concetti logici ordinati in dimensioni frattali secondo poche regole. Andrea Cionci su Libero Quotidiano il 28 agosto 2020.

Andrea Cionci. Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore. In molti pensano che il Cattolicesimo romano sia la religione dei buoni sentimenti, di un amore zuccheroso, spontaneo e accondiscendente. Sbagliato. E’ la religione del Logos, della Logica. Ora, che questa logica sia di matrice divina o sia una costruzione puramente umana è, naturalmente, questione di fede, ovvero della libera adesione che nasce da un’apertura emotiva. Tuttavia, indagata con sguardo laico, la dottrina cattolica appare talmente ben congegnata al proprio interno, con un criterio così “scientifico” da lasciare stupefatti. Almeno fino al Concilio Vaticano II, i pronunciamenti della Chiesa sulle più varie questioni della contemporaneità rivelano una mirabile coerenza logica con gli assunti iniziali, biblici ed evangelici. Ancor oggi, il Catechismo, nell’edizione del 1992 (curata non a caso da una mente adamantina come quella di Joseph Ratzinger) offre un impianto straordinariamente consequenziale e coerente dove i concetti primigeni vengono ampliati e sviluppati senza incappare in contraddizioni. Una specie di “matematica”. Ora, dato che l’uomo ha potuto ampiamente descrivere e indagare (misurando) l’universo fisico attraverso la matematica, sorge un interrogativo: se Cristo fosse stato veramente il figlio del Dio creatore dell’universo, perché lasciare un messaggio agli uomini del tutto estraneo a una logica matematica ripercorribile dall’intelligenza umana? Da qui la proposta: e se il Cattolicesimo, quindi, non fosse altro che un “algoritmo a dimensione frattale”? In due parole.

Niente paura, esemplifichiamo veramente al massimo: per algoritmo si intende un procedimento che risolve una classe di problemi attraverso poche istruzioni elementari, chiare e inequivocabili. Per frattale, invece, si intende un oggetto che si ripete nella sua forma, allo stesso modo, su scale diverse senza rendersi dissimile dall'originale, in base a un algoritmo. Un esempio matematico semplicissimo? La serie frattale: 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34…. Ogni numero intero è dato dalla somma dei due precedenti e questa regola (detta Serie di Fibonacci) è l’algoritmo. La natura offre diversi esempi di tale struttura matematica. Quello più a portata di mano è … il broccolo: osservate le sue cimette, sono tutti piccoli broccoli che si riproducono sempre nello stesso modo, in misura sempre minore. Anche l’abete riproduce su ogni ramo, rametto e ramoscello sempre lo stesso schema, in dimensione frattale, tanto che ne basta solo una fronda per simulare un intero albero di Natale. E ancora, l’Aloe spiralata, la conchiglia del Nautilus, vari cristalli etc. Mutatis mutandis, nella religione cattolica potremmo individuare come algoritmo i 10 comandamenti dell’Antico Testamento e gli insegnamenti di Gesù Cristo: la Parola. Istruzioni, semplici, inequivocabili, impostate su due assi cartesiani: uno verticale – riconoscimento di Dio e adesione alla Sua volontà – l’altro orizzontale, con norme per la convivenza civile e per risolvere i problemi dell’esistenza umana. Da queste regole si ramificano tutta una serie di corollari logici negli insegnamenti prodotti dalla Chiesa attraverso la sua bimillenaria Tradizione: quelli che definiremmo le dimensioni frattali. La Parola sarebbe dunque l’algoritmo, e la Tradizione la dimensione frattale. Qualsiasi teologo (della vecchia scuola) può infatti confermare che ogni dogma, principio, aggiornamento fino alle più recenti posizioni su temi di attualità discendono direttamente dai comandamenti e dalla Parola di Cristo, comprendendoli, sviluppandoli e adattandoli a ogni singolo nuovo caso e contingenza, senza tradirli, conservando la loro forma iniziale. Un esempio? Dal “NON UCCIDERE” mosaico di 4000 anni fa, passando per gli insegnamenti di Gesù, oggi sortisce la contrarietà dei cattolici all’aborto: la vita nasce col concepimento, è un dono di Dio e quindi non si può in NESSUN caso togliere la vita al nascituro innocente. Attenzione, ognuno è libero di pensarla come vuole, ma bisogna ammettere che il sistema è INTERNAMENTE coerente, con una stessa regola applicata nel microscopico e nel macroscopico (e quindi frattale). Non è qui la sede per potersi dilungare in altri esempi, ci limiteremo a lanciare un input che potrebbe sollecitare un dibattito sull’eventuale “matematica nascosta” del Cattolicesimo. Gesù Cristo comandò: ama il Signore Dio tuo e ama il PROSSIMO tuo come te stesso. Non disse “ama l’ALTRO come te stesso”. La parola “prossimo” non è casuale e in tutte le lingue è tradotta come “il vicino”. Un aggettivo sostantivato, dunque, che indica una qualità, una gerarchia, un ordine: evidentemente c’è chi è più prossimo e chi è meno prossimo. Perché questa distinzione? La natura, ancora una volta, ci propone un affascinante parallelismo. Avete presente gli storni, quegli uccellini che, nel cielo d’autunno, sciamano nel cielo creando forme plastiche, sempre diverse, ma compatte? Come fanno gli storni a non scontrarsi durante il volo e a mantenersi uniti? Hanno spiegato gli scienziati che essi seguono un algoritmo matematico: ogni uccellino regola il proprio volo basandosi sulla posizione di quei 5-6 che gli stanno accanto, i suoi “più prossimi”, appunto. E così, tornando alla “formula” di Cristo: se ognuno volesse il bene delle persone che gli sono più vicine, (alla luce delle regole di Dio) non vi sarebbero scontri fra gli uomini, né conflitti e tutti vivrebbero tranquilli e in pace. Potrebbe essere una ricetta sociale niente male: la propria realizzazione in armonia con quella dei vicini, come per gli uccelli in volo nello stormo. Non la realizzazione personale a scapito degli altri, come nel liberismo ultracapitalista, né la mortificazione dell’individuo presuntamente a vantaggio degli altri, come nel comunismo. Un giusto mezzo. Tale algoritmo potrebbe essere ovviamente esteso al rapporto tra famiglie e poi tra nazioni: tanti stormi, via via sempre più grandi, che volano insieme pacificamente cooperando al bene comune, senza guerre, come del resto raccomanda la dottrina sociale della Chiesa. I catto-progressisti contesteranno citando la parabola del Buon Samaritano, che raccolse per strada un giudeo ferito, pur appartenendo, questi, a una nazione ostile. Una clamorosa contraddizione del “principio di prossimità del prossimo”? Bisogna leggere bene la parabola: il samaritano paga di tasca propria l’ALBERGO al giudeo per il tempo necessario a ristabilirsi, gli cura le ferite e poi lo rispedisce per conto suo. Si guarda bene dall’accoglierlo in famiglia (in effetti non lo conosce) e, alla fine lo manda per la sua strada, in modo che possa tornare nel suo gruppo “meno prossimo”.  Quindi la parabola del buon samaritano appare piuttosto come una dimensione frattale, una chiosa, un perfezionamento che completa e arricchisce il “comandamento algoritmico” di amare il prossimo secondo un certo ordine (ordo amoris) e senza tradire la sua essenza. Proviamo a verificare con un procedimento inverso. La logica costruzione della sua dottrina ha fatto sì che il Cattolicesimo romano, per quasi 2000 anni, abbia potuto egregiamente difendersi dalle eresie in quanto “frattali difformi dall’algoritmo”. Un esempio? L’eresia dell’Apocatastasi - già condannata nel sinodo di Costantinopoli nel 543 e tornata oggi di moda sotto il nome di “misericordismo”. Questa vorrebbe la misericordia di Dio talmente grande da salvare tutti, buoni e cattivi. L’Apocatastasi, però, contraddice uno degli algoritmi di base sulla libertà dell’uomo e le chiarissime parole di Cristo sull’inferno. La sana dottrina cattolica, infatti, ribadisce che la misericordia di Dio è sì infinita, ma è necessario attingervi tramite il pentimento. Così come l’”infinita luce del sole” non può abbronzare chi decide di rimanere all’ombra. Se Dio mandasse forzatamente tutte le anime in paradiso sarebbe un atto lesivo della libertà che l’uomo ha di rifiutarLo e di restare nell’oscurità. Il frattale dell’apocatastasi-misericordismo non è quindi coerente con l’algoritmo: bocciato. E allora, se è tutto così chiaro, dove si colloca il Mistero? Il Cattolicesimo ritiene che Dio abbia fornito all’uomo la possibilità di indagare appena un po’ nel buio che lo circonda, con una piccola luce. Quel poco che riesce a illuminare è però reale, è acquisibile. Quindi si potrebbe dire che il mistero è quella zona di oscurità ancora non illuminata dal sistema di dimensioni frattali che la conoscenza umana sviluppa a partire dall’algoritmo divino. Un esempio? In questo articolo abbiamo proposto un’ipotesi che lega l’uomo della Sindone ai dogmi di fede e ai più reconditi segreti della fisica quantistica. Se gli scienziati del futuro scopriranno che esiste realmente uno spirito che agisce sulla materia aggregandola o disgregandola a piacimento, sarà una nuova “propaggine frattale” di conoscenza in più nel rapporto tra scienza e fede. Sopravvivere è adattarsi, e questa è un’azione profondamente logica: al mutare delle condizioni esterne si operano alcuni cambiamenti senza stravolgere la propria identità. Il Cattolicesimo romano ha saputo resistere di fronte alle conquiste della scienza e della filosofia, dimostrando di possedere risorse per fornire risposte logicamente coerenti con i propri principi. Fra qualche migliaio di anni “vedremo” che fine avrà fatto, se si sarà estinto o se si sarà darwnianamente diffuso in tutto il mondo come il miglior sistema, quello vincente. Nel secondo caso, si potrebbe ragionevolmente convenire sulla sua origine non-umana: difficilmente la nostra intelligenza, da sola, potrebbe partorire un sistema così perfetto senza un “aiutino” ultraterreno. E’ logicamente impossibile che una nuova religione mondiale, sincretista, possa affermarsi: mescolare gli algoritmi delle varie religioni vorrebbe dire costruire un “prodotto di laboratorio”, simile ad esempio (secondo alcune ricostruzioni) al Coronavirus e quindi destinato ad estinguersi. Un esempio? Quando i futuri sincretisti dovranno interrogarsi sui destini ultimi dell’anima umana, cosa sceglieranno? Le vergini e i fiumi di latte e miele dell’Islam, il mondo a venire ebraico, la reincarnazione induista, o il Purgatorio cattolico? Il sistema logico andrà in blocco e imploderà. Una cosa appare evidente: la sopravvivenza del Cattolicesimo è strettamente legata alla Tradizione, cioè a tutto il sistema di dimensioni frattali che ha organizzato il rapporto fra gli algoritmi (la Parola) e la realtà, fino ai tempi recenti. Quindi, si potrebbe logicamente affermare che il Cattolicesimo di oggi o è in perfetta armonia con la Tradizione, o NON SARA’ PIU’. Cambiare gli algoritmi, o creare frattali disarmonici (quindi introdurre concetti eretici) innesca un effetto a catena totalmente distruttivo per l’intero impianto logico. Ecco perché, ad esempio, i conservatori cattolici si ribellano anche di fronte a innovazioni apparentemente minime e trascurabili nella dottrina, poiché costoro già prevedono l’opera disgregatrice, la metastasi che si verificherà nell’impianto generale. Basta sregolare una singola rotellina del grande orologio del Cattolicesimo romano, e tutto, col tempo, andrà a farsi benedire. Ci sarebbe ancora molto da dire, ma preferiamo fermarci qui citando una frase del famoso matematico Benoît Mandelbrot: “La mia convinzione è che i frattali saranno presto impiegati nella comprensione dei processi neurali, la mente umana sarà la loro nuova frontiera”. Una mente a immagine di Dio?

Scienza e fede religiosa non sono inconciliabili. Weber fu netto: o Dio o progresso del sapere. Ma il conflitto, secondo Scheler, era sanabile. Dario Antiseri, Domenica 09/08/2020 su Il Giornale. È stato Max Weber ad affermare ne La scienza come professione (1919) che «la tensione tra la sfera dei valori della scienza e quella della salvezza religiosa è insanabile». Il progresso scientifico dice Weber «è una frazione, e senza dubbio la più importante, di quel processo di intellettualizzazione al quale andiamo soggetti da secoli». E tale «progressiva intellettualizzazione e razionalizzazione» sta a significare che «la coscienza o la fede che basta soltanto volere, per potere, ogni cosa in linea di principio può essere dominata con la ragione. Il che significa il disincantamento del mondo. Non occorre più ricorrere alla magia per dominare o per ingraziarsi gli spiriti come fa il selvaggio per il quale esistono simili potenze. A ciò sopperiscono la ragione e i mezzi tecnici. È soprattutto questo il significato della intellettualizzazione come tale». Insomma: «È il destino dell'epoca nostra, con la sua caratteristica razionalizzazione e intellettualizzazione, e soprattutto col suo disincantamento del mondo, che proprio i valori supremi e sublimi sian divenuti estranei al gran pubblico per rifugiarsi nel regno extramondano della vita mistica o nella fraternità dei rapporti immediati e diretti tra i singoli». Per Weber, dunque, è quello di un aut-aut il rapporto tra la sfera dei valori della scienza e quella dei valori religiosi. Ma la situazione è proprio questa? Un mondo disincantato dalla scienza, letto cioè dalle teorie scientifiche, è un mondo che implica di necessità la negazione di un Creatore oppure è un mondo in cui dalla fede del credente vengono strappate via le croste di ataviche superstizioni? Un mondo senza ninfe dietro a una sorgente o senza un irritato Giove che lancia fulmini sugli uomini è davvero un universo in grado di proibire senza appello ogni traccia di Trascendenza? E poi questione di maggior rilievo è la scienza che desacralizza il mondo ovvero il mondo, per essere investigato scientificamente, dev'essere un mondo già desacralizzato, disincantato? Ecco, a tal riguardo, la fondamentale proposta di Max Scheler in Sociologia del sapere (1924): «Bisogna, innanzi tutto, farla finita con l'errore molto condiviso che la scienza positiva (e il suo movimento progressivo) abbia mai potuto e mai possa, fintanto che essa rimane nei suoi limiti essenziali, torcere un sol capello alla religione. Questa tesi, sia essa sostenuta da credenti o da increduli, è sempre ugualmente falsa». Falsa, per la ragione che «i tabù, che le religioni hanno impresso ai più diversi ambiti della conoscenza umana, dichiarando le rispettive cose come sacre e come articoli di fede, debbono perdere questo carattere di tabù per motivi religiosi o metafisici propri, e tornare a essere oggetti di scienza. Finché la natura è colma, per un dato gruppo, di forze personali e demoniache, essa è nella misura in cui lo è, esattamente ancora un tabù per la scienza. Chi considera le stelle come divinità visibili, non è ancora maturo per una astronomia scientifica». Di seguito la tesi di fondo proposta da Scheler: «Il monoteismo creazionistico giudaico-cristiano e la sua vittoria sulla religione e sulla metafisica del mondo antico fu senza dubbio la prima fondamentale possibilità per porre in libertà la ricerca sistematica della natura. Fu un mettere in libertà la natura per la scienza in un ordine di grandezza che forse oltrepassa tutto ciò che fino a oggi è accaduto in Occidente». E tutto ciò per la ragione che «il Dio spirituale di volontà e di lavoro, il Creatore che nessun greco e nessun romano, nessun Platone e Aristotele conobbe, è stato la maggior santificazione dell'idea del lavoro e del dominio sopra le cose infraumane; e nel medesimo tempo operò la più grande disanimazione, mortificazione, distanziazione e razionalizzazione della natura, che abbia mai avuto luogo, in rapporto alle culture asiatiche e all'antichità». Una proposta, dunque, questa di Scheler che rovescia la tesi weberiana di un mondo disincantato senza Dio, proponendo un diverso rapporto tra ricerca scientifica e monoteismo creazionistico giudaico-cristiano.

·        I Templari e L’Ordine di Malta.

Saladino, il sultano "laico" che conquistò anche i crociati. Lo storico Jonathan Phillips ricostruisce vita e segreti di uno dei personaggi più mitizzati di tutto il Medioevo. Matteo Sacchi, Domenica 25/10/2020 il Giornale. La sua statua svetta ancora davanti alla cittadella di Damasco. In groppa al destriero travolge le truppe dei «franchi» e punta deciso verso la riconquista di Gerusalemme. Questo guerriero era un simbolo - un tempo convincente, ora decisamente fuori tempo massimo - per il regime di Assad della possibilità di vincere sull'Occidente. Ma anche in Occidente Salah al-Din (1137-1193), che per noi è Saladino, ha sempre goduto di buona stampa tanto che Dante lo mette, musulmano e nemico dei crociati, tra gli spiriti magni del Limbo. Non parliamo poi dei curdi, visto che il suo clan di origine, gli Ayyubidi, veniva dal Kurdistan, essi ne hanno una vera e propria venerazione, come un'incarnazione di un islam diverso, aperto, magnanimo e tollerante. Qualche critica in più arriva solo dal mondo sciita, visto che Saladino pose termine al potere dei Fatimidi in Egitto riportando il Paese sotto il controllo sunnita. Ma contando il livello di tensione tra le due versioni dell'islam si tratta di reprimende moderate e di prammatica. Ma come è nato il mito di questo condottiero che nel 1187 riconquistò Gerusalemme alle forze crociate dopo la grande vittoria nella battaglia di Hattin? E soprattutto com'era il vero Salah al-Din, cosa ci resta del personaggio storico sotto l'incrostazione della leggenda? Per avere una risposta vale la pena di compulsare il corposo saggio di Jonathan Phillips appena pubblicato da Mondadori: Il sultano Saladino. Tra vita e leggenda (pagg. 544, euro 32). Phillips, docente di storia delle crociate all'Università di Londra, traccia un ritratto a tutto tondo del personaggio e lo colloca nel complesso affresco di un'epoca. Un'epoca molto meno intransigente e polarizzata di quanto si possa immaginare, forse meno intransigente e polarizzata della nostra. Il Medio oriente era in lotta forse più di quanto lo sia adesso ma molti degli attori di questo scontro per il potere avevano un atteggiamento fluido e prammatico. Giusto per fare un esempio, il regno crociato di Gerusalemme a più riprese si trovò ad essere alleato dell'Egitto sciita per contenere le forze sunnite del primo grande mentore di Saladino, il potente condottiero turco Nur al-Din. Crociata e Jihad erano concetti molto usati dai predicatori di entrambe le religioni ma poi la politica la faceva, fortunatamente potremmo dire, da padrona. Più di una volta a poche ore da una battaglia o un assedio concluso arabi e crociati passavano subito alla continuazione della guerra con altri mezzi: il commercio e lo scambio. Di sicuro Saladino, non se ne abbiano i cultori dell'eroe guerriero presenti in Occidente e in Oriente, ebbe come caratteristica principale proprio di essere il campione di questo pragmatismo. Entrato in Egitto con forze sunnite fu abilissimo a saldare i suoi interessi con quelli delle grandi famiglie locali e si guardò bene dal prendere di punta, almeno all'inizio, la potente componente sciita del Paese. Dal 1169 riuscì a diventare il visir dell'ultimo signore fatimide d'Egitto, Al-Adid. Quando questo morì nel 1171 Saladino privilegiò la componente sciita ma si guardò bene dal porre il Nord Africa di cui ora aveva il controllo alle dipendenze di Nur al-Din, che tanto lo aveva favorito. Con molto tatticismo si rifiutò anche di combattere con troppo impegno i «franchi» di Amalrico prima e di Baldovino IV dopo. Il regno di Gerusalemme gli veniva comodo come cuscinetto rispetto al suo ex signore, Nur al-Din, che stava a Damasco. E anche dopo la morte di Nur al-Din (nel 1174) tra i principali scopi di Saladino ci fu quello di prendere il controllo della Siria, cosa che lo portò allo scontro anche contro la famosa setta degli «assassini». Gerusalemme restava decisamente in secondo piano. Tanto per dire, ad un certo punto Saladino intratteneva notevoli rapporti con la corte di Federico Barbarossa in Germania e si arrivò a pensare a un matrimonio con una figlia dell'imperatore. Alla fine non se ne fece nulla e Federico partecipò alla terza crociata che gli costò la vita. Ma il Saladino che emerge da tutta la vicenda è un principe capace di essere «golpe e lione» come avrebbe detto Machiavelli. A differenza però di Cesare Borgia Saladino riuscì a radicare il suo Stato. Per farlo usò anche la violenza, una rivolta di truppe nubiane a Il Cairo venne sedata nel sangue con una strage tremenda, ma fu soprattutto abile ad usare la generosità. E anche le pubbliche relazioni. Per dimostrare che era impegnato nella Jihad fece circolare la voce che aveva smesso di bere vino, meglio un bicchiere in meno che una vera guerra al momento sbagliato. I risultati della sua accortezza si vedono ancora, a secoli di distanza, nel mito che gli è rimasto cucito addosso. L'uomo è diverso dal mito, Saladino usò moltissimo le logiche del clan favorendo la sua famiglia, ma è più interessante. Soprattutto perché dimostra che la vera grandezza non è mai fanatica. Risoluta forse, anche spietata, ma mai intransigente o inutilmente crudele. Questo Saladino lo aveva intuito, come lo aveva intuito Baldovino IV, il suo ultimo sfortunato rivale a Gerusalemme. Ma la loro lezione, in Medio oriente e non solo, è ancora poco seguita a più di 800 anni di distanza.

La “guerra” dell’ordine di Malta: ora i cavalieri vanno allo scontro. Francesco Boezi il 7 settembre 2020 su Inside Over. Il Sovrano Militare Ordine di Malta sembra sull’orlo di una spaccatura. Il clima è rovente. La lotta sembrerebbe essere sì di “potere”, ma anche relativa al tipo di Chiesa cattolica che gli schieramenti interni intendono promuovere nel prossimo futuro. E la battaglia sta interessando emisferi di mondo ecclesiastico che, in chiave internazionale, risultano già divisi su altre questioni. Di questi tempi, nell’Ecclesia sembra non esistere pacificazione. Nel caso dei cavalieri, lo scontro riguarda l’America del Nord e quella del Sud. Ma l’argomento di discussione non è relativo al continente americano, bensì ad alcune decisioni e volontà riformistiche della parte tedesca dell’Ordine. Anche in questo caso, insomma, sudamericani e teutonici risultano alleati, mentre gli statunitensi ed i canadesi fanno da controcanto. Succede più o meno lo stesso all’interno dell’assise cardinalizia, dove tedeschi e sudamericani rappresentano il mondo progressista, mentre gli americani del Nord costituiscono buona parte della realtà conservatrice e tradizionalista. Il pontefice argentino, tendenzialmente, sembrerebbe preferire il lato tedesco della scacchiera. Stando a quanto riportato su Il Mattino, la battaglia nell’Ordine è animata pure da una serie di missive. A fare da paciere dovrebbe essere il cardinale Angelo Becciu, ex sostituto della segreteria di Stato. I tedeschi, in estrema sintesi, stanno provando ad innescare un meccanismo simile a quello prodotto “grazie” al “Sinodo interno”. La Chiesa di Germania, potentissima realtà nazionale che può contare pure sulla tassa ecclesiastica, ha velleità che gli americani del Nord non condividono. Nel caso del Sovrano Militare Ordine di Malta, la spinta della Germania passa attraverso il tentativo di promulgare una nuova costituzione. Il “concilio interno” promosso dall’episcopato, invece, è più complesso, se non altro perché interessa materie di natura universale, quale il rapporto tra dottrina ed omosessualità ed l’abolizione del celibato sacerdotale. Ma non può non essere notato come gli “schieramenti” coincidano pure in questa circostanza. Da una parte, infatti, c’è il Gran Cancelliere dell’Ordine, che è appunto il tedesco Albrecht Friherr von Boeselager, che è supportato dai teutonici, dagli argentini e così via, dall’altra i cavalieri nordamericani. Così come in termini dottrinali, al più alto dei livelli del Vaticano, lo scontro è tra i tedeschi capitanati del cardinale Reinhard Marx e gli americani del cardinale Raymond Leo Burke. Il Gran Maestro dei cavalieri di Malta, dopo la morte di Fra Giacomo Dalla Torre del Tempio di Sanguinetto, non è ancora stato scelto. E forse è anche questa impasse ad inficiare sullo stato della bagarre interna. Fatto sta che in campo permangono una visione più aperturista, anche in termini di allargamento delle maglie. Si combatte per esempio sui criteri tramite cui gli uomini possono divenire membri dell’Ordine, in specie del cavalierato. Non è un punto all’ordine del giorno semplice da dipanare. Veniamo alla questione delle missive. Gli americani del Nord – dicevamo – hanno sollevato argomentazioni piccate. Rimostranze a cui i sudamericani hanno replicato, prendendo le parti dei teutonici: “Il tono della lettera (di quella inviata dagli americani del Nord, ndr) ci rattrista perché pone ostacoli indesiderati e improduttivi nel lungo e complesso processo di riforma avviato dal Governo dell’Ordine, di concerto con Sua Eminenza, Delegato Speciale del Santo Padre presso l’Ordine di Malta, per rafforzare l’unità dell’Ordine e rinvigorire le sue fondamenta religiose basate sullo spirito melitense – hanno fatto sapere dal Sud America – . Ci auguriamo che le consultazioni con la Santa Sede possano progredire rapidamente per facilitare la distribuzione a tutte le Associazioni nazionali della bozza esistente della riforma costituzionale e del Codice riveduto”. Molto, dunque, ruoterà attorno alle “consultazioni” che avverranno all’interno delle mura leonine. Considerato lo stato di partenza, sembra lecito ipotizzare che alla fine a spuntarla siano i tedeschi. La gestione di Bergoglio, sino a questo momento, ha spesso assecondato le riforme. E il caso del Sovrano Militare Ordine di Malta non dovrebbe fare eccezione.

Franca Giansoldati per ilmessaggero.it il 6 settembre 2020. I cavalieri dell'America del Sud contro quelli dell'America del Nord. Chi l'avrebbe detto. Nemmeno la messa celebrata l'altro giorno in memoria del Beato Gerardo – il fondatore dell'Ordine di Malta - è riuscita a mitigare gli scontri sotterranei nell'ordine cavalleresco più antico del mondo. Scontri che proseguono carsici in vista dell'appuntamento di novembre, quando verrà prima eletto il nuovo Gran Maestro – dopo la morte di Giacomo Dalla Torre – e, solo in seconda battuta, verrà approvata la nuova costituzione, praticamente la vera posta in gioco sulla quale si misurano opposte fazioni. In ballo c'è il controllo di un organismo internazionale articolato e ricchissimo. Il cardinale Angelo Becciu, incaricato dal Papa di controllare ogni fase della riforma in atto, celebrando la messa, durante l'omelia, ha strigliato i cavalieri: “«La Chiesa ha fiducia in voi, non deludeteci! Il mondo vi guarda!» facendo riferimento al bisogno di trovare la quadra su come rafforzare la parte spirituale dei cavalieri professi (Il Signore chiede una forte testimonianza alla verità del Vangelo: siate degni della spirituale genealogia in cui il Signore vi ha collocati!). Parole severe che sembrano persino fare riferimento ad una deriva un po' intrigante e opaca denunciata anche dal penultimo Gran Maestro, l'inglese Matthew Festing. L'ultimo atto degli scontri dei nobili cavalieri ha come protagonisti i Presidenti delle Associazioni in Sud America: Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Ecuador, Paraguay, Perù e Uruguay. I cavalieri hanno preso carta e penna per lamentarsi con il cardinale Becciu e rispondere così pan per focaccia ai cavalieri dell'America del Nord, autori di una sorta di denuncia sull'attività poco chiara dei cavalieri tedeschi e dell'attuale referente, il Gran Cancelliere Boeselager. A difesa di quest'ultimo i cavalieri dell'America del Sud non hanno esitato a coalizzarsi e firmare una lettera congiunta. «Il tono della lettera ci rattrista perché pone ostacoli indesiderati e improduttivi nel lungo e complesso processo di riforma avviato dal Governo dell'Ordine, di concerto con Sua Eminenza, Delegato Speciale del Santo Padre presso l'Ordine di Malta, per rafforzare l'unità dell'Ordine e rinvigorire le sue fondamenta religiose basate sullo spirito melitense. Ci auguriamo che le consultazioni con la Santa Sede possano progredire rapidamente per facilitare la distribuzione a tutte le Associazioni nazionali della bozza esistente della riforma costituzionale e del Codice riveduto». La posizione dei cavalieri sudamericani è favorevole a rivedere la composizione dei Cavalieri Professi (quelli che emettono voti di povertà e castità e obbedienza) incoraggiando «l'inclusione di giovani uomini disposti a rafforzare il futuro carisma dell'Ordine». In questo contesto magmatico ormai è chiaro che il passaggio più rilevante resta l'approvazione di una nuova costituzione dalla quale dipenderà il futuro dell'istituzione. Dal punto di vista politico l'approvazione di nuove regole per riformare il governo e ridisegnare le figure che dovranno gestire gli asset patrimoniali dell'Ordine per i poveri resta la vera partita in gioco. Il blocco tedesco già a ridosso della morte di Dalla Torre si era portato abbondantemente avanti con il lavoro di revisione costituzionale tanto che aveva pronto un testo e si apprestava a farlo approvare attraverso un Capitolo Generale Straordinario calendarizzato per novembre ma senza le dovute consultazioni. I cavalieri americani e canadesi, quasi un terzo del totale, non avevano esitato a denunciare in Vaticano il tentativo tedesco di «bloccare il loro ruolo legittimo di partecipare alla riforma» e il loro diritto a vedere le bozze che erano «state preparate a loro insaputa». Denunciavano tra l'altro anche una riunione carbonara fissata dai tedeschi, in Svizzera, per settembre, e considerata risolutiva per procedere verso le nuove costituzioni. In Vaticano di quella riunione nessuno era stato informato e così è dovuto intervenire di peso il cardinale Becciu, previo placet papale, per ripristinare il rispetto delle regole e fare saltare il summit. Prima di arrivare all'approvazione della nuova costituzione l'Ordine di Malta dovrà eleggere un nuovo Gran Maestro o, in alternativa, un Luogotenente del Gran Maestro, figura di transito e di garanzia, probabilmente per il tempo necessario alla approvazione della costituzione. Dopodiché con le nuove regole si procederà ad indire nuovamente altre elezioni con una base elettorale più ampia. Per essere designati Gran Maestro al momento è necessario essere cavalieri professi (osservando castità, povertà e obbedienza) e avere sangue blu da ambo i rami genealogici da almeno quattro secoli. Una caratteristica che ovviamente restringe molto il bacino elettorale, spesso per via dell'età avanzata dei cavalieri. Da qui la necessità di introdurre altri criteri puntando molto sulla spiritualità. Dopo la morte di fra Giacomo dalla Torre ai vertici è subentrato temporaneamente un Luogotenente, un nobile ottuagenario portoghese che, a causa del Covid, ha seguito dal Portogallo come meglio poteva tutte le fasi della riforma. In questa situazione di eccezionalità il blocco tedesco avrebbe dimostrato un piglio decisionista e la volontà di voler continuare a dirigere i giochi fino a quando non è stato stoppato. Il nome di Boeselager in passato è stato al centro delle cronache. Quattro anni fa l'allora Gran Maestro, Matthew Festing – persona integerrima ma debole nel governo – fu costretto dal Papa a farsi da parte solo perché aveva messo Boeselager con le spalle al muro per una imbarazzante vicenda legata alla distribuzione di profilattici e pillole abortive nelle zone di guerra gestite dal Malteser – il braccio umanitario dell'Ordine di Malta – contravvenendo al Magistero. Fu aperta una inchiesta interna. L'allora prefetto della Congregazione della Fede, il cardinale Muller scrisse che le «iniziative promosse dal Malteser International contrastavano con la dottrina della Chiesa circa la contraccezione che costituisce un atto intrinsecamente non onesto. Per quanto riguarda la distribuzione di tali mezzi a persone non sposate occorre ribadire che una simile iniziativa pur potendo diminuire il pericolo di trasmissione dell'infezione dell'aids all'interno di un comportamento sbagliato non è permessa alle istituzioni cattoliche al fine di evitare lo scandalo presso i fedeli e l'impressione che si approvino comportamenti contrari alla dottrina della Chiesa». Festing chiese così a Boeselager di dimettersi ma a farne le spese fu il Gran Maestro. Quasi un intrigo di corte che negli anni ha scavato fossati. La guerra dentro l'Ordine continua senza esclusione di colpi.

Quei riti contro le notti dei diavoli. I Templari al tempo del Covid. Oggi i fedeli tornano a messa. Ci saranno anche i cavalieri templari: “Saremo in molte chiese ad aiutare i parroci". Giuseppe De Lorenzo, Domenica 24/05/2020 su Il Giornale. “Ho sentito molto caldo. È stata una battaglia lunga e molto intensa, fisicamente faticosa. Ho sudato”. È l’inizio di una notte di aprile. Paolo è ancora in piedi di fronte al crocifisso, a casa sua. Ha appena trascorso l’ora a cavallo della mezzanotte raccolto in preghiera con una lunga sequela di Padre Nostro, Ave Maria e Gloria. Senza sosta. È una delle notti di tregenda, otto ricorrenze in cui le sette sataniche si ritrovano per i loro riti e i Cavalieri templari vi si oppongono con le orazioni. “Solitamente ci ritroviamo tutti insieme e preghiamo in cerchio tenendoci per mano”, racconta Paolo. Ma quest’anno c’è il coronavirus, e pure le sfide mistiche chiedono il distanziamento. “Questa volta ognuno l’ha fatto nel privato, abbiamo pregato per indebolire o spezzare quei riti satanici. Sappiamo che vengono fatti. Viviamo in un periodo in cui la lotta a livello spirituale è molto forte. Ho avuto la sensazione che ci fosse molto in gioco. È stato particolarmente intenso”.

Il ritorno dei Templari "a difesa dell'Europa cristiana". Fa strano pensare che mentre tutta Italia cantava ai balconi “tutto andrà bene”, nel silenzio della tenebre persone che si richiamano agli antichi monaci guerrieri combattevano, o pensavano di combattere, una lotta contro il maligno. L’immagine è mistica. E per quanto possa apparire strano, è vero che ancora oggi c'è chi cavalca i simboli dei Pauperes commilitones Christi e prova a risvegliare l'orgoglio perduto della cavalleria. I Templari Cattolici d’Italia lo facevano prima del 21 febbraio vestiti con il mantello bianco dei “poveri soldati di Cristo”. Lo hanno fatto durante il lockdown, chiusi in casa come tutti gli altri. E continueranno a farlo oggi che la Chiesa italiana torna a celebrare la messa con il popolo. “Saremo in molte chiese ad aiutare i parroci”, spiega Paolo. “Alcune diocesi ci hanno chiesto un aiuto ufficiale, sentivamo che la gente aveva bisogno della messa e abbiamo fatto il massimo per poter essere pronti per la ripartenza”. Stando alle indiscrezioni, il documento utilizzato dalle diocesi italiane per organizzare il ritorno in chiesa è stato scritto da un cavaliere templare della diocesi di Verona, poi è stato girato alla conferenza episcopale veneta e infine è arrivato sul tavolo della Cei. “Il blocco è stato davvero difficile”, racconta Paolo, “Un vero dramma non poter partecipare alla celebrazione né poter ricevere fisicamente l’Eucaristia”. E poi la Pasqua senza liturgia, i decessi in sequenza, la messa del Papa di fronte ad una piazza così “vuota che mi ha fatto piangere”. “Alcuni di noi cavalieri sono morti per il virus. Molti parenti e amici ci hanno lasciato. Io vivo a Brescia e sentivo le sirene delle ambulanze correre avanti e indietro ad ogni ora. Il virus è un segno molto negativo, ma per un motivo semplce: ha allontanato e separato le persone. E tutto ciò che separa e divide è opera di Satana". Resta, però, quel "conforto spirituale che durante questi mesi è stato altrettanto vitale come il pane di cui ci cibiamo. Il fatto di avere impegni con i Templari, anche se solo online, mi ha aiutato a mantenere un senso di scorrimento del tempo. Dio è tornato ad essere al centro della mia giornata e non ho mai sentito quel senso di disorientamento che in tanti invece hanno provato”.

"Giuro di brandire le mie armi per difendere Cristo e la Patria". Paolo è un templare di vecchia data, per quanto giovane. Da ormai 15 anni cammina lungo il percorso dei Templari Cattolici d’Italia. Il suo grado di eques iustitiae, l’ultimo stadio dopo il novizio, l’armiger e il miles, non è in realtà un riconoscimento ufficiale. I Templari Cattolici d’Italia sono infatti un'associazione di laici riconosciuta dalla Chiesa, ma non un Ordine cavalleresco vero e proprio (soppresso nel 1312 da papa Clemente V). Dettagli, dirà qualcuno. Forse. Intanto in questa prima domenica post lockdown, il giorno in cui molti vedranno i templari all’ingresso delle chiese con mascherina e mantello, cade una ricorrenza molto sentita: la morte di Ugone dei Pagani, fondatore dell’Ordine dei cavalieri templari. Era il 1118-1119, in Terra Santa, quando i primi "commilitoni di Cristo" si radunarono nell’Ordine del Tempio: l’arte della guerra e l'adorazione di Dio, monaci e guerrieri, una “santa milizia” nata per difendere i pellegrini cristiani dai saccheggi dei musulmani. “Abbiamo un forte legame con questa figura straordinaria - dice Paolo - che purtroppo non è riconosciuta come tale da tutti. Ugone è l’unico fondatore di un ordine monastico che non sia né Santo né beato nonostante avesse il riconoscimento e l’investitura di San Bernardo di Chiaravalle”. Difficile dire perché. Forse a quel tempo nessuno ne chiese la canonizzazione.

"Dio vendicherà la nostra morte". Così finì l'Ordine dei Templari. Di sicuro nessuno lo fece dopo la fine ingloriosa dell’ordine, travolto da intrighi di potere del Re di Francia, processi, torture e ingiuste accuse di apostasia, oltraggio a Cristo, riti osceni, connivenza coi musulmani, idolatria e sodomia. Era il 18 marzo del 1314 quando Jacques de Molay, ultimo maestro del Tempio, si alzò in piedi di fronte alla cattedrale di Parigi per difendere la memoria dell’Ordine prima che le fiamme lo avvolgessero. Da allora sono passati oltre 700 anni e qualcuno vorrebbe che almeno al fondatore fosse riconosciuto il merito di aver creato un ordine che “ha cambiato il volto di 200 anni di storia dell’Occidente e della cristianità”. Il riconoscimento non potrà certo arrivare in queste ore. Ma in 54 chiese d’Italia oggi sarà almeno l’occasione per celebrare una messa in suffragio di Ugone. Forse tutto questo può apparire tutto fuori dal tempo. È comprensibile. Secoli fa i cavalieri morivano in battaglia per difendere il Santo Sepolcro, oggi presidiano le chiese, pregano, servono i parroci. Il mondo è cambiato, certo. Ma modernità e tradizione a volte si mescolano, e ciò che ci sembra solo un rito medievale ormai abbandonato, in realtà persiste anche nel nuovo millennio. Come in quella notte di tregenda, in piedi di fronte al crocifisso.

Entriamo nel tempio dei Templari. I saggi di Elena Fontanella sull'antico Ordine religioso cavalleresco. Franco Cardini, Giovedì 19/12/2019 su Il Giornale. La cosa più simpatica che si sappia sui Templari, e forse anche la cosa più interessante e rivelatrice, l'ha scritta un principe siriano del pieno XII secolo, Usama ibn Munqidh emiro di Shaizar, ch'ebbe un discreto rilievo nelle vicende vicino-orientali attorno al terzo quarto del secolo. Colto, intelligente, brillante, scrittore abilissimo, Usama era tutt'altro che un buontempone. Fu uno che seppe scrivere anche pagine oscure nella storia dell'Islam mediterraneo, fra intrighi, tradimenti e crudeltà. Però la testimonianza che ci ha lasciato, da coprotagonista delle vicende politiche che descrive, è a concorde parere degli specialisti qualcosa di prim'ordine, di davvero attendibile. Ebbene, Usama ci racconta che verso gli Anni Sessanta-Settanta del XII secolo, quando gli capitava di recarsi a Gerusalemme allora capitale del regno crociato, usava andare ospite dei «suoi amici Templari» (è lui a chiamarli proprio così), quartier generale dei quali era la moschea al-Aqsa, ancora esistente sulla «Spianata del Tempio». Fra i cristiani era allora diffusa opinione che quello splendido edificio, risalente all'VIII-IX secolo, fosse in realtà il Tempio di Salomone. Lì, dice Usama, i pauperes milites Christi et Salomonici Templi - tale il nome ufficiale dell'Ordine religioso che già allora, correntemente, veniva definito «il Tempio» -, avevano approntato un oratorio nel quale i loro ospiti musulmani potevano tranquillamente pregare. Non proprio una moschea, certo: comunque, una piccola «sala di preghiera». Lì Usama riferisce non solo di aver pregato, ma anche di essere stato liberato da un cristiano zelante e inopportuno, di recente arrivato dall'Europa, ch'era evidentemente scandalizzato alla vista di un infedele in preghiera in un ambiente cristiano. Questa testimonianza, sulla veridicità e autenticità della quale non v'è motivo di dubitare, si scontra obiettivamente con quanto verso al fine del terzo decennio del secolo aveva scritto il più grande mistico di quel secolo, Bernardo di Clairvaux, il quale contribuì con decisione alla nascita di quell'Ordine favorendolo con la sua autorevolezza e ne fece l'elogio in una lettera ch'è anche un piccolo trattato di teologia dei luoghi santi e della guerra, il Liber de laude novae militiae. Il Templare, dice ammirato il grande abate cistercense, non riposa mai; a differenza dei cavalieri mondani, superbi e lussuriosi, veste e mangia frugalmente, rifugge le comodità, prega e combatte senza posa, è un angelo e un agnello con i fratelli in Cristo e un leone furibondo contro gli infedeli. Come avrebbe reagito il santo monaco allo spettacolo dell'amicizia fra i «poveri cavalieri del Cristo» e quell'elegante emiro siriano la preghiera infedele del quale essi proteggevano? Sull'Ordine del Tempio, che fu sciolto d'autorità da papa Clemente V nel 1312 ma che (nonostante un processo inquisitoriale contro di esso intentato su impulso del re di Francia Filippo IV) mai venne condannato, esistono e convivono - alquanto male, del resto - una «leggenda rosa», una «leggenda aurea» e una «leggenda nera». La prima li vuole innocenti vittime dell'avidità di un re che voleva spogliarli delle loro ricchezze e della viltà di un papa che non osò difenderli. La seconda li dipinge come saggi, sapienti, integri, coraggiosi, detentori di arcani segreti e perfino arcanamente sopravvissuti alla soppressione e occultamente ancora presenti fra noi (a parte gli eserciti di vanitosi cacciatori di patacche e di furbastri venditori delle medesime che pretendono di esserne oggi i più o meno legittimi successori). La terza li vuole violenti, superbi, peccatori, sodomiti, avidi, amici dei saraceni e perfino eretici e - perché no, già che ci siamo? - necromanti. Nessuna di queste leggende è del tutto gratuita: non esistono leggende che lo siano. Ma quel che sappiamo di loro (ch'è molto, nonostante il permanere di molti misteri e chissà forse perfino di qualche vero segreto) ci fornisce un quadro lacunoso eppure nelle sue grandi linee abbastanza attendibile, e molto diverso da quelle fantasie e da quei malintesi.

Gian Guido Vecchi per corriere.it il 17 luglio 2020. Tre mesi di dubbi, sospetti di complotto perfino intorno alla data di morte del Gran Maestro Fra’ Giacomo Dalla Torre, divisioni e allarmi a rimbalzare in Rete ai quattro angoli del pianeta. Da più di tre anni l’Ordine di Malta va avanti così: da quando Francesco, nel gennaio 2017, chiese e ottenne le dimissioni del Gran Maestro precedente, l’inglese Fra’ Matthew Festing, dopo uno scontro interno che è stato visto come il primo esempio della fronda tradizionalista contro il Papa, deciso a riformare l’ordine religioso-cavalleresco fondato a Gerusalemme nel secolo XI. Ma ora le tappe future sono definite, il caos di «voci» si va chiarendo. Il vertice, anzitutto: entro tre mesi dalla morte del Gran Maestro, ovvero entro fine mese, verrà annunciata la data di convocazione del «Consiglio Compìto di Stato» che «si riunirà a novembre», spiegano ai piani alti della Santa Sede, per eleggere a vita il nuovo Gran Maestro o in alternativa un «luogotenente del Gran Maestro» a tempo, per un anno. Una soluzione, quest’ultima, che sembra possa prevalere. In ballo c’è infatti anche la convocazione del «Capitolo generale straordinario» dell’Ordine, che dovrà riunirsi per definire le riforme: il Papa aveva chiesto un «aggiornamento della Carta Costituzionale e dello Statuto melitense». In origine il Capitolo era stato convocato proprio per novembre ma a questo punto sarà rinviato «a data da destinarsi», proprio per poter eleggere prima il capo dell’Ordine. Per questo si pensa alla nomina di un «luogotenente del Gran Maestro» provvisorio: per fare in modo che il nuovo Gran Maestro sia eletto solo dopo l’approvazione della nuova Costituzione, anche perché tra le ipotesi di riforma c’è l’idea di un governo più «collegiale». Il dissidio sulle date — prima l’elezione del Gran Maestro o il Capitolo per approvare le riforme? — ha scandito le polemiche delle ultime settimane. L’Ordine di Malta aveva dovuto chiarire che il Gran Maestro Fra’ Giacomo Dalla Torre, un galantuomo eletto come figura di garanzia dopo la crisi del 2017 e da tempo malato di tumore, era morto nella notte del 29 aprile «alle ore 00:08, come risulta dal certificato dei medici redatto dai medici curanti», perché all’interno dell’Ordine c’era chi sospettava fosse morto il giorno prima: e che la convocazione a novembre del Capitolo per le riforme, comunicata proprio il 28 aprile, fosse avvenuta «post mortem», barando sulla data per accelerare il cambiamento. Un’accusa «infondata e infangante», avevano ribattuto i vertici dell’Ordine: la decisione era già stata presa dal Gran Maestro e dal Consiglio «nella riunione del 2 aprile». Del resto c’è chi parla di una firma a poche ore della morte. Sospetti che la dicono lunga sul clima di un Ordine che conta 13.500 membri, un migliaio di ospedali e missioni nel mondo, un bilancio di quasi due miliardi. La crisi scoppiò a dicembre 2016, quando Festing destituì il Gran Cancelliere tedesco, Albrecht von Boeselager, accusandolo di aver permesso la distribuzione di preservativi in Africa e nel Myanmar. Accuse respinte, tensioni che restano. Alcune associazioni americane avevano scritto al cardinale Angelo Becciu, delegato speciale del Papa, temendo che le riforme fossero approvate prima dell’elezione del Gran Maestro.

·        I Patriarcati Ortodossi.

Il cristianesimo ortodosso alla conquista dell’Asia. Emanuel Pietrobon su Inside Over il 9 novembre 2020. L’Europa si avvia rapidamente verso una nuova epoca storica, post-cristiana, di cui è possibile intravedere le fattezze e capire cosa succederà a livello sociale, culturale e valoriale, ponendo lo sguardo su Francia, Germania, Paesi Bassi, Irlanda e Polonia. La civiltà che più di ogni altra al mondo è stata plasmata e forgiata dal cristianesimo è divenuta repellente alla fede, ma sbaglia chi crede che ciò comporterà un’estinzione tout court del cattolicesimo, del protestantesimo, dell’ortodossia e dei loro surrogati. Il messaggio evangelico, infatti, cresce, matura e prospera in ogni angolo del pianeta. In America Latina, ad esempio, la graduale de-cattolicizzazione sta venendo controbilanciata in maniera proporzionale da un processo di protestantizzazione. L’Africa, invece, si appresta a diventare il nuovo continente cristianissimo per numero di fedeli, praticanti attivi, parrocchie e ordinazioni. Infine vi è il caso dell’Asia, dove stanno diffondendosi tanto il cattolicesimo quanto il protestantesimo evangelico e neopentecostale, sullo sfondo della crescita silenziosa dell’ortodossia.

L’ortodossia in Estremo Oriente. Il 3 novembre è accaduto un evento insolito a Tokyo, Giappone. Una delegazione proveniente da Bucarest, capitanata dal metropolita Iosif, ha partecipato e co-presieduto alla consacrazione della prima chiesa ortodossa rumena della capitale giapponese. Alla consacrazione ha preso parte anche il metropolita Daniel, il primate della chiesa ortodossa nazionale, che appartiene alla giurisdizione del patriarcato di Mosca. Per l’ortodossia rumena è una conquista storica che fa seguito al riconoscimento legale ottenuto lo scorso agosto dalle autorità e chiude un ciclo iniziato verso la seconda metà del 19esimo secolo con l’arrivo del carismatico missionario Anatolie Tihai. A quest’ultimo, il cui nome risulterà sconosciuto alla maggioranza, si deve l’attecchimento della variante rumena del cristianesimo ortodosso nell’impero del Sole. Negli anni recenti il personaggio di Tihai è stato recuperato dal dimenticatoio e sono aumentate le richieste di conoscerne meglio la vita e l’operato, ragion per cui nel 2018 è stato pubblicato uno dei suoi diari per il mercato giapponese. Pur non essendo disponibili dei dati sul fenomeno dell’ortodossia rumena nel Paese del Sol levante, la parrocchia ha riferito che i fedeli non appartengono soltanto alla piccola e irrilevante diaspora rumena (formata da circa 2mila persone a livello nazionale) essendo principalmente giapponesi, statunitensi, greci e russi. Vi è, poi, il caso della Corea del Nord, dove l’ortodossia, russa in questo caso, prospera e gode di un rapporto privilegiato con il governo. I rapporti hanno iniziato ad essere sviluppati nei primi anni 2000 per volontà ed iniziativa di Kim Jong-il, spinto in parte dall’ambizione di riavvicinarsi alla Russia e in parte da un’attrazione mai nascosta verso l’ortodossia, aumentata sensibilmente in seguito ad un viaggio nell’Estremo oriente russo nel 2002, che fu l’occasione per visitare la chiesa di Sant’Innocenzo di Irkutsk. Nel dopo-visita, Kim Jong-Il istituì il Consiglio Ortodosso Coreano, che a sua volta entrò in contatto con il patriarcato di Mosca per elaborare un piano di studio inerente l’importazione della fede ortodossa nel paese. Il piano si concretizzò in due fasi, nel 2003 e nel 2006. L’approdo dell’ortodossia russa a Pyongyang ha avuto effetti dirompenti nel vicino geografico, avendo persuaso Xi Jinping ad accettarne l’espansione entro i confini cinesi e permesso al patriarcato di Mosca di inserirsi nel processo di pace delle due Coree.

Il caso di Timor Est. Timor Est è uno Stato che occupa la parte orientale dell’isola di Timor, noto per essere stato sede di uno dei conflitti più lunghi e sanguinosi del Sudest asiatico. Dopo un’occupazione quasi trentennale da parte indonesiana, Timor Est ha raggiunto ufficialmente l’indipendenza nel 2002 in conformità con l’esito di un referendum popolare svoltosi tre anni prima e con il supporto delle Nazioni Unite. L’indipendenza dal Portogallo e la successiva liberazione dal dominio indonesiano hanno comportato la fine di un’era, quella della sottomissione a potenze straniere, e l’inizio di una nuova, quella della libertà. Pur rimanendo un Paese a maggioranza cattolica, trattandosi della religione seguita da circa il 97% della popolazione, il patriarcato di Mosca sta rivolgendo grande attenzione a questo piccolo Stato dell’arcipelago indonesiano. Tutto ha avuto inizio nel 2018 con la fondazione dell’Esarcato patriarcale del Sudest asiatico, con sede a Singapore, da parte della Chiesa ortodossa russa. L’organo è nato con l’obiettivo di facilitare e ufficializzare la campagna di evangelizzazione nella regione, in particolare a Timor Est e in Nuova Papua Guinea, trattandosi di due bastioni di cristianità in un arcipelago dominato dall’islam e dall’animismo. Negli ultimi due anni si è assistito all’arrivo di squadre di missionari da Mosca, le quali stanno focalizzando le loro attività di proselitismo nei villaggi abitati dai popoli indigeni. Sebbene sia presto per sapere quali risultati potrà raggiungere l’agenda evangelizzatrice della Chiesa ortodossa russa nel Sudest asiatico, i primi segnali sembrano favorevoli. Il metropolita Sergey, primate dell’Esarcato del Sudest asiatico, il 20 e il 21 febbraio di quest’anno si è recato a Dili, la capitale di Timor Est, ed è stato accolto dalle prime famiglie di convertiti.

Il premier russo sul Monte Athos: missione o pellegrinaggio? Emanuel Pietrobon il 21 settembre 2020 su Inside Over. Il 24 settembre il primo ministro russo Mikhail Mishustin si recherà al monte Athos per un soggiorno-lampo che terminerà il giorno successivo. Quello che in apparenza può sembrare un ritiro spirituale, per nulla inusuale per i diplomatici russi, potrebbe in realtà essere una missione in incognito tesa a riaprire l’annoso fascicolo dello scisma ortodosso.

Pellegrinaggio o visita in incognito? Il primo ministro russo arriverà sul Monte Athos, il cuore spirituale e politico dell’ortodossia greca, nella giornata di giovedì 24 settembre e partirà il giorno successivo. Come riporta il quotidiano greco Ekathimerini, Mishustin alloggerà e passerà la notte nel monastero di san Pantaleone, un luogo che non è stato scelto a caso: si tratta della “parte russa” del complesso monastico, essendo composto per la stragrande maggioranza da monaci di origine russa. La due-giorni non è stata pubblicizzata con vigore né dalle autorità russe né da quelle greche e ha ricevuto una scarsa copertura mediatica, di gran lunga inferiore rispetto a quella data alla visita di Vladimir Putin del 2018, e il motivo è il seguente: non si tratterebbe di una visita ufficiale, Mishustin sarebbe in procinto di recarsi nel luogo più santo dell’ortodossia greca in veste di pellegrino. Essendo sacro e politica inestricabilmente legati nell’arena internazionale, e questo è vero soprattutto per le grandi potenze, è difficile credere che la due-giorni non verrà sfruttata anche per promuovere l’agenda geo-religiosa del Cremlino e, in effetti, un indizio a sostegno di questa tesi è presente: nella pausa tra la sessione di preghiere e l’incontro con i monaci russi, Mishustin si recherà a Karyes, la sede dell’amministrazione monastica, dove incontrerà la dirigenza del monte Athos. Lo scopo della due-giorni, a questo punto, potrebbe essere più chiaro di quanto sembri: tentare di convincere le massime autorità spirituali della chiesa ortodossa greca, che esercitano un astro incredibilmente influente sulla politica e sulla società, a fare un passo indietro nella questione dello scisma ortodosso, ovvero normalizzare i rapporti con il patriarcato di Mosca e disconoscere la neonata chiesa ortodossa dell’Ucraina. L’indipendenza di quest’ultima dalla giurisdizione del patriarcato di Mosca è stata garantita dal patriarcato di Costantinopoli alla vigilia del Natale ortodosso dello scorso anno per mezzo di un tomo di autocefalia molto dibattuto e controverso, e la chiesa ortodossa greca si è infine unita al fronte che ha riconosciuto la legittimità del decreto e la fondazione della nuova chiesa dopo mesi di aspro dibattito, in ottobre.

Lo scisma, la situazione attuale. Dal 15 ottobre 2018 fra il patriarcato di Mosca e il patriarcato di Costantinopoli è scisma: da allora i due cuori della cristianità orientale hanno cessato ogni tipo di collaborazione, rapporto e dialogo. La grave frattura intestina è stata provocata dal tomo di autocefalia garantito da Bartolomeo I, il patriarca ecumenico di Costantinopoli, alla chiesa ortodossa di Ucraina, nata su volontà di Petro Poroshenko con l’obiettivo di limitare ulteriormente l’influenza russa nel Paese. Quattro giorni prima che il patriarcato di Mosca decidesse di congelare le relazioni con Costantinopoli, Bartolomeo aveva organizzato un Santo Sinodo per discutere la questione del riconoscimento della neonata chiesa ortodossa ucraina, raggiungendo un verdetto positivo: in virtù del ruolo rivestito di primus inter pares, il patriarca ecumenico di Costantinopoli avrebbe concesso il tomo di autocefalia all’entità, poi firmato il 5 gennaio successivo in tempo per la celebrazione del Natale ortodosso. La decisione di Bartolomeo I, come prevedibile, ha avuto un effetto domino, avendo costretto le chiese che compongono la cristianità orientale a prendere una decisione, a fare una scelta di campo: Costantinopoli, ossia l’Occidente, oppure Mosca, quindi la Russia. Ad oggi, settembre 2020, la chiesa ortodossa autocefala d’Ucraina è stata riconosciuta dall’omologa greca, dal patriarcato greco-ortodosso di Alessandria e di tutta l’Africa, dalla chiesa ortodossa russa in America, e ha ricevuto supporto non ufficiale dalle chiese ortodosse di Bulgaria e Romania. Inoltre, con il passare dei mesi, la questione dell’autocefalia si è estesa ai Balcani meridionali, minacciando direttamente l’integrità e l’autorità della chiesa ortodossa serba, perché chierici con ambizioni scismatiche in Montenegro e Macedonia del Nord hanno iniziato a strumentalizzare la vicenda per chiedere ai rispettivi governi di adoperarsi per esercitare pressioni su Costantinopoli affinché vengano prese in considerazione anche le loro richieste di autonomia da Belgrado. Nel caso macedone, la chiesa ortodossa è già de facto autonoma, avendo dichiarato la propria autocefalia in maniera unilaterale nel 1967, ma senza ottenere riconoscimento alcuno da Costantinopoli. Nel caso montenegrino, invece, esistono due chiese ortodosse in concorrenza tra loro. La prima, quella a cui aderisce la stragrande maggioranza della popolazione e che risponde a Belgrado, è stata recentemente protagonista di una lunga stagione di mobilitazione popolare contro l’agenda anticlericale dell’autocrate Milo Dukanovic. La seconda, non riconosciuta e con uno scarso seguito popolare, è nata nel 1993 ed è stata storicamente filogovernativa e antiserba; è proprio quest’ultima che sta tentando di approfittare dello scisma per ottenere riconoscimento da Costantinopoli.

·        Non solo Burqa.

Perché i cardinali vestono di rosso (ma forse è solo fashion). Andrea Cionci su Libero Quotidiano il 23 ottobre 2020. Andrea Cionci. Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore. L’abito dei cardinali è senza dubbio il più bello e suggestivo di tutto l’abbigliamento ecclesiastico: quel rosso vivo - che spicca in una fascia sulla tonaca nera, o abbaglia nella veste tradizionale con un lampo drammatico - parla di martirio, di fuoco, di coraggio. Non a caso, la formula con cui il pontefice nomina i principi della Chiesa recita: "Ricevi questo galero (il cappello n.d.r.) rosso; esso significa che fino alla effusione del sangue ti devi mostrare intrepido per l'esaltazione della fede, la pace e la prosperità del popolo cristiano, la conservazione e l'accrescimento della S. Chiesa". Effusione del sangue? Intrepida esaltazione della fede? Siamo sicuri che la formula sia stata ben tradotta dal latino? No, perché di fronte allo smantellamento pezzo pezzo del Cattolicesimo,  come se fosse una vecchia petroliera in disarmo, dai Signori Cardinali non proviene un fiato. Gli unici ad aver timidamente sollevato dei Dubia sull’enciclica di Bergoglio Amoris laetitia erano stati, nel 2016, i cardinali Burke, Brandmüller, Caffarra e Meisner. Essi chiedevano delucidazioni su quel documento “di adamantina chiarezza” grazie al quale in Germania oggi si dà la Comunione ai divorziati risposati e, ad esempio, in Polonia no. Come se non si trattasse del Corpo transustanziato di Cristo, ma di una tradizione gastronomica locale, tipo gli austriaci che mettono la marmellata sulla cotoletta e gli italiani no. Ebbene, a questi Dubia dei cardinali, espressi con toni mitissimi e filiali, Francesco non ha neanche risposto. Punto, fine della storia. Burke e Brandmueller (gli unici sopravvissuti) appena hanno visto che la stampa mainstream li bersagliava un pochino, si sono rinchiusi in uno sdegnato silenzio e fine della questione. Il cardinale Sarah? Quello che sembrava un baluardo dell’ortodossia, il bronzeo guardiano della liturgia, poi ha firmato qualsiasi innovazione gli avesse sottoposto Bergoglio: ha ceduto su tutto. Per il resto? Basta. Fine. Nonostante i pomposi titoli accademici ed ecclesiastici, i loro voluminosi trattati di teologia, gli stemmi con le nappe, sono sette anni che duecento cardinali accettano senza batter ciglio le predicazioni di un laico neoariano come Enzo Bianchi; le confessioni del Card. Danneels sulla Mafia di San Gallo; le rivelazioni di Mons. Viganò; le dimissioni di Ratzinger piene di errori grammaticali e canonici; la divinità pagano-satanica Pachamama intronizzata a San Pietro; il tentativo di aprire il diaconato alle donne; le acrobazie dialettiche per negare i dogmi mariani; la “Madonna sollievo dei migranti”; la Madonna “meticcia” che “aveva educato male Gesù” il quale  “era sporco” e “faceva lo scemo”; il “chi sono io per giudicare”; gli schiaffi alle cinesi e i pugni promessi agli insolenti; i genitori prolifici come conigli; gli apprezzamenti degli amici massoni e la Fratellanza universale; la passione per l’Islam e i baci agli Imam; gli affreschi omoerotici nella cattedrale di Terni; la pizza e la porchetta servita in chiesa; Lutero riabilitato e la protestantizzazione della messa; il ragazzo autistico all’inferno; il Nuovo Ordine Mondiale dell’enciclica Fratres omnes; i baci sui piedi ai presidenti africani e il rifiuto di inginocchiarsi davanti al Santissimo; le interviste a Scalfari con l’inferno che non esiste, con Cristo che era solo un uomo e le anime dannate che si auto-annullano; la cassa integrazione ai travestiti e l’elettricità riattaccata agli spacciatori; le reliquie danneggiate; i crocifissi a falce e martello e quelli antichi spaccati dall’acqua; il cambiamento del Padre Nostro; la vigna di Benedetto sradicata; le ingerenze e le partigianerie politiche; Fabio Fazio doctor angelicus e le lettere di stima a Casarini; le scimmie proiettate su San Pietro; i rosari sull’orecchio; la negazione della traslazione della Santa Casa di Loreto, il rifiuto del titolo di Vicario di Cristo, le mistificazioni su San Francesco e una teoria infinita di inversioni, rivoluzioni, negazioni, ribaltamenti, mutamenti gratuiti di una fede che si era conservata per 2000 anni pressoché intatta grazie a uomini che hanno tenuto duro, che si sono fatti torturare, bruciare, mangiare dai leoni, squartare, decapitare etc. pur di preservare quello che ritenevano essere il messaggio perfetto donato direttamente da Dio. Santi, in una parola, di fronte ai quali anche gli atei e i massoni si devono togliere il cappello. E oggi? Bergoglio ha appena avallato quello che la Scrittura e il Catechismo della Chiesa cattolica definiscono da 2000 anni “il peccato di Sodoma”, “un disordine che non può essere in nessun caso approvato” … e nessuno di questi cardinali, neanche quelli rimasti cattolici, che abbia osato rischiare un filo della propria  veste rossa. L’unico pigolio è provenuto dal cardinale Burke per il quale “le parole attribuite a Papa Francesco non corrispondono al costante insegnamento della Chiesa”. Come se fosse normale che un papa, tra una chiacchiera e l’altra, si lasci sfuggire qualcosa CONTRO il magistero cattolico o che gli si possano attribuire impunemente madornali eresie. Come se il depositum fidei potesse adattarsi ai tempi e alle mode, magari chiedendo consiglio a Fedez su quale sia l'ultima tendenza. Il punto non è il merito della questione: si può essere più o meno favorevoli alle unioni civili, ma se un ecclesiastico si è stufato del Cattolicesimo  e vuol mettere in piedi una nuova religione catto-ecologista-gay friendly se la deve costruire da solo, dall’inizio, rimboccandosi le maniche, come fanno i pastori americani. Non è corretto farsi eleggere capo di un “organismo ospite” per poi mutarlo geneticamente dall’interno. E se altri ecclesiastici hanno GIURATO di difendere alcuni principi ben precisi - giusti o sbagliati che siano - se sono anche lautamente stipendiati per questo, devono farlo, oppure si dimettano. Cioè, questa dovrebbe essere la BASE. Hanno preso di petto Bergoglio semplici monaci come De Kredek e Kelly, preti come don Minutella, don Bernasconi, don Roncaglia, don Martinez, don Dornelles, monsignori come Antonio Livi, vescovi come Lenga, Gracida,  arcivescovi come Mons. Viganò, il quale si è dovuto dare alla macchia. Qui l’approfondimento. Eppure i loro superiori vestiti di rosso, i “principi della Chiesa”, quelli che avrebbero dovuto “versare il sangue per la Fede”, fanno finta di niente, oppure si occupano di investimenti immobiliari. MA VALE LA PENA? Alla fine, i cardinali sono tutti benestanti (qualcuno anche troppo, come si è visto): potrebbero ben dire quel che c’è da dire e poi, semmai, scappare alle Bahamas. Peraltro, sono in gran parte persone anziane, prossime a dover fare i conti con il Principale (sempre se ci credono ancora). Tanto valeva chiudere in bellezza con un atto, non diciamo di eroismo, ma almeno di DIGNITA’. Se Dio c’è, ed è davvero quello cattolico, non sarà affatto contento di loro. Proprio per niente.

DAGONEWS il 3 gennaio 2020. Le Azzorre sono un arcipelago composto da nove isole vulcaniche nell'Oceano Atlantico settentrionale. Se vi sembra un luogo remoto e misterioso, aspettare di vedere i loro abiti tradizionali. Il cappuccio delle Azzorre (in portoghese "Capote e Capelo") è un indumento tradizionale indossato fino agli anni '30. Il grande mantello copriva la donna mentre un cono sopra il capo ne celava il profilo. Nessuno conosce la vera origine del cappuccio, ma alcuni pensano che sia stato portato dai coloni fiamminghi. Durante il XV e il XVI secolo, fiamminghi, genovesi, britannici e francesi si unirono al popolo del Portogallo per stabilirsi nelle isole Azzorre. Secondo Joana Avila, il cappuccio delle Azzorre era tramandato da madre in figlia e aveva anche un ruolo non di poco conto nelle due attività economiche, portate dai coloni sull’isola. Era di un blu intenso dato dal guado ed era modellato con ossa di balena. Le tintorie divennero uno dei pilastri dell'economia delle Azzorre. Nel XVI e XVII secolo, il guado iniziò a essere spedito alle tintorie nelle lontane Fiandre. Anche la caccia alle balene aveva un ruolo centrale nell'economia delle isole. Il primo documento sulla cattura delle balene nelle acque delle Azzorre risale al XVI secolo e la presenza di balenieri inglesi venne documentata nel XVIII secolo. È interessante notare che negli anni '80 le Azzorre hanno convertito la caccia alle balene in un lavoro di osservazione e ricerca sui cetacei, nonostante l’iniziale resistenza dei locali. 

·        Il Vaticano e le donne.

Quirino  Conti per Dagospia il 10 novembre 2020. In uno degli spazi forse più belli al mondo, dentro una basilica plasmata come un bassorilievo d’avorio da Francesco Borromini, si è potuto di recente assistere a una cerimonia decisamente inconsueta, almeno per quanti ignorano persino l’esistenza di quel luogo e di quanto vi avviene. Lì, cinque giovani donne hanno chiesto e ottenuto di essere accettate nello stato di consacrate dell’antico Ordo virginum. In poche parole, nelle mani del vicario del Papa, senza obbligo alcuno di divisa o di residenza in un monastero, hanno promesso di vivere liberamente nel mondo – come si suol dire –, come anticipo di quanto si spera possa essere la pienezza futura nel Regno. Fin qui, con parole inadeguate e in assoluta sintesi, il “luogo” anche antropologico di quanto si è potuto vedere. Il tema della nostra riflessione è però un altro. Quattro di queste “mistiche spose”, erano infatti vestite con lunghi abiti bianchi, sobri, asciutti, e come per un’austera cerimonia nuziale. Ciascuna con un proprio modello di riferimento. Solo una indossava un abito longuette, come da cocktail, crème e completato da una giacca di tweed – con piccole rilucenze del medesimo colore –, senza possibilità di equivoco ispirata alla celeberrima, classica giacca Chanel. Dunque, nulla di particolarmente rilevante lungo una liturgia che tutto avvolgeva in un’emozione che si poteva cogliere da ogni pietra dell’edificio. Fino a quando le cinque candidate prosternate sul nudo pavimento cosmatesco di quella basilica, bianche come colombe, volto a terra, sono divenute l’oggetto di una lunga litania che chiamava in causa tutti i felici residenti del Cielo. È stato allora che, come mai nella storia dello Stile, la splendida invenzione di Mademoiselle Coco, a terra, prona, finalmente umiliata nella sua aristocratica boria, è apparsa ancora più perfetta nella gloria della sua inutile perfezione. Ora che un’inconsueta aspirazione di assoluto la strappava al suo frivolo destino e la rendeva interprete di una volontà diversa. Mentre fuori dal portone spalancato, azzurra la metropoli ruggiva: tremante per l’ennesima aggressione del maledetto virus. Che lì pareva come sparito, similmente al ruolo pleonastico e intollerante di una giacca divenuta all’improvviso altro: un paramento, un guscio in nulla superbo e vanaglorioso; orizzontalmente addossato a quei marmi millenari, la più perfetta parafrasi ora dell’umiltà, in sé. E così, in una città che già scuriva, per la prima volta nella storia della Moda il prezioso prototipo di un’intera storia del Gusto sembrava voler vivere la sua stagione migliore: sul corpo di una sposa come nessun’altra, tra le bianche palme di stucco inventate da Borromini. Intanto che oltre oceano due pretendenti al dominio del Mondo si contendevano il trono del consumo. 

Di Roberta Pumpo  per Romasette.it il 10 novembre 2020. Nel dolore e nella confusione generati dalla pandemia, la diocesi attinge forza e speranza dagli “Eccomi” risuonati nella basilica di San Giovanni in Laterano. Dopo l’ordinazione di cinque nuovi presbiteri, un nuovo vescovo ausiliare e otto diaconi, sabato 31 ottobre, a conclusione di un mese particolarmente «ricco di grazia», il cardinale vicario Angelo De Donatis ha presieduto nella cattedrale di Roma il rito di consacrazione di cinque donne nell’Ordo Virginum, promulgato 50 anni fa, esattamente il 31 maggio 1970, da Papa Paolo VI. Un rito di stampo nunziale durante il quale hanno detto “sì, lo voglio” Paola Zallocco, Alessandra Medici, Rosaria Piazza, Chiara d’Onofrio e Lucrezia Malena. Con i nuovi consacrati, si uniscono in «una bella cordata verso la vetta delle beatitudini, chiamate a portare, come donne e madri, il peso e la responsabilità della santità del popolo di Dio». Alla vigilia della festa di Tutti i santi, il porporato ha augurato alle “sponsae Christi” di essere «luminose» come lampade che ardono d’amore. «Amate tutti e prediligete i poveri – le parole di De Donatis -; soccorreteli secondo le vostre forze. Curate gli infermi, proteggete i bambini, aiutate gli anziani. Siate vicine ai sacerdoti e agli sposi nella preghiera, custodendo la grazia della vocazione di ciascuno». Dal cardinale vicario anche l’augurio di essere «gioiose, capaci di accogliere l’umanità sempre con un sorriso», fuggendo «ogni tentazione di freddezza, di tiepidezza, di pessimismo o di critica inutile». Il popolo di Dio, specie in questo delicato momento della pandemia, ha bisogno del sostegno di «spose feconde, non nubili sterili». Papa Francesco nel messaggio per il 50° anniversario della promulgazione del Rito della consacrazione delle vergini invita le consacrate a tessere «trame di rapporti autentici, che riscattino i quartieri delle nostre città dalla solitudine e dall’anonimato». Rifacendosi a queste parole, il cardinale ha incitato le cinque donne a mostrare al mondo «la bellezza della fraternità». Le appartenenti all’Ordo Virginum, infatti, vivono pienamente immerse nel mondo. Chiara, 37 anni, proseguirà il servizio di volontariato nel carcere di Rebibbia sezione femminile e di coordinatrice di Casa Ebron, casa di accoglienza per donne detenute agli arresti domiciliari o in misure alternative al carcere. Alessandra, 49 anni, continuerà a prendersi cura dei suoi pazienti in qualità di terapista della neuroriabilitazione pediatrica. Rosaria, 50 anni, impiegata in un ministero, continuerà ogni mattina ad andare in ufficio. Non hanno segni distintivi, non svolgono vita comunitaria ma vivono nelle loro rispettive abitazioni, non appartengono a un ordine religioso, pertanto non hanno un superiore ma hanno come figura di riferimento il vescovo che la diocesi ha scelto come delegato. Attualmente è Paolo Ricciardi, presente sabato insieme al cardinale Francesco Coccopalmerio, presidente emerito del Pontificio Consiglio per i testi legislativi. La scelta delle consacrate – che si aggiungono alle cinquanta appartenenti all’Ordo di Roma – si traduce nel dono gratuito della verginità a Cristo, vocazione che Rosaria Piazza definisce «il viaggio di un desiderio di pienezza nell’amore». Esteriormente, ha rimarcato il cardinale De Donatis, non cambia nulla ma da sabato Dio ha consacrato tutto in loro. «Le relazioni, il lavoro, gli affetti, il servizio pastorale – ha spiegato il vicario del Papa per la diocesi di Roma -. In questo modo potrete, nella semplicità della vostra vita donata, “verginizzare il mondo”, cioè aiutarlo a fare spazio all’amore di Dio». Dal porporato, infine, l’auspicio che le consacrate siano «pronte ad aiutare la Chiesa di Roma, a essere la vergine saggia e la sposa santa, capace di ascoltare il grido dell’arrivo dello Sposo, riconoscendolo poi nel piccolo, nel povero, nel malato, nel peccatore e nell’escluso». Il rito prevede la prostrazione ai piedi dell’altare prima di rinnovare il proposito di castità con le mani giunte in quelle del celebrante. Successivamente la recita di una lunga preghiera attribuita a San Leone Magno. Quindi la consegna del velo, dell’anello, simbolo delle nozze con Cristo, e del libro della Liturgia delle Ore.

L'Angelus in piazza San Pietro. Papa Francesco apre la Chiesa alle donne: “A loro ruoli con decisioni importanti”. Redazione su Il Riformista l'11 Ottobre 2020. “Preghiamo perché i fedeli laici, specialmente le donne partecipino maggiormente nelle istituzioni di responsabilità della Chiesa”, così Papa Francesco durante l’Angelus. “Laici e laiche sono protagonisti della Chiesa, c’è bisogno di allargare gli spazi a una presenza femminile più incisiva nella chiesa – aggiunge -. E di una presenza laica femminile. In genere le donne vengono messe da parte. Dobbiamo promuovere l’integrazione delle donne nei luoghi in cui si prendono le decisioni importanti”.

IL GIOVANE BEATO – “Ieri ad Assisi è stato beatificato Carlo Acutis, ragazzo 15enne innamorato dell’eucarestia. Egli non si è adagiato in un comodo immobilismo, ma ha colto i bisogni del suo tempo perché nei più deboli vedeva il volto di Cristo. La sua testimonianza indica ai giovani che la vera felicità si trova mettendo Dio al primo posto e servendolo nei fratelli , specialmente gli ultimi”, con queste parole Papa Francesco ha chiesto ai fedeli presenti in piazza san Pietro un applauso per il giovane. Bergoglio si sofferma poi sul conflitto nell’Europa dell’Est per il controllo della regione Nagorno-Karabakh: “Ho apprezzato che tra Armenia e Azerbaigian sia stato concordato un cessate il fuoco per motivi umanitari in vista del raggiungimento di un sostanziale accordo di pace”. “Nonostante tregua si dimostri troppo fragile, incoraggio a riprenderla ed esprimo partecipazione al dolore per la perdita di vite umane – aggiunge papa Francesco-. Prego e invito a pregare per vittime e per tutti coloro la cui vita è in pericolo”.

Lucetta Scaraffia per “la Stampa” il 12/10/2020. È una bella notizia: parlando dopo l'Angelus papa Francesco ha detto esplicitamente che sarebbe necessaria la presenza delle donne nei luoghi dove si prendono decisioni importanti per la Chiesa, e non possiamo che rallegrarci. Sorprende però che il Papa la presenti solo come un'intenzione di preghiera, proprio lui che avrebbe tutte le possibilità di metterla in pratica, anche subito, e di trasformarla quindi da intenzione in realtà. Anche senza aspettare le nostre preghiere. Per esempio, facendo partecipare le presidenti delle associazioni mondiali delle religiose alla commissione consultiva che ha creato esattamente un mese dopo la sua elezione, quel consiglio formato solo da cardinali che dovrebbe prendere importanti decisioni sulla riforma della Chiesa, e nel quale la partecipazione femminile potrebbe dare indispensabili contributi. Un'apertura di questo tipo avrebbe anche un altro merito: quello di dare voce a donne elette da altre donne, e non scelte dalle gerarchie maschili, come avviene di solito. E dispiace che il Papa non ricordi la necessità di fare finalmente luce sul dramma delle religiose abusate dal clero, e poi spesso costrette ad abortire dagli abusatori stessi: uno scandalo che ancora è immerso nel silenzio dell'omertà nonostante ripetute denunce. Il 5 febbraio 2019, interrogato in proposito durante la conferenza stampa al ritorno da Abu Dhabi, papa Francesco aveva detto testualmente: «È da tempo che stiamo lavorando su questo». Ma di questo impegno non si è avuto il minimo sentore, ed è ovvio che, se non si puniscono i colpevoli, questo orribile sfruttamento non farà che continuare. Una cosa è sicura: la condizione di sudditanza delle donne nella Chiesa non cambierà se qualche donna verrà scelta per ruoli apicali, ma solo se tutte le donne saranno riconosciute di pari dignità degli uomini, e la vocazione delle religiose sarà rispettata come quelle del clero o dei religiosi. E dunque quando lo sfruttamento sessuale, e quello economico delle suore ridotte a serve, saranno denunciati e puniti.

La chiesa delle donne di Papa Francesco. su Il Dubbio l'8 ottobre 2020. L’intenzione di preghiera del Pontefice per il mese di ottobre: «Dobbiamo promuovere l’integrazione delle donne nei luoghi in cui si prendono le decisioni importanti». Una presenza femminile «più incisiva nella Chiesa» e nei luoghi dove «si prendono le decisioni importanti». Papa Francesco dedica l’intenzione di preghiera per il mese di ottobre ai laici, soprattutto alle donne, affinché «partecipino maggiormente nelle istituzioni di responsabilità della Chiesa». Senza cadere però, avverte, «nei clericalismi che annullano il carisma laicale». La partecipazione delle donne non deve essere visto come una rivendicazione legata ai tempi, ma nel sacramento stesso del Battesimo. «Nessuno – afferma il Papa – è stato battezzato prete né vescovo. Siamo stati tutti battezzati come laici – sottolinea -. Laici e laiche sono protagonisti della Chiesa. Oggi c’è ancora bisogno di allargare gli spazi di una presenza femminile più incisiva nella Chiesa. E di una presenza laica, si intende, ma sottolineando l’aspetto femminile, perché in genere le donne vengono messe da parte. Dobbiamo promuovere l’integrazione delle donne nei luoghi in cui si prendono le decisioni importanti». Dall’inizio del suo pontificato, Bergoglio ha compiuto molti gesti che promuovono la volontà di aumentare la presenza femminile nella Chiesa, chiamando sempre più donne a ricoprire incarichi di responsabilità. La Rete Mondiale di Preghiera del Papa (già Apostolato della Preghiera) accompagnando il video dell’intenzione di preghiera per il mese di ottobre sottolinea che nel 2016 Francesco ha elevato al rango di festa liturgica il giorno di Santa Maria Maddalena, definita nel nuovo prefazio della Messa «apostola degli apostoli»: lo ha fatto per sottolineare l’importanza di questa donna, la prima a vedere il volto del Risorto tra i morti, la prima che Gesù chiama per nome, la prima a ricevere da Gesù la missione di annunciare la sua Resurrezione. Padre Frederic Fornos, direttore internazionale della Rete Mondiale di Preghiera del Papa, osserva che «dal 2013 si è fatto molto, ma si deve fare di più», e ricorda una frase di Papa Francesco nella Evangelii Gaudium: «Le rivendicazioni dei legittimi diritti delle donne, a partire dalla ferma convinzione che uomini e donne hanno la medesima dignità, pongono alla Chiesa domande profonde che la sfidano e che non si possono superficialmente eludere» . Circa questo video, in cui Francesco promuove «l’integrazione delle donne nei luoghi in cui si prendono le decisioni importanti», padre Fornos ricorda che «in virtù del Battesimo tutti sono chiamati ad annunciare e a servire con fedeltà il Vangelo di Gesù Cristo, a essere discepoli missionari del Signore, e tuttavia tra i fedeli laici le donne sono state consapevolmente e inconsapevolmente relegate a un livello inferiore. Come ha ricordato Francesco nella Querida Amazonia, molte donne, spinte dallo Spirito Santo, tengono viva la Chiesa in varie parti del mondo, con ammirevole dedizione e fede ardente. È fondamentale che partecipino sempre di più alle sue istanze decisionali. Questo richiede un cambiamento profondo di mentalità, richiede la nostra conversione, il che presuppone la preghiera».

La donna del cardinale. Le suore sono le protagoniste di una rivoluzione all’interno della Chiesa. Lucetta Scaraffia racconta una storia di speranza e liberazione. Luigi Mariano Guzzo su Il Quotidiano del Sud il 4 ottobre 2020. La riforma della Chiesa passa dall’altra metà dell’umanità, le donne. Proprio le suore, che molti cardinali di curia concepiscono “timide e sottomesse”, poco più che un “paio di mani che sfaccendano”, quasi invisibili, sono le protagoniste di una rivoluzione. Una rivoluzione gentile. Lucetta Scaraffia, docente di Storia contemporanea alla Sapienza di Roma, ritorna in libreria, questa volta con un romanzo dal titolo “La donna cardinale” (Marsilio, 2020). Ma in realtà, si sarebbe anche potuto intitolare “Il potere delle donne” (e che, spesso, neanche le donne sanno di avere). Perché nell’ombra, da sole contro uomini potenti, tra gli intrighi e le congiure dei Sacri Palazzi, le donne sono al centro di una storia di speranza e di liberazione. Di salvezza, per davvero, biblicamente parlando. Ed è grazie a loro che potrà realizzarsi l’opera di riforma avanzata da un uomo, il Papa francescano eletto al soglio di Pietro con il nome di Ignazio, il fondatore dei gesuiti. Insomma, la Scaraffia mette Papa Bergoglio allo specchio: lui che, nella realtà, è un gesuita con il nome di Francesco. Ma entrambi, Ignazio e Francesco, condividono la “stessa generosa visione dell’umanità” e la provenienza geografica sudamericana: mentre Bergoglio è originario dell’Argentina, il suo alter ego narrativo arriva dal Guatemala. Con un’idea che sconvolge la Chiesa: individuare una donna come Segretario di Stato del Vaticano ed elevarla a cardinale. E questa donna che, nella finzione, ora siede sulla stessa scrivania che fu di Eugenio Pacelli (Pio XII), ma anche, più recentemente, di Agostino Casaroli o di Tarcisio Bertone, condivide l’esempio di Papa Ignazio (al pari di Bergoglio), di risiedere presso un modesto appartamento a Casa Santa Marta e di consumare i pasti nella mensa della residenza, che gode – apprendiamo dal romanzo – “meritatamente, di pessima fama”. Si tratta di un terremoto per la Curia romana, che senza l’apporto delle suore non sarebbe stato possibile generare. Ecco, l’immagine della “donna cardinale”, che esce fuori dalla penna di Lucetta Scaraffia, rappresenta la necessità di una rivoluzione nella Chiesa, che si avvera grazie a due fattori determinanti: la volontà di un Papa riformatore e il contributo delle donne. Sembra fantateologia, e lo è. Ma gli scandali di natura finanziaria che, in questi giorni – quasi in una singolare coincidenza con l’uscita del romanzo –, coinvolgono, ancora una volta, il Vaticano, confermano l’urgenza di un cambio di passo Oltretevere. L’immagine della Chiesa che si presenta sotto gli occhi di Papa Ignazio è crudelmente realistica nella sua nudità: “Ho trovato resistenze malevole – confida il Pontefice guatemaleteco – a ogni mia iniziativa, con il pretesto che la tradizione dev’essere preservata a ogni costo. Ho trovato una Chiesa autoreferenziale, chiusa al mondo esterno, protetta da privilegi scandalosi. Una Chiesa che si accontenta di sopravvivere, in un momento drammatico della Storia, quando occorrerebbe una parola combattiva, autenticamente cristiana”. Lucetta Scaraffia indica così l’agenda di una riforma ecclesiale ormai non più rinviabile: la scelta di povertà (pensiamo alla presenza di un istituto finanziario che agisce, a tutti gli effetti, come una banca vaticana, lo Ior) e la valorizzazione delle donne nella vita della Chiesa. La Scaraffia sa bene che non ci sono ragioni di ordine teologico per impedire il conferimento della dignità cardinalizia alle donne (e, forse, persino Giovanni Paolo II ne aveva una in pectore). E peraltro in questo romanzo la donna cardinale non assume funzioni sacerdotali, ma di governo. Che, poi, nella realtà, è questa l’aspirazione della teologa Anne Soupa, 73 anni, che, solo poche settimane addietro, si è (auto) “candidata” a diventare arcivescovo di Lione. Un tema cruciale del romanzo è la condizione delle suore e i loro rapporti con il clero: “le suore sono "al servizio" – leggiamo – e non "a servizio", come si dice delle collaboratrici domestiche delle famiglie”. D’altronde, Lucetta Scaraffia un anno fa si è dimessa da direttrice del supplemento dell’Osservatore romano “Donne Chiesa Mondo”, che aveva fondato, dopo che la rivista si era occupata degli abusi sessuali e del potere che, in tutto il mondo, subiscono le religiose (la denuncia arriva dall’Unione internazionale delle superiori religiose). E, adesso ritorna sull’argomento. E chissà che questo romanzo, finendo nelle mani di una delle tante suore che lavorano nella Curia romana, non diventi un “libretto” di istruzioni su come innescare un’autentica rivoluzione nella Chiesa. A partire da loro, da tutte voi, dalle donne.

Sulle suore il papato di Francesco fa cadere un altro velo. Fabrizio Mastrofini su Il Riformista l'1 Agosto 2020. Abusi all’interno delle congregazioni religiose femminili? Il tema non è nuovo però stavolta ad occuparsene è La Civiltà Cattolica, la rivista dei gesuiti particolarmente autorevole perché gli articoli prima di venire pubblicati vengono approvati dalla Segreteria di Stato del Vaticano. Si punta il dito contro gli «Abusi di autorità nella Chiesa. Problemi e sfide della vita religiosa femminile», articolo firmato dal gesuita Giovanni Cucci e di lettura libera dal sito del quindicinale (laciviltacattolica.it). Del tema aveva parlato papa Francesco nel dialogo con i giornalisti di ritorno dal viaggio ad Abu Dhabi nel febbraio 2019; di abusi sessuali da parte dei sacerdoti verso le suore si era parlato nei primi anni Duemila. Qui la questione è diversa ed è interna alle congregazioni religiose femminili: ricatti psicologici, costrizioni, privazioni di beni necessari giustificate con la povertà che sovente diventano torture. Non infrequenti i casi di superiore generali rielette per decenni in violazione ad ogni regola interna. Gli esempi, del resto, non mancano: «In una Congregazione (attualmente in fase di commissariamento) la medesima suora è stata consigliera generale per 12 anni, successivamente superiora generale per 18 anni, ed è riuscita a farsi eleggere di nuovo vicaria generale, “pilotando” il capitolo, per poter continuare a governare di fatto negli anni successivi». Così «lentamente la fedeltà al carisma diventa fedeltà nei confronti dei gusti e delle preferenze di una particolare persona, che decide arbitrariamente chi possa o no usufruire delle possibilità formative o di studio, considerate una forma di premio assegnato alle più fedeli e docili, a scapito invece di chi esprime un pensiero differente. Da qui forme di ricatto per conseguire una gestione del potere senza limiti». Talvolta «essere superiora sembra garantire altri privilegi esclusivi, come usufruire delle migliori cure mediche, mentre chi è una semplice suora non può neppure andare dall’oculista o dal dentista, perché “si deve risparmiare”». E «gli esempi riguardano purtroppo ogni aspetto della vita ordinaria: dall’abbigliamento alla possibilità di fare vacanza, avere una giornata di riposo o, più semplicemente, poter uscire per una passeggiata, tutto deve passare dalla decisione (o dal capriccio) della medesima persona». Si arriva ad eccessi che se non fossero tragici sarebbero patetici: «se si chiede un indumento pesante, si deve attendere la deliberazione del Consiglio, o la richiesta viene rifiutata “per motivi di povertà”. Alla fine alcune suore si sono rivolte ai familiari. Diventa perciò ancora più triste per loro venire a sapere che l’armadio della superiora è pieno di indumenti acquistati senza consultare nessuno con i soldi della comunità, mentre altre hanno a malapena un ricambio». E il denaro? Altro tema scottante. «Anche la gestione patrimoniale di un Istituto come proprietà personale è un altro tasto doloroso di alcune Congregazioni femminili, dove la complicità fra la superiora generale e l’economa (anch’essa di fatto a vita, nonostante i limiti dell’età) finisce per consentire il controllo completo dei beni». Difficile poter resistere alle pressioni psicologiche, soprattutto se le suore vengono da altri paesi, non conoscono lingua, usanze, leggi, hanno scarsi livelli di istruzione. Nota l’articolista: «contrariamente agli orientamenti espressi dalla Chiesa ormai da molti anni, si continua a praticare l’usanza di importare vocazioni da altri Paesi, impiegando le giovani come “tappabuchi”, invece di garantire loro una migliore formazione. Le nuove arrivate per lo più non hanno possibilità di difendersi, sia per la difficoltà della lingua sia per l’assoluta incapacità a orientarsi al di fuori della casa religiosa dalla quale di solito non possono uscire e che, più che come una comunità, viene vissuta come una prigione». Non infrequenti i casi di suore che lasciano il convento e si ritrovano letteralmente per strada: «c’è stato anche qualche caso di prostituzione per potersi mantenere». Nonostante Papa Francesco abbia voluto una casa di accoglienza per questi casi – comunque una goccia nel mare – il problema è lontano da avere soluzioni. Sono necessari – conclude padre Cucci – degli «interventi efficaci di verifica e vigilanza sulla modalità di esercizio del governo, perché tali abusi non si ripetano e si possa offrire a chi desidera consacrarsi al Signore una modalità più evangelica di vivere l’autorità e la vita fraterna».

Civiltà Cattolica: "Abusi di potere nelle congregazioni di suore". Pubblicato giovedì, 30 luglio 2020 da Paolo Rodari su La Repubblica.it Anche casi abuso sessuale, ma per lo più di autorità e coscienza. Ne aveva parlato a lungo l’inserto femminile de L’Osservatore Romano e adesso è anche Civiltà Cattolica, la rivista dei gesuiti i cui lavori sono supervisionati dalla Segreteria di Stato, a tornare su un tema di certo malagevole per l’istituzione: gli abusi che avvengono all’interno delle Congregazioni femminili. Non si tratta soltanto di violenza sessuale e non ha a che fare con minori. Dall’esperienza pastorale e dai colloqui avuti in proposito “si tratta – secondo un saggio intitolato “Abusi di autorità nella Chiesa. Problemi e sfide della vita religiosa femminile” e anticipato dall’Ansa – per lo più di abusi di potere e di coscienza”.

Le manipolazioni. La rivista dei Gesuiti sviscera un’accusa importante. Tanto che arriva a parlare di casi in cui “l’abilità di alcune superiore, capaci di individuare anime generose, ma anche vulnerabili alle manipolazioni” portano ad arbitrarie gratificazioni, come “possibilità formative o di studio”, nei confronti delle “più fedeli e docili, a scapito invece di chi esprime un pensiero differente” e a “forme di ricatto per conseguire una gestione del potere senza limiti”. E cita l’intervista del cardinale prefetto della Vita consacrata, Joao Braz de Aviz, che nell’inserto femminile dell’Osservatore parlò di casi “di superiore generali che una volta elette non hanno più ceduto il loro posto”, mentre “una ha voluto persino cambiare le costituzioni per poter restare superiora generale fino alla morte” e comunque della tendenza “a prolungare ad ogni costo il mandato ricevuto”. “In una Congregazione (attualmente in fase di commissariamento) - scrive l’articolista, padre Giovanni Cucci - la medesima suora è stata consigliera generale per dodici anni, successivamente superiora generale per 18 anni, ed è riuscita a farsi eleggere di nuovo vicaria generale, "pilotando" il capitolo, per poter continuare a governare di fatto negli anni successivi”.

I privilegi. E la domanda è “se il governo sia considerato una forma di assicurazione di privilegi preclusi agli altri membri, come ad esempio, nel caso in questione, affidare alle comunità i familiari e i parenti, ospitati e curati gratuitamente”. In alcuni casi “i familiari sono anche stati sepolti nella tomba della Congregazione”, mentre “in un altro Istituto la superiora, senza consultare nessuno, si è portata la mamma nella comunità delle suore fino alla morte, permettendole anche di condividere gli spazi comunitari per circa vent'anni. Ogni estate abbandonava la comunità per portarsi la mamma in vacanza”. Essere superiora, in certi casi, “sembra garantire altri privilegi esclusivi, come usufruire delle migliori cure mediche, mentre chi è una semplice suora non può neppure andare dall'oculista o dal dentista, perché "si deve risparmiare"”.

Piccoli vantaggi. Gli esempi “riguardano purtroppo ogni aspetto della vita ordinaria”: dall'abbigliamento alla possibilità di fare vacanza, avere una giornata di riposo o, più semplicemente, poter uscire per una passeggiata, “tutto deve passare dalla decisione (o dal capriccio) della medesima persona”. E “se si chiede un indumento pesante, si deve attendere la deliberazione del Consiglio, o la richiesta viene rifiutata "per motivi di povertà"”. Alla fine alcune suore si sono rivolte ai familiari, e magari hanno saputo che “l'armadio della superiora è pieno di indumenti acquistati senza consultare nessuno con i soldi della comunità, mentre altre hanno a malapena un ricambio”. Per Civiltà Cattolica spesso nelle Congregazioni femminili governare è sinonimo di privilegio, a scapito dei più deboli, mentre la casa religiosa “più che come una comunità, viene vissuta come una prigione”. E poi non mancano “casi di abusi sessuali subiti dalle novizie da parte delle formatrici; una situazione più rara rispetto alle Congregazioni maschili, ma forse, proprio per questo, ancora più grave e dolorosa”.

Domenico Agasso Jr. per lastampa.it il 25 aprile 2020. I sacerdoti sono «in pericolo», se non instaurano un «rapporto equilibrato» con l’universo femminile. Serve una maggiore presenza di donne nella formazione dei preti. Lo afferma il cardinale Marc Ouellet, prefetto della Congregazione per i Vescovi, in una intervista a Donne Chiesa Mondo, il mensile dell'Osservatore Romano. Così si favorirebbe l'equilibrio della personalità e dell'affettività dell’uomo». E si eviterebbero degli «abusi», sostiene il porporato. Ouellet parla del rapporto tra gli aspiranti sacerdoti con signore e ragazze: «C’è un disagio, perché c'è la paura... Più da parte dell'uomo verso la donna che dalla donna verso l'uomo. Per un seminarista, la donna rappresenta il pericolo! Mentre, in realtà, il vero pericolo sono gli uomini che non hanno un rapporto equilibrato con le donne». Per il porporato è questo il rischio «nel sacerdozio, è questo che dobbiamo cambiare radicalmente. Per questo durante la formazione è importante che ci siano contatto, confronto, scambi». Ciò aiuterebbe «il candidato a interagire con le donne, in modo naturale, e anche a far fronte alla sfida che rappresenta la presenza della donna, l'attrazione verso la donna. Questo si deve insegnare e imparare sin dall'inizio, non isolare i futuri preti che poi si ritrovano brutalmente nella realtà; e allora possono perdere il controllo». Alla domanda se, con una maggiore presenza di donne nella formazione dei sacerdoti, la crisi degli abusi da parte del clero non avrebbe raggiunto livelli così drammatici, Ouellet risponde: «C’è certamente una parte di verità in questo. Perché l'uomo è un essere affettivo. Se è assente l'interazione tra i sessi, c'è il rischio di sviluppare compensazioni... che possono essere di tipo alimentare, oppure esprimersi nell'esercizio del potere, o in relazioni chiuse, una chiusura che diventa manipolazione, controllo... e che può sfociare negli abusi di coscienza e negli abusi sessuali». Il Cardinale canadese ritiene che «per il prete, imparare a rapportarsi con la donna, nell'ambito della formazione sia un fattore umanizzante che favorisce l'equilibrio della personalità e dell'affettività dell’uomo». Le donne rappresentano spesso una presenza numericamente maggioritaria tra i destinatari e i collaboratori dell'azione pastorale del sacerdote. Ma per Ouellet rimane molto da fare. Il modello è ancora troppo clericale, che significa «un cambio di mentalità. Un prete si può preparare a predicare bene, a compiere tutte le funzioni come si deve. Ma la pastorale è anzitutto la cura delle persone. E l'attenzione alle persone è una qualità naturalmente femminile. Conta la sensibilità della donna per la persona, meno per la funzione». Dice Ouellet: «Non si tratta solo di promuovere la donna, ma di considerarla come parte integrante di tutta la formazione». Le donne «possono partecipare in molti modi: nell'insegnamento teologico, filosofico, nell'insegnamento della spiritualità. Possono fare parte della squadra dei formatori, in particolare nel discernimento delle vocazioni. In questo campo abbiamo bisogno del parere delle donne, della loro intuizione, della loro capacità di cogliere il lato umano dei candidati, il loro grado di maturità affettiva o psicologica». Per quanto riguarda l'accompagnamento spirituale, «la donna può essere di aiuto, certo, ma credo che sia meglio che sia un sacerdote ad accompagnare un candidato al sacerdozio. La donna, invece, può accompagnare la formazione umana, un aspetto che non è, secondo me, abbastanza sviluppato nei seminari». È necessario valutare «il grado di libertà dei candidati, la loro capacità di essere coerenti, di stabilire il loro programma di vita, e anche la loro identità psicosociale e psicosessuale». Ouellet sostiene che «l’esperienza della collaborazione con donne a un livello paritario aiuti il candidato a prospettare il suo futuro ministero e il modo in cui saprà rispettare le donne e collaborare con loro. Se non si comincia durante la formazione, il prete rischia di vivere il suo rapporto con le donne in modo clericale», avverte. Quanto alla Ratio fundamentalis del 2016, pubblicata dalla Congregazione per il Clero, che propone una formazione integrale del prete, il prelato aggiunge: «Credo che questo testo necessiti di ulteriori aperture e sviluppi. Siamo ancora in una concezione clericale della formazione che si sforza di progredire ma rimanendo nella continuità di ciò che si è fatto. Ci sono elementi in più riguardo alla formazione umana, ma credo che sia ancora molto carente per quanto riguarda l'integrazione della donna nella formazione». Sussistono questioni concrete irrisolte, come la difficoltà di accettare un rapporto paritario tra i due sessi. Il problema è «probabilmente più profondo. Viene dal modo in cui la donna è trattata nelle famiglie. C’è un disagio, perché c’è la paura».

Chi è Francesca Di Giovanni, primo sottosegretario donna in Vaticano. Laura Pellegrini il 15/01/2020 su Notizie.it. Francesca Di Giovanni è il nuovo sottosegretario della Sezione per i Rapporti con gli Stati: si tratta della prima donna a rivestire questo ruolo. Papa Francesco ha nominato Francesca Di Giovanni, già sottosegretario di Stato, sottosegretario della Sezione per i Rapporti con gli Stati. Si tratta della prima donna a rivestire un ruolo dirigenziale di tale rilievo in Vaticano. Dal canto suo, il Pontefice ha da sempre rimarcato la difesa del ruolo della donna e nel Sinodo dello scorso ottobre ribadiva: “Bisogna riflettere su cosa significa il ruolo della donna nella Chiesa”. Nominando Francesca sottosegretario in Vaticano ha voluto compiere un passo senza precedenti. Lo stesso cardinale Parolin, qualche anno fa, spiegava che “in teoria una donna potrebbe anche ricoprire l’ufficio di Segretario di Stato”. Questo ruolo, infatti, “non è legato ai sacramenti e al sacerdozio”.

Chi è Francesca Di Giovanni. “Anche una donna può essere a capo di un Dicastero”: Francesca Di Giovanni, infatti, è stata nominata dal Papa sottosegretario della Sezione per i Rapporti con gli Stati. Sarà la prima donna a rivestire un ruolo di dirigenza alla Santa Sede e nel dettaglio nella Terza Loggia Vaticana. Francesca è nata nel 1953 in Sicilia, a Palermo, e ha conseguito una laurea in Giurisprudenza: dal 15 settembre 1993 è l’Officiale della Segreteria di Stato. A tale riguardo, inoltre, la Santa Sede ha spiegato che Francesca “ha svolto il suo servizio sempre nel settore multilaterale“. Quest’ultimo, secondo la nuova nominata è “un settore delicato e impegnativo che necessita di un’attenzione particolare, perché ha modalità proprie, in parte diverse da quelle dell’ambito bilaterale”. Nonostante ciò, però, Francesca non si aspettava che il Pontefice le affidasse un ruolo di tale rilievo e mostra tutta la sua sorpresa nella scoperta dell’incarico. “Effettivamente, è la prima volta che una donna ha un compito dirigenziale in Segreteria di Stato – ha proseguito -. Il Santo Padre ha preso una decisione innovativa, certamente, che, al di là della mia persona, rappresenta un segno di attenzione nei confronti delle donne. Ma la responsabilità è legata al compito, più che al fatto di essere donna”.

