Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2020

 

FEMMINE E LGBTI

 

SECONDA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

  

 

  

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

       

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2019, consequenziale a quello del 2018. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

GLI ANNIVERSARI DEL 2019.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

FEMMINE E LGBTI.

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Uomini e donne: diversi per anatomia e fisiologia.

Donne al Volante…

Quelli che non vogliono le Miss.

Donne che odiano le donne.

Il Metoo.

Harvey Weinstein: il MeToo dell’Irriconoscenza.

Il Cinema delle donne e dei Gay.

C’era una volta il maschio.

Revenge Porn. Dagli al Maschio.

Il Maschicidio, il Femminicidio ed ogni abuso di genere.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

 

Comandano loro.

Femmine, campionesse di lunga vita. Anche tra gli animali.

Le madri del sud.

Mai dire Mamma.

Mai dire Papà.

Aborto. Il Figlicidio.

Il Divorzio.

Nelle more di un divorzio.

L’odio per il diverso.

Donne: Razzismo e Politicamente corretto.

Donne che odiano i Transgender.

I Transgenger.

La Sinistra e le Donne.

Il Femminismo.

Le mestruazioni femministe.

L’estinzione dei simboli femminili.

Gli Etero.

Gli Omosessuali e le Lesbiche.

Mai dire Puttana.

Mai dire Porno.

Mai dire Razzismo.

L’eccitazione.

L’Infedeltà.

Lo Scambismo.

Sadomaso e Trasgressioni.

Lo famo strano…

Il Fetish.

Cuckqueaning e Cuckquean.

Gli strumenti del sesso.

Autoerotismo: la Masturbazione.

L’Astinenza dal Sesso.

Il blue-stalling: situazione di stallo amoroso.

Il Dogfishing.

Il Fascino.

La seduzione.

Il Dirty Talk.

L’iniziativa sessuale.

Durante il Sesso.

Il Cunnilingus.

Il "Rusty Trombone".

La Spermata.

L'eiaculazione precoce.

Morire di Sesso.

Il Kamafitness.

Il Cuckolding.

Il Wetlooking.

I sogni erotici.

Ninfomania. La dipendenza dal sesso.

Sesso, malattia e dolore.

Sesso vecchio.

Sesso e segno zodiacale.

Organo sessuale? C’è differenza.

Infibulazione e circoncisione. Le mutilazioni dei genitali.

Lo Sbiancamento.

Viva il Pelo.

Le Malattie Sessuali.

Il sesso combatte le malattie.

Fuori di…Seno.

La Lattofilia.

La Piedofilia.

La Sitofilia.

La Venustrafobia.

La mia bruttezza.

La Mia Grassezza.

Femmine e Sport.

 

 

 

FEMMINE E LGBTI

 

SECONDA PARTE

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI. (Ho scritto un saggio dedicato) 

·        Comandano loro.

Alessandra Menzani per “Libero quotidiano” il 16 dicembre 2020. Resterà qualche ruolo anche per gli attori maschi? Dubitiamo fortemente, di questo passo. Da una parte, addirittura, si vuole abolire la distinzione di «migliore attore», «migliore attrice» dai premi del cinema e della tv in nome della fluidità sessuale e dell' inclusione; dall' altra, ormai, tanti ruoli storici baluardo degli uomini sono oggetto di saccheggiamento femminile, il tutto ovviamente dopo l' ondata del MeToo. Il più clamoroso è sicuramente il caso di 007 che nel prossimo capitolo al cinema sarà una agente donna e di colore. James Bond resta tale, ma la nuova eroina sarà Lishana Lynch, che si prepara al venticinquesimo film della saga No Time To Die. Donna e di colore è pure Zoe Kravitz, la bellissima attrice figlia di Lenny, che nella nuova serie ispirata al romanzo del 1995 di Nick Horby, Alta Fedeltà, ricopre la parte che al cinema fu di John Cusack, un uomo.  Peraltro con scarso successo, visto che l' emittente streaming Hulu ha deciso di non confermare la seconda stagione. In High Fidelity - Alta fedeltà la protagonista è Rob, diminutivo di Robyn: lavora in un negozio di vinili e non siamo più a Londra, ma a New York. Se il protagonista del romanzo era etero, gli ex di Rob-Zoe non sono necessariamente tutti uomini. Di fatto tutte queste licenze poetiche non hanno avuto una accoglienza travolgente, visto che la seconda stagione non è cancellata, con tanto di polemica della protagonista (che abbiamo visto in Big Little Lies, quello sì un capolavoro). Ricordate, invece, il macho spagnolo Antonio Banderas nei panni dell' eroe spadaccino Zorro? Dimenticatelo. Adesso il personaggio mascherato cambia connotati ad opera di NBC che sta sviluppando una nuova serie tv che nel nuovo adattamento avrà un volto femminile. Ci stanno lavorando Sofia Vergara e Rebecca Rodriguez. La nuova saga sarà incentrata su Sola Dominguez, una versione femminile e contemporanea di Zorro, che è un' artista underground che combatte per la giustizia mentre la sua vita è in pericolo visto che ha denunciato diverse organizzazioni criminali. Il personaggio di Zorro, al secolo Don Diego de la Vega, è apparso per la prima volta in un romanzo breve del 1919. Al cinema ha avuto il volto di Alain Delon, Anthony Hopkins e Antonio Banderas; adesso prepariamoci a una nuova rivisitazione. Non è più un Paese per uomini, dunque, anzi un mondo per uomini. Oggi l' ondata femminista è talmente potente che produttori, autori e registi s' affannano a mettere in scena le donne in ogni salsa. Persino un tipo virile come Thor, protagonista della saga di fantasia, sarà messo in ombra. Nel nuovo film, quando i Giganti del Gelo invadono la Terra una nuova mano afferra il martello, e una donna misteriosa indossa il mantello del potente Thor.

Rory Cappelli per repubblica.it il 13 novembre 2020. Cambia il rettore all’università La Sapienza, tra le più antiche e prestigiose d’Europa. Cambia dopo 6 anni a guida Eugenio Gaudio, medico e amante della cultura classica e della musica, che, in virtù delle regole entrate in vigore proprio nell’ultima tornata elettorale, non si è più potuto ricandidare. Ad essere eletta Antonella Polimeni, preside della Facoltà di Medicina e Odontoiatria, docente di Malattie Odontostomatologiche: per la prima volta una donna diventa rettrice della più grande università d’Europa, fondata nel 1303, che ne fa una delle più antiche del mondo, con 11 facoltà, 120 mila studenti ogni anno di cui ottomila stranieri, e oltre 4.700 tra professori e ricercatori (al netto degli amministrativi). Non è stato un percorso semplice quello di Antonella Polimeni, aveva una fronda ben nutrita, anche a medicina, contraria alla sua elezione. Che però non ce l’ha fatta ad avere la meglio. E' anche la prima volta che Sapienza vota online, causa pandemia, un altro dei grandi problemi che la nuova rettrice dovrà affrontare: le conseguenze del coronavirus, in cui il Policlinico universitario Umberto I è in prima linea. Dopo due Rettori medici, Luigi Frati ed Eugenio Gaudio, ci si aspettava un candidato di ingegneria, la Facoltà più numerosa dopo Medicina e quindi con maggiori possibilità di vincere: e infatti in un primo momento si era presentato anche Teodoro Valente, Prorettore alla Ricerca, innovazione e trasferimento tecnologico, Professore Ordinario in Scienza e Tecnologie dei Materiali e Direttore del Dipartimento di Ingegneria Chimica Materiali e Ambiente, che però si è ritirato (e ancora nessuno ha capito perché). Antonella Polimeni è preside di una delle facoltà mediche, ed ha una vastissima esperienza sul campo, conosce come le sue tasche la "macchina Sapienza", fin nei più piccoli ingranaggi: da studentessa è stata rappresentante e poi ha ricoperto il ruolo di componente del nucleo di valutazione e consigliere di amministrazione. È la prima donna preside eletta nella facoltà di Medicina e Odontoiatria e ha presentato un corposo programma elettorale di 34 pagine, dove ha spiegato come Sapienza, con i suoi 700 anni di storia “viva”, “crescerà ulteriormente se saprà percepire la ricchezza del suo pluralismo e, se posso dire, della sua biodiversità, grazie alla forza della sua unità nel rispetto delle specificità e delle autonomie”. Sulla squadra che la coadiuverà Polimeni non ha ancora detto una parola, ma quello che intenderà fare è tutto in queste poche righe. “Mi presento alle Elettrici e agli Elettori con una esperienza venticinquennale maturata nella nostra Istituzione e negli Organi di Ateneo” ha anche scritto ai colleghi e alle colleghi, “animata dall'entusiasmo e dalla forte determinazione a imprimere alla nostra grande Università un ulteriore salto qualitativo a tutti i livelli. Una riforma strutturale a medio termine - così la definirei - che si dimostri all'altezza della nostra indiscussa eccellenza”. Polimeni ha anche “l'intento dichiarato di ricomporre la frattura tra scienza e società, vincendo le attuali, gravi diffidenze verso la ricerca. A ciò, infine, si aggiunga l’urgentissima promozione dell'internazionalizzazione del binomio ricerca e didattica, senza dimenticare le istanze della ricerca di base da sostenere e da accompagnare mediante aree dedicate dell’Amministrazione, nonché il rilancio dell’Area della Salute”. Per continuare: “La mia intenzione è di approntare una squadra di Governo competente, compatta ed affiatata rappresentativa dell’Ateneo. Il fattore tempo in qualsiasi processo riformatore è cruciale e deve essere conforme con le aspettative di chi vota, specie in un momento come quello presente dove speranze e investimenti sul futuro prossimo sono fattori indispensabili per vincere le difficoltà e accompagnare i sacrifici che tutti noi stiamo facendo”. Antonella Polimeni arriva infatti in un momento che è decisivo per invertire la rotta del mondo, come spiega il World Economic Forum, l’organismo che in 144 Paesi ogni anno misura il divario di genere: se ci fosse maggiore eguaglianza, se il gap tra uomo e donna venisse colmato, aumenterebbe il Pil di quasi 6 miliardi di dollari. E una cosa è certa: questa battaglia passa anche per il rettorato della Sapienza.

Marco Presta,  Umorista e conduttore radiofonico, per “il Messaggero” l'1 novembre 2020. Che cos' è un girone infernale? Quello in cui ti capitano Manchester United e Barcellona, verrebbe da rispondere istintivamente. Dante, però, non s' interessava di calcio e nel suo capolavoro ci descrive nove bolge, nove gironi infernali appunto, nei quali sono reclusi e atrocemente torturati peccatori di tutti i generi, dai lussuriosi agli ignavi. Ebbene, alla luce dei tempi che viviamo, possiamo dire che oggi è possibile individuare un decimo girone: quello dei mariti costretti ad accompagnare le mogli a fare shopping. Alcuni anni fa, nel 2012 per la precisione, è stata creata una pagina Instagram nella quale gli utenti di tutto il mondo possono pubblicare le foto di uomini in attesa. Ma in attesa di cosa? Dell' Illuminazione, del grande amore, di comprendere il senso della vita? No. In attesa che la consorte esca dal camerino di un negozio d' abbigliamento o finisca di fare le compere che ha programmato. La pagina conta ormai circa 350.000 follower e si chiama Miserable men, uomini miserabili. In effetti, le fotografie che la compongono sono degne del romanzo di Victor Hugo: individui ormai privi di ogni dignità che, stravaccati su divanetti e poltroncine di ogni foggia e colore, fissano il vuoto disperati oppure dormono, sprofondati in un sonno senza sogni, occhi chiusi e bocche aperte, riporti spettinati sulla testa e pance che debordano dai pantaloni. Immagini di vero dolore e profonda rassegnazione, verrebbe voglia di chiedere all' Onu di creare un' agenzia apposita che si occupi di questi disgraziati. Nessuno si salva da questa triste costumanza, tra i mariti immortalati su Miserable men, infatti, non mancano dei vip: anche Zinedine Zidane e Bruce Springsteen appaiono tragicamente a rimorchio delle loro compagne, i fantastici gol e le grandi canzoni che hanno realizzato non li mettono al riparo dalla via crucis dello shopping.

LA RICHIESTA. Ci sono due cose che i maschi della specie umana temono sopra tutte le altre, indipendentemente dal Paese in cui sono nati e dal loro status economico e culturale: la frase «caro, dobbiamo parlare» rivoltagli dalla compagna e la sua richiesta di essere accompagnata al centro commerciale. Se una di queste due condizioni si verifica, il famoso aforisma di Schopenhauer La vita è dolore diventa drammaticamente reale. La stessa fiera creatura capace di dominare la Natura e conquistare lo spazio, accetta supinamente di farsi trascinare come un sacco di patate all' interno di un complesso edilizio che brulica di attività commerciali e rimanere lì, accovacciato, aspettando che la partner scelga una camicetta. Centinaia di foto pubblicate su Miserable men lo dimostrano, in una si vede addirittura un Babbo Natale sopraffatto dal torpore che si abbiocca su uno strapuntino, nonostante sia lì per lavoro e non per assecondare i desideri della consorte. Ma l'abbrutimento del maschio nel centro commerciale non si limita all' apatia estrema, tutt' altro. Se la donna volesse chiedergli un giudizio sul capo d' abbigliamento che sta provando, l' uomo, pur di andar via al più presto, sarebbe capace di avallare qualunque obbrobrio e spingere la madre dei suoi figli a vestirsi come un clown del circo Orfei. Mi permetto di suggerire alle signore che dovessero leggere questo articolo di non fidarsi, MAI, dei pareri che il loro compagno può elargire all' interno di un outlet o di un grande magazzino. Il suo desiderio di fuga potrebbe portarlo ad approvare dei look umilianti. Forse però è possibile trovare un aspetto positivo, in quella che sembra essere una disgrazia collettiva. Tutti gli uomini, in ogni parte del mondo, sono affratellati dalla feroce insofferenza verso i centri commerciali. Questa potrebbe essere la base su cui iniziare a costruire una grande, concreta, duratura pace tra i popoli. Sì, è vero, le diversità politiche e religiose possono essere immense, apparentemente insormontabili, ma esiste una paura che accomuna tutti gli uomini, quella che la dolce metà dica loro: «Amore, mi accompagni all' Ikea?». Pensiamoci, in attesa che presto qualcuno realizzi una nuova pagina Instagram, con le foto delle nostre signore mentre guardiamo la Coppa Italia in tv.

Francesca Pierantozzi per “il Messaggero” il 31 ottobre 2020. «Ero bella, cosa credete? Bellissima. Se avessi vissuto la mia vita di donna, con i miei capelli lunghi, sarei diventata miss Mondo». Ma Djiana Rakipi non è diventata miss Mondo, è diventata Lali, che in albanese significa fratello maggiore. A 17 anni ha giurato di essere uomo. Lo ha giurato a suo padre, alla famiglia, alla società, non è diventata madre, non ha mai dovuto chinare il capo uscendo da una stanza, come le avrebbe imposto il kanun, la legge della tradizione, ha potuto fumare, bere, fare il soldato, ha potuto lavorare per far vivere la famiglia, di sole sorelle. «Ho potuto essere libero». Lali è una delle ultime burrneshe, le vergini giurate. È lei che incontrano i rari cronisti che in questi anni si sono avventurati nelle regioni montagnose del nord dell'Albania, dove vivono. Ormai sono rimaste in poche. Erano tredici due anni fa. Lali è l'unica a vivere in città. Ha lasciato le montagne e abita a Durres, porto sul mare a ovest di Tirana. È stato lo stesso kanun, il canone della vendetta e del patriarcato a indicarle la via d'uscita: scegliere di essere un uomo. Lei - ma Lali parla di sé al maschile - non se n'è mai pentita. «Ho vinto» dice a 66 anni, il viso rugoso, il sorriso dolce, lo sguardo azzurro scanzonato, il basco militare, la cravatta, la voce grave, i capelli grigi, corti. Un uomo che dimostra un po' più dei suoi anni, ma vispo e agile: «Scegliendo di essere uomo, a 17 anni, ho vinto, ho sconfitto il fanatismo, ho vissuto la vita che volevo, libero», dice. Qualsiasi burrnesh lo ripete: «È stata una scelta, non può essere un'imposizione». Una scelta, e anche una fuga: da un mondo che non riconosceva, e in parte fatica ancora a riconoscere, la stessa vita agli uomini e alle donne. Una scelta obbligata per le famiglie senza uomini, in un mondo in cui solo l'uomo poteva portare il pane a casa. «Ho potuto fare la carriera militare - racconta Lali - ho comandato fino a 800 uomini, sono stato agente della dogana, fotografo, pittore». Sorride alle domande che le ripetono, sul genere, sui suoi sentimenti, sulla scelta della castità. «Per voi qual è la differenza tra uomo e donna. L'apparenza? E allora guardatemi, la mia voce è grave, i miei vestiti sono da uomo, guardate il mio carattere, i miei gesti, la mia uniforme. Forse è difficile da capire: ma la donna, quando ho dovuto scegliere, non era niente. La libertà non era per le donne. Io sono sfuggito a questo destino. Io non sono mai uscito da una stanza chinando il capo, non ho mai abbassato lo sguardo davanti a un uomo. Io ho potuto tenere sempre la testa alta, sono sempre stata libero». E il voto di castità? Perché il giuramento questo implica: rinunciare alla femminilità, al corpo femminile, non avere figli. Chi ha figli non imbraccia il fucile. «Ho ottenuto quello che volevo grazie alla mia determinazione - dice Lali senza nessuna rivendicazione nella voce, solo un tono di semplice constatazione - Non tutti possono essere burrnesh, perché significa rinunciare: la rinuncia è il prezzo della libertà. Io sono fiero della mia vita giusta, fiero di aver sempre mantenuto la parola. Non ho mai imbrogliato, ho imparato che la cosa più importante sono il cervello e la volontà. Più delle armi. Ho fatto quello che dovevo fare». Il mondo del kanun cui non voleva sottomettersi, sembra dettare ancora i suoi pensieri. «Non parlatemi di chirurgia, non parlatemi di genere. Io non ho cambiato niente, non si gioca con quello che siamo, è immorale. Dio ci ha dato due generi, maschio e femmina, ha creato Adamo e Eva, il maschile e il femminile, è la natura». Che si può sovvertire con una scelta e un giuramento da mantenere? «Non è stata una scelta facile, ma ho preferito la libertà. È sempre difficile scegliere la libertà, no? Non mi sono mai sentito solo; e se qualcuno mi chiedesse oggi cos' è che rende più forti, risponderei senza esitare: la volontà». Grazie alla sua scelta, ha fatto crescere le sue cinque sorelle, sostenuto la madre. Il padre è morto quando era ancora molto giovane: «Lui aveva capito. Un giorno, avrò avuto sì e no dieci anni, mi disse: vieni a fumare con me».

Benvenuti a Luoshui: il “Regno delle donne” Mosuo. Federico Giuliani il 4 agosto 2020 su Inside Over. La temperatura annuale media oscilla intorno ai 15 gradi. La vegetazione è fitta. Le montagne dominano il paesaggio incontaminato. A quasi 3mila chilometri di distanza da Pechino, cuore della superpotenza cinese, sorge la provincia dello Yunnan. Siamo nell’estremo sud-ovest della Cina, in un’area che collega la Repubblica Popolare a Birmania, Laos e Vietnam. In una superficie che si estende per circa 394mila chilometri quadrati, ovvero un’area maggiore dell’Italia, vivono 50 milioni di abitanti e ben 25 minoranze etniche, molte delle quali suddivise in comunità tribali. Dimenticatevi i palazzoni scintillanti di Shanghai, le Mercedes che sfrecciano attorno agli anelli che circondano la Città Proibita e le esclusive boutique di Calvin Klein e Dior.

La patria dei Mosuo. Lo Yunnan è considerato uno degli ultimi baluardi della Cina rurale, la “vera Cina“, il volto del Paese ancorato alle vecchie tradizioni millenarie, e che vive a contatto con la natura. Da un punto di vista turistico la zona è ricca di attrazioni. Dai campi di riso terrazzati costruiti 1300 anni fa dalla minoranza etnica degli Hani, nella contea Yuanyiang, alla particolare architettura di Lijiang, una città-prefettura abitata dai Naxi, altra minoranza etnica locale. E ancora: le pagode di Dali, la foresta di pietra Shilin, il Monte del Drago di Giada, il capoluogo della provincia Kumming e tanti altri villaggi remoti. Eppure, sperduta tra queste valli, vive ancora oggi un’etnia unica nel suo genere. A Luoshui, proprio di fronte al Lugu Lake, un lago di montagna tra i più grandi di tutta l’Asia, vivono i Mosuo, una minoranza formata da circa 40mila persone. La loro storia è avvolta nel mistero, tra leggende e racconti tramandati di generazione in generazione in forma orale. Gli antropologi hanno il loro bel da fare. Secondo il governo cinese i Mosuo sono una ramificazione dell’etnia tibetana Naxi, anche se lingua (un dialetto locale), credenze (per lo più buddismo) e cultura (struttura familiare sui generis) mettono in discussione quanto sostenuto da Pechino.

Il matrimonio ambulante. In ogni caso la più grande particolarità sociale dei Mosuo è quella di basarsi su strutture matriarcali che non prevedono il matrimonio o analoghe forme di unione. Molti viaggiatori hanno raccontato nei loro scritti di essersi ritrovati davanti a una comunità semi tribale che parla al femminile. Dove la responsabilità della stabilità familiare spetta alle donne, l’eredità si trasferisce di madre in figlia e gli uomini hanno ben poca voce in capitolo, anche in ambito economico. Non solo: il matrimonio tradizionale, cioè il rapporto di convivenza tra uomini e donne, è sostituito dal cosiddetto walking marriage, traducibile in italiano con il termine di matrimonio ambulante (in cinese zouhun). Alcuni parlano di libero amore, altri di relazioni senza impegno, rigorosamente portate avanti dal gentil sesso. In realtà tale pratica sociale è molto più complessa di quanto non si possa pensare. Uomini e donne si incontrano di notte, senza diventare “mariti” o “mogli”. I figli, di fatto, crescono senza padre. Quindi, così come il concetto di matrimonio è inconcepibile, anche la figura paterna è sostanzialmente inutile. Choo Waihong, autrice del libro The Kingdom of Women, ha sottolineato un aspetto fondamentale della cultura Mosuo. “Per loro – ha dichiarato – il matrimonio è un concetto inconcepibile e un bambino è senza padre semplicemente perché la società non presta attenzione alla paternità. La famiglia nucleare per come la comprendiamo esiste, solo in una forma diversa”.

Il ruolo della donna. Il motivo è semplice: la società dei Mosuo non presta attenzione al padre. Il Guardian ha usato queste parole per illustrare uno scenario inedito al mondo: “I Mosuo non hanno adottato né il matrimonio né la monogamia. Le donne sono libere di scegliere gli amanti, e i bambini che ne risultano sono allevati nelle case di famiglia guidate dalla donna più anziana. Inclusi nella famiglia troviamo i suoi fratelli, le sue figlie e i loro figli. Non ci sono i padri dei bambini, che vivono con le proprie madri”. E ancora: “Le donne sono trattate in modo uguale, se non superiore, agli uomini. Entrambi hanno il maggior numero di partner sessuali che desiderano, liberi da qualsiasi giudizio. Le famiglie allargate allevano i bambini e si prendono cura degli anziani”. Tutto il peso familiare, come detto, è spostato sulla donna, alla quale spettano i compiti più importanti. Le coppie, se così possono essere definite, non vivono mai insieme. Si riuniscono soltanto per il piacere di una reciproca compagnia. Scendendo nel dettaglio, in un matrimonio ambulante entrambi i partner vivono sotto il tetto della loro famiglia allargata durante il giorno; di notte, invece, l’uomo visita e soggiorna fino all’alba presso la casa delle donne. Certo, questo può avvenire soltanto nel caso in cui riceva il permesso di farlo. L’antropologo Chuan Kang Shih ha spiegato che quando una donna Mosuo (o un uomo) esprime interesse per un potenziale partner, “è la donna che può dare l’uomo il permesso di farle visita”. Qualora dovesse nascere un bambino, il padre non ha alcun obbligo morale, culturale o giuridico di prendersene cura. Il pargolo sarà invece allevato dalla famiglia allargata della donna.

L’ultimo matriarcato? Come può essere definita una società del genere? Difficile dirlo con certezza. Il tema è tutt’ora dibattuto. A differenza di un matriarcato, ovvero un’organizzazione in cui l’autorità è detenuta da una matriarca, nella comunità Mosuo il potere politico è in effetti nelle mani degli uomini. I maschi, pur ricoprendo un ruolo di contorno, si occupano inoltre di pesca, allevamento del bestiame e costruiscono case. È per questo che certi studiosi preferiscono definire quella dei Mosuo una “cultura matrilineare”. Di tutt’altro spessore, invece, la carica ricoperta dalle donne, che gestiscono l’economia familiare. Non sappiamo quale sia l’origine di un simile stile di vita, anche se viene narrato che nella notte dei tempi, migliaia e migliaia di anni fa, una aristocrazia patriarcale scelse di imporre alla popolazione locale il matriarcato con l’obiettivo di mantenere la propria discendenza pura da ogni possibile contaminazione esterna. Questa pratica ha resistito a secoli di cambiamenti. Benvenuti, dunque, nella comunità cui regna il gentil sesso, il matrimonio è solo un lontano retaggio occidentale e tutto ruota attorno alla linea di sangue materna. Benvenuti nel Regno delle donne.

Chi è la più bella del reame? Quella che rompe lo specchio. Un’ex fotografa di moda svela i retroscena di una società che fabbrica insicurezze e impone modelli irraggiungibili. Elvira Fratto il 26 luglio 2020 su Il Quotidiano del Sud. Tra la malvagia Grimilde e la dolce Biancaneve, chi sarebbe oggi l’influencer perfetta? Un cantilenante “specchio, servo delle mie brame, chi è la più bella del reame?” sguscia via dalle fiabe Disney, dal mondo della finzione, dove credevamo che l’ossessione per la bellezza fosse relegata perché non poteva ragionevolmente aver posto nel mondo reale; entra nei nostri social e, non da ultimo, nei nostri pensieri, fino a diventarne parte indissolubilmente. Un mondo insidioso, quello dell’industria della bellezza, che in pochi riescono a riconoscere, anche una volta smascherato. Pochi giorni fa Sara Melotti, ex fotografa di moda, ha postato sul suo profilo Instagram un lungo reportage di fotografie e dichiarazioni inequivocabili su come la libertà di essere venga quotidianamente manipolata e plasmata dall’ideale standard di bellezza imposto da pubblicità, giornali e sponsorizzazioni; messaggi, subliminali e non, che diventano un pericoloso veicolo di cattive abitudini e scarsa considerazione di sé. Sara Melotti è una fotografa e fino al 2015 lavorava per la moda. Scattava foto a modelle dai corpi statuari subendo, indirettamente, l’influenza tossica di quei parametri di bellezza irraggiungibili e contribuendo alla loro diffusone. Un giorno si ritrova a fotografare una modella di quattordici anni. Davanti all’obiettivo la ragazzina è perfettamente a suo agio, tanto che – senza che Sara glielo avesse chiesto – inizia ad assumere pose provocanti, sul filo del soft porn. È un attimo: a Sara esplode qualcosa nella testa, una scintilla che finalmente sa di sano, di lucidità. “Ma che cosa sto facendo?” Niente del lavoro che faceva aveva più senso, racconta ancora su Instagram, su quella stessa piattaforma che ospita migliaia di modelli sbagliati di bellezza e femminilità, e si ritrova dall’altra parte della sponda ad osservare quello che era stato il suo lavoro fino a poco tempo prima con gli occhi di chi, quel lavoro, lo subiva. Sara inizia così un vero e proprio excursus storico che pianta le proprie radici persino ai tempi della Prima Guerra Mondiale quando, nel momento in cui gli uomini delle famiglie erano impegnati al fronte, le donne, in casa e fuori casa, dovevano iniziare a ricoprire ruoli mai investiti prima. Iniziavano, quindi, a guadagnare un po’ di indipendenza, anche dal punto di vista economico. Questa presa di consapevolezza poco piaceva agli uomini, detentori assoluti dell’autonomia di genere, al punto che trovarono il modo per far spendere alle loro donne quei soldi guadagnati: investendoli nella cura del proprio corpo, facendo credere loro che avessero bisogno di “darsi una sistemata” e che il loro aspetto avesse un problema. Ci siamo mai chiesti perché l’ideale di bellezza tipico della donna sia passato dal corpo generoso della Venere di Botticelli a quello delle modelle sottopeso con cui il marketing ci bombarda quotidianamente? Il motivo è proprio il fatto che il corpo della donna fosse considerato come un potenziale “problema ideale” su cui lavorare costantemente: nascono così le creme per la cellulite, condizione tutt’altro che problematica quanto piuttosto fisiologica, strategicamente trasformata in una patologia demoniaca da debellare, pena l’esclusione dall’apprezzamento della società. Sara prosegue con un’analisi del lavoro sulle fotografie. Spiega che tentare di raggiungere la corporatura, la pelle liscia e i tratti divini delle modelle è pressoché impossibile, dal momento che tutto ciò che si vede nella fotografia altro non è che un lunghissimo lavoro di editing che mira a “tirare” la pelle tutta su un tono. Altra chicca tossica: nel paragone tra gli uomini e le donne, solo i primi possono permettersi di invecchiare e mostrarsi alle fotocamere esattamente per come appaiono: pieni di rughe e di segni del tempo, perché si sa, gli uomini non invecchiano: diventano affascinanti. Le donne, invece? Anche a una certa età la loro pelle sui giornali va costantemente lavorata e resa del tutto anacronistica e del tutto irreale. Così come nella storia della “Vecchia Imbellettata” di Pirandello, le povere “comuni mortali” si gonfiano di ritocchi, trucchi, filtri e abbigliamenti improponibili pur di risultare più giovani. Nel reportage di Sara si toccano tutte le corde del sistema tossico che gestisce la bellezza odierna: lo sbiancamento delle modelle di colore, in un climax di bellezza che porta alla modella “bianca” accompagnata dalla didascalia “white is purity”; la mercificazione del corpo della donna, ritratta in tantissime pubblicità come un mero oggetto del desiderio del “branco di maschi alfa oliati”, come li chiama Sara; l’auto-oggettivizzazione della donna nel pubblicare foto di se stessa eccessivamente provocanti o senza veli, che, afferma Sara, non è femminismo, ma solo un’interiorizzazione di tutto quello che finora è stato messo sotto i riflettori: il web è un posto troppo limitato perché la foto di un sedere a pieno schermo possa significare qualcosa di più di ciò che è. In questo modo, spiega Sara, finiremo con l’alimentare il concetto che identifica una donna da una foto che ne ritrae soltanto una parte. Sara, però, sa che i bombardamenti non investono solo le donne: gli addominali scolpiti e i corpi perfetti degli uomini da copertina possono rappresentare un altro problema per il pubblico maschile, così come, anche per loro, la pubblicizzazione di prodotti “ferma-tempo” che nessun effetto, di fatto, sortiscono alla loro giovinezza. Specchio, servo delle mie brame: chi è la più bella del reame? La risposta di Sara è univoca: la più bella del reame è quella che non ha bisogno di chiedere chi lo sia; è quella che non vive di paragoni, ma di equità, che non confida nell’estetica, ma nel talento, proprio e degli altri. La più bella del reame è quella che lo specchio lo sa rompere.

Quando gli eroi sono eroine. Valerio Panettieri il 26 luglio 2020 su Il Quotidiano del Sud. NEI videogiochi regnano gli uomini. Non è solo una questione di pubblico, è anche e soprattutto un problema di storie. Difficile incontrare su uno schermo un racconto di formazione alla William Stoner, una vita piatta e ripetitiva con qualche sbuffo di libertà. Il videogioco ha bisogno di immedesimazione totale: è per questo che la stragrande maggioranza dei protagonisti ha compiti assoluti da svolgere. C’è sempre qualche mondo da salvare, spazi sconosciuti da esplorare, fughe da malvagità inaudite con vittime schiacciate e distrutte dal peso dell’avidità o dal metafisico più inquietante. Tutti ruoli che il nostro immaginario occidentale consegna da sempre, nella letteratura come nel cinema, a uomini. E anche nei videogiochi è così dagli albori del narrato. Basta pensare alla piccola e indifesa principessa Peach da salvare dopo aver attraversato mezzo regno nei panni del baffuto Mario. Quel Mario Bros. dove ogni volta che si arrivava alla fine di un livello, dopo aver gettato nella lava l’ennesimo mostro corazzato, spuntava quel testa di fungo di Toad per dirci “Thank you Mario, but your princess is in another castle”. La tua principessa, con il vestito bianco e rosso, poi diventato rosa nelle edizioni successive giusto per fugare l’ultimo dubbio, la coroncina e gli svolazzi. Quell’immaginario da poema epico cavalleresco e un po’ disneyano. Il vecchio mito dell’eroe con radici nei millenni trasferito in una avventura senza tempo. Era il 1987. Un anno dopo, o poco più, i giocatori di mezzo mondo attratti dal potere infinito dell’allora colossale Nintendo, si sono ritrovati tra le mani un lavoro destinato a diventare un classico: Metroid. Lo schermo scorre in orizzontale mentre comandiamo questo “corpo” in una tuta meccanica che affronta solitario pirati spaziali e alieni. Mentre i titoli di coda camminano sullo schermo, la tuta scompare e “spoglia” il personaggio che abbiamo guidato per ore e ore: una donna. Samus Aran. Capelli rossi e fluenti (diventeranno poi biondi con il passare degli anni), sessualizzata al massimo nonostante il limite dei pixel, neanche fosse un soggetto di Flashdance. Si rivolge al giocatore con un gesto di vittoria. Stupore e sospensione, è un punto di rottura fondamentale per il giocatore. Perché per la prima volta in assoluto ci si accorge del potere di un racconto sullo schermo, l’uscita dal nostro corpo fisico, dal genere e dal tempo. Fare a pezzi e ridurre a zero la distanza in un battito di ciglia. Ma questo non ci ha salvato dalla falsificazione. Lì dove non c’erano limiti imposti dal reale, dove il corpo poteva essere modellato dal nulla si sono manifestate le qualità peggiori. Così come l’industria della moda e della pubblicità hanno creato standard irrealizzabili e tossici, l’artificialità del corpo femminile nel ludico ha profondamente influenzato gusti e immaginari, anche quando l’effetto richiesto era palesemente contrario. Come il caso di Lara Croft in Tomb Raider. L’ereditiera orfana di una casata di archeologi inglesi, instancabile, maestra delle armi e senza paura alcuna fisicamente è un azzardo. La prima volta che uscì sugli schermi aveva un seno assolutamente innaturale su un corpo asciuttissimo. Fu un “errore” di programmazione. Negli anni è diventata una vera e propria icona della “liberazione” femminile. Lara Croft vuol dire determinazione, capacità di sopravvivenza in contesti estremi. Ha un carisma raffinato e pungente e una cultura quasi enciclopedica. Supera l’umano nonostante le sue imperfezioni e un passato complesso e ombroso. È una che si avventura da sola nei meandri della giungla, sfida grossi interessi monetari a caccia dei tesori più leggendari, supera anche inaspettate fatiche personali pur di raggiungere il suo scopo. Tutto può, a meno che non ci si trovi isolati in una stazione spaziale in orbita intorno ad un gigante gassoso. Uno di quei mostri tecnologici claustrofobici. Una stazione in rovina, Sevastopol, abitata da un killer silenzioso e letale. Questo Amanda Ripley all’inizio non lo sa, lo scoprirà in maniera devastante nel corso della sua fuga nel gigantesco avamposto spaziale. Un Alieno, lo Xenomorfo di Giger portato su schermo da Ridley Scott e a sua volta trasferito su un ansiosissimo gioco in prima persona. Il nostro personaggio è la figlia del tenente Ellen Ripley della serie cinematografica. È un ingegnere. A Sevastopol non c’è praticamente nulla da combattere ad armi pari: l’alieno è uno stalker implacabile, impossibile da uccidere. Ellen Ripley si troverà catapultata in questa situazione dove o si scappa o si muore. E darà fondo a tutto il suo ingegno, alla sua conoscenza tecnologica e alla capacità di sapersi adattare quando è il momento. Alien Isolation è giustamente considerato un capolavoro straccianervi grazie anche alla donna ingegnosa e mai stanca che, guidata dal terrore e dall’istinto assoluto di sopravvivenza, cerca di abbandonare questo incubo. C’è tutta l’atmosfera del primo film. Amanda è alla disperata ricerca di notizie su sua madre, misteriosamente scomparsa anni prima. Arriverà a Sevastopol sapendo che in quella stazione c’è la scatola nera del Nostromo, ci troverà la stessa creatura che ha reso sua madre una donna dispersa nello spazio profondo. E i motivi sono gli stessi: gli interessi predatori di una corporazione che vede nell’Alieno una possibile fonte economica, una sorta di macchina da addestrare alla guerra. Un oggetto di così alto valore che vale la pena sacrificare tutto e tutti. E chissà cosa ne penserebbe Aloy. Lei viene da una tribù che l’ha emarginata da bambina perché “senza madre”. Un giorno per puro caso scopre un piccolo oggetto che la collega al mondo passato. Quello dove il potere infinito del capitalismo ha automatizzato il nostro pianeta, così tanto da portarlo alla desertificazione. Mille anni dopo il nostro presente, intorno al 3040, piccole tribù di uomini resilienti si ritrovano a convivere in un mondo dominato da strane macchine dalle forme animalesche. Aloy è l’unica in questo mondo ad aver scoperto qualche segno del passato tra natura e pezzi in rovina del mondo industrializzato. Metterà in discussione le tradizioni della sua comunità, la sua condizione di diseredata, i divieti imposti dalle “grandi madri”. Supererà i confini proibiti per esplorare questo mondo completamente “nuovo”. E sarà l’unica alla fine capace di chiarire e mettere un punto a quello che sta accadendo ed è accaduto in questo pezzo d’America oltre gli anni Tremila. Cacciatrice intelligente ma soprattutto curiosa, senza alcun tipo di pregiudizi e di sospetti in un mondo diviso dall’odio tribale. Aloy è il nostro protagonista in Horizon Zero Dawn, dentro la sua immagine c’è tutto: l’incoscienza della gioventù, la voglia di scoperta, il bisogno di trovare risposte oltre i dogmi imposti. Il problema però sta all’inizio: nel videogioco c’è poco spazio per il “male” in senso letterale. Per quanto complessi, tutti questi personaggi hanno certamente qualcosa da lasciare a chi si trova dall’altra parte dello schermo. E poi c’è Ellie, che mai tanto dolore ci ha dato in questi anni. La giovane ragazzina cresciuta in un mondo infettato da un fungo che trasforma gli uomini in bestie rabbiose. La parte II di The Last Of Us, uscita poche settimane fa, ci mostra una Ellie cresciuta, apertamente omosessuale, che cerca di trovare un ruolo e uno spazio in questo mondo ostile e dolorante. La sua ricerca spasmodica di vendetta che cancellerà qualsiasi briciolo di umanità nonostante in lei brilli ancora la fragilità di una giovane adolescente incapace di trovare se stessa. Fragilità alimentata da una rabbia cieca, che le farà compiere gesti al limite dell’assoluto, versare litri di sangue spezzando storie, amicizie e futuri. Ellie arriverà alla fine del suo viaggio distrutta, ferita nel profondo, completamente drenata. È forse il personaggio più complesso, l’antieroe per eccellenza in un mondo molto simile a quello immaginato da Cormac McCarthy ne “La Strada”. Abbiamo imparato a volerle bene, poi a temerla come incredibile macchina di morte, infine non sappiamo più cosa desideriamo. Forse soltanto un po’ di meritata pace.

E se “Il Cantico dei Cantici” lo avesse scritto una donna? Giulietta Stirati il 19 luglio 2020 su Il Quotidiano del Sud. È sorprendente cosa si sprigiona dall’incontro tra il rigore della storica e il potere fantastico del romanziere. Se poi essi sono figlia e padre, la prospettiva degli sguardi si moltiplica fino a illuminare pieghe nascoste della storia e dare nuovo senso a letture tradizionali e un po’ arrugginite. Questo è quello che hanno fatto Amos Oz e la figlia Fania Oz-Salzberger nel libro“Gli ebrei e le parole”, edito da Feltrinelli. In particolare mi ha colpito il capitolo intitolato “Donne vocali”. L’occasione per uno sguardo inusuale la fornisce l’interrogativo sull’identità della voce che canta Il Cantico dei Cantici. E se a cantare, si chiedono, fosse una donna, Abisag la Sunamite? Il testo contiene, come è noto, alcuni tra i più belli e intensi versi d’amore, gli unici contenuti nella Bibbia. “Mi baci con i baci della sua bocca, certo il tuo amore è migliore del vino” (Cantico 1, 1-2): davvero è credibile che siano detti da Salomone? Supponendo che provengano da una donna, il testo avrebbe più senso. Linguisticamente, la struttura del titolo lo consente. Recenti studi hanno dimostrato che, a sostegno di questa ipotesi, poggiano non solo le fantasie del romanziere, ma anche dati accettabili pure dalla storica. Seguendo questa proposta interpretativa rivoluzionaria, il testo si muove a partire da un assunto metodologico che non pretende di ristabilire la verità storica, anche perché non si sa con certezza quale sia l’identità del poeta. Che sia esistita – che abbia lasciato una traccia tanto importante – una voce poetica femminile getta un nuova luce sulle altre voci femminili e sul loro persistere, nonostante una tradizione patriarcale e misogina abbia fatto di tutto per soffocarle. Queste voci meritano di essere ascoltate cantare. L’intento è di usare l’ambiguità linguistica della voce poetica come lampada per illuminare una storia lasciata nel silenzio, trafficando coi significati dei versetti, mutuando la prassi rabbinica cioè, ma con l’intento di “leggere in cerchi sempre più ampi intorno alla citazione, [senza] estrapolarla dal contesto”, che è esattamente il contrario di quanto fanno frange ultraortodosse per “escludere o zittire”. Da questa prospettiva emergono, splendide e maestose, le donne della tradizione ebraica: donne portentose e dotate di voce. Esse non solo compaiono, distinte grammaticalmente, in occasioni in cui l’intero popolo è chiamato a partecipare, come per esempio il passaggio del Mar Rosso, in cui maschi e femmine cantano insieme. Ma non è tutto qui: “si intravedono una grammatica e una trama alternative che fanno capolino” anche fuori della dimensione del canto. È vero: le donne, nella tradizione biblica e talmudica, sono discriminate, e questo è. Ma non è stato possibile metterle a tacere tutte. E su questi barlumi offuscati si posa il nostro occhio, affinché ricevano luce e vita dallo sguardo. Eccole, allora, le donne. Chiamate per nome, protagoniste di libri come Rut ed Ester. Seguiamo la storia di queste donne, che sono poche è vero, ma sono storie fondative. Yemimah, la più grande delle figlie che Giobbe ha dopo la sua rinascita, riceve un dono che le attiva un nuovo cuore: “e le parole che pronunciò-il vento le scrisse sul suo vestito”. La donne bibliche, proprio mentre svolgono il compito di assicurare la continuità della tradizione, diventano agenti potentissimi di innovazione. Esse esprimono la capacità di “resistenza culturale”: facendosi, come Tamar, custodi della continuità anche in situazioni terribili, esse diventano madri di memoria. Madre di tutte loro è non Eva ma Lilit, incarnazione della passione e del fuoco che la tradizione hanno cercato di marchiare come demoniaci o di trasformare in aeree metafore. Sara, Rebecca, Iocheved, Miriam, Debora, Tamar. Madri e mogli di fondatori che a loro devono la vita. Madri, non mamme. Custodi della tradizione, promotrici dell’identità, salvatrici. Tutte donne che parlano, dicono, sfidano, cantano. E generano per ricordare. Certo, su questa strada incontriamo la tremenda yiddishe mame che rinuncia al figlio, offerto a Dio con il quale si sente in diritto di discutere da pari a pari. Che poi il figlio viva schiacciato da un senso di colpa perenne, è un’altra storia. Queste madri così dedite ai figli sono donne che, per portare in alto i loro figli, diventano sapienti: studiano, leggono, discutono, infrangono i divieti, coltivano la speranza attraverso la memoria della continuità. E questo all’interno di un mondo misogino che non ha privato le donne della parola. “Le parole diventavano testo. E una volta pubblicato, si tramandava in perpetuo”. Emergono così, appassionate, le parole di donne che – se non hanno materialmente scritto – sono state l’anima di una tradizione che ha trasmesso, insieme alla vita del corpo, la vita dell’anima e dello spirito.

"NATE LIBERE" – 27 RITRATTI DI DONNA NEL NUOVO LIBRO DI GIANCARLO DOTTO. Dagospia il 12 maggio 2020. (Ultimo libro di Giancarlo Dotto, “Nate libere” ed. Rizzoli).

Uomini dissoluti. Don Giovanni le conta dopo averle amate, io le conto dopo averle intervistate. La sostanza non cambia. In entrambi i casi si tratta di denudarle. In entrambi i casi il fallimento è garantito. La pretesa di averle si risolve nella certezza di mancarle. Liberi noi uomini di vaneggiare finché vogliamo e cantiamo: “Donna tu sei mia e quando dico mia dico che non vai più via”. Non resta che contarle.

Il catalogo è questo: ventisette madamine. Ritratti di donna. Che parlano del più e soprattutto del meno. Che invecchiano senza decenza o con infinita decenza. Diverse che più diverse non si può, ma tenute insieme dallo stesso destino: sono sempre là dove è indispensabile essere. Ai piedi di una croce, ai lembi di un capezzale, in un letto sfatto, in una vita da svezzare. Che ti portano dove tu, maschio, non andresti mai con le tue miserabili gambe di bipede spaventato dalla nascita. Senza di loro, “l’osso in sovrannumero di Adamo”, saremmo cuccioli balbuzienti sbranati dal primo colpo di vento.

Le ho incontrate e ascoltate. Donne lunatiche, esuberanti, un po’ svitate. Allegre, malinconiche, a volte perdute. Donne offese, spesso innamorate, qualche volta affrante, a volte sole, arrese mai. Di come si possa sopravvivere a tutto (Dacia Maraini,) a uomini dispotici con la vocazione al plagio (Ornella Vanoni, Sandra Milo), a vecchi satrapi del set (Catherine Spaak), a lutti insopportabili. La perdita dell’uomo amato (Ombretta Colli), delle figlie predilette (Isabella Biagini, Ljuba Rizzoli), della sorella adorata (Loredana Bertè). I timori e i tremori di sfide troppo grandi (Matilde Bernabei). I furori.

Donne sopravvissute a se stesse (Rosalinda Celentano), alla propria bellezza celebrata (Monica Bellucci, Ornella Muti), a quella sfregiata (Marisa Berenson). Sopravvissute anche quando hanno smesso di vivere (Virna Lisi e Isabella Biagini), alla propria scandalosa intelligenza (Rosa Fumetto e Piera degli Esposti), alla propria timidezza (Margherita Buy), alla propria erranza (Patty Pravo), alla propria esuberanza (Iva Zanicchi, Mara Venier) e al proprio passato (Nada, Francesca Dellera). Identità indecifrabili (Amanda Lear, Eva Robins), il cliché che ti condanna (Orietta Berti), il tempo che passa e chi se ne frega (Lina Wertmuller), il tempo che ti ammazza e più che mai chi se ne frega (Marina Ripa di Meana). “La donna, solo il diavolo sa cos’è. Io non ci ho capito niente”  (Fiodor Dostoevskji)

Hanno detto (estratti dal libro):

“Ho sempre vissuto come una donna ricca. Questo mi ha esentato dall’esserlo…Federico? Quando andavo da lui, nel suo appartamento in via Sistina, non riuscivo a prendere l’ascensore. Non ce la facevo ad aspettare. Dovevo salire di corsa. Arrivavo e la porta già era aperta e lui lì, emozionato come me, le gambe che ci tremavano. Questo per anni”. (Sandra Milo)

“Questo oltre che un fico spaziale, era un gran scopatore. Divertente, quante risate… Ondina, amore, andiamocene a letto. Madonna, come sono stanca. Ne faccio peggio di Bertoldo. Ma perché faccio così tante cose?”. (Ornella Vanoni)

“Quando gli altri vicino a me fumavano gli spinelli, io bevevo succo d’arancia. Mi hanno salvato la mia spiritualità congenita, i miei viaggi in India. A sette anni ero già una che s’interrogava sulla vita, sulla morte, su Dio”. (Marisa Berenson)

(a proposito di Robert Mitchum) “A Robert sono stata fedele tutta la vita. Bisogna esser fedeli al proprio sogno. Lo amo da quando avevo 14 anni… Lui mi guardava sempre le gambe. Era fatto così…Ora ti mostro la foto in cui ci baciamo con la lingua… Gli chiesi: cosa fai Robert la sera a casa e lui: “Spengo tutte le luci e piango…”. (Piera degli Esposti)

(a proposito di Nanni Moretti) “Il suo cinema mi fa cagare. Del resto, un personaggio di un suo film dava di stomaco mentre citava i miei film. Una volta, sul red carpet a Venezia, gli ho teso la mano provocatoriamente e lui ha fatto finta di non vederla. L’ho mandato a fanculo…”. (Lina Wertmuller)

“Si mangiava qualsiasi cosa. Topi, rane, serpenti. Purtroppo, perfino i topi mancavano, ne avremmo mangiati con grande piacere. Bisogna provare la fame per capire. Mangiavamo la terra. Qualsiasi cosa”. (Dacia Maraini)

“Stavo al ristorante sotto casa. Mi sono trovata questo topo enorme attaccato alla gamba. Mi hanno portata subito all’ospedale. Giovanni era più sconvolto di me”. (Matilde Bernabei)

“Se quella volta avessi detto di sì a Dino De Laurentiis che voleva dormire con me, sarei diventata la Loren milanese. Non ho voluto. Anche perché poi avrei dovuto accontentare chissà quanti altri…Gianni Agnelli? Grande charme. Amava corteggiare. Andava e veniva da mia casa. Una storia con lui? En passant…Più che altro un coup du canapé”. (Ljuba Rizzoli)

 “Sono stata quasi astemia fino ai trent’anni, poi mi hanno costretta a sbevucchiare. Adesso a tavola il bicchierotto in più ci scappa. Due sorsi di Lambrusco in corpo e vado come una locomotiva. Ho una tenuta che posso ammazzare un cavallo. Posso bere un fiasco di vino e resto sobria”. (Iva Zanicchi)

(a proposito di Sean Penn) “L’ho incontrato una volta in una festa a Roma. Un tuffo al cuore. L’ho anche invitato a ballare, ma lui mi ha respinto. Lo capisco. Diciamo che ci ho provato…Avrei fatto comunque una brutta figura. Io ero completamente ubriaca, lui peggio di me. Era in uno stato...”. (Margherita Buy)

(a proposito di Adriano Celentano) “Io so che un giorno lui è stato a Milano e ha detto pubblicamente che ha avuto una storia con me. Sono rimasta un po’ stupita. L’ha fatto pure Montezemolo. Strani questi uomini che non parlano per una vita, poi s’alzano una mattina e dicono tutto. (Ornella Muti)

“In lizza eravamo io e Nadia Cassini, ma sentirono prima me e fu una fortuna perché il culo della Cassini era più bello del mio. Un’iniezione mi aveva rovinato la natica destra a dodici anni. Il talento non è mai nel culo, ma nella testa anche di chi lo guarda…Il più grande strip della storia? Quello di Rita Hayworth in Gilda quando si sfila un guanto”. (Rosa Fumetto)

“Resto una ragazza di campagna… Sono un’italiana vera, dalla religione alla passione per  la pastasciutta. Amo mangiare, dormire. Sono una brava bestiolina, molto pigra. Non mi piace cucinare. Ma apprezzo chi sa farlo. Ho vissuto per decenni come una zingara nei ristoranti”. (Monica Bellucci)

“Vorrei morire non tanto in là, se mi comporto bene, ma sembra che gli dei non mi vogliono. Vorrei andare a vivere con gli amichetti, tutti gli animali del mondo, in un posto di mare, aprire un chiosco e morire alcolizzata, ridendo. E povera, dopo aver regalato tutto ai bambini”. (Rosalinda Celentano)

(a proposito di Gina Lollobrigida) “L’ho molto sofferta la sua ostilità. Ero giovanissima e ingenua. Ho trovato accanto a me una persona molto competitiva, per niente umana, né generosa… C’era una scena in cui lei, da madre, doveva menarmi. Mi diede schiaffi veri, mi fece molto male. In un’altra scena doveva tirarmi delle forbici addosso. Patroni Griffi la fermò. Aveva capito tutto. “Gettale contro il muro, se no l’ammazzi”. (Francesca Dellera)

“All’epoca stavo con Franco Angeli, il pittore. C’era anche Carmelo Bene con il suo harem. Ricordo la sua donna, Lydia Mancinelli, che veniva a piangere da me, ne faceva una tragedia, questo fatto che lui si accoppiava con tutte. “Mi verrà il cancro dalla disperazione”, si lamentava…Non sono una nostalgica. Il mio presente? Lo sopporto sapendo che qualità non ce n’è. Una volta i salotti erano sfide a colpi di genio, oggi solo potere, convenienza e cazzeggio”. (Marina Ripa di Meana)

“Gli addetti ai lavori, quelli con la puzza sotto il naso, mi hanno sempre snobbata. Ero una cantante fantasma. Dopo la morte di Tenco, mi hanno fatto la guerra, non recensivano più nemmeno i miei dischi”. (Orietta Berti)

“Avevano sistemato all’ingresso una macchina del caffè a canne tipo organo e io avevo imparato a usarla. Andy Warhol veniva tutti i pomeriggi a prendere il cappuccino e mi aveva scambiato per la barista. Quando scoprì che cantavo mi volle tutti i giorni alla sua factory, dove andavo a cucinare la pasta per lui e passavo le ore seduta sui suoi bidoni a vedere chi passava. Lui adorava mangiare italiano. Mi chiamava “Pasta Queen”. (Loredana Bertè)

“La stabilità? A una certa età la devi trovare, altrimenti sono cazzi... Non sono più pischella, ma resto sempre la figlia dei fiori di un tempo”. (Mara Venier)

“Questo buttarmi via non mi basta mai” (Isabella Biagini)

(a proposito di Giorgio Gaber) “Tornare a casa e vederlo seduto sul divano che strimpellava una sua nuova canzone, alzava la testa, mi sorrideva e mi diceva: “Oggi non ho fatto una mazza”. Questo mi manca di lui”.  (Ombretta Colli)

“Piero Ciampi, il poeta cantante livornese, è lui il mio corto circuito. Dopo averlo incontrato, non potevo cantare più niente di nessun altro al mondo. Ho cominciato a scrivere le mie canzoni, a tirar fuori quello che avevo dentro. Ho smontato tutto, a cominciare dalla bambina prodigio”.  (Nada)

“Non ho bisogno di toccarmi per toccare il paradiso. Gli estrogeni che prendo mi danno un’euforia sessuale. Posso raggiungere un orgasmo anche soltanto abbracciando un uomo che mi piace”. (Eva Robin’s)

“David Bowie si truccava più di me. Più di una macchina rubata. Il problema era che non si struccava e mi sporcava tutte le lenzuola… Sono golosa di cioccolato nero. E poi l’aglio. Puzzo di aglio, lo metto dappertutto…Non ho bisogno d’altro. Cocaina, orge o diamanti. Ho capito che sono le cose più semplici a darti la felicità. Pochi minuti al giorno. La felicità a tempo pieno, come l’infelicità, sarebbe un inferno. Fosse per me farei l’eutanasia di Stato a settant’anni” (Amanda Lear)

“L’ho detto e lo confermo: gli attori sono insopportabili. Hanno un narcisismo terribile”. (Catherine Spaak)

“Carino Frank. Un po’ sparone. Sempre scortato sul set da una decina di guardie del corpo, tutti vestiti di scuro, camicia bianca e cravatta a rombo con un telefono disegnato sopra. E poi c’era sempre quella Mia Farrow appiccicata. Gelosa persa. Una che poi è finita com’è finita. Sparita nel nulla… Gli attori sono tutti un po’ vanesi. Sembrano chissà cosa ma poi, quando li vedi senza trucco, senza il parrucchino in testa, assonnati, il mito crolla”. (Virna Lisi)

“Non sopporto i cantanti che legano la musica alla politica. Io ho cantato per Berlusconi, che è un mio fan, per Emergency e per la Festa dell’Unità. Modugno è il più grande di tutti. Una sera tornammo tardi in albergo e scoppiò un casotto nella camera accanto la mia, dove Modugno e Shirley Bassey scopavano e urlavano con quei due vocioni. Dovetti bussare alla loro porta per farli zittire”. (Patty Pravo)

Fulvia Caprara per “la Stampa” il 6 maggio 2020. Percorsi appassionanti, segnati da scelte cruciali che fanno sempre la differenza perché accentuano, ogni volta, il peso del fattore umano. Destinate ad essere altro, determinate fin dai banchi di scuola, puntualmente osteggiate da una parte dell' opinione pubblica, tre delle signore che hanno dominato la scena internazionale degli ultimi anni guadagnano l' onore di film e documentari. Da domani, su Netflix, è disponibile Becoming - La mia storia, protagonista l' ex-First Lady Michelle Obama, a febbraio, durante l' ultima Berlinale, Hillary Clinton è stata accolta come una star in occasione dell' anteprima del film in quattro parti che racconta la sua vita, mentre sul canale tedesco Ard è appena andata in onda l'opera Merkel, che Stephan Wagner ha dedicato alla cancelliera tedesca, interpretata dall' attrice Imogen Kogge. Finalmente, dopo aver raccontato dive, scrittrici, stiliste, cantanti, lo schermo si riempie di immagini di donne nelle stanze dei bottoni, donne che hanno contribuito a modificare gli equilibri politici del mondo. Per Michelle Obama, dopo gli otto anni alla Casa Bianca, il tour per la presentazione del libro autobiografico Becoming, che costituisce l'ossatura del film, è un modo per elaborare l' esperienza al fianco del marito ex-Presidente, ma anche per ribadire, a se stessa e alle altre donne, che c'è sempre tempo per ricominciare: «Sto iniziando a riappropriarmi di me stessa - dice in una delle sequenze finali -, adesso c'è un altro capitolo che mi aspetta, lì fuori». In prima linea Per Hillary Clinton il documentario diretto da Nanette Burstein è un'occasione per guardarsi allo specchio, ritrovando radici e tappe fondamentali di un' evoluzione personale che coincide con la storia dell' emancipazione femminile in America: «Ciò che Nanette fa davvero bene - ha spiegato Clinton incontrando gli spettatori della Berlinale - è inserire la mia vicenda nell'arco più ampio della vita delle donne, dei loro progressi e del movimento cui hanno dato vita». Per Angela Merkel il cuore di tutto, esaltato nel lavoro di Wagner, sta nella decisione presa il 4 settembre del 2015, quando ordinò di aprire le frontiere tedesche a migliaia di rifugiati, principalmente siriani, che dall' Austria e dall' Ungheria, stavano raggiungendo a piedi la Germania: «Il mio - ha spiegato il regista - è un ritratto di Merkel, focalizzato sul punto nodale della sua carriera politica». Sopravvivere alla gestione del potere, in maniera indiretta, quando si è first lady, e poi diretta, quando ci si batte in prima linea, come nel caso di Clinton e Merkel, è sempre molto difficile, un processo che lascia inevitabili tracce: «Barack era diverso da me - svela Michelle Obama - era uno tsunami che stava per abbattersi sulla mia vita». Per mantenersi in equilibrio è stato fondamentale il concetto di «reciprocità», anche quando la consorte del futuro presidente degli Stati Uniti, divenuta madre di due bambine, ha deciso di abbandonare il lavoro di avvocato: «Era troppo difficile conciliare le cose, ho rinunciato e ho capito che dovevo rivedere tutto». La terapia è stata d' aiuto per comprendere, spiega ancora Obama, che «la mia felicità non dipendeva dalla capacità di Barack di rendermi felice. Avevamo due figlie, vedevo che lui riusciva ad andare in palestra, e io no. Ho capito quanto fosse importante che anche io riuscissi ad andarci». Diretto da Nadia Hallgren, il documentario ripercorre il cammino della protagonista, il passato di ragazza «discendente da una famiglia di schiavi», di figlia legatissima alla madre e al padre, inghiottito anzitempo da una sclerosi multipla combattuta con tenacia: «Sono così perché ho avuto un papà come lui, che ci spingeva ad essere sempre miglior». E poi di giovane donna che riesce a coronare il sogno di frequentare Princeton, ma anche ad avvertire con chiarezza il disprezzo di chi, nella Chicago degli Anni 70, «considerava la mia famiglia fuori posto». "L'empatia una forza vitale" Costruito sul valore della connessione interpersonale e dello scambio emotivo tra individui delle più varie provenienze, Becoming arriva al pubblico in una fase particolare: «Come molti di voi sanno - fa sapere Michelle Obama - sono una persona che ama abbracciare. In tutta la mia vita, l' ho considerato il gesto più naturale che un essere umano possa fare verso un altro, il modo più semplice per dire: "Sono qui per te". E questa è una delle parti più difficili della nostra nuova realtà: le cose che una volta sembravano semplici, andare a trovare un amico, sedersi con qualcuno che sta soffrendo, abbracciare uno sconosciuto, ora non lo sono più». Eppure, prosegue Obama, «anche se non possiamo più raccogliere o nutrire in sicurezza l'energia dei gruppi, anche se molti di noi vivono con il dolore, la solitudine e la paura, dobbiamo rimanere aperti e in grado di metterci nei panni degli altri. L'empatia è la nostra linfa vitale». Un messaggio che arriva diritto al cuore, cogliendo l' essenza delle più recenti sofferenze. Una specialità tutta femminile. Che ogni donna realizza a modo suo. Non è un caso se, tra i mille video circolati sul Coronavirus, quello di Merkel che spiega la matematica dei contagi e la necessità di proteggersi dal virus, sia stato promosso come il più chiaro e incisivo.

Barbara Costa per Dagospia il 13 aprile 2020. “Meglio un presidente che fotte le donne di uno che fotte il Paese”, l’ha detto l’attrice Shirley MacLaine e si riferiva a John F. Kennedy e a tutti i gossip sulla vivace vita sessuale del presidente assassinato a Dallas.

Biografie pettegole parlano di un John Kennedy sex-addicted, un uomo fissato col sesso, che soffriva di violente emicranie se non lo faceva ogni due giorni con una donna diversa e che litigava con Jackie perché lei non amava fargli pompini né sperimentare altre posizioni oltre il classico missionario. Kennedy scopava con la stessa amante poche volte perché si stufava subito. Gli piaceva cambiare. Le donne troppo giovani non lo eccitavano perché a letto le voleva esperte e spregiudicate. Nel 1962 incaricò suo fratello Robert di dire addio a Marilyn Monroe al posto suo: Robert lo fece e la consolò portandosela a letto per tre mesi. J

ohn Kennedy non è stato l’unico presidente americano ad amare il sesso fuori dal matrimonio: si racconta di un George Washington sessualmente impotente, ma un altro Padre Fondatore, Alexander Hamilton, era pieno di amanti.

Thomas Jefferson si portava a letto Sally Hemings, la sua schiava mulatta nonché semi-cognata, ed è provato che fu il padre di uno dei sei figli di lei.

Abraham Lincoln forse era bisessuale e c’è chi ipotizza che il suo omicida, John Wilkes Booth, fosse in realtà un suo innamorato respinto.

L’amante di Andrew Jackson si chiamava Peggy Eaton ed era una donna bella quanto ambiziosa: una volta metà dei ministri di Jackson si dimisero perché non ne potevano più delle ingerenze di Peggy negli affari di governo.

Grover Cleveland ebbe un figlio illegittimo prima di diventare presidente.

Warren Harding scriveva infuocate lettere d’amore a Carrie Phillips, moglie di un suo caro amico.

Woodrow Wilson sposò la sua amante appena la moglie morì, James Buchanan fu l’unico presidente scapolo e forse l’unico presidente asessuale. 

Franklin Delano Roosevelt ebbe molte amanti prima e dopo essere colpito dalla poliomielite. La sua storia con Lucy Mercer durò più di vent’anni: facevano l’amore sullo yacht di lei o alla Casa Bianca, potendo contare sulla complicità di Anna, la figlia di Roosevelt, che taceva i loro roventi incontri alla madre Eleanor. C’era Lucy e non Eleanor quando Roosevelt ebbe l’emorragia cerebrale, come c’era Lucy e non Eleanor accanto a lui quando morì. Eleanor badava poco alle infedeltà del marito: lei era lesbica e faceva l’amore con Lorena Hickok, una giornalista dell’Associated Press. Le due trascorrevano momenti bollenti negli hotel o in campeggio nei posti più sperduti d’America: l’FBI le spiava e registrava i loro orgasmi clandestini. A proposito di FBI: J. Edgar Hoover l’ha guidata per quasi 40 anni, ricattando tutti gli uomini di potere possibili.

Hoover era gay ed ebbe un solo uomo per tutta la vita, Clyde Tolson, suo vice all’FBI. La sera, a casa, Hoover si vestiva da donna indossando gli abiti di sua madre, oppure si metteva un tutù e faceva piroette in salotto. Robert Kennedy lo sapeva: la volta che Hoover tentò di ricattarlo con le registrazioni delle scopate di suo fratello John, Robert gli servì un contro-ricatto coi fiocchi.

Richard Nixon aprì alla Cina e si trovò un’amante cinese, anche se alcuni biografi dicono che era omosessuale e innamorato di Charles “Bebe” Rebozo, un banchiere amico di mafiosi. Nelle sue memorie, Nixon ricorda Bebe come “il mio compagno di partite a golf”, tutte partite giocate sempre da soli, nella villa di Bebe a Miami. Hoover naturalmente sapeva tutto, ma morì nel 1972 e Nixon in privato ne gioì. Henry Kissinger, suo consigliere per la sicurezza nazionale e segretario di Stato, considerava le donne un amabile passatempo: finché fu al potere ebbe storie con attrici, modelle, aristocratiche. Il potere può far diventare sexy anche un uomo brutto, tarchiato e noioso come lui che, intervistato da Oriana Fallaci, si vantò con lei della sua fama di frivolo playboy. Una giornalista francese, Danielle Hunebelle, s’innamorò di lui, ma non fu ricambiata: scrisse della sua folle passione per Kissinger in un libro, “Dear Henry”, dove il caro Henry è irresistibile preda di morbose attenzioni.

Gerald Ford fu un presidente troppo tranquillo e ingenuo per avere un’amante, ma il suo vice, Nelson Rockefeller, morì d’infarto mentre era a letto con una procace ventenne.

Ronald Reagan ha avuto più di 50 amanti, tra cui Marilyn Monroe, Liz Taylor, Doris Day e Lana Turner: le amò tutte quando faceva l’attore a Hollywood, e non era ancora entrato in politica. Quando suo marito era lontano dalla Casa Bianca, Nancy Reagan invitava a colazione Frank Sinatra, suo grande amico e (ex?) amante. George Bush Sr. è andato a letto per 10 anni con Jennifer Fitzgerald, la sua segretaria, e si dice che il suo vice Dan Quayle abbia avuto una relazione con Paula Parkinson, una lobbista che, oltre a Quayle, si portava a letto molti altri politici.

Bill Clinton nel 1995 aveva la malattia di Peyronie, cioè il suo pene aveva un’erezione ricurva e un pochino fastidiosa. Ce lo dice Monica Lewinsky, la stagista con cui Clinton fece sesso orale per 9 volte alla Casa Bianca, in un ufficio adiacente allo Studio Ovale, dove Monica si faceva spogliare e toccare da tutte le parti, raggiungevano entrambi orgasmi pazzeschi solo sfregandosi, e lui si eccitava introducendo un sigaro nella vagina di lei. Una volta Monica gli ha fatto un pompino mentre lui era al telefono con un senatore, altre volte hanno fatto sesso telefonico (“Fammi venire lì”, lo stuzzicava lei, “mi tolgo i vestiti e comincio a fare quello che sai”). Chissà se Monica Lewinsky conserva ancora l’abito blu che il presidente le macchiò di sperma e che fu la prova regina della loro relazione illecita. Alla fine solo sei voti salvarono Bill Clinton dall’impeachment per spergiuro.

Il suo successore, George Bush Jr., non ha mai combinato molto tra le lenzuola: sua moglie Laura si lamentò pubblicamente di tutte le sere passate a letto, a guardare la televisione, con lui che le dormiva accanto. Le loro due figlie, Jenna e Barbara, hanno trascorso allegre serate ad alto tasso alcolico alla Casa Bianca. Si è sempre favoleggiato di un sex tape girato da Barbara al college, ma nessuno l’ha mai visto.

Dicono che Michelle Obama sia stufa delle continue “distrazioni” di Barack, che il loro matrimonio sia solo di facciata e che, appena lui non sarà più in carica, lei chiederà il divorzio. In questi otto anni le voci sulle infedeltà di Obama sono state tante, ma mai provate. Molti falchi repubblicani però ripetono all’infinito che Obama, oltre ad essere un musulmano mai nato in America, è di sicuro gay.

Donald Trump si dichiara un vincente anche perché ha avuto le donne tra più belle al mondo, tra cui Carla Bruni quando era ancora sposato con Ivana. E Hillary Clinton? Ha mai tradito Bill? C’è chi giura di sì, ma solo una volta, tanti anni fa, con Webster Hubbell, un suo collega avvocato. Bill diceva a Monica che sua moglie a letto era un pesce freddo, ma forse a Hillary gli uomini non interessano più: in questi mesi si è speculato molto sul suo rapporto con Huma Abedin, sua assistente personale. Quando si è scoperto che il marito di Huma, Anthony Weiner, faceva il porco via chat con le ragazzine, lei lo ha lasciato. Per dedicarsi completamente a Hillary?

Da Marilyn a Michelle Obama. Le donne del secolo sulle copertine di Time. Pubblicato domenica, 08 marzo 2020 su Corriere.it da Roberta Scorranese. «It’s complicated». C’è un titolo migliore per descrivere che cosa vuol dire essere donna oggi? Forse no, se il settimanale americano «Time» lo ha scelto per condensare il nuovo progetto: cento copertine che ripercorrono gli ultimi cento anni dando il giusto sguardo al peso delle donne nel mondo, quindi scienziate, artiste, attiviste, imprenditrici. Tutte personalità influenti, anche se molto diverse tra loro. Da Marilyn Monroe a Madonna, dalla quasi sconosciuta Chien-Shiung Wu (scienziata e personaggio chiave nel piano di sviluppo militare Manhattan Project) alla pedagogista Maria Montessori, l’unica italiana. Se vi state chiedendo quante donne sono apparse nelle copertine che celebrano la Persona dell’Anno dal 1927 ad oggi, la risposta è semplice: undici. Ma dietro questo progetto c’è qualcosa di più complesso, appunto, it’s complicated: è giusto, si sono chiesti nella redazione di «Time», incoronare Persona dell’Anno (la cover più famosa che celebra personalità di tutto il mondo) solo quelle donne che raggiungono risultati tipicamente maschili, pescando soprattutto nei settori della politica e dell’economia? Un esempio: nel 1986 l’omaggio andò a Corazón Aquino, primo presidente donna del continente asiatico. Forse no, e quel «complicated» è tutto qui: c’è una sostanza diversa nell’essere donna, un valore assoluto che molte classifiche fingono di non vedere, applicando i criteri di scelta che si usano nel determinare un successo maschile. D’altra parte, come ricorda un fondo pubblicato dal giornale, quell’omaggio cartaceo ha mantenuto la definizione di Man of the Year fino al 1999, e solo dopo è diventato un più egualitario Person of the Year. Nel progetto «100 Women Of The Year», la scelta è stata più libera, leggera, persino provocatoria e divertente. Intanto perché le undici copertine originali sono rimaste identiche, ma le nuove 89 sono state affidate ad artiste con storie interessanti alle spalle e dal tratto illustrativo fuori dagli schemi, come per esempio Lauren Crazybull, autrice di quella dedicata a Wilma Mankiller, la prima donna a capo della Cherokee Nation, orgoglio nativo. O la canadese Anita Kunz, che ha illustrato la sceneggiatrice Irna Phillips, pioniera della soap opera americana. Già, perché non ci sono soltanto donne-alfa come Michelle Obama o la regina Elisabetta d’Inghilterra (per altro una delle poche donne premiate realmente, nel 1952), ma ci sono tante figure che hanno influenzato il nostro modo di pensare, di vestirci, di divertirci. Figurano Coco Chanel e J. K. Rowling: che cosa saremmo senza quel profumo e quel maghetto? È meno conosciuta, vero, ma c’è anche la polacca Anna Walentynowicz, esponente di spicco del movimento Solidarnosh (tutti ricordano solo Lech Walesa). Provocatorio inserire Madonna? Be’, c’è anche Beyonce Knowles. E se nel 2019 la Persona dell’anno è stata realmente una donna, anzi, una ragazza, la allora sedicenne Greta Thunberg, colpisce notare che personalità come la scrittrice scomparsa da poco Toni Morrison o Jacqueline Kennedy abbiano dovuto aspettare questo progetto, diciamo, «postumo» per vedere riconosciuto il proprio peso. Ma d’altra parte, come ha dichiarato la stessa Nancy Gribbs, ex direttrice della rivista (e prima donna a guidare il Time Magazine), questo vuol essere soprattutto un esercizio intellettuale per capire come certe donne, spesso anche in tempi e situazioni di forte disuguaglianza, hanno comunque saputo esercitare un potere forte, un condizionamento più potente di ogni stereotipo. It’s complicated, certo, ma non è impossibile.

La battaglia di Lidia Poët, la prima avvocata italiana. Giulia Merlo de Il Dubbio l'8 marzo 2020. La sua richiesta di iscrizione all’ordine di Torino fu accolta, ma venne cancellata nel 1883 con una sentenza della Corte d’Appello che scriveva: «L’avvocheria è un ufficio esercibile soltanto da maschi e nel quale non devono punto immischiarsi le femmine». «L’avvocheria è un ufficio esercibile soltanto da maschi e nel quale non devono punto immischiarsi le femmine». E anzi, sarebbe stato «disdicevole e brutto veder le donne discendere nella forense palestra, agitarsi in mezzo allo strepito dei pubblici giudizi, accalorarsi in discussioni che facilmente trasmodano, e nelle quali anche, loro malgrado, potrebbero esser tratte oltre ai limiti che al sesso più gentile si conviene di osservare: costrette talvolta a trattare ex professo argomenti dei quali le buone regole della vita civile interdicono agli stessi uomini di fare motto alla presenza di donne oneste». Con queste parole scritte dai giudici – tutti uomini – della Corte d’Appello di Torino, nel novembre 1883 l’avvocata piemontese Lidia Poët venne cancellata dall’albo degli avvocati di Torino. Due anni prima, l’iscrizione di una donna, la prima nel Regno d’Italia, all’Ordine degli Avvocati aveva suscitato un silenzioso scandalo nelle aule dei tribunali sabaudi. Eppure lei, con ferrea logica di giurista, per accedere aveva utilizzato la più ovvia delle procedure: quella prevista dalla legge. Il 17 giugno 1881 si era laureata a pieni voti alla facoltà di giurisprudenza di Torino, con una tesi sulla condizione femminile in Italia e sul diritto di voto per le donne. Poi si era iscritta alla pratica forense, superando brillantemente al primo tentativo l’esame di procuratore legale. A quel punto, come tutti i suoi colleghi uomini, inoltrò la richiesta di iscrizione all’Ordine. Nessuna giustificazione allegata, solo il rispetto scrupoloso di ogni norma di legge, che per l’iscrizione prevedeva la laurea, lo svolgimento della pratica e il superamento di un esame, ma soprattutto non poneva alcun esplicito divieto all’iscrizione di una donna. L’insolita richiesta, la prima sottoscritta da una donna esaminata da un Consiglio dell’ordine degli Avvocati, suscitò un accesissimo dibattito e non poche polemiche nel mondo giuridico torinese. Le donne nel Regno d’Italia non avevano il diritto di voto, era ancora in vigore l’umiliante istituto dell’autorizzazione maritale e mai nessuna prima di allora aveva osato accostarsi alla professione forense.  Il dibattito all’interno del Consiglio si concluse in favore dell’iscrizione, con 8 voti favorevoli e 4 contrari. La motivazione: nessuna norma vietava alle donne l’accesso all’Ordine. Ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit, recitava un provvidenziale brocardo latino. Ad indignarsi maggiormente perché una donna calcava i lunghi corridoi dei palazzi di giustizia non però fu un avvocato, ma un magistrato. L’allora Procuratore Generale del Re non gradiva vedere quella signora in toga che patrocinava le udienze, firmava gli atti e si confrontava con lui da avversaria, per questo prese l’iniziativa di denunciare l’anomalia di tale presenza alla Corte d’Appello. L’avvocata Poët si difese, replicando e portando esempi di donne che, in altre nazioni europee, svolgevano legittimamente la professione forense. A nulla valsero però le obiezioni: la Corte d’Appello di Torino accolse le ragioni del procuratore e ritenne che quello di avvocato fosse da considerarsi un ufficio pubblico e, in quanto tale, la legge vietava espressamente che una donna potesse ricoprirlo. Che la presenza di un’avversaria di sesso femminile nelle aule di giustizia infastidisse più i magistrati che i colleghi avvocati, tuttavia, risultò chiara dalle motivazioni redatte dai giudici: la presenza di una donna al banco della difesa avrebbe compromesso «la serietà dei giudizi e gettato discredito sulla magistratura stessa» perché, se l’avvocata avesse vinto la causa, le malelingue avrebbero potuto malignare che la vittoria sarebbe stata dovuta «alla leggiadria dell’avvocatessa più che alla sua bravura». Con la perseveranza che gli stessi uomini riconoscevano al «gentil sesso», Lidia Poët non si arrese e presentò un articolato ricorso alla Corte di Cassazione. Con altrettanta coerenza, la Suprema Corte confermò la decisione dei giudici della Corte d’Appello. A Lidia Poët venne dunque tolta la toga dalle spalle e non poté più esercitare a pieno la professione. Dimostrò, tuttavia, che non era il titolo formale a renderla avvocato: il divieto di patrocinare non le impedì infatti di rimanere a lavorare nello studio legale del fratello Enrico, che le aveva trasmesso l’amore per il diritto e l’aveva convinta ad iscriversi a giurisprudenza. Nello stesso anno del suo allontanamento dall’Ordine, tuttavia, la sua conoscenza giuridica le permise di partecipare al primo Congresso Penitenziario Internazionale a Roma e nel 1890 venne invitata come delegata a San Pietroburgo, alla quarta edizione del Congresso. Fece parte del Segretariato del Congresso Penitenziario Internazionale, rappresentando l’Italia come vicepresidente della sezione di diritto. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, poi, lasciò lo studio e divenne infermiera volontaria della Croce Rossa, venendo insignita della medaglia d’argento al valor civile. Per i 37 anni successivi alla sua imposta cancellazione dall’albo, Lidia Poët non interruppe mai l’esercizio concreto della professione, specializzandosi nella tutela diritti dei minori, degli emarginati e delle donne. Alla fine, proprio la perseveranza che la aveva spinta a combattere per rimanere iscritta all’albo forense, anche a costo di dare scandalo nel suo stesso foro, ottenne ragione giuridica. Nel luglio 1919, infatti, il Parlamento approvò la legge Sacchi, che autorizzava ufficialmente le donne ad entrare nei pubblici uffici, ad esclusione della magistratura, della politica e dei ruoli militari. Così, nel 1920, Lidia Poët poté finalmente ripresentare – con immediato accoglimento – la richiesta di iscrizione all’Ordine degli Avvocati. All’età di 65 anni tornò ad indossare la toga che le era stata tolta e ad utilizzare il titolo di avvocato. Ad una battaglia vinta, però, ne seguì subito un’altra: due anni dopo divenne presidente del Comitato italiano pro voto delle donne. Anche quella per la conquista del voto femminile fu una battaglia ultra decennale, ma Lidia Poët pervicacemente riuscì a vedere il frutto anche di questi suoi sforzi: si spense a 94 anni il 25 febbraio 1949, ma non prima di aver votato alle prime elezioni a suffragio universale in Italia, nel 1946. La definitiva vittoria di quel principio di uguaglianza – almeno in diritto – per il quale si era battuta tutta la vita, da avvocato ma soprattutto da donna.

Il senso per la giustizia di Lina Furlan, prima penalista italiana. Giulia Merlo de Il Dubbio l'8 marzo 2020. Divenne famosa in un ambiente tutto al maschile grazie alle arringhe intense e teatrali: «Prima di me nessun tribunale aveva visto una donna, se non come imputata». «Questa donna esercita una professione di uomo. E’ un’avvocatessa. L’avvocatessa di cui parlo ha strappato non alla giustizia, ma all’ingiustizia, delle prede, per mezzo delle squisite risorse della sua mentalità femminile. Si chiama Lina Furlan ed è italiana per la sua nascita, per le sue tradizioni, per la sua sensibilità». Con queste parole lo scrittore Dino Segre, in arte Pitigrilli, descrive la moglie Lina Furlan. Laureata a Torino nel 1926 con Luigi Einaudi, si iscrisse all’Ordine degli avvocati nel 1930 (undici anni dopo l’approvazione in Parlamento della legge che garantisce esplicitamente l’accesso all’albo alle donne) ed è ricordata come la prima penalista italiana. Una materia tipicamente maschile, quella penale, e forse quella più permeata dal pesante velo di scetticismo ancora radicato nei colleghi uomini, poco abituati a confrontarsi con donne in toga. «Prima di me nessun tribunale aveva visto una donna, se non come imputata. Stavo lì, penosamente avvolta nella mia toga, e mangiavo la paura». Proprio quel primo processo, tuttavia la proiettò nel foro torinese: «Sapevo che intorno a me c’erano solo diffidenza, stupore, incredulità. Dovevo difendere una infanticida per la quale erano stati chiesti 25 anni. Fu assolta», ricordò lei in un’intervista. In prima fila, ad assistere con occhi attenti all’udienza davanti alla Corte d’Assise, c’era l’avvocata ottantenne Lidia Poët, la prima donna italiana a chiedere l’iscrizione all’albo nel 1881 e cancellata da una sentenza di Cassazione nel 1883. Alla lettura della sentenza di assoluzione, l’aula del tribunale fu teatro di un abbraccio liberatorio tra la prima penalista e la prima avvocata. Un inizio di carriera brillante, che divenne la cifra della sua carriera forense, durata oltre cinquant’anni. Dopo quel primo caso, infatti, ha raccontato “Liù” in un’intervista, «patrocinai le cause di tante altre donne sul banco degli imputati. Le difendevo con passione, rabbia, intelligenza da donna, ma sui giornali si parlava soltanto delle fasciste, delle amanti degli uomini importanti, ma per chi lavorava usando il cervello non vi era spazio». Se la sua ascesa professionale, infatti, arrivava grazie sulle conquiste di colleghe come Lidia Poët che si erano battute per ottenere il diritto all’iscrizione all’albo, la generazione di Lina Furlan non potè godere in pieno dei frutti di quelle lotte. Il fascismo, infatti, aveva prepotentemente riproposto l’archetipo di «donna domestica» dedita alla casa e alla famiglia, e nell’infiammarsi della propaganda di regime sempre meno erano tollerate le ingerenze nei settori tipicamente maschili. Non solo: come lei stessa scrisse in L’Almanacco nel 1939, «Difendendo e accusando, ho sempre dovuto, con parole aperte o con diplomatici sottintesi, nel corso della discussione o nel preludio istruttorio, difendere prima di tutto, prima di tutti, la donna che vive sotto la toga dell’avvocato Lina Furlan». Una necessità di difesa implicita nei gesti, nelle parole, nel tono della voce, che tuttavia non era né richiesta né necessaria ai suoi colleghi uomini, ai quali imputava la testardaggine di «non aver ancora accettato la nostra concorrenza». Proprio lo stile di difesa intenso e quasi teatrale che caratterizzava le sue arringhe era diventato, infatti, famigerato nel foro torinese: «difendeva i suoi clienti con foga inaudita: la voce altissima, l’esaltazione e la gesticolazione», scrisse di lei il giornalista della Stampa Bruno Segre. Il credito sempre più vasto di cui, nonostante tutto, godeva professionalmente – Lina Furlan era diventata un vero e proprio caso mediatico ante litteram – e l’affacciarsi nell’ordinamento delle leggi razziali la portarono all’incontro che fu determinante nella sua vita. «Ho conosciuto il mio Piti come cliente, quando si era recato da me per trovare il modo di proteggere alle leggi razziali il figlio avuto dalla prima moglie», raccontò in un’intervista. “Piti” era Pitigrilli, tra i più noti scrittori italiani tra le due guerre: Lina Furlan lo sposò con rito religioso per procura nel 1940 – il matrimonio venne celebrato dall’allora vescovo Montini, poi diventato papa Paolo VI – e con Segre ( figlio di un ebreo e una cristiana) fuggì prima in Svizzera e poi in esilio volontario a Buenos Aires. Nel 1943 nacque il loro unico figlio e poi, rientrati a Torino nel 1950, Pitigrilli dovette far fronte alle accuse di essere stato una spia dell’Ovra, la polizia segreta fascista. Nonostante le difficoltà familiari, Lina Furlan riprese la propria attività professionale al quinto piano di via Principe Amedeo, tornando a difendere soprattutto le donne, «povere ed emarginate dalla società e abbandonate a se stesse». Una scelta, questa, che rivendicò come missione della sua attività forense, anche se – ricorderà lei in una pubblicazione dal titolo Le donne avvocato – spesso le penaliste donne venivano criticate: «La donna avvocato non casca nel ridicolo con l’assumere atteggiamenti da Crocerossina verso i delinquenti che deve difendere. La mia comprensione delle manchevolezze di coscienza e di tutte le debolezze dell’istinto non si trasforma affatto in solidarietà». Lina Furlan visse intensamente, mai oscurata dal marito di cui ha sempre sostenuto l’innocenza e padrona della sua attività forense, che svolse fino agli ultimi anni. Si è spenta nel 2000 nella sua città, a 97 anni, e per Torino rimarrà sempre la nobile signora descritta in un ritratto pubblicato da La donna italiana: «Chi la vede passare rapida e sicura al volante della sua auto, con quel visetto arguto e mobilissimo, non pensa certo che si tratti della più nota giurista italiana».

La passione di Elisa Comani: «Noi avvocate vinceremo solo se unite». Giulia Merlo de Il Dubbio l'8 marzo 2020. Fu la prima donna iscritta all’albo degli avvocati di Ancona e i giornali la descrissero come una “sirena in decollété”. Fu suffragetta e socialista, patrocinò il processo contro i militari in rivolta alla caserma di Villarey. Aveva tutti gli occhi addosso: mille sguardi inclementi che la facevano «vacillare sotto il peso della grave responsabilità» di un pubblico quasi morboso e prevalentemente femminile, corso a «giudicare se la donna abbia meritato o meno d’essere ammessa nell’arringo forense». Così descrisse il suo debutto in toga alla rivista La donna, l’avvocata Elisa Comani. Era il 1920 e quella causa difficile quanto di successo – difese un soldato accusato di codardia nel famoso processo Villarey, davanti al tribunale militare di Ancona – misurava agli occhi della società non solo la sua perizia professionale, ma quella dell’intero genere femminile. Lei arringò per più di un’ora davanti alla corte e «i sorrisi tra l’incredulo e lo scettico che avevo notato all’inizio della discussione su molti visi erano andati scomparendo: gli ascoltatori evidentemente andavano modificando il loro giudizio su una donna in toga», concluse la Comani. Purtroppo per lei, tuttavia, i cronisti dell’epoca non lesinarono attacchi taglienti a quella «signora» che pretendeva di svolgere una professione tipicamente maschile. «Sirena in décolleté», la definì il cronista de La toga di Napoli che raccontava il processo. Segno di come il diritto – la legge Sacchi, che consentiva espressamente alle donne di iscriversi agli ordini forensi, era stata approvata nel 1919 – stentasse a consolidarsi nella prassi e a scalfire il pregiudizio. Prima di lei era toccato alla torinese Lidia Poët, che aveva combattuto e perso la battaglia per l’iscrizione già alla fine dell’Ottocento, potendo infine iscriversi a 65 anni e dopo una vita passata a lavorare nello studio del fratello, senza utilizzare il titolo. Elisa Comani, invece, faceva parte di quella seconda generazione di donne che sperimentava per prima il godimento di un diritto stabilito sulla carta ma guardato con diffidenza nelle aule di tribunale. «Non posso immaginare che gusto particolare provi la signorina anconetana ad esercitare questa professione legale fra le meno attraenti e simpatiche del mondo e non posso nemmeno credere che abbia tutte le doti naturali per fare una grande carriera», scriveva Carlo Beniamino sulla rivista satirica torinese Pasquino, quando la notizia dell’iscrizione della Comani all’albo dei procuratori aveva fatto il giro del Paese. Del resto, per lui era scontato che «Se è bella non le mancheranno bensì i clienti che le vorranno affidare le loro cause, non tanto per la tutela degli interessi quanto per farle la corte» e dunque «non è avventato pronosticare per la signorina uno scarsissimo successo professionale, ed una breve durata della carriera».E forse, infatti, ad adontare più di tutto gli osservatori maschili dell’epoca che guardavano con sospetto le toghe femminili non era tanto il diritto teorico all’accesso, quanto il pratico successo professionale. Ma a smentire il cupo pronostico, un anno dopo, furono i fatti. Elisa Comani, che si era avvicinata in giovane età ai circoli socialisti anconetani, assunse la difesa di otto militari e tre civili nel “processo Villarey”, che prendeva il nome della caserma dove era scoppiato l’ammutinamento di alcuni soldati contro la decisione del governo di Giovanni Giolitti di mandare le truppe a reprimere una rivolta scoppiata nel presidio italiano di Valona, in Albania. Il processo vide presenti a difesa degli imputati alcune tra le maggiori personalità del foro anconetano e la giovane Comani, appena ventottenne, sostenne la difesa davanti alla corte militare, argomentando di «non potersi colpire pochi individui per un fatto collettivo al quale hanno partecipato tutti i militari che nella notte dal 25 al 26 giugno 1920 erano nella caserma Villarey». E nel tumultuoso dopoguerra, Elisa Comani è forse la prima donna a riconoscere e ad enfatizzare il ruolo sociale dell’avvocato, accettando la difesa di donne che avevano iniziato a lavorare in assenza degli uomini andati in guerra e che, una volta tornati, volevano ricacciarle nella «sfera domestica familiare», rispedendole dietro al focolare «come un limone spremuto». Del resto, anche in prima persona affronta i tumulti emancipazionisti dell’inizio del Novecento, tanto da sacrificare la sua stessa professione: lei e il marito decisero di separarsi, utilizzando il cosiddetto “divorzio fiumano” (secondo la convenzione dell’Aja del 1902, l’Italia riconosceva le sentenze di divorzio pronunciate nella città-stato indipendente di Fiume). Così, però, la Comani perse la cittadinanza italiana e dunque un requisito essenziale per l’iscrizione all’albo forense, dal quale venne cancellata nel 1923. Dopo il secondo matrimonio col collega Enrico Malintoppi (che fu senatore e sottosegretario alla Difesa-Aeronautica nel quarto governo De Gasperi) riprese la cittadinanza e si reiscrisse all’Ordine ed anche l’attività politica con i socialisti, battendosi soprattutto nelle campagne per il suffragio femminile. Una vita, la sua, passata a combattere per veder riconosciuta la propria professionalità, ma con la consapevolezza dell’onere pesante sulla sua generazione, la prima ad emanciparsi dalle incrostazioni ottocentesche dell’inferiorità femminile: restituire il senso collettivo delle conquiste della donna, per rendere vivi nella società quei diritti sanciti dalle norme. «La conquista completa della pubblica opinione non sarà né lieve né facile e potrà essere solo abbreviata se entreranno coraggiosamente in lizza colleghe, e non ne mancano di grande valore e intelletto» diceva nel 1920, in un’intervista dal titolo emblematico di Impressioni di una neo-avvocatessa.  Eppure ne era certa: «Vinceremo, ma perché questo avvenga presto bisogna che noi poche pioniere abbiamo fede e forza soprattutto che siamo unite nella dura lotta intrapresa». E della sua lunga vita – Elisa Comani si spense a 92 anni, nel 1975 – fatta di lotte appassionate come avvocata, come segretaria generale del Consiglio nazionale delle donne italiane e membro dell’Unione giuriste italiane, risuona forte quel «vinceremo» pronunciato da giovane professionista e onorato in ogni sfida.

E Marie Curie disse: «Com'è essere sposati a un genio? Non so, chiedetelo a mio marito». Pubblicato martedì, 11 febbraio 2020 da Corriere.it. In occasione della giornata mondiale delle Donne nella Scienza, l’account del premio Nobel ha postato un tweet in onore di Marie Curie, la prima donna a essere insignita del premio e a tutt’oggi ancora l’unica ad averlo vinto per ben due volte. Nata a Varsavia nel 1867, Maria Sklodowska si laureò in fisica e matematica alla Sorbona nel 1894. L’anno dopo sposò il suo collega Pierre Curie con il quale nel 1903 condivise il premio Nobel per la fisica (insieme ad Antoine Henri Becquerel) per i loro studi sulla radioattività. Si racconta che a un giornalista che le chiese come ci si sentisse ad aver sposato un genio, la Curie rispose: «Non so, chiedetelo a mio marito». Pierre Curie morì prematuramente nel 1906 dopo essere stato investito da una carrozza mentre attraversava sotto la pioggia Rue Dauphine, all’altezza del Pont Neuf. Cinque anni dopo, nel 1911 Marie Curie vinse un altro Nobel, questa volta per la chimica, grazie alla sua scoperta del radio e del polonio. In quell'occasione però l'accademia svedese le consigliò di non presentarsi a ritirare il premio perché in quello stesso periodo era esploso lo scandalo della sua relazione con il collega Paul Langevin, già collaboratore del marito Pierre. La Curie ignorò il consiglio. Morì nel 1935 in seguito alle radiazioni a cui era stata a lungo sottoposta. Le spoglie dei due coniugi Curie sono state tumulate nel Panthéon di Parigi nel 1995 . Per timore di contaminazioni radioattive, la sua bara è stata avvolta in una camicia di piombo.

Da “la Stampa” il 27 febbraio 2020. Perché le donne dovrebbero pagare quando hanno il ciclo? «Non è equo e non è giusto che siano penalizzate per una funzione corporea naturale». A pensarla così, dando un importante segno di civiltà e aggiungendo un tassello verso una ancor lontana parità tra i generi, è il parlamento scozzese, che martedì ha approvato una legge per rendere gratuiti e disponibili i prodotti sanitari per tutte le donne. È la prima nazione al mondo a compiere questo passo. La Germania, finora, ha solo detassato il prodotto, con un provvedimento in vigore dal primo gennaio: l' Iva è passata dal 19% (quella prevista per le merci di lusso, come sigarette e vino) al 7% (la quota applicata sui prodotti di necessità giornaliera). In Scozia, gli assorbenti saranno disponibili nei luoghi pubblici, come ad esempio i centri comunitari, i club giovanili, e anche nelle farmacie. Il costo stimato per lo Stato sarà di 24,1 milioni di sterline (28,6 milioni di euro). La legge si chiama Period Products Scotland Bill, è stata votata con 112 sì, nessun contrario e un astenuto, e attende la sua approvazione definitiva. I membri del parlamento scozzese ora possono proporre emendamenti.

«Un segnale verso la parità». Durante il dibattito, la presentatrice del disegno di legge Monica Lennon ha dichiarato che approvare questa legislazione sarebbe un «momento fondamentale per la normalizzazione del periodo femminile in Scozia e sarebbe un vero segnale tangibile su quanto seriamente consideriamo le questioni di genere e la parità». Il collega Alison Johnstone ha lanciato una domanda provocatoria: «Perché nel 2020 la carta igienica è considerata un bene di prima necessità, ma i prodotti necessari alle donne per il periodo del ciclo no? Essere penalizzati economicamente per via di una funzione corporea naturale non è equo o giusto». Nel 2018, la Scozia è diventata la prima nazione al mondo a fornire prodotti sanitari gratuiti in scuole, college e università. I prodotti sanitari nel Regno Unito sono attualmente tassati al 5%. Già il primo ministro David Cameron aveva dichiarato di voler porre fine alla cosiddetta «tassa sui tamponi», ma a frenarlo è stata l' Unione europea, che impone una tassazione uniforme per categorie di prodotti. E l' Italia? Assorbenti e pannolini per i bimbi restano beni di lusso, con l' Iva al 22%, al pari di articoli di abbigliamento, sigarette, vino e altri prodotti non di prima necessità. La Tampon tax è stata introdotta nel 1973, dal 12% l' aliquota è passata al 22%. L' unica cosa che è stata abbassata, finora, è l' Iva per gli assorbenti compostabili e biodegradabili e sulle coppette, prodotti spesso cari e utilizzati da una minoranza di donne.

DAGONEWS il 18 febbraio 2020. Siamo entrati in un nuovo decennio, ma le donne, pur lavorando sempre più fuori casa, continuano a caricarsi del peso dei lavori domestici. Secondo l'Ufficio Statistico del Lavoro degli Stati Uniti,  a oggi ci sono 109.000 donne in più a lavoro rispetto agli uomini. Tuttavia, secondo un sondaggio Gallup, le donne hanno maggiore probabilità di essere le persone indicate per fare il bucato, pulire la casa, fare la spesa, preparare i pasti, lavare i piatti e prendere decisioni su mobili e decorazioni, nonostante i millennial siano per una parità di genere. Secondo il Global Gender Gap Report del World Economic Forum, le attuali tendenze indicano che gli Stati Uniti impiegheranno almeno 208 anni per raggiungere la vera uguaglianza di genere. Perché ci vuole così tanto tempo?

Retaggi infantili. Harry Reis, professore di psicologia all'Università di Rochester, ha affermato che i ruoli di genere cambiano molto lentamente perché sono molto probabilmente il prodotto dell'educazione di un individuo da bambino. «È più conveniente e comodo per le persone seguire i ruoli di genere con cui sono cresciuti - ha affermato – Dagli studi emerge che alle ragazze viene chiesto di dare una mano in casa di più rispetto ai ragazzi». Reis ha aggiunto che gli individui vengono cresciuti per svolgere ruoli in un modo specifico in base al genere. Anche se oggigiorno i genitori cercano di insegnare ai loro figli ruoli più neutri dal punto di vista del genere, ci sono ancora delle resistenze. I dati mostrano che anche i genitori più istruiti non hanno maggiori probabilità di garantire che i loro figli abbiano le competenze per prendersi cura della propria casa, secondo un'analisi dell'American Time Use Survey dell'U.S. Bureau of Labor Statistics.

La seconda metà della rivoluzione di genere. Christin Munsch, assistente professore di sociologia presso l'Università del Connecticut, afferma che la maggior parte dei millennial uomini afferma di essere per l'uguaglianza di genere, ma che ci vuole molto di più per colmare il divario. «Credono di essere bravi uomini facendo i femministi, condividendo le faccende domestiche e le responsabilità - ha detto – Ma c’è ancora molto da fare nel quotidiano». Sempre più uomini sono a favore del fatto che le donne occupino posizioni fino a oggi appannaggio esclusivo degli uomini, ma sono riluttanti a prendere il posto occupato fino a ieri solo dalle donne. Uno dei motivi è che alla nostra società piace ancora il concetto di mascolinità, ipotizza Munsch. Senza contare che gli uomini vengono ancora pagati di più. Ma tornando alle faccende domestiche. Munsch ipotizza che un altro motivo per cui gli uomini non contribuiscono equamente è perché non sono motivati come le donne. Uno studio condotto dall'Università della California e pubblicato su Sage Journals evidenzia come le donne vengano ancora giudicate duramente se la loro casa non è in ordine a differenza degli uomini.

Relazioni di successo. La condivisione delle faccende domestiche non è solo un altro passo per sradicare la disuguaglianza di genere, è anche un modo per avere una relazione sana. Secondo Munsch, le relazioni in cui ci sono molte disuguaglianze tra uomini e donne dentro e fuori casa sono meno stabili. Le persone si sentono frustrate quando sentono che i loro partner non stanno contribuendo abbastanza alla relazione. D'altro canto, i loro partner si sentono altrettanto frustrati quando si sentono non necessari.

Azzurra Barbuto per “Libero quotidiano” il 20 febbraio 2020. Se siete tra coloro che sostengono che sposarsi comporti uscite talmente elevate da essere proibitive e che dunque oggigiorno il matrimonio venga posticipato o evitato a malincuore dai giovani per mancanza di risorse finanziarie, allora non avete mai provato l' esistenza da single. È questa, infatti, il vero lusso. Soltanto chi è benestante può permettersi di campare da solo, pagare affitto o mutuo, bollette, spesa, annessi e connessi, tutto di tasca sua. Per i singoli il costo della vita è in media più alto del 78 per cento rispetto a quello pro-capite di un nucleo familiare composto da tre persone. Dunque sembra che per risparmiare e non ridurci al verde ci tocchi correre all' altare in quanto essere muniti di partner conviene. Almeno al portafoglio. A certificarlo è uno studio della Coldiretti, eseguito sulla base degli ultimi dati Istat sulla popolazione. Dall' analisi emerge che la spesa media per alimentari e bevande di un single è di 285 euro al mese, del 55 per cento superiore rispetto a quella media di ogni componente di una famiglia tipo (tre componenti) che è di 184 euro.

POCHE MONOPORZIONI. Ma per quale ragione i singoli spendono tanto? Mica perché il single trascorre le serate sul divano a divorare vaschette di gelato, patatine, cibi pronti, nonché a tracannare litri e litri di alcolici e superalcolici in stile Bridget Jones, la zitella inglese un po' sfigata protagonista di un celebre film. Il motivo della maggiore incidenza della spesa a tavola è da ricercare semmai nell' esigenza per gli individui non accasati di acquistare spesso maggiori quantità di alimenti per la mancanza di formati monoporzione, che, pure quando disponibili, risultano molto più cari di quelli tradizionali. Inoltre, coloro che non hanno un compagno con cui condividere il tetto sborsano il 140 per cento in più per l' abitazione sempre rispetto alla media per persona di un nucleo fatto di tre soggetti. I mono ed i bilocali, unità abitative predilette da parte degli allergici al "due cuori e una capanna", hanno prezzi più elevati al metro quadro rispetto agli appartamenti di più ampie metrature, sia in caso di affitto che in caso di acquisto. Ad incidere sul carovita sono altresì le uscite per l' automobile ed il riscaldamento, dal momento che utilizzare l' auto da soli e riscaldare una casa abitata da un soggetto unico implicano costi più salati. Tuttavia, sebbene stare in solitudine sia antieconomico e nonostante ci troviamo immersi tuttora nelle sabbie mobili di una crisi che da lustri fa dell' Italia un Paese a crescita zero, negli ultimi cinque anni i single sono lievitati quasi del 9 per cento, superando quota 8,5 milioni. Del resto, la frotta di persone non accoppiate cresce in particolare nelle metropoli più prospere, laddove la gente più agevolmente gode delle risorse finanziarie adeguate per vivere da sola e sceglie di farlo, anche se lo stare in due sarebbe più abbordabile.

CONIUGATI E DEPRESSI. Basti pensare che a Milano su 674.016 famiglie i nuclei monofamiliari sono 302.947, pari al 45 per cento (dati aprile 2018, Casa del Comune). Dunque, quasi un cittadino su due è solo in casa e la determinazione di abitare senza compagnia sta diventando prevalente: è onerosa sì, ma non essere costretti a dividere letto, bagno, armadio, cucina, dentifricio non ha prezzo! Si butta via qualche quattrino ma ci si guadagna in salute. Lo confermano numerose ricerche scientifiche dalle quali risulta che i single sono più felici e campano più a lungo rispetto ai maritati. Insomma, se l' esistenza da singoli è una sciccheria che produce sprechi, quella da coniugati è spesso un bidone. Tuttavia, esistono pure signore e signori che non hanno deliberato di ritrovarsi solinghi i quali subiscono tale condizione loro malgrado. Si tratta di vedovi ed anziani che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese e sono attanagliati da un senso di desolazione. Secondo l' Istat sono oltre un milione gli italiani sopra i 65 anni i quali, vivendo in totale solitudine, sono a rischio di povertà e di esclusione sociale.