Cos’è il settore multilaterale. Francesca ha spiegato brevemente quali saranno i suoi compiti da oggi, chiarendo anche che cosa sia il “settore multilaterale”. “Si può dire che tratta dei rapporti che riguardano le organizzazioni intergovernative a livello internazionale”. Tale settore “comprende la rete dei trattati multilaterali, che sanciscono la volontà politica degli Stati riguardo ai vari temi concernenti il bene comune internazionale”. Tra gli altri ambiti citati vi sono lo “sviluppo, l’ambiente, la protezione delle vittime dei conflitti, la condizione della donna e così via”. “Continuerò ad occuparmi di ciò che ho seguito fino ad ora – ha proseguito -, anche se adesso avrò il compito di coordinare il lavoro di questo settore“.

Gian Guido Vecchi per il “Corriere della Sera” il 16 gennaio 2020. Con i tempi della Chiesa, ma le cose si muovono: Papa Francesco ha nominato Francesca Di Giovanni, esperta in diritto internazionale, da 27 anni in Segreteria di Stato, come sottosegretario della Sezione per i Rapporti con gli Stati. È la prima volta che una donna, per di più laica, occupa una posizione dirigenziale così elevata nella Santa Sede, ai vertici della Terza Loggia. Francesco aveva già nominato tre donne come sottosegretari di «ministeri vaticani»: suor Carmen Ros Nortes alla Congregazione dei religiosi, Gabriella Gambino e Linda Ghisoni al dicastero per i laici, la famiglia e la vita. Ma la Segreteria di Stato è il dicastero più vicino al Papa nel governo della Chiesa: guidata dal Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, «primo ministro» del Papa, la Segreteria è divisa in tre sezioni, una delle quali è diretta dal Segretario per il rapporti con gli Stati, l' arcivescovo Paul Richard Gallagher, una sorta di ministro degli Esteri della Santa Sede del quale Francesca Di Giovanni, già «officiale» della stessa sezione, diventa ora uno dei due «vice». Dall' inizio del pontificato, Francesco parla della necessità di riconoscere più spazio alle donne, «bisogna riflettere su cosa significa il ruolo della donna nella Chiesa», aveva ripetuto a conclusione del Sinodo di ottobre, salvo aggiungere che non era solo una questione di incarichi. Del resto il Papa spiegò che «anche una donna può essere a capo di un Dicastero». E lo stesso cardinale Parolin, tre anni fa, ha ricordato che «in teoria una donna potrebbe anche ricoprire l' ufficio di Segretario di Stato, che non è legato a sacramenti e sacerdozio». La nomina di Francesca Di Giovanni, nell' attesa, è un passo in avanti notevole. «Che il Santo Padre affidasse a me questo ruolo, sinceramente non l' avrei mai pensato», ha spiegato ai media vaticani. «In effetti, è la prima volta che una donna ha un compito dirigenziale in Segreteria di Stato. Il Santo Padre ha preso una decisione innovativa che, al di là della mia persona, rappresenta un segno di attenzione nei confronti delle donne. Ma la responsabilità è legata al compito, più che al fatto di essere donna». Nata a Palermo nel 1953 e laureata in Giurisprudenza, Francesca Di Giovanni fa parte dei Focolari e nel movimento cattolico fondato da un' altra donna, Chiara Lubich, ha iniziato lavorando nel settore giuridico-amministrativo del centro internazionale dell' Opera di Maria. Officiale della Segreteria di Stato dal 15 settembre 1993, «ha svolto il suo servizio sempre nel settore multilaterale, soprattutto per quanto riguarda temi concernenti i migranti e i rifugiati, il diritto internazionale umanitario, le comunicazioni, il diritto internazionale privato, la condizione della donna, la proprietà intellettuale e il turismo», informa la Santa Sede. Come sottosegretario, si occuperà del «settore multilaterale», spiega: «In parole povere si può dire che tratta dei rapporti che riguardano le organizzazioni intergovernative a livello internazionale e comprende la rete dei trattati multilaterali, che sono importanti perché sanciscono la volontà politica degli Stati riguardo al bene comune internazionale: pensiamo allo sviluppo, all' ambiente, alla protezione delle vittime dei conflitti, alla condizione della donna e così via. Continuerò ad occuparmi di ciò che ho seguito fino ad ora all' interno della sezione per i Rapporti con gli Stati, anche se adesso, in questo nuovo ruolo, avrò il compito di coordinare il lavoro di questo settore». Certo la strada per le donne è ancora lunga. Nell' ultimo numero del mensile «Donne Chiesa Mondo» dell' Osservatore Romano , il quotidiano della Santa Sede, un articolo delle fondatrici dell'«Associazione donne in Vaticano» è intitolato «Rompere il muro della diseguaglianza». Circa 950 donne lavorano per la Santa Sede, si legge: «Quante sono, fra noi, le donne con ruoli di responsabilità che riescono ad arrivare ai livelli dirigenziali? Finora ben poche».

Francesca Di Giovanni è il primo sottosegretario donna nella Segreteria di Stato. Pubblicato mercoledì, 15 gennaio 2020 su Corriere.it da Gian Guido Vecchi. Papa Francesco ha nominato la dottoressa Francesca Di Giovanni, officiale della Segreteria di Stato, nuova sotto-segretario della Sezione per i Rapporti con gli Stati, incaricandola di seguire il settore multilaterale. Andrà ad affiancare monsignor Mirosław Wachowski, che si occuperà principalmente del settore della diplomazia bilaterale. Di Giovanni, da quasi 27 anni in Segreteria di Stato, è nata a Palermo nel 1953, è laureata in Giurisprudenza. Ha completato la pratica notarile e ha lavorato nell’ambito del settore giuridico-amministrativo presso il Centro internazionale dell’Opera di Maria (Movimento dei Focolari). Dal 15 settembre 1993 lavora come officiale nella Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato. Ha svolto il suo servizio sempre nel settore multilaterale, soprattutto per quanto riguarda temi concernenti i migranti e i rifugiati, il diritto internazionale umanitario, le comunicazioni, il diritto internazionale privato, la condizione della donna, la proprietà intellettuale e il turismo.

Caterina Maniaci per ''Libero Quotidiano'' il 20 gennaio 2020. L'ultimo gradino della scala verso il più alto dei cieli vaticani lo ha raggiunto Francesca Di Giovanni, arrivando fin nel cuore della Segreteria di Stato, il potente ministero che si occupa della politica estera, visto che è stata nominata sottosegretaria del Settore multilaterale per i Rapporti con gli Stati. Un ruolo che fino al 2009 era stato mantenuto dall' attuale segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin. È una donna molto determinata, la Di Giovanni, 66 anni, con una lunga serie di titoli di studio importanti conseguiti e una esperienza di lavoro -nata come consulente legale in un organismo nell' ambito del Movimento dei Focolari - e in particolare nella diplomazia vaticana, che ormai conta quasi trent' anni, tale da farla diventare punto di riferimento anche per un dicastero così cruciale per la vita dello stato del Papa. Si tratta del ruolo dirigenziale più importante mai raggiunto prima da una donna sotto il Cupolone, un' ascesa impensabile fino a non molti anni fa. Francesca Di Giovanni fa parte dell' esercito al femminile che ormai conta quasi mille "unità", 950 per l' esattezza, e che manda avanti la quotidianità complessa del Vaticano, rappresentando oltre il venti per cento della sua forza-lavoro. Tra queste fila spicca una rosa ristretta di donne che occupano posti di grande rilevanza e che per questo sono balzate agli onori delle cronache. Come Barbara Jatta, 58 anni, diventata direttrice dei Musei Vaticani nel 2017, tra i più importanti e visitati al mondo. Una laica, come Francesca, sposata e madre di tre figli, che per molto tempo si è occupata del prestigioso Gabinetto delle stampe e dei disegni. O suor Mary Melone, 51 anni, nominata rettore della Pontificia Università Antonianum, anche lei detentrice del "titolo" di prima donna a cui è toccato una simile ruolo dirigenziale. È noto che papa Francesco ha incrementato la presenza femminile anche in ruoli strategici, continuando su una strada tracciata a suo tempo da Giovanni Paolo II, ulteriormente ampliata da Benedetto XVI, che è stato, prima dell' attuale pontificato, colui che ha aperto maggiormente le porte alla presenza femminile. E ora sarebbero 950 le lavoratrici all'interno dello Stato, così come specificato anche innanzitutto articolo apparso sull' Osservatore Romano alla fine del dicembre scorso, e firmato da due delle fondatrici dell' Associazione Donne in Vaticano, Romilda Ferrauto, Adriana Masotti, Gudrum Sailer, nel quale, fra l' altro, assicurano che, a parità di livello, «il loro stipendio è uguale a quello dei colleghi uomini». Tutto questo però non impedisce, veniva rilevato nell' articolo citato, il fatto che «anche in Vaticano le donne sono viste volte viste da uomini, ma anche da altre donne, come persone di minor valore intellettuale e professionale, sempre disponibili al servizio, sempre docili ai comandi superiori». A proposito di questo gruppo, la cui sigla è D.Va., va ricordato che è nata nel 2016, ed è stata la prima associazione femminile mai creata dentro le Mura Leonine. Sono state in dodici a dar vita a questo evento che non è esagerato definire storico, donne di varie nazionalità e appartenenti a diversi uffici. L' Associazione organizza varie attività in ambito sociale, culturale e spirituale, con molte iniziative di beneficenza. La loro guida spirituale è padre Federico Lombardi, ex direttore della sala stampa vaticana e oggi presidente della Fondazione Raztinger. E per ritornare alla "mappa rosa" in Vaticano, che mira ad ingrandirsi sempre più e ad entrare finalmente nelle stanze "che contano", bisogna ancora ricordare che oggi una donna ricopre il ruolo di vicedirettore della sala stampa vaticana, Palma Garcia Ovejero, una alla guida dell' ospedale pediatrico Bambino Gesù, Mariella Enoc. Ci sono una decina di suore centraliniste, poi le addette alla reception di casa Santa Marta, dove risiede il Papa, quelle che si occupano della, pulizia e delle cappelle. Il maggior numero di lavoratrici si trova dislocato fra la Biblioteca Apostolica, la Radio Vaticana, senza contare le giornaliste che lavorano per L' Osservatore Romano. Quasi una trentina Fidare, poi, lavorano a Propaganda Fidae, l'organismo a cui fanno capo le missioni nel mondo.

·        Le Suore.

Giulia Villoresi per “Il Venerdì - la Repubblica” il 21 settembre 2020. Nel novembre 2018 l'Unione internazionale delle superiori generali (Uisg), che comprende oltre duemila congregazioni femminili cattoliche, ha chiesto alle religiose di tutto il mondo di denunciare «alle autorità civili e penali» gli abusi sessuali e di potere del clero. Poco più di un anno dopo, il supplemento femminile dell' Osservatore Romano, Donne Chiesa Mondo torna sull' argomento: lo scandalo è affine alla pedofilia, ma è coperto da un silenzio più ostinato. Perché implica l' aborto. E perché le religiose hanno «il timore di ritorsioni non solo su di sé, ma anche sull' ordine di appartenenza». Il tema è la grave mancanza di dignità della donna nelle istituzioni ecclesiastiche. Poco dopo questo articolo, la fondatrice e direttrice della rivista, Lucetta Scaraffia, docente di Storia contemporanea alla Sapienza di Roma, dà le dimissioni insieme all' intero staff. Ora ha deciso di tornare a parlare di donne e Chiesa, ma nella forma meno compromettente del romanzo: in La donna cardinale (Marsilio, pp. 112, euro 15) l' elezione di un Papa riformatore, Ignazio, dà inizio a una congiura ordita da faccendieri e alti prelati per liberarsi del pontefice. Tra le poste in gioco ce n'è una inconcepibile: il Papa ha intenzione di nominare una donna segretario di Stato e crearla cardinale. In questo ambiente corrotto, gli unici soggetti che possono ribaltare la situazione sono quelli che nessuno teme, perché sono invisibili: le donne.

Nel romanzo descrive uomini di Chiesa del tutto privi di conflitto interiore. È la sua esperienza?

«Sì. Sembra che alcuni di loro abbiano perso il contatto con la realtà, che siano disposti a tutto pur di rimanere dove sono».

Può farci qualche esempio?

«L' arma più diffusa nelle lotte di potere sono gli scandali sessuali e finanziari pilotati ad arte per ricattare».

Scusi, ma il Papa circondato da spie e microfoni...?

«Dietro il romanzo ci sono molte verità».

Anche lo Ior che ricicla il denaro che viene dal mercato della prostituzione, della droga e del traffico di migranti?

«Sì».

Scusi ancora, ma lei come lo sa?

«Li ho visti. Sono stata lì per sette anni. E ho potuto vederli soprattutto perché sono una donna: perché pensavano che non capissi».

Lei descrive una situazione che ha dell' incredibile...

«Le donne che lavorano in Vaticano in genere vengono da un certo tipo di percorso, sono assuefatte all' arroganza dei preti: non la vedono. Ma io sono arrivata lì senza alcuna esperienza interna. E sono rimasta allibita».

Di nuovo: può fare un esempio?

«Immagini una professoressa di mezza età invitata a cena insieme a dei cardinali, magari anche più giovani, che viene servita sempre per ultima. Che davanti a una porta viene spintonata come se fosse invisibile».

Un maschilismo che non prevede alcuna galanteria non è più affine al mondo islamico che al nostro?

«Sì. Eppure è stato proprio il cristianesimo a gettare i semi dell' uguaglianza di genere. Cristo ha compiuto una rivoluzione negando l' impurità della donna. In seno al cristianesimo, per secoli, la donna ha avuto possibilità che nel mondo laico le erano precluse. Caterina da Siena, un' analfabeta, prende parola a un sinodo e sgrida il Papa. Oggi sarebbe impensabile».

Proprio oggi che le donne rappresentano i due terzi dei consacrati. Come si spiega che abbiano perso ogni dignità?

«Perché il potere si è saldato col sacerdozio. Pensi che le suore, non potendo essere consacrate sacerdoti, sono considerate "laiche", cioè non ordinate.

Le religiose non fanno parte del clero, ma in un certo senso sono considerate proprietà del clero».

Qual è la sua esperienza degli abusi?

«Quando abbiamo fondato Donne Chiesa Mondo molte suore hanno capito che da noi c' era una certa libertà e hanno cominciato a parlare. Così è emersa una realtà quotidiana agghiacciante».

Può riassumerla?

«Suore mandate a servizio nelle abitazioni di preti, vescovi e cardinali, con paghe misere o inesistenti, magari dopo un dottorato in teologia, ridotte a colf, o, peggio, a schiave sessuali dei "padroni", che quando restano incinte le costringono ad abortire, o le fanno cacciare dalla loro congregazione con l' accusa di essersi concesse altrove. Tante finiscono per strada. Alcune arrivano a prostituirsi per la fame. Qualcuna si è suicidata».

Quelle che lancia sono accuse gravissime. Ma il Vaticano cosa dice?

«Quando ho provato a parlarne, sa cosa rispondevano molti? "Ah, le relazioni romantiche". Le chiamano così».

Esistono dati che possano quantificare il fenomeno?

«No. Però c' è un domenicano, Thomas Doyle, che ha fatto una grande inchiesta da cui emergerebbe che il 40 per cento dei preti non vive la castità. Di questi, il dieci per cento ha una relazione. Faccia le sue deduzioni sul restante trenta per cento».

E l' invito a denunciare della Uisg?

«L' istituzione non può ascoltare le denunce, perché implicano dei ministri della Chiesa che pagano gli aborti. Anche in gran quantità».

In questo scenario una donna cardinale è impensabile.

«Lo è finché le donne non si mobilitano. Solo loro possono riformare la Chiesa, perché non sono compromesse col potere, non hanno nulla da perdere».

Ma bisognerebbe modificare il diritto canonico.

«Lo modificano ogni cento anni. Fino al 1919 i cardinali potevano anche essere dei laici, quindi anche delle donne. Modifichiamolo ancora».

Quindi quello che lei si auspica, da cattolica, non sono le donne sacerdote, ma donne laiche che partecipano alle decisioni della Chiesa?

«Fare le donne sacerdote significherebbe clericalizzare e quindi corrompere anche la forza femminile della Chiesa. Facciamole cardinali. Sa, c' è una storia mai smentita, secondo cui Giovanni Paolo II ha lasciato un cardinale in pectore, cioè creato in segreto, che era una donna».

Sa chi è?

«Chiara Lubich, la fondatrice del Movimento dei Focolari. Quando ho chiesto a Maria Voce, la nuova presidente del Movimento, se fosse vero, lei si è limitata a sorridere».

Santo coraggio, sorella astuzia. Le suore venete che fecero la Resistenza. Pubblicato venerdì, 15 maggio 2020 su Corriere.it da Corrado Stajno. Un libro di memoria, coraggioso, ardente. Si intitola Le suore della libertà, l’ha scritto Albarosa Ines Bassani, una suora colta, autrice di studi di storia contemporanea, tra le prime due donne nominate dal Papa come Consultore per le cause dei santi. Nel 2017 scrisse, anche allora per l’editore Gaspari di Udine, un drammatico libro, L’altra Caporetto, quel che accadde, un tormento, durante la Grande guerra di là dal Piave. Il nuovo ne è un po’ il seguito: Tra guerra e Resistenza (1940-1945) recita il sottotitolo. Il libro di Albarosa Ines Bassani, «Le suore della libertà. Tra guerra e Resistenza (1940-1945)», è pubblicato dall’editore Gaspari di Udine (pp. 175, euro 18)L’autrice ha consultato e raccolto con somma cura un’infinità di lettere, diari inediti, cronache, relazioni, messaggi che le sue consorelle, le Dorotee di Vicenza, inviavano in quegli anni alla Madre generale. Narrano, come racconta la suora nel suo corposo e documentato scritto, storie di bombardamenti su case, scuole, ospedali, ospizi, collegi; danno notizia dell’avanzata degli Alleati, delle atrocità dei nazisti e dei fascisti; raccontano la guerra vissuta e sofferta dalle suore con gli ammalati, i vecchi, i bambini, negli orfanotrofi, nelle carceri, negli asili, nelle scuole. Le Dorotee, rischiando la vita, nascosero nei loro conventi ebrei, soldati sbandati, prigionieri inglesi fuggiaschi. Le staffette partigiane dall’ampia gonna nera non fecero mancare l’aiuto ai soldati tedeschi e fascisti, malati, feriti: vedevano in loro solo «l’uomo da salvare». «Le suore della libertà» è soprattutto un libro contro la guerra, la sua ferocia, la sua stupidità. Una lettera dolorante di una giovanissima suora, Anna Celeste Dalla Costa, inviata il 9 maggio 1944 alla Superiora Generale, com’era uso, ne è un po’ il simbolo: «Quanta pena, quanti lutti, quante rovine, quante miserie ha portato questa terribile guerra!... Vedesse, Madre (...) quante scene pietose si presentano dinanzi a noi; quanta fame, quante lacrime vediamo spargersi ogni giorno! (...) È una gran pena l’aumentarsi precipitoso di gente affamata che viene a bussare tutti i momenti alla nostra porta e non poterla sovvenire!...». Il libro è ricco di fatti, di personaggi generosi e anche perfidi e feroci, di storie che non sembrano vere, specchio spesso appassionato della piccola Italia, la più generosa. «Era come entrare in un film accanto ai protagonisti — racconta l’autrice —, trovarsi in luoghi del passato insieme a persone sconosciute o dimenticate. Ricevere insieme a loro le ansie (...) le paure e le angosce sofferte giorno dopo giorno in quei drammatici lunghi anni di guerra. Le vicende belliche (...) nei racconti delle suore diventavano esperienze reali, vive appassionanti, che coinvolgevano fino alla commozione». Albarosa Ines Bassani non ha letto soltanto lettere, diari, documenti, è riuscita a parlare con le poche testimoni rimaste in vita: suor Casimira e suor Adelina che per mesi nascosero due ebrei scampati alla retata romana del 16 ottobre 1943 e tre donne ebree con i loro bambini. Cita Nuto Revelli che nel suoLa strada del Davai si domanda se abbia senso ritornare su tante brutture, su tante sofferenze. Suor Albarosa si chiede anche lei se sia utile ripercorrere le vite di quelle suore, «fragili e spaventate come gli altri, che diventano protagoniste silenziose di salvataggi di fortuna e si fanno coraggiose e intraprendenti di fronte all’urgenza di salvare persone più deboli di loro». È convinta di sì: a contare è soltanto la memoria scritta che non si smarrisce e può far «capire alle giovani generazioni quale sia il prezzo della libertà e del progresso, il valore della dignità dell’uomo al di sopra delle differenze, l’importanza dei beni che spesso ci capita di sprecare con tanta superficialità». La Casa madre delle suore Dorotee era ed è a Vicenza ma tutto il Veneto è il luogo sanguinante di quegli anni. A Dolo, sede della Casa di Ricovero, suor Urbanina collaborò a lungo con la Resistenza. Fu lei, sul finire della guerra, a mandare due sorelle infermiere dove gli Alleati erano arrivati per portar loro una radio ricetrasmittente nascosta sotto garze e siringhe. Fermate dai nazisti si salvarono dicendo che andavano a soccorrere un malato grave. Suor Urbanina ospitò 5 soldati sudafricani, dell’esercito inglese, protestanti, fuggiti da un campo di concentramento. Due di loro restarono nascosti dalle suore per 18 mesi: il 29 aprile 1945 presero parte all’ultima battaglia, dentro il Ricovero, «in mezzo alle suore e agli anziani terrorizzati». Suor Demetria, l’«angelo di San Biagio», come la chiamavano i detenuti delle carceri di Vicenza, faceva la staffetta tra il Comitato di liberazione nazionale e i prigionieri politici. Di cella in cella. Salvò Luisa Arlotti, canossiana, reclusa per aver nascosto e curato dei partigiani feriti, salvò dalla fucilazione un giovane di Asiago e tre studenti universitari in possesso di una radio trasmittente e di lettere compromettenti. Vicenza subì una decina di bombardamenti aerei, Treviso fu martoriata. Le suore si arrabattano, tra infinite difficoltà, si prodigano con naturale coraggio. Assistono i ragazzi partigiani — una notte erano 7 — davanti ai plotoni di esecuzione nazifascisti, aiutano i poveri abbandonati, muoiono con loro tra le macerie, subiscono continue perquisizioni dei nazisti informati da qualche spia. Una notte — un capo partigiano era nascosto in soffitta — le suore, con le SS che buttano tutto all’aria, si comportano con consumata astuzia — sgranano intanto il rosario — e riescono a salvare sé stesse e il capo partigiano. Ospitano tre ebree, una è una musicista, danno loro in dotazione i vestiti da suora. Cosa non facile indossarli in pochi minuti nel caso di perquisizioni notturne. Li tengono ripiegati su una seggiola: «L’ampia camicia di canapa con le lunghe maniche e la scollatura larghissima che doveva adattarsi al collo con una fettuccia, il fazzolettone triangolare da incrociare, appuntato sopra la scollatura, la cuffietta bianca da notte». Le tre donne si erano tolte con dispiacere la fede matrimoniale sostituendola con l’anello d’argento delle suore. Poi, finalmente, la guerra finisce. La Liberazione, tanto sospirata e sofferta, sembra un sogno. Albarosa Ines Bassani termina il suo libro con queste parole: «Quando si è trattato di scegliere da che parte stare, correndo anche il rischio della vita, queste suore, sparse in tante parti d’Italia, senza comunicare tra di loro, come guidate da un sesto senso, scelsero di aiutare gli ebrei, i soldati fuggiaschi, i partigiani. La loro, dunque, fu istintivamente una scelta di libertà».

"Così quei tre preti mi hanno convinta a entrare in monastero: uscirne è stata dura". Torino: parla la giovane che ha dato il via all'inchiesta sulla setta tradizionalista. Francesco Antonioli il 20 aprile 2020 su La Repubblica. È una bella ragazza. I capelli lunghi sulle spalle, gli occhi grandi neri dietro gli occhiali rotondi. Femminile, semplice, un bel sorriso. Canta in un coro, la musica è la sua passione. Ecco Maria. Non è il suo nome, ma è lei la giovane donna, 27 anni il prossimo 13 agosto, che ha avuto il coraggio di spezzare l'omertà intorno ai tre sacerdoti della diocesi di Torino - don Salvatore Vitiello, don Damiano Cavallaro, don Luciano Tiso - denunciandoli in Procura per la "prigionia psicologica" in cui l'avevano costretta. Un gioco brutto, smaltato da vocazione religiosa. L'abbiamo cercata, ha accettato il dialogo.

Come si sente, Maria?

"Ancora turbata. Mi rassicurano le testimonianze di affetto che ho ricevuto in queste ore da chi mi conosce. Ho affrontato due cicli di psicoterapia, mi sono laureata in filosofia, ho un ragazzo a cui voglio bene. E lavoro nello studio professionale di mia madre".

In che modo è iniziata la sua vicenda?

"Nella normalità. Un po' più di sei anni fa. Frequentavo l'oratorio. Sono andata a un week-end spirituale organizzato dalla parrocchia. È lì che ho conosciuto don Damiano Cavallaro, all'epoca a Vinovo. Mi sono sentita attratta dalla vita religiosa. E gliel'ho confidato".

Che cosa fece il sacerdote a quel punto?

"Mi disse che da quel momento ero già nelle preghiere della sua famiglia spirituale, cioè di don Vitiello e don Tiso. E che io avrei avuto un ruolo con le altre sorelle...".

Quali altre sorelle?

"Quattro giovani della mia zona orientate come me al convento. Sono timida e rispettosa. Don Damiano aveva solo sette anni più di me, gli chiesi di usare il tu. Mi rispose: "Manteniamo questa distanza perché non vi sia confusione tra me e Dio". Avevano studiato bene come circuirmi...".

Molestie?

"No, nulla a che fare con la sfera sessuale. Circuirmi dal punto di vista psicologico. Lo sa com'ero?".

No, mi spieghi.

"Allora pesavo 95 chili, avevo difficoltà di rapporto con i miei genitori. Cercavo di essere accettata per quel che ero. Anche se spiritosa di indole, sarcastica talvolta, gli amici, quando hai vent'anni, sanno essere crudeli. Sentirti capita, avere un ruolo, mi gratificava...".

Poi è iniziato il suo coinvolgimento...

"Don Damiano non mi ha più mollata. Messaggi, telefonate. Io sono andata a vivere dei week-end anche in alcuni monasteri. Volevano farci provare più esperienze. E trasferirci tutte e cinque in una casa a Chivasso, che però è in un'altra diocesi. Una sera ci hanno portato a cena dal vescovo di Ivrea, Aldo Cerrato. Ma non se ne è fatto più nulla. Però è iniziato il giro di vite...".

Che cosa intende? Può aiutarci a capire?

"Ero controllata su tutto, anche sui social. In poco tempo non riuscivo più a fare nulla senza la loro autorizzazione. Come inghiottita. Si erano informati sui miei familiari, il loro tenore di vita. Volevo aprirmi con mamma e papà, che intanto avevano intuito la gravità della situazione. Ma ho avuto paura...".

I genitori di un'altra ragazza sostengono di essere stati completamente tagliati fuori dalla vita di loro figlia...

"Chiamavano con scherno mia madre "mammina". Chi li ostacola è considerato manovrato dal demonio... Don Vitiello mi ha scritto: "Per la cronaca, la tua mamma sa che il plagio non è reato? Dille di non perdere tempo, deve trovare altri capi d'accusa"...".

Quando è riuscita a sganciarsi?

"Ero in Calabria con i miei genitori per le vacanze. Chiamai da un telefono preso in prestito da una persona che non conoscevo: mi dissero che avrebbero mandato un'auto a prendermi con un certo don Rocco. Mi avrebbero portato al sicuro in Sicilia, da una famiglia. Non volevano che la mia fuga venisse collegata a loro...".

E venne portata via?

"No. Quel prete non si presentò. Mi dissero che sarebbe arrivato il giorno dopo. Io avevo scritto una lettera ai miei. Sentivo che qualcosa non funzionava. Richiamai don Damiano, dicendo che volevo aspettare. Andò su tutte le furie. Mi fece aspettare sotto casa una volta rientrata in Piemonte. Le altre ragazze volevano trascinarmi da loro. Dovevo ributtarmi nel vuoto, ricostruire o fidarmi di loro".

Poi è andata a Palazzo di giustizia?

"No. Con mia mamma pensammo che era meglio confidarci con l'arcivescovo Cesare Nosiglia. Ci ricevette, ci chiese delle prove, assicurando un processo interno. Fummo ascoltate. Poi più nulla".

Non avete più avuto colloqui con monsignor Nosiglia?

"Solo quando gli chiedemmo gli esiti dell'indagine. Ci disse che aveva rimproverato i sacerdoti".

Tutto lì? Non era una marachella...

"Al mio evidente imbarazzo rispose quasi stizzito: "Ormai sei uscita, che cosa t'importa?". Una delusione immensa...".

Invece le importava eccome.

"Non per me. E non per rancore con quei tre preti, mi creda. Anzi, don Luciano e don Damiano mi sembravano come succubi di don Vitiello, più anziano di loro. Desideravo e desidero evitare che altri si possano trovare in questa situazione. Per questo ci siamo rivolti alla magistratura. Ho detto tutto, consegnato i messaggi. Tutto".

Li ha ancora rivisti i tre sacerdoti?

"No. Ma fui avvicinata da altri preti che mi suggerivano caldamente di non alzare un inutile polverone. E che loro avevano buoni contatti anche con la polizia...".

È tornata negli ambienti parrocchiali?

"All'inizio sì. Ma venivo guardata male, come se fossi colpevole di qualche onta. Un'altra delusione. Ho sofferto anche di attacchi di panico...".

Tra le sue amiche, o ex amiche, ci sono vocazioni vere?

"Non so dire. Può anche essere. Con una di loro mi ero confidata. Certe notti avevo paura a stare in cella: corridoi bui, processioni. Eravamo lì per Dio o per compiacere i nostri don?".

Ha ancora fede?

"Se credo in Dio? Sì, in lui, sì. Ma non riesco più a entrare in una chiesa. No, la chiesa no. Lo so che non sono tutti così. Ma quando vedo una talare o un abito nero tremo ancora come una foglia. Sto guarendo, è lunga. Sa su chi ho poi fatto la tesi di laurea? Su Abelardo".

L'eretico francese?

"Esatto, Pietro Abelardo. Nella filosofia medieveale cercava di spiegare la parte razionale della fede e fu avversato dagli spiritualisti. Diceva: "Nihil credendum nisi prius intellectum", non si deve credere a nulla se prima non si è capito".

Claudia Osmetti per “Libero quotidiano” il 12 gennaio 2020. Non parlano, non rilasciano proclami. Si limitano a fare quello che fanno da sempre, cioè da quando hanno preso i voti: barricarsi dentro al loro convento e non aprire ad anima viva. Sono rimaste in quattro, le suorine del monastero della Santissima Annunziata di Marradi. Lì, in provincia di Firenze, arroccate sull' Appennino tosco-romagnolo, in un paesino che fa a mala pena 3mila anime, di lasciare le loro "cellette" spirituali manco ci pensano. Sono quattro donnine (una novizia e tre sorelle più anziane, tra cui una decana) con la temperanza di granito e la determinazione di un leone. E dire che a far loro cambiare idea ci hanno provato in tanti, da tempo. Da un paio d' anni, almeno: quando il decreto di chiusura del monastero è arrivato dritto tra capo e collo delle religiose. Ed è stato letto più come una punizione che come una decisione presa dai loro superiori. Lo "sfratto", appunto, lo recapitava la curia romana, ossia la Santa Sede: a bollare il trasloco era il loro stesso ordine sacro. Una doccia fredda: le quattro suore, con il documento in mano, stentavano quasi a crederci. Così hanno cominciato una lunga, silente, resistenza a quel "trasferimento forzato". L' antifona è chiara: da lì, loro quattro, non schiodano. Nell' arco di un amen (è il caso di dirlo) le sorti delle suorine hanno catturato l' attenzione della stampa locale, al Mugello non si parla d' altro. Per farle desistere, venerdì passato, un gruppetto di tre persone (comprese altre due suore romane) ha bussato alla porta del monastero di Marradi. Niente. Loro non hanno nemmeno messo fuori la faccia dalla finestra. E adesso, a dar manforte, ci si è messa la popolazione del posto. Ché quelle suorine sempre chiuse dentro un convento sono un patrimonio da difendere, altrochè. Alcuni abitanti di Marradi, ieri pomeriggio, si sono dati appuntamento su sagrato della struttura, una piccola folla che (da fuori le mura) aveva in testa una cosa sola: dar loro sostegno. Tra i "civili" accorsi alla manifestazione-lampo anche il sindaco del borgo, Paolo Bassetti, e il cugino del presidente della Conferenza episcopale italiana. «Da tempo», ammette il sindaco di Marradi, «ci stiamo adoperando per evitare che le suore debbano lasciare il monastero come vuole il loro ordine, a Roma». Non sarà una battaglia facile, ovvio. «A questo scopo una soluzione era quella di aggregare il convento della Santissima Annunziata con un monastero domenicano a Castel Bolognese, in provincia di Ravenna. Ma la trattativa è saltata». Già, perchè tra le suorine di Marradi e la loro permanenza in Toscana ci si mette pure la (santa) burocrazia: l' affiliazione di cui parla Bassetti era stata sì concessa, nel 2018, ma lo scorso maggio è stata revocata di punto in bianco. «E poi che noia danno, le suore?... Si mantengono da sole, con le loro pensioni», continua il sindaco, «non chiedono mai nulla se non di far celebrare la messa e sono sempre disponibili. Noi vogliamo che rimangano». In Comune è addirittura già stata depositata un' interrogazione per capire che fine faranno le religiose e per esprimere loro tutta la solidarietà possibile. Insomma le suore di Marradi non si toccano.

Suore sotto stress tra abusi e lavori umilianti. Molte le religiose colpite dal burnout, la sindrome da esaurimento, denuncia “Donne Chiesa Mondo”, il mensile femminile dell'Osservatore Romano che già in passato aveva sottolineato la difficile situazione di vita delle monache. Paolo Rodari il 23 gennaio 2020 su La Repubblica. Il burnout, la sindrome da stress da lavoro, colpisce molte suore. Lo scrive “Donne Chiesa Mondo”, il mensile femminile dell'Osservatore Romano nel numero in edicola il 26 gennaio dedicato alla Vita consacrata. Un tema che il mensile femminile aveva in parte già affrontato in passato andando a non eludere una realtà, quella delle difficoltà di molte religiose costrette spesso a lavori umilianti, che tocca un nervo scoperto della vita della Chiesa. L'Uisg, l'Unione internazionale delle Superiori generali ha discusso il problema in un workshop che si è tenuto a Roma e ha deciso di istituire una commissione triennale per la cura della persona, in collaborazione con l'Unione dei Superiori generali. “Il nostro obiettivo – spiega suor Maryanne Lounghry, la religiosa australiana, psicologa, che ha diretto il laboratorio – è costruire comunità resilienti. Non dobbiamo limitarci a intervenire sul singolo caso ma considerarci all'interno di un ecosistema. La disparità di genere è uno dei nodi, dobbiamo chiederci cosa succede nella nostra Chiesa e nel Paese in cui operiamo”. Sui problemi della vita religiosa femminile, e specificamente sul calo delle vocazioni, i conventi che chiudono, gli abusi sessuali e di potere, la gestione dei beni, la pesantezza di strutture a volte organizzate come secoli fa, “Donne Chiesa Mondo” intervista il cardinale Joao Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita consacrata e le Società di Vita apostolica. “L'Europa attraversa un momento molto difficile - dice il prelato - si chiudono molte case, ci sono molti abbandoni. La vita consacrata ha radici molto forti ma non ci si è accorti che alcune cose vanno cambiate, perché sono invecchiate. La formazione prima di tutto, poi la questione della fraternità, e infine il rapporto autorità-obbedienza. Senza dimenticare il rapporto uomo-donna: perché il consacrato e la consacrata devono essere così separati?”. Il cardinale parla anche dell'abuso di potere all'interno delle congregazioni: “Abbiamo avuto casi di superiore generali che una volta elette non hanno più ceduto il loro posto”. E della decisione del Papa “di creare a Roma una casa per accogliere dalla strada alcune suore mandate via da noi o dalle superiore, in particolare nel caso che siano straniere”. Sugli abusi sessuali, sottolinea, “il Papa chiede totale trasparenza”.

Suore con la sindrome da «burnout», in Vaticano nasce una commissione. Pubblicato giovedì, 23 gennaio 2020 su Corriere.it da Gian Guido Vecchi. Approfondirà la condizione delle religiose, spesso vittime di abusi e disparità di potere. Papa Francesco ne ha parlato nel Motu Proprio «Vos estis lux mundi». Molte suore vengono colpite dal «burnout», la sindrome da stress da lavoro, e «la disparità di genere» nella Chiesa è una delle ragioni. A scriverlo è il settimanale «Donne Chiesa Mondo» dell’Osservatore Romano, il quotidiano della Santa Sede. È stata l’Unione internazionale delle Superiori generali (Uisg) a discutere del problema in una riunione a Roma: fino a decidere l’istituzione di una «commissione triennale per la cura della persona», riferisce il settimanale. Suor Maryanne Lounghry, psicologa e religiosa australiana, ha diretto la riunione e riassume: «Il nostro obiettivo è costruire comunità resilienti. Non dobbiamo limitarci a intervenire sul singolo caso ma considerarci all’interno di un ecosistema. La disparità di genere è uno dei nodi, dobbiamo chiederci cosa succede nella nostra Chiesa e nel Paese in cui operiamo». Le questioni sono tante: calo delle vocazioni, conventi che chiudono, gestione dei beni, pesantezza di strutture che talvolta sono organizzate ancora come nei secoli passati. E poi ci sono anche «gli abusi sessuali e di potere» commessi dagli uomini di Chiesa. Il 7 maggio dell’anno scorso, del resto, il Motu Proprio di Papa Francesco Vos estis lux mundi per contrastare gli abusi non riguardava solo i crimini pedofili. Oltre ai delitti contro i minori e le «persone vulnerabili», il testo parla anche di altri crimini sessuali che derivano dall’abuso di autorità: i casi di violenza di preti e vescovi sulle suore. «Sugli abusi sessuali il Papa chiede totale trasparenza», dice il cardinale João Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita consacrata e le Società di Vita apostolica. E spiega: «L’Europa attraversa un momento molto difficile, si chiudono molte case, ci sono molti abbandoni. La vita consacrata ha radici molto forti ma non ci si è accorti che alcune cose vanno cambiate, perché sono invecchiate. La formazione prima di tutto, poi la questione della fraternità, e infine il rapporto autorità-obbedienza. Senza dimenticare il rapporto uomo-donna: perché il consacrato e la consacrata devono essere così separati?». Il cardinale parla anche dell’abuso di potere all’interno delle congregazioni religiose: «Abbiamo avuto casi di superiore generali che una volta elette non hanno più ceduto il loro posto». Il cardinale ricorda tra l’altro che il Papa ha deciso di «creare a Roma una casa per accogliere dalla strada alcune suore mandate via da noi o dalle superiore, in particolare nel caso che siano straniere». Nel settimanale dell’Osservatore, in edicola dal 26 gennaio, vengono intervistate alcune religiose. Una di loro, Małgorzata Borkowska, benedettina, dopo cinquant’anni di vita religiosa ha scritto il libro «L’asina di Balaam» come «un appello ai signori del clero».

G.G.V. per il “Corriere della Sera” il 24 gennaio 2020. Molte suore nel mondo vengono colpite dal «burnout», la sindrome da stress da lavoro, e «la disparità di genere» tra uomini e donne nella Chiesa ne è una delle ragioni. La denuncia arriva da un' inchiesta del settimanale «Donne Chiesa Mondo» dell' Osservatore Romano , il quotidiano della Santa Sede. È stata l' Unione internazionale delle Superiori generali (Uisg), che rappresenta oltre il 90 per cento delle religiose nel pianeta, a discuterne in una riunione a Roma: fino a decidere l' istituzione di una commissione triennale «per la cura della persona». Suor Maryanne Lounghry, psicologa e religiosa australiana, ha diretto l' incontro: «Il nostro obiettivo è costruire comunità resilienti - afferma -. Non dobbiamo limitarci a intervenire sul singolo caso ma considerarci all' interno di un ecosistema. La disparità di genere è uno dei nodi, dobbiamo chiederci cosa succede nella nostra Chiesa e nel Paese in cui operiamo. Scriviamo un codice di comportamento, così come esistono linee guida per la tutela dei minori». Calo delle vocazioni, conventi che chiudono, gestione dei beni, pesantezza di strutture talvolta organizzate ancora come nei secoli passati. E poi ci sono «gli abusi sessuali e di potere» commessi dagli uomini di Chiesa. Il 7 maggio 2019, il Motu Proprio di Francesco Vos estis lux mundi , oltre ai crimini pedofili, parlava anche dei casi di violenza di preti e vescovi sulle suore. «Ho visto situazioni molto pesanti, potere assoluto del sacerdote, sorelle allontanate o costrette a lavori senza consenso», ha raccontato una superiora. Suor Lounghry propone alcuni «standard», come «due settimane di ferie, una retribuzione, una situazione abitativa decente, l' accesso ad Internet». Sugli abusi «il Papa chiede totale trasparenza», dice il cardinale João Braz de Aviz, prefetto dei religiosi. E spiega: «Si chiudono molte case, ci sono molti abbandoni. La vita consacrata ha radici molto forti ma non ci si è accorti che alcune cose vanno cambiate, perché sono invecchiate. La formazione, il rapporto autorità-obbedienza. E quello uomo-donna: perché il consacrato e la consacrata devono essere così separati?». 

Franca Giansoldati per “il Messaggero” il 24 gennaio 2020. Sulla strada di notte, un minuscolo crocifisso in tasta e un destino ormai segnato. I clienti che si fermavano non sapevano che un tempo era stata una suora. Come il caso drammatico di una giovanissima filippina che una volta fuoriuscita dalla congregazione alla quale apparteneva, ha visto chiudersi piano piano tutte le porte e le possibilità che aveva alle sue spalle. E così da un giorno all'altro si è ritrovata da sola, disperata, senza conoscere nessun altro a Roma. Per vivere ha provato a cercare un lavoro come domestica ma ha presto finito i soldi. Per un altro po' ha vissuto di carità dormendo in stazione, fino a che non si è prostituita. E' una storia emblematica e ben conosciuta ai piani alti del Vaticano. E di vicende così, purtroppo, ce ne sono anche altre e non si tratta di casi isolati. Papa Francesco proprio per evitare derive tanto drammatiche e per dare un aiuto concreto alle ex suore che decidono di lasciare il cammino religioso ha deciso di aprire una casa a Roma, anche se nessuno ha voglia di dare troppe coordinate sull'ubicazione dell'edificio, per evitare il clamore e la morbosità. «La nostra casa è stata aperta un anno e mezzo fa. Le ex suore sono meno di una decina e vivono con altre donne rifugiate. E' una casa di integrazione a tempo che fa parte di un progetto più ampio legato ai corridoi umanitari. Le nostre ospiti hanno un tetto, non pagano l'affitto, possono restare tutto il tempo necessario per riprendere in mano la propria vita, trovarsi un lavoro. Soprattutto per le straniere che lasciano il velo il passaggio dalla vita religiosa a quella normale' non va sempre liscio. A volte serve parecchio tempo per rifare documenti, altre volte hanno bisogno di riprendersi dai traumi. Certamente le donne che arrivano qui sono più vulnerabili. Noi le aiutiamo in questa sorta di interregno», dicono le suore scalabriniane che gestiscono l'istituto. Di più non vogliono aggiungere per proteggere (giustamente) le ex suore. «Sono persone doppiamente vulnerabili in questo delicatissimo passaggio esistenziale». A parlare, invece, pubblicamente di questa realtà è stato il cardinale Joao Braz de Aviz, il brasiliano che gestisce la Congregazione per la vita consacrata. «A volte queste suore sono completamente abbandonate. Ma le cose stanno cambiando. Il Papa ha deciso di accogliere dalla strada alcune suore mandate via da noi o dalle madri superiori, in particolare nel caso che siano straniere. Io sono andato a trovare queste ex suore. Ho trovato un mondo di ferite ma anche di speranza. Ci sono casi molto duri, in cui i superiori hanno trattenuto i documenti di suore che desideravano uscire dal convento o sono state mandate via. Sono entrate in convento come suore e si ritrovano in queste condizioni. C'è stato anche qualche caso di prostituzione per potersi mantenere. Si tratta di ex suore! ha spiegato il cardinale al mensile dell'Osservatore Romano, Donna Chiesa Mondo. Che la vita dentro un convento non sia sempre sia un cammino di rose e fiori, secondo le poetiche descrizioni di Santa Teresina nei suoi diari, è notorio. Capita che tra quelle mura si possano nascondere anche dinamiche dolorose, violenze, rivalità, invidie, prevaricazioni e, persino, abusi da parte dei sacerdoti. I casi vengono affrontati all'interno della Congregazione dei religiosi anche se all'esterno ben poco affiora. A sentire alcune ex suore quel dicastero vaticano non ha mai brillato per trasparenza. E in passato ci sono anche stati casi clamorosi di insabbiamento. Come per esempio i casi degli aborti cui sono state costrette alcune religiose, soprattutto in Africa. Cosa che probabilmente anche il cardinale Braz de Aviz e il suo segretario, il francescano spagnolo Josè Carballo conoscono, poichè sui loro tavoli transitano dossier e fascicoli riservati. A proposito dei motivi che spingono le religiose ad uscire dal convento, Braz prova a riassumere: «Sicuramente influisce molto il contesto culturale attuale, in cui e difficile assumere responsabilità per tutta la vita. Questo e vero, ma i motivi sono diversi: problemi affettivi, storie personali piene di ferite».

·        L’estinzione della Cristianità.

La manipolazione semantica e la scristianizzazione dell’Occidente. Emanuel Pietrobon su Inside Over il 17 dicembre 2020. Una tendenza apparentemente inevitabile e inarrestabile sta riscrivendo ex novo il volto e l’anima del mondo occidentale: la trasformazione della secolarizzazione in scristianizzazione. Si tratta di un fenomeno che sta toccando e travolgendo ogni singolo Paese della civiltà occidentale – dalla Francia ai Paesi Bassi, dalla Germania all’Irlanda, dalla Polonia agli Stati Uniti – e che culminerà nell’avvento di un’epoca post cristiana, ossia nel superamento definitivo di due millenni di storia durante i quali il cristianesimo ha determinato in maniera fondamentale l’identità dei popoli europei e dei loro cugini al di là dell’Atlantico. La scristianizzazione, che ovunque sta procedendo ad un ritmo sostenuto e continuativo, sta assumendo una moltitudine di forme: dalla scomparsa letterale dei luoghi di culto, perché vittime di roghi dolosi o riconvertiti ad uso profano a causa dell’assenza di fedeli, alla diffusione di “persecuzioni morbide” nel nome del laicismo, un cavallo di Troia utilizzato per portare avanti disegni antireligiosi e ateistici. Una delle configurazioni più importanti della scristianizzazione, la cui perniciosità deriva dal fatto di avere una natura astratta e intangibile, ha a che fare con l’evoluzione del linguaggio. Il cristianesimo, infatti, non sta svanendo soltanto dall’orizzonte dei popoli occidentali, sta venendo rimosso, molto sottilmente e impercettibilmente, anche dai dizionari e dalla lingua di tutti i giorni.

Il potere delle parole. La lingua non è un semplice mezzo di comunicazione tra individui, essa è il tratto distintivo di un popolo e una delle piattaforme più efficaci di costruzione della realtà. Sulla base del vocabolo che si sceglie di utilizzare, e del significato attribuitogli, la percezione di un determinato fenomeno può essere alterata sino al punto dello snaturamento integrale, della distorsione. Il potere rivoluzionario delle parole è stato spiegato e illustrato in maniera esaustiva da esperti del linguaggio del calibro di Edward Bernays, il padre dell’ingegneria del consenso e tra le menti del colpo di stato in Guatemala del 1954, Noam Chomsky, il celebre neurolinguista che ha spiegato il funzionamento della manipolazione dell’opinione pubblica da parte dei media, e Uwe Porksen, critico antelitteram del politicamente corretto e della dittatura invisibile imposta dalle “parole di plastica”. Porksen ha spiegato, ad esempio, come le classi politiche liberali dell’Europa di fine anni ’70 e inizio anni ’80 abbiano ottenuto il consenso delle masse attraverso la costruzione di un’immagine identificata con il benessere e con un futuro utopico, appropriandosi di termini quali “progresso”, “modernità” e “sviluppo”, i quali, una volta investiti di nuovi significati, sono stati poi utilizzati a detrimento delle forze sociali, culturali e politiche di stampo conservatore. Alterare il contenuto delle parole, oppure censurarle, equivale a mutare la percezione della realtà e condizionare il modus cogitandi et agendi delle persone: Chomsky e Porksen hanno illustrato la teoria, Bernays ha dato una prova pratica. In breve, tutto quel che al tempo uno è considerato naturale, ordinario e persino perenne – situazioni, convinzioni e valori –, attraverso un lavoro accorto di manipolazione semantica può diventare innaturale, anacronistico e condannabile al tempo due: la semantica applicata alla teoria della finestra di Overton sul condizionamento degli atteggiamenti dell’opinione pubblica.

La manipolazione semantica scristianizzante. La rimozione del cristianesimo dal vocabolario dei popoli occidentali è iniziata da almeno un decennio, ma il fenomeno è stato notato soltanto negli anni recenti e continua ad essere più marcato ed esteso nei Paesi a tradizione protestante del mondo anglofono e del cosiddetto “Occidente profondo” (Benelux, Germania e Scandinavia). Il campanello d’allarme che ha svegliato i cristiani dal lungo sonno è stato suonato soltanto un anno fa, a scristianizzazione del linguaggio ormai inoltrata. Barack Obama e Hillary Clinton, il 21 aprile 2019, esprimendo il proprio cordoglio per i sanguinosi attentati dello Sri Lanka, avevano suscitato scalpore – e indignazione – nel rivolgersi alle vittime con l’appellativo di “adoratori della Pasqua”, utilizzato in luogo e in sostituzione di “cristiani”. La reazione di sdegno era lecita, ma tardiva: quei detrattori hanno scoperto con un decennio di ritardo che negli Stati Uniti, e più in generale nel mondo anglofono, i riferimenti al cristianesimo stanno venendo soppressi dalla politica, dalla cultura, dallo spazio pubblico e dall’intrattenimento. Hollywood è il caso più eloquente: aumentano le case cinematografiche che optano per la trasposizione su schermo di copioni rigorosamente neutri da un punto di vista religioso. I cinefili che sono abituati alla visione di film doppiati non hanno potuto notare, ovviamente, il cambiamento, ma la scristianizzazione semantica ha riguardato una miriade di modi di dire, imprecazioni ed espressioni tipiche della lingua inglese, oggi scomparse quasi o del tutto dalla bocca degli attori. Si tratta di micro-modifiche a livello di comunicazione verbale apparentemente irrilevanti, eppure significative nel modo in cui stanno rimodulando l’intero vocabolario dei volti di Hollywood e in cui stanno contribuendo a popolarizzare tale tendenza tra il pubblico. Tra i casi più emblematici di questa manipolazione semantica scristianizzante figurano le trasformazioni di “Oh, my God!” in “Oh, my gosh!”, “God almighty” in “Gosh almighty”, “Christmas” in “X-Mas”, “Holy Christ!” in “Holy cow!”, “Holy Mary!” in “Holy moly!”, “For God’s sake!” in “For goodness sake – ma l’elenco è molto più lungo. La musica e la politica – rimanendo nell’ambito anglofono – hanno dimostrato di appoggiare tale evoluzione linguistica, trasformandosi in casse di risonanza per l’amplificazione, lo sdoganamento e la normalizzazione di tale tendenza.

Il caso britannico. Dapprima che l’intellighenzia liberal e il Partito democratico degli Stati Uniti cominciassero a scristianizzare il vocabolario del popolo americano, nel Regno Unito di fine ’90 venivano organizzati i primi “Winter Festival” per favorire la “ri-brandizzazione” in chiave laica e neutra del Natale. La trasformazione della nascita di Cristo in un evento puramente commerciale, associato al consumismo e al riposo dal lavoro, ha funzionato: sullo sfondo dei vari “Christmas” divenuti “X-Mas” o “WinterFests”, si è assistito alla riconfigurazione sistemica del meccanismo pubblico di auguri natalizi a livello locale. Nel 2014, secondo il The Independent, “un sondaggio riguardante i biglietti festivi inviati dalle autorità locali in tutta la [Gran Bretagna] ha rilevato che soltanto uno su 182 menzionava la nascita di Cristo. Quel biglietto proveniva da Banbridge, Irlanda del Nord. [La parola] Natale è stata ignorata da quasi la metà dei biglietti, dove si sono preferite frasi come "Auguri stagionali" o "Felici vacanze". Alcuni [biglietti] presentavano a fronte degli uffici comunali, uno mostrava la fermata dell’autobus”. Lo stesso sistema capitalistico si è adeguato rapidamente e armoniosamente al cambio di paradigma: nel Regno Unito è da diversi anni che le principali catene della distribuzione organizzata hanno eliminato dai loro scaffali tutti quei prodotti pasquali non conformi all’etica post-cristiana, ossia quei dolci e quelle uova in cui i produttori hanno inserito riferimenti alla reale natura della festività. Nel 2018, secondo i risultati di un’indagine ad hoc del The Sun, circa 70 milioni di uova di cioccolato pasquali – il 90% del totale – erano state immesse nel mercato, ossia distribuite e commercializzate, prive di indicazioni e riferimenti alla Pasqua nel fronte della confezione. La Pasqua sta venendo snaturata del suo significato originario, allo stesso modo del Natale, mentre i vocabolari stanno venendo silenziosamente riscritti con l’aiuto prezioso di forze dall’elevato impatto culturale quali sono la musica e il cinema; l’incamminamento dell’Occidente verso un’epoca post-cristiana comporta anche questo: l’espulsione di Cristo non soltanto dall’orizzonte, ma anche dai vocaboli delle persone.

Caterina Maniaci per "Libero quotidiano" l'11 dicembre 2020. Caterina Elisa Lot, 37 anni, nata e cresciuta a Treviso, con una avviata carriera in banca, decide di lasciare tutto e di entrare nell' ordine della clarisse, suore di clausura, in un convento di Bergamo. Racconta di essere felice della sua scelta e di non rimpiangere nulla di quello che si è lasciata alle spalle. Nell' ottobre scorso, tra le angoscianti notizie sull' andamento in crescita della pandemia, le varie disgrazie nazionali e planetarie, c' è lo spazio anche per raccontare la storia di Caterina. Fa sempre notizia il fatto che una donna, o un uomo, giovani, brillanti, destinati, apparentemente, al successo o almeno ad una vita "normale" e soddisfacente, decidano di abbandonare tutto e ritirarsi in un convento, in un monastero, in una abbazia. Proprio quando i dati ufficiali tratteggiano un quadro preoccupante, per quel che riguarda il calo delle vocazioni, si registra un trend positivo per le scelte più "radicali": calano in generale le vocazioni, soprattutto quelle delle religiose, ma rimangono costanti, se non in aumento, quelle per la clausura, per la vita contemplativa. La conferma del fenomeno del calo delle vocazioni, e la tendenza alla diminuzione globale delle suore che nel mondo sono complessivamente 641.661 (-7.249), arriva attraverso i numeri diffusi recentemente dall' agenzia vaticana Fides, dati che sono aggiornati al 31 dicembre 2018.

CALO DEI SACERDOTI. Il numero totale dei sacerdoti nel mondo continua a diminuire, raggiungendo quota 414.065 (-517). A segnare un calo consistente ancora una volta è l' Europa (-2.675), cui si aggiunge l' America (-104). La curva negativa si inverte nel sud del mondo: aumenti si registrano in Africa (+1.391), Asia (+823) e Oceania (+48). Si conferma anche la tendenza alla diminuzione globale delle religiose, di 7.249 unità, come l' anno precedente. Le suore sono complessivamente 641.661. Come per i religiosi, anche in questo caso gli aumenti si verificano in Africa (+2.220) e in Asia (+1.218), le diminuzioni sono concentrate soprattutto nel mondo occidentale, in Europa, America e Oceania. In questo quadro complesso di crisi si distingue il dato in controtendenza che riguarda le religiose che scelgono la vita contemplativa. In totale, secondo gli ultimi dati, sono quasi 34mila in tutto il mondo, concentrate principalmente in Europa, e in particolare in Italia e Spagna. Ma gli ordini monastici di clausura ora si stanno diffondendo in altri continenti, soprattutto in Asia, Africa e America Latina. Tra questi ordini quello delle carmelitane scalze è il più numeroso, quello che ha realizzato lo sviluppo più consistente, tanto che oggi i loro monasteri si trovano in 98 Paesi diversi e contano oltre 11mila religiose. Nuovi monasteri Le storie che si incrociano nei conventi, nei monasteri tratteggiano un mondo di silenzio, di "chiusura" che in realtà diventano apertura, contatto, esperienza, condivisione. Anche e soprattutto in questo momento storico contrassegnato dalla paura, dall' isolamento, dalla difficoltà, se non dall' impossibilità, di muoversi. Alle suore si rivolgono in tanti per chiedere aiuto nel sostenere lo stress e l' angoscia moltiplicate dalla pandemia. Come succede a San Vito al Tagliamento, in Friuli Venezia Giulia, dove il monastero di Santa Maria della Visitazione ha messo a disposizione un numero telefonico per chi si sente solo e più vulnerabile, così come a Bergamo, in Città Alta, con le monache del convento di Santa Grata pronte ad ascoltare e soprattutto a pregare per chi lo richiede: nelle settimane del lockdown sono arrivate più di cento richieste di preghiere "speciali" ogni settimana. Del resto oggi le claustrali sono molto diverse dall' idea canonica che si è sempre diffusa, quella di donne isolate nel silenzio: usano con molta disinvoltura i social, Internet, le comunicazioni applicate alla tecnologia. Scrivono, intervengono, sostengono, aprono le porte della loro casa per offrire ascolto, vicinanza, organizzano corsi, incontri; vendono i prodotti dei loro orti, giardini, campi, i loro bellissimi lavori artigianali. A Vitorchiano, un suggestivo borgo nella provincia di Viterbo, si trova un monastero di suore trappiste, una delle applicazioni più rigorose della Regola di San Benedetto. In questi anni è cresciuto costantemente il numero delle giovani che hanno chiesto di diventare monache e oggi sono 78. Anche in questo caso, come per le carmelitane, il numero sempre più consistente di vocazioni ha permesso all' ordine di espandersi, e dunque sono otto le fondazioni nate da Vitorchiano, i nuovi monasteri nati per volontà delle trappiste: in Toscana, in Argentina, in Venezuela, in Cile, in Indonesia, nelle Filippine, nella Repubblica Ceca. E ora in Portogallo, dove il loro sarà il primo monastero edificato da due secoli. A conferma che forse, nel nostro tempo, l' Europa diventa una nuova frontiera della missione.

Quale futuro per il cristianesimo nell’Europa di domani? Emanuel Pietrobon su Inside Over il 17 ottobre 2020. Che cosa l’Europa del domani abbia in serbo per il cristianesimo è ampiamente intuibile già oggi: la civiltà che, più di ogni altra al mondo, è stata forgiata e plasmata dal messaggio senza tempo di Gesù di Nazareth ha voltato le spalle al proprio passato e sta costruendosi una nuova identità, post-cristiana. Dinamiche demografiche, come in Francia e in Germania, spesso accompagnate da processi di secolarizzazione in stadio avanzato, come nei Paesi Bassi e in Irlanda, hanno determinato l’avvento di una nuova epoca per l’Europa, la cui entrata nel lungo sonno della “fine della storia” predetto da Francis Fukuyama ha significato inevitabilmente la fine della cristianità. Tutto sembra suggerire che questa transizione identitaria dalla portata rivoluzionaria non avverrà in maniera pacifica, perché l’arrendevolezza e la remissività che caratterizzano clero e fedeli, in particolare delle galassie cattolica e protestante, stanno esacerbando il clima di scontro con i fautori e i sostenitori del cambio di paradigma, in primis la sinistra radicale e laicista e in secundis il fondamentalismo islamico, come dimostra l’aumento degli atti anticristiani in tutto il Vecchio Continente. Questa realtà, destinata ad aggravarsi negli anni a venire, deve spingere il mondo cristiano in via di estinzione a porsi un quesito di vitale importanza: quale spazio per le “minoranze creative” in società sempre più repressive e oppressive nei loro confronti?

Quei pensatori in difesa del cristianesimo. L’agenda per la ri-evangelizzazione dell’Europa elaborata dal carismatico duo Wojtyla-Ratzinger all’indomani della caduta dell’impero comunista non ha funzionato e il percorso verso la scristianizzazione del Vecchio Continente sembra essere inevitabile. Comprendendo questa realtà, oggettiva e fattuale, l’attuale Papa emerito ha invitato a più riprese le sempre più crepuscolari comunità cattoliche a reinventare se stesse e il loro ruolo all’interno delle società in cui risiedono, trasformandosi da minoranze remissive a minoranze creative. Creatività, nell’ottica ratzingeriana, equivale a produzione di idee socialmente utili e sviluppo di capacità di resistenza alla secolarizzazione; l’alternativa sarebbe la morte definitiva del cristianesimo, condannato alla musealizzazione al pari dei politeismi dell’Antica Roma e dell’Antica Grecia. L’importanza di preservare e perpetuare la creatività cristiana che nei secoli ha plasmato in maniera radicale e fondamentale i popoli europei, contribuendo allo sviluppo delle arti, delle scienze, della cultura e delle stesse identità nazionali, sta venendo compresa anche da pensatori sui generis, come Eugenio Scalfari, ateo cristiano e fondatore de La Repubblica, Eric Zemmour, ebreo francese, e Michel Houellebecq, nichilista. Scalfari ha criticato coraggiosamente gli eccessi dell’ateismo militante, oltre che l’egemonia culturale da esso costruita nei decenni, Zemmour ha denunciato l’arrendevolezza del cattolicesimo al “mondo” e la femminilizzazione del maschio europeo, mentre Houellebecq sta utlizzando la letteratura per sensibilizzare l’opinione pubblica francese (e occidentale) sui rischi dell’islamizzazione e sulla vacuità dell’epoca contemporanea dominata dal consumismo, dall’edonismo e dall’iper-individualizzazione. Si tratta di tre critiche differenti alla società occidentale post-cristiana, eppure al tempo stesso simili e complementari, guidate da un filo comune: l’appello implicito alla chiesa cattolica a non cedere il passo ai tempi e a continuare ad essere la voce spirituale e morale degli europei.

Creatività e repressione. Il principale ostacolo alla trasformazione del cattolicesimo, ma anche del protestantesimo, in una minoranza creativa è la tiepidezza che ne caratterizza i membri: le proposte di costituire partiti politici a rappresentanza dei cristiani cadono periodicamente nel dimenticatoio, sia per mancanza di volontà dei fedeli che per la mancanza di appoggio da parte del clero, scarseggiano le mobilitazioni per protestare contro le “colonizzazioni ideologiche” denunciate da Papa Francesco, e persino le violenze anticristiane vengono accettate con remissività, dalla Francia alla Polonia. La tiepidezza è il motivo per cui il cristianesimo sta scomparendo dall’orizzonte degli europei, soppiantato da vecchie e nuove religioni e/o da ideologie politiche che, al contrario, sono energetiche, dinamiche e, soprattutto, sono pronte a scendere in piazza per difendere i loro interessi. Di queste religioni l’islam è, indubbiamente, quella che sta lavorando con maggiore intensità per approfittare del crollo dell’ordine cristiano-centrico: partiti politici, associazioni caritatevoli, campagne di proselitismo in strada e in rete, boicottaggi e proteste contro leggi ritenute lesive nei confronti della umma, dalla questione burkini al più recente progetto macroniano contro il separatismo islamista. L’islam, che affronta gli stessi ostacoli del cristianesimo, è la prova vivente della validità della proposta ratzingeriana sulle minoranze creative: non è con la tiepidezza, ma con la vitalità e il senso comunitario che può essere combattuto, e forse vinto, il disegno ultra-laicista e velatamente irreligioso che guida le agende dei partiti liberali del Vecchio Continente. Quella che, a volte, viene dipinta come islamizzazione, in realtà, non è altro che una vittoria delle comunità musulmane sul laicismo alla francese per mezzo della mobilitazione a oltranza, del lobbismo a livello politico e della sensibilizzazione a livello sociale. Se nell’Europa del domani vi sarà più spazio per l’islam (e per altre religioni e ideologie) che per il cristianesimo non sarà soltanto per questioni di demografia o ineluttabilità storica, sarà anche e soprattutto perché il primo ha compreso la potenza del messaggio di Benedetto XVI e ha reagito agli schemi repressivi dell’ateismo e del laicismo militanti comportandosi da minoranza creativa.

Il futuro del mondo è senza Dio (o quasi). Emanuel Pietrobon su Inside Over il 24 agosto 2020. Spesso si dipinge, a ragione, l’Occidente come la culla della secolarizzazione e dell’ateizzazione, il faro della cristianità divenuto bastione del relativismo culturale e del nichilismo, luogo in cui scienza e fede non possono coesistere e dove la seconda occupa una posizione sempre meno rilevante negli affari pubblici e nell’intimità delle persone. La tendenza, in effetti, sembra inevitabile e irreversibile e ha colpito indistintamente ogni Paese occidentale, comportando l’entrata in una “fase post-cristiana” di numerose nazioni, fra le quali Paesi Bassi e Germania, e la caduta di baluardi storici del cattolicesimo, come l’Irlanda. Soltanto in alcuni teatri, come ad esempio nello spazio postcomunista, si è assistito ad un ritorno del sacro nella politica e nella società che, comunque, non è privo di tensioni – e quanto sta accadendo in Polonia è il migliore specchio di questa realtà. Contrariamente al quadro comune che viene dipinto non è soltanto l’Occidente che sta diventando “senza Dio”: è il mondo intero. Questo è, almeno, il risultato di una lunga inchiesta recentemente pubblicata da Foreign Affairs, dettagliata, ricca di fonti e supportata dai numeri.

Il mondo sta diventando ateo. Il titolo dell’indagine, pubblicata l’11 agosto di quest’anno, è eloquente e rispecchia fedelmente il contenuto e i risultati finali emersi dalla raccolta dei dati: “Giving Up on God. The Global Decline of Religion” (ndr. Abbandonando Dio: il declino globale della religione). Gli autori del lavoro hanno deciso di tornare su 43 casi-studio, comprendenti il 60% della popolazione mondiale, di cui era stata analizzata la situazione religiosa nel periodo 1981-2007, monitorandone l’evoluzione dal 2007 al 2019. Nel primo periodo selezionato in 33 Paesi su 49 era stato registrato un aumento della religiosità da parte degli abitanti, soprattutto nello spazio postcomunista e nel mondo in via sviluppo e, in misura minore, in alcuni Paesi avanzati. I risultati sembravano convergere verso una spiegazione controcorrente: “l’industrializzazione e la diffusione della conoscenza scientifica non provocano la scomparsa della religione”. Ma dal 2007 ad oggi 43 Paesi su 49 sono stati travolti da una tendenza inversa a quella precedente, ovvero la perdita di religiosità; e ad un ritmo più veloce. La secolarizzazione sta colpendo in egual misura Paesi sviluppati, in via di sviluppo e sottosviluppati, e sebbene i motivi siano diversi, a volte indipendenti e a volte correlati tra loro, uno sembra essere particolarmente incisivo e ricorrente: l’emancipazione sessuale. In breve, “le società moderne sono diventate meno religiose perché, in parte, non supportano più la difesa di quelle categorie di genere e di norme sessuali che le maggiori religioni mondiali hanno instillato per secoli”. La scoperta di nuove norme comportamentali nei confronti del sesso e del genere sarebbe, quindi, il primo passo verso l’allontanamento dalla fede di appartenenza. Ma altri fattori entrano in gioco: lo sviluppo comporta benessere e sicurezza, perciò i fedeli che non appartengono ad una confessione per reale credo, ma per approfittare dei possibili benefici derivanti dal far parte di una comunità, se ne distanziano, trovando in altre istituzioni sociali ciò che cercano, liberi dagli obblighi e dalle costrizioni morali delle religioni. Non sarebbe quindi la diffusione del progresso scientifico, e della mentalità ad esso correlata, la causa prima della perdita della fede, quanto la diffusione del benessere. Essere parte di una comunità significa godere di uno scudo protettivo, e questo era vero soprattutto nei secoli scorsi, quando i pericoli di carestie e guerre civili erano frequenti anche in quei Paesi che oggi compongono il cosiddetto Occidente. Infatti, la religione non ha mai svolto un ruolo puramente metafisico, ovvero fornire agli esseri umani gli strumenti per affrontare dei quesiti esistenziali per i quali la scienza non possiede risposte, ma ha anche protetto fisicamente, ha fornito aiuto materiale e morale, ha fatto politica. Nell’ordine degli Stati contemporaneo, però, in cui vige una rigida separazione tra dimensione religiosa e sfera pubblica, e dove è quest’ultima a fornire (quasi) tutto ciò di cui una persona ha bisogno, la fede finisce per rivestire un’importanza centrale soltanto per coloro che appartengono ad una confessione per reale convinzione.

Il caso degli Stati Uniti. Dall’analisi dei casi-studio è emerso un fatto curioso: le società sperimentano un tipo di polarizzazione che si conclude a detrimento delle confessioni ogni qualvolta il potere politico si serva della religione per mobilitare i fedeli nell’aspettativa di ottenerne i voti. Questo evento, secondo gli autori della ricerca, sarebbe una delle cause principali della drammatica scristianizzazione degli Stati Uniti. Nel caso specifico il riferimento è alle guerre culturali (omosessualità, aborto, ideologia di genere, pena di morte, e molto altro) che dagli anni ’90 dividono la destra religiosa e la sinistra liberal: la strumentalizzazione della religione a scopo politico avrebbe spinto i fedeli secolarizzati ad abbandonare le chiese di appartenenza, comportando al tempo stesso una radicalizzazione di coloro che hanno deciso di restare e di coloro che, invece, non ne fanno parte perché atei. Il risultato è sotto gli occhi dell’opinione pubblica mondiale: la società americana non è mai stata così divisa come nell’era Trump in due opposti estremismi impegnati a combattere le guerre culturali di stampo etico con tanto livore. Dio sta scomparendo dall’orizzonte degli americani, questa è la drammatica conclusione alla quale è giunto Foreign Affairs basandosi, anche, sul modo radicale in cui sono cambiate le risposte ad una domanda sulla centralità di Dio nella quotidianità del vivere dal 2007 al 2017. Nel primo caso gli intervistati avevano risposto che, su una scala da uno dieci, Dio era importante “8.2”; dieci anni dopo lo stesso campione ha risposto “4.6”. Le eccezioni. Nella stragrande maggioranza dei casi-studio presi in esame da Foreign Affairs la religiosità ha registrato un grave crollo, ma si segnalano alcune curiose eccezioni. Per quanto riguarda lo spazio postsovietico, la fine del comunismo ha effettivamente comportato un ritorno del sacro, ma non in maniera uniforme. La riscoperta della fede è avvenuta laddove essa è stata storicamente percepita come un elemento inseparabile dall’identità nazionale e vissuta genuinamente e profondamente, come ad esempio in Russia e in Bulgaria. In questi due Paesi la religiosità è aumentata costantemente dal 1981 al 2019. L’aumento della religiosità è stato riscontrato anche in Brasile, in Messico e in Sud Africa; Paesi caratterizzati dal fatto di essere stati attraversati simultaneamente da tre eventi: l’attecchimento della secolarizzazione, la ritirata del cattolicesimo e l’avanzata preponderante del protestantesimo evangelico e neopentecostale. In breve, secolarizzazione e de-cattolicizzazione, insieme, hanno avuto un effetto sulle suscritte società meno considerevole di quello esercitato dalla “rivoluzione protestante”. Ad ogni modo, l’eccezione più significativa è l’India. Qui è stato registrato l’aumento di religiosità più ragguardevole: su una scala da 0 a 1, l’incremento è stato pari a 1. L’ascesa di Narendra Modi e la trasformazione del nazionalismo indù in una forza motrice della cultura e della politica di Nuova Delhi sarebbero le manifestazioni più iconiche di questa risurrezione identitaria che sta caratterizzando in egual misura induisti e musulmani.

Un caso a parte: il mondo islamico. Per via della difficoltà di condurre sondaggi approfonditi nelle realtà islamiche, gli autori dell’inchiesta si sono limitati a raccogliere dati e informazioni su temi come l’accettazione del divorzio, dell’aborto e dell’omosessualità ovunque fossero disponibili. Presso il World Values Survey, il centro dati al quale è stato fatto riferimento per la ricerca, erano presenti dei numeri utili per ricostruire parzialmente le dinamiche religiose di 18 Paesi musulmani – e i risultati sono sorprendenti. Mentre il mondo intero si è diretto verso la graduale accettazione di nuovi valori e sistemi, come la tolleranza e l’accettazione dell’omosessualità, dell’aborto e la de-strutturazione delle famiglie di tipo patriarcale – che a loro volta sono un riflesso della secolarizzazione – nel mondo musulmano questa tendenza non ha attecchito. L’analisi dei dati dei 18 Paesi presi in esame parla chiaro: “[essi] rimangono fortemente religiosi e impegnati a preservare le norme tradizionali riguardanti il genere e la fertilità. Pur in presenza di sviluppo economico, i Paesi a maggioranza islamica tendono ad essere, in qualche modo, più religiosi e culturalmente conservatori della media [mondiale]”. Se le tendenze catturate e misurate da Foreign Affairs dovessero cristallizzarsi, e la rinascita identitaria di Paesi come Russia e Turchia sembra confermare questa ipotesi, un domani la religione e la fede potrebbero continuare ad esistere soltanto in alcune e precise regioni del pianeta, come il mondo islamico e una parte dello spazio postcomunista, e anche all’interno di alcuni Paesi post-cristiani – ma in questi ultimi sarebbero vissute nel più stretto riserbo da minoranze esigue di credenti, irrilevanti dal punto di vista politico e dell’ordinamento morale delle società.

L’Islam rischia di vincere nell’Occidente nichilista che ha perso la fede in Dio.  Alfonso Piscitelli su culturaidentita.it il 2 Agosto 2020. Magdi Cristiano Allam sarà ospite del Festival di CulturaIdentità ideato da Edoardo Sylos Labini, che si terrà ad Anagni martedì 4 e mercoledì 5 agosto, insieme ai grandi nomi del giornalismo e della cultura italiana. Per l’occasione vi proponiamo l’intervista del nostro Alfonso Piscitelli pubblicata sul numero di luglio-agosto del mensile CulturaIdentità (Redazione)

Mussulmano convertito al cristianesimo, toccato dal Vangelo e dalla teologia di Benedetto XVI, Magdi Allam coglie nella guerra mossa contro i simboli della storia europea e occidentale una netta analogia con la “iconoclastia” islamica. Il discorso di Allam continua a svilupparsi in un forte antagonismo nei confronti della fede di origine: il suo ultimo libro si intitola sinteticamente “Stop Islam”. Ma discutendo di Black Lives Matter, di arcivescovi che vogliono cancellare le immagini tradizionali di Gesù e di Democratici, non solo americani, che coltivano l’odio di sé, l’autore ci indica la vera falla della nostra civiltà: il nichilismo. “L’Islam – ci dice – rischia di vincere nell’Occidente nichilista che ha perso la fede in Dio e la fede in sé stesso presentandosi come elemento di certezza e di ordine”.

La furia iconoclasta dei BLM come era prevedibile ha preso di mira i simboli della cristianità, con San Michele paragonato al poliziotto di Minneapolis e l’accusa alle raffigurazioni di Cristo di essere troppo europee…

«È l’Occidente che odia se stesso e vuole eliminare tutte le raffigurazioni del proprio passato. Questo approccio ideologico è una evidente malattia, perché chi rifiuta le proprie radici come può immaginare di proiettarsi nel futuro? Peraltro scagliarsi contro le statue, i simboli del passato è esattamente ciò che fece Maometto a partire dal 630».

Ricorda anche un po’ il Terrore giacobino o la Cambogia di Pol Pot.

«Con la differenza che la rivoluzione francese è finita, come pure quel regime comunista mentre l’Islam esiste ed è in mezzo a noi. Quando Maometto distrusse gli idoli della Mecca formalizzò l’iconoclastia, la distruzione delle statue all’interno dell’Islam, ma affermò anche il principio secondo cui la vera storia comincia dalla instaurazione dell’Islam e tutto il passato è condannato come “ignoranza-oscurantismo”: un approccio grave perché piaccia o meno noi siamo il frutto ciò di ciò che ci ha preceduto».

Però nel mondo islamico troviamo anche un archeologo siriano come Khaled el Assad, che appassionatamente difendeva i reperti antichi.

«Noi dobbiamo distinguere tra le persone e la religione. Io stesso sono stato per gran parte della mia vita un mussulmano laico, che cioè credeva nell’Islam come riferimento di fede e di civiltà ma che anteponeva la ragione ed il cuore al sistema di credenze e precetti. Una condizione diffusa nell’Egitto della metà del Novecento, quando la logica prevaleva e gli estremisti islamici venivano emarginati. I mussulmani come persone possono essere moderati e ritengo che ci siano molti islamici moderati con i quali noi possiamo e dobbiamo dialogare, ma il sistema religioso ha le sue caratteristiche rigide».

Anche l’arcivescovo di Canterbury ha approvato la campagna che mira ad eliminare le raffigurazioni di Gesù con tratti europei: “Le statue di Canterbury saranno riviste”, ha promesso.

«L’arcivescovo di Canterbury ha fatto anche di peggio nel corso degli anni quando ha sostenuto che è giusto che elementi della Sharia vengano incorporati nella legislazione. La Gran Bretagna è forse il paese europeo più a rischio di islamizzazione: hanno legittimato la presenza di tribunali islamici, che hanno già emesso decine di migliaia di sentenze basate sulla Sharia. In alcune amministrazioni con sindaco islamico hanno consentito che i consigli comunali siano aperti dal muezzin che recita versetti coranici… Questo è veramente preoccupante perché significa che siamo allo sbando più totale, perché non abbiamo un elemento di certezza. Ed è in questo caos e disorientamento che l’Islam potrebbe prevalere come fattore di certezza e di ordine».

L’Islam potrebbe essere il vincitore nel clima nichilistico dell’Occidente?

«Esatto, questo è il vero rischio, perché nell’Islam si preservano alcune certezze di base che in Occidente, dove per dire la famiglia naturale è diventata oggetto di criminalizzazione, si sono perse».

Però questo movimento contro i simboli del passato ha origine negli USA: per effetto delle tensioni razziali o forse anche per l’influsso della cultura protestante?

«Trump però è evangelico, mentre Nancy Pelosi e il vescovo di New York che esprimono simpatia per le rivolte sono cattolici e anti-Trump. Non traccerei un nesso tra iconoclastia del presente e mondo evangelico. Pesa forse più l’approccio ideologico del Partito Democratico, che poi era il partito dei vecchi schiavisti…»

Per effetto di un senso di colpa per il passato?

«È qualcosa di più grave del senso di colpa, quello che emerge nel rito dell’inginocchiarsi è un odio di sé in quanto bianchi. Possiamo dire che tutto questo è qualcosa di profondamente morboso, senza difendere minimamente razzismo e schiavitù. Peraltro schiavitù e razzismo sono fenomeni universali, la particolarità della civiltà europea è che la schiavitù la ha abolita… Quando si parla di schiavitù si parla soltanto degli Africani deportati nelle Americhe (otto milioni), ma non si parla di quelli che furono trasferiti nelle terre islamiche, che secondo alcuni storici ammontano a dodici milioni. E non dimentichiamo che fino al 1830 due milioni e mezzo di Europei sono stati tratti in schiavitù da Arabi e Turchi. Quella che viene condannata negli Stati Uniti è una schiavitù che non esiste più. L’ISIS ha riesumato la schiavitù, con le ragazze yazide vendute al mercato».

Ora c’è l’attacco ai simboli ma prima come dicevi c’era una dimenticanza latente di ciò che riguarda la nostra storia. Come si cura questa perdita di memoria e di identità? Come ricostruire sul Ground Zero di valori dell’Occidente?

«Serve una formazione culturale che ci faccia recuperare la certezza e l’orgoglio di ciò che siamo sul piano della nostra identità, della nostra fede. Noi abbiamo bisogno di recuperare le nostre radici per essere rigeneratori della civiltà».

Benedetto XVI di fronte a queste convulse vicende avrebbe saputo trovare parole illuminanti…

«Il concetto dell’Occidente che odia sé stesso è appunto un concetto espresso dall’allora cardinal Ratzinger in una lectio magistralis del 2004 al Senato quando ne era presidente il filosofo Marcello Pera. Quello che occorre è il recupero del sano amore per sé stessi, l’esortazione di Gesù è appunto “ama il prossimo tuo come te stesso”».

Come essere cristiani senza Dio? Non con la fede ma con l’amore. Mons. Vincenzo Paglia su Il Riformista il 20 Giugno 2020.

Caro Monsignore, ho letto, naturalmente, i tuoi articoli pubblicati sul Riformista. Soprattutto gli ultimi. Quello sui migranti e quello sulla misericordia, per esempio. Sono rimasto colpito, per molte ragioni. La prima è questa: io sono un vecchio comunista, lo sono stato fino alla fine del comunismo. Poi ho scelto di concentrare le mie forze nelle battaglie per i diritti e per la libertà. Non so più come definirmi, oggi. Non ho più una parrocchia, una casa politica. Riformista – cioè il nome del mio giornale – è l’unica parola che mi sembra ragionevole in politica. Beh, leggendo quello che tu scrivi ho ritrovato i valori essenziali nei quali non ho mai smesso di credere. L’uguaglianza, la libertà, il diritto ai diritti, il perdono, la fraternità, l’umanitarismo. Non li ritrovo quasi mai questi valori – tutti insieme – in nessun partito, in nessun giornale, in nessun circolo intellettuale. Eppure tra te e me c’è una differenza abissale. Tu sei un ministro della Chiesa. Tu credi in Dio, nell’anima, nell’eternità, nella legge divina. Io no. Sono fortissimamente ateo. Materialista. Non credo nelle leggi. Vedo nell’idea di Dio il pericolo di una possibile autorità oppressiva. Come possiamo ritrovarci – tu ed io – in dei valori assoluti? E poi: i valori e i principi sono la stessa cosa? Sono la stessa cosa, alla fine, la morale e l’etica? E la negazione di una fede religiosa non costituisce una barriera definitiva tra un credente e un ateo? Insomma, si può essere cristiani senza Dio? Mi dici, Monsignore, se hai una risposta a queste domande? Piero Sansonetti

Caro Direttore, grazie della tua lettera che pone non una ma molte domande e forse richiede non una ma molte risposte. E forse vale la pena – in questo tempo di pandemia – mentre siamo costretti a tenere la mascherina sulla bocca, scambiarci un dialogo su questioni davvero serie. È una opportunità preziosa. Anche perché è quanto mai opportuno evitare che la mascherina la mettiamo sugli occhi, magari per chiacchierare a vanvera o, peggio, per scambiarci per lo più solo accuse vicendevoli. Per non perdere tempo, partirei dall’ultima domanda: “Si può essere cristiani senza credere in Dio?” In prima battuta è ovvio che non è possibile. Gesù stesso “crede” nel Padre che sta nei cieli. Se togliamo dai Vangeli il riferimento a “Dio-Padre”, cade l’intero Vangelo. Come sappiamo i discepoli di Gesù furono chiamati “cristiani” ad Antiochia nei primi anni dopo la morte di Gesù. I “cristiani” perciò sono quelli che accolgono Gesù e il suo mistero di Figlio del Padre. In questa prospettiva dovremmo già discutere su cosa significa il termine “Dio”. Potremmo parlarne un’altra volta. Ma mi preme dire immediatamente che tanto spesso il Dio che molti non credenti rifiutano, lo rifiuto anch’io e anche la stessa Chiesa. Ad esempio quando scrivi del Dio che diventa una autorità oppressiva, ebbene devo dire che io stesso non credo in quel Dio lì! Lo dice Gesù stesso più volte nei Vangeli.  Ti presenti come il «vecchio comunista» che mi legge con attenzione (e ti ringrazio per questa stima). E aggiungi che sei “fortissimamente ateo…”. Sono molti anni che cerco di intessere dialoghi e incontri tra credenti e non credenti: sin dagli inizi degli anni Novanta. E conosco le inquietudini che agitano tanta cultura del nostro tempo. Mi colpirono le riflessioni di un noto teologo del Novecento, il gesuita Henry De Lubac, la cui tesi si riassumeva nel titolo: “Il dramma dell’umanesimo ateo”. L’uomo contemporaneo ha pensato fosse necessaria la morte di Dio per affermare la sua libertà. La conclusione? Oggi parliamo anche della morte dell’uomo. Luigi Zoja, con acuta analisi, ha pubblicato un bel volumetto: La morte del prossimo. Scrive: «La morte di Dio ha svuotato il cielo… il posto di Dio è preso dall’uomo e dalle sue opere». Nella pagina di copertina scrive: «Ama Dio e ama il prossimo, diceva il comandamento. Ma già per Nietzsche Dio era morto. Nel mondo pre-tecnologico la vicinanza era fondamentale. Ora domina la lontananza, il rapporto mediato e mediatico. Il comandamento si svuota. Perché non abbiamo nessuno da amare». Caro Direttore, vorrei iniziare proprio di qui una prima riflessione. Zoja ha colto nel segno: “Non abbiamo più nessuno da amare”. È un’affermazione che mi porta a focalizzare meglio le riflessioni e ad accogliere la tua domanda se un ateo può essere cristiano. Credo che dobbiamo andare oltre il pur serio dibattito attorno al polo alternativo di fede e ragione: dispositivo che ha finito per far valere una politica di reciproca esclusione tra credenti e raziocinanti come se fossero mutazioni antropologiche incompatibili tra loro. Se rimaniamo in questo orizzonte rischiamo il corto circuito. Insomma, il credente – dice il non credente – rinuncia alla ragione per amore della sua fede; e gli atei – dicevano i credenti – stanno lontano dalla fede, per amore della ragione. E così nessuno incontra l’altro, per di più avallando l’idea di un fossato incolmabile. Bene, è venuto il tempo di dire chiaramente, con tutto il rispetto per le buone intenzioni, che se così fosse, sarebbero entrambi amori “sbagliati”. E alla lunga, dannosi. In ogni singolo essere umano c’è in realtà uno spazio attorno a cui “pensare” e “affidarsi” si devono incontrare: per l’onestà intellettuale di una coscienza che riconosce nella testimonianza del mistero che ci parla, spoglia della presunzione di possederlo, lo stesso struggimento del senso della vita di cui il pensiero è amante, senza poter esserne padrone. Quando la ragione riconosce la presenza del mistero non si indebolisce. Al contrario, è forte. Ha intravisto la luce e ne è rimasta abbagliata. Le vie della ragione, perciò, vanno percorse tutte e fino in fondo. E la fede non è cieca e non può pretendere il possesso esclusivo e pieno del mistero. Non mi dilungo: il credente e il non credente si trovano assieme – proprio uno nell’altro, nel profondo dell’interiorità di ciascuno – sulla soglia del mistero. Ma è a questo punto che mi pare si debba registrare in maniera nuova il dialogo. Più che tra ragione e fede, tra ragione e amore, appunto. Ed è sulla via dell’amore che è possibile non solo l’incontro ma anche l’alleanza per trasformare il mondo. L’indicazione viene chiara dal Vangelo della Misericordia che in questo tempo stiamo comprendendo ancor più profondamente. Nella tradizione cristiana l’amore (agàpe) è il cuore del mistero. È Dio stesso che si comunica in maniera storica, effettiva, trasformante. Nell’inno all’amore di Paolo – quello della prima lettera ai Corinzi – l’amore è superiore a tutte le virtù. Non c’è null’altro al di sopra. Né la profezia della tradizione ebraico-cristiana; né l’ineffabile lingua degli angeli, quella che estasiava i Corinzi; e nemmeno la speranza; e neppure la conoscenza, la quale in questo mondo è così misera sì che conosciamo Dio solo confusamente, come attraverso uno specchio, dentro «enigmi». L’amore è superiore persino alla fede. Nel Vangelo di Matteo, Cristo ha detto: «Se avrete fede quanto un granellino di senape potrete dire a questo monte spostati da qui a lì, ed esso si sposterà. Niente vi sarà impossibile». E san Paolo con un incredibile capovolgimento: «Se avessi tutta la fede tanto da poter trasportare i monti, ma non avessi l’amore, non sarei nulla». Tutto passerà, anche la fede e la speranza. Al termine resterà solo l’amore. È dottrina cristiana, ma il suo riverbero tocca ogni religione. Manifestazione peculiare dell’amore è quella che spinge a piegarsi verso i deboli, i malati, gli esclusi, gli indigenti, i poveri. Questa «via» è davvero «santa» nel senso più ampio del termine. Essa comporta un’energia interiore che sfocia sempre nell’Altro. Mai permette di chiudersi in se stessi, perché è sempre «oltre». È la vera energia di libertà. Costringe, se la si pratica, ad andare oltre se stessi e il proprio gruppo, persino oltre la stessa appartenenza religiosa, fosse anche cristiana. Ciò è evidente dalla pagina evangelica di Matteo 25, che il cardinale Martini amava chiamare il «Vangelo dei non credenti» (spesso Gesù porta a esempio persone estranee alla religiosità ebraica, talora anche nemiche). L’evangelista scrive esplicitamente che colui che offre il bicchiere d’acqua è un non credente; eppure proprio lui, mentre professa davanti a Dio di non essere credente, si sentirà ripetere: «Quello che hai fatto ad uno di questi miei fratelli più piccoli l’hai fatto a me». In questa “via amoris” tutti possiamo ritrovarci, credenti in Dio e credenti solo religiosi, credenti laici e non credenti affatto. Ovviamente, non ci si ritrova per caso, ma per scelta; ed è una scelta talora impegnativa, mai comunque banale. L’istinto (come fidarsi di esso?) è tirare diritti per la propria via, quella dell’individualismo: e oggi sono numerosissimi i “preti e leviti” che vedono e passano oltre; pochi, troppo pochi, i samaritani che vedono, si commuovono e si fermano. L’amore (anche e soprattutto quello per i poveri) è una scelta che porta a guardare il cielo che sta sopra e non le mura che stanno sotto. Per questo, l’agape che impariamo da Dio può abitare ogni amore: e persino i suoi limiti di potenza e i suoi debiti di giustizia: perché la tenuta della fede, qui, significa che non siamo disposti a mollare il nostro attaccamento all’amore ferito dell’altro, e alla giustizia della sua redenzione, neppure di fronte alla morte. E neppure dopo. Questo amore, nella visione cristiana, non è un arredo mistico del sentimento. E la fede che si impegna per la sua verità non coltiva nessuna presunzione o disprezzo nei confronti della ragione della vita degna dell’uomo, indomabile e al tempo stesso vulnerabile, nella quale abitiamo insieme. Per i credenti ha un nome, Gesù di Nazareth; per chi non crede forse è senza nome, ma sempre cielo è. L’amore è il presente assoluto, e l’assoluto futuro. Alla fine della storia, quando tutto avrà termine, non ci sarà più nessuna virtù umana, nessuna divisione. Solo l’amore. Solo la misericordia. Gli uomini e le donne non si dividono tra chi crede tanto, poco, pochino, molto, quasi per niente. No! Si dividono, semmai, tra chi si ferma (il Samaritano del Vangelo) e chi va oltre (tutti gli altri, il prete dell’epoca compreso!); tra chi ha uno sguardo di misericordia e si preoccupa della sofferenza dell’altro e chi tira dritto. Ma chi tira dritto oggi, domani potrà comprendere di avere sbagliato. Ce lo ricorda papa Francesco con la sua insistenza sul dialogo, sull’incontro, che scandalizza i tanti secondo i quali la Chiesa oggi dovrebbe continuare a fare proseliti e lanciare anatemi. Non è così dal Concilio Vaticano II: la strada è un dialogo che non abbandona la ragione ma trasforma il mondo secondo la forza dell’amore.

Francia, chiese distrutte e svendute: il cattolicesimo è al capolinea. Emanuel Pietrobon il 23 settembre 2020 su Inside Over. Il rogo della cattedrale dei santi Pietro e Paolo di Nantes dello scorso 18 luglio, appiccato dal custode ruandese per evitare l’espulsione, ha contribuito a riportare alla luce il fenomeno degli attacchi anticristiani in Francia, il paese d’Europa in cui annualmente si consuma il maggior numero di episodi e violenze contro i simboli e le persone del cristianesimo. Il fenomeno è molto più complesso di quanto possa apparire, poiché il clima d’odio non è il semplice frutto dell’espansione dell’islam radicale in ogni angolo di territorio, ed è esacerbato da una combinazione letale di disinteresse delle autorità pubbliche nella tutela del patrimonio religioso e incapacità delle forze dell’ordine nell’assicurare alla giustizia i protagonisti dell’anonima anticristiana, che nei prossimi anni potrebbe condurre all’estinzione del cattolicesimo nella fu “figlia prediletta della chiesa” dal cui ventre nacquero i “re cristianissimi”.

Un “clima anticristiano”. Marine Le Pen, commentando l’ultimo rapporto sulla violenza anti-religiosa del Ministero dell’Interno, ha denunciato l’esistenza di un “clima anticristiano”. Stando al documento, il cui aggiornamento è riferito all’anno 2019, in Francia sono stati ufficialmente certificati 1.893 crimini d’odio contro le tre religioni abramitiche, intesi come roghi, vandalismi, distruzioni, furti d’oggettistica sacra, profanazioni e aggressioni fisiche. Ciò che colpisce è la dissimmetria nella distribuzione degli episodi d’odio: il cristianesimo, da solo, è stato vittima di 1.052 attacchi, seguono l’ebraismo con 687 e l’islam con 154. Gli attacchi ai siti cristiani – che includono non soltanto chiese ma anche statue, croci, monumenti e cimiteri – l’anno scorso hanno raggiunto un picco storico, il massimo mai registrato negli anni recenti, in aumento sensibile rispetto agli 877 del 2018. In altri termini, ogni giorno in Francia vengono consumati quasi tre episodi anticristiani. Nel complesso, fra il 2008 e il 2019, questi crimini d’odio sono quadruplicati. L’insieme di questi numeri rende la Francia il Paese in cui avviene il maggior numero degli attacchi anti-cristiani che hanno annualmente luogo nel Vecchio Continente. L’anno scorso, in tutta Europa sono stati commessi circa 3mila attacchi anticristiani, dei quali, come già scritto, 1.052 sono avvenuti nella sola Francia. Questo significa che, numeri alla mano, nel paese si consuma un terzo di tutti gli attacchi anticristiani del continente. Sarebbe sbagliato, però, credere che l’ondata di anti-cristianesimo che sta travolgendo le strade francesi sia interamente imputabile all’islam radicale. Secondo un’indagine del giornale Libération, basata sull’analisi dei rapporti stilati dalle forze dell’ordine, il 60% dei crimini d’odio sarebbe attribuibile ai mondi dell’estrema sinistra, del neonazismo e del satanismo, mentre il restante 40% sarebbe compiuto da fanatici dell’islam radicale e persone con disturbi mentali.

Le chiese scompaiono, sostituite da negozi e moschee. Pur non sposando il linguaggio allarmista della Le Pen, anche il resto del mondo politico concorda all’unanimità sul fatto che la situazione sia estremamente grave; il problema è che, oltre a mancare la volontà di trovare soluzioni, la rigida legge sulla separazione tra Stato e Chiesa del 1905 permette dei margini di manovra troppo ristretti per poter garantire la preservazione del patrimonio religioso dall’erosione del tempo e dalle violenze dei fanatici. La situazione è stata illustrata nei dettagli da Édouard de Lamaze, il presidente dell’Osservatorio per il patrimonio religioso (Observatoire du patrimoine religieux), le cui preoccupazioni sono state raccolte in un’inchiesta de La Repubblica. De Lamaze, pur non volendo parlare di “clima anticristiano”, ha dichiarato che “non dobbiamo nemmeno essere ingenui, [perché] il nostro paesaggio sta cambiando”. Non sono soltanto le profanazioni quotidiane a spaventare de Lamaze, ma la situazione rovinosa in cui, nel complesso, si trova il cattolicesimo: “Una nuova moschea apre ogni due settimane, mentre ogni anno scompaiono tra 40 e 50 chiese: demolite, vendute o radicalmente ricostruite”. Se la tendenza dovesse proseguire per un periodo di tempo abbastanza lungo, nei prossimi anni potrebbero essere riadattare ad uso profano fino a 5mila chiese, quando trasformate in alloggi, quando in discoteche e attività commerciale, quando completamente demolite per fare spazio a parcheggi e supermercati. Secondo de Lamaze il freno che inibisce il successo di qualsiasi iniziativa di tutela del patrimonio religioso-culturale è la legge sulla separazione tra Stato e Chiesa del 1905. Essa ha comportato l’espropriazione delle 83 cattedrali e delle circa 45mila chiese all’epoca presenti ed operanti sul territorio, la cui proprietà è passata dalla chiesa cattolica allo Stato. Mentre quest’ultimo ha le risorse per curare il mantenimento delle cattedrali, la stragrande maggioranza dei comuni, avendo altre “priorità”, ha lasciato i luoghi di culto in stato di penuria e abbandono. Lo stato centrale ha provato ad andare incontro alle esigenze dei comuni aprendo un fondo pubblico dal quale ogni anno vengono estratti cento milioni di euro per il mantenimento e la ristrutturazione delle chiese, ma si tratta di una cifra esigua, troppo magra per garantire l’adeguata tutela del paesaggio cattolico della Francia, il secondo Paese d’Europa per numero di chiese dopo l’Italia. Inoltre, occorre tenere in considerazione che in Francia non esiste un 8xmille da destinare alle istituzioni religiose – questo è un altro motivo alla base delle difficoltà di aggirare le restrizioni della legge del 1905. Molti comuni, quindi, stanno decidendo di fronteggiare l’emergenza fondi nel modo più drastico: vendere le chiese a privati. La Francia del 2020 non sembra molto lontana da quella immaginata su Le Figaro da Marcel Proust ne La morte delle cattedrali, un appello indirizzato al governo francese alla vigilia dell’entrata in vigore della legge del 1905. Lo scrittore credeva che, un giorno, le cattedrali francesi sarebbero state trasformate in case da gioco; la storia gli ha dato ragione: oggi molte chiese sono state riadattate in discoteche, pub, ristoranti, palestre, auditori, e altre ancora sono state demolite per fare spazio a parcheggi, supermercati ed edifici residenziali. L’incubo del celebre pensatore si è avverato: nel nome dell’ultra-laicità si sono gettate le basi per la scomparsa non soltanto della religione dalla vita pubblica, ma della fede dall’anima del popolo francese, perché “la cattedrale, nella sua immensità, può dare asilo al letterato come al credente, al sognatore come all’archeologo; quel che importa è ch’essa resti viva, e che dall’oggi al domani la Francia non sia trasformata in un’arida riva dove gigantesche conchiglie cesellate apparirebbero in secca, svuotate della vita che le abitò, e che neppure porterebbero più, all’orecchio che vi s’inchini, il vago murmure di un tempo: semplici pezzi da museo, gelidi musei esse stesse”.

 La Francia abbandona il cattolicesimo: l'islam avanza incontrastato. La Francia abbandona il cattolicesimo per sposare il laicismo. L'islam, invece, avanza nelle statistiche. E qualcuno ora spera nelle future scelte del Papa. Francesco Boezi, Martedì 30/06/2020 su Il Giornale. La Francia sta cambiando. La nazione transalpina si sta davvero "sottomettendo" all'islam? La parola "sottomissione" funge da titolo per un celebre romanzo di Michel Houllebecq. Poco dopo la pubblicazione del libro, si parlò di "profezia", soprattutto per gli attentati dei jihadisti in terra francese. La religione musulmana e le statistiche che la riguardano sono solo due fattori, peraltro collegati, di un processo che passa anche da tutt'altra parte, ossia per il relativismo. La vandalizzazione delle chiese - ancora - è un sintomo del trionfo laicista. La distruzione delle statue e dell'iconografia cristiano-cattolica pure. Alain de Benoist, che non è cattolico, sostiene che il compito storico del cattolicesimo sia ormai terminato. Eric Zemmour, ora politicamente in prima linea con Marion Le Pen, ritiene che l'Occidente, e dunque la Francia, si stia consegnando mani e piedi all'islam anche per via dei costumi adottati ('Sii Sottomesso", un pamphlet di qualche anno fa ma ancora attualismo, presenta questo sottotitolo: 'La virilità perduta che ci consegna all'islam'). L'elenco, tanto degli elementi esaminati quanto delle vere e proprie disamine, potrebbe continuare parecchio. Un' istantanea così serve solo ad introdurre delle considerazioni su un mutamento che è in corso e che sembra comportare un risultato solo: il definitivo abbandono del cattolicesimo da parte francese. Dove Notre Dame che brucia - come sarà stato scritto altre volte - finisce col fare da allegoria ad un macro fenomeno dell'epoca contemporanea. Michel Onfray, per fare un altro nome di un intellettuale francese, lo ha chiamato "laicismo militante". Sempre De Benoist parlerebbe di "desacralizzazione". Sul perché, in un contesto di questo tipo, l'islam riesca a tenere botta ed anzi a crescere in adesioni, ci si interroga e non poco. In una recente intervista rilasciata a IlGiornale.it, l'imam Pallavicini ha risposto così ad una domanda sul perché le nuove generazioni, a causa del vuoto di senso, guardino soprattutto alla religione islamica: "Sì, decisamente. Può facilitare le conversioni a prescindere dalla forma della religione incontrata. La cosa importante per me è che sia una conversione alla religione ed alla ricerca della verità. Poi, questa religione può essere l'islam, la religione di nascita o ancora un'altra situazione. Ma io resto convinto che la fede, con la ragione, dà il senso alla vita, fornendo prospettive di metodo per trovare delle risposte e trovare il un modo di vivere attraverso delle coordinate serie e profonde. L'importante è che non si sposi una religione come un partito, di un vestito o di un'ideologia. La religione è un mezzo di scienza sacra, è un habitus, non un pezzo di stoffa alla moda dell’anima del momento". Sarà per questo - un insito bisogno di sacro - che il 21% di coloro che sono nati Oltralpe nel 2018 ha un nome di origine islamica? E perché il cristianesimo non riesce più a riempire questo "vuoto di senso"? Qualcuno pensa che alcune responsabilità dipendano da Roma. Lo stesso luogo da cui lo stesso qualcuno si attende un colpo di coda.

Le discusse scelte del Papa. L'arcivescovo di Parigi, Michel Aupetit, non è un cardinale. Il Papa non ha mai elevato alla porpora Aupetit. Certo, l'eccezione riguarda anche altre diocesi storiche per l'Ecclesia (l'arcivescovo di Milano ed il patriarca di Venezia, a loro volta, non sono cardinali), ma la Francia rappresenta, se possibile, una testimonianza ancora più palese di come Francesco abbia in parte modificato la tradizione della Chiesa. Se non altro perché Jorge Mario Bergoglio, che non guarda alla provenienza diocesana di coloro che sceglie per il sacro collegio, non ha mai creato un porporato transalpino. Il pontefice argentino, in Conclave, possiede ora quella che con qualche semplificazione è possibile chiamare "maggioranza", ma tra i cardinali nominati in questi quasi sette anni di pontificato non c'è un francese. "Bergogliano" o no che sia. Quando papa Francesco ha scelto Michel Aupetit per l'arcidiocesi della capitale è circolato un po'di stupore: l'arcivescovo di Parigi basa la sua pastorale sulla bioetica e sul contrasto al "pendio scivoloso" dovuto alla promozione dei "nuovi diritti", mentre i messaggi di Francesco sono per lo più di carattere economico-sociale. E il Papa, durante il suo regno, ha spesso selezionato pastori in linea con le sue sottolineature. Quella volta è andata in maniera diversa. Il Papa, insomma, è sempre in grado di stupire: la scelta di Aupetit come arcivescovo di Parigi ne è una prova. Ma in Francia il cattolicesimo vive una crisi che non conosce precedenti. Oltralpe ci si chiede pure come mai Bergoglio non abbia mai toccato la terra francese. Francesco non è andato neppure in Argentina, ma le motivazioni per cui Francesco non è ancora tornato in patria sono quantomeno discusse. Il perché il Papa non abbia mai varcato il confine tra Italia e Francia, invece, no: non è stato indagato con la stessa incidenza. Normale, dunque, che gli ambienti culturali si interroghino. Questo Papa ha di sicuro un rapporto diverso con l'Europa: i suoi due predecessori sono stati europacentrici. Il sudamericano guarda più alle periferie economico-esistenziali, così come le chiama: in specie all'Asia ed al Sud america. Il Vecchio continente è nel frattempo immerso in quella che Benedetto XVI chiama "dittatura del relativismo". Ecco che il Papa, nelle considerazioni dei conservatori, dovrebbe anzitutto concentrarsi sull'Europa (Francia compresa), per salvarla dalla "Sottomissione". Ma così - dicono sempre coloro che appartengono al "fronte tradizionale" - non è. Lo spazio per le critiche che arrivano dai ratzingeriani deriva pure da questo presunto mancato interventismo di Bergoglio eclissi occidentale. Tutto questo accade mentre la religione islamica sembra proiettata verso un futuro maggioritario in terra francese. Una recente edizione di Libero ha presentato una fotografia della situazione. Tra i virgolettati riportati, vale la pena citare quello di Antoine Colonna, che scrive per Valeurs Actuelles: "Dall'analisi delle statistiche, emerge che la pratica regolare del cattolicesimo è crollata a meno del 5% della popolazione francese. È un dato bassissimo. In questo 5% c'è una vasta porzione di persone anziane. È una situazione terribile per la Chiesa cattolica in Francia". Il combinato disposto tra i numeri dell'islam, che è in crescita, e l'infortunio statistico del cattolicesimo francese fa pensare. Anche in termini di contemporaneità. Francia ed Italia sono il cuore del cattolicesimo europeo. La Germania della riforma protestante - e ora del "concilio interno" dalla durata biennale voluto dall'episcopato progressista - è un'altra storia. Così come l'Inghilterra anglicana. La parabola spagnola, per quanto rilevante, è di sicuro meno lineare di quella italo-francese. La Chiesa cattolica dovrebbe guardare con naturalezza, e con un occhio di riguardo, alla nostra nazione ed ai nostri "cugini". Ma in questi quasi sette anni il Romano pontefice ha preferito altri lidi rispetto alla Francia, forse a causa di altre priorità. Rimane comunque molto probabile che Francesco, nel prossimo concistoro, crei un cardinale francese. Così com'è possibile che il vescovo di Roma scelga di andare in Francia, più o meno a breve, per una visita pastorale con tutte le ufficialità del caso. Ma che il cattolicesimo francese stia perdendo qualcosa in termini di "centralità politica", per così dire, è un dato che risulta non smentibile.

Il tradizionalismo come frutto indiretto della Rivoluzione francese. La Francia è stata considerata per anni la patria del tradizionalismo-cattolico. Il cardinal Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, non è francese d'origine ma è molto influente Oltralpe. E la sua è un'analisi che poggia sulla crisi dell'Occidente. Lo stesso arcivescovo Michel Aupetit è un teorico del fatto che la civiltà occidentale non debba adeguarsi a quella forma di buonismo che non tiene conto della sacralità della vita umana: "Spesso uno giustifica le sue cattive azioni con buoni sentimenti. Si sopprime una vita perché così non soffre; ci si divorzia, per il bene dei bambini; impediamo ai bambini con sindrome di Down di vivere perché sarebbero inevitabilmente infelici. No, davvero, la buona coscienza non è la pace di Cristo", ha tuonato durante una veglia di preghiera pro life, come riportato su Vatican News. Sempre in Francia non mancano gli istituti gestiti dai tradizionalisti. Monsignor Marcel Lefebvre era un francese del Nord. L'eco del tradizionalismo, nonostante la fase odierna, si fa ancora sentire. Pure questa fase vive la sua Vandea. Dal Cristo Re al Buon Pastore, passando per la San Pietro: le realtà tradizionali - come evidenziato da questo articolo pubblicato su Settimana News - sono quelli che possono vantare una certa tenuta per quel che riguarda le vocazioni annuali. Un segno di come la polarizzazione tra relativismo e visione spirituale dell'esistenza abbia avuto degli effetti pratici, con il ripristino di una certa modalità ortodossa di concepire la religiosità. Ma questa è una polarizzazione recente. La storia francese ne ha conosciuta un'altra ben più incisiva: la rivoluzione è stata il "momentum" anti-ecclesiastico per eccellenza. E non solo per la linea cronologica su cui si muove la Francia: tutte le nazioni che hanno provato a destrutturare la Chiesa hanno visto nel giacobinismo-rivoluzionario un esempio da seguire. Joseph Ratzinger stesso usava associare il relativismo alla Rivoluzione francese. La sintesi del pensiero ratzingeriano sui danni arrecati dall'eccesso di razionalismo che è sorto dopo il 1989 è rintracciabile in un ragionamento dell'emerito che Benedetto XVI ha esposto nell'agosto del 2009: "Se allora c'era la 'dittatura del razionalismo', all`epoca attuale si registra in molti ambienti una sorta di 'dittatura del relativismo'. Entrambe appaiono risposte inadeguate alla giusta domanda dell`uomo di usare a pieno della propria ragione come elemento distintivo e costitutivo della propria identità. Il razionalismo fu inadeguato perché non tenne conto dei limiti umani e pretese di elevare la sola ragione a misura di tutte le cose, trasformandola in una dea; il relativismo contemporaneo mortifica la ragione, perché di fatto arriva ad affermare che l`essere umano non può conoscere nulla con certezza al di là del campo scientifico positivo. Oggi però, come allora, l`uomo 'mendicante di significato e compimento' va alla continua ricerca di risposte esaustive alle domande di fondo che non cessa di porsi". La frase si legge ancora su Repubblica. L'ascesa del tradizionalismo in Francia può anche essere interpretata come una reazione alla "dittatura del razionalismo" d'illuministica memoria.

L'avanzata dell'islam durante i nostri giorni. Due fenomeni stanno attecchendo in Francia, e in parte d'Europa, secondo le analisi dei conservatori. Quelle che sono avvalorate da più di qualche statistica: la resa al laicismo - anche dal punto di vista legislativo - e la crescita del numero di persone che, o migrando da paesi a maggioranza islamica o convertendosi da altre religioni, professano la religione musulmana. Il super progressista Emmanuel Macron, in questo primo mandato, si è dovuto interrogare su come porre un freno al cosiddetto "islam politico". Le critiche di Marine Le Pen alla gestione degli esecutivi socialisti o macronisti sono conosciute. Nessuna nazione europea come quella francese si interessa d'islam con la medesima continuità al livello del dibattito pubblico. I rapporti a tema “radicalizzazione” delle istituzioni parlamentari si sprecano. Un altro intellettuale transalpino può essere citato per comprendere meglio di cosa si stia parlando. Yves Mamou, parlandone con La Verità, ha raccontato come persino tra le forze dell'ordine dimorino delle persone radicalizzate. Il colonialismo può aver influito - come terriccio - in una prima fase, ma poi? Perché in Francia a destra e non solo non si fa che parlare di questa "Sottomissione"? Possibile che sia tutto strumentale? Eric Zemmour lo ha chiamato "Il suicidio francese", centrando però il discorso sulla mancata "assimiliazione" della cultura francese da parte dei musulmani e sulla identità perduta. Per dirla con il cardinal Robert Sarah, invece, "Dio o niente". Il "niente" è il nichilismo. Dio è Dio, ma quello verso cui la maggioranza dei francesi potrebbe rivolgersi di qui a breve tempo potrebbe non essere lo stesso in cui credono i cristiano-cattolici. Il tradizionalismo non sembra avere, almeno non da solo, la forza di contrastare i numeri che l'islam ha già iniziato ad esprimere da qualche anno.

Irlanda, il cattolicesimo sul viale del tramonto. Emanuel Pietrobon su Inside Over il 14 febbraio 2020. Nell’immaginario collettivo l’Irlanda continua ad essere considerata uno dei fortini inespugnabili della cristianità occidentale, la terra di San Patrizio, la cui identità nazionale intrinsecamente cattolica si è forgiata nelle lotte contro l’ostile vicino britannico, anglicano ed antipapista, e la cui profonda fede ha ispirato le lotte dei fratelli nordirlandesi. L’Irlanda del 2020, però, è molto diversa da quella descrizione. Come nel resto dell’Europa, definita dal sociologo delle religioni Peter Berger il “continente ateo“, la secolarizzazione ha infine prevalso sulla plurisecolare egemonia culturale cattolico-centrica e nuovi valori, liberali, relativisti, laici, postcristiani, hanno attecchito nella società, mentre l’osservanza alle funzioni è crollata, insieme al reclutamento di nuovo clero, e le chiese chiudono per assenza di fedeli, preti e denaro.

La chiesa dell’annunciazione sarà demolita. Finglas è un quartiere popolare di Dublino che nel corso del Novecento era noto per ospitare una delle più vivaci comunità di cattolici della capitale irlandese. La partecipazione alle messe e, soprattutto, il vivere la fede in maniera attiva ed incisiva nel quotidiano, avevano convinto lo storico arcivescovo di Dublino, John McQuaid, ad avallare la costruzione di una maxi-chiesa negli anni ’60. La chiesa, ribattezzata dell’Annunciazione ed inaugurata nel 1967, è stata eretta avendo come punto di riferimento l’architettura delle grandi cattedrali europee e colpisce, infatti, per le notevoli dimensioni, possedendo una capienza di 3mila 500 fedeli. Ma dagli anni ’60 ad oggi la società irlandese è cambiata, diventando irriconoscibile, e l’attaccamento al cattolicesimo, tradizionalmente considerato uno degli elementi fondanti dell’identità nazionale, è svanito. La chiesa dell’Annunciazione è diventata anacronistica, perché le presenze sono drasticamente calate, e rappresenta anche un costo insostenibile, perché le donazioni rasentano lo zero e neanche la raccolta fondi per la ristrutturazione ha attratto interessati, perciò la chiesa cattolica ha deciso di comune d’accordo con il Consiglio cittadino di Dublino di procedere con la demolizione. Una nuova chiesa verrà eretta al suo posto, ma le sue dimensioni saranno dieci volte minori: avrà una capienza massima di 300 fedeli. Sul resto della proprietà saranno costruiti almeno 50 alloggi per gli anziani e sei acri saranno venduti. Il via libera ai lavori, da parte del consiglio cittadino, è stato dato a inizio febbraio, ma la chiesa aveva chiuso ufficialmente i battenti il 7 ottobre 2018, quando è stata ufficiata l’ultima messa. La nuova chiesa, inoltre, avrà più l’aspetto di un centro di ritrovo per il quartiere che quello di un edificio religioso, stando proprio alle dichiarazioni del clero. Soltanto una parte del nuovo e piccolo luogo di culto sarà dedicata alle funzioni liturgiche, perché sono previsti uffici, aule per convegni ed un piccolo angolo ristoro.

La demolizione, simbolo del cattolicesimo che scompare. Il 78% della popolazione continua a professarsi cattolico ma basta uno sguardo più approfondito per capire che si tratta, in larga parte, di una massa secolarizzata, cristiana più per cultura che per fede, e composta da quelli che Berger ha definito “appartenenti senza credenza“. Numeri alla mano, l’idea che si tratti di una semplice opinione viene smentita, assumendo i connotati di un vero e proprio dato di fatto: il 22 maggio 2015 il 62,1% dell’elettorato si è espresso a favore della legalizzazione dei matrimoni omosessuali, il 18 gennaio 2016 ha fatto seguito l’entrata in vigore della legge sulle adozioni per le coppie omosessuali, il 14 giugno 2017 diventa primo ministro il liberale Fine Gael, apertamente omosessuale, e il 25 maggio 2018 il 66,4% degli irlandesi ha votato per abrogare l’ottavo emendamento sul diritto all’aborto, spianando la strada alla sua liberalizzazione. La chiesa cattolica ha svolto un ruolo di primo piano nel rendere possibile il cambio di paradigma. Fino agli anni ’90 era considerata la più prestigiosa istituzione sociale del paese e, come in altri luoghi, forniva uno scudo di protezione per gli strati più deboli, emarginati e vulnerabili della popolazione. Fra la metà degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000, poi, un’ondata di scandali si abbatte sull’intera struttura ecclesiastica nazionale, dalle arcidiocesi di Dublino e Tuem alle diocesi di Limerick, Raphoe, Cloyne e Ferns, coinvolgendo più di 100 entità gestite dalla chiesa, fra cui seminari, scuole, orfanotrofi e congregazioni. La portata degli scandali è enorme: la commissione Ryan, istituita nel 1999, impiega dieci anni per ricostruire la storia degli abusi sessuali, concludendo i lavori con un rapporto di 2500 pagine, scritto grazie a 1090 testimonianze, che certifica oltre 1500 violenze compiute fra il 1970 e il 1999 e alle quali hanno preso parte direttamente, ossia perpetrando, e indirettamente, ossia nascondendo e insabbiando, più di 800 persone. I risarcimenti alle vittime degli abusi hanno portato la chiesa cattolica irlandese a rischio bancarotta, costando l’equivalente di un miliardo di euro. Sono stati proprio gli scandali ad aver spinto la popolazione ad allontanarsi in massa dal cattolicesimo e ad adottare nuovi valori, anche ostili e contrari ad essa, secondo quanto appurato dal rapporto Vocations Ireland di Noelia Molina dell’ottobre 2017. Negli altri paesi europei, invece, l’affievolimento della fede è legato soprattutto ai processi di secolarizzazione e solo in minor parte alla condotta del clero; ciò rende il caso irlandese unico nel suo genere ed una preziosa fonte di insegnamento per la chiesa cattolica. A volte, infatti, il nemico non viene dall’esterno, come nel caso delle forze secolari e laiciste, ma si cela al proprio interno, nelle stesse strutture adibite al fondamentale ruolo di trasmettere e custodire la fede e di tutelare i fedeli. La sopravvivenza del cattolicesimo, in Europa e nel resto del mondo, dipenderà quindi dalla postura che sarà assunta nei confronti del clero corrotto, perché tanti casi stile Irlanda sono già scoppiati ed altri appariranno.

Vittorio Feltri per “Libero quotidiano” il 7 gennaio 2020. Ultimi dati allarmanti per la Chiesa che insiste nel perseguire una politica allineata a quella della sinistra più vieta e conformista. Le offerte dei fedeli di risulta, cioè i pochi rimasti dopo lustri di calo impressionante, si sono dimezzate in pochi anni. Ai tempi in cui il reddito nazionale era esiguo, inferiore a quello attuale, le cassette d'elemosina si riempivano perché i cristiani erano in sintonia con le prediche del clero, perciò elargivano alla parrocchia quanto più denaro potessero. Lo facevano volentieri, con convinzione, sicuri che i preti utilizzavano i fondi raccolti per andare in soccorso della gente bisognosa o comunque a scopo sociale. Per esempio, onde finanziare gli oratori, ottimi centri di aggregazione giovanile nei quali, perfino io, ateo irriducibile, ho trascorso in letizia l'infanzia e l' adolescenza ricevendo una educazione superiore a quella scolastica. Inoltre, per esperienza personale, sono in grado di testimoniare che quasi tutte le organizzazioni dedite al volontariato erano guidate con grande slancio da sacerdoti pieni di sacro fuoco. Nessuno osava dubitare che costoro agissero per interesse personale o in appoggio di un partito o contro un altro. La fiducia nella Chiesa era totale, fuori discussione. Anche i comunisti più incalliti non negavano la nobile funzione di prevosti e curati, tutti impegnati a compiere del bene. Poi il clima nel Paese è mutato, si è inacidito, sono nate fazioni in lotta aspra, le quali, oltre a combattersi, si odiano sostenendo opinioni inconciliabili. E coloro che indossano l'abito talare, anziché perseguire obiettivi di pace, si sono schierati: chi è per la difesa strenua della tradizione cattolica e chi, invece, sicuramente in buona fede, è per l' accoglienza indiscriminata degli immigrati e la loro integrazione, e favorisce una sorta di commistione tra cristiani e musulmani al grido: "Siamo tutti fratelli". Fatalmente i rapporti tra i primi ed i secondi si sono avvelenati, producendo a volte scontri o almeno polemiche difficili da sedare con pacati scambi di vedute. L'ala conservatrice è disgustata dal comportamento dei preti che consentono ai frequentatori dei luoghi di culto di cantare "Bella ciao", mentre l' ala progressista appoggia l'idea di abolire il presepio negli asili e nelle scuole in omaggio a chi professa la religione islamica. Tra i litiganti non c' è verso di trovare un accordo, cosicché molta gente si è allontanata dalle parrocchie e non versa più l' obolo domenicale a sostegno delle attività ecclesiastiche collaterali. Risultato: le donazioni si sono smezzate, come si è smezzata la moltitudine dei devoti. Cari sacerdoti, datevi una regolata.

Filippo Di Giacomo per “Il Venerdì” il 20 gennaio 2020. Castel Gandolfo, sabato 23 marzo 2013, alle ore 12.15 papa Francesco incontra il suo predecessore Benedetto XVI. Entrambi non sono italiani. Sul tavolo del salottino della residenza papale dei Castelli c' è un cofanetto di cuoio bianco, forse racchiude i documenti che hanno indotto papa Ratzinger alle dimissioni. O forse no: il contenuto di quel cofanetto resta ancora un mistero. È un incontro unico nella storia della Chiesa. Per gli ecclesiologi contemporanei è il momento che sancisce la fine del papato monarchico, un' invenzione tutta italiana dell' undicesimo secolo, costruita per difendere le libertà della Chiesa dalle intromissioni degli imperatori germanici. Una macchina formidabile a lungo efficiente, capace di attraversare i secoli, ma oramai giunta alla totale consunzione. Hanno provato a uscire da questa gabbia storico-ideologica tutti i papi: da Giovanni XXIII a Benedetto XVI, puntualmente ostacolati da una Chiesa, quella italiana, incapace di guardare alla realtà e ai mutamenti del cattolicesimo. Con il 2020 si apre dunque un decennio che vedrà, fatalmente, l' implosione del cattolicesimo della Penisola, della sua gerarchia, delle sue strutture, della sua presenza territoriale e, si spera, anche della sua spesso molesta invadenza nelle dinamiche istituzionali - visto che, come i fatti sembrano dimostrare, altro non riesce a fare che aggiungere mediocrità a mediocrità. Esagerazioni? L' ultima inchiesta della procura antimafia di Catanzaro attesta che nella casa del parroco di Limbadi, tra il 25 e il 27 agosto del 2017, si sono riuniti i faccendieri del clan del potente 'ndranghetista Luigi Mancuso con il quale, secondo gli intercettati, il parroco era in contatto. Nel luglio 2018 quel prete, Francesco Massara, viene nominato vescovo di Camerino, territorio dove il terremoto (pur non facendo vittime) ha infierito in modo devastante. E arriva in diocesi anche come sponsor querulo e insistente di un nutrito gruppo di «bravi imprenditori calabresi», tutti, a suo dire, degni di ricevere appalti per la ricostruzione. A meno di altre sorprese, Francesco Massara non è indagato. Il mondo clericale e i cattolici italiani che a personaggi simili tengono bordone, dicono di essere ancora una «Chiesa di popolo», anzi la prima della classe dell' Orbe cattolico. In realtà, numericamente è da tempo situata al quinto posto dopo Brasile, Messico, Filippine, Stati Uniti. In questo decennio, verrà superata da altri Paesi, soprattutto africani. Nata e vissuta all' ombra del papato monarchico, ha accumulato strutture distribuite in 16 regioni ecclesiastiche: la Sede Apostolica, una sede patriarcale (Venezia), 40 arcidiocesi metropolitane, 20 arcidiocesi non metropolitane, 155 diocesi, 2 prelature territoriali, 6 abbazie territoriali, 1 ordinariato militare. A guardar bene, pare un insieme di scatole vuote o in via di sfollamento, perché se il Papa non è più "generato e non creato" dalla Chiesa italiana, questa deve fare i conti con ciò che realmente è. Il fenomeno va visto attraverso i dati forniti da ricerche indipendenti poiché gli uffici della Conferenza episcopale italiana non ne forniscono, anzi alle richieste rispondono fingendo di cadere dal pero. In Italia risultano ancora aperte 25.610 parrocchie, cui vanno aggiunte le chiese non parrocchiali. Per sapere quante siano, bisogna cercare pazientemente nei siti delle singole diocesi, in genere non aggiornati e magari fermi a un decennio fa. Leggendo quelli delle più diligenti, si riesce a stimare che siano il 30,40 per cento di quelle parrocchiali. Quindi in Italia sarebbero aperte ancora 34-36 mila chiese. Qualche analista più informato, stima che non superino le 40 mila. Il problema è il personale: i preti sono 43.523 (trentamila diocesani, gli altri appartenenti a ordini e congregazioni religiose), coadiuvati da 4.441 diaconi permanenti che, fino ad oggi, mancano di una identità precisa nelle strutture dirette dai chierici. Nel 2009, l' ultima inchiesta sull' età dei sacerdoti in Italia stabiliva la loro età media a 60 anni, con punte superiori a 64 in alcune regioni. Se si aggiungono dieci anni all' inchiesta del 2009, con l' età media arrivata a ottant' anni, si comprende perché solo per coprire i "buchi" dovuti ai decessi e agli abbandoni del ministero (40-50 casi l' anno) ci vorrebbero 500 nuove ordinazioni ogni anno. Ricercatori più cinici sostengono che per riportare la Chiesa Italiana ai livelli degli anni Sessanta-Settanta gli ingressi in seminario dovrebbero aumentare del 77 per cento e, in alcune regioni, del 200: un miracolo che nessun santo sembra disposto a fare. In questo panorama, colpisce la totale mancanza di visione da parte della gerarchia cattolica italiana. I fedeli alla ricerca di personalità carismatiche tra i nostri attuali presuli si impegnano in un' impresa ardua. Se non verrà triturato dalla corporazione episcopale, dove personalità alla Francesco Massara fanno squadra, l' arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi ha tutti i numeri per riscaldare i cuori dei credenti della Penisola. Nel frattempo, la narrazione della presunta presenza ecclesiale viene ampliata da una costosa quanto inutile rete mediatica fatta di giornali, tv, stazioni radiofoniche e siti internet. Tanto per cullarsi nell' illusione che, accanto a Montecitorio e a Palazzo Madama, debba necessariamente esistere una terza Camera gestita dall' episcopato. Eppure, nel 2003, la Cei, sapendo con quale personale anziano e affaticato poteva operare, ha optato per un rilancio della parrocchia chiamando in soccorso i laici. Negli Usa, la formula sta facendo faville. Però in Italia, e papa Francesco lo ha fatto notare più volte ai nostri presuli, si è riusciti nel difficile esercizio di sbagliare del tutto la proposta formativa, sfornando una inutile e ingombrante élite laicale totalmente clericale, a sua volta illusa di essere il grand commis della terza Camera. «Delegittimare la parrocchia equivale a delegittimare la più diffusa - se non l' unica - istituzione religiosa in Italia in forma di Chiesa» scriveva la Cei nel 2013 di fronte a qualche larvata critica dettata dalla realtà. Che la auto-avverata profezia dei vescovi abbia avuto successo è dimostrato, come al solito, dai numeri. Secondo una ricerca della Fondazione Agnelli, la percentuale degli italiani che dichiarano una reale frequenza alle funzioni religiose domenicali è del 13 per cento (i giovani maschi sono il 17,6 per cento e le giovani femmine l' 8,5). Pochissimi. Nell' ultimo decennio, l' ufficio preposto ai culti nel nostro ministero degli Interni ha emesso una media di 140-150 decreti di cessazione della personalità giuridica di parrocchie, conventi, scuole e altre presenze territoriali cattoliche. Tra dieci anni, più che una "Chiesa di popolo", quella italiana sarà una Chiesa di parrocchie e santuari abbandonati.

La scomparsa del cristianesimo nei Paesi Bassi. Emanuel Pietrobon su Inside Over il 15 gennaio 2020. L’Europa è stata definita dal rinomato sociologo delle religioni Peter Berger il “continente ateo”. In alcuni paesi l’entrata nell’era post-cristiana è avvenuta a ritmi più rapidi che in altri e permangono sostanziali differenze fra la parte occidentale ed orientale del Vecchio continente, sia nel modo in cui la fede è vissuta personalmente che nel ruolo da essa rivestito nella sfera pubblica. Sempre a Berger si devono i concetti di “credenti senza appartenenza” e “appartenenti senza credere” per identificare, nel primo caso, quelle persone che credono in Dio, ma non partecipano alla vita ecclesiale, e nel secondo caso coloro che si definiscono membri di una confessione per ragioni culturali e non di reale adesione a dogmi e dottrine. Quando in una società queste due categorie di individui iniziano ad aumentare significativamente, è il segno che è in atto un profondo cambiamento che porterà dapprima alla secolarizzazione e, infine, alla scomparsa vera e propria della religione. È accaduto in Francia, e sta anche accadendo nei Paesi Bassi.

Cristiani in estinzione. Dal 1970 al 2018 la quota totale sulla popolazione degli olandesi appartenenti alla chiesa cattolica è diminuito a livelli drammatici, passando dal 40% al 21,5%, ossia, in termini numerici i fedeli si sono ridotti da 5 milioni 320mila a poco più di 3 milioni 710mila. L’emorragia si è intensificata con l’avvento del nuovo millennio e non mostra segni di arresto: fra il 2003 ed il 2015 oltre 650mila battezzati hanno abbandonato la chiesa cattolica. Nella stragrande maggioranza dei casi i credenti-appartenenti non entrano a far parte di una delle due categorie sociologiche suscritte, poiché sposano in toto irreligiosità e ateismo, e anche fra coloro che continuano a identificarsi nel cattolicesimo si registra un calo significativo dell’adesione ai dogmi. Secondo un’indagine del 2015, soltanto il 13% dei cattolici credeva nell’esistenza del paradiso ed il 17% nell’esistenza di Dio. L’anno seguente, l’inchiesta “Dio in Olanda” evidenziava come atei ed agnostici, insieme, fossero arrivati a rappresentare il 60% della popolazione totale. I dati sulla partecipazione alle messe domenicali sono altrettanto emblematici: nel 2006 erano frequentate soltanto dall’1,2% dei cattolici e, ad oggi, è difficile elaborare proiezioni e statistiche poiché molte parrocchie hanno smesso di pubblicare le cifre che le riguardano, sebbene sia legittimo credere che tale percentuale rasenti ormai poco più dello “0,…%“. I riflessi della scristianizzazione dei Paesi Bassi sono visibili soprattutto in un fatto: la chiusura di chiese, parrocchie e cattedrali, vendute a privati e spesso riconvertite in musei, supermercati, luoghi di culto per altre fedi più attive e alla ricerca di spazi, locali notturni, attività commerciali, biblioteche o appartamenti. Si stima che un quinto di tutte le chiese olandesi costruite prima del 1800 ed un quarto di quelle costruite dopo il 1800 sia stato riconvertito ad uso secolare; più nel dettaglio sono state sconsacrate e riconvertite il 25% delle chiese protestanti ed il 15% di quelle cattoliche. Per quanto riguarda queste ultime, un rapporto presentato in Vaticano dalle alte gerarchie ecclesiastiche olandesi ha lanciato l’allarme: entro il 2025 si potrebbe passare dal 15% al 75%. Secondo l’arcivescovo Willem Eijk, se la tendenza dell’abbandono delle chiese dovesse continuare al ritmo attuale, entro il 2028 l’intera arcidiocesi di Utrecht, la più grande del paese, potrebbe scomparire. La sua previsione è stata recentemente rafforzata dalla decisione di mettere in vendita la cattedrale di Santa Caterina, l’edficio-simbolo della città fin dal 1560, per assenza di denaro e fedeli.

I riflessi socio-culturali del cambiamento. Secondo Paul van Geest, che ha due cattedre in storia all’università di Tilburg, il crollo della partecipazione alle messe e la chiusura delle chiese è “la conseguenza logica del fatto che la chiesa non è più un fattore vincolante nella società olandese“. Le associazioni culturali e gli enti pubblici coinvolti in tematiche sociali hanno sostituito lo storico ruolo di collante comunitario svolto dalle parrocchie, inoltre assistere alla messa è divenuto più difficile con la chiusura di numerose chiese e questo spinge molti fedeli, residenti nelle aree rurali o anziani, a desistere. Il maggiore riflesso dell’entrata dei Paesi Bassi nell’era postcristiana è indubbiamente il forte attaccamento della popolazione ad una visione del mondo ultraliberale ed essenzialmente contraria ai valori di origine cristiana. Un mondo che spazia dallo sdoganamento dell’utilizzo delle droghe fino sostegno all’eutanasia e al suicidio assistito, anche quando riguardano minorenni, giungendo anche al controverso tema della legalizzazione della pedofilia, argomento quest’ultimo, per il quale si battono nel paese diversi enti e in passato sono stati fondati anche dei partiti politici.

Germania, l'ora di religione? Soltanto con docenti di tutte le fedi. L’esperimento ad Amburgo. In cattedra ebrei, musulmani, evangelici o cattolici. Giampaolo Cadalanu il 04 gennaio 2020 su La Repubblica. Una lezione di religione, dove dietro la cattedra possa essere un musulmano, un ebreo, un evangelico o un cattolico. Le scuole di Amburgo accoglieranno i docenti di ogni credo, che potranno insegnare solo dopo aver compiuto un percorso completo, quando saranno dunque capaci di presentare le visioni diverse dei diversi temi. È un esperimento varato in accordo con le diverse comunità religiose in tre diverse scuole della città anseatica e già sperimentato alla Kurt Tucholsky Schule nel sobborgo di Altona. «Un’idea meravigliosa per la nostra città che accoglie diverse culture», ha sottolineato il socialdemocratico Ties Raven, assessore alla Scuola e lui stesso ex insegnante di religione. Per i cattolici è un passo più difficile che per gli altri, scrive la Frankfurter Allgemeine Zeitung, perché la Chiesa di Roma ha sempre visto l’insegnamento come parte della missione. Ma le autorità scolastiche del Land lo hanno messo in chiaro: la lezione di religione non può essere opera di proselitismo, ma deve essere un impegno di educazione e maturità religiosa. Amburgo è sempre stata all’avanguardia, in questo senso, proponendo un’unica ora di religione per tutti, con contenuti condivisi, contrariamente agli altri Lander, nelle cui scuole sono presenti fino a 13 diversi indirizzi. Ma evidentemente in passato l’approccio evangelico non ha provocato imbarazzo, tanto che finora, scrive il quotidiano, praticamente nessuno ha utilizzato la possibilità di evitare le lezioni. Tutt’al più i docenti cattolici si orientavano verso una delle 21 scuole legate alla Chiesa di Roma. I professori buddisti, ebrei, musulmani e aleviti partecipavano alla definizione dei programmi, ma non potevano insegnare direttamente. L’ex sindaco democristiano Ole von Beust aveva garantito il diritto a un’istruzione religiosa diversa già dal 2012, possibilità usata prima dalla comunità musulmana, poi dalla comunità ebraica. Ma il nuovo modello di educazione non prevede un punto di vista totalmente neutrale da parte del docente, quanto piuttosto la responsabilità specifica della comunità religiosa nell’adottare una visione equilibrata. L’iniziativa ha raccolto commenti positivi: l’approccio meno vincolante, con una sfumatura di filosofia piuttosto che solo la spiegazione dei dogmi della fede, è considerata un strumento di integrazione e di stimolo della tolleranza.

Francia, la crisi del cattolicesimo racconta il tramonto dell’Occidente. Francesco Boezi su Inside Over il 28 dicembre 2019. La Francia, patria del tradizionalismo cattolico ed europeo, vive la sua crisi di fede. L’immagine della cattedrale di Notre Dame che brucia come raffigurazione plastica del tramonto della civiltà occidentale: abbiamo imparato ad accettare l’utilizzo della simbologia europea che viene meno, anche in senso fisico, come allegoria dei tempi che corrono. Succede più o meno lo stesso con le parrocchie trasformate in supermercati nel nord Europa o con quelle che, addirittura, cambiano destinazione d’uso in moschee. Ma quando è il Papa della Chiesa cattolica – com’è successo tramite gli auguri rivolti alla Curia di Roma per le festività natalizie di quest’anno – ad avvertire, mediante argomentazioni che nella premessa sono apparse ratzingeriane ma che, per via della continuazione del ragionamento papale, hanno subito virato verso il progressismo, che quella a noi contemporanea non è più un’epoca cristiana, allora il contorno di un singolo episodio, come quello di Notre Dame, assume fattezze tanto realistiche quanto drammatiche.

Quando Jorge Mario Bergoglio ha pronunciato quella frase, ossia “non siamo più in un regime di cristianità, serve un cambio di mentalità della Chiesa”, il pontefice si è anche riferito, con toni “martiniani”, nel senso del cardinal Carlo Maria Martini, ad una sorta di cambio di paradigma: l’Ecclesia è troppo indietro per il Santo Padre. Per questo prima si parlava di progressismo: il vescovo di Roma pensa ad uno scatto più che ad una marcia indietro. E tutti gli ambienti ecclesiastici sono chiamati ad evolvere. Può essere una ricetta salvifica. In Francia, per anni, hanno pensato l’esatto contrario. L’ex arcivescovo di Buenos Aires, nel momento in cui ha dovuto scegliere il nuovo arcivescovo parigino, ha optato per Michel Aupetit, che è considerato un conservatore e che pone spesso gli accenti delle sue omelie sui “valori non negoziabili”. Ci si aspettava un nome differente. Uno magari più in linea con la pastorale di Bergoglio. Ma Oltralpe, e il Papa lo sa bene, bisogna fare i conti con il tradizionalismo di cui sopra. “Durante quest’anno, uno su cinque, ossia il 20 per cento dei nuovi preti in Francia appartengono a queste comunità: tre sono state le ordinazioni per l’Istituto del Buon Pastore, due per la Fraternità San Pietro e due anche per l’Istituto di Cristo Re e Sommo Sacerdote. Queste comunità inoltre possono contare su un notevole gruppo di sacerdoti giovani”. A scriverlo, come riportato da Settimana News nel 2018, è stata la Croix. E il trend sembra interessare anche altre zone del Vecchio Continente. I “cugini” transalpini divengono così in grado di raccontare meglio di altri popoli occidentali quello che sta accadendo al cattolicesimo in Europa. La “minoranza creativa”, quella fedele ai dogmi e al Depositum Fidei, la stessa di cui aveva già parlato Benedetto XVI, avanza, mentre i cattolici tout court, nel senso di battezzati, diminuiscono in maniera graduale ma prospetticamente ineluttabile. Il bivio, per salvare la confessione cristiano-cattolica, è sempre lo stesso: legarsi mani e piedi al tradizionalismo o abbracciare il mondo mediante la fuoriuscita della Chiesa da se stessa. Se ne discute in ogni ambiente teologico. Sappiamo quale sia la versione fornita dal Santo Padre. Ma conosciamo pure qualche disamina di peso. Come quelle riportate da Il Foglio, in un articolo a firma di Mauro Zanon, che parla di un vero e proprio “sgretolamento” del cattolicesimo francese. Una ennesima spada di Damocle che pende sullo stato di salute della Chiesa. Sì, certo, esistono casi di abusi sessuali, presunti o provati, che influiscono sulla fama delle istituzioni ecclesiastiche. Il cardinale Philippe Barbarin, ormai ex arcivescovo di Lione, si è presentato in Vaticano a metà del marzo scorso. Egli, che è un altro considerato un campione del tradizionalismo, si sarebbe voluto dimettere dopo la condanna in primo grado a sei mesi per “omessa denuncia di maltrattamenti”. Detta in altre parole: coperture o insabbiamenti. Ma il pontefice argentino vuole vederci chiaro. E Bergoglio ha ricusato quelle dimissioni. Ma il caso Barbarin, sempre se tutte le verifiche e le indagini successive alla prima sentenza dovessero confermare il quadro complessivo, è soltanto un altro dei simboli di una crisi, che sembra dipendere per lo più da ulteriori fattori. Il cardinale Robert Sarah, che in Francia ha un ruolo di peso e che sempre in Francia usa rilasciare la maggior parte delle sue dichiarazioni, ha letto la situazione generale pure attraverso la seguente analisi: “La crisi che il clero, la Chiesa, l’Occidente e il mondo stanno vivendo è radicalmente una crisi spirituale, una crisi di fede in Dio. È una crisi antropologica; quella economico-sociale – ha aggiunto il cardinale, come si legge sul blog di Aldo Maria Valli – ne è solo un corollario: certamente drammatico, ma un corollario. Il declino della fede nella presenza effettiva di Gesù Eucaristia è al centro dell’attuale crisi e declino della Chiesa, specialmente in Occidente”. Un corollario, appunto, che in Francia sembra acquisire la dignità di teorema.

Papa Francesco, il sondaggio di Ceil che lo annichilisce: "Il cattolicesimo si estinguerà". Libero Quotidiano il 16 Dicembre 2019. Che imbarazzo per Papa Francesco. Da un'inchiesta nazionale sulle credenze e gli atteggiamenti religiosi in Argentina, condotta dall'istituto Ceil/Cinicet e riportata dal Fatto Quotidiano, in più più di un decennio la quantità di argentini che si definiscono cattolici è letteralmente crollata, passando dal 76,5 al 62.9 per cento. Un decennio che equivale (dal 2013) all'arco temporale in cui Bergoglio è stato nominato alla guida della Santa Sede. Una batosta per il Vaticano che, se la pessima tendenza rimanesse inalterata, vedrebbe l'estinzione del cattolicesimo nel giro di mezzo secolo. Ma le cattive notizie non finiscono qui: i cattolici rispetto ai protestanti sono molto meno legati alla pratica. Solo l'1,7 per cento dei cattolici dichiara di andare a messa tutti i giorni e soltanto un altro 11,2 confessa di rispettare il precetto della partecipazione alla funzione domenicale. Ma veniamo alla parte fondamentale: i dati sulla popolarità dello stesso Papa Francesco. Nell'insieme della popolazione argentina il sentimento nettamente prevalente  - prosegue il quotidiano di Marco Travaglio - col 40,6 per cento delle preferenze ottenute, è quello di una sonora indifferenza verso i gesti e le azioni del papa. Il resto del campione si divide perfettamente tra chi fornisce un giudizio positivo del pontefice (il 27,4) e chi invece ne offre uno critico (il 27). Un dettaglio non da poco se si considera che per Bergoglio l'Argentina è il paese di nascita. 

Il Papa fa tremare la Curia: "Non siamo più nella cristianità". Altra mossa del Pontefice che con la fine dell'era Sodano, riforma la carica. Ma le parole sulla fede sono inquietanti. Giuseppe Aloisi, Sabato 21/12/2019, su Il Giornale. Un Papa così lo ricordano in pochi. Perché una confessione così dura sulla possibile "fine" del regime cristiano non si era mai vista. In Vaticano è tempo di novità: il cardinal Angelo Sodano, decano del collegio cardinalizio, ha rinunciato. Al contempo, però, il Papa ha anche riformato la natura della carica. E questa contemporaneità insospettisce qualche analista, che ventila come Jorge Mario Bergoglio possa aver fatto coincidere l'addio del porporato con la novità deliberata oggi. Tutto studiato? La domanda che circola è quella. Essere decano del collegio cardinalizio, fino a poche ore fa, significava esserlo per tutta l'esistenza, ossia dal momento della nomina in poi. Ma ora non sarà più così: il vescovo di Roma, che sta utilizzando questo ultimo periodo dell'anno per tutta una serie di cambiamenti interni ed esterni alla Santa Sede, ha disposto una durata massima di cinque anni. La deliberazione com'è norma, è stata comunicata mediante un Motu Prorio. Jorge Mario Bergoglio, come riportato dalla Lapresse, ha scritto quanto segue: "Avendo accettato la rinunzia all'incarico di Decano del Collegio Cardinalizio del Cardinale Angelo Sodano, che ringrazio vivamente per l'alto servizio reso al Collegio dei Porporati nei quasi quindici anni del Suo mandato, ed avuto anche riguardo al fatto che con l'aumento del numero dei Cardinali, impegni sempre maggiori vengono a gravare sulla persona del Cardinale Decano, mi è sembrato opportuno che d'ora innanzi il Cardinale Decano, che continuerà ad essere eletto fra i membri dell'Ordine dei Vescovi secondo le modalità stabilite dal can. 352 § 2 del Codice di Diritto Canonico, rimanga in carica per un quinquennio eventualmente rinnovabile e al termine del suo servizio, egli possa assumere il titolo di Decano emerito del Collegio Cardinalizio". La dichiarazione del Papa, come si legge, è unica. E riguarda sia la rinuncia del cardinal Angelo Sodano sia la novità anticipata. L'alto-ecclesiastico italiano, che è stato per anni uno dei perni centrali del Vaticano, verrà sostituito. La palla, per così dire, è ora tra i piedi dei cardinali, che devono eleggere il successore dell'ex segretario di Stato di San Giovanni Paolo II.

La fine della cristianità. Oggi, però, è stato anche il giorno buono per delle consuetudini: il Papa ha rivolto i suoi auguri di Natale alla Curia di Roma. Quella che la nuova Costituzione Apostolica riformerà, elevando la Segreteria di Stato e, forse, ridimensionando la Congregazione per la Dottrina della Fede. E le dichiarazioni di Bergoglio, in modo diverso da quanto accaduto in altre circostanze, possono essere considerate "ratzingeriane". Perché il Papa, secondo quanto riportato dall'Huffington Post, ha in qualche modo parlato di "fine della cristianità". Un po' come fatto da Papa Benedetto XVI quando era solo un semplice sacerdote, discutendo del futuro della Chiesa cattolica con una radio tedesca. Era il 1969. E i toni utilizzati dal Santo Padre poche ore fa sembrano molto simili alle considerazioni del teologo bavarese: "La fede, specialmente in Europa ma pure in gran parte dell’Occidente - ha detto l'ex arcivescovo di Buenors Aires - non costituisce più il presupposto ovvio del vivere comune, anzi spesso viene persino negata, derisa, emarginata e ridicolizzata". "Non siamo nella cristianità, non più! Oggi non siamo più gli unici che producono cultura, nè i primi, nè i più ascoltati. Abbiamo pertanto bisogno di un cambiamento di mentalità pastorale, che non vuol dire passare a una pastorale relativistica" ha detto Sua Santità. Ed è un messaggio che arriva come una lama sul una Chiesa in via di riforma. In Vaticano, insomma, tutto sembra suggerire l'imminenza di una svolta complessiva. Vale la pena sottolineare, infine, come il cardinal Angelo Sodano sia stato in passato chiamato in causa per la presunta fiducia riposta in padre Maciel, fondatore dei legionari di Cristo, che è poi stato scomunicato per abusi. Il cardinale austriaco Schonborn, qualche settimana fa, ha raccontato almeno di uno scambio di vedute con Sodano sul tema degli abusi.

Franca Giansoldati per ilmessaggero.it il 22 dicembre 2019. Papa Francesco sceglie gli auguri natalizi alla Curia romana – una cerimonia simbolica e solenne al tempo stesso, che serve a fare il punto della situazione interna - per mandare definitivamente in pensione il cardinale, Angelo Sodano che di fatto conclude bruscamente l'incarico di decano del Collegio cardinalizio. La carica di Decano ha una funzione di primus inter pares nel collegio e fino ad oggi non prevedeva una scadenza. Con un Motu Proprio diffuso stamattina il Papa ha stabilito che il decano avrà cadenza quinquennale. La scelta di fare uscire di scena Sodano è legata soprattutto alle ultime vicende legate alla questione della pedofilia e alle coperture che in passato hanno avuto in passato tanti criminali, come per esempio padre Maciel Marcial Degollado, un abusatore seriale, che aveva proprio in Sodano un punto di appoggio interno. Recentemente anche il cardinale di Vienna, Shoenborn, ha apertamente accusato Sodano di avere portato avanti sotto il pontificato di Wojtyla una linea di governo troppo morbida, che tendeva a proteggere il buon nome della Chiesa a scapito delle tante vittime degli abusi che avrebbero dovuto avere più ascolto da parte delle istituzioni. «Adesso tocca ai cardinali eleggere il nuovo decano. Spero scelgano uno che si occupi a tempo pieno di questa carica importante» ha detto Bergoglio alla cerimonia degli auguri natalizi. Il discorso del Papa è stato lungo e articolato e ha affrontato il grande tema del processo di cambiamento che è in atto la Chiesa. Ha citato il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa per mettere in guardia da finti cambiamenti. Quello che occorre alla Chiesa, ha detto Francesco, è qualcosa di profondo e radicale. Bisogna avviare processi e non occupare spazi: «Dio si manifesta in una rivelazione storica, nel tempo. Il tempo inizia i processi, lo spazio li cristallizza. Dio si trova nel tempo, nei processi in corso. Non bisogna privilegiare gli spazi di potere rispetto ai tempi, anche lunghi, dei processi. Noi dobbiamo avviare processi, più che occupare spazi. Dio si manifesta nel tempo ed è presente nei processi della storia. Questo fa privilegiare le azioni che generano dinamiche nuove. E richiede pazienza, attesa. Da ciò siamo sollecitati a leggere i segni dei tempi con gli occhi della fede, affinché la direzione di questo cambiamento 'risvegli nuove e vecchie domande con le quali è giusto e necessario confrontarsi». I cambiamenti che auspica Francesco sono quelli affiorati in questi anni. Non solo la riforma della curia, ma le aperture sui divorziati risposati, il matrimonio dei preti, il diaconato per le donne, il dialogo serrato con le diverse religioni, una radicalità tesa a mettere in pratica il Vangelo sul fronte della povertà, dei cambiamenti climatici, delle migrazioni. Naturalmente al centro c'è la fede. «Affrontando oggi il tema del cambiamento che si fonda principalmente sulla fedeltà al depositum fidei e alla Tradizione, desidero ritornare sull'attuazione della riforma della Curia romana, ribadendo che tale riforma - ha continuato il Papa - non ha mai avuto la presunzione di fare come se prima niente fosse esistito; al contrario, si è puntato a valorizzare quanto di buono è stato fatto nella complessa storia della Curia. È doveroso valorizzarne la storia per costruire un futuro che abbia basi solide, che abbia radici e perciò possa essere fecondo. Appellarsi alla memoria non vuol dire ancorarsi all'autoconservazione, ma richiamare la vita e la vitalità di un percorso in continuo sviluppo. La memoria non è statica, è dinamica. Implica per sua natura movimento». «Quella che stiamo vivendo non è semplicemente un'epoca di cambiamenti, ma è un cambiamento di epoca. Siamo, dunque, in uno di quei momenti nei quali i cambiamenti non sono più lineari, bensì epocali; costituiscono delle scelte che trasformano velocemente il modo di vivere, di relazionarsi, di comunicare ed elaborare il pensiero, di rapportarsi tra le generazioni umane e di comprendere e di vivere la fede e la scienza. Capita spesso di vivere il cambiamento limitandosi a indossare un nuovo vestito, e poi rimanere in realtà come si era prima. Rammento l'espressione enigmatica, che si legge in un famoso romanzo italiano: 'Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». «La vita cristiana in realtà - ha aggiunto il Papa - è un cammino, un pellegrinaggio. La storia biblica è tutta un cammino, segnato da avvii e ripartenze; come per Abramo; come per quanti, duemila anni or sono in Galilea, si misero in cammino per seguire Gesù. La storia del popolo di Dio - la storia della Chiesa - è segnata sempre da partenze, spostamenti, cambiamenti. Il cammino, ovviamente, non è puramente geografico, ma anzitutto simbolico: è un invito a scoprire il moto del cuore che, paradossalmente, ha bisogno di partire per poter rimanere, di cambiare per potere essere fedele».

Francesco accetta la "rinuncia" di Sodano. La carica del cardinale decano durerà solo 5 anni. Con una lettera motu proprio, il Papa cambia le regole per l'eminenza che guida il conclave. La Repubblica il 21 dicembre 2019. "Ora avendo accettato la rinunzia all'incarico di Decano del Collegio cardinalizio del cardinale Angelo Sodano, che ringrazio vivamente per l'alto servizio reso al Collegio dei Porporati nei quasi quindici anni del suo mandato, ed avuto anche riguardo al fatto che con l'aumento del numero dei Cardinali, impegni sempre maggiori vengono a gravare sulla persona del Cardinale Decano, mi è sembrato opportuno che d'ora innanzi il Cardinale Decano, che continuerà ad essere eletto fra i membri dell'Ordine dei Vescovi, rimanga in carica per un quinquennio eventualmente rinnovabile e al termine del suo servizio, egli possa assumere il titolo di Decano emerito del Collegio Cardinalizio". Lo stabilisce papa Francesco nella Lettera Apostolica in forma di "Motu proprio" riguardante l'Ufficio del Decano del Collegio Cardinalizio, pubblicata con bollettino della sala stampa vaticana oggi, dopo la pubblicazione della rinuncia del cardinale Sodano. "Nel corso dei secoli - è l'incipit del "motu proprio" riguardante l'Ufficio del Decano del Collegio cardinalizio -, i Romani Pontefici hanno adeguato alle necessità dei loro tempi la composizione del Collegio dei Padri Cardinali, peculiarmente chiamato a provvedere all'elezione del Supremo Pastore della Chiesa e ad assisterlo nella trattazione delle questioni di maggiore rilievo nella quotidiana cura della Chiesa universale". "Il Santo Papa Paolo VI, di perenne memoria - prosegue la nuova 'legge' emanata da papa Francesco -, col Motu Proprio dell'11 febbraio 1965, aveva ampliato la composizione del menzionato Collegio dei Padri Porporati, chiamandone a far parte, nell'Ordine dei Vescovi, oltre ai Titolari delle Sedi suburbicarie di Roma, anche quei Patriarchi Orientali che fossero stati insigniti della dignità cardinalizia. Col Rescritto ex Audientia del 26 giugno 2018 ho provveduto anch'io ad ampliare la composizione dei membri del succitato Ordine dei Vescovi, annoverando nel suo seno alcuni Cardinali titolari di Dicasteri romani ed equiparandoli in tutto ai Cardinali insigniti di una Chiesa suburbicaria e ai Patriarchi Orientali ascritti al medesimo Ordine". "A tale proposito - continua papa Bergoglio -, la normativa della Chiesa, con chiare e precise prescrizioni, ha da tempo saviamente provveduto anche al posto singolare, che in seno al Collegio Cardinalizio, spetta al Cardinale Decano e in sua vece al Sottodecano, chiamati ad esercitare tra i confratelli Porporati una fraterna e proficua presidenza di primazialità inter pares. Tali norme, inoltre, prescrivono anche le modalità della loro elezione ad opera dei Confratelli membri dell'Ordine episcopale. Ora, però, avendo accettato la rinunzia all'incarico di Decano del Collegio Cardinalizio del cardinale Angelo Sodano, che ringrazio vivamente per l'alto servizio reso al Collegio dei Porporati nei quasi quindici anni del Suo mandato, ed avuto anche riguardo al fatto che con l'aumento del numero dei Cardinali, impegni sempre maggiori vengono a gravare sulla persona del Cardinale Decano, mi è sembrato opportuno che d'ora innanzi il Cardinale Decano, che continuerà ad essere eletto fra i membri dell'Ordine dei Vescovi secondo le modalità stabilite dal canone 352 del Codice di Diritto Canonico, rimanga in carica per un quinquennio eventualmente rinnovabile e al termine del suo servizio, egli possa assumere il titolo di Decano emerito del Collegio Cardinalizio". Il documento reca la benedizione del Papa alla Curia romana e la firma del Pontefice, "Dato a Roma, presso San Pietro, il 29 novembre dell'anno del Signore 2019, settimo del nostro Pontificato".

Francesco Lepore per linkiesta.it il 26 dicembre 2019. Il 21 dicembre è finita un’era in Vaticano. L’era Sodano. Con un duplice coup de théâtre Papa Francesco ha infatti annunciato d’aver accolto le dimissioni del 92enne porporato astigiano da decano del Collegio cardinalizio e ridotto il mandato della carica a cinque anni rinnovabili. Una riforma, quest’ultima, che, disposta con motu proprio, rappresenta un’assoluta novità dal momento che, sin dagli inizi del XII secolo – quando cioè sono attestati con sicurezza i primi decani –, l’incarico è stato a vita. Gli unici a essersi dimessi, nell’arco di nove secoli, sono stati i cardinali Agnelo Rossi (1993) e Bernardin Gantin (2002). Ma per il semplice fatto che, compiuti 80 anni, hanno preferito fare rispettivamente ritorno in Brasile e Benin, loro terra d’origine, trovandosi così impossibilitati a poter svolgere le principali funzioni di decano del Sacro Collegio. Come quella, ad esempio, di convocare un eventuale conclave. Quando, il 22 aprile 2005, è stato scelto quale decano dai cardinali dell’ordine dei vescovi in sostituzione di Joseph Ratzinger, eletto papa, Angelo Sodano aveva già 78 anni. Riconfermato segretario di Stato da Benedetto XVI (diventando così il primo porporato, dal 1828, a detenere contemporaneamente tale carica e quella di decano del Collegio cardinalizio) e sostituito, un anno dopo, in tale ministero da Tarcisio Bertone, continua da allora a vivere in Vaticano in un mega-appartamento all’interno del Collegio Etiopico. Ed è proprio la sua permanenza tra le mura leonine ad avergli permesso di continuare a svolgere con grande influenza la funzione di decano del Sacro Collegio fino agli oltre 92 anni d’età. In tale veste ha convocato, dopo le dimissioni di Benedetto XVI, il conclave del 2013. E, per quanto non elettore per aver superato l’80esimo anno d’età, è stato il burattinaio della cordata curiale che osteggiava la candidatura Scola e determinante nell’elezione di Jorge Mario Bergoglio a papa. Statura imponente e salute di ferro anche da nonagenario, Sodano è uscito dunque improvvisamente di scena sabato scorso. Ma quella che Francesco, nel corso degli auguri natalizi alla Curia Romana, ha presentato come rinuncia volontaria dell’anziano porporato e come occasione per limitare a un quinquennio la durata del mandato dei futuri decani, è in realtà ben altro. Negli ultimi anni, infatti, il nome dell’onnipotente ex segretario di Stato di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI continua a essere oggetto di chiacchiere. A essere in ballo non è più soltanto, come per il passato, la sua duratura amicizia e sostegno a Pinochet negli anni in cui era stato nunzio apostolico in Cile (1977-1988). Ma l’essere al centro quale nume tutelare di soggetti indifendibili, di una realtà spaventosa come solo si stanno rivelando, ogni giorno di più, gli abusi sui minori da parte di chierici. Realtà che lo stesso Sodano aveva tentato di derubricare pubblicamente a «chiacchericcio» il 4 maggio 2010, suscitando le immediate reazioni di protesta da parte del pupillo di Benedetto XVI, il cardinale-arcivescovo di Vienna Christoph Schönborn. Ed è stato proprio Schönborn, nel novembre scorso, a svelare i retroscena di quella vicenda nel corso di una lectio di 50 minuti all’università di Vienna. Ha così ricordato come Sodano sia stato lo strenuo difensore del cardinale pedofilo Hans Hermann Groër, il quale, non solo, fu sempre esente da qualsiasi sanzione canonica ma, alla morte, fu ricordato dall’allora segretario di Stato quale fedele servitore della Chiesa. E questo, per giunta, in un telegramma a nome di Giovanni Paolo II. L’arcivescovo di Vienna ha poi sottolineato come nel 2010, durante un incontro con il decano sul tema, avesse ricevuto la seguente risposta: «Il cardinale Sodano mi disse in faccia: Vittime? Questo è quello che dici tu!». Ma, oltre alle rivelazioni di Schönborn, gravano inoltre sul cardinale le accuse di aver fatto promuovere all’episcopato, durante gli anni di nunziatura, tre vescovi cileni insabbiatori del caso di don Fernando Karadima, criminale e pedofilo seriale, che Papa Francesco ha ridotto allo stato laicale il 27 settembre 2018. E sempre lo scorso anno il nome di Sodano è comparso ripetutamente nel dossier Viganò. Non solo per non essersi opposto alla nomina ad arcivescovo di Washington e a cardinale di Theodore McCarrick, privato poi della porpora per molestie sessuali su seminaristi maggiorenni e ridotto allo stato laicale da Francesco il 16 febbraio scorso. Ma anche come protettore e insabbiatore degli scandali di Marcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo, che ha continuato a difendere anche dopo le condanne della Congregazione della Dottrina della Fede e la di lui morte (30 gennaio 2008). Ora, proprio nel giorno della “rinuncia” di Sodano, i Legionari di Cristo hanno pubblicato i dati di un report relativo agli abusi commessi su minori, all’interno della loro congregazione, dal 1941 (anno della fondazione da parte di Maciel) al 2019. Il quadro che ne viene fuori è agghiacciante: sotto accusa 33 sacerdoti dei Legionari, quali abusatori di 175 ragazzi tra gli 11 e i 16 anni. Di questi ben 60 stuprati da Marcial Maciel. Per oltre 60 anni il fondatore e alcuni dei suoi religiosi hanno potuto agire indisturbati, forti di una fama di totale fedeltà alla “retta dottrina” e di un’enorme ricchezza, accumulata tramite donazioni. Ricchezza utilizzata, secondo l’inchiesta di Jason Berry e Gerald Renner, anche per tenere in essere un meccanismo di regalie a potenti uomini di curia come i cardinali Angelo Sodano, Stanislaw Dziwisz (già segretario personale di Giovanni Paolo II), Eduardo Martínez Somalo e Franc Rodé. Il rapporto dei Legionari di Cristo ha visto la luce ad appena quattro giorni di distanza dalla promulgazione bergogliana dell’Istruzione Sulla riservatezza delle cause, che ha abolito il segreto pontificio sui casi di abusi sessuali commessi da chierici su minori. E, mentre quello stesso giorno il rinunciatario Sodano viene elegantemente dimissionato ed insignito del titolo onorifico di “decano emerito” da Francesco, si cerca finalmente di voltare pagina. Con un cambiamento che, per Bergoglio sulla scorta delle parole di san John Henry Newman, significa «conversione, cioè un’interiore trasformazione». La palla torna così nuovamente al centro nello scacchiere curiale, perché, come detto dallo stesso Bergoglio, «adesso tocca ai cardinali vescovi eleggere un nuovo Decano; spero che scelgano qualcuno che si occupi a tempo pieno di questa carica tanto importante». Si starà a vedere.

Papa Francesco, Antonio Socci: "Perché l'affermazione su Dio meticciato cade nell'eresia". Libero Quotidiano il 22 Dicembre 2019. È un Natale triste per i cristiani se si pensa alle tante "dissacrazioni" di questi giorni che non sarebbero permesse verso nessun' altra religione. Basta qualche titolo. Due settimane fa il party bolognese intitolato "Immacolata con(trac)cezione". Il Giornale titolava: "Collettivi choc: veglia blasfema. La Madonna circondata da preservativi". Dieci giorni fa c' è il caso del poster di Roma su cui Vittorio Feltri, indignato, ha scritto parole di fuoco. Titolo del Tempo: "Gesù eccitato con un bambino. Bufera sul Macro per un manifesto blasfemo. La denuncia di Fratelli d' Italia: vergogna, la Raggi intervenga". C' è pure dell' altro. Giovedì il Messaggero titola su "Netflix, la satira con Gesù gay. Fratelli d' Italia chiede di ritirare il film". In tutti questi casi a protestare non è il Vaticano, né la Cei, ma sono i partiti del centrodestra, insieme ai cattolici (lasciati soli dai pastori) e a qualche giornalista di buon senso. Infine qualche ecclesiastico pronuncia delle timide e insipide parole. L' apparato clericale non ha tempo di difendere Gesù Cristo, la Madonna e la fede dei semplici cattolici da queste operazioni perché oggi è tutto impegnato nella glorificazione del papa argentino, ormai un prodotto mediatico mondano celebrato dalla cultura laicista. Perfino con il film di Netflix "I due papi" in cui - superando di molto il ridicolo - si rappresenta Benedetto XVI come un papa che bramava la leadership e Bergoglio come uno che l' ha ottenuta senza averla mai cercata: basta una minima conoscenza della realtà per sapere che è vero l' esatto contrario, infatti Ratzinger è colui che si è dimesso, mentre Bergoglio si è arrabattato per anni per scalare i vertici (perfino venendo meno al voto dei gesuiti).

LATITANZA CLERICALE. Ma - tornando a quelle "provocazioni" contro il cattolicesimo - non stupisce solo la latitanza del mondo clericale. C' è di peggio. Lo stesso magistero di Bergoglio è costellato di esternazioni e gesti che lasciano sconcertati i fedeli, come quando esibì la falce e martello con crocifisso annesso, dono del boliviano Morales. O quando disse che, nell' episodio dell' adultera, «Gesù fa un po' lo scemo» (16 giugno 2016) o quando, il 16 maggio 2013, negò il miracolo della moltiplicazione dei pani fatto da Gesù («Non si moltiplicarono. No, non è la verità») o quanto (il 21 dicembre 2018) negò di fatto il dogma dell' Immacolata concezione di Maria. Scandalo ha suscitato il caso del recente Sinodo dell' Amazzonia quando - scrive Corrispondenza romana - «il 4 ottobre Papa Francesco ha partecipato ad un atto di adorazione della dea pagana Pachamama nei Giardini Vaticani», provocando la «protesta di cento studiosi» i quali hanno sottoscritto un documento che esordiva così: «Noi sottoscritti chierici, studiosi e intellettuali cattolici, protestiamo e condanniamo gli atti sacrileghi e superstiziosi commessi da Papa Francesco». La serie sarebbe lunga. In queste settimane di attesa del Natale ce ne sono state altre. Il 12 dicembre scorso, per esempio, Bergoglio ha affermato che la Madonna «si è meticciata» e addirittura «ha "meticciato" Dio». L' evidente volontà di strumentalizzare politicamente Dio e la Madre di Dio per legittimare la sua discutibilissima idea delle migrazioni potrebbe essere accostata - per profondità di pensiero - all' affermazione del vignettista Vauro per il quale «Gesù è palestinese» (Vauro poi ha voluto bersagliare anche il povero Babbo Natale con parole incredibili). Ma l' affermazione di Bergoglio su «Dio meticciato», che lui lo sappia o no, ricade anche - ha osservato il professor De Mattei - «nell' eresia di Eutiche (378-454)». Del resto la sua volontà di usare i simboli sacri per propagandare le sue idee politiche è evidente in molti suoi gesti. In questi giorni, per esempio, ha annunciato su Twitter di aver «deciso di esporre questo giubbotto salvagente, "crocifisso"», per pretendere porti spalancati a migrazioni di massa.

LA BIBBIA RISCRITTA. Si può star sicuri che - come in passato - anche quest' anno non esiterà a strumentalizzare politicamente il Natale per propagandare l' idea - cara ai potenti della globalizzazione - di una tempesta migratoria generale. Del resto nel suo establishment si cerca di dargli man forte "riscrivendo" perfino la Bibbia. È di questi giorni il volume della Pontifcia Accademia Biblica "Che cosa è l' uomo?" dove - scrive il sito cattolico La Bussola quotidiana - si «sostiene che Sodoma sarebbe stata distrutta non per gli atti omosessuali degli abitanti, ma per la loro mancanza di ospitalità. L' ossessione immigrazionista diventa criterio esegetico del testo sacro». In pratica Sodoma fu punita da Dio perché votava Salvini e Meloni. Del resto il gesuita padre Sorge, confratello e grande sostenitore di Bergoglio, è arrivato a identificare «il pesce delle piazze di oggi (le "sardine")» con quel simbolo cristologico che fu «il pesce dei primi cristiani (IXTHYS)», da cui si deduce che il governatore emiliano Bonaccini, a sostegno del quale sono nate le sardine, deve essere identificato con Gesù Cristo. La confusione di sacro e profano va ben oltre il ridicolo nel mondo clericale. Dunque c' è poco da scandalizzarsi delle dissacrazioni laiciste. Il presidente emerito del Senato Marcello Pera, un intellettuale laico, ha dichiarato in una intervista: «Questo pontificato è uno scandalo in senso biblico, disorienta e fa cadere i fedeli, non porta frutti, anzi li fa diminuire... Per quello che riguarda i fondamenti della fede cattolica, questo pontificato è un oltraggio alla ragione». Antonio Socci

·        La Riscoperta del cristianesimo.

Domande e risposte sul cristianesimo. Dialogo tra un non credente e un religioso: il Papa voleva abolire la proprietà privata? Mons. Vincenzo Paglia, Piero Sansonetti su Il Riformista il 15 Agosto 2020.

Caro monsignore, da ragazzo leggevo tutte le encicliche. Ora non più. Mi è rimasta impressa soprattutto la Populorum Progressio, credo che sia del ‘67. Un libricino piccolo, giallo, lo tenevo sul comodino insieme alle lettere dal carcere di Gramsci. Paradosso: quello di Montini era un testo teorico, quello di Gramsci una testimonianza di umanità. Ricordo in particolare una frase di quella enciclica: Categorica l’affermazione: «La proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservarla a suo uso esclusivo”. Poi venne il ‘68. Poi ancora grandi lotte, grande riforme. Però… Che intendeva dire Montini? Cosa significò quell’enciclica? Piero Sansonetti

Caro Direttore, con questa domanda tocchi davvero il “cuore” dell’impegno della Chiesa per promuovere un “ordine sociale” più equilibrato e giusto. Non a caso la “Dottrina sociale” inizia con Leone XIII e con la sua enciclica Rerum Novarum del 1891. Erano gli anni dell’industrializzazione, della nascita del socialismo, delle emigrazioni dalle campagne alle città. Fenomeni nuovi, appunto, rerum novarum, che interrogavano la Chiesa ed il Papa. Ma tutto era ancora circoscritto nell’Occidente. Con il Concilio Vaticano II la Chiesa si confronta con l’incipiente globalizzazione. E Paolo VI – a seguito della Gaudium et Spes, il testo conciliare che metteva la Chiesa in relazione alla comunità umana – si pone sulla soglia della globalizzazione. Lo scrive già all’inizio: «Oggi, il fatto di maggior rilievo, del quale ognuno deve prendere coscienza, è che la questione sociale ha acquistato dimensione mondiale» (3). Era la Pasqua del 1967 (26 marzo). La pace dei popoli è legata allo sviluppo di “tutti” i popoli, non di qualcuno a scapito di altri. La frase che tu citi sulla “proprietà privata” è uno dei punti salienti del testo – e divenne anche il focus delle pretestuose polemiche ideologiche che inevitabilmente hanno favorito letture riduttive del testo. Erano gli anni in cui iniziava la “contestazione”, come tu giustamente ricordi. Non furono molti a rendersi conto in maniera adeguata del grande fenomeno della globalizzazione che stava ormai prendendo piede. C’era stato McLuhan che aveva usato già nel 1964 l’espressione “global village” nel volume The Gutenberg galaxy tradotto in italiano nel 1976 con “villaggio planetario”. E il grande patriarca Atenagora – con il quale Paolo VI si abbracciò nel memorabile incontro a Gerusalemme – che ammoniva «guai se i popoli raggiungessero un giorno l’unione al di fuori delle strutture e della teologia della Chiesa». Per lui sarebbe stata un’unificazione senz’anima. Quella “visione” cristiana e assieme umanistica della globalizzazione Paolo VI l’aveva offerta. Come non ricordare la coraggiosa e splendida affermazione fatta davanti all’assemblea dell’ONU nella visita del 1964 quando presentava la Chiesa “esperta in umanità”. Il magistero papale successivo non ha certo eluso la “questione sociale” ormai aperta anche per la Chiesa come un tema di critica e di autocritica necessario: in primo luogo per l’Occidente cristiano e post-cristiano. Giovanni Paolo II non l’ha elusa. Con la sua enciclica Centesimus Annus – datata Primo maggio 1991, con la quale intese celebrare i 100 anni dalla Rerum Novarum – Giovanni Paolo II presentava un’analisi delle cause che avevano condotto al declino e alla caduta dei regimi nell’Est europeo. Quindi chiariva la distinzione tra economia di mercato ed economia capitalista. Nella sostanza diceva: “La Chiesa ha rifiutato le ideologie totalitarie e atee associate, nei tempi moderni, al “comunismo” o al “socialismo”. Peraltro essa ha pure rifiutato, nella pratica politica del “capitalismo”, l’individualismo e il primato della legge del mercato sul lavoro umano” (CCC, par. 2425). Sono affermazioni chiare sull’umanesimo che guida il pensiero della Chiesa che – in rapporto al tema della proprietà privata – privilegia l’antica affermazione cristiana della “destinazione universale dei beni”. Una convinzione che viene da lontano e che è radicata nella prassi tramandataci dalla già dal Primo Testamento con l’istituzione dell’anno sabbatico e del giubileo: anno in cui la storia ri-iniziava da capo, la terra veniva ridistribuita in maniera egualitaria, i debiti venivano condonati, e persino la terra doveva essere risparmiata contro un eccessivo sfruttamento. Papa Benedetto XVI – nell’enciclica Caritas in Veritate – arricchisce questa antica tradizione con il concetto più moderno di “bene comune” che lega strettamente alla centralità della persona umana, alla solidarietà, alla sussidiarietà. Il bene comune è il bene di tutti gli esseri umani e di tutta la persona umana, nelle sue dimensioni fondamentali: materiale, socio-relazionale, spirituale. Tre dimensioni che vanno di pari passo: nessuna prevale sull’altra. In concreto, secondo la visione del bene comune, l’organizzazione del lavoro, il funzionamento dei mercati, le forme della politica devono essere tali da favorire uno sviluppo umano integrale. E mi pare più che opportuno notare l’innesto di Papa Francesco in questa tradizione. E’ nota la sua attenzione ai movimenti popolari e, ancor più, alla convinzione che il progresso dei popoli inizia a partire dalla attenzione alle periferie, ai popoli e ai più emarginati. E non cessa di ribadirlo. Aprendo anche un nuovo fronte che possiamo chiamare della “Bioetica Globale”: la giustizia è non solo “il nuovo nome della pace” ma è giustizia se consente lo sviluppo e la promozione della vita umana in maniera globale. Quando nella Laudato Si’ parla di vita umana, ha in mente non solo la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale; ha in mente la “qualità della vita” – uno sviluppo culturale, sociale, economico, politico per tutti i popoli, per tutte le nazioni – in un quadro di rispetto dell’ambiente e dell’intera vita nel pianeta.

Caro direttore, perdonami questo rapido excursus del pensiero della Chiesa sulla questione sociale. Sono solo dei rapidissimi cenni. Li ho richiamati perché appaiano ancor più evidenti alle nostre coscienze le violazioni del principio della destinazione universale in questa nostra società, e possa crescere lo sdegno per lo scandalo di una globalizzazione capitalistica e mercantile che è diventata “matrigna” dei popoli visto che continua a far crescere disuguaglianze e costrizioni insopportabili tra i popoli. Di fatto, questo significa che la riscoperta della “questione sociale” nessuna delle forme di governance a noi note, anche quelle democratiche di cui abbiamo sperimentato i vantaggi umanistici, può essere esonerata dall’impegno di una seria trasformazione, che le renda adeguate alla giustizia del legame sociale che tiene in vita il “demos”, rendendolo soggetto comunitario del suo stesso sviluppo. Ovviamente non voglio negare i notevoli progressi che la modernizzazione economica e tecnologica ha portato nel pianeta. Ma gli effetti collaterali che essa sta generando sono talmente grandi che rischiano di far saltare in aria la pacifica convivenza tra i popoli. La fraternità tra i popoli è di fatto in ostaggio delle aristocrazie del denaro e del benessere: i nazionalismi totalitari odierni sono i figli atei delle guerre di religione di ieri. Non è affatto un caso che la globalizzazione economica abbia un rapporto sempre più stretto con nazionalismi populistici. Ed è paradossale che gli eredi della cultura della critica sociale di ieri (Gramsci, tu dicevi) mostrino indignazione di circostanza per i sovranismi (fino a dimenticarsi di sostenere la cultura popolare delle comunità locali) e poi si trovino con le armi così spuntate a fronteggiare seriamente la religione del denaro (che ormai ha istillato nel nostro inconscio il diritto all’accumulo: senza riguardo per il bene comune e, in ogni caso, “prima per i nostri”). Il magistero sociale dei papi del Novecento e di questo inizio di secolo, in effetti, ha portato un contributo “teorico” – come tu dici di Paolo VI – e contiene stimoli notevoli per tutti, per i credenti e per il grande mondo dei credenti in altro modo e dei laici. E anche l’avvertimento è chiaro: non ci sarà una giusta distribuzione dei beni della terra tra i popoli se non si affermerà quella visione (utopica!?) della fraternità universale che papa Francesco sta proponendo proprio in questi ultimi mesi. Populorum progressio, da rileggere insieme con Octogesima adveniens, ancora più incisiva, aveva aperto una visione propositiva – ma anche critica e autocritica – di maggiore respiro: dopo le accese e futili polemiche sulla sua autentica ispirazione, il tema della “nuova” globalizzazione dell’umanesimo e della fraternità si è annacquato anche nella teologia. Esso va affrontato in termini ampi, concreti, radicali. Il magistero cattolico aveva intuito che si apriva una “nuova epoca” (Rerum novarum): le raccomandazioni generiche e gli aggiustamenti giuridici sono insufficienti. Francesco riapre il tema in questi termini: non è semplicemente questione di una nuova ideologia critica del “sistema”, che ormai sta a zero; si tratta di assecondare la domanda globale di buon “governo” che viene dai popoli, in tutto il mondo. Questa domanda, in cui i popoli si riconoscono ormai, non ha ancora interpreti all’altezza della sua urgenza e della sua trasversalità umanistica. Per l’intellettuale europeo – teologi compresi – è una vera e propria questione di responsabilità morale che deve onorare i loro privilegi (e non per esercizi di retorica moralistica, che immunizzano dalla critica la buona coscienza: come abbiamo visto in occasione della crisi economica del 2008). Paolo VI aveva aperto questo orizzonte: Octogesima adveniens, per lo più ignorata anche dai suoi, indicava con precisione anche il metodo. La pandemia – nella sua drammaticità – tiene in sospeso il sistema-mondo al quale ci stavamo rassegnando e che si stava aggrovigliando su sé stesso. Siamo tutti nella stessa tempesta: ma oggi è ancora più evidente che stiamo remando su barche molto differenti: le più fragili affondano ogni giorno. Una straordinaria opportunità per ripensare il modello di sviluppo. Tutti siamo interpellati, la politica, l’economia, la società intera, le religioni stesse, per un nuovo assetto sociale che metta al centro il bene comune di tutti i popoli. Ricordandoci che non c’è più nulla di “privato”, che non metta in gioco anche la forma “pubblica” dell’intera comunità. L’amore per il “bene comune” non è una fissazione cattolica: la sua articolazione concreta, adesso, è una questione di vita o di morte, per la convivenza all’altezza della dignità personale di ciascun membro della comunità. Per i credenti la fraternità solidale è una passione evangelica, certo: ed essa apre l’orizzonte per un’origine più profonda e per una destinazione più alta. Ormai, però, il pensiero e l’azione di una politica su misura di un’umanità vulnerabile e di una prossimità disponibile, deve diventare cultura diffusa: e fare giustizia delle vecchie retoriche populistiche e dei nuovi libertinismi individualistici che istupidiscono le creature.

Miracolo, scrittori e filosofi riscoprono il cristianesimo. Da Houellebecq a Toni Morrison, tracce del Vangelo affiorano dove meno te le aspetti. Ecco la mappa...Roberto Righetto, Giovedì 09/07/2020 su Il Giornale. È vero secondo me che nel Novecento l'Italia è stata il Paese europeo in cui meno la teologia ha influenzato il mondo della letteratura e quello delle arti. Sono stati necessari alcuni grandi critici letterari provenienti dal mondo anglosassone e non dichiaratamente credenti, George Steiner, Harold Bloom e Northrop Frye, a doverci ricordare che la Bibbia è stata il grande codice della cultura occidentale. Se pensiamo invece ad altre grandi nazioni europee, dalla Francia all'Inghilterra a tutto l'Est europeo e alla Russia, c'è stata una fortissima incidenza da parte della teologia sulla letteratura, sul modo stesso di concepire l'espressione narrativa. Discorso che vale anche per il mondo nordamericano, da Flannery O'Connor a Francis Scott Fitzgerald, da Marilynne Robinson a Toni Morrison, da Alice Munroe a Joyce Carol Oates, fino al compianto David Foster Wallace, autore di una tesi su sant'Agostino. D'altra parte, la letteratura è sempre in qualche modo religiosa. Pensiamo perfino a un autore come Stephen King, che ha uno dei suoi punti di forza nelle manipolazioni di temi religiosi o comunque attinenti alla sfera del sacro, primo fra tutti la morte. Per non parlare di Philip Dick, che qualcuno ha definito il Kafka del XX secolo. O anche il Cormac McCarthy de La strada, un viaggio di un padre e di un figlio alla ricerca di una vita possibile sul fi lo della fine del mondo.

Scrittori e Vangeli: resta insuperabile Luigi Santucci col suo Volete andarvene anche voi?. Ma vale la pena anche rileggersi le opere di Ferruccio Parazzoli, che fra l'altro su questa rivista qualche anno fa denunciava l'esistenza di «una letteratura dai tetti in giù», proprio a proposito della narrativa italiana contemporanea. Più che riscrivere i Vangeli, oggi gli scrittori ne prendono spunto. Uniche eccezioni Sandro Veronesi con Non dirlo sul Vangelo di Marco e soprattutto Emmanuel Carrère col suo Il regno, un'inchiesta sul Vangelo di Luca condotta mescolando indagine storica e racconto autobiografico, caratteristica peculiare dell'autore francese (basti pensare a Limonov e a L'avversario). In questo caso, però, la sua diventa una severa investigazione sulla sostanza dell'annuncio cristiano, un vero corpo a corpo la cui lettura spinge anche i credenti a interrogarsi con la medesima serietà. Così egli si misura con la figura di Gesù attraverso l'evangelista Luca e con lui san Paolo. Ma qui non interessano tanto gli studi storici che compie Carrère, affascinato soprattutto dalla lettura elaborata da Renan; nemmeno la fondatezza e la solidità della sua ricostruzione. Le parti più singolari sono le sue riflessioni sulla verità del messaggio cristiano, a partire dalla straordinaria diffusione nei primi secoli. «Ciò che mi sorprende» scrive a un certo punto «non è che la Chiesa sia così diversa da com'era alle origini. Al contrario, è che si sia fatta un dovere di essere fedele a quel suo passato, anche se poi non ci riesce. La Chiesa non ha mai dimenticato le sue origini».

Divo Barsotti, il mistico e teologo morto nel 2006, in un'intervista mi diceva proprio la stessa cosa. Lui addirittura era perfino più radicale, sosteneva che l'ultima grande leggenda cristiana, ove per leggenda intendeva ovviamente non un dato puramente mitologico, ma un grande modello capace di dare una grande spinta creativa, era stata quella francescana. Quindi risaliva molto, molto indietro, ripensava a tutto quello che era avvenuto dopo, con Giotto e Beato Angelico, l'Umanesimo e il Rinascimento, e diceva che l'ultima grande leggenda in questo senso poteva essere considerata quella chassidica, che aveva prodotto l'arte di Chagall, la letteratura di Kafka, la musica di Béla Bartók, il pensiero di Buber e di Heschel, quindi una grande realtà creativa, non solo filosofica, ma anche artistica. Non so se tutto ciò che diceva è vero, probabilmente aggiungerei che l'ultima grande spinta capace di unire cristianesimo e letteratura è venuta dalla Francia nel Novecento, attraverso Bernanos e Mauriac, Julien Green e Claudel, solo per citare i più famosi. Ed è certamente dalla letteratura francese che ci giunge un'aria nuova. Ne avevamo avuto un esempio con Christian Bobin e Alexandre Jollien, entrambi conosciuti da noi soprattutto grazie all'editrice Qiqajon, fautori del primato dell'interiorità, della necessità di una trasformazione umana prima che politica. «Sarebbe l'ora» ha detto Bobin in una recente intervista su «La Croix» «di rimettere al centro vitale della nostra società coloro che servono, coloro che rammendano senza fine il tessuto dell'esistenza, coloro che non vivono in base ai budget e alle slide». Senza essere tecnofobi o conservatori, Bobin e Jollien vogliono senza presunzione insegnarci Il mestiere di uomo e tessono l'Elogio della debolezza, come si intitolano due libri dello scrittore-filosofo svizzero che porta i segni dell'handicap. Entrambi non credenti, scrivono libri marcati di vera spiritualità. Qualche mese fa, poi, è stato lo scrittore Michel Houellebecq, in un'intervista al settimanale tedesco «Der Spiegel», a parlare di «un curioso ritorno del cattolicesimo», sposando con forza nel suo ultimo romanzo Serotonina (pubblicato in Italia da La nave di Teseo) «il punto di vista di Cristo, il suo ripetuto irritarsi di fronte all'insensibilità dei cuori, il suo dare la vita per i miserabili». E vale la pena ricordare anche un filosofo esplicitamente non credente, François Jullien, che ci ha sorpreso con il suo libro Risorse del cristianesimo. Ma senza passare per la via della fede (Ponte alle Grazie). Assai conosciuto per i suoi lavori sullo scarto fra la cultura occidentale, segnata dalla Grecia, e quella cinese, ora riapre al cristianesimo come punto essenziale per la cultura europea e lo fa rileggendo il Vangelo di Giovanni. Un po' come aveva fatto Carrère con quello di Luca: ma se Il regno aveva l'impronta dello scrittore, il saggio di Jullien ha il tratto del filosofo. Sulla scia di pensatori come Agostino, Pascal e Kierkegaard e, per venire più vicino a noi, di Jean-Luc Marion, Jean-Louis Chrétien e Michel Henry, Jullien parla del cristianesimo come di una questione centrale, anzi esplosiva, per il pensiero contemporaneo, portato spesso a liquidarla come appartenente al passato. La peculiarità del libro di Jullien è che il suo approccio come si comprende dal sottotitolo elude preliminarmente la scontata disputa fra credenti e non credenti. Egli non ha in mente di riproporre una filosofia cristiana e nemmeno anticristiana: inoltre, più che di valori o radici, preferisce parlare di risorse, un termine che piacerebbe a papa Francesco.

·        I Papi cinematografici.

«The New Pope», il Vaticano diventa un teatro dell’assurdo. Pubblicato venerdì, 10 gennaio 2020 su Corriere.it da Aldo Grasso. Papa Belardo (Jude Law) è in coma, e il Vaticano rischia di andare alla deriva. A mantenere l’ordine e a far funzionare le cose è il Segretario di Stato Voiello (Silvio Orlando) che, dopo una parentesi tanto imprevedibile quanto misteriosa, riesce nell’impresa di far salire al soglio pontificio Sir John Brennox (John Malkovich), un aristocratico inglese moderato, affascinante e sofisticato che prenderà il nome di Giovanni Paolo III. Dopo le bizzarrie del giovane Papa, quello nuovo sembra semplicemente perfetto, cita il teologo John Henry Newman, ma in realtà anche lui cela una particolare fragilità e molti segreti. The New Pope, è il sequel di The Young Pope la serie Sky-Hbo-Canal +, firmata da Paolo Sorrentino e prodotta da Wildside. In realtà, questa seconda stagione vive di luce propria (Sky Atlantic). L’innesto in sede di sceneggiatura di Stefano Bises, accanto a Sorrentino e a Umberto Contarello, ha rafforzato la scrittura degli episodi (in The Young Pope la trama era quasi assente), permettendo al regista di raccontare il suo Vaticano con furibonda impudicizia, quasi fosse un teatro dell’assurdo: le suore con tacchi e rossetto che lavano il Papa in coma, i cardinali faccendieri, la sensualità diffusa, il feticismo di certi prelati, la teologia narrativizzata. Nelle sigle, nella musica, nella rappresentazione del Conclave, Sorrentino compie un sontuoso sforzo figurativo, raccontando una vicenda insieme drammatica e farsesca, popolata di personaggi affascinanti e crudeli (Sofia, la responsabile della comunicazione), vanagloriosi e geniali, devoti e boriosi (lo splendido cardinal Voiello, innamorato di Maradona), spirituali e mondani (non è poca cosa che un Papa si confronti con Marilyn Manson e Sharon Stone, invitando quest’ultima a non accavallare le gambe). La serie è anche una gara di recitazione fra Jude Law e John Malkovich, sfida che la preserva dal rischio della dissacrazione.

Aldo Grasso per il “Corriere della Sera” l'8 febbraio 2020. Sono convinto che The New Pope sia l'opera più matura e complessa di Paolo Sorrentino, grazie anche alle sue mende, alle sue sbavature. Per una curiosa coincidenza, stiamo assistendo a una moltiplicazione di Papi, nella realtà e nella finzione. Se il film The Two Popes di Fernando Meirelles racconta la storia intima di uno dei passaggi di potere più drammatici degli ultimi duemila anni (lo slittamento dai diritti umani ai diritti sociali?), The New Pope è una turbinosa allegoria, nello stile dei film più riusciti di Federico Fellini, dove il realismo lascia il posto al fiabesco, all' inconscio, all' autonarrazione. Ma allegoria di cosa? Nelle ultime puntate della serie sgomento e fascinazione non si disgiungono mai, sia che si parli di potere temporale, di fragilità umana («sono una fragile porcellana» dice Giovanni Paolo III), di carisma, di seduzione, di precarietà inesauribile o che si parli di fanatismo, di risveglio (resurrezione?). E se l' ultimissima scena, dopo il trionfo della Pietà di Michelangelo, culmina con una pernacchia non è per spirito dissacratorio ma solo per rimettere tutto in gioco: il Vaticano, in fondo, non è che puro pretesto, sfarzo scenografico, sigillo iconico che Sorrentino impasta con calibrata frivolezza e una certa sorniona malizia. Così il papa Pio XIII di Jude Law gioca a fare il santo e la rockstar e Giovanni Paolo III di John Malkovich prova a imporre la sua via mediana, da aristocratico inglese. Una delle scene più intense della serie è stata l'elogio funebre che il cardinal Voiello ha rivolto al suo povero amico Girolamo: «Tu, solo tu, che hai conosciuto a fondo lo strazio della sofferenza, la bellezza del sacrificio e la forza dell' amore, sappi che non ti dimenticherò mai Girolamo, mai». Voiello sarà il nuovo Papa, mosso da una dualità profonda fatta di scaltrezza e di umanità, di religiosità senza religione che accende tutti i possibili contrasti.

Il patriarcato di Venezia attacca la sigla della serie tv "The New Pope": "Offensiva e ingiustificata". Con una nota, stigmatizza le scene girate nell'ex monastero della Fondazione Cini, nell'isola di San Giorgio. Nel mirino la grande croce fluorescente davanti alla riproduzione delle Nozze di Cana di Paolo Veronese e il balletto sexy delle suore proprio ai suoi piedi. Vera Mantengoli il 13 gennaio 2020 su La Repubblica. Si nota di più se si dice o non si dice? Dopo giorni di silenzio alla fine il Patriarcato di Venezia ha deciso di non stare zitto davanti alla sigla giudicata irriverente della serie The New Pope di Paolo Sorrentino e ha detto la sua, condannando le immagini girate nell'ex monastero della Fondazione Cini, nell'isola di San Giorgio. "Le immagini della sigla della serie The New Pope di Sorrentino hanno suscitato reazioni diverse per il loro contenuto" ha detto in una nota che ha scatenato subito il putiferio il delegato del Patriarca per i beni culturali, l'architetto don Gianmatteo Caputo. "Nella consapevolezza che si tratta di una serie fantasy e che la creatività artistica del regista vuole suscitare reazioni controverse, a tratti irriverenti e provocatorie, la scena, parte integrante del film in quanto sigla, risulta in sé offensiva mancando oltretutto di un contesto narrativo che ne giustifichi la ragione e il contenuto". Il fastidio era nell'aria, ma inizialmente il Patriarcato aveva deciso di non rispondere per non dare risalto alla serie, ma le pressioni di una parte della Chiesa alla fine hanno prevalso. Tra stare zitti e parlare si è deciso per la seconda scelta, tentando però di non farlo passare come censura. Quello che proprio non è andato giù della serie seguitissima con Jude Law è il fatto che ci siano immagini non contestualizzate che possono, secondo Caputo, diventare un messaggio. Il riferimento è nella parte girata dove c'era un tempo il refettorio palladiano, trasformato in un dormitorio di suore. Nelle immagini si vede una grande croce fluorescente davanti alla riproduzione delle Nozze di Cana di Paolo Veronese. Proprio ai piedi di questa croce il gruppo di suore decide di improvvisare un ballo molto accattivante che non è stato proprio digerito o apprezzato. "Proprio perché manca il contesto ciò che viene offerto agli spettatori è solamente una ripresa simile ad un video musicale realizzato in un luogo fondamentale della storia e della tradizione monastica a Venezia, trasformato in una sorta di stage per una danza dal contenuto ammiccante e allusivo, collocata sotto il simbolo cristiano per eccellenza, la croce". L'effetto delle parole di Caputo è stato però opposto alle intenzioni iniziali di chi, proprio per non farlo diventare una notizia, aveva optato per tacere. Caputo però dice che c'è un limite: "Non è necessario scomodare la censura per dire che siamo davanti ad un episodio che offende e profana per il riferimento al simbolo della croce e risulta inopportuno perché fondato sulla gratuità volontà di provocare e suscitare reazioni; come in altri casi, forse andrebbe semplicemente ignorato per vanificarne l'obiettivo. Sarebbe stato comunque opportuno non concedere, per le riprese, l'utilizzo di quello spazio ad elevato valore storico e simbolico". Per ora la Fondazione Cini che ha dato l'autorizzazione alle riprese delle immagini non si è pronunciata. Non è la prima volta che il luogo viene scelto per una ripresa religiosa. Anni fa, Saverio Costanzo aveva girato il suo In memoria di me, una storia sul ritiro spirituale di un uomo. Un po' diverso dalla serie molto apprezzata dalla critica. "Se scegli di mettere quelle immagini nella sigla significa che vuoi provocare perché cerchi la provocazione", conclude Caputo. "Il migliore modo era davvero non darci peso? Alla fine si è ritenuto che non era giusto tacere e abbiamo detto quello che pensavamo sull'importanza di rispettare i simboli religiosi".

Giuseppe Pietrobelli per ''il Fatto Quotidiano'' il 20 gennaio 2020. Il dubbio non aveva nemmeno sfiorato i vertici della Fondazione Cini, quando avevano ricevuto la richiesta di Paolo Sorrentino. In fondo, il Cenacolo Palladiano sull' isola di San Giorgio non è una chiesa, non è un luogo sacro, ma soltanto lo straordinario refettorio del convento dei Benedettini restaurato una dozzina di anni fa e impreziosito da una copia delle Nozze di Cana del Veronese, che Napoleone ha trafugato da Venezia. E poi, quando il regista premio Oscar aveva girato negli stessi luoghi The Young Pope, non c'erano state polemiche. Soltanto elogi. Perfino da Avvenire e dal compassatissimo Osservatore Romano. Come sospettare che il seguito, The New Pope, ovvero cosa è accaduto dopo il coccolone che ha colpito cinematograficamente Pio XIII di fronte a un' osannante piazza San Marco, avrebbe fatto gridare allo scandalo proprio la Chiesa veneziana? Eppure la bacchettata (bacchettona) è arrivata dal palazzo del Patriarca, dove in un secolo sono transitati tre futuri papi. Perché la sigla con le monache in sottoveste bianca, belle e discinte che danzano e si toccano sotto un' enorme croce sfavillante, ha turbato le coscienze. Almeno quella di monsignor Francesco Moraglia. Il quale ha dapprima fatto lanciare un anatema al suo delegato per i beni culturali, l'architetto don Gianmatteo Caputo: "La scena risulta offensiva, è simile a un video musicale realizzato in un luogo fondamentale della storia e della tradizione monastica a Venezia, una sorta di stage per una danza dal contenuto ammiccante e allusivo, collocata sotto il simbolo cristiano per eccellenza, la croce". E aveva aggiunto: "È un episodio che offende e profana. Sarebbe stato opportuno non concedere, per le riprese, l' utilizzo di quello spazio a elevato valore storico e simbolico". Poi il Patriarca ci ha messo la faccia: "Non si tratta di scandalizzarsi, ma la croce è un simbolo per molti, vuol dire il sacrificio, la salvezza, il dono totale di sé. Per molti, chi era in quella croce era ed è il figlio di Dio. Il rispetto dei simboli è il rispetto delle persone". E per non scivolare sullo sdrucciolo percorso del rapporto tra espressione artistica e religione, ha aggiunto: "L'arte è libertà, l'arte è creatività, l' arte è qualcosa a cui non si può mettere la museruola. Eppure la croce non è un soprammobile, per molti credenti è il riferimento ultimo della vita". Com'è ovvio, il produttore Sky Tv non si scompone, anzi, gongola. L'ombra del Sant' Uffizio è pur sempre una pubblicità, per una serie televisiva che sembra aver fatto centro. "Non dobbiamo analizzare l' opera di Sorrentino con un approccio didascalico. Lo sappiamo tutti che è un regista visionario". Bastano due minuti di vestali ancheggianti con l' accompagnamento delle note di Good Time Girl del duo Sofi Tukker a turbare il sentire religioso? Ha facile gioco, lo sceneggiatore Umberto Contarello, a zoomare: "L' arte è un rischio, se non è rischio non è arte". E il rettore dello Iuav, Alberto Ferlenga, che fa parte del consiglio generale della Fondazione Cini (dove siede anche il Patriarca): " Non è stato né indebito, né blasfemo girarlo lì, non siamo a San Pietro. La chiesa ha le sue opinioni, ma nell' arte contemporanea spesso di questi simboli c' è stato un uso provocatorio". L'architetto Michele De Lucchi, che restaurò il refettorio, ci ricorda che "ai tempi di Napoleone era una scuderia per cavalli e il complesso benedettino una caserma militare. Oggi, grazie alla Fondazione Cini è uno spazio culturale internazionale, ma senza gli aiuti dei privati non potrebbe continuare a questi livelli". Al punto da rendere tutto commerciabile? Carlo Alberto Tesserin, vicepresidente della Fondazione veneziana. "Non ne sapevo nulla, sono dispiaciuto. Avrei dovuto essere quantomeno avvertito. Il segretario generale Gagliardi ha la responsabilità della concessione degli spazi. Anche se è ben remunerato, non vuol dire che si sia autorizzati a fare qualsiasi cosa". E il Patriarca conclude: "Chi ha dato i permessi dovrebbe riflettere sul perché lo ha fatto e trarne le conseguenze".

The new Pope, Sorrentino e il racconto del nostro tempo. Che tenta di uscire dal coma. Tutto il mondo è paese, il Vaticano anche. Nella serie con John Malkowich e Jude Law il simbolo si infrange sullo scoglio del reale. Tra scioperi, diritti negati, polemiche, trame oscure. E mutande sulla spiaggia. Beatrice Dondi il 20 gennaio 2020 su L'Espresso. C’è stato un primo governo, chiuso e teatrale. Poi un rapido intermezzo burrascoso votato all’umanità. Infine un approdo politico, scelto con oculatezza, frutto del movimento accurato delle pedine sulla scacchiera della fede. “The New Pope” prende il racconto lasciato sul corpo di Lenny Belardo, riavvolge il nastro del mistero ed esibisce, sulla scenografia vaticana, le dinamiche puntuali dell’amministrazione italica. Comprese le passeggiate in mutande sulla spiaggia. Passo dopo passo, croce dopo croce, alla ricerca spasmodica del miracolo inaspettato. E pensare che la sontuosa rappresentazione che Sorrentino conduce con la consueta maestria sia rivolta al racconto del nostro tempo mobile appare inevitabile. Un tempo in cui lo slogan conta più della dichiarazione nel merito. Un tempo in cui la cura della promozione si fa contenuto. Un tempo infine in cui la devozione si accompagna all’estremismo di qualunque natura, gli scioperi sono guardati con accondiscendente sufficienza, i diritti delle donne sono relegati nella clausura, i matrimoni omosessuali restano confinati nel peccato (a seconda di quale sia il Papa che ne parla) e l’attesa del risveglio, sia esso di coscienza o di carne, di popolo o del singolo, si fa fede cieca. Una sfilata che si srotola in 12 mila metri di stoffa senza perdere il suo mistero profondo, dove Dio è un millepiedi rinchiuso in una scatola. Tutto in Sorrentino si fa simbolo ma al tempo stesso tutto si infrange sullo scoglio del reale. In un silenzio assordante. Secondo capitolo di uno svolgimento che potrebbe diventare infinito e ancestrale, come la Chiesa, come il potere, come il peccato e la sua origine. Lenta, lentissima e al tempo stesso capace di travolgere sguardo e sentimento nelle sabbie mobili da piccolo grande schermo, la serie su Sky Atlantic scritta a sei mani si nasconde dietro lo specchio dello scandalo per scavare a fondo, con un crocefisso appuntito. Le suore che ballano come veline, il neon che impera contro il buio, il sesso suggerito, imploso, esibito, dannato, proibito e presente in ogni piega è usato come la briciola di pane lasciata sul sentiero della retta via. La ferita che resta, alla fine dell’ingombrante visione è che forse, la strada giusta sia perduta per sempre. Alla faccia dell’amore, della fragilità, delle trame ricamate, ricucite, della ricerca spasmodica del miracolo, dell’uomo salvifico, del bisogno fisico di credere. Delle intercettazioni, dell’infedeltà, della sconfitta, della rinascita. «Sarete condannati a essere orgogliosi di me, poveri vecchi bastardi» urla papa John Malkowich. Ma dietro, è evidente, c’è Sorrentino. Che sorride a noi tutti.

I due Papi senza freni. Pubblicato domenica, 05 gennaio 2020 su Corriere.it  da Valerio Cappelli. I due saranno i pontefici nella serie «The New Pope» su Sky da lui diretta. «Il mio Papa – racconta Paolo Sorrentino - aveva una malattia alla fine della prima serie e mi sembrava interessante sospenderlo tra la vita e la morte, metterlo in una condizione misteriosa, l’idea di creare un nuovo Papa è stata consequenziale».

Da The Young Pope a The New Pope, torna dal 10 gennaio in 9 puntate la celebre serie Sky, dove coesistono due Papi, Jude Law e John Malkovich. Cosa ha capito, dopo due serie, del Vaticano?

«Poco. Me ne sono inventato uno parallelo. E’ un mondo chiuso, per certi versi misterioso, complicato. Ho letto libri e sono partito dall’immaginario di conoscenze comuni. Non pretendo di dire verità».

Quali sono le differenze fra i suoi due Papi?

«Al di là del carattere, lo sono anche per come operano all’interno del papato: Jude Law tradizionalista, ripiegato su se stesso benché più giovane; John Malkovich non progressista (la dicotomia nuovo e vecchio qui non è applicabile) ma forse più vicino a Papa Francesco, prende in considerazione l’idea del compromesso come soluzione necessaria per limitare i danni, obbligando al concetto di amore fra gli individui non per risolvere gli abusi ma quantomeno per limitarli».

 I suoi due Papi hanno avuto lutti familiari, Law i genitori, Malkovich il fratello.

«Il concetto di perdita è quello che conosco meglio, presumo di saperlo raccontare avendolo vissuto (i genitori morirono nel sonno per una fuga di gas, ndr). Ma c’è anche un terzo Papa, Francesco II, morto pochi giorni dopo il suo insediamento».

Il segreto pontificio tolto agli abusi sessuali?

«E’ stata una misura necessaria e inevitabile, la pressione mediatica su quel problema che affligge la Chiesa era troppo forte».Il Vaticano resta un luogo maschile.«Col passare del tempo cambierà anche quello, sarà la prossima questione, non più rinviabile. Anche perché un mondo dove si marginalizza la presenza femminile è monco, triste, ingiusto. Nella nostra serie ci sono presenze femminili importanti, Cécile De France, Ludivine Sagnier e l’attrice russa Yulia Snigir».

Ecco i cardinali alla vigilia del conclave esprimere i loro desiderata sul nuovo Papa.

«Non sono cattolico, non ho la necessità di una relazione rispetto a un Papa, vedo il Vaticano come un avamposto culturale dove le parole hanno un loro peso, e il rapporto agli eventi è ponderato, senza reazioni emotive scomposte».

Nella seconda serie c’è più il fuori, lo Stato, la politica?

«Entra la contemporaneità, nella prima serie c’era più l’esigenza di raccontare il Vaticano in quanto tale, questa è stata concepita nel periodo in cui prolifera il terrorismo e non potevo non tenere conto delle paure dei nostri giorni, anche se cerco di non essere cronachistico. Nel nome della tolleranza si diventa intolleranti, il Vaticano ha dentro di sé la deriva fondamentalista».

E’ uscito un altro film su due Papi: una coincidenza?

«Non penso sia un caso. Ratzinger e Bergoglio, è dal ‘600 che non conoscevamo questo dualismo. E Bergoglio è molto popolare. In casa mia avevamo il sale e pepe coi francescani, mi piacciono. E’ cambiato l’atteggiamento del cinema, prima il Vaticano era il luogo degli scandali, oggi mi sembra datato puntare sulla scabrosità».

La passerella di Jude Law in mutande nello spot?