La donna nell'arte: da Tiziano a Boldini protagonista a Brescia. Valentina Tosoni su La Repubblica il 9 gennaio 2020. La rappresentazione della donna nell'arte dal Rinascimento, passando per il Barocco e fino alla Belle Epoque. E' questo che mette in evidenza la mostra “Donne nell’arte. Da Tiziano a Boldini” dal 18 gennaio al 7 giugno 2020 che resterà aperta al pubblico a Palazzo Martinengo di Brescia. Madre, moglie, lavoratrice, amante e anche musa ispiratrice, la donna e l'universo femminile hanno da sempre giocato un ruolo determinante nella storia dell’arte italiana. Forme, stili, colori, pose e atteggiamenti che rivelano concezioni differenti, lievi evoluzioni e aperture a piccoli angoli di libertà e d'intimità in 90 capolavori di artisti quali Tiziano, Guercino, Pitocchetto, Appiani, Hayez, De Nittis, Zandomeneghi e Boldini. Nelle opere è poi possibile cogliere altri aspetti che connotano la moda, le acconciature e agli accessori tipici di ogni epoca e contesto geografico. Il percorso espositivo è suddiviso in otto sezioni tematiche – Sante ed eroine bibliche; Mitologia in rosa; Ritratti di donne; Natura morta al femminile; Maternità; Lavoro; Vita quotidiana; Nudo e sensualità – e documenta il rapporto tra l’arte e il mondo femminile per evidenziare quanto la donna sia da sempre il centro dell’universo artistico. Tra i capolavori della mostra spicca la Maddalena penitente, un olio su tela di Tiziano, firmato per esteso, proveniente da una collezione privata tedesca. 

Da leggo.it il 26 gennaio 2020. Miuccia Prada è la più pagata tra le donne-manager delle società italiane quotate in Borsa. La stilista milanese nel 2018 ha percepito uno stipendio fisso di 12,4 milioni di euro, al lordo delle tasse, come amministratore delegato di Prada, l'azienda di moda di cui è azionista di controllo. La seconda più pagata è Alessandra Gritti, vicepresidente e a.d. di Tip (Tamburi investment partners), quasi 4,66 milioni (di cui 4,3 milioni di bonus). La terza è Monica Mondardini, manager che ha la fiducia sia di Carlo De Benedetti sia dei figli, è a.d. e direttore generale di Cir, presidente di Sogefi ed ex a.d. di Gedi (Editoriale L'Espresso), ha totalizzato 1,95 milioni, includendo anche i gettoni per le cariche nei cda di due società esterne, Atlantia e Trevi Finanziaria. I dati, tutti al lordo delle imposte, sono stati elaborati dal Sole 24 Ore in base ai documenti societari pubblicati dalle società quotate (riferiti all'anno 2018) e utilizzati per il 'pay watch' dei manager. Il confronto delle buste paga, rileva il quotidiano economico, mostra un amplissimo divario tra i compensi delle donne-manager e i turbo stipendi degli uomini che guidano le aziende quotate. Miuccia Prada, che nella sua azienda (quotata a Hong Kong) ha lo stesso stipendio del marito, Patrizio Bertelli, nella classifica complessiva degli stipendi dei manager di società quotate è quinta, dietro quattro uomini. Le altre donne invece sono molto più indietro. Gritti è trentunesima. Mondardini è settantunesima. La causa della differenza è che poche donne hanno posizioni di comando o di guida operativa delle aziende. Tra i primi 100 manager più pagati le donne sono solo quattro. La quarta, al 93mo posto, è Alberta Ferretti, 1,56 milioni di compenso come vicepresidente di Aeffe, la sua azienda di moda. Batte di un soffio Massimo Moratti, a.d. di Saras (1,545 mln). La quinta è Gina Nieri, direttore affari istituzionali e consigliere di amministrazione di Mediaset, con 1,29 milioni, 122ma nella classifica assoluta. Supera di 4.522 euro l'ex direttore sportivo dell'As Roma, Ramon Rodriguez Verdejo, detto «Monchi». Gli uomini più pagati hanno stipendi multipli di quelli delle donne. Finché ha potuto guidare Fiat-Chrysler, Ferrari, Cnh Industrial Sergio Marchionne (deceduto il 25 luglio 2018) ha percepito 28,27 milioni di euro lordi nel 2018, secondo quanto riportato dal bilancio di Exor, la holding degli eredi Agnelli-Nasi, di cui era vicepresidente. Il compenso di Marchionne è addirittura superiore alla somma delle buste paga delle prime dieci donne-manager, che totalizzano 27,5 mln lordi. La donna più pagata, Miuccia Prada, ha superato, tra gli altri, nomi (e buste paga) pesanti come John Elkann (8,95 mln), Marco Tronchetti Provera (7,85 mln), l'ex a.d. di Atlantia Giovanni Castellucci (6,2 mln), l'a.d. dell' Eni Claudio Descalzi (5,94 mln) e quello dell'Enel Francesco Starace (5,03 mln), l'ad di Intesa Sanpaolo Carlo Messina (5,74 mln), il presidente di Cementir Holding Francesco Caltagirone (4,745 mln). Sesta tra le donne è Luisa Deplazes De Andrade Delgado, nata in Svizzera nei Grigioni, ad di Safilo fino al 28 febbraio 2018. Grazie alla buonuscita di 1,09 milioni ha totalizzato 1,27 milioni, è 125ma nella classifica assoluta, davanti ad Andrea Della Valle. Poco dopo c'è Tatiana Rizzante, a.d. della società di informatica Reply, con 1,2 milioni. Valentina Volta è l'ottava donna, a.d. della bolognese Datalogic, 1,13 milioni, compreso il gettone di 20.000 euro dal cda dell'Ima. La numero nove è l'aretina Diva Moriani, vicepresidente esecutivo di Intek, holding del gruppo del rame guidato da Vincenzo Manes, con uno stipendio di 544mila euro.

Katerina: magistrata, divorziata, competente. In Grecia la prima presidente donna. Pubblicato sabato, 25 gennaio 2020 su Corriere.it da Andrea Nicastro. La Grecia è in fondo alla classifica dei Paesi europei per la parità di genere e, a livello mondiale, è nella parte ingiusta del tabellone. Secondo il «Global Gender Gap Index», chi nasce femmina ha più probabilità di avere opportunità e salari uguali agli uomini in Etiopia, Tanzania, Bangladesh, Bolivia e Giamaica piuttosto che nella «culla della civiltà occidentale». La crisi economica ha colpito durissimo anche le istanze femministe. Pur se ormai fuori dalle procedure di controllo finanziario, anche nel 2019 la Grecia continua a scivolare indietro. Dal 2008, Atene è stata superata nelle questioni di «gender» da 15 Paesi. Eppure il 13 marzo, proprio la Grecia entrerà nel ristretto club dei Paesi con un presidente donna. Era dai tempi di Pericle, che la Grecia avrebbe potuto essere oltre che democratica anche con un capo di Stato donna. Ci sono voluti 2.480 anni per riuscirci. Il miracolo ha il nome di Katerina Sakellaropoulou, una donna capace di essere meglio di chiunque altro nella sua posizione, maschio o femmina. Meglio, ma non diversa. Se c’è da festeggiare per il punto conquistato nella classifica delle parità di genere, non c’è da illudersi che ciò comporti una specificità femminile capace di cambiare il mondo. Sakellaropoulou, 63 anni, divorziata con un figlio, non è una nuova Cassandra che dica, inascoltata, verità che nessuno vuole sentire. Per arrivare in cima ha usato quel che sarebbe servito anche a un maschio, niente di più, niente di meno: una famiglia importante per costruire relazioni e contatti, studi eccellenti, competenza e senso del vento per mettersi dalla parte giusta, senza creare attriti con chi avrebbe potuto un giorno aiutarne la carriera. La nuova presidente greca è una tecnica indiscutibile, ma è stato il fiuto politico a renderla il candidato ideale per destra e sinistra. Sakellaropoulou è stata proposta alla presidenza dal premier conservatore Kyriakos Mitsotakis (Nuova Democrazia) e subito accolta anche dal centrosinistra di Syriza, il maggior partito d’opposizione guidato dall’ex premier Alexis Tsipras. Pochi anni fa era stato proprio Tsipras a scegliere la giudice per guidare il Consiglio di Stato. Anche allora era stata la prima volta per una donna. Così, mercoledì, il voto parlamentare è andato sul velluto. Eletta al primo scrutinio con maggioranza schiacciante: 261 deputati a favore su 300. Sakellaropoulou ha già cominciato a entrare nella sua nuova parte. Ha chiuso l’account Facebook su cui postava immagini di gatti e vacanze e ha detto tutte le cose giuste da dire in un momento così. Ha mostrato realismo parlando di «sfide come la crisi economica, i cambiamenti climatici, le migrazioni di massa con il loro corollario di crisi umanitarie, declino dello Stato di diritto e l’aumento delle disuguaglianze». Tutti «problemi che vanno oltre i confini degli Stati e richiedono una cooperazione internazionale» (confermando così la collocazione «europeista» sua e della Grecia). «Abbiamo bisogno di crescita economica, di difendere i più deboli e invertire la fuga dei giovani all’estero. Dobbiamo migliorare l’istruzione e il sistema sanitario, proteggere l’ambiente naturale e la cultura» (e chi non sarebbe d’accordo?). La Grecia «è un moderno Stato di diritto — ha assicurato —, ma è necessario salvaguardare la sua integrità territoriale e i suoi diritti sovrani», un modo come un altro per assicurare i partiti greci che la troveranno al loro fianco contro le ambizioni turche sulle risorse energetiche del Mediterraneo orientale. Figlia del vicepresidente della Corte Suprema che assolse dallo scandalo corruzione il socialista Andreas Papandreu, Katerina Sakellaropoulou ha partecipato da protagonista ad altri processi «storici». Nel 2012 ha invalidato i ricorsi degli ambientalisti contro l’apertura delle miniere d’oro e rame nella Calcidica a causa «dei particolari vantaggi per l’economia nazionale». Nel 2015 ha contribuito a limitare la condanna del ministro delle Finanze Giorgos Papakonstantinou che aveva cancellato i nomi dei parenti dalla lista dei presunti evasori fiscali fatta filtrare da Hervé Falciani. Si è anche occupata di discariche e dei tagli imposti dalla crisi economica alle tredicesime e alle pensioni, mettendo sempre al primo posto nelle sentenze la conferma delle decisioni governative. Pragmatica, realistica, fedele alle istituzioni. Premiata. Spesso si dice che per far carriera, una donna debba essere molto più brava di un uomo. Katerina Sakellaropoulou probabilmente lo è. Sarebbe un’altra discriminazione pretendere che, solo perché femmina, oltre che più brava fosse anche migliore.

Alessandro Rico per la Verità il 24 gennaio 2020. Prosegue l' operazione «simpatia» della nuova presidente della Corte costituzionale, Marta Cartabia. Dopo la bocciatura del referendum elettorale promosso dalla Lega, che ha tolto una grana alla maggioranza giallorossa (di cui lei potrebbe essere la candidata al Colle nel 2022), la giurista torna al core business femministeggiante, già lanciato nel suo discorso d' insediamento, quando aveva citato la premier finlandese e lamentato il gap di genere in Italia. Ieri sera, infatti, la Cartabia ha inaugurato una serie di sei puntate su Rai storia, dedicate al ruolo della Consulta nell' emancipazione della donna. Il programma ha un titolo eloquente: Senza distinzione di genere. Un viaggio nelle storiche sentenze sull' illegittimità dei trattamenti giuridici ineguali dinanzi all' adulterio, sull' apertura alle signore della carriera prefettizia, il tutto condito con qualcuno degli elementi pop che caratterizzano il tipico tecnopopulismo della Cartabia. La quale, non appena eletta, ci ha tenuto a far sapere di essere fan del trekking e della musica classica, ma che «quando corre ascolta Beatles e Metallica». Il volto umano dei competenti. L' essenza della «rivoluzione gentile», celebrata ieri in un articolo del Corriere della Sera, che tesseva le lodi sperticate dell' ultima operazione mediatica della numero uno della Corte. Proprio ai Beatles, infatti, la Cartabia ha fatto ricorso nella prima puntata, citando il singolo A hard day' s night, che descrive l' uomo distrutto al ritorno dal lavoro, ma lieto di trovare la casa messa in ordine dalla moglie. Per le puntate successive, sarebbe divertente se gli autori attingessero all' altro gruppo amato dalla presidente della Consulta, i Metallica: il celebre singolo Master of puppets, che secondo diversi interpreti parla del consumo di droghe, potrebbe accompagnare degnamente un confronto sui pro e i contro della liberalizzazione della cannabis, da intrattenere con un celebre personaggio femminile, come la leader radicale, Emma Bonino. Ironia a parte, balza all' occhio la mediaticità che la Cartabia ci tiene a guadagnarsi. Di presidenti della Corte costituzionale tanto presenzialisti non se ne ricordano molti altri: probabilmente, l' esempio più eclatante è quello di Gustavo Zagrebelsky. Con il quale la Cartabia potrebbe condividere un destino comune: il giurista, prima dell' elezione di Sergio Mattarella, era entrato nella rosa di nomi che il Movimento 5 stelle immaginava per il Quirinale. La chiave che ha trovato la Cartabia - un connubio tra l' appiattimento sulle posizioni dell' élite europeista e le battaglie d' avanguardia, tanto di moda nei circoli buoni dell' establishment - potrebbe però assicurarle qualche carta in più: sarebbe una figura di garanzia per i dem, dotata nondimeno di un' immagine pop, digeribile dai pentastellati. È curioso anche fare una piccola carrellata delle altre catechesi televisive cui, negli anni, sono stati sottoposti i telespettatori Rai. La più simile a quella della Cartabia è il programma dell' attuale giudice costituzionale Giuliano Amato, Lezioni dalla crisi: 12 puntate trasmesse da Rai 3, a partire dal 18 marzo 2012, preludio all' ingresso alla Consulta del dottor Sottile, già premier tecnico ed eterna riserva della Repubblica. Diversi anni prima era toccato a Romano Prodi: correva il 1992, il programma era Il tempo delle scelte, stesso titolo di un suo libro. Andava in onda su Rai 1 alle 23. E, naturalmente, tra i temi trattati c' era la magnificazione del progetto d' integrazione europea, la trappola in cui l' Italia, in quel periodo, si stava infilando con la convinzione di potersi assicurare un futuro prospero e radioso. Di lì a quattro anni, il Professore sarebbe diventato leader del centrosinistra e presidente del Consiglio. Per la Cartabia, sono precedenti benauguranti.

Chi è Francesca Di Giovanni, primo sottosegretario donna in Vaticano. Laura Pellegrini il 15/01/2020 su Notizie.it. Francesca Di Giovanni è il nuovo sottosegretario della Sezione per i Rapporti con gli Stati: si tratta della prima donna a rivestire questo ruolo. Papa Francesco ha nominato Francesca Di Giovanni, già sottosegretario di Stato, sottosegretario della Sezione per i Rapporti con gli Stati. Si tratta della prima donna a rivestire un ruolo dirigenziale di tale rilievo in Vaticano. Dal canto suo, il Pontefice ha da sempre rimarcato la difesa del ruolo della donna e nel Sinodo dello scorso ottobre ribadiva: “Bisogna riflettere su cosa significa il ruolo della donna nella Chiesa”. Nominando Francesca sottosegretario in Vaticano ha voluto compiere un passo senza precedenti. Lo stesso cardinale Parolin, qualche anno fa, spiegava che “in teoria una donna potrebbe anche ricoprire l’ufficio di Segretario di Stato”. Questo ruolo, infatti, “non è legato ai sacramenti e al sacerdozio”.

Chi è Francesca Di Giovanni. “Anche una donna può essere a capo di un Dicastero”: Francesca Di Giovanni, infatti, è stata nominata dal Papa sottosegretario della Sezione per i Rapporti con gli Stati. Sarà la prima donna a rivestire un ruolo di dirigenza alla Santa Sede e nel dettaglio nella Terza Loggia Vaticana. Francesca è nata nel 1953 in Sicilia, a Palermo, e ha conseguito una laurea in Giurisprudenza: dal 15 settembre 1993 è l’Officiale della Segreteria di Stato. A tale riguardo, inoltre, la Santa Sede ha spiegato che Francesca “ha svolto il suo servizio sempre nel settore multilaterale“. Quest’ultimo, secondo la nuova nominata è “un settore delicato e impegnativo che necessita di un’attenzione particolare, perché ha modalità proprie, in parte diverse da quelle dell’ambito bilaterale”. Nonostante ciò, però, Francesca non si aspettava che il Pontefice le affidasse un ruolo di tale rilievo e mostra tutta la sua sorpresa nella scoperta dell’incarico. “Effettivamente, è la prima volta che una donna ha un compito dirigenziale in Segreteria di Stato – ha proseguito -. Il Santo Padre ha preso una decisione innovativa, certamente, che, al di là della mia persona, rappresenta un segno di attenzione nei confronti delle donne. Ma la responsabilità è legata al compito, più che al fatto di essere donna”.

Cos’è il settore multilaterale. Francesca ha spiegato brevemente quali saranno i suoi compiti da oggi, chiarendo anche che cosa sia il “settore multilaterale”. “Si può dire che tratta dei rapporti che riguardano le organizzazioni intergovernative a livello internazionale”. Tale settore “comprende la rete dei trattati multilaterali, che sanciscono la volontà politica degli Stati riguardo ai vari temi concernenti il bene comune internazionale”. Tra gli altri ambiti citati vi sono lo “sviluppo, l’ambiente, la protezione delle vittime dei conflitti, la condizione della donna e così via”. “Continuerò ad occuparmi di ciò che ho seguito fino ad ora – ha proseguito -, anche se adesso avrò il compito di coordinare il lavoro di questo settore“.

Gian Guido Vecchi per il “Corriere della Sera” il 16 gennaio 2020. Con i tempi della Chiesa, ma le cose si muovono: Papa Francesco ha nominato Francesca Di Giovanni, esperta in diritto internazionale, da 27 anni in Segreteria di Stato, come sottosegretario della Sezione per i Rapporti con gli Stati. È la prima volta che una donna, per di più laica, occupa una posizione dirigenziale così elevata nella Santa Sede, ai vertici della Terza Loggia. Francesco aveva già nominato tre donne come sottosegretari di «ministeri vaticani»: suor Carmen Ros Nortes alla Congregazione dei religiosi, Gabriella Gambino e Linda Ghisoni al dicastero per i laici, la famiglia e la vita. Ma la Segreteria di Stato è il dicastero più vicino al Papa nel governo della Chiesa: guidata dal Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, «primo ministro» del Papa, la Segreteria è divisa in tre sezioni, una delle quali è diretta dal Segretario per il rapporti con gli Stati, l' arcivescovo Paul Richard Gallagher, una sorta di ministro degli Esteri della Santa Sede del quale Francesca Di Giovanni, già «officiale» della stessa sezione, diventa ora uno dei due «vice». Dall' inizio del pontificato, Francesco parla della necessità di riconoscere più spazio alle donne, «bisogna riflettere su cosa significa il ruolo della donna nella Chiesa», aveva ripetuto a conclusione del Sinodo di ottobre, salvo aggiungere che non era solo una questione di incarichi. Del resto il Papa spiegò che «anche una donna può essere a capo di un Dicastero». E lo stesso cardinale Parolin, tre anni fa, ha ricordato che «in teoria una donna potrebbe anche ricoprire l' ufficio di Segretario di Stato, che non è legato a sacramenti e sacerdozio». La nomina di Francesca Di Giovanni, nell' attesa, è un passo in avanti notevole. «Che il Santo Padre affidasse a me questo ruolo, sinceramente non l' avrei mai pensato», ha spiegato ai media vaticani. «In effetti, è la prima volta che una donna ha un compito dirigenziale in Segreteria di Stato. Il Santo Padre ha preso una decisione innovativa che, al di là della mia persona, rappresenta un segno di attenzione nei confronti delle donne. Ma la responsabilità è legata al compito, più che al fatto di essere donna». Nata a Palermo nel 1953 e laureata in Giurisprudenza, Francesca Di Giovanni fa parte dei Focolari e nel movimento cattolico fondato da un' altra donna, Chiara Lubich, ha iniziato lavorando nel settore giuridico-amministrativo del centro internazionale dell' Opera di Maria. Officiale della Segreteria di Stato dal 15 settembre 1993, «ha svolto il suo servizio sempre nel settore multilaterale, soprattutto per quanto riguarda temi concernenti i migranti e i rifugiati, il diritto internazionale umanitario, le comunicazioni, il diritto internazionale privato, la condizione della donna, la proprietà intellettuale e il turismo», informa la Santa Sede. Come sottosegretario, si occuperà del «settore multilaterale», spiega: «In parole povere si può dire che tratta dei rapporti che riguardano le organizzazioni intergovernative a livello internazionale e comprende la rete dei trattati multilaterali, che sono importanti perché sanciscono la volontà politica degli Stati riguardo al bene comune internazionale: pensiamo allo sviluppo, all' ambiente, alla protezione delle vittime dei conflitti, alla condizione della donna e così via. Continuerò ad occuparmi di ciò che ho seguito fino ad ora all' interno della sezione per i Rapporti con gli Stati, anche se adesso, in questo nuovo ruolo, avrò il compito di coordinare il lavoro di questo settore». Certo la strada per le donne è ancora lunga. Nell' ultimo numero del mensile «Donne Chiesa Mondo» dell' Osservatore Romano , il quotidiano della Santa Sede, un articolo delle fondatrici dell'«Associazione donne in Vaticano» è intitolato «Rompere il muro della diseguaglianza». Circa 950 donne lavorano per la Santa Sede, si legge: «Quante sono, fra noi, le donne con ruoli di responsabilità che riescono ad arrivare ai livelli dirigenziali? Finora ben poche».

Francesca Di Giovanni è il primo sottosegretario donna nella Segreteria di Stato. Pubblicato mercoledì, 15 gennaio 2020 su Corriere.it da Gian Guido Vecchi. Papa Francesco ha nominato la dottoressa Francesca Di Giovanni, officiale della Segreteria di Stato, nuova sotto-segretario della Sezione per i Rapporti con gli Stati, incaricandola di seguire il settore multilaterale. Andrà ad affiancare monsignor Mirosław Wachowski, che si occuperà principalmente del settore della diplomazia bilaterale. Di Giovanni, da quasi 27 anni in Segreteria di Stato, è nata a Palermo nel 1953, è laureata in Giurisprudenza. Ha completato la pratica notarile e ha lavorato nell’ambito del settore giuridico-amministrativo presso il Centro internazionale dell’Opera di Maria (Movimento dei Focolari). Dal 15 settembre 1993 lavora come officiale nella Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato. Ha svolto il suo servizio sempre nel settore multilaterale, soprattutto per quanto riguarda temi concernenti i migranti e i rifugiati, il diritto internazionale umanitario, le comunicazioni, il diritto internazionale privato, la condizione della donna, la proprietà intellettuale e il turismo.

Caterina Maniaci per ''Libero Quotidiano'' il 20 gennaio 2020. L'ultimo gradino della scala verso il più alto dei cieli vaticani lo ha raggiunto Francesca Di Giovanni, arrivando fin nel cuore della Segreteria di Stato, il potente ministero che si occupa della politica estera, visto che è stata nominata sottosegretaria del Settore multilaterale per i Rapporti con gli Stati. Un ruolo che fino al 2009 era stato mantenuto dall' attuale segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin. È una donna molto determinata, la Di Giovanni, 66 anni, con una lunga serie di titoli di studio importanti conseguiti e una esperienza di lavoro -nata come consulente legale in un organismo nell' ambito del Movimento dei Focolari - e in particolare nella diplomazia vaticana, che ormai conta quasi trent' anni, tale da farla diventare punto di riferimento anche per un dicastero così cruciale per la vita dello stato del Papa. Si tratta del ruolo dirigenziale più importante mai raggiunto prima da una donna sotto il Cupolone, un' ascesa impensabile fino a non molti anni fa. Francesca Di Giovanni fa parte dell' esercito al femminile che ormai conta quasi mille "unità", 950 per l' esattezza, e che manda avanti la quotidianità complessa del Vaticano, rappresentando oltre il venti per cento della sua forza-lavoro. Tra queste fila spicca una rosa ristretta di donne che occupano posti di grande rilevanza e che per questo sono balzate agli onori delle cronache. Come Barbara Jatta, 58 anni, diventata direttrice dei Musei Vaticani nel 2017, tra i più importanti e visitati al mondo. Una laica, come Francesca, sposata e madre di tre figli, che per molto tempo si è occupata del prestigioso Gabinetto delle stampe e dei disegni. O suor Mary Melone, 51 anni, nominata rettore della Pontificia Università Antonianum, anche lei detentrice del "titolo" di prima donna a cui è toccato una simile ruolo dirigenziale. È noto che papa Francesco ha incrementato la presenza femminile anche in ruoli strategici, continuando su una strada tracciata a suo tempo da Giovanni Paolo II, ulteriormente ampliata da Benedetto XVI, che è stato, prima dell' attuale pontificato, colui che ha aperto maggiormente le porte alla presenza femminile. E ora sarebbero 950 le lavoratrici all'interno dello Stato, così come specificato anche innanzitutto articolo apparso sull' Osservatore Romano alla fine del dicembre scorso, e firmato da due delle fondatrici dell' Associazione Donne in Vaticano, Romilda Ferrauto, Adriana Masotti, Gudrum Sailer, nel quale, fra l' altro, assicurano che, a parità di livello, «il loro stipendio è uguale a quello dei colleghi uomini». Tutto questo però non impedisce, veniva rilevato nell' articolo citato, il fatto che «anche in Vaticano le donne sono viste volte viste da uomini, ma anche da altre donne, come persone di minor valore intellettuale e professionale, sempre disponibili al servizio, sempre docili ai comandi superiori». A proposito di questo gruppo, la cui sigla è D.Va., va ricordato che è nata nel 2016, ed è stata la prima associazione femminile mai creata dentro le Mura Leonine. Sono state in dodici a dar vita a questo evento che non è esagerato definire storico, donne di varie nazionalità e appartenenti a diversi uffici. L' Associazione organizza varie attività in ambito sociale, culturale e spirituale, con molte iniziative di beneficenza. La loro guida spirituale è padre Federico Lombardi, ex direttore della sala stampa vaticana e oggi presidente della Fondazione Raztinger. E per ritornare alla "mappa rosa" in Vaticano, che mira ad ingrandirsi sempre più e ad entrare finalmente nelle stanze "che contano", bisogna ancora ricordare che oggi una donna ricopre il ruolo di vicedirettore della sala stampa vaticana, Palma Garcia Ovejero, una alla guida dell' ospedale pediatrico Bambino Gesù, Mariella Enoc. Ci sono una decina di suore centraliniste, poi le addette alla reception di casa Santa Marta, dove risiede il Papa, quelle che si occupano della, pulizia e delle cappelle. Il maggior numero di lavoratrici si trova dislocato fra la Biblioteca Apostolica, la Radio Vaticana, senza contare le giornaliste che lavorano per L' Osservatore Romano. Quasi una trentina Fidare, poi, lavorano a Propaganda Fidae, l'organismo a cui fanno capo le missioni nel mondo.

La donna s’è destra. Domenico Ferrara il 2 gennaio 2020 su Il Giornale. La donna s’è destra. Giorgia Meloni nel podio del quotidiano britannico, tra i venti personaggi che potrebbero cambiare il mondo nel 2020. Unica italiana in classifica. Lei, leader di un partito considerato dai detrattori machista e maschilista oltre che razzista e fascista, è l’immagine del merito. Alla faccia delle quote rose e dei progressisti di sinistra. Perché il tormentone dance sarà pure diventato virale e avrà pure aiutato ad allargare la fama della Meloni, ma le note di Fratelli d’Italia riecheggiano da tempo e fanno proseliti. Non per nulla in un solo anno Fratelli d’Italia è passato dal 4,4% delle elezioni del 2018 alla doppia cifra del 10%, stando agli ultimi sondaggi. Una crescita esponenziale dettata dalla meritocrazia? Può darsi. Ma non ci sono donne in politica e per lo più leader di partito e per lo più di destra che hanno ottenuto questo “riconoscimento”. Non c’è solo il nero a destra, allora, almeno per i britannici. E la destra non è brutta, sporca e cattiva. Può essere anche competente, determinata, costante. Gutta cavat lapidem. Dopo la lunga traversata nel deserto, lei ha iniziato a costruire consenso, con pazienza e anche quando i riflettori puntavano su altri politici. La goccia perfora la pietra. E piano piano la Meloni è riuscita a ottenere dignità, politica, consensuale e personale. Non ci saranno le Boldrini e le femministe di sinistra oggi a esultare, eppure dovrebbero. Anche perché seppur donna, cristiana e italiana è pur sempre una donna, cristiana, italiana. E si chiama Giorgia.

Meloni tra i 20 personaggi che influenzeranno il mondo: il riconoscimento di "The Times". Il quotidiano inglese 'The Times' ha inserito la leader di Fratelli d’Italia tra le 20 persone, ognuno nel proprio campo d'azione e nell'ambito della loro professione, che orienteranno il mondo nel 2020. Gabriele Laganà, Giovedì 02/01/2020, su Il Giornale. Dal quotidiano inglese "The Times" è arrivato un inaspettato quanto gratificante riconoscimento a Giorgia Meloni. La leader di Fratelli d’Italia, infatti, è tra i venti personaggi che, ognuno nel proprio campo d'azione e nell'ambito della loro professione, potrebbero orientare il mondo nel 2020. Per il quotidiano d’Oltremanica, che si colloca nell’area moderata, i “magnifici 20” potrebbero "plasmare il mondo", come sostiene il titolo del servizio, nell'anno appena iniziato. 'The Times' è rimasto particolarmente colpito dal successo ottenuto dal discorso fatto durante il comizio in piazza San Giovanni a Roma dello scorso ottobre, poi ripreso e diventato un vero tormentone rap sul web, nel quale la leader di Fdi gridava a piena voce "sono Giorgia, sono una donna, sono una madre sono cristiana". Come sottolinea ancora il quotidiano, Giorgia Meloni pur essendo molto giovane è una veterana della politica essendo deputata da diverse legislature e alla guida del ministero della Gioventù nel governo Berlusconi IV nel 2008. La stessa deputata, inoltre, ha permesso di far crescere il partito da lei guidato dal 4,4% ottenuto alle elezioni politiche del 2018 al 10% odierno stimato da diversi istituti di sondaggi. Il tutto pur avendo la “concorrenza” di Matteo Salvini e della Lega che raccolgono voti nello stesso bacino elettorale. Grande soddisfazione per il riconoscimento attribuito a Giorgia Meloni è stato espresso dal capogruppo di Fratelli d'Italia alla Camera, Francesco Lollobrigida. "Il Times inserisce Giorgia Meloni tra i 20 personaggi che possono imprimere al nuovo anno un segno di svolta politica significativa. L'ennesima dimostrazione- ha dichiarato il deputato- della solidità del suo progetto, volto alla ricostruzione di una area conservatrice e sovranista realmente autorevole e credibile, capace di rappresentare l'unica vera alternativa alle sinistre e ai populismi italiani”. Secondo Lollobrigida, in Italia “già da tempo Giorgia Meloni e Fratelli d'Italia stanno catalizzando sempre più consenso, finalmente anche sul piano internazionale si sta comprendendo la serietà e la coerenza del nostro percorso". Oltre alla Meloni, ecco secondo The Times i personaggi più o meno emergenti nel panorama globale, destinati a compiere grandi cose nell'anno appena cominciato: Valérie Pécresse, presidente della regione Île-de-France David Hogg, attivista americano per il controllo dell'uso delle armi; Yegor Zhukov, attivista russo; il David Adedeji Adeleke, meglio conosciuto come Davido cantautore e produttore di origine nigeriana; Gideoon Saar, politico israeliano che ha sfidato Netanyauh; Yury Dud, vlogger russo con un futuro in politica; Shinjirō Koizumi, il più giovane membro di gabinetto giapponese; Amit Shah, l'attuale ministro degli affari interni indiano; il turco Ali Babacan; l'economista tedesca Isabel Schnabel; Mikuláš Minář, attivista ceco; Markus Söder, presidente della Baviera e leader della Unione Cristiano-Sociale; l'attrice Florence Pugh e il generale iraniano Qasem Soleimani.

La destra è più femmina della sinistra: tutte le donne al potere, senza neanche bisogno delle quote rosa. Lucia Esposito su Libero Quotidiano il 29 Dicembre 2019. L'unica leader di partito. La prima presidente del Senato. Due candidate alle prossime regionali, una governatrice che ha espugnato l'Umbria con un'impresa che ha un sapore epico considerati i cinquant'anni di incontrastato dominio rosso. Infine, due donne a capo dei gruppi parlamentari. Eccola, la destra accusata di sessismo e machismo, rappresentata come una forza demoniaca che riduce la donna a una statuina bella e muta. Senza ricorrere all'ipocrita stratagemma delle quote rosa che garantiscono una percentuale minima di signore nelle liste come fossero dei Panda in via di estinzione da tutelare, l'attuale centrodestra ha molte più donne al potere rispetto ai tempi della Boldrini, pure così attenta alle declinazioni femminili dei termini politici (lei era presidenta, non presidente). Donne che hanno espresso il proprio talento e si sono imposte senza il bilancino delle pari opportunità. Prendete Giorgia Meloni. La tostissima leader di Fratelli d'Italia che a quindici anni, il giorno dell'uccisione di Paolo Borsellino, entra per la prima volta in una sezione missina e non ne esce più. Nata alla Garbatella, periferia popolare di Roma Sud, Giorgia non può perdere tempo con lo studio: suo padre Francesco ha abbandonato la famiglia e lei deve portare i soldi a casa. Si diploma, lavora come barista e fa da baby sitter al primo figlio di Fiorello.

L' ASCESA. Dalle assemblee studentesche del partito organizzate chiamando i partecipanti uno ad uno a casa, arriva in Parlamento. Diventa ministro della Gioventù del quarto governo Berlusconi e rinuncia alla comodità di un'auto blu. Nel 2012 fonda Fratelli d'Italia insieme a Guido Crosetto e Ignazio La Russa. La attaccano. Le danno della matta scriteriata, ma adesso è il presidente del partito che è una macchina schiaccia-sassi e accumula-consensi. In un anno Giorgia ha più che raddoppiato i suoi voti passando dal 4,4% al 10,3%. E nell'ultimo sondaggio di Pagnoncelli ha superato Salvini nella classifica dei leader più graditi. Giorgia non parla per metafore: lei dice. E così, correndo su e giù per l'Italia, con pochi obiettivi ma chiari, ha trasformato Fratelli d'Italia nel partito di riferimento della destra conservatrice e patriottica. La forzista Maria Elisabetta Casellati è stata la prima a salire sullo scranno della seconda carica dello Stato. È avvocata e questa legislatura è la sua sesta da senatrice. Nel 1994 è entrata in Parlamento e da allora è stata più volte al governo e poi nel Csm. La partita più importante che il centrodestra si gioca a fine gennaio è nelle mani della leghista Lucia Borgonzoni che sfiderà Stefano Bonaccini. Un inseguimento cominciato in salita ma che si è trasformato in un testa a testa. Gli ultimi sondaggi danno la Borgonzoni solo pochi punti indietro e il traguardo non è più un miraggio. Contro di lei sempre la stessa accusa, quella di crescere all'ombra di Salvini: ieri Giuliano Cazzola, messo dalla Bonino nella lista a favore di Bonaccini, l'ha addirittura paragonata «al cavallo di Caligola». Ma lei sa difendersi. In pubblico e pure a casa. Nipote del partigiano-pittore Aldo, Lucia ha lottato per affermare le proprie idee e quando suo padre Giambattista ripete che non la voterà, non si sposta di un centimetro. Ieri il centrodestra ha formalizzato la candidatura della forzista Jole Santelli alle Regionali in Calabria dopo la decisione di Mario Occhiuto di ritirarsi dalla corsa "solitaria" (su di lui c'era il veto di Salvini). Classe 1968, da quasi vent'anni siede tra i banchi di Montecitorio. È stata tra l'altro anche sottosegretario di Stato al ministero della Giustizia e al ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, il 14 novembre del 2018 è stata eletta vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia. In questi giorni si è dimessa da vicesindaco di Cosenza.

SACRIFICI E TALENTO. L'attuale presidente dell'Umbria Donatella Tesei (quella dell'impresa epica) nel 2009 conquista Monfalcone e diventa sindaco. Poi, dopo dieci anni e cinquantatré giorni di campagna elettorale in oltre cento borghi, espugna l'Umbria. A capo dei gruppi parlamentari di Forza Italia alla Camera e al Senato ci sono Mariastella Gelmini e Anna Maria Bernini. Mentre vicepresidente della Camera è Mara Carfagna. Volti e nomi noti alla politica, tre donne approdate in Forza Italia ai tempi d'oro e ancora in prima fila. Fino al 5 settembre scorso la leghista Giulia Bongiorno era ministro della Pubblica amministrazione. Avvocato penalista famosissima grazie al processo Andreotti, non aveva alcun bisogno di scendere in politica se non quello di impegnarsi per il Paese. Ha introdotto prima la legge sullo stalking e poi il "codice rosso" che accelera l'iter dei procedimenti che riguardano i casi di violenza, velocizza le indagini e porta da 6 a 12 mesi il termine per presentare denuncia. Ha fatto per le donne molto più di quanto non abbiano fatto certe femministe di sinistra. Eccole, le signore di destra. È possibile che tra qualche mese questo articolo debba essere aggiornato: le candidate in Emilia e in Calabria potrebbero essere governatrici. E chissà quando (impossibile prevedere i tempi della politica) la Meloni potrebbe diventare premier. La prima donna. Di destra. Lucia Esposito

Andrea Tarquini per “la Repubblica” il 18 dicembre 2019. L'Estonia causa una crisi diplomatica di pessimo gusto maschilista con la vicina Finlandia. Il ministro dell' Interno e leader dell' ultradestra estone (Ekre), Matt Helme, ha insultato la giovane premier socialdemocratica finlandese Sanna Marin, 34 anni, plurilaureata, popolarissima in tutto il mondo da quando guida un centrosinistra di larghe intese assieme alle giovani donne leader dei 5 partiti e titolari dei ministeri-chiave. «È una commessa ignorante, una volgare piccola cassiera e governa insieme ad attiviste di strada in odore di comunismo», ha detto Matt Helme di Sanna Marin. La Finlandia ignora le oscene parole sul piano diplomatico, ma il caso è aperto. La presidente estone, Kersti Kaljulaid, si è vista costretta a scusarsi con Sanna Marin. E ha obbligato Helme stesso a chiedere scusa. Ma il Parlamento estone ha bocciato la mozione di sfiducia contro il ministro, che è stato quindi confermato nell' incarico. Ha risposto Sanna Marin: «Sono fiera della Finlandia, dove una persona proveniente da una famiglia povera può studiare, e una commessa o cassiera può persino diventare primo ministro».

Giuseppe Salvaggiulo per “la Stampa” il 19 dicembre 2019. Torino diventa l' unica tra le prime dieci città italiane ad avere una donna alla guida della Procura della Repubblica. Anche, ma non solo per questo, il voto del Consiglio superiore della magistratura per Annamaria Loreto rappresenta una svolta. Riservata ma pugnace pm prediletta da Marcello Maddalena, una vita in Procura culminata nella direzione antimafia, un anno fa la Loreto pareva destinata al ruolo di outsider, quando si era aperta la successione di Armando Spataro. Tutto è cambiato dopo lo scandalo delle nomine che ha travolto sei membri del Csm, con conseguente ribaltone tra le correnti. Il voto di ieri segna la vittoria di Piercamillo Davigo, grande elettore della Loreto. Introduce un' interpretazione più discrezionale dei curricula, per cui i titoli si pesano e non si contano. E conferma l' egemonia della sua corrente, Autonomia e Indipendenza, e della progressista Area, uscite illibate dalle intercettazioni del caso Ferri-Lotti-Palamara. Ora le due correnti (cinque seggi ciascuna) con un paio membri laici hanno una maggioranza blindata. Prossima tappa la nomina del procuratore di Roma. La più importante, controversa e spinosa. A maggio - un altro mondo - Davigo aveva sostenuto Marcello Viola in nome della massima discontinuità con il procuratore uscente Giuseppe Pignatone. Scoprendo poi dalle intercettazioni di trovarsi in imbarazzante compagnia (dentro e fuori il Csm). Ora sostiene apertamente Michele Prestipino, il candidato (allora nemmeno preso in considerazione) di massima continuità con Pignatone, essendone stato braccio destro per dieci anni. Sulla stessa linea anche i progressisti di Area, almeno un paio di membri laici e (in modo latente) Marco Mancinetti di Unicost. Dunque Prestipino in pole position, ma con due incognite. Il ruolo del pm antimafia Nino Di Matteo (antiche ruggini palermitane), in grado di spaccare la corrente di Davigo. E il peso degli altri due candidati, Franco Lo Voi e Giuseppe Creazzo, procuratori di Palermo e Firenze, più titolati. Oggi si riunisce la commissione, che potrebbe votare. Il fronte che sostiene Prestipino ha finora preso tempo per cercare di convogliare voti verso l' unanimità. Ma il tempo passa, l' unanimità si allontana e il rischio di logorare il candidato cresce.

Anna Maria Loreto prima procuratrice capo a Torino. Presentata da Davigo, la magistrata, prima donna al vertice di una grande procura, ha vinto al Csm contro il candidato esterno Salvatore Vitello: 12 voti contro 7. Ottavia Giustetti su La Repubblica il 18 Dicembre 2019. Anna Maria Loreto è la nuova procuratrice capo di Torino. Candidata interna, 66 anni, in magistratura da oltre trenta ha vinto al Csm contro il candidato esterno Salvatore Vitello, attuale procuratore di Siena: 12 voti contro 7. Loreto succede ad Armando Spataro, a un anno esatto dal suo pensionamento. Portano la firma della magistrata, come coordinatrice della Dda piemontese, inchieste importanti che hanno messo in luce le sue "spiccate capacità investigative" e hanno portato all'emersione degli attuali fenomeni criminali sul territorio. Dall'operazione Alto Piemonte, che nel 2016 ha rivelato gli intrecci tra la 'ndrangheta e gli ultras della Juventus con l'arresto di 18 persone per associazione mafiosa, all'operazione Barbarossa sulle cosche dell'astigiano, all'eclatante operazione che ha portato all'arresto del super latitante della 'ndrangheta, Nicola Assisi. All'inchiesta sugli intrecci tra criminalità e politica in Valle d'Aosta per la quale pochi giorni fa si è dimesso il governatore, Antonio Fosson. "La sua nomina vede per la prima volta una donna a capo di una procura di grandi dimensioni, un bel segnale e un premio al suo merito". Lo ha sottolineato il togato di Autonomia&Indipendenza, Piercamillo Davigo, relatore della proposta di nomina votata questa mattina dal plenum del Csm. Si tratta, ha aggiunto, "di un magistrato di straordinaria competenza in materia antimafia, con un'esperienza di lungo corso sul territorio". Anche un altro togato di A&I, Giuseppe Marra, ha espresso apprezzamento per la nomina di Loreto che "rappresenta un'importante scelta di politica giudiziaria, quella di confermare e premiare la forza della direzione antimafia di Torino, che da anni contrasta efficacemente le infiltrazioni mafiose nel territorio piemontese". Anche la radiografia della nuova mafia nigeriana è frutto di un lavoro del pool di Anna Maria Loreto. Che ha svelato la tratta, l'immigrazione clandestina, lo sfruttamento della prostituzione e i reati predatori. "La dottoressa Loreto si è occupata nel suo percorso di ogni forma di criminalità, ordinaria e organizzata; di tipo comune e di tipo qualificato. Vanta una conoscenza completa dei fenomeni criminali". Presentata così, dal consigliere Piercamillo Davigo, la sola candidata torinese rimasta per la corsa alla successione di Armando Spataro, aveva in commissione due voti: quello di Davigo (AI), appunto, e quello di Mario Suriano (Area). Dalle "eccellenti capacità relazionali", sempre attenta a "valorizzare" le attitudini dei magistrati", abile nell'assicurare equilibrio "nel rapporto con i responsabili della polizia giudiziaria" e le altre istituzioni, secondo i suoi sostenitori doveva prevalere su Salvatore Vitello, "innanzi tutto, per le sue esperienze nel lavoro giudiziario e sui risultati conseguiti come procuratore aggiunto". È stata due volte in consiglio giudiziario e 12 anni nel gruppo Dda, sottolineano, molto di meno il suo "avversario". "Vitello ricopre un incarico direttivo in una procura di medie dimensioni che ha in organico 7 sostituti e prima ha svolto le funzioni di procuratore alla procura di Lamezia Terme che ha in organico solo 4 sostituti" era scritto nella relazione di Davigo. "Loreto, invece, pur avendo svolto un incarico semidirettivo, si è trovata a trovata a gestire un numero superiore di sostituti, da 8 a 10 a seconda dei periodi e dei gruppi che ha coordinato". "Il nostro territorio avrà bisogno di tutta la sua esperienza e competenza". La sindaca di Torino, Chiara Appendino esprime così, via Twitter, i "più sinceri auguri di buon lavoro" al nuovo procuratore.

·        Femmine, campionesse di lunga vita. Anche tra gli animali.

Femmine, campionesse di lunga vita. Anche tra gli animali. Uno studio ha analizzato la durata media della vita di un centinaio di mammiferi. Scoprendo che, come per la nostra specie, in media le femmine vivono più a lungo dei maschi. Anna Lisa Bonfranceschi La Repubblica il 27 marzo 2020. Le femmine vivono di più, ma sostanzialmente invecchiano alla stessa velocità dei maschi. Il vantaggio in termini di vita vissuta che si osserva nei mammiferi sarebbe piuttosto dovuto a un minor tasso di mortalità in tutte le età. Così racconta uno studio pubblicato su Pnas, che ha cercato di capire se anche tra altri mammiferi in natura, così come si osserva per la nostra specie, le femmine vivessero più a lungo dei maschi. Infatti, ricordano in apertura del loro studio i ricercatori guidati da Jean-François Lemaître del Cnrs - Université Lyon 1, è ben noto come nella popolazione umana le donne vivano più a lungo degli uomini. È donna anche la stragrande maggioranza dei supercentenari. Ma cosa succede per gli altri mammiferi? Sebbene fosse infatti diffusa l'idea che lo stesso si osservasse in altri mammiferi, studi che indagassero a fondo la questione non sono mai stati fatti, spiegano gli scienziati. Che hanno così deciso di colmare questo gap analizzando la durata della vita di maschi e femmine di 134 popolazioni di 101 differenti specie di mammiferi, come canguri, elefanti, orche, leoni, gorilla, pipistrelli, alce e stambecchi per esempio. È così emerso come effettivamente, anche in natura in generale le femmine di mammifero vivono più a lungo dei maschi: hanno in media una vita più lunga del 18,6%, contro quasi l'8% che si osserva tra donne e uomini. Le femmine battevano su questo campo i maschi in circa il 60% delle popolazioni analizzate. Ma perché? Secondo i ricercatori quanto osservato non sarebbe un effetto imputabile a un invecchiamento che viaggia a due diverse velocità nei due sessi – che avrebbe dovuto, secondo questa ipotesi, essere dunque più lento nelle donne. Il guadagno femminile in termini di vita vissuta sarebbe piuttosto dovuto a un minor tasso di mortalità in tutte le età, scrivono i ricercatori. Senza concentrarsi particolarmente su aspetti strettamente genetici, alla base di quanto osservato ci sarebbero: “interazioni complesse tra condizioni locali ambientali e costi riproduttivi sesso-specifici”, come scrivono i ricercatori. Nei leoni per esempio, spiega Tamás Székely della University of Bath, tra gli autori del paper, il vantaggio in durata della vita delle leonesse (che in natura vivono circa il 50% in più dei maschi, spiega) non sarebbe dovuto ai maggior rischi corsi dai maschi, che per esempio combattono con altri maschi per la conquista delle femmine, e dunque a una sorta di selezione sessuale. "Le leonesse vivono in branco, dove sorelle, madri e figlie cacciano insieme e si prendono cura una dell'altra, mentre i maschi spesso vivono soli con i propri fratelli e non godono della stessa rete di supporto – ha spiegato Székely – un'altra possibile spiegazione per le differenze osservate è che la sopravvivenza delle femmine aumenta quando i maschi forniscono parte o tutte le cure parentali. Funziona così anche negli uccelli. Mettere al mondo la prole e prendersi cura dei piccoli diventa un costo in termini di salute notevole per le femmine, che si riduce se entrambi i genitori contribuiscono alla loro crescita".

Giampaolo Visetti per ''la Repubblica'' il 15 marzo 2020.

«Sì, ormai possiamo dirlo: questo virus contagia più i maschi delle femmine. Più i casi sono gravi e più si sale con l'età, più la differenza cresce. Le terapie intensive ormai scoppiano di uomini: il problema, con l' epidemia in una fase iniziale, è che non riusciamo a capire perché». Guido Bertolini, 55 anni, responsabile del laboratorio di epidemiologia dell' Istituto Mario Negri di Bergamo, dall' unità di crisi della Lombardia coordina medicine d' urgenza e pronto soccorso. Con 2.600 medici e infermieri dei più importanti ospedali italiani ha appena finito un confronto sulla preferenza del coronavirus per i maschi.

«Non abbiamo dati della qualità che vorremmo - dice a Repubblica - ma le statistiche dopo tre settimane cominciano a essere chiare. Su dieci contagiati in modo grave, 7 sono maschi e 3 sono femmine. Negli anziani arriviamo al rapporto di 8 a 2. Da oggi studiamo un fenomeno che nasconde il segreto per aggredire il virus: la direzione è il suo rapporto con l' assetto ormonale dei due sessi».

Come avete scoperto la maggiore vulnerabilità maschile?

«Fino ad oggi, per riorganizzare gli ospedali, ci si è concentrati sulla resistenza dei bambini e sulla fragilità degli anziani. Adesso, grazie allo scambio dei dati con la Cina, emerge che anche in Italia i maschi sono molto più a rischio: capire perché permette di arrivare alla natura del virus».

Quale spiegazione dà?

«Oggi possiamo formulare solo ipotesi. La differenza più evidente tra maschi e femmine è l' assetto ormonale. I primi producono androgeni, le seconde estrogeni. Questi costruiscono resistenze naturali contro molte patologie, a partire da quelle cardiovascolari. La sfida è capire cosa succede con il Covid-19».

Perché rimangono aspetti non chiari?

«Il primo problema è che dopo la menopausa nelle donne la produzione di estrogeni cala. Anche loro, con l' avanzare dell' età, dovrebbero dunque diventare più attaccabili. Invece non succede. Anzi: più i contagiati sono anziani e più cresce la percentuale di maschi, in particolare nei casi gravi».

Come lo spiega?

«Lo stiamo studiando. Negli anziani possono contribuire altri fattori, come l' abuso pregresso di fumo e di alcol, con i disturbi correlati. Nei maschi è più alta anche l' incidenza di diabete e ipertensione, di problemi cardiovascolari e respiratori».

Quali sono i dati italiani?

«Prendiamo il totale dei decessi: 70% maschi e 30% femmine. Solo l' 1,7% delle donne muore, rispetto al 2,8 degli uomini. Tra i casi confermati siamo a 4,7% tra i maschi e a 2,8% tra le femmine. Se aggiungiamo che il rapporto è di 7 a 3 anche nei ricoveri in terapia intensiva è chiaro che la scienza deve approfondire in fretta».

Dopo quale età la forbice si allarga sempre di più?

«Il confine sono i 50 anni. Prima la differenza è significativa, dopo diventa impressionante. Incidono fattori di rischio e relazione con gli assetti ormonali».

Si può dire che i maschi devono stare più attenti delle femmine?

«No. Tutti devono osservare le misure adottate dal governo e restare in casa. I maschi però devono sapere che, se infettati, spesso vanno incontro a polmoniti più gravi. C' è però un aspetto ancora più preoccupante».

Quale?

«Dobbiamo investire di più sul trattamento ancora più precoce dei contagiati. La partita contro il Covid-19 si gioca nei pronto soccorso: se arriva in terapia intensiva sempre più spesso è già persa».

Come si può fare?

«Accelerando le diagnosi con il "test del cammino" e dotandosi di un numero maggiore di caschi per la ventilazione non invasiva».

Elena Dusi per ''la Repubblica'' il 15 marzo 2020. Un sistema immunitario più allenato grazie alle vaccinazioni dell' infanzia. Potrebbe essere il punto di forza per cui i bambini affrontano il coronavirus con sintomi blandi. L' ipotesi di Mihai Netea, 51 anni, uno dei più importanti immunologi al mondo, professore all' università di Radboud in Olanda, sarà testata in uno studio clinico.

Perché i bambini si ammalano in modo leggero?

«La forma grave si presenta con due caratteristiche: immunoparalisi e iperinfiammazione. Immunoparalisi vuol dire che le difese dell' organismo vengono sopraffatte dal virus. Iperinfiammazione vuol dire che l' infiammazione, un processo utile nella zona presa di mira dal virus (i polmoni), diventa troppo estesa e crea grossi problemi all' organismo. Per effetto della battaglia tra il microrganismo e il sistema immunitario i polmoni si riempiono di liquido e rendono difficile la respirazione».

Nei bambini invece?

«Abbiamo tre ipotesi. La prima è che il sistema immunitario è immaturo e non riesce a scatenare un' iperinfiammazione. Ma il ragionamento può valere solo nei primi due anni di vita. La seconda è che i bambini si affidano molto di più al sistema immunitario innato che non a quello adattativo. Il primo è quello con cui veniamo al mondo. Il secondo apprende e si modella in base ai microbi con cui entriamo in contatto, e nei bambini è meno formato. Può darsi che contro il coronavirus il sistema innato sia più importante».

Il ruolo dei vaccini?

«È la terza ipotesi. Può darsi che i vaccini rendano il sistema immunitario più reattivo non solo contro la malattia bersaglio del vaccino, ma anche contro le altre infezioni. In parte, dunque, anche contro il coronavirus».

Che argomenti ci sono?

«I bambini che hanno fatto il vaccino contro la tubercolosi detto "Bcg" soffrono il 30-50% in meno di malattie respiratorie stagionali, raffreddore incluso. Non sappiamo se lo stesso beneficio valga per gli adulti. Stiamo per avviare un test somministrando il Bcg al personale sanitario in prima linea contro il coronavirus. Vedremo se verrà in parte protetto».

Altri test in programma?

«Calcoleremo se gli operatori del sistema sanitario olandese vaccinati contro l' influenza saranno colpiti meno dal coronavirus. In questo caso consiglieremo a tutti di immunizzarsi il prossimo autunno. Se anche il coronavirus fosse stagionale, scomparirebbe con il caldo ma tornerebbe con il freddo».

Ci sarebbero vaccini più efficaci di altri, in questo effetto "di sponda" contro il coronavirus?

«Non lo sappiamo».

Come si spiega che i casi gravi siano più numerosi fra gli anziani?

«L' intero sistema immunitario, sia innato che adattativo, si indebolisce con il tempo».

Alcuni farmaci riducono l' iperinfiammazione. È una strada promettente?

«Il razionale è giusto. I risultati li vedremo. Nei casi gravi non abbiamo altra scelta che tentare».

Aspettare che si crei un' immunità di gregge è sensato?

«Ha ragione chi sostiene che il virus non è contenibile e chi non verrà colpito oggi lo sarà in autunno. Ma rallentare il contagio è importante. Da qui all' autunno possiamo imparare tanto sul virus e come fronteggiarlo. Potremmo dimezzare la mortalità, portandola allo 0,5 o 0,3%. I miei colleghi delle università di Utrecht e Rotterdam hanno appena annunciato di aver messo a punto un anticorpo monoclonale capace di neutralizzare il coronavirus. Ci vorranno mesi per le sperimentazioni, come per un vaccino. Ma è proprio per questo che il tempo rubato al virus è prezioso».

·        Le madri del sud.

Le madri del sud. Gioacchino Criaco su Il Riformista il 7 Novembre 2019. A Settentrione si sta avanti, fra bagliori e rombi Milano apre la pancia e Torino allarga le mani a pensiline fin sulla porta degli autobus, Bologna dilatata i suoi archi e sparpaglia la segatura sotto i portici: il Po ha servito al cielo l’acqua delle Alpi, che ora porta il conto. A Meridione Igliu addormenta Fengari, Apollo mette in fuga Ecate, le ombre guadagnano i rifugi sui monti e il giorno debutta con un’estate perenne che si spalanca su un mondo muto. Il Nord è un formicaio che si prepara da giugno all’inverno. Il Sud è un concerto d’insonni: non ha senso ammassare ristori, c’è un vuoto d’uomini a godere del mare tiepido, del profumo immortale del gelsomino. Da Bari a Enna la vita presunta si addensa al capolinea di corriere antiche, i ragazzi sono andati da tempo e ora è il tempo delle madri: Madonne saltano dalle nicchie dell’Addolorata, si stringono la testa con fazzoletti colorati, mosci sul vuoto di capelli, guardano camicette flosce su un lato scolmato del petto: vanno per ospedali Nordici a ritrovare speranza e vogliono crederci nella salute per Legge, pensano ai figli sparsi e si dicono che davvero questo Paese sia fondato sul lavoro, con l’inganno che esso starà sempre troppo lontano dalle loro case. Se cercate una pietà persa, montate su quei pullman lugubri che portano a Siano, a Carinola, a Tolmezzo, a Novara, nel freddo eterno de L’Aquila, sedetevi vicino alle madri in viaggio per carceri, accanto ai sacchi del cambio d’abito stagionale, preparati con cura per figli che stanno al buio, e sono uno sputo in faccia alla luce Costituzionale. Ha qualcosa di eroico e di comico il Meridione estivo nell’autunno che dovrebbe essere inoltrato: si oppone al freddo ma non ha a chi offrirlo il suo caldo in più. Il Sud è un luogo che fa tenerezza se rapportato al suo passato, che commuove messo in faccia al presente. Un paese che fa rabbia per la sua pazienza che somiglia alla viltà. Che resiste solo per una Costituzione scritta nel ventre infaticabile delle proprie madri. Quelle donne che hanno tenuto casa: con i mariti lontani, i figli scappati e i figli perduti, che dopo ogni nero hanno riacceso i colori, che memori di guerre antiche mantengono nelle imprecazioni, “Turchi ah cani”. Loro tengono il punto di una coperta che tutti provano a sfilacciare, e resistono a una deriva morale che altrimenti sarebbe definitiva.

Le madri del Sud e i figli sbagliati. Gioacchino Criaco su Il Riformista il 5 Maggio 2020. Le donne erano d’arancia, d’uva, d’oliva, dorate di grano, alterne alle messi e alle stagioni, mutavano fatica e odore secondo il frutto che strappavano alla terra. Erano figlie, madri, nonne. Soprattutto e solo donne, piene di ogni loro sentimento.  Erano il profumo del pane che scorticava mani, da portare a casa. Fra tutte le donne del Sud, di un tempo che sta giusto dietro la porta, che ha toccato gli anni ottanta, le più profumate erano le madri di maggio, le mamme di gelsomino: «le voci nostre in volo vanno / per cacciare il timido principe dal sonno / l’amore nostro che ci regala il doloroso inganno…». Mettevano i figli a letto e uscivano nel cuore della notte, cantando, lunghe processioni ornate del lino bianco dei sacchi che tenevano legati al grembo. Raggiungevano i giardini degli gnuri e strappavano ottomila gemme bianche, raccolte delicatamente per non sciuparle, e le deponevano con cautela. Da mezzanotte a giorno fatto, i gelsomini erano timidi vampiri che si richiudevano nelle loro bare profumate per sfuggire a un sole, per loro, mortale.  Ottomila fiori ci volevano per fare un chilo, le più svelte ne contavano fino a quarantamila per notte, un milione e duecentomila per mese, per riportarsi a casa quelle poche lire buone a riempire le pance dei propri figli, riempiendo di milioni le tasche dei signori. Chi non le ha odorate quelle albe dense di ritorni profumati, non lo sa quanto eroismo ci sia stato nelle mamme di gelsomino. Chi non ha assistito alle magie di quelle donne, buone a trasformare qualche cucchiaio di triste concentrato di pomodoro in sontuose e invitanti pastasciutte, non lo ha mai assaggiato il coraggio magico delle madri del Sud. E chi non c’è mai stato nella pancia del popolo, non può saperlo che ci ha provato e riprovato, per migliorare la propria sorte. E nessuno lo sa che nelle lotte più belle ci sono sempre state le donne di maggio in prima fila. E anche se si è perso, senza di loro la deriva sarebbe stata totale. Che, se ancora una speranza c’è, lo si deve alla forza morale di quelle madri, donne, che anche durante le tempeste più buie hanno fatto di tutto per indirizzare alla luce. Portavano a letto i figli con ninna nanne e favole, figlie di cunti meravigliosi, contavano quarantamila fiori, e al mattino tornavano a cuntare favole con quel po’ d’orzo o di latte che con la loro fatica riempiva le tazze. Nascondevano il sudore sotto il profumo del gelsomino e dopo dodici ore di lavoro, sorridenti, si mettevano a pulire e cucinare. Ecco, state attenti a parlare di cattivi del Sud, se non conoscete la storia delle loro madri.  E non date colpe alle mamme, a volte i figli vengono sbagliati, nonostante il profumo del gelsomino. 

Quel Sud che sembra l’Oriente d’Italia.  Gioacchino Criaco su Il Riformista il 1 Dicembre 2019. C’è più sentimento nelle cartacce arrotolate dal vento in una polverosa strada deserta che nel freddo sudore di una piazza Duomo travolta da una folla elettrizzata dagli sconti dei negozi. Il black friday scuote il portafoglio senza lambire il cuore, lontano dal centro nascono storie che narrano di montagne lontane, si forma l’eco di resistenze eroiche in posti sperduti. Più si costringe la gente ad abbandonare i paesi, le contrade e quelle vivono più intensamente nei pochi. Ché certo sopravvive più vita nello spirito di un eremita che dentro il Rolex di un Pariolino. Sta accadendo come per le ideologie: qualcuno, troppo fesso, o troppo furbo, ha detto che erano morte e tutti sono scappati a nascondere le proprie bandiere, di qualunque colore fossero. E adesso, in affanno, in tanti cercano nei nascondigli più reconditi con l’unica speranza di ritrovarle. Si è detto per tanto tempo che il centro era bello, era tutto, e la gente si è fatta fregare, ha mollato i luoghi dell’anima per infilarsi in formicai enormemente deserti. E adesso, col cuore amaro, si capisce che la vita sta da un’altra parte, che l’anima ha più fame della pancia. Che il primo alimento dell’uomo è l’umanità. E l’umanità sta più nelle capanne che nel Liberty, più nelle solitudini dense che negli strusci depressi. La tensione sta a Sud, in qualunque Sud: nei luoghi spazzati dal vento e arroventati dal sole e dall’oppressione, nei posti capaci di riprodurre l’irruenza vitale che Dio, gli Dei o il Fato hanno messo nelle gonadi umane. È stato innaturale dichiarare Mecca le City. L’anima dell’uomo sta alle pendici del Vesuvio, nel giro beffardo delle madri di Plaza de Mayo, nei traffici di Culiacàn, nei mercati profumati di Tangeri. E non c’è Sud che non sia nello stesso tempo Oriente, figlio di un’Atene così immortale che non esiste fame che l’ammazzi. E tutte le periferie d’Italia sono Oriente, e Sud, l’anima indispensabile per l’Occidente. Oriente nella segale che discende le montagne per fare scuro il pane. Nella curcuma che apre l’anima dei ceci e sventra la pancia ai fagioli. Nell’origano sui pomodori, il cumino e la cannella dei sughi, la menta sopra le patate. Oriente nel fiato che si riscalda sul mare e solleva terra sugli asfalti, mischia il respiro del pino laricio e dell’abete bianco alla saliva salmastra dello Jonio, agli sputi addolciti dell’Adriatico. Il Sud è l’Oriente dell’Italia negli enigmi dei volti delle sue donne, imperi inconquistabili di fascino. Oriente nei sorrisi aperti dei suoi uomini, nella loro luce e nel loro buio, nell’eroismo e nel tradimento compagni di un viaggio millenario. Oriente in un futuro che è già stato, in un passato che ritornerà, tutti a far compagnia a un presente scolpito nel cielo madonna del Mediterraneo, l’Oriente della luce complementare che tridimensiona tutto. Oriente di tartarughe nate su sabbie intinte nell’olio e nel vino, fritte e bollite. Questo sono e questo saranno i figli del Sud, e non ci sarà diaspora buona a trasformarli in creature del tramonto. 

Quel familismo che ingoia il Meridione. Gioacchino Criaco su Il Riformista il 24 Novembre 2019. Tutti imbrigliati in una miriade di legacci, nodi che si riproducono per partenogenesi. Il Sud è una palude in cui ogni sentiero muore dentro un tranello di sabbia mobile. Rapporti parentali, familiari, amicali, di società e di clan: chi è fuori dal reticolo di interessi è come le foglie di Ungaretti. Nemmeno Banfield ha capito fi no in fondo i rivoli del familismo amorale che lui stesso ha teorizzato. L’interesse è la fossa che s’ingoia il Meridione, e gli interessi ci stanno dappertutto nel mondo, immanenti nell’uomo. Solo che in altri luoghi gli interessi si allargano più facilmente, escono dal cerchio familiare, del clan, vanno con più facilità a coincidere col vantaggio per una comunità più vasta. Fra i Sudici l’interesse non esce di casa, nutre e si nutre di mura domestiche: ogni cosa ha un padrone ridotto, un numero definito di persone, l’interesse pubblico è inesistente come concetto e le volte che nel bisogno ha coinvolto nuclei estesi è stato subito strangolato da potentati minimi. Il problema meridionale continua a essere l’osso, chi lo afferra lo tiene per sé, lo considera proprio di diritto, rispetto a esso tutti sono nemici, ostacoli da distruggere. Oggi il pantano è dominato da due tipi di familismo, uno criminale e l’altro immorale. Nel familismo immorale si perseguono interessi di progresso economico, sociale, culturale, perfettamente legittimi ma relativi al bisogno del clan e ogni volta che un singolo è tentato all’agire per fini collettivi, il gruppo interviene per dissuaderlo, quindi c’è la coscienza del giusto e dell’ingiusto. Nel familismo criminale ci si appropria di ciò che appartiene a tutti e lo si detiene a qualunque costo, nemmeno si è coscienti del furto. Il familismo criminale più pericoloso è quello politico, veri e propri clan si sono insediati dentro i partiti che rappresentano l’alibi e il mezzo per gli espropri. Per questo il Sud non può uscire dal pantano, i clan sono a cavallo di ogni onda, da qualunque parte provenga, cavalcano vittorie e sconfitte che sono anch’esse vittorie in un gioco di sponda: un flipper in cui la biglia non può andare in buca. Il voto non cambia le cose al Sud, non le può cambiare se i protagonisti sono sempre gli stessi. Le foglie cadono e alberi, rami e ramoscelli restano.

·        Mai dire Mamma.

Fabio Albanese per "lastampa.it" il 5 novembre 2020. Un neonato è stato trovato, ancora in vita, in un sacchetto dei rifiuti abbandonato in via Saragat, a Ragusa. E’ stato un passante che, avendo notato il sacchetto sul marciapiedi, fuori dagli spazi consentiti per la raccolta dei rifiuti, ieri sera intorno alle 20,30 lo ha preso per gettarlo in un mastello di quelli utilizzati per la raccolta porta a porta. E’ stato a quel punto che ha sentito un vagito e ha subito compreso che dentro quel sacchetto c’era un bimbo e ha subito dato l’allarme. Soccorso, il neonato è stato ricoverato all’ospedale Giovanni Paolo II. Le sue condizioni di salute sono buone. Il ritrovamento è avvenuto nella zona residenziale Pianetti di Ragusa, parte nord ovest della città, non lontano dalla chiesa del Preziosissimo Sangue, dove la parrocchia è molto attiva nell’aiuto ai più deboli. Il bambino era avvolto in una coperta e chiuso dentro un sacchetto di plastica, adagiato sopra altri rifiuti; vista l’ora, per strada ormai non c’era più nessuno e il coprifuoco anti Covid sarebbe scattato di lì a poco, è quasi un miracolo che il neonato sia stato salvato e che l’arrivo del passante sia avvenuto appena in tempo per strapparlo da una sicura morte per soffocamento. Il piccolo risulta nato da poco e aveva ancora il cordone ombelicale attaccato, segno che qualcuno dopo il parto ha tentato di disfarsene, proprio come fosse un rifiuto. E’ stato avvertito il 118 e un’ambulanza ha trasportato il piccolo in ospedale dove è stato visitato e ricoverato in terapia intensiva per precauzione. Nel frattempo, sono partite le indagini della Squadra mobile della questura e della polizia scientifica per rintracciare la madre e anche chi ha abbandonato il bambino, il quale per il momento è stato preso in cura dai sanitari dell’ospedale. Avvertita la procura della Repubblica di Ragusa e anche il tribunale per i minorenni di Catania che dovrà decidere un eventuale affidamento. Non è escluso che il parto si avvenuto in un luogo diverso da quello del ritrovamento e che il bimbo sia stato portato lì dai responsabili per evitare di essere rintracciati.

Rino Giacalone per ''la Stampa'' il 7 novembre 2020. È una storia drammatica quella di questa ragazza di 17 anni di Trapani. Una ragazza che racconta di aver nascosto fino all'ultimo, per paura, la gravidanza ai genitori, papà agente di polizia e mamma casalinga. Di aver partorito in casa e di aver poi gettato il suo bambino dalla finestra. E di aver fatto tutto da sola. Ieri in casa con lei c'erano la madre e la donna di servizio, che dicono di non essersi accorte di nulla. La giovane racconta di aver avuto il bambino, frutto della relazione con un coetaneo, in bagno da sola, senza chiedere aiuto. Quel bambino che subito dopo ha lanciato dalla finestra della sua stanza al quinto piano. Un salto nel vuoto senza scampo per il neonato. Lo ha trovato nel cortile interno un inquilino della palazzina, che fa parte di un quartiere di case costruite in cooperativa alla periferia di Trapani e abitate da famiglie della piccola borghesia. Chiamata dall'uomo, la polizia ha impiegato poco tempo per arrivare al quinto piano. La ragazza era sotto choc. Piangendo ha detto poche cose ai poliziotti, del segreto tenuto per nove mesi, e di aver commesso l'infanticidio. Ad indurla a questo drammatico gesto sarebbe stata la paura di una punizione. Ricostruendo le ore precedenti, la studentessa ha raccontato di aver iniziato ad avere le doglie, di essersi poi chiusa in bagno, partorendo il figlio, e di essere infine andata nella sua stanza, da dove lo ha gettato dalla finestra. Una vicenda che gli investigatori della Squadra mobile di Trapani non ritengono completamente chiarita. La giovane, dopo un lungo interrogatorio spesso interrotto da crisi di pianto, è stata arrestata per omicidio volontario. La minorenne si trova ricoverata nel reparto di ginecologia dell'ospedale di Trapani. Tanto orrore in questa storia ma anche molti dubbi. Tra questi, il segreto della gravidanza, che la giovane, di corporatura robusta, dice che sarebbe riuscita a tenere nei confronti dei genitori per nove mesi. Ma non solo. La ragazza infatti sarebbe stata a lungo chiusa in bagno ma in casa non si trovava da sola, bensì con la madre e la donna di servizio, e per andare nella sua stanza ha dovuto attraversare tutta la casa. Nessuno l'ha vista? Nessuno si è insospettito per quella lunga permanenza nel bagno? Nessun rumore è stato sentito? La donna delle pulizie racconta inoltre di aver pulito il bagno sporco di sangue ma di non essersi domandata il motivo. E infine il neonato, che aveva ancora il cordone ombelicale, ma che era stato completamente pulito. Sul corpo del piccolo sarà eseguita l'autopsia.

Maria Corbi per ''la Stampa'' il 7 novembre 2020. Partorire e lanciare dalla finestra quel pezzo di te che dovresti proteggere. Indignarsi o provare paura davanti alla consapevolezza che ci possano essere persone capaci di gesti tanto atroci quanto insensati, è il modo che abbiamo per esorcizzare il male. Spiegarlo è un'altra cosa. Molto più complessa, forse impossibile. Questa volta è stata una diciassettenne di Trapani a trasformare la disperazione e la paura, così ha spiegato alle forze dell'ordine, in un omicidio. «Temevo la reazione dei miei genitori», dice. E in questa frase tutta la debolezza, il fallimento della famiglia e prima ancora di una società che non coltiva le nuove generazioni con il fertilizzante della cultura, dell'appartenenza, della solidarietà e soprattutto della responsabilità. Non si può capire pienamente questo dramma senza conoscerne la sceneggiatura e i protagonisti. Ma il «male» prospera dove banalità, ignoranza, mancanza di prospettive prendono in ostaggio l'umanità. Testimoni ci raccontano la disperazione della giovane mamma ma è difficile fare emergere la pietas in questa vicenda e in altre che mostrano un epilogo così tragico e feroce. Pochi giorni fa, a Ragusa, un neonato è stato abbandonato nel bidone della spazzatura dentro a un sacchetto. E le pagine del web sono piene di storie simili. Medea è tra noi come lo è il suo gesto vendicativo che vuole incidere sulla collettività. Perché la sua vicenda come quella delle sue epigoni non coinvolge solo vittima e carnefice ma il contesto nel quale sono maturate le condizioni di questo gesto. Forse non ha senso chiedere a una di queste «madri» i motivi del loro gesto, cosa le abbia spinte a uccidere un figlio invece di affidarlo a qualcuno. Perché vogliamo tutti credere che in quel momento la dissociazione dalla propria azione giustifichi in qualche modo l'abominio. Ma c'è chi ha risposto a questa domanda. «Per me non era un bambino. Ero sola, nel panico, nel dolore. Per me non era come se lo avessi portato 9 mesi dentro di me», ha spiegato Laetitia Fabaron, 32 anni, condannata a 5 anni dalla Corte d'assise dell'Isère in Francia nel 2017. Era meglio il silenzio in cui avremmo potuto cercare una spiegazione balsamica al male. Ma non esiste una ragione, e neanche la disperazione può esserlo. E chiamare in causa la follia può essere una strada troppo comoda.

Arcobaleno e uteri in affitto, un attacco alla famiglia senza precedenti.  Fernando Massimo Adonia su culturaidentita.it il 25 Ottobre 2020. Fino a qualche anno fa (neanche troppi, a dire il vero), era un’idea tutt’altro che opinabile che la famiglia fosse il mattone sulla quale era costruita non soltanto quella italiana, ma qualsiasi società ordinata del pianeta Terra. E lo era al di là delle differenti credenze religiose e delle diverse prospettive politico-culturali. Un tempo anche il Partito Comunista Italiano affiggeva manifesti «Per la difesa della famiglia». Lo sfondo era sì rosso, ma in primo piano c’erano mamma, papà e il prodotto del loro amore. In secondo piano, soltanto dietro, una fabbrica. Una formula iconica assai semplice per affermare che non c’è progresso vero senza la stabilità degli affetti personali. Di acqua ne è passata. Non soltanto la sinistra è cambiata, ma anche gli altri attorno hanno mutato veste. Persino la Chiesa cattolica sta vivendo uno psicodramma epocale su un tema tanto essenziale. Tra l’iconoclastia politicamente corretta e i mantra di un liberal-capitalismo che ha convertito persino gli epigoni di Mao, «l’attacco alla famiglia» è un fatto che rischia di essere raccontato già da oggi con il senno del poi: con un melanconico nodo alla gola. Attacco alla famiglia. È appunto questo il titolo dell’ultimo intervento editoriale firmato da Alessandro Meluzzi e inserito nel catalogo di Altaforte edizioni (pag. 160, 15 €) con la prefazione di Diego Fusaro. Due intellettuali, non a caso, che conoscono a menadito quali siano i fattori che hanno prodotto le mutazioni genetiche della sinistra che fu. «Il capitale già da tempo ha dichiarato guerra alla famiglia: per polverizzarla e atomizzare la società, riducendola a mercato senza confini per monadi di consumo». La lezione di Fusaro è chiara ed è coerente con quanto va scrivendo e dicendo da tempo: «Se la famiglia comporta, per sua natura, la stabilità affettiva e sentimentale, biologica e lavorativa, essendo hegelianamente fondamento dell’eticità, la sua distruzione risulta pienamente coerente con il processo di precarizzazione delle esistenze condotto spietatamente dall’ordine neoliberistico». E ancora: «È solo in questo orizzonte che si comprende nella sua reale portata, emancipativa solo per il nesso di forza capitalistico, l’aggressione alla famiglia come luogo della stabilità etica borghese: si tratta di un processo di disgregazione – scrive Fusaro – dei presupposti simbolici della famiglia non meno che delle sue valenze educative, del significato sociale e della funzione di solidarietà e di naturale welfare state, della struttura di luogo di responsabilità e di accoglienza». Alessandro Meluzzi va oltre e prende la questione di petto. Su famiglie arcobaleno e uteri in affitto non si trattiene affatto: «Questo abominio rientra nella dittatura del politicamente corretto, che ha imposto una visione narcisistica, onnipotente e fuorviata dell’affettività. Ogni capriccio e ogni desiderio diventano così un diritto. Non interessa neanche più capire quale altro diritto in questo modo verrà calpestato, se quello della madre violata o quello del bambino che non avrà la possibilità di avere un padre e una madre». «Come uscirne?» La domanda è lo stesso Alessandro Meluzzi a farsela per instradare la risposta su un crinale che corre verso l’abbondanza del totalmente-altro: «Bisogna passare dalla famiglia naturale alla famiglia sovrannaturale. Se la famiglia non riscopre la sua intrinseca vocazione, che non è soltanto umana, non è affatto scontato che un uomo e una donna riescano a passare insieme una vita per ragioni umane. Serve un’apertura al Mistero». Una ricetta passatista? Meluzzi ha evidentemente ben altre preoccupazioni. «Per quanto obsoleto o desueto possa apparire – scrive – un tempo sposarsi aveva un significato mistico. Un tempo la tenuta della famiglia era garantita da una metafisicità di stampo religioso che oggi è andata perduta con la crisi parallela della spiritualità».

Caterina Galloni per blitzquotidiano.it il 26 ottobre 2020. Allo zoo Dierenpark di Amersfort, Olanda, continua la lotta di due pinguini gay. Questa volta, sempre nel tentativo di diventare papà, i pinguini maschi gay hanno rubato l’intero nido alle pinguine lesbiche. Sono gli stessi pinguini Africani che l’anno scorso avevano sottratto un uovo a un’altra coppia ma non si era schiuso e non avevano un piccolo pinguino da accudire. Sander Drost, guardiano dello zoo, sostiene sia improbabile che le nuove uova si schiudano. Sono di due pinguine e non sono state fecondate. I pinguini gay, coppia dominante nel recinto costruito 17 anni fa,  attualmente fanno a turno per covare le uova ma è difficile che si schiudano. A RTV Utrecht, Drost ha detto:”Nel recinto ogni coppia ha la sua tana ma loro ne hanno due”. I pinguini si riproducono due volte l’anno e presto la coppia di pinguine lesbiche costruirà un nuovo nido. Mark Belt, un custode dello zoo, ha spiegato che l’omosessualità e abbastanza comune dei pinguini ma “ciò che rende questa coppia straordinaria è che ha rubato un uovo”. Non è la prima volta che i pinguini gay cercano di covarne uno. L’anno scorso a Valencia una coppia è riuscita a farne schiudere uno con successo. Le due pinguine lesbiche, Electra e Viola, all’Acquario Oceanografico di Valencia, in Spagna, hanno covato l’uovo di un’altra coppia.

Massimo Sanvito per “Libero quotidiano” il 5 ottobre 2020. L'inverno demografico è freddo. Freddissimo. Temperature quasi polari. In Italia si muore più di quanto si nasce: per ogni cento persone che se ne vanno, ne vengono alla luce appena 67. Negli anni Settanta nascevano 900mila bambini all' anno: ora la quota supera di poco i 400mila. Meno della metà. È dagli anni della Prima guerra mondiale che non c' è un ricambio generazionale così ridotto ai minimi termini. E la crisi economica, sulla scia di quella sanitaria causata dal Covid, può ampliare ancora di più le distanze: chi si mette a far figli senza lavoro o in cassa integrazione? Per fortuna ci sono sindaci e governatori che da nord a sud si fanno in quattro per incentivare le nascite. Se ne inventano di tutti i colori per ripopolare i borghi più sperduti e incoraggiare le coppie a diventare famiglie, stanziando aiuti veri. Perché solo la vita può dare speranza per il futuro.

E quindi, dove conviene partorire? Partiamo da nord. Dalla provincia autonoma di Trento, dove il presidente Maurizio Fugatti, nella sua prima finanziaria, ha inserito una sorta di mutuo per la natalità: 30mila euro per aiutare le giovani coppie a metter su famiglia, da restituire a tassi agevolati. Ma se si fanno due figli nell' arco di cinque anni si ridà appena la metà della cifra incassata, mentre se si mettono al mondo tre bimbi in dieci anni non si deve proprio mettere mano al portafoglio. Per ripopolare le montagne trentine ci sono 100 euro per chi fa un figlio, 120 per chi ne fa due, 200 per chi ne fa tre in cinque anni. E case popolari da assegnare gratis alle giovani coppie. Il vicino Alto Adige, amministrato dal presidente Arno Kompatscher, non è un caso che venga chiamato "la culla d' Italia". Storie di un' ottantina di associazioni che si occupano di welfare famigliare, oltre ai (tanti) quattrini messi dalla provincia per foraggiare il bonus da 200 euro al mese destinato alle famiglie con un figlio tra gli zero e i tre anni. In Lombardia, la giunta Fontana è in prima linea per sostenere i pargoli. Giusto per fare un esempio, per il 2019 sono stati stanziati cinque milioni e mezzo di euro per sostenere le famiglie in attesa di un figlio, o di adottarne uno, e in difficoltà economiche certificate. Un contributo a fondo perso di 1.500 euro, moltiplicato in caso di gemelli.

Andando verso est, nel veneto del "Doge" Luca Zaia a maggio è stata messa a punto la prima legge quadro per la famiglia. Risorse concrete per supportare la genitorialità, quasi dieci milioni di euro per il primo anno. Il fulcro? Gli assegni di natalità per le future mamme già a partire dai primi mesi di gravidanza. Senza dimenticare i nidi gratis per i genitori meno abbienti. Ancora più a est, in Friuli Venezia Giulia, la giunta Fedriga ha deciso di corrispondere 1.200 euro per tutti i nati e adottati durante il 2020. Una misura valida per un anno.

Dal nord-est al nord-ovest. Eccoci a Locana Piemonte, 1.400 anime nel Parco Nazionale del Gran Paradiso. Da queste parti, ogni anno, la scuola rischia di chiudere perché i bambini sono sempre meno. Ed ecco l' idea del sindaco, Giovanni Bruno Mattiet, per evitare la disfatta: fino a 9mila euro per tre anni a tutte le famiglie che si trasferiscono a Locana e hanno un figlio da iscrivere a scuola. Case e assegni. Spostandoci poco più a nord, sul confine con la Svizzera, arriviamo a Borgomezzavalle. Qui abitano circa trecento persone e ripopolare il paesino è la sfida del sindaco Alberto Preioni. Sul piatto c' è un assegno da mille euro per ogni neonato. E per la casa non è un problema: basta una moneta da un euro per comprare un cottage abbandonato, un fienile, una stalla, da ristrutturare entro due anni. Tornando nel Triveneto, a Castelnuovo sul Garda (Verona), il "Fattore famiglia" ha fatto bingo. Si ragiona in termini di agevolazioni: in media sulle rette della scuola dell' infanzia le famiglie risparmiano 250 euro all' anno, per l' asilo nido 1.600 euro, mentre per il trasporto scolastico 150 euro. Nel 2018, il Comune di Castelnuovo ha erogato aiuti per 130mila euro. Che non sono bruscolini, anzi, soprattutto se si considera il numero ristretto degli abitanti (13mila). Sempre dalle parti di Verona, a Brentino Belluno, da quest' anno grazie al progetto NasciAMO per ogni bebè appena nato (o adottato) si ricevono 500 euro. L' importante è essere residenti da almeno sei mesi e in regola col pagamento dei tributi e di tutti i servizi comunali. Il sindaco, Alberto Mazzurana, è il primo a dare il buon esempio, visto che di figli ne ha tre. Chissà se i suoi concittadini lo seguiranno.

Iniziamo a scendere verso sud. È della settimana scorsa la proposta di legge presentata dal governatore dell' Abruzzo, Marco Marsilio, per arginare lo spopolamento dei paesi di montagna. Ed ecco un contributo fino a 2.500 euro annui per chi mette al mondo un figlio, fino al suo terzo anno d' età. Oltre all' Isee non superiore ai 25mila euro, l' altro requisito che viene richiesto è di vivere in un Comune montano, oppure trasferirsi lì per almeno tre anni. Misure necessarie se si pensa che l' Abruzzo negli ultimi cinque anni ha perso 25mila abitanti. in moneta locale In Sicilia, qualche settimana fa, la giunta regionale ha aggiunto un milione di euro al "bonus bebè" per ampliare la platea delle famiglie beneficiarie. Per tutti i bimbi nati o adottati nel 2020 c' è pronto un assegno da mille euro: l' obiettivo, oltre a favorire la natalità, è anche quello di sostenere economicamente la crescita demografica. A poter richiedere il contributo potranno essere solo le famiglie residenti nell' isola da almeno dieci anni: prima i siciliani. E se pensavamo di averle viste tutte è perché non avevamo fatto i conti con l' estroso sindaco di Castellino del Biferno (Molise), Enrico Fratangelo, che sulla scia del Covid si è inventato una moneta propria, il "comunale ducato", per aiutare le famiglie più in difficoltà. Monete da cinquanta centesimi, uno e due ducati, banconote da venti e cinquanta: "soldi" da spendere nei negozi convenzionati per rilanciare il commercio locale di questo borgo da cinquecento abitanti che sorge su un cucuzzolo di tufo. Ma la vera chicca è il salvadanaio creato per i bimbi fino a cinque anni: due ducati al giorno per la fascia 0-2 e un ducato al giorno per la fascia 2-5. Una mossa per incentivare la natalità in salsa neo-borbonica.

Dalla Cagnotto alla Vezzali, le super-mamme che rinunciano allo sport per la famiglia. Pubblicato lunedì, 10 agosto 2020 da Antonio Farinola su La Repubblica.it La tuffatrice azzurra non è l'unica ad aver rinunciato al sogno olimpico per dedicarsi al proprio bambino. Ma ci sono storie di mamme eroiche capaci di gareggiare e vincere nonostante la dolce attesa. Ne sanno qualcosa Josefa Idem e Martina Valcepina o la ginnasta russa Larisa Latynina che nel 1958 vinse 5 ori mondiali incinta di 5 mesi. "Il destino ha voluto regalarmi una nuova vita dentro di me", così Tania Cagnotto dopo la bella scoperta ha ufficializzato ieri la decisione di ritirarsi definitivamente dallo sport agonistico rinunciando così al sogno olimpico coltivato nell'ultimo anno. Ma non è l'unica ad essere arrivata a questa scelta. Prima di lei un'altra campionessa dello sport azzurro aveva dovuto dire addio alle Olimpiadi di Rio de Janeiro del 2006 per dedicarsi alla famiglia. Si tratta di Valentina Vezzali, icona della scherma italiana e internazionale che nel novembre del 2015, all'età di 41 anni, annunciò al mondo la scelta di saltare quelli che sarebbero stati gli ultimi Giochi di una carriera costellata da ori olimpici e mondiali. Serena e la depressione post-partum.

E come dimenticare Serena Williams? La regina del tennis mondiale che nel 2017 vinse gli Australian Open incinta di 1 mese e che annunciò mesi dopo il suo trionfo più bello con un selfie su Snapchat e la didascalia: "20 settimane". Una storia felice fino a un certo punto quello della super campionessa statunitense che dopo il parto decise di restare per lungo tempo lontano dai campi da tennis per poi ammettere dopo un anno, prima sui social, poi in un'intervista, di aver sofferto di depressione post-partum tanto da condizionarne pesantemente i risultati al suo rientro. Spostandoci a uno sport-show come il Wrestling lo scorso maggio Becky Lynch, detentrice del titolo di Raw rinunciò alla cintura perché in attesa.

Ma la storia dello sport italiano e internazionale è piena anche di storie incredibili, di mamme eroiche che non si fermano davanti a nulla. Per restare in terra nostrana basti ricordare la pluricampionessa della conoa Josepa Idem, capace di conquistare un bronzo mondiale incinta di 10 settimane o Elisa Di Francisca che dopo le Olimpiadi di Rio rimase incita e allattò il proprio figlio durante allenamenti e gare del 2017. La sua foto a bordo pedana con la divisa dell'Italia e il piccolo Ettore attaccato al seno fece il giro del mondo. La pattinatrice Martina Valcepina conquistò il bronzo olimpico a Sochi 2014 nella staffetta dello short track incinta di due gemelline.

Ancora più clamoroso lo scatto di Sophie Power che, durante l'Ultra-Trail du Mont Blanc, ultramaratona di 170 chilometri, decise di allattare al seno suo figlio di 3 mesi a bordo strada scatenando mille polemiche. Arrivò al traguardo in 43 ore e 33 minuti. La malese Nur Mohamed Suryani Taibi nel 2012 partecipò alle Olimpiadi di Londra in attesa di 8 mesi stabilendo un primato unico: fu la prima atleta a gareggiare a pochi giorni dal parto. Andando indietro nel tempo, la ginnasta russa Larisa Latynina nel 2015 rivelò di aver vinto 5 ori ai Mondiali del 1958 incinta di cinque mesi. Nel 2017 la nuotatrice americana Dana Vollmer, cinque ori olimpici, scese in vasca all'Arena Pro Series di Mesa, in Arizona, per i 50 stile libero con un pancione di 6 mesi. Indimenticabile Anja Fichtel, schermitrice degli anni '80-'90 che vinse un campionato nazionale al quinto mese e tornò in pista 43 giorni dopo il parto. Storie di sport, storie di super-mamme capaci di riscrivere il concetto di "sport e famiglia".

Fabrizio Maria Barbuto per "Libero Quotidiano" il 23 giugno 2020. Di tutti i pensieri che possono animare la mente di una bimba di appena cinque anni, la gravidanza è senz' altro il più improbabile, ma non è stato così per Lina Medina Vásquez, passata ai posteri come "madre più giovane della storia". Nata a Tricapo (Perù) il 27 settembre 1933, aveva solo 5 anni, 7 mesi e tre settimane quando diede alla luce un bimbo. Il suo piccolo ventre era apparso espandersi in maniera anomala, ma quelle rotondità erano state ricondotte all'ingrasso cui, i pargoletti dal forte appetito, sono soggetti. Quando il disagio si fece evidente, i genitori di Lina portarono la figlia in ospedale temendo che quell'addome sproporzionato ospitasse un tumore. Fu proprio al nosocomio San Juan de Dios di Pisco che i medici constatarono lo stato interessante della giovanissima paziente, la quale partorì un mese e mezzo più tardi, il 14 maggio del 1939. L'evento, per via dell'esile conformazione fisica e dei fianchi stretti della puerpera, si svolse con parto cesareo sotto la stretta supervisione di tre medici: Gerardo Lozada Murillo, Alejandro Busalleu e Rolando Colareta. Questi solerti professionisti ebbero un ruolo così determinante nella sopravvivenza di Lina e del suo piccolo che, al nascituro, furono dati i loro nomi: Gerardo Alejandro venne al mondo di 2,7 kg e il suo sostentamento fu garantito dal governo del Perù. A tutt' oggi, le circostanze relative al concepimento del pargoletto risultano sconosciute: Medina non ha mai rivelato l'identità dell'uomo che abusò di lei, ma la paternità di Gerardo fu perfino attribuita al padre della gestante che, all'epoca dei fatti, fu arrestato per abuso di minore e rilasciato per insufficienza di prove. Il bimbo crebbe nella convinzione che la madre biologica fosse sua sorella maggiore, e i dagherrotipi sbiaditi di questi due fanciulli dall'inconsistente stacco generazionale, effettivamente, basterebbero a illudere che si tratti di due fratellini: il web brulica di tenerissime immagini di madre e figlio, l'uno accanto all'altra, intenti a scambiarsi tenerezze. A dieci anni, Gerardo fu messo al corrente della verità. Il curioso accadimento - che all'epoca destò l'interesse mondiale - fu argomentato dal dottor Edmundo Escomel su La Presse Médicale: a monte dell'inusitata gravidanza vi sarebbe la comparsa, in Medina, di uno sviluppo puberale prematuro. Il luminare integrò la dissertazione con una controversa chiosa: a detta di Escomel, Medina mantenne il riserbo circa l'identità del suo abusatore perché non ricordava le circostanze della violenza. La giovanissima età giustificherebbe una tale amnesia. Nel 1972, all'età di 39 anni, la Vásquez ebbe un secondo figlio dal marito Raúl Jurado. Gerardo morì sette anni più tardi di mielofibrosi, ad appena 40 anni. Oggi 86enne, Lina continua a ridare alle luce, nella nostalgia del ricordo, quel figlio di cui non ha mai scelto consapevolmente di essere madre, ma di amare sì. Quest' eterno "parto", ad opera di una mente ingrigita dal tempo, non si accompagna più al primato di una precoce genitorialità, bensì a quello di un amore incommensurabile.

Così ora pure le femministe gay contestano maternità surrogata. Ecco tutti i dettagli sulla Dichiarazione dei "Diritti delle Donne Basati sul Sesso" che ha destato scandalo tra le femministe lesbiche italiane. Francesco Curridori, Mercoledì 03/06/2020 su Il Giornale. Le femministe lesbiche sono sul piede di guerra. “Alle donne si è sempre imposto di assentire alla sottomissione e di farsi da parte per il bene di altri” e oggi “ci viene anche chiesto di accogliere chiunque semplicemente si dichiari donna negli spazi che ci siamo conquistati negli ultimi decenni”. Inizia così il post con cui l’Arcilesbica ha presentato il webinar sulla Declaration on Women's Sex Based Rights (leggi il documento), a cui ha partecipato la coautrice e attivista lesbica Sheila Jeffreys. Con questo documento - composto di 9 articoli e di cui siamo entrati in possesso - si chiede la riaffermazione dei diritti delle donne basati sul sesso e non più sull’“identità di genere”. Un’impostazione che esclude gli uomini e quindi i transessuali dall’avanzare gli stessi diritti per i quali le femministe lottano da decenni. Le femministe lesbiche, per supportare la validità della loro tesi, si rifanno alla Convenzione sull’Eliminazione di tutte le Forme di Discriminazione contro le Donne (CEDAW), approvata nel 1979 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e alla Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’Eliminazione della Violenza contro le Donne (UNDEVW) del 1993. E, d'altronde, il Glossario della Parità di Genere dell'ONU Donne definisce il sesso dalle "caratteristiche fisiche e biologiche che distinguono i maschi dalle femmine". Il problema, si legge nell'introduzione di questa Dichiarazione, è che "i riferimenti alla categoria del sesso, che è biologico, nei documenti, nelle strategie e nelle azioni delle Nazioni Unite, sono stati sostituiti dal linguaggio del “genere”, che si riferisce ai ruoli sessuali stereotipati" e ciò ha portato ad "una confusione che, in ultima analisi, rischia di indebolire la protezione dei diritti umani delle donne". Tale confusione tra sesso e genere ha reso accettabile l'idea che le 'identitità di genere fossero innate e ha permesso che tali identità avessero pieno diritto ad esser difese. Ciò ha portato "in ultima analisi all’erosione delle conquiste ottenute dalle donne nel corso di decenni" ed è per questo che l'Arcilesbica ha voluto promuovere e sostenere la diffusione Declaration on Women's Sex Based Rights. Ora vediamo nel dettaglio, punto per punto, di cosa si tratta. Nel primo articolo di questo manifesto, che ha destato scandalo nel mondo Lgbt italiano, si chiede agli Stati di “preservare la centralità della categoria del sesso, e non quella di 'identità di genere' in relazione al diritto di donne e bambine a non essere soggette a discriminazione”. Ma non solo. Si ribadisce che “il significato della parola “donna” non può essere modificato per includere gli uomini” e si invita a mantenere intatta tale distinzione anche nei documenti ufficiali. Nel secondo articolo si riafferma la “natura della maternità come una condizione esclusivamente femminile”, mentre il terzo articolo pone l’accento sui “diritti di donne, ragazze e bambine all’integrità fisica e riproduttiva”. In ragione di ciò si condanna la ‘maternità surrogata’ e le gravidanze forzate, siano esse a scopo commerciale o gratuito. “Gli Stati dovrebbero riconoscere che la ricerca medica finalizzata a consentire agli uomini la gestazione e il parto costituisca una violazione dell’integrità fisica e riproduttiva di ragazze e donne, e vada abolita in quanto forma di discriminazione basata sul sesso”, si legge esplicitamente nel testo. Gli altri punti riguardano la riaffermazione dei diritti delle donne alla libertà d’espressione e a riunirsi pacificamente “senza l’inclusione di uomini che dichiarano di avere un’identità di genere femminile”. Anche la partecipazione politica viene difesa “sulla base del sesso” e ciò significa, in buona sostanza, che le femministe non intendono farsi ‘rubare’ dai transessuali i posti di potere a loro designati con le quote rosa. Allo stesso modo, nell’articolo 7, si riafferma il diritto “ad avere le medesime opportunità degli uomini di partecipare attivamente agli sport e all’educazione fisica”. All’articolo 8 trova spazio la necessità di eliminare la violenza contro le donne. Su questo punto la Cristina Gramolini, presidente di Arcilesbica, sentita dall’HuffPost, ha spiegato: “Se, ad esempio, nelle ricerche istituzionali sulla violenza domestica, i livelli retributivi, le carriere o l’accesso alle professioni delle donne, si considerano anche le persone trans nel campione, si ottengono dati fuorvianti”. Molto importante è anche la tutela dei diritti di bambini e bambine che si traduce nell’abolizione di interventi medici che cambino la loro sessualità così da “riassegnare” loro il genere. Insomma, una vera e propria rivoluzione per il mondo Lgbt perché come spiega a ilGiornale.it il leghista Umberto La Morgia tale dichiarazione non arriva da “esponenti del Family Day o cattolici ultraconservatori, ma da attiviste lesbiche femministe. E, aggiunge La Morgia, “se anche loro condannano la pratica della maternità surrogata come mercificazione del corpo della donna e sostengono che sia fondamentale il sesso biologico al di là delle auto-percezioni soggettive, allora vuol dire che il dilagare dell’ideologia del genere pone davvero dei problemi”.

Lgbt, ora arriva il manuale per le famiglie con due mamme. Un manuale per le famiglie formate da due madri: il libro sta per essere pubblicato anche in Italia. Le "istanze Lgbt" avanzano. Giuseppe Aloisi, Giovedì 19/03/2020 su Il Giornale. La modernità non conosce freno. È già arrivato il momento di un manuale in grado di spiegare alle coppie lesbiche, quelle composte da due madri Lgbt, quali siano i punti di forza di una loro eventuale maternità. Un ragionamento che, com'è noto, costituisce argomento di discussione bioetica. Ci sarebbe tutta la dialettica culturale sui desideri e sui diritti da tenere in considerazione, ma chi deciderà di leggere" Mamás²: Guía para familias de dos mamás", con ogni probabilità, approfondirà soprattutto, se non soltanto, il punto di vista di chi ritiene che ormai la cosiddetta famiglia tradizionale rappresenti un concetto superato. Del resto, l'Italia stessa - quella che San Giovanni Paolo II aveva definito una "eccezione", in chiave positiva secondo la sua opinione - ha iniziato ad omologarsi in materia di riconoscimento dei nuclei formati da due madri. Sullo sfondo, ma neppure troppo, risiede la pratica dell'utero in affitto, che l'universo femminista in realtà contesterebbe da tempi non sospetti, ma che rimane un caposaldo del progressismo politico-ideologico. È uno dei cortocircuiti idealistici di questa fase storica. Il manuale, comunque sia, è firmato da Ivi, un istituto valenciano fondato all'inizio degli anni 90' che si occupa di procreazione assistita. Oggi Ivi opera anche nel Belpaese, con una sede milanese ed una romana. Il libro - come ripercorso dall'edizione odierna de La Verità - è in procinto di essere pubblicato anche in lingua italiana. La narrativa presentata dal testo è quella immaginabile: si va dalla presunta sopravvalutazione della "biologia" e della "genetica", alle richieste di ausilio poste da chi fa parte di un emisfero femminile che viene considerato tanto "coraggioso", quanto "libero" e "determinato". E poi vengono esposti dei veri e propri racconti. Esiste anche una casistica di base: solamente il 10% delle donne lesbiche può definirsi madre. Quindi la ratio sembra essere quella di divulgare la sussistenza di una possibilità, quella delle famiglie Lgbt, appunto. Il ruolo del padre? Il noto diritto del bambino ad avere un padre ed una madre? La fonte sopracitata ripercorre alcuni virgolettati, che fanno parte del manuale. Questo è uno di quelli in grado di far comprendere quale sia la linea: "Non esiste un papà ma un donatore anonimo. Nostro figlio l' ha sempre saputo". Le istanze Lgbt, insomma, stanno per acquisire ulteriore spazio nelle librerie, quindi maggiori probabilità di diffusione. Anche perché "Il desiderio di essere padre o madre è trasversale, indipendentemente dall' orientamento sessuale". Poi esiste il piano legislativo, che può assecondare o no un disegno esistenziale di questa tipologia. Ma questo è un altro discorso.

Antonio Riello per Dagospia il 5 marzo 2020. Siamo a Bloomsbury, vicini al British Museum, nella Londra che all'inizio del XX Secolo ospitava gli intelletti più fini e sofisticati dell'Impero Britannico, gente come Virginia Woolf e a E. M. Forster. In questa zona, nel lontano 1739, aprì i battenti il Foundling Hospital, fortemente voluto da Thomas Coram (1668-1751) un interessante figura che mischiava virtuosamente business, filantropia e creatività (era infatti anche un artista). Al ritorno da un suo viaggio d'affari nelle Americhe era rimasto estremamente colpito dal grande numero di bambini abbandonati nelle strade di Londra (soprannominati con disprezzo "the Blackguard Children). Ragazzini e ragazzine le cui povere famiglie semplicemente non avevano la possibilità di sfamare ed accudire. Con la tipica testardaggine di chi sa di esser sulla buona strada, Mr Coram tanto fece da riuscire (ci vollero comunque quasi 17 anni)  a raccogliere un bel po' di donazioni e il permesso regale di Re Giorgio II per aprire un istituto che si occupasse di questi derelitti, non solo in termini di vitto e alloggio, ma anche e soprattutto di educazione. Le creature più fragili e dimenticate della spietata Londra settecentesca avevano finalmente un degno rifugio. A questa istituzione collaborarono attivamente e con generosità (tra molti altri eminenti personaggi) anche il compositore George Friederic Handel e l'artista William Hogarth. L'Istituzione nel frattempo ha cambiato nome (e città) diventando nel 1954 la Thomas Coram Foundation for Children. L'edificio londinese che ospitava il Foundling Hospital contiene oggi il "Foundling Museum", la cui attuale sistemazione risale al 2004. Ci sono tre collezioni permanenti, la Foundling Hospital Collection (una vastissima raccolta di strumenti medici e correttivi, non mancano le curiosità...) la Gerald Coke Handel Collection (con rare testimonianze del lungo soggiorno londinese del musicista) e la Picture Gallery (raccoglie i ritratti dei direttori della prestigiosa istituzione, a partire naturalmente da Mr Coram dipinto proprio da Hogart). Ma nei suoi locali non sono mancate negli anni installazioni di artisti contemporanei assolutamente di primordine (Grayson Perry, Cornelia Parker, Tracy Emin, Paula Rego) e vi si tengono regolarmente workshop e attività didattiche legate all' Art Terapy. Malgrado tutto ciò questo, in realtà, è un indirizzo ancora poco noto agli stessi londinesi. Seguendo la virtuosa tendenza condivisa di recuperare e celebrare il ruolo del "gentil sesso" nelle Arti si può esplorare, in questi spazi, un aspetto fondamentale dell'esperienza femminile. Infatti, da Gennaio, è in corso la mostra (curata da Karen Hearn) "Portraying Pregnancy: From Holbein to Social Media". La gravidanza vista come oggetto di creazione artistica e di riflessione socio-estetica. Un viaggio sviluppato su un percorso di circa cinquecento anni, dalla dinastia Tudor fino a Beyoncé....non solo attraverso molte opere d'arte ma anche con il concorso di una miriade di oggetti, strumenti ed abiti legati al tema. Nell'iconografia cristiana la situazione narrativa classica, più frequentemente associata alla gravidanza, è la cosiddetta "visitazione", ovvero la visita che la Vergine, già è in attesa di Gesù, fa alla la cugina Elisabetta a sua volta presto madre del Giovanni Battista. In mostra le testimonianze in questa direzione sono assai poche (certo meno di quanto ci si potrebbe aspettare). D'altra parte per l'aristocrazia e le case regnanti celebrare visivamente l'arrivo di un erede (maschio) non era solo un fatto di orgoglio ma, in un certo senso, anche una questione di necessità. Si inizia la visita infatti con un magnifico ritratto della figlia di Thomas More, Cicely Heron, fatto da Hans Holbein (per gentile prestito dalle Collezioni Reali). Anche gli Stuart, dopo i Tudor, non lesinano di ribadire esplicitamente, attraverso i ritratti di corte, che la loro stirpe continua, come ben ci fa vedere un grande quadro in mostra di Marcus Gheeraerts. Successivamente William Hogart dipinge, da par suo, una indomita donna in cinta che marcia tra diversi uomini. Il quadro si intitola "The March of the Guards to Finchley" ed è del 1750. Ma in genere, soprattutto nel XIX e nel XX Secolo, la gravidanza inizia ad essere considerata dalla società borghese una faccenda estremamente private che non va nè vista nè raccontata. Uno stato da tenere, con pudore, accuratamente celato. Una sorta di temporanea inabilità di cui non far comunque nemmeno menzione o accenno. Il ritratto che nel 1901 fa un pittore post-impressionista britannico, Augustus John, della moglie Ida in dolce attesa ha, rispetto agli standard della società vittoriana, un aria quasi trasgressiva e provocatoria. Siamo di fronte ad un opera, se non esattamente "proibita", almeno sicuramente controversa e parzialmente "ghettizzata". Lucien Freud con il lavoro "Girl with Roses" (1947-8) ritrae un momento molto intimo e delicato della via della moglie Kitty. Potrebbe essere stato forse un problema, ma Freud era universalmente conosciuto e rispettato per la carnale fisicità dei suoi dipinti che facilmente gli poteva essere concessa questa libertà. Nel 1991, la fotografa americana Annie Leibovitz riuscì a rompere questa specie di taboo facendo uno scabroso ritratto dell'attrice Demi Moore nuda e al settimo mese. Fu un mezzo scandalo ma alla fine l'immagine finì gloriosamente sulla copertina di Vanity Fair. Marc Quinn ha invece realizzato una scultura raffigurante una ragazza disabile incinta, Alison Lapper, che era parte della sua celebre installazione in Trafalgar Square nel 2005. Jenny Saville, artista britannica che vive e lavora felicemente a Palermo, mostra qui al pubblico per la prima volta un suo bellissimo autoritratto, "Elettra", terminato alla fine del 2019. L'ultima immagine in mostra è stata realizzata dall'artista Awol Erizku nel 2017 su commissione della cantante Beyoncé. Ce la mostra prima dell'arrivo dei due gemelli inginocchiata davanti ad una colorata parete di fiori. Postata su Instagram è stata per molti mesi l'immagine con il maggiore numero di like. La mostra, assolutamente da vedere, ha in realtà un solo vero difetto: è troppo legata ai limiti del mondo anglosassone. Latitano visioni, sensibilità e respiri continentali. Sul tema ovviamente manca soprattutto la più importante icona di tutta la Storia dell'Arte: la straordinaria "Madonna del Parto" di Monterchi, inarrivabile capolavoro di Piero della Francesca realizzato intorno al 1560. Sarebbe probabilmente bastata anche solo una riproduzione di buona qualità, senza disturbare l'originale. Ma chissà, forse (speriamo proprio di no....) siamo già di fronte ad una nuova generazione di mostre "Post-Brexit" che vogliono privilegiare un'impronta più "nazionale".