«Ci sono anche foto di Wojtyla sugli sci o in piscina. Ciascuno di noi è libero di sognare il Papa come gli pare».

Ora la interpellano su questioni di fede?

«Hanno capito che non so nulla. Però ho scritto dei bei discorsi ai pontefici».

Lei si è trasferito a Los Angeles, la Chiesa del cinema.

Ride: «Solo per un anno, sto scrivendo il film con Jennifer Lawrence dal romanzo Mob Girl di Teresa Carpenter su una donna in ambiente mafioso a New York dagli Anni 40 ai 90. Los Angeles…Dove mi metti sto bene, il clima è mite, è una città calma a dispetto dei 15 milioni di abitanti, e hai la strana impressione di stare sempre in vacanza. Se c’è decadenza? Ma sai, è ovunque, è anagrafica».

Nel 2020 compirà 50 anni.

«Sono contento, non avevo nessuna aspettativa, mi sembrava impensabile all’inizio che qualcuno mi desse soldi per un film, la continuità lavorativa era il massimo che potevo desiderare».

I due papi dovrebbe essere ispirato a una storia vera. Ma non è così. Francesco Antonio Grana su Il Fatto Quotidiano l'1 gennaio 2020. Habemus Papam di Nanni Moretti è un film con un’idea originale, peraltro profetica. Quella cioè che un Papa oggi, non secoli fa, possa rinunciare al suo incarico sentendosi inadeguato. Idea che, nemmeno due anni dopo l’uscita del film, si è realizzata con le dimissioni a sorpresa di Benedetto XVI. Extra omnes, i retroscena inediti dei conclavi 2005 e 2013: dal voto a Bertoglio al sondaggio su Ratzinger fino agli interessi calcistici. Sebbene in condizioni diverse, perché nella pellicola di Moretti il Pontefice decide di lasciare la carica pochi giorni dopo l’elezione. Ratzinger, come è noto, ha rinunciato al papato dopo quasi otto anni di governo con l’avanzare dell’età e sentendo il venire meno delle forze fisiche. I due Papi, diretto da Fernando Meirelles e sceneggiato da Anthony McCarten, non ha, invece, un’idea originale alla base del film. Anzi nella locandina rivendica di essere “ispirato a una storia vera”. Chiaro riferimento alle dimissioni di Benedetto XVI e all’elezione di Francesco. Ma così non è. Il film, con una regia abbastanza lenta e noiosa, altro non è che un lungo confronto-scontro tra Ratzinger e Bergoglio. Con un Papa tedesco insofferente, già nel conclave del 2005, per la rivalità con l’allora arcivescovo di Buenos Aires. Insofferenza che si sviluppa anche nell’epilogo del pontificato ratzingeriano, quando Benedetto XVI incontra Bergoglio per anticipargli la decisione di dimettersi e per investirlo della successione. E il conclave? E i cardinali elettori? Tutta una farsa? Nel film non viene risparmiato l’ingresso dei porporati nella Cappella Sistina per l’elezione del successore di Benedetto XVI. Però non si comprende come questo passaggio sia conciliabile con il lungo colloquio precedente tra Ratzinger e Bergoglio nel quale il Papa tedesco affida il pontificato al confratello latinoamericano. Se è Benedetto XVI a scegliere il successore nella persona dell’arcivescovo di Buenos Aires, perché poi, sempre nel film, i cardinali votano nel conclave? Ratificano una scelta del Papa emerito? Passaggi che la sceneggiatura non spiega, in evidente imbarazzo. Questo lungo confronto-scontro tra i due Papi è l’unico filo rosso dell’intera pellicola, che si rinnova in diversi luoghi, suscitando la sensazione che non ci siano altre idee e che si debba così solo allungare il brodo per portarlo a due ore. Non ci sono colpi di scena. Non ci sono altri richiami, se non un lungo e noioso flashback sugli anni della dittatura militare argentina con un Bergoglio, all’epoca dei fatti provinciale dei gesuiti, che si confessa colpevole di non aver saputo difendere due suoi confratelli. La storia, come è noto, è completamente diversa. Ratzinger viene ritratto in modo caricaturale, arcigno e goffo benché la somiglianza con Anthony Hopkins che lo interpreta sia impressionante. Tra l’altro con la smania di essere eletto Papa, dopo la morte di Karol Wojtyla, cosa assolutamente irreale. Ma la cosa che ferisce maggiormente è l’accusa totalmente infondata che Benedetto XVI fa nel film di essere colpevole della copertura della pedofilia del fondatore dei Legionari di Cristo, padre Marcial Maciel Degollado. La storia recente sa bene quanto l’allora cardinale Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, si sia battuto, negli ultimi anni del pontificato di San Giovanni Paolo II, per smascherare gli abusi commessi da Maciel nei confronti di numerosi bambini e di suoi seminaristi. L’orrore di un uomo la cui condotta Ratzinger, divenuto Pontefice, non ha avuto timore a definire immorale, facendo verità e giustizia di tanto abominio. È ingiusto e ingrato se, per far apparire Francesco come il Papa buono e Benedetto XVI come quello cattivo, si mistifichi la verità in questo modo. Tra l’altro una verità che riguarda la piaga principale che la Chiesa cattolica si trova ad affrontare da due decenni: quella della pedofilia del clero. Meritevole è, invece, Il primo Natale di Salvatore Ficarra e Valentino Picone che, condito da tanta ironia, è una riflessione sul significato autentico della nascita di Gesù. Un film in perfetta sintonia con quanto ha scritto recentemente Bergoglio nella sua lettera apostolica sul presepe, Admirabile signum. Ma anche con quanto ha sottolineato Ratzinger nel volume della sua trilogia su Gesù di Nazaret dedicato ai Vangeli dell’infanzia. Proprio come aveva ricordato Benedetto XVI, nel film di Ficarra e Picone non ci sono il bue e l’asinello a riscaldare la Sacra Famiglia nella stalla di Betlemme. Fu, infatti, San Francesco d’Assisi, nel primo presepe, quello vivente realizzato a Greccio la notte di Natale del 1223, a inserire anche gli animali. Da sottolineare, inoltre, il modo lodevole in cui i due attori affrontano il tema dell’accoglienza dei migranti. Il messaggio più autentico della natività di Betlemme.

Tre motivi per cui vale la pena guardare "I due Papi". Mauro Leonardi su Agi il 27 dicembre 2019. Mescolando fatti veri a una trama di pura invenzione il film racconta in un arco narrativo che sostanzialmente è quello delle quarantotto ore vaticane, la straordinaria amicizia tra due uomini (Ratzinger e Bergoglio) che tutto hanno di diverso tranne la fede e la voglia di essere amici. Per quale ragione, in questi giorni, quasi tutti i miei amici che hanno Netflix stanno trovando il tempo per guardarsi (o riguardarsi) "I due Papi"? Me lo chiedevo quando, singhiozzando per l'emozione, scorrevano i titoli di coda mentre il Papa Emerito (Anthony Hopkins) e Papa Francesco (Jonathan Pryce) guardavano alla TV Argentina - Germania, la finale del campionato mondiale di calcio 2014, mangiando patatine, bevendo birra e punzecchiandosi con grande educazione. Mescolando fatti veri a una trama di pura invenzione il film racconta in un arco narrativo che sostanzialmente è quello delle quarantotto ore vaticane, la straordinaria amicizia tra due uomini che tutto hanno di diverso tranne la fede e la voglia di essere amici. Lo spunto narrativo vero sono le due dimissioni: la prima, notissima, è quella di Ratzinger; la seconda, che nel film trascende le reali proporzioni storiche, è quella che Bergoglio diede da Cardinale di Buenos Aires allo scadere dei 75 anni, per dovere di ufficio. Io di motivi per guardarlo ne ho trovati almeno tre: e voglio prescindere da quelli ovvi quali la splendida recitazione, la fotografia, i costumi, la sceneggiatura e così via, ingredienti essenziali e che sono al top. Il terzo motivo è che lo sceneggiatore, Anthony McCarten e il regista Fernando Meirelles, entrambi lontani dalla fede e critici di Papa Benedetto, raccontano una storia più forte della loro preclusione e che scappa loro dalle  mani per evolvere in modo caldo, umano e commovente. Appare evidente che la realtà dei personaggi acquista una sua propria forza autonoma e tracima dagli angusti argini nei quali poteva essere rinchiusa dall’ideologia. Gli autori hanno amato i loro personaggi più delle loro idee pregresse sui medesimi: e questa è una cosa grande. Il secondo motivo è il definitivo scacco matto alla finta idea di verità, racchiusa nell'espressione "è una storia vera" (o, ancora peggio, "tratto da una storia vera"). Niente di più falso della storia tra Polifemo ed Ulisse eppure niente di più vero che quella vicenda per raccontare la cecità di una civiltà che si sforza di costringere gli sguardi dentro la prospettiva di un solo occhio. E così Hopkins e Pryce raccontano una meravigliosa storia inventata in cui emerge sovrano l'assioma per cui la verità non è una nozione ma un incontro. E infine il primo, quello che per me è il combustibile di tutto, ovvero il carisma dell'amicizia. In genere, chi vuole avere come piatto forte del racconto un'amicizia sceglie personaggi sconosciuti, vicende minime, scenari quotidiani: perché l'amicizia è il più invisibile degli amori e il rischio di farlo sovrastare da altri sapori è fortissimo. Qui invece accade il miracolo. È come se McCarten e Meirelles raccontassero l'amicizia di un paio di giorni tra Messi e Ronaldo, facendo dimenticare allo spettatore che sono calciatori. Ratzinger e Bergoglio hanno di mira la loro amicizia prima e al di sopra delle loro convinzioni su cosa siano conservazione o progresso, omosessualità e comunione ai divorziati risposati, dittatura o libertà, reggia vaticana o baraccopoli sudamericana, collusione coi preti pedofili e giudizio universale. E ciò avviene grazie al desiderio che brucia entrambi, di ascoltare la voce di Dio. Due uomini che secondo l'immaginario collettivo avrebbero dovuto cercare la voce di Dio stando ore in un ermo in ginocchio e a digiuno, invece trovano Dio quando trovano l'amico.

"Film sui Papi":

Amen.

Angeli e demoni (film)

Los Borgia

Il cardinale Lambertini (film 1934)

Il cardinale Lambertini (film 1954)

Chiamatemi Francesco - Il Papa della gente

Da un paese lontano

I due papi

E venne un uomo

Habemus Papam (film)

In nome del Papa Re

Morte in Vaticano

Non abbiate paura - La vita di Giovanni Paolo II

Il pap'occhio

Papa Francesco - Un uomo di parola

La papessa Giovanna (film)

La papessa (film)

L'udienza

Gli uomini non guardano il cielo

L'uomo venuto dal Kremlino

·        Il Papa Santo.

Franca Giansoldati per ilmessaggero.it il 17 novembre 2020. Nel 2005, a poche ore dalla morte di Papa Wojtyla, in una via della Conciliazione talmente piena di persone in preghiera che non si poteva attraversare, spuntò un cartello enorme: «Santo Subito». Da quel messaggio partì immediatamente una campagna trasversale e martellante da parte di diversi settori della Chiesa per accelerare l'iter verso la santità del Papa polacco anche se, alcuni cardinali, mostrarono subito qualche perplessità, non tanto per la caratura del pontefice, quanto per le regole fino a quel momento in vigore che richiedevano tempi più lunghi, meditati, prudenti in attesa di mettere a fuoco l'intero pontificato. Le cose non andarono così, perchè il cartello che indicava «Santo Subito» effettivamente fu anticipatorio e così nell'arco di dieci anni, dalla morte alla canonizzazione, il pontificato più lungo dopo quello di Pio IX divenne storia. Adesso da più parti, davanti al sospetto di coperture a terribili casi di pedofilia, c'è chi si chiede se quel cartello non fosse inopportuno. Negli Stati Uniti, l'influente quotidiano National Catholic Reporter ha esortato i vescovi a «sopprimere il culto» del defunto Papa. Allo stesso modo anche il New York Times si è posto lo stesso quesito. Non è stato fatto santo un po' troppo presto? «È tempo di fare i conti con le difficoltà. Quest'uomo ha minato la testimonianza della Chiesa globale, ha distrutto la sua credibilità come istituzione, e ha dato un esempio deplorevole ai vescovi nell'ignorare i resoconti delle vittime di abusi» si legge sul National Catholic Reporter. Nei giorni scorsi è stato pubblicato il terribile Rapporto McCarrick dal quale emerge uno spaccato devastante riguardante un sistema che non funzionava nella vigilanza interna. Tra le pagine dello studio si capisce che Giovanni Paolo di fatto negava il coinvolgimento di McCarrick negli abusi, probabilmente influenzato dalla sua esperienza nella Polonia comunista, quando i servizi segreti continuavano a produrre dossier falsi sul clero per screditarlo. Lo stesso scetticismo Wojtyla lo avrebbe avuto anche con padre Maciel Marcial Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo, pedofilo conclamato, corruttore, morfinomane. Un vero delinquente. Anche in quel caso Wojtyla avrebbe girato la testa dall'altra parte, anche se il suo segretario, il cardinale Dziwisz ha recentemente spiegato che non è mai stato raggiunto da notizie del genere, altrimenti avrebbe agito subito. «I problemi che sono sorti per il trattamento di McCarrick da parte del Papa dimostrano che è stato un errore essere stati troppo frettolosi nel canonizzarlo» ha detto padre Tom Reese, gesuita ed editorialista di America. «Sono contrario a canonizzare i papi perché spesso si tratta più di politica della Chiesa che di santità. I santi dovrebbero essere modelli da imitare». Quando Papa Benedetto XVI è stato eletto nel 2005 ha avviato la canonizzazione solo poche settimane dopo la sua morte, bruciando i tempi e mandando all'aria le regole prudenziali che fino a quel momento erano state sempre rispettate. Scrive il New York Times: «Oggi dopo più di un decennio di dubbi, la reputazione di Giovanni Paolo II è caduta. Dopo che lo stesso Vaticano si è precipitato a canonizzarlo, ha pubblicato questa settimana il rapporto Mc Carrick che ha deposto ai piedi del santo la sua responsabilità per l'avanzamento di carriera del cardinale». Mc Carrick è stato punito e spretato solo nel 2018 da papa Francesco con la accusa di abusi sessuali, in particolare su minori. Non solo. Il Rapporto «fornisce la prova schiacciante che la Chiesa si è mossa con velocità spericolata per canonizzare Giovanni Paolo e ora è intrappolata nelle sue stesse macerie».

Papa Luciani, l’eredità in un sorriso. Antonio Modaffari, Esperto in comunicazione, su Il Riformista il 28 Settembre 2020. Il 28 settembre di 42 anni fa il mondo fu sconvolto dall’improvvisa notizia della morte di Giovanni Paolo I. Chi scrive è nato nel 1985 e, quindi, non può avere ricordi di Albino Luciani, ma può immaginare la sua bontà. Basta osservare il suo sguardo che racconta di un uomo buono rimasto nel cuore di tutti. Giovanni Paolo I è ricordato come il Papa dei 33 giorni, un lasso di tempo sufficiente per lasciare una grande eredità a cominciare dalla scelta di Karol Wojtyla di chiamarsi Giovanni Paolo II e poi da quel meraviglioso sorriso che non si spegnerà mai.

Ecco chi era (davvero) Giovanni Paolo II. Da Cracovia al Conclave: la storia di Giovanni Paolo II raccontata con la sua grafia. Evi Crotti, Sabato 23/05/2020 su Il Giornale.

Evoluzione del grafismo dal 1962. All'inizio, nel 1962, quando ancora non era papa bensì vicario di Cracovia, egli presentava una scrittura sicuramente forte e marcata espressione di vitalità, forza d'urto, generosità, duttilità e plasticità mentali, irrorate però da una squisita sensibilità, da ordine mentale e da senso estetico. Ottime apparivano le doti intellettive che lo rendevano ponderato, riflessivo ed elaborativo. Scrittura del 1962 (anni 42). Si nota una certa rigidità che potrebbe far pensare ad un momento poco tranquillo nell’esistenza del Pontefice. Negli anni Settanta e Ottanta la scrittura si assottiglia assumendo le caratteristiche del tratto filiforme, espressione di un'aumentata finezza di spirito. Si rileva anche una migliore scioltezza nel procedere verso destra, indice di amabilità, cordialità e investimenti affettivi più gratificanti. Finalmente egli era in grado d'investire quella capacità di amare che lo caratterizzava e che gli ha permesso di diventare il papa cosmopolita. Anche la paternità trovava modo di essere realizzata attraverso questa sua missione nel mondo. Sono sempre presenti tuttavia il forte senso estetico, una mentalità plastica e una fermezza che non aveva nulla di rigido, per cui difficilmente egli diventava imperativo e dominante. Semmai utilizzava il ragionamento e il suo carisma nella comunicazione, con un sguardo particolare per i giovani onde ottenere consensi e adesioni al suo pensiero.

Scrittura del 1976 (anni 56). È tornata l’armonia nella scrittura che, col suo danzare sul foglio, denota vivacità di pensiero e intraprendenza. Gaiezza e un fondo di nostalgia per la recitazione e l’arte in generale, dimostrano un talento che sarà sempre presente e proiettato nel mondo dei giovani. La sua scrittura dimostra un’armonia interiore che gli permette di porsi verso gli altri con sicurezza, con determinazione e con quella capacità d'influenzamento così necessario per chi deve essere guida del mondo (vedi dimensione ridotta delle lettere, fluidità del gesto, occupazione corretta degli spazi, …). Anche dai suoi appunti si ricavano indicazioni del suo forte senso estetico e del bisogno di rimarcare, in maniera anche esagerata, concetti e idee. Forse in questo periodo egli era attanagliato da problemi che lo rendevano un po’ ansioso e impaziente.

Scrittura di papa Giovanni Paolo II nel 1992, all’età di 72 anni, tratta da un’agenda sulla quale era solito appuntare i suoi pensieri. In seguito, la scrittura di Giovanni Paolo II si fa più piccola, a segnalare l'andamento della sua nota malattia (morbo di Parkinson). Ma i tratti, i gesti, i legamenti e l'ordine grafico mettono in evidenza la sua permanente lucidità mentale e la sua capacità di affrontare la sofferenza con inspiegabile serenità. Ora egli è sicuramente più affaticato e stanco e la leggerezza del tratto sta a denunciare la perdita di quella forza vitale che l’ha sempre contraddistinto. Papa Wojtyla continuerà a sbalordire non solo per la sua resistenza fisica, ma soprattutto per quella voglia dettata da chi, ricco interiormente, vuole servire Dio e l'uomo nella stessa misura. La malattia pertanto insieme a tutte le vicissitudini subite, non gli ha impedito di essere all'altezza della sua funzione.

Papa Francesco celebra San Giovanni Paolo II, «uomo di preghiera, vicinanza e giustizia». Il Quotidiano del Sud il 18 maggio 2020.  Sono state molte le iniziative promosse nel giorno in cui ricorre il centenario della nascita di San Giovanni Paolo II. Papa Francesco ha celebrato la messa nella Basilica di San Pietro e, dopo, ha inaugurato alla Pontificia Università San Tommaso D’Aquino-Angelicum, presso la Facoltà di Filosofia, l’Istituto di Cultura intitolato allo stesso santo. La messa è stata celebrata all’altare della tomba di San Giovanni Paolo II, alla presenza di poche decine di fedeli. Da oggi, infatti, la Basilica di San Pietro è aperta a tutti. Sarà la Guardia svizzera del Vaticano a limitare l’accesso alla Basilica, con l’aiuto di volontari dell’Ordine di Malta. Papa Francesco ha sottolineato l’alto valore della figura di San Giovanni Paolo II: «Oggi noi possiamo dire che 100 anni fa il Signore ha visitato il suo popolo.- Ha inviato un uomo, lo ha preparato per fare un vescovo e guidare la Chiesa». Durante l’omelia ha proseguito affermando che «il Signore ha inviato un pastore» e il Pontefice tra le tante tracce di buon pastore di Wojtyla ne ha indicato tre: «la preghiera, la vicinanza al popolo e l’amore per la giustizia». «Era un uomo di Dio perché pregava e pregava tanto. Ma – ha proseguito – come mai un uomo che aveva tanto lavoro per guidare la Chiesa pregava tanto? Lui sapeva bene che il primo compito di un vescovo è pregare. Non lo ha detto Vaticano II ma San Pietro, il primo compito di un vescovo è pregare e lui lo faceva e ci ha insegnato che quando un vescovo fa l’esame di coscienza la sera deve domandarsi quante ore ha pregato». Wojtyla era «un uomo di preghiera». Secondo tratto di Giovanni Paolo II: era «un uomo di vicinanza. Non era un uomo distaccato dal popolo anzi, andava a trovare il suo popolo e girò il mondo intero trovando, cercando il suo popolo, facendosi vicino», ha detto Francesco precisando che «la vicinanza è uno dei tratti di Dio con il suo popolo», vicinanza che si fa forte in Gesù. «Un pastore è vicino al popolo – ha poi continuato – al contrario non è pastore è un gerarca, un amministratore, forse buono, ma non è pastore. Giovanni Paolo II ci ha dato l’esempio di questa vicinanza, ai grandi e ai piccoli, ai vicini e ai lontani. Si faceva vicino». Wojtyla era un uomo che «amava la giustizia, ma la giustizia piena. Un uomo – ha sottolineato il Papa – che voleva la giustizia sociale, dei popoli”, la giustizia “che caccia via le guerre”, la “giustizia piena». E Giovanni Paolo II «era l’uomo della misericordia, perché giustizia e misericordia vanno insieme, non si possono distinguere – ha precisato Papa Francesco -. L’una senza l’altra non si trova». Wojtyla «ha fatto tanto perché la gente capisse la Misericordia di Dio, ha portato avanti la devozione a Santa Faustina». Giovanni Paolo II «aveva sentito che la giustizia di Dio aveva la faccia di misericordia e questo – ha proseguito – è un dono che ci ha lasciato: la giustizia misericordia e la misericordia giustizia».    «Preghiamolo oggi – è la preghiera finale del Pontefice – che dia a tutti noi, soprattutto ai pastori della Chiesa, la grazia della preghiera, la grazia della vicinanza e la grazia della giustizia che è misericordia e della misericordia che è giustizia». 

Franca Giansoldati per “il Messaggero” il 19 maggio 2020. Nel giorno del centenario della nascita di San Giovanni Paolo II una delle prime vittime di padre Marcial Maciel Degollado - forse il più grande criminale della Chiesa in epoca moderna - torna puntare il dito sul pontefice polacco. A suo parere non ci sono dubbi che Wojtyla era a conoscenza dei crimini aberranti di questo pedofilo, fondatore dei Legionari di Cristo, super protetto in Vaticano tanto da non essere mai sottoposto ad alcun processo nè punito dalla Congregazione della Fede benchè su di lui vi fosse un corposo fascicolo di reati commessi tra il Messico, l'Italia, la Spagna e la Francia. Josè Barba Martin dal Messico fa sapere che lui personalmente scrisse a metà degli anni Novanta una lettera direttamente a Giovanni Paolo II. Successivamente – visto che non arrivavano risposte – la lettera fu pubblicata su una famosa rivista messicana nel 1997. La lettera naturalmente sollevò un putiferio incredibile in tutta l'America Latina. Assieme a Josè, la missiva che elencava i crimini di Maciel, circostanziandoli con prove, portava la firma di altri sette ex legionari. Le vittime contattarono anche l'allora nunzio apostolico in Messico, monsignor Justo Mullor Garcia. Il nunzio promise di parlarne direttamente con Papa Wojtyla durante la prima udienza a Roma. «Sei mesi dopo riparlai con il nunzio Mullor Garcia e mi disse che aveva rimesso la lettera per le vie normali ma che non aveva avuto risposte». La stessa lettera, nel frattempo, fu inviata a tutti i vescovi messicani. Maciel Macial Degollado in Messico all'epoca era una potenza. Non solo era il fondatore di un ordine religioso ricchissimo che controllava università, scuole e istituzioni, ma aveva anche accesso ai vertici istituzionali, aveva rapporti con la Cia e tanti imprenditori influenti. «Nessuno ci diede mai risposta. Fummo ignorati. Io personalmente sono convinto che Giovanni Paolo II e specialmente il cardinale Ratzinger, divenuto Papa Benedetto XVI sapevano bene della colpevolezza di Maciel». Nel frattempo il nunzio Mullor Garcia proprio per avere dato appoggio alle vittime di Maciel ascoltandole subiva all'interno del Vaticano un ostracismo senza pari, persino dai vertici della Segreteria di Stato, fino alla sua totale emarginazione. Prima di morire (per una malattia) l'ex nunzio disse che era contento di avere agito sempre in coscienza e con il Vangelo in mano. Il postulatore della causa di beatificazione e poi di canonizzazione, monsignor Slavomir Oder ritiene, invece, che San Giovanni Paolo II non sapesse come stavano le cose. «Non ha coperto mai nessun pedofilo e se avesse saputo che era pedofilo non gli avrebbe dato alcuna copertura. E' chiaro però che tante cose ora ci sfuggono perchè non essendo stati testimoni presenti dei fatti è difficile fare valutazioni a posteriori. Posso dire che Giovanni Paolo II aveva una esperienza diretta sul discredito che in Polonia, sotto il regime comunista, veniva gettato continuamente sui preti polacchi. I servizi segreti costruivano dossier per accusarli di cose orribili. Wojtyla conosceva che erano accuse false e montate. Finchè quindi non si trattava di una prova evidente e rimaneva un margine di dubbio egli pensava che poteva essere il frutto di una manipolazione ingiusta». Una domanda analoga, sebbene stavolta generica, è stata sottoposta recentemente a Papa Francesco dal giornalista spagnolo Jordi Evole in una lunga intervista. Bergoglio ha spiegato che «la verità del Vangelo ha un valore senza tempo, ma gli abusi sessuali all'interno della Chiesa sono giudicati secondo una ermeneutica dell'epoca». Come dire che in questo campo il problema deve essere contestualizzato storicamente. In ogni caso tanti dubbi restano sul terreno.

Ora spunta una lettera di Giovanni Paolo II a Padre Pio. Nel 1962, Karol Wojtyla ha scritto una lettera a padre Pio. Nella missiva, la richiesta di una preghiera miracolosa. "A questo non si può dire di no", ha osservato all'epoca il frate cappuccino. Giuseppe Aloisi, Mercoledì 20/05/2020 su Il Giornale. Una corrispondenza, almeno una lettera, tra quelli che poi sarebbero diventati due padri della Chiesa cattolica. Un retroscena che svela in parte i rapporti tra un arcivescovo polacco, prima Papa e poi Santo, ed un frate incaricato in Puglia e destinato a sua volta alla santità. Un frate che aveva in qualche modo già previsto il futuro dell'altro corrispondente. Due uomini che avrebbero segnato per sempre la storia del cattolicesimo contemporaneo. Siamo nel novembre del 1962. E Karol Wojtyla, che era incaricato presso l'arcivescovato di Cracovia, prende carta e penna. Lo scopo è quello di domandare una preghiera a Pio da Pietralcina. Con ogni evidenza, in Polonia è arrivata più di qualche notizia sulle qualità eccezionali di quel frate. I miracoli non conoscono frontiera. La supplica dovrebbe essere indirizzata in favore una madre. Una persona che ha ben quattro figli e che però deve confrontarsi con un cancro, che non la abbandona: "Affinché Dio per intercessione della Beatissima Vergine mostri la sua misericordia a lei e alla sua famiglia in Cristo obbligatissimo". La missiva è firmata Wojtyla. Il destinatario non esiterà. Per far sì che la lettera arrivi di sicuro nelle mani del cappuccino, il consacrato che sarebbe stato eletto qualche anno dopo sul soglio di Pietro, ripone il tutto nelle mani di Andrzej Maria Deskur, un monsignore che si trova a Roma per motivi di salute. Desku non è sufficiente per un contatto diretto con padre Pio. E allora, in soccorso di questa storia, arriva un commendatore: Angelo Battisti. Da Wojtyla a Deskur a Battisti: la lettera, ora, è nella disponibilità di Francesco Forgione. È Battisti, che aveva avuto modo di conoscere padre Pio in precedenza, l'uomo cui Pio domanda la lettura di quel testo. Lo ha ricordato Italia Oggi nella edizione odierna. Pio, dopo aver appreso della richiesta, dice poche ma significative parole. Intanto assicura la preghiera per la guarigione della mamma polacca, ma poi aggiunge: "A questo non si può dire di no". Sembra una profezia sul destino di quell'ex attore teatrale che avrebbe inciso nella storia del cattolicesimo e dell'umanità di lì a poco. Ma non è tutto: anche Deskur diviene oggetto della capacità previsionali del frate pugliese. Per il monsignore che dimora in capitale viene previsto un avvenire denso di impegni in Santa Sede. Il braccio destro di Giovanni Paolo II, per il cappuccino, si trova già in Vaticano. E all'elezione in Concalve manca ancora qualche anno. La vicenda esistenziale della madre polacca prosegue come sperato: "Venerabile Padre, la donna di Cracovia in Polonia, madre di quattro figlie, il giorno 21 novembre prima dell' operazione chirurgica istantaneamente ha riacquistato la salute grazie a Dio e anche a Te Padre Venerabile, rendo il più grande grazie a nome suo, di suo marito e di tutta la famiglia". La seconda lettera presenta la stessa firma della prima, Wojtyla, ma le sorti della donna, dopo le preghiere di Pio da Pietralcina, sono cambiate. Battisti, che è il narratore di tutta questa vicenda, ha di nuovo il compito di aggiornare Pio su quello che ha annotato via lettera l'arcivescovo di Cracovia. Il cappuccino questa volta approfondisce meno le sue considerazioni. Battisti però deve fare attenzione: Pio gli dice di non smarrire quella corrispondenza. Quasi come a dire che in prospettiva, quelle due missive, sarebbero state in grado di raccontare molto. E la donna guarita? La dottoressa Poltawska aspetterà cinque anni - in Polonia c'è ancora la dittatura comunista - per potersi recare a San Giovanni Rotondo. Il ringraziamento è implicito.

 (Askanews il 15 maggio 2020) - "Quando il cardinale Wojtyla fu eletto successore di San Pietro il 16 ottobre 1978, la Chiesa era in una situazione drammatica. Le deliberazioni del Concilio erano state presentate al pubblico come una disputa sulla stessa Fede, che sembrava privare il Concilio della sua sicurezza infallibile e incrollabile": lo scrive il Papa emerito Benedetto XVI in una lettera alla chiesa polacca, pubblicata dall'episcopato del paese in inglese e polacco, in vista del centesimo anniversario della nascita di Giovanni Paolo II, Pontefice che fu eletto nel 1978 in pieno dopo-Concilio (1962-1965). "Un parroco bavarese, ad esempio, commentò la situazione dicendo: 'Alla fine, siamo caduti nella fede sbagliata'", scrive Joseph Ratzinger. "La sensazione che nulla fosse più certo, che tutto fosse messo in discussione, fu accresciuta ancora di più dal metodo di attuazione della riforma liturgica e alla fine sembrò quasi che la liturgia potesse essere creata da sé. Paolo VI mise fine al Concilio con energia e determinazione, ma dopo la sua conclusione, affrontò problemi sempre più pressanti che alla fine misero in dubbio l'esistenza della Chiesa stessa. A quel tempo, i sociologi confrontarono la situazione della Chiesa con la situazione dell'Unione Sovietica sotto il dominio di Gorbaciov, durante il quale la potente struttura dello Stato sovietico crollò durante il processo della sua riforma". "Una sfida quasi impossibile attendeva" il nuovo Papa, scrive Joseph Ratzinger, secondo il quale "tuttavia, fin dal primo momento, Giovanni Paolo II ispirò nuovo entusiasmo per Cristo e per la sua Chiesa. Le sue parole dell'omelia di inaugurazione del pontificato: "Non abbiate paura, aprite, aprite le porte a Cristo". Questo appello e il tono avrebbero caratterizzato il suo intero pontificato e lo avrebbe fatto un restauratore liberante della Chiesa. Ciò era condizionato dal fatto che il nuovo Papa veniva da un paese dove la recezione del Concilio era stata positiva: quello di rinnovamento gioioso di tutto anziché un atteggiamento di dubbio e incertezza".

IL TESTO INTEGRALE DELLA LETTERA SCRITTA DA PAPA BENEDETTO PER IL CENTENARIO DELLA NASCITA DI GIOVANNI PAOLO II. “In Giovanni Paolo II la potenza e la bontà di Dio è diventata visibile a tutti noi. In un momento in cui LA CHIESA SOFFRE DI NUOVO PER L’ASSALTO DEL MALE, egli è per noi un segno di speranza e di conforto”. Da Benedettoxviblog.wordpress.com il 15 maggio 2020.

Vaticano, lì 4 maggio 2020 Per il centenario della nascita di Papa Giovanni Paolo II 18 maggio 2020.

Il 18 maggio si celebrerà il centenario della nascita di Papa Giovanni Paolo II nella piccola città polacca di Wadowice. La Polonia, divisa e occupata dai tre imperi vicini – Prussia, Russia e Austria – per oltre un secolo, riconquistò l’indipendenza dopo la prima guerra mondiale. Fu un evento che suscitò grandi speranze, ma che richiese anche grandi sforzi, visto che lo Stato che si riprendeva sentiva costantemente la pressione di entrambe le potenze – Germania e Russia. In questa situazione di oppressione, ma soprattutto di speranza, crebbe il giovane Karol Wojtyla, che purtroppo perse molto presto la madre, il fratello e infine il padre, al quale doveva la sua profonda e fervente devozione. L’attrazione particolare del giovane Karol verso la letteratura ed il teatro, lo portarono dopo la laurea allo studio di queste materie. “Per evitare di essere deportato in Germania per i lavori forzati, nell’autunno del 1940 iniziò a lavorare come operaio fisico nella cava associata alla fabbrica chimica Solvay” (Cfr. Giovanni Paolo II, Dono e mistero). “Nell’autunno del 1942, prese la decisione definitiva di entrare nel Seminario di Cracovia, organizzato segretamente dall’arcivescovo di Cracovia Sapieha nella sua residenza. Già da operaio iniziò a studiare teologia su vecchi libri di testo, per poter essere ordinato sacerdote il 1° novembre 1946” (Cfr. Ibid.). Tuttavia, imparò la teologia non solo dai libri, ma anche traendo utili insegnamenti dal contesto specifico in cui lui ed il suo Paese si trovavano. Questo sarebbe stato un tratto peculiare che avrebbe contraddistinto tutta la sua vita ed attività. Impara dai libri, ma vive anche di questioni attuali che lo tormentano. Così, per lui da giovane vescovo – dal 1958 vescovo ausiliare e dal 1964 arcivescovo di Cracovia – il Concilio Vaticano II fu la scuola di tutta la sua vita e del suo lavoro. Le importanti questioni che emersero, soprattutto quelle relative al cosiddetto Schema XIII – la successiva Costituzione Gaudium et Spes – furono le sue domande personali. Le risposte elaborate al Concilio mostrarono l’indirizzo che avrebbe dato al suo lavoro prima da vescovo e poi da Papa. Quando il 16 ottobre 1978 il cardinale Wojtyla fu eletto Successore di Pietro, la Chiesa si trovava in una situazione drammatica. Le deliberazioni del Concilio furono presentate in pubblico come una disputa sulla fede stessa, che sembrava così priva del suo carattere di certezza infallibile e inviolabile. Per esempio, un parroco bavarese descrisse questa situazione con le seguenti parole: “Alla fine siamo caduti in una fede sbagliata”. Questa sensazione che nulla fosse certo più, che tutto potesse essere messo in discussione, fu ulteriormente alimentata dal modo in cui fu condotta la riforma liturgica. Alla fine sembrava che anche nella liturgia tutto si potesse creare da solo. Paolo VI condusse il Concilio con vigore e decisione fino alla sua conclusione, dopo la quale affrontò problemi sempre più difficili, che alla fine misero in discussione la Chiesa stessa. I sociologi dell’epoca paragonavano la situazione della Chiesa a quella dell’Unione Sovietica sotto Gorbaciov, dove nella ricerca delle riforme necessarie l’intera potente immagine dello Stato sovietico alla fine crollò. Così, dinnanzi al nuovo Papa si presentò di fatto un compito assai arduo da affrontare con le sole capacità umane. Dapprincipio, però, si rivelò in Giovanni Paolo II la capacità di suscitare una rinnovata ammirazione per Cristo e per la sua Chiesa. In principio furono le parole pronunciate per l’inizio del suo pontificato, il suo grido: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!” Questo tono caratterizzò tutto il suo pontificato rendendolo un rinnovatore e liberatore della Chiesa. Questo perché il nuovo Papa proveniva da un Paese dove vale il Concilio era stato accolto in modo positivo. Il fattore decisivo non fu quello di dubitare di tutto, ma di rinnovare tutto con gioia. Nei 104 grandi viaggi pastorali che condussero il Pontefice in tutto il mondo, predicò il Vangelo come una notizia gioiosa, spiegando così anche il dovere di ricevere il bene e il Cristo. In 14 encicliche presentò in modo nuovo la fede della Chiesa e il suo insegnamento umano. Inevitabilmente, quindi, suscitò opposizione nelle Chiese d’Occidente piene di dubbi. Oggi mi sembra importante indicare il centro giusto dal quale leggere il messaggio contenuto nei diversi testi, il quale si pose all’attenzione di noi tutti nell’ora della sua morte. Papa Giovanni Paolo II è morto nelle prime ore della Festa della Divina Misericordia istituita da lui stesso. Vorrei inizialmente aggiungere qui una piccola nota personale che ci mostra qualcosa di importante per comprendere l’essenza e la condotta di questo Papa. Fin dall’inizio, Giovanni Paolo II rimase molto colpito dal messaggio della suora di Cracovia Faustina Kowalska, che aveva presentato la misericordia di Dio come il centro essenziale di tutta la fede cristiana e aveva voluto istituire la festa della Divina Misericordia. Dopo le consultazioni, il Papa previde per essa la Domenica in albis. Tuttavia, prima di prendere una decisione definitiva, chiese il parere della Congregazione per la Dottrina della Fede per valutare l’opportunità di tale scelta. Demmo una risposta negativa ritenendo che una data così importante, antica e piena di significato come la Domenica in albis non dovesse essere appesantita da nuove idee. Per il Santo Padre, accettare il nostro “no” non fu certo facile. Ma lo fece con tutta umiltà e accettò il nostro secondo “no”. Infine, formulò una proposta che pur lasciando alla Domenica in albis il suo significato storico, gli permise di introdurre la misericordia di Dio nel suo nella sua accezione originale. Ci sono stati spesso casi in cui rimasi impressionato dall’umiltà di questo grande Papa, che rinunciò alle sue idee favorite quando non c’era il consenso degli organi ufficiali, il quale – secondo l’ordine classico delle cose – si doveva chiedere. Quando Giovanni Paolo II esalò l’ultimo respiro in questo mondo, si era già dopo i primi Vespri della Festa della Divina Misericordia. Ciò illuminò l’ora della sua morte: la luce della misericordia di Dio rifulse sulla sua morte come un messaggio di conforto. Nel suo ultimo libro, Memoria e identità, apparso quasi alla vigilia della sua morte, il Papa presentò ancora una volta brevemente il messaggio della misericordia divina. In esso egli fece notare che suor Faustina morì prima degli orrori della seconda guerra mondiale, ma aveva già diffuso la risposta del Signore a questi orrori. “Il male non riporta la vittoria definitiva! Il mistero pasquale conferma che il bene, in definitiva, è vittorioso; che la vita sconfigge la morte e sull’odio trionfa l’amore”. Tutta la vita del Papa fu incentrata su questo proposito di accettare soggettivamente come suo il centro oggettivo della fede cristiana – l’insegnamento della salvezza – e di consentire agli altri di accettarlo. Grazie a Cristo risorto, la misericordia di Dio è per tutti. Anche se questo centro dell’esistenza cristiana ci è dato solo nella fede, esso ha anche un significato filosofico, perché – dato che la misericordia divina non è un dato di fatto – dobbiamo anche fare i conti con un mondo in cui il contrappeso finale tra il bene e il male non è riconoscibile. In definitiva, al di là di questo significato storico oggettivo, tutti devono sapere che la misericordia di Dio alla fine si rivelerà più forte della nostra debolezza. Qui dobbiamo trovare l’unità interiore del messaggio di Giovanni Paolo II e le intenzioni fondamentali di Papa Francesco: Contrariamente a quanto talvolta si dice, Giovanni Paolo II non è un rigorista della morale. Dimostrando l’importanza essenziale della misericordia divina, egli ci dà l’opportunità di accettare le esigenze morali poste all’uomo, benché non potremo mai soddisfarlo pienamente. I nostri sforzi morali vengono intrapresi sotto la luce della misericordia di Dio, che si rivela essere una forza che guarisce la nostra debolezza. Durante il trapasso di Giovanni Paolo II, Piazza San Pietro era piena di persone, soprattutto  di giovani, che volevano incontrare il loro Papa per l’ultima volta. Non dimenticherò mai il momento in cui l’arcivescovo Sandri annunciò la scomparsa del Papa. Soprattutto non scorderò il momento in cui la grande campana di San Pietro rivelò questa notizia. Il giorno del funerale del Santo Padre si potevano vedere moltissimi striscioni con la scritta “Santo subito”. Fu un grido che, da tutte le parti, sorse dall’incontro con Giovanni Paolo II. E non solo in Piazza San Pietro, ma in vari circoli di intellettuali si era discusso sulla possibilità di concedere a Giovanni Paolo II l’appellativo di “Magno”. La parola “santo” indica la sfera divina, e la parola “magno” indica la dimensione umana. Secondo i principi della Chiesa, la santità viene valutata sulla base di due criteri: le virtù eroiche e il miracolo. Questi due criteri sono strettamente collegati tra di loro. Il concetto di “virtù eroiche” non significa un successo olimpico, ma il fatto che quello che dentro e attraverso una persona è visibile non ha una fonte nell’uomo stesso, ma è ciò che rivela l’azione di Dio dentro e attraverso di lui. Non si tratta di competizione morale, ma di rinunciare alla propria grandezza. Si tratta di un uomo che permette a Dio di agire dentro di sé e quindi di rendere visibile attraverso di sé l’azione e la potenza di Dio. Lo stesso vale per il criterio del miracolo. Anche qui non si tratta di qualcosa di sensazionale, ma del fatto che la bontà guaritrice di Dio diventa visibile in un modo che supera le capacità umane. Un santo è un uomo aperto, penetrato da Dio. Un santo è una persona aperta a Dio, permeata da Dio. Un santo è uno che non concentra l’attenzione su se stesso, ma ci fa vedere e riconoscere Dio. Lo scopo dei processi di beatificazione e canonizzazione è proprio quello di esaminarlo secondo le norme della legge. Per quanto riguarda Giovanni Paolo II, entrambi i processi sono stati eseguiti rigorosamente secondo le regole vincolanti. Così ora egli si presenta davanti a noi come un padre che ci mostra la misericordia e la bontà di Dio. È più difficile definire correttamente il termine “magno”. Durante i quasi duemila anni di storia del papato, l’appellativo “Magno” è stato adottato solo con riferimento a due papi: a Leone I (440-461) e a Gregorio I (590-604). La parola “magno” ha un’impronta politica presso entrambi, ma nel senso che, attraverso i successi politici, si rivela qualcosa del mistero di Dio stesso. Leone Magno, in una conversazione con il capo degli unni Attila, lo convinse a risparmiare Roma, la città degli apostoli Pietro e Paolo. Senza armi, senza potere militare o politico, riuscì a persuadere il terribile tiranno a risparmiare Roma grazie alla propria convinzione della fede. Nella lotta dello spirito contro il potere, lo spirito si dimostrò più forte. Gregorio I non ottenne un successo altrettanto spettacolare, ma riuscì comunque a salvare più volte Roma dai Longobardi – anche lui, contrapponendo lo spirito al potere, riportò la vittoria dello spirito. Quando confrontiamo la storia di entrambi con quella di Giovanni Paolo II, la somiglianza è innegabile. Anche Giovanni Paolo II non aveva né forza militare né potere politico. Nel febbraio 1945, quando si parlava della futura forma dell’Europa e della Germania, qualcuno fece notare che bisognava tener conto anche dell’opinione del Papa. Stalin chiese allora: “Quante divisioni ha il Papa?” Naturalmente non ne aveva. Ma il potere della fede si rivelò una forza che, alla fine del 1989, sconvolse il sistema di potere sovietico e permise un nuovo inizio. Non c’è dubbio che la fede del Papa sia stata un elemento importante per infrangere questo potere. E anche qui possiamo certamente vedere la grandezza che si manifestò nel caso di Leone I e Gregorio I. La questione se in questo caso l’appellativo “magno” sarà accettato o meno deve essere lasciata aperta. È vero che in Giovanni Paolo II la potenza e la bontà di Dio è diventata visibile a tutti noi. In un momento in cui la Chiesa soffre di nuovo per l’assalto del male, egli è per noi un segno di speranza e di conforto...Caro San Giovanni Paolo II, prega per noi! Benedetto XVI

«La mia vita con Giovanni Paolo II. Ecco perché, malato, non si dimise. Pubblicato domenica, 17 maggio 2020 su Corriere.it da Aldo Cazzullo.

Cardinale Re, cent’anni fa nasceva Karol Wojtyla. Lei fu uno dei suoi collaboratori più stretti. Come ricorda il vostro primo incontro?

«Ero in Segreteria di Stato da otto anni. Con noi c’era un sacerdote polacco, monsignor Jozef Kowalczyk. Quattro giorni dopo l’elezione, mi portò la prima omelia scritta in polacco da Giovanni Paolo II e tradotta in italiano da polacchi, chiedendomi di rivederla. Lessi e rilessi quel testo».

Lo corresse?

«Solo lievi ritocchi lessicali, timoroso di tradire il suo pensiero. Era la famosa omelia in piazza San Pietro: “Non abbiate paura; aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!”. Il Papa seppe che ero io a rivedere la traduzione e da lì incominciarono i primi contatti. Quando rileggeva i testi in italiano prima di pronunciarli, qualche volta mi chiamava per cambiare un aggettivo e aggiungere un pensiero».

Quale fu la sua prima impressione?

«Subito mi impressionò per la grande umanità, l’attenzione alle persone, la profondità di pensiero, e la semplicità nel tratto. Poi notai che in lui non c’era frattura fra ciò che pensava e ciò che diceva; fra ciò che appariva e ciò che era nella realtà. Era grande come Papa, ma anche come uomo».

Cosa pensò quando seppe che era stato eletto un polacco?

«Ero sulla terrazza della Segreteria di Stato, con i colleghi e l’arcivescovo Agostino Casaroli. La sua prima battuta fu: “Mai avrei pensato che il conclave avrebbe scelto il cardinale di una diocesi oltre la cortina di ferro!” Tutti gli facemmo molte domande, e Casaroli ci spiegò che era un “uomo di visione”. Concluse: porterà novità, ma sarà un buon Papa».

Quanto lo indebolì l’attentato del 13 maggio 1981?

«Certo non indebolì la sua forza morale, il suo spirito di non arrendersi di fronte alle ingiustizie e alle difficoltà. Anzi, aumentò la sua volontà di lottare con tutte le energie per il trionfo del bene. Ricordo che, quando a fine ottobre fece la prima celebrazione in piazza San Pietro dopo l’attentato, alla fine scese a piedi da solo, come prima, i gradini del sagrato per salutare gli ammalati uno a uno e la folla. Quella stessa sera ero a cena alla tavola del Papa, e Stanislao riferì che nel pomeriggio avevano telefonato tre o quattro persone allarmate per i rischi che correva nell’avvicinarsi in quel modo alla folla, e raccomandavano prudenza. Lui reagì vigorosamente, dicendo con forza che era deciso a continuare il suo ministero come prima e fino in fondo, senza adottare misure che gli impedissero il contatto diretto con la gente».

E lei cosa disse?

«Intervenni con un ragionamento semplice: “Vostra Santità è stato salvato dalla Madonna. Ora la Madonna deve “salvare la faccia” conservando Lei per lunghi anni di vita. Sarebbe strano che la Madonna fosse intervenuta a salvarle la vita soltanto per breve tempo”. Il Papa con tono calmo rispose: “Ma... le vie di Dio a volte sono diverse dalle nostre. Il futuro è nelle mani di Dio”. Poi, con tono decisissimo, aggiunse: “Non sono per nulla intimorito dai pericoli che posso correre. Voglio continuare in tutto e per tutto come ho fatto finora”».

Era davvero convinto di essere stato salvato dalla Madonna?

«Certo. Il Governatorato del Vaticano pose la questione di come ricordare in piazza San Pietro quel drammatico evento lì accaduto. La risposta del Papa fu immediata: a ricordo dell’attentato doveva essere collocata un’immagine della Madonna. Era convinto che il 13 maggio la Beata Vergine Maria fosse stata presente a guidare la pallottola, in modo che il Papa potesse sopravvivere. Così, dall’8 dicembre del 1981, chi giunge in piazza San Pietro vede dominare dall’alto, da una sporgenza del Palazzo Apostolico, un mosaico della Madonna con in braccio il Bambino Gesù, e ai piedi il titolo Mater Ecclesiae e lo stemma di Giovanni Paolo II, con il motto Totus tuus».

Il Papa disse proprio che la Madonna aveva «guidato la pallottola»?

«Sì. La pallottola lo attraversò senza colpire parti vitali. Posso aggiungere un particolare: due giorni dopo l’attentato, ci si accorse che il dito indice della mano sinistra del Papa aveva subito un colpo, tanto che una falange rimase poi paralizzata. Un’ipotesi che venne in mente fu che la pallottola avesse sfiorato, per intervento superiore, il dito della mano del Papa, mentre stava salutando a braccia aperte. Quello sfioramento del dito deviò verso il basso la traiettoria della pallottola, che attraversò l’intestino senza colpire parti vitali e uscì, cadendo e rimanendo nella jeep. Ora quella pallottola è incastonata nella corona della Madonna a Fatima».

Quale fu il ruolo di Wojtyla nella sconfitta del comunismo?

«Il movente di tutto il suo pontificato è stato religioso: tutti i suoi sforzi miravano a far rientrare Dio da protagonista in questo mondo; ed è davvero riuscito a risvegliare nel mondo il senso di Dio. Certo era contro il comunismo, ma il motivo non era politico, era solo religioso. Si schierò contro il regime sovietico perché era un sistema che professava l’ateismo, perseguitava la Chiesa, oltre a opprimere l’uomo, limitando la sua libertà. Certo il merito del crollo dell’impero non è soltanto suo. Vi contribuirono anche Reagan, Gorbaciov con la “perestroika”, Solidarnosc e la crisi economica nel mondo comunista».

Si può dire che il Papa abbia fatto sì che le forze del mondo libero si unissero?

«Questo è fuori dubbio. Ma bisogna anche riconoscere che seppe vedere più lontano di altri. Quando nel 1980 furono gettate le basi di Solidarnosc, Lech Walesa con i suoi primi soci andò dal cardinale Wyszynski, primate di Polonia. Wyszynski era un uomo di straordinario fiuto politico; eppure non li incoraggiò. Secondo lui era un progetto molto bello, ma non avrebbe avuto successo, visto il controllo che lo Stato aveva su tutto, con la polizia politica e i servizi segreti; se poi il sindacato non fosse stato soppresso dal governo polacco, sarebbero arrivati i carri sovietici, come a Budapest e a Praga. Umanamente parlando, aveva ragione. Ma poi Walesa si rivolse a Giovanni Paolo II, che invece lo incoraggiò. Disse che le sue idee erano giuste, e quindi avrebbero finito per prevalere. Da allora anche Wyszynski sostenne Solidarnosc, anzi fu lui a suggerire il nome».

In quale altro caso Wojtyla vide più lontano di altri?

«Nel secondo viaggio in Polonia, nel giugno 1983, non voleva che qualcuno potesse pensare che la visita significasse un’implicita accettazione del colpo di stato del generale Jaruzelski. Per questo fin dal primo discorso parlò in difesa della libertà e dei diritti umani. Alcuni passaggi lasciavano intuire che era contrario alla legge marziale del dicembre 1981 e alla situazione che si era venuta a creare. Il cardinale Casaroli, diplomatico intelligente e collaboratore fedele, quando la sera del secondo giorno fu solo con Giovanni Paolo II gli suggerì di abbassare il tono. Disse che certe espressioni potevano portare qualcuno a compiere un gesto contro il regime; ne sarebbero seguiti arresti e forse fucilazioni. Il governo non poteva far nulla contro il Papa; ma dopo il suo ritorno a Roma si sarebbe vendicato sui vescovi e sulla Chiesa locale, restringendo le libertà».

E Wojtyla cosa rispose?

«Ascoltò Casaroli con attenzione, ma non si lasciò convincere, né cambiò linea. Ricordo che alla cena di lavoro, due giorni dopo il rientro, il Papa confidenzialmente disse: “Sono contento di aver potuto dire tutto quello che mi sembrava giusto”. Aveva tirato la corda fino all’ultimo; ma senza che si spezzasse».

Cosa colpiva lavorando al suo fianco?

«Molte cose: la sua sicurezza, le sue certezze, la capacità di parlare alle folle. Ma ciò che mi ha sempre colpito di più è stata l’intensità della sua preghiera. Non si può comprendere Giovanni Paolo II se si prescinde dal suo rapporto con Dio. Dal modo con cui pregava si avvertiva come l’unione con Dio era per lui il respiro dell’anima. Quando era raccolto in preghiera, quello che succedeva attorno a lui sembrava non riguardarlo. Prima di ogni decisione importante vi pregava sopra a lungo, a volte per più giorni. Sembrava che trattasse con Dio i vari problemi. Ricordo un caso in particolare. Ero Sostituto della Segreteria di Stato, mi sembrò che il Papa fosse già a favore di una determinata difficile scelta. Gli chiesi se potevamo comunicarla. Rispose: “Aspettiamo, voglio pregare ancora un po’ prima di decidere”».

È vero che a volte pregava disteso sul pavimento?

«Sì. Quando era da solo, nella cappella del suo appartamento in Vaticano, a volte pregava anche prostrandosi disteso sul pavimento, come nella cerimonia dell’ordinazione sacerdotale ed episcopale. Esprimeva così profonda adorazione e umile implorazione davanti all’infinita grandezza di Dio».

Era un mistico?

«Era un mistico che aveva dentro di sé una forte tensione spirituale; ma un mistico con i piedi in terra, attento alle persone e alle situazioni. Questa sua caratteristica mistica si notava anche nelle passeggiate. Di fronte a un bel paesaggio voleva essere lasciato solo a pregare e contemplare. Aveva una straordinaria capacità di apprezzare le bellezze della natura che parla del Creatore, ma anche le bellezze dell’arte e della letteratura, e il calore dell’amicizia».

Alcuni lo considerano un Papa conservatore, altri un rivoluzionario: il primo a entrare in una moschea e in una sinagoga, il primo a fare il mea culpa per le colpe degli uomini di Chiesa. Chi ha ragione?

«È difficile incasellare Giovanni Paolo II in uno schema. Certo teneva molto alla fedeltà dottrinale, alla fedeltà all’insegnamento del Concilio Vaticano II, ed era dedito alle pratiche di pietà tradizionali. Fu un grande sostenitore della famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna, e un instancabile difensore della vita. Resta nella storia il contributo che diede al dialogo tra le religioni, con la Giornata di preghiera tenuta ad Assisi nell’ottobre 1986 e ripetuta nell’ottobre 1999 in piazza San Pietro. E tese la mano all’ebraismo, favorendo il riavvicinamento tra la Chiesa cattolica e gli ebrei: non dimentichiamo che fu lui a stabilire rapporti diplomatici fra la Santa Sede e lo Stato di Israele. Direi che tutte le sue iniziative, compresa quella di chiedere perdono, erano fondate sul Vangelo».

Come erano davvero i suoi rapporti con Ratzinger?

«Fra i due c’era profonda stima reciproca e piena sintonia su molte cose; ma anche vera amicizia».

Ne era ammirato, o anche un po’ intimidito?

«Intimidito Giovanni Paolo II? Direi proprio di no; non corrispondeva al suo carattere. Pur essendo laureato anche in teologia, era più filosofo che teologo, ed è vero che la preparazione teologica del cardinale Ratzinger era superiore. La collaborazione fra i due fu intensa, sia per le questioni di diretta competenza del Dicastero per la Dottrina della fede, sia per altri casi in cui il Papa gli chiese pareri e collaborazione. Dell’Enciclica “Veritatis splendor” penso si possa dire che è stata scritta a quattro mani, quelle del Papa e di Ratzinger insieme».

Secondo lei, Wojtyla pensava a Ratzinger come suo successore?

«È difficile sapere che cosa sia passato nella sua mente e nel suo cuore. La mia impressione è che Giovanni Paolo II non si sia mai preoccupato di chi sarebbe stato il suo successore. La considerava una questione che non lo riguardava. Non le dedicò mai tempo né pensieri».

Fu lui a nominare Bergoglio come cardinale. Com’erano i rapporti fra i due?

«Sì, fu Papa Wojtyla a nominare Jorge Bergoglio coadiutore e poi arcivescovo di Buenos Aires, e a crearlo cardinale. Giovanni Paolo II aveva molta stima di Bergoglio e apprezzava il suo slancio pastorale, la vicinanza alla gente, e anche la piena fedeltà alla linea del Papa sulla non condivisione della Teologia della Liberazione. L’ha ricevuto più volte e l’ha nominato anche membro di alcuni dicasteri della Curia Romana».

Come ricorda il periodo della malattia?

«Nella prima parte del pontificato colpì la sua energia, il suo dinamismo, i viaggi su tutte le strade del mondo. Nell’ultimo periodo impressionò la forza e la serenità con cui continuò a compiere la sua missione. Si sottopose ai vari interventi che i medici giudicarono utili sempre con serenità e coraggio. Fino all’ultimo si conservò in piena lucidità mentale».

Perché non si dimise?

«Con l’acuirsi del Parkinson ha riflettuto a lungo su cosa dovesse fare. Ci pregò sopra molto e poi giunse a questa conclusione: “È stata la Provvidenza Divina a volermi Papa. Mai questa ipotesi mi era passata per la mente e fino al 16 ottobre 1978 era davvero cosa impensabile. Se ora decidessi di dimettermi, sarei io a porre termine a questo compito al quale la Provvidenza mi ha chiamato. La Provvidenza mi ha voluto qui; sia la Provvidenza a decidere quando devo terminare. Ha tante vie per farlo. Lascio a Dio questa decisione”. A un mistico come lui, questa convinzione dava grande forza. Continuando il suo pontificato fino alla morte ci ha mostrato che la vita è un dono che va vissuto fino alla fine, accettando i disagi della malattia. È stato il suo ultimo insegnamento: un insegnamento da Papa».

Perché invece Ratzinger si dimise?

«Benedetto XVI ha ragionato in modo diverso: “La Chiesa in questa situazione ha bisogno di un Papa che abbia pienezza di energie; io queste energie non le ho più; ho problemi cardiaci, che il cambio del pace-maker non ha per nulla migliorato; pertanto è bene per la Chiesa che io mi dimetta”. Per un uomo intensamente razionale come Ratzinger, questo ragionamento aveva grande forza logica. E per il bene della Chiesa si è dimesso».

Come ricorda gli ultimi giorni di Wojtyla? Come apprese la notizia della morte?

«Negli ultimi giorni mi impressionò il fatto che Giovanni Paolo II fosse pienamente sereno, nonostante il declino fisico, in particolare la difficoltà di parola. Non aveva affatto paura della morte. Per lui la morte era il passaggio attraverso la porta che conduce all’incontro con Dio. La sera prima della sua morte, verso le sette, uscendo dalla Congregazione per i Vescovi, passai all’appartamento pontificio. Monsignor Stanislao mi introdusse nella camera del Papa. Non parlava più, però era ancora cosciente e respirava con enorme difficoltà. Mi riconobbe. C’erano il medico e una suora infermiera. Ricordo i monitor a fianco del letto. Recitai qualche preghiera e poi, siccome il letto era molto basso, mi inginocchiai per baciare la mano del Papa. Fu l’ultima volta che lo vidi».

Cardinale Re, la sua terra, il Bresciano, è stata tra le più colpite dalla pandemia. Molti credenti soffrono al pensiero che i loro cari si siano spenti senza una benedizione, talora senza un funerale. Che cosa si sente di dire loro?

«Vuole che tutte le persone umane siano salve. È stato vicino ai nostri cari defunti e ha offerto a ciascuno la possibilità di riconciliarsi con Lui, anche se non vi era il sacerdote ad assolvere. L’aspetto tragico della situazione è stato terribile per i familiari, ma per i defunti direi meno: nel momento del trapasso, anche se circondati da parenti e amici, si è sempre soli. Ma immediatamente dopo si sono trovati nell’immensità dell’amore di Dio».

·        Il Papa Emerito.

Ratzinger ora scioglie l'enigma :il motivo dietro la sua rinuncia. Joseph Ratzinger non ha rinunciato al soglio di Pietro per via di Vatileaks. Il papa emerito lo ha ribadito ancora. In Vaticano però monta una polemica. Francesco Boezi, Sabato 19/12/2020 su Il Giornale. Joseph Ratzinger non ha rinunciato al soglio papale per lo scandalo Vatilekas. Tutti i retroscenisti hanno dato grande risalto a ciò che è accaduto all'epoca tra le sacre stanze, con i documenti rubati dal maggiordomo Paolo Gabriele, che è da poco deceduto. Quello scandalo e le sue conseguenze non sono tuttavia le radici delle "dimissioni" dell'emerito. Un'ulteriore conferma è arrivata quest'anno, con l'ultima opera biografica dedicata al mite professore teutonico. La firma, pure in questo caso, è quella di Peeter Seewald, autore tra l'altro delle "Ultime Conversazioni" di e con Benedetto XVI. In "Ein Leben", l'ultimo libro di Seewald sull'ex Papa, Ratzinger ammette - come ha notato Massimo Franco su IlCorrieredellaSera - di non aver operato passi indietro per via di quella vicenda. Nello specifico, vengono riportati due virgolettati significativi: uno è quello in cui l'emerito dichiara che non si sarebbe mai dimesso lasciando la faccenda irrisolta; l'altro è quello tramite cui Benedetto XVI sottolinea di aver potuto rinunciare proprio perché la parabola di quello scandalo era terminata. Anche i critici dela versione ufficiale dovranno insomma rassegnarsi ad una verità ormai conclamata: l'ex Papa ha rinunciato per via dell'età che avanza. Per quanto quella frase - quella sul pregare in suo favore per via dei lupi - e la decisione di abbandonare il papato continuino ad abitare i pensieri degli scettici, che tendono ancora a far presente come Joseph Ratzinger possa aver subito qualche pressione da coloro cui aveva chiesto di essere messo al riparo. Parliamo - com'è noto - di ricostruzioni che non hanno mai trovato appigli. Tutto questo avviene mentre in Vaticano e non solo torna d'attualità la questione del pontificato emerito. Joseph Ratzinger ha di fatto creato una nuova figura, che per molti merita di essere normata attraverso delle vere e proprie disposizioni. Il cardinale George Pell, ratzingeriano e conservatore, si è espresso con chiarezza sul punto, sottolineando come, dal suo punto di vista, un ecclesiastico che ha rinunciato al soglio debba essere ridotto a cardinale, non vestire di bianco e non insegnare in pubblico. La questione occupa di nuovo le pagine dei giornali, dopo qualche mese di silenzio. Se ne era parlato ai tempi di "Dal Profondo del nostro Cuore", il libro in cui il duo conservatore composto da Benedetto XVI e dal cardinal Robert Sarah aveva preso posizione, per via dello spauracchio alimentato dalle velleità dei progressisti, contro l'abolizione del celibato sacerdotale. Ha fatto specie il fatto che sia stato il cardinale George Pell ad esprimersi sul pontificato emerito secondo quella impostazione, ma lo stesso porporato australiano, che è stato assolto nel processo australiano dov'era accusato di abusi ai danni dei minori, ha ribadito questa mattina, presentando il suo di libro - quello sulla prigionia rivelatasi ingiusta - di non aver trovato a Roma neppure una persona dubbiosa sulla necessità che il papato emerito venga rivisitato in chiave normativa. E questo è un dettaglio che è stato riportato da Vatican Insider. In Santa Sede puntano così a risolvere un problema che potrebbe ripresentarsi in futuro. Cosa accadrebbe, del resto, se la scelta ratzingeriana venisse replicata da un altro Papa in futuro? E cosa accadrebbe, ancora, se pure Bergoglio dovesse optare per la rinuncia, dando seguito così ad una situazione che vedrebbe in caso la convivenza di due pontefice emeriti e di un Papa regnante? Nessuno in Vaticano vuole farsi trovare impreparato, nonostante la rinuncia di papa Francesco sia un'ipotesi che non viene neppure presa in considerazione. Possibile dunque che nel corso delle prossime settimane il dibattito si sposti dal piano teoretico delle dichiarazioni a mezzo stampa a quello pratico delle riunioni delle Congregazioni preposte al lavoro su una riforma di questo calibro. Non è detto che papa Francesco dia il via libera ad una rivisitazione normativa della figura del pontefice emerito, ma è noto che l'eventualità è discussa. L'enigma di Ratzinger, intanto, si scioglie, forse in maniera definitiva: chi crede al papa emerito non può che credere pure all'inesistenza di qualunque retroscena sulla sua rinuncia.

La lezione di Ratzinger del 2020: così ha continuato a parlare. Un altro anno di papato emerito per Joseph Ratzinger , che nel 2020, oltre alla pandemia, ha dovuto affrontare la morte del caro fratello Georg. Francesco Boezi, Venerdì 18/12/2020 su Il Giornale. Un altro anno di papato emerito per Joseph Ratzinger, che nel 2020, oltre alla pandemia, ha dovuto affrontare la morte del caro fratello Georg. Il periodo che ci stiamo lasciando alle spalle è stato davvero particolare per il primo pontefice emerito della storia della Chiesa cattolica. Il 2020 si chiude con il dibattito sulla regolarizzazione della figura di chi ha riunciato (o rinuncerà) al soglio di Pietro. Un problema che negli ambienti ecclesiastici è stato sollevato con costanza in questi quasi otto anni. Benedetto XVI potrebbe essere stato del resto il primo di un elenco, e non è detto che i prossimi vescovi di Roma non optino a loro volta per abbandonare l'incarico, nel caso dovessero percepire di non avere le forze per affrontare questioni spinose, ad esempio. Come papa Francesco ha dichiarato, Ratzinger ha insomma aperto una strada nuova, che potrebbe anche tutelare la Chiesa da situazioni come quelle vissute negli ultimi anni del pontificato di San Giovanni Paolo II, quando la sensazione era che il Vaticano fosse governato sì, ma non dal sovrano pontefice. Benedetto XVI non è più il Papa, ma ha continuato a dire la sua. Il mite professore non ha fatto voto di silenzio quando si è dimesso, ma dagli ambienti progressisti continuano a segnalare una certa insofferenza, che emerge quando Ratzinger afferma verità di fede che possono contrastare con certe istanze e certe strategie. Tentativi di mettere a tacere Joseh Ratzinger sono stati raccontati anche negli scorsi trecentossessantacinque giorni ma, anche a detta dell'emerito, è un atteggiamento diffuso, in specie nella "sua" Germania. Nella terra in cui i vescovi si sono riuniti per il "Sinodo biennale", le posizioni di Benedetto XVI non sono sempre gradite, anzi. Tanto che il mite teologo di Tubinga lo ha messo nero su bianco - era il maggio del 2020 -, scrivendo appunto di chi ha intenzione di "silenziare" la sua "voce". In altre epoche, quell'affermazione dell'ex Papa avrebbe fatto più rumore, ma eravamo e siamo in piena pandemia da Covid-19, e la Chiesa è chiamata a sciogliere i nodi tra le misure che la situazione sanitaria impone e la normalità del culto e della distribuzione dei sacramenti che l'emergenza la base dei fedeli pretende. Uno spartiacque, insomma, in cui le priorità sembrano divenute altre e le tensioni alla base dell'unità della Chiesa si palesano in misura minore. Pensare che il 2020 era iniziato, per Ratzinger e per i ratzingeriani, con una discesa in campo decisiva per evitare che il celibato sacerdotale venisse abolito. A metà gennaio del 2020, mentre gli ecclesiastici attendevano le disposizioni del Papa dopo il Sinodo post-amazzonico, viene pubblicato Dal Profondo del Nostro Cuore. Siamo a gennaio del 2020. La Chiesa cattolica vive una fase di profonda dialettica. Il Sinodo panamazzonico è terminato. I progressisti si aspettano che Jorge Mario Bergoglio metta la parola fine all'obbligo di celibato sacerdotale. C'è attesa: la decisione è telefonata dal fronte della sinistra ecclesiastica, ma non è scontata. Anzi, Francesco ha già lasciato intendere che quella scelta non verrà presa durante il suo pontificato. Però la questione è sul tavolo. Un duo conservatore inedito solo per chi non è esperto di "schieramenti vaticani" opta per una mossa, che è inaspettata ma che in qualche modo sembra condita da impellenza: esce Dal Profondo del Nostro Cuore, un libro che scatena una bufera. Il nodo si complica. Le parole di Ratzinger non sono quelle di un ecclesiastico qualunque. E Benedetto XVI ha preso posizione più volte da quando ha rinunciato, suscitando le ire dei progressisti, che invocano un mai pronunciato voto di silenzio. Nel corso della bufera libraria, mons. Georg Gaenswein smette di essere il prefetto della casa pontificia. Il vescovo tedesco rimane così solo il segretario particolare dell'emerito. Qualcuno vede in quella novità una "purga" del Papa per la storia del libro di Ratzinger e Sarah, ma è Bergoglio stesso a non avere intenzione di abolire il celibato sacerdotale (e infatti non lo abolirà). Altri interpretano il congedo di Gaenswein come un ennesimo gesto di vicinanza del presule tedesco nei confronti dell'emerito, che sta per passare un periodo complicato della sua esistenza. Anche se Ratzinger, come l'intera umanità del resto, non può pronosticare l'avvento di una pandemia. La prima fase della pandemia per Ratzinger ha luogo al Mater Ecclesiae, il monastero che ha scelto per la sua vita spirituale dopo la rinuncia. Il 16 aprile, in pieno lockdown, Benedetto XVI festeggia il suo compleanno, ma nel 2020 non c'è spazio per inviti ed iniziative comunitarie, con tanto di canti e birra bavarese. Al Mater Ecclesiae, per la prima volta dopo anni, manca Georg Ratzinger, ex direttore del coro di Ratisbona e fratello dell'emerito. Georg è in Germania ma, mentre la quarantena volge al termine inizia a diffondersi, la notizia delle gravi condizioni di salute. Joseph Ratzinger vuole andare a salutare il fratello, convinto forse del fatto che la malattia del maggiore non consentirà ai Ratzinger numerosi momenti insieme in futuro. C'è un problema però: al netto delle misure vigenti per evitare la diffusione del Sars-Cov2, Benedetto XVI ha appena compiuto 93 anni, e non tutti sembrano pensare che un viaggio in Germania sia consigliabile. Il pontefice emerito parte lo stesso alla volta di Ratisbona. Il professore dà l'ennesima lezione di cristianità al mondo intero, che si stupisce per questo ecclesiastico quasi centenario che vola verso la sua patria per stare al capezzale del fratello. Un gesto arrivato nonostante le critiche arrivate proprio dalla terra d'origine in contemporanea agli interventi del Ratzinger emerito, che per la sinistra ecclesiastica dovrebbe tacere. Georg Ratzinger muore poco dopo la visita di Joseph. Mentre l'ex Santo Padre è in Germania, circolano voci sul fatto che non tornerà in Vaticano: niente di vero. Benedetto XVI torna eccome tra le mura leonine. Poi rinuncia all'eredità di Georg e dona tutto, a parte qualche effetto personale, alla Santa Sede. Il 16 aprile del 2020, però, su un tavolino del monastero compare un regalo che Ratzinger attende: è la biografia scritta da Peter Seewald, il bavarese cui Benedetto XVI ha già affidato molte delle sue memorie storiche. In "Ein Leben" - questo il titolo dell'opera - Joseph Ratzinger si toglie qualche sassolino dalla scarpa. Il mite teologo di Tubinga torna a parlare dei "lupi". Quelli da cui aveva chiesto di essere messo al riparo con le preghiere nel corso del suo pontificato: "Ma la vera minaccia per la Chiesa e quindi per il ministero petrino non risiede in queste cose, bensì nella dittatura mondiale di ideologie apparentemente umanistiche, contraddicendo le quali si resta esclusi dal consenso sociale di fondo". Un taglia-fuori in piena regola che la Chiesa cattolica, quindi anche Ratzinger, avrebbe subito e sarebbe chiamata a contrastare. Non è finita: l'ex Papa dichiara anche altro. L'emerito rilascia un'intervista in Germania - come ripercorre Aska News - in cui sottolinea alcuni aspetti: "Lo spettacolo delle reazioni della teologia tedesca è così sciocco e così cattivo che è meglio non parlarne. I veri motivi per cui vogliono silenziare la mia voce non voglio analizzarli". In questa fase, Benedetto XVI invididua dunque due "avversari", per così dire: le ideologie umanistiche figlie del relativismo, che sono falsamente cristiane, e un emisfero dei teologi tedeschi che lo accusano d'immischiarsi con l'andazzo dottrinale. Se Rosario Vitale è un religioso lo deve pure al papa emerito. Vitale ha anche dato alle stampe un'opera sull'istituto del papato emerito, che Ratzinger come detto ha creato. Torniamo all'inizio. La figura del pontefice emerito, cioè di un Papa che rinuncia all'incarico quando è ancora in vita, va regolarizzata o no? Vitale è propenso per il sì: "Sembra semplice a dirsi - esordisce il religioso - , ma nel concreto semplice non è. È già tanto che negli anni l’argomento sia venuto fuori sovente, e che molte ed autorevoli voci si siano espresse in merito, anch’io nel mio piccolo con il mio testo “Benedetto XVI il primo papa emerito della storia” (Aracne 2019), ho cercato di dare un contributo al dibattito". Quindi la questione sul tavolo c'è, ma non è di facile risoluzione: "Penso sia necessaria una legislazione che fissi dei paletti per intenderci, abbiamo già il canone 332 §2, bisognerebbe dunque normare il dopo, non tanto il momento della rinuncia quanto lo status, i diritti e i doveri del papa rinunciatario. Per tali ragioni sarebbe prima opportuna l’istituzione di una commissione che possa lavorare ad una bozza e poi presentarla alla Santa Sede". E per quanto riguarda la storia del "silenziatore"? Qualcuno ha provato, e magari è anche riuscito, nell'intento di far tacere Ratzinger nel corso dell'anno che ci stiamo per lasciare alle spalle? "No - replica Vitale - , il papa emerito non è il tipo che si lascia “silenziare”. Non ci sono riusciti da Cardinale, né da Papa, e benché meno adesso da papa emerito, per il semplice fatto che Ratzinger nella sua vita ha sempre detto tutto ciò che pensava senza guardarsi intorno, senza temere critiche o ripercussioni, armato solo della forza della fede e dell’intima amicizia verso nostro Signore", conclude.

Franca Giansoldati per “il Messaggero” l'11 dicembre 2020.  

Quando il 13 dicembre 1294 Celestino V comunicò la sua volontà di rinunciare al pontificato, «discese dalla cattedra, prese la tiara dal capo e la pose per terra; e mantello e anello e tutto se ne spogliò di fronte ai cardinali sbalorditi».  Le dimissioni di Benedetto XVI, avvenute 719 anni dopo, hanno lasciato aperto un grande quesito giuridico che finora è sempre circolato in ambito accademico e tra i canonisti, ma senza mai essere affrontato: quale è lo status di un Papa emerito? Ha diritto ad indossare l' abito bianco o ad abitare in Vaticano? Il tema non è affatto secondario, considerata la possibilità che in futuro si possano ripresentare altri casi. Chi ha affrontato di petto il problema è stato cardinale George Pell che in un libro di memorie ha riflettuto su alcune anomalie sollevate dall' abbandono di Ratzinger visto che continua a indossare l' abito bianco, a firmarsi «Benedictus XVI Papa emeritus», ad abitare «nel recinto di san Pietro», e a farsi chiamare «Santità». George Pell in merito ha le idee chiare. Tanto per cominciare «un Papa emerito non dovrebbe essere reinserito nel collegio cardinalizio», così come «non dovrebbe indossare la tonaca papale bianca e non dovrebbe insegnare pubblicamente». Questo perché la presenza parallela di un Papa pensionato e un Papa in carica fa sorgere problemi, ingarbugliare le cose, alimentare fratture e persino sgretolare l' idea di unità. Pell nelle sue riflessioni ravvede certamente un pericolo, a meno che non si metta mano ad una riforma canonica capace di delineare i confini di questa nuova figura che si è venuta a creare. «Sono favorevole alla tradizione millenaria che i papi non si dimettono, che continuano fino alla morte, perché questo aiuta a mantenere l' unità della Chiesa. I progressi nella moderna medicina hanno però complicato la situazione, consentendo che i papi di oggi e di domani possano vivere probabilmente più a lungo dei loro predecessori». A questo punto Pell getta il sasso nello stagno: «Occorre che i protocolli sul ruolo di un Papa che si sia dimesso vadano chiariti. Sebbene il Papa in pensione possa mantenere il titolo di Papa emerito, dovrebbe essere reinserito nel collegio cardinalizio in modo da essere conosciuto come Cardinale X, Papa emerito, non dovrebbe vestire di bianco e insegnare pubblicamente». Il tema delle limitazioni alla figura del Papa emerito si è già imposto in un paio di circostanze, l' ultima per il celibato dei preti. Francesco avrebbe voluto fare una eccezione per l' Amazzonia ma in quel periodo uscì un libro di Ratzinger e Sarah e la questione si chiuse subito. Due anni fa, monsignor Gänswein disse che Ratzinger «non aveva affatto abbandonato l' ufficio di Pietro» ma che vi era «un ministero allargato con un membro attivo e uno contemplativo, in una dimensione sinodale, quasi un ministero in comune». Una frase sibillina che fece alimentare la fiction dei due Papi.

Da "liberoquotidiano.it" il 2 dicembre 2020. Papa Benedetto XVI ha perso la parola. O meglio, non riesce più a parlare come una volta. Lo ha riferito il neo cardinale maltese, Mario Grech, parlando della visita a Ratzinger qualche giorno fa al termine del Concistoro. "Ha difficoltà nell'esprimersi", ha raccontato. "Il Signore mi ha tolto la parola per farmi apprezzare il silenzio", avrebbe detto Ratzinger, 93 anni, all'inizio dell'incontro con Papa Francesco e i nuovi cardinali. Questo è quanto ha rivelato Grech in un'intervista a Vatican News. E poi ha aggiunto: "Ma ha cercato di incoraggiarci per andare avanti nell'avventura con il Signore". Per il neo cardinale maltese è stata una gioia ritrovarsi con Papa Benedetto XVI: "Lui ha creduto in me e mi ha creato vescovo nel 2006. Vedere questo Pastore, quest'uomo, con gli anni che pesano, ma allo stesso tempo lucido e sorridente e con la voglia di comunicare l'esperienza che lui sta facendo dello Spirito, ci ha incoraggiato molto", ha concluso Grech.

Ester Palma per corriere.it il 30 novembre 2020. Papa Francesco e il suo predecessore emerito Benedetto sorridenti, anche quando il Pontefice in carica si inchina a baciare le mani del vecchio Ratzinger: nelle due foto pubblicate dal Vaticano i rapporti fra i due Papi sembrano cordiali e affettuosi. Le immagini si riferiscono alla visita compiuta da Francesco subito dopo la celebrazione del Concistoro Ordinario Pubblico di sabato pomeriggio nella Basilica di San Pietro, in compagnia degli 11 nuovi cardinali presenti a Roma a Benedetto XVI, nella cappella del monastero Mater Ecclesiae. In realtà i nuovi porporati sono 13, ma a causa delle restrizioni imposte dal Covid, due sono rimasti nei loro Paesi e hanno rinviato l’incontro con il Papa a quando potranno venire a Roma. Si tratta di Sim del Brunei e Josè Advincula, arcivescovo di Capiz nelle Filippine, e Cornelius Sim, vicario apostolico in Brunei. Un rappresentante del Papa, appena possibile, consegnerà loro la berretta, l’anello e la bolla con il Titolo e comunque hanno seguito la celebrazione da remoto dalla propria sede.

«Clima di affetto e gioia». Sulla visita è stato divulgato un comunicato della Sala Stampa vaticana: «In un clima di affetto i cardinali sono stati presentati individualmente al Benedetto, che ha espresso la propria gioia per la visita e, dopo il canto del Salve Regina, ha impartito loro la benedizione. La visita si è conclusa poco dopo le 17». Il Vaticano ricorda anche che la visita al monastero Mater Ecclesiae in Vaticano in cui vive Ratzinger «è divenuta ormai una consuetudine, sempre rinnovata a partire dal Concistoro del 2016. Nelle prime due occasioni del 2014 e del 2015, il Papa emerito aveva preso parte alla celebrazione nella Basilica di San Pietro. Lo scorso anno, accogliendo le nuove porpore, Benedetto XVI aveva ricordato loro il valore della fedeltà al Papa».

«Per l’Avvento sobrietà, attenzione al bisogno e preghiera in famiglia». Dopo la Messa solenne di domenica mattina in San Pietro con i nuovi cardinali, Francesco ha celebrato il consueto Angelus: «Inizia l’Avvento, vi auguro un buon cammino di preparazione al Natale - ha detto — Cerchiamo di ricavare del bene anche dalla situazione difficile che la pandemia ci impone. Maggiore sobrietà, attenzione discreta e rispettosa ai vicini che possono avere bisogno, qualche momento di preghiera fatta in famiglia con semplicità. Queste tre cose ci aiuteranno tanto in questi tempi difficili».

Ora si riapre il caso in Vaticano: "Ratzinger non vesta di bianco". In Vaticano si continua a discutere della figura del "papa emerito". Ora spunta una proposta per normare le facoltà di Ratzinger da Papa emerito. Francesco Boezi, Giovedì, 10/12/2020 su Il Giornale. Joseph Ratzinger ha creato la figura del pontefice emerito, ma la novità introdotta non è condivisa da tutti nella Chiesa. Benedetto XVI ha chiarito il perché della sua scelta temopo fa, in una lettera destinata al cardinal Walter Brandmueller. il teologo tedesco voleva, istituendo il pontificato emerito, evitare che si facesse "confusione". Perché così sarebbe stato chiaro che il Papa è uno solo ed è Francesco. Non tutti, però, concordano. Qualcuno pensa che alcuni dettagli stilistici abbiano causato proprio del caos all'interno degli ambienti ecclesiastici. Altri ritengono che un pontefice dimissionario debba perdere il diritto di parola. Non da oggi alcuni consacrati premono affinché la figura del pontefice emerito sia normata per mezzo di regole precise. Anche per scongiurare che in futuro qualcuno possa di nuovo parlare di due "papi". Le voci si rincorrono da qualche anno: più o meno ogni volta che Benedetto XVI dice la sua in pubblico, qualche teologo esibisce argomentazioni contrariate. L'ex pontefice - si è detto anche questo - aveva promesso il silenzio. In realtà, Joseph Ratzinger non ha mai giurato su niente che riguardasse il tacere. In Vaticano si è discusso pure di riforma del pontificato emerito. Poi non se n'è fatto più niente. Adesso però la questione è tornata d'attualità per via delle considerazioni messe nero su bianco dal cardinal George Pell, l'australiano che Bergoglio aveva scelto per guidare la Segreteria per l'Economia prima che uno scandalo travolgesse il lavoro del porporato. Il cardinale George Pell, dopo tutti i gradi di giudizio, è stato dichiarato innocente. La prigionia cui è stato costretto è già entrata di diritto nella storia quale esempio di martirio o persecuzione secondo alcuni cattolici. Pell è un conservatore e, in ottica di schieramenti vaticani, un ratzingeriano. Per questo il fatto che proprio l'australiano abbia riflettuto su come si debba comportare un emerito rischia di far discutere, e parecchio. Come ripercorso da IlMessaggero, Pell, che certo non è stato un oppositore dell'ex Papa, ha avanzato alcune tesi sul punto all'interno di uno suo libro. Per l'ex prefetto della Segreteria per l'Economia, l'emerito dovrebbe svestirsi dal bianco papale, non "insegnare" ed essere escluso dall'assemblea cardinalizia. In buona sostanza, un pontefice che preferisce dimettersi dovrebbe essere retrocesso a cardinale senza facoltà di voto e non esprimersi più. Benedetto XVI in questi sette anni e mezzo si è espresso eccome. Come quando l'emerito ha ribadito il suo fermo "no" all'abolizione del celibato sacerdotale. Un argomento delicato di cui si è discusso durante il Sinodo Panamazzonico. C'è spesso stata la sensazione che Ratzinger avesse qualcosa da dire sulla dottrina promossa da questo pontificato. E questa sensazione è circolata al netto della narrativa sulla "continuità" tra l'emerito ed il regnante. Il tema è sensibile perché Benedetto XVI potrebbe non essere l'ultimo Papa emerito della storia. Con la sua rinuncia, Ratzinger ha aperto una strada nuova, che consente ai successori di Pietro di fare un passo indietro quando le cose da affrontare sono complesse e l'età non permette di regnare con la forza che occorre. Nessuno, ad oggi, può più escludere un'altra rinuncia. Tanto che viene ventilata l'ipotesi secondo cui anche Francesco possa prima o poi ragionare sulla rinuncia. Qualche giorno fa, il cardinal Mario Grech - neocardinale creato dall'ex arcivescovo di Buenos Aires - ha comunicato al mondo le difficoltà di Ratzinger nel parlare. Monsignor Georg Gaenswein, però, che è il segretario particolare dell'emerito, sembra aver smentito la ricostruzione di Grech. Benedetto XVI non avrebbe dunque perso la voce. Tra i cattolici, qualcuno ha iniziato a supporre che quel messaggio - "Il Signore mi ha tolto la parola per farmi apprezzare il silenzio" - nasconda qualche significato. Ricerche allegoriche che accompagnano spesso le proposizioni che Ratzinger ha pronunciato dal febbraio del 2013 ad oggi. E le interpretazioni sono un altro dei motivi per cui i progressisti sono convinti della necessità di disposizioni che regolino i diritti di un ex Papa.

Così Ratzinger stroncò Obama: “Idee che non possiamo condividere”. Francesco Boezi su Inside Over il 16 novembre 2020. Dicono che Joseph Ratzinger si annoiasse ad avere tutte quelle interlocuzioni con i politici. Però un Papa non può non averle. La nuova biografia, forse l’opera più completa che sia mai stata scritta sulla vita dell’ex pontefice tedesco, si sofferma anche sui giudizi che Ratzinger ha distribuito verso alcuni esponenti della classe politica internazionale. E ci sono parecchie sorprese. In “Benedetto XVI, Una Vita”, che è un’opera di Peter Seewald edita da Garzanti, c’è anche una carrellata di nomi altisonanti, ma il passaggio che stupisce di più è quello riservato all’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Barack Obama, oltre a rappresentare una speranza per i progressisti di tutto il mondo, è stato anche uno strenuo difensore dei “nuovi diritti”, ossia delle aperture legislative verso la concessione di possibilità che Ratzinger bocciava in quanto “relativiste”. E l’emerito, in virtù delle numerose battaglie condotte per evitare che l’Occidente abbracciasse quell’agenda, non poteva mettere da parte le differenze. In una delle ricostruzioni riguardanti la critica mossa da certi ambienti tedeschi all’ex successore di Pietro, viene fatto presente come, almeno in una occasione, Obama venisse utilizzato alla stregua di un controcanto di Joseph Ratzinger: un quotidiano di Monaco ha scritto che l’ex presidente Usa “irradia speranza”, mentre non ha riservato le medesime parole al “mite teologo di Tubinga”, che invece era “preso dalla paura” e “vuole limitare il più possibile la libertà delle persone al fine di imporre una “era di restaurazione””. Queste erano alcune delle idee che circolavano sulla stampa dell’epoca. Un po’ com’è successo, ma al contrario, nell’opposizione quadriennale tra papa Francesco e Donald Trump, con il primo elevato da sinistra al ruolo di proiezione entusiastica dell’avvenire ed il secondo associato all’oscurantismo di ritorno. Sempre nel capitolo intitolato “Punto di rottura”, vengono rivelate le preferenze di Ratzinger. Non esistono personalità verso cui Benedetto XVI ha nutrito astio o ferma contrarietà, ma di certo l’emerito deve aver preferito alcuni ad altri durante il suo regno. Sembra essere il caso del dualismo tra Barack Obama e Vladimir Putin. In buona sostanza, Ratzinger aveva apprezzato la disposizione all’ascolto ed alla dialettica di Obama, ma aveva anche rimarcato – il virgolettato di riferimento è presente pure in un’altra opera di Seewald, ossia “Ultime Conversazioni” – come il presidente Usa portasse avanti idee che il Papa non poteva “condividere”. Un discorso diverso, invece, vale per il presidente della Federazione russa. Ratzinger definisce Vladimir Putin un “realista”, ponendo qualche accento pure sulla dimensione spirituale dello Zar. Dimensione che ovviamente fa parte di una visione complessiva. Chi vuole individuare simpatie ed antipatie, magari forzando un po’ la mano, può insomma procedere. Ma in “Una Vita”, in relazione agli esponenti politici, c’è dell’altro. Scopriamo così quanto Benedetto XVI apprezzasse il presidente israeliano Shimon Peres, ma c’è spazio pure per l’alta considerazione riservata dall’ex vescovo di Roma a politici di sinistra come il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano e la presidente cilena Michelle Bachelet. Nessun pregiudizio, dunque, ma tanta volontà di tessere rapporti più fruttuosi possibile per un dialogo maturo anche tra forze discordanti. Di sicuro erano tempi molto diversi rispetto a quelli odierni. Si pensi, a titolo esemplificativo, alla bagarre tra il segretario di Stato Mike Pompeo e i vertici del Vaticano sull’accordo tra Santa Sede e Repubblica popolare cinese per la nomina dei vescovi: il primo è arrivato a dire che, in caso di rinnovo del patto, la Santa Sede perderebbe in “autorità morale”. Ma in misura maggiore si può ragionare sull’impegno che tanti ecclesiastici americani hanno messo in campo per l’elezione di Joe Biden, l’ex vicepresidente di Obama cui Bergoglio ha da poco telefonato per le congratulazioni relative alla vittoria delle presidenziali. Gli auspici tra i due? Stando al comunicato del presidente eletto, Vaticano e Stati Uniti lavoreranno su clima, migranti e povertà.

Anticipazione da “Oggi” il 4 novembre 2020. Monsignor Georg Gänswein, segretario di Joseph Ratzinger dal 2003, in occasione della pubblicazione in Italia del libro «Benedetto XVI - Una vita »(Garzanti), in un’intervista esclusiva con il settimanale OGGI, pubblicata sul numero in edicola da domani, ripercorre la storia umana e pastorale del Pontefice emerito e spiega anche come sta oggi Papa Benedetto, dopo le notizie preoccupanti circolate nei giorni scorsi. «Sulla sua salute ci sono state fake news. Benedetto XVI sta come una persona di 93 anni. Ha le fragilità del fisico, la voce è molto debole, ma la mente è lucida. Tutti i giorni concelebra la messa, prega, riceve ancora qualche visita, legge, studia, sente musica, sbriga la corrispondenza. Certamente con un ritmo molto pacato. Si riposa più spesso perché le forze sono diminuite, ma è di buon umore e sereno. Per usare un’immagine automobilistica: è passato dalla terza alla prima marcia. Comunque, dopo una pausa di quasi tre mesi, è tornato a fare le sue passeggiate con l’aiuto del deambulatore nei Giardini Vaticani, quando il tempo lo permette. E si è ripreso dalla fatica del viaggio in Germania, a Ratisbona, dove è stato lo scorso giugno per visitare il fratello Georg, che poi è mancato, e dall’herpes-zoster, un virus che provocava forti dolori, e che lo ha colpito proprio all’inizio del viaggio a Ratisbona». Nella lunga intervista, l’arcivescovo ricorda anche i giorni della rinuncia al pontificato di Ratzinger. «Benedetto XVI mi aveva rivelato questa sua intenzione, sotto il sigillo pontificio del silenzio, già a settembre 2012. Allora nessuno sapeva nulla: solo pochissime persone. La rivelazione di quella scelta per me è stata scioccante: mi voleva comunicare una decisione presa, non una riflessione di cui discutere. E io ho tenuto quella confidenza chiusa nel cuore. La sentivo come un macigno», ricorda.

Ecco quali sono le vere condizioni di salute di Ratzinger. Il papa emerito Joseph Ratzinger è guarito dall'herpes e continua a trascorrere le sue giornate come una persona anziana. Le rivelazioni di Gaenswein. Giuseppe Aloisi, Mercoledì 04/11/2020 su Il Giornale. Monsignor Georg Gaenswein è tornato a parlare. Dopo le voci delle settimane passate sulla salute di Joseph Ratzinger, l'ex prefetto della Casa pontifica, ma ancora segretario particolare del papa emerito, ha chiarito quali siano le reali condizioni di Benedetto XVI, che aveva contratto un'infezione al viso dopo il suo viaggio in Baviera. Quello in cui aveva salutato per l'ultima volta suo fratello Georg, volando in Germania nonostante le preoccupazioni per la situazione dello stato pandemico. Georg Ratzinger, ex maestro del coro di Ratisbona, è deceduto poco dopo la visita del fratello. Ratzinger ha poi rinunciato all'eredità che gli sarebbe spettata, devolvendo tutto al Vaticano e lasciando per sé solo alcuni effetti personali. Benedetto XVI è un uomo di novantatrè anni: questa è la prima informazione fornita da monsignor Gaenswein. Una premessa che lascia intendere come Benedetto XVI sia soprattutto una persona anziana. Gaenswein sembra voler smentire le voci che sono circolate nel corso di quest'ultima settimana. Sui social network è infatti circolato un tam-tam di voci su in imminente peggioramento del papa emerito: qualcosa che era già successa altre volte, sempre a mezzo social, nel recente passato. Ma il monsignore teutonico, parlandone con il settimanale Oggi, ha voluto raccontare la verità dei fatti: "Sulla sua salute ci sono state fake news - ha fatto presente il segretario dell'ex pontefice - . Benedetto XVI sta come una persona di 93 anni. Ha le fragilità del fisico, la voce è molto debole, ma la mente è lucida. Tutti i giorni concelebra la messa, prega, riceve ancora qualche visita, legge, studia, sente musica, sbriga la corrispondenza. Certamente con un ritmo molto pacato". Ratzinger avrebbe dunque rallentato i suoi ritmi esistenziali, ma non si sarebbe affatto aggravato. Gaenswein insiste sul punto e descrive pure il quadro umorale: "Si riposa più spesso perché le forze sono diminuite - ha aggiunto il vescovo tedesco - , ma è di buon umore e sereno. Per usare un’immagine automobilistica: è passato dalla terza alla prima marcia. Comunque, dopo una pausa di quasi tre mesi, è tornato a fare le sue passeggiate con l’aiuto del deambulatore nei Giardini Vaticani, quando il tempo lo permette". Sappiamo quanto Ratzinger amasse camminare all'interno dei giardini vaticani. Un'abitudine che, grazie agli strumenti che glielo consentono, l'emerito non sembra aver perso. E per quanto riguarda l'infezione dermatologica, Gaenswein ha voluto specificare anche come Benedetto XVI possa definirsi guarito: "E si è ripreso dalla fatica del viaggio in Germania, a Ratisbona, dove è stato lo scorso giugno per visitare il fratello Georg, che poi è mancato, e dall’herpes-zoster, un virus che provocava forti dolori, e che lo ha colpito proprio all’inizio del viaggio a Ratisbona", ha fatto presente, così come ripercorso pure da Dagospia. Ratzinger, in sintesi, non è in condizioni critiche. E prosegue con ogni probabilità anche a leggere ed a studiare, magari mediante l'aiuto di qualche assistente. Sempre nel corso di questo periodo, è tornata d'attualità anche la posizione di Benedetto sulle unioni civili. Questo è accaduto per via delle recenti aperture ad opera di papa Francesco, che ha rivendicato di aver combattuto in Argentina per l'istituzione di una legge sulla "convivencia civil", ossia per la copertura legale delle unioni omosessuali. Bergoglio ha anche rivendicato di essere in continuità con il suo predecessore in termini di dottrina, ma i critici del Papa gesuita hanno, tra i vari punti sollevati, sottolineato come Ratzinger avesse scritto nero su bianco di essere contrario alle unioni civili. Una posizione che Benedetto XVI ha praso quando era solo un cardinale ed era incaricato come prefetto durante il pontificato di San Giovanni Paolo II. Gaenswein, all'interno del suo importante intervento, ha anche svelato come Ratzinger gli avesse rivealto in tempi non sospetti di voler rinunciare al soglio di Pietro: "Benedetto XVI mi aveva rivelato questa sua intenzione, sotto il sigillo pontificio del silenzio, già a settembre 2012. Allora nessuno sapeva nulla: solo pochissime persone. La rivelazione di quella scelta per me è stata scioccante: mi voleva comunicare una decisione presa, non una riflessione di cui discutere. E io ho tenuto quella confidenza chiusa nel cuore. La sentivo come un macigno", ha ammesso il monsignore.

La "trincea" di Benedetto XVI: ecco come ha difeso l'Europa. Ratzinger ha sempre avuto l'Europa al centro del pontificato. Così ha "fronteggiato" migrazioni, islam e relativismo. Francesco Boezi, giovedì 05/11/2020 su Il Giornale. Il baricentro del cattolicesimo non è più lo stesso. Gli anni della centralità dell'Europa - quelli di San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI - sono passati. Oggi la confessione cristiano-cattolica è maggioritaria in Brasile, come in altre nazioni del Sud America, e si sta sviluppando attorno alle "periferie economico-esistenziali". Quelle preferite da papa Francesco. La ruota della storia gira, e la Chiesa cattolica non sembra avere intenzione d'azionare una forza in senso contrario. Ma non è stato sempre così. Il pontificato di Joseph Ratzinger, così come quello del suo predecessore del resto, si è distinto per europa-centrismo. Nell'immaginario tradizionale, il "mite teologo" di Tubinga rappresenta ancora l'ultimo ostacolo al dilagare del relativismo, del multiculturalismo, del lacisimo e della secolarizzazione. Benedetto XVI è ancora l'immagine plastica di uno scatto d'orgoglio della cosiddetta civiltà occidentale. A pensarlo sono soprattutto i conservatori europei, che guardano con nostalgia al precedente pontificato. Si pensi, a titolo esemplificativo, al tema delle radici cristiane, che Ratzinger avrebbe voluto vedere all'interno del testo della poi mai approvata Costituzione europea: "Non si può pensare di edificare un’autentica “casa comune” europea trascurando l’identità propria dei popoli di questo nostro Continente. Si tratta, infatti, di un’identità storica, culturale e morale, prima ancora che geografica, economica o politica; un’identità costituita da un insieme di valori universali, che il Cristianesimo ha contribuito a forgiare, acquisendo così un ruolo non soltanto storico, ma fondativo nei confronti dell’Europa", ha dichiarato l'ex Papa nel 2007, in una riunione del coordinamento degli episcopati del Vecchio continente, il Comece. E il tema delle "radici cristiane" avrebbe accompagnato il pontefice tedesco durante l'intera permanenza al soglio di Pietro. Benedetto XVI non è mai stato un sovranista. Anzi, in termini di "schieramenti politici", per usare una forzatura, è lecito riscontare come Ratzinger sia stato un europeista convinto. Per quanto il consesso europeo odierno possa non aver tenuto conto delle istanze che l'ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede ha tenuto a portare avanti nel corso della fase in cui è stato il vescovo di Roma: "Sapete di avere il compito di contribuire a edificare con l’aiuto di Dio una nuova Europa, realistica ma non cinica, ricca d’ideali e libera da ingenue illusioni, ispirata alla perenne e vivificante verità del Vangelo", ha aggiunto nell'occasione sopracitata dinanzi ai vescovi europei. Certo, l'Europa di Ratzinger non è e non era quella dei "nuovi diritti". E il Vecchio continente che aveva in mente Benedetto XVI non sembra essere neppure quello privo d'identità ed aperto a qualunque forma di contaminazione culturale. L'ex pontefice era favorevole alla dialettica, fosse anche quella del dialogo interreligioso, ma non alla rinuncia delle caratteristiche spirituali ed identitarie del bacino europeo. In questo senso e in specie nel corso di questi ultimi sette anni e mezzo, abbiamo assistito ad una rivalutazione complessiva del pensiero ratzingeriano. Dalla difesa dei muri alla stregua di barriere per circoscrivere le proprie basi di civiltà al "diritto a non emigrare", passando per la battaglia campale che Benedetto XVI ha condotto contro il "pendio scivoloso", quindi dunque contro l'approvazione di leggi in grado di sconvolgere l'assetto bioetico per come la Chiesa cattolica l'ha immaginato e tutelato in tutta la sua storia recente: Ratzinger, anche per mezzo delle opere che ha pubblicato dopo aver rinunciato al soglio di Pietro, è divenuto un simbolo. L'ultimo argine del conservatorismo scagliato addosso alle velleità dei progressisti senza limiti. C'è un prima, ma esistono anche un durante ed un dopo il pontificato. In relazione a Ratzinger, spicca un dato: il tipo di Europa presentata dal consacrato che ha avuto un ruolo centrale pure nel Concilio Vaticano II è sempre uguale a se stessa. Lo studioso Guido Vignelli, interpellato al riguardo da IlGiornale.it, fotografa l'intero impegno di Benedetto XVI in favore di una certa concezione dell'Europa: "Joseph Ratzinger si è occupato dell’Europa e dell’Unione Europea prima da prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, inspirando gl’interventi di Giovanni Paolo II al riguardo, poi da papa. Il suo impegno europeista può essere riassunto in tre punti". Tre direttrici che Vignelli individua subito dopo: "Primo: richiamare le nazioni europee al loro “battesimo”, ossia alla loro origine storica e ai valori cristiani fondanti, dai quali si sono allontanati perdendo così identità, prestigio e incidenza mondiale". Ma questa è solo la prima strada intrapresa da Ratzinger: "Secondo - annota Vignelli - : ammonire l’Unione Europea a non contrastare quei valori, come finora ha fatto sia propagandando una cultura relativistica e permissiva, sia promuovendo leggi contrarie non solo al diritto cristiano ma anche all’ordine morale naturale". E poi viene forse la parte più "hegeliana" della concesione ratzingeriana: "Terzo: esortare l’Europa a uscire dalla crisi ricuperando la civiltà cristiana fondata assorbendo le eredità di Atene (la retta ragione) e di Roma (il giusto diritto) in quella di Gerusalemme (la vera religione)". Ratzinger - come si vede bene - non è mai stato un critico tout court dell'Ue. E questo è forse uno dei grandi cortocircuiti della narrativa sovranista, che tende ad "assoldare" il pensiero di Benedetto XVI tra i suoi. L'Europa, a causa della secolarizzazione, sarebbe persino diventato un palcoscenico perfetto per l'avvento del relativismo:"Il cardinale Joseph Ratzinger e poi papa Benedetto XVI passerà alla storia come quello che ha messo il mondo e la Chiesa in guardia contro il relativismo dottrinale, parlando della “dittatura del relativismo” e dicendo che il relativismo è il problema più profondo del nostro tempo. Di fatto il relativismo può essere descritto con l’atteggiamento quando l’uomo afferma: “Sono io a decidere ciò che è vero”, allora a ciò che è vero per il nostro tempo può seguire un’altra verità nella epoca successiva. Ne deriva un continuo cambiamento. Il relativismo è intimamente unito al secolarismo e all’antropocentrismo. Il relativismo è in ultima analisi un estraniarsi dalla realtà". A parlare con ilGiornale.it - in questa circostanza - è stato invece il vescovo Athanasius Schneider, che si è già distinto in quanto difensore della dottrina cristiano-cattolica. Schneider ha anche incontrato papa Francesco qualche tempo fa. Athanasius Schneider sostiene per esempio che il cattolicesimo e l'islam non possano essere equiparati gerarchicamente, mentre la dichiarazione firmata da Jorge Mario Bergoglio e l'imam di al-Azhar - quella sulla "Fratellanza Umana" - getterebbe quantomeno le basi per un'equiparazione gerarchica. Ma è possibile che sia stato Dio a volere la "diversità delle religioni"? Ecco, per Schneider la risposta è no. E il vescovo conservatore ci ha fornito più di una riflessione su come Benedetto XVI abbia sostanzialmente frenato l'avvento del relativismo nel Vecchio continente: "Memorabili rimangano le seguenti parole del Cardinale Ratzinger: “Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare "qua e là da qualsiasi vento di dottrina", appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie” . A questo punto della riflessione, il presule kirghiso, che è incaricato presso l'arcidiocesi di Astana, fotografa la sua di ricetta: "Perché l'Europa possa essere edificata su solide basi - ci confida -, è necessario che la vita sociale e politica sia guidata della legge morale universale, inscritta nel cuore di ogni uomo, la base morale incrollabile". Poi gli accenti sul passato: "Vi fu un tempo - aggiunge - in cui l’Europa formava un tutto compatto, e in mezzo a molte debolezze, e malgrado tutte le deficienze umane, trovava la sua forza spirituale e morale". E Schneider circostanzia pure la principale delle differenze secondo il suo punto di vista:"L’anima di questa unità era la religione che impregnava a fondo tutta la società di fede cristiana". Una situazione molto diversa rispetto a quella odierna. . Il "fronte conservatore" - è cosa nota - vorrebbe che l'Europa tornasse quella di una volta, ma come operare un salto nel passato che potrebbe sembrare utopistico? Jorge Mario Bergoglio, poi, sembra di un altro avviso. Il vescovo Athanasius Schneider pensa che una strada - in realtà - esista eccome: "Se l’Europa vuole uscire dalle sue rovine spirituali e morali - ha affermato l'alto ecclesiastico nel corso del dialogo che abbiamo avuto - , è necessario ristabilire presso di lei il vincolo fra la fede cristiana e la civiltà. I popoli e i governanti dell’Europa devono riconoscere i diritti di Dio e la sua legge, per lo meno dei diritti naturali, fondo solido sul quale sono ancorati i diritti dell’uomo. Separati dalla fede cristiana, i diritti dell’uomo non potranno assicurare la libertà, l’unità, l’ordine e la pace in Europa". Parole che potrebbero sembrare in controtendenza rispetto alla apertura sui "nuovi diritti". Quella per esempio operata da papa Francesco in materia di "unioni civili". Ma il campo di battaglia non è solo quello bioetico: Schneider ritiene che anche una gestione dei flussi migratori che non tenga conto delle identità dei popoli possa contribuire ad un complessivo processo di perdita delle proprie radici: "L' dentità dell’Europa - prosegue il presule - è oggi seriamente minacciata non solamente da un secolarismo interno radicale e quasi ateo, ma nel contempo da una progressiva islamizzazione per mezzo dell’immigrazione di massa di popoli islamici, promossa attivamente persino dalle autorità dell’Unione Europea". E Ratzinger come la pensava in merito, chiediamo a Schneider? "Il cardinale Ratzinger già nel 1979 ha fatto la seguente osservazione perspicacia e realista: "L’islam è sin dal suo inizio, sotto certi aspetti, un ritorno a un monoteismo che non accetta la svolta cristiana verso un Dio diventato uomo e che si chiude ugualmente alla razionalità reca e alla sua cultura, che oltre l’idea dell’incarnazione di Dio, era diventata parte integrante del monoteismo cristiano". Quindi? Schneider cita ancora Ratzinger per spiegare quale sia la strada da seguire: "Il cardinale così definì e riassunse la situazione della crisi dell’identità europea: "Nel momento in cui l’Europa mette in questione o elimina i propri fondamenti spirituali, si separa dalla propria storia e la definisce una cloaca, la risposta di una cultura non europea chiosa Schneider - non può che essere una reazione radicale e un ritorno all’indietro, a prima dell’incontro coi valori cristiani” . Una considerazione in grado di fare da sintesi? "Senza un ritorno a Cristo, non c’è speranza per l’ Europa", conclude il vescovo kirghiso.

Ratzinger rinuncia all'eredità del fratello Georg: dona tutto alla Chiesa. L'eredità di Georg Ratzinger è stata devoluta dal papa emerito alla Santa Sede. Un altro gesto significativo del primo papa emerito della storia. Giuseppe Aloisi, Lunedì 02/11/2020 su Il Giornale. Joseph Ratzinger ha preferito rinunciare all'eredità del fratello Georg, che è deceduto qualche mese fa, devolvendo la quota che gli sarebbe spettata alla Santa Sede. L'indiscrezione arriva da monsignor Johannes Hofmann che, stando a quanto ripercorso da IlMessaggero, ne ha parlato con un quotidiano tedesco. "Il pontefice emerito - si legge sulla fonte sopracitata - ha dato disposizioni perché tutto quello che apparteneva al fratello fosse devoluto alla Santa Sede". Benedetto XVI, come se ce ne fosse bisogno, ha insomma dimostrato ancora una volta di non essere per nulla attaccato alle cose materiali, e non solo. Joseph Ratzinger ha in qualche modo anche fatto capire di ritenere il Vaticano la sua attuale dimora. Proprio qualche giorno fa, il Papa regnante, parlandone con l'Adnkronos, ha svelato di recarsi spesso presso il monastero interno alla mura leonine in cui l'emerito si è ritirato qualche mese dopo la sua rinuncia al pontificato. Pare che Benedetto XVI abbia così rinunciato alle varie collezioni di proprietà del fratello Georg. Trattasi, in sintesi, soprattutto di libri ed oggetti relativi alla attività professionale di Georg, che dirigeva cori ed era un musicista. Qualche oggetto dell'ex direttore del coro di Ratisbona, il fratello Georg, dovrebbe invece entrare nella disponibilità di Benedetto XVI. Questi ultimi sarebbero per lo più oggetti personali. Joseph Ratzinger aveva commosso il mondo, viaggiando in direzione del capezzale del fratello, nelle fasi immediatamente successive alla fine della prima quarantena dovuta allo stato pandemico nel Belpaese. L'ex pontefice, nel corso del viaggio, potrebbe anche aver contratto l'infezione di cui si è poi parlato nel corso delle settimane successive alla visita. Si trattava di un'eripsela, da cui poi sarebbe guarito. Georg Ratzinger, del resto, non si era potuto recare in Vaticano lo scorso 16 aprile - com'era invece tradizione - proprio per via dei limiti imposti agli spostamenti a causa della diffusione del nuovo coronavirus. Considerate le condizioni di salute dello stesso Georg, però, Joseph Ratzinger si è precipitato in Baviera non appena è stato possibile. Una vera e propria "lezione" - l'ennesima - che l'ex successore di Pietro ha voluto offrire al mondo. Vale la pena ricordare come i fratelli Ratzinger fossero stati consacrati insieme, nel corso della stessa giornata. C'era, insomma, un legame solidissimo, e anche spirituale. Proprio in queste ore, si è riacceso il dibattito interno agli ambienti ecclesiastici sulla "teoria della continuità" tra gli ultimi due pontefici. Bergoglio, con le dichiarazioni cui abbiamo accennato, ha lasciato intendere di sentirsi in piena continuità con il suo predecessore. Il "fronte conservatore", però, in specie in seguito alla apertura di Jorge Mario Bergoglio sulle unioni civili ha rimarcato tutta una serie di differenze in campo pastorale ed in campo dottrinale. Le riflessioni di Joseph Ratzinger, del resto, non passano mai di moda. Intanto è arrivata la notizia della rinuncia a sostanzialmente tutta l'eredità del fratello che sarebbe potuta finire in possesso dell'emerito: un altro gesto significativo del primo papa emerito della storia della Chiesa cattolica.

Quella "mano" che ha fermato la "vera" riforma di Ratzinger. Benedetto XVI aveva optato per una legge anti-riciclaggio. Ma quel testo è stato modificato fermando la trasparenza. Francesco Boezi, Giovedì 15/10/2020 su Il Giornale. Si fa presto a parlare di Joseph Ratzinger come di un pontefice immobile che ha inciso poco sugli equilibri della Curia romana. Così come si fa presto a giudicare il pontificato di Benedetto XVI come un semplice momento di transizione della storia della Chiesa cattolica. Quella di un Benedetto XVI debole e privo di velleità riformistiche è una vulgata comune che non corrisponde al vero. Allo stesso modo, liquidare il regno di Ratzinger come breve o senza troppo significato è tipico delle ricostruzioni progressiste. Questo genere di narrativa, centrata o meno sulla "debolezza", non vale solo per il "mite teologo" di Tubinga: dicono che papa Luciani volesse chiudere lo Ior, ma che la prematura scomparsa abbia impedito al primo Giovanni Paolo di poter quantomeno lavorare a quell'obiettivo. Eppure di Luciani si racconta soprattutto la mitezza. E Francesco? Jorge Mario Bergoglio ha esordito nel suo pontificato domandandosi se la Chiesa cattolica avesse davvero bisogno di una "banca". Per ora lo Ior è ancora lì. Le "finanze vaticane" costituiscono del resto da sempre un argomento utile per chiarire quali siano le reali intenzioni programmatiche di un pontefice, oltre che un discreto terreno di "scandali". Quelli con cui hanno dovuto fare i conti soprattutto gli ultimi quattro pontefici. Ratzinger e Bergoglio hanno stili comunicativi e priorità pastorali diverse, ma vengono spesso accomunati dagli addetti ai lavori per via di un'intenzione che li riguarda entrambi (quella che per i critici di Bergoglio è per lo più presunta o comunque tutta da verificare): rendere trasparente la situazione economico-finanziaria della Santa Sede e dei suoi istituti. Si tratta di una volontà che vale tanto per l'interno, con questa trasparenza che deve giocoforza interessare le "banche" del Vaticano, quanto per l'esterno, quindi per esempio per i rapporti tra lo Ior, che non è una vera "banca" ma un istituto per le opere di religione, e gli enti finanziari comunemente intesi. Quelli che operano dentro e attraverso i confini degli altri Stati.

La "battaglia" interna per la legge anti-riciclaggio. Tra voci di corridoio e ventilazioni che non sono state corroborate dai fatti (le teorie complottistiche sono sempre dietro l'angolo quando si ha a che fare con le "cose vaticane"), è comunque certo che Joseph Ratzinger abbia provato a fare qualcosa di mai sperimentato. La stessa operazione che Francesco starebbe cercando di portare a termine: un'opera di riforma complessiva in materia economico-finanziaria. Facciamo qualche passo indietro. Era il 2009, e il pontefice tedesco aveva appena nominato Ettore Gotti Tedeschi alla presidenza dello Ior. Una figura di spicco, che poi è stata messa da parte dai sacri palazzi, con ogni probabilità non per ordine di Benedetto XVI. Anzi, nostre fonti (e non solo quelle) sostengono che Joseph Ratzinger abbia semplicemente appreso la notizia, quando insomma la "cacciata" era già avvenuta. Un altro dei protagonisti di questi passaggi storici è stato il cardinal Attilio Nicora, che è deceduto del 2017 e che ha ricoperto, durante il regno di Benedetto, l'incarico di primo presidente dell'Autorità d'informazione finanziaria, un ente che proprio l'allora Papa aveva deciso di creare. Il ruolo di Nicora sarebbe dovuto essere determinante per la battaglia di Ratzinger in favore della trasparenza tra le mura leonine. E l'Aif non sarebbe dovuta sottostare ad altri "poteri" o al controllo diretto o indiretto di una segreteria della Santa Sede. Qualcosa, però, non sembra essere andato nel verso che il cardinale ed altri avevano scelto. E il "controllante" sarebbe finito per poter essere "controllato".

La vera "guerra" nel Vaticano: il caso che scoperchia tutto. Quest'ultimo, almeno, è un elemento che deriva sempre dalle riflessioni delle nostre fonti. Veniamo per un momento all'attualità:"Si può parlare di bancarotta - ci ha rivelato di recente don Nicola Bux, già collaboratore di Ratzinger presso l'ex Sant'Uffizio ed altrove - . Ma nessuno dei cortigiani e degli opportunisti potrà scamparla: non tanto per la provenienza del denaro dall’Obolo di san Pietro, dai Fondi CEI ecc., e nemmeno per il fatto che Becciu aveva già suscitato sospetti sulle operazioni da lui condotte, fino all’immobile di Londra, ma per essersi opposto alla legge antiriciclaggio voluta da Benedetto XVI e aver fatto allontanare il presidente IOR Gotti Tedeschi e il defunto card. Nicora". Esisteva un'opposizione che ha impedito una concretizzazione della riforma di Ratzinger? Monsignor Becciu - l'alto ecclesiastico che Bergoglio ha privato delle facoltà di cardinale - faceva parte di un "tappo" curiale in grado di limitare l'azione del Papa?

Cosa avrebbe voluto Benedetto XVI per le "finanze vaticane". Siccome è praticamente impossibile comprendere se questo "tappo" esista davvero o no, conviene chiedersi quale fosse lo strumento che Benedetto XVI aveva individuato affinché la situazione degli istituti economico-finanziari tendesse al miglioramento. Una legge. Nello specifico, un macro-disegno di legge che toccasse più ambiti, da quello procedurale a quello sanzionatorio. Qualcosa che avrebbe equiparato "i conti" del Vaticano e la loro gestione alle normative internazionali. Il pacchetto ha preso il nome di "legge anti-riciclaggio", e di questi tempi sembra esistere chi intravede nell'interruzione del parabola riformistica ratzingeriana una delle chiavi, se non la "chiave", per interpretare i "disastri" odierni. Quelli che le cronache di questi giorni, che tuttavia non riguardano lo Ior, hanno fatto emergere.

Quel fiume di soldi alla Chiesa tedesca che Ratzinger voleva eliminare. Se non altro perché, ad un certo punto, quella normativa ha smesso di essere (almeno in parte) la stessa che gli uomini della "gestione" di Benedetto XVI - ossia soprattutto il cardinal Attilio Nicora e l'uomo che era stato scelto per la presidenza dello Ior, cioè Ettore Gotti Tedeschi - avevano immaginato in prima battuta. Come mai? Per un intervento di modifica legislativa che non era stato pronosticato e che non forse non poteva neppure essere previsto. Se c'è stato un momento in cui il "tappo" si è palesato, è stato proprio questo. L'atteggiamento di Ratzinger sulle finanze vaticane, e più in generale sul rapporto tra la Chiesa cattolica ed il denaro, è sintetizzabile peraltro mediante il pensiero relativo alla "tassa ecclesiastica" della Chiesa tedesca: "...gli esempi storici mostrano che la testimonianza missionaria di una Chiesa distaccata dal mondo emerge in modo più chiaro. Liberata dai fardelli e dai privilegi materiali e politici, la Chiesa può dedicarsi meglio e in modo veramente cristiano al mondo intero, può essere veramente aperta al mondo". Ratzinger era, insomma, per la semplificazione e la trasparenza.

Le modifiche al progetto iniziale. Stando a questo articolo pubblicato all'epoca su Il Corriere della Sera, la legge anti-riciclaggio voluta da Ratzinger e confezionata dal cardinal Nicora e da Gotti Tedeschi era cosa fatta. Poi, per mezzo di alcune modifiche, alcuni principi cardinale sono stati rivisitati. Questo è vero almeno per qualche passaggio, che però, secondo i promotori di quel provvedimento, non era di poco conto. Tutto ruoterebbe attorno a questo decreto, che ha coinvolto più di un articolo ritenuto centrale per la struttura originaria del testo. Con quell'atto normativo, sarebbero state estese, rispetto alla versione precedente, le facoltà ispettive della Segreteria di Stato, mentre l'Aif, l'Autorità d'informazione finanziaria, che era stata voluta da Benedetto XVI quale ente strettamente indipendente, avrebbe subito un parziale ridimensionamento.

La finta pulizia dello Ior: nessuno tocca i trenta conti "sporchi". In questa ricostruzione de Il Giornale del 2013, si legge che "quei poteri ispettivi previsti dalla legge 127 erano stati depotenziati, nonostante l'8 marzo precedente il Vaticano fosse per la prima volta finito nella "black list" dei Paesi a rischio riciclaggio". E ancora: "...le modifiche alla "127" prevedevano anche che lo scambio di informazioni con le autorità finanziarie degli altri Paesi fosse vincolato a un protocollo d'intesa da sottoporre al nulla osta della segreteria di Stato vaticana, presieduta da Bertone". Ecco il ruolo preminente del "ministero degli Esteri" del Vaticano. La "legge 127" è quella "anti-riciclaggio", mentre la modifiche sostanziali sono quelle che il cardinal Attilio Nicora (ma anche gli altri giuristi ed economisti che avevano lavorato alla prima versione) non avrebbe poi recepito in maniera positiva. In termini politici, oggi si parlerebbe di una "manina" in grado di riorientare la ratio di una disposizione (e di remare contro il progetto originario ratzingeriano). Il cardinal Nicora, ai tempi, ha anche scritto una missiva (la lettera che ha de facto aperto il caso Vatileaks) tramite cui, in buona sostanza, segnalava "un passo indietro". Un retrocedere che sarebbe dipeso da quelle modifiche. Con quel decreto, la "battaglia" per la trasparenza - quella che Benedetto XVI, dopo le ultime fasi del pontificato di San Giovanni Paolo II - fasi in cui si dice abbia governato per lo più il "sottobosco" curiale - aveva deciso d'intraprendere, aveva subito una battuta d'arresto. Almeno secondo l'opinione dei ratzingeriani di ferro. "Riservatezza" - il concetto prediletto dal duo formato da Nicora e Gotti Tedeschi - "contro" "segretezza", che era invece preferita da un "tappo": quello che alcuni vaticanisti definiscono alla stregua di una barriera ecclesiastica per nulla incline ai cambiamenti.

La strana "cacciata" di Ettore Gotti Tedeschi. Ettore Gotti Tedeschi è stato "cacciato" dalla presidenza Ior con un voto di sfiducia del Consiglio di Sovrintendenza. Era maggio del 2012. Possibile che la "manina" che aveva cambiato la legge ci abbia messo del suo pure in questo caso? Difficile a dirsi. La stima di Joseph Ratzinger per Gotti Tedeschi è nota. Altrimenti l'emerito non avrebbe coinvolto il banchiere nella stesura di quella che forse è, ancora oggi, il manifesto del pensiero economico-sociale ratzingeriano: Caritas in Veritate. E poi qualcosa di questa storia non torna. In Ultime Conversazioni, un libro-intervista di Peter Seewald su e con il papa emerito - Ratzinger sembra rivendicare la scelta del cambio di guardia, ma c'è la sensazione che Benedetto XVI possa non aver compreso la domanda che gli era stata posta. Forse - questo è il succo della questione - Joseph Ratzinger rispondendo si è confuso con il presidente che ha preceduto allo Ior Gotti Tedeschi. E questa ipotesi può essere corroborata da quello che poi ha dichiarato monsignor Georg Gaenswein, segretario particolare dell'emerito ex ex prefetto della Casa pontificia: "Benedetto XVI che aveva chiamato Gotti allo Ior per portare avanti la politica della trasparenza, restò sorpreso, molto sorpreso...". E ancora, come si legge su Avvenire: "...lo stimava e gli voleva bene, ma per rispetto delle competenze di chi aveva responsabilità scelse di non intervenire in quel momento". In conclusione, Gaenswein ha aggiunto che "successivamente, per motivi di opportunità, anche se non ha mai ricevuto Gotti Tedeschi, ha mantenuto i contatti con lui in modo adatto e discreto". Argomentazioni più che sufficienti - considerato il dichiarante - per affermare che Gotti Tedeschi non è stato rimosso dal pontefice tedesco.

Franca Giansoldati per “il Messaggero” il 19 giugno 2020. Joseph Ratzinger ieri mattina è volato in Germania. A portarlo di nuovo fuori dall'Italia è un viaggio triste che non avrebbe di certo voluto intraprendere ma non poteva mancare alla promessa fatta al fratello maggiore, l'amato don Georg, 96 anni, suo compagno di giochi da bambino e poi compagno di seminario, entrambi ordinati lo stesso giorno. Don Georg è l'ultimo fratello ancora in vita dopo la scomparsa della sorella Maria avvenuta negli anni Novanta. Davanti a questa circostanza non ha esitato a rompere la clausura che si era auto-imposto nel 2013 dimettendosi. A parte qualche breve trasferta estiva a Castelgandolfo si era ritirato stabilmente sulla sommità del colle vaticano, nel monastero Mater Ecclesiae e da lì non era più uscito. Voleva essere lui ad impartire al fratello l'estrema unzione, salutarlo, tenergli la mano, parlargli una ultima volta. Così quando alcuni giorni fa gli è arrivata una telefonata da Ratisbona per informarlo che le condizioni di salute di don Georg, 96 anni, ormai cieco e con varie patologie legate all'età avanzata, stavano precipitando, ha chiesto il permesso a Papa Francesco di volare in Baviera, nella sua terra, rivedere la sua vecchia casa, il seminario, le piazze, il santuario di Altoetting in lontananza ma, soprattutto, la possibilità di rimanere al capezzale del fratello. Davanti all'immagine straziante di don Georg sul letto di morte, il Papa Emerito ha superato l'indebolimento accumulato durante il lockdown, si è fatto forza e non ha avuto dubbi sul da farsi: avrebbe intrapreso il viaggio in aereo nonostante la contrarietà dei medici per via della pressione, dell'altitudine, e della incapacità a muoversi autonomamente. La trasferta è stata preparata velocemente, lo Stato italiano gli ha messo a disposizione il velivolo dell'aeronautica decollato ieri mattina nel silenzio più totale dei media vaticani che hanno confermato il viaggio solo dopo un annuncio da parte della diocesi di Ratisbona preoccupata per il clamore che tutto questo avrebbe suscitato. Nel comunicato il vescovo locale chiede ai fedeli bavaresi e ai giornalisti tedeschi di rispettare e lasciare in pace i due fratelli in questo momento difficile, privato e intimo. «Se volete pregate per loro». A dare il benvenuto a Ratzinger è stato il vescovo di Ratisbona che si è fatto trovare alla scaletta dell'aereo mentre, in contemporanea, il presidente dei vescovi tedeschi, Baetzing lo ha omaggiato ricordando il suo ruolo di guida per l'episcopato, manifestandogli vicinanza umana per la triste occasione. Con il Papa emerito hanno viaggiato anche il segretario personale don Georg Gaenswein, un medico, una delle suore laiche che lo accudiscono al monastero e un paio di gendarmi. Fonti vicine al pontefice emerito fanno sapere che la visita si protrarrà almeno tre giorni ma, se fosse necessario, potrebbe allungarsi qualche giorno di più. «Lo stretto necessario». Tutto dipenderà ovviamente dalle condizioni del fratello. Fino a qualche anno fa don Georg Ratzinger apprezzato maestro del coro di Ratisbona - arrivava puntualmente a Roma per trascorrere qualche settimana con Joseph. Durante il pontificato restavano assieme nella villa pontificia di Castelgandolfo approfittando del tempo a disposizione per camminare nei giardini recitando il rosario. Assieme suonavano musiche di Bach, discutevano di teologia e di amici in comune, oppure semplicemente, ricordavano i tempi passati in Baviera, i genitori, la sorella Maria. Nel 2008 il sindaco di Castelgandolfo ha conferito la cittadinanza onoraria a don Georg e in quella occasione l'allora Benedetto XVI ha descritto il fratello come una guida. «Sin dalla nascita è stato non solo un compagno ma anche una guida affidabile. Ha sempre rappresentato un punto di orientamento e di riferimento con la chiarezza e la determinazione delle sue decisioni».

(ANSA l'1 luglio 2020) - Georg Ratzinger, il fratello di papa Benedetto XVI, è morto. Ne danno notizia alcuni media tedeschi fra cui la Bild. Secondo le informazioni della Bild, Georg Ratzinger è morto stamani alle 11.10 a Ratisbona. Aveva 96 anni ed era malato da tempo. Papa Benedetto gli aveva fatto visita due settimane fa, arrivando in Germania il 18 giugno, per dargli il suo addio. I due fratelli erano sempre rimasti in stretto contatto, ma ultimamente le comunicazioni telefoniche non erano più possibili.

Morto Georg Ratzinger, fratello di Benedetto XVI: pochi giorni fa, il viaggio del Papa emerito a Ratisbona. Libero Quotidiano l'1 luglio 2020. È morto Georg Ratzinger, fratello maggiore del Papa emerito Benedetto XVI, Joseph Ratzinger. Si è spento all'età di 96 anni, a Ratisbona, la città dove ha trascorso la maggior parte della sua lunghissima vita. Nato a Pleiskirchen il 15 gennaio 1924, Georg Ratzinger è entrato in seminario minore nel 1935 e - dopo la Seconda Guerra Mondiale - era passato al seminario Herzogliches Georgianum di Monaco di Baviera insieme al fratello minore Joseph nel 1947. I due furono ordinati sacerdoti lo stesso giorno, il 29 giugno 1951. In seguito all'elezione di Joseph a Papa, Georg ha più volte visitato il fratello in Vaticano. E soltanto pochi giorni fa, la chiacchieratissima visita di Benedetto XVI al capezzale del fratello maggiore, un viaggio a Ratisbona a 93 anni nonostante i pericoli derivanti del coronavirus (chiacchieratissima visita perché erano circolate voci secondo le quali Joseph Ratzinger non sarebbe tornato in Vaticano, voci subito smentite dal Vaticano stesso e poi dai fatti). Joseph, conscio che Georg era arrivato agli ultimi giorni di vita, ha voluto salutare il fratello, affrontando un viaggio in aereo. L'ultima volta che il Papa emerito aveva lasciato l'Italia era nel 2013, proprio in seguito alle dimissioni, primo Papa a rimettere il mandato in sei secoli di Pontificato. 

Morto Georg Ratzinger, il fratello del Papa emerito. Pubblicato mercoledì, 01 luglio 2020 da Paolo Rodari su La Repubblica.it. Georg Ratzinger, musicista e maestro di coro, non ce l'ha fatta. Il fratello maggiore di Benedetto XVI è morto oggi. Aveva 96 anni ed era malato da tempo. Viveva a Ratisbona, la città dove ha trascorso la maggior parte della sua lunga esistenza. Nei giorni scorsi Joseph Ratzinger era andato a sorpresa a trovarlo con un aereo decollato per Monaco da Ciampino. I due erano molto legati. Erano divenuti sacerdoti lo stesso giorno. Georg aveva guidato per anni il coro di voci bianche della cattedrale di Ratisbona. Aveva effettuato centinaia di concerti in tutto il mondo partecipando a rassegne corali internazionali di musica sacra negli Stati Uniti, in Scandinavia, Canada, Taiwan, Giappone, Irlanda, Polonia, Ungheria, Italia e nella Città del Vaticano. Si era esibito spesso anche in Germania e nella vicina Austria. Alla guida del coro aveva effettuato numerose incisioni per Deutsche Grammophon, Ars Musici e altre importanti etichette discografiche con corpose produzioni dedicate a Johann Sebastian Bach, Wolfgang Amadeus Mozart, Heinrich Schütz, Felix Mendelssohn e molti altri ancora. Secondo l'inchiesta del 2017 condotta dall'avvocato Ulrich Weber, incaricato dalla Chiesa cattolica di fare luce sul caso, durante la sua guida del coro sono stati commessi episodi di violenza fisica, psichica e sessuale nei confronti dei minori, di cui egli sarebbe stato a conoscenza. Il rapporto ritiene che egli non sia intervenuto per impedire i fatti. In un'intervista del 2010 aveva ammesso di aver dato qualche schiaffo a dei minori durante i primi anni in cui era direttore del coro stesso. Inoltre ricordava che alcuni ragazzi nel corso delle tournée gli avevano raccontato di vicende di violenze. Tuttavia aveva detto che le loro storie non lo avevano indotto a pensare di "dover intervenire in qualche modo". Tra l'altro, spiegava, la scuola preparatoria dove sarebbero avvenuti gli abusi è un istituto a sé e non si può intervenire sulla sua gestione. Nel 2011, intervistato da una rivista tedesca, Georg Ratzinger aveva detto: "Se non dovesse più farcela dal punto di vista della condizione fisica, mio fratello dovrebbe avere il coraggio di dimettersi". Fu proprio Georg a sapere tra i primi della storica decisione del Pontefice di rinunciare al ministero petrino per ragioni legate all'età. "L'età si fa sentire - aveva commentato -. Mio fratello desidera più tranquillità nella vecchiaia".

Così Benedetto XVI ha previsto il suicidio dell’Occidente. Francesco Boezi l'11 giugno 2020 su Inside Over. Oswald Spengler, Martin Heidegger, Emanuele Severino, Michel Houllebecq e Joseph Ratzinger: punti di partenza diversi, per conclusioni simili. L’Occidente, nell’analisi di questi pensatori, è destinato al tramonto, al nichilismo assoluto, alla sottomissione, alla scomparsa nel primato della tecnica o al suicidio relativista. Strade teoretiche ed argomentazioni che differiscono, per un avvenire comunque nefasto. La profezia di Benedetto XVI è nota: insistendo sull’imminente crisi della Chiesa cattolica, Ratzinger racconta in modo indiretto l’implosione dell’Europa. L’Ecclesia, stando alla previsione di Benedetto XVI, è destinata a divenire minoritaria, con una riduzione significativa del potere e del numero dei fedeli cristiano-cattolici. La disamina del teologo tedesco è ancora oggi al centro di molte interpretazioni. Ratzinger aveva parlato per la prima volta di crisi ecclesiastica in tempi non sospetti, ossia nel 1969, con un’intervista rilasciata ad un’emittente radiofonica tedesca. Ma gli scritti ratzingeriani sono densi di analisi che riguardano il collasso della civiltà occidentale e non si concentrano solo sulla crisi che vive Santa Romana Chiesa. Proprio i moti sessantottini, nella visione del Papa emerito, assumono un ruolo centrale: con la promozione dei “nuovi diritti” si è entrati in un’altra fase che mira comunque a scardinare la basi bioetico-antropologiche del giudaismo e del cristianesimo. Quei moti trovano oggi il loro compimento definitivo, con lo sdoganamento di leggi volte ad attaccare la famiglia naturale. Questo, almeno, non può non essere il punto di vista di un tipo credente che per semplificazione le cronache chiamano “conservatore”. Anche la pandemia da Sars-Cov2 ha svelato come l’Occidente possa doversi confrontare con sfide inaspettate, finendo col porsi domande insolite: la querelle sul raggiungimento dell’immunità di gregge, con le polemiche che ne sono conseguite, è forse il simbolo più evidente della battaglia che si sta combattendo tra due visioni del mondo diametralmente opposte. Quella che vuole salvaguardare ad ogni costo il sistema economico-sociale e quella che ritiene gerarchicamente prioritaria la salvezza delle vite umane. Nell’ultima opera del giornalista Giulio Meotti, un’opera centrata su Ratzinger che si intitola “L’ultimo Papa d’Occidente?“, questi afflati sulla catastrofe culturale del Vecchio continente sono spiegati con dovizia di particolari. Nel libro viene posto l’accento su questa capacità previsionale di Benedetto XVI, che non si è limitato ad una fotografia del momento ma che ha anche preso posizioni prospettiche non ritenute ammissibili dal politicamente corretto. Alcuni passaggi centrali della fatica di Giulio Meotti sono stati citati sul blog di Marco Tosatti. Molto prima di essere eletto sul soglio di Pietro Ratzinger annotava quanto segue: “Si è trovato di continuo qualche sotterfugio per potersi ritirare. Ma è quasi impossibile sottrarsi al timore di essere a poco a poco sospinti nel vuoto e che arriverà il momento in cui non avremo più nulla da difendere e nulla dietro cui trincerarci”. L’imputata, ancora una volta, è la civiltà occidentale, che ha deciso di suicidarsi sposando la dittatura del relativismo. Oggi le tesi di Ratzinger riemergono quasi in maniera esasperata: chi pensa che l‘Europa abbia ancora qualche chance di salvezza, si ancora al “diritto a non emigrare”, al valore che Ratzinger attribuiva alle mura, quindi ai confini, alla persistenza della negazione di un diritto all’aborto, di un diritto all’eutanasia e di un diritto all’eugenetica, sino alle parole che ogni tanto l’emerito sceglie di pronunciare in pubblico nonostante abbia rinunciato al papato. La parabola ecclesiastica di Benedetto XVI diviene così una sorta di metafora di un tramonto che non riguarda la sua figura, ma quello che siamo stati e che abbiamo rappresentato, in quanto europei, sino al matrimonio col nichilismo. Anzi, la figura di Ratzinger è una delle poche, in ottica conservatrice, a potersi dire in grado di ergersi tra le rovine. Il dramma nel dramma è relativo agli avvertimenti di Benedetto XVI: non solo non sono stati ascoltati, ma sono stati direttamente rifiutati da chi gestisce i processi del mondo contemporaneo.

La "rinuncia" scritta male da Ratzinger per far saltare il banco. Un frate latinista: ecco il vero senso del testo latino falsificato dal Vaticano. Andrea Cionci su Libero Quotidiano l'11 giugno 2020. 

Andrea Cionci. Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, ha svolto reportage dall'Afghanistan e dal Libano. Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore.

Da qualche giorno, circolano in rete le denunce di un francescano italoamericano, latinista, esperto in Scolastica e in argomentazioni canoniche sulla rinuncia papale, che, intervistato dallo youtuber Decimo Toro, sta diffondendo i contenuti esplosivi del suo sito fromrome.info.  Frà Alexis Bugnolo, questo il suo nome, ha tradotto oltre 9000 pagine latine da San Bonaventura e padroneggia la lingua della Chiesa come pochi. Il frate, leggendo attentamente la Declaratio di rinuncia di Benedetto XVI, seguendo un filo rosso fra logica, diritto canonico e lingua latina, ritiene che sia stata da lui scritta, con estrema abilità e sottigliezza, appositamente perché nel tempo venisse scoperta invalida. In questo modo, Ratzinger ha permesso alla “Mafia di San Gallo”, la lobby massonico-progressista ecclesiastica che lo aveva costretto ad abdicare, di prendere frettolosamente il potere e di svelarsi. Benedetto ha fatto così in modo che tutti gli atti, le nomine e i cambiamenti nella dottrina operati dalla “falsa chiesa” possano essere spazzati via in un sol colpo proprio per l’invalidità della sua rinuncia al papato. Per questo il Vaticano– secondo frà Bugnolo - ha deliberatamente falsificato, nelle traduzioni in lingua straniera, la Declaratio latina di Benedetto, tentando di porre rimedio alle sue falle intenzionali, ma dimostrando, così, ulteriore dolo.  Quarant'anni fa, Giovanni Paolo II e l'allora card. Ratzinger sapevano già, dal terzo Segreto di Fatima, che le lobby gay-massoniche del clero avrebbero tentato di prendere il potere, per questo avevano cambiato per tempo il Codice di diritto canonico predisponendo un sistema di emergenza per far saltare il banco in caso di usurpazione.

Questa la tesi. Per prevenire le accuse di complottismo alla sua ricostruzione, frate Alexis  cita solo i documenti dal sito del Vaticano che copiamo-incolliamo di seguito. Tutti possono controllare con un clic su vatican.va. E’ del tutto assodato che nel testo della Declaratio di Benedetto sono contenuti alcuni grossolani errori grammaticali, notati già nel 2013 da eminenti classicisti come Luciano Canfora e Wilfried Stroh. Se già stupisce la mancanza del plurale maiestatico usato nei documenti ufficiali, frà Bugnolo, già traduttore di oltre 9000 pagine di San  Bonaventura, ha però notato una quarantina di altre imperfezioni linguistiche: verbi declinati male, “decisionem” al posto del corretto “consilium”, “vobis” al posto di “vobiscum”, l’uso erroneo di “explorata” per dire “indagata”,  etc. Ma il grosso problema è la costruzione del testo di Ratzinger che renderebbe invalida la rinuncia al papato. A partire dal 1983, infatti, il Diritto canonico esige la rinuncia al “MUNUS  petrino”, ovvero all’ufficio, alla carica  del Pontefice che deriva da Dio e da San Pietro. (Prima, al papa bastava solamente dire “rinuncio” e tale modifica fu aggiunta probabilmente per blindare  eventuali future abdicazioni papali). Ratzinger scrive nella Declaratio che le sue forze, a causa dell’età, “non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il MUNUS petrino”. Tuttavia, non scrive affatto di rinunciarvi, ma piuttosto: “ben consapevole della gravità di questo atto, DICHIARO DI RINUNCIARE AL “MINISTERO” (cioè all’esercizio) di Vescovo di Roma”. All’inizio, quindi, cita il Munus in modo generico, ma formalmente poi dichiara di rinunciare solo al Ministerium, a detta di molti, del tutto inutile per la validità dell’atto. Come se un re, abdicando, dicesse di rinunciare a esercitare il potere pratico senza rinunciare al trono ottenuto per diritto divino. Tra l’altro, Ratzinger non scrive nemmeno “rinuncio”, bensì “dichiaro di rinunciare”, il che non implica che la sua rinuncia sia sincera, così come “dichiarare di amare”, non corrisponde per forza ad “amare”. Ipotizzando che Benedetto sia stato sottoposto a pressioni, posto di fronte a una scelta, ad esempio fra le dimissioni e la bancarotta vaticana (per questo si rimandi alla nota vicenda del codice swift e del blocco dei conti bancari vaticani) egli potrebbe aver LIBERAMENTE SCELTO DI "DICHIARARE DI RINUNCIARE". Una cosa molto diversa dal dire “liberamente rinuncio”. Altro interrogativo sollevato da Bugnolo: perché Ratzinger scrive che la sede sarà vacante dopo 18 giorni? Eppure la rinuncia dovrebbe rendere la sede vacante fin dalla morte o dall’atto di rinuncia del papa. La polemica sul Munus non è nuova e se ne sono occupati ampiamente Vittorio Messori, Antonio Socci e autorevoli vaticanisti, ma Frà Alexis, per primo, ha divulgato che, in tutte le traduzioni della Declaratio (sul sito vaticano), anche il Munus viene tradotto con “ministero”, accorpando quindi in un unico significato due prerogative che il diritto canonico ha ben distinto. Spiega frà Bugnolo: “Chi li ha autorizzati? Munus sarebbe perfettamente traducibile in tutte le lingue. Questa è la prova che il Vaticano ha tentato di annullare la fondamentale distinzione che papa Benedetto, nella sua recente intervista “Ein Leben”, ha pure nuovamente ribadito dichiarando come tuttora egli mantenga per sé l’”incarico spirituale”(spirituelle Zuordnung) avendo rinunciato all’esercizio concreto (konkrete Vollmacht). E’ ancora il papa regnante e infatti continua a indossare la veste bianca, a impartire la benedizione apostolica e a firmarsi P.P., Pontifex Pontificum, titolo che spetta al papa regnante”. (Va ricordato che l’unica spiegazione fornita da Ratzinger per aver mantenuto la veste bianca fu che non “aveva vesti nere nel suo armadio”). Alla querelle sul Munus aveva risposto nel 2016, in un articolo estremamente tecnico, del tutto incomprensibile per i non addetti ai lavori, Mons. Giuseppe Sciacca, vescovo e segretario della Segnatura apostolica. “Come un furbo avvocato – dice frà Bugnolo –  Sciacca dice, giustamente, che il potere non può essere diviso fra due papi, ma dà per scontata la validità della rinuncia ed elude la vera questione. Dice poi che rinunciare al Ministerium comporta rinunciare automaticamente anche al Munus, ma questo non è affatto vero perché Benedetto avrebbe potuto benissimo nominare un Vicario per gestire il Ministerium e mantenere la propria carica, il Munus, che è essenziale anche per questioni teologiche e dogmatiche, non solo canonistiche, in quanto proviene da Dio”. Vi sono poi altre stranissime anomalie nella traduzione italiana pubblicata dal Vaticano: “dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, IN MODO CHE, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante”. Come specifica frà Bugnolo: “In modo che”, in latino è scritto da Ratzinger con UT che però deve essere tradotto con AFFINCHE’. Diversamente, “in modo che” si deve tradurre, invece, con “QUOMODO”. Sono due cose molto differenti: “in modo che” presuppone l’assoluto, legale automatismo di un rapporto atto-conseguenza. “Affinché” invece può rivelare anche un intento nascosto o un effetto voluto, ingenerato appositamente. La differenza che passa tra un “modo” esterno e naturale rispetto a un “fine” soggettivo. Ad esempio, non è corretto dire: “Metto l’esca nella trappola in modo che il topo sia catturato” perché non è detto che il topo caschi nell’inganno. Si deve piuttosto dire: “Metto l’esca nella trappola affinché il topo sia catturato”. Immaginiamo per un attimo che, realmente, Benedetto sia stato costretto all’abdicazione: lui scrive quindi che “dichiara di rinunciare” al suo “ministero” “AFFINCHE’” la sede sia vacante… quindi forse anche per l’azione degli usurpatori. Se avesse scritto realmente “in modo che” avrebbe implicitamente ammesso la validità della sua rinuncia. Così, no. Altra anomalia: perché Benedetto scrive che il nuovo conclave dovrà essere convocato “DA COLORO A CUI COMPETE” e non “da Voi cardinali”? Suona come una delegittimazione, dato che sarebbero ovviamente i cardinali a cui si rivolge a dover formare il conclave. Come se il presidente del Senato, parlando di un futuro presidente della Repubblica dicesse che questi “dovrà essere votato da coloro a cui compete” e non, come ovvio, “da voi parlamentari”. Ratzinger, inoltre, non specifica la DATA PRECISA del nuovo, vero conclave per l’elezione del Pontefice. Dice solo che questo dovrà essere convocato DOPO CHE LA SEDE SARA’ VACANTE, cioè realmente, il momento successivo alla sua morte. Ecco perché l’elezione valida del nuovo Pontefice COMPETEREBBE, in quel caso, solo ad ALCUNI CARDINALI, quelli nominati prima dell’avvento di Bergoglio e disposti a riconoscere l’avvenuto “golpe”. Infatti le nomine cardinalizie di Bergoglio non sarebbero legalmente valide, perché emanate da un papa invalido, poiché invalida è stata la rinuncia. Nel caso passassero ancora molti anni e non rimanessero vivi e attivi cardinali “legittimi”, nominati da Benedetto o da Giovanni Paolo II, il nuovo Pontefice dovrebbe essere scelto dalla Chiesa romana, come nei tempi più antichi. Ecco perché, in questa ottica, un nuovo conclave dovrebbe essere convocato "da coloro a cui compete” e non ai cardinali cui lui si rivolge. Non fa una piega. Fantapolitica o una Declaratio apparentemente pasticciata che, però letta nel modo giusto, si rivela di adamantina, “ratzingeriana” coerenza? Frà Bugnolo è sicuro: gli errori di latino sono stati voluti apposta da Ratzinger per attirare l’attenzione sull’invalidità del documento e per far emergere, a una attenta lettura, la verità quando i tempi sarebbero stati maturi. Dello stesso avviso è l’avvocato viennese Arthur H. Lambauer, noto esperto di diritto internazionale, che già nel 2013, aveva notato le anomalie: “Ritengo che Benedetto abbia commesso errori di proposito per rendere invalido il successore in modo che non creasse nulla di irrevocabile (matrimoni gay, diaconato femminile etc.) e nel caso, spazzarlo via”. Su tutto, un dato oggettivo e incontestabile: in quegli strani 18 giorni che passano dalla “rinuncia” alla sede vacante (che pure, a regola, dovrebbe scattare dalla rinuncia) nessuno ha potuto o voluto correggere la Declaratio scritta da Benedetto così “malamente”. Perché? Eppure è compito specifico dei cardinali correggere il papa, in modo premuroso e filiale, ove sbagliasse.  “Questo dimostra – sostiene frà Bugnolo - che i cardinali erano sleali e accecati dalla fretta di prendere il potere e che forse alcuni di loro, come anche alcuni funzionari della Segreteria Apostolica cui non potevano sfuggire certi errori, erano “complici” di Benedetto e, ben consapevoli del trucco, hanno taciuto affinché un giorno “scoppiasse la bomba”. In entrambi i casi si rivela un’usurpazione”. E veniamo alle possibili obiezioni: “Ratzinger non conosce approfonditamente il latino o era già troppo anziano per scriverlo bene”. Difficile che il teologo tedesco, per 14 anni a capo della Congregazione per la Dottrina della fede, già autore di eccellenti scritti in latino, non sapesse padroneggiarlo. Peraltro, il papa è circondato da eccellenti latinisti che avrebbero potuto supportarlo. Nel febbraio 2013 era, poi,  lucido tanto da poter tenere un discorso a braccio di 58 minuti. “In ogni caso, l’invalidità resterebbe – risponde frate Alexis - perché la rinuncia impone non solo piena lucidità mentale, ma anche assoluta consapevolezza del diritto canonico”. Altra prevedibile contestazione: “Glielo ha scritto qualcun altro che non sa bene il latino”. Ma se il documento provenisse da un coercitore o da un falsario, perché costruirlo in modo da essere canonicamente invalido? Ultima critica eventuale: “Benedetto XVI non ingannerebbe mai nessuno”. Infatti, papa Benedetto non ha ingannato nessuno, ha solo scritto una rinuncia al ministerium. Secondo frà Bugnolo, sono altri che non hanno voluto vedere cosa c’era scritto realmente e come lui si è comportato fino ad oggi. Così, si sono ingannati da soli per la loro avidità di potere. A una prima lettura, tutto ciò lascia frastornati: sembra assurdo, ma terribilmente coerente. A nulla vale, in questo caso, sbandierare la solita categoria difensiva del “complottismo” perché qui ci sono dati di fatto che meritano una spiegazione ALTRETTANTO logica e alternativa. Nel mondo laico, a livello giuridico si possono impugnare dei lasciti per molto meno, eppure la questione sulla validità della rinuncia di un papa al soglio di Pietro è stata liquidata molto, forse troppo in fretta. Prossimi scenari? Le argomentazioni di frà Bugnolo, che hanno pure un loro perché e si appoggiano su evidenze, forse saranno semplicemente ignorate, derise o il loro autore probabilmente comincerà a subire una serie di attacchi ad personam. Staremo a vedere.

Versione originale latina di Benedetto XVI: Fratres carissimi. Non solum propter tres canonizationes ad hoc Consistorium vos convocavi, sed etiam ut vobis decisionem magni momenti pro Ecclesiae vita communicem. Conscientia mea iterum atque iterum coram Deo explorata ad cognitionem certam perveni vires meas ingravescente aetate non iam aptas esse ad MUNUS Petrinum aeque administrandum. Bene conscius sum hoc munus secundum suam essentiam spiritualem non solum agendo et loquendo exsequi debere, sed non minus patiendo et orando. Attamen in mundo nostri temporis rapidis mutationibus subiecto et quaestionibus magni ponderis pro vita fidei perturbato ad navem Sancti Petri gubernandam et ad annuntiandum Evangelium etiam vigor quidam corporis et animae necessarius est, qui ultimis mensibus in me modo tali minuitur, ut incapacitatem meam ad ministerium mihi commissum bene administrandum agnoscere debeam. Quapropter bene conscius ponderis huius actus plena libertate declaro me MINISTERIO Episcopi Romae, Successoris Sancti Petri, mihi per manus Cardinalium die 19 aprilis MMV commisso renuntiare ita ut a die 28 februarii MMXIII, hora 20, sedes Romae, sedes Sancti Petri vacet et Conclave ad eligendum novum Summum Pontificem ab his quibus competit convocandum esse. Fratres carissimi, ex toto corde gratias ago vobis pro omni amore et labore, quo mecum pondus ministerii mei portastis et veniam peto pro omnibus defectibus meis. Nunc autem Sanctam Dei Ecclesiam curae Summi eius Pastoris, Domini nostri Iesu Christi confidimus sanctamque eius Matrem Mariam imploramus, ut patribus Cardinalibus in eligendo novo Summo Pontifice materna sua bonitate assistat. Quod ad me attinet etiam in futuro vita orationi dedicata Sanctae Ecclesiae Dei toto ex corde servire velim.

Traduzione italiana, proposta dal sito ufficiale vaticano: Carissimi Fratelli, vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il MINISTERO petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al MINISTERO di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice. Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l’amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell’eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.

Traduzione inglese proposta dal sito ufficiale vaticano: Dear Brothers, I have convoked you to this Consistory, not only for the three canonizations, but also to communicate to you a decision of great importance for the life of the Church. After having repeatedly examined my conscience before God, I have come to the certainty that my strengths, due to an advanced age, are no longer suited to an adequate exercise of the Petrine MINISTRY. I am well aware that this ministry, due to its essential spiritual nature, must be carried out not only with words and deeds, but no less with prayer and suffering. However, in today’s world, subject to so many rapid changes and shaken by questions of deep relevance for the life of faith, in order to govern the barque of Saint Peter and proclaim the Gospel, both strength of mind and body are necessary, strength which in the last few months, has deteriorated in me to the extent that I have had to recognize my incapacity to adequately fulfill the MINISTRY entrusted to me. For this reason, and well aware of the seriousness of this act, with full freedom I declare that I renounce the ministry of Bishop of Rome, Successor of Saint Peter, entrusted to me by the Cardinals on 19 April 2005, in such a way, that as from 28 February 2013, at 20:00 hours, the See of Rome, the See of Saint Peter, will be vacant and a Conclave to elect the new Supreme Pontiff will have to be convoked by those whose competence it is. Dear Brothers, I thank you most sincerely for all the love and work with which you have supported me in my ministry and I ask pardon for all my defects.  And now, let us entrust the Holy Church to the care of Our Supreme Pastor, Our Lord Jesus Christ, and implore his holy Mother Mary, so that she may assist the Cardinal Fathers with her maternal solicitude, in electing a new Supreme Pontiff. With regard to myself, I wish to also devotedly serve the Holy Church of God in the future through a life dedicated to prayer.

Qualcuno sta manipolando Ratzinger? Andrea Cionci su Libero Quotidiano il 16 maggio 2020. Colpisce notare come il 93enne papa emerito Benedetto XVI, negli ultimi tempi, stia compiendo insolite virate tanto da sollevare, fra alcuni osservatori cattolici, perfino dubbi sull’autenticità dei suoi scritti più recenti. (E il fatto che Ratzinger non compaia in pubblico, ormai, da diversi mesi, di certo non aiuta). Uno degli scettici più autorevoli è il vaticanista Gianfranco Svidercoschi, classe 1936, ex  vicedirettore de L’Osservatore Romano. ”Non è prosa del Papa Emerito – ha dichiarato Svidercoschi al sito “La Fede Quotidiana” riferendosi al recentissimo libro-intervista a Ratzinger di Peter Seewald “Ein Leben” -  E’ frutto di un vescovo che gli è molto vicino; esiste una frattura nella prosa. Non è un suo linguaggio, quello, non è farina del suo sacco. Ho stima e conosco il Papa emerito ed è uomo mite, sereno, per nulla rancoroso. Invece, negli ultimi tempi, emerge il tratto di un soggetto che ha voglia di vendicarsi, lanciare invettive e adesso messaggi in codice. NON MI SEMBRA LUI”. Svidercoschi, che sostiene di avere prove certe, non ha però voluto produrle ed è stato per questo criticato. Paradossalmente, però, nonostante le gravi insinuazioni da lui sollevate, sono stati proprio i bergogliani del sito “Faro di Roma” a venirgli incontro, sostenendo che in “Ein Leben” c’è qualcosa che non torna: “Come è possibile - si chiedono - che dal Mater Ecclesiae, dove si è ritirato Ratzinger, trapelino dichiarazioni che suonano come avvertimenti? Tutto questo non è degno del Papa emerito e chi lo dovrebbe proteggere non fa il suo dovere”. A suscitare ulteriori perplessità, ben oltre gli aspetti stilistici e comunicativi, la lettera di Benedetto XVI dell’altro ieri, pubblicata in occasione dei 100 anni dalla nascita di San Giovanni Paolo II. In questa, oltre a dire che Wojtyla “non era un rigorista morale” e che il suo messaggio aveva “unità interiore con le intenzioni fondamentali di Papa Francesco”, Ratzinger esterna contenuti stranamente incompleti per un teologo adamantino come lui: “Tutti devono sapere – scrive - che la misericordia di Dio alla fine si rivelerà più forte della nostra debolezza”. Come mai nessun accenno al fondamentale presupposto del pentimento? Da quando in qua, Benedetto XVI si è convertito al “misericordismo senza se e senza ma”? Tra l’altro, sul ravvedimento dal peccato insisteva moltissimo anche Giovanni Paolo II nella sua enciclica “Dives in Misericordia” la cui visione è poi confluita nel Catechismo: “È il sacramento della PENITENZA – scriveva Wojtyla - che appiana la strada ad ognuno, perfino quando è gravato di grandi colpe. In questo sacramento ogni uomo può sperimentare in modo singolare la misericordia, cioè quell'amore che è più potente del peccato”. Quindi, stando a Wojtyla-Ratzinger, non è affatto una misericordia “gratis” quella di Dio, che prevarica la volontà dei singoli. Sia il santo che il papa emerito sono molto lontani dalla visione sostenuta da Bergoglio e dal suo teologo Enzo Bianchi, nella quale invece si parla raramente di peccato e penitenza mentre si insiste in continuazione sulla preponderanza della misericordia di Dio rispetto alla Sua giustizia. Non è chiaro a quali condizioni agirebbe questa misericordia divina “torrenziale” e tale ambiguità dà spazio ai critici del nuovo pontificato per assimilare tali innovazioni all’Apocatastasi, una dottrina già da secoli rifiutata come eretica dalla Chiesa. L'Apocatastasi prevedrebbe, infatti, la redenzione finale per tutti, non solo per le anime dannate, ma perfino per il Diavolo. Questa impostazione, tuttavia, confligge con il concetto di libero arbitrio secondo il quale Dio non può privare le proprie creature della libertà di rifiutarLo eternamente. La lettera di Benedetto XVI pare, anche stilisticamente, del tutto lontana dalla chiarezza con cui il papa tedesco si esprimeva nel 2007: “E’ venuto Gesù per dirci che ci vuole tutti in Paradiso e che l’Inferno, del quale poco si parla in questo nostro tempo, esiste ED E’ ETERNO per quanti chiudono il cuore al Suo amore”. Queste non sono, tra l’altro, opinioni personali di Josef Ratzinger dato che il Catechismo riporta all’art. 864: “La misericordia di Dio non conosce limiti, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraverso il PENTIMENTO, respinge il perdono dei propri peccati e la salvezza offerta dallo Spirito Santo: un tale indurimento può portare alla impenitenza finale e alla ROVINA ETERNA”. Insomma, il papa regnante dice una cosa e il Catechismo ne dice un’altra, mentre il papa emerito fa la spola fra i due. Non si capisce più niente, ma i credenti hanno DIRITTO a risposte chiare, unanimi e inequivocabili su questioni di base: che ruolo effettivo avrebbe dunque la Misericordia divina? E’ indispensabile pentirsi per beneficiarne? La misericordia si può spingere fino a riconciliare forzatamente con Dio un’anima impenitente? L’Inferno esiste o no? E’ eterno oppure no? Ci sono anime dannate? Soffriranno in eterno? Il catechismo è da prendere come riferimento assoluto dai cattolici oppure è un “consiglio”? I casi sono due: o il Catechismo è sbagliato - e allora si abbia il coraggio di riscriverlo - oppure le gerarchie stanno mischiando le carte e allora dovranno spiegare ai fedeli a quale titolo mettono le mani su un depositum fidei conservato integro per 2000 anni. Molti cattolici non sanno più che pensare e cominciano a sentirsi presi per i fondelli, anche perché tra la prospettiva di una dannazione eterna e garantita per chi muore in peccato mortale (Wojtyla) e quella di un “condono” finale, tramite una sorta di misericordia “smacchia-tutto” (Bergoglio), ce ne corre. E tale diversità di impostazione può far cambiare radicalmente i comportamenti dei fedeli e il loro senso di responsabilità. Non si può fare a meno di notare come sulle cosiddette “verità ultime”, la Chiesa da qualche anno lasci inauditi margini di ambiguità. E come è possibile che papa Benedetto, custode granitico della tradizione, stando a quest’ultima lettera sembri mettersi ora, incredibilmente,  sulla questa linea evasiva e nebulosa? In ogni caso, non è accettabile che si possano anche solo creare le condizioni per cui qualcuno possa azzardare l’ipotesi che il papa emerito venga manipolato. Si impone dunque una chiarificazione: qualunque sia la visione che la Chiesa decide di offrire, questa sia una, chiara e precisa per tutti, in ottemperanza al crudo monito di Gesù Cristo: “Il vostro parlare sia: Sì, sì, no, no; tutto ciò che va oltre questo, viene dal Maligno”.

Silenzi assordanti sul caso della “falsa rinuncia” di Ratzinger. Secondo il quotidiano della Cei siamo “pazzi e imbecilli” per aver fatto il nostro dovere. Andrea Cionci su Libero Quotidiano il 16 giugno 2020.

Andrea Cionci. Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, ha svolto reportage dall'Afghanistan e dal Libano. Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore.

Esercizio di fantasia: la regina Elisabetta lascia il trono in favore del principe Carlo, ma, dopo qualche tempo, un esperto di diritto della Casa reale scopre che, sull’atto di abdicazione, pieno di strafalcioni grammaticali ed errori giuridici, c’è scritto che la Regina, in realtà, ha rinunciato a esercitare materialmente il potere, ma non ha rinunciato alla Corona. Non per nulla, Elisabetta, chiusa in un’ala di Buckingam Palace, continua a indossare il diadema, il manto regale e a comportarsi come se fosse ancora la sovrana. Subito, una parte dei sudditi accusa re Charles di aver forzosamente “licenziato” la madre che, astutamente, avrebbe scritto un’abdicazione fasulla. Sarebbe il caso giornalistico del secolo, no? Un giallo terribilmente appassionante sul quale talk show di tutto il mondo si getterebbero avidamente. Invece, nel nostro bel Paese, forse assopito dal solicello di un giugno clemente, un caso analogo - che configurerebbe il colpo di stato più grave degli ultimi 2000 anni, stavolta ai danni di un papa, (anzi due) - è stato accolto in modo molto diverso, sia dagli interessati, che dai media.

Breve riassunto per chi si fosse perso la prima puntata, a questo link. Il frate italo americano Alexis Bugnolo, esperto latinista, leggendo attentamente la Declaratio di rinuncia di Benedetto XVI, sostiene che sia stata da lui scritta, con estrema abilità, appositamente perché nel tempo venisse scoperta invalida. In questo modo, Ratzinger avrebbe permesso alla “Mafia di San Gallo”, la lobby massonico-progressista  che lo ha costretto ad abdicare, di prendere il potere e di svelarsi. Benedetto avrebbe fatto così in modo che tutti gli atti, le nomine e i cambiamenti dottrinali operati dagli usurpatori possano essere spazzati via d'un colpo. Per questo il Vaticano – secondo frà Bugnolo - ha deliberatamente falsificato, nelle traduzioni in lingua straniera, la Declaratio latina di Benedetto, tentando di porre rimedio alle sue intenzionali falle, ma dimostrando, così, ulteriore dolo. Pur prendendo con cautela  le gravissime affermazioni del frate, non abbiamo potuto evitare di riconoscere che, in questa ricostruzione, vi sono dei dati di fatto incontestabili: leggendo il documento latino, papa Ratzinger non ha infatti rinunciato al Munus, (l’incarico di papa, di derivazione divina)  ma solo all’esercizio pratico del potere, il Ministerium. Eppure,  il codice di diritto canonico impone la rinuncia proprio al Munus.  Anche gli errori grammaticali ci sono, individuati da classicisti di tutto il mondo, ed è inconcepibile che un papa della cultura di Joseph Ratzinger commetta questi sfondoni o che non sia stato corretto da nessuno dei funzionari per 18 giorni fino alla  sede vacante. Peraltro, letta in questa nuova ottica, la Declaratio svela una coerenza “strategica” che NON INFANGA la figura di Benedetto, il quale anzi,  ne uscirebbe “candido come una colomba e astuto come un serpente”,  per dirla con le parole di Gesù. I suoi comportamenti successivi all’abdicazione sono infatti perfettamente coerenti.  Forse la rinuncia è stata scritta da altre persone? Oppure dallo stesso Benedetto in un momento di scarsa lucidità? Anche in queste condizioni l’atto sarebbe, ovviamente, invalido.

Insomma: perfino uno studente al primo semestre di Giurisprudenza si renderebbe conto che questo “lascito” presenta dei buchi tali da poter essere facilmente impugnato. Ma siccome stiamo parlando della Chiesa di Cristo, SENZ’ALTRO CI DEVE ESSERE UNA FACILE SPIEGAZIONE . Ci aspettavamo, quindi, che dal clero o dall’informazione cattolica istituzionale provenisse subito un circostanziato “sbufalamento”.  E invece? Il silenzio assordante dei grandi media è stato rotto solo da Avvenire: il collega Gianni Gennari (che, pure, da ex sacerdote, dovrebbe, nel caso, ammonirci con un po’ di carità) ci ha dato dei “pazzi” e degli ”imbecilli”, solo perché abbiamo riferito  le affermazioni di un frate latinista evidenziando su quali basi oggettive esse poggino: voleva essere un contributo alla Verità, tanto che chi scrive, incurante delle offese ricevute, si è pubblicamente dichiarato disponibile a collaborare con i colleghi di Avvenire per trovare insieme a loro delle soluzioni alternative alle  tesi di fra’ Bugnolo.  Saremmo tutti rassicurati, infatti, da che una tesi così agghiacciante venisse presto cassata da valide spiegazioni. Avvenire non ha, però, raccolto la proposta, né ha presentato delle scuse che sarebbero state anche opportune dato che il Canone 212, del Codice di diritto canonico, recita:  “I fedeli, in modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli, salva restando l'integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i Pastori, tenendo inoltre presente l'utilità comune e la dignità della persona”. Quindi un frate latinista ha il diritto/dovere di manifestare il suo pensiero in un caso del genere e, di riflesso, un giornalista ha tutto il diritto/dovere di scriverne. Tali reazioni scomposte sono quindi un boomerang dal punto di vista comunicativo: di fronte ad affermazioni così gravi e documentate come quelle di fra' Bugnolo, che tutti possono controllare con un clic sul sito del Vaticano, non ce la si può cavare dando degli imbecilli a colleghi che fanno il loro dovere. Equivale ad ammettere di essere a corto d’argomenti. Se “il papa è il papa”, come ha ribadito il card. Scola nella sua recente autobiografia, sicuramente, la rinuncia di Benedetto sarà stata ratificata A REGOLA D’ARTE, nel pieno rispetto del diritto canonico e si potranno fornire facilmente delle spiegazioni. Molti fedeli aspettano delle RISPOSTE SERIE. Possibile ch costi tanta fatica? Stavolta non è positivo tacere, come già fece papa Francesco di fronte ai Dubia  dei quattro cardinali prima, e poi - evocando il mite silenzio di Gesù con i “cani rabbiosi della Sinagoga” - alle accuse, di inaudita gravità, di Mons. Viganò. In sintesi: la delegittimazione dell’interlocutore, l’attacco ad personam, la derisione snobistica, la ghettizzazione nel circolo dei “tradizionalisti ipocriti e duri di cuore”, i silenzi “da mite agnello sacrificale”, sono strategie dialettiche obsolete, ormai riconoscibili lontano un miglio. Lo diciamo con tutto il rispetto possibile: l’unico confronto serio e credibile, degno della Sposa di Cristo, è sul MERITO DELLA QUESTIONE. Siamo del tutto ottimisti che la Chiesa, testimone di Verità, esercitando la virtù della Fortezza, saprà prendere il toro per le corna e certificare - dopo un pubblico e leale dibattito - la legittima autorità di papa Francesco fugando per sempre i dubbi che, fin dal 2013, offuscano la sua immagine turbando milioni di cattolici. Non sarebbe la prima volta, infatti, che la Chiesa cattolica, eludendo le questioni scottanti o ricoprendole di un manto di silenzio, si trovi poi a dover affrontare scandali terrificanti che rovinano la sua credibilità. Un vero peccato.

Paolo Rodari per “la Repubblica” il 4 maggio 2020. «Il sospetto che io mi immischi regolarmente in pubblici dibattiti è una distorsione maligna della realtà». Joseph Ratzinger, 93 anni, torna a parlare di sé nell' intervista uscita ieri in Germania e contenuta all' interno del libro Benedikt XVI - Ein Leben ( Benedetto XVI - Una vita) scritto dal giornalista tedesco Peter Seewald. Nel libro, significativamente, poco prima del dialogo fra i due è pubblicata una lettera del 12 novembre 2018 nella quale il Papa emerito scrive che risponderà solo ad alcune domande di Seewald senza interferire con l' attuale governo della Chiesa. Le accuse rivoltegli per l' uscita nei mesi scorsi di testi letti da alcuni in controtendenza rispetto al magistero di Francesco evidentemente bruciano ancora. Benedetto XVI sostiene che vogliono «silenziare» la sua voce tanto che denuncia una «propaganda psicologica». «Lo spettacolo delle reazioni della teologia tedesca è così sciocco e così cattivo che è meglio non parlarne. I veri motivi per cui vogliono silenziare la mia voce non voglio analizzarli», afferma in particolare in merito all' ondata di critiche che lo investì dopo che nel 2018 una rivista tedesca pubblicò un suo saggio sul rapporto con l' ebraismo. In quel testo Ratzinger parlò del tema dell'«evangelizzazione» degli ebrei ricevendo critiche, tanto che poco dopo dovette precisare che quella dei cattolici verso gli ebrei non deve essere un atteggiamento di «missione», ma di «dialogo ». Nulla, invece, dice sulle recenti polemiche seguite alle sue uscite prima sulla pedofilia poi sul celibato ecclesiastico, appunto i due testi letti in antagonismo rispetto a Francesco. Ratzinger, tuttavia, precisa che la sua amicizia col Papa regnante «è cresciuta»: non ci sono due Pontefici, «io sono come un vescovo in pensione», dice. L' attenzione «calorosa di Francesco» gli ha permesso di mettere in pratica il ruolo, complesso oltre che inedito, di Papa emerito a «al tempo stesso», aggiunge, c' è «un legame spirituale che in alcun modo può essere cancellato». Nel colloquio con Seewald emerge anche la suggestione di un innamoramento per una ragazza nella giovinezza. A una domanda precisa, Ratzinger risponde così: «Forse ». Per quanto tempo? Settimane? Mesi? «Più a lungo».

Paolo Rodari per “la Repubblica” il 3 maggio 2020. Anche se le sue parole sono state raccolte nel corso del 2018, quella di Joseph Ratzinger è a tutti gli effetti la prima uscita dopo il pasticciaccio del libro sul celibato ecclesiastico scritto assieme al porporato africano Robert Sarah. Il Papa emerito appare in appendice della biografia di mille pagine scritta dal suo amico giornalista Peter Seewald - "Ein Leben" esce domani, mentre per la versione italiana e inglese occorrerà aspettare l' autunno - con una intervista dal titolo "Le ultime domande a Benedetto XVI" e che, come nel libro di Sarah, propone ai lettori un verbo che scalda gli animi dell' ala conservatrice della Chiesa, quella parte che gli è rimasta fedele anche dopo la rinuncia dell' 11 febbraio 2013. Ratzinger, infatti, parla della crisi della società contemporanea paragonando il «matrimonio omosessuale» e l'«aborto» al «potere spirituale dell' Anticristo». Con le sue parole, anticipate ieri dal sito americano conservatore LifeSiteNews, lo stesso che in questi mesi ha diffuso le uscite anti-Francesco dell' ex nunzio a Washington Carlo Maria Viganò, attacca a testa bassa l'«ideologia dominante » nella società e opponendosi alla quale, spiega, si è scomunicati. Si percepisce, nel suo dire, l' eco del testo di un anno fa dedicato alla pedofilia, con quella condanna delle aperture iniziate nel '68, l' incipit a detta sua del decadimento morale della società e di una crisi irreversibile della Chiesa. Il nemico è sempre il medesimo: la rivoluzione degli anni Sessanta-Settanta. «Cento anni fa - afferma Benedetto - tutti avrebbero considerato assurdo parlare di un matrimonio omosessuale ». Mentre oggi, dice, si è scomunicati dalla società se ci si oppone. E lo stesso vale per «l' aborto e la creazione di esseri umani in laboratorio ». E ancora: «La società moderna è nel mezzo della formulazione di un credo anticristiano e se uno si oppone viene punito dalla società con la scomunica». «La paura di questo potere spirituale dell' Anticristo è più che naturale e ha bisogno dell' aiuto delle preghiere da parte della Chiesa universale per resistere». Resistere, contrapporsi all' ideologia dominante. Il nucleo del pensiero di Ratzinger non è nuovo. Tutto il suo pontificato ruotò attorno ai princìpi non negoziabili, una resistenza al mondo senza se e senza ma. Ma il Papa emerito riflette anche su un' altra resistenza, quella subita durante il suo pontificato dall' interno della Chiesa, in particolare da parte della Curia romana. Dice: «I blocchi venivano più dall' esterno che dalla Curia. Non volevo semplicemente promuovere la purificazione nel piccolo mondo della Curia, ma della Chiesa nel suo insieme». Nel frattempo, gli eventi hanno dimostrato «che la crisi della fede ha portato anche a una crisi dell' esistenza cristiana». Questo, continua, è ciò che il «Papa deve avere davanti ai suoi occhi». All'inizio del suo pontificato Benedetto XVI chiese la forza di non fuggire dai lupi: questi, però, non sono i nemici interni o quanto avvenuto con Vatileaks, perché, dice, «la vera minaccia per la Chiesa e quindi per il ministero petrino non risiede in queste cose, bensì nella dittatura mondiale di ideologie apparentemente umanistiche, contraddicendo le quali si resta esclusi dal consenso sociale di fondo». I lupi, casomai, emergono nel trionfo della ideologia relativista, spiega, che tende ad escludere chi ha una concezione diversa da quella dominante: «L' inganno religioso supremo è quello dell' Anticristo - insiste - uno pseudo-messianismo mediante il quale l' uomo si glorifica al posto di Dio e del suo Messia». Nel libro Seewald parla del conclave che elesse Benedetto XVI, nel 2005. Una parte votò per lui, un' altra già allora per Jorge Mario Bergoglio che poi tornò a Buenos Aires. Per quest' ultimo votò il cardinale Carlo Maria Martini che, secondo quanto scrive Seewald, non si spese mai per Ratzinger, come da più parti era stato detto.

Filippo Di Giacomo per “il Venerdì di Repubblica” il 19 febbraio 2020. Era il 2009 e a un esponente di quei cattolici di professione che agitano le acque della premiata lavanderia vaticana venne spontanea una preghiera: «Che Dio salvi Ratzinger dai ratzingeriani!». Che a papa Benedetto difettasse il dono del governo lo si era capito man mano che sceglieva i suoi collaboratori. La prima cerchia, a lui più vicina, chiamata "gli intimi di Carinzia", venne alla ribalta quando i componenti della cricca trasformarono il motu proprio Summorum Pontificum, in un manifesto delle loro superbe ignoranze barocche in materia di dottrina e liturgia. La loro partecipazione alle malefatte di Paolo Gabriele, assistente di camera infedele di Benedetto XVI, resta ancora oscura anche se ogni volta che egli fotocopiava e distribuiva carte della scrivania papale obbediva di certo a qualcuno. È poi un insulto all' intelligenza credere che "l'affaire Dario Viganò" del 2018, a cui seguirono le dimissioni, sia andato così come viene raccontato. Anche perché le recenti vicende associate alla pubblicazione del libro del cardinale Sarah lasciano sospettare che nell' entourage del Papa emerito ci sia chi ami organizzare cose che poi non riesce a governare. Nell'attesa che una risata seppellisca pure lui, va annotato che se papa Francesco permettesse in Amazzonia l'ordinazione di «diaconi permanenti, con famiglia legittimamente costituita e stabile, uomini idonei e riconosciuti della comunità e in possesso di una formazione adeguata al presbiterato», applicherebbe la legge promulgata da Benedetto XVI nel 2009 con l'Anglicanorum Coetus a favore dei pastori provenienti dalla Chiesa d'Inghilterra. Diceva infatti che, «la legittima diversità non nuoce alla comunione e all'unità della Chiesa, ma la manifesta e la serve, come testimonia la pluralità dei riti e delle discipline esistenti». Ratzinger lo sa, i ratzingeriani no.

Quella lezione di Ratzinger che la Germania ha dimenticato. Joseph Ratzinger, nel 2011, si è recato al Bundestag. E, dinanzi ad Angela Merkel, ha ricordato ai tedeschi cosa fosse l'Europa. Francesco Boezi, Venerdì 03/04/2020 su Il Giornale. Cos'è l'Europa? Il Covid-19 sta in qualche ponendo anche questa domanda. Il quesito è valido per tutti: dagli italiani ai tedeschi. L'Unione europea è di sicuro una delle emanazioni politico-organizzative centrali dei nostri tempi. Joseph Ratzinger, che è sempre stato un europeista convinto, ha chiarito nel 2011 quale dovesse essere la gerarchia valoriale in grado di muovere qualunque decisione potesse definirsi "politica" nel senso alto dell'espressione. E in questi giorni, anche per via dell'ostruzionismo di alcune nazioni appartenenti all'Ue, tra cui quella tedesca, sugli strumenti economici che le nazioni del Sud del continente europeo domandano - quelli che vengono per lo più definiti "interventi straordinari" - , è balzata di nuovo agli onori delle cronache una riflessione del papa emerito. Era già successo in passato. Come quando, in pieno dibattito sul "come" dovesse essere garantita un'accoglienza erga omnes, divenne virale la riflessione ratzingeriana sul "diritto a non migrare". In questa circostanza, è lecito tornare a quanto dichiarato da Benedetto XVI presso il Bundestag di Berglino, ben 9 anni fa. Joseph Ratzinger, in quella occasione, è partito dal concetto di "giustizia". Trattasi di una riflessione di natura filosofica e politologica. Parole che stanno tornando d'attualità. Tanto da essere state ripercorse pure da Milano Finanza. Qual è la base di partenza di un politico? Benedetto XVI non ha dubbi: "Il suo criterio ultimo (quello di un politico, ndr) e la motivazione per il suo lavoro come politico non deve essere il successo e tanto meno il profitto materiale. La politica deve essere un impegno per la giustizia e creare così le condizioni di fondo per la pace". Ma non sono tanto le indicazioni sull'etica di un singolo esponente politico quanto la complessiva visione ratzingeriana su come la solidarietà debba essere persistente sulla base del diritto, che non può mai venire meno in qualità di trait d'union fondativo della civiltà occidentale. Perché quello che è "giusto" va sempre tenuto in considerazione. Anche se i meccanismi procedurali dovessero consentire vie d'uscita o deroghe di sorta: "In gran parte - ha tuonato nel 2011 Joseph Ratzinger, peraltro in presenza di Angela Merkel - della materia da regolare giuridicamente, quello della maggioranza può essere un criterio sufficiente. Ma è evidente che nelle questioni fondamentali del diritto, nelle quali è in gioco la dignità dell’uomo e dell’umanità, il principio maggioritario non basta: nel processo di formazione del diritto, ogni persona che ha responsabilità deve cercare lei stessa i criteri del proprio orientamento". Viene dunque naturale domandarsi che cosa sia "giusto". Una domanda cui soltanto le istituzioni morali, politiche, religiose e culturali sono deputate, almeno in alcuni casi, a rispondere. Joseph Ratzinger, sul concetto di "giusto", ha pronunciato parole cristalline, rimarcando come il cattolicesimo non abbia mai agito mediante imposizioni. Il messaggio che oggi rischia di dover essere riletto e reinterpretato da molti alla luce di quello che sta accadendo, con le trattative in corso con l'Unione europea e gli esponenti tedeschi e conla diversità di posizioni sulla necessità di adottare un certo grado di elasticità economica, però, è probabilmente quello in cui Benedetto XVI ha voluto ricordare all'Europa cosa significa davvero essere europei: "A questo punto dovrebbe venirci in aiuto il patrimonio culturale dell’Europa. Sulla base della convinzione circa l’esistenza di un Dio creatore sono state sviluppate l’idea dei diritti umani, l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza dell’inviolabilità della dignità umana in ogni singola persona e la consapevolezza della responsabilità degli uomini per il loro agire". La premessa è inappuntabile, ma la conseguenza è altrettanto priva di contraddizioni: "Queste conoscenze della ragione costituiscono la nostra memoria culturale. Ignorarla o considerarla come mero passato sarebbe un’amputazione della nostra cultura nel suo insieme e la priverebbe della sua interezza". 

Le prediche di Ratzinger nel nostro deserto spirituale. In "L'ultimo Papa d'Occidente?" Giulio Meotti traccia un preciso profilo intellettuale di Benedetto XVI. Corrado Ocone, Venerdì 17/04/2020 su Il Giornale. Schivo e appartato come è nel suo carattere, lontano dai riflettori, Joseph Ratzinger compie oggi novantatre anni. Di anni ne son passati sette invece da quando lasciò volontariamente il seggio di Pietro. A succedergli è stato un Papa che con lui ha poco da spartire, e non solo per il fatto che viene dal Sudamerica: più radicalmente perché ha una concezione del compito dei cristiani e della Chiesa cattolica nel mondo completamente diversa da quella del predecessore. Così diversa da porsi tendenzialmente, secondo alcuni, al di fuori della dogmatica per molti aspetti. Tanto che Giulio Meotti, uno dei più bravi giornalisti italiani, non esita a chiedersi, nel titolo di un'agile monografia su Ratzinger appena pubblicata da Liberilibri, se Benedetto XVI non sia stato l'ultimo rappresentante di una tradizione bimillenaria: L'ultimo Papa d'Occidente? (pagg. X+108, euro 14, introduzione di John Waters). Le sue dimissioni assumerebbero in quest'ottica un altro aspetto: quasi che, avendo provato invano a salvare una scialuppa che faceva acqua da tutte le parti, egli a un certo punto si fosse reso conto di essere troppo debole per corrispondere all'improbo compito affidatogli dalla Provvidenza, nelle cui mani si è rimesso. In ogni caso, il libro di Meotti, che è una sorta di raffinata biografia intellettuale del pontefice emerito, muove da una domanda precisa: non tanto chi egli veramente sia stato, quanto come abbia concepito il suo ruolo e quale compito si sia dato nella sua vita di studioso e di alto prelato. Il tutto, facendolo parlare direttamente, riportando stralci significativi dei suoi discorsi e dei suoi scritti. Meotti si orienta benissimo in una mole impressionante di opere e mostra come il Papa tedesco abbia compreso da subito che il declino dell'Europa e quello del cristianesimo erano le due facce di una stessa medaglia. Il relativismo, contro la cui «dittatura» quasi con ossessione si è rivolto sempre il suo impegno, non è che il destino tragico e paradossale a cui ha condotto, radicalizzandosi, la mentalità illuministica. La decristianizzazione in atto mette faccia a faccia l'uomo con quel nulla di senso, il nichilismo, che Nietzsche aveva già intuito alla fine dell'Ottocento e che è alla base ogni crisi particolare che stiamo vivendo (economica, sociale, culturale, politica, di prospettive). In questo deserto spirituale («desertificazione» è una parola che ritorna spesso nelle sue opere), l'unica speranza è creare piccole comunità di resistenza e da lì provare a tessere i fili di una possibile rinascita. È ciò che fece San Benedetto da Norcia (al quale non a caso Ratzinger col suo nome ha voluto richiamarsi da Papa), creando i suoi monasteri sul finire di quell'Impero romano che, con il suo lento declino, molto assomiglia all'Occidente di oggi. Fu in quei monasteri che, nel periodo delle invasioni barbariche, si conservò l'antica cultura greca e romana, la si cristianizzò, e la si fece transitare nei nuovi tempi. È lì che nacque l'Europa che, per l'«europeista» Ratzinger, o sarà cristiana o non sarà. Ragione, diritto e fede - o, come dice spesso nei suoi discorsi, Atene, Roma e Gerusalemme - sono i tre pilastri di una sintesi virtuosa su cui si è costruita la nostra cultura. Pensare di affidarsi, come ha voluto l'illuminismo, alla sola ragione, con il suo potere corrosivo e distruggitore di ogni tradizione, non porta che a negare chi e ciò che siamo. E da questo punto di vista le polemiche, puntualmente ricostruite da Meotti, suscitate dal discorso di Benedetto XVI a Ratisbona contro l'islamismo, oppure la pervicacia con cui gli si negò un intervento alla «Sapienza» di Roma, sono altamente significative. Cosa è altro, quel politicamente corretto razionalistico a cui Ratzinger tante volte si è opposto con l'inattualità del suo messaggio, se non una forma subdola e soft di totalitarismo? Da questo libro, fra tanti spunti e considerazioni spesso illuminanti, emerge con forza l'idea che ci porta a vedere nella sintesi fra ragione e fede operata dal cristianesimo l'origine stessa delle nostre libertà liberali. Perso il primo, non potremo che perdere anche le seconde. E forse ci siamo già arrivati.

Ora Ratzinger riscende in campo in difesa dei principi ortodossi. Joseph Ratzinger opera un'altra mossa. Il papa emerito coadiuva la nascita di una fondazione. Ma i progressisti insorgono. Francesco Boezi, Venerdì 20/12/2019, su Il Giornale. Joseph Ratzinger ha fatto un'altra mossa. Il papa emerito continua a tenere fede al suo silenzio, ma quanto annunciato poche ore fa in Germania merita di essere raccontato. Benedetto XVI ha coadiuvato e sostenuto la nascita della "Fondazione Die Tagespost per il giornalismo cattolico". Una iniziativa che intende tutelare quel giornalismo in grado di difendere i cosiddetti "valori non negoziabili". Una scelta nata in contemporanea con l'inizio del "concilio interno" della Conferenza episcopale tedesca. E le tempistiche, in relazione a questa storia, hanno la loro importanza. Le spinte progressiste di una parte del clero teutonico sono evidenti, mentre l'iniziativa del teologo bavarese è tutta centrata sulla difesa del cattolicesimo conservatore. Alcuni vescovi tedeschi stanno cercando una definitiva svolta dottrinale. Dallo sdoganamento dell'adulterio alla nuova definizione catechetica della omosessualità: la rivoluzione sembra vicina. Ma Benedetto XVI, forse, vuole porre un freno. Il "Sinodo interno" del cardinale Reinhard Marx è visto come fumo negli occhi dal "fronte tradizionale". L'appuntamento "sinodale" durerà un biennio. Lo scontro non è così evidente, almeno non dal punto di vista pubblico, ma le tendenze teologiche in campo differiscono con tutta evidenza. Il Vaticano, dal canto suo, ha anche fatto notare come l'equivalente teutonico della Cei non possa prendere decisioni "vincolanti". Roma rimane l'unica depositaria della dottrina ufficiale. Dalla Germania, però, provengono comunque considerazioni come questa: "La preferenza sessuale dell' essere umano si sviluppa durante la pubertà ed assume una direzione etero o omosessuale. Entrambe le direzioni appartengono alle forme normali delle predisposizioni sessuali". Si può parlare di una vera e proprio fuga in avanti. Benedetto XVI potrebbe aver letto la situazione in maniera non positiva. Dunque il papa emerito potrebbe aver deciso di lanciare un segnale. Ma siamo nel campo delle ipotesi. Di sicuro c'è come il Die Tagespost sia considerata una voce tanto autorevole quanto conservatrice nel panorama continentale. Le interpretazioni di queste ore si basano anche su questo assunto. Ma quali sono le principali battaglie portate avanti dal "fronte progressista" capeggiato dal cardinale Marx? In questi ultimi anni, sono state ventilate alcune eventualità. Dalla "benedizione per le coppie omosessuali", alla "intercomunione" valida per cattolici e protestanti, passando dalla "laicizzazione della gestione ecclesiastica" alla messa in discussione dell'obbligo di celibato per i consacrati della Chiesa cattolica. I più oltranzisti pensano che il disegno di Marx sia quello di assecondare il pensiero di Karl Rahner, quello della "nuova Chiesa". Alcuni, in modo più semplice, attribuiscono il tutto pure alla "confusione dottrinale" sorta con il pontificato di Bergoglio. Quella di Joseph Ratzinger può essere un gesto indipendente da qualunque retropensiero oppure un movimento strategico volto all'edificazione di un muro teorico. Si può solo provare a dedurre quale sia la finalità dell'azione in questione. Se non altro perché non sono state rilasciate dichiarazioni ufficiali. Vale la pena rimarcare, poi, come quanto predisposto da Benedetto XVI, come avviene di consueto da qualche anno a questa parte, non abbia trovato il placet di alcuni. Stando a quanto si legge su Settimana News, per esempio, è lecito parlare di perplessità sollevate dall'Associazione dei pubblicisti cattolici tedeschi. Ratzinger avrebbe intenzione di oltrepassare le intenzioni dell'episcopato di quella nazione. Le critiche non stupiscono: il papa emerito continua a rappresentare una barriera nei confronti di quello che i tradizionalisti usano chiamare "modernismo".

Gianluca Veneziani per “Libero quotidiano” il 23 gennaio 2020. Alla fine il nome di Ratzinger nel discusso libro del cardinale Sarah, "Dal profondo del nostro cuore" (ed. Cantagalli), in uscita il 30 gennaio, ci sarà anche nell' edizione italiana, sia pur attenuato nella formula "con Joseph Ratzinger - Benedetto XVI". Non si tratterà quindi ufficialmente di un libro scritto a quattro mani, ma con la collaborazione del papa emerito. La sostanza non cambia, ossia il fatto che Ratzinger fosse a conoscenza dell' operazione editoriale che lo coinvolgeva e autore del testo sull' irrinunciabilità del celibato dei preti che tante polemiche ha suscitato. La decisione dell' editore segue l' indicazione del segretario di Benedetto XVI, monsignor Gänswein, che aveva «chiesto al cardinale Sarah di contattare gli editori del libro pregandoli di togliere il nome di Benedetto XVI come coautore del libro e di togliere la sua firma dall' introduzione e dalle conclusioni». Da cui la soluzione di compromesso di lasciare il nome di Benedetto XVI come artefice di un saggio presente al suo interno. Tanto che Cantagalli si premura di specificare: «Il volume si compone di una nota del curatore, Nicolas Diat; di un saggio inedito del papa emerito Benedetto XVI; di un saggio inedito del cardinale Robert Sarah; di una introduzione e di una conclusione, scritte dal cardinale Sarah e lette e condivise da Benedetto XVI». Questioni di lana caprina che servirebbero a preservare Ratzinger dalle accuse di essere firmatario di un libro apparso come un attacco a Bergoglio. In Francia però il monito di Gänswein è arrivato tardi: il volume è già uscito a doppia firma e solo nella seconda edizione presenterà la dicitura «con la collaborazione di Benedetto XVI». Mentre l' editore Usa Ignatius Press rende noto che il libro sarà pubblicato con entrambe le firme.

Lorenzo Bertocchi per “la Verità” il 23 gennaio 2020. L' edizione italiana del libro che ha fatto discutere tutto il mondo uscirà nella veste più autentica e rispettosa delle intenzioni degli autori, facendo finalmente chiarezza di fronte al caos che ha accompagnato l' uscita francese. Il libro «di Robert Sarah con Joseph Ratzinger/Benedetto XVI», questa la formula che comparirà sulla copertina, sarà nelle librerie italiane il prossimo 30 gennaio, come riporta l' agenzia Aska news che riprende il comunicato della casa editrice Cantagalli di Siena. «Il volume [Dal profondo del nostro cuore] si compone di una nota del curatore, Nicolas Diat; di un saggio inedito del Papa emerito Benedetto XVI; di un saggio inedito del cardinale Robert Sarah; di una introduzione e di una conclusione. L' introduzione e la conclusione sono state scritte dal cardinale Robert Sarah e sono state lette e condivise dal Papa emerito Benedetto XVI». Con queste parole l' editore David Cantagalli mette con chiarezza la parola fine alle inutili speculazioni che sono state fatte intorno alle intenzioni dei due autori. I quali, per qualcuno, sembravano diventati due sobillatori. Addirittura il cardinale è stato quasi accusato di estorcere scritti al Papa emerito. La realtà, invece, è che Benedetto XVI ha «letto e condiviso» anche le parti di introduzione e conclusione scritte da Sarah. Non c' è nulla da aggiungere, anzi quello che c' è veramente da dire è ben espresso dal comunicato di Cantagalli: «Si tratta di un volume dall' alto valore teologico, biblico, spirituale ed umano, garantito dallo spessore degli autori e dalla loro volontà di mettere a disposizione di tutti il frutto delle loro rispettive riflessioni, manifestando il loro amore per la Chiesa, per Sua Santità papa Francesco e per tutta l' umanità». Dal profondo del nostro cuore di Robert Sarah con Benedetto XVI è certamente un libro destinato a restare nella storia della Chiesa, per quello che rappresenta e per le reazioni davvero scomposte che ha provocato. Un libro che va letto non solo dagli addetti ai lavori, ma anche da chi cerca le ragioni di una fede che non può essere ridotta allo scontro quasi politico tra due fazioni, ma che deve radicarsi in profondità per poter essere davvero compresa. Non si tratta solo della questione del celibato sacerdotale, è in ballo una modalità di vivere la Chiesa, anche nello scenario attuale, che ha delle caratteristiche di assoluta eccezionalità. Certo, come recita il motto della casa editrice senese, e con cui si conclude il comunicato di ieri, «il fuoco ha da ardere». Sono parole di Santa Caterina da Siena. La Chiesa vive e cresce nel dibattito teologico, nella parresia, come dice anche papa Francesco, perciò il Papa emerito e il cardinale Sarah offrono il loro contributo che non può essere silenziato. «Sono convinto che la chiarezza di queste pagine donerà pace ai cuori e alle menti», scrive l' editore toscano nel comunicato, rilevando un dato essenziale: il pensiero non può mai spaventare nessuno. La casa editrice Cantagalli offre questo servizio alla Chiesa da decenni. «Oggi e solo oggi, quando le nubi sembrano allontanarsi e in occasione del primo anniversario della morte del commendatore Pietro Cantagalli che ha guidato la casa editrice per 65 anni, annunciamo con questo comunicato stampa l' uscita del libro».

Il libro di Sarah in Italia il 30 gennaio. Sulla copertina: «Con Joseph Ratzinger». Pubblicato mercoledì, 22 gennaio 2020 su Corriere.it da Gian Guido Vecchi. Il 30 gennaio uscirà la versione italiana del libro del cardinale Robert Sarah «Dal profondo del nostro cuore» e con essa la terza versione del pasticcio editoriale che ha coinvolto Benedetto XVI, con versioni differenti tra le persone più vicine al Papa emerito - finora non esiste una sola dichiarazione né una riga di spiegazione attribuite direttamente a Ratzinger, in questa vicenda - e relative polemiche intorno al fatto che ne fosse o meno il «coautore» e quindi all’«ingerenza» sul magistero del successore Francesco. L’editore italiano, Cantagalli, pubblicherà in copertina la dicitura «di Robert Sarah» e più sotto «con Joseph Ratzinger/Benedetto XVI». La nota dell’editore ricorda che«il volume si compone di una nota del curatore, Nicolas Diat; di un saggio inedito del Papa emerito Benedetto XVI; di un saggio inedito del cardinale Robert Sarah; di una introduzione e di una conclusione». E aggiunge: «L’introduzione e la conclusione sono state scritte dal cardinale Robert Sarah e sono state lette e condivise dal Papa emerito Benedetto XVI». Nel comunicato si parla anche di «autori»: «Si tratta di un volume dall’alto valore teologico, biblico, spirituale ed umano, garantito dallo spessore degli autori e dalla loro volontà di mettere a disposizione di tutti il frutto delle loro rispettive riflessioni, manifestando il loro amore per la Chiesa, per Sua Santità Papa Francesco e per tutta l’umanità». David Cantagalli, «in seguito alle recenti polemiche sorte in merito alla pubblicazione del volume ed in particolare ai dubbi sollevati circa la compartecipazione del Papa emerito Benedetto XVI alla stesura del testo», scrive che «in questi giorni la casa editrice Cantagalli ha volutamente mantenuto il silenzio per non alimentare inutili e sterili polemiche» e che l’uscita del libro in Italia avviene «oggi e solo oggi, quando le nubi sembrano allontanarsi e in occasione del primo anniversario della morte del commendatore Pietro Cantagalli, che ha guidato la casa editrice per 65 anni». Resta il fatto che si tratta di un ulteriore passaggio, arrivato dopo giorni di trattative sottotraccia e versioni contrapposte. In Francia il volume era stato lanciato come un’opera a doppia firma, una difesa vibrante del celibato sacerdotale contro ogni eccezione, il tutto riassunto da una citazione di Sant’Agostino: «Non posso tacere». Una frase scritta da Benedetto XVI? Alla vigilia dell’uscita del volume, l’arcivescovo Georg Gänswein aveva chiamato Sarah per chiedergli «su indicazione del Papa emerito» di «togliere il nome di Benedetto XVI come coautore del libro stesso, e di togliere la sua firma anche dall’introduzione e dalle conclusioni». Intanto in Francia il libro è uscito con la copertina a doppia firma che riporta foto e nome del Papa emerito accanto al cardinale Sarah. L’indicazione era di lasciare nelle prossime edizioni in Francia e nel resto del mondo solo il nome di Sarah come autore e la scritta «con il contributo di Benedetto XVI», a indicare che era autore solo di un saggio teologico all’interno. L’editore francese aveva poi detto che sarebbe stata aggiunta una nota nella quale si dice che introduzione e conclusioni sono state «redatte» da Sarah e «lette e approvate» da Bendetto XVI. Ma non era ancora finita. Se Gänswein aveva parlato di «un malinteso, senza mettere in dubbio la buona fede del cardinale Sarah», lo stesso Sarah ha sempre sostenuto che Benedetto XVI aveva tutto e - su Twitter - ha replicato di lì a pochi giorni: «Stasera ho incontrato Benedetto XVI. Abbiamo potuto constatare che non c’è stato alcun malinteso». In tutto questo, suona ironica la citazione del Vangelo di Giovanni posta come esergo dall’editore nel suo comunicato: «Così conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi».

Celibato dei preti, il giallo in Vaticano sulla firma di Ratzinger. Pubblicato lunedì, 13 gennaio 2020 su Corriere.it da Gian Guido Vecchi. Il suo entourage: «Non è autore di quel libro». Il volume «Dal profondo del nostro cuore» esce in Francia. Benedetto XVI «non ha scritto un libro a quattro mani con il cardinale Sarah». Dopo l’imbarazzo, dal Vaticano filtrano in serata le parole di una fonte molto vicina a Ratzinger. Parole che cambiano tutto. Il libro «Dal profondo del nostro cuore», che esce domani in Francia, fa già discutere: il Papa emerito dice nell’introduzione «non posso tacere» e chiede al successore Francesco di non permettere l’ordinazione sacerdotale di uomini sposati proposta dal Sinodo sull’Amazzonia? Nell’entourage di Ratzinger si parla di una «evidente operazione editoriale e mediatica, dalla quale Benedetto si chiama fuori ed è totalmente estraneo». Il libro è così diviso: una nota del curatore Nicolas Diat, introduzione e conclusione dei «due autori» e in mezzo un saggio di Benedetto XVI su «il sacerdozio cattolico» e un altro di Sarah contro ogni apertura. Ma dal Monastero si spiega che «Benedetto XVI stava scrivendo diversi mesi fa un appunto suo sul sacerdozio e Sarah gli ha chiesto di vederlo: il Papa emerito lo ha messo a sua disposizione sapendo che lui stava scrivendo un libro sul sacerdozio». Ha letto il testo ma «non ha visto né approvato la copertina, né di far uscire un volume a quattro mani». Chiederà siano cambiate le edizioni in stampa, firmando solo il suo contributo.

Paolo Rodari per ''la Repubblica'' il 14 gennaio 2020. Il giorno dopo l'uscita del libro "Dal profondo del nostro cuore" dedicato al celibato sacerdotale e firmato da Benedetto XVI e dal cardinale Robert Sarah, prefetto del Culto divino e la disciplina dei sacramenti, la Santa Sede è una polveriera. Se il libro, che chiede che non si tocchi l'obbligo del celibato sacerdotale, non si discosta nei contenuti dal pensiero di fondo di Francesco, è la tempistica con cui è uscito a dare spago a critiche e perplessità. La volontà di Benedetto, infatti, sembra a molti quella di voler influenzare Francesco che ancora deve dare alle stampe l'esortazione che chiude il Sinodo sull'Amazzonia nella quale sono attese sue parole proprio in merito alla richiesta dei padri di trovare soluzioni alla mancanza di preti nelle regioni più impervie del polmone verde sudamericano.

Il dietrofront dell'entourage. Il telefono del Monastero Mater Ecclesiae, residenza di Joseph Ratzinger dalla rinuncia al soglio di Pietro in poi, suona in continuazione. Fino a che da una fonte molto vicina a Ratzinger filtrano parole clamorose, che ribaltano tutte le letture fatte sul libro. In sostanza, spiega la fonte, l'uscita del libro non è altro che un'operazione della quale l'emerito è estraneo: "Benedetto XVI non ha scritto un libro a quattro mani con Sarah", tanto che "non ha visto né approvato la copertina e il fatto di far uscire un volume a quattro mani". Ratzinger stava scrivendo diversi mesi fa un suo appunto sul sacerdozio quando Sarah gli ha chiesto di vederlo: "Il Papa emerito - riferiscono - lo ha messo a sua disposizione sapendo che lui stava scrivendo un libro sul sacerdozio. È dunque evidente che c'è un'operazione editoriale e mediatica, dalla quale Benedetto si chiama fuori ed è totalmente estraneo". Messe in fila una dopo l'altra queste dichiarazioni dicono che al Monastero il pensiero è che l'emerito sia stato usato a sua insaputa. Questa volta non sono osservatori vicini a Bergoglio ad affermarlo, quanto i più stretti collaboratori di Ratzinger i quali, di fatto, mostrano un aspetto dell'attuale pontificato fino a oggi sconosciuto. E cioè il rischio, reale, che fra i ratzingeriani vi sia chi usa Benedetto per portare avanti battaglie proprie.

Lo sconcerto a Santa Marta. Anche a Santa Marta, residenza di Francesco, l'uscita del libro viene salutata con un certo sconcerto. Tanto che immediatamente, tramite la sala stampa vaticana, esce un comunicato nel quale si elencano le diverse prese di posizione di Francesco che nei contenuti non sono difformi dal testo del libro. Bergoglio, già in tempi non sospetti, in particolare durante la conversazione avuta con i giornalisti di ritorno da Panama un anno fa, fece sua la frase di Paolo VI: "Preferisco dare la vita prima di cambiare la legge del celibato". E aggiunse: "Personalmente penso che il celibato sia un dono per la Chiesa. Io non sono d'accordo a permettere il celibato opzionale, no. Soltanto rimarrebbe qualche possibilità nelle località più remote - penso alla isole del Pacifico... quando c'è necessità pastorale, lì, il pastore deve pensare ai fedeli". E su questo tono altre dichiarazioni. A significare, di fatto, una non difformità nei contenuti fra lui e Benedetto.

La tempistica sospetta. Ciò che non piace Oltretevere è la tempistica dell'uscita del libro. Infatti, circola con insistenza la voce che proprio quanto accaduto possa portare a un'accelerazione circa la necessità di riformulare, ai sensi del diritto canonico, la figura del Papa emerito che ancora non è regolarizzata. Benedetto ha deciso da solo di restare vestito di bianco. E nonostante il proposito di vivere ritirato e in silenzio, ha parlato più volte. Del ruolo dell'emerito hanno discusso i cardinali del C6, il consiglio di cardinali che coadiuva il Papa nell'esercizio del governo della Chiesa. Ma un eventuale intervento non spetterà al Consiglio, quanto a una commissione, o eventualmente anche solo al Pontificio Consiglio per i testi legislativi, previa ratifica papale. Secondo voci insistenti, tuttavia, dovrà ancora passare del tempo prima che il tutto venga studiato e quindi messo agli atti.

La reazione dei vescovi. Anche fuori dal Vaticano la ricezione del libro suscita dinieghi. Nonostante Sarah dichiari di "aver agito per amore della Chiesa e del Papa" e dica che "Ratzinger abbia voluto rassicurare i disorientati" perché "la crisi della Chiesa è impressionante", sono diversi vescovi e cardinali a ricordare come il Sinodo sull'Amazzonia non abbia in nessun modo voluto mettere in discussione il celibato, quanto semplicemente chiedere soluzioni concrete per la mancanza di sacerdoti, e quindi dell'eucaristia, in zone remote e impervie. Si domanda non a caso Gianfranco Svidercoschi, giornalista che da sessant'anni segue le vicende vaticane, già vice direttore dell'Osservatore Romano: "Come è possibile che un uomo nelle condizioni di Ratzinger possa scrivere un testo del genere? C'è il forte sospetto che sia stato usato".