Italia senza figli: il record in Europa «Ultimo treno o il Paese sparirà». Pubblicato lunedì, 17 febbraio 2020 su Corriere.it da Paolo Riva. L’Italia è ultima in Europa per tasso di natalità: siamo il paese dell’Unione che fa meno figli in rapporto alla popolazione. I dati parlano chiaro: siamo in declino demografico. A fine 2018 i residenti in Italia erano 60.359.546, 124mila in meno rispetto all’anno precedente e oltre 400mila in meno di quattro anni prima. «La popolazione italiana - spiega l’Istat - ha da tempo perso la sua capacità di crescita per effetto della dinamica naturale». Nel 2018 le nascite sono state 439.747 e le morti 633.133, per un saldo negativo di oltre 193mila unità. Non è un problema solo italiano. Se si prendono in considerazione tutti gli Stati dell’Unione europea nel loro complesso il numero dei morti ha superato nel 2018 quello delle nascite per la seconda volta consecutiva. In Europa l’età media è arrivata a 43 anni, dodici in più del resto del mondo. Per la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen «il cambiamento demografico è una delle sfide più profonde tra quelle che l’Unione deve affrontare». Secondo i calcoli del think-tank Bertelsmann Stiftung «nel 2050 il cambiamento demografico avrà ridotto il reddito medio pro capite in Francia, Spagna, Italia e Germania di una cifra che va dai 4.759 ai 6.548 euro». Il cambiamento demografico, quindi, incide sulla crescita economica. Ma non solo. Per Antonio Golini, demografo all’Università La Sapienza di Roma per oltre cinquant’anni e autore del libro Italiani poca gente, «se un Paese arriva ad avere una percentuale di ultrasessantenni pari o superiore al 30 per cento della popolazione totale raggiunge un punto di non ritorno: i bisogni sanitari e previdenziali diventano insostenibili». L’Italia nel 2018 era al 27 per cento. Se il trend dovesse continuare in futuro non ci sarà un numero sufficiente di lavoratori per sostenere, attraverso i contributi, le cure e le pensioni dei più anziani. «La strada su cui siamo avviati è questa - prosegue Golini - ma la tendenza può essere invertita». In Europa gli esempi a cui guardare non mancano. Perché la questione demografica riguarda l’intero continente ma, al suo interno, le situazioni dei singoli Stati sono molto differenti. Paesi come la Francia non sono mai scesi troppo sotto la soglia dei due figli per donna grazie a continue misure per la natalità. Altri, come l’Italia e la Spagna, hanno da tempo una bassa fecondità, senza segnali di ripresa. Altri ancora, come la Germania, si sono ritrovati in una situazione simile ma hanno investito in politiche famigliari con effetti positivi. «Il caso tedesco - spiega il demografo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore Alessandro Rosina - dimostra che una ripresa delle nascite è possibile: servono obiettivi chiari, risorse adeguate e ben mirate». A insegnarlo è anche l’esperienza di Bolzano, l’unica parte d’Italia a registrare più nati che morti. «L’Alto Adige - prosegue il professore - è in controtendenza perché ha potenziato in modo solido le politiche familiari proprio durante il periodo di crisi». Per Rosina, che sul tema ha scritto Il futuro non invecchia, l’unico modo per far tornare a crescere l’Italia è «far diventare le politiche familiari parte integrante delle politiche di sviluppo del Paese». E il docente aggiunge: «Più che singole misure serve un nuovo approccio, per avviare un processo che anno dopo anno rafforzi gli strumenti su cui le famiglie possono contare e li adatti via via alle nuove esigenze». Golini concorda. A suo parere «servono azioni culturali ed economiche. Un bambino è un bene per la collettività e non solo per i suoi genitori. Di conseguenza trovo giusto che la collettività sostenga economicamente i genitori». Il punto è come, con quanti e quali fondi. In gennaio Rosina è entrato nel Comitato tecnico-scientifico dell’Osservatorio nazionale sulla famiglia voluto dalla ministra per le Pari opportunità e la famiglia Elena Bonetti. Farà ricerca e consulenza per il Governo: «È una forte responsabilità. Alcune condizioni positive per un buon lavoro ci sono - dice - ma andranno messe alla prova: servono risorse adeguate e una fattiva collaborazione tra Ministeri». Ora da una parte la legge di Bilancio 2020 ha istituito il «Fondo assegno universale e servizi alla famiglia» con una dotazione di 1.044 milioni di euro per il 2021 e 1.244 milioni annui a partire dal 2022. E dall’altra il Governo sta lavorando a un riordino delle misure a favore della famiglia, il cosiddetto Family act: dovrebbe essere presentato nei prossimi mesi.

L'ultima sparata di Sala: "Ci serve l'immigrazione contro calo delle nascite". Il sindaco di Milano, ospite di Piazzapulita, dichiara che all’Italia servono gli immigrati per combattere la denatalità. Pina Francone, Venerdì 21/02/2020 su Il Giornale. "A Milano, diciamo anche questa semplice verità, noi abbiamo il 20% di immigrati. Ma apriamo gli occhi: noi con questa decrescita e denatalità che abbiamo, abbiamo bisogno di immigrazione. Non è buonismo, è intelligenza…". Ecco la ricetta di Beppe Sala, sindaco del capoluogo lombardo, per ovviare al fatto che gli italiani ormai - da anni - non facciano più figli. La sparata del primo cittadino meneghino è arrivata nello studio di Piazzapulita, il programma di approfondimento politico condotto da Corrado Formigli ogni giovedì sera su La7. In soldoni, visto che il Belpaese è in decrescita demografica – le nascite, infatti, sono ai minimi storici dall’Unità d’Italia a questa parte – secondo l’esponente del Partito Democratico l'immigrazione è un bene e una risrsa erché aiuta lo Stivale a non morire, sostenendo anche l'economia nostrana. "L’ultimo follia di Sala! C’è il calo delle nascite? Abbiamo bisogno di immigrazione! Ecco come ragiona il sindaco di Milano", Così su Twitter Alessandro Morelli, capogruppo Lega a Palazzo Marino, pubblicando la dichiarazione di Giuseppe Sala nel corso della puntata di Piazzapulita di ieri, 20 febbraio, commenta l'uscita del dem. Che come si sa è sindaco molto attento alle tematiche dell'immigrazione, prevedendo in città anche uno sportello dedicato agli extracomunitari, anche se questi ultimi non ne fanno granché uso.

Emergenza denatalità. Nei giorni scorsi anche ilGiornale.it aveva scrito dell'allarme demografico, visto che per un lustro è diminuita in modo continuo la popolazione italiana, calata rispetto all'anno scorso di 116mila unità secondo le rilevazioni dell'Istat. La riduzione della popolazione - ha spiegato l'Istituto Nazionale di Statistica - è provocata dal bilancio negativo della dinamica naturale (nascite-decessi) risultata nel 2019 pari a -212mila unità, solo parzialmente attenuata da un saldo migratorio con l'estero ampiamente positivo (+143mila). Per ogni cento residenti che muoiono ne nascono appena sessantasette; dieci anni fa, invece intenderci erano 96, ventinove in più. Insomma, avanti di questo passo, poco a poco, il Paese è destinato a morire.

Alix Amer per "ilmessaggero.it" il 17 febbraio 2020. Un uomo transgender e sua moglie hanno accolto insieme il loro primo figlio dopo che il loro ex fidanzato, che era stato con entrambi, ha donato il suo sperma. Jayden Chapman, 33 anni, di Cedar Rapids, Iowa, viveva ancora come donna quando incontrò per la prima volta la sua attuale moglie, Keeley, 28 anni, attraverso Jeremiah con il quale entrambi erano usciti per mesi. Jayden, che sapeva di essere stato intrappolato nel corpo sbagliato sin dalla tenera età, era amico di Keeley prima di chiedergli di mettersi insieme. Con il suo pieno supporto, ha iniziato il trattamento ormonale per passare da donna a uomo. Nel loro cuore oltre all’amore c’era l’idea di costruire una famiglia con dei bambini. Nel frattempo, Jeremiah, che era rimasto loro amico tanto da fare il testimone alle loro nozze nel 2018, ha scelto di aiutarli donando il suo sperma. Incredibilmente Keeley è rimasta incinta al loro primo tentativo, ed è nato Keeden - una miscela dei nomi dei suoi genitori - il 6 ottobre 2019, un bimbo felice e sano. Insomma una storia a lieto fine. Jayden ha raccontato: «Sapevo cosa provavo per Keeley sin dal primo giorno, quindi è un sogno diventato realtà quando mi ha detto che provava la stessa cosa. Aveva sempre desiderato figli, quindi fin dall’inizio nella nostra relazione, mi ha detto che voleva una famiglia. Quando Keeden è nato, è stato così travolgente, tutto è diventato reale. È un bambino felice, sano, paffuto, ora, che incontra tutti i suoi traguardi». E poi ha aggiunto: «Jeremiah è una persona importante per noi. È divertente pensare che entrambi siamo usciti con lui, io quando vivevo da donna. Entrambi abbiamo pensato che saremmo stati migliori come amici. Lui per noi significa il mondo. Ci ha regalato la gioia più grande della nostra vita».

Bimbo abbandonato  nel passeggino alla stazione termini: arrestata 25enne  a Bologna. Pubblicato venerdì, 28 febbraio 2020 su Corriere.it da Ridaldo Frignani. È stata rintracciata e arrestata dalla Polfer alla stazione di Bologna la donna che nel pomeriggio di giovedì haabbandonato un bambino di appena un anno nel suo passeggino in via Principe Amedeo, in zona Termini. Non è ancora chiaro il motivo del gesto e il rapporto che c’è fra la donna, una 25enne croata, e il piccolo ora ricoverato in ottime condizioni all’ospedale Bambino Gesù. Con l’arrestata c’era anche l’altra bambina di tre anni che teneva per mano quando è fuggita da Roma. Decisiva per l’identificazione e il rintraccio della donna è stata l’analisi di alcuni filmati della videosorveglianza di negozi che si trovano all’Esquilino e alla stazione Termini. La ragazza si è allontanata da un centro d’accoglienza vicino Roma. È stata arrestata per abbandono di minore. L’altra bambina è stata affidata a una struttura di assistenza a a Bologna in attesa delle decisioni del tribunale dei minorenni. Sembra che alla base del gesto ci sia una storia di disperazione. Oltre alle telecamere, a fornire la certezza che si trattasse della stessa giovane sono state la segnalazione dei responsabili della casa d’accoglienza, ma anche l’analisi delle impronte digitali trovate sul manubrio del passeggino che erano proprio quelle della giovane. Il treno sul quale la salita era diretto a Monaco di Baviera a ma non si esclude che la ragazza volesse fermarsi prima sempre in territorio italiano.

Bimbo abbandonato a Termini, la madre era diretta a Monaco: arrestata. Fermata la donna che ha lasciato un piccolo di un anno in carrozzina alla stazione Termini di Roma. Era su un treno diretto in Germania, a Monaco di Baviera. Michele Di Lollo, Venerdì 28/02/2020 su Il Giornale. Un’azione terribile che ha suscitato lo sdegno di una città intera. E non solo. Un bimbo di appena un anno è stato abbandonato nel suo passeggino nei pressi della stazione Termini di Roma, precisamente all’incrocio tra via Principe Amedeo e via Carlo Cattaneo. La ragazza, stando alle riprese effettuate dalle telecamere di sicurezza installate in zona, era vestita con un giubbotto nero con un cappuccio alzato sulla testa e le scarpe bianche. Si sarebbe diretta verso la stazione e aveva una bimba di circa tre anni in braccio. La carrozzina sarebbe stata lasciata poco lontano dal terminal, vicino ai capolinea di alcuni bus. Il piccolo era sistemato in un passeggino e aveva una copertina. Il fatto è avvenuto nel tardo pomeriggio di ieri, 27 febbraio, praticamente nell’ora di punta, quando in strada c’erano centinaia di persone. A trovare il neonato è stata una passante che, incuriosita, si è avvicinata e ha dato immediatamente l’allarme alle forze dell’ordine. Sul posto gli uomini del commissariato Esquilino, che hanno provveduto a prendersi cura del bimbo. Il piccolo, che dormiva quando è stato notato dalla passante, sarebbe in buone condizioni di salute. Ma è stato accompagnato per sicurezza all’ospedale Bambino Gesù di Roma. Stando a quanto si apprende, sarebbe ben nutrito e risponde a tutti gli stimoli. Già attivati i servizi sociali che si prenderanno cura di lui. Sul posto anche gli agenti della polizia ferroviaria e gli agenti della polizia scientifica. Subito dopo sono partite le indagini per rintracciare la donna che ha abbandonato il piccolo. Rintracciata dopo qualche ora, era su un treno diretto a Monaco di Baviera: arrestata, dovrà adesso chiarire i motivi per cui ha abbandonato il bambino che, fortunatamente, sta bene. Sono ancora sconosciuti, infatti, i motivi che hanno portato la donna ad abbandonare il piccolo. Lasciato in strada nella carrozzina al momento senza alcuna giustificazione.

Solo poco tempo fa una notizia simile, accaduta però in Piemonte. A Carmagnola, un comune in provincia di Torino. Qui un bimbo di soli 8 anni è stato trovato mentre vagava in mezzo alla provinciale 128. Stando a quanto è stato riferito dagli inquirenti, che si sono occupati del delicato caso, sono stati diversi automobilisti a segnalare alle autorità la presenza del piccolo che camminava senza meta e al freddo in via del Porto, nella zona di Motta. Gli agenti del posto si sono immediatamente mobilitati e in breve tempo hanno raggiunto il minorenne, poi risultato essere di nazionalità bosniaca. Il bambino, che non indossava neppure un indumento pesante che potesse ripararlo dalle rigide temperature, era intorpidito dal freddo e tremava. Sono stati i poliziotti a portarlo via dalla strada e a prendersi cura di lui.

Bimbo di sette mesi abbandonato a Roma, la madre rintracciata a Bologna e arrestata. E' una ragazza di 25 anni, era su un treno diretto in Germania con l'altra figlia che è stata portata in ospedale per un ematoma sul viso: la donna, che era ospitata in una casa famiglia, è stata arrestata per abbandono di minore. La Repubblica il 28 febbraio 2020. Le immagini delle telecamere in strada mostrano la donna con la carrozzina e un altro bimbo per mano. E' stata rintracciata a Bologna dalla Polfer la donna che ieri pomeriggio ha abbandonato un bimbo in carrozzina per strada a Roma. Era su un treno che aveva preso alla stazione Termini di Roma e che era diretto a Monaco di Baviera. La donna è stata arrestata. Il piccolo, di appena sette mesi, era stato trovato intorno alle 17,20 di ieri in via Principe Amedeo, nel quartiere Esquilino della Capitale. Le indagini, scattate su segnalazione di un uomo che ha chiamato il numero unico di soccorso, sono partite dalle immagini registrate dalle telecamere in strada, nelle quali la carrozzina era spinta da una donna con cappotto e pantaloni scuri, e con le scarpe bianche. Dopo aver abbandonato la carrozzina la donna si era allontanata in direzione della vicina stazione Termini con un altro bambino di pochi anni. Indizi che hanno poi portato all'identificazione della donna, e, grazie alle celle telefoniche, alla sua cattura sul treno per la Germania. E' un'italiana di 25 anni, è quando è stata fermata era insieme all'altra figlia che è stata portata all'ospedale Maggiore Carlo Alberto Pizzardi di Bologna per un ematoma sul viso. La giovane mamma era ospitata in una casa famiglia, dove gli investigatori che la cercavano hanno recuperato il numero di telefono. Contattata al cellulare aveva espresso la volontà di tornare ma gli agenti, non fidandosi, sono intervenuti sul treno all'altezza di Bologna e l'hanno arrestata - su richiesta della magistratura - per abbandono di minore.

FOLLIA O DISPERAZIONE? Da "leggo.it" il 28 febbraio 2020. È stata arrestata la madre del bimbo abbandonato giovedì davanti alla stazione Termini, a Roma. La donna è stata rintracciata a Bologna dalla Polfer. Era su un treno partito da Roma e diretto a Monaco. Si tratta di una 25enne di Varese. Infatti, nella tarda serata di giovedì si era diffusa la notizia di un bambino che era stato abbandonato in un passeggino a Roma, precisamente in via Principe Amedeo, in zona stazione Termini. Avvolto in una copertina e messo in una carrozzina. Poi abbandonato in una strada trafficata di Roma durante un'ora dove il via vai si fa più intenso, ovvero il tardo pomeriggio. Sembra essere il gesto di una madre disperata quello che ha portata una donna ad abbandonare un piccolo in una carrozzina a Roma nella zona della stazione Termini. La carrozzina è stata lasciata su un marciapiede in via Principe Amedeo poco lontano dai terminal della stazione e i capolinea di alcuni bus nell'ora di punta: probabilmente la donna voleva essere certa che il bimbo poteva essere soccorso e accolto. A notarlo infatti è stata una passante: ha visto la carrozzina incustodita, si è sporta per guardare dentro e ha visto il piccolo che dormiva beatamente. Ha così dato l'allarme. Le forze dell'ordine, oltre ad occuparsi del bimbo affidato alle cure dei medici, hanno subito vagliato le telecamere della zona. Dalle immagini è emerso che ad abbandonare la carrozzina sarebbe stata una donna vestita di scuro con un cappuccio in testa e una bambina di circa tre anni in braccio. Si stanno cercando anche dei testimoni per capire se conoscevano la donna, se magari frequentava la zona o si era rivolta ad alcune associazioni di assistenza e carità. Gli elementi farebbero pensare infatti ad una storia di indigenza. Il bimbo è stato trovato infatti in buone condizioni dai medici che lo hanno sottoposto ad analisi e accertamenti: è ben nutrito e curato e risponde a tutti gli stimoli. L'ospedale invece ha già attivato i servizi sociali che si prenderanno cura del bimbo che verrà affidato, almeno per il momento, agli assistenti sociali.

FOLLIA O DISPERAZIONE? Da "leggo.it" l'1 marzo 2020. Un bimbo di circa un anno è stato trovato da solo, all'interno di un passeggino, nei pressi della villa comunale di Ponticelli, nella zona orientale di Napoli. A far scattare l'allarme è stata una persona che ha notato il piccolo ed ha chiamato la polizia. Il fatto è avvenuto in serata. La volante giunta sul posto ha allertato il «118». Il personale sanitario ha quindi portato il piccolo all'ospedale pediatrico «Santobono» di Napoli. Il bimbo, che appare ben curato, è in buone condizioni di salute. La polizia sta lavorando per ricostruire quanto accaduto. La vicenda, dunque, è tutta da chiarire.

Bimbi divisi tra papà gay e mamma lesbica: è il "coparenting" la famiglia del futuro. Un fenomeno diffusissimo in Europa che sta prendendo piede anche in Italia tra single incalliti e coppie gay: con il coparenting si può "condividere" un figlio senza essere una coppia. Cristina Verdi, Martedì 04/02/2020, su Il Giornale.  Si può essere genitori senza essere una coppia? Si chiama coparenting ed è la nuova frontiera della genitorialità. Il fenomeno ha iniziato a diffondersi in Germania e da qualche anno è sbarcato anche nel nostro Paese. Il principio alla base è quello di mettere al mondo un figlio senza essere sentimentalmente legati al proprio partner. Dividere le spese, crescere ed educare i figli senza la “complicazione” di un legame fisso con un’altra persona. È un’opzione presa in considerazione da un numero sempre maggiore di persone, come dimostrano i siti che proliferano sul web. Piattaforme a metà tra social network e bacheche per incontri, in cui proporsi come cogenitore. Gli utenti, spiegano sul portale co-genitori.it, sono "single o coppie omosessuali, amici che si conoscono da anni o persone che si sono incontrate online". Il sistema va per la maggiore tra le coppie gay e lesbiche, che scelgono il coparenting per mettere al mondo uno o più figli che finiscono per avere due mamme e due papà. Il fatto che mamma e papà non si amino, secondo il parere degli esperti, non costituirebbe un problema. Men che meno il fatto che i piccoli finiscano per essere sballottati da una famiglia arcobaleno all’altra. Il bimbo deve "sentirsi desiderato", afferma una specialista, Sabine Walper, citata dal quotidiano La Verità. "Un bambino può essere cresciuto dai suoi genitori sia che siano una coppia o meno, single, sposati o divorziati, o dello stesso sesso", si legge sul sito che si propone di mettere i contatto gli aspiranti co-genitori. Basta registrarsi per entrare in contatto con Luca di Varese, "alto un metro e 80, occhi azzurri, fisico sportivo, pulito serio, riservato e disponibile a ogni analisi" o con Veloce, "padre separato che vorrebbe trovare una donna possibilmente benestante" per mettere al mondo un figlio. Poi Jloria, 36 anni, dell’Albuccione, con un "gran desiderio di diventare mamma". Si programma la gravidanza e si cresce la prole sulla base di un contratto scritto. Si condividono le decisioni e si dividono le spese. "Oggi, l’età media della prima gravidanza – spiegano sullo stesso sito - è molto più alta rispetto a qualche decennio fa" e "uno dei motivi per rimandare la gravidanza è che molte donne non hanno un partner e/o non si sentono finanziariamente abbastanza sicure per avere un bambino da sole". E così il co-parenting viene proposto come soluzione per chi sente "il ticchettio del proprio orologio biologico e non vuole rinunciare al sogno di dare inizio a una famiglia". "Nella maggior parte dei casi – spiegano sul portale - l’idea è di concepire un bambino attraverso trattamenti di procreazione assistita e poi crescere il bambino con un co-genitore, alcuni co-genitori decidono di vivere in due abitazioni separate e condividendo la custodia dei loro figli, di solito optando per rimanere il più vicino possibile l’uno all’altro, altri preferiscono vivere sotto lo stesso tetto per crescere insieme il proprio bambino". "Le coppie omosessuali – continua la spiegazione - possono anche prendere la decisione di collaborare con un/a singolo/a uomo/donna, o con un’altra coppia che è disposta ad avere un figlio con un co-genitore". Per i sostenitori della cogenitorialità la nascita di un figlio sarebbe spesso un fattore "destabilizzante" per la coppia e a lungo andare è possibile che lo "stress" conduca anche al divorzio. Per questo i fondatori del portale consigliano di giocare d’anticipo: "Restare amici piuttosto che essere innamorati permette di evitare molte delle questioni relative alla separazione". Così "è più semplice garantire il benessere del bambino". È la nuova famiglia "liquida". Senza legami. E senza amore.

Da milano.fanpage.it il 7 febbraio 2020. Per combattere i cambiamenti climatici bisogna mettere al mondo meno figli. A una prima lettura, sembra questo il messaggio di un opuscolo distribuito dallo Spazio Comune di Cremona e realizzato dall'associazione Filiera Corta Solidale. Il caso è scoppiato quando alcuni esponenti locali di Fratelli d'Italia hanno notato la dicitura "meno figli" sotto alla frase "le quattro azioni individuali più efficaci per mitigare i cambiamenti climatici". A esprimersi su quello che sarebbe stato un misunderstanding sono stati sia il primo cittadino di Cremona, Gianluca Galimberti, che la redattrice dell'opuscolo, Laura Rossi. Il sindaco Galimberti ha scritto su Facebook un proprio pensiero, rivelando di non aver "visto il libretto prima che diventasse un caso. Quello che c'è scritto è profondamente sbagliato e stupido". Poi, il tentativo di dare una spiegazione all'accaduto: "Gli assessori hanno spiegato che è un contenuto estrapolato malissimo da un contesto più generale di uno studio". Infine, la promessa: "Verrà ritirato". E così è in effetti stato. Anche l'assessore alla Mobilità sostenibile e Ambiente Simona Pasquali ha preso le distanze da quanto successo: "Mi dispiace e mi dissocio: non appartiene al mio modo di vedere le cose". Ci ha poi pensato Laura Rossi a spiegare l'intento dello studio i cui dati sono poi stati pubblicati, forse con un'eccessiva sintesi. La Rossi si è detta dispiaciuta di aver urtato la sensibilità di qualcuno, motivo per cui una volta ritirato, l'opuscolo sarà riscritto in maniera più chiara. In sostanza, come da quanto emerso negli studi vari, un sovrappopolamento del pianeta crea inevitabilmente problemi climatici maggiori ma la Rossi ha voluto sottolineare di non avere l'arroganza per dire cosa fare alle persone. Il caso, così come è deflagrato in pochi secondi, è altrettanto velocemente rientrato.

Cesare Peccarisi per corriere.it il 5 febbraio 2020.

Timore infondato del parto. Secondo l’Istat nel 2018 abbiamo toccato il minimo storico delle nascite dall’unità d’Italia. Fra i motivi della denatalità non ci sono soltanto quelli economici, come le spese da affrontare per asili, istruzione, ma anche i cambiamenti sociali o ritmi di vita sempre più frenetici che inducono ansia e depressione. Tuttavia la scelta di non avere figli può avere anche un’altra ragione psicologica , poco considerata, chiamata tocofobia, una sindrome che indica un timore eccessivo e infondato del parto (la parola viene dal greco tokos, parto e fobia, paura).

Una sindrome molto studiata. Descritta nel 2000 sul British Journal of Psychiatry dalle psichiatre inglesi Kristina Hofberg e Ian Brockington dell’Università di Birmingham, ne hanno parlato di recente sull’Indian Journal of Psycholgical Medicine anche i ricercatori del Dipartimento di psichiatria di Karnataka e Bengaluru e poco prima di loro i colleghi delle Università di Lubiana e Gerusalemme sul Journal of Perinatal Medicine. Ormai di questa sindrome, detta anche maieusio-fobia (dal greco maieusis, cioè parto di donna in travaglio) si occupano studiosi di tutto il mondo.

Figli sempre più tardi. In alcuni casi questa sindrome potrebbe spiegare anche la crescente tendenza a rimandare la maternità: sempre più donne fanno figli a 40 anni ricorrendo alla fecondazione assistita. La tendenza a ritardare la gravidanza è stata ribadita di recente dal Ministero della Salute nel 17° CeDAP (il rapporto annuale sull’evento nascita in Italia) secondo il quale l’età media delle madri italiane si è spostata a 32,8 anni. Ma non solo denatalità e ritardo delle gestazioni: la tocofobia potrebbe essere implicata anche in un altro fenomeno rilevato dall’indagine CeDAP e cioè l’aumento dei parti cesarei, una tendenza che non riguarda solo l’Italia, ma tutto il mondo.

Cesarei in aumento. Regolamentare questi comportamenti è difficile e può essere d’esempio il caso dell’Inghilterra dove, nonostante che le Linee Guida 2004 del Nice (The National Institute for Health and Care Excellence) avessero indicato ai medici di declinare le richieste di cesarei privi di indicazioni cliniche, fra il 1989 e il 2010 questi sono comunque passati dal 10 per cento al 25 per cento. Le direttive Nice sono state poi riviste nel 2011 concedendo il cesareo alle madri che lo richiedevano, previa una o più sedute di counseling psichiatrico. Adesso lo studio di The Lancet rivela però che già quattro anni dopo i cesarei d’oltremanica erano saliti al 26,7 per cento.

Aumenta il rischio di depressione. Non vanno però dimenticati i rischi anestesiologici, emorragici e laparoscopici del cesareo, né il fatto che, come osservato dai ricercatori della National Yang-Ming University di Taiwan, fa aumentare del 48 per cento il rischio di depressione, anche se programmato e non praticato d’urgenza. Né va infine scordato il fenomeno dei cesarei inutili, non solo in Italia. È stato pubblicato su BMC Pregnancy & Childbirth uno studio secondo cui in Armenia (dove i cesarei sono saliti dal 7,2 per cento del 2000 al 31 per cento del 2017) il rimborso ai medici per i cesarei era 11 volte maggiore rispetto al parto vaginale: un buon motivo economico per praticare cesarei anche senza necessità cliniche. E qui la tocofobia c’entra proprio poco.

L’ansia allunga il travaglio. «Molte donne temono il parto, ma in alcune la paura può diventare una vera fobia - dice Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di Neuroscienze del Fatebenefratelli-Sacco di Milano -. Come hanno scoperto all’Università di Oslo, se non curate queste paure prolungano il travaglio di un’ora e 32 minuti, col rischio di parto col forcipe o di un cesareo d’urgenza». Queste donne temono soprattutto il dolore, la perdita di controllo e danni della vagina che potrebbero poi allontanare il partner. La sindrome inizia in giovane età, spesso dopo un evento traumatico a cui hanno assistito. «Sono donne in genere ansiose e la tocofobia può svelare una depressione prenatale - prosegue Mencacci -. Ma, soprattutto nelle primipare, un adeguato counseling psicologico può far molto, magari con gruppi di auto-aiuto dove giovani mamme raccontano la loro esperienza».

Costanza Tosi per "il giornale.it" l'8 febbraio 2020. Avere figli da due madri? É possibile. Bastano cinquemila euro e una breve ricerca online per consentire a coppie di donne omosessuali di creare bambini con dna condiviso grazie a un travaso di ovuli.

É legale? No. Non Italia. Ma aggirare la legge per le coppie lgbt è diventato un gioco da ragazzi. In Spagna infatti, il cosiddetto “metodo ROPA”, che consente attraverso la fecondazione in vitro di creare il feto geneticamente appartenente alle due donne, è una pratica che sta prendendo sempre più piede. E così, per le coppie, basta rivolgersi ad una clinica italiana con sede in Spagna per ottenere il figlio con lo stesso processo. Trovare centri attrezzati per il processo di maternità è semplicissimo. Su internet le offerte per le donne italiane si moltiplicano a vista d’occhio. I siti delle cliniche private mettono a disposizione le informazioni necessarie per comprendere la tecnica innovativa e le pagine social di arcigay contribuiscono a sponsorizzarla.

Cosa consente la legge? In Italia per quanto riguarda la procreazione medicalmente assistita ci si attiene alla legge n. 40 del 19 febbraio 2004 (legge nota anche come legge 40 o legge 40/2004). Secondo la norma, alle tecniche di procreazione assistita possono accedere “coppie maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi”. Dunque, è possibile avere un figlio attraverso un percorso medico assistito per la fecondazione purché si tratti di una coppia di persone eterosessuali. Un uomo e una donna. Un limite, questo, che non è previsto dalla legislazione spagnola che è stata appositamente modificata per consentire l’accesso alla fecondazione assistita anche alle coppie omosessuali. “Qualora una coppia di donne intenda realizzare il proprio desiderio di genitorialità potrà far ricorso al metodo ROPA (Recepción de Ovocitos de la Pareja) chiamato anche Maternità condivisa, perché entrambe le donne saranno parte attiva, con ruoli diversi, nel processo che porterà ad una futura gravidanza", si legge sul sito di ivitalia.it. Si tratta di una clinica privata - con centri a Roma, Milano e Valencia - dove la legge in vigore permette che “qualsiasi donna di età superiore ai 18 anni, e con totale capacità di intendere e di volere, potrà essere ricevente o utente delle tecniche disciplinate dalla Legge 14/2006 sulle Tecniche di Procreazione Umana Assistita”.

Cos’è il “metodo ROPA”? Se la natura ammette che un bimbo nasca con il dna di un uomo e una donna, la tecnica utilizzata in Spagna mette in atto una sorta di travaso di ovuli da un ventre all’altro delle due donne desiderose di essere entrambe madri. Funziona esattamente così: una donna contribuirà a questo processo come donatrice offrendo i suoi ovuli, l’altra accoglierà nel proprio utero l’embrione ottenuto in seguito alla fecondazione in vitro. Il processo è lungo e potrebbe durare molti mesi affinché le cure ormonali creino le condizioni adatte alla gravidanza. I passaggi infatti, sono molto delicati. Una delle due donne viene sottoposta a stimolazione ovarica al fine di fornire gli ovociti, poi, l’altra, accoglie nel proprio utero gli embrioni derivanti dalla fecondazione degli ovociti con un campione di sperma di un donatore. Facendo una semplice telefonata alla clinica tutto viene spiegato in pochi minuti. Una signorina madrelingua italiana alla segreteria ci dà subito le prime informazioni. “Le percentuali di riuscita sono molto alte”. Poi, verifica i requisiti “Siete sposate?”, chiede. Se la risposta è sì non ci sono altri vincoli. “Può prendere un appuntamento e recarsi qui nella nostra sede a Velencia, dove verrà effettuata la prima visita ginecologica a colei che porterà il bambino” spiega ancora la segretaria. E siamo anche fortunati, perché da Ivi è tempo di saldi: “La prima visita le verrà a costare 90 euro invece che 150 - ci dice - è l’offerta di febbraio”. Sulle controindicazioni la ragazza non si esprime, non è un medico, ma ovviamente, commenta “ci sono sempre delle cure ormonali da sostenere”. Per le quali sono necessarie terapie medicinali, i cui farmaci non sono compresi nel prezzo. Dopo averci spiegato brevemente il processo, dalla clinica ci confermano che una madre sarà la donatrice di ovociti e l’altra terrà in grembo il feto. “La prima donna sarà la madre genetica del futuro bambino, mentre la seconda sarà la madre gestazionale. Entrambe saranno riconosciute come madri biologiche”. La madre genetica dovrà seguire un percorso di stimolazione ovarica che coincide con quello previsto per la fecondazione in vitro convenzionale. Gli ovuli ottenuti, in una seconda fase, vengono fecondati con lo sperma di un donatore. “Una volta avvenuta la fecondazione, gli embrioni saranno costantemente monitorati in laboratorio prima di eseguire il transfer”. Dicono sul sito di Ivi. Proprio così. Il trasferimento degli embrioni nell’utero dell’altra donna. Un travaso al fine di consentire alle due donne di dire “anche io sono madre a tutti gli effetti”. Certo, c’è anche un terzo incancellabile individuo, che è il donatore anonimo. Ma tranquilli, la clinica dispone di una lunga lista di individui da scegliere “anche in base ai tratti del viso della madre”. Insomma, una vetrina di spermatozoi a disposizione del cliente. Un po’ come la frutta al mercato della domenica. Qualche viaggio in Spagna, più di cinquemila euro in pochi mesi, farmaci su farmaci ed ecco esaudito il desiderio delle coppie di donne omosessuali. Ma a quel punto come fa un tribunale italiano a negare il riconoscimento all'anagrafe se il figlio nasce con il dna di tutte e due le madri? Dalla clinica nessuna risposta: “Non siamo sotto la legislazione spagnola signora…non ci occupiamo di questo e non ne sappiamo niente.”

EllaOne, la pillola dei 5 giorni dopo alle minorenni senza ricetta. Redazione su Il Riformista il 10 Ottobre 2020. Non sarà più necessario l’obbligo della prescrizione medica per dispensare anche alle minorenni l’ulipistral acetato (EllaOne), il farmaco utilizzato per la contraccezione di emergenza fino a cinque giorni dopo il rapporto sessuale. Lo ha stabilito l’Agenzia italiana del farmaco con una Determina dello scorso 8 ottobre. “Si tratta di uno strumento altamente efficace per la contraccezione d’emergenza per le giovani che abbiano avuto un rapporto non protetto, entro i cinque giorni dal rapporto – afferma il direttore generale di Aifa, Nicola Magrini – ed è anche, a mio avviso, uno strumento etico in quanto consente di evitare i momenti critici che di solito sono a carico solo delle ragazze. Voglio sottolineare che si tratta di contraccezione di emergenza e che non è un farmaco da utilizzare regolarmente”. Al momento dell’acquisto in farmacia, spiega Magrini, il farmaco sarà accompagnato da un foglio informativo che ha lo scopo di promuovere una contraccezione consapevole ed efficace ed evitare un uso inappropriato della contraccezione di emergenza. In questa ottica, Aifa svilupperà presto un sito ad hoc, con informazioni e indicazioni approfondite sulla contraccezione, di cui la pillola rappresenta una possibile opzione, consentendo a tutte le donne di programmare una gravidanza. “Ricordo infine – sottolinea il direttore generale di Aifa – che il farmaco è dal 2017 nella lista dei farmaci essenziali dell’Organizzazione mondiale della sanità per questa indicazione, come parte dei programmi di accesso ai farmaci contraccettivi, e che le gravidanze nelle teenager sono un importante indicatore di sviluppo di una società, che va tenuto ai minimi livelli”. La maggior parte delle gravidanze adolescenziali, infatti, non sono pianificate e molte terminano con un aborto. Il parto nelle adolescenti, per contro, si accompagna spesso a difficoltà della giovane madre di accedere ai servizi materno-infantili e a problematiche sul piano interpersonale e psicologico: hanno meno probabilità di portare a termine gli studi e di conseguenza una minore possibilità di occupazione, maggiori probabilità di crescere i propri figli da sole e in povertà. La gravidanza adolescenziale, inoltre, è associata a un più elevato rischio di morbosità/mortalità perinatale, sottolinea l’Aifa, che parla della propria decisione di abolire la ricetta per la cosiddetta pillola dei 5 giorni dopo come di “una svolta per la tutela della salute fisica e psicologica delle adolescenti”. Secondo la relazione al Parlamento fatta a giugno dal ministro della Salute, Roberto Speranza, su dati del 2018, “l’aumento dell’uso della contraccezione d’emergenza – levonorgestrel (Norlevo), la "pillola del giorno dopo", e ulipistral acetato (EllaOne), la "pillola dei 5 giorni dopo" – ha inciso positivamente sulla riduzione delle interruzioni volontarie di gravidanza (Ivg), che è in continua e progressiva diminuzione dal 1983”. Eliminare l’obbligo di ricetta per la contraccezione di emergenza per le minorenni intende favorire, dunque, secondo l’Aifa, “il raggiungimento dell’ambiziosa meta della riduzione del tasso di concepimento sotto i 18 anni”. Una decisione destinata a sollevare polemiche, come le recenti linee guida sull’aborto del ministero che ha abolito il ricovero obbligatorio, contestate non solo dai movimenti Pro vita, ma anche da alcune Regioni, come il Piemonte, che ha stabilito il divieto di aborto farmacologico nei consultori e che il ricovero vada valutato dal medico e dalla direzione sanitaria.

Pillola del giorno dopo, boom di vendite: ecco come funziona e quali rischi comporta. Pubblicato mercoledì, 05 febbraio 2020 su Corriere.it da Milena Gabanelli e Simona Ravizza. Deve restare contraccezione d’emergenza perché non protegge dalle malattie sessuali. Il 22% ha rapporti non protetti. L’8 maggio 2015 l’Agenzia italiana del Farmaco (Aifa) decide che le donne maggiorenni possono acquistare EllaOne senza ricetta. L’impennata di vendite è immediata: in un anno si passa da 123.800 confezioni a 229.900, che arrivano a 253 nel 2018. Sono gli ultimi dati disponibili elaborati da Federfarma per Dataroom. Il principio attivo è l’Ulipristal acetato, utilizzato anche per curare i fibromi uterini. Una pillola di EllaOne ne contiene 30 mg.La questione è ancora dibattuta: la EllaOne impedisce solo la fecondazione oppure ha anche un effetto anti-annidatorio che può interrompere la gravidanza? Cosa fin qui è stato dimostrato ce lo spiega Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, alla luce degli studi scientifici internazionali. L’Ulipristal acetato agisce sul progesterone, l’ormone che permette la creazione delle condizioni nell’utero per la fecondazione, e può avere due effetti:

1) l’inibizione dell’ovulazione. Vuol dire che l’ovulo trova la porta chiusa e quindi è più complicato, se non impossibile, uscire dal follicolo e incontrare lo spermatozoo.

2) Una possibile azione sull’endometrio e, dunque, sull’annidamento dell’embrione e al mantenimento della gravidanza. Molti studi concludono che le basse dosi di Ulipristal acetato utilizzate per la contraccezione d’emergenza non hanno effetti significativi sullo spessore dell’endometrio e sull’impianto dell’embrione. Tuttavia questi risultati sono ancora considerati non definitivi.Uno studio recente confronta l’efficacia della EllaOne come contraccettivo d’emergenza in base al momento in cui avviene la sua somministrazione. A fare la differenza è il momento dell’ovulazione, e il periodo fertile inizia normalmente 5 giorni prima e si conclude 1 giorno dopo. Se la pillola viene assunta prima dell’ovulazione la gravidanza viene evitata nel 77,6% dei casi, se dopo nel 36,4%. In sostanza: la percentuale di gravidanze è inferiore in modo significativo a quella prevista in seguito a rapporti sessuali non protetti assumendo il farmaco prima dell’ovulazione. Siccome per una donna è complicato sapere con esattezza quando ovula, e il farmaco lo prende «al bisogno», verrebbe da suggerire di prenderlo subito dopo il fatto. Ed è forse anche questa la ragione per la quale non è prevista la ricetta medica. Sono stati valutati su 4718 donne durante il programma di sviluppo clinico. Cefalea, nausea e vomito sono gli effetti collaterali più comuni (nel 25% dei casi). Poi stanchezza, dolorabilità dei seni, dolore addominale e alla schiena, capogiri e, meno frequentemente, diarrea, che si protraggono per 1-2 giorni dall’assunzione. Il principio attivo Ulipristal acetato è condiviso sia da EllaOne sia da Esmya, un medicinale utilizzato in modo continuativo per il trattamento dei fibromi dell’utero in donne adulte non ancora in menopausa. Sull’uso di Esmya c’è allerta per le possibili conseguenze sul fegato, dopo 4 casi di insufficienza epatica riscontrati in donne che ne hanno fatto uso: nella documentazione disponibile all’Ema non sono, però, attribuibili con certezza all’impiego di Esmya ed è verosimile che si trattasse di pazienti che avevano già insufficienza epatica. In ogni caso le indicazioni all’impiego dei due farmaci sono diverse: Esmya è da somministrare una volta al giorno per un massimo di 3 mesi in compresse da 5 mg, mentre EllaOne contiene 30 mg, ed è da assumere una sola volta e solo in occasione di rapporti a rischio. Visti i dati di mercato alle giovani ragazze sembra sfuggire il fatto che EllaOne è un farmaco destinato esclusivamente a un uso estremo, e che non protegge da infezione trasmissibili sessualmente e soprattutto non può sostituire l’uso corretto di un metodo anticoncezionale come invece rischia di essere. Infatti negli ultimi 6 anni la vendita dei profilattici nelle farmacie è diminuita del 26% . Va detto che non è dato sapere se parallelamente sono aumentati gli acquisti al supermercato o online. Resta il fatto che dagli ultimi dati del ministero della Salute su 13.973 universitari il 22% dichiara di aver avuto rapporti occasionali non protetti.

Ha un figlio ma lo scopre solo dopo diversi anni: condannato al risarcimento. Per la giurisprudenza, infatti, basta aver consumato rapporti sessuali all'epoca del concepimento per essere comunque colpevoli: non conta quanto tempo sia passato e l'essere a conoscenza della paternità. Alessandro Simeone, Avvocato del Comitato Scientifico de Il Familiarista, portale interdisciplinare in materia di diritto di famiglia di Giuffrè Francis Lefebvre,  l'08 Febbraio 2020 su La Repubblica. Un giovane all’età di 14 anni scopre di essere nato da una relazione tra sua madre e un uomo all’epoca sposato con un'altra donna. Passati oltre 23 anni senza aver fatto nulla, il ragazzo, ormai diventato un uomo adulto, agisce contro il padre non solo per il riconoscimento ma anche per il risarcimento del danno. Il padre si è difeso ammettendo di aver avuto rapporti, 38 anni prima, con l’amante ma replicando che per lungo tempo nessuno si era fatto sentire e che, dunque, lui non aveva fatto il genitore per non essere stato messo nella condizione di esserlo. Nulla da fare per lui, perché il Tribunale di Bergamo non solo ha accertato la paternità (dopo perizia genetica) ma lo ha anche condannato a versare al figlio 70 mila euro. Una sentenza, quella orobica, che potrebbe anche stupire, se non fosse che si pone in linea con l’atteggiamento rigorosissimo (e per certi aspetti punitivo) dei nostri Tribunali e della Corte di Cassazione, per i quali non conta il tempo trascorso, non conta il fatto di non aver la certezza della paternità e non conta neppure il fatto che un figlio, pur raggiunta la maggiore età, non abbia mai mosso alcuna obiezione al presunto padre e abbia  preferito aspettare così tanto tempo prima di “presentare il conto”, incolpando il genitore dei suoi fallimenti professionali e personali. Per la giurisprudenza, infatti, per essere condannati basta l’aver consumato rapporti sessuali all’epoca del concepimento e non conta quanto tempo sia passato. In questi casi, infatti, la prescrizione del risarcimento del danno (solitamente quinquennale) comincia a decorrere solo dopo la sentenza che abbia accolto la domanda di riconoscimento da parte del figlio; domanda che, a sua volta, non è soggetta ad alcun termine e può essere presentata anche dopo la morte del padre. Un meccanismo che equipara chi rimane in silenzio per anni e aspetta il momento giusto per agire a tutti quei figli che, seppure riconosciuti legalmente, hanno patito il dolore delle assenze e delle angherie di un genitore (padre o madre non fa differenza) che, consapevolmente, non ha adempiuto ai propri doveri. Potrebbe non essere un desiderio malsano quello di vedere, prima o poi, qualche giudice invertire la tendenza e condannare solo chi, colpevolmente, non ha voluto fare il genitore. 

Al cinema "Figli", divertente istantanea della genitorialità moderna. Ansie e nevrosi di due genitori bis, raccontate attraverso una serie di siparietti apparentemente svagati ma dalla freschezza rigenerante e illuminante. Serena Nannelli, Venerdì 24/01/2020, su Il Giornale. "Figli" è il film che Mattia Torre (già regista di "Boris" e "Ogni maledetto Natale") ha scritto ma non ha potuto girare a causa della malattia che se lo è portato via lo scorso Luglio. Tratto dal monologo dello stesso autore “I figli ti invecchiano” che diventò virale interpretato da Valerio Mastandrea in un programma televisivo, "Figli" racconta, con ilare irriverenza e mantenendosi in bilico tra reale e immaginario, le difficoltà cui va incontro chi decida di procreare in un Paese come il nostro. Sara e Nicola (Paola Cortellesi e Valerio Mastrandea) sono sposati, innamorati e hanno una figlia di 6 anni. L'arrivo del secondogenito, però, li coglie impreparati: il carico di lavoro aggiuntivo sconvolge l’organizzazione del nucleo familiare. Il nuovo pargolo (i cui pianti nel film, per convenzione, sono sostituiti dalla Sonata per pianoforte n. 8 di Beethoven, nota con il titolo di Patetica), rompe gli equilibri e scatena la gelosia della sorellina. Chiedere aiuto ai nonni si rivela fallimentare, parlare con una pediatra "guru", invece, un salasso economico in cambio di soluzioni utopistiche. Alla lunga la stanchezza, poco ridimensionata da un'improbabile tata ciociara, minerà la tenuta di coppia. Il progetto del film era stato affidato da Torre a un suo collaboratore di lungo corso, Giuseppe Bonito, in grado di tradurne in immagini la verve e sensibilità. Diviso in capitoli, "Figli"è un susseguirsi di scene comuni in cui lo spettatore (che sia genitore o no) avrà modo di ritrovarsi, una sorta di manuale di sopravvivenza alle difficoltà quotidiane insite nelle responsabilità familiari. Tra cartelle esattoriali, litigi, passi falsi e senso di adeguatezza, ai due quarantenni al centro della scena viene spesso in mente, come unica soluzione percorribile, quella di buttarsi dalla finestra, ma poi ripiegano sfogando il proprio istinto di fuga nel correre via, appena possibile, da una casa che somiglia all'inferno. Intanto altre tipologie di genitori legate alla contemporaneità sfilano in un non-luogo dallo sfondo bianco, tracciando un piccolo bestiario reso efficace da bravi attori comprimari. Il film critica la mancanza di politiche sociali di un'Italia in ostaggio della precarietà e dipinge sia il rancore generazionale nei confronti di genitori anziani che, egoisti e menefreghisti, rifiutano di fare i nonni (un piccolo cult il monologo della madre della protagonista), sia il conflitto di genere laddove si dia per scontato che la donna si occupi della prole e, nei rarissimi casi in cui sia l'uomo a farlo, quest'ultimo si senta un autentico supereroe. Paola Cortellesi e Valerio Mastandrea recitano insieme con un affiatamento e una chimica evidenti: alla credibilità dell'interpretazione ha forse giovato che i due siano stati una coppia nella vita reale, anche se oltre dieci anni fa. "Figli" non è un'opera particolarmente originale, ha diversi rallentamenti di ritmo, situazioni comiche ripetute in maniera ridondante e una seconda parte, dedicata alla lotta per far sopravvivere quel che resta dell'amore, meno riuscita. Eppure è indubbio che, pur presentando una struttura diversa dalle usuali commedie nostrane, questo film tenga insieme il proprio collage di gag attraverso una narrazione cui non difettano alcuni momenti di grazia. La visione regala sorrisi "terapeutici": in sala ci sarà chi troverà divertente riassaporare in chiave tragicomica certi momenti del proprio vissuto e chi se la spasserà per il motivo opposto, incasellando ciò che scorre sul grande schermo nella categoria "scampato pericolo". 

Annalena Benini per il Foglio il 25 gennaio 2020. Stamattina ho fatto la lavastoviglie, l' ho mandata, m'hanno visto tutti", urla il marito alla moglie che gli urla, dentro l' esplosione di un secondo figlio appena nato: non fai mai niente. Ho fatto la lavastoviglie è una frase meravigliosa, perché è la frase di tutti, è minuscola e dentro questa piccolezza Mattia Torre costruisce l' immensità della debolezza degli esseri umani alle prese con le piccole e insormontabili cose di ogni giorno. Ho fatto la lavastoviglie è anche la frase che solo un uomo può pronunciare, o al massimo un figlio di sedici anni. Ho fatto la lavastoviglie, m' hanno visto tutti (tutti chi?), dice Valerio Mastandrea a Paola Cortellesi in "Figli", appena uscito al cinema, con la regia di Giuseppe Bonito, al quale, morendo, Mattia Torre ha affidato il film che aveva scritto e che non ha fatto in tempo a girare. Un film che nasce da un monologo letto da Valerio Mastandrea, "I figli ti invecchiano", e il monologo nasce da un racconto di Mattia Torre pubblicato qui sul Foglio. Da un' idea sua. Ti va di scrivere qualcosa sui figli? Sì. E poi basta, io ho aspettato e lui dopo pochi giorni ha scritto: "I figli ti invecchiano anche perché quando arrivano al mondo mettono fine, con violenza inaudita, a quella stagione di aperitivi feste e possibilità che ti sembravano il senso stesso della vita. Murato in casa e reso cieco da una congiuntivite, hai un vago ricordo di ciò che eri e di ciò che avresti ancora potuto esprimere, ma non sai più dire con precisione, hai solo molto sonno". Dopo aver mandato il pezzo, Mattia voleva sapere se non mi sembrasse un po' triste. Avevo riso con le lacrime, leggendo, e ho risposto no, è solo magnifico. E' magnifico, infatti, ed è anche triste. Ovunque la scrittura riesca a entrare nel senso dell' esistenza, di quel che finisce e non può ritornare, non c' è mai soltanto brillantezza e allegria. C' è la disperazione, e il tentativo di consolarla, ma con uno sguardo feroce su chi siamo, sui nostri difetti, sulle nostre ossessioni. "Che a noi il cibo non ce lo devono toccare, che al telegiornale quando fa molto caldo l' esperto dice: cercate di evitare cibi pesanti, mangiate molta frutta e verdura e noi pensiamo: ma va a mori' ammazzato" (da "Gola"). Mattia Torre non è stato soltanto il più brillante: geniale creatore di insieme a Luca Vendruscolo e Giacomo Ciarrapico, il drammaturgo più innovativo ("4 5 6" e "Qui e ora" sono spettacoli indimenticabili, in cui il delirio ci avvicina alla conoscenza, ci sconvolge coinvolgendoci), lo scrittore che riesce a tenere insieme crudeltà e compassione, comicità e tormento, e anche questo nostro continuo rimuginare. "Figli" è purtroppo il suo ultimo film, in cui anche le didascalie della sceneggiatura, ha raccontato Paola Cortellesi, sono curate nella scrittura, nel linguaggio, e spiegano esattamente qual è il sentimento, la temperatura di una scena (ci sono molti modi di buttarsi dalla finestra, ad esempio, ci sono molti significati nell' idea surreale e realistica di buttarsi dalla finestra, e Paola Cortellesi in questo film si butta spesso dalla finestra, ogni volta con uno spirito diverso: con esasperazione, con tormento, con Boris rabbia, perfino con speranza), e dentro lo sguardo di Mattia Torre sul mondo dei genitori e dei figli, e dei genitori dei genitori (i vecchi che dicono ai giovani: possiamo distruggervi tutti, siamo di più, abbiamo più tempo libero, abbiamo l' Inps), c' è questa idea di continua vertigine. E' la vertigine di vivere. La vertigine di cadere, da un momento all' altro. Perfino il desiderio di cadere. Qualcuno direbbe che è l' orlo del baratro: Paola Cortellesi e Valerio Mastandrea si trovano, nel film, per due ore sull' orlo del baratro, nella comicità e nella disperazione, e molti di noi si sentono sempre, anche con un po' di epico compiacimento, sull' orlo del baratro. Milan Kundera parla invece di "ebbrezza della debolezza". Ci si rende conto della propria debolezza, e invece di resisterle, ci si vuole abbandonare a essa. Ci si ubriaca della propria debolezza, dentro le piccole cose di ogni giorno e dentro il secondo figlio che ha rivoluzionato tutto e ci toglie il sonno e il desiderio e la razionalità e quel che restava della giovinezza. L' ubriacatura, allora, è anche il catastrofico consegnarci alle mostruose feste di compleanno dei bambini nel girone infernale del festificio, quello con i camorristi all' ingresso, dentro qualcosa che può essere un sogno, un dormiveglia o una qualunque realtà del sabato pomeriggio, e consegnarci sentendoci eroi, martiri, caduti in nome della vertigine di fare figli. Con il piacere un po' sadico, quindi, di stare all' inferno, sottoposti a pene infernali: c' è un amico del protagonista, l' attore Stefano Fresi, che va in giro con due bambini che lo percuotono continuamente con clave di plastica. Lui parla, spiega la fatica di vivere, e intanto i figli lo percuotono, lui dà consigli sulla paternità e intanto i figli lo percuotono, cammina e i figli lo percuotono, impazzisce e i figli lo percuotono. Nessuno se ne accorge quasi più, che i figli lo percuotono. E' la sua condizione di padre e di essere umano. E noi ridiamo, e intanto pensiamo alle nostre continue percosse, alle nostre pene, alla nostra ebbrezza di precipitati, al nostro eroismo da feste di compleanno e cene di Carnevale, in maschera. Quando Valerio Mastandrea, con il respiro sempre affannato, dice al suo collega di lavoro che sua moglie è incinta per la seconda volta, lui ha la soluzione: "Molla la famiglia subito. Di' che sei pazzo. Ti fai questi due mesi in psichiatria al San Camillo e poi sei libero". E' una vertigine, è comico, surreale, disperato, delirante e possibile insieme. Mi faccio questi due mesi in psichiatria e poi sono libero. Dico che sono pazzo e sono libero. Scappo e sono libero. Mattia Torre riesce a raccontare le ebbrezze inconfessabili, e anche quelle confessabili: "Io sono una merda". "Sì". Ci diverte, ci respinge, ci consola di quello che siamo: vogliamo mangiare, vogliamo bere, vogliamo essere liberi di fare come ci pare, vogliamo lavorare, sentirci forti, vogliamo uscire a ubriacarci, vogliamo flirtare, tradirci. Ma appena otteniamo una qualunque di queste cose, o stiamo per ottenerla, ecco la pena a cui siamo condannati in eterno, come nell' Inferno di Dante, la pena ricorrente: vogliamo solo tornare a casa. Vogliamo solo non smettere di sentirci amati, eroici e al sicuro. Valerio Mastandrea e Paola Cortellesi, che sono scappati di casa correndo, per l' esaltazione della sera libera, passano il tempo al ristorante a dormire sul tavolo e a guardare le foto dei figli sul cellulare, e a controllare che ore sono, per capire quando è accettabile tornare a casa. E a casa il pianto del figlio neonato, quello che la sorellina vorrebbe riportare in ospedale, non è il pianto qualunque di un neonato, ma è, ogni volta, cento volte a notte, mille volte al giorno, la Patetica di Beethoven. La Patetica di Beethoven è il senso della nostra grandezza, e del nostro essere sopraffatti dalla debolezza. "Ma più di tutto, conta ciò che i figli fanno alla tua mente. I figli ti fanno ripiombare, con una forza che neanche l' ipnosi, nel tuo passato più doloroso e remoto: l' odore degli alberi alle otto del mattino prima di entrare a scuola, la simmetrica precisione dell' astuccio, la catena sporca della bici, le merendine, la ghiaia, le ginocchia sbucciate. Questi ricordi, non so dire perché, sono la mazzata finale. La vita stessa, che credevi di aver incasellato in categorie discutibili ma tutto sommato valide, o comunque tue, sfugge via. Sei una piccola parte di un tutto più complesso e i gin-tonic hanno smesso di darti l' illusione dell' eternità. Sei un pezzo di un grande ingranaggio, e siccome siamo in Italia, l' ingranaggio è vecchio, arrugginito e si muove a fatica. D' altra parte, il tuo cuore non è mai stato così grande", ha scritto Mattia Torre. Il cuore ci salva dalla partita Iva, da Equitalia, dall' odio per il vicino di casa in pensione, dalle mestruazioni, dalla fissazione per la seconda casa al mare o in montagna, dai "mandarini di giù" e "la polenta di su" che bisogna mangiare per forza anche se non abbiamo più fame, anche se abbiamo la nausea, anche se ci sentiamo male, sennò ci inseguono giù per le scale tirandoci le arance e urlandocene la provenienza: "Sono le arance di giù pezzo di merda", il cuore ci salva forse dai vecchi che neanche muoiono più, dagli infermieri che in ospedale se ti cade il telefono "Muratoincasaeresociecodauna congiuntivite, hai un vago ricordo di ciò che eri. Ma non sai più dire con precisione, hai solo molto sonno" Paola Cortellesi e Valerio Mastandrea si trovano per due ore sull' orlo del baratro, nella comicità e nella disperazione Vogliamo mangiare, uscire a ubriacarci, essere liberi. Ma appena otteniamo una di queste cose, vogliamo solo tornare a casa Come ne "La Linea Verticale", anche adesso, in "Figli", si ride e si piange. D' altra parte il tuo cuore non è mai stato così grande di notte non te lo raccolgono, dall' attesa per la Tac senza bere perché qualcuno ci ha detto di non bere e invece potevamo benissimo bere, dal fatto che è sempre colpa di un altro, di quello che veniva prima, del dentista di prima, dell' idraulico di prima, del meccanico di prima, del governo di prima, e il cuore, che con questo slancio di speranza non è mai stato così grande, ci salverà anche dal cervello di un padre, convinto di essere illuminato e moderno, che dice: ma ho fatto la lavastoviglie, l' ho mandata, mi hanno visto tutti. Mentre l' amico preso a mazzate dai figli dice che la moglie deve fare una risonanza, sicuramente ha un problema neurologico grave, qualcosa di brutto, "perché non mi vede proprio". C' è la possibilità del riscatto, ancora e ancora, c' è la possibilità continua di perdonarci le nostre debolezze, le nostre vertigini, l' egoismo, l' invidia perfino per il televisore del vicino di letto, in ospedale. "Un ospedale ha le sue regole. In un ospedale, ci sono regole scritte e regole non scritte. Tra quelle non scritte, alcune sono più singolari di altre. In una stanza d' ospedale, il televisore del vicino di letto è sempre più bello". I vicini di letto stanno guardando entrambi un documentario sui macachi, sullo stesso canale, ma ognuno lo guarda sul televisore dell' altro, con un sorriso di conquista. Mattia Torre ha raccontato anche la malattia, la vita di un malato di cancro dentro un ospedale pubblico, e quello che doveva essere un monologo teatrale è diventato una serie tivù, "La linea verticale". Era la sua malattia, la sua storia, la grande vittoria del viaggio fino al bar dell' ospedale, a ordinare cinque caffè per gli infermieri e tornare indietro, faticosamente ma con le proprie forze, con il vassoietto in mano. Ci ha fatto ridere e piangere, e provare il desiderio di abbracciare l' intera umanità, nevrotica, fissata, litigiosa, avida, generosa e affamata di carbonara e assetata di Chablis. Anche adesso, in "Figli", si ride e si piange. D' altra parte il tuo cuore non è mai stato così grande.

Sette mila euro la spesa per il primo figlio tra gravidanza e primi 12 mesi di vita. Pubblicato venerdì, 24 gennaio 2020 su Corriere.it da Emily Capozucca. Da un’indagine realizzata da mUp perFacile.it sono 210 mila le famiglie che negli ultimi 3 anni ha chiesto un prestito in banca per poter far fronte ai costi dell’arrivo del primo figlio (soprattutto nelle regioni del Sud), a partire dalla gravidanza, 125.000 già durante i 9 mesi di gravidanza mentre il 43,5% dei neo genitori si è affidato all’aiuto economico dei nonni. Le richieste di finanziamento aumentano se si considerano anche quelle non ordinarie come l’acquisto di un’auto più spaziosa (22,3%), la ristrutturazione della casa (12,4%), l’acquisto (9,3%) o l’affitto (7,4%) di una più grande. Considerando un campione di famiglie italiane con figli da zero a 3 anni, ciò che emerge dalla ricerca è che per le sole spese ordinarie durante i 9 mesi di gravidanza, tra farmaci, visite, abbigliamento e tutto il necessario per l’arrivo di un bebè , si spendono, in media, per il promo figlio 3.411 euro. Il secondo “gode di rendita” e costa 2.754 euro, il 24% in meno.I costi aumentano dopo la nascita del bebè, e tra pannolini, pappe, vestitini e altro, il conto arriva in media a 3.577 euro per il primo figlio e meno di 2.811 euro per il secondo. Anche qui il 40% del campione preso in considerazione ha dichiarato di aver chiesto aiuto a nonni e parenti stretti metre sono circa 155 mila le famiglie che hanno chieste un prestito, soprattutto nel Centro Italia e al Sud. A pesare nelle tasche dei genitori sono gli asili nido, che non ha posti sufficienti per coprire tutte le necessità. I dati Istat hanno evidenziato che dal 2016 al 2017 i posti disponibili degli asili potevano soddisfare solo il 25% del potenziale bacino d’utenza. dalla rielaborazione dei dati che Facile.it ha raccolto, si deduce che solo 1 famiglia su 3 ha avuto accesso alla struttura pubblica. Con quali conseguenze? Costi aggiuntivi per le famiglie. Il 40% ha dovuto ricorrere a una soluzione a pagamento: il 31,7% ha dovuto pagare una retta a nidi privati per una spesa media di 531 euro al mese e il 12,5% a una babysitter per la quale si spendono circa 464 euro mensili.

Da leggo.it il 23 gennaio 2020. Una coppia di sposi va in luna di miele e porta con sé la mamma della sposa. Fin qui, nulla di strano, se non fosse che lo sposo, proprio durante il viaggio di nozze, ha tradito la moglie con la suocera e, alcuni mesi dopo, i due hanno avuto anche un figlio. Una vicenda surreale, quella che è emersa negli ultimi giorni ma che risale ormai a 16 anni fa. Il Daily Mail riporta infatti il racconto di Lauren Walls, oggi 34enne, che nel 2004 aveva coronato il suo sogno d'amore col matrimonio con Paul White, di un anno più grande. Dopo le nozze, la coppia aveva fatto un viaggio di nozze girando la contea di Devon, ma lo aveva fatto invitando anche Julie, la mamma della sposa, che aveva contribuito economicamente alla cerimonia e alla luna di miele. Fin qui, niente di strano, se non fosse che, proprio durante la luna di miele, Paul aveva iniziato a mostrarsi a disagio e piuttosto riservato. Lauren aveva notato quell'improvviso cambiamento, ma non poteva certo immaginare cosa stesse accadendo. La sorella di Lauren, dopo aver sbirciato sul cellulare della madre, aveva scoperto alcune conversazioni tra la donna e il suo genero. Meno di due mesi dopo, alla fine, Paul decise di lasciare la moglie e uscire allo scoperto: l'uomo aveva una relazione con sua suocera. Nove mesi dopo l'addio alla moglie, Paul e Julie avevano avuto anche un figlio. «Non potevo crederci, mi era caduto il mondo addosso: due delle persone che amavo di più, e di cui mi fidavo ciecamente, mi avevano tradito così. Questa è una delle cose peggiori che una madre possa fare alla figlia. Paul andava sempre molto d'accordo con mia madre e non avevo mai sospettato nulla: in fin dei conti, lei era sua suocera e lui semplicemente era sempre stato gentile con lei» - racconta oggi Lauren - «C'è voluto molto tempo per superare tutto, ma alla fine, cinque anni dopo, sono andata anche al loro matrimonio. L'ho fatto solo per il bene della famiglia, ma ho avuto la forza di andare avanti e ho un nuovo compagno, da cui ho avuto quattro figli. Ma la fiducia, di fronte a ciò che ho vissuto, non la riacquisterò mai del tutto ed è questo il lato peggiore di tutta la storia».

Cesare Peccarisi per “Salute - Corriere della Sera” il 17 gennaio 2020. Secondo l' Istat nel 2018 abbiamo toccato il minimo storico delle nascite dall' unità d' Italia. Fra i motivi della denatalità non ci sono soltanto quelli economici, come le spese da affrontare per asili, istruzione, ma anche i cambiamenti sociali o ritmi di vita sempre più frenetici che inducono ansia e depressione. Tuttavia la scelta di non avere figli può avere anche un' altra ragione psicologica , poco considerata, chiamata tocofobia, una sindrome che indica un timore eccessivo e infondato del parto (la parola viene dal greco tocos, parto, e phobos, paura, ndr ). Descritta nel 2000 sul British Journal of Psychiatry dalle psichiatre inglesi Kristina Hofberg e Ian Brockington dell' Università di Birmingham, ne hanno parlato di recente sull' Indian Journal of Psycholgical Medicine anche i ricercatori del Dipartimento di psichiatria di Karnataka e Bengaluru e poco prima di loro i colleghi delle Università di Lubiana e Gerusalemme sul Journal of Perinatal Medicine . Ormai di questa sindrome, detta anche maieusio-fobia (dal greco maieusis , cioè parto di donna in travaglio) si occupano studiosi di tutto il mondo. In alcuni casi questa sindrome potrebbe spiegare anche la crescente tendenza a rimandare la maternità: sempre più donne fanno figli a 40 anni ricorrendo alla fecondazione assistita. La tendenza a ritardare la gravidanza è stata ribadita di recente dal Ministero della Salute nel 17° CeDAP (il rapporto annuale sull' evento nascita in Italia) secondo il quale l' età media delle madri italiane si è spostata a 32,8 anni. Ma non solo denatalità e ritardo delle gestazioni: la tocofobia potrebbe essere implicata anche in un altro fenomeno rilevato dall' indagine CeDAP e cioè l' aumento dei parti cesarei, una tendenza che non riguarda solo l' Italia, ma tutto il mondo. Uno studio dell' Università canadese di Manitoba, che è stato pubblicato su The Lancet , indica che i cesarei sono saliti dai 16 milioni del 2000 a quasi 30 nel 2015: in America Latina e nei Caraibi risultano decuplicati (oggi il 44,3 per cento dei parti delle Antille), mentre negli Stati Uniti sono aumentati di quasi un quarto (23 per cento). Per stabilire un nesso certo fra cesarei e tocofobia mancano ancora dati sulla reale frequenza della sindrome: colpirebbe in forma seria il 20 per cento delle primipare, nel 6 per cento dei casi in forma gravissima, spingendole talora addirittura all' aborto. Regolamentare questi comportamenti è difficile e può essere d' esempio il caso dell' Inghilterra dove, nonostante che le Linee Guida 2004 del Nice (The National Institute for Health and Care Excellence) avessero indicato ai medici di declinare le richieste di cesarei privi di indicazioni cliniche, fra il 1989 e il 2010 questi sono comunque passati dal 10 per cento al 25 per cento. Le direttive Nice sono state poi riviste nel 2011 concedendo il cesareo alle madri che lo richiedevano, previa una o più sedute di counseling psichiatrico. Adesso lo studio di The Lancet rivela però che già quattro anni dopo i cesarei d' oltremanica erano saliti al 26,7 per cento. Che la revisione abbia lasciato libero sfogo alle paure tocofobiche che in qualche misura aleggiano nel fondo dell' animo di ogni futura mamma? Secondo il CeDAP da noi i cesarei si praticano sia in strutture private (50,9 per cento) sia pubbliche (31,7 per cento). A richiederli sono in oltre la metà dei casi (54,2 per cento) donne primipare. Le pluripare lo fanno soprattutto se il bambino ha una presentazione cefalica, condizione che, col parto naturale, può esporre a qualche rischio. Non vanno però dimenticati i rischi anestesiologici, emorragici e laparoscopici del cesareo, né il fatto che, come osservato dai ricercatori della National Yang-Ming University di Taiwan, fa aumentare del 48 per cento il rischio di depressione, anche se programmato e non praticato d' urgenza. Né va infine scordato il fenomeno dei cesarei inutili, non solo in Italia. È stato pubblicato su BMC Pregnancy & Childbirth uno studio secondo cui in Armenia (dove i cesarei sono saliti dal 7,2 per cento del 2000 al 31 per cento del 2017) il rimborso ai medici per i cesarei era 11 volte maggiore rispetto al parto vaginale: un buon motivo economico per praticare cesarei anche senza necessità cliniche. E qui la tocofobia c' entra proprio poco.

Giuliano Guzzo per "La Verità" l'8 gennaio 2020. Si può arrivare a ritirare un premio prestigioso osannando il diritto di aborto? In teoria, è un controsenso dato che la perdita, ancorché volontaria, di un figlio rappresenta comunque un dramma, come per decenni perfino il fronte femminista ha riconosciuto; in pratica, però, è quanto accaduto nelle scorse ore ai Golden Globes, la serata dei riconoscimenti statunitensi assegnati annualmente ai migliori film e programmi televisivi della stagione. Nonostante l'ammonimento introduttivo del presentatore Ricky Gervais («Se stasera vincerete un premio, non fate discorsi politici. Non siete in grado di insegnare al pubblico nulla»), quasi nessuno degli attori premiati si è difatti risparmiato un piccolo comizio, da Joaquin Phoenix, premiato per Joker, il quale ha chiesto più impegno per combattere «questo clima impazzito», a Kate McKinnon, star di Saturday Night Live, che ha elogiato il coming out dell' attrice lesbica Ellen DeGeneres. L' apice dell'inopportuno è però per l'appunto stato quello di Michelle Williams la quale, salita sul palco - peraltro in dolce attesa - per il premio di migliore attrice in una miniserie o film televisivo, non ha trovato di meglio che mettersi a esaltare, quasi fosse un vanto, il proprio precedente aborto. «Sono grata per il riconoscimento avuto grazie alle scelte che ho fatto», ha dichiarato l' attrice diventata famosa negli anni Novanta per aver interpretato Jen Lindley in Dawson' s Creek, «e sono anche grata di vivere in un momento per la nostra società, in cui esiste la possibilità di scelta». A seguire, una sorta di apologia del diritto in vivere in modo disordinato ma autentico, come se la seconda cosa implicasse necessariamente la prima. «Se mi guardo indietro», ha infatti sottolineato la Williams, «posso vedere il segno della mia calligrafia dappertutto nella mia vita, disordinata e scarabocchiata, e in altri momenti attenta e precisa. Ma è tutto scritto di mio pugno. Non sarei stata in grado di farlo senza la consapevolezza del mio diritto di donna, di scegliere quando e con chi avere un figlio». Come c' era da aspettarsi, le dichiarazioni della bionda attrice non sono passate inosservate, scatenando incredule e roventi reazioni in Rete. Ma non solo. Nonostante la scontata ovazione di molti colleghi e gran parte del pubblico dei Golden Globes, c' è stato anche chi proprio non ce l' ha fatta a trattenere il proprio disappunto. Come l' autore ed umorista Tim Young, che non ha gradito l' accostamento tra successo e soppressione prenatale, quasi vi fosse un nesso obbligato. «Mi lascia perplesso», ha spiegato Young, «il fatto che Michelle Williams abbia affermato che non avrebbe avuto una grande carriera se non avesse abortito». Difficile dargli torto. L' aspetto più inquietante è che quello della Williams non è un caso isolato. Vantarsi pubblicamente di aver eliminato il figlio che si portava in grembo pare infatti stia diventando, tra le star, una sorta di moda. Basti pensare all' attrice britannica Jameela Jamil, la quale su Twitter nel dicembre scorso, poche settimane fa, ha scritto che abortire le ha donato una «vita meravigliosa». Con toni ancora più espliciti, prima di lei, era stata invece l' attrice Alyssa Milano a descrivere i suoi due aborti come una «grande gioia». La sensazione è insomma che il mondo del cinema stia spingendo a più non posso in questa direzione. Che non sia solo una impressione lo prova il lavoro della sociologa Gretchen Sisson, curatrice Abortion Onscreen, un database dove vengono tracciati gli spettacoli in streaming, le pellicole e le serie tv statunitensi in cui si parla di aborto procurato. Ebbene, per il 2019 la Sisson - la quale, per la cronaca, non è pro life - ha catalogato 31 situazioni in cui si è parlato dell' aborto procurato, rilevando come in ben 26 di esse la perdita di un figlio sia stata presentata totalmente priva di conseguenze. Una passeggiata, insomma, se non perfino qualcosa di cui menar vanto. Michelle Williams docet.

Ecco quali sono i Paesi migliori per crescere un figlio (e l’Italia non è messa male). Pubblicato venerdì, 17 gennaio 2020 su Corriere.it da Antonello De Gregorio. Meik Wiking, che guida l’Happiness Research Institute di Copenaghen - centro di ricerca che si occupa di analizzare la qualità della vita e il grado di benessere delle popolazioni - lo riassume così: «I danesi pagano felicemente tasse tra le più alte del mondo perché lo considerano un investimento in qualità della vita». Il welfare, nel piccolo regno democratico funziona alla grande e quello danese è uno dei popoli più felici del Pianeta: per l’Ocse, i danesi non conoscono rivali quanto a «soddisfazione personale» ed «equilibrio tra vita e lavoro»; e ottengono buoni risultati pure in voci importanti come «comunità». Oggi una nuova conferma: la Danimarca è anche il miglior Paese al mondo dove crescere un bambino. L’Italia, si colloca solo al sedicesimo posto. Lo rivela il report annuale Best Country realizzato dall’US News & World Report e dalla Wharton School of l’Università della Pennsylvania , che ha valutato 73 nazioni in 65 diverse categorie. I risultati si basano sulle interviste di oltre 20mila persone nelle Americhe, in Asia, Europa, Medio Oriente e Africa. Lo studio classifica le nazioni in base ai punteggi ottenuti in otto diverse aree: attenzione ai diritti umani, sostegno alla famiglia, uguaglianza di genere, livello di felicità, uguaglianza di reddito, sicurezza, istruzione pubblica e sistema sanitario. Secondi e terzi, in classifica, Svezia e Norvegia, seguiti poi da Canada, Paesi Bassi, Finlandia, Svizzera, Nuova Zelanda, Australia e Austria. L’Italia figura solo al sedicesimo posto. Tra i criteri che «pesano» di più, il congedo parentale, che è visto come centrale nella crescita del bambino e varia molto da Paese a Paese. In Italia oggi sono previsti cinque mesi obbligatori per la madre e da qualche anno é stato introdotto il congedo obbligatorio per il padre (sette giorni, dal 2020), più un giorno facoltativo. Ma il governo sta pensando si portare il congedo a sei mesi, con l’80% del tempo riservato alla madre e il restante 20% al padre. Anche grazie a questa voce, il risultato è, appunto, che il luogo migliore in cui diventare genitori è la Danimarca. Paese che ha un sistema di congedo parentale che prevede, per entrambi i genitori, 52 settimane di permesso retribuito e le madri hanno diritto a altre quattro settimane di maternità prima del parto. Per tutti i lavoratori, poi, ci sono cinque settimane di ferie, che consentono alle famiglie di trascorrere del tempo insieme. Il sistema scolastico e universitario è eccellente e gratuito; e, in aggiunta, ogni studente danese riceve un sussidio dallo Stato: un po’ più di 800 euro al mese: «Questo significa che non dovrò preoccuparmi di come finanziare l’educazione di mio figlio. Saranno i loro talenti e sogni a modellare il percorso della loro carriera, non le dimensioni del mio portafoglio - scrive Wiking in un commento allo studio. «Il modello danese offre l’opportunità di perseguire la propria felicità da posizioni di partenza avanzate senza tener conto del contesto economico, sociale, di genere o culturale», racconta Wiking. E opportunità che altrove non esistono: assistenza sanitaria di qualità gratuita per tutti; un mercato del lavoro basato sulla flessibilità per i datori di lavoro, sulla sicurezza dei lavoratori e su una politica attiva del mercato del lavoro. È il «triangolo d’oro della “flessicurezza” - chiosa Wiking - che va a vantaggio di tutte le parti coinvolte». I danesi, insomma, hanno meno di cui preoccuparsi nella vita quotidiana, rispetto alla maggior parte delle persone. E questo costituisce una solida base per alti livelli di felicità. A dominare la classifica, dietro alla Danimarca, ci sono comunque gli altri Paesi scandinavi: Svezia e Norvegia occupano il secondo e il terzo posto tra i luoghi dove mettere su famiglia, grazie anche a solidi programmi di assistenza sociale, ridotte disuguaglianze, bassi tassi di criminalità. Per quanto riguarda i congedi parentali, in Svezia la situazione è piuttosto buona con 480 giorni di congedo retribuito, 90 dei quali riservati a ciascun genitore e non trasferibili all’altro. In Norvegia, invece, le settimane di congedo sono a scelta o 46 o 56 se pagate all’80% dello stipendio. Nazioni che hanno registrato un’enorme crescita economica negli ultimi anni, come Stati Uniti o Corea del Sud (al diciottesimo e al ventiseiesimo posto), non riescono a convertire la ricchezza in benessere per la popolazione. Nella classifica, quarto e al quinto posto, seguiti da Svizzera, Nuova Zelanda, Australia e Austria. Tra i peggiori paesi al mondo dove crescere un bambino, il Kazakistan, seguito dal Libano, il Guatemala, il Myanmar e Oman.

Le donne che "fanno un passo indietro" sul lavoro finiscono ai limiti della povertà. La scelta del part-time è spesso obbligata. Ma le conseguenze economiche per la pensione sono pesantissime. Ecco l’Italia 2020, fra salari bassi e gender pay gap. Cristina Da Rold il 17 gennaio 2020 su L'Espresso. Un’operaia del tessile che andrà in pensione nel 2021, con 57 anni di età e 42 anni di contributi, avendo scelto per ragioni familiari un sistema part time per circa 10 anni della sua vita, andrà in pensione con poco più di 800 euro al mese, a fronte di una paga mensile attuale di 1300 euro. Scelta? Sì. Consapevole delle conseguenze a lungo termine di un’abitudine? Spesso no. Basta poco: uno, due figli, un marito o compagno con un salario medio, intorno ai 1600 euro mensili, un mutuo o un affitto, l’impossibilità di avere aiuto dai nonni, o perché lavorano anch’essi, perché non ci sono più, o perché non ci sono mai stati. Servizi di doposcuola inesistenti o molto costosi, con orari che creerebbero più problemi che soluzioni, in caso di turni sul lavoro. E l’abitudine di accettare questa scelta come un passaggio quasi obbligato.

Gender pay gap e salari bassi. C’è la povertà, e c’è la povertà delle donne, che assume caratteristiche aggiuntive: il part time e la retribuzione oraria inferiore rispetto all’uomo. Due fattori che si intersecano con un terzo grosso problema, che travalica il genere: quello dei salari bassi. In Italia il 28,9% dei lavoratori dipendenti guadagna meno di 9 euro lordi l'ora, si apprende dall’ultimo rapporto annuale di INPS del luglio scorso. Non basta parlare genericamente di “donne che lavorano” se l’unica crescita che riguarda il lavoro femminile è il part-time. Fra gli uomini dal 2016 al 2017 il reddito lordo annuale è aumentato, fra le donne è diminuito. Lo mostrano i dati Istat sui Differenziali retributivi nel settore privato, diffusi a dicembre 2018  Nel 2016 l’11,5% delle donne e l’8,9% degli uomini ha percepito una retribuzione oraria inferiore agli 8 euro. Il 59% delle lavoratrici percepisce una retribuzione oraria inferiore alla mediana nazionale, quota che scende al 44% per gli uomini. Ma soprattutto, Istat rileva retribuzioni orarie più basse per i nuovi rapporti di lavoro stipulati da donne. E poi c’è il differenziale di salario orario. Il tempo delle donne vale meno. Eurostat evidenzia un gender pay gap in Italia pari al 4,1% nel pubblico e addirittura al 20% nel privato. I dati INPS confermano: il reddito medio degli uomini è quasi il doppio di quello delle donne, sia fra le dipendenti che fra le libere professioniste.

Chi lavora in famiglia, e come. Una nota Istat diffusa nel 2019 racconta che nel 2018 la metà delle donne con due o più figli fra i 25 e i 64 anni non lavora. Nel 51% delle famiglie meridionali con figli lavora solo l’uomo, e lo stesso avviene nel 40% delle famiglie senza figli. Al centro e al nord siamo intorno al 30%. Sono tre le tipologie più diffuse nelle famiglie con figli italiane: nel 32% delle coppie solo il padre è occupato a tempo pieno, nel 27,5% dei casi entrambi i genitori lavorano full time mentre nel 16% dei casi il padre lavora full-time e madre occupata part-time.

Il tempo delle donne. Il problema dei servizi per l’infanzia è enorme, ne parlavamo qui .  Ma il tema di fondo è un altro: il “bastava chiedere”, il “ti aiuta”. Al centro del lavoro femminile in Italia c’è – come è noto – il problema dell’accudimento, strutturalmente ancora pesantemente sulle spalle delle donne. Accudimento dei figli, dei familiari anziani, di parenti disabili. Dinamiche ben raccontate in un libro a fumetti le cui vignette ancor prima di uscire stanno già circolando in rete: Bastava chiedere! Dieci storie di femminismo quotidiano, della blogger francese Emma, che uscirà per Laterza il 20 febbraio prossimo con la prefazione di Michela Murgia. Torniamo ai dati Istat su Conciliazione tra lavoro e famiglia . Alla domanda “fai fatica a conciliare lavoro e famiglia?” la percentuale di uomini e di donne che hanno risposto di sì è la stessa, intorno al 35%, ma alla prova dei fatti sono soprattutto le donne ad aver modificato qualche aspetto della propria attività lavorativa per meglio combinare il lavoro con le esigenze di cura dei figli. Ma di nuovo, l’operaia spesso non può scegliere: il 25% di loro ha potuto modificare aspetti del proprio lavoro per ragioni familiari, contro il 43% delle donne che svolgono una professione qualificata o impiegatizia. E si arriva agli 800 euro al mese di pensione. Aver scelto il part time, anche solo per qualche anno della propria carriera lavorativa, unitamente a un gap salariale strutturale penalizzano incredibilmente le donne che potevano contare su un salario medio basso, nel momento della pensione. A luglio 2019 INPS ha diffuso il suo Rapporto Annuale, che ha contato le richieste di pensionamento con “Opzione donna”, che manderà in pensione molte donne con un importo medio inferiore ai 1000 euro mensili. Poche sono invece le donne che hanno richiesto di accedere a Quota 100. Intanto, hai solo sessant’anni, una vita di lavoro e fatica alle spalle, una possibile vita in salute dopo la pensione, ma hai guadagnato poco e versato meno contributi di quanti avresti dovuto (il part time, ricordiamo, è una concessione del datore di lavoro), e quindi non la stessa indipendenza economica che ha un tuo collega uomo, per poter compiere delle scelte in piena autonomia. Certo, il nocciolo non sono le scelte individuali, specie per donne non più giovanissime, che hanno già fatto scelte importanti in termini di studio e percorso professionale. C’è bisogno di un cambiamento strutturale nel sistema del lavoro, unitamente alla consapevolezza da parte delle donne, specie giovani, delle conseguenze di scelte apparentemente più agevoli.

Non fare figli non è una colpa, essere sottopagate sì. La situazione fotografata da un rapporto sul gender pay gap sui redditi dei professionisti italiani, dipendenti e freelance è desolante. Nel 2016 una donna ha guadagnato quasi la metà rispetto a un uomo. Ma ancora ci si stupisce che non tutte vogliano diventare madri. Cristina Da Rold su L'Espresso il 18 gennaio 2018. In molti si sono indignati nei giorni scorsi all'uscita di alcuni dati Istat che hanno sottolineato un nuovo record per l'anno appena trascorso: quasi la metà delle donne fra i 18 e i 49 anni, cioè in età potenzialmente fertile, non ha dei figli. Non serve dirlo, il tono con il quale la notizia è stata diffusa sui media è stato ancora una volta di sgomento giudicante: troppe donne oggi preferiscono posticipare la maternità per poter consolidare la propria posizione lavorativa dopo anni di studio, di specializzazione. Un posticipare che “spesso si traduce in una rinuncia”, ha scritto qualche esperto. Senza considerare che i figli non li fanno solo le donne ma le coppie, nella maggior parte dei casi. Ancora una volta il messaggio fra le righe è che queste donne sono colpevoli di non aver fatto tutto ciò che avrebbero potuto fare, invece di cogliere l'occasione per parlare di lavoro e del fatto che oggi una donna con meno di 30 anni che inizia un percorso professionale da professionista guadagna il 10% in meno di un suo collega uomo. Gap che fra i 30 e i 40 anni – che per la donna non sono solo gli anni cruciali per la maternità ma anche per l'avviamento di una professione – diventa del 27%. Oggi in Italia una professionista di 35 anni guadagna un terzo in meno rispetto al suo collega di scrivania. Fra i 40 e i 50 anni il gap è ancora del 23%. Inoltre, anche tralasciando le differenze di genere e facendo un discorso più generale, dal momento che come si diceva i figli non li fanno le donne ma le coppie, oggi un giovane professionista (uomo o donna) fra i 30 e i 40 anni guadagna il 36% rispetto a un uomo fra i 50 e i 60 anni (la generazione dei cosiddetti Baby boomers, i nati negli anni Sessanta). Per gli under 30 la situazione è ancora più desolante, con stipendi pari a un quinto di quelli dei loro genitori. La situazione la fotografa l'ultimo rapporto di AdEPP (Associazione degli Enti di Previdenza Privati) che ogni anno raccoglie i dati sui redditi dei professionisti italiani, dipendenti e freelance, non solo di giovani medici, giovani avvocati, giovani giornalisti, ma di qualsiasi professione sia regolamentata oggi da un albo professionale e quindi abbia una cassa di previdenza di categoria. Va detto dunque che questi dati non comprendono i professionisti più sfortunati, quelli talmente atipici da non rientrare in alcuna professione riconosciuta, e che versano i loro contributi all'INPS Gestione Separata. Tornando al gender gap, il primo dato che salta all'occhio è appunto la differenza di reddito medio complessivo del 2016: 40 mila euro per gli uomini e 23,5 mila euro per le donne. Stiamo parlando di quasi la metà del guadagno rispetto a un uomo, e di un reddito pari a circa 2000 euro lordi al mese, che oggi in Italia significano tutt'altro che serena indipendenza. Non si può non pensare che una delle ragioni preponderanti di questo gap, in particolare fra le libere professioniste, possa essere la mancanza di strutture di sostegno alla maternità che fa sì che le donne semplicemente possano dedicare meno tempo alla loro libera professione. Una distinzione d'obbligo poi è quella fra professionisti dipendenti e liberi professionisti: i primi sono riusciti in qualche modo a tenere le redini negli anni della crisi, mentre i secondi sono andati impoverendosi. Fra le due categorie oggi c'è un abisso: un professionista assunto (un avvocato in uno studio, un giornalista in una redazione) guadagna in media il doppio rispetto ai colleghi liberi professionisti. Guardando le serie storiche degli ultimi anni notiamo che il reddito reale (cioè il potere d'acquisto considerato un dato paniere di beni e servizi) dei professionisti dipendenti nel 2016 è cresciuto dell'8% rispetto al 2005, mentre quello di un libero professionista è calato del 18%. Senza una svolta nelle politiche sul sostegno alla maternità che facilitino la prospettiva di vita di una donna fra i 30 e i 40 anni, non possiamo stupirci che molte donne scelgano di non diventare mamme. Ci rallegriamo per i dati che ci raconta ogni anno Almalaurea, che vedono sempre più donne laureate e specializzate, future professioniste, ma alle strette di mano troppe volte non seguono sostegni concreti. Così come – d'altro canto – dovremmo forse iniziare a considerare la possibilità che non tutte le donne desiderino diventare madri, al di là del gender pay gap. Che molte preferiscano vivere una vita diversa, e smettere di sottointendere che in qualche modo la scelta di essere fertile e non madre sia una rinuncia.

Part-time e asilo nido: spesso alle donne non conviene lavorare. Dati alla mano il rapporto reddito/retta dell'asilo è a dir poco sconfortante. Considerando che a parità di mansioni guadagnano il 12 per cento in meno rispetto ai colleghi maschi. Ma soluzione non è il full time perché in molte aree d’Italia, specie al sud, i posti sono insufficienti per coprire il fabbisogno. Cristina Da Rold su L'Espresso il 17 settembre 2018. Secondo quanto era emerso da un rapporto dell'Ispettorato nazionale del lavoro del 2017, delle 30 mila donne che si sono licenziate nel 2016 il 5 per cento (1500 donne) l’aveva fatto per i costi troppo elevati nella gestione dei figli, a cui si aggiunge un altro 20 per cento (6000 donne) che si è licenziato perché non aveva modo di portare il bambino all’asilo nido per mancanza di posti. Oggi solo il 55 per cento delle madri italiane lavora, il 7 per cento è in cerca di lavoro e mentre il 36 per cento è inattiva. Fra coloro che lavorano, il 40 per cento ha un contratto part-time e per quasi la metà dei casi non si è trattato di una scelta volontaria (Dati Istat). Nel primo trimestre 2018 (dati Istat) in Italia lavorano 6 donne su 10 fra i 35 e i 44 anni, ma le differenze geografiche sono fortissime: lavora il 74 per cento delle donne al nord, il 66 per cento nelle regioni del centro e solo il 40 per cento nel meridione. Toccare il tema complesso del lavoro femminile è scoperchiare un vaso di Pandora, ma forse si può cominciare chiedendosi se in Italia oggi a una giovane madre che lavora “nell’esecutivo” convenga davvero lavorare part-time rispetto a non lavorare proprio, quando di mezzo c’è una retta del nido. Anche alla luce del fatto che in media una donna guadagna il 12 per cento in meno di un collega uomo a parità di mansione, e senza dimenticare che quando finisce il nido inizia il salasso dei centri estivi. Passando al rapporto reddito/retta del nido, secondo una recente rilevazione di Cittadinanza Attiva  un nucleo familiare composto da 3 persone con un bambino con meno di 3 anni di età e con un ISEE di 19.900 mila euro (corrispondente in questa ricerca a un reddito lordo annuo pari a 44.200 euro), spende per un nido comunale 301 euro mensili. Al nord le cifre sono molto più alte: in Trentino 472 euro al mese, in Lombardia 379 euro. Le città più care sono Lecco (515 euro mensili in media), Bolzano (506 euro) e Belluno (477 euro), mentre quelle meno care sono Catanzaro (100 euro), Agrigento (100 euro) e Vibo Valentia (129 euro). Un ISEE da 19 mila euro non è certo elevato. Per fare un paragone, si tratta di uno scaglione che dà diritto a una borsa di studio universitaria. Non a caso 44 mila euro lordi per nucleo sono paragonabili, considerate le tredicesime a due stipendi da 1200-1300 euro. Per una donna che guadagna 1300 euro netti al mese passare a un part time a 20 ore settimanali significa guadagnare 650 euro al mese, e sicuramente uno stipendio di partenza di 1300 euro non è fra i più bassi sul mercato. Per avere un riferimento concreto, il Contratto Collettivo Nazionale dei commessi ordinari fissa uno stipendio che va dai 1000 ai 1200 euro al mese per un full time, ma basta fare un giro sui siti web per notare moltissime offerte di lavoro per meno di 1000 euro al mese. La retribuzione netta di un’impiegata “ordinaria” cioè non con mansioni e senza anzianità come sono spesso le neo mamme, parte da meno di 1300 euro al mese per un tempo pieno, poco di più di quella di un’operaia. Insomma: si tratta di condizioni molto comuni. In ogni caso anche se basso si tratta di uno stipendio che concorre ad alzare l’ISEE familiare, e che obbliga comunque a pagare mezza giornata di asilo nido. O una baby sitter quando l’asilo nido non c’è o i nonni non possono dare una mano. La soluzione è sempre lavorare full time quindi? No, non per tutte, perché in molte aree d’Italia, specie al sud, di asili nido non ce ne sono e quando ci sono i posti sono insufficienti per coprire il fabbisogno. Il più recente rapporto di Istat  pubblicato a dicembre 2017 mostra che in Calabria frequenta l’asilo nido solo l’1,2 per cento dei bambini con meno di 2 anni, in Campania il 2,6 per cento. In media in Italia ci sono 20 posti per 100 bambini con meno di 2 anni (357.786 posti), il 10 per cento in asili pubblici e un altro 10 per cento in quelli privati, il che significa che c’è posto solo per 1 utente su 5, e al sud 1 su 10. Nel complesso in Italia nell’anno educativo 2014/15 sono state censite 13.262 unità che offrono servizi socio-educativi per la prima infanzia, il 36 per cento è pubblico e il 64 per cento privato. Ma c’è di più: le cose a quanto pare non sono affatto migliorate negli ultimi 10 anni. È andata infatti crescendo la quota che le famiglie hanno dovuto sborsare per il nido, mentre è diminuita la spesa dei comuni: attualmente le famiglie si sobbarcano il 20 per cento della spesa mensile. Nel frattempo per i servizi socio-educativi rivolti alla prima infanzia i comuni hanno impegnato nel 2014 un miliardo 482 milioni di euro, il 5 per cento in meno rispetto all’anno precedente e il meridione è immensamente indietro. Nell’anno scolastico 2014-15 al nord i comuni hanno speso oltre 300 milioni di euro per asili nido pubblici e privati, nelle regioni del centro quasi 400 milioni e al sud 71 milioni. Inoltre, i costi sono maggiori negli asili comunali a gestione diretta, dove cioè il personale è assunto dal comune, rispetto agli asili sempre comunali ma dati in gestione a terzi. Nel complesso i dati di Cittadinanza Attiva mostrano che dal 2005-2006 le rette sono aumentate in quasi tutte le regioni, soprattutto laddove latitano i servizi. I casi della Calabria e della Campania sono eclatanti: in Campania in dieci anni le tariffe sono aumentate del 32 per cento, ma i posti negli asili nido sono solo 5,7 su 100, il tasso più basso d’Italia. In Calabria c’è posto solo per 8 bambini su 100 ma la spesa media in 10 anni è cresciuta del 37,7 per cento. Per il sistema costituito dunque, il lavoro più conveniente per molte donne è ancora non lavorare. E non si può non pensare al monito di Vivian Gornick: “Essere una casalinga è una professione illegittima. La scelta di servire, essere protetta e di pianificare una vita familiare è una scelta che non dovrebbe esistere.”

Hai figli? Stai per averne? Non sei una lavoratrice gradita. Il rapporto shock. Questo uno dei leit-motiv delle oltre seicento donne che si sono rivolte nel corso del tempo all'ufficio dell'ex consigliera di Parità della Regione Puglia, per denunciare le discriminazioni subite sul posto di lavoro. Dalle molestie alle mosse illegali. Maurizio Di Fazio su L'Espresso il 15 settembre 2017. “Al tempo del mio insediamento, l’ufficio non era molto conosciuto sul territorio. E le risorse quasi azzerate per un maschilismo strisciante. Ho lavorato quasi da volontaria, consapevole che spesso le Consigliere sono l’ultimo baluardo di ascolto e difesa delle donne. E dire che la normativa europea (una direttiva del 2006 recepita con un decreto legislativo del 2010) ci ha reso ancor più protagoniste nella battaglia contro le discriminazioni di genere”. Per nove anni, fino al 2016, Serenella Molendini è stata la Consigliera di parità della Regione Puglia e ha deciso di cristallizzare la sua esperienza in un volume intitolato “Pari opportunità e diritto antidiscriminatorio”. Radiografia di una regione, e di una nazione, sensibilmente in ritardo in tema di eguaglianza tra i sessi sul posto di lavoro. E tutto questo nel quarantennale della legge Anselmi sulla Parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro. La parità di partenza e di accesso resta un concetto astratto, così come la qualità delle condizioni e delle opportunità lungo il percorso. Anche il gap salariale di gender non accenna a diminuire, specialmente nel settore privato. Le donne italiane si laureano più degli uomini, compresi master e specializzazioni post-universitarie, ma guadagnano di meno e il numero di quelle che arrivano a posizioni di vertice non tocca il 20 per cento del totale. È quasi impossibile superare il cosiddetto “soffitto di cristallo”. L’ascensore è bloccato, il 40 per cento è assorbito da mansioni di segretariato, dilagano i contratti precari tra le ragazze dai trenta ai quarant’anni. Il fardello che inibisce la libertà di carriera e la tranquillità in ufficio o in fabbrica delle donne è sempre lo stesso: la maternità. La maggior parte delle seicento donne che hanno bussato alla porta della Molendini lamenta che sia stata proprio questa la causa della discriminazione o del licenziamento subito. Le aziende tendono a mettere subito le cose in chiaro: se hai dei figli, e soprattutto se stai per averne qualcuno, non sei una lavoratrice gradita. E' sempre un gruppo di maschi magnanimi che decide se dare una qualsiasi carica a una donna. E non perché sia brava. Ma solo per necessità burocratica: tra venti capi uomini ce ne vuole almeno una per fare parità. Così il colloquio non andrà a buon fine, o inizieranno rappresaglie programmatiche se già assunte. Molte neo-mamme non ce la fanno a sopportare un clima di terrorismo psicologico, e gettano la spugna: licenziamenti mascherati da “scelte autonome”. Nel 2008 le donne pugliesi che si dimettevano dal lavoro dopo la maternità erano 666. Adesso sono 1587. L’aut-aut tra lavoro e maternità è ancora un’usanza invalsa nel mezzogiorno, ma a soffrire di questa “superstizione” antimoderna è un po’ tutta la penisola. E si cerca perfino di ignorare il divieto di licenziamento, previsto per legge, durante la gravidanza e fino al compimento di un anno di età del bambino. Senza contare gli episodi di molestie sessuali, mobbing, trasferimenti forzati, maltrattamenti verbali, minacce e negazioni di orari flessibili, demansionamenti e riduzioni arbitrarie dello stipendio. “Attraverso il lavoro di questi anni si è avuta la piena consapevolezza che le denunce pervenute rappresentino solo la punta dell’iceberg di un sommerso impalpabile” scrive Serenella Molendini nel suo report. Istituite nel 1991, il ruolo delle Consigliere regionali di parità è decollato solo negli ultimi dieci-quindici anni: oggi sono delle pubbliche ufficiali a tutti gli effetti, e dopo una denuncia possono farsi mediatrici in sede di conciliazione, o adire le vie giudiziarie oltreché adoperarsi per un profondo mutamento culturale della propria comunità. “Si tollera che le donne si vedano precludere alcune tipologie di lavori e mansioni, o che al momento dell’assunzione si sentano richiedere se si è sposate o fidanzate, o se pensino di avere un figlio. Non desta nessuna meraviglia che una donna laureata, con master e specializzazioni, faccia carriera meno frequentemente e guadagni meno, o lavori in un call center – aggiunge l’ex Consigliera di parità -. Le lavoratrici conoscono bene le pressioni, più o meno sottili, di datori di lavoro e familiari per indurle a lasciare l’impiego, magari perché ritengono non ce la facciano a tenere il ritmo del doppio “carico”. Dunque atteggiamenti culturali, stereotipi duri a morire: non c’è da stupirsi che crolli il tasso di natalità, con un’Italia fanalino di coda in Europa”. La strada è ancora lunga, necessita di sentinelle in trincea, giorno dopo giorno, contro le discriminazioni di genere e il rapporto “Pari opportunità e diritto antidiscriminatorio”, costellato di casi concreti (e vertenze vinte), indica la via.

Ti licenzio perché sei in età fertile. Una donna già vittima di mobbing, rientrando al lavoro dopo un periodo di assenza, è stata invitata ossessivamente a rassegnare le dimissioni “vista anche la sua età, rischiosa per l’azienda, perché avrebbe potuto sposarsi e avere dei figli”.

Una gravidanza non può fermare la macchina giudiziaria. Un’avvocata incinta aveva chiesto il rinvio di un’udienza per complicanze della gravidanza. Ma la sua domanda è stata rigettata perché “pervenuta tardivamente in cancelleria”. La legale è stata finanche accusata di negligenza professionale. “Una colica non si fa preannunciare” ha polemizzato la Molendini.

Stalking occupazionale. Al rifiuto delle lavoratrici di sopportare apprezzamenti del genere “hai un culo da sballo” e “ti faccio diventare donna”, strusciamenti e pacche sui glutei, fanno spesso seguito atti di ripicca, sopraffazione e vendetta. Uno stillicidio di persecuzioni in stile stalking che osserva sempre il medesimo copione e pare non presentare alternative all’auto-licenziamento, passando per la discesa negli inferi della depressione.