Giallo vaticano. Il cardinale Sarah: "Ratzinger sapeva". In un tweet respinta l'ipotesi che il papa emerito fosse all'oscuro che gli appunti sul celibato sarebbero finiti in un libro. Ecco le lettere. Paolo Rodari il 14 gennaio 2020 su la Repubblica. “Affermo solennemente che Benedetto XVI sapeva che il nostro progetto avrebbe preso la forma di un libro. Posso dire che abbiamo scambiato più bozze per stabilire le correzioni”. Così in un tweet il cardinale Robert Sarah respinge l’ipotesi, fatta circolare da ambienti vicinissimi al Papa emerito, che Ratzinger fosse all’oscuro del fatto che alcuni sui appunti sul celibato dei sacerdoti, affidati allo stesso Sarah, sarebbero stati pubblicati in un libro. Il cardinale Prefetto della Congregazione per il Culto divino annuncia che in giornata pubblicherà una nota dettagliata. Sarah, via Twitter, rende pubbliche anche tre lettere a lui indirizzate e firmate da Benedetto XVI proprio su questo scambio di appunti sulla questione del celibato dei sacerdoti. Nell’ultima lettera, datata 25 novembre 2019, Ratzinger scrive a Sarah: “Da parte mia il testo può essere pubblicato nella forma da lei prevista”. Ieri l’uscita del libro ha provocato un polverone Oltretevere. Se sui contenuti il libro, che chiede che non si tocchi l’obbligo del celibato sacerdotale, non si discosta dal pensiero di fondo di Francesco, è sulla tempistica con cui è uscito che più di una personalità della Santa Sede si è detta perplessa. La volontà di Benedetto, infatti, è sembrata a molti quella di voler influenzare Francesco che ancora deve dare alle stampe l’esortazione che chiude il Sinodo sull’Amazzonia nella quale sono attese sue parole proprio in merito alla richiesta dei padri di trovare soluzioni alla mancanza di preti nelle regioni più impervie del polmone verde sudamericano.

Domenico Agasso Jr per “la Stampa” il 14 gennaio 2020. Il Vaticano appare sempre più stretto per "due Papi". La "coabitazione" rischia troppo spesso di creare fratture dentro la Chiesa o perlomeno di alimentare confusione tra i fedeli. Lo stop in un libro firmato da Benedetto XVI a possibili aperture ai preti sposati diventa nuova benzina sul fuoco. E riapre la "questione costituzionale" sull' assenza di una regolamentazione dell' istituto del pontefice emerito. Lo confermano vari prelati Oltretevere, che spiegano come le pressioni in questo senso sul C6, il Consiglio di cardinali che sta aiutando il Papa nella riforma della Curia romana, siano aumentate. Arriverebbero anche da «atenei e giuristi». La problematica è giunta sul tavolo dei porporati. Ma non si prevedono interventi né a breve né a medio termine, neanche nella "Predicate evangelium", la costituzione apostolica che il C6 sta preparando. E in ogni caso, la materia riguarderà il Diritto canonico, non l' amministrazione di pesi e contrappesi fra i Dicasteri che governano la Santa Sede. Il Papa emerito come istituzione è nuova per la Chiesa, e chi invoca di aprire la questione della regolamentazione pensa soprattutto al futuro, perché «è possibile che ce ne saranno altri. Ed è una condizione che non va trascurata», avverte Massimo Faggioli, storico del cristianesimo e teologo, docente alla Villanova University (Philadelphia, Usa). Ma evidentemente «è un passo che si può muovere solo in una situazione diversa da quella attuale, senza dare l' impressione di voler limitare la libertà del predecessore di Francesco». Per Faggioli, la presenza dell' emerito «può funzionare bene senza particolari statuti giuridici solo se resta invisibile. Dal momento che inizia a essere visibile in modo frequente e senza apparente coordinamento con il Papa regnante, va regolato». Anche perché l'emerito «ha diritto a essere difeso da coloro che vogliono approfittare di lui e dell' autorità di cui ancora gode». I rischi che la Chiesa corre deriverebbero dal possibile abbandono dell'istituto «in mano a responsabilità individuali: così non si può sapere se agiranno per il bene della Chiesa». Tra i motivi di chi insiste affinché la congiuntura venga affrontata, ci sarebbe la mancanza di chiarezza su valore e significato dei pronunciamenti di Joseph Ratzinger, che è ancora percepito come "il Papa teologo". «La gestione troppo privatistica della relativa comunicazione - sostiene Faggioli - affidata esclusivamente al suo strettissimo entourage, che non risponde a nessuno in Vaticano, pare rispondere solo al mercato dei media». E chi ha studiato l' operazione del volume con il cardinale Sarah «non comprende il rischio che rappresenta per l' unità visibile della Chiesa». Per molti nei Sacri Palazzi la pubblicazione del testo è stata «inopportuna per modi e tempi». Il motivo lo riassume Faggioli: «Affronta una questione cruciale per la Chiesa, quella del celibato sacerdotale, mentre papa Francesco sta scrivendo l' esortazione post sinodale in cui comunicherà la sua decisione sulla richiesta di aprire al sacerdozio per i diaconi sposati in Amazzonia». Così «gli mette pressione e gli crea difficoltà». Ovviamente questa narrazione è contrastata, dentro e fuori la Chiesa, dalla tesi diametralmente opposta, di chi identifica in Ratzinger il custode della dottrina cristiana messa in pericolo dalle «derive» del Papa argentino.

G.G. per “la Stampa” il 14 gennaio 2020. Preghiera, lettura e uno sguardo vigile su ciò che lo circonda. Joseph Ratzinger fa vita ritirata, ma senza perdere contatto con la Chiesa e col mondo. La settimana scorsa una tv bavarese ha mostrato la giornata tipo del fragile ma indomito 92enne Benedetto XVI all' interno del monastero Mater Ecclesiae, ritraendone anche i saldi legami con la terra natale. Buen retiro contestato Già il domicilio è controverso. «Giovanni Paolo II l'aveva concepito come un' oasi di preghiera, non come buen retiro post-abdicazione», spiega il decano dei vaticanisti Gianfranco Svidercoschi, amico e collaboratore di Karol Wojtyla. Passeggiando nei Giardini Vaticani, «Wojtyla vide questo palazzetto disabitato e decise di accogliervi suore di clausura perché non si dicesse più che in Vaticano non si prega. Nessuna traccia di tv né di termosifoni. Ogni cinque anni ruotavano le congregazioni religiose lì ospitate, finché il segretario di Ratzinger, Georg Gänswein non l' ha ristrutturato per farne la dimora del Papa emerito e dei suoi collaboratori». Ora la voce di Benedetto XVI è sottile e si percepisce con fatica, ma l'intelletto è lucido. Si muove su una sedia a rotelle tra pareti tappezzate di libri, accanto all' inseparabile don Georg. «Avevo una grande voce, adesso non funziona più. Ogni notte affido la Baviera al Signore, nel mio cuore sono sempre legato al nostro Stato», dice. La sua quotidianità è scandita da orari precisi, aperta dalla messa celebrata puntuale col segretario alle 7,30 nella cappella privata, sotto lo sguardo materno dell' immagine più venerata. È la statua della Patrona della Baviera con Gesù in braccio, donata dall' ex primo ministro Edmund Stoiber. Mattina e pomeriggio sono accomunate dalla preghiera e dalla lettura, intervallate da pasti leggeri cucinati dalle Memores domini italiane (le suore laiche di Cl che lo assistevano pure al Palazzo Apostolico e che hanno imparato a cucinare soprattutto dolci bavaresi) e da rare visite di persone care. Il luogo in cui si svolge la sua "pensione" è lo studio affollato di volumi e cimeli-ricordo della famiglia e della patria. Nella residenza, foto dei genitori, dei fratelli Georg e Maria, un dipinto di Sant' Agostino portato con sé dall' arcidiocesi di Monaco e un pezzo di pan di zenzero con la scritta in tedesco "Nessun posto è come la casa", souvenir dell' Oktoberfest, come documentato dal suo biografo Aldo Maria Valli. Nello studio campeggia la stessa scrivania usata per 65 anni e sulla quale sono stati scritti fondamentali saggi teologici tradotti in tutto il mondo. Poco distante la cappella dove si isola in raccoglimento due volte al giorno e la panchina nei giardini dove gode i raggi di sole delle ore più calde. Tutte le fasi della sua vita sono racchiuse in testi nei quali si immerge per lunghe ore. Pranzo e cena sono parimenti leggeri: i piatti della tradizione bavarese, a seconda dei giorni, sono alternati a specialità della cucina italiana perché insieme risulterebbero troppo pesanti. Senza stemma araldico Poiché in Vaticano la forma è sostanza, Ratzinger ha rifiutato l'emblema araldico da Papa emerito ideato per lui dal cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo. Quindi, nessun segno esteriore espressivo della nuova situazione che si è creata con la rinuncia al ministero petrino. Eppure la bufera infinita sui "due Papi" riaffiora in ogni fase accesa del dibattito ecclesiale. La situazione del tutto anomala e senza precedenti di un papato emerito reclama ancora i necessari aggiustamenti formali e sostanziali. Durante il Sinodo sulla Famiglia, Ratzinger ha dovuto smentire una presunta ingerenza contro la riammissione ai sacramenti dei divorziati risposati. «Al momento della rinuncia, avrei preferito farmi chiamare semplicemente "Vater Benedikt", padre Benedetto, ma ero troppo debole e stanco per impormi», ha raccontato a un connazionale. Un retroscena significativo, un tratto umanissimo della personalità che contrasta con l'immagine della diarchia in Vaticano e del Papa emerito che continua a manovrare, dal "nascondimento" del monastero, la Chiesa universale, "scavalcando" il Papa regnante. Voci secondo cui "padre Benedetto" all' occorrenza si metterebbe di traverso ai piani del suo successore. La sua vita appartata da Papa emerito trascorre serena ma non distaccata nel recinto di San Pietro. Per i suoi 90 anni il vaticanista Gianni Valente ha descritto le «sparate grottesche, empie o perverse dei sedicenti fans che lo offendono come un Antipapa, contrapponendolo all' attuale Vescovo di Roma». In realtà «non solo lo sguardo lucido e connaturale sull' avvenimento cristiano che ha confessato per tutta la vita con la sua "teologia in ginocchio" (come l' ha definita Francesco), ma anche la rinuncia al Soglio indicano quale sia il cuore del mistero della Chiesa». Scendendo dal trono, Ratzinger ha mostrato che nessun Papa può credere di essere lui a salvare la Chiesa: folgorante smaterializzazione della figura papale e sublimazione di una funzione di testimonianza. Benedetto XVI ha abbandonato qualcosa che non aveva cercato. «Se scopro chi si ostina a votarmi, lo prendo a schiaffi», sbuffò al conclave del 2005 il cardinale conservatore Giacomo Biffi. Non conosceva ancora il nome del suo elettore: Joseph Ratzinger.

Quei misteri dietro il "libro gate" che sta travolgendo il Vaticano. Dal "giallo" dietro la firma del libro alla riforma del pontificato emerito: il "gate" del Vaticano si infittisce sempre di più. Francesco Boezi, Martedì 14/01/2020, su Il Giornale. È la più classica delle bufere del Vaticano, ma sta assumendo contorni poco chiari, che solo le prossime ore saranno, forse, in grado di disvelare. Joseph Ratzinger e Robert Sarah sono contrari all'abolizione del celibato per i sacerdoti. E su questo non ci piove. Ma il mezzo tramite cui questa posizione era stata presa, un libro intitolato "Dal Profondo del nostro cuore", è finito all'interno di un bailamme mediatico-dottrinale che merita di essere analizzato per fasi.

Un documento smonta i progressisti. Procediamo con ordine. Da quando l'opera libraria a doppia firma viene annunciata alla richiesta di rimozione proveniente dallo staff di Benedetto XVI - una volontà che abbiamo conosciuto per mezzo di una dichiarazione in merito di mons. Georg Gaenswein - passa qualche tempo. Poco più di un giorno, per l'esattezza. La notizia del "ritorno" di Benedetto XVI è stata riportata nella serata del 12 gennaio. Il fatto che l'"entoruage" del papa emerito volesse prendere le distanze da quella "operazione editoriale-mediatica", invece, è stato reso noto dal Corriere della Sera nel corso della serata di ieri, ossia il 13 gennaio. Nel mezzo, insomma, possono essere contate circa ventiquattro ore. Quelle in cui nessuno ha smentito, quantomeno a livello pubblico, che Ratzinger e Sarah avessero scritto un libro in modo coordinato. E questo è già qualificabile alla stregua di un primo "mistero". Perché nessuno è intervenuto prima? Una domanda che rischia di rimanere senza risposta. Ma ce n'è almeno un'altra. Nel corso della mattinata odierna, il cardinal Robert Sarah, rispondendo a quelli che ha definito "attacchi", ha pubblicato su Twitter una serie di "prove": tre lettere del predecessore di Bergoglio che sono state seguite da un documento ufficiale che ricostruisce passo passo la stesura concordata dell'opera. Testi tramite cui è probabile si possa provare almeno la compartecipazione del papa emerito al progetto librario del cardinal Robert Sarah. Eppure, su ogni schermo di Pc di ogni addetto ai lavori, verso l'ora di pranzo della giornata odierna, è comparsa quella che sembrava essere una certezza: "Posso confermare - ha fatto sapere mons. Georg Gaenswein, prefetto della Casa Pontificia e consacrato vicino al teologo tedesco in quanto segretario particolare - che questa mattina su indicazione del Papa emerito ho chiesto al cardinale Robert Sarah di contattare gli editori del libro pregandoli di togliere il nome di Benedetto XVI come coautore del libro stesso e di togliere anche la sua firma dall'introduzione e dalle conclusioni". La sensazione comune, a quel punto, è parsa la seguente: Joseph Ratzinger ha operato una marcia indietro. Se non altro perché il carteggio avvenuto tra Sarah e Ratzinger, peraltro, presenta persino questa dichiarazione, che è da attribuire a Benedetto XVI: "Da parte mia il testo può essere pubblicato nella forma da Lei prevista". Certo, nelle tre lettere postate da Sarah non viene mai citato "Dal Profondo del nostro cuore", ma sembra di poter dedurre che Ratzinger abbia concesso carta bianca al cardinal Sarah. Perché, quindi, quella richiesta tardiva di rimozione della firma? La domanda centrale, a ben vedere, è questa. Nel frattempo sui social è accaduto di tutto. Alcuni utenti hanno fanno riemergere il tema delle "minacce" subite da Benedetto XVI. Quelle che non sono mai state provate e che, secondo certa narrativa complottista, avrebbero portato alle dimissioni. Dal parlare di un libro si è passati così alla dialettica attorno alla storica rinuncia al soglio di Pietro. Quasi come se quelli che Benedetto XVI chiamava "lupi" fossero tornati ad agire in Vaticano. E questo è solo uno degli scenari palesatosi nelle discussioni dei fedeli, che hanno iniziato a dibattere del caso in maniera animata, come di consueto. Un'altra delle tesi in campo sul perché Benedetto XVI abbia chiesto a Gaenswein di essere escluso dal libro - una tesi che viene a sua volta ventilata in alcune ricostruzioni giornalistiche - è che ci sia stato un "malinteso" tra l'ex papa e l'attuale prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei sacramenti. Magari Benedetto XVI non era a conoscenza della forma tramite cui quel suo testo sarebbe stato reso noto. Magari era mons. Georg Gaenswein a non avere contezza delle modalità di pubblicazione. Due congetture che, fino ad eventuali ed ulteriori dichiarazioni, devono essere considerate soltanto tali. Quasi in contemporanea si è aperto anche un ulteriore dibattito: quello sulle "regole" che un pontefice emerito - una figura che ha introdotto Benedetto XVI e che prima di questi ultimi sette anni non era mai comparsa nella storia delle istituzioni ecclesiastiche - dovrebbe seguire dal momento in cui rinuncia ad esercitare il suo ministero. "Servono nuove regole per il papa emerito", ha titolato La Stampa. In Vaticano potrebbero aver interpretato questa situazione specifica come l'ennesima conferma dell'esistenza di una "confusione" che va risolta. Come? Forse ragionando su una disposizione interna che preveda quando e come un emerito possa pronunciarsi. Questo ultimo aspetto, a ben vedere, rischia però di infuocare gli animi delle "parti" in campo. Perché i ratzingeriani potrebbero vedere un'eventuale riforma come un'imposizione diretta a regolare tempi e temi scelti dal teologo tedesco. L'opera, che secondo quanto scritto sempre da Sarah su Twitter, dovrebbe essere pubblicata a suo nome, ma con un contributo di Benedetto XVI (questo è il compromesso che dovrebbe essere stato individuato, ma bisogna ancora attendere per poterlo dire con certezza) può spalancare le porte alla soluzioni di questioni ben più complesse. Il celibato non è un dogma, si usa dire da parte progressista (ed è vero). Ma anche queste rotture del silenzio firmate Benedetto XVI potrebbero essere messe in discussione da chi, delle prese di posizione di Ratzinger, non vuol più sentir parlare. L'ultima notizia sul libro, comunque sia, l'ha fornita ancora via Twitter il cardinal Sarah: "Confermo di essere stato in grado di parlare questa mattina con l'arcivescovo Georg Gänswein. Questo comunicato stampa (quello in cui Sarah racconta il coinvolgimento nel libro di Benedetto XVI) rimane la mia unica e unica versione dello sviluppo dei fatti. Ho anche avuto una conversazione con la direzione di Fayard per mettere in atto le richieste specifiche di Mons. Gänswein". Tradotto: possibile che il libro esca con un "contributo" di Ratzinger oppure no. Ma questo, con il trascorrere delle ore, sembra quasi il punto meno rilevante dell'intera vicenda che sta interessando il Vaticano.

Ratzinger ritira la firma, Antonio Socci: "Su di lui si è messa in moto la macchina del fango bergogliana". Libero Quotidiano il 14 Gennaio 2020. Benedetto XVI ha chiesto al cardinale Robert Sarah di ritirare la doppia firma dal libro, in uscita in Francia e contenente il monito a Bergoglio sul celibato. Una mossa che insospettisce molti, soprattutto dopo le lettere pubblicate dallo stesso autore e che dimostrano la complicità di Ratzinger. "La macchina del fango bergogliana - la definisce immediatamente Antonio Socci - si è messa in moto e ha preso di mira ovviamente il card. Sarah e Benedetto XVI". Per il giornalista, infatti, le lettere pubblicate dal card. Sarah sono chiarissime. "Benedetto XVI ha scritto con lui il libro e aveva rivisto pure la copertina - chiarisce sul suo profilo Twitter -. Ora quali pressioni ci sono state per indurlo a ritirare la firma? Tutto questo è profondamente inquietante". Insomma, il richiamo allo zampino di Papa Francesco è palese. 

Papa Francesco, il cardinale tedesco Ludwig Müller: "Sul celibato ha ragione Ratzinger, qui cade tutto". Libero Quotidiano il 14 Gennaio 2020. Stenta a placarsi la polemica all'interno del mondo ecclesiastico dopo il nuovo libro del papa emerito, Joseph Ratzinger, sull'indispensabilità del celibato per i sacerdoti. Il Corriere della Sera ha chiesto al cardinale tedesco Gerhard Ludwig Müller, teologo e curatore dello scritto del papa emerito, di pronunciarsi sull'argomento. Innanzitutto il cardinale chiarisce l'esistenza di un solo papa, ovvero Bergoglio, e spiega la locuzione "Papa emerito" come "forma di cortesia". Poi, riguardo le accuse di interferenza rivolte a Ratzinger, precisa: "Tutti i vescovi, anche gli emeriti, partecipano in quanto tali del magistero della Chiesa [...] Nulla di strano". Entrando nel merito della questione, il cardinale tedesco sposa la tesi di Benedetto XVI e torna sullo scorso Sinodo amazzonico, che si è interrogato sulla possibilità di ordinare uomini sposati. "I vescovi amazzonici rappresentano solo una piccola parte dell' episcopato mondiale", sostiene Müller. Che poi aggiunge: "Qui ne va del sacerdozio cattolico [...] E questo è un grande pericolo per la Chiesa. Se si distrugge un principio, poi cade tutto". Infine, il cardinale tedesco accusa di opportunismo coloro che vogliono censurare l'opera di Ratzinger, definendoli "i più grandi nemici della credibilità della Chiesa".

Lo strano caso di Ratzinger, Sarah e del libro sul celibato. Benedetto XVI ritira la firma: ecco perché. Corrado Vitale martedì 14 gennaio 2020 su Il Secolo d'Italia. Alla fine Papa Ratzinger ha deciso di ritirare la firma dal libro sul celibato, Dal profondo del nostro cuore,  che esce domani in Francia. Lo fa sapere a Monsignor Georg Gaenswein, segretario personale di Benedetto XVI. «Posso confermare che questa mattina su indicazione del Papa emerito ho chiesto al cardinale Robert Sarah di contattare gli editori del libro pregandoli di togliere il nome di Benedetto XVI come coautore del libro stesso e di togliere anche la sua firma dall’introduzione e dalle conclusioni». Inoltre ha aggiunto che «il Papa emerito sapeva che il cardinale stava preparando un libro e aveva inviato un suo testo sul sacerdozio autorizzandolo a farne l’uso che voleva. Ma non aveva approvato alcun progetto per un libro a doppia firma né aveva visto e autorizzato la copertina. Si è trattato di un malinteso senza mettere in dubbio la buona fede del cardinale Sarah. Il testo che Benedetto ha mandato al cardinale è un testo suo che rimane e lui l’autore e non degli altri testi». La decisione di Ratzinger pone fine al giallo delle ultime ore. Giallo scaturito dopo le anticipazioni di ieri. Dall’entourage di Ratzinger avevano infatti comunicato che il Papa emerito non sapeva nulla del libro. Questa smentita aveva provocato l’amara reazione di Sarah. “Alcuni attacchi sembrano insinuare una menzogna da parte mia. Queste diffamazioni sono di una gravità eccezionale”. Il cardinale Robert Sarah, che è  prefetto della Congregazione per il Culto divino aveva in questo modo smentito la smentita. “Fornisco da questa sera le prime prove della mia collaborazione stretta con Benedetto XVI per scrivere questo testo in favore del celibato  “Mi esprimerò domani se necessario”. Attorno al libro ‘Dal profondo del nostro cuore’ che Le Figaro domenica ha anticipato – e che uscirà domani in Francia – nel quale Joseph Ratzinger difende il celibato dei preti, si è sviluppato un giallo dopo che ieri sera, dal monastero Mater Ecclesiae, l’entourage di Ratzinger ha fatto sapere che il Papa emerito non sapeva nulla del libro a doppia firma con Sarah e che dietro il tutto ci sarebbe una “evidente operazione mediatica, dalla quale Benedetto si chiama fuori ed è totalmente estraneo”. Ora la querelle sembra rientrata. Ma perché questo strano gioco di smentite e controsmentite tra Raztnger e  Sarah? Non si va molto lontano dal vero se si immagina che il Papa emerito non se la sia sentita di apporre al sua firma a un testo che suona come una diretta smentita del Papa regnante. Il tema del celibato è un argomento delicato, soprattutto alla luce del Sinodo per l’Amazzonia. La Chiesa, ricorda Benedetto XVI, «ha sempre considerato il matrimonio come un dono concesso da Dio dal paradiso terrestre. Tuttavia, lo stato civile riguarda l’uomo nel suo insieme e poiché il servizio del Signore richiede anche il dono totale dell’uomo, non sembra possibile raggiungere entrambe le vocazioni contemporaneamente». Pertanto, «la capacità di rinunciare al matrimonio per rendersi completamente disponibile al Signore è diventata un criterio per il ministero sacerdotale». «C’è un legame ontologico-sacramentale tra celibato e sacerdozio – scrive Sarah –. Qualsiasi indebolimento di questo legame metterebbe in discussione il magistero del Concilio e dei papi Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Di qui «la supplica» a papa Francesco di porre «il veto a qualsiasi indebolimento della legge sul celibato sacerdotale anche se limitato all’una o all’altra regione». Se così non fosse, se cioè diventasse realtà «la possibilità di ordinare uomini sposati», aggiunge il cardinale, ci sarebbe «una catastrofe pastorale, una confusione ecclesiologica e un oscuramento della comprensione del sacerdozio». Parole di fuoco. E Papa Ratzinger, evidentemente, non se l’è sentita di sottoscriverle. L’unità della Chiesa  sembra essere il suo obiettivo principale.

(ANSA il 14 gennaio 2020) - "Affermo solennemente che Benedetto XVI sapeva che il nostro progetto avrebbe preso la forma di un libro. Posso dire che abbiamo scambiato più bozze per stabilire le correzioni": così in un tweet il cardinale Robert Sarah respinge le ipotesi circolate su alcuni media che Ratzinger fosse all'oscuro del fatto che alcuni sui appunti sul celibato dei sacerdoti, affidati a Sarah, sarebbero stati pubblicati un un libro. Il cardinale Prefetto della Congregazione per il Culto divino annuncia che in giornata pubblicherà una nota dettagliata. Il cardinale Robert Sarah rende pubbliche anche tre lettere a lui indirizzate e firmate da Benedetto XVI proprio su questo scambio di appunti sulla questione del celibato dei sacerdoti. Nell'ultima lettera, datata 25 novembre 2019, Ratzinger scrive a Sarah: "Da parte mia il testo può essere pubblicato nella forma da lei prevista".

Dagospia il 14 gennaio 2020. COMUNICATO DI SUA EMINENZA CARDINALE ROBERT SARAH. Il 5 settembre, dopo una visita al monastero della Mater Ecclesiae dove abita Benedetto XVI, scrissi al papa emerito per chiedergli se fosse possibile comporre un testo sul sacerdozio cattolico, con particolare attenzione riguardo al celibato. Gli ho spiegato che io stesso avevo iniziato una riflessione nella preghiera. Ho aggiunto: “Immagino che penserà che le sue riflessioni potrebbero non essere tempestive a causa delle controversie che potrebbero provocare sui giornali, ma sono convinto che l’intera Chiesa abbia bisogno di questo dono, che potrebbe essere pubblicato a Natale o all’inizio del 2020 ”. Il 20 settembre, il Papa Emerito mi ha ringraziato scrivendomi che anche lui, da parte sua, anche prima di ricevere la mia lettera, aveva iniziato a scrivere un testo su questo argomento, ma che la sua forza non gli permetteva più di scrivere un testo teologico. Tuttavia, la mia lettera lo aveva incoraggiato a riprendere questo lungo lavoro. Ha aggiunto che me lo avrebbe inviato una volta completata la traduzione italiana. Il 12 ottobre, durante il Sinodo dei vescovi in Amazzonia, il papa emerito mi ha consegnato sotto copertura riservata un lungo testo, frutto del suo lavoro negli ultimi mesi. Quando ho visto la portata di questo scritto, sia nella sostanza che nella forma, ho immediatamente considerato che non sarebbe stato possibile offrirlo a un giornale o a una rivista, dato il suo volume e qualità. Così ho immediatamente proposto al papa emerito la pubblicazione di un libro che sarebbe stato un immenso bene per la Chiesa, integrando il suo testo e il mio. A seguito dei vari scambi per la preparazione del libro, il 19 novembre ho finalmente inviato al papa emerito un manoscritto completo comprendente, come avevamo deciso di comune accordo, la copertina, un’introduzione e una conclusione comune, il testo di Benedetto XVI e il mio testo. Il 25 novembre, il Papa Emerito ha espresso grande soddisfazione per i testi scritti in comune, e ha aggiunto questo: “Da parte mia, sono d’accordo che il testo sarà pubblicato nella forma che hai previsto”. Il 3 dicembre sono andato al monastero di Mater Ecclesiae per ringraziare ancora una volta il Papa emerito per aver riposto tanta fiducia in me. Gli ho spiegato che il nostro libro sarebbe stato stampato durante le vacanze di Natale, che sarebbe apparso mercoledì 15 gennaio e che, quindi, sarei venuto a portargli il libro all’inizio di gennaio al ritorno da un viaggio nel mio paese natale. La controversia che per diverse ore mira a sporcarmi insinuando che Benedetto XVI non è stato informato della pubblicazione del libro “Dal profondo dei nostri cuori”, è profondamente abietta. Perdono sinceramente tutti coloro che mi calunniano o che vogliono oppormi a papa Francesco. Il mio attaccamento a Benedetto XVI rimane intatto e la mia obbedienza filiale all’assoluto di Papa Francesco.

(ANSA il 14 gennaio 2020) - "Posso confermare che questa mattina su indicazione del Papa emerito ho chiesto al cardinale Robert Sarah di contattare gli editori del libro pregandoli di togliere il nome di Benedetto XVI come coautore del libro stesso e di togliere anche la sua firma dall'introduzione e dalle conclusioni". Lo afferma all'ANSA monsignor Gorge Gaenswein. "Il Papa emerito sapeva che il cardinale stava preparando un libro e aveva inviato un suo testo sul sacerdozio autorizzandolo a farne l'uso che voleva. Ma non aveva approvato alcun progetto per un libro a doppia firma né aveva visto e autorizzato la copertina. Si è trattato di un malinteso senza mettere in dubbio la buona fede del cardinale Sarah. Il testo che Benedetto ha mandato al cardinale è un testo suo che rimane e lui l'autore e non degli altri testi". Lo dice all'ANSA mons. George Gaenswein.

IL TWEET DI SARAH (traduzione). Considerando le controversie che hanno provocato la pubblicazione del libro Dal profondo del nostro cuore, si decide che l'autore del libro sarà per le pubblicazioni future: il card. Sarah, con il contributo di Benedetto XVI. Tuttavia, il testo completo rimane assolutamente invariato.

Sarah al contrattacco: ecco  le lettere del Papa emerito:  «Lui sapeva del libro». Ratzinger, il giallo sulla firma. Pubblicato martedì, 14 gennaio 2020 su Corriere.it da Cristina Argento e Gian Guido Vecchi. La richiesta formale avanzata da monsignor Gaenswein. Il post dell’alto prelato africano su Twitter con le tre missive. «Cara eminenza, da parte mia il testo può essere pubblicato nella forma da Lei prevista». È la parte di una delle tre lettere inviate da Joseph Ratzinger a Robert Sarah e che l'alto prelato guineano ha pubblicato su Twitter. «Dichiaro solennemente che Benedetto XVI sapeva che il nostro progetto avrebbe preso la forma di un libro» si difende Sarah, facendo riferimento al testo «Dal profondo del nostro cuore». Il libro, in uscita in Francia, contiene nell’introduzione quel «non posso tacere» attribuito anche a Ratzinger sul celibato dei preti e la richiesta a Bergoglio di non permettere l’ordinazione sacerdotale di uomini sposati. L’entourage del Papa emerito però ieri ha fatto filtrare che «Benedetto XVI non ha scritto il libro a 4 mani», avendo Ratzinger contribuito al volume solo con un saggio sul «sacerdozio cattolico». «Posso dire - contrattacca Sarah - che abbiamo scambiato diversi testi per stabilire le correzioni». Il porporato ultraconservatore parla di «attacchi» e «diffamazioni» di «gravità eccezionale». Con una nota definisce anche «abietta» la polemica sul libro e smentisce che Benedetto XVI non fosse informato della pubblicazione: «Perdono sinceramente tutti coloro che mi calunniano o che vogliono mettermi in contrasto a Papa Francesco», scrive specificando come resti «intatto» l’attaccamento a Benedetto VI e «assoluta» l’ obbedienza filiale a Papa Francesco. Le lettere, va detto tuttavia, aggiungono poco: quel che l’entourage del Papa emerito ha voluto far emergere è che Ratzinger, che pure aveva offerto il suo contributo a Sarah con il saggio, si è in sostanza ritrovato coautore del libro e quindi anche a lui sono state attribuite le parti che Benedetto XVI non aveva scritto. Come quella sul celibato che ha sollevato numerose polemiche. «L’attacco più insidioso al Papa viene dall’interno della Chiesa. Nessuno, però, riuscirà mai a scalfire la roccia su cui la Chiesa è fondata» commenta su Twitter padre Bartolomeo Sorge, ex Direttore de La Civiltá Cattolica, in difesa di papa Bergoglio.

Marco Antonellis per Dagospia il 14 gennaio 2020. I vaticanisti saranno rimasti shoccati dopo che stamattina avevano fatto di tutto per stendere una cortina fumogena sulle polemiche tra i due Papi e aver tentato in tutti i modi di accreditare la tesi che Ratzinger in realtà non fosse stato adeguatamente "briffato". Subito dopo la lettura dei giornaloni, infatti, è arrivato il terremoto: "Affermo solennemente che Benedetto XVI sapeva che il nostro progetto avrebbe preso la forma di un libro. Posso dire che abbiamo scambiato piu' bozze per stabilire le correzioni". Così il cardinale Robert Sarah ha infatti respinto le ipotesi circolate su alcuni media che Ratzinger fosse all'oscuro del fatto che alcuni sui appunti sul celibato dei sacerdoti, affidati a Sarah, sarebbero stati pubblicati in un libro. Insomma, uno a uno palla al centro. In realtà quello che i giornaloni con i loro vaticanisti fanno fatica a scrivere (e senza il quale non si comprendono affatto le polemiche degli ultimi giorni) è la partita, quella vera, sottesa alle polemiche delle ultime ore: chi sarà il prossimo Pontefice? "Il rapporto tra i due Papi sostanzialmente è buono ma sono i cortigiani che stanno dando fuoco alle polveri: hanno già cominciato a farsi la guerra in vista del futuro conclave" rivela una fonte molto addentro alle dinamiche dei sacri palazzi. Tanto che già circolano i nomi: "Tagle-Zuppi-Parolin è la terna dei bergogliani, in ordine di preferenza" mentre "Sarah è il sogno dei conservatori insieme a Müller". Sarah, si proprio lui. Il Cardinale assurto alle cronache in queste ultime ore. Solo un caso?

Franca Giansoldati per ''Il Messaggero'' il 15 gennaio 2020. Non sono in pochi nella Chiesa a pensare che Robert Sarah abbia maturato col tempo un profilo interessante sotto il profilo pastorale, personale, teologico per avere possibilità di diventare Papa in un prossimo conclave. E' africano, ha conosciuto da vicino l'Islam e la sua radicalizzazione, ha una visione teologica conservatrice, conosce bene la Chiesa missionaria, i trabocchetti della curia e non ama proprio le mode e la modernità. Queste caratteristiche gli hanno spalancato le porte in diversi ambienti di stampo tradizionalista. Le sue idee le porta avanti con coraggio, pur sapendo di essere controcorrente. Un po' di tempo fa ha sintetizzato bene certe disfunzioni in Occidente: «C'è chi vorrebbe una Chiesa impegnata pienamente nella lotta di classe e chi la vorrebbe fuori di ogni classe. La Chiesa è invece Chiesa nella misura in cui è accanto all'uomo e annuncia tutto il Vangelo, perché questa è la sua missione, e per questo è stata, è e forse sarà perseguitata». Un'altra volta, parlando dell'attivismo sociale del clero, ha chiarito: «Parecchi preti e vescovi sono letteralmente stregati da questioni politiche o sociali. In realtà, quelle problematiche non troveranno mai risposte fuori dall'insegnamento di Cristo». Di temperamento pacato ma di modi piuttosto altezzosi, poco incline a parlare con la stampa, Sarah è diventato molto popolare nel mondo francofono per i libri che ha iniziato a scrivere con il suo amico editore vicino alla destra francese e americana. Ultimamente ha rotto persino la ritrosia ad affrontare i social e ha un profilo su Twitter molto attivo. Scrive libri, presenzia convegni e seminari. Nato 74 anni fa in un villaggio della Guinea, divenuto arcivescovo a soli 34 anni in una realtà e in anni in cui la Chiesa nell'area era perseguitata, è approdato in Vaticano nel 2001 chiamato da Giovanni Paolo II come segretario di Propaganda Fide. È nel 2010, con Benedetto XVI, che ha preso la guida di Cor Unum, organismo che si occupava della carità. Nello stesso 2010 viene creato cardinale da Ratzinger. È Francesco a nominarlo Prefetto della Congregazione per il Culto divino a novembre 2014 nell'ambito di un riassetto degli enti che si occupavano di carità. La questione del libro sul celibato non è la prima sfida che Sarah lancia contro le aperture tentate da Papa Francesco. È stata una delle voci contrarie al Sinodo sulla famiglia per l'apertura alla comunione per i divorziati risposati. E anche sul Sinodo dell'Amazzonia ha dato battaglia contro l'ordinazione di persone sposate e il diaconato femminile. Con Francesco ebbe anche un duro confronto sulla liturgia e sulla sinodalità. Uno duro. Vorrebbe che il Papa vietasse persino la presenza dei fotografi alle messe (matrimoni e battesimi compresi). Idea che non ha mai avuto fortuna.

Papa Francesco e Ratzinger, siamo allo sbando. "Il vero rischio è che Benedetto diventi l'antiPapa". Libero Quotidiano il 15 Gennaio 2020. In Vaticano il giallo della firma di Benedetto XVI al libro sul celibato dei preti, smentita dall'entourage di Ratzinger, riapre il caso della convivenza dei "due Papi" e della difficile spartizione dei ruoli tra il Papa Emerito e il suo successore, Papa Francesco. Da più parti si chiede un "chiarimento canonico" e ci si appella al diritto ecclesiastico, ma la verità è che anche tra i cardinali si è riacceso lo scontro tra frazioni: progressisti contro conservatori. Il libro del cardinale Sarah (tradizionalista), è insomma l'occasione perfetta per far ripartire la guerra senza esclusione di colpi. La situazione sfiora lo sbando totale, se è vero che un illustre studioso come Francesco Margiotta Broglio, allievo di Carlo Arturo Jemolo, presidente della Commissione per la libertà religiosa in Italia, si avventura in una definizione potenzialmente devastante come questa: "Ratzinger - spiega interpellato dalla Stampa - ha rinunciato e non dovrebbe né scrivere né parlare. Se continuasse a contrapporsi al Papa regnante potrebbe diventare un antipapa". "Avendo rinunciato, Benedetto avrebbe dovuto andare fuori Roma e non parlare né scrivere - argomenta Margiotta Broglio -. Ogni suo pensiero viene usato: il cardinale Sarah, autore del libro da cui nasce la querelle, è notoriamente un esponente del movimento contrario a Francesco. E poi sul celibato non credo che ci sia un grande differenza tra Ratzinger e Bergoglio. La preoccupazione del papa è un'altra. Quella di non isolare la cattolicità". Ecco perché sui preti sposati e l'Amazzonia Francesco sarebbe disposto a cedere, spiega lo studioso: il Pontefice argentino "ha subito direttamente l'espansione e la concorrenza delle chiese pentecostali arrivate dal Nord America, dove i preti sono sposati. Se risponde no alla richiesta dell'Amazzonia di avere sacerdoti sposati, teme che i fedeli si trasferiscano in massa tra i pentecostali". 

Lo spin doctor di Bergoglio: il diavolo fa le pentole… E intanto sradicano il vigneto di Ratzinger a Castel Gandolfo. Redazione mercoledì 15 gennaio 2020 su Il Secolo d'Italia. Non si sono ancora del tutto placate le polemiche sulla firma ritirata di Ratzinger al libro contro il celibato dei preti che papa Francesco ha di nuovo spiazzato tutti. Ha nominato una donna sottosegretario alla Segreteria di Stato. Si tratta di Francesca Di Giovanni, 66 anni con una laurea in giurisprudenza, che ha lavorato nell’ambito del settore giuridico-amministrativo presso il Centro internazionale del Movimento dei Focolari. In particolare, la Di Giovanni, informa il Vaticano, ricoprirà l’incarico di sottosegretario per il Settore multilaterale della Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato. Finora è stata Officiale della medesima Sezione per i Rapporti con gli Stati.

Lo spin doctor di Bergoglio sulla querelle della firma ritirata. Ma la diatriba che tiene banco è quella su Ratzinger. Sulla quale interviene in modo allusivo padre Antonio Spadaro, direttore di ‘Civiltà Cattolica’, e spin doctor di Bergoglio sui social. “Il diavolo fa belle pentole. Ma i coperchi non gli vengono mai bene”. Impossibile non leggere dietro a queste righe una riflessione del gesuita sulla bufera che si è scatenata intorno al libro in difesa del celibato e che si è ricomposta con la decisione di Benedetto XVI di ritirare la firma dal volume – in uscita in Francia – scritto dal cardinale ultraconservatore Robert Sarah. Una uscita a ridosso della attesa esortazione apostolica che il Pontefice dovrebbe pubblicare a breve per tirare le somme sul Sinodo Panamazzonico nel corso del quale i Vescovi hanno aperto spiragli per i preti sposati nei luoghi dove mancano i sacerdoti.

Tutta colpa del segretario di Ratzinger? La Nuova Bussola quotidiana, punto di riferimento dei cattolici tradizionalisti, dà tutta la colpa del “malinteso” al segretario di Ratzinger, monsignor Georg Gänswein. “Forse, dopo i violenti attacchi – scrive – le menzogne e le minacce ricevute, il segretario ha voluto proteggere il papa emerito, ma otterrà il risultato opposto: separando il papa emerito dal cardinale Sarah ha reso solo più facile il lavoro ai loro nemici per eliminarli. Intanto il libro uscirà con la firma del cardinale Sarah, «con il contributo di Benedetto XVI». Ma il contenuto, che è la cosa che conta, resta lo stesso”. Impossibile però negare l’evidenza, e cioè che la compresenza di due papi sta diventando un problema. Scrive Marco Politi sul Fatto: “Benedetto XVI ha rotto il patto di non interferenza che lo legava a Francesco, suo successore sul trono papale. È una rivolta sul tema del celibato, destinato a scuotere la Chiesa. I simboli hanno grandissima importanza nel mondo del sacro. E qui c’è un papa emerito, vestito di bianco, che punta il dito contro il pontefice regnante, vestito di bianco anche lui, intimandogli: “Non lo fare! Non ti permettere di cambiare la secolare legge del celibato” “. Anche notizie di minore importanza, in questo clima, contribuiscono a destare sospetti. A Castel Gandolfo la nuova dirigenza delle ville pontificie ha sradicato il vigneto voluto dal Papa emerito in un angolo del giardino. Benedetto XVI prediligeva quel pezzetto di giardino sullo sfondo del quale era collocata una statua di Gesù.  Ora quel giardino cambierà aspetto.

Papa Francesco, vendetta nel silenzio generale? Il Vaticano fa sradicare la vigna di Ratzinger. Andrea Cionci su Libero Quotidiano il 17 Gennaio 2020. Che ci sia maretta nella Chiesa non è un mistero, ma siamo forse arrivati al bullismo intimidatorio? La notizia è stata riportata quasi solo da Il Messaggero, ma a quanto pare non si è colta esplicitamente la natura di quella che appare – almeno vista da fuori – una brutta ritorsione. Era il 2005 quando papa Benedetto XVI, appena eletto, si affacciò in piazza San Pietro e disse con la sua voce tenue: “Dopo il grande papa Giovanni Paolo II, i signori cardinali hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore”. La vigna, chiaro riferimento all’omonima parabola evangelica (metafora della generosità di Dio verso chi “lavora” per Lui) divenne la cifra del pontificato di Ratzinger. Così, la Coldiretti, nel 2012, un anno prima del suo ritiro, regalò al papa tedesco una vera vigna di circa 1000 mq che, dietro suggerimento del Pontefice, fu collocata davanti alla statua di Cristo Buon Pastore. Era la “Giornata della Salvaguardia del Creato” e i coltivatori, con questo dono, volevano dichiaratamente alludere all’umiltà intellettuale del papa teologo che spesso sollecitava la stessa virtù negli scienziati, stimolandoli ad aprirsi al mistero di Dio. Le piante, in tre filari, avrebbero completato la fattoria pontificia, un modello che riusciva a coniugare le esigenze razionali dell’agricoltura moderna con la tradizione e il gusto per l’antico. E’ durata sei anni quella vigna finché, in questi giorni, sono arrivate le ruspe di Bergoglio che hanno divelto i giovani vitigni di Trebbiano e Cesanese di Affile. Un vino antico, quest’ultimo, noto fin dall’antica Roma e che deliziò il palato di molti papi. Secondo il ciclo di crescita, la vigna stava proprio cominciando a dare i frutti migliori. In Vaticano non si vuole parlare dell’episodio e, sul tema, nessuno ha saputo dare spiegazioni dettagliate. Si cita vagamente l’apertura di una nuova strada, ma nulla di più. E’ pur vero che, da tempo, in Castel Gandolfo la nuova dirigenza delle ville pontificie, nominata l’anno scorso da Bergoglio, sta stravolgendo le stanze di San Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Colpisce come lo sradicamento dei tralci sia giunto in concomitanza con la nota crisi sul celibato dei preti suscitata dal libro “Dal profondo del nostro cuore” scritto a quattro mani dal card. Robert Sarah e da Ratzinger. Che si possa trattare di un “segnale” al papa emerito 92enne lo si potrebbe supporre da una interpretazione tutta personale, da noi scovata, della Parabola dei vignaioli fornita da Enzo Bianchi. Ex commercialista, monaco laico e priore emerito della comunità monastica (non cattolica) di Bose, Bianchi è amico di papa Francesco e si può dire, il suo teologo prediletto, tanto che ha presieduto, in agosto, un ritiro spirituale mondiale per preti ad Ars. Accusato da più parti – e senza troppi complimenti - di essere un eretico neo-ariano (negatore della natura divina di Cristo), Bianchi scriveva, appena pochi anni fa, come secondo lui la parabola spieghi “la tentazione di quanti guidano chiese o comunità: papi, vescovi, presbiteri, abati, priori… A un certo punto la chiesa, la comunità è sentita come se fosse cosa loro; la presenza del Signore sbiadisce e si fa lontana; ed essi, a forza di stare al centro nelle liturgie e nelle riunioni, pensano di tenere il posto che spetta al Signore”. Se si pensa che, tra gli ecclesiastici di alto rango, le stoccate non sono mai prive di un significato metafisico, tale scoperta è raggelante. Lo sradicamento della vigna di Ratzinger equivarrebbe a dire: “non sai stare al tuo posto, il tuo pontificato è finito e non ne rimarrà nulla”. Siamo nell’ambito delle supposizioni, ovviamente, ma ciò che resta, al di là di ogni ragionevole dubbio, è lo sgarbo gravissimo e gratuito a una persona anziana e venerabile. Come se il nuovo capo di una azienda facesse distruggere il giardino di rose fatto piantare dal predecessore (ancora vivente) a simbolo della sua passata gestione. Chissà cosa ne penserà il vero “Padrone della vigna”? Andrea Cionci

Franca Giansoldati per il Messaggero il 17 gennaio 2020. Nell'imbarazzo totale del Vaticano, le prime foto dell'inspiegabile distruzione della vigna di Benedetto XVI, il dono simbolico che gli fu fatto dalla Coldiretti quando era in carica, sono iniziate a circolare sui social. Le immagini odierne confrontate con la situazione precedente fanno effettivamente una certa impressione poiché esibiscono il totale sradicamento dei filari all'interno dei giardini della villa pontificia di Castel Gandolfo. Vennero collocate proprio davanti alla statua di Gesù Buon Pastore, a ricordare il passo del Vangelo citato dallo stesso Ratzinger al momento della sua elezione. «Sono un umile operaio nella vigna del Signore». Al posto del vitigno in quell'angolo dell'immenso parco, vicino alla fontana dell'Orfeo, è stata realizzata una stradina senza sbocchi. Attualmente la viuzza, infatti, porta praticamente verso il nulla. Dove un tempo erano posizionati i filari di Trebbiano, che davano uva bianca e, sul lato opposto, quelli dai quali si produceva Cesanese di Affile, un rosso autoctono - distribuendosi su una estensione di mille metri quadrati ora fanno bella mostra solo zolle di terra rimosse e vistosi buchi. Poiché quello è sempre stato uno scorcio pittoresco ed emblematico, collegato al Papa emerito, i turisti in visita ai giardini si fermavano ascoltando interessati la storia tramite le audio-guide affittate. Era una delle tappe turistiche, una curiosità, anche perché il pontefice emerito, quando atterrava nel vicino eliporto per trascorrere qualche giorno di vacanza a palazzo, passando da lì poteva ammirare le sue viti. E lo faceva ogni volta che arrivava. Oggi sono in molti a chiedersi chi ha preso una decisione che certamente Papa Francesco avrebbe fermato. E soprattutto perché. La scelta, spiegano dal Vaticano, tecnicamente è ascrivibile ai vertici dei Musei Vaticani dai quali dipende l'intera area museale di Castel Gandolfo aperta al pubblico per decisione di Papa Francesco. Quindi, in buona sostanza, alla direttrice Barbara Jatta e, soprattutto, al nuovo direttore delle Ville Pontificie, Andrea Tamburelli, un manager appena assunto dal Vaticano che proviene dalla Peroni, la multinazionale che produce birra. Un particolare sul quale, ieri, qualche cardinale ci scherzava sopra alludendo che forse, in quel luogo, proprio davanti alla statua del Buon Pastore, «si è aperto lo spazio per piantare del luppolo e fare della buona birra». Scherzi e ironie a parte, questa brutta vicenda appare quasi uno sgarbo nei confronti del pontefice emerito. Tanto che al di là del Tevere in questi giorni non resta sul terreno che tanto disagio. Non ci voleva proprio. Anche perché l'episodio è affiorato proprio a ridosso del caso dei due Papi sollevato dal libro del cardinale Robert Sarah che, sulla questione del celibato, ha messo in contrapposizione Benedetto XVI e Papa Francesco. La direttrice dei Musei, Barbara Jatta, interpellata sulla vicenda, tramite il suo ufficio stampa, ha fatto sapere di non volerne (o poterne) parlare e non ha fornito alcun dettaglio. Solo un impacciato: «No comment». Cosa ci sia dietro la distruzione di questo simbolo la vigna di Ratzinger è difficile dirlo, probabilmente solo la clamorosa cantonata di qualche funzionario solerte che ha dato l'ordine senza sapere che quel vitigno era benedetto e che i contadini italiani lo avevano regalato all'allora Papa per le parole pronunciate. Alcuni gesuiti della Specola Vaticana l'osservatorio astronomico situato a Castel Gandolfo e affidato alla Compagnia di Gesù - hanno fatto filtrare che, in realtà, il luogo dove erano collocati quei filari non solo era angusto e piuttosto fuori mano, ma quelle piante «non avevano mai dato nemmeno un grappolo d'uva». Eppure da quel vitigno, invece, è stato prodotto del buon vino, fermentato nelle botti che erano state regalate al pontefice assieme alle piante di Trebbiano e di Cesanese. Insomma un altra versione diffusa nell'intento di smorzare il caso e tacitarlo. Eppure così il giallo è destinato a continuare, alimentando con l'ennesimo incidente lo scontro - silente e sotterraneo - non tanto tra i due Papi ma tra l'entourage dei due pontificati.

La rivoluzione è il superamento del celibato. Ma non basta, avanti le donne vescovi e papi. Sergio Carlini il 14 gennaio 2020 su Il Dubbio. L’esempio è quello dei pastori protestanti, immersi nella vita sociale e comunitaria, che offrono testimonianze morali e culturali. L’intervento di Benedetto XVI sulla questione del celibato, con un saggio che verrà pubblicato in Francia, non può essere considerato un attacco al suo successore papa Francesco, perché la posizione di Ratzinger è fondata su convinzioni profonde, eticamente e culturalmente rispettabili. Tuttavia, è impossibile negare che il pensiero di Benedetto XVI, nella sua veste di Papa dimissionario eppure ancora Papa emerito – si ponga in controtendenza rispetto alle proposte annunciate da papa Francesco in tema di celibato, seppure secondo una formula limitata ai diaconi al fine di sopperire alle crisi di vocazione. Perché, nonostante il fatto che il celibato ecclesiastico non sia un dogma e sia stato introdotto nel corso della storia della Chiesa, Benedetto XVI con tutto il peso della sua autorità, anche teologica, decide di prendere la penna per affermare che “il futuro della Chiesa cattolica latina sarebbe compromesso se si toccasse il celibato sacerdotale, uno dei suoi pilastri”? La sua tesi è che esisterebbe un legame ontologico- sacramentale tra sacerdozio e celibato. Non essendo un teologo non ardisco mettere in discussione questa tesi da un punto di vista dottrinale. È poi così importante discuterla da un punto di vista così astratto, nell’ambito di principi che hanno un’indubbia valenza culturale, ma che non possono pretendere alcuna logicità e tantomeno scientificità. Si tratta di un discorso essenzialmente morale, che riguarda la sfera pratica, esistenziale e spirituale. La possibilità per i sacerdoti di avere una famiglia è diffusa in gran parte della cristianesimo, e nessuno può affermare che il celibato, mantenuto finora dalla Chiesa cattolica, abbia permesso una maggiore fecondità del sacerdozio. Anzi, si può dire che in questi anni una serie di scandali, emersi all’interno della Chiesa, dal fenomeno della pedofilia a un’omosessualità dilagante quanto ripudiata, abbiano messo in luce l’intrinseca difficoltà del mantenimento del celibato. Chi abbia potuto prendere conoscenza delle caratteristiche, ad esempio, di un pastore protestante, può apprezzare un modello di sacerdozio che ha il vantaggio di essere totalmente immerso nella vita sociale e comunitaria. Lo stesso tono di voce di un pastore protestante è la voce di un uomo normale, non quel falsetto effeminato che ascoltiamo nelle nostre prediche domenicali. Infine, chi abbia avuto la possibilità di ascoltare la lettura dei Vangeli in una Chiesa protestante americana, anche da parte di una donna, ha compreso la superiorità di un sacerdozio in cui ciò che conta è la testimonianza personale che, donna e uomini, offrono all’interno della propria comunità, per le loro qualità morali e culturali. Il superamento del celibato sarebbe la più grande riforma interna della Chiesa cattolica, in grado di ridarle slancio spirituale e aderenza alla realtà. Non solo il superamento del celibato ma anche la possibilità per le donne di ordinare i sacramenti e di celebrare la messa, fino a diventare vescovi e Papi, consentirebbe alla Chiesa di Roma di fare un balzo in avanti nella dimensione realtà, della verità e della spiritualità. Ma forse i tempi della Chiesa cattolica non sono i tempi dell’uomo di oggi. E anche noi cristiani saremo costretti a rivolgersi ad altre fonti per avere delle risposte alle nostre stringenti domande esistenziali.

Luigi Bisignani, voce dal Vaticano: "Se avesse saputo di Papa Francesco, Ratzinger non si sarebbe mai dimesso". Libero Quotidiano il 12 Gennaio 2020. Luigi Bisignani, nella sua lettera a Il Tempo, immagina in Paradiso Francesco Cossiga e Giulio Andreotti che guardano su Netflix il film I due Papi. "Una vera mascalzonata", commenta Andreotti. "Già, peggio del Divo di Sorrentino su di te", dice Cossiga. Il problema per Andreotti è che "questi film, che distorcono la realtà con ambientazioni ben ricostruiti, generano disinformazione per le generazioni future". Cossiga è d'accordo: "Eh si, il mio amico Ratzinger dipinto come un nazista e Bergoglio come un fiancheggiatore dei generali argentini". "Comunque nel film c'è la duplice volontà di calcare, da una parte, la crisi profonda della Chiesa manifestata sotto Benedetto XVI, dall'altra, la speranza di riconoscere in Papa Francesco l'artefice della sua riforma", sostiene Cossiga. Ma la realtà, spiega Cossiga "è diversa. Il papato di Ratzinger fu estremamente riformista: le finanze vaticane ottennero la white list dalle autorità internazionali; sul piano della morale, i Legionari di Cristo subirono un commissariamento e molto fu fatto in materia di pedofilia. Ma, com'era prevedibile, un tale lavoro mal fu sopportato". Non solo. "Il film fa emergere, addirittura, una indicazione di Benedetto nell' elezione di Bergoglio... avvicinati, ti dico una cosa all' orecchio, così non ci sente lo Spirito Santo...", "Se l' avesse anche solo immaginato, Ratzinger non si sarebbe mai e poi mai dimesso. Figurati che per quattro anni Bergoglio non mise piede a Roma, infuriato com'era che la sua domanda di udienza al Papa per risolvere la questione della nomina di Ruiz a Rettore dell' Università Cattolica d' Argentina non ricevesse risposta, mentre a Castel Gandolfo non era proprio di casa". 

Cosa c'è dietro il "ritorno" di Benedetto XVI. Benedetto XVI effettua l'ennesimo "come back". Il fine, questa volta, è frenare le spinte progressiste attorno all'abolizione del celibato sacerdotale. Francesco Boezi, Lunedì 13/01/2020, su Il Giornale. Benedetto XVI è tornato. Almeno nella misura in cui le parole del Papa emerito peseranno sulla dialettica relativa al celibato sacerdotale. Per comprendere il perché Joseph Ratzinger abbia rotto di nuovo il silenzio, affermando di non poter tacere sulle nuove tendenze dottrinali che vorrebbero mettere in discussione una regola consolidata della vita ecclesiastica come quella del celibato, bisogna disegnare una lunga linea sul mappamondo. Quella che collegherebbe in termini ideali l'Amazzonia con la Germania. Un viaggio in cui conviene procedere per tappe. Il Sinodo panamazzonico di ottobre scorso si è limitato a dibattere dell'ipotesi che i cosiddetti "viri probati" - laici di chiara fede ma che hanno contratto nella loro esistenza un matrimonio - possano amministrare alcuni o tutti i sacramenti. Un ragionamento simile può essere fatto sull'ordinazione sacerdotale. Il calderone progressista è stato posizionato sul fuoco, ma per ora la pentola non bolle. Papa Francesco deve, se vuole, mettere le novità nero su bianco, con un'esortazione apostolica. Per i conservatori l'"appuntamento sinodale" voluto da Jorge Mario Bergoglio sarebbe potuto andare molto peggio. Tralasciando la vicenda della "Pachamama", che è ritenuta grave da parte tradizionalista, i padri sinodali hanno solo paventato di estendere ai laici la gestione sacramentale. La "protestantizzazione" non è cosa fatta. E i "viri probati" sono rimasti in forse. Il diaconato femminile, per dirne un'altra, non è stato preso in seria considerazione. In Vaticano ne parleranno ancora. Il timore che una rivoluzione dottrinale si abbattesse sulle istituzioni ecclesiastiche e sulle certezze catechetiche è stato superato. E non senza polemiche e strascichi. Il tempo odierno non è ancora sottoposto a monopolio progressista. Poco prima dei lavori sinodali, è balzata agli onori delle cronache l'opinione del cardinale Marc Ouellet, un altro che sull'abolizione del celibato non la pensa come i teorici del cambiamento a tutti i costi. L'esito del Sinodo corrisponde ad una vittoria conservatrice? No. Semmai questa fase ha le fattezze di una tregua. Ma la nostra linea immaginaria - dicevamo - parte dalle foreste amazzoniche per arrivare a Fulda, cittadina teutonica in cui si sono riuniti i vescovi che hanno organizzato un "Sinodo interno" dalla durata biennale. La partita vera si gioca in Europa. E la Chiesa nazionale tedesca rimane tra le più potenti e le più influenti del mondo. Sul campo dottrinale dove potrebbe non essere riuscito il Sinodo, vuole riuscire l'episcopato guidato dal cardinale Reinhard Marx. Il porporato ed altri alti esponenti progressisti sembrano pensare che il celibato dei sacerdoti sia una prassi antiquata. Capiamoci: non essendo un dogma, di celibato la Chiesa cattolica può discutere eccome. Trattasi però di "tabù" semi infrangibile. L'emisfero conservatore non ha dubbi sulla necessità che uno dei grandi capisaldi della vita sacerdotale resti intatto. Ma il cardinale Marx insiste, dichiarando che bisogna "volgersi" ad un "nuovo modo di guardare" e che la "tradizione è incompleta". È il certificato dell'esistenza di una spinta ideale che non ha alcuna intenzione di fare retromarcia. Basandosi su queste brevi considerazioni, diviene più semplice circoscrivere i perché dietro l'ultimo intervento pubblico del papa emerito Benedetto XVI. "Non posso tacere, il celibato è indispensabile. Io credo che il celibato dei sacerdoti abbia un grande significato ed è indispensabile perché il nostro cammino verso Dio possa restare il fondamento della nostra vita". Il virgolettato centrale, che è già di dominio pubblico e che è rintracciabile all'interno di un'opera scritta a quattro mani da Benedetto XVI e dal cardinal Robert Sarah, merita di essere riportato per intero. Poi ci sono un'altra serie di passaggi, ma tutti vertono sulla medesima constatazione: Ratzinger e Sarah sono tutto fuorché convinti dalla bontà di qualsivoglia progetto riformistico che riguardi il celibato. A parte qualche rara eccezione: Benedetto XVI cita il caso di alcune isole del Pacifico, ma utilizza comunque il condizionale. Non è una vera e propria apertura alla singolarità. La dialettica tra correnti teologiche è animata. E Ratzinger, che non ha affatto promesso di rimanere in silenzio quando ha rinunciato al soglio di Pietro, non si è voluto tirare indietro. In questo senso può essere interpretata anche la decisione di porre le basi affinché in Germania nasca una fondazione in difesa e in promozione del giornalismo cattolico. In "Dal Profondo del nostro cuore", che è il titolo del libro scritto da Ratzinger e Sarah, - lo stesso che verrà pubblicato il prossimo 15 gennaio - c'è una sorta di replica all'andazzo imperante. E papa Francesco? A ben guardare il Santo Padre non è stato chiamato in causa dal duo conservatore. Anzi, a Roma in questi mesi non sono sembrati troppo concordi con la fuga in avanti dei teutonici, che puntano a prendere decisioni "vincolanti", prescindendo da Roma e dalla sua opinione. C'è un però: se il Papa nella esortazione apostolica che seguirà il Sinodo panamazzonico dovesse avallare i viri probati o qualche altra forma sacerdotale diversa da quella precostituita, che prevede il celibato, allora smentirebbe in parte la visione del suo predecessore Benedetto XVI.

Maurizio Caverzan per “la Verità” il 16 gennaio 2020. È l' osservatore più acuto di ciò che succede nei Sacri Palazzi. 76 anni, autore di colpi giornalistici come la pubblicazione in anteprima, nel marzo 2018, della lettera integrale di Joseph Ratzinger, manipolata per simulare il suo sostegno a teologi bergogliani, Sandro Magister tiene sul sito dell'Espresso il seguitissimo blog Settimo cielo, diffuso in quattro lingue. A lui ci siamo rivolti per illuminare i fatti di questi giorni e capire come potrà proseguire la convivenza tra i due Papi dopo la tortuosa pubblicazione del libro sul celibato dei sacerdoti, uscito ieri in Francia e atteso per fine mese in Italia.

Che idea si è fatto del saggio Dal profondo dei nostri cuori (Cantagalli) scritto dal cardinale Robert Sarah e da Benedetto XVI?

«Il 2019 è stato un anno chiave per la convivenza che, banalizzando, chiamiamo dei due Papi. Perché in quest'ultimo anno il Papa emerito ha deciso di uscire allo scoperto su temi scottanti del magistero e la pastorale ecclesiastica. Nell' aprile scorso ha affidato a un mensile tedesco gli Appunti sugli scandali degli abusi sessuali, nei quali delineava una causa della crisi della Chiesa diversa da quella prospettata da Francesco. Ora ha deciso di pubblicare una riflessione sul celibato sacerdotale prima che Francesco si pronunci con la sua Esortazione sul Sinodo dell' Amazzonia. Se ha scelto di rompere il silenzio che si era autoimposto all' atto della rinuncia è perché ritiene particolarmente grave la situazione della Chiesa di oggi».

Una situazione che rende «impossibile tacere», come hanno scritto gli autori del libro citando sant' Agostino?

«Esatto. È una scelta che richiama alla memoria quella dei grandi monaci antichi che, quando vedevano in pericolo la vita delle comunità, abbandonavano l' isolamento per soccorrerle. Così oggi, il Papa emerito lascia la sua posizione di ritiro e preghiera per accompagnare con la sua voce autorevole la Chiesa in un momento di grande incertezza».

La vicenda fa esplodere l' anomalia dei due Papi: è urgente regolamentare l' azione e la parola di Benedetto XVI?

«Effettivamente questi ultimi avvenimenti hanno messo in luce qualcosa di non risolto. La compresenza dei due Papi, uno regnante e uno emerito, è un primum assoluto. La figura del Papa emerito non ha codificazione canonica e viene inventata da colui che lo è per la prima volta. Il quale, all' atto della sua abdicazione, lasciò nel vago gli indirizzi relativi agli ambiti del suo agire, mostrando di potersi comportare in modo originale e creativo».

Aveva promesso una posizione ritirata e di preghiera mentre ha recuperato un protagonismo diverso?

«Per di più su argomenti cruciali. Non va trascurato il fatto che Benedetto XVI ha attribuito la causa degli abusi sessuali alla perdita della vicinanza a Dio di gran parte della Chiesa, mentre per Francesco la causa va individuata nel clericalismo. Quanto al celibato dei sacerdoti, Ratzinger ne ritrova addirittura nell' antico testamento il fondamento teologico, per il quale la totale dedizione a Dio è incompatibile con un' altra dedizione assoluta com' è quella richiesta nel matrimonio».

C'è chi osserva che il celibato dei preti non è un dogma, ma una scelta recente della Chiesa.

«Non è il pensiero di Benedetto XVI. Egli ammonisce che toccare questo cardine non è semplice perché fonda lo stato ontologico del consacrato a Dio».

La pubblicazione di questo testo è una forma di pressione su papa Francesco che sta per promulgare l'Esortazione del Sinodo dell' Amazzonia? Qualcuno ha parlato anche di interferenza sul suo magistero.

«Credo vada inteso come un segnale di allarme levato da personalità di grande autorevolezza, Benedetto XVI in particolare, per richiamare l' attenzione sulla gravità della decisione che sta per essere presa. Se si apre uno spiraglio per l' Amazzonia, nel tempo potrà valere per tutta la Chiesa».

Dopo il ritiro della firma in copertina e la scelta di specificare che il libro viene pubblicato «con il contributo» di Benedetto XVI ci si chiede come il Papa emerito potesse non sapere di partecipare a una pubblicazione a doppia firma.

«Se anche potessimo ammettere che il Papa emerito non avesse nozioni precise della veste editoriale della pubblicazione, tuttavia la sostanza del suo pensiero non lascia spazio a interpretazioni. E non lascia dubbi anche il fatto che abbia voluto essere parte di questo libro con un suo testo, e leggendo e approvando tutte le altre parti della pubblicazione, come dimostrano le sue lettere rese pubbliche dal cardinal Sarah».

Secondo lei che cosa scriverà papa Francesco nel documento sul Sinodo?

«Per quanto visto in questi sette anni di pontificato non mi sorprenderei se aprisse uno spiraglio ai presti sposati, magari in una nota a piè di pagina. Da un lato potrebbe confermare genericamente la dottrina attuale, dall' altro consentire eccezioni che verranno affrontate con prassi più o meno disinvolte. È ciò che è accaduto sulla dottrina del matrimonio dopo il Sinodo sulla famiglia».

Accadrà anche sul celibato ecclesiastico?

«Gli indizi non mancano. Al ritorno dal viaggio a Panama, parlando in aereo con i giornalisti, papa Bergoglio citò e condivise l' espressione di Paolo VI: "Preferisco dare la vita prima di cambiare la legge del celibato sacerdotale". Ma dopo quella frase proseguì riferendosi a situazioni particolari nelle isole del Pacifico e citando come interessante un libro del teologo tedesco Fritz Lobinger, divenuto vescovo in Sudafrica, favorevole all' ordinazione sia di uomini che di donne sposate, ai quali affidare il solo compito dell' amministrazione dei sacramenti, senza le altre due funzioni, di insegnamento e di governo, che indissolubilmente sono proprie del sacerdozio».

Perché dovremmo temere qualche eccezione?

«Perché un' eccezione consentita in Amazzonia o in un' isola del Pacifico diventerebbe presto la regola in una Chiesa cattolica come quella di Germania, tra le più disastrate al mondo per declino di fedeli e di fede eppure curiosamente guardata da papa Francesco come l' avanguardia del rinnovamento ecclesiale».

Nella Chiesa ortodossa ci sono da sempre i preti coniugati.

«Intanto, nella Chiesa ortodossa i vescovi sono soltanto celibi. Inoltre, nel libro Ratzinger ricorda che la Chiesa universale dei primi secoli prevedeva sì ministri coniugati, ma chi veniva ordinato doveva cessare di avere rapporti con la propria moglie. Poi, all' ordinazione sacerdotale sono stati ammessi solo celibi».

La scarsità di vocazioni non è motivo sufficiente per ammettere «anziani» coniugati di provata fede?

«Anche nella Chiesa nascente scarseggiavano le vocazioni eppure la cristianità è fiorita ugualmente. Le comunità cattoliche del Giappone sono eroicamente sopravvissute 250 anni senza che ci fosse un solo sacerdote. Così è avvenuto per numerose comunità nascoste nel mondo. Esistono i modi per supplire all' assenza di sacerdoti».

Per esempio?

«La domenica, dove manca chi può celebrare l'eucarestia, i laici possono leggere le letture, recitare il credo e distribuire le ostie consacrate e conservate dall' ultima volta che il prete è venuto. È una prassi non così diversa da quella che si adotta portando la comunione ai malati».

I fautori dell' apertura ai preti sposati osservano che gli apostoli avevano tutti moglie e figli.

«Tutti no. L'apostolo Paolo era celibe. E naturalmente lo era Gesù. Il lasciare casa e famiglia per seguire Gesù non era una metafora ma la realtà. Gesù ammirava chi identificandosi pienamente in lui "si fa eunuco per il regno dei Cieli"».

Nelle lettere esibite dal cardinal Sarah, Benedetto XVI approva la forma della pubblicazione prevista. Il ritiro della firma è dovuto a pressioni o a cos' altro?

«Le parole cantano. L'adesione di papa Benedetto XVI al progetto è evidente. Non c'è stato niente di cui fosse all' oscuro. La polemica è nata dalla volontà dei sostenitori di papa Francesco di sminuire la portata del libro e forse da una certa fragilità dell' arcivescovo Georg Gänswein, segretario di papa Benedetto XVI e prefetto della Casa pontificia, nel resistere a tali pressioni».

Nel marzo 2018, quando fu chiara la strumentalizzazione di Ratzinger per sostenere la pubblicazione di alcuni testi di teologi bergogliani, il prefetto della Segreteria per le comunicazioni, monsignor Dario Viganò, si dimise. Stavolta che conseguenze ci saranno?

«Credo nessuna. Non c' è un capro che deve espiare. Il cardinal Sarah sarà magari destituito da prefetto della Congregazione per il culto divino al compimento dei suoi 75 anni. C'è un contrasto vistoso tra le sue posizioni e quelle di papa Francesco. Ma nella Chiesa questo non dovrebbe sorprendere perché le contrapposizioni ci sono sempre state, anche durante i pontificati di Benedetto XVI, di Giovanni Paolo II e di Paolo VI».

Secondo lei c' è relazione tra queste due vicende?

«La similitudine è nel vano tentativo di esibire una totale concordia tra Benedetto XVI e Francesco».

Come potrà proseguire la convivenza tra loro?

«Temo che sarà sempre più ridotta a delle formalità. Oggi le distanze risultano più evidenti di quanto si potesse prevedere subito dopo l' abdicazione di Benedetto XVI e l' elezione di Francesco. Un motivo in più dell' oggettiva difficoltà di convivenza tra due Papi, mai sperimentata prima».

Qual è la sua valutazione del pontificato di Bergoglio?

«È un pontificato che ha messo in moto dei processi, moltiplicando le opzioni, ma senza contemporaneamente orientarli. In più occasioni Francesco ha detto che il pastore non si pone tanto davanti o in mezzo al gregge, ma dietro, perché il gregge sa già lui dove andare. Francamente, questo a me pare uno svilimento del ruolo di guida affidato in origine al successore di Pietro, a partire dal Nuovo Testamento».

Il cardinale Sarah: «Ho incontrato Benedetto XVI, nessun malinteso». Pubblicato venerdì, 17 gennaio 2020 su Corriere.it da Gian Guido Vecchi. «Stasera ho incontrato Benedetto XVI. Abbiamo potuto constatare che non c’è stato alcun malinteso». Le parole del cardinale Sarah arrivano attraverso Twitter e mostrano che non è ancora finito il caso nato con la pubblicazione, in Francia, del libro sul celibato «Dal profondo del nostro cuore». Alla vigilia dell’uscita del volume, l’arcivescovo Georg Gänswein aveva chiamato Sarah per chiedergli, «su indicazione del Papa emerito», di «togliere il nome di Benedetto XVI come coautore del libro stesso, e di togliere la sua firma anche dall’introduzione e dalle conclusioni». Intanto in Francia il libro è uscito con la copertina che riporta foto e nome del Papa emerito accanto al cardinale Sarah: le copie erano già stampate e distribuite e si possono comprare pure online. L’indicazione di Gänswein, a nome del Papa emerito, era di lasciare nelle prossime edizioni in Francia e nel resto del mondo solo il nome di Sarah come autore e la scritta «con il contributo di Benedetto XVI», a indicare che era autore solo di un saggio teologico all’interno. L’editore francese aveva poi aggiunto che sarebbe stata aggiunta una nota nella quale si dice che sono state «redatte» da Sarah e «lette e approvate» da Bendetto XVI. Intanto si è si continuato a trattare per comporre la frattura tra le versioni: Sarah ha continuato a sostenere che Ratzinger era d’accordo. E il pasticcio, a quanto pare, non è finito. «Si è trattato di un malinteso, senza mettere in dubbio la buona fede del cardinale Sarah», aveva detto Gänswein. Ma ora Sarah scrive: «In ragione delle polemiche incessanti, nauseabonde e menzognere che non si sono mai fermate dall’uscita del libro, ho incontrato questa sera il Papa emerito Benedetto XVI. Sono uscito molto felice, pieno di pace e di coraggio da questo bel colloquio. Ringrazio con calore il mio editore, Nicolas Diat, così come la casa editrice Fayard, per il rigore, la serietà e la professionalità di cui hanno dato prova. buona lettura a tutti!». La questione è delicata, perché il Sinodo sull’Amazzonia ha proposto la possibilità di ordinare sacerdoti uomini sposati nelle zone più remote, la decisione spetta a Papa Francesco e a fine mese è atteso il suo documento, in fase di traduzione: un libro a firma del Papa emerito che chiede di non fare eccezioni suonava come una ingerenza sul successore.

Benedetto XVI: celibato sacerdoti è indispensabile, non posso tacere. Pubblicato domenica, 12 gennaio 2020 su Corriere.it da Gian Guido Vecchi. «Io credo che il celibato» dei sacerdoti «abbia un grande significato» ed è «indispensabile perché il nostro cammino verso Dio possa restare il fondamento della nostra vita». Lo afferma Benedetto XVI in un libro a quattro mani con il cardinale Robert Sarah, che uscirà il 15 gennaio e del quale Le Figaro pubblica delle anticipazioni. «Non posso tacere» scrivono, citando una frase di Sant'Agostino, Ratzinger e Sarah che è il Prefetto della Congregazione per il Culto divino e in un certo senso il rappresentate di quell'ala conservatrice che è in Vaticano. Il monito del Papa emerito Benedetto XVI arriva dopoil Sinodo sull'Amazzoniadello scorso ottobre che ha avuto tra i temi centrali di discussione proprio la possibilità di ordinare come sacerdoti persone sposate. Opzione, questa, che è entrata nel documento finale, mentre è attesa la decisione di Papa Francesco che dovrà pronunciarsi con l'esortazione apostolica post-sinodale. Documento che potrebbe essere pubblicato nei prossimi mesi. A fare riferimento all'ultimo Sinodo, parlando però di «uno strano Sinodo dei media che ha prevalso sul Sinodo reale», sono gli stessi Ratzinger e il cardinale Sarah. «Ci siamo incontrati, abbiamo scambiato le nostre idee e le nostre preoccupazioni», scrivono Ratzinger e Sarah, secondo le anticipazioni. «Non posso tacere», scrivono rilanciando Sant'Agostino. «Lo facciamo in uno spirito di amore e di unità nella Chiesa. Se l'ideologia divide, la verità unisce i cuori».

Salvatore Cernuzio per ''La Stampa'' il 13 gennaio 2020. Era già successo nel 2017 per questioni liturgiche, poi la scorsa primavera con la problematica degli abusi sessuali. Adesso Joseph Ratzinger, il Papa emerito Benedetto XVI, rompe ancora il silenzio che aveva promesso di mantenere dopo le clamorose dimissioni e prende posizione sul celibato sacerdotale. Ovvero il tema che ha dominato le discussioni nel Sinodo sull' Amazzonia convocato da Francesco in Vaticano e per il quale si attende un pronunciamento del Pontefice nell' esortazione post-sinodale che dovrebbe pubblicare nelle prossime settimane. Questa volta non sono lettere o appunti ma un libro, edito da Fayard, che Ratzinger firma con il cardinale guineano Robert Sarah, il prefetto della Congregazione per il Culto divino considerato un punto di riferimento dalla fila di oppositori al pontificato bergogliano, che auspicano per lui l' elezione al prossimo Conclave. Dichiaratosi da sempre fedele al Papa, Sarah - nominato arcivescovo a soli 34 anni da Giovanni Paolo II - ha mantenuto tuttavia in questi anni posizioni diametralmente opposte a quelle di Francesco che in più di un' occasione lo ha corretto pubblicamente. Il fatto che il 92enne Papa emerito, già baluardo delle correnti sedevacantiste, abbia scelto di firmare un libro, per di più con un cardinale acclamato dalla fronda ultra tradizionalista, farà discutere. Sembra evidente, inoltre, che l' obiettivo di fondo sia di orientare le discussioni in vista della pubblicazione dell' esortazione post-sinodale di papa Francesco, il documento che raccoglie le istanze dei padri riuniti nell' assise per renderle magistero della Chiesa. Tra queste anche la proposta di ordinare uomini sposati che possano distribuire i sacramenti in zone sperdute della "cuenca" amazzonica dove i preti si vedono una volta ogni due mesi. La tematica ha ricevuto il placet dei 2/3 del Sinodo ma ha acceso un forte dibattito dentro e fuori la Curia, facendo emergere il fantasma dello scisma. Alcuni paventano il rischio che tale riforma possa uscire dai confini amazzonici e generare uno strappo nella tradizione ecclesiale che porterà all' abolizione definitiva del celibato (non è un dogma ma una prassi che ogni Papa o Concilio potrebbero abolire). Un rischio troppo grande, secondo Benedetto, che metterebbe in pericolo il futuro della Chiesa. «Silere non possum! Non posso tacere», afferma, citando Sant' Agostino, in una delle 175 pagine del volume del quale il quotidiano francese Le Figaro pubblica anticipazioni. Nel libro, scritto «in omaggio a tutti i sacerdoti del mondo», Ratzinger e Sarah - che firma introduzione e conclusione - chiedono ai fedeli di non lasciarsi «impressionare» da «cattive suppliche, spettacoli teatrali, diaboliche menzogne, errori di moda che vogliono svalutare il celibato sacerdotale». «La possibilità di ordinare uomini sposati rappresenterebbe una catastrofe pastorale, una confusione ecclesiologica e un oscuramento della comprensione del sacerdozio». La presa di posizione, avvalorata da fondamenti teologici, non vuole criticare apertamente Francesco, chiariscono il Papa emerito e il cardinale suo fido collaboratore che si presentano come «vescovi» in «obbedienza sussidiaria» al Pontefice che «custodiscono la verità» in uno «spirito di amore per l'unità della Chiesa». Lontano, quindi, da «litigi tra persone, manovre politiche, giochi di potere, manipolazioni ideologiche e critiche aspre». Quelle, scrivono, «fanno il gioco del diavolo».

Giacomo Galeazzi per ''La Stampa'' il 13 gennaio 2020. «Il celibato sacerdotale non è un dogma teologico, è una tradizione con un' utilità pastorale e spirituale. Al Sinodo sull' Amazzonia è stata aperta una discussione, spetta a papa Francesco l' ultima parola, alla quale tutti dovremo attenerci». L' arcivescovo di Monreale Michele Pennisi, vicepresidente della Conferenza episcopale siciliana ed ex rettore del Collegio Capranica di Roma, osserva che «hanno mantenuto la propria condizione i pastori anglicani sposati tornati nella Chiesa cattolica durante il precedente pontificato».

Il Papa emerito "frena" le aperture di Bergoglio?

«Benedetto XVI ha legittimamente espresso la sua convinzione. Tocca a Francesco tenere presente l' universalità della Chiesa e prendere una decisione, tenendo conto di una tradizione testimoniata dai tempi della lettera di San Paolo ai Corinzi».

Qual è la sua esperienza?

«All'interno del territorio della mia arcidiocesi, si trova l'enclave cattolica di rito bizantino di Piana degli Albanesi dove convivono preti sposati e celibi. E non si può certo dire che nel clero uxorato la dedizione a Dio e alla Chiesa sia inferiore».

Cosa giustifica allora il no all'abolizione del celibato?

«Una convenienza, un' utilità dal punto di vista spirituale ed ecclesiale, nel senso che si ritiene tradizionalmente che il celibato metta in condizione di donarsi in maniera integrale alla propria missione. Ma non significa che ciò non accada anche per il clero uxorato. Nelle Chiese ortodosse a non sposarsi sono i vescovi e i monaci. Nella Chiesa latina i presbiteri sono celibi, i diaconi permanenti no».

È una questione aperta?

«È dal Concilio Vaticano II che si discute di "viri probati", cioè dell' ordinazione di uomini sposati di una certa età e di provata fede che possano celebrare Messa in quelle comunità che hanno scarsità di sacerdoti e dove è difficile che un prete possa recarsi regolarmente.

Nel 1971 la proposta fu sottoposta ai vescovi e ottenne scarse adesioni. Ma la mancanza di preti non richiede necessariamente l' ordinazione. Si può ovviare estendendo i ministeri».

Quale decisione si aspetta da Francesco sul celibato?

«Il Sinodo ha riproposto la questione e occorre aspettare. Si possono esprimere convinzioni, ma poi vale la decisione del Papa. È irrealistico un quadro in cui il Pontefice regnante venga corretto o ostacolato da posizioni contrarie. È il Papa a fare la sintesi e dare l' indicazione per il bene della Chiesa. Bisognerà vedere quali condizioni verranno trattate. Potrebbe essere una decisione che non riguardi tutto il clero ma solo determinate situazioni o la possibilità di ordinare uomini sposati.».

"Benedetto XVI non si è mai pentito delle sue dimissioni". Un documentario pubblicato in Germania racconta la vita di Benedetto XVI. Gaenswein narra di come Ratzinger non sia pentito della rinuncia. Francesco Boezi, Martedì 07/01/2020, su Il Giornale. Benedetto XVI non ha mai avuto ripensamenti sulla sua rinuncia. L'ultimo documentario pubblicato in Germania conferma una sensazione comune: Joseph Ratzinger non ha mai tergiversato su quanto deciso nel 2013. Il pontefice emerito fa ancora discutere. Ogni volta che l'ex Papa prende posizione in pubblico, il coro dei progressisti interviene o si agita. L'ultimo caso è quello del sostegno per la nascita di una fondazione in grado di alimentare il giornalismo cattolico: non tutti hanno condiviso la discesa in campo del teologo bavarese. La Die Tagespost, tenendo in considerazione le analisi di qualche retroscenista, può servire per tamponare le fughe in avanti della Conferenza episcopale tedesca. Dove per "fughe in avanti", bisogna intendere eventuali decisioni vincolanti e slegate dal parere di Roma. Il "concilio interno" voluto dal cardinale Reinhard Marx è in corso. I vescovi tedeschi, durante i due anni che si sono concessi, potrebbero riformare alcuni aspetti centrali della vita ecclesiastica e della dottrina cattolica. A Jorge Mario Bergoglio, però, spetta il verdetto effettivo sul processo sinodale dei presuli della Germania. O almeno così dovrebbe essere. Tradotto: anche se Marx e gli altri dovessero approvare l'estensione della gestione laicale, il diaconato femminile o qualcos'altro, dal Vaticano potrebbe comunque arrivare uno stop. E Joseph Ratzinger, in qualche modo, potrebbe schierarsi dalla parte del fronte del niet. La Bayerischer Rundfunk - una televisione tedesca - ha invece deciso di dedicare quasi 30 minuti al pontefice emerito. Un video reportage, quello pubblicato lo scorso 6 gennaio, mediante cui è possibile approfondire numerosi dettagli della vita odierna di Benedetto XVI. Un'esistenza che è fatta soprattutto di preghiera e letture. E tra le note più rilevanti, c'è il virgolettato di monsignor Georg Gänswein, che Papa Francesco ha tenuto in Vaticano in qualità di prefetto della Casa Pontifica (dov'era stato incaricato da Ratzinger). Gänswein, nel documentario, ha affermato che "le dimissioni sono state una decisione lunga, ben pregata e sofferta, di cui non si è mai pentito. Il Papa è completamente in pace con se stesso". La vicenda, quindi, può non essere più dibattuta. Per quanto il caso della rinuncia continui ad interessare le cronache di chi cerca motivazioni differenti da quelle comunicate all'epoca dal Santo Padre. La "ingravescentem aetatem" non ha ancora persusaso tutti. Dalla "lettera tagliata" alla "barca di Pietro a volte ricoperta fino quasi a capovolgersi": nel corso degli ultimi sette anni, Joseph Ratzinger ha continuato a dire la sua. Un modo di fare, quello dell'emerito, che ha infastidito alcuni (coloro che reclamano il "silenzio") ed alimentato il sostegno di altri. "Avevo una grande voce, ora non funziona più", ha fatto presente nel video reportage sopracitato Benedetto XVI, così come riportato da Avvenire. Il prefetto della Casa Pontificia, dal canto suo, ha specificato in questa maniera il quadro d'insieme: "Benedetto è un uomo di 92 anni, con una mente chiara, ovviamente; ma che ha già perso abbastanza della sua forza fisica". Ma la potenza della voce, in questa storia, sembra avere un ruolo secondario. Ratzinger, di cui da tempo non ascoltiamo le parole, si è comunque fatto sentire. Come quando, scrivendo alla Commissione Teologica Internazionale, ha di recente ripercorso la battaglia combattuta assieme a San Giovanni Paolo II contro la teologia della liberazione.

Joseph Ratzinger, la sua lezione al mondo. Chi è stato, chi è ancora e quali posizioni ha preso Joseph Ratzinger durante il suo pontificato. Tutto sulla storia dell'uomo che ha cambiato la storia della Chiesa. Francesco Boezi, Sabato 28/12/2019, su Il Giornale. Joseph Ratzinger non è solo stato il Papa in grado d'individuare con largo anticipo il principale avversario culturale della civiltà occidentale, ossia il relativismo, ma anche il primo papa emerito della storia. Prima della scelta fatta da Benedetto XVI, una figura di questo tipo non era mai esistita. Certo, ci sono stati altri pontefici dimissionari. Ma "papa emerito" è un'espressione nuova, che Benedetto XVI ha voluto adottare anche per evitare che si creassero confusioni sul fatto che il vescovo di Roma fosse uno solo, cioè Papa Francesco. Aspetti, questi, che sono stati ben spiegato in un libro di recente pubblicazione a firma di Rosario Vitale, che presenta pure un'introduzione del professor Valerio Gigliotti. Il nome del "mite teologo" continua a rimbalzare agli onori delle cronache. L'emerito ogni tanto interviene, suscitando le critiche dei progressisti, che lo vorrebbero in silenzio e magari fuori dal Vaticano. La realtà è che non sappiamo quale sia l'odierna disamina di Joseph Ratzinger sulla situazione della Chiesa cattolica. Si può, al limite, immaginare o supporre. Molte delle considerazioni emerse in questi sei anni e mezzo dalla rinuncia lasciano il tempo che trovano. Benedetto XVI conduce una vita di preghiera al riparo dalle luci dei riflettori. Quando ha parlato, però, Joseph Ratzinger ha sempre suscitato clamore. Dalla vicenda della "lettera tagliata" alla "barca di Pietro" che ha definito "ricoperta sino quasi a capovolgersi": tra strumentalizzazioni, bordate dottrinali, riesami di omelie e profezie datate, la parole di questo ecclesiastico continuano ad influire sulla vita di tanti fedeli, che vivono anche nell'attesa che l'ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede si pronunci.

Gli inizi. Gli inizi del giovane consacrato nato in Baviera sono contraddistinti dalla battaglia familiare contro l'ideologia nazista. Prescindendo dalla falsa narrazione presentata da certi detrattori, la storia della famiglia Ratzinger ha contribuito a fare del cattolicesimo un baluardo contro l'estremismo totalitario novecentestco. Poi gli studi, che sono seguiti ad un'esperienza forzata all'interno delle organizzazioni giovanili hitleriane. Alcune delle esperienze esistenziali del papa emerito sono descritte in "Ultime Conversazioni", un libro - intervista scritto da Benedetto XVI con il giornalista Peter Seewald. Lo stesso testo in cui si può approfondire la visione geopolitica di Ratzinger, che stima molto Vladimir Putin. Dopo un percoso di ampio spessore teologico, per l'ecclesiastico teutonico arriva il primo appuntamento con la storia: il Conclio Vaticano II, nel quale, seppure da giovanissimo, esercita un ruolo fondamentale. Si dice che quello sia stato lo spartiacque in grado di far sì che la personalità e la preparazione di questo finissimo intellettuale venissero riconosciute da tutti gli addetti ai lavori. Il pontificato di Giovanni Paolo II, con l'incarico all'ex Sant'Uffizio, hanno fatto il resto. Buona parte della pastorale del Papa polacco deriva o ha comunque tratto ausilio dalla riflessione ratzingeriana. Volendo ricercare una sintesi assoluta del pensiero portato avanti dall'ex Santo Padre, annoteremmo come la perfetta sovrapponibilità tra fede e ragione abbia pervaso l'intera opera dell'ex pontefice tedesco. Del periodo antecedente al cardinalato è la profezia sul futuro della Chiesa, che per il consacrato teutonico sarebbe stata da ricercare all'interno della scomparsa dell'Europa per com'è stata intesa sino all'avvento del laicismo e della "cultura della morte".

I punti focali del suo pontificato. Il pontificato di Joseph Ratzinger ha subito assalti continui. Non è semplice elencare tutte le volte in cui la Ecclesia è stata sottoposta ad un fuoco di fila, mediatico e non, da quando la spalla teologica di Giovanni Paolo II è stata posta sul soglio di Pietro. C'è stata, sin da principio, la sensazione che Ratzinger fosse ritenuto scomodo da certi ambienti perché non in linea con certi diktat della contemporaneità. Peraltro, vale la pena segnalare pure come, stando alle ricostruzioni del Conclave del 2005, Benedetto XVI sia stato eletto con una maggioranza risicata rispetto a quelle previste di solito. Può voler dire tutto o nulla. Quando Ratzinger ha parlato di "lupi", qualcuno ha pensato che il papa tedesco si riferisse a una sorta di opposizione interna, ma non è detto che volesse andare a parare in quella direzione. Ma i veri punti focali del pontificato, quelli che hanno contribuito a muovere la ruota della storia, sono stati questi: il discorso di Ratisbona; l'imposizione di una linea della "tolleranza zero" nei confronti degli abusi sessuali commessi da consacrati ai danni di minori o di adulti vulnerabili (Ratzinger, almeno fino a Papa Francesco, è risultato essere il Papa recordman per numero di sacerdoti spretati); la discussa posizione sull'Aids, per cui l'ex Santo Padre venne, come di consueto, attaccato dal fronte progressista; la pubblicazione dell'enciclica Caritas in Veritate, un testo che ha anticipato di gran lunga le domande cui di lì a poco avrebbero dovuto iniziare a rispondere gli economisti dell'intero Occidente; la mancata partecipazione all'inaugurazione dell'anno accademico dell'Università La Sapienza nel 2008; le valutazioni attorno al "diritto a non emigrare", che sarebbero divenute virali con il fenomeno della migrazione di massa. Un accento, poi, va posto sul caso Vatileaks, che ha forse fatto sì che Ratzinger iniziasse a ragionare sull'addio al papato.

Il mistero legato alla rinuncia. Benedetto XVI ha rinunciato al soglio di Pietro nel febbrario del 2013. I motivi di quel gesto, stando alle stesse parole del penultimo pontefice, sono presto detti: il Papa dell'epoca, per via dell'età e delle mancate forze che sarebbero dovute servire ad affrontare le sfide poste dinanzi la Chiesa cattolica, ha deciso di fare un passo indietro. Per far sì che l'istituzione ecclesiastica potesse sopravvivere a delle fasi ostiche. Ma da quella dichiarazione formale in poi, in molti hanno continuato a domandarsi e a domandare se esistessero ulteriori cause scatenenanti di quelle che, in maniera impropria, sono state definite "dimissioni". Dalle ragioni di salute (venne fuori anche come Ratzinger fosse sostanzialmente quasi cieco. Una notizia che deriva da una dichiarazione del fratello Georg) alle tesi di chi sostiene che contro Benedetto XVI sia stato ordito un vero e proprio complotto partito dagli Stati Uniti e dagli emisferi democratici, passando dalle voci su un possibile ricatto su presunte, e mai confermate, coperture: la ventilazione d'ipotesi attorno a quello che è già annoverabile come un passaggio storico, e non solo per il cattolicesimo, non si è mai arrestata.

·        Il Terzo Papa.

"Anche Francesco può lasciare". Lo scenario sul dopo Bergoglio. Il "papa emerito" può divenire una costante della Chiesa cattolica. Dopo la scelta di Ratzinger, Bergoglio potrebbe bissare. Ecco i perché. Francesco Boezi, Mercoledì 12/02/2020 su Il Giornale. Papa Francesco potrebbe seguire la scelta operata da Joseph Ratzinger sette anni fa, L'opinione del professor Valerio Gigliotti, che da tempo si occupa della "rinuncia" in senso storico e canonistico, è chiara. L'accademico insegna Storia Medievale e Moderna presso l'Università di Torino. E la Storia - com'è noto - riguarda giocoforza anche il vertice della Chiesa universale. "Dimettersi" dal soglio di Pietro, da Benedetto XVI in poi, non rappresenta più un tabù. E Papa Francesco in passato è sembrato possibilista sull'ipotesi di seguire la scia del teologo tedesco.

Professor Gigliotti, la rinuncia di Benedetto XVI è valida?

«Sì, certamente. La rinuncia di Benedetto XVI è assolutamente valida sotto ogni profilo: è un’ipotesi esplicitamente prevista dal vigente Codice di Diritto Canonico ed inoltre è legittimata da una lunghissima tradizione storica e canonistica».

Perché Mons. Gaenswein, all'epoca, ha parlato di "ministero allargato"?

«L’espressione fu utilizzata da Mons. Gaenswein nel maggio 2016, in occasione della presentazione di un volume su Papa Ratzinger ed è da leggersi per intero: "Dall’elezione del suo successore non ci sono due Papi, ma di fatto un ministero allargato con un membro attivo e uno contemplativo". Personalmente ritengo che tale posizione sottolinei due punti importanti: il primo è che occorre escludere in modo categorico, dopo la scelta di Benedetto XVI, ogni ipotesi di un "co-papato" o - peggio - della presenza di "due Papi". Il secondo riguarda invece la dimensione sicuramente “nuova” - anche se per molti altrettanto problematica - nella storia della Chiesa e del suo diritto, con cui l’ultima rinuncia al papato è stata interpretata"».

C'è la possibilità che anche Bergoglio si dimetta? Magari dopo la scomparsa di BXVI...

«L’ipotesi non è assolutamente da escludere, tutt’altro. In più di un’occasione Papa Francesco ha dichiarato che, nel caso non si sentisse più in grado di esercitare il ministero petrino, seguirebbe la strada della rinuncia (ri)aperta, dopo quasi sei secoli, dal suo predecessore».

Questa della "rinuncia" al soglio di Pietro può divenire una prassi?

«Sicuramente questo è il tema più interessante della questione. Le risponderei con le stesse parole usate da Papa Bergoglio nel 2014, quando in un’intervista dichiarò che considerando l’allungarsi della vita media e l’oggettiva situazione per cui "a una certa età non c’è la capacità di governare bene, […] di portare avanti tutti i problemi di un governo come quello della Chiesa", la scelta di rinunciare compiuta da Benedetto XVI aveva di fatto aperto "una porta che è istituzionale, non eccezionale". Il vero problema, oggi, è che la norma sulla rinuncia del Papa contenuta nel Codice di Diritto Canonico, residuo di una lunga tradizione canonistica dell’epoca di Celestino V, risulta eccessivamente scarna - per non dire inadeguata - alle nuove esigenze della Chiesa del III millennio. È per questo motivo che ho di recente avviato, insieme ad un’équipe di colleghi storici, teologi e canonisti, lo studio per un progetto di riforma e regolamentazione dell’attuale disciplina che tenga conto di tutte le nuove ipotesi».

Joseph Ratzinger è "papa emerito" o "vescovo emerito"?

«La questione dello "status" canonico e del titolo, oltre che di altri "segni" esteriori, assunti da Benedetto XVI dopo la rinuncia è di certo stata la più controversa ed ancora oggi la più dibattuta tra teologi e canonisti. Per alcuni la scelta dell’espressione “vescovo emerito di Roma” rispetto a quella di “Papa emerito” sicuramente sarebbe risultata più armonica e coerente con l’analogo titolo previsto, da Paolo VI, per i vescovi diocesani che abbiano cessato il proprio ufficio; per altri invece già solo la previsione di un “emeritato” suona stonata in relazione al Papa… Tre recenti volumi, di Carlo Fantappiè, Geraldina Boni e Rosario Vitale illustrano a fondo tutti questi problemi. Per quanto mi riguarda mi limito a constatare che, al di là delle alternative più o meno "rassicuranti", la scelta compiuta da Joseph Ratzinger mentre ancora era "in carica" ricadde sull’espressione “Romano Pontefice (o Papa) emerito”, scelta peraltro approvata - a quanto mi risulta - dal suo successore. Cito ancora Papa Francesco: "Io credo che papa Benedetto XVI abbia fatto questo gesto che di fatto istituisce i Papi emeriti. […] Io penso che 'papa emerito' sia già un’istituzione". In fin dei conti - pur con tutte le eventuali riserve teologiche e giuridiche del caso - chi sono io per contestare la scelta di ben due Papi?»

Qual è il suo giudizio sulla vicenda del libro scritto da Robert Sarah e Joseph Ratzinger?

«Stimo troppo entrambe le personalità degli autori per pensare che non si sia trattato di un semplice - anche se sicuramente sgradevole - difetto di comunicazione durante le fasi di pubblicazione del volume, peraltro poi chiarito a quanto mi risulta. Credo però che non si debbano troppo strumentalizzare queste - o altre - polemiche interne, che rischiano di creare tensioni e contrapposizioni, spesso ingiustificate. La Chiesa, oggi forse non più che in altre epoche della sua storia, ha un estremo bisogno di unità, non di divisioni».

«Papa Francesco ha congedato monsignor Georg, il segretario di Ratzinger»: l’indiscrezione della stampa tedesca. Pubblicato mercoledì, 05 febbraio 2020 su Corriere.it da Gian Guido vecchi. Papa Francesco avrebbe mandato in congedo a tempo indeterminato il prefetto della Casa Pontificia, monsignor Georg Gaenswein. Lo scrive il giornale conservatore tedesco «Tagespost», secondo il quale il segretario personale di Joseph Ratzinger rimane a capo della Prefettura della Casa Pontificia, ovvero dell’ufficio responsabile delle udienze pubbliche del Papa, ma sarebbe esonerato per poter dedicare più tempo al Pontefice emerito. Questa mattina, mercoledì 5 febbraio, monsignor Gaenswein non era presente all’udienza generale nell’Aula Paolo VI. A detta del giornale tedesco, alla base della decisione ci sarebbe «la infelice presentazione del libro sul sacerdozio del cardinale Robert Sarah al quale Benedetto XVI ha contribuito con un saggio che ha inizialmente dato l’impressione che entrambi, il Papa emerito e il prefetto della congregazione per il culto divino, volessero imporre al Papa regnante come risolvere la questione dei «viri probati» proposta dal sinodo sull’Amazzonia».

Media tedeschi sicuri: "Bergoglio ha congedato Gaenswein". I media tedeschi sono sicuri. Georg Gaenswein, fidato collaboratore di Ratzinger, è stato "congedato" da Francesco. Francesco Boezi, Mercoledì 05/02/2020, su Il Giornale. In Germania più di qualcuno lo afferma con certezza: monsignor Georg Gaenswein, prefetto della Casa Pontifica e segretario personale di Benedetto XVI, è stato congedato da Papa Francesco. Georg Gaenswein non è un monsignore qualunque: si tratta del consacrato più vicino al papa emerito. Joseph Ratzinger, prima di dimettersi dal soglio di Pietro, aveva creato Gaenswein vescovo. E più di qualcuno, nel "fronte tradizionale", si era stupito in questi anni di come Jorge Mario Bergoglio non avesse rivisto la posizione di un ecclesiastico che, negli schematismi vaticani, è sempre stato considerato il più "ratzingeriano" dei "ratzingeriani". Ma se quanto raccontato dal Die Tagespost dovesse essere confermato, allora il congedo sarebbe divenuto effettivo in queste ore. La fonte è quella scelta dall'emerito per coadiuvare la nascita di una fondazione in grado di tutelare il giornalismo cattolico. Dunque il Die Tagespost è connotato da credibilità. Stando a quanto ripercorso anche da Repubblica, sul quotidiano teutonico si legge che: "Papa Francesco ha congedato il prefetto della Casa Pontificia, l’arcivescovo Georg Gaenswein, a tempo indeterminato. Il segretario privato del Papa emerito rimane a capo della prefettura, l’ufficio vaticano responsabile delle udienze pubbliche del Papa, ma è esonerato per poter dedicare più tempo a Benedetto XVI". Una sorta di ridimensionamento parziale, quindi, legato però alle necessità di Joseph Ratzinger. Ma attenzione: questo è solo uno degli aspetti che vengono evidenziati nella ricostruzione. L'altro - quello che costituirebbe una delle motivazioni alla base della mossa del Papa regnante - riguarda quanto accaduto poche settimane fa, con la pubblicazione di "Dal Profondo del Nostro Cuore", l'opera scritta a due mani dal cardinal Robert Sarah e da Joseph Ratzinger, mediante cui il duo conservatore prende posizione contro l'abolizione del celibato sacerdotale. Gaenswein, stando a quanto emerse all'epoca della polemica, aveva domandato di rimuovere dal libro la firma di Benedetto XVI. Qualcuno ha ipotizzato che la richiesta fosse arrivata per proteggere Ratzinger da critiche. Quelle che poi sono puntualmente state scagliate contro la "rottura del silenzio" da parte dell'emerito, che non ha mai promesso di non parlare, dopo l'addio al pontificato. Poi però c'è stato un chiarimento. E la scelta editoriale, dopo l'uscita dell'opera in francese, è ricaduta su un libro di Sarah, a cui ha contribuito anche l'ex pontefice. In Italia, l'edizione Cantagalli presenta la scritta "con Joseph Ratzinger-Benedetto XVI". La querelle, insomma, pareva finita. Soprattutto per via delle "prove" della collaborazione tra Sarah e Ratzinger. Prove che il porporato africano ha pubblicato via Twitter. Oggi, però, è arrivata la notizia del "congedo" di Gaenswein, che può essere collegata agli accadimenti della passata metà di gennaio oppure no. Il direttore della Sala Stampa del Vaticano Matteo Bruni ha però rilasciato un commento alla Lapresse. Una dichiarazione che è stata annotata pure da Il Corriere della Sera. Nel testo di Bruni si parla di "ordinaria redistribuzione dei vari impegni e funzioni del Prefetto della Casa Pontifica". Gaenswein, insomma, non sarebbe stato congedato.

Bergoglio congeda padre Georg dopo il pasticcio del libro sul celibato: «Basta». Pubblicato giovedì, 06 febbraio 2020 su Corriere.it da Gian Guido Vecchi. Quando rinunciò «in piena libertà» al papato, alle 11,41 dell’11 febbraio 2013, Benedetto XVI disse che «per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo» che «negli ultimi mesi», spiegò, gli era venuto a mancare. Aveva in mente il crepuscolo del pontificato di Wojtyla e voleva evitare gli capitasse lo stesso: il governo della Chiesa in mano agli uomini più vicini al Papa, sempre lucido ma fragile, che parlavano e agivano facendosi scudo del suo nome. Il sospetto non detto, in Vaticano, è che Ratzinger sia stato inseguito dalla stessa sorte come Papa emerito: il tentativo dei nostalgici di usarlo «contro» il successore per sostenere un conflitto che i diretti interessati, pur diversi, non concepiscono neppure. Tentazione speculare, peraltro, a quella dei «tifosi» bergogliani che considerano con fastidio ogni riga scritta dal Papa emerito. È evidente che Francesco si sia irritato per lo spettacolo delle ultime settimane intorno al libro del cardinale Robert Sarah Dal profondo del nostro cuore, uscito in Francia il 15 gennaio, un testo contro ogni eccezione al celibato sacerdotale, con relative polemiche sul fatto che Benedetto XVI ne fosse o no il «coautore» e quindi sull’«ingerenza» sul Papa in carica. Il Sinodo sull’Amazzonia ha proposto in ottobre di permettere l’ordinazione sacerdotale di uomini sposati, per compensare la carenza del clero. L’ultima parola spetterà a Francesco e il suo documento è atteso nei prossimi giorni. Il problema non è tanto il contenuto del libro. Citando Paolo VI, Francesco ha ripetuto un anno fa: «Preferisco dare la vita prima di cambiare la legge sul celibato». Del resto la disciplina millenaria del celibato ha già delle eccezioni: preti sposati esistono nelle chiese cattoliche orientali e lo stesso Benedetto XVI, nel 2009, accolse gli anglicani con famiglia che volevano rientrare nella Chiesa. Il problema, piuttosto, è stata la polemica intorno al nome di Benedetto XVI e le versioni contrapposte tra le persone a lui più vicine. In Francia il libro è uscito a doppia firma. L’arcivescovo Georg Gänswein ha chiesto a Sarah di «togliere il nome di Benedetto XVI come coautore», parlando di un «malinteso». Sarah ha replicato che Benedetto XVI era d’accordo e «non c’è stato alcun malinteso». La cosa è stata gestita male, ed era inevitabile che ad andarci di mezzo fosse anzitutto il segretario personale di Ratzinger. Fu Benedetto XVI a nominarlo prefetto della Casa pontificia e Francesco lo ha mantenuto nella carica. Ma non sempre il rapporto è stato facile. Anche perché c’è un’ambiguità irrisolta, nata proprio da una dichiarazione di Gänswein, nel maggio 2016: non ci sono due Papi, disse, ma «de facto un ministero allargato, con un membro attivo e un membro contemplativo». Un mese più tardi, rispondendo ai giornalisti, fu lo stesso Francesco a mettere in chiaro: «C’è un solo Papa. Il Papa emerito è per me un nonno saggio. Mai dimenticherò il discorso ai cardinali del 28 febbraio: tra voi c’è il mio successore, prometto obbedienza. E lo ha fatto. Ho sentito che alcuni sono andati là a lamentarsi del nuovo Papa e li ha cacciati via». Eppure il gioco della contrapposizione tra «i due Papi» è continuato. Altri pasticci, altre polemiche. Nel 2017, la prefazione ad un libro di Sarah che viene presentata come una «difesa» del cardinale conservatore. Nel 2018, la richiesta a Ratzinger di scrivere una prefazione a una collana di teologia su Francesco e Benedetto XVI che declina, deplorando lo «stolto pregiudizio» che lo contrappone a Bergoglio ma notando «con sorpresa» la presenza di uno studioso che lo attaccò: una parte, questa, «oscurata» dalla comunicazione vaticana. L’anno scorso, la pubblicazione planetaria degli «appunti» di Benedetto XVI sulla pedofilia nel clero, pochi mesi dopo l’incontro mondiale sugli abusi voluto da Francesco. Infine il libro sul celibato, la classica goccia che fa traboccare il vaso: ora, basta. Gänswein ha provato a rimediare, ma il guaio ormai era compiuto. La Santa Sede smentisce provvedimenti formali, è possibile che per Gänswein si stia pensando a un nuovo incarico, ma intanto il segnale è arrivato.

Domenico Agasso Jr per “la Stampa” il 6 febbraio 2020. Un nuovo mistero scuote le Sacre Stanze Oltretevere. Padre Georg Gaenswein, il monsignore che vive «tra due Papi», sarebbe stato «congedato» da Francesco. Messo a riposo, in via non ufficiale e a tempo indeterminato. Nel senso che continua a essere Prefetto della Casa pontificia, ma esonerato dalla gestione effettiva degli appuntamenti del Pontefice. E potrà così dedicare più tempo, lontano dai riflettori, a Joseph Ratzinger, di cui è segretario particolare. L'indiscrezione è filtrata dalla stampa tedesca (la Germania è il paese di Georg), in particolare dal Tagespost, giornale conservatore vicino a Benedetto XVI. Alcune ore dopo il portavoce vaticano, Matteo Bruni, ha parlato di «nessun congedo, ma ordinaria ridistribuzione degli impegni». Peraltro esprimendosi in via non ufficiale. E nella Chiesa, si sa, la forma è sostanza. Di certo c' è che Gaenswein, di norma accanto a Francesco durante le udienze del mercoledì e nelle visite dei Capi di Stato, non appare in pubblico da tre settimane. Non lo si è visto neanche durante gli incontri particolarmente importanti con il vicepresidente Usa Mike Pence e con il presidente argentino Alberto Fernández. Al suo posto c' era il numero due della Casa pontificia, il reggente monsignor Leonardo Sapienza. La cronologia degli eventi sembra avvalorare la tesi della testata teutonica: l'allontanamento di padre Georg sarebbe conseguenza dello scivolone sulla firma del Papa emerito al libro con il cardinale Robert Sarah, esponente dell' ala più conservatrice. La bufera sul testo a difesa del celibato dei preti, pubblicato mentre papa Francesco sta riflettendo sulla possibilità di aprire al sacerdozio per i diaconi sposati in Amazzonia, fumo negli occhi per la galassia tradizionalista, ha da subito pesato come un macigno sull' immagine di Gaenswein. Il volume fin dall' annuncio, il 12 gennaio, è stato considerato un tentativo di mettersi di traverso o comunque di fare pressioni su Bergoglio. «Un' ingerenza inopportuna», hanno commentato dentro le Mura leonine. Perciò il Prefetto ha tentato pubblicamente di far cancellare la firma di Ratzinger. E sul prelato a servizio di due Pontefici è calato il sospetto di un doppio gioco. Anche se c' è chi sostiene che non sia stato in malafede, ma abbia solo «gestito male l' offensiva subdola di chi ha voluto costruire artificiosamente la contrapposizione tra i due Papi». In ogni caso, «non è stata la prima vicenda poco chiara che lo ha visto protagonista», ricordano in Vaticano. Un' altra operazione editoriale, quella con la «lettera sbianchettata» per omettere alcuni passaggi scomodi di Ratzinger, costò le dimissioni di monsignor Dario Viganò da prefetto della Comunicazione: sotto accusa era finito il filtro di Gaenswein, «poco trasparente o perlomeno non efficace», sottolinea un prelato della Santa Sede. Senza dimenticare l' intervento all' Università Gregoriana del 2016, quando dichiarò che in Vaticano c' è «un ministero allargato con un membro attivo e un membro contemplativo. È come se Benedetto XVI avesse fatto un passo "di lato"», accreditando così la narrazione degli ambienti ostili a Francesco che considerano ancora Ratzinger «il vero papa». Gaenswein è rimasto segretario di Benedetto XVI anche dopo la storica rinuncia al pontificato, e avrebbe dovuto essere l' elemento di raccordo - rasserenante - nella situazione inedita dei due Papi coabitanti nel recinto di Pietro. Invece da tempo nei Sacri Palazzi si vocifera che «il suo doppio ruolo è vissuto con difficoltà da Francesco», ci conferma un monsignore. E la querelle del libro sul celibato ha fatto precipitare i rapporti «già non idilliaci» tra i due, che dopo i giorni di burrasca avrebbero avuto uno scambio in un clima poco sereno. Fino a ieri dentro le mura vaticane c' è sempre stata la diffusa certezza che «Bergoglio non sostituirà mai Gaenswein, sarebbe interpretabile come uno sgarbo a Ratzinger». Ora nessuno ci scommette più, e per qualcuno l' allontanamento sarebbe preludio di un cambio di ruolo. Il classico «promoveatur ut amoveatur», promosso affinché sia rimosso.

Gian Guido Vecchi per il “Corriere della Sera” il 6 febbraio 2020. Quando rinunciò «in piena libertà» al papato, alle 11,41 dell' 11 febbraio 2013, Benedetto XVI disse che «per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell' animo» che «negli ultimi mesi», spiegò, gli era venuto a mancare. Aveva in mente il crepuscolo del pontificato di Wojtyla e voleva evitare gli capitasse lo stesso: il governo della Chiesa in mano agli uomini più vicini al Papa, sempre lucido ma fragile, che parlavano e agivano facendosi scudo del suo nome. Il sospetto non detto, in Vaticano, è che Ratzinger sia stato inseguito dalla stessa sorte come Papa emerito: il tentativo dei nostalgici di usarlo «contro» il successore per sostenere un conflitto che i diretti interessati, pur diversi, non concepiscono neppure. Tentazione speculare, peraltro, a quella dei «tifosi» bergogliani che considerano con fastidio ogni riga scritta dal Papa emerito. È evidente che Francesco si sia irritato per lo spettacolo delle ultime settimane intorno al libro del cardinale Robert Sarah Dal profondo del nostro cuore , uscito in Francia il 15 gennaio, un testo contro ogni eccezione al celibato sacerdotale, con relative polemiche sul fatto che Benedetto XVI ne fosse o no il «coautore» e quindi sull'«ingerenza» sul Papa in carica. Il Sinodo sull' Amazzonia ha proposto in ottobre di permettere l'ordinazione sacerdotale di uomini sposati, per compensare la carenza del clero. L'ultima parola spetterà a Francesco e il suo documento è atteso nei prossimi giorni. Il problema non è tanto il contenuto del libro. Citando Paolo VI, Francesco ha ripetuto un anno fa: «Preferisco dare la vita prima di cambiare la legge sul celibato». Del resto la disciplina millenaria del celibato ha già delle eccezioni: preti sposati esistono nelle chiese cattoliche orientali e lo stesso Benedetto XVI, nel 2009, accolse gli anglicani con famiglia che volevano rientrare nella Chiesa. Il problema, piuttosto, è stata la polemica intorno al nome di Benedetto XVI e le versioni contrapposte tra le persone a lui più vicine. In Francia il libro è uscito a doppia firma. L' arcivescovo Georg Gänswein ha chiesto a Sarah di «togliere il nome di Benedetto XVI come coautore», parlando di un «malinteso». Sarah ha replicato che Benedetto XVI era d' accordo e «non c' è stato alcun malinteso». La cosa è stata gestita male, ed era inevitabile che ad andarci di mezzo fosse anzitutto il segretario personale di Ratzinger. Fu Benedetto XVI a nominarlo prefetto della Casa pontificia e Francesco lo ha mantenuto nella carica. Ma non sempre il rapporto è stato facile. Anche perché c' è un' ambiguità irrisolta, nata proprio da una dichiarazione di Gänswein, nel maggio 2016: non ci sono due Papi, disse, ma « de facto un ministero allargato, con un membro attivo e un membro contemplativo». Un mese più tardi, rispondendo ai giornalisti, fu lo stesso Francesco a mettere in chiaro: «C' è un solo Papa. Il Papa emerito è per me un nonno saggio. Mai dimenticherò il discorso ai cardinali del 28 febbraio: tra voi c' è il mio successore, prometto obbedienza. E lo ha fatto. Ho sentito che alcuni sono andati là a lamentarsi del nuovo Papa e li ha cacciati via». Eppure il gioco della contrapposizione tra «i due Papi» è continuato. Altri pasticci, altre polemiche. Nel 2017, la prefazione ad un libro di Sarah che viene presentata come una «difesa» del cardinale conservatore. Nel 2018, la richiesta a Ratzinger di scrivere una prefazione a una collana di teologia su Francesco e Benedetto XVI che declina, deplorando lo «stolto pregiudizio» che lo contrappone a Bergoglio ma notando «con sorpresa» la presenza di uno studioso che lo attaccò: una parte, questa, «oscurata» dalla comunicazione vaticana. L'anno scorso, la pubblicazione planetaria degli «appunti» di Benedetto XVI sulla pedofilia nel clero, pochi mesi dopo l' incontro mondiale sugli abusi voluto da Francesco. Infine il libro sul celibato, la classica goccia che fa traboccare il vaso: ora, basta. Gänswein ha provato a rimediare, ma il guaio ormai era compiuto. La Santa Sede smentisce provvedimenti formali, è possibile che per Gänswein si stia pensando a un nuovo incarico, ma intanto il segnale è arrivato.

Ecco cosa c'è davvero dietro il "congedo" di Gaenswein. Mons. Georg Gaenswein è stato congedato da Papa Francesco. Ma quello che per il Vaticano è "ordinaria amministrazione" nasconde diversi scontri, tra cui il cosiddetto "Librogate". Francesco Boezi, Giovedì 06/02/2020 su Il Giornale. Monsignor Georg Gaenswein è ancora non è più il prefetto della Casa Pontificia? La domanda, per ora, non ha una risposta certa. La notizia sul "congedo" disposto da Papa Francesco è stata data dal Die Tagespost, il quotidiano che Benedetto XVI ha scelto tra tanti per coadiuvare la nascita di una fondazione di tutela del giornalismo cattolico. C'è un filo diretto che lega quella testata teutonica agli ambienti ratzingeriani. Difficile, insomma, che il Die Tagespost abbia riportato un terremoto mai avvenuto. Il diretto interessato dal presunto provvedimento papale non ha commentato. L'unico a rilasciare dichiarazioni è stato il Direttore della Sala Stampa Matteo Bruni. Non si è trattato di una vera e propria smentita: Bruni ha parlato di "ordinaria redistribuzione" sì, ma ha pure aggiunto di non possedere "alcuna informazione in tal senso". Dove per "senso" si può intendere il possibile "siluro" scagliato dall'ex arcivescovo di Buenos Aires in direzione "ratzingeriana". In queste ore, il quadro viene ricomposto dalla stampa di settore. E c'è chi, come La Nuova Bussola Quotidiana, racconta addirittura di un virgolettato che Jorge Mario Bergoglio avrebbe pronunciato in direzione del segretario particolare di Benedetto XVI: "Non tornare mai più". Qualche fonte, come il Sismografo, ipotizza che Joseph Ratzinger abbia bisogno di maggiore vicinanza per vie delle sue condizioni di salute, che sarebbero peggiorate. Ipotesi che, sino ad ulteriori conferme ufficiali, vale la pena considerare tali. Papa Francesco, nonostante Gaenswein appartenesse alla "squadra" del suo predecessore, non ha mai messo in discussione la centralità in Santa Sede del vescovo tedesco. Almeno fino a questo momento. Più di qualche commentatore interpreta la mossa del Santo Padre alla stregua di una contromossa: "Francesco contrattacca i suoi "nemici" e congeda il segretario di Ratzinger poco dopo la controversia sul suo falso libro". Questo è il titolo di un articolo pubblicato da Eldiario.es. Il "libro" cui si fa riferimento è "Dal profondo del nostro cuore". Quello scritto da Joseph Ratzinger e Robert Sarah. Quello in cui il duo conservatore, prima della pubblicazione dell'esortazione apostolica post-sinodale che può aprire ai "viri probati", ha preso posizione contro l'abolizione del celibato sacerdotale. Lo stesso per cui, ad un certo punto mons. Georg Gaenswein aveva chiesto la rimozione della firma di Benedetto XVI. Perché il prefetto della Casa Pontifica, nonostante le "prove" sulla collaborazione tra il papa emerito e il cardinale africano per la stesura del libro - le "prove" che ha mostrato via social l'alto ecclesiastico africano - aveva in qualche modo domandato che Ratzinger non risultasse come autore? Per Aldo Maria Valli la spiegazione è una: "pressioni da parte di Santa Marta". Se l'allontanamento di Gaeswein dalla Casa pontificia fosse vero, allora l'interpretazione di una contromossa papale potrebbe avere senso. Il Papa potrebbe non aver gradito la gestione di una vicenda che ha riportato in auge il tema della "cooabitazione" tra il pontefice regnante e quello emerito. Ma il racconto di un'eventuale acredine può partire da lontano. Torniamo al 21 maggio del 2016: "Dall’elezione del suo successore, Papa Francesco – il 13 marzo 2013 – non ci sono due Papi, ma di fatto un ministero allargato con un membro attivo e uno contemplativo. Per questo, Benedetto non ha rinunciato né al suo nome né alla talare bianca. Per questo, l’appellativo corretto con il quale bisogna rivolgersi a lui è ancora ‘Santità’”. Ad esprimersi mediante queste considerazioni era stato lo stesso Gaenswein. L'espressione "ministero allargato" non è mai stata digerita dai "guardiani della rivoluzione". Il Papa, del resto, non può che essere uno. Andiamo avanti. Perché di vicende di difficile interpretazione, in questi anni, ne abbiamo narrate. In relazione alla "lettera tagliata", quella per cui mons. Dario Edoardo Viganò si è dimesso da prefetto della Segreteria per la Comunicazione, vale la pena riportare un retroscena svelato in "Giudizio Universale, l'ultimo libro di Gianlugi Nuzzi: Gaenswein e Viganò all'epoca dei fatti si sono scambiati alcuni messaggi. In quella circostanza, come in altre, è apparso evidente come le linee di pensiero fossero diverse. Un "fronte" avrebbe voluto che l'emerito approvasse la collana teologica su Bergoglio senza colpo ferire. L'altro, con Ratzinger in testa, ha annotato come tra gli autori selezionati per l'opera libraria fossero presenti oppositori del pontificato dello stesso teologo tedesco. E Gaenswein ha dovuto gestire pure quelle fasi, con tutta la portata mediatica del caso. Il "ministero allargato", la "lettera tagliata", e "Dal profondo del nostro cuore": tre bufere dipendenti in qualche modo da Benedetto XVI, ma per cui potrebbe aver "pagato" mons. Georg Gaenswein.

L'era dei "due papi" volge al termine: ecco il retroscena. Con l'allontanamento di mons. Georg Gaenswein può ridursi il peso di Ratzinger nell'equilibrio tra i due "papi". Giuseppe Aloisi, Domenica 09/02/2020 su Il Giornale. È probabile che la narrativa vaticana sui "due papi" stia volgendo al termine. La coabitazione di Jorge Mario Bergoglio, il regnante, con Joseph Ratzinger, l'emerito, ha spesso prodotto disamine sulla natura estesa del pontificato. Mons. Georg Gaenswein, che Papa Francesco ha da poco "congedato", era arrivato a parlare di "ministero allargato". Il cerchio complottista pensa addirittura che le dimissioni di Benedetto XVI non siano mai state valide. Un problema c'è o almeno c'era. Il "congedo" dell'ex prefetto della Casa Pontificia può segnare un punto sul pallottoliere della chiarezza. Mons. Gaenswein ha rappresentato per quasi sette anni il trait d'union organizzativo-teologico della visione di Bergoglio con quella di Ratzinger. Due modi molti diversi d'intendere il ruolo di vertice assoluto della Chiesa universale. Per quanto i "guardiani della rivoluzione" si siano sforzati si annotare ogni circostanza buona per affermare l'esistenza di una continuità tra i "due papi". Benedetto XVI, dalla rinuncia al soglio di Pietro in poi, lo ha detto più volte: il Papa è uno ed è Francesco. Ma l'ex arcivescovo di Buenos Aires ha dovuto tenere testa ai suoi avversari, che hanno speso chiamato in causa Ratzinger e le sue "rotture del silenzio" per contrastare il "bergoglismo" e le argomentazioni "bergogliane". Si è parlato spesso di "strumentalizzazioni". L'edizione odierna de Il Corriere della Sera, non a caso, ha elencato tutta una serie di episodi in grado di confermare quanto Ratzinger, nonostante il suo passo indietro, abbia attecchito sull'emisfero conservatore, che contesta parte della pastorale dell'argentino. E Gaenswein, insomma, sarebbe stato nella posizione utile ad evitare tutto questo, senza riuscirci più di tanto. Massimo Franco ha scritto quanto segue: "Sei anni dopo, invece, il siluramento di Gaenswein è il prodotto di un Francesco più debole e più insicuro; preoccupato dalle critiche montanti; blindato dai suoi consiglieri e indotto a riaffermare un'autorità e un primato rispetto a un Benedetto infragilito, e influente quasi suo malgrado". La nota "goccia", quella in grado di far cadere il vaso, sarebbe la vicenda legata alla pubblicazione di "Dal Profondo del Nostro Cuore", il libro in cui Ratzinger e Sarah sciorinano una serie di motivi per cui non si dovrebbe procedere con l'abolizione del celibato sacerdotale. Bergoglio - questo si deduce - si sarebbe aspettato che Gaenswein riuscisse nell'evitare l'ennesimo "equivoco", che è poi il termine scelto dalla fonte sopracitata. E invece di "equivoco" tra "due papi" abbiamo raccontato ancora. Adesso, con l'allontanamento di Gaenswein - il "congedo" che non è ancora stato ufficializzzato - gli interventi pubblici di Benedetto XVI potrebbero ridursi di numero. "Silurare" il segretario personale dell'emerito, quindi, potrebbe anche essere stata una mossa tesa al ridimensionamento del "ratzingerismo" all'interno delle mura leonine. Vedremo.

Equilibri mutati in Vaticano, finisce l’era dei «due Papi». Pubblicato sabato, 08 febbraio 2020 su Corriere.it da Massimo Franco. Il caso del libro, Gänswein congedato e ridimensionato. Le voci sull’irritazione di Bergoglio e i nuovi scenari. Il cardinale Parolin: «Il Papa è uno solo perché il Papa ha l’autorità». Sui teleschermi continua la saga ormai un po’ stucchevole dei «due Papi». Ma sembra una pellicola di colpo ingiallita. La realtà vaticana dimostra una fantasia e una capacità di sorprendere superiori alla finzione cinematografica. Nella realtà, la coabitazione miracolosa e armoniosa tra Francesco e Benedetto XVI si è incrinata per sempre. L’ha interrotta bruscamente il «congedo» informale deciso il 5 febbraio scorso da Francesco nei confronti del prefetto della Casa pontificia, monsignor Georg Gänswein. La ridefinizione del suo ruolo solo come «segretario privato del Papa emerito», e la distanza fisica impostagli dal Papa dopo telefonate che si raccontano tempestose, rappresentano uno spartiacque nel pontificato. «Bisognava chiarire l’equivoco una volta per tutte», spiegano a Casa Santa Marta, l’albergo dove Francesco abita dentro il Vaticano. Anche se si ammette che a crearlo è stato, senza volerlo, lo stesso Jorge Mario Bergoglio, che col Papa emerito si è sempre comportato in modo tale da accreditare una sorta di larvata parità di rango. Ma nell’ultimo anno la situazione ha preso una piega diversa e imprevista. Prima gli Appunti di Benedetto XVI sulla pedofilia, nella primavera del 2019, con l’eco enorme che hanno ottenuto, si sono rivelati una fonte di imbarazzo per la cerchia papale. È stato notato con disappunto quanto l’analisi del pontefice emerito pesasse ancora; e come fosse utilizzata strumentalmente dagli avversari di Bergoglio. Poi, pochi giorni fa, è emerso il pasticcio del libro sul celibato dei preti scritto dal cardinale conservatore africano Robert Sarah; e presentato furbescamente come un’opera a quattro mani con Ratzinger. Di nuovo, è stata evocata una contraddizione dottrinale tra i «due Papi», che ha irritato un Francesco accusato di essere per l’abolizione del celibato: sebbene i suoi consiglieri assicurino che non è così, come si capirà dalle sue conclusioni sul sinodo sull’Amazzonia. Ma l’episodio, con la gestione maldestra dell’iniziativa editoriale, ha fatto saltare equilibri già delicati. Monsignor Gänswein ha finito per essere additato come la persona che non avrebbe fatto abbastanza per evitare il pericolo di strumentalizzazioni; e che avrebbe esagerato la «supplenza» di Benedetto rispetto alle presunte debolezze di Francesco. Velenosamente, da Casa Santa Marta hanno cominciato a bollarlo come «il terzo Papa», «servitore di due pontefici». Si è consumata così la rottura dell’anello di congiunzione tra predecessore e successore: un anello che per i primi sei anni ha legato Francesco e Benedetto XVI in un gioco delle parti condiviso, per quanto avvolto da un inevitabile alone di ambiguità. Le polemiche sul libro del cardinale Sarah sono state dunque l’occasione per regolare i conti tra i pretoriani dei «due Papi»; e per esautorare il prefetto della Casa pontificia. Ma c’è qualcosa di più, sebbene poco notato. La vicenda è stata colta al volo per ricalibrare e ridefinire i confini tra Papa e Papa emerito; e restituire il pieno possesso anche simbolico del pontificato a Francesco; insomma, per dare un colpo definitivo alla narrativa sui «due Papi». La domanda è perché sia stato fatto adesso, nel 2020, e non prima. In fondo, appena eletto era stato Bergoglio a chiedere una partecipazione attiva di Benedetto alla costruzione del nuovo papato; a incoraggiarlo a intervenire. Ma analizzato in prospettiva, quell’invito sembra appartenere a un’altra era geologica. Nel 2013 rifletteva un pontificato in luna di miele con l’opinione pubblica e lo stesso Vaticano: un Francesco così forte e sicuro di sé da non temere l’ombra del predecessore. Sei anni dopo, invece, il siluramento di Gänswein è il prodotto di un Francesco più debole e più insicuro; preoccupato dalle critiche montanti; blindato dai suoi consiglieri e indotto a riaffermare un’autorità e un primato rispetto a un Benedetto infragilito, e influente quasi suo malgrado. Ha colpito la nettezza di un uomo prudente come il segretario di Stato vaticano, Piero Parolin. Sull’onda del «congedo» del prefetto della Casa pontificia, il cardinale Parolin ha scandito: «Il Papa è uno solo perché il Papa è colui che ha l’autorità. Chi non ha più questa autorità non è più Papa. Questo è molto chiaro». Ribadirlo ora sembra un messaggio a quanti, tra gli oppositori di Bergoglio, alimentano l’idea di una sorta di «doppio papato». Con una doppia fedeltà e, al fondo, il trauma mai superato della rinuncia ratzingeriana, la prima dopo settecento anni. D’altronde, Francesco non ha mai preteso che uno scritto di Benedetto fosse sottoposto alla sua autorizzazione; semmai è stato quest’ultimo a sottoporglielo. Lo stesso abito bianco mantenuto da Ratzinger rimane il segno persistente di uno status perduto eppure, ambiguamente, conservato. Che prima o poi ci potesse essere un cortocircuito, in assenza di norme che regolino i rapporti tra Francesco e il predecessore, era un’eventualità temuta. Rimane da capire come sarà rielaborata la convivenza tra due personaggi percepiti ormai quasi come inscindibili. In modo imprevisto, Benedetto ha accompagnato tutto il pontificato del primo papa argentino. Per paradosso, Bergoglio dovrà assumere un’identità doppia: la propria e quella di Ratzinger. E non sarà una sfida facile, nella fase più difficile e convulsa del suo pontificato.

Papa Francesco, Antonio Socci: le sue manovre per far passare Ratzinger per fesso. Libero Quotidiano il 10 Febbraio 2020. Dopo sette anni perfino i giornaloni - con la "defenestrazione" di mons. Gaenswein da parte di Bergoglio - si sono accorti che nella Chiesa cattolica ci sono due papi. Forse ce ne vorranno altri sette perché spieghino cosa significa. Ieri il Corriere della sera titolava una pagina di Massimo Franco con queste parole: «Così finisce l' era dei due Papi». L' articolo riferisce la versione di Bergoglio (che già era stata fornita agli altri giornali) sugli ultimi eventi. La corte "argentina" fa sapere che mons. Gaenswein è stato sollevato dall' incarico di Prefetto della Casa pontificia perché non ha evitato - come segretario di Benedetto XVI - che il papa emerito venisse «presentato furbescamente» come co-autore del libro con il card. Sarah in difesa del celibato ecclesiastico. Così i bergogliani vogliono far passare tre idee: 1) che Benedetto XVI si faccia usare come se non fosse in grado di badare a se stesso e per questo dovrebbe essere isolato e silenziato; 2) che il card. Sarah sia uno che strumentalizza il papa emerito per sue operazioni personali; 3) che mons. Gaenswein non avrebbe vigilato per impedirlo. In realtà le cose stanno in modo opposto. Benedetto XVI è perfettamente lucido e consapevole, come tutti sanno (è ancora la migliore mente della Chiesa cattolica), e intendeva intervenire in difesa del celibato ecclesiastico messo in discussione dal Sinodo amazzonico. A metà gennaio - quando Le Figaro fece l' anticipazione del libro col card. Sarah - Bergoglio fece una sfuriata con mons. Gaenswein ordinandogli di far "saltare" l' operazione editoriale. Mons. Gaenswein provò a mettere in discussione la grafica con la doppia firma della copertina cosicché la grancassa bergogliana poté diffondere la notizia che Benedetto XVI ritirava la firma e si dissociava dall' operazione. Ma non era vero. Infatti il card. Sarah rese note le lettere intercorse fra i due autori e Benedetto XVI lo ricevette confermando il suo scritto e la sua approvazione. Di fatto, al di là della grafica delle firme, è chiaro a tutti che il libro è stato scritto di comune accordo e che Benedetto XVI non si è fatto imbavagliare. Il libro ha fatto capire al popolo cristiano che non è stato abbandonato da Benedetto XVI e che la sua paternità continua a vegliare sul cammino della Chiesa. Il suo pronunciamento ha con sé l' enorme forza di tutta la tradizione cattolica. La sua voce - con tutta evidenza - è la voce della Chiesa di tutti i tempi. Per questo il libro ha avuto un effetto dirompente. E risibile appare ora la polemica della corte bergogliana: «È stata evocata» scrive Franco «una contraddizione dottrinale tra i "due Papi", che ha irritato un Francesco accusato di essere per l' abolizione del celibato: sebbene i suoi consiglieri assicurino che non è così, come si capirà dalle sue conclusioni sul Sinodo sull' Amazzonia». Ci vuole poco a capire quanto è assurda questa versione. Se infatti Benedetto XVI e il card. Sarah hanno scritto cose identiche a quelle che professa Bergoglio, perché mai costui si è infuriato fino a "defenestrare" mons. Gaenswein per quel libro? In realtà Bergoglio voleva dare un colpo di piccone al celibato attraverso l' ordinazione dei "viri probati" e per questo aveva fatto richiedere questa innovazione nel documento conclusivo del Sinodo. Ma - dopo il pronunciamento così autorevole di Benedetto XVI - probabilmente non avrà il coraggio di farlo (stando a quanto dicono i suoi "consiglieri" a Massimo Franco e a quanto ha anticipato Avvenire). Per questo - avendo un carattere iroso e vendicativo - Bergoglio l' ha fatta pagare a mons. Gaenswein. Anche se il colpo al celibato che Bergoglio non darà direttamente nell' Esortazione post-sinodale delle prossime ore, potrebbe poi darlo per interposta persona attraverso il "rivoluzionario" Sinodo dei vescovi tedeschi. Il disappunto di Bergoglio deriva dalla constatazione che tutti continuano a sentire la voce di Benedetto XVI come l' autorevole voce del papa, mentre la sua è divisiva e viene percepita come quella di un politicante fazioso che non si comporta da papa. Infatti Franco annota anche il fastidio di Bergoglio e della sua corte per la pubblicazione - nell' aprile 2019 - degli Appunti di Benedetto sulla pedofilia, «con l' eco enorme che hanno ottenuto». Scrive Franco: «Si sono rivelati una fonte di imbarazzo per la cerchia papale. È stato notato con disappunto quanto l' analisi del pontefice emerito pesasse ancora e come fosse utilizzata strumentalmente dagli avversari di Bergoglio». In realtà proprio Bergoglio e la sua cerchia in questi anni (come hanno dimostrato certi incidenti clamorosi) hanno tentato di strumentalizzare Benedetto XVI per legittimare gli strappi bergogliani. Ma papa Ratzinger non si è mai fatto usare da nessuno. Con la sua mitezza e la sua sapienza continua a esercitare il suo ministero. In una memorabile conferenza all' Università Gregoriana, proprio mons. Gaenswein spiegò: «Prima e dopo le sue dimissioni Benedetto ha inteso e intende il suo compito come partecipazione a un tale "ministero petrino". Egli ha lasciato il Soglio pontificio e tuttavia, con il passo dell' 11 febbraio 2013, non ha affatto abbandonato questo ministero egli non ha abbandonato l' ufficio di Pietro - cosa che gli sarebbe stata del tutto impossibile a seguito della sua accettazione irrevocabile dell' ufficio nell' aprile 2005». Il più stretto collaboratore di Benedetto XVI dunque ci spiega che per Joseph Ratzinger «l' accettazione dell' ufficio» di Pietro è «irrevocabile» e abbandonarlo è «del tutto impossibile». Chi ha orecchie, intenda. Antonio Socci

Lettera di Carlo Maria Viganò, Ex nunzio apostolico negli Usa, a “la Verità” il 16 gennaio 2020. Caro direttore, è tempo di rivelare il controllo abusivamente e sistematicamente esercitato da monsignor Georg Gänswein nei confronti del sommo Pontefice Benedetto XVI, fin dall' inizio del suo pontificato. Gänswein filtrava abitualmente le informazioni, arrogandosi il diritto di giudicare lui stesso quanto fosse opportuno o meno far pervenire al Santo Padre. Posso testimoniare che, quando papa Benedetto mi convocò in udienza il 4 aprile 2011, pochi giorni dopo avergli fatto pervenire la mia prima lettera (poi abusivamente pubblicata nel corso di Vatileaks), dissi al Pontefice: «Non le parlerò della situazione di corruzione nella gestione delle ville pontificie, poiché presumo che lei abbia già preso conoscenza dell' appunto al riguardo, che ho consegnato al suo segretario per lei, in vista di questa udienza». Il Santo Padre, in tutta semplicità e innocenza, e senza manifestare alcuna sorpresa, mi disse: «No, non ho visto niente». Testimonio inoltre un altro fatto che manifesta quanto monsignor Gänswein controllasse le informazioni per il Santo Padre e condizionasse la libertà d' azione dello stesso. In occasione della canonizzazione di Marianne Cope e Kateri Tekakwitha, avendo io richiesto per iscritto all' allora prefetto della Casa pontificia, monsignor James Harvey, di poter essere ricevuto in udienza dal Papa, e non avendo ricevuto alcuna risposta, mi recai, martedì 23 ottobre 2012, dallo stesso prefetto, chiedendogli come mai non avessi ricevuto risposta alcuna alla mia richiesta di udienza. Ricordo perfettamente la circostanza, poiché lo stesso monsignor Harvey mi suggerì di partecipare all' udienza generale dell' indomani, così da poter almeno salutare personalmente il Santo Padre, con gli altri vescovi presenti. Monsignor Harvey mi rispose con le seguenti parole: «Gänswein mi ha detto: "Monsignor Viganò è l'ultima persona che può avvicinare papa Benedetto!». Aggiunse poi che all' inizio del pontificato, Benedetto XVI, indicandogli con l'indice Gänswein, esclamò: «Gestapo! Gestapo!». Questo atteggiamento spregiudicato si rivelò fin dall' inizio del pontificato, anche nella determinazione con cui Gänswein riuscì ad allontanare dal Papa la sua preziosa assistente e storica segretaria, Ingrid Stampa, che l'allora cardinale Ratzinger aveva voluto accanto a sé per ben oltre un decennio, dopo il decesso della sorella, Maria Ratzinger. È poi noto che per sfuggire a questo totale controllo esercitato sulla sua persona da Gänswein, papa Benedetto si recasse spesso dal suo precedente segretario particolare, monsignor Josef Clemens, invitando a detto incontro familiare anche Ingrid Stampa. Faccio questa dichiarazione a seguito di quanto asserito da monsignor Gänswein all' agenzia Ansa, in contraddizione con quanto lo stesso papa Benedetto ha scritto nello scambio epistolare intercorso con il cardinal Sarah: si tratta di una clamorosa nonché calunniosa insinuazione nei confronti dell' eminentissimo cardinal Robert Sarah, puntualmente smentita dal medesimo.

G.G. per “la Stampa” il 16 gennaio 2020. La mattina in udienza (anche ieri, come ogni mercoledì), don Georg siede sorridente al fianco di Francesco, il pomeriggio invece torna angelo custode e occhio di Benedetto XVI. I cambiamenti non l' hanno mai spaventato. Da giovane portava i capelli lunghi e ascoltava Cat Stevens. A 47 anni, in maniera non proprio pacifica, ha preso il posto di Josef Clemens, storico segretario di Ratzinger, giusto in tempo per scortarlo sul Soglio di Pietro. Poi, come in un vortice: lo scandalo Vatileaks da cui esce sorprendentemente rafforzato, l' abdicazione-choc di Benedetto XVI, l' elezione di Francesco. E così l' arcivescovo Georg Gaenswein assurge al servizio di due Pontefici. Di quello regnante è il prefetto della Casa Pontificia (carica di reale potere, tutt' altro che onorifica), di quello emerito è ombra e filtro col mondo.

Il "terzo pontefice". Talento acrobatico e doti di resistenza (altrimenti dimostrate sui campi da tennis e nella piscina fatta costruire alla villa di Castel Gandolfo) hanno reso il prestante monsignore un'eminenza grigia della Curia, quasi un terzo papa. Doveva solo essere trait d' union e rasserenante fattore di normalizzazione nella scivolosa stagione del doppio Pietro, invece finisce invariabilmente descritto dai media nell' epicentro di trame, bufere, veleni d' Oltretevere. Martedì è stato lui a ritirare la firma di Benedetto XVI dall' esplosivo pamphlet sul celibato che, come già per i sacramenti ai divorziati risposati al Sinodo sulla famiglia, ha inevitabilmente catapultato Ratzinger alla guida occulta della fronda tradizionalista, stavolta assieme al cardinale co-autore Robert Sarah, in precedenza con altri porporati anti-Bergoglio come Gerhard Müller e Raymond Burke. «Il Papa emerito non aveva approvato alcun progetto per un libro a doppia firma: si è trattato di un malinteso», ha scandito Gaenswein. Quanto basta per far ribollire, nella galassia ultraconservatrice, il sospetto di un doppio gioco del servitore di due Pontefici, così abile da dosare sotto traccia all' opposizione interna l'accesso a Benedetto XVI per poi sconfessarla di fronte all' indignazione di Francesco. «Per ruolo e capacità, è la scatola nera dei misteri vaticani dell' ultimo decennio. Nessuno osa sfiorarlo, almeno finché è in vita Ratzinger», tagliano corto nei sacri palazzi. Chi non dubita della sua lealtà è Benedetto XVI, accanto al quale don Georg non ha mai celato una partecipazione affettiva che dice molto della sua personalità e dell' asserita volontà di «essere trasparente come il vetro per non oscurare in alcun modo Benedetto XVI». Piangeva vistosamente il 28 febbraio 2013 quando insieme (come padre e figlio) Ratzinger e lui hanno lasciato l' Appartamento della Terza Loggia. Altrettanto emozionato, tre settimane dopo, don Georg vi rientrò con Bergoglio togliendo i sigilli, aiutandolo a spingere la porta che non si apriva, accendendo la luce. E mentre Francesco diceva che lo Spirito Santo ha ispirato la rinuncia del suo predecessore per il bene della Chiesa, don Georg appariva davvero commosso. Sotto i riflettori accompagna Bergoglio, dietro le quinte mette a sua disposizione segreti e conoscenze degli 8 anni di pontificato ratzingeriano, inclusi dossier in sospeso e torbidi finanziari. È lui il traghettatore tra i due pontificati. Figura del tutto inedita nella storia ecclesiastica: punto di contatto e camera di compensazione tra Papa regnante e quello emerito. Conserva la funzione di segretario di Ratzinger ma al tempo stesso regge la "Pontificalis Domus" del suo successore. Oltre ogni protocollo, don Georg agisce sostanzialmente da cinghia di trasmissione nell' insidiosa epoca dei due Papi. E' stato lui, per conto di Ratzinger, a gestire il passaggio delle consegne sui temi più spinosi. Nelle intenzioni di Benedetto XVI la presenza (e il consiglio) del presule tedesco era il modo per aiutare e proteggere Bergoglio nei meandri curiali. E' stato lui a custodire la relazione dei tre cardinali inquirenti Herranz, Tomko, De Giorgi sul furto dei documenti. Nella Sala Clementina ha affiancato il nuovo Pontefice all' atto di omaggio dei conclavisti: il polacco Nycz gli chiese di salutargli Ratzinger, il connazionale Stanislao Dziwisz, ex segretario di Wojtyla, no.

·        666: il nome dell’Anticristo.

Così Dante ha spedito parecchi Papi all'Inferno. Dante Alighieri, oltre a Bonifacio VIII, colloca altri Papi negli inferi della Commedia. Ecco cosa pensava davvero il poeta della Chiesa cattolica. Francesco Boezi, Domenica 27/12/2020 su Il Giornale. Bonifacio VIII muore nel 1303 d.C., quindi Dante non potrebbe spedirlo all'inferno della sua Commedia, perché il viaggio si svolge nel 1300. Eppure l'Alighieri, pur di far figurare il Papa dello schiaffo tra i dannati, inventa un escamotage. Dante deve del resto un esilio a Bonifacio VIII. Difficile resistere ad un risarcimento almeno letterario. Questo è solo uno degli episodi in cui la vicenda dantesca, l'opera magistrale del poeta fiorentino e la storia della Chiesa cattolica si intrecciano. Dante Alighieri era affascinato dal francescanesimo e dal poverello d'Assisi. Bonifacio VIII era considerato alla stregua di anti-Papa dai frati minori. E Jacopone, nelle sue opere, non fa nulla per nascondere la sua opposizione. Anche oggi esistono polemiche all'interno del mondo ecclesiastico, mai ai tempi la questione era molto più violenta. I documenti ufficiali mediante cui adesso vengono espressi dissapori nei confronti dell'andazzo della Santa Sede sono testi al miele se confrontati con i versi dell'epoca. Una somiglianza c'è: nel 2020, come nel 1300, c'è chi pensa che la Chiesa cattolica debba andare incontro al mondo e chi, al contrario, pensa che il monopolio della spiritualità sia l'unico da perseguire. Trattasi di constatazioni simili per contesti molto diversi. Di sicuro l'Alighieri preferiva la Chiesa delle origini, quella povera, alla versione che conosce in vita. I pontefici contemporanei a Dante subiscono una sorte vaira: alcuni non vengono proprio citati, mentre Clemente IV sì, in un canto del Purgatorio. Lo spartiacque individuato per la collocazione dei Papi nella Commedia è la donazione dell'imperatore Costantino che il poeta fiorentino ritiene vera. Poi gli storici reinterpreteanno quel documento alla stregua di un falso. Fatto sta che Dante pensava in sintesi che più o meno tutti i pontefici saliti sul soglio di Pietro in seguito alla donazione imperiale meritassero gli inferi: "Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, non la tua conversion, ma quella dote che da te prese il primo ricco patre!", ha scritto l'autore della Commedia. Il ragionamento di Dante ruota attorno alla "avidità". E a Costantino non rimprovera appunto l'adesione al cristianesimo, ma il principio di un fenomeno che potremmo definire corruttivo. Il palcoscenico in cui Dante esprime le sue posizioni sui Papi è il diciannovesimo dell'Inferno: in quel canto vengono annoverati i pontefici "simoniaci", ossia coloro che avevano ceduto al potere temporale, perdendo più di qualcosa sul terreno della spiritualità. Grande ammirazione, invece, viene riservata ai primi pontefici della storia della Chiesa cattolica. Già, l'Ecclesia negli anni leggerà ed analizzerà i capolavori di Dante, forse provando ad adattare alcuni messaggi, in un certo senso a spegnerli. Benedetto XV dedicherà un'enciclica al sommo, ma in molti, in specie negli ambienti letterari, noteranno la profonda avversione provata dall'Alighieri verso certa evoluzione della Chiesa. Nel ventisettesimo del Paradiso è del resto San Pietro a tirare bordate: "Non fu nostra intenzion ch’a destra mano d’i nostri successor parte sedesse, parte da l’altra del popol cristiano; né che le chiavi che mi fuor concesse, divenisser signaculo in vessillo che contra battezzati combattesse". La Chiesa, in buona sostanza, non sarebbe dovuta diventare quella che è stata da Costantino in poi. E l'apostolo "salva" proprio i primi successori: "Sisto e Pio e Calisto e Urbano", ma anche Lino ed Anacleto. E ancora San Pietro: "In vesta di pastor lupi rapaci si veggion di qua sù per tutti i paschi: o difesa di Dio, perché pur giaci". Il primo Papa chiama i consacrati "lupi famelici". E questo ci aiuta non poco a comprendere quale fosse la visione dell'Alighieri sul clero a lui contemporaneo. Un destino molto diverso viene riservato a Niccolò III, Celestino V (quello del "gran rifiuto" poi divenuto Santo, che qualcuno ha associato a Joseph Ratzinger in seguito alla rinuncia del tedesco), Clemente V e appunto Bonifacio VIII, che per Dante si trovano all'inferno. Purgatorio, invece, per il "goloso" Martino IV e per Adriano V. Di Giovanni XXI e Giovanni XII si parla nel Paradiso, ma al secondo non vengono risparmiate critiche dantesche. Insomma il poeta fiorentino, che oggi è minacciato di censura dal politicamente corretto, non faceva certo sconti a quella stessa Chiesa che oggi ne canta la straordinarietà.

 Forse Dante oggi sarebbe stato un "tradizionalista" o un "conservatore", che dir si voglia, sempre pronto a rimproveri alle alte sfere vaticane stili, comportamenti e prese di distanza dottrinali nei confronti della Chiesa delle origini.

Il nome dell'Anticristo secondo l'alfabeto universale: una brutta sorpresa. Andrea Cionci su Libero Quotidiano l'1 luglio 2020. Andrea Cionci. Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore.

Il caso può essere divertentissimo o inquietante in base ai punti di vista e alle sensibilità, a seconda se si sia atei oppure credenti e, tra questi ultimi, modernisti o conservatori. Il rebus circola sul web da qualche tempo, ma se ne fa cenno in modo più preciso nel volume di Sergio Russo “Sei tu quello, o dobbiamo aspettarne un altro?”, un libro che mette in relazione i messaggi mariani e  le profezie  dei mistici con le rivoluzioni attualmente in corso nella Chiesa. Come noto, il Libro dell’Apocalisse scritto dall’Apostolo Giovanni è l’ultimo del Nuovo Testamento e conterrebbe rivelazioni simboliche sui destini ultimi dell’umanità. In esso si fa riferimento all’”Anticristo”, una figura maschile di enorme prestigio nel mondo per i suoi apparenti tratti di bontà e umanitarismo, che celano, però, principi e valori del tutto opposti alla legge di Dio e della Creazione.  Lo scrittore russo Vladimir Soloviev - che veniva spesso citato dal card. Biffi – già nel 1900 specificava  come l’Anticristo sarebbe stato una figura pacifista, ecologista ed ecumenista. Benedetto XVI ha, più recentemente, parlato di tre indizi chiave per individuarlo: manipolazione della vita, matrimoni omosessuali e la sostituzione del Cristianesimo con una nuova, falsa fede umanitaria, un’impostura religiosa che avrebbe la funzione di supportare ideologicamente il “potere mondiale dell’uomo sull’uomo”. Nell’Apocalisse si legge, dunque, al capitolo 13, versetto 18 (nel brano che parla della “bestia che sale dalla terra”, ovvero del “falso profeta”): “Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d’uomo. E tal cifra è 666.” Fin dai tempi più antichi, una miriade di studiosi, Padri e Dottori della Chiesa, santi ed esegeti, si sono arrovellati sul busillis per capire il nome dell’Anticristo cercando di trovare un nesso fra l’enigmatico 666 e alcune lettere, senza però giungere ad un risultato valido e soddisfacente. Il problema chiave era: quale alfabeto usare tra quello latino, ebraico, o greco? Un dubbio non da poco, dato che la rivelazione apocalittica dovrebbe avere valenza universale. Ecco perché, qualche tempo fa, un personaggio - pare anonimo - ha lanciato sul web  l’idea di utilizzare l’unico alfabeto valido per tutto il mondo, ufficializzato nel 1968. Si tratta del cosiddetto “Codice ASCII” del computer che, in sostanza, assegna un numero a ogni simbolo grafico, che si tratti di una virgola, di un asterisco o, naturalmente, di una lettera. Questa traduzione in numeri dei caratteri è valida in qualsiasi nazione, indipendentemente dalla lingua usata.

Le lettere maiuscole dell’alfabeto ASCII partono dalla A=65, B=66, C=67, D=68….etc. fino alla Z, che ha numero 90.

Si è così provato a sommare i valori corrispondenti delle lettere che compongono i cognomi di Obama, Putin, Trump, Soros, Zuckerberg, Bezos e altri 44 personaggi attinti dalla lista dei 100 più potenti del mondo stilata da Forbes, cui ne sono stati aggiunti altri molto influenti e/o ammantati da un’aura di filantropismo, ed altri ancora che, a volte, sono stati platealmente accusati di possedere un'aura malefica. Sollecitati dallo storico “vade retro” di Famiglia Cristiana ci siamo permessi di provare anche con “Salvini”, ma niente, nessuno dei loro cognomi dà il numero 666. Sul nome completo BILL GATES ci si avvicina, ma il conto dà 663, al quale si dovrebbero semmai aggiungere  tre “I” del suffisso genealogico (Bill Gates III) che però non valgono “1”. Insomma, per il creatore di Microsoft si tratta di un risultato “tirato per i capelli”. Invece, fra i 50 “papabili” al ruolo di Anticristo (perdonate l’ironia), l’unico nome che dà 666, tondo tondo e senza incertezze, sapete qual è?

BERGOGLIO (B) 66 + (E) 69 + ( R ) 82 + (G) 71 + (O) 79 + (G) 71 + (L) 76 + (I) 73 + (O) 79 = 666

Incredibile come la sfortuna si sia accanita proprio contro papa Francesco con una coincidenza sulla quale, certamente,  gongoleranno i suoi più accaniti detrattori. Scrive infatti il biblista don Alberto Maggi: “Per alcuni gruppi fondamentalisti cristiani e di estrema destra, non c’è alcun dubbio che questa pandemia sia un castigo inflitto da Dio per le colpe di Jorge Bergoglio, satanista e massone, che non è il papa, bensì l’Anticristo”. Ovviamente, Padre Maggi nega la malevola attribuzione a papa Francesco e anzi ribalta l’accusa anticristica proprio sugli “ultraconservatori”. La cosa non stupisce: don Maggi non ama molto la tradizione considerato che, pur essendo un mariologo, nutre vari dubbi sul dogma della verginità della Madonna, come scrive in un suo libro: “Non si deve consentire che si raccontino cose inverosimili su Maria. […] I Vangeli non sono  un trattato di ginecologia…. […] L’evangelista non vuol dire cosa hanno fatto Maria e Giuseppe, o cosa non hanno fatto”. A di là delle diatribe interne alla Chiesa, laicamente parlando, si tratta ovviamente di un puro caso e, proprio come tale, abbiamo voluto sottoporlo a un calcolo delle probabilità chiedendo a vari matematici: “Che possibilità statistiche ci sono che, fra tanti grandi della terra, un numero del genere sia toccato proprio a papa Francesco?”. L’unico studioso che, divertito dal quesito, si è prestato a eseguire il calcolo combinatorio è stato l’astrofisico francese prof.  Pierre Marie Gori che, dopo una mattinata di operazioni, ha potuto così riassumere: “Secondo il codice ASCII, la somma 666 può essere data solo da una parola composta da un minimo di 8 a un massimo di 10 lettere. La probabilità generale di trovare sulla terra un cognome di questa lunghezza con valore 666 è di un caso su 326. Sapendo che, nel 2013, (anno del conclave di Bergoglio) esistevano solo 207 cardinali eleggibili su un totale di 3,5 miliardi di abitanti, (maschi) la probabilità di avere un papa con il cognome composto da 8, 9 o 10 lettere, di cui la somma ASCII vale 666, è di UN CASO SU 14 MILIARDI (per l’esattezza: uno su 14.285.700.000)”. Speriamo che qualche altro matematico voglia fornirci un’interpretazione alternativa perché vedere fino a quale punto la sfortuna possa giungere quando “ci si mette d’impegno” è abbastanza deprimente per tutti. ESEMPI:

Capi di stato e politici

1. Clinton 535

2. Obama 352

3. Maduro 457

4. Bolsonaro 687

5. Xi Jinping 688

6. Trump 408

7. Sanders 479

8. Putin 400

9. Khamenei 578

10. Naruhito 618

11. Erdogan 512

12. Nethanyau 655

13. Merkel 448

14. Johnson 543

15. Kim 225

16. Conte 337

17. Macron 448

18. Trudeau 535

19. Salvini 537

Banchieri ed economisti

20. Powell 467

21. Rotschild 686

22. Rockefeller 814

23. Draghi 431

24. Juncker 530

Dittatori e sovrani

25. Hitler 456

26. Stalin 459

27. Mussolini 697

28. Federico II 577

Filantropi, informatici, imprenditori

29. Gates 372

30. Zuckerberg 756

31. Bezos 387

32. Epstein 536

33. Buffett 528

34. Systrom 577

35. Soros 406

36. Moore 377

37. Slim 309

38. Bloomberg  665

39. Kaiser 447

Artisti

40. Di Caprio 587

41. McCartney 609

42. Manson 460

43. John 303

Papi

44. Ratzinger 694

45. Wojtyla 554

46. Montini 542

47. Roncalli 595

48. Pacelli 506

49. Viganò 452

50. Bergoglio 666

·        Il Papa Comunista.

Fratello Bergoglio, camminiamo insieme. Fausto Bertinotti su Il Riformista l'8 Novembre 2020. Fratelli tutti ci appare come l’enciclica delle encicliche, non solo per la sua struttura carica di citazioni, di rimandi a cose dette e autori amati, ad aperture profetiche. È proprio il suo sviluppo a suggerire che il Pontefice raggiunga con la sua ultima enciclica la tappa importante di un lungo cammino, pronto già a riprenderlo verso l’orizzonte così intensamente ricercato, ma avendo segnato un punto fermo. Quell’orizzonte è quello che consente a ognuno di noi di sentirsi coinvolto in questa ricerca, credente o non credente, vicino o lontano dalla Chiesa e dalla sua dottrina. Lo chiede esplicitamente il Papa rivolgendosi agli uomini di buona volontà. L’apertura del Concilio Vaticano II prende così il carattere forte e irreversibile di un imperativo esistenziale per la Chiesa di Francesco che assume la lezione del Francesco di Assisi a ispirazione del suo presente e futuro cammino. Si rivela anche per questa scelta il peso che il Pontefice attribuisce all’enciclica, a questa tappa di un cammino ininterrotto. Le novità che essa contiene rivelano verità capaci di suscitare scandalo nel tempo presente, perché resistono all’aria del tempo e vi si sottraggono. Papa Francesco si conferma essere, in tutto l’Occidente almeno, l’unico testimone a saperlo fare e a sapere farlo vivere in tanta parte del mondo con la priorità attribuita ai poveri, agli ultimi. I suoi nemici fuori dalla Chiesa sono insorti; i suoi nemici dentro la Chiesa vorrebbero ammutinarsi. L’accusa, ora esplicita, ora sotterranea, sebbene possa apparire incredibile, è quella di minare le basi stesse della Chiesa cattolica, erigendosi il Papa fuori e contro la tradizione. Se ce ne fosse bisogno, Fratelli tutti smonta in radice l’accusa; la trama e l’ordito dell’enciclica parlano tutte la stessa lingua. Il tessuto che si ricava è fatto dello stesso materiale, che anzi colpisce per la sua unitarietà, pur attraversato com’è dalla ricchezza dei suoi colori, dall’ampiezza dei temi affrontati. Una formula, diventata celebre in tutt’altro campo e in un tempo diverso, mi pare ne possa riassumere l’ispirazione: il rinnovamento nella continuità. Diversamente, però, da quella citata, in questo caso la formula premia il rinnovamento. Il suo partecipato rapporto con la tradizione lo fa non meno ma più potente. Il Papa dell’enciclica non si difende dall’accusa, non si giustifica, coglie invece nella tormentata e complessa storia della Chiesa, e più in generale in quella del Cristianesimo, i precedenti che danno luce alla ricerca di oggi, a cui conferiscono l’autorevolezza delle fonti, sino a risalire alla fonte originaria, alle parole e alla vita di Gesù. Nell’enciclica trova un posto centrale una parabola, la Parabola del buon samaritano, quella che si propone di rispondere alla domanda: «Chi è il tuo prossimo?». Non c’è chi non veda che è questa la domanda cruciale del nostro tempo, il tempo dei muri contro chi si vuole straniero, il tempo dello scarto, della spoliazione di umanità, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, dell’alienazione umana, del dominio, ma anche il tempo che ci chiede di ricominciare. «Gesù racconta che c’era un uomo ferito lungo la strada, che era stato assalito… uno si è fermato, gli ha donato vicinanza, lo ha curato… soprattutto gli ha dato una cosa su cui, in questo mondo frettoloso, lesiniamo tanto: gli ha dato il proprio tempo». Due parole rivoluzionarie, cura e tempo. Il samaritano per l’ebreo è l’escluso, è l’adoratore di idoli, è il portatore di scandalo, ma lui qui è l’unico che soccorre l’aggredito dai briganti. Quel gesto cambia tutto, non ci sono più muri, confini, forestieri, stranieri, migranti, nativi. La solidarietà tra gli uomini spezza le catene. «Né giudeo, né greco, né schiavo, né libero, né maschio, né femmina», aveva detto Paolo. “Fratelli tutti”, appunto. È qui, nella più radicale delle formule, la risposta che l’enciclica cerca alla domanda che Gesù aveva posto nella parabola: «Chi è il prossimo?». Si dovrebbe capire bene che le classiche, anche se deperite, categorie della politica, destra e sinistra, non sono usabili per leggere la collocazione del Papa e della sua enciclica. Dunque, è del tutto sconsigliabile, anche a chi si consideri di sinistra, di usarlo per coprire le proprie mancanze, le mancanze del proprio campo. Semmai si possono cogliere le sue ascendenze in quella teologia del popolo, così viva nella sua terra d’Argentina. Il popolo è una presenza forte nell’enciclica pontificia e vengono individuati nitidamente i suoi avversari di oggi: i liberismi e i populismi. Viene chiaramente messo in luce che esso stesso può solo essere il frutto di un processo nel quale la soggettività diventi protagonista. Citando il direttore della Civiltà cattolica, Antonio Spadaro, l’enciclica ci dice che «essere parte del popolo è far parte di un’identità comune, fatta di legami sociali e culturali. E questa non è una cosa automatica, anzi è un processo lento, difficile… verso un progetto comune». Gramsci non era affatto lontano da questa idea di popolo. Assai lontana è invece la cultura politica oggi dominante, pervasa com’è dall’individualismo e dal mercato. In ogni caso, l’enciclica ci indica la strada opposta a quelle dell’individualismo, dicendoci: «È molto difficile progettare qualcosa di grande, a lungo termine, se non si ottiene che diventi un segno collettivo». Non sorprende perciò che un capitolo venga dedicato alle tre grandi parole su cui è nata la politica nella modernità: libertà, eguaglianza e fraternità. Ma il Papa scavalca anche la storica contesa su chi, tra eguaglianza e libertà, debba trainare il processo di liberazione umana e lo fa, partendo dalla più negletta tra le tre nella nostra storia, la fraternità. Essa costituisce, per l’enciclica francescana, il necessario e imprescindibile punto di partenza, anche perché «l’individualismo radicale è il virus più difficile da sconfiggere». Ecco il punto: «La fraternità ha qualcosa da offrire alla libertà e all’eguaglianza». La fraternità è la risorsa per l’uomo, però essa non può vivere da sola perché «finché il nostro sistema economico-sociale produrrà ancora una vittima e ci sarà una sola persona scartata, non ci potrà essere la festa della fraternità universale». Viene così in primo piano proprio la grande questione della pace. Dal Papa, andato a prendere nel Paese più lontano, dal Papa che, primo e solo tra i grandi della Terra, ha parlato di una terza guerra mondiale a pezzi, ci si poteva aspettare finalmente una parola definitiva. La parola è venuta. Lontano dalle benedizioni ecclesiali, delle armi in guerra, fuori dalle incertezze e dalle contraddizioni anche più recenti sul tema si erge il rifiuto della “guerra giusta”, sostituito dall’intransigente “mai più la guerra”. «Solo la pace è giusta», aveva scritto un uomo di chiesa vicino al pensiero del Papa, il cardinale Matteo Zuppi. La politica viene trascinata dall’enciclica al cospetto dei grandi e terribili problemi del nostro tempo, al fine di farle riscoprire la sua ragione più profonda di esistenza, al fine di poter giustificare la sua esistenza. In essa si vede bene il pericolo delle strategie che pretendono di sostituirla con l’economia e vi si chiede: «Può il mondo funzionare senza politica? Può trovare una via efficace verso la fraternità universale e la pace sociale senza una buona politica?». Ma la via che essa deve intraprendere, sottraendosi al cattivo uso del potere, è impervia, «la politica non deve sottomettersi all’economia e questa non deve sottomettersi ai dettami e al paradigma efficentista della tecnocrazia». È la sfida del nostro oggi, di un oggi che vede la politica asservita, eppure la sfida che essa dovrebbe sapere accogliere per dimostrare che le parole del Papa, quelle che ricordano la Evangelii Gaudium, hanno fondamento anche nella nostra realtà attuale. Lì trovate scritto che: «La politica è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose della carità, perché cerca il bene comune». Si sente qui il richiamo a quella Populorum Progressio, con la quale Paolo VI nel 1967 avviò una riflessione difficile e feconda e, contemporaneamente con Fratelli tutti, Papa Francesco si colloca già avanti, si colloca sulla nuova frontiera provocata dal capitalismo finanziario globale, dalla globalizzazione del mercato, dalla massimizzazione del profitto e della dilatazione delle diseguaglianze. Sono precipitate su questi impegnativi capitoli dell’enciclica le contestazioni dei liberisti, alleati in un singolo fronte comune, con le relazioni clericali e conservatrici interne al mondo cattolico. Fanno come se fosse il Papa socialista. Il j’accuse è violentissimo, questo Papa è fuori e contro la tradizione. Eppure, è proprio sul terreno sociale, a partire “dall’amore politico”, – parole dell’enciclica – che più evidente si fa la ricerca del rapporto tra rinnovamento e continuità nel pensiero di papa Francesco. La dignità della persona umana, nel lavoro in particolare, la destinazione universale dei beni, la solidarietà alla funzione sociale dell’impresa, sono principi a cui si ispira il pensiero sociale cattolico. Nella forma più radicale, nei primi secoli della fede cristiana, ma poi rintracciabile ancora da Tommaso D’Acquino, fino alla Rerum Novarum. Più prossimi a noi, molti, e da molte parti del mondo cattolico, quandanche spesso ostacolati, sono stati i tentativi generosi e creativi di andare oltre la dottrina sociale della Chiesa, si pensi per tutti ai preti operai e alla teologia della liberazione. Ora il Pontefice si incammina sulla via già aperta dalla Laudato si’. Non c’è dubbio che si tratti di una scelta importante, che avrà grandi influenze, ma certo non si tratta di una scelta improvvisata. Si tratta di una costruzione fatta di pensieri, parole, fatti; si tratta di una costante azione pastorale, praticata in tutto il suo pontificato. È un processo soprattutto maturato a fronte dell’affermarsi dell’economia dello scarto, dei problemi allarmanti per l’umanità che questa pone. «Mentre una parte dell’umanità vive nell’opulenza, un’altra parte vede la propria dignità disconosciuta, disprezzata o calpestata», mentre l’economia globale vuole imporre un modello culturale unico, è quello che chiamiamo il nuovo capitalismo totalitario. Sta qui il punto di leva del pensiero del Pontefice, che affida alla solidarietà un compito storico, quello di – sono le parole dell’enciclica – «lottare contro le cause strutturali delle povertà, la diseguaglianza, la mancanza di lavoro, della terra e della casa. La negazione dei diritti sociali e lavorativi, è far fronte agli effetti distruttori dell’Impero del denaro… la solidarietà… è un modo di fare la storia ed è questo che fanno i movimenti popolari». A me pare che così cambi lo sguardo della Chiesa sul mondo, assumendo uno sguardo che è quello dei poveri, o almeno della loro priorità. Ma la sorpresa dei liberali su come Fratelli tutti affronti i temi della proprietà e del mercato è davvero mal riposta. Che il “mercato da solo non risolve tutto” è oggi di un’evidenza clamorosa e drammatica, e che l’enciclica veda il fallimento del neoliberismo è il risultato di un’incontestabile analisi sociale. E, in ogni caso, dovrebbero i critici in questione, ben più preoccuparsi per la denuncia contenuta nell’enciclica di Papa Francesco, di questa economia come l’economia dello scarto. Né può essere imputata contro Papa Francesco la considerazione secondo la quale il diritto alla proprietà privata è un diritto limitato, «naturale e secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati». Bisognerebbe almeno ricordare che la Costituzione repubblicana muove, seppur laicamente, nella stessa direzione. Ma forse, quel che vuole è che l’enciclica denunci le pratiche che mettono i diritti secondari, quelli della proprietà, sopra quelli prioritari, «privandoli di rilevanza pratica». È anche perciò, come dice l’enciclica, «la storia sta dando segni di un ritorno all’indietro». Si tocca con mano, per questa via, come la separazione in cui si vorrebbe imprigionare la riflessione del Pontefice, cioè la separazione tra la dimensione teologica, quella pastorale e quella politica, è solo un’istanza conservatrice, sia nei confronti della religione che della società. Un’istanza impugnata per impedire al Papa di prendere la parola nel mondo e di camminare con i popoli del mondo verso una rinascita dell’umano. Invece, proprio tutto di questa enciclica è ispirato a questo dovere: camminare insieme al popolo, nel popolo. Lo è anche il suo linguaggio, la lingua dell’enciclica è una lingua semplice, limpida, popolare. Si provi a confrontarla con quella di encicliche precedenti, anche tra quelle famose, e si vedrà quanto forte è la discontinuità su questo terreno. In questo andare verso il popolo, anche la lingua del Papa, persino in uno dei suoi momenti più solenni, quello dell’enciclica, si fa popolare. Non c’è nessuna rinuncia alla “cultura alta”, basti scorrere le colte e suggestive citazioni da Siracide alla Lettera ai Romani di Paolo, ma c’è la rottura della separazione con quella “bassa”, c’è la connessione tra l’alto e il basso, si veda la citazione della Samba da benção di Vinícius de Moraes. Non solo non c’è nell’enciclica nessuna concessione alla moda apologetica sulle nuove tecnologie delle comunicazioni. «La connessione digitale non basta a gettare ponti, non è in grado di unire l’umanità». «C’è bisogno – è scritto nell’enciclica – di gesti fisici, di espressioni del volto, di silenzi, di linguaggio corporeo e persino di profumi, tremiti delle mani, rossore, sudore, perché tutto ciò parla e fa parte della comunicazione umana». Le parole e il fatto. Era il Venerdì Santo, pioveva a dirotto su Piazza San Pietro, un uomo solo, il Papa, in mezzo alla piazza sotto un tendone spoglio, ha parlato al mondo intero. Se guardi quella scena, tenera e potente insieme, capisci l’enciclica Fratelli tutti e la missione di Papa Francesco. Un utopista il Papa? Risponde lui stesso, quando ha sostenuto in un’intervista che «bisogna andare verso un oltre-utopico, in cui l’utopia è critica della realtà che ricerca nuove strade». E poi, utopista o realista? Già l’allora patriarca di Venezia, Albino Luciani, commentando dieci anni dopo l’enciclica di Paolo VI aveva scritto: «È realista chi non crede che si possa andare avanti come prima», viste le condizioni disumane a cui ci condanna il mondo così com’è.

Unione civili, ora il Vaticano chiarisce a metà. Il Vaticano invia una nota ai nunzi apostolici sulle frasi del Papa sulle unioni civili, ma non c'è un chiarimento sulla modifica dottrinale. Benedetto XVI e San Giovanni Paolo II erano contrari. Giuseppe Aloisi, Lunedì 02/11/2020 su Il Giornale. Il Vaticano ha in qualche modo replicato alle interpretazioni date da alcuni organi di stampa sull'apertura di papa Francesco alle unioni civili. Nel corso di questi giorni, infatti, la segreteria di Stato ha inoltrato una nota di chiarimento ai nunzi della Santa Sede. Il fine sembra essere quello di fornire gli strumenti per poter dibattere dell'argomento di discussione, comprendendo quale sia la vera ratio delle parole di Jorge Mario Bergoglio. L'interpretazione dei più è chiara: l'ex arcivescovo di Buenos Aires, mediante quella intervista, che era tuttavia datata, ha di fatto modificato la dottrina di San Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Il silenzio della Sala Stampa dopo la diffusione della notizia poteva aver suscitato un po' di stupore. E i sacri palazzi hanno scelto questo periodo per intervenire. La nota inviata dalla segreteria di Stato sembra essere balzata agli onori delle cronache - come riporta l'Agi - per via della decisione di una singola persona. Una scelta - questa di pubblicarla - che è stata del nunzio apostolico in Messico, che è l'italiano Franco Coppola. Molto di questa storia - com'è noto - deriva dal documentario "Francesco", opera di Evgeny Afineevsky trasmessa di recente al Festival del Cinema di Roma. Alcuni hanno fatto notare come Bergoglio, dopo la messa in onda, abbia voluto festeggiare con il regista. Il che, la mattinata successiva alla " bufera" mediatica, ha in qualche modo alimentato le critiche della base composta dai conservatori, che hanno visto in quel festeggiamento la conferma della loro versione. Quella per cui l'ex arcivescovo di Buenos Aires avrebbe davvero aperto alle "unioni civili". Cosa afferma, però, la nota della segreteria di Stato del Vaticano? Stando al testo diffuso in queste ore da vari organi di stampa, la nota riporta il seguente chiarimento: "Più di un anno fa, durante un'intervista, papa Francesco ha risposto a due domande diverse in due momenti diversi che, nel suddetto documentario, sono state modificate e pubblicate come una sola risposta senza la dovuta contestualizzazione, il che ha generato confusione". E ancora: "Il Santo Padre aveva fatto in primo luogo un riferimento pastorale sulla necessità che, in seno alla famiglia, il figlio o la figlia con orientamento omosessuale non vengano mai discriminati. A loro si riferiscono le parole: “le persone omosessuali hanno il diritto di stare in famiglia; sono figli di Dio, hanno diritto a una famiglia. Non si può cacciare dalla famiglia nessuno e rendere la vita impossibile per questo”". Quello che i conservatori contestano, però, è soprattutto il passaggio relativo alla legge sulla "convivencia civil", che nei sistemi giuridici sudamericani significa in sintesi proprio legge sulle "unioni civili". E su questo punto che, nel corso dell'intervista, papa Francesco si è espresso in maniera favorevole, scandalizzando, per così dire, chi ricorda il "no" fermo di Benedetto XVI e San Giovanni Paolo II. Il primo Papa gesuita della storia, nel documentario, afferma di essersi battuto per leggi di quel tipo negli anni in cui è stato incaricato in Argentina. Lo scritto del cardinale e segretario di Stato Pietro Parolin tende a chiarire un assunto già certo: quello secondo cui, per la dottrina cristiano-cattolica, il matrimonio sia soltanto uno, e cioè quello tra un uomo ed una donna. La difesa verte insomma sullo sgombrare il campo da chi pensa che Francesco possa aver operato mediante un'equiparazione tra il matrimonio cristiano e le unioni civili. Ma la polemica non riguardava tanto questo aspetto, quanto appunto la questione della concessione di diritti di "copertura legale" alle coppie Lgbt. Se non altro perché Joseph Ratzinger e il papa polacco erano apparsi indisponibili in materia. Ecco, la nota diramata in queste ore dal Vaticano, secondo pure quanto ripercorso da IlMessaggero, non fornirebbe ulteriori indicazioni su questi aspetti. La sensazione comune è che papa Francesco sia favorevole alle unioni civili. Una posizione che non è condivisa dalla pastorale e dalle impronte dottrinali lasciate dai suoi due predecessori.

Franca Giansoldati per ilmessaggero.it il 3 novembre 2020. Quando si dice che la toppa è peggio del buco. Il Vaticano ha dato disposizione a tutti i nunzi apostolici di chiarire la posizione della Santa Sede sulle famiglie gay e sulle leggi in discussione in tanti Parlamenti. Il polverone si era sollevato dopo che il Papa - in un film sul suo pontificato - aveva di fatto approvato le leggi civili per le coppie omosessuali. Una frase che risultava in palese contrasto con la tradizionale dottrina della Chiesa, fino a quel momento mai sconfessata, scatenando vivaci proteste di vescovi e cardinali. Nello stesso tempo il regista del film, Evgeny Afineevsky confermava ai giornalisti che il Papa in persona non solo aveva avuto modo di guardare il filmato integralmente ma di fatto lo aveva approvato, senza specificare altro. La nota di chiarimento diramata dal segretario di Stato, Pietro Parolin ai nunzi parte dalla genesi di questo caos, spiegando che più di un anno fa, durante un'intervista, Papa Francesco aveva risposto a due domande diverse in due momenti diversi ma che poi, nel film di Afineevski, le frasi «sono state modificate e pubblicate come una sola risposta, senza la dovuta contestualizzazione, il che ha generato confusione». Nella prima domanda il Papa aveva fatto un riferimento pastorale sulla necessità che, in seno alla famiglia, il figlio o la figlia con orientamento omosessuale non vengano mai discriminati. A loro si riferiscono le parole: «le persone omosessuali hanno il diritto di stare in famiglia; sono figli di Dio, hanno diritto a una famiglia. Non si può cacciare dalla famiglia nessuno e rendere la vita impossibile per questo». Una posizione contenuta anche nella esortazione apostolica sulla Amoris Laetitia. Una domanda successiva dell'intervista era invece inerente ad una legge  di dieci anni fa in Argentina sui matrimoni di coppie dello stesso sesso e all'opposizione dell'allora Arcivescovo di Buenos Aires al riguardo. A questo proposito Papa Francesco aveva affermato che «è un'incoerenza parlare di matrimonio omosessuale», aggiungendo che, nello stesso contesto, aveva parlato del diritto di queste persone di avere una certa copertura legale: «quello che dobbiamo fare è una legge di convivenza civile; hanno il diritto di essere legalmente coperti. L'ho difeso io». Una frase esplosiva visto che non tiene conto del documento (ancora valido) diffuso sotto il pontificato di Giovanni Paolo in cui si dice «che la Chiesa non può portare in nessun modo all'approvazione del comportamento omosessuale oppure al riconoscimento legale delle unioni omosessuali». «Il bene comune esige che le leggi riconoscano, favoriscano e proteggano l'unione matrimoniale come base della famiglia, cellula primaria della società. Riconoscere legalmente le unioni omosessuali oppure equipararle al matrimonio, significherebbe non soltanto approvare un comportamento deviante, con la conseguenza di renderlo un modello nella società attuale, ma anche offuscare valori fondamentali». La nota del Vaticano, poi, generando ulteriore confusione  fa riferimento anche ad una altra intervista del Papa, stavolta del 2014: «Il matrimonio è tra un uomo e una donna. Gli Stati laici vogliono giustificare le unioni civili per regolamentare diverse situazioni di convivenza, mossi dall'esigenza di regolare aspetti economici tra le persone, come ad esempio garantire l'assistenza sanitaria. Si tratta di patti di convivenza di natura diversa, di cui non saprei dare un cast delle varie forme. È necessario vedere i vari casi e valutarli nella loro varietà». La nota conclude: «È quindi evidente che Papa Francesco ha fatto riferimento a determinate disposizioni statali, non certamente alla dottrina della Chiesa, molte volte riaffermata nel corso degli anni». Quale sia la reale posizione del Papa in materia non è ancora chiaro, nè se la linea del magistero tanto difesa sotto il pontificato di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI sia nel frattempo stata emendata. Nella nota di spiegazioni inviata ai nunzi, inoltre, non si fa luce nemmeno alla grande questione del perchè Francesco (che ha visto il film in anteprima contenente il collage delle due frasi) non lo abbia bloccato in tempo evitando questa ulteriore frittata.

Papa Francesco respinge le critiche: “Penso solo a fare il bene”. Fabrizio Mastrofini su Il Riformista l'1 Novembre 2020. Papa Francesco parla, stavolta al direttore dell’agenzia stampa AdnKronos, e dice molto. Ci sono alcuni aspetti significativi della lunga intervista, riassunta sul sito dell’agenzia stessa. Peccato non poter ascoltare un audio o leggere una trascrizione integrale (…magari arrivano tra qualche anno a sorpresa una o due frasi shock!).

Primo punto: le critiche. «Il Papa le critiche le ascolta tutte dopodiché esercita il discernimento, capire cosa è a fin di bene e cosa no. Discernimento che è la linea guida del mio percorso, su tutto, su tutti. E qui – continua Papa Francesco – sarebbe importante una comunicazione onesta per raccontare la verità su quel che sta succedendo all’interno della Chiesa. È vero che poi se nella critica devo trovare ispirazione per fare meglio non posso certo lasciarmi trascinare da ogni cosa che di poco positivo scrivono sul Papa».

Secondo: corruzione e rapporti con il predecessore. Qui abbiamo qualcosa di nuovo. «La Chiesa è e resta forte ma il tema della corruzione è un problema profondo, che si perde nei secoli. All’inizio del mio pontificato andai a trovare Benedetto. Nel passare le consegne mi diede una scatola grande: “Qui dentro c’è tutto – disse -, ci sono gli atti con le situazioni più difficili, io sono arrivato fino a qua, sono intervenuto in questa situazione, ho allontanato queste persone e adesso…tocca a te. Ecco, io non ho fatto altro che raccogliere il testimone di Papa Benedetto, ho continuato la sua opera”. Una narrazione tradizionalista racconta di un papa emerito perennemente in guerra con quello regnante, e viceversa. C’è del vero? Il Papa, scrive la AdnKronos, si prende qualche secondo e poi sorride: “Benedetto per me è un padre e un fratello, per lettera gli scrivo ‘filialmente e fraternamente’. Lo vado a trovare spesso lassù (con il dito indica la direzione del monastero Mater Ecclesiae proprio alle spalle di San Pietro) e se recentemente lo vedo un po’ meno è solo perché non voglio affaticarlo. Il rapporto è davvero buono, molto buono, concordiamo sulle cose da fare. Benedetto è un uomo buono, è la santità fatta persona. Non ci sono problemi fra noi, poi ognuno può dire e pensare ciò che vuole. Pensi che sono riusciti perfino a raccontare che avevamo litigato, io e Benedetto, su quale tomba spettava a me e quale a lui”.

Il lettore interessato può cercare l’intervista sul sito dell’agenzia. Ma già da questi brevi estratti colpisce la determinazione con cui si descrive un Papa Francesco pronto a contrastare la corruzione dentro il Vaticano e in tutti i modi. Lo ritiene suo dovere, anche se non viene chiesto o precisato in che modo e con quali strumenti e con quale esercito o drappello potrà andare avanti. Tuttavia l’immagine decisa si coglie molto bene e nettamente. Ad esempio in modo specifico sul tema corruzione, «non credo possa esserci una sola persona, dentro e fuori di qui, contraria ad estirpare la malapianta della corruzione», spiega il Papa. E aggiunge: «Non ci sono strategie particolari, lo schema è banale, semplice, andare avanti e non fermarsi, bisogna fare passi piccoli ma concreti. Per arrivare ai risultati di oggi siamo partiti da una riunione di cinque anni fa su come aggiornare il sistema giudiziario, poi con le prime indagini ho dovuto rimuovere posizioni e resistenze, si è andati a scavare nelle finanze, abbiamo nuovi vertici allo Ior, insomma ho dovuto cambiare tante cose e tante molto presto cambieranno». Abbastanza chiaro, anzi illuminante e non si può chiedere di più al genere letterario-intervista. E qui abbiamo un eccesso di interviste, almeno in questo periodo. È un modo per far arrivare più in là la voce del Papa e tuttavia lo immaginiamo sgradito ai puristi dei pronunciamenti ufficiali, che devono essere omelie, discorsi, documenti. C’è in questo parlare ai giornalisti un “segno dei tempi”, la convinzione che sia diventato necessario riuscire a trovare dei modi per rivolgersi a un pubblico più ampio e vasto, anche se poi non si controllano tanto bene le conseguenze. Comunque il Papa ne esce bene, come quando smonta un altro cliché mediatico: la sua solitudine. Osserva: «Se sono solo? Ci ho pensato. E sono arrivato alla conclusione che esistono due livelli di solitudine: uno può dire, mi sento solo perché chi dovrebbe collaborare non collabora, perché chi si dovrebbe sporcare le mani per il prossimo non lo fa, perché non seguono la mia linea o cose così, e questa è una solitudine diciamo… funzionale. Poi c’è una solitudine sostanziale, che non provo, perché ho trovato tantissima gente che rischia per me, mette la sua vita in gioco, che si batte con convinzione perché sa che siamo nel giusto e che la strada intrapresa, pur fra mille ostacoli e naturali resistenze, è quella giusta».

Allo stesso tempo con queste interviste entriamo nella mente di Papa Francesco e nel laboratorio della Chiesa, perché si apre uno spaccato sulla mentalità del Papa e sull’approccio ecclesiale, ai vari livelli, sui problemi che ci si trova ad affrontare. Qui è il nodo: sarebbe immaginabile un approccio capace di utilizzare qualche metodologia – con consulenti che non badino solo a tagliare spese (e teste) – per verificare risultati, con valutazioni del personale con metodiche aggiornate e – soprattutto – riuscire ad investire sulla formazione? In effetti c’è una strada lunga da percorrere.

Gian Marco Chiocci per adnkronos.com il 30 ottobre 2020. Un filo di voce accompagnato dal sorriso. "Buongiorno, benvenuto…". Il Santo Padre mi accoglie così nelle stanze vaticane dove ha acconsentito a rispondere agli interrogativi che tanto stanno scuotendo la Chiesa, preoccupando le porpore, angustiando i fedeli, dividendo gli addetti ai lavori che lo osannano o lo criticano a seconda della parrocchia d’appartenenza. Incontrare un Papa non è cosa di tutti giorni, regala emozioni rare, intense, fortissime anche se il padrone di casa fa di tutto per mettere l'ospite non solo a proprio agio ma – ed è davvero paradossale - sullo stesso piano. Parlare con Lui in una stanza spoglia, due sedie, un tavolo e un crocifisso, mentre fuori tracima l'apprensione per la pandemia, accresce quel desiderio di speranza e di fede difronte all'ignoto, fede che per alcuni starebbe venendo meno a causa degli scandali, degli sprechi, delle continue rivoluzioni di Francesco e financo del virus, e di questi temi il Papa parlerà nel colloquio con l’Adnkronos. L'occasione è utile innanzitutto per mettere un punto e tirare la riga sull'annosa questione morale fra le mura al di là del Tevere che il Papa stesso non fatica a definire un "male antico che si tramanda e si trasforma nei secoli", ma che ogni predecessore, chi più chi meno, ha cercato di debellare coi mezzi e le persone sulle quali in quel momento poteva contare. "Purtroppo la corruzione è una storia ciclica, si ripete, poi arriva qualcuno che pulisce e rassetta, ma poi si ricomincia in attesa che arrivi qualcun altro a metter fine a questa degenerazione". Certo, nella vita millenaria della Chiesa non si ricorda un Papa così, tanto coraggioso quanto incurante di inimicarsi la potente curia romana con il mondo affaristico che le scodinzola intorno: Francesco è deciso a fare piazza pulita di ecclesiastici propensi a mettere il denaro ("i primi padri lo chiamavano lo sterco del diavolo e pure San Francesco" dice) prima della Croce. Coerente col suo dettame francescano il Vicario di Cristo fa quel che nessuno ha mai avuto la forza di fare per una Chiesa che sia davvero una casa di vetro, trasparente, com'era quella delle origini, votata agli ultimi, al popolo. In una Chiesa per i poveri, più missionaria, però – ed è questo il credo di Francesco - non c'è spazio per chi si arricchisce o fa arricchire il suo cerchio magico indossando indegnamente l'abito talare. "La Chiesa è e resta forte ma il tema della corruzione è un problema profondo, che si perde nei secoli. All'inizio del mio pontificato andai a trovare Benedetto. Nel passare le consegne mi diede una scatola grande: "Qui dentro c'è tutto – disse -, ci sono gli atti con le situazioni più difficili, io sono arrivato fino a qua, sono intervenuto in questa situazione, ho allontanato queste persone e adesso…tocca a te". Ecco, io non ho fatto altro che raccogliere il testimone di Papa Benedetto, ho continuato la sua opera". Già, Benedetto XVI. Una narrazione tradizionalista e conservatrice racconta di un papa emerito perennemente in guerra con quello regnante, e viceversa: dissidi, dissapori, spigolosità, diversità di vedute su tutto e tutti, trame sotterranee e pettegolezzi. C'è del vero? Il Santo Padre si prende qualche secondo e poi sorride: "Benedetto per me è un padre e un fratello, per lettera gli scrivo "filialmente e fraternamente". Lo vado a trovare spesso lassù (con il dito indica la direzione del monastero Mater Ecclesiae proprio alle spalle di San Pietro, nda) e se recentemente lo vedo un po' meno è solo perché non voglio affaticarlo. Il rapporto è davvero buono, molto buono, concordiamo sulle cose da fare. Benedetto è un uomo buono, è la santità fatta persona. Non ci sono problemi fra noi, poi ognuno può dire e pensare ciò che vuole. Pensi che sono riusciti perfino a raccontare che avevamo litigato, io e Benedetto, su quale tomba spettava a me e quale a lui". Il Pontefice riannoda le fila del discorso partito da lontano, ripensa a quando arrivò al soglio di Pietro e di cosa pensava allora dei mali materiali della Chiesa, nulla rispetto a quel che poi ritroverà affondando le mani nella gestione opaca delle finanze vaticane, l'obolo di San Pietro, l'imprudenza di certi investimenti all'estero, l'attivismo poco caritatevole di pastori d'anime trasformatisi in lupi di rendite. Bergoglio si rifà a Sant'Ambrogio, vescovo, teologo e santo romano, per sintetizzare la sua linea guida: "La Chiesa è stata sempre una casta meretrix, una peccatrice. Diciamo meglio: una parte di essa, perché la stragrande maggioranza va in senso contrario, persegue la giusta via. Però è innegabile che personaggi di vario tipo e spessore, ecclesiastici e tanti finti amici laici della Chiesa, hanno contribuito a dissipare il patrimonio mobile e immobile non del Vaticano ma dei fedeli. A me colpisce il Vangelo quando il Signore chiede di scegliere: o segui Dio o segui il denaro. Lo ha detto Gesù, non è possibile andare dietro a entrambi". Da Sant'Ambrogio il Papa passa alla nonna dispensatrice di buoni consigli: "Lei, che certo non era una teologa, a noi bambini diceva sempre che il diavolo entra dalle tasche. Aveva ragione". Come aveva ragione quella vecchina incontrata in una sterminata baraccopoli di Buenos Aires il giorno in cui morì Giovanni Paolo II: "Mi trovavo in un autobus – ricorda Francesco - stavo andando in una favela, quando venni raggiunto dalla notizia che stava facendo il giro del mondo. Durante la messa, chiesi di pregare per il papa defunto. Finita la celebrazione mi si avvicinò una donna poverissima, chiese informazioni su come si eleggeva il papa, le raccontai della fumata bianca, dei cardinali, del conclave. Al che lei mi interruppe e disse: senta Bergoglio, quando diventerà papa per prima cosa si ricordi di comprare un cagnolino. Le risposi che difficilmente lo sarei diventato, e se nel caso perché avrei dovuto prendere il cane. "Perché ogni volta che si troverà a mangiare – fu la sua risposta - ne dia un pezzettino prima a lui, se lui sta bene allora continui pure a mangiare". Questo pensa la gente del Vaticano? Che la situazione è fuori controllo che può succedere di tutto? "Era ovviamente una esagerazione" taglia corto il Santo Padre. "Ma dava conto dell'idea che il popolo di Dio, i poveri fra i più poveri al mondo, aveva della Casa del Signore attraversata da ferite profonde, lotte intestine e malversazioni". La lotta pubblica e senza sconti al malaffare vaticano di questi tempi regala l'immagine di un pontefice molto concreto, deciso, risoluto, un eroe solitario osannato dalle folle ma osteggiato da un nemico invisibile. Un Papa che appare solo nei palazzi del piccolo stato, ma che solo non è avendo dalla sua la quasi totalità degli osservanti e dei devoti. Francesco inarca le sopracciglia, allarga lentamente le braccia cercando al contempo lo sguardo del suo ospite. Sono secondi interminabili. "Sarà quel che il Signore vuole che sia. Se sono solo? Ci ho pensato. E sono arrivato alla conclusione che esistono due livelli di solitudine: uno può dire, mi sento solo perché chi dovrebbe collaborare non collabora, perché chi si dovrebbe sporcare le mani per il prossimo non lo fa, perché non seguono la mia linea o cose così, e questa è una solitudine diciamo… funzionale. Poi c'è una solitudine sostanziale, che non provo, perché ho trovato tantissima gente che rischia per me, mette la sua vita in gioco, che si batte con convinzione perché sa che siamo nel giusto e che la strada intrapresa, pur fra mille ostacoli e naturali resistenze, è quella giusta. Ci sono stati esempi di malaffare, di tradimenti, che feriscono chi crede nella Chiesa. Queste persone non sono certo suore di clausura". Sua Santità ammette di non sapere se vincerà o meno la battaglia. Ma con amorevole risolutezza si dice certo di una cosa: "So che devo farla, sono stato chiamato a farla, poi sarà il Signore a dire se ho fatto bene o se ho fatto male. Sinceramente non sono molto ottimista (sorride, ndr) però confido in Dio e negli uomini fedeli a Dio. Ricordo di quand'ero a Cordoba, pregavo, confessavo, scrivevo, un giorno vado in biblioteca a cercare un libro e mi imbatto in sei-sette volumi sulla storia dei Papi, e anche tra i miei antichissimi predecessori ho trovato qualche esempio non proprio edificante". Oggi la miglior difesa dei nemici giurati del Papa è l'attacco a Francesco attraverso i continui richiami a quel che presto, sperano, verrà dopo di lui. Una sorta di liberazione e di resurrezione per un pontificato dato già per archiviato perché troppo divisivo, politicamente scorretto, ideologicamente schierato da una parte sola. Sul toto-papa che impazza nei passaparola, Bergoglio la prende con ironia: "Anche io ci penso a quel che sarà dopo di me, ne parlo io per primo. Recentemente, nello stesso giorno, mi sono sottoposto a degli esami medici di routine, i medici mi hanno detto che uno di questi si poteva fare ogni cinque anni oppure ogni anno, loro propendevano per il quinquennio io ho detto facciamolo anno per anno, non si sa mai (il sorriso stavolta si fa più generoso, nda)". Papa Bergoglio ascolta con attenzione l'elenco delle critiche che gli sono state rivolte nel tempo, non fa trasparire insofferenza sulla sortita del cardinal Ruini ("criticare il Papa non significa essergli contro") sembra segnarsele a mente una per una le contestazioni, dalle unioni civili all'accordo con la Cina. Ci pensa su una decina di secondi e infine consegna un pensiero a tutto tondo: "Non direi il vero, e farei torto alla sua intelligenza se le dicessi che le critiche ti lasciano bene. A nessuno piacciono, specie quando sono schiaffi in faccia, quando fanno male se dette in malafede e con malignità. Con altrettanta convinzione però dico che le critiche possono essere costruttive, e allora io me le prendo tutte perché la critica porta a esaminarmi, a fare un esame di coscienza, a chiedermi se ho sbagliato, dove e perché ho sbagliato, se ho fatto bene, se ho fatto male, se potevo fare meglio. Il Papa le critiche le ascolta tutte dopodiché esercita il discernimento, capire cosa è a fin di bene e cosa no. Discernimento che è la linea guida del mio percorso, su tutto, su tutti. E qui – continua Papa Francesco – sarebbe importante una comunicazione onesta per raccontare la verità su quel che sta succedendo all'interno della Chiesa. E' vero che poi se nella critica devo trovare ispirazione per fare meglio non posso certo lasciarmi trascinare da ogni cosa che di poco positivo scrivono sul Papa". Il tempo di elaborare la domanda successiva e il Santo Padre anticipa ancor di più la risposta: "Non credo possa esserci una sola persona, dentro e fuori di qui, contraria ad estirpare la malapianta della corruzione. Non ci sono strategie particolari, lo schema è banale, semplice, andare avanti e non fermarsi, bisogna fare passi piccoli ma concreti. Per arrivare ai risultati di oggi siamo partiti da una riunione di cinque anni fa su come aggiornare il sistema giudiziario, poi con le prime indagini ho dovuto rimuovere posizioni e resistenze, si è andati a scavare nelle finanze, abbiamo nuovi vertici allo Ior, insomma ho dovuto cambiare tante cose e tante molto presto cambieranno". Fatta salva la presunzione di innocenza per chiunque sia finito o finirà nel mirino della magistratura vaticana, è sotto gli occhi di tutti quanto di buono stia facendo Francesco camminando sul filo del dirupo dell'immoralità diffusa in settori precisi della Chiesa. Ci chiediamo, e con un po' di timidezza chiediamo al Santo Padre: ma il Papa ha paura? La replica stavolta è più ponderata. Il silenzio sembra non finire mai, sembra in attesa di trovare le parole giuste. Sembra. "E perché dovrei averne?" si domanda e ci domanda il Santo Padre. "Non temo conseguenze contro di me, non temo nulla, agisco in nome e per conto di nostro Signore. Sono un incosciente? Difetto di un po' di prudenza? Non saprei cosa dire, mi guida l'istinto e lo Spirito Santo, mi guida l'amore del mio meraviglioso popolo che segue Gesù Cristo. E poi prego, prego tanto, tutti noi in questo momento difficile dobbiamo pregare tanto per quanto sta accadendo nel mondo". Il coronavirus è tornato fra noi, si trascina dietro inquietudine, morti e paura. Il Sommo Pontefice si prende la parola e non la lascia più, e parla quasi tenendoti per mano, come non ti aspetteresti mai dal pastore in terra della chiesa universale. "Sono giorni di grande incertezza, prego tanto, sono tanto, tanto, tanto vicino a chi soffre, sono con la preghiera a chi aiuta le persone che soffrono per motivi di salute e non solo". Il riferimento va ai famosi eroi, i "santi della porta accanto" come ebbe a definirli due settimane dopo l'appuntamento globale del 27 marzo, quand'era solo in piazza San Pietro, sotto la pioggia, in preghiera per la fine della pandemia ai piedi del crocifisso inondato dalle lacrime piovute dal cielo. Padre Santo, gli chiediamo, si prospettano nuovi lockdown, si riparla di restrizioni per il culto, c'è un rischio di ripercussioni per la Chiesa? "Non voglio entrare nelle decisioni politiche del governo italiano ma le racconto una storia che mi ha dato un dispiacere: ho saputo di un vescovo che ha affermato che con questa pandemia la gente si è "disabituata" – ha detto proprio così - ad andare in chiesa, che non tornerà più a inginocchiarsi davanti a un crocifisso o a ricevere il corpo di Cristo. Io dico che se questa "gente", come la chiama il vescovo, veniva in chiesa per abitudine allora è meglio che resti pure a casa. E' lo Spirito Santo che chiama la gente. Forse dopo questa dura prova, con queste nuove difficoltà, con la sofferenza che entra nelle case, i fedeli saranno più veri, più autentici, Mi creda, sarà così". L'incontro termina qui, il commiato è semplice e commovente più del benvenuto. Diceva San Francesco che un solo raggio di sole è sufficiente a cancellare milioni di ombre. Nella stanza improvvisamente vuota la luce di speranza dell'unico papa che ha preso il nome dal fraticello d'Assisi resta incredibilmente accesa. E per un istante con l'oscurità del virus si spegne anche il buio del peccato dei consacrati del Signore.

Il Papa ora "spacca" la Chiesa e prepara il piano per il futuro. La frase sulle unioni civili di Francesco accelera la divisione. Adesso anche i ratzingeriani si ribellano al nuovo corso. Francesco Boezi, Giovedì 29/10/2020 su Il Giornale. Il clima non è dei migliori, e tra la base cattolica non si respira unità d'intenti. L'apertura di Papa Francesco sulle unioni civili ha prodotto alcuni effetti. La questione, dopo il Sinodo della Famiglia, pareva chiusa. In realtà, l'opinione di Jorge Mario Bergoglio sulle forme legali di tutela delle unioni tra persone omosessuali era stata solo messa da parte. Durante un pomeriggio d'ottobre, in pieno quadro pandemico, un virgolettato contenuto in un documentario intitolato "Francesco" - un'opera che presenta pure una intervista di qualche anno fa, a dire il vero, che è poi quella al centro del "caso" - viene ascoltato al Festival del Cinema di Roma dagli addetti ai lavori. Poi un'agenzia, la Cna, rilancia la questione: si tratta di una storica apertura di un vescovo di Roma, ma è anche l'innesco di una bufera. Forse la bufera più grossa nella storia recente della Chiesa cattolica: il Papa ha aperto alle unioni civili. Nel corso di questi sette anni e mezzo di pontificato, anche i critici del pontefice argentino hanno riconosciuto il fatto che il successore di Pietro, dal punto di vista bioetico, parlasse quasi in maniera più chiara e decisa di Benedetto XVI. Certo, qualcuno ha posto il problema di qualche "ambiguità", ma Bergoglio ha persino accostato i "sicari" all'aborto in questi anni. Sull'eutanasia, in specie durante i casi Charlie Gard ed Alfie Evans, il Papa, per quanto invocato dal basso in ognuna delle due circostanze, alla fine aveva preso posizione. E quel "chi sono io per giudicare" era in realtà accompagnato da un proseguo della riflessione, che alcuni organi di stampa non hanno riportato per intero. Non c'erano stati, insomma, motivi per dubitare del fatto che Bergoglio volesse modificare la dottrina su alcune materie. Se per i tradizionalisti la dottrina-cristiano cattolica aveva corso il rischio di subire le conseguenze di una "confusione" prodotta dalla pastorale di Francesco, lo stesso non si poteva dire per alcuni aspetti bioetici, che da sempre la Chiesa cattolica cerca di difendere con le ragioni proprie del diritto naturale. Ma ora, anche per gli strenui difensori di Bergoglio, è comparso un problema nuovo. Perché non era mai successo che un pontefice si esprimesse con favore sul tema delle unioni civili.

Uno scisma può sconvolgere la Chiesa di Papa Francesco. L'espressione "convivencia civil", nelle leggi delle nazioni sudamericane che l'hanno adottata nel loro sistema giuridico, ha un significato preciso. E la declinazione italiana è per lo più quella di "unione civile". Non c'è tanto da interpretare. C'è un elemento, poi, che non può non essere tenuto in considerazione: quando i media hanno deciso di rilanciare la notizia della storica apertura dell'ex arcivescovo di Buenos Aires, la Sala Stampa della Santa Sede ed i media attraverso cui piazza San Pietro prende di solito posizione non hanno smentito l'interpretazione fornita dai più. E questo costituisce un argomento complesso da gestire per chi ha provato ad ipotizzare che il video fosse stato "manipolato" o che Francesco in realtà volesse dire altro. Le reazioni dei conservatori - quelle no - non sono mancate.

Le agitazioni dei conservatori: perché il Papa non può "cambiare" la dottrina. Per ora a sollevarsi sono stati soltanto due-tre cardinali: l'americano Raymond Leo Burke ed il tedesco Gherard Ludwig Mueller. Una rapida occhiata alle posizioni prese da altri porporati in materia di unioni civili nel corso di questi anni, però, lascia supporre che il fronte degli "scandalizzati", per così dire, sia più ampio. Poi per replicare ad un pontefice ci vuole una certa dose di coraggio e di libertà d'azione. Normale che non tutti tra i conservatori se la siano sentita. Una dichiarazione molto precisa è arrivata anche da mons. Carlo Maria Viganò, che ci ha inoltrato un documento in cui si legge pure quanto segue: "Attenzione, però: queste parole costituiscono l’ennesima provocazione con cui la parte ultra-progressista della gerarchia cerca di suscitare ad arte uno scisma, come già ha tentato di fare con l’esortazione post-sinodale Amoris laetitia, la modifica della dottrina sulla pena capitale, il Sinodo pan-amazzonico e l’immonda Pachamama, la Dichiarazione di Abu Dhabi poi ribadita e aggravata dall’enciclica Fratelli tutti". L'ex nunzio apostolico non si limita ad una critica tout court, ma individua un vero e proprio disegno di stampo modernista, che avrebbe il vero scopo di comportare, prima o poi, una divisione interna. Alcuni tradizionalisti pensano dunque che quella frase di Bergoglio ("Quello che dobbiamo fare è una legge per le unioni civili. In questo modo sono legalmente tutelati. Io sono a favore di questo") possano anche essere interpretate alla stregua di qualcosa di più di un caso isolato.