Non ci stai? E allora ti pago lo stipendio quando pare a me (e ti calunnio). Nel 2010 una donna, assistente in uno studio medico, si è rivolta a Serena Molendini raccontandole di essere stata molestata ripetutamente dal suo datore di lavoro. Angherie a sfondo sessuale cominciate due anni prima, quando si stava separando dal marito. La donna respinge al mittente gli approcci e il medico passa al contrattacco. Sa bene che la sua dipendente non naviga in buone acque e prende quindi a retribuirla non più il primo giorno del mese, ma con assegni fuori piazza, accreditati anche quindici giorni dopo. La donna trova però il coraggio di denunciare l’accaduto, e il dottore si vendica contestandole delle presunte inadempienze lavorative. Inoltre l’aggredisce, per futili motivi, di fronte ai pazienti dell’ambulatorio. La segretaria finisce nel gorgo delle strutture pubbliche di igiene mentale che le diagnosticano “uno stato ansioso depressivo reattivo in relazione a problematiche lavorative”, curabili con ansiolitici e psicoterapia. Ma l’azione della Consigliera di parità le garantisce una conciliazione stragiudiziale della querelle, e le restituisce la dignità perduta.

Non ci stai? E io ti perseguito fino a costringerti al licenziamento. Un risarcimento per le molestie subite sul luogo di lavoro, per l’avvilimento psichico, lo stato di disoccupazione subentrato e la conseguente perdita di chance. di possibilità di conseguire vantaggi economici e morali dalla progressione di carriera. È riuscita a ottenerlo un’altra lavoratrice pugliese tormentata a lungo dal suo datore di lavoro, a colpi di mail e sms espliciti. Night and day. Blandizie e ricatti, profferte sessuali e ritorsioni. La donna, rischiando di impazzire, si era licenziata. L’ex Consigliera l’ha salvata.

Sara, dieci figli e cinque parti cesarei: «Mai avuto  il dubbio di non farcela». Pubblicato mercoledì, 08 gennaio 2020 su Corriere.it da Peppe Aquaro. Parità di genere? Superata alla grande: in questa famiglia, le figlie sono sette, mentre i maschietti, in minoranza, sono “soltanto” tre. A far pendere ancora di più la bilancia sulle quote rosa, ci ha pensato Miriam, la decima nata della famiglia di papà Nazzareno Concetti, 42 anni, architetto, e di mamma Sara Alesi, 40 anni, insegnante elementare, entrambi marchigiani di Ascoli Piceno. Non saranno la famiglia più numerosa d’Italia - record degli Anania, con 16 figli, sul palco di Sanremo di cinque edizioni fa - ma, oltre ad essere fuori quota rispetto al trend delle nascite in Italia (secondo i dati Istat, siamo a 1,32 figli per donna), conservano un altro piccolo, grande record: per far nascere la piccola Miriam, la signora Sara ha subito il quinto cesareo. Possibili i rischi per la mamma e la figlia: «Le posso assicurare che non si è trattato di una passeggiata: Sara sapeva sin dall’inizio che quella gravidanza avrebbe potuto portare delle complicazioni, ma non si è mai voluta tirare indietro. Naturalmente in modo coscienzioso», ricorda Maurizio Arduini, il ginecologo perugino che ha seguito, passo dopo passo, la gravidanza di Sara. «Ma l’aspetto più rischioso, non era tanto l’eventuale quinto parto cesareo, quanto il fatto che la signora presentasse una placenta previa: posizionata, quindi, nella parte bassa dell’utero, e che avrebbe potuto essere fatale, in casi di emorragia sia per la mamma che per la figlia», aggiunge il dottore, il quale conosce benissimo la famiglia Concetti, avendo fatto già nascere la penultima di casa, sempre mediante parto cesareo. Finalmente a casa Miriam è nata il 30 dicembre scorso, una data decisa dall’équipe medica che ha seguito il ricovero di Sara, avvenuto un paio di giorni prima, all’interno dell’ospedale San Giovanni Battista di Foligno. La bambina sta benissimo, così come la mamma, tornate a casa soltanto domenica 5 gennaio. «Si è reso necessario seguire attentamente le fasi del post parto della signora, data l’eccezionalità dell’evento», fanno sapere dal team medico - ben sette persone presenti - che ha seguito in questi giorni la Sara, la quale non ha mai immaginato di non riuscire a portare a termine la gravidanza: «Mi hanno sempre rassicurato che tutto stava procedendo per il meglio». Del resto, la fiducia nel prossimo e una discreta dose di ottimismo, accompagnano da sempre Nazzareno e Sara, entrambi impegnati, fino a poco tempo fa, nella Scuola italiana a Tirana, in Albania: una scuola primaria, partner della società Dante Alighieri, che promuove la lingua e la cultura italiane nel mondo, caratterizzata da un ambiente multilinguistico e multiculturale. Una scuola impegnata attivamente, peraltro, nelle fasi di soccorso, a seguito del terribile terremoto che ha colpito l’Albania lo scorso novembre. Tutti, qui, a Tirana, conservano un bellissimo ricordo di Sara e dei suoi figli. Chiaramente, non conoscono l’ultima arrivata, Miriam: ma chissà che un giorno, la «squadra» di Ascoli Piceno non decida di tornare a Tirana. Dove ha lasciato sicuramente un pezzetto del cuore. Un motivo in più per far viaggiare molto presto la numero dieci della famiglia marchigiana. 

Mamma over 50? Non è una buona idea. Sempre più donne partoriscono alle soglie della menopausa. la scienza lo consente ma i rischi, dicono i medici, sono seri per mamme e neonati. Daniela Mattalia il 30 dicembre 2019 su Panorama. L’argomento è di quelli che, se lo lanci in una qualsiasi conversazione, crea scompiglio. Basta annunciare che una amica/collega/vicina di casa ha partorito a 52 anni per suscitare reazioni assortite. Chi ammira i progressi della scienza «che oggi fa miracoli», chi esprime pareri tranchant «una scelta da fanatiche, è un’età da nonne», chi sospende il giudizio, indeciso se congratularsi per l’evento o esprimere una velata perplessità. E noi, perché affrontiamo il tema? Lo spunto ci viene da uno studio pubblicato sul Journal of Women’s Health, scritto da un gruppo di medici di varie università americane, dal titolo Do magazines exaggerate fertility at advanced age? («Le riviste esagerano la fertilità a un’età avanzata?»). La risposta è sì, decisamente. Gli esperti hanno analizzato 416 numeri di newsmagazine femminili (dal 2000) in cui venivano descritte gravidanze e neo maternità di 240 celebrities, un terzo delle quali dai 40 ai 50 anni. Racconti con abbondanza di fotografie e interviste, «ma solo in due casi vengono citati rischi di complicazioni associati alla maternità in un’età avanzata» scrivono gli autori «solo in tre si dichiara di aver fatto ricorso alla fecondazione in vitro, e non viene mai menzionata la donazione di gameti», ossia di ovociti e seme maschile. Molti dei titoli citati hanno toni di spensierato entusiasmo: «My baby dream come true!»; di categorica asserzione: «Age is just a number!»; o di gioioso elenco di trionfali maternità: «25 stars who gave birth after 40». Gli autori dello studio, ovviamente, non vivono sulla luna. Sanno perfettamente che oggi una serie di ragioni sociali ed economiche spingono sempre più donne a ritardare la maternità dopo i 40 anni. Fenomeno talmente diffuso che pochi ormai se ne stupiscono. «La spiegazione per questo trend nel procastinare i figli è multifattoriale, può essere attribuito a un investimento nei traguardi professionali, nei matrimoni tardivi, nel raggiungimento di una stabilità finanziaria prima di concepire» scrivono. Primipare attempate, si diceva una volta per indicare le donne incinte dopo i 25 anni, soglia e definizione che oggi fanno francamente sorridere. Ora si preferisce dire mamme «grandi», eufemismo gentile per le madri in zona menopausa. Peccato che questa rivoluzione sociale proceda di pari passo con un declino nella fecondità e un aumento dei rischi legati alle gravidanze «agée». La cultura si modifica, ma la biologia tiene il punto. La fertilità, nella donna, raggiunge il culmine tra i 15 e i 30 anni, poi cala. La riserva ovarica, ossia la sua «dote» di follicoli e uova, è stabilita alla nascita e diminuisce con l’età. La perdita di follicoli si fa veloce già a 32 anni e accelera dopo i 37. Persino in una coppia senza problemi di fertilità, una 40enne ha una probabilità mensile di restare incinta inferiore al 10 per cento (a 25 anni è del 25 per cento). Ma i media, afferma lo studio americano, troppo spesso sottovalutano l’impatto degli anni sulla fecondità, sorvolano sulle difficoltà di portare a termine la gravidanza e sul rischio di complicanze. Tutto è bello, semplice, naturale, a lieto fine. Esigenze giornalistiche (siamo i primi a capirle). Il problema è che, così facendo, si diffonde l’idea che avere un figlio quando si avvicinano, e talvolta si superano, i 50 anni, è solo una questione di scelta personale. Lo vuoi? Si fa. Che ci vuole. Pericoli? Mannò, mica stiamo a gufare... Così però si fa disinformazione, conclude il Journal of Women’s Health. A dettare la linea per i bebé concepiti dopo il mezzo secolo sono soprattutto le donne famose. Giusto per fare qualche esempio: a 54 anni Brigitte Nielsen è diventata mamma per la quarta volta; Heather Parisi ha partorito a 50 anni, Gianna Nannini a 56, Carmen Russo a 53. Donne in forma, con tempo e possibilità economiche.  «I mezzi di comunicazione presentano testimonianze di star senza soffermarsi sui dettagli del percorso clinico e gli eventuali problemi medici insorti nel corso della gestazione o prima del concepimento» riflette Chiara Benedetto, direttore della Struttura Complessa universitaria di Ginecologia e ostetricia 1 dell’Ospedale Sant’Anna di Torino. «Il Journal of Women’s Health evidenzia come raramente si faccia riferimento al fatto che le gravidanze in età avanzata vengono quasi sempre ottenute con tecniche di medicina della riproduzione, talvolta con ovociti e spermatozoi provenienti da donatori, e si associno all’aumento del rischio di complicanze. Ho dedicato la mia vita professionale alla salute delle donne e mi preoccupa molto che passi un messaggio esclusivamente puntato sugli aspetti “rosei” della maternità in età avanzata» continua Benedetto. «L’informazione corretta è che non si dovrebbe aspettare le soglie della menopausa, soprattutto se si tratta del primo figlio. Nei reparti di ostetricia vediamo sempre più spesso complicanze e patologie dovute a questo fenomeno». Lo studio citato all’inizio non è l’unico, solo il più recente. Negli ultimi anni, nelle riviste mediche si sono moltiplicati gli editoriali che affrontano il problema. Nel 2015, Fertility and Sterility rifletteva come «il ritratto spesso dipinto dai mezzi di comunicazione, di una donna giovanile ma non più giovane, che programma abilmente carriera e esigenze riproduttive, ha alimentato il mito del “puoi avere tutto”,  senza fare cenno alle difficoltà di una maternità troppo rimandata». Ma i 40 anni, concludeva l’articolo, non sono i nuovi 20. Allo stesso modo i 50 non sono «i nuovi 30», benché sia bello dirlo (e crederci un po’). E non è vero, altro falso mito, che l’età in fondo è solo un numero. Certo, è possibile fare un figlio anche se si compie mezzo secolo, e persino a 60 o 70 anni, come è successo talvolta. Ma non è un caso che siano gli stessi esperti a scoraggiare sfide spericolate con l’età. «Qualsiasi gravidanza» precisa Benedetto, che negli ultimi 10 anni nel suo ospedale ha osservato un aumento esponenziale di mamme oltre i 40 «è uno stress test per l’organismo, anche quello giovane e sano, che va incontro a una serie di adattamenti che coinvolgono il sistema cardiocircolatorio, il sistema respiratorio, le ghiandole endocrine e il sistema metabolico. Non è raro che patologie latenti, che tali sarebbero rimaste in condizioni di non stress, emergano in quei nove mesi. Più si va avanti col tempo, più questi sistemi di adattamento possono incepparsi». Del resto, a livello nazionale, le neomamme over 40  secondo l’Istat sono ormai l’8 per cento circa del totale, e sono destinate ad aumentare. Assistite dal Servizio sanitario nazionale se hanno meno di 46 anni, altrimenti dalle strutture private, il cui limite per la fecondazione artificiale arriva fino ai 50. Dopo, si va all’estero, in genere Spagna o Stati Uniti, dove anche l’utero in affitto è un’opzione percorribile. Le mamme «grandi», dicono gli esperti che le seguono, sono molto motivate, bravissime a seguire tutti i consigli medici e pronte a sottoporsi a controlli ravvicinati e approfonditi. Ma sottostimano il contesto. La mortalità materna, dopo i 45 anni, è dieci volte superiore a quella con meno di 35 anni. E aumentano gli «eventi avversi» in gravidanza: necessità di trasfusioni, rischio di obesità, diabete gestazionale, ipertensione, trombosi venosa, parti prematuri, aborti, anomalie genetiche dell’embrione, complicanze post parto. Infine, poche sanno che la maternità dopo i 35 anni aumenta l’eventualità di tumore al seno. «Dopo quell’età cambiano le caratteristiche della ghiandola mammaria» spiega Benedetto. «E la sua stimolazione in gravidanza causa un rimodellamento che spesso non è accompagnato dalla sostituzione delle cellule che con il tempo hanno accumulato danni al Dna. Questo può far salire, negli anni successivi, il rischio di cancro, un rischio superiore rispetto a chi di figli non ne ha mai avuti». Carlo Bulletti, docente di ginecologia, ostetricia e scienza della riproduzione, a Cattolica (Rimini) dirige il centro Entra Omnes, specializzato in medicina della riproduzione. «Una donna ha il diritto di chiedere una gravidanza fino a quando le viene concesso» premette «purché venga informata in modo veritiero. Invece assistiamo alla scienza dei trionfi, tutti si mettono in coda per farsi dire ciò che vogliono sentire». Un altro messaggio che passa poco è che se si vuole un figlio in modo naturale bisogna iniziare a pensarci prima dei 31 anni; se i bambini sognati sono due l’età deve scendere a 28 anni, e fino a 23 se poi di figli se ne progetteranno tre. «È una premessa doverosa e indispensabile, ma sovente taciuta» continua Bulletti. Molti centri privati di riproduzione assistita sbandierano percentuali di successo assai ottimistiche: intorno al 50 per cento nel caso di un’aspirante madre vicina ai 40 anni (alla terza inseminazione con seme di donatore) e del 24 per cento superati gli «anta». Ma uno studio del British medical Journal ridimensiona queste cifre: la possibilità di avere un bambino sano per ogni ciclo di fecondazione assistita è del 10 per cento a 40 anni, scende al 5 a 42 anni, fino a crollare all’1-2 per cento dopo i 45 anni. «In Italia e in tutta Europa, tranne che in Inghilterra, si danno numeri e si fanno promesse poco coerenti con la realtà, speculando sul desiderio delle coppie che, volendo un bambino, vanno da chi promette percentuali gonfiate» denuncia Bulletti. La Gran Bretagna fa eccezione, aggiunge il ginecologo, perché lì esistono Registri che, attraverso la loro autorità di controllo, possono verificare i risultati esibiti dai vari centri, e sanzionare se gli esiti finali non sono conformi a quanto dichiarato. E, guarda caso, le percentuali di successo inglesi, nella riproduzione assistita, sono quattro volte inferiori a quelli europei (e italiani). «Per questo, entro l’estate chiederemo al Comitato nazionale di bioetica di valutare se le modalità di promozione dei centri non dichiarino risultati non corroborati dai fatti, lucrando sulla fragilità emotive delle coppie» annuncia Bulletti. «Nella mia struttura, un terzo dei trattamenti viene richiesto da donne tra i 40 e i 50 anni. Ma a quell’età anche la migliore macchina mostra l’usura del tempo, e già dieci anni prima della menopausa si inizia a perdere la possibilità di procreare». Insomma, conviene sbrigarsi prima dei 40 anni. Ma, come si diceva, occorre avere pure una stabilità economica, essere nella situazione di non dover scegliere fra carriera e culla. E, soprattutto, avere un compagno con cui progettare una famiglia, cosa per niente scontata. Tutti motivi che spingono verso un’ulteriore scelta: congelare i propri ovociti. Così la mamma sarà anche agée, ma i suoi ovociti saranno rimasti belli, sani e vitali. Una decisione, questa, che tempo fa riguardava soprattutto giovani malate di tumore o con endometriosi. Ma che ora viene presa anche da donne perfettamente sane che decidono di mettere in freezer, per così dire, le proprie uova. Al Fertility center dell’Istituto Humanitas di Rozzano (Milano) congelano gli ovociti per future maternità. Funziona così: con ormoni di sintesi si stimola la crescita follicolare per ottenere, ogni mese, una produzione multipla di ovociti. Il giorno del prelievo, che avviene in sala operatoria sotto guida ecografica, si aspirano i follicoli e si estraggono le cellule uovo subito congelate. Pronte a essere reimpiantate nell’utero, magari dopo anni. «Si tratta in genere di donne vicino ai 40 anni, senza un compagno, nelle quali scatta un meccanismo di preservazione della propria fertilità» racconta Alessandro Bulfoni, responsabile di Ginecologia e ostetricia all’Humanitas San Pio X di Milano. «Nella mia esperienza, a livello ambulatoriale, la richiesta di congelamento di ovociti è triplicata o quadruplicata rispetto a 10 anni fa». Il tasso di successo di questa tecnica è inferiore al 20 per cento, spiega Bulfoni, leggermente meno rispetto agli ovociti freschi. «Anche perché se un ovocita di 35 anni viene impiantato in un utero di 45, molto dipende dalle condizioni di quell’utero, che con il crescere dell’età può subire un peggioramento o sviluppare patologie che compromettono il successo». Probabilmente nulla fermerà le donne che, passato il mezzo secolo, sentiranno un’improvvisa voglia di bebé. Termini  come «impossibile» e «innaturale», del resto, appaiono oggi sempre più svuotati di significato. Una mamma di 60 anni ne avrà 80 quando il figlio sarà uscito dall’adolescenza? Non importa, la medicina dell’avvenire troverà il modo di garantirle forma fisica, energie di riserva e apparenza giovanilistica. Ciò che sta facendo la cosiddetta scienza anti-aging, a essere onesti, è prolungare non la giovinezza bensì l’ultima parte dell’esistenza, con tutti  i problemi cronici e gli acciacchi della vecchiaia. Ma questo è un messaggio fastidioso, che nessuno vuole sentire.  

Emanuela Grimalda: "Essere mamme è dura ma l'età non c'entra". Nel dibattito sulle mamme over 50 interviene l'attrice che ha avuto il primo figlio a 51 anni. Terry Marocco il 31 dicembre 2019 su Panorama. Quando è rimasta incinta stava portando a teatro Le Difettose, un testo dedicato alle donne che non riescono ad avere figli e si rivolgono alla fecondazione artificiale. L’attrice Emanuela Grimalda ha 55 anni e suo figlio Giaime quattro.

«Mentre leggevo il libro di Eleonora Mazzini, da cui è tratta la pièce, mi chiedevo perché avessi aspettato tanto a fare un figlio. Molto c’entrava il mio essere artista. Mi domandavo perché abbiamo spostato così in avanti le nostre vite. Alla fine si è allungata la vecchiaia, mentre i tempi biologici sono rimasti gli stessi».

E poi cosa è successo?

«Mio marito e io desideravamo un bambino. Non era mai stata un’ossessione. Se dovrà essere, sarà, ci dicevamo. Senza accanimento. Rimasi incinta a 50 anni. È stato naturale, anche se questa parola fa un po’ ridere, perché so di avere fatto un figlio in un periodo della vita piuttosto innaturale».

Si è mai chiesta se non fosse troppo «grande»?

«Te lo chiedi mille volte, ma quando decidi, smetti di domandartelo. Ero pronta, avevo tanta energia. È la fase migliore della mia vita. Sono più matura, pacificata, risolta. Non lo ero a trent’anni».

Ha mai immaginato come sarebbe stato averlo fatto prima?

«Spesso penso se avessi avuto Giaime a vent’anni lo avrei accompagnato per più tempo. Quando mi chiedono del mio futuro, rispondo: «Spero di esserci. Il più a lungo possibile»».

La fatica si fa sentire?

«Sì, quella fisica, ma si affronta. Stanotte non ho dormito, aveva la febbre, ma eccomi qui. Non è una notte persa che mi preoccupa. È il frullatore dentro cui sono buttate le madri oggi, anche le giovani. Esauste e stressate. Roma è una città dove stanno meglio i cani che i bambini. In centro sono una rarità i bar che hanno un fasciatoio. Girare con il passeggino è un’impresa. Medaglia d’oro alle turiste con i bebè, sono delle eroine».

Qual è stato il momento più difficile?

«I primi 15 giorni sono stati molto duri. Avevo deciso di allattarlo. Il dolore, le ragadi, un male cane, le notti insonni. Ero stremata. Altro che iconografia delle mamme sorridenti».

La maternità non è come la raccontano?

«Viene romanzata, ma non è la marmellata che ci propinano. È un’esperienza diversa. Più profonda e meno poetica. Nessuno lo ammette, ma noi madri ci sentiamo molto sole».

Come le sembrano le Millennial?

«Schizzate, ansiose. Io mi sento più rilassata di prima, meno competitiva. Ora ho tempo per la mia famiglia. Le trentenni rincorrono carriere faticose per finire stravolte a stare con i figli solo la sera. Il difficile non è farli, ma crescerli».

Cosa direbbe a una donna che vuole seguire il suo esempio?

«Risponderei con le parole di Rosanna Della Corte, la mamma più vecchia d’Italia: «Sentivo che ce la potevo fare». Se il desiderio è profondo, allora vai. Magari ti invito per un’esperienza sul campo. Una settimana a casa mia e poi decidi».

·        Mai dire Papà.

Claudia Osmetti per “Libero quotidiano” il 17 marzo 2020. Ma davvero c' è un' età giusta per diventare padri? Giacomo Botteri, classe 1956, un lavoro nelle commissioni tributarie, ha avuto la sua Ludovica tre anni e mezzo fa. Non è la sua unica figlia, la piccola ha una sorella: 27 anni di differenza, praticamente una vita. «Sono state due paternità molto diverse», spiega Giacomo. Voce calma, sorriso sincero. A lui piace prendersi cura di Ludovica. «Prima facevo il direttore di banca, adesso ho questo lavoro nelle commissioni tributarie che è come un part-time. Sette o otto udienze al mese, per il resto posso sbrigare le faccende da casa». Viva il processo telematico. Già, viva. Giacomo si sta separando dalla sua compagna, mentre parla con gli occhi controlla la bimba che sta giocando. Deformazione professionale. «Amore, perché stai dando la focaccia al cane?», le chiede. Con gentilezza, non alza mai la voce. «L' ho cresciuta io - confessa, orgoglioso come solo un padre sa essere, - e quando le maestre dell' asilo mi dicono che è la più gentile della sua classe mi faccio i complimenti da solo». Non se li sente proprio cucite addosso, Giacomo, le sue 64 primavere. E come potrebbe? Occupato com' è a stirare i grembiulini e a mettere in ordine le bambole di Ludovica. Un po' come Vittorio, altro "padre senior", coetaneo di Giacomo. Ex manager in pensione, una moglie più giovane e due bellissimi frugoletti. Vittoria e Leone, il maschietto nato da poco. «La sua prima parola è stata papà - racconta Benedetta, la compagna di Vittorio -. Io stavo rientrando al lavoro dopo la maternità, mi stavo preparando per uscire, quando dalla culla sento che il bimbo lo sta chiamando. Non faccio in tempo a girarmi che Vittorio ha già preso il cellulare, lo ha registrato e lo ha mandato a tutti i contatti che aveva nella rubrica di WhatsApp». Scene di ordinaria amministrazione famigliare. E' che Giacomo e Vittorio sono in buona compagnia. Il presentatore televisivo Carlo Conti ha avuto il suo Matteo a 53 anni, l' imprenditore Luca Cordero di Montezemolo è diventato papà a 63, gli attori Michele Placido e Luca Barbareschi rispettivamente a 60 (quarto figlio) e 56. Senza contare i divi del grande schermo hollywoodiano: Robert De Niro si è scoperto genitore a 68 anni, Clint Eastwood a 66, Michael Douglas a 59. Richard Gere, dicono i giornali di gossip, aspetterebbe il terzo frugoletto questa primavera, e le candele sulla sua torta di compleanno sono 70 tonde tonde. Ma quali nonni, questi papà "over" sono più concentrati. Avranno pure meno capelli in testa, ma compensano con l' esperienza. Colpa (anzi, merito) dell' aspettativa di vita che si allunga, delle condizioni di salute che migliorano e della fertilità che quando arranca basta dargli un aiutino: padri tardivi, padri senior, chiamateli come volete ma tenete a mente una cosa sola. Guai a dar loro del "nonno". S' arrabbiano come pochi. Pure l' attuale presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è diventato padre a 59 anni. C' è chi vive una seconda paternità con una compagna più giovane (per le donne è diverso, fisicamente diverso) e chi, ma sono ancora pochini, decide di adottare una volta arrivata la pensione. Tutti, però, davvero tutti, hanno un solo chiodo fisso. Fare il meglio per il proprio figlio. Ovvio, la ricetta magica per diventare genitori non esiste. Nemmeno a sessant' anni. «E' stressante. Rispetto a quando ero più giovane mi faccio mille pensieri, ho mille preoccupazioni. Ma quando mi siedo e ci penso, realizzo che è la cosa più bella che mi poteva capitare», Giacomo. «Spesso va molto più in paranoia di me, sente di più la responsabilità ed è molto apprensivo. Però è un aiuto validissimo a casa. Diciamo pure che da noi il "cambiatore ufficiale di pannolini" è lui. Io sono molto meno brava», Benedetta che parla di Vittorio. E' che in fondo sta tutto lì, in quel bilanciamento di saggezza e maturità che fa sul serio bene alla famiglia. Chiedere ai diretti interessati (cioè ai bambini) per credere. «Sullo sviluppo del bambino e da un punto di vista cognitivo non ci sono assolutamente impedimenti dovuti al fatto di avere un padre "anziani" - puntualizza la pedagogista Tiziana Cristofari -. Se c' è un problema, questo parte sempre dagli adulti. Possono crearsi, è vero, delle situazioni difficili se, per esempio, il bambino ascolta delle battute sul genitore e se la famiglia non interviene subito. Parlandone e chiarendogli qualsiasi dubbio, perché non c' è niente di male né niente di sbagliato in un padre più grande». Come a dire, spesso i problemi ce li facciamo noi. I bimbi non fanno di queste differenze. E se poi l' obiezione è che sì-ma-a-quell' età-come-fa-ad-andare-a-giocare-a-pallone-al-campetto-col-figlio?, sappiate che nemmeno quella regge. «Ci sono tantissimi padri trentenni che sono pigri e a giocare all' aperto con i loro bambini non ci vanno comunque - continua l' esperta, - gli over 60, invece, sono generalmente più presenti e protettivi e, alla fine, è quello che conta». Anche la differenza di età tra madre e padre interessa poco ai bimbi: «Sono tutte questioni che ci poniamo noi, amore e affettività non hanno età», chiosa Cristofari, che elenca anche le regole d' oro per quei maschietti che "decidono" di fare un figlio passato il mezzo secolo. Ossia: uno, creare e alimentare il rapporto con il bambino. Due, vivere questa relazione serenamente (perché il bambino lo sente, se c' è qualche problema). Tre, parlarne sempre in caso contrario, rispondere alle domande, far capire ai bimbi che ai fini pratici l' età del padre non cambia proprio di una virgola. E quattro, fare tutto il resto con tranquillità. Insomma, non farsi mancare niente. Gite al mare e partite allo stadio. Il resto sono solo chiacchiere.

·        Aborto. Il Figlicidio.

Aborto. Sempre dalla parte del più forte.

Nati senza volerlo e morti senza volerlo. Il proprio destino in mano altrui. Quei piccoli senza nome, condannati all'oblio dall'egoismo dei grandi. Lo scandalo dei figlicidi materni sepolti dall'anonimato, per nascondere la vergogna.

Tutti dalla parte della madre che non vuol essere nominata.

Non si conoscono forma e sostanza dell'aborto in cronaca. Ma è una vergogna parteggiare per l'oblio di un figlio innominato, a cui non è stato dato nemmeno un nome, oltre che la dignità, ma certamente non ignoto, trattato come un rifiuto organico.

Discarica o cimitero dei caduti ignoti? E' la brutta sorte dei bambini non voluti e quindi uccisi.

Una Vita è Vita e va rispettata, anche quella degli altri.

Paolo Rodari per repubblica.it il 30 novembre 2020. Stupisce ancora una volta Francesco, il Papa troppo superficialmente definito progressista. In una lettera autografa datata 22 novembre, Bergoglio ribadisce l’importanza della tutela della vita contro i tentativi di legalizzare, in Argentina, la pratica dell’aborto. Definito da alcuni osservatori distante dalle tematiche etiche riguardanti la difesa della vita a motivo del suo non parlarne in occasioni che possano essere strumentalizzate in chiave politica, Jorge Mario Bergoglio scrive questa volta direttamente alla deputata Victoria Morales Gorleri, rispondendo a una missiva inviatagli dalle “mujeres de las villas”, una rete di donne che, dal 2018, si batte per la tutela dei nascituri nelle "villas miserias" di Buenos Aires. Le firmatarie chiedevano il sostegno di Francesco nel loro impegno contro la legalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza, un tema che proprio in queste settimane sta dividendo l’opinione pubblica del Paese. Francesco risponde ringraziando “di cuore” le “mujeres de las villas” e insieme dice di essere ammirato dal loro “operato” e dalla loro “testimonianza”. Quindi le incoraggia senza mezzi termini ad “andare avanti”. La lettera di Francesco, di cui ha dato conto due giorni fa il quotidiano argentino La Nacion e ripresa anche da Vatican News, è lunga in tutto una decina di righe, ma sono parole significative. Il Papa che già da cardinale di Buenos Aires si era speso contro la legalizzazione dell’aborto, dice alle "mujeres" che “sono davvero donne che sanno che cos’è la vita”. “La patria – spiega – è orgogliosa di avere donne così”. E quanto al problema dell’aborto dice che “bisogna tenere presente che non si tratta di una questione primariamente religiosa ma di etica umana, anteriore a qualsiasi confessione religiosa”. Per questo, è corretto porsi due domande: “È giusto eliminare una vita umana per risolvere un problema? È giusto affittare un sicario per risolvere un problema?”. E chiude ringraziando “per tutto quello che fate”. La missiva delle donne al Papa aveva toni drammatici: “Siamo sopraffatte dal freddo terrore – avevano scritto le mujeres – se pensiamo che questa proposta di legge mira a coltivare l’idea che l’aborto è una possibilità in più nella gamma dei metodi contraccettivi e che i suoi principali destinatari sono le ragazze povere”. E ancora: “La nostra voce, come quella dei bambini non nati, non si sente mai. I legislatori e la stampa non vogliono ascoltarci e se nelle ‘villas’ non avessimo sacerdoti che alzano la voce per noi, saremmo ancora più sole”. “Le nostre figlie adolescenti – avevano concluso – stanno crescendo con l’idea che non hanno il diritto di avere figli perché sono povere”. La lettera del Papa ha un significato politico non indifferente. Sabato prossimo, 28 novembre, in Argentina sono attese manifestazioni di protesta contro il progetto di legge sull’aborto. Fra queste c’è la cosiddetta “Marcia delle scarpette” nella quale i partecipanti si ritroveranno davanti alla sede del Congresso nazionale di Buenos Aires per recitare il Rosario e mettere la vita dei nascituri sotto la protezione della Vergine Maria. I vescovi sono pubblicamente dalla parte dei manifestanti. E, da due giorni, anche il Papa.

Aborto peggiore della pedofilia? Parliamo con don Andrea. Le Iene News il 10 novembre 2020. Nina Palmieri ha parlato con don Andrea, il parroco di Macerata che qualche giorno fa dal pulpito ha detto che “l’aborto è il peggiore degli scempi”, con anche un paragone incredibile con la pedofilia. “L’aborto è il peggiore degli scempi… mi verrebbe da dire una cosa ma poi scandalizzo mezzo mondo… è più grave l’aborto o un atto di pedofilia?”. Parola di don Andrea, un sacerdote di Macerata che pochi giorni fa ha pronunciato queste frasi dall’altare durante una celebrazione. Frasi che hanno ovviamente fatto il giro dei media e hanno indignato l’opinione pubblica. Nina Palmieri cerca di mettersi in contatto con il parroco della chiesa dell’Immacolata, per provare a ragionare con lui su quanto detto a proposito della notizia di una legge introdotta in Polonia, in base alla quale anche un feto malato non si può abortire. Durante quell’omelia così discussa don Andrea aveva detto: “Non vogliamo dire che la pedofilia non sia niente... è una cosa gravissima...lasciamo perdere…che cosa è più grave? Noi abbiamo perso il senso del peccato…”. Frasi a cui molte persone hanno reagito arrivando ad appendere striscioni contro di lui. Ma il parroco non si è limitato all’ aborto, ha parlato anche del rapporto uomo-donna dopo aver letto un passaggio di San Paolo. “Le mogli siano sottomesse ai mariti... Avete capito signore? Perché il marito è il capo della moglie, come Gesù è il capo della Chiesa… I mariti amino le mogli come Cristo ha amato la Chiesa... Io lo dico sempre se avessi dovuto scegliere avrei fatto la moglie almeno devo essere sottomessa e basta…”. Quando andiamo a cercarlo, non lo troviamo e allora attraverso una nostra complice riusciamo a raggiungerlo. La complice fa finta di confidarsi con lui, per raccontargli di suo marito, che si comporterebbe in modo autoritario. E don Andrea, dopo aver detto quelle frasi dal pulpito, spiega: “Quella parola lì, sottomissione, in realtà il contesto, è siate sottomessi gli uni agli altri… Quello che ho cercato di spiegare è che se alle donne si chiede di essere sottomesse, ai mariti si chiede di dare la vita per la moglie… Lì poi si entra nelle fede, se io sono sottomessa a mio marito, non sono sottomessa a lui, ma è perché voglio essere sottomessa a nostro Signore…”. Poi chiede alla nostra complice: “Ma a voi i figli non vengono?”. Lei risponde: “Lui vorrebbe ma io no…”. “Forse è su questo che non vi trovate…”, replica Don Andrea. Nina Palmieri lo raggiunge telefonicamente e il contestatissimo parroco risponde solo dicendo, a proposito della pedofilia: “Sì, senza dubbio è un atto criminale…”. Poco dopo quelle frasi, don Andrea si è scusato pubblicamente sui media, dicendo di non aver mai voluto intendere che la pedofilia fosse meno grave dell’aborto.

 Così la destra fa la guerra all'aborto nelle città e nelle regioni che amministra. Le associazioni "pro-life" si allargano sul territorio nazionale, dove governano Lega e Fratelli d'Italia. E grazie alla loro vicinanza con la politica ottengono fondi pubblici ed entrano nei consultori rendendo ancora più difficile applicare la 194. Rita Rapisarda su L'Espresso il 20 ottobre 2020. Manifestazione pro 194 a Perugia lo scorso giugnoNegano ci sia un problema con il numero di medici obiettori, definiscono “clandestino” e “fai da te” l'aborto farmacologico (intendendo anche la pillola del giorno dopo, quando di aborto non si tratta, ma di contraccezione di emergenza) e additano alle donne di usare l'interruzione di gravidanza per il controllo delle nascite. Auspicano, come la definiscono, “una rivoluzione copernicana dei consultori”, che si traduce in una proposta di riforma legislativa che metta al centro “la preferenza alla nascita”. Sono le associazioni cosiddette pro-life, che oggi hanno libero accesso ai consultori, detengono dei veri e propri “sportelli religiosi” all'interno degli ospedali e ottengono finanziamenti pubblici da Regioni e comuni che battono una sola bandiera: quella della destra italiana, Lega e Fratelli d'Italia. Il loro unico scopo è la riduzione del numero degli aborti. «I diritti delle donne non sono diritti mai acquisiti», diceva Miriam Mafai, e aveva ragione. 

Le mozioni per la vita. Come un ragno che tesse la sua ragnatela il movimento antiabortista, che mai si è fermato, sta trovando nuova linfa dall'appoggio politico. Verona può essere considerata la città da cui tutto è partito, e che ha dato i natali all'ex ministro della Famiglia Lorenzo Fontana. Qui per la prima volta, con una giunta a maggioranza leghista due anni fa, in Italia si è firmata una mozione (proposta da Alberto Zelger, consigliere con una lunga storia in gruppi ultracattolici), che ha definito la “città a favore della vita”: «Per la prevenzione dell’aborto e il sostegno della maternità», proprio nel quarantesimo anniversario della legge 194 . Un documento che a sostegno delle sue tesi porta solo dati e fonti dei movimenti prolife ed evidenze scientifiche false: che l'aborto causa cancro al seno, sterilità permanente, e la RU486 è ad alto rischio...Da qui numerosi comuni hanno copiato e incollato il testo, per lo più respinto, partendo da grandi città come Milano e Roma, arrivando a macchia d'olio in medi e piccoli comuni, come Alessandria, Imperia, Ferrara, Trento, Treviso, Rivoli, Iseo . La Liguria tutta. Per ora soprattutto in nord Italia, dove le amministrazioni si organizzano in gruppi. Ma questi scritti sono il lasciapassare per entrare negli ospedali. Le mozioni partono sempre da alcuni capisaldi: il problema demografico e i passaggi della 194 dove si dice che i consultori familiari devono contribuire a superare gli ostacoli che potrebbero indurre l'interruzione di gravidanza, offrendo soluzioni alternative. «Non c’è nulla di casuale sul fatto che tutto sia partito da Verona, dove nel 2019 c’è anche stato il Congresso Mondiale delle Famiglie. Non appena si insedia una giunta di destra poi, sembra che questi temi siano in cima all’agenda», racconta Beatrice Brignone, segretaria di Possibile, che in prima persona ha visto la violenza di questi movimenti, quando proprio nella città veneta, insieme ad alcune attiviste di Non una di meno, si è scontrata durante un incontro a cui presenziava il senatore Simone Pillon, colui che affermò di voler impedire con tutti i mezzi alle donne di abortire.

Agire dentro ai consultori. Il meccanismo delle associazioni è di inserirsi al momento dei colloqui per l'ivg, quelli dopo i quali è rilasciato il foglio medico per recarsi in ospedale. “Il colloquio non seguito dal rilascio del titolo costituisce il successo della prevenzione”, sentenzia il Movimento per la Vita (Mpv) in un suo rapporto. Il caso peggiore è invece quello in cui si arriva in consultorio già con il foglio del medico di base: lì non si può più far nulla per intralciare le decisioni della donna. Il Mpv descrive come drammatiche le situazioni di regioni in cui meglio funziona l’attuazione della 194, come Toscana e Liguria. Il Mpv è la maggiore di queste associazioni cattoliche, partner della rete ultraconservatrice del Congresso Mondiale delle Famiglie. Inizia la sua attività nel 1975, con l'istituzione del primo Centro per la Vita (Cav) a Firenze, al posto di una clinica che operava aborti abusivamente. Ha instaurato negli anni una rete capillare sul territorio: vanta 19 federazioni regionali e circa 400 Cav: più degli ospedali dove è possibile praticare un'interruzione di gravidanza. Dopo la batosta del 1978 l’operato non si è fermato, ma ha acquisito nuove terminologie, di vicinanza e sostegno alla vita: «Usano parole positive che servono soltanto a nascondere il vero scopo: la repressione dei diritti. Le donne sono le vittime preferite, ma non dimentichiamo le persone Lgbt, i migranti. Come modello si ispirano a quello russo, che vuole limitare in ultimo la libertà», continua Brignone, che aggiunge di come questo parallelismo riguardi anche i numerosi fondi che queste associazioni vantano, come ha raccontato l'Espresso. Lo statuto del Mvp è chiaro: «La Federazione si oppone alla legge 194, così come ad ogni provvedimento che voglia introdurre o legittimare pratiche abortive, eutanasiche e di manipolazione intrinsecamente soppressive della vita umana». Com'è possibile allora avvalorare negli ospedali chi si dichiara apertamente contro una legge dello Stato?

Contro le nuove linee guida per la RU468. L'ultima battaglia in ordine di tempo è il tentativo di limitare le nuove linee guida sulla RU468 volute dal ministro della Salute, Roberto Speranza. Prevedono la somministrazione della pillola abortiva fino a nove settimane, anche in regime di day hospital. Un'intenzione che si è tradotta in un appello , sottoscritto da 50 associazioni cattoliche, a tutto il mondo politico. E per primo sta andando in scena l'esperimento in Piemonte grazie al neo assessore Maurizio Marrone di Fratelli d’Italia . Un precedente pericoloso che potrebbe essere imitato da altre regioni di centrodestra, oggi 14 su 20. Nella regione, ora in mano ad Alberto Cirio di Forza Italia, ci aveva provato già Roberto Cota nel 2011. Allora la Casa delle donne di Torino, insieme ad altre associazioni, presentò con successo ricorso al Tar. “La vita fin dal concepimento”, su questo concetto il tribunale bocciò la richiesta. «Solo una provincia non funziona, quella da cui arriva la maladìa (morbo in piemontese, ndr), ed è Novara», racconta Carla Quaglino della Casa delle donne di Torino, ricordando la sede di Difendere la fede con Maria, l’associazione che da vent'anni si occupa del seppellimento dei feti abortiti . «Noi siamo pronte, in Piemonte abbiamo una lunga tradizione di difesa dell'autodeterminazione della donna, li fermeremo di nuovo». E ricorda anche la scrittura della 194 a cui ha partecipato: «Il movimento delle donne di allora voleva un aiuto morale nei consultori, ma era un modo per rivendicare la nostra presenza di donne in quello spazio, non per imporre l’integralismo, come oggi». «L’ultimo che ha tentato di ficcare le associazioni religiose negli ospedali è stato Francesco Storace (Fratelli d'Italia, ndr), senza riuscirci», racconta Elisabetta Canitano, ginecologa, docente e presidente di Vita di Donna, memoria storica di quanto avviene nel Lazio. La stessa regione dove non è stata presa bene dagli antiabortisti la decisione nel 2017 del presidente Nicola Zingaretti di istituire appositi concorsi per i non obiettori. «Una volta è arrivato un volontario con dei volantini: lo abbiamo spintonato via. In un'altra occasione abbiamo avuto una riunione con delle volontarie: volevano insegnarci la “contraccezione naturale”». Si tratta del metodo Billigs, basato sul muco cervicale, insegnato dai volontari nei Cav. Queste violenze e disinformazioni avvengono molto più di quanto si pensa: non bastano le affissioni pubbliche o i manifesti mobili su camion, le associazioni pagano il suolo pubblico di fronte agli ingressi dove si praticano le ivg. Distribuiscono volantini, portachiavi a forma di feto e appendono bambolotti embrione per suggestionare le donne.

Adotta un feto: il Progetto Gemma. Il Mpv ha conquistato terreno anche grazie a un’altra iniziativa, il Progetto Gemma, ormai onnipresente in queste mozioni. “Un servizio per l'adozione prenatale a distanza per madri in difficoltà, tentate di non accogliere il proprio bambino”, lo presentano. «Noi interveniamo solo se la decisione è data da puro disagio economico. Le donne, o meglio mamme, che si rivolgono a noi sono indecise se praticare l’aborto oppure no. Molto spesso sono i consultori che le inviano a un nostro centro. Altre arrivano tramite il passaparola. Altre ancora scoprono sul web, da sole, che esistono alternative all'aborto», racconta Antonella Mugnolo, responsabile Ufficio Progetto Gemma. Il Progetto si sviluppa in 18 mesi, sei di vita del bambino nel grembo materno, a partire dal terzo mese di gravidanza, e 12 dopo la nascita fino al compimento del primo anno: alla donna si garantisce un sostegno pari a 160 euro mensili, per un totale di 2.880 euro, il tutto dicono finanziato tramite donazioni private. «Centosessanta euro al mese è una “carezza economica”, ma posso assicurare che accompagnata da un'assistenza premurosa, dalla condivisione delle difficoltà e dal sostegno di cui c'è bisogno, è un’attenzione decisiva per fa sbocciare nel cuore della mamma il sì alla nascita del proprio bambino», continua Mugnolo. «Qui si suggeriscono aiuti e sostegni che poi non sono veri. Queste persone hanno una sola chiave di lettura: la donna cattiva che vuole uccidere un bambino. Si ignorano le donne, come se non fossero in grado di scegliere», a parlare è Rosetta Papa, ginecologa che ha diretto l'Unità Operativa Complessa Salute Donna della ASL Napoli1 Centro, una carriera lunga 40 anni, finita un mese fa. «Nel 2018 passò una delibera che consentiva a queste persone di accedere ai consultori. Noi anziane, ho partecipato alle battaglie per aprire questi spazi, ci siamo dovute attivare per rivendicare un diritto laico e siamo riuscite a difenderlo. Incredibile come la 194 sia una delle poche leggi sempre sotto attacco». “Un volontariato grandioso che permette di salvare ogni anno decine di migliaia di vite”, scrive il Mpv nel suo ultimo rapporto. I “salvati” sono i bambini strappati all’aborto. Chiunque può diventare “adottante”, in cambio avrà informazioni sull'evolversi della gravidanza, nascita e crescita. Saprà il nome del bambino e la data di nascita e come specificato sul sito del progetto, “se la mamma lo consente, viene inviata una fotografia”. Le somme erogate sono versate per intero alla donna, o tramite servizi, come pannolini e generi alimentari. «Non si tratta di “invogliare” le donne a mettere al mondo figli, ma di accompagnarle in un percorso di accoglienza dei loro figli. Dal 1994 ad oggi abbiamo sostenuto e aiutato quasi 24mila mamme ed altrettanti bambini», aggiunge Mugnolo. «Certo ci vuole sostegno, anche in una scelta che ricordiamo che può essere vissuta serenamente, ma deve essere laico. Dov'è lo Stato in questi casi? Amministrazioni compiacenti non possono delegare questi compiti», aggiunge la segretaria Brignone. Interventi sul welfare, congedi di paternità, congedi parentali, asili nido, assegni familiari, aiuti alle donne lavoratrici o single: le soluzioni ci sarebbero, ma sono da potenziare. «È proprio lo Stato ad essere assente e deve intervenire in difesa delle libertà riconosciute: le donne non hanno bisogno dei prolife per fare le proprie scelte. C'è un problema di stato di diritto e noi dobbiamo essere sentinelle vigili», spiega Filomena Gallo, segretaria dell’Associazione Luca Coscioni, «I gruppi di fanatici clericali non rappresentano certo la maggioranza di questo paese. E poi ci sono coloro che credono nella laicità, ma non accettano di affrontare in Parlamento argomenti come aborto ed eutanasia: nell'affermare delle libertà non c'è mai da vergognarsi».

Il caso delle sepolture nel cimitero romano di Prima Porta con i nomi delle madri scritti nelle targhette. Francesca, che subì un aborto terapeutico: «Su tomba c’era il mio nome». Arnaldo Frignani l'1/10/2020 su Il Corriere della Sera. Le madri contro il cimitero dei feti. Ipotesi class action, si muove il pm. L’ufficio legale di Differenza Donna ha deciso di procedere a una class action. Ma nel frattempo anche la Procura valuta l’apertura di un fascicolo per accertare se ci siano state violazioni della privacy, che possano sfociare anche nella violenza privata. Il caso delle sepolture dei feti nel cimitero romano di Prima Porta con i nomi delle madri scritti sulle targhette, si arricchisce ogni giorno di particolari e testimonianze. Sempre su Facebook.

I casi. Ieri è stata la volta di Francesca: anche lei ha scoperto che nel camposanto sulla via Flaminia (il secondo della Capitale, dopo il Verano) «c’era una tomba a mio nome, senza il mio consenso e senza che io ne fossi a conoscenza». Anche lei, come Marta tre giorni fa, ha subìto un aborto terapeutico in un ospedale romano ma non avrebbe dato l’assenso alla sepoltura del feto, chiedendo mesi dopo l’intervento che fine avesse fatto. «Mi hanno risposto “non ne sappiamo niente” — continua Francesca —. Ora vedere il mio nome su quella brutta croce gelida di ferro in quell’immenso prato brullo è stata una pugnalata».

Centinaia di croci. Il terreno in questione si trova fra i settori 89bis, 91 e 92bis di Prima Porta: centinaia di croci, in legno e metallo, con targhe spesso illeggibili. Un quadrante che a vederlo toglie il fiato, dove il degrado è padrone: alcune croci sono ammucchiate nel fango e fra i cespugli, altre vicine ai cassonetti. I pochi giochi lasciati da chi invece ha riconosciuto la sepoltura di un figlio mai nato sono rotti, arrugginiti, sparsi ovunque nell’erba. Una visione che lascia interdetti, a pensare che si tratta di un terreno dove i feti vengono sepolti per beneficienza, a spese della collettività. Sulle targhette, scritte a mano con vernice bianca, insieme con i riferimenti del quadrante, quasi esclusivamente nomi di donna. Italiani, romeni, rom, slavi, polacchi, sudamericani. Sono quelli delle madri che hanno interrotto la gravidanza per motivi terapeutici fra la 20ª e la 28ª settimana di gestazione. Ma, come le due donne che hanno denunciato sui social, e forse molte altre, non tutte avevano dato l’assenso a comparire, e c’è il sospetto nemmeno alla sepoltura e alla croce stessa, il metodo che l’Ama ha spiegato di aver scelto perché «è quello tradizionalmente in uso in mancanza di una diversa volontà». Adesso un’eventuale indagine, dopo l’istruttoria del Garante della privacy, dovrà stabilire se ci sia mai stata la volontà sottoscritta di quelle donne.

Il rimpallo Ama-ospedali. Su questo punto continua il rimpallo di responsabilità fra Ama e ospedali, come il San Camillo: la municipalizzata sostiene di aver applicato il regolamento di polizia mortuaria e aver riportato i dati personali comunicati dalle Asl, il nosocomio invece di non avere alcuna responsabilità sulle seppellimento, e che «i feti sono identificati con il nome della madre solo ai fini della redazione dei permessi di trasporto e sepoltura». Un atteggiamento dei due enti «inquietante e irresponsabile», secondo il Coordinamento donne dell’Anpi Roma, mentre la vicenda è approdata anche in Parlamento e in Regione. «Dobbiamo spingere il governo a rivedere il regolamento del 1990 — spiega la capogruppo della Lista Zingaretti nel Lazio — per eliminare la discrezionalità che ha portato al caso del cimitero Flaminio». E il deputato radicale Riccardo Magi chiama in causa il Campidoglio: «Approvi subito una modifica del regolamento comunale per l’eliminazione immediata di tutti nomi dalle croci»

Roma, feti sepolti col nome di chi ha abortito. Emergono altri casi, le donne si ribellano. Pubblicato giovedì, 01 ottobre 2020 da marina De Ghantuz Cubbe su La Repubblica.it.  Il cimitero degli aborti al Flaminio, con sopra scritto nome e cognome della donna che ha interrotto la gravidanza. Al cimitero Flaminio di Roma centinaia di croci bianche sopra piccole sepolture e le generalità della donne che hanno interrotto la gravidanza. Monta una polemica di forte impatto emotivo che coinvolge associazioni delle donne, Garante della Privacy, ospedali e servizi cimiteriali ed è stata annunciata un'interrogazione parlamentare. Una croce dopo l'altra, una per ogni feto. Con sopra, un nome e un cognome. Quello di una donna. Al cimitero Flaminio a Roma vengono seppelliti i corpicini e i dati personali di chi ha abortito sono visibili a tutti. Centinaia le croci, divise in più lotti e si riconoscono perchè sono bianche, sbilenche, col nome di famiglia, di colei che ha dovuto o voluto interrompere la gravidanza. Per prima se ne accorta una donna, M.F. che un paio di giorni fa si è sfogata con un lungo post su Fb. "Non ne sapevo niente, mi sono trovata il mio nome su una tomba". Poi un'altra, sempre nello stesso cimitero, che dice: "È come se avessero seppellito me, hanno deciso che io sono già morta " e altre donne lo vengono a sapere dai giornali e si stanno facendo avanti in queste ore. A Roma è scoppiata una polemica di forte impatto emotivo che coinvolge associazioni delle donne, garante della privacy, ospedali e servizi cimiteriali ed è stata annunciata un'interrogazione parlamentare. La sepoltura è una possibilità regolata da una vecchia legge che risale all'epoca del fascismo e prevede che chi si sottopone a un aborto terapeutico può chiedere all'ospedale di avviare questa procedura. Ma ciò che non spiega come sia possibile che il feto venga sepolto e il nome della madre sia affisso su di una croce, tanto che l'Autorità garante della privacy ha aperto un'istruttoria. E anche il simbolo religioso è posto sotto discussione, nessuna delle donne che poi si è ritrovata le generalità pubbliche aveva specificato orientamento religioso, volontà di porre il simbolo cattolico su una qualsivoglia sepoltura. A denunciare pubblicamente quanto avviene al cimitero Flaminio è stata per prima M. L. che con un post sui social aveva raccontato  la sua drammatica scoperta:  "Nel momento in cui firmai tutti i fogli relativi alla mia interruzione terapeutica di gravidanza, mi chiesero se volevo procedere con esequie e sepoltura. Risposi di no", racconta la donna. Niente firma, niente autorizzazione dunque. E continua: "Rimasi colpita da quella richiesta e ho iniziato a cercare informazioni". Dopo 7 mesi contatta la camera mortuaria dell'ospedale San Camillo dove ha abortito e questa sarebbe stata la risposta ricevuta: "Signora, il fetino sta qui da noi, stia tranquilla anche se non ha dato il consenso, il feto verrà comunque seppellito per beneficenza. Non si preoccupi avrà un suo posto con una sua croce e lo troverà con il suo nome". Così scopre che in diversi lotti del cimitero Flaminio si trovano sepolti i non nati con i nomi delle madri. La sepoltura avviene in base a un regolamento di polizia mortuaria del 1990 che si rifà a un decreto regio del 1939. Deve esserci il consenso della donna e M. L. denuncia di non averlo dato. Scoppia il caso e quella triste spoon river romana che offende anni e anni di battaglie femminili al cimitero Flaminio di Prima Porta diventa anche un caso politico e di coscienza laica e civile. E ora c'è il rimpallo delle responsabilità. L'ospedale San Camillo, dove è stata effettuata l'interruzione di gravidanza, ha dato la colpa di un'eventuale violazione della privacy all'Ama, la municipalizzata che a Roma si occupa dei cimiteri. L'Ama rifiuta ogni addebito e spiega che tutto avviene su input degli ospedali e delle Asl, mentre sul nome affisso sulla croce sostiene che " l’epigrafe in assenza di un nome assegnato, deve riportare alcune indicazioni basilari per individuare la sepoltura da parte di chi la cerca". Una motivazione che, insieme a tutta la vicenda, non ha convinto affatto un gruppo di parlamentari che ha presentato un'interrogazione al governo per vederci chiaro. Intanto, dopo che la donna ha sollevato il caso raccontando la sua esperienza sono in tante adesso a voler capire se è la storia di M. L. è anche la loro. Ieri anche F. T. è andata al cimitero Flaminio, si è rivolta agli uffici dell'Ama che le hanno dato un foglio con il suo nome e cognome sopra: corrisponde alla salma del feto e si trova affisso su una croce. 

«Così noi donne abbiamo bloccato il cimitero per feti: basta colpevolizzare chi abortisce». A Civitavecchia un'associazione in difesa della 194 si è battuta contro la consegna dei resti abortivi da parte della Asl agli ultra cattolici di Difendere la vita con Maria. Con successo. Patrizio Ruviglioni su L'Espresso il 02 ottobre 2020. Anche a Civitavecchia, città di porto provincia di Roma, ci sarebbe dovuto essere uno dei cimiteri per feti  di cui si sta parlando in questi giorni. Si usa il condizionale, però, perché poi si sono messe di mezzo le Donne in difesa della 194, un'associazione locale che dallo scorso dicembre si è battuta contro la consegna dei resti abortivi da parte della Asl (la Roma 4, nel loro caso) a Difendere la vita con Maria. Con successo, perché l'azienda sanitaria ha revocato l'accordo con gli ultra-cattolici e lo spazio per le croci non è mai stato aperto. «Se volete sapere come ci siamo riuscite, abbiamo tanta documentazione», ha scritto ieri su Twitter Anna Luisa Contu, in prima linea insieme alle compagne dell'associazione in questa lotta. La loro, infatti, è una vittoria ancora isolata, ma non deve restare un'eccezione. Anzi: «Il modo in cui abbiamo agito è replicabile in tutta Italia, bisogna lottare», aggiunge lei all'Espresso.

E allora: com'è andata a Civitavecchia?

«Nel 2017 Difendere la vita con Maria aveva chiesto alla Asl che gli concedesse i resti abortivi e i feti per seppellirli, e al Comune un'area per disporre le tombe. All'epoca la città era governata dal Movimento 5 Stelle, quindi la richiesta era andata a vuoto. È stata accolta, invece, lo scorso 19 dicembre sotto la nuova giunta Leghista, dopo che l'azienda sanitaria – il giorno prima, il 18 – aveva approvato il protocollo d'intesa con gli attivisti. Di fronte alla notizia, ci siamo subito attivate».

Come vi siete mosse a livello pratico?

«Abbiamo protestato sotto la Asl, chiesto incontri, fatto manifestazioni per sensibilizzare; ci siamo unite e – soprattutto – documentate. E a febbraio, prima che il cimitero potesse aprire, abbiamo ottenuto la revoca della cessione di feti e resti abortivi da parte della Azienda sanitaria a Difendere la vita con Maria».

Su quali leggi avete fatto leva?

«Ci siamo rifatte – in primis – alla legge 285 del 1990, il “Regolamento nazionale di polizia mortuaria”. Il testo, infatti, prevede che – nel caso in cui una donna non desideri farlo personalmente – il Comune si debba occupare della sepoltura del feto, in forma rigorosamente anonima. Al contrario, se si tratta ancora di resti abortivi, quindi sotto le 20 settimane di vita, è la stessa Azienda sanitaria a provvedere all'incenerimento. Parentesi: l'anonimato è fondamentale; l'articolo 21 della legge 194 prevede che chiunque riveli il nome della donna che abortisce è passibile di denuncia ai sensi dell'articolo 622 del codice penale. Ora: il problema è l'articolo 7 della 285, in cui c'è scritto che la donna o “chi per essa” può seppellire il feto entro 24 ore dalla sua estrazione. Molte associazioni cattoliche, infatti, si pongono proprio “al posto della donna”, spesso fornendo dei pareri legali. Ciò è gravissimo, perché è chiaro che la legge non si riferisce a loro, ma ai parenti o a chi ne fa le veci. In ogni caso, il punto è che cimiteri del genere proprio non devono esistere. E, questo, secondo la legge 285. In particolare per l'articolo 92 comma 4, in cui c'è scritto che non si possono concedere aree a terzi per sepolture private che “mirino a fare lucro e speculazione”, compresa la speculazione sociale o religiosa; e per l'articolo 100, per cui sono previste aree speciali nei cimiteri per coloro che professano un culto, sì, ma solo se diverso da quello cattolico».

Quindi, con queste basi, l'accordo è stato revocato.

«Sì, ed è stata fondamentale l'Asl: ci ha ascoltate da subito, vertici compresi, e non ha potuto che constatare che abbiamo ragione. Nella revoca, ha scritto che perfezionerà il documento, ma ci ha detto che di fatto non concederanno mai i feti o i resti abortivi a Difendere la vita con Maria o altre associazioni».

Resta in ballo il Comune, però.

«Che è un pericolo, perché non ci ha neanche mai risposto. E, qualora ratificasse la concessione dell'area a Difendere la vita con Maria, i suoi attivisti potrebbero mettere croci “simboliche”. Noi abbiamo diffidato la giunta affinché ciò non avvenga, ma chissà. Certo, gli ultra-cattolici non avranno comunque a disposizione i feti di Civitavecchia, perché l'accordo con la Roma 4 manca e mancherà. È un primo passo, insomma».

Cosa suggerisce di fare alle donne di tutta Italia?

«Di informarsi, studiare, unirsi. E di far leva sulle leggi a cui ci siamo affidate noi. Del resto, i cimiteri per feti aprono per le pressioni delle associazioni cattoliche nelle Asl, per la distrazione dei partiti progressisti, per mancanze interne, dei sindacati di categoria. Chi gli fa propaganda dentro gli ospedali? I medici, gli infermieri, il personale in prima persona; non solo gli attivisti di Difendere la vita con Maria. Ma noi, in ogni caso, siamo nel giusto, e siamo sicure di ciò che diciamo. Se una persona cattolica ritiene che i resti vadano seppelliti, nulla in contrario, ci mancherebbe: può farlo nella tomba di famiglia. Ma la legge non prevede cimiteri collettivi. Che, a livello simbolico, servono solo a colpevolizzare chi abortisce. E sono il tribunale dell'inquisizione perenne per le donne».

Roma, scandalo feti. La ginecologa: "Nel Lazio aborto terapeutico impossibile per colpa delle Università cattoliche".

Parla la dottoressa Silvana Agatone: "I primariati provengono sempre di più da quegli atenei e ciò significa che la maggior parte dei dipendenti decide di diventare obiettore per sopravvivere in un ambiente di lavoro difficile". In tutta la regione non si fa a Rieti, Frosinone, Latina, Viterbo, ma solo a Roma. Marina De Ghantuz Cubbe su La Repubblica il 3 ottobre 2020. Trovare un ospedale in cui abortire è un'odissea e il ricovero, per una donna che vive un evento traumatico come l'interruzione terapeutica di gravidanza, può trasformarsi in un incubo. Proprio come ha raccontato a Repubblica una donna romana di 36 anni. Silvana Agatone è una ginecologa, 40 anni di esperienza in corsia da medico non obiettore e è presidente dell'associazione Laiga 194 che riunisce operatori sanitari, medici, infermieri che si battono per la libertà della donne di poter abortire.

Dottoressa, come si spiega che una donna che deve abortire incontri molteplici difficoltà per trovare un ospedale disponibile?

"Per l'aborto volontario l'ospedale può assumere un medico esterno che viene spostato da un ospedale all'altro per effettuare l'aborto, ma per quello terapeutico no. È necessario il ricovero, significa che ci vuole un medico non obiettore strutturato che possa stare 12 ore in ospedale. In tutto il Lazio, l'aborto terapeutico non si fa a Rieti, Frosinone, Latina, Viterbo, ma solo a Roma. Nella Capitale sono solo 5 gli ospedali, ovviamente laici, che lo praticano e nella maggior parte di questi c'è solo un medico disponibile. Gli ospedali religiosi invece fanno la diagnosi prenatale e questo secondo me è un problema serio".

Per quale motivo?

"Perché nei centri in cui si fanno le ecografie necessarie per capire se il feto è malformato ci sono solo obiettori e quindi anche se il feto è malformato e l'aborto necessario, dicono alla donna che il feto guarirà. Così la confondono, la fanno sentire in colpa, le fanno perdere tempo e oltre a vivere lo shock di sapere che il proprio figlio è malato entrano in mondo che non conosce, quello degli obiettori".

La Regione Lazio ha bandito per prima, nel 2017, un concorso solo per ginecologi non obiettori. Però, a quanto pare, non è bastato.

"Fu una cosa intelligente, ma sono ancora troppo pochi e in più vengono ostacolati. I primariati provengono sempre di più dalle università cattoliche e questo significa che la maggior parte dei dipendenti decide di diventare obiettore per sopravvivere in un ambiente di lavoro difficile. Solo una piccola minoranza trova la forza di dare battaglia per garantire i diritti delle donne, ma si ritrova a lavorare con un'equipe di infermieri, anestesisti e operatori sanitari che rendono la vita impossibile".

In che modo?

"Rifiutandosi di fare l'anestesia o addirittura di mettere una flebo a una donna ricoverata per l'aborto. Viene da sé che il medico deve fare tutto da solo ritrovandosi a dover fare anche 80 aborti al mese, ma soprattutto ricoperto di denunce di colleghi che ti accusano di aver fatto abortire una donna. Inoltre, gli aborti terapeutici sono a rischio estinzione: sono pochissimi quelli che lo praticano e stanno andando in pensione".

Questa situazione può portare anche ad aborti clandestini?

"Ci sono. Gli ospedali privati non possono eseguire aborti. Ma mi domando come mai le donne che passano per il pubblico appartengano solo a una fascia sociale ed economica medio bassa".

Il cimitero dei feti, storia di una vergogna che dura da più di vent'anni. Rita Rapisarda l'1 ottobre 2020 su L'Espresso. Donne che hanno abortito e si ritrovano il loro nome e cognome sbattuto su una croce. Senza aver dato il consenso. Per colpa di buchi normativi. In cui si inseriscono le associazioni pro-life. Ecco da dove parte l'ennesima violenza balzata in questi giorni all'attenzione della cronache. Può capitare nell’Italia del 2020 che una donna abortisca e, a sua insaputa, il feto sia prelevato dall’ospedale, trasportato in cimitero e seppellito con rito religioso, con “nome e cognome della madre” scritto su una croce, insieme alla data dell’aborto. Così Marta ha scoperto per caso una tomba a suo nome, o meglio, a nome di suo figlio. In un post su Facebook, con oltre 10mila condivisioni, Marta accende le luci su una prassi che può interessare qualsiasi donna abbia abbia affrontato un aborto. E che non ha risparmiato neanche Francesca, la cui difficile storia di aborto farmacologico ha dato il via sulle pagine dell’Espresso alla campagna #innomeditutte , sugli aborti negati. Prima in forma anonima, Francesca ci ha raccontato il suo calvario e ora, dopo aver subito una seconda violenza, non si è tirata indietro, spiegando quanto le è accaduto. 

Dietro tutto le associazioni religiose. Ma questa non è una storia dei giorni nostri, è lunga almeno vent’anni. Nasce nel 1999 insieme a Difendere la vita con Maria (Advm), un’associazione di volontariato di Novara, che tra le prime inizia a stringere accordi con aziende ospedaliere e Comuni su quelli che la legge definisce “prodotti abortivi”, ciò che resta in seguito a un aborto, che sia terapeutico, spontaneo o, come la maggior parte dei casi, un’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg). Prima in Italia, l’Advm istituisce proprio nella provincia piemontese il cimitero dei “bambini mai nati”. L’attività dell’associazione approfitta, pur nella legalità, di un paio di norme non troppo stringenti nel campo della sepoltura e dello smaltimento dei rifiuti ospedalieri. D’altro canto è sostenuta - o per lo meno, trova partner ideali - da aziende ospedaliere italiane, Asl e decine di comuni in giro per l’Italia, con la quale stipula protocolli per accedere negli ospedali e successivamente seppellire i feti in appositi spazi all’interno dei cimiteri, detti “Giardini degli angeli”. Della volontà della donna poco importa. Ad oggi solo l’Advm ha compiuto oltre 200mila sepolture: quante di queste sono state richieste dalle donne?

Cosa prevede la legislazione. L’art. 7 del Regolamento di polizia mortuaria del 1990 fa distinzione tra tre casi possibili in caso di aborto: bimbi nati morti (oltre le 28 settimane), in questo caso la sepoltura avviene sempre; “prodotti abortivi”, quelli di presunta età di gestazione tra le 20 e le 28 settimane e dei feti che abbiano 28 settimane di età intrauterina, cui spetta l’interramento in campo comune con permessi rilasciati dall’unità sanitaria locale, e i “prodotti del concepimento”, presunta età inferiore alle 20 settimane, considerati rifiuti speciali ospedalieri (perché non riconoscibili), quindi non destinati alla sepoltura, ma alla termodistruzione (non cremazione).  Anche se su quest’ultimo caso in alcune regioni, come Lombardia, Campania e Marche è stato fatto un passo ulteriore, sfruttando il criterio più o meno avanzato di riconoscibilità , che permetterebbe, anche nel caso in cui il feto abbia meno di 20 settimane, che non sia smaltito come rifiuto sanitario, ma che ci sia obbligo di sepoltura. In generale la prassi è che per i prodotti abortivi e quelli del concepimento “parenti o chi per essi sono tenuti a presentare, entro 24 ore dall’espulsione od estrazione del feto domanda di seppellimento”. 

Come agiscono le associazioni religiose. Superate le 24 ore, se non avviene nessuna richiesta, decade ogni diritto. In quel momento entrano in gioco le associazioni religiose che grazie ad accordi con gli ospedali dispongono del “prodotto abortivo” o “del concepimento”, con la libertà di seppellirlo secondo cerimonia religiosa. Persone legate all’associazione si recano nei presidi, avvengono poi i funerali : processioni con il carro funebre, in cui vengono letti passaggi delle Sacre Scritture, accompagnati da benedizioni e preghiere di cui nessuno è a conoscenza e a cui partecipano liberamente, oltre al prete, volontari e credenti. Questo è possibile in quanto l’associazione di volontariato, fa prima richiesta per essere riconosciuta all’interno del Servizio Sanitario Nazionale , e poi si impersona con il “chi per essi” previsto dalla legge. L’Advm è in più di un centinaio di comuni, conta oltre tremila associati e ha 60 sedi locali. Promuove “la cultura della vita, i diritti del concepito e l’atto di pietà del seppellimento dei bambini non nati, in collaborazione con le istituzioni sanitarie e la Pastorale della vita”. Si finanzia attraverso le donazioni: “Con soli 20 euro puoi sostenere il costo del seppellimento di un bambino non nato”, si legge nel sito. Ma non è la sola. Esiste la Comunità Papa Giovanni XXIII , fondata nel ‘68 da don Oreste Benzi, e l’ Armata Bianca , un “movimento ecclesiale che ha come scopo primario la cura spirituale dei bambini”, che nel suo sito, facendo distinzione tra l’Ivg e aborto spontaneo, spiega: “in considerazione del fatto che la maggioranza delle persone ignora che si possano e debbano seppellire bambini, si è pensato di riportare la prassi da seguire: su richiesta dei genitori: per il seppellimento individuale dei bimbi abortiti naturalmente; su richiesta del Movimento: per il seppellimento di bambini frutto di interruzioni volontarie di gravidanze”. E apre a chiunque “volesse impegnarsi in quest’opera di misericordia e in questa testimonianza di fede, perché la vita è sacra sin dal concepimento”.  

L’appoggio di ospedali e comuni. Tutto è legale e previsto dalle normative. Lo schema prevede patti sia con gli ospedali, che poi con i Comuni. Protocolli d’intesa predefiniti in cui le associazioni si impegnano, con una scadenza presa in accordo, a passare negli ospedali e raccogliere i feti in contenitori speciali biodegradabili. Così l’azienda ospedaliera si libera di alcuni costi: autorizzazioni al trasporto e al seppellimento, contenitori e cassette per le inumazioni, inumazione, manutenzione e decoro dell’area (come ad esempio cura di fiori, giardino e pulizia). Il Comune dalla sua mette a disposizione gratuitamente l’area dedicata, eventuali scavi e lavori, e gli operatori cimiteriali che si occupano del seppellimento. Quanti sono i cimiteri dei feti in Italia non si sa di preciso. Jennifer Guerra, giornalista di The Vision, ha provato a mapparli , arrivando a contarne una trentina. 

Disinformazione a danno delle donne. “Lascia perdere sono cose che non ti interessano”. Si è sentita rispondere così Francesca quando ha chiesto: “Ma adesso che fine fa?”, in sala parto, dopo un aborto farmacologico al sesto mese per gravi malformazioni al feto, tra atroci dolori, senza epidurale e totale abbandono da parte dei sanitari. Anche volendo nessuno le avrebbe spiegato che era suo diritto chiedere una sepoltura, oppure rifiutarla. Sicuro non le è stato detto che tutto può finire con una croce nel cimitero della tua città, con nome e cognome scritti sopra. In assenza di ogni norma sulla privacy e diritto costituzionale. A Francesca è successo al cimitero Flaminio di Roma, a Marta a quello Laurentino , istituito nel 2012. Nome e cognome sono all’interno del sistema dei Cimiteri Capitolini, basta digitarlo per scoprire un riquadro, una fila e una fossa, con tanto di cartina sul come arrivarci. Ma quante donne sono informate di ciò che accade? Non si sa quante siano le sepolture totali, e soprattutto quante di esse siano state richieste. Perché anche se non tutte finiscono con un nome sulla croce, quante donne vogliono una funzione religiosa che non hanno chiesto? Nei moduli sul consenso informato in caso di Ivg, quasi mai si parla del dopo, del seppellimento. Le informazioni sono presumibilmente date a voce, qualora lo si faccia, in altri casi tutto rimane oscuro. Nessun protocollo, o obbligo informativo, tutto dipende dalla fortuna o meno di chi si incontra sulla propria strada.

Le mozioni pro-life. “Città per la vita”, “comune a sostegno della vita e della famiglia”, “l’aborto non come mezzo per il controllo delle nascite”. Con queste formule sono approvate nei Consigli comunali decine di mozioni pro-vita. Promosse nella totalità da partiti di destra, in particolare Lega e Fratelli d’Italia, negli ultimi anni hanno trovato terreno fertile: documenti intrinsechi di ideologie antiabortiste, che allo stesso tempo approvano finanziamenti alle associazioni pro-life o permettono ai consultori pro-famiglia di accedere in quelli pubblici. Imperia, Torino, Genova, Cremona, Caserta, Trento, Treviso, Venezia, Busto Arsizio, Biella, ultima Marsala, in Sicilia, questo agosto. Sono solo alcune: partite dal nord vent’anni fa, negli ultimi anni le associazioni puntano al sud. 

Il Garante avvia un'istruttoria. Radicali e associazioni protestano. Ora dopo il caso di Marta, forse qualcosa si muove. il Garante per la protezione dei dati personali ha deciso di aprire un’istruttoria. I Radicali che già in passato hanno presentato interrogazioni parlamentari a riguardo, promettono battaglia. E Differenza Donna , un’associazione di Roma da sempre in prima linea, promette un'azione legale collettiva. Negli ospedali si consuma ogni giorno una sorta di patto fra parti, le associazioni religiose da un lato e la sanità pubblica, che sulla carta dovrebbe essere laica, dell’altro. A pagare sono sempre le donne. Queste associazioni pro-vita e antiabortiste, con la falsa finalità di voler supplire a un’esigenza pubblica e rendere un servizio, trovano ancora una volta il modo per aver voce sulle scelte delle donne e sui loro corpi. Ora basta. 

Il nome della madre sulla tomba del feto abortito, senza consenso: cosa sappiamo. Bufale.net il 29 Settembre 2020. Sta facendo molto rumore il post-denuncia di una donna che racconta la sua triste esperienza con il feto abortito, che a seguito della sua interruzione terapeutica di gravidanza, nonostante fosse negato il consenso, sarebbe stato sepolto presso il Giardino degli Angeli di Roma. Sulla croce, inoltre, è stato scritto il nome della madre in quanto il bambino non ha mai avuto un nome. La donna, nel suo post-denuncia, sottolinea la violazione della privacy: negato il consenso alla sepoltura, è comunque comparso il suo nome sulla croce.

Vi riportiamo il testo che accompagna l’immagine: Le immagini si sa, sono più potenti del testo , “arrivano prima”. Ecco…inizio scrivendo che questa non è la mia tomba, ma è quella di mio figlio. Mesi fa, condividevo con sdegno un post sullo scandalo delle proposte, in giro per l’Italia, in merito a cimiteri di feti e prodotti del concepimento senza il consenso delle donne. L’ho fatto perché ero all’oscuro di cosa accade nella realtà nel comune di Roma. Ecco, siccome non si deve mai generalizzare racconto cosa è successo a me. Nel momento in cui firmai tutti i fogli relativi alla mia interruzione terapeutica di gravidanza, mi chiesero: “Vuole procedere lei con esequie e sepoltura? Se sì, questi sono i moduli da compilare”. Risposi che non volevo procedere, per motivi miei, personali che non ero e non sono tenuta a precisare a nessuno. Avevo la mente confusa, non ho avuto la lucidità sufficiente per chiedere cosa succedesse al feto. Dopo circa 7 mesi ritirai il referto istologico, e pensando ai vari articoli sulle assurdità su sepolture di prodotti del concepimento, ebbi un dubbio. Decisi di chiamare la struttura nella quale avevo abortito, e dopo aver ricevuto risposte vaghe, decido di contattare la camera mortuaria.

“Signora quale è il suo nome?”

“L. M.”

“Signora il fetino sta qui da noi.”

“Ma come da voi?”

“Signora noi li teniamo perché a volte i genitori ci ripensano. Stia tranquilla anche se lei non ha firmato per sepoltura, il feto verrà comunque seppellito per beneficenza. Non si preoccupi avrà un suo posto con una sua croce e lo troverà con il suo nome”.

“Scusi ma quale nome? Non l’ho registrato. È nato morto.”

“Il suo signora. Stia tranquilla la chiameremo noi quando sarà spostato al cimitero”

“Ok grazie mille.”

……..

Bene, scopro che sul sito di Ama cimiteri capitolini esiste una sezione dedicata a descrivere lo scenario nel quale si inseriva quel progetto di “giardino degli angeli” del 2012. “In assenza di un Regolamento regionale, questo tipo di sepoltura è disciplinata dai commi 2, 3 e 4 dell’art. 7 del D.P.R. 285/90 (Regolamento Nazionale di Polizia Mortuaria) che, in sintesi prevede che: …………i “prodotti del concepimento” dalla 20^ alla 28^ settimana oppure i “feti” oltre la 28^ settimana, vengono sepolti su richiesta dei familiari o, comunque, su disposizione della ASL.………Sempre presso il Flaminio, esiste un altro campo a cui sono destinati i “prodotti del concepimento” o i “feti” che non hanno avuto onoranze funebri perché sepolti su semplice richiesta dell’ASL. Gli stessi giacciono in fosse singole, contraddistinte da un segno funerario apposto da AMA-Cimiteri Capitolini, costituito da CROCE DI LEGNO ed una targa su cui é riportato comunemente il NOME DELLA MADRE…..”.

A questo punto mi sembrano ovvie le riflessioni su quanto sia tutto scandalosamente assurdo, su quanto la mia privacy sia stata violata, su quanto affermare che “ci pensa il comune per beneficenza” abbia in qualche modo voluto comunicare “l’hai abbandonato e ci pensiamo noi”…. Ecco … Potrei dilungarmi sulla rabbia e l’angoscia che mi ha provocato vedere che senza il mio consenso, altri abbiano seppellito mio figlio con una croce, simbolo cristiano, che non mi appartiene e con scritto il mio nome. No. Non lo faccio perché il disagio emotivo che mi ha travolto riguarda me e solo me.

Il campo in questione del cimitero Flaminio è pieno di croci con nomi e cognomi femminili.

Questo é accaduto a Roma.

Questo é accaduto a me.

Ci tengo a dire che, nonostante tutto, non dimenticherò mai l’umanità e la gentilezza del personale della camera mortuaria che ha seguito la mia vicenda per mesi.

La protagonista della vicenda si presenta con tanto di nome e cognome e pubblica la sua storia sul suo profilo Facebook, sollevando una questione di cui alcune parti politiche si erano già occupate negli anni precedenti. La sepoltura dei feti abortiti anche senza il consenso della madre è un fatto reale. L’esposizione del nome della madre sulle croci dei feti senza nome è, anch’esso, un fatto reale. Come indicato dalla donna sul sito ufficiale dei musei capitolini troviamo, a questo indirizzo, un documento che descrive il progetto “Giardino degli Angeli”. Il punto che interessa maggiormente la nostra analisi si trova a pagina 2:

Presso il cimitero Flaminio, dal 1990 è disponibile un campo apposito per la sepoltura a terra dei bambini fino a 10 anni, al quale AMA-Cimiteri Capitolini destina anche i “feti” che hanno avuto un funerale. Sempre presso il Flaminio, esiste un altro campo a cui sono destinati i “prodotti del concepimento” o i “feti” che non hanno avuto onoranze funebri perché sepolti su semplice richiesta dell’ASL. Gli stessi giacciono in fosse singole, contraddistinte da un segno funerario apposto da AMA-Cimiteri Capitolini, costituito da croce in legno ed una targa su cui è riportato comunemente il nome della madre o il numero di registrazione dell’arrivo al cimitero, se richiesto espressamente dai familiari. Cosa è andato storto? Il documento dice che il nome della madre o il numero di registrazione del feto abortito possono comparire se richiesto dai familiari. La donna non ha mai dato tale consenso, eppure il suo nome è comparso ugualmente sulla croce che indica la sepoltura di suo figlio. Today ci ricorda che l’anno scorso i consiglieri comunali di Fratelli d’Italia, con Giorgia Meloni prima firmataria, avevano proposto la sepoltura obbligatoria dei feti abortiti anche senza il consenso della famiglia. Era stata dura, a tal proposito, l’opposizione dei Radicali che consideravano la proposta una “violenza psicologica contro la donna”.

La storia che oggi prendiamo in analisi ha ricevuto un commento di Monica Cirinnà sulla sua pagina Facebook:

Ogni donna ha il diritto di scegliere se e come portare avanti una gravidanza. E ogni donna che abortisce, a prescindere dalla ragione per cui lo fa, deve avere il diritto di decidere il destino del feto.

C’è chi sceglie, liberamente, di seppellirlo. Ed è una decisione che va rispettata. Ma non può essere una procedura automatica e imposta a tutte, senza comunicazione, senza richiesta, senza consenso.

Perché questa diventa violenza. E vedere il proprio nome stampato sulla croce di un feto è una evidente violazione della privacy. Come a dire a tutti: “La signora ha abortito”. Questo non è accettabile. Gli attacchi alla libertà delle donne riguardo alla scelta di diventare o non diventare madri arrivano ormai da ogni parte, continuamente. La 194 minata da piccole, silenziose, ma insidiose procedure come questa. L’accesso alla RU486 messo in discussione con un uso strumentale della “salute della donna”. A oltre 40 anni dall’affermazione della libertà di scelta delle donne, si sta tentando di rimettere tutto in discussione. Non lo permetteremo. Come riportavano i quotidiani locali fino al novembre 2019, la proposta di Fratelli d’Italia non è mai stata calendarizzata dunque non è mai passata. In questo modo si deduce che contro la donna che ha raccontato la triste storia del suo nome sulla sepoltura sia stata commessa una violazione, non essendo presente alcun riferimento giuridico che obblighi la sepoltura del bambino mai nato pur senza il consenso della famiglia. Del resto sul documento del Giardino degli Angeli leggiamo chiaramente: “In assenza di un Regolamento regionale, questo tipo di sepoltura è disciplinata dai commi 2, 3 e 4 dell’art. 7 del D.P.R. 285/90″.

«Dopo l’aborto spontaneo hanno dato il nome “Celeste” al mio feto e lo hanno sepolto con il mio cognome»: da Brescia una testimonianza diretta.  Elisa Messina il 10/10/2020 su Il Corriere della Sera.  «Quello che hanno fatto non è stato rispettoso né decoroso» L’avvocata Cathy La Torre con una testimone “nel giardino dei bambini mai nati”. Una donna è andata nel cimitero Vantiniano assieme all’avvocata Cathy La Torre, le ha mostrato la tomba con il suo cognome e le ha raccontato la sua storia: «Quello che hanno fatto a me e alle altre non è rispettoso e non è decoroso». «Dopo l’aborto spontaneo non avevo acconsentito a nessuna sepoltura. E invece qui c’è la tomba del feto con un cognome, il mio». Dopo la scoperta delle croci al cimitero Flaminio di Roma ecco un altro caso, stavolta a Brescia, raccontato in prima persona dalla donna che lo ha vissuto. Siamo al Cimitero Vantiniano e in uno spazio grande quasi come un campo da calcio si notano molte tombe diverse dalle altre: piccole, tutte uguali, disposte in file ordinate una accanto all’altra. In verità, guardandole da vicino si scopre che sono vaschette di plastica appoggiate al terreno. Ma la visione è comunque impressionante. Lo chiamano “Il cimitero dei bambini mai nati”. O dei nati morti, quelli che per legge (loro sì) hanno un nome e un cognome e, quasi sempre, due genitori che, consapevolmente e con dolore, si sono occupati della loro sepoltura perché sono nati dopo la 28esima settimana. Ma in questo luogo i “nati morti” sono una minoranza. Qui le tombe-vaschetta hanno, nella maggior parte dei casi, lo stesso nome, “Celeste” ma cognomi tutti diversi. Soprattutto stranieri. Si tratta di feti o “prodotti abortivi” o “prodotti del concepimento” (così li chiama la legge) di aborti spontanei o volontari (Ivg) prima della 20esima settimana di gestazione. E sepolti, quasi sempre, senza che le donne ne sappiano nulla. Come nel caso di Anna.

«Alla domanda “vuoi un funerale?” Risposi no». Anna (il nome è di fantasia) è la donna che ha deciso di raccontare la sua vicenda, davanti alla tomba del suo feto. «Ho letto sui giornali della giovane romana che ha trovato al cimitero Flaminio la croce con il proprio nome. E ho pensato alla mia di storia: nel 2015 ho avuto un aborto spontaneo alla 12esima settimana. Mi ricordo che mi chiesero se volevo dare un nome al feto per la sepoltura. Io dissi di no. Allora l’operatore scrisse “Celeste”. Mi fu chiesto poi se volevo organizzare un funerale. Dissi ancora di no. E poi non ho più pensato a questa vicenda. Fino al giorno in cui ho letto il caso della donna di Roma». A questo punto Anna decide di andare sui registri online del cimitero:«Così ho scoperto che esiste una piccola lapide con il nome di Celeste e il mio cognome che risale al 2015. Sono venuta subito a vedere. Quello che hanno fatto non è decoroso e non è rispettoso».

Le donne non sanno che fine fanno “i resti”. La lapide esiste. È li, insieme alle altre “Celesti” dai cognomi italiani, arabi, latini… nel grande spazio del Vantiniano. Anna decide di scrivere all’avvocata Cathy La Torre che, dopo il caso romano ha aperto una mail per offrire probono informazioni e consigli alle donne che ne avessero fatto richiesta. Ricordiamo che dopo il caso romano il Garante della Privacy ha aperto un’istruttoria «per fare luce su quanto accaduto e sulla conformità dei comportamenti adottati dai soggetti pubblici coinvolti, con la disciplina in materia di privacy». Le mail ricevute da La Torre sono decine e decine ma quando legge quella di Anna sceglie di accompagnarla al cimitero: «sono le prime testimonianze di qualcosa che avviene da anni nel silenzio generale», dice la Torre. «Qui ho visto moltissime tombe con cognomi reali, ma nessuna delle dirette interessate lo sa e lo saprà mai».

Un funerale collettivo una volta al mese. La pratica di seppellire in modo cristiano prodotti abortivi anche se la donna non ne ha fatto richiesta è diffusa in Italia e affidata ad associazioni di volontariato antiabortiste. Nel caso di Brescia, come ha raccontato un recente articolo sul quotidiano Il Giornale di Brescia, è l’associazione cattolica del Movimento per la Vita a farsi carico di tutto, dal recupero dei feti negli ospedali pubblici e privati al funerale e alla sepoltura: una piccola cerimonia cattolica per una sepoltura collettiva una volta al mese. Infatti le piccole lapidi riportano, a gruppi, la stessa data che è quella del “funerale”, non della “morte”. Ed è immaginabile che sia stata data sepoltura cattolica anche a feti di donne (o di coppie) di altre fedi. O di nessuna fede.

Che cosa dice la legge. In quali margini legali si inquadra questa pratica? Per legge (articolo 7 del Regolamento di Polizia Mortuaria), i “prodotti abortivi” o feti (quelli che vanno dalla 20esima alla 28esima settimana) vanno seppelliti. Parliamo di aborti terapeutici o di aborti spontanei. In questo caso viene chiesto alla donna o ai genitori se vogliono la sepoltura. In caso contrario provvede l’Asl che a sua volta demanda la cosa al Comune e ai servizi cimiteriali. Ma prima della 20esima settimana, ovvero per tutte le interruzioni volontarie di gravidanza ma anche per tutti gli aborti spontanei come quello di Anna, non esiste nessun obbligo di sepoltura (anche se dal 2007 al 2019 in Lombardia era in vigore una legge, voluta dalla giunta Formigoni che imponeva la sepoltura anche per questi casi).Quindi l’Asl procede allo smaltimento come fa per tutti i “prodotti organici”. A meno che la donna non ne faccia richiesta nei tempi e nei modi in cui chiede la legge: “i parenti o chi per essi sono tenuti a presentare, entro 24 ore dall’espulsione od estrazione del feto, domanda di seppellimento alla unità sanitaria locale accompagnata da certificato medico che indichi la presunta età di gestazione ed il peso del feto”.

Quasi nessuna lo fa. E qui si inserisce l’attività “di pietas” di molte associazioni. Salvo poi commettere veri abusi, come nel caso delle tombe con i nomi e i cognomi delle donne. Ma a questo punto vale la pena chiedersi quanto, aldilà della violazione della privacy, sia legittima la sepoltura in sè, visto che le donne non ne sanno niente. «Quelle che ci hanno scritto e hanno condiviso con noi le loro storie di aborti, volontari e non, hanno lamentato tutte la stessa cosa: non essere state messe a conoscenza della sorte di quei “resti”» racconta La Torre. «E realizzare che qualcuno può aver deciso al posto tuo è ingiusto e doloroso».

Il caso. Feti sepolti senza consenso, interviene il garante della privacy: aperta istruttoria. Chiara Viti su Il Riformista il 2 Ottobre 2020. «Questa non è la mia tomba». Eppure lì su quella croce nel campo 108 del cimitero Flaminio (a Roma) una donna trova il suo nome, accanto a centinaia di altri. Lei, come molte altre donne, hanno affrontato un’interruzione di gravidanza, ma pur non avendo richiesto la sepoltura del feto scopre, a distanza di tempo che senza nessun consenso e in barba a ogni regola sulla privacy, qualcuno lo ha fatto per lei. «È un’azione punitiva, è come dire: lo seppellisco io per te. Trovare il mio nome su quella croce sembra voler dire: ecco tu hai abortito, ora tutti lo sanno» racconta la ragazza. Si allunga la lista delle donne che, leggendo quel primo post coraggioso di una donna su Facebook, hanno deciso di verificare di persona se in quel campo ci fosse anche il proprio nome. L’eco della vicenda ha messo in moto anche le istituzioni, ieri sono state presentate due interrogazioni: una alla Regione Lazio e l’altra al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, su iniziativa della deputata di Liberi e Eguali Rossella Muroni e della consigliera regionale Marta Bonafoni. Entrambi gli atti hanno trovato l’approvazione di molti parlamentari fra cui l’ex presidente della Camera Laura Boldrini. Il Garante per la protezione dei dati personali ha inoltre deciso di aprire un’istruttoria, definendo la vicenda «dolorosissima». In questo caso è doverosa una riflessione anche sulla scelta del simbolo religioso, nessuna delle donne che poi si è ritrovata le generalità pubbliche aveva specificato orientamento religioso. Altra violazione. Immediatamente è iniziato il ping-pong delle responsabilità. Dapprima l’Ama, municipalizzata che gestisce i lavori cimiteriali, che ha respinto ogni responsabilità: «La sepoltura del feto è stata effettuata su specifico input dell’ospedale» e poi la risposta della struttura dove sono stati praticati gli aborti, il San Camillo di Roma: «La gestione e seppellimento sono di completa ed esclusiva competenza di Ama dunque la violazione della privacy è avvenuta all’interno del cimitero». Il Regolamento di polizia mortuaria del 1990, che fa addirittura capo al regio decreto del 9 luglio 1939, distingue tra tre casi possibili in caso di aborto: i bimbi nati morti (superate le 28 settimane) vengono sempre sepolti; i feti con una presunta età di gestazione tra le 20 e le 28 settimane cui spetta l’interramento in campo comune con permessi rilasciati dall’unità sanitaria locale, e i “prodotti del concepimento”, cioè di una presunta età inferiore alle 20 settimane, considerati rifiuti speciali ospedalieri, quindi non destinati alla sepoltura, ma alla termodistruzione. Sulla vicenda è intervenuto anche Massimo Gandolfini, leader del Family Day, che ha commentato: «La legge prevede che ogni Regione possa stabilire se concedere alla donna che abortisce libertà di scelta sulla sepoltura del feto. Io credo che sia sbagliato. Il feto va sepolto sempre – precisando però che – scrivere invece il nome e cognome della madre sulla tomba è una procedura sbagliata e sciocca». Dopo la forte attenzione mediatica riservata alla vicenda, adesso qualcosa sembra muoversi. I Radicali promettono battaglia e l’Associazione Differenza Donna, da sempre dalla parte delle donne e contro la violenza, promette una class action. «Il prossimo passo sarà un’azione collettiva, tutte le donne che hanno subito questa grave violazione istituzionale devono esserne al corrente. Ci stiamo muovendo, non ci fermeremo» dice la Presidente dell’associazione Elisa Ercoli. Dopo lo sdegno, la ricerca della verità e la volontà di individuare le responsabilità per far luce su quello che sembra un “meccanismo” collaudato dove a pagare le conseguenze però sono sempre e solo le donne, stigmatizzate, ancora una volta, per le loro scelte.

Aborto, quelle donne di nuovo in croce. Dopo la denuncia dell’Espresso di un'interruzione di gravidanza diventata tortura, la scoperta del cimitero dei feti: uno spazio che è il trionfo dello stigma. E l'eterno memento del senso di colpa. Michela Murgia il 12 ottobre 2020 su L'Espresso. L'inchiesta dell’Espresso  (e la denuncia di una donna che si è trovata il suo nome su una tomba in un cimitero di cui ignorava l’esistenza) hanno portato all’attenzione pubblica lo scandalo legale di una trentina di luoghi di tumulazione dei feti abortiti. Posti simili non sono spazi di pietà per i prodotti abortivi, ma nascono per punire le donne, messe in croce una per una sulla tomba delle maternità che non hanno voluto o potuto assumersi. È il trionfo dello stigma sociale, la lettera scarlatta, la gogna e soprattutto l’eterno memento del senso di colpa: ricordati che hai fatto morire e se provi a dimenticartelo te lo ricordiamo noi. Che si sappia chi sono le degenerate che hanno scelto di non dare la vita. Che si conosca il nome di chi ha rigettato la sua vocazione naturale. Così accade che i nomi delle donne, che in tutti gli altri contesti spariscono con estrema facilità, in questo genere di cimitero vengano invece crocifissi sulle tombe, contro la volontà delle persone coinvolte o addirittura a loro insaputa. La violenza simbolica è praticata con la complicità della burocrazia, spietata con le vite delle donne vive e vegete in nome della presunta pietà per i resti delle interruzioni di gravidanza. In luoghi come questo viene infatti inscenato il paradosso che spesso appartiene ai cosiddetti movimenti religiosi anti-scelta: la vita presunta è più rispettata della vita effettiva. La matrice di questo paradosso è l’odio alle donne e alla libertà di scelta garantita da quella legge 194 che i nuovi e vecchi movimenti no-choice vorrebbero abolire. Fermo restando che la libera scelta di non diventare madre è motivazione più che sufficiente per l’aborto, sarebbe stato molto più interessante se sulle croci fossero stati scritti non i nomi delle donne, ma le motivazioni esterne che le hanno condotte a scegliere di non diventare madri. Immaginate quanto sarebbe più veritiera e lucida una simile distesa di cartigli, croce per croce. “Posti insufficienti negli asili e nidi pubblici”, “Inesistenti politiche per la conciliazione familiare”, “Dislivelli di congedo parentale per i padri”, “Differenza di stipendio tra i generi”, “Timore della condanna sociale”, “Stupro”, “Paura di non essere all’altezza dell’idea sociale di maternità”, “Rischio di perdita del lavoro”, “Sfiducia nel futuro”, “Malasanità”, “Affitti impossibili da sostenere”, “Precarietà contrattuale”, “Nessun ammortizzatore sociale”, “Assegni familiari ridicoli”, “Nonni lontani”, “Scuole fatiscenti”. Questo cimitero all’idea di futuro esiste: è sotto gli occhi di tutti ogni volta che leggiamo le statistiche che indicano il tasso di natalità italiano in 1,3 figli per donna. Se fosse un luogo fisico, quello che agli occhi di chi lo ha visitato è apparso come un immenso atto di accusa contro le donne apparirebbe finalmente per quello che realmente è: la rappresentazione plastica delle responsabilità politiche e sociali che ogni giorno portano molte di loro a pensare di non avere altra scelta che l’aborto.  

L'Inquisizione c’è ancora. E boicotta la legge 194. Non si può permettere che vengano calpestati i principi fondanti della nostra democrazia e delle nostre libertà. Filomena Gallo, avvocato e Segretario Nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, l'8 ottobre 2020 su L'Espresso. A 42 anni dall’entrata in vigore della legge 194, che riconobbe il diritto di decidere se interrompere o portare avanti una gravidanza senza commettere un reato, il corpo delle donne continua ad essere sotto attacco. Ancora peggio, è diventato un vero e proprio terreno di scontro, su cui alcuni pensano di poter esercitare potere e avanzare pretese. La libertà di scelta, il diritto all’autodeterminazione - conquiste fondamentali che credevamo fossero tutelate da una legge di Stato basata su diritti costituzionalmente rilevanti, leggi del nostro ordinamento che non vengono rispettate - sono costantemente in pericolo. A 42 anni dall’entrata in vigore della legge 194, un diritto, quello di abortire, si trasforma ancora troppo spesso in una tortura, in un percorso ad ostacoli, fatto di attese infinite, leggi violate, traumi e umiliazioni. E la classe politica non può continuare ad ignorare che in Italia esiste un problema di mancata (e corretta) applicazione di questa norma, che ha il merito di aver cancellato la piaga degli aborti clandestini, tutelando la salute fisica e psicologica della donna. Una classe politica spesso convinta di avere il potere di “normare” le nostre esistenze, riportando il Paese indietro nel tempo di 50 anni e facendo pagare un caro prezzo alle donne e al loro corpo. Una legge c’è e - anche se dovrebbe essere aggiornata in molti punti, per riconoscere maggiormente il diritto all’autodeterminazione - deve essere rispettata. Nel 2020 sembra ancora esserci un perenne tribunale dell’inquisizione pronto a giudicare le donne per le loro scelte. Come è successo a Sara (nome di fantasia) che in questi giorni è ripiombata nel suo doloroso passato, dopo le notizie degli ultimi giorni sui cosiddetti cimiteri dei feti. La storia di Sara e quella di suo marito iniziano con un grande desiderio, quello di diventare genitori. Ad ogni esame pre-natale del feto, però, il referto era sempre lo stesso: malformazioni incompatibili con la vita. E ogni volta, la gravidanza veniva interrotta con interruzione volontaria. Sara e Gabriele non hanno mai rinunciato al loro sogno e hanno portato avanti la loro battaglia - poi vinta - contro quei divieti italiani che impedivano ad una coppia fertile di accedere alla procreazione medicalmente assistita per poter eseguire indagini diagnostiche sull’embrione prima del trasferimento in utero. Grazie all’abbattimento di quei divieti in tribunale, oggi, Sara e Gabriele hanno una bellissima bimba di 4 anni. Le recenti notizie delle sepolture dei feti, avvenute a insaputa di diverse donne, hanno però riportato Sara indietro nel tempo, a quei giorni durissimi di ricovero, quando persone sconosciute, che non erano né medici e neppure personale dell’ospedale, entravano nella sua stanza, chiamandola assassina. Un dolore indelebile a cui oggi si è aggiunta l’angoscia di poter trovare anche il proprio nome su una di quelle croci, la possibilità che qualcuno abbia deciso, al posto suo e senza il suo consenso, cosa fare del feto. In base alle norme italiane, questa pratica è di fatto giuridicamente permessa da tre piccole paroline: nel regolamento di polizia mortuaria è infatti previsto che entro 24 ore dall’aborto, i parenti o “chi per essi” possono procedere alla richiesta. Ovviamente chi vuole è libero di procedere con la sepoltura, ma chi, rassicurato dal fatto che è l’ospedale ad occuparsi del dopo aborto e non vuole procedere con battesimo e sepoltura, ha il diritto di non subire decisioni altrui, a propria insaputa, vedendo peraltro la propria privacy gravemente violata. Con l’Associazione Luca Coscioni potremo ritornare nei tribunali anche in questo caso, ma anche su questo il governo dovrebbe intervenire immediatamente, stabilendo che vi sia una procedura che non veda l’immissione di terzi non autorizzati dalla donna a ritirare quel feto, soggetti che si sostituiscono all’unica persona che in quel caso può decidere del dopo aborto: la donna. Non si può permettere che vengano calpestati i principi fondanti della nostra democrazia e delle nostre libertà, alla base dei quali deve esserci, sempre e ad ogni costo, il rispetto della volontà della persona, perché nessun altro possa decidere al suo posto.

La storia dell’aborto nel nostro Paese è indecorosa e i cimiteri dei feti ne sono solo l’apice. Notizie.it il 02/10/2020. È folle, inspiegabile e paradossale che di questi cimiteri dei feti, di cui per decenni non abbiamo saputo niente, ne esistano oltre 50 in tutta Italia. La prima volta che ho portato una mia amica ad abortire avevo 21 anni, e lei pochi mesi meno di me. Studiavamo all’Università, lei non aveva la minima intenzione di avere un bambino e di confidare ciò che aveva intenzione di fare. “Si tratta di qualcosa di troppo personale perché gli altri possano saperlo”, mi aveva spiegato. Ricordo ancora il corridoio dell’Ospedale, la giovane dottoressa che ci accoglieva per fare l’ecografia di routine con gli spessi occhiali da vista in tartaruga, il lettino malandato su cui la fecero distendere e la sonda che le indagava il ventre: “Eccolo!”, aveva esclamato la specializzanda indicando un punto indistinto sullo schermo. “È alla ottava settimana. Ci pensi bene, ha ancora un po’ di tempo…”, aveva proseguito poi. Lei era inamovibile – non voleva un figlio allora e non lo desidera nemmeno adesso -, eppure era rimasta profondamente turbata da quella frase, dall’espressione guidicante della dottoressa, dal monitor scuro e da ciò che sembrava stare pulsando: il futuro cuore del futuro feto. Rimasi scossa per giorni da quella visita. Fu molto più doloroso della trafila che affrontammo insieme dieci giorni dopo quando, alle sette in punto di un giovedì di primavera, dopo aver aspettato davanti al portone d’ingresso per fare il raschiamento, eravamo circondate da altre donne che spaesate si guardavano intorno. Erano tutte addolorate. L’aborto – oltre le narrazioni provocatorie più contemporanee – è un inevitabile scossone morale, perfino quando è una scelta ponderata di autodeterminazione. E lo è ancora di più, immagino, quando diventa una scelta obbligatoria, e quel bambino è frutto del desiderio di diventare madre, di creare una propria famiglia, di mettere al mondo un essere umano. Anche per questo è osceno immaginare che cosa debba significare per una donna che ha perso suo figlio – a seguito di un aborto terapeutico, o perché nato morto – sapere che il feto sia stato seppellito senza il suo benestare alle porte di Roma, in un campo fatto di croci che maldestramente riportano scritte le sue generalità di madre fallita. Leggendo la storia che M.L. ha postato su Facebook – e guardando la croce che la lega per sempre a quel doloroso passato, senza il suo consenso – ho pensato di chiamare una mia amica, R., che adesso ha due figli, ma che non scorderà mai il 7 agosto 2016. “Ero al quinto mese, e quel pomeriggio la ginecologa mi disse che qualcosa non andava. Seguirono giorni di esami e di disperazione, fino alla decisione che l’unica soluzione sarebbe stata l’aborto terapeutico. Ci ho messo quattro anni a provare a dimenticare, eppure il mio pensiero andava sempre lì e alla domanda: se lo avessi tenuto e fosse andato tutto bene? Ricordo perfettamente che mi dissero che il feto sarebbe stato smaltito dall’ospedale. Ma pensare che potrebbe stare in un campo, con una croce con sopra il mio nome, mi fa impazzire. Non c’è più rispetto”, ha sbuffato. “A patto – ha concluso – che il rispetto ci sia mai stato”. La storia del nostro Paese rispetto all’aborto è indecorosa. Non è scandita unicamente dai frequenti attacchi espliciti alla legge 194, che ancora oggi in numerose regioni è totalmente boicottata (non dimentichiamoci che circa il 70% dei ginecologi sono obiettori di coscienza). Non è caratterizzata solo dalla gogna cui quotidianamente chi ha abortito – nel 2018, secondo i dati ISTAT più aggiornati, sono state oltre 76mila le interruzioni volontarie di gravidanza, circa 6 IVG ogni 1000 donne fra i 15 e i 49 anni – viene sottoposto. Oggi, questa battaglia feroce e silenziosa sul corpo di noi donne, è un violento scempio emotivo che si basa su una legge di 81 anni fa. Una violenza sul corpo e sulla privacy delle donne, costrette adesso anche a fare i conti con uno degli episodi più dolorosi della vita con la consapevolezza che in un posto, deciso da altri, il loro nome è per sempre legato a quello di un feto abortito. È assurdo che tutto prenda forza dal 1990, e da un articolo (il 7 del decreto del presidente della Repubblica numero 285 sul regolamento di polizia mortuaria) secondo cui per i nati morti e i prodotti abortivi/feti persista l’obbligo di sepoltura. Per i primi, secondo un regio decreto del 1939 (del 1939!) è addirittura necessario seguire gli stessi procedimenti che autorizzano la sepoltura di una persona defunta. È folle, inspiegabile, paradossale e completamente assurdo che di questi cimiteri di cui per decenni non abbiamo saputo niente ne esistano oltre 50 in tutta Italia. E che in quella terra siano sepolti, senza il consenso e la consapevolezza di molte donne, i loro feti. Con sopra una croce con i loro nomi.

Mi chiamo… Anzi non mi chiamo. Storia di un bambino mai nato. Pubblicato il 11/09/2016 da Staff di Medicina OnLine.

PREMESSA IMPORTANTE: La seguente storia ci è stata inviata da un nostro lettore (Gaia Pace su WattPade. Com) , che ci ha ripetutamente chiesto fosse pubblicata. NON è opera del nostro Staff, che non la condivide nei contenuti e che rimane favorevole all’aborto. Pur non condividendone il contenuto, abbiamo comunque ritenuto fosse giusto permettere al nostro lettore di esprimere la sua opinione.

“Ciao. Mi chiamo… Anzi non mi chiamo. Sono troppo piccolo per avere un nome. Ho appena qualche settimana di vita. La mamma non si è ancora accorta di me. Semplicemente, percepisce in lei qualcosa di diverso, ma non immagina cosa possa essere: improvvisi sbalzi d’umore, capogiri, eccessiva stanchezza. Non sa che io sono dentro di lei. Poi realizza il fatto di avere un ritardo, e si spaventa. La mamma è giovane. Va ancora a scuola. Percepisco la sua angoscia, e mi ferisce la sua speranza della mia inesistenza. Continua a ignorare la cosa, a voler credere che io non esista. Oggi però ha finalmente trovato il coraggio di scoprire la verità adesso sta entrando in farmacia per acquistare un test. Si rivolge al farmacista timidamente, parlandogli a bassa voce. Temo che si vergogni di me. Torna a casa. Chiudendosi in bagno, affronta la realtà: prende il test fra le sue mani, e dopo qualche istante comprende che c’ero, che esistevo. Mi ha profondamente colpito la sua disperazione: avvertivo il suo dolore, unito al mio che cresceva man mano per la sua infelicità. Perché non mi vuoi, mamma? Non piangere, tranquilla. Ci sono qui io che ti voglio bene. Adesso prende il cellulare. Sta facendo uno squillo a papà. Non so cosa gli stia dicendo, ma la mamma si arrabbia molto con lui, grida, gli urla che io non sono un dente cariato da estirpare: sono un essere umano! Dice che non può tirarsi indietro, fingere che la cosa non esista, perché, che lo voglia o no, lui è mio padre. La mamma e così piccola ancora, fragile, ha bisogno del sostengo morale di papà, soprattutto per dare la notizia ai nonni. Invece si trova costretta ad affrontare ogni cosa da sola, perché papà non vuole saperne di me. Papà, quando la mamma ha saputo di me è scoppiata in lacrime, tu addirittura vuoi buttarmi via: perché non mi volete? Cosa vi ho fatto di male? Sono solo un bimbo innocente. Ora la mamma lo sta dicendo alla nonna. Nonna, cosa fai? Perché hai dato uno schiaffo? Cosa c’è di tanto cattivo in me, che non deve nascere? Mamma tranquilla, andrà tutto bene. Non intristirti perché hai litigato con la nonna. Vedrai, le passerà. Andrà tutto bene. Sono passati tre giorni. Ora ho tre giorni di vita in più. Che bello, non vedo proprio l’ora di nascere, di imparare a camminare, a parlare, a correre. Voglio che mi insegni tutto quello che sai, mamma. E non importa se papà non mi vuole, magari con il tempo cambierà idea. Per adesso mi basti tu. È cosi bello addormentarsi con te, mammina, svegliarsi con te, accompagnarti in ogni cosa che fai. Ora stiamo entrando in uno studio medico. Non piangere, mamma. Ci sono qui io che ti voglio bene. Vedo il dottore, molte macchine e tanti infermieri. Sei già curiosa di sapere se sarò un maschietto o una femminuccia? Eppure tu continui imperterrita a singhiozzare. Cos’è? L’emozione di sapere il mio sesso? Continui a ripetere, accarezzandoti il ventre «perdonami, bambino mio». Perdonarti di cosa?!? Perché dovresti avere bisogno del mio perdono? Cosa stai facendo, per chiedermi scusa? Sento un dolore, una specie di ago che invade il mio piccolo mondo perfetto. Ho capito tutto. Le mie cellule strappate dalla tua carne. Ora capisco che tu non mi insegnerai mai a camminare, a parlare. Perché io non nascerò mai. Non piangere mamma, io ti perdono. Chissà se esiste un paradiso per i bimbi mai nati. Addio mamma. Saremmo stati felici insieme, ti avrei voluto tanto bene. Addio.” Il tuo bambino senza nome.

Elena Stancanelli per “la Stampa” l'1 ottobre 2020. Preferirei di no… Ma quando una donna dice no, mica è detto che voglia dire davvero no. E poi potrebbe ripensarci, magari ha solo bisogno di essere incoraggiata. Ma io preferirei di no, davvero. A noi, comunque, non interessa, perché abbiamo deciso altrimenti. Chi abbia deciso altrimenti non è chiaro. Ieri la direzione generale dell’ospedale San Camillo ha messo un post su Facebook. Con il quale ha spiegato di non avere nessuna responsabilità nella vicenda. Una volta effettuato l’intervento, “le successive attività relative al trasporto, alla gestione e seppellimento del feto sono di completa ed esclusiva competenza di Ama. Azienda ospedaliera e asl di competenza in alcun modo concorrono ad alcuna scelta in merito alle attività di seppellimento”. Quindi saranno stati loro a decidere che, nonostante le donne avessero detto di no quando era stato loro chiesto se volevano dare sepoltura al loro aborto terapeutico, era il caso di procedere comunque. Quelle donne, insospettite dalla vaghezza di alcune risposte, hanno deciso di andare a visitare il cimitero Flaminio e hanno trovato tombe sovrastate da croci col loro nome impresso. Un incubo, un film dell’orrore. Qualcuno, a loro insaputa, aveva deciso di seppellirle per sempre. Di seppellire la loro colpa, che porterà per sempre il loro nome così che chiunque voglia farlo potrà additarle, fotografarle, diffondere come crede l’immagine. Dovremmo trasecolare, noi che temiamo che la nostra privacy venga violata se, per esempio, installiamo sul telefono una app che dovrebbe tracciare l’andamento del Covid. Dovremmo batterci perché quel campo sia ripulito dalla vergogna di quelle tombe, traboccare di indignazione. Ma quando si tratta di aborto tutte le regole del vivere civile sembrano saltare, la razionalità scompare. Si comincia con i se e con i ma, si prendono le distanze, si tratta l’argomento con imbarazzo. C’è una legge, spesso disattesa ma comunque in vigore da più di quarant’anni, ma non basta. E’ forse l’unica legge italiana contro la quale ci si accanisce, è tutto un florilegio di bambolotti coperti di sangue, sensi di colpa scagliati come maledizioni, portachiavi a forma di feto da regalare a chi è stata appena dimessa. Gli anti-abortisti, o i pro life come amano farsi chiamare (come se avessero il diritto di ritenere i loro avversari persone contro la vita) non sono capaci di trovare neanche un attenuante a una donna che abortisce, neanche una circostanza all’interno della quale il suo gesto potrebbe essere compreso. Molto meno di quando sono disposti a concedere a un assassino, qualcuno che tolga la vita a una persona, qualcuno che ama, è amato, qualcuno la cui esistenza ha lasciato dei segni. L’episodio scoperto ieri, e che si sta allargando a molti altri casi, rivela qualcosa che le donne, e i pochi medici che ancora si scapicollano perché la 194 non venga completamente disattesa, sabotata dagli obiettori di coscienza, già sanno: ci sono persone per le quali l’aborto non è solo un crimine, ma una maledizione, un presagio funesto, una bestemmia. Con buona pace di quelle donne, arroganti e presuntuose, che credono di vivere nel XXI secolo e di poter decidere del proprio corpo, va seppellito, come le interiora di un capretto, per salvare la comunità dal maleficio.

Così ci fanno dimenticare che l'aborto è un diritto. Da settimane riceviamo storie di donne maltrattate, isolate, insultate. Lasciate in una stanza d'ospedale a rimuginare sulle proprie scelte. A soffrire le pene dell'inferno, senza anestesia, perché sentano il dolore fino in fondo. Con la campagna #innomeditutte abbiamo raccolto centinaia di esperienze. Chiara Manetti l'8 ottobre 2020 su L'Espresso. Nessuno pensava che potessero essere così tante. Ostacolate e discriminate, le donne lasciate sole e senza assistenza ad affrontare un aborto sono centinaia. E si tratta solo di quelle che ci hanno contattato, ma chissà quante altre ne esistono che rimangono in silenzio, per vergogna o per paura. Grazie alla campagna lanciata sul sito dell’Espresso #innomeditutte, nata dopo il racconto di un’interruzione volontaria di gravidanza trasformata in tortura, abbiamo accumulato esperienze provenienti da tutta Italia. Ne riportiamo alcune. Per tutte coloro che hanno scelto di interrompere una gravidanza perché una legge di Stato lo permette. Per le madri che scelgono di non volere un altro figlio. Per i mariti che vengono tagliati fuori da un percorso che si dovrebbe affrontare in due. Per chi viene trattato come se l’aborto non fosse un diritto. Capita quando hai 18 anni e una dottoressa cerca di convincerti a non farlo: «I tuoi genitori non potrebbero prendersi cura di lui?». Capita quando senti lo sguardo degli infermieri posarsi sulle più insignificanti zone scoperte della tua pelle, sotto quel camice verde annodato malamente. «Prima vanno a divertirsi e poi...». Speri di aver capito male. Capita anche quando, fino ai minuti prima del raschiamento, continuano a suggerirti di “ripensarci”. Senza preoccuparsi delle tue motivazioni, perché non possono esistere ragioni valide per abortire. Non per il 69 per cento dei ginecologi e neanche per il 30 per cento degli anestesisti o il 42 per cento del personale non medico in Italia. Questi dati risalgono al 2018 e sono i più recenti che abbiamo a disposizione. Alcune delle storie raccolte sono attuali, altre risalgono a decine di anni fa. Ad esempio T. da Perugia parla del suo aborto nel 1987: «Ma vedo che nulla è cambiato in chi dovrebbe mettere un po’ di umanità e solidarietà nel proprio lavoro, soprattutto tra donne». Ricorda una stanza gelida, insieme ad altre venti come lei. Ricorda un farmaco, forse un tranquillante, ma nessuna spiegazione a riguardo. Sul lettino, prima che si addormentasse, «sentivo medici e infermiere parlare della festa a cui avevano partecipato il giorno prima. Nessuno che mi abbia tranquillizzata, neanche un misero gesto di comprensione. Ma da quanto ho letto, il 2020 è ancora peggio». «Siamo tornati indietro di anni», lamenta un medico psichiatra che negli anni ‘80, subito dopo la 194, prescriveva molti certificati per le Ivg. Una storia, quella di M., risale a quel periodo: è il 1989 quando l’ecografia alla 22esima settimana mostra un’ernia diaframmatica. «Trafila identica a quella raccontata nella storia pubblicata sul vostro giornale - e sono passati trent’anni. Primo step, istituto di Igiene mentale dove un assistente sociale suggerisce addirittura il ricovero di almeno un giorno». M. aspetta quasi una settimana prima di recarsi in ospedale: «Mi sentivo un pacco esplosivo che cercavano di passarsi di mano pur di non essere coinvolti». Una mattina la ricoverano in una camera con partorienti e neonati e lì inizia la terapia abortiva. I dolori sono lancinanti, ma le negano un calmante. Quando le contrazioni durano ormai da 23 ore, i medici si rifiutano di intervenire perché bisogna lasciare che tutto accada. «Tra le mie gambe sento il sangue e un piccolo esserino che lentamente si muove. Mio marito ha la prontezza di prendermi in braccio ed inizia a correre verso la sala parto». Di colpo medici, ostetriche e infermieri risorgono. Dopo aver preteso di essere sedata durante l’aborto, M. finalmente si addormenta. «Appena ho potuto ho preso la mia dignità e ho lasciato quell’ospedale che ormai per me era un incubo». Come racconta anche D., «ci sono posti in cui ti fanno sentire colpevole. Non c’è giorno che non pensi a ciò che ho fatto, anche se sono passati 15 anni». Scrive da Roma, città in cui oggi i medici non obiettori sono solo cinque e cinque è anche il numero di ospedali in cui viene effettuato l’aborto terapeutico. I dati  più recenti sulle Ivg effettuate nella capitale risalgono al 2018, il Comune li ha pubblicati a maggio: sono più di seimila, mentre in tutta Italia superano quota 76mila. Si tratta del 67,5 per cento in meno rispetto al 1982, quando si registrò il più alto numero di Ivg nel Paese. La storia di L. inizia proprio nel 2018, a Roma. È alla 24esima settimana quando scopre una rara patologia. «Devi abortire immediatamente, perché tuo figlio sarà un vegetale», le dice il suo ginecologo, ma aggiunge che non può aiutarla. Dovrà rivolgersi altrove, «forse all’estero». Presa dal panico, scopre in autonomia che c’è un reparto per la 194 all’ospedale San Camillo. Lì abortisce, al sesto mese. Sentendo il pianto disperato di suo marito, rigorosamente fuori ad aspettare che tutto finisca. La storia di L. ha un risvolto ancora più drammatico: dall’autopsia risulta un errore nella diagnosi del ginecologo: il bambino poteva nascere sano. La diagnosi chiara e definitiva lei e suo marito la aspettano da due anni. Colpa anche del Covid-19, che ha rallentato ulteriormente le cose. L’attesa sembra essere una costante in tutte queste storie. Uno dei tanti fili rossi che le collegano tra loro. Quella di C. è avvenuta in una sala parto, ancora una volta a Roma. La lasciano da sola con un pulsante da premere «quando è successo». Sì, ma cosa? «Lo scoprirai», le rispondono le infermiere. Poi “succede” e C. spinge il bottone. «Non sai che il giorno dopo ti sentirai stranamente felice, ma saranno solo gli ormoni che rispondono ad un finto parto. Io con l’arrivo del latte sono caduta nel baratro. Un anno di analisi e l’amore di mio marito non mi hanno fatto affondare, ma è stata solo fortuna». Una di queste storie ci viene raccontata proprio da un marito. Da Piacenza. È il 2006 quando lui e la sua compagna optano per un aborto farmacologico: «Non ti dicono che ti ritrovi su una tazza del water a fare uscire un piccolo feto. E tiri l’acqua, poi. Io ero lì accanto per tutto il tempo a tenerle la mano. E quando sai che la legge 194 prevede l’assistenza psicologica capisci che i diritti e l’aiuto previsti sono rimasti sulla carta. Zero informazione, nessun supporto. Nessuna umanità si incontra in questi drammi di donne, di uomini e di relazione». Da Firenze invece arrivano le scuse di un’ostetrica «per non aver fatto abbastanza come professionista. Starò sempre a fianco delle donne e continuerò a lottare perché tutte abbiano un trattamento dignitoso e rispettoso». Ma una non sembra abbastanza per ricucire i danni di tutti i medici obiettori. Un’altra ostetrica ci racconta dei turni estenuanti e dei weekend che non esistono più: solo lei e altri quattro nella sua struttura sono non-obiettori. «Abbiamo una cardiologa che non referta gli ECG e anestesisti che si appigliano al fatto che l’epidurale non sia garantita». Ma molte cose funzionano: la somministrazione della RU486 e la spiegazione dettagliata di ciò che potrebbe avvenire dopo, a casa. Come il parto sul water, che con le adeguate istruzioni si potrebbe evitare. Se solo a Piacenza le avessero date. «Capita che le donne ringrazino prima di essere dimesse» spiega l’ostetrica. Si sentono fortunate ad aver trovato un posto dove sono seguite passo passo. Si tratta di un loro diritto, ma glielo fanno dimenticare. «Gli obiettori sono un’anomalia che dovrebbe sparire», aggiunge. Un’anomalia troppo diffusa.

Assassina, egoista, meriti una bara bianca: gli insulti feroci alle donne che scelgono l'aborto. Le storie di interruzioni volontarie di gravidanza arrivate in risposta alla nostra campagna #InNomeDiTutte non si fermano. Abbiamo scelto di pubblicarne ancora, cercando un filo conduttore. La prima tematica è la più comune: il trattamento indegno che numerosi medici, psicologi e infermieri obiettori riservano alle pazienti. Chiara Manetti  su L'Espresso il 22 ottobre 2020. Da settimane riceviamo e pubblichiamo storie di aborti. Leggerle non è facile, viverle è inimmaginabile. Provengono da tutta Italia, queste testimonianze di donne maltrattate, considerate assassine, costrette a vergognarsi di voler esercitare un diritto. Abbiamo deciso di raccontarle ancora, ma in maniera diversa: le abbiamo divise per tematiche comuni. Iniziamo con il trattamento indegno che numerosi medici, psicologi e infermieri riservano alle pazienti che decidono di eseguire una Ivg. Spesso lo stesso accade anche alle donne che subiscono un aborto spontaneo.

M. da Modena scopre di essere incinta a 21 anni, è già di 6 settimane. «Policlinico, ottavo piano, reparto 194. Una ragazza accanto a me piange disperata. La signora che spinge la mia sedia a rotelle, assegnata al piano maternità, si lamenta ad alta voce di doverci portare a compiere un omicidio. Sì, lo chiama così. Inizia a chiedermi se so come funziona, se so che quando lo "raschiano" lui soffre. Tu puoi ancora decidere, mi dice, l'altra ragazza è un caso perso perché l’ha già ucciso».

Un’anonima, dalla Toscana, racconta del suo ex compagno, «nonché medico luminare di rianimazione, che mi schernisce dicendo che avrei buttato nel cestino dell’organico una vita e che avrei meritato una bara bianca come soprammobile in camera da letto». 

G. da Padova si considera fortunata. A 23 anni decide di abortire, è il 2009. La sua famiglia la sostiene, il personale ospedaliero è gentile. Ma durante il colloquio con la psicologa dell'ospedale, «la dottoressa cerca in tutti i modi di farmi cambiare idea sull'intervento, arrivando ad affermare che sono un'egoista, la solita atea arrogante. Conclude l'appuntamento sbattendo un libro di anatomia sul tavolo, con l’immagine di un feto alla decima settimana: "Ecco che cosa sta per uccidere", mi dice».

V. da Milano si fa seguire da uno da uno stimato primario, «che per essere tale è ovviamente un obiettore di coscienza». Durante l’ecografia qualcosa non va, il feto ha una malformazione e V. decide di bloccare la gravidanza. «Mi dice che ormai è troppo tardi, ma non era vero e non lo sapevo. Sono rimasta in cura lì per altri 10 giorni. Poi, scoperto che avevo ancora 8 giorni per farlo, ho cambiato ospedale». 

Da Sassari il racconto di G., i suoi ricordi risalgono al 2010: ha 19 anni quando sceglie di abortire. «Arrivo in ospedale e le infermiere mi trattano in malo modo, tremo. Mi danno un camice aperto dietro, ingenuamente tengo i calzini. Mi caricano su una barella, poi in sala operatoria. Mi guardano sconvolti: "Perché indossi ancora i calzini? Non devi assolutamente averli!" e me li sfilano in malo modo. Finita l’operazione mi dicono che dovrò stare ancora lì, complicazioni post operatorie. Io piango, mi lamento. "Poteva pensarci prima" dice un’infermiera».

V. da Palermo racconta la sua esperienza, vissuta a Roma, quando «in sala operatoria, con le gambe aperte, mi sono sentita dire: “Ah, queste vengono qui come se fosse un supermercato, a fare quello che vogliono». 

S. da Ferrara, alle visite pre-operatorie, incontra un ginecologo che, vedendo il suo piercing all’ombelico, le chiede se fa la ballerina di lap dance. «Il giorno dell’operazione sono stata trattata come una bestia al macello. Dopo l'anestesia totale mi hanno svegliata con una sberla. Ricordo che all'uscita un'infermiera si rivolse a me e alle altre ragazze dicendo: “Speriamo che siate in grado di non tornare più qui”. Mi sono sentita una puttana». 

Un’anonima racconta di una complicanza dopo l'intervento, che le provoca un'emorragia. Il medico che la porta d'urgenza in sala operatoria le dice chiaramente: “Ci dovevi pensare prima”.

Un’anonima racconta della sua esperienza a 20 anni all’ospedale Sant’Anna di Torino. «Due cose me le porterò sempre dentro: un ginecologo che, mentre sono nella classica posizione da visita, mi ride in faccia per la “depilazione accurata” e un'infermiera che, quando le faccio presente di avere dolori alla pancia, mi risponde “Prima ti sei divertita e ora ti lamenti?”».

​A D., che dopo ore di travaglio, in un ospedale siciliano, chiede di spostare dal suo letto il feto appena espulso, l’infermiera risponde “Se le dà fastidio si alzi e si metta da un’altra parte”. 

E. da Palermo parla del suo aborto, a 19 anni, all’ospedale Villa Sofia. «Ricordo che entravano in sala operatoria e chiacchieravano come se nulla fosse, con me che avevo le gambe aperte e legate al lettino. Mi sono risvegliata in un corridoio, ero nuda e addosso avevo solo una maglietta. Ho discusso con un infermiere che diceva di non potermi aiutare. Devo ringraziare solo le ragazze di una stanza vicina, che mi hanno prestato i loro cappotti. C’era chi vomitava, chi aveva la sagoma di cinque dita sulla faccia, chi urlava per i dolori: nessuna veniva soccorsa». 

L. da Torino racconta del giorno in cui la sua dottoressa le disse "Se abortisci non avrai più figli". «A 26 anni puoi accettare quella notizia in milioni di modi, ma lei non ritenne di doversene preoccupare. Durante l’operazione, senza anestesia totale, ricordo che il medico gridava all'assistente "Tienila ferma questa, si muove troppo". Ero in un buon ospedale romano e sì, in effetti mi muovevo. Faceva un male cane, la ruspa». 

Da Palermo ci scrive A., che scoprendo una trisomia 18 decide di abortire. «Incontriamo una dottoressa per avere il certificato di interruzione di gravidanza: brutta persona, glaciale, volgare. Nessun dettaglio risparmiato, neppure per rispetto del pudore. "Guardi che se nasce vivo lo dobbiamo rianimare". Il giorno dell'operazione chiedo informazioni su mio figlio, ma ricevo uno sguardo pietoso e nessuna risposta. Un medico mi dice di sentire “pezzi del bambino in vagina”. In sala operatoria mi chiedono il nome, per battezzarlo. Io perdo conoscenza. Al mio risveglio chiedo uno psicologo ma non ce ne sono in ospedale. Me ne vado».

S. da Perugia racconta che «Durante il primo colloquio al consultorio, la dottoressa tira fuori dei faldoni dove io leggo i nomi delle donne che avevano abortito in precedenza: rispetto per la privacy zero. Durante l'ecografia mi fa sentire enormemente in colpa facendomi vedere e sentire il cuoricino del feto, rivolgendosi a me con cattiveria durante tutta la visita. Mi saluta con "Adesso però usiamola la pillola eh!"».

A cura di Chiara Manetti

«Lasciata sola e nuda a vomitarmi addosso: ecco il mio aborto». Troppo spesso abortire diventa una tortura. L’Espresso ha messo a disposizione uno spazio in cui condividere anonimamente la propria esperienza. Per rompere il silenzio e raccontarla #innomeditutte. Questa è una delle testimonianze che abbiamo raccolto. L'espresso il 09 ottobre 2020. Dopo aver scritto la terribile testimonianza di un'interruzione volontaria di gravidanza fatta di sofferenze e silenzi, abbiamo deciso di pubblicare un po' alla volta quelle arrivate in redazione in questi giorni. Lo spazio anonimo riservato alle vostre esperienze ne ha raccolte a centinaia. Da tutta Italia. Da giovani ragazze alla prima gravidanza, da donne già madri di due figli, da mariti che cercano di esprimere a parole il dolore di una perdita da cui spesso vengono esclusi.

Questa è la testimonianza di A. da Rieti. «A maggio del 2019 scopro di essere incinta. Ho 44 anni, due figli già grandi che vanno al liceo e mio marito che ne ha compiuti 50. Decidiamo che non ce la sentiamo di affrontare un'altra gravidanza. Riusciamo, facendo miracoli, a dare ai nostri due ragazzi il sostegno economico che meritano, ma un terzo non ce lo possiamo permettere. Per età, per condizioni economiche, perché dopo la maternità e a quest'età non riuscirei neppure a reintrodurmi bene nel lavoro. Andiamo alla Asl. Dal momento che formalizzo la mia richiesta di aborto mi danno una settimana, "Il tempo che le serve per approfondire bene la sua scelta e magari ripensarci". Torno per ottenere il certificato medico del dottore della Asl, senza il quale non si può fare nulla. Siamo in tutto due signore in sala di attesa. Il dottore che doveva essere d'ufficio già alle 9, arriva alle 12,30. Firma. Mi mettono l'appuntamento a distanza di 15 giorni. Scopro che nella mia città l'interruzione di gravidanza viene praticata con anestesia totale. Praticamente il medioevo degli aborti. Dalle 24 del giorno prima non devo più mangiare né bere. Alle 8 accettazione nel reparto maternità, dove sentiamo travagli, gioie, via vai di parenti festanti che passano davanti a noi 4, che siamo sedute compite su una panca. Tutti sanno perché siamo lì. Alle 10 veniamo trasferite in un reparto di day hospital. Ci fanno spogliare e mettere il camicino da ricoverate, aperto dietro, sotto siamo nude. Ci danno una pillola di antibiotico da sciogliere in bocca senz'acqua. È amara come il fiele, c'è chi vomita sul letto, chi cerca di arrivare nel bagno del corridoio, ma il reparto è misto. Siamo donne e uomini e noi siamo nude con un pigiamino aperto dietro. Desistiamo e ci facciamo dare delle traversine per vomitarci addosso senza sporcarci. Alle 12:30, sempre senza bere dalla sera prima, arrivo in chirurgia. Ci vorrà un'altra ora prima che, sdraiata sul letto con le gambe legate a dei supporti che le tengono aperte e verticali, mi facciano l'anestesia totale. Riapro gli occhi dopo poco, vomito ancora per l'effetto del narcotico. Mi rimettono nella stanza di prima. Nessuno mi offre assistenza. Dopo un'ora chiamo mio marito, mi aspetta di sotto con la macchina. Firmo le dimissioni e, finalmente, me ne vado a casa. Distrutta».

«Il mio aborto? Chiedo aiuto ma l'ostetrica non vuole toccarmi. Per tutti sono solo articolo 7». Troppo spesso abortire diventa una tortura. L’Espresso ha messo a disposizione uno spazio in cui condividere anonimamente la propria esperienza. Per rompere il silenzio e raccontarla #innomeditutte. Questa è una delle testimonianze che abbiamo raccolto. L'Espresso il 12 ottobre 2020. Dopo aver scritto la terribile  testimonianza  di un'interruzione volontaria di gravidanza fatta di sofferenze e silenzi, abbiamo deciso di pubblicare un po' alla volta quelle arrivate in redazione in questi giorni. Lo  spazio anonimo  riservato alle vostre esperienze ne ha raccolte a centinaia. Da tutta Italia. Da giovani ragazze alla prima gravidanza, da donne già madri di due figli, da mariti che cercano di esprimere a parole il dolore di una perdita da cui spesso vengono esclusi.

Questa è la testimonianza di E. da Napoli. «Il giorno in cui sono diventata un articolo della legge 194. Il 19 marzo 2018, incinta del mio primo figlio, mi reco presso lo studio del mio ginecologo per la morfologica. Con me ci sono mio marito e mio padre. Il dottore inizia la sua visita illustrandoci le varie parti del corpo. Ridiamo quando ci dice che è bello grande, ma arrivato alla testa si fa piuttosto silenzioso. Vedo e sento che gira e rigira la sonda sul mio ventre, a tratti sento dolore. Dopo qualche minuto di silenzio, con aria preoccupata, mi dice di rivestirmi e di raggiungerlo nel suo studio. Il nostro bambino presenta una ventricolomegalia grave con agenesia del corpo calloso. Chiama un suo collega e ci manda immediatamente da lui per una ecografia di secondo livello. Nel frattempo ci illustra tutte le possibili opzioni, tra cui si figura quella dell’aborto terapeutico. La seconda eco non solo conferma quanto emerso dalla prima, ma evidenzia anche altre malformazioni. Il quadro è grave e decidiamo, alla 22esima settimana, di procedere con l’aborto. Alle 20:30 sono seduta nella sala d’attesa dello studio medico. Piango e aspetto che mi dicano quale ospedale potrà accogliermi. Alle 21 ancora nessuna risposta. Vado via. Ce lo comunicano il giorno dopo. Lì mi spiegano il procedimento e mi danno appuntamento per la settimana successiva. Lunedì 26 marzo 2018 vengo condotta nel reparto Ivg. Ci sono molte donne in attesa. Fatte le prime visite mi dicono di recarmi in maternità e di presentarmi come articolo 7. Da quel momento in poi il mio nome non verrà mai pronunciato e anche io mi presento al personale medico come articolo 7. Nel reparto maternità sento donne in travaglio e piccoli fagottini che strillano affamati di latte e contatto materno. Mi somministrano la famosa Ru486, inizio ad avere paura. Tiro su le cuffiette, mi metto a letto ancora con i miei abiti. Dopo qualche ora arriva il ginecologo. Inserita la prima candeletta non sento niente, aspetto. Non mi è consentito mangiare né bere. In serata iniziano i primi dolori, che si fanno più intensi durante la notte. Nel frattempo sono sola nella stanza, in un letto scomodo, nessuno passa a controllare. Il mattino seguente si procede con la seconda candeletta, le contrazioni incalzano, il dolore è insopportabile. Chiedo aiuto ma sono tutti troppo impegnati altrove, inizio a fare su e giù per il corridoio. Incrocio lo sguardo di donne in travaglio, mi richiudo in camera, non voglio che mi vedano perché io lì sono il mostro. Finalmente dopo 2 giorni qualcuno mi controlla: un'ostetrica mi dice che non ci siamo ancora. Chiedo qualcosa per il dolore, ma il travaglio è necessario e un antidolorifico lo rallenterebbe, mi dicono. Se ne va raccomandandomi di espellere il feto nel letto e di non alzare assolutamente il lenzuolo. È notte fonda, sono sul letto, con me c’è mia zia. Sento il bisogno di spingere, mi posiziono carponi sul letto e sento un grande botto. Chiamo l’ostetrica, mi dice che ho solo rotto le acque. La supplico di non andare via, di aiutarmi, ma lei va via. Io sento che sta uscendo, inizio a spingere. Sento che il suo corpicino è metà dentro e metà fuori. Richiamo l'ostetrica supplicandola di aiutarmi a tirarlo fuori, lei mi dice freddamente e un po’ scocciata che non può toccarmi. Va via dicendomi di chiamarla solo una volta terminato. Dopo qualche minuto sento il mio bambino scivolare via da me, sono quasi le 4 di notte. Mi portano in sala parto, mi ripuliscono e mi danno una bibita. Lo stesso giorno alle 12 mi dimettono». A cura di Chiara Manetti

Il diritto di aborto trasformato in tortura. Vi racconto la mia cicatrice, in nome di tutte. Il feto malformato, l’urgenza di un’interruzione terapeutica di gravidanza. L’inizio di un calvario  fatto di umiliazioni, silenzi, disprezzo. A Roma: dove ci sono 5 medici non obiettori per 3 milioni di abitanti. Beatrice Dondi ed Elena Testi su L'Espresso il 28 settembre 2020. È il 22 febbraio 2020. In televisione passano le notizie di una possibile zona rossa nel Lodigiano provocata dal primo caso italiano di Coronavirus. Codogno è in sottofondo. Al tavolo siamo in tre. Tre generazioni diverse. Tre storie. Una di noi ha una figlia ormai avviata alla vita adulta, l’altra di figli non ne ha e forse non ne vuole avere. E poi c’è lei che, pochi mesi fa, si è sottoposta a un aborto terapeutico. Tiriamo fuori uno smartphone per registrare. Ogni parola deve rimanere, lo decidiamo mentre il Covid-19 entra da una tv accesa. Lei ha un parka verde, i capelli stretti in una coda arruffata. «Me lo posso togliere?», dice mentre è già con solo il maglione indosso e il vassoio di pasticcini appoggiati sul tavolo. Calma, lucida, affilata: «Vi dico già che non voglio un nome di fantasia, anzi non voglio proprio un nome perché quello che è accaduto a me può accadere a tutte». Ci indica con il dito e poi si mette seduta, fa cenno di procedere con la registrazione. Che diventa in un attimo una chiacchierata tra amiche, tra donne che ne conoscono altre nella stessa situazione, che hanno già sentito questa storia. La stessa ripetuta tra generazioni diverse ma che ha sempre la medesima procedura. L’unica cosa che cambia è la sensazione che ti lascia. La cicatrice, la chiamano. Lei comincia a parlare, parte la registrazione: «Quella mattina, il 5 settembre, accompagno mia figlia a scuola con mio marito. Ha cinque anni, è sveglissima, forse anche tro ppo. Fuori le madri mi vedono con la pancia. Ero quasi al sesto mese». Non fa mai una pausa, mai una lacrima, mai qualcosa che ci spinga a farle prendere un secondo di attesa dal ricordo. «Dopo averla lasciata andiamo a fare la “morfologica”. Sono eccezionali queste nuove tecnologie, vedi tutto, riesci persino a capire a chi assomiglierà». L’ecografia morfologica serve per accertare l’esistenza di eventuali malformazioni, ma quasi sempre di fronte allo schermo che proietta l’immagine del feto ti concentri nei tratti somatici. È una caccia ai lineamenti. «A un certo punto il ginecologo smette di parlare, poi ci dice che qualcosa non va. Il feto è malformato, ha un ventricolo solo e l’aorta schiacciata. Il giorno dopo ci manda da un’altra specialista. Conferma la diagnosi, ci dice che potremmo farla nascere comunque con un’operazione fatta da un luminare. Avrei dovuto metterla al mondo e farla intubare; al sesto mese sottoporla a una nuova operazione per un’aspettativa di vita massimo di tre anni. Mi sono rifiutata. La specialista era una neocatecumenale». Per arrivare a questo breve inizio è servita un’ora, intervallata da frasi, domande. Un buco di dubbi di fronte a un feto che cresce ma è “inadeguato alla vita”, questa la formula lessicale usata dai medici. «Quando ho deciso che non avrei messo al mondo una bambina così malata, pensavo che sarei riuscita a fare tutto presto, subito. Pensavo che trovare un ospedale in grado di farmi abortire non fosse un’odissea, pensavo di aver bisogno di un chirurgo, pensavo di non dover sentire dolore. Pensavo che una legge sarebbe bastata. Invece sono entrata in un inferno infinito, in cui le informazioni e l’aiuto ricevuto sono stati pari a zero, in cui ogni giorno venivo rimandata al successivo. Dal giovedì al venerdì, dal venerdì al sabato, poi c’è il week end, forse lunedì, forse no. E per tutti quei giorni sono rimasta in piedi, in piedi come un cavallo, per non sentirla muovere, sperando solo che finisse presto, imbottita di vino e di Xanax». Questa donna, che non vuole un nome e vuole essere il nome di tutte, ha la stessa storia di molte altre: l’aborto, che sia terapeutico o no, ha dei tempi di attesa che assomigliano a una pena da scontare. Un silenzio di giorni durante i quali devi trovare un ginecologo che non sia obiettore di coscienza, che abbia un turno libero e che sia disponibile a prendere in carico il tuo caso. A Roma i medici disposti a praticare un aborto terapeutico sono cinque in tutta la città. Cinque medici per quasi tre milioni di abitanti. Poi c’è la visita psichiatrica. Secondo la legge 194 chi si sottopone ad aborto terapeutico può procedere solo nel caso in cui la propria salute fisica o psichica sia in pericolo. L’incompatibilità del feto con la vita non viene presa in considerazione. E quindi uno psichiatra deve accertare che la salute mentale della donna sia a rischio, nonostante la motivazione sia un’altra. In ospedale entri in mezzo alla vita che scorre, mentre quella che porti in grembo sai che non nascerà. Felicità che si mischia al dramma. Al tavolo la registrazione non viene mai bloccata. Le parole continuano, poche domande che si intrecciano al racconto: «Ho atteso un’ora e quaranta prima che qualcuno si accorgesse di me, ho dovuto urlare per farmi notare. Poi c’è stato l’incontro con lo psichiatra. Un incontro freddo, una pratica da sbrigare senza empatia». È l’inizio della tortura di un diritto riconosciuto per legge. Partoriscono, in alcuni casi, senza che nessuno spieghi loro come avverrà. Non esiste uno sportello informativo. Sentono frasi crudeli e inutili, come «Io ne conosco di persone nate con un ventricolo solo, e stanno benissimo». Vedono il figlio desiderato uscire dal loro corpo. Sole, spesso dentro un bagno, abbandonate. Ritrovate sopra una tazza del cesso mentre spingono il feto, perché un’ostetrica ha deciso che in sala parto non ci devono stare. C’è chi si rifiuta di praticare loro la terapia del dolore perché gli anestesisti obiettori di coscienza, per esempio nel Lazio, sono quasi la totalità. C’è chi invece inietta morfina quando ormai è troppo tardi. Sono costrette a risentire il battito prima del parto. A rimanere ricoverate per giorni perché l’unico medico non obiettore ha ormai terminato il turno e bisogna attendere che torni. E allora le culle intorno a loro si riempiono e sentono la gioia della nascita della compagna di stanza. Il travaglio dell’altra. Con le ostetriche, anch’esse obiettrici, che ti guardano con disprezzo. «Ricordo che c’era solo gente che partoriva, palloncini, fiocchetti e gridolini», lo dice con rabbia, ma con un sorriso, tra le labbra strette: «Mi hanno fatta stare in quell’ospedale a forza, per quattro lunghissimi giorni, nel silenzio. Non sapevo quando sarebbe successo, non sapevo che sarei rimasta ricoverata tutto quel tempo. Non sapevo che nessuno mi avrebbe praticato l’epidurale. Non sapevo i medicinali che mi avrebbero somministrato». Chiede se è giusto, chiede se è normale. Chiede. E noi ascoltiamo con un registratore acceso, consapevoli che quelle domande sono state già fatte tante volte, troppe volte, da altre donne. Da altre coppie. «Quando è arrivato il giorno, mi hanno dato alcune pasticche, senza spiegarmi niente. Neppure dopo ho potuto capire cosa fossero, visto che la cartella clinica che mi è stata consegnata subito dopo le dimissioni, conteneva solo la data di accettazione e quella di uscita». Il Covid-19 continua in un fruscìo lontano, lo commentiamo mentre l’inviato di una tv all-news tenta una diretta. Nessuna di noi sa che il Sistema sanitario nazionale verrà completamente messo in discussione da lì a pochi mesi, mentre noi lo stiamo già facendo. «È stato un attimo: appena prese quelle pillole è iniziato un dolore che non si può descrivere. Il parto è cominciato, un vero parto, non un’operazione. E nessuno mi aveva preparata a questo. Urlavo come una pazza e alla fine mio marito ha creduto che sarei morta. È uscito per chiedere aiuto e chi è entrato nella mia stanza mi ha sbeffeggiata: “Ma che è tutta questa scena, sei al secondo figlio, che non sai come si fa?”». Passano le ore, senza aiuti, senza epidurale. Il feto è scivolato via, non si ricorda se lo abbia visto. Semplicemente non ricorda o non vuole farlo. Di questa registrazione, datata 22 febbraio, abbiamo tolto tanto, il sangue, la vista, la crudeltà eccessiva. Lo abbiamo fatto per rispetto di chi ha voluto denunciare e rileggerà la sua esperienza. Per rispetto di tutte quelle donne che hanno vissuto lo stesso atroce diritto violato e garantito dalla legge italiana. Lo abbiamo fatto perché quello che è stato trascritto è sufficiente per comprendere. La donna, che un nome non vuole avere e che vedete nelle foto, è stata costretta a sottoporsi alla Emdr, tecnica di psicoterapia praticata ai reduci di guerra per superare i traumi subiti e lo ha potuto fare perché «benestante, colta e con un marito e una famiglia capace di aiutarla», come lei stessa ha detto. Ma non sempre è così. Ci sono donne che non possono permettersi un percorso terapeutico dopo un trauma. Famiglie distrutte e aborti negati. Donne costrette come ladre a emigrare in Paesi stranieri perché non riescono a trovare un medico che prenda in carico la loro cartella clinica, mentre in Italia si discute se la Ru-486, conosciuta come aborto farmacologico, possa essere applicato in day hospital, senza necessità di un ricovero di tre giorni. Quando quei tre giorni significano dover subire violenze psicologiche e fisiche.

Il silenzio di Bergoglio sulla RU486. Tony Brandi, Sabato 10/10/2020 su Il Giornale.  Il ministro Speranza ha emanato nuove direttive per l'assunzione della pillola abortiva RU486: si può ora abortire a casa e fino alla nona settimana. All'indomani della presentazione della Samaritanus bonus, della Congregazione per la dottrina della fede, che ribadisce la condanna dell'aborto e la necessità di sostegno alla famiglia, Papa Francesco torna sul tema della tutela della vita nell'occasione della presentazione della campana La Voce dei Non Nati. «Essa accompagnerà gli eventi volti a ricordare il valore della vita umana dal concepimento alla morte naturale», ha affermato il Papa. Non è la prima volta che Francesco si esprime fermamente contro l'aborto. Tuttavia basta la ragione naturale per capire che il diritto alla Vita è il primo dei diritti umani, poiché senza vita non ci possono essere diritti; così come non può esistere nessuno che abbia il diritto di decidere sulla vita di un altro essere umano. D'altronde la Dichiarazione dei diritti del fanciullo riconosce necessaria una adeguata tutela giuridica del bambino sia prima che dopo la nascita. Ma, a prescindere dal diritto alla Vita, qualcuno si è mai preoccupato degli effetti della RU486 sulla salute psichica e fisica delle donne? I rischi di complicanze con la RU486 sono decuplicati rispetto all'aborto chirurgico. Solo in America sono morte 24 donne per la RU486. E sempre negli Usa sono state registrate più di 4.600 complicanze (dolore forte e prolungato, gravi emorragie, gravidanze extra uterine, infezioni e altro). Per non menzionare le sofferenze emotive, l'ansia, la depressione, il disturbo post traumatico da stress, l'abuso di sostanze, i comportamenti autolesionistici, fino al suicidio e altri problemi di salute mentale connessi all'aborto. Va notato che per accertare che la morte sia stata causata dalla pillola abortiva occorre un'autopsia: queste negli Usa sono a pagamento e vengono eseguite solo in caso di denuncia penale. Perciò è ragionevole ritenere che queste cifre rappresentano solo la punta di un iceberg. Per di più prendere la RU486 a casa apre all'aborto «fai da te». Non è una maggiore libertà per le donne: è abbandono, è solitudine, nell'attesa dell'espulsione del bambino, che, come riportato dal British Medical Journal, nel 56% dei casi viene individuato dalle madri, nel water o sull'assorbente igienico. È veramente grave che di tutto questo non vengano informate le madri che chiedono di usare la RU486 per abortire. Si prospetta loro solo la «scelta» dell'aborto facile: la società si toglie ogni responsabilità, la donna si ritroverà madre di un bambino morto, con gli stessi problemi economici e sociali che l'avevano spinta al tragico gesto. Possibile che le femministe accettino compiacenti tutto questo?

Aborto casalingo e aborto truffa. Gioia Locati il 27 agosto 2020 su Il Giornale. Il 4 agosto il Ministero della Salute ha diramato una circolare dedicata all’aborto farmacologico provocato dalla pillola RU486. Qui il testo che cambia le regole adottate fino al 3 agosto. D’ora in poi non sarà più necessario il ricovero in ospedale fino ad aborto avvenuto. Si potrà assumere il farmaco in consultori, day hospital o ambulatori, e, poi, dopo diverse ore o giorni, si abortirà a casa propria. È stato anche esteso il limite di assunzione della “pillola”, non più entro le prime sette settimane di gestazione ma entro le nove. Il provvedimento ha riacceso la polemica tra abortisti e non abortisti. Ma non è su questo aspetto che vorremmo porre l’attenzione.

La legge, la tutela della salute e l’inganno. Una prima riflessione riguarda la pretesa – diventata ormai abitudine di questo governo – di forzare la legge con un provvedimento amministrativo. L’aborto è regolamentato dalla 194. La legge tutela la madre e tutela anche il feto. La madre, perché è previsto che l’intervento avvenga in ospedale, nel rispetto dei tempi fisiologici e con l’adeguata assistenza clinica. Il feto, perché si arriva al passo decisivo – che non è quasi mai indolore – dopo un counseling accurato. Già, per la famosa legge sull’aborto votata con un referendum nel 1978, prima di “procedere all’operazione”, occorre capire se non si può fare altrimenti. E se la donna cambiasse idea? Quante volte è successo… E se la volontà di non proseguire la gravidanza fosse dettata unicamente da problemi economici (quante volte succede), perché arrivare a condannare una vita? La legge in vigore concede il ripensamento, offre un interlocutore. Permette uno “spazio cuscinetto”, fino a sette giorni, indispensabile nei momenti di spaesamento e dolore. E si occupa anche della salute della donna. Che si tratti di un intervento o di un farmaco, la procedura inizia e si conclude in ospedale. Non solo. I consultori, secondo la legge 405 che li regolamenta, non hanno il compito di occuparsi clinicamente di aborti. Tra le finalità vi è la “procreazione responsabile” e la tutela del “prodotto del concepimento”. Punto. L’aborto, infatti, è il fallimento della procreazione responsabile.

Perché, dunque, una circolare che “sveltisca la pratica” al di fuori degli ospedali?

“Se la legge stabilisce che un aborto debba avvenire in ospedale, la circolare è una truffa. La donna esce dal day hospital o dal consultorio con un figlio in grembo ancora vivo – fa riflettere Bruno Mozzanega, ginecologo e docente dell’Università di Padova – poiché l’aborto avverrà in seguito, anche dopo diversi giorni, a casa o altrove”.

Quali rischi corre la donna?

“Può accadere che l’aborto non sia completo e si debba intervenire chirurgicamente in un secondo momento. Inoltre, il protrarre l’assunzione della RU486 fino alla nona settimana può aumentare l’eventualità di emorragie. Ma quel che è grave è lasciare sola la donna in una situazione così delicata: non vi sono più margini di ripensamento. La madre è consapevole che suo figlio sta morendo e, anche se cambiasse idea, non può più fare nulla e assiste alla sua morte. Una doppia agonia...”

Come funziona la RU486?

“È un antiprogestinico, assumendolo si priva il feto del nutrimento”.

Cosa succederà.

La procedura di aborto introdotta da questa circolare è messa all’indice dal mondo cattolico e da alcuni esponenti politici. Ed è fortemente sostenuta da altri come l’associazione Luca Coscioni.

Toccherà però alle Regioni decidere se applicarla o meno (in base all’art. 117 della Costituzione): vedremo come si pronunceranno i prossimi candidati alle regionali. 

La truffa.

“La polemica sulla circolare ministeriale è significativa in relazione al modo di bypassare le leggi e il parlamento ma nei fatti è inutile, perché l’aborto si pratica già a domicilio” ricorda Mozzanega. Ne abbiamo parlato qui. La pillola dei 5 giorni dopo, ellaOne, venduta liberamente in farmacia alle maggiorenni, è spacciata come contraccettivo d’emergenza che impedisce l’ovulazione e il concepimento ma è di fatto un mezzo abortivo (la donna ovula e concepisce, poi il feto muore). Il principio attivo è molto simile a quello della RU486. E i rischi per la salute sono taciuti (compaiono invece in un terzo farmaco, con lo stesso principio di queste pillole, prescritto per trattare i fibromi uterini). Già un anno dopo la libera vendita in farmacia, nel 2016, in Italia, si vendeva una compressa di ellaOne ogni 2 minuti: 600 acquisti ogni 24 ore.

Negli ultimi 5 anni le interruzioni di gravidanza sono scese del 35%: vuoi vedere che, usando ellaOne, le donne abortiscono e non lo sanno?

“Le prese di posizione su quest’ impiego della RU486 sono irrilevanti e sterili se non si ha il coraggio di denunciare con forza l’inganno terribile che viene fatto alla donna con l’informazione non veritiera sui contraccettivi di emergenza – denuncia Bruno Mozzanega – Dal gennaio 2015 la Pontificia Accademia per la vita è al corrente del funzionamento di ellaOne ma non prende posizione pur avendone il dovere etico e scientifico”.

L’azienda produttrice, HRA pharma, si era impegnata nel 2009 a dimostrare che ellaOne non può essere usata per interrompere la gravidanza e non lo ha ancora fatto. Nei macachi che pesano un quintale la pillola è abortiva allo stesso dosaggio indicato per le donne. Cliccate qui, sulle slides da 78 a 84.

La tutela, dunque, è il silenzio… shhhhhhhhh.

Ci dicono che “il diritto all’aborto non si deve toccare”. L’ignoranza pure.

Ora nasce il registro dei "bimbi mai nati". Ecco che cosa cambia. Il consiglio comunale di Marsala ha approvato la delibera. Un atto che prevede anche la modifica del regolamento cimiteriale. Maurizio Zoppi, Giovedì 13/08/2020 su Il Giornale. A Marsala, nel piccolo comune in provincia di Trapani, nasce il "Registro dei bimbi mai nati" che darà un nome "anche di fantasia" ai feti abortiti e permetterà di seppellirli in un'area speciale del cimitero con tanto di lapide e mini funerale. Un espediente che vuole condannare le donne che esercitano il diritto all'interruzione volontaria di gravidanza e un tentativo di pilotare l'etica della cittadina strizzando l'occhietto ai movimenti per la vita che da sempre provano a condannare le donne che abortiscono. Il consiglio comunale ha approvato a maggioranza (23 consiglieri hanno votato a favore e 3 contrari) l'atto che disciplina l’attuale regolamento cimiteriale, evidenziano: “l'importanza che la politica ha nel promuovere la cultura della vita”. La delibera di fatto modifica nel testo la dicitura “prodotti abortivi”, utilizzata per i feti partoriti prima della 28esima settimana di concepimento, con quella: “bambini mai nati”. Inoltre come già scritto, istituisce un registro nel quale verrà annotato un nome di fantasia per il feto. Infine individua uno spazio cimiteriale destinato alla sepoltura ed il corrispondente numero assegnato nel registro. Non sono mancante le polemiche in Sicilia in merito alle diverse interpretazioni di questa legge. Un dibattito acceso anche sui social con opposte interpretazioni nel quale qualcuno accusa questo atto, come una sorta di vera e propria intromissione nelle scelte individuali e nella piena libertà di abortire legalmente. L’istituzione del registro, oltre a suscitare reazioni prevedibili, per alcuni sarebbe finanche illecita. A sollevare la questione è stato il magistrato siciliano Nico Gozzo che, intervenendo sul profilo Facebook della collega Annamaria Picozzi - pure lei sbalordita per l'iniziativa - ha scritto: "Credo che questo registro sia illecito e penso andrebbe informato il garante della privacy". La norma è stata proposta dal consigliere comunale di Marsala di centro-destra Giusy Piccione che ha sottolineato che l'atto “rappresenta l'importanza che la politica ha nel promuovere la cultura della vita”. Diversa l'idea del consigliere marsalese del Pd, Luana Alagna: "In sostanza si gettano le basi per la stigmatizzazione pubblica della donna che decide, per motivi di coscienza insondabili, su cui nessuno ha il diritto di entrare, di interrompere volontariamente la gravidanza. Una scelta così delicatamente privata, dai risvolti che impegnano anche la sofferenza della persona, diventano oggetto di imposizione attraverso atti amministrativi, rischiando di esporre fatalmente la donna al “giudizio morale” dell’opinione pubblica". Proprio qualche giorno fa l’annuncio in un tweet del ministro della Salute Roberto Speranza ha fatto drizzare i capelli a chi è contro l'aborto. "Pillola Ru486 si potrà assumere fino alla nona settimana e non serve ricovero” affermava sui social il ministro. Speranza ha aggiornato in questo modo, dopo dieci anni, le nuove linee guida sulla pillola abortiva Ru486. Sono “basate sull’evidenza scientifica, prevedono l’interruzione volontaria di gravidanza con metodo farmacologico in day hospital e fino alla nona settimana. È un passo avanti importante nel pieno rispetto della 194 che è e resta una legge di civiltà del nostro Paese”. Ha scritto sui social il ministro. Non si è lasciato attendere il commento della presidente nazionale del Movimento per la Vita, Marina Casini: "scelta legata a motivazioni ideologiche e a risparmi economici, le donne saranno sole in un momento difficile per la loro salute, mentre l’eliminazione di una vita umana viene banalizzata". Recentemente la Regione Umbria aveva eliminato la possibilità per le donne di ricorrere all’aborto farmacologico in day hospital. “Il fatto stesso che si possa abortire con uno o due sorsi d’acqua – gesto comune, di un attimo, quotidianamente ripetuto e, dunque, insignificante -, come quando si ha sete o si prende una pasticca per il mal di testa, fa sì che si perda consapevolezza di cosa quel gesto significa quando con l’acqua va giù la Ru486 che va a togliere la vita a una creatura innocente e indifesa. La banalità del gesto serve proprio a impedire lo sguardo sul concepito e quindi a banalizzare l’aborto”, sottolinea la Casini, secondo la quale “la privatizzazione viene di conseguenza: che bisogno c’è di avere sorveglianza medica se basta bere un po’d’acqua? La logica individualista, che trionfa nel falso mito abortista dell’autodeterminazione della donna, si estende a tutte le relazioni umane fino a recidere le più elementari forme di solidarietà – di cui l’accoglienza del figlio nel grembo della mamma è primordiale modello – e finisce per ritorcersi contro la donna stessa vittima anche lei quanto suo figlio…”.

Dall'articolo di Caterina Pasolini per ''la Repubblica'' l'8 agosto 2020. «L'aborto farmacologico è sicuro. Va fatto in day hospital, nelle strutture pubbliche e private convenzionate, e le donne possono tornare a casa mezz' ora dopo aver assunto il medicinale». La novità è nelle nuove linee d' indirizzo per l' interruzione volontaria di gravidanza che verranno emanate dal ministero della Salute. Pagine elaborate dopo che il ministro Roberto Speranza ha ricevuto il parere del Consiglio superiore di sanità, cui si era rivolto all' indomani dal blitz leghista in Umbria che vietava l' uso della Ru486 senza ricovero. (…) Il parere alla base delle nuove linee guida del ministero contiene un' altra novità: vi si sottolinea come l'aborto farmacologico possa essere praticato fino a 63 giorni di gestazione, perché «non esistono evidenze scientifiche che sconsiglino la somministrazione alla nona settimana». Viene quindi superata la limitazione a 7 settimane che vigeva finora. Il mifepristone, recita il parere, può essere somministrato sia in consultorio che in ambulatorio. Dopo mezz' ora la donna può essere mandata a casa, verificando che non sia sola nell' abitazione o in ansia. Tra i vari punti, esaminati la salute, la funzionalità, il benessere fisico e psicologico della paziente, si sottolinea anche il risparmio economico rispetto all' aborto chirurgico che richiede ricoveri, anestesie, sale operatorie. (…) forse vanno escluse da questa pratica le pazienti molto ansiose, con bassa soglia del dolore e che vivono in condizioni igieniche precarie vista la differenza con l' aborto chirurgico, che viene fatto con la sedazione e in ospedale. Dopo 2 settimane è prevista la visita di controllo, durante la quale verrà «offerta una consulenza per contraccezione ». Perché il trauma dell' aborto, che è sempre una scelta dolorosa, non si ripeta.

La protagonista di Roe vs Wade: «Fui pagata per diventare antiabortista». Pubblicato mercoledì, 20 maggio 2020 su Corriere.it da Massimo Gaggi. «La mia trasformazione da eroina degli abortisti a testimonial del fronte opposto? Fu tutta una recita. Gli antiabortisti mi pagarono. Mezzo milione di dollari. E io, da allora, interpretai il ruolo della convertita: sono una buona attrice. E sono stata una mercenaria, non un’idealista». La confessione sul letto di morte di Norma McCorvey è destinata ad alzare ulteriormente la temperatura dello scontro tra i due schieramenti nella più dura delle battaglie etiche e culturali che dividono da anni la società americana. Un caso che si riapre proprio nel momento in cui la Corte Suprema, per la prima volta composta in maggioranza da giudici antiabortisti, si accinge a emettere una sentenza che potrebbe capovolgere quella che nel 1973 legalizzò la libertà di scelta della donna in tema d’interruzione della gravidanza. «Roe vs Wade», quella storica sentenza, si basò sulla causa intentata tre anni prima da una donna — la McCorvey inizialmente preferì usare lo pseudonimo Jane Roe — rimasta incinta per la terza volta, che non riusciva ad abortire in Texas e non aveva i mezzi economici per trasferirsi in un altro Stato nel quale era più facile interrompere la gravidanza. Norma divenne istantaneamente un simbolo suo malgrado: quando gli avvocati, euforici, le comunicarono la notizia della vittoria lei rispose di non capire il motivo di tanta eccitazione. Erano passati tre anni, il suo terzo figlio era ormai nato e l’aveva dato in adozione come aveva fatto anche col secondo. Solo dopo capì di essere diventata il simbolo di un movimento ed entrò nella parte. Una vita movimentata, piena di contraddizioni e paradossi, quella di Norma McCorvey, ora raccontata in un un documentario, AKA Jane Roe, che verrà trasmesso per la prima volta domani da una rete televisiva Usa. Il regista Nick Sweeney, che si è tenuto il filmato della confessione nel cassetto per tre anni, aveva cominciato a girare il suo film nel 2016, affascinato dall’avventura umana di un personaggio dai molti volti, che ha manipolato e si è fatto manipolare. Prima simbolo degli abortisti che, però l’avevano sempre guardata con una certa diffidenza per la sua disinvoltura: inizialmente, ad esempio, aveva dichiarato che la sua gravidanza era frutto di uno stupro salvo, poi, ammettere di aver mentito. Comunque per vent’anni Norma partecipò alle campagne abortiste, divenendo, nel frattempo, omosessuale. Ma nel 1995 passò improvvisamente al fronte opposto: spinta da un avvocato, Gloria Allred e da un pastore evangelico, Rob Schenck, leader di Operation Rescue, un’organizzazione antiabortista, la McCorvey lasciò la compagna Connie Gonzalez, si convertì entrando nella chiesa evangelica e si dichiarò «al cento per cento pro-life» rifiutando l’idea dell’aborto anche in situazioni estreme. Quando le chiedevano che fare in caso di stupro rispondeva che quello era comunque un bambino che la madre non poteva sopprimere, sostituendosi a Dio. Una donna che per più di vent’anni ha recitato la parte dell’abortista e per altrettanti quella dell’antiabortista, partecipando a manifestazioni nelle quali ha bruciato il Corano e la bandiera dei gay? Ogni dubbio sulle sue reali intenzioni è lecito, ma è questo quanto emerge dal documentario con la confessione filmata nel 2017 quando la McCorvey, 69enne malata di cuore, stava ormai per morire. Schenck, che nel frattempo ha abbandonato il movimento antiabortista, conferma di averla pagata: «Temevamo che ci abbandonasse, tornando sul fronte opposto. Spesso mi sono chiesto se si stesse prendendo gioco di noi. Quello che non ho avuto mai il coraggio di ammettere è che anche noi la stavamo manipolando, sfruttando le sue vulnerabilità». Norma è stata al gioco trasformando le sue debolezze e le sue contraddizioni in uno spettacolo con lei al centro di controversie brutali che hanno cambiato un pezzo di storia americana. Adesso il gioco è finito.

Usa, "pagata per diventare anti-abortista": la verità della donna simbolo. Pubblicato mercoledì, 20 maggio 2020 da Anna Lombardi su La Repubblica.it Norma McCovery è morta nel 2017 a 69 anni: nascosta dietro al nome convenzionale di Jane Roe, fu la protagonista della battaglia per l'interruzione di gravidanza negli Stati Uniti salvo poi cambiare idea. In un documentario la sua vera storia. Attivista per caso: pentita per denaro. La sua battaglia (perduta) nel 1973 portò alla legge che introdusse il diritto all’aborto in America. Ma i 50 milioni di aborti legalizzati in suo nome ne fecero poi una cristiana rinata e un’attivista pro life. Ma Norma McCovery, morta nel 2017 a 69 anni – conosciuta sui libri di legge con un nome convenzionale, Jane Roe – avrebbe mentito sulla sua conversione: lo svela lei stessa in un documentario intitolato, appunto, AKA Jane Roe, in onda questo venerdì sul canale americano FX. Una confessione fatta sul “letto di morte” come dice lei stessa, in una scena dove appare visibilmente malata, e dove ammette di essere stata pagata per mentire da un gruppo di fanatici evangelici: «Ero un pesce grosso e fu uno scambio di favori comune. Io presi i loro soldi, molti soldi. Loro mi misero davanti alle telecamere a dire quel che gli serviva. Recitaii bene. Sono una brava attrice quando voglio. Ma no, in questo momento no, non sto recitando: se una giovane donna vuole abortire, deve avere il diritto di farlo». La causa da lei intentata nel 1970, nota come Roe versus Wade, dal nome del procuratore generale che all’epoca le impedì di abortire, è una delle più celebri d’America. Quel caso clamoroso fece giurisprudenza, certo. E oggi quella sentenza continuamente citata è tornata al centro del dibattito politico: attaccata dall’ala della destra più oltranzista e religiosa, con molti Stati che stanno restringendo sempre più il diritto all’aborto, tanto più ora, in tempi di Covid. Esteri L'Alabama per legge vieta l'aborto: i medici rischiano 99 anni di carcere La storia di Norma è stata già raccontata in due autobiografie scritte con l’aiuto di due diversi giornalisti, I am Roe,1994 e Won by love, 1997. Ma in realtà solo un’inchiesta condotta da Vanity Fair nel 2013, in occasione dei 40 anni della legge, raccontò la sua vera storia della ragazza che non voleva diventare madre e invece fu costretta dalle leggi di allora a far nascere il suo terzo figlio, dato subito in adozione come i due precedenti. Norma Lea Nelson, nata nel 1947 da una madre violenta e un padre assente, cresciuta fra un collegio cattolico e un riformatorio, si era sposata a soli 16 anni con un operaio di 5 anni più grande, Elwood McCovery. I due avevano avuto una figlia, Melissa, subito adottata dalla mamma di Norma, Mary. All’epoca Norma era molto depressa, aveva cominciato a bere e a drogarsi, avviando relazioni con uomini e donne. Nel 1965, a 19 anni, aveva dato anche un secondo figlio in adozione. E quando a 21 anni, aveva scoperto di essere nuovamente incinta, aveva tentato di abortire. In Texas, però, l’aborto era permesso solo in caso di stupro: e lei raccontò dunque alle sue avvocatesse di essere stata violentata, per poi cambiare versione non avendo le prove. Quando il procedimento fu avviato, la gravidanza era ormai al quinto mese. La causa fu quindi presentata in tribunale come una class action: in nome, cioè, di tutte le donne potenzialmente in quelle condizioni. Norma McCovery, trasformata in Jane Roe, disse poi di essersi sentita tradita. E dopo aver fatto nascere il terzo figlio disse di essersi disinteressata dell’intera faccenda legale. Anche perché nel frattempo aveva incontrato l’amore: una donna di 15 anni più grande chiamata Connie Gonzalez, con cui avrebbe trascorso i 35 anni successivi. La presunta conversione era avvenuta nel 1995, grazie a un gruppo di attivisti antiabortisti che avevano affittato un appartamento proprio accanto al suo. Dopo il battesimo da cristiana rinata, l’attivismo pro life. Nel 2017 la morte per complicazioni legate a un infarto. Col paradosso di essere diventata, in vita, il simbolo della lotta a favore (e poi contro) l’aborto: senza mai averne avuto uno.

Alessia Strinati per "leggo.it" il 2 marzo 2020. Un Tiktok sul suo aborto. Il video girato da una ragazza con la nota e diffusa app Tiktok ha fatto il giro del mondo e ha indignato molte persone sulla leggerezza con cui la giovane ha voluto pubblicare un momento tanto intimo e anche molto doloroso solitamente per una donna. Il video, che è stato poi rimosso, si intitola "Aborto time, parte seconda"  mostra la giovane californiana, a suon di musica raccontare l'interruzione di gravidanza. Prima la ragazza mostra la sua pancia mentre l'amica fa vedere il test di gravidanza positivo  in sottofondo suona un remix di "It Will Rain" di Bruno Mars. Sembra che si stia asciugando qualcosa dai suoi occhi, suggerendo che potrebbe aver pianto dopo aver appreso la notizia della sua gravidanza. Poi il video si sposta al Planned Parenthood a Pasadena, in California dove la ragazza, chiamata Ashley nel video, viene sottoposta a un'ecografia. Non si sa se alla fine abbia interrotto la gravidanza, ma il modo in cui ha descritto e affrontato un tema tanto delicato non è piaciuto, come riporta anche il Daily Mail. Decine di persone sui social hanno discusso sul tema, chi sostenendo il diritto della madre gestire come meglio crede la scelta dell'aborto e chi accusandola di spettacolarizzare un momento così intimo e delicato.

La risposta di Selvaggia Lucarelli a Salvini: «Ho abortito, giudica me». Pubblicato giovedì, 20 febbraio 2020 su Corriere.it da Elena Tebano. «Ho abortito. Volontariamente. Più di una volta. Due o cinquanta, sono fatti miei, e in realtà anche quello che nella vita ho deciso di fare del mio corpo erano fatti miei, finché ho sentito che non lo erano più». Inizia così l’articolo di Selvaggia Lucarelli su Tpi, in risposta alle parole del leader della Lega Matteo Salvini sulle interruzioni volontarie di gravidanza («Il pronto soccorso non è la soluzione a stili di vita incivili» aveva detto tra le altre cose). È un intervento molto polemico, che con forza critica rivendica il diritto delle donne di scegliere per la propria vita e il proprio corpo quando si trovano di fronte a una gravidanza che non hanno deciso loro. Che siano italiane oppure — quelle a cui ha detto di riferirsi Salvini — straniere. «Abbiamo esercitato un nostro diritto, un diritto che non si misura nella quantità e che non si misura nei giudizi regalati a un microfono. Io e così le altre donne. Tutte» scrive Lucarelli. E ancora: « Potrei raccontarti di aver fatto file in un giorno di inverno in un padiglione squallido, di cosa sia la pillola abortiva e di cosa succeda se non funziona come dovrebbe. Potrei raccontarti di una ragazza che piangeva in un letto d’ospedale e di una che ha preso veloce la sua borsa ed è scappata via sollevata. Di me che ho sofferto o che sono stata fredda, senza mai dimenticare, qualunque fosse il mio stato emotivo, che stavo decidendo per me, che stavo decidendo io, che nessuno poteva e doveva farlo al posto mio». Sono state le femministe le prime a dire pubblicamente di aver abortito (come ha ricordato di recente Lea Melandri), consapevoli che un atto privatissimo acquista un valore politico di fronte a coloro che vogliono limitare l’autodeterminazione delle donne. Sono passati decenni ma è ancora difficile dire pubblicamente di aver abortito. Soprattutto, non ha smesso di essere necessario. 

Da leggo.it il 20 febbraio 2020. Da Selvaggia Lucarelli, sul sito TPI, arriva una confessione choc sull'aborto, replicando a Matteo Salvini che pochi giorni fa, domenica al Palazzo Congressi dell'Eur a Roma, era intervenuto sui temi della sanità. La giornalista e volto tv, responsabile della cronaca e degli spettacoli della testata online, ha detto di aver abortito in passato, anche più di una volta: «Ho abortito. Volontariamente. Più di una volta. Due o cinquanta, sono fatti miei», scrive la Lucarelli. «In realtà anche quello che nella vita ho deciso di fare del mio corpo erano fatti miei, finché ho sentito che non lo erano più. Cioè quando Salvini, come sua abitudine, ha parlato di ciò che non sa, con l'unico e consueto scopo di usare qualcuno per colpire qualcun altro. In questo caso le donne, e già che c'era le donne straniere, perché lui nel colpire i soggetti più deboli ha una mira intrepida, che sa quasi di eroico».  «Abbiamo avuto segnalazione - aveva detto Salvini - che alcune donne, né di Roma né di Milano, si sono presentate per la sesta volta al pronto soccorso di Milano per l'interruzione di gravidanza. Non è compito mio né dello Stato dare lezioni di morale, è giusto che sia la donna a scegliere per sé e per la sua vita, ma non puoi arrivare a prendere il pronto soccorso come la soluzione a uno stile di vita incivile», aveva aggiunto l'ex ministro dell'Interno. Erano fatti miei, e infatti non lo sapeva nessuno, neanche chi pensava di sapere tutto di me. Ma ci sono temi che sono di tutti e sui quali non va permesso a Salvini di fiatare. Uno di questi è l’aborto e il mio, il nostro diritto inattaccabile di Selvaggia Lucarelli continua: «Ha detto, l'eroe che ci sono immigrati che hanno scambiato il pronto soccorso per un bancomat, che alcune infermiere gli hanno riferito che donne non italiane hanno abortito anche sei volte, che non si può arrivare a prendere il pronto soccorso come la soluzione a uno stile di vita incivile per il 2020. Potrei controbattere che i pronto soccorso sono intasati da italiani, circa 30 milioni l'anno, e che nel 75 per cento dei casi sono italiani che potevano curarsi a casa. Le sale d'aspetto degli ospedali sono affollate di persone con un raffreddore indesiderato, più che con una gravidanza indesiderata». «Magari - continua La Lucarelli - la maggior parte dei malati immaginari sono pure uomini, quegli uomini che per un prurito sospetto sulla caviglia rivedono l'asse ereditario. Potrei controbattere che solo un fesso può pensare che per abortire ci si metta in fila al pronto soccorso come per le gastroenteriti o le bruciature da ferro da stiro. Potrei controbattere che ci sono straniere che vanno educate alla contraccezione, è vero, ma di solito, a meno che le straniere non siano meduse e si riproducano in remoto, ci sono uomini stranieri che fanno la loro parte». «Potrei controbattere - sottolinea la Lucarelli - che delle infermiere che spifferano nell'orecchio al politico di turno quante volte le loro pazienti hanno abortito, specificandone la nazionalità, non andrebbero citate ai microfoni, andrebbero rimosse dal loro posto e mandate a fare un mestiere che non abbia a che fare con l'umanità e la cura degli altri, che non è solo applicare una flebo o misurare la febbre. Potrei andare avanti all'infinito, nel dire quanto di cretino e irriflessivo ci sia in queste considerazioni di Salvini, ma mi pare più importante altro. Ed è invitarlo a usare me. Usa me, Salvini», afferma la giornalista che prosegue: «Sono donna. Sono italiana. Dillo a me che ho uno stile di vita incivile. Vieni a farmi la morale o a insegnarmi cosa debba fare della mia vita e del mio corpo. Spiegami, magari, anche come mi debba sentire, come e se mi possa auto-assolvere, spiegami i miei peccati». «Spiegameli - scrive Lucarelli - mentre stringi il rosario della Beata Vergine Maria, mentre accarezzi i bambini dal palco di Bibbiano, mentre ti fai portavoce della Madonna di Medjugorje. Mentre ti trasfiguri e noi peccatori ci soffiamo il naso nelle tue vesti candide. Non ti aspettare però che piagnucoli, che ti parli di quanto sia doloroso abortire. Di cosa significhi emotivamente, del perché sia successo e del perché sia successo più di una volta. Questi, perdona il lirismo, restano cazzi miei». «Non è con loro - afferma la Lucarelli - che ti devi confrontare tu troppo facile. Toppo facile fare la morale a una donna che si fa già la morale da sola. Quello - l'esercizio del senso di colpa, la malinconia di ciò che poteva essere - lo facciamo benissimo da noi, stai tranquillo. Quello con cui non sai confrontarti e che nel profondo non ti va giù è che ho abortito, che hanno abortito, perché abbiamo esercitato un nostro diritto, un diritto che non si misura nella quantità e che non si misura nei giudizi regalati ad un microfono. Io e così le altre donne. Tutte. Quelle di cui ti hanno spifferato all'orecchio, quelle che te lo stanno dicendo oggi, quelle che sono state tue amiche, compagne, cugine e di cui neppure sai, con ogni probabilità. Potrei raccontarti di aver fatto file in un giorno di inverno in un padiglione squallido, di cosa sia la pillola abortiva e di cosa succeda se non funziona come dovrebbe», scrive ancora Lucarelli. «Potrei raccontarti - evidenzia la Lucarelli - di una ragazza che piangeva in un letto d'ospedale e di una che ha preso veloce la sua borsa ed è scappata via sollevata. Di me che ho sofferto o che sono stata fredda, senza mai dimenticare, qualunque fosse il mio stato emotivo, che stavo decidendo per me, che stavo decidendo io, che nessuno poteva e doveva farlo al posto mio». «Che io sola sarei stata il giudice legittimo delle mie azioni. Che quello che stavo facendo - sostiene la Lucarelli - era la conquista di donne coraggiose che hanno lottato per me, che indietro non torno e non si torna». «Usa me, Salvini, se proprio vuoi giudicare. Me che non sono una straniera magari buttata sulla strada da qualcuno, me che ho potuto studiare, che non vengo dalla cultura dei dieci figli come benedizione e che ho avuto una vita facile». «Usa me per la tua propaganda - conclude la giornalista - se hai coraggio. Giudica il mio stile di vita. Io non giudicherò il tuo. Giudico il tuo stile nel fare politica. Che è quello- sempre- di chi ogni giorno prova a rosicchiare qualcosa dei diritti fondamentali di tutti noi. E tutto questo, purtroppo, è tanto tragico, quanto chirurgico. Come un aborto».

Affidi, Caucino: «Non accetto critiche da donne che non hanno figli». Pubblicato martedì, 18 febbraio 2020 su Corriere.it da Lorenza Castagneri. È bufera su Chiara Caucino, assessore regionale ai Bambini e alle politiche sociali e già al centro delle polemiche per il disegno di legge «Allontanamento zero», che punta ad abbattere gli allontanamenti dei minori dalle famiglie d’origine. Tutto ha inizio durante un convegno sul tema organizzato da Comitato Cittadini per i diritti umani a Torino. È lì che Caucino dice: «C’è chi parla e non è nemmeno madre. Non accetto critiche da chi non ha vissuto il sacro vincolo della maternità». Parole che hanno fatto andare su tutte le furie le opposizioni. Opposizioni che, per altro, contestano il progetto di legge dell’assessore. Sulla vicenda si è espressa anche la sindaca di Torino Chiara Appendino definendo «inqualificabili le affermazioni dell’assessora sul ruolo della donna e sulla sacralità del vincolo genitoriale come mero fenomeno biologico». «Inaccettabile poi il giudizio sui manifestanti di sabato scorso, definiti sciocchi o ignoranti. Se questi sono i presupposti da cui nascono le sue proposte di legge - ha aggiunto Appendino - si spiega la totale inconsistenza e dannosità del ddl “Affidamenti zero». E ancora: «Il Presidente Cirio chieda - a tutela dell’onorabilità dell’istituzione che rappresenta - le scuse dell’assessora Caucino, e torni sui suoi passi sul disegno di legge in questione». Il Partito democratico non le manda a dire. «A chi si riferisce Caucino? Forse alla consigliera Monica Canalis, l’unica donna e peraltro senza figli, e quindi non legittimata ad occuparsi di “Allontanamento zero”? Se così è allora lo dica chiaramente e non si nasconda dietro allusioni e commenti offensivi sulla donna». E Paolo Furia, segretario del Pd Piemonte, chiede le dimissioni di Caucino. Per Francesca Frediani, del Movimento 5 Stelle, si tratta di «dichiarazioni indegne per un’esponente di una giunta che dovrebbe ben sapere che per legiferare sono necessarie competenza e conoscenza adeguata del tema, magari supportata da numeri, statistiche e puntualità nelle osservazioni. E tutto ciò non ha nulla a che vedere con l’essere o meno madre». Marco Grimaldi, di Luv, auspica un passo indietro: «Dal presidente Cirio mi aspetto che chieda all’assessora Caucino pubbliche scuse nei confronti delle donne che ha offeso». Ma l’esponente della giunta puntualizza la sua posizione. «Solo quando ho avuto in grembo il mio bambino ho capito certe cose. Le madri sono collegate ai figli da un cordone, lo nutrono, c’è un legame fisico. Il mio non è sessismo o una posizione da cattolica: io difendo le mamma e i papà». E poi su alcune dichiarazioni della minoranza: «Un conto è lo scontro politico, un altro sono menzogne che minano la mia reputazione. Mi sono sentita dire che odio i bambini. Ma scherziamo? A brevissimo querelerò chi ha pronunciato queste parole».

Salvini e l'aborto: «Il pronto soccorso  non è la soluzione a stili di vita incivili». Pubblicato domenica, 16 febbraio 2020 su Corriere.it. Il leader della Lega Matteo Salvini, parlando domenica sera al Palazzo dei Congressi dell’Eur a Roma, dove si trovava per la manifestazione della Lega «Roma torna capitale», è intervenuto anche sul tema della sanità. Nell’ambito di un discorso sull’affollamento dei pronto soccorso, ha parlato anche dell’aborto. «Abbiamo avuto segnalazione che alcune donne, né di Roma né di Milano, si sono presentate per la sesta volta al pronto soccorso di Milano per l’interruzione di gravidanza», ha detto. Poi, citando le testimonianze che gli sarebbero state fatte da operatori sanitari di Milano, ha detto che «ci sono donne che si sono presentate sei volte per una interruzione di gravidanza. Non è compito mio né dello Stato dare lezioni di morale, è giusto che sia la donna a scegliere per sé e per la sua vita, ma non puoi arrivare a prendere il pronto soccorso come la soluzione a uno stile di vita incivile». «Qualcuno ha preso il pronto soccorso come il bancomat sanitario per farsi gli affari suoi senza pagare una lira», ha aggiunto, prima di concludere: «La terza volta che ti presenti, paghi». La legge che regola, in Italia, il diritto di interrompere volontariamente la gravidanza è la 194 del 22 maggio 1978. Non è possibile, in Italia, interrompere volontariamente la gravidanza in Pronto soccorso.

Aborto, Viale su Salvini: «Crassa ignoranza  e misoginia». Pubblicato lunedì, 17 febbraio 2020 su Corriere.it da Giulia Ricci. «Crassa ignoranza e misoginia». Così il ginecologo radicale Silvio Viale etichetta le parole del leader della Lega Matteo Salvini, che è intervenuto sull’aborto (qui il video) attaccando gli immigrati che vivono in Italia: «Il pronto soccorso non è la soluzione a stili di vita incivili, ci sono donne che lo fanno sei volte». Così, il medico noto per le sue battaglie pro-aborto snocciola dati: «Solo il 2,3% delle donne fa 3 o più interruzioni volontarie di gravidanza e di solito sono anche quelle che hanno fatto più figli, mentre i 3/4 sono alla loro prima. Ridicola la polemica contro le donne straniere. Se è vero che fanno il 30% delle interruzioni, di cui il 40% dei Paesi dell’est, è altrettanto vero che il 22% dei nati ha almeno un genitore straniero. Condannare e punire le donne ed essere indulgenti con i maschi è tipico della misoginia. Quella misoginia ignorante che dieci anni fa faceva dire a Cota, che “la RU486 (la pillola abortiva, ndr) sarebbe marcita negli armadi”, e che oggi spinge Salvini a prendersela con il 2% delle donne, come male assolute». «Oggi al Sant’Anna di Torino – continua Viale - il principale ospedale italiano per la 194, la RU486 è utilizzata in oltre 2.000 casi, con le interruzioni mediche che hanno superato quelle chirurgiche. Ignorante era Cota e ignorante è Salvini, che non sa neppure che il segreto di legge e professionale tutela le donne. Se vi fosse una sanzione, nessuna lo dichiarerebbe e devo dire crudamente a Salvini, che non rimangono delle tacche sull’utero a ricordo». Ma la polemica arriva anche in Consiglio regionale, dove ad attaccare il leader della Lega è la grillina Sarah Disabato:«La vera inciviltà è la sua affermazione. L’interruzione volontaria di gravidanza è un tema che va affrontato con serietà, non certo a beceri colpi di slogan e frasi ad effetto. Se la Lega intende mettere mano alla legge 194 lo dica chiaro e tondo, senza nascondersi dietro le provocazioni del suo leader». Poi, il dito si sposta sulla giunta Cirio: «In tal senso – continua Disabato - è preoccupante il silenzio degli esponenti leghisti del Piemonte, ed in particolare dell’assessore alla Sanità Luigi Icardi. Cosa ne pensa il titolare della Sanità piemontese delle parole di Salvini? Vuole mettere in discussione questo diritto delle donne piemontesi, sancito da uno dei referendum più partecipati della nostra storia repubblicana? La giunta non può restare in silenzio per sempre: ha il dovere di prendere una posizione per rispetto nei confronti di tutte le donne della nostra Regione. Il M5S è pronto a difendere la legge in ogni sede istituzionale».

·        Il Divorzio.

Gian Antonio Stella per il “Corriere della Sera” l'1 dicembre 2020. «Gira e riggira, er mezzo più mijore / è forse quello de spaccaje er core». Gela il sangue rileggere oggi, a cinquant' anni esatti dall' approvazione alla Camera dopo una seduta fiume della legge Fortuna-Baslini che apriva finalmente al divorzio, la poesia di Trilussa intitolata «Un punto d' onore». Dove Carlo Alberto Salustri coglieva con amarissimo sarcasmo, agli esordi del Novecento, l'ipocrisia tra l'ostilità assoluta verso il divorzio (proposto la prima volta nel 1878 dal deputato Salvatore Morelli, incenerito subito da una vignetta che lo vedeva circondato da donne in giacca, cravatta, sigaro e cilindro) e la comprensione (meglio: complicità) verso gli assassini «per onore». «È provato, defatti, che la gente» , proseguiva il poeta, «nun vô er divorzio e dice ch'è immorale: / ma appena legge un dramma coniugale / s' associa cór marito delinquente, / che in fonno fa er divorzio a l'improviso / perché manna la moje in Paradiso ...». Certo, i fatti dimostrano anche in questi giorni di ripetuti femminicidi che il passaggio epocale del divorzio non ha magicamente risolto tutti i problemi. Magari! Occorre però ricordarsi come andava «prima» per capire perché l'approvazione della legge presentata nell' ottobre del '65 fu così tormentata, così a lungo avversata («Dichiariamo che il divorzio è un attentato contro Dio e contro il Paese!», tuonava nei cinematografi padre Tondi) e infine così benedetta dopo il voto finale da cori entusiastici e da un cartello dei Radicali: «Argentina Marchei ha vinto, Paolo VI ha perso». Aveva ottant'anni, allora, la popolana romana amatissima da Marco Pannella che non perdeva una manifestazione rivendicando il suo diritto, mezzo secolo dopo essere stata piantata dal marito mai più rivisto, di sposare il compagno d' una vita col quale era diventata madre e nonna. Ne aveva 73, dall' altra parte, Giovan Battista Montini, di cui L'Osservatore pubblicherà nel 2010 un appunto autografo che la dice lunga sulla sua sofferenza in quei mesi: «Far sapere all' Ambasciatore d' Italia che la promulgazione della legge sul divorzio produrrà vivissimo dispiacere al Papa: per l' offesa alla norma morale, per l' infrazione alla legge civile italiana, per la mancata fedeltà al Concordato e il turbamento dei rapporti fra l' Italia e la Santa Sede, per il danno morale e sociale...». Spaccò davvero il Paese, quella legge. Ne valeva la pena? Il referendum quattro anni dopo dirà: sì. È difficile rimuovere la foto che di quel Paese scattò Miriam Mafai: «È una Italia ipocrita e codina, ricca di figli illegittimi di matrimoni infelici condannati all' indissolubilità e di situazioni irregolari, che tuttavia alcuni, i più ricchi, riescono a regolarizzare ottenendo il divorzio all' estero e facendolo poi trascrivere da un nostro tribunale oppure chiedendo e ottenendo l' annullamento della Sacra Rota». Ce l' aveva solo con la destra beghina? Difficile...Dentro l'«altra» chiesa, quella rossa, nessuno poteva dimenticare certe didascalie come «Palmiro Togliatti con la segretaria Nilde Iotti» o l' addolorata e furente lettera al Corriere di Teresa Noce, la moglie di Luigi Longo, che proprio dal nostro giornale aveva appreso, per dirla con Filippo Ceccarelli, «di aver chiesto e ottenuto l' annullamento del matrimonio a San Marino. Un divorzio di fatto, di quelli che potevano permettersi i ricchi dell' epoca e per giunta estortole in modo truffaldino». Così andava, «prima». Basti ricordare le denunce e i processi contro Roberto Rossellini e Ingrid Bergman. Travolti dall' amore, già sposato lui, già sposata lei, fecero tre figli (Renato detto Robertino e le gemelle Isabella e Ingrid) e li iscrissero all' anagrafe di Roma come figli di lui e di «donna che non consente d'esser nominata, ma non è parente né affine a lui». Un guaio. Lei risultava ancora (al di là delle nozze farlocche per procura in Messico) moglie di Peter Lindstrom e l' articolo 231 del codice civile era spietato: «La presunzione legale di paternità a norma della quale il marito della madre è padre del figlio da essa concepito durante il matrimonio, può essere vinta soltanto con l' azione di disconoscimento di cui all' art. 235 c.c. e, quindi, da parte dei soggetti, nei termini e nelle condizioni all' uopo previste, ancorché vi sia stata declaratoria di nullità del matrimonio tra i coniugi». A dispetto del buon senso i figli del regista e dell' attrice andavano iscritti all' anagrafe non col cognome Rossellini ma Lindstrom. Un assurdo. Che rovinò la vita non solo a quella ma a innumerevoli famiglie più o meno conosciute. Tra cui quella di Fausto Coppi e della Dama Bianca Giulia Occhini. Anche loro avevano un matrimonio (con figli) alle spalle, anche loro non si erano sposati, anche loro dopo un matrimonio messicano avevano deciso di fare un figlio «di contrabbando», partorito a Buenos Aires. A lei, però, andò perfino peggio che a Ingrid. Lo ricordano un titolo della Stampa («La signora Locatelli arrestata dai carabinieri e trasferita nel carcere di Alessandria / II mandato di cattura è stato spiccato per "violazione degli obblighi di assistenza familiare, adulterio e condotta contraria al buon ordine della famiglia"»), le pressioni perché il grande campione assumesse la donna come segretaria con tanto di libretto di lavoro, tessera Inps, bollini e un processo dove il giudice tempestò la domestica: «Dormono insieme o in camere separate?». Un supplizio, amplificato da Enrico Locatelli, il marito, che si vendicò così: «Non chiederò il disconoscimento di questo figlio e neppure di altri, se ne dovessero venire». Aggiungendo: «Prima si sono divertiti loro, adesso mi voglio divertire un po' io». Quella era la legge. Al punto che un pretore si spinse ad attribuire la paternità del figlioletto nero d' un marine Usa alla madre e al suo marito da anni disperso in Russia. E un altro magistrato condannò a quasi tre anni di galera (tre anni!) un siciliano, Alfredo Marsala, che aveva riconosciuto i sette figli fatti con la sua compagna (rea d' esser da anni separata dal marito) facendo dunque «dichiarazioni false». Orrori. Chiusi solo col superamento dell' articolo 231 grazie al nuovo diritto di famiglia del 1975. Una svolta attesa da una moltitudine di vittime di norme insensate. Basti sfogliare l'«Enciclopedia di polizia» di Luigi Salerno del 1952 a uso dei funzionari pubblici. «La moglie non può donare, alienare beni, immobili, sottoporli ad ipoteca, contrarre mutui, cedere o riscuotere capitali... Senza autorizzazione del marito». «È indiscutibile come il danno che dall' adulterio della donna ricade sul marito sia infinitamente più grave del danno che dall' adulterio del marito ricade sulla moglie: una moglie tradita, dice il Moggione, può essere compianta, un uomo ingannato è ridicolo se ignora, disonorato se sopporta, vituperevole se accetta cinicamente il suo stato». «Omicidi a causa d' onore. Non è richiesta assolutamente la sorpresa in flagranza, perché vi possono essere anche altri casi nei quali...». «Non è ammessa l' azione di separazione per l' adulterio del marito, se non quando egli mantenga la concubina in casa o notoriamente in altro luogo...». La separazione «non conferisce alla donna la facoltà di assumere cittadinanza diversa da quella del marito». Quello era il contesto. E la sola rilettura di qualche manciata di parole oggi impronunciabili fa capire perché quel giorno è ricordato da milioni di italiani, soprattutto, ma non solo donne, come una festosa liberazione.

Gian Antonio Stella per il “Corriere della Sera” il 5 dicembre 2020. A un certo punto, nelle sentenze della Sacra Rota, non mancò neppure la «mascolinità sicula». Accadde nel 2003, quando il «Tribunal Rotae Romanae» si trovò a valutare la richiesta di annullamento del matrimonio di una moglie siciliana decisa a far notare come il marito l' avesse fin dal principio sposata pensando che, non fosse andata bene, lui l' avrebbe piantata senza tenere conto della sacralità delle nozze. E poiché «è ormai pacifico che il fermo proposito di ricorrere al divorzio, nella sua molteplice e varia motivazione, comporti nullità del consenso», scrisse il giudice rotale, «si riconosce che la radicata mentalità dell' uomo e la esagerata supremazia della mascolinità sicula non potevano non comportare l' esclusione dell' indissolubilità». Sono stati tanti, nella storia, i ricorsi al tribunale della Chiesa per sciogliere l' insolubile. Basti ricordare tra i casi più noti quelli di Guglielmo Marconi, Carolina di Monaco, Francesco Cossiga, Vittorio Gassman. E certe sentenze furono scritte con un linguaggio così contorto e barocco, come dimostrò Mauro Mellini nel libro Le Sante Nullità , da essere spassose. E da lasciare spesso il dubbio su certe scappatoie. Dubbio che toccò perfino Papa Wojtyla che nel 2005 parlò di «interessi individuali e collettivi che possono indurre le parti a ricorrere a vari tipi di falsità e persino di corruzione allo scopo di raggiungere una sentenza favorevole». Sarebbe un peccato, però, in occasione del Cinquantenario della legge sul divorzio contrapposta anche in questi giorni all' andazzo della Sacra Rota, non ricordare un capolavoro comparso tanti anni fa. Era arrivata la notizia che i magistrati rotali, che già su questo tema si erano esibiti più volte, avevano concesso l' annullamento a una coppia con la motivazione che lui era impotente e non poteva assolvere a una parte fondamentale dei suoi doveri. Il pezzo finì nella pagina curata da Dino Buzzati. Narra la leggenda che lo straordinario cronista e scrittore bellunese girò e rigirò tra le mani il dattiloscritto: come poteva raccontare tutto senza turbare certi lettori un po' bigotti, senza usare parole esplicite, senza un minimo di spazio dovendo fare il titolo con meno di ventisette caratteri? In quel momento scese dal cielo un raggio di sole e lo illuminò. Ne uscì un prodigio basato sullo stacco d' una virgola: «Non coniugava, l' imperfetto».

·        Nelle more di un divorzio.

Miriam Romano per “Libero quotidiano” il 19 ottobre 2020. Beatrice lo racconta su uno di quei blog dove anonimi utenti si scambiano consigli sui propri affari privati. «Dopo sette anni dal divorzio, mi sono risposata con mio marito», la butta lì. «Mi sono guardata attorno», precisa poi, «sono uscita con diversi uomini e alla fine mi sono resa conto che mio marito non era poi così male». Beatrice, non dev' essere una gran romanticona. O almeno ce la immaginiamo così dietro la tastiera: una donna pratica che a cinquant' anni (età che il sito in questione non occulta), sceglie di riscaldare la vecchia minestra, che già una volta le era andata di traverso. Ma oggi chissà. Non è la sola. Risposarsi con la stessa persona è un fenomeno, non così frequente, ma che accade. Qualche anno fa, l' ordine degli avvocati aveva pure dato i numeri: circa seimila coppie l' anno, dopo il divorzio, si rimettono insieme. Convogliano in seconde nozze, dimentichi dei litigi, dei difetti dell' altro, della noia del quotidiano. Sul tema, è persino appena uscito un libro: «Risposami! Crisi & rinascita della coppia», scritto dalla neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta milanese Mariolina Ceriotti Migliarese.

UNA FOLLIA. I commenti degli utenti del web al racconto di Beatrice sono tutt' altro che positivi. Non gliele mandano a dire. Chi le dà della "folle" per essere caduta due volte nello stesso errore, chi con più delicatezza ironizza. Un tale Gianmarco, raccogliendo molti consensi, le scrive: «In bocca al lupo. Sposarsi una volta è già una mezza follia. Due volte è coraggio vero». Tornare sui propri passi, sgomberiamo subito il campo, è una scelta, spesso e volentieri, tutt' altro che indirizzata dalla passione. «Quando dopo un divorzio, si sceglie di tornare con lo stesso partner dopo anni, il rischio è che si tratti di un ripiego perché non si è trovato nessun altro con cui dividere la propria vita», spiega Miolì Chiung, psicoterapeuta e responsabile dello studio Salem. «Ci sono certamente diverse situazioni e diverse motivazioni alla base di una scelta di questo tipo», prosegue l' esperta, «ad esempio c' è chi si era sposato da molto giovane. Coppie i cui obiettivi sono man mano cambiati nel corso del tempo fino a divergere completamente. Si arriva in questo modo a un divorzio. Ma può accadere, sebbene non sia così frequente, che dopo diverso tempo, le strade riescano a ricongiungersi dopo la separazione».

E poi ci sono le coppie con figli. Chi dopo il divorzio, prova a tornare insieme per il bene della prole. «Questa è la situazione più delicata», spiega Chiung, «perché quando ci sono di mezzo terze persone, come appunto i figli, che hanno già vissuto il dolore del divorzio, scegliere di tornare insieme non è per forza un bene. Sottoporre i figli a una sorta di "Yo-yo" emotivo, può essere controproducente. In questo caso, le coppie dovrebbero valutare con molta attenzione i propri passi». Sono solitamente gli ex di mezz' età a scegliere di riappacificarsi e tornare sull' altare. Sprovvisti di possibilità con altri partner, si guardano al passato. «Forse si è cresciuti e i difetti del partner non sono più considerati così insopportabili. O forse è la paura di rimanere soli, dato che il numero di possibilità di incontrare qualcun altro secondo diversi pazienti si riduce man mano che si avanza con l' età. E quindi in questo caso ci si fa andare bene qualcosa che prima, per un motivo o per l' altro, non era andato bene», prosegue la psicoterapeuta. Prima, però, di incorrere nello stesso errore, da cui si era riusciti a scampare, bisognerebbe ponderare bene la decisione. «Ci si dovrebbe interrogare sulle motivazioni della precedente rottura. Ora le cose sono cambiate davvero?», precisa Chiung. Ma i doppi matrimoni tra medesimi coniugi non sempre conseguono a un divorzio. C' è chi si risposa non essendosi mai lasciato. Ci sono persino coppie "famose" che hanno percorso questa strada, come gli inseparabili Victoria e David Beckam. Solo una piccola parte di "coniugi-bis" rinnova le promesse per sfoggiare di nuovo l' abito matrimoniale, agghindarsi e ricercare una location possibilmente più bella ancora della prima.

PROMESSA. La maggioranza sono coppie mosse dal desiderio di ripromettersi amore eterno. Esserselo giurato solo una volta, tanti anni addietro, a questi sposi pare troppo poco. «Capita, per esempio, a chi vuole rinsaldare il legame quando si arriva a un' età più matura, magari facendo partecipare alla cerimonia i figli che al tempo del primo matrimonio ancora non erano nati», racconta Miolì Chiung. E dunque spose e sposi, non più giovani e ingenui, si scambiano le fedi di nuovo. Consapevoli dei bisticci, delle rogne, dei torti subiti vicendevolmente, sui quali però ha trionfato l' amore. Quando il matrimonio funziona e non capitombola in un divorzio, oggigiorno, in effetti, conviene festeggiare.

Salvatore Dama per “Libero quotidiano” il 30 maggio 2020. Questa è la storia della compagna Laura e di Andrea, il suo fascio-fidanzato. Un amore finito male, perché lei, di sani principi democratici, quando ha scoperto con quale "orrendo" estremista di destra si stava per congiungere, ha mandato all' aria il matrimonio. Niente "compromesso storico". Manco sotto le lenzuola. Ed è un fatto inedito. Perché oggi le coppie scoppiano per corna, noia, scazzi o "modestie" sessuali. La pregiudiziale ideologica (ammesso che sia vera) è una cosa nuova. Però non è per questo che la coppia è finita sulla stampa locale. È successo perché Andrea, ferito nei sentimenti e nel portafoglio, ha chiamato in giudizio Laura per farsi restituire i soldi della mancata cerimonia e degli arredi di casa. E il tribunale gli ha dato ragione, condannando lei a un risarcimento di 30mila euro. Con ordine. I due - come riporta il Giornale di Vicenza - si conoscono sul traghetto per la Sardegna. È il 2014. Si piacciono, si fidanzano. Laura lavora nel commercio elettronico di prodotti di bellezza ed è un' attivista per la tutela dei diritti umani. Andrea è di Bologna e fa l' operaio. Città rossa e lavoro politicamente corretto: agli occhi di lei, vicentina, deve sembrare l' uomo perfetto. Così dopo tre anni di fidanzamento decidono di sposarsi. Sei mesi prima della cerimonia, però, succede un fatto. Mentre guardano vecchie foto di lui, viene fuori il suo passato da camerata. Andrea le spiega che con la politica ha chiuso. Erano pulsioni giovanili. Laura sul momento si placa. Ma poi inizia a indagare sui trascorsi del suo futuro marito. E boom: la cooperante scopre che il suo bello apparteneva a un' organizzazione di estrema destra. E, peggio ancora, a suo carico c' è anche una vecchia denuncia per omofobia. Una aggressione a due ragazzi gay. Chiamato a riferire davanti al "tribunale del popolo", Andrea spiega la sua versione. «A quei due ragazzi non ho fatto niente, l' inchiesta a mio carico è stata archiviata». E infatti le cose stanno così. Quanto alla sua affiliazione, il ragazzo giura di aver tagliato ogni legame con i neo-fasci bolognesi: «È roba di vent' anni fa, non li ho mai più visti». Niente da fare, Laura non transige. Un neo-nazi è per sempre, come i diamanti. Ma - ed è questo il motivo per cui è stata condannata - invece di mollarlo, lo lascia a bagnomaria. È fredda e sfuggente sì, ma non fa parola della sua decisione, mentre lui va avanti con i preparativi del matrimonio. La nostra Carola Rackete si decide ad annunciare il due di picche solo a una settimana dal giorno del fatidico "sì", lasciando il Balilla come un fesso. Gli scrive anche una lettera. Spiegando che, tra chi saluta col pugno chiuso e chi con il braccio teso, non ci può essere futuro. La decisione di emarginare il fascio risaliva a mesi prima. Ma lei non aveva avuto il coraggio di affrontare l'argomento, mentre il "nero" andava avanti come un wedding planner, acquistando confetti e la cucina da Ikea. Scema, lei. Perché Andrea porta in tribunale quel pezzo di carta olografo. Il dolore ora è diventato rabbia. Vuole essere risarcito. Ci sono le spese per il banchetto nunziale, gli addobbi della chiesa, le bomboniere, il vestito, l' appartamento dove avrebbero dovuto vivere una volta sposati. E poi che dire della figura di merda con i parenti? Fascista (ex) sì, fesso no: l' uomo vuole essere pagato sia per il danno materiale che per quello morale. E il Tribunale di Vicenza gli dà ragione. Laura dovrà versare ad Andrea 30mila euro. Non solo per rifondere le spese del matrimonio mancato. I giudici hanno riconosciuto all'uomo bolognese anche il danno per la perdita di chance. Se egli avesse saputo prima delle intenzioni della donna di mollarlo, nel frattempo si sarebbe potuto mettere su piazza, trovando un' altra fidanzata. Magari una di Casa Pound.

G.D.S. per “il Corriere della Sera - Edizione Roma” il 26 maggio 2020. Dal 2014 ha interrotto «arbitrariamente» di versare l' assegno di mantenimento dei figli minori. «Condotta discutibile», tale persino da aver «esasperato» l' ex moglie, scrive il giudice nelle motivazioni della sentenza con cui, però, assolve l' imputato dal reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare. «Il fatto non sussiste», si legge nel provvedimento, perché «nonostante gli omessi adempimenti l' uomo non ha deprivato i figli minori dei mezzi di sussistenza primari, facendo fronte direttamente egli stesso alle esigenze morali ed economiche dei suoi ragazzi». Per esempio, ricorda il giudice, «consegnando brevi manu il denaro agli stessi per le spese mediche e di abbigliamento». La tesi tuttavia non è stata condivisa dal pm, che invece aveva avanzato una richiesta di condanna a quattro mesi di reclusione. Certo il giudice stigmatizza il comportamento dell' uomo: «La condotta dell' imputato è discutibile perché ha arbitrariamente deciso di non versare più gli ordinari mezzi di pagamento al coniuge». Però l' addebito da elevare a carico dell' imputato va ridimensionato in quanto ha comunque provveduto alle esigenze del nucleo famigliare relative alla crescita, all' educazione e al mantenimento dei figli. La vicenda ha inizio nel 2014 quando l' imputato, imprenditore a Ostia, smette di versare l' assegno di mantenimento di 650 euro al mese per i figli, pur essendovi obbligato come stabilito dal Tribunale civile all' esito del giudizio di separazione. A quel punto l' ex moglie lo denuncia perché si trova ad avere «delle difficoltà a provvedere alle incombenze a suo diretto carico inerenti il mantenimento dei figli». L' uomo finisce sotto processo. In aula il resoconto della moglie - come nota il giudice - appare esasperato proprio dalle complicazioni nate dalle scelte dell' ex compagno. La signora però ammette anche che l' ex marito le ha dato 58 mila euro per l' acquisto della casa. Interrogato, l' imprenditore- difeso dell' avvocato Pablo De Luca - confessa le sue mancanze: «È vero, materialmente non ho più consegnato i soldi per i miei figli alla mia ex moglie, ma non perché non li avevo: forse ho sbagliato ad agire così di testa mia, ma io penso ai miei figli tutti i giorni della mia vita». Anzi l' imputato prova a rovesciare in aula la situazione: «Mai mi sarei aspettato di trovarmi qui, perché la mia ex moglie sa benissimo che io ho fatto da padre e da madre. Penso a tutto per i miei figli». Fa anche un esempio: «In vacanza, mio figlio lo porto cinque volte all' anno. Gli devo pagare anche la vacanza con la mamma?». Nell' interrogatorio è senza freni: «Il completo per il calcio glielo laviamo al 50 percento io e al 50 percento mia madre. Quando la mia ex mi diceva di avere difficoltà a fine mese, ho dato 100 o 200 euro ai miei figli perché glieli portassero». E infine l' imprenditore conclude: «Ho la coscienza pulita al cento percento». E il giudice, assolvendolo, gli ha creduto, ritenendo la sua testimonianza documentata.

Da "ilmessaggero.it" il 21 aprile 2020. Nozze annullate se la moglie è gay. L'omosessualità della moglie, anche nel caso di un matrimonio durato più di dieci anni e arricchito dalla nascita di tre figli, è stato riconosciuto dalla Cassazione come motivo valido per la delibazione di una sentenza ecclesiastica di annullamento delle nozze, in questo caso di una coppia pugliese, insieme all'esclusione della indissolubilità del vincolo da parte del marito. Invano il Pg si è opposto parlando di decisione «discriminatoria» della libertà sessuale e affettiva della donna considerata affetta da «malattia psichica».