Adesso il caos regna sovrano: cosa ha fatto Papa Francesco. Esisterebbe una sorta di "ambiguità" sistemica alimentata dalle correnti dottrinali moderniste. Ma c'è anche chi la vede in maniera molto più semplice: Bergoglio è semplicemente il primo Papa ad esprimersi in questi termini sulle unioni civili. Perché? Perché, senza retropensieri, la pensa proprio così. E i conservatori, che non si chiamano così a casa, ritengono che nessun pontefice abbia sufficienti faccoltà per modificare la dottrina. Tra gli italiani, vale la pena segnalare la reazione del cardinal Camillo Ruini: pure l'ex segretario della Cei si è schierato per il tramite dell'ultima opera libraria che ha scritto contro lo sdoganamento delle unioni civili che, stando all'opionione dei cattolici conservatori, costituirebbero pure una sorta di lasciapassare indiretto per l'approvazione della pratica dell'utero in affitto. E qui il discorso si allargherebbe parecchio.

La fine della tesi della "continuità" con Ratzinger. Fino a qualche tempo fa, i commentatori vicini a papa Francesco affermavano con forza l'esistenza di una "continuità" assoluta tra l'emerito ed il regnante. Una continuità che, nonostante le differenze comunicative, si palesava in campo dottrinale. Un esempio tipico che è stato avanzato: anche papa Francesco - dicono i giornalisti fan di Bergoglio - cita spesso il "diritto a non emigrare". Il che è vero, ma in un contesto di una pastorale che fa dell'accoglienza dei migranti uno dei suoi cuori pulsanti. Comunque sia, dopo l'emersione dell'opinione di Bergoglio sulle unioni civili, l'assunto sulla continuità dottrinale tra i due ultimi pontefici perde - a nostro parere - di parecchia credibilità. Del resto Benedetto XVI sui "nuovi diritti" è sempre stato lapidario. Ratzinger è l'inventore dell'espressione "valori non negoziabili".

Spuntano le "materie riservate". Il Papa si blinda con la "corte". Ma non è tutto: quando Benedetto XVI era il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ossia durante il pontificato di San Giovanni Paolo II, ha scritto alcune considerazioni sulle "unioni civili". Delle riflessioni che il pontefice polacco decise di approvare. Ratzinger, in quella occasione, scrisse quanto segue: "In presenza del riconoscimento legale delle unioni omosessuali, oppure dell'equiparazione legale delle medesime al matrimonio con accesso ai diritti che sono propri di quest'ultimo, è doveroso opporsi in forma chiara e incisiva. Ci si deve astenere da qualsiasi tipo di cooperazione formale alla promulgazione o all'applicazione di leggi così gravemente ingiuste nonché, per quanto è possibile, dalla cooperazione materiale sul piano applicativo...". Quello di Ratzinger sulle unioni civili era un no senza se e senza ma. Era il 2003, e non è difficile sostenere due tesi: che i tempi siano profondamente mutati; che gli insegnamenti di papa Francesco si stiano progressivamente differenziando da quelli dei suoi due ultimi predecessori. E questo elemento, che non è d'importanza secondario per un cattolico, può interessare la traduzione, la storia della Chiesa, la dottrina e così via.

Così la sinistra politica e quella ecclesiastica si sono schierate con il Papa sulle unioni civili. Una parte di consacrati - come spiegato - ha deciso di criticare Bergoglio per le sue esternazioni. Il Papa, del resto, è ritenuto infallibile solo ex cathedra. Ma le istituzioni ecclesiastiche - quelle che oggi dimorano nel centro di comando della Ecclesia - non hanno esitato più di tanto, schierandosi al fianco del pontefice nell'arco di pochissimo tempo. Era prevedibile, ma la Chiesa cattolica non si era mai esposta così sulle unioni civili.

La vera "guerra" nel Vaticano: il caso che scoperchia tutto. Dal vescovo di Altamura che ha persino aperto alle adozioni per le coppie omosessuali allo "spin doctor" padre Antonio Spadaro, che ha detto a stretto giro che le dichiarazioni del pontefice argentino non modificano la dottrina. La parola d'ordine dei "bergogliani", ancora una volta, è accoglienza. Una reazione che in modo inevitabile rischia di incastrarsi con le velleità dell'episcopato tedesco, che vorrebbe un rinnovo del rapporto culturale tra dottrina cristiano-cattolica ed omosessualità e che sta battagliando affinché alcune modifiche passino attraverso un "Concilio interno" dalla durata biennale. Oltre il piano degli equilbri interni, però, dimora quello delle simpatie politiche: gli emisferi progressisti italiani hanno reagito all'apertura esultando. L'ex ministro Maria Elena Boschi ha plaudito a Bergoglio su Twitter: "Quattro anni fa abbiamo approvato la legge sulle unioni civili, nonostante le polemiche di una parte del mondo cattolico. Oggi Papa Francesco difende le leggi sulle unioni civili. Fare politica vuol dire sempre difendere la laicità delle Istituzioni". Qualcosa di simile era accaduto quando Francesco aveva comunicato di stare per creare l'arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi come cardinale. In quella circostanza, erano arrivati, tra gli altri, pure il placet del segretario del Pd Nicola Zingaretti e quello di un'esponente di punta dello stesso partito, la senatrice Monica Cirinnà. Alla sinistra Bergoglio piace sempre di più. La bioetica era uno dei campi problematici di un'intesa che su altre questioni era invece assoluta. La novità sulle unioni civili tende ad allineare i progressisti.

Nuovi cardinali: il Papa blinda la maggioranza per la successione. In questo quadro, che mai come in questa fase della storia recente è stato così "polarizzato", Jorge Mario Bergoglio ha optato per un'altra mossa: la creazione di ulteriori 13 cardinali che avranno diritto di voto al prossimo conclave. Tra i nomi selezionati, spicca quello dell'arcivescovo di Washington: Wilton Daniel Gregory si sta distinguendo, in piena campagna elettorale, per i forti toni anti-trumpiani. Gregory sarà il primo cardinale afro-americano. Il Santo Padre poteva già contare sulla maggioranza dei porporati all'interno della assise cardinalizia, ma queste ulteriori tredici creazioni consentono ai conservatori di ragionare sul futuro della Chiesa cattolica con non poche preoccupazioni. Se non altro perché è abbastanza chiaro a tutti che il prossimo pontefice, con ottime probabilità, sarà scelto soprattutto per continuare l'azione del primo Papa gesuita della storia. Difficilmente, in buona sostanza, verrà eletto un pontefice non "bergogliano".

La Chiesa si piega alla sinistra: ma i cattolici ora si ribellano. E questo non per stretta volontà di Bergoglio, ma perché ogni pontefice, in un certo senso, tende a costruire il futuro della Chiesa cattolica "a sua immagine e somiglianza". Un'operazione che tuttavia non è riuscita a Joseph Ratzinger. Il Papa, ancora una volta, ha pescato non badando alla provenienza diocesana. I nuovi cardinali - com'è ormai tradizione - non avevano idea dell'imminenza della nomina. Milano, Torino, Venezia, Parigi ed altre realtà ecclesiastiche continueranno a non donare una porpora alla Ecclesia. Il pontefice preferisce "preti di strada" o comunque persone che hanno dato prova di essere in "uscita". Come la Chiesa che papa Francesco sta edificando tanto per il presente quanto per l'avvenire. Parlare di "scisma" - come ha fatto di recente anche l'ex presidente del Senato Marcello Pera sulla Gazzetta di Lucca - non è più un tabù.

Papa Bergoglio sempre più a sinistra: “Sì alle unioni civili per le coppie gay”. E chiama due “mammi”. Lucio Meo mercoledì 21 Ottobre 2020 su Il Secolo D'Italia. “Le persone omosessuali nel mondo hanno il diritto di essere in una famiglia. Sono figli di Dio e hanno diritto a una famiglia. Nessuno dovrebbe essere estromesso o reso infelice per questo. Ciò che dobbiamo creare è una legge sulle unioni civili. In questo modo sono coperti legalmente. Mi sono battuto per questo”. Parole destinate a far discutere, quelle pronunciate da Papa Bergoglio in un documentario in uscita oggi alla Festa di Roma a firma di Evgeny Afineevsky. Un vero e  proprio endorsement di sinistra su un tema da sempre tabù per la Chiesa, che nella sua dottrina aveva sempre posto al centro la tutela della famiglia tradizionale. Finora sulla questione delle unioni civili per gli omosessuali, si erano registrate solo fughe in avanti di qualche cardinale, ma senza conseguenze nella traduzioni in atti e documenti dogmatici e politici del Vaticano. Nel documentario, secondo quanto racconta “Repubblica”, si vede il Papa telefonare a una coppia di gay con tre figli piccoli a carico, in risposta ad una loro lettera in cui mostravano il loro grande imbarazzo nel portare i loro bambini in parrocchia. Nella chiamata Bergoglio consiglia ai “mammi” di portare i bambini in parrocchia al di là degli eventuali giudizi. Nei mesi scorsi il Vaticano aveva annunciato di aver aperto una “riflessione” sulle unioni civili per i gay. Oggi l’uscita pubblica del Papa, su cui da tempo si ragiona rispetto alla sua collocazione politica, che non riguarda solo i diritti degli omosessuali ma anche i messaggi politici sul tema dell’immigrazione. Posizioni mai condivise negli scritti e nelle dichiarazioni del suo predecessore, Papa Ratzinger, con lui nella foto in alto.

Adesso il caos regna sovrano: cosa ha fatto Papa Francesco. Scandali finanziari, incarichi, guerre intestine. Ora la Chiesa di Bergoglio non sembra più disposta al cambiamento. Francesco Boezi, Domenica 18/10/2020 su Il Giornale. Papa Francesco ha rivoluzionato o no la Chiesa cattolica? É una delle domande del momento. Un quesito che pure gli effetti dello stato pandemico hanno contribuito a sollevare. E questo è accaduto forse perché anche gli ambienti ecclesiastici, come tutti gli ambienti del resto, sono chiamati ad affrontare un sconvolgimento generale, che può influire persino su un'istituzione millenaria ed apparentemente monolitica come l'Ecclesia. Questa fase, insomma, è davvero particolare. Gli addetti ai lavori si stanno soffermando su come il Covid-19 abbia ridimensionato o comunque rivisitato il ruolo stesso di un pontefice al cospetto del mondo. Sono tempi di bilanci, per quanto il regno di Francesco sia ancora in corso. Dallo Ior alla dottrina, passando per l'organizzazione curiale e le priorità pastorali: l'impronta di Jorge Mario Bergoglio non può non essere notata. Un altro discorso riguarda l'entità di questa impronta, che può essere mal digerita o no. É una costante della storia della Chiesa cattolica: ogni vescovo di Roma ha avuto che fare con un fronte critico. Nel caso dell'ex arcivescovo di Buenos Aires, gli oppositori appartengono per lo più all'emisfero conservatore o tradizionalista. Dalla elezione di Jorge Mario Bergoglio sul soglio di Pietro sono trascorsi più di sette anni. A che punto è la riforma? Com'è intervenuto il pontefice argentino sulle logiche curiali? La Chiesa oggi può dirsi più trasparente? La dottrina è stata modificata? Esiste un "tappo" che impedisce alla "spinta propulsiva" di Bergoglio di concretizzare le sue istanze? Sono tutti quesiti utili per compendere il momentum. Rispondere in maniera esaustiva, però, non è un esercizio semplice. Conosciamo, poi, alcune velleità dei progressisti: per esempio l'abolizione del celibato sacerdotale, che Bergoglio non ha avallato. Dipendesse dalla "sinistra ecclesiastica", la Chiesa cattolica odierna avrebbe approvato i viri probati, la benedizione per le coppie omosessuali, la Messa ecumenica, ossia un rito valido tanto per i protestanti quanto per i conservatori, delle modifiche relative al rapporto tra il Catechismo e l'omosessualità, il diaconato femminile e forse anche le "donne sacerdotesse". Si tratta di paradigmi sperimentali che alcune correnti teologico-dottrinale promuovono da tempi non sospetti. E questo, stando alle intenzioni di quelle correnti, sarebbe dovuto essere il pontefice della svolta definitiva. In altre parole, il Papa della piena realizzazione del Concilio Vaticano II, e anzi del passaggio capace di andare oltre quelle novità.

La svolta a sinistra di Bergoglio: "La proprietà non è intoccabile". Certo, pure per via della contrarietà al Concilio, una critica pronunciata muove dalla "destra" della scacchiera. Quella è la zona del campo dove le rimostranze sono più tangibili. Jorge Mario Bergoglio, per i conservatori, avrebbe dovuto continuare sulla scia di Joseph Ratzinger, restaurando dunque più che rivoluzionando il cattolicesimo. Come premesso - però - la natura rivoluzionaria di questo regno è tutto fuorché pacifica.

Le questioni economico-finanziarie. Uno dei tanti accenti può essere posto sulle materie economico-finanziarie: il vescovo di Roma ha iniziato chiedendosi se la Chiesa avesse davvero necessità di una "banca". Non solo lo Ior è ancora lì, ma questi anni sono stati contornati da una serie di scandali - quelli narrativamente culminati con il "caso Becciu" - che hanno riguardato proprio i luoghi della "finanza vaticana". Che fine ha fatto la scatola che Ratzinger ha consegnato a Bergoglio dopo la sua "rinuncia"? In quel contenitore dovrebbero dimorare tutte le questioni aperte sugli "scandali". Eppure non se n'è più parlato. Il "fronte conservatore" sembrerebbe voler vedere ripristinate - ancora un caso esemplificativo - le norme antiriciclaggio proposte dal cardinal Attilio Nicora, che è deceduto. Quelle norme vennero modificate con un decreto, estendendo - dicono sempre i tradizionalisti - il ruolo della segreteria di Stato e limitando la libertà d'azione dell'Aif, l'organo che Benedetto XVI aveva voluto indipendente. Insomma, il tavolo è pieno di argomenti di discussione tra gli "schieramenti". E giudicare lo stato della riforma di Bergoglio richiede anche di comprendere da che "parte" della "politica vaticana" provengano le rimostranze.

Lo stato della riforma. José Antonio Ureta ha scritto qualche anno fa un libro intitolato "Il "cambio di paradigma" di Papa Francesco: continuità o rottura nella missione della Chiesa?: Bilancio quinquennale del suo pontificato". Ora di anni ne sono passati sette. E la riforma complessiva di papa Francesco ha di sicuro fatto passi in avanti. O indietro: varia a seconda di chi fotografa la situazione. Vale anche per Ureta, che abbiamo intervistato per approfondire questi aspetti. E per lo studioso, che sembra un critico del pontefice, la questione non solo non è sintetizzabile, ma va anche circoscritta a seconda dell'interpretazione: "Dipende da cosa si intende per "riforma". In senso lato, cioè mettendo la Chiesa al passo della modernità - come desiderava il cardinale Martini, che diceva che la Chiesa è indietro di 200 anni - la riforma è a buon punto: con Amoris laetitia, Francesco ha relativizzato la morale cattolica e ha adottato l' ipotesi di moralità situazionale, che hanno portato l'episcopato tedesco a trarre le conseguenze di tali premesse e a chiedere il riconoscimento delle unioni prematrimoniali, unioni omosessuali...". L'episcopato tedesco sta portando avanti un "Sinodo biennale", per il quale si è addirittura arrivati a parlare di "scisma", in relazione al fatto che i teutonici parrebbero disposti a decidere in maniera autocefala su materie dottrinale di competenza universale, e dunque del Papa.

I cattolici lanciano l'allarme: rischio "scisma" in Germania. Pochi giorni fa, è uscita la nuova enciclica del Santo Padre. Un testo con cui papa Bergoglio sembra ribadire alcuni concetti fissi della sua pastorale: accoglienza nei confronti dei migranti, "no" al populismo-sovranista, necessità di una governance globale, critica al capitalismo e così via. Anche l'ultima enciclica fa parte del progetto riformistico? Chiediamo ad Ureta: "Con "Fratelli Tutti", Francesco ha costruito un ponte tra illuminismo e cattolicesimo, come affermato da Massimo Cacciari per La Repubblica. Nel senso stretto di una riforma interna della Chiesa, il programma di Francesco è fermo...". In che senso? "...perché Querida Amazonia non ha recepito la richiesta del Sinodo di aprire un'eccezione regionale al celibato ecclesiastico e di creare ministeri simili al diaconato per le donne. Un teologo italiano che insegna in Germania, don Marcello Neri - prosegue Ureta - , ha lamentato che per molti Francesco non passerà alla storia come il Papa delle riforme della Chiesa, ma come colui che non ha mantenuto le promesse. Attribuisce questo fallimento al fatto di non aver trovato “sponda adeguata nel personale episcopale cattolico...". E dal punto di vista curiale? "Rispetto alla riforma della Curia, dobbiamo sperare che il motu proprio sia centrato sulla riorganizzazione dei dicasteri. C'è un settore, tuttavia, in cui nulla sembra essere cambiato: la gestione dei fondi finanziari ...". Il primo Papa gesuita della storia dovrebbe promulgare a breve, dopo il lavoro del consiglio ristretto dei cardinali, il cosiddetto C9, una nuova Costituzione apostolica, che dovrebbe a sua volta riequilibrare la Curia. A questo, con buone probabilità, si riferisce Ureta, quando cita la riorganizzazione dei dicasteri. Il fatto che lo studioso abbia citato le finanze della Santa Sede non può passare inosservato. Nel corso dell'ultima riunione del consiglio ristretto dei cardinali - come ripercorso dalla Lapresse - il Papa ha esposto un dato: Bergoglio ritiene che la "riforma" sia "già in atto". Ossia che, prescindendo dalla promulgazione della nuova Costituziona apostolica, la sua azione sia già tangibile. Forse un modo di rispondere alle rimostranze che arrivano quotidianamente.

Cosa sta accadendo nei sacri palazzi. Il "caso Becciu" sfiora pure la gestione dell'Obolo di San Pietro, le offerte che i fedeli destinano al pontefice per le opere di carità. Il cardinale sardo continua a respingere ogni accusa. Prescindendo dalla cronaca in sé, vale la pena segnalare come lo "scandalo" abbia riaperto il dibattito attorno alla "trasparenza". Ureta si è detto stupito del fatto che il Papa "reagisca all'ultimo minuto con decisioni drastiche (Becciu, ad esempio, ha perso le facoltà derivanti dalla porpora) e senza dare diritto alla difesa agli accusati, perché, invece di aprire un procedimento penale, prende decisioni amministrative definitive. Questo non consente una difesa e, soprattutto, impedisce che vengano alla luce i possibili complici". Poi Ureta fa riferimento ad un altro "caso", che è molto diverso da quello di Becciu e che nulla ha a che fare con le materie finanziarie: quello di Theodore McCarrick, influente alto porporato americano, che Bergoglio ha scardinalato in seguito all'emersione di accuse per abusi ai danni di seminaristi. L'ex cardinale a stelle e strisce è lo stesso che è stato al centro del dossier di mons.Carlo Maria Viganò. L'atteggiamento di Bergoglio per il "caso Becciu" sarebbe dunque la ricezione "in campo finanziario del procedimento seguito nel caso dello scandalo degli abusi sessuali dell'ex cardinale McCarrick, ridotto allo stato laicale senza processo e il cui dossier non è stato ancora divulgato nonostante la sua promessa formale, che è di due anni fa...". Proprio in questi giorni, il Vaticano sarebbe sul punto di pubblicare il memorandum su McCarrick. Quello che potrebbe svelare l'esistenza di eventuali coperture.

La Curia che non cambia. Stando a quello che è circolato in questi mesi, la nuova Costituzione apostolica dovrebbe prevedere un ridimensionamento per la Congregazione per la Dottrina della Fede ed un ulteriore salto in avanti per la Segreteria di Stato - quella guidata attualmente dal cardinale Pietro Parolin -, che diventerebbe così sempre più centrale tra i vari dicasteri ed organi che gestiscono i processi di potere tra le mura leonine. La sensazione è che buona parte del pontificato di Francesco vada analizzato, semmai, il giorno dopo l'approvazione di questo documento, che dovrebbe davvero ridisegnare l'Ecclesia e le sue istituzioni per come le abbiamo conosciute. Ureta, dal canto suo, non ha troppi dubbi su quale sia lo stato dell'arte curiale: "Ci sono già stati cambiamenti importanti, ma dobbiamo aspettare la riforma finale. Se ciò che è accaduto finora fosse confermato, sarebbe un colpo mortale per la Curia romana in termini di servizio al Sommo Pontefice avvicinarla a una sorta di rappresentanza permanente degli episcopati del mondo accanto al Papa, per governare insieme a lui, come parlamento democratico".

Serena Sartini per “il Giornale” il 4 ottobre 2020. Lontano dagli scandali e dai veleni vaticani. Il Papa esce dalle mura leonine, in questi giorni travolte dall'operazione di dossieraggio su Angelo Becciu, e sceglie di firmare la sua terza Enciclica, Fratelli tutti, ad Assisi, sulla tomba di San Francesco. Una prima assoluta, una giornata storica, non solo perché l'Enciclica viene «bollata» fuori dal Vaticano, ma anche perché è la prima volta che un Papa celebra messa sulla tomba di San Francesco. L'Enciclica Fratelli tutti è ispirata al santo di Assisi di cui Bergoglio ha voluto prendere il nome. Il pontefice ne ha autografate sei copie: tre regalate ai frati della Basilica, e tre per la Segreteria di Stato. È stata diffusa ufficialmente questa mattina, dopo l'Angelus, ma ieri intorno alle 15, poco prima che il Papa ancora la firmasse, è stata diffusa dal sito tradizionalista Infovaticana - spesso critico nei confronti di Francesco che ha violato l'embargo pubblicando integralmente il documento. Uno sgarbo al Pontefice? In serata è lo stesso Bergoglio a lanciare un messaggio, su Twitter: «Consegno questa Enciclica sociale come un umile apporto alla riflessione affinché, di fronte a diversi modi attuali di eliminare o ignorare gli altri, siamo in grado di reagire con un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale che non si limiti alle parole». Ad Assisi il Papa il volto molto sofferente, forse anche per tutto ciò che sta vivendo in questi giorni il Vaticano - celebra una messa semplicissima nella cripta, davanti a una quindicina di persone. Niente omelia, niente discorsi. Poche parole, importantissime, pronunciate prima della firma dell'Enciclica. E un ringraziamento, non casuale, alla Segreteria di Stato, proprio quella presieduta, fino al 2018, da Angelo Becciu, il cardinale licenziato da Francesco al centro dello scandalo finanziario su soldi dell'Obolo di San Pietro investiti in palazzi a Londra. C'è un altro messaggio che, tra le righe, il Papa sembra voler lanciare al mondo intero. Diverse donne cattoliche - da ultimo il Catholic women's Council - hanno criticato la scelta di intitolare la nuova enciclica senza includere, cioè, anche le «sorelle». Chissà se proprio per rispondere a queste critiche, e per dimostrare la sua attenzione anche al mondo femminile, che il Papa ieri ha fatto due visite fuori programma: la prima dalle clarisse del Monastero di Spello; la seconda dalle monache della basilica di Santa Chiara ad Assisi. «Una giornata storica, una giornata di festa», ha commentato padre Enzo Fortunato, direttore della sala stampa del Sacro Convento, riferendo che il Papa prima di fare rientro in Vaticano ha bevuto un «mate», la tipica bevanda sudamerica, offerta dall'economo dei francescani, Jorge, anche lui argentino.

Maria Antonietta Calabrò per huffingtonpost.it il 4 ottobre 2020. Il 1 ottobre 2020 la nuova enciclica di Francesco è stata inviata dal Laterano - dov’è la cattedra del Vescovo di Roma e in quanto tale Papa - a tutti i vescovi, cardinali e Beatitudini delle Chiese Orientali. Si tratta della terza Enciclica che il Papa ha firmato alle 15.55 ad Assisi, dopo la Messa celebrata davanti a pochissimi presenti sulla tomba di San Francesco, il Santo poverello, il cui nome il cardinale Bergoglio ha scelto come successore di Pietro. Erano oltre due secoli che un’Enciclica non veniva firmata e inviata dal Papa fuori del Vaticano. Un Vaticano tribolato in queste settimane dagli scandali che coinvolgono la Segreteria di Stato. Non a caso, al momento della firma, Francesco ha voluto accanto a sè un monsignore della prima sezione della Terza Loggia, che ha elogiato per il duro lavoro delle traduzioni in tantissime lingue, sottolineando così il lavoro del dicastero più importante della Curia flagellato dalla tempesta. Il nuovo documento è ispirato al Santo poverello. Inizia con le parole “Fratelli tutti”, due parole che danno il nome all’Enciclica, tratte dall’esortazione contenuta nelle Ammonizioni di San Francesco d’Assisi, “Fratres omnes”. Probabilmente si tratta anche della prima Enciclica inviata ai pastori della Chiesa universale via e-mail, un mezzo di comunicazione che il Papa gradisce molto, a quanto si legge dal contenuto del biglietto con la quale l’ha voluta accompagnare. Un canale di comunicazione diretta - ha scritto di suo pugno Francesco, con la sua scrittura piccolissima, nel biglietto che accompagna il pdf dell’Enciclica. In tutto 123 pagine, che “rinforza la nostra comunione come vescovi nell’esercizio del magistero”. Ma questo mezzo elettronico è stato usato dal sito tradizionalista cattolico Infovaticana  - che ha ospitato spesso posizioni critiche contro Francesco -  per anticipare la diffusione del testo nell’originale spagnolo, violando l’embargo fissato per domenica alle 12 e bypassando così anche la Sala Stampa vaticana e il lavoro dei giornalisti accreditati. Un testo composto da 8 capitoli in cui quelli centrali sono il quinto e il sesto (“Dialogo e amicizia sociale”), oltre all’analisi forte sulle “ombre di un mondo chiuso” (capitolo primo) allo straniero, al migrante, al bisognoso.In particolare il quinto capitolo è dedicato alla politica “migliore”.

La politica migliore. La politica migliore non è - secondo Papa Francesco - quella che fa leva sull’individualismo e che cela gli interessi dei ricchi. L’analisi più innovativa è quella che riguarda il populismo, che con le espressioni populismo e populista “ha invaso i mezzi di comunicazione e il linguaggio generale”, e la divisione binaria tra “populista” e “non populista”. La pretesa di leggere la realtà sociale con il populismo, scrive Francesco, “ignora la legittimità della nozione di popolo” e con questo potrebbe portare “a eliminare la stessa parola democrazia”, cioè del governo del popolo. Invece è necessario che la politica faccia riferimento a qualcosa che non sia solo la somma degli individui e per questo il sostantivo “ popolo” e l’aggettivo “popolare” sono necessari a una politica che non nasconda “il disprezzo dei deboli” sotto mentite spoglie populiste “che lo utilizzano demagogicamente per i propri fini, o in forme liberali al servizio degli interessi economici dei potenti”. “ I gruppi populisti - continua Francesco - sfigurano la parola ‘popolo’, perché in realtà non parlano del vero popolo”.

Il grande tema del lavoro. Il vero approccio popolare al tema del lavoro - perché promuove il bene del popolo - deve “assicurare a tutti la possibilità di far germogliare i semi che Dio ha posto in ciascuno, le sue capacità , le sue iniziative, le sue forze”. Per questo - aggiunge richiamando quanto già scritto nella Laudato sii “aiutare i poveri con denaro deve essere sempre una soluzione provvisoria, per risolvere le urgenze. Il grande obiettivo dovrebbe essere permettere loro una vita degna attraverso il lavoro”. Francesco passa poi ad esaminare valori e limiti delle visioni liberali che parlano di rispetto delle libertà, ma per le quali la categoria di popolo è “una mitizzazione di una realtà che in effetti non esiste”. Quello che invece è necessario è un “cambiamento della mentalità e degli stili di vita” mentre “la propaganda politica, i mezzi d’informazione e i costruttori dell’opinione pubblica persistono nel fomentare una cultura individualista ed ingenua davanti a interessi economici sfrenati”. “Il mercato” da solo, scrive, “non risolve tutto”. E qui Francesco cita con abbondanza l’enciclica sociale del suo predecessore Benedetto XVI , la Caritas in veritate. Parla della crisi finanziaria del 2007-2008 che poteva essere l’occasione di una nuova economia più attenta ai principi etici. Ma adesso la crisi del Covid-19, ci ha fatto vedere drammaticamente che siamo tutti sulla stessa barca, che siamo “fratelli tutti”. La politica di cui si sente il bisogno - secondo Francesco - è quella che nasce dalla carità, “sociale e politica”, con una visione ampia, capace di riformare le istituzioni nazionali ed internazionali. Un amore sociale e politico, risolto alle persone umane ai popoli, ma con un amore “preferenziale per i poveri”. In questo Francesco vede una convergenza con i concetti di fratellanza e amicizia sociale sottoscritti insieme al Grande Imam di Al Azhar Al- Tayyeb. Solo così - scrive - “la politica è più nobile della sola apparenza e del marketing”.

Fuga di notizie. A quanto sembra, dall’identità del vescovo destinatario, la fuga di notizie dovrebbe essere avvenuta dal Cile (uno dei paesi in cui l’opposizione a Francesco è stata negli ultimi anni più forte e dove l’episcopato è stato decimato per le coperture date ai preti pedofili). Questo fatto (grave) non sposta di una virgola l’importanza del documento ispirato dal “Santo dell’amore fraterno, della semplicità e dell’allegria”.

E le donne? Alcune polemiche nei giorni scorsi c’erano state perché l’Enciclica si intitola “Fratelli tutti”. Alcuni media anglosassoni hanno visto in questo plurale maschile un’esclusione delle donne, ma “Fratres omnes “nel latino usato da San Francesco (che peraltro si rivolgeva a dei frati) indica i fratelli sia al maschile che al femminile.

Le religioni al servizio della fratellanza umana. L’Enciclica si chiude con due preghiere, una al Dio creatore una cristiana ecumenica. E alla fine il Papa cita personalità non cattoliche tra le quali anche il Mahatma Gandhi. Ed è un inno alla fraternità umana, alla giustizia e alla misericordia.

Domenico Agasso Jr per “la Stampa” il 5 ottobre 2020. La pandemia «non è un castigo di Dio, è la realtà che geme e si ribella». L' emergenza sanitaria globale è servita a dimostrare che «nessuno si salva da solo»: se ne potrà uscire solo tutti insieme, attraverso la via della solidarietà. Perciò è tempo di abbattere muri, disinnescare le chiusure dei nazionalismi e i pericoli della xenofobia. E prendere le distanze dai populismi, che in realtà «strumentalizzano i popoli». Papa Francesco lo afferma in «Fratelli tutti», l' enciclica «sociale» pubblicata ieri, festa di Francesco d' Assisi, il santo che l'ha ispirata. Bergoglio l'ha scritta per «sognare come un' unica umanità», citando Martin Luther King, Desmond Tutu, il Mahatma Gandhi e il beato Charles de Foucauld. Il Covid-19 ha messo in luce «le nostre false sicurezze. Al di là delle varie risposte che hanno dato i diversi Paesi, è apparsa evidente l' incapacità di agire insieme», è la denuncia del Papa. Da cui il rilancio: «Riconoscendo la dignità di ogni persona umana, possiamo far rinascere tra tutti un' aspirazione mondiale alla fraternità». Bergoglio indica i percorsi concretamente percorribili da chi vuole costruire un mondo più giusto. Una necessità che l' epidemia da coronavirus ha amplificato, suscitando «la consapevolezza di essere una comunità mondiale che naviga sulla stessa barca, dove il male di uno va a danno di tutti». La riflessione papale si basa sul «tutto è connesso», per cui risulta «difficile pensare che questo disastro mondiale non sia in rapporto con il nostro modo di porci rispetto alla realtà, pretendendo di essere padroni assoluti della propria vita e di tutto ciò che esiste». Francesco però non intende «dire che si tratta di una sorta di castigo divino. E neppure basterebbe affermare che il danno causato alla natura alla fine chiede il conto dei nostri soprusi. È la realtà stessa che geme e si ribella». La terza enciclica di Papa Bergoglio - ieri all' Angelus distribuita in regalo ai fedeli nell' edizione dell' Osservatore Romano, tornato a essere stampato in cartaceo - ribadisce il forte «no» alla «cultura dei muri» eretti per ostacolare l' incontro con altre culture. Invita le religioni a non far sentire «incoraggiati o almeno autorizzati a sostenere forme di nazionalismo chiuso e violento e atteggiamenti xenofobi». Grande spazio è riservato alla «migliore politica», con l' avvertenza che può «degenerare in insano populismo quando si muta nell' abilità di qualcuno di attrarre consenso allo scopo di strumentalizzare politicamente la cultura del popolo, sotto qualunque segno ideologico, al servizio del proprio progetto personale e della propria permanenza al potere». Riafferma che insieme al diritto di proprietà privata, «c' è il prioritario e precedente diritto della subordinazione di ogni proprietà privata alla destinazione universale dei beni della terra e, pertanto, il diritto di tutti al loro uso». E lancia l' appello per una riforma delle Nazioni Unite, chiamate a favorire accordi multilaterali che tutelino al meglio anche gli Stati più deboli. La «Fratelli tutti» non si limita a «considerare la fraternità un auspicio», chiosa il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, «ma delinea una cultura da applicare ai rapporti internazionali».

Maria Novella De Luca per “la Repubblica” il 5 ottobre 2020. «Credo che l' elemento di novità di questa enciclica sia il ponte che getta tra Illuminismo e cattolicesimo. Il Papa più volte utilizza le parole libertà, uguaglianza e fraternità, ossia il fulcro di quel pensiero laico storicamente opposto al pensiero della Chiesa. Da un punto di visto politico "Fratelli Tutti" è un po' più incisiva delle precedenti, anche se resta nel solco, ormai tradizionale, delle encicliche sociali di critica alla globalizzazione». Massimo Cacciari, filosofo e voce laica, non nasconde le sue riserve. «Il discorso di Bergoglio è un grande appello alla fraternità universale che resterà, lo sappiamo, purtroppo inascoltato». È però un appello che si schiera con forza contro le disuguaglianze, contro la pena di morte, dalla parte dei migranti, denuncia lo sfruttamento senza regole del pianeta. «Temi, appunto, ormai classici nelle encicliche della Chiesa. Insomma è naturale che Bergoglio parli delle tragedie del mondo in questi termini. Un elemento di novità, invece, è la condanna non solo della guerra, ma anche della guerra-giusta. Finalmente la Chiesa si è schierata contro».

E la definizione del virus non come "castigo divino" o "rivolta della natura", ma come "la realtà stessa che geme"?

«Ci mancherebbe che il Papa definisse la pandemia un castigo divino. E anche la Natura c' entra poco. È l' uomo che geme, la Natura risorge sempre, saremo noi, con i disastri che combiniamo nell' ambiente a non poter più vivere un giorno su questo pianeta. La Natura, invece, troverà il modo di sopravviverci».

Ci sono nell' enciclica di Bergoglio indicazioni precise, politiche. La riforma dell' Onu. Contro sovranismi e nazionalismi. In un mondo ormai incapace di prevenire la guerra.

«Un richiamo giusto, l' Onu sembra aver fallito il suo compito che è quello di trovare mediazioni e mettere fine ai conflitti. Ma dietro queste parole, concrete, sento invece lo smarrimento di chi, con sensibilità religiosa, si chiede perché in questi giorni bui stia invece vincendo l' Anticristo. C' è un senso di apocalisse in questa parte dell' enciclica».

Non c' è soltanto sconforto. Bergoglio indica il dialogo come antidoto alla disperazione. "Fratelli Tutti", appunto.

«Un appello universale e tale resterà, soltanto un appello. Giustamente il Papa invoca il dialogo tra diversi, ma ignora l' altra parte del discorso, l' unica che può cambiare le cose. Ossia la ricerca dei minimi comun denominatori che poi possono permettere di trovare soluzioni per governare, per mediare conflitti. Non basta il Buon Samaritano, ci vuole la politica».

Certo, ma il Papa utilizza quella parabola per invitarci a costruire nuovi legami sociali, non voltando le spalle al dolore degli altri.

«È quello che ci aspettiamo di sentire da un Papa. Ma non basta. Non c' è una vera critica radicale al sistema che crea le disuguaglianze, a un sistema politico fondato sull' intreccio tra burocrazia e finanza».

Condivide il concetto che il Covid, come dice Francesco, ci ha messi tutti sulla stessa barca e nessuno può salvarsi da solo? Ognuno di noi può contagiare ed essere contagiato.

«È la realtà. Ma il virus non ha fatto altro che rimarcare e approfondire immense differenze sociali».

Insomma Cacciari, questa enciclica "Fratelli tutti" non l' ha convinta?

«Trovo che non abbia grandi elementi di novità. Povertà, ambiente, ecologia, critica alla globalizzazione sono cavalli di battaglia della Chiesa, direi ormai da un secolo. La sorpresa, invece, sono quelle tre parole: libertà, eguaglianza, fraternità».

Cosa l' ha stupita?

«Leggere più volte nell' enciclica termini che sono stati il simbolo dell' Illuminismo, detestato dalla Chiesa. Parole che sono diventate oggi un ponte con il mondo laico, in quanto valori universali per credenti e non credenti. Insieme alla condanna della "guerra giusta" questi passi dell' enciclica "Fratelli Tutti" rappresentano, effettivamente, qualcosa di nuovo».

Papa Francesco, Fratelli Tutti: "La tradizione cristiana non riconosce il diritto alla proprietà privata come assoluto". Libero Quotidiano il 04 ottobre 2020. Un intervento destinato a far discutere, quello di Papa Francesco nella sua ultima enciclica, Fratelli Tutti, considerata una summa dei suoi sette anni e mezzo di pontificato, anticipata già sabato da alcuni blog cattolici tradizionalisti. In particolare, un passaggio relativo alla "proprietà". Bergoglio infatti scrive che "la  tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata". Insomma, il Pontefice "comunista" - così come è stato più volte tacciato di essere dagli ambienti ostili - mette in discussione la prorpietà privata. Parole, come detto, che faranno discutere. Dunque, Papa Francesco si spende in alcuni riferimenti alla pandemia da coronavirus: "E' difficile pensare che questo disastro mondiale non sia in rapporto con il nostro modo di porci rispetto alla realtà, pretendendo di essere padroni assoluti della propria vita e di tutto ciò che esiste. Non voglio dire che si tratta di una sorta di castigo divino. E neppure basterebbe affermare che il danno causato alla natura alla fine chiede il conto dei nostri soprusi. E' la realtà stessa che geme e si ribella. Viene alla mente il celebre verso del poeta Virgilio che evoca le lacrimevoli vicende umane", sottolinea il Pontefice.  E ancora, critiche implicite al sovranismo e alla cultura dei muri: "Paradossalmente, ci sono paure ancestrali che non sono state superate dal progresso tecnologico. Riappare la tentazione di fare una cultura dei muri, di alzare i muri, muri nel cuore, muri nella terra per impedire questo incontro con altre culture, con altra gente. E chi alza un muro, chi costruisce un muro finirà schiavo dentro ai muri che ha costruito, senza orizzonti. Perché gli manca questa alterità", conclude il Pontefice.

Il papa non è antiglobal, anzi…Marcello Veneziani, Panorama n. 11 (2020). Fui contento quel 13 marzo di sette anni fa quando fu eletto papa l’argentino Bergoglio. Dopo la gloriosa parabola dei papi europei, mi parve coraggioso scegliere un pontefice dal subcontinente latino-americano, dove vive la maggioranza dei cattolici. E mi colpì la scelta di chiamarsi Francesco, come nessun predecessore aveva fatto, neanche un francescano. Solo un gesuita avrebbe potuto spingersi a tanto… Segnava una svolta radicale ma nel nome di un santo radicalmente medievale, che univa la testimonianza di povertà, di amore del creato, rifiuto del potere clericale con la forte spiritualità, la tensione mistica e religiosa, le stimmate e l’ascesi. Presto, però, Bergoglio tradì le aspettative. Non solo per la banalità dei suoi messaggi e la piacioneria. Il suo avvento destò simpatia mediatica, conquistò il sostegno di laici, progressisti e atei che tali rimasero, ma spaccò la Chiesa e i fedeli in due fazioni opposte. Nella sua Argentina, che strano, il Papa non è amato e non ci è più tornato da quando è Papa, pur essendo andato più volte in sud America. Bergoglio non avvicinò i fedeli, non rianimò le chiese e le vocazioni, non condusse a nuove conversioni. L’emorragia della fede col suo papato è confermata da cifre e segni sconfortanti. La gestione papale è parsa poi tutt’altro che ecumenica o “democratica”, ha adottato uno spoil sytem cruento, ha estromesso e silenziato i non allineati, non ha cercato di includere ma ha emarginato chi rappresentava una sensibilità diversa, non progressista, più conservatrice. Nel dialogo ha preferito i non cattolici ai cattolici, i non cristiani ai cristiani, i non credenti ai credenti. Senza peraltro avvicinarli alla fede cristiana. Il suo messaggio è stato rivolto ai migranti, dimenticando i restanti che sono più numerosi e più bisognosi; e non curandosi della scristianizzazione del mondo, dei perseguitati cristiani e incoraggiando l’invasione islamica dei paesi cristiani. Ha sostituito la sociologia alla teologia, Bauman &C. ai papi, ai santi e ai Padri della Chiesa. Sul piano pastorale, Bergoglio è parso il Papa che si apre al proprio tempo, allontanandosi dalla civiltà cristiana e dal senso dell’eterno. Non percorrerò, come molti già fanno egregiamente (penso ad Aldo M.Valli, Antonio Socci, Magister, Messori, solo per restare in ambito giornalistico), le incongruenze dottrinarie e pastorali. Bergoglio si richiama al cristianesimo delle origini, sostiene che Cristo è in ogni uomo, la carità è più importante della fede e la lotta alle ingiustizie e alle povertà prevale sul cammino verso la santità e la salvezza delle anime; anzi vi coincide. Vero è che le rare volte in cui ha assunto posizioni religiose e morali coerenti col suo magistero è stato silenziato dai media che viceversa evidenziano sempre tutto ciò che è nello spirito del tempo e in rottura con la tradizione cristiana. Ma il messaggio che giunge da lui è quello di un testimonial del nostro tempo, presidente di una Ong o di Emergency, guardia forestale del pianeta, sindacalista globale; tutto meno che una figura religiosa e pastorale. Ma non torniamo su cose che abbiamo già scritto. Vorrei piuttosto cambiare prospettiva e fare un bilancio di questo settennato attenendomi al suo messaggio sociale. Quando si è posto, soprattutto con l’enciclica Laudato sì, come il critico del modello tecno-capitalista, della società dei consumi e dello scarto, il difensore dei poveri e dell’ambiente, si è reso conto che quel modello da lui esecrato è fondato sullo sradicamento universale, sullo sconfinamento globale, sulla modificazione della natura, sulla cancellazione delle differenze sessuali e territoriali, sulla negazione delle patrie, civiltà e tradizioni? Si rende conto Bergoglio che la sua predica finisce col collimare proprio con l’ideologia di fondo di quel modello globalista che lui condanna, fornendogli un alibi morale e umanitario? Quando critica la libertà senza limiti e la crescita smisurata sa che è la coerente premessa alla società senza confini che lui stesso persegue? Quando vede il Nemico Principale dell’umanità nel populismo, nel sovranismo, nell’amor patrio e, aderendo al Pensiero Unico, li riconduce al nazismo e al razzismo, si rende conto di condannare popoli, credenti e ceti poveri che cercano protezione e di essere funzionale a quel modello di sviluppo globalista e tecno-capitalista che a parole condanna? È consapevole che il suo progressismo è il versante pauperista dello stesso progressismo ideologico e global-tecnocratico, negazione della tradizione, del limite, della natura e della realtà? Insomma il messaggio rivoluzionario di Papa Bergoglio si rivela in realtà retorico e funzionale a quel modello globalista di cui diventa la guardia bianca. Il bilancio non sarebbe completo però se tacessi il disagio che provoca, in me come tanti, la figura di Bergoglio. Vorrei sbagliarmi ma il suo modo di essere, di parlare, di camminare, i suoi sguardi, non esprimono alcuna traccia di carisma religioso, alcun segno di sacralità e di spiritualità incarnata. Non riesci a chiamarlo Santità o Santo Padre. A volte le sue espressioni sono cattive, come mai ci era parso di vedere nei suoi predecessori, non solo Woytila e Ratzinger ma anche Roncalli e Montini; i suoi modi bruschi evocano la sua esperienza giovanile di buttafuori in un locale malfamato di Cordoba, come narrano le biografie. Anche nel suo ultimo libro Io credo noi crediamo, quando ha detto che bisogna sporcarsi le mani, frase inopportuna al tempo del coronavirus, è tornato a condannare il populismo sovranista come la reincarnazione di Hitler. I poteri forti della globalizzazione e del tecno-capitalismo sentitamente ringraziano.

Cina e Vaticano vanno fino in fondo: l’accordo sarà rinnovato. Andrea Muratore su Inside Over il 18 ottobre 2020. Nella giornata di giovedì 22 ottobre Cina e Santa Sede rinnoveranno gli accordi siglati due anni fa e destinati a normare le relazioni (per ora) informali tra Pechino e l’Oltretevere e a consolidare il processo comune della nomina dei vescovi nella Repubblica Popolare. Lo scrive il vaticanista Massimo Franco sul Corriere della Sera, citando le fonti diplomatiche vaticane da lui consultate secondo cui giovedì “alle ore 12 a Roma corrispondenti alle 18 a Pechino, la Santa Sede e il governo cinese comunicheranno in simultanea la proroga di due anni del loro Accordo provvisorio e segreto”. La giornata del 22 ottobre era già estremamente importante per la Chiesa in quanto celebrazione liturgica di San Giovanni Paolo II nell’anno del centenario della nascita del Papa polacco. Ora la data acquisirà una valenza “politica” ulteriormente accentuata, sancendo il rinnovo dell’intesa tra la Santa Sede e l’Impero di Mezzo, fortemente cercata da Papa Francesco. Un’intesa che è funzionale alla grande strategia geopolitica del Vaticano di Francesco, intento a governare la transizione multipolare del sistema internazionale e a guardare nell’Oriente una frontiera fondamentale per la Chiesa. E che attende ancora un reale perfezionamento, dato che il processo di nomina dei vescovi che Santa Sede e Pechino stanno studiando implica impone concessioni notevoli da entrambe le parti. La Chiesa cattolica, da un lato, mira a formalizzare un vero e proprio “Concordato” sulla scia di quelli conclusi in passato con diversi regimi (da quello napoleonico alla Germania nazista) o con governi aventi rapporti problematici con il Vaticano (ad esempio il Messico) ed ha concesso già nel 2018 l’obbligo, per il clero cattolico cinese, di firmare una registrazione all’Associazione patriottica cattolica cinese, dipendente da Pechino, e di riconoscere l’indipendenza della Chiesa locale da Roma. Al contempo, non è da sottovalutare il fatto che concedendo anche al Vaticano voce in capitolo per nominare i vescovi della Chiesa cinese, che saranno parallelamente figure episcopali e “funzionari” nazionali, per la prima volta nella sua storia la Cina ha espressamente concesso in maniera volontaria a un’altra potenza di scegliere figure di rango istituzionale nel suo contesto nazionale. Un processo, dunque, tanto complesso da poter far pensare che gli “imperi paralleli” che danno il nome a un omonimo saggio di Franco non siano più solo due (Vaticano e Stati Uniti) ma tre, con l’aggiunta della Cina, che al pari di Washington ritiene imprescindibile la ricerca di un accordo con la Santa Sede. E proprio Washington appare la grande sconfitta del rinnovo dell’accordo sino-vaticano. Nelle scorse settimane abbiamo assistito al vero e proprio isolamento di Mike Pompeo da parte di Papa Francesco durante la sua visita romana. Pompeo, in un editoriale su First Things, aveva attaccato duramente l’ipotesi del rinnovo degli accordi, e Bergoglio si è rifiutato di dargli udienza durante la sua recente visita romana che lo ha anche portato a un simposio sulla libertà religiosa organizzato dall’ambasciata a stelle e strisce presso la Santa Sede. Pietro Parolin, omologo del Segretario di Stato statunitense, ha voluto rubricare alla necessità di Pompeo di fare campagna elettorale per Donald Trump tra i cattolici americani gli strali anti-cinesi dell’ex capo della Cia, ma la realtà di fondo è che le strategie geopolitiche degli Usa e del Vaticano targato Papa Francesco divergono notevolmente. Bergoglio ha schivato con destrezza tutte le possibili “mine” pronte a essere messe sul suo terreno, non prendendo esplicitamente posizione su dossier strategici per gli Usa nel contenimento di Pechino quali quello delle proteste a Hong Kong o quello sulle voci di repressioni in Xinjiang, che la Santa Sede preferisce segnalare come questioni interne alla Repubblica Popolare. Anzi, secondo i diplomatici sentiti da Franco in Vaticano è forte la sensazione che “Pompeo ci ha fatto un favore. Ha dimostrato che la nostra linea non è condizionata da nessuno. Per paradosso, ci ha rafforzato nella trattativa con Pechino”. Così come può aver rafforzato la Santa Sede il diniego del Papa di incontrare l’anziano cardinale di Hong Kong Joseph Zen, giunto vanamente a Roma per chiedere udienza al pontefice e esprimere le sue riserve su un accordo rimasto oscuro allo stesso episcopato cinese. Firmato il rinnovo, si aprirà per Cina e Vaticano la partita più difficile: che fare dell’intesa? Bisogna accelerare sulle nomine e spianare la questione spinosa della Chiesa sotterranea cinese, che troppo spesso risulta parallela a quella “patriottica” e rischia di subire repressioni in nome del legame sino-vaticano. Ma vi è anche il nodo spinoso del percorso verso il pieno riconoscimento bilaterale, necessario per aprire la strada a un incontro tra Papa Francesco e Xi Jinping. Dal 1951 Cina e Santa Sede non hanno relazioni bilaterali ufficiali formalizzate, e dal 1942 il Vaticano riconosce come interlocutore principale la Repubblica di Cina (Taiwan). Un accordo incompleto è stato valutato meglio dell’assenza di un accordo, e bisognerà valutare quanto si assisterà a un’accelerazione, nei prossimi mesi, su ulteriori passi in avanti e quanto aumenterà il pressing Usa per evitare che una maggiore vicinanza al Vaticano legittimi eccessivamente Pechino nella comunità internazionale.

L’ideologia della fratellanza in Bergoglio. Marcello Veneziani, La Verità 6 ottobre 2020. “Fratelli tutti” è il manifesto ideologico del bergoglismo. Non c’è più teologia ma ideologia, seppur impregnata di moralismo. Ci sono i suoi temi e i suoi teoremi, e riguardano la cittadinanza universale, il popolo dei migranti e il dovere di accoglierli, il mondo senza muri e senza confini, l’ambiente da salvare. E ci sono i suoi nemici: il nazionalismo, il populismo e il liberismo. Il contagio è attribuito al degrado ambientale e al dissesto ecologico, che è certamente un male da denunciare e da curare, ma col covid c’entra davvero poco. L’accusa di Francesco, in linea con la sua santa Chiara, Greta Thunberg, sottende un solo, grande colpevole: l’egoismo capitalistico e invece mai come in questo caso le responsabilità sono nelle mostruosità alimentari, negli incroci di mercato o di laboratorio, nella spregiudicatezza e nelle omertà di un paese sotto un regime comunista, la Cina. La parola comunismo è dimenticata da Bergoglio, anche se alcune sue eredità appaiono in lui, a cominciare dall’attacco alla proprietà privata. Ed è rimosso il pericolo cinese, una minaccia per la civiltà cristiana e per il mondo, ben più imponente e invasiva dei “nazionalismi” e dei “populismi”. Ma partiamo dal cuore dell’Enciclica, il tema della fratellanza. Bergoglio si ripara sotto la tonaca di San Francesco, parla in suo nome e battezza la sua enciclica ad Assisi; ma la fratellanza a cui allude Papa Francesco è il terzo principio della Rivoluzione Francese, dopo libertè ed egalitè. È una tesi che sostengo da tempo e che ho ritrovato ieri anche in Massimo Cacciari in un’intervista su la Repubblica. Il Papa si richiama all’illuminismo nella versione rivoluzionaria e usa più volte la triade libertà, uguaglianza e fratellanza, ossia – parola di Cacciari – “il fulcro di quel pensiero laico storicamente opposto alla Chiesa”. L’ideologia di Bergoglio cerca un posto alla Chiesa postcristiana nella modernità laica in nome della fratellanza, col sottinteso che altri movimenti civili, politici e sindacali si siano occupati della libertà e dunque dei diritti civili, e dell’uguaglianza e dunque dei diritti sociali, ma sia rimasto invece trascurato il terzo principio, la fratellanza. E lui la riprende, inserendo la chiesa dentro il mondo moderno, ateo e laicista, disceso dalla Rivoluzione francese e cercando ispirazione anche da altre religioni come l’Islam (la fratellanza islamica ne è una conseguenza politica). Scrive: “mi sono sentito stimolato in modo speciale dal Grande Imam Ahmin Al Tayyeb”. Ma questa consonanza con l’imam sgomenta meno di tutto il resto. Perché la sua fratellanza ha poco a che vedere con la fraternità francescana? Perché Francesco d’Assisi, mistico e innamorato di Dio, ama nell’uomo e nel creato il riflesso divino, la sua è una fratellanza nel Padre. Bergoglio invece, compie un percorso inverso, partito da Cristo arriva alla religione dell’umanità. Bergoglio rimuove la figura del Padre, converte interamente alla storia e all’umanità la figura del Figlio e vota la Chiesa alla fratellanza universale che il suo esegeta o il suo megafono di Civiltà Cattolica, il gesuita Padre Antonio Spadaro, traduce legittimamente in cittadinanza globale, senza confini. L’esperienza della vita ma anche della storia dimostra che ogni fratellanza priva di un Padre degenera in fratricidio o scema nella retorica: è stato il destino del giacobinismo come del comunismo, e di ogni altra frateria (un discorso a parte la massoneria, di cui il bergoglismo a volte pare la versione pop). È il Padre a garantire l’unità dei fratelli prima che il reciproco riconoscimento, è la Madre a soccorrerli prima che intervenga il diritto di cittadinanza; e dal Padre al figlio scorre il filo d’oro della Tradizione. Che Bergoglio spezza, omette, lascia nel dimenticatoio, ritenendo che il Cristianesimo possa ridursi a tre tappe essenziali: l’avvento di Cristo e dunque il cristianesimo delle origini, Francesco e la sua missione di fraternità, il Concilio Vaticano II e il cedimento al proprio tempo. E in mezzo millenni di oscurantismo, superstizione, sopraffazione o epoche che è meglio tenere nel buio, dimenticare, coi loro santi, papi, martiri e riti, simboli, liturgie. Per lui “la legge suprema è l’amore fraterno”, per S. Francesco invece, l’amore supremo è Dio. La Fratellanza, separata da Dio, è la fraternité, è lo spirito comunardo. Ideologia umanitaria, laica, rivoluzionaria. Bergoglio situa poi l’ideologia della sua Chiesa come terza via, nel mezzo tra due finti opposti: liberismo e populismo. Lo rimarca un altro suo esegeta e megafono, Andrea Riccardi, patron della Comunità di Sant’Egidio (“la terza via del papa tra liberismo e populismo”, Corsera). In realtà il sottinteso dell’ideologia bergogliana è l’esatto contrario: liberismo e populismo, capitalismo e nazionalismo non sono opposti ma per lui sono affini; anzi sono la stessa cosa. Da Trump in giù. E a questo proposito la scelta filocinese della Chiesa di Bergoglio conferma il pensiero di Del Noce sui catto-progressisti. Meglio la Cina atea e comunista che l’America cristiana e conservatrice. La Chiesa di Giovanni Paolo II, e di molti suoi predecessori, predicava davvero la terza via ma gli opposti da avversare erano il capitalismo individualistico e il comunismo liberticida ambedue nemici di Dio. E le nazioni, l’amor patrio, rientravano per quel papa a pieno titolo nel legame paterno e materno con la terra dei padri e la madrepatria. Poi la sua attenzione privilegiata ai migranti, trascurando i restanti che sono miliardi e spesso sono più bisognosi e più poveri di chi ha le risorse per partire e non vogliono lasciare la loro terra, i loro cari, i loro vecchi. Boutade. Con la scusa del contagio nella Chiesa di Bergoglio si scambieranno il segno della pace col pugno chiuso…

La fede cala e il papa punta sul comunismo. Marcello Veneziani, La Verità 8 ottobre 2020. Se l’Enciclica Fratelli tutti di Bergoglio fosse davvero applicata, probabilmente sparirebbero Dio, la chiesa e la cristianità come le abbiamo finora conosciute e ci sarebbe l’avvento del comunismo, l’abolizione della proprietà privata e degli stati sovrani, l’occupazione di case vuote o sfitte per i bisognosi, l’esproprio dei beni in favore dei poveri, il diritto universale di ciascuno di scegliersi la cittadinanza. Per amore dell’umanità scoppierebbe la più sanguinosa guerra civile mondiale. Marx e Lenin, Mao e il comunismo nostrano, Grillo e il reddito universale di cittadinanza sono solo la versione moderata del manifesto politico e ideologico di Bergoglio e della sua utopia ugualitaria. Non sto esagerando. Leggete il testo del Papa lanciato da Assisi e non le riduzioni edulcorate e gentili per i media. Ecco alcuni passaggi (scusate se insisto ma sono stati in tanti a chiedermi di tornare sul tema e approfondirlo). Traendo spunto da san Giovanni Crisostomo, Bergoglio afferma che “non dare ai poveri parte dei propri beni è rubare ai poveri, è privarli della loro stessa vita, e quanto possediamo non è nostro, ma loro” (paragrafo 119). In apparenza il Papa si rifà alla funzione sociale della proprietà, contemplata nella dottrina sociale della Chiesa ma poi si spinge a ribadire che non è “assoluto e intoccabile il diritto alla proprietà privata” (par.120). E per chi avesse dubbi lo precisa nello stesso paragrafo: “il diritto alla proprietà privata si può considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati, e ciò ha conseguenze molto concrete”. Ovvero, per essere concreti chi è in stato di povertà e di bisogno, come i migranti, nel nome supremo della destinazione universale dei beni potrà esigere che vengano espropriati o redistribuiti beni e proprietà private perché tutto appartiene a tutti. Nel paragrafo 124, prosegue Bergoglio “la certezza della destinazione comune dei beni della terra richiede oggi che essa sia applicata anche ai Paesi, ai loro territori e alle loro risorse” “ogni Paese è anche dello straniero”. Dunque a tradurre in concreto, non c’è diritto, territorio, tasse versate, leggi e pubblica sicurezza di una nazione che possano impedire a chiunque di usufruire dei beni pubblici e privati di quella nazione, l’erogazione dei servizi sociali, sanitari, sussidi e ogni altro beneficio. L’utopia sottesa a tutto questo è il desiderio di “un pianeta che assicuri terra, casa e lavoro a tutti”. Neanche Marx ed Engels si erano spinti a tanto…Poi aggiunge, nel paragrafo 129, certo “l’ideale sarebbe evitare le migrazioni non necessarie” e “creare nei paesi d’origine la possibilità concreta di vivere e crescere con dignità”… “Ma finché non ci sono seri progressi in questa direzione, è nostro dovere” accogliere e garantire “il diritto di ogni essere umano di trovare un luogo dove soddisfare i bisogni suoi e della sua famiglia (il papa auspica in seguito il diritto al ricongiungimento famigliare) e realizzarsi pienamente come persona”. Parliamo di otto miliardi di persone, anche a distribuire i beni si spartirebbe miseria. “Bisogna guardare al globale, che ci riscatta dalla meschinità casalinga” (par.142). L’unico risvolto negativo dei migranti per il Papa è che alcuni di loro “purtroppo sono attirati dalla cultura occidentale”, identificata da Bergoglio col male, la droga, le armi. Dimentica che cultura occidentale vuol dire cristianità, civiltà, diritti, libertà, benessere… Ma per lui la purezza dei migranti e dei loro mondi è macchiata solo dal virus occidentale. Il manifesto di Bergoglio si fa poi apertamente politico. Sul piano storico esorta a non dimenticare la Shoah e l’atomica a Hiroshima e Nagasaki mentre dimentica il gulag e gli stermini dei regimi comunisti atei nel mondo. Il comunismo non è mai citato; è solo predicato senza mai nominarlo invano… Poi aggiunge che “ogni guerra lascia il mondo peggiore di come l’ha trovato” (par.261): dunque anche la Seconda guerra mondiale, era meglio prima quando c’era Hitler… Un errore grossolano. L’enciclica dedicata alla fratellanza universale addita i nemici: i populisti e i nazionalisti, ma anche i liberisti e i liberali; e gli individualisti, i capitalisti e quelli che innalzano muri. Il razzismo, a suo dire, è “un virus che invece di sparire si nasconde ed è sempre in agguato” (par.97), proprio come la “reazione in agguato” nella propaganda dei regimi comunisti. Al nemico al potere bisogna “cercare in vari modi di farlo smettere di opprimere”, “togliergli quel potere che non sa usare”. (par.241). Il Papa condanna i fanatismi ma non cita nessun fanatico islamico o terrorista ideologico; cita solo i… cristiani intolleranti, e in particolare quelli digitali (par.46). Curiosa questa enciclica contro l’occidente cristiano…I briganti, ovvero i delinquenti, sono posti sullo stesso piano di coloro che “passano per la strada guardando dall’altra parte”, gli ipocriti borghesi sono alleati ed equivalenti ai criminali (par.75). Nel paragrafo 103 il Papa esplicita il suo debito con la Rivoluzione francese, titolandolo infatti Libertà, uguaglianza e fraternità. Il più citato nel libro è l’Imam Ahmad Al Tayyeb; Francesco d’Assisi è citato solo cristiano occidentale insieme a tre non cattolici, i neri Luther King e Desmond Tutu e l’indiano Gandhi. Sembra una canzone di Jovanotti… Il sottinteso di Bergoglio è che Cristo fosse un sovversivo rivoluzionario e la storia e la chiesa lo abbiano poi tradito; ora con lui si torna alle origini. Rifondazione comunista. La Chiesa è in declino, la fede tramonta e il papa punta sulla rivoluzione planetaria e il comunismo globale. I suoi precetti possono giustificare ogni invasione, occupazione, espropriazione. Dio ci protegga dal comunismo papale. MV, La Verità 8 ottobre 2020

Il silenzio di Bergoglio sulla RU486. Tony Brandi, Sabato 10/10/2020 su Il Giornale.  Il ministro Speranza ha emanato nuove direttive per l'assunzione della pillola abortiva RU486: si può ora abortire a casa e fino alla nona settimana. All'indomani della presentazione della Samaritanus bonus, della Congregazione per la dottrina della fede, che ribadisce la condanna dell'aborto e la necessità di sostegno alla famiglia, Papa Francesco torna sul tema della tutela della vita nell'occasione della presentazione della campana La Voce dei Non Nati. «Essa accompagnerà gli eventi volti a ricordare il valore della vita umana dal concepimento alla morte naturale», ha affermato il Papa. Non è la prima volta che Francesco si esprime fermamente contro l'aborto. Tuttavia basta la ragione naturale per capire che il diritto alla Vita è il primo dei diritti umani, poiché senza vita non ci possono essere diritti; così come non può esistere nessuno che abbia il diritto di decidere sulla vita di un altro essere umano. D'altronde la Dichiarazione dei diritti del fanciullo riconosce necessaria una adeguata tutela giuridica del bambino sia prima che dopo la nascita. Ma, a prescindere dal diritto alla Vita, qualcuno si è mai preoccupato degli effetti della RU486 sulla salute psichica e fisica delle donne? I rischi di complicanze con la RU486 sono decuplicati rispetto all'aborto chirurgico. Solo in America sono morte 24 donne per la RU486. E sempre negli Usa sono state registrate più di 4.600 complicanze (dolore forte e prolungato, gravi emorragie, gravidanze extra uterine, infezioni e altro). Per non menzionare le sofferenze emotive, l'ansia, la depressione, il disturbo post traumatico da stress, l'abuso di sostanze, i comportamenti autolesionistici, fino al suicidio e altri problemi di salute mentale connessi all'aborto. Va notato che per accertare che la morte sia stata causata dalla pillola abortiva occorre un'autopsia: queste negli Usa sono a pagamento e vengono eseguite solo in caso di denuncia penale. Perciò è ragionevole ritenere che queste cifre rappresentano solo la punta di un iceberg. Per di più prendere la RU486 a casa apre all'aborto «fai da te». Non è una maggiore libertà per le donne: è abbandono, è solitudine, nell'attesa dell'espulsione del bambino, che, come riportato dal British Medical Journal, nel 56% dei casi viene individuato dalle madri, nel water o sull'assorbente igienico. È veramente grave che di tutto questo non vengano informate le madri che chiedono di usare la RU486 per abortire. Si prospetta loro solo la «scelta» dell'aborto facile: la società si toglie ogni responsabilità, la donna si ritroverà madre di un bambino morto, con gli stessi problemi economici e sociali che l'avevano spinta al tragico gesto. Possibile che le femministe accettino compiacenti tutto questo?

Filippo Di Giacomo per il Venerdì – la Repubblica il 9 ottobre 2020. Nella teoria giuridica, uno Stato presuppone tre caratteristiche: territorio, popolo e sovranità espressa con una forma di governo. Applicata allo Stato della Città del Vaticano, la parola "Stato" è una fictio juris, ovvero una finzione giuridica, un espediente per equiparare verità legale a verità reale. Con 49 ettari di territorio (Villa Borghese ne ha 80), lo Stato del Papa potrebbe al massimo ambire al rango di tenuta agricola. Con una popolazione di 825 cittadini (tutti maschi e non residenti) non supera la demografia di un paesino rurale e il suo governo teocratico vagola, più che altro, nelle regioni della metafisica. Quando il Papa regnante amplifica il ruolo di "vescovo di Roma" e relega il resto in appendice, sotto la voce "titoli storici" (il tutto impaginato sull' annuario pontificio senza grazia grafica e professionalità tipografica) non è sfiorato dal dubbio che i 183 Stati che intrattengono relazioni diplomatiche con il Vaticano non accreditano i propri ambasciatori presso di lui, ma presso la Santa Sede? E quando i prelati che danno corpo ed intelligenza alla Santa Sede vengono posti sotto schiaffo da una "superprocura" vaticana manettara, e persino colui che dovrebbe "pascere tutti" li tratta come screanzati senza passato e senza onore, togliendo loro incarichi e buona fama in venti minuti, riducendoli magari allo stato laicale, non ha l' impressione di segare il ramo su cui la Cattedra di Pietro si regge? In una Santa Sede, soggetto di diritto internazionale per cultura giuridica e diplomatica, i problemi si risolvono scartando le persone? Non ci si pone il problema di sapere quanto tali comportamenti alterino lo sguardo di un miliardo e trecento milioni di fedeli che in Pietro vedono il Vicario di Cristo, il successore del Principe degli Apostoli, il Papa della Chiesa Universale?

Papa Francesco, l'enciclica “Fratelli tutti” dichiara guerra a "Fratelli d'Italia". Andrea Cionci su Libero Quotidiano il 05 ottobre 2020.

Andrea Cionci. Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore.

L’ultima enciclica di Francesco “Fratres omnes” ha destato non poche irritazioni nella parte conservatrice del Paese: si tratta, in effetti, di un documento essenzialmente politico, con pochi riferimenti al Dio cristiano-cattolico, ma fortemente promotore di istanze che, di fatto, costituiscono una “dichiarazione di guerra” all’Italia come stato-nazione. E’ del tutto legittimo che Papa Francesco esprima le sue idee, anzi, a 150 anni da Porta Pia, la Chiesa ha il pieno diritto di tentare una mossa neo-giobertiana per implementare la sua leadership a livello internazionale, anche se, stavolta, con un certo afflato da “impero gesuitico”: dal Nuovo Mondo alla Cina del Gran Kahn. I contenuti della nuova enciclica spingono, infatti, come un treno, verso accoglienza totale ai migranti, corridoi umanitari, confini aperti, pioggia di visti, ricongiungimenti familiari ad libitum, ius soli e via di seguito, con il diritto a tutto per tutti. Cenni su fattibilità, risorse disponibili e doveri dei migranti non vengono pressoché trattati e questo rende il documento un formale invito a tutti i popoli meno ricchi del mondo a trasferirsi in Italia. Oltretutto, Fratres omnes appare come un definitivo viatico morale all’Unione europea per fare del Bel Paese il campo profughi del continente. Non a caso, secondo Bergoglio il traffico di migranti dovrebbe anche essere gestito da entità sovranazionali: “Ciò che occorre, soprattutto – si legge nel documento – è una governance globale, una collaborazione internazionale per le migrazioni che avvii progetti a lungo termine, andando oltre le singole emergenze, in nome di uno sviluppo solidale di tutti i popoli che sia basato sul principio della gratuità”. Il programma di Francesco, quindi, è chiaro. Così come è altrettanto chiaro e indiscutibile che questa politica condurrebbe AUTOMATICAMENTE all’annichilimento, non solo del generico concetto di nazione, ma anche e soprattutto del concetto di ITALIA. Il nostro è, infatti, un paese a crescita zero, scarsamente identitario, poco coeso, politicamente ossequioso verso la Ue, con il 12% della popolazione già straniera senza dimenticare che è una penisola ubicata al centro del Mediterraneo, in una faglia geopolitica turbolenta, dove si scontra la zolla tettonica cristiano-occidentale con quella islamica. Se venisse sottoposta alla politica ultra-immigrazionista auspicata da Bergoglio, l’Italia sarebbe CANCELLATA completamente nel giro di pochissimi anni e sotto tutti gli aspetti: politico, sociale, economico, demografico, geopolitico, linguistico, etnoantropologico, culturale, artistico, mediatico, persino alimentare. Non stiamo parlando di qualcosa di là da venire, ma di un processo già IN CORSO D’OPERA. Il futuro prospettato è quello di una penisola ex-italiana, aperta al transito di uomini e merci, crogiolo di popoli, lingue, etnie, ceppi diversi senza, tuttavia, alcuna garanzia che tale “super-meticciato” possa portare a una società migliore e più pacifica. Peraltro, secondo Francesco, anche il concetto di “minoranza” - considerato offensivo in omaggio al più ortodosso politicamente corretto - deve essere superato. Di conseguenza, perderebbe valore anche quello di “maggioranza”, ponendo in discussione la base stessa della nostra democrazia. Ma, a questo punto, sarebbe un dettaglio.

Dunque, questo nuovo popolo italico e multi-tutto, senza identità, sarebbe almeno raccolto ai piedi della croce? No: anche quel poco di identità cristiana che resta verrebbe disciolto in un magma multireligioso. Infatti Francesco - con una strategia di cui sfuggono gli obiettivi - insiste molto sulla libertà di culto concessa ai nuovi arrivati. Inevitabile farsi domande sull’antico obiettivo della Chiesa circa la conversione universale al Cattolicesimo: l’imperativo di Cristo: “Andate e predicate il mio Vangelo” significava dunque “Arrivate e portate i vostri dei”? Intendiamoci, magari ha ragione Francesco, forse l’idea di stato-nazione ha davvero fatto il suo tempo, e realmente, il Nuovo Ordine Mondiale - che fino ad oggi è stato tacciato di essere un progetto satanico-massonico, potrebbe configurarsi come disegno vincente, secondo quanto già auspicato dal cardinale Scola. Ognuno è libero di pensarla come vuole e non saremo noi a dare indirizzi. Tuttavia, per molti cittadini italiani, allo stesso tempo cattolici e amanti del proprio paese, è arrivato il momento di una scelta sofferta e ineludibile: O DI QUA, O DI LA’.

Come nel 1870: o con Pio IX, o con Vittorio Emanuele. O con Bergoglio, o con l’Italia. D’ora in poi non si potrà più conciliare l’amore per la Patria con l’8x1000 a un paese straniero che sta catechizzando un miliardo di persone e gli organismi internazionali verso una politica che condurrà senza alcun dubbio al completo dissolvimento della nazione italiana. Purtroppo è una questione logica dalla quale non si scappa e anche il mondo politico nostrano sovranista o conservatore, non potrà continuare a lungo a evitare la questione: Francesco è sceso definitivamente in campo nell’agone politico, ha deposto i panni del pontefice fra Dio e gli uomini per costruire ponti ben più terreni. E’ un interlocutore politico a tutti gli effetti e non si può continuare a ignorarlo, anche per una questione di rispetto. Attenzione: una scelta di campo a favore della Patria non comporta di per sé rinunciare a Dio e alla fede: come 150 anni fa, si può rimanere cattolici pur opponendosi al POTERE TEMPORALE del papa, (oggi politico-mediatico). Questo non dovrebbe causare grossi turbamenti spirituali perché è arduo trovare fondamenti dogmatico-dottrinali a questa enciclica. Quindi, in sostanza: o si tiene per l’Italia, o per la neo-chiesa bergogliana. Non ci possono essere compromessi. Ognuno scelga da che parte stare, le squadre sono queste e vinca il migliore.

ATTACCO PAPALE ALLA PROPRIETÀ PRIVATA A TRENT’ANNI DALLA CADUTA DEL MURO. Dimitri Buffa su L’Opinione il 5 ottobre 2020. Bell’affare che ci abbiamo fatto con la caduta del Muro di Berlino se a trent’anni da questo accadimento abbiamo un Papa terzomondista che attacca la proprietà privata in un’Enciclica. È la classica eterogenesi dei fini: invece che la fine della storia di cui straparlava illudendosi Francis Fukuyama, con il corollario che l’idea capitalista e liberale fosse ormai ineluttabilmente accettata da tutti, siamo a un passo dal comunismo mondiale. Stretti tra la prepotenza cinese, lo straripamento geopolitico dell’Islam – e del terrorismo a esso legato che ha preso il posto di quello manovrato negli anni Settanta dal Kgb – e una Chiesa ormai perennemente in ginocchio che cerca solo di mediare con i nuovi possibili padroni del mondo, colpevolizzando l’America e il capitalismo per tutti i mali del mondo. E la cosa peggiore è che la reazione – ricordate i “reazionari” ? – non è in mano ai conservatori e ai liberali, bensì ai populisti nazionalisti, che oggi hanno preso il posto che negli anni Venti, Trenta e Quaranta del secolo scorso era stato quello del fascismo europeo. Ora tutti i liberali sanno che il comunismo e il nazionalismo fascista sono la stessa orrenda cosa politica. Solo cambiata di segno: è lo Stato che si mangia l’individuo. Magari instradandolo a una guerra mondiale. Comunque rinchiudendolo in un lager o in prigioni ridotte a segrete per qualunque motivo di dissenso, compreso quello sanitario-pandemico. Cosa che già avviene quasi ovunque. E anche in Italia, come ben sanno quelli che, come i radicali, si occupano di questo problema non secondario che rappresentano i detenuti, i loro detenenti e gli edifici in cui marciscono. Insomma, la caduta del Muro ha fatto risorgere la barbarie e i fantasmi autoritari che si credevano scomparsi dopo il crollo del Terzo Reich. E il cosiddetto nuovo ordine mondiale a trazione cinese e con l’incognita dell’Islam geopolitico e del relativo terrorismo ha adesso anche il sigillo papale. Un incubo di cui si vede l’inizio, si intravede lo sviluppo probabile e non si scorge la auspicabile fine.

NON BASTAVA IL COVID, CI SI METTE ANCHE BERGOGLIO. Cristofaro Sola su L’Opinione il 6 ottobre 2020. Le tasse che sono troppe, il lavoro che non c’è, i servizi pubblici che non offrono quasi mai ciò che promettono, sono questioni importanti. Talvolta decisive per la qualità della vita. Chi lo può negare? Tuttavia, lasciare che altri lavorino sulle fondamenta della nostra casa comune non è bene. Delegare ad autorità morali, convenzionalmente giudicate tali, il compito magistrale di tracciare la via del nostro futuro può essere pericoloso. In questi giorni sui media sono circolati spezzoni della nuova Enciclica di papa Francesco, “Fratelli tutti”. Per quel poco che abbiamo letto, non ci piace per nulla. Vista l’autorevolezza della fonte, non possiamo tacere su affermazioni che stravolgono tutto ciò in cui finora abbiamo creduto e che, a ragione, abbiamo considerato fondamenti della civiltà occidentale. Siamo cresciuti avendo imparato che la difesa dei “sacri” confini della Patria fosse il dovere primo di ogni buon cittadino. Sostenere che confini e frontiere degli Stati siano un fastidioso impedimento alla legittima pretesa di ogni essere umano di realizzare la propria felicità ovunque ritenga lo possa fare, stimola l’immigrazione illegale che nuoce al Paese e semina tante vittime sulla sua strada. Si può, poi, convenire sulla critica alla globalizzazione che ha creato squilibri economici profondi e nuove povertà, ma non è condivisibile una condanna netta del mercato perché come bene spiega l’economista tedesco Clemens Fuest: “Nessun Paese al mondo ha un’economia di mercato non regolamentata senza l’influenza dello Stato. Allo stesso tempo è chiaro che non c’è paese in cui la prosperità, la protezione dell’ambiente e l’umanità fioriscano senza un’economia di mercato”. Impegnarsi a emendare le storture prodotte dal sistema non significa abolirlo. Sul diritto alla proprietà privata il pontefice scrive che: “Si può considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati, e ciò ha conseguenze molto concrete, che devono riflettersi sul funzionamento della società (...) La tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata”. Forse ci siamo persi qualcosa perché non ricordiamo che in passato la Chiesa non abbia considerato intoccabile la proprietà privata, in particolare il suo patrimonio terreno. Ma declassare tale diritto da primario a secondario e subordinarlo al principio di destinazione universale dei beni creati è una follia che mina alla radice una civiltà. Da quando si ha traccia della presenza di aggregati umani sulla Terra vi sono segni di condotte finalizzate al possesso materiale di spazio, all’occupazione permanente di luoghi per installare e sviluppare nuclei sociali, a cominciare dal primo, naturale: la famiglia. Nel lessico antropologico il termine “radicamento” non ha un connotato negativo. La proprietà privata non si connette concettualmente solo al desiderio di possesso ma configura l’identità della persona. L’individuo è le cose che possiede; è la casa che abita; è il campo di grano che coltiva; è il manufatto che cesella. La patria è l’amplificazione dell’idea di proprietà; è la terra dei padri, perché appartenuta ai progenitori che l’hanno lasciata in eredità alle generazioni che si sono succedute nello svolgersi della Storia. Gli uomini hanno combattuto e combattono per difenderla. E muoiono per essa. Il diritto alla proprietà privata non attiene solo ai beni materiali più vistosi: case, terreni, soldi in banca, automobili lussuose, barche di lusso. Anche un piccolo oggetto di scarso valore commerciale può averne di grandissimo. Un pendaglio che custodisce la fotografia di una persona amata, o semplicemente il fatto che l’oggetto sia appartenuto a un defunto, non ha fungibilità economica per chi lo possiede. Invece, il papa sentenzia ex cathedra che quell’oggetto, quel bene, quello spazio esclusivo di estrinsecazione dell’identità personale, devono essere considerati di secondo piano, tributari di un imprecisato diritto universale che s’imporrebbe su tutto ciò che gli individui hanno creato, che hanno ereditato, che hanno guadagnato, che hanno coltivato e nutrito infondendovi lo spirito e lo scopo delle loro stesse esistenze. Morto e sepolto il concetto di esproprio proletario sta nascendo quello confessionale. Già, perché il trucco che nasconde la fallacia di una tale teoria sta nel non detto. Posto che per il comunismo l’abolizione della proprietà privata andasse a beneficio del soggetto collettivo egemonizzato dal partito, la versione bergogliana a chi assegna la prelazione sui beni dei singoli? Non ci sono cose che non appartengano a qualcosa o a qualcuno. Se non potrà essere l’individuo, chi sarà? Lo Stato? La Chiesa di Roma, che in nome del diritto di mediare il divino nel rapporto con l’umano, ne rivendica il controllo e il destino? Se è questa la traiettoria sulla quale il pontefice pensa di incanalare il futuro dell’umanità, gli italiani dovrebbero imboccare la direzione opposta decidendo di contrastare un’utopia perniciosa che dispiega i suoi effetti concreti nell’implicita legittimazione delle bande di facinorosi a sfasciare le vetrine dei negozi per razziarne i beni. Pensavano in coscienza di aver chiuso negli anni Ottanta la funesta stagione dei “cattivi maestri”, ma questo messaggio al mondo è, se possibile, anche peggio degli insegnamenti sbagliati dei “cattivi maestri”. La proprietà privata è un diritto primario e naturale dell’individuo che il pactum societatis, in qualsiasi forma si sia materializzato nella storia delle aggregazioni umane, impegna le istituzioni collettive a difenderlo e promuoverlo. Perché farlo è riconoscere l’identità della persona. A corollario del comunismo riformato di Bergoglio, nell’Enciclica si parla anche di muri, della loro presunta nocività nell’ostacolare l’incontro tra le genti e le culture. Scrive Bergoglio: “Paradossalmente, ci sono paure ancestrali che non sono state superate dal progresso tecnologico. Riappare la tentazione di fare una cultura dei muri, di alzare i muri, muri nel cuore, muri nella terra per impedire questo incontro con altre culture, con altra gente. E chi alza un muro, chi costruisce un muro finirà schiavo dentro ai muri che ha costruito, senza orizzonti. Perché gli manca questa alterità”. Ma chi l’ha stabilito che i muri che per millenni hanno protetto le vite degli individui, difeso culture, storie, tradizioni, siano il frutto di paure ancestrali? A noi le mura piacciono moltissimo, a cominciare da quelle leonine che demarcano lo spazio di sovranità proprio di colui che ne denuncia la negatività. Si chiamano così perché furono erette da papa Leone IV tra l’848 e l’852 per difendere il Colle Vaticano e la Basilica di San Pietro dalle incursioni dei saraceni che avevano saccheggiato Roma nell’agosto dell’846. Evidentemente devono aver svolto bene il loro mestiere se dopo mille anni sono ancora lì, sorvegliate da gendarmi della Guardia svizzera, a custodire la fede di moltitudini umane insieme agli immensi tesori materiali della Chiesa. C’è stato un tempo non lontano in cui per i laici il peggiore incubo era di morire democristiani. Ora che la Dc non c’è più e il pericolo è scampato non vorremmo dover fare i conti con una nuova paura: morire comunisti. Ma non per mano dei nipotini di “baffone” che si sono volatilizzati dopo la caduta del muro di Berlino, ma per la singolare figura di despota da terzo millennio, che depaupera il suo popolo brandendo con una mano la Croce (che non sarebbe una novità per la Storia) e con l’altra le chiavi dell’aldilà (e neppure questa sarebbe una novità). Cristiani o non cristiani, “fratelli tutti” un corno!

Papa Francesco, nell'enciclica una lode "agghiacciante": legittima la sottomissione all'Islam. Gianluca Veneziani su Libero Quotidiano il 07 ottobre 2020. Deve aver sbagliato a dare titolo all'enciclica, Papa Francesco. Anziché «Fratelli tutti», avrebbe dovuto chiamarla «Fratelli Musulmani». Il documento papale pubblicato ieri pareva evocare nel nome la fratellanza con gli elementi della Natura, alludendo a «Fratello Sole, Sorella Luna»; oppure riscattare in positivo la fraternità tradita dai due primi fratelli nel racconto biblico, Caino e Abele; o addirittura celebrare una fraternità comunitaria in chiave patriottica, la stessa cui si inneggia in «Fratelli d'Italia». Macché, non c'era da illudersi. La fratellanza, nel testo vergato dal Papa, viene intesa nel senso giacobino della fraternité, per cui Fratelli diventa sinonimo di Compagni, al punto che il pontefice giunge a definire «non intoccabile il diritto alla proprietà privata». E ancora, viene declinata nel senso della «responsabilità fraterna» verso i migranti. Ma soprattutto, ed è ciò che più inquieta, la fraternità è interpretata dal Papa come legame, non paritario ma subalterno, con gli islamici. Non era mai accaduto finora nella storia della Chiesa che un Papa riconoscesse come sua primaria fonte di ispirazione per un'enciclica una delle massime autorità spirituali musulmane, il Grande imam di al-Azhar.

IL POVERELLO DI ASSISI. «In questo caso», scrive Francesco, «mi sono sentito stimolato in modo speciale dal Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb, con il quale mi sono incontrato per ricordare che Dio "ha creato tutti gli esseri umani uguali, e li ha chiamati a convivere come fratelli tra di loro". Questa Enciclica raccoglie e sviluppa grandi temi esposti in quel Documento che abbiamo firmato insieme». Al-Tayyeb, lo ricordiamo, è quell'imam che aveva rotto con Papa Benedetto XVI, dopo che questi aveva osato condannare la persecuzione dei cristiani in Egitto; ed è quello stesso imam che ha manifestato più volte posizioni antisemite, accusando gli ebrei di praticare l'usura, indicendo manifestazioni contro la «giudaizzazione» di Gerusalemme e appoggiando gli attentati suicidi in Palestina contro i «nemici di Allah»; ed è ancora quell'imam che aveva invitato i mariti a «picchiare le mogli disobbedienti», anche se solo con lievi «bacchettate».

Nasce la "commissione materie riservate": caos-Vaticano, così Papa Francesco prova a insabbiare gli scandali?

Ma, a prescindere da questo, il dramma è la china presa dal papato di Francesco: la sua prima enciclica, Lumen fidei, era stata realizzata a quattro mani con Ratzinger, già autore del celebre discorso di Ratisbona, durissimo contro l'islam. Quest' ultima è stata invece, di fatto, co-firmata da un imam. Il passaggio più agghiacciante del testo è quello in cui Bergoglio addirittura legittima e loda la sottomissione cristiana all'islam. Francesco cita il suo omonimo, il santo di Assisi, in visita al sultano Malik-al-Kamil in Egitto. E sostiene, citando la Regola non bollata, che «San Francesco andò a incontrare il Sultano col medesimo atteggiamento che esigeva dai suoi discepoli: che, senza negare la propria identità, trovandosi "tra i saraceni o altri infedeli , non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio"». Il problema è l'interpretazione che ne dà Bergoglio. Per il Papa è sorprendente come «ottocento anni fa, Francesco raccomandasse di evitare ogni forma di aggressione o contesa e anche di vivere un'umile e fraterna "sottomissione", pure nei confronti di coloro che non condividevano la loro fede». Avete letto bene: per Bergoglio il messaggio del santo di Assisi era un invito alla «sottomissione» nei confronti degli islamici. Nulla di più lontano dal vero. Innanzitutto il Papa omette di citare il passaggio seguente della Regola non bollata in cui si dice che «un altro modo» di essere frati è che essi «annuncino la parola di Dio, affinché quelli (gli islamici, ndr) credano in Dio onnipotente e diventino cristiani». E soprattutto Bergoglio dimentica che lo scopo del viaggio di San Francesco era predicare il Vangelo e convertire il Sultano, anche a costo del proprio martirio. Come ricordava san Bonaventura, biografo del poverello di Assisi, per san Francesco «i cristiani giustamente attaccano voi (i musulmani, ndr) e la terra che avete occupato». Ma, in nome dell'asservimento all'islam, è possibile rovesciare anche il senso del dettato francescano. Fratelli tutti, sottomettevi alla Sorella Mezzaluna. E ora chiamatelo Papa-Imam Francesco.

Tutte le "purghe" del Papa: così ha imposto la sua Chiesa. Congregazioni, Accademie, vescovi e cardinali. Francesco ha designato i suoi, modificando gli equilibri della Curia. Francesco Boezi, Domenica 04/10/2020 su Il Giornale. Papa Francesco e le "teste" che "cadono": una storia che il "fronte tradizionale" racconta spesso. Perché il pontefice argentino, nell'interpretazione fornita dai conservatori, sta disegnando una parabola che finisce, in maniera inevitabile, con l'assomigliare al carattere del vertice della Chiesa universale, escludendo chi aveva avuto ruoli apicali nella gestione precedente e modificando gli equilibri interni. Quelli cioè impostati dal regno del Papa emerito. Un tema che vale anche (e a volte specialmente) per il volto della Curia romana. Succede in realtà con ogni nuovo successore di Pietro. Quella odierna è una Chiesa cattolica, dunque, che guarderebbe in direzione di un futuro a trazione "bergogliana", per via dei protagonisti individuati da Francesco ed a discapito dei "ratzingeriani" o dei "tradizionalisti". Ma la questione sembra essere ben più complessa di così. Il caso del cardinale Angelo Becciu, cui Jorge Mario Bergoglio ha tolto i diritti derivanti dalla porpora, ha riaperto l'annoso tema delle "purghe". Il cardinale Becciu, nella ripartizione degli "schieramenti vaticani", non è mai stato considerato un tradizionalista ed un oppositore della "rivoluzione", anzi. Un particolare - quest'ultimo - che fa discutere. L'ex sostituto della Segreteria di Stato ha infatti collaborato con Francesco per anni. I conservatori lo sanno bene, e in questi giorni, dopo la diffusione della notizia, contestano la prossimità del duo. Il Papa, ridimensionando Becciu, ha fatto capire di non badare troppo alle magliette che vengono indossate dai consacrati in questa presunta contesa tra destra e sinistra ecclesiastica in Vaticano. Altrimenti Becciu, che nella narrativa tradizionalista è sempre stato dipinto come un "bergogliano", non sarebbe stato "dimissionato". Un'altra porpora finita nel "mirino" di Bergoglio è l'ex cardinal Theodore McCarrick, ma l'americano, prima di essere "scardinalato" dal vescovo di Roma, è stato al centro di un caso di abusi che ha fatto molto rumore. Si tratta pertanto di una storia a sé. Il caso Becciu può aprire altri fronti. Circolano voci che narrano di una lista, una "lista nera", che sarebbe composta da chi, tra le alte gerarchie della Santa Sede, avrebbe deluso papa Bergoglio. Qualcuno potrebbe saltare come Becciu, dicono. Boutade o no, Becciu non è il primo ad essere stato messo alla porta. Ci si ricorderà, per esempio, del cardinale Gherard Ludwig Mueller, ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. La "cattedra" su cui si era seduto anche Joseph Ratzinger durante il pontificato di San Giovanni Paolo II. Mueller è a tutti gli effetti un allievo, un continuatore dottrinale, del Papa emerito. Bene, dopo aver nominato il porporato teutonico alla testa dell'ex Sant'Uffizio, Francesco ha deciso di non rinnovare l'incarico dopo il primo mandato.

Anti-migranti, conservatori e tradizionalisti: i critici del Papa. Attenzione: le cause per cui Mueller non è più un prefetto sono, al limite, di natura dottrinale, e non c'entrano nulla con eventuali scandali. Di solito, però, un'esigenza di continuità prevede almeno un decennio. Non è semplice altrimenti per un alto ecclesiastico incidere sulla dottrina. Fatto sta che Mueller non è più il prefetto della Dottrina della Fede: al suo posto è arrivato il cardinal Luis Francisco Ladaria Ferrer, un gesuita. C'è un tratto distintivo che accomuna le scelte di Jorge Mario Bergoglio in termini di promozioni e rimozioni? Forse sì. Può essere infatti notata una certa marginalità dei prelati considerati conservatori.

La "cacciata" dei conservatori. Quello di Mueller è solo uno dei casi di questo tipo. Nel corso del 2017, abbiamo raccontato di come il cardinal Raymond Leo Burke fosse stato mandato sull'isola di Guam al fine d'indagare su delle accuse di abusi sessuali dirette nei confronti di un arcivescovo, Anthony Apuron, che sarebbe poi risultato colpevole canonicamente. Erano i tempi dei "dubia" su Amoris Laetitia, l'esortazione apostolica tramite cui Francesco ha aperto alla comunione per i divorziati risposati. Ecco, in quel viaggio a Guam, qualcuno ha intravisto una sorta di punizione inflitta al cardinale americano. Se non altro perché Burke era uno dei firmatari delle cinque domande poste al pontefice sulla legittimità dottrinale delle posizioni prese nel testo esortativo. Quelle che avrebbero alimento la "confusione dottrinale" tra i fedeli. Il cardinal Burke è stato poi estromesso da alcune Congregazioni della Santa Sede, tra cui quella deputata a disporre sui vescovi e quella per le Cause dei Santi. Anche queste "cacciate" sono state interpretate alla stregua di "sanzioni" rivolte al "fronte tradizionale" da parte del Papa. Come se criticare fosse un comportamento non accettato o comunque mal digerito. Poi c'è monsignor Luigi Negri, che non è più il vescovo, anzi l'arcivescovo, della diocesi di Ferrara-Comacchio. Jorge Mario Bergoglio gli ha preferito monsignor Gian Carlo Perego, esponente della Caritas e della fondazione Migrantes. Forse se non soprattutto perché il "diritto all'accoglienza" non può essere messo in discussione.

Non erano in linea con il Papa: ecco i cardinali "misericordiati". I conservatori occupano sempre meno spazi: questa è l'accusa mossa nei confronti di Francesco dallo schieramento che è il diretto interessato. In realtà, il Santo Padre, attraverso una lettera scritta proprio al cardinale Mueller, è parso intenzionato a trovare la quadra con questo emisfero. Comunque sia, li chiamano "misericordiati" o "epurati": sono coloro che, stando sempre alla narrazione filo-tradizionalista, hanno salutato i loro incarichi per via del loro non essere "bergogliani". A causa del loro mancato sostegno alla "rivoluzione". E il caso di Bose? Il priore Enzo Bianchi non è di certo un tradizionalista, eppure ha dovuto a sua volta fare le valigie. Questo a testimoniare come la "casacca" di riferimento possa non essere decisiva. Un altro nome? Antonio Cañizares Llovera, cardinale vicino alla San Pio X, cioè ai lefebvriani. Dal Vaticano, Llovera, è tornato a Valencia per volontà del Santo Padre. Oltre alle "cacciate", c'è il tema delle mancate udienze: quella raccontata da fonti vicine al compianto cardinal Carlo Caffarra, che non sarebbe stato mai ricevuto da Bergoglio nonostante le tante richieste, e quella non concessa in questi giorni al cardinale Zen, anziano ex arcivescovo di Hong Kong che è giunto a Roma per incontrare il Papa sulla questione dell'accordo tra il Vaticano e la Cina. Pare che Bergoglio abbia fatto sapere di non avere tempo a disposizione per lui.

Le realtà commissariate da Bergoglio. Dall'Ordine di Malta ai Francescani dell'Immacolata, passando dalle Piccole sorelle di Maria e per altre realtà: Jorge Mario Bergoglio, per motivi molto diversi tra loro ed attraverso modalità a loro volta differenti, è intervenuto su molte situazioni relative ad enti o ad istituti ecclesiastici. Anche il caso di Enzo Bianchi può essere citato tra questi. Rispetto agli Ordini, però, i tradizionalisti ventilano una sensazione precisa: quella secondo cui Bergoglio, volendo contrastare quelli che chiama "rigidismi", non consenta forme d'organizzazione reputate antiche, passate, o comunque dissonanti rispetto alla visione della "Chiesa in uscita". Andare "incontro al mondo", insomma, sarebbe una conditio sine qua non, mentre il rinchiudersi nella preghiera e tenere le distanze dalla società contemporanea sarebbero atteggiamenti non più accettati. Bergoglio sarebbe un avversario della clausura.

Quelle accuse a Bergoglio: "Perseguitati da questo pontificato". Alcune realtà starebbero quindi cercando di costruire una "minoranza creativa": nel senso inteso da Joseph Ratzinger, qualcosa di slegato dalla società odierna. Ma lo starebbero facendo nel corso di un pontificato che intende invece abbracciarlo questo mondo. La versione delle fonti critiche dell'operato del pontefice argentino è più o meno sempre questa. Persino "pregare troppo" sarebbe sconsigliato. Anche se questa litania è stata smentita. E i tradizionalisti - si sa - sono di parte. Quello che stupisce in ogni caso è che attorno a questa storia dei commissariamenti si sia organizzata una sorta di "opposizione". I "misericordiati" sembrano aver costituito un blocco solido, che usa criticare le priorità che Francesco ha individuato per l'avvenire del cattolicesimo. I "misericordiati", insomma, tutti uniti "contro" il pontificato della misericordia. Con il sostegno dei noti blog e siti "tradizionalisti".

Il caso Becciu. Il cardinal Angelo Becciu ha ancora la porpora, ma ha perso i suoi diritti. Il Papa, sorprendendo tutti, ha disposto così. Quindi Becciu non farà parte della prossima assemblea cardinalizia. Quella che, quando verrà il momento, sarà convocata per eleggere il successore di Jorge Mario Bergoglio. E il caso Becciu rischia di costituire uno spartiacque per la storia di questo pontificato. Becciu non è Burke e non è neppure Mueller: il cardinale sardo è stato tutto fuorché un oppositore di papa Francesco, tanto a livello dottrinale quanto a livello mediatico. Prescindendo dai motivi che hanno portato alla fine di Becciu dopo un'udienza privata, un faccia a faccia con il pontefice argentino, vale la pena far notare come le circostanze riguardanti il non più prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi siano più uniche che rare.

Ecco tutto quello che c'è dietro il caso della "cacciata" di Becciu. Scavando nella memoria, non si rammentano casi di cardinali ridotti nelle loro funzioni per via di presunti scandali finanziari. E per quanto il cardinale e segretario di Stato Pietro Parolin abbia asserito, come riportato dall'Adnkronos, che non ci sia alcuna "coincidenza" tra il fatto che Becciu sia stato allontanato e un altro dato, ossia che l'ex prefetto della Segreteria per l'Economia, il cardinale George Pell, che nel frattempo è stato assolto da accuse di abusi in un processo australiano che è balzato, per ovvie ragioni, all'attenzione delle cronache internazionali, abbia fatto il suo ritorno a Roma, la "tifoseria" dei tradizionalisti sembra comunque incline a festeggiare per il gran ritorno di Pell. Quasi come se, in un fantomatico scontro tra due frange, la parte conservatrice abbia prevalso. Perché Pell avrebbe avuto un'idea di gestione degli "affari vaticani" distante da quella di Becciu. Un fenomeno - questo della contrapposizione tra "tifosi" - che può essere notato soprattutto sui social network. Papa Francesco, dopo la lettera a Mueller, potrebbe aver optato per una pax con l'emisfero conservatore. Si tratta di un'ipotesi, ma potrebbe divenire realtà se il cardinale Pell, Mueller o altri tornassero da occupare ruoli di vertice in Santa Sede. Pell non era stato "cacciato", ma il suo incarico era stato sospeso per via del processo in corso nella sua nazione d'origine. Ora il prefetto per la Segreteria per l'Economia è Juan Antonio Guerrero Alves, un gesuita iberico che non può vantare la porpora. C'è la possibilità che Pell torni a presiedere l'organo che Bergoglio ha voluto per alimentare la sua battaglia per la "trasparenza" interna ed esterna? Molto difficile. Mai dire mai, però, sembra la risposta più consigliabile.

La "cacciata" dei ratzingeriani. Arriviamo così ad uno dei noccioli della questione: se è vero che con ogni pontificato, con quello che indebitamente potrebbe essere definito "spoils system", cambiano gli equilibri, e dunque vengono sostituiti gli uomini di punta nei ruoli di comando, allora quanti ratzingeriani sono rimasti a capitanare le varie Congregazioni o Accademie con il regno di Bergoglio? Abbiamo già detto del cardinale Mueller, di monsignor Negri e di altri. Il cardinal Robert Sarah, nonostante qualche polemica dottrinale, tra cui quella sull'abolizione del celibato sacerdotale, è saldo come prefetto della Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei Sacramenti. Ma è un'eccezione. Monsignor Georg Gaenswein non risulta più il prefetto della Casa pontificia: è rimasto il segretario particolare di Benedetto XVI. Monsignor Molina e padre Noriega non fanno più parte del Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia. Erano entrambi riconducibili alle spinte dottrinali dei due pontificati precedenti a questo.

L'addio del vescovo non allineato. Un regalo del Vaticano alla Cina. Si dimette monsignor Vincenzo Guo Xijing, uno degli alti prelati non sottomesso al regime comunista. Gian Micalessin, Martedì 06/10/2020 su Il Giornale. È la prova vivente del grande baratto, o meglio, della svendita dei prelati più fedeli. Una svendita che il Vaticano si prepara a sottoscrivere rinnovando per altri due anni l'accordo sulla nomina dei vescovi stretto con Pechino. Lui è monsignor Vincenzo Guo Xijin. Per la gran parte degli oltre 70mila battezzati della diocesi di Mindong, nella Cina sud orientale, era il solo degno erede di James Xie Shiguang, il vescovo «clandestino» passato a miglior vita nel 2005 senza esser mai sceso a patti con le autorità comuniste cinesi. Approfittando della sua scomparsa, l'Associazione Patriottica Cattolica - ovvero il surrogato di Chiesa Cattolica considerata un'appendice del partito comunista - aveva tentato d'imporre il fidato Monsignor Zhan Silu. Non era stata una grande mossa. I fedeli della regione gli avevano subito voltato le spalle criticando - come riferisce l'agenzia dei missionari cattolici Asia News - la sua smodata ambizione e la sua palese sottomissione alle direttive di Pechino. Accuse che in breve gli erano costate anche un decreto di scomunica proveniente dalla Santa Sede. Ancor prima della scomunica il vuoto lasciato da monsignor James era stato riempito da monsignor Vincenzo che in breve s'era guadagnato il titolo di nuovo pastore «clandestino». A ribaltare le carte in tavola era arrivata, nel settembre 2018, la firma dell'intesa provvisoria tra Cina e Vaticano per la nomina dei vescovi. In seguito a quelle intese la diocesi di Mindong si era trasformata in una sorta di zona pilota per la verifica pratica degli accordi. Così - mentre Monsignor Vincenzo veniva retrocesso a vescovo ausiliario - il Papa toglieva la scomunica a monsignor Zhan Silu e lo promuoveva a pastore ufficiale della comunità. Per due anni Monsignor Vincenzo ha masticato amaro sperando che l'evidente iniquità della decisione venisse cancellata assieme al resto degli accordi. Ma quando ha capito che nulla sarebbe cambiato e la Santa Sede sarebbe andata avanti per la sua strada ha deciso di lasciar perdere. E così domenica, al termine della messa, ha annunciato ai fedeli le proprie dimissioni con un discorso che sotto i toni - apparentemente umili e sottomessi - cela l'indignazione per l'ingiustizia subita e la rabbia per la sottomissione del Vaticano a Pechino. «Sono incompetente...non ho nessun talento...non sono al passo con l'epoca...non voglio essere ostacolo per il progresso», così monsignor Vincenzo Guo Xijin ha spiegato la decisione di dimettersi da tutte le cariche per dedicarsi a una vita di sola preghiera. Ma l'addio di quel vescovo onesto e rispettato suona ora come un atto d'accusa a un Vaticano pronto a sacrificare non solo lui,