Da “la Stampa” il 2 marzo 2020. Basta poco per far scattare la separazione con l' addebito, tornato di moda nei tribunali dopo un periodo di soffitta, per punire il presunto colpevole dell' affossamento del matrimonio. Sono sufficienti delle foto che mostrano uno dei coniugi in un «atteggiamento di intimità» non meglio specificato, ma che «secondo la comune esperienza induce a presumere l' esistenza di una relazione extraconiugale». Il via libera a questo tipo di prove senza appello - non corredate da sms, ricevute sospette, testimoni della scappatella - arriva dalla Cassazione.

La presunzione. I supremi giudici - verdetto 4899 - hanno confermato la "colpa" di un marito romano, Roberto R., accusato di tradimento dalla moglie Isabella per alcune foto che lo mostrano vicino ad una donna. Immagini, quelle in questione, che non danno conferma immediata e palmare di una relazione adulterina ma la fanno «presumere» non si sa da quali indizi, se non il riferimento al dato di «comune esperienza», criterio assurto ad ago della bilancia per accollare la colpa morale di aver infranto l' obbligo di fedeltà. Sulla base della labile traccia di una «produzione fotografica» che lo ritraeva nei pressi di una donna «in un atteggiamento di intimità che secondo la comune esperienza induce a presumere l' esistenza tra i due di una relazione extraconiugale», la Cassazione non ha creduto a Roberto che sosteneva che si trattava solo di un «atteggiamento puramente amicale». Magari camminava a braccetto con una compagna del liceo incontrata per caso, o toglieva un capello dalla giacca di una collega in pausa pranzo. Gesti di «intimità» che, sembrano far capire i giudici, non finiscono lì, c' è dell' altro, è «comune esperienza». La coppia, scoppiata per delle foto che sembrano solo un grande punto interrogativo, non ha in ballo nessun interesse patrimoniale, ognuno è autosufficiente e non ha chiesto nulla all' altro. Roberto e Isabella hanno un' unica figlia maggiorenne e quasi del tutto autosufficiente alla quale il padre deve dare 200 euro al mese per aiutarla. I due non hanno litigato per la casa, l' affido dei figli, l' entità dell' assegno, i periodi di villeggiatura e il gatto. Hanno pagato avvocati e scomodato giudici per delle foto che sono solo un sospetto. Magari una bufala come Bradley Cooper e Lady Gaga a cantare "Shallow" la notte degli Oscar.

Patrizia Maciocchi per ilsole24ore.com il 13 febbraio 2020. La notorietà del marito non è una buona ragione per mantenere il suo cognome dopo il divorzio. Neppure se con il nome dell’ex la signora è nota nei salotti buoni. La Corte di cassazione (3454) respinge il ricorso della donna che, dopo il divorzio, non si poteva rassegnare a riprendere il suo nome da “signorina”, mandato in soffitta, ancora prima del fatidico sì, per barattarlo con quello del suo più famoso consorte, che rifiutava però di lasciarglielo come trattamento di fine rapporto.

La luce riflessa. Inutilmente la ricorrente cerca di convincere i giudici dell’importanza di continuare a chiamarsi con il nome acquisito dopo le nozze. Un diritto che considerava anche nell’interesse della figlia, per il disagio che avrebbe provato nell’ambiente scolastico se la madre fosse stata costretta a presentarsi come la signora tal dei tali. Ma, pregiudizi per la figlia a parte, gli argomenti usati dalla ricorrente sono essenzialmente ”mondani”. Utilizzando il suo nome avrebbe perso certamente la luce “riflessa” che le derivava dalla notorietà del marito, nelle frequentazioni sociali. In più ai giudici la ricorrente chiedeva di tenere conto, sapendo di non poter contare su un matrimonio lunghissimo, anche del periodo di fidanzamento durante il quale si presentava già come la signora X.

Solo la vedova può. La Cassazione non è sensibile al tema. I giudici della prima sezione civile, ricordano che per conservare, di regola, il cognome del marito è necessario essere vedove, salvo poi perderlo se si convola a nuove nozze. Negli altri casi servono delle ragioni eccezionali che sta al giudice valutare. E nel caso esaminato i giudici non trovano proprio nulla di eccezionale. La figlia si troverà in una situazione analoga a quella vissuta da tutti i figli di divorziati. E la signora, che si era sposata a 38 anni, potrà tornare al nome che utilizzava prima di incontrare il brillante marito e con il quale, vista l’età delle nozze, avrà acquisito, anche se lei per prima sembra non crederci, una sua identità. Dunque nessun diritto di ”usucapione” del nome.

Il pregiudizio per l’ex marito. Mentre l’uso, anche dopo lo scioglimento degli effetti civili del matrimonio, malgrado l’opposizione dell’uomo, si può tradurre in un pregiudizio per l’ex marito che intenda ricreare, esercitando un diritto fondamentale, un nuovo nucleo familiare rendendolo riconoscibile come attuale, anche nei rapporti sociali e in quelli rilevanti giuridicamente. Quanto alle frequentazioni mondane, certamente sapranno già tutto sulle vicende della coppia.

Massimo Sanvito per “Libero quotidiano”l'11 febbraio 2020. Storia singolare, quella che vi raccontiamo. Storia di liti e tribunali, e con un verdetto che - come spesso accade - non chiarisce a noi "spettatori" da che parte sia davvero la ragione. Con il "colpevole" accusato di aver messo la madre malata davanti alla moglie nella gerarchia della priorità. E la consorte furiosa che lo cita in giudizio. Succede che a Messina ci sia una famigliola composta da papà, mamma e figlioletta. La madre di lui, però, è gravemente malata e ha assoluto bisogno di cure. Dall' altra parte c' è una moglie, definita dall' uomo gelosa e possessiva. Proprio lui decide che non può mica fregarsene di chi l' ha messo al mondo, e dunque lascia casa sua per trasferirsi da lei ad assisterla. Allora scoppia il finimondo, con la moglie che si presenta in Tribunale per fargliela pagare: pretende la separazione, e che sia da addebitare solo la marito, ragion per cui è lui che dovrebbe pagare le spese di mantenimento a lei e alla bambina. Succede poi che il Tribunale, la Corte d' Appello e pure la Cassazione diano ragione alla donna. La colpa è solo dell' uomo, perché ha violato il dovere di coabitazione coniugale. Poco importa che non se ne sia andato di casa per scappare con l' amante, ma per l' appunto per curare la mamma malata. Il colpevole della rottura del matrimonio è solo lui. E deve pure pagare gli alimenti, nonostante la (ex) moglie abbia una borsa di studio da 800 euro al mese. Di fatto, secondo i giudici il marito avrebbe potuto prendersi cura dell' anziana anche senza venir meno ai doveri coniugali. Perché tra i principi del matrimonio, oltre alla fedeltà nella cattiva e nella buona sorte, c' è pure il dovere di vivere sotto lo stesso tetto. In effetti, lasciare la casa coniugale è un reato previsto dal codice penale, che prevede anche la reclusione fino a un anno di galera o una multa compresa tra i 132 e 1.032 euro. Tutto comprensibile, ma - come detto - qui non si tratta di un fedifrago che abbandona moglie e figlia per scappare con la ventenne di turno. Possibile che, al netto di screzi forse precedenti di cui non siamo a conoscenza, non possa decidere di assistere la mamma malata? Per andarsene da casa senza rischiare nulla, secondo la legge, il partner deve provare che ci siano stati "infedeltà, violenza fisica, verbale e psicologica, il venir meno dei rapporti sessuali, le inconciliabili incompatibilità caratteriali". Per tutto il resto non esistono giustificazioni. Ma in tema di violazioni degli obblighi famigliari, i casi curiosi e a dir poco discutibili non mancano. A inizio anno, per esempio, una donna di Sassari è stata condannata dalla Cassazione perché se n' era andata di casa per due giorni. Dopo vent' anni di matrimonio ha deciso di prendersi una pausa di riflessione e allontanarsi dal marito e dai due figli. Mai una scappatella, mai una sbandata, mai un tradimento. Il tempo di capire che voleva proseguire la sua vita insieme alla sua famiglia e si è ripresentata a casa. Peccato che la serratura era già stata cambiata e il suo compagno di una vita si è rifiutato di darle una seconda possibilità. La magra consolazione è stato l' affidamento congiunto del figlio più piccolo, che ora vive con lei. Ma intanto la donna ha perso l' assegno di mantenimento e la casa coniugale, oltre a vedersi confermato l' addebito. I giudici non hanno fatto sconti: alla donna sono bastate 48 ore per rovinarsi.

Divorziare? Fino a sette anni di attesa per la sentenza di primo grado. In Italia i tempi per le separazioni e i divorzi sono particolarmente lunghi. Il problema è strutturale e una riforma di questo tipo di processi si può e si deve fare per dare alle persone risposte rapide e certe sulla propria vita. Alessandro Simeone Avvocato del Comitato Scientifico de Il Familiarista, portale interdisciplinare in materia di diritto di famiglia di Giuffrè Francis Lefebvre, il 19 Novembre 2019 su La Repubblica. Una delle prime domande che chi vuole separarsi rivolge all’Avvocato è: “ma quanto tempo ci vuole?”. Le reazioni alla risposta sono più o meno standard: occhi sbigottiti e imprecazioni. Perché separarsi (e divorziare) è un percorso lunghissimo, oltreché - molto spesso - assai doloroso e costoso. Se si trova un accordo - e questo accade grazie al lavoro di mediazione di quegli avvocati poco desiderosi di rimanere invischiati in procedimenti eterni - i tempi sono accettabili: dai tre ai nove mesi per separarsi e altrettanti per divorziare. Usando poi la negoziazione assistita, procedimento con cui si salta il passaggio in Tribunale, ci si può separare in un mese e divorziare in sette. I problemi cominciano quando l’accordo è impossibile. Secondo le statistiche del Ministero di Giustizia, un processo di primo grado dura in media tre anni, quello in Appello due anni e tre mesi, quello in Cassazione (dati del 2017) altri tre anni e quattro mesi. Totale 3.130 giorni. Per le separazioni e i divorzi la situazione può anche essere peggiore. La legge, infatti, prevede che ai tre anni di media del processo civile ordinario, siano aggiunti quelli della prima fase “speciale”, prevista solo per chi vuole lasciarsi; una fase che dura dai quattro mesi (nei Tribunali virtuosi e per le situazioni urgenti) ai dodici di quelli più in affanno; il che porta a una durata complessiva che non difficilmente è inferiore a tre anni e mezzo/quattro, periodo che è destinato ad aumentare nelle situazioni particolarmente complesse. I tempi raddoppiano se si vuole anche divorziare. Facendo due rapidi calcoli, per arrivare a una sistemazione (più o meno) definitiva non è difficile impiegarci sette anni solo per il primo grado. Quali sono i motivi di questa lunghezza? Sarebbe falso dare la colpa agli avvocati che, nel procedimento civile, non hanno alcun potere di dettare i tempi. Sarebbe facile – e superficiale - dare la colpa ai magistrati che certamente non si divertono a dilatare a dismisura i tempi. Il problema, almeno per il diritto di famiglia, è proprio strutturale: alla naturale litigiosità dei coniugi – molti dei quali vedono nel conflitto giudiziario il modo per prolungare la loro relazione - il legislatore dovrebbe rispondere con l’accorciamento dei tempi per il processo, sforbiciando drasticamente molti passaggi perfettamente inutili (come quello dell’ultima udienza in cui gli avvocati non fanno altro che ribadire le loro richieste), privilegiando (come accade nel penale) la discussione orale, a scapito di quella scritta. Di tutto questo, però, non v’è traccia nei numerosi processi di riforma del processo civile di tutti gli ultimi governi. Forse perché si ritiene che separazioni e divorzi non incidano sulla competitività del sistema; un’opinione che ha come presupposto la mancata comprensione di quanto, invece, sia importante per le persone avere risposte rapide e certe sulla loro vita. Sapere, in tempi accettabili, chi vivrà nella casa, se si deve pagare (o ricevere) un assegno di mantenimento, quando si possono vedere i figli, contribuisce a una maggiore stabilità, con le conseguenti ricadute positive, non solo sulle persone in sé ma sulla loro capacità di essere buoni cittadini ed efficienti produttori di ricchezza personale e collettiva.

Tradimento, se la prova arriva dai social può non bastare nel processo per divorzio. Due sentenze del Tribunale di Catania e della Corte d'appello di Palermo hanno portato alla ribalta i social media come "prova" a carico in un processo per divorzio. Ma non sempre gli screenshoot incriminati sono sufficienti in tribunale per dimostrare l'infedeltà del coniuge o il tenore di vita. Alessandro Simeone Avvocato del Comitato Scientifico de Il Familiarista, portale interdisciplinare in materia di diritto di famiglia di Giuffrè Francis Lefebvre, l'08 Ottobre 2019 su La Repubblica. Nelle cause familiari uno dei punti più controversi è sempre stato quello leagato alla prova del tradimento. L'avvento dei social network, ma soprattutto l'uso spesso incauto che i coniugi che si lasciano ne fanno, hanno cambiato lo scenario. Un tempo gli amanti clandestini si rifugiavano nei motel o si appartavano di notte. Oggi, invece, non sono infrequenti i casi di persone che, prese dall'ebrezza dell'apparire, postano fotografie che li ritraggono in ristoranti di lusso - magari seguite da una recensione su Tripadvisor - o impegnati in vacanze da sogno, con immancabile foto al tramonto su Istagram con una bottiglia di champagne sullo sfondo; così come capita che qualche status o tag sbagliato possano far sorgere più di un sospetto su eventuali relazioni extraconiugali. La Rete non perdona ma soprattutto non dimentica. Se è praticamente impossibile risalire al momento in cui una fotografia è stata scattata, i social sono impietosi nel testimoniare che in quella data, a quell'ora si era in un determinato posto con una certa persona. Ed è così che gli screenshot sono diventati un ottimo strumento per provare l'addebito in una separazione o per aiutare a ricostruire il tenore di vita familiare (valido oggi solo per la separazione ma non per il divorzio). Ma non sempre i post su Facebook o Instagram sono sufficienti. Proprio di recente due sentenze lo hanno ribadito a chiaramente: nel primo caso, affrontato dal Tribunale di Catania, erano state depositate nel fascicolo della causa le fotografie pubblicate ritraenti il marito abbracciato teneramente a un'altra donna; nel secondo caso, discusso dalla Corte d'appello di Palermo invece, la moglie accusata di tradimento, si era limitata ad accettare il cybercorteggiamento di un altro uomo. Entrambe le decisioni hanno precisato che le fotografie, gli status e i messaggi pubblici sui social network possono servire a livello indiziario, ma non bastano a ritenere comprovata una relazione adulterina. Sia il marito catanese che la moglie palermitana l'hanno scampata. Rimane però necessario ribadire che un maggior rispetto della propria privacy e la consapevolezza che usare i social equivale a "mettere in piazza" la propria intimità e quella del proprio partner dovrebbero indurre a una maggior prudenza nella condivisione con gli estranei della propria vita. Il prezzo della vanità 2.0 può anche essere molto caro.

DAGONEWS il 23 gennaio 2020. Alcuni ex non spariranno mai dalla vita del tuo partner. O entrano dalla porta di casa o fanno irruzione nei discorsi. Ma cosa fare quando la presenza di questa persona diventa troppo ingombrante? Tracey Cox ha ritracciato cinque possibili scenari e come ogni singola situazione va affrontata per non uscirne feriti e delusi.

Uno dei due non si aspettava la separazione. La maggior parte di noi presume che il problema più importante sia il tempo che il partner e l’ex hanno passato insieme. È vero che è fondamentale, ma molto più rilevante è scoprire se erano emotivamente preparati per la separazione. Il problema si pone quando uno è ancora follemente innamorato e l'altro ha intenzione di separarsi. Se è il tuo partner a essere stato lasciato improvvisamente non avrà più fiducia in se stesso e soffrirà pensando a come non ha potuto accorgersene prima. Indovina chi affronta le ricadute? Proprio il nuovo compagno che sarà costretto a fare i conti con la versione più diffidente, cinica e timida del proprio partner.

Rimanere o scappare? Se il tuo partner è stato lasciato improvvisamente da poco, è molto probabile che la tua relazione non sopravviva. Dagli una possibilità facendogli sapere che ti rendi conto che stanno ancora soffrendo e si stanno riprendendo, quindi dai loro spazio per respirare. Dì che ti piace davvero, ma non vuoi costringerlo a impegnarsi fino a quando non avrà superato il passato. A quel punto rimani in disparte per un po’ di tempo e valuta i progressi (se ci sono).

Stanno ancora vivendo insieme. Una rottura rapida e inaspettata può anche significare che vivono ancora sotto lo stesso tetto. L'aumento del costo della vita fa sì che è difficile trovare una nuova casa in breve tempo.

Rimanere o scappare? Scopri esattamente qual è l’intenzione del tuo partner: per quanto tempo continueranno a vivere insieme, cosa stanno aspettando per prendere strade separate? Chiarisci con te stesso quali sono i tuoi limiti.  Il fatto è che, sebbene sia finanziariamente più difficile vivere da soli, è ancora possibile condividere con un amico o affittare una stanza. Se vi siete appena incontrati e loro si sono separati da poco, concorda un periodo ragionevole di transizione. Se vi siete appena incontrati e loro continuano a vivere insieme da più di tre mesi senza alcun segno di cambiamento all’orizzonte, fuggi. O hanno problemi con la separazione, o sperano segretamente di conciliarsi o sono troppo pigri per trovare una soluzione. In ogni caso se la situazione dura da molto, scappa.

È come se non fossero mai andati via. Vivono separatamente ma puoi vedere il passaggio dell’ex ovunque? Ti senti un intruso perché lo sei: un ex non è fuori dalla sua vita fino a quando non ha rimosso i segni della loro vita insieme. Foto, vestiti, articoli da bagno sono ancora sparsi in giro. Non vogliono cancellarli o, nella migliore delle ipotesi, non ci fanno caso perché sono disinteressati.

Rimanere o scappare? Se hanno una reazione scomposta e non hanno alcuna intenzione di non farti sentire la presenza del terzo incomodo, fuggi.

Ne parlano costantemente. Parlare costantemente dell’ex è di gran lunga il peggior segno che la spina non è stata staccata. Peggio ancora se sono ossessionati da ciò che fanno e li seguono sui social.

Rimanere o scappare? Massima attenzione: questa persona è emotivamente bloccata. Significa che questa persona è intrappolata nel passato. Fai presente al tuo partner che la situazione non ti fa piacere. Se non cambia nulla, fuggi.

Sono ancora buoni amici. In apparenza, tutto sembra incredibilmente adulto e maturo. Finché non noti che il tuo partner chiama l’ex per discutere di un problema, abbassa la voce quando chiama e si allontana. Siamo onesti: è facile rimanere amici con un ex se la relazione non era seria. Ma non ci sono troppe persone che hanno avuto relazioni intense che possono dire di essere buoni amici. Molte persone tengono i loro ex su una lama: non li vogliono, ma non vogliono neanche che si rifacciano una vita. Se sono amici, si vedono molto e si sono separati solo da un mese, fai attenzione. La colpa è un altro fattore: se è il tuo partner ad aver lasciato, è più facile che vengano manipolati. Giocare al soccorritore nella veste di "amico" li fa sentire meglio. Un'amicizia dopo un periodo di separazione salutare e dove ci sono amici in comune non deve farci paura. Vedersi un paio di volte a settimana senza motivo se non hanno figli è un’altra storia.

Rimanere o scappare? Quanto sono vicini e quanto includono anche te? Molto o per nulla? Rispondi a queste domande e, in caso, fuggi.

Viviana Persiani per “Libero quotidiano” l'8 gennaio 2020. «L' Epifania molti matrimoni si porta via». Sarà anche vero, infatti, che quello di Natale è, tradizionalmente, il periodo consacrato alla famiglia, ma, dati alla mano, è anche il momento nel quale le coppie in crisi rischiano definitivamente di scoppiare. Il perché è presto detto. Il lungo periodo di vacanza obbliga, tanti, a dover convivere, 24 ore al giorno, sotto lo stesso tetto, facendo acuire i dissapori e le tensioni, fino al fatidico «facciamola finita». Non a caso, a Milano, tra il 7 e il 30 gennaio, si registra un incremento del 35,1% delle richieste di separazione. Come spiega il sessuologo e psichiatra Marco Rossi: «Passare più tempo insieme, rispetto al solito, fa emergere tutte le incompatibilità. Anche perché molti si sentono sotto pressione: pensano di dover trascorrere un Natale perfetto, proprio come quelli dei film delle feste. E così, anche quando si rendono conto che il rapporto è irrimediabilmente compromesso, si sentono obbligati a rimanere con il partner fino alla fine delle vacanze. Questo periodo dell' anno evoca una risposta così emotiva che a volte le persone vogliono dissimulare le negatività della loro vita e concentrarsi sulle cose felici. Ma solo fino a quando le vacanze finiscono». Insomma, a leggere le statistiche e queste dichiarazioni, si farebbe bene a mettere in chiaro le cose prima del 24 dicembre, per evitare di dover affrontare quindici giorni da "arresti domiciliari". Da questo punto di vista, è interessante il libro La matematica del cuore (Piemme), scritto da Alessandro Nicolò Pellizzari e da Eliselle, testo che si occupa anche di questo problema nel capitolo "Diario di sopravvivenza per le feste". Come spiega la sua autrice: «Le coppie in crisi fanno in genere due errori capitali, cercando di sistemare i loro guai sentimentali, ma ottenendo il risultato contrario: cercare un figlio e programmare una vacanza insieme. In particolare, la vacanza si dimostra letale perché la coppia in crisi spesso sopravvive grazie alla scarsa condivisione del tempo, vuoi per il lavoro vuoi per le incombenze familiari. Le distanze tengono sopiti i problemi che continuano a covare sotto la cenere, ma non appena si ricomincia a stare più insieme, bastano un paio di settimane scarse per innescare i meccanismi classici provocati dalla frustrazione e dal disamore, con l' unica conclusione possibile: fuoco, lapilli e distruzione». Pellizzari aggiunge che «il fondo lo toccano soprattutto coloro che prima delle feste hanno iniziato una storia clandestina. Avere l' amante avrà trasformato i momenti col coniuge in una sorta di tortura. Soprattutto per le donne, da sempre più convinte e coinvolte quando scelgono un altro uomo. Gli uomini invece avranno tirato fuori la cattiveria alimentata dal rancore per il coniuge, visto ormai come principale impedimento per coronare il nuovo sogno d' amore. Tutto ciò si traduce in litigi quotidiani che proseguono anche dopo la Befana». Insomma, appare evidente come la soluzione più logica, sia quella di non trascinarsi i problemi di coppia durante le vacanze natalizie. Che poi, non serve essere in crisi per farsi mandare di traverso il panettone. Avere a casa il marito per 14 giorni, mentre siete alle prese con il cenone della vigilia, con quello di Natale, con quello di San Silvestro, con il pranzo di Capodanno, ovvero quando gli chiedete di andarvi a comprare il sale che sta finendo e lui torna dopo un' ora e mezza come se avesse fatto la Parigi-Dakar, metterebbe a dura prova la resistenza di ogni moglie. Per non parlare della suocera che durante il cenone ti liquida con un «buoni i ravioli di carne, li hai comprati vero?» o un «almeno il brodo è caldo, anche se insipido», cercando di sminuirti agli occhi del figlio. Ecco, diciamo che, a volte, una moglie vorrebbe divorziare da tutta la sua famiglia, indipendentemente dal periodo dell' anno. Altro che Epifania.

Da ilmessaggero.it  il 21 gennaio 2020. Moglie e marito litigano e lei decide di andarsene di casa dopo 20 anni di matrimonio e due figli. Poi, dopo 48 ore, ha deciso di tornare a casa ma non ha potuto rientrare perché il marito, nel frattempo, ha cambiato la serratura della porta d'ingresso dell'abitazione. Il marito, dopo quell'episodio, ha deciso di chiedere il divorzio e i giudici hanno deciso di addebitare la separazione alla donna. La vicenda che ha visto coinvolta una casalinga di Sassari è descritta oggi dall'Unione Sarda: la Cassazione ha confermato le sentenze del Tribunale di Sassari e della Corte d'Appello di Cagliari, addebitando alla donna, "colpevole" di una breve latitanza, la separazione. La donna non sarebbe fuggita con l'amante, ma questo non ha cambiato la decisione dei giudici. Allontanarsi di casa per due giorni, a fronte di due decenni vissuti sotto lo stesso tetto, è una colpa non scusabile quando, come in questo caso, non ci sono state "pressioni, violenze o minacce del marito", scrive l'Unione Sarda. Così, la donna è andata a vivere da sua madre, ha perso ogni diritto alla casa e all'assegno familiare.

Figli troppo tempo coi nonni? Affido a rischio per i separati. Per i giudici i papà non possono delegare ai parenti la funzione genitoriale, neanche per impegni di lavoro. Redazione de Il Giornale Mercoledì 22/01/2020. Attenzione a lasciare troppo tempo i figli ai nonni se si è un padre separato che chiede l'affidamento dei pargoli, soprattutto se c'è una ex moglie non proprio ben disposta. Per i giudici della Corte di Cassazione, infatti, non è una buona prassi delegare la funzione di genitore a mamma e papà. Non importa se ormai i nonni sono un aiuto prezioso per tutte le famiglie con bambini piccoli. Nei periodi in cui i minori devono stare con il papà, non è possibile che siano i nonni a provvedere a loro tutto il giorno e che il genitore si limiti a vederli soltanto la sera al momento di tornare a casa. Per la Suprema Corte è un punto a sfavore del papà separato che chiede l'affidamento dei figli l'accertamento, da parte dei giudici e degli operatori sociali, del fatto che, invece di passare assieme i momenti stabiliti, il genitore lasci i bambini in accudimento ai nonni. Che un tale comportamento remi contro il tentativo di ottenere più tempo da trascorrere con i figli, risulta da una sentenza depositata ieri in Cassazione relativa ad una causa di separazione tra due coniugi. Un'unione dalla quale sono nate due figlie, che ora - come spesso accade - sono oggetto del contendere tra i due ex. La Corte d'Appello aveva stabilito che le minori fossero affidate alla madre. Nel modificare il regime di visita tra le bambine e il padre, gli operatori del Comune erano stati incaricati di monitorare la situazione con la possibilità di intervenire «a limitazione o ampliamento» degli incontri tra le bimbe, il papà e i nonni paterni. I giudici della Suprema Corte hanno deciso di confermare la sentenza di secondo grado e nella decisione hanno stigmatizzato la «scarsa presenza del padre in casa nei periodi in cui avrebbe dovuto tenere con sé le figlie» e la «delega delle sue funzioni genitoriali operata alla propria madre». Secondo le toghe del Palazzaccio il papà «trascorre poco tempo con le figlie che lascia con i propri genitori allontanandosi dalla loro casa, presso cui egli continua a portare le figlie, per tutto il giorno e tornando solo la sera». «Una sentenza non in linea con tempi», secondo l'avvocato Massimiliano Gabrielli, coordinatore nazionale dell'Associazione Padri Separati. «Va sicuramente interpretata - sostiene il legale - ma come al solito non viene riproposta al contrario, verso la madre. Si contesta il fatto che i bambini stiano con i nonni, che il padre cioè deleghi le funzioni di cura e studio a loro, ma non avviene mai il contrario nel caso in cui a farlo sia la madre. È una sentenza che non tiene conto del tempo presente». «Molto spesso - aggiunge il legale - le disposizioni stabilite dai tribunali non tengono conto delle disponibilità di tempo dei genitori e delle difficoltà economiche dei padri per tenere i figli: il padre che esce dalla casa coniugale a volte non ha abitazione adeguata ad accogliere la prole e se è fortunato può appoggiarsi alla casa dei genitori».

Eugenio Pendolini per nuovavenezia.gelocal.it il 21 gennaio 2020. E' entrata in tribunale con addosso un cartellone, su cui era vergato il numero di una sentenza e la foto della figlia. Accanto il nome del marito, trevigiano. D'un tratto è uscita, andandosene. Dopo pochi minuti è tornata: in un attimo si è cosparsa di benzina, dandosi fuoco. Una giovane mamma si è data fuoco davanti alla sede del Tribunale dei minori di Mestre. Il gesto, secondo le prime informazioni, è da mettere in relazione ad un procedimento della giustizia civile che la vede coinvolta. La tragedia si è consumata oggi, lunedì 20 gennaio, sul piazzale di fronte al tribunale dei minori. Immediati i soccorsi da parte dei dipendenti del tribunale che sono accorsi dalla donna con gli estintori e hanno spento le fiamme. La mamma è stata soccorsa e portata all'ospedale. Le sue condizioni sono gravi. Su quanto accaduto indaga la Polizia. È stata ricoverata all'ospedale all'Angelo di Mestre in gravi condizioni. Fonti del nosocomio fanno sapere che la paziente è stata immediatamente presa in cura dai sanitari e intubata. Il cartello che aveva con sé la donna che stamani si è data fuoco davanti al Tribunale dei minori di Mestre fa esplicito riferimento al marito, «un tipo di padre che ha violentato l'infanzia della sua bambina». La giovane ustionata è di origini marocchine. «Ha fatto il massimo - si legge sempre nel cartello - per allontanare la piccola e mandarla in comunità: che vergogna».

"VORREI SOLO UN REGALO DAL 2020: VEDERE I MIEI FIGLI, UNA SOLA VOLTA, TUTTI INSIEME”. Dagospia il 4 gennaio 2020. Da “I Lunatici - Radio2”. Telefonata da brividi nella notte di Rai Radio2. Con i Lunatici Roberto Arduini e Andrea Di Ciancio in diretta, poco dopo l'una e trenta una signora di nome Veronica ha composto lo 063131 per raccontare la sua storia. "Vi chiamo per ringraziarvi per tutta la compagnia che mi fate ogni notte. Sono da sola. Spero che la vostra trasmissione possa aiutarmi. Ho tre figli, il più grande di 34 anni. Mi furono tolti dai servizi sociali tanti anni fa. Una storia lunga e brutta. Il loro papà mi picchiava, sono successe delle cose che non è il caso di raccontare qui e ora. Vorrei solo un regalo dal 2020 e dalla Befana che sta per arrivare: vederli una volta, una sola volta, tutti insieme. Loro sanno di essere fratelli. Mi ricordo ancora il momento in cui me li tolsero dalle mani. Dalle braccia. E' una cosa orribile per una mamma. Una cosa che non auguro a nessuno. Vi chiamo da Riva del Garda. I miei figli si chiamano Alessandro, Matteo e Luca".  La telefonata si è poi chiusa con la signora Veronica in lacrime.

Telefono Rosa al ministro Bonafede: «Il nome è sbagliato e un bimbo con la leucemia non ottiene l’invalidità». Pubblicato sabato, 04 gennaio 2020 su Corriere.it da Rosa Gabriella Carnieri Moscatelli. Illustre ministro, ogni anno le volontarie si riuniscono per fare un escursus dell’anno appena trascorso. Durante l’incontro è inevitabile che si affronti il grande problema della difesa legale delle donne che si rivolgono alla nostra associazione. Il senso di impotenza che pervade tutte noi quando leggiamo alcuni provvedimenti. Ci siamo poste molte domande che giriamo a Lei signor ministro. Perché ad oggi non c’è un progetto di rivisitazione e riorganizzazione dei Tribunali? Le criticità che hanno presentato quest’ultimo anno i tribunali dei minori, le difficoltà oggettive dei giudici di pace non le suggeriscono una accurata analisi? Per essere più chiare le parliamo di episodi avvenuti nei tribunali minorili, impegnati con la parte più fragile della nostra società: i bambini e gli adolescenti. Pochi mesi fa una nostra avvocata ci ha comunicato che su un provvedimento di affido dei minori alla madre hanno sbagliato il nome dei figli. Sappiamo già che un semplice errore per essere corretto ha una procedura lunga e contorta. L’ultimo ha colpito un nucleo di mamma con tre figli, il più piccolo ammalato di leucemia. Il provvedimento con nome sbagliato risale al giugno 2018, a causa di ciò l’Inps ha rigettato la richiesta di pensione di invalidità. Appena arrivata la notifica Inps, nel settembre 2019, si è fatta richiesta di correggere il nome sul decreto. Il 19 dicembre 2019 è stata presentata una nuova richiesta perché dopo tre mesi la correzione non è stata eseguita. Un atto che richiede pochi secondi, atto che deve porre rimedio ad un errore del tribunale, purtroppo dopo tre mesi giace ancora inevaso. Il bambino non può prendere la pensione di invalidità, ogni pratica che la mamma deve aprire non procede perché il provvedimento è sbagliato. Ma questo è uno stato che rispetta il cittadino o lo tratta da “suddito”? E ancora ministro, posso farla partecipe delle dolorose vicende che hanno dovuto affrontare alcune delle donne ospiti delle case rifugio e che ci hanno confermato che viene ignorata completamente la convenzione di Istanbul oggi legge dello Stato italiano. Abbiamo letto l’appello al presidente Mattarella della signora Merighi che denuncia il trattamento che il tribunale dei Minori di Roma le ha riservato. Possiamo affermare, senza temere di essere smentite, che lo stesso trattamento è stato riservato, recentemente, ad una madre ospite di una nostra casa che ha denunciato il marito violento e con un ordine di protezione è entrata in una delle nostre case. Il marito ha ottenuto dal Tribunale dei minori un decreto provvisorio che ignora la decisione del Tribunale Penale di Roma. Solleva la giovane mamma dalla responsabilità genitoriale e colloca la bimba di 14 mesi, presso una casa famiglia. La mamma può seguire se vuole la bambina! Abbiamo scritto a tutte le istituzioni interessate al provvedimento. Nessuna ha risposto. Non basta, il genitore ha chiesto al Tribunale Penale la revoca del provvedimento di “protezione”. Il Tribunale Penale di Roma, con grande professionalità, ha immediatamente avviato il procedimento. A gennaio è stata fissata l’udienza. A lei ministro, chiediamo di far luce su episodi che troppo spesso vedono bimbi strappati alle loro madri che hanno una sola colpa: quella di aver denunciato un marito violento. 

Chiede l’affido del figlio di sei anni, ma l’ok arriva  quando è maggiorenne. Pubblicato sabato, 04 gennaio 2020 su Corriere.it da Gianni Santucci. Il punto chiave di questa odissea burocratica e giudiziaria sta in un aggettivo, quello che identifica il provvedimento: «Decreto definitivo». È quel definitivo che bisogna fissare, se si considera la domanda: un uomo che nel 2006, dopo la separazione dalla moglie, si rivolgeva al Tribunale per chiedere d’urgenza l’affidamento condiviso del figlio e una regolamentazione del proprio «diritto di visita» del bambino. Il piccolo, all’epoca, aveva 6 anni: ma la decisione del Tribunale per i minorenni (il «decreto definitivo») è arrivata soltanto nel 2017, quando il bambino era diventato ormai un ragazzo. Ma non è tutto, perché a quel punto, col ricorso del padre in Corte d’appello, i tempi sono andati ancor oltre. E dunque la sentenza che avrebbe dovuto regolare il diritto di visita di un padre a un bambino di 6 anni è stata confermata quando il giovane, ormai maggiorenne, poteva decidere in autonomia della sua vita e dei suoi rapporti con i genitori. È una vicenda della quale il Corriere non rivela altri dettagli per non rendere identificabili le persone coinvolte, ma che, con immediata evidenza, sollecita una domanda: come è stato possibile? Prima di provare a rispondere, bisogna dar conto dell’ultimo passaggio, che risale al 13 dicembre 2019. Porta infatti quella data la lettera con la quale il legale del padre, Gianpaolo Caponi, con il suo collega Francesco Langè, chiede al presidente del Consiglio e al ministro della Giustizia un maxi risarcimento. Un milione di euro: perché «per colpa di un vuoto decisionale», si legge nella lettera, nel quale non sono state emesse «neppure in via temporanea ed urgente delle regole seppur minime che potessero assicurare una frequentazione periodica», all’uomo «è stato precluso, forse per sempre, il diritto di vivere con il proprio figlio». «Siamo di fronte alla violazione di un diritto primario inviolabile, con un danno irreversibile e non quantificabile», riflette l’avvocato Caponi. La vicenda ha inizio nel 2006 e si genera all’interno di un rapporto di conflitto continuo e profondissimo tra madre e padre, da poco separati. Solo nel 2008 i giudici (onorari) incaricano i servizi sociali di fare un’istruttoria, organizzare incontri padre/figlio «in modalità protetta» e valutare le personalità dei genitori. L’esito di quel percorso è una relazione (depositata nel 2009) nella quale gli assistenti sociali spiegano «di non aver rilevato inadeguatezze genitoriali», anzi «evidenziano quanto i genitori siano importanti punti di riferimento per il minore, in grado di offrire allo stesso risorse differenti, ma comunque preziose». Anche il padre «appare affettuoso con il figlio, capace di condividere con lui momenti sereni e divertenti». Il vero problema resta la «conflittualità tra i genitori». Un’altra relazione è datata 2010, ma non arriva ancora la decisione, e una pronuncia non si ottiene neppure nel 2012 e nel 2014, quando la causa viene trattenuta in decisione, ma poi rimessa sul ruolo, con le audizioni che riprendono nel 2016: fino a quella del 2017 in cui il ragazzo si rifiuta di andare in Tribunale. Il passare degli anni è stato scandito da lettere con richiesta di far vedere il bambino al padre, e nei primi periodi alcuni incontri si riuscivano comunque ad organizzare, anche al di fuori di quelli (della durata di un’ora) con gli assistenti sociali presenti. Padre e figlio riuscivano così a tenere un filo di contatto e una volta passarono anche qualche giorno di vacanza insieme, ma tutto questo è sempre avvenuto senza un quadro di regole definito dalla giustizia. Fino a che, come spiegato dal ragazzo in audizione nel 2014, «i rapporti si sono sempre più diradati, fino a interrompersi». Col decreto del 2017 i giudici affidano il ragazzo (ormai 17enne) in via esclusiva alla madre, spiegando di fatto che è sempre stata una «brava madre», pur non essendo stata in grado di assicurare il diritto alla «bi-genitorialità».

In caso di divorzio la casa familiare rimane ai figli. Marzia Coppola, Studio legale Bernardini de Pace, su Libero Quotidiano il 9 Gennaio 2020. Può succedere che una storia d’amore giunga al capolinea. In quel momento le questioni da affrontare sono moltissime. Tra queste, una delle più spinose e problematiche, è quella di determinare chi possa continuare a vivere nella casa dove la vita familiare si è svolta. Nessun problema se non ci sono figli: la casa rimarrà a chi ne è proprietario e, in caso di cointestazione dell’immobile, i comproprietari decideranno – insieme – le sorti (vendita a terzi, vendita della quota di uno all’altro, donazione e così via). La situazione diventa complicata se ci sono figli. La regola principale è che la casa venga assegnata al genitore presso il quale i figli vivranno prevalentemente (il c.d. genitore collocatario), nella maggior parte dei casi la mamma. Indipendentemente dal fatto che l’immobile sia di proprietà di uno solo dei genitori, dal fatto che uno dei due sia stato generoso cointestando, in “tempi non sospetti”, l’immobile anche all’altro o, addirittura, dal fatto che l’immobile coniugale sia di proprietà dei genitori di uno dei partner (quindi i nonni dei bambini) e sia stato previsto un diritto di comodato a favore della giovane famiglia (salvo rare eccezioni). Con la casa vengono assegnati anche gli arredi, le suppellettili e le altre pertinenze: dagli armadi alle poltrone, dagli elettrodomestici alle posate, dai quadri ai tappeti. Dunque, chi dovrà trasferirsi altrove potrà portare con sé solo gli effetti personali (indumenti, gioielli, strumenti di lavoro e così via). Il diritto di proprietà sull’immobile non viene scalfito, ma – nei fatti – temporaneamente limitato. Ed è proprio questa limitazione a creare malcontenti e a nutrire il senso di ingiustizia e di imparzialità. Bisogna, tuttavia, riflettere sul fatto che questa previsione normativa trova la sua ragion d’essere in un bene superiore: l’interesse dei figli a continuare a vivere nel loro habitat familiare ossia nel luogo dove sono cresciuti per evitare, in questo modo, che subiscano un nuovo e ulteriore smarrimento. I minori, d’altra parte, dovranno certamente cambiare la loro quotidianità (zainetto alle spalle ogni fine settimana, giocattoli e abbigliamento sparsi dall’uno e dall’altro genitore, tempi prestabiliti per vedere mamma e papà e così via). È importante, quindi, garantire ai più piccoli certezze, costanza e punti fermi tra i quali, certamente, spicca quello di assicurar loro di poter continuare a vivere dove sino a quel momento sono cresciuti. In termini simbolici, infatti, la casa rappresenta il nostro centro, le nostre radici e la nostra identità psicologica. Mamma e papà, in caso di accordo, possono sempre determinarsi per l’assegnazione dell’immobile coniugale al genitore presso il quale i bambini vivranno prevalentemente cioè optare per la soluzione che viene scelta dai giudici nella maggior parte delle cause giudiziali. I genitori, tuttavia, potranno anche decidere di far cambiare abitazione ai figli, ma è importante che lo facciano accompagnando questa decisione da delicatezza e sensibilità. Rendendo la nuova casa una prospettiva gioiosa (per esempio invitando i bambini a scegliere il loro nuovo lettino o il colore delle pareti della nuova cameretta), anziché occasione di dolore per l’abbandono di quella precedente dove i più piccoli avevano riposto rassicuranti certezze, sane consuetudini e confortevole quotidianità. Una diversa soluzione, ancora, è quella di organizzarsi affinché siano i genitori ad alternarsi presso l’abitazione familiare e, al contrario, decidere che i figli vi rimangano in pianta stabile. Mamma e papà, in altre parole, potrebbero vivere nella casa familiare a settimane alterne e trascorrere il resto del tempo altrove (dai genitori, in un monolocale in locazione, dal nuovo fidanzato/a e così via). Quest’ultima scelta è probabilmente poco frequente, ma certamente molto responsabile da parte dei genitori che dovranno – questa volta loro e non i minori – preparare la valigia, dormire a settimane alterne in un letto diverso e perdere quella quotidianità e comodità che avevano instaurato nell’abitazione familiare. D’altra parte, la scelta di separarsi è loro, non dei minori. In ogni caso, l’assegnazione della casa familiare dipende strettamente dalla convivenza con i figli ed è, dunque, sempre e comunque un diritto temporaneo. Chi si è visto privato dell’abitazione di sua proprietà/comproprietà per alcuni anni, quando i figli si saranno trasferiti altrove (per esempio per studiare o lavorare all’estero), potrà far valere le tutele previste dalla nostra legge e ristabilire, in questo modo, quel diritto che negli anni è stato “intralciato” in forza dell’assegnazione al genitore collocatario. Marzia Coppola

Divorzio e animali domestici, tutto quello che c'è da sapere. Marzia Coppola, studio legale Bernardini de Pace su Libero Quotidiano il 3 Gennaio 2020. Nella nostra società e nelle nostre famiglie gli animali domestici assumono, giorno dopo giorno, un ruolo più importante. C’è chi sceglie generosamente di tenere un cane o un gatto per salvarlo dalla triste sorte dell’abbandono. Chi ha paura di sentirsi solo e vuole garantirsi amore e attenzioni incondizionati. Chi vuole insegnare responsabilità e solidarietà ai bambini e sceglie di farlo con un animale del quale il minore deve prendersi cura. Chi vuole aggiungere amore alla propria vita o alla propria coppia. Chi ripone nell’animale domestico la strategia per fare nuove conoscenze. Qualunque sia la ragione, il risultato è lo stesso: un animale domestico implica tanto amore, calore e tenerezza, ma altrettanta responsabilità, sacrificio e scelte. Anche in caso di divorzio. Come fare, infatti, se l’amore – quello tra gli uomini – finisce, ma quello per l’animale domestico rimane talmente vivo che entrambi non possono pensare di vivere senza il proprio border collie o il proprio certosino? La risposta non è così immediata e, in caso di contestazione, non ci si può limitare a verificare chi sia l’intestatario del microchip. La soluzione più intelligente sarebbe quella di farsi guidare da buon senso e ragionevolezza e decidere - di comune accordo - con quale padrone il cane o il gatto dovrà vivere, prevedendo la possibilità per l’altro di portarlo al parco di tanto in tanto, di trascorrere pomeriggi insieme e di spartire le spese per l’acquisto del cibo e per le cure mediche. Traguardo che può essere raggiunto con l’aiuto di avvocati che indichino al proprio Assistito fino a che punto insistere per evitare pretese infondate e richieste ingiustificate. Ma se non si riesce a trovare un accordo e si rende indispensabile rimettere al giudice la decisione su chi debba tenere con sé il cane o il gatto? Il punto è che, in materia, la nostra legge non fornisce alcuna indicazione che possa guidare le decisioni dei giudici e lo spirito pratico delle parti. Ogni causa, quindi, è a sé e sarà valutata distintamente non solo tenuto conto dei vari orientamenti giurisprudenziali sino a oggi elaborati ma, altresì, in base alla sensibilità di ciascun giudice nei confronti degli amici a quattro zampe. Alcune pronunce, per esempio quella del tribunale di Milano del 2011 o quella del tribunale di Como del 2016, hanno affermato che il “giudice non si debba occupare dell’assegnazione degli animali domestici”. Secondo queste pronunce, la questione potrebbe trovare ingresso nelle aule giudiziarie solo in caso di accordo tra i padroni. Tuttavia, altre sentenze - per esempio una pronuncia del tribunale di Milano nel 2013 e di Roma nel 2016 - hanno “smussato gli angoli” dell’orientamento sopra descritto affermando che l’animale da compagnia è un “essere senziente” al quale deve essere riconosciuto un vero e proprio “diritto soggettivo”. Senza che questo implichi l’equiparazione ai figli. Non è possibile, in altre parole, estendere al cane e al gatto le previsioni del codice civile in materia di filiazione. In un crescendo di decisioni garantiste, nel 2019, il tribunale di Como ha addirittura posto l’accento sul “benessere dell’animale” e sul proprio “miglior sviluppo possibile” come valori che il giudice deve considerare nel determinarsi in un senso o nell’altro. Dal punto di vista legislativo, infine, esiste una proposta di legge che, se approvata, determinerebbe l’aggiunta del seguente articolo nel codice civile: “in caso di separazione dei coniugi, proprietari di un animale familiare, il tribunale, in mancanza di un accordo tra le parti, indipendentemente dal regime di separazione o di comunione dei beni e secondo quello che risulta dai documenti anagrafici dell’animale, sentiti i coniugi, i conviventi, la prole e, se del caso, esperti di comportamento animale, attribuisce l’affido esclusivo o condiviso dell’animale alla parte in grado di garantirne il maggior benessere. Il tribunale è competente a decidere in merito all’affido anche in caso di cessazione della convivenza more uxorio”. È innegabile, quindi, come negli anni vi sia stata sempre una crescente sensibilizzazione nei confronti degli amici a quattro zampe, ormai considerati preziosi e insostituibili compagni di vita ai quali deve essere riconosciuto – anche giuridicamente – il ruolo fondamentale che ricoprono nella quotidianità di milioni di famiglie italiane. Marzia Coppola, studio legale Bernardini de Pace.

Il dramma di Mariana:  «La mia bambina rapita un’altra volta. Il padre la vuole riportare in Siria». Pubblicato sabato, 21 dicembre 2019 su Corriere.it da Andrea Galli. Tre anni fa la bambina era stata portata via dal padre siriano. Il 28 novembre è stata liberata e affidata alla madre. Il 20 dicembre il padre si è presentato a scuola e l’ha sottratta di nuovo. Lo stesso orario e sempre un giorno di dicembre. Come avvenne nel 2016. Allora, alle 13 del 31 dicembre, il siriano Maher Balle rapì la figlia e sparì. Per tre anni. Fino alla conclusione di una complicata operazione internazionale di polizia, alla liberazione dell’11enne (nascosta in Siria) lo scorso 28 novembre, al suo ritorno a Milano e all’affidamento alla mamma, l’ecuadoriana Mariana Veintimilla, 53 anni, che da quell’uomo, violento e fanatico, si era già separata in passato. Alle 13 di ieri, Balle è andato nella scuola media in zona Porta Romana dove la figlia frequenta il primo anno, il personale dell’istituto — uno dei più famosi in città — non ha posto obiezioni, lui ha preso in consegna la figlia, è uscito e l’ha sequestrata una seconda volta. Una testimone riferisce di averlo visto con due valigie. Una per sé, l’altra per la ragazzina. Il cellulare è spento. E così quello della figlia. Mariana, accompagnata dall’avvocato Angelo Musicco, che le sta dando il massimo dell’appoggio, è corsa in tribunale, dal pm Cristian Barilli, titolare del fascicolo. La caccia a Balle, 42 anni, è subito (ri)partita. Una caccia, se possibile, ancora più difficile della precedente. E nessuno sa dire quali possano essere, questa volta, le intenzioni del siriano. Gli accertamenti stabiliranno le responsabilità: è evidente che Balle non potesse prelevare la ragazzina, ma bisogna vedere se il divieto fosse stato già stabilito dai giudici e comunicato alla scuola, oppure se quest’ultima già sapesse e avesse ricevuto i documenti, e dunque abbia compiuto un errore dalle imprevedibili conseguenze. Al momento la priorità è trovare l’uomo in fuga. Il prima possibile. Immediate le azioni degli investigatori, comunque partiti in ritardo, non per colpa loro: secondo quanto raccontato da Mariana al Corriere, mancava ancora un’ora all’uscita «regolare» della figlia, e infatti la donna, di professione sarta, nel negozio che ha aperto proprio con l’ex, è arrivata in istituto alle 14. Un’ora, dunque: tantissimo. La polizia ha acquisito i filmati delle telecamere posizionate nelle vicinanze della scuola, con l’obiettivo di accertare il percorso di allontanamento di Balle, se a bordo di una macchina, e se sì quale (a noleggio, prestata da un amico, rubata), oppure sui mezzi pubblici. Gli agenti di stazioni e aeroporti sono stati allertati, però non è escluso che, in un piano premeditato, il siriano possa aver organizzato un viaggio a tappe che prevede soste e attese. Magari di un secondo trasferimento in Siria con documenti falsi. All’epoca, s’è detto, l’inseguimento, cui avevano lavorato anche gli investigatori dello Scip, il Servizio di cooperazione internazionale, si era sviluppato lungo un percorso tortuoso. Mariana aveva impegnato i risparmi propri e dei famigliari per raggiungere Beirut, procurarsi un visto ed entrare in Siria: «Avanzavo tra palazzi devastati dalla guerra, i cadaveri per le strade. Avevo trovato dove stava, in un villaggio sul mare, ma quando lo raggiunsi, lui era scomparso. E con lui, mia figlia». Nei giorni scorsi, dopo aver iniziato l’anno in ritardo, ai primi di dicembre, l’11enne aveva completato l’acquisto dei libri di testo. «Non ho mai visto una ragazzina così felice» dice l’avvocato Musicco.

Alice Scaglioni per corriere.it il 20 dicembre 2019. Divorzio e conti correnti, cosa fare? Le formule per il deposito del denaro dei due partner in una coppia può avvenire in diverse forme: una di queste è il conto corrente cointestato. Che sia stato scelto per questione di comodità o per voluta condivisione anche dei soldi, cosa succede in caso di separazione? La legge prevede che le somme siano divise equamente tra i due, ma non sempre questo accade. Secondo l’indagine realizzata per Facile.it da mUp Research e Norstat, il 17% dei divorziati e separati (ossia quasi 280 mila individui) ha dichiarato che l’ex partner si è tenuto tutti i soldi depositati o, ancora peggio, ha prosciugato il conto prima della separazione (9,2% dei casi, pari a oltre 151 mila individui).

I numeri del fenomeno. La gestione del conto cointestato in caso di divorzio è un problema ricorrente: basti pensare che dei circa 2,5 milioni di italiani separati e divorziati, più di 1,6 milioni (65%) ha dovuto gestire questo aspetto. E non si parla sempre di cifre milionarie: mediamente la somma su cui i due ex partner si trovano a discutere è poco meno di 8 mila euro. Ma come ci si deve comportare se il partner non agisce in modo limpido, e cosa conviene fare del conto corrente una volta suddivise le somme?

Cosa fare se il partner si tiene i soldi. Il 7,8% delle persone intervistate ha dichiarato che il partner si è tenuto tutta la liquidità presente sul conto cointestato. E sono le donne a lamentare questa situazione spiacevole: il 9,2% accusa l’ex marito di tale comportamento contro il 6,3% del campione maschile.

Cosa fare se l'ex partner prosciuga il conto di nascosto. Accade inoltre che uno dei due partner prosciughi il conto cointestato prima della separazione (9,2% dei casi). Ancora una volta, sono le donne in proporzione a segnalare maggiormente questa situazione (l’11,8% contro il 6,6% degli uomini 6,6%). E il fenomeno riguarda più le coppie in comunione dei beni (10,9%) che in quelle in regime di separazione (7,2%). «Qualora uno dei due coniugi, senza averne il diritto, prosciugasse il conto prima della separazione o tenesse per sé tutte le somme depositate, sarà tenuto a restituire all’altro intestatario l’importo eccedente la propria quota», spiega Giovanni Zanetti, responsabile dell'ufficio legale di Facile.it. «Per evitare questo genere di problematica, è bene sapere che è possibile chiedere al giudice il sequestro del conto fino all’emissione della sentenza di separazione». Il conto corrente cointestato non è sempre motivo di scontro in fase di separazione. Nel 32% dei casi i rispondenti hanno dichiarato di aver diviso equamente e di comune accordo la liquidità disponibile sul conto, mentre il 17% dei separati o divorziati ha scelto di tenere a disposizione per eventuali spese legate ai figli o alla casa le somme depositate nel conto comune.

Attenzione al conto corrente aperto anche dopo la separazione. Che cosa succede a chi ha il conto cointestato, una volta conclusa la divisione delle somme depositate? Nel 59% dei casi è stato chiuso, mentre nel 16,5% è rimasto aperto, ma intestato a uno solo dei due ex coniugi. Sono poi quasi 370 mila i divorziati e separati che hanno deciso di tenere il conto cointestato per pagare le spese legate a figli e casa. «Attenzione perché in caso di conto cointestato la banca considera i due intestatari responsabili in solido anche se non più uniti in matrimonio», continua Zanetti. «In caso di saldo passivo, quindi, i due titolari saranno responsabili nei confronti dell’istituto di credito che, indipendentemente da chi ha causato il rosso, potrà agire contro entrambi gli intestatari per recuperare le somme mancanti». Comunque, in quasi 1 caso su 4 i due partner non hanno trovato un accordo su come suddividere le somme del conto cointestato, e pertanto hanno chiesto a un avvocato nel 16,1% dei casi o ad un giudice (9.4%).

·        L’odio per il diverso.

C’era una volta l’omofobia. La Disney, con i suoi cartoni animati, fa propaganda a favore della comunità LGBT? Tra abbonamenti disdetti e commenti al vetriolo, la polemica prosegue. Elvira Fratto il 24 maggio 2020 su Il Quotidiano del Sud. Non tutto, nel mondo della Disney, va incontro a una trama fatta di amicizia, lieto fine e lealtà: in una favola dell’universo di cartoni animati più famoso del mondo, questo sarebbe il momento in cui l’antagonista appare per la prima volta nella storia. Da qualche mese, ormai, l’applicazione “Disney+” tiene compagnia a numerose famiglie prigioniere del lockdown. La piattaforma offre una visione dei cartoni animati Disney non-stop, dai classici alle opere più recenti. Una sorta di scatolone dei ricordi per i più nostalgici, ma anche di straordinaria tecnologia digitale. Non tutti gli utenti di Disney+, però, rivivono la propria infanzia o quella dei propri figli con la stessa distensione: negli ultimi giorni, infatti, è stato presentato più di un reclamo alla piattaforma e vari abbonamenti sono stati disdetti come segno di protesta contro una (presunta) campagna pro LGBT (Lesbiche Gay Bisessuali Trans) promossa dalla Disney. Promotrice dell’iniziativa è la giornalista cattolica Costanza Miriano che ha pubblicato lo screenshot della disdetta del suo abbonamento sulla propria pagina Facebook, motivandola con la didascalia “non apprezzo che la Disney faccia propaganda LGBT”. Il messaggio ha scatenato una serie di reazioni contrarie (alcune delle quali anche piuttosto scomposte), oltre che la mobilitazione delle associazioni gay. A quali cartoni si riferiva la Miriano? Sono migliaia le persone cresciute con i film Disney che non hanno mai riscontrato il disagio formativo ed esistenziale di cui lei invece si lamenta. È fuor di dubbio che chiunque possa far ciò che preferisce dei propri abbonamenti e possa scegliere in cosa investire il proprio denaro, ma è cosa ben diversa dalla gogna pubblica destinata alla comunità gay che si è tentato di mettere in piedi sui social network. Ai commenti che la accusano di induzione al suicidio (“è per colpa di quelli come te che le persone omosessuali si uccidono”) la Miriano replica serafica: “di certo chi si priva della propria vita non lo fa a causa del mio abbonamento, ma per via di una sofferenza più profonda”. La Miriano probabilmente non sa che la sofferenza di chi viene discriminato è un muro fatto di tanti piccoli, possenti mattoni, impilati uno sopra l’altro, per anni, senza che nessuno intervenga o interrompa quella costruzione silenziosa. Uno tra questi mattoni è proprio l’espresso disprezzo nei confronti della comunità LGBT, manifestato a pie’ pari su una piattaforma social. Quand’anche la Disney avesse scelto di uniformare – o aggiungere – il colore dell’omosessualità alla propria tavolozza di successi cinematografici, qualunque protesta in merito sarebbe altamente fuori luogo, perché sarebbe solo il simbolo di un coerente adeguamento ai tempi: per anni abbiamo visto principesse che realizzano la propria esistenza soltanto sposando un principe, per anni ci siamo affezionati a protagoniste identificate col matrimonio e senza alcuna qualità di spicco, fatta eccezione per la propria bellezza esteriore, ma fino a quel momento, pare, non si è posto alcun problema. Oggi che le principesse della Disney sono risolute, che da qualche anno a questa parte salvano intere nazioni, combattono, mostrano di essere determinanti per il lieto fine delle storie, potrebbe diventare un problema il loro orientamento sessuale. Fingere che gli omosessuali non esistano, o peggio, ostracizzarli, non porrà fine alla loro esistenza, anzi. E mentre perdiamo tempo a cercare di spiegare ai nostalgici del ’300 che la caccia alle streghe è finita da un pezzo, dovremmo o occuparci di un problema ben più serio: di recente, su Twitter, spopolano profili che nel proprio nickname riportano la dicitura “MEP”, che pare stia a significare “Minor Attracted People”, vale a dire “Persona attratta da un minorenne”. Questi utenti si proclamano fieramente attratti dai bambini. “Ogni notte faccio fantasie sul fratellino della mia fidanzata, è davvero adorabile”, si legge in uno dei tweet diffusi su internet per segnalare la presenza di questi profili ambigui. In entrambi i casi ci si affida al buonsenso degli utenti chiamati a scegliere da che parte stare, proprio come nei film. Firmare una petizione per eliminare le presunte tracce degli omosessuali dai lungometraggi animati della Disney o preoccuparsi invece di segnalare profili pedofili. Forse è davvero arrivato il momento di iniziare a scrivere favole diverse. 

Anna Zafesova per “la Stampa” il 15 giugno 2020. Chissà se i padri fondatori del marxismo si stanno rivoltando nelle tombe, dopo aver sentito il presidente polacco dire che «l'ideologia LGBT è ancora più distruttiva di quella del comunismo». Andrzej Duda ha fatto esplodere la campagna elettorale che dovrebbe culminare nel voto del 28 giugno, rammaricandosi che i suoi genitori hanno combattuto il totalitarismo comunista non per farsi imporre una nuova ideologia «neobolscevica, ancora più devastante per l'essere umano». La denuncia dei milioni di morti nei gulag, la rivolta di Solidarnosc, la sfida per abbattere il Muro: il totalitarismo comunista, la più grande tragedia del Novecento insieme al totalitarismo nazista, viene declassata dal presidente di un Paese dell'Unione Europea a un «male minore» rispetto all'affermazione dei diritti degli omosessuali. Che Duda, alleato del partito nazionalista di governo Legge e Giustizia (PiS), vorrebbe fermare, con una «Carta della famiglia» che tutela i minori dalla «propaganda LGBT», giustificando l'ultimo posto della Polonia nella classifica europea dei Paesi tolleranti verso i gay. I sondaggi danno in rimonta Rafal Trzaskowski di Piattaforma Civica, il sindaco di Varsavia, un liberale di centrodestra. Un conflitto ormai classico in molti Paesi: il leader nazionalista-sovranista-conservatore che raccoglie voti nel ventre profondo della nazione, sfidando l'élite liberal-liberista-libertaria delle capitali globalizzate. La spaccatura tra le province rurali che si sono dichiarate «LGBT free», dove i valori del conservatorismo cattolico sono ancora molto radicati, e i grandi centri con valori europei resta profonda, e altri esponenti del PiS l'hanno già enfatizzata nei giorni scorsi, con il vicepresidente del partito Joachim Brudzinski che ha twittato «Senza gli LGBT la Polonia è più bella». Ma non si tratta soltanto di una tattica elettorale, divisiva e discriminatoria. Si tratta di un fake storico. Il comunismo è stato uno dei regimi più omofobi della Storia. In Unione Sovietica gli omosessuali maschi finivano in prigione. A Cuba, venivano confinati in campi di «rieducazione», e Fidel Castro sospettava che i «maricones» fossero «agenti dell'imperialismo» perché un vero rivoluzionario non poteva non essere un vero maschio. In Polonia, i rapporti tra persone dello stesso sesso non erano illegali, ma la polizia segreta comunista lanciò negli Anni 80 l'«Operazione Giacinto», arrestando e schedando più di 11 mila omosessuali, costretti a denunciare i compagni e firmare atti di autoaccusa. Documenti che qualche anno fa l'Istituto di memoria nazionale polacco si è rifiutato di distruggere, come chiesto dalle vittime, con delle giustificazioni suonate offensive ai gruppi LGBT. Un altro paradosso è la straordinaria somiglianza della retorica di Duda con quella di Vladimir Putin, che il 25 giugno, tre giorni prima delle elezioni presidenziali polacche lancerà il voto sugli emendamenti alla Costituzione che gli permetterebbe di governare fino al 2036. Per convincere gli elettori a votarli, ha revocato il lockdown in piena epidemia di Covid-19 e li bombarda di spot esplicitamente omofobi. Coincidenza curiosa, perché il risentimento nei confronti di Mosca è uno dei motivi fondanti della propaganda dei conservatori nazionalisti polacchi, molti ex militanti anticomunisti di Solidarnosc, e a Varsavia molti sospettano che dietro alla sciagura aerea nella quale morì nel 2010 il presidente Lech Kaczynski, fratello dell'attuale leader del PiS Jaroslaw, ci sia Putin. Gli estremi si toccano: gli anticomunisti e gli ex membri mai pentiti del Pcus, le vittime del massacro di Katyn e quelli che continuano a negare di averlo compiuto, quelli che si sentono calpestati dal colonialismo di Mosca e quelli che continuano a difendere la spartizione dell'Europa dell'Est tra Hitler e Stalin (in questi giorni cade l'anniversario delle deportazioni ordinate 80 anni fa dai sovietici nei territori annessi alla Polonia). A unire questi opposti, in una strana giravolta della Storia, è il rifiuto della modernità, della libertà e dei diritti, un'impronta lasciata dal totalitarismo sia a chi rimpiange il comunismo, sia a chi lo ha odiato. Il ritorno in Europa per molti cittadini dell'Est è stato una delusione, e la convinzione di alcuni segmenti dell'opinione pubblica polacca, che il comunismo fosse un male importato, viene estesa anche ai valori di libertà e tolleranza, di cui le persone LGBT diventano il simbolo più visibile e meno tollerato. Per i russi, che non hanno nemmeno l'attenuante di poter dare la colpa a degli invasori, la sindrome postraumatica del crollo del Muro assume connotati ancora più isolazionisti, e Putin proclama che la Russia è «una civiltà separata». Il male viene dunque dal mondo esterno, ma la fuga nello spazio, impraticabile, viene sostituita con una fuga nel tempo: il passato diventa il rifugio idealizzato anche dai sovranisti e populisti dell'Europa Occidentale, spesso di origini anticomuniste, ma su una lunghezza d'onda simile a quella degli ex nemici. Andando alla ricerca del tempo perduto, il Cremlino ha anestetizzato il trauma della fine dell'impero, ma oggi i sondaggi del Levada-Zentr registrano appena un 25% di russi che si fidano ancora del presidente, rispetto al 35% di gennaio. Ma soprattutto, il sostegno al presidente è crollato nel suo elettorato tradizionale: dipendenti pubblici, abitanti della provincia, i meno istruiti e i più poveri, diventati ora i più arrabbiati, e non certo per le tematiche LGBT. Le uniche due categorie a rimanere fedeli sono i dirigenti, e i pensionati. «La visione del futuro è sparita appena Putin è diventato ostaggio del passato», scrive l'esperta di Carnegie Moscow Tatiana Stanovaya, descrivendo una trappola che i politici che si guardano indietro dovrebbero tenere presente.

Si è uccisa Sarah, l’attivista Lgbt che fu arrestata e violentata nelle carceri egiziane. Il dubbio il 15 giugno 2020. Osò sventolare una bandiera arcobaleno durante un concerto: ”Ho provato a sopravvivere e ho fallito, perdonatemi”. Si è uccisa in Canada Sarah Hijazi, giovane attivista lgbt egiziana che nel 2017 era stata arrestata per aver sventolato una bandiera arcobaleno durante un concerto nella capitale Il Cairo. Liberata e ottenuto l’asilo in Canada dopo una pressante campagna internazionale, aveva raccontato delle violenze e delle torture subite in carcere e aveva continuato a lottare per i diritti, anche da lontano. “Ai miei fratelli e sorelle, ho provato a sopravvivere e ho fallito, perdonatemi. Ai miei amici, l’esperienza e’ dura e sono troppo debole per resistere, perdonatemi. Al mondo, sei stato davvero crudele! Ma io perdono”, ha lasciato scritto nella sua ultima lettera. Era finita in carcere con l’accusa di promuovere “l’omosessualità e la deviazione sessuale” per aver sventolato la bandiera Lgbt in un certo dei Mashrou Leila. E’ stata liberata un anno dopo, nel 2018, ma si era portata dentro i segni delle atroci sofferenze subite. In uno dei suoi ultimi post aveva scritto “il cielo è più dolce della terra! Voglio il cielo non la terra”.

Chi è Sarah Hijazi, l’attivista Lgbt egiziana morta suicida. Redazione de il Riformista il 15 Giugno 2020. “Ho provato a sopravvivere e ho fallito, perdonatemi. L’esperienza è stata dura e sono troppo debole per resistere, perdonatemi”. Con queste parole la giovane attivista egiziana Lgbt Sarah Hijazi ha dato l’ultimo saluto prima di togliersi la vita. A testimoniare la morte della ragazza con una foto del biglietto è stato il suo avvocato, che ha confermato il suo suicidio sui social.

LA STORIA – Sarah Hijazi, 30 anni, è stata arrestata nell’ottobre del 2017 durante un concerto dei Machrou Laila al Cairo per aver sventolato una bandiera arcobaleno con l’accusa di voler “diffondere l’omosessualità” in Egitto. L’immagine finisce sui media nazionali e in breve tempo i leader religiosi chiedono punizioni severe per lei e il suo amico, Ahmed Alaa anche lui colpevole di istigare all’omosessualità sventolando la bandiera colorata. Sarah fu identificata come persona Trans e messa in carcere maschile. Stuprata e torturata, dopo varie pressioni internazionali è stata rilasciata un anno fa e da allora viveva in esilio in Canada. Lì ha continuato a lottare per liberare altri attivisti Lgbt in Egitto ma l’esperienza subita l’aveva segnata profondamente a tal punto da spingerla ad un gesto estremo, come quello di togliersi la vita. La notizia ha fatto subito il giro del web, soprattutto per le vicende che hanno visto l’Italia coinvolta in prima persona con la storia di Giulio Regeni e Patrick George Zacki. Infatti con un tweet l’account ufficiale di sostegno alla campagna per la richiesta di verità e giustizia per Giulio Regeni si è unito ai migliaia di messaggi che hanno voluto ricordare l’attivista.

Incredibile ma vero: in Parlamento si parla di legge contro l’omotransfobia. Il nostro Paese attende una normativa da 23 anni. Ora la legge Zan (Pd) è stata incardinata in commissione alla Camera. Zingaretti: «Prepariamoci a combattere». Simona Alliva il 19 dicembre 2019 su L'Espresso. È toccato al solitamente pacifico Nicola Zingaretti sbattere i pugni sul tavolo e usare un linguaggio guerresco: «Prepariamoci a combattere» ha detto ai suoi e alle associazioni Lgbt. «Siamo in un tempo storico di capovolgimento dei valori da cui è nata la nostra Repubblica». Ci prova il segretario a compattare il PD intorno a un testo che nessuno pensava sarebbe stato preso in considerazione in questa legislatura: quello contro l’omotransfobia. Per capirlo basta attraversare i corridoi del Transatlantico nel giorno in cui il primo firmatario, Alessandro Zan, accoglie le associazioni arcobaleno in compagnia del capogruppo dem Graziano Delrio, della senatrice Monica Cirinnà e dello stesso Zingaretti. Moltissimi deputati che durante il governo giallo-verde avevano depositato proposte di legge avanzate su omotransfobia, matrimonio egualitario, famiglie arcobaleno faticano a crederci. «Le avevamo presentate come simbolo» confessa un deputato «una presa di posizione contro il governo dei Pillon e dei Fontana. Adesso lo scenario politico è cambiato e non so dire se i nostri disegni siano all’altezza». La sorpresa arriva il 24 ottobre 2019. La legge “in materia di violenza o discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere” approda in commissione Giustizia grazie all'intuizione di Zan, padovano, 46 anni alla seconda legislatura con il Partito Democratico. Sul finale della stagione giallo-verde, in qualità di membro della commissione il deputato dem riesce a ottenere dal partito la possibilità di dare inizio alla discussione. La richiesta viene fatta in una congiunzione astrale perfetta: alla Camera i Cinquestelle non hanno ancora depositato una proposta simile, la presidente della commissione Francesca Businarolo risulta assente per maternità ed è il vice Franco Vazio (quota PD) a tenere le redini della presidenza. Si può procedere. Con il silenzio assenso della Lega: «Vediamo cosa faranno» dice un deputato del Carroccio. La frase rivela una strategia assai più complessa. Si chiama guerriglia a bassa intensità. Serve per tenere la maggioranza sempre sulla graticola, per attaccarla quando sarà il momento. E per adesso con una legge che muove i primi passi non serve.

COSA DICE LA LEGGE. L’ordinamento italiano è totalmente silente rispetto al tema del contrasto alla violenza di natura omofotransfobica, sia essa fisica o verbale. Inoltre, quanto a prevenzione e repressione di reati e discorsi d’odio, l’Italia figura come fanalino di coda tra i Paesi europei. Di una legge contro l’omofobia nel nostro paese si parla esattamente da 23 anni. Si tratterebbe di inserire l’orientamento sessuale e l’identità di genere all’interno dell’attuale impianto giuridico in materia di reati e discorsi d’odio, allo scopo di estendere la normativa già esistente alla protezione della popolazione Lgbt. Tale impianto risiede nella Legge n.654 del 13 ottobre 1975 (la cosiddetta “Legge Reale), modificata con il Decreto legge n. 122 del 26 aprile 1993 (meglio noto come “Legge Mancino”) che attualmente si limitano entrambe a punire i reati e i discorsi d’odio fondati su caratteristiche personali quali la nazionalità, l’origine etnica e la confessione religiosa. Inserire l’orientamento sessuale e l’identità di genere tra queste caratteristiche significherebbe dunque riconoscere gay, lesbiche e transessuali come “vittime vulnerabili nell’Italia di oggi”. Come spiega Angelo Schillaci docente di Diritto pubblico comparato presso l’Università Sapienza di Roma. «Un intervento penale andrebbe a conferire alle persone Lgbt una speciale protezione considerata la vulnerabilità speciale a cui sono soggette» dichiara. «Questo porterebbe senza dubbio a una maggior sicurezza personale, ma vorrebbe anche dire che l’ordinamento giuridico riconosce orientamento sessuale e identità di genere come aspetti della personalità degni di particolare considerazione e protezione. Ciò segna un passo avanti verso la piena cittadinanza delle persone Lgbt». Si tratta dunque di estendere una legge del codice penale per dire basta alle troppe aggressioni contro persone omosessuali. La legge dunque interviene su due punti del codice aggiungendo una semplice clausola “fondati sull’orientamento sessuale e l’identità di genere”. Per cui: “il reato di istigazione alla violenza e alla discriminazione”, sarebbe punito con la reclusione da sei mesi e quattro anni a chi “istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici nazionali o religiosi o fondati sull’orientamento sessuale e identità di genere”. In altri termini, la fattispecie già esistente verrebbe ampliata, fino a includere anche l’istigazione e il compimento di atti di discriminazione e violenza motivati dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere della vittima. Analoga estensione riguarderebbe la circostanza aggravante, già prevista dall’art. 604 ter per le condotte di reato determinate da motivi razziali, etnici e religiosi. Non è ancora chiaro se i pugni di Zingaretti riusciranno a blindare il testo. Le opposizioni osservano. I cattodem mormorano. Il Movimento Cinquestelle non ha ancora presentato alla Camera una legge ad abbinare a quella del relatore Pd. Zan è certo: «Partiremo dall’estensione della legge Mancino ai reati di omofobia e transfobia. Quella che il movimento Lgbt chiede da vent’anni. Naturalmente cercheremo di ampliarla con politiche sociali e di sostegno alle vittime perché sono troppi i casi di omofobia in cui si denuncia e per questo le vittime vengono abbandonate, anche dalla stessa famiglia. Quella di inserire le politiche positive sulle vittime è un tema che realizzeremo con l’Unar e il ministero per le Pari Opportunità». La strada sembra segnata, non per questo sarà facile: «Il mio obiettivo è di costruire questo percorso da subito con Camera e Senato». A parole anche Fratelli d’Italia potrebbe essere d’accordo a una legge contro l’omofobia. Se dovesse passare alla Camera al Senato il percorso si potrebbe complicare. Se il cambio di maggioranza è avvenuto al governo, non si può dire lo stesso all’interno delle commissioni che danno il via o meno alle proposte parlamentari. Per regolamento, infatti, al Senato fino a novembre 2020 la commissione Giustizia sarà guidata dalla Lega. Ma per il deputato dem anche la destra all’opposizione potrebbe dare una mano: «Questo non può essere un tema divisivo nel 2020. Il tempo è scaduto». Ed è proprio il tempo trascorso a trasformare in un’odissea il percorso di una legge che in Italia non si riesce ad approvare a differenza di paesi come Inghilterra, Germania, Francia. La prima proposta fu presentata da Nichi Vendola deputato di Rifondazione Comunista, il 24 ottobre del 1996. Lo stesso giorno, lo stesso mese dell’incardinamento di quella attuale a firma Zan. Dal 1996 è una giostra di tentativi falliti: il ddl Salvato del 1997, poi quelli del leader storico del movimento Lgbt, Franco Grillini, già deputato tra le file dei Ds nella XIV° (30 maggio 2001 - 27 aprile 2006) e XV° legislatura (28 aprile 2006 - 28 aprile 2008). In un tempo ancora più recente ci provò Anna Paola Concia, due volte: nel 2009 e nel 2011. Infine, il tentativo del 2013 portato avanti dal renziano Ivan Scalfarotto: il ddl che riesce a essere approvato alla Camera col contestatissimo Gitti-Verini (Pd) che lasciava mani libere a partiti e associazioni di natura omotransfobica. La legge naufragò silenziosamente nelle stanze del Senato.

Quella legge che uccide le libertà. Il progetto di legge sull'omotransfobia è un'aberrazione dal punto di vista di almeno tre culture politiche diverse. Marco Gervasoni, Sabato 25/07/2020 su Il Giornale. Il progetto di legge sull'omotransfobia è un'aberrazione dal punto di vista di almeno tre culture politiche diverse. Quella cattolica democratica, perché implicitamente mette in discussione molti punti della dottrina, come hanno giustamente lamentato i vescovi. Quella conservatrice, perché esso tende ad imporre un modello di società individualistica e disgregata, dove la tradizione è cancellata e persino combattuta. Per quanto noi si sia più vicini a quest'ultima cultura, crediamo però che anche quella liberale dovrebbe inorridire se questo progetto diventasse legge. Come ha del resto spiegato Silvio Berlusconi, specificando che una forza liberale deve opporvisi, proprio in nome della libertà. Dobbiamo infatti ricordare che la legge recante il nome del deputato Pd Zan poco o nulla riguarda la tutela degli omosessuali e dei trans. Essi, in quanto cittadini italiani uguali agli altri (e ci mancherebbe) sono già garantiti dal codice civile e da quello penale. Peraltro, sul piano dell'aggressione ai gay, il nostro paese registra cifre assai più basse che altri, in cui le comunità islamiche sono ben diffuse: a Ixelles in Belgio, ieri, sei ragazzi sono stati lapidati, fortunatamente non a morte, perché uno di loro «sembrava» gay, e lasciamo intuire chi fossero i lapidatori. Questo lo tengano a mente le associazioni Lgbt, sempre in prima linea per l'accoglienza. Quindi il progetto di legge Zan è del tutto inutile per difendere gli omosessuali. Ma allora perché premono tanto? Perché è la classica legge ideologica tanto cara ai progressisti; serve a legittimare e ad affermare un tipo di società nuova, in cui la famiglia non sarà più fondata sul rapporto tra un uomo e una donna, oltre ad investire la questione delle adozioni dei bambini e dell'utero in affitto. Se questa legge passasse, le associazioni Lgbt avrebbero pieno diritto a rivendicare questa forma di società, ma ne avrebbe molto meno chi invece la ritenesse una barbarie, perché rischierebbe l'accusa di omofobia. Si capisce quindi che la finalità della legge è perseguire le opinioni: non è emendabile, volendole togliere la parte «liberticida» non ne resterebbe più nulla perché il suo obiettivo è esattamente quello. Un liberale la deve combattere, proprio perché essa censura le opinioni. In linea con altre leggi che la sinistra nella precedente legislatura ha cercato di introdurre. Per affermare il modello progressista fondato sulla tirannia delle minoranze, bisogna infatti condizionare le maggioranze attraverso i media ma anche zittire coloro che si oppongono alla narrazione progressista. Il progetto si muove nel solco di analoghe leggi approvate in altri Paesi europei: anche quelli che impartiscono pompose lezioni di Stato di diritto a Ungheria e Polonia. Ma allora perché qualcuno, che pretende dirsi liberale, sostiene la legge? Perché, a partire dagli anni Sessanta, il liberalismo classico si è trasformato in qualcosa di diverso, e persino opposto: in libertarismo, cioè nell'idea che ognuno possa fare quello che gli garba senza rispettare i costumi sociali, le tradizioni, le eredità culturali, persino i dati biologici. Per anni su queste colonne il filosofo Nicola Matteucci, uno dei maestri del liberalismo italiano, ha insistito che esso sarebbe morto se fosse diventata una dottrina dei diritti a discapito dei doveri. A coloro che ancora si dicono liberali spetta cercare di salvarlo, anche impedendo a una legge censoria ed autoritaria di nascere.

I fanatici dei diritti gay contro la Costituzione. Lgbt all'attacco dopo l'ok all'emendamento di Fi. Per loro l'articolo 21 può istigare all'omofobia. Lodovica Bulian, Sabato 25/07/2020 su Il Giornale. Evidentemente «se ora si consente la libera opinione, vuol dire che l'impianto della legge la negava», attacca Mario Adinolfi, presidente del Popolo della Famiglia tornando sull'emendamento di Forza Italia al ddl Zan contro l'omofobia, approvato in commissione alla Camera. Era stato presentato nei giorni scorsi dagli azzurri, poi riformulato d'intesa con lo stesso deputato dem per scongiurare il rischio di «processo alle idee»: «L'istigazione all'odio e alla violenza non potrà essere considerata libertà di opinione, principio cardine democratico. E questo è sempre stato l'obiettivo di questo ddl, ovvero inchiodare gli omofobi, con condotte violente o incitanti alla violenza, alle proprie responsabilità» precisa l'attivista lgtb titolare della legge. Che amplia i reati previsti dall'articolo 604 del codice penale, allargando l'istigazione all'odio e la violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi anche agli atti di discriminazione basati «sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale». Non la pensa così invece una parte della galassia lgtb. Sotto al post su Facebook con cui Laura Boldrini ha annunciato «emendamento che sgombra il campo da ogni dubbio: nessuna limitazione alla libertà di opinione, nessun bavaglio»), sono comparsi molti commenti critici rispetto a una modifica che invece «potrebbe legittimare violenze verbali e atti discriminatori», si legge. E ancora «intacca lo spirito della legge», «la libertà di opinione finisce quando consiste in discriminazione», «un emendamento che rende la legge inutile», anzi addirittura «legittima a discriminare, altro che bavaglio», dicono altri commenti. Insomma una insoddisfazione crescente tra il popolo che esultava per la nuova norma. Non piace l'emendamento azzurro condiviso dalla stessa maggioranza con l'intenzione di sgombrare il campo da storture, escludendo dal reato «la libera espressione e manifestazione di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all'odio e alla violenza». Le opposizioni avevano attaccato il provvedimento ravvisando il rischio di una «persecuzione» ideologica, e avevano parlato di «legge bavaglio». Da qui il chiarimento, spiega il renziano Marco Di Maio: «Accanto alla sacrosanta battaglia contro gli istigatori di odio e discriminazione sulla base degli orientamenti sessuali, si garantisce il diritto alla libera espressione delle proprie idee come sancito dalla nostra Costituzione. Una precisazione doverosa e non scontata, che recepisce le segnalazioni ricevute da molte associazioni in queste settimane». Zan ricorda che la libertà di opinione, garantita dall'articolo 21 della Costituzione, però «può diventare reato solo se istiga all'odio e alla violenza», aggiunge. Resterà comunque a discrezione e valutazione del giudice la definizione di espressioni «riconducibili al pluralismo delle idee» o capaci di «istigare all'odio e alla violenza».

Parroco prega contro la legge anti omotransfobia. Sindaca con i cittadini, intervengono i carabinieri. Le Iene News il 15 luglio 2020. È successo a Lizzano, in provincia di Taranto, dove i carabinieri stavano identificando i cittadini che con le bandiere arcobaleno protestavano contro l’iniziativa del parroco. La sindaca li riprende: “Siamo un paese democratico”. Non capita tutti i giorni di vedere un sindaco che riprende animatamente dei carabinieri. È quello che è successo a Lizzano (provincia di Taranto), dove la sindaca Antonietta D’Oria è intervenuta in piazza per rimbrottare i carabinieri che stavano identificando alcuni cittadini. Tutto inizia con la decisione del parroco, come si apprende dalla stessa pagina Facebook della sindaca, di organizzare “un incontro di preghiera contro le insidie che minacciano la famiglia, tra cui, prima fra tutte, cita la legge contro l'omotransfobia”. La notizia arriva alla scrittrice e attivista Francesca Cavallo, che racconta la vicenda sui social. “In risposta al post”, scrive Francesca Cavallo su Facebook, “alcuni ragazzi hanno deciso di radunarsi davanti alla Chiesa con alcune bandiere arcobaleno. Saremo stati una quindicina di persone. Il parroco ha chiamato i carabinieri che hanno iniziato a chiedere i documenti a tutti”. “Ho telefonato alla sindaca Antonietta D’Oria”, continua Francesca, “per informarla della situazione”. Così la sindaca, arrivata sul posto, risponde all’azione dei carabinieri con le parole che potete sentire nel video qui sopra. “Cosa significa che state prendendo i nomi?”, dice visibilmente arrabbiata. “Signor sindaco per pubblica sicurezza noi siamo tenuti a identificare le persone”, risponde un carabiniere. “Allora identificate prima quelli che stanno dentro!”, replica la sindaca. “Perché è una vergogna per Lizzano. Lizzano è un paese democratico!”. Insomma, la sindaca li ha strigliati ben bene, tra gli applausi delle persone che si trovavano in piazza. Dopo l’accaduto, sulla sua pagina Facebook la sindaca pubblica una foto della bandiera arcobaleno, in cui prende le distanze dall’iniziativa del parroco, aggiungendo che “non sta a noi dire quello per cui si deve o non si deve pregare, ma anche in una visione estremamente laica quale è quella che connota la attuale Amministrazione Comunale, la chiesa è madre e nessuna madre pregherebbe mai contro i propri figli”. E continua: “A nostro modestissimo parere e con la più grande umiltà, ci pare che altre siano le minacce che incombono sulla famiglia per le quali, sì, sarebbe necessario chiedere l'intervento della Divina Misericordia. Perché non pregare contro i femminicidi, le violenze domestiche, le spose bambine? Perché non celebrare una messa in suffragio per le anime dei disperati che giacciono in fondo al Mediterraneo? Perché non pregare per le tante vittime innocenti di abusi? Ecco, senza voler fare polemica, ma con il cuore gonfio di tristezza, tanti altri sono i motivi per cui raccogliere una comunità in preghiera. Certo non contro chi non ha peccato alcuno se non quello di avere il coraggio di amare. E chi ama non commette mai peccato, perché l'amore, di qualunque colore sia, innalza sempre l'animo umano ed è una minaccia solo per chi questa cosa non la comprende”.

Omofobia, in chiesa fedeli pregano contro i ddl Zan: fuori esplode la protesta. In piazza a Lizzano i manifestanti contro la preghiera in chiesa. Le proteste dei carabinieri e l'intervento del primo cittadino. Il prete: "A nessuno può essere impedito di pregare". Emanuela Carucci, Mercoledì 15/07/2020 su Il Giornale. A Lizzano, un piccolo Comune in provincia di Taranto, il parroco della chiesa San Nicola, don Giuseppe Zito, ha organizzato un "rosario per la famiglia". L'iniziativa, come enuncia il manifesto che ha radunato diversi fedeli, è stato pensato per " difendere la famiglia dalle insidie che la minacciano tra cui il disegno di legge contro l'omotransfobia".

Lo scontro in piazza. La funzione religiosa è stata organizzata, appunto, contro il Ddl Zan-Scalfarotto, la legge per contrastare l'omofobia e la transfobia. In particolare sul foglio della preghiera era specificato che il rosario sarebbe servito per "implorare il fallimento del ddl". Affisse, poi, sul colonnato della chiesa frasi come "Dio ti insegna a odiare le lesbiche", "Dio ti insegna a non amare il diverso", "Dio ti insegna a discriminare", "Dio ti insegna a limitare le libertà", "Dio ti insegna a odiare i gay" e "Dio ti insegna a odiare i transgender". Su ogni foglio (stando alle parole del prete sono state messe dai manifestanti) una frase e al centro un grande punto interrogativo. In occasione del rito, nella piazza di Lizzano, era stata organizzata una manifestazione dei cittadini in difesa dei diritti degli omosessuali. Durante il flash mob è arrivata una pattuglia dei carabinieri per prendere i nominativi dei partecipanti. Il sindaco Antonietta D'Oria è, però, intervenuta in difesa dei manifestanti. Il primo cittadino ha ricordato l'articolo 21 della Costituzione in base al quale "Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione". In piazza era presente anche la scrittrice pugliese Francesca Cavallo che sui social ha scritto di essere "orgogliosa di Lizzano" e che questa è una "bella storia di cittadinanza attiva e di sana partecipazione democratica".

Le proteste politiche. Il Comune di Lizzano ha preso le distanze dall'iniziativa del parroco della chiesa di San Nicola. "Noi prendiamo, fermamente, le distanze", hanno scritto in un post pubblicato su Facebook. "Certo non sta a noi dire quello per cui si deve o non si deve pregare - si legge - ma anche in una visione estremamente laica quale è quella che connota la attuale amministrazione comunale, la chiesa è madre e nessuna madre pregherebbe mai contro i propri figli. Qualunque sia il loro, legittimo, orientamento sessuale." Per l'amministrazione comunale di Lizzano, sono altre le minacce "che incombono sulla famiglia e per le quali, sì, sarebbe necessario chiedere l'intervento della Divina Misericordia". "Perché non pregare contro i femminicidi, le violenze domestiche, le spose bambine? Perché non celebrare una messa in suffragio per le anime dei disperati che giacciono in fondo al Mediterraneo? Perché non pregare per le tante vittime innocenti di abusi?", chiedono gli amministratori comunali. "Tanti altri sono i motivi per cui raccogliere una comunità in preghiera. Certo - conclude il post - non contro chi non ha peccato alcuno se non quello di avere il coraggio di amare. E chi ama non commette mai peccato, perché l'amore, di qualunque colore sia, innalza sempre l'animo umano ed è una minaccia solo per chi questa cosa non la comprende.". Il video ha fatto il giro del web ed è stato condiviso anche sulla pagina Facebook di Anna Rita Leonardi, dirigente provinciale di "Italia Viva" di Salerno. "Il sindaco è intervenuto per capire con quale criterio venissero identificate le persone in piazza. Non stavano dando fastidio a nessuno. Ha fatto bene il primo cittadino perché non c'era nessun motivo per cui quei cittadini non potessero partecipare ad un flash mob, era una manifestazione simile a quella della preghiera: dentro erano contro la legge e fuori a favore. Perché chiedere i documenti agli uni e non agli altri?" ha dichiarato a ilGiornale.it Anna Rita Leonardi.

Il parroco si difende. Il prete della parrocchia di San Nicola sul caso del "rosario" si è difeso. In una nota stampa don Giuseppe Costantino Zito ha, infatti, dichiarato di non aver fatto parte alla funzione liturgica in quanto impegnato "in un'istruttoria matrimoniale", ma ha solo concesso a un gruppo di fedeli, che ne avevano fatto richiesta, "l'aula liturgica della chiesa per un semplice momento di preghiera a favore della famiglia naturale", specificando che il rosario non era stato organizzato dalla parrocchia. In merito al Ddl Zan don Giuseppe Zito ha poi fatto riferimento a quanto già dichiarato dalla conferenza episcopale a giugno scorso e cioè che la chiesa guarda "con preoccupazione alle proposte di legge contro i reati di omotransfobia" in quanto "non si riscontrano lacune che giustifichino l'urgenza di nuove disposizioni. Anzi, un'eventuale introduzione di ulteriori norme incriminatrici rischierebbe di aprire a derive liberticide".

Ci mancava la sindaca contro la messa per la famiglia.  Marco Gervasoni il 15 luglio 2020 su Nicolaporro.it. Immaginate se un sindaco, non gradendo la preghiera di un parroco, appoggiasse un gruppo di manifestanti intenti a interromperla e, una volta arrivati i carabinieri, li invitasse a schedare non i disturbatori ma i fedeli in chiesa a pregare. Cose da Urss e, oggi, da Corea del Nord e Cina (a Cuba e in Venezuela non si permetterebbero una cosa del genere, il che è tutto dire). E invece siamo nella cittadina di Lizzano in provincia di Taranto, in quella terra di Puglia tanto aspra quanto legata a una fede ricca di santi e martiri. Fede che evidentemente infastidisce i militanti Lgbt, venuti a contestare una preghiera del parroco, don Giuseppe Zito, reo di discutere niente meno che la legge Scalfarotto-Zan. La quale, tra l’altro, se fosse già approvata, porterebbe a sanzionare il povero Zito. Ma, cari Lgbt, la legge bavaglio ancora non è passata, e speriamo, visto anche il vostro codice di comportamento, non venga approvata mai. I fedeli avevano diritto di pregare e gli Lgbt di manifestare. La parte peggiore della pochade l’ha recitata infatti il sindaco, Antonietta D’Oria, guarda caso pediatra esperta di famiglie. La quale, non paga della piazzata, sulla sua pagina Facebook, dopo una citazione di rito di Alex Zanotelli, rimprovera il parroco di non pregare per “le anime dei disperati che giacciono in fondo  al Mediterraneo” e per le “vittime innocenti di abusi”, con un riferimento a quelli compiuti da religiosi, ovviamente: il tutto accompagnato da un bel bandierone arcobaleno. La contesa parroco-sindaco comunista (cosi mi viene da classificare la D’Oria) era un classico di Guareschi. Ma attenzione, per quanto Peppone fosse uno stalinista, l’idea di obbligare don Camillo alla propaganda di partito in chiesa o di indicare al sacerdote su cosa pregare, non gli era venuta mai. Si, è vero, Peppone una volta organizza una gazzarra fuori dalla chiesa, come a Lizzano, ma ci rimedia una figura barbina e pure gli scappellotti della moglie. La sindaca di Lizzano però va ben oltre il suo antico erede staliniano: vorrebbe che in Chiesa si pregasse solo per le leggi governative, per San Giuseppi e Santa Luciana (Lamorgese). E se qualcuno andasse in chiesa a sentire i sermoni non graditi al podestà… ehm al sindaco, che sia schedato dai carabinieri! Potrebbe sembrare un caso da baraccone, prodotto dalla calura estiva. Ma in realtà dovrebbe mettere in guardia i credenti riguardo la cultura politica della sinistra, intrisa come sempre di fanatismo ideologico. Non a caso, qualche settimana fa, quando la Cei aveva criticato la legge Scalfarotto-Zan, un esponente del Pd milanese si era spinto a chiedere non si sa bene a chi di “prendere provvedimenti” contro i vescovi; che al 99% lodano i provvedimenti del governo di sinistra e tuonano contro i suoi avversari. L’unica volta che sgarrano, però, non viene loro perdonato. Anche perché dentro il Pd e la sinistra i gruppi di pressione e le organizzazioni Lgbt contano, eccome, e spingono, e fanno pendere minacce su capo dei dubbiosi (ricordiamo che uno dei partiti di cui è composto il Pd sarebbe la ex Dc). Non sei a favore della Zan-Scalfarotto? Sei sospetto di omofobia. Un sospetto che equivale alla condanna, e al rogo. Per cui, cari amici cattolici, magari non vi staranno simpatici Salvini o Meloni. Ma nessuno dei sovranisti pensa di schedarvi quando andate in chiesa né tanto meno di imporre al vostro parroco cosa pregare. Lo vedete un sindaco leghista organizzare una simile pagliacciata come a Lizzano, quando un sacerdote raccoglie le preghiere ai migranti? Non mi risulta sia mai accaduto ma nel caso lo facesse sarebbe da ricovero. Ricordate, fedeli, nell’urna Dio vi vede, Scalfarotto no.

A Lizzano prove tecniche di regime in vista del ddl Scalfarotto. La sindaca vuole mandare i Carabinieri a identificare persone che dicono il rosario. Andrea Cionci su Libero Quotidiano il 16 luglio 2020.

Andrea Cionci. Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore. In gergo calcistico si dice: “sono saltate le marcature”, ma l’espressione ben si presta al caso di Lizzano (Taranto) dove, in un sol giorno, sono saltati i principi della legalità, della democrazia, del Cattolicesimo, del rapporto Stato-Chiesa e di quello Istituzioni-Forze dell’Ordine. Non male. L’ultimo numero di attrazione del “Circo Italia” è un sindaco che interviene per bloccare dei Carabinieri mentre proteggono della gente che prega dentro una chiesa e anzi, indirizza i militari a schedare i partecipanti al rosario. In sostanza: una esponente delle Istituzioni che oppone forme di resistenza a un pubblico ufficiale (art. 33 C.P.) contestando i motivi per cui dei privati cittadini all’interno di una chiesa si sono liberamente riuniti in preghiera. Cose così. La questione è nata perché, l’altro ieri, il parroco di Lizzano, don Giuseppe Zito, ha ospitato un rosario nella propria chiesa per pregare affinché non passi alla Camera il disegno di legge Zan-Scalfarotto-Boldrini contro l’omotransfobia, che prevede pene severissime per chiunque osi pronunciare opinioni contrarie alla propaganda omosessualista, o se addirittura esprima concetti eversivi tipo: “I bambini hanno bisogno di un papà e di una mamma”. Gli è che, da un paio di millenni, per il Cattolicesimo, il sesso gay è un grave peccato e per questo don Giuseppe ha accolto un gruppo di fedeli laici che volevano prender parte a una veglia di preghiera a favore della famiglia naturale. Per toglierci un dubbio siamo andati a verificare sul Catechismo e, ai seguenti articoli, abbiamo trovato:

2333 Spetta a ciascuno, uomo o donna, riconoscere ed accettare la propria identità sessuale.  

2357 Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni,  la Tradizione ha sempre dichiarato che « gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati ».  Sono contrari alla legge naturale. Precludono all'atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati.

Altro che “Chi sono io per giudicare” di bergogliana memoria; col ddl Scalfarotto, che consente ampie interpretazioni, si potrà andare in galera solo per aver citato pubblicamente questi articoli della dottrina cattolica. Lecito quindi che dei credenti abbiano deciso di riunirsi per pregare Maria affinché eviti l’amaro calice di questa legge considerata lesiva della loro libertà di culto. Non è un caso che, dello stesso avviso, siano anche alcuni musulmani, scesi in piazza con cattolici, atei e omosessuali “non allineati”. L’iniziativa del rosario era circolata sui social e così, fuori della chiesa, si è subito raccolta una folla di attivisti gay con striscioni e grida varie. Rischioso e non poco: come scriveva Avvenire nel 2014, prima del proprio, inspiegabile outing a favore del ddl Scalfarotto: “A Bologna come a Torino, ad Aosta e a Napoli – scriveva l’articolista di Avvenire - difendere pacificamente la famiglia naturale fondata sull’unione tra uomo e donna, e la stessa libertà di espressione, in Italia può costituire un rischio per la propria incolumità. Al punto da scatenare, contro i gruppi delle “Sentinelle in piedi”  episodi di intolleranza e, in molti casi, di vera e propria aggressione fisica”. Quelli che hanno partecipato a questo tipo di iniziative riferiscono spesso di pomeriggi ad alto tasso adrenalinico: restare in piedi, in silenzio, tentando di leggere un libro mentre una folla inferocita, intorno, urla e insulta, non deve essere molto piacevole. Per questo, i Carabinieri di Lizzano sono intervenuti identificando i manifestanti fuori della chiesa: una misura cautelativa che non comporta, di per sé, alcuna sanzione. L’operazione è stata però interrotta dalla sindaca, Antonietta D’Oria, eletta con una lista civica, che si è schierata a difesa degli attivisti lgbt. Alzando la voce, ha cercato di convincere i Carabinieri a non identificare i manifestanti o, quantomeno, a cominciare dalle persone in chiesa. I militari hanno fatto rispettosamente notare alla D’Oria che la misura era nell’ottica di evitare disordini o risse e hanno proceduto secondo gli ordini ricevuti. Per la sindaca, pure garante della legalità e delle istituzioni, potrebbe forse configurarsi  il reato di Resistenza a pubblico ufficiale (art. 337 C.P.) dato che esso contempla anche atti volti semplicemente a ostacolare l’esplicazione di una funzione pubblica pur senza aggressioni fisiche. La sua carica pubblica, inoltre, dovrebbe costituire un'aggravante. “Per quanto ci riguarda – spiega il senatore Simone Pillon, capofila della resistenza al ddl Scalfarotto – ci basta che la sindaca, tentando persino di piegare l’attività delle FdO, abbia fornito un saggio di quello che sarebbe la nostra società se questo decreto liberticida dovesse passare: diverrà ordinario chiudere la bocca a chiunque non la pensi come le lobby lgbt. Peraltro, la sindaca dovrebbe capire che delle persone intente nel rosario, in chiesa, non stanno turbando l’ordine pubblico e che pregare affinché una legge non passi, non corrisponde ad essere “contro” le persone o “per l’odio””. Facile immaginare che  i partecipanti all’iniziativa #restiamoliberi avranno un’ulteriore freccia al loro arco grazie al recente autgol del fronte lgbt. Per #restiamoliberi sono scese fino ad oggi in piazza oltre 10.000 persone in 83 città italiane, che arriveranno a 100 nell’arco di 10 giorni. La richiesta all’opposizione è di un “no” compatto al momento del voto "poiché questa è l’arma concreta che un politico ha in mano per difendere la libertà"; alla maggioranza chiedono di fermarsi, in nome della democrazia e della libertà di espressione. Al Presidente della Repubblica Mattarella chiedono che non permetta l’approvazione di una legge incostituzionale. Richieste con le quali si può essere più, o meno d’accordo, ma espresse in buon italiano e senza accenti violenti. Eppure, nessuno dei media ha dato spazio a queste mobilitazioni, tranne i quotidiani locali: il segnale è veramente inquietante. Inoltre, questo controllo, o auto-controllo dei media offre il fianco a tutti coloro che parlano di “prove tecniche di dittatura”. E la sindaca di Lizzano ci ha messo del suo.

Se il vescovo di Taranto si schiera contro chi prega per la famiglia. Dopo il sindaco di Lizzano, anche il monsignore di Taranto ha dato ragione ai manifestati contro la preghiera in favore delle famiglie tradizionali e contro il ddl Zan. Francesca Galici, Domenica 19/07/2020 su Il Giornale.  La libertà di pensiero e di religione, oltre a essere garantita dall'articolo 21 della Costituzione italiana, è sancita anche dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. Si direbbe in una botte di ferro, inviolabile e in alcun modo contestabile. Ma ciò che raccontano le attuali cronache dal nostro Paese sembrano dire il contrario. L'ultimo caso riguarda una movimentata manifestazione pro LGBT che si è tenuta al di fuori di una chiesa di Lizzano, in provincia di Taranto, dove un gruppo di fedeli si è riunito pin preghiera a favore della famiglia tradizionale e contro il ddl Zan. A meno che non sia vietato o sconveniente creare un gruppo di preghiera come quello che si è ritrovato all'interno della Chiesa di San Nicola di Lizzano, i fedeli sarebbero dovuti essere liberi di farlo. Non la pensano così tutti quelli che, venuti a conoscenza dell'iniziativa, si sono precipitati all'esterno dell'edificio religioso per protestare contro la libertà di pensiero e di religione. Un gruppetto di esponenti arcobaleno non hanno gradito la preghiera, il cui diritto non può essere limitato nel suo esercizio perché sovrasta qualunque legge. Gli esponenti protestano per i contenuti delle preghiere, non per l'atto, in sé ma il significato è lo stesso, perché interferire significa attentare alla Costituzione italiana. Si crea un po' di confusione e quindi le forze dell'ordine sono costrette a intervenire e, come da prassi, cercano di effettuare il riconoscimento dei presenti. Il caos al di fuori della Chiesa di San Nicola di Lizzano cresce e viene informato il sindaco, che si reca sul posto. Antonietta D'Oria si schiera dalla parte delle bandiere arcobaleno, perché quella "preghiera è una vergogna per un paese democratico come Lizzano". Il primo cittadino si appella alla democrazia, quindi, che non vale per l'espressione di un diritto sancito costituzionalmente. "Perché non pregare contro i femminicidi, le violenze domestiche, le spose bambine? Perché non celebrare una messa in suffragio per le anime dei disperati che giacciono in fondo al Mediterraneo?", si chiede il sindaco in un post su Facebook, suggerendo quindi ai fedeli il contenuto delle loro preghiere. Nella nuova idea di democrazia, quindi, il diritto alla preghiera è difeso solo se orientato verso ciò che viene suggerito dall'istituzione. A dar man forte è arrivato anche l'arcivescovo di Taranto Filippo Santoro, che invece di difendere i suoi fedeli ha optato per il più conveniente politicamente corretto. "Un momento di preghiera, che per natura è, e dovrebbe essere, un momento aggregativo, che riunisce la Comunità Cristiana, è diventato purtroppo un motivo di divisione e di contrapposizione", ha dichiarato il religioso. Il suo discorso sembra suggerire di aderire alla corrente predominante nel nostro Paese in questo momento per evitare le "divisioni e contrapposizioni", calpestando il diritto al pensiero libero, in una sorta di appello al quieto vivere che, però, di democratico conserva ben poco.

Da ilsicilia.it il 23 luglio 2020. Finisce sui social l’omelia all’aperto di don Calogero D’Ugo, parroco di Belmonte Mezzagno, in provincia di Palermo, contro la legge sull’omofobia. Dal sagrato allestito davanti all’ingresso della chiesa, il sacerdote, come riporta l’edizione on line di Repubblica, ha lanciato un anatema contro il provvedimento. “In Senato c’è una legge bavaglio che vogliono approvare – ha detto il parroco nella sua omelia – E’ una legge che parla del reato di omofobia. Cioè che se tu esprimi un parere contrario ai gruppi omosessualisti puoi andare in galere. Se tu dici non sono d’accordo che due uomini adottano un bambino puoi essere denunciato e processato. Se a scuola a tuo figlio vengono a fare educazione gender, una madre che si ribella può andare sotto processo“. Il parroco ha poi proseguito la sua dura rampogna sostenendo che “adesso in Italia abbiamo le "categorie protette". Sui preti puoi dire tutto, Dio lo puoi bestemmiare, sui giornalisti puoi dire tutto, sui politici no, sugli omosessuali se parli vai in galera. Qua non si tratta di non rispettare le persone con queste tendenze figuratevi, qua si tratta di voler mettere il bavaglio alla libertà di pensiero e di opinione, da parte di quelli che si dicono liberali e democratici. ed è vergognoso se passa una legge di questo tipo“. Il sacerdote ha infine concluso la sua omelia affermando: “Se passa questa legge io con questa predica rischio la denuncia. Non ho problemi”.

"Zan-Scalfarotto", il don tuona: "Se parli di omosessuali vai in galera". Don Calogero D'Ugo, parroco siciliano, si scaglia contro la "Zan-Scalfarotto". Per il consacrato ormai in Italia esistono delle "categorie protette". Giuseppe Aloisi, Giovedì 23/07/2020 su Il Giornale. "Se tu esprimi un parere contrario ai gruppi omosessualisti puoi andare in galera. Se tu dici non sono d’accordo che due uomini adottano un bambino puoi essere denunciato e processato". A parlare è don Calogero D'Ugo, un parroco del palermitano, che ha deciso di contrastare in maniera pubblica, ossia mediante una vera e propria omelia, l'avanzata in commissione parlamentare della cosiddetta "Zan-Scalfarotto", la legge portata avanti dalla maggioranza giallorossa, che intende introdurre il reato di omofobia. Nel corso di queste settimane, la mobilitazione del mondo cattolico è stata incisiva. Dalla presa di posizione della Conferenza episcopale italiana alla campagna "restiamo liberi" dei movimenti pro life: la "base" è scesa nell'agone per manifestare ferma contrarietà. I vertici, questa volta, hanno assicurato il loro sostegno. Per quanto persista più di una lamentela su una mancata discesa in campo istituzionale della Chiesa cattolica. La maggioranza giallorossa, a parte qualche ragionamento su qualche possibile modifica, non sembra essere intenzionata a tornare indietro sul provvedimento. Don Calogero non è l'unico parroco ad aver esposto le sue preoccupazioni. Don Antonello Iapicca, per esempio, ha scritto su Facebook che: "Il Coronavirus ha solo evidenziato l'epidemia del peccato e della paura della morte che infetta il cuore di ogni uomo. Il virus prima o poi passerà, e sarà tutto come prima, solo qualche angoscia in più, alle quali corrisponderanno più alienazioni. Mentre con il Ddl Zan convertito in legge davvero nulla sarebbe più come prima. Più grave addirittura dell'aborto. E non solo perché si tratterebbe di una legge liberticida". Una legge "liberticida", insomma, che avrebbe persino effetti peggiori del "cigno nero". Il clero, in misura maggiore rispetto ad altre circostanze, sembra preoccupato per l'avvenire. E don Calogero non ne ha fatto mistero quando ha parlato di "legge bavaglio": "Se a scuola a tuo figlio vengono a fare educazione gender, una madre che si ribella può andare sotto processo", ha aggiunto il parroco siciliano. La parte più significativa del discorso è stata forse quella in cui il don ha parlato di "categorie protette": "Sui preti puoi dire tutto, Dio lo puoi bestemmiare, sui giornalisti puoi dire tutto, sui politici no, sugli omosessuali se parli vai in galera. Qua - ha aggiunto il parroco, come ripercorso su Dagospia - non si tratta di non rispettare le persone con queste tendenze figuratevi, qua si tratta di voler mettere il bavaglio alla libertà di pensiero e di opinione, da parte di quelli che si dicono liberali e democratici. ed è vergognoso se passa una legge di questo tipo". Si ventila l'ipotesi che anche i preti possano incorrere in sanzioni nel momento in cui decidessero di citare alcuni passaggi biblici. Anche gli insegnanti, però, potrebbero essere coinvolti: si pensi, a titolo esemplificativo, ad alcuni versi della Divina Commedia. I contrari segnalano pure come il governo, nonostante le urgenze economico-sociali, abbia deciso di concentrarsi sull'approvazione di questo provvedimento. Qualcosa di simile sta succedendo in Francia, dove i vescovi si stanno ribellando alla riforma bioetica di Emmanuel Macron. Un altro progetto che rischia di passare in un momento davvero particolare per l'Occidente.

Papa Francesco, Antonio Socci: Bergoglio costretto a benedire i gay per non finire sotto inchiesta. Antonio Socci su Libero Quotidiano il 06 luglio 2020. C'è chi - anche in Vaticano - si pone con inquietudine una domanda: perfino il Papa, domani, potrebbe essere "inquisito" - in via di principio - in base alla legge, appena presentata in Parlamento, sull'omotransfobia? O potrebbero esserlo vescovi, preti e fedeli che ne riportano il magistero? I promotori della legge sostengono che la libertà di parola non viene toccata (bontà loro), tuttavia gli oppositori sostengono che non è così. Secondo il senatore Quagliariello «quel Ddl prevede un reato di opinione chi esprime un'opinione senza usare violenza e offendere può essere incriminato». E il cardinale Ruini concorda con lui: «Questo è un tipico esempio di dittatura del relativismo». In effetti la fattispecie dei reati, in questo Ddl, è così generica che la critica - per esempio - al matrimonio omosessuale o alla teoria del genere o ad altre richieste Lgbt, potrebbe domani essere impugnata e giudicata come «discriminazione» o «istigazione all'odio». Il relatore Alessandro Zan (Pd) non dissolve affatto i dubbi. Ha dichiarato: «Le polemiche di una parte della destra sulla libertà di espressione sono pretestuose, perché quando questa diventa istigazione all'odio non può essere più un principio assoluto». Ma proprio qui sta il problema: quando è che la libertà di critica diventa istigazione all'odio? Qualcuno lo deciderà a sua discrezione. Quando è che un giudizio negativo diventa odio o discriminazione? Non sono questioni secondarie essendoci addirittura un rischio penale. Per la Chiesa cattolica ne va della sua stessa libertà. Come la mettiamo con i testi biblici che non sono teneri con l'omosessualità: si censura la Bibbia? E il Catechismo della Chiesa Cattolica?

Quando disse... - Papa Bergoglio, di certo, ha sempre manifestato comprensione e rispetto verso le persone omosessuali, condannando discriminazioni e violenze ai loro danni. Tuttavia sulle questioni relative all'omosessualità e al gender, si è espresso con parole che potrebbero urtare la suscettibilità del mondo Lgbt. Ad esempio, il 25 maggio 2018, il sito Vatican Insider della Stampa titolava: «Il Papa: "Se c'è il dubbio di omosessualità, meglio non far entrare in seminario"». Il pontefice - si legge nell'articolo - «ha esplicitamente menzionato i casi di persone omosessuali che desiderano, per vari motivi, entrare in seminario. Quindi ha invitato i vescovi ad un "attento discernimento", aggiungendo: "Se avete anche il minimo dubbio, è meglio non farli entrare"». Tutto questo potrà domani essere considerato discriminatorio? Sarà sottratto alla Chiesa il diritto di scegliere chi ammettere in seminario? Ci sono molti altri pronunciamenti del Papa. Nell'esortazione post-sinodale Amoris laetitia (2016), tanto osannata dal mondo progressista, il Papa ha esaltato «la dignità e la missione della famiglia», sottolineando che «i Padri sinodali hanno osservato che "circa i progetti di equiparazione al matrimonio delle unioni tra persone omosessuali, non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia"; ed è inaccettabile "che le Chiese locali subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai Paesi poveri all'introduzione di leggi che istituiscano il "matrimonio fra persone dello stesso sesso"». Il 1° ottobre 2016, durante il viaggio in Georgia e Azerbaijan, incontrando i sacerdoti, il Papa ha messo in guardia da «un grande nemico del matrimonio, oggi: la teoria del gender. Oggi c'è una guerra mondiale per distruggere il matrimonio. Oggi ci sono colonizzazioni ideologiche che distruggono, ma non si distrugge con le armi, si distrugge con le idee. Pertanto, bisogna difendersi dalle colonizzazioni ideologiche». In quel viaggio tornò su questi argomenti: «Quando si parla del matrimonio come unione dell'uomo e della donna, come li ha fatti Dio, è uomo e donna Questa è la verità (). Uomo e donna che sono una sola carne quando si uniscono in matrimonio. Quando si distrugge questo, si "sporca" o si sfigura l'immagine di Dio». Poi racconta: «Io ho accompagnato nella mia vita di sacerdote persone con tendenza e con pratiche omosessuali. Le ho accompagnate, le ho avvicinate al Signore... Questo è ciò che va fatto. Le persone si devono accompagnare come le accompagna Gesù. Quando una persona che ha questa condizione arriva davanti a Gesù, Gesù non gli dirà sicuramente: "Vattene via perché sei omosessuale!", no. Quello che io ho detto riguarda quella cattiveria che oggi si fa con l'indottrinamento della teoria del gender. Mi raccontava un papà francese che a tavola parlavano con i figli - cattolico lui, cattolica la moglie, i figli cattolici, all'acqua di rose, ma cattolici - e ha domandato al ragazzo di dieci anni: "E tu che cosa voi fare quando diventi grande?" - "La ragazza". E il papà si è accorto che nei libri di scuola si insegnava la teoria del gender. E questo è contro le cose naturali».

Uomo e donna li creò - Nella stessa Amoris laetitia il Papa scrive: «Un'altra sfida emerge da varie forme di un'ideologia, genericamente chiamata gender, che nega la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna. Essa prospetta una società senza differenze di sesso, e svuota la base antropologica della famiglia. Questa ideologia induce progetti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un'identità personale e un'intimità affettiva radicalmente svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina. L'identità umana viene consegnata ad un'opzione individualistica, anche mutevole nel tempo. È inquietante che alcune ideologie di questo tipo, che pretendono di rispondere a certe aspirazioni a volte comprensibili, cerchino di imporsi come un pensiero unico che determini anche l'educazione dei bambini. Non si deve ignorare che sesso biologico (sex) e ruolo sociale-culturale del sesso (gender), si possono distinguere, ma non separare».

Scuola e ideologia - Il 19 gennaio 2015, durante il viaggio nelle Filippine è tornato a tuonare contro «la colonizzazione ideologica», facendo un esempio «che ho visto io». Riguardava un ministro dell'Istruzione Pubblica che aveva ottenuto dei fondi per le scuole di poveri, ma «a condizione che nelle scuole ci fosse un libro per i bambini di un certo livello. Era un libro di scuola, un libro preparato bene didatticamente, dove si insegnava la teoria del gender . Questa è la colonizzazione ideologica: entrano in un popolo con un'idea che niente ha da fare col popolo e colonizzano il popolo con un'idea che cambia o vuol cambiare una mentalità o una struttura. Durante il Sinodo i vescovi africani si lamentavano di questo, che è lo stesso che per certi prestiti (si impongano) certe condizioni . Ma non è una novità questa. Lo stesso hanno fatto le dittature del secolo scorso. Sono entrate con la loro dottrina. Pensate ai Balilla, pensate alla Gioventù Hitleriana. Hanno colonizzato il popolo, volevano farlo. Ma quanta sofferenza. I popoli non devono perdere la libertà». Si potranno dire ancora queste cose?

I cattolici si uniscono: "Legge contro omofobia è liberticida". Cattolici compatti e convinti contro il ddl Zan-Scalfarotto promosso dalla maggioranza giallorossa. Le sanzioni previste scandalizzano. Francesco Boezi, Sabato 20/06/2020 su Il Giornale. Precedenza alla riforma bioetica, persino in tempi pandemici. La convinzione dei Pro life e Pro family, quindi dei cattolici, è che la cosiddetta legge Zan-Scalfarotto, quella in discussione alla Camera dei deputati, possa minare la libertà d'opinione. Il dibattito passa sottotraccia. Le necessità del Paese sarebbero soprattutto economiche. E di economia si discute tra i corridoi dei palazzi del potere. La trafila della Zan-Scalfarotto però sembra breve: l'esultanza dei progressisti è già orecchiabile. Se ne sente l'eco. La maggioranza giallorossa - nonostante le "priorità" sbandierate, gli Stati generali del premier Giuseppe Conte, il dibattito sulle contromisure europee e tutto quello che ha il carattere politico di necessità impellente - prosegue nella strada dell'approvazione dei "nuovi diritti". Così li chiama il papa emerito Benedetto XVI. Per il fronte cattolico-conservatore, in maniera più semplice, ci troviamo nel bel mezzo di una "battaglia antropologica". Sul campo, oggi, risiede la discussione attorno al ddl che intende contrastare la omofobia. Della Zan-Scalfarotto ci siamo occupati quando abbiamo presentato il parere dell'Unione giuristi cattolici di Perugia: "Il ddl finisce in realtà per costruire ulteriori muri, recinti e riserve, in cui alcuni diventano più uguali degli altri", aveva tuonato l'avvocato Simone Budelli. Ma qual è la sostanza di questo provvedimento. Nel corso del pomeriggio di ieri, il fronte Pro life ha iniziato a sbracciarsi: "6 anni di galera, risarcimenti astronomici, lavori gratuiti per le associazioni LGBT". A scrivere su Facebook è Jacopo Coghe, uno dei vertici del mondo Pro Family italiano. Un testo è apparso sul quotidiano L'Espresso. Le proteste della base cattolica non si sono fatte attendere. Anche la Cei ha dichiarato ferma contrarietà. Persino il gesuita padre Bartolomeo Sorge, uno di quei consacrati che hanno spostato l'asse verso il progressismo ecclesiastico in questi anni, è stato cristallino. Su questa storia del ddl Zan-Scalfarotto la Chiesa cattolica ha ritrovato l'unità perduta. Coghe insiste nella disamina, prendendo per buono quanto emerso: "A chi verrà condannato per omotransfobia sarà tolta la patente, sarà revocato il passaporto e ogni altro documento valido per l'espatrio, sarà tolta la licenza di caccia e dopo la galera dovranno osservare il coprifuoco rientrando a casa al tramonto". Se il quadro venisse confermato, insomma, sarebbe pronosticabile sin da ora un dibattito serrato, In termini politici sì, ma anche se non sopratutto in quelli giuridici. La maggioranza è compatta. Il Partito Democratico è per la "piattaforma Cirinnà". Il MoVimento 5 Stelle ha spesso strizzato l'occhio ai "nuovi diritti". Italia Viva non ha mai fatto mistero di essere per un cattolicesimo democratico aperturista. Il sentiero è spianato. Jacopo Coghe è uno dei due coordinatori di Pro Vita e Famiglia. Non è che ci sia molto da indagare rispetto al pensiero di questo esponente: "La legge sull'omotransfobia nasconde una vera e propria fobia questo e vero: quella delle lobby lgbt nei confronti di chi crede e riconosce la famiglia naturale come unica famiglia, come d'altronde fa la stessa Costituzione italiana! Non vogliono che si dica più che il bambino ha bisogno di mamma e papà. Ci vogliono mandare tutti in galera o farcela pagare (con sanzioni) come si suol dire...", afferma a IlGiornale.it. E ancora: "Poi passeranno a 'rieducare' i nostri figli con questa nuova ideologia che non riconosce maschio e femmina come sessi distinti. Questo invece sarà considerato moderno e corretto, snaturare l'ordine delle cose e intervenire nell'intimità di bambini innocenti parlando di argomento cje con la cultura e l'istruzione scolastica non c'entrano nulla". Questa sarebbe la prima mossa di una serie. E molte delle prossime mosse sarebbero indirizzate nei confronti della destrutturazione di quelli che i cattolici ritengono ancora essere valori tradizionali. Il governo fa fatica a trovare la quadra sull'economia. Il ragionamento sulla svolta bioetica appare più semplice: comporta meno problemi di amalgama parlamentare. Dunque si procede. Con buona pace dei cattolici. Questa volta, con buone probabilità, molti se non tutti schierati sul fronte dell'opposizione a Conte ed alla maggioranza che regge l'esecutivo.

Barbara Acquaviti per “il Messaggero” l'11 giugno 2020. Per ora, ci sono cinque proposte. Non esiste ancora, invece, un testo base, ovvero quello che facendo la sintesi delle diverse opzioni sul campo - funge da canovaccio di lavoro in Parlamento. Potrebbe arrivare la settimana prossima. Ma la Conferenza episcopale italiana, evidentemente, non ha bisogno di aspettare.

LA POLEMICA. Le norme contro l'omotransfobia, all'esame della commissione Giustizia della Camera, per i vescovi semplicemente non servono, perché l'ordinamento giuridico dicono - già tutela dalle discriminazioni, anche quelle di genere. Di più: per la Cei il rischio è quello di una deriva «liberticida». Insomma, è l'obiezione degli alti prelati, con una legge di questo tipo potrebbe diventare un «reato di opinione» anche dire che «la famiglia esiga per essere tale un papà e una mamma». Il timore è che la legge si trasformi in un'arma del cosiddetto pensiero unico contro esternazioni che sono proprie del sentire cattolico. Va detto che era stato lo stesso papa Francesco, in Amoris laetitia, a sottolineare che «nessuna persona deve essere discriminata sulla base del proprio orientamento sessuale». Per la Cei, tuttavia, il rischio è che le cinque proposte finiscano per generare un nuovo problema nel tentativo di risolverne un altro.

I TESTI. Ma cosa c'è nei testi depositati alla Camera che genera in loro questo timore? In tutto, si tratta di cinque disegni di legge a prima firma Boldrini (Pd), Scalfarotto (Iv), Perantoni (M5s), Bartolozzi (Fi) e Zan (Pd), che è anche il relatore. Il lavoro parlamentare parte dal presupposto che ci sia un vuoto normativo da colmare. Si propone, dunque, di intervenire sugli articoli 604 bis e 604 ter del codice penale con l'idea di inserire l'orientamento sessuale e l'identità di genere all'interno dell'attuale impianto giuridico in materia di reati e discorsi d'odio. In pratica, un allargamento della cosiddetta legge Mancino. La politica, come sempre in questo tipo di materie, si divide. Plaude, per lo più, l'opposizione. Il relatore, Alessandro Zan, si dice sorpreso dall'intervento della Cei e assicura che «non c'è nessuna limitazione della libertà di espressione o censura o bavaglio». La presidente della commissione Giustizia, la grillina Francesca Businarolo, sottolinea come «affermare che esistono già adeguati presidi per contrastare questo fenomeno significa non voler prendere atto di una dura realtà di discriminazione nei confronti della quale noi sentiamo la responsabilità politica ed etica di intervenire». Anche la dem Laura Boldrini sottolinea come la legge in discussione «ha per obiettivo non le opinioni e la libertà di espressione, come afferma erroneamente la nota della Cei, ma gli atti discriminatori o violenti e l'istigazione a commettere questi reati come condotte motivate dal genere».

LA DIVISIONE. Nel Pd, tuttavia, si confrontano due anime, una delle quali, di ispirazione cattolica, è molto sensibile ai richiami dei vescovi e non vuole rinunciare ad essere punto di riferimento delle istanze della Chiesa all'interno dell'arco parlamentare. «La Cei – spiega il capogruppo dem in commissione Giustizia, Alfredo Bazoli – pone dei paletti e io penso che siano ragionevoli. Si tratta di una preoccupazione legittima a cui rispondo che ne siamo perfettamente consapevoli e non abbiamo alcuna intenzione di muoverci in quella direzione».

Ecco la legge contro l'omofobia che spaventa i vescovi. Il rischio di "deriva liberticida" non c'è. La Cei si è scagliata contro il ddl Zan perché limiterebbe la libertà critica ai gruppi anti-Lgbt. Eppure il testo, che L'Espresso ha letto in anteprima e che pubblica, esclude il reato di propaganda di idee. In sintesi le persone Lgbt diventano soggetti vulnerabili. Ma si potrà persino dire liberamente che sono malate. Simone Alliva l'11 giugno 2020 su L'Espresso. La legge contro l'omotransfobia c'è. La norma bollata come "deriva liberticida" dalla Cei e dai gruppi anti-lgbt no. Il testo di di legge unificato che sarà depositato in Commissione Giustizia martedì prossimo e votato dai deputati il giorno successivo, l'Espresso lo ha letto in anteprima. Un testo snello che riunifica cinque ddl (Boldrini, Zan, Scalfarotto, Perantoni, Bartolozzi) e che inizierà il suo percorso alla Camera.  Ieri vescovi italiani sono scesi in campo contro il ddl: «Non serve una nuova legge. Anzi, l’eventuale introduzione di ulteriori norme incriminatrici rischierebbe di aprire a derive liberticide». La legge, al contrario, mette sullo stesso piano la discriminazione per orientamento sessuale a quello razziale, interviene su due punti del codice penale e attraverso un'aggiunta alla legge Mancino, mira a sanzionare gesti e azioni violenti di stampo omotransfobico. Di una legge contro l’omofobia nel nostro paese si parla esattamente da 24 anni. Il cuore della legge Zan punta a inserire l'orientamento sessuale e l'identità di genere all’interno dell’attuale impianto giuridico in materia di reati e discorsi d’odio, allo scopo di estendere la normativa già esistente alla protezione della popolazione Lgbt. Tale impianto risiede nella Legge n.654 del 13 ottobre 1975 (la cosiddetta “Legge Reale), modificata con il Decreto legge n. 122 del 26 aprile 1993 (meglio noto come “Legge Mancino”) che attualmente si limitano entrambe a punire i reati e i discorsi d’odio fondati su caratteristiche personali quali la nazionalità, l'origine etnica e la confessione religiosa. Proprio la Mancino è stata per anni una legge discussa, bistrattata, le pene sono state notevolmente attenuate dalla legge n. 85/2006. E poi, recentemente, minacciata di abrogazione dall'ex ministro alla Famiglia Lorenzo Fontana. 

L'anima di questa rivoluzione legislativa che spaventa vescovi e anti-lgbt della proposta Zan è visibile nei primi tre articoli. Tre modifiche che, molto semplicemente, inseriscono “il genere, l'orientamento sessuale e l'identità di genere" nel calderone delle discriminazioni per odio etnico, razziale o religioso. Il colpo d'occhio farebbe pensare a una legge che difende, come per tutte le categorie già citate dalla legge Mancino, anche le persone lgbt dal reato di propaganda di idee fondate sulla superiorità o sull'odio razziale o etnico, come dichiarato ieri dalla Conferenza Episcopale Italiana  ("finirebbe col colpire l'espressione di una legittima opinione, più che sanzionare la discriminazione"). Ma non è così. Il ddl grazie a un espediente giuridico esclude tale reato nei confronti delle persone Lgbt. Si legge nella legge Zan: del primo comma sono aggiunte, in fine, «oppure fondati sul genere, sull'orientamento sessuale o sull'identità di genere». Il termine comma, nel diritto italiano, indica una parte dell'articolo di una legge. Insomma una frase. Inserire "in fine", vuol dire sostanzialmente saltarlo. Quindi resta per la legge Mancino la questione razziale ed etnica che viene sì tutelata dal reato di propaganda. Cioè restano le pene per coloro che diffondono idee fondate sulla superiorità o l'odio razziale o etnico. Ma si esclude da questa tutela la comunità Lgbt che viene difesa solo in caso di "istigazione a commettere " o in caso commissione di atti di discriminazione. Per esempio: viene punita un'associazione che pubblicando la foto di un attivista gay invita i suoi seguaci a linciarlo. Non viene punita una persona che potrà ancora liberamente dire: l'utero in affitto è un abominio, il matrimonio omosessuale è sbagliato. Giuridicamente si rispetta quel confine sottile tra determinatezza e indeterminatezza, quello che caratterizza il reato di diffamazione per intenderci, e riserva dunque ai gruppi anti-lgbt quella libertà di pensiero che oggi sentono minacciata. Determinare un soggetto, metterlo all'indice e invitare alla discriminazione è un reato già ampiamente condannato dal già citato reato di diffamazione che con la legge Zan, potrebbe diventare "aggravato" in caso di soggetti vulnerabili come le persone Lgbt. 

Le persone lgbt diventano soggetti vulnerabili. Proprio la "vulnerabilità" delle persone lgbt viene certificata giuridicamente. Lo status di vittima vulnerabile non viene accertato di volta in volta ma desunto da elementi oggettivi: le caratteristiche personali della vittima e la natura e le circostanze del reato. La legge intervenendo sull'Articolo 90 quater del Codice di procedura penale, inserisce la frase "o fondato sul genere, sull'orientamento sessuale o sull'identità di genere". e riconosce così gay, lesbiche e transessuali come vittime vulnerabili nell'Italia di oggi. L'articolo 4 concede un patrocinio gratuito alle vittime di omotransfobia. Per la legge italiana, al fine di essere rappresentata in giudizio, la persona non abbiente può richiedere la nomina di un avvocato e la sua assistenza a spese dello Stato. Dal 2013 è stato disposto che per le vittime vulnerabili fosse previsto la concessione di un gratuito patrocinio anche sopra il limite di legge. Le spese processuali di una persona Lgbt vittima di omotransfobia andranno dunque a carico dello Stato, come avviene per i reati con violenza di genere. Si interviene anche sulla "recupero" degli omofobi che aggrediscono le persone lgbt. Dopo un processo, il condannato che non si oppone può, eventualmente chiedere la sospensione della pena e fare attività non retribuita. Ad esempio potrebbe farla presso un'associazione Lgbt come come Arcigay. Il cosiddetto lavoro socialmente utile da parte di chi dopo aver offeso la collettività cerca di restituirne una parte, magari formandosi anche su quel pezzo di mondo che ha tentato di distruggere.  

L'educazione e le case rifugio. Infine, gli ultimi articolo del disegno di legge, prevedono un percorso culturale che vuole portare politiche positive per il Paese. C'è l'istituzione della giornata nazionale contro l'omotransfobia il 17 maggio, che prevede incontri e cerimonie anche da parte delle amministrazioni pubbliche. Una strategia nazionale di contrasto all'omotransnegatività con misure relative all'educazione e all'istruzione, al lavoro, alla situazione carceraria, alla comunicazione dando espressa copertura legislativa alle strategie già realizzate dall’Unar, attraverso una estensione delle competenze dell’ufficio. E poi l'istituzione di un fondo dedicato alle cosiddette "centri antidiscriminazione e case rifugio" che in questi anni, quasi sempre in solitudine e grazie a crowdfunding e iniziative indipendenti, hanno offerto assistenza sanitaria, sociale alle vittime: ai ragazzi e alle ragazze cacciate di casa per il loro orientamento sessuale, alle persone che per l'odio omotransfobico si sono ritrovate senza un tetto sopra la testa o prospettive per il futuro. A margine si aggiunge un monitoraggio attraverso l'istituto di statistica sull'andamento dell'omotransfobia in Italia.

Omotransfobia, le femministe contro la legge. Francesca Izzo: "No all'identità di genere, il sesso non si cancella". Pubblicato mercoledì, 01 luglio 2020 da Monica Rubino su La Repubblica.it. In una lettera aperta ai firmatari delle pdl confluite nel testo base depositato ieri alla Camera, le attiviste dell'associazione "Se non ora quando" invitano i legislatori a riflettere sulla terminologia adoperata. Francesca Izzo, storica del pensiero moderno e contemporaneo, tra le fondatrici del movimento femminista "Se non ora quando".

Perché criticate il ddl Zan contro la omotransfobia, depositato ieri alla Camera?

"Abbiamo scritto una lettera ai firmatari delle varie proposte di legge, ora riunite in un testo unico, chiedendo loro una riflessione sulla terminologia utilizzata, che suscita ambiguità".

Qual è il termine sotto accusa?

"È il gender, ovvero l'espressione 'identità di genere' che è una questione molto controversa. Le donne in tutto il loro processo di liberazione e di uscita da una condizione di oppressione sociale hanno messo in discussione il genere che veniva loro assegnato e che le poneva in condizione di subalternità. Con questa espressione si sostituisce l'identità basata sul sesso con un'identità basata sul genere dichiarato. Come scriviamo nella lettera, attraverso 'l'identità di genere' la realtà dei corpi -in particolare quella dei corpi femminili- viene dissolta. Il sesso non si cancella".

E al posto di "identità di genere" cosa bisognerebbe scrivere nella legge?

"Chiamiamo le cose con il loro nome: orientamento sessuale va bene, ma è meglio nominare esplicitamente la 'transessualità' piuttosto che 'l'identità di genere'. Se si parte dall'assunto che definire le differenze discrimina chi non rientra in quella categorie, le conseguenze possono essere anche grottesche. Le differenze vanno riconosciute e nessuno deve essere discriminato, ma non vogliamo cancellare il fatto che ci siano donne e uomini".

È la linea di J.K. Rowling l'autrice di Hanry Potter, accusata di transfobia per aver difeso Maya Forstater, la ricercatrice licenziata dopo il tweet in cui sosteneva che "la differenza sessuale è biologica"?

"Sì, e infatti abbiamo citato J.K. Rowling esplicitamente nella nostra lettera. In Francia lo scorso autunno è scoppiato il caso della filosofa Sylviane Agacinski estromessa dalla comunità accademica perché contraria alla maternità surrogata. In Italia è di poco più di un mese fa la richiesta avanzata da alcuni circoli Arci alla presidenza di espellere l'Arcilesbica perché sostiene che le donne trans non sarebbero da considerarsi per la loro identità di genere, ma per il sesso biologico. Mi sembra assurdo che usare il termine 'donna' sia diventato discriminatorio".

Le legge prevede un capitolo anche contro la misoginia. Che ne pensa?

"Ecco anche questo mi è parso molto strano. Il mio parere strettamente personale è che mi è sembrato curioso che tutto quello che riguarda le donne, dallo stalking al femminicidio, abbia trovato posto in una legge che difende le persone omosessuali e transessuali. Le donne non sono una categoria, ma la metà del genere umano".

·        Donne: Razzismo e Politicamente corretto.

Dagospia il 9 ottobre 2020. Estratto dal libro “Politicamente corretto- la dittatura democratica” di Giovanni Sallusti, edizioni Giubilei Regnani. È uno sport primitivo, la caccia all’uomo in carne, ossa e caratteri genitali (il massimo della “discriminazione di genere”, tra l’altro, se volessimo restituire alle parole il loro senso originario) riverniciata a passatempo perbene della classe dirigente occidentale, che ha smarrito ogni direzione esterna al cerchio perverso del Politicamente Corretto. Ai nostri lidi l’ha teorizzato espressamente nel suo ultimo libro Lilli Gruber, che dell’ideologia ipercorrettista incarna la versione fustigatrice, quasi un’Erinni del Politicamente Corretto. Il titolo è, letteralmente, un programma: politico, biopolitico, morale, teleologico: “Basta! Il potere delle donne contro la politica del testosterone”. È caccia aperta alla persona di sesso maschile, siamo anche oltre la criminalizzazione teorica che ne fa la Murgia (una dilettante nell’utilizzo del manganello tardofemminista rispetto alla furiosa Lilli), siamo all’invito dichiarato a farla finita con questa bestia in sembianze umanoidi, il maschio, a ricavare le conseguenze pratiche dal suo status di essere abietto, meramente pulsionale, sostanzialmente inferiore. È un grande pogrom (si spera solo) culturale contro chiunque sia dotato di pene, non se ne vergogni e non chieda per questo scusa al mondo, quello che pare auspicare la giornalista ultraprogressista, peraltro avvezza nella sua trasmissione “Otto e mezzo” a valorizzare quasi esclusivamente ospiti maschili, da Paolo Mieli a Marco Travaglio ad Andrea Scanzi, e a litigare ogni volta che interloquisce con l’unica leader politica donna esistente oggi in Italia, che si chiama Giorgia Meloni e con gran rosicamento di Lilli sta a destra. Il problema principale con l’animale-maschio, secondo l’equilibrata diagnosi della Gruber, sta anzitutto nella sua “cultura delle tre V”. Sintetizzata con le parole dell’intervista a “Io Donna”, supplemento del Corriere attraverso cui Lilli ha lanciato l’uscita del libro (come capita a tutte le eroine in lotta dura contro l’establishment, off course): “Le tre V maschili, volgarità, violenza, visibilità, risultato di una virilità impotente e aggressiva, devono essere sostituite da empatia, diplomazia, pazienza. Gli uomini devono essere rieducati”. Nel loro contenuto espressamente grottesco, sono frasi densissime, dietro ogni parola pulsa un totem dell’ideologia politicamente corretta. Proviamo a scomporle, a risalire agli elementi ideologici di base. Solo gli uomini sono volgari (e qui basta la superficiale esperienza di vita di ciascuno di noi per passare oltre). Solo gli uomini sono violenti, assioma che la cronaca si è già da sempre incaricata da smentire (il campionario va da partner maschili sfregiati con l’acido a evirazioni riuscite o tentate a vessazioni psicologiche non di rado con utilizzo strumentale dei figli) e che è stato definitivamente stracciato da un report del Viminale del 2017. In esso si evidenziava come quell’anno in Italia fossero state uccise 236 persone all’interno delle Relazioni Interpersonali Significative: famigliarità o prossimità affettiva consolidata. Ebbene, le donne erano 120, gli uomini 116, cui ne andavano aggiunti 4 ammazzati all'estero dalle loro partner che non avevano accettato la fine della relazione, o per soldi. Centoventi a centoventi, parità perfetta nella contabilità demente dell’orrore, cui però ci obbliga il sacro dogma del Politicamente Corretto, così ben illustrato da Lilli, sul monopolio testosteronico della violenza. No, i carnefici come le vittime non sono identificati dal genere, sono persone connotate dai loro comportamenti criminali. La violenza non è radicata nel cromosoma maschile, ma molto più originariamente dentro quel legno storto dell’umanità sezionato da Immanuel Kant (sì, un maschio, ma fidati Lilli, non totalmente un cretino), che non reputò di aggiungere specifiche sessuali alla sua ricognizione realista sulla condizione dell’essere umano. Per quei 120 casi è ridicolo parlare di “maschicidio”? Sì, ma non più di quanto sia ridicolo parlare di “femminicidio”: la soppressione fisica dell’altro, che è persona prima che maschio o femmina (almeno così funziona nell’Occidente cristiano, ma come vedremo il Politicamente Corretto mette nel mirino anche questa certezza residua), è atto immane legalmente e moralmente in quanto tale, a prescindere dall’apparato genitale della vittima. L’omicidio incarna già le colonne d’Ercole dell’umano, e una delle tante vittorie recenti del Politicamente Corretto è stata far passare come normale, e anzi doverosa, l’insultante formula “femminicidio”. Insultante per la donna, perennemente ridotta al suo genere (una sorta di quota rosa dell’omicidio), e insultante soprattutto per l’uomo. Ogni volta che la narrazione perbene sente il bisogno di tuonare contro il “femminicidio”, implicitamente sta certificando una gerarchia delle vittime, e quindi delle esistenze. Il maschio è ontologicamente una vittima di serie B (interessante sarebbe da indagare quanto di maschilismo irriflesso ci sia in questa visione per cui un uomo virile non può essere sopraffatto da una donna, per rivoltare i canoni delle Gruber contro loro stesse), un’esistenza di serie B, è materiale di scarto, vuoto a perdere, e strutturalmente sempre carnefice. Piuttosto oscuro il passaggio dell’autrice sulla “visibilità” maschile, a maggior ragione visto che trattasi di una signora che appare ininterrottamente da lustri su canali televisivi nazionali in prima serata. Interessante e rivelatore invece l’appunto successivo sulla “virilità impotente e aggressiva” dell’animale/maschio. Un giudizio radicalmente e fin esplicitamente sessista, l’irrisione denigratoria sulla mancata potenza sessuale, qualcosa che se praticato a parti invertite comporterebbe minimo la scomunica sociale del maschio bavoso che riduce la sua valutazione sulla donna a quella su un oggetto sessuale, e ipersessualizzato. Ma il doppiopesismo, del resto, è condizione necessaria e intrinseca del femminismo persecutore, e a volte sbeffeggiatore, politicamente corretto. Al termine di un’ospitata nel salotto gruberiano, Matteo Salvini si sentì rivolgere la seguente domanda, fondamentale da un punto di vista politologico e che sicuramente tormentava il sonno di tutti gli spettatori: “È contento che non deve più girare da ministro dell’Interno in mutande per le spiagge italiane come ha fatto quest’estate?”. Mentre l’interlocutore provava a focalizzare la situazione che stava vivendo, dover rispondere dell’enormità di essersi recato al mare in costume da bagno, la giornalista (competente, rigorosa ed istituzionale) vibrò il colpo di grazia: “E magari senza la pancia... Questo lo dico per l’occhio delle ragazze”. Risate, titoli di coda. Più che commentare, tentiamo un esperimento mentale, perché l’ideologia la puoi smascherare solo così, riconducendo la sua pretenziosità all’evidenza dell’empiria, alla pernacchia della realtà. Rovesciamo i poli attoriali della scena, mantenendone intatta la sostanza. Un conduttore maschio di successo si rivolge con tono canzonatorio a una politica donna: “E poi, se proprio deve tornare in spiaggia in mutande, veda di tornarci senza la cellulite. Sa, lo dico per gli occhi dei maschietti”. Chiaro cosa sarebbe accaduto, no?

 “Decolonialità e privilegio”, come i sistemi di potere possono trasformarsi in strumento di lotta. Lea Melandri su Il Riformista il 10 Luglio 2020. Razzismo, sessismo, colonialismo, capitalismo, specismo, le diverse forme che ha preso il dominio patriarcale nel corso della storia, arrivano oggi alla coscienza, insieme ai legami che vi sono sottesi. Si possono analizzare criticamente, riconoscere nei monumenti con cui ogni epoca ha inteso celebrarle, e persino additarle con gesti iconoclasti al pubblico disprezzo. Ma per una pratica politica che voglia produrre un cambiamento, il “partire da sé”, dalla interiorizzazione di quegli stessi sistemi di potere, è imprescindibile. Del colonialismo, tornato recentemente al centro del discorso politico a seguito delle grandi manifestazioni antirazziste dopo l’uccisione di George Floyd negli Stati Uniti, molto è stato scritto, anche se ignorato dai programmi scolastici. Poco o quasi nulla invece si sa di quello che potremmo chiamare il suo risvolto invisibile, il suo radicamento nei pensieri e negli affetti. Rachele Borghi, insegnante di Geografia all’Università Sorbona di Parigi in un libro coraggioso e originale appena uscito da Meltemi –Decolonialità e privilegio. Pratiche femministe e critica al sistema-mondo-, scrive: «Il problema oggi è la colonialità, non solo il colonialismo. I territori, quelli della mente, quelli dell’essere, quelli del potere, vanno decolonizzati, liberati cioè dalla colonialità». Le logiche del dominio sono inscritte nelle istituzioni, così come nella oscurità dei corpi e nelle relazioni più intime. I privilegi di cui godiamo, le violenze che esercitiamo sugli altri, possono restare invisibili dietro il paravento della ‘normalità’ e di comportamenti dati come ‘naturali’. Ma, una volta che li riconosciamo come tali –dice Rachele-, possiamo «trasformarli in strumenti di lotta». Quale luogo si può considerare allora più essenziale dell’Università per favorire lo sviluppo di un sapere critico e di una azione diretta a sovvertire i paradigmi di una “scientificità” costruita sulla separazione tra pensiero e corpo, ragione e sentimenti? Bell Hooks, più volte citata nel libro, indica con chiarezza che cosa significhi partire da un “sé” che riguardi non solo la collocazione geografica, l’appartenenza a un sesso, a una razza, a una classe, ma anche la contaminazione, più o meno consapevole, con le molteplici voci presenti in noi. «Spesso, parlando con radicalità del dominio, parliamo proprio a chi domina. La loro presenza cambia la natura e la direzione delle nostre parole. Questa lingua che mi ha consentito di frequentare l’Università, di scrivere una tesi di laurea, di sostenere colloqui di lavoro, ha l’odore dell’oppressore. La lingua è anche un luogo di lotta. È un bisogno di resistere che ci rende liberi, che decolonizza le nostre menti e tutto il nostro essere». Nei luoghi del sapere la colonialità passa innanzitutto attraverso l’idea di “rigore”, di “veridicità” di un testo inversamente proporzionale, dice Rachele, alla capacità di «non far trapelare la propria presenza dietro le parole». Esplicitare le proprie emozioni e suscitarle in chi legge, «non è solo un modo alternativo di scrivere il sapere scientifico: è un atto di resistenza al regime cartesiano, alla ingiunzione alla razionalità e alla distanza, che il sapere occidentale, eurocentrico, fa passare come unico modo possibile per scrivere la conoscenza». Diventare “disertori” rispetto all’accademia non vuol dire abbandonarla, ma scegliere di dismettere i panni di divulgatori di una violenza sistemica, creare alleanze, trovare modi di agire per trasformare il mondo, sovvertire le frontiere che hanno diviso saperi legittimi della cultura europea e saperi subalterni. Mi chiedo se un ragionamento analogo si può fare per il sesso femminile, considerato “vita inferiore”, materia, natura senza un Io intellegibile, più vicina agli animali e alle piante, e quindi messo fin dall’origine nella impossibilità di avere un sapere e una lingua propria. Non dovrebbe meravigliare che tra tanti passaggi della storia che hanno visto le donne schierarsi a fianco degli oppressori, ci sia stata anche l’impresa coloniale italiana in Libia, quella che la stessa Aleramo chiamò “l’ora virile”. Nel suo interessante studio sul rapporto tra il movimento femminile italiano e la cultura coloniale dell’Italia postunitaria – Sotto altri cieli (Viella 2009)- Katia Papa scrive: «La retorica del consenso, del risveglio della coscienza nazionale generato dalla prova bellica, imbrigliò il movimento emancipazionista. Il cedimento sul terreno dei diritti rese la simbologia del materno definitivamente subalterna all’ordine della nazione in guerra. Il valore nazionale della maternità risucchiò ogni altro motivo della riflessione femminile, a cominciare dal principio della autodeterminazione delle donne quale fondamento della appartenenza alla comunità nazionale». Mettere le “competenze” materne o le “virtù del cuore” al servizio della “nazione stirpe”, sostenere gli «splendidi frutti della magnifica razza italiana» (Matilde Serao), educare le donne mussulmane «bestiole mansuete, abituate a obbedire ciecamente» (Maddalena Cisotti Ferrara), è stato per alcune femministe del primo ‘900 il tentativo di uscire dalla lunga estraneità alla sfera pubblica, raggiungere una cittadinanza piena. Risalire secoli di colonialità o incorporazione forzata dell’unica visione del mondo, patriarcale prima ancora che eurocentrica, bianca, capitalista, ha significato e significa tuttora per le donne un doppio scarto, per quanto riguarda la presa di coscienza: uscire dalla identificazione col corpo, la sessualità, la maternità, e interrogare il sapere che ha dato loro una collocazione, un ruolo, un destino. Razzializzazione e naturalizzazione hanno riguardato fin dagli inizi della storia umana quel primo “diverso” che l’uomo ha conosciuto nascendo, in condizioni di estrema dipendenza e inermità, e successivamente in posizione di dominatore, e cioè il corpo femminile che l’ha generato. Questo spiega anche perché la “violenza invisibile”, lo sguardo maschile su di sé e sul mondo, sia stata al centro delle pratiche del primo femminismo, perché siano stati i cento ordini del discorso, forzatamente fatti propri, a essere interrogati affinché la parola, parlata e scritta, potesse aprire la strada a una autenticità e autonomia sconosciute. Nel libro di Rachele Borghi ho trovato sorprendenti analogie con l’esperienza del gruppo “sessualità e simbolico” creato a Milano nel 1977, il cui proposito ambizioso era di «sconvolgere nella scrittura delle donne i modi di pensare e di esprimersi acquisiti senza che si avesse la libertà di scegliere, rintracciare l’origine e il farsi della parola scritta dentro la storia del corpo». A dare forma alla lenta modificazione di sé si pensava già allora che dovesse essere una “nuova lingua”, capace di ragionare con la memoria di sé e insieme con i linguaggi di fuori, i linguaggi sociali.

SE SEI BIANCA, TI TIRANO LE PIETRE. (ANSA il 19 giugno 2020. ) - La senatrice democratica Amy Klobuchar ha ritirato a sorpresa la sua candidatura alla possibile carica di vicepresidente in un ticket con Joe Biden, affermando che secondo lei la scelta migliore è quella di una donna afroamericana. "E' un momento storico e questo è il momento di una donna di colore", ha affermato. Salgono quindi le quotazioni della senatrice Kamala Harris, della ex candidata a governatrice della Georgia Stacey Abrams, della sindaca di Washington Muriel Bowser e di quella di Atlanta Keisha Lance Bottoms.

Barbara Costa per Dagospia il 27 giugno 2020. Hashtag, tweet, retweet, gli emoticon neri? Ficcateveli nel culo!!! Che ipocriti, ma senti che cazzo di comunicato: “Siamo pronti a riconsiderare alcuni termini emersi come sensibili o controversi”. Ma riconsidera tua sorella!!! Nel porno, gli attori e le attrici neri stanno scatenando l’inferno: bombardano di insulti i profili social dei produttori più importanti, e per primi quelli per cui lavorano. L’omicidio di George Floyd ha acceso una miccia che non si spegne, anzi, divampa, e mette il porno al muro. Viene fuori tutto, viene giù tutto, e tutto è iniziato sui social, con un tweet di "Brazzers", brand porno di culto che, appena l’immagine di Floyd morto soffocato ha invaso i media, ha postato la sua solidarietà. Da lì, il diluvio. Gli attori neri, capitanati da Ricky Johnson, hanno riempito Brazzers di post incazzati, svelandone l’ipocrisia, mettendolo di fronte alle sue responsabilità razziste. Un modo di fare inalterato da 30 anni, quello di pagare gli attori e le attrici neri in base al colore della loro pelle, non dandogli opportunità di emergere pari a quelle dei bianchi. Subito, i soldi: se una attrice per una scena prende, poniamo, 500 dollari, a differenza delle nere una bianca può alzare la posta e di 10 volte se quella scena comporta la penetrazione di un pene nero. Di più: a quanto pare esistono liste (segrete) di nomi di attori - neri - non graditi alle bianche! Alla faccia delle regole che firmi sui contratti (dove decidi cosa pornare e cosa no, cosa fare e farti fare e cosa no) le bianche possono rifiutarsi di girare coi neri solo perché neri: se accettano, per prassi razzista "si concedono" ma pagate quanto vogliono loro, stipulando illeciti e razzisti "contratti IR" (IR sta per interracial) con relativo "compenso IR", più lauto se è "primo IR". Il porno della loro prima volta con un nero è razzisticamente venduto "first IR", come se pornare con un nero fosse uno sforzo, un sacrificio, qualcosa di eccezionale in negativo. Ed eccezionale per cosa, se non per il colore della pelle? Al primo “non è vero!” dei boss porno, i neri li hanno sommersi di prove: foto e post, su Facebook, Twitter, Instagram, di produttori e attrici bianche, che vantano, in nivea lingerie, l’uscita “della mia prima scena IR”. Al muro c’è "Vixen", padrone di "Blacked", brand di porno tra neri e bianchi. Blacked non deve più esistere, Blacked è razzista in nome e in essenza, e gli attori neri non ci vogliono lavorare più. Vixen non sa a che santo votarsi: se chiude Blacked per mancanza di peni e vagine neri (e bianchi) ci perde mucchi di soldi, se continua (con chi?) è sul banco dei colpevoli. Al momento Vixen dichiara che su Blacked saranno cancellate le sigle IR e BBC (Big Black Cock). I neri gli hanno risposto a parolacce. È lo smascheramento di ciò che di sbagliato e di anacronistico nel porno USA si faceva e si fa, e ora non si accetta più. Per nessun motivo. Le nere dicono: si giri porno, di ogni tipo e colore, ma basta etichettarlo "black", o IR, e basta classificarci "ebony", o "BG" (black girl). Etichettate le bianche "white"? Con loro non lo fate. Non dovete più farlo con noi. Oppure fatelo. Ma pagateci di più. Più delle bianche. 10 volte di più. Come avete sempre fatto con loro. I neri vogliono la rinegoziazione dei contratti, alle loro condizioni. Perché una vagina bianca fottuta da un pene nero dev’essere pagata di più? Perché non il contrario? Ci sono attrici come Demi Sutra che ammettono la loro complicità col sistema e non usano giri di parole: “Quando ho iniziato, mi hanno detto che da nera non avrei lavorato con i bianchi più quotati, mi hanno proposto scene piene di cliché razzisti, e m’hanno detto di stirare i miei capelli afro. Sono andata via. Ma dopo sono tornata, e ho accettato ogni loro condizione. La mia carriera è decollata”. I 12 agenti porno che hanno confessato di pagare (da sempre!) le nere di meno delle bianche? Al diavolo le loro scuse, dicano che sono loro che istruiscono le loro clienti bianche a "non darla" ai neri sul set, a darla ma dopo, a darla ma a tappe, cioè dopo che hanno girato porno più "rispettabili" di quelli coi neri, che vanno girati per ultimi e fatti pagare oro, e più se gli dai il tuo bianco sederino! Dai tassi IR palesemente illegali gli agenti vi prendono le loro belle percentuali! Viene giù tutto, e gli agenti guardano ai guai di Derek Hay, loro collega e boss di "Direct Models", agenzia tra le più potenti: 5 attrici l’hanno portato in tribunale vincendo il primo round: è emerso che se un’attrice di Direct Models come suo diritto si rifiutava di girare una scena, Hay le rifilava una arbitraria multa di 1000 dollari, con impossibilità di ottenere altri ruoli (ma Hay fa ricorso, ed è pronto ad arrivare alla Corte Suprema). È lo sputtanamento del porno, una resa dei conti resa possibile da soldi e libertà trovati su social come OnlyFans: i neri dicono di non aver fiatato finora perché denunciare portava allo stop degli ingaggi, la messa all’angolo, la fine del lavoro. Con il lockdown essi, costretti a pornare in remoto, hanno scoperto un altro canale di guadagno: hanno preso forza prima dal fare soldi autonomamente, poi dalle manifestazioni di piazza. Ci vanno di mezzo i porno "Black Facials Matter", "Black Wives Matter", e "Black Cocks Matter", porno-satire del movimento "Black Lives Matter". Ci va di mezzo tutto, ogni azione decisa e seguita per volere dei bianchi: le parole di alcuni boss bianchi, che spiegano l’etichetta "IR" quale usanza dai tempi delle videocassette porno (vi ponevano tale scritta per evitare ai clienti la vergogna di dire in negozio quale tipo di porno volevano!) risultano patetiche. Poi c’è la storia delle banane: ci sono 4 attrici nere – tra cui Ana Foxxx e Demi Sutra – che lo scorso febbraio hanno girato un servizio fotografico per la "Deeper.com" di Kayden Kross (bianca, bionda, occhi blu, tipica bambola californiana, ex attrice numero uno, oggi regista al top). Tema del servizio, San Valentino, sono previste pose con banane, fragole e cioccolata. Queste attrici nere hanno preteso e ottenuto la distruzione di tali immagini perché rispecchianti temi razzisti, su tutti l’odiosa affinità nero-banana. Inutile la difesa di Kayden, secondo cui la banana sta a simbolo di nulla, se non di un pene (bianco!!!). Questo suo lavoro non va commercializzato, e io ti dico: Kayden, lei si è scusata e lo ha sì distrutto, ma Kayden è un carro armato, Kayden è soldi e potere, e Kayden sta incazzata nera…

Simona Pletto per “Libero quotidiano” il 27 giugno 2020. Per amore sono disposte a dormire su pelli di mucca, tra sterco di vacca e capanne in fango sperdute in mezzo alla savana. Rinunciano a ogni confort di casa propria, si adeguano a parlare la lingua nilotica, alcune si sottomettono in parte al maschio come vuole la loro tradizione. Spesso vendono proprietà e beni pur di inseguire il loro sogno d'amore africano con il masai di turno. Sono le donne italiane di ogni età o ceto sociale, rapite dal fascino selvaggio dei masai. Aspiranti spose colpite prima dal mal d'Africa e in seguito dal mal d'amore. Relazioni diverse - dicono -, rispetto al classico e diffuso turismo sessuale d'oltre oceano, che vede spesso questi giovani masai accoppiarsi con le turiste straniere in cambio di pochi soldi chiesti a fine vacanza. Le loro storie sono nate quasi tutte durante una vacanza in Kenya o nel nord della Tanzania, a Zanzibar come a Tanga, tra un safari e un soggiorno turistico a casa degli ospitali pastori o cacciatori masai. E finiscono per sposarsi tra il verde e la polvere della foresta, in abiti lunghi e colorati, seduti su due sgabelli di legno adagiati sopra a una pelle di mucca, circondati da decine di masai e di altre tribù. E con l'uccisione finale di una grande capra cucinata con riso e polenta bianca prima di dare il via a canti, balli e salti che terminano all'alba del giorno dopo. Se ne contano a centinaia di storie come quella di due toscane, Ilaria e Cristina, raccontate da Vanity Fair che si sono unite ad un masai e che per amore sono andate a vivere in Africa. Ilaria, 27 anni, di Pistoia, ha conosciuto il suo attuale compagno anni fa. Ha iniziato a fare la cuoca lì, guadagnando poco. Viveva in Africa con il suo masai col quale divideva tutto, anche i soldi per la spesa. Ora lavorano entrambi in Italia. «Lui fa l'aiuto cuoco in Italia», racconta.  

«È un tipo molto simpatico, si è fatto molti amici e sa che la vita a Zanzibar è dura». Ilaria non vuole vivere in Africa, è troppo difficile con una figlia. Ma entrambi tornano lì, ogni anno, a trovare i parenti di lui. Praticamente vivono nove mesi in Italia e tre in Africa. «Quando vado là», chiosa, «vado a controllare le mucche al pascolo, lavoro l'orto e vado a prendere l'acqua nei pozzi come tutte le donne dei masai». Cristina, 33 anni, di Massa, invece ha venduto tutto e ora fa la spola tra Italia e Africa. Vivono in un villaggio masai, senza acqua e luce corrente. Si cucina a lume di una torcia e si mangia tutti insieme, disposti a cerchio. Il bagno è la foresta, per arrivare al villaggio prende un minibus strapieno, tra galline e capre, e poi fa altri 40 minuti in moto per raggiungere la sperduta savana. «Il mio sogno è quello di andare a vivere definitivamente a Zanzibar», spiega. «La mia storia è iniziata con una settimana di vacanza - continua -, mi sono innamorata, sono tornata altre due volte e poi nove mesi dopo il mio primo viaggio ho venduto la mia casa, ho lasciato il mio lavoro a tempo indeterminato in una sartoria e sono partita con un biglietto di sola andata». Cristina è rimasta poi incinta e racconta fiera di aver portato sua figlia nella savana. Il paragone viene spontaneo: qual è il segreto del fascino selvaggio dei masai, al di là dei loro muscoli tonici color cioccolata e quasi scolpiti? «Sono più caldi rispetto agli uomini italiani», precisa a Libero senza indugi Cristina Valcanover, 50 anni, di Trento, impiegata pubblica in provincia, da 5 anni sposata con Willy Ole Soipei, un masai di dieci anni più giovane col quale ha aperto una agenzia e organizza viaggi e soggiorni per italiani in Tanzania. «Ci siamo conosciuti dieci anni fa», ricorda Cristina, «durante la mia prima vacanza in Africa. Ero con i miei genitori e siamo stati ospiti dei masai. Lì ho conosciuto Willy ma non è stato un colpo di fulmine. Mi sono innamorata piano piano. All'inizio avevo dubbi, per la distanza geografica, per l'età. Ma per loro l'età non ha importanza. E infatti non festeggiano i compleanni, ma solo le nascite. Sono tornata più volte da lui, prima di fidanzarmi.  Ci siamo sposati con due riti diversi, prima in Comune e poi sulla costa di Dar es Salaam, nella casa della savana, con rito masai e con una cerimonia delle loro, indimenticabile. Come regalo di nozze ho avuto braccialetti e una collana di pietre». Cristina e Willy da qualche mese vivono a Trento, dove sono stati bloccati per via del Coronavirus. «Speriamo di poter ripartire presto», sospira Cristina.  «Avevamo tante prenotazioni di italiani e stranieri (inglesi e tedeschi, ndr) fino a febbraio 2021, dovevano venire a casa nostra vicino a Tanga - aggiunge - e abbiamo dovuto far slittare tutto. Li ospitiamo noi, in quella che una volta era una stanzetta con bagno e che oggi io e mio marito abbiamo trasformato in più locali per turisti. All'inizio anch' io ho dormito in una capanna. Willy mi aiuta in questo lavoro, anche se lui in realtà sta studiando per diventare psicologo per aiutare le donne vittime di infibulazione». Quando è in Africa, Cristina, che dopo la scomparsa dei genitori a Trento oggi ha una sorella e una nipote, si sente libera e vive all'occidentale. «Se ho voglia di mettere la minigonna la indosso, se ho voglia di vestire i loro lunghi e colorati abiti lo faccio. Ovvio che i primi tempi cercavo di non truccarmi troppo, per rispettare le loro usanze. Ma la cosa non mi pesava». «Certo che posso uscire con le amiche e bere». Risponde decisa per ribadire la sua inviolata libertà. E dopo averci confidato che altri masai forse sono diversi, e che la donna che cucina e cura l'uomo che lavora non si sente sottomessa ma anzi, «è felice e serena», conclude: «Mio marito non è geloso, si fida. È sensibile, dolce, ora che conosce l'italiano ogni giorno mi scrive biglietti e non manca mai di farmi sentire quanto sono importante per lui. Tornassi indietro rifarei tutto quello che ho fatto, nonostante le battute ironiche di gente cinica che pensa male. Ora ho solo un sogno: trasferirmi in modo definitivo in Africa, a casa nostra». 

Da "105.net" il 27 febbraio 2020. Lo spettacolo che Shakira e Jennifer Lopez hanno offerto al pubblico durante l'halftime del Super Bowl di quest'anno ha ricevuto tantissimi elogi e continua a raccogliere visualizzazioni su Youtube. Ma, a quanto pare, non è stato apprezzato proprio da tutti. La Federal Communications Commission (FCC), agenzia governativa degli Stati Uniti che regola la televisione, ha infatti ricevuto diversi reclami da parte di spettatori "turbati", che hanno definito lo spettacolo di TMZ Sports inappropriato, disgustoso e offensivo perché decisamente troppo spinto. In una delle denunce si legge: "Lo spettacolo dell'halftime della scorsa notte è stato oltremodo inappropriato. Shakira sdraiata su un fianco che simula un atto sessuale, la Lopez su un'asta da spogliarellista, che si china mostrando il suo sedere. [...] È stato incredibilmente offensivo. I miei figli stavano guardando". C'è chi parla di "orge simulate", spogliarello e pornografia borderline, cose che non dovrebbero mai essere mandate in onda in prima serata e durante un evento per famiglie. Un altro dice che voleva soltanto guardare una partita e non un film porno. Insomma, lo spettacolo non sarà piaciuto proprio a tutti, ma intanto il numero di visualizzazioni del video continua a crescere...

Francesco Borgonovo per “la Verità” il 27 febbraio 2020. Sono mesi che veniamo incessantemente martellati dall'emergenza razzismo in Italia, salvo scoprire in questi giorni che mezzo mondo non vedeva l'ora di rispolverare gli antichi pregiudizi (e gli ancora più antichi forconi) nei nostri confronti. La scorsa estate abbiamo sentito la mamma di due bambini di colore riportare «esperienze viste e raccontate nei film americani degli anni Cinquanta e Sessanta sulla condizione dei neri». Editorialisti e politici, fino a ieri, hanno descritto il nostro Paese come una sorta di succursale dell'Alabama segregazionista. A niente è servito smontare le bufale, snocciolare dati, srotolare ragionamenti complessi: la psicosi razzismo è andata ingigantendosi senza sosta. Ma ecco che, finalmente, abbiamo trovato l' argomentazione vincente, la prova regina dell' inesistenza di un razzismo diffuso in Italia. A fornircela è - nientemeno - il New York Times, tempio del giornalismo progressista, in un lungo reportage firmato da Tariro Mzezewa e uscito anche in edizione italiana su Internazionale. Il titolo è commovente: «Le donne afroamericane trovano l'amore in Italia». E sentite il sommario: «Nonostante i casi di razzismo, in Italia le donne nere si sentono più apprezzate che negli Stati Uniti. Due agenzie si occupano di favorire queste unioni sentimentali». Come dicevamo, ecco la dimostrazione scientifica. Nell'Alabama degli anni Cinquanta, il sogno d' amore di una nera e un bianco sarebbe probabilmente stato coronato alla maniera tradizionale: con un linciaggio. O comunque sarebbe finito a frustate (e non in stile Cinquanta sfumature). Oggi, invece, le afroamericane vengono qui volentieri e spesso finiscono per sposarsi. Latrese Williams, una donna di 44 anni, racconta al New York Times che a Chicago, la sua città, si sente quasi invisibile. «In Italia, invece, continuo a incontrare uomini». Scopriamo che esistono addirittura agenzie viaggi specializzate, «operatori, blog, account Instagram e gruppi Facebook che invitano le afroamericane ad andare in Italia per trovare l' amore». Tra queste c' è Black girl travel, che nel giro di un decennio ha portato oltre mille afroamericane dalle nostre parti, affinché potessero conoscere meglio l' arte, la cultura, la cucina e... tutto il resto. La giornalista del New York Times, che probabilmente ha conosciuto il nostro Paese solo attraverso gli articoli di Repubblica sull' emergenza xenofobia, appare stupefatta. «Negli ultimi anni», spiega, «si è parlato molto dell' Italia per via di alcuni episodi di razzismo contro immigrati africani o persone con la pelle scura e contro i giocatori di calcio neri. Quindi può sembrare strano scoprire che ci sono delle afroamericane che vanno regolarmente in Italia in cerca dell' amore». Incredula, la collega statunitense è entrata pure in un forum online per turiste nere e ha scoperto che, alla domanda «l' Italia è sicura per le donne nere?», «la maggior parte delle donne risponde di sì». Ora, evidentemente questa faccenda dei viaggi amorosi è una nota di costume. Ma basta un po' di razionalità per rendersi conto che, in fondo, si tratta di un dato piuttosto emblematico. Se odio e disprezzo nei confronti dei neri fossero così capillari come sostiene la gran parte dei nostri media, di certo agli operatori turistici non verrebbe in mente di spedire qui afroamericane single, a meno che ad organizzare i viaggi non fosse l' agenzia del Ku Klux Klan. Semmai a veicolare qualche stereotipo di troppo è una di queste organizzatrici di tour, ovvero Diann Valentine, che dice: «Negli Usa dicono che noi afroamericane siamo troppo aggressive, autoritarie e chiassose. Ma in Italia siamo perfette, perché chi altro è aggressivo, autoritario e chiassoso? Le madri italiane». In un colpo solo la signora ha insultato le nostre mamme e ci ha dato dei bamboccioni: aspettiamo con ansia editoriali indignati dei più fini intellettuali di sinistra. Pur non scomponendosi per la battutaccia sugli italiani, il New York Times non riesce comunque ad andare oltre il proprio patrimonio genetico liberal. Forse non rassegnandosi all' idea che qui le donne nere stiano benissimo e anzi siano molto desiderate, si mette all' affannosa ricerca di tracce nascoste di xenofobia. A questo fine s' ostina a interpellare alcune blogger e attiviste, cioè esponenti della classe sedicente intellettuale che se non trova una minoranza oppressa non va a letto contenta. Una di loro sostiene che sia sbagliato incoraggiare le afroamericane ad «andare in un posto dove gli uomini le amano per il colore della loro pelle». Ma se uno è attratto dalla pelle scura saranno fatti suoi, no? Altrimenti che facciamo, accusiamo di discriminazione le donne che non amano i mori e preferiscono i biondi? Tra l' altro, tornando seri, suggerire l' idea che gli italiani gradiscano le nere perché «esotiche» è di per sé piuttosto offensivo. «Quando dici che gli italiani sono attratti dalle donne nere per un unico motivo, il colore della loro pelle, le sminuisci», dichiara Gichele Adams, imprenditrice nera sposata con un italiano. Davvero: queste follie buoniste stanno rendendo la nostra vita un inferno. Se critichi una nera, sei razzista. Se l' apprezzi, sei comunque razzista. A questo punto, l' unico modo per risultare politicamente corretti è utilizzare, nella scelta della compagna, l' antico criterio dettato dalla disperazione: basta che respiri. E speriamo sinceramente che non sia considerata discriminazione pure questa.

"Stai zitta. Sono domande cretine": scontro acceso tra Morelli e la Murgia. Non si placa la polemica tra Michela Murgia e Raffaele Morelli per le affermazioni dello psichiatra sulla femminilità. Francesca Galici, Giovedì 25/06/2020 su Il Giornale. Da diversi giorni tiene banco la polemica sulle parole di Raffaele Morelli a Radio RTL 102.5, quando lo psichiatra è intervenuto per spiegare l'aforisma del giorno condiviso il giorno prima sui social dall'emittente, che ha scatenato vibranti accuse di sessismo. "Un vestito non ha senso a me che ispiri gli uomini a volerlo togliere di dosso", si legge sui profili di RTL. È un aforisma di Francois Segan ma queste parole sono state oggetto di una forte critica, tanto che il giorno dopo è intervenuto in radio Raffaele Morelli, sul quale si sono riversate ancor di più le ire del web. La polemica ha assunto un livello molto elevato, ed è intervenuta anche Michela Murgia, protagonista di uno scontro in diretta con lo psichiatra. "Se una donna esce di casa, e gli uomini non le mettono gli occhi addosso, deve preoccuparsi. Puoi fare l'avvocato o il magistrato e ottenere tutto il successo che vuoi, ma il femminile in una donna è la base su cui avviene il processo", ha affermato Raffaele Morelli in diretta radio su RTL 102.5 nel commentare l'aforisma. "Se le donne non si sentono a proprio agio con il proprio vestito, tornano a casa a cambiarselo. La donna è la regina della forma. La donna suscita il desiderio, guai se non fosse così", ha concluso lo psichiatra. Queste sue parole sono state oggetto di una polemica molto forte sui social, dove l'uomo è stato accusato da più parti di essere sessista, maschilista e misogino. Raffaele Morelli è uno degli psichiatri più noti del nostro Paese, i suoi interventi televisivi numerosi e le sue parole hanno un ampio seguito. In questa polemica si è inserita anche Michela Murgia, che in diretta su Radio Capital ha voluto fortemente l'intervento di Raffaele Morelli per discutere delle sue affermazioni. Più che una discussione, però, quello tra la scrittrice e lo psichiatra è stato un vero e proprio scontro. "Il femminile è la radice in una donna, un dato ontologico. Le bambine giocano con le bambole, i bambini no", ha spiegato Morelli alla Murgia, che si è immediatamente opposta a queste parole, ribadendo che probabilmente i bambini non ci giocano perché non gli vengono date. Questo ha innescato la forte reazione di Raffaele Morelli, che prima ha accusato la scrittrice di fare domande "cretine", poi ha sbottato: "Zitta, zitta: zitta e ascolta". In preda alla rabbia, Michela Murgia ha fatto notare allo psichiatra che non era sua intenzione lasciargli fare un comizio ma che l'intenzione era quella di fare domande. Percepita la profonda visione femminile tra lui e la scrittrice e non volendo essere parte di una ulteriore polemica, Raffaele Morelli ha messo giù il telefono. Le posizioni sinistre ed estremamente femministe di Michela Murgia sono ben note e se le ricorda anche Amadeus, da lei accusato di aver condotto il Sanremo più sessista di sempre.

Morelli esalta la femminilità. Murgia sbaglia. Karen Rubin, Domenica 28/06/2020 su Il Giornale. Michela Murgia ha esposto alla berlina Raffaele Morelli per aver detto che la donna, regina della forma, suscita desiderio, e guai, ha aggiunto, se non fosse così. È diventato politicamente scorretto associare alla donna la femminilità, come se non fossero due lati di una stessa medaglia che attrae il genere opposto. Ancora più scandaloso per le femministe il fatto che lo psichiatra abbia osato sostenere che non c'è lavoro che soddisfi una donna se non è appagata anche la sua femminilità. E come se non bastasse a indispettire le fautrici del gender fluid il medico ha ricordato che alle donne piace un abito che dona. È misogino e sessista, dice la Murgia, mentre in trasmissione veste una maglietta che lascia ben poco all'immaginazione. Guardando le foto che la ritraggono appare spesso con una profondissima scollatura da cui emergono seni molto prosperosi. Non è facile né comodo indossare abiti siffatti ma sono conturbanti, capaci di riaccendere i sensi di chi guarda, perché è inevitabile che accada davanti a un seno esposto. Lo sanno i pittori e gli scultori, lo sa anche la Murgia, che il seno nudo trasforma la donna in un soggetto erotico e non c'è nulla di peccaminoso o di sbagliato. Morelli ha detto che le donne sono sensuali, che suscitano desiderio, che desiderano d'essere desiderate, esattamente come la Murgia quando si esibisce in pubblico con il vedo, moltissimo, e il non vedo. Nulla di criticabile nell'atteggiamento della conduttrice ma neanche in quello dello psichiatra. È stato provocato affinché ribadisse concetti che oggi sono messi in discussione da chi vorrebbe eliminare le differenze tra uomini e donne vivendole come discriminatorie di un presunto individuo senza genere. Per avere pari opportunità la donna dovrebbe rinunciare ai simboli della femminilità, essere un uomo in tutto e per tutto. Non si auspicano le pari opportunità per la donna in quanto donna ma per una donna che si privi della sua identità. È mal tollerato il simbolo della madre o della compagna di un uomo con cui ci sia una relazione fondata sul rispetto delle rispettive prerogative. Non si dica che le bambine amano giocare con le bambole e i bambini con le macchinine perché si rischia la condanna per sessismo e misoginia, il pubblico ludibrio come è capitato a Morelli. Le donne dovrebbero essere fiere della loro capacità di organizzare il mondo in modo più flessibile degli uomini. Sono capaci di essere contemporaneamente donne e madri incarnando Afrodite, la dea sensuale della generatività e creatività che ammansisce la rabbia, e lavoratrici assertive quando sono Atena la dea della saggezza, delle arti e della determinazione strategica. Morelli che ha perso la calma e attaccato il telefono alla Murgia aveva le sue sacrosante ragioni.

Giuseppe Cruciani per “Libero quotidiano” il 26 giugno 2020. E dunque tocca difendere a spada tratta Raffaele Morelli, accusato dal tribunale del politicamente corretto femminista de sinistra di essere misogino, sessista, maschilista, odiatore delle donne e avanti così fino al rogo in piazza. Ricapitoliamo per i lettori che non fossero a conoscenza della questione. Lo psichiatra noto volto tv ha fatto alcune affermazioni che hanno suscitato sdegno e riprovazione in un certo mondo, quasi avesse squartato una femmina in mille pezzi. La prima (dai microfoni di Rtl) è questa: «Se una donna esce di casa e gli uomini non le mettono gli occhi addosso deve preoccuparsi perché vuol dire che il suo femminile non è presente in primo piano. Tu puoi fare l'avvocato, il magistrato, il conduttore, puoi ottenere tutti i successi che vuoi e guadagnare tutti i soldi che vuoi, ma il femminile in una donna è la base.

Prima di tutto sei il femminile, il luogo che suscita desiderio e le donne lo sanno bene perché quando escono di casa e indossano un vestito con cui non si sentono a loro agio tornano indietro a cambiarsi, noi uomini non lo facciamo perché non diamo importanza alla forma, mentre la donna è la regina della forma. La donna quando indossa un vestito suscita, chiama un desiderio. Guai se non fosse così».

La seconda, nel corso di un litigio radio con la scrittrice Murgia, suona più o meno in questo modo: maschi e femmine sono cose diverse, le bambine giocano con le bambole, i bambini no. E dunque «il femminile in una donna è la radice, può realizzarsi come vuole nella vita ma deve portare sempre con sé la femminilità». Apriti cielo.

Su Morelli si è riversata l'ira funesta del boldrinismo italico, pronto a negare persino l'evidenza. Perché Morelli, a modo suo, ha più o meno detto che per una donna essere desiderata da un uomo, essere guardata, rimirata, è cosa fondamentale, e se non accade la stessa se ne preoccupa, cerca di rimediare, va dall'estetista, si trucca, cerca un vestito più degno, ne parla ripetutamente con le amiche, magari si reca pure dal chirurgo o da un analista. Insomma, fa legittimamente di tutto per piacersi e piacere di più. Dov' è lo scandalo? Dov' è la novità? Il punto è che spesso la verità sbalordisce perbenisti e ipocriti, quelli che non guardano in faccia la realtà delle cose: per molte donne (e anche per un certo numero di maschietti, per carità) non essere corteggiate, inseguite, non risultare sexy, è un vero e proprio dramma. Nella mia modesta esperienza conosco manager di grandi aziende che se durante la giornata non ripeti continuamente "che figa che sei" ti rompono i coglioni di brutto, giornaliste di grido impazzire per un culo magari eccessivamente rotondo, professioniste dal conto in banca milionario andare in depressione per mancanza di attenzioni sessuali maschili, o anche giovani ragazze che indossano monili, cavigliere, scarpe, con l'unico, esplicito obiettivo di sedurre. È tutto normale, ovvio, scontato, umano. Senza voler far torto a Morelli, a me sembra che lo psichiatra in questione abbia persino affermato delle banalità che solo l'orgia di moralismo in cui siamo invischiati può etichettare come un attentato alla dignità della donna. È del tutto evidente, infatti, che un essere umano non si riassume in un tacco, in una minigonna o in uno slip. E d'altra parte lo stesso Morelli non l'ha detto e molto probabilmente non lo pensa. Parimenti è innegabile che la femmina, almeno quelle che non hanno puntato alla castità o alla repressione degli istinti sessuali, faccia di tutto quotidianamente per attirare lo sguardo altrui. Qualche anno fa ne parlò mirabilmente Vittorio Sgarbi, più o meno con le stesse parole dello psichiatra sotto accusa. «Le donne mostrano caviglie, tette, parti del corpo nude, orecchie con orecchini, labbra dipinte, occhi con il trucco - osservò - non perché sono puttane, ma perché vogliono essere viste. L'uomo può essere seducente, bello, affascinante, ma non mostra le caviglie. La componente del vedere è importante come quella del sentire. Perché una si mette il rossetto? Perché tu la debba guardare. Fino a quando porta un tacco e mostra una caviglia non mi devono rompere il cazzo, io guardo quel tacco e quella caviglia. E lei lo sa». Purtroppo oggi viviamo un'epoca strana. Se parli con una e le fai notare che ha dei bei piedi o le sussurri che ha delle chiappe da favola, rischi la denuncia e se lo fai sul posto di lavoro magari ti licenziano pure. Se all'inizio della serata ti metti a parlare di capezzoli e tralasci Palamara come minimo passi per un vecchio porcone che vede la donna solo come un pezzo di carne. Lunga vita a Morelli dunque, sempre che la nuova Inquisizione non lo costringa alla ritirata e alle solite scuse. Confidiamo che ciò non avvenga.  

Simonetta Sciandivasci per “la Verità” il 26 giugno 2020. Raffaele Morelli fa lo psichiatra in tv. Serve altro? Va bene, allora abbondiamo: su Wikipedia c'è scritto che è «psichiatra, psicoterapeuta, filosofo e saggista italiano». Una carriera che è una strada spianata verso un qualche ministero. Mercoledì, collegato a una trasmissione radio di Rtl, ha detto che quando le donne escono di casa e nessuno le nota, devono preoccuparsi; che le donne sono regine delle forme e che se non suscitano il desiderio sono guai. Siccome la fortuna aiuta gli audaci e non gli psichiatri, il caso ha voluto che proprio mercoledì fossero venuti fuori i dati sulle donne che, dopo la maternità, in questo Paese e solo nel 2019 hanno dovuto abbandonare il lavoro: 37.000. Il clima, quindi, era già incandescente senza che arrivasse uno a dirci che quando usciamo di casa anziché badare a non finire investite mentre facciamo una riunione su Zoom o a perdere l'uso degli arti superiori per trasportare la spesa, dobbiamo monitorare quanti maschi nei nostri pressi ci guardano il culo e sapere che se nessuno di loro lo fa, siamo nei pasticci. Il fatto che Raffaele Morelli faccia lo psichiatra in tv ha scatenato le ire di tutte, e naturalmente anche di Michela Murgia, che non si è lasciata sfuggire l'occasione di parlarci, sventare il suo sessismo, incalzarlo come si fa con un ministro che si rifiuti di spiegarci dove sono finiti i quattro quarti delle nostre tasse, prendendosi a un certo punto uno «Stai zitta!», che ha fatto schizzare le quotazioni di Morelli sotto il livello del mare, verso il centro delle terra, laddove non c'è speranza di non finire inceneriti all'istante. C'è bisogno di scomodarsi per Morelli? Come mai a queste grottesche, ridicole uscite che neanche in una grotta materana nel 1960 avrebbero raccolto consenso - laggiù le signore dovevano far trottare muli, galline, figli, panettieri, e tutti nello stesso fazzoletto di casa -, come mai, ecco, non s' applicano mai quegli interessanti criteri di ostracismo che le bolle degli intelligenti si spronano a usare quando a dire scemenze è Salvini? Michela Murgia ama la polemica facile, affonda il dito nella piaga, non resiste all'idea di poter mettere la sua firma su un già sicuro marchio d'infamia. Fa la stessa cosa che faceva quando su Rai 3 stroncava i libri di Fabio Volo, uno di quelli che tutti gli italiani leggono e nessuno ammette di farlo, come con i voti a Berlusconi fino a dieci anni fa.

·        Donne che odiano i Transgender.

Francesco Borgonovo per “la Verità” il 29 marzo 2020. Tutto è iniziato a causa di Selina Todd, segaligna professoressa di Storia della Oxford University. Alla fine di febbraio, era stata invitata a tenere un breve discorso all' Exeter College per celebrare i 50 anni della National Women' s Liberation Conference, importante evento del femminismo britannico. Appena 24 ore prima che prendesse la parola, la professoressa Todd è stata informata dagli organizzatori che il suo intervento era cancellato. Motivo? La Todd ha partecipato a un incontro dell'associazione femminista Woman' s Place Uk, che è sgradita agli attivisti Lgbt. In particolare, non piace ai movimenti transgender, poiché sostiene che non basta «sentirsi» donna per diventarlo. Dunque la studiosa sospetta di essere «trans escludente» ha perso il diritto di parola in un college prestigioso. E questo è solo l' antefatto, per altro si tratta soltanto dell' ultimo di una lunga serie di analoghi casi di censura andati in scena in Gran Bretagna negli ultimi anni. All' inizio di marzo, sul Guardian (quotidiano notoriamente progressista), in difesa della Todd è intervenuta una celebre giornalista inglese, Suzanne Moore. Anche lei è una femminista storica, è molto di sinistra, e per molti versi si potrebbe definirla una fricchettona. Il suo articolo era estremamente rispettoso della popolazione Lgbt, ma conteneva alcune affermazioni piuttosto chiare: «Il sesso non è un sentimento», ha scritto la Moore. «Femmina è una classificazione biologica che si applica a tutte le specie viventi. Se produci grandi gameti immobili, sei una femmina. Anche se sei una rana. Non è complicato, né esiste uno spettro, anche se ci sono un piccolo numero di persone intersessuali che dovrebbero assolutamente essere supportate». Poi la columnist ha aggiunto: «O proteggi i diritti delle donne in base al sesso o non li proteggi affatto». Molto semplice, e pure estremamente logico da un punto di vista femminista. Ovviamente, le associazioni trans non hanno affatto gradito. Ma questo è il meno. A rivoltarsi contro la Moore chiedendo la sua cacciata dal Guardian sono stati 338 suoi colleghi: redattori, editorialisti, collaboratori e impiegati del giornale. In una lettera al direttore hanno di fatto chiesto la testa di Suzanne Moore e, soprattutto, la messa al bando di opinioni simili alla sua. «La pubblicazione di contenuti transfobici», hanno scritto, «ha interferito con il nostro lavoro e ha rafforzato la nostra reputazione di pubblicazione ostile ai diritti e ai dipendenti trans. Sosteniamo fortemente l' uguaglianza trans e vogliamo vedere il Guardian all' altezza dei suoi valori e fare lo stesso». Se ci pensate bene, la faccenda è piuttosto inquietante. Una studiosa universitaria viene censurata, una giornalista interviene per difenderla e i suoi colleghi chiedono che sia messa a tacere. In buona sostanza, ci sono due donne vittime di insulti e sottoposte alla mordacchia, ma le «vittime» sarebbero i transgender. Mica male come sovversione della realtà. C' è un particolare non secondario da aggiungere. Non è la prima volta che Suzanne Moore osa opporsi alla retorica Lgbt. «Conosco per esperienza personale le conseguenze di essere considerata transfobica da un comitato invisibile sui social media», ha raccontato. «Ha significato minacce di morte e stupro per me e i miei figli e il coinvolgimento della polizia». Di solito, almeno in Occidente, quando un giornalista viene minacciato e dev' essere protetto dalla polizia, i colleghi corrono a esprimergli solidarietà. Nel caso della Moore, invece, hanno fatto l' esatto contrario. Il celebre intellettuale conservatore Douglas Murray, sullo Spectator, ha scritto che i dipendenti del Guardian si sono comportati come la Stasi, e non ha tutti i torti. Qui, però, non si tratta soltanto di una questione di libertà d' espressione. Il diritto a rendere pubblico il proprio pensiero, dalle nostre parti, esiste anche quando quel pensiero è sbagliato, perfino quando è inaccettabile per i più. La differenza tra maschio e femmina che gli attivisti trans vogliono negare, tuttavia, non è semplicemente un pensiero. È una realtà. Come ha scritto alcuni anni fa l' accademico Steven E. Rhoads (in Uguali mai, Lindau), nel dibattito sui rapporti tra i sessi sono coinvolti due gruppi di attivisti (femministe comprese): «Uno è quello di chi fa ricerca scientifica e con riluttanza è arrivato a credere che le differenze tra i sessi siano significative e basate in misura notevole sulla biologia. L' altro per lo più critica queste ricerche ed è poco o per nulla interessato a veder condurre tali tipi di studi. La visione del mondo di quest' ultimo gruppo crollerebbe se le ricerche in questione venissero universalmente accettate». Ecco, per far crollare la «visione del mondo» dei militanti trans basta dare uno sguardo al denso tomo firmato da Kevin J. Mitchell intitolato Buon sangue non mente. Perché le caratteristiche della nostra personalità sono più innate di quanto pensiamo, appena pubblicato in Italia da Aboca. Mitchell è professore associato di Genetica e Neuroscienze al prestigioso Trinity College di Dublino, e di certo non è un tifoso della discriminazione. Egli dimostra, semplicemente riepilogando tutto ciò che gli scienziati attualmente sanno sulla materia, «l' esistenza di differenze innate e fondate biologicamente tra i sessi, differenze riguardanti la struttura e il funzionamento del cervello, dal livello macrostrutturale rilevabile tramite Mri fino al livello biochimico dell' espressione genica. Gli esseri umani sono dunque come tutti gli altri mammiferi: i cervelli maschili e femminili sono - letteralmente - fatti in modo diverso». Gli studiosi che ne parlano non hanno vita facile: «Negli ultimi anni, i sostenitori dell' esistenza di differenze biologiche tra maschi e femmine a livello cerebrale e comportamentale sono stati tacciati di "neurosessismo"», dice Mitchell. Il ricercatore certo non nega che la cultura giochi un ruolo. Ma chiarisce: «È vero che l' uso delle differenze biologiche per giustificare il sessismo è sbagliato e pericoloso, ma anche ignorare o negare l' esistenza di tali differenze può essere dannoso. Questo è particolarmente evidente nel caso delle differenze tra maschi e femmine nella frequenza dei disturbi neuropsichiatrici. [...] Comprendere le basi generali delle differenze cerebrali e comportamentali tra i sessi può essere decisivo per spiegarlo». Sapete qual è il paradosso? Che oggi, quando si parla di differenze tra i sessi, il «medievale» è chi cita evidenze scientifiche, non chi le nega per ideologia.

Luigi Ippolito per "corriere.it" l'11 giugno 2020. «Sono stata vittima di un assalto sessuale e di un marito violento»: è la rivelazione choc fatta da JK Rowling, la scrittrice che ha creato Harry Potter, per difendere le sue posizioni nella polemica che l’ha vista accusata di essere transfobica». L’autrice, qualche giorno fa, aveva postato su Twitter un commento ironico all’espressione «persone che mestruano»: «Ci deve essere una parola per queste persone – aveva scritto -: dinne? dunne? danne?». Un modo per dire che il sesso biologico esiste, che le donne sono donne, contrariamente a quanti sostengono che il genere è una mera questione di auto-identificazione: in Gran Bretagna è infatti in discussione una legge per consentire alle persone di identificarsi come uomini o donne (e di godere di tutti i diritti conseguenti) indipendentemente dal dato fisiologico. Invece JK Rowling, semplicemente per aver ricordato che le donne esistono in natura, si è vista bollata con l’epiteto ormai abusato di Terf (Trans Exclusionary Radical Feminist, ossia femminista radicale che esclude i trans): infatti la polemica su sesso e genere vede su fronti opposti i sostenitori dei diritti dei transessuali e le femministe che rivendicano l’inviolabilità degli spazi femminili. E la scrittrice ha spiegato ieri in un breve saggio pubblicato sul suo sito web che sono proprio le traumatiche esperienze patite in gioventù che l’hanno convinta della necessità di mantenere spazi per sole donne: la sua opinione è che il problema maggiore con la difesa a oltranza dei diritti dei transessuali è che gli uomini potrebbero aver accesso agli spazi femminili semplicemente dichiarando di sentirsi donne.«Quando apri le porte di bagni e spogliatoi – ha scritto – a ogni uomo che si crede donna, allora apri la porta a tutti gli uomini che vogliono entrare. Questa è la semplice verità». E in Inghilterra si sono già verificati casi paradossali in nome del diritto all’auto-identificazione: come lo stupratore incallito che ha detto di sentirsi donna e ha ottenuto di andare in un carcere femminile – dove, come c’era da aspettarsi, ha stuprato le compagne di cella. JK Rowling ha scritto che le sue opinioni sulla necessità di spazi femminili sicuri sono dovute a un «grave assalto sessuale» subito da ventenne: e che le memorie di quella violenza le giravano nella testa quando ha postato il suo tweet sulle «persone che mestruano». «Non riuscivo a tenere fuori quei ricordi – ha spiegato nel saggio – e trovo difficile contenere la mia rabbia e la mia delusione per il fatto che il mio governo sta giocando con la sicurezza delle donne e delle ragazze». La scrittrice ha anche raccontato della sua difficoltà a sfuggire al suo primo, «violento» matrimonio: «Le ferite lasciate dalla violenza e dall’assalto sessuale non scompaiono, non importa quanto sei amata e quanti soldi guadagni. Il mio essere sempre all’erta è una barzelletta di famiglia, ma prego che le mie figlie non abbiano mai le mie stesse ragioni per odiare i rumori improvvisi o l’accorgermi di persone dietro di me che non ho sentito arrivare». In conclusione, ha affermato la Rowling, «io rifiuto di piegarmi a un movimento che sta facendo un danno dimostrabile cercando di erodere la donna come classe politica e biologica e che sta offrendo un paravento ai predatori».

Polemica femministe -transgender, il tweet di  J. K. Rowling che si schiera. Pubblicato venerdì, 20 dicembre 2019 su Corriere.it da Luigi Ippolito. La creatrice di Harry Potter, la scrittrice J. K. Rowling, è scesa in campo nella polemica che da tempo oppone in Gran Bretagna le femministe ai sostenitori dei transessuali: e si è beccata un torrente di insulti sui social media, dove è stata accusata di essere «transfobica» e bollata con l’ormai famigerato epiteto di Terf (che sta per Femminista Radicale che Esclude i Trans). È successo che la celebre autrice si è schierata in difesa di una ricercatrice che ha perso il posto di lavoro in un think tank per aver sostenuto che il sesso biologico è un dato oggettivo e che le donne transessuali non sono vere donne. Maya Forstater, una femminista convinta, si era rivolta al tribunale contro il suo licenziamento, ma se lo è visto confermare con la motivazione che le sue vedute erano «incompatibili con la dignità umana e con i diritti fondamentali degli altri». A questo punto è intervenuta la Rowling, che ha scritto su Twitter, dove ha 14 milioni di seguaci: «Vestitevi come vi pare, fatevi chiamare come vi pare, andate a letto con qualsiasi adulto consenziente: ma cacciare le donne dal loro posto di lavoro per aver affermato che il sesso è una cosa reale?». La querelle si inserisce nella spinosa polemica attorno alla proposta del governo britannico di autorizzare le persone a identificarsi come uomini o donne in base alla loro preferenza personale e indipendentemente dal sesso biologico o da qualsiasi certificazione medica: basterà dire di sentirsi donna (o uomo) per aver diritto a essere considerati tali in qualsiasi ambito. La proposta è sostenuta dai transessuali e dai loro difensori, i quali argomentano che il genere (maschile o femminile o non-binario) non dipende da alcun dato biologico: non è questione di pene o di vagina ma di cervello. Tuttavia la cosa ha scatenato la reazione delle femministe, che temono che gli spazi delle donne vengano invasi da uomini che si proclamano femmine: in pratica, potrebbe succedere che un uomo si presenti in una piscina o una palestra dichiarando di sentirsi donna e avere così accesso a spogliatoi e docce femminili. Per non parlare delle prigioni e dei dormitori. E infatti la Forstater ha affermato che la sentenza che l’ha condannata «abolisce i diritti delle donne» oltre che la libertà di opinione e di parola. Ma sia lei che la Rowling sono state crocefisse in nome dei diritti dei transessuali: perfino Amnesty International è intervenuta per dire che «i diritti trans sono diritti umani». La polemica continua.

Alessandro Zoppo per ilgiornale.it il 20 dicembre 2019. In tempi di social network basta un tweet “politicamente scorretto” per scatenare una vera tempesta. È quello che è capitato a J.K. Rowling, scrittrice da 500 milioni di copie grazie alla celebre saga di Harry Potter. La mamma del maghetto di Hogwarts ha preso una posizione scomoda su Twitter e l’ha difesa con le unghie e con i denti. Rowling ha postato un cinguettio in favore di Maya Forstater, una ricercatrice britannica licenziata dal Centre for Global Development di Londra (una nonprofit che si occupa di sviluppo sostenibile) per aver sostenuto, sempre via social, che un uomo non può cambiare il proprio sesso biologico e diventare donna. “Ciò che mi sorprende – è il tweet incriminato della ricercatrice, considerato discriminatorio – è che persone intelligenti che ammiro, che sono assolutamente a favore della scienza in altri settori e che si battono per i diritti umani e per i diritti delle donne, si fanno in quattro per evitare di dire la verità: gli uomini non possono trasformarsi in donne (perché questo potrebbe ferire i sentimenti degli uomini)”. La scienziata, come reso noto dal Guardian, ha fatto ricorso in Tribunale ed è uscita sconfitta: il giudice James Tayle ha stabilito che il licenziamento è valido poiché le convinzioni di Forstater riguardo al sesso biologico sono “assolutistiche” e non sono “degne di rispetto in una società democratica”. La vicenda di Maya Forstater sta facendo molto discutere nel Regno Unito e nel leggere questa notizia, J.K. Rowling ha deciso di schierarsi dalla parte della ricercatrice. “Vestitevi come volete – la replica della scrittrice su Twitter –. Chiamatevi come volete. Andate a letto con ogni adulto consenziente che volete. Vivete la vostra vita al massimo, in pace e sicurezza. Ma far perdere il lavoro alle donne per aver dichiarato che il sesso è una cosa reale?”. Il tweet si conclude con gli hashtag #IStandWithMaya (“Io sto con Maya”) e #ThisIsNotADrill (“Questa non è un’esercitazione”). Il post ha scatenato inevitabili polemiche, sollevate soprattutto dalla comunità LGBTQ. Contro la scrittrice si sono schierate la Human Rights Campaign e la collega Casey McQuiston. L’autrice del romanzo queer per giovanissimi Red, White and Royal Blue, inserito nella lista dei Bestseller del New York Times, non ha citato esplicitamente Rowling ma, mandando a quel paese quello che dicono “i tuoi eroi d’infanzia”, si è riferita a chi ha un’idea di femminismo “bigotta”, ribadendo che “le persone trans esistono e meritano di essere protette, riconosciute, sostenute e amate”.hi. breaking my hiatus real quick just to say: fuck what your childhood heroes say. trans people are real. trans people deserve to be protected, recognized, supported, and loved. if that infringes on your idea of feminism, you’re not actually a feminist at all. you’re a bigot.

·        I Transgenger.

Lasciamo ai bambini la certezza primaria: X e Y. Anna K. Valerio il 4 Novembre 2020 su culturaidentita.it. Quello che è accaduto a livello nazionale sul dl Zan (dalla Camera primo via libera al ddl sull’omofobia con proteste da parte dei deputati dell’opposizione), la stessa si sta replicando nel “piccolo” del torinese: ieri è stata approvata dalla maggioranza nel consiglio comunale di Torino la proposta d’introdurre “una pedagogia di genere come formazione strutturale e continua per chi opera con bambine e bambini nel nuovo sistema integrato 0-6”, cioè all’interno degli istituti scolastici riservati ai più piccoli (Redazione) “Rosse, maestra, rosse.” “Ma no, amore. Concentrati. Non vedi che le fragole hanno tanti colori? Arancione… Giallo… Blu…” “Verde pisello?” “Ahahahahah”. Ahahahahah. Ah. E questa è l’ipotesi più ottimistica su cosa potrà succedere dopo che le maestre di nidi e materne di Torino avranno fatto il corso sul gender appena approvato da Chiara Appendino, prim* cittadin*. Sui quaderni dei bambini under 6 cosa troveranno d’ora in poi i genitori? Lumache che si sentono draghi, draghi che si sentono aironi, principi che si sentono ciabattini, maghi che si sentono Piergiorgio Odifreddi? E guai a chi la butta in ridere, perché la truffa esige di essere presa molto sul serio. È serio – dicono – anche il dolore di chi è discriminato. Oh, certo: serissimo. Ma la soluzione non può essere la contraffazione totale, la sagra dei fischi per fiaschi. I bambini. Già ne nascono pochetti. Già devono trangugiare separazioni plurime dei genitori e tutta una serie di stranezze in cui tutti prima o dopo si incappa, in questo mondo confuso. Anche la storia del gender no. Lasciamogli almeno la certezza primaria, primigenia, ingenua, semplice: la certezza delle mutande. X. Y. Non c’è mica bisogno di dire prima X o prima Y. A ciascuno il suo. E se Y si sente X, o viceversa, insegniamo alle altre X e agli altri Y il rispetto. Il pudore. La discrezione. Il farsi i fatti propri, senza invadere il privato altrui. Questo mai, invece, che venga suggerito. Anzi. È tutto un voler/dover condividere, stropicciarsi i sentimenti l’uno addosso all’altro. E così smuoiono appena nati, i sentimenti. E da adolescenti gli ex bambini sono già vuoti. Grandi passioni? Ma neanche mezza. Selfie. Scarpe. Ricette di dolci per la colazione. Ah, no: quelle, dopo i venti. I bambini hanno pochi e semplici bisogni. Di essere amatissimi da piccoli. Amatissimi proprio: se non altro per la disgrazia che gli è toccata di essere nati in un mondo così bruttino. Amatissimi dai familiari, se possibile. Almeno dalla mamma, che sarebbe bene mettesse in conto che il congedo dal lavoro deve prolungarsi un po’ più dei dieci giorni dalla nascita del bimbo. Sennò, meglio desistere. E poi non riesco a non dirlo, perché ne ho viste tante: i bambini non dovrebbero essere messi in gabbia troppo presto – intendo al nido. Certo, il vincolo del lavoro, stipendio, soldi, tutte queste oscenità che ci plasmano e sconvolgono, aveva ragione Marx, pienamente ragione. Ma tentare l’azzardo dei nonni, no? Inventare qualche soluzione meno irriguardosa della fragilità strutturale dei piccoli, no? Hanno pochi e semplici bisogni, i bambini. Correre nell’aria tra amici. D’inverno, d’estate, anche con un po’ di pioggia, anche con la nebbia. Osservati dalla mamma, che è quella là, quella che solo lei ti ha messo al mondo, che solo da lì potevi uscire, che solo a lei le ghiandole mammarie facevano inventare il latte che ti ha fatto crescere più sano dell’intruglio del biberon. Quella. Ma sì, dillo, tanto qua si può, dilla la parolaccia che tra un po’ non ti faranno più dire. “Lei?” Lei.

La Ue è preoccupata dalle conseguenze del Covid: “Rom e Lgbt sono stati molto penalizzati”. Penelope Corrado martedì 27 Ottobre 2020 su Il Secolo d'Italia. Le categorie particolarmente penalizzate dal Covid-19? “Rom e Lgbt”. È quanto stabilito oggi, a Strasburgo, al parlamento europeo dalla commissione per le Libertà civili. La notizia è stata data dal eurodeputato di Fratelli d’Italia Nicola Procaccini. L’esponente sovranista aveva tentato invano di dare priorità a piccoli imprenditori, liberi professionisti e artigiani.

La denuncia di Nicola Procaccini. «La Commissione Libe – scrive Procaccini in una nota – ha approvato oggi una risoluzione sull’Impatto delle misure restrittive Covid-19. In essa si propone di tutelare rom ed LGBT. Identificate quali categorie particolarmente colpite dagli effetti della pandemia, non si capisce perché. Mentre ha respinto il mio emendamento alla risoluzione con il quale si impegnavano gli Stati a compensare velocemente ed adeguatamente le perdite subite dalle attività economiche più colpite dalle misure restrittive”. È quanto afferma l’europarlamentare del gruppo ECR – Fratelli d’Italia, Nicola Procaccini, componente della Commissione LIBE (Libertà civili, giustizia e affari interni).

Rom, lgbt prima di partite Iva e artigiani. «È evidente che il Parlamento europeo continua ad affrontare l’emergenza con i paraocchi della ideologia. Non tiene conto, infatti, del reale impatto dell’epidemia su cittadini e imprese. La risoluzione, inoltre, ignorando ogni misura di sicurezza, esprime rammarico per la chiusura dei porti del Mediterraneo agli sbarchi di immigrati, ma non considera invece che anche la difesa delle aziende e del sistema economico, e la capacità dei cittadini e degli Stati di autodeterminarsi, sono diritti fondamentali. Né la Ue né tantomeno il governo italiano sembrano tenere in alcuna considerazione questi aspetti, continuando ad affrontare l’emergenza in maniera ideologica, come se il Covid-19 fosse un avversario politico».

Esultano per legge sui trans mentre blindano l'Italia. Passa la legge Zan, l'omofobia sarà reato penale. L'opposizione: "Così si indottrinano i bambini". Felice Manti, Giovedì 05/11/2020 su Il Giornale. Mentre il Paese muore di lockdown la sinistra esulta per l'ok della Camera al ddl Zan, il testo che introduce il reato penale di «omotransfobia». Tra i 265 favorevoli alla Camera (193 contrari e una astensione) anche diversi esponenti del centrodestra. Una legge pericolosa, dicono Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia, soprattutto perché spalanca le porte alle teorie gender nelle scuole (come già succede a Torino grazie ai grillini). Secondo le opposizioni - che prima del via libera hanno protestato in aula con fazzoletti a mo' di bavagli e grida libertà, libertà, poi richiamati dal presidente Roberto Fico - il provvedimento rischia di portare anche a una pericolosa deriva liberticida rispetto a temi etici come identità sessuale, utero in affitto e identità sessuale. Chi li critica rischia l'istigazione finalizzata alla discriminazione. Il testo prevede anche la Giornata nazionale contro l'omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia, fissata per il 17 maggio per «promuovere la cultura del rispetto e dell'inclusione, nonché di contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall'orientamento sessuale e dall'identità di genere». «L'Italia vive una grande emergenza ma le forze di maggioranza se ne fregano», è il commento del senatore Maurizio Gasparri, «e pensano soltanto a stravolgere la realtà. È una legge liberticida che vuole negare la famiglia naturale, fondata sull'incontro tra uomo e donna e vuole imporre letture ideologiche e fuorvianti della realtà fin dalle scuole elementari». «Mentre la scuola è nel caos, mancano i professori e i docenti di sostegno, gli spazi sono insufficienti, la didattica a distanza è un disastro, cosa fa la maggioranza nel Palazzo? Parla di temi surreali e oggi con il ddl Zan istituisce addirittura la Giornata dell'indottrinamento gender, anche alle elementari. La furia ideologica del Pd e del M5S non ha limiti», twitta furibonda la leader Fdi Giorgia Meloni. Esulta il segretario Pd Nicola Zingaretti («Quando c'è da fermare violenza e odio il Pd combatte, sempre») e tutti i parlamentari vicini al mondo omosessuale, dalla dem Monica Cirinnà («Primo passo per un Paese più inclusivo») allo stesso relatore Alessandro Zan («Colmato un ritardo che si protrae da decenni»). A festeggiare ci sono tutte le associazioni Lgbt e personaggi del mondo dello spettacolo come Alessandro Cecchi Paone («Grande prova di civiltà») e l'ex parlamentare di Rifondazione Vladimir Luxuria: «C'è chi ha tentato di strumentalizzare la pandemia sostenendo che questa legge fosse liberticida e che non era il tempo giusto per l'approvazione. Ma è una legge che in realtà aspettiamo da trent'anni». Anche l'esecutivo plaude all'approvazione: «La politica non è gestione dell'esistente ma costante opera di miglioramento delle condizioni di vita e garanzia dei diritti fondamentali. La legge Zan che tutela la dignità contro l'odio è un passo verso questo traguardo», scrive su Twitter il ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano. Di tutt'altro avviso il presidente di Pro Vita e Famiglia onlus, Antonio Brandi, che parla di «mostruosità giuridica, etica e psicologica» e di «una follia incostituzionale», puntando il dito sul rischio di indottrinamento dei bambini: «Mentre la crisi morde e i lavoratori muoiono di fame in prima elementare ci saranno lezioni di omosessualità, bisessualità e transgenderismo». Lezioni che saranno tenute dalle associazioni Lgbt «che riceveranno 4 milioni di euro per indottrinare i nostri figli. È vergognoso», ha aggiunto il numero due di Pro Vita e famiglia Jacopo Coghe.

Paese a picco? Si fa la legge sui trans. Il decreto sull'omofobia va avanti alla Camera: sì ai primi 5 articoli. Pier Francesco Borgia, Giovedì 29/10/2020 su Il Giornale. Nel pieno dell'emergenza Covid il Parlamento riesce persino a inserire nel nostro ordinamento giudiziario sanzioni per gli atti violenti e discriminatori fondati sull'orientamento sessuale. Insomma il cosiddetto disegno di legge Zan (dal deputato piddino Alessandro Zan relatore del testo di legge) oggi dovrebbe vedere il traguardo dell'approvazione definitiva almeno a Montecitorio. Ieri sono stati approvati i primi cinque articoli, a partire dal primo che costituisce il cuore del provvedimento. In favore 249 deputati della maggioranza, contrari 181 del centrodestra. Con un emendamento della maggioranza anche i disabili vengono tutelati dagli atti di discriminazione e violenza. L'articolo interviene sulla legge Mancino che punisce con il carcere i reati di violenza e istigazione alla violenza per motivi razziali. Il testo aggiunge tra i reati punibili con la detenzione gli atti di violenza o incitamento alla violenza e alla discriminazione «fondati sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale, sull'identità di genere o sulla disabilità». L'articolo 2 del provvedimento modifica invece l'articolo 604 ter del Codice penale, relativo alle circostanze aggravanti, aggiungendo anche l'identità di genere e la disabilità tra i reati la cui pena è aumentata fino alla metà. L'aula di Montecitorio si è preoccupata anche di votare il terzo articolo emendato grazie a una correzione proposta sempre dalla maggioranza che cerca di distinguere l'aggressione verbale omofoba dalla libertà di pensiero ed espressione. Con l'ok di un'assemblea parlamentare falcidiata dal Covid ora il nuovo testo dell'articolo 3 recita: «Ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti». L'articolo 4 dispone che la sospensione condizionale della pena può essere subordinata alla prestazione di un'attività non retribuita a favore della collettività. Oggi verrà concluso l'iter. Estremamente negativo il giudizio della Lega sul provvedimento. Non per il merito del ddl ma per il momento in cui il Parlamento decide di esaminarlo. «Vergognoso che pur di far passare il Ddl Zan, la maggioranza si presti a discuterne in una Camera decimata tra deputati positivi al Covid o in autoisolamento - tuona la eurodeputata Simona Baldassarre - Questo ddl non è altro che una mossa della sinistra per incatenare gli italiani al pensiero unico, introdurre il gender nelle scuole». La replica arriva via Twitter dall'ex presidente della Camera Laura Boldrini. «Ora alimentare lo scontro fra persone e fra diritti è insopportabile. Vero Salvini e Meloni?»

Fausto Carioti per “Libero quotidiano” il 29 ottobre 2020. A modo suo, la Camera dei deputati ha fatto qualcosa di storico. La maggioranza giallorossa ha stabilito ufficialmente, per la prima volta, cosa sono il sesso e i suoi derivati. Attenzione alle definizioni, perché chi sgarra discrimina e chi discrimina può essere intercettato dalle procure e finire in carcere: sino a tre anni, se si limita a diffondere certe idee; sino a quattro, se il comportamento è ritenuto un incitamento alla violenza; sino a sei, qualora il colpevole sia giudicato promotore di un gruppo dedito alla discriminazione del prossimo. La prima definizione è facile: «Per sesso si intende il sesso biologico o anagrafico». E dunque non si può discriminare un individuo in base al sesso cui appartiene. Un tempo la questione si sarebbe chiusa qui, invece è solo l' inizio. Perché il sesso è diverso dal «genere». E il genere è questa roba qua: «Qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso». Non ci avete capito nulla? Vi chiedete cosa c' entri una definizione giuridica, che dovrebbe essere chiara e oggettiva, con un concetto tanto fumoso? Aspettate, c' è di peggio. Perché il sesso e il genere sessuale, hanno appena stabilito i nostri legislatori, sono diversi dalla «identità di genere», che sta a indicare «l' identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall' aver concluso un percorso di transizione». Da dove parta questa transizione, e verso dove vada, non ce lo dicono: pare di capire da un sesso all' altro, oppure da un genere a uno diverso. Forse non è nemmeno importante, giacché l' unica cosa che conta, alla fine, è l' idea che uno ha di sé: anche chi ha organi maschili, e dunque non ha concluso la propria «transizione», o magari non l' ha nemmeno iniziata, ha diritto a essere trattato come una donna, se si «identifica» come tale. Ecco: è su queste sabbie mobili che poggia la legge Zan-Boldrini-Scalfarotto per «prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi legati al sesso, al genere, all' orientamento sessuale e all' identità di genere». Le definizioni le ha scritte Lucia Annibali, capogruppo dei renziani a Montecitorio, e inserite in un emendamento che è stato approvato dalla maggioranza, alla quale si è aggiunta la deputata forzista Giusi Bartolozzi. L' intervento è stato necessario perché la commissione Affari Costituzionali e il Comitato per la legislazione avevano chiesto di specificare il significato di tutti quei termini, «al fine di evitare incertezze in sede applicativa». Col risultato che si è visto. Per il giudice di Cassazione Alfredo Mantovano e gli altri giuristi del centro studi Livatino siamo dinanzi a un obbrobrio legislativo: «Meritano di entrare nella storia del diritto i deputati che hanno proposto e votato una norma nella quale l' applicazione di sanzioni penali fino a sei anni di reclusione, con la possibile attivazione durante le indagini di intercettazioni e misure cautelari, dipende dall' interpretazione che pm e giudici daranno a espressioni come "aspettative sociali connesse al sesso" o "identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere"». Norme scritte così aprono infatti il terreno alla incertezza del diritto e all' arbitrio dei magistrati. Può essere indagato e condannato chi tratta come un uomo, ad esempio vietandogli lo spogliatoio o il bagno delle ragazze, un individuo di sesso maschile che sostiene di avere una «identità di genere» femminile? Basta dichiarare di percepire se stesso come una donna per avere il diritto di essere trattato come tale, ad esempio sfruttando le quote rosa o partecipando alle gare sportive femminili? Per come è fatta la legge, pare di sì. Oppure sarà il caos a comandare, con pronunciamenti diversi tra un tribunale e l' altro, alla faccia della legge uguale per tutti. Lo capiremo appena il provvedimento di Zan e compagni sarà stato approvato. Ieri alla Camera sono stati votati i primi cinque articoli su un totale di dieci, oggi si prosegue e poi toccherà al Senato. Il parlamento sarà pure decimato dal Covid, ma per le leggi care alla maggioranza si bruciano le tappe.

Il Bianco e il Nero, Adinolfi: "I giallorossi pensano solo alla lobby gay". Ceccanti: "È tempo di un dl sull'omofobia". Mentre il governo è alle prese con la dura lotta contro la seconda ondata di coronavirus, il Parlamento sta discutendo il ddl Zan sull'omotransfobia. Qui l'opinione del senatore del Pd, Stefano Ceccanti e di Mario Adinolfi, leader del Popolo della Famiglia. Francesco Curridori e Domenico Ferrara, Giovedì 29/10/2020 su Il Giornale. Mentre il governo è alle prese con la dura lotta contro la seconda ondata di coronavirus, il Parlamento sta discutendo il ddl Zan sull'omotransfobia. Sul tema, per la rubrica il Bianco e il Nero abbiamo chiesto l'opinione del senatore del Pd, Stefano Ceccanti e di Mario Adinolfi, leader del Popolo della Famiglia.

Le sembra questo il momento più opportuno per discutere un Ddl sull'omofobia?

Adinolfi: “Con una pandemia in atto e mezzo Paese in ginocchio, con le rivolte per le strade e i contagi moltiplicati, con le strutture sanitarie in affanno e le famiglie sempre più in crisi a me pare davvero un oltraggio che la Camera passi la settimana a discutere di un ddl scritto per porre rimedio a un’emergenza che non c’è. Oltre che inopportuno e ingiusto, questo modo di costruire scale di priorità spiega anche i tic antidemocratici tipici di questa maggioranza, che tende a immaginare come necessario per il Paese solo ciò che è necessario per sé e per le proprie lobby di riferimento”.

Ceccanti: “Capisco che per chi è contrario a un testo non c'è mai un momento per discuterlo. Per chi è favorevole, invece, è ovvio che sia sempre il tempo, anche perché il Parlamento fa molte cose contemporaneamente. Se comunque i gruppi di opposizione pensano che il tempo sia troppo basta che riducano i loro 700 emendamenti, visto che la maggioranza ne ha solo 7”.

Lo reputa un provvedimento giusto o sbagliato? E perché?

Adinolfi: “Si tratta di un provvedimento sbagliatissimo. Per la prima volta dal 1925 viene introdotta una legge ricalcata sul modello delle leggi fascistissime che sotto il regime mussoliniano tesero a reprimere le opinioni sgradite alla cosca dominante, incarcerando i dissenzienti. Lo stesso proponente parla di carcerabilità per i latori di “opinioni istigatrici all’odio omotransfobico”. Rivolgo a Alessandro Zan una semplice domanda: dopo l’approvazione della sua legge chi deciderà se una mia opinione è o meno “istigatrice all’odio”? Se io affermo che una coppia gay ha compiuto un abominio criminale acquistando un bambino tramite la pratica dell’utero in affitto, sto esercitando il mio diritto alla libera espressione delle opinioni garantito dalla Costituzione o sto istigando all’odio contro quella coppia gay? Come è chiaro lo strumento liberticida sarà posto nelle mani dei magistrati. E sappiamo bene l’uso che settori della magistratura fanno di leggi chiarissime, figuriamoci l’uso che faranno di norme come quelle del ddl Zan, coniate per manganellare gli avversari politici della lobby Lgbt cui il proponente appartiene”.

Ceccanti: “Il provvedimento è giusto perché soprattutto i social media negli ultimi anni legittimano con una grave forza d'urto comportamenti discriminatori e violenti, c'è un'emergenza nuova che va affrontata sia sul lato preventivo-educativo sia su quello repressivo”.

Pensa che le ultime correzioni apportate proteggano davvero la libertà di pensiero?

Adinolfi: “Gli ultimi emendamenti inseriti chiariscono in tutta evidenza l’intenzione liberticida dell’impianto del ddl. Se si arriva a ribadire l’ovvietà della libera espressione delle opinioni, vuol dire che sanno bene che l’utilizzo del ddl immaginato ab origine è la repressione dell’opinione dissenziente. Excusatio non petita, accusatio manifesta”.

Ceccanti: “Sì, perché come richiesto soprattutto dalla Commissione Affari Costituzionali si è introdotta la nozione di "concreto pericolo" di atti discriminatori e violenti che mette chiaramente al riparo qualsiasi opinione che non ricada in tale grave fattispecie. Il giudice Oliver Wendell Holmes, nella sentenza Schenck versus Stati Uniti nel lontano 1919 aveva giustamente scritto che la protezione più rigorosa della libertà di parola non proteggerebbe un uomo che gridasse falsamente al fuoco in un teatro causando un panico. È stato un importante contributo maturato anche nel dialogo con alcuni parlamentari di Forza Italia”.

Nel Dl Zan si è aggiunta anche la difesa dei disabili. Perché?

Adinolfi: “Il Popolo della Famiglia ha molti dirigenti disabili tra le proprie fila, si sono immediatamente sentiti usati. L’ennesimo tentativo di copertura delle reali intenzioni di una legge nata per gli interessi di una precisa lobby, che ora prova a mascherarli anche con le strumentalizzazioni più indegne, perché abbiamo scoperto il loro gioco”.

Ceccanti: “Perché nella normativa vigente anche le discriminazioni verso i portatori di handicap non erano sin qui coperte da una specifica normativa”.

Da cattolico cosa pensa delle recenti parole del Papa sulle leggi sulle unioni civili?

Adinolfi: “Il Papa è stato vittima di una orrenda manipolazione figlia di segmenti della citata lobby esterni ma anche interni al Vaticano. Mi faccia però chiedere ai cattolici tanto attenti alle parole del Papa di essere anche esigenti con i comportamenti dei loro rappresentanti in Parlamento. Sulle pregiudiziali di costituzionalità del ddl Zan 72 deputati di centrodestra tra cui Giorgia Meloni e Lorenzo Fontana non erano presenti al voto. L’incostituzionalità della legge non è passata per appena 53 voti. Fossero stati tutti presenti il ddl Zan sarebbe morto in aula a Montecitorio prima di nascere. Questa è una battaglia. Il Popolo della Famiglia chiede a tutti di stare ai posti di combattimento”.

Ceccanti: “Penso che siano parole importanti soprattutto nei Paesi del cosiddetto terzo mondo e nell'Est europeo dove esistono ancora resistenze grave a difendere i diritti di persone omosessuali che passano attraverso un riconoscimento dei loro legami. Nei contesti occidentali, Italia compresa, il riconoscimento delle unioni è ormai un dato condiviso e irreversibile, sia tra le principali forze democratiche di destra e di sinistra, sia tra i cattolici. Non mi risulta in Italia nessuna iniziativa né parlamentare nè referendaria per rimettere in discussione la legge del 2016”.

Scelta storica in Belgio: Petra De Sutter è la prima transgender ministro in Europa. Carmine Di Niro su Il Riformista il 2 Ottobre 2020. In Belgio si fa la storia. L’eurodeputata dei Verdi Petra De Sutter, diventata oggi vice prima ministra del nuovo governo belga e ministra della Pubblica amministrazione, è la prima persona transgender a diventare ministro in Europa. La De Sutter già nel 2014 era stata la prima persona transgender a candidarsi ad un’elezione, venendo eletta nel Parlamento belga, mentre nel 2019 la 57enne è stata eletta a Bruxelles dove è stata anche presidente della commissione per il mercato interno e la tutela dei consumatori. Petra de Sutter da sempre è un’attivista per i diritti delle persone transgender e per la riproduzione medicalmente assistita, mentre nella vita ‘di tutti i giorni’ è una ginecologa. Il Belgio è storicamente un Paese dai governi traballanti: l’ultimo, presieduto dal liberale Alexander De Croo, ha giurato ieri davanti al re Filippo a 500 giorni dalle elezioni del maggio 2019. La maggioranza è stata definita “Vivaldi” dai media locali, come il celebre compositore noto per l’opera “Le quattro stagioni”: il motivo è riconducibile ai colori dei quattro partiti della coalizione composta da liberali, socialisti, ambientalisti e democristiani: rosso, arancio, verde e blu. Prima dell’esecutivo di liberale Alexander De Croo il paese era guidato da un governo provvisorio con a capo Sophie Wilmes, liberale francofona sostenuta da una coalizione di minoranza appoggiata però dall’opposizione durante l’epidemia di Coronavirus.

Da "leggo.it" il 19 settembre 2020. "Cambia" sesso a soli 8 anni, perché non si sentiva un bambino, ma una bambina prigioniera nel corpo di un maschietto: accade in Francia, dove il piccolo Baptiste, che vive con la famiglia ad Aubignan, nel sud del Paese, da tempo non stava bene ed era depresso. Finché lo scorso febbraio non ha detto che quel malessere era dovuto alla sua condizione che non lo faceva stare bene. Come racconta oggi il quotidiano La Stampa, la famiglia sta aiutando Baptiste, che ora vuole cambiare il nome in Lilie, a combattere la sua battaglia: ma se a scuola hanno accettato almeno la sua richiesta di cambiare nome (dopo che uno psicologo ha seguito la bambina per alcuni giorni), non è lo stesso all’anagrafe, dove la richiesta è stata per ora respinta. «All’inizio a scuola non erano convinti, si chiedevano se Lilie non fosse stata convinta da noi o suggestionata», ha detto il padre a La Stampa. «Anche noi ci siamo fatti delle domande. Abbiamo consultato associazioni Lgbt che ci hanno spiegato che a quell’età la coscienza esiste eccome». Ora Lilie, che si sta facendo crescere dei boccoli biondi, sta bene e non è più depressa.

Caterina Belloni per “la Verità” il 13 Ottobre 2020. A 16 anni pensava di essere un maschio nel corpo di una ragazzina e soffriva, così si è rivolta ai medici, che le hanno prescritto dei farmaci che bloccavano la pubertà. A 17 anni ha cominciato ad assumere il testosterone, a 20 ha subito una doppia mastectomia per rimuovere i seni e dopo poco si è resa conto che si sentiva una donna. Adesso che ha 23 anni, Keira Bell, esperta informatica di Manchester pentita delle sue scelte, ha deciso di portare in tribunale la clinica che l'ha seguita nel percorso di transizione. La ragione? Sostiene di non essere stata aiutata come doveva e soprattutto vuole che venga messo in evidenza come un adolescente non può essere ritenuto consapevole di ciò che accadrà se assume terapie per cambiare sesso. A livello giudiziario la questione è fondamentale: un minorenne è in grado di esprimere un consenso informato su una tematica così complessa? Analizzando la sua esperienza, miss Bell sostiene che non è possibile, anche perché spesso i ragazzini diagnosticati con una disforia di genere, stanno vivendo condizioni di ansia e depressione che riducono al lumicino la loro capacità di discernimento. E poi - sostiene ancora la giovane donna - cosa ne sa un giovane della sessualità e degli istinti, specie quando ha 13 o 14 anni e ancora non ha capito nulla di sé stesso? Da due giorni l'Alta corte di Londra sta affrontando questo caso giudiziario, che potrebbe avere ripercussioni significative su larga scala. Miss Bell ha infatti chiesto di rendere obbligatori maggiori accertamenti clinici e magari anche una valutazione di tipo legale, prima di fare assumere a un bambino ormoni e farmaci che bloccano la pubertà. Pratiche utilizzate dal Gids (Gender identity development service), il servizio di sviluppo dell'identità di genere della fondazione Tavistock&Portman, l'unica clinica britannica specializzata nel cambio del sesso per i minorenni. Un servizio tutt' altro che di nicchia, che negli ultimi anni ha visto aumentare il suo lavoro in modo esponenziale. Secondo i dati diffusi dal Times, infatti, tra il 2009 e il 2010 i ragazzini seguiti erano 72, mentre tra 2018 e 2019 sono diventati 2.590, di cui 1.740 ragazze e 624 ragazzi. E tra loro 1.814 avevano meno di 16 anni e 171 addirittura meno di 10 anni. Proprio queste statistiche hanno spinto Keira Bell a portare la clinica di Londra di fronte all'Alta corte: il suo obiettivo è evitare che altri si trovino a vivere il disagio che ancora la tormenta. Alla sua iniziativa poi si è associata anche la madre di una ragazzina sedicenne affetta da autismo, che il servizio vorrebbe avviare a un cambio di sesso, nonostante la madre sia convinta che non si tratti della scelta giusta. E in fondo, come dimostra la storia di miss Bell, che si è pentita della sua decisione, un'adolescente difficilmente può rendersi conto di cosa comporta l'assunzione di certi farmaci. Per la giovane informatica di Manchester adesso la vita è complicata, perché la sua voce è bassa, deve combattere contro la peluria sul volto, difficilmente riuscirà a concepire dei figli. In televisione ieri mattina ha raccontato che quando ha iniziato la trafila per il cambio di genere stava attraversando un periodo difficile e pensava di essersi avviata sul percorso migliore. Così ha seguito il protocollo ufficiale, accettando tutte le proposte e i trattamenti, senza farsi troppe domande ma - a suo dire - anche senza ricevere un supporto psicologico adeguato, che le consentisse di capire se si trattasse di un bisogno autentico o di uno stato di confusione. Sulla leggerezza con cui si agisce di fronte ai casi di disforia di genere, peraltro, sono stati sollevati dubbi di recente anche dal ministro per le Pari opportunità Lizz Truss, che ha persino diffuso linee guida di comportamento per gli insegnanti. Pretende che gli allievi siano liberi di esprimere la propria sessualità attraverso abiti e giochi, senza che professori e presidi si prendano la briga di intervenire. E magari suggerirgli che potrebbero essere nati nel corpo sbagliato.

Genitori chiedono al tribunale di cambiare sesso al figlio 13enne. L’operazione potrà avvenire solo con la maggiore età. I genitori hanno chiesto anche di dare un nome femminile al ragazzino: Greta. Valentina Dardari, Mercoledì 15/07/2020 su Il Giornale. Ecco la storia di due genitori che hanno capito la vera natura di loro figlio e stanno cercando in tutti i modi di aiutarlo e assecondarlo. Tanto da decidere di rivolgersi al tribunale per chiedere un intervento chirurgico per cambiare sesso al 13enne. La legge però vieta operazioni del genere su minori: il ragazzino dovrà aspettare quindi la maggiore età. Intanto però mamma e papà hanno chiesto anche di poter dare un nome femminile a loro figlio. Una pm sarebbe d’accordo con loro. Alla prima udienza, erano presenti i genitori, insieme al loro avvocato e a uno psicologo, oltre al pubblico ministero Cristina D’Aniello. Andiamo per ordine. Il ragazzino in questione già alle elementari aveva capito che la sua anima non era in accordo con il corpo maschile che aveva all’esterno. Così a 12 anni aveva pensato di presentarsi in classe con un nome femminile. Il fatto si svolge a Ravenna e lo scorso novembre se ne erano occupate anche Le Iene. La storia si è evoluta nel tempo e i genitori del giovane hanno deciso di seguire i desideri del figlio e chiedere al Tribunale di Ravenna l’intervento per cambiare sesso e poter dare un nome femminile al ragazzo. L’operazione chirurgica potrà avvenire però solo una volta compiuti i 18 anni. Ma su questo la madre è d'accordo, deve essere una decisione che spetterà solo al figlio quando sarà maggiorenne. Si attende il verdetto, intanto però il pm Cristina D’Aniello sarebbe favorevole alla richiesta del giudice Antonella Allegra della Procura di Ravenna. Alle telecamere della trasmissione Le Iene, il 13enne aveva spiegato la sua storia con grande maturità: “Mi prendevano in giro, mi chiamavano frocio, ma credo che siano i bulli ad avere un problema. Noi sappiamo cosa siamo e cosa vogliamo”. Fin da bambino si chiedeva per quale motivo le sue compagne avessero il ciclo mestruale e lui invece no. Oltre a un disagio marcato nel rapportarsi con i coetanei, che spesso lo ignoravano. “Il mio corpo non è sbagliato, è un corpo che riuscirò ad adattare a ciò che sento” aveva concluso il ragazzo. Secondo le dichiarazioni della mamma Cinzia, il figlio, che lei chiama Greta, aveva già manifestato comportamenti femminili a soli 3-4 anni di età. I genitori però non avevano dato importanza a quanto stava avvenendo. Poteva benissimo essere scambiato per un comportamento infantile. Invece con l’arrivo dell’adolescenza si è fatta strada anche la consapevolezza di voler essere donna. All’età di 13 anni Greta ha preso coraggio e ha prima parlato con il papà e dopo con la mamma. “Ed è stata una liberazione per noi. Finalmente abbiamo capito. E abbiamo capito che la questione è ben definita. Siamo al suo fianco e la proteggiamo anche dall’indifferenza e a volte dalla cattiveria degli altri. Ora Greta sa che ci sono tante altre adolescenti con la sua stessa consapevolezza. Parlarne con noi e quindi essere compresa è stata la sua salvezza. Ci ha confidato che se non fosse riuscita a farsi capire da noi le cose si sarebbero messe molto male per lei”. Adesso spetta al giudice aiutare Greta a perseguire il suo obiettivo di vita.

Simone Tagliaferri per movieplayer.it  il 7 giugno 2020. J.K. Rowling, l'autrice di Harry Potter, è stata accusata di transfobia per la pubblicazione di alcuni tweet in cui ha irriso una definizione di donna forse un po' troppo politicamente corretta. Il tutto è partito dall'articolo di Marni Sommer intitolato "Opinion: Creating a more equal post-COVID-19 world for people who menstruate" (trad. Opinione: creare un mondo post-COVID-19 più equo per la persone che hanno le mestruazioni) che la Rowling ha commentato con un certo sarcasmo "Persone con le mestruazioni. Sono certa che c'era una parola per definire questa gente. Qualcuno mi aiuti. Donnole? Dandole? Dinnole?" La battuta non è piaciuta alla comunità LGBTQ+ che l'ha considerata offensiva per i trans, provando a spiegare il perché alla scrittrice. In realtà la Rowling ha da tempo sposato l'ala del femminismo che trova assurda la negazione del sesso biologico operata dalla comunità LGBTQ+. Già in passato si era schierata a favore della ricercatrice Maya Forstater, licenziata proprio per aver affermato che non è possibile cambiare il proprio sesso biologico. Comunque sia, questa volta la Rowling ha spiegato più in dettaglio la sua posizione, affermando di trovare assurdo che donne come lei, da sempre empatiche verso i trans e i loro problemi, siano considerate transfobiche perché ritengono che la sessualità sia una cosa reale. La Rowling ha quindi ribadito di rispettare i trans e di riconoscerne tutti i diritti, affermando che arriverebbe anche a marciare con loro se fossero discriminati per ciò che sono. "Allo stesso tempo la mia vita è stata determinata dal mio esser e donna. Non credo che dirlo significhi odiare."

Francesco Borgonovo per “la Verità” il 21 maggio 2020. «Io sono Greta e ho tredici anni, anzi ne ho molti meno perché fino all' anno scorso ero Marco». Greta, di Ravenna, è nata Marco, è minorenne e ha iniziato il percorso per cambiare sesso. Che non abbia paura di farlo sapere al mondo è poco ma sicuro. È poco più di una bambina, ma negli ultimi tempi ha partecipato a vari programmi tv, ha rilasciato interviste, assieme ad altri ragazzi transgender è stata protagonista di un lungo servizio su Vanity Fair. I suoi genitori hanno fatto di tutto perché Greta diventasse un simbolo, una sorta di portavoce dei minorenni intenzionati a cambiare sesso. Cinzia Messina, la madre, fa parte dell' Agedo (Associazione genitori, amici, parenti di persone Lgbt+) e gestisce la pagina Facebook «Iosonogreta13», i cui contenuti riflettono perfettamente il pensiero delle associazioni arcobaleno. Qualche mese fa i «genitori di Greta» (così si sono firmati) hanno persino lanciato una petizione online per chiedere una nuova legge sulle persone transgender, che prevedesse anche «nelle scuole di ogni ordine e grado percorsi di formazione di contrasto al bullismo omo-trans-fobico obbligatori per la comunità educante». Insomma, la signora Messina è un' attivista. E ha trovato il tempo di dare alle stampe un libro, appena uscito, intitolato Io sono io (Il Ponte Vecchio editrice), che viene presentato come un racconto d' avventura: «L' eroina si chiama Greta ed è una giovanissima ragazza transgender la cui storia è raccontata da Cinzia, sua madre, in minute ricostruzioni di giorni e sentimenti, emozioni e progetti». In effetti, il volume racconta la storia di Marco diventato Greta, e contiene anche una robusta testimonianza autobiografica firmata dalla giovanissima trans. Anche se, ovviamente, a prendersi la scena è quasi sempre la madre. Il rischio, infatti, è che le intemerate politiche sovrastino il racconto in prima persona della tredicenne, che invece merita di essere letto con attenzione, perché fornisce informazioni importanti su un fenomeno che comincia a diventare piuttosto rilevante. Il racconto di Greta contiene passaggi che colpiscono allo stomaco. Ad esempio quando illustra il suo rapporto con gli organi genitali maschili. «Pensavo che tutti fossero cattivi con me, soprattutto la mamma che mi comprava vestiti da maschio», scrive. «La mia nonna, che amo molto e che ora con tanto amore mi chiama Greta (sbagliando nove volte su dieci!!), mi diceva: "Se sei femmina, fammi vedere la passerotta!". Io non capivo, ma aveva ragione. Io però non potevo farle vedere ciò che non avevo ed era terribile, perché dentro mi sentivo femmina a dire il vero, non sapevo nemmeno cosa fosse la passerotta!! Cominciai così a odiare la mia codina: avevo capito che non andava bene per me». La sofferenza che trasuda da questi passaggi non può passare inosservata. Greta dice tanto di sé, del rapporto con il fratello gemello, del legame con i genitori. «Avevo solo tre anni quando si sono separati per cui non ho ricordi di loro due assieme. In effetti ogni volta che guardo i video in cui erano ancora sposati, mi chiedo perché si siano lasciati in fondo li vedevo bene! Loro dicono che si sono lasciati perché litigavano sempre Allora mi chiedo perché mai si siano messi assieme!», scrive. «La mia mamma Cinzia mi fa sempre notare ogni imperfezione e mi dice: "Greta, hai i punti neri, ti è colato il trucco, hai i capelli sporchi e gli occhiali appannati!". Il mio babbo Luigi invece mi dice: "Greta, sei bellissima. Ora che ti vedo come una ragazza devo ammettere che sei proprio molto bella!"». A quanto sembra, la famiglia ha supportato la transizione di Greta. «A casa del suo papà teneva addirittura abiti femminili bellissimi, da principessa delle favole. Quella casa era diventata il suo rifugio», spiega la madre. «Ci aveva portato anche un paio di scarpe col tacco e qualche trucco che gli avevo regalato io, benché con me, forse leggendo nei miei occhi un senso quasi di disagio, faticasse a esprimersi liberamente. Ogni volta che lo andavo a prendere dal babbo e lo trovavo vestito e truccato, mi saliva dentro un' angoscia che sono sicura intuisse, visto che il sorriso gli moriva sulle labbra. La neuropsichiatra ci aveva consigliato di assecondare le sue tendenze almeno all' interno delle pareti domestiche, ma, oltre all' ansia e alla tristezza, io provavo un profondo senso di colpa per averlo partorito con un corpo biologicamente diverso rispetto a come si sentiva». È in seconda media che Greta decide di mostrarsi al mondo come transgender: «Non potevo ancora immaginare che quel pugno di sillabe nascondesse un vissuto sofferto e un sentire profondo, come non ero a conoscenza del fatto che queste percezioni di genere potessero esistere già nell' infanzia e non solo in età adulta. Quanta ignoranza», commenta la madre. Il risultato è che, ora, la trans tredicenne assume farmaci per fermare la pubertà: «Finalmente ho cominciato i bloccanti e ora sono più serena per il fatto che la mia voce non cambierà e che non mi svilupperò nella direzione maschile», dice. Da fuori, giudicare è fin troppo facile e per questo, forse, anche ingiusto. Alcune affermazioni della madre di Greta sull' identità sessuale lasciano molto perplessi. Così come l' approccio affermativo (cioè confermativo dell' identità femminile) adottato nei confronti di un minorenne a cui, a un certo punto, viene anche diagnosticato un «ritardo emotivo». Soprattutto, suscita qualche dubbio l' attivismo politico e «per i diritti» dei genitori di Greta che, in fin dei conti, ha appena 13 anni. Nel testo autobiografico si esprime come una bambina, ma sembra che venga trattata già come una donna: trucco, scarpe col tacco. Viene da pensare che, su argomenti delicati come questo, sia necessario sgombrare il campo dall' ideologia e concentrarsi sulla singola persona. Ma è diventato impossibile farlo. Una vicenda privata - come testimoniano il libro di Greta e tutte le attività connesse - diventa immediatamente politica. E se dovesse mai passare la legge bavaglio contro l'omotransfobia di cui a luglio ricomincerà a discutere il Parlamento, ogni approccio critico verrà di fatto bandito. Chi osasse avanzare dubbi sarebbe immediatamente identificato come «odiatore» dei trans. Diventerebbe impossibile porsi una domanda fondamentale: davvero un bambino di 10, 11 o 13 anni è in grado di fare una scelta che determinerà la sua intera esistenza? Una cosa è certa: una volta iniziata la terapia farmacologica, non si torna indietro.

Tonia Mastrobuoni per repubblica.it il 9 maggio 2020. Niente più esorcismi, indottrinamenti o "terapie della luce". Niente stregonerie, né elettroshock. La Germania ha approvato una legge che vieta ogni forma di conversione di persone lgbtqi, insomma qualsiasi forma di imposizione coatta di un orientamento sessuale. La sanzione per questo tipo di 'cure' barbariche, può raggiungere i 30 mila euro e un anno di carcere. Purtroppo, come attesta la Fondazione Magnus Hirschfeld, in Germania si registrano ancora circa 1000-2000 casi di cure anti-omosex all'anno, e spesso le vittime ne ricavano danni psicologici e sviluppano tendenze suicide. Peraltro non c'è alcuna evidenza scientifica sull'efficacia delle terapie di conversione, al di là di ogni considerazione sulla palese violazione della libertà sessuale sancita dalla Costituzione. L'impulso a vietare queste pratiche primitive che avvengono per lo più in comunità fortemente religiose è venuto dal ministro della Sanità, Jens Spahn (Cdu), gay dichiarato. "L'omosessualità non è una malattia, e il termine terapia è fuorviante", ha scandito ieri davanti al Bundestag, durante la discussione sulla legge. Che ha registrato comunque l'astensione dei Verdi, della Linke e della Fdp che avrebbero voluto un testo più coraggioso. La legge limita il divieto di conversione alle persone sotto i 18 anni: secondo i tre partiti si tratta di una soglia troppo bassa.

105.net 14 Febbraio 2020. L'ex stella Nba Wade sostiene il figlio 12enne che ha scelto di diventare donna. Wade ha raccontato la sua storia durante lo show di Ellen DeGeneres. Il campione di basket Dwyane Tyrone Wade, che dal 2003 al 2019 ha militato nella NBA (giocando per i Miami Heat, i Cleveland Cavaliers e i Chicago Bulls), ha recentemente parlato della delicata scelta di suo figlio Zion. L'ex stella Nba ha scelto il salotto dello show televisivo di Ellen DeGeneres (da anni impegnata nella causa LGBTQ+) per svelare che suo figlio 12enne ha deciso di essere donna. Wade ha raccontato che un giorno Zion è tornato a casa e ha detto ai genitori: "Sono pronto, ho scelto di essere una donna. Da questo momento in poi chiamatemi Zaya". L'ex stella dei Miami Heat ha aggiunto che di fatto Zion era transgender, anche se era stato definito maschio alla nascita. Ma che ora si sente pronto a fare una scelta. Il campione e sua moglie Gabrielle Union sanno benissimo quanto la questione sia importante e quindi, ha raccontato Wade, credono sia fondamentale "essere aperti e disponibili di fronte a qualsiasi problema sollevato dal loro figlio (o meglio figlia), ascoltarlo e supportarlo in qualsiasi caso, se riguarda la sua felicità". Wade, a conclusione della sua intervista, ha raccontato che secondo lui "non c’è nessun motivo di esistere se cerchi di essere un qualcuno che non sei veramente. Bisogna essere veri, bisogna seguire i propri sentimenti più intensi disinteressandosi di tutti gli stereotipi che circondando il mondo di oggi". Convinti di questo, lui e sua moglie hanno fin da subito rassicurato Zaya dicendole: «L’importante è che accetti te stessa, mamma e papà ti ameranno sempre e comunque».

Il figlio 12enne di Wade sceglie di essere donna e il papà aderisce alla causa LGBTQ+ per sostenerlo. «Sono pronto, ho scelto di essere una donna. Da questo momento in poi chiamatemi Zaya» questa la frase che ha scosso l’ex stella dei Miami Heat. Lorenzo Nicolao il 12 febbraio 2020 su Corriere della sera. Un giorno Zion è tornato a casa e ha detto ai genitori che voleva parlare con loro di una questione importante. «Sono pronto, ho scelto di essere una donna. Da questo momento in poi chiamatemi Zaya». Il papà del coraggioso 12enne, è Dwyane Wade, 38enne ex campione di Nba appena ritiratosi dal basket agonistico. La stella dei Miami Heat, solo una piccola parentesi ai Chicago Bulls nel 2016 e ai Cleveland Cavaliers nel 2017, oltre che vincitore di un oro olimpico nel 2008 a Pechino.

La rivelazione in diretta. Wade ha rivelato tutto in diretta tv durante lo show di Ellen DeGeneres, conduttrice già da anni impegnata nella causa LGBTQ+, la sigla che comprende dai gay ai transessuali. «Zion era di fatto transgender, anche se era stato definito maschio alla nascita. Ora si sente pronto e ha fatto la sua scelta. Come padre, siccome prendo sul serio il mio ruolo di genitore, non posso che sostenerlo, in ogni sua decisione presente e futura, perché deve essere libero sul chi voler essere da grande», ha spiegato il campione. Questo è il nuovo obiettivo di chi sul campo di sfide ne ha vinte tante, ma che ora si troverà in casa una sfida del tutto nuova. «Fino a qualche tempo fa ero del tutto ignorante in materia», ha detto l’ex cestista,«ma, sostenuto anche da mia moglie Gabrielle Union, ho capito subito quanto la questione fosse importante. Come genitori abbiamo sempre creduto di dover essere aperti e disponibili di fronte a qualsiasi problema sollevato da nostro figlio, o meglio figlia, ascoltarlo e supportarlo in qualsiasi caso, se riguarda la sua felicità».

Difesa. Già in passato Wade aveva difeso apertamente Zion, ora Zaya, quando si era messa lo smalto sulle unghie lunghe ed era stata per questo presa di mira dagli hater sul web. Ora il campione Nba è pronto a sposare la causa a tutto campo, difendendo la libertà di tutti nell’esprimere la propria identità di genere e l’orientamento sessuale. La moglie ha perfino pubblicato un video su Twitter dove i genitori presentano Zaya al mondo con un caloroso messaggio. «L’importante è che accetti te stessa, mamma e papà ti ameranno sempre e comunque». L’ex stella di Miami ha dato subito seguito alle parole con i fatti. Nella scorsa primavera aveva già preso parte a un beach pride, solo per immergersi in questa nuova realtà e conoscerla meglio. Modo ineccepibile per essere vicino alla figlia nelle prossime tappe della sua vita perché, anche dopo il ritiro, un campione dello sport deve essere pronto a superare nuove sfide.

DAGONEWS il 25 febbraio 2020. Una ballerina transgender brasiliana ha infranto ogni tabù sfilando come madrina della batteria della sua scuola di samba a San Paolo. Camila Prins, 40 anni, ha realizzato questo sogno dopo 30 anni quando si rese conto di voler essere una donna: le fu permesso di travestirsi con abiti femminili per carnevale e da quel momento capì che la sua identità sessuale era un’altra. Da allora Camila ha intrapreso un percorso che l’ha portata a essere la prima “madrina” trans della batteria Colorado do Brás, un ruolo che viene conteso ogni anno da modelle e celebrità. Il suo compito è stato quello di ballare su un ritmo travolgente per 65 minuti di fronte ai batteristi, usando le gambe per guidare il ritmo. «Donne meravigliose volevano essere qui. Sono molto emozionata perché questo dimostra che possiamo essere ovunque. Possiamo essere madrine di batteria, possiamo essere proprietari di una scuola di samba - ha detto Prins prima della sfilata - Presto vedremo molte altre ragazze transgender». I transgender rimangono una sorta di tabù tra i brasiliani, anche a San Paolo, la città più cosmopolita del paese che ospita il più grande gay pride del mondo. In Brasile ancora oggi ci sono molti più omicidi di trans rispetto ad altri Paesi: nel 2019, 124 trans sono stati uccisi, 21 dei quali nello stato di San Paolo.

Annamaria Sbisà per “la Repubblica - Album Moda” il 19 febbraio 2020. Un'attivista della bellezza, al di là dei generi. Una guerriera dell'identità che ha lottato per trovare la sua di donna transgender e che ora ne difende i diritti, contro transfobia e stereotipi. La storia è quella di Lea T, prima transgender nel sistema moda, lanciata nel 2010 sulle passerelle internazionali da Riccardo Tisci, come volto della campagna Givenchy. La sua "T" è dedicata allo stilista che l'ha aiutata nel passaggio, permettendole di affrontare l'operazione per diventare donna e quindi modella transgender, personaggio televisivo, ambientalista e appunto attivista: «Con il mio lavoro cerco di regalare cinque minuti di sogno a chi si identifica con me». Unica transessuale ad aver sfilato in una cerimonia olimpica, portabandiera ai Giochi di Rio 2016, la top brasiliana è il volto di Milano Moda Donna e una delle testimonial della nuova campagna Pantene #HairHasNoGender. Insomma, sembra che tutto sia andato per il meglio. Invece è tutto difficile, ogni giorno: «Il quotidiano di un trans è massacrante. Incontri la transfobia al bar, sul tram, in tv, a scuola quando ritiri i nipotini, quando ti negano il bagno o la casa in affitto». Lei però lavora: «Le mie amiche modelle hanno comprato appartamenti, io non ho nemmeno la macchina. Diciamo che per alcuni marchi la mia personalità può risultare una scelta scomoda». Un'indefinita solitudine, con una precisa consapevolezza: «Il mondo non concede a tutti la stessa libertà». Il #metoo ha fatto la differenza: «Sono in molte a non denunciare, perché l'oppressore è ancora in casa». L'oppressore è l'uomo bianco di un mondo colonialista diviso tra predatori e prede: «Un ordine prestabilito a binari, ma il binario serve solo per i treni». Ci sono treni che deviano verso la libertà. Jennifer Lopez, Shakira, Rihanna e Beyoncé sono latine assurte a starplanetarie: «Sono icone che abbracciano chi è fuori dal gruppo privilegiato. Un pubblico immenso sensibile al pregiudizio». C'è l'uomo della recente moda maschile, che sfila capi senza genere: «Bene, ci si allontana dall'ordine colonialista». Come riuscire a farlo anche sulle passerelle donna? «Le modelle dovrebbero scegliere l'abito, il trucco e la pettinatura, l'atmosfera con cui presentarlo». Un discorso di autonomia e gender diversity che va oltre l'ondata di modelle omologate su pallore e magrezza: «Più facile stringere un abito che rifarlo e anche truccare un volto non troppo deciso». Gli affari sono affari. Ma moda, pubblicità e passerelle premiano il fascino trans di Lea T e di Andreja Pejic, quello intersessuale di Hanne Gaby Odiele, il volto con vitiligine di Winnie Harlow, la curvilinea femminilità di Ashley Graham. Icone di bellezza e di liberazione a cui accostiamo le finte brutte e ambigue e moderne, lanciate nel 2015 da Gucci: «Le sue modelle hanno profili Instagram interessanti, Alessandro Michele sceglie la personalità». E il futuro? «Non importa essere bellissima, ma potersi sentire "fabulous"». Come si sente Lea T, se attaccata o in difficoltà, quando la soccorre una voce interiore: «Mi ricorda che sono forte. Difficile oltrepassare la realtà, quando per molti sei uno sbaglio della natura». Che lavoro avrebbe voluto fare? «La biologa, per studiare il com-portamento degli animali più temuti, come i rettili». Il suo senso della bellezza: «Negli anni di scuola frequentavo gente alternativa attratta dalla loro libertà, poi con gli studi artistici ho imparato a disegnare fino a perdermi dentro le rughe degli anziani, a valorizzare ombre e luci». C'è una Lea in ombra? «Quella che si è messa in gioco. Per tutti arriva prima la transessuale brasiliana, modella e figlia del famoso Toninho Cerezo». Intanto la nuova Barbie con labbra carnose, zigomi alti e capelli scuri, in fuga dall'unico cliché bionda occhi azzurri, corre verso un futuro di bellezza plurale. Un mondo in cui l'uguaglianza si chiama diversità. La più favolosa possibile, per tutti.

Da repubblica.it il 18 febbraio 2020. Alessandro ha cambiato sesso, e il nuovo nome potrà sceglierlo lei. Lo ha deciso la Cassazione assicurando un diritto che non era affatto garantito, fino a ieri: era consentito solo declinare il proprio nome, maschile o femminile che fosse, nella sua versione opposta. Alessandro, per esempio, dopo aver cambiato sesso in Sardegna si sarebbe dovuto chiamare Alessandra, ma voleva un nome diverso e aveva scelto quello di Alexandra. La Corte di Appello di Torino aveva sancito che non ne avesse il diritto. Per la Cassazione, che ha dato ragione ad Alexandra, chi cambia sesso ha diritto a scegliersi un nuovo nome senza accontentarsi del cambio di desinenza - dal maschile al femminile o viceversa, a secondo della transizione sessuale - di quelle avuto alla nascita. Per la Cassazione il nome è "uno dei diritti inviolabili della persona", un "diritto insopprimibile", e deve "essere assicurato anche un diritto all'oblio, inteso quale diritto ad una netta cesura con la precedente identità". Per i giudici piemontesi non esistevano i presupposti per "un voluttuario desiderio di mutamento del nome", e occorreva accontentarsi di "quello derivante dalla mera femminilizzazione del precedente". Ma gli ermellini hanno ribaltato la sentenza, dando il beneplacito non solo ad Alexandra ma anche a tutti coloro che transitando da un genere all'altro desiderino un nome anche radicalmente diverso. Senza considerare il sollievo di chi, cambiando sesso, debba lasciarsi alle spalle un nome la cui declinazione di sesso opposto non esista, come nel caso di Marco o Graziella.

La prima indagine sulla popolazione transgender in Italia. L'obiettivo è fotografare persone spesso emarginate dalla società e dal sistema sanitario. Davide Michielin su La Repubblica il 12 gennaio 2020. Che differenza c’è tra la parola transgender e la parola transessuale? Con quale genere rivolgersi a una persona che non si riconosce nel proprio corpo? Lo smarrimento linguistico di buona parte degli italiani riflette l’imbarazzo del nostro Paese nei confronti delle persone la cui identità di genere non è allineata al sesso assegnato alla nascita. Questo imbarazzo è perfino statistico: ad oggi, non abbiamo idea di quante siano le persone transgender in Italia. Per colmare questa lacuna, Azienda ospedaliera universitaria Careggi, Università di Firenze, Istituto superiore di sanità, fondazione The Bridge con il supporto dell’Osservatorio nazionale sull’identità di genere hanno avviato uno studio di popolazione chiamato SPoT. Un gioco di parole che intreccia la missione dell’indagine, cioè la Stima della Popolazione Transgender adulta in Italia, e il verbo inglese ‘spot’ cioè individuare. Tramite un brevissimo questionario del tutto anonimo da compilare online  e rivolto alla popolazione generale, i ricercatori sperano di quantificare per la prima volta la numerosità di questa popolazione vulnerabile e spesso invisibile. Quando non apertamente discriminata. “I dati della letteratura scientifica internazionale suggeriscono che la percentuale di popolazione transgender dovrebbe essere compresa tra lo 0,5 e l’1,2% del totale. Se confermata anche nel nostro Paese, consterebbe in circa 400 mila italiani” spiega Marina Pierdominici, ricercatrice del Centro di riferimento per la medicina di genere dell’Istituto superiore di sanità. Nel nostro Paese, i dati disponibili più recenti risalgono ad uno studio, pubblicato nel 2011, che considerava la popolazione transgender adulta sottoposta a intervento chirurgico di affermazione di genere tra il 1992 e il 2008. Lo studio riporta un numero pari a 424 donne transessuali e 125 uomini transessuali. “Tuttavia si tratta di una stima minima, limitata a un sottogruppo di una popolazione più vasta ed eterogenea: non tutte le persone sentono la necessità di sottoporsi a trattamento chirurgico o ormonale” prosegue la ricercatrice, sottolineando come la carenza informativa si traduca nella mancanza di una programmazione sanitaria efficace, “ostacolata anche dall’assenza di informazioni sulla salute generale della popolazione transgender”. Quella transgender è una fascia di popolazione marginalizzata rispetto alle politiche sanitarie con ostacoli nell’utilizzo dei servizi sanitari sia generali che specialistici. Per esempio, le possibili interazioni farmacologiche tra i trattamenti ormonali e altre terapie sono spesso ignorate mentre le persone transgender che hanno ottenuto il cambio anagrafico possono avere difficoltà ad accedere ad alcuni programmi di screening previsti per la popolazione generale. “La situazione in Italia è a macchia di leopardo: i centri specializzati nella medicina di genere sono pochi e concentrati soprattutto al nord; alcune regioni si fanno carico dei trattamenti ormonali mentre altre no” ricorda Pierdominici. Le radici dell’inadeguatezza del personale sanitario nel trattare le persone transgender affondano nell’assenza di corsi dedicati all’interno delle facoltà universitarie. Non solo a livello clinico ma anche di informazione e sensibilizzazione degli operatori. Le cartelle cliniche non riportano l’identità di genere e così può capitare che donne transessuali siano ricoverate in reparti maschili e viceversa. Inoltre, lo stigma sociale spesso spinge queste persone a rivolgersi al mercato nero dei farmaci piuttosto che consultare il proprio medico. “La conoscenza del numero reale delle persone transgender rappresenta il primo passo verso l’effettiva presa in carico di questa fascia di popolazione da parte del sistema sanitario. Ciò consentirebbe un miglioramento della qualità di vita e della salute, nonché un’ottimizzazione della spesa sanitaria nazionale” sostiene Pierdominici. Parallelamente, andranno moltiplicati gli sforzi di sensibilizzazione sia degli operatori sanitari sia della popolazione generale, a partire dall’uso della terminologia corretta. Ecco perché, al termine del questionario, l’utente riceverà un manualetto contenente le definizioni più adatte. Che differenza c’è tra la parola transgender e la parola transessuale? Per scoprirlo non vi resta che compilare il questionario.

Università di Pisa aperta all’identità di genere: sì al cambio di nome anche senza certificato medico. Pubblicato venerdì, 24 gennaio 2020 su Corriere.it da Valentina Santarpia. Sarà sufficiente la sottoscrizione di un semplice accordo di riservatezza con l’Università di Pisa per attivare la carriera alias, il dispositivo che tutela le persone che hanno la necessità di utilizzare, all’interno dell’Ateneo, un nome diverso rispetto a quello anagrafico. È stato infatti approvato dal Senato accademico un nuovo regolamento semplificato che tutela l’identità di genere di tutta la popolazione universitaria: tra le novità, c’è la possibilità di attivare questa procedura non solo per gli studenti, ma anche per docenti, personale, dirigenti, componenti esterni ed esterne degli organi collegiali e tutte e tutti coloro che a vario titolo operano, anche occasionalmente e temporaneamente, nelle strutture dell’Ateneo. E per farlo non ci sarà più bisogno di presentare alcuna certificazione medica. A chi farà richiesta sarà assegnata un’identità provvisoria al fine del rilascio di nuovi documenti di riconoscimento, come il libretto universitario o il badge, di un nuovo account di posta elettronica o di targhette identificative. Inoltre, per garantire il pieno accesso al dispositivo della carriera alias, l’Università di Pisa, attraverso il Comitato unico di garanzia (Cug), si impegna a fornire adeguata formazione in merito ai temi che riguardano l’identità di genere a tutto il personale coinvolto nelle procedure relative alla carriera alias e al personale in contatto diretto con i richiedenti. «La decisione assunta all’unanimità dal Senato accademico – sottolinea il neodelegato alle politiche di genere Arturo Marzano – rappresenta un grande passo avanti in termini di inclusione di studenti fino ad oggi non pienamente tutelati. La carriera alias conferma l’impegno del rettore Paolo Mancarella e di tutto l’Ateneo a realizzare politiche capaci di garantire concretamente pari opportunità». Il regolamento arriva a distanza di un anno dal primo input: «Questo regolamento è il frutto di un lavoro che è partito nel gennaio 2019, quando a Pisa abbiamo ospitato il convegno della Conferenza nazionale degli organismi di parità delle Università italiane, organizzandolo come Cug, sul tema delle discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere- spiega la presidente del Comitato Unico di Garanzia, Elettra Stradella - Al termine del convegno abbiamo approvato una mozione, trasmessa alla Crui, nella quale prima di tutto proponevamo, agli Atenei virtuosi come il nostro, che già da tempo aveva adottato la carriera alias, di semplificare le procedure sostituendo a istanze e certificazioni, che rappresentano dolorosi aggravi procedurali, la sottoscrizione di un semplice accordo di riservatezza tra studente richiedente l’identità alias e Ateneo. L’obiettivo a Pisa è stato raggiunto». Junio Aglioti Colombini, presidente di Glauco, associazione lgbtqi+ dell’Università di Pisa, sottolinea: «Siamo felici che il dispositivo alias sia stato interpretato come un’azione culturale e politica e non burocratica»: finalmente, spiega, si afferma «un percorso autodeterminato e svincolato dalla visione patologizzante dell’esperienza trans».

Maria Lombardi per ilmessaggero.it il 3 gennaio 2020. «A 4, 5 anni mi diceva: mamma, quando divento bambina? Quando mi cadrà il pisellino? Poco più grande a Babbo Natale chiedeva un solo regalo: voglio svegliarmi bambina. Che sia Lorenzo oppure Olimpia che differenza c'é? Per una mamma non cambia niente. Alle famiglie che vivono un percorso così difficile e doloroso, voglio dire: state vicino a questi ragazzi, per convenzione uso il plurale maschile, hanno tanto bisogno di amore». Mariella Fanfarillo ha lottato con la figlia, l'ha accompagnata passo dopo passo, da Lorenzo ad Olimpia. Il bambino che rifiuta il suo corpo, il dolore dell'adolescenza, i compagni che escludono e deridono, la scelta di cambiare, la sentenza per arrivare a un nome nuovo. E Mariella questo viaggio nella nuova identità della figlia l'ha ripercorso in un libro, «l'ho scritto con il sangue», c'è la pena di tutte e due e anche la vittoria. “Senza rosa né celeste. Diario di una madre sulla transessualità della figlia”, pubblicato con la casa editrice Villaggio Maori.  «Non è il manuale del bravo genitore, ma un messaggio di positività per tutti coloro che si sentono spaventati e spaesati di fronte a una realtà della quale si parla poco e, spesso, in maniera scorretta. Metto la mia esperienza a disposizione dei ragazzi trans e dei loro genitori». Mariella insegna, vive ad Alatri, in provincia di Frosinone. Capisce presto che il suo bambino prova disagio, «a soli tre anni si sentiva in difficoltà all'asilo con i vestitini e in bagno, avvertiva l'incongruenza tra il suo corpo e la sua psiche». Le prime domande: quando divento bambina. La scoperta che non accadrà. Gli anni della crescita con il rifiuto che si fa sempre più grande. «É stato un incubo, in quel periodo si era suicidato il ragazzo con i pantaloni rosa. Temevo che anche mia figlia potesse fare lo stesso gesto di disperazione. Aveva subito anche un'aggressione fisica e per due anni non è uscita. Io mi allontanavo da casa il meno possibile e mi sbrigavo a tornare, non volevo lasciarla sola per paura che si facesse del male. Poi finalmente ha ricominciato a uscire. Il primo coming-out sulla presunta omosessualità. Il secondo coming-out, a sedici anni: mamma, sono una donna. Aspettavo queste parole, ma lo stesso sono state un pugno allo stomaco. Così abbiamo intrapreso la transizione fino ad arrivare alla meravigliosa sentenza». Il tribunale di Frosinone,  il 25 luglio 2017, concede a Lorenzo, anche se minore, di cambiare i dati anagrafici e diventare Olimpia, senza l'intervento chirurgico. Il secondo caso in Italia. «Nel momento in cui ho capito che mio figlio è mia figlia e mia figlia è mio figlio, mi sono resa conto che dovevo dire addio soltanto a un nome che avevo scelto e pronunciato per sedici anni con amore. Dentro di me c’è spazio per entrambi, senza sensi di colpa». Questa è la storia di Mariella, la mamma che al concerto di Cristina D'Avena a Capodanno s'indigna e protesta per la battuta infelice del cantante, «Luxuria è invidiosa di Lady Oscar perché ha la spada più lunga della sua», pretende le scuse. «Non permetto a nessuno di mortificare mia figlia e nessun altro ragazzo o ragazza trans», la sua battaglia senza fine. «Ai genitori che si trovano ad affrontare il mio stesso percorso voglio dire: amate i vostri figli indipendentemente dalla sessualità, state vicini a loro. Quando fanno coming out si stanno fidando di voi: è un regalo enorme. Prendeteli per mano, sono forti e fragili, chiedono solo di essere riconosciuti per quello che sono. Adesso Olimpia studia psicologia è bellissima, intelligente e simpatica. E io sono orgogliosa di lei».    

Alix Amer per ilmessaggero.it il 30 dicembre 2019. Una transgender ha dato alla luce un bambino, grazie all’aiuto di un’altra transgender. Reuben Sharpe, 39 anni, ha iniziato la trasformazione per diventare uomo, ma sei anni dopo ha smesso di prendere iniezioni di testosterone per aumentare le possibilità di rimanere incinta. Lei e la sua partner Jay, che non si identifica né come uomo né come donna, hanno dato il benvenuto al loro bambino Jamie tre mesi fa. «Ci sono voluti sei anni per arrivare così lontano, ma ora abbiamo un figlio in braccio e quello era l’obiettivo finale. Finalmente mi sento completo. Volevo un bambino e avevo la possibilità di farlo, e ci siamo riusciti. Entrambe le nostre famiglie adorano i bambini. Siamo davvero al settimo cielo tutti, anche i miei nipoti». Il bambino, Jamie, era in ritardo di tre settimane «alla fine si è intervenuti con un cesareo». Prima del processo di trasformazione, a Ruben fu detto che sarebbe stato ancora in grado di rimanere incinta poiché il suo grembo e le ovaie erano ancora in funzione perfettamente. Ruben che è di Brighton ha incontrato Jay, 28 anni, in un pub. Subito è scoccata la scintilla. E così quando pensò di rimanere incinta, si avvicinò a Jay e gli chiese come si sarebbe sentita a crescere un bambino. Entrambe volevano sentirsi una famiglia. E così è stato. Un dottore inserì lo sperma direttamente nell’utero di Ruben permettendogli di rimanere incinta. Ha poi spiegato di aver ricevuto «la donazione vitale» da una donna trans che è stata in grado di fornire lo sperma dopo essersi avvicinata alla loro storia su Facebook. «Il trattamento privato costa £ 6.000 per tre possibilità - ha spiegato la coppia - Il primo tentativo è fallito. Fortunatamente, il secondo è stato un successo». Tuttavia, Ruben ha detto che alcune persone hanno posto domande molto inopportune su come avrebbe partorito. E ha spiegato di essere stato curato da un team specializzato di ostetriche presso il Royal Sussex County Hospital di Brighton. Ora Jay sta pensando di fare lo stesso percorso. 

Paolo Dimalio per “il Fatto quotidiano” il 23 dicembre 2019. Non è detto che a Natale siano tutti più buoni, e non sempre si sta in famiglia. Qualcuno, per dire, preferisce il caldo abbraccio al silicone di una bambola sessuale o l' affetto ambiguo di un'escort transessuale come Efe Bal. Lei non ha dubbi: durante le feste natalizie si lavora di più, come a ferragosto del resto, perché il bravo papà e marito fedele non esiste più. "Quando vanno a lavoro, gli uomini approfittano della pausa pranzo per concedersi sesso a pagamento con una prostituta, poi tornano dietro la scrivania e si vedono un film porno sullo smartphone - racconta la escort -. Invece durante le festività sono obbligati a stare a casa con la famiglia, senza via di fuga". Peggio del carcere al 41 bis, per i fedifraghi. Così, prima della galera e appena possono, si concedono l' ultimo desiderio e sfogano ogni impulso. Infatti sono più focosi, gli uomini con un debole per i trans: "Vogliono farlo non una ma due volte, durante le feste, per togliersi ogni sfizio e bilanciare la noia casalinga". Nei giorni delle celebrazioni sono pure più generosi: "Un cliente affezionato mi ha pagato 500 euro invece di 200: “Il resto usalo per farti un regalo”, mi ha detto". L' agenda è fitta, sotto Natale: "Il 27, il 28 e il 29 si lavora sempre di più - dice Efe -, poi il calo a cavallo di Capodanno, ma a gennaio (prima dell' Epifania) la richiesta sale ancora". Su escort-advisor.com, il picco di utenti è stato il 27 dicembre, l' anno scorso. Efe Bal è convinta che "lo smartphone serve a scopare, più che a telefonare". Il vero concorrente delle escort sono le chat o le app di dating (appuntamenti romantici) come Tinder e Badoo, dice lei: "Un cliente di un' amica, dopo l'amplesso, le ha mostrato sul telefono tutte le donne disponibili nello stesso palazzo dove avevano consumato". Donne stimate e di sana reputazione, nel condominio. Del bazaar sessuale online, del resto, si può apprezzare la varietà: alcuni preferiscono le escort, altri gli appuntamenti con sconosciuti, taluni invece il noleggio a domicilio di bambole sessuali. È il servizio offerto da Love Game Italia, franchising con base a Roma: "Tu scegli il modello nel catalogo del sito, noi lo spediamo a casa e quando hai finito lo ritiriamo - dice Walter Marini -. Poi igienizziamo la bambola, pronta per un nuovo cliente". Manco a dirlo, durante le feste per la nascita di Gesù, il business cresce: "Spopoliamo - ammette Marini -. Di solito, contiamo 40 o 50 richieste al mese, ma nei giorni del Natale arriviamo anche a 20 al giorno". Alcuni restano a bocca asciutta: "Vorremmo espanderci, perché non riusciamo a stare al passo con l' impennata del numero dei clienti". I più affezionati arrivano da Roma e Milano, poi Torino. Sotto Natale, non chiedono cose diverse, perché la bambola vestita di rosso, col cappellino da Santa Claus, la vogliono tutto l' anno. A cambiare è solo l' euforia: "Sono più felici perché è il loro regalo per se stessi", dice Walter Marini. Non è un mistero che i single siano in aumento e la famiglia in declino. Eppure, nel 2018 sono stati celebrati 4 mila 500 matrimoni in più rispetto all' anno prima. Di sicuro, durante le feste i nuovi mariti staranno in famiglia.

Dagospia il 18 dicembre 2019. Comunicato stampa. Oggi Daniela, ieri Daniele, in arte Gennifer: uno, nessuno, centomila è l’ ex transessuale siciliana trapiantata a Torino da 15 anni, ex Miss Trans Piemonte, che ha cambiato definitivamente sesso circa un anno fa dopo un delicato intervento di vagino-plastica. Gennifer confessa a ruota libera i suoi peccati, le sue paure e la sua attuale situazione disastrosa: “Sono esasperata, ho subito tante, troppe aggressioni in questi anni in cui mi prostituivo in strada, l’ultima pochi mesi fa da un ragazzo sud-americano che urlandomi frocio e finocchio mi ha spinta per terra, ho sbattuto la testa sul marciapiede e ho perso i sensi e la memoria”. La trentacinquenne sicula racconta: “Dopo questi shock non sono più riuscita a scendere in strada e a fare il mio lavoro, mi imbottisco di psicofarmaci, fino a due settimane fa per alleviare il dolore mi facevo di crack, ora sto smettendo perché il dottore mi ha detto che sono a rischio ictus; non lavorando ovviamente non ho soldi quindi sono costretta a chiedere l’elemosina a Torino per mangiare ed andare a dormire o ospite dei pochi amici che mi sono rimasti oppure nei dormitori comuni, vedo tutto nero, non vedo una soluzione...dovrò ricominciare a prostituirmi appena mi riprendo, io un lavoro normale non riuscirei mai a farlo, al massimo qualche spettacolo hard in locali per adulti, ballerina e animazione in discoteca oppure qualche film porno (ne ho girati 3 in passato) ma il classico lavoro normale no!”. L’ex prostituta conclude così la sua dichiarazione senza censure: “Quando mi appartavo con i clienti (quasi tutti passivi) mi facevano le richieste più estreme. Non sono pentita dell’operazione di vagino-plastica, ma non la rifarei più, è stata dolorosissima e non godo a pieno come speravo, godo molto di più con il sesso anale, ma purtroppo non si torna indietro...”

·        La Sinistra e le Donne.

Simona Bertuzzi per “Libero Quotidiano” il 30 luglio 2020. Il premier Conte deve avere un problema con le domande, soprattutto quelle delle donne. Ride della Meloni che lo interroga sugli italiani prostrati dai divieti e gli immigrati liberi di varcare i nostri confini e violare tutti i controlli. E viene in mente quando ad aprile, pungolato sulla mancata zona rossa ad Alzano, investì la giornalista di Tpi, Francesca Nava, dicendole «se lei un domani avrà la responsabilità di governo, scriverà tutti i decreti ed assumerà tutte quante le decisioni». La modalità è la stessa. Ridurre l' interlocutrice a poca cosa. Farla sentire inopportuna, insipiente e incapace. Peccato che nell' intervento della Meloni, come nella domanda lecita della giornalista, ci fosse nulla di divertente. Ad aprile si contavano i morti di covid e le bare lasciavano Bergamo portandosi appresso un corteo di dolore e lacrime. Ieri invece si faceva il punto sulla proroga dello stato di emergenza. Chiedeva la leader di Fratelli d' Italia con quale faccia si possano multare i commercianti che scendono in piazza e invocano aiuto e chiudere le attività di chi non rispetta il distanziamento, e però permettere a centinaia di clandestini di entrare nel territorio italiano e poi violare la quarantena imposta dalle misure di sicurezza. E il premier rideva. Quale sia il lato comico di questa domanda sinceramente ci sfugge. E chissà come l' avranno presa gli italiani citati dalla Meloni. Che poi vedete. La leader di Fratelli d' Italia non ha bisogno di difese d' ufficio, è talmente avvezza a farsi largo in politica che ha subito stigmatizzato la risata e rincarato la dose: «Non c' è niente da ridere, la nostra responsabilità ci impedisce di essere conniventi». Però la cosa non è sfuggita ai media che puntualmente hanno titolato "Meloni parla e Conte ride". Visto da donna, cittadina, giornalista, la risata del premier è stata uno sgarbo politico e umano. Le domande non sono tutte comode, anzi. E sicuramente governare è faccenda onerosa. Questa maggioranza viene da mesi di emergenza e decreti infilati all' ora della cena. Riunioni sfinenti, decisioni vitali. Ma la politica è faccenda complicata e quasi sempre, a chi governa, tocca l' ingrato onere di rendere conto del proprio operato davanti al Paese, all' opposizione e persino ai giornalisti. Uomini e donne. Avesse ricevuto una donna di sinistra il medesimo trattamento riservato alla Meloni, avremmo assistito a una levata di scudi e le femministe tutte quante si sarebbero alzate dai loro ombrelloni ben distanziati per chiedere conto al governo e magari una parola di scuse. Poiché si tratta di una leader di destra, la questione si può facilmente relegare alla voce "risata di stagione". Qualcuno d' altra parte è certo che non si tratti di deriva machista, quella in voga in questi tempi bui. Ma di una attitudine caratteriale del premier Conte, il quale pungolato su temi fastidiosi, non risponde nel merito ma attacca. D' altronde, ricordate tutti. Era maggio e la fase due era appena cominciata. Un giornalista gli chiese lumi sull' operato del commissario Domenico Arcuri e Conte rispose: «È stato un impegno faticoso il suo, se poi lei ritiene di far meglio, ne terrò conto per il futuro». Appunto. Eludere la domanda e sminuire l' interlocutore. Peccato che il paese si aspetti risposte e non battute piccate o risate sprezzanti.

Pietro Senaldi attacca il Pd: "Paladini delle donne solo a parole, Nilde Jotti l'ultima che ha fatto carriera". Pietro Senaldi su Libero Quotidiano il 31 luglio 2020. Scoppia l'ennesimo psicodramma nel Partito Democratico. Il consiglio regionale pugliese, a maggioranza di centrosinistra, non ha approvato la legge sulla doppia preferenza di genere che imponeva alle prossime elezioni di settembre di votare sia un uomo sia una donna. La ministra autoctona Teresa Bellanova, tanto per cambiare, piange. Si lamenta che i maschi hanno umiliato le femmine. Niente di nuovo sotto il sole. Sul territorio il Pd non ha mai premiato le donne, tant' è vero che i suoi governatori sono tutti uomini, e così pure i sindaci delle principali città. E questo anche dove la sinistra governa indisturbata da decenni, e quindi forse una candidatura femminile si sarebbe potuta tentare. A parole i democratici sono tutti paladini del gentil sesso, a favore delle quote rosa e pronti a cedere il passo non solo quando si entra al ristorante ma anche quando ci si deve accomodare sull'unica poltrona disponibile. Nei fatti sono di gran lunga più maschilisti di leghisti, forzisti e perfino grillini. Non è un caso se l'unica leader donna sia Giorgia Meloni, a capo del partito più a destra dell'emiciclo, e se la donna che ricopre la più alta carica istituzionale sia espressione del centrodestra, la forzista Elisabetta Alberti Casellati. Neppure è un caso che entrambe le signore siano largamente sgradite a parlamentari e stampa di sinistra. Come lo era Mara Carfagna, l'unica ministra della storia per cui essere donna era una colpa, visto che era bella e piaceva a Berlusconi. Se una signorina vuol far carriera puntando solo sulle proprie forze, le conviene guardare a destra e non a sinistra perché da quelle parti, dopo tanti anni, quella che è andata più avanti di tutte resta ancora Nilde Iotti; e parliamo del secolo scorso. Brava e irreprensibile, ma anche la donna del capo. Per di più, se ricoprì ripetutamente la carica di presidente della Camera, la compagna Leonilde lo deve più alla galanteria e alla benevolenza dei democristiani che a quella degli eredi di Togliatti. fedelissima boschi Se vogliamo venire ai giorni nostri, per trovare una donna davvero di potere sul fronte progressista non possiamo che citare la renziana Maria Elena Boschi, altra fedelissima del capo. Doveva passare alla storia per le sue riforme, ma non se ne fece nulla e oggi compare sui giornali più che altro per le sue forme, peraltro più apprezzabili dei suoi progetti di modifica costituzionale. Altre figure femminili davvero di spicco provenienti dai partiti di sinistra, non se ne vedono né ricordano. Forse la Boldrini, ma fu eletta presidente per caso, e proprio in quanto donna, e si costruì il suo personaggio mediatico dopo. Gloria effimera perché, con la fine del mandato, la signora si è progressivamente spenta, persa dietro alle sue battaglie che hanno sempre meno eco. In sintesi, non c'è bisogno di essere maschilisti per non strapparsi i capelli davanti alla scelta del consiglio regionale di consentire agli elettori di votare chi vogliono a prescindere dal fatto che sia uomo o donna. Anche perché, viste alla prova dei fatti, le signore della sinistra non incantano. La Bellanova, che si lamenta, ha varato una sanatoria per gli immigrati fallimentare. Lo scopo era eliminare il caporalato nei campi ma si sono regolarizzati in pochi, e non nell'agricoltura. Intanto, frutta e verdura continuano a marcire nei campi e i produttori per riuscire a piazzare i loro prodotti spesso sono costretti a vendere sotto il prezzo di costo. L'altra renziana al governo è la Bonetti, la ministra tabula rasa alla Famiglia, alla quale l'esecutivo ha tagliato i fondi, approfittando della sua inconsistenza. tristezza democratica. Quanto al Pd, su sette ministri schiera solo una donna, la De Micheli. Ha la delega alle Infrastrutture ma più che dei cantieri, che stanno paralizzando intere regioni, si occupa del bonus biciclette. In compenso Conte voleva licenziarla accusandola di sabotaggio perché ha avuto posizioni ritenute morbide con i Benetton su Autostrade. le altre signore Le altre signore dell'esecutivo sono la Azzolina, e qui ormai basta la parola, la Lamorgese, che ha appena dichiarato che gli immigrati portano il Covid ma ciononostante si sta attivando per trasformare l'Italia in un ostello per profughi, la Dadone e la Pisano - chi le ha viste? - , e la Catalfo, alla quale dobbiamo il fallimento del reddito di cittadinanza. Più che testimonial femminili, si tratta di prove viventi che la competenza non è questione di genere. Anzi, valutandole viene da chiedersi se le quote rosa non siano in realtà un boomerang per le donne: aiutano le meno capaci a discapito delle più brave. Ma il nostro Paese procede per mode. Due mesi fa l'opinione pubblica si scandalizzò improvvisamente perché la commissione Colao aveva più maschi che femmine. In tutta fretta vennero arruolate due o tre signore, delle quali nessuno oggi ricorda il nome ma che possono condividere con gli uomini il disastroso esito dell'operazione, coronato dall'inabissamento della famosa app Immuni, elaborata da questo trust di cevellone/i. A proposito, che fine ha fatto? 

·        Il Femminismo.

Adriano Scianca per “la Verità” il 20 ottobre 2020. Avviso alla commissione straordinaria del Senato per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all'odio e alla violenza, meglio nota come commissione Segre: stanno circolando per l'Europa due testi che istigano pesantemente all'odio. In Italia non sono ancora sbarcati, ma è bene iniziare a vigilare, come retorica insegna, giusto? I due testi sono Le génie lesbien, di Alice Coffin e Moi les hommes, je les déteste, di Pauline Harmange. Quest' ultimo ha già sollevato un dibattito enorme, di cui pure in Italia è giunta qualche eco, anche in virtù di un titolo decisamente esplicito: Io gli uomini li odio (è vero che l'autrice usa il più tenue détester, anziché haïr, cioè odiare, appunto, ma basti vedere i titoli delle traduzioni inglesi e tedesche - I Hate Men, Ich hasse Männer -per capire che è di quello che si parla, di odio). Cominciamo però dalla Coffin, perché il suo testo è meno conosciuto ma, se possibile, persino più violento. Il suo libro è una vera dichiarazione di guerra ai maschi. Tutti. Lo scenario dipinto è apocalittico: «Tutti i giorni ci sono delle minacce di morte perfettamente pubbliche contro di noi. [] Tutti i giorni contiamo i nostri morti. Sono colpita da ogni nuovo annuncio. Non passa mai. Non so se morirò senza aver ferito un uomo». Per quanto blesser, come in italiano, possa significare anche ferire nell'animo, il contesto non lascia spazio a dubbi: l'autrice sta ipotizzando di attaccare fisicamente i maschi. Subito dopo, del resto, fuga ogni dubbio citando una frase di Christiane Rochefort: «C'è un momento in cui occorre tirar fuori i coltelli. È solo un dato di fatto, puramente tecnico. È fuori questione che l'oppressore possa comprendere da sé che egli opprime, dato che questo non lo fa soffrire». Parlando delle offese ricevute online, la Coffin dice: «Lo so che loro vogliono che io crepi. Non so come finirà. Se loro avranno la pelle dell'umanità prima che noi abbiamo la loro, se tireremo fuori i coltelli. Oppure, non riuscendo a prendere le armi, organizzeremo un blocco femminista. Non andare a letto con loro, non vivere con loro ne è una forma. Non leggere i loro libri, non vedere i loro film, è un'altra. A ciascuna i suoi metodi. Noi abbiamo il potere, senza eliminarli fisicamente, di privare gli uomini del loro ossigeno: gli occhi e le orecchie del resto del mondo. [] Non ho soluzioni, ma non ho alcuna esitazione. La posta in gioco è troppo importante. Chi, fra l'uomo e l'umanità, soccomberà per primo?». La scelta di non eliminare fisicamente gli uomini, lo si capisce bene, è presa quasi a malincuore, per mancanza di mezzi, più che di volontà. Per il resto, il gergo è quello della lotta senza quartiere. Ma sono proprio tutti gli uomini, presi in blocco, a rappresentare questa minaccia stragista? L'autrice, bontà sua, è disposta in linea del tutto teorica ad ammettere che non sia così, ma rivendica il diritto di generalizzare: «Non so quale massa di uomini supplementari bisognerebbe mettere sulla bilancia per smettere di denunciare "gli uomini", di scrivere "certi uomini", "degli uomini", "qualche uomo", ma so che si conta in teragrammi, non in grammi». Pauline Harmange, dal canto suo, rivendica le virtù della misandria, definita «necessaria, persino salutare»: «Odiare gli uomini, in quanto gruppo sociale e spesso anche in quanto individui, mi apporta un sacco di gioia - e non solamente perché sono una vecchia strega che ama i gatti. Se fossimo tutte misandriche, si potrebbe metter su una bella e grande sarabanda». Si dirà che dietro il termine misandria l'autrice voglia indicare qualcosa con più sfumature. È la stessa Harmange a sostenere il contrario, quando, all'inizio del suo pamphlet, precisa: «Parlerò di misandria come di un sentimento negativo riguardo alle persone maschili nel loro insieme». Spropositi talmente pesanti da allertare persino il ministero francese delle Pari opportunità. O quanto meno un suo funzionario, Ralph Zurmély, che ha scritto alla casa editrice: «Mi permetto di ricordarvi che l'incitamento all'odio sulla base del sesso è un reato! Per questo vi chiedo di rimuovere immediatamente questo libro dal vostro catalogo a meno che non vogliate incorrere in conseguenze penali». Il ministero, coraggiosamente, ha però chiarito che l'email di Zurmély è «un'iniziativa personale e del tutto indipendente dal ministero». In questo delirio, la cosa davvero divertente è che, se la Coffin è lesbica, la Harmange, benché bisessuale, è... sposata con un uomo. Un uomo che ama, persino. Ma si sente in dovere di specificare in nota: «Questa scelta va per lo meno posta nel suo contesto. In quanto donna bisessuale, chi può dire cosa sarebbe la mia vita oggi se non fossi stata confrontata molto presto con l'omofobia della società e del mio ambiente?». Insomma, ama suo marito, sì, ma è stato un incidente, è la società che l'ha costretta a farlo. «Oggi», spiega, «pur amando il mio partner e senza pensare un secondo di separarmene, continuo a pensare e a rivendicare la mia ostilità verso gli uomini. E a metterlo nel paniere». Quando il pover' uomo scriverà il suo, di pamphlet, allora sì che scopriremo cosa vuol dire odiare.

"'Così non ci violenteranno mai". L'ultima follia delle femministe. In Francia Le génie lesbien, di Alice Coffin e Moi les hommes, je les déteste, di Pauline Harmange sono diventati due casi letterati. Al centro dei due saggi, l'odio verso gli uomini. Roberto Vivaldelli, Martedì 20/10/2020 su Il Giornale. C'è un odio ampiamente tollerato dal politicamente corretto e dai benpensanti della sinistra chic: è quello che (alcune) ultra-femministe esprimono nei confronti degli uomini. Un tipo di intolleranza che non indigna i buonisti e politicamente corretti. In Francia, per esempio, come spiega La Verità, sono stati pubblicati due testi Le génie lesbien, di Alice Coffin e Moi les hommes, je les déteste, di Pauline Harmange. Quest'ultimo è un vero e proprio caso letterario in Francia - in italiano, Odio gli uomini - e rappresenta a tutti gli effetti una dichiarazione di guerra al mondo maschile.

"Non mi fido degli uomini". "Tutto questo successo è stata un'enorme sorpresa", ha spiegato Pauline Harmange al Guardian Harmange: bisessuale, vegetariana, femminista, come riporta Yahoo, è una grande fan di per Harry Potter, abita nel nord della Francia, per la precisione a Lile, insieme al marito 29enne Mathieu. "È la prima volta che esce un mio libro, mi è stato chiesto di farlo dopo che qualcuno si era incuriosito per il mio blog. In precedenza avevo scritto un romanzo, ma non è mai stato pubblicato. Sono sposata con un uomo, che è fantastico e sostiene la mia passione per la scrittura dal primo minuto. Ma in generale non mi fido degli uomini che non conosco". Harmange sottolinea che questo non è un attacco al genere, ma una deplorazione del ruolo degli uomini nella società. Eppure se un uomo avesse pubblicato un libro con un titolo del genere, staremo qui a parlare di altro. Per il politicamente corretto è tutto ok: è una critica alla "società patriarcale". Dunque, si può fare.

"Non avere un marito mi permette di non essere violentata". Per quanto riguarda invece Le génie lesbien, libro della giornalista e femminista lesbica francese Alice Coffin, già l'incipit dice tutto: "La prima ripercussione legata allo scarso numero di persone apertamente lesbiche, gay o bisessuali in Francia è l’assenza di rappresentazione. La giovane attrice Amandla Sternberg lo ha spiegato molto bene all’inizio del 2019: Se avessi avuto, crescendo, davanti a me degli esempi di donne lesbiche nere, avrei avuto consapevolezza della mia sessualità molto prima". Nel suo saggio, come racconta LeFigaro, l'attivista femminista afferma di aver boicottato artisti maschi. Spiega che non legge più libri scritti da uomini, che non guarda più film fatti da uomini, che non ascolta più musica composta da uomini. La misandria, che indica un sentimento di avversione e pregiudizio nei confronti del sesso maschile, è da diversi anni al centro del pensiero sviluppato da Alice Coffin. Una delle sue apparizioni televisive sul canale russo Rt nel 2018 ha suscitato profonda indignazione. "Non avere un marito mi permette di non essere violentata, non essere uccisa, a non essere picchiata", ha dichiarato. "E questo impedisce anche ai miei figli di esserlo". Non tutte le femministe francesi, però, sono d'accordo con questo atteggiamento. Secondo la femminista lesbica Caroline Fourest, che per un periodo ha condotto una campagna al fianco di Alice Coffin, "questo approccio essenzialista, binario e vendicativo fa il gioco dei cliché antifemministi". Ma il solito fatto che si prendano seriamente deliri di questo tipo, la dice lunga.

DAGONEWS il 18 ottobre 2020. E basta con il femminismo dell’ascella pelosa e della mortificazione del corpo. Ne sono convinte cinque giornaliste e scrittrici che non pensano che curare il proprio aspetto sia un tradimento ai valori femministi. «Il femminismo, per me, riguarda l'uguaglianza dei sessi – dice Lorraine Candy, 52 anni – Non si tratta di umiliare le persone per le loro scelte e dire loro che stanno "barando" per migliorare il loro aspetto. Non giudico le scelte di nessuna donna, perché non è affare di nessun altro il modo in cui le altre donne vogliono vedersi allo specchio. O se vogliono parlare o lo vogliono mantenere segreto. Helena Frith Powell, 53 anni, punta il dito conto chi pensa che essere femminista non voglia dire occuparsi del suo corpo: «Per me essere femminista significa essere esattamente la donna che vuoi essere. E se questo significa prendersi cura del proprio aspetto e possibilmente rallentare il processo di invecchiamento, allora così sia. Non vedo niente di antifemminista nell'aspetto femminile. Sicuramente il femminismo consiste nel trarre il meglio dalla donna che sei, realizzare il tuo potenziale. Perché dovrebbe applicarsi solo all'intelletto? L'autostima è essenziale. Perché dovrei deludere la femminilità facendo qualcosa che mi faccia sentire meglio con me stessa?». «Sono femminista da quando ho imparato la parola per la prima volta a sette anni -  ha detto Hannah Betts, 49 anni - Non ho mai capito perché l'idea di curarsi neghi le proprie affiliazioni ideologiche. Sono femminista qualunque cosa faccia, comunque sembri, e immaginare il contrario è un ridicolo anacronismo; una riduzione di un movimento politico globale a uno stereotipo antiquato e puritano. Uscire con i tacchi alti non mi impedisce di prendere a calci il sistema patriarcale». Lisa Hilton, 45 anni, rivela di essere stata insultata perché cura il suo corpo, ma dice di essere una femminista: «In quanto femminista convinta, mi trovo perfettamente a mio agio nello spendere soldi per un abbonamento a una palestra. Amo i vestiti, i tacchi e le borse. Spendo per le creme e non mi vergognerei se ricorressi al botox. Ma il femminismo non significa dare alle donne la scelta di fare - e vestirsi - come vogliono? Perché dovrebbe darmi fastidio se una donna sceglie di uscire a in jeans e scarpe da ginnastica o in un vestito e tacchi?» «Se il femminismo significa qualcosa, è il diritto per una donna di fare ciò che vuole con il proprio corpo – ha detto Julia Hartley-Brewer, 52 anni – Ma che c’entra iniettarsi del botox con il femminismo?».

Mauro Zanon per “il Giornale” il 7 ottobre 2020. Le femministe? «Delle amabili idiote, inoffensive in linea di principio, rese purtroppo pericolose dalla loro disarmante assenza di lucidità». Donald Trump? «Uno dei migliori presidenti che l'America abbia conosciuto». Éric Zemmour? «La figura più interessante della contemporaneità tra i cattolici non cristiani». Bastano queste tre osservazioni per far venire l'orticaria ai benpensanti francesi, che da anni considerano Michel Houellebecq uno scrittore infrequentabile, uno che non merita di essere invitato in certi salotti di Saint-Germain-des-Prés perché ha scritto che «l'islam è la religione più stupida del mondo», che «l'Europa è solo un'idea sciocca che si è gradualmente trasformata in un brutto sogno, dal quale dobbiamo prima o poi svegliarci», che l'eutanasia è un fallimento etico dell'Occidente e l'affaire Vincent Lambert «non si sarebbe dovuto verificare». Ma c'è molto di più in Interventions 2020 (Flammarion), da oggi nelle librerie francesi, terza raccolta di articoli, saggi e riflessioni dopo Interventions, pubblicato nel 1998, e Interventions 2, uscito nel 2009. Jean-Paul Sartre ha pubblicato dieci tomi delle sue Situations, Houellebecq, invece, ha detto che «non ci sarà una quarta edizione», che saranno le sue ultime Interventions, a meno che non ci siano casi di «grave emergenza morale». «Non giuro certamente di smettere di pensare, ma quantomeno di smettere di comunicare i miei pensieri e le mie opinioni in pubblico, salvo casi di grave emergenza morale per esempio una legalizzazione dell'eutanasia (non penso che se ne presenteranno altri nel tempo che mi resta da vivere)», scrive sulla quarta di copertina il romanziere francese. Il quarantacinque per cento dei testi presenti in Interventions 2020, erano già usciti nelle due edizioni precedenti, il cinquantacinque per cento restante, invece, racchiude gli interventi di Houellebecq apparsi negli ultimi anni, come la prefazione al libro di Emmanuel Hirsch Vincent Lambert: une mort exemplaire? Chroniques 2014-2019 (Éditions du Cerf), dove l'autore di Soumission esprime la sua profonda ostilità all'eutanasia, o l'intervista scorrettissima rilasciata nel maggio 2019 al magazine sovranista parigino Valeurs Actuelles, che scatenò la canea dei progressisti. Gli interventi di Houellebecq acquistano oggi nuova linfa, in particolare il suo lungo articolo pubblicato sulla rivista americana Harper' s Magazine nel gennaio 2019, in cui esternò tutto il bene che pensava dell'attuale inquilino della Casa Bianca. «Trump è stato eletto per salvaguardare gli interessi dei lavoratori americani, e sta salvaguardando gli interessi dei lavoratori americani. Durante gli ultimi cinquant' anni, in Francia, ci sarebbe servito qualcuno con questo pensiero», commentò Houellebecq. E ancora: «Trump è a favore della Brexit. Abbastanza logicamente, lo sono anche io (). Il presidente Trump non considera Vladimir Putin un partner con il quale è impossibile negoziare; nemmeno io (). Sembra che Trump abbia recentemente dichiarato: Sapete che cosa sono? Io sono un nazionalista!. Anche io lo sono. I nazionalisti possono parlarsi tra loro; con gli internazionalisti, stranamente, il dialogo non finisce quasi mai bene». A New York, sponda liberal, venne il voltastomaco leggendo quelle parole, a Parigi i giornali della sinistra gridarono alla «deriva destrista» di Michel Houellebecq. Ma lui, si sa, se ne è sempre fregato di quel mondo intellettual-mondano ossessionato dal correttismo. Lui, il guastafeste della gauche.

Il Tempo del secolo, un diario sull’amore per la politica tra femminismo e rivoluzione. Angela Ammirati su Il Riformista il 29 Luglio 2020. «Il passato non è mai uno statico reperto archeologico da vagheggiare nostalgicamente o da seppellire in un angolo buio della storia». La volontà di sfuggire all’archiviazione nelle teche degli storiografi e di restituire una storia dotata di anima, una storia viva, vibrante di speranza, ma anche di amarezze e sconfitte è l’intento del mémoire – Il Tempo del secolo. Trame di una militanza femminista – di Elettra Deiana (ed. Bordeaux, prefazione di Letizia Paolozzi). I ricordi, le fotografie, gli articoli, le riflessioni sono le coloratissime tessere che la narrazione va lentamente ricomponendo per restituirci l’immagine vivente di un’epoca, vista attraverso l’esperienza soggettiva dell’io narrante, colta in quelle “trame” inconfondibili che l’hanno contraddistinta. È questo l’incantamento che ci trascina a rivivere un intero periodo storico, espandendosi, finché la pagina è aperta, sullo sfondo del presente. La prospettiva che Deiana offre è fuori dal comune come il suo vissuto; nella sua vita personale e politico sono fuse, costituiscono un’unica, inscindibile dimensione. Il racconto della sua formazione personale è un tutt’uno con la formazione della sua coscienza politica; ne seguiamo l’evoluzione a partire dagli eventi di Reggio Emilia nel ‘60, che segnano un tragico richiamo all’azione politica, passando per l’irruzione della nuova soggettività critica fiorita nel ‘68, fino al femminismo storico che Deiana ha vissuto fin dalla prima ora, e alle battaglie parlamentari tra i banchi di Rifondazione comunista. È il Novecento a rivivere in pagine dense e coinvolgenti. Un secolo, reso breve dalla celebre definizione di Hobsbawm, che scorre, invece, lunghissimo, nella narrazione e denso di eventi drammatici e processi di transizione non ancora conclusi. Il tempo infinito di questo Novecento è scandito dall’irrazionalità della violenza e dagli orrori che hanno inciso la propria impronta nella memoria dell’autrice. I bombardamenti e la violenza fascista, l’attesa infinita della fine della seconda guerra mondiale, della fine di ogni guerra. Ma l’infinita scia di sangue si prolunga nel nuovo millennio nei conflitti innescati dalla crisi dei velenosi equilibri novecenteschi, dalle rinnovate pulsioni imperialiste e coloniali e dalla regressione autoritaria degli Stati democratici. E ancora il Novecento vive nelle ombre che si agitano dentro il presente, alimentando quel “grumo nero” di “essenza inumana” che resta nascosto nel nostro inconscio collettivo e, in maniera imprevista, può «riemergere nelle forme mutevoli che il tempo impone». La ricomparsa dei cupi fantasmi dell’etnos, del sangue e dell’identità, riportati in auge da forze sovraniste e nazionalpopuliste, alimenta politiche e pratiche di odio contro l’altro, impigliandoci in un lungo novecento che sembra non voler finire. La memoria del secolo è anche testimonianza per cui la forza dell’azione e la fiducia nell’agire collettivo può rivoluzionare il mondo. È il racconto di quel tempo in cui tutto è cambiato, ma dove molto di quel cambiamento è andato smarrito: è l’imprevisto del ‘68. «Rivoluzione dell’esistenza prima che progetto politico», momento in cui si fa strada una nuova soggettività critica, che darà vita ad un’intensa stagione di diritti civili e sociali ma anche a una straordinaria pluralità di soggettività e di pratiche politiche. Il racconto lucido e appassionato di quegli anni restituisce la forza dirompente che fu del ‘68 e dei suoi sbocchi impensati. Tra questi il femminismo come pratica politica separatista incentrata sulla radicalizzazione del conflitto antiautoritario. Percorsi assimilabili, e allo stesso tempo inconciliabili, che nella loro dinamica di familiarità ed estraneità hanno definito il suo essere «radicalmente di sinistra». Un posizionamento che ben si coglie nel rapporto con il Prc, nel suo ostinato tentativo di emanciparlo dall’ombra di un passato ingombrante e da logiche di corporativismo maschili sorde al riconoscimento della soggettività e dell’autonomia politica femminile, come elemento costituente e imprescindibile della politica. Sulle note conclusive Deiana ritorna al presente, segnato dall’eclissi della soggettività politica ad opera del neoliberismo e dalla deflagrazione della sovranità democratica, processo che la sinistra, sempre più sradicata dalla materialità delle vite, non ha superato, né arrestato. Il cambio di passo potrà esserci se la traccia avviata con il femminismo, che ha fatto della vulnerabilità e del corpo il punto ineludibile della politica, riscriverà un nuovo corso del mondo.

Chi era Sibilla Aleramo, la scrittrice che anticipò i temi del femminismo. Lea Melandri su Il Riformista il 29 Dicembre 2019. Buona profetessa della riscoperta che il femminismo farà del suo singolare percorso di vita e di scrittura, Sibilla Aleramo così annota nelle ultime pagine del suo Diario: «Tutto getto di me, chi mai se n’è accorto? Nessuno realmente quando il libro uscì. Fra venti, cinquanta, cent’anni chi farà giustizia alla donna che in queste pagine, e in tante altre, s’è così immolata?». «Chi leggerà tutte queste pagine, dopo la mia morte? Deciderà di distruggerle tutte? O potrà ricavarne qualche frammento di lucida intuizione?». Avendola letta a più riprese, trascrivendo ogni volta passaggi che arrivano come schegge di folgorante consapevolezza, non ho potuto fare a meno di fantasticare che avesse previsto anche me e l’appassionato interesse che le avevo dedicato per anni. Certa di rappresentare “qualcosa di raro nella storia del sentimento umano”, è Sibilla stessa a dare alle migliaia di pagine che aveva scritto per “narrarsi e spiegarsi”, il significato che più le premeva consegnare al futuro: «Niente letteratura, e niente anche, o pochissima arte. Ma un flusso irrefrenabile di vita». Ciò che è arrivato effettivamente fino a noi, mezzo secolo fa, e che torna a riattualizzarsi per nuove generazioni di donne, è il lascito di una straordinaria coscienza femminile anticipatrice, il «pudore selvaggio» e la «selvaggia nudità» con cui ha «calato nella mischia» la più intima e insieme la più universale delle passioni umane: il sogno d’amore, «il miracolo che di due esseri complementari fa un solo essere armonioso». Attraverso una scrittura, che corre parallela alla vita, e che al medesimo tempo la costruisce e la interroga, Sibilla arriva a intuire un nodo essenziale della storia degli umani: il prolungarsi dell’infanzia, del legame originario con la madre, nella relazione amorosa adulta, quel «lungo sonno» da cui è difficile svegliarsi, perché vivere vuol dire accettare la singolarità di ogni individuo, la malinconia di una libertà che si desidera, ma che è faticosa da sopportare. Nel romanzo Una donna Sibilla, che ha avuto il coraggio di sottrarsi all’immolazione materna, ha ancora bisogno di celebrare la propria rinascita come «moderna asceta», «l’Umanità stessa, schiava e ribelle alle proprie leggi», forza rigeneratrice della sterile civiltà dell’uomo. Ma, a margine del suo slancio quasi mistico , ci sono già «migliaia di foglietti», di note prese, come lei dice, soltanto per necessità di riconoscersi, “al di là” dello stesso libro che scriveva. È in questi scritti apparentemente marginali che si fa strada la consapevolezza della centralità dell’uomo e della sua visione del mondo, la sua incuranza per l’anima femminile, la riduzione della donna al corpo che lo nutre e lo riscalda.

«Come era così passato dalla sua cupa negazione umana a tanta ferma fede? Non per la bellezza dell’anima mia, ch’egli non la sentiva, come sentiva invece ogni sera ed ogni mattina il mio corpo, ché gli era, questo sì davvero, simile al pezzo di terra che ci sostenta». «Sensazione costante della donna moderna della propria sopravvivenza: esteriore aggraziato che implica debolezza e schiavitù, impulsi intimi di dedizione, compiacenza nel donarsi e nel far felice l’essere amato anche senza gioia propria». A un certo punto, tuttavia, i due percorsi finiscono per convergere. È nei Diari che, abbandonata l’autobiografia come costruzione di una immagine ideale di sé, il “narrarsi” diventa una sorta di autoanalisi, uno svelamento continuo: «Veli tutti da sollevare». La ricerca di autonomia dell’essere femminile urta, nella lucida intuizione di Sibilla, contro una «rappresentazione del mondo aprioristicamente ammessa e poi compresa per virtù di analisi». L’attenzione ai modelli imposti dalla cultura maschile e incorporati dalle donne stesse, sarà al centro delle teorie e delle pratiche del femminismo degli anni Settanta, ma mentre i gruppi di autocoscienza si occuperanno della sessualità, Sibilla si sofferma quasi esclusivamente sul sogno d’amore. Portata alla luce – attraverso la “ridda” dei suoi amori – l’illusione amorosa si lascia guardare, analizzare, e quello che si può vedere è che l’idea di felicità agisce su piani diversi. Non impronta solo la relazione d’amore, ma anche l’idea di interezza del proprio essere – sensi e ragione -, e la rappresentazione del fare creativo. Appare chiaro, soprattutto, che il sogno d’amore, se poggia per un verso sull’esperienza dell’infanzia, è comunque dalla storia dell’uomo che prende forma, come ricomposizione sul polo maschile dei dualismi che essa stessa ha prodotto. Ciò spiega perché Sibilla arrivi a dire di sé di essere come Adamo che aspetta «che gli sorga a fianco Eva», perché il suo «incessante sforzo auto creativo» diventi ogni volta travaso di energie per far crescere l’individualità dell’altro. Un’affermazione sorprendente, a cui farà seguito una verità che ancora oggi le donne stentano a riconoscere: «Era necessario ch’io mi foggiassi illudendomi di foggiare altrui, ch’io mi accanissi a costruire su sabbia mobili: cercavo unicamente me stessa… Il mio potere era questo: far trovare buona la vita… La mia forza era di conservare tal potere, anche se dal mio canto perdessi ogni miraggio. Amore senza perché. Senza soggetto quasi». Lo “svelamento” avviene nella vita, nella coscienza di sé, ma è la scrittura che lo prepara nell’andirivieni incessante tra “estasi” e “gelo”, rapimento e lucidità di analisi, smarrimento nell’altro e «fastidioso obbligo di vivere per sé». Mentre sta scrivendo i Diari, Sibilla si rende conto che sta perdendo la sua ispirazione poetica e che c’è in lei una «sotterranea seconda vita, corrente tacita di pensieri e sentimenti», che non può tradurre in poesia «se non violentandomi, disumanandomi, forse uccidendomi». Occorreva, per questo, un’altra scrittura, quella stessa che già stava facendo con le sue annotazioni quotidiane, e che le veniva rimproverata come «chiacchiere sulla carta». Anticipatrice, rispetto alle intuizioni radicali e agli sviluppi del movimento delle donne degli anni Settanta, Sibilla lo è stata anche nel giudizio che dà delle battaglie di emancipazione di inizio Novecento. Il femminismo, osserva Sibilla, nasce dalla coscienza di un «malessere diffuso e oscuro», ma subito per fretta e per paura sceglie altre strade.

«La donna da un secolo in qua ha vagamente sentito che poteva muoversi ormai con più agio, ma non ha sentito che poteva anche sostare prima alquanto, e interrogarsi. Così, invece di accordare alla vita e all’arte la sua autentica anima, è entrata nell’azione come un misero inutile duplicato dell’uomo». È interessante allora capire che cos’è il “malessere oscuro” che resiste anche ai cambiamenti della civiltà industriale e democratica in fatto di diritti civili e politici delle donne. Si può pensare che sia collegato a quello che Sibilla chiama “l’atavismo muliebre”, la difficoltà a rinunciare alle “prerogative antiche”, che hanno visto le donne al centro della casa, ad affrontare un’autonomia vissuta come abbandono di «tutto ciò che hanno amato e in cui hanno creduto»: «tragicamente autonome». Ma l’ostacolo maggiore sembra ancora oggi quella visione del mondo che, interiorizzata, ha fatto sì che fossero le donne stesse, loro malgrado, a trasmettere la legge dell’uomo. La consapevolezza di Sibilla è, da questo punto di vista, l’eredità più preziosa e controversa che consegna alle generazioni venute dopo di lei. «… io ho dovuto adattare la mia intelligenza alla vostra, con sforzo di decenni: capire l’uomo, imparare il suo linguaggio, è stato allontanarmi da me stessa. In realtà io non mi esprimo, non mi traduco neppure: rifletto la vostra rappresentazione del mondo, aprioristicamente ammessa, poi compresa per virtù di analisi… questo cozzo fra il mio ritmo interno e il ritmo delle forme da voi trovate! Come liberarmi? Bisognerebbe che mi ascoltaste come se io sognassi».

Daniele Mastrogiacomo per "repubblica.it" il 10 marzo 2020. La vera sfida femminile è per oggi, il giorno dopo la tradizionale festa delle donne, l’M8 come l’hanno chiamata in tutta l’America Latina. Sarà lanciata in Messico: 24 ore senza presenza femminile sui posti di lavoro, negli uffici pubblici, nelle scuole e università, nei negozi e per le strade. Milioni di donne, il 57 per cento della popolazione, per un giorno si concentreranno sulle loro cose, i loro problemi; rivendicheranno il diritto alla parità con gli uomini, nei salari, nei posti di guida e di potere, nel poter semplicemente passeggiare senza essere molestate, inseguite da commenti grevi, allusioni sessiste, sguardi pesanti. Senza considerare le violenze in casa, le torture fisiche e psicologiche, fino agli omicidi che in Messico sono un’emergenza, 10 al giorno di media. “L’America Latina sarà tutta femminista”, hanno gridato in coro 125mila in Cile, 50mila in Argentina, 30mila in Colombia, 10mila in Perú, 20mila in Ecuador, 10mila in Venezuela, altre 10mila in Brasile. Fiumi di donne avvolte da fazzoletti e magliette verdi, simbolo del diritto all’aborto, e viola, colore tradizionale delle lotte femministe, tra forti tensioni con le forze dell’ordine mobilitate a difesa dei palazzi pubblici, spesso simboli di un potere incapace di rispondere alla richiesta di sicurezza e giustizia. Ma anche sotto una pioggia battente, in mezzo ai gas lacrimogeni, le fiamme delle molotov scagliate in brevi e fugaci scontri. Mai come quest’anno l’intero continente ha visto una mobilitazione così imponente: l’ennesima dimostrazione della forza di un movimento che ha attraversato e scosso tutti i Paesi dell’America latina obbligando governi di destra e di sinistra a portare il tema delle diversità di genere al centro del dibattito politico.

MESSICO. Assieme a Cile e Argentina guida le mobilitazioni. Il grande Paese del Nord America paga un prezzo altissimo nei femminicidi. Nelle ultime tre settimane ci sono state quattro aggressioni mortali ad altrettante donne da parte di ex compagni o conviventi. L’ultimo, il quinto episodio, ha riguardato una bambina di sette anni rapita da una coppia di balordi che l’hanno presa all’uscita di scuola, tenuta per una settimana da qualche parte, torturata, uccisa e chiusa in un sacco dell’immondizia ritrovato in un vicolo alla periferia di Città del Messico. Il tema si è imposto con cortei e proteste carichi di rabbia e frustrazione. Per l’inerzia della polizia che agisce male e in ritardo e contro lo stesso presidente Obrador che ha cercato di minimizzare la serie impressionante di aggressioni e femminicidi dicendo che si trattava di “eccessi”, nei numeri e nelle reazioni. Oggi si replica. Ma con uno sciopero, se vogliamo chiamarlo così, tutto al femminile. Un Messico senza donne.

CILE. La protesta è stata contro il governo di Sebastián Piñera. L’ennesima di una sommossa che ha sconvolto il Paese tenuto in scacco da cinque mesi.  Il cuore del grande corteo è stata la messa in scena della rappresentazione collettiva “Un violador en tu camino”, canto che denuncia la violenza sessuale creato dal collettivo Las Tesis. Solo a Santiago sono sfilate in 125 milasecondo i dati ufficiali dei Carabinieri. Anche qui tanti fazzoletti verdi e molte magliette e bandiere viola. Con una caratteristica delle femministe cilene: le maschere rosse a coprire il volto, nuovo simbolo della lotta per la parità di genere. Ci sono stati degli scontri ma sporadici e senza gravi conseguenze.

ARGENTINA. Scenderà in piazza anche oggi sul tema: autonomia del nostro corpo e contro i fondamentalismi religiosi. La battaglia ruota tutta attorno alla legalizzazione dell’aborto che milioni di donne inseguono da sempre. Il presidente Alberto Fernández ha annunciato la presentazione di un disegno di legge che superi quella attuale sull’interruzione di gravidanza, oggi consentita solo se è a rischio la vita della madre, se il feto ha malformazioni, se c’è stato stupro. Ma il Paese è diviso. La Chiesa e la parte più conservatrice fanno blocco e impediscono il varo di un provvedimento che depenalizzi l’aborto. Il governo ci proverà anche se rischia l’ennesima bocciatura al Senato.

COLOMBIA. Scendono in piazza soprattutto le giovani e le giovanissime. Con gli stessi colori verde e viola, i corpi dipinti, spesso a seno scoperto. Per un Paese conservatore come la Colombia è stato un vero shock. L’obiettivo dei cortei è l’aborto libero, sostenuto dalla sindaca di Bogotá, prima donna alla guida della capitale e ufficialmente gay. La Corte Costituzionale era stata investita sul tema. Si chiedeva di vietarlo in modo assoluto. Ma ha preferito lasciare i divieti previsti dall’attuale legge, in vigore da 14 anni, tranne in tre casi: rischio per la madre, malformazione del feto, presenza di violenza sessuale.

PERÚ. Anche qui scendono in piazza le più giovani. Sono quelle più colpite da una violenza di genere che ha scosso il Paese soprattutto negli ultimi mesi. Il tema proposto nella manifestazione era eloquente: lavoratrici sì, sfruttate e violentate no. In testa al corteo, le giornaliste che si battono contro la violenza, i familiari di donne vittime di femminicidi o scomparse.

ECUADOR. Con meno partecipazione ma sempre con cortei combattivi migliaia di donne sono scese in piazza a Quito e a Guayaquil. Il Paese registra forti ritardi nella parità di genere e negli squilibri dei salari tra donne e uomini. L’universo femminile, secondo l’Istituto di Statistica, rappresenta una forza lavoro che contribuisce con il 14,5 per cento al Pil. Un peso che non viene riconosciuto nella distribuzione dei redditi.

VENEZUELA. Le donne qui hanno scelto di vestirsi di nero e hanno marciato con lapidi di cartone. Sopra indicati i nomi delle tante ragazze uccise e scomparse: 44 in questo inizio del 2020. Invece degli slogan ha dominato il silenzio: un corteo funebre inseguito dalle battute ironiche e pesanti della polizia che lo considerava politico e quindi da arginare lungo un percorso ben preciso. In Venezuela la crisi è generale, così la violenza contro le donne è sottostimata. Viene sommersa dalla tragedia che colpisce tutti, soprattutto i più poveri.

BRASILE. Il Paese paga il grande sconvolgimento ambientale. Mai come questa estate è caduta tanta pioggia. Il corteo delle femministe è sfilato così sotto una cascata di acqua ma è riuscito a proporre i grandi temi diventati ancora più stridenti con il governo Bolsonaro: il razzismo, la diversità di genere, i gay, gli omicidi degli attivisti sociali. Spiccava in testa nella manifestazione di San Paolo una grande foto di Marielle Franco, uccisa tre anni fa in un agguato che sfiora, per complicità, la famiglia del presidente.

IL FEMMINISMO DEI MEDIA? E' INDOTTO (QUINDI E' FINTO). Giordano Tedoldi per “Libero quotidiano” il 2 marzo 2020. Il rapporto tra il genere femminile e la comunicazione è assai meno chiaro e definito di quel che si dice. In realtà, la questione è trattata con non poca ipocrisia. Che cosa si